PROVINCIA DI
PADOVA
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1860, minuta autografa di Alberto Cavalletto
Mostra documentaria
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Mostra Documentaria
Padova
Palazzo Santo Stefano, 18 giugno - 31 dicembre 2011
a cura di
Francesca Fantini D’Onofrio
Provincia di Padova
È il 1 agosto 1866: Re Vittorio Emanuele II entra a Padova da Porta Santa Croce e prende dimora
in uno dei palazzi nobiliari che si affaccia su Prato della
Valle ribattezzata “Grande Piazza Vittorio Emanuele
II”. Poco dopo, il 21 e 22 ottobre dello stesso anno,
Padova entra nello Stato Unitario con un plebiscito
che sancisce la volontà popolare di adesione al Regno
d’Italia. Qui finisce la storia scritta nei libri e nelle lapidi
dei palazzi padovani. Ne esiste, però, un’altra più ricca,
più intensa, piena di dettagli e di cenni eppure meno
conosciuta alla maggior parte dei cittadini di Padova e
provincia. È racchiusa nei documenti inediti prodotti
nei primi momenti dell’Unità. Sono gli atti amministrativi del secondo semestre del 1866. Ogni carta, ogni
scritto, ogni parola è tutta da scoprire e da rivivere
perché intrisa da un forte sentimento di democrazia e
indipendenza.
La mostra “Padova e l’Unità d’Italia: momenti
di patriottismo 1848-1866” è organizzata dalla Provincia e dall’Archivio di Stato con il sostegno della Fon-
dazione Cassa di Risparmio. Per la prima volta, verrà
svelata al grande pubblico la sequenza degli avvisi che
tappezzavano la città e il territorio di allora. Sono i
carteggi originali che, con ardore e passione patriottica, informavano la popolazione dei provvedimenti
adottati dal nuovo governo a partire da quelli sulla
consultazione popolare per l’adesione all’Italia. Nelle
sale di Palazzo Santo Stefano, inoltre, i visitatori potranno ammirare le mappe del primo catasto italiano
che registra i cambiamenti toponomastici conseguenti
al ricongiungimento con il resto della penisola italiana.
L’Unità costituì un momento istituzionale importante per Padova e il suo territorio. Il nuovo governo diede il via ad una complessa riorganizzazione
amministrativa e il Consiglio provinciale ebbe il compito di coordinare i lavori per l’attuazione delle riforme.
A parlarne in modo diretto, oggettivo, disincantato e
senza interpretazioni di parte saranno proprio i documenti che faranno rivivere le emozioni vissute dai
padovani dal 1848 al 1866.
In occasione del 150° anniversario dell’Unità
d’Italia, non poteva essere questo tributo migliore ai
nostri padri fondatori. L’augurio è che il cuore e la
passione impressa in queste carte, sia di ispirazione
per lo spirito di rinascita e sviluppo che deve animare
tutti noi in questo periodo storico.
Barbara Degani
Presidente
Provincia di Padova
Presentazione
Introduzione
Padova libera 1848 marzo 23 – giugno 14 • pag 6
Patriottismo Padovano 1848 – 1866 • pag 19
Padova Italiana 1866 ottobre 22 • pag 35
Padova Italiana: il Re e il Plebiscito • pag 43
PADOVA E L’UNITÀ D’ITALIA 1848-1866
Le fonti documentarie dell’Archivio di
Stato di Padova
La mostra allestita per celebrare i centocinquant’anni
dell’Unità d’Italia si propone di far conoscere le fonti
documentarie del patriottismo padovano conservate
presso l’Archivio di Stato di Padova.
L’istituto padovano di conservazione tutela numerosissimi originali prodotti nel periodo del Risorgimento
Italiano. Fanno parte di complessi archivistici istituzionali e privati ove si è sedimentata documentazione sia
ufficiale di Stato, sia segreta.
Gli atti ufficiali sono presenti in prevalenza nell’archivio della Delegazione Provinciale, della cosiddetta
Miscellanea Civile e Militare, della Guardia Nazionale
di Padova, del Comune e del Catasto.
I documenti prodotti dalla cospirazione patriottica
sono conservati in prevalenza negli archivi privati della Società dei Veterani del 1848-1849 e del Comitato
Politico Centrale Veneto.
Palazzo Santo Stefano e l’Unità d’Italia
Il percorso della mostra permette la visita di una parte di Palazzo Santo Stefano nella sua rinnovata veste
italiana: si tratta degli uffici dell’Amministrazione Provinciale progettati subito dopo l’Unità d’Italia. Il palazzo
infatti fa parte dell’antico complesso monumentale del
monastero benedettino femminile di Santo Stefano, di
cui conserva il nome. E’ acquistato dalla Provincia di
Padova nel 1872 per essere trasformato nella propria
sede e in quella della Prefettura. Il progetto di ristrutturazione è datato 1873 a firma dell’ingegnere capo
Emilio Zanardini e i lavori sono ultimati nel 1877.
La Sala del Consiglio celebra, attraverso la decorazione e l’arredo, l’appartenza al Regno d’Italia. Carlo
Matscheg realizza l’arredo e il soffitto viene affrescato
da Giulio Carlini. Il grande plafone centrale rappresenta la cacciata di Pagano, vicario imperiale di Federico
Barbarossa, avvenuta il 23 giugno 1164. Il busto di Vittorio Emanuele II posto alle spalle della presidenza, è
dello scultore Domenico Stradiotto, mentre nella
zona riservata al pubblico, nel 1866 viene collocato il
busto di Antonio Dozzi (1817-1885) primo presidente provinciale di Padova e senatore del Regno, opera
dello scultore padovano Natale Sanavio.
Il Percorso
La mostra illustra il clima irredentista e patriottico che
contribuì all’annessione di Padova e del padovano suo
territorio al Regno d’Italia. L’itinerario documentario
si compone di atti originali prodotti durante i diciotto
anni che intercorsero dal Governo Provvisorio Dipartimentale, che durò ottanta giorni, all’annessione al
Regno d’Italia durante la terza guerra d’indipendenza
(1848-1866).
Francesca Fantini D’Onofrio
Direttore
Archivio di Stato di Padova
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
I
l 23 marzo 1848 Padova e il suo territorio sono libere:
gli Austriaci hanno abbandonato il padovano che governavano dal 1815.
Questa liberazione non è un caso isolato, ma rientra nel
sommovimento generale dell’Europa iniziato con la rivoluzione parigina del 22-26 febbraio 1848.
A scatenare le insurrezioni è il clima di tensione prodotto
dal regime poliziesco e dalla profonda crisi economica
europea aggravata dalla forte pressione fiscale e dalle
gravose contribuzioni per il mantenimento delle truppe.
Nella provincia del Lombardo-Veneto gli episodi di violenza erano iniziati con lo sciopero del fumo, deciso per
colpire le finanze austriache legate al monopolio della
vendita del tabacco, proclamato a Milano il primo gennaio
1848 e subito estesosi su tutto il territorio della provincia
italiana.
Proprio gli scontri con i militari che ostentano provocatoriamente il sigaro in bocca sono all’origine dei tumulti,
anche quelli padovani del febbraio del 1848. Le tensioni
aumentarono in marzo incrementate dalle concessioni
della Costituzione in alcuni stati italiani, quali il Regno di
Sardegna da parte di Carlo Alberto di Savoja e dello
Stato Pontificio da parte del papa Pio IX.
A Vienna il 13 marzo scoppia la rivolta capeggiata dagli
studenti universitari che porta alla caduta del cancelliere Metternich. Seguono quelle nelle province italiane: a
Venezia, il 17 marzo, una grande manifestazione popolare libera dal carcere i patrioti Daniele Manin e Niccolò
Tommaseo; a Milano il 18 marzo ha inizio la rivolta che
passerà alla storia come “le cinque giornate di Milano”.
Queste violente insurrezioni porteranno l’instaurarsi di
governi provvisori.
A Padova, similmente alle altre città universitarie, i senti-
menti anti-imperiali e patriottici erano sostenuti con calore e impegno dagli studenti universitari, che rintuzzavano
con veemenza gli atteggiamenti provocatori dei militari
dando origine alle aggressioni armate da parte di questi
ultimi di cui il più luttuoso fu quello dell’ febbraio 1848.
Una larga fascia di popolazione appartenente al ceto medio e basso fiancheggiava la contestazione degli universitari. Molto attive erano le donne che, benché l’emancipazione femminile fosse ancora molto lontana, ebbero
un ruolo primario nella propaganda patriottica e nello
scambio di missive segrete durante la cospirazione antiasburgica.
La liberazione di Padova però non fu un evento rivoluzionario come a Venezia e a Milano, ma si trattò dell’abbandono della città e del territorio da parte delle truppe
austriache, che lasciarono il padovano per raggiungere
Verona su ordine del generale Radetzky. Con le truppe
lasciarono la città anche il Delegato Provinciale e il Commissario superiore di Polizia: si ebbe quindi un vuoto di
governo e l’Amministrazione Municipale di Padova, per
evitare l’instaurarsi dell’anarchia, aderì al Governo Provvisorio della Repubblica di Venezia. Venezia autorizzò
l’istituzione del Comitato Dipartimentale Provvisorio di
Padova per la gestione politica del territorio. Il Comitato
fu eletto nell’arco di una sera e fu composto da sette
membri; governò il padovano per ottanta giorni, dedicandosi prioritariamente all’ordine pubblico con il supporto
della Guardia Nazionale, regolamentata il 27 marzo 1848,
a cui fu affidata la difesa della città.
L’indipendenza padovana ebbe breve durata e seguì in
parte le sorti della prima guerra d’indipendenza italiana, a
cui parteciparono 1500 volontari padovani, di cui cinquecento studenti. Avevano tutti una croce rossa sul petto o
sul braccio, per cui vennero denominati crociati.
I primi giorni di giugno del 1848 si sparse la voce di un
possibile approssimarsi alla città delle truppe austriache,
per cui il governo passò nelle mani del Comitato di Difesa. Dopo la capitolazione della città di Vicenza e ritiro
di tutte le truppe da parte del Governo di Venezia, Padova cadde nell’anarchia più completa. In questo clima
fu facile per le truppe austriache ritornare e decretare
la fine del governo provvisorio. Si insediò nuovamente
la Congregazione Provinciale e vennero cancellati tutti i
simboli patriottici per far spazio agli emblemi imperiali. La
dominazione austriaca durerà altri diciotto anni durante i
quali il patrioti padovani cospireranno in segreto.
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
1 - 1848 marzo 23
Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova invita la popolazione alla solenne
celebrazione di ringraziamento per l’avvenuta liberazione dagli Austriaci con il canto
dell’Inno Ambrosiano e con la benedizione della Bandiera Tricolore che si terrà a mezzogiorno nella Chiesa Cattedrale al cospetto del vescovo Modesto Farina
2 - 1848 marzo 24
La Municipalità di Padova comunica alla cittadinanza l’adesione al Governo Provvisorio della Repubblica Veneta
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
6-7
3 - 1849 marzo 22
Lettera, ricca di pathos patriottico, stampata con i colori del tricolore nazionale, redatta dal
popolo veneziano in occasione della ricorrenza del primo anno dalla liberazione di Venezia e
indirizzata a Daniele Manin, che aveva ricoperto la carica di presidente del fugace Governo
Provvisorio della Repubblica di Venezia .
Dal 4 luglio 1848 Venezia è tornata a essere dominata dagli Austriaci. La lettera contiene un
accorato appello a Daniele Manin: “Tu ci devi sottrarre alla tedesca rabbia, tu ci devi incolumi
condurre all’Appello della futura Dieta italiana in Roma, come hai promesso il 4 di luglio.” La
richiesta è conclusiva alla narrazione degli eventi rivoluzionari accaduti a Venezia il 22 marzo
1848 che portarono alla liberazione dagli Austriaci
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
4 - 1848 marzo 26
Il Comitato Dipartimentale Provvisorio di Padova, per garantire l’ordine pubblico nel Padovano,
incita i cittadini e gli studenti universitari a non nutrire sentimenti di vendetta e di odio e a
evitare l’insulto.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
5 - 1848 marzo 26
6 - 1848 marzo 27
Il Comitato dipartimentale Provvisorio di Padova ringrazia pubblicamente i valorosi studenti universitari per il contributo da loro reso
alla liberazione dagli austriaci.
