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Provincia e Comuni Unʼindagine del Rotary Club Cadore-Cortina focalizza
una situazione allarmante: metà degli studenti lascia
DOVE
le superiori e decide di andarsene da queste valli
VOGLIAMO
ANDARE?
GIOVANI SFIDUCIATI
n giovane cadorino su
due ha deciso di anU
darsene, di emigrare. Lo
Nellʼultimo
decennio poco
meno del 6% della
popolazione
del Cadore ha
fatto le valigie
età. Come a dire che il Cadore e Cortina si spopolano e,
contemporaneamente, invecchiano.
Gli studenti intervistati si
rendono conto della gravità
della situazione “ma - hanno
sostenuto con un moto corale all’incontro GIOVANI E
TERRITORIO di Domegge per realizzare le nostre aspirazioni professionali e di vita
siamo costretti ad andarcene
verso la pianura, in grandi
città e anche all’estero. Qui
non ci sono prospettive”.
(segue a pag. 4)
Bepi Casagrande
I risultati dellʼindagine fra gli studenti delle superiori
sono stati presentati a Domegge il 13 ottobre
LA FUGA
DAL VENETO
Se ne parla anche a
Comelico Superiore
a storia è nota. Nel 2007 il Comune
di Cortina, assieme ad altri comuni
L
bellunesi, aveva promosso un referendum per sondare la volontà popolare in
ordine al passaggio del Comune dal Veneto al Trentino Alto Adige. La risposta
fu categorica: un plebiscito di sì a favore
della nuova collocazione amministrativa
nella Provincia Autonoma. Un anno dopo
anche Sappada fece ricorso a questo
strumento per l'affermazione della volontò popolare, con risultati analoghi. I sappadini a grandissima maggioranza proclamarono l'intenzione di passare alla Regione Friuli. Dopo vari anni i due procedimenti sono in situazioni diverse: mentre la pratica riferita a Cortina è bloccata,
anche perchè la Regione del Veneto non
ha mai dato l'assenso al passaggio del
Comune alla provincia di Bolzano, quella
di Sappada, dopo il via libera del Consiglio Regionale, attende da Roma l'atto finale che deve essere sancito con legge
statale - anche se, a onor del vero, non è
dato sapere se e quando tale legge verrà
emanata.
A lungo si è dibattuto sulle motivazioni
che hanno portato questi e altri comuni
della Provincia di Belluno a chiedere il
passaggio verso Province o Regioni Autonome. Aspetti storici, linguistici, socio
economici, sono stati richiamati a sostegno di queste istanze locali, ma al fondo
dei problemi resta la differenza di condizioni economiche tra enti e cittadini di
una regione a statuto ordinario come il
Veneto, rispetto a quelli di Bolzano o Udine. Altro problema di rilievo e dato dal
conflitto tra due interessi meritevoli di tutela:
(segue a pag. 2)
Livio Olivotto
140 anni fa
furono istituite
LE TRUPPE ALPINE
foto T. Albrizio
S
e Provincia di Belluno c'era, che
Provincia rimanga. Se l’Unione dei
Comuni non va fatta con la Magnifica
Comunità di Cadore, si proceda. Ma...
Andiamo con ordine. A Belluno lo
scorso 24 ottobre s'è tenuta una grande
fiaccolata di popolo per “salvare la Provincia” e riaffermare l'identità dei bellunesi. Effettivamente, questa idea dello
Stato di smantellare l'attuale assetto politico-amministrativo prendendo a pretesto il debito pubblico, non convince; e
guardando alla eliminazione di alcune
Province le cui competenze andrebbero
a confluire in capoluoghi di aree più vaste, tutti capiscono che sono in gioco
forti interessi economici a scapito pure
della specificità e rappresentatività dei
singoli territori. Per quel che riguarda
Belluno, qualcuno ha calcolato che è in
gioco circa un miliardo di euro, effetto
di quella reazione a catena prodotta dal
trasferimento dei vertici decisionali con
conseguente ridimensionamento di
molti servizi (quelli dati dagli organi periferici di Stato, dagli ospedali del territorio, dal mondo della produzione e del
lavoro) e con la perdita di capacità negoziale sulla futura programmazione
del nostro territorio. In pratica, Belluno,
se non fosse salvata, resterebbe “nuda”.
Al di là delle buone intenzioni di tutti
coloro che vogliono mantenere la Provincia, val la pena di ricordare che l'ente
è stato da qualche tempo commissariato
proprio per l'incapacità dei consiglieri
d’esprimere una amministrazione stabile, e tanti di questi erano a manifestare
in piazza per la specificità della provincia.
(segue a pag. 2)
Renato De Carlo
sconcertante
proposito
emerge lapidario da una indagine conoscitiva tra gli
studenti delle scuole superiori del Cadore e di Cortina
d’Ampezzo. Un dato che imprime velocità tumultuosa
ad uno dei mali cronici della
montagna in generale e del
Cadore in particolare: lo
spopolamento. Nell’ultimo
decennio poco meno del 6
per cento della popolazione
cadorina e ampezzana d.o.c.,
è scomparso. Nel senso che
ha fatto le valige ed è andato
via. Nel frattempo aumenta
il numero degli anziani. Basta pensare che in Cadore e
nella valle d’Ampezzo ogni
100 ragazzi di età compresa
tra 0 e 14 anni ci sono 152
anziani, persone cioè che
hanno compiuto 65 anni di
REFERENDUM
MUSIZZA-DE DONÀ A PAG. 13
SOSTEGNO ALLA PROVINCIA
STORIA DEL POPOLO CADORINO
E
(16)
ccoci nel Novecento, che s’apre con
una guerra sanguinosa e
d’invasione (la Grande
Guerra) che lascia larghi
vuoti fra i giovani dei nostri paesi, seguita a distanza ventennale da
un’altra guerra, anche
questa travagliata e pure
fratricida. Il popolo cadorino vi partecipa, ma più
che altro le subisce. Si
dimostra però capace in
ogni frangente di sviluppare idee ed intraprendenza (basti pensare alle
occhialerie, alle segherie, agli impianti idroelettrici), cosicché il Cadore
era additato da tutti co-
me territorio laborioso
con attività fiorenti e
quindi ricco, un posto
dolomitico eccellente dove villeggiare d’estate e
d’inverno, espressione
anche di oculate amministrazioni. Difatti, con il
civismo che sempre dimostrarono, i Comuni
cadorini profittando del
prezzo elevato del legname eseguirono una lunga serie di opere pubbliche. Dagli iniziali 38.437
abitanti d’inizio secolo si
passò a 50.410, che rimase il massimo raggiunto.
Non c’è più in gioco
l’autonomia con i confini
da difendere (oramai ci
pensa lo Stato unitario),
ma il pensiero di “crescere” e quindi la necessità
di “produrre”.
Non è che problemi
non ce ne fossero, e unità
d’intenti nemmeno. Ne sa
qualcosa anche la Comunità di Cadore che fece
sempre da pungolo sia intellettuale che civico,
quando, nel 1927, provvide all’apertura di una
scuola professionale a
Pieve, illudendosi che potesse servire per il Cadore intero. O quando nel
1953 ridiede vita alla storica testata Il Cadore per
dibattere quelle problematiche (segue a pag. 2)
QUEI TESORI
DI CHIESETTE
A VIGO DI CADORE
SERVIZIO A PAG. 3
SCI DI FONDO A PADOLA
CON DOLOMITI NORDIK SKY
SERVIZIO A PAG. 23
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ANNO LX
Novembre 2012
2
PROVINCIA E COMUNI
DOVE VOGLIAMO ANDARE?
dalla prima pagina
R. De Carlo
REFERENDUM
LA FUGA DAL VENETO
dalla prima pagina
L. Olivotto
Il mantenimento della Provincia Anche Comelico Superiore?
obbliga ancora di più i Comuni Le opinioni di Mario Zandonella,
del Cadore a federarsi nella
Davide Zandonella, Ezio De Monte
Comunità di Cadore
da un lato quello del- vrebbe riguardare l'autonoAttenzione però a ritenere la (nuova) Provincia
un toccasana: sia perché sarà un ente di 2° grado con
presidente e consiglieri nominati e non eletti dalla popolazione, sia perché avrà
vere competenze solo su
strade provinciali, edifici
scolastici superiori, scelta
dei siti delle discariche, caccia e pesca...
Non sarà dunque la Provincia a tenerci uniti e prosperi e tantomeno l’identità
“bellunese”, poiché da sempre il territorio è diviso in
tre macroaree, il bellunese,
il feltrino e il cadorino (vedere anche lo stemma). Abbiamo gli stessi problemi,
lavoriamo tutti insieme, ma,
per favore non chiamate il
Cadore “alto bellunese”, pura finzione per appropriarsi
di un patrimonio ambientale, economico e pure artistico: ad ognuno la propria
identità storica, ad ognuno
la propria economia, ad
ognuno i servizi più adatti a
quel territorio.
Comunque vada per la
Provincia, rimangono i
Comuni a rappresentare
la realtà locale. Solo che,
per farcela, debbono essere
più forti in numeri e risorse,
si debbono mettere assieme. Questo giornale fu tra i
primi a parlare di Unioni di
Comuni in Cadore (gennaio
2010) approfondendo le problematiche con esperti e
lanciando un forte messaggio: l'unione dei Comuni fatta per singole vallate poteva
avere un grande contenitore nella Magnifica Comunità di Cadore, da secoli sede
storica dell'identità e in passato sede del parlamentino
che tutelava il territorio.
Ci credevamo in questo
progetto di ricostruire
una Comunità di Cadore
unita e quindi politicamente forte. Registriamo
invece che solo i Consigli di
Lozzo di Cadore e Valle di
Cadore al momento hanno
riaffermato con atto formale
senza se e ma l'appartenenza e l'indivisibilità del Cadore; qualche voce ai giornali
l'hanno data i sindaci di Calalzo e di Domegge prospettando piuttosto un'associazione di più Comuni limitrofi che eserciti per loro conto
la gestione dei servizi; altri
sindaci sono indecisi e attendisti sulla possibilità di
una aggregazione nelle rinate Comunità montane. C'è
chi va oltre: Pieve propone
un referendum per passare
al Friuli, dove si troverebbe
in buona compagnia di Sappada; Cortina d'Ampezzo si
sa vuole passare sotto Bolzano e a Comelico Superiore raccolgono firme per passare pure loro coi pusteresi.
C'è poi chi fa di necessità
virtù prospettando unioni
per via dei servizi: Ospitale
andrebbe con Castellavaz-
11
le popolazioni locali nel poter “autodeterminare” il
proprio destino, dall'altro
quello della regione a non
veder depauperato il proprio territorio con una serie
continua di “defezioni” verso altre regioni.
In questo contesto, l'argomento referendum è stato
sollevato anche a Comelico
Superiore, comune il cui
territorio geografico confina fisicamente con l'Austria
e con la Provincia di Bolzano. A dire il vero il problema non è mai stato una priorità nel programma dell'amministrazione guidata da
Mario Zandonella che
conferma tale orientamento: “Mi pare davvero assurdo
parlare di referendum per il
passaggio al Trentino Alto
Adige, quando stiamo lottando per affermare la specificità montana della Provincia
di Belluno. La questione che
ci riguarda dobbiamo porla
a Venezia non a Bolzano”.
Sulla stessa linea anche Davide Zandonella Necca,
presidente della consulta di
Confcommercio a Comelico
Superiore: “Se proprio si
vuole fare un referendum dozo, Selva con l'Agordino e
Zoppè con lo Zoldano.
Un grande scompiglio.
Saranno proprio i cadorini a svendersi a quelli di
giù, di su, di là? I nostri
avi si rivoltano nelle tombe!
mia della nostra provincia di
Belluno, non il passaggio ad
altre realtà con le quali non
abbiamo nulla in comune.
Anche perchè una tale soluzione comunque assai complessa da realizzare, verrebbe
portata avanti solo per ottenere le agevolazioni di cui
usufruiscono i nostri vicini.
Spero che i nostri amministratori si impegnino per
mantenere e tutelare con
azioni opportune la nostra
specificità montana”. Infine
l'opinione di Ezio De Monte Pangon, presidente della
Regola di Candide: “Non ho
nulla contro il referendum
che anzi è strumento per affermare la democrazia e la
volontà popolare. Penso però
che in questo caso sia solo
una provocazione per attirare l'attenzione sulla nostra
realtà. Infatti la soluzione
non è nel dividersi, ma nell'affermazione della necessità di maggiore forza per la
nostra provincia, con la possibilità di poter gestire meglio e in modo autonomo le
risorse locali. Questo potrebbe essere già un risultato positivo per il nostro territorio e
la popolazione che lo abita”.
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
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REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
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Annalisa Santato
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La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 4.11.2012
STORIA DEL POPOLO CADORINO
una sua forza (il lavoro).
Non dubitiamo che più saPerò bisogna dare atto ranno le difficoltà anche ogche notoriamente
sono comuni a tutti ma che che il Cadore ha sempre gigiorno, più si ritornerà alogni zona cerca di risolvere avuto una sua casa civica la antica coscienza.
(la Comunità di Cadore) e
in maniera diversa.
(16)
(continua)
dalla prima pagina
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MUSEo DIFFUSO
ANNO LX
Novembre 2012
na delle più belle sorprese
che il Cadore offre a coloro
U
che lo visitano è rappresentato dalla ricchezza artistica e architettonica conservata in graziose chiesette,
sparse qua e là, all’interno delle sue
splendide vallate, al limite dei boschi di pini e di larici e ai piedi dei
pallidi colossi dolomitici.
Una delle pievi più ricche a riguardo è sicuramente quella di San
Martino di Vigo di Cadore; in questo antico abitato dell’Oltrepiave, situato ai piedi del monte Tudaio, si
possono trovare “squarci di radioso
poema di fede” (citando G. Lorenzoni - 1930), diffusi in diversi edifici
sacri, poco distanti tra loro.
La più antica di queste chiesette, dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, sorge su un vasto
pianoro che domina la valle del Cadore centrale e rappresenta l’ultima
testimonianza rimasta dell’antico
villaggio di Saliconia, scomparso
nel corso dei secoli, di cui la chiesetta doveva essere il luogo centrale di culto. Le facciate esterne dell’edificio, nella loro estrema semplicità, non rendono giustizia alla ricchezza decorativa degli interni dove, due differenti frescanti, tra la fine del XIII sec. e l’inizio del XIV
sec., ornarono interamente la superfice parietale attraverso la descrizione di scene sacre dall’alto valore teologico intervallate dalla raffigurazione, occupante l’intera parete, di San Cristoforo. Questi artisti
rientrano nella tradizione artistica
veneto-friulana di fine ‘200, legata
ancora agli schemi bizantini tradizionali, con una disposizione rigida
di figure prive di particolari espressioni, ma dall’alto valore simbolico.
A pochi chilometri da Santa Margherita, nel cuore della piazza di
Vigo, si trova la chiesa dedicata
a Sant’Orsola, che negli ultimi
tempi è stata soprannominata da
studiosi e appassionati “la cappella
degli Scrovegni delle Dolomiti”,
per la ricchezza della decorazione
stellata della volta su campo azzur-
Autentici tesori dʼarte le chiesette di Santa Margherita, di
SantʼOrsola, della Madonna della Difesa, di San Martino
I circa 3000 visitatori QUELLE SPLENDIDE
solo nellʼultima
estate dimostrano CHIESETTE DI VIGO
quanto prezioso sia
questo patrimonio
artistico reso
accessibile di recente
Santa Margherita a Laggio
Sant’Orsola a Vigo
ro, simile a quella fatta da Giotto a
Padova. Varcando la soglia d’ingresso, subito si rimane sorpresi
dalla qualità degli affreschi e dallo
sfarzo degli arredi che la chiesa
conserva; le pareti sono state interamente affrescate da un artista
trecentesco, noto come il Maestro
di Vigo, probabilmente attivo in
Cadore tra il 1348-50, che volle descrivere la vita di Sant’Orsola e altre scene cristologiche, attraverso
l’uso di stilemi artistici ripresi da
Giotto, e riletti attraverso l’esperienza di artisti romagnoli di metà
‘300, attivi in Veneto e in Friuli, tra i
quali Vitale da Bologna e Tomaso
da Modena. Le scene che ne derivano evidenziano una particolare
vivacità d’insieme, un’elegante ac-
La più antica delle chiesette (sec. XIII
-XIV) è dedicata a Santa Margherita
dʼAntiochia, sorge su un vasto pianoro
ed è lʼultima testimonianza rimasta
dellʼantico villaggio di Saliconia
costamento di colori ed una accentuata espressività dei volti.
Questo edificio fu costruito negli
anni quaranta del ‘300 quale cappella sepolcrale privata di Ainardo da
Vigo, importante figura politica dell’epoca, figlio di Odorico, Podestà
del Cadore tra il 1313 e il 1321 e dove, ancor oggi con ogni probabilità,
si conservano le sue spoglie, come
testimonia un documento relativo
all’apertura del suo sarcofago del
12 giugno 1829.
Negli anni la cappella privata è diventata una vera e propria chiesa
alla quale la popolazione di Vigo si
è sempre dimostrata molto legata:
nel 1541 si acquistò il prezioso altare a battenti, realizzato dall’artista
altoatesino Michael Parth. Altri la-
vori vennero fatti tra la fine del XVII
e l’inizio dell’XVIII secolo finalizzati
alla costruzione della sacrestia e
della cappella di San Lazzaro. Nel
1997-98 vennero fatti dei doverosi
interventi di restauro degli affreschi e dell’assetto murario; infine,
nel 2008, la chiesa si è ulteriormente arricchita con una reliquia ufficiale di Sant’Orsola, donata dalla
Diocesi di Colonia, della quale la
pieve di San Martino ne era sprovvista.
A coronamento del percorso
d’arte sacra, a Vigo si possono visitare altre due importanti costruzioni: la chiesa della Madonna della Difesa, costruita, nel 1512 dalla
fabbrica dei Rùopel, per un voto fatto dalla popolazione locale alla Ver-
gine a seguito della scampata distruzione del paese da parte dei
soldati tedeschi guidati da Massimiliano d’Asburgo, e nella quale si
conserva una pala d’altare dei Santi
Rocco e Sebastiano attribuita a Cesare Vecellio e due opere con soggetti biblici di Nicolò Grassi, importante pittore friulano del ‘700; la
chiesa pievana di San Martino,
la quale conserva delle opere di prim’ordine, come un paliotto ligneo
di fine ‘400, una pala d’altare di Valentino Pancera Besarel, e alcune
opere dell’artista locale Tomaso Da
Rin.
Tutte queste chiese, dal 2003,
grazie al progetto “Tesori d’arte
nelle chiese dell’Alto Bellunese
- Vigo di Cadore”, (sviluppato e
sostenuto dal GAL Alto Bellunese e
dalla Provincia di Belluno, in collaborazione con la Regione Veneto, la
Diocesi di Belluno-Feltre, la Comunità Montana Centro Cadore, il Comune di Vigo, e una serie di finanziatori privati), sono aperte al pubblico permettendo così, a locali e
turisti, a studenti e curiosi, di entrare in contatto con questi piccoli
scrigni di arte sacra che, sino a pochi anni fa, erano poco visibili se
non addirittura impraticabili.
In questi nove anni di attività sono migliaia i visitatori giunti a Vigo
per visitare le chiesette (solamente
nell’ultima estate se ne contano circa tremila), tra i quali l’inaspettata
visita nel 2007 del pontefice Benedetto XIV; molte sono anche le attività di ricerca svolte per la conoscenza e la valorizzazione di questi
tesori che rappresentano l’anima
religiosa autentica dei nostri paesi
di montagna. La speranza è che negli anni a venire, altre amministrazioni e parrocchie possano attivarsi
per migliorare la conoscenza e l’accessibilità di altri scrigni d’arte,
preziosi documenti per la storia locale, troppo spesso trascurati e relegati a muta cornice nello scenario
paesano.
Matteo Da Deppo
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GIOVANI SFIDUCIATI
Bepi Casagrande
dalla prima pagina
E’ stata la loro determinazione a far maggiormente riflettere i responsabili del Rotary Club Cadore Cortina d’Ampezzo che
hanno pensato e realizzato
l’indagine pubblicandola
col titolo “GIOVANI E TERRITORIO”. I risultati sono
stati presentati sabato 13 ottobre a Domegge di Cadore nell’ambito di un incontro al quale hanno partecipato studenti e insegnanti
in rappresentanza di tutte
le scuole del Cadore e di
Cortina d’Ampezzo e 6 dei
23 sindaci invitati. Fabrizio
Toscani che ha curato
l’indagine per conto del
Rotar y ha precisato che lo
scopo dell’iniziativa è stato
quello di evidenziare più gli
aspetti qualitativi e propositivi che quello numerico o
quello meramente statistico dei risultati. I questionari sono stati distribuiti dagli
insegnanti e gli studenti li
hanno compilati in forma
anonima e restituiti suddivisi per classe di frequenza.
Sono stati distribuiti 740
questionari e ne sono stati
compilati 694.
Cosa emerge dallʼindagine
“GIOVANI E TERRITORIO”?
La necessità per gli amministratori
di leggere meglio la realtà
giovanile e progettare insieme
il futuro di queste valli
te dove si arriva al 66 per
cento. Mentre la percentuale dei giovani del Centro Cadore e del Comelico che
guardano oltre confine sono
il 48,67 per cento. Volendo
tradurre le percentuali statistiche in numeri assoluti
si evince che dei 694 studenti che hanno partecipato all’indagine ben 390
sono propensi ad andarsene, ovvero 180 su 375
residenti nelle valli del
Comelico e del Centro
Cadore e oltre 210 su
anche all’estero, ritenendo
che fuori dai confini nazionali le opportunità siano
maggiori.
Con un pizzico di stupore
dispiaciuto dice il professor
Fabrizio Toscani: ”Bisogna
segnalare che la quasi totalità delle decisioni di lasciare
Cortina e il Cadore non
hanno il carattere della temporaneità bensì quello della
partenza senza ritorno. Sono molti i giovani che motivano la scelta con il desiderio di allontanamento”.
Gli studenti ottimisti immaginano
il proprio futuro in attività legate
al territorio e al turismo (45%)
11
FORTE IL RICHIAMO
ALLA CLASSE DIRIGENTE
rismo. Però sostiene che il
turismo, da solo, non riuscirà a soddisfare tutte le esigenze occupazionali locali”.
E a questo proposito, allo
scopo di sondare il livello di
conoscenza del mondo del
lavoro e del sistema economico locale è stato chiesto:
Secondo te quali sono le
opportunità occupazionali of ferte dalla realtà
in cui vivi? Nel 42 per cento dei giovani inter vistati
prevale lo scetticismo con
un 8 per cento convinto che
non ci sia nessuna opportunità e il 35 per cento che
parla di occasioni rare. Gli
ottimisti sostengono che il
settore che offre maggiori
opportunità occupazionali è
quello turistico (45,39 per
manda di esplicitare come
trascorre il tempo libero. E
questo, secondo gli analisti,
è sintomatico di un mondo
giovanile che fatica a trovare stimoli nell’isolamento
individuale in gran parte lamentato come conseguente
alla mancanza di occasioni
e opportunità. E qui si impone una forte richiesta
di luoghi e spazi di incontro extrascolastici.
“Solo così - hanno commentati i giovani - è pensabile
un’alternativa reale all’ormai pericolosa frequentazione assidua e perniciosa di
locali pubblici con il pericolo
di essere trascinati in una
spirale emulativa nell’assunzione di alcool”. La maggior parte dei giovani che
Il mondo giovanile ha difficoltà
a trovare stimoli su hobby e
passioni, lamenta lʼisolamento
conseguente alla mancanza di
occasioni e opportunità
d’Ampezzo e soprattutto
del Cadore non è coinvolta nelle attività di volontariato. Alla domanda:
Partecipi ad attività di volontariato? 537 su 694 rispondono no e 151 rispondono sì. Anche in questo
caso, assieme alla pigrizia e
alla carenza di stimoli forti
emerge la difficoltà logistica di partecipare all’attività
di gruppi e associazioni.
