Carissime,
un anno trascorre in fretta, soprattutto se vissuto intensamente nel quotidiano della nostra
vita-missione, in cui ogni comunità e ogni dorotea, in compagnia di amici e collaboratori vive il suo
essere segno e servizio per trasformare il mondo nella grande famiglia di Dio.
La liturgia della XIV domenica per annum ci ha riproposto il Vangelo della festa di santa Paola
(Mt 11, 25-30), in cui l’invito di Gesù: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi
darò ristoro, suona particolarmente consolante.
Il Signore Gesù si accorge delle stanchezze che appesantiscono il nostro andargli dietro,
conosce la fatica che opprime il cuore ed ha una parola perché possiamo trovare ristoro per la
nostra vita. Venite. Dove? Venite a me. Non importa dove, importa con chi! Lo sa bene chi ama,
chi vive di relazione e impara nell’amore la soavità del giogo, la dolcezza del legame!
Per molte di noi e per diverse ragioni non sarà possibile andare da qualche parte a cercare
riposo e sollievo, ma a tutti e dunque a tutte noi è destinata la Parola del Maestro: Venite a me!
Un imperativo dell’amore: Venite a me, non cercate altrove! È la parola dello Sposo a cui non piace
riposare da solo, che desidera fare della nostra compagnia il luogo del suo riposo.
A chi parte e a chi rimane, desidero offrire alcuni spunti di meditazione tratti da una riflessione
della biblista Rosanna Virgili, nella speranza che possano aiutarci a vivere in pienezza il tempo
dell’estate.
Gli Esercizi Spirituali, le opportunità formative e le letture estive, le visite alle nostre famiglie
e le vacanze tra mari e monti ci servano a rinnovare la forza e il desiderio di meglio servire il
Signore Gesù e i fratelli.
Di tutto benediciamo il Signore, che sempre dà ristoro alle nostre vite
con amicizia
silvia ssd
Tempo libero e spiritualità:
“Giocavo davanti a Lui in ogni istante”
La Sapienza creatrice
“Il Signore mi ha creato all’inizio della Sua attività
prima di ogni Sua opera, all’origine.
Dall’eternità sono stata formata
Fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline io fui generata,
quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo.
Quando Egli fissava i cieli io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
quando stabiliva al mare le sue rive, così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
io ero con Lui come l’Armonia
ed ero la Sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a Lui in ogni istante,
giocavo sul globo terrestre
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. (Pr 8, 22-31).
1. In principio erano in due
Questa scena visionaria e stupenda trascina la nostra immaginazione in quel principio dove
ognuno vorrebbe introdursi, frugare, curiosare. L’inizio, le origini del mondo. Quanta intelligenza e
quanta fantasia son state spese da ogni generazione umana e in quanti modi ancor oggi ed, anzi,
forse oggi più che mai, sperimentando, calcolando, teorizzando, si cerca di vedere qualcosa. Cosa
c’era “in principio”, come nascevano allora, prima che l’uomo fosse, i cieli, la terra ed il mare? Non
c’è popolo antico che non si sia interrogato e non abbia scritto i suoi miti. Anche la Bibbia. Quelli
biblici sono forse racconti più che miti, metafore meravigliose sulla culla della Vita. Tra essi questi
versetti del libro dei Proverbi. Particolari e diversi da quelli di Genesi, ancorché fratelli.
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La differenza è nel fatto che qui Dio non è solo, ma in compagnia della Sapienza, in quel tempo
prima del tempo in cui “la terra era vuota ed informe”. Meglio, in cui la terra non c’era ancora e
non c’erano neppure gli abissi, né le sorgenti delle acque primordiali. Ed è proprio lei, la Signora
Sapienza a intonare il magnifico inno che abbiamo ascoltato. Lei a raccontare cosa accadde in
principio. Lei prima creatura di Dio, o, meglio, inizio della creazione stessa, iniziare stesso della
creazione.
Come si può descriverla? È difficile! Perché la Sapienza non è qualcosa di creato, di cui poi si
possa dire: ecco, è questo. Come si potrebbe fare con i monti, le colline o le nubi. Paragonabile,
forse, soltanto alla luce che nel racconto di Genesi 1 è, a sua volta, una creatura speciale, quella che
permetterà a Dio di creare tutte le altre! “Dio disse “Sia la luce e la luce fu”. Solo con la luce il
Creatore poté, quindi, iniziare a distinguere il cielo dalla terra, il mare dall’asciutto, gli uccelli dai
pesci. Il mondo veniva pian piano alla luce, vedeva la sua nascita, mentre un fascio di chiarore
permetteva alle creature di restare distinte e legate, allo stesso tempo, corrispondenti, in tensione di
comunione le une verso le altre. La luce si faceva teatro e ritmo del movimento del mondo.
2. Bellezza e Armonia e la mano sul compasso
Ma qui la Sapienza è qualcosa di più della luce. Essa si introduce, innanzitutto, come parola,
poiché è il narratore della creazione. Da lei apprendiamo l’origine, ma anche la ragione del mondo.
E non basta! Da lei conosciamo anche l’Estro di Dio. Lei ce lo fa sentire, poco a poco, scostando
il velo dalle sue spalle, mostrandoci la Sua mano che prova, che schizza, che fa, che fissa, che traccia,
che stabilisce una cosa sull’altra, un piano, un livello, un limite, all’ordine del mondo. Ci presenta
Dio a partire dal suo operare, dalle cose che segna in quel “principio”. Colloca noi, spettatori, dietro
di Lui, perché, ne possiamo vedere il Volto, sì, ma non direttamente, non di fronte, bensì proprio
attraverso le cose che escono, dapprima, dalla Sua mano, dalle Sue stesse opere.
E lei? Dov’è lei mentre racconta di Dio, in quell’inizio? No, non è solo una voce fuori campo!
Anche lei è sulla scena. Accanto a Lui… mentre Egli “traccia un cerchio sull’abisso”, la Sapienza
tiene la mano sul compasso, come la madre che accompagna la mano di suo figlio, affinché il
cerchio venga perfetto… quando Egli condensa le nubi in
alto, la Sapienza inventa un sostegno per le loro
volubili forme; quando Egli stabilisce al mare i suoi
limiti, lei calcola il modo per evitare le derive;
prima di fare la terra con i suoi campi e le sue
zolle, Egli attese che ci fosse anche lei per
valutare la pregnanza e l’importanza che su
quei campi e su quei prati avrebbe
ottenuto la vita di ogni pianta ed animale.
E la bocca affamata dell’uomo.
Nel racconto della Sapienza, di
questa compagna di creazione, non si
trova certo un grosso supporto per teorie
scientifiche sull’origine del mondo, ma si
trova qualcosa altro di non meno
importante e sorprendente: che la creazione
è frutto di un concorso di mani, di un
confronto, di una sintonia di intenti e di gesti,
di intelligenza e di disegni, di identità e alterità.
Mentre Dio imprimeva il Suo segno e il suo Spirito sul
creato, la Sapienza imprimeva la sua parola su quel creato
e su quello Spirito. Essa diventava una terra di mezzo, un luogo di mediazione, di comunicazione e
di trasformazione. In lei Dio stesso si vedeva addirittura diventare altro; in un certo senso, prendere
terra, farsi carne. Non per nulla Giovanni identificherà proprio quella Sapienza con il Figlio di Dio,
Gesù.
3. Il piacere di creare; creare per il piacere (Dio, l’Armonia e i figli dell’uomo)
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Ma torniamo a quel tempo ed a quel clima di entusiasmo, a quella febbre creativa, a quel
giorno che diede luce a tutti i giorni. Al sapore di quell’aria. Dio, appunto, lavorava, come fosse un
ingegnere al suo tavolo di studio. Ma il suo lavoro non era faticoso, non dava ansia e sudore. Non
restava sospeso nel conato dell’incompiuto. Le immagini dei suoi segni geometrici sull’orizzonte,
delle linee concave o convesse che tracciava in cielo e in terra, ritornavano a lui come pura bellezza,
come estasi di perfezione. La geometria diventava musica, il peso e il colore diventavano puro gioco
di forme. Poiché la Sapienza si adoperava per porre ogni cosa in vicendevole corrispondenza,
poneva in Armonia le differenze, le estremità, i confini. Metteva parole di spirito tra loro,
consonanze viscerali e leggere. Attrazioni fatali e rigeneranti. Smussava le asperità per dare
convergenze di vita. Suoni di eco che accostavano i poli.
Perciò il lavoro di Dio si ammorbidiva in pura delizia, e il suo operare primordiale puro gioco
di onde. “Giocavo davanti a lui in ogni istante”. Creare era in quel giorno piacere puro, libertà
assoluta. Il tempo del Suo lavoro coincideva – per il Creatore – col tempo libero! Mentre faceva,
infatti, mentre si adoperava sulle cose del mondo, il Creatore, si riempiva di diletto, di gusto, di
beatitudine. E ciò perché la Sapienza gli riportava il mondo davanti agli occhi, appena uscito dalla
sua penna, come un capolavoro di Bellezza, come una freccia di Libertà.
La danzatrice
Ma in che modo agiva la Sapienza, in cosa consisteva praticamente il suo “operare”?
L’unico verbo che troviamo a segnalare il fare concreto della sapienza è “shachaq”, che vuol
dire: “allietare, esibirsi per il gioioso divertimento di
qualcuno, far divertire” (cfr. Gdc 16, 25; 2Sam 2, 14;
6, 5.22; 1Cr 13, 9; 15, 29). L’immagine veicolata
potrebbe, pertanto, essere quella di una danza sul
cosmo per la gioia del Creatore.
Questa lettura viene avvalorata dalla versione
greca dei Settanta che per l’ebraico amon (“artefice”,
“architetto”), dà: harmòzousa “colei che congiunge,
crea armonia”; recepito come tale dalla Volgata:
“cum eo eram cuncta componens. Et delectabar per singulos dies, Ludens coram me omni tempore”
(v.30).
La sapienza svolge, dunque, la sua opera sotto forma di danza! Ciò a dire che alla base del
creato non sta un grande affanno, o una cieca casualità, ma una sublime armonia cosmica. E il
danzare della sapienza ne è la migliore metafora. Il creare stesso di Dio trova in questa armonia la
sua ragione, oltre che il suo fondamento.
Gioire, godere, contemplare la bellezza è al principio della creazione ed è il principio stesso
della creazione! Un mistero d’Amore, dunque, che ha bisogno della comunione e dello sguardo
dell’uno verso l’altro, per poter essere celebrato. Il Dio che appare, è simile alla figura del re
Salomone ammaliato e sedotto dai piedi veloci ed agili della Sulammita:
Come sono belli i tuoi piedi
nei sandali, figlia di principe!
Le curve dei tuoi fianchi sono come monili
Capolavoro di mani d’artista!
Gira, gira, Sulammita,
rifai il giro, ripassa, fatti vedere!
Cosa volete ammirare nella Sulammita?
La danza a due campi!
(Cantico dei Cantici, 7, 1-2).
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Il Cantico può fornire una pagina preziosa per capire quel mistero. Nelle sue campagne aperte,
nelle sue aree di deserto dove la voce nuda risuona, dove la visione pura si plasma, dove si
accendono, vergini, la passione e la memoria, là dove amata e amato giocano a godere e godersi
vicendevolmente senza catturare e senza possedere, là negli spazi sconfinati del Cantico sembra di
vedere fisicamente come ogni cosa possa nascere dal nulla, ogni creatura uscire dal concerto alato di
un afflato di Spirito.
In questo clima, e se questo è il clima e il mistero della Creazione, allora, nell’opera di Dio con
la Sapienza, si trova un plus-valore, un’eccedenza, un di più. Il mondo non appare una cosa necessaria, né un’opera dovuta, né un atto finalizzato a un ordine ulteriore, piuttosto un bene nel suo
farsi, un piacere nel suo stesso, interno dinamismo, nel suo stesso sentimento. Una danza, appunto,
una vertigine di vita che celebra la Vita. Come fosse tempo perso, un irrinunciabile superfluo. Da
questa danza, da questo visibilio di delizia, ecco che appare l’uomo: a questo incrocio di piedi e di
piacere. L’uomo diventa il ‘terzo altro’ tra la Sapienza e Dio. È sempre lei che attira, ancora lei che
congiunge e crea armonia, lei che coinvolge nel gioco, sulle volute dolci del diletto.
“... giocavo sul globo terrestre
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.
”Giocavo” con il Creatore e giocavo con il globo terrestre. Quasi che il Creatore non potesse
giocare solo e neppure soltanto con la sua stessa Sapienza. Era un gioco contagioso, una danza
adescatrice. Non solo, ma il creato stesso diventava il campo
di quel gioco, la stanza innamorata. E i figli dell’uomo, in
maniera speciale, in quel prato delizioso, erano frutto e
fonte di un altro eccesso di incanto, di una nuova
melodia. La Sapienza faceva giocare insieme il Cielo e la
terra, Dio e l’umanità. Sempre lei si metteva in mezzo e
insegnava le regole, scriveva lo spartito, dava fiato al
fischietto per l’inizio. Così l’umanità imparava il linguaggio
del gioco che altro non era che la lingua della vita, del
creato, del gusto di essere insieme, della trepidazione di
amarsi, nella stupenda corsa della gara a danzare. Era la
lingua di Dio. Era la liturgia del mondo.
