PROVINCIA DI PADOVA 1"%07"&-6/*5"%*5"-*" .0.&/5*%*1"53*055*4.0 1860, minuta autografa di Alberto Cavalletto Mostra documentaria 1"%07"&-6/*5"%*5"-*" .0.&/5*%*1"53*055*4.0 Mostra Documentaria Padova Palazzo Santo Stefano, 18 giugno - 31 dicembre 2011 a cura di Francesca Fantini D’Onofrio Provincia di Padova È il 1 agosto 1866: Re Vittorio Emanuele II entra a Padova da Porta Santa Croce e prende dimora in uno dei palazzi nobiliari che si affaccia su Prato della Valle ribattezzata “Grande Piazza Vittorio Emanuele II”. Poco dopo, il 21 e 22 ottobre dello stesso anno, Padova entra nello Stato Unitario con un plebiscito che sancisce la volontà popolare di adesione al Regno d’Italia. Qui finisce la storia scritta nei libri e nelle lapidi dei palazzi padovani. Ne esiste, però, un’altra più ricca, più intensa, piena di dettagli e di cenni eppure meno conosciuta alla maggior parte dei cittadini di Padova e provincia. È racchiusa nei documenti inediti prodotti nei primi momenti dell’Unità. Sono gli atti amministrativi del secondo semestre del 1866. Ogni carta, ogni scritto, ogni parola è tutta da scoprire e da rivivere perché intrisa da un forte sentimento di democrazia e indipendenza. La mostra “Padova e l’Unità d’Italia: momenti di patriottismo 1848-1866” è organizzata dalla Provincia e dall’Archivio di Stato con il sostegno della Fon- dazione Cassa di Risparmio. Per la prima volta, verrà svelata al grande pubblico la sequenza degli avvisi che tappezzavano la città e il territorio di allora. Sono i carteggi originali che, con ardore e passione patriottica, informavano la popolazione dei provvedimenti adottati dal nuovo governo a partire da quelli sulla consultazione popolare per l’adesione all’Italia. Nelle sale di Palazzo Santo Stefano, inoltre, i visitatori potranno ammirare le mappe del primo catasto italiano che registra i cambiamenti toponomastici conseguenti al ricongiungimento con il resto della penisola italiana. L’Unità costituì un momento istituzionale importante per Padova e il suo territorio. Il nuovo governo diede il via ad una complessa riorganizzazione amministrativa e il Consiglio provinciale ebbe il compito di coordinare i lavori per l’attuazione delle riforme. A parlarne in modo diretto, oggettivo, disincantato e senza interpretazioni di parte saranno proprio i documenti che faranno rivivere le emozioni vissute dai padovani dal 1848 al 1866. In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, non poteva essere questo tributo migliore ai nostri padri fondatori. L’augurio è che il cuore e la passione impressa in queste carte, sia di ispirazione per lo spirito di rinascita e sviluppo che deve animare tutti noi in questo periodo storico. Barbara Degani Presidente Provincia di Padova Presentazione Introduzione Padova libera 1848 marzo 23 – giugno 14 • pag 6 Patriottismo Padovano 1848 – 1866 • pag 19 Padova Italiana 1866 ottobre 22 • pag 35 Padova Italiana: il Re e il Plebiscito • pag 43 PADOVA E L’UNITÀ D’ITALIA 1848-1866 Le fonti documentarie dell’Archivio di Stato di Padova La mostra allestita per celebrare i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia si propone di far conoscere le fonti documentarie del patriottismo padovano conservate presso l’Archivio di Stato di Padova. L’istituto padovano di conservazione tutela numerosissimi originali prodotti nel periodo del Risorgimento Italiano. Fanno parte di complessi archivistici istituzionali e privati ove si è sedimentata documentazione sia ufficiale di Stato, sia segreta. Gli atti ufficiali sono presenti in prevalenza nell’archivio della Delegazione Provinciale, della cosiddetta Miscellanea Civile e Militare, della Guardia Nazionale di Padova, del Comune e del Catasto. I documenti prodotti dalla cospirazione patriottica sono conservati in prevalenza negli archivi privati della Società dei Veterani del 1848-1849 e del Comitato Politico Centrale Veneto. Palazzo Santo Stefano e l’Unità d’Italia Il percorso della mostra permette la visita di una parte di Palazzo Santo Stefano nella sua rinnovata veste italiana: si tratta degli uffici dell’Amministrazione Provinciale progettati subito dopo l’Unità d’Italia. Il palazzo infatti fa parte dell’antico complesso monumentale del monastero benedettino femminile di Santo Stefano, di cui conserva il nome. E’ acquistato dalla Provincia di Padova nel 1872 per essere trasformato nella propria sede e in quella della Prefettura. Il progetto di ristrutturazione è datato 1873 a firma dell’ingegnere capo Emilio Zanardini e i lavori sono ultimati nel 1877. La Sala del Consiglio celebra, attraverso la decorazione e l’arredo, l’appartenza al Regno d’Italia. Carlo Matscheg realizza l’arredo e il soffitto viene affrescato da Giulio Carlini. Il grande plafone centrale rappresenta la cacciata di Pagano, vicario imperiale di Federico Barbarossa, avvenuta il 23 giugno 1164. Il busto di Vittorio Emanuele II posto alle spalle della presidenza, è dello scultore Domenico Stradiotto, mentre nella zona riservata al pubblico, nel 1866 viene collocato il busto di Antonio Dozzi (1817-1885) primo presidente provinciale di Padova e senatore del Regno, opera dello scultore padovano Natale Sanavio. Il Percorso La mostra illustra il clima irredentista e patriottico che contribuì all’annessione di Padova e del padovano suo territorio al Regno d’Italia. L’itinerario documentario si compone di atti originali prodotti durante i diciotto anni che intercorsero dal Governo Provvisorio Dipartimentale, che durò ottanta giorni, all’annessione al Regno d’Italia durante la terza guerra d’indipendenza (1848-1866). Francesca Fantini D’Onofrio Direttore Archivio di Stato di Padova PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 I l 23 marzo 1848 Padova e il suo territorio sono libere: gli Austriaci hanno abbandonato il padovano che governavano dal 1815. Questa liberazione non è un caso isolato, ma rientra nel sommovimento generale dell’Europa iniziato con la rivoluzione parigina del 22-26 febbraio 1848. A scatenare le insurrezioni è il clima di tensione prodotto dal regime poliziesco e dalla profonda crisi economica europea aggravata dalla forte pressione fiscale e dalle gravose contribuzioni per il mantenimento delle truppe. Nella provincia del Lombardo-Veneto gli episodi di violenza erano iniziati con lo sciopero del fumo, deciso per colpire le finanze austriache legate al monopolio della vendita del tabacco, proclamato a Milano il primo gennaio 1848 e subito estesosi su tutto il territorio della provincia italiana. Proprio gli scontri con i militari che ostentano provocatoriamente il sigaro in bocca sono all’origine dei tumulti, anche quelli padovani del febbraio del 1848. Le tensioni aumentarono in marzo incrementate dalle concessioni della Costituzione in alcuni stati italiani, quali il Regno di Sardegna da parte di Carlo Alberto di Savoja e dello Stato Pontificio da parte del papa Pio IX. A Vienna il 13 marzo scoppia la rivolta capeggiata dagli studenti universitari che porta alla caduta del cancelliere Metternich. Seguono quelle nelle province italiane: a Venezia, il 17 marzo, una grande manifestazione popolare libera dal carcere i patrioti Daniele Manin e Niccolò Tommaseo; a Milano il 18 marzo ha inizio la rivolta che passerà alla storia come “le cinque giornate di Milano”. Queste violente insurrezioni porteranno l’instaurarsi di governi provvisori. A Padova, similmente alle altre città universitarie, i senti- menti anti-imperiali e patriottici erano sostenuti con calore e impegno dagli studenti universitari, che rintuzzavano con veemenza gli atteggiamenti provocatori dei militari dando origine alle aggressioni armate da parte di questi ultimi di cui il più luttuoso fu quello dell’ febbraio 1848. Una larga fascia di popolazione appartenente al ceto medio e basso fiancheggiava la contestazione degli universitari. Molto attive erano le donne che, benché l’emancipazione femminile fosse ancora molto lontana, ebbero un ruolo primario nella propaganda patriottica e nello scambio di missive segrete durante la cospirazione antiasburgica. La liberazione di Padova però non fu un evento rivoluzionario come a Venezia e a Milano, ma si trattò dell’abbandono della città e del territorio da parte delle truppe austriache, che lasciarono il padovano per raggiungere Verona su ordine del generale Radetzky. Con le truppe lasciarono la città anche il Delegato Provinciale e il Commissario superiore di Polizia: si ebbe quindi un vuoto di governo e l’Amministrazione Municipale di Padova, per evitare l’instaurarsi dell’anarchia, aderì al Governo Provvisorio della Repubblica di Venezia. Venezia autorizzò l’istituzione del Comitato Dipartimentale Provvisorio di Padova per la gestione politica del territorio. Il Comitato fu eletto nell’arco di una sera e fu composto da sette membri; governò il padovano per ottanta giorni, dedicandosi prioritariamente all’ordine pubblico con il supporto della Guardia Nazionale, regolamentata il 27 marzo 1848, a cui fu affidata la difesa della città. L’indipendenza padovana ebbe breve durata e seguì in parte le sorti della prima guerra d’indipendenza italiana, a cui parteciparono 1500 volontari padovani, di cui cinquecento studenti. Avevano tutti una croce rossa sul petto o sul braccio, per cui vennero denominati crociati. I primi giorni di giugno del 1848 si sparse la voce di un possibile approssimarsi alla città delle truppe austriache, per cui il governo passò nelle mani del Comitato di Difesa. Dopo la capitolazione della città di Vicenza e ritiro di tutte le truppe da parte del Governo di Venezia, Padova cadde nell’anarchia più completa. In questo clima fu facile per le truppe austriache ritornare e decretare la fine del governo provvisorio. Si insediò nuovamente la Congregazione Provinciale e vennero cancellati tutti i simboli patriottici per far spazio agli emblemi imperiali. La dominazione austriaca durerà altri diciotto anni durante i quali il patrioti padovani cospireranno in segreto. PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 1 - 1848 marzo 23 Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova invita la popolazione alla solenne celebrazione di ringraziamento per l’avvenuta liberazione dagli Austriaci con il canto dell’Inno Ambrosiano e con la benedizione della Bandiera Tricolore che si terrà a mezzogiorno nella Chiesa Cattedrale al cospetto del vescovo Modesto Farina 2 - 1848 marzo 24 La Municipalità di Padova comunica alla cittadinanza l’adesione al Governo Provvisorio della Repubblica Veneta ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 6-7 3 - 1849 marzo 22 Lettera, ricca di pathos patriottico, stampata con i colori del tricolore nazionale, redatta dal popolo veneziano in occasione della ricorrenza del primo anno dalla liberazione di Venezia e indirizzata a Daniele Manin, che aveva ricoperto la carica di presidente del fugace Governo Provvisorio della Repubblica di Venezia . Dal 4 luglio 1848 Venezia è tornata a essere dominata dagli Austriaci. La lettera contiene un accorato appello a Daniele Manin: “Tu ci devi sottrarre alla tedesca rabbia, tu ci devi incolumi condurre all’Appello della futura Dieta italiana in Roma, come hai promesso il 4 di luglio.” La richiesta è conclusiva alla narrazione degli eventi rivoluzionari accaduti a Venezia il 22 marzo 1848 che portarono alla liberazione dagli Austriaci ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 4 - 1848 marzo 26 Il Comitato Dipartimentale Provvisorio di Padova, per garantire l’ordine pubblico nel Padovano, incita i cittadini e gli studenti universitari a non nutrire sentimenti di vendetta e di odio e a evitare l’insulto. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 5 - 1848 marzo 26 6 - 1848 marzo 27 Il Comitato dipartimentale Provvisorio di Padova ringrazia pubblicamente i valorosi studenti universitari per il contributo da loro reso alla liberazione dagli austriaci. Prima pagina del libretto a stampa dei versi dedicati all’Italia, opera di Angelo Sacchetti, recitati a Padova per festeggiare l’indipendenza, la sera del 27 marzo 1848, nel Teatro dei Concordi. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 8-9 7 - 1848 marzo 28 Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova annuncia pene severe contro coloro che produrranno false accuse di spionaggio e di tradimento. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 8 - 1848 aprile 6 Il Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova, per assicurare l’ordine pubblico, incita alla convivenza pacifica con gli stranieri residenti: “Vedere in essi dei nemici pericolosi alla nostra Santa Causa è pochezza d’animo per infondato timore...Cittadini mostratevi degni della libertà, siate ospitali cogli innocui forestieri, e rammentate che molti dei nostri fratelli stanno pure in suolo straniero”. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 9 - 1848 aprile 1 10 - 1848 aprile 9 Invito alla fratellanza tra Padova e Venezia in nome dell’Italia Unita eliminando ogni motivo di campanilismo: “I manifesti vincoli di reciproco vantaggio…deggiono persuaderle ambedue a stringere insieme la mano con vicendevolezza di patria carità, rigettando ogni sospetto di gloriuzze municipali; miseria dei tempi passati, onta alla civile sapienza dei nostri.” Il timore del ritorno degli Austriaci induce il governo provvisorio ad istituire il Comitato di Difesa di Padova che, nell’esercizio delle sue funzioni, rende note le disposizioni per la difesa della città e pubblica l’elenco dei luoghi scelti per le barricate. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 10-11 11 - 1848 maggio 2 12 - 1848 giugno 4 Libretto a stampa in occasione dell’inaugurazione della Bandiera Tricolore posta sul rialzato stendardo dell’antica Scuola di San Marco a Venezia. Il colonnello Costante Ferrari, nell’accettare l’incarico di Comandante Superiore della piazza di Padova, incita i padovani ad unirsi all’esercito italiano per lottare per l’indipendenza dell’Italia: “Padovani! il nemico si accovaccia ancora nei vostri d’intorni, e per istanarlo, io conto sul vostro Patriottismo.” ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 13 14 14 13, 14, 15 - 1848 aprile 12, 14 e 24 Cronache degli eventi padovani del 12, 14 e 24 aprile 1848 pubblicate nel Bollettino della Mattina. Supplemento giornaliero officiale del foglio “Il Caffè Pedrocchi” ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 12-13 15 13, 14, 15 - 1848 aprile 12, 14 e 24 Cronache degli eventi padovani del 12, 14 e 24 aprile 1848 pubblicate nel Bollettino della Mattina. Supplemento giornaliero officiale del foglio “Il Caffè Pedrocchi” ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 13 – Particolari del foglio del 12 aprile che narra la partenza da Padova degli artiglieri piemontesi, dei festeggiamenti organizzati e del banchetto che diede occasione di un’improvvisata riunione tra i cittadini e i membri del governo provvisorio: “Simili riunioni anziché infiacchire gli animi li esaltano, in esse si rinnovano le giurate promesse; sono simbolo di fratellanza e di forza.” 14 - Particolari del foglio del 14 aprile che pubblica la lettera di Antonio Meneghini, presidente del Comitato Provvisorio Dipartimentale di Padova, in cui deplora coloro che vogliono destituire dagli incarichi i pubblici funzionari ribadendo che: “chi turbasse l’ordine pubblico si mostrerebbe nemico della Patria.” 15 - Particolari del foglio del 24 aprile in cui si incitano i padovani a correre in soccorso della città di Udine assediata dagli Austriaci e si da notizia dell’arrivo in città di 160 giovani napoletani arruolatisi nell’esercito italiano. PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 16 – 1848 Disegno dei movimenti e delle posizioni ad uso della Guardia Nazionale dell’Italia redatto per facilitare l’esercizio individuale alle manovre militari. ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 14-15 Frontespizio a colori miniato con oro zecchino mettere sotto ai libri 17 – (1866) Registro dei soci effettivi dell’Associazione dei Volontari 1848-49 della città e provincia di Padova. Si tratta dell’elenco dei soci costituenti la Società dei Veterani che parteciparono ai moti insurrezionali del Quarantotto. ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 Legatura in cuoio decorato a secco, impressione in oro zecchino e borchie in ottone PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 18 - 1848 giugno 15 19 -1848 giugno 16 Nel momento della fine del Governo Provvisorio per il ritorno degli Austriaci la Congregazione Municipale di Padova ringrazia pubblicamente la Guardia Nazionale d’Italia, che si è adoperata per la difesa dell’ordine e della sicurezza della città. La Congregazione Municipale di Padova rende nota l’imposizione austriaca affinché, all’arrivo delle proprie truppe in Padova, scompaiano il Tricolore e tutti i segni della rivoluzione per far posto alla sole insegne imperiali austriache. ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 16-17 PADOVA LIBERA 1848 marzo 23 – giugno 14 20 - 1848 luglio 11 21 - 1848 luglio 15 Il barone Carlo Zedlitz, Imperial Regio Comandante Militare, rende nota l’applicazione della legge marziale verso gli oppositori all’Austria e proibisce “l’uso di qualunque segno che ricordi un altro Governo fuorché quello dell’Austriaca nostra reggenza.” Il tenente maresciallo Welden, Comandante il Corpo di Riserva, notifica l’elenco dei reati che prevedono l’applicazione della pena di morte per fucilazione. Rientra tra questi: “Chiunque manifesterà tendenze rivoluzionarie, con discorsi, scritti ed emblemi.” ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 ASPd, Guardia Nazionale di Padova, b.5 PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 C on il ritorno della dominazione austriaca (13 giugno 1848) moltissimi cittadini emigrarono, tra cui molti giovani per timore di una coscrizione generale nell’esercito austriaco. La città e il territorio si spopolarono. I confini furono presidiati militarmente per inpedire ogni comunicazione diretta con le altre città venete e in particolare con Venezia. Malgrado questa fitta cortina militare l’emigrazione continuò anche se in tono minore. I patrioti emigrati parteciparono attivamente alle lotte per l’indipendenza italiana. La cospirazione segreta non diede vita a significativi atti sovversivi nella città e nel territorio, che conservarono l’apparente quiete che li aveva contraddistinti sin dalla fine del breve Governo Provvisorio Dipartimentale del 1848. Il patriota Alberto Cavalletto, ingegnere padovano, con altri compatrioti, nel 1860 diede vita al Comitato Politico Veneto Centrale, che ebbe sede a Torino. Il fine costitutivo era quello di liberare il Veneto dall’oppressione austriaca con l’aiuto della monarchia sabauda. La scelta della sede a Torino, capitale del Regno di Sardegna, facilitava i rapporti diplomatici con il governo e in particolare con Camillo Benso conte di Cavour, che ne era a capo. Il Comitato intratteneva le relazioni con il Veneto attraverso una fitta rete di corrieri. La corrispondenza da Torino giungeva a Brescia presso il Caffè la Rossa che costituiva il recapito postale del patriota bresciano Carlo Maluta, che la smistava ai diversi corrieri segreti per farla giungere a Padova o nelle altre località venete. In città il referente del Comitato fu il professore padovano Enrico Nestore Legnazzi. Tra i corrieri segreti spicca la figura del falegname piovese Luigi Piron, patriota che servì il Comitato dalla sua istituzione sino al 20 giugno del 1866 quando, durante una missione, fu ucciso dagli austriaci in ritirata. La sua figura di patriota venne commemorata durante il primo consiglio comunale di Padova liberata tenutosi il 28 luglio che concesse alla madre una pensione annua vitalizia di 1000 lire italiane con la seguente motivazione: “Piron Luigi, nativo di Piove, onesto e coraggioso popolano, fu assunto nel 1859 in servigio del Comitato Insurrezionale di Padova. Egli condusse quasi tutti i giovani Veneti in mezzo a mille pericoli ove era alzato il vessillo per la redenzione d’Italia; sevì il paese per odio al dominio straniero non per ingordigia di lucro, e, povero sempre, dopo il trattato di Villafranca, continuò a prestare l’opera sua trasmettendo dal Comitato di Padova a quello di Torino le più importanti corrispondenze politico- militari…Travestito da prete, da contadino e da giocoliero egli deluse la più oculata vigilanza, né mancò una sol volta agli ordini ricevuti…Passando il Po a nuoto con importanti corrispondenze la sera del 20 giugno fu preso di mira dai Gendarmi e fraddamente assassinato; il suo corpo coverto dalle onde non si trovò che quando le rive del fiume erano state abbandonate dagli sgherri dell’Austria…” 18-19 23 - (1848) Biglietto patriottico manoscritto, anonimo, di mano femminile e firmato da un’Italiana, indirizzato ai Prodi d’Italia che sprona i patrioti combattenti a raggiungere la vittoria. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 22 - (1848) 24 - (1848) Incitazione patriottica alla guerra contro l’Austria. Biglietto patriottico a stampa siglato U.B. ove il rispetto religioso è sinonimo di patriottismo. ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 ASPd, Società dei Veterani 1848-1849, b.1 PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 25 – (1848-1866) Dialogo patriottico in gergo tra il vino e la birra: metafora del contrasto tra gli Italiani e gli Austriaci. ASPd, Società dei veterani 1848-1849, b.1 20-21 26 - 1860 febbraio 8 Minuta della lettera di Alberto Cavalletto, segretario del Comitato Politico Veneto Centrale, indirizzata a Camillo Benso conte di Cavour, presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna. Alberto Cavalletto, a nome di tutti i patrioti veneti, chiede la liberazione dalla dominazione austriaca e la totale emancipazione dell’Italia da ogni dominio straniero. La lettera, animata da intenso patriottismo, giustifica le richieste con passione, argomentandole storicamente e con l’esplicito riferimento al voto giurato di ammissione espresso dal popolo Veneto nel 1848: “Dopo trentatrè anni di pazienza, non già di rassegnazione, la volontà nazionale per noi energicamente si pronunciò nel 1848, e i Veneti rivendicatisi in libertà proclamarono a suffragio universale la loro indipendenza assoluta dall’Austria, e la loro unione integrale al nuovo Regno d’Italia retto costituzionalmente dalla illustre Casa di Savoia. Ricaddero non vinti, dopo eroici sforzi, sotto l’aborrito dominio straniero; ma negli otto anni del regime militare, sanguinario e violento esercitato su noi dal Radetzky, né le lusinghiere blandizie dell’arciduca Massimiliano valsero a cambiare i nostri propositi, a fare mutare al popolo Veneto il voto giurato del 1848.” ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3 Eccellenza! Quando la Pace di Villafranca arrestò al Mincio il corso vittorioso delle armi fraterne di Francia e d’Italia, che dovevano emancipare totalmente la nostra Patria dalla dominazione straniera, un fremito di sgomento e di disperazione scosse e angosciò il cuore dei Veneti, che tanto aveano sperato, fatto e patito per ricuperare l’avita antichissima loro indipendenza, e per congiungersi nel seno della Patria comune ai loro fratelli. In quello generale sgomento una speranza arrise pure ai loro sguardi, alimentata dalla fede nella lealtà dei due magnanimi Sovrani che con le consociate armi italo-franche aveano assunto la santissima impresa della indipendenza d’Italia, e fiduciosi nel Vostro patrocinio si rivolsero allora a Vostra Eccellenza e col Vostro mezzo al loro Re (che’ tale lo è di diritto per unanime e libera votazione del popolo veneto) nella certezza che consapevoli entrambi di quanto nella Venezia si spera e si anela, di quanto si fece e si fa, di quanto si sofferse e si soffre, avreste dato opera in quei supremi momenti ad assicurar loro il conseguimento di un desiderio e di un bisogno più che decenne, desiderio e bisogno che si confonde con quello medesimo della vita e la cui soddisfazione può sola garantire la pace della intera Penisola. Ma i patti di Villafranca, mutando per un momento la situazione politica di allora, rendevano impossibile l’immediata redenzione, in via amicabile o forzosa, delle sventurate nostre Venezie, e dovevasi attendere con fede e costanza dal tempo, dalla natura delle cose, e dalla lealtà dei Sovrani alleati che fosse resa evidente la impossibilità di una conciliazione fra gl’Italiani e l’Austria, nonché la impossibilità della pacifica prosecuzione dell’austriaco dominio in Italia, e che quinci necessariamente fosse provveduto con nuovi trattati o colle armi al conseguimento della promessa totale emancipazione d’Italia da ogni dominio straniero. Non conforto ma dolore portarono ai Veneti le parole del Proclama di Valeggio, che a lenire l’angoscia del loro abbandono assicuravano, che se la Venezia rimaneva sotto lo scettro dell’Austria, essa sarebbe non di meno una Provincia italiana formante parte di una Confederazione italiana. La Confederazione era contraria alle idee e ai bisogni effettivi degli Italiani, i quali ben sapevano che una federazione eterogenea di principi neutrali e stranieri, e di Stati politicamente varioformi, sarebbe stata un vincolo di comune servitù, e bene conoscevano che, posta a contralto di grandi e potenti monarchie unitarie, la nazionalità italiana non può essere assicurata nella sua libertà e indipendenza che dalla unità nazionale. La confederazione quindi non poteva essere accettata dall’Italia, che il proclama riconosceva d’allora in poi padrona de’ proprii destini, e i Veneti non si sconfortarono anzi gioirono dei generosi e unanimi voti dei fratelli dell’Italia centrale. I Veneti poi non potevano ripiegare rassegnati sotto lo scettro dell’Austria, perché cotesta rassegnazione è contraria alla dignità di un popolo civile, al sentimento, radicatissimo in tutti i Veneti, della loro nazionalità, alle loro gloriose tradizioni storiche, ai loro bisogni ed interessi, ai ricordi passati e recenti di quanto hanno fatto e patito, ai loro doveri verso la Patria comune, e ai propri diritti. I Veneti non potevano inoltre rassegnarsi a ripiegare il collo sotto il giogo dell’Austria perché per lunga e luttuosissima esperienza sanno quanto pesi quel giogo e quanto sia esiziale a chi lo sopporta, e perché per esperienza d’interna conoscono inconciliabile il dominio dell’Austria col carattere, col sentimento, coi bisogni, colla dignità, colle tendenze e attrazioni nazionali di un popolo che con l’Austria non ha per natura niente di comune, tranne l’odio reciproco, ingenerato da quarantasei anni di lotta incessante, tacita o palese. Nella unita relazione sullo stato della Venezia dopo la pace di Villafranca, noi presentiamo alla Eccellenza Vostra il quadro luttuosissimo, eppure incompleto, dei dolori e delle sventure che dopo la pace si aggravarono e si accumularono sul popolo veneto, su quel popolo che per antiche e recenti benemerenze era ben degno d’essere fatto libero e riunito alla sua Patria. Lo spettacolo tristissimo che presenta adesso la Venezia è nuovo nella Storia. Nessuno cola’ vuole ubbidire ad un governo, odiato universalmente, e condannato irreversibilmente dalla volontà pubblica; la violenza e l’arbitrio sono i soli mezzi che restano all’Austria per mantenersi fra popolazioni che le sono palesemente nemiche; non vi promulga lo stato d’assedio, per rispetto dell’Europa, ma vi sopperisce col giudizio statario, e colla piena, illimitata balia recentemente accordata alle Autorità militari e politiche di provvedere irresponsabilmente senza riguardo a persone e a mezzi a contenere forzatamente nell’obbedienza il popolo riluttante; lo sfacelo economico e la dissoluzione sociale sono i termini funesti a cui la continuazione violenta di un dominio straniero aborritissimo ha ridotto le infelici Provincie venete. In quelle sventurate contrade, sì lodate un tempo per mitezza di costumi e per gentilezza della vita sociale regnano adesso orrendamente la miseria, lo squallore, l’odio e la più brutale anarchia militare e poliziesca. Noi rappresentiamo alla Eccellenza Vostra questo intollerando e crudelissimo stato della Venezia non per implorare il patrocinio Vostro, o la intercessione del Governo del Re presso la Diplomazia affinché siano mitigati i dolori delle patrie nostre contrade o siano concesse ai Veneti istituzioni e guarentigie di governo civile e nazionale, mentiremmo alla coscienza nostra e al voto unanime e fermissimo dei nostri concittadini se ciò domandassimo; nell’unita relazione vi rappresentiamo l’orrenda condizione della Venezia quale documento della impossibilità che l’Austria, mite o violenta, possa ulteriormente continuare il suo dominio in Italia. Dopo trentatrè anni di pazienza, non già di rassegnazione, la volontà nazionale per noi energicamente si pronunciò nel 1848, e i Veneti rivendicatisi in libertà proclamarono a suffragio universale la loro indipendenza assoluta dall’Austria, e la loro unione integrale al nuovo Regno d’Italia retto costituzionalmente dalla illustre Casa di Savoja. Ricaddero non vinti, dopo eroici sforzi, sotto l’aborrito dominio straniero; ma negli otto anni del regime militare, sanguinario e violento esercitato su noi dal Radetzky, né le lusinghiere blandizie dell’Arciduca Massimiliano valsero a cambiare i nostri propositi, a fare mutare al popolo Veneto il voto giurato nel 1848. Furonvi fra noi alcuni pochi uomini, ricchi d’ingegno, ma poveri di fede, e d’animo fiacco, i quali presa a divisa la massima speciosa: dovere l’onesto cittadino, per quanto sta in lui procurare il bene o il minor male del proprio paese, qualunque sia la condizione in cui questo è posto dalla sorte, tentavano farsi mediatori e conciliatori fra l’Austria e il popolo, e studiavano ogni arte e modo di guadagnare popolarità all’ostentata benignità del nuovo Governatore; ma il sentimento nazionale dei Veneti resistette a quelle seduzioni, sdegnosamente respinse gli uomini della transizione, e inoltre costoro nello stesso uggioso fastidio ed aborrimento che invincibilmente nutriva contro i dominatori stranieri. I patiboli di Venezia e di Mantova, gli arresti, le prigionie e gli ergastoli militari germanici, non valsero a vincere questo generale aborrimento, e le finzioni successive di misto governo, aggiunsero all’odio il disprezzo per un dominio che non ha nessuna ragione o diritto di durare nelle nostre contrade. La storia ricorda quanto furono i Veneti sempre assai amanti di libertà e d’indipendenza: fra popoli d’Italia essi seppero da epoche immemorabili sino agli ultimi giorni dello scorso secolo mantenersi colle armi e colla costanza liberi da dominazioni straniere. Se cadde la loro Repubblica, se fu sagrificata la loro indipendenza, la storia attesta per quali arti si consumasse quel sagrificio, e come si abusasse dell’amore di libertà dei Veneti, e come immeritata ed ingiusta fosse la servitù a cui furono invidiosamente tratti. Ma colla perdita temporanea della loro indipendenza non perdettero la memoria delle loro tradizioni gloriose, né i loro patrii sentimenti ed affetti, né lo innato amore di libertà e di Patria; nel 1848 mostrarono a tutta Europa come sia viva nei loro petti l’antica virtù, né questa smentirono fra la pressione del sanguinario regime radetzkiano, né fra le ingannevoli blandizie dell’Arciduca Massimiliano. Vostra Eccellenza conosce quanto i Veneti sperarono, fecero e soffrirono nel 1859 nella testè sospesa guerra della nostra nazionale indipendenza; i campi gloriosi di Palestro, di Custoza?, di Vinzaglio, di Varese, di Como, di Magenta, e di San Martino furono innaffiati anche di sangue veneto, e i nostri volontarii non sparsero quel generoso sangue per ribadire le catene della loro Patria. Vostra Eccellenza conosce che la pace di Villafranca non prestò le speranze, né la virtù del popolo veneto, e tutta Europa è spettatrice ammirata della solenne protesta che i Veneti, chiusi fra fortilizi, guardati da numerosissime truppe straniere e posti in balia di un potere militare e poliziesco insanamente arbitrario ed efferato, non cessano di fare contro la illegittima dominazione che gli opprime, e sfidano indomati persecuzioni, arresti, prigionie, condanne, deportazioni, ma non ripiegano il capo ad un ignominioso ossequio. Questa resistenza non è di pochi, come col solito impudente mendacio tentativo di far credere l’Austria, è di PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 A Sua Eccellenza il conte Camillo Benso di Cavour Presidente del Consiglio dei Ministri di Sua Maestà Vittorio Emanuele II 22-23 tutti: le stesse autorità comunali, quantunque elette fra gli uomini più moderati e meno invisi al padrone straniero, protestano e respingono cotesto dominio fatto assolutamente indegno di gravare sopra un popolo civile, conscio ormai dei propri diritti, e geloso della dignità nazionale. I sessantamila emigrati, e le migliaia di giovani veneti che stanno serrati attorno alla bandiera nazionale nell’Emilia, e vi attendono pazienti e fidenti l’ora delle nuove nuove pugne, e la ripresa delle ostilità che faranno totalmente libera da stranieri la Patria nostra, Vi assicurino come sia impossibile che il popolo Veneto possa mai più sottostare sotto lo scettro austriaco. Questo stato di violenza, e di sagrificio di un intiero popolo non può durare: il dovere e l’onore d’Italia non può tolerarlo, non deve permetterlo l’Europa civile, se non per l’unione di noi, alcuna per la sua sicurezza, e per la sua pace. La presenza dell’Austria in Italia è minacciosa, e pericolo continuo di guerra: giustizia e prudenza esigono che o amicabilmente, o colle armi si ponga fine a siffatta pericolosissima situazione. I progetti di autonomia, le speranze di migliorie governative consigliati dalla Diplomazia a rimedio o palliativo dei nostri dolori, sono cose inefficaci. La natura dello impero austriaco, monarchia unitaria, formata da un centene di popoli, forzatamente uniti sotto uno solo scettro, e padroneggiati da una Casa e da una burocrazia straniera alla maggioranza, non permette che in quell’impero siano tolerati veri governi autonomi; la Boemia ci dice quanto sangue sparse e quanta desolazione patì inutilmente quel Regno per salvare sotto lo scettro dell’Austria la invano pattuita e giurata sua autonomia; il conte Batiany fucilato a Pest e le forche di Arad recentemente mostrarono come l’Austria rispettasse l’antichissima autonomia ungherese. Tutti gli Stati dell’Impero Austriaco erano originariamente autonomi, e la Casa di Asburgo nell’impadronirsene colle nozze, colla frode, o colla forza giurò di avantarsene i loro diritti e le loro autonomie, ma quanto valgano i giuramenti di quella Casa la Storia nelle sue più luttuose pagine a tutti ha dimostrato. Che l’Austria possa o voglia davvero accordare ai Veneti autonomia di governo lo dimostrerebbe impossibile il sistema governativo fra noi da 46 anni esercitato e ve ne daremo ben presto le prove, quando avremo l’onore di presentare a vostra eccellenza i documenti storici del Governo austriaco nel Veneto, e le informazioni biografiche dei principali impiegati di cui l’Austria si serve a governare in scuro ed in vantaggio tutto austriaco ed anti italiano i nostri paesi. Ma fosse pure attuabile, la utopistica autonomia, sperata e desiderata per noi dalla Diplomazia, noi non l’accetteremo, ce lo vieta la nostra dignità nazionale, il nostro diritto, e il nostro dovere verso la Patria. Che un governo straniero domini sopra un