Indiocesi.it
Periodico di cultura religiosa
dell’Ufficio scuola Irc/smi-sms
della Diocesi di Pinerolo,
Via Vescovado 1, Pinerolo:
Direttore Antonio Denanni.
Direttore responsabile:
Davide Aimonetto
Anno 5, n. 1 Gennaio 2009
www.indiocesi.it
Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…”
Il suono del silenzio
Nella civiltà dei suoni e delle immagini,
della comunicazione, della pubblicità e
del marketing si pensa al silenzio solo
come negazione del frastuono e della
confusione che ci stringono d'assedio. Ma
al di là del rumore c'è qualcosa di più.
C'è il suono del silenzio, un mondo interiore da scoprire, o meglio, da riscoprire.
Già nel 1969 Simon e Garfunkel cantavano "The sound of silence".
"Si è molto discusso e scritto dei
'grandi silenzi' (mistici-estatici-emotivi),
dei silenzi negativi (subiti o imposti), dei
silenzi sintomo (di malattia o dolore), ma
assai meno dei silenzi scelti - ha scritto
Nicoletta Polla Mattiot nel libro Riscoprire il silenzio -; cercare una qualità
volontaria e deliberata del tacere è un
privilegio contemporaneo. Il mondo della
comunicazione ha declinato fuori misura
le possibilità di entrare in contatto, trasferire informazioni, dirsi, raccontarsi.
Oggi siamo oltre i decibel, mentali e acustici, recepibili. L'alternativa, in termini
di efficacia, la possibilità di farsi notare,
è la privazione di qualsiasi suono, l'assenza di rumore".
Meglio fermarsi allora, perché, ,come
scrive ancora Polla Mattiot: "A volte è
semplicemente meglio tacere: per evitare
lo spreco, per rivalutare le parole, anche
le più comuni. Un apologo orientale contiene, pur senza darle, alcune spiegazioni: prima della predica di un maestro buddista, un uccellino iniziò a cantare, il maestro tacque e tutti ascoltarono in rapito
silenzio, quando smise il maestro annunciò che la predica era finita e se ne andò".
Antonio Denanni
Intervista al cardinale Carlo Maria Martini
Conversazioni notturne a Gerusalemme
"Il grande problema dinanzi al quale ci troviamo oggi è il clash of civilizations, la lotta fra le culture"
Gli interventi del card. Carlo Maria
Martini fanno sempre notizia. Così anche l’ultimo librointervista, che è nato dall’incontro con Georg Sporschill,
di cui pubblichiamo alcuni stralci.
Perché crede in Dio?
I miei genitori mi hanno donato la
fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare. A scuola per me sono stati importanti gli amici, mi hanno rafforzato nella fede. L’Italia, la
mia patria, fa parte dell’Europa cristiana: basta aprire gli occhi per vedervi molte testimonianze della fede.
Essendo gesuita, gli esercizi spirituali di sant’Ignazio mi hanno reso interiormente forte nel rapporto con Dio.
Giovanni, il discepolo prediletto, è il
mio accompagnatore nell’amicizia
con Gesù. Nella mia vita molti compiti, anche le difficoltà, mi hanno
mostrato che posso avere fiducia.
Come cardinale e teologo, che cosa
dice a chi non crede?
Avrei molte domande da porgli. A
cosa attribuisce importanza? Quali
sono i suoi ideali? Quali valori ha?
E’ questo che vorrei scoprire. Non
intendo convincerlo di nulla, ma solo
dirgli che deve provare a vivere senza fede in Dio e, nello stesso tempo,
riflettere su se stesso. Forse in alcuni
periodi della vita avvertirà una speranza, si accorgerà di cosa dà senso e
gioia alla vita. Gli auguro di dialogare con persone in cerca della fede e
On line per gli altri
www.christianismus.it Sito di introduzione ragionata e scientifica allo studio del
cristianesimo, con articoli di docenti universitari
www.monasterovirtuale.it Monastero Virtuale, una miniera inesauribile di scritti e
documenti religiosi
www.newadvent.org La più grande enciclopedia cattolica della rete (in inglese)
www.santiebeati.it Enciclopedia dei Santi e patroni della Chiesa di tutto il mondo
con credenti. Forse Dio gli donerà la
grazia di riconoscere che esiste.
Quali sono le grandi sfide di oggi?
Bisogna riconoscere i compiti che
abbiamo davanti. Non dobbiamo
sminuire le crisi che senz’altro esistono, non dobbiamo distoglierne lo
sguardo. Il grande problema dinanzi
al quale ci troviamo oggi è il clash of
civilizations (Samuel P. Huntington),
la cosiddetta lotta fra culture. Le culture si scontrano, anche all’interno
dell’Europa. In quale modo il cristianesimo tratta l’islam? Spesso non
sappiamo cosa fare. Da quando vivo
a Gerusalemme sento questa confusione come un grande fardello. Un
tempo ero più ottimista, forse ingenuo. Conosciamo le regole in base
alle quali pensano e discutono i mu-
In questo numero
L’abbazia di Santa Maria
pag. 2
I numeri primi e la fede
pag. 3
Magris e il cristianesimo
pag. 4
Crisi economica
pag. 5
sulmani? Siamo diversi anche in questo. Come prima cosa dobbiamo imparare a conoscerci meglio a vicenda
per poterci capire e distinguere. Penso si svilupperà una crisi che riguarderà i nostri figli: chi oggi è bambino
o adolescente non può più (o molto
meno di un tempo) fare riferimento a
un ambito sociale o religioso omogeneo. Esso non esiste più. Perciò, in
futuro, saranno necessarie una forza
e una capacità decisionali ancora
maggiori. E’ una sfida senza precedenti. Accettare queste sfide può
scongiurare catastrofi.
Qual è la posizione di un cristiano
nella società odierna?
Un cristiano non si perde in tendenze moderne e in ciò che è alla
moda o che tutti vogliono. Interviene. Agisce. Esprime la sua opinione.
“L’uomo spirituale giudica ogni cosa”, san Paolo lo dice a tutti noi (cfr I
Cor 2,15). Ci pone dunque in una
netta posizione di potere: dobbiamo
aiutare il mondo a trovare una direzione, essere giudici non significa
altro. Non siamo solo una goccia che
nuota nella corrente della società,
dobbiamo decidere dove la società
debba andare. In questo senso non
sempre un cristiano ha vita facile
nella società. (…) Un cristiano si
distingue per il suo coraggio, per il
coraggio che gli viene
Supplemento d‘anima
Nujood Ali e Shada Nasser
Nujood Ali e Shada Nasser, due sconosciute yemenite, insieme alle più famose
Hilary Clinton, Condoleeza Rice, Nicole
La religione salverà il mondo pag. 6
Kidman sono tra le dieci vincitrici del preCronaca bianca
pag. 8
Storia dell’AC pinerolese
pag. 10
mio Donne dell'anno 2008, attribuito da
Glamour America.
Simone Weil a 100 anni dalla nascita
La bambina e la donna yemenite sono state premiate per
avere dato voce ai diritti dei
bambini.
Filosofa, operaia, rivoluzionaria, mistica... alla ricerca della verità
La giovane
Cento anni fa, cembre del 1934 abbandona di alla resistenza francese e
co, in un tentativo di comu- yemenita Nuil 3 febbraio 1909, nasceva a la vita di soli studi per dedi- poi, delusa, si rifugia ad As- nione estrema con i poveri e jood Ali, soli
Parigi Simone Weil. Caratte- carsi al lavoro manuale cosisi alla ricerca di pace spiri- con Dio sempre inseguito,
10 anni, ha
re profondo e sensibile, ecme operaia alla Renault e in tuale. Qui ha una potente
muore il 24 agosto 1943 ad
rotto la tradicelse in coerenza fino al liseguito, sull'onda di un viag- crisi che trasforma la sua
Ashford.
zione dei matrimoni precoci combinati, riumite dell'estremismo più
gio in Portogallo, si avvicina conversione in qualcosa di
Ha scritto: «Una delle vescendo ad ottenere un divorzio legale, graradicale."Un miracolo dell'a- al cristianesimo nella sua
ancora più definito.
rità capitali del cristianesimo
zie all'avvocato Shada Nasser, che si è batnima e della coscienza uma- forma più radicale e più auNel 1942 emigra negli
è che la salvezza sta nello
tuta per garantire la sua libertà. Dopo aver
na" l’ha definita Carlo Bo.
tentica. Nel suo “sperimenStati Uniti, dove conosce,
sguardo... Lo sforzo grazie
subito ripetute percosse e violenze sessuali,
Nel 1931 si laurea in filo- tarsi” percepisce l'intima
fra gli altri, Jacques Marial quale l’anima si salva è
Nujood, andata in sposa all’età di nove anni
sofia e comincia a insegnare affinità che esiste fra la figu- tain, già celebre filosofo. Il
simile a quello di colui che
in vari licei. All'inizio degli ra di Cristo e quella dei po14 dicembre si stabilisce a
guarda, di colui che ascolta, a un 37enne, è scappata di casa cercando
anni '30 si avvicina al sinda- veri della Terra, che devono Londra come redattrice alla
a quello di una sposa che
scampo in tribunale in cerca di aiuto. A difcalismo rivoluzionario ed
essere riscattati.
"Direction de l'interieur de la dice sì. E’ un atto di attenferenza delle decine di migliaia di bambine
elabora il nucleo essenziale
Politica e religione formaFrance Libre".
zione, di consenso … Con
che sopportano la terribile tradizione dei
della sua filosofia. Sempre
no nel suo cuore una miscela
Già stanca e malata, prouno sforzo muscolare il con- matrimoni in età pressoché infantile, Nujospinta dalle sue idee radicali esplosiva, che la portano
vata dalle numerose soffetadino strappa le erbacce, ma
od ha avuto coraggio ed ha avuto la fortuna
e dal desiderio di veder miprima a partecipare alla
renze a cui aveva volontaria- soltanto il sole e l’acqua
gliorare il mondo, nel diguerra civile spagnola, quin- mente sottoposto il suo fisi- fanno spuntare il grano».AD di trovare una avvocata altret- segue a pag. 2
«La salvezza sta nello sguardo»
Indiocesi.it
Pag.2
5,10-11).
Secondo
Pennellate bibliche
Tuttavia,
un parere
La parola come la
poiché tutti
condiviso
pioggia e la neve
ci troviamo a
pressoché
fare i conti
da tutti, ciò
che caratterizza l’uomo con i ritmi frenetici del nostro quotidiano: quando ricordarsi (e trovare il
è la parola, la capacità
tempo) per accostare la Parola di
di comunicare.
La funzione principale della parola è Dio? Quando trovare un minuto per
pregare? Certamente ha ragione chi
‘informare’. C’è però un problema:
afferma che il momento migliore è
se fino a poco tempo fa informare
equivaleva a far sapere, spesso oggi, quello liturgico, durante la celebrasecondo le prospettive dell’informa- zione eucaristica, dove la Parola non
è soltanto letta ma proclamata e cetica, l’obiettivo cercato è un altro:
lebrata. Ma quanti se interrogati al
far reagire, indurre comportamenti.
Siamo circondati, bombardati, a vol- termine della lettura del Vangelo
ricordano ciò che è appena stato lette storditi dalle parole lanciate con
questa finalità, spese per indirizzarci to? Non parliamo poi dell’omelia…
Vorrei dunque segnalare un utile
là dove qualcuno ha interesse a trastrumento, che richiede pochissimi
sportarci. Si tratta del fenomeno nominuti al giorno. Un libro nato
to come ‘manipolazione culturale’.
Che ne è dunque della nostra libertà? all’estero e pubblicato in Italia dalla
Claudiana, che ci regala un versetto
Non tutte le parole però sono ubiblico per ogni giorno dell'anno. Il
guali, esiste una parola che genera
titolo è: Un giorno una Parola - Letlibertà, almeno così pensano quanti
ture bibliche quotidiane per il 2009.
guardano con fiducia alla Bibbia.
Costituisce un utilissimo invito alla
Ascoltiamo la voce di Isaia: “La
lettura quotidiana della Bibbia che
mia parola è come la pioggia e la
neve che cadono dal cielo e non tor- essendo curato ogni anno dai Fratelnano indietro senza avere irrigato la li Moravi e tradotto in quasi 50 lingue può diventare uno strumento
terra e senza averla resa fertile.
ecumenico di comunione spirituale
Fanno germogliare il grano, procuintorno al testo biblico e di riflessiorano i semi e il cibo. Così è anche
della parola che esce dalla mia boc- ne con commenti di autori di proveca: non ritorna a me senza produrre nienza evangelica e cattolica. Non
male no? Soprattutto nel mese per
effetto, senza realizzare quel che
tradizione dedicato al cammino ecuvoglio e senza raggiungere lo scopo
per il quale l'ho mandata”. (Is. 5menico.
Carlo Gonella
tanto coraggiosa nella
persona di Shada, specializzata nella difesa
dei diritti umani. Grazie
all’intervento di Shada,
Nujood non solo ha ot-
tenuto il divorzio, ma
ha visto premiato il suo
coraggio e indicato una
strada per la difesa dei
diritti umani delle donne e delle bambine. Nu-
Nelle vicende abbaziali
dell’ abbazia
di Santa Maria è possibile distinguere
sei periodi: il primo va dal
1064 al 1140 ed è segnato
dalle donazioni di Adelaide
di Savoia, di Immilla sua
sorella e di Umberto suo
figlio e di altri benefattori
del monastero, che raggiunse il suo massimo sviluppo
in quegli anni; il secondo
periodo parte dal 1140 e si
conclude nel 1246 con la
sottomissione di Pinerolo ai
conti di Savoia i quali misero in ombra il dominio della
stessa abbazia sul territorio.
A partire da quella data e
fino al 1433 la cittadina attraversò un periodo fiorente,
che la vide prima subordinata ai Savoia, senza che
questo comportasse la perdita dell’autonomia comunale, per poi diventare capitale dello Stato dei principi
d’Acaia. In questo terzo
periodo della sua storia
l’abbazia assistette alla progressiva diminuzione del
suo potere temporale e fu
costretta ad alienare alcune
jood è tornata a scuola e
quando le si chiede cosa
intende fare in futuro
risponde: «....Voglio
esercitare la professione
di avvocato».