Prima pagina del libretto a stampa dei versi dedicati all’Italia, opera di Angelo Sacchetti, recitati a
Padova per festeggiare l’indipendenza, la sera del 27 marzo 1848, nel Teatro dei Concordi.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
8-9
7 - 1848 marzo 28
Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova annuncia pene severe contro coloro che produrranno false accuse di spionaggio e di tradimento.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
8 - 1848 aprile 6
Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova, per assicurare l’ordine pubblico, incita alla
convivenza pacifica con gli stranieri residenti: “Vedere in essi dei nemici pericolosi alla nostra
Santa Causa è pochezza d’animo per infondato timore...Cittadini mostratevi degni della libertà,
siate ospitali cogli innocui forestieri, e rammentate che molti dei nostri fratelli stanno pure in
suolo straniero”.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
9 - 1848 aprile 1
10 - 1848 aprile 9
Invito alla fratellanza tra Padova e Venezia in nome dell’Italia Unita eliminando ogni motivo
di campanilismo: “I manifesti vincoli di reciproco vantaggio…deggiono persuaderle ambedue a
stringere insieme la mano con vicendevolezza di patria carità, rigettando ogni sospetto di gloriuzze municipali; miseria dei tempi passati, onta alla civile sapienza dei nostri.”
Il timore del ritorno degli Austriaci induce il governo provvisorio ad istituire il Comitato di Difesa
di Padova che, nell’esercizio delle sue funzioni, rende note le disposizioni per la difesa della città
e pubblica l’elenco dei luoghi scelti per le barricate.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
10-11
11 - 1848 maggio 2
12 - 1848 giugno 4
Libretto a stampa in occasione dell’inaugurazione della Bandiera Tricolore posta sul rialzato
stendardo dell’antica Scuola di San Marco a Venezia.
Il colonnello Costante Ferrari, nell’accettare l’incarico di Comandante Superiore della piazza di
Padova, incita i padovani ad unirsi all’esercito italiano per lottare per l’indipendenza dell’Italia:
“Padovani! il nemico si accovaccia ancora nei vostri d’intorni, e per istanarlo, io conto sul vostro
Patriottismo.”
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
13
14
14
13, 14, 15 - 1848 aprile 12, 14 e 24
Cronache degli eventi padovani del 12, 14 e 24 aprile 1848 pubblicate
nel Bollettino della Mattina. Supplemento giornaliero officiale del foglio
“Il Caffè Pedrocchi” ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
12-13
15
13, 14, 15 - 1848 aprile 12, 14 e 24
Cronache degli eventi padovani del 12, 14 e 24 aprile 1848 pubblicate
nel Bollettino della Mattina. Supplemento giornaliero officiale del foglio
“Il Caffè Pedrocchi” ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
13 – Particolari del foglio del 12 aprile che narra la partenza da
Padova degli artiglieri piemontesi, dei festeggiamenti organizzati
e del banchetto che diede occasione di un’improvvisata riunione
tra i cittadini e i membri del governo provvisorio: “Simili riunioni
anziché infiacchire gli animi li esaltano, in esse si rinnovano le
giurate promesse; sono simbolo di fratellanza e di forza.”
14 - Particolari del foglio del 14 aprile che pubblica la lettera
di Antonio Meneghini, presidente del Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova, in cui deplora coloro che vogliono destituire
dagli incarichi i pubblici funzionari ribadendo che: “chi turbasse
l’ordine pubblico si mostrerebbe nemico della Patria.”
15 - Particolari del foglio del 24 aprile in cui si incitano i padovani a correre in soccorso della città di Udine assediata dagli Austriaci e si da notizia dell’arrivo in città di 160 giovani napoletani
arruolatisi nell’esercito italiano.
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
16 – 1848
Disegno dei movimenti e delle posizioni ad uso della
Guardia Nazionale dell’Italia redatto per facilitare
l’esercizio individuale alle manovre militari.
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
14-15
Frontespizio a colori miniato con oro zecchino mettere sotto ai libri
17 – (1866)
Registro dei soci effettivi dell’Associazione dei Volontari 1848-49 della città e provincia di Padova. Si tratta dell’elenco dei soci costituenti la Società dei Veterani che parteciparono ai moti
insurrezionali del Quarantotto.
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
Legatura in cuoio decorato a secco, impressione in oro zecchino e borchie in ottone
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
18 - 1848 giugno 15
19 -1848 giugno 16
Nel momento della fine del Governo Provvisorio per il ritorno degli Austriaci la Congregazione
Municipale di Padova ringrazia pubblicamente la Guardia Nazionale d’Italia, che si è adoperata
per la difesa dell’ordine e della sicurezza della città.
La Congregazione Municipale di Padova rende nota l’imposizione austriaca affinché, all’arrivo
delle proprie truppe in Padova, scompaiano il Tricolore e tutti i segni della rivoluzione per far
posto alla sole insegne imperiali austriache.
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
16-17
PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14
20 - 1848 luglio 11
21 - 1848 luglio 15
Il barone Carlo Zedlitz, Imperial Regio Comandante Militare, rende nota l’applicazione della
legge marziale verso gli oppositori all’Austria e proibisce “l’uso di qualunque segno che ricordi un
altro Governo fuorché quello dell’Austriaca nostra reggenza.”
Il tenente maresciallo Welden, Comandante il Corpo di Riserva, notifica l’elenco dei reati che
prevedono l’applicazione della pena di morte per fucilazione. Rientra tra questi: “Chiunque manifesterà tendenze rivoluzionarie, con discorsi, scritti ed emblemi.”
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
C
on il ritorno della dominazione austriaca (13
giugno 1848) moltissimi cittadini emigrarono, tra cui molti giovani per timore di una
coscrizione generale nell’esercito austriaco. La città
e il territorio si spopolarono. I confini furono presidiati militarmente per inpedire ogni comunicazione
diretta con le altre città venete e in particolare con
Venezia. Malgrado questa fitta cortina militare l’emigrazione continuò anche se in tono minore.
I patrioti emigrati parteciparono attivamente alle lotte per l’indipendenza italiana. La cospirazione segreta
non diede vita a significativi atti sovversivi nella città
e nel territorio, che conservarono l’apparente quiete
che li aveva contraddistinti sin dalla fine del breve
Governo Provvisorio Dipartimentale del 1848.
Il patriota Alberto Cavalletto, ingegnere padovano,
con altri compatrioti, nel 1860 diede vita al Comitato Politico Veneto Centrale, che ebbe sede a Torino. Il fine costitutivo era quello di liberare il Veneto
dall’oppressione austriaca con l’aiuto della monarchia sabauda. La scelta della sede a Torino, capitale
del Regno di Sardegna, facilitava i rapporti diplomatici con il governo e in particolare con Camillo Benso
conte di Cavour, che ne era a capo.
Il Comitato intratteneva le relazioni con il Veneto attraverso una fitta rete di corrieri.
La corrispondenza da Torino giungeva a Brescia presso il Caffè la Rossa che costituiva il recapito postale
del patriota bresciano Carlo Maluta, che la smistava
ai diversi corrieri segreti per farla giungere a Padova
o nelle altre località venete. In città il referente del
Comitato fu il professore padovano Enrico Nestore
Legnazzi.
Tra i corrieri segreti spicca la figura del falegname
piovese Luigi Piron, patriota che servì il Comitato
dalla sua istituzione sino al 20 giugno del 1866 quando, durante una missione, fu ucciso dagli austriaci in
ritirata.
La sua figura di patriota venne commemorata durante il primo consiglio comunale di Padova liberata
tenutosi il 28 luglio che concesse alla madre una
pensione annua vitalizia di 1000 lire italiane con la
seguente motivazione:
“Piron Luigi, nativo di Piove, onesto e coraggioso popolano, fu assunto nel 1859 in servigio del Comitato Insurrezionale di Padova. Egli condusse quasi tutti i giovani
Veneti in mezzo a mille pericoli ove era alzato il vessillo per la redenzione d’Italia; sevì il paese per odio al
dominio straniero non per ingordigia di lucro, e, povero
sempre, dopo il trattato di Villafranca, continuò a prestare l’opera sua trasmettendo dal Comitato di Padova
a quello di Torino le più importanti corrispondenze politico- militari…Travestito da prete, da contadino e da
giocoliero egli deluse la più oculata vigilanza, né mancò
una sol volta agli ordini ricevuti…Passando il Po a nuoto
con importanti corrispondenze la sera del 20 giugno fu
preso di mira dai Gendarmi e fraddamente assassinato;
il suo corpo coverto dalle onde non si trovò che quando
le rive del fiume erano state abbandonate dagli sgherri
dell’Austria…”
18-19
23 - (1848)
Biglietto patriottico manoscritto, anonimo, di mano femminile e firmato da un’Italiana, indirizzato
ai Prodi d’Italia che sprona i patrioti combattenti a raggiungere la vittoria.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
22 - (1848)
24 - (1848)
Incitazione patriottica alla guerra contro l’Austria.
Biglietto patriottico a stampa siglato U.B. ove il rispetto religioso è sinonimo di patriottismo.
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
25 – (1848-1866)
Dialogo patriottico in gergo tra il vino e la birra: metafora
del contrasto tra gli Italiani e gli Austriaci.
ASPd, Società dei veterani 1848-1849, b.1
20-21
26 - 1860 febbraio 8
Minuta della lettera di Alberto Cavalletto, segretario del Comitato Politico
Veneto Centrale, indirizzata a Camillo Benso conte di Cavour, presidente del
Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna.
Alberto Cavalletto, a nome di tutti i patrioti veneti, chiede la liberazione dalla
dominazione austriaca e la totale emancipazione dell’Italia da ogni dominio
straniero. La lettera, animata da intenso patriottismo, giustifica le richieste con
passione, argomentandole storicamente e con l’esplicito riferimento al voto
giurato di ammissione espresso dal popolo Veneto nel 1848: “Dopo trentatrè anni di pazienza, non già di rassegnazione, la volontà nazionale per noi
energicamente si pronunciò nel 1848, e i Veneti rivendicatisi in libertà proclamarono a suffragio universale la loro indipendenza assoluta dall’Austria, e
la loro unione integrale al nuovo Regno d’Italia retto costituzionalmente dalla
illustre Casa di Savoia. Ricaddero non vinti, dopo eroici sforzi, sotto l’aborrito
dominio straniero; ma negli otto anni del regime militare, sanguinario e violento esercitato su noi dal Radetzky, né le lusinghiere blandizie dell’arciduca
Massimiliano valsero a cambiare i nostri propositi, a fare mutare al popolo
Veneto il voto giurato del 1848.”
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3
Eccellenza! Quando la Pace di Villafranca arrestò al Mincio il corso vittorioso delle armi fraterne di Francia e d’Italia, che dovevano
emancipare totalmente la nostra Patria dalla dominazione straniera,
un fremito di sgomento e di disperazione scosse e angosciò il cuore
dei Veneti, che tanto aveano sperato, fatto e patito per ricuperare
l’avita antichissima loro indipendenza, e per congiungersi nel seno
della Patria comune ai loro fratelli.
In quello generale sgomento una speranza arrise pure ai loro sguardi,
alimentata dalla fede nella lealtà dei due magnanimi Sovrani che con
le consociate armi italo-franche aveano assunto la santissima impresa
della indipendenza d’Italia, e fiduciosi nel Vostro patrocinio si rivolsero
allora a Vostra Eccellenza e col Vostro mezzo al loro Re (che’ tale lo
è di diritto per unanime e libera votazione del popolo veneto) nella
certezza che consapevoli entrambi di quanto nella Venezia si spera e
si anela, di quanto si fece e si fa, di quanto si sofferse e si soffre, avreste
dato opera in quei supremi momenti ad assicurar loro il conseguimento di un desiderio e di un bisogno più che decenne, desiderio e
bisogno che si confonde con quello medesimo della vita e la cui soddisfazione può sola garantire la pace della intera Penisola. Ma i patti di
Villafranca, mutando per un momento la situazione politica di allora,
rendevano impossibile l’immediata redenzione, in via amicabile o forzosa, delle sventurate nostre Venezie, e dovevasi attendere con fede
e costanza dal tempo, dalla natura delle cose, e dalla lealtà dei Sovrani
alleati che fosse resa evidente la impossibilità di una conciliazione fra
gl’Italiani e l’Austria, nonché la impossibilità della pacifica prosecuzione dell’austriaco dominio in Italia, e che quinci necessariamente fosse
provveduto con nuovi trattati o colle armi al conseguimento della
promessa totale emancipazione d’Italia da ogni dominio straniero.
