NOVEMBRE 1 .QXD:FEBBR 1 7-11-2012 10:58 Pagina 1 Provincia e Comuni Unʼindagine del Rotary Club Cadore-Cortina focalizza una situazione allarmante: metà degli studenti lascia DOVE le superiori e decide di andarsene da queste valli VOGLIAMO ANDARE? GIOVANI SFIDUCIATI n giovane cadorino su due ha deciso di anU darsene, di emigrare. Lo Nellʼultimo decennio poco meno del 6% della popolazione del Cadore ha fatto le valigie età. Come a dire che il Cadore e Cortina si spopolano e, contemporaneamente, invecchiano. Gli studenti intervistati si rendono conto della gravità della situazione “ma - hanno sostenuto con un moto corale all’incontro GIOVANI E TERRITORIO di Domegge per realizzare le nostre aspirazioni professionali e di vita siamo costretti ad andarcene verso la pianura, in grandi città e anche all’estero. Qui non ci sono prospettive”. (segue a pag. 4) Bepi Casagrande I risultati dellʼindagine fra gli studenti delle superiori sono stati presentati a Domegge il 13 ottobre LA FUGA DAL VENETO Se ne parla anche a Comelico Superiore a storia è nota. Nel 2007 il Comune di Cortina, assieme ad altri comuni L bellunesi, aveva promosso un referendum per sondare la volontà popolare in ordine al passaggio del Comune dal Veneto al Trentino Alto Adige. La risposta fu categorica: un plebiscito di sì a favore della nuova collocazione amministrativa nella Provincia Autonoma. Un anno dopo anche Sappada fece ricorso a questo strumento per l'affermazione della volontò popolare, con risultati analoghi. I sappadini a grandissima maggioranza proclamarono l'intenzione di passare alla Regione Friuli. Dopo vari anni i due procedimenti sono in situazioni diverse: mentre la pratica riferita a Cortina è bloccata, anche perchè la Regione del Veneto non ha mai dato l'assenso al passaggio del Comune alla provincia di Bolzano, quella di Sappada, dopo il via libera del Consiglio Regionale, attende da Roma l'atto finale che deve essere sancito con legge statale - anche se, a onor del vero, non è dato sapere se e quando tale legge verrà emanata. A lungo si è dibattuto sulle motivazioni che hanno portato questi e altri comuni della Provincia di Belluno a chiedere il passaggio verso Province o Regioni Autonome. Aspetti storici, linguistici, socio economici, sono stati richiamati a sostegno di queste istanze locali, ma al fondo dei problemi resta la differenza di condizioni economiche tra enti e cittadini di una regione a statuto ordinario come il Veneto, rispetto a quelli di Bolzano o Udine. Altro problema di rilievo e dato dal conflitto tra due interessi meritevoli di tutela: (segue a pag. 2) Livio Olivotto 140 anni fa furono istituite LE TRUPPE ALPINE foto T. Albrizio S e Provincia di Belluno c'era, che Provincia rimanga. Se l’Unione dei Comuni non va fatta con la Magnifica Comunità di Cadore, si proceda. Ma... Andiamo con ordine. A Belluno lo scorso 24 ottobre s'è tenuta una grande fiaccolata di popolo per “salvare la Provincia” e riaffermare l'identità dei bellunesi. Effettivamente, questa idea dello Stato di smantellare l'attuale assetto politico-amministrativo prendendo a pretesto il debito pubblico, non convince; e guardando alla eliminazione di alcune Province le cui competenze andrebbero a confluire in capoluoghi di aree più vaste, tutti capiscono che sono in gioco forti interessi economici a scapito pure della specificità e rappresentatività dei singoli territori. Per quel che riguarda Belluno, qualcuno ha calcolato che è in gioco circa un miliardo di euro, effetto di quella reazione a catena prodotta dal trasferimento dei vertici decisionali con conseguente ridimensionamento di molti servizi (quelli dati dagli organi periferici di Stato, dagli ospedali del territorio, dal mondo della produzione e del lavoro) e con la perdita di capacità negoziale sulla futura programmazione del nostro territorio. In pratica, Belluno, se non fosse salvata, resterebbe “nuda”. Al di là delle buone intenzioni di tutti coloro che vogliono mantenere la Provincia, val la pena di ricordare che l'ente è stato da qualche tempo commissariato proprio per l'incapacità dei consiglieri d’esprimere una amministrazione stabile, e tanti di questi erano a manifestare in piazza per la specificità della provincia. (segue a pag. 2) Renato De Carlo sconcertante proposito emerge lapidario da una indagine conoscitiva tra gli studenti delle scuole superiori del Cadore e di Cortina d’Ampezzo. Un dato che imprime velocità tumultuosa ad uno dei mali cronici della montagna in generale e del Cadore in particolare: lo spopolamento. Nell’ultimo decennio poco meno del 6 per cento della popolazione cadorina e ampezzana d.o.c., è scomparso. Nel senso che ha fatto le valige ed è andato via. Nel frattempo aumenta il numero degli anziani. Basta pensare che in Cadore e nella valle d’Ampezzo ogni 100 ragazzi di età compresa tra 0 e 14 anni ci sono 152 anziani, persone cioè che hanno compiuto 65 anni di REFERENDUM MUSIZZA-DE DONÀ A PAG. 13 SOSTEGNO ALLA PROVINCIA STORIA DEL POPOLO CADORINO E (16) ccoci nel Novecento, che s’apre con una guerra sanguinosa e d’invasione (la Grande Guerra) che lascia larghi vuoti fra i giovani dei nostri paesi, seguita a distanza ventennale da un’altra guerra, anche questa travagliata e pure fratricida. Il popolo cadorino vi partecipa, ma più che altro le subisce. Si dimostra però capace in ogni frangente di sviluppare idee ed intraprendenza (basti pensare alle occhialerie, alle segherie, agli impianti idroelettrici), cosicché il Cadore era additato da tutti co- me territorio laborioso con attività fiorenti e quindi ricco, un posto dolomitico eccellente dove villeggiare d’estate e d’inverno, espressione anche di oculate amministrazioni. Difatti, con il civismo che sempre dimostrarono, i Comuni cadorini profittando del prezzo elevato del legname eseguirono una lunga serie di opere pubbliche. Dagli iniziali 38.437 abitanti d’inizio secolo si passò a 50.410, che rimase il massimo raggiunto. Non c’è più in gioco l’autonomia con i confini da difendere (oramai ci pensa lo Stato unitario), ma il pensiero di “crescere” e quindi la necessità di “produrre”. Non è che problemi non ce ne fossero, e unità d’intenti nemmeno. Ne sa qualcosa anche la Comunità di Cadore che fece sempre da pungolo sia intellettuale che civico, quando, nel 1927, provvide all’apertura di una scuola professionale a Pieve, illudendosi che potesse servire per il Cadore intero. O quando nel 1953 ridiede vita alla storica testata Il Cadore per dibattere quelle problematiche (segue a pag. 2) QUEI TESORI DI CHIESETTE A VIGO DI CADORE SERVIZIO A PAG. 3 SCI DI FONDO A PADOLA CON DOLOMITI NORDIK SKY SERVIZIO A PAG. 23 NOVEMBRE 2.QXD:FEBBR 3 7-11-2012 11:10 Pagina 1 ANNO LX Novembre 2012 2 PROVINCIA E COMUNI DOVE VOGLIAMO ANDARE? dalla prima pagina R. De Carlo REFERENDUM LA FUGA DAL VENETO dalla prima pagina L. Olivotto Il mantenimento della Provincia Anche Comelico Superiore? obbliga ancora di più i Comuni Le opinioni di Mario Zandonella, del Cadore a federarsi nella Davide Zandonella, Ezio De Monte Comunità di Cadore da un lato quello del- vrebbe riguardare l'autonoAttenzione però a ritenere la (nuova) Provincia un toccasana: sia perché sarà un ente di 2° grado con presidente e consiglieri nominati e non eletti dalla popolazione, sia perché avrà vere competenze solo su strade provinciali, edifici scolastici superiori, scelta dei siti delle discariche, caccia e pesca... Non sarà dunque la Provincia a tenerci uniti e prosperi e tantomeno l’identità “bellunese”, poiché da sempre il territorio è diviso in tre macroaree, il bellunese, il feltrino e il cadorino (vedere anche lo stemma). Abbiamo gli stessi problemi, lavoriamo tutti insieme, ma, per favore non chiamate il Cadore “alto bellunese”, pura finzione per appropriarsi di un patrimonio ambientale, economico e pure artistico: ad ognuno la propria identità storica, ad ognuno la propria economia, ad ognuno i servizi più adatti a quel territorio. Comunque vada per la Provincia, rimangono i Comuni a rappresentare la realtà locale. Solo che, per farcela, debbono essere più forti in numeri e risorse, si debbono mettere assieme. Questo giornale fu tra i primi a parlare di Unioni di Comuni in Cadore (gennaio 2010) approfondendo le problematiche con esperti e lanciando un forte messaggio: l'unione dei Comuni fatta per singole vallate poteva avere un grande contenitore nella Magnifica Comunità di Cadore, da secoli sede storica dell'identità e in passato sede del parlamentino che tutelava il territorio. Ci credevamo in questo progetto di ricostruire una Comunità di Cadore unita e quindi politicamente forte. Registriamo invece che solo i Consigli di Lozzo di Cadore e Valle di Cadore al momento hanno riaffermato con atto formale senza se e ma l'appartenenza e l'indivisibilità del Cadore; qualche voce ai giornali l'hanno data i sindaci di Calalzo e di Domegge prospettando piuttosto un'associazione di più Comuni limitrofi che eserciti per loro conto la gestione dei servizi; altri sindaci sono indecisi e attendisti sulla possibilità di una aggregazione nelle rinate Comunità montane. C'è chi va oltre: Pieve propone un referendum per passare al Friuli, dove si troverebbe in buona compagnia di Sappada; Cortina d'Ampezzo si sa vuole passare sotto Bolzano e a Comelico Superiore raccolgono firme per passare pure loro coi pusteresi. C'è poi chi fa di necessità virtù prospettando unioni per via dei servizi: Ospitale andrebbe con Castellavaz- 11 le popolazioni locali nel poter “autodeterminare” il proprio destino, dall'altro quello della regione a non veder depauperato il proprio territorio con una serie continua di “defezioni” verso altre regioni. In questo contesto, l'argomento referendum è stato sollevato anche a Comelico Superiore, comune il cui territorio geografico confina fisicamente con l'Austria e con la Provincia di Bolzano. A dire il vero il problema non è mai stato una priorità nel programma dell'amministrazione guidata da Mario Zandonella che conferma tale orientamento: “Mi pare davvero assurdo parlare di referendum per il passaggio al Trentino Alto Adige, quando stiamo lottando per affermare la specificità montana della Provincia di Belluno. La questione che ci riguarda dobbiamo porla a Venezia non a Bolzano”. Sulla stessa linea anche Davide Zandonella Necca, presidente della consulta di Confcommercio a Comelico Superiore: “Se proprio si vuole fare un referendum dozo, Selva con l'Agordino e Zoppè con lo Zoldano. Un grande scompiglio. Saranno proprio i cadorini a svendersi a quelli di giù, di su, di là? I nostri avi si rivoltano nelle tombe! mia della nostra provincia di Belluno, non il passaggio ad altre realtà con le quali non abbiamo nulla in comune. Anche perchè una tale soluzione comunque assai complessa da realizzare, verrebbe portata avanti solo per ottenere le agevolazioni di cui usufruiscono i nostri vicini. Spero che i nostri amministratori si impegnino per mantenere e tutelare con azioni opportune la nostra specificità montana”. Infine l'opinione di Ezio De Monte Pangon, presidente della Regola di Candide: “Non ho nulla contro il referendum che anzi è strumento per affermare la democrazia e la volontà popolare. Penso però che in questo caso sia solo una provocazione per attirare l'attenzione sulla nostra realtà. Infatti la soluzione non è nel dividersi, ma nell'affermazione della necessità di maggiore forza per la nostra provincia, con la possibilità di poter gestire meglio e in modo autonomo le risorse locali. Questo potrebbe essere già un risultato positivo per il nostro territorio e la popolazione che lo abita”. fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 EMail: [email protected] - Sito: www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 COME ACQUISTARE “IL CADORE” NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia € 2.10 - ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI €34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITM1D41 AG. 02090 Codice IBAN IT33Y 02008 61230 000110014839 DALL’ESTERO: SWIFT/BIC: UNCRITMM IBAM IT33Y 02008 61230 000110014839 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. 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(16) (continua) dalla prima pagina NOVEMBRE 3.QXD:FEBBR 3 11 7-11-2012 11:12 Pagina 1 MUSEo DIFFUSO ANNO LX Novembre 2012 na delle più belle sorprese che il Cadore offre a coloro U che lo visitano è rappresentato dalla ricchezza artistica e architettonica conservata in graziose chiesette, sparse qua e là, all’interno delle sue splendide vallate, al limite dei boschi di pini e di larici e ai piedi dei pallidi colossi dolomitici. Una delle pievi più ricche a riguardo è sicuramente quella di San Martino di Vigo di Cadore; in questo antico abitato dell’Oltrepiave, situato ai piedi del monte Tudaio, si possono trovare “squarci di radioso poema di fede” (citando G. Lorenzoni - 1930), diffusi in diversi edifici sacri, poco distanti tra loro. La più antica di queste chiesette, dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, sorge su un vasto pianoro che domina la valle del Cadore centrale e rappresenta l’ultima testimonianza rimasta dell’antico villaggio di Saliconia, scomparso nel corso dei secoli, di cui la chiesetta doveva essere il luogo centrale di culto. Le facciate esterne dell’edificio, nella loro estrema semplicità, non rendono giustizia alla ricchezza decorativa degli interni dove, due differenti frescanti, tra la fine del XIII sec. e l’inizio del XIV sec., ornarono interamente la superfice parietale attraverso la descrizione di scene sacre dall’alto valore teologico intervallate dalla raffigurazione, occupante l’intera parete, di San Cristoforo. Questi artisti rientrano nella tradizione artistica veneto-friulana di fine ‘200, legata ancora agli schemi bizantini tradizionali, con una disposizione rigida di figure prive di particolari espressioni, ma dall’alto valore simbolico. A pochi chilometri da Santa Margherita, nel cuore della piazza di Vigo, si trova la chiesa dedicata a Sant’Orsola, che negli ultimi tempi è stata soprannominata da studiosi e appassionati “la cappella degli Scrovegni delle Dolomiti”, per la ricchezza della decorazione stellata della volta su campo azzur- Autentici tesori dʼarte le chiesette di Santa Margherita, di SantʼOrsola, della Madonna della Difesa, di San Martino I circa 3000 visitatori QUELLE SPLENDIDE solo nellʼultima estate dimostrano CHIESETTE DI VIGO quanto prezioso sia questo patrimonio artistico reso accessibile di recente Santa Margherita a Laggio Sant’Orsola a Vigo ro, simile a quella fatta da Giotto a Padova. Varcando la soglia d’ingresso, subito si rimane sorpresi dalla qualità degli affreschi e dallo sfarzo degli arredi che la chiesa conserva; le pareti sono state interamente affrescate da un artista trecentesco, noto come il Maestro di Vigo, probabilmente attivo in Cadore tra il 1348-50, che volle descrivere la vita di Sant’Orsola e altre scene cristologiche, attraverso l’uso di stilemi artistici ripresi da Giotto, e riletti attraverso l’esperienza di artisti romagnoli di metà ‘300, attivi in Veneto e in Friuli, tra i quali Vitale da Bologna e Tomaso da Modena. Le scene che ne derivano evidenziano una particolare vivacità d’insieme, un’elegante ac- La più antica delle chiesette (sec. XIII -XIV) è dedicata a Santa Margherita dʼAntiochia, sorge su un vasto pianoro ed è lʼultima testimonianza rimasta dellʼantico villaggio di Saliconia costamento di colori ed una accentuata espressività dei volti. Questo edificio fu costruito negli anni quaranta del ‘300 quale cappella sepolcrale privata di Ainardo da Vigo, importante figura politica dell’epoca, figlio di Odorico, Podestà del Cadore tra il 1313 e il 1321 e dove, ancor oggi con ogni probabilità, si conservano le sue spoglie, come testimonia un documento relativo all’apertura del suo sarcofago del 12 giugno 1829. Negli anni la cappella privata è diventata una vera e propria chiesa alla quale la popolazione di Vigo si è sempre dimostrata molto legata: nel 1541 si acquistò il prezioso altare a battenti, realizzato dall’artista altoatesino Michael Parth. Altri la- vori vennero fatti tra la fine del XVII e l’inizio dell’XVIII secolo finalizzati alla costruzione della sacrestia e della cappella di San Lazzaro. Nel 1997-98 vennero fatti dei doverosi interventi di restauro degli affreschi e dell’assetto murario; infine, nel 2008, la chiesa si è ulteriormente arricchita con una reliquia ufficiale di Sant’Orsola, donata dalla Diocesi di Colonia, della quale la pieve di San Martino ne era sprovvista. A coronamento del percorso d’arte sacra, a Vigo si possono visitare altre due importanti costruzioni: la chiesa della Madonna della Difesa, costruita, nel 1512 dalla fabbrica dei Rùopel, per un voto fatto dalla popolazione locale alla Ver- gine a seguito della scampata distruzione del paese da parte dei soldati tedeschi guidati da Massimiliano d’Asburgo, e nella quale si conserva una pala d’altare dei Santi Rocco e Sebastiano attribuita a Cesare Vecellio e due opere con soggetti biblici di Nicolò Grassi, importante pittore friulano del ‘700; la chiesa pievana di San Martino, la quale conserva delle opere di prim’ordine, come un paliotto ligneo di fine ‘400, una pala d’altare di Valentino Pancera Besarel, e alcune opere dell’artista locale Tomaso Da Rin. Tutte queste chiese, dal 2003, grazie al progetto “Tesori d’arte nelle chiese dell’Alto Bellunese - Vigo di Cadore”, (sviluppato e sostenuto dal GAL Alto Bellunese e dalla Provincia di Belluno, in collaborazione con la Regione Veneto, la Diocesi di Belluno-Feltre, la Comunità Montana Centro Cadore, il Comune di Vigo, e una serie di finanziatori privati), sono aperte al pubblico permettendo così, a locali e turisti, a studenti e curiosi, di entrare in contatto con questi piccoli scrigni di arte sacra che, sino a pochi anni fa, erano poco visibili se non addirittura impraticabili. In questi nove anni di attività sono migliaia i visitatori giunti a Vigo per visitare le chiesette (solamente nell’ultima estate se ne contano circa tremila), tra i quali l’inaspettata visita nel 2007 del pontefice Benedetto XIV; molte sono anche le attività di ricerca svolte per la conoscenza e la valorizzazione di questi tesori che rappresentano l’anima religiosa autentica dei nostri paesi di montagna. La speranza è che negli anni a venire, altre amministrazioni e parrocchie possano attivarsi per migliorare la conoscenza e l’accessibilità di altri scrigni d’arte, preziosi documenti per la storia locale, troppo spesso trascurati e relegati a muta cornice nello scenario paesano. Matteo Da Deppo NUOVA RENAULT CLIO. DA SEMPRE, LA PASSIONE HA UN COLORE. DA OGGI, HA ANCHE UNA FORMA. DA 199 € AL MESE* www.renault.it NUOVA RENAULT CLIO. LA PRIMA VOLTA CHE LA VEDI NON LA SCORDI PIÙ. s.UOVIMOTORI%NERGY4#E#6E%NERGYD#I#6sPERSONALIZZABILEs4OUCHSCREENMULTIMEDIACONNAVIGATORE Esempio di finanziamento Renault su Nuova Clio Wave 1.2 75CV 5p: anticipo € 1.150, importo totale del credito € 9.800; 36 rate da € 199,11 comprensive, in caso di adesione, di Finanziamento Protetto e Pack Service a € 349 che comprende 2 anni di Assicurazione Furto & Incendio. 