popolo barbaro, o poco innanzi nella Civiltà vi può essere ragione di questa anomalia dei diritti naturali; ma che l’Austria pretenda di dominare direttamente o indirettamente uno dei popoli più antichi e più civili di Europa; che un governo straniero senza nazione voglia dominare sopra un popolo appartenente a Nazione già gloriosissima e tuttora più che mai viva e piena di avvenire, è assurdo nemmeno pensabile; la sola violenza può perpetrare assurdità sì ingiusta. Del diritto alla nostra indipendenza noi non amiamo parlare adesso, la storia nostra vi dirà se il Popolo veneto, che fu sì benemerito della civiltà europea e della indipendenza della Europa cristiana meriti le sventure presenti; noi non risveglieremo adesso memorie e ricordi dolorosi e irritanti per dirvi come fu sagrificata la nostra indipendenza e come fu fatto mercato delle sventurate nostre contrade, la Storia vi ha già appreso queste cognizioni, e vi ha dettato il suo giudizio. I Veneti non possono rinunciare ad un diritto che non fu mai legittimamente abolito, né lo si avrebbe ad ogni modo potuto cancellare perché i diritti naturali delle nazioni sono indistruttibili. Non parleremo poi alla Eccellenza Vostra dei doveri dei Veneti verso la loro Patria, l’Italia. A Voi propugnatore fedele e zelante della indipendenza totale d’Italia non diremo quanto importi alla sicurezza, alla libertà e alla indipendenza vera d’Italia la emancipazione della Venezia. Non diremo all’Eccellenza Vostra come l’Austria padrona della superiore Italia orientale domini e minacci tutto il resto della Penisola; come invano è sperabile attutire le antinazionali resistenze di Roma, e le diffidenze di Napoli, finché saranno palesemente o segretamente patrocinate e fomentate dall’ambizione e dall’interesse di un potente sovrano straniero, possessore della regione militarmente più importante della nostra Penisola. Non ricorderemo all’Eccellenza Vostra come l’Austria pure fingendo di limitarsi ai possessi veneti, non desideri che guadagnare tempo per riparare alle sofferte sconfitte, e per prepararsi alla rivincita, la tenacità austriaca è ferrea, ed è la sola lode (se v’ha lode per le cose cattive) che meriti quella Casa. Non ricorderemo le tendenze usurpatrici dell’Austria, e come non fidando nelle proprie forze invidiosamente abbia sempre procurato complicare le relazioni, i legami e i fittizi diritti per assicurarsi la solidarietà d’altri potenti a mantenerle i suoi possessi. Il Tirolo italiano, regione importantissima dell’Italia alpina, nel trattato del 1815 non fu compreso nella Confederazione germanica, ma l’Austria che voleva assicurarsi il possesso di quella porta e chiave d’Italia, da cui domina e militarmente padroneggia tutto il Veneto e la Lombardia; lo fece aggregare nel 1818 alla Confederazione germanica, ed ora è considerata tedesca quella regione importantissima e necessarissima alla sicurezza e alla indipendenza italiana. Al Tirolo per lo stesso scopo furono posteriormente aggiunti i distretti veneti di Ampezzo e di Primiero, e recentissimamente la frazione di Davidino?, tanto da fare breccia e aprirsi sicuri passi nelle nostre Alpi. L’Istria regione pure italiana e porta orientale della Penisola, appartenne sempre all’Italia, anzi alla Venezia, colla quale sino dalla sua compenetrazione nell’Impero di Roma ebbe quasi sempre comuni le sorti; ma l’Istria non è soltanto la Porta orientale d’Italia, l’Istria ha i porti e le rade militari dell’Adriatico veneto, i quali sono il necessario complemento del porto di Venezia. Troppo interessava quindi all’Austria assicurarsi il dominio di quella regione, già lungamente invidiata alla nostra Repubblica, e non potendola aggregare alla Germania, la dichiarò regione Illirica, e per insania di tirannide vi abolì perfino le scuole italiane. La Patria di Vergerio, di Pellegrini, di Gianrinaldo Carli, e dei tanti uomini illustri che in ogni tempo onorarono colle lettere, colle scienze, e colle armi il nome veneto e italiano e donde ebbero origine alcune delle più antiche e gloriose patrizie famiglie venete, vuolsi adesso dall’Austria forzatamente snaturare e intitolandola illirica effettivamente rendere tedesca. Né parrebbe quasi di tempo che la Venezia, ridotta ai non naturali e ristrettissimi presenti suoi confini, includerebbesi nella confederazione germanica, e si renderebbero, secondo lo strano diritto di quelle genti, fiumi tedeschi il Mincio ed il Po. Questi sono i pericoli che la dominazione austriaca nelle regioni italiane della Venezia, del Tirolo meridionale e dell’Istria mantiene a danno della sicurezza e della indipendenza della restante Italia. Né i pericoli sarebbero quasi diversi se della Venezia come sognano i banchieri viennesi, si volesse fare uno Stato a parte, indipendente, da redimersi a grande sagrificio di danaro dall’Austria. Il Principe del Veneto, di qualunque origine o sangue lo si voglia supporre, non potrebbe sottrarsi dalle tentazioni dell’egoismo dinastico, e pensano a dirsi veneti dall’ … movimento unitario italiano, piuttosto che correre pericolo di essere assorbito dall’Italia si farebbe devoto vassallo della vicina Austria, la quale con minore sua responsabilità e pericolo padroneggerebbe e divorerebbe i pentiti antinazionali e cosmopolitici che ancora ammorbano la nostra Patria. Conchiudendo noi facciamo presente a Vostra Eccellenza la necessità e la urgenza che la Venezia ad ogni modo e senza ritardo sia liberata dalla dominazione austriaca, e sia effettuato il voto legittimo che il senno pratico del Popolo veneto pronunciò legalmente e legittimamente nel 1848, quando emancipandosi da una illegittima signoria straniera, decretò e proclamò la propria unione al nuovo Regno d’Italia retto costituzionalmente dalla benemerita e gloriosa Casa di Savoja. In nome nostro e dei nostri concittadini, noi acciò incaricati dalla Emigrazione veneta presentiamo alla Eccellenza Vostra colla unita relazione i voti dei Veneti. Torino, li 8 febbraio 1860 Lettera di Alberto Cavalletto, segretario del Comitato Politico Veneto, a Carlo Maluta, che costituisce il tramite per la consegna delle informazioni segrete, in cui è allegato un biglietto per Enrico Legnazzi di Padova. Alberto Cavalletto accenna alla partenza dei Mille comandati da Garibaldi ed esprime le sue incertezze sul Napoletano. La lettera continua con considerazioni e perplessità personali sulla propria candidatura al Parlamento del Regno in qualità di rappresentante del Bresciano e conclude con la richiesta di inoltro della proposta elaborata per il Veneto libero. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 27 - 1860 maggio 8 Torino, li 8 maggio 1860 Pregiatissimo signor Carlo Maluta, Le accompagno l’unito bigliettino per Enrico: desidero che si ravviino le nostre regolari relazioni con Padova. Di Sicilia nulla si sa di nuovo: la partenza di Garibaldi sembra tacitamente assentita dalle Potenze occidentali. Dio voglia che arrivi felicemente in Sicilia. Se riesce a mettersi alla testa della insurrezione siciliana il dominio barbarico sarà presto eliminato dall’Isola. Ma cosa ne sarà per succedere è cosa difficile a prevedersi, perché purtroppo le popolazioni continentali del Napoletano sono troppo corrotte e imbarbarite per ripromettere piena adesione al principio unitario italiano. E’ però dovere soccorrere agli eroici sforzi dei Siciliani. So che a Genova si prepara una seconda spedizione. Speriamo bene. Il Governo vostro è degno d’Italia, benché ne sparlino gli intemperanti suoi detratori. Il risultato della votazione di Domenica mi confortò, non per me che troppo onore mi fecero cotesti generosi cittadini, ma per la divisione che avvertimmo in cotesta nobilissima cittadinanza. Dorrebbemi assai se si credesse ch’io godessi di cotesta divisione: io sarei beato se tutti i voti dei Bresciani si riunissero nel nome dell’onorevole avvocato Giovan Battista Nicolini. Ella sa ch’io non aspiro agli onori del Parlamento, e che accettai la candidatura col desiderio di conciliare, di unire i cittadini Bresciani, e non mai di esservi bandiera di divisione e di lotta. Spero che nella votazione definitiva i Bresciani si persuaderanno della necessità di finire le loro discussioni, e di mandare a questo Parlamento un loro cittadino. Ciò desidero e prego ardentemente. Mi saluti i fratelli Giuseppe e Pietro Salvadego e tutta quella egregia famiglia, Legnazzi, Bullini e gli altri amici comuni di costì. Raccomando a Legnazzi di mandarmi subito la proposta pel giovine veneto. La saluto di cuore Suo affezionatissimo amico Alberto Cavalletto 24-25 All’erta! All’erta! Garibaldi è entrato in Napoli il 7 di sera. Ecco la gran parola d’ordine per l’Umbria, per le Marche, per la Venezia che gemono ancora oppresse. Il loro compito non è fornito coll’emigrazione e col denaro. Una terza iniziazione al Santo principio dell’indipendenza, della libertà, dell’unità domanda loro la patria, e forse la più solenne. Veneti, uno sguardo alle Marche, uno sguardo a Benevento. Esse si formano centro della rivoluzione, appoggiate a settentrione dall’esercito Piemontese, al mezzogiorno dai volontari dell’Uomo=portento e volontari di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Reggio, eroi che superarono i prodigi dei romanzi di Cavalleria. La maggior parte delle vostre famiglie! Oh! per quelli che combattono, per quelli che sono morti, per noi tutti tribolati dall’esiglio prorompino le vostre ire nel vicino giorno della riscossa. L’Austria col prestigio delle sue armate che agglomera nelle vostre campagne vorrebbe intimorirvi. Non lasciatevi cogliere: quelle armate sono il prestigio della tirannide, un falso simulato di forze scompaginate dalla demoralizzazione, Garibaldi colla maravigliosa celerità delle sue mosse sarà al Pò, a Trieste, nell’Ungheria. L’Austria accorrerà dove esiste o suppone il pericolo e dovrà lottare inoltre colle provincie Slave e le Magiare già insorte. 28- (1860) Minuta patriottica di Alberto Cavalletto inneggiante all’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3 29 - 1860 dicembre 8 Breve lettera di Alberto Cavalletto di richiamo a Carlo Maluta, che costituisce il tramite segreto tra il Comitato Politico Veneto e i patrioti veneti, affinché riprenda i contatti. Torino, 8 dicembre 1860 Carissimo Maluta, Riprenda assolutamente ogni corrispondenza col Veneto. Se può venga a Torino. Questa mia non sia veduta da alcuno. Desidero parlarle. La saluto di cuore Suo affezionatissimo amico Alberto Cavalletto PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 Torino, 28 agosto 1861 Carissimo Maluta, La ringrazio della pubblicazione della lettera nella sentinella: la pregherei di spedirmi altre dieci copie di quel numero. Ella si ostina a vedere mistero, ma si persuade che mistero non c’è. La lotta fra Garibaldi e il Governo è senza mistero: le esitazioni, gli equivoci da null’altro dipendono che dal ribrezzo che tutti gli italiani hanno di venire a guerra fratricida. Non è da meravigliare se Garibaldi sommamente destro e maestro di stratagemmi non risparmia colpi di mano per svincolarsi dalle forze grandissime che lo accerchiano. Se è lecito il paragone Borjes potè, senza conoscenza de’ luoghi, traversare tutte le provincie napoletane: non mi sorprenderebbe che Garibaldi col pugno de’ suoi volontari si portasse sul territorio pontificio. E’ però un fatto che il prestigio di Garibaldi è perduto, è una meteora che passa e non lascia traccia di sé - e ciò è salute d’Italia, perché è delitto pensare oggi a cacciare di forza da Roma i francesi mentre gli austriaci stanno forti nel Veneto. L’ostinazione di Garibaldi è una sventura. La saluto di cuore Suo affezionatissimo Alberto Cavalletto 30 - 1861 agosto 28 Lettera di Alberto Cavalletto a Carlo Maluta in cui illustra brevemente le forti tensioni esistenti tra il Governo del neonato Regno d’Italia e Giuseppe Garibaldi sul programma d’azione per il raggiungimento dell’Unità con la conquista di Roma e dello Stato Pontificio. La posizione del Cavalletto è di aperto sostegno alla linea diplomatica del Governo, in contrasto con quella di Garibaldi, in quanto reputa prioritaria la cacciata degli Austriaci dal Veneto rispetto alla conquista di Roma. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 26-27 31 – (1860) Minuta della lettera di Alberto Cavalletto a Camillo Benso conte di Cavour in cui esprime il forte disappunto per l’esito del congresso di Villafranca e inoltra al Cavour la lettera d’indirizzo al Governo del Re in cui i Veneti invocano la tutela di Vittorio Emanuele II e l’aiuto a liberarsi dal dominio austriaco. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3 A Sua Eccellenza il Conte Camillo Benso di Cavour Eccellenza! Mentre i popoli della Venezia, esultanti per le splendide vittorie degli eserciti alleati, stavano per riscuotere un giogo obbrobrioso e per istringersi ai loro liberatori, l’infaustissimo congresso di Villafranca troncò di un tratto le loro speranze, ribadì e aggravò le loro catene. Sciagura! erano alla vigilia d’essere liberati dall’aborrito e indegno servaggio austriaco, di riunirsi ai loro fratelli della Lombardia e del forte e generoso Piemonte, di compiere il voto unanimemente pronunciato nel 1848 dalle Venete Provincie, e di formare parte della fortunata famiglia italiana, retta dallo scettro costituzionale del prode e leale Re Vittorio Emanuele: le lunghe speranze eran già fatte certezza, già essi stavano per conseguire il premio della loro fede, della loro costanza, e dei fortemente durati martirii della tirannide austriaca; e tutto improvvisamente mancò, e quasi ogni speranza di un giusto e meritato avvenire svanì. L’annuncio della incredibile sventura profondamente commosse tutti i Popoli della Venezia; un fremito di indignazione e di disperato dolore corse ogni bene. Nella inesprimibile angoscia di tanto infortunio sola una speranza restava a quei popoli infelicissimi: sperarono nel patrocinio e nella lealtà del loro Re di diritto, nella sapienza e nella fede del degno Ministro, a cui tutta Italia è riconoscente e devota. Nella credenza che il sacrificio dei loro Paesi non fosse consumato, gli uomini più onorevoli delle Venezie concordemente deliberarono un indirizzo all’Eccellenza Vostra nel quale invocano la tutela del magnanimo Re Vittorio Emanuele e la sa- pienza dei Vostri consigli a distanare dalle loro troppo infelici contrade l’onta e il danno del ricalcato dominio dell’Austria, e perché sia esaudito il voto dei veneti della loro unione coi popoli della Lombardia e del Piemonte nel nuovo Regno italico. Ogni dominio diretto od indiretto dell’Austria nella Venezia è fatto ormai in tollerando, ogni riconciliazione tra gli oppressi e gli oppressori è impossibile: ogni vincolo dell’Italia con l’Austria è pericolo e danno alla indipendenza e alla libertà della intiera nostra Nazione. Dell’indirizzo presentato in nome e per incarico dei loro concittadini al Governo del Re i sottoscritti offrono un esemplare all’Eccellenza Vostra quale pegno dell’affetto riconoscente che vi portano, e della fiducia che nella vostra fede, nella vostra sapienza, e nella patriottica vostra costanza essi ripongono. I Veneti, qualunque sia il destino che loro si prepara, sapranno sopportare con dignità e fermezza le nuove afflizioni, e, serbandosi degni figli d’Italia, manterranno immacolato il loro onore e intatto il loro diritto, per rientrare con migliori auspicii nella famiglia italiana quando risplenda il giorno, e non fia lontano, della sua prima indipendenza e libertà. Gradisca l’Eccellenza Vostra i sentimenti dell’affettuosa nostra riconoscenza e devozione. Pei Popoli della Venezia Per Venezia Per Padova Per Vicenza Per Verona Per Udine Per Treviso Per Rovigo Per Belluno Albeto Cavalletto, minuta ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Carte Cavalletto, b.3 Sul riscatto della Venezia considerazioni di un cittadino veneto Nell’aprile dell’anno decorso l’Europa civile doveva adunarsi a diplomatico Congresso per istudiarvi la soluzione giusta e pacifica della questione rinverdita e minacciosissima del riordinamento politico d’Italia: alla vigilia della guerra la Diplomazia tentava quegli accordi e que’ componimenti che avrebbe altamente dovuto dettare la vittoria. Ma l’Austria esagitata dalla rea coscienza, acciecata dall’orgoglio, e bramosa di strozzare di un tratto la vittima che da 45 anni insidiava e impunemente torturava e dilaniava, sconobbe l’arbitrato europeo, ruppe gl’indugi e indisse insolentemente la guerra. Sperava nel suo orgoglio atterrare agevolmente le forze italiane e fare intieramente e per sempre la nostra Patria sua schiava: né a ciò solo limitava le superbe e truci sue speranze; mirava più oltre, agognava all’abbassamento della odiatissima Francia, tramava la espulsione dei Napoleonidi, e preparava, aiutata dalla setta clericale, la restaurazione di quel trono e l’innalzamento di quel partito che ogni generoso francese disdegnosamente respinge, memore delle onte subite dagli stranieri e delle reazioni tentate da una casta proterva incorreggibile. L’Italia, rappresentata dal forte e generoso Piemonte, e capitanata dal primo soldato della sua indipendenza, dal magnanimo e leale Vittorio Emanuele accettò esultante la sfida, e si accinse animosa a rintuzzare lo insulto ed a riscattarsi de- finitivamente con le armi dall’obbrobrio dei dominii stranieri. La Francia, visto il pericolo della Nazione sorella, non esitò ad accorrere sollecita in suo soccorso contro il comune nemico. La solidarietà e la identità degli interessi delle due Nazioni latine, la consanguineità loro e la antica fratellanza, il sangue largamente dall’Italia sparso in tutte le guerre napoleoniche a pro’ del primo impero francese, e contro le coalizioni delle avverse genti nordiche, le consociate armi nella impresa gloriosa di Crimea, la recente alleanza, e i comuni pericoli non permettevano alla generosa Francia di assistere indifferente alla perigliosa lotta che doveva decidere dell’avvenire d’Italia, delle sorti future e della sicurezza delle genti latine. Vinse il patriottico valore delle alleate armi italo-franche, trionfò il buon diritto: memorabili gesta illustrarono i campi di Montebello, di Frassinetto, di Palestro, di Varese, di Como, di Magenta, di Melegnano, di Solferino, e a San Martino i soldati d’Italia eguagliarono l’eroismo degli Spartani alle Termopili e dei Romani al Cremaro, più fortunati di que’ gloriosi antichi, ché la vittoria coronò l’invitta costanza e il valore dei nostri. PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 32 – (1860) Minuta di Alberto Cavalletto intitolata “Sul riscatto della Venezia, considerazioni di un cittadino veneto” in cui si ricordano succintamente, con fervore patriottico, alcuni momenti della seconda guerra di indipendenza italiana. 28-29 Arianino, li 16 magio 1861 Pregiatissimo signore, vengo con questa mia a fargli avertito che fra pochi giorni mi recharò a Bresia onde a stare colà a sua disposizione. Avrei antecipato se grandi inconveniente non fosse sucesso in scorse giornate poiché le dirò quando la mia venuta il signor Enricho mi incaricha di salutarli. Più non mi alungo con questo brutto schritto che salutarli tutti, nuove che ne è a parte di tali operazioni, e sono per sempre il di lei servo Luigi Piron detto Farsura 33 - 1861 maggio 16 34 – 1866 Lettera autografa di Luigi Piron, detto Farsura, corriere segreto dei patrioti veneti, indirizzata al bresciano Carlo Maluta, che fungeva da collegamento con il Comitato Centrale Veneto, in cui annuncia il suo arrivo a Brescia. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 Lettera di don Costante Businaro, in risposta alla richiesta del 19 luglio, in cui relaziona in dettaglio l’assassinio del patriota Luigi Piron. Alla vostra del giorno 17 corrente in cui mi chiedete dettagliate notizie sul povero assassinato Luigi Piron di Piove, rispondo con sollecitudine, e con tutta quella esattezza che mi è data in tale relazione; mentre purtroppo io fui impegnato e testimonio nella sventura di quel bravo ed infelice uomo. Ecco come avvenne il fatto: la vostra intelligenza sarà questa: sotto il molo di fronte alla casa di A. Manco s’usava dare i seguenti segnali: due volte svolazzerà un fazzoletto - bianco - allora il battello passi, non c’è ostacolo. Levata del cappello dal capo quatro volte = allora si dovrà passare il Pò a nuoto in punto determinato più sotto di Polesella = Nessuno segnale = nessuno si muova. Erano stabilite le ore pei segnali e l’accordo valeva. Ma il giorno 20 giugno alle ore sette di sera il Caporale de’ Gendarmi di Polesella stando assieme col Capitano de’ Cacciatori dietro la Bottega Grande di caffè sovra uno posto che guarda il Pò per una lunga estensione si accorse che un Battello in grande distanza, (superiormente al molo detto della Guzzana) passava rapidamente il fiume, e volto al capitano disse: “Guardi mo’ quel battello: fioi de’ can dall’ostia, che vadino … che una schiopetà nelle culatte non li colpisca! Precise parole: “il caporale è certo Bertoja non ricordo di dove, ma veneto. Fu quindi inteso da chi invigilava costoro, che il Capitano vi mandò un uomo fido di Gendarmeria da unire a due de’ suoi cacciatori, i quali si appostassero al punto dalle 4 della mattina, e stessero là in appostamento per tutto il giorno, senza che nessuno mai portasse loro da mangiare o da bere per non dare indizio, e avebbero una ricompensa ed attendessero quelli che azzardassero avvicinanrsi alla sinistra del fiume. Noi quindi sapevamo che il giorno 21 era un giorno che non si dovea segnalare, e quindi nessuno s’è fatto vedere al molo della casa A. Manco né con fazzoletto bianco, né con levata di cappello e si è creduto che ciò bastasse ad indicare che nessuno si muovesse. Ma che volete? Alle sei dopo il mezzodì il solito battello portando tre uomini ed una … si slanciava alla sinistra del fiume. Fu un colpo solo, il saltar su e il tirar addosso al battello per parte del gendarme e dei due cacciatori, e quando Piron e l’altro del paese mio, certo Zagato Domenico, compresero che non era più tempo a fuggir, se non a nuoto, si gettarono dal battello, diedero una spinta allo stesso perché si allontanasse dalla riva, onde salvar le corrispondenze e si diedero a nuotare con tutta precauzione spingendosi sotto dei passaglioni di vimini che difendono l’argine e tentando di ingannare la vista di quegli assassini: ma costoro coll’accanimento crudele e furioso con cui il cacciatore l’affronta a finire il cinghiale (specialmente il gendarme) tra le frasche de’ … furono loro sopra, e lì a bruciapelo li passarono da banda a banda con due palle all’uno (al povero Piron) la palla passò dalle scapole attraverso il petto, all’altro (al Zagato) dalla nuca alla parte opposta della gola. Assassini! Il battello pareva non si curasse, ma il ragazzo (un giovane di Piove assai af- fezionato al Piron) non ebbe il coraggio di sottrarsi, che forse l’avrà potuto, e col sopraggiungere de’ cacciatori e di altra forza fu guadagnato anche il battello, e arrestato l’uomo. Ecco la sporta delle corrispondenze nelle mani del militare austriaco. Gran baldoria! Io era assente un momento; ma tornai che era compito l’assassinio, e senza intendere dapprincipio la mia tremarella passò in mezzo ai festanti cacciatori e gendarmi che andavano (come seppi di poi) a raccogliere il battello e la sporta delle corrispondenze. Il commissario Preindl Pompilio, che era il nostro appoggio per sventura si trovava a Crespino: una fortuna volle che un buon giovane addetto al Commissariato, certo Ferdinando Astolfi, immaginando il brutto caso, si facesse coraggio, e quando il Capitano de’ Cacciatori entrava in Quartiere di