Non conforto ma dolore portarono ai Veneti le parole del Proclama
di Valeggio, che a lenire l’angoscia del loro abbandono assicuravano,
che se la Venezia rimaneva sotto lo scettro dell’Austria, essa sarebbe
non di meno una Provincia italiana formante parte di una Confederazione italiana.
La Confederazione era contraria alle idee e ai bisogni effettivi degli
Italiani, i quali ben sapevano che una federazione eterogenea di principi neutrali e stranieri, e di Stati politicamente varioformi, sarebbe
stata un vincolo di comune servitù, e bene conoscevano che, posta a
contralto di grandi e potenti monarchie unitarie, la nazionalità italiana
non può essere assicurata nella sua libertà e indipendenza che dalla
unità nazionale.
La confederazione quindi non poteva essere accettata dall’Italia, che
il proclama riconosceva d’allora in poi padrona de’ proprii destini, e i
Veneti non si sconfortarono anzi gioirono dei generosi e unanimi voti
dei fratelli dell’Italia centrale.
I Veneti poi non potevano ripiegare rassegnati sotto lo scettro
dell’Austria, perché cotesta rassegnazione è contraria alla dignità di
un popolo civile, al sentimento, radicatissimo in tutti i Veneti, della
loro nazionalità, alle loro gloriose tradizioni storiche, ai loro bisogni
ed interessi, ai ricordi passati e recenti di quanto hanno fatto e patito,
ai loro doveri verso la Patria comune, e ai propri diritti.
I Veneti non potevano inoltre rassegnarsi a ripiegare il collo sotto il
giogo dell’Austria perché per lunga e luttuosissima esperienza sanno quanto pesi quel giogo e quanto sia esiziale a chi lo sopporta, e
perché per esperienza d’interna conoscono inconciliabile il dominio
dell’Austria col carattere, col sentimento, coi bisogni, colla dignità, colle tendenze e attrazioni nazionali di un popolo che con l’Austria non
ha per natura niente di comune, tranne l’odio reciproco, ingenerato
da quarantasei anni di lotta incessante, tacita o palese.
Nella unita relazione sullo stato della Venezia dopo la pace di Villafranca, noi presentiamo alla Eccellenza Vostra il quadro luttuosissimo,
eppure incompleto, dei dolori e delle sventure che dopo la pace si
aggravarono e si accumularono sul popolo veneto, su quel popolo
che per antiche e recenti benemerenze era ben degno d’essere fatto
libero e riunito alla sua Patria. Lo spettacolo tristissimo che presenta
adesso la Venezia è nuovo nella Storia. Nessuno cola’ vuole ubbidire
ad un governo, odiato universalmente, e condannato irreversibilmente dalla volontà pubblica; la violenza e l’arbitrio sono i soli mezzi che
restano all’Austria per mantenersi fra popolazioni che le sono palesemente nemiche; non vi promulga lo stato d’assedio, per rispetto
dell’Europa, ma vi sopperisce col giudizio statario, e colla piena, illimitata balia recentemente accordata alle Autorità militari e politiche di
provvedere irresponsabilmente senza riguardo a persone e a mezzi
a contenere forzatamente nell’obbedienza il popolo riluttante; lo sfacelo economico e la dissoluzione sociale sono i termini funesti a cui
la continuazione violenta di un dominio straniero aborritissimo ha
ridotto le infelici Provincie venete.
In quelle sventurate contrade, sì lodate un tempo per mitezza di
costumi e per gentilezza della vita sociale regnano adesso orrendamente la miseria, lo squallore, l’odio e la più brutale anarchia militare
e poliziesca.
Noi rappresentiamo alla Eccellenza Vostra questo intollerando e crudelissimo stato della Venezia non per implorare il patrocinio Vostro,
o la intercessione del Governo del Re presso la Diplomazia affinché siano mitigati i dolori delle patrie nostre contrade o siano concesse ai Veneti istituzioni e guarentigie di governo civile e nazionale,
mentiremmo alla coscienza nostra e al voto unanime e fermissimo
dei nostri concittadini se ciò domandassimo; nell’unita relazione vi
rappresentiamo l’orrenda condizione della Venezia quale documento
della impossibilità che l’Austria, mite o violenta, possa ulteriormente
continuare il suo dominio in Italia. Dopo trentatrè anni di pazienza,
non già di rassegnazione, la volontà nazionale per noi energicamente
si pronunciò nel 1848, e i Veneti rivendicatisi in libertà proclamarono
a suffragio universale la loro indipendenza assoluta dall’Austria, e la
loro unione integrale al nuovo Regno d’Italia retto costituzionalmente
dalla illustre Casa di Savoja. Ricaddero non vinti, dopo eroici sforzi, sotto l’aborrito dominio straniero; ma negli otto anni del regime
militare, sanguinario e violento esercitato su noi dal Radetzky, né le
lusinghiere blandizie dell’Arciduca Massimiliano valsero a cambiare i
nostri propositi, a fare mutare al popolo Veneto il voto giurato nel
1848. Furonvi fra noi alcuni pochi uomini, ricchi d’ingegno, ma poveri
di fede, e d’animo fiacco, i quali presa a divisa la massima speciosa:
dovere l’onesto cittadino, per quanto sta in lui procurare il bene o
il minor male del proprio paese, qualunque sia la condizione in cui
questo è posto dalla sorte, tentavano farsi mediatori e conciliatori fra
l’Austria e il popolo, e studiavano ogni arte e modo di guadagnare
popolarità all’ostentata benignità del nuovo Governatore; ma il sentimento nazionale dei Veneti resistette a quelle seduzioni, sdegnosamente respinse gli uomini della transizione, e inoltre costoro nello
stesso uggioso fastidio ed aborrimento che invincibilmente nutriva
contro i dominatori stranieri. I patiboli di Venezia e di Mantova, gli
arresti, le prigionie e gli ergastoli militari germanici, non valsero a vincere questo generale aborrimento, e le finzioni successive di misto
governo, aggiunsero all’odio il disprezzo per un dominio che non ha
nessuna ragione o diritto di durare nelle nostre contrade.
La storia ricorda quanto furono i Veneti sempre assai amanti di libertà
e d’indipendenza: fra popoli d’Italia essi seppero da epoche immemorabili sino agli ultimi giorni dello scorso secolo mantenersi colle
armi e colla costanza liberi da dominazioni straniere. Se cadde la loro
Repubblica, se fu sagrificata la loro indipendenza, la storia attesta per
quali arti si consumasse quel sagrificio, e come si abusasse dell’amore
di libertà dei Veneti, e come immeritata ed ingiusta fosse la servitù a
cui furono invidiosamente tratti. Ma colla perdita temporanea della
loro indipendenza non perdettero la memoria delle loro tradizioni
gloriose, né i loro patrii sentimenti ed affetti, né lo innato amore di
libertà e di Patria; nel 1848 mostrarono a tutta Europa come sia viva
nei loro petti l’antica virtù, né questa smentirono fra la pressione del
sanguinario regime radetzkiano, né fra le ingannevoli blandizie dell’Arciduca Massimiliano.
Vostra Eccellenza conosce quanto i Veneti sperarono, fecero e soffrirono nel 1859 nella testè sospesa guerra della nostra nazionale
indipendenza; i campi gloriosi di Palestro, di Custoza?, di Vinzaglio, di
Varese, di Como, di Magenta, e di San Martino furono innaffiati anche
di sangue veneto, e i nostri volontarii non sparsero quel generoso
sangue per ribadire le catene della loro Patria. Vostra Eccellenza conosce che la pace di Villafranca non prestò le speranze, né la virtù del
popolo veneto, e tutta Europa è spettatrice ammirata della solenne
protesta che i Veneti, chiusi fra fortilizi, guardati da numerosissime
truppe straniere e posti in balia di un potere militare e poliziesco insanamente arbitrario ed efferato, non cessano di fare contro la illegittima dominazione che gli opprime, e sfidano indomati persecuzioni,
arresti, prigionie, condanne, deportazioni, ma non ripiegano il capo
ad un ignominioso ossequio. Questa resistenza non è di pochi, come
col solito impudente mendacio tentativo di far credere l’Austria, è di
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
A Sua Eccellenza il conte Camillo Benso di Cavour
Presidente del Consiglio dei Ministri
di Sua Maestà Vittorio Emanuele II
22-23
tutti: le stesse autorità comunali, quantunque elette fra gli uomini più
moderati e meno invisi al padrone straniero, protestano e respingono
cotesto dominio fatto assolutamente indegno di gravare sopra un
popolo civile, conscio ormai dei propri diritti, e geloso della dignità
nazionale. I sessantamila emigrati, e le migliaia di giovani veneti che
stanno serrati attorno alla bandiera nazionale nell’Emilia, e vi attendono pazienti e fidenti l’ora delle nuove nuove pugne, e la ripresa delle
ostilità che faranno totalmente libera da stranieri la Patria nostra, Vi
assicurino come sia impossibile che il popolo Veneto possa mai più
sottostare sotto lo scettro austriaco. Questo stato di violenza, e di
sagrificio di un intiero popolo non può durare: il dovere e l’onore
d’Italia non può tolerarlo, non deve permetterlo l’Europa civile, se
non per l’unione di noi, alcuna per la sua sicurezza, e per la sua pace.
La presenza dell’Austria in Italia è minacciosa, e pericolo continuo
di guerra: giustizia e prudenza esigono che o amicabilmente, o colle
armi si ponga fine a siffatta pericolosissima situazione.
I progetti di autonomia, le speranze di migliorie governative consigliati dalla Diplomazia a rimedio o palliativo dei nostri dolori, sono
cose inefficaci. La natura dello impero austriaco, monarchia unitaria,
formata da un centene di popoli, forzatamente uniti sotto uno solo
scettro, e padroneggiati da una Casa e da una burocrazia straniera
alla maggioranza, non permette che in quell’impero siano tolerati veri
governi autonomi; la Boemia ci dice quanto sangue sparse e quanta
desolazione patì inutilmente quel Regno per salvare sotto lo scettro
dell’Austria la invano pattuita e giurata sua autonomia; il conte Batiany
fucilato a Pest e le forche di Arad recentemente mostrarono come
l’Austria rispettasse l’antichissima autonomia ungherese. Tutti gli Stati
dell’Impero Austriaco erano originariamente autonomi, e la Casa di
Asburgo nell’impadronirsene colle nozze, colla frode, o colla forza
giurò di avantarsene i loro diritti e le loro autonomie, ma quanto
valgano i giuramenti di quella Casa la Storia nelle sue più luttuose
pagine a tutti ha dimostrato.
Che l’Austria possa o voglia davvero accordare ai Veneti autonomia
di governo lo dimostrerebbe impossibile il sistema governativo fra noi
da 46 anni esercitato e ve ne daremo ben presto le prove, quando
avremo l’onore di presentare a vostra eccellenza i documenti storici
del Governo austriaco nel Veneto, e le informazioni biografiche dei
principali impiegati di cui l’Austria si serve a governare in scuro ed in
vantaggio tutto austriaco ed anti italiano i nostri paesi.
Ma fosse pure attuabile, la utopistica autonomia, sperata e desiderata
per noi dalla Diplomazia, noi non l’accetteremo, ce lo vieta la nostra
dignità nazionale, il nostro diritto, e il nostro dovere verso la Patria.
Che un governo straniero domini sopra un popolo barbaro, o poco
innanzi nella Civiltà vi può essere ragione di questa anomalia dei diritti naturali; ma che l’Austria pretenda di dominare direttamente o
indirettamente uno dei popoli più antichi e più civili di Europa; che un
governo straniero senza nazione voglia dominare sopra un popolo
appartenente a Nazione già gloriosissima e tuttora più che mai viva e
piena di avvenire, è assurdo nemmeno pensabile; la sola violenza può
perpetrare assurdità sì ingiusta.
Del diritto alla nostra indipendenza noi non amiamo parlare adesso,
la storia nostra vi dirà se il Popolo veneto, che fu sì benemerito della
civiltà europea e della indipendenza della Europa cristiana meriti le
sventure presenti; noi non risveglieremo adesso memorie e ricordi
dolorosi e irritanti per dirvi come fu sagrificata la nostra indipendenza
e come fu fatto mercato delle sventurate nostre contrade, la Storia
vi ha già appreso queste cognizioni, e vi ha dettato il suo giudizio. I
Veneti non possono rinunciare ad un diritto che non fu mai legittimamente abolito, né lo si avrebbe ad ogni modo potuto cancellare
perché i diritti naturali delle nazioni sono indistruttibili.