Come non ricordare allora la danza di Davide davanti
all’Arca che entrava in Gerusalemme? (Gdc 6, 5ss.)
“Mentre conducevano il carro con l’Arca di Dio dalla
casa di Aminadab, che stava sul colle, Achio precedeva
l’Arca. Davide e tutta la casa di Israele danzavano davanti
al Signore con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe,
tamburelli, sistri e cimbali”. “Davide danzava con tutte le
forze davanti al Signore” (2Samuele 5, 4-5.14).
Anche questa è un’opera di creazione, anche in questo giorno c’è un inizio: l’inizio della Santa
Città, Città di Dio, micro-cosmo di Giustizia e di Pace. Solo chi non danza resta fuori da questo
nuovo giardino di vita che viene da Dio e che è Gerusalemme: così sarà per Mical, figlia di Saul e
moglie di Davide, che, invece di unirsi al re, si chiuse sospettosa dietro le finestre, disprezzando la
liturgia della vita.
La sua memoria risuona ancora nelle malinconiche e asciutte parole di Gesù, rivolte al popolo
di Gerusalemme: “Abbiamo suonato per voi il flauto, ma non avete ballato”.
Ma essa non deve risuonare anche per noi!
E noi?
Veniamo a noi, dunque. Quanto tutto ciò coinvolge e interessa noi miseri mortali? In che modo
possiamo celebrare e fare esperienza di questo gioco felice della vita? Per noi sarebbe forse possibile
vivere il lavoro con quella stessa leggerezza e armonia con cui lo viveva Dio, quando era all’opera
nella sua creazione? Perché non cominciare a pensarci, magari a partire proprio dal tempo libero?
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Possiamo imparare a riempirlo di senso e di gioco. Di gioco vero, quello che coniuga la
creatività alla meraviglia, il riposo al dialogo, l’abbraccio al piacere. Il tempo “liberato” dal peso di
un lavoro – il nostro – che isola piuttosto che mettere in relazione, che spegne invece di accendere
la mente, che sottopone a immani sforzi individuali, piuttosto di insegnare a collaborare e a fidarsi e
servirsi della complicità degli altri. Usiamo il tempo libero per pretendere di godere veramente del
frutto del nostro lavoro. Che non sono i soldi guadagnati con esso, ma il gusto della bellezza del
fruire, insieme agli altri, dell’Armonia del mondo.
Usiamolo per affondare criticamente sul senso del lavoro, affinché non ci riduca in schiavitù.
Affinché il profitto non soppianti il valore dell’uomo e della sua felicità. Affinché il lavoro
rimanga cooperazione dell’uomo all’opera di Dio, e il mondo sia un teatro sempre più arredato ed
ornato per la danza della sapienza, al ritmo della cetra della giustizia e della pace.
Usiamolo per esercitare uno sport che non asservisca il corpo alla completa schiavitù del
fenomeno da baraccone, studiato per il mercato e per un pubblico avido e divoratore. Esposto ad
ogni forma di disonestà, di trucco e di vizio. Ma uno sport che faccia sognare sia chi lo esercita, sia
chi lo guarda e che dia, come frutto di tanta disciplina e applicazione, il piacere di condividere arte,
creatività e bellezza di stile.
Uno sport che non diventi quella perfetta stupidità del dover a tutti i costi superare ogni limite,
compreso quello della salute e della piena coscienza, negli orrori di una competizione tanto
disumana, quanto assurda!
Facciamo del tempo libero un’oasi profonda e silenziosa dove bere il sapore del cammino nel
deserto della settimana, e il miracolo della creazione dal nulla, il pozzo della speranza. Un tempo di
abbandono, un tempo per imparare a sciogliersi, a parlare, a fidarsi e confidarsi, a guardare, ad
ascoltare, per riuscire a sedersi, a perdere tempo, ad esserci sino in fondo e senza troppi condizionamenti, per sentirsi ricreare i tessuti dell’anima!…
Divino tempo libero
Nei miti antichi gli dèi creavano gli uomini per farsi servire e per non dover lavorare, per poter
così attendere ad occupazioni degne di un Dio! E fu così che gli uomini furono ridotti in schiavitù e
sottomessi al regime forzato del lavoro e del sudore della fronte. Il tempo libero restava una
prerogativa divina.
E allora quando possiamo godere anche noi del tempo libero, proviamo a sentirci dei veri
signori, proviamo a sentirci come Dio! Proviamo ad occuparci dei pensieri di Dio, a vedere di cosa
Egli si curi. Potremmo imparare a cogliere l’essenziale, a capire ciò che resta mentre tutto passa, ciò
che conta davvero. La parte migliore. Potremmo intuire quello che era fin dal principio e il principio
stesso delle cose. Avremo, così portato a termine la nostra corsa, vincendo il trofeo posto in palio. E
iniziare, finalmente, a ballare.
Rosanna Virgili
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SANTA PAOLA FRASSINETTI
In occasione del 12 giugno - festa liturgica
di Santa Paola – nell’ambito dell’anno dedicato
alla Famiglia, abbiamo voluto ricordare il Carisma della nostra Fondatrice, nato da una profonda esperienza di Dio: l’obiettivo della sua
missione era quello di rianimare nei genitori
cristiani l’impegno educativo in famiglia.
A tale scopo è stato pubblicato un articolo
su “IL CITTADINO”, quotidiano della Diocesi di
Genova, che riportiamo integralmente.
care, da evocare.
Dice con la sua vita - intensamente e irrevocabilmente dedicata alla crescita umana e
cristiana delle bambine e delle ragazze di
quell’inizio e primo ‘800 portatore di novità
positive accompagnate da perduranti gravissime
condizioni di carenza lavorativa, educativa,
sociale - che è importante abitare le periferie,
essere presenti, rimboccarsi le maniche, farsi
promotori di crescita umana e cristiana.
L’Evangelo non deve essere una bella e buona
notizia per ogni ambito della vita?
“Rianimare i genitori”
Attenta osservatrice della realtà, nota con
disappunto che il suo tempo “sembra volersi
distinguere per una deplorabile trascuratezza
nell’educare la gioventù”, ed insieme vede con
gratitudine allo Spirito “suscitare da Lui non
pochi nuovi Istituti religiosi. Fra questi vi è ancora il piccolo Istituto delle Suore di S. Dorotea,
del quale pare vogliasi servire il Signore per
rianimare nei genitori cristiani l’impegno che
devono avere per la morale e religiosa educazione delle fanciulle e per supplire, con modo
facile e opportuno, alla mancanza di tale impegno”, come scrive nelle Costituzioni del 1851.
I giovani, le ragazze soprattutto, subivano
le conseguenze della povertà e dell’analfabetismo, trascurate, facilmente sfruttate ed anche
abusate. Ne sapeva qualcosa - e si fece loro
consolatore dal confessionale in S. Rita e sostenitore geniale attraverso le sue suore – S. Agostino Roscelli.
12 giugno, memoria liturgica
di Santa Paola Frassinetti
Fondatrice dell’istituto Suore di S. Dorotea
È sempre tempo di educare. In modi diversi, negli anni di Santa Paola Frassinetti (18091882) come oggi. Offrire prossimità, esempio,
confronto culturale, strumenti di acquisizione e
di crescita. Con fiducia, con letizia e con speranza. Ed è sempre tempo, oggi forse più che mai,
di sostenere la famiglia nel suo compito educativo ad ampio spettro, con umile servizio.
In quest’anno particolarmente dedicato alla
cellula fondamentale della società, l’esempio e
la dedizione di Santa Paola sono un incoraggiamento e un sostegno per le sue figlie spirituali
e per tutta la comunità cristiana. Questa Santa
genovesissima - il centro per 20 anni, poi Quinto al mare e Rivarolo sono state le sue case e le
sue terre di missione - ha molto da dire, da indi-
Il merito di guardare lontano
Santa Paola Frassinetti ha tra i suoi meriti
quello di guardare lontano. Le ragazze che studiano nelle scuole dell’Istituto, cresciute, potranno restituire e moltiplicare il bene ricevuto catechesi, istruzione professionale, cultura generale - ai loro familiari ed amici.
“Considerino - ricorda alle sue Figlie - che
le fanciulle che saranno allevate nelle nostre
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case sono destinate, nel corso ordinario della
provvidenza a divenire spose e madri di famiglia. Ora, qual bene non può produrre una
donna veramente cristiana, una madre di famiglia solidamente cristiana, virtuosa e affezionata
per la religione ai suoi doveri! Quanti sposi,
vivendo nella dimenticanza di Dio e della fede,
possono essere ritirati dal vizio e dal disordine e
ricondotti alla virtù mediante gli esempi, le cure,
la saviezza, la dolcezza e le preghiera di una
sposa solidamente cristiana” (250).
Se il linguaggio è un po’ datato, è chiara
però l’intuizione: il contagio del bene, per irradiazione, parte dai più vicini, dal nucleo familiare. E la donna in esso ha un valore fondamentale, ancorché allora - e in parte anche oggi - socialmente ed ecclesialmente poco riconosciuto.
L’annuncio e la testimonianza della fede
vanno connotati da rispetto e letizia: le Suore
Dorotee “devono formare delle giovinette
chiamate a vivere nel mondo, che, perciò, devono edificare senza urtare, conoscendo e seguendo le convenienze in tutto ciò che non è
contrario al s. Vangelo” (253).
ne: quando questa cresca buona, riuscendo tanto influente l’educazione delle madri sopra i
figliuoli, anche l’altra metà dovrà necessariamente migliorare”.
Crede a fondo nel valore dell’educazione:
“Si può dire che il bene ammaestrare i fanciulli è
riformare il mondo e ridurlo a vera vita…”
(207). Ed è aperta alle istanze emergenti: le
educatrici “…si occuperanno nelle scienze umane, necessarie ad una giovane cristiana, che deve servire Dio nel mondo” (254).
Coglie e sottolinea l’importanza di coinvolgere con dolcezza la famiglia per portare a
pienezza le possibilità di crescita intraprese ed
intraviste: “Riceveranno, con tutta carità, i
parenti delle fanciulle e loro raccomanderanno
di secondare, con buoni esempi, la cura che le
Suore dell’Istituto prendono delle loro figliuole,
dando ad essi, con prudenza, i consigli che
crederanno più utili ad assicurare un felice riuscimento” (301).
Cura, prossimità, fiducia e ottimismo cristiano: una ricetta non ancora superata per chi
opera sul fronte sempre aperto degli orizzonti
educativi.
Graziella Merlatti
Una ricetta ancora insuperata
La Santa è fiduciosa: “coltivando le fanciulle” si coltiva “la metà della sorgente generazio-
8 giugno 2014
Riportiamo anche un canto composto per il 12 giugno, ricorrenza che ogni anno viene festeggiata durante una cena, nella nostra casa, insieme a tutti i sacerdoti e alle religiose del nostro Vicariato. Il canto richiama l’importanza che Santa Paola attribuiva alla missione educativa della famiglia.
MOTIVO: O CAMPAGNOLA BELLA…
In questo anno dedicato - alla famiglia ricordiam
di Paola la passione vera - per la famiglia rianimar.
Ai suoi tempi era scadente la funzione educativa,
quell’ambiente si doveva rinnovar.
Rit. O Paola tu hai guardato - davvero assai lontano
la tua intuizione - sempre vera - è di piena attualità.
Il tuo carisma oggi - diffonde nella Chiesa
l’urgenza di educare - con amore - questa nostra gioventù.
La donna è per Paola il perno - su cui la famiglia sta.
Così noi “le fanciulle tutte” - dobbiamo bene educar.
“Esse spose un di’ saranno e poi madri premurose
per il nucleo familiare animar”.
Rit. Noi qui una famiglia - formiamo nel Signore,
che in Lui il senso vero - della vita - trova sempre, in verità.
E questa vita sia – il segno che richiama
la gioia dell’unione - che si compie - nella vera carità .
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Vado dall’orologiaio. Sulla porta trovo scritto: Torno
Subito.
Guardo il mio orologio, ma è fermo; infatti è per questo
che sono qui!
Aspetto… aspetto… Quanto dura questa pausa-caffè?
Quel “Torno subito” mi sembra un’ETERNITÀ.
Volgo lo sguardo al di là della strada.
C’è una palazzina con un’impalcatura e sopra un
cartello: LAVORI IN CORSO.
Penso: Anche per questa ristrutturazione ci sarà tanto da
aspettare? Quanti operai ci lavoreranno?
Il mio pensiero corre alla Casina di Quinto.