Gendarmeria egli pure vi si introducesse e chiesto dal Capitano con asserizia: “che ha da far lei qui?” egli rispose: “Perdoni! Io rappresento qui il Commissario assente, ed ho diritto io pure, come lei signor Capitano, di avvisare la mia Autorità Superiore di quanto accade, per non mettere allarmi senza proposito semmai, ovvero dare quelle informazioni che richiedessero misure di precauzione che allora il Capitano, chiesto al Gendarme, se ciò fosse vero ed asserito da costui che sì l’Astolfi ebbe davanti di esso tutta la corrispondenza. Tutti nomi supposti riguardo alle corrispondenze nessuno esposto e solo l’imprudente sbaglio di un certo Selmi di Polesella, che scriveva alla moglie, al fratello e alla figlia chiedendo informazioni degli austriaci. Che vi pare? Altri nomi, segnati da lettere ma nulla conteneano di politico, sono stati marcati e tenuti a mente dal buon Astolfi, che ha anche sottratto un grassetto sotto il naso del Capitano e due proclami del Re il grassetto era segnato: “Benvenuto”. Egli ancora lo tiene. Questo quando mi recai in piazza sulla sera e allora l’Astolfi trattomi in istrada mi raccontò ogni cosa, mi assicurò che avea avvertito i Selmi, e che restava solo da avvertire certo Targa e certi Quaranta, padre e figlio, a cui erano dirette lettere private: mi assicurò inoltre, che le corrispondenze, aveano nomi che nulla significavano (ma che io ben conosceva) e che stessi sicuro, che nulla succederebbe di male. Mi tornò l’anima in corpo. Chiestomi dall’Astolfi se egli si poteva fidare del Commissario egli potrà dire: che facesse pure gli avvisi minacciati dal Capitano sui Selmi, Targa e Quaranta, perché già erano evasi, lo confortai a fidarsi (nulla egli sospettava del Preindl e si … a vicenda) e quando alla notte tornò il Commissario ogni cosa tornò in tranquillo e meno qualche riguardo e la minaccia di una perquisizione che si dovrà per ordine del apitano in miauna canonica e in casa Manco, del resto nulla. Al giorno 23 di notte gli Austriaci abbandonarono Polesella facendo saltare il Ponte del Bosaro e allora tutti siamo usciti dal canape che alla notte ci proteggeva. Proprio la Domenica 24 giugno il cadavere del povero Piron compariva a gala, e pare avesse aspettato la partenza degli assassini per ricomparire sul suolo reso libero, cui egli avea tanto amato, e non ha potuto vedere rallegrato dal soffio animatore della Libertà. Io stesso ho fatto l’esequie sul corpo del povero amico, io non lo conosceva di persona, ma il cuore mi ha battuto fortemente, quando sopra quei resti mortali di un uomo onesto ho dovuto compiere il pietoso e dolorosissimo ufficio: ciò seguiva la mattina alle 11 circa del giorno 24. Il giorno 27 dovrà io stesso fuggir per il ritorno degli Austriaci, che minacciavano senza remissione. Essi facevano la loro parte, perché noi avevamo fatto e facciamo la nostra. Per missione poi di quanto resta dichiaro ad altro del povero Piron mi sono fatto ritagliar copia conforme del processo redatto nella cancelleria della Deputazione di Polesella sul comparso cadavere e l’includo perché possiate informare gli sconsolati fratelli. N.B. Questo nota bene è sacramentale, né voi dovete dimenticare quanto è qui fatto avvertito, perché tutto vada a suo posto. Il Gendarme di buona volontà dimandato dal Capitano e accordato dal Bertoja e certo Olivo Lazzarini di Conselve. Costui fu accanito nel tirar colpi, nell’eccitare i due cacciatori a tirar: io non asapevo, … quando si trasse prigione il giovane di Piove compagno dell’infelice Piron e nel Quartiere di Gendarmi comparve l’Astolfi Ferdinando già citato, quel Gendarme con un vanto spudoratissimo si volse al Capitano e disse: “ Ho l’onore, sig. Capitano, di annunciarle che ho io intimato il fuoco per quei birbanti, e uno ne ammazzato io” a cui il Capitano (levando dalla tasca un pezzo da dieci franchi e consegnandolo al Lazzarini): “Prendete, disse, e avrete maggior ricompensa”. Oh! costui che l’abbia pure la ricompensa e possa essergli data da chi si compete! Egli (se torna a casa) non è molto distante e speriamo di chiedergli conto dell’avviso. Cassia attende che vita PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 Agli egregi amici e fratelli nell’opera di redenzione Enrico Nestore Legnazzi, Guglielmo Bartolini di Padova, 30-31 Nell’Ufficio della Deputazione Comunale Polesella li 24 giugno 1866 Presentatosi Pollà Vincenzo detto Capra denuncia d’avere recuperato un Cadavere Umano dell’apparente età d’anni 38 circa con barba mustacchi e moschettone, ed averlo tradotto alla riva di Pò nella località molo Gussona. Presenti il maestro De Paoli Giosuè, il medico Sgoso dr. Luigi ed il signor Pompiglio Preindl Commissario distrettuale, si rinvennero indosso al Cadavere li seguenti oggetti che dal Pelà Vincenzo vengono depositati in questo Ufficio Deputatizio. 35 - 1866 giugno 24 Verbale del recupero nel Po del corpo di Luigi Piron, ucciso dal fuoco austriaco. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 1 portamonete con entro il seguente denaro: n. 11 pezzi da lire 1 “ 1 pezzo da lire 2 “ 1 pezzo da centesimi 50 “ 1 pezzo da centesimi 20 “ 2 pezzi da fiorini 1.50 valore “ 1 pezzo da fiorini 1 “ 5 pezzi da soldi 25 “ 3 pezzi rame per soldi 4 valore “ 2 anelli di metallo 1 scattola da tabacco dosso 1 pettenino 1 fazzoletto da naso color turchino 1 pezzetto di carta con scrittura poche parole in lapis. Connotati del cadavere Età 38 a 40 anni Statura media Cappelli neri Barba castagna – bionda – ha mustacchi e moschettone lungo Naso un po’ schiacciato Bocca media Vestito calzoni di stoffa color grigio – rugine – gilè nero, stivalli, elastici, mutande e camicia di cotone. La Deputazione Comunale Angelo Sgobbi Sanzil Manco G. Tedeschi Per copia conforme Bacchi – Segretario Comunale Illustrissimo conte Francesco de Lazara Podestà di Padova Devo scusarmi se non venni ieri a riverirla: la brevissima gita da me fatta costì non mi permise di soddisfare a tutti i desideri miei, fra i quali era principalmente quello di visitarla. Pare che la venuta del Re a Padova sarà indugiata di qualche giorno: intanto la Città provveda affinché il suo ingresso sia fatto con quelle solennità e splendidezza che si addice al Re d’Italia, al liberatore delle Provincie nostre. Qui raccomandai (e si sta già eseguendo) che nella facciata del Palazzo Municipale si ponga una iscrizione che ricordi il giorno della liberazione di Rovigo dal dominio straniero, e il giorno del solenne ingresso del Re liberatore. Io sarei ben lieto se eguale raccomandazione fosse accolta da Lei, e se fosse dato all’amico Conte Carlo Leoni lo incarico della iscrizione, da scolpirsi in lastra di marmo e da applicarsi pel giorno dell’ingresso del Re. La iscrizione si collochi in luogo cospiquo, e la si eseguisca presto affinché il ricordo sia posto stabilmente pel giorno che resterà perennemente memorabile dell’ingresso di Vittorio Emanuele. Sarebbe opportuno anche che si procurassero lapidi commemorative di padovani morti nella guerra della italica indipendenza, come si è già fatto da tutti i comuni italiani liberi perché questi ricordi siano completi è necessario sollecitare fin d’ora la ricerca dei nomi dei morti in battaglia o per ferite riportate in battaglia. Nulla si deve trascurare di ciò che giova ad inspirare nel popolo sentimenti di patriottismo, di dignità nazionale e di ammirazione. Raccomando infine al Municipio padovano la famiglia di Luigi Piron, povero e generoso popolano di Piove di Sacco, che per ben sette anni servì la Patria nelle corrispondenze militari e politiche e che giorni sono fu ucciso dagli austriaci nel Pò, mentre attendeva alla trasmissione delle relazioni militari per l’Esercito veneto. Gli amici miei Coletti e Legnazzi le potranno dire quanto benemerito alla causa nazionale sia stato il Piron: non si abbandoni la povera e vecchia sua madre. Spero che il Commissario Regio Marchese Pepoli instaurerà in Padova l’amministrazione italiana secondo giustizia, che si valuteranno i titoli degli uomini benemeriti, leali operosi. Che non si commetterà l’errore, demoralizzatore, di onorare e premiare quelli che finora erano ligi allo straniero o nulla fecero pel Risorgimento italiano. Spero che Padova non avrà mai da lamentare lo scandalo che i ciambellani di imperatori stranieri facciano gli onori dell’ospitalità al Re d’Italia. Ciò in Padova non è possibile. Gradisca i sensi di mia stima sincera e affettuosa. Suo devotissimo servitore Alberto Cavalletto PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 Comando Supremo dell’Esercito Rovigo, 21/7/66 36 - 1866 luglio 21 Lettera di Alberto Cavalletto indirizzata al conte Francesco de Lazara, podestà di Padova, in cui suggerisce iscrizioni lapidee in ricordo sia dell’ingresso del re Vittorio Emanuele II, che dei patrioti caduti, e si raccomanda di non abbandonare la famiglia di Luigi Piron, patriota assassinato dagli austriaci. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 32-33 PATRIOTTISMO PADOVANO 1848-1866 Padova 25 luglio 1866 37 - 1866 luglio 25 Attestato sulle imprese patriottiche di Luigi Piron vittima del fuoco austriaco, a firma del dottor Enrico Nestore Legnazzi e di F. Coletti. ASPd, Comitato Politico Centrale Veneto, Miscellanea, b.5 Noi sottoscritti attestiamo che dal 1859 al 1866 pochi popolani si distinsero in imprese patriottiche al pari di Luigi Piron vittima della dominazione austriaca. Luigi Piron, nativo di Piove fino dal marzo 1859 nella circostanza della prima emigrazione ci fu presentato come uomo capace, destro ed intelligente, e già al primo aspetto ci parve scorgere in lui le qualità necessarie al difficile assunto di mantenere le corrispondenze col Governo Italiano. Da principio usammo quelle cautele che la prudenza ci suggeriva, ma non abbiamo tardato a persuaderci di aver acquistato l’uomo unico, nato fatto al nostro scopo. Intelligenza molto superiore alla sua professione di doratore in legno. Arditezza e coraggio oltre ogni dire. Prontezza, lealtà e disinteresse superiori a qualunque elogio, furono le prerogative per le quali gli abbiamo affidato oltre tremila giovani di tutte le famiglie del Veneto, che egli accompagnò e transitò fedelmente oltre Po senza che nessuno cadesse mai nelle complicate reti della numerosa sbirraglia austriaca, non solo per mitissimo prezzo, ma dando a molti difettivi dimezzi quel piccolissimo guadagno, che ritraeva da altri, perché si sostenessero nel lungo viaggio. Le spedizioni furono da lui organizzate su larga scala: mantenne continuamente viva la nostra corrispondenza, come può attestarlo l’onorevole cittadino Alberto dottor Cavalletto. Per lui non esistevano né ostacoli, né difficoltà: mai si rifiutò a nessuna impresa per arrischiata che fosse; mai fece obbietti; mai mancò: sempre eseguì le nostre commissioni a puntino: - somme considerevoli di denaro gli consegnammo da portare oltre-Pò, ed ognora lo trovammo fedele e delicato. Indiziato alla Polizia Austriaca si tentò di arrestarlo, ma destramente si cavò d’impaccio, e costretto a fuggire oltre-Pò non cessò un istante dalla sua profittevole missione, e continuò ad alimentare le nostre relazioni.Vestiva tutte le divise per portare lettere, torchio, munizioni, fucili, proclami. Ce lo vedevamo a comparire vestito ora da prete, ora da frate, ora da contadino, quando da giocoliere, o da venditore di zolfanelli, e sempre perfettamente sostenendo il suo carattere e sempre con esito felice; anima veramente eroica sotto le povere spoglie del popolano, perché l’interesse non era da lui conosciuto, ed a prova luminosissima constatiamo che sul suo infelice cadavere si rinvennero soli 17 franchi nei quali consisteva tutto il suo avere. Dalla patria non ebbe mai alcun compenso; di tutto contento dovevamo alle volte forzarlo perché ricevesse il necessario a condurre ad esito felice le importantissime