Cosa emerge dall’indagine? Emerge con forza
un richiamo tagliente all’attuale classe dirigente
del Cadore e di Cortina
a fermarsi un attimo per
leggere meglio la realtà e
progettare, insieme, il
futuro di queste valli che
sono troppo preziose ed importanti per morire di apatia e spopolamento. Amministratori pubblici, imprenditori e responsabili dell’associazionismo hanno il dovere di tentare la realizzazione di qualche progetto
che consenta ai giovani almeno di sperare. Di stimolarli a guardarsi intorno prima di assumere già a 18 an-
DOMEGGE DI CADORE
Teatro San Giorgio
13 ottobre 2012
Sindaci e
amministratori
presenti all’incontro
Nella foto a sinistra,
il presidente del
Rotary Club CadoreCortina d’Ampezzo
Massimiliano
Pachner
FOTOSERVIZIO
Tommaso Albrizio
Le risposte alle prime domande (Cosa pensi di fare
nella vita e dove pensi di
realizzare le tue aspettative professionali?) hanno
provocato il primo scombussolamento. Il 55 per cento
dei ragazzi, come abbiamo
detto in apertura, hanno già
deciso di cercar lavoro fuori
dal Cadore. Se poi analizziamo i dati scomponendoli
territorialmente scopriamo
che la propensione ad andarsene coinvolge maggiormente i giovani della Valboi-
694 sono gli studenti delle
superiori che hanno compilato
i questionari distribuiti dagli
insegnanti
319 residenti in Valboite.
Dalle risposte emerge poi
che una rilevante percentuale di giovani pensa alla propria vita lavorativa disposti
ad emigrare non solo nelle
aree metropolitane italiane
ma, in misura sorprendente,
E quelli che, invece,
hanno deciso di restare?
“La percentuale di chi manifesta propensione ad immaginare il proprio futuro in
attività legate al nostro territorio - spiega Toscani - ripone molta speranza nel tu-
390 ragazzi, ben il 55% ha già
deciso di cercare lavoro fuori
dal Cadore, soprattutto quelli
della Val Boite
cento) seguito da industria
e artigianato (quasi il 10
per cento) e dai servizi (poco meno del 3 per cento).
Per quanto riguarda gli
impegni extrascolastici, gli
hobby e le passioni il 45 per
cento non risponde alla do-
hanno risposto al quesito
sul tempo libero ha dichiarato di praticare una qualche disciplina sportiva. Infine il volontariato. Anche
qui non sono mancate le
sorprese. La maggior parte dei giovani di Cortina
ni la fatalistica decisione di
emigrare. Un impegno,
quello a cui sono chiamati
tutti i cadorini e gli ampezzani adulti a cominciare dagli amministratori, dagli
imprenditori e dai responsabili dell’associazionismo,
che non può aspettare. Che
deve essere messo in campo subito. Un impegno che
richiede il superamento dei
localismi per unire le poche
forze di cui dispone oggi
l’antico comprensorio cadorino.
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IMPRENDITORIA
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lto, magro, elegante.
Albino Peruz evoca caA
ratteristiche da personaggio
anglosassone, sia per la pacatezza che per il sorriso vagamente enigmatico. A vederlo
impegnato all’interno del suo
bell’albergo di San Vito, il Ladinia, ben difficilmente lo si
può immaginare come un appassionato di musica rock.
Invece, appena può, corre a
“dialogare” con la sua chitarra elettrica - “è terapeutico,
spiega, aiuta a superare le
tensioni” - tante volte da solo,
ma anche con il complesso
“Carum”, composto da una
decina di elementi.
Albino, come mai questo
nome, “Carum” al tuo
complesso rock?
“Credo che il riferimento, di
derivazione latina, sia al cumino, con cui dalle nostre
parti viene spesso aromatizzata la grappa, anche se io sono astemio. Si tratta di un
gruppo particolarmente affiatato e vivace, con il quale ho
eseguito alcuni concerti. Ma
il tempo libero a disposizione,
specialmente in alta stagione
turistica, è piuttosto limitato”.
Parliamo di turismo,
qual è la situazione attuale
in Centro Cadore?
“Dobbiamo distinguere. Per
quanto riguarda il Centro
Cadore, dopo la grande crisi
dell’occhialeria, mi sembra
sussistano scarse condizioni
di base per sviluppare un’economia basata sul turismo. La
proposta che il territorio può
offrire, oggi, si limita al periodo estivo e parzialmente a
quello invernale, dal momento che coloro che frequentano
le vicine aree sciistiche possono spuntare prezzi concorrenziali. Esistono, tuttavia, eccezioni anche significative, ma
esulano da una prospettiva di
mercato considerata in modo
complessivo”.
E invece a San Vito di
Cadore?
“Se ci spostiamo a San Vito, il discorso cambia. Anzitutto perché qui possiamo
contare su una stagione sia
estiva che invernale, anche se
il territorio non sta sviluppando pienamente le sue potenzialità, che sono notevoli.
Infatti, credendoci e avendo il
coraggio di investire, ritengo
che il discorso imprenditoriale sia aperto ad ulteriori possibilità. San Vito è collocato
in una vallata circondata da
montagne bellissime, e si trova a mille metri di quota,
strategici e rassicuranti per
quanti temono un’eccessiva
altitudine”.
E poi vi è la vicinanza a
Cortina.
“Certamente, anche se Cortina non è più turisticamente
all’avanguardia, come qualche tempo fa, quando agiva da
fattore trainante per l’intera
vallata. Aggiungerei poi che,
dalle problematiche del Centro
Cadore, vanno escluse sia Auronzo che Sappada, dal momento che queste due località
hanno saputo mantenere viva
la loro vocazione turistica”.
Albino, dove sei nato?
“A Calalzo ho trascorso i
primi sei anni di vita, poi mi
sono trasferito a San Vito dove i miei genitori, all’inizio
degli anni Settanta, hanno
costruito l’attuale hotel Ladinia. Inizialmente pensavano
di darlo in affitto, anche perché mio padre, all’epoca, gestiva con i fratelli un’impresa
di termoidraulica. Poi hanno
deciso di condurlo direttamente. Erano anni, quelli, di
notevole sviluppo turistico per
San Vito”.
Quando hai iniziato a
collaborare con regolarità
nella struttura?
“In un primo momento, la
mia vita professionale sembrava indirizzata verso altre
strade. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico di
Cortina, nell’anno accademico 1989-90 mi sono laureato
in economia aziendale a Venezia, Ca’ Foscari, con Paolo
Costa, che poco dopo è diventato ministro dei trasporti nel
governo Prodi”.
Argomento della tesi di
laurea?
“Il calcolo della capacità di
carico turistico di Cortina.
Ma subito dopo la laurea, con
il mio correlatore, ho avviato
alcuni progetti di analisi turistica in diverse zone d’Italia:
sulla Costiera amalfitana, a
Roma per il giubileo del
2000, a Venezia e naturalmente a Cortina”.
Poi ha fatto l’albergatore?
“Mi sono reso conto che, per
vari motivi, la famiglia aveva
bisogno della mia collaborazione diretta. Nel 1999, poi,
abbiamo acquistato a Cortina l’hotel Cristallino d’Ampezzo, che sono andato a gestire personalmente. Fino a due
anni fa mi dividevo fra il Ladinia e il Cristallino d’Ampezzo, ma il lavoro mi assorbiva
in modo eccessivo, tanto più
che nel frattempo mi ero sposato ed era nato un bambino,
Alessandro, oggi di cinque
anni. Mia moglie, Silvia Bassot di Corvara, è anche lei figlia di albergatori. Di conseguenza la sua presenza mi è
doppiamente preziosa. Ora
abbiamo concentrato il nostro
impegno essenzialmente sul
Ladinia, dove collabora attivamente anche mio fratello
Marco”.
Albino, torniamo al discorso turistico. Dove inter verresti, nell’ottica di
un rilancio deciso e significativo del territorio?
“Il problema, a mio parere,
è duplice. Anzitutto la nostra
offerta invernale - e intendo
Cortina, San Vito, Auronzo è piuttosto arretrata rispetto
alla concorrenza. E quando
dico concorrenza, non mi riferisco solo al vicino Alto Adige,
ma anche all’Austria, alla
Germania, alla stessa Francia. Ritengo poi che l’offerta
debba implicare una serie articolata di proposte: anzitutto
gli impianti di risalita, ma
anche lo sci da fondo, gli itinerari escursionistici, i parchi giochi sulla neve, lo sci
d’alpinismo, le discese con lo
slittino. Dobbiamo sempre
più pensare alle Dolomiti come ad un richiamo turistico
di livello mondiale, specialmente d’inverno.
Poi c’è la viabilità...”
La viabilità è l’altro problema?
“E’ rappresentato dalla viabilità. Siamo tutti consapevoli, noi imprenditori del settore, che occorre intervenire
con accortezza e decisione.
Ascolto sempre attentamente
le osservazioni dei clienti del
mio albergo: si lamentano soprattutto, salendo dalla pianura, della mancanza di circonvallazioni nei vari paesi,
soprattutto lungo il percorso
da Tai a Cortina”.
Torniamo agli impianti di
risalita, il rilancio dei quali
Lʼalbergatore di San Vito di Cadore
evidenzia come lʼofferta invernale
del comprensorio debba mettersi al
passo con lʼaltoatesina o austriaca
5
ALBINO PERUZ
LE DOLOMITI, RICHIAMO
DEL TURISMO MONDIALE
ritieni fondamentale.
“E’ un dato di fatto che, sciisticamente, siamo diventati
un po’ marginali e ciò per le
proposte alquanto limitate
che siamo in grado di offrire.
Sono convinto che oggi sia necessario pensare, sempre più,
ai collegamenti diretti fra vallata e vallata, individuando
percorsi ad ampio respiro,
che si differenzino dalla ripetitività della salita-discesa.
Avverto questa esigenza in
maniera crescente nei fruitori
del nostro territorio. Questo
ampliamento di orizzonti innescherebbe sicuramente un
processo virtuoso, in grado di
far crescere anche l’offerta dei
“I collegamenti sciistici tra
vallate e il miglioramento
della viabilità con
circonvallazioni dei paesi
sono indispensabili per
innescare un processo
virtuoso di crescita”
servizi complementari”.
Intendi, settori importantissimi quali la gastronomia ed una cultura che
sia anche espressione
delle tradizioni locali?
“Proprio così. Una volta
create le condizioni di base perché l’impegno turistico-imprenditoriale sia veramente redditizio, nascerebbero poi, quasi spontaneamente, altre iniziative, dal momento che da noi non mancano
certo le persone dotate di fantasia e capacità di innovazione, come è stato ampiamente
dimostrato, a suo tempo, nell’industria dell’occhiale”.
Antonio Chiades
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LʼINTERVISTA
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Ivano DallʼAcqua
SELVA DI CADORE E UNIONE DEI COMUNI
ECCO QUALI SONO LE (POCHE) CERTEZZE
“Entro poche settimane lʼamministrazione porterà in discussione tre
attività di servizio associato: la pianificazione civile e il coordinamento
di primo soccorso, la gestione dei rifiuti urbani e la sanità”
a situazione non è semplice per nessuno, specie
L
quando le normative cambiano
da un giorno all’altro e nel caos
totale manca un riferimento politico a cui appellarsi per avere un
aiuto certo e concreto. Anche il
Comune di Selva di Cadore, con
i suoi poco più di cinquecento
residenti, si trova a rifare i conti
(per l’ennesima volta) con il tanto discusso obbligo di “esercizio
associato delle funzioni fondamentali” ovvero l’unione dei servizi tra Comuni appartenenti a
una stessa area. Qualcosa sembra essere più chiaro, qualcos’altro rimane invece ancora indefinito e rinviabile a chissà quando.
I cittadini chiedono certezze, gli
amministratori pure. Di certo ci
sono però solo gli obblighi a cui
adempiere entro la fine dell’anno, il resto rimane ancora una
chimera e chissà che tra qualche
tempo non cambino di nuovo le
cose. Il Comune di Selva ha già
cominciato a muoversi in siner-
gia con la Comunità Montana
Agordina (Cma) per non farsi
trovare impreparato. Comunità
Montana Agordina ancora per
poco. “L’attuale normativa,
spiega il sindaco di Selva
Ivano Dall’Acqua, prevede la
trasformazione della Cma in
Unione dei Comuni”. Quali sono dunque ad oggi (24 ottobre) le certezze a riguardo?
“Di certo c’è - risponde il sindaco
- che stiamo lavorando con la Comunità Montana Agordina. La
legge regionale dà degli indirizzi
su come andranno poi effettuati i
servizi associati, ovvero per ambiti ottimali. Per ambiti ottimali
s’intendono gli ambiti delle Comunità Montane. Quindi, in
questa prima fase ed entro poche
settimane, por teremo in discussione tre attività di servizio associato: la pianificazione civile e il
coordinamento di primo soccorso,
l’organizzazione e la gestione dei
servizi di raccolta, smaltimento e
recupero dei rifiuti urbani (che
erano comunque già in concessione alla Cma) e relativi tributi
(che passano invece adesso all’Ente) e infine la sanità. Per legge, entro la fine dell’anno, questi
tre punti dovranno essere “coperti”. Per tutte le altre funzioni se
ne parlerà l’anno prossimo. E allora tergiversiamo …”.
Le Comunità Montane dunque avranno un altro nome
ma in sostanza che cosa
cambierà? “Cambierà il nome sì
ma l’amministrazione rimarrà
per legge composta da tre consiglieri per ogni Comune (48 consiglieri totali per la Cma). Si valuterà di fare uno Statuto dove si
cercherà di renderla snella il più
possibile. Si dovrà costruire un
po’ tutto quanto perché, in sostanza, si tratterà comunque di un
nuovo Ente. Questo passaggio
compor terà non pochi problemi
per le Comunità Montane: tutti i
contratti andranno riscritti e trasferiti al nuovo Ente. C’è un bel
lavoro e un bell’aumento di costi
Lʼaccorpamento dei servizi si prospetta
come unʼaltra penalizzazione per
i paesi di alta montagna, con
conseguenti disagi e spopolamenti
Cʼè in più un problema di fondo
che va ricordato: il rischio di perdere
(per sempre) la nostra identità
è ancora chiara e definitiva: le
normative arrivano una dopo
l’altra. Ci stiamo muovendo come Cma per non farci trovare impreparati regolarizzando come
servizi associati tre attività che
comunque avevamo già. Per l’anno prossimo vediamo come andranno avanti le normative perché qui non si sa”.
Se sparisse la Provincia di
Belluno tutto ciò avrebbe ancora senso? “Io mi auguro che
la Provincia di Belluno non venga soppressa, anche perché la nostra Provincia, incuneata in mezzo a due Province a statuto speciale e comunque tutta di montagna, avrebbe una penalizzazione
incredibile nell’accorpamento a
Treviso, sarebbe un colpo di grazia. Alcuni Comuni vogliono fuggire, andare a Udine, Pordenone,
Selva di Cadore, veduta autunnale
iniziali ma non credo si risparmierà neanche nel futuro. In questa fase comunque, riguardo questi primi tre punti, ai cittadini
non cambierà nulla”.
Quindi per ora i cittadini
non devono preoccuparsi ma
il prossimo anno è già vicino
e nuovi obblighi sono “alle
por te”: che cosa potrebbe
succedere? “Entro l’anno prossimo potrebbe succedere che l’ufficio tecnico venga spostato fuori
dal paese, come l’ufficio ragioneria. Verrà garantita l’anagrafe
nei Comuni piccoli come i nostri,
l’uf ficio protocollo e l’uf ficio del
sindaco. Probabilmente però per
trovare i servizi che prima erano
in paese i cittadini si dovranno
rivolgere ad Alleghe piuttosto che
ad Agordo. Ci sarà un bel disagio
ma è un problema che si porrà, io
credo, tra un bel po’ di tempo”.
In tutto questo non c’è un lato
positivo? “Non ne vedo lati positivi se non quello di un possibile risparmio economico su qualche
indennità di funzione. Dopo non
lo so come la prenderanno i funzionari che non avranno più l’indennità!”
Mi pare di capire che tuttavia c’è ancora molta confusione su ciò che si deve fare,
giusto? “Infatti, la questione non
Trento o Bolzano. Questo correre
credo faciliti al legislatore la storia di dire “tanto sono divisi,
ognuno vuole andare per conto
suo, li mando da un’altra parte
ancora”. C’è troppa disorganizzazione in Provincia, dobbiamo salvare quello che abbiamo intanto,
senza andare a rincorrere delle
chimere perché io credo che il
passaggio di Regione sia una chimera. L’Unione dei Comuni comunque va avanti con una normativa a parte, non centra nulla
con la soppressione della Provincia di Belluno”.
Aggiunge la vicesindaco
Silvia Cestaro, “Anche se, visto
che le Regioni autonome sono
esenti dall’unione dei Comuni,
solo accorpandosi ad una Provincia autonoma l’Unione non sarebbe più obbligatoria”.
L’accorpamento dei ser vizi si
prospetta dunque come un’altra
penalizzazione per i paesi di alta
montagna, con conseguenti disagi, spopolamenti, eccetera.
Questi sono però i soliti discorsi
che purtroppo conosciamo già
fin troppo bene. C’è in più un
problema di fondo che va ricordato ovvero il rischio di perdere
(per sempre) la nostra identità.
Irene Pampanin
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COMELICO
ANNO LX
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Anno dʼespansione e brillanti riconoscimenti per la DBA Group
dei fratelli De Bettin che hanno mantenuto a S. Stefano la sede
DBA, INTRAPRENDENZA COMELIANA
P
er la Dba dei fratelli
Francesco, Raffaele,
Stefano e Daniele De Bettin,
originari di Costalissoio, il
2012 è stato un anno positivo, che ha visto crescere il
fatturato e ottenere alcuni
brillanti riconoscimenti per
l’attività d’impresa svolta nei
vari settori di competenza.
Della credibilità di cui ormai da anni gode la società
c’è la dimostrazione nel
premio Città Impresa
2012. Alla cerimonia che si
è svolta alla Fiera di Vicenza
era presente il Ministro per
lo Sviluppo Economico Corrado Passera. Il premio è
stato assegnato a “1.000 fabbricatori di idee” , imprenditori, giovani e lavoratori di
tutto il Nord Est. DBA
GROUP era fra questi.
Un altro riconoscimento
per l’attività della Dba è l’ingresso DBA Group tra le
prime 30 società italiane
chiamate a far parte del progetto Elite, un’iniziativa di
Borsa Italiana per il sostegno
e la crescita delle PMI. Le
trenta società e il progetto sono stati presentati a Palazzo
Mezzanotte in Piazza Affari,
alla presenza tra gli altri del
vice Ministro dell’Economia
e delle Finanze, Vittorio Grilli. Un altro riconoscimento
per l’attività della società dei
De Bettin è stata la presenza alla Borsa di Londra. Le
società appartenenti al “Segmento titoli ad alti requisiti”
(Star) di Borsa Italiana hanno incontrato a Londra gli investitori istituzionali nel corso della 12a Star Conference.
Opera nei settori di mercato che necessitano di
prestazioni dʼingegneria e ha un fatturato di 20
milioni di euro allʼanno. Recentemente alla Dba
è stato assegnato il premio Città Impresa 2012
Per festeggiare l'evento, l'apertura dei mercati a Londra
è stata dedicata alle società
Elite. Dba è stata selezionata
tra oltre cento candidature.
A riprova della capacità
della società si è attuata nel
corso dell’anno l’acquisizione della società genovese
Igm Engeenering. L'operazione conclusasi ad ottobre
fa parte della strategia di crescita della Dba Group, dopo
che lo scorso anno era entrato nella società il Fondo Italiano di Investimenti con una
quota di capitale pari al 25
per cento delle azioni. A seguirla è stato Stefano De
Bettin. "Questa acquisizione dice - si inquadra nella strate-
gia di ampliamento dei servizi di ingegneria nel settore delle grandi infrastrutture, in
particolare nell'ambito degli
impianti speciali, dell'automazione e del telecontrollo". Il
settore della progettazione
sulle autostrade era già uno
dei rami dell'attività della
Dba, tanto che nella sede di
San Pietroburgo si sono progettate alcune stazioni di servizio dell'autostrada MoscaSan Pietroburgo. Ora, facendo entrare anche l'esperienza della società genovese, si
aprono nuove prospettive
per la Dba. "Igm Engeenering
Impianti - ribadisce Stefano
De Bettin - opera nel settore
della progettazione di sistemi
elettrici, di ventilazione e automazione per
impianti industriali e
civili. Dal 1997 si è
specializzata in impianti idraulici e antincendio, illuminazione, ventilazione di
tunnel e gallerie stradali e ferroviarie,
quest'ultimo ambito
complementare ai
settori di intervento
di Dba Progetti. Grazie alla collaborazione con i proprietari
della Igm, che conti-
MAIUCCO SMANTELLA
“ARMONICA ENERGIA”
a disarmonia che ha fatto chiudere le Terme di Valgrande, ha indotto anche lo scultore Mario Zandonella
L
Maiucco a togliere dal prato antistante lo stabilimento l’istallazione artistica, che aveva collocato da alcuni anni, il cui titolo
era “Armonica energia”. Il lavoro si ispirava alla convergenza di
interessi e di ottimismo della volontà che caratterizzava l’impegno di molti intorno al progetto delle Terme. Il suo gesto è
un segnale forte di disillusione e di dissenso nei confronti di chi non ha saputo o voluto continuare il progetto iniziato.
Mario Maiucco è da anni un artista in sintonia con le speranze e le aspettative che si muovono sul territorio di Comelico Superiore. Sue le sculture di neve che sono state realizzate all’arrivo della seggiovia dei Tre Picchi sotto l’Aiarnola, che simboleggivano l’unione tra Comelico e Pusteria, tra comunità che
vorrebbero legare i loro destini in un progetto di sviluppo economico e turistico favorevole. Attratto dalla riflessione orientale, ma profondamente radicato nella cultura ladina, l’artista di
Dosoledo si propone di far emergere nei suoi lavori le sfumature e le contraddizioni che dovrebbero accompagnare anche il
dibattito ed il confronto dentro alla comunità. Probabilmente la
fantasia e la riflessione di Maiucco produrranno altre “provocazioni” artistiche per far riflettere la gente di Comelico Superiore sul proprio futuro.
L. E. C.
nueranno a lavorare con noi,
acquisiremo competenze e
know how e ci rafforzeremo
nel mercato con clienti primari". Con questa acquisizione
la Dba apre una nuova sede a
Genova, nei locali della stessa Igm. Il nuovo consiglio di
amministrazione ha nominato presidente Bruno Marchese, vice Raffaele De Bettin e
amministratore
delegato
Marco Politi.
Questo nuovo settore di
progettazione va ad aggiungersi agli altri che producono
un fatturato di quasi 20
milioni di euro all’anno.
“Operiamo in tutti i settori di
mercato che necessitano della
fornitura di prestazioni e servizi di ingegneria - dice il
presidente della Dba
Francesco De Bettin - e nel
tempo abbiamo sviluppato
una particolare conoscenza
per quelli che sono costituiti
da una rete di opere simili fra
di loro, diventando leader di
mercato per il mondo delle telecomunicazioni e delle reti di
Aree di Servizio per la distribuzione di carburanti e servizi
agli utenti stradali (noti nel
campo come OIL e non OIL).