Non parleremo poi alla Eccellenza Vostra dei doveri dei Veneti verso
la loro Patria, l’Italia. A Voi propugnatore fedele e zelante della indipendenza totale d’Italia non diremo quanto importi alla sicurezza,
alla libertà e alla indipendenza vera d’Italia la emancipazione della
Venezia.
Non diremo all’Eccellenza Vostra come l’Austria padrona della superiore Italia orientale domini e minacci tutto il resto della Penisola;
come invano è sperabile attutire le antinazionali resistenze di Roma,
e le diffidenze di Napoli, finché saranno palesemente o segretamente patrocinate e fomentate dall’ambizione e dall’interesse di un potente sovrano straniero, possessore della regione militarmente più
importante della nostra Penisola. Non ricorderemo all’Eccellenza Vostra come l’Austria pure fingendo di limitarsi ai possessi veneti, non
desideri che guadagnare tempo per riparare alle sofferte sconfitte,
e per prepararsi alla rivincita, la tenacità austriaca è ferrea, ed è la
sola lode (se v’ha lode per le cose cattive) che meriti quella Casa.
Non ricorderemo le tendenze usurpatrici dell’Austria, e come non
fidando nelle proprie forze invidiosamente abbia sempre procurato
complicare le relazioni, i legami e i fittizi diritti per assicurarsi la solidarietà d’altri potenti a mantenerle i suoi possessi. Il Tirolo italiano,
regione importantissima dell’Italia alpina, nel trattato del 1815 non
fu compreso nella Confederazione germanica, ma l’Austria che voleva assicurarsi il possesso di quella porta e chiave d’Italia, da cui
domina e militarmente padroneggia tutto il Veneto e la Lombardia;
lo fece aggregare nel 1818 alla Confederazione germanica, ed ora
è considerata tedesca quella regione importantissima e necessarissima alla sicurezza e alla indipendenza italiana. Al Tirolo per lo stesso
scopo furono posteriormente aggiunti i distretti veneti di Ampezzo
e di Primiero, e recentissimamente la frazione di Davidino?, tanto da
fare breccia e aprirsi sicuri passi nelle nostre Alpi. L’Istria regione pure
italiana e porta orientale della Penisola, appartenne sempre all’Italia,
anzi alla Venezia, colla quale sino dalla sua compenetrazione nell’Impero di Roma ebbe quasi sempre comuni le sorti; ma l’Istria non è
soltanto la Porta orientale d’Italia, l’Istria ha i porti e le rade militari
dell’Adriatico veneto, i quali sono il necessario complemento del porto di Venezia. Troppo interessava quindi all’Austria assicurarsi il dominio di quella regione, già lungamente invidiata alla nostra Repubblica,
e non potendola aggregare alla Germania, la dichiarò regione Illirica,
e per insania di tirannide vi abolì perfino le scuole italiane. La Patria
di Vergerio, di Pellegrini, di Gianrinaldo Carli, e dei tanti uomini illustri
che in ogni tempo onorarono colle lettere, colle scienze, e colle armi
il nome veneto e italiano e donde ebbero origine alcune delle più
antiche e gloriose patrizie famiglie venete, vuolsi adesso dall’Austria
forzatamente snaturare e intitolandola illirica effettivamente rendere
tedesca. Né parrebbe quasi di tempo che la Venezia, ridotta ai non
naturali e ristrettissimi presenti suoi confini, includerebbesi nella confederazione germanica, e si renderebbero, secondo lo strano diritto
di quelle genti, fiumi tedeschi il Mincio ed il Po. Questi sono i pericoli
che la dominazione austriaca nelle regioni italiane della Venezia, del
Tirolo meridionale e dell’Istria mantiene a danno della sicurezza e
della indipendenza della restante Italia.
Né i pericoli sarebbero quasi diversi se della Venezia come sognano
i banchieri viennesi, si volesse fare uno Stato a parte, indipendente,
da redimersi a grande sagrificio di danaro dall’Austria. Il Principe del
Veneto, di qualunque origine o sangue lo si voglia supporre, non potrebbe sottrarsi dalle tentazioni dell’egoismo dinastico, e pensano a
dirsi veneti dall’ … movimento unitario italiano, piuttosto che correre
pericolo di essere assorbito dall’Italia si farebbe devoto vassallo della
vicina Austria, la quale con minore sua responsabilità e pericolo padroneggerebbe e divorerebbe i pentiti antinazionali e cosmopolitici
che ancora ammorbano la nostra Patria.
Conchiudendo noi facciamo presente a Vostra Eccellenza la necessità
e la urgenza che la Venezia ad ogni modo e senza ritardo sia liberata
dalla dominazione austriaca, e sia effettuato il voto legittimo che il senno pratico del Popolo veneto pronunciò legalmente e legittimamente
nel 1848, quando emancipandosi da una illegittima signoria straniera,
decretò e proclamò la propria unione al nuovo Regno d’Italia retto
costituzionalmente dalla benemerita e gloriosa Casa di Savoja.
In nome nostro e dei nostri concittadini, noi acciò incaricati dalla
Emigrazione veneta presentiamo alla Eccellenza Vostra colla unita relazione i voti dei Veneti.
Torino, li 8 febbraio 1860
Lettera di Alberto Cavalletto, segretario del Comitato Politico Veneto, a Carlo Maluta, che costituisce il tramite per la consegna delle informazioni segrete, in cui è allegato un biglietto per Enrico
Legnazzi di Padova.
Alberto Cavalletto accenna alla partenza dei Mille comandati da Garibaldi ed esprime le sue
incertezze sul Napoletano. La lettera continua con considerazioni e perplessità personali sulla
propria candidatura al Parlamento del Regno in qualità di rappresentante del Bresciano e conclude con la richiesta di inoltro della proposta elaborata per il Veneto libero.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
27 - 1860 maggio 8
Torino, li 8 maggio 1860
Pregiatissimo signor Carlo Maluta,
Le accompagno l’unito bigliettino per Enrico: desidero che si ravviino le nostre
regolari relazioni con Padova. Di Sicilia nulla si sa di nuovo: la partenza di Garibaldi sembra tacitamente assentita dalle Potenze occidentali. Dio voglia che arrivi
felicemente in Sicilia.
Se riesce a mettersi alla testa della insurrezione siciliana il dominio barbarico sarà
presto eliminato dall’Isola. Ma cosa ne sarà per succedere è cosa difficile a prevedersi, perché purtroppo le popolazioni continentali del Napoletano sono troppo corrotte e imbarbarite per ripromettere piena adesione al principio unitario
italiano. E’ però dovere soccorrere agli eroici sforzi dei Siciliani. So che a Genova
si prepara una seconda spedizione. Speriamo bene. Il Governo vostro è degno
d’Italia, benché ne sparlino gli intemperanti suoi detratori.
Il risultato della votazione di Domenica mi confortò, non per me che troppo
onore mi fecero cotesti generosi cittadini, ma per la divisione che avvertimmo in
cotesta nobilissima cittadinanza. Dorrebbemi assai se si credesse ch’io godessi di
cotesta divisione: io sarei beato se tutti i voti dei Bresciani si riunissero nel nome
dell’onorevole avvocato Giovan Battista Nicolini. Ella sa ch’io non aspiro agli onori
del Parlamento, e che accettai la candidatura col desiderio di conciliare, di unire i
cittadini Bresciani, e non mai di esservi bandiera di divisione e di lotta. Spero che
nella votazione definitiva i Bresciani si persuaderanno della necessità di finire le
loro discussioni, e di mandare a questo Parlamento un loro cittadino. Ciò desidero
e prego ardentemente.
Mi saluti i fratelli Giuseppe e Pietro Salvadego e tutta quella egregia famiglia, Legnazzi, Bullini e gli altri amici comuni di costì. Raccomando a Legnazzi di mandarmi
subito la proposta pel giovine veneto. La saluto di cuore
Suo affezionatissimo amico
Alberto Cavalletto
24-25
All’erta! All’erta!
Garibaldi è entrato in Napoli il 7 di sera.
Ecco la gran parola d’ordine per l’Umbria, per le Marche, per la Venezia che
gemono ancora oppresse. Il loro compito non è fornito coll’emigrazione e col
denaro. Una terza iniziazione al Santo
principio dell’indipendenza, della libertà,
dell’unità domanda loro la patria, e forse
la più solenne.
Veneti, uno sguardo alle Marche, uno
sguardo a Benevento. Esse si formano centro della rivoluzione, appoggiate a settentrione dall’esercito Piemontese, al mezzogiorno dai volontari
dell’Uomo=portento e volontari di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Reggio, eroi che superarono i prodigi dei
romanzi di Cavalleria. La maggior parte
delle vostre famiglie! Oh! per quelli che
combattono, per quelli che sono morti, per noi tutti tribolati dall’esiglio prorompino le vostre ire nel vicino giorno
della riscossa. L’Austria col prestigio delle
sue armate che agglomera nelle vostre
campagne vorrebbe intimorirvi. Non
lasciatevi cogliere: quelle armate sono il
prestigio della tirannide, un falso simulato di forze scompaginate dalla demoralizzazione, Garibaldi colla maravigliosa
celerità delle sue mosse sarà al Pò, a
Trieste, nell’Ungheria. L’Austria accorrerà
dove esiste o suppone il pericolo e dovrà lottare inoltre colle provincie Slave e
le Magiare già insorte.
28- (1860)
Minuta patriottica di Alberto Cavalletto inneggiante all’ingresso di Giuseppe
Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3
29 - 1860 dicembre 8
Breve lettera di Alberto Cavalletto di richiamo a Carlo Maluta, che costituisce
il tramite segreto tra il Comitato Politico Veneto e i patrioti veneti, affinché
riprenda i contatti.
Torino, 8 dicembre 1860
Carissimo Maluta,
Riprenda assolutamente ogni corrispondenza col Veneto. Se può
venga a Torino. Questa mia non sia veduta da alcuno. Desidero
parlarle.
La saluto di cuore Suo affezionatissimo amico
Alberto Cavalletto
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
Torino, 28 agosto 1861
Carissimo Maluta,
La ringrazio della pubblicazione della lettera nella sentinella: la pregherei di spedirmi altre dieci copie di quel numero.
Ella si ostina a vedere mistero, ma si persuade che mistero non c’è. La lotta fra
Garibaldi e il Governo è senza mistero:
le esitazioni, gli equivoci da null’altro dipendono che dal ribrezzo che tutti gli
italiani hanno di venire a guerra fratricida.
Non è da meravigliare se Garibaldi sommamente destro e maestro di stratagemmi non risparmia colpi di mano per
svincolarsi dalle forze grandissime che
lo accerchiano. Se è lecito il paragone
Borjes potè, senza conoscenza de’ luoghi,
traversare tutte le provincie napoletane:
non mi sorprenderebbe che Garibaldi
col pugno de’ suoi volontari si portasse
sul territorio pontificio. E’ però un fatto
che il prestigio di Garibaldi è perduto, è
una meteora che passa e non lascia traccia di sé - e ciò è salute d’Italia, perché
è delitto pensare oggi a cacciare di forza
da Roma i francesi mentre gli austriaci
stanno forti nel Veneto. L’ostinazione di
Garibaldi è una sventura. La saluto di
cuore
Suo affezionatissimo
Alberto Cavalletto
30 - 1861 agosto 28
Lettera di Alberto Cavalletto a Carlo Maluta in cui illustra brevemente le forti tensioni esistenti
tra il Governo del neonato Regno d’Italia e Giuseppe Garibaldi sul programma d’azione per il
raggiungimento dell’Unità con la conquista di Roma e dello Stato Pontificio. La posizione del
Cavalletto è di aperto sostegno alla linea diplomatica del Governo, in contrasto con quella di
Garibaldi, in quanto reputa prioritaria la cacciata degli Austriaci dal Veneto rispetto alla conquista di Roma.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
26-27
31 – (1860)
Minuta della lettera di Alberto Cavalletto a Camillo Benso conte di Cavour in cui esprime il forte disappunto per l’esito del congresso di Villafranca e inoltra al Cavour la lettera d’indirizzo al Governo del Re
in cui i Veneti invocano la tutela di Vittorio Emanuele II e l’aiuto a liberarsi dal dominio austriaco.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3
A Sua Eccellenza il Conte Camillo Benso
di Cavour
Eccellenza! Mentre i popoli della Venezia,
esultanti per le splendide vittorie degli
eserciti alleati, stavano per riscuotere un
giogo obbrobrioso e per istringersi ai
loro liberatori, l’infaustissimo congresso
di Villafranca troncò di un tratto le loro
speranze, ribadì e aggravò le loro catene.