missioni. Quando non era occupato per il bene della sua patria, lavorava nel paese di Copparo nel modesto mestiere di falegname. Nei mesi di maggio e di giugno la sua attività raggiunse il colmo, simile alle stelle cadenti che prima di spegnersi gettano maggior luce. Era il 20 giugno, da quattro giorni noi non avevamo le solite corrispondenze dall’Italia, e difficilissima riusciva a passarne alcuna al di là. Questo eroe, quantunque non avesse ricevuto il solito segnale, azzardò di passare il Pò latore delle ultime corrispondenze, portando inoltre i proclami del nostre Re Vittorio Emanuele: fu per lui l’ultima impresa giacché mentre stava per approdare venne colpito in sulla sera del giorno stesso dalle palle della sbirraglia austriaca, che stava in agguato da 14 ore. L’unita lettera del reverendo Don Costante Businaro arciprete di Polesella e nostro amico contiene un particolareggiato racconto della dolorosa catastrofe. Quest’uomo morendo lasciava nel dolore e nella miseria una madre di 74 anni ed un fratello di nome Paolo, il quale pure servì da onesto e generoso la patria, ebbe la sfortuna di far parte dei processati di San Giorgio, e di scontare la condanna di 3 anni nella fortezza di Komorn. Subita la pena, la sua prima visita in Padova fu fatta ad uno dei due sottoscritti dicendogli: Padrone, son qui ai suoi ordini; d’ora innanzi farò meglio. Tali fatti non hanno d’uopo di commenti, bensì hanno d’uopo di essere rimeritati con larga misura di riconoscenza. Enrico Nestore dr. Legnazzi F. Coletti PADOVA ITALIANA 1866 ottobre 22 P adova venne liberata dalla dominazione austriaca nel corso degli eventi bellici della terza guerra d’indipendenza italiana, che costituì il fronte meridionale della guerra austro-prussiana. Il giovane Regno d’Italia aveva firmato, l’8 aprile 1866, un trattato segreto di alleanza con la Prussia, col quale si impegnava a entrare in guerra contro l’Austria in caso di conflitto austro-prussiano. Come ricompensa chiedeva la cessione del Veneto e degli altri territori italiani ancora sotto il dominio austriaco. Il 17 giugno la Prussia dichiarò guerra all’Austria mentre il Regno d’Italia lo farà il 20 dello stesso mese . Il 12 luglio l’esercito italiano libera la città e il territorio dal dominio austriaco. Con l’ingresso degli Italiani tutti gli uffici governativi provinciali, quali la Delegazione Provinciale e il Commissariato Distrettuale, sospesero autonomamente le proprie funzioni. Per evitare l’anarchia la Municipalità di Padova assunse il ruolo di Giunta Governativa Provvisoria in attesa dell’arrivo del Commissario Regio. Il marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, commissario del Re, assunse il governo del padovano dichiarando sciolta la Giunta Governativa Provvisoria e l’Amministrazione Municipale riprese le sue funzioni. Il primo Consiglio Comunale di Padova, non ancora ufficialmente italiana, ma libera e in attesa di essere annessa al Regno d’Italia, ebbe luogo diciassette giorni dopo l’occupazione, il 28 luglio. Alla seduta presenziò il marchese Gioacchino Napoleone Pepoli e il podestà Francesco de Lazara diede inizio ai lavori sintetizzando con enfasi gli eventi accaduti: “Un avvenimento straordinario, o Signori, si è compiuto fra noi in questi giorni. Da lunghi anni soggetti al dominio straniero eravamo incerti dei nostri futuri destini…La pressione di un odiato Governo tenea compresso il sentimento nazionale, soffocata la libera parola. Ma il prode esercito italiano, il magnanimo nostro Re hanno infrante le vecchie catene, e con eroica perseveranza ci ricondussero alla Madre comune. Ora siamo risorti a nuova vita. Il Regime Costituzionale ci apporta sagge istituzioni, ed apre la via al libero svolgimento delle nostre idee.” L’altalenante andamento della guerra venne interrotto alla fine di luglio a causa dei preliminari segreti di pace tra l’Austria e la Prussia che non prevedevano la cessione del Veneto al Regno d’Italia. Quest’ultimo fu costretto a concludere una tregua con l’Austria. Il 23 agosto venne firmato il trattato di pace tra l’Austria e la Prussia: il Veneto è ceduto alla Francia. Il 3 ottobre si firmò la pace tra l’Italia e l’Austria con la garanzia della cessione del Veneto attraverso Napoleone III, re di Francia. Nei giorni 21 e 22 ottobre si svolsero in tutto il Veneto le votazioni del Plebiscito, il cui esito sancì definitivamente l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. IL PATRIOTTISMO NELLA TOPONOMASTICA URBANA Con la liberazione di Padova dal dominio austriaco, nell’impeto gioioso della libertà e dell’indipendenza, la toponomastica urbana muta in segno di ossequio alla nuova realtà politica e in omaggio alle antiche tradizioni. I primi cambiamenti vennero decretati dal Consiglio Co- munale del 28 luglio, a pochi giorni di distanza dalla liberazione. Fu stabilita l’apertura di una barriera di fronte al Borgo di Santa Croce e la barriera e lo stesso Borgo vennero intitolati Vittorio Emanuele II. La barriera Elisabetta, così chiamata in onore della moglie dell’imperatore, tornò ad essere denominata con l’antico secolare nome di Porta di Codalunga. Fu rimessa al suo posto, fuori della barriera di Codalunga, la colonna Massimiliana che ricordava la disfatta dell’imperatore Massimiliano ad opera delle armi venete. Dopo il plebiscito, nel mese di novembre, in occasione della prima visita ufficiale del Re Vittorio Emanuele II nei suoi nuovi territori, venne decretato il cambio d’intitolazione di: Piazza dei Signori in Piazza dell’Unità d’Italia; Prato della Valle in Piazza Vittorio Emanuele II; Piazza delle Legna in Piazza Cavour; Piazza dei Noli in Piazza Garibaldi. Fu deciso inoltre di commissionare tre monumenti a ricordo e decorazione delle piazze rinnovate nella denominazione: la statua equestre di Vittorio Emanuele II da porre nel centro di Prato della Valle; la statua di Camillo Benso conte di Cavour in Piazza Cavour; la statua di Giuseppe Garibaldi in Piazza Garibaldi. La realizzazione di queste ultime due opere venne affidata allo scultore padovano Natale Sanavio (1827-1905). 38 – 1866 39 – 1852 Con l’Unità d’Italia la denominazione di Piazza dei Signori viene cambiata in Piazza Unità d’Italia, come testimonia, la rappresentazione catastale particellare del centro storico della città di Padova nel foglio 7 pubblicato nel 1873. Con l’Unità d’Italia la denominazione di Piazza dei Signori viene cambiata in Piazza Unità d’Italia come testimonia il foglio di mappa del centro storico della città del Secondo Catasto Austriaco del 1852. ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.7 ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.7 Con l’Unità d’Italia la denominazione di Prato della Valle viene cambiata in Piazza Vittorio Emanuele II come testimonia il foglio di mappa pubblicato nel 1873. ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.17 41 – 1852 Con l’Unità d’Italia la denominazione di Prato della Valle viene cambiata in Piazza Vittorio Emanuele II come testimonia il foglio di mappa del Secondo Catasto Austriaco del 1852. PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22 40 – 1866 ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.17 36-37 42 – 1866 Con l’Unità d’Italia la denominazione di Borgo Santa Croce viene cambiata in Corso Vittorio Emanuele II come testimonia il foglio di mappa pubblicato nel 1873. ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.20 43 – 1852 Con l’Unità d’Italia la denominazione di Borgo Santa Croce viene cambiata in Corso Vittorio Emanuele II, come testimonia il foglio di mappa del Secondo Catasto Austriaco del 1852. ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.20 38-39 44 – 1866 Con l’unità d’Italia il Palazzo di Giustizia diviene sede della Prefettura come testimonia il foglio di mappa pubblicato nel 1873. ASPd, Primo catasto italiano, Padova, foglio di mappa n.12 PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22 45 – 1852 Con l’Unità d’Italia il Palazzo di Giustizia diviene sede della Prefettura, come testimonia il foglio di mappa del Secondo Catasto Austriaco ASPd, Secondo catasto austriaco, Padova, foglio di mappa n.12 40-41 PADOVA ITALIANA - 1866 ottobre 22 46 – 1867 47 – 1873 Tabella con l’ubicazione delle stazioni d’aspetto del tram in cui sono annotati i cambiamenti di denominazione della toponomastica urbana. Registro del nuovo censo stabile di Padova in cui si raffrontano la vecchia e la nuova denominazione delle strade e delle piazze. ASPd, Atti Comunali, b. 2478 ASPd, Censo Stabile, registro 2 PADOVA ITALIANA: IL RE E IL PLEBISCITO V ittorio Emanuele II, re d’Italia, entra a Padova il 1 agosto 1866 in qualità di Comandante Supremo dell’esercito vittorioso. L’accoglienza al Re Galantuomo è preparata con cura dalla Municipalità seguendo le linee guida tracciate dal marchese Pepoli, commissario straordinario a Padova del Re d’Italia. La notizia dell’arrivo del Re a Padova viene riportata nella pagina di cronaca di tutti i giornali locali, nazionali ed europei. La Cronaca cittadina del Corriere della Venezia nell’edizione del giorno successivo all’ingresso a Padova del re galantuomo, lunedì 20 agosto racconta: “Jeri ebbe luogo in Prato della Valle la corsa dei sedioli (carrozzini a due ruote e ad un solo posto), e la nostra popolazione poté assistere a questa festa tutta sua, non più celebrata dopo le più recenti sventure della patria e l’umiliazione del dominio austriaco. L’aspetto della piazza era imponente ed elegante al tempo stesso. Tutte le finestre erano decorate di tappeti e di bandiere. I palchi, quantunque il prezzo dei posti fosse elevatissimo, erano gremiti di gente, anche là, come qui sul prato e come dappertutto mescolati i borghesi coi militari, anzi spessissimo gli uni accompagnati cogli altri. Alle 5 e mezza del pomeriggio l’annunzio dell’arrivo di sua maestà il Re ha commosso la moltitudine; tutti quelli che erano seduti si sono alzati ad un tratto; si sono cominciati a sventolare i fazzoletti e da un capo all’altro della piazza non si è udito altro grido che quello di Viva il Re! Sua Maestà Vittorio Emanuele era accompagnato dai Reali Principi, Sua Altezza il principe Umberto e Sua Altezza il principe Amedeo, e assistette con essi al palio dalla splendida loggia municipale. Pochi istanti dopo la venuta del Re fu dato il primo segnale, e il recinto destinato alle corse si sgombrò di tutta la gente. La corsa dei sedioli cominciò verso le 6. Il signor Bonetti, per altro sebbene di pochissimo tratto innanzi, giunse il primo alla meta, e guadagnò così il premio principale, in mezzo agli applausi e ai battimani della popolazione. Ma gli applausi più spontanei e più generali scoppiarono quando Sua Maestà dalla Loggia, finita la festa, scese in carrozza nel corso. Sull’imbrunire della sera cominciavano le luminarie, i fuochi del bengala, i razzi a colorire vagamente le ombre della notte che s’avanzava. A diverse riprese l’isola del Prato e i grandi platani furono illuminati od in verde od in rosso dalle fiamme del bengala. Tutto d’intorno all’isola ad un tratto scoppiavano in diversi punti delle sorgenti di fiamme, spingendo in mezzo ad una pioggia d’oro dei globi lucenti di vari colori che, dopo avere descritto una alta curva nel cielo, ricadevano nelle acque e s’estinguevano fra mille riverberi. I razzi frattanto divertivano gli sguardi della folla, che non sapeva più dove mirare. E’ incredibile l’animazione che regnò in quel ampio e splendido anfiteatro per tutta la sera, eppure non il più lieve accidente, non il menomo disordine venne a turbare quella calma e serena compiacenza di un popolo che si sente libero e si abbandona fidente e sicuro alle allegrezze di questo sentimento.” IL PLEBISCITO 1866 ottobre 21 e 22 Il plebiscito è l’ elemento giuridico essenziale per la democrazia poiché esprime, attraverso la consultazione, la