Nello stesso modo operiamo
nel mondo del Retail garantendo tutte le prestazioni tecni-
7
LA FAMIGLIA DE BETTIN
FESTEGGIA IL
“VECCHIO BORTLIN”
fratelli de Bettin, che hanno dato inizio e costruito negli anni la Dba, hanno volutamente conservato a SanI
to Stefano una delle diverse sedi ormai sparse in tutta Italia. In quella casa che si affaccia su piazza Roma vivono il
padre Bortolo e la mamma Luciana, in un piano frammezzato ad uffici e sale di progettazione. Con loro il legame è
forte e riconoscente. Francesco, il primo dei quattro figli
ed anche il perno dell’azienda, riconosce al padre Bortolo
la qualità di apripista in un settore, come quello della progettazione, che poi la Dba ha espanso in molteplici settori.
Bortolo ha compiuto 80 anni lo scorso ottobre. La sua
origine è a Costalissoio, dove c’è la casa paterna e quella
costruita insieme al fratello Giovanni. La professione di
geometra egli la svolse sia nell’ambito del Consorzio forestale del Comelico e Sappada, sia nella professione privata, diventando uno stimato e ricercato consulente sia per
la progettazione civile che per le ricerche e gli accatastamenti. Ebbe anche incarichi amministrativi importanti, ricoprendo il ruolo di assessore provinciale negli anni Settanta. La bella strada definita “Panoramica del Comelico”,
che congiunge in quota i paesi di Costalta, Costalissoio e
Costa è stata una realizzazione che va attribuita alla sua
volontà e capacità di intervento nella Giunta provinciale di
allora. Alla passione con cui Bortolo ha sempre lavorato e
alla precisione delle sue ricerche, i figli attribuiscono la
continuità generazionale che ha portato, caso più unico
che raro, nella realtà cadorina quattro fratelli a realizzare
una impresa unita e in continua espansione. Spesso le iniziative intraprese dalla Dba ed i rischi conseguenti sono
stati visti con timore e preoccupazione da papà Bortolo,
ma non è mai mancata la fiducia e l’appoggio. Nell’ampia e
luminosa sala, con la stube che riscalda le fredde giornate
di Santo Stefano, i profumi della cucina di mamma Luciana accolgono i figli che, a turno, passano a pranzo nella casa che mantiene il senso della famiglia unita e forte.
Quando ci sono le occasioni importanti gli incontri si ampliano a nuore e nipoti in una cerchia allargata, che riconosce il ruolo degli anziani come depositari di saggezza e
ricchezza di affetto e sentimenti .
Per la festa degli 80 anni di Bortolo si sono ritrovati tutti a
pranzo in un rifugio. Hanno festeggiato l’ultimo passo in
avanti della Dba, cha ha acquisito una grande impresa di
Genova, la Igm Engeenering, augurandosi che la Dba mantenga la buona salute, sull’esempio del “vecchio Bortlin”.
che professionali necessarie
per la realizzazione di reti
commerciali sia nel mondo
bancario che in quello della
distribuzione e della GDO (reti di Agenzie Bancarie, reti di
Punti Vendita, centri commerciali). Nel campo dell’Energia
DBA opera sia nel settore della produzione con fonti di
energia di tipo rinnovabile
(idroelettrico e fotovoltaico)
che del trasporto, essendo da
alcuni anni fornitore del gestore della rete elettrica Nazionale TERNA.
La conoscenza delle tematiche estremamente specialistiche permette a DBA di essere
un interlocutore estremamente efficace anche per quei
Clienti che necessitino di progettazioni specialistiche di tipo impiantistico per il trattamento ed il trasporto dei dati
su opere complesse. Questo ha
portato allo sviluppo del settore ITS che opera nelle Infrastrutture di trasporto (Intelligent Traffic System, Sistemi
di gestione del traffico, Sistemi di esazione del pedaggio).
Oltre che in questi settori
specialistici siamo in grado di
supportare i nostri Clienti per
la gestione e sviluppo del patrimonio immobiliare, operando da soli o in team con altre Società di architettura ed
ingegneria”.
Servizio di
Lucio Eicher Clere
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ANNO LX
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Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni
TUTTA CIBIANA FESTEGGIA I 100 ANNI DI I PARROCCHIANI DI NEBBIU’ E TAI DI CADORE
NESTO, CUSTODE DELLA TOAIA PITURADA VANNO A SALUTARE DON FLAVIO
Il giorno 21 ottobre scorso, una settantina di parrocchiani di Nebbiù e Tai di Cadore,
molti in pullman organizzato ed altri con auto private, si sono recati presso la casa di riposo “padre Kolbe” in Padavena per incontrare il loro precedente parroco Don Flavio
Del Longo, che lì vi risiede da alcuni mesi. Dopo la Santa messa celebrata dallo stesso
sacerdote nella cappella del centro, tutti assieme si sono recati in un ristorante, a mezzacosta sulle colline circostanti da dove si godeva di panorama splendido vista anche la
bella giornata soleggiata; lì si sono trattenuti alcune ore in convivio. Il festeggiato ha
sorpreso tutti facendo loro dono personale di una bella mini icona e a loro volta gli ex
parrocchiani hanno consegnato un televisore. Il pomeriggio s’é concluso con la visita
alla Basilica dedicata ai Santi Vittore e Corona, che sorge un po’ arroccato nei pressi di
Anzù.
Osvaldo De Lorenzo Nebbiù - Pieve di Cadore
I ROCCIATORI RAGNI HANNO ARRICCHITO
IL GRUPPO DI QUATTRO SOCI ONORARI
Tutta la popolazione di Cibiana e uno stuolo di nipoti
hanno festeggiato domenica 2 settembre il centenario
Nesto de Ada, personaggio
simpatico e inossidabile che
da anni funge da “custode”
della Toaia piturada gradito
premio della rassegna gastronomica di San Lorenzo.
Alla festa e al pranzo offerto
da Nesto, e servito dai volontari del Comitato turisti-
co di Cibiana nello stand
del Centro Dolomiti di Masariè, hanno partecipato circa 200 persone che lo hanno “coperto” di una miriade
di regali.
Accompagnato dalle figlie
Mariarosa, Celeste, Carla,
Bruna, Nesto ha fatto la
“passerella” per Masariè la
frazione dei Murales e presenziato nella chiesetta alla
S. Messa di ringraziamento
celebrata da don Sergio e
don Virginio, mentre il sindaco Eusebio Zandanel gli
ha fatto dono di un simbolico albero di ulivo.
E poiché Nesto in gioventù aveva fatto l’emigrante, il
presidente dell’ABM Oscar
De Bona gli ha consegnato
un riconoscimento, mentre
poi veniva proiettato un filmato con storie d’emigrazione.
Durante la tradizionale
cena di fine anno del Sodalizio, venerdì 26 ottobre, il
Gruppo Rocciatori Ragni ha
presentato i nuovi arrivati
nelle proprie fila, quattro
Soci Onorari: Romano Tabacchi di Pieve di Cadore,
Marino Lena di Venas di
Cadore, Luigi Baldovin di
Lozzo di Cadore, Apollonio
Da Deppo di Domegge di
Cadore. Essi sono stati accolti con voto unanime dell'assemblea dei Soci, come
da Statuto, “per meriti alpinistici, passione della
montagna e della cultura alpina”.
Dai primi anni Quaranta
ad'oggi fanno parte del Sodalizio, tra soci Onorari e
Ordinari 49 Ragni e numerose Guide Alpine. Primo
presidente del Sodalizio nel
1945 è stata la Guida Alpina
Duilio de Polo, mentre attualmente presidente pro
tempore è la Guida Alpina
Alex Pivirotto, che, tra l'altro risulta essere uno dei
più giovani componente del
Gruppo .
Il direttivo ha auspicato
che i giovani con passione
per l'arrampicata si avvicinino anche alla montagna e
non solo nelle falesie di valle, per un proseguo delle
tradizioni alpinistiche che
contraddistinguono il Sodalizio.
Oltre 30 giovani ogni anno frequentano il Corso
Roccia organizzato dal
Gruppo con la collaborazione delle locali sez. CAI, avvicinandosi così con passione
all'arrampicata. Questi saranno i Ragni del “Futuro”!
Segreteria Ragni
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Lettere & opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & opinioni
A NOALE C’E’ ANCORA
S. STEFANO RICORDA PADRE
MATTEO E’ UN BRAVO
GIOVANE, VOGLIO DIRVELO TESTIMONIANZA DEL CADORE RODOLFO DE CANDIDO
Siamo provati ma abbiaLEGNAME DEL CADORE E TUTTI I SUOI EMIGRANTI
Cari amici, (come non
Egregio Direttore,
mai mi sento di cominciare mo avuto tanti attestati di
se può servire per l’ar- DITTA MARTINI
così) la vicenda che ha coinvolto la nostra Famiglia ci
sta tormentando da quella
notte del 31 gennaio, Vi allego quanto abbiamo inviato
alla stampa nella giornata di
ieri, che sintetizza la nostra
posizione e soprattutto mette in risalto la vera figura di
Matteo, descritto come un
teppista incallito.
Matteo ha sempre perseguito degli ideali di eguaglianza e lotta contro il razzismo avendolo in primis assorbito dalle nostre idee di
genitori. Se sarà provato che
ha sbagliato non è stato un
gesto di violenza gratuita
verso due “studenti modello” ma la reazione inconsulta
ad una provocazione e sbeffeggiamento da parte di chi
aveva rovinato suo fratello.
stima che ci danno la forza
di andare avanti.......
Vi autorizzo, anzi ve lo
chiedo di divulgare questo
nostro pensiero con l’allegato a coloro che vi chiedono
e magari non hanno il coraggio di sentirci direttamente, o a chi lo riteniate
dovuto. Grazie di cuore....
Forse qualcuno dei destinatari di questa mia non era
a conoscenza dei fatti.....
questa è la mia conferma
che lo considero un amico.
Renzo e Lidia
Zangrando
28 ottobre 2012
Credo che i lettori apprezzeranno l’amore che avete
per vostro figlio anche senza
leggere la vicenda sull’allegato. Con l’augurio che tutto si
risolva presto e positivamente.
Cordialità.
chivio giro la foto scattata
Renzo Zangrando
nella piazza centrale di
Stupisce anche, visto che
Noale (VE), testimonianza
di una economia passata: ne sono passati di anni!
IL LIONS CLUB PIEVE DI CADORE SEMPRE PRESENTE
NELLE VICENDE CHE HANNO INTERESSATO IL CADORE
Il Lions Club di Pieve di
Cadore ha festeggiato l’apertura dell’anno sociale
2012/2013 nell’ospitale albergo “Ferrovia” di Gino
Mondin a Calalzo di Cadore, con la presenza di oltre
20 soci e consorti.
La Presidente signora
Elena Galli ha intrattenuto
i soci sulle problematiche
del Club che è oramai entrato nel quarantatreesimo
anno di vita e che è sempre stato presente nelle vicende che (nel bene e nel
male) hanno interessato il
territorio cadorino: i decenni di fulgore economi-
co dovuto all’industria dell’occhiale; l’attuale momento di crisi, che interessa la stessa industria, a
causa prevalentemente dei
bassi costi di produzione
nei paese emergenti.
E’ necessario, pertanto,
che tutti (e quidi anche il
Lions Club) aiutino a trovare le giuste soluzioni
che rilancino il Cadore come entità economica e
quindi politica; cosa non
facile da raggiungere (anche) a fronte di una miopia
politica regionale che, a
parole, esalta la specificità
della montagna, nei fatti la
depaupera di servizi essenziali per la popolazione
che in essa vive, ad esempio: una buona struttura
sanitaria, una struttura
della giustizia che sia vicina alla gente, le indispensabili infrastrutture turistiche.
Nel segno della spending review il programma del Club ha circoscritto gli inter venti
2012/2013 a due soli
settori: il sostegno al
Banco Alimentare, organizzazione attiva presso
tutte le Parrocchie del Cadore, a favore delle fami-
glie disagiate; l’Unione
dei Comuni, con una serie di incontri che, coinvolgendo amministratori comunali ed esperti giuridici, e principalmente la Magnifica Comunità del Cadore, porti a concretizzare
al meglio gli interventi legislativi in corso di emanazione, essendo certi che
dette Unioni, se ben fatte,
produrranno il valore politico ed economico necessario al rilancio del Cadore
nell’ambito provinciale e
regionale.
L’Addetto stampa
G. O. D’Ambrosi
Una domenica (il 30 settembre) all’insegna del ricordo dell’emigrazione del
Comelico e Sappada indetta
dalla locale “Famiglia” ex
emigranti, in collaborazione
con il comune, gli alpini, la
regola, la parrocchia e degli
abitanti della piccola frazione di Tamber dove è stata
scoperta una stele in memoria di padre Rodolfo De Candido, davanti alla sua casa
nativa alla presenza di autorità e cittadini che hanno
ascoltato con molta attenzione e commozione gli interventi del neo eletto presidente dell’Abm. arch. Oscar
De Bona, del sindaco di S.
Stefano Alessandra Buzzo e
del parroco don Diego che
ha benedetto la stele.
Padre De Candido, nato il
2 ottobre 1919, trascorse
buona parte della sua vita in
Brasile, missionario Scalabriniano nel Rio Grande do
Sul dove è deceduto nel
1999 raggiungendo i gradi
più alti dell’ordine religioso.
Significativa la presenza
del sindaco di Comelico Superiore e presidente della
Comunità Montana Comelico e Sappada, dei sindaci di
S. Pietro, di Sappada e del
consiglio comunale dei giovani, dei gonfaloni delle “Famiglie ex emigranti del Comelico e Sappada, del Cadore, dell’Alpago, del Longaronese e la rappresentanza
della Famiglia “Piave” di
Belluno. Durante la S. Messa nella parrocchiale di S.
Stefano il parroco don Diego ha messo in risalto l’esempio della gente del Co-
melico che in tutto il mondo
hanno portato e mantenuto
la fede e le tradizioni religiose; ben vengano quindi questi ricordi, di esempio alle
nuove generazioni.
Trasferimento infine nella
Piazzetta e monumento all’emigrante, opera dello
scultore Franco Fiabane,
per celebrare il decimo anniversario della locale Famiglia ex emigranti dove il presidente Antonio Martini, nel
suo intervento ha ripercorso le tappe più significative
realizzate rivolgendo un ringraziamento al Comune per
la messa a disposizione della sede ed a tutti i collaboratori, in particolare al vice
presidente Bruno De Candido e la segretaria Carmen
Baldissarutti per il lavoro
svolto. Ha chiuso le celebrazioni l’intervento del componente l’esecutivo centrale
dell’ABM Patrizio De Martin presente con i consiglieri Arrigo Galli e Ruggero
Valmassoi, consegnando al
presidente Martini una targa ricordo per il decimo anniversario.
PDM
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Lettere & Opinioni • Comunicati • Testimonianze
UN NUOVO CAPITELLO A PIAN DEI BUOI
A PROTEZIONE DELLA COMUNITA’ DI LOZZO
Il giorno 12 dello scorso
mese di agosto, sulla strada
di accesso al pianoro di Pian
dei Buoi, si è tenuta una cerimonia religiosa molto sentita dalla popolazione, sulla
scia delle antiche tradizioni
locali e nel nostalgico ricordo dei costumi e delle devozioni che hanno sempre caratterizzato i nostri avi. Il
territorio comunale infatti è
da sempre contraddistinto e
‘punteggiato’ da tutta una
serie di capitelli, crocefissi,
cappelle e chiesette votive
che stanno a testimoniare
dello spirito religioso semplice e schietto delle generazioni che ci hanno preceduto. E questo lo si può riscontrare in modo particolare lungo la strada militare,
detta anche del Genio. Ebbene, quest’anno un fatto
fortuito ha consentito ad un
gruppo di volonterosi cittadini di poter porre, all’uscita
della galleria di Mizzoi, un
capitello con un grande crocefisso di pregevole fattura,
accompagnato da una targa
contenente un messaggio
invitante i passanti ad una
meditazione sulla bellezza
del luogo ed alla recita di
una preghiera. La posa in loco del tutto è stata accompagnata dalla celebrazione di
una S. Messa officiata dal
parroco don Osvaldo Belli,
rallegrata dai canti dei numerosi fedeli e turisti e seguita da un pranzo conviviale.
Ma quale è stato il fatto
fortuito che ha consentito di
arricchire la strada del Genio di un ulteriore simbolo
religioso? E’ presto detto.
Alcuni anni fa, in località
Fies, venne registrato un atto sacrilego: il furto dell’antico crocefisso posto sulla
facciata principale dell’ex tabià che si trova sulla nazionale, giusto poco prima dell’ingresso in paese, immobile ora restaurato e trasformato in abitazione-seconda
casa di proprietà dei coniugi
Baldovin-Mischitelli di Ro-
ma. Per i lozzesi, da sempre
affezionati a quel luogo tanto da definirlo “fora dal Cristo” e da essere abituati a fare il segno della croce anche semplicemente passando in auto, il fatto inqualificabile e sacrilego aveva suscitato generale deplorazione e rincrescimento. Per la
gente del posto, il constatare l’esistenza, sul fabbricato,
del capitello vuoto era motivo di sofferenza e rimpianto, unita alla amarezza di poter verificare ogni giorno
che era venuto a mancare
non solo un alto e ‘storico’
simbolo religioso ma anche
un qualche cosa di molto
sentito sul piano affettivo e
dei sentimenti. La famiglia
Baldovin-Mischitelli aveva
allora provveduto a commissionare ad un artista di fuori
una nuova opera da porre in
loco, in sostituzione del crocefisso empiamente asportato. Va precisato che l’opera sottratta era, presumibilmente, della scuola del Brustolon ed era stata già oggetto di atto vandalico da
parte delle truppe tedesche
di occupazione essendo stata colpita da colpi di mitra.
Ragioni tecniche hanno
però impedito di mettere in
atto la programmata sostituzione. Si addivenne successivamente ad un accordo tra
il parroco e la famiglia proprietaria dell’immobile, me-
diante il quale il sacerdote si
impegnava a commissionare
ad un artista scultore della
Val Boite un nuovo crocefisso da porre in località Fies,
mentre i coniugi Mischitelli
si impegnavano a cedere alla parrocchia il crocefisso la
cui collocazione non era stata possibile. Tempo addietro
fu assai commovente la cerimonia riparatrice, con sentita partecipazione e evidente
soddisfazione di tutti i fedeli.
Don Osvaldo, a questo
punto, sollecitato da alcuni
parrocchiani, ha di buon
grado acconsentito che l’opera ottenuta dalla ‘permutazione’ venisse decorosamente posta all’ingresso di quel-
l’anfiteatro dolomitico che è
la nostra Monte. La targa posta a lato del capitello reca
questa scritta: “Su questa via
che ti conduce ad ammirare
l’opera del Creatore, estasiato
turista soffermati e recita
una prece. Questo simbolo di
salvezza e redenzione, tanto
amato dagli antichi abitatori
che qui sopportarono fatiche
inenarrabili alla ricerca di
un aspro sostentamento, ti
suggerisca di implorare la
Divina protezione, la Pace e
la Prosperità per te, i tuoi cari, la Comunità locale e per
tutto il Creato.”
A maggior gloria di Dio.
Giuseppe Zanella
Lozzo di Cadore
SPAZIO ALGUDNEI DI DOSOLEDO
OSPITE DELL’ASS. PICCOLI MUSEI
Lo Spazio Algudnei di Dosoledo
sarà ospite del Terzo Convegno Nazionale dell'Associazione dei Piccoli
Musei (APM) che si terrà ad Amalfi
(SA) il 5-6 Novembre. Giancarlo Dall'Ara, Presidente dell'APM, li ha invitati a portare un contributo nell'ambito della Sessione “Musei 2.0” dove
Marta De Zolt, curatrice dei profili
social dell'Algudnei, presenterà un
intervento dal titolo “Cultura Ladina:
la tradizione millenaria rivive nel
web 2.0”. Un'opportunità per la Val
Comelico di farsi conoscere attraverso il suo patrimonio culturale al
di fuori dei confini regionali come
sta già avvenendo grazie a Facebook
e Twitter con una continua crescita
del numero di followers.
Lo Spazio Algudnei si distingue
perché offre la possibilità di scoprire
le antiche tradizioni della Val Comelico utilizzando supporti tecnologici
come touchscreens, postazioni video,
cornici digitali e pannelli luminosi. Il
progetto è riuscito a superare i confini della Val Comelico grazie all'utilizzo del web 2.0, attraverso il quale svariati aneddoti della tradizione sono
stati lanciati su www.facebook.com
/algudnei e https://twitter.com/
Algudnei riscuotendo da subito molto successo. Questi mezzi sono riusciti a creare una comunità virtuale
in continua crescita, interessata alla
Cultura Ladina.
CORSO DI DI PALEOGRAFIA LATINA ALLA
BIBLIOTECA STORICA CADORINA DI VIGO
La paleografia è la scienza
che studia le antiche scritture e
viene sottocategorizzata in base
ai caratteri, e non in base alla
lingua, in cui le scritture sono
vergate.
Presso la Biblioteca Storica
Cadorina di Vigo di Cadore, il
dott. Rudi De Sandre terrà un
corso di paleografia latina aperto a tutti, durante il quale verrà
trattata la storia della scrittura
in caratteri latini, di cui verranno tracciate sinteticamente le linee evolutive ed evidenziati i fenomeni grafici fondamentali.
L’obbiettivo principale del corso sarà fornire le conoscenze
necessarie per la comprensione e, quindi, per la corretta trascrizione delle testimonianze
grafiche. Verranno perciò esa-
minati vari tipi di scritture librarie e ci si soffermerà con attenzione sui caratteri del sistema
abbreviativo e sulle norme di
trascrizione.
Sono previste 16 lezioni della
durata di un’ora e mezza ciascuna, tenute presso la sala di consultazione della Biblioteca Storica Cadorina con frequenza bisettimanale: il martedì e il giovedì sera a partire dalle ore 18.
L’orario definitivo verrà concordato con i partecipanti durante
la prima lezione. Il corso sarà
articolato in due moduli; nelle
otto lezioni del primo modulo
l’insegnamento sarà più teorico
(storia della scrittura), mentre
nelle otto lezioni del secondo
sarà più pratico (visione e decifrazione di testimonianze libra-
rie). I due moduli saranno complementari e i gli interessati potranno decidere se seguirli entrambi o solo il primo di essi.
Il corso è finanziato quasi totalmente dal Comune di Vigo e
gli interessati contribuiranno
solamente con una modica quota di partecipazione, che sarà
definita in base al numero dei
partecipanti stessi. Si ricorda
che il corso è aperto a tutti, in
quanto la conoscenza del latino
è utile ma non strettamente necessaria. La data d’inizio delle
lezioni deve essere ancora stabilita.
Info:
Biblioteca Storica Cadorina tel.
0435/77839
[email protected]
AL SILMO D’OR 2012 PREMIATA L’AZIENDA
DI ESSE PER UN OCCHIALE IN FIBRA DI LINO
Silmo d'Or: trionfa l'innovazione tecnologica italiana Custom-6 si aggiudica il riconoscimento nella categoria
“Montature e Innovazione
Tecnologica” Il brevetto appartiene alla Di Esse di Domegge
di Cadore.
Diverse le Nomination al Silmo d'Or 2012 per le aziende italiane: presente in ben due categorie, “montature e innovazione tecnologica” e “ Equipaggiamento sportivo”, è stata Custom-6, che si è aggiudicata il
riconoscimento nella sezione
“Montature e Innovazione Tecnologica” con i prodotti realizzati in fibre naturali, in un’atmosfera di festa ed alla presen-
za di un folto pubblico di addetti ai lavori che hanno assegnato
i prestigiosi premi all’innovazione ed alla creatività nel campo ottico.