Sciagura! erano alla vigilia d’essere liberati
dall’aborrito e indegno servaggio austriaco, di riunirsi ai loro fratelli della Lombardia e del forte e generoso Piemonte, di
compiere il voto unanimemente pronunciato nel 1848 dalle Venete Provincie, e
di formare parte della fortunata famiglia
italiana, retta dallo scettro costituzionale
del prode e leale Re Vittorio Emanuele: le
lunghe speranze eran già fatte certezza,
già essi stavano per conseguire il premio
della loro fede, della loro costanza, e dei
fortemente durati martirii della tirannide
austriaca; e tutto improvvisamente mancò, e quasi ogni speranza di un giusto e
meritato avvenire svanì.
L’annuncio della incredibile sventura
profondamente commosse tutti i Popoli
della Venezia; un fremito di indignazione
e di disperato dolore corse ogni bene.
Nella inesprimibile angoscia di tanto infortunio sola una speranza restava a quei
popoli infelicissimi: sperarono nel patrocinio e nella lealtà del loro Re di diritto,
nella sapienza e nella fede del degno Ministro, a cui tutta Italia è riconoscente e
devota.
Nella credenza che il sacrificio dei loro
Paesi non fosse consumato, gli uomini più
onorevoli delle Venezie concordemente
deliberarono un indirizzo all’Eccellenza
Vostra nel quale invocano la tutela del
magnanimo Re Vittorio Emanuele e la sa-
pienza dei Vostri consigli a distanare dalle
loro troppo infelici contrade l’onta e il
danno del ricalcato dominio dell’Austria,
e perché sia esaudito il voto dei veneti
della loro unione coi popoli della Lombardia e del Piemonte nel nuovo Regno
italico. Ogni dominio diretto od indiretto
dell’Austria nella Venezia è fatto ormai in
tollerando, ogni riconciliazione tra gli oppressi e gli oppressori è impossibile: ogni
vincolo dell’Italia con l’Austria è pericolo
e danno alla indipendenza e alla libertà
della intiera nostra Nazione.
Dell’indirizzo presentato in nome e per
incarico dei loro concittadini al Governo
del Re i sottoscritti offrono un esemplare all’Eccellenza Vostra quale pegno
dell’affetto riconoscente che vi portano,
e della fiducia che nella vostra fede, nella
vostra sapienza, e nella patriottica vostra
costanza essi ripongono.
I Veneti, qualunque sia il destino che loro
si prepara, sapranno sopportare con
dignità e fermezza le nuove afflizioni, e,
serbandosi degni figli d’Italia, manterranno immacolato il loro onore e intatto
il loro diritto, per rientrare con migliori
auspicii nella famiglia italiana quando risplenda il giorno, e non fia lontano, della
sua prima indipendenza e libertà.
Gradisca l’Eccellenza Vostra i sentimenti
dell’affettuosa nostra riconoscenza e devozione.
Pei Popoli della Venezia
Per Venezia
Per Padova
Per Vicenza
Per Verona
Per Udine
Per Treviso
Per Rovigo
Per Belluno
Albeto Cavalletto, minuta
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3
Sul riscatto della Venezia considerazioni
di un cittadino veneto
Nell’aprile dell’anno decorso l’Europa
civile doveva adunarsi a diplomatico
Congresso per istudiarvi la soluzione
giusta e pacifica della questione rinverdita e minacciosissima del riordinamento
politico d’Italia: alla vigilia della guerra la
Diplomazia tentava quegli accordi e que’
componimenti che avrebbe altamente
dovuto dettare la vittoria. Ma l’Austria
esagitata dalla rea coscienza, acciecata
dall’orgoglio, e bramosa di strozzare di
un tratto la vittima che da 45 anni insidiava e impunemente torturava e dilaniava, sconobbe l’arbitrato europeo,
ruppe gl’indugi e indisse insolentemente
la guerra. Sperava nel suo orgoglio atterrare agevolmente le forze italiane e
fare intieramente e per sempre la nostra
Patria sua schiava: né a ciò solo limitava
le superbe e truci sue speranze; mirava più oltre, agognava all’abbassamento della odiatissima Francia, tramava la
espulsione dei Napoleonidi, e preparava,
aiutata dalla setta clericale, la restaurazione di quel trono e l’innalzamento di
quel partito che ogni generoso francese disdegnosamente respinge, memore
delle onte subite dagli stranieri e delle
reazioni tentate da una casta proterva
incorreggibile.
L’Italia, rappresentata dal forte e generoso Piemonte, e capitanata dal primo soldato della sua indipendenza, dal magnanimo e leale Vittorio Emanuele accettò
esultante la sfida, e si accinse animosa a
rintuzzare lo insulto ed a riscattarsi de-
finitivamente con le armi dall’obbrobrio
dei dominii stranieri.
La Francia, visto il pericolo della Nazione
sorella, non esitò ad accorrere sollecita in
suo soccorso contro il comune nemico.
La solidarietà e la identità degli interessi
delle due Nazioni latine, la consanguineità loro e la antica fratellanza, il sangue
largamente dall’Italia sparso in tutte le
guerre napoleoniche a pro’ del primo
impero francese, e contro le coalizioni
delle avverse genti nordiche, le consociate armi nella impresa gloriosa di Crimea,
la recente alleanza, e i comuni pericoli
non permettevano alla generosa Francia
di assistere indifferente alla perigliosa
lotta che doveva decidere dell’avvenire
d’Italia, delle sorti future e della sicurezza
delle genti latine.
Vinse il patriottico valore delle alleate
armi italo-franche, trionfò il buon diritto: memorabili gesta illustrarono i campi
di Montebello, di Frassinetto, di Palestro,
di Varese, di Como, di Magenta, di Melegnano, di Solferino, e a San Martino i
soldati d’Italia eguagliarono l’eroismo degli Spartani alle Termopili e dei Romani
al Cremaro, più fortunati di que’ gloriosi
antichi, ché la vittoria coronò l’invitta costanza e il valore dei nostri.
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
32 – (1860)
Minuta di Alberto Cavalletto intitolata “Sul riscatto della Venezia, considerazioni di
un cittadino veneto” in cui si ricordano succintamente, con fervore patriottico, alcuni
momenti della seconda guerra di indipendenza italiana.
28-29
Arianino, li 16 magio 1861
Pregiatissimo signore,
vengo con questa mia a fargli avertito
che fra pochi giorni mi recharò a Bresia
onde a stare colà a sua disposizione.
Avrei antecipato se grandi inconveniente non fosse sucesso in scorse giornate
poiché le dirò quando la mia venuta il
signor Enricho mi incaricha di salutarli.
Più non mi alungo con questo brutto
schritto che salutarli tutti, nuove che ne
è a parte di tali operazioni, e sono per
sempre il di lei servo
Luigi Piron detto Farsura
33 - 1861 maggio 16
34 – 1866
Lettera autografa di Luigi Piron, detto Farsura, corriere segreto dei patrioti veneti, indirizzata al
bresciano Carlo Maluta, che fungeva da collegamento con il Comitato Centrale Veneto, in cui
annuncia il suo arrivo a Brescia.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
Lettera di don Costante Businaro, in risposta alla richiesta del 19 luglio, in cui relaziona in dettaglio l’assassinio del patriota Luigi Piron.
Alla vostra del giorno 17 corrente in
cui mi chiedete dettagliate notizie sul
povero assassinato Luigi Piron di Piove,
rispondo con sollecitudine, e con tutta
quella esattezza che mi è data in tale
relazione; mentre purtroppo io fui impegnato e testimonio nella sventura di quel
bravo ed infelice uomo.
Ecco come avvenne il fatto:
la vostra intelligenza sarà questa: sotto
il molo di fronte alla casa di A. Manco
s’usava dare i seguenti segnali: due volte
svolazzerà un fazzoletto - bianco - allora
il battello passi, non c’è ostacolo. Levata del cappello dal capo quatro volte =
allora si dovrà passare il Pò a nuoto in
punto determinato più sotto di Polesella
= Nessuno segnale = nessuno si muova.
Erano stabilite le ore pei segnali e l’accordo valeva. Ma il giorno 20 giugno alle ore
sette di sera il Caporale de’ Gendarmi
di Polesella stando assieme col Capitano
de’ Cacciatori dietro la Bottega Grande
di caffè sovra uno posto che guarda il
Pò per una lunga estensione si accorse
che un Battello in grande distanza, (superiormente al molo detto della Guzzana)
passava rapidamente il fiume, e volto al
capitano disse: “Guardi mo’ quel battello:
fioi de’ can dall’ostia, che vadino … che
una schiopetà nelle culatte non li colpisca!
Precise parole: “il caporale è certo Bertoja non ricordo di dove, ma veneto.
Fu quindi inteso da chi invigilava costoro, che il Capitano vi mandò un uomo
fido di Gendarmeria da unire a due de’
suoi cacciatori, i quali si appostassero al
punto dalle 4 della mattina, e stessero
là in appostamento per tutto il giorno,
senza che nessuno mai portasse loro da
mangiare o da bere per non dare indizio,
e avebbero una ricompensa ed attendessero quelli che azzardassero avvicinanrsi alla sinistra del fiume. Noi quindi
sapevamo che il giorno 21 era un giorno
che non si dovea segnalare, e quindi nessuno s’è fatto vedere al molo della casa
A. Manco né con fazzoletto bianco, né
con levata di cappello e si è creduto che
ciò bastasse ad indicare che nessuno si
muovesse. Ma che volete? Alle sei dopo
il mezzodì il solito battello portando tre
uomini ed una … si slanciava alla sinistra
del fiume. Fu un colpo solo, il saltar su e
il tirar addosso al battello per parte del
gendarme e dei due cacciatori, e quando Piron e l’altro del paese mio, certo
Zagato Domenico, compresero che non
era più tempo a fuggir, se non a nuoto, si
gettarono dal battello, diedero una spinta allo stesso perché si allontanasse dalla
riva, onde salvar le corrispondenze e si
diedero a nuotare con tutta precauzione
spingendosi sotto dei passaglioni di vimini che difendono l’argine e tentando di
ingannare la vista di quegli assassini: ma
costoro coll’accanimento crudele e furioso con cui il cacciatore l’affronta a finire il cinghiale (specialmente il gendarme)
tra le frasche de’ … furono loro sopra,
e lì a bruciapelo li passarono da banda
a banda con due palle all’uno (al povero
Piron) la palla passò dalle scapole attraverso il petto, all’altro (al Zagato) dalla
nuca alla parte opposta della gola. Assassini! Il battello pareva non si curasse, ma
il ragazzo (un giovane di Piove assai af-
fezionato al Piron) non ebbe il coraggio
di sottrarsi, che forse l’avrà potuto, e col
sopraggiungere de’ cacciatori e di altra
forza fu guadagnato anche il battello, e
arrestato l’uomo. Ecco la sporta delle
corrispondenze nelle mani del militare
austriaco. Gran baldoria! Io era assente
un momento; ma tornai che era compito
l’assassinio, e senza intendere dapprincipio la mia tremarella passò in mezzo ai
festanti cacciatori e gendarmi che andavano (come seppi di poi) a raccogliere il
battello e la sporta delle corrispondenze.
Il commissario Preindl Pompilio, che era
il nostro appoggio per sventura si trovava a Crespino: una fortuna volle che un
buon giovane addetto al Commissariato,
certo Ferdinando Astolfi, immaginando il
brutto caso, si facesse coraggio, e quando il Capitano de’ Cacciatori entrava in
Quartiere di Gendarmeria egli pure vi
si introducesse e chiesto dal Capitano
con asserizia: “che ha da far lei qui?” egli
rispose: “Perdoni! Io rappresento qui il
Commissario assente, ed ho diritto io
pure, come lei signor Capitano, di avvisare la mia Autorità Superiore di quanto
accade, per non mettere allarmi senza
proposito semmai, ovvero dare quelle
informazioni che richiedessero misure
di precauzione che allora il Capitano,
chiesto al Gendarme, se ciò fosse vero
ed asserito da costui che sì l’Astolfi ebbe
davanti di esso tutta la corrispondenza.
