Indiocesi.it Periodico di cultura religiosa dell’Ufficio scuola Irc/smi-sms della Diocesi di Pinerolo, Via Vescovado 1, Pinerolo: Direttore Antonio Denanni. Direttore responsabile: Davide Aimonetto Anno 5, n. 1 Gennaio 2009 www.indiocesi.it Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…” Il suono del silenzio Nella civiltà dei suoni e delle immagini, della comunicazione, della pubblicità e del marketing si pensa al silenzio solo come negazione del frastuono e della confusione che ci stringono d'assedio. Ma al di là del rumore c'è qualcosa di più. C'è il suono del silenzio, un mondo interiore da scoprire, o meglio, da riscoprire. Già nel 1969 Simon e Garfunkel cantavano "The sound of silence". "Si è molto discusso e scritto dei 'grandi silenzi' (mistici-estatici-emotivi), dei silenzi negativi (subiti o imposti), dei silenzi sintomo (di malattia o dolore), ma assai meno dei silenzi scelti - ha scritto Nicoletta Polla Mattiot nel libro Riscoprire il silenzio -; cercare una qualità volontaria e deliberata del tacere è un privilegio contemporaneo. Il mondo della comunicazione ha declinato fuori misura le possibilità di entrare in contatto, trasferire informazioni, dirsi, raccontarsi. Oggi siamo oltre i decibel, mentali e acustici, recepibili. L'alternativa, in termini di efficacia, la possibilità di farsi notare, è la privazione di qualsiasi suono, l'assenza di rumore". Meglio fermarsi allora, perché, ,come scrive ancora Polla Mattiot: "A volte è semplicemente meglio tacere: per evitare lo spreco, per rivalutare le parole, anche le più comuni. Un apologo orientale contiene, pur senza darle, alcune spiegazioni: prima della predica di un maestro buddista, un uccellino iniziò a cantare, il maestro tacque e tutti ascoltarono in rapito silenzio, quando smise il maestro annunciò che la predica era finita e se ne andò". Antonio Denanni Intervista al cardinale Carlo Maria Martini Conversazioni notturne a Gerusalemme "Il grande problema dinanzi al quale ci troviamo oggi è il clash of civilizations, la lotta fra le culture" Gli interventi del card. Carlo Maria Martini fanno sempre notizia. Così anche l’ultimo librointervista, che è nato dall’incontro con Georg Sporschill, di cui pubblichiamo alcuni stralci. Perché crede in Dio? I miei genitori mi hanno donato la fede in Dio, mia madre mi ha insegnato a pregare. A scuola per me sono stati importanti gli amici, mi hanno rafforzato nella fede. L’Italia, la mia patria, fa parte dell’Europa cristiana: basta aprire gli occhi per vedervi molte testimonianze della fede. Essendo gesuita, gli esercizi spirituali di sant’Ignazio mi hanno reso interiormente forte nel rapporto con Dio. Giovanni, il discepolo prediletto, è il mio accompagnatore nell’amicizia con Gesù. Nella mia vita molti compiti, anche le difficoltà, mi hanno mostrato che posso avere fiducia. Come cardinale e teologo, che cosa dice a chi non crede? Avrei molte domande da porgli. A cosa attribuisce importanza? Quali sono i suoi ideali? Quali valori ha? E’ questo che vorrei scoprire. Non intendo convincerlo di nulla, ma solo dirgli che deve provare a vivere senza fede in Dio e, nello stesso tempo, riflettere su se stesso. Forse in alcuni periodi della vita avvertirà una speranza, si accorgerà di cosa dà senso e gioia alla vita. Gli auguro di dialogare con persone in cerca della fede e On line per gli altri www.christianismus.it Sito di introduzione ragionata e scientifica allo studio del cristianesimo, con articoli di docenti universitari www.monasterovirtuale.it Monastero Virtuale, una miniera inesauribile di scritti e documenti religiosi www.newadvent.org La più grande enciclopedia cattolica della rete (in inglese) www.santiebeati.it Enciclopedia dei Santi e patroni della Chiesa di tutto il mondo con credenti. Forse Dio gli donerà la grazia di riconoscere che esiste. Quali sono le grandi sfide di oggi? Bisogna riconoscere i compiti che abbiamo davanti. Non dobbiamo sminuire le crisi che senz’altro esistono, non dobbiamo distoglierne lo sguardo. Il grande problema dinanzi al quale ci troviamo oggi è il clash of civilizations (Samuel P. Huntington), la cosiddetta lotta fra culture. Le culture si scontrano, anche all’interno dell’Europa. In quale modo il cristianesimo tratta l’islam? Spesso non sappiamo cosa fare. Da quando vivo a Gerusalemme sento questa confusione come un grande fardello. Un tempo ero più ottimista, forse ingenuo. Conosciamo le regole in base alle quali pensano e discutono i mu- In questo numero L’abbazia di Santa Maria pag. 2 I numeri primi e la fede pag. 3 Magris e il cristianesimo pag. 4 Crisi economica pag. 5 sulmani? Siamo diversi anche in questo. Come prima cosa dobbiamo imparare a conoscerci meglio a vicenda per poterci capire e distinguere. Penso si svilupperà una crisi che riguarderà i nostri figli: chi oggi è bambino o adolescente non può più (o molto meno di un tempo) fare riferimento a un ambito sociale o religioso omogeneo. Esso non esiste più. Perciò, in futuro, saranno necessarie una forza e una capacità decisionali ancora maggiori. E’ una sfida senza precedenti. Accettare queste sfide può scongiurare catastrofi. Qual è la posizione di un cristiano nella società odierna? Un cristiano non si perde in tendenze moderne e in ciò che è alla moda o che tutti vogliono. Interviene. Agisce. Esprime la sua opinione. “L’uomo spirituale giudica ogni cosa”, san Paolo lo dice a tutti noi (cfr I Cor 2,15). Ci pone dunque in una netta posizione di potere: dobbiamo aiutare il mondo a trovare una direzione, essere giudici non significa altro. Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare. In questo senso non sempre un cristiano ha vita facile nella società. (…) Un cristiano si distingue per il suo coraggio, per il coraggio che gli viene Supplemento d‘anima Nujood Ali e Shada Nasser Nujood Ali e Shada Nasser, due sconosciute yemenite, insieme alle più famose Hilary Clinton, Condoleeza Rice, Nicole La religione salverà il mondo pag. 6 Kidman sono tra le dieci vincitrici del preCronaca bianca pag. 8 Storia dell’AC pinerolese pag. 10 mio Donne dell'anno 2008, attribuito da Glamour America. Simone Weil a 100 anni dalla nascita La bambina e la donna yemenite sono state premiate per avere dato voce ai diritti dei bambini. Filosofa, operaia, rivoluzionaria, mistica... alla ricerca della verità La giovane Cento anni fa, cembre del 1934 abbandona di alla resistenza francese e co, in un tentativo di comu- yemenita Nuil 3 febbraio 1909, nasceva a la vita di soli studi per dedi- poi, delusa, si rifugia ad As- nione estrema con i poveri e jood Ali, soli Parigi Simone Weil. Caratte- carsi al lavoro manuale cosisi alla ricerca di pace spiri- con Dio sempre inseguito, 10 anni, ha re profondo e sensibile, ecme operaia alla Renault e in tuale. Qui ha una potente muore il 24 agosto 1943 ad rotto la tradicelse in coerenza fino al liseguito, sull'onda di un viag- crisi che trasforma la sua Ashford. zione dei matrimoni precoci combinati, riumite dell'estremismo più gio in Portogallo, si avvicina conversione in qualcosa di Ha scritto: «Una delle vescendo ad ottenere un divorzio legale, graradicale."Un miracolo dell'a- al cristianesimo nella sua ancora più definito. rità capitali del cristianesimo zie all'avvocato Shada Nasser, che si è batnima e della coscienza uma- forma più radicale e più auNel 1942 emigra negli è che la salvezza sta nello tuta per garantire la sua libertà. Dopo aver na" l’ha definita Carlo Bo. tentica. Nel suo “sperimenStati Uniti, dove conosce, sguardo... Lo sforzo grazie subito ripetute percosse e violenze sessuali, Nel 1931 si laurea in filo- tarsi” percepisce l'intima fra gli altri, Jacques Marial quale l’anima si salva è Nujood, andata in sposa all’età di nove anni sofia e comincia a insegnare affinità che esiste fra la figu- tain, già celebre filosofo. Il simile a quello di colui che in vari licei. All'inizio degli ra di Cristo e quella dei po14 dicembre si stabilisce a guarda, di colui che ascolta, a un 37enne, è scappata di casa cercando anni '30 si avvicina al sinda- veri della Terra, che devono Londra come redattrice alla a quello di una sposa che scampo in tribunale in cerca di aiuto. A difcalismo rivoluzionario ed essere riscattati. "Direction de l'interieur de la dice sì. E’ un atto di attenferenza delle decine di migliaia di bambine elabora il nucleo essenziale Politica e religione formaFrance Libre". zione, di consenso … Con che sopportano la terribile tradizione dei della sua filosofia. Sempre no nel suo cuore una miscela Già stanca e malata, prouno sforzo muscolare il con- matrimoni in età pressoché infantile, Nujospinta dalle sue idee radicali esplosiva, che la portano vata dalle numerose soffetadino strappa le erbacce, ma od ha avuto coraggio ed ha avuto la fortuna e dal desiderio di veder miprima a partecipare alla renze a cui aveva volontaria- soltanto il sole e l’acqua gliorare il mondo, nel diguerra civile spagnola, quin- mente sottoposto il suo fisi- fanno spuntare il grano».AD di trovare una avvocata altret- segue a pag. 2 «La salvezza sta nello sguardo» Indiocesi.it Pag.2 5,10-11). Secondo Pennellate bibliche Tuttavia, un parere La parola come la poiché tutti condiviso pioggia e la neve ci troviamo a pressoché fare i conti da tutti, ciò che caratterizza l’uomo con i ritmi frenetici del nostro quotidiano: quando ricordarsi (e trovare il è la parola, la capacità tempo) per accostare la Parola di di comunicare. La funzione principale della parola è Dio? Quando trovare un minuto per pregare? Certamente ha ragione chi ‘informare’. C’è però un problema: afferma che il momento migliore è se fino a poco tempo fa informare equivaleva a far sapere, spesso oggi, quello liturgico, durante la celebrasecondo le prospettive dell’informa- zione eucaristica, dove la Parola non è soltanto letta ma proclamata e cetica, l’obiettivo cercato è un altro: lebrata. Ma quanti se interrogati al far reagire, indurre comportamenti. Siamo circondati, bombardati, a vol- termine della lettura del Vangelo ricordano ciò che è appena stato lette storditi dalle parole lanciate con questa finalità, spese per indirizzarci to? Non parliamo poi dell’omelia… Vorrei dunque segnalare un utile là dove qualcuno ha interesse a trastrumento, che richiede pochissimi sportarci. Si tratta del fenomeno nominuti al giorno. Un libro nato to come ‘manipolazione culturale’. Che ne è dunque della nostra libertà? all’estero e pubblicato in Italia dalla Claudiana, che ci regala un versetto Non tutte le parole però sono ubiblico per ogni giorno dell'anno. Il guali, esiste una parola che genera titolo è: Un giorno una Parola - Letlibertà, almeno così pensano quanti ture bibliche quotidiane per il 2009. guardano con fiducia alla Bibbia. Costituisce un utilissimo invito alla Ascoltiamo la voce di Isaia: “La lettura quotidiana della Bibbia che mia parola è come la pioggia e la neve che cadono dal cielo e non tor- essendo curato ogni anno dai Fratelnano indietro senza avere irrigato la li Moravi e tradotto in quasi 50 lingue può diventare uno strumento terra e senza averla resa fertile. ecumenico di comunione spirituale Fanno germogliare il grano, procuintorno al testo biblico e di riflessiorano i semi e il cibo. Così è anche della parola che esce dalla mia boc- ne con commenti di autori di proveca: non ritorna a me senza produrre nienza evangelica e cattolica. Non male no? Soprattutto nel mese per effetto, senza realizzare quel che tradizione dedicato al cammino ecuvoglio e senza raggiungere lo scopo per il quale l'ho mandata”. (Is. 5menico. Carlo Gonella tanto coraggiosa nella persona di Shada, specializzata nella difesa dei diritti umani. Grazie all’intervento di Shada, Nujood non solo ha ot- tenuto il divorzio, ma ha visto premiato il suo coraggio e indicato una strada per la difesa dei diritti umani delle donne e delle bambine. Nu- Nelle vicende abbaziali dell’ abbazia di Santa Maria è possibile distinguere sei periodi: il primo va dal 1064 al 1140 ed è segnato dalle donazioni di Adelaide di Savoia, di Immilla sua sorella e di Umberto suo figlio e di altri benefattori del monastero, che raggiunse il suo massimo sviluppo in quegli anni; il secondo periodo parte dal 1140 e si conclude nel 1246 con la sottomissione di Pinerolo ai conti di Savoia i quali misero in ombra il dominio della stessa abbazia sul territorio. A partire da quella data e fino al 1433 la cittadina attraversò un periodo fiorente, che la vide prima subordinata ai Savoia, senza che questo comportasse la perdita dell’autonomia comunale, per poi diventare capitale dello Stato dei principi d’Acaia. In questo terzo periodo della sua storia l’abbazia assistette alla progressiva diminuzione del suo potere temporale e fu costretta ad alienare alcune jood è tornata a scuola e quando le si chiede cosa intende fare in futuro risponde: «....Voglio esercitare la professione di avvocato». Conversazioni… (segue da pag. 1) dalla fede. Sa che Dio lo guida e lo sostiene. E allo stesso modo Dio parla per bocca degli altri. Vale dunque la pena di ascoltare l’opinione altrui. I cristiani non temono il dialogo, cercano la collaborazione di persone di diversa fede e pensiero, di chi pone domande e di chi è insoddisfatto. Con loro, insieme e in concorrenza, i cristiani portano nel mondo luce, orientamento, guarigione, protezione, pace e gioia di