Conversazioni… (segue da pag. 1)
dalla fede. Sa che Dio lo guida e lo sostiene. E allo stesso modo Dio parla per
bocca degli altri. Vale dunque la pena di
ascoltare l’opinione altrui. I cristiani
non temono il dialogo, cercano la collaborazione di persone di diversa fede e
pensiero, di chi pone domande e di chi è
insoddisfatto. Con loro, insieme e in
concorrenza, i cristiani portano nel mondo luce, orientamento, guarigione, protezione, pace e gioia di vivere.
L’insieme dei cristiani nell’ecumenismo
e il dialogo interreligioso sono richiesti
e favoriti dalle necessità del mondo.
Lei auspica una Chiesa aperta. Che
ha il coraggio di rischiare. In cosa
ripone la sua fiducia?
Sì, voglio una Chiesa aperta, una
Chiesa che abbia le porte aperte alla
gioventù, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né
tiepide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità
della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo: come aiuto
nell’affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuole portare. Tradurre
non significa svilire. Oggi la parola di
Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso la nostra vita con il coraggio
dell’ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuole liberare gli afflitti e gli
oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti. Sono colpito dalla domanda di Gesù: il Figlio
dell’uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli non chiede: troverò una Chiesa
grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta,
che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai
numeri e dai successi. Saremo molto più
liberi di seguire la chiamata di Gesù.
Perché la Chiesa ha bisogno soprattutto di giovani?
Dove cercano i propri collaboratori
un’azienda o un partito? In genere fra i
Pagine di storia religiosa del Pinerolese
Tuttavia, sin
dal Trecento
si ha notizia
della contestazione di questo meccanismo
d’elezione. La svolta avviene con la bolla del 10 gennaio 1461 quando il papa
Nicolò V cambiò le disposizioni di nomina, concedendo al duca Ludovico di Savoia la nomina di tutti i benefici concistoriali, compresa quella dell’abate di Santa
Maria. A partire da quella
data gli abati furono tutti
secolari, nominati dalla corte e appartenenti a nobili
famiglie savoiarde o addirittura membri della dinastia
regnante.
L’influenza dei duchi segnò la storia dell’abbazia
sin dalla sua fondazione,
con le donazioni della contessa Adelaide e dei suoi
congiunti, e proseguì nei
secoli seguenti. A partire
dal 1433 con la cessione
dell’abbazia in commenda i
duchi ebbero un peso ancora più considerevole con la
nomina degli abati commendatari.
Chiara Povero
L’abbazia di Santa Maria e i rapporti con il potere
proprietà, che si ridussero
all a Val Le min a e
all’abitato di Abbadia. Il
quarto periodo incomincia
con la concessione
dell’abbazia in commenda
nel 1433: a partire da questa
data gli abati che ressero
l’abbazia non furono più
claustrali, ossia monaci del
convento, ma secolari, la
maggior parte dei quali appartenente ad illustri famiglie legate ai Savoia. Il
quinto periodo cominciò
con la sostituzione dei monaci benedettini con quelli
fogliensi nel 1590 e terminò
con l’erezione della diocesi
di Pinerolo nel 1748, evento
che segnò la perdita di ogni
giurisdizione per l’abbazia.
Nel sesto periodo tornarono
nuovamente gli abati claustrali e l’abbazia fu ridotta
ad un semplice convento
fino alla soppressione, avvenuta nel 1793 ad opera
del governo francese
La prima donazione di cui
fu beneficiaria l’abbazia di
Santa Maria fu quella compiuta l’8 settembre 1064
dalla contessa Adelaide di
Savoia. Negli anni successivi altri membri del suo casato furono egualmente generosi nel dotare l’abbazia.
Per l’abbazia furono anni di
espansione e di consolidamento del patrimonio fondiario e della giurisdizione
dell’abate, con i privilegi
spettanti all’ordine ed una
giurisdizione “quasi episcopale” sui territori soggetti
all’abbazia.
Sin dall’origine gli abati
claustrali di Santa Maria
furono eletti dai monaci del
monastero, come previsto
dalla bolla di Gregorio VII
del 4 aprile 1073.
L’eletto avrebbe dovuto
essere un monaco dell’abbazia, o in mancanza di candidati degni doveva appartenere ad un’altra; la sua elezione avrebbe dovuto ricevere il placet del potere secolare, oltrechè essere approvata dagli altri abati.
Gennaio 2009
giovani, che possono essere formati e
preparati per nuovi compiti. Essi possiedono un potenziale di energia ancora da
attivare. E sono soprattutto loro ad essere idealisti, anche coltivando idee un po’
folli. Il nuovo che aspettiamo e di cui
abbiamo bisogno ha più probabilità di
realizzarsi per la spregiudicatezza dei
giovani. La Chiesa della “vecchia Europa” ha proprio bisogno di novità e di
una ventata di aria fresca. Non è forse
vero che anche la gioventù ha bisogno
del nuovo, del “magis”, di qualcosa di
più del benessere? Nella ricerca del nuovo ho sempre visto un elemento positivo, la volontà di cambiare qualcosa...
(…) Possiamo aprirci ai giovani soltanto prendendo spunto proprio da loro.
Di cosa si interessano? Dove vivono?
Come vivono le loro relazioni? Cosa
criticano e quale impegno pretendono
da noi? Qui emergono molte domande
da cui i collaboratori ecclesiastici
possono farsi partecipi. All’inizio i
giovani saranno al centro dell’attenzione, solo in un secondo momento
potranno arrivare gli adulti e le strutture
della Chiesa, offrendo appoggio e
correzione. Certamente il metodo giusto
non è predicare alla gioventù come deve
vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che
rispettano le nostre regole e le nostre
idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto,
in questo modo non si conquista
nessuno... La questione che più tocca la
sensibilità dei giovani è se li prendiamo
sul serio come collaboratori a pieno
titolo o se vogliamo farli ravvedere
come se fossero stupidi o in errore.
(…) La Chiesa ha bisogno di giovani.
Nessuno li può conquistare meglio di
altri giovani; un giovane è più disposto
ad ascoltare un coetaneo. Questo vale
soprattutto per le questioni personali,
come l’amicizia, il rapporto con i
genitori, avventure e segreti, anche Dio.
Come influisce la fede sulla politica?
Come cristiani guardiamo a Gesù.
Egli è motivo di un’assoluta novità, la
Chiesa. Gesù ha svolto il compito ricevuto da Dio di creare, accanto al primo
popolo eletto di Israele, un secondo
strumento per la pace. Si trova dunque
in prima linea; si è confrontato con tutte
le autorità politiche: con Erode, con Pilato, con il sinedrio, con i partiti dei farisei e dei sadducei. Si è battuto con passione per la giustizia e ha voluto cambiare il mondo. La Chiesa di Gesù Cristo deve contribuire a rendere il mondo
più giusto e più pacifico. Secondo la
Bibbia, la giustizia è più del diritto e
della carità: è l’attributo fondamentale
di Dio. Giustizia significa impegnarsi
per chi è indifeso e salvare vite, lottare
contro l’ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace perché tutti possano
convivere in pace. La giustizia deve
vegliare affinché il diritto, così com’è
formulato nelle leggi, consenta a tutti gli
uomini un’esistenza dignitosa. Gesù ha
dato la sua vita per la giustizia.
da C.M.Martini-G.Sporschill, Conversazioni
notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008
Cultura
Pag.3
Gennaio 2009
Dizionario interculturale
I numeri primi e la fede
La scelta di credere in Dio è più conveniente
Lo afferma Marco Andreatta, professore ordinario di geometria e preside dell’ateneo di Trento
Per lui, matematica
e
fede sono due
aspetti
del
pensiero umano
che
operano
in
ambiti
sostanzialmente separati ma che alle volte si intersecano con conseguenze molto interessanti.
Che cosa hanno in comune?
«Il matematico è forse il ragionatore
razionale per antonomasia; da Galileo
in poi, di ogni nuova teoria si dice che
è scientifica se si basa sulla matematica e sui suoi procedimenti logicodeduttivi. Ma questo non impedisce a
un matematico né, ad esempio, di innamorarsi (attività non sempre
'razionale') né di provare sentimenti di
solidarietà, passioni politiche, nè di
credere in una religione e nei suoi dogmi di fede. E, d’altro canto, come una
donna può innamorarsi di un matemati
-co, per il suo 'sapere', il suo modo di
fare e di pensare, così la fede può entrare nell’ animo del matematico ».
Alcuni matematici, nel corso della
storia, per spiegare il loro essere uo-
mini di fede, hanno addotto argomentazioni provenienti dalla loro
esperienza di scienziati.
«Personalmente non mi ha mai entusiasmato la prova ontologica di Anselmo (che un matematico come Cartesio
sintetizza affermando che 'l’esistenza
di Dio è compresa nella sua essenza' e
che il logico-matematico Kurt Gödel
ha formalizzato nel secolo scorso). Mi
ha sempre colpito invece l’argomento
di Pascal, riconducibile a quella che
oggi si definisce 'teoria dei giochi': dopo un’accurata analisi dei pro e dei con
-tro, il filosofo-matematico francese
“Con Ennio De Giorgi penso
che il mistero sia più una condizione necessaria che un ostacolo alla verità della religione”
(inventore del calcolo delle probabilità) sostiene che la scelta di credere in
Dio e in una vita eterna è più
’conveniente’. Non ho mai dato troppo
peso all’aspetto utilitaristico, ma ho
sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci fosse la speranza
che la fatica terrena avrà, per i più
Ritagli
Se potessi essere Dio
La storia è attribuita al grande rabbino Bal Shen Tov
Si narra che si
trovava in cima a una collina, con alcuni studenti,
quando vide un gruppo di
cosacchi attaccare la città
e cominciare a massacrare
la gente. Vedendo molti
dei suoi amici che, laggiù,
morivano e chiedevano
misericordia, il rabbino
esclamò:“Ah, se potessi
essere Dio!” Un discepolo,
colpito, si rivolse a
lui:“Maestro, come osate
proferire una simile bestemmia? Volete forse dire
che, se foste Dio, agireste
in maniera diversa? Volete
forse dire che Dio tante
volte fa ciò che è sbagliato?” Il rabbino guardò negli occhi il discepolo e
disse:“Dio è sempre giusto. Ma se io potessi essere
Dio, potrei capire ciò che
sta accadendo”
Save the Children
Rapporto “Bambini e armi”
Si stima che siano almeno 250.000 i minori – di
cui il 40% bambine – impiegati in 17 conflitti armati come soldati, spie, facchini, cuochi, “mogli” dei
combattenti (nel caso delle
ragazze) e arruolati in eserciti non governativi in almeno 24 nazioni e territori.
Bambini costretti a com-
mettere violenza ma anche
a subirla: negli anni scorsi,
almeno 2 milioni sono morti uccisi dal fuoco delle
armi leggere e 6 milioni
sono stati feriti, resi disabili
o hanno subito traumi psicologici, obbligati ad assistere a terribili atti ed episodi di abusi e violenze.
Rapporto 2008 “Bambini e armi”
sfortunati e per gli ultimi, un senso
superiore».
Per alcuni, accettare il mistero è la via
migliore per arrivare a un approdo.
«Tra i tanti punti di vista, il mio preferito è sicuramente quello del matematico italiano Ennio De Giorgi, così espresso in un importante intervento
sull’Osservatore Romano del 18 novembre 1978: 'operando come matematico mi sono forzato ad ammettere
che: non solo le cose che esistono sono, come è ovvio, più di quelle che
conosco, ma per poter parlare delle
cose conosciute sono costretto a fare
riferimento a cose sconosciute ed umanamente inconoscibili; …perciò il fatto
che la religione preveda il mistero appare (al matematico) più come condizione necessaria per la sua credibilità
che non come ostacolo all’accettarla'.
Ma attenzione, ammonisce più avanti
De Giorgi, 'Dio non può essere ridotto
al primo ente autocomprensivo'. Abbiamo allora la sensazione di non poter
applicare categorie puramente logiche
(pensiamo all’umiltà di ascolto, al
'beati i puri di cuore'…)».
Sintesi da Luigi Dell’Aglio, Avvenire
24 dicembre 2008
Antonio Ambrosetti, matematico
Luoghi comuni su scienza e fede
«L’equazione razionalità-mancanza di fede è un
luogo comune che oggi va molto
di moda, e mi irrita. Perché è del
tutto errata. Lo prova il gran
numero di illustri pensatori, del
passato e di oggi - in prima fila i
matematici - la cui fede è nota a
tutti. Negli ultimi anni in televisione è stato dato troppo spazio
a personaggi come Odifreddi
che hanno portato avanti la tesi
dell’incompatibilità tra fede e
scienza con argomentazioni logico-filosofiche, che hanno poco
a che fare con la matematica». Il
professor Antonio Ambrosetti,
per lunghi anni ordinario di Analisi matematica alla Normale
di Pisa e ora alla Scuola internazionale superiore di Studi avanzati (Sissa) di Trieste, ha avuto
due maestri sia nella scienza che
nella fede: Giovanni Prodi, eminente matematico ed Ennio De
Giorgi, uno dei massimi matematici del secolo scorso, entrambi animati da un profondo
senso religioso.
C’è chi si propone addirittura
di dimostrare matematica-
mente che Dio non esiste.
«Un’impresa del genere è tempo
perso. Cito un libro che mi ha
colpito: Irreligion, di John Allen
Paulos, alla cui versione in italiano, per fare sensazione, è stato dato il titolo La prova matematica dell’inesistenza di Dio.
Ma nel libro non c’è nessuna
dimostrazione matematica. Nessuno dei geni della matematica,
dai Greci fino a oggi, ha potuto
dimostrare matematicamente
l’inesistenza (o l’esistenza) di
Dio. Nemmeno una scienza precisa come la matematica può
dare una risposta al quesito cruciale che ha tormentato gli uomini di ogni tempo. Ho appena
finito di scrivere un breve saggio dal titolo Matematica e Dio
in cui mostro, tra l’altro, come
sia un inutile tentativo quello di
usare la matematica per dimostrare che Dio esiste o no». […]
Diceva Ennio De Giorgi:
“All’inizio e alla fine, abbiamo
il mistero. […] La matematica ci
avvicina al mistero, ma nel mistero non riesce a penetrare”».
Da L.Dell’Aglio, Avvenire 11.12.2008
GIORNATA PER LA PACE
Il 1° gennaio di ogni anno il
Papa lancia un messaggio che
accompagna per tutto l’anno coloro che, nel mondo, cercano di
costruire la Pace. Il tema di
quest’anno è “Combattere la povertà, costruire la pace”. Il Papa
vede nella povertà una delle minacce che incombono sulla pace
e cerca di individuare le cause di
tale povertà in modo che il male
venga eliminato alla radice.