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Fabrizio Toscani che ha curato l’indagine per conto del Rotar y ha precisato che lo scopo dell’iniziativa è stato quello di evidenziare più gli aspetti qualitativi e propositivi che quello numerico o quello meramente statistico dei risultati. I questionari sono stati distribuiti dagli insegnanti e gli studenti li hanno compilati in forma anonima e restituiti suddivisi per classe di frequenza. Sono stati distribuiti 740 questionari e ne sono stati compilati 694. Cosa emerge dallʼindagine “GIOVANI E TERRITORIO”? La necessità per gli amministratori di leggere meglio la realtà giovanile e progettare insieme il futuro di queste valli te dove si arriva al 66 per cento. Mentre la percentuale dei giovani del Centro Cadore e del Comelico che guardano oltre confine sono il 48,67 per cento. Volendo tradurre le percentuali statistiche in numeri assoluti si evince che dei 694 studenti che hanno partecipato all’indagine ben 390 sono propensi ad andarsene, ovvero 180 su 375 residenti nelle valli del Comelico e del Centro Cadore e oltre 210 su anche all’estero, ritenendo che fuori dai confini nazionali le opportunità siano maggiori. Con un pizzico di stupore dispiaciuto dice il professor Fabrizio Toscani: ”Bisogna segnalare che la quasi totalità delle decisioni di lasciare Cortina e il Cadore non hanno il carattere della temporaneità bensì quello della partenza senza ritorno. Sono molti i giovani che motivano la scelta con il desiderio di allontanamento”. Gli studenti ottimisti immaginano il proprio futuro in attività legate al territorio e al turismo (45%) 11 FORTE IL RICHIAMO ALLA CLASSE DIRIGENTE rismo. Però sostiene che il turismo, da solo, non riuscirà a soddisfare tutte le esigenze occupazionali locali”. E a questo proposito, allo scopo di sondare il livello di conoscenza del mondo del lavoro e del sistema economico locale è stato chiesto: Secondo te quali sono le opportunità occupazionali of ferte dalla realtà in cui vivi? Nel 42 per cento dei giovani inter vistati prevale lo scetticismo con un 8 per cento convinto che non ci sia nessuna opportunità e il 35 per cento che parla di occasioni rare. Gli ottimisti sostengono che il settore che offre maggiori opportunità occupazionali è quello turistico (45,39 per manda di esplicitare come trascorre il tempo libero. E questo, secondo gli analisti, è sintomatico di un mondo giovanile che fatica a trovare stimoli nell’isolamento individuale in gran parte lamentato come conseguente alla mancanza di occasioni e opportunità. E qui si impone una forte richiesta di luoghi e spazi di incontro extrascolastici. “Solo così - hanno commentati i giovani - è pensabile un’alternativa reale all’ormai pericolosa frequentazione assidua e perniciosa di locali pubblici con il pericolo di essere trascinati in una spirale emulativa nell’assunzione di alcool”. La maggior parte dei giovani che Il mondo giovanile ha difficoltà a trovare stimoli su hobby e passioni, lamenta lʼisolamento conseguente alla mancanza di occasioni e opportunità d’Ampezzo e soprattutto del Cadore non è coinvolta nelle attività di volontariato. Alla domanda: Partecipi ad attività di volontariato? 537 su 694 rispondono no e 151 rispondono sì. Anche in questo caso, assieme alla pigrizia e alla carenza di stimoli forti emerge la difficoltà logistica di partecipare all’attività di gruppi e associazioni. Cosa emerge dall’indagine? Emerge con forza un richiamo tagliente all’attuale classe dirigente del Cadore e di Cortina a fermarsi un attimo per leggere meglio la realtà e progettare, insieme, il futuro di queste valli che sono troppo preziose ed importanti per morire di apatia e spopolamento. Amministratori pubblici, imprenditori e responsabili dell’associazionismo hanno il dovere di tentare la realizzazione di qualche progetto che consenta ai giovani almeno di sperare. Di stimolarli a guardarsi intorno prima di assumere già a 18 an- DOMEGGE DI CADORE Teatro San Giorgio 13 ottobre 2012 Sindaci e amministratori presenti all’incontro Nella foto a sinistra, il presidente del Rotary Club CadoreCortina d’Ampezzo Massimiliano Pachner FOTOSERVIZIO Tommaso Albrizio Le risposte alle prime domande (Cosa pensi di fare nella vita e dove pensi di realizzare le tue aspettative professionali?) hanno provocato il primo scombussolamento. Il 55 per cento dei ragazzi, come abbiamo detto in apertura, hanno già deciso di cercar lavoro fuori dal Cadore. Se poi analizziamo i dati scomponendoli territorialmente scopriamo che la propensione ad andarsene coinvolge maggiormente i giovani della Valboi- 694 sono gli studenti delle superiori che hanno compilato i questionari distribuiti dagli insegnanti 319 residenti in Valboite. Dalle risposte emerge poi che una rilevante percentuale di giovani pensa alla propria vita lavorativa disposti ad emigrare non solo nelle aree metropolitane italiane ma, in misura sorprendente, E quelli che, invece, hanno deciso di restare? “La percentuale di chi manifesta propensione ad immaginare il proprio futuro in attività legate al nostro territorio - spiega Toscani - ripone molta speranza nel tu- 390 ragazzi, ben il 55% ha già deciso di cercare lavoro fuori dal Cadore, soprattutto quelli della Val Boite cento) seguito da industria e artigianato (quasi il 10 per cento) e dai servizi (poco meno del 3 per cento). Per quanto riguarda gli impegni extrascolastici, gli hobby e le passioni il 45 per cento non risponde alla do- hanno risposto al quesito sul tempo libero ha dichiarato di praticare una qualche disciplina sportiva. Infine il volontariato. Anche qui non sono mancate le sorprese. La maggior parte dei giovani di Cortina ni la fatalistica decisione di emigrare. Un impegno, quello a cui sono chiamati tutti i cadorini e gli ampezzani adulti a cominciare dagli amministratori, dagli imprenditori e dai responsabili dell’associazionismo, che non può aspettare. Che deve essere messo in campo subito. Un impegno che richiede il superamento dei localismi per unire le poche forze di cui dispone oggi l’antico comprensorio cadorino. NOVEMBRE 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 11 7-11-2012 11:14 Pagina 3 IMPRENDITORIA ANNO LX Novembre 2012 lto, magro, elegante. Albino Peruz evoca caA ratteristiche da personaggio anglosassone, sia per la pacatezza che per il sorriso vagamente enigmatico. A vederlo impegnato all’interno del suo bell’albergo di San Vito, il Ladinia, ben difficilmente lo si può immaginare come un appassionato di musica rock. Invece, appena può, corre a “dialogare” con la sua chitarra elettrica - “è terapeutico, spiega, aiuta a superare le tensioni” - tante volte da solo, ma anche con il complesso “Carum”, composto da una decina di elementi. Albino, come mai questo nome, “Carum” al tuo complesso rock? “Credo che il riferimento, di derivazione latina, sia al cumino, con cui dalle nostre parti viene spesso aromatizzata la grappa, anche se io sono astemio. Si tratta di un gruppo particolarmente affiatato e vivace, con il quale ho eseguito alcuni concerti. Ma il tempo libero a disposizione, specialmente in alta stagione turistica, è piuttosto limitato”. Parliamo di turismo, qual è la situazione attuale in Centro Cadore? “Dobbiamo distinguere. Per quanto riguarda il Centro Cadore, dopo la grande crisi dell’occhialeria, mi sembra sussistano scarse condizioni di base per sviluppare un’economia basata sul turismo. La proposta che il territorio può offrire, oggi, si limita al periodo estivo e parzialmente a quello invernale, dal momento che coloro che frequentano le vicine aree sciistiche possono spuntare prezzi concorrenziali. Esistono, tuttavia, eccezioni anche significative, ma esulano da una prospettiva di mercato considerata in modo complessivo”. E invece a San Vito di Cadore? “Se ci spostiamo a San Vito, il discorso cambia. Anzitutto perché qui possiamo contare su una stagione sia estiva che invernale, anche se il territorio non sta sviluppando pienamente le sue potenzialità, che sono notevoli. Infatti, credendoci e avendo il coraggio di investire, ritengo che il discorso imprenditoriale sia aperto ad ulteriori possibilità. San Vito è collocato in una vallata circondata da montagne bellissime, e si trova a mille metri di quota, strategici e rassicuranti per quanti temono un’eccessiva altitudine”. E poi vi è la vicinanza a Cortina. “Certamente, anche se Cortina non è più turisticamente all’avanguardia, come qualche tempo fa, quando agiva da fattore trainante per l’intera vallata. Aggiungerei poi che, dalle problematiche del Centro Cadore, vanno escluse sia Auronzo che Sappada, dal momento che queste due località hanno saputo mantenere viva la loro vocazione turistica”. Albino, dove sei nato? “A Calalzo ho trascorso i primi sei anni di vita, poi mi sono trasferito a San Vito dove i miei genitori, all’inizio degli anni Settanta, hanno costruito l’attuale hotel Ladinia. Inizialmente pensavano di darlo in affitto, anche perché mio padre, all’epoca, gestiva con i fratelli un’impresa di termoidraulica. Poi hanno deciso di condurlo direttamente. Erano anni, quelli, di notevole sviluppo turistico per San Vito”. Quando hai iniziato a collaborare con regolarità nella struttura? “In un primo momento, la mia vita professionale sembrava indirizzata verso altre strade. Dopo essermi diplomato al liceo scientifico di Cortina, nell’anno accademico 1989-90 mi sono laureato in economia aziendale a Venezia, Ca’ Foscari, con Paolo Costa, che poco dopo è diventato ministro dei trasporti nel governo Prodi”. Argomento della tesi di laurea? “Il calcolo della capacità di carico turistico di Cortina. Ma subito dopo la laurea, con il mio correlatore, ho avviato alcuni progetti di analisi turistica in diverse zone d’Italia: sulla Costiera amalfitana, a Roma per il giubileo del 2000, a Venezia e naturalmente a Cortina”. Poi ha fatto l’albergatore? “Mi sono reso conto che, per vari motivi, la famiglia aveva bisogno della mia collaborazione diretta. Nel 1999, poi, abbiamo acquistato a Cortina l’hotel Cristallino d’Ampezzo, che sono andato a gestire personalmente. Fino a due anni fa mi dividevo fra il Ladinia e il Cristallino d’Ampezzo, ma il lavoro mi assorbiva in modo eccessivo, tanto più che nel frattempo mi ero sposato ed era nato un bambino, Alessandro, oggi di cinque anni. Mia moglie, Silvia Bassot di Corvara, è anche lei figlia di albergatori. Di conseguenza la sua presenza mi è doppiamente preziosa. Ora abbiamo concentrato il nostro impegno essenzialmente sul Ladinia, dove collabora attivamente anche mio fratello Marco”. Albino, torniamo al discorso turistico. Dove inter verresti, nell’ottica di un rilancio deciso e significativo del territorio? “Il problema, a mio parere, è duplice. Anzitutto la nostra offerta invernale - e intendo Cortina, San Vito, Auronzo è piuttosto arretrata rispetto alla concorrenza. E quando dico concorrenza, non mi riferisco solo al vicino Alto Adige, ma anche all’Austria, alla Germania, alla stessa Francia. Ritengo poi che l’offerta debba implicare una serie articolata di proposte: anzitutto gli impianti di risalita, ma anche lo sci da fondo, gli itinerari escursionistici, i parchi giochi sulla neve, lo sci d’alpinismo, le discese con lo slittino. Dobbiamo sempre più pensare alle Dolomiti come ad un richiamo turistico di livello mondiale, specialmente d’inverno. Poi c’è la viabilità...” La viabilità è l’altro problema? “E’ rappresentato dalla viabilità. Siamo tutti consapevoli, noi imprenditori del settore, che occorre intervenire con accortezza e decisione. Ascolto sempre attentamente le osservazioni dei clienti del mio albergo: si lamentano soprattutto, salendo dalla pianura, della mancanza di circonvallazioni nei vari paesi, soprattutto lungo il percorso da Tai a Cortina”. Torniamo agli impianti di risalita, il rilancio dei quali Lʼalbergatore di San Vito di Cadore evidenzia come lʼofferta invernale del comprensorio debba mettersi al passo con lʼaltoatesina o austriaca 5 ALBINO PERUZ LE DOLOMITI, RICHIAMO DEL TURISMO MONDIALE ritieni fondamentale. “E’ un dato di fatto che, sciisticamente, siamo diventati un po’ marginali e ciò per le proposte alquanto limitate che siamo in grado di offrire. Sono convinto che oggi sia necessario pensare, sempre più, ai collegamenti diretti fra vallata e vallata, individuando percorsi ad ampio respiro, che si differenzino dalla ripetitività della salita-discesa. Avverto questa esigenza in maniera crescente nei fruitori del nostro territorio. Questo ampliamento di orizzonti innescherebbe sicuramente un processo virtuoso, in grado di far crescere anche l’offerta dei “I collegamenti sciistici tra vallate e il miglioramento della viabilità con circonvallazioni dei paesi sono indispensabili per innescare un processo virtuoso di crescita” servizi complementari”. Intendi, settori importantissimi quali la gastronomia ed una cultura che sia anche espressione delle tradizioni locali? “Proprio così. Una volta create le condizioni di base perché l’impegno turistico-imprenditoriale sia veramente redditizio, nascerebbero poi, quasi spontaneamente, altre iniziative, dal momento che da noi non mancano certo le persone dotate di fantasia e capacità di innovazione, come è stato ampiamente dimostrato, a suo tempo, nell’industria dell’occhiale”. Antonio Chiades NOVEMBRE 6-7 .qxd:FEBBR 6-7 7-11-2012 11:34 Pagina 2 6 ANNO LX Novembre 2012 LʼINTERVISTA 11 Ivano DallʼAcqua SELVA DI CADORE E UNIONE DEI COMUNI ECCO QUALI SONO LE (POCHE) CERTEZZE “Entro poche settimane lʼamministrazione porterà in discussione tre attività di servizio associato: la pianificazione civile e il coordinamento di primo soccorso, la gestione dei rifiuti urbani e la sanità” a situazione non è semplice per nessuno, specie L quando le normative cambiano da un giorno all’altro e nel caos totale manca un riferimento politico a cui appellarsi per avere un aiuto certo e concreto. Anche il Comune di Selva di Cadore, con i suoi poco più di cinquecento residenti, si trova a rifare i conti (per l’ennesima volta) con il tanto discusso obbligo di “esercizio associato delle funzioni fondamentali” ovvero l’unione dei servizi tra Comuni appartenenti a una stessa area. Qualcosa sembra essere più chiaro, qualcos’altro rimane invece ancora indefinito e rinviabile a chissà quando. I cittadini chiedono certezze, gli amministratori pure. Di certo ci sono però solo gli obblighi a cui adempiere entro la fine dell’anno, il resto rimane ancora una chimera e chissà che tra qualche tempo non cambino di nuovo le cose. Il Comune di Selva ha già cominciato a muoversi in siner- gia con la Comunità Montana Agordina (Cma) per non farsi trovare impreparato. Comunità Montana Agordina ancora per poco. “L’attuale normativa, spiega il sindaco di Selva Ivano Dall’Acqua, prevede la trasformazione della Cma in Unione dei Comuni”. Quali sono dunque ad oggi (24 ottobre) le certezze a riguardo? “Di certo c’è - risponde il sindaco - che stiamo lavorando con la Comunità Montana Agordina. La legge regionale dà degli indirizzi su come andranno poi effettuati i servizi associati, ovvero per ambiti ottimali. Per ambiti ottimali s’intendono gli ambiti delle Comunità Montane. Quindi, in questa prima fase ed entro poche settimane, por teremo in discussione tre attività di servizio associato: la pianificazione civile e il coordinamento di primo soccorso, l’organizzazione e la gestione dei servizi di raccolta, smaltimento e recupero dei rifiuti urbani (che erano comunque già in concessione alla Cma) e relativi tributi (che passano invece adesso all’Ente) e infine la sanità. Per legge, entro la fine dell’anno, questi tre punti dovranno essere “coperti”. Per tutte le altre funzioni se ne parlerà l’anno prossimo. E allora tergiversiamo …”. Le Comunità Montane dunque avranno un altro nome ma in sostanza che cosa cambierà? “Cambierà il nome sì ma l’amministrazione rimarrà per legge composta da tre consiglieri per ogni Comune (48 consiglieri totali per la Cma). Si valuterà di fare uno Statuto dove si cercherà di renderla snella il più possibile. Si dovrà costruire un po’ tutto quanto perché, in sostanza, si tratterà comunque di un nuovo Ente. Questo passaggio compor terà non pochi problemi per le Comunità Montane: tutti i contratti andranno riscritti e trasferiti al nuovo Ente. C’è un bel lavoro e un bell’aumento di costi Lʼaccorpamento dei servizi si prospetta come unʼaltra penalizzazione per i paesi di alta montagna, con conseguenti disagi e spopolamenti Cʼè in più un problema di fondo che va ricordato: il rischio di perdere (per sempre) la nostra identità è ancora chiara e definitiva: le normative arrivano una dopo l’altra. Ci stiamo muovendo come Cma per non farci trovare impreparati regolarizzando come servizi associati tre attività che comunque avevamo già. Per l’anno prossimo vediamo come andranno avanti le normative perché qui non si sa”. Se sparisse la Provincia di Belluno tutto ciò avrebbe ancora senso? “Io mi auguro che la Provincia di Belluno non venga soppressa, anche perché la nostra Provincia, incuneata in mezzo a due Province a statuto speciale e comunque tutta di montagna, avrebbe una penalizzazione incredibile nell’accorpamento a Treviso, sarebbe un colpo di grazia. Alcuni Comuni vogliono fuggire, andare a Udine, Pordenone, Selva di Cadore, veduta autunnale iniziali ma non credo si risparmierà neanche nel futuro. In questa fase comunque, riguardo questi primi tre punti, ai cittadini non cambierà nulla”. Quindi per ora i cittadini non devono preoccuparsi ma il prossimo anno è già vicino e nuovi obblighi sono “alle por te”: che cosa potrebbe succedere? “Entro l’anno prossimo potrebbe succedere che l’ufficio tecnico venga spostato fuori dal paese, come l’ufficio ragioneria. Verrà garantita l’anagrafe nei Comuni piccoli come i nostri, l’uf ficio protocollo e l’uf ficio del sindaco. Probabilmente però per trovare i servizi che prima erano in paese i cittadini si dovranno rivolgere ad Alleghe piuttosto che ad Agordo. Ci sarà un bel disagio ma è un problema che si porrà, io credo, tra un bel po’ di tempo”. In tutto questo non c’è un lato positivo? “Non ne vedo lati positivi se non quello di un possibile risparmio economico su qualche indennità di funzione. Dopo non lo so come la prenderanno i funzionari che non avranno più l’indennità!” Mi pare di capire che tuttavia c’è ancora molta confusione su ciò che si deve fare, giusto? “Infatti, la questione non Trento o Bolzano. Questo correre credo faciliti al legislatore la storia di dire “tanto sono divisi, ognuno vuole andare per conto suo, li mando da un’altra parte ancora”. C’è troppa disorganizzazione in Provincia, dobbiamo salvare quello che abbiamo intanto, senza andare a rincorrere delle chimere perché io credo che il passaggio di Regione sia una chimera. L’Unione dei Comuni comunque va avanti con una normativa a parte, non centra nulla con la soppressione della Provincia di Belluno”. Aggiunge la vicesindaco Silvia Cestaro, “Anche se, visto che le Regioni autonome sono esenti dall’unione dei Comuni, solo accorpandosi ad una Provincia autonoma l’Unione non sarebbe più obbligatoria”. L’accorpamento dei ser vizi si prospetta dunque come un’altra penalizzazione per i paesi di alta montagna, con conseguenti disagi, spopolamenti, eccetera. Questi sono però i soliti discorsi che purtroppo conosciamo già fin troppo bene. C’è in più un problema di fondo che va ricordato ovvero il rischio di perdere (per sempre) la nostra identità. Irene Pampanin NOVEMBRE 6-7 .qxd:FEBBR 6-7 11 7-11-2012 11:34 Pagina 3 COMELICO ANNO LX Novembre 2012 Anno dʼespansione e brillanti riconoscimenti per la DBA Group dei fratelli De Bettin che hanno mantenuto a S. Stefano la sede DBA, INTRAPRENDENZA COMELIANA P er la Dba dei fratelli Francesco, Raffaele, Stefano e Daniele De Bettin, originari di Costalissoio, il 2012 è stato un anno positivo, che ha visto crescere il fatturato e ottenere alcuni brillanti riconoscimenti per l’attività d’impresa svolta nei vari settori di competenza. Della credibilità di cui ormai da anni gode la società c’è la dimostrazione nel premio Città Impresa 2012. Alla cerimonia che si è svolta alla Fiera di Vicenza era presente il Ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera. Il premio è stato assegnato a “1.000 fabbricatori di idee” , imprenditori, giovani e lavoratori di tutto il Nord Est. DBA GROUP era fra questi. Un altro riconoscimento per l’attività della Dba è l’ingresso DBA Group tra le prime 30 società italiane chiamate a far parte del progetto Elite, un’iniziativa di Borsa Italiana per il sostegno e la crescita delle PMI. Le trenta società e il progetto sono stati presentati a Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari, alla presenza tra gli altri del vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Vittorio Grilli. Un altro riconoscimento per l’attività della società dei De Bettin è stata la presenza alla Borsa di Londra. Le società appartenenti al “Segmento titoli ad alti requisiti” (Star) di Borsa Italiana hanno incontrato a Londra gli investitori istituzionali nel corso della 12a Star Conference. Opera nei settori di mercato che necessitano di prestazioni dʼingegneria e ha un fatturato di 20 milioni di euro allʼanno. Recentemente alla Dba è stato assegnato il premio Città Impresa 2012 Per festeggiare l'evento, l'apertura dei mercati a Londra è stata dedicata alle società Elite. Dba è stata selezionata tra oltre cento candidature. A riprova della capacità della società si è attuata nel corso dell’anno l’acquisizione della società genovese Igm Engeenering. L'operazione conclusasi ad ottobre fa parte della strategia di crescita della Dba Group, dopo che lo scorso anno era entrato nella società il Fondo Italiano di Investimenti con una quota di capitale pari al 25 per