vivere. L’insieme dei cristiani nell’ecumenismo e il dialogo interreligioso sono richiesti e favoriti dalle necessità del mondo. Lei auspica una Chiesa aperta. Che ha il coraggio di rischiare. In cosa ripone la sua fiducia? Sì, voglio una Chiesa aperta, una Chiesa che abbia le porte aperte alla gioventù, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né tiepide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo: come aiuto nell’affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuole portare. Tradurre non significa svilire. Oggi la parola di Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso la nostra vita con il coraggio dell’ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuole liberare gli afflitti e gli oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti. Sono colpito dalla domanda di Gesù: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi. Saremo molto più liberi di seguire la chiamata di Gesù. Perché la Chiesa ha bisogno soprattutto di giovani? Dove cercano i propri collaboratori un’azienda o un partito? In genere fra i Pagine di storia religiosa del Pinerolese Tuttavia, sin dal Trecento si ha notizia della contestazione di questo meccanismo d’elezione. La svolta avviene con la bolla del 10 gennaio 1461 quando il papa Nicolò V cambiò le disposizioni di nomina, concedendo al duca Ludovico di Savoia la nomina di tutti i benefici concistoriali, compresa quella dell’abate di Santa Maria. A partire da quella data gli abati furono tutti secolari, nominati dalla corte e appartenenti a nobili famiglie savoiarde o addirittura membri della dinastia regnante. L’influenza dei duchi segnò la storia dell’abbazia sin dalla sua fondazione, con le donazioni della contessa Adelaide e dei suoi congiunti, e proseguì nei secoli seguenti. A partire dal 1433 con la cessione dell’abbazia in commenda i duchi ebbero un peso ancora più considerevole con la nomina degli abati commendatari. Chiara Povero L’abbazia di Santa Maria e i rapporti con il potere proprietà, che si ridussero all a Val Le min a e all’abitato di Abbadia. Il quarto periodo incomincia con la concessione dell’abbazia in commenda nel 1433: a partire da questa data gli abati che ressero l’abbazia non furono più claustrali, ossia monaci del convento, ma secolari, la maggior parte dei quali appartenente ad illustri famiglie legate ai Savoia. Il quinto periodo cominciò con la sostituzione dei monaci benedettini con quelli fogliensi nel 1590 e terminò con l’erezione della diocesi di Pinerolo nel 1748, evento che segnò la perdita di ogni giurisdizione per l’abbazia. Nel sesto periodo tornarono nuovamente gli abati claustrali e l’abbazia fu ridotta ad un semplice convento fino alla soppressione, avvenuta nel 1793 ad opera del governo francese La prima donazione di cui fu beneficiaria l’abbazia di Santa Maria fu quella compiuta l’8 settembre 1064 dalla contessa Adelaide di Savoia. Negli anni successivi altri membri del suo casato furono egualmente generosi nel dotare l’abbazia. Per l’abbazia furono anni di espansione e di consolidamento del patrimonio fondiario e della giurisdizione dell’abate, con i privilegi spettanti all’ordine ed una giurisdizione “quasi episcopale” sui territori soggetti all’abbazia. Sin dall’origine gli abati claustrali di Santa Maria furono eletti dai monaci del monastero, come previsto dalla bolla di Gregorio VII del 4 aprile 1073. L’eletto avrebbe dovuto essere un monaco dell’abbazia, o in mancanza di candidati degni doveva appartenere ad un’altra; la sua elezione avrebbe dovuto ricevere il placet del potere secolare, oltrechè essere approvata dagli altri abati. Gennaio 2009 giovani, che possono essere formati e preparati per nuovi compiti. Essi possiedono un potenziale di energia ancora da attivare. E sono soprattutto loro ad essere idealisti, anche coltivando idee un po’ folli. Il nuovo che aspettiamo e di cui abbiamo bisogno ha più probabilità di realizzarsi per la spregiudicatezza dei giovani. La Chiesa della “vecchia Europa” ha proprio bisogno di novità e di una ventata di aria fresca. Non è forse vero che anche la gioventù ha bisogno del nuovo, del “magis”, di qualcosa di più del benessere? Nella ricerca del nuovo ho sempre visto un elemento positivo, la volontà di cambiare qualcosa... (…) Possiamo aprirci ai giovani soltanto prendendo spunto proprio da loro. Di cosa si interessano? Dove vivono? Come vivono le loro relazioni? Cosa criticano e quale impegno pretendono da noi? Qui emergono molte domande da cui i collaboratori ecclesiastici possono farsi partecipi. All’inizio i giovani saranno al centro dell’attenzione, solo in un secondo momento potranno arrivare gli adulti e le strutture della Chiesa, offrendo appoggio e correzione. Certamente il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno... La questione che più tocca la sensibilità dei giovani è se li prendiamo sul serio come collaboratori a pieno titolo o se vogliamo farli ravvedere come se fossero stupidi o in errore. (…) La Chiesa ha bisogno di giovani. Nessuno li può conquistare meglio di altri giovani; un giovane è più disposto ad ascoltare un coetaneo. Questo vale soprattutto per le questioni personali, come l’amicizia, il rapporto con i genitori, avventure e segreti, anche Dio. Come influisce la fede sulla politica? Come cristiani guardiamo a Gesù. Egli è motivo di un’assoluta novità, la Chiesa. Gesù ha svolto il compito ricevuto da Dio di creare, accanto al primo popolo eletto di Israele, un secondo strumento per la pace. Si trova dunque in prima linea; si è confrontato con tutte le autorità politiche: con Erode, con Pilato, con il sinedrio, con i partiti dei farisei e dei sadducei. Si è battuto con passione per la giustizia e ha voluto cambiare il mondo. La Chiesa di Gesù Cristo deve contribuire a rendere il mondo più giusto e più pacifico. Secondo la Bibbia, la giustizia è più del diritto e della carità: è l’attributo fondamentale di Dio. Giustizia significa impegnarsi per chi è indifeso e salvare vite, lottare contro l’ingiustizia. Significa un impegno attivo e audace perché tutti possano convivere in pace. La giustizia deve vegliare affinché il diritto, così com’è formulato nelle leggi, consenta a tutti gli uomini un’esistenza dignitosa. Gesù ha dato la sua vita per la giustizia. da C.M.Martini-G.Sporschill, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008 Cultura Pag.3 Gennaio 2009 Dizionario interculturale I numeri primi e la fede La scelta di credere in Dio è più conveniente Lo afferma Marco Andreatta, professore ordinario di geometria e preside dell’ateneo di Trento Per lui, matematica e fede sono due aspetti del pensiero umano che operano in ambiti sostanzialmente separati ma che alle volte si intersecano con conseguenze molto interessanti. Che cosa hanno in comune? «Il matematico è forse il ragionatore razionale per antonomasia; da Galileo in poi, di ogni nuova teoria si dice che è scientifica se si basa sulla matematica e sui suoi procedimenti logicodeduttivi. Ma questo non impedisce a un matematico né, ad esempio, di innamorarsi (attività non sempre 'razionale') né di provare sentimenti di solidarietà, passioni politiche, nè di credere in una religione e nei suoi dogmi di fede. E, d’altro canto, come una donna può innamorarsi di un matemati -co, per il suo 'sapere', il suo modo di fare e di pensare, così la fede può entrare nell’ animo del matematico ». Alcuni matematici, nel corso della storia, per spiegare il loro essere uo- mini di fede, hanno addotto argomentazioni provenienti dalla loro esperienza di scienziati. «Personalmente non mi ha mai entusiasmato la prova ontologica di Anselmo (che un matematico come Cartesio sintetizza affermando che 'l’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza' e che il logico-matematico Kurt Gödel ha formalizzato nel secolo scorso). Mi ha sempre colpito invece l’argomento di Pascal, riconducibile a quella che oggi si definisce 'teoria dei giochi': dopo un’accurata analisi dei pro e dei con -tro, il filosofo-matematico francese “Con Ennio De Giorgi penso che il mistero sia più una condizione necessaria che un ostacolo alla verità della religione” (inventore del calcolo delle probabilità) sostiene che la scelta di credere in Dio e in una vita eterna è più ’conveniente’. Non ho mai dato troppo peso all’aspetto utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci fosse la speranza che la fatica terrena avrà, per i più Ritagli Se potessi essere Dio La storia è attribuita al grande rabbino Bal Shen Tov Si narra che si trovava in cima a una collina, con alcuni studenti, quando vide un gruppo di cosacchi attaccare la città e cominciare a massacrare la gente. Vedendo molti dei suoi amici che, laggiù, morivano e chiedevano misericordia, il rabbino esclamò:“Ah, se potessi essere Dio!” Un discepolo, colpito, si rivolse a lui:“Maestro, come osate proferire una simile bestemmia? Volete forse dire che, se foste Dio, agireste in maniera diversa? Volete forse dire che Dio tante volte fa ciò che è sbagliato?” Il rabbino guardò negli occhi il discepolo e disse:“Dio è sempre giusto. Ma se io potessi essere Dio, potrei capire ciò che sta accadendo” Save the Children Rapporto “Bambini e armi” Si stima che siano almeno 250.000 i minori – di cui il 40% bambine – impiegati in 17 conflitti armati come soldati, spie, facchini, cuochi, “mogli” dei combattenti (nel caso delle ragazze) e arruolati in eserciti non governativi in almeno 24 nazioni e territori. Bambini costretti a com- mettere violenza ma anche a subirla: negli anni scorsi, almeno 2 milioni sono morti uccisi dal fuoco delle armi leggere e 6 milioni sono stati feriti, resi disabili o hanno subito traumi psicologici, obbligati ad assistere a terribili atti ed episodi di abusi e violenze. Rapporto 2008 “Bambini e armi” sfortunati e per gli ultimi, un senso superiore». Per alcuni, accettare il mistero è la via migliore per arrivare a un approdo. «Tra i tanti punti di vista, il mio preferito è sicuramente quello del matematico italiano Ennio De Giorgi, così espresso in un importante intervento sull’Osservatore Romano del 18 novembre 1978: 'operando come matematico mi sono forzato ad ammettere che: non solo le cose che esistono sono, come è ovvio, più di quelle che conosco, ma per poter parlare delle cose conosciute sono costretto a fare riferimento a cose sconosciute ed umanamente inconoscibili; …perciò il fatto che la religione preveda il mistero appare (al matematico) più come condizione necessaria per la sua credibilità che non come ostacolo all’accettarla'. Ma attenzione, ammonisce più avanti De Giorgi, 'Dio non può essere ridotto al primo ente autocomprensivo'. Abbiamo allora la sensazione di non poter applicare categorie puramente logiche (pensiamo all’umiltà di ascolto, al 'beati i puri di cuore'…)». Sintesi da Luigi Dell’Aglio, Avvenire 24 dicembre 2008 Antonio Ambrosetti, matematico Luoghi comuni su scienza e fede «L’equazione razionalità-mancanza di fede è un luogo comune che oggi va molto di moda, e mi irrita. Perché è del tutto errata. Lo prova il gran numero di illustri pensatori, del passato e di oggi - in prima fila i matematici - la cui fede è nota a tutti. Negli ultimi anni in televisione è stato dato troppo spazio a personaggi come Odifreddi che hanno portato avanti la tesi dell’incompatibilità tra fede e scienza con argomentazioni logico-filosofiche, che hanno poco a che fare con la matematica». Il professor Antonio Ambrosetti, per lunghi anni ordinario di Analisi matematica alla Normale di Pisa e ora alla Scuola internazionale superiore di Studi avanzati (Sissa) di Trieste, ha avuto due maestri sia nella scienza che nella fede: Giovanni Prodi, eminente matematico ed Ennio De Giorgi, uno dei massimi matematici del secolo scorso, entrambi animati da un profondo senso religioso. C’è chi si propone addirittura di dimostrare matematica- mente che Dio non esiste. «Un’impresa del genere è tempo perso. Cito un libro che mi ha colpito: Irreligion, di John Allen Paulos, alla cui versione in italiano, per fare sensazione, è stato dato il titolo La prova matematica dell’inesistenza di Dio. Ma nel libro non c’è nessuna dimostrazione matematica. Nessuno dei geni della matematica, dai Greci fino a oggi, ha potuto dimostrare matematicamente l’inesistenza (o l’esistenza) di Dio. Nemmeno una scienza precisa come la matematica può dare una risposta al quesito cruciale che ha tormentato gli uomini di ogni tempo. Ho appena finito di scrivere un breve saggio dal titolo Matematica e Dio in cui mostro, tra l’altro, come sia un inutile tentativo quello di usare la matematica per dimostrare che Dio esiste o no». […] Diceva Ennio De Giorgi: “All’inizio e alla fine, abbiamo il mistero. […] La matematica ci avvicina al mistero, ma nel mistero non riesce a penetrare”». Da L.Dell’Aglio, Avvenire 11.12.2008 GIORNATA PER LA PACE Il 1° gennaio di ogni anno il Papa lancia un messaggio che accompagna per tutto l’anno coloro che, nel mondo, cercano di costruire la Pace. Il tema di quest’anno è “Combattere la povertà, costruire la pace”. Il Papa vede nella povertà una delle minacce che incombono sulla pace e cerca di individuare le cause di tale povertà in modo che il male venga eliminato alla radice. Il Santo Padre si sofferma su alcuni ambiti particolari per avere della povertà materiale una visione ampia e articolata. 1. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. Sono così in atto campagne di riduzione delle nascite con metodi non rispettosi della dignità umana. 2. Altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche, che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del paese. 3. Terzo ambito è la povertà dei bambini, quindi occorre occuparsi della cura delle madri, l’educazione, l’accesso ai vaccini, alle cure mediche, all’acqua potabile, impegno a difesa della famiglia. 4. Quarto ambito è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l’attuale livello globale di spesa militare. 5. Quinto ambito riguarda l’attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base. Il Papa individua anche le possibili soluzioni alla povertà materiale. Nell’attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole. La globalizzazione, quindi, va vista come un’occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili. Maria Luisa Demarchi Progetto culturale Pag. 4 Nel 2009 il Progetto culturale compie 15 anni Su fede e cultura c’è molta strada da fare Il card. Ruini: «Non tutti sono in grado di agire per una feconda presenza nella cultura» L'evangelizzazione della cultura è spesso percepita come un'impresa fuori portata, riservata a pochi. Invece la normale testimonianza cristiana, la pastorale parrocchiale, la presenza dei credenti nella vita di ogni giorno, oltre che negli ambienti culturali, artistici, scientifici, massmediali, possono portare un contributo decisivo all'orientamento della cultura, perché essa non è soltanto un fatto cognitivo o intellettuale, ma comprende i valori vissuti, la qualità delle relazioni interpersonali, i criteri cui si ispira la propria vita... Poi si apre il capitolo della preparazione. Parto dai preti: pur avendo in genere una buona cultura teologica e religiosa, mi pare che non tutti siano in grado di agire per una feconda presenza cristiana nella cultura e nella società, perché si trovano spiazzati davanti a domande oggi essenziali. Per fare degli esempi, sanno spiegare bene il significato dei sacramenti o il senso di una pagina del vangelo, ma poi faticano a rispondere ai grandi interrogativi che riguardano Dio e Gesù Cristo oppure l'uomo anche in relazione alla cultura odierna. La formazione teologica e culturale dei sacerdoti dovrebbe essere rinnovata in questo senso. Si tratta, in ultima analisi, di aiutare le persone a far luce rispetto alle grandi domande che esse portano con sé. E sui laici? Qui intravedo il problema di un "dislivello" tra la loro formazione umana/culturale - che oggi è cresciuta moltissimo grazie alla scuola, alle sollecitazioni di vario genere, tv compresa - e la formazione religiosa, che per tanti è rimasta a livello poco più che infantile. Ciò vale un po' per tutti, anche per i cosiddetti "praticanti". Diverso è il discorso per le persone più impegnate e preparate, ma credo che anche in queste spesso ci siano delle carenze non da poco. Da qui la necessità di pensare a percorsi di catechesi che vadano più a fondo, che si occupino delle questioni decisive che interrogano la fede e la vita di ognuno. Altrimenti c'è il rischio che il credente si ritragga in se stesso e non sappia dar ragione, anche con la parola oltre che con i comportamenti, della propria fede negli ambienti dove è inserito quotidianamente. Camillo Ruini su Segno, n.1, 2009 Claudio Magris, giornalista, scrittore e germanista triestino Comunicare il senso liberatorio del cristianesimo “È il messaggio che bisognerebbe essere capaci di trasmettere, affinché ognuno possa aderire o no” Magris, studioso e autore di trasparente e solida formazione laica, «non praticante», confessa, ha sempre guardato al mondo cattolico e alla sua cultura come ad universo con il quale confrontarsi e nel quale sostare. «Il cattolicesimo e la sua pratica mi hanno dato il senso epico dell’unità del mondo, di un comune, travagliato, ma anche lieto cammino verso la fine; le confessioni mi hanno liberato da titubanze nevrotiche, dalla coscienza scrupolosa».[…] Questa frequentazione di spazi e luoghi rimasti nell’anima, lo ha reso partecipe osservatore delle vicende della Chiesa, delle sue luci e delle sue ombre, delle sue contraddizioni e dei suoi carismi. Uno dei fatti che fortemente continuano ad interpellarlo è lo scarto che gli accade spesso di cogliere fra i valori che essa predica e l’immagine falsa che circola nell’opinione pubblica. Falsa non solo perchè intenzionalmente falsificata dagli avversari, ma anche perchè presentata a volte in modo non pertinente «o addirittura fuorviante dall’insegnamento della stessa Chiesa». Questa mancanza di una comunicazione efficace, lamenta lo studioso triestino, rischia di non far giungere alle persone la forza liberatrice del Vangelo, la luce delle sue verità che sottraggono l’uomo al buio e allo smarrimento dei nostri tempi, che gli possono restituire identità e pienezza del vivere. Perché questo spreco di un messaggio di portata rivoluzionaria? «Perché ad esempio non si riesce a comunicare che la fede e l’insegnamento religioso sono una grande lezione di laicità e di razionalità, proprio perchè insegnano a distinguere tra ciò che è oggetto di fede, e che dunque non si può dimostrare, da ciò che è oggetto di ragione e che si può dimostrare? Perché la Chiesa non riesce, altro esempio, a far capire che l’insegnamento cattolico è uno dei pochi che mette in guardia contro uno dei peccati, una delle colpe più insidiose, più insinuanti, più vili di cui tutti ci rendiamo colpevoli e di cui non ci accorgiamo o non vogliano accorgerci, di cui spesso anche i sistemi morali dominanti non vogliono o non possono o non sanno accorgersi: i peccati di omissione. Almeno noi piccola gente che non commettiamo colpe eclatanti, né stragi terroristiche, pecchiamo soprattutto sordidamente di omissione; additare l’omissione come colpa significa rendere più fraterna la vita e soprattutto rendere più degna la vita di chi è liberato da questo suo aspetto vile, codardo. Perché questo non si sa nel così detto “mondo”? E’ colpa solo del mondo o di chi dovrebbe almeno comunicargli correttamente l’essenza del pensiero cattolico, indipendentemente dai meriti o dai demeriti di chi lo rappresenta?». «Bisognerebbe insegnare che il cristianesimo non è solo un complesso di proposizioni in cui si crede; è anche questo, ma è soprattutto qualcosa d’altro, perchè, come è stato detto, Gesù non è venuto a fondare una religione, ma a cambiare la vita, ed è questo il senso liberatorio del cristianesimo che bisognerebbe essere capaci perlomeno di trasmettere al mondo, affinchè ognuno possa aderire o non possa aderire al cristianesimo o al cattolicesimo liberamente, ma fondatamente e non respingere il messaggio evangelico credendo che esso dica altre cose da quelle che dice». L’augurio dell’autore è che il cattolicesimo abbia un rapporto più vigoroso e permanente «con la realtà forte, sanguigna, vitale, liberatoria di tanta prassi del cristianesimo». da Mariapia Bonanate, Il nostro tempo, 30.11.2008 Gennaio 2009 I nuovi preti Il sacerdote l’uomo del sacro di Vittorino Andreoli, psicanalista Il sacerdote è un personaggio della nostra società. Figura che ha una sua lunga storia nella nostra cultura, e che ha assolto compiti diversamente riconosciuti, sovente anche contrastati. Profilo che è cambiato, perché è cambiato il contesto in cui si pone. Così, pur perseguendo sempre lo stesso obiettivo, legato al ruolo che ricopre, l’ambiente in cui vive lo ha in parte modificato, mutando anche la forma esteriore con cui egli si presenta al popolo. Dalla veste talare lunga e nera, con berretta a punte e pompon o cappello rigido a larghe tese, lo si vede talora in abito 'borghese', in jeans e t-shirts, non più identificabile o immediatamente riconoscibile. E questo lo ha fatto per nascondersi, quando la sua missione, contrastata, doveva svolgersi in maniera clandestina; oppure per la convinzione che dovesse essere notato non tanto per l’abito quanto per il suo modo di essere e per il suo comportamento, invertendo il detto popolare che è l’abito a fare il monaco. È un personaggio colto, perché il raggiungimento della sua posizione comporta studi severi e una lunga preparazione, ma a distinguerlo non è il sapere, bensì il ruolo, che ha un’origine nel mistero, una vera consacrazione. Ciononostante, ci sono stati periodi in cui il suo sapere ne ha caratterizzato il ruolo e la maniera di essere percepito, soprattutto in situazioni di istruzione sociale carente, come nel nostro passato storico. Rimane indubitabile che la sua vera caratteristica e funzione è tuttavia una e una sola, e si lega a un ministero che egli acquisisce attraverso il conferimento dell’Ordine, che gli conferisce il munus sacerdotalis. Insomma, è una persona che si inserisce nel mistero, e quindi dentro un credo. […] Sacerdote è la combinazione di sacer (che significa sacro) e di dho-ts (che vuol dire fare, colui che fa), dunque etimologicamente significa «colui che compie cerimonie sacre». Il fare va proprio inteso come il fare il sacro; e in questo senso è meno aderente, alla radice linguistica, la definizione di sacerdote come «colui che amministra le cose sacre». Insomma, sacerdote si coniuga con sacro e quindi impone un riferimento al sacro. Vittorino Andreoli, Avvenire, 13.2.2008 Focus Pag. 5 Crisi finanziaria e nuove prospettive economiche Dibattito Luigino Bruni, docente di economia politica alla Bicocca di Milano I beni che creano «status» non portano più benessere «È molto importante – spiega Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Bicocca di Milano – che le famiglie non perdano fiducia, così come insegnava Keynes. Ma più che far aumentare indiscriminatamente i consumi, bisogna chiedersi quali di essi privilegiare. Attualmente prevalgono solo quelli che tendono a far crescere lo status del soggetto, i beni materiali: la macchina, il telefonino, la seconda casa... Ma possedere questi beni non aumenta certo il benessere, anzi lo diminuisce: si crea un circolo perverso per cui la pubblicità ti spinge a comprare quei prodotti, lavori di più per poterli acquistare e indirettamente sottrai tempo e attenzione ai rapporti con gli altri ritrovandoti meno felice. È un paradosso ormai acquisito anche tra gli economisti sulla base di ricerche che dimostrano come l’aumento nel reddito nei Paesi più sviluppati si è tramutato in una maggiore infelicità. Bisogna considerare un altro tipo di beni, quelli fatti di relazioni: la vita familiare, l’amicizia, l’impegno civile, l’attenzione all’ambiente. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di incentivare il consumo di questi beni pubblici, anche con la tassazione: favorendo l’uso dei mezzi pubblici, il carsharing, tutte le occa -sioni culturali di incontro… Piuttosto che il decoder digitale per rinchiudersi in casa…». Bruni insegna anche all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, vicino Firenze, che porta avanti il Progetto economia di comunione lanciato da Chiara Lubich: «Sono aziende di tutti i continenti che si impegnano a produrre in modo efficiente non secondo la logica del mero profitto, ma tenendo conto del valore degli altri nelle relazioni: cercando di aiutare i più poveri e creando un sistema basato non sulla competizione, ma sulla gratuità. È un esempio che funge da stimolo per il sistema globale: pensiamo soltanto alla Banca Etica che oggi viene presa a modello o ai gruppi di acquisto solidale. Non credo nelle teorie di Serge Latouche e altri che condannano il consumo sulla base di anacronistiche posizioni vetero-marxiste, però occorre superare l’individualismo economico che esclude i più deboli». da A.Giuliano, Avvenire, 18.12.08 L’economista francese Serge Latouche, teorizzatore della «decrescita» La mia decrescita non è la crescita negativa attuale «Parlo di decrescita e i giornalisti mi dicono “ma ci siamo già”, confondendo la mia proposta con la crescita negativa. Nulla di più diverso: questa è figlia di un sistema al collasso, mentre la decrescita è una proposta nuova. Non una ricetta, ma uno slogan, una serie di possibilità da cui ripartire. La crisi è un’opportunità per cambiare. Certo, c’è chi pensa, senza fare i conti con la realtà, che allora si consumerà meno, si lavorerà meno, lo stress scenderà e tutti vivremo meglio. Ma se la risposta alla crisi da parte dei governi continua lungo la stessa strada, non ci sarà decrescita, bensì crescita negativa. Vediamo le scelte politiche di questi giorni: si preferisce continuare a danneggiare il pianeta per salvare l’industria dell’auto. D’altronde, una società della crescita senza crescita è terribile: arriva la disoccupazione, il gettito fiscale cala, ci sono meno fondi per l’educazione, la sanità, l’ambiente». Un cortocircuito che Latouche attribuisce agli errori del dopoguerra. «Sia la destra che la sinistra hanno imboccato la religione della crescita e sono cadute nella trappola della torta. Marx e i socialisti pensavano che il problema del capitalismo non fosse tanto la crescita, quanto la ripartizione dei profitti, motivo alla base della lotta di classe. Il compromesso storico tra chi gestisce il capitale e i lavoratori è stato questo: se tutti ottengono un po’ di torta in più, i conflitti si superano. Una scelta che ha dato dei risultati tra il 1945 e il 1975: anche l’operaio poteva comprare un frigorifero, un’automobile, godere di beni un tempo riservati ai ricchi. Si è però finto di non sapere che la crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Lo capisce anche un bambino». La crescita minore della “torta” ri- spetto agli anni del boom, spiega quindi la forte spinta all’indebitamento frenetico, «unico strumento per imprimere una crescita fittizia dei consumi. Oggi un americano spende ciò che guadagnerà nel 2011, un italiano ciò che avrà l’anno prossimo. Tutti i governi hanno imboccato questa strada: la pubblicità gestisce i nostri desideri, l’obsolescenza programmata dei beni ci obbliga a comprarne sempre di nuovi, e il credito fa consumare anche chi non ha denaro. La spirale è contorta, per cui solo un choc forte e una lunga crisi e profonda possono scuotere la realtà e salvarci». da F.Bussola, Il nostro tempo, 23.11.2008 L’ecumenismo del XXI secolo Scendere in profondità nell’uomo Come pensa che dovrebbe muoversi l’ecumenismo del XXI secolo? L’ecumenismo è nato come problema interno alle chiese (da riconciliare), ma si sta aprendo sempre più a problemi d’ordine etico-sociale-politico: pace, giustizia, integrità del creato. Le Assemblee tenute in territori del terzo mondo hanno accentuato queste prospettive. Inoltre sta diventando sempre più decisivo per l’umanità l’incontro tra le religioni e le loro culture. Saremo provocati, noi cristiani, a scoprire quanto è grave il peso dell’umano che copre e talvolta sovrasta la sostanza e l’essenza della nostra fede, cioè Gesù Cristo; e a relativizzare il “superfluo”. Per vivere i due principi dell’ecumenismo: gerarchia delle verità e soprattutto storicità, intesa come distinguere la Parola o Verità di Dio dalla forma o veste culturale espressiva. Perciò dovrà diventare preminente l’ecumenismo vissuto e occorrerà scendere più in profondità nell’umano. Da Emanuele Paschetto, Intervista a mons.Sartori, SAE Notizie, marzo 2007 Gennaio 2009 Decaloghi moderni Il decalogo dell’automobilista della Polizia stradale 1) Efficienza del veicolo. Un’automobile, ma anche una moto, in perfetto stato garantisce un elevato standard di sicurezza attiva. Pneumatici, freni, impianto di illuminazione sono elementi fondamentali la cui efficienza non va mai trascurata. 2) Moderare la velocità. Vi siete mai chiesti a che velocità vengono svolti i devastanti crash test che mettono alla prova la struttura delle auto? Appena 45 km/h. Provate a pensare cosa potrebbe succedere a 100 km/h o a 130 km/h, che sono le classiche limitazioni delle nostre autostrade. La velocità va sempre moderata, soprattutto in base alle proprie capacità e condizioni del veicolo. 3) Efficienza del conducente. Una delle cause più frequenti di gravi incidenti stradali è la condizione psicofisica non ottimale del guidatore. Il colpo di sonno è sempre in agguato, dà un breve preavviso e non ci si accorge nemmeno di stare dormendo. Se siete soli, la cosa più saggia è accostare e distendersi sul sedile. Bastano pochi minuti per riprendersi o male che vada passare la notte a dormire in auto è sempre meglio di dormire per sempre. 4) Evitare di telefonare durante la guida. Parlare al telefono cellulare durante la guida è espressamente vietato, con sistemi auricolari o viva voce è consentito ma altrettanto pericoloso. E’ comunque una fonte di distrazione che distoglie l’attenzione dalla guida e dalla strada. 5) No ad Alcool e Droga. Sono la causa principale degli incidenti che spesso si trasformano in stragi. L’alterata percezione della realtà diventa un’arma incontrollabile puntata alla tempia di chiunque sia nei paraggi del guidatore che ha assunto alcool o droga, egli stesso compreso. Siate obiettivi, evitate di guidare se avete esagerato con l’alcool o il vostro equilibrio psicofisico è alterato da sostanze stupefacenti. 6) Attenzione ai Farmaci. Molti prodotti farmaceutici riportano come avvertenza e controindicazione l’induzione di sonnolenza o un rallentamento della reattività. Fate attenzione ai foglietti illustrativi se prima di mettervi alla guida avete la necessità di assumere dei farmaci. Una leggerezza potrebbe mettere voi e chi vi sta vicino in grave pericolo. 7) Cinture di sicurezza sempre. Non deve essere la coercizione o il timore di ricevere una multa, la cintura di sicurezza va sempre indossata da tutti gli occupanti il veicolo. I moderni sistemi di sicurezza airbag e il loro funzionamento sono strettamente legati all’uso della cintura di sicurezza. In molti casi se le cinture non sono indossate l’airbag non entra in funzione per motivi di sicurezza, l’airbag che dovesse funzionare senza che la persona indossi la cintura causerebbe ulteriori danni fisici o lesioni. 8) I bambini al loro posto. Abbiate cura dei piccoli che trasportate, stare sul seggiolino è fastidioso, meglio stare al volante tra le braccia di papà ma in caso di incidente le conseguenze possono essere tragiche. Fate utilizzare sempre gli appositi seggiolini fissati con le cinture di sicurezza e fin quando è possibile fissate il seggiolino con le spalle al senso di marcia. 9) Rispetto del prossimo. Specie se si tratta di gente che viaggia in moto, in bici e in particolar modo a piedi, sono i meno protetti nella circolazione. Rispetta le precedenze e la segnaletica stradale, basta il buonsenso. 10) Rispetta la distanza di sicurezza. È l’accorgimento più semplice ed intuitivo per evitare incidenti durante la circolazione stradale. Non è sempre facile calcolare i tempi di arresto in funzione della velocità e magari è possibile che ci si distragga un attimo, riducendo così ulteriormente il tempo a disposizione per fermare la corsa del nostro veicolo. Mantenendo una ragionevole distanza di sicurezza si riduce drasticamente il rischio di collisioni. Documenti Pag. 6 Gennaio 2009 L’ex primo ministro Tony Blair parla della propria fede e libertà «La religione salverà il mondo, credetemi» Tony Blair: «La mia fede fonda i valori ai quali mi riferisco, forgia la mia visione dell’umanità» Quando sono arrivato a Oxford, negli Anni Settanta, ho riscoperto la fede. Non ero molto religioso prima. Mio padre era ateo. Era mia madre che ci portava a messa la domenica mattina e io non ho ricevuto una vera educazione religiosa. Diciamo il minimo. La Chorister School, che ho frequentato dall’età di otto anni, era attaccata alla cattedrale di Durham e gli allievi andavano alle celebrazioni, ma non era un elemento essenziale della mia vita. Ho dunque dovuto aspettare di essere allievo del Saint John’s College perché si risvegliasse una forte attrazione per la religione, nello stesso momento di quella per la politica. Frequentavo allora un piccolo gruppo di studenti poco convenzionali. C’era Peter Thomson, uno studente australiano in Teologia, prete anglicano, carismatico, acuto; poi Geoff Gallop, un altro australiano, che diventerà poi primo ministro dell’Australia dell’Ovest, un ugandese, un indiano. Giovani profondi, allegri, di origini etniche e religiose diverse con i quali portavo avanti discus- vuol dire che tutte le mie decisioni passano attraverso il prisma della religione. Non faccio domande a Dio in continuazione. La mia posizione sulle cellule staminali testimonia la mia libertà. Ho cercato sempre di fidarmi semplicemente di ciò che pensavo giusto. È stato il caso dell’invio di truppe in Afghanistan e in Iraq. Provenendo da culture molto diverse abbiamo condiviso la stessa analisi delle minacce incombenti sul mondo dopo l’11 settembre. Nessuna crociata. Attaccare Al Qaeda non è fare la guerra all’islam. Ma non ho aspettato l’11 settembre per leggere il Corano. L’Illuminismo ha voluto farci Le Monde, traduzione La Stampa, 22.7.2008 Hanno detto Un insegnamento di cultura cristiana LA SVOLTA DI OXFORD «Nelle disacussioni notturne con i compagni di corso ho riscoperto la mia vita» sioni notturne appassionate sulla natura dell’uomo, l’organizzazione della società, il destino, la responsabilità, l’impegno, la religione. Volevamo cambiare il mondo, sicuro! Pensavo intensamente che non bisognasse accontentarsi di vivere per se stessi, ma che bisognava farlo per gli altri e attraverso gli altri. Il ponte tra religione e politica era evidente. Negli anni Settanta questo tipo di riflessione non era in sintonia con lo spirito dei tempi, piuttosto radicale, o rivoluzionario. Anche se suonavo la chitarra in un gruppo rock, volevo conoscere meglio le religioni e ho preso lezioni dall’elemosiniere del collegio, prima di essere ufficialmente ammesso nella Chiesa di Inghilterra nella cappella del Saint John’s College. Era una scelta. E la religione diventava la pietra angolare su cui fondavo la mia idea politica. Cherie, mia moglie, veniva da una famiglia molto cattolica. Non ha torto a dire che sono state la nostra fede comune e le nostre discussioni su Dio che ci hanno tenuti uniti. Eravamo d’accordo sul fatto che la fede non fosse per forza puritanesimo ed è stato naturale che allevassimo i nostri figli nella religione - Cherie voleva che fosse quella cattolica. Se ho deciso, qualche mese fa, di divenire anche io cattolico, non è per sfiducia nella Chiesa d’Inghilterra, ma per condividere la religione della mia famiglia. Ho aspettato di lasciare il governo. Non oso immaginare le polemiche inutili che avrebbe scatenato il mio gesto se lo avessi fatto mentre ero a Downing Street. Per un leader inglese parlare della propria fede è sempre sospetto. L’ho trovato difficile, quasi dovessi provare vergogna, e ciò non mi piace. La religione è una parte essenziale della nostra vita, dovremmo poterne parlare liberamente, senza passare per bacchettoni o reazionari. La mia fede fonda i valori ai quali mi riferisco, forgia la mia visione dell’umanità. Il mio impegno per l’Africa o le mie posizioni sul cambiamento climatico sono un suo riflesso. Ma ciò non per ritrovare i loro valori comuni - rispetto, giustizia, compassione. La Tony Blair Faith Foundation, che ho appena lanciato, avrà come compito di favorire l’incontro delle sei grandi religioni e incitarle a risolvere insieme i problemi piuttosto che crearli. Combattere il flagello della malaria che uccide ogni anno un milione di persone potrebbe essere un formidabile esempio di lavoro in comune. Immaginate l’efficacia di una catena di moschee, templi, chiese sparsi negli angoli più remoti dell’Africa che distribuiscono zanzariere profilattiche in grado di prevenire così tante morti. Sarebbe la fede in azione. Il Ventesimo è stato il secolo delle ideologie in guerra. Sogno che il XXI secolo sia quello della coesistenza pacifica delle religioni e del riconoscimento della modernità delle fede. È un compito al quale dedicherò il resto della mia vita. credere che il progresso irresistibile dell’umanità era sinonimo dell’estinzione della religione, che non ne avremmo avuto più bisogno, che Dio era morto. Che errore. Un sondaggio di Gallup mostra che nei Paesi musulmani dal 90 al 96% per cento delle persone pensa che la religione sia importante nella loro vita. Negli Stati Uniti sono il 70%, il 36% nel Regno Unito. Come ignorare questo elemento fondamentale nella vita di miliardi di persone? Ho un sogno. Sogno che si capisca che la fede può giocare un ruolo salvatore in un mondo sempre più interdipendente. Sogno che la religione renda umana, dia senso, valori a una globalizzazione caotica che fa perdere ai popoli le loro identità e i loro punti di riferimento. Sogno che invece di temersi, di combattersi, i credenti delle diverse religioni imparino a dialogare, PARLARE LIBERAMENTE DELLA FEDE «La religione è una parte essenziale della nostra vita, dovremmo poterne parlare liberamente, senza passare per bacchettoni o reazionari» rispettarsi e lavorare insieme per il bene comune. Che voltino le spalle all’estremismo, all’oscurantismo, che arriva fino a negare la scienza, La suggestione che io propongo è che le scuole cattoliche, qualunque sia il paese - certamente sì porranno dei problemi nel paesi musulmani - per ritrovare e rispettare la loro specificità dovrebbero proporre a tutti, obbligatoriamente, un insegnamento di cultura cristiana. Non dico cultura religiosa, ma cultura cristiana. Questa formazione di cultura cristiana se è ben fatta può sfociare per alcuni studenti verso una domanda di formazione catechistica. Nel territorio della mia diocesi, dove sono stato vescovo, ho lanciato questa formazione dì cultura cristiana obbligatoria dodici anni fa e, dopo questo periodo, il numero dei ragazzi che vogliono fare catechesi, oltre la cultura cristiana, sono aumentati del 33%. E' da notare che la richiesta di proseguire passando a una formazione catechistica la fanno i ragazzi, anche se la famiglia non vuole. In questo itinerario, ciò che è richiesto da parte della scuola è di possedere buoni strumenti dì cultura cristiana. (…)Questo insegnamento ha due obiettivi. Il primo è di avviare gli alunni e anche gli insegnanti, perché sono essi che formano, alla cultura cristiana. Il secondo è di accompagnare alcuni fino alla soglia della formazione catechistica. Jean-Louis Bruguès, segretario Congr. per l’educazione cattolica, Seminarium n.2-3, 2008, 300-301. Mediocrità delle conoscenze religiose Anche i giovani che vengono da un impegno in parrocchia, da gruppi di preghiera, da movimenti ecclesiali, quando arrivano a Matematica a volte sono in difficoltà: manca loro (e devono costruirsela) una visione in cui non s'incontra un baratro tra l'approccio scientifico e quello sapienziale. La maggior parte dei ragazzi cattolici ha una preparazione religiosa che, in genere, risale all'epoca della Cresima, e una conoscenza della Bibbia che è di livello piuttosto basso. Quando viene proposto loro il discorso intellettuale severo, dal punto di vista della scienza, e debbono confrontarlo nel loro animo con la conoscenza di tipo religioso, si ritrovano (mi si lasci passare il termine) piuttosto "infantili", perché in epoca infantile hanno appreso quella conoscenza. Allora si domandano: "Com'è possibile che la Chiesa proponga di credere questo, mentre qui sento dei ragionamenti diversi?". Io penso che possa aiutarli una riscoperta dello studio della Bibbia, o ancora meglio frequentare un master in scienza, filosofia e teologia. Questo approccio potrebbe fornirlo la scuola superiore? Certo. Si potrebbe puntare sulla Bibbia, uno dei "codici" della nostra cultura. I ragazzi si renderebbero conto che non si chiede loro di credere a "favolette": gli studi biblici avanzati sono di tipo scientifico. Constaterebbero come, nell'approccio a un testo religioso, venga usata la ragione. Lucia Alessandrini, ordinario di Geometria all’univ. di Parma, Avvenire, 16 dicembre 2008, NOVA INVESTIMENTI IMMOBILIARI SPA Sede legale: Torino 10035 - Corso Unione Sovietica, 612/15 A Tel. 011.3402811 - Fax 0113402812 Orizzonti aperti Pag. 7 Bianco/Nero Al cuore della fede - 6 Secondo la Spe salvi di Benedetto XVI La fede attira nel presente il futuro La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il fu- turo, così che quest'ultimo non è più il puro « nonancora ». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future. Benedetto XVI, Spe salvi, n.7 Patto sulla libertà religiosa Il Consiglio islamico di Norvegia e il Comitato ecumenico della Chiesa di Norvegia, luterana, hanno firmato un documento in cui si sancisce in modo unanime il rispetto della libertà di ciascun credente di cambiare fede. Primo accordo di questo tipo al mondo, il documento di poche righe rappresenta un metro di confronto nel rapporto tra islam e cristianesimo. I due soggetti istituzionali hanno dichiarato «in maniera congiunta» che «ciascuna persona è libera di adottare la fede religiosa secondo la propria scelta». Non solo: i due organismi si fanno anche esplicitamente carico di un'azione in positivo sul delicato fronte della libertà religiosa: «Denunciamo e siamo impegnati ad agire rispetto a tutte le violenze, le discriminazioni e gli abusi inflitti ad una persona in reazione alla sua scelta o al desiderio di convertirsi da una religione all'altra, sia in Norvegia che all'estero». NOTE DI LETTURA È vero che il tempo manca? Una nuova laicità? di Fernando Savater «È un lamento antico. Uno dei classici libri su questo tema è La brevità della vita di Seneca. Secondo il famoso stoico la maggior parte di quanti lamentano la brevità della vita trascorrono metà del tempo dissipandola. La vita è troppo corta, dicono, eppure dedicano il proprio tempo a cose che non hanno nulla a che vedere con i loro autentici desideri, inseguono obiettivi volgari o sciagurati, mille attività che li rendono schiavi della sorte o dei capricci altrui. Questa vita così penosamente corta la fanno a pezzi senza scrupoli, la regalano o la vendono al miglior offerente, la perdono in occupazioni che li caricano di fatica e di affanni, ma che, alla fine, si rivelano totalmente estranee al loro modo di essere. La vita la vedono breve perchè non è mai loro, perchè la abitano - come chi indossa un abito avuto in prestito che non gli sta bene - perchè non sono mai protagonisti, ma semplici comparse nella farsa collettiva che interpretano strepitando inutilmente. Anticipando di parecchi secoli i nostri attuali dolori, Seneca fa una diagnosi abbastanza chiara di quello che, oggi, chiamiamo «stress», derivante, appunto, da un termine latino che significa «schiacciare, premere sino a soffocare». di Andrea Balbo Paolo Crespi, professore emerito di Sociologia dell’Università di Perugia, autore di numerose pubblicazioni relative soprattutto all’etica sociale, ci dà un piccolo libretto dal titolo Contro l’aldilà. Per una nuova cultura laica (Il Mulino, Saggi, Bologna 2008), nel quale, in sole 120 pagine, propone un’approfondita riflessione sul senso della laicità in chiave fortemente antireligiosa, ma contenente anche alcune riflessioni interessanti. Crespi osserva che sono finiti i tempi di una cultura laica trionfalistica e asserisce che la stessa idea di laicità, fondata sugli ideali dell’illuminismo, ma, prima ancora, sulle posizioni di John Locke, sta conoscendo una forte crisi di senso, sottoposta com’è a un attacco da “fondamentalismi religiosi di matrice ebraica, cristiana, islamica” (p. 13) e da varie posizioni “pseudolaiche”, che mescolano il liberismo politico, l’imperialismo e il cristianesimo. L’autore propone allora di costruire una “cultura laica […] consapevole della fragilità umana e dei limiti del conoscere” (p. 109), che miri a una concezione “sociale” della libertà, in cui quest’ultima non sia intesa soltanto come possibilità di compiere le azioni desiderate a patto di non ledere la sfera di autonomia altrui, ma come corresponsabilità ad un progetto comune di convivenza, che veda nella collaborazione e nel raggiungimento della felicità per tutti un obiettivo condivisibile. In questa visione della laicità le religioni – e il cristianesimo in particolare – sono concepite come ostacoli pericolosi, in nome della loro implicita violenza, che nascerebbe dalla pretesa di possedere la verità. Il pregio del libro sta nel far notare, in modo lucido, quali siano i limiti di quell’insieme di concezioni filosofiche e sociologiche che hanno preteso di celebrare il trionfo della ragione umana; in questo senso, il volume è molto chiaro ed efficace nella sua sinteticità. Positivo è anche l’accento sulla necessità del dialogo e della relazione come elementi costitutivi di un vivere responsabile. Il difetto fondamentale del testo sta però in una più o meno inconfessata incomprensione del fenomeno religioso, che viene ridotto a una sequela di esempi di oppressione, di crimini, di oscurantismo e, nel migliore dei casi, di rinuncia dell’uomo alla sua razionalità. In realtà il timore dei laici per l’Assoluto deriva molte volte dal fatto che quest’ultimo è concepito come un limite, un potere vessatorio, e non come uno stimolo, un elemento regolativo, e, per i cristiani, un Dio capace di amore e di perdono. Spetta comunque a chi dice di aver fede rendere ragione della propria speranza e della propria concezione dell’esperienza religiosa. Andrea Balbo Fernando Savater, La Stampa, 16 dic. 2008 Turismo, estetica e spiritualità La chiesa di Santa Cristina a Bolsena A volte si indicano i primi secoli cristiani come l’età dei martiri. Fra questi fu presto venerata l’undicenne Cristina, figlia del magister militum di Bolsena, uccisa durante la persecuzione di Diocleziano e sepolta presso le catacombe che portano il suo nome. Sono suo attributo iconografico la macina cui fu legata (per essere poi gettata nel lago), la quale secondo la tradizione prodigiosamente rimase a galla, e la freccia con cui dopo vari tormenti fu uccisa. Trovandosi sulla Via Francigena, il sepolcro di S. Cristina divenne punto di sosta e meta di pellegrinaggio, tanto che l’antica Volsinii nel Medioevo viene perlopiù indicata col nome della Martire. Fra i pellegrini vi fu nel 1263 quel prete boemo, Pietro di Praga, che nutriva dubbi sulla presenza reale di Cristo nel sacramento eucaristico e che proprio celebrando all’altare di S. Cristina ricevette il segno che è forse il più noto dei miracoli eucaristici: dall’ostia consacrata, innalzata al momento dell’elevazione, colò sangue sul corporale e sulle pietre dell’altare. L’episodio è raffigurato, fra l’altro, da Raffaello nelle Stanze Vaticane. Il corporale è ora venerato nel transetto sinistro del Duomo di Orvieto, che si cominciò a costruire per custodire l’insigne reliquia, mentre le pietre sono rimaste a Bolsena: dal sangue dei martiri, seme per Tertulliano di nuovi cristiani, al sangue di Cristo, alla sua vita offerta per la salvezza degli uomini e nel cui nome i martiri hanno offerto la propria. La bella facciata rinascimentale, presentata da Francesco e Benedetto Buglioni al concorso del 1490 per la facciata di S. Maria del Fiore a Firenze e realizzata a Bolsena su committenza Gennaio 2009 della Comunità locale e del card. Giovanni De’ Medici, futuro papa Leone X, impreziosita nella lunetta del portale maggiore da una Madonna con Bambino affiancata dai due santi patroni locali, Cristina e Giorgio, introduce il visitatore nell’accogliente aula romanica, soffusa di luce discreta, della chiesa consacrata da Gregorio VII nel 1077. Al fondo, oltre l’altare, la luce dorata e La chiesa di santa Cristina di Bolsena variopinta del polittico quattrocentesco del senese Sano di Pietro: nella cimasa, il Cristo benedicente fra l’Angelo annunziante e la Vergine; sotto, il Bambino in grembo alla Madre e i santi Giorgio, Pietro, Paolo e Cristina. A destra si aprono la Cappella del Ss. Sacramento, col grande, mirabile, prospettico tabernacolo in maiolica di Benedetto Buglioni, e di S. Lucia, entrambe affrescate da vari artisti, fra cui Giovanfrancesco D’Avanzarano, detto il Fantastico, ed il monregalese Domenico De’ Ferrariis. Grandi tele ornano le pareti delle navate laterali, ad esempio la predica di S. Antonio ai pesci del napoletano Sebastiano Conca. A sinistra, dal portale scolpito dell’XI sec., detto di Matilde, si accede alla Cappella del Miracolo, edificata a partire dal 1693 e coperta da una maestosa cupola, in cui si venerano le pietre macchiate di san- gue; la più grande è esposta all’altar maggiore in un prezioso reliquiario del 1940. Si entra quindi nella grotta di S. Cristina, dove si trova l’altare del miracolo, sormontato da un ciborio. La mensa è sorretta da una lastra con l’impronta di due piedi: secondo la tradizione, sono di Cristina, che, invece di affondare con la pietra al collo, vi navigò sopra in piedi. Ancora oltre, l’ingresso alle catacombe: centoventi metri di cunicoli alti fino a sette metri, dove molti credenti vollero essere sepolti accanto alla Martire. Prima di uscire, notiamo nella navata destra un’immagine di fattura recente dentro una nicchia: si tratta di S. Maria della Pace, suora francescana di Bolsena, missionaria in Cina e lì martirizzata il 9 luglio 1900 all’età di venticinque anni. L’età dei martiri non si è mai conclusa, e S. Maria della Pace sembra iniziare quel secolo di innumerevoli martiri per la fede che è stato il ‘900. Franco Betteto Via Bignone 83 Pinerolo (TO) Tel. 0121.74521 Cronaca bianca Pag.8 Africa Cose dell’altro mondo Il matrimonio Oggi ho partecipato alle nozze di una coppia, Bwana arusi (lo sposo) e Bibi arusi (la sposa), che ho seguito nella preparazione. Qui in Africa il matrimonio è qualcosa di speciale, con dei simboli liturgici davvero belli. Dopo l’accoglienza degli sposi e dei loro parenti, le letture, il prete chiama gli sposi: prima lui che passa sotto a un arco di quattro “damigelle” e quattro “damigelli”, poi lei sempre accompagnata dai genitori e dai testimoni (per lo sposo un “lui”, per la sposa una “lei”, che sono marito e moglie). Poi il sacerdote invita i genitori a presentarsi, gli chiede se sono pronti a ricevere la nuora (quelli di lui) insieme alla sua famiglia, e a “dar via” la loro figlia (a quelli di lei). Poi c’è la “consegna” allo sposo, che scopre il velo della sposa per verificare se è lei. A questo punto si vanno a sedere sulle sedie belle, in fronte. Prima di iniziare la predica (lunga un’ora) il sacerdote ha invitato gli sposi a accendere una candela ciascuno con una terza lasciata spenta in mezzo. Ad omelia finita, le due candele erano consumate e loro hanno acceso (questa volta insieme) la candela spenta: i due sono diventati uno. Un altro simbolo che ha usato è stato un nido d’uccello: molto ben fatto, decorato ad arte prima di deporre le uova: “se gli uccelli, che sono solo uccelli, sono capaci di fare una simile opera d’arte, quanto più voi dovete preparare un “nido”, un ambiente pieno di amore, di pace, di gioia per accogliere e far crescere i vostri bambini”. Dopo lo scambio degli anelli sono andata a rallegrarmi con loro, e poi sono scappata di corsa per andare a Marengheta con padre Evaristo (il viceparroco) per i battesimi, 15 in tutto. Siamo tornati in parrocchia che erano le 17 passate, ho fatto in tempo a mangiare qualcosa del banchetto di nozze e ad assistere al taglio della torta, preceduto da un’altra “omelia” sul matrimonio da parte della signora incaricata di questa parte della festa. Alle 18,15 Baba Paroko ha concluso la festa con una preghiera e la benedizione. Questa è la prima (di 8 che ho “preparato”) coppia “fresca”, che si sposano prima di stare insieme. Suor Claudia, missionaria della Consolata, Nairobi (Kenya) Gennaio 2009 Testimonianza di Daniele dal carcere Due Palazzi di Padova Ho capito perché tanta gente ci ricasca Nonostante i mille buoni propositi, sinceri, anche se poi ineluttabilmente disattesi Ho conosciuto la tossicodipendenza dall'età di 15 anni, ora ne ho quarantadue. Ho trascorso sedici anni della mia esistenza