Il Santo Padre si sofferma su
alcuni ambiti particolari per avere della povertà materiale una
visione ampia e articolata.
1. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo
sviluppo demografico. Sono così
in atto campagne di riduzione
delle nascite con metodi non rispettosi della dignità umana.
2. Altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche,
che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente
sul peggioramento delle condizioni generali del paese.
3. Terzo ambito è la povertà dei
bambini, quindi occorre occuparsi della cura delle madri,
l’educazione, l’accesso ai vaccini, alle cure mediche, all’acqua
potabile, impegno a difesa della
famiglia.
4. Quarto ambito è la relazione
esistente tra disarmo e sviluppo.
Suscita preoccupazione l’attuale
livello globale di spesa militare.
5. Quinto ambito riguarda
l’attuale crisi alimentare, che
mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base.
Il Papa individua anche le possibili soluzioni alla povertà materiale. Nell’attuale mondo globale
è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole. La globalizzazione, quindi, va vista come
un’occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella
lotta alla povertà e per mettere a
disposizione della giustizia e
della pace risorse finora impensabili.
Maria Luisa Demarchi
Progetto culturale
Pag. 4
Nel 2009 il Progetto culturale compie 15 anni
Su fede e cultura c’è molta strada da fare
Il card. Ruini: «Non tutti sono in grado di agire per una feconda presenza nella cultura»
L'evangelizzazione
della cultura è spesso
percepita come un'impresa fuori portata, riservata a pochi. Invece la
normale testimonianza
cristiana, la pastorale parrocchiale,
la presenza dei credenti nella vita di
ogni giorno, oltre che negli ambienti
culturali, artistici, scientifici, massmediali, possono portare un contributo decisivo all'orientamento della
cultura, perché essa non è soltanto
un fatto cognitivo o intellettuale, ma
comprende i valori vissuti, la qualità
delle relazioni interpersonali, i criteri cui si ispira la propria vita... Poi si
apre il capitolo della preparazione.
Parto dai preti: pur avendo in genere una buona cultura teologica e religiosa, mi pare che non tutti siano in
grado di agire per una feconda presenza cristiana nella cultura e nella
società, perché si trovano spiazzati
davanti a domande oggi essenziali.
Per fare degli esempi, sanno spiegare bene il significato dei sacramenti
o il senso di una pagina del vangelo, ma poi faticano a rispondere ai
grandi interrogativi che riguardano
Dio e Gesù Cristo oppure l'uomo
anche in relazione alla cultura odierna. La formazione teologica e culturale dei sacerdoti dovrebbe essere
rinnovata in questo senso. Si tratta,
in ultima analisi, di aiutare le persone a far luce rispetto alle grandi domande che esse portano con sé.
E sui laici? Qui intravedo il problema di un "dislivello" tra la loro formazione umana/culturale - che oggi
è cresciuta moltissimo grazie alla
scuola, alle sollecitazioni di vario
genere, tv compresa - e la formazione religiosa, che per tanti è rimasta a
livello poco più che infantile. Ciò
vale un po' per tutti, anche per i cosiddetti "praticanti". Diverso è il discorso per le persone più impegnate
e preparate, ma credo che anche in
queste spesso ci siano delle carenze
non da poco. Da qui la necessità di
pensare a percorsi di catechesi che
vadano più a fondo, che si occupino
delle questioni decisive che interrogano la fede e la vita di ognuno. Altrimenti c'è il rischio che il credente
si ritragga in se stesso e non sappia
dar ragione, anche con la parola oltre che con i comportamenti, della
propria fede negli ambienti dove è
inserito quotidianamente.
Camillo Ruini su Segno, n.1, 2009
Claudio Magris, giornalista, scrittore e germanista triestino
Comunicare il senso liberatorio del cristianesimo
“È il messaggio che bisognerebbe essere capaci di trasmettere, affinché ognuno possa aderire o no”
Magris, studioso
e autore di trasparente e solida formazione
laica,
«non praticante»,
confessa, ha sempre guardato al
mondo cattolico e alla sua cultura
come ad universo con il quale confrontarsi e nel quale sostare.
«Il cattolicesimo e la sua pratica
mi hanno dato il senso epico
dell’unità del mondo, di un comune,
travagliato, ma anche lieto cammino verso la fine; le confessioni mi
hanno liberato da titubanze nevrotiche, dalla coscienza scrupolosa».[…]
Questa frequentazione di spazi e
luoghi rimasti nell’anima, lo ha reso
partecipe osservatore delle vicende
della Chiesa, delle sue luci e delle
sue ombre, delle sue contraddizioni
e dei suoi carismi. Uno dei fatti che
fortemente continuano ad interpellarlo è lo scarto che gli accade spesso di cogliere fra i valori che essa
predica e l’immagine falsa che circola nell’opinione pubblica. Falsa
non solo perchè intenzionalmente
falsificata dagli avversari, ma anche
perchè presentata a volte in modo
non pertinente «o addirittura fuorviante dall’insegnamento della stessa Chiesa». Questa mancanza di una
comunicazione efficace, lamenta lo
studioso triestino, rischia di non far
giungere alle persone la forza liberatrice del Vangelo, la luce delle
sue verità che sottraggono l’uomo
al buio e allo smarrimento dei nostri
tempi, che gli possono restituire
identità e pienezza del vivere.
Perché questo spreco di un messaggio di portata rivoluzionaria?
«Perché ad esempio non si riesce a
comunicare che la fede e
l’insegnamento religioso sono una
grande lezione di laicità e di razionalità, proprio perchè insegnano a
distinguere tra ciò che è oggetto di
fede, e che dunque non si può dimostrare, da ciò che è oggetto di ragione e che si può dimostrare? Perché
la Chiesa non riesce, altro esempio,
a far capire che l’insegnamento cattolico è uno dei pochi che mette in
guardia contro uno dei peccati, una
delle colpe più insidiose, più insinuanti, più vili di cui tutti ci rendiamo colpevoli e di cui non ci accorgiamo o non vogliano accorgerci, di
cui spesso anche i sistemi morali
dominanti non vogliono o non possono o non sanno accorgersi: i peccati di omissione. Almeno noi piccola gente che non commettiamo
colpe eclatanti, né stragi terroristiche, pecchiamo soprattutto sordidamente di omissione; additare
l’omissione come colpa significa
rendere più fraterna la vita e soprattutto rendere più degna la vita di chi
è liberato da questo suo aspetto vile,
codardo. Perché questo non si sa nel
così detto “mondo”? E’ colpa solo
del mondo o di chi dovrebbe almeno comunicargli correttamente
l’essenza del pensiero cattolico, indipendentemente dai meriti o dai
demeriti di chi lo rappresenta?».
«Bisognerebbe insegnare che il
cristianesimo non è solo un complesso di proposizioni in cui si crede; è anche questo, ma è soprattutto
qualcosa d’altro, perchè, come è
stato detto, Gesù non è venuto a
fondare una religione, ma a cambiare la vita, ed è questo il senso liberatorio del cristianesimo che bisognerebbe essere capaci perlomeno
di trasmettere al mondo, affinchè
ognuno possa aderire o non possa
aderire al cristianesimo o al cattolicesimo liberamente, ma fondatamente e non respingere il messaggio evangelico credendo che esso
dica altre cose da quelle che dice».
L’augurio dell’autore è che il cattolicesimo abbia un rapporto più vigoroso e permanente «con la realtà
forte, sanguigna, vitale, liberatoria
di tanta prassi del cristianesimo».
da Mariapia Bonanate, Il nostro tempo,
30.11.2008
Gennaio 2009
I nuovi preti
Il sacerdote
l’uomo del sacro
di Vittorino Andreoli, psicanalista
Il sacerdote è un personaggio della
nostra società. Figura che ha una sua
lunga storia nella nostra cultura, e che
ha assolto compiti diversamente riconosciuti, sovente anche contrastati.
Profilo che è cambiato, perché è cambiato il contesto in cui si pone. Così,
pur perseguendo sempre lo stesso obiettivo, legato al ruolo che ricopre,
l’ambiente in cui vive lo ha in parte
modificato, mutando anche la forma
esteriore con cui egli si presenta al popolo. Dalla veste talare lunga e nera,
con berretta a punte e pompon o cappello rigido a larghe tese, lo si vede
talora in abito 'borghese', in jeans e
t-shirts, non più identificabile o immediatamente riconoscibile. E questo lo
ha fatto per nascondersi, quando la sua
missione, contrastata, doveva svolgersi
in maniera clandestina; oppure per la
convinzione che dovesse essere notato
non tanto per l’abito quanto per il suo
modo di essere e per il suo comportamento, invertendo il detto popolare che
è l’abito a fare il monaco.
È un personaggio colto, perché il raggiungimento della sua posizione comporta studi severi e una lunga preparazione, ma a distinguerlo non è il sapere, bensì il ruolo, che ha un’origine nel
mistero, una vera consacrazione. Ciononostante, ci sono stati periodi in cui
il suo sapere ne ha caratterizzato il ruolo e la maniera di essere percepito, soprattutto in situazioni di istruzione sociale carente, come nel nostro passato
storico. Rimane indubitabile che la sua
vera caratteristica e funzione è tuttavia
una e una sola, e si lega a un ministero
che egli acquisisce attraverso il conferimento dell’Ordine, che gli conferisce
il munus sacerdotalis. Insomma, è una
persona che si inserisce nel mistero, e
quindi dentro un credo.
[…] Sacerdote è la combinazione di
sacer (che significa sacro) e di dho-ts
(che vuol dire fare, colui che fa), dunque etimologicamente significa «colui
che compie cerimonie sacre». Il fare va
proprio inteso come il fare il sacro; e in
questo senso è meno aderente, alla radice linguistica, la definizione di sacerdote come «colui che amministra le
cose sacre».
Insomma, sacerdote si coniuga con
sacro e quindi impone un riferimento al
sacro.
Vittorino Andreoli, Avvenire, 13.2.2008
Focus
Pag. 5
Crisi finanziaria e nuove prospettive economiche
Dibattito
Luigino Bruni, docente di economia politica alla Bicocca di Milano
I beni che creano «status» non portano più benessere
«È molto importante – spiega
Luigino Bruni,
docente di Economia politica
alla Bicocca di
Milano – che le
famiglie
non
perdano fiducia,
così come insegnava Keynes. Ma
più che far aumentare indiscriminatamente i consumi, bisogna
chiedersi quali di essi privilegiare.
Attualmente prevalgono solo quelli che tendono a far crescere lo
status del soggetto, i beni materiali: la macchina, il telefonino, la
seconda casa... Ma possedere questi beni non aumenta certo il benessere, anzi lo diminuisce: si crea
un circolo perverso per cui la pubblicità ti spinge a comprare quei
prodotti, lavori di più per poterli
acquistare e indirettamente sottrai
tempo e attenzione ai rapporti con
gli altri ritrovandoti meno felice. È
un paradosso ormai acquisito anche tra gli economisti sulla base di
ricerche che dimostrano come
l’aumento nel reddito nei Paesi più
sviluppati si è tramutato in una
maggiore infelicità. Bisogna considerare un altro tipo di beni, quelli
fatti di relazioni: la vita familiare,
l’amicizia, l’impegno civile,
l’attenzione all’ambiente.
Lo Stato dovrebbe preoccuparsi
di incentivare il consumo di questi
beni pubblici, anche con la tassazione: favorendo l’uso dei mezzi
pubblici, il carsharing, tutte le occa
-sioni culturali di incontro…
Piuttosto che il decoder digitale
per rinchiudersi in casa…». Bruni
insegna anche all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, vicino
Firenze, che porta avanti il Progetto economia di comunione lanciato
da Chiara Lubich: «Sono aziende
di tutti i continenti che si impegnano a produrre in modo efficiente
non secondo la logica del mero
profitto, ma tenendo conto del valore degli altri nelle relazioni: cercando di aiutare i più poveri e creando un sistema basato non sulla
competizione, ma sulla gratuità. È
un esempio che funge da stimolo
per il sistema globale: pensiamo
soltanto alla Banca Etica che oggi
viene presa a modello o ai gruppi
di acquisto solidale. Non credo
nelle teorie di Serge Latouche e
altri che condannano il consumo
sulla base di anacronistiche posizioni vetero-marxiste, però occorre
superare l’individualismo economico che esclude i più deboli».
da A.Giuliano, Avvenire, 18.12.08
L’economista francese Serge Latouche, teorizzatore della «decrescita»
La mia decrescita non è la crescita negativa attuale
«Parlo di decrescita e i giornalisti mi dicono “ma ci siamo già”,
confondendo la mia proposta con
la crescita negativa. Nulla di più
diverso: questa è figlia di un sistema al collasso, mentre la decrescita è una proposta nuova.
Non una ricetta, ma uno slogan,
una serie di possibilità da cui ripartire. La crisi è un’opportunità
per cambiare. Certo, c’è chi pensa, senza fare i conti con la realtà,
che allora si consumerà meno, si
lavorerà meno, lo stress scenderà
e tutti vivremo meglio. Ma se la
risposta alla crisi da parte dei governi continua lungo la stessa
strada, non ci sarà decrescita,
bensì crescita negativa. Vediamo
le scelte politiche di questi giorni:
si preferisce continuare a danneggiare il pianeta per salvare
l’industria dell’auto. D’altronde,
una società della crescita senza
crescita è terribile: arriva la disoccupazione, il gettito fiscale cala,
ci sono meno fondi per l’educazione, la sanità, l’ambiente».
Un cortocircuito che Latouche
attribuisce agli errori del dopoguerra. «Sia la destra che la sinistra hanno imboccato la religione
della crescita e sono cadute nella
trappola della torta. Marx e i socialisti pensavano che il problema
del capitalismo non fosse tanto la
crescita, quanto la ripartizione dei
profitti, motivo alla base della
lotta di classe. Il compromesso
storico tra chi
gestisce il capitale e i lavoratori è stato questo:
se tutti ottengono un po’ di torta in più, i conflitti si superano. Una scelta
che ha dato dei
risultati tra il 1945 e il 1975: anche l’operaio poteva comprare un
frigorifero, un’automobile, godere di beni un tempo riservati ai
ricchi. Si è però finto di non sapere che la crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Lo
capisce anche un bambino». La
crescita minore della “torta” ri-
spetto agli anni del boom, spiega
quindi la forte spinta
all’indebitamento frenetico,
«unico strumento per imprimere
una crescita fittizia dei consumi.