Il brevetto del prodotto
vincitore appartiene alla
storica azienda cadorina
guidata da Silvio Da Pra, il
cui marchio Custom-6 è stato rappresentato nello stand
dell'azienda Di Esse di Antonio De Silvestro durante
questa edizione di Silmo. Il
premio va quindi al modello
FN719, un occhiale realizzato
in fibra di lino, un prodotto ecologico e naturale, che in questo
periodo non passa certo inosservato.
Custom-6 Natural Philosophy è una nuova linea totalmente realizzata in fibre naturali, quali il lino, dalla valenza moderna e perfettamente adattabile ai contesti più diversi. L'uso
di materie prime antiche e naturali, che richiamano la più autentica tradizione, si unisce alla
più avanzata tecnologia e dà vita a montature da vista e da sole
fashion, dallo stile contemporaneo e dal comfort assoluto.
Custom-6 con la linea Natural
Philosophy è il primo brand nel
settore a lanciare un occhiale
100% lino, strizzando l'occhio alla sostenibilità ad alle più moderne idee green votate al rispetto dell'ambiente.
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chille Carbogno, ex insegnante e dirigente scolastiA
co, ex sindaco, ex presidente del
Cai del Comelico, non ha mai coltivato la sindrome dell’”Ex”, riuscendo sempre a dare il suo contributo di intellettuale e animatore
in diversi ambiti della società come liana. Ora si dedica all’Università degli adulti e anziani del Comelico e Sappada.
Ci parli dell’esperienza universitaria comeliana.
La nostra Università, nata nel
1998, è giunta ormai al 15° anno
di vita. Ad ogni nuova stagione un
centinaio e più di iscritti, provenienti da ogni borgata del Comelico, rafforzano consensi e presenze.
Va qui correttamente richiamata la
valenza di coagulo sociale dell’istituzione, attraverso scambi culturali, nuove amicizie, incontri consolidati. Il progetto della nostra operosità, richiamato di volta in volta
nelle locandine annuali, mira ad
“aiutare i partecipanti, mediante
l’attività culturale, a ritrovare fiducia nelle proprie capacità intellettuali e a ridefinire il proprio ruolo e
inserimento nella società e nel territorio. Non richiede agli iscritti particolare titolo di studio.” Proprio da
questa consolidata impostazione è
fluito via via il nostro agire, il nostro percorso programmatorio e
operativo.
Qual’è il programma dell’anno accademico iniziato a ottobre?
Lo abbiamo diviso per settori. Attualità: il dott. Stefano Pari,
esperto del settore economico/ bancario, esplora i temi della crisi finanziaria che sta colpendo l’Euro-
11
Achille Carbogno illustra le attività accademiche
della frequentatissima Università adulti e anziani
del Comelico e Sappada, al 15° anno di vita
NON ANZIANI DA ROTTAMARE
MA RISORSA DELLA SOCIETAʼ
pa (proprio a tal proposito e con riferimenti attualissimi il Rettore
Attilio Menia amplifica il tema
connesso “Etica e politica: tra corruzione e ricostruzione”, come interessante corollario alla discutibile
situazione attuale); Andrea Cecchella, giornalista di TeleBelluno,
presenta le sue conoscenze ed esperienze del sistema televisivo. E’
programmata un’interessante trasferta culturale guidata, propedeutica al 50° della tragedia del Vajont, con ricognizione al coronamento della diga e alla centrale
elettrica di Soverzene e visita conclusiva al Museo della Memoria di
Longarone.
Medicina e sport: Massimo
Ballotta, primario del Centro di
Riabilitazione di Lamon, approfondisce alcune annotazioni provocatorie sul movimento come terapia,
ravvivandole con la sua consumata
coinvolgente dialettica; Giorgio
Soravia affronta il tema della “salute cardiovascolaree nel passagio
dell’età”; Alfia Pomarè, traendo
spunti originali dalla sua navigata
esperienza nel campo alimentare,
cura il tema “Dieta e cibo per una
migliore qualità di vita”; Roberto
Zandonella Necca, medaglia d’oro
LEGGI ILCADORE
SUL SITO
www.il-cadore.it
Gli abbonati possono richiedere la
password direttamente dal sito
(e-mail al direttore) o per telefono
(0435.32262 segreteria).
Gli abbonati che siano già in possesso
di password possono richiederla
utilizzando dal Sito la “E-mail al Direttore”
mondiale e olimpionica nel bob a
quattro, racconta della sua umana
spericolata avventura, soffermandosi anche, da esperto forestale,
sulle peculiari caratteristiche faunistiche e ambientali della foresta del
Cansiglio.
Arte: Ennio Rossignoli racconta
“Il ‘900 nella letteratura e nell’arte,
una storia del secolo breve”; Max
Pachner, presidente del Rotary
Club cadorino, divaga con competenza sulla “ritualità dei carnevali
di Sappada e Comelico Superiore
attraverso i dipinti di Olga Riva
Piller”; l’artista Vico Calabrò, affezionato da una vita al Comelico,
parla sugli artisti comeliani degli
ultimi 50 anni. Nel quadro delle rituali esplorazioni di città ricche
d’arte e di storia è previsto un viaggio in primavera nella città carinziana di Klagenfurt con le sue peculiari suggestioni storiche ed artistiche. Anche il sottoscritto, Achille
Carbogno, con originale pretesto e
riferimento all’attuale difficoltà
economica, riflette sul tragico analogo dissesto del 1929 e dintorni, divagando sulle allegre e spensierate
canzoni italiane del tempo. Davvero “canta che ti passa”, come suggerisce il vecchio ma saggio motto!
Storia locale: Adriano De Zolt, già direttore
del Coro Peralba, accompagna in un viaggio musicale tra monti e valli
“lassù sulle montagne”; il
cantautore
Belumat,
Giorgio Fornasier, richiama con le sue melodie e la sua
chitarra esperienze di emigrazione
“con la valìsa in man”; Piergiorgio
Cesco Frare parla delle rituali
transumanze degli antichi pastori,
sulle tracce del passato e dei suoi
ritmi ricorrenti; Italo Zandonella
Callegher, accademico CAI, propone un tema intrigante “Da Mosè a
Papa Wojtyla: quattro passi di storia tra i monti”. E ancora: corsi di
informatica preparatoria e avanzata, educazione motoria, corso di pittura, recita teatrale col gruppo musicale di Costalta. Occasioni imperdibili per continuare a crescere insieme.
L’Università degli adulti e
anziani è una delle realtà culturali più vive del comprensorio comeliano-sappadino...
Sì. Essa raccoglie infatti adesioni
da Sappada a Padola, da Danta a
Costalta, da Costa a Casada; con
presenze in ogni frazioncina della
vallata e viva partecipazione. Abbiamo pregustato la riscoperta di
una nuova identità, la passione verso nuovi interessi, il gusto di essere
ancora presenti, di non farci emarginare, di sentirci vivi, di contare,
partecipare ed agire. Un’empatia
rassicurante e appagante! Per dirla
tutta: non vecchi da rottamare ma
adulti/anziani da riciclare, non
problema ma ricchezza e risorsa della società. Con il relativo bagaglio
di conoscenze, esperienze e memorie. Un bagaglio che deve rappresentare una cerniera viva e vitale sia
nell’orizzonte educativo che nella
nostra inquieta e nevrotica società.
Un’opportunità preziosa per crescere culturalmente e socialmente. E se
è vero che il male maggiore è l’ignoranza e il bene maggiore è la conoscenza, la nostra Università ha saputo davvero abbattere molti muri e
gettare molti ponti.
Lucio Eicher Clere
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STORIA
o scorso 28 ottobre si
è tenuta a Cassano
L
d’Adda, dove riposa il Generale Giuseppe Perrucchetti, ideatore del Corpo
degli Alpini, un’importante
manifestazione per ricordare il 140° anniversario della
fondazione di queste speciali truppe che tanto hanno inciso sulla storia e sulla
civiltà del nostro paese. Era
infatti il 15 ottobre 1872 allorché un decreto legge voluto dal Ministro Ricotti
Magnani costituì in zone alpine quindici nuovi distretti
militari, ciascuno con una
compagnia distrettuale,
composta da uno “strano”
corpo di fanti dalla bombetta con la penna di corvo.
Risaliva invece al marzo
dello stesso anno l’idea ispiratrice di quel nuovo assetto territoriale volto alla difesa immediata della nostra
frontiera, ovvero l’articolo
del Perrucchetti comparso
sulla Rivista Militare Italiana, in cui l’allora Capitano,
poco più che trentenne insegnante di geografia militare alla Scuola di Guerra di
Torino, lanciava quell’idea
vincente. Il breve saggio si
intitolava “Sulla difesa di alcuni valichi alpini e l’ordinamento militare territoriale nella zona di frontiera” e
riposava sulla formazione
stessa dell’ufficiale, grande
appassionato di montagna e
tra i primi soci del Club Alpino di Torino. “Io vorrei
suddividere la zona alpina scriveva allora il “papà” degli Alpini - in tanti settori,
ciascuno dei quali dovrebbe,
a seconda delle esigenze della difesa, comprendere una o
due vallate ed essere a cavallo delle linee di operazione
che valicano le Alpi. Le forze
militari, reclutate in loco,
formerebbero l’unità difensiva del medesimo settore, o
distretto. Il comandante delle truppe sarebbe comandante del distretto e della difesa
locale…”.
Va sottolineato comunque che sulle idee e decisioni di Perrucchetti e Ricotti
Magnani ebbero un grande
peso gli avvenimenti cadorini del 1848 e del 1866 e in
particolare la lezione di Calvi, che con i suoi “Corpi
Franchi” e “Guardie Civiche”, certo male armati ma
motivati ed ottimi conoscitori del territorio, era riuscito a sostenere a lungi una
lotta impari contro gli austriaci. Si tende tra l’altro a
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Nel 140° dellʼistituzione delle truppe alpine, ricordato il gen.
Perrucchetti che ideò questo corpo per la difesa delle frontiere
DALLE NOSTRE VALLATE LʼIDEA DI
UN CORPO TERRITORIALE DI FANTI
11
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
una nuova numerazione e
rinnovate nappine di vari
colori.
Il Perrucchetti avrebbe
voluto chiamarli “Cacciatori
delle Alpi”, nel ricordo dell’esperienza risorgimentale
Sulle decisioni ebbero un
grande peso gli avvenimenti
in Cadore nel 1848 con
i “Corpi Franchi” di Calvi e nel
1866 con le “Guardie Civiche”
che potrebbero essere definiti
“Alpini ante litteram”
dimenticare che
ancora il 20 novembre 1848 era
stato presentato
al “dittatore” e
triumviro della
neonata Repubblica di Venezia
G. B. Cavedalis,
su impulso di alcuni eminenti cadorini, un “Progetto d’istruzione” per 2 compagnie di “Bersaglieri Alpigiani”,
primo embrione
di un successivo,
più consistente
Corpo, voluto per
agire “per bande”
Il gen. Giuseppe Perrucchetti
sulle montagne
del Cadore e lungo l’intera corpo voluto dalla lungimicatena delle Alpi, atto a fun- ranza del Perrucchetti? Ma
gere da nucleo di raccolta ci sono ulteriori ascendenper tutti i patrioti montanari ze cadorine in quei primornon appena l’insurrezione di.
G.A.Talamini Minotto
avesse potuto riprendere
fiato ed ambizioni anche pubblicava infatti nel 1867
un opuscolo per onorare la
sulla terraferma.
Molti giovani risposero memoria di Calvi e, tra i
all’appello lanciato e il 19 suoi desideri e proposte
dicembre il Governo Vene- per una prossima emancito poteva già disporre la ri- pazione del Cadore, c’era
costruzione della “Legione pure l’auspicio che “un predei Cacciatori delle Alpi”, sidio qualunque di truppa,
forte soprattutto dei tanti decretato che sia, potesse vecadorini che avevano segui- nire in quei luoghi, massito Calvi a Venezia, ma pure me nel verno, convenientedi molti bellunesi e feltrini. mente acquartierato” e, olA fine luglio 1849 la Legio- tre a Pieve, capitale storicone contava 900 uomini, agli geografica e quindi ideale
ordini sempre del Capitano sede del comando e del
di Noale e ripartiti su 2 Bat- “nerbo principale” della
suggeriva
taglioni, ognuno dei quali guarnigione,
contava 6 compagnie. Co- quali sedi sussidiarie l’Olme non definire dunque trechiusa, Auronzo e il Co“alpini ante litteram” questi melico. Per il finanziamencombattenti di casa nostra, to delle costruende caserideali antesignani, per si- me proponeva inoltre allo
stema di vita e modo di Stato di cedere la foresta di
combattere, del famoso Somadida alla Comunità
1872 - I primi Alpini attendati in un orto a Pieve di Cadore
Il Corpo degli Alpini ebbe una rapida crescita: nel
1878 le compagnie erano già 38, ordinate in 10
battaglioni; due anni dopo venne riordinato in 6
reggimenti, con 20 battaglioni e 72 compagnie
Cadorina, coll’impegno da
parte di questa di utilizzare
il legname raccolto per l’erezione dei fabbricati necessari ai soldati e per la
fornitura di antenne a prezzo equo alla Regia Marina
italiana.
Ma al di là di siffatte valutazioni, probabilmente incapaci di penetrare efficacemente nei ministeri romani, era la storia stessa a
confermare, colla logica
dei suoi ricorsi, la bontà di
quell’iniziativa. Essa infatti
dimostrò l’efficacia del
pronto inter vento operato
dalle Bande Armate cadorine il 14 agosto 1866, allorché, due giorni dopo la firma dell’armistizio di Cor-
mons che poneva fine alla
III guerra d’indipendenza
contro l’Austria, mille volontari austriaci agli ordini
del conte Mensdorff Pouilly furono fermati da
circa 300 tra regolari e volontari cadorini, che possiamo definire senz’altro
“truppe territoriali”.
Fatto sta che il Corpo degli Alpini conobbe una rapida, sorprendente crescita:
nel 1874 le compagnie erano già divenute 24, ordinate
in 7 “Riparti”, corrispondenti ai battaglioni; nel 1878
tale numero fu elevato a 36
(10 Btgg); nel 1880 i 10
Btgg. furono sdoppiati e si
costituirono 6 reggimenti
con 20 Btgg. e 72 cpp., con
veneziana e sull’esempio
della Francia e dell’Austria,
che così chiamavano un
corpo di fanteria leggera,
molto mobile e composta
da ottimi tiratori, mentre altri preferivano per loro il
nome di “Bersaglieri delle
Alpi”, per distinguerli dai
fanti piumati cari al Lamarmora: vinse la lezione più
facile e spontanea, come e
quando esattamente non si
sa, identificando il soldato
con l’ambiente stesso di
provenienza e di attività. Un
termine, quello d’“alpino”
che voleva essere all’inizio
quasi riduttivo e scherzoso,
e che divenne poi invece
una autentica qualifica ed
un ambito onore.
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CʼEʼ UN POʼ DI CADORE NELLʼ
ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI
ANNIVERSARIO DEL 4 NOVEMBRE
he il Cadore sia stato
uno dei teatri più
C
cruenti della Grande Guerra, è un fatto risaputo, anche
fuori dai confini della piccola e grande patria. Ma che
abbia avuto l’onore di essere citato per ben due volte
nel testo dell’armistizio di
Villa Giusti a Mandria (PD),
che quell’immane conflitto
ebbe l’onore e il merito di
concludere (e in qualche
modo santificare), forse non
sono in molti a saperlo.
Il Cadore compare due
volte nel Protocollo, di circa
5 pagine, datato 3 novembre
1918 e contenente i particolari e le clausole d’esecuzione di alcuni punti dell’armistizio tra le Potenze alleate
ed associate e l’Austria-Ungheria. Nella sezione 1
(punto 2, lettera c), il testo
recita: “La cessione di tutte le
artiglierie divisionali e di
corpo d’armata dovrà effettuarsi per la fronte italiana
nelle località seguenti: Trento, Bolzano, Pieve di Cadore,
Stazione per la Carnia, Tolmino, Gorizia e Trieste”.
La corretta e puntuale
esecuzione di questa e di altre clausole restava affidata
a commissioni speciali, ma
ignoriamo quantità e qualità
di siffatte cessioni di materiali ossidionali nella patria
del Tiziano.
La seconda citazione cadorina si trova al successivo
punto 5: “Al 5° giorno le
truppe austro - ungariche e
alleate dell’Austria - Ungheria dovranno trovarsi al di là
della linea: Tonale - Noce Lavis - Avisio - Pordoi - Lavinallongo - Falzarego - Pieve
di Cadore - Colle Mauria - alto Tagliamento - Fella - Raccolana - Sella di Nevea Isonzo”. Poiché il momento
dell’entrata in vigore veniva
fissato per le ore 15 del 4 novembre, ciò significava che
entro la stessa ora del giorno 9 tutti i soldati austroungarici dovevano trovarsi al
di là della congiungente Falzarego - Pieve di Cadore:
fatto questo che in effetti
non procurò grandi problemi, essendo già dal giorno 3
e 4 defluita lungo la Val Boite in direzione di Dobbiaco
la gran parte delle colonne
austriache in ritirata.
E’ curioso notare come
nel testo, sottoscritto in primis dai generali Viktor Weber Edler von Webenau e
Pietro Badoglio, ci siano de-
Il Cadore che è stato un teatro cruento nella
Grande Guerra ha avuto lʼonore dʼessere citato
nel testo dellʼarmistizio del 3 novembre 1918
Il capo di Stato Maggiore
gen. Armando Diaz
gli errori, non solo di grafia,
come ad esempio Isargo
per Isarco, Colle Mauria anziché Passo Mauria e Lavinnalongo invece di Livinnalongo.
Al punto 3 della parte relativa alle condizioni dell’ar-
Armistizio di Villa Giusti
quadro al Museo della Guerra - Rovereto
mistizio veniva inoltre specificato che “tutto il materiale militare e ferroviario nemico che si trova nei territori
da evacuare sarà lasciato sul
posto”, cosa che infatti risultò poi utile alla “Ferrovia
della Dolomiti”, che nel dopoguerra poté utilizzare tra
FATTI E UOMINI DELLA GRANDE GUERRA
Il col. Tarditi legò il suo nome allʼesplosione della grande mina
sul Castelletto nel 1916 ma godeva di pessima fama fra i soldati
LA GUERRA SULLE TOFANE
o storico Angelo Gatti
ebbe a dire che “era
L
giudicato in maniere contrapposte: da alcuni benissimo, da altri, i più, malissimo. E questi ultimi lo ritenevano addirittura un imbecille, arrivista e piaggiatore”.
Giuseppe Tarditi, nato a
Torino il 21 aprile 1865, apparteneva ad una famiglia
di tradizioni militari: suo padre Carlo Giuseppe aveva
combattuto nelle battaglie
del Risorgimento e s’era
meritato una medaglia d’argento a Novara. Dopo l’Accademia di Modena e la
promozione a Tenente aveva deciso di passare con gli
Alpini e fu in Libia nella
campagna 1912-13. Divenne Tenente Colonnello per
meriti eccezionali al 3° Reggimento Alpini, ma i maligni dissero più per doti diplomatiche che non per
combattimenti sostenuti.
Dopo aver guidato il Btg.
Exilles sul Monte Nero, era
stato promosso Colonnello
alla fine del 1915 e posto al
comando dei Btg. Belluno e
Val Chisone in Val Costeana, con la IV Armata.
Ebbe il comando interinale dopo la morte del Generale Cantore e promosse la
realizzazione della mina del
Castelletto, scoppiata l’11
luglio 1916, cui è rimasto indissolubilmente legato il
suo nome, anche se in verità il progetto riposava sulle
competenze dei Tenenti
Eugenio Tissi di Agordo,
già da lui conosciuto nel 3°
reggimento alpini, e Luigi
Malvezzi di Vicenza. “Castelletto è quella cosa / di lavoro colossale / per la quale Generale / vuol Tarditi di-
Oggi la galleria del Castelletto
“Alle 3,30 dellʼ11
luglio fu come
una scossa di
terremoto e subito
dopo un polverio
immenso e il
frastuono di una
enorme valanga
con un precipitar
di massi tutto
attorno al
Castelletto”
ventare” commentavano gli
Alpini e la loro parodia già
era la sintesi perfetta di tutti
i limiti dell’uomo e della sua
carriera.
Tarditi caldeggiò pure il
minamento della cima del
Col di Lana ma, scontratosi
col colonnello Peppino Garibaldi, non venne coinvolto
(segue a pag. 14)
Il Castelletto nel 1916
Calalzo e Dobbiaco alcune
locomotive austriache di ottima qualità.
Ma forse a tante famiglie
cadorine (e non solo) interessava un’altra clausola, di
scarsa valenza strategica,
ma di alto valore sociale. Al
punto 9 veniva infatti precisato: “Entro 8 giorni dalla
cessazione delle ostilità, i prigionieri e gli internati civili
in Austria - Ungheria, delle
Potenze associate, dovranno
cessare da qualsiasi lavoro
che non sia agricolo, sempre
quando a tale lavoro fossero
già addetti prima del giorno
della firma dell’armistizio.
In ogni caso, essi dovranno
esser tenuti pronti a partire
immediatamente dal momento della richiesta che sarà fatta dal Comandante supremo dell’esercito italiano”.
Ciò significò il ritorno a casa di molti prigionieri ed internati bellunesi, ritorno
che peraltro avvenne quasi
sempre in forma autonoma,
con modalità e in condizioni
del tutto avventurose, spesso nel disinteresse, se non
addirittura nell’ostilità di
molti nostri ufficiali che imputavano al prigioniero una
grave colpa, quella appunto
di essersi arreso.
A Trieste, città cara al
cuore di tutti gli italiani, un
generale che ai nostri macilenti ex-prigionieri sulla via
del ritorno parve alto tre
metri (forse Petitti di Roreto), così li apostrofò: “Vergognatevi! Non siete degni di
essere chiamati italiani!
Non vedete come siete ridotti? Dovevate morire piuttosto!”. A 70 anni di distanza
Angelo De Sandre di Vigo
(Barba Angelin), arruolato
nel 1916 nel Btg. “Val Piave”, preso prigioniero a S.
Croce del Lago il 12 novembre 1917 e finito in campi di
concentramento della Slovenia e della Slovacchia insieme ai compaesani Anacleto Coronin, Andrea Da
Rin Sordin e Giobatta Ronzon, fremeva ancora di sdegno: “Se avesse avu un schiòpo, lo avarae copòu!”.
C’è infine al punto 8 una
clausola umanitaria che nella nostra provincia sarebbe
stata molto apprezzata: “I
malati ed i feriti non trasportabili saranno curati per cura del personale austro - ungarico che sarà lasciato sul
posto con il materiale necessario”. Va ricordato infatti
che alcuni ospedali austroungheresi prestarono soccorso anche alla popolazione civile bellunese, somministrando dosi di chinino altrimenti introvabili, sia nell’anno dell’invasione, sia a
guerra ormai conclusa,
quando l’epidemia di “spagnola” divampava feroce.
Ricordava Serafino De Lorenzo in un suo libro dedicato all’ospedale civile di
Pieve come a Tai di Cadore
avessero lasciato un ottimo
ricordo il dr. Elissey ed alcune crocerossine della nobiltà magiara, che operavano
nel locale ospedale militare
impiantato presso l’Hotel
Cadore e che non disdegnavano in caso di bisogno di
recarsi nelle case, al capezzale dei malati. Leggi chiaramente non scritte, di normale civiltà umana, sempre
e comunque al di sopra di
ogni protocollo firmato e
controfirmato da alti plenipotenziari, vincitori o sconfitti che fossero.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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Santo Stefano di Cadore
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nverno
dell’anno
1803. Notte dal 3 al
“I
4 febbraio. Cadono 4 o 5 oncie di neve rossa sanguigna.
Il popolo se ne spaventa e ne
trae cattivi pronostici.”
La notizia è riportata nelle manoscritte “Memorie
Storiche del Cadore dall’origine fino al Regno d’Italia” di Venanzio Donà.
(1890), custodite nella Biblioteca Cadorina di Vigo.
Il volume contiene una miniera di informazioni raccolte dall’infaticabile ricercatore di Lorenzago autore, fra l’altro, della “Guida
storica, geografica, alpina
del Cadore,” pubblicata nel
1888 e ristampata di recente da Nuovi Sentieri.
Riportate a piè pagina in
forma di “brevi”, le notizie
riguardano eventi, fatti memorabili, personaggi e
quant’altro. Ne abbiamo
tratte alcune, scegliendo
qualche pagina relativa al
periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento.
“Anno 1791. Gaetano
Callido fabbrica gli organi
delle chiese di Borca e di
Candide. In quello stesso
anno Candide apre una
strada dal paese fino all’Arvis in Silvella per condurre
il marmo, col quale erigere
l’altar maggiore della sua
chiesa plebana.”
Ancora a proposito degli
Dalle inedite Memorie storiche del Cadore di Venanzio Donà
QUELLA NEVE ROSSA DEL 1803
Il popolo se ne spaventa e trae cattivi pronostici”
Sono molte le “brevi” raccolte nel manoscritto di Venanzio
Donà custodito alla Biblioteca Cadorina di Vigo
organi storici del Cadore.
“Anno1797: Il prof. Comelli di Artegna nel Friuli fabbrica l’organo della Chiesa
di Lorenzago. A quest’epoca
-si legge nella nota successiva - le primizie o quartesi,
computati per un decennio,
che ritrassero i Parrochi del
Cadore, diedero la media
annuale di 3004 calvee di
biada. Da questa cifra risulta che il totale raccolto dai
Parrochi stessi fu di calvee
120.160, pari a staje bellunesi 45060. Ora dividendole colla somma degli abitanti (23.000) si ha che ognuno di questi contribuì circa
due staja.”
Ma sono le calamità ad
aver lasciato pesante memoria. “Anno 1797: Una
fiera epidemia distrugge gli
animali delle nostre montagne, e i pastori ritornano al
loro paese. Si calcola che fra
quelli morti in montagna e
quelli che morivano nelle
proprie stalle, oltre tre quar-
ti del bestiame siano periti.”
“Anno 1797. Dalli primi
di sett. alli 30 di ott. tempo
burrascoso e freddo, che impedì la maturazione dei prodotti agricoli riusciti meschinissimi. Così il 6 settembre il Governo centrale del
Cadore ordina ai Parrochi e
Curati che nei giorni di venerdì, sabbato e domenica
susseguenti facciano un triduo con esposizione per ottenere che cessino tante calamità.”
“Anno 1798. La Comunità, venuta nella determinazione di sgravarsi dei suoi
debiti, paga parecchi creditori con beni e fondi di sua
ragione, e del resto del debito incombente addossa una
quota ad ogni Centuria fino
al totale pareggio. Frattanto
il 2 marzo 1799 sono rimessi gli eremiti del monte
Froppa. Il Cadore dona a
loro cinquanta piante del
bosco di Gogna e alcune coperte.”
“30 maggio 1800: per
istigazione di un Pinazza
Fasullo, la popolazione di
Domegge si solleva a dimandar pane.”
Nel 1803 avviene lo
strano fenomeno della neve sanguigna cui si è sopra
accennato. “Il fenomeno - si
precisa nella cronaca - si
era ripetuto in Cadore il 18
marzo 1805. La quantità
della neve dello stesso colore, caduta allora, fu di circa
12 oncie.”
Siamo così al 1805.
Scomparvero allora due cadorini di rilievo: “In quest’
anno muore Giambattista
Barnaba Barnabò di Domegge, dottore in ambe le
leggi, predicatore distinto,
pievano di Pieve ed arcidiacono del Cadore, socio dell’Accademia di Belluno.
Pubblicò sotto nome accademico una dottissima lettera
nell’occasione in cui Monsignor Pier Antonio Zorzi fu
trasferito dal vescovato di
Ceneda all’arcivescovato di
Udine. In essa con molta sapienza lo difese dall’accusa
di giansenismo e di adesione al conciliabolo di Pistoia.”
Non fu la sola grande
perdita che la “piccola patria”: “Muore Giambattista
Zandonella dell’Aquila, sacerdote. Fu maestro nel Seminario di Ceneda, indi
professore di storia ecclesiastica nell’Università di Padova. Nel 1803 pubblicò l’
“Elogio di Tiziano”. Né
manca nelle noti riguardanti quell’annoi l’informazione circa altri eventi calamitosi: Vari incedii: a Santo
Stefano, a Costalissoio, a
Grea di Domegge.”
Disgrazie a parte, c’è
qualche buona notizia per
gli appassionati di archelogia cadorina: “A Domegge si
scoprono varie monete e medaglie portanti l’immagine
di Consoli romani durante
la Repubblica e di Imperato-
LA GUERRA SULLE TOFANE
da pagina 13
Walter Musizza - Giovanni De Donà
direttamente nell’impresa, pur avendo inviato tre compagnie del “Belluno” in appoggio agli assalti
della fanteria.
Non piacevano le sue
ostentazioni nobiliari, quel
suo esibire l’arma scelta per
il suo titolo, ovvero tre nespole d’oro su sfondo rosso.
Le nespole dovevano essere
sinonimo dei colpi, delle
busse di cui era capace un
autentico capitano di ventura, cui si confaceva pure il
motto che sottendeva il tutto: “violento vere viresco”,
ovvero “io prendo forza da
chi è violento”.
Non amava mescolarsi tra
i suoi soldati e gli alpini non
tardarono a dileggiarlo, soprattutto per il suo stare
sempre al sicuro, nascosto
nell’accogliente sede scelta
per il comando, a Vervei:
“Caro signor Tarditi, al Fanis vada lei, invece di guardarlo da Vervei!”.
Raccontano che un tenente carnico fosse passato accanto alla sede del comando
con la mantellina alzata sotto la neve fitta e venisse redarguito per non aver salu-
La Strada delle Dolomiti
a Cortina D’Ampezzo
fa dell’Editore Paolo GaL’esplosione della mina spari di Udial Castelletto ne (“Cosa accadde al Sastato: “Colonnello, io sto di ca- so Misterioso in Val Travesa lassù, al Masaré, dove non nanzes la notte del 30 luglio
ho mai avuto l’onore di in- 1916?”, euro 12,50) ha gettacontrarla” fu la secca rispo- to nuova luce sulla personalità del Colonnello e su una
sta del Tenente.
Un suo vizio ricorrente delle più controverse azioni
era quello di non emanare dei nostri sul fronte dolomimai ordini precisi e soprat- tico.
Il 30 luglio 1916 egli orditutto scritti e di non avere il
polso della situazione pro- nò un attacco dal Castelletto
prio per il suo “assentarsi” verso il Sasso Misterioso,
un enorme masso posto suldalle azioni in corso.
Un libro di qualche anno la direttrice della Val Trave-
nanzes, contro il quale già
s’erano infranti molti tentativi. Con azione simultanea il
45° e 46° Fanteria, i Btg.
Pelmo, Albergian, Antelao,
Cadore e Belluno avrebbero
dovuto prendere il Sasso,
scendere verso le posizioni
della Glanwell-Hütte e risalire verso il Vallon Bianco. In
verità i reparti, spinti soprattutto dall’audacia, che molti
definivano incosciente, del
Capitano Baccon, procedettero slegati, ignorandosi a
vicenda e il risultato fu il
completo fallimento dell’azione, che in poco più di
un’ora costò la morte di più
di 80 alpini, quello che fu
detto “l’olocausto” del Belluno. Il Baccon e molti ufficiali finirono prigionieri e poi
internati a Mauthausen.
Il Tarditi ebbe la pesante
responsabilità di non aver
discusso col Cap. Baccon e
col Cap. Rossi il concetto
dell’azione la sera precedente e a non valutare realisticamente le difficoltà cui venivano chiamati i plotoni del
Pieve di Cadore, con i connotati di un’autentica impresa alpinistica!
Dai racconti diaristici di
11
ri, nominalmente Marco
Aurelio. Una medaglia rappresenta Giulia Mammea
madre di Alessandro Augusto e sorella di Soemia che
fu madre di Eliogabalo.”
Non dimentichiamo che
siamo nel periodo napoleonico, con tutte le conseguenze che ne derivarono
per il Cadore. Ed ecco una
nota di particolare interesse e importanza storica.
“Anno 1806, 3 settembre:
La Comunità, aggravata di
debiti per lire200.000 per le
invasioni straniere, decreta
di pagarle colla vendita dei
boschi di sua proprietà; e lì
7 gen. 1807 vende la Praducchia a Solero di Sappada per venete lire 30.100.
Solero poi la vendette al Gera; la Toanella a Sartori;
Campestrin al dott. Tadeo
Jacobi; Gogna e Rinaldo a
Benedetto Zandonella; Popenna a Lorenzo Zambelli
che la diede a Martini; i
prati e i piani di Perarolo ai
mercanti di legname…
La cronaca del Donà continua per pagine e pagine.
Lasciamo al piacere del lettore proseguirne eventualmente l’esplorazione nel
manoscritto custodito negli
scaffali della Biblioteca Cadorina di Vigo.
Bruno De Donà
molti protagonisti presenti
nel libro emerge chiaramente come il Tarditi fosse rimasto per tutto il tempo a Vervei, a tre ore buone di cammino da Forcella Bois, trascurando di seguire l’evoluzione degli avvenimenti e di
cambiare la disposizione
della manovra contro i reparti nemici al comando di
von Raschin.
Spostato sul fronte isontino, non riuscì ad ottenere significativi risultati ed i Generali Capello e Porro
avrebbero voluto porlo in
congedo. Capello arrivò addirittura ad accusarlo di
“aver recato una macchia al
Corpo degli Alpini”. Venne
però riabilitato e mandato in
Libia nell’ottobre 1918, dove
riuscì a rioccupare pacificamente Misurata, dimostrando le sue innegabili doti diplomatiche che gli valsero
poi anche la promozione a
Generale di Divisione nel
1923 e a Generale di Corpo
d’Armata nel 1929. Si spense a Roma il 27 novembre
del 1942, all’età di settantasette anni e a Busca, sulla lapide della sua tomba, oggi
c’è scritto: “riposa dinnanzi
alla cerchia delle sue montagne, nella eterna e serena
pace”.
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COSIʼ INIZIAMMO NEL RICOSTITUITO
BATTAGLION CADORE
dai racconti inediti di Alberto Preti
Primo Comandante della 167a Comp.
del ricostituito Battaglion Cadore
“Era lʼottobre 1956 quando Nino ed io arrivammo
alla arcigna Caserma di Pieve di Cadore
incaricati del comando della Compagnia
Comando e della 167a Compagnia Mortai”
L’ARRIVO A BELLUNO
ino era ricco proprietario di una 500
C color verde pisello che
gli era stata regalata dallo
zio Massimo, mitica figura
alla quale il nostro si ispirava come esempio da seguire ciecamente. Fu con
quella che facemmo il nostro ingresso trionfale nel
cortile del Comando Brigata in Belluno, uno dei primi
giorni del settembre 1956.
Presentazioni di rito, benvenuti e poi via ai Comandi
di Reggimento.
La caserma del 7°Reggimento Alpini era poco discosta e la raggiungemmo
in pochi minuti. Qui, oltre
alle ripresentazioni di rito e
i ribenvenuti, ci attendeva
quanto più ci stava a cuore:
l’assegnazione della sede
di servizio. I tre Battaglioni
del Reggimento, il “Pieve
di Cadore”, il “Belluno” ed
il “Feltre”, erano dislocati
nelle località di cui portavano il nome. Laddove ci
avrebbero
mandato,
avremmo trascorso gli anni
a venire.
Io e Nino speravamo che
quel luogo fosse Pieve, perché qualcuno ci aveva detto
essere quella, delle tre sedi, la più ridente. Sapevamo, io cagliaritano e Nino
alessandrino, che Pieve si
trovava nel cuore delle Dolomiti, ma non molto di più.
Tutto filò come se il destino avesse già deciso le
sue scelte.
“Vi è un posto qui al Battaglion Belluno, uno a Feltre e due a Pieve di Cadore”,
disse il Comandante di
Reggimento, “avete delle
preferenze?”. Oltre noi, altri
due Tenenti nuovi assegnati al 7° erano lì in ansiosa
attesa di destinazione. Tutti dichiarammo di preferire
Pieve, ma prevalse il diritto
di anzianità ed io e Nino
fummo accontentati.
Fu così che il destino mi
spedì in quel luogo ove
avrei vissuto esperienze tra
le più incisive e gratificanti
della mia vita, tanto che essa ne fu condizionata per
tutti gli anni a venire.
A PIEVE DI CADORE
La strada che da Belluno
a Calalzo risale la valle del
Piave, incassata tra le due
catene di monti che la fiancheggiano impreziosendo
alla vista i loro boscosi dirupi man mano che si sale, era
allora pressocché priva di
traffico. La 500 saliva allegra infilando una curva dopo l’altra, carica dei nostri
sogni e delle nostre speranze. Finalmente eravamo sul
punto di iniziare la vita per
la quale ci stavamo preparando ormai da cinque anni.
Finalmente avremmo comandato un vero plotone di
soldati fatti, all’ombra di un
Capitano cazzuto che ci
avrebbe insegnato tutti i se-
N
greti della vita in montagna.
I nostri pensieri, condizionati dall'ansia dovuta alle incertezze che il grande cambiamento cui stavamo andando incontro avrebbe
prodotto nella nostra vita,
erano tutti rivolti a ciò che ci
aspettava oltre la mura della
caserma. Non avevamo,
non potevamo avere, il minimo sentore di quali mutamenti profondi il Cadore
avrebbe prodotto nel nostro
carattere e nei nostri anni a
venire. Non sapevamo che
in Cadore avremmo conosciuto i valori più esaltanti
dell'amicizia, dell'ospitalità,
della fratellanza, dello spirito di sacrificio, del rispetto,
della solidarietà, dell'onore,
dell'amore.
Quando la 500 aveva superato l’ultimo tornante, la
conca di Pieve ci era apparsa in tutta la sua bellezza. Di
primo impatto avevo notato
la cittadina biancheggiare
tra il verde intenso dei boschi di conifere che la circondano, come depositata
ai piedi delle Marmarole
che la sovrastano con le loro guglie imponenti, sullo
sfondo azzurro intenso del
cielo sereno di quel bellissimo giorno di settembre. I
colli che fanno da corona all’abitato, Col Contras, Monte Castello e Monte Zucco,
mi richiamarono nell’insieme l’immagine di una bomboniera. Uno di quegli spettacoli mozzafiato di cui la
bella Italia è prodiga, che
quel giorno ci parve confezionato apposta per darci il
benvenuto. E ancora non
avevamo visto il superbo panorama che si apre verso
l’alta valle del Piave e tutte
le splendide montagne che
ci circondavano.
Molti ci avevano detto
che il Cadore era bello, ma
non ci aspettavamo tanto.
“Lei, Tenente Preti, avrà
l’onore di essere il fondatore
e primo Comandante della
167a Compagnia Mortai;
mentre lei, Tenente Chiarvetto, comanderà la Compagnia Comando”.
Con queste parole il Maggiore Piero Arnol, Comandante del Battaglione, pose
fine ad ogni nostra illusione.
In quel momento il Battaglione contava su due soli
Capitani: Laurentino, Aiutante Maggiore, e Mori, Comandante della 68a Compagnia. Altri due sarebbero arrivati ai primi del 1957, all’atto della ricostituzione
delle Compagnie 67a e 75a.
Nella nostra carriera militare non saremmo dunque
mai stati agli ordini di un
Capitano; il che, se da un lato ci onorava, dall’altro significava vita dura per rimediare alla mancanza di esperienza e per far fronte al notevole carico di responsabilità, che tra l’altro non ci
competeva.
LA CASERMA
PIER F. CALVI
La caserma aveva l’aspetto arcigno di tutte le vecchie caserme. Quattro isolati attorno ad un grande
cortile, nel cui centro svettava un alto pennone in cima al quale sventolava il
Tricolore.
L'edificio più grande, che
separava il cortile interno
dalla pubblica via, ospitava
al piano terra il Comando
di Battaglione; i piani superiori erano destinati alla
67a Compagnia. Le due palazzine dislocate ai lati del
cortile erano sede della
Compagnia Comando e
della 167a, quella di cui sarei stato il Comandante. Il
lato del cortile opposto all’edificio centrale era occupato dalla fila di capannoni
adibiti a stalle e magazzini
delle salmerie.
In quel periodo non vi
erano molti Ufficiali al Battaglione, che si trovava in
via di ricostituzione. I quadri effettivi erano compo-
“Non ci sarebbe
stato solo del
nuovo nella
vita militare,
Pieve di Cadore
e tutto ciò che
lo circonda
sarebbero
ben presto stati
una esaltante
scoperta”
sti, oltre che
dal Maggiore Arnol e i
due Capitani Laurentino e Mori,
dai Tenenti
Bogo e Pellegri (veterinario).
Completavano la rosa i Sottotenenti di
Complem e n t o
Faietti (medico), Maz- Nelle foto: Tai e Pieve di Cadore nel 1956 - i Tenenti Alberto Preti e Nino
zotta, ZocChiarvetto, all’inaugurazione dello spaccio truppa in ottobre
co, Ramaznuammo a frequentarci fi- “nuovo” solo nella vita milizo e Tinorcenti.
Nino e io fummo accolti no a quando, uno ad uno, tare. Pieve di Cadore e tutcon grande cordialità da tutti sono andati avanti. Gli to ciò che la circonda sarebbero stati presto una
tutti, come fossimo la man- ultimi tre recentemente.
Così iniziava la nostra esaltante scoperta.
na dal cielo. In breve diveMille cose nuove stavano
nimmo tutti buoni amici e, nuova vita. Presto ci saremcol tempo, grandissimi mo accorti che il Cadore per accadere!
amici. Tanto che conti- non avrebbe portato il
(continua)
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Nel 1412 il popolo chiese la protezione
dai todesche alla Madonna della Difesa
Matteo De Monte, Mariagrazia Lui,
Claudio Rossi
A CORTINA E A SAN VITO
ERETTE CHIESE VOTIVE
L U C E AT E I S
n questo 2012, anno di ricorrenze
centenarie per la storia religiosa
I
dei nostri paesi, che annoverano quattro chiese votive intitolate alla Madonna della Difesa: Cortina, San Vito, Vigo e Lorenzago, vale la pena soffermarsi su una poesiola, che si trova riprodotta anonima in alcune stampe
antiche, dal titolo “La Madonna della
Difesa in San Vito del Cadore - Fatto
storico tradizionale dell'Evo medio” Il
Ronzon la include nella raccolta
“Poesie di Natale Talamini”, Milano 1897, (in ristampa anastatica nel
centenario della morte, a cura di Nuovi sentieri editore, 1976), annotando:
“In una copia manoscritta non di carattere del poeta, ma dal poeta certo riletta, la poesia incomincia....
“1. Era maggio ed i nemici
come turbine piombar;
e 'inermi mie pendici
diero al fuoco e saccheggiar.” (...)”
Le forti proclamazioni patriottiche
coniugate con la semplicità della fede
popolare appartengono in pienezza allo stile personale del fiero ed intemerato sacerdote, “ingegno più spontaneo
che coltivato, cresciuto libero, ruvido e
rigido come gli abeti delle sue montagne”, come dice il curatore della raccolta e, come tale, “poeta dai versi rusteghi”, nella definizione, peraltro priva di spregio o biasimo, dell'abate Giacomo Zanella.
E veniamo alla storia delle chiese.
ERETTA NEL 1412 LA CHIESA
DELLA DIFESA A CORTINA
La comunità ampezzana ha tramandato la memoria di un remoto episodio, risalente all'epoca dell'invasione
longobarda del 572, in cui la popolazione avrebbe invocato ed ottenuto
salvezza dalla Vergine: di certo una
leggenda. La fondamentale data storica rimane quella del 19 gennaio 1412.
Scrive M. Ferruccio Belli (in Cortina d'Ampezzo da Aquileia ai santi Filippo e Giacomo, Belluno 2006, p.
110): “Nei primi giorni di gennaio
1412 i lanzichenecchi tirolesi vanno all'assalto di Botestagno, un luogo fortificato sorto in epoca remota sul roccione
che chiude la conca d'Ampezzo. La sua
posizione a cavallo dell'importante 'via
regia' ne fa la porta d'ingresso nei territori del Patriarcato di Aquileia, come
lo sarà più avanti con i domini della
Serenissima. […] Il 19 gennaio sulla
sella di Cimabanche nei dintorni del
castello, si scontrano le truppe del patriarca, coadiuvate dai volontari cadorini, e i soldati rinforzati da milizie della Pusteria. Secondo la tradizione è
proprio in quel drammatico frangente
che gli ampezzani invocano l'aiuto della Vergine con la pronuncia del voto di
onorarla in perpetuo”. Con la decisione
di commemorare l'evento ogni anno, in
quella data, nasce la “Festa del voto”.
Nel linguaggio corrente si usa anche
la denominazione di “Madonna dei
Gote”, la quale, col riferirsi alle precedenti invasioni barbariche, rivela il desiderio di glissare sulla precisa identificazione dell'invasore. Non doveva,
infatti, apparire politicamente corretto
a una comunità ben inserita nello stato asburgico evidenziare che il voto
era connesso ad una difesa da truppe
austriache, mandate dall'imperatore
Sigismondo di Lussemburgo contro
la repubblica veneta, di cui Ampezzo
faceva allora parte.
La Festa del voto è stata solennizzata l'anno scorso dalla visita del vescovo Giuseppe Andrich, che ha annunciato, proprio in vista dell'imminente
seicentesimo anniversario, la elevazione della chiesa parrocchiale dei Santi
Filippo e Giacomo al rango di basilica
minore. La cappella consacrata il 18
luglio 1482 viene demolita nel 1743
“Era maggio ed i nemici
come turbini piombar;
e inermi mie pendici
diero al fuoco e
saccheggiar”, scrive
don Natale Talamini
dal decano Caldara, per far luogo all'attuale chiesa, consacrata dal vicario
apostolico Carlo Michele di Attems il
21 agosto 1751.
ANCHE SAN VITO COSTRUI’ LA
CHIESA DELLA DIFESA
San Vito, i cui uomini avevano partecipato allo scontro di Cimabanche del
1412, decise di costruire, a sua volta,
sull'esempio di Ampezzo, una chiesa
dedicata alla Vergine della Difesa, che
esiste tutt'oggi, con festa ricorrente il
19 gennaio. La parrocchia includeva
allora Borca, Vodo con Peaio e Vinigo,
Selva con Pescul. Le possibilità economiche erano quanto mai esigue. La popolazione di Vinigo, in particolare,
aveva avuto anche la disavventura di
vedere alcuni dei suoi cadere prigionieri. Per disporre senza indugio dei
cinquecento ducati d'oro necessari per
il riscatto si era rivolta alla Regola ampezzana di Larieto e li aveva ricevuti
“pronta cassa”, cedendole in cambio i
diritti di comproprietà della propria
Regola sui pascoli di Ospitale e dintorni. Trascorrono così alcune decine
d'anni prima che la Confraternita dei
battuti, votata alla Madonna, riesca a
trovare le risorse necessarie per onorarla anche in questo modo.
Per un passo decisivo, si arriva quasi alla fine del secolo XV, come si desume dal seguente documento: “Nel nome di Cristo amen. Nell'anno della natività 1490, indizione ottava, il giorno
18 del mese di aprile nella piazza della
pieve di San Vito del distretto del Cadore. Questo è l'inventario dei beni .,.. da
parte degli uomini... e persone sottoelencati ad onore e lode e devozione della
beata madre di Dio Vergine Maria della Difesa della pieve di S. Vito predetto.
Per onore e devozione fu costruita una
chiesa nella stessa piazza di S. Vito”
(traduzione, in nota, del testo latino
riportato da Giuseppe Belli, “La
Scuola dei Battuti, la
chiesa della Difesa e
la Chiesa di S. Floriano in San Vito di Cadore”,
Belluno
1975). Ben presto la
Confraternita passa
la mano alla comunità dei regolieri, che
assume in proprio
ogni onere riguardante la nuova chiesa. Si procede per
gradi e nel 1515 si
arriva alla consacrazione della primitiva
cappella, ad opera
del vescovo Daniele
De Rubeis, mentre
nel 1521 viene apposta la lapide sulla facciata principale: “A
Dio solo lode e gloria.
I privati benefattori e
le famiglie della regola di S. Vito edificarono con le proprie
sostanze e con i propri beni questo tempio, che dotarono e
contemporaneamente costituirono come
perpetuo e proprio
giuspatronato di det-
uò sembrare strano
che si dedichino
“P
tempo ed energie allo studio
Chiesa Madonna della
Difesa a San Vito di Cadore
te regole ad onore della beata Maria
Vergine della Difesa. Anno del Signore
1521”. Fanno seguito l'ampliamento
iniziato nel 1626, concluso nel 1670, e
gli interventi del 1885, quando, tra l'altro, è stata riposizionata sulla nuova
facciata nord la lapide che rivendica il
giuspatronato.
Nell'ottavo centenario della nascita
delle sette pievi (S. Stefano, Auronzo,
Vigo, Domegge, Valle, San Vito e Cortina), resesi autonome dalla chiesa madre di S. Maria nascente di Pieve, si dà
inizio a una serie di restauri, messi in
atto a cura degli ultimi due pievani, dei
quali l'attuale, don Riccardo Parissenti, ha voluto sottolineare la ricorrenza centenaria con l'edizione di
una storia dell'antica chiesa e di una
guida alla sua visita, affidandone l'incarico allo stesso giornalista e storico M.
F. Belli. Quest'ultimo ha sottolineato il
particolare significato che assume il recente rinvenimento nella chiesa di San
Rocco a Peaio, di un gonfalone a due
facce, raffiguranti rispettivamente la
Madonna con la spada in pugno e un
gruppo di uomini plaudenti: un ulteriore, inequivocabile tassello allo storico
legame tra l'invasione dell'esercito di
Sigismondo e il voto della comunità facente capo alla pieve di San Vito. Secondo qualche critico le difficoltà di interpretazione dell'affresco con cui l'evento è celebrato nella chiesetta della
Madonna della Difesa possono essere
superate leggendovi una illustrazione
del riscatto dei prigionieri a suggello
della sopraggiunta cessazione delle
ostilità.
Del tutto diversa è la genesi delle
due chiese sorte nell'Oltrepiave, a Vigo e Lorenzago, le quali richiedono
una trattazione a parte.
Giuseppe De Sandre
di un cimitero di montagna”,
questo si chiedono i tre studiosi che hanno dedicato la
loro appassionata ricerca al
vecchio camposanto di San
Vito, culminata nel volume
LUCEAT EIS - IL CIMITERO VECCHIO DI SAN VITO DI CADORE, Tipolitografia RDS Seren del Grappa. Ne è valsa la pena! Diamo anzitutto i nomi dei benemeriti che sono Maria
Grazia Lui, laureata in lettere classiche ad indirizzo archeologico, insegnante a
San Vito; Matteo De Monte,
laureato in giurisprudenza all’università di Bologna, impiegato nella pubblica amministrazione e Claudio Rossi, avvocato operante a Belluno.
Quanto ai percorsi di consultazione del nuovo volume la
scelta del lettore può sintetizzare così. L’onere della storia
del cimitero è toccato a De
Monte (vicesindaco di San Vito) che ha setacciato gli archivi del comune, sistemati suo
tempo dal prof. G. D. Zanderigo, e quelli quasi inesplorati
della parrocchia, ritrovando
abbondante materiale documentario, fra cui vecchie mappe, certificati, elenchi, persino
fotografie. Si viene così a sapere che è stato costruito nel
1834, in seguito al dettato degli
ordinamenti napoleonici del
1806, con l’abbandono di quello antico esistente attorno alla
parrocchiale. Era quello detto
“cortina sancti Viti”; analogamente a quello d’Ampezzo,
detto “cortina sancti Philippi et
Jacobi”; o quello di Valle di Cadore “cortina sancti Martini”.
Gli itinerari alla conoscenza
del vecchio cimitero, uno dei
tre in provincia di Belluno con
Lorenzago e Longarone, ad essere stato abbandonato per
crearne uno nuovo, sono della
professoressa Lui. Alla sua
acribia filologica va il merito
delle pagine di analisi sotto il
profilo architettonico e pure ar-
tistico, antropologico e sociale.
La ricercatrice firma anche il
saggio “Ritualità e rappresentazione della morte nella comunità di San Vito di Cadore fra
Ottocento e Novecento”.
La raccolta dell’abbondante
materiale fotografico, che ricupera ciò che rimane dopo
l’abbandono del vecchio camposanto, e della costruzione
nel 1950 del nuovo cimitero
comunale in località Zopa, è
opera dell’avvocato Rossi.
Concludiamo questa essenziale recensione con l’auspicio
formulato dagli autori, che “la
comunità di San Vito sappia
farsi carico della conservazione di quello che resta del suo
piccolo cimitero dismesso,
umile e in pieno degrado”. Lo
facciamo nostro, sia con il cuore e ancor più con la mente,
perché fra le braccia di quel
rettangolo verde, purtroppo
minacciato dalla speculazione
edilizia, in 116 anni di frequentazione dal 1834 al 1950, sono
stati deposti e riposano “3349
defunti, tra i quali 4 pievani, 3
mansionari della chiesa della
Beata Vergine della Difesa, 1
cappellano e 9 sacerdoti sanvitesi”. Il pregevole volume, di
pagine 196, viene distribuito
dalle Regole di San Vito che lo
hanno finanziato con il contributo della Cassa Rurale e Artigiana di Cortina d’Ampezzo
e delle Dolomiti.
(M. F. Belli)
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ANNO LX
Novembre 2012
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RACCONTO
«U
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n frate di nome Celestino si era fatto
eremita, proprio nel mezzo
di una grande città, dove essere da soli fra tutti era la cosa più facile; perché è bella
la forza dei deserti tra sassi e
sabbia, e anche l’uomo più
lento a comprendere intuisce come è piccolino di fronte al creato, ma ancora più
forte è il deserto delle città,
dove tutti gli orologi pronunciano assieme il medesimo
castigo: il tempo passa.
Orbene, là viveva Celestino, e già si sapeva che era un
eremita, ed in tanti andavano
a trovarlo per confessarsi ed
avere un consiglio da quel
sant’uomo. Si era arrabattato
un confessionale dalla cabina di un vecchio camion, in
una fabbrica da tempo dimessa. Una sera, era quasi
buio, fra Celestino stava andandosene, nel mentre arriva un pretino, asciutto e magro come un’asse: “Sono venuto a confessarmi” aveva
detto, e principiato a raccontare; cosucce, robetta da
niente; ma il frate aveva ben
capito che c’era dell’altro.
“Dai su, arriviamo al fatto
che s’è fatto tardi!” “Mi vergogno un po’ - aveva detto - ma
credo di peccare d’ambizione:
sono nato sui monti e sono
prete da poco proprio in un
paesino ai piedi della montagna, e quando mi sento chiamare “reverendo”, bene, mi
sento qualcosa dentro…che
mi piace troppo, ecco!”
I L P R E T I N O E Lʼ U M I LTA ʼ
Preso alla sprovvista, il frate rimase un po’ confuso; cosa mai posso dire a questo
pretino che è così affranto
per niente in tutto. “Oddio, figliolo, di sicuro non è bella cosa e bisogna stare attenti; in
tutti casi la misericordia del
Signore è grande: ego te absolvo.”
Erano passati alcuni anni,
ed una sera se lo rivede davanti. “Ma tu non sei… quello
che si sentiva ambizioso di
sentirsi chiamare reverendo…” “In verità, sono io - era
divenuto rosso su di un viso
sempre più scarno - e sono ricaduto nel peccato, perché
adesso quando mi chiamano
“monsignore”, io…io …trovo
soddisfazione, mi sento bene,
una specie di calore che…”
Celestino aveva cominciato a
sospettare che costui non
fosse che un povero sprovveduto, magari un sant’uomo
che la gente irrideva; così gli
dette una frettolosa assoluzione e lo mandò con il Signore.
Il calendario aveva cancellato altri dieci anni, e l’eremita era divenuto sempre più
bigio, quando una sera il pretino si era ripresentato, anche lui ora grigio, magro e
con il naso che sembrava ancora più lungo rivolto verso il
basso. Neppure da dire che
come aperse bocca, il frate lo
aveva subito riconosciuto:
“Tu non sei quello del “reverendo” e del “monsignore”. E
dimmi: sei sempre allo stesso
punto?” “Hai buona memo-
COME ERAVAMO
miei ricordi più belli vanno alla fanciullezza, con amici e
I
persone care, alcune delle quali
non ci sono più, con cui passavamo le giornate. In estate, dopo
aver fatto fieno sulle vares , si passava il tempo tirando sassi con la
fionda ad un barattolo ed in primavera si andava a scoprire nidi di uccelli mentre si era a sorvegliare le
mucche al pascolo pomeridiano.
D’inverno poi, al calar del sole pomeridiano, si scendeva con le slitte, lungo vere e proprie piste da
bob, create dal passaggio delle cocies de taies trascinate a valle dai
cavalli.
Serdes era un paese incantato,
dove regnava un mirabile equilibrio fra attività umane e natura. Ed
in questo contesto gli orti erano
una realtà viva e spettacolare. Davanti o dietro ogni casa vi erano
piccoli appezzamenti di terra coltivati a ortaggi e ben delimitati da
staccionate in legno di larice, che
servivano per l’autoconsumo. Erano il regno da cui le nostre madri
traevano le verdure per arricchire
il sobrio menù familiare in anni difficili, di volta in volta con lattughe,
radicchio e cavoli cappuccio. Oltre
alle specie utili per tutti i giorni,
convivevano anche specie ornamentali. Fra le eres c’era spesso lo
spazio per il girasole ed altri fiori,
fra cui ricordo i colori vivaci rossoarancio dei nasturzi. Di solito non
mancava il papavero i cui semi venivano utilizzati per i dolci; in qualche orto si trovava anche il fiore
giallo dell’arnica dalle mille virtù.
Ma in grande abbondanza c’erano
sempre zucchine e bietole da coste, rape rosse, usate per il ripieno
dei casunziei, e poi piselli, carote,
cipolle. Il rigoglio di quegli orti era
“Sono venuto a confessarmi, per un peccato dʼambizione”,
disse a fra Celestino quel pretino di montagna magro e
asciutto come un asse. “Mi piace troppo quando mi
sento chiamare reverendo...”
Robetta da niente e il frate lo congedò subito.
Dopo anni ritornò ancora, perché lo chiamavano
monsignore, e poi eccellenza...
Fra Celestino lo assolveva, con un pizzico di compatimento
per quel pretino che veniva preso in giro...
ria, frate, ed io sono ancor
peggio; ora se mi parlano mi
chiamano “eccellenza”, e
io…”
“Non mi dire altro, ho gia
capito tutto! Ego te absolvo” e
intanto pensava: - con gli anni è notevolmente peggiorato, e la gente si diverte a
prenderlo in giro. Non mi
meraviglierei se tra cinque
anni arrivasse qui a dirmi
che ora lo chiamano “eminenza”. Neppure a dirlo, era
successo con un anno di anticipo.
E per l’imbuto della clessidra era passata oramai tanta
sabbia, ed il frate eremita doveva essere portato al confessionale con una carrozzina, e c’è da dubitare che il
pretino non dovesse farsi vivo un’altra volta? “Povero il
mio pretino, sei di nuovo qui
per quel peccato d’ambizione?”
“Mi leggi nell’animo, frate.”
“E adesso la gente come ti
lusinga; ti chiamerà “Sua
Santità”, immagino.”
“Proprio così, ed ogni volta
sento dentro la stessa cosa…
quel rimestamento, sono quasi
contento. Potrà il Signore perdonarmi?” Padre Celestino
sorride dentro sé, da commuoversi davanti a tutto questo umiliarsi, e si figura la povera vita di quel pretino non
granché perspicace, messo
in una parrocchia abbarbicata sulle crode tra musi duri e
severi. E tutte le sue giornate
sempre uguali, per anni, ed i
suoi parrocchiani sempre più
crudelmente a ridicolizzarlo:
monsignor…
eccellenza…eminenza…ed ora sua
santità ; erano senza riguardo
e rispetto umano nei suoi riguardi. Nondimeno lui se la
prendeva. Beati i poveri di
spirito - s’era detto tra sé l’eremita. “Ego te absolvo.”
E le lancette degli orologi
avevano girato di quel poco,
e Celestino, prima di rendere
l’anima, aveva voluto essere
portato a Roma, dal Papa; e
così si era fatto. L’avevano accompagnato lungo le grandi
scalinate del Vaticano e condotto in una grande sala assieme a tanti altri pellegrini,
là, in un angolo ad attendere;
e aspetta che ti aspetta, finalmente Celestino intravede
tra la gente una figura tutta
vestita di bianco e un po’ ingobbita. Il Papa! Com’era fatto, che viso aveva? ma senza
occhiali distingueva poco o
niente; per fortuna la bianca
figura piano piano gli si era
avvicinata, ed il frate, pulitosi
un po’ gli occhi dalle lacrime,
aveva visto in viso il Papa. E
lo aveva riconosciuto.
“Ooh, ma sei tu, il mio prete, il mio povero pretino!” aveva esclamato il vecchio eremita con foga d’animo. E nelle severe sale del Vaticano si
era potuto vedere una strana
scena: il Santo Padre e un
vecchio frate che nessuno
conosceva e arrivato da chissà dove, nel mentre si tenevano per mano, piangere l’u-
no sulla spalla dell’altro.»
*
Questa è la storia di un
prete sceso giù dalle crode,
da un paese che potrebbe
essere qui vicino, insomma
anche Canale d’Agordo: potrebbe essere Albino Luciani (1912 - 1978) già vescovo
di Vittorio Veneto dal ’58; patriarca di Venezia dal ’69; vale a dire Papa Giovanni Paolo I° dal 29 agosto del ’78.
Ma questo racconto è frutto della fantasia, scritto da
Dino Buzzatti, il giornalistascrittore bellunese (1906 1972) dal titolo “L’umiltà” ed
è tratto dalla raccolta “Colombe e altri racconti” che io
ho adattato contraendolo un
po’, raccolta edita nel ’66,
quando ancora Luciani era
eccellenza e non ancora patriarca, vale a dire quell’eminenza che avrebbe potuto divenire “Sua Santità”.
Un racconto che aveva
guardato tanto avanti nel
tempo, quando ancora tutto
doveva succedere; alla fin fine, un Buzzatti come una
sorta di Nostradamus del
XX° secolo. Una profezia sicuramente con molte attinenze anche se postume.
*
Ricorre proprio quest’anno, sia il quarantennale della
morte di Buzzatti, sia il centenario della nascita di Lucani; due grande personaggi
che hanno dato lustro alla
Provincia di Belluno.
Antonio Alberti
Pieve di Cadore
O R T I , R E G N O D E I R AG A Z Z I
Quantʼera bello per i ragazzi passare il tempo a scoprire nidi dʼuccelli
o lanciarsi giù con le slitte per i pendii innevati. Ma il loro vero regno
erano i frutteti e gli orti dove continue erano le incursioni...
così attraente che nelle serate d’estate, qualcuno di noi ragazzi,
mentre suonavamo la chitarra sulla panchina della piazzetta, faceva
una incursione furtiva per raccogliere qualche pisello o per tirar su
una carota dal vicino orto dei Boteres.
C’erano poi le piante da frutto,
soprattutto di susine, i brombui,
così dolci che era impossibile resistervi. Di sera si andava sotto l’albero e dopo aver controllato che
non vi fosse il padrone, si dava
un forte scossone al tronco e si
correva a raccogliere i brombui
caduti. Irresistibili erano allora
anche le albicocche che andavamo a prendere dalla pianta
cresciuta a spalliera lungo il
muro di facciata della casa di
Nani. Ultimamente però Nani
aveva legato un filo collegato
con una campanella che dava
l’allarme appena qualcuno la
scuoteva per portar via i suoi
frutti. Verso settembre si cominciava ad assaporare qualche mela. Bisognava salire sulla pianta e senza farsi notare da
occhi indiscreti, cercare le mele più mature. Per la verità le
mele erano sempre un po’ acerbe da mangiare, ma il magro
bottino costituiva pur sempre
un’ avventura.
Tutta questa abbondanza di
ortaggi, di essenze e di frutta,
era veramente biologica. Non
vi era assolutamente traccia di
anticrittogamici o antiparassi-
tari ne’ di concimi chimici all’infuori del letame aggiunto in primavera all’epoca di dissodare le
zolle. La nostra gente era ecologista ante litteram ed eseguiva la
sarchiatura ripulendo faticosamente a mano le erbacce. Poi dagli anni ’70 con il benessere più
diffuso, la tradizione degli orti è
venuta meno mentre cresceva con
il progresso anche il consumismo.
Nello stesso periodo scomparivano pezzi di paesaggio e di cultura,
oltre che di pratiche sostenibili.
Ma i tempi attuali ci potrebbero
far ricalcare i passi perduti; il momento per mettersi a coltivare un
orticello nel giardino di casa non
potrebbe essere più propizio. L’economia , dopo il prodigioso
boom degli anni 60-70 è entrata in
recessione; la crisi globale spaventa i mercati; l’aumento dei
prezzi, a partire dal petrolio per finire con i generi alimentari, costringe anche da noi molta gente a
fare economia ed in un paese in
cui quasi ogni casa ha un giardinetto dove i proprietari coltivano
amorevolmente rose e altri fiori,
non sembra insensato aggiungervi un angolo di verdure da mettere in tavola, anche se non ci fosse
alcun pericolo di fine del mondo.
Del resto, lo diceva pure Voltaire,
affermando che l’unico modo per
rendere sopportabile la vita è anche dedicarsi diligentemente alle
proprie piccole attività che possono migliorare la nostra esistenza,
di stagione in stagione: ovvero
coltivando, concludeva il suo Candido, “il proprio orticello”.
Osvaldo Palatini
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LIBRI · ARTE
Antonio Chiades
ANNO LX
Novembre 2012
Ed. Canova
IL MIO SILENZIO
l silenzio, questo timido diniego, questa tacita protesta conI
tro il vocio scomposto tutto intorno, è sceso nell'angolo appartato
di un poeta, che se ne è impadronito per poter auscultare i battiti
della sua vita e tradurli nei rintocchi della sincerità. Quel poeta è
Antonio Chiades, autore prolifico
di prose varie e liriche ispirazioni,
che ora con un suo ultimo librino
di venti composizioni torna a proporsi con la discrezione dei toni
sommessi che sono dell'uomo e
della sua nitida scrittura, timbro
di una ricerca oltre la poesia, animata dalle urgenze di una spiritualità che non dimentica il mondo, ma sa coglierne gli umori profondi, la traccia divina. Lo stesso
empito di fede che suggeriva i versi di Sergio Corazzini: “Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù/e i sacerdoti del
silenzio sono i romori/ poiché senza di essi non avrei cercato e trovato Dio”: poesia “crepuscolare”, di
un crepuscolo egualmente significativo del giorno che muore e rinasce, in una luce “leggera e fuggiti-
Chiades torna a
proporsi con questo
ultimo libretto di venti
composizioni dove
emerge la necessità
di cogliere il senso
misterioso della vita
va”, che non acceca ma intenerisce. Come un rifugio nella dimensione delle cose e dei luoghi di
sempre, degli affetti affondati nella nostalgia di tempi altrimenti
sorridenti, di amicizie consegnate
al racconto di una propria storia.
Ecco, quello che io chiamo il crepuscolarismo di Chiades è qui, nel
ritrovare il profilo delle sue montagne o il profumo delle castagne che
arrostiscono, nel ripercorrere in
“una terra ricolma di assenze” i
tratti brevi di ricordi screziati di
malinconia: “con settembre ritorna/un'antica dolcezza/un mite abbandono/sapendo che tutto sta per
finire/o per svelarsi pienamente”,
Italo Zandonella Callegher
nella dolce epifania di un passaggio
della natura e dei sensi. Si è detto
che la poesia è un atto che si esaurisce in se stesso e in se stesso significa, perciò l'occasione (Goethe
diceva che tutta la poesia è “occasione”), superando ogni pretesto,
assume ogni volta il valore di una
metafora dell'universale sentimento dell'esistere umano: nel silenzio
di Chiades - che lui ha ascoltato in
una estate di pensieri - c'è dunque
il segno della necessità di cogliere
il senso misterioso della vita, la
propria e di tutti. Passano le stagioni, ripassano i volti di Ugo, di Gianni, di Marcello, dei tanti che hanno
popolato un tempo e ora popolano
una memoria; con Maria, che compare fugace in pegno d'amore, torneranno sempre più spesso “sulla
strada che porta/al monumento...
tra azzurri richiami/ che si fanno
più limpidi/dentro di noi”: è l'aspirazione alla purezza, alla fuga da
tutto ciò che intorbida, che ferisce e
falsifica ogni bellezza e ogni verità.
Così la poesia di questo sacerdote
laico del rito letterario si piega nella parafrasi di una vocazione a ogni
libro più scoperta, ovvero quella di
incontrare l'uomo, in sé e fuori di
sé, e farne così il protagonista dell'infinita avventura dell'anima.
Ennio Rossignoli
Ed. Biblioteca dellʼImmagine
IL PASTORE CHE AMAVA I LIBRI
talo Zandonella Callegher, alpinista, scrittore, accademico e socio
I
onorario del Club Alpino Italiano, ha
un amore smisurato per le montagne.
Una passione autentica e avvolgente
che ha saputo tradurre in innumerevoli libri, saggi storici, guide escursionistiche.
L'ultima sua fatica "Il pastore che
amava i libri" racconta di come sia nata nel piccolo Ial (acronimo di Italo
Antonio Luigi, nome completo dell'autore) questa passione così travolgente. Racconta dell'infanzia vissuta in un
piccolo paese di montagna, Dosoledo
di Comelico Superiore, negli anni del
primo dopoguerra, anni difficili, di
estrema povertà e semplicità. "Per Ial
tutto inizia a cinque anni con le prime
imprese alla scoperta del suo mondo,
le maestose Montagne. A sette se ne
va di casa per salire il Quaternà, a otto
si ripete con la scalata dell'Ajarnola,
quindi si avventura da solo per il Vallon Popera e poco dopo sale al Passo
della Sentinella dove sfugge per miracolo ad una valanga. Il suo sogno di
Racconta di come sia
nata nel piccolo Ial
la passione così
travolgente
per la montagna
bambino non è raggiungere la cima
della montagna per conquistarla, ma
per vedere ciò che sta dall'altra parte". In questa considerazione così immediata e profonda, si sviluppa il senso di una narrazione che è storia di un
bambino che diventa uomo.