cento delle azioni. A seguirla è stato Stefano De Bettin. "Questa acquisizione dice - si inquadra nella strate- gia di ampliamento dei servizi di ingegneria nel settore delle grandi infrastrutture, in particolare nell'ambito degli impianti speciali, dell'automazione e del telecontrollo". Il settore della progettazione sulle autostrade era già uno dei rami dell'attività della Dba, tanto che nella sede di San Pietroburgo si sono progettate alcune stazioni di servizio dell'autostrada MoscaSan Pietroburgo. Ora, facendo entrare anche l'esperienza della società genovese, si aprono nuove prospettive per la Dba. "Igm Engeenering Impianti - ribadisce Stefano De Bettin - opera nel settore della progettazione di sistemi elettrici, di ventilazione e automazione per impianti industriali e civili. Dal 1997 si è specializzata in impianti idraulici e antincendio, illuminazione, ventilazione di tunnel e gallerie stradali e ferroviarie, quest'ultimo ambito complementare ai settori di intervento di Dba Progetti. Grazie alla collaborazione con i proprietari della Igm, che conti- MAIUCCO SMANTELLA “ARMONICA ENERGIA” a disarmonia che ha fatto chiudere le Terme di Valgrande, ha indotto anche lo scultore Mario Zandonella L Maiucco a togliere dal prato antistante lo stabilimento l’istallazione artistica, che aveva collocato da alcuni anni, il cui titolo era “Armonica energia”. Il lavoro si ispirava alla convergenza di interessi e di ottimismo della volontà che caratterizzava l’impegno di molti intorno al progetto delle Terme. Il suo gesto è un segnale forte di disillusione e di dissenso nei confronti di chi non ha saputo o voluto continuare il progetto iniziato. Mario Maiucco è da anni un artista in sintonia con le speranze e le aspettative che si muovono sul territorio di Comelico Superiore. Sue le sculture di neve che sono state realizzate all’arrivo della seggiovia dei Tre Picchi sotto l’Aiarnola, che simboleggivano l’unione tra Comelico e Pusteria, tra comunità che vorrebbero legare i loro destini in un progetto di sviluppo economico e turistico favorevole. Attratto dalla riflessione orientale, ma profondamente radicato nella cultura ladina, l’artista di Dosoledo si propone di far emergere nei suoi lavori le sfumature e le contraddizioni che dovrebbero accompagnare anche il dibattito ed il confronto dentro alla comunità. Probabilmente la fantasia e la riflessione di Maiucco produrranno altre “provocazioni” artistiche per far riflettere la gente di Comelico Superiore sul proprio futuro. L. E. C. nueranno a lavorare con noi, acquisiremo competenze e know how e ci rafforzeremo nel mercato con clienti primari". Con questa acquisizione la Dba apre una nuova sede a Genova, nei locali della stessa Igm. Il nuovo consiglio di amministrazione ha nominato presidente Bruno Marchese, vice Raffaele De Bettin e amministratore delegato Marco Politi. Questo nuovo settore di progettazione va ad aggiungersi agli altri che producono un fatturato di quasi 20 milioni di euro all’anno. “Operiamo in tutti i settori di mercato che necessitano della fornitura di prestazioni e servizi di ingegneria - dice il presidente della Dba Francesco De Bettin - e nel tempo abbiamo sviluppato una particolare conoscenza per quelli che sono costituiti da una rete di opere simili fra di loro, diventando leader di mercato per il mondo delle telecomunicazioni e delle reti di Aree di Servizio per la distribuzione di carburanti e servizi agli utenti stradali (noti nel campo come OIL e non OIL). Nello stesso modo operiamo nel mondo del Retail garantendo tutte le prestazioni tecni- 7 LA FAMIGLIA DE BETTIN FESTEGGIA IL “VECCHIO BORTLIN” fratelli de Bettin, che hanno dato inizio e costruito negli anni la Dba, hanno volutamente conservato a SanI to Stefano una delle diverse sedi ormai sparse in tutta Italia. In quella casa che si affaccia su piazza Roma vivono il padre Bortolo e la mamma Luciana, in un piano frammezzato ad uffici e sale di progettazione. Con loro il legame è forte e riconoscente. Francesco, il primo dei quattro figli ed anche il perno dell’azienda, riconosce al padre Bortolo la qualità di apripista in un settore, come quello della progettazione, che poi la Dba ha espanso in molteplici settori. Bortolo ha compiuto 80 anni lo scorso ottobre. La sua origine è a Costalissoio, dove c’è la casa paterna e quella costruita insieme al fratello Giovanni. La professione di geometra egli la svolse sia nell’ambito del Consorzio forestale del Comelico e Sappada, sia nella professione privata, diventando uno stimato e ricercato consulente sia per la progettazione civile che per le ricerche e gli accatastamenti. Ebbe anche incarichi amministrativi importanti, ricoprendo il ruolo di assessore provinciale negli anni Settanta. La bella strada definita “Panoramica del Comelico”, che congiunge in quota i paesi di Costalta, Costalissoio e Costa è stata una realizzazione che va attribuita alla sua volontà e capacità di intervento nella Giunta provinciale di allora. Alla passione con cui Bortolo ha sempre lavorato e alla precisione delle sue ricerche, i figli attribuiscono la continuità generazionale che ha portato, caso più unico che raro, nella realtà cadorina quattro fratelli a realizzare una impresa unita e in continua espansione. Spesso le iniziative intraprese dalla Dba ed i rischi conseguenti sono stati visti con timore e preoccupazione da papà Bortolo, ma non è mai mancata la fiducia e l’appoggio. Nell’ampia e luminosa sala, con la stube che riscalda le fredde giornate di Santo Stefano, i profumi della cucina di mamma Luciana accolgono i figli che, a turno, passano a pranzo nella casa che mantiene il senso della famiglia unita e forte. Quando ci sono le occasioni importanti gli incontri si ampliano a nuore e nipoti in una cerchia allargata, che riconosce il ruolo degli anziani come depositari di saggezza e ricchezza di affetto e sentimenti . Per la festa degli 80 anni di Bortolo si sono ritrovati tutti a pranzo in un rifugio. Hanno festeggiato l’ultimo passo in avanti della Dba, cha ha acquisito una grande impresa di Genova, la Igm Engeenering, augurandosi che la Dba mantenga la buona salute, sull’esempio del “vecchio Bortlin”. che professionali necessarie per la realizzazione di reti commerciali sia nel mondo bancario che in quello della distribuzione e della GDO (reti di Agenzie Bancarie, reti di Punti Vendita, centri commerciali). Nel campo dell’Energia DBA opera sia nel settore della produzione con fonti di energia di tipo rinnovabile (idroelettrico e fotovoltaico) che del trasporto, essendo da alcuni anni fornitore del gestore della rete elettrica Nazionale TERNA. La conoscenza delle tematiche estremamente specialistiche permette a DBA di essere un interlocutore estremamente efficace anche per quei Clienti che necessitino di progettazioni specialistiche di tipo impiantistico per il trattamento ed il trasporto dei dati su opere complesse. Questo ha portato allo sviluppo del settore ITS che opera nelle Infrastrutture di trasporto (Intelligent Traffic System, Sistemi di gestione del traffico, Sistemi di esazione del pedaggio). Oltre che in questi settori specialistici siamo in grado di supportare i nostri Clienti per la gestione e sviluppo del patrimonio immobiliare, operando da soli o in team con altre Società di architettura ed ingegneria”. Servizio di Lucio Eicher Clere NOVEMBRE 8-9.qxd:FEBBR 8-9 7-11-2012 11:42 Pagina 2 8 ANNO LX Novembre 2012 11 Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni TUTTA CIBIANA FESTEGGIA I 100 ANNI DI I PARROCCHIANI DI NEBBIU’ E TAI DI CADORE NESTO, CUSTODE DELLA TOAIA PITURADA VANNO A SALUTARE DON FLAVIO Il giorno 21 ottobre scorso, una settantina di parrocchiani di Nebbiù e Tai di Cadore, molti in pullman organizzato ed altri con auto private, si sono recati presso la casa di riposo “padre Kolbe” in Padavena per incontrare il loro precedente parroco Don Flavio Del Longo, che lì vi risiede da alcuni mesi. Dopo la Santa messa celebrata dallo stesso sacerdote nella cappella del centro, tutti assieme si sono recati in un ristorante, a mezzacosta sulle colline circostanti da dove si godeva di panorama splendido vista anche la bella giornata soleggiata; lì si sono trattenuti alcune ore in convivio. Il festeggiato ha sorpreso tutti facendo loro dono personale di una bella mini icona e a loro volta gli ex parrocchiani hanno consegnato un televisore. Il pomeriggio s’é concluso con la visita alla Basilica dedicata ai Santi Vittore e Corona, che sorge un po’ arroccato nei pressi di Anzù. Osvaldo De Lorenzo Nebbiù - Pieve di Cadore I ROCCIATORI RAGNI HANNO ARRICCHITO IL GRUPPO DI QUATTRO SOCI ONORARI Tutta la popolazione di Cibiana e uno stuolo di nipoti hanno festeggiato domenica 2 settembre il centenario Nesto de Ada, personaggio simpatico e inossidabile che da anni funge da “custode” della Toaia piturada gradito premio della rassegna gastronomica di San Lorenzo. Alla festa e al pranzo offerto da Nesto, e servito dai volontari del Comitato turisti- co di Cibiana nello stand del Centro Dolomiti di Masariè, hanno partecipato circa 200 persone che lo hanno “coperto” di una miriade di regali. Accompagnato dalle figlie Mariarosa, Celeste, Carla, Bruna, Nesto ha fatto la “passerella” per Masariè la frazione dei Murales e presenziato nella chiesetta alla S. Messa di ringraziamento celebrata da don Sergio e don Virginio, mentre il sindaco Eusebio Zandanel gli ha fatto dono di un simbolico albero di ulivo. E poiché Nesto in gioventù aveva fatto l’emigrante, il presidente dell’ABM Oscar De Bona gli ha consegnato un riconoscimento, mentre poi veniva proiettato un filmato con storie d’emigrazione. Durante la tradizionale cena di fine anno del Sodalizio, venerdì 26 ottobre, il Gruppo Rocciatori Ragni ha presentato i nuovi arrivati nelle proprie fila, quattro Soci Onorari: Romano Tabacchi di Pieve di Cadore, Marino Lena di Venas di Cadore, Luigi Baldovin di Lozzo di Cadore, Apollonio Da Deppo di Domegge di Cadore. Essi sono stati accolti con voto unanime dell'assemblea dei Soci, come da Statuto, “per meriti alpinistici, passione della montagna e della cultura alpina”. Dai primi anni Quaranta ad'oggi fanno parte del Sodalizio, tra soci Onorari e Ordinari 49 Ragni e numerose Guide Alpine. Primo presidente del Sodalizio nel 1945 è stata la Guida Alpina Duilio de Polo, mentre attualmente presidente pro tempore è la Guida Alpina Alex Pivirotto, che, tra l'altro risulta essere uno dei più giovani componente del Gruppo . Il direttivo ha auspicato che i giovani con passione per l'arrampicata si avvicinino anche alla montagna e non solo nelle falesie di valle, per un proseguo delle tradizioni alpinistiche che contraddistinguono il Sodalizio. Oltre 30 giovani ogni anno frequentano il Corso Roccia organizzato dal Gruppo con la collaborazione delle locali sez. CAI, avvicinandosi così con passione all'arrampicata. Questi saranno i Ragni del “Futuro”! Segreteria Ragni NOVEMBRE 11 8-9.qxd:FEBBR 8-9 7-11-2012 11:42 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 9 Lettere & opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & opinioni A NOALE C’E’ ANCORA S. STEFANO RICORDA PADRE MATTEO E’ UN BRAVO GIOVANE, VOGLIO DIRVELO TESTIMONIANZA DEL CADORE RODOLFO DE CANDIDO Siamo provati ma abbiaLEGNAME DEL CADORE E TUTTI I SUOI EMIGRANTI Cari amici, (come non Egregio Direttore, mai mi sento di cominciare mo avuto tanti attestati di se può servire per l’ar- DITTA MARTINI così) la vicenda che ha coinvolto la nostra Famiglia ci sta tormentando da quella notte del 31 gennaio, Vi allego quanto abbiamo inviato alla stampa nella giornata di ieri, che sintetizza la nostra posizione e soprattutto mette in risalto la vera figura di Matteo, descritto come un teppista incallito. Matteo ha sempre perseguito degli ideali di eguaglianza e lotta contro il razzismo avendolo in primis assorbito dalle nostre idee di genitori. Se sarà provato che ha sbagliato non è stato un gesto di violenza gratuita verso due “studenti modello” ma la reazione inconsulta ad una provocazione e sbeffeggiamento da parte di chi aveva rovinato suo fratello. stima che ci danno la forza di andare avanti....... Vi autorizzo, anzi ve lo chiedo di divulgare questo nostro pensiero con l’allegato a coloro che vi chiedono e magari non hanno il coraggio di sentirci direttamente, o a chi lo riteniate dovuto. Grazie di cuore.... Forse qualcuno dei destinatari di questa mia non era a conoscenza dei fatti..... questa è la mia conferma che lo considero un amico. Renzo e Lidia Zangrando 28 ottobre 2012 Credo che i lettori apprezzeranno l’amore che avete per vostro figlio anche senza leggere la vicenda sull’allegato. Con l’augurio che tutto si risolva presto e positivamente. Cordialità. chivio giro la foto scattata Renzo Zangrando nella piazza centrale di Stupisce anche, visto che Noale (VE), testimonianza di una economia passata: ne sono passati di anni! IL LIONS CLUB PIEVE DI CADORE SEMPRE PRESENTE NELLE VICENDE CHE HANNO INTERESSATO IL CADORE Il Lions Club di Pieve di Cadore ha festeggiato l’apertura dell’anno sociale 2012/2013 nell’ospitale albergo “Ferrovia” di Gino Mondin a Calalzo di Cadore, con la presenza di oltre 20 soci e consorti. La Presidente signora Elena Galli ha intrattenuto i soci sulle problematiche del Club che è oramai entrato nel quarantatreesimo anno di vita e che è sempre stato presente nelle vicende che (nel bene e nel male) hanno interessato il territorio cadorino: i decenni di fulgore economi- co dovuto all’industria dell’occhiale; l’attuale momento di crisi, che interessa la stessa industria, a causa prevalentemente dei bassi costi di produzione nei paese emergenti. E’ necessario, pertanto, che tutti (e quidi anche il Lions Club) aiutino a trovare le giuste soluzioni che rilancino il Cadore come entità economica e quindi politica; cosa non facile da raggiungere (anche) a fronte di una miopia politica regionale che, a parole, esalta la specificità della montagna, nei fatti la depaupera di servizi essenziali per la popolazione che in essa vive, ad esempio: una buona struttura sanitaria, una struttura della giustizia che sia vicina alla gente, le indispensabili infrastrutture turistiche. Nel segno della spending review il programma del Club ha circoscritto gli inter venti 2012/2013 a due soli settori: il sostegno al Banco Alimentare, organizzazione attiva presso tutte le Parrocchie del Cadore, a favore delle fami- glie disagiate; l’Unione dei Comuni, con una serie di incontri che, coinvolgendo amministratori comunali ed esperti giuridici, e principalmente la Magnifica Comunità del Cadore, porti a concretizzare al meglio gli interventi legislativi in corso di emanazione, essendo certi che dette Unioni, se ben fatte, produrranno il valore politico ed economico necessario al rilancio del Cadore nell’ambito provinciale e regionale. L’Addetto stampa G. O. D’Ambrosi Una domenica (il 30 settembre) all’insegna del ricordo dell’emigrazione del Comelico e Sappada indetta dalla locale “Famiglia” ex emigranti, in collaborazione con il comune, gli alpini, la regola, la parrocchia e degli abitanti della piccola frazione di Tamber dove è stata scoperta una stele in memoria di padre Rodolfo De Candido, davanti alla sua casa nativa alla presenza di autorità e cittadini che hanno ascoltato con molta attenzione e commozione gli interventi del neo eletto presidente dell’Abm. arch. Oscar De Bona, del sindaco di S. Stefano Alessandra Buzzo e del parroco don Diego che ha benedetto la stele. Padre De Candido, nato il 2 ottobre 1919, trascorse buona parte della sua vita in Brasile, missionario Scalabriniano nel Rio Grande do Sul dove è deceduto nel 1999 raggiungendo i gradi più alti dell’ordine religioso. Significativa la presenza del sindaco di Comelico Superiore e presidente della Comunità Montana Comelico e Sappada, dei sindaci di S. Pietro, di Sappada e del consiglio comunale dei giovani, dei gonfaloni delle “Famiglie ex emigranti del Comelico e Sappada, del Cadore, dell’Alpago, del Longaronese e la rappresentanza della Famiglia “Piave” di Belluno. Durante la S. Messa nella parrocchiale di S. Stefano il parroco don Diego ha messo in risalto l’esempio della gente del Co- melico che in tutto il mondo hanno portato e mantenuto la fede e le tradizioni religiose; ben vengano quindi questi ricordi, di esempio alle nuove generazioni. Trasferimento infine nella Piazzetta e monumento all’emigrante, opera dello scultore Franco Fiabane, per celebrare il decimo anniversario della locale Famiglia ex emigranti dove il presidente Antonio Martini, nel suo intervento ha ripercorso le tappe più significative realizzate rivolgendo un ringraziamento al Comune per la messa a disposizione della sede ed a tutti i collaboratori, in particolare al vice presidente Bruno De Candido e la segretaria Carmen Baldissarutti per il lavoro svolto. Ha chiuso le celebrazioni l’intervento del componente l’esecutivo centrale dell’ABM Patrizio De Martin presente con i consiglieri Arrigo Galli e Ruggero Valmassoi, consegnando al presidente Martini una targa ricordo per il decimo anniversario. PDM NOVEMBRE 10-11.qxd:FEBBR 10-11 7-11-2012 11:47 Pagina 2 10 ANNO LX Novembre 2012 11 Lettere & Opinioni • Comunicati • Testimonianze UN NUOVO CAPITELLO A PIAN DEI BUOI A PROTEZIONE DELLA COMUNITA’ DI LOZZO Il giorno 12 dello scorso mese di agosto, sulla strada di accesso al pianoro di Pian dei Buoi, si è tenuta una cerimonia religiosa molto sentita dalla popolazione, sulla scia delle antiche tradizioni locali e nel nostalgico ricordo dei costumi e delle devozioni che hanno sempre caratterizzato i nostri avi. Il territorio comunale infatti è da sempre contraddistinto e ‘punteggiato’ da tutta una serie di capitelli, crocefissi, cappelle e chiesette votive che stanno a testimoniare dello spirito religioso semplice e schietto delle generazioni che ci hanno preceduto. E questo lo si può riscontrare in modo particolare lungo la strada militare, detta anche del Genio. Ebbene, quest’anno un fatto fortuito ha consentito ad un gruppo di volonterosi cittadini di poter porre, all’uscita della galleria di Mizzoi, un capitello con un grande crocefisso di pregevole fattura, accompagnato da una targa contenente un messaggio invitante i passanti ad una meditazione sulla bellezza del luogo ed alla recita di una preghiera. La posa in loco del tutto è stata accompagnata dalla celebrazione di una S. Messa officiata dal parroco don Osvaldo Belli, rallegrata dai canti dei numerosi fedeli e turisti e seguita da un pranzo conviviale. Ma quale è stato il fatto fortuito che ha consentito di arricchire la strada del Genio di un ulteriore simbolo religioso? E’ presto detto. Alcuni anni fa, in località Fies, venne registrato un atto sacrilego: il furto dell’antico crocefisso posto sulla facciata principale dell’ex tabià che si trova sulla nazionale, giusto poco prima dell’ingresso in paese, immobile ora restaurato e trasformato in abitazione-seconda casa di proprietà dei coniugi Baldovin-Mischitelli di Ro- ma. Per i lozzesi, da sempre affezionati a quel luogo tanto da definirlo “fora dal Cristo” e da essere abituati a fare il segno della croce anche semplicemente passando in auto, il fatto inqualificabile e sacrilego aveva suscitato generale deplorazione e rincrescimento. Per la gente del posto, il constatare l’esistenza, sul fabbricato, del capitello vuoto era motivo di sofferenza e rimpianto, unita alla amarezza di poter verificare ogni giorno che era venuto a mancare non solo un alto e ‘storico’ simbolo religioso ma anche un qualche cosa di molto sentito sul piano affettivo e dei sentimenti. La famiglia Baldovin-Mischitelli aveva allora provveduto a commissionare ad un artista di fuori una nuova opera da porre in loco, in sostituzione del crocefisso empiamente asportato. Va precisato che l’opera sottratta era, presumibilmente, della scuola del Brustolon ed era stata già oggetto di atto vandalico da parte delle truppe tedesche di occupazione essendo stata colpita da colpi di mitra. Ragioni tecniche hanno però impedito di mettere in atto la programmata sostituzione. Si addivenne successivamente ad un accordo tra il parroco e la famiglia proprietaria dell’immobile, me- diante il quale il sacerdote si impegnava a commissionare ad un artista scultore della Val Boite un nuovo crocefisso da porre in località Fies, mentre i coniugi Mischitelli si impegnavano a cedere alla parrocchia il crocefisso la cui collocazione non era stata possibile. Tempo addietro