Oggi un americano spende ciò
che guadagnerà nel 2011, un italiano ciò che avrà l’anno prossimo. Tutti i governi hanno imboccato questa strada: la pubblicità
gestisce i nostri desideri,
l’obsolescenza programmata dei
beni ci obbliga a comprarne sempre di nuovi, e il credito fa consumare anche chi non ha denaro. La
spirale è contorta, per cui solo un
choc forte e una lunga crisi e profonda possono scuotere la realtà e
salvarci».
da F.Bussola, Il nostro tempo, 23.11.2008
L’ecumenismo del XXI secolo
Scendere in profondità nell’uomo
Come pensa che dovrebbe
muoversi l’ecumenismo del
XXI secolo?
L’ecumenismo è nato come
problema interno alle chiese (da
riconciliare), ma si sta aprendo
sempre più a problemi d’ordine
etico-sociale-politico: pace, giustizia, integrità del creato. Le
Assemblee tenute in territori del
terzo mondo hanno
accentuato queste
prospettive. Inoltre
sta diventando
sempre più decisivo per l’umanità
l’incontro tra le
religioni e le loro
culture. Saremo
provocati, noi cristiani, a scoprire quanto è grave il peso
dell’umano che copre e talvolta
sovrasta la sostanza e l’essenza
della nostra fede, cioè Gesù Cristo; e a relativizzare il
“superfluo”. Per vivere i due
principi dell’ecumenismo: gerarchia delle verità e soprattutto
storicità, intesa come distinguere
la Parola o Verità di Dio dalla
forma o veste culturale espressiva. Perciò dovrà diventare preminente l’ecumenismo vissuto e
occorrerà scendere più in profondità nell’umano.
Da Emanuele Paschetto, Intervista a
mons.Sartori, SAE Notizie, marzo
2007
Gennaio 2009
Decaloghi moderni
Il decalogo dell’automobilista
della Polizia stradale
1) Efficienza del veicolo. Un’automobile, ma anche
una moto, in perfetto stato garantisce un elevato standard di sicurezza attiva. Pneumatici, freni, impianto di
illuminazione sono elementi fondamentali la cui efficienza non va mai trascurata.
2) Moderare la velocità. Vi siete mai chiesti a che
velocità vengono svolti i devastanti crash test che
mettono alla prova la struttura delle auto? Appena 45
km/h. Provate a pensare cosa potrebbe succedere a
100 km/h o a 130 km/h, che sono le classiche limitazioni delle nostre autostrade. La velocità va sempre
moderata, soprattutto in base alle proprie capacità e
condizioni del veicolo.
3) Efficienza del conducente. Una delle cause più
frequenti di gravi incidenti stradali è la condizione
psicofisica non ottimale del guidatore. Il colpo di sonno è sempre in agguato, dà un breve preavviso e non
ci si accorge nemmeno di stare dormendo. Se siete
soli, la cosa più saggia è accostare e distendersi sul
sedile. Bastano pochi minuti per riprendersi o male
che vada passare la notte a dormire in auto è sempre
meglio di dormire per sempre.
4) Evitare di telefonare durante la guida. Parlare al
telefono cellulare durante la guida è espressamente vietato, con sistemi auricolari o viva voce è consentito ma
altrettanto pericoloso. E’ comunque una fonte di distrazione che distoglie l’attenzione dalla guida e dalla strada.
5) No ad Alcool e Droga. Sono la causa principale
degli incidenti che spesso si trasformano in stragi.
L’alterata percezione della realtà diventa un’arma
incontrollabile puntata alla tempia di chiunque sia nei
paraggi del guidatore che ha assunto alcool o droga,
egli stesso compreso. Siate obiettivi, evitate di guidare se avete esagerato con l’alcool o il vostro equilibrio
psicofisico è alterato da sostanze stupefacenti.
6) Attenzione ai Farmaci. Molti prodotti farmaceutici riportano come avvertenza e controindicazione
l’induzione di sonnolenza o un rallentamento della
reattività. Fate attenzione ai foglietti illustrativi se
prima di mettervi alla guida avete la necessità di assumere dei farmaci. Una leggerezza potrebbe mettere
voi e chi vi sta vicino in grave pericolo.
7) Cinture di sicurezza sempre. Non deve essere la
coercizione o il timore di ricevere una multa, la cintura di sicurezza va sempre indossata da tutti gli occupanti il veicolo. I moderni sistemi di sicurezza airbag
e il loro funzionamento sono strettamente legati
all’uso della cintura di sicurezza. In molti casi se le
cinture non sono indossate l’airbag non entra in funzione per motivi di sicurezza, l’airbag che dovesse
funzionare senza che la persona indossi la cintura
causerebbe ulteriori danni fisici o lesioni.
8) I bambini al loro posto. Abbiate cura dei piccoli
che trasportate, stare sul seggiolino è fastidioso, meglio stare al volante tra le braccia di papà ma in caso
di incidente le conseguenze possono essere tragiche.
Fate utilizzare sempre gli appositi seggiolini fissati
con le cinture di sicurezza e fin quando è possibile
fissate il seggiolino con le spalle al senso di marcia.
9) Rispetto del prossimo. Specie se si tratta di gente
che viaggia in moto, in bici e in particolar modo a piedi, sono i meno protetti nella circolazione. Rispetta le
precedenze e la segnaletica stradale, basta il buonsenso.
10) Rispetta la distanza di sicurezza. È l’accorgimento più semplice ed intuitivo per evitare incidenti
durante la circolazione stradale. Non è sempre facile
calcolare i tempi di arresto in funzione della velocità
e magari è possibile che ci si distragga un attimo, riducendo così ulteriormente il tempo a disposizione
per fermare la corsa del nostro veicolo. Mantenendo
una ragionevole distanza di sicurezza si riduce drasticamente il rischio di collisioni.
Documenti
Pag. 6
Gennaio 2009
L’ex primo ministro Tony Blair parla della propria fede e libertà
«La religione salverà il mondo, credetemi»
Tony Blair: «La mia fede fonda i valori ai quali mi riferisco, forgia la mia visione dell’umanità»
Quando sono arrivato a Oxford, negli Anni Settanta, ho riscoperto la fede. Non ero molto religioso
prima. Mio padre era ateo. Era mia madre che ci
portava a messa la domenica mattina e io non ho
ricevuto una vera educazione religiosa. Diciamo il
minimo. La Chorister School, che ho frequentato
dall’età di otto anni, era attaccata alla cattedrale di
Durham e gli allievi andavano alle celebrazioni, ma
non era un elemento essenziale della mia vita. Ho
dunque dovuto aspettare di essere allievo del Saint
John’s College perché si risvegliasse una forte attrazione per la religione, nello stesso momento di quella per la politica. Frequentavo allora un piccolo
gruppo di studenti poco convenzionali. C’era Peter
Thomson, uno studente australiano in Teologia, prete anglicano, carismatico, acuto; poi Geoff Gallop,
un altro australiano, che diventerà poi primo ministro dell’Australia dell’Ovest, un ugandese, un indiano. Giovani profondi, allegri, di origini etniche e
religiose diverse con i quali portavo avanti discus-
vuol dire che tutte le mie decisioni passano attraverso il prisma della religione. Non faccio domande a
Dio in continuazione. La mia posizione sulle cellule
staminali testimonia la mia libertà. Ho cercato sempre di fidarmi semplicemente di ciò che pensavo
giusto. È stato il caso dell’invio di truppe in Afghanistan e in Iraq. Provenendo da culture molto diverse abbiamo condiviso la stessa analisi delle minacce
incombenti sul mondo dopo l’11 settembre. Nessuna
crociata. Attaccare Al Qaeda non è fare la guerra
all’islam. Ma non ho aspettato l’11 settembre per
leggere il Corano. L’Illuminismo ha voluto farci
Le Monde, traduzione La Stampa, 22.7.2008
Hanno detto
Un insegnamento di cultura cristiana
LA SVOLTA DI OXFORD
«Nelle disacussioni notturne con i
compagni di corso ho riscoperto la
mia vita»
sioni notturne appassionate sulla natura dell’uomo,
l’organizzazione della società, il destino, la responsabilità, l’impegno, la religione. Volevamo cambiare
il mondo, sicuro! Pensavo intensamente che non
bisognasse accontentarsi di vivere per se stessi, ma
che bisognava farlo per gli altri e attraverso gli altri.
Il ponte tra religione e politica era evidente. Negli
anni Settanta questo tipo di riflessione non era in
sintonia con lo spirito dei tempi, piuttosto radicale, o
rivoluzionario. Anche se suonavo la chitarra in un
gruppo rock, volevo conoscere meglio le religioni e
ho preso lezioni dall’elemosiniere del collegio, prima di essere ufficialmente ammesso nella Chiesa di
Inghilterra nella cappella del Saint John’s College.
Era una scelta. E la religione diventava la pietra angolare su cui fondavo la mia idea politica. Cherie,
mia moglie, veniva da una famiglia molto cattolica.
Non ha torto a dire che sono state la nostra fede comune e le nostre discussioni su Dio che ci hanno
tenuti uniti. Eravamo d’accordo sul fatto che la fede
non fosse per forza puritanesimo ed è stato naturale
che allevassimo i nostri figli nella religione - Cherie
voleva che fosse quella cattolica. Se ho deciso, qualche mese fa, di divenire anche io cattolico, non è per
sfiducia nella Chiesa d’Inghilterra, ma per condividere la religione della mia famiglia. Ho aspettato di
lasciare il governo. Non oso immaginare le polemiche inutili che avrebbe scatenato il mio gesto se lo
avessi fatto mentre ero a Downing Street. Per un
leader inglese parlare della propria fede è sempre
sospetto. L’ho trovato difficile, quasi dovessi provare vergogna, e ciò non mi piace. La religione è una
parte essenziale della nostra vita, dovremmo poterne
parlare liberamente, senza passare per bacchettoni o
reazionari. La mia fede fonda i valori ai quali mi
riferisco, forgia la mia visione dell’umanità. Il mio
impegno per l’Africa o le mie posizioni sul cambiamento climatico sono un suo riflesso. Ma ciò non
per ritrovare i loro valori comuni - rispetto, giustizia,
compassione. La Tony Blair Faith Foundation, che
ho appena lanciato, avrà come compito di favorire
l’incontro delle sei grandi religioni e incitarle a risolvere insieme i problemi piuttosto che crearli.
Combattere il flagello della malaria che uccide ogni
anno un milione di persone potrebbe essere un formidabile esempio di lavoro in comune. Immaginate
l’efficacia di una catena di moschee, templi, chiese
sparsi negli angoli più remoti dell’Africa che distribuiscono zanzariere profilattiche in grado di prevenire così tante morti. Sarebbe la fede in azione. Il
Ventesimo è stato il secolo delle ideologie in guerra.
Sogno che il XXI secolo sia quello della coesistenza
pacifica delle religioni e del riconoscimento della
modernità delle fede. È un compito al quale dedicherò il resto della mia vita.
credere che il progresso irresistibile dell’umanità era
sinonimo dell’estinzione della religione, che non ne
avremmo avuto più bisogno, che Dio era morto. Che
errore. Un sondaggio di Gallup mostra che nei Paesi
musulmani dal 90 al 96% per cento delle persone
pensa che la religione sia importante nella loro vita.
Negli Stati Uniti sono il 70%, il 36% nel Regno Unito. Come ignorare questo elemento fondamentale
nella vita di miliardi di persone? Ho un sogno. Sogno che si capisca che la fede può giocare un ruolo
salvatore in un mondo sempre più interdipendente.
Sogno che la religione renda umana, dia senso, valori a una globalizzazione caotica che fa perdere ai
popoli le loro identità e i loro punti di riferimento.
Sogno che invece di temersi, di combattersi, i credenti delle diverse religioni imparino a dialogare,
PARLARE LIBERAMENTE DELLA FEDE
«La religione è una parte essenziale
della nostra vita, dovremmo poterne
parlare liberamente, senza passare
per bacchettoni o reazionari»
rispettarsi e lavorare insieme per il bene comune.
Che voltino le spalle all’estremismo,
all’oscurantismo, che arriva fino a negare la scienza,
La suggestione che io propongo è che le scuole cattoliche, qualunque sia il paese - certamente sì porranno dei
problemi nel paesi musulmani - per ritrovare e rispettare
la loro specificità dovrebbero proporre a tutti, obbligatoriamente, un insegnamento di cultura cristiana. Non dico
cultura religiosa, ma cultura cristiana. Questa formazione
di cultura cristiana se è ben fatta può sfociare per alcuni
studenti verso una domanda di formazione catechistica.
Nel territorio della mia diocesi, dove sono stato vescovo,
ho lanciato questa formazione dì cultura cristiana obbligatoria dodici anni fa e, dopo questo periodo, il numero
dei ragazzi che vogliono fare catechesi, oltre la cultura
cristiana, sono aumentati del 33%. E' da notare che la
richiesta di proseguire passando a una formazione catechistica la fanno i ragazzi, anche se la famiglia non vuole.
In questo itinerario, ciò che è richiesto da parte della
scuola è di possedere buoni strumenti dì cultura cristiana.
(…)Questo insegnamento ha due obiettivi. Il primo è di
avviare gli alunni e anche gli insegnanti, perché sono essi
che formano, alla cultura cristiana. Il secondo è di accompagnare alcuni fino alla soglia della formazione catechistica.
Jean-Louis Bruguès, segretario Congr. per l’educazione cattolica, Seminarium n.2-3, 2008, 300-301.
Mediocrità delle conoscenze religiose
Anche i giovani che vengono da un impegno in parrocchia, da gruppi di preghiera, da movimenti ecclesiali,
quando arrivano a Matematica a volte sono in difficoltà:
manca loro (e devono costruirsela) una visione in cui non
s'incontra un baratro tra l'approccio scientifico e quello
sapienziale. La maggior parte dei ragazzi cattolici ha una
preparazione religiosa che, in genere, risale all'epoca
della Cresima, e una conoscenza della Bibbia che è di
livello piuttosto basso. Quando viene proposto loro il discorso intellettuale severo, dal punto di vista della scienza, e debbono confrontarlo nel loro animo con la conoscenza di tipo religioso, si ritrovano (mi si lasci passare il
termine) piuttosto "infantili", perché in epoca infantile hanno appreso quella conoscenza. Allora si domandano:
"Com'è possibile che la Chiesa proponga di credere questo, mentre qui sento dei ragionamenti diversi?". Io penso
che possa aiutarli una riscoperta dello studio della Bibbia,
o ancora meglio frequentare un master in scienza, filosofia e teologia. Questo approccio potrebbe fornirlo la scuola superiore? Certo. Si potrebbe puntare sulla Bibbia, uno
dei "codici" della nostra cultura. I ragazzi si renderebbero
conto che non si chiede loro di credere a "favolette": gli
studi biblici avanzati sono di tipo scientifico. Constaterebbero come, nell'approccio a un testo religioso, venga
usata la ragione.