Se siamo unite nel rinforzare i quattro pilastri , i “lavori
in corso” finiranno presto.
Comunque, questa sfida mi interpella in prima persona…
Guardo l’orologio della mia vita e quasi mi scoraggio…
“Non lasciarti rubare la speranza”, mi suggerisce Papa
Francesco.
Ad un tratto una voce mi scuote da questi pensieri:
“Aspetta me? Si accomodi!”. È l’orologiaio.
Entro, ma ormai sono proiettata altrove. Torno subito,
dice Dio, che è Verità e Vita.
Il tic tac del Suo Cuore non si ferma mai. Dura per l’ETERNITÀ.
Sr. Giovanna Patrì
“VECCHIA EUROPA” è una espressione che mi porto dietro dal Brasile e che, rientrando nel
Vecchio Continente, dopo quasi quattro anni nel Nuovo, ho trovato del tutto azzeccata.
All’inizio, in Brasile, mi dava un po’ fastidio, mi puzzava di una certa compassione, se non
addirittura di disprezzo.
Solo quando sono tornata ne ho compreso tutta la verità, anche se, essendo il mese di gennaio,
cioè in pieno inverno e tempo di scuola, era giustificabile la completa assenza di bambini nei luoghi
pubblici! Ma confesso che” incontrare solo anziani per le strade o nei negozi” strideva enormemente
con la visione a cui mi ero ormai abituata.
E le statistiche sul “calo delle nascite” non erano davvero incoraggianti!
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Ma… facciamo una volata e veniamo al 2014: sono nuovamente di rientro, e questa volta
dall’Albania. Anche qui una frase mi ha
colpito, inizialmente in modo piuttosto
negativo; e la frase suonava pressappoco
così: “Tra qualche decina di anni saremo
NOI a governarvi, e proprio con le
vostre stesse leggi”….
A dirmelo era un albanese che aveva
trascorso pochi mesi in Italia con poco
successo (mi sembrava) a differenza di
tanti altri, ma che in compenso aveva
chiacchierato molto. L’ho guardato con
un certo disprezzo, ma ciò non mi ha
impedito di riflettere.
Ora che sto a Bologna e ogni tanto
frequento il mercato di piazza VIII
agosto, sotto il sole ormai cocente
incontro gruppi di giovani mamme che,
spingendo con fierezza il loro passeggino,
girano felici tra le bancarelle: una, due,
tre… dieci, venti… quaranta… e tutte
con il loro chador, e penso: certo… le
mamme italiane non portano i neonati sotto questo sole! Ma… sarà solo questo?
E poi… che c’è di male? Chi sa dire se il mio sangue è quello dei Celti… o degli Unni… o
magari quello dei Longobardi?…
E il resto degli Italiani sarà di origine normanna… o greca… o piuttosto egiziana o libica?....
E tutti questi popoli hanno dato il loro contributo, sono stati una trasfusione di sangue nuovo
nella decadente Romanità.
Questo pensiero mi fa guardare con simpatia al fenomeno attuale che si ripete a distanza di
secoli e guardo con tenerezza le quattro giovani mamme a cui cerco di insegnare un po’ di italiano,
e ancor più le quattro piccoline (una Irachena, due Curde e una Iraniana) che aiuto nei compiti delle
vacanze, e con loro mi sembra di preparare una nuova primavera per la nostra CARA EUROPEA.
…oppure: “Villa San Giuseppe”. Così è la denominazione del numero civico 50...
Per qualcuna è il ricordo della “Casa provinciale e Noviziato”; per altri è l’ex “Casa di Spiritualità”… Infine, per il moderno catalogo doroteo è la: “Casa di riposo”!... ma per chi frequenta la nostra Casa (e sono tanti) ride per il controsenso ed è chiamata ormai “Villa arzilla”!
È difficile dare qualche notizia della nostra comunità e, soprattutto della nostra vita.
Prima di tutto ci sarebbe da chiedere cosa s’intende per “Riposo”? Ma non è questo che vogliamo scrivere, vogliamo solo dirvi che abbiamo imparato, attraverso l’aiuto dell’Associazione “SIMEONE e ANNA” (onlus) che “invecchiare” vuol dire “crescere” non solo nel numero che indica la
nostra età, ma nella conoscenza e la giusta interpretazione della propria vita per vivere la pienezza
dell’età anziana.
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“Nella vecchiaia daranno ancora frutti / saranno vegeti e rigogliosi / per annunciare quanto è
retto il Signore: MIA ROCCIA...”(Sl. 92 (91), 15).
Certo ...dipende da come, per che cosa e per Chi si è vissuto... ma è anche sempre vero che
siamo fino alla fine “doni” di Dio (= Dorotee) e che non possiamo perciò permetterci di rubare i
“doni” che Dio vuole donare ad altri attraverso le nostre possibilità... magari anche con quelle capacità alle quali non avevamo dato peso e attenzione in passato.
Scusate questa digressione, ma è questa la nostra “missione”, il vero motivo voluto misteriosamente da Dio e per il quale siamo ancora il piccolo cuore di questa periferia nel quale molte persone esterne trovano spesso rifugio, conforto e... allegria. La nostra porta è sempre aperta:
- …ai bambini che vengono a giocare al parco dell’ex asilo e che Sr. Paola cura con tanta solerzia e spesso chiedono di festeggiare nel “loro” parco i compleanni!
- …al gruppo delle Missionarie che con le loro “Mani di fata” insieme a Sr. Domenica continuano a tessere ricami strepitosi con una capacità e inventiva ammirevoli, soprattutto per
bambini, il ricavato del lavoro è indirizzato alle nostre missioni in coordinamento all’attività
missionaria dei coniugi FELICI. I loro lavori sono tanto apprezzati che spesso ricevono ordinazioni personalizzate... e questo dimostra la loro bravura.
- …alle “Mamme di Paola” seguite e confortate da Sr. Paola che vengono a pregare e a fare
le loro riunioni.
- …due volte alla settimana una dottoressa di “Simeone e Anna” aiuta chi vuole: uomini,
donne - senza spesa alcuna - a fare ginnastica dolce, tanto utile alle articolazioni un po’ addormentate!... (dovreste vedere che meraviglia!!!)
- …alle “Mani d’oro”: un gruppo di signore anziane che (sempre nel progetto Simeone e Anna) si
riuniscono almeno una volta alla settimana con
una dott.ssa e Sr. Marisa per non smettere di essere attive muovendo mani, cervello, fantasia e soprattutto per socializzare, stare insieme scambiandosi ricordi, battute e ricette di altri tempi.
Le “mani d’oro” sono il centro del chiasso e delle cose più strane. Riceviamo di tutto, ma proprio tutto... e le
risate si sprecano. Si guarda... si riguarda... si potrebbe
provare... vediamo se.... insomma alla fine viene sempre
fuori qualche cosa di carino o perlomeno di impensato
e.... così a Natale, Pasqua, fine attività (giugno) si fa una
mostra di “RICICLAGGIO SOLIDALE”.... molti rimangono
ammirati di quello che è stato realizzato e prendono
qualche cosa ad offerta libera sapendo che tutto è indirizzato a opere di bene.
(Qui c’è tutta un’altra storia dovuta alla fantasia di Dio... se proprio vi interessa, ve la racconterò un’altra volta!). Con le offerte degli anni precedenti abbiamo cooperato a far sorgere una scuola
artigiana in Brasile che ha iniziato quest’anno la sua attività. Abbiamo ricevuto con commozione il
dischetto e le foto dell’inaugurazione è... bellissima!!!... Ci ha gioiosamente sorpreso che con il ringraziamento c’è l’invito a donare in seguito i nostri aiuti a qualche altra necessità!
A Natale e fine d’anno facciamo festa per nipotini, nonni, amici e, sottinteso, le mamme e i papà: a Natale poesie e canti... per la Befana un tombolone dove tutti, ma proprio tutti, vincono.
Dimenticavo che il venerdì di ogni settimana, nato per caso (!?), c’è il “Circolo dei perché”...
ma anche questo sarebbe troppo lungo e difficile da spiegare. Se volete... in seguito!
Infine: prima delle vacanze viene distribuito - da qualche anno - uno strano libretto molto “casareccio”, con lo scopo di accompagnare i mesi estivi con qualche pensiero allegramente serio: “Il
grillo parlante”... ma, da due anni avendo il grillo preferito la politica è stato opportuno fidarsi di
un’ “OCA GIULIVA”.
È logico che in tutto questo non manchi la parte spirituale: ritiro all’inizio dell’avvento, della
quaresima e alla fine dell’attività una giornata di spiritualità e amicizia a Collevalenza: spiritualità
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durante il viaggio di andata... S. Messa, confessioni, bagno nelle vasche del Santuario per chi lo desidera... fino al pranzo comunitario “indescrivibile!!!) le “Mani d’oro” si fanno molto onore,,,, e
dopo tanta allegria, tanti ringraziamenti... tanti canti romaneschi di altri tempi, non mancano le
barzellette ecc. con il divertimento di chi si trova lì per caso.
Ah... dimenticavo: quest’anno dopo il pranzo al quale ha partecipato con tanto fraterno affetto
Padre Aurelio Perez (Padre Generale dei Figli dell’Amore Misericordioso fondati dalla BEATA Madre
Speranza di Gesù)... abbiamo dato onorificenze con tanto di pergamena (tra le cose riciclate!!!) e
decorazioni con foglie di ulivo in filigrana d’oro!!! (sempre riciclate) cominciando dal suddetto Padre eletto a INVISIBILE MESSAGGERO della nostra buona volontà e continuando, via via con chi
più sa stare allo scherzo, compresa la Madre Superiora alla quale l’onorificenza è stata offerta prima
della partenza... perché non ci ha onorato della sua presenza nel viaggio.
A tutte il nostro saluto e l’augurio di essere “un girasole accanto ai salici piangenti!” e ricordando fraternamente che: “grande donna è colei che non perde il suo cuore di bambina”.
NB. Chi ha voglia, può venirci a fare visita e vedrà che è tutto documentato!!!
Ma sapete qual è la cosa più bella? È quando le persone entrano in casa con tutta libertà dicendo: “Ci sentiamo come a casa nostra!” e ci dimostrano il loro affetto con tanti semplici ma preziosi
pensieri: un po’ di latte, della frutta, dolcetti fatti proprio per noi ecc.
Ho avuto la grande tentazione di mandare una poesia in dialetto romanesco che racconta la
storia di “Mani d’oro”, composta da una .... “Testa d’argento”.
La trascrivo, ma con tutta libertà, potete non pubblicarla.
Mani d’oro lo semo diventate
da poco tempo... in modo imprecisato,
per un invito, una propostina,
che ci sembrò accettabile e carina.
Metter su... un “Comitato Promotore”
d’attività manuali d’ogni sorta:
come sarebbe: crear di vorta in vorta,
con robba vecchia, quasi da buttare
un nuovo oggetto, tutto da pensare,
che con la fantasia – che nun ce manca! –
sarebbe uscito fori da ‘ste mani
capaci di creare e d’inventare!
In un baleno, tute noi capimo
che un tempo novo se moveva attorno!
Figli cresciuti... nipotini a scola...
che stamo a fa’ dentro ‘ste quattro mura!?
Semo piene di vita, creative...
Annamo dunque insieme, a dimostrare
che semo ancora ricche d’inventiva:
lungi da noi ogni forma depressiva.
E da quel giorno nun ce semo mai fermate!
Chi l’avrebbe mai detto che da ‘n vassoio
scolorito e in parte sbeccucciato,
sarebbe uscito un bel prato fiorito,
degno de presentarsi ad un convito?
E da quelle vecchissime cornici
Ne avremo ricavato quadri belli
degni de figurà ne li tinelli?
E così via, una dopo l’altra,
tante n’avemo fatte; ma se poco ce credete,
aprite l’occhi, andate là e... vedrete!!!
Ma sì... avemo fatto cose varie
con colori, colla e… fantasia,
ma ....pe’ di’ la verità... più vera
e proprio senza arcuna ipocrisia...
ce semo anche tanto divertite!
Primo fra tutte... la bella compagnia!
Le voci belle delle care amiche:
“una dolce, una acuta, una velata”…
come quelle che cantava ‘l gran poeta
hanno riempite l’ore... de volata!
E creando... ce sem ringiovanite!
Lo ripetemo... ce semo divertite!
Nun ce vole poi tanto pe’ capillo,
ma lo ripetemo volentieri,
convinte ormai del fatto come è annato...
Lo rièpetemo – so nostre convinzioni –
pe’ dillo… alle nove generazioni.
Se ce fusse qualche altra su sta china,
nun ce pensi du’ vorte:... sia decisa
e troverà lavoro, compagnia, guide sicure
e un clima d’allegria!
Tor de’ Cenci, 24 giugno 2009
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L’associazione “Polvere di Stelle”, fondata dai genitori della nostra scuola, ha organizzato un
campo estivo per le prime due settimane di Luglio, presso l’istituto Santa Dorotea di Casalgrande.