fu assai commovente la cerimonia riparatrice, con sentita partecipazione e evidente soddisfazione di tutti i fedeli. Don Osvaldo, a questo punto, sollecitato da alcuni parrocchiani, ha di buon grado acconsentito che l’opera ottenuta dalla ‘permutazione’ venisse decorosamente posta all’ingresso di quel- l’anfiteatro dolomitico che è la nostra Monte. La targa posta a lato del capitello reca questa scritta: “Su questa via che ti conduce ad ammirare l’opera del Creatore, estasiato turista soffermati e recita una prece. Questo simbolo di salvezza e redenzione, tanto amato dagli antichi abitatori che qui sopportarono fatiche inenarrabili alla ricerca di un aspro sostentamento, ti suggerisca di implorare la Divina protezione, la Pace e la Prosperità per te, i tuoi cari, la Comunità locale e per tutto il Creato.” A maggior gloria di Dio. Giuseppe Zanella Lozzo di Cadore SPAZIO ALGUDNEI DI DOSOLEDO OSPITE DELL’ASS. PICCOLI MUSEI Lo Spazio Algudnei di Dosoledo sarà ospite del Terzo Convegno Nazionale dell'Associazione dei Piccoli Musei (APM) che si terrà ad Amalfi (SA) il 5-6 Novembre. Giancarlo Dall'Ara, Presidente dell'APM, li ha invitati a portare un contributo nell'ambito della Sessione “Musei 2.0” dove Marta De Zolt, curatrice dei profili social dell'Algudnei, presenterà un intervento dal titolo “Cultura Ladina: la tradizione millenaria rivive nel web 2.0”. Un'opportunità per la Val Comelico di farsi conoscere attraverso il suo patrimonio culturale al di fuori dei confini regionali come sta già avvenendo grazie a Facebook e Twitter con una continua crescita del numero di followers. Lo Spazio Algudnei si distingue perché offre la possibilità di scoprire le antiche tradizioni della Val Comelico utilizzando supporti tecnologici come touchscreens, postazioni video, cornici digitali e pannelli luminosi. Il progetto è riuscito a superare i confini della Val Comelico grazie all'utilizzo del web 2.0, attraverso il quale svariati aneddoti della tradizione sono stati lanciati su www.facebook.com /algudnei e https://twitter.com/ Algudnei riscuotendo da subito molto successo. Questi mezzi sono riusciti a creare una comunità virtuale in continua crescita, interessata alla Cultura Ladina. CORSO DI DI PALEOGRAFIA LATINA ALLA BIBLIOTECA STORICA CADORINA DI VIGO La paleografia è la scienza che studia le antiche scritture e viene sottocategorizzata in base ai caratteri, e non in base alla lingua, in cui le scritture sono vergate. Presso la Biblioteca Storica Cadorina di Vigo di Cadore, il dott. Rudi De Sandre terrà un corso di paleografia latina aperto a tutti, durante il quale verrà trattata la storia della scrittura in caratteri latini, di cui verranno tracciate sinteticamente le linee evolutive ed evidenziati i fenomeni grafici fondamentali. L’obbiettivo principale del corso sarà fornire le conoscenze necessarie per la comprensione e, quindi, per la corretta trascrizione delle testimonianze grafiche. Verranno perciò esa- minati vari tipi di scritture librarie e ci si soffermerà con attenzione sui caratteri del sistema abbreviativo e sulle norme di trascrizione. Sono previste 16 lezioni della durata di un’ora e mezza ciascuna, tenute presso la sala di consultazione della Biblioteca Storica Cadorina con frequenza bisettimanale: il martedì e il giovedì sera a partire dalle ore 18. L’orario definitivo verrà concordato con i partecipanti durante la prima lezione. Il corso sarà articolato in due moduli; nelle otto lezioni del primo modulo l’insegnamento sarà più teorico (storia della scrittura), mentre nelle otto lezioni del secondo sarà più pratico (visione e decifrazione di testimonianze libra- rie). I due moduli saranno complementari e i gli interessati potranno decidere se seguirli entrambi o solo il primo di essi. Il corso è finanziato quasi totalmente dal Comune di Vigo e gli interessati contribuiranno solamente con una modica quota di partecipazione, che sarà definita in base al numero dei partecipanti stessi. Si ricorda che il corso è aperto a tutti, in quanto la conoscenza del latino è utile ma non strettamente necessaria. La data d’inizio delle lezioni deve essere ancora stabilita. Info: Biblioteca Storica Cadorina tel. 0435/77839 [email protected] AL SILMO D’OR 2012 PREMIATA L’AZIENDA DI ESSE PER UN OCCHIALE IN FIBRA DI LINO Silmo d'Or: trionfa l'innovazione tecnologica italiana Custom-6 si aggiudica il riconoscimento nella categoria “Montature e Innovazione Tecnologica” Il brevetto appartiene alla Di Esse di Domegge di Cadore. Diverse le Nomination al Silmo d'Or 2012 per le aziende italiane: presente in ben due categorie, “montature e innovazione tecnologica” e “ Equipaggiamento sportivo”, è stata Custom-6, che si è aggiudicata il riconoscimento nella sezione “Montature e Innovazione Tecnologica” con i prodotti realizzati in fibre naturali, in un’atmosfera di festa ed alla presen- za di un folto pubblico di addetti ai lavori che hanno assegnato i prestigiosi premi all’innovazione ed alla creatività nel campo ottico. Il brevetto del prodotto vincitore appartiene alla storica azienda cadorina guidata da Silvio Da Pra, il cui marchio Custom-6 è stato rappresentato nello stand dell'azienda Di Esse di Antonio De Silvestro durante questa edizione di Silmo. Il premio va quindi al modello FN719, un occhiale realizzato in fibra di lino, un prodotto ecologico e naturale, che in questo periodo non passa certo inosservato. Custom-6 Natural Philosophy è una nuova linea totalmente realizzata in fibre naturali, quali il lino, dalla valenza moderna e perfettamente adattabile ai contesti più diversi. L'uso di materie prime antiche e naturali, che richiamano la più autentica tradizione, si unisce alla più avanzata tecnologia e dà vita a montature da vista e da sole fashion, dallo stile contemporaneo e dal comfort assoluto. Custom-6 con la linea Natural Philosophy è il primo brand nel settore a lanciare un occhiale 100% lino, strizzando l'occhio alla sostenibilità ad alle più moderne idee green votate al rispetto dell'ambiente. NOVEMBRE 10-11.qxd:FEBBR 10-11 11 7-11-2012 11:48 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 chille Carbogno, ex insegnante e dirigente scolastiA co, ex sindaco, ex presidente del Cai del Comelico, non ha mai coltivato la sindrome dell’”Ex”, riuscendo sempre a dare il suo contributo di intellettuale e animatore in diversi ambiti della società come liana. Ora si dedica all’Università degli adulti e anziani del Comelico e Sappada. Ci parli dell’esperienza universitaria comeliana. La nostra Università, nata nel 1998, è giunta ormai al 15° anno di vita. Ad ogni nuova stagione un centinaio e più di iscritti, provenienti da ogni borgata del Comelico, rafforzano consensi e presenze. Va qui correttamente richiamata la valenza di coagulo sociale dell’istituzione, attraverso scambi culturali, nuove amicizie, incontri consolidati. Il progetto della nostra operosità, richiamato di volta in volta nelle locandine annuali, mira ad “aiutare i partecipanti, mediante l’attività culturale, a ritrovare fiducia nelle proprie capacità intellettuali e a ridefinire il proprio ruolo e inserimento nella società e nel territorio. Non richiede agli iscritti particolare titolo di studio.” Proprio da questa consolidata impostazione è fluito via via il nostro agire, il nostro percorso programmatorio e operativo. Qual’è il programma dell’anno accademico iniziato a ottobre? Lo abbiamo diviso per settori. Attualità: il dott. Stefano Pari, esperto del settore economico/ bancario, esplora i temi della crisi finanziaria che sta colpendo l’Euro- 11 Achille Carbogno illustra le attività accademiche della frequentatissima Università adulti e anziani del Comelico e Sappada, al 15° anno di vita NON ANZIANI DA ROTTAMARE MA RISORSA DELLA SOCIETAʼ pa (proprio a tal proposito e con riferimenti attualissimi il Rettore Attilio Menia amplifica il tema connesso “Etica e politica: tra corruzione e ricostruzione”, come interessante corollario alla discutibile situazione attuale); Andrea Cecchella, giornalista di TeleBelluno, presenta le sue conoscenze ed esperienze del sistema televisivo. E’ programmata un’interessante trasferta culturale guidata, propedeutica al 50° della tragedia del Vajont, con ricognizione al coronamento della diga e alla centrale elettrica di Soverzene e visita conclusiva al Museo della Memoria di Longarone. Medicina e sport: Massimo Ballotta, primario del Centro di Riabilitazione di Lamon, approfondisce alcune annotazioni provocatorie sul movimento come terapia, ravvivandole con la sua consumata coinvolgente dialettica; Giorgio Soravia affronta il tema della “salute cardiovascolaree nel passagio dell’età”; Alfia Pomarè, traendo spunti originali dalla sua navigata esperienza nel campo alimentare, cura il tema “Dieta e cibo per una migliore qualità di vita”; Roberto Zandonella Necca, medaglia d’oro LEGGI ILCADORE SUL SITO www.il-cadore.it Gli abbonati possono richiedere la password direttamente dal sito (e-mail al direttore) o per telefono (0435.32262 segreteria). Gli abbonati che siano già in possesso di password possono richiederla utilizzando dal Sito la “E-mail al Direttore” mondiale e olimpionica nel bob a quattro, racconta della sua umana spericolata avventura, soffermandosi anche, da esperto forestale, sulle peculiari caratteristiche faunistiche e ambientali della foresta del Cansiglio. Arte: Ennio Rossignoli racconta “Il ‘900 nella letteratura e nell’arte, una storia del secolo breve”; Max Pachner, presidente del Rotary Club cadorino, divaga con competenza sulla “ritualità dei carnevali di Sappada e Comelico Superiore attraverso i dipinti di Olga Riva Piller”; l’artista Vico Calabrò, affezionato da una vita al Comelico, parla sugli artisti comeliani degli ultimi 50 anni. Nel quadro delle rituali esplorazioni di città ricche d’arte e di storia è previsto un viaggio in primavera nella città carinziana di Klagenfurt con le sue peculiari suggestioni storiche ed artistiche. Anche il sottoscritto, Achille Carbogno, con originale pretesto e riferimento all’attuale difficoltà economica, riflette sul tragico analogo dissesto del 1929 e dintorni, divagando sulle allegre e spensierate canzoni italiane del tempo. Davvero “canta che ti passa”, come suggerisce il vecchio ma saggio motto! Storia locale: Adriano De Zolt, già direttore del Coro Peralba, accompagna in un viaggio musicale tra monti e valli “lassù sulle montagne”; il cantautore Belumat, Giorgio Fornasier, richiama con le sue melodie e la sua chitarra esperienze di emigrazione “con la valìsa in man”; Piergiorgio Cesco Frare parla delle rituali transumanze degli antichi pastori, sulle tracce del passato e dei suoi ritmi ricorrenti; Italo Zandonella Callegher, accademico CAI, propone un tema intrigante “Da Mosè a Papa Wojtyla: quattro passi di storia tra i monti”. E ancora: corsi di informatica preparatoria e avanzata, educazione motoria, corso di pittura, recita teatrale col gruppo musicale di Costalta. Occasioni imperdibili per continuare a crescere insieme. L’Università degli adulti e anziani è una delle realtà culturali più vive del comprensorio comeliano-sappadino... Sì. Essa raccoglie infatti adesioni da Sappada a Padola, da Danta a Costalta, da Costa a Casada; con presenze in ogni frazioncina della vallata e viva partecipazione. Abbiamo pregustato la riscoperta di una nuova identità, la passione verso nuovi interessi, il gusto di essere ancora presenti, di non farci emarginare, di sentirci vivi, di contare, partecipare ed agire. Un’empatia rassicurante e appagante! Per dirla tutta: non vecchi da rottamare ma adulti/anziani da riciclare, non problema ma ricchezza e risorsa della società. Con il relativo bagaglio di conoscenze, esperienze e memorie. Un bagaglio che deve rappresentare una cerniera viva e vitale sia nell’orizzonte educativo che nella nostra inquieta e nevrotica società. Un’opportunità preziosa per crescere culturalmente e socialmente. E se è vero che il male maggiore è l’ignoranza e il bene maggiore è la conoscenza, la nostra Università ha saputo davvero abbattere molti muri e gettare molti ponti. Lucio Eicher Clere NOVEMBRE 12-13.qxd:FEBBR 12-13 12 7-11-2012 11:44 Pagina 2 STORIA o scorso 28 ottobre si è tenuta a Cassano L d’Adda, dove riposa il Generale Giuseppe Perrucchetti, ideatore del Corpo degli Alpini, un’importante manifestazione per ricordare il 140° anniversario della fondazione di queste speciali truppe che tanto hanno inciso sulla storia e sulla civiltà del nostro paese. Era infatti il 15 ottobre 1872 allorché un decreto legge voluto dal Ministro Ricotti Magnani costituì in zone alpine quindici nuovi distretti militari, ciascuno con una compagnia distrettuale, composta da uno “strano” corpo di fanti dalla bombetta con la penna di corvo. Risaliva invece al marzo dello stesso anno l’idea ispiratrice di quel nuovo assetto territoriale volto alla difesa immediata della nostra frontiera, ovvero l’articolo del Perrucchetti comparso sulla Rivista Militare Italiana, in cui l’allora Capitano, poco più che trentenne insegnante di geografia militare alla Scuola di Guerra di Torino, lanciava quell’idea vincente. Il breve saggio si intitolava “Sulla difesa di alcuni valichi alpini e l’ordinamento militare territoriale nella zona di frontiera” e riposava sulla formazione stessa dell’ufficiale, grande appassionato di montagna e tra i primi soci del Club Alpino di Torino. “Io vorrei suddividere la zona alpina scriveva allora il “papà” degli Alpini - in tanti settori, ciascuno dei quali dovrebbe, a seconda delle esigenze della difesa, comprendere una o due vallate ed essere a cavallo delle linee di operazione che valicano le Alpi. Le forze militari, reclutate in loco, formerebbero l’unità difensiva del medesimo settore, o distretto. Il comandante delle truppe sarebbe comandante del distretto e della difesa locale…”. Va sottolineato comunque che sulle idee e decisioni di Perrucchetti e Ricotti Magnani ebbero un grande peso gli avvenimenti cadorini del 1848 e del 1866 e in particolare la lezione di Calvi, che con i suoi “Corpi Franchi” e “Guardie Civiche”, certo male armati ma motivati ed ottimi conoscitori del territorio, era riuscito a sostenere a lungi una lotta impari contro gli austriaci. Si tende tra l’altro a ANNO LX Novembre 2012 Nel 140° dellʼistituzione delle truppe alpine, ricordato il gen. Perrucchetti che ideò questo corpo per la difesa delle frontiere DALLE NOSTRE VALLATE LʼIDEA DI UN CORPO TERRITORIALE DI FANTI 11 di Walter Musizza Giovanni De Donà una nuova numerazione e rinnovate nappine di vari colori. Il Perrucchetti avrebbe voluto chiamarli “Cacciatori delle Alpi”, nel ricordo dell’esperienza risorgimentale Sulle decisioni ebbero un grande peso gli avvenimenti in Cadore nel 1848 con i “Corpi Franchi” di Calvi e nel 1866 con le “Guardie Civiche” che potrebbero essere definiti “Alpini ante litteram” dimenticare che ancora il 20 novembre 1848 era stato presentato al “dittatore” e triumviro della neonata Repubblica di Venezia G. B. Cavedalis, su impulso di alcuni eminenti cadorini, un “Progetto d’istruzione” per 2 compagnie di “Bersaglieri Alpigiani”, primo embrione di un successivo, più consistente Corpo, voluto per agire “per bande” Il gen. Giuseppe Perrucchetti sulle montagne del Cadore e lungo l’intera corpo voluto dalla lungimicatena delle Alpi, atto a fun- ranza del Perrucchetti? Ma gere da nucleo di raccolta ci sono ulteriori ascendenper tutti i patrioti montanari ze cadorine in quei primornon appena l’insurrezione di. G.A.Talamini Minotto avesse potuto riprendere fiato ed ambizioni anche pubblicava infatti nel 1867 un opuscolo per onorare la sulla terraferma. Molti giovani risposero memoria di Calvi e, tra i all’appello lanciato e il 19 suoi desideri e proposte dicembre il Governo Vene- per una prossima emancito poteva già disporre la ri- pazione del Cadore, c’era costruzione della “Legione pure l’auspicio che “un predei Cacciatori delle Alpi”, sidio qualunque di truppa, forte soprattutto dei tanti decretato che sia, potesse vecadorini che avevano segui- nire in quei luoghi, massito Calvi a Venezia, ma pure me nel verno, convenientedi molti bellunesi e feltrini. mente acquartierato” e, olA fine luglio 1849 la Legio- tre a Pieve, capitale storicone contava 900 uomini, agli geografica e quindi ideale ordini sempre del Capitano sede del comando e del di Noale e ripartiti su 2 Bat- “nerbo principale” della suggeriva taglioni, ognuno dei quali guarnigione, contava 6 compagnie. Co- quali sedi sussidiarie l’Olme non definire dunque trechiusa, Auronzo e il Co“alpini ante litteram” questi melico. Per il finanziamencombattenti di casa nostra, to delle costruende caserideali antesignani, per si- me proponeva inoltre allo stema di vita e modo di Stato di cedere la foresta di combattere, del famoso Somadida alla Comunità 1872 - I primi Alpini attendati in un orto a Pieve di Cadore Il Corpo degli Alpini ebbe una rapida crescita: nel 1878 le compagnie erano già 38, ordinate in 10 battaglioni; due anni dopo venne riordinato in 6 reggimenti, con 20 battaglioni e 72 compagnie Cadorina, coll’impegno da parte di questa di utilizzare il legname raccolto per l’erezione dei fabbricati necessari ai soldati e per la fornitura di antenne a prezzo equo alla Regia Marina italiana. Ma al di là di siffatte valutazioni, probabilmente incapaci di penetrare efficacemente nei ministeri romani, era la storia stessa a confermare, colla logica dei suoi ricorsi, la bontà di quell’iniziativa. Essa infatti dimostrò l’efficacia del pronto inter vento operato dalle Bande Armate cadorine il 14 agosto 1866, allorché, due giorni dopo la firma dell’armistizio di Cor- mons che poneva fine alla III guerra d’indipendenza contro l’Austria, mille volontari austriaci agli ordini del conte Mensdorff Pouilly furono fermati da circa 300 tra regolari e volontari cadorini, che possiamo definire senz’altro “truppe territoriali”. Fatto sta che il Corpo degli Alpini conobbe una rapida, sorprendente crescita: nel 1874 le compagnie erano già divenute 24, ordinate in 7 “Riparti”, corrispondenti ai battaglioni; nel 1878 tale numero fu elevato a 36 (10 Btgg); nel 1880 i 10 Btgg. furono sdoppiati e si costituirono 6 reggimenti con 20 Btgg. e 72 cpp., con veneziana e sull’esempio della Francia e dell’Austria, che così chiamavano un corpo di fanteria leggera, molto mobile e composta da ottimi tiratori, mentre altri preferivano per loro il nome di “Bersaglieri delle Alpi”, per distinguerli dai fanti piumati cari al Lamarmora: vinse la lezione più facile e spontanea, come e quando esattamente non si sa, identificando il soldato con l’ambiente stesso di provenienza e di attività. Un termine, quello d’“alpino” che voleva essere all’inizio quasi riduttivo e scherzoso, e che divenne poi invece una autentica qualifica ed un ambito onore. NOVEMBRE 12-13.qxd:FEBBR 12-13 11 7-11-2012 11:44 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 13 CʼEʼ UN POʼ DI CADORE NELLʼ ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI ANNIVERSARIO DEL 4 NOVEMBRE he il Cadore sia stato uno dei teatri più C cruenti della Grande Guerra, è un fatto risaputo, anche fuori dai confini della piccola e grande patria. Ma che abbia avuto l’onore di essere citato per ben due volte nel testo dell’armistizio di Villa Giusti a Mandria (PD), che quell’immane conflitto ebbe l’onore e il merito di concludere (e in qualche modo santificare), forse non sono in molti a saperlo. Il Cadore compare due volte nel Protocollo, di circa 5 pagine, datato 3 novembre 1918 e contenente i particolari e le clausole d’esecuzione di alcuni punti dell’armistizio tra le Potenze alleate ed associate e l’Austria-Ungheria. Nella sezione 1 (punto 2, lettera c), il testo recita: “La cessione di tutte le artiglierie divisionali e di corpo d’armata dovrà effettuarsi per la fronte italiana nelle località seguenti: Trento, Bolzano, Pieve di Cadore, Stazione per la Carnia, Tolmino, Gorizia e Trieste”. La corretta e puntuale esecuzione di questa e di altre clausole restava affidata a commissioni speciali, ma ignoriamo quantità e qualità di siffatte cessioni di materiali ossidionali nella patria del Tiziano. La seconda citazione cadorina si trova al successivo punto 5: “Al 5° giorno le truppe austro - ungariche e alleate dell’Austria - Ungheria dovranno trovarsi al di là della linea: Tonale - Noce Lavis - Avisio - Pordoi - Lavinallongo - Falzarego - Pieve di Cadore - Colle Mauria - alto Tagliamento - Fella - Raccolana - Sella