Lucia Alessandrini, ordinario di Geometria all’univ. di Parma,
Avvenire, 16 dicembre 2008,
NOVA
INVESTIMENTI IMMOBILIARI SPA
Sede legale:
Torino 10035 - Corso Unione Sovietica, 612/15 A
Tel. 011.3402811 - Fax 0113402812
Orizzonti aperti
Pag. 7
Bianco/Nero
Al cuore della fede - 6
Secondo la Spe salvi di Benedetto XVI
La fede attira nel presente il futuro
La fede non è soltanto un
personale protendersi verso
le cose che devono venire
ma sono ancora totalmente
assenti; essa ci dà qualcosa.
Ci dà già ora qualcosa della
realtà attesa, e questa realtà
presente costituisce per noi
una « prova » delle cose che
ancora non si vedono. Essa
attira dentro il presente il fu-
turo, così che quest'ultimo
non è più il puro « nonancora ». Il fatto che questo
futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano
in quelle presenti e le presenti in quelle future.
Benedetto XVI, Spe salvi, n.7
Patto sulla libertà religiosa
Il Consiglio islamico di Norvegia e il Comitato ecumenico della
Chiesa di Norvegia, luterana,
hanno firmato un documento in
cui si sancisce in modo unanime
il rispetto della libertà di ciascun
credente di cambiare fede.
Primo accordo di questo tipo al
mondo, il documento di poche
righe rappresenta un metro di
confronto nel rapporto tra islam e
cristianesimo. I due soggetti istituzionali hanno dichiarato «in
maniera congiunta» che
«ciascuna persona è libera di
adottare la fede religiosa secondo
la propria scelta». Non solo: i
due organismi si fanno anche esplicitamente carico di un'azione
in positivo sul delicato fronte della libertà religiosa: «Denunciamo
e siamo impegnati ad agire rispetto a tutte le violenze, le discriminazioni e gli abusi inflitti
ad una persona in reazione alla
sua scelta o al desiderio di convertirsi da una religione all'altra,
sia in Norvegia che all'estero».
NOTE DI LETTURA
È vero che il tempo manca?
Una nuova laicità?
di Fernando Savater
«È un lamento antico. Uno dei classici
libri su questo tema è La brevità della vita
di Seneca. Secondo il famoso stoico la
maggior parte di quanti lamentano la brevità della vita trascorrono metà del tempo
dissipandola. La vita è troppo corta, dicono, eppure dedicano il proprio tempo a
cose che non hanno nulla a che vedere con
i loro autentici desideri, inseguono obiettivi volgari o sciagurati, mille attività che li
rendono schiavi della sorte o dei capricci
altrui. Questa vita così penosamente corta
la fanno a pezzi senza scrupoli, la regalano
o la vendono al miglior offerente, la perdono in occupazioni che li caricano di fatica
e di affanni, ma che, alla fine, si rivelano
totalmente estranee al loro modo di essere.
La vita la vedono breve perchè non è mai
loro, perchè la abitano - come chi indossa
un abito avuto in prestito che non gli sta
bene - perchè non sono mai protagonisti,
ma semplici comparse nella farsa collettiva
che interpretano strepitando inutilmente.
Anticipando di parecchi secoli i nostri attuali dolori, Seneca fa una diagnosi abbastanza chiara di quello che, oggi, chiamiamo «stress», derivante, appunto, da un termine latino che significa «schiacciare, premere sino a soffocare».
di Andrea Balbo
Paolo Crespi, professore emerito di
Sociologia dell’Università di Perugia,
autore di numerose pubblicazioni
relative soprattutto all’etica sociale, ci
dà un piccolo libretto dal titolo
Contro l’aldilà. Per una nuova
cultura laica (Il Mulino, Saggi,
Bologna 2008), nel quale, in sole 120
pagine, propone un’approfondita
riflessione sul senso della laicità in
chiave fortemente antireligiosa, ma
contenente anche alcune riflessioni
interessanti. Crespi osserva che sono
finiti i tempi di una cultura laica
trionfalistica e asserisce che la stessa
idea di laicità, fondata sugli ideali
dell’illuminismo, ma, prima ancora,
sulle posizioni di John Locke, sta
conoscendo una forte crisi di senso,
sottoposta com’è a un attacco da
“fondamentalismi religiosi di matrice
ebraica, cristiana, islamica” (p. 13) e
da varie posizioni “pseudolaiche”,
che mescolano il liberismo politico,
l’imperialismo e il cristianesimo.
L’autore propone allora di costruire
una “cultura laica […] consapevole
della fragilità umana e dei limiti del
conoscere” (p. 109), che miri a una
concezione “sociale” della libertà, in
cui quest’ultima non sia intesa
soltanto come possibilità di compiere
le azioni desiderate a patto di non
ledere la sfera di autonomia altrui, ma
come corresponsabilità ad un progetto
comune di convivenza, che veda nella
collaborazione e nel raggiungimento
della felicità per tutti un obiettivo
condivisibile. In questa visione della
laicità le religioni – e il cristianesimo
in particolare – sono concepite come
ostacoli pericolosi, in nome della loro
implicita violenza, che nascerebbe
dalla pretesa di possedere la verità. Il
pregio del libro sta nel far notare, in
modo lucido, quali siano i limiti di
quell’insieme di concezioni
filosofiche e sociologiche che hanno
preteso di celebrare il trionfo della
ragione umana; in questo senso, il
volume è molto chiaro ed efficace
nella sua sinteticità. Positivo è anche
l’accento sulla necessità del dialogo e
della relazione come elementi
costitutivi di un vivere responsabile.
Il difetto fondamentale del testo sta
però in una più o meno inconfessata
incomprensione del fenomeno
religioso, che viene ridotto a una
sequela di esempi di oppressione, di
crimini, di oscurantismo e, nel
migliore dei casi, di rinuncia
dell’uomo alla sua razionalità. In
realtà il timore dei laici per l’Assoluto
deriva molte volte dal fatto che
quest’ultimo è concepito come un
limite, un potere vessatorio, e non
come uno stimolo, un elemento
regolativo, e, per i cristiani, un Dio
capace di amore e di perdono. Spetta
comunque a chi dice di aver fede
rendere ragione della propria speranza
e della propria concezione
dell’esperienza religiosa.
Andrea Balbo
Fernando Savater, La Stampa, 16 dic. 2008
Turismo, estetica e spiritualità
La chiesa di Santa Cristina a Bolsena
A volte si indicano i primi secoli cristiani come l’età dei martiri. Fra questi
fu presto venerata l’undicenne Cristina,
figlia del magister militum di Bolsena,
uccisa durante la persecuzione di Diocleziano e sepolta presso le catacombe
che portano il suo nome. Sono suo attributo iconografico la macina cui fu
legata (per essere poi gettata nel lago),
la quale secondo la tradizione prodigiosamente rimase a galla, e la freccia con cui dopo vari tormenti fu uccisa.
Trovandosi sulla Via Francigena,
il sepolcro di S. Cristina divenne
punto di sosta e meta di pellegrinaggio, tanto che l’antica Volsinii nel
Medioevo viene perlopiù indicata
col nome della Martire. Fra i pellegrini vi fu nel 1263 quel prete boemo, Pietro di Praga, che nutriva dubbi sulla presenza reale di Cristo nel
sacramento eucaristico e che proprio
celebrando all’altare di S. Cristina ricevette il segno che è forse il più noto dei
miracoli eucaristici: dall’ostia consacrata, innalzata al momento dell’elevazione, colò sangue sul corporale e sulle
pietre dell’altare. L’episodio è raffigurato, fra l’altro, da Raffaello nelle Stanze Vaticane. Il corporale è ora venerato
nel transetto sinistro del Duomo di Orvieto, che si cominciò a costruire per
custodire l’insigne reliquia, mentre le
pietre sono rimaste a Bolsena: dal sangue dei martiri, seme per Tertulliano di
nuovi cristiani, al sangue di Cristo, alla
sua vita offerta per la salvezza degli
uomini e nel cui nome i martiri hanno
offerto la propria.
La bella facciata rinascimentale, presentata da Francesco e Benedetto Buglioni al concorso del 1490 per la facciata di S. Maria del Fiore a Firenze e
realizzata a Bolsena su committenza
Gennaio 2009
della Comunità locale e del card. Giovanni De’ Medici, futuro papa Leone
X, impreziosita nella lunetta del portale
maggiore da una Madonna con Bambino affiancata dai due santi patroni locali, Cristina e Giorgio, introduce il visitatore nell’accogliente aula romanica,
soffusa di luce discreta, della chiesa
consacrata da Gregorio VII nel 1077.
Al fondo, oltre l’altare, la luce dorata e
La chiesa di santa Cristina di Bolsena
variopinta del polittico quattrocentesco
del senese Sano di Pietro: nella cimasa,
il Cristo benedicente fra l’Angelo annunziante e la Vergine; sotto, il Bambino in grembo alla Madre e i santi Giorgio, Pietro, Paolo e Cristina. A destra si
aprono la Cappella del Ss. Sacramento,
col grande, mirabile, prospettico tabernacolo in maiolica di Benedetto Buglioni, e di S. Lucia, entrambe affrescate da vari artisti, fra cui Giovanfrancesco D’Avanzarano, detto il Fantastico, ed il monregalese Domenico
De’ Ferrariis. Grandi tele ornano le pareti delle navate laterali, ad esempio la
predica di S. Antonio ai pesci del napoletano Sebastiano Conca. A sinistra,
dal portale scolpito dell’XI sec., detto
di Matilde, si accede alla Cappella del
Miracolo, edificata a partire dal 1693 e
coperta da una maestosa cupola, in cui
si venerano le pietre macchiate di san-
gue; la più grande è esposta all’altar
maggiore in un prezioso reliquiario del
1940. Si entra quindi nella grotta di S.
Cristina, dove si trova l’altare del miracolo, sormontato da un ciborio. La
mensa è sorretta da una lastra con
l’impronta di due piedi: secondo la tradizione, sono di Cristina, che, invece di
affondare con la pietra al collo, vi navigò sopra in piedi.
Ancora oltre, l’ingresso alle catacombe: centoventi metri di cunicoli
alti fino a sette metri, dove molti
credenti vollero essere sepolti accanto alla Martire. Prima di uscire,
notiamo nella navata destra
un’immagine di fattura recente
dentro una nicchia: si tratta di S.
Maria della Pace, suora francescana
di Bolsena, missionaria in Cina e lì
martirizzata il 9 luglio 1900 all’età
di venticinque anni. L’età dei martiri non si è mai conclusa, e S. Maria della Pace sembra iniziare quel secolo di innumerevoli martiri per la fede
che è stato il ‘900.
Franco Betteto
Via Bignone 83 Pinerolo (TO)
Tel. 0121.74521
Cronaca bianca
Pag.8
Africa
Cose dell’altro mondo
Il matrimonio
Oggi ho partecipato alle nozze di
una coppia, Bwana arusi (lo sposo)
e Bibi arusi (la sposa), che ho seguito nella preparazione.
Qui in Africa il matrimonio è
qualcosa di speciale, con dei simboli liturgici davvero belli.
Dopo l’accoglienza degli sposi e
dei loro parenti, le letture, il prete
chiama gli sposi: prima lui che
passa sotto a un arco di quattro
“damigelle” e quattro “damigelli”,
poi lei sempre accompagnata dai
genitori e dai testimoni (per lo sposo un “lui”, per la sposa una “lei”,
che sono marito e moglie).
Poi il sacerdote invita i genitori a
presentarsi, gli chiede se sono
pronti a ricevere la nuora (quelli di
lui) insieme alla sua famiglia, e a
“dar via” la loro figlia (a quelli di
lei). Poi c’è la “consegna” allo
sposo, che scopre il velo della sposa per verificare se è lei. A questo
punto si vanno a sedere sulle sedie
belle, in fronte.
Prima di iniziare la predica
(lunga un’ora) il sacerdote ha invitato gli sposi a accendere una candela ciascuno con una terza lasciata spenta in mezzo. Ad omelia finita, le due candele erano consumate
e loro hanno acceso (questa volta
insieme) la candela spenta: i due
sono diventati uno. Un altro simbolo che ha usato è stato un nido
d’uccello: molto ben fatto, decorato ad arte prima di deporre le uova:
“se gli uccelli, che sono solo uccelli, sono capaci di fare una simile opera d’arte, quanto più voi dovete preparare un “nido”, un ambiente pieno di amore, di pace, di
gioia per accogliere e far crescere i
vostri bambini”.
Dopo lo scambio degli anelli
sono andata a rallegrarmi con loro,
e poi sono scappata di corsa per
andare a Marengheta con padre
Evaristo (il viceparroco) per i battesimi, 15 in tutto. Siamo tornati in
parrocchia che erano le 17 passate,
ho fatto in tempo a mangiare qualcosa del banchetto di nozze e ad
assistere al taglio della torta, preceduto da un’altra “omelia” sul
matrimonio da parte della signora
incaricata di questa parte della festa. Alle 18,15 Baba Paroko ha
concluso la festa con una preghiera
e la benedizione.
Questa è la prima (di 8 che ho
“preparato”) coppia “fresca”, che
si sposano prima di stare insieme.