È un vero e proprio viaggio alla scoperta del nostro territorio percorrendo nuove vie e facendo
nuove esperienze fra natura, sport e cultura.
Il campo, oltre ad ospitare una trentina di bambini dai 4 agli 11 anni, ha dieci educatori quindicenni ex allievi che volontariamente aiutano le tre educatrici responsabili.
Questi giorni sono stati vissuti dai bambini con grande voglia di fare, di scoprire e di stare insieme, sentimenti riportati dalle famiglie dei bambini stessi, con grande soddisfazione e fiducia nelle
persone e nelle attività proposte dal campo.
La nostra scuola trasformata in occasione del campo estivo
Prima giornata insieme:
decorazione magliette,
passaporto e diario di viaggio
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Seconda giornata: tutti al maneggio!
Terza giornata: un tuffo in piscina!
Quarta giornata:
come grandi professionisti scendiamo in campo!
Una giornata da calciatori!
….festeggiamo una persona speciale!!!
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Quinta giornata:
visita culturale alla Rocca di Scandiano (RE)
La nostra Scuola, che affonda le radici
nel 1836, ancora sembra richiedere una
certa continuità indiscussa per lunga tradizione e per l’esigenza di principi educativi
e formativi da riaffermare, in un contesto
attuale sempre meno rassicurante, che
scuote famiglie e bambini.
La richiesta è significativa, nonostante le crescenti difficoltà di carattere economico e la crisi di
valori connessa con le problematiche sociali, che facilmente rimuovono tradizioni e principi rassodati nel tempo. Con l’occhio attento alle situazioni di reale povertà, la nostra scuola cerca di restare
nei parametri di un livello economico medio per consentire l’accesso anche a famiglie maggiormente “toccate” da una condizione precaria e instabile.
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La nostra scuola, come sempre, riapre i “battenti” il primo settembre, e termina il 30 giugno.
È un servizio che va oltre il calendario scolastico per alleviare le famiglia impegnate nel lavoro.
L’anno scolastico si snoda seguendo il calendario ministeriale.
I momenti didattici si alternano con laboratori artistici, informatici e musicali che motivano incontri con le famiglie per celebrare insieme festività e ricorrenze.
Un proverbio africano, sottolineato anche da Papa Francesco il
30 giugno u.s. parlando al “mondo della scuola”, dice che “per
educare un figlio ci vuole un villaggio”.
Consapevoli che lavorare insieme è molto più efficace, la
nostra scuola ha organizzato, in
questo anno scolastico, anche
incontri formativi, per genitori e
insegnanti, al fine di convogliare
meglio gli sforzi nell’educare gli
alunni al vero, al bene, al bello.
In accordo con la Parrocchia
sono state realizzate alcune celebrazioni, per essere sempre in sintonia con gli “amici speciali” del Signore per l’avvento del Suo regno e
godere sempre la loro protezione: Santa Paola, Santa Dorotea, e il Beato Rolando Rivi, di cui è stata
inviata, a suo tempo, relazione delle iniziative realizzate nella nostra scuola.
L’anno scolastico è terminato con una veglia di preghiera in ringraziamento, nel nostro Santuario della Beata Vergine dell’Olmo, presente il nostro caro Parroco Don Corrado Botti. La giornata si
è poi conclusa nel prato della scuola, con una graditissima “pizzata casalinga” della nostra cucina e
giochi nel grande spazio verde ricreativo, sempre molto sfruttato e apprezzato da tutti.
Sr. M. Vincenza Grisendi
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La programmazione di quest’anno ha avuto come macro obiettivo aiutare il bambino a conoscere se stesso e gli altri, comprendendo che la diversità è portatrice di ricchezza e non di divisione.
Il personaggio che ci ha condotto alla scoperta
del mondo vicino e lontano da noi è stato Mr. Fogg.
Le sue imprese sono state un buono strumento
per avvicinare il bambino al proprio io più intimo e
personale fino a raggiungere ogni angolo del mondo
per scoprire come altri bambini vivono, giocano.
Nella prima parte dell’anno scolastico abbiamo
introdotto il significato della custodia.
Abbiamo valorizzato la figura dei nonni, importante per la crescita dei bambini, fino ad arrivare al
periodo di Natale.
Abbiamo diviso le quattro settimane di Avvento in due
grandi momenti comuni a tutta la scuola, chiamando persone
che dedicano parte della loro vita nel custodire il prossimo.
Questa attenzione speciale verso chi è in difficoltà diventa
uno stile di vita, una testimonianza quotidiana di amore verso
il prossimo.
L’uomo che si fa carico del dolore di un suo fratello è operatore di carità, è testimonianza concreta della Parola del Signore,
è custode amorevole della vita.
La prima testimonianza è stata portata dalla Presidente del CAV: partendo da una storia illustrata ha spiegato ai bimbi come cresce il pancione della mamma fino ad arrivare a dire molto semplicemente cosa fanno gli operatori CAV per aiutare le mamme in difficoltà.
Essere mamma è il dono più grande che una donna può ricevere: i volontari del CAV
condividono questa avventura con chi ne ha bisogno.
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La seconda testimonianza è stata portata da due ragazze che fuori dall’orario di lavoro esercitano la clown terapia, Fanno parte di un gruppo di 60 persone che, in base ai turni, al sabato e alla
domenica, si dividono in vari reparti dell’ospedale di Reggio Emilia.
Nel periodo quaresimale i bambini della sezione grandi hanno donato alcuni dei loro giocattoli
al centro Caritas del nostro Paese.
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Quando Dio creò l’universo attribuì a tutte le creature un nome preciso.
Esso, quindi, determina la nostra identità. Ed è pur vero che Shakespeare, in Romeo e Giulietta,
sosteneva che una rosa, se fosse stata chiamata in altro modo, avrebbe comunque riempito l’aria di
profumi inebrianti.
Ne deduciamo perciò che ogni appellativo usato per
identificare qualcosa, non ne modifica necessariamente
l’essenza, tuttavia ne fa parte e persino la caratterizza indelebilmente.
Immaginiamo una piantina senza radici: è bella a vedersi, ma appassisce, perché manca essenzialmente di ciò
che le dà identità e nutrimento. Il nome è la nostra radice.
Per riconfermare e scoprire la sua importanza, perciò,
noi giovani – del «Gruppo Arte e Fede» di Santa Paola
Frassinetti – abbiamo intrapreso un cammino tra le chiese e
i monumenti di Roma, alla ricerca di noi stessi e di Dio.
Questo viaggio artistico, spirituale, storico e soprattutto identitario, si è concentrato principalmente su quattro
tappe: Basilica di S. Alessio all’Aventino, Basilica di San
Clemente al Laterano, la Chiesa di San Luigi dei Francesi e
infine la Chiesa del Santissimo Nome del Gesù.
Adesso le esamineremo tutte sotto la luce del Nome,
ovviamente.
Partiamo dalla prima meta raggiunta, che in modo più corretto è detta Basilica dei Santi Bonifacio ed Alessio. In questa piccola e raffinata chiesa veniamo a conoscenza della vita di S. Alessio:
un’intera esistenza incentrata proprio sul nome.
«N» come negazione, nostòs e nascondimento.
Negazione di sé per seguire la via dell’amore e donarsi solo ad essa.
Folgorato dal messaggio di Gesù, il giovane Alessio rinuncia al suo nobile titolo e alle ricchezze.
Poi lascia la sua dimora e per molto tempo vive come eremita in Europa.
Nostòs come ritorno alle origini, perché non si può fuggire dalle proprie radici.
Così il santo, dopo diciassette anni di lontananza, fa finalmente ritorno a casa, diventando servo della sua facoltosa famiglia, che non lo riconosce fino alla sua morte. Infatti S. Alessio spira sotto
una scala di legno, tenendo in mano la lettera in cui svela la sua identità e la sua storia. Tale scala è
tuttora conservata all’interno della chiesa, così come il pozzo della residenza.
Nascondimento fino alla fine della vita: un forte segno di umiltà e soprattutto un grande gesto
di amore verso Dio e il prossimo. In summa, potremmo dire che il nome di S. Alessio è rimasto in
ombra, ma un’ombra piena di luce, come la nube luminosa che rappresenta la divinità, nella trasfigurazione di Gesù sul Tabor.
Secondo punto raggiunto a piedi: Basilica di S. Clemente al Laterano.
«O» come olocausto, origine, onnipresenza e onnipotenza.
L’affresco sul soffitto ci racconta subito la bellissima storia di Papa San Clemente, martirizzato
con un àncora legata al collo e gettato nell’oceano: una discesa negli abissi marini che porta alla
morte, che invece è vita – Dio trasforma l’àncora da strumento di morte a strumento di salvezza poiché il santo ascende verso la gloria eterna.
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Ma l’Olocausto di Gesù è ciò che colpisce di più: un tripudio di colori e simbolismi in un mosaico dorato d’epoca bizantina, situato sulla volta principale che sovrasta l’altare.
Al centro della rappresentazione c’è un bellissimo Cristo crocefisso, dal volto espressivo ma
dall’atteggiamento composto, la cui croce sprigiona un groviglio verdeggiante d’acanto, una pianta
che simboleggia vittoria, ma anche sofferenza, poiché è ricca di spine. Da questo armonioso intreccio si giunge a scene quotidiane di contadini e di gente comune: a sottolineare la presenza del Signore in ogni singolo momento della giornata e nelle più piccole azioni degli uomini.
È l’Onnipresenza di Dio nella vita di ogni giorno.
La salvezza dell’intera umanità da allora è strettamente legata alla figura di Gesù e alla sua croce, mistero di dolore e gioia insieme.
L’Origine di tutto è il sacrificio dell’Uomo-Dio.
A sottolineare questa origine divina del creato, si intravede una mano che sembra piantare dall’alto la stessa croce: è il Padre che ci dona il Figlio.
L’Onnipotenza del Signore viene infine sottolineata dal trionfo di Cristo all’apice dell’opera.
Benedicente, sereno e cinto di luce, Gesù vince la morte e diventa il Salvatore dell’umanità: nulla può cambiare questo evento centrale della nostra storia universale.
Tornando al nostro pellegrinaggio nella città eterna, la terza tappa è stata la Chiesa di San Luigi
dei Francesi.
«M» come Matteo, movimento, mistero e mancanza.
Il primo nome che risalta in questa chiesa è proprio quello di Matteo.
Vengono esposte al suo interno, infatti, tre grandi tele di Caravaggio: Vocazione di S. Matteo,
San Matteo e l’Angelo e il Martirio di S. Matteo. Per il nostro percorso la più interessante è la prima.
Il famosissimo dipinto ha lo sfondo tutto nero, per risaltare ancor di più le figure in luce. Matteo sta
seduto al tavolo degli esattori, che contano i soldi. Gesù e
San Pietro stanno sulla destra. Il Signore lo chiama per nome, poiché lo indica col dito.
E qui c’è il Movimento.
Un fascio di luce si allarga. La fonte luminosa è oltre le
spalle di Gesù, ma ha una maggiore altezza ed è completamente fuori campo. Si può immaginare che provenga da un
ingresso sopraelevato, ma volutamente nascosto alla nostra
vista, per indicare la natura divina del gesto. Essa, appunto,
illumina il volto del Cristo e segue la direzione del suo braccio, fino ad investire San Matteo che, sorpreso, indica se
stesso a sua volta.
La gestualità e l’espressività delle figure sono così naturali che il pubblicano sembra dire davvero: «Chiami proprio
me?». Un fanciullo accanto a S. Matteo si gira, rivolto verso
la luce. Altri due esattori, invece, contano imperterriti le
monete. Gesù è ieratico, deciso e statuario.
Il Mistero di Dio è proprio questo: piomba nelle nostre
vite all’improvviso e chiama tutti a Sé, ma lascia ognuno
libero di rispondere alla vocazione. L’uomo che decide di
accogliere l’invito di Gesù sceglie così di contribuire alla
propria salvezza. Chi invece rimane indifferente al richiamo d’amore di Cristo e si abbandona al
peccato del mondo – che in questo caso è l’avidità – è un uomo che inevitabilmente diventa partecipe soltanto della propria condanna.
La Mancanza di un “sì” verso un Dio che ci interpella con uno sguardo attento e premuroso è
perciò un rifiuto dell’amore stesso, della luce, della salvezza e della vera libertà. Ma soprattutto è
una rinuncia di identità. Solo una coscienza che accetta di lasciarsi muovere dalla grazia divina può
capire e vedere realmente chi è e qual è il proprio ruolo nella vita, allontanando per sempre
l’oscurità da sé e dagli altri.
Il chiaroscuro caravaggesco, con l’accesa contrapposizione tra fonti luminose e sfondo di tenebra, evidenzia magistralmente questo senso di umanità sempre in bilico tra bene e male. In sostanza,
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c’è un reciproco riconoscimento (Gesù–Matteo; Matteo–Gesù). Dio è un Padre che ci chiama per
nome, noi rispondiamo e ci scopriamo Suoi figli. Vivendo appieno questa nuova identità, ci mutiamo in scintille d’amore divino che, brillando, testimoniano nel mondo la presenza di questa meravigliosa e assoluta paternità. Tutto parte da un semplice “sì”.
La destinazione finale di questo intenso cammino è la Chiesa del Santissimo Nome del Gesù.
«E» come Eucarestia, elevazione e espiazione.
L’intero edificio è un inno al Santissimo Sacramento. Troviamo già in cima all’ingresso principale, sulla facciata esterna, lo stemma glorioso del Nome di Gesù:
l’Eucarestia con la scritta “IHS”.
Ci apprestiamo, dunque, ad entrare profondamente
in comunione con Cristo, il Salvatore dell’umanità. Prima
di rimanere frastornati davanti agli affreschi baroccheggianti, che dall’alto sfondano la prospettiva tra sentimenti di sfarzo e stupore, è impossibile non notare la ripetizione del simbolo, che sulla navata ci investe luminoso
con tutta l’arte della sua pittura.
Gesù attira da ogni parte il nostro occhio e muove il
nostro passo. Pertanto, se non Lo cerchiamo nel soffitto,
lo specchio rifrangente dal basso riflette la Sua luce di
salvezza, a cui continuamente Lui ci invita, dominando
con il Suo splendore. Si ripete così la chiamata divina e la
risposta di conferma che ognuno di noi dà a questa.
Elevazione da terra a cielo. In un vortice di figure celestiali, siamo stati così rapiti dai dipinti sulla volta, che si arriva a volare davvero col desiderio, pregustando un paradiso che ammiriamo con
lo sguardo e che il Salvatore ci dona con immensa magnanimità.
Non a caso, l’oculo illumina la cupola e apre lo spazio verso l’infinito. La pianta ottagonale
unisce ulteriormente il terreno con l’etereo; a dimostrazione che solo Cristo, istituendo l’Eucarestia,
ha potuto permettere questa connessione delle due dimensioni, umana e divina insieme.
L’Espiazione è stato il mezzo voluto da Dio per la nostra liberazione dal male, dalla morte e dal
peccato. Sull’abside c’è di nuovo l’emblema del Santo Nome, che ci guida ad un altro affresco sovrannaturale. Il nucleo della scena è un trono d’oro, sul quale è sdraiato un candido agnello. Ecco
Gesù: anima purissima d’amore che si immola per diventare cibo di vita eterna per noi. La Sua offerta generosa si riveste di gloria e ci riveste di gloria, dando un senso più alto all’amore. Non esiste né
mai esisterà un dono più nobile di questo.
In conclusione, questo itinerario artistico e spirituale ci ha guidato a diverse verità importanti,
ma la scoperta fondamentale è stata questa: la nostra identità ha senso ed è imperitura solo se con
tutta l’anima la viviamo in Gesù, fonte di infinita salvezza e vertice di una storia umana, universale e
trascendentale. Dio è sempre la radice di tutti i nomi.
Silvia Donnina
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La notte del 27 marzo 2014 abbiamo intrapreso il viaggio verso la capitale, la mitica “Città
eterna”.
Siamo partiti in 14, ognuno con i propri
pensieri e le proprie emozioni.
L’accoglienza che abbiamo ricevuto da parte delle Suore della comunità di Sant’Onofrio è
stata calorosa; il cibo, i servizi… tutto perfetto. È
stato un viaggio molto coinvolgente, che è servito anche a creare rapporti d’amicizia molto intensi, tanto da creare una famiglia.
Interessante il tema che ci è stato proposto
“Arte e fede… Alla scoperta del Nome”.
Ogni tappa è stata importante per scoprire
identità e significati del nostro nome.
La prima sera attraverso un viaggio guidato da Suor Simona abbiamo messo in luce ciò che
ognuno di noi pensava sul proprio nome per continuare nei giorni seguenti a scoprire cosa, nomi e
luoghi, potevano dire sul nostro nome.
Visitando la Chiesa di Santa Sabina, composta da elementi architettonici diversi, abbiamo potuto comprendere, grazie alle meditazioni di Suor Francesca, che la diversità è ricchezza, e che anche
se incontriamo qualcosa di diverso non perdiamo la nostra identità.
Molto bello è stato il momento nel giardino degli aranci 1, perché lì ci è stato chiesto di guardare il panorama della “città eterna” e confrontarlo a tutte le possibilità che la vita ci offre e cominciare a capire cosa desideriamo e come noi vorremmo che il nostro nome fosse ricordato.
Proseguendo il nostro itinerario, abbiamo visitato la Chiesa di San Clemente e la Chiesa di San
Luigi dei Francesi; qui abbiamo potuto ammirare le opere del Caravaggio. Soffermandoci sull’opera “La Vocazione di San Matteo” abbiamo potuto riflettere sul fatto che
la luce di Dio illumina ma non obbliga, ci
rende liberi di rispondere positivamente o
negativamente alla Sua chiamata.
L’ultima tappa è stata la Chiesa del
Nome di Gesù. Siamo partiti dal nostro
nome per incontrarne un altro, Gesù.
Il nome del Signore che si mischia con il
nostro formando un intreccio dove la nostra
storia e la storia di Dio diventano una storia
sola, un nome solo il nostro e quello di Dio insieme. Un incontro, quello con Gesù, che ci aiuta a
guardare a noi stessi, al nostro nome con gli occhi di Dio.
Grati per l’esperienza vissuta, aspettiamo la convocazione del prossimo incontro “Arte e Fede…
Atto IV”.
1
In cima ad uno dei più eleganti colli di Roma, l’Aventino, tra le mura medievali, resti dell’antica fortezza
della famiglia dei Savelli sorge Parco Savello (detto anche Giardino degli Aranci), piccolo giardino rettangolare. Da qui è
possibile godere di una splendida vista su Roma che va dall’ansa del Tevere alla Basilica di San Pietro. Gli alberi che gli
danno il nome sono stati piantati a ricordo di S. Domenico che fondò qui il proprio convento
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sulla base musicale “50 special” dei Lunapop
Suore Dorotee di anni 50
corrono a Roma
sfiorando i 40,
se gli stai dietro ti cala la panza 2
anche perché noi del sud simu gienti e sustanza 3,
oh Don Maurizio, ti prego, rallenta
o qui ci tocca mangiare polenta.
Rit. Ma quanto è bello il cammino
percorrendo l’Aventino
e poi c’è chi butta l’esca:
è suor Francesca.
Ma che fatica questa ascesa
anche perché lo zaino pesa
e se hai un po’ di fame mangia panino e salame.
Qui qualcosa non va,
neanche da Pompi ci lasciano andar:
una soluzione dobbiamo trovar
se più su vogliamo andar,
vogliamo andar,
vogliamo andar.
Dove vuoi andar??? Posso andare in bagno?!
Dico a suor Porzia:
“io vado in bagno”,
”vai ti aspetto”,
ua col cagno 4.
Se guardo avanti
c’è il gruppo che avanza,
se non sbatto al cancello,
forse torno a Scrisello 5.
Rit. Torniamo a casa per favore,
ve lo chiediam nel nome del Signore:
dopo la chiesa del Gesù
non ne possiamo più.
Ma quanto è bello esser tornati,
proprio come gli anni passati,
grazie a tutti anche perché
più gran gioia non c’è.
Se non faremo qualche danno
torneremo anche un altro anno,
con suor Silvia e suor Simona
in giro per Roma.
ti cala la panza: dimagrisci
simu gienti e sustanza: siamo gente in carne
4
ua col cagno: intercalare calabrese per sottolineare, in questo caso, che ciò che hai detto non è stato neppure ascoltato
5
Scrisello: nome della via in cui abito
2
3
24
«Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
tu me lo hai dato,
a te, Signore, lo ridono;
tutto è tuo,
di tutto disponi
secondo la tua volontà:
dammi solo il tuo amore e la tua grazia;
e questo mi basta».
È iniziata così la dissertazione per il Dottorato in Teologia di Francy (sr Francesca Balocco) il 31 maggio
scorso, presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, alla presenza del Prof. Gerhard Larcher
dell’università di Graz, della Commissione teologica, ma soprattutto alla presenza di tanti amici, consorelle,
familiari, colleghi e studenti, tutti compagni di strada, messi in viaggio dalla stessa passione: la Parola.
OUVERTURES
Prospettive di esegesi esistenziale
nell’opera di Paul Beauchamp
Paul Beauchamp, nome familiare alla vita della nostra comunità, ospite gradito alla nostra tavola,
sparso in parole nei fogli poggiati in portineria, quasi come la lettera di un amico che frequenta la nostra
casa...
Un lavoro impegnativo, intessuto di studio, di ricerca... di anni, di inizi e cominciamenti, impregnato di
appassionante dedizione, accompagnato da presenze fedeli e discrete, condiviso nella quotidianità dei gesti
e delle relazioni.
Oggi tutto questo ha l’aspetto di un elegante volume blu che, una altrettanto elegante Francesca,
presenta con emozione ma con grande competenza. Un’ora e mezza di esposizione interrotta dall’applauso
cordiale dei presenti. “Non è finita!” si affretta a ricordare il Preside di Facoltà, consapevole però che in
questo caso “Vox populi, vox Dei”. Finalmente la proclamazione: Dottoressa in Teologia Dogmatica, Summa
cum laude e diritto alla pubblicazione integrale!
Ad Maiorem Dei Gloriam
Commozione e girasoli per la neo-dottoressa, strette di mano di rito, foto ed abbracci ma soprattutto
grande gioia e affetto vero per la nostra Francy.
E così la festa continua, con qualche piccola sorpresa e i palloncini, solo disegnati su un lavagna e una
tavola apparecchiata per tutti: perché attorno ad una tavola, davanti al pane e al vino si compie l’attesa e il
Risorto può essere finalmente visto, ascoltato, toccato, goduto, patito e incontrato!
Silvia e Francesca D’Angelo, ssd
25
Ed ora la parola a Sr. Francesca:
Grazie è una delle prime parole che ci viene insegnata da bambini, ci viene insegnato a ringraziare e
ad accorgerci che, nella vita, nulla può essere avanzato come una pretesa ma gioiosamente accolto come un
dono. Grazie può risuonare come un termine inflazionato, con il rischio che perda la forza della sua
efficacia, quasi un intercalare di buone maniere. Eppure, se c’è una parola capace di racchiudere e
restituire l’esperienza di questi anni è proprio: grazie.
Giungere alla conclusione di un lavoro di ricerca che ha
impegnato forze, tempo ed energie, può avere molti sensi e
significati; per me, fondamentalmente, due.
Il primo è di aver maturato la consapevolezza che, oggi,
la promessa insita nel cammino è stata mantenuta. Per
quanto complesso, faticoso e tortuoso possa essere stato il
percorso, giungere alla conclusione significa innanzitutto
mostrare che il tragitto intravisto e percorso era possibile; e
che proprio questo concreto cammino si è rivelato un
esercizio capace di dare forma, non solo allo scritto, ma alla
mia stessa vita.
In secondo luogo scoprire e riscoprire che non si arriva
ad una conclusione da soli; ci sia accorge, con stupore, che
molti sono stati i compagni di viaggio: sostenitori o
detrattori, compagni facilitatori od ostacolanti ma, in ogni caso,
parte del percorso e che, senza di loro, queste pagine non avrebbero avuto la possibilità di essere state
scritte in questo modo.
Grazie alla mia Congregazione, per avermi dato la possibilità di tagliare, ritagliare, strappare e
godere di tempi di studio e di ricerca, grazie a ciascuna per la fiducia e la stima che mi è stata accordata,
grazie per gli spazi apostolici che ho potuto mantenere e accrescere in questi anni, strumento per
confrontare continuamente nella realtà il desiderio e la volontà di concludere il lavoro iniziato.
Grazie alle équipes di formazione, nazionale e internazionale, grazie per avermi restituito il gusto di
una parola familiare e condivisa, capace di superare i confini linguistici e culturali.
Grazie alla comunità che a Bologna mi ha accolta in questi ultimi anni; a Silvia e Francesca, in
particolare il mio grazie, per la pazienza e la cura che mi avete mostrato; grazie per avermi garantito, per
quanto possibile, tempi di quiete per terminare il lavoro, grazie per la timida e discreta domanda, quasi
timorosa, con cui spesso mi avete accolto dopo una giornata di studio: com’è andata? Con voi ho
sperimentato e sperimento costantemente l’efficacia della solidarietà e la ricchezza della diversità.
Grazie alle Dorotee amiche, che a distanza, in Italia e in Albania hanno seguito le gioie e le difficoltà
di questo lavoro. Grazie a Titta, paziente e critica lettrice di bozze, a Franca e al gruppo vacanze del mese
di agosto, con voi e grazie a voi ho potuto vivere un appuntamento fisso con il gusto intenso degli affetti
gratuiti.
Grazie alla Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Forlì,
allo Studio teologico diocesano di Imola, allo Studio Teologico sant’Antonio di Bologna, luoghi, ma
soprattutto persone che mi hanno permesso, insegnando, di verificare la necessità che la teologia sappia
intersecarsi con la vita e la possibilità della fecondità di una ricerca teologica che sappia parlare alla vita
dell’uomo.
Grazie agli studenti che in questi anni sono diventati parte della mia vita, del mio tempo, delle mie
sollecitudini; grazie a ciascuno di voi per le condivisioni, per i racconti, per il desiderio di imparare e di
scoprire, per la fiducia e la stima che mi avete mostrato, per le domande e gli interrogativi che mi hanno
spinto a cercare ancora, proprio lì dove pensavo di aver trovato.
…
26
Grazie alle molte persone che mi consegnano in custodia - per qualche ora, qualche giorno o qualche
anno - i loro percorsi di fede e di vita; grazie a ciascuno per ognuno di questi incontri nei quali sempre mi è
stato possibile toccare con mano lo spessore della Parola di Dio, trascritta e ritrascritta nei vostri corpi e
nella vostra carne.
Grazie ai molti amici della Compagnia di Gesù, confratelli di p. Beauchamp, per le esperienze di fede e
di vita condivise … grazie a tutti coloro con i quali ho potuto collaborare e che molto hanno contribuito a
formare il me il desiderio di leggere la Scrittura con le dita…
Grazie ... alla redazione di “Testimoni”, per il costante e faticoso esercizio di ancoraggio alla realtà
che questo tipo di lavoro necessariamente comporta.
...
Grazie al prof. Larcher - maestro più che professore - e ad Elisabeth; grazie per l’intesa che si è
creata, per l’entusiasmo e la curiosità di imparare cose nuove, per l’esperienza e la sapienza che mi avete
trasmesso, per il calore e la familiarità dell’accoglienza.
...
Grazie a Mimmo, il mio maestro della prima elementare, che mi ha insegnato a leggere e a scrivere…
…grazie a Te, mio Dio; tu sai quanti racconti e quanta vita in questi nomi e in questi ricordi; grazie
perché è stato possibile scrivere solo ciò che prima è stato scritto nella mia carne; grazie perché mi hai dato
parole per ciò che, spesso, avrei voluto poter dire solo a Te.
Grazie.
Presentazione
OUVERTURES
Prospettive di esegesi esistenziale nell’opera di Paul Beauchamp
Il seguente progetto non è un lavoro esaustivo sull’opera e il pensiero di Beauchamp, ma un
tentativo, attraverso un dialogo con l’autore, di
delineare un possibile percorso, verso una maggiore
comprensione di ciò che è stata definita esegesi
esistenziale.
Qualcuno ha detto – non ricordo chi, forse un
canadese – che la mia esegesi «è un’esegesi
esistenziale». Certo, evidentemente esistenziale6.
Paul Beauchamp (1924-2001) è gesuita francese,
esegeta. L’esegesi esistenziale prende avvio dalla
scoperta che la Bibbia e la vita hanno in comune il
carattere conflittuale e tragico e che proprio dalla drammaticità del vivere sia possibile fare
esperienza della speranza. Nel suo noviziato Beauchamp matura la decisione di leggere, di seguito,
6
E. FAINI-GATTESCHI (ed.), Il Libro e l’uomo. Colloquio con P. Beauchamp, Glossa, Milano 2001, 49.
27
tutta la Bibbia, come un unico Libro (da Genesi ad Apocalisse) da cui sarebbe dipesa la sua vita… a
cui è seguita l’opera di una vita per trasmettere questa esperienza: ciò che della Bibbia si sa è vero.
L’esegesi esistenziale nasce da una domanda di senso che si risolve nel passare dal testo alla vita, e
viceversa. Questo passaggio comporta un rischio: l’interpretazione; tra ciò che si vuol dire e il modo
di dirlo c’è uno scarto, lo spazio lasciato all’interprete. Dio per dirsi si affida alle parole dell’uomo
accogliendo che l’uomo le comprenda a partire dalla sua realtà e dal suo vissuto: l’uno e l’altro, Dio
e uomo primariamente, legati alla contingenza, scelta da Dio, che fa della finitudine la chiave di
accesso alla verità di senso. L’esegesi esistenziale restituisce al lettore responsabilità e dignità di
interprete, tanto del Libro quanto della sua vita. La circolarità ermeneutica tra testo e lettore non si
configura solo su un piano teorico ma implica un contraccolpo nella prassi in quanto decisione per il
senso che dà forma concreta alla qualità del vivere, attraverso una lettura che tende ad avvicinare la
sfera emotiva a quella cognitiva. Questo processo appartiene ad ogni lettore biblico, anche a quel
singolare e particolare interprete della Scrittura che è Gesù Cristo. La verità di Dio ha mediazione
antropologica: l’esegesi della Scrittura sfocia nell’ermeneutica teologica che si rivela vitalmente
antropologica ed esistenziale.
Capitolo 1: COME SE…
Come se una foresta, un paese, non esistessero che attraversati, come se la Bibbia non
esistesse che letta, da un viaggiatore che comprime il suo desiderio di vedere tutto con quello di
andare più lontano.7
La domanda di senso nasce perché qualcosa accade. Il vissuto del soggetto diviene domanda
ermeneutica e chiamata alla decisione, nella ricerca di un senso per me deciso, perché sentito e
vissuto. Il per me riconosciuto viene consegnato al mondo attraverso il racconto. L’uno, che assume
il rischio di dirsi, pone l’altro nella possibilità di confrontarsi con la sua ricerca di sensatezza. Come
se la Bibbia non esistesse che letta… in altre parole resta muta finché qualcuno non la legge ed
entra in relazione con essa. La presenza dell’altro permette all’uno di compiersi: il libro chiede il
lettore, il lettore chiede il mondo esterno. Nella relazione con l’altro, il soggetto si scopre mancante
poiché, semplicemente, l’uno non è l’altro. La decisione di senso è possibile nel superamento della
lettura del Libro in chiave moralistica o normativa a favore di una lettura esistenziale: il Libro
racconta offre al lettore la possibilità di leggersi nelle sue pagine, pagine identiche ma sensatamente
diverse per ciascuno. La verità teologica non è separata dalla verità antropologica, Dio e uomo sono
uniti nella narrazione e nella carne storica di Gesù Cristo. La Bibbia è libro di Dio e dell’uomo,
dell’uno e dell’altro, la sua comprensione è data dalla loro relazione.
Capitolo 2: IL LIBRO E IL CORPO
«Ho scoperto che il lavoro esegetico è in rapporto con una interrogazione fondamentale
sull’uomo. […] nella misura in cui il testo biblico mi rimette in discussione in quanto io sono uomo.
Tutto comincia con questa singolarità. È una cosa che ho ripetuto più volte nei miei corsi per
spiegare la notte dell’esodo, la culla di Mosé, il roveto ardente e tutto il resto: il testo non esiste al
7
BEAUCHAMP P., L’un et l’autre Testament. Essai de lecture, Éditions du Seuil, Paris 1977, 9.
28
di fuori di quello che è per noi la notte, la culla, e, ancora, di ciò che è per noi il pane, una donna,
un uomo, un giovane. Il testo non parla se non a chi comprende questo dentro di sé, e non
solamente a chi lo comprende, ma a chi lo traspone»8.
La Bibbia e l’uomo, hanno bisogno di un corpo, di una fisicità che unifica la molteplicità e
sostiene la voce e la parola. In questo senso la carne dell’uomo e il Libro si offrono come testi da
leggere. Il lettore ha in sé una qualità particolare: la capacità di leggere se stesso nel Libro, un
processo esistenziale di ri-lettura che conduce al senso. Questo processo di ri-lettura si manifesta
come atto di decisione verso un ritorno alla bontà dell’origine e come atto di attrazione e di tensione
verso il telos. In questo senso la lettura teleologica (a partire dal fine) è la lettura più appropriata al
corpo: solo uno sguardo orientato alla promessa consente al soggetto il rischio di una decisione
nella direzione della sensatezza e della sensibilità. Leggere è quindi dare affidabilità alla verità del
corpo, a quello di Dio come a quello dell’uomo. L’esegesi esistenziale riconsegna all’uomo la
responsabilità di dare significato e senso alle parole scritte nel Libro, a partire dall’esperienza della
sua stessa vita. La destinazione del corpus del Libro è il corpo del lettore, che a sua volta si espone
per essere letto.
Capitolo 3: IL TEMPO E L’EVENTO
«Tra le cipolle di Canaan e quelle d’Egitto, non c’è altra differenza che lo spazio del deserto e
il tempo della legge, che le separano. Dallo spazio del deserto, tutto si ritira e non resta che il
tempo della sua attraversata: il deserto è una durata di quaranta anni. E il tempo così vissuto è una
ripetizione, un tempo senza contenuto: è la stessa manna tutti i giorni, è la monotonia del cibo e la
sazietà della durata, la noia»9.
Si rende necessaria l’introduzione dell’idea di un tempo sottratto allo scorrere della successione, un tempo nel quale si possa stare: interruzione, intermittenza, istante, maintenant, origine, sono
termini che ci potranno essere utili per uscire dalla concezione di un tempo percepito come
successione, per entrare nella dimensione dell’evento come spessore e durata. La voce è il ritmo del
tempo del racconto, è il poco tra il corpo e la parola, traccia di Dio nella vita dell’uomo. La voce
possiede inoltre la specifica capacità di manifestare la precedenza della dimensione affettiva e
affidabile rispetto alla dimensione cognitiva.
Questo legame sensato è reso manifesto anche dal lungo percorso di Dio nella sua relazione
con l’uomo: consegnandosi nella voce tra il riso e il grido, luoghi estremi dove la voce eccede il
contenuto. Entrambi nascono da una stessa consapevolezza dell’umano: il limite, esercitato o
perduto. Ridere nel momento in cui si percepisce la possibilità, attraverso la nascita, di esercitare il
limite accogliente e generante. Gridare nel momento in cui, alla soglia della morte, viene percepita
la possibilità di perdere la propria singolarità, l’esercizio della propria finitudine, con il rischio di
disperdersi – senza più legami – nell’assoluto.
8
FAINI-GATTESCHI (ed.), Il Libro e l’Uomo…, 37-38.
9
BEAUCHAMP, L’un et l’autre Testament. Essai…, 46.
29
Capitolo 4: CHIUSURA E APERTURE
«Voi vi ricordate questa storia biblica: un leone morto; le api hanno messo i loro favi nella
sua carcassa che si è riempita di miele (Gdc 14, 8); Sansone lo trova e ne fa un enigma, capace di
mettere il fuoco e la guerra tra lui e i Filistei. La vita che esce dallo scritto biblico è veramente la
vita che esce dalla morte. Non solamente la Bibbia lo dice, ma la Bibbia lo fa»10.
Nella libera sottomissione alla parola di Dio letta, il soggetto fa esperienza di essere, non
solo colui del quale è scritto, ma anche di essere colui che è scritto dalla parola pronunciata.
L’orientamento ermeneutico proposto ha l’intenzione di focalizzare l’attenzione sul noto, sulle
cose a portata di mano, che appartengono alla quotidianità, come criterio interpretativo e di
comprensione del senso del vivere e, in questa ferialità vissuta, conosciuta e compresa, il
compimento della parola di Dio scritta nel Libro. Anche il Figlio, attraverso il grido sulla croce,
afferma la sua unicità; rivolgendosi verso colui che può salvarlo dalla morte, Gesù di Nazareth
chiede di essere riconosciuto come unico e, in forza di questo riconoscimento, di essere sottratto
all’assoluto. Ma per la prima volta nel dispiegarsi della storia la conferma non arriverà al di qua
della soglia della morte, ma dentro la morte stessa. Il Crocifisso sfigurato si offre e si mostra
come il compimento della figura: in lui è la pienezza della realtà. La morte del Figlio segna la
chiusura del racconto totale; totale perché tutto
comprende, anche l’esperienza della morte; solo
quando la verità di ciò che è scritto raggiungerà la
verità della realtà vissuta lo Scritto potrà dirsi
compiuto. Il corpo di Gesù di Nazareth dispiegato
sulla croce, come pagina aperta, si offre e si rende
disponibile per essere riferimento e riconoscimento del
senso teologale del corpo stesso; senso mostrato a
favore di ogni carne. Nel suo corpo, origine e
compimento s’incontrano, legittimando ogni lettore ad
una personale e autorevole esegesi esistenziale. Non
c’è comprensione della Scrittura fuori dalla fisicità, ed
è il corpo lo strumento ermeneutico legittimato
all’esegesi biblica esistenziale. Ciò che è accaduto al
Figlio di Dio è qualcosa di singolare e unico,
raccontato con le parole di tutti, che chiedono a
ciascuno il passaggio all’assunzione personale. Notte,
solitudine, grido, non sono indagati per recuperare un
significato mitico: il grido, la notte, sono gli stessi…
non sappiamo la sete o la notte o la solitudine del
Figlio, ma ogni lettore legittimato nella sua carne all’esegesi esistenziale può sapere cosa
significhi sentirsi alla soglia della sete e della solitudine e sapere che nel Figlio, Dio salva.