di Nevea Isonzo”. Poiché il momento dell’entrata in vigore veniva fissato per le ore 15 del 4 novembre, ciò significava che entro la stessa ora del giorno 9 tutti i soldati austroungarici dovevano trovarsi al di là della congiungente Falzarego - Pieve di Cadore: fatto questo che in effetti non procurò grandi problemi, essendo già dal giorno 3 e 4 defluita lungo la Val Boite in direzione di Dobbiaco la gran parte delle colonne austriache in ritirata. E’ curioso notare come nel testo, sottoscritto in primis dai generali Viktor Weber Edler von Webenau e Pietro Badoglio, ci siano de- Il Cadore che è stato un teatro cruento nella Grande Guerra ha avuto lʼonore dʼessere citato nel testo dellʼarmistizio del 3 novembre 1918 Il capo di Stato Maggiore gen. Armando Diaz gli errori, non solo di grafia, come ad esempio Isargo per Isarco, Colle Mauria anziché Passo Mauria e Lavinnalongo invece di Livinnalongo. Al punto 3 della parte relativa alle condizioni dell’ar- Armistizio di Villa Giusti quadro al Museo della Guerra - Rovereto mistizio veniva inoltre specificato che “tutto il materiale militare e ferroviario nemico che si trova nei territori da evacuare sarà lasciato sul posto”, cosa che infatti risultò poi utile alla “Ferrovia della Dolomiti”, che nel dopoguerra poté utilizzare tra FATTI E UOMINI DELLA GRANDE GUERRA Il col. Tarditi legò il suo nome allʼesplosione della grande mina sul Castelletto nel 1916 ma godeva di pessima fama fra i soldati LA GUERRA SULLE TOFANE o storico Angelo Gatti ebbe a dire che “era L giudicato in maniere contrapposte: da alcuni benissimo, da altri, i più, malissimo. E questi ultimi lo ritenevano addirittura un imbecille, arrivista e piaggiatore”. Giuseppe Tarditi, nato a Torino il 21 aprile 1865, apparteneva ad una famiglia di tradizioni militari: suo padre Carlo Giuseppe aveva combattuto nelle battaglie del Risorgimento e s’era meritato una medaglia d’argento a Novara. Dopo l’Accademia di Modena e la promozione a Tenente aveva deciso di passare con gli Alpini e fu in Libia nella campagna 1912-13. Divenne Tenente Colonnello per meriti eccezionali al 3° Reggimento Alpini, ma i maligni dissero più per doti diplomatiche che non per combattimenti sostenuti. Dopo aver guidato il Btg. Exilles sul Monte Nero, era stato promosso Colonnello alla fine del 1915 e posto al comando dei Btg. Belluno e Val Chisone in Val Costeana, con la IV Armata. Ebbe il comando interinale dopo la morte del Generale Cantore e promosse la realizzazione della mina del Castelletto, scoppiata l’11 luglio 1916, cui è rimasto indissolubilmente legato il suo nome, anche se in verità il progetto riposava sulle competenze dei Tenenti Eugenio Tissi di Agordo, già da lui conosciuto nel 3° reggimento alpini, e Luigi Malvezzi di Vicenza. “Castelletto è quella cosa / di lavoro colossale / per la quale Generale / vuol Tarditi di- Oggi la galleria del Castelletto “Alle 3,30 dellʼ11 luglio fu come una scossa di terremoto e subito dopo un polverio immenso e il frastuono di una enorme valanga con un precipitar di massi tutto attorno al Castelletto” ventare” commentavano gli Alpini e la loro parodia già era la sintesi perfetta di tutti i limiti dell’uomo e della sua carriera. Tarditi caldeggiò pure il minamento della cima del Col di Lana ma, scontratosi col colonnello Peppino Garibaldi, non venne coinvolto (segue a pag. 14) Il Castelletto nel 1916 Calalzo e Dobbiaco alcune locomotive austriache di ottima qualità. Ma forse a tante famiglie cadorine (e non solo) interessava un’altra clausola, di scarsa valenza strategica, ma di alto valore sociale. Al punto 9 veniva infatti precisato: “Entro 8 giorni dalla cessazione delle ostilità, i prigionieri e gli internati civili in Austria - Ungheria, delle Potenze associate, dovranno cessare da qualsiasi lavoro che non sia agricolo, sempre quando a tale lavoro fossero già addetti prima del giorno della firma dell’armistizio. In ogni caso, essi dovranno esser tenuti pronti a partire immediatamente dal momento della richiesta che sarà fatta dal Comandante supremo dell’esercito italiano”. Ciò significò il ritorno a casa di molti prigionieri ed internati bellunesi, ritorno che peraltro avvenne quasi sempre in forma autonoma, con modalità e in condizioni del tutto avventurose, spesso nel disinteresse, se non addirittura nell’ostilità di molti nostri ufficiali che imputavano al prigioniero una grave colpa, quella appunto di essersi arreso. A Trieste, città cara al cuore di tutti gli italiani, un generale che ai nostri macilenti ex-prigionieri sulla via del ritorno parve alto tre metri (forse Petitti di Roreto), così li apostrofò: “Vergognatevi! Non siete degni di essere chiamati italiani! Non vedete come siete ridotti? Dovevate morire piuttosto!”. A 70 anni di distanza Angelo De Sandre di Vigo (Barba Angelin), arruolato nel 1916 nel Btg. “Val Piave”, preso prigioniero a S. Croce del Lago il 12 novembre 1917 e finito in campi di concentramento della Slovenia e della Slovacchia insieme ai compaesani Anacleto Coronin, Andrea Da Rin Sordin e Giobatta Ronzon, fremeva ancora di sdegno: “Se avesse avu un schiòpo, lo avarae copòu!”. C’è infine al punto 8 una clausola umanitaria che nella nostra provincia sarebbe stata molto apprezzata: “I malati ed i feriti non trasportabili saranno curati per cura del personale austro - ungarico che sarà lasciato sul posto con il materiale necessario”. Va ricordato infatti che alcuni ospedali austroungheresi prestarono soccorso anche alla popolazione civile bellunese, somministrando dosi di chinino altrimenti introvabili, sia nell’anno dell’invasione, sia a guerra ormai conclusa, quando l’epidemia di “spagnola” divampava feroce. Ricordava Serafino De Lorenzo in un suo libro dedicato all’ospedale civile di Pieve come a Tai di Cadore avessero lasciato un ottimo ricordo il dr. Elissey ed alcune crocerossine della nobiltà magiara, che operavano nel locale ospedale militare impiantato presso l’Hotel Cadore e che non disdegnavano in caso di bisogno di recarsi nelle case, al capezzale dei malati. Leggi chiaramente non scritte, di normale civiltà umana, sempre e comunque al di sopra di ogni protocollo firmato e controfirmato da alti plenipotenziari, vincitori o sconfitti che fossero. Walter Musizza Giovanni De Donà Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] NOVEMBRE 14-15.qxd:FEBBR 12-13 7-11-2012 11:52 Pagina 2 ANNO LX Novembre 2012 14 nverno dell’anno 1803. Notte dal 3 al “I 4 febbraio. Cadono 4 o 5 oncie di neve rossa sanguigna. Il popolo se ne spaventa e ne trae cattivi pronostici.” La notizia è riportata nelle manoscritte “Memorie Storiche del Cadore dall’origine fino al Regno d’Italia” di Venanzio Donà. (1890), custodite nella Biblioteca Cadorina di Vigo. Il volume contiene una miniera di informazioni raccolte dall’infaticabile ricercatore di Lorenzago autore, fra l’altro, della “Guida storica, geografica, alpina del Cadore,” pubblicata nel 1888 e ristampata di recente da Nuovi Sentieri. Riportate a piè pagina in forma di “brevi”, le notizie riguardano eventi, fatti memorabili, personaggi e quant’altro. Ne abbiamo tratte alcune, scegliendo qualche pagina relativa al periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento. “Anno 1791. Gaetano Callido fabbrica gli organi delle chiese di Borca e di Candide. In quello stesso anno Candide apre una strada dal paese fino all’Arvis in Silvella per condurre il marmo, col quale erigere l’altar maggiore della sua chiesa plebana.” Ancora a proposito degli Dalle inedite Memorie storiche del Cadore di Venanzio Donà QUELLA NEVE ROSSA DEL 1803 Il popolo se ne spaventa e trae cattivi pronostici” Sono molte le “brevi” raccolte nel manoscritto di Venanzio Donà custodito alla Biblioteca Cadorina di Vigo organi storici del Cadore. “Anno1797: Il prof. Comelli di Artegna nel Friuli fabbrica l’organo della Chiesa di Lorenzago. A quest’epoca -si legge nella nota successiva - le primizie o quartesi, computati per un decennio, che ritrassero i Parrochi del Cadore, diedero la media annuale di 3004 calvee di biada. Da questa cifra risulta che il totale raccolto dai Parrochi stessi fu di calvee 120.160, pari a staje bellunesi 45060. Ora dividendole colla somma degli abitanti (23.000) si ha che ognuno di questi contribuì circa due staja.” Ma sono le calamità ad aver lasciato pesante memoria. “Anno 1797: Una fiera epidemia distrugge gli animali delle nostre montagne, e i pastori ritornano al loro paese. Si calcola che fra quelli morti in montagna e quelli che morivano nelle proprie stalle, oltre tre quar- ti del bestiame siano periti.” “Anno 1797. Dalli primi di sett. alli 30 di ott. tempo burrascoso e freddo, che impedì la maturazione dei prodotti agricoli riusciti meschinissimi. Così il 6 settembre il Governo centrale del Cadore ordina ai Parrochi e Curati che nei giorni di venerdì, sabbato e domenica susseguenti facciano un triduo con esposizione per ottenere che cessino tante calamità.” “Anno 1798. La Comunità, venuta nella determinazione di sgravarsi dei suoi debiti, paga parecchi creditori con beni e fondi di sua ragione, e del resto del debito incombente addossa una quota ad ogni Centuria fino al totale pareggio. Frattanto il 2 marzo 1799 sono rimessi gli eremiti del monte Froppa. Il Cadore dona a loro cinquanta piante del bosco di Gogna e alcune coperte.” “30 maggio 1800: per istigazione di un Pinazza Fasullo, la popolazione di Domegge si solleva a dimandar pane.” Nel 1803 avviene lo strano fenomeno della neve sanguigna cui si è sopra accennato. “Il fenomeno - si precisa nella cronaca - si era ripetuto in Cadore il 18 marzo 1805. La quantità della neve dello stesso colore, caduta allora, fu di circa 12 oncie.” Siamo così al 1805. Scomparvero allora due cadorini di rilievo: “In quest’ anno muore Giambattista Barnaba Barnabò di Domegge, dottore in ambe le leggi, predicatore distinto, pievano di Pieve ed arcidiacono del Cadore, socio dell’Accademia di Belluno. Pubblicò sotto nome accademico una dottissima lettera nell’occasione in cui Monsignor Pier Antonio Zorzi fu trasferito dal vescovato di Ceneda all’arcivescovato di Udine. In essa con molta sapienza lo difese dall’accusa di giansenismo e di adesione al conciliabolo di Pistoia.” Non fu la sola grande perdita che la “piccola patria”: “Muore Giambattista Zandonella dell’Aquila, sacerdote. Fu maestro nel Seminario di Ceneda, indi professore di storia ecclesiastica nell’Università di Padova. Nel 1803 pubblicò l’ “Elogio di Tiziano”. Né manca nelle noti riguardanti quell’annoi l’informazione circa altri eventi calamitosi: Vari incedii: a Santo Stefano, a Costalissoio, a Grea di Domegge.” Disgrazie a parte, c’è qualche buona notizia per gli appassionati di archelogia cadorina: “A Domegge si scoprono varie monete e medaglie portanti l’immagine di Consoli romani durante la Repubblica e di Imperato- LA GUERRA SULLE TOFANE da pagina 13 Walter Musizza - Giovanni De Donà direttamente nell’impresa, pur avendo inviato tre compagnie del “Belluno” in appoggio agli assalti della fanteria. Non piacevano le sue ostentazioni nobiliari, quel suo esibire l’arma scelta per il suo titolo, ovvero tre nespole d’oro su sfondo rosso. Le nespole dovevano essere sinonimo dei colpi, delle busse di cui era capace un autentico capitano di ventura, cui si confaceva pure il motto che sottendeva il tutto: “violento vere viresco”, ovvero “io prendo forza da chi è violento”. Non amava mescolarsi tra i suoi soldati e gli alpini non tardarono a dileggiarlo, soprattutto per il suo stare sempre al sicuro, nascosto nell’accogliente sede scelta per il comando, a Vervei: “Caro signor Tarditi, al Fanis vada lei, invece di guardarlo da Vervei!”. Raccontano che un tenente carnico fosse passato accanto alla sede del comando con la mantellina alzata sotto la neve fitta e venisse redarguito per non aver salu- La Strada delle Dolomiti a Cortina D’Ampezzo fa dell’Editore Paolo GaL’esplosione della mina spari di Udial Castelletto ne (“Cosa accadde al Sastato: “Colonnello, io sto di ca- so Misterioso in Val Travesa lassù, al Masaré, dove non nanzes la notte del 30 luglio ho mai avuto l’onore di in- 1916?”, euro 12,50) ha gettacontrarla” fu la secca rispo- to nuova luce sulla personalità del Colonnello e su una sta del Tenente. Un suo vizio ricorrente delle più controverse azioni era quello di non emanare dei nostri sul fronte dolomimai ordini precisi e soprat- tico. Il 30 luglio 1916 egli orditutto scritti e di non avere il polso della situazione pro- nò un attacco dal Castelletto prio per il suo “assentarsi” verso il Sasso Misterioso, un enorme masso posto suldalle azioni in corso. Un libro di qualche anno la direttrice della Val Trave- nanzes, contro il quale già s’erano infranti molti tentativi. Con azione simultanea il 45° e 46° Fanteria, i Btg. Pelmo, Albergian, Antelao, Cadore e Belluno avrebbero dovuto prendere il Sasso, scendere verso le posizioni della Glanwell-Hütte e risalire verso il Vallon Bianco. In verità i reparti, spinti soprattutto dall’audacia, che molti definivano incosciente, del Capitano Baccon, procedettero slegati, ignorandosi a vicenda e il risultato fu il completo fallimento dell’azione, che in poco più di un’ora costò la morte di più di 80 alpini, quello che fu detto “l’olocausto” del Belluno. Il Baccon e molti ufficiali finirono prigionieri e poi internati a Mauthausen. Il Tarditi ebbe la pesante responsabilità di non aver discusso col Cap. Baccon e col Cap. Rossi il concetto dell’azione la sera precedente e a non valutare realisticamente le difficoltà cui venivano chiamati i plotoni del Pieve di Cadore, con i connotati di un’autentica impresa alpinistica! Dai racconti diaristici di 11 ri, nominalmente Marco Aurelio. Una medaglia rappresenta Giulia Mammea madre di Alessandro Augusto e sorella di Soemia che fu madre di Eliogabalo.” Non dimentichiamo che siamo nel periodo napoleonico, con tutte le conseguenze che ne derivarono per il Cadore. Ed ecco una nota di particolare interesse e importanza storica. “Anno 1806, 3 settembre: La Comunità, aggravata di debiti per lire200.000 per le invasioni straniere, decreta di pagarle colla vendita dei boschi di sua proprietà; e lì 7 gen. 1807 vende la Praducchia a Solero di Sappada per venete lire 30.100. Solero poi la vendette al Gera; la Toanella a Sartori; Campestrin al dott. Tadeo Jacobi; Gogna e Rinaldo a Benedetto Zandonella; Popenna a Lorenzo Zambelli che la diede a Martini; i prati e i piani di Perarolo ai mercanti di legname… La cronaca del Donà continua per pagine e pagine. Lasciamo al piacere del lettore proseguirne eventualmente l’esplorazione nel manoscritto custodito negli scaffali della Biblioteca Cadorina di Vigo. Bruno De Donà molti protagonisti presenti nel libro emerge chiaramente come il Tarditi fosse rimasto per tutto il tempo a Vervei, a tre ore buone di cammino da Forcella Bois, trascurando di seguire l’evoluzione degli avvenimenti e di cambiare la disposizione della manovra contro i reparti nemici al comando di von Raschin. Spostato sul fronte isontino, non riuscì ad ottenere significativi risultati ed i Generali Capello e Porro avrebbero voluto porlo in congedo. Capello arrivò addirittura ad accusarlo di “aver recato una macchia al Corpo degli Alpini”. Venne però riabilitato e mandato in Libia nell’ottobre 1918, dove riuscì a rioccupare pacificamente Misurata, dimostrando le sue innegabili doti diplomatiche che gli valsero poi anche la promozione a Generale di Divisione nel 1923 e a Generale di Corpo d’Armata nel 1929. Si spense a Roma il 27 novembre del 1942, all’età di settantasette anni e a Busca, sulla lapide della sua tomba, oggi c’è scritto: “riposa dinnanzi alla cerchia delle sue montagne, nella eterna e serena pace”. NOVEMBRE 14-15.qxd:FEBBR 12-13 11 7-11-2012 11:52 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 15 COSIʼ INIZIAMMO NEL RICOSTITUITO BATTAGLION CADORE dai racconti inediti di Alberto Preti Primo Comandante della 167a Comp. del ricostituito Battaglion Cadore “Era lʼottobre 1956 quando Nino ed io arrivammo alla arcigna Caserma di Pieve di Cadore incaricati del comando della Compagnia Comando e della 167a Compagnia Mortai” L’ARRIVO A BELLUNO ino era ricco proprietario di una 500 C color verde pisello che gli era stata regalata dallo zio Massimo, mitica figura alla quale il nostro si ispirava come esempio da seguire ciecamente. Fu con quella che facemmo il nostro ingresso trionfale nel cortile del Comando Brigata in Belluno, uno dei primi giorni del settembre 1956. Presentazioni di rito, benvenuti e poi via ai Comandi di Reggimento. La caserma del 7°Reggimento Alpini era poco discosta e la raggiungemmo in pochi minuti. Qui, oltre alle ripresentazioni di rito e i ribenvenuti, ci attendeva quanto più ci stava a cuore: l’assegnazione della sede di servizio. I tre Battaglioni del Reggimento, il “Pieve di Cadore”, il “Belluno” ed il “Feltre”, erano dislocati nelle località di cui portavano il nome. Laddove ci avrebbero mandato, avremmo trascorso gli anni a venire. Io e Nino speravamo che quel luogo fosse Pieve, perché qualcuno ci aveva detto essere quella, delle tre sedi, la più ridente. Sapevamo, io cagliaritano e Nino alessandrino, che Pieve si trovava nel cuore delle Dolomiti, ma non molto di più. Tutto filò come se il destino avesse già deciso le sue scelte. “Vi è un posto qui al Battaglion Belluno, uno a Feltre e due a Pieve di Cadore”, disse il Comandante di Reggimento, “avete delle preferenze?”