Tutti nomi supposti riguardo alle corrispondenze nessuno esposto e solo
l’imprudente sbaglio di un certo Selmi di
Polesella, che scriveva alla moglie, al fratello e alla figlia chiedendo informazioni
degli austriaci. Che vi pare? Altri nomi,
segnati da lettere ma nulla conteneano
di politico, sono stati marcati e tenuti a
mente dal buon Astolfi, che ha anche
sottratto un grassetto sotto il naso del
Capitano e due proclami del Re il grassetto era segnato: “Benvenuto”. Egli ancora lo tiene. Questo quando mi recai in
piazza sulla sera e allora l’Astolfi trattomi
in istrada mi raccontò ogni cosa, mi assicurò che avea avvertito i Selmi, e che
restava solo da avvertire certo Targa e
certi Quaranta, padre e figlio, a cui erano
dirette lettere private: mi assicurò inoltre, che le corrispondenze, aveano nomi
che nulla significavano (ma che io ben
conosceva) e che stessi sicuro, che nulla
succederebbe di male. Mi tornò l’anima
in corpo. Chiestomi dall’Astolfi se egli si
poteva fidare del Commissario egli potrà
dire: che facesse pure gli avvisi minacciati
dal Capitano sui Selmi, Targa e Quaranta, perché già erano evasi, lo confortai a
fidarsi (nulla egli sospettava del Preindl
e si … a vicenda) e quando alla notte
tornò il Commissario ogni cosa tornò
in tranquillo e meno qualche riguardo e
la minaccia di una perquisizione che si
dovrà per ordine del apitano in miauna
canonica e in casa Manco, del resto nulla.
Al giorno 23 di notte gli Austriaci abbandonarono Polesella facendo saltare
il Ponte del Bosaro e allora tutti siamo
usciti dal canape che alla notte ci proteggeva. Proprio la Domenica 24 giugno il
cadavere del povero Piron compariva a
gala, e pare avesse aspettato la partenza
degli assassini per ricomparire sul suolo
reso libero, cui egli avea tanto amato, e
non ha potuto vedere rallegrato dal soffio animatore della Libertà. Io stesso ho
fatto l’esequie sul corpo del povero amico, io non lo conosceva di persona, ma
il cuore mi ha battuto fortemente, quando sopra quei resti mortali di un uomo
onesto ho dovuto compiere il pietoso e
dolorosissimo ufficio: ciò seguiva la mattina alle 11 circa del giorno 24. Il giorno
27 dovrà io stesso fuggir per il ritorno
degli Austriaci, che minacciavano senza
remissione. Essi facevano la loro parte,
perché noi avevamo fatto e facciamo la
nostra. Per missione poi di quanto resta
dichiaro ad altro del povero Piron mi
sono fatto ritagliar copia conforme del
processo redatto nella cancelleria della
Deputazione di Polesella sul comparso
cadavere e l’includo perché possiate informare gli sconsolati fratelli.
N.B. Questo nota bene è sacramentale,
né voi dovete dimenticare quanto è qui
fatto avvertito, perché tutto vada a suo
posto. Il Gendarme di buona volontà dimandato dal Capitano e accordato dal
Bertoja e certo Olivo Lazzarini di Conselve. Costui fu accanito nel tirar colpi,
nell’eccitare i due cacciatori a tirar: io
non asapevo, … quando si trasse prigione il giovane di Piove compagno dell’infelice Piron e nel Quartiere di Gendarmi
comparve l’Astolfi Ferdinando già citato,
quel Gendarme con un vanto spudoratissimo si volse al Capitano e disse: “ Ho
l’onore, sig. Capitano, di annunciarle che
ho io intimato il fuoco per quei birbanti,
e uno ne ammazzato io” a cui il Capitano (levando dalla tasca un pezzo da
dieci franchi e consegnandolo al Lazzarini): “Prendete, disse, e avrete maggior
ricompensa”. Oh! costui che l’abbia pure
la ricompensa e possa essergli data da
chi si compete! Egli (se torna a casa) non
è molto distante e speriamo di chiedergli
conto dell’avviso. Cassia attende che vita
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
Agli egregi amici e fratelli nell’opera di
redenzione Enrico Nestore Legnazzi,
Guglielmo Bartolini di Padova,
30-31
Nell’Ufficio della Deputazione Comunale
Polesella li 24 giugno 1866
Presentatosi Pollà Vincenzo detto Capra
denuncia d’avere recuperato un Cadavere Umano dell’apparente età d’anni 38
circa con barba mustacchi e moschettone, ed averlo tradotto alla riva di Pò nella
località molo Gussona.
Presenti il maestro De Paoli Giosuè, il
medico Sgoso dr. Luigi ed il signor Pompiglio Preindl Commissario distrettuale, si rinvennero indosso al Cadavere li
seguenti oggetti che dal Pelà Vincenzo
vengono depositati in questo Ufficio
Deputatizio.
35 - 1866 giugno 24
Verbale del recupero nel Po del corpo di Luigi Piron, ucciso dal fuoco austriaco.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
1 portamonete con entro il seguente
denaro:
n. 11 pezzi da lire 1
“ 1 pezzo da lire 2
“ 1 pezzo da centesimi 50
“ 1 pezzo da centesimi 20
“ 2 pezzi da fiorini 1.50 valore
“ 1 pezzo da fiorini 1
“ 5 pezzi da soldi 25
“ 3 pezzi rame per soldi 4 valore
“ 2 anelli di metallo
1 scattola da tabacco dosso
1 pettenino
1 fazzoletto da naso color turchino
1 pezzetto di carta con scrittura poche
parole in lapis.
Connotati del cadavere
Età 38 a 40 anni
Statura media
Cappelli neri
Barba castagna – bionda – ha mustacchi
e moschettone lungo
Naso un po’ schiacciato
Bocca media
Vestito calzoni di stoffa color grigio – rugine – gilè nero, stivalli, elastici, mutande
e camicia di cotone.
La Deputazione Comunale
Angelo Sgobbi
Sanzil Manco
G. Tedeschi
Per copia conforme
Bacchi – Segretario Comunale
Illustrissimo conte Francesco de Lazara
Podestà di Padova
Devo scusarmi se non venni ieri a riverirla: la brevissima gita da me fatta costì
non mi permise di soddisfare a tutti i desideri miei, fra i quali era principalmente
quello di visitarla.
Pare che la venuta del Re a Padova sarà
indugiata di qualche giorno: intanto la
Città provveda affinché il suo ingresso sia
fatto con quelle solennità e splendidezza
che si addice al Re d’Italia, al liberatore
delle Provincie nostre.
Qui raccomandai (e si sta già eseguendo) che nella facciata del Palazzo Municipale si ponga una iscrizione che ricordi
il giorno della liberazione di Rovigo dal
dominio straniero, e il giorno del solenne
ingresso del Re liberatore.
Io sarei ben lieto se eguale raccomandazione fosse accolta da Lei, e se fosse
dato all’amico Conte Carlo Leoni lo
incarico della iscrizione, da scolpirsi in
lastra di marmo e da applicarsi pel giorno dell’ingresso del Re. La iscrizione si
collochi in luogo cospiquo, e la si eseguisca presto affinché il ricordo sia posto
stabilmente pel giorno che resterà perennemente memorabile dell’ingresso di
Vittorio Emanuele.
Sarebbe opportuno anche che si procurassero lapidi commemorative di
padovani morti nella guerra della italica indipendenza, come si è già fatto da
tutti i comuni italiani liberi perché questi
ricordi siano completi è necessario sollecitare fin d’ora la ricerca dei nomi dei
morti in battaglia o per ferite riportate
in battaglia.
Nulla si deve trascurare di ciò che giova ad inspirare nel popolo sentimenti
di patriottismo, di dignità nazionale e di
ammirazione.
Raccomando infine al Municipio padovano la famiglia di Luigi Piron, povero e generoso popolano di Piove di Sacco, che
per ben sette anni servì la Patria nelle
corrispondenze militari e politiche e che
giorni sono fu ucciso dagli austriaci nel
Pò, mentre attendeva alla trasmissione
delle relazioni militari per l’Esercito veneto.
Gli amici miei Coletti e Legnazzi le potranno dire quanto benemerito alla
causa nazionale sia stato il Piron: non si
abbandoni la povera e vecchia sua madre. Spero che il Commissario Regio
Marchese Pepoli instaurerà in Padova
l’amministrazione italiana secondo giustizia, che si valuteranno i titoli degli uomini benemeriti, leali operosi. Che non
si commetterà l’errore, demoralizzatore,
di onorare e premiare quelli che finora
erano ligi allo straniero o nulla fecero pel
Risorgimento italiano.
Spero che Padova non avrà mai da lamentare lo scandalo che i ciambellani
di imperatori stranieri facciano gli onori
dell’ospitalità al Re d’Italia.
Ciò in Padova non è possibile.
Gradisca i sensi di mia stima sincera e
affettuosa.
Suo devotissimo servitore
Alberto Cavalletto
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
Comando Supremo dell’Esercito
Rovigo, 21/7/66
36 - 1866 luglio 21
Lettera di Alberto Cavalletto indirizzata al conte Francesco de Lazara, podestà di Padova, in cui
suggerisce iscrizioni lapidee in ricordo sia dell’ingresso del re Vittorio Emanuele II, che dei patrioti
caduti, e si raccomanda di non abbandonare la famiglia di Luigi Piron, patriota assassinato dagli
austriaci.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
32-33
PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866
Padova 25 luglio 1866
37 - 1866 luglio 25
Attestato sulle imprese patriottiche di Luigi Piron vittima del fuoco austriaco, a firma del dottor
Enrico Nestore Legnazzi e di F. Coletti.
ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5
Noi sottoscritti attestiamo che dal 1859
al 1866 pochi popolani si distinsero in
imprese patriottiche al pari di Luigi Piron
vittima della dominazione austriaca.
Luigi Piron, nativo di Piove fino dal marzo
1859 nella circostanza della prima emigrazione ci fu presentato come uomo
capace, destro ed intelligente, e già al
primo aspetto ci parve scorgere in lui
le qualità necessarie al difficile assunto di mantenere le corrispondenze col
Governo Italiano. Da principio usammo
quelle cautele che la prudenza ci suggeriva, ma non abbiamo tardato a persuaderci di aver acquistato l’uomo unico,
nato fatto al nostro scopo. Intelligenza
molto superiore alla sua professione di
doratore in legno. Arditezza e coraggio
oltre ogni dire. Prontezza, lealtà e disinteresse superiori a qualunque elogio, furono le prerogative per le quali gli abbiamo
affidato oltre tremila giovani di tutte le
famiglie del Veneto, che egli accompagnò
e transitò fedelmente oltre Po senza che
nessuno cadesse mai nelle complicate
reti della numerosa sbirraglia austriaca,
non solo per mitissimo prezzo, ma dando a molti difettivi dimezzi quel piccolissimo guadagno, che ritraeva da altri,
perché si sostenessero nel lungo viaggio.
Le spedizioni furono da lui organizzate
su larga scala: mantenne continuamente
viva la nostra corrispondenza, come può
attestarlo l’onorevole cittadino Alberto
dottor Cavalletto.
Per lui non esistevano né ostacoli, né
difficoltà: mai si rifiutò a nessuna impresa per arrischiata che fosse; mai fece
obbietti; mai mancò: sempre eseguì le
nostre commissioni a puntino: - somme
considerevoli di denaro gli consegnammo da portare oltre-Pò, ed ognora lo
trovammo fedele e delicato.
Indiziato alla Polizia Austriaca si tentò
di arrestarlo, ma destramente si cavò
d’impaccio, e costretto a fuggire oltre-Pò
non cessò un istante dalla sua profittevole missione, e continuò ad alimentare le
nostre relazioni.Vestiva tutte le divise per
portare lettere, torchio, munizioni, fucili,
proclami. Ce lo vedevamo a comparire
vestito ora da prete, ora da frate, ora
da contadino, quando da giocoliere, o
da venditore di zolfanelli, e sempre perfettamente sostenendo il suo carattere
e sempre con esito felice; anima veramente eroica sotto le povere spoglie del
popolano, perché l’interesse non era da
lui conosciuto, ed a prova luminosissima
constatiamo che sul suo infelice cadavere si rinvennero soli 17 franchi nei quali
consisteva tutto il suo avere.