Dunque un romanzo che non racconta imprese esaltanti, ma le storie
della montagna di oltre 60 anni fa, con
le sue usanze, le sue credenze, i suoi
usi e costumi, i suoi drammi legati alla
Seconda Guerra Mondiale. Storie che
aiutano a comprendere meglio un
mondo che oggi è radicalmente cambiato, ma che affonda le sue radici in
quei personaggi che Italo riesce a descrivere con affetto e simpatia e talvol-
ta con una bonaria ironia
ed un sorriso complice. Il paragone
con il mondo di oggi è spesso fonte di
considerazioni amare, visto che non
tutto il "progresso" si è rivelato davvero tale. In particolare le relazioni umane, la semplicità, l'immediatezza, a volte
pure l'arguizia, sembrano perdersi nelle
convenzioni e nei
luoghi comuni. E' il
romanzo di una infanzia comunque felice, nonostante tutto,
che si chiude con un
"addio ai monti" assai commovente. "Il
treno a carbone sbuffava di noia mentre la
prima neve di ottobre
cadeva quasi danzando nell'aria fredda
del mattino. (...) Quel
vecchio treno lo
avrebbe portato all'Istituto Salesiano di
Milano, dopo una interminabile giornata
di viaggio attraverso
un mondo di incredibili mutamenti ambientali che lui vedeva per la prima volta.
(...) Con un sospiro
malinconico Ial mormorò mestamente:
<<Fine della ricreazione!>>".
Livio Olivotto
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111 CIME ATTORNO
A CORTINA
’ appena apparso
nelle librerie del
E
Cadore e di Cortina una
nuova avvincente guida
per arrampicare nelle
Dolomiti, a cura di Ernesto Majoni, Sandro
Caldini, Roberto Ciri,
edita da Idea Montagna di Teolo (PD) e
con il patrocinio della
Cooperativa di Cortina. Già il titolo “111 Cime attorno a Cortina”
incuriosisce soprattutto perché dice e non
dice; infatti se la capitale morale delle Dolomiti è al centro la
parte più corposa è
quella al di fuori, verso le Tre Cime ed Auronzo, ad Est, per dirne una parte, ma pure
verso l’Antelao e le
Marmarole del centro
Cadore, per completare la visione verso
Sud. Insomma dentro
quel titolo (che sembrerebbe far supporre
un seguito ad altrettante vette?) ci sono
trecentottantadue pagine, e altrettante se non più, fotografie a
colori per raccontare come avvicinare, quale attrezzatura, se vi
sono difficoltà, e quale percorso razionale seguire per conquistare centoundici montagne. Quante estati ci vorranno per farle tutte? La risposta dopo averne scorso le pagine.
Di certo l’impegno è stato divertente, anche se non proprio
facile, eppure i tre autori lo hanno affrontato con gioia, si direbbe. Una parola sugli autori. Ernesto Majoni, 54 anni, il
più conosciuto dei tre è laureato in giurisprudenza, alpinista
provetto, ha scritto centinaia di articoli sull’alpinismo in genere e sui problemi del mondo ladino in particolare, oltre a una
dozzina di libri sul dialetto, le montagne e le guide alpine. Sandro Caldini, suo coetaneo, è musicista e si occupa di alpinismo soprattutto attraverso il Cai a Firenze dove vive e donde
appena può fugge per frequentare le Dolomiti. Roberto Ciri,
il più giovane, ha 44 anni, vive a Brescia, è astrofisico (sic!) dell’università di Padova, cioè il top degli scienziati, ma il suo tempo libero lo vive e contemporaneamente a fare l’ istruttore del
Club alpino Italiano.
Qualche parola sul volume: è gradevole per il taglio e la stampa e arriva sul finire dell’anno, proprio in questi giorni di fine autunno, quando dalle finestre vediamo la neve chiudere i sentieri.
Dunque per aiutare a sognare, quantomeno, le arrampicate del
prossimo anno. Nella prefazione gli autori precisano che la scelta delle vette è stata fatta escludendo quelle troppo difficili per il
comune alpinista; salvo forse la dozzina che figura in uno dei
tanti indici e che si potrebbero definire oltre il vecchio Terzo
grado. Per rendere l’idea del contenuto citiamo quattro vette.
La prima è una sorpresa, nota soltanto a chi vive a Cortina, e
cioè il Becco d’Ajal, 1845 m, che è lo straordinario torrione,
già punto di osservazione durante la prima guerra, che spunta
nella foresta in direzione della Croda da Lago. Il volume gli dedica tre paginette, con tutte le informazioni per arrivarci, e gustare una cima minore, dove è difficile trovare ressa di turisti,
ma veramente a portata di mano. La seconda è la Punta Nera,
2847 m, che sta a ridosso del Faloria, prima del gigante Sorapis, che normalmente distratti da tutto ciò che le sta attorno. Eppure offre l’emozione di una vera scalata anche se a portata di
mano, e con l’incomparabile panorama sulla valle del Boite fino
a Cibiana, il monte Rite, Zoldo e il lontano Pramper. Anche alla
punta Nera sono dedicate tre pagine e quattro fotografie. La terza cima che ci ha colpito è la Torre dei Sabbioni, 2531 m,
sulla Forcella Grande fra il Marcora e le Marmarole e l’Antelao,
con le consuete informazioni: “primi salitori, punto di partenza,
dislivello della salita, tempo totale, tipo di salita, punti di appoggio, attrezzatura, periodo consigliato, frequentazione, difficoltà,
libro di vetta”. Nelle altre due facciate: “caratteristiche, avvicinamento, salita,discesa, note”. La Torre dei Sabbioni, reca il numero 109 e si trova nel gruppo 17, quello delle più difficili, e richiede quattro pagine e cinque foto di cui la prima porta anche il
tracciato, è nota per essere indicato dagli studiosi come il “primo terzo grado” della storia alpinistica. Infatti è stata vinta dalla
guida Luigi Cesaletti nel 1877, lo stesso anno del X congresso
Cai in Auronzo, dove appunto la conquista venne annunciata, fra
lo stupore generale dei congressisti. L’ abbiamo scelta anche in
omaggio a Dino Buzzati, nel quarantennale della scomparsa,
perché quella era stata la sua prima scalata nelle Dolomiti orientali, fatta in compagnia della guida Quinz di Misurina. Lo scrittore non solo ne descrisse la scalata sul suo libretto di guida, ma
accanto vi tracciò con la penna anche il disegno.
Questo peraltro non figura fra le 111 Cime trattate in questo
compendio che è divertente e originale. Tutto da scoprire.
(M. F. Belli)
Una guida
per arrampicare
sulle Dolomiti,
divertente e
originale.
Tutto da scoprire
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Un pensiero al “maestro” Aldo De Vidal ARTISTI CADORINI
espirare
l’aria
densa e cruda di
“R
una realtà montana, in-
tessuta di rami e fronde
intrise d’acqua, di resine
cristalline che come sorgenti sgorgano da fusti
ruvidi. Sassi prigionieri
in terre aspre, odori intensi tra muschi ed aghi
di abete, perdersi nel silenzio complice d’autunno. In questo scorcio che
si libera allo sguardo, incontro una madre che
nel grembo por ta ogni
istante di dolce divenire.
Questa madre feconda e
silente si è nutrita di colore, di segni profondi e
vissuti, di parole sussurrate nella solitudine di
una condizione umana.
L’arte grafica, pittorica,
poetica ma soprattutto
umana di Aldo de Vidal,
traccia ancora oggi, a sei
anni dalla scomparsa, un
percorso di grande forza
espressiva, nei suoi lavori
la natura è sempre lo scenario della vita nel suo divenire, della fatica, del
racconto, dell’amore nelle sue molteplici manifestazioni”.
Così Nicola Losego ha
voluto ricordare nel centenario dalla nascita Aldo
De Vidal, il pittore di Lorenzago che amava la materia perché rendeva visibile l’esistente cosicché
egli poteva cercare di
possederlo e di raffigurarlo.
E Losego l’ha fatto con
un suo recente lavoro
scultoreo, “Goccia”, una
installazione che rientrava nella rassegna espositiva L=mcz (Lorenzago:
montagna contemporanea nel quadrato), apertasi il 9 luglio e curata dall’estroso Vito Vecellio.
Parla con calma e sorridendo, ma si sente la sua
passione. “Su questa goccia in legno di abete sono
incisi a caldo i due versi
finali di un testo poetico di
De Vidal dal titolo Sorgente verde: ‘fa che un
giorno pieno di sete ti ritrovi’.”
Alcuni versi
dedicati a
Aldo De Vidal
Colpito da questa frase,
dall’animo di Nicola sono
sgorgati alcuni versi quasi di dialogo con Aldo:
“Limpida, silente goccia
intessuta d’animo,
solco di terra odorosa
incisa d’aspro vivere.
Nella tua tempra si forgia il segno di mani piagate,
figura che sola si torce
di lavoro e di dolore.
Come pietra scolpita la
tua arte è intrisa di luce
ed ombra,
come rivolo d’acqua il
tuo respiro scorre tra il
verde inviolato di carezze erbose.”
La ‘goccia di abete’ è
fissata su di una lastra in
ESPRIMERE
LʼINESPRIMIBILE
porfido rosso posta a ricordo nel cortile esterno
della casa dell’artista a
Lorenzago di Cadore.
“Questo omaggio - sottolinea Nicola - è la realizzazione d’un sogno, avendo
io conosciuto l’arte grafica e pittorica di De Vidal
fin da piccolo”.
L’opera scultorea Goccia fa il paio con un grande affresco posto dall’altro lato del caseggiato,
opera questa di Vico Calabrò, stesa a più mani
con un gruppo di artisti
in occasione del centenario dalla nascita di De Vidal. La figurazione è costruita con diversi elementi tratti dai quadri di
Aldo e intitolata ad “Anna”, la figlia del pittore
(foto di copertina).
E proprio a Calabrò va
il ringraziamento di Nicola: “Per Goccia ho sviluppato una sua idea, Vico
ha sempre grande entusiamo, sa vedere la creatività
nel nuovo. Lo ringrazio di
cuore, come ringrazio per
la loro grande disponibilità Giuseppina De Vidal
(figlia dell’artista), Vito
Vecellio e Francesca Casanova”.
PICCOLO Eʼ MEGLIO
La Cooperativa
Sociale Cadore
tra le 20 piccole
grandi “Imprese”
erchè piccolo è meglio?
Perché funziona.”
“P
Così sintetizza Chiara Spadaro
in un libretto edito da Ed. Altreconomia che racconta l’esperienza
di piccole “imprese” dalle grandi
eccellenze solidali.
Fra queste è segnalata la “Cooperativa Sociale Cadore”, prima e unica di tipo B che troviamo nel territorio del Cadore-Ampezzano. La storia della Cooperativa la racconta il suo presidente
Claudio Agnoli: “Inizia nel
2006, in un momento di profonde
trasformazioni delle attività territoriali in Cadore...” E parte dalla
crisi lenta e silenziosa dell’industria dell’occhiale che negli ultimi
10 anni ha perso 3200 posti di lavoro, per introdurre l’idea vincente di riesumare la vecchia Cooperativa di consumo di Valle di Cadore convertendola in Cooperativa Sociale Cadore, dando una
nuova logica di cooperativa in
area montana.
“Tre
sono i settori d’investimento, precisa Agnoli: ambiente, servizi, accoglienza dei viaggiatori che salgono
sulle Dolomiti. Rappresentando
così, oggi, un valore economico e
sociale”.
Questo è un piccolo libro, scrive nella prefazione Ilvo Diamanti,
ma sorprendente. Perché racconta una realtà in contrasto stridente con la visione di sviluppo a cui
siamo abituati nel nostro tempo.
Tony Cardel
Nicola Losego
Pittore, incisore,
scultore, e un
tantino poeta
icola Losego, 32 anni, fa il professore al
N
Liceo artistico Leonardo
da Vinci di Belluno. Artista a tutto tondo fra le giovani leve, ama definire l’arte come “espressione dell’inesprimibile, concretizzazione di idea e sentimenti, stimolo per esteriorizzazioni di un problema sociale che può essere sia culturale che politico”.
Nelle rassegne espositive, il suo percorso parte da
Calalzo di Cadore, il paese
natale, con la pittura: “pastelli ad olio su carta, che
sembrano quasi incisioni,
perché il pastello fa una
patina materica, un fondo
come superficie colorata
su cui incidere figure umane oltre che pensieri scritti
(è troppo definirle poesie,
scherza...). Ma anche carboncini, ritratti.” Ha esposto presso circoli culturali,
ha partecipato ad una collettiva alla sala Coletti di
Pieve di Cadore, dove ha
portato tele a olio. Una rassegna scultorea a Calalzo,
una mostra a Venezia all’ospedale vecchio nel 2011
dove ha presentato terrecotte, figure e acqueforti.
La sua evoluzione artistica è anche conseguenza
degli studi fatti: era giunto
all'intaglio a punta di coltello su cirmolo dopo la
frequentazione alla Scuola
d'Arte di Cortina dove si è
diplomato maestro d’arte;
dopo il Liceo artistico a
Belluno, si è iscritto all’Accademia Belle Arti di Torino e successivamente è
passato all’Accademia di
Venezia dove si è diplomato in scultura nel 2008; di
qui il suo passaggio al bassorilievo e poi alla scultura
a tutto tondo, utilizzando
diversi legni (acero, ontano, melo, abete...). Finita
l’Accademia va un periodo
a Carrara per avvicinarsi
alla lavorazione del marmo, “per capire la materia”, sottolinea. Ho eseguito dei lavori ma per il momento non li espongo”.
SIMPATICA REALIZZAZIONE
DI GIANLUCA PILLER RONER
A COSTALISSOIO
I
l paese di Costalissoio accoglie
chi arriva da Casada o da Costalta con un pannello di benvenuto
dove c’è scritto “il paese con il sole
nel cuore”. Anche se l’etimologia
della località significa “costa liscia” i
paesani preferiscono definire Costalissoio “costa del sole”, perché la
sua posizione geografica permette
una esposizione favorevole a riceverne i raggi fino al tramonto dietro
il gruppo del Popera. Un omaggio al
sole è stato realizzato durante l’estate da Gianluca Piller Roner, ex sindaco di Sappada, ora residente a Costalissoio, che ha inserito la sagoma
del sole che ride accanto ad una cascatella del ruscello che scorre vicino alla piazza del paese. Con un
meccanismo azionato dall’acqua incanalata in un tubo, il cerchio con i
raggi ruota costantemente. L’originale e simpatica realizzazione ha suscitato curiosità ed interesse tra i residenti ed i numerosi turisti che in
agosto affollano il paese, con apprezzamento per il creativo Piller
Roner.
(LEC)
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
REFERENDUM CHE VIEN
PAR DIFENDE I NOSTRE PAES
te i ultime mes se
sta muovendo la
N
de i paesi confinanTEATRO D OTONO IN COMELGO dente
te co l Friuli e co l Trentia nasché ane in Co- duta par ladin comeliön. de Blun zun sto setor, e la no e l Sud Tirol par tole
firme e domandà al reD melgo l otono cul- El date iné l 11 novenbre sala iné cöla dla Regola a suferendum
par pasà nte
tural vögn incolorù con “Ladrozinio” a Dudlè, a le Cianplongo a le 20.30.
nasché söre d teatro zi
pöide ch inà na sala par
podöi presentà un spetacul. St ota al programa,
ch iné sostgnù dal Grupo
La Baita d San Colò, dal
Grupo d Rizerche culturai d Comelgo d Sora, da
la Pro Loco d Cianplongo, dal Grupo musical d
Costauta e dal Comun d
Sa Stefin, prevöde siö
spetacui, ch taca l 11 d
novenbre zal salon dle
scole de Dudlè e fnis al 7
dizenbre zal cinema Piave d Sa Stefin.
Doi söre sarà al Grupo
musical d Costauta a presentà i so dòi ultme laore,
un d canzogn e poesii, dedicó a David Maria Turoldo, un frate-poeta furlön,
morto 20 ane fa, intitoló
“Turoldo, il fascino di un
profeta”; clautro, intitoló
“Ladrozinio zal pulnöi”, la
prima comedia musical
20.30 zal salon dle scole;
“Turoldo” al 17, sabo dop
maddì a le 18.00 z gedia d
San Colò. Al terzo apuntamöinto iné a Sa Stefin,
zal cinema Piave dmönia
25 novenbre a le 20.30.
Sarà al grupo de dogns
de Blun “Gruppo Teatro
4” a presentà la comedia
“Oh Calcutta”, ch riprende al famoso spetacul di
ane Setanta, ch avee
scandalisó l’America, par
la libarté da parlà e portà
in sena agromöinte sessuai” e lo rivöde con ironia e voia da confrontasse
a distanza de trent ane.
Propio par l argomöinto,
vögn dito ch saraa möio
avöi in sala un publico de
grögn e no d canai.
La dmönia 2 dizenbre
sarà dedicheda al musiche d Nadà, zla interpretazion dal grupo Al Tei,
un di pi brai dla provinzia
La conclusion dal programa dal teatro d otono
sarà a Sa Stefin zal cinema Piave, vendre 7 dizenbre a le 20.30, col grupo
teatral I Comelianti, ch
avrà l ocasion da presentà pla prima ota al so novo
spetacul, intitoló “L’eredità”.
Al gusto da dì a teatro
iné sintù da la dente dal
Comelgo e par cösto l
idea da föi nasché spetacui zun perido dl ön gno
ch ne n é organisó nente
zi pöide, ne de sport ne d
manifestaziogn d musica
e balade, dovaraa piadì
ncamò n ota a duce cöi
che, inveze da insonisse
dante la solta television,
pö avöi l ocasion da dì fora d ceda a vöde algo d
istrutivo e divertente fato
da conpagnii d teatro nostrane.
Lucio Eicher Clere
che l autra region o provinzia. A' tacou calche an
fa Lamon, Anpezo, Fodom, Col e Sapada. Ades
luore spieta de pasà da
chel autra parte ma autre
comun fararà al referendum par separase da l
Veneto (Pieve a belo votou n Comun, Comelico
superiore e Lorenzago
sta tolendo su le firme).
Co la paura de la fin de la
provinzia de Belun che i
vo' agregà a chela de
Treviso la voia de dì da
chi che sta meo de noi la
se fa senpre pì sientì.
Fa gola na autonomia
che parmete a chi che
sta a calche chilometro
da noi de avé n governo
de autogestion che no
trascura chi che vive nte
le val pì distanti. Na politica par la “mantagna” e
la so dente meo de chela
che subon noi agno' che
D’AUTONO BISOGNAA DI’ A TENDE
veone tante robe
bèle da fei n’ota,
A
tante duoghe, ma i ne vignèa sempre ruinade da
chela ciampana de la scola che sonaa puntuale dute i dì an boto e mèdo.
Mai n’ota, con dute le orazion che diseone, se a roto le corde.
Par fortuna vignèa al
duoiba, la pì bèla dornada, i diseone su na giaculatoria a chi che lavea n'ventada. I progeti era tante ma d'autono bisognaa
dì a tende.
Sogneone coi ocie vèrte ... s’ciapade de lugar,
negre, verde e dài, che vignea do, sul arbol. A dì fora de ciasa doveo sta
atento chel pare fose te
stala a guarnà, se no era
na predica e ... adio lugar.
La mare savèa duto, era
ela che me disèa al momento de scampà.
De tornà no pensao par
niente! Se ciateone ten
posto, reone sempre n'doi tre, n'cora co le ciauze de pendolon e al muso
che no avèa visto l'aga.
Deone ia par le vare, nisun parlaa, solo i scarpete
fasèa cri - cro su la brosa.
I reciame te cabia someaa
bale de piuma e l'aga tei
bearuòi era giazada.
La tèra era dura come
cimento e no se podèa
piantà l'arboreto. Lavon
leou su na brusa coi fazolete da nas. Le vis’ciade
era vigneste dure inte te
la pèl de conicio e a vèrdele se destacaa la pelesina. Aon stentou ma ala fin
son riuside a betele su le
mazolete e... subito a
11
scondese che i lugar podèa ruà dan minuto a lautro.
Aveone fredo e se tireone co le giambe, mède
nude, insieme par s’ciaudase. El fiador vignea fora de bocia come na nuvola e subito al sparia.
Dopo tanto spietà avon
sentiu cii - cii, i lugar, i lugar dute n'sieme. Avon
scominziòu a ciantà noi,
aveone n'parou polito, ma
chi là ie deste drete. Son
deste a vede i reciame: i
era mute, e i era n'cora pi
chi che vive nte le val de
la Dolomites no i vien rapresentade e idade a restà a vive casu'. Ben diverse e le condizion de i
paesi de l Sud Tirol e de l
Trentin che i à rapresentanti politici de le mendranze linguistiche, fonde par chi che decide de
stà su par le crode a coltivà e arlevà vace e fede,
scole e ser vizie par i paesi pì fora da l mondo, na
promozion de l turismo
nte le val de la Dolomites
che é stou fondou su par
la valorisazion de l patrimonio cultural material
de la dente puareta che à
senpre presidiou le val
visin a le crode. Na sensibilità che à portou a blocà lo spopolamento de i
paesi agno' che se regstra pitosto l fato che i
dovin torna agno' che i
puo' ciatà na condizion
de l vive pì davesin a la
natura e a l anbiente. Basta dì nte i paesi confindanti par acordese de come politiche diverse puo'
contribuì a lo svilupo o a
la distruzion de n terito-
rio che sta muorendo.
E chel che sta suziedendo ca' da noi agno'
che le fabriche à serou
(resta poche co tanta fadia) e l laoro de l turismo
e de l artigianato e ancora poco. Ades pì che mai
l Cadore à bisuoi de na
politica fata anche par la
dente che vive nte le nostre val e chesto é chel
che mancia cuanche se
confronton co i nostre visin che i benefizia de na
condizion che i parmete
na tutela de l so teritorio
apede de lo svilupo de le
atività turistiche (i à i pì
biei alberghi de l mondo
e le val meo tegneste).
I referendum nase proprio da l fato de capì che
senza autonomia no se riusirà pì a vive casù. Par
chesto i referendum vo
ese l segno che algo no
và e che n teritorio come
l nostro à da avé le stese
posibilità de la dente chi
vive nte autre val de le
Dolomites.
Francesca
Larese Filon
s’gionfade de prima, e là
te casèla i vardaa de ciatase calche grano de milio
n'medo ale farine.
E vignesto el sol! Le
sempre bèl, ma quanche
se a fredo n'cora de pì!
Anche i reciame a scominziòu a desgiazase con
calche timido ci - ci.
Aveone perso oramai le
speranze, i sogni resta solo sogni.
Le robe le e cambiade
te n'atimo: i lugar te cabia
a scominziòu a ciantà, no
son rendeste come, ma là
sul laris, apena sote de
l'arbol, era na ventina de
lugar, la pianta
era negra!
Ie stade ferme calche secondo po un le
partiu e le vignesto sul arbol, subito n'cora doi e po dute
n'sieme i sa
poiou sul arbol, su le cabie e sula brusa. Era duto
che moea!
Noi ferme, co un denoeo auzou, le man davante pronte a partì apena un se fose tacou. El
cuor me batèa come un
martèl! A duròu puoco,
come a un segnal, dute n'sieme, senza gnanche
ciantà, i e sparide ia come
saete. Un de noi a dito:
“Gnanche un”.
Dopo nisun a pi parlou!
Avon tirou via le vis’ciade che era vigneste lise
come el vièro, le aveone
fate co la goma piuma e
l'areà, ma no le dèa ben.