. Oltre noi, altri due Tenenti nuovi assegnati al 7° erano lì in ansiosa attesa di destinazione. Tutti dichiarammo di preferire Pieve, ma prevalse il diritto di anzianità ed io e Nino fummo accontentati. Fu così che il destino mi spedì in quel luogo ove avrei vissuto esperienze tra le più incisive e gratificanti della mia vita, tanto che essa ne fu condizionata per tutti gli anni a venire. A PIEVE DI CADORE La strada che da Belluno a Calalzo risale la valle del Piave, incassata tra le due catene di monti che la fiancheggiano impreziosendo alla vista i loro boscosi dirupi man mano che si sale, era allora pressocché priva di traffico. La 500 saliva allegra infilando una curva dopo l’altra, carica dei nostri sogni e delle nostre speranze. Finalmente eravamo sul punto di iniziare la vita per la quale ci stavamo preparando ormai da cinque anni. Finalmente avremmo comandato un vero plotone di soldati fatti, all’ombra di un Capitano cazzuto che ci avrebbe insegnato tutti i se- N greti della vita in montagna. I nostri pensieri, condizionati dall'ansia dovuta alle incertezze che il grande cambiamento cui stavamo andando incontro avrebbe prodotto nella nostra vita, erano tutti rivolti a ciò che ci aspettava oltre la mura della caserma. Non avevamo, non potevamo avere, il minimo sentore di quali mutamenti profondi il Cadore avrebbe prodotto nel nostro carattere e nei nostri anni a venire. Non sapevamo che in Cadore avremmo conosciuto i valori più esaltanti dell'amicizia, dell'ospitalità, della fratellanza, dello spirito di sacrificio, del rispetto, della solidarietà, dell'onore, dell'amore. Quando la 500 aveva superato l’ultimo tornante, la conca di Pieve ci era apparsa in tutta la sua bellezza. Di primo impatto avevo notato la cittadina biancheggiare tra il verde intenso dei boschi di conifere che la circondano, come depositata ai piedi delle Marmarole che la sovrastano con le loro guglie imponenti, sullo sfondo azzurro intenso del cielo sereno di quel bellissimo giorno di settembre. I colli che fanno da corona all’abitato, Col Contras, Monte Castello e Monte Zucco, mi richiamarono nell’insieme l’immagine di una bomboniera. Uno di quegli spettacoli mozzafiato di cui la bella Italia è prodiga, che quel giorno ci parve confezionato apposta per darci il benvenuto. E ancora non avevamo visto il superbo panorama che si apre verso l’alta valle del Piave e tutte le splendide montagne che ci circondavano. Molti ci avevano detto che il Cadore era bello, ma non ci aspettavamo tanto. “Lei, Tenente Preti, avrà l’onore di essere il fondatore e primo Comandante della 167a Compagnia Mortai; mentre lei, Tenente Chiarvetto, comanderà la Compagnia Comando”. Con queste parole il Maggiore Piero Arnol, Comandante del Battaglione, pose fine ad ogni nostra illusione. In quel momento il Battaglione contava su due soli Capitani: Laurentino, Aiutante Maggiore, e Mori, Comandante della 68a Compagnia. Altri due sarebbero arrivati ai primi del 1957, all’atto della ricostituzione delle Compagnie 67a e 75a. Nella nostra carriera militare non saremmo dunque mai stati agli ordini di un Capitano; il che, se da un lato ci onorava, dall’altro significava vita dura per rimediare alla mancanza di esperienza e per far fronte al notevole carico di responsabilità, che tra l’altro non ci competeva. LA CASERMA PIER F. CALVI La caserma aveva l’aspetto arcigno di tutte le vecchie caserme. Quattro isolati attorno ad un grande cortile, nel cui centro svettava un alto pennone in cima al quale sventolava il Tricolore. L'edificio più grande, che separava il cortile interno dalla pubblica via, ospitava al piano terra il Comando di Battaglione; i piani superiori erano destinati alla 67a Compagnia. Le due palazzine dislocate ai lati del cortile erano sede della Compagnia Comando e della 167a, quella di cui sarei stato il Comandante. Il lato del cortile opposto all’edificio centrale era occupato dalla fila di capannoni adibiti a stalle e magazzini delle salmerie. In quel periodo non vi erano molti Ufficiali al Battaglione, che si trovava in via di ricostituzione. I quadri effettivi erano compo- “Non ci sarebbe stato solo del nuovo nella vita militare, Pieve di Cadore e tutto ciò che lo circonda sarebbero ben presto stati una esaltante scoperta” sti, oltre che dal Maggiore Arnol e i due Capitani Laurentino e Mori, dai Tenenti Bogo e Pellegri (veterinario). Completavano la rosa i Sottotenenti di Complem e n t o Faietti (medico), Maz- Nelle foto: Tai e Pieve di Cadore nel 1956 - i Tenenti Alberto Preti e Nino zotta, ZocChiarvetto, all’inaugurazione dello spaccio truppa in ottobre co, Ramaznuammo a frequentarci fi- “nuovo” solo nella vita milizo e Tinorcenti. Nino e io fummo accolti no a quando, uno ad uno, tare. Pieve di Cadore e tutcon grande cordialità da tutti sono andati avanti. Gli to ciò che la circonda sarebbero stati presto una tutti, come fossimo la man- ultimi tre recentemente. Così iniziava la nostra esaltante scoperta. na dal cielo. In breve diveMille cose nuove stavano nimmo tutti buoni amici e, nuova vita. Presto ci saremcol tempo, grandissimi mo accorti che il Cadore per accadere! amici. Tanto che conti- non avrebbe portato il (continua) NOVEMBRE 16-17.qxd:FEBBR 16-17 7-11-2012 11:55 Pagina 2 ANNO LX Novembre 2012 16 11 Nel 1412 il popolo chiese la protezione dai todesche alla Madonna della Difesa Matteo De Monte, Mariagrazia Lui, Claudio Rossi A CORTINA E A SAN VITO ERETTE CHIESE VOTIVE L U C E AT E I S n questo 2012, anno di ricorrenze centenarie per la storia religiosa I dei nostri paesi, che annoverano quattro chiese votive intitolate alla Madonna della Difesa: Cortina, San Vito, Vigo e Lorenzago, vale la pena soffermarsi su una poesiola, che si trova riprodotta anonima in alcune stampe antiche, dal titolo “La Madonna della Difesa in San Vito del Cadore - Fatto storico tradizionale dell'Evo medio” Il Ronzon la include nella raccolta “Poesie di Natale Talamini”, Milano 1897, (in ristampa anastatica nel centenario della morte, a cura di Nuovi sentieri editore, 1976), annotando: “In una copia manoscritta non di carattere del poeta, ma dal poeta certo riletta, la poesia incomincia.... “1. Era maggio ed i nemici come turbine piombar; e 'inermi mie pendici diero al fuoco e saccheggiar.” (...)” Le forti proclamazioni patriottiche coniugate con la semplicità della fede popolare appartengono in pienezza allo stile personale del fiero ed intemerato sacerdote, “ingegno più spontaneo che coltivato, cresciuto libero, ruvido e rigido come gli abeti delle sue montagne”, come dice il curatore della raccolta e, come tale, “poeta dai versi rusteghi”, nella definizione, peraltro priva di spregio o biasimo, dell'abate Giacomo Zanella. E veniamo alla storia delle chiese. ERETTA NEL 1412 LA CHIESA DELLA DIFESA A CORTINA La comunità ampezzana ha tramandato la memoria di un remoto episodio, risalente all'epoca dell'invasione longobarda del 572, in cui la popolazione avrebbe invocato ed ottenuto salvezza dalla Vergine: di certo una leggenda. La fondamentale data storica rimane quella del 19 gennaio 1412. Scrive M. Ferruccio Belli (in Cortina d'Ampezzo da Aquileia ai santi Filippo e Giacomo, Belluno 2006, p. 110): “Nei primi giorni di gennaio 1412 i lanzichenecchi tirolesi vanno all'assalto di Botestagno, un luogo fortificato sorto in epoca remota sul roccione che chiude la conca d'Ampezzo. La sua posizione a cavallo dell'importante 'via regia' ne fa la porta d'ingresso nei territori del Patriarcato di Aquileia, come lo sarà più avanti con i domini della Serenissima. […] Il 19 gennaio sulla sella di Cimabanche nei dintorni del castello, si scontrano le truppe del patriarca, coadiuvate dai volontari cadorini, e i soldati rinforzati da milizie della Pusteria. Secondo la tradizione è proprio in quel drammatico frangente che gli ampezzani invocano l'aiuto della Vergine con la pronuncia del voto di onorarla in perpetuo”. Con la decisione di commemorare l'evento ogni anno, in quella data, nasce la “Festa del voto”. Nel linguaggio corrente si usa anche la denominazione di “Madonna dei Gote”, la quale, col riferirsi alle precedenti invasioni barbariche, rivela il desiderio di glissare sulla precisa identificazione dell'invasore. Non doveva, infatti, apparire politicamente corretto a una comunità ben inserita nello stato asburgico evidenziare che il voto era connesso ad una difesa da truppe austriache, mandate dall'imperatore Sigismondo di Lussemburgo contro la repubblica veneta, di cui Ampezzo faceva allora parte. La Festa del voto è stata solennizzata l'anno scorso dalla visita del vescovo Giuseppe Andrich, che ha annunciato, proprio in vista dell'imminente seicentesimo anniversario, la elevazione della chiesa parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo al rango di basilica minore. La cappella consacrata il 18 luglio 1482 viene demolita nel 1743 “Era maggio ed i nemici come turbini piombar; e inermi mie pendici diero al fuoco e saccheggiar”, scrive don Natale Talamini dal decano Caldara, per far luogo all'attuale chiesa, consacrata dal vicario apostolico Carlo Michele di Attems il 21 agosto 1751. ANCHE SAN VITO COSTRUI’ LA CHIESA DELLA DIFESA San Vito, i cui uomini avevano partecipato allo scontro di Cimabanche del 1412, decise di costruire, a sua volta, sull'esempio di Ampezzo, una chiesa dedicata alla Vergine della Difesa, che esiste tutt'oggi, con festa ricorrente il 19 gennaio. La parrocchia includeva allora Borca, Vodo con Peaio e Vinigo, Selva con Pescul. Le possibilità economiche erano quanto mai esigue. La popolazione di Vinigo, in particolare, aveva avuto anche la disavventura di vedere alcuni dei suoi cadere prigionieri. Per disporre senza indugio dei cinquecento ducati d'oro necessari per il riscatto si era rivolta alla Regola ampezzana di Larieto e li aveva ricevuti “pronta cassa”, cedendole in cambio i diritti di comproprietà della propria Regola sui pascoli di Ospitale e dintorni. Trascorrono così alcune decine d'anni prima che la Confraternita dei battuti, votata alla Madonna, riesca a trovare le risorse necessarie per onorarla anche in questo modo. Per un passo decisivo, si arriva quasi alla fine del secolo XV, come si desume dal seguente documento: “Nel nome di Cristo amen. Nell'anno della natività 1490, indizione ottava, il giorno 18 del mese di aprile nella piazza della pieve di San Vito del distretto del Cadore. Questo è l'inventario dei beni .,.. da parte degli uomini... e persone sottoelencati ad onore e lode e devozione della beata madre di Dio Vergine Maria della Difesa della pieve di S. Vito predetto. Per onore e devozione fu costruita una chiesa nella stessa piazza di S. Vito” (traduzione, in nota, del testo latino riportato da Giuseppe Belli, “La Scuola dei Battuti, la chiesa della Difesa e la Chiesa di S. Floriano in San Vito di Cadore”, Belluno 1975). Ben presto la Confraternita passa la mano alla comunità dei regolieri, che assume in proprio ogni onere riguardante la nuova chiesa. Si procede per gradi e nel 1515 si arriva alla consacrazione della primitiva cappella, ad opera del vescovo Daniele De Rubeis, mentre nel 1521 viene apposta la lapide sulla facciata principale: “A Dio solo lode e gloria. I privati benefattori e le famiglie della regola di S. Vito edificarono con le proprie sostanze e con i propri beni questo tempio, che dotarono e contemporaneamente costituirono come perpetuo e proprio giuspatronato di det- uò sembrare strano che si dedichino “P tempo ed energie allo studio Chiesa Madonna della Difesa a San Vito di Cadore te regole ad onore della beata Maria Vergine della Difesa. Anno del Signore 1521”. Fanno seguito l'ampliamento iniziato nel 1626, concluso nel 1670, e gli interventi del 1885, quando, tra l'altro, è stata riposizionata sulla nuova facciata nord la lapide che rivendica il giuspatronato. Nell'ottavo centenario della nascita delle sette pievi (S. Stefano, Auronzo, Vigo, Domegge, Valle, San Vito e Cortina), resesi autonome dalla chiesa madre di S. Maria nascente di Pieve, si dà inizio a una serie di restauri, messi in atto a cura degli ultimi due pievani, dei quali l'attuale, don Riccardo Parissenti, ha voluto sottolineare la ricorrenza centenaria con l'edizione di una storia dell'antica chiesa e di una guida alla sua visita, affidandone l'incarico allo stesso giornalista e storico M. F. Belli. Quest'ultimo ha sottolineato il particolare significato che assume il recente rinvenimento nella chiesa di San Rocco a Peaio, di un gonfalone a due facce, raffiguranti rispettivamente la Madonna con la spada in pugno e un gruppo di uomini plaudenti: un ulteriore, inequivocabile tassello allo storico legame tra l'invasione dell'esercito di Sigismondo e il voto della comunità facente capo alla pieve di San Vito. Secondo qualche critico le difficoltà di interpretazione dell'affresco con cui l'evento è celebrato nella chiesetta della Madonna della Difesa possono essere superate leggendovi una illustrazione del riscatto dei prigionieri a suggello della sopraggiunta cessazione delle ostilità. Del tutto diversa è la genesi delle due chiese sorte nell'Oltrepiave, a Vigo e Lorenzago, le quali richiedono una trattazione a parte. Giuseppe De Sandre di un cimitero di montagna”, questo si chiedono i tre studiosi che hanno dedicato la loro appassionata ricerca al vecchio camposanto di San Vito, culminata nel volume LUCEAT EIS - IL CIMITERO VECCHIO DI SAN VITO DI CADORE, Tipolitografia RDS Seren del Grappa. Ne è valsa la pena! Diamo anzitutto i nomi dei benemeriti che sono Maria Grazia Lui, laureata in lettere classiche ad indirizzo archeologico, insegnante a San Vito; Matteo De Monte, laureato in giurisprudenza all’università di Bologna, impiegato nella pubblica amministrazione e Claudio Rossi, avvocato operante a Belluno. Quanto ai percorsi di consultazione del nuovo volume la scelta del lettore può sintetizzare così. L’onere della storia del cimitero è toccato a De Monte (vicesindaco di San Vito) che ha setacciato gli archivi del comune, sistemati suo tempo dal prof. G. D. Zanderigo, e quelli quasi inesplorati della parrocchia, ritrovando abbondante materiale documentario, fra cui vecchie mappe, certificati, elenchi, persino fotografie. Si viene così a sapere che è stato costruito nel 1834, in seguito al dettato degli ordinamenti napoleonici del 1806, con l’abbandono di quello antico esistente attorno alla parrocchiale. Era quello detto “cortina sancti Viti”; analogamente a quello d’Ampezzo, detto “cortina sancti Philippi et Jacobi”; o quello di Valle di Cadore “cortina sancti Martini”. Gli itinerari alla conoscenza del vecchio cimitero, uno dei tre in provincia di Belluno con Lorenzago e Longarone, ad essere stato abbandonato per crearne uno nuovo, sono della professoressa Lui. Alla sua acribia filologica va il merito delle pagine di analisi sotto il profilo architettonico e pure ar- tistico, antropologico e sociale. La ricercatrice firma anche il saggio “Ritualità e rappresentazione della morte nella comunità di San Vito di Cadore fra Ottocento e Novecento”. La raccolta dell’abbondante materiale fotografico, che ricupera ciò che rimane dopo l’abbandono del vecchio camposanto, e della costruzione nel 1950 del nuovo cimitero comunale in località Zopa, è opera dell’avvocato Rossi. Concludiamo questa essenziale recensione con l’auspicio formulato dagli autori, che “la comunità di San Vito sappia farsi carico della conservazione di quello che resta del suo piccolo cimitero dismesso, umile e in pieno degrado”. Lo facciamo nostro, sia con il cuore e ancor più con la mente, perché fra le braccia di quel rettangolo verde, purtroppo minacciato dalla speculazione edilizia, in 116 anni di frequentazione dal 1834 al 1950, sono stati deposti e riposano “3349 defunti, tra i quali 4 pievani, 3 mansionari della chiesa della Beata Vergine della Difesa, 1 cappellano e 9 sacerdoti sanvitesi”. Il pregevole volume, di pagine 196, viene distribuito dalle Regole di San Vito che lo hanno finanziato con il contributo della Cassa Rurale e Artigiana di Cortina d’Ampezzo e delle Dolomiti. (M. F. Belli) NOVEMBRE 16-17.qxd:FEBBR 16-17 11 7-11-2012 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 17 RACCONTO «U 11:55 n frate di nome Celestino si era fatto eremita, proprio nel mezzo di una grande città, dove essere da soli fra tutti era la cosa più facile; perché è bella la forza dei deserti tra sassi e sabbia, e anche l’uomo più lento a comprendere intuisce come è piccolino di fronte al creato, ma ancora più forte è il deserto delle città, dove tutti gli orologi pronunciano assieme il medesimo castigo: il tempo passa. Orbene, là viveva Celestino, e già si sapeva che era un eremita, ed in tanti andavano a trovarlo per confessarsi ed avere un consiglio da quel sant’uomo. Si era arrabattato un confessionale dalla cabina di un vecchio camion, in una fabbrica da tempo dimessa. Una sera, era quasi buio, fra Celestino stava andandosene, nel mentre arriva un pretino, asciutto e magro come un’asse: “Sono venuto a confessarmi” aveva detto, e principiato a raccontare; cosucce, robetta da niente; ma il frate aveva ben capito che c’era dell’altro. “Dai su, arriviamo al fatto che s’è fatto tardi!” “Mi vergogno un po’ - aveva detto - ma credo di peccare d’ambizione: sono nato sui monti e sono prete da poco proprio in un paesino ai piedi della montagna, e quando mi sento chiamare “reverendo”, bene, mi sento qualcosa dentro…che mi piace troppo, ecco!” I L P R E T I N O E Lʼ U M I LTA ʼ Preso alla sprovvista, il frate rimase un po’ confuso; cosa mai posso dire a questo pretino che è così affranto per niente in tutto. “Oddio, figliolo, di sicuro non è bella cosa e bisogna stare attenti; in tutti casi la misericordia del Signore è grande: ego te absolvo.” Erano passati alcuni anni, ed una sera se lo rivede davanti. “Ma tu non sei… quello che si sentiva ambizioso di sentirsi chiamare reverendo…” “In verità, sono io - era divenuto rosso su di un viso sempre più scarno - e sono ricaduto nel peccato, perché adesso quando mi chiamano “monsignore”, io…io …trovo soddisfazione, mi sento bene, una specie di calore che…” Celestino aveva cominciato a sospettare che costui non fosse che un povero sprovveduto, magari un sant’uomo che la gente irrideva; così gli dette una frettolosa assoluzione e lo mandò con il Signore. Il calendario aveva cancellato altri dieci anni, e l’eremita era divenuto sempre più bigio, quando una sera il pretino si era ripresentato, anche lui ora grigio, magro e con il naso che sembrava ancora più lungo rivolto verso il basso. Neppure da dire che come aperse bocca, il frate lo aveva subito riconosciuto: “Tu non sei quello del “reverendo” e del “monsignore”. E dimmi: sei sempre allo stesso punto?” “Hai buona memo- COME ERAVAMO miei ricordi più belli vanno alla fanciullezza, con amici e I persone care, alcune delle quali non ci sono più, con cui passavamo le giornate. In estate, dopo aver fatto fieno sulle vares , si passava il tempo tirando sassi con la fionda ad un barattolo ed in primavera si andava a scoprire nidi di uccelli mentre si era a sorvegliare le mucche al pascolo pomeridiano. D’inverno poi, al calar del sole pomeridiano, si scendeva con le slitte, lungo vere e proprie piste da bob, create dal passaggio delle cocies de taies trascinate a valle dai cavalli. Serdes era un paese incantato, dove regnava un mirabile equilibrio fra attività umane e natura. Ed in questo contesto gli orti erano una realtà viva e spettacolare. Davanti o dietro ogni casa vi erano piccoli appezzamenti di terra coltivati a ortaggi e ben delimitati da staccionate in legno di larice, che servivano per l’autoconsumo. Erano il regno da cui le nostre madri traevano le verdure per arricchire il sobrio menù familiare in anni difficili, di volta in volta con lattughe, radicchio e cavoli cappuccio. Oltre alle specie utili per tutti i giorni, convivevano anche specie ornamentali. Fra le eres c’era spesso lo spazio per il girasole ed altri fiori, fra cui ricordo i colori vivaci rossoarancio dei nasturzi. Di solito non mancava il papavero i cui semi venivano utilizzati per i dolci; in qualche orto si trovava anche il fiore giallo dell’arnica dalle mille virtù. Ma in grande abbondanza c’erano sempre zucchine e bietole da coste, rape rosse, usate per il ripieno dei casunziei, e poi piselli, carote, cipolle. Il rigoglio di quegli orti era “Sono venuto a confessarmi, per un peccato dʼambizione”, disse a fra Celestino quel pretino di montagna magro e asciutto come un asse. “Mi piace troppo quando mi sento chiamare reverendo...” Robetta da niente e il frate lo congedò subito. Dopo anni ritornò ancora, perché lo chiamavano monsignore, e poi eccellenza... Fra Celestino lo assolveva, con un pizzico di compatimento per quel pretino che veniva preso in giro... ria, frate, ed io sono ancor peggio; ora se mi parlano mi chiamano “eccellenza”, e io…” “Non mi dire altro, ho gia capito tutto! Ego te absolvo” e intanto pensava: - con gli anni è notevolmente peggiorato, e la gente si diverte a prenderlo in giro. Non mi meraviglierei se tra cinque anni arrivasse qui a dirmi che ora lo chiamano “eminenza”. Neppure a dirlo, era successo con un anno di anticipo. E per l’imbuto della clessidra era passata oramai tanta sabbia, ed il frate eremita doveva essere portato al confessionale con una carrozzina, e c’è da dubitare che il pretino non dovesse farsi vivo un’altra volta? “Povero il mio pretino, sei di nuovo qui per quel peccato d’ambizione?” “Mi leggi nell’animo, frate.” “E adesso la gente come ti lusinga; ti chiamerà “Sua Santità”, immagino.” “Proprio così, ed ogni volta sento dentro la stessa cosa… quel rimestamento, sono quasi contento. Potrà il Signore perdonarmi?” Padre Celestino sorride dentro sé, da commuoversi davanti a tutto questo umiliarsi, e si figura la povera vita di quel pretino non granché perspicace, messo in una parrocchia abbarbicata sulle crode tra musi duri e severi. E tutte le sue giornate sempre uguali, per anni, ed i suoi parrocchiani sempre più crudelmente a ridicolizzarlo: monsignor… eccellenza…eminenza…ed ora sua santità ; erano senza riguardo e rispetto umano nei suoi riguardi. Nondimeno lui se la prendeva. Beati i poveri di spirito - s’era detto tra sé l’eremita. “Ego te absolvo.” E le lancette degli orologi avevano girato di quel poco, e Celestino, prima di rendere l’anima, aveva voluto essere portato a Roma, dal Papa; e così si era fatto. L’avevano accompagnato lungo le grandi scalinate del Vaticano e condotto in una grande sala assieme a tanti altri pellegrini, là, in un angolo ad attendere; e aspetta che ti aspetta, finalmente Celestino intravede tra la gente una figura tutta vestita di bianco e un po’ ingobbita. Il Papa! Com’era fatto, che viso aveva? ma senza occhiali distingueva poco o niente; per fortuna la bianca figura piano piano gli si era avvicinata, ed il frate, pulitosi un po’ gli occhi dalle lacrime, aveva visto in viso il Papa. E lo aveva riconosciuto. “Ooh, ma sei tu, il mio prete, il mio povero pretino!” aveva esclamato il vecchio eremita con foga d’animo. E nelle severe sale del Vaticano si era potuto vedere una strana scena: il Santo Padre e un vecchio frate che nessuno conosceva e arrivato da chissà dove, nel mentre si tenevano per mano, piangere l’u- no sulla spalla dell’altro.» * Questa è la storia di un prete sceso giù dalle crode, da un paese che potrebbe essere qui vicino, insomma anche Canale d’Agordo: potrebbe essere Albino Luciani (1912 - 1978) già vescovo di Vittorio Veneto dal ’58; patriarca di Venezia dal ’69; vale a dire Papa Giovanni Paolo I° dal 29 agosto del ’78. Ma questo racconto è frutto della fantasia, scritto da Dino Buzzatti, il giornalistascrittore bellunese (1906 1972) dal titolo “L’umiltà” ed è tratto dalla raccolta “Colombe e altri racconti” che io ho adattato contraendolo un po’, raccolta edita nel ’66, quando ancora Luciani era eccellenza e non ancora patriarca, vale a dire quell’eminenza che avrebbe potuto divenire “Sua Santità”. Un racconto che aveva guardato tanto avanti nel tempo, quando ancora tutto doveva succedere; alla fin fine, un Buzzatti come una sorta di Nostradamus del XX° secolo. Una profezia sicuramente con molte attinenze anche se postume. * Ricorre proprio quest’anno, sia il quarantennale della morte di Buzzatti, sia il centenario della nascita di Lucani; due grande personaggi che hanno dato lustro alla Provincia di Belluno. Antonio Alberti Pieve di Cadore O R T I , R E G N O D E I R AG A Z Z I Quantʼera bello per i ragazzi passare il tempo a scoprire nidi dʼuccelli o lanciarsi giù con le slitte per i pendii innevati. Ma il loro vero regno erano i frutteti e gli orti dove continue erano le incursioni... così attraente che nelle serate d’estate, qualcuno di noi ragazzi, mentre suonavamo la chitarra sulla panchina della piazzetta, faceva una incursione furtiva per raccogliere qualche pisello o per tirar su una carota dal vicino orto dei Boteres. C’erano poi le piante da frutto, soprattutto di susine, i brombui, così dolci che era impossibile resistervi. Di sera si andava sotto l’albero e dopo aver controllato che non vi fosse il padrone, si dava un forte scossone al tronco e si correva a raccogliere i brombui caduti. Irresistibili erano allora anche le albicocche che andavamo a prendere dalla pianta cresciuta a spalliera lungo il muro di facciata della casa di Nani. Ultimamente però Nani aveva legato un filo collegato con una campanella che dava l’allarme appena qualcuno la scuoteva per portar via i suoi frutti. Verso settembre si cominciava ad assaporare qualche mela. Bisognava salire sulla pianta e senza farsi notare da occhi indiscreti, cercare le mele più mature. Per la verità le mele erano sempre un po’ acerbe da mangiare, ma il magro bottino costituiva pur sempre un’ avventura. Tutta questa abbondanza di ortaggi, di essenze e di frutta, era veramente biologica. Non vi era assolutamente traccia di anticrittogamici o antiparassi- tari ne’ di concimi chimici all’infuori del letame aggiunto in primavera all’epoca di dissodare le zolle. La nostra gente era ecologista ante litteram ed eseguiva la sarchiatura ripulendo faticosamente a mano le erbacce. Poi dagli anni ’70 con il benessere più diffuso, la tradizione degli orti è venuta meno mentre cresceva con il progresso anche il consumismo. Nello stesso periodo scomparivano pezzi di paesaggio e di cultura, oltre che di pratiche sostenibili. Ma i tempi attuali ci potrebbero far ricalcare i passi perduti; il momento per mettersi a coltivare un orticello nel giardino di casa non potrebbe essere più propizio. L’economia , dopo il prodigioso boom degli anni 60-70 è entrata in recessione; la crisi globale spaventa i mercati; l’aumento dei prezzi, a partire dal petrolio per finire con i generi alimentari, costringe anche da noi molta gente a fare economia ed in un paese in cui quasi ogni casa ha un giardinetto dove i proprietari coltivano amorevolmente rose e altri fiori, non sembra insensato aggiungervi un angolo di verdure da mettere in tavola, anche se non ci fosse alcun pericolo di fine del mondo. Del resto, lo diceva pure Voltaire, affermando che l’unico modo per rendere sopportabile la vita è anche dedicarsi diligentemente alle proprie piccole attività che possono migliorare la nostra esistenza, di stagione in stagione: ovvero coltivando, concludeva il suo Candido, “il proprio orticello”. Osvaldo Palatini NOVEMBRE 18-19.qxd:FEBBR 18-19 18 7-11-2012 11:58 Pagina 2 LIBRI · ARTE Antonio Chiades ANNO LX Novembre 2012 Ed. Canova IL MIO SILENZIO l silenzio, questo timido diniego, questa tacita protesta conI tro il vocio scomposto tutto intorno, è sceso nell'angolo appartato di un poeta, che se ne è impadronito per poter auscultare i battiti della sua vita e tradurli nei rintocchi della sincerità. Quel poeta è Antonio Chiades, autore prolifico di prose varie e liriche ispirazioni, che ora con un suo ultimo librino di venti composizioni torna a proporsi con la discrezione dei toni sommessi che sono dell'uomo e della sua nitida scrittura, timbro di una ricerca oltre la poesia, animata dalle urgenze di una spiritualità che non dimentica il mondo, ma sa coglierne gli umori profondi, la traccia divina. Lo stesso empito di fede che suggeriva i versi di Sergio Corazzini: “Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù/e i sacerdoti del silenzio sono i romori/ poiché senza di essi non avrei cercato e trovato Dio”: poesia “crepuscolare”, di un crepuscolo egualmente significativo del giorno che muore e rinasce, in una luce “leggera e fuggiti- Chiades torna a proporsi con questo ultimo libretto di venti composizioni dove emerge la necessità di cogliere il senso misterioso della vita va”, che non acceca ma intenerisce. Come un rifugio nella dimensione delle cose e dei luoghi di sempre, degli affetti affondati nella nostalgia di tempi altrimenti sorridenti, di amicizie consegnate al racconto di una propria storia. Ecco, quello che io chiamo il crepuscolarismo di Chiades è qui, nel ritrovare il profilo delle sue montagne o il profumo delle castagne che arrostiscono, nel ripercorrere in “una terra ricolma di assenze” i tratti brevi di ricordi screziati di malinconia: “con settembre ritorna/un'antica dolcezza/un mite abbandono/sapendo che tutto sta per finire/o per svelarsi pienamente”, Italo Zandonella Callegher nella dolce epifania di un passaggio della natura e dei sensi. Si è detto che la poesia è un atto che si esaurisce in se stesso e in se stesso significa, perciò l'occasione (Goethe diceva che tutta la poesia è “occasione”), superando ogni pretesto, assume ogni volta il valore di una metafora dell'universale sentimento dell'esistere umano: nel silenzio di Chiades - che lui ha ascoltato in una estate di pensieri - c'è dunque il segno della necessità di cogliere il senso misterioso della vita, la propria e di tutti. Passano le stagioni, ripassano i volti di Ugo, di Gianni, di Marcello, dei tanti che hanno popolato un tempo e ora popolano una memoria; con Maria, che compare fugace in pegno d'amore, torneranno sempre più spesso “sulla strada che porta/al monumento... tra azzurri richiami/ che si fanno più limpidi/dentro di noi”: è l'aspirazione alla purezza, alla fuga da tutto ciò che intorbida, che ferisce e falsifica ogni bellezza e ogni verità. Così la poesia di questo sacerdote laico del rito letterario si piega nella parafrasi di una vocazione a ogni libro più scoperta, ovvero quella di incontrare l'uomo, in sé e fuori di sé, e farne così il protagonista dell'infinita avventura dell'anima. Ennio Rossignoli Ed. Biblioteca dellʼImmagine IL PASTORE CHE AMAVA I LIBRI talo Zandonella Callegher, alpinista, scrittore, accademico e socio I onorario del Club Alpino Italiano, ha un amore smisurato per le montagne. Una passione autentica e avvolgente che ha saputo tradurre in innumerevoli libri, saggi storici, guide escursionistiche. L'ultima sua fatica "Il pastore che amava i libri" racconta di come sia nata nel piccolo Ial (acronimo di Italo Antonio Luigi, nome completo dell'autore) questa passione così travolgente. Racconta dell'infanzia vissuta in un piccolo paese di montagna, Dosoledo di Comelico Superiore, negli anni del primo dopoguerra, anni difficili, di estrema povertà e semplicità. "Per Ial tutto inizia a cinque anni con le prime imprese alla scoperta del suo mondo, le maestose Montagne. A sette se ne va di casa per salire il Quaternà, a otto si ripete con la scalata dell'Ajarnola, quindi si avventura da solo per il Vallon Popera e poco dopo sale al Passo della Sentinella dove sfugge per miracolo ad una valanga. Il suo sogno di Racconta di come sia nata nel piccolo Ial la passione così travolgente per la montagna bambino non è raggiungere la cima della montagna per conquistarla, ma per vedere ciò che sta dall'altra parte". In questa considerazione così immediata e profonda, si sviluppa il senso di una narrazione che è storia di un bambino che diventa uomo. Dunque un romanzo che non racconta imprese esaltanti, ma le storie della montagna di oltre 60 anni fa, con le sue usanze, le sue credenze, i suoi usi e costumi, i suoi drammi legati alla Seconda Guerra Mondiale. Storie che aiutano a comprendere meglio un mondo che oggi è radicalmente cambiato, ma che affonda le sue radici in quei personaggi che Italo riesce a descrivere con affetto e simpatia e talvol- ta con una bonaria ironia ed un sorriso complice. Il paragone con il mondo di oggi è spesso fonte di considerazioni amare, visto che non tutto il "progresso" si è rivelato davvero tale. In particolare le relazioni umane, la semplicità, l'immediatezza, a volte pure l'arguizia, sembrano perdersi nelle convenzioni e nei luoghi comuni. E' il romanzo di una infanzia comunque felice, nonostante tutto, che si chiude con un "addio ai monti" assai commovente. "Il treno a carbone sbuffava di noia mentre la prima neve di ottobre cadeva quasi danzando nell'aria fredda del mattino. (...) Quel vecchio treno lo avrebbe portato all'Istituto Salesiano di Milano, dopo una interminabile giornata di viaggio attraverso un mondo di incredibili mutamenti ambientali che lui vedeva per la prima volta. (...) Con un sospiro malinconico Ial mormorò mestamente: <<Fine della ricreazione!>>". Livio Olivotto 11 111 CIME ATTORNO A CORTINA ’ appena apparso nelle librerie del E Cadore e di Cortina una nuova avvincente guida per arrampicare nelle Dolomiti, a cura di Ernesto Majoni, Sandro Caldini, Roberto Ciri, edita da Idea Montagna di Teolo (PD) e con il patrocinio della Cooperativa di Cortina. Già il titolo “111 Cime attorno a Cortina” incuriosisce soprattutto perché dice e non dice; infatti se la capitale morale delle Dolomiti è al centro la parte più corposa è quella al di fuori, verso le Tre Cime ed Auronzo, ad Est, per dirne una parte, ma pure verso l’Antelao e le Marmarole del centro Cadore, per completare la visione verso Sud. Insomma dentro quel titolo (che sembrerebbe far supporre un seguito ad altrettante vette?) ci sono trecentottantadue pagine, e altrettante se non più, fotografie a colori per raccontare come avvicinare, quale attrezzatura, se vi sono difficoltà, e quale percorso razionale seguire per conquistare centoundici montagne. Quante estati ci vorranno per farle tutte? La risposta dopo averne scorso le pagine. Di certo l’impegno è stato divertente, anche se non proprio facile, eppure i tre autori lo hanno affrontato con gioia, si direbbe. Una parola sugli autori. Ernesto Majoni, 54 anni, il più conosciuto dei tre è laureato in giurisprudenza, alpinista provetto, ha scritto centinaia di articoli sull’alpinismo in genere e sui problemi del mondo ladino in particolare, oltre a una dozzina di libri sul dialetto, le montagne e le guide alpine. Sandro Caldini, suo coetaneo, è musicista e si occupa di alpinismo soprattutto attraverso il Cai a Firenze dove vive e donde appena può fugge per frequentare le Dolomiti. Roberto Ciri, il più giovane, ha 44 anni, vive a Brescia, è astrofisico (sic!) dell’università di Padova, cioè il top degli scienziati, ma il suo tempo libero lo vive e contemporaneamente a fare l’ istruttore del Club alpino Italiano. Qualche parola sul volume: è gradevole per il taglio e la stampa e arriva sul finire dell’anno, proprio in questi giorni di fine autunno, quando dalle finestre vediamo la neve chiudere i sentieri. Dunque per aiutare a sognare, quantomeno, le arrampicate del prossimo anno. Nella prefazione gli autori precisano che la scelta delle vette è stata fatta escludendo quelle troppo difficili per il comune alpinista; salvo forse la dozzina che figura in uno dei tanti indici e che si potrebbero definire oltre il vecchio Terzo grado. Per rendere l’idea del contenuto citiamo quattro vette. La prima è una sorpresa, nota soltanto a chi vive a Cortina, e cioè il Becco d’Ajal, 1845 m, che è lo straordinario torrione, già punto di osservazione durante la prima guerra, che spunta nella foresta in direzione della Croda da Lago. Il volume gli dedica tre paginette, con tutte le informazioni per arrivarci, e gustare una cima minore, dove è difficile trovare ressa di turisti, ma veramente a portata di mano. La seconda è la Punta Nera, 2847 m, che sta a ridosso del Faloria, prima del gigante Sorapis, che normalmente distratti da tutto ciò che le sta attorno. Eppure offre l’emozione di una vera scalata anche se a portata di mano, e con l’incomparabile panorama sulla valle del Boite fino a Cibiana, il monte Rite, Zoldo e il lontano Pramper. Anche alla punta Nera sono dedicate tre pagine e quattro fotografie. La terza cima che ci ha colpito è la Torre dei Sabbioni, 2531 m, sulla Forcella Grande fra il Marcora e le Marmarole e l’Antelao, con le consuete informazioni: “primi salitori, punto di partenza, dislivello della salita, tempo totale, tipo di salita, punti di appoggio, attrezzatura, periodo consigliato, frequentazione, difficoltà, libro di vetta”. Nelle altre due facciate: “caratteristiche, avvicinamento, salita,discesa, note”. La Torre dei Sabbioni, reca il numero 109 e si trova nel gruppo 17, quello delle più difficili, e richiede quattro pagine e cinque foto di cui la prima porta anche il tracciato, è nota per essere indicato dagli studiosi come il “primo terzo grado” della storia alpinistica. Infatti è stata vinta dalla guida Luigi Cesaletti nel 1877, lo stesso anno del X congresso Cai in Auronzo, dove appunto la conquista venne annunciata, fra lo stupore generale dei congressisti. L’ abbiamo scelta anche in omaggio a Dino Buzzati, nel quarantennale della scomparsa, perché quella era stata la sua prima scalata nelle Dolomiti orientali, fatta in compagnia della guida Quinz di Misurina. Lo scrittore non solo ne descrisse la scalata sul suo libretto di guida, ma accanto vi tracciò con la penna anche il disegno. Questo peraltro non figura fra le 111 Cime trattate in questo compendio che è divertente e originale. Tutto da scoprire. (M. F. Belli) Una guida per arrampicare sulle Dolomiti, divertente e originale. Tutto da scoprire NOVEMBRE 18-19.qxd:FEBBR 18-19 11 7-11-2012 11:59 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 19 Un pensiero al “maestro” Aldo De Vidal ARTISTI CADORINI espirare l’aria densa e cruda di “R una realtà montana, in- tessuta di rami e fronde intrise d’acqua, di resine cristalline che come sorgenti sgorgano da fusti ruvidi. Sassi prigionieri in terre aspre, odori intensi tra muschi ed aghi di abete, perdersi nel silenzio complice d’autunno. In questo scorcio che si libera allo sguardo, incontro una madre che nel grembo por ta ogni istante di dolce divenire. Questa madre feconda e silente si è nutrita di colore, di segni profondi e vissuti, di parole sussurrate nella solitudine di una condizione umana. L’arte grafica, pittorica, poetica ma soprattutto umana di Aldo de Vidal, traccia ancora oggi, a sei anni dalla scomparsa, un percorso di grande forza espressiva, nei suoi lavori la natura è sempre lo scenario della vita nel suo divenire, della fatica, del racconto, dell’amore nelle sue molteplici manifestazioni”. Così Nicola Losego ha voluto ricordare nel centenario dalla nascita Aldo De Vidal, il pittore di Lorenzago che amava la materia perché rendeva visibile l’esistente cosicché egli poteva cercare di possederlo e di raffigurarlo. E Losego l’ha fatto con un suo recente lavoro scultoreo, “Goccia”, una installazione che rientrava nella rassegna espositiva L=mcz (Lorenzago: montagna contemporanea nel quadrato), apertasi il 9 luglio e curata dall’estroso Vito Vecellio. Parla con calma e sorridendo, ma si sente la sua passione. “Su questa goccia in legno di abete sono incisi a caldo i due versi finali di un testo poetico di De Vidal dal titolo Sorgente verde: ‘fa che un giorno pieno di sete ti ritrovi’.” Alcuni versi dedicati a Aldo De Vidal Colpito da questa frase, dall’animo di Nicola sono sgorgati alcuni versi quasi di dialogo con Aldo: “Limpida, silente goccia intessuta d’animo, solco di terra odorosa incisa d’aspro vivere. Nella tua tempra si forgia il segno di mani piagate, figura che sola si torce di lavoro e di dolore. Come pietra scolpita la tua arte è intrisa di luce ed ombra, come rivolo d’acqua il tuo respiro scorre tra il verde inviolato di carezze erbose.” La ‘goccia di abete’ è fissata su di una lastra in ESPRIMERE LʼINESPRIMIBILE porfido rosso posta a ricordo nel cortile esterno della casa dell’artista a Lorenzago di Cadore. “Questo omaggio - sottolinea Nicola - è la realizzazione d’un sogno, avendo io conosciuto l’arte grafica e pittorica di De Vidal fin da piccolo”. L’opera scultorea Goccia fa il paio con un grande affresco posto dall’altro lato del caseggiato, opera questa di Vico Calabrò, stesa a più mani con un gruppo di artisti in occasione del centenario dalla nascita di De Vidal. La figurazione è costruita con diversi elementi tratti dai quadri di Aldo e intitolata ad “Anna”, la figlia del pittore (foto di copertina). E proprio a Calabrò va il ringraziamento di Nicola: “Per Goccia ho sviluppato una sua idea, Vico ha sempre grande entusiamo, sa vedere la creatività nel nuovo. Lo ringrazio di cuore, come ringrazio per la loro grande disponibilità Giuseppina De Vidal (figlia dell’artista), Vito Vecellio e Francesca Casanova”. PICCOLO Eʼ MEGLIO La Cooperativa Sociale Cadore tra le 20 piccole grandi “Imprese” erchè piccolo è meglio? Perché funziona.” “P Così sintetizza Chiara Spadaro in un libretto edito da Ed. Altreconomia che racconta l’esperienza di piccole “imprese” dalle grandi eccellenze solidali. Fra queste è segnalata la “Cooperativa Sociale Cadore”, prima e unica di tipo B che troviamo nel territorio del Cadore-Ampezzano. La storia della Cooperativa la racconta il suo presidente Claudio Agnoli: “Inizia nel 2006, in un momento di profonde trasformazioni delle attività territoriali in Cadore...” E parte dalla crisi lenta e silenziosa dell’industria dell’occhiale che negli ultimi 10 anni ha perso 3200 posti di lavoro, per introdurre l’idea vincente di riesumare la vecchia Cooperativa di consumo di Valle di Cadore convertendola in Cooperativa Sociale Cadore, dando una nuova logica di cooperativa in area montana. “Tre sono i settori d’investimento, precisa Agnoli: ambiente, servizi, accoglienza dei viaggiatori che salgono sulle Dolomiti. Rappresentando così, oggi, un valore economico e sociale”. Questo è un piccolo libro, scrive nella prefazione Ilvo Diamanti, ma sorprendente. Perché racconta una realtà in contrasto stridente con la visione di sviluppo a cui siamo abituati nel nostro tempo. Tony Cardel Nicola Losego Pittore, incisore, scultore, e un tantino poeta icola Losego, 32 anni, fa il professore al N Liceo artistico Leonardo da Vinci di Belluno. Artista a tutto tondo fra le giovani leve, ama definire l’arte come “espressione dell’inesprimibile, concretizzazione di idea e sentimenti, stimolo per esteriorizzazioni di un problema sociale che può essere sia culturale che politico”. Nelle rassegne espositive, il suo percorso parte da Calalzo di Cadore, il paese natale, con la pittura: “pastelli ad olio su carta, che sembrano quasi incisioni, perché il pastello fa una patina materica, un fondo come superficie colorata su cui incidere figure umane oltre che pensieri scritti (è troppo definirle poesie, scherza...). Ma anche carboncini, ritratti.” Ha esposto presso circoli culturali, ha partecipato ad una collettiva alla sala Coletti di Pieve di Cadore, dove ha portato tele a olio. Una rassegna scultorea a Calalzo, una mostra a Venezia all’ospedale vecchio nel 2011 dove ha presentato terrecotte, figure e acqueforti. La sua evoluzione artistica è anche conseguenza degli studi fatti: era giunto all'intaglio a punta di coltello su cirmolo dopo la frequentazione alla Scuola d'Arte di Cortina dove si è diplomato maestro d’arte; dopo il Liceo artistico a Belluno, si è iscritto all’Accademia Belle Arti di Torino e successivamente è passato all’Accademia di Venezia dove si è diplomato in scultura nel 2008; di qui il suo passaggio al bassorilievo e poi alla scultura a tutto