Dalla patria non ebbe mai alcun compenso; di tutto contento dovevamo
alle volte forzarlo perché ricevesse il
necessario a condurre ad esito felice le
importantissime missioni. Quando non
era occupato per il bene della sua patria,
lavorava nel paese di Copparo nel modesto mestiere di falegname.
Nei mesi di maggio e di giugno la sua attività raggiunse il colmo, simile alle stelle
cadenti che prima di spegnersi gettano
maggior luce. Era il 20 giugno, da quattro
giorni noi non avevamo le solite corrispondenze dall’Italia, e difficilissima riusciva a passarne alcuna al di là. Questo eroe,
quantunque non avesse ricevuto il solito
segnale, azzardò di passare il Pò latore
delle ultime corrispondenze, portando
inoltre i proclami del nostre Re Vittorio
Emanuele: fu per lui l’ultima impresa giacché mentre stava per approdare venne
colpito in sulla sera del giorno stesso
dalle palle della sbirraglia austriaca, che
stava in agguato da 14 ore.
L’unita lettera del reverendo Don Costante Businaro arciprete di Polesella e
nostro amico contiene un particolareggiato racconto della dolorosa catastrofe.
Quest’uomo morendo lasciava nel dolore e nella miseria una madre di 74
anni ed un fratello di nome Paolo, il quale pure servì da onesto e generoso la
patria, ebbe la sfortuna di far parte dei
processati di San Giorgio, e di scontare
la condanna di 3 anni nella fortezza di
Komorn.
Subita la pena, la sua prima visita in Padova fu fatta ad uno dei due sottoscritti
dicendogli:
Padrone, son qui ai suoi ordini; d’ora innanzi farò meglio.
Tali fatti non hanno d’uopo di commenti,
bensì hanno d’uopo di essere rimeritati
con larga misura di riconoscenza.
Enrico Nestore dr. Legnazzi
F. Coletti
PADOVA ITALIANA 1866 ottobre 22
P
adova venne liberata dalla dominazione austriaca nel
corso degli eventi bellici della terza guerra d’indipendenza italiana, che costituì il fronte meridionale della
guerra austro-prussiana. Il giovane Regno d’Italia aveva firmato, l’8 aprile 1866, un trattato segreto di alleanza con la
Prussia, col quale si impegnava a entrare in guerra contro
l’Austria in caso di conflitto austro-prussiano.
Come ricompensa chiedeva la cessione del Veneto e degli
altri territori italiani ancora sotto il dominio austriaco. Il
17 giugno la Prussia dichiarò guerra all’Austria mentre il
Regno d’Italia lo farà il 20 dello stesso mese .
Il 12 luglio l’esercito italiano libera la città e il territorio dal
dominio austriaco. Con l’ingresso degli Italiani tutti gli uffici governativi provinciali, quali la Delegazione Provinciale e
il Commissariato Distrettuale, sospesero autonomamente
le proprie funzioni. Per evitare l’anarchia la Municipalità di
Padova assunse il ruolo di Giunta Governativa Provvisoria
in attesa dell’arrivo del Commissario Regio.
Il marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario
del Re, assunse il governo del padovano dichiarando sciolta la Giunta Governativa Provvisoria e l’Amministrazione
Municipale riprese le sue funzioni.
Il primo Consiglio Comunale di Padova, non ancora ufficialmente italiana, ma libera e in attesa di essere annessa
al Regno d’Italia, ebbe luogo diciassette giorni dopo l’occupazione, il 28 luglio. Alla seduta presenziò il marchese
Gioacchino Napoleone Pepoli e il podestà Francesco de
Lazara diede inizio ai lavori sintetizzando con enfasi gli
eventi accaduti:
“Un avvenimento straordinario, o Signori, si è compiuto fra
noi in questi giorni. Da lunghi anni soggetti al dominio straniero eravamo incerti dei nostri futuri destini…La pressione
di un odiato Governo tenea compresso il sentimento nazionale, soffocata la libera parola. Ma il prode esercito italiano,
il magnanimo nostro Re hanno infrante le vecchie catene, e
con eroica perseveranza ci ricondussero alla Madre comune.
Ora siamo risorti a nuova vita. Il Regime Costituzionale ci
apporta sagge istituzioni, ed apre la via al libero svolgimento
delle nostre idee.”
L’altalenante andamento della guerra venne interrotto
alla fine di luglio a causa dei preliminari segreti di pace
tra l’Austria e la Prussia che non prevedevano la cessione
del Veneto al Regno d’Italia. Quest’ultimo fu costretto a
concludere una tregua con l’Austria. Il 23 agosto venne
firmato il trattato di pace tra l’Austria e la Prussia: il Veneto è ceduto alla Francia. Il 3 ottobre si firmò la pace tra
l’Italia e l’Austria con la garanzia della cessione del Veneto
attraverso Napoleone III, re di Francia.
Nei giorni 21 e 22 ottobre si svolsero in tutto il Veneto le
votazioni del Plebiscito, il cui esito sancì definitivamente
l’annessione del Veneto al Regno d’Italia.
IL PATRIOTTISMO NELLA
TOPONOMASTICA URBANA
Con la liberazione di Padova dal dominio austriaco,
nell’impeto gioioso della libertà e dell’indipendenza, la toponomastica urbana muta in segno di ossequio alla nuova
realtà politica e in omaggio alle antiche tradizioni.
I primi cambiamenti vennero decretati dal Consiglio Co-
munale del 28 luglio, a pochi giorni di distanza dalla liberazione. Fu stabilita l’apertura di una barriera di fronte al
Borgo di Santa Croce e la barriera e lo stesso Borgo
vennero intitolati Vittorio Emanuele II. La barriera Elisabetta, così chiamata in onore della moglie dell’imperatore,
tornò ad essere denominata con l’antico secolare nome
di Porta di Codalunga. Fu rimessa al suo posto, fuori della barriera di Codalunga, la colonna Massimiliana che ricordava la disfatta dell’imperatore Massimiliano ad opera
delle armi venete.
Dopo il plebiscito, nel mese di novembre, in occasione
della prima visita ufficiale del Re Vittorio Emanuele II nei
suoi nuovi territori, venne decretato il cambio d’intitolazione di:
Piazza dei Signori in Piazza dell’Unità d’Italia;
Prato della Valle in Piazza Vittorio Emanuele II;
Piazza delle Legna in Piazza Cavour;
Piazza dei Noli in Piazza Garibaldi.
Fu deciso inoltre di commissionare tre monumenti a ricordo e decorazione delle piazze rinnovate nella denominazione:
la statua equestre di Vittorio Emanuele II da porre nel
centro di Prato della Valle;
la statua di Camillo Benso conte di Cavour in Piazza Cavour;
la statua di Giuseppe Garibaldi in Piazza Garibaldi.
La realizzazione di queste ultime due opere venne affidata allo scultore padovano Natale Sanavio (1827-1905).
38 – 1866
39 – 1852
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Piazza dei Signori
viene cambiata in Piazza Unità d’Italia, come testimonia, la
rappresentazione catastale particellare del centro storico della
città di Padova nel foglio 7 pubblicato nel 1873.
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Piazza dei Signori viene cambiata in Piazza Unità d’Italia come testimonia il foglio
di mappa del centro storico della città del Secondo Catasto
Austriaco del 1852.
ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.7
ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.7
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Prato della Valle viene
cambiata in Piazza Vittorio Emanuele II come testimonia il foglio di mappa pubblicato nel 1873.
ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.17
41 – 1852
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Prato della Valle viene
cambiata in Piazza Vittorio Emanuele II come testimonia il
foglio di mappa del Secondo Catasto Austriaco del 1852.
PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22
40 – 1866
ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.17
36-37
42 – 1866
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Borgo Santa Croce viene cambiata
in Corso Vittorio Emanuele II come testimonia il foglio di mappa pubblicato
nel 1873.
ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.20
43 – 1852
Con l’Unità d’Italia la denominazione di Borgo Santa Croce viene cambiata
in Corso Vittorio Emanuele II, come testimonia il foglio di mappa del Secondo
Catasto Austriaco del 1852.
ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.20
38-39
44 – 1866
Con l’unità d’Italia il Palazzo di Giustizia diviene sede della Prefettura come
testimonia il foglio di mappa pubblicato nel 1873.
ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.12
PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22
45 – 1852
Con l’Unità d’Italia il Palazzo di Giustizia diviene sede della Prefettura, come
testimonia il foglio di mappa del Secondo Catasto Austriaco
ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.12
40-41
PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22
46 – 1867
47 – 1873
Tabella con l’ubicazione delle stazioni d’aspetto del tram in cui sono annotati i cambiamenti di
denominazione della toponomastica urbana.
Registro del nuovo censo stabile di Padova in cui si raffrontano la vecchia e la nuova denominazione delle strade e delle piazze.
ASPd, Atti Comunali, b. 2478
ASPd, Censo Stabile, registro 2
PADOVA ITALIANA: IL RE E IL PLEBISCITO
V
ittorio Emanuele II, re d’Italia, entra a Padova il 1 agosto 1866
in qualità di Comandante Supremo dell’esercito vittorioso.
L’accoglienza al Re Galantuomo è preparata con cura dalla
Municipalità seguendo le linee guida tracciate dal marchese
Pepoli, commissario straordinario a Padova del Re d’Italia.
La notizia dell’arrivo del Re a Padova viene riportata nella pagina di
cronaca di tutti i giornali locali, nazionali ed europei. La Cronaca cittadina del Corriere della Venezia nell’edizione del giorno successivo all’ingresso a Padova del re galantuomo, lunedì 20 agosto racconta:
“Jeri ebbe luogo in Prato della Valle la corsa dei sedioli (carrozzini a due
ruote e ad un solo posto), e la nostra popolazione poté assistere a questa
festa tutta sua, non più celebrata dopo le più recenti sventure della patria
e l’umiliazione del dominio austriaco.
L’aspetto della piazza era imponente ed elegante al tempo stesso. Tutte
le finestre erano decorate di tappeti e di bandiere. I palchi, quantunque il
prezzo dei posti fosse elevatissimo, erano gremiti di gente, anche là, come
qui sul prato e come dappertutto mescolati i borghesi coi militari, anzi
spessissimo gli uni accompagnati cogli altri.
Alle 5 e mezza del pomeriggio l’annunzio dell’arrivo di sua maestà il Re
ha commosso la moltitudine; tutti quelli che erano seduti si sono alzati ad
un tratto; si sono cominciati a sventolare i fazzoletti e da un capo all’altro
della piazza non si è udito altro grido che quello di Viva il Re!
Sua Maestà Vittorio Emanuele era accompagnato dai Reali Principi, Sua
Altezza il principe Umberto e Sua Altezza il principe Amedeo, e assistette
con essi al palio dalla splendida loggia municipale.
Pochi istanti dopo la venuta del Re fu dato il primo segnale, e il recinto
destinato alle corse si sgombrò di tutta la gente.
La corsa dei sedioli cominciò verso le 6. Il signor Bonetti, per altro sebbene
di pochissimo tratto innanzi, giunse il primo alla meta, e guadagnò così il
premio principale, in mezzo agli applausi e ai battimani della popolazione.
Ma gli applausi più spontanei e più generali scoppiarono quando Sua
Maestà dalla Loggia, finita la festa, scese in carrozza nel corso.
Sull’imbrunire della sera cominciavano le luminarie, i fuochi del bengala, i
razzi a colorire vagamente le ombre della notte che s’avanzava.
A diverse riprese l’isola del Prato e i grandi platani furono illuminati od in
verde od in rosso dalle fiamme del bengala.
Tutto d’intorno all’isola ad un tratto scoppiavano in diversi punti delle sorgenti di fiamme, spingendo in mezzo ad una pioggia d’oro dei globi lucenti
di vari colori che, dopo avere descritto una alta curva nel cielo, ricadevano
nelle acque e s’estinguevano fra mille riverberi.
I razzi frattanto divertivano gli sguardi della folla, che non sapeva più dove
mirare.
E’ incredibile l’animazione che regnò in quel ampio e splendido anfiteatro
per tutta la sera, eppure non il più lieve accidente, non il menomo disordine
venne a turbare quella calma e serena compiacenza di un popolo che
si sente libero e si abbandona fidente e sicuro alle allegrezze di questo
sentimento.”