Suor
Claudia, missionaria della
Consolata, Nairobi (Kenya)
Gennaio 2009
Testimonianza di Daniele dal carcere Due Palazzi di Padova
Ho capito perché tanta gente ci ricasca
Nonostante i mille buoni propositi, sinceri, anche se poi ineluttabilmente disattesi
Ho conosciuto la tossicodipendenza
dall'età di 15 anni, ora ne ho quarantadue. Ho trascorso sedici anni della
mia esistenza dietro le sbarre per reati connessi all'uso e allo spaccio di
sostanze stupefacenti e se tutto va
bene devo scontarne altri quattro. Per
problemi legati all'uso di sostanze
stupefacenti ho perso l'unico fratello
che avevo, molti amici e conoscenti,
e ora iniziano a morire i figli dei miei
amici e coetanei. Non vorrei però che
questo discorso fosse preso come un
pianto, non è giusto piangere sulle
proprie scelte sbagliate, chi sbaglia
paga, questa è la dura ma inesorabile
legge della vita, cambia solo il prezzo, in base alla fortuna soprattutto,
ma anche alle disponibilità economiche, alla famiglia che uno ha o non
ha alle spalle e tante altre variabili,
ma il conto te lo presenta sempre la
vita. Oggi parliamo dell'ennesima
vita andata irrimediabilmente perduta, oltretutto l'ennesima vita valente,
ricca di talento. A Venezia quando si
va a comprare l'eroina non si chiede
se ti vendono qualcosa, si dice: mi
salvi? E chi te la vende è messo come
te! La tossicodipendenza costituisce
una delle disgrazie più feroci di questa epoca, per noi stessi, per le nostre
famiglie e per tutte le persone che ci
hanno incontrato nella fase acuta di
questa patologia. Fino ai trent'anni,
quindi per più di dieci anni di uso di
sostanze di tutti i generi, riuscivo,
seppur con fatica, a smettere e a stare
un periodo senza farne uso, oppure
riuscivo abbastanza facilmente a
prenderne una, due dosi e poi, nonostante avessi la sostanza a portata di
mano, non continuare a usarla. Questo lo riscontravo anche in molti dei
miei amici che ora non sono più di
questo mondo. Quando si doveva
smettere ci si chiudeva una settimana
a casa o si andava in qualche località
isolata e si tornava piano piano alla
vita, e uso questo termine perché in
realtà ogni volta che ci si disintossicava era veramente come rinascere.
Con l'avanzare degli anni però il fisico e la psiche si indeboliscono. (…)
Credo di aver capito perché tanta
gente ci ricasca nonostante i mille
buoni propositi, sinceri, anche se poi
ineluttabilmente disattesi. Nel mio
caso, e credo sia lo stesso per molti,
ormai non ho scelta, mi basta una
sola dose e posso dire addio a tutto.
Daniele Corradini, da Ristretti, Periodico di informazione e cultura dal carcere
Due Palazzi di Padova.
Il Bauman pensiero
La cultura consumistica e
la gratificazione completa
Slawomir Mrozek, scrittore polacco di fama mondiale che ha avuto esperienza diretta di molte terre, paragona il
mondo in cui abitiamo a «una bancarella di
mercato piena di vestiti, circondata da una
folla di persone alla ricerca di “se stesse”.
Si può cambiare il vestito all’infinito, tanta
è la libertà di cui godono i cercatori (…).
Continuiamo a cercare il nostro vero io: è
divertente da matti, a patto di non trovarlo
mai, questo vero io . Perché se così fosse,
il divertimento finirebbe». […]
Nel caso dell'autodefinizione e dell'autocostruzione, come in ogni altra attività dell'esistenza, la cultura consumistica rimane
fedele a se stessa e impedisce di trovare un
assetto definitivo e una gratificazione completa e perfetta che non richieda ulteriori
miglioramenti. Nell'attività chiamata «costruzione dell'identità» il vero scopo, anche
se segreto, consiste nello scarto e nell'eliminazione dei prodotti difettosi o non perfettamente riusciti. Non sorprende che, come affermò in modo profetico S. Kracauer,
nella nostra epoca «la personalità integrata
è senza dubbio una delle superstizioni favorite della psicologia moderna».
Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, Laterza,
2008
Marcello Pezzetti
Appassionato di Auschwitz e di Shoah
Marcello Pezzetti, ex docente di vivi da Auschwitz. Ha collaborato vano. Pezzetti è enlettere di origini cremasche, nel 1971 con Steven Spielberg e Roberto Be- trato ad Auschwitz e
si recò ad Auschwitz e da allora non nigni lo ha voluto come consulente non ne è più uscito, non ha più vita
è più stato la medesima persona. Og- per: ”La vita è bella”. Ora sta lavo- privata, non ha più tempo libero. La
gi ha quarantasette anni, fa lo storico rando a una sceneggiatura sul dottor sua vita è interamente dedicata alle
e passa sei mesi l’anno nei campi di Josef Mengele, il medico delle SS sue ricerche, non ne può fare a meno,
sterminio. Ha inventariato i convogli ossessionato dalle ricerche sui ge- sono più importanti della sua famidella morte, trivellato le fosse comu- melli che uccideva nello stesso istan- glia. Sua moglie e sua figlia hanno
ni, contato le pietre, misurato i peri- te con un’iniezione al cuore per con- capito.
metri, setacciato gli archivi, ricostrui- trollare le loro reazioni mentre moriSimona Bruera
to il funzionamento
delle camere a gas
Finestra per il Medio Oriente
e dei forni crematori fin nei minimi
dettagli. Pezzetti
Le lettere di Don Andrea Santoro - 12
ha fondato la più
L’ultimo avvenimento di questa la parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio,
grande cineteca di
estate è la maturazione di due so- per aiutarci a restaurare la casa: ognuno serve
stor ia
ebr aic a Don Andrea relle della comunità dei Santi Fa- Dio con i suoi talenti e mostra nel concreto
d’Europa: 2000
biano e Venanzio, Luciana e Piera, cosa vuoi dire dare ciò che si ha e venire a con
documentari origidi iniziare un cammino di inseri- umiltà ciò che in questa terra è nascosto.
nali sullo stermimento in Turchia. Dopo esserci già
Vi chiedo di pregare e vi prometto di preganio.
Il
s u o state da marzo a maggio scorso, verranno con re per tutti voi e per tutto ciò che vi sta a cuofil m:”M e mor ia” me per i prossimi tre mesi, non più a visitare re. Nella nostra messa quotidiana siete sempre
racconta le intervi- ma ad abitare in questa terra, senz'altro scopo presenti. Chiedete al Signore che «mandi opeste degli ultimi no- che di amarla e di accendervi la fiamma della rai nella sua messe» e susciti anime che insievanta italiani usciti propria fede. Il Signore farà il resto, aprendo me a piccoli grappoli di scintille, siano fìam-
Perché vado in Turchia
porte, suggerendo vie, prendendo la loro carne
per rendere presente la sua. Dopo il primo mese a Urta per finire di sistemare la nuova casa
inizieranno a stu-diare la lingua turca, come
primo gesto di condivisione e primo ponte di
dialogo. Mentre loro inizieranno io dovrei
concludere il corso con il quinto e il sesto livello. La via è lunga: Dio provvederà. Verrà
con noi per undici giorni Giuseppe, il capo
della ditta che ha fatto i lavori di restauro nel-
melle che ardono e brillano in questa terra.
Tutto il Medio Oriente ha bisogno di amore,
di presenze, di preghiera, di pazienti e tenaci
costruttori di dialogo, di testimoni umili e perseveranti, di vite seminate come granelli di
sale.
Se il Signore vi chiama non temete, anzi vi
dico, a suo uno: “venite!”.
Con affetto e sincera amicizia. Don Andrea
Da Lettere dalla Turchia, Città Nuova, 2006
(Estratto)
Pag.9
CINEFORUM
Film per la catechesi e l’irc
Il bambino con il pigiama a righe
Regia di Mark Herman (2008)
Religione&Scuola
Gennaio 2009
Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo
Fino alle terre estreme
La storia vera di Christopher McCandless
Lo sfondo è quello spietato
dell’Olocausto. Bruno (Asa ButterQuali motivazioni possono spin- derivasse dall’incontro con nuove
field) è un bambino di otto anni figere un ragazzo ad addentrarsi nel- esperienze, dall’avere un orizzonte
glio di un ufficiale nazista, la cui
la natura selvaggia per vivere sola- in continuo cambiamento. Secondo
promozione porta la famiglia a tramente di essa? Chris
sferirsi dalla comoda casa di Berlino
McCandless non era uno
in un’area desolata. Qui questo radei tanti girovaghi che volegazzino solitario non trova nulla da
fare e nessuno con cui giocare. È
vano semplicemente vivere
così che, incurante delle continue
qualche avventura sopravraccomandazioni della madre, decivalutando le proprie capacide di esplorare il giardino posteriore
tà, bensì un cercatore di lie di spingersi verso la “fattoria” lì
bertà assoluta, incondiziovicino, dove incontra Shmuel (Jack
nata dall’ipocrisia della soScanlon), un coetaneo “dal pigiama
cietà che rinchiude il vero
a strisce” che vive una vita totalmente diversa dalla sua dall’altra parte
nucleo dello spirito vitale in
del filo spinato. Un incontro che
tradizioni e conformismo,
conduce Bruno dall’innocenza a una
con le quali doveva conviconsapevolezza maggiore del mondo
vere ogni giorno soprattutto
degli adulper via dei suoi genitori.
ti che lo
McCandless voleva solo
circonda…
verità, non denaro o fama,
Nonostante quella
solo verità. Chris, ribattezrecinzione
zatosi Alex Supertramp in seguito lui la felicità non sgorga soltanto o
a dividerli,
alla sua partenza verso l’Alaska, principalmente dalle relazioni umale vite dei
era convinto che la gioia di vivere ne, ma il Signore l’ha disposta dapdue diventano inesorabilmente collepertutto e in tutto ciò che possiamo
gate. Il film è ricattatorio, non è
sperimentare. Chris voleva vivere a
moralista e non produce nello L’amore non si spiega
spettatore uno struggimento che
contatto con la natura per poter ridi Sergio Cammariere
pian piano si trasforma in un sencercare dentro di sé e capire la vera
so di fastidio. Non è nemmeno Cosa non farò per farmi amare
essenza della vita, un’esistenza in
consolatorio, perché in questa Cosa non farò per dirti che
armonia con il creato per poter
storia d’amicizia fra Schmuel e Cosa non farò per quest'amore
Bruno non c’è assolutamente spa- per dirti cosa sei per me
zio per la redenzione. I cattivi, Dormo ancora solo in questa stanza
che sono gli adulti, restano catti- dove al buio i sogni vanno via
vi, e nei loro sguardi non si coglie Resta solo il peso della mia malinconia
mai il rimorso o il pentimento. Il L'amore non si spiega
padre di Bruno riesce ad essere Fa girare il mondo e poi
ottuso e sgradevole fino se non c’è diventa tutto inutile
Tanti ragazzi giovani nella picall’ultimo fotogramma, ed è una Non puoi farne a meno mai
Nemmeno
quando
poi
cola
chiesa di Buriasco, tutti per
scelta giusta e coraggiosa, tanto
dimostrare l’amore, l’affetto per
più se si pensa che il film, targato sarà solo silenzio e freddo tra di noi
Disney, nasce come prodotto de- E volando superando i monti
MARCO MATTIA, il sedicenne
stinato a un pubblico di bambini. verso cieli bianchi di libertà
che ha perso la vita in un incidente
L’idea di base è originale (un E volando finchè tutto il mondo
il 24 settembre.
bambino che crede che il campo solamente un punto sembrerà
Ci manchi Marco, eri sempre il
di prigionia sia una fattoria in cui E ora cosa non farò per amare
primo ad arrivare, l’ultimo ad anlavora gente in pigiama), anche se Cosa non farò per te
Tu sola sei l’amore
non posdare via, eri sempre pronto a
Tu sola sei per me
siamo non
scherzare, se eri triste era impossiDimmi che vorrai stare
Le giornate
pensare a
bile non sorridere vedendoti, eri
La vita è «Ogni giornata è un capolavoro al mio fianco
Dimmi
che
sarai
solo
unico, sembravi già tanto maturo
bella
di
che viene a chiederci di essere per me
per avere sedici anni: ti piaceva
Roberto
vissuto». Magdeleine Delbrel Dimmi che consolerai il stare in mezzo ai ragazzi più granBenigni.
mio pianto
Il bambino
di e sentirti come loro.
ed io vivrò solo per te
con il pigiama a righe ci racconta
Dammi ancora solo un po’ di tempo
Avevi tante passioni, tanti sogni
la malvagità umana, per poi lagiusto quanto basta perché poi
che purtroppo non hai mai potuto
sciarci sconcertati con un finale a
torni ancora tutto come prima
realizzare: ora noi faremo il possidir poco tremendo che ci fa capire
Tra di noi
perché ci troviamo di fronte a un’
bile per realizzarli, tu non sei più
E volando superando i monti
opera coraggiosa. Interessanti
con noi , ma sono sicura che tu ci
verso cieli bianchi di libertà
sono poi i personaggi di Schmuel, E volando finchè tutto il mondo
vedrai da dovunque tu sia e sarai
che si porta dietro una dolorosa solamente un punto sembrerà
felice.
consapevolezza, e di Bruno, che E ora cosa non farò per amare
Adesso tra il gruppo non è più
smettendo di adorare il padre di- Cosa non farò per te
venta adulto a soli 8 anni. Debole Stella del mio cuore
come prima, sentiamo tanto la tua
invece, e stereotipata, la mamma Splendi su di me
mancanza.
di Bruno (Vera Farmiga), divisa E ora cosa non farò per amare
Era così strano vedere così tanti/e
fra l’amore per il marito e l’orrore Non mi chiedere perché
ragazzi/e
con i volti rigati di lacridi fronte al massacro degli ebrei. L’amore non si spiega
me,
vedere
quanto eri amato, cosa
Walter Gambarotto Tu sola sei per me
scacciare gli avidi desideri umani.
Viene ricostruito il suo viaggio,
dall’Arizona al Pacifico, dal Grand
Canyon all’Alaska, attraverso
il suo diario e le testimonianze
di personaggi che hanno potuto incontrarlo, leggendo nei
suoi occhi una determinazione
e intelligenza completamente
differenti da tutti gli altri vagabondi.
In fin di vita Alex abbandona il suo nomignolo per ritornare Chris McCandless: aveva
deciso di chiamare ogni cosa
con il vero nome per riconoscere l’identità propria
dell’oggetto in questione.
L’ultimo messaggio che Chris
lascia è un rimpianto che
sgorga dalla solitudine che lo
circonda nei suoi ultimi istanti: “La
vera felicità è tale se condivisa”.
Andrea, 4A Ginn
Onda d’urto, ottobre 2008
Into the Wild - Nelle terre selvagge è
un film del 2007 diretto da Sean
Penn, basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, Rizzoli/
Corbaccio, 1997
Ciao Marco
È stata un’amicizia bella e vera!
significa davvero
l’amicizia VERA.