dietro le sbarre per reati connessi all'uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti e se tutto va bene devo scontarne altri quattro. Per problemi legati all'uso di sostanze stupefacenti ho perso l'unico fratello che avevo, molti amici e conoscenti, e ora iniziano a morire i figli dei miei amici e coetanei. Non vorrei però che questo discorso fosse preso come un pianto, non è giusto piangere sulle proprie scelte sbagliate, chi sbaglia paga, questa è la dura ma inesorabile legge della vita, cambia solo il prezzo, in base alla fortuna soprattutto, ma anche alle disponibilità economiche, alla famiglia che uno ha o non ha alle spalle e tante altre variabili, ma il conto te lo presenta sempre la vita. Oggi parliamo dell'ennesima vita andata irrimediabilmente perduta, oltretutto l'ennesima vita valente, ricca di talento. A Venezia quando si va a comprare l'eroina non si chiede se ti vendono qualcosa, si dice: mi salvi? E chi te la vende è messo come te! La tossicodipendenza costituisce una delle disgrazie più feroci di questa epoca, per noi stessi, per le nostre famiglie e per tutte le persone che ci hanno incontrato nella fase acuta di questa patologia. Fino ai trent'anni, quindi per più di dieci anni di uso di sostanze di tutti i generi, riuscivo, seppur con fatica, a smettere e a stare un periodo senza farne uso, oppure riuscivo abbastanza facilmente a prenderne una, due dosi e poi, nonostante avessi la sostanza a portata di mano, non continuare a usarla. Questo lo riscontravo anche in molti dei miei amici che ora non sono più di questo mondo. Quando si doveva smettere ci si chiudeva una settimana a casa o si andava in qualche località isolata e si tornava piano piano alla vita, e uso questo termine perché in realtà ogni volta che ci si disintossicava era veramente come rinascere. Con l'avanzare degli anni però il fisico e la psiche si indeboliscono. (…) Credo di aver capito perché tanta gente ci ricasca nonostante i mille buoni propositi, sinceri, anche se poi ineluttabilmente disattesi. Nel mio caso, e credo sia lo stesso per molti, ormai non ho scelta, mi basta una sola dose e posso dire addio a tutto. Daniele Corradini, da Ristretti, Periodico di informazione e cultura dal carcere Due Palazzi di Padova. Il Bauman pensiero La cultura consumistica e la gratificazione completa Slawomir Mrozek, scrittore polacco di fama mondiale che ha avuto esperienza diretta di molte terre, paragona il mondo in cui abitiamo a «una bancarella di mercato piena di vestiti, circondata da una folla di persone alla ricerca di “se stesse”. Si può cambiare il vestito all’infinito, tanta è la libertà di cui godono i cercatori (…). Continuiamo a cercare il nostro vero io: è divertente da matti, a patto di non trovarlo mai, questo vero io . Perché se così fosse, il divertimento finirebbe». […] Nel caso dell'autodefinizione e dell'autocostruzione, come in ogni altra attività dell'esistenza, la cultura consumistica rimane fedele a se stessa e impedisce di trovare un assetto definitivo e una gratificazione completa e perfetta che non richieda ulteriori miglioramenti. Nell'attività chiamata «costruzione dell'identità» il vero scopo, anche se segreto, consiste nello scarto e nell'eliminazione dei prodotti difettosi o non perfettamente riusciti. Non sorprende che, come affermò in modo profetico S. Kracauer, nella nostra epoca «la personalità integrata è senza dubbio una delle superstizioni favorite della psicologia moderna». Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, Laterza, 2008 Marcello Pezzetti Appassionato di Auschwitz e di Shoah Marcello Pezzetti, ex docente di vivi da Auschwitz. Ha collaborato vano. Pezzetti è enlettere di origini cremasche, nel 1971 con Steven Spielberg e Roberto Be- trato ad Auschwitz e si recò ad Auschwitz e da allora non nigni lo ha voluto come consulente non ne è più uscito, non ha più vita è più stato la medesima persona. Og- per: ”La vita è bella”. Ora sta lavo- privata, non ha più tempo libero. La gi ha quarantasette anni, fa lo storico rando a una sceneggiatura sul dottor sua vita è interamente dedicata alle e passa sei mesi l’anno nei campi di Josef Mengele, il medico delle SS sue ricerche, non ne può fare a meno, sterminio. Ha inventariato i convogli ossessionato dalle ricerche sui ge- sono più importanti della sua famidella morte, trivellato le fosse comu- melli che uccideva nello stesso istan- glia. Sua moglie e sua figlia hanno ni, contato le pietre, misurato i peri- te con un’iniezione al cuore per con- capito. metri, setacciato gli archivi, ricostrui- trollare le loro reazioni mentre moriSimona Bruera to il funzionamento delle camere a gas Finestra per il Medio Oriente e dei forni crematori fin nei minimi dettagli. Pezzetti Le lettere di Don Andrea Santoro - 12 ha fondato la più L’ultimo avvenimento di questa la parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio, grande cineteca di estate è la maturazione di due so- per aiutarci a restaurare la casa: ognuno serve stor ia ebr aic a Don Andrea relle della comunità dei Santi Fa- Dio con i suoi talenti e mostra nel concreto d’Europa: 2000 biano e Venanzio, Luciana e Piera, cosa vuoi dire dare ciò che si ha e venire a con documentari origidi iniziare un cammino di inseri- umiltà ciò che in questa terra è nascosto. nali sullo stermimento in Turchia. Dopo esserci già Vi chiedo di pregare e vi prometto di preganio. Il s u o state da marzo a maggio scorso, verranno con re per tutti voi e per tutto ciò che vi sta a cuofil m:”M e mor ia” me per i prossimi tre mesi, non più a visitare re. Nella nostra messa quotidiana siete sempre racconta le intervi- ma ad abitare in questa terra, senz'altro scopo presenti. Chiedete al Signore che «mandi opeste degli ultimi no- che di amarla e di accendervi la fiamma della rai nella sua messe» e susciti anime che insievanta italiani usciti propria fede. Il Signore farà il resto, aprendo me a piccoli grappoli di scintille, siano fìam- Perché vado in Turchia porte, suggerendo vie, prendendo la loro carne per rendere presente la sua. Dopo il primo mese a Urta per finire di sistemare la nuova casa inizieranno a stu-diare la lingua turca, come primo gesto di condivisione e primo ponte di dialogo. Mentre loro inizieranno io dovrei concludere il corso con il quinto e il sesto livello. La via è lunga: Dio provvederà. Verrà con noi per undici giorni Giuseppe, il capo della ditta che ha fatto i lavori di restauro nel- melle che ardono e brillano in questa terra. Tutto il Medio Oriente ha bisogno di amore, di presenze, di preghiera, di pazienti e tenaci costruttori di dialogo, di testimoni umili e perseveranti, di vite seminate come granelli di sale. Se il Signore vi chiama non temete, anzi vi dico, a suo uno: “venite!”. Con affetto e sincera amicizia. Don Andrea Da Lettere dalla Turchia, Città Nuova, 2006 (Estratto) Pag.9 CINEFORUM Film per la catechesi e l’irc Il bambino con il pigiama a righe Regia di Mark Herman (2008) Religione&Scuola Gennaio 2009 Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo Fino alle terre estreme La storia vera di Christopher McCandless Lo sfondo è quello spietato dell’Olocausto. Bruno (Asa ButterQuali motivazioni possono spin- derivasse dall’incontro con nuove field) è un bambino di otto anni figere un ragazzo ad addentrarsi nel- esperienze, dall’avere un orizzonte glio di un ufficiale nazista, la cui la natura selvaggia per vivere sola- in continuo cambiamento. Secondo promozione porta la famiglia a tramente di essa? Chris sferirsi dalla comoda casa di Berlino McCandless non era uno in un’area desolata. Qui questo radei tanti girovaghi che volegazzino solitario non trova nulla da fare e nessuno con cui giocare. È vano semplicemente vivere così che, incurante delle continue qualche avventura sopravraccomandazioni della madre, decivalutando le proprie capacide di esplorare il giardino posteriore tà, bensì un cercatore di lie di spingersi verso la “fattoria” lì bertà assoluta, incondiziovicino, dove incontra Shmuel (Jack nata dall’ipocrisia della soScanlon), un coetaneo “dal pigiama cietà che rinchiude il vero a strisce” che vive una vita totalmente diversa dalla sua dall’altra parte nucleo dello spirito vitale in del filo spinato. Un incontro che tradizioni e conformismo, conduce Bruno dall’innocenza a una con le quali doveva conviconsapevolezza maggiore del mondo vere ogni giorno soprattutto degli adulper via dei suoi genitori. ti che lo McCandless voleva solo circonda… verità, non denaro o fama, Nonostante quella solo verità. Chris, ribattezrecinzione zatosi Alex Supertramp in seguito lui la felicità non sgorga soltanto o a dividerli, alla sua partenza verso l’Alaska, principalmente dalle relazioni umale vite dei era convinto che la gioia di vivere ne, ma il Signore l’ha disposta dapdue diventano inesorabilmente collepertutto e in tutto ciò che possiamo gate. Il film è ricattatorio, non è sperimentare. Chris voleva vivere a moralista e non produce nello L’amore non si spiega spettatore uno struggimento che contatto con la natura per poter ridi Sergio Cammariere pian piano si trasforma in un sencercare dentro di sé e capire la vera so di fastidio. Non è nemmeno Cosa non farò per farmi amare essenza della vita, un’esistenza in consolatorio, perché in questa Cosa non farò per dirti che armonia con il creato per poter storia d’amicizia fra Schmuel e Cosa non farò per quest'amore Bruno non c’è assolutamente spa- per dirti cosa sei per me zio per la redenzione. I cattivi, Dormo ancora solo in questa stanza che sono gli adulti, restano catti- dove al buio i sogni vanno via vi, e nei loro sguardi non si coglie Resta solo il peso della mia malinconia mai il rimorso o il pentimento. Il L'amore non si spiega padre di Bruno riesce ad essere Fa girare il mondo e poi ottuso e sgradevole fino se non c’è diventa tutto inutile Tanti ragazzi giovani nella picall’ultimo fotogramma, ed è una Non puoi farne a meno mai Nemmeno quando poi cola chiesa di Buriasco, tutti per scelta giusta e coraggiosa, tanto dimostrare l’amore, l’affetto per più se si pensa che il film, targato sarà solo silenzio e freddo tra di noi Disney, nasce come prodotto de- E volando superando i monti MARCO MATTIA, il sedicenne stinato a un pubblico di bambini. verso cieli bianchi di libertà che ha perso la vita in un incidente L’idea di base è originale (un E volando finchè tutto il mondo il 24 settembre. bambino che crede che il campo solamente un punto sembrerà Ci manchi Marco, eri sempre il di prigionia sia una fattoria in cui E ora cosa non farò per amare primo ad arrivare, l’ultimo ad anlavora gente in pigiama), anche se Cosa non farò per te Tu sola sei l’amore non posdare via, eri sempre pronto a Tu sola sei per me siamo non scherzare, se eri triste era impossiDimmi che vorrai stare Le giornate pensare a bile non sorridere vedendoti, eri La vita è «Ogni giornata è un capolavoro al mio fianco Dimmi che sarai solo unico, sembravi già tanto maturo bella di che viene a chiederci di essere per me per avere sedici anni: ti piaceva Roberto vissuto». Magdeleine Delbrel Dimmi che consolerai il stare in mezzo ai ragazzi più granBenigni. mio pianto Il bambino di e sentirti come loro. ed io vivrò solo per te con il pigiama a righe ci racconta Dammi ancora solo un po’ di tempo Avevi tante passioni, tanti sogni la malvagità umana, per poi lagiusto quanto basta perché poi che purtroppo non hai mai potuto sciarci sconcertati con un finale a torni ancora tutto come prima realizzare: ora noi faremo il possidir poco tremendo che ci fa capire Tra di noi perché ci troviamo di fronte a un’ bile per realizzarli, tu non sei più E volando superando i monti opera coraggiosa. Interessanti con noi , ma sono sicura che tu ci verso cieli bianchi di libertà sono poi i personaggi di Schmuel, E volando finchè tutto il mondo vedrai da dovunque tu sia e sarai che si porta dietro una dolorosa solamente un punto sembrerà felice. consapevolezza, e di Bruno, che E ora cosa non farò per amare Adesso tra il gruppo non è più smettendo di adorare il padre di- Cosa non farò per te venta adulto a soli 8 anni. Debole Stella del mio cuore come prima, sentiamo tanto la tua invece, e stereotipata, la mamma Splendi su di me mancanza. di Bruno (Vera Farmiga), divisa E ora cosa non farò per amare Era così strano vedere così tanti/e fra l’amore per il marito e l’orrore Non mi chiedere perché ragazzi/e con i volti rigati di lacridi fronte al massacro degli ebrei. L’amore non si spiega me, vedere quanto eri amato, cosa Walter Gambarotto Tu sola sei per me scacciare gli avidi desideri umani. Viene ricostruito il suo viaggio, dall’Arizona al Pacifico, dal Grand Canyon all’Alaska, attraverso il suo diario e le testimonianze di personaggi che hanno potuto incontrarlo, leggendo nei suoi occhi una determinazione e intelligenza completamente differenti da tutti gli altri vagabondi. In fin di vita Alex abbandona il suo nomignolo per ritornare Chris McCandless: aveva deciso di chiamare ogni cosa con il vero nome per riconoscere l’identità propria dell’oggetto in questione. L’ultimo messaggio che Chris lascia è un rimpianto che sgorga dalla solitudine che lo circonda nei suoi ultimi istanti: “La vera felicità è tale se condivisa”. Andrea, 4A Ginn Onda d’urto, ottobre 2008 Into the Wild - Nelle terre selvagge è un film del 2007 diretto da Sean Penn, basato sul romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme, Rizzoli/ Corbaccio, 1997 Ciao Marco È stata un’amicizia bella e vera! significa davvero l’amicizia VERA. È questa infatti che aiuta a stare meglio, a proseguire quando si perde una persona cara, a tenere tutti i ricordi impressi nella mente e nel cuore. Vi prego, con tutto il cuore, ve lo dice una ragazza che ha perso un amico, fate attenzione quando guidate, soprattutto appena prendete la patente, perché basta poco per perdere la vita e purtroppo non si può tornare indietro. Parlo soprattutto dopo aver visto la sua famiglia distrutta dal dolore per il loro figlio e tanti amici che cercano di ricordarlo con un sorriso perché era un ragazzo davvero unico. Addio, anzi ciao Marco, sono sicura che un giorno ti potremo di nuovo abbracciare, sarai sempre nei nostri cuori, ti vorremo bene per sempre!! Jodie 4C/L Onda d’urto, ottobre 2008 In diocesi Pag.10 Gennaio 2009 Sul filo dei ricordi e delle speranze La storia dell’Azione Cattolica pinerolese «Nel 1929 si registrò al 6° Convegno diocesano una presenza di 500 giovani» L'Azione Cattolica nasce in un clima storico che contrappone cattolici conservatori a cattolici liberali e mette in risalto, sul versante della testimonianza e dell'apostolato, il ruolo dei laici non solo al servizio della Chiesa ma alla animazione cristiana della società. Da essa, promotrice prima dell'Opera dei Congressi, nacque un vasto movimento sociale (giornali, scuole, casse rurali, società di mutuo soccorso), che partecipò al rinnovamento del paese e che portò come frutto nel 1919 alla nascita del Partito Popolare ad opera di Don Sturzo. Durante il fascismo fu l'unica organizzazione laicale cattolica rimasta in vita per volere di Pio XI, che per salvarla avocò alla Gerarchia la nomina dei dirigenti e centralizzò i programmi pastorali. L'A.C. divenne in quegli anni l'ambiente nel quale si formò la classe politica dirigente del dopo guerra. Il Concilio Vaticano II rivisiterà tutta la prospettiva ecclesiologica ed il ruolo dei laici nella chiesa e nel mondo. L'A.C. visse questa "primavera" travagliata ancora tra novatori e conservatori e la "scelta religiosa" operata nel 1969 provoche- rà con il nuovo Statuto una riorganiz- smo vedendo in esso la possibilità di zazione interna, e darà un volto nuosvolgere un ruolo politico nella socievo al laicato. Essa sarà meno numero- tà e dopo il 1926 quando il fascismo sa di adesioni ma con un ritorno alla scioglierà i Partiti, essi ritorneranno democrazia interna, alle prospettive nell’A.C. e guideranno i giovani nella locali e porterà una coscienza della loro formazione umana, cristiana, e laicità più chiara e responsabile. sociale non solo in città ma in tutta la L'A.C. si coldiocesi. locherà Gli Anni dal 1931 al 1935 furono così algli anni del grande sviluppo di tutta l'interno l’A.C. pinerolese in tutti i suoi settori; di un uomini, donne, giovani, ragazze, adomondo lescenti. cattolico Durante la Resistenza al fascismo e sempre gli anni della guerra molti giovani più varie- salirono sulle montagne, ribelli per gato per la amore, come si disse allora, altri furopresenza e la inci- no deportati nei campi di concentrasività dei nuovi movimenti ecclesiali. mento, altri morti sui vari fronti di Nel pinerolese i primi nuclei giova- guerra o dispersi in Russia. nili sorsero nel 1915 a Cantalupa, Nel 1909 a San Secondo era nato il Perosa Argentina e San Pietro Val primo gruppo di donne che poi entreLemina. Nel 1920 a Pinerolo nasceva rà nella Unione Donne, così nel 1919 la "Silvio Pellico" che riuniva all'innasceranno i primi gruppi femminili terno dell'Oratorio San Domenico, di giovanissime a Porosa e poi a Pineunico allora esistente in Città, centirolo. Nel 1925 nasceranno gli Uomini naia di ragazzi e giovani e che trovò Cattolici da varie forme associative tra questi le prime adesioni. che sin dall'800 aggregavano uomini E' il vescovo G.B. Rossi il grande nelle società operaie, rurali e professostenitore dell'Azione Cattolica Pisionali di matrice cattolica e alcuni nerolese a cui si accompagna il can. provenienti dalle antiche confraterniSilvio Cuatto, animatore cultura- te. le di un gruppo di giovani tra i Saranno ancora gli anni del dopo Musica e spiritualità quali primeggiano il Dr. Teresio guerra 1945-50 che vedranno nascere Guglielmone, i proff. Adolfo a Pinerolo gli Universitari, l'AssociaCoassolo, Aristide Asvisio, l'avv. zione Maestri, l'Unione Medici, i di Joram Gabbio Giacomo Bona, i fratelli Reita, Laureati Cattolici. The priest: è il nome del singolare Giuseppe Petazzi, il dr.Cagnasso. La contestazione sociale che intacgruppo di musicisti che ha prodotto Nel primo convegno diocesacherà anche il mondo ecclesiale dopo l’omonimo primo album, diffondendolo no del 1920 sono presenti in città il 1968 vedrà via via ridurre le file in trenta paesi d’Europa, America e Asia. trecento giovani che provengono associative. L'A.C. scomparirà in diocesi, come Si tratta di tre preti nord-irlandesi, catto- dai vari "Circoli" sparsi in Diolici di rito romano, i quali a buon diritto cesi e nel 1929 si registrerà al 6° d'altra parte stava avvenendo in molte altre realtà italiane. sono entrati da un paio di mesi nel pano- Convegno Diocesano una presenza di 500 giovani. Oggi si assiste ad una ripresa a lirama discografico mondiale. I tre sacerAlla nascita del Partito Popolare vello adulti, faticosa ma ricca di spedoti, compagni di studi e uniti da molti di questi giovani avevano ranze. un’amicizia ventennale, si sono cimentati Aurelio Bernardi dato la loro adesione con entusianel loro primo prodotto di mercato, convogliando in un cd i frutti della passione per la musica e della loro intesa. La rac18 - 25 gennaio 2008 colta edita comprende brani a carattere Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani spirituale, cantati dal trio di musicisti ecclesiastici; compaiono pure canti classici e motivi ispirati alla tradizione irlandese, di cui i tre musicisti sono figli. E il produttore del disco è un personaggio tutt’altro che profano al mondo della muDomenica 25 gennaio 2009 sica leggera: si tratta di Mike Hedges, il presso i locali quale ha seguito, per citare un gruppo della parrocchia di San Lazzaro affermato, anche produzioni degli U2. Via San Lazzaro 3, Pinerolo All’orizzonte si profilano altri album, visto il successo che stampa e critica hanno concesso a padre Eugene O’Hagan, Programma padre Martin O’Hagan e padre David h. 15.30 pomeriggio di musica, Delargy; non è da escludere che il reperdanza, teatro, scultura e spiritualità torio si ampli accludendo anche brani di h. 19.30 spuntino genere non direttamente religioso. I proh. 20.30 preghiera per l'unità dei venti del lavoro saranno devoluti per opecristiani re di carità. È un invito The priest è l’esempio di come la musidella Chiesa Avventista, ca sacra e la sua bellezza non accettino restrizioni, ma si aprano a panorami amdella Chiesa Ortodossa Romena, pi, offrendo evangelizzazione fresca e della Chiesa Valdese, pace per lo spirito. della Diocesi cattolica di Pinerolo JG The priest Passinpiazza Contraddizioni In Italia le donne studiano di più, con meno difficoltà e risultati migliori dei loro coetanei: le laureate sono il 17% contro il 12% degli uomini e sono decisamente migliori le loro performances scolastiche e universitarie. Nonostante percorsi brillanti, i destini occupazionali sono poco soddisfacenti: nel mondo del lavoro le donne riescono a stento a integrarsi e questo ci pone agli ultimi posti nelle classifiche europee dell’occupazione femminile: gli accordi di Lisbona chiedono per il 2011 il 60% di occupazione femminile. Non solo: uno dei più gravi problemi mondiali, non ancora sufficientemente riconosciuto, la violenza nell’ambito dei rapporti familiari, riguarda donne, provocando danni fisici e sulla loro salute mentale; non interessa strati sociali emarginati, soggetti patologici o famiglie problematiche, ma riguarda ogni strato sociale, cultura, etnia, livello di istruzione e di reddito, tanto da essere in Europa la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 50 . “L’assassino non bussa, ha le chiavi di casa”. Era lo slogan di uno striscione alla manifestazione dello scorso anno in occasione della “Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne”, il 25 novembre; l’aggressore per due casi su tre è il marito o il fidanzato; il luogo della violenza è quello in cui ci si dovrebbe sentire più sicuri e protetti: la famiglia, la casa. E’ grave che una donna su tre sia vittima di una o più molestie a sfondo sessuale nel corso della vita, ma la vera emergenza è che il 90% non denuncia il crimine di cui è vittima. Il silenzio viene dalla paura: troppo pochi i partner violenti puniti adeguatamente e troppo poche le donne che riescono a rifarsi una vita dopo la denuncia: quindi qualcosa non va a livello sociale generale, cioè di forze dell’ordine, di servizi sociali, di giustizia, di istituzioni. Solo nel 1981, grazie a una maggior presa di coscienza del problema e dei primi centri antiviolenza e consultori, la legislazione italiana ha eliminato due istituti giuridici: il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”, che prevedevano diminuzione o annullamento della pena per l’aggressore tradito o lo stupratore che sposa la vittima; solo nel 1996 lo stupro è diventato “reato contro le persone” e non più “contro la morale e il buon costume” e infine solo nel 2001 nella legge 154 si parla di “allontanamento del familiare violento” e di “gratuito patrocinio”, stabilendo un reddito, in verità bassissimo, per dare alle donne prive di mezzi economici la possibilità di far valere i loro diritti in tribunale. E’ ancora disegno di legge quello che riconosce lo stalking come specifico reato, quindi punibile. Maria Teresa Maloberti In diocesi Pag.11 prio ministero Sedicesimo vescovo Profili un’occasione per di Pinerolo è Mons. I vescovi di Pinerolo - 16 costruire ponti Pietro Giachetti, nato a soprattutto col Castelnuovo Nigra mondo valdese, l’8/09/1922, ordinato in uno stile dialogico, umile e paziente, casacerdote a Ivrea il 29/06/1946 e vescovo a Pinerolo il 29/06/1976, con il motto “Caritas pace di intessere, prima dei rapporti formali, una rete di amicizie profonde e durature. Christi urget nos”, che è anche del CottoArrivando a Pinerolo – diceva di sé – si era lengo, nel cui seminario si era formato al convertito all’ecumenismo. Sua l’iniziativa sacerdozio. di presenziare ogni anno al Sinodo valdese, Lo spirito con cui assume il ministero come pure la partecipazione alle Settimane episcopale è dichiarato nel saluto alla Diodel S.A.E. (Segretariato Atticesi: “Sono inviato al vostro vità Ecumeniche). Presiedeva servizio, sono totalmente per personalmente la Commissiovoi”. Tre sono i sentieri perne Diocesana per l’Ecumenicorsi da Mons. Giachetti: il smo e il Dialogo. Tra i suoi mondo del lavoro, l’ecumeniamici costruttori del dialogo smo e l’impegno nella chiesa ecumenico ricordiamo almepinerolese, amata e servita no il pastore Glen Williams. secondo il modello del buon Il tutto vissuto in una diocePastore e le esigenze, i problesi piccola, ma non facile, mi e gli stimoli da essa posti. “guidata con la bussola del Già viceassistente nazionale Mons. Pietro Giachetti Concilio”, insistendo anche ACLI e incaricato dalla Conferenza Episcopale Piemontese per la pastora- nella chiesa locale sull’unità attraverso le le del lavoro, formato al rapporto dialogico diversità, che non devono compromettere ma stimolare e formare la comunione e la coi laici nella Chiesa e alla testimonianza testimonianza: le tensioni “possono trasforevangelizzatrice nel mondo odierno, ebbe marsi in progresso”, nonostante difficoltà e per il mondo del lavoro, coi problemi dell’occupazione e delle famiglie, una sensibi- amarezze che non sono mancate nell’epilità e sintonia in cui egli stesso così ci intro- scopato di Mons. Giachetti, ma affrontate con la serenità e la fiducia di chi sa e inseduce: “I lavoratori mi hanno dato molto; li posso quindi considerare in un certo senso i gna che il destino di tutti è nelle mani misemiei direttori spirituali. Dico i lavoratori, in ricordiose di Dio. Solo per brevità non ricordiamo momenti quanto vivono certi valori. Questi valori li posso elencare: i valori della semplicità, del- e impegni particolari di ventidue anni l’amicizia franca, della fraternità, del senso d’intenso ministero episcopale. Il 6/10/1998 Mons. Giachetti rinuncia alla della cordialità, di una povertà sofferta con diocesi per raggiunti limiti di età, ma contifierezza e di una aspirazione profonda alla nua ad essere attivo soprattutto sul versante dignità umana, ad una società nuova…” ecumenico. Muore a Pinerolo il 6/08/2006; Quanto alla dimensione ecumenica, Mons. Giachetti la avvertì come connatura- la sua salma riposa in Duomo nella cripta ta alla Chiesa Pinerolese, facendo del prodei vescovi. Franco Betteto Mons. Pietro Giachetti Gennaio 2009 La cattedrale e la comunità Tra tutte le chiese della diocesi, la prima per importanza è la Cattedrale; è “la chiesa madre e il centro di convergenza della Chiesa particolare”. Si chiama così, perché al suo interno c’è la “cattedra”, cioè il luogo da cui il Vescovo “educa e fa crescere il suo popolo mediante la predicazione e presiede le principali celebrazioni