volontà popolare. Costituì l’atto politico conclusivo e il mezzo legale per l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. La votazione fu organizzata con grande cura nel rispetto delle procedure che ne garantissero la legalità e la trasparenza. A Padova e nel territorio il plebiscito fu occasione di una grande festa patriottica e popolare molto sentita: “La mattina del 21 Padova era messa a festa ed imbandierata. Nella Sala Verde del palazzo municipale si raccolsero le Commissioni del plebiscito; nel cortile stava schierata la guardia Nazionale con due bande musicali, una cittadina, l’altra militare. Alle 8 antimeridiane le Commissioni, precedute dalla musica, e seguite dal popolo plaudente, si portarono ai seggi. Era una ressa di accorrenti - i fanciulli mentivano l’età per non vedersi allontanati dalle urne, le donne non intendevano esservi escluse, tutti volevano primi portare il loro voto…Il Vescovo passò in mezzo alla folla silenziosa ed incerta, mise nell’urna il suo voto, e udì per la prima volta le benedizioni di un popolo. Alle 5 pomeridiane le Commissioni ritornarono al Municipio portandovi le urne fra i concerti della musica e gli evviva dei cittadini…Nel giorno 22 si ripeterono le solennità e le feste…tutti erano convinti di aver esercitato nella libera patria, colla libera manifestazione dei loro voti, anche il primo loro diritto…Nel giorno successivo le Commissioni accompagnarono le urne dei voti, collocate sopra un carro, alla Procura…Verificati i voti e ritornate le Commissioni al Municipio…il Podestà nobile Francesco De Lazara annunciò solennemente al popolo che il Comune di Padova aveva risposto…con voti favorevoli n. 15280 contrari nessuno. Un plauso lungo e frenetico accolse il risultato. Appena conosciuti i risultati del Plebiscito di tutte le Venete Provincie e del Mantovano, la nostra città riprese l’abito festivo, mille bandiere ne adornarono le vie, ed alla sera del 28 una folla immensa con una pleiade di palloncini colorati si raggruppò intorno ad un carro rivestito di fiori e ghirlande, ove da uno trasparente illuminato spiccavano le cifre del voto popolare. La musica cittadina apriva il corteo, che fra applausi e canti popolari patriottici percorse le principali contrade.” LO STATUTO DEL REGNO D’ITALIA - PRIME APPLICAZIONI A PADOVA Il processo di unificazione dell’Italia si è realizzato tra il 1859 e il 1870, attraverso l’espansione del Regno di Sardegna che acquisì le annessioni dei territori italiani appartenenti a stati indipendenti o all’impero austriaco, al termine delle guerre di indipendenza, della spedizione dei Mille e della breccia di Porta Pia. Il Regno d’Italia si configurò quindi politicamente come prosecuzione e ampliamento del Regno di Sardegna, per cui su tutto il territorio del neonato Stato Italiano fu estesa la costituzione sabauda conosciuta come Statuto Albertino, in quanto emanata dal re Carlo Alberto il 4 marzo1848. La Costituzione Albertina fu applicata su tutto il territorio padovano subito dopo la liberazione. Tra i primi provvedimenti legislativi si annovera l’applicazione dei primi tre articoli dello Statuto che stabiliscono l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e l’abolizione delle pene corporali. 48 - 1866 luglio 15 49 - 1866 luglio 15 La Giunta Governativa Provvisoria di Padova rende nota la composizione della Deputazione che si è recata a Ferrara per consegnare al Re Vittorio Emanuele II un indirizzo di omaggio a nome della città. ASPd, Atti Comunali, b. 2483 ASPd, Atti Comunali, b. 2483 Minuta originale dell’indirizzo di omaggio consegnato al Re Vittorio Emanuele II dalla Deputazione di Padova. L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 50 - 1866 luglio 18 51 - 1866 luglio 31 Annuncio del ritorno a Padova della Deputazione che si era recata a omaggiare il re a Ferrara. Annuncio della venuta a Padova del Re Vittorio Emanuele II da parte del Podestà Francesco de Lazara. ASPd, Atti Comunali, b. 2483 ASPd, Atti Comunali, b. 2483 44-45 Giunta Governativa provvisoria All’Onorevole Sig. Domenico Maritani Sartori, Padova All’Onorevole Nobile Sig. Conte Venier abitante in Casa Silvestri in Prato della Valle, Padova E’ imminente l’arrivo del nostro Re Vittorio Emanuele II e nella auspicatissima occasione che la Maestà Sua permarrà fra queste mura la casa di Lei (per Sartori) da Lei abitata (per Venier) in Prato della Valle sarà onorata di accogliere l’Eccelso Ospite cotanto desiderato. Le se ne dà parte colla preghiera di voler porre immediatamente la casa a disposizione di questa Giunta. Pel solo Venier: Ella solamente potrà raccorre le robe sue nel piano superiore come già d’intelligenza. Per tutt’e due: la Signoria Vostra accolga i sentimenti di verace estimazione della scrivente. Il Preside De Lazara 52 - 1866 luglio 18 Minuta della Giunta Governativa Provvisoria di Padova indirizzata a Domenico Maritani Sartori e al conte Venier in cui si chiede che la casa di proprietà del Sartori, locata al conte Venier, venga immediatamente liberata e messa a disposizione della Giunta per prepararla ad ospitare Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. ASPd, Atti Comunali, b. 2479 Considerato che nel giorno 1 agosto 1866, alle ore 8.00 antimeridiane Sua Maestà l’amatissimo nostro Re Vittorio Emanuele II entrava in Padova quale supremo Capitano dell’esercito italiano in guerra contro l’Austriaco usurpatore e preso alloggio nella casa Sartori in Prato della Valle al civico n. rimanendovi a tutto il giorno 8 detto. Veduto come in detto giorno, in pendenza delle pratiche diplomatiche per l’armistizio, che fu prorogato fino alla conclusione della pace, passava ad abitare nella Casa del signor Cavalier Treves di Bonfili in contrada delle Zittelle al civico n. e vi restò fino al giorno 12 settembre 1866, e che la detta casa rimase a sua disposizione ed occupata da individui della Casa Reale, anche dopo la sua partenza colla riserva del ritorno e precisamente a tutto Essendosi Sua Maestà il Re nella sera 16 corrente nella quale fece il solenne suo ingresso in questa Città compiaciuto di rivolgere al sottoscritto Podestà queste lusinghiere parole: “Io mi considero cittadino di Padova”. Il Collegio Municipale nella sicurezza di fare gradita cosa alla Città tutta Determina che il nome di Sua Maestà il Re d’Italia Vittorio Emanuele II venga in foglio distinto esposto e conservato nella Anagrafe colle premesse indicazioni a perpetua memoria. Il Podestà De Lazara Gli Assessori L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 Padova, li 24 novembre 1866 Oggetto: D’ufficio. Iscrizione in foglio distinto nelle Anagrafi Municipali di Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia il quale nell’epoca della loro compilazione soggiornava in Padova. Il Segretario 53 - 1866 novembre 24 La Giunta Governativa Provvisoria di Padova propone l’iscrizione di Vittorio Emanuele II, re d’Italia, nelle anagrafi municipali di Padova, in foglio distinto, in quanto ha alloggiato nella casa Sartori, in Prato della Valle, dal 1 all’ 8 agosto 1866 e successivamente sino al 12 settembre dello stesso anno nella casa del cavaliere Treves di Bonfili, posta nella contrada delle Zitelle. ASPd, Atti Comunali, b. 2479 46-47 Padova, li 5 ottobre 1866 Oggetto: Pratiche preliminari per il Plebescito Mi affretto a trasmettere alla S.V.la qui unita copia della Nota ministeriale del 2 ottobre corrente n. 564 riflettente alcune normi preliminari da seguire onde effettuare il più importante atto politico a cui siano chiamate le Venete Provincie, voglio dire il Plebiscito, che deve congiungerle alla gran Patria Italiana di fatto, quantunque fossero a lei già legate dal vincolo del più spontaneo ed universale consentimento delle popolazioni. Spero, la S.V. saprà comprendere tutta l’importanza di codesta manifestazione della libera volontà di un popolo e che vorrà adeguatamente adoperarsi, affinchè questo fatto solenne del Plebiscito sia la più autorevole prova dei sentimenti patriottici di questa nobile città. Si attenderà ricevuta della presente. Il Commissario del Re Pepoli 54 – 1866 55 - 1866 ottobre 5 Decreto di Vittorio Emanuele II, re d’Italia, che indice il plebiscito nelle provincie italiane venete liberate dall’occupazione austriaca. Il Commissario del Re d’Italia, marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, trasmette alla Congregazione Municipale di Padova la nota ministeriale del 2 ottobre 1866 con le norme preliminari da seguire per effettuare il Plebiscito. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 ASPd, Atti Comunali, b. 2474 L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 56 - 1866 ottobre 11 57 - 1866 ottobre 13 Lettera circolare del Vescovo di Padova Federico Manfredini indirizzata al clero della città e della diocesi che invita a partecipare al Plebiscito. Decreto di Eugenio di Savoia, Luogotenente Generale di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, che elenca i requisiti richiesti per l’ammissibilità al voto per il Plebiscito. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 ASPd, Atti Comunali, b. 2474 48-49 58 - 1866 ottobre 14 Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia ove il Governo del Regno indice il Plebiscito nelle province venete e in quella di Mantova, da effettuarsi nei giorni 21 e 22 ottobre 1866. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 60 - 1866 Formula del Plebiscito ASPd, Atti Comunali, b. 2474 59 - 1866 ottobre 19 61 - 1866 Norme e modalità da tenersi per il Plebiscito indetto nei giorni 21 e 22 ottobre 1866. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 Minuta dei risultati del Plebiscito della città di Padova. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 50-51 62 – 1866 63 - 1866 ottobre 17 Minuta che elenca i centri di votazione istituiti nella città di Padova. Il podestà di Padova De Lazara invita il conte Giordano Emo Capodilista a far parte della commissione per il Plebiscito istituita nella Loggia Amulea, ove voteranno gli appartenenti alle parrocchie di Santa Giustina, di Santa Croce, del Torresino e dei Filippini. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 ASPd, Atti Comunali, b. 2474 L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 64 - 1866 65 - 1866 ottobre 27 Minuta dei risultati del Plebiscito relativi a tutte le sezioni della città di Padova e del circondario. Pubblicazione del telegramma inviato alla Congregazione Municipale di Padova da Pasolini, Commissario del Re di Venezia, con la proclamazione dei risultati del Plebiscito. ASPd, Atti Comunali, b. 2474 ASPd, Atti Comunali, b. 2482 52-53 66 - 1866 ottobre 28 67 - 1866 luglio 16 Avviso dei festeggiamenti organizzati per i risultati del Plebiscito. Minuta della Giunta all’Ordine Pubblico di Padova per il rispetto della libertà di opinione. ASPd, Atti Comunali, b. 2482 ASPd, Atti Comunali, b. 2483 L’INGRESSO DEL RE A PADOVA - 1866 agosto 19 68 - 1866 agosto 4 69 - 1866 agosto 8 Decreto luogotenenziale per l’applicazione dei primi tre articoli dello Statuto del Regno d’Italia che stabiliscono l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Decreto luogotenenziale del Regno d’Italia che abolisce le pene corporali in vigore durante la dominazione austriaca. ASPd, Atti Comunali, b. 2475 ASPd, Atti Comunali, b. 2482 54-55 Referenze fotografiche: Renzo Sgarabotto Restauro documentario: Rosa Angela Randon, Anna Maria Salvo Revisione dei testi: Federico Aghi, Anna Maria Salvo, Adriano Zattarin Progetto e realizzazione: Francesca Fantini D’Onofrio Allestimento a cura della Provincia di Padova e dell’Archivio di Stato di Padova Un particolare ringraziamento è dovuto all’architetto Maria Letizia Panajotti Progettazione e realizzazione grafica: Tipografia Bertaggia (Padova) Finito di stampare nel mese di giugno 2011 presso Italgraf - Noventa Padovana (Padova)