È questa infatti
che aiuta a stare
meglio, a proseguire quando si perde una persona
cara, a tenere tutti i ricordi impressi nella mente e nel cuore.
Vi prego, con tutto il cuore, ve lo
dice una ragazza che ha perso un
amico, fate attenzione quando guidate, soprattutto appena prendete
la patente, perché basta poco per
perdere la vita e purtroppo non si
può tornare indietro.
Parlo soprattutto dopo aver visto la
sua famiglia distrutta dal dolore
per il loro figlio e tanti amici che
cercano di ricordarlo con un sorriso perché era un ragazzo davvero
unico.
Addio, anzi ciao Marco, sono sicura che un giorno ti potremo di
nuovo abbracciare, sarai sempre
nei nostri cuori, ti vorremo bene
per sempre!!
Jodie 4C/L
Onda d’urto, ottobre 2008
In diocesi
Pag.10
Gennaio 2009
Sul filo dei ricordi e delle speranze
La storia dell’Azione Cattolica pinerolese
«Nel 1929 si registrò al 6° Convegno diocesano una presenza di 500 giovani»
L'Azione Cattolica nasce in un clima storico che contrappone cattolici
conservatori a cattolici liberali e mette in risalto, sul versante della testimonianza e dell'apostolato, il ruolo
dei laici non solo al servizio della
Chiesa ma alla animazione cristiana
della società.
Da essa, promotrice prima dell'Opera dei Congressi, nacque un vasto
movimento sociale (giornali, scuole,
casse rurali, società di mutuo soccorso), che partecipò al rinnovamento
del paese e che portò come frutto nel
1919 alla nascita del Partito Popolare
ad opera di Don Sturzo. Durante il fascismo fu l'unica organizzazione laicale cattolica rimasta in vita per volere di Pio XI, che per salvarla avocò
alla Gerarchia la nomina dei dirigenti
e centralizzò i programmi pastorali.
L'A.C. divenne in quegli anni l'ambiente nel quale si formò la classe
politica dirigente del dopo guerra.
Il Concilio Vaticano II rivisiterà
tutta la prospettiva ecclesiologica ed
il ruolo dei laici nella chiesa e nel
mondo. L'A.C. visse questa
"primavera" travagliata ancora tra
novatori e conservatori e la "scelta
religiosa" operata nel 1969 provoche-
rà con il nuovo Statuto una riorganiz- smo vedendo in esso la possibilità di
zazione interna, e darà un volto nuosvolgere un ruolo politico nella socievo al laicato. Essa sarà meno numero- tà e dopo il 1926 quando il fascismo
sa di adesioni ma con un ritorno alla
scioglierà i Partiti, essi ritorneranno
democrazia interna, alle prospettive
nell’A.C. e guideranno i giovani nella
locali e porterà una coscienza della
loro formazione umana, cristiana, e
laicità più chiara e responsabile.
sociale non solo in città ma in tutta la
L'A.C. si coldiocesi.
locherà
Gli Anni dal 1931 al 1935 furono
così algli anni del grande sviluppo di tutta
l'interno
l’A.C. pinerolese in tutti i suoi settori;
di un
uomini, donne, giovani, ragazze, adomondo
lescenti.
cattolico
Durante la Resistenza al fascismo e
sempre
gli anni della guerra molti giovani
più varie- salirono sulle montagne, ribelli per
gato per la
amore, come si disse allora, altri furopresenza e la inci- no deportati nei campi di concentrasività dei nuovi movimenti ecclesiali. mento, altri morti sui vari fronti di
Nel pinerolese i primi nuclei giova- guerra o dispersi in Russia.
nili sorsero nel 1915 a Cantalupa,
Nel 1909 a San Secondo era nato il
Perosa Argentina e San Pietro Val
primo gruppo di donne che poi entreLemina. Nel 1920 a Pinerolo nasceva rà nella Unione Donne, così nel 1919
la "Silvio Pellico" che riuniva all'innasceranno i primi gruppi femminili
terno dell'Oratorio San Domenico,
di giovanissime a Porosa e poi a Pineunico allora esistente in Città, centirolo. Nel 1925 nasceranno gli Uomini
naia di ragazzi e giovani e che trovò
Cattolici da varie forme associative
tra questi le prime adesioni.
che sin dall'800 aggregavano uomini
E' il vescovo G.B. Rossi il grande
nelle società operaie, rurali e professostenitore dell'Azione Cattolica Pisionali di matrice cattolica e alcuni
nerolese a cui si accompagna il can.
provenienti dalle antiche confraterniSilvio Cuatto, animatore cultura- te.
le di un gruppo di giovani tra i
Saranno ancora gli anni del dopo
Musica e spiritualità
quali primeggiano il Dr. Teresio
guerra 1945-50 che vedranno nascere
Guglielmone, i proff. Adolfo
a Pinerolo gli Universitari, l'AssociaCoassolo, Aristide Asvisio, l'avv. zione Maestri, l'Unione Medici, i
di Joram Gabbio
Giacomo Bona, i fratelli Reita,
Laureati Cattolici.
The priest: è il nome del singolare Giuseppe Petazzi, il dr.Cagnasso.
La contestazione sociale che intacgruppo di musicisti che ha prodotto
Nel primo convegno diocesacherà anche il mondo ecclesiale dopo
l’omonimo primo album, diffondendolo no del 1920 sono presenti in città il 1968 vedrà via via ridurre le file
in trenta paesi d’Europa, America e Asia. trecento giovani che provengono associative.
L'A.C. scomparirà in diocesi, come
Si tratta di tre preti nord-irlandesi, catto- dai vari "Circoli" sparsi in Diolici di rito romano, i quali a buon diritto cesi e nel 1929 si registrerà al 6° d'altra parte stava avvenendo in molte
altre realtà italiane.
sono entrati da un paio di mesi nel pano- Convegno Diocesano una presenza
di
500
giovani.
Oggi si assiste ad una ripresa a lirama discografico mondiale. I tre sacerAlla
nascita
del
Partito
Popolare
vello
adulti, faticosa ma ricca di spedoti, compagni di studi e uniti da
molti di questi giovani avevano ranze.
un’amicizia ventennale, si sono cimentati
Aurelio Bernardi
dato la loro adesione con entusianel loro primo prodotto di mercato, convogliando in un cd i frutti della passione
per la musica e della loro intesa. La rac18 - 25 gennaio 2008
colta edita comprende brani a carattere
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
spirituale, cantati dal trio di musicisti ecclesiastici; compaiono pure canti classici
e motivi ispirati alla tradizione irlandese,
di cui i tre musicisti sono figli. E il produttore del disco è un personaggio
tutt’altro che profano al mondo della muDomenica 25 gennaio 2009
sica leggera: si tratta di Mike Hedges, il
presso i locali
quale ha seguito, per citare un gruppo
della
parrocchia
di San Lazzaro
affermato, anche produzioni degli U2.
Via
San
Lazzaro
3, Pinerolo
All’orizzonte si profilano altri album,
visto il successo che stampa e critica hanno concesso a padre Eugene O’Hagan,
Programma
padre Martin O’Hagan e padre David
h. 15.30 pomeriggio di musica,
Delargy; non è da escludere che il reperdanza, teatro, scultura e spiritualità
torio si ampli accludendo anche brani di
h. 19.30 spuntino
genere non direttamente religioso. I proh. 20.30 preghiera per l'unità dei
venti del lavoro saranno devoluti per opecristiani
re di carità.
È un invito
The priest è l’esempio di come la musidella Chiesa Avventista,
ca sacra e la sua bellezza non accettino
restrizioni, ma si aprano a panorami amdella Chiesa Ortodossa Romena,
pi, offrendo evangelizzazione fresca e
della Chiesa Valdese,
pace per lo spirito.
della Diocesi cattolica di Pinerolo
JG
The priest
Passinpiazza
Contraddizioni
In Italia le donne studiano di più, con
meno difficoltà e risultati migliori dei
loro coetanei: le laureate sono il 17%
contro il 12% degli uomini e sono decisamente migliori le loro performances
scolastiche e universitarie.
Nonostante percorsi brillanti, i destini
occupazionali sono poco soddisfacenti:
nel mondo del lavoro le donne riescono a stento a integrarsi e questo ci pone
agli ultimi posti nelle classifiche europee dell’occupazione femminile: gli
accordi di Lisbona chiedono per il 2011 il 60% di occupazione femminile.
Non solo: uno dei più gravi problemi
mondiali, non ancora sufficientemente
riconosciuto, la violenza nell’ambito
dei rapporti familiari, riguarda donne,
provocando danni fisici e sulla loro
salute mentale; non interessa strati sociali emarginati, soggetti patologici o
famiglie problematiche, ma riguarda
ogni strato sociale, cultura, etnia, livello di istruzione e di reddito, tanto da
essere in Europa la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 50 .
“L’assassino non bussa, ha le chiavi di
casa”. Era lo slogan di uno striscione
alla manifestazione dello scorso anno
in occasione della “Giornata mondiale
per l’eliminazione della violenza sulle
donne”, il 25 novembre; l’aggressore
per due casi su tre è il marito o il fidanzato; il luogo della violenza è quello in cui ci si dovrebbe sentire più sicuri e protetti: la famiglia, la casa.
E’ grave che una donna su tre sia vittima di una o più molestie a sfondo
sessuale nel corso della vita, ma la vera emergenza è che il 90% non denuncia il crimine di cui è vittima.
Il silenzio viene dalla paura: troppo
pochi i partner violenti puniti adeguatamente e troppo poche le donne che riescono a rifarsi una vita dopo la denuncia: quindi qualcosa non va a livello
sociale generale, cioè di forze dell’ordine, di servizi sociali, di giustizia, di
istituzioni. Solo nel 1981, grazie a una
maggior presa di coscienza del problema e dei primi centri antiviolenza e
consultori, la legislazione italiana ha
eliminato due istituti giuridici: il
“delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”, che prevedevano diminuzione
o annullamento della pena per l’aggressore tradito o lo stupratore che sposa la
vittima; solo nel 1996 lo stupro è diventato “reato contro le persone” e non
più “contro la morale e il buon costume” e infine solo nel 2001 nella legge
154 si parla di “allontanamento del familiare violento” e di “gratuito patrocinio”, stabilendo un reddito, in verità
bassissimo, per dare alle donne prive di
mezzi economici la possibilità di far
valere i loro diritti in tribunale. E’ ancora disegno di legge quello che riconosce lo stalking come specifico reato,
quindi punibile. Maria Teresa Maloberti
In diocesi
Pag.11
prio ministero
Sedicesimo vescovo
Profili
un’occasione per
di Pinerolo è Mons.
I vescovi di Pinerolo - 16
costruire ponti
Pietro Giachetti, nato a
soprattutto col
Castelnuovo Nigra
mondo valdese,
l’8/09/1922, ordinato
in uno stile dialogico, umile e paziente, casacerdote a Ivrea il 29/06/1946 e vescovo a
Pinerolo il 29/06/1976, con il motto “Caritas pace di intessere, prima dei rapporti formali, una rete di amicizie profonde e durature.
Christi urget nos”, che è anche del CottoArrivando a Pinerolo – diceva di sé – si era
lengo, nel cui seminario si era formato al
convertito all’ecumenismo. Sua l’iniziativa
sacerdozio.
di presenziare ogni anno al Sinodo valdese,
Lo spirito con cui assume il ministero
come pure la partecipazione alle Settimane
episcopale è dichiarato nel saluto alla Diodel S.A.E. (Segretariato Atticesi: “Sono inviato al vostro
vità Ecumeniche). Presiedeva
servizio, sono totalmente per
personalmente la Commissiovoi”. Tre sono i sentieri perne Diocesana per l’Ecumenicorsi da Mons. Giachetti: il
smo e il Dialogo. Tra i suoi
mondo del lavoro, l’ecumeniamici costruttori del dialogo
smo e l’impegno nella chiesa
ecumenico ricordiamo almepinerolese, amata e servita
no il pastore Glen Williams.
secondo il modello del buon
Il tutto vissuto in una diocePastore e le esigenze, i problesi piccola, ma non facile,
mi e gli stimoli da essa posti.
“guidata con la bussola del
Già viceassistente nazionale
Mons. Pietro Giachetti
Concilio”, insistendo anche
ACLI e incaricato dalla Conferenza Episcopale Piemontese per la pastora- nella chiesa locale sull’unità attraverso le
le del lavoro, formato al rapporto dialogico diversità, che non devono compromettere
ma stimolare e formare la comunione e la
coi laici nella Chiesa e alla testimonianza
testimonianza: le tensioni “possono trasforevangelizzatrice nel mondo odierno, ebbe
marsi in progresso”, nonostante difficoltà e
per il mondo del lavoro, coi problemi dell’occupazione e delle famiglie, una sensibi- amarezze che non sono mancate nell’epilità e sintonia in cui egli stesso così ci intro- scopato di Mons. Giachetti, ma affrontate
con la serenità e la fiducia di chi sa e inseduce: “I lavoratori mi hanno dato molto; li
posso quindi considerare in un certo senso i gna che il destino di tutti è nelle mani misemiei direttori spirituali. Dico i lavoratori, in ricordiose di Dio.
Solo per brevità non ricordiamo momenti
quanto vivono certi valori. Questi valori li
posso elencare: i valori della semplicità, del- e impegni particolari di ventidue anni
l’amicizia franca, della fraternità, del senso d’intenso ministero episcopale.
Il 6/10/1998 Mons. Giachetti rinuncia alla
della cordialità, di una povertà sofferta con
diocesi per raggiunti limiti di età, ma contifierezza e di una aspirazione profonda alla
nua ad essere attivo soprattutto sul versante
dignità umana, ad una società nuova…”
ecumenico. Muore a Pinerolo il 6/08/2006;
Quanto alla dimensione ecumenica,
Mons. Giachetti la avvertì come connatura- la sua salma riposa in Duomo nella cripta
ta alla Chiesa Pinerolese, facendo del prodei vescovi.