dell’anno liturgico”. È dunque un segno di unità e di comunione. Nella nostra Cattedrale, la cattedra è addossata alla colonna che si trova sul lato destro guardando l’altare. Sui fianchi della cattedra ci sono due sculture che rappresentano: - da un lato Gesù buon pastore, che pasce il suo gregge; - dall’altro Gesù, attorniato dai dodici, ai quali dà il mandato di annunciare il Vangelo a tutte le genti. Queste due raffigurazioni esprimono il vero significato del ministero del vescovo: essere memoria vivente dell’amore di Gesù buon pastore e sentirsi inviato per l’annuncio del Vangelo. Sin dall’anti-chità, il vescovo predicava dalla cattedra, per questo essa è ritenuta espressione permanente della sua autorità e del suo magistero. La cattedra è stata posta non dietro l’altare, ma al limitare del presbiterio, per indicare che il vescovo è in mezzo al suo popolo. Egli si mostra così di fronte all’assemblea e vede tutti i fedeli. Questo esprime la sua missione: il nome “episcopus”, significa “ispettore”, cioè sorvegliante di tutto il gregge perché sovrintende, “perché si prende cura del popolo di Dio vigilando su di esso”. La cattedra vicina alla gente ha anche questa ricchezza simbolica. Occorre farsi sentire, parlare al cuore per far giungere con maggiore incisività il messaggio evangelico. Inoltre, la cattedra è rivolta verso l’ambone e verso l’altare per esprimere che il ministero del vescovo è a servizio della Parola e dei Sacramenti, così come anch’egli deve nutrirsi della Parola e dell’Eucaristia. Inoltre, guardate la Cattedrale: è posta al centro della città, in mezzo alle case, per ricordare che la Chiesa vive in mezzo alla gente, facendo sue le speranze e le sofferenze di ogni uomo e di ogni donna. Pier Giorgio Debernardi, vescovo Dalla lettera pastorale 2008 “Voi siete tempio di Dio. Voi siete corpo di Cristo” Spiritualità claustrale Aneddoti e leggende del Pinerolese La cappella di S. Rocco di Perosa Correva l’anno 1630 e la peste, ben nota attraverso le pagine di Alessandro Manzoni, imperversava anche nelle nostre valli. Narra il pastore valdese Pietro Gilles, vissuto in quell’epoca, che il contagio, portato attraverso l’Europa dai vari movimenti di eserciti impegnati nella guerra (da noi detta dei Trent’anni), si manifestò fin dall’autunno del 1629 a Briançon e che nella primavera del 1630 i primi casi furono segnalati in val Susa ed in val Chisone. A Pinerolo il morbo apparve il 14 aprile, con una vera esplosione, tre mesi dopo, nelle zone di pianura, dove gli abitanti morivano “alla gagliarda”, come dice una cronaca del tempo. Veniva successivamente colpita la val Pellice, con un gran numero di vittime, e si segnalavano i primi casi a Prali e in val S. Martino. Il frate cappuccino Gioachino di Airasca, della missione di Perosa, assiste i morenti, coadiuvato da fra Costantino da Bra. I due frati percorrono in lungo e in largo la val Perosa e si recano anche a Perrero, dove i frati e i laici della locale missione sono tutti infermi o morti. Alla fine, inevitabilmente contagiati nel prestare assistenza e nell’amministrare i sacramenti agli appestati, si ammalano pure loro. E, nel ritorno da Perrero a Perosa, muore fra Costantino, che viene sepolto lungo la strada, presso il villaggio dei Chiotti. E’ particolarmente commovente la scena, descritta dal cappuccino Mathia Ferrerio, di fra Gioachino che, inginocchiato su un tumulo di pietre col libro delle preghiere in mano, celebra le esequie del confratello. Fa appena in tempo a giungere a Perosa, e muore pure lui. Soltanto alla fine di luglio del 1631, improvvisamente quanto insperatamente, la peste cessò. Oltre diecimila i morti a Pinerolo, e parecchie migliaia anche in val Perosa e in val S. Martino. Così, si racconta in quel di Perosa che “per ottenuta liberazione dalla peste” il comune provvedesse ad erigere, appena una quindicina di giorni dopo, il 16 agosto 1631, la cappella dei SS. Rocco e Sebastiano, noti come protettori contro le pestilenze, a ringraziamento del cessato pericolo. Si tratta, però, di una leggenda: almeno in parte. Può darsi che (Segue a pag.12) La semplicità Di San Francesco di Sales, nostro Fondatore, è nota soprattutto la bellissima virtù della dolcezza che costituì il suo carattere distintivo. Dolce lo è stato tutta la vita e fu attraverso il fascino di questa virtù che poté compiere grandi cose. Vincenzo de Paoli, suo contemporaneo, asseriva: “Io mi sento spinto a vedere in lui l’uomo che meglio ha riprodotto il Figlio del Dio vivente sulla terra”. Ma noi vogliamo qui mettere in luce la sua rara semplicità. Certo, essa non era disgiunta dalla prudenza, insegnata dal Maestro: “Siate prudenti come il serpente…” (Mt 10,16) ma Francesco prediligeva la semplicità della colomba che più s’addiceva alla sua anima retta e candida. Scriveva infatti a Madre di Chantal: “Rivestitevi di questa santa semplicità, figlia dell’innocenza e sorella della carità.” Bello quello che disse un giorno: “Non so cosa mi abbia fatto questa povera virtù della prudenza, perché l’amo solo per necessità, essendo il sale e la fiaccola della vita; ma la bellezza della semplicità mi rapisce e darei con molto piacere cento serpenti in cambio di una sola colomba.” La semplicità, per lui, non è altro che il candore del cuore che va diritto alla verità, diritto al dovere senza raggiri e doppiezza, diritto verso Dio solo. La perfetta semplicità non ha amore che per Dio, ha una sola aspirazione: quella di riposarsi sul cuore paterno, lasciando ogni cura al Padre celeste e vivere in questo abbandono. In queste parole, senza volerlo, il santo non dipinse se stesso? A lui fa eco la sua grande figlia di Chantal: “Nulla ci rende tanto simili a Dio quanto la semplicità, chi la possiede veramente è perfetto”. Suore Visitandine Monastero della Visitazione, Pinerolo [email protected] Questo giornale è inviato gratuitamente. Chi vuole contribuire alle spese di stampa può utilizzare il bollettino indicato in ultima pagina. Grazie!!! Parrocchie Pag.12 Parrocchia SS. Michele e Lorenzo - Pinerolo Nel ns. Paese il fenomeno religioso è un enigma Inchieste e sondaggi richiamano periodicamente l'attenzione su vari aspetti del fenomeno religioso in Italia, offrendo preziosi spunti di riflessione, ma nel leggerne i risultati bisognerebbe sempre tener conto di alcune avvertenze. Innanzitutto, nessuna indagine "religiosa", per quanto scientificamente condotta, così come nessuna intuizione o esperienza personale può pervenire a misurare la "fede" di una persona o di una collettività: si possono cogliere solo alcuni elementi esterni, quelli quantitativamente misurabili, e fotografie parziali di vissuti che restano comunque insondabili nella loro pienezza e profondità. Leggere la situazione italiana è impresa complicata perché il cattolicesimo nel nostro paese ha una specificità a volte enigmatica nelle sue Poesie Non c’è segreto di Pasqualino Ricossa Scampoli di nubi rosa sulle montane creste al calar del sole. Il vento sibila nelle forre. Spirali scendono a valle Trapuntato di stelle il velluto del cielo, curiosa comare la luna. Ormai, uomini e case inghiottiti da l’oscurità. Misteriosa la notte satura di voci afone. Forse danzano i fantasmi della desolazione e della speranza. Solleciti a vegliare angeli in fitte schiere. Pasqualino Ricossa patologie come nelle sue positività. Da alcuni anni molti sono portati a leggere questa specificità del cattolicesimo italiano con la categoria della "popolarità". Sovente si attesta l'esistenza di "un volto popolare del Parrocchia SS. Michele e Lorenzo cattolicesimo italiano", "un radicamento della fede nella società", "una presenza capillare del cattolicesimo nella vita quotidiana". II rischio è quello di un cattolicesimo popolare, sì, ma svuotato di una rilevanza del primato della fede cristiana: già oggi come possiamo interpretare il dato che, se interrogati, più di metà di quanti si dichiarano cattolici affermano di non credere nell'aldilà, nella vita eterna, nella risurrezione di Cristo e della carne? E cosa indica il fatto che non si provi contraddizione né consapevolezza di peccato nel proclamarsi cattolici e nel disattendere in modo sistematico le esigenze morali del vangelo e nell'assumere comportamenti etici che nell'ambito dell'uso dei beni o dell'esercizio della sessualità, per esempio - disattendono il messaggio di Gesù di Nazaret? In questa situazione molti finiscono per auspicare un cristianesimo vissuto secondo il paradigma della religione forte e incarnato in minoranze attive ed efficaci, capaci di assicurare identità e visibilità che si impongono perché pensate in una strategia difensiva e di concorrenza. Da parte mia ritengo invece che, pur mantenendo una dimensione "popolare", solo vivendo la differenza cristiana nella compagnia degli uomini si innesta una dinamica che scuote l'indifferenza alla fede cristiana e alle sue esigenze propria anche a molti sedicenti cattolici. Se invece ci si accontenta di questa "popolarità" e la si cavalca a scapito della qualità cristiana della vita e, di conseguenza, della testimonianza, si corre il rischio di divenire sale che perde il suo sapore, di veder svanire la forza del regno che come lievito fa fermentare tutta la pasta. Per questo rimane indispensabile la lettura e la conoscenza del vangelo tra quanti compongono la comunità cristiana. Infatti, se è vero che il cristianesimo non è religione del libro, è altrettanto vero che solo il vangelo consente la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo. «L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» affermava San Girolamo, ripreso non a caso dal Vaticano II. da Il Dialogo della Comunità, dic. 2007 La Cappella… (segue da pag.11) la cappella venisse ricostruita o restaurata, quel fatidico 16 agosto: non di certo fondata come si narra. Infatti, l’abate Giovanni di Savoia aveva potuto visitarla, più di cent’anni prima, nel 1518, durante la sua visita pastorale, ed era intitolata al solo S.Sebastiano Chissà che non si tratti, questa volta eccezionalmente, di una leggenda alla rovescia, che colloca cioè in tempi relativamente recenti quanto in realtà può essere assai più lontano: magari risalente, come per il comune di Pi- nerolo, alla peste del 1399, quando i pinerolesi vollero erigere nella chiesa di S. Francesco la cappella di S. Sebastiano, eleggendo, nel contempo, il santo a compatrono della città. Elena Furlan Gennaio 2009 COSÌ SIA, COSÌ NON SIA Elogio della dimenticanza Nella vita di tutti i giorni abbiamo continuamente bisogno di ricordare: una data, un appuntamento, una scadenza... La memoria è funzionale all'organizzazione sociale, come lo è per la storia personale: fatti, persone, esperienze costituiscono il nostro passato e il ricordo di essi, quando diventa collettivo, entra a far parte della comunità. Se dimenticare, dal punto di vista sociale, è un danno, un difetto, una cattiva abitudine, ricordare, di conseguenza, diventa un obbligo. Fin da piccoli, soprattutto da piccoli, riceviamo inviti - ordini - a ricordare. Dal fare i compiti al lavarsi i denti e via via attraverso una serie di doveri, di imposizioni, di regole. Anche la religione spesso è stata, è, un assillante richiamo a ricordare: impedimenti, proibizioni, peccati. Ma la fede, ci siamo chiesti, di quale memoria ha bisogno? Gesù ci invita ad una sola memoria: quella di Lui, della Sua parola, della Sua vita, della Sua risurrezione. Tutto il Suo insegnamento è, per il resto, un impegno a dimenticare. Dimenticare le offese e perdonare fino a settanta volte sette. Dimenticare il padre, la madre, se stessi se lo si vuole seguire. Dimenticare di essere i primi e farsi servi degli altri, farsi piccoli come un bambino per essere importanti nel regno di Dio. Dimenticare tutto il resto quando si è trovato il vero tesoro e la perla più preziosa. Dimenticare il sabato e le sue leggi, le convenzioni, le convenienze che prevaricano la persona e calpestano la dignità. Dimenticare la pagliuzza nell'occhio del prossimo e guardare la trave che c'è nel proprio. Questo vuole la fede: dimenticare per riconoscere ciò che è fondamentale - la risurrezione di Cristo per la salvezza dell'uomo -. Il vero peccato è dimenticarsi della presenza di Cristo. Gesù rimprovera l'operaio della prima ora che ricorda solo i suoi diritti e dimentica la generosità del padrone, condanna il servo che ha nascosto le monete sottoterra e si è dimenticato delle infinite possibilità del padrone, rimprovera Pietro quando ragiona come gli uomini e dimentica di pensare come Dio, si indigna con i discepoli che durante la tempesta hanno paura per la loro vita e dimenticano che c'è il Signore con loro. Ma Gesù salva la donna che dimentica la sua sofferenza, la sua miseria e ha in mente solo il pensiero di toccargli il mantello. Da Così sia, così non sia, n.7, Parrocchia San Martino Torre Pellice 2008, . Indiocesi.it, Periodico di Cultura religiosa dell’Ufficio Scuola Insegnanti di religione SMI/SMS della Diocesi di Pinerolo, Direttore responsabile Davide Aimonetto, Autorizzazione n. 1 del 10.01.2005 del Tribunale di Pinerolo. Redazione c/o Antonio Denanni, Via Goito 20, 10064 Pinerolo, 0121397226. [email protected] Editore “Alzani”, Via Grandi 5, Pinerolo. Abbonamento o sostegno: c/c postale n. 17814104, Tipografia Alzani, Via Grandi 5, 10064 Pinerolo (causale: Indiocesi)