10
BEAUCHAMP P., «Le corps et l’Espérance. Vie et mort dans la Bible», dans Les vivantes et la mort, Montpellier (X/1979), 2.
30
CONFETTI ROSSI
Ai miei tempi… i confetti del dottorato erano rossi… oggi non si capisce più niente! Ma… ci
sono stati i confetti, o no?
Si, si… ci sono stati, ma soprattutto c’è stato una SUMMA CUM LAUDE!!!
E che vogliamo di più?
Sto parlando del dottorato in teologia di
suor Francesca Balocco: l’avevate capito, è vero?
Alla facoltà di Teologia di Bologna, una
stupenda aula Sacro Cuore quasi gremita; al tavolo della presidenza una eletta schiera di professori e, davanti a un tavolo più piccolo, quasi a
fianco dei professori, la nostra suor Francesca
con tanto di microfono per dare ancor più vigore alla voce ferma e spedita che dimostrava una
conoscenza di alto livello.
Per fortuna a chi, come me, poco avrebbe
potuto capire di alta teologia, era dato di seguire
la dissertazione per mezzo di una traccia che lei
stessa, cortesemente, ci aveva fornito.
Alla fine, oltre al plauso, anche un abbondante buffet, dove professori e gente semplice
non si distinguevano più, a meno di non essere indiscreti e curiosare nelle serene conversazioni dei
gruppetti.
Ti lodiamo e Ti benediciamo, Signore Dio, Re del cielo e della terra, per questa gioia che hai
dato a Francesca, alla sua famiglia e alla nostra Famiglia Dorotea, ai professori e agli amici e colleghi. Conservaci sempre nella gioia del tuo Amore.
Suor Ester
CANDIDATE… SI,
MA ALLA PROFESSIONE PERPETUA
Stiamo pregando per queste giovani della Terza Probazione,
speranze della nostra famiglia Dorotea?
O rischiamo di essere talmente indaffarate e… vecchie, che
non riusciamo ad entusiasmarci per loro?
Sono il nostro futuro, anzi… no, IL FUTURO DELLA CHIESA!
Care giovani, siamo contente, anzi, fiere di voi, e vogliamo
sostenervi con le nostre preghiere e i nostri sacrifici, e non abbiate
paura… se sarete vere FIGLIE DI SANTA FEDE “benché poche,
metterete paura all’inferno e darete gran gloria a Dio”.
Non lo dice solo Paola, lo ha detto prima di tutto Gesù: “Farete
cose anche più grandi”.
E a Lui vogliamo credere con tutte le forze.
Coraggio, non siete sole!
31
Suor Ester
Mese di maggio, mese di Maria, mese delle
Mamme!
Fedelissime tutte le sere alle 19:00, mamme,
nonne, ragazze del quartiere, con figli e fratellini
per mano, spuntano sorridenti dietro il cancello verde, appoggiano un fiore appena colto davanti
alla statua della Madonna e prendono posto sulle panche.
Wilson attentissimo suona il campanellino ad ogni decina, Wilma e le amichette leggono con
solennità il mistero assegnato, qualcuno tra i più piccoli perde il conto delle Avemarie ma con
grande impegno sgrana la sua coroncina fluorescente, tutti cantano con trasporto il ritornello
proposto da Sr. Flora... Si prega con devozione, affidando persone, famiglie, situazioni e problemi a
Maria, Madre di Dio ma anche madre nostra... e dopo il Rosario il nostro giardinetto diventa
salotto, dove raccontare, confidare, ascoltare e non manca mai una caramella, un biscotto offerto
da Sr. Ganxhe! Fede semplice... ma capace di arrivare al Cuore di Maria e di Suo Figlio!
Dalla comunità Shtepja Paola, Scutari
Un avvenimento nuovo per I bambini e I genitori del nostro Centro Educativo Gianluca Felici
la gita al mare.
Nel mese di Maggio con una gioia indescrivibile e vestiti con gli abiti della festa, i bambini sono
saliti sul pullman che è venuto a prenderli nel
giardino della scuola ed hanno occupato il posto
ognuno vicino alla propria mamma; solo un papà
era presente.
Un avvenimento eccezionale, non solo per i
bambini, ma anche per le loro mamme; alcune non
erano andate mai, neanche una volta, al mare.
La giornate è iniziata con la visita alla Scuola
Materna di Shengjin, vicino alla città di Lezha, che
dista da Vau-Dejes circa mezz’ora. La scuola è
tenuta dalle Suore della Sacra Famiglia. Una
bellissima scuola in cui non manca proprio niente!
Poi al mare dove la gioia dei bambini è stata incontenibile.
Giocare con l’acqua e la sabbia, rincorrersi, gridare di gioia…
32
È stato bello vedere tanta allegria e gioire con loro; per i genitori è stata un'occasione per poter stare,
senza alcun pensiero con i loro bambini ed anche tra
di loro, scambiandosi confidenze e stringere così una
amicizia più forte.
Con noi ha vissuto questa bella esperienza anche
la provinciale Sr. Silvia, in visita in Albania.
Al ritorno tutti ko! Ognuno dormiva appoggiato
alla propria mamma…
Ringraziamo di cuore il Signore per la buona riuscita della giornata, ed anche chi ci ha aiutato per le
spese.
Suor Mariana Demaj
...in diretta telefonica dalla missione a Gjegjani!
Alo?! Pronto?! 
Pronto Denada, Ganxhe... raccontateci qualcosa ...
... Si, anche questo anno ci siamo preparati e il 30 giugno siamo partiti per
le montagne di Gjegjani. Paesaggio brullo, sole cocente, strade sterrate e polverose per raggiungere i sette villaggi affidati alla nostra cura.
Siamo un piccolo gruppo, tutti giovani:
Il sacerdote don Kasteriot, suor Ganxhe e suor Denada, due ragazzi Donaldi e
Gasper della parrocchia di Shelqet, una giovane di Dajci e una di Koterr.
33
Oltre alla catechesi ordinaria, alla preparazione ai sacramenti e alla liturgia
domenicale nei sette centri in qui andiamo, questo anno stiamo facendo la
registrazione delle famiglie, è un lavoro molto faticoso, perché le case sono
molto lontane le une dalle altre.
Con gioia constatiamo che diverse coppie di giovani vengono a chiedere la
benedizione e il sacramento del matrimonio e il battesimo dei loro figli.
Tre dei villaggi sono quasi spopolati, ma negli altri quattro centri ci sono
molto bambini e ragazzi che frequentano con interesse gli incontri e
specialmente i giochi!...
Ogni giorno visitiamo due villaggi : la missione ci impegna dalle 8:00 alle
12:30 e nel pomeriggio dalle
16:00 alle 20:00.
Questa missione arricchisce
ognuno di noi, ci aiuta ad uscire
da noi stessi e ci immerge nella
realtà dell’essenziale e dei bisogni
reali della gente, ci fa scoprire
quanto bisogno c'è di annunciare
il Signore e la Sua salvezza.
Insieme alla gente che incontriamo impariamo a ringraziare Dio e a crescere nella fede.
Luglio 2014
34
Voci di festa si levano dal piazzale di Villa Paola. Sono quelle dei bambini e dei ragazzi che, in
queste settimane, frequentano il centro estivo, organizzato dalla scuola in collaborazione con
un’equipe di animazione.
Sono divisi in squadre e partecipano a gare e a giochi davvero originali e divertenti, collezionando un punteggio che li vedrà premiati il venerdì, alla presenza dei Genitori.
Il momento clou è riservato al bagno… sì, perché, sempre sul piazzale, sono state allestite 3 piscine di varie dimensioni; nella maggiore potrebbero tuffarsi anche gli adulti. Allora la gioia risuona
in tutto il quartiere.
Dopo il bagno, ci si stende al sole e poi… via alle gare, al pallone, con il rimpianto dei mondiali sfumati, in attesa del pranzo, quando, in fila indiana, si scende a gustare il menù del cuoco Alessandro, sempre appetitoso ed abbondante.
Nel pomeriggio si continua con un programma vario e distensivo.
Alle 16:30 si torna a casa aspettando il giorno dopo, mentre i genitori chiedono:
“Ma che gli fate che vengono tanto volentieri?”…
È un segreto che sveleremo il prossimo anno..
35
1° CLASSIFICATO
Istituto Santa Dorotea di Arcore (MB)
Classe: V B
TEMA DEL PROGETTO
Accendi il colore
La classe ha costruito un dettagliato plastico che illustra
un'idea originale per rinnovare la scuola: a ogni aula, in
base alle attività, è associato un sistema d'illuminazione a
LED colorati che ispira diversi comportamenti e stati
emotivi: calma, forza, entusiasmo, concentrazione, attenzione, immaginazione. Gli ambienti si
trasformano in spazi stimolanti ed energetici. La realizzazione stessa del progetto sarà l'occasione
per coinvolgere attivamente anche le famiglie.
VINCITA
DUE GIORNI A ROMA
6.000 EURO per la scuola
CONCORSO PLAY ENERGY, ENEL ENERGIA
Con PlayEnergy, Enel ha rinnovato il suo impegno verso i giovani e la scuola, promuovendo
la diffusione della conoscenza e della coscienza energetica, coinvolgendo bambini e ragazzi nella
scoperta del mondo dell’energia e della scienza.
Gli studenti di Italia, Brasile, Cile, Costa Rica, Guatemala, Panama, Romania, Russia e Slovacchia sono stati chiamati a dimostrare capacità creative e progettuali partecipando al concorso
Energia CreAttiva. Gli studenti si sono messi alla prova stimolando il pensiero creativo su nuove
forme di energia e sull’utilizzo più intelligente di quelle già conosciute. Anche quest’anno le scuole
hanno aderito con entusiasmo al progetto: 465.000 studenti (più di 329.200 solo in Italia), oltre
9.840 istituti italiani ed esteri coinvolti; 2.520 progetti presentati al concorso.
L’evento finale di Roma ha rappresentato un’occasione di incontro e di scambio tra tutti i
partecipanti a PlayEnergy: sono stati premiati infatti, oltre agli studenti italiani, i rappresentanti
degli studenti stranieri che hanno aderito al progetto.
Per l’Istituto Santa Dorotea di Arcore è stata una occasione di crescita e un’esperienza da non
dimenticare. Tutti i ragazzi sono stati premiati con un monopattino elettrico e hanno potuto
partecipare alla due giorni di Roma con visita della città ed esperienze e giochi a tema.
La scuola, oltre ad essere stata lodata dal Ministero della Pubblica Istruzione, ha anche beneficiato della vincita di 6.000 euro.
36
Quest’anno l’istituto Santa Dorotea ha deciso di concludere l’anno scolastico coinvolgendo anche tutto il paese.
Tutti gli alunni e i genitori si sono trovati sul piazzale della scuola a partire dalle ore 18:00, per
poi, rispettando il proprio orario, camminare per le vie di Arcore in un clima di festa.
Quattro le tappe da raggiungere dove, ad aspettarli, c’erano tutti gli insegnanti impegnati a
servire loro, gli antipasti nella prima tappa, i primi piatti nella seconda tappa, i secondi nella terza
tappa e i dolci nel cortile della scuola.
In ogni gruppo c’erano 100 persone tra genitori e bambini: 6 le partenze. Un vero successo!
Il percorso è durato due ore circa, ma l’arrivo è stata una vera sorpresa per tutti: i ragazzi di
medie e liceo, insieme ai propri insegnanti, avevano preparato una serata di intrattenimento per
tutte le famiglie.
Una festa bene riuscita e che ha ancora una volta dato il segnale che le “Dorotee” portano
comunità!
Leggere, scrivere, colorare… ogni giorno può essere
istruttivo e divertente con la collezione Dorotea’s!
Tanti giochi e attività, tante figurine da attaccare e
soprattutto tutti i protagonisti della famiglia Santa Dorotea di
Arcore.
L'album di figurine è stato proposto durante lo scorso anno scolastico per tutti gli alunni dell’Istituto riuscendo a stimolare l'aggregazione più di qualsiasi altro libro. Le classi sono
diventate un gruppo affiatato con gli insegnanti e l'album è
riuscito a trasmettere un senso di felice partecipazione.
Aprire la bustina è stata per i bambini una piacevole sensazione che è diventa emozione quando si trovava la propria
figurina o quella della
propria insegnante o
delle suore, mostrandola subito ai compagni, attaccandola o
cercando di scambiarla. Insomma, un'attività ludica ma che
ha creato ancora di più una
senso di appartenenza alla
nostra meravigliosa famiglia!
figurina numero 1
37
copertina
Luoghi di incontro: San Calogero e Rombiolo.