Vigneone su moge, co
le ree base. Ca inte se
avèa duto fermou, sentio
un gran vuoito. Adès me
vignèa n'mente chel pare
a sta ora no lèra pì te stala
e de siguro lavea algo da
dime. Pèdo de cusì ...!
Tita De Ina
FESTA DE I MORTE
E HALLOWEEN
des la siera de
i sante i dovin
A
fa la festa de Halloween e i pì picui va
ngiro mascherade a
domandà algo de
bon ngiro par le ciase. Calchedun pensa che sea na festa
ruada cà da le Meriche apede de la Coca Cola. Ma chel
che é vero é che
Halloween le partida cà da noi, n Europa.
Nte la tradizion de
na ota se ciata testimonianze che conta
che na ota i bocie
dea ngiro co le zuce
desvoitade co inte la
candela e che la
nuote de l 31 se podea parlà co i so
morte. Na tradizion
che la va ndrio al
medio evo e che nte
i ane nostre l é deventada la festa de i
Sante e de i Morte.
Nte le Meriche le
deventada na festa
co spiriti, zuce, fantasmi e giate negre.
Ma no se può dì che
l é na festa foresta
ma che é algo che é
senpre stou ca da
noi.
F.L.F.
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SPORT
ANNO LX
Novembre 2012
21
di Irene Pampanin
I FRATELLI MARCO E MATTIA BACCHILEGA:
“ECCO LA NOSTRA ARTE DEL KARATE”
Mattia è neocampione del mondo, Marco ha già una carriera ricca di
numerosi successivi. Dopo le gare, il grande abbraccio del Cadore
osì è la vita, sette volte giù
e otto volte su”. E’ questo il
“
C
motto preferito dei fratelli Bacchilega, una regola morale giapponese che Marco tiene appesa nella
sua stanza e che significa, sostanzialmente, “non mollare mai”. E’
così che il ventottenne Mattia
Bacchilega ha conquistato il gradino più alto del podio in Polonia,
aggiudicandosi il titolo di Campione del Mondo I.t.k.f (International Traditional Karate Federation)
di Karate Tradizionale nella gara
di kogo kumite. E’ stato solo l’ultimo dei tanti successi che hanno
segnato la carriera del giovane cadorino, cresciuto a “pane e karate”
come il fratello, Marco (34 anni),
anch’egli già pluricampione italiano individuale nel kumite e insignito di tanti altri importanti titoli.
Non poteva essere altrimenti considerando che Marco ha cominciato a praticare il karate a tre anni
(con un kimono fatto su misura) e
Mattia a cinque, grazie all’enorme
passione tramandata loro dal padre e Maestro Roberto Bacchilega, il primo a portare il karate in
Cadore intorno agli anni Settanta,
quando in televisione spopolavano
i film con Bruce Lee e le celebri
scene di arti marziali. Fu infatti
nel 1976 che il Maestro Roberto
fondò l’associazione sportiva
TSKS (Traditional Shotokan Karate School) per incrementare la
pratica del karate tradizionale. Il
successo fu tale che ad oggi la
scuola conta ben 7 sedi sparse per
tutta la Provincia di Belluno ma
anche a Vittorio Veneto, con un totale di circa duecento praticanti.
E’ nella sede principale di Calalzo di Cadore (palestra Ads
pà è Maestro, così come mio fratello
prima di me e mio fratello più piccolo adesso. E’ sempre stata una cosa
normale che fosse così. Poi ci sono
stati, per quanto mi riguarda, dei
momenti di sconforto, specie durante l’adolescenza quando ho pensato
più volte di mollare. Una volta passati questi periodi però la voglia è
sempre tornata e adesso non potrei
farne a meno”. Lo stesso risponde
Marco. “Questa passione è nata sicuramente perché era in casa. C’è
stato un momento, quando avevo
circa 10 anni, in cui mi son fermato e mi son chiesto: ‘lo sto facendo
perché piace a me o perché piace a
mio padre?’. Lui mi ha detto: ‘Se hai
questo dubbio smetti e quando sarai
più sicuro vedrai il da farsi’. Allora
ho smesso e nel giro di una settimana ho capito che avevo voglia di ricominciare. Dopo un mese (per superare l’orgoglio!) ho ripreso senza
alcun dubbio”.
Siete entrambi laureati: è stato difficile conciliare lo studio
con l’arte del karate? Mattia risponde per primo. “Io sono nella nazionale da quando avevo 16 anni. Ci
alleniamo circa due volte al mese.
Conciliare con lo studio è stato comunque difficile. Ho fatto l’Isef a Urbino e il secondo e terzo anno ho avuto un po’ di difficoltà ma poi ho recuperato”. Diverso invece è stato per
Marco. “Io ho fatto l’Isef a Bologna
dove tenevo un corso di karate, quindi ero comunque sempre allenato”.
Entriamo un po’ più nel merito della vostra “disciplina”. Il
vostro stile è lo Shotokan ed è di
questo che siete atleti e istruttori. Che cosa lo differenzia dagli
altri? “Lo Shotokan, risponde subito
Mattia, ovvero il karate tradizionale
“Così è la vita, sette volte giù
e otto volte su”. Sostanzialmente
“non mollare mai”.
Parola di Marco Bacchilega
stesso grado), non ce la può fare. E’
molto formativo perché ti dà un metodo per affrontare le prove che la vita ti pone. Non è facile, è faticoso, difficile, ti pone sempre delle prove che
comunque ti formano per essere più
forte”.
Il karate è un’arte giapponese: vi interessa però anche la
cultura di questa terra... “Certo,
risponde Marco che confessa di
non saper scrivere in giapponese
ma di avere una gran passione per
le lettere usate da questa cultura,
in Giappone non sono molti che fanno karate perché lo sport nazionale
è il baseball e subito dopo viene il
golf. Però portano molto rispetto per
chi pratica le arti marziali. Ho la
camera ‘tappezzata’ di regole morali
giapponesi e un tatuaggio uguale a
(Itkf), si differenzia dall’altra grande federazione, il karate sportivo,
prima di tutto perché è inteso come
un’arte. Mentre quello sportivo si
pratica ai fini prettamente agonistici
e quindi finché l’età lo permette,
quello tradizionale prevede uno studio che va oltre l’azione fisica. Il fine
è infatti quello di praticarlo per tutta
la vita, migliorando di anno in anno. Dal punto di vista della gara
cambia il regolamento. Lo Shotokan
è un arte dove durante una competizione si mantiene molta disciplina,
confrontandosi con il massimo rispetto. Il confronto è sia fisico che
mentale: l’uno non può prescindere
dall’altro. Se uno è forte fisicamente
ma non è in grado di affrontare l’avversario mentalmente (cioè ha paura oppure non pensa di essere allo
Marco Bacchilega
dice che ‘qui non c’è niente’. E’ un
problema di non saper vedere”. Mattia invece consiglia: “Datevi da fare
in tutti gli ambiti! Non andate via:
come han fatto quelli prima di noi
bisogna sapersi inventare e darsi da
fare”.
MATTIA CAMPIONE DEL MONDO
attia Bacchilega è Campione del Mondo. Al suo
M
collo pende la medaglia d’oro
Mattia Bacchilega
LODZ, 7 ottobre 2012 - la premiazione
Iefeso Club) che abbiamo incontrato i sorridenti fratelli Bacchilega, i quali ci hanno raccontato il loro modo di vivere il karate che è,
innanzitutto, un’arte marziale che
insegna ad affrontare la vita con autocontrollo e costante rispetto per
gli altri, fino a raggiungere il successo sportivo ma anche e soprattutto personale.
Marco, Mattia: avete iniziato
presto a praticare il karate perché “di famiglia”. Vi sareste comunque appassionati a quest’arte se non fosse stato per
vostro padre che è Maestro?
“Io ho iniziato a fare karate che
avevo cinque anni, risponde subito
il neocampione del mondo Mattia, quindi sono ormai 23 anni. Ho
iniziato ovviamente perché mio pa-
conto”. Dello stesso parere è anche
Marco. “Io ho girato il mondo ma
son sempre tornato volentieri a casa, sto bene con la gente del posto e i
luoghi sono bellissimi. Ogni tanto
chiaro c’è la voglia di partire ma
andando via si apprezza di più quello che si lascia”.
Con sacrificio e impegno avete ottenuto grandi risultati: che
messaggio vi sentite di dare ai
giovani cadorini? “Aprite gli occhi
e guardate fuori dalla finestra quello
che avete intorno, dice Marco, spesso pensiamo che quello che è fuori
debba essere sempre meglio. Noi qui
abbiamo un grande patrimonio
umano e naturale e non riusciamo
a valorizzarlo perché noi per primi
non ce ne rendiamo conto. Io odio
quando vado in giro e sento che si
quello di Mattia che
significa ‘amore tra
fratelli’ ”.
Il karate vi ha
portato a girare il
mondo. Tornate
volentieri a casa,
in Cadore? “Io torno sempre volentieri, risponde sempre sorridente Mattia, mi piace molto
stare qui: chi disprezza sempre il Cadore secondo me lo
fa perché non ha girato il mondo. Ho
visto posti stupendi
ma qui è un paradiso e chi ci vive spesso non se ne rende
dei Campionati Mondiali Itkf di
karate tradizionale, duramente
conquistata in Polonia, a Lodz, il
6 e 7 ottobre, dopo che la squadra italiana ha ottenuto un 4°
piazzamento. La pagina facebook del giovane Mattia impazza di commenti e di “mi piace”.
La gente lo ferma per strada e si
complimenta, lo vorrebbero vedere sui tg nazionali e su tutti i
giornali.
Intanto Mattia ricorda ancora
con gli occhi che brillano le
emozioni di quel giorno. “E’ stato bellissimo”, racconta, “anche
altre volte siamo arrivati vicini
al risultato ma senza mai raggiungerlo, questa volta invece è
andata benissimo. Con la squadra siamo usciti al secondo incontro. Questo forse mi ha messo
nell’umore giusto, mi ha rilassato. Ho pensato: ‘Come va, va’.
Per rendere io devo essere tranquillo e quella gara l’ho presa in
maniera tranquilla”.
“La cosa più emozionante è
stata il podio che tra l’altro ho
fatto il giorno dopo (per fortuna
altrimenti credo mi sarei messo
a piangere). Ero tanto emozionato, con quest’inno che suonava
solo per me, la gente che guardava, in un’arena che era una cosa
impressionante. Non ci saranno
state più di tremila persone però
il posto ne teneva 12 mila. In
quel momento non pensavo a
niente, ero felice e basta. I giorni
seguenti tantissime persone mi
hanno scritto, mi hanno chiamato, su facebook e quando sono
tornato in Cadore ho ricevuto
un’accoglienza inaspettata. Il
Cadore mi ha accolto in un grande abbraccio, fantastico”. Riti
scaramantici,
portafortuna?
“Sì”, confessa Mattia, “un modo
di riscaldarsi sempre uguale, un
elastico sulla cintura e un intimo portafortuna color viola!”.
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SPORT
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LA SPORTIVI GHIACCIO CORTINA
CAMBIA RAGIONE SOCIALE
L
o scorso 28 settembre, la S.G. Cortina
ha ultimato le pratiche per
dare vita ad una nuova società che avrà come obbiettivo quello di raccogliere
l’eredità dell’attuale società, dandole però un nuovo
assetto organizzativo e cercando di sviluppare a livello
economico il movimento
hockeistico di Cortina e di
tutto il Cadore. A cambiare
in sostanza sarà la forma
della società: si passerà dall’attuale “SGC associazione
sportiva dilettantistica” a
“SGC società sportiva dilettantistica a responsabilità limitata”. L’incaricato a dirigere le operazioni
della neonata società sarà il
presidente Luca Dell’Osta, ventidue anni di Cortina studente di giurisprudenza presso l’Università di
Bologna. A completare il
consiglio d’amministrazione sono stati nominati Lorenzo Lacedelli (vicepresidente), il presidente della
Lega Italiana Hockey
Ghiaccio, Fabio Frison e
Silvio Bernardi.
Luca, spiegaci in che
cosa consisterà il cambiamento.
“La questione di base è
semplice: la Sportivi Ghiaccio Cortina asd è una società non riconosciuta, il che
significa che per adempiere
alle obbligazioni possono essere chiamati a risponderne
direttamente i soci. Con una
società sportiva dilettantisti-
ANNO LX
Novembre 2012
Il presidente della neonata società
arl è il ventiduenne di Cortina
dʼAmpezzo Luca dellʼOsta
“Obiettivi: il contenimento dei costi
rimanendo in Serie A e sviluppare
il settore giovanile (180 atleti)
Nostra speranza è coinvolgere
nuovamente Pieve di Cadore
ca arl, invece, ne risponde
solamente la società attraverso il capitale sociale.”
Da dove ha avuto origine questa decisione.
“Tale cambiamento di società è stato imposto dalla
federazione che come tutte le
altre federazioni di sport dilettantistici (quali basket,
pallavolo) sta portando
avanti, in accordo con il ministero dell’economia, una
politica che porterà ad equiparare gli stipendi attuali
dei giocatori, che rientrano
nella categoria “rimborsi
spese”, a quelli dei lavoratori dipendenti. Se così fosse le
spese in tasse passerebbero
da un 20% a qualcosa come
il 45-47%. La cosa sarebbe
insostenibile per tutti e quindi si è giunti al momento ad
un accordo che prevede la
dotazione da parte di tutte
le società di una struttura
giuridica che sia più trasparente, la “ssd arl” appunto.
Nel recente passato, infatti,
con le “asd” si poteva fare essenzialmente quello che si
voleva, senza che ci fossero
particolari controlli a livello
contabile. Fino a pochi anni
fa la crisi non esisteva, però,
e quindi con una certa facilità si potevano gestire comunque società che facevano registrare un pesante
passivo, in quanto la ricerca
delle sponsorizzazioni era di
gran lunga più semplice.
Oggi ciò non è più possibile
e quindi queste società verranno chiamate prima o poi
a mettere a posto i conti. È
strettamente
opportuno
quindi creare società che
siano fondate su presupposti
differenti.”
A che punto è il processo di cambiamento
societario?
“Un passo dopo l’altro
stiamo trasferendo tutte le
competenze dalla asd alla
nuova società. Le cose però
sono piuttosto complesse e
quindi è necessario prendere
il tempo necessario a sistemare tutto a dovere. Sicuramente il processo verrà ultimato per la prossima estate;
costruiremo, in un anno,
una società stabile e forte
che possa poi reggersi sulle
proprie gambe e garantire
un futuro all’hockey.”
Quali sono gli obiettivi
di questa nuova società?
“Innanzi tutto perseguiremo una politica di conteni-
mento dei costi per continuare il prezioso lavoro svolto dai membri della società
precedente. Il nostro intento,
infatti, è quello mantenere a
buoni livelli la nostra squadra di Serie A e sviluppare
il già florido settore giovanile. Ogni anno spendiamo in
quest’ultimo circa 170 mila
euro a prova di quanto la
società tenga ai suoi ben
180 giovani atleti; anche solo per loro la società ha il
dovere di continuare ad andare avanti.
In secondo luogo vorremmo ampliare notevolmente
il numero di soci. È necessario che Cortina capisca l’importanza di avere una squadra di hockey come la nostra
e ne favorisca il sostentamento e lo sviluppo. C’è da
tener presente sicuramente
il fatto che la nostra sia una
squadra gloriosa che ha vinto tanto e quindi merita di
poter continuare il suo cammino sportivo. Ma altro
aspetto importante da considerare è quello economico:
bisogna sapere, infatti, che il
bilancio della nostra società
è di un milione di euro; questo significa che spendiamo
ogni anno sul territorio un
milione. È vero che parecchi
sono i soldi dati ai giocatori
americani e canadesi che ne
porteranno una parte a casa; ma è altrettanto vero che
una buona parte la useranno qui sul territorio per fare
la spesa e per pagare gli affitti. Infine c’è anche da esaminare le potenzialità che l’hockey ha dal punto di vista
turistico.
Per fare ciò, non cercheremo solo sponsor e aiuti di
carattere economico, ma anche collaborazioni, ad esempio con le piste da sci piuttosto che con alberghi, che riportino più gente possibile
allo stadio; è infatti di assoluta importanza il sostegno
dei nostri tifosi. Tutte queste
iniziative non riguarderanno soltanto Cortina ma anche la Valle del Boite e il Cadore tutto.”
E a livello sportivo?
“A livello sportivo, vorremmo fare di Cortina il Polo hockeistico di tutto il Cadore; è inevitabile che, con
un bacino di utenza ridotto
come il nostro, le società
debbano unirsi per poter
continuare a vivere. Quest’anno abbiamo intrapreso
un’ottima collaborazione
con il Dobbiaco; è ovvio però
che la nostra speranza sia
quella di coinvolgere nuovamente Pieve dopo gli ottimi
risultati ottenuti negli scorsi
anni coronati anche da successi nazionali come il titolo
under 18.”
Cosa succederà al termine della stagione?
“Il mio mandato scaderà,
come previsto da statuto, il
30 giugno 2013. A quel punto avremo portato a termine
il nostro obiettivo e si potrà
insediare un nuovo direttivo. Difficile dire chi sarà il
nuovo presidente: potrei essere io come qualcun altro,
al momento preferisco pensare alle questioni tecnicogiuridiche per cui sono stato
scelto. Sicuramente continuerò ad operare nell’ambito per cercare di portare
sempre più in alto il nome
di questa società.”
Mario Da Rin
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ANNO LX
Novembre 2012
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SCI DI FONDO
COMELICO
LʼINTERVISTA a Roberto De Zolt
L’OFFERTA DOLOMITI NORDICSKI
A INIZIO GENNAIO TORNA A PADOLA
LA “COMELGO LOPPET” 2013
l Circuito Dolomiti
NordicSki è il caroI
sello di sci di fondo più
grande d'Europa, con circa 1.300 km di piste da
fondo, con un unico skipass e la garanzia di innevamento a partire dal 23
dicembre di ogni anno.
Da dicembre a marzo il
comprensorio offre agli
appassionati di sci nordico itinerari ottimamente
preparati nelle più importanti località e vallate del-
le Province di Bolzano,
Belluno, e nel Tirolo
Orientale. Di questa organizzazione fa parte anche
la Comunità Montana Comelico e Sappada ed in
particolare la località di
Padola, dove le piste vengono gestite dall'associazione Comelico NordicSki guidata da Roberto
De Zolt, fondista di valore
ma anche ottimo organizzatore di manifestazioni
ed eventi sportivi di rilie-
Lʼ“associazione Comelico
NordicSki a Padola sta
lavorando per le manutenzioni
delle piste agonistiche,
turistica e pedonale
Il giornaliero costerà 5 euro
Il programma della Comelgo
Loppet prevede il 5 gennaio
gara in tecnica libera e il 6
gara in tecnica classica sulla
distanza di 30 km, in forma
competitiva e non
vo. A lui chiediamo di parlarci del lavoro che sta
svolgendo. "La stagione
invernale è ormai alle porte e l’“associazione Comelico NordicSki, da tempo sta
lavorando per le manutenzioni delle piste agonistiche, turistica e pedonale,
quest’ultima sempre molto
apprezzata sia dai turisti
che dalla gente del posto.
Con i primi giorni di novembre, se le temperature
lo permetteranno, mettere-
ti e spettatori. Con l’edizione 2012, nonostante i numerosi problemi di innevamento che hanno afflitto
l’intera Europa, siamo riusciti, con l’ausilio di una
quarantina di volontari,
ad innevare un anello di
10 km e ad organizzare le
gare - la ComelgoLoppet
risulta la prima gara svoltasi del circuito Gran Fondo Master tour - richiamando nuovamente più di
800 persone in Comelico.
Il nostro obiettivo rimane
quello di creare una gara
internazionale al pari delle più note Marcialonga
(Val di Fiemme), Dobbiaco-Cortina, Pustertaler,
Val Casies conosciute ormai in tutta Europa.
Riteniamo, infatti, che
tale iniziativa possa costituire un volano per l’intero sistema turistico, riuscendo ad unire il Comelico attraverso piste cicla-
KARATE TRADIZIONALE
ALLA 4 a TAPPA DEL CAMPIONATO
PROVINCIALE 150 ATLETI PRESENTI
S
i è svolta domenica 28 presso il palasport di Belluno la quarta tappa del campionato provinciale di karate tradizionale. 150 atleti erano presenti alla competizione che si è disputata su due tatami e che aveva come tema il kata individuale a libera scelta con arbitraggio a
bandierine. La gara è stata preceduta da un allenamento tecnico e si è conclusa con il festeggiamento dei recenti risultati agonistici ottenuti ai campionati Mondiali dai fratelli Bacchilega
(un primo posto per Mattia ed un quarto per Marco) e della cintura verde Mirella Coletti di
Cortina d’Ampezzo, un’allieva d’eccezione del M° Roberto Bacchilega che ha iniziato la pratica da due anni e che qualche giorno fa ha compiuto il suo 80° anno di vita, un esempio di forza e di carattere per tutti coloro che troppo spesso si piangono addosso .
E passiamo ai risultati. Medaglie d’oro: De Cesaro Giacomo, Alice de Felip, Alex Cian Martinez, Alberto De Simone, Rita Ortese, Alessandra Pensalfine, Cristina Raone, Massimiliano
Fantina, Fabio Tremonti, Giulia Alverà, Massimo Bacchilega, Dragana Brocilovic, Giulia da
Prà, Francesco Rinaldin, Michael di Girolamo, Niccolò Dipol, Chiara Zandonella, Federico de
Luca, Ute Gaspari, Melany Tremonti, Mattia de Zanna.
Medaglie d’argento: Flavio Soares, Alessia Tonet, Lorenzo Burlon, Flavio Nobile, Elettra
Gasperina, Isabel Trevisan, Maria Costan, Gabriele Kratter Stabile, Francesco Raineri, Jessica
da Frè, Leonardo Antonazzi, Rebecca Patriarca, Chiara Gava, Marco del Favero, Marco de Silvestro, Matteo Perino, Patric Meneghini, Gianluca Modenese, Martina Simoni, Rebecca da
Vanzo, Nicolas dal Bo.
mo in funzione il cannone,
in modo da poter preparare i primi chilometri di pista artificiale".
Ricordiamo che i prezzi
del circuito Dns sono stati
confermati, quindi il giornaliero costerà 5 euro,
mentre l'abbonamento
annuale per la zona Comelico e Sappada costerà
50 euro e lo stagionale
per tutte le zone del Dns
70 euro.
Passiamo all'evento di
gennaio. Come sarà la
prossima Comelgo Loppet? "Dopo i successi riscossi nelle tre precedenti
edizioni della gara di
Gran Fondo “ComelgoLoppet”, anche quest’anno siamo da tempo al lavoro per
riproporre l’evento sportivo in modo adeguato. La
prima edizione ha richiamato in Comelico più di
700 persone, la seconda
più di 1000 tra concorren-
bili e piste da sci di fondo.
Il programma della ComelgoLoppet 2013 prevede
due giorni di gare: 5 gennaio in tecnica libera e 6
gennaio in tecnica classica
sulla distanza di 30Km,
forma competitiva e non
competitiva di entrambe le
gare. Inserimento delle gare nel circuito FISI e Master Tour. Un prestigioso
premio verrà offerto a tutti i partecipanti alle gare,
una maglietta intimo
Craft. Con l'iscrizione sarà
compreso un pranzo completo, all’interno del tendone riscaldato. La novità
del 2013", conclude Roberto De Zolt "sarà il gemellaggio Comelgo Loppet
- Val di Vizze. Infatti con
l’iscrizione alla Comelgo
Loppet 2013 si potrà partecipare gratuitamente alla Gran fondo Val di Vizze
il 10 febbraio 2013".
Livio Olivotto
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