IL PLEBISCITO 1866 ottobre 21 e 22
Il plebiscito è l’ elemento giuridico essenziale per la democrazia poiché esprime, attraverso la consultazione, la volontà popolare. Costituì
l’atto politico conclusivo e il mezzo legale per l’annessione del Veneto
al Regno d’Italia.
La votazione fu organizzata con grande cura nel rispetto delle procedure che ne garantissero la legalità e la trasparenza.
A Padova e nel territorio il plebiscito fu occasione di una grande festa
patriottica e popolare molto sentita:
“La mattina del 21 Padova era messa a festa ed imbandierata. Nella Sala
Verde del palazzo municipale si raccolsero le Commissioni del plebiscito;
nel cortile stava schierata la guardia Nazionale con due bande musicali,
una cittadina, l’altra militare.
Alle 8 antimeridiane le Commissioni, precedute dalla musica, e seguite dal
popolo plaudente, si portarono ai seggi.
Era una ressa di accorrenti - i fanciulli mentivano l’età per non vedersi allontanati dalle urne, le donne non intendevano esservi escluse, tutti
volevano primi portare il loro voto…Il Vescovo passò in mezzo alla folla
silenziosa ed incerta, mise nell’urna il suo voto, e udì per la prima volta le
benedizioni di un popolo.
Alle 5 pomeridiane le Commissioni ritornarono al Municipio portandovi le
urne fra i concerti della musica e gli evviva dei cittadini…Nel giorno 22 si
ripeterono le solennità e le feste…tutti erano convinti di aver esercitato
nella libera patria, colla libera manifestazione dei loro voti, anche il primo
loro diritto…Nel giorno successivo le Commissioni accompagnarono le
urne dei voti, collocate sopra un carro, alla Procura…Verificati i voti e
ritornate le Commissioni al Municipio…il Podestà nobile Francesco De
Lazara annunciò solennemente al popolo che il Comune di Padova aveva
risposto…con voti favorevoli n. 15280 contrari nessuno. Un plauso lungo
e frenetico accolse il risultato. Appena conosciuti i risultati del Plebiscito
di tutte le Venete Provincie e del Mantovano, la nostra città riprese l’abito
festivo, mille bandiere ne adornarono le vie, ed alla sera del 28 una folla
immensa con una pleiade di palloncini colorati si raggruppò intorno ad un
carro rivestito di fiori e ghirlande, ove da uno trasparente illuminato spiccavano le cifre del voto popolare. La musica cittadina apriva il corteo, che fra
applausi e canti popolari patriottici percorse le principali contrade.”
LO STATUTO DEL REGNO D’ITALIA - PRIME APPLICAZIONI A PADOVA
Il processo di unificazione dell’Italia si è realizzato tra il 1859 e il 1870,
attraverso l’espansione del Regno di Sardegna che acquisì le annessioni dei territori italiani appartenenti a stati indipendenti o all’impero
austriaco, al termine delle guerre di indipendenza, della spedizione dei
Mille e della breccia di Porta Pia. Il Regno d’Italia si configurò quindi
politicamente come prosecuzione e ampliamento del Regno di Sardegna, per cui su tutto il territorio del neonato Stato Italiano fu estesa
la costituzione sabauda conosciuta come Statuto Albertino, in quanto
emanata dal re Carlo Alberto il 4 marzo1848.
La Costituzione Albertina fu applicata su tutto il territorio padovano
subito dopo la liberazione. Tra i primi provvedimenti legislativi si annovera l’applicazione dei primi tre articoli dello Statuto che stabiliscono
l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e l’abolizione delle
pene corporali.
48 - 1866 luglio 15
49 - 1866 luglio 15
La Giunta Governativa Provvisoria di Padova rende nota la composizione della Deputazione che
si è recata a Ferrara per consegnare al Re Vittorio Emanuele II un indirizzo di omaggio a nome
della città.
ASPd, Atti Comunali, b. 2483
ASPd, Atti Comunali, b. 2483
Minuta originale dell’indirizzo di omaggio consegnato al Re Vittorio Emanuele II dalla Deputazione di Padova.
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
50 - 1866 luglio 18
51 - 1866 luglio 31
Annuncio del ritorno a Padova della Deputazione che
si era recata a omaggiare il re a Ferrara.
Annuncio della venuta a Padova del Re Vittorio Emanuele II da parte del Podestà Francesco de
Lazara.
ASPd, Atti Comunali, b. 2483
ASPd, Atti Comunali, b. 2483
44-45
Giunta Governativa provvisoria
All’Onorevole Sig. Domenico Maritani Sartori, Padova
All’Onorevole Nobile Sig. Conte Venier abitante in Casa Silvestri in Prato della Valle,
Padova
E’ imminente l’arrivo del nostro Re Vittorio
Emanuele II e nella auspicatissima occasione
che la Maestà Sua permarrà fra queste mura
la casa di Lei (per Sartori) da Lei abitata (per
Venier) in Prato della Valle sarà onorata di
accogliere l’Eccelso Ospite cotanto desiderato. Le se ne dà parte colla preghiera di voler
porre immediatamente la casa a disposizione
di questa Giunta. Pel solo Venier: Ella solamente potrà raccorre le robe sue nel piano
superiore come già d’intelligenza. Per tutt’e
due: la Signoria Vostra accolga i sentimenti di
verace estimazione della scrivente.
Il Preside
De Lazara
52 - 1866 luglio 18
Minuta della Giunta Governativa Provvisoria di Padova indirizzata a Domenico Maritani Sartori
e al conte Venier in cui si chiede che la casa di proprietà del Sartori, locata al conte Venier, venga
immediatamente liberata e messa a disposizione della Giunta per prepararla ad ospitare Vittorio Emanuele II, Re d’Italia.
ASPd, Atti Comunali, b. 2479
Considerato che nel giorno 1 agosto
1866, alle ore 8.00 antimeridiane Sua
Maestà l’amatissimo nostro Re Vittorio
Emanuele II entrava in Padova quale
supremo Capitano dell’esercito italiano
in guerra contro l’Austriaco usurpatore
e preso alloggio nella casa Sartori in
Prato della Valle al civico n. rimanendovi
a tutto il giorno 8 detto.
Veduto come in detto giorno, in
pendenza delle pratiche diplomatiche
per l’armistizio, che fu prorogato fino
alla conclusione della pace, passava ad
abitare nella Casa del signor Cavalier
Treves di Bonfili in contrada delle Zittelle al civico n. e vi restò fino al giorno
12 settembre 1866, e che la detta casa
rimase a sua disposizione ed occupata
da individui della Casa Reale, anche
dopo la sua partenza colla riserva del
ritorno e precisamente a tutto
Essendosi Sua Maestà il Re nella sera 16
corrente nella quale fece il solenne suo
ingresso in questa Città compiaciuto di
rivolgere al sottoscritto Podestà queste
lusinghiere parole: “Io mi considero
cittadino di Padova”.
Il Collegio Municipale nella sicurezza di
fare gradita cosa alla Città tutta
Determina
che il nome di Sua Maestà il Re d’Italia
Vittorio Emanuele II venga in foglio
distinto esposto e conservato nella
Anagrafe colle premesse indicazioni a
perpetua memoria.
Il Podestà
De Lazara
Gli Assessori
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
Padova, li 24 novembre 1866
Oggetto: D’ufficio. Iscrizione in foglio
distinto nelle Anagrafi Municipali di Sua
Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia il
quale nell’epoca della loro compilazione
soggiornava in Padova.
Il Segretario
53 - 1866 novembre 24
La Giunta Governativa Provvisoria di Padova propone l’iscrizione di Vittorio Emanuele II, re d’Italia,
nelle anagrafi municipali di Padova, in foglio distinto, in quanto ha alloggiato nella casa Sartori, in
Prato della Valle, dal 1 all’ 8 agosto 1866 e successivamente sino al 12 settembre dello stesso
anno nella casa del cavaliere Treves di Bonfili, posta nella contrada delle Zitelle.
ASPd, Atti Comunali, b. 2479
46-47
Padova, li 5 ottobre 1866
Oggetto: Pratiche preliminari per il Plebescito
Mi affretto a trasmettere alla S.V.la qui
unita copia della Nota ministeriale del
2 ottobre corrente n. 564 riflettente alcune normi preliminari da seguire onde
effettuare il più importante atto politico
a cui siano chiamate le Venete Provincie,
voglio dire il Plebiscito, che deve congiungerle alla gran Patria Italiana di fatto,
quantunque fossero a lei già legate dal
vincolo del più spontaneo ed universale
consentimento delle popolazioni.
Spero, la S.V. saprà comprendere tutta
l’importanza di codesta manifestazione
della libera volontà di un popolo e che
vorrà adeguatamente adoperarsi, affinchè questo fatto solenne del Plebiscito
sia la più autorevole prova dei sentimenti
patriottici di questa nobile città.
Si attenderà ricevuta della presente.
Il Commissario del Re
Pepoli
54 – 1866
55 - 1866 ottobre 5
Decreto di Vittorio Emanuele II, re d’Italia, che indice il plebiscito nelle provincie
italiane venete liberate dall’occupazione austriaca.
Il Commissario del Re d’Italia, marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, trasmette alla Congregazione Municipale di Padova la nota ministeriale del 2 ottobre 1866 con le norme preliminari da
seguire per effettuare il Plebiscito.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
56 - 1866 ottobre 11
57 - 1866 ottobre 13
Lettera circolare del Vescovo di Padova Federico Manfredini indirizzata al clero della città e della
diocesi che invita a partecipare al Plebiscito.
Decreto di Eugenio di Savoia, Luogotenente Generale di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, che elenca
i requisiti richiesti per l’ammissibilità al voto per il Plebiscito.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
48-49
58 - 1866 ottobre 14
Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia ove il Governo
del Regno indice il Plebiscito nelle province venete e
in quella di Mantova, da effettuarsi nei giorni 21 e
22 ottobre 1866.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
60 - 1866
Formula del Plebiscito
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
59 - 1866 ottobre 19
61 - 1866
Norme e modalità da tenersi per il Plebiscito indetto
nei giorni 21 e 22 ottobre 1866.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
Minuta dei risultati del Plebiscito della città di Padova.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
50-51
62 – 1866
63 - 1866 ottobre 17
Minuta che elenca i centri di votazione istituiti nella città di Padova.
Il podestà di Padova De Lazara invita il conte Giordano Emo Capodilista a far parte della
commissione per il Plebiscito istituita nella Loggia Amulea, ove voteranno gli appartenenti alle
parrocchie di Santa Giustina, di Santa Croce, del Torresino e dei Filippini.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
64 - 1866
65 - 1866 ottobre 27
Minuta dei risultati del Plebiscito relativi a tutte le sezioni della città di Padova e del circondario.
Pubblicazione del telegramma inviato alla Congregazione Municipale di Padova da Pasolini,
Commissario del Re di Venezia, con la proclamazione dei risultati del Plebiscito.
ASPd, Atti Comunali, b. 2474
ASPd, Atti Comunali, b. 2482
52-53
66 - 1866 ottobre 28
67 - 1866 luglio 16
Avviso dei festeggiamenti organizzati per i risultati del Plebiscito.
Minuta della Giunta all’Ordine Pubblico di Padova per il rispetto della libertà di opinione.
ASPd, Atti Comunali, b. 2482
ASPd, Atti Comunali, b. 2483
L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19
68 - 1866 agosto 4
69 - 1866 agosto 8
Decreto luogotenenziale per l’applicazione dei primi tre articoli dello Statuto del Regno d’Italia
che stabiliscono l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Decreto luogotenenziale del Regno d’Italia che abolisce le pene corporali in vigore durante la
dominazione austriaca.
ASPd, Atti Comunali, b. 2475
ASPd, Atti Comunali, b. 2482
54-55
Referenze fotografiche:
Renzo Sgarabotto
Restauro documentario:
Rosa Angela Randon, Anna Maria Salvo
Revisione dei testi:
Federico Aghi, Anna Maria Salvo, Adriano Zattarin
Progetto e realizzazione:
Francesca Fantini D’Onofrio
Allestimento a cura della Provincia di Padova e dell’Archivio di Stato di Padova
Un particolare ringraziamento è dovuto all’architetto Maria Letizia Panajotti
Progettazione e realizzazione grafica: Tipografia Bertaggia (Padova)
Finito di stampare
nel mese di giugno 2011
presso Italgraf - Noventa Padovana (Padova)
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