L’evento ha coinvolto circa duemila giovani.
L’accoglienza è avvenuta nel cortile della nostra scuola materna.
Gli animatori hanno organizzato giochi e balli di gruppo. Ospiti della Comunità in questa occasione sono state: Stella Maria, una giovane Iraniana, convertita dall’Islam per seguire Gesù, e Suor
Simona Isella, che l’ha accompagnata in questa sua ricerca di Cristo.
Nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù c’è stato un importante momento di condivisione, riflettendo sulle parole di S. Giovanni Paolo II:
“Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro”.
A questo punto, Suor Simona ha dato la propria testimonianza, parlando della sua vocazione di
Dorotea, come figlia di Santa Paola alla sequela di Cristo.
Successivamente, si è svolto un pellegrinaggio da San Calogero al Santuario della Madonna della Grazia di Casalello, a simboleggiare un comune e personale cammino di fede verso Dio.
Da lì si giunge a piedi fino a Rombiolo, dove è stata celebrata la veglia, presieduta dal Vescovo
Mons. Luigi Renzo.
All’alba del 2 giugno la manifestazione si è conclusa con la Celebrazione Eucaristica nella piazza
del paese. Al termine della Messa, Stella Maria ha raccontato la sua faticosa ed eroica ricerca di Gesù. Più che una semplice testimonianza di fede, da noi giovani, tutto questo è stato avvertito come
un forte segnale per vivere la nostra vita in Cristo con profondità e coerenza.
Suor Porzia
e Gruppo Giovani
38
Durante l’anno
alcune Mamme di Paola, fra le più giovani,
si sono adoperate per guidare per il laboratorio di manualità.
Per noi è stata la prima esperienza, e ci ha tanto arricchito.
Abbiamo avuto le nostre difficoltà, ma i bambini hanno superato ogni nostra attesa con la loro
disponibilità e il desiderio di imparare a costruire sempre cose nuove.
Volevamo donare qualcosa ai bambini e invece sono stati loro a riempirci con la loro gioia di
vivere.
Ringraziamo le Suore che ci hanno permesso di dare il nostro piccolo contributo all’interno del-
la comunità parrocchiale.
Le Mamme di Paola
Descrivervi questo ultimo periodo dell’anno non è facile perché è stato intenso di avvenimenti.
Dal 20 al 22 marzo si sono svolti gli esercizi spirituali alla casa di accoglienza seguendo
l’itinerario della misericordia. È stato Padre Romano Matrone a tenerli ed è stata accolta la sua parola con tanta fede e speranza di una vita più intensamente donata a Dio e alle anime.
Dal 28 al 29 marzo una quindicina tra ragazze e ragazzi hanno partecipato alla tre giorni a
Roma, accompagnati dal Rettore Don Maurizio Aloise, per seguire l’itinerario proposto dalla nostra
Pastorale giovanile “Alla scoperta del nome“.
L’entusiasmo e il desiderio di ripetere l’esperienza sono stati evidenti. In tutti i loro incontri ne
hanno parlato con ricchezza di contenuti e con tanta profondità.
39
Ogni mese 5 ragazze con Suor Anna hanno partecipato al laboratorio per operatori di formazione di pastorale giovanile diocesano, seguendo il tema “Istruzioni di Volo”.
In questi incontri si sono alternati giovani laici, sacerdoti e suore proponendo un tema formativo. Gli incontri sono stati molto vari ed interessanti…
Al termine di questi pomeriggi è stato dato ai convenuti un attestato di frequenza.
Il 18 maggio si è svolta la giornata diocesana dei giovani a Serra San Bruno.
Il tema era “Testimoni dell’Amore”. I nostri giovani con altri delle parrocchie limitrofe si sono
anche impegnati nell’animazione liturgica.
Ogni settimana si incontravano per le prove che terminavano sempre con un “dulcis in fundo”.
A Serra hanno poi formato una corale di più di 100 giovani.
Il 28 maggio al mattino prestissimo, poi, siamo partiti per un pellegrinaggio che ci avrebbe portato ai piedi della Madonna delle lacrime a Siracusa.
40
È stata una giornata all’insegna della preghiera, della fraternità e della condivisione.
Lo scopo è stato quello di restituire la visita della teca contenente le lacrime di Maria che erano venute al Santuario di Torre
durante la festa, nel mese di settembre, dal 6 al 9. Prima della
Santa Messa vespertina, presieduta
dal nostro Arcivescovo Mons.
Vincenzo Bertolone e dal Vescovo
di Siracusa, abbiamo potuto partecipare alla processione che ogni 28 del mese si snoda dalla casa della lacrimazione fino al Santuario.
È stata una processione ricca di preghiera, canti e tanta fede.
Il 1° giugno, festa dell’Ascensione, è stata la giornata del pellegrinaggio diocesano dell’Azione Cattolica e delle varie Associazioni laicali al Santuario diocesano della Vergine delle Grazie.
Il tempo era piovoso e freddo, per cui la Concelebrazione della
Messa non si è svolta, come di consueto, nell’anfiteatro antistante il
Santuario, ma all’interno del Santuario.
I gruppi che hanno partecipato hanno vissuto momenti molto intensi di preghiera mariana e di adorazione. I giovani invece, sotto un
raggio di sole pomeridiano, hanno potuto giocare e vivere momenti
di gioco e di fraternità.
Il 7 giugno, vigilia di Pentecoste, con i giovani, abbiamo partecipato alla Veglia di Pentecoste a Catanzaro lido con la presenza del
Vescovo. Il tema della Veglia era “Accendi misericordia “.
Sono state alcune ore di preghiera e di esperienza di vita per
comprendere come accendere misericordia nei nostri ambienti parrocchiali , familiari, sociali...
Il 12 giugno, festa liturgica di Santa Paola, abbiamo avuto una
Santa Messa cantata e partecipata da coloro che
sono fedeli devoti della nostra Santa.
Il gruppo dei giovani poi si è fermato per festeggiare insieme a noi. Il gioco, la pizza e di nuovo
lo stare ancora insieme nell’anfiteatro cantando,
ballando, giocando e suonando, ha dato a tutti
quella santa spensierata allegria come nei primi
tempi della casetta di Quinto.
Con poche cose, si è visto, si possono trascorrere con gioia le ore della sera.
Il 21 giugno i Calabresi sono stati invitati ad andare a Cassano per l’incontro con Papa Francesco. La piana di Sibari è diventata la nuova San Pietro. Nessuno si è lasciato arrestare dalla polvere
che mangiava camminando, né del sole che picchiettava sulle teste, né dal non potersi sedere...
Papa Francesco ha avvolto tutti con il suo sorriso, il suo calore, la sua pazienza, ma soprattutto
con la sua forza travolgente per ridare a tutto il popolo calabrese forza e speranza nel futuro.
Dalla seconda metà di giugno la casa del pellegrino ha iniziato a ricevere gruppi stabili per
campiscuola. Il primo è stato quello di Rosarno che ci ha allietato per una settimana ed ha animato
le Messe al Santuario con le sue voci bianche.
Suor Maria Zito, la vera “pastora”, ha seguito questo gruppo con maestria e coraggio.
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A tutti loro va il nostro grazie e la nostra preghiera per aiutarli ad andare sempre più avanti
nella via dello spirito.
Gli altri gruppi – Scouts, o di Azione Cattolica, o di altre Associazioni – si sono prenotati per luglio ed agosto.
A voi tutte Suore vada la nostra preghiera ed il nostro grazie per la condivisione del nostro lavoro e della gratitudine a Dio del seme che piano piano, gettato nella terra, deve marcire per poter
portare frutti di bene. Buone Vacanze e a presto risentirci!
Sr. Anna e Sr. Maria
In questo campo ha capito che il vero immenso amore giunge a noi soltanto attraverso Dio
che, già da prima delle nostra nascita, ha idealizzato il nostro progetto di vita.
Il compito di ognuna di noi è appunto quello di cercare di comprendere i nostri “doni” affinchè
possiamo realizzare al meglio il nostro progetto di vita. Dio ci ha creato uaguali, a Sua immagine e
somiglianza, ma agnuno di noi è unico e speciale perché tutti abbiamo delle qualità differenti che ci
rendono irrepetibili. Per vivere insieme in serenità ognuno deve condividere i propri doni
mettendoli al servizio degli altri, soprattutto per chi ha più bisogno. È tata un’esperienza bellissima e
ho capito come sono veramente amata da Dio. E io come sto rispondendo?...
Francesca
L’esperienza fatta al camposcuola è
stata un’occasione in cui ho sperimentato
l’amore di Dio e ho conosciuto nuovi
amici. Sono maturata spiritualmente,
attraverso gli argomenti che trattavamo.
Suor Maria, ogni giorno ci parlava di
un protagonista speciale tra cui Lidia, S.
Paolo, S. Pietro, le prime comunità cristiane ecc.
Una delle cose che mi sono piaciute
di più è stata la Parola-Chiave che ci
veniva data ogni giorno nei momenti di
Preghiera e che poi mettevamo in pratica
in tutte le attività.
Queste si riferivano ad alcune parti del corpo: come sguardo, mani… venivano collegate al
Vangelo perché venivano usate da Gesù.
Quest’esperienza è stata meravigliosa perché ho conosciuto una nuova grande famiglia formata
dai miei amici, da Suor Maria, dagli animatori e dalle mamme che ci hanno preparato i buoni
pranzetti.
(Paola Donato
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Come già sappiamo, lo scorso maggio, alla vigilia del suo incontro con Papa Francesco Maria Maccarone si è fratturata il femore.
In questi mesi, dopo l'intervento, è stata ospite
in una struttura riabilitativa ed ora, finalmente a
casa, ci giunge il suo Grazie semplice e profondamente vero per le tante, tantissime telefonate e
messaggi che hanno fatto della figlia Sarina e delle
suore di San Calogero un vero e proprio call center!
Ecco alcuni stralci della conversazione che ho
avuto con lei in questi giorni:
- Pronto, Maria?
- O mamma mia sr Silvia, grazie per avermi telefonato. Voi [vui, nel suo stretto calabrese] siete
tanto gentile!
- ... come stai, senti dolore?
- Sì, un poco mi faci male ... ma posso offrire per
tanti giovani ed anche per voi e per tutte le suore
Dorotee e per la Madre Generale. Io prego tanto
Gesù e Santa Paola, per tutti e anche per voi ... c'è
tanto bisogno.
- ... riesci a camminare?
- un passettino fazzu con i stampelli.
- Stai di nuovo imparando a camminare, a piccoli passi come dopo che ti sei alzata.
- ... Si, come vuole Gesù e Santa Paola e poi
speriamo che posso andare dal Papa.
Vi voglio bene!
- Anche noi, anch'io ti voglio bene, Maria!
E grazie per la semplicità e dolcezza con cui
stai in mezzo a noi.
silvia ssd
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Sono stati presentati a Cracovia dall’arcivescovo cardinale Stanislao Dziwisz il logo e la preghiera ufficiali della 31/ma Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà nella città polacca nel
2016.
Nella simbologia del logo si coniugano tre elementi:
il luogo, i principali protagonisti e il tema della Giornata
(“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”).
L’immagine, nei colori rosso, blu e giallo-arancio che richiamano i colori ufficiali di Cracovia e
del suo stemma, è composta dai contorni geografici della Polonia, dentro i quali si trova la Croce.
Un cerchio giallo-arancio segna la posizione di Cracovia nella mappa del Paese ed è anche simbolo dei giovani.
Dalla Croce esce la fiamma della Divina Misericordia.
Durante la conferenza stampa, è stata presentata anche la preghiera ufficiale della Gmg di Cracovia 2016. È composta di tre parti: nella prima si affida l’umanità e specialmente i giovani alla misericordia divina; nella seconda parte si chiede al Signore la grazia di un animo misericordioso; nella
terza si chiede l’intercessione della Vergine Maria e di San Giovanni Paolo II, patrono delle Gmg.
Ecco la Preghiera per la GMG di Cracovia 2016
Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
Ti affidiamo in modo particolare
i giovani di ogni lingua, popolo e nazione:
guidali e proteggili lungo gli intricati sentieri del mondo di oggi
e dona loro la grazia di raccogliere frutti abbondanti
dall’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia.
Padre Celeste,
rendici testimoni della Tua misericordia.
Insegnaci a portare la fede ai dubbiosi,
la speranza, agli scoraggiati,
l’amore agli indifferenti;
il perdono a chi ha fatto del male
e la gioia agli infelici.
Fa’ che la scintilla dell’amore misericordioso
che hai acceso dentro di noi
diventi un fuoco che trasforma i cuori
e rinnova la faccia della terra.
Maria, Madre di Misericordia, prega per noi.
San Giovanni Paolo II, prega per noi.
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Il Frassino e-mail n. 15 - Congregazione Suore S. Dorotea della