Franco Betteto
Mons. Pietro Giachetti
Gennaio 2009
La cattedrale e la comunità
Tra tutte le chiese della diocesi, la prima per importanza è
la Cattedrale; è “la chiesa madre e il centro di convergenza
della Chiesa particolare”. Si chiama così, perché al suo
interno c’è la “cattedra”, cioè il luogo da cui il Vescovo
“educa e fa crescere il suo popolo mediante la predicazione
e presiede le principali celebrazioni dell’anno liturgico”. È
dunque un segno di unità e di comunione. Nella nostra Cattedrale, la cattedra è addossata alla colonna che si trova sul
lato destro guardando l’altare. Sui fianchi della cattedra ci
sono due sculture che rappresentano: - da un lato Gesù buon
pastore, che pasce il suo gregge; - dall’altro Gesù, attorniato
dai dodici, ai quali dà il mandato di annunciare il Vangelo a
tutte le genti. Queste due raffigurazioni esprimono il vero
significato del ministero del vescovo: essere memoria vivente dell’amore di Gesù buon pastore e sentirsi inviato per
l’annuncio del Vangelo. Sin dall’anti-chità, il vescovo predicava dalla cattedra, per questo essa è ritenuta espressione
permanente della sua autorità e del suo magistero.
La cattedra è stata posta non dietro l’altare, ma al limitare
del presbiterio, per indicare che il vescovo è in mezzo al
suo popolo. Egli si mostra così di fronte all’assemblea e
vede tutti i fedeli. Questo esprime la sua missione: il nome
“episcopus”, significa “ispettore”, cioè sorvegliante di
tutto il gregge perché sovrintende, “perché si prende cura
del popolo di Dio vigilando su di esso”.
La cattedra vicina alla gente ha anche questa ricchezza
simbolica. Occorre farsi sentire, parlare al cuore per far
giungere con maggiore incisività il messaggio evangelico.
Inoltre, la cattedra è rivolta verso l’ambone e verso l’altare per esprimere che il ministero del vescovo è a servizio
della Parola e dei Sacramenti, così come anch’egli deve
nutrirsi della Parola e dell’Eucaristia.
Inoltre, guardate la Cattedrale: è posta al centro della città, in mezzo alle case, per ricordare che la Chiesa vive in
mezzo alla gente, facendo sue le speranze e le sofferenze di
ogni uomo e di ogni donna.
Pier Giorgio Debernardi, vescovo
Dalla lettera pastorale 2008 “Voi siete tempio di Dio. Voi siete corpo di Cristo”
Spiritualità claustrale
Aneddoti e leggende del Pinerolese
La cappella di S. Rocco di Perosa
Correva l’anno 1630 e la peste, ben
nota attraverso le pagine di Alessandro
Manzoni, imperversava anche nelle nostre valli. Narra il pastore valdese Pietro
Gilles, vissuto in quell’epoca, che il contagio, portato attraverso l’Europa dai
vari movimenti di eserciti impegnati nella guerra (da noi detta dei Trent’anni), si
manifestò fin dall’autunno del 1629 a
Briançon e che nella primavera del 1630
i primi casi furono segnalati in val Susa
ed in val Chisone. A Pinerolo il morbo
apparve il 14 aprile, con una vera esplosione, tre mesi dopo, nelle zone di pianura, dove gli abitanti morivano “alla
gagliarda”, come dice una cronaca del
tempo. Veniva successivamente colpita
la val Pellice, con un gran numero di
vittime, e si segnalavano i primi casi a
Prali e in val S. Martino.
Il frate
cappuccino Gioachino
di Airasca,
della missione di Perosa, assiste i morenti, coadiuvato da fra Costantino da
Bra. I due frati percorrono in lungo e in
largo la val Perosa e si recano anche a
Perrero, dove i frati e i laici della locale
missione sono tutti infermi o morti. Alla
fine, inevitabilmente contagiati nel prestare assistenza e nell’amministrare i
sacramenti agli appestati, si ammalano
pure loro. E, nel ritorno da Perrero a Perosa, muore fra Costantino, che viene
sepolto lungo la strada, presso il villaggio dei Chiotti. E’ particolarmente commovente la scena, descritta dal cappuccino Mathia Ferrerio, di fra Gioachino
che, inginocchiato su un tumulo di pietre
col libro delle preghiere in mano, celebra le esequie del confratello. Fa appena
in tempo a giungere a Perosa, e muore
pure lui.
Soltanto alla fine di luglio del 1631,
improvvisamente quanto insperatamente, la peste cessò. Oltre diecimila i morti
a Pinerolo, e parecchie migliaia anche in
val Perosa e in val S. Martino.
Così, si racconta in quel di Perosa che
“per ottenuta liberazione dalla peste” il
comune provvedesse ad erigere, appena
una quindicina di giorni dopo, il 16 agosto 1631, la cappella dei SS. Rocco e
Sebastiano, noti come protettori contro
le pestilenze, a ringraziamento del cessato pericolo.
Si tratta, però, di una leggenda: almeno in parte. Può darsi che (Segue a pag.12)
La semplicità
Di San Francesco di Sales, nostro Fondatore, è nota soprattutto la bellissima virtù della dolcezza che costituì il suo
carattere distintivo.
Dolce lo è stato tutta
la vita e fu attraverso il
fascino di questa virtù
che poté compiere
grandi cose. Vincenzo
de Paoli, suo contemporaneo, asseriva: “Io
mi sento spinto a vedere in lui
l’uomo che meglio ha riprodotto
il Figlio del Dio vivente sulla
terra”. Ma noi vogliamo qui mettere in luce la sua rara semplicità. Certo, essa non era disgiunta
dalla prudenza, insegnata dal
Maestro: “Siate prudenti come il
serpente…” (Mt 10,16) ma Francesco prediligeva la semplicità
della colomba che più s’addiceva
alla sua anima retta e candida.
Scriveva infatti a Madre di
Chantal: “Rivestitevi di questa
santa semplicità, figlia
dell’innocenza e sorella della
carità.” Bello quello che disse un
giorno: “Non so cosa mi abbia
fatto questa povera virtù della
prudenza, perché l’amo solo per
necessità, essendo il sale e la
fiaccola della vita; ma
la bellezza della semplicità mi rapisce e
darei con molto piacere cento serpenti in
cambio di una sola
colomba.” La semplicità, per lui, non è altro che il candore del
cuore che va diritto alla verità,
diritto al dovere senza raggiri e
doppiezza, diritto verso Dio solo.
La perfetta semplicità non ha
amore che per Dio, ha una sola
aspirazione: quella di riposarsi
sul cuore paterno, lasciando ogni
cura al Padre celeste e vivere in
questo abbandono. In queste parole, senza volerlo, il santo non
dipinse se stesso? A lui fa eco la
sua grande figlia di Chantal:
“Nulla ci rende tanto simili a
Dio quanto la semplicità, chi la
possiede veramente è perfetto”.
Suore Visitandine
Monastero della Visitazione, Pinerolo
[email protected]
Questo giornale è inviato gratuitamente.
Chi vuole contribuire alle spese di stampa
può utilizzare il bollettino indicato in ultima
pagina.
Grazie!!!
Parrocchie
Pag.12
Parrocchia SS. Michele e Lorenzo - Pinerolo
Nel ns. Paese il fenomeno religioso è un enigma
Inchieste e sondaggi richiamano
periodicamente l'attenzione su vari
aspetti del fenomeno religioso in
Italia, offrendo preziosi spunti di
riflessione, ma nel leggerne i risultati bisognerebbe sempre tener conto
di alcune avvertenze. Innanzitutto, nessuna indagine
"religiosa", per quanto scientificamente condotta, così come
nessuna intuizione o esperienza
personale può pervenire a misurare la "fede" di una persona o
di una collettività: si possono
cogliere solo alcuni elementi
esterni, quelli quantitativamente
misurabili, e fotografie parziali
di vissuti che restano comunque
insondabili nella loro pienezza e
profondità.
Leggere la situazione italiana è
impresa complicata perché il cattolicesimo nel nostro paese ha una specificità a volte enigmatica nelle sue
Poesie
Non c’è segreto
di Pasqualino Ricossa
Scampoli di nubi rosa
sulle montane creste
al calar del sole.
Il vento sibila nelle forre.
Spirali scendono a valle
Trapuntato di stelle
il velluto del cielo,
curiosa comare la luna.
Ormai, uomini e case
inghiottiti da l’oscurità.
Misteriosa la notte
satura di voci afone.
Forse danzano i fantasmi
della desolazione e della speranza.
Solleciti a vegliare
angeli in fitte schiere.
Pasqualino Ricossa
patologie come nelle sue positività.
Da alcuni anni molti sono portati a
leggere questa specificità del cattolicesimo italiano con la categoria della "popolarità". Sovente si attesta
l'esistenza di "un volto popolare del
Parrocchia SS. Michele e Lorenzo
cattolicesimo italiano", "un radicamento della fede nella società", "una
presenza capillare del cattolicesimo
nella vita quotidiana".
II rischio è quello di un cattolicesimo popolare, sì, ma svuotato di
una rilevanza del primato della fede
cristiana: già oggi come possiamo
interpretare il dato che, se interrogati, più di metà di quanti si dichiarano
cattolici affermano di non credere
nell'aldilà, nella vita eterna, nella
risurrezione di Cristo e della carne?
E cosa indica il fatto che non si provi contraddizione né consapevolezza
di peccato nel proclamarsi cattolici e
nel disattendere in modo sistematico
le esigenze morali del vangelo e nell'assumere comportamenti etici che nell'ambito dell'uso dei beni o dell'esercizio della sessualità, per esempio - disattendono il messaggio di
Gesù di Nazaret?
In questa situazione molti finiscono per auspicare un cristianesimo
vissuto secondo il paradigma della
religione forte e incarnato in minoranze attive ed efficaci, capaci di
assicurare identità e visibilità che si
impongono perché pensate in una
strategia difensiva e di concorrenza.
Da parte mia ritengo invece che, pur
mantenendo una dimensione
"popolare", solo vivendo la differenza cristiana nella compagnia degli
uomini si innesta una dinamica
che scuote l'indifferenza alla
fede cristiana e alle sue esigenze propria anche a molti sedicenti cattolici.
Se invece ci si accontenta di
questa "popolarità" e la si cavalca a scapito della qualità
cristiana della vita e, di conseguenza, della testimonianza, si
corre il rischio di divenire sale
che perde il suo sapore, di veder svanire la forza del regno
che come lievito fa fermentare
tutta la pasta.
Per questo rimane indispensabile la
lettura e la conoscenza del vangelo
tra quanti compongono la comunità
cristiana. Infatti, se è vero che il cristianesimo non è religione del libro,
è altrettanto vero che solo il vangelo
consente la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo.
«L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» affermava San Girolamo, ripreso non a caso dal Vaticano II.
da Il Dialogo della Comunità, dic. 2007
La Cappella… (segue da pag.11)
la cappella venisse ricostruita o
restaurata, quel fatidico 16 agosto: non di certo fondata come si
narra. Infatti, l’abate Giovanni di
Savoia aveva potuto visitarla, più
di cent’anni prima, nel 1518, durante la sua visita pastorale, ed
era intitolata al solo S.Sebastiano
Chissà che non si tratti, questa
volta eccezionalmente, di una
leggenda alla rovescia, che colloca cioè in tempi relativamente
recenti quanto in realtà può essere assai più lontano: magari risalente, come per il comune di Pi-
nerolo, alla peste del 1399, quando i pinerolesi vollero erigere
nella chiesa di S. Francesco la
cappella di S. Sebastiano, eleggendo, nel contempo, il santo a
compatrono della città.
Elena Furlan
Gennaio 2009
COSÌ SIA,
COSÌ NON SIA
Elogio della dimenticanza
Nella vita di tutti i giorni abbiamo
continuamente bisogno di ricordare: una
data, un appuntamento, una scadenza...
La memoria è funzionale all'organizzazione sociale, come lo è per la storia
personale: fatti, persone, esperienze costituiscono il nostro passato e il ricordo
di essi, quando diventa collettivo, entra
a far parte della comunità. Se dimenticare, dal punto di vista sociale, è un danno, un difetto, una cattiva abitudine,
ricordare, di conseguenza, diventa un
obbligo.
Fin da piccoli, soprattutto da piccoli,
riceviamo inviti - ordini - a ricordare.
Dal fare i compiti al lavarsi i denti e via
via attraverso una serie di doveri, di imposizioni, di regole. Anche la religione
spesso è stata, è, un assillante richiamo
a ricordare: impedimenti, proibizioni,
peccati. Ma la fede, ci siamo chiesti, di
quale memoria ha bisogno? Gesù ci invita ad una sola memoria: quella di Lui,
della Sua parola, della Sua vita, della
Sua risurrezione. Tutto il Suo insegnamento è, per il resto, un impegno a dimenticare.
Dimenticare le offese e perdonare fino a
settanta volte sette.
Dimenticare il padre, la madre, se stessi
se lo si vuole seguire.
Dimenticare di essere i primi e farsi servi
degli altri, farsi piccoli come un bambino
per essere importanti nel regno di Dio.
Dimenticare tutto il resto quando si è
trovato il vero tesoro e la perla più preziosa.
Dimenticare il sabato e le sue leggi, le
convenzioni, le convenienze che prevaricano la persona e calpestano la dignità.
Dimenticare la pagliuzza nell'occhio del
prossimo e guardare la trave che c'è nel
proprio.
Questo vuole la fede: dimenticare per
riconoscere ciò che è fondamentale - la
risurrezione di Cristo per la salvezza
dell'uomo -. Il vero peccato è dimenticarsi della presenza di Cristo.
Gesù rimprovera l'operaio della prima
ora che ricorda solo i suoi diritti e dimentica la generosità del padrone, condanna il servo che ha nascosto le monete sottoterra e si è dimenticato delle infinite possibilità del padrone, rimprovera
Pietro quando ragiona come gli uomini
e dimentica di pensare come Dio, si indigna con i discepoli che durante la tempesta hanno paura per la loro vita e dimenticano che c'è il Signore con loro.
Ma Gesù salva la donna che dimentica
la sua sofferenza, la sua miseria e ha in
mente solo il pensiero di toccargli il
mantello.
Da Così sia, così non sia, n.7,
Parrocchia San Martino Torre Pellice
2008,
.
Indiocesi.it, Periodico di Cultura religiosa dell’Ufficio Scuola Insegnanti di religione SMI/SMS della Diocesi di Pinerolo, Direttore responsabile Davide Aimonetto, Autorizzazione n. 1 del 10.01.2005 del Tribunale di Pinerolo. Redazione c/o Antonio Denanni, Via Goito 20, 10064 Pinerolo, 0121397226. [email protected] Editore “Alzani”, Via
Grandi 5, Pinerolo. Abbonamento o sostegno: c/c postale n. 17814104, Tipografia Alzani, Via Grandi 5, 10064 Pinerolo (causale: Indiocesi)
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