tondo, utilizzando diversi legni (acero, ontano, melo, abete...). Finita l’Accademia va un periodo a Carrara per avvicinarsi alla lavorazione del marmo, “per capire la materia”, sottolinea. Ho eseguito dei lavori ma per il momento non li espongo”. SIMPATICA REALIZZAZIONE DI GIANLUCA PILLER RONER A COSTALISSOIO I l paese di Costalissoio accoglie chi arriva da Casada o da Costalta con un pannello di benvenuto dove c’è scritto “il paese con il sole nel cuore”. Anche se l’etimologia della località significa “costa liscia” i paesani preferiscono definire Costalissoio “costa del sole”, perché la sua posizione geografica permette una esposizione favorevole a riceverne i raggi fino al tramonto dietro il gruppo del Popera. Un omaggio al sole è stato realizzato durante l’estate da Gianluca Piller Roner, ex sindaco di Sappada, ora residente a Costalissoio, che ha inserito la sagoma del sole che ride accanto ad una cascatella del ruscello che scorre vicino alla piazza del paese. Con un meccanismo azionato dall’acqua incanalata in un tubo, il cerchio con i raggi ruota costantemente. L’originale e simpatica realizzazione ha suscitato curiosità ed interesse tra i residenti ed i numerosi turisti che in agosto affollano il paese, con apprezzamento per il creativo Piller Roner. (LEC) NOVEMBRE 20-21.qxd:FEBBR 20-21 7-11-2012 12:12 Pagina 2 ANNO LX Novembre 2012 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins REFERENDUM CHE VIEN PAR DIFENDE I NOSTRE PAES te i ultime mes se sta muovendo la N de i paesi confinanTEATRO D OTONO IN COMELGO dente te co l Friuli e co l Trentia nasché ane in Co- duta par ladin comeliön. de Blun zun sto setor, e la no e l Sud Tirol par tole firme e domandà al reD melgo l otono cul- El date iné l 11 novenbre sala iné cöla dla Regola a suferendum par pasà nte tural vögn incolorù con “Ladrozinio” a Dudlè, a le Cianplongo a le 20.30. nasché söre d teatro zi pöide ch inà na sala par podöi presentà un spetacul. St ota al programa, ch iné sostgnù dal Grupo La Baita d San Colò, dal Grupo d Rizerche culturai d Comelgo d Sora, da la Pro Loco d Cianplongo, dal Grupo musical d Costauta e dal Comun d Sa Stefin, prevöde siö spetacui, ch taca l 11 d novenbre zal salon dle scole de Dudlè e fnis al 7 dizenbre zal cinema Piave d Sa Stefin. Doi söre sarà al Grupo musical d Costauta a presentà i so dòi ultme laore, un d canzogn e poesii, dedicó a David Maria Turoldo, un frate-poeta furlön, morto 20 ane fa, intitoló “Turoldo, il fascino di un profeta”; clautro, intitoló “Ladrozinio zal pulnöi”, la prima comedia musical 20.30 zal salon dle scole; “Turoldo” al 17, sabo dop maddì a le 18.00 z gedia d San Colò. Al terzo apuntamöinto iné a Sa Stefin, zal cinema Piave dmönia 25 novenbre a le 20.30. Sarà al grupo de dogns de Blun “Gruppo Teatro 4” a presentà la comedia “Oh Calcutta”, ch riprende al famoso spetacul di ane Setanta, ch avee scandalisó l’America, par la libarté da parlà e portà in sena agromöinte sessuai” e lo rivöde con ironia e voia da confrontasse a distanza de trent ane. Propio par l argomöinto, vögn dito ch saraa möio avöi in sala un publico de grögn e no d canai. La dmönia 2 dizenbre sarà dedicheda al musiche d Nadà, zla interpretazion dal grupo Al Tei, un di pi brai dla provinzia La conclusion dal programa dal teatro d otono sarà a Sa Stefin zal cinema Piave, vendre 7 dizenbre a le 20.30, col grupo teatral I Comelianti, ch avrà l ocasion da presentà pla prima ota al so novo spetacul, intitoló “L’eredità”. Al gusto da dì a teatro iné sintù da la dente dal Comelgo e par cösto l idea da föi nasché spetacui zun perido dl ön gno ch ne n é organisó nente zi pöide, ne de sport ne d manifestaziogn d musica e balade, dovaraa piadì ncamò n ota a duce cöi che, inveze da insonisse dante la solta television, pö avöi l ocasion da dì fora d ceda a vöde algo d istrutivo e divertente fato da conpagnii d teatro nostrane. Lucio Eicher Clere che l autra region o provinzia. A' tacou calche an fa Lamon, Anpezo, Fodom, Col e Sapada. Ades luore spieta de pasà da chel autra parte ma autre comun fararà al referendum par separase da l Veneto (Pieve a belo votou n Comun, Comelico superiore e Lorenzago sta tolendo su le firme). Co la paura de la fin de la provinzia de Belun che i vo' agregà a chela de Treviso la voia de dì da chi che sta meo de noi la se fa senpre pì sientì. Fa gola na autonomia che parmete a chi che sta a calche chilometro da noi de avé n governo de autogestion che no trascura chi che vive nte le val pì distanti. Na politica par la “mantagna” e la so dente meo de chela che subon noi agno' che D’AUTONO BISOGNAA DI’ A TENDE veone tante robe bèle da fei n’ota, A tante duoghe, ma i ne vignèa sempre ruinade da chela ciampana de la scola che sonaa puntuale dute i dì an boto e mèdo. Mai n’ota, con dute le orazion che diseone, se a roto le corde. Par fortuna vignèa al duoiba, la pì bèla dornada, i diseone su na giaculatoria a chi che lavea n'ventada. I progeti era tante ma d'autono bisognaa dì a tende. Sogneone coi ocie vèrte ... s’ciapade de lugar, negre, verde e dài, che vignea do, sul arbol. A dì fora de ciasa doveo sta atento chel pare fose te stala a guarnà, se no era na predica e ... adio lugar. La mare savèa duto, era ela che me disèa al momento de scampà. De tornà no pensao par niente! Se ciateone ten posto, reone sempre n'doi tre, n'cora co le ciauze de pendolon e al muso che no avèa visto l'aga. Deone ia par le vare, nisun parlaa, solo i scarpete fasèa cri - cro su la brosa. I reciame te cabia someaa bale de piuma e l'aga tei bearuòi era giazada. La tèra era dura come cimento e no se podèa piantà l'arboreto. Lavon leou su na brusa coi fazolete da nas. Le vis’ciade era vigneste dure inte te la pèl de conicio e a vèrdele se destacaa la pelesina. Aon stentou ma ala fin son riuside a betele su le mazolete e... subito a 11 scondese che i lugar podèa ruà dan minuto a lautro. Aveone fredo e se tireone co le giambe, mède nude, insieme par s’ciaudase. El fiador vignea fora de bocia come na nuvola e subito al sparia. Dopo tanto spietà avon sentiu cii - cii, i lugar, i lugar dute n'sieme. Avon scominziòu a ciantà noi, aveone n'parou polito, ma chi là ie deste drete. Son deste a vede i reciame: i era mute, e i era n'cora pi chi che vive nte le val de la Dolomites no i vien rapresentade e idade a restà a vive casu'. Ben diverse e le condizion de i paesi de l Sud Tirol e de l Trentin che i à rapresentanti politici de le mendranze linguistiche, fonde par chi che decide de stà su par le crode a coltivà e arlevà vace e fede, scole e ser vizie par i paesi pì fora da l mondo, na promozion de l turismo nte le val de la Dolomites che é stou fondou su par la valorisazion de l patrimonio cultural material de la dente puareta che à senpre presidiou le val visin a le crode. Na sensibilità che à portou a blocà lo spopolamento de i paesi agno' che se regstra pitosto l fato che i dovin torna agno' che i puo' ciatà na condizion de l vive pì davesin a la natura e a l anbiente. Basta dì nte i paesi confindanti par acordese de come politiche diverse puo' contribuì a lo svilupo o a la distruzion de n terito- rio che sta muorendo. E chel che sta suziedendo ca' da noi agno' che le fabriche à serou (resta poche co tanta fadia) e l laoro de l turismo e de l artigianato e ancora poco. Ades pì che mai l Cadore à bisuoi de na politica fata anche par la dente che vive nte le nostre val e chesto é chel che mancia cuanche se confronton co i nostre visin che i benefizia de na condizion che i parmete na tutela de l so teritorio apede de lo svilupo de le atività turistiche (i à i pì biei alberghi de l mondo e le val meo tegneste). I referendum nase proprio da l fato de capì che senza autonomia no se riusirà pì a vive casù. Par chesto i referendum vo ese l segno che algo no và e che n teritorio come l nostro à da avé le stese posibilità de la dente chi vive nte autre val de le Dolomites. Francesca Larese Filon s’gionfade de prima, e là te casèla i vardaa de ciatase calche grano de milio n'medo ale farine. E vignesto el sol! Le sempre bèl, ma quanche se a fredo n'cora de pì! Anche i reciame a scominziòu a desgiazase con calche timido ci - ci. Aveone perso oramai le speranze, i sogni resta solo sogni. Le robe le e cambiade te n'atimo: i lugar te cabia a scominziòu a ciantà, no son rendeste come, ma là sul laris, apena sote de l'arbol, era na ventina de lugar, la pianta era negra! Ie stade ferme calche secondo po un le partiu e le vignesto sul arbol, subito n'cora doi e po dute n'sieme i sa poiou sul arbol, su le cabie e sula brusa. Era duto che moea! Noi ferme, co un denoeo auzou, le man davante pronte a partì apena un se fose tacou. El cuor me batèa come un martèl! A duròu puoco, come a un segnal, dute n'sieme, senza gnanche ciantà, i e sparide ia come saete. Un de noi a dito: “Gnanche un”. Dopo nisun a pi parlou! Avon tirou via le vis’ciade che era vigneste lise come el vièro, le aveone fate co la goma piuma e l'areà, ma no le dèa ben. Vigneone su moge, co le ree base. Ca inte se avèa duto fermou, sentio un gran vuoito. Adès me vignèa n'mente chel pare a sta ora no lèra pì te stala e de siguro lavea algo da dime. Pèdo de cusì ...! Tita De Ina FESTA DE I MORTE E HALLOWEEN des la siera de i sante i dovin A fa la festa de Halloween e i pì picui va ngiro mascherade a domandà algo de bon ngiro par le ciase. Calchedun pensa che sea na festa ruada cà da le Meriche apede de la Coca Cola. Ma chel che é vero é che Halloween le partida cà da noi, n Europa. Nte la tradizion de na ota se ciata testimonianze che conta che na ota i bocie dea ngiro co le zuce desvoitade co inte la candela e che la nuote de l 31 se podea parlà co i so morte. Na tradizion che la va ndrio al medio evo e che nte i ane nostre l é deventada la festa de i Sante e de i Morte. Nte le Meriche le deventada na festa co spiriti, zuce, fantasmi e giate negre. Ma no se può dì che l é na festa foresta ma che é algo che é senpre stou ca da noi. F.L.F. NOVEMBRE 20-21.qxd:FEBBR 20-21 11 7-11-2012 12:12 Pagina 3 SPORT ANNO LX Novembre 2012 21 di Irene Pampanin I FRATELLI MARCO E MATTIA BACCHILEGA: “ECCO LA NOSTRA ARTE DEL KARATE” Mattia è neocampione del mondo, Marco ha già una carriera ricca di numerosi successivi. Dopo le gare, il grande abbraccio del Cadore osì è la vita, sette volte giù e otto volte su”. E’ questo il “ C motto preferito dei fratelli Bacchilega, una regola morale giapponese che Marco tiene appesa nella sua stanza e che significa, sostanzialmente, “non mollare mai”. E’ così che il ventottenne Mattia Bacchilega ha conquistato il gradino più alto del podio in Polonia, aggiudicandosi il titolo di Campione del Mondo I.t.k.f (International Traditional Karate Federation) di Karate Tradizionale nella gara di kogo kumite. E’ stato solo l’ultimo dei tanti successi che hanno segnato la carriera del giovane cadorino, cresciuto a “pane e karate” come il fratello, Marco (34 anni), anch’egli già pluricampione italiano individuale nel kumite e insignito di tanti altri importanti titoli. Non poteva essere altrimenti considerando che Marco ha cominciato a praticare il karate a tre anni (con un kimono fatto su misura) e Mattia a cinque, grazie all’enorme passione tramandata loro dal padre e Maestro Roberto Bacchilega, il primo a portare il karate in Cadore intorno agli anni Settanta, quando in televisione spopolavano i film con Bruce Lee e le celebri scene di arti marziali. Fu infatti nel 1976 che il Maestro Roberto fondò l’associazione sportiva TSKS (Traditional Shotokan Karate School) per incrementare la pratica del karate tradizionale. Il successo fu tale che ad oggi la scuola conta ben 7 sedi sparse per tutta la Provincia di Belluno ma anche a Vittorio Veneto, con un totale di circa duecento praticanti. E’ nella sede principale di Calalzo di Cadore (palestra Ads pà è Maestro, così come mio fratello prima di me e mio fratello più piccolo adesso. E’ sempre stata una cosa normale che fosse così. Poi ci sono stati, per quanto mi riguarda, dei momenti di sconforto, specie durante l’adolescenza quando ho pensato più volte di mollare. Una volta passati questi periodi però la voglia è sempre tornata e adesso non potrei farne a meno”. Lo stesso risponde Marco. “Questa passione è nata sicuramente perché era in casa. C’è stato un momento, quando avevo circa 10 anni, in cui mi son fermato e mi son chiesto: ‘lo sto facendo perché piace a me o perché piace a mio padre?’. Lui mi ha detto: ‘Se hai questo dubbio smetti e quando sarai più sicuro vedrai il da farsi’. Allora ho smesso e nel giro di una settimana ho capito che avevo voglia di ricominciare. Dopo un mese (per superare l’orgoglio!) ho ripreso senza alcun dubbio”. Siete entrambi laureati: è stato difficile conciliare lo studio con l’arte del karate? Mattia risponde per primo. “Io sono nella nazionale da quando avevo 16 anni. Ci alleniamo circa due volte al mese. Conciliare con lo studio è stato comunque difficile. Ho fatto l’Isef a Urbino e il secondo e terzo anno ho avuto un po’ di difficoltà ma poi ho recuperato”. Diverso invece è stato per Marco. “Io ho fatto l’Isef a Bologna dove tenevo un corso di karate, quindi ero comunque sempre allenato”. Entriamo un po’ più nel merito della vostra “disciplina”. Il vostro stile è lo Shotokan ed è di questo che siete atleti e istruttori. Che cosa lo differenzia dagli altri? “Lo Shotokan, risponde subito Mattia, ovvero il karate tradizionale “Così è la vita, sette volte giù e otto volte su”. Sostanzialmente “non mollare mai”. Parola di Marco Bacchilega stesso grado), non ce la può fare. E’ molto formativo perché ti dà un metodo per affrontare le prove che la vita ti pone. Non è facile, è faticoso, difficile, ti pone sempre delle prove che comunque ti formano per essere più forte”. Il karate è un’arte giapponese: vi interessa però anche la cultura di questa terra... “Certo, risponde Marco che confessa di non saper scrivere in giapponese ma di avere una gran passione per le lettere usate da questa cultura, in Giappone non sono molti che fanno karate perché lo sport nazionale è il baseball e subito dopo viene il golf. Però portano molto rispetto per chi pratica le arti marziali. Ho la camera ‘tappezzata’ di regole morali giapponesi e un tatuaggio uguale a (Itkf), si differenzia dall’altra grande federazione, il karate sportivo, prima di tutto perché è inteso come un’arte. Mentre quello sportivo si pratica ai fini prettamente agonistici e quindi finché l’età lo permette, quello tradizionale prevede uno studio che va oltre l’azione fisica. Il fine è infatti quello di praticarlo per tutta la vita, migliorando di anno in anno. Dal punto di vista della gara cambia il regolamento. Lo Shotokan è un arte dove durante una competizione si mantiene molta disciplina, confrontandosi con il massimo rispetto. Il confronto è sia fisico che mentale: l’uno non può prescindere dall’altro. Se uno è forte fisicamente ma non è in grado di affrontare l’avversario mentalmente (cioè ha paura oppure non pensa di essere allo Marco Bacchilega dice che ‘qui non c’è niente’. E’ un problema di non saper vedere”. Mattia invece consiglia: “Datevi da fare in tutti gli ambiti! Non andate via: come han fatto quelli prima di noi bisogna sapersi inventare e darsi da fare”. MATTIA CAMPIONE DEL MONDO attia Bacchilega è Campione del Mondo. Al suo M collo pende la medaglia d’oro Mattia Bacchilega LODZ, 7 ottobre 2012 - la premiazione Iefeso Club) che abbiamo incontrato i sorridenti fratelli Bacchilega, i quali ci hanno raccontato il loro modo di vivere il karate che è, innanzitutto, un’arte marziale che insegna ad affrontare la vita con autocontrollo e costante rispetto per gli altri, fino a raggiungere il successo sportivo ma anche e soprattutto personale. Marco, Mattia: avete iniziato presto a praticare il karate perché “di famiglia”. Vi sareste comunque appassionati a quest’arte se non fosse stato per vostro padre che è Maestro? “Io ho iniziato a fare karate che avevo cinque anni, risponde subito il neocampione del mondo Mattia, quindi sono ormai 23 anni. Ho iniziato ovviamente perché mio pa- conto”. Dello stesso parere è anche Marco. “Io ho girato il mondo ma son sempre tornato volentieri a casa, sto bene con la gente del posto e i luoghi sono bellissimi. Ogni tanto chiaro c’è la voglia di partire ma andando via si apprezza di più quello che si lascia”. Con sacrificio e impegno avete ottenuto grandi risultati: che messaggio vi sentite di dare ai giovani cadorini? “Aprite gli occhi e guardate fuori dalla finestra quello che avete intorno, dice Marco, spesso pensiamo che quello che è fuori debba essere sempre meglio. Noi qui abbiamo un grande patrimonio umano e naturale e non riusciamo a valorizzarlo perché noi per primi non ce ne rendiamo conto. Io odio quando vado in giro e sento che si quello di Mattia che significa ‘amore tra fratelli’ ”. Il karate vi ha portato a girare il mondo. Tornate volentieri a casa, in Cadore? “Io torno sempre volentieri, risponde sempre sorridente Mattia, mi piace molto stare qui: chi disprezza sempre il Cadore secondo me lo fa perché non ha girato il mondo. Ho visto posti stupendi ma qui è un paradiso e chi ci vive spesso non se ne rende dei Campionati Mondiali Itkf di karate tradizionale, duramente conquistata in Polonia, a Lodz, il 6 e 7 ottobre, dopo che la squadra italiana ha ottenuto un 4° piazzamento. La pagina facebook del giovane Mattia impazza di commenti e di “mi piace”. La gente lo ferma per strada e si complimenta, lo vorrebbero vedere sui tg nazionali e su tutti i giornali. Intanto Mattia ricorda ancora con gli occhi che brillano le emozioni di quel giorno. “E’ stato bellissimo”, racconta, “anche altre volte siamo arrivati vicini al risultato ma senza mai raggiungerlo, questa volta invece è andata benissimo. Con la squadra siamo usciti al secondo incontro. Questo forse mi ha messo nell’umore giusto, mi ha rilassato. Ho pensato: ‘Come va, va’. Per rendere io devo essere tranquillo e quella gara l’ho presa in maniera tranquilla”. “La cosa più emozionante è stata il podio che tra l’altro ho fatto il giorno dopo (per fortuna altrimenti credo mi sarei messo a piangere). Ero tanto emozionato, con quest’inno che suonava solo per me, la gente che guardava, in un’arena che era una cosa impressionante. Non ci saranno state più di tremila persone però il posto ne teneva 12 mila. In quel momento non pensavo a niente, ero felice e basta. I giorni seguenti tantissime persone mi hanno scritto, mi hanno chiamato, su facebook e quando sono tornato in Cadore ho ricevuto un’accoglienza inaspettata. Il Cadore mi ha accolto in un grande abbraccio, fantastico”. Riti scaramantici, portafortuna? “Sì”, confessa Mattia, “un modo di riscaldarsi sempre uguale, un elastico sulla cintura e un intimo portafortuna color viola!”. NOVEMBRE 22-23.qxd:FEBBR 22-23 22 7-11-2012 12:20 Pagina 2 SPORT 11 LA SPORTIVI GHIACCIO CORTINA CAMBIA RAGIONE SOCIALE L o scorso 28 settembre, la S.G. Cortina ha ultimato le pratiche per dare vita ad una nuova società che avrà come obbiettivo quello di raccogliere l’eredità dell’attuale società, dandole però un nuovo assetto organizzativo e cercando di sviluppare a livello economico il movimento hockeistico di Cortina e di tutto il Cadore. A cambiare in sostanza sarà la forma della società: si passerà dall’attuale “SGC associazione sportiva dilettantistica” a “SGC società sportiva dilettantistica a responsabilità limitata”. L’incaricato a dirigere le operazioni della neonata società sarà il presidente Luca Dell’Osta, ventidue anni di Cortina studente di giurisprudenza presso l’Università di Bologna. A completare il consiglio d’amministrazione sono stati nominati Lorenzo Lacedelli (vicepresidente), il presidente della Lega Italiana Hockey Ghiaccio, Fabio Frison e Silvio Bernardi. Luca, spiegaci in che cosa consisterà il cambiamento. “La questione di base è semplice: la Sportivi Ghiaccio Cortina asd è una società non riconosciuta, il che significa che per adempiere alle obbligazioni possono essere chiamati a risponderne direttamente i soci. Con una società sportiva dilettantisti- ANNO LX Novembre 2012 Il presidente della neonata società arl è il ventiduenne di Cortina dʼAmpezzo Luca dellʼOsta “Obiettivi: il contenimento dei costi rimanendo in Serie A e sviluppare il settore giovanile (180 atleti) Nostra speranza è coinvolgere nuovamente Pieve di Cadore ca arl, invece, ne risponde solamente la società attraverso il capitale sociale.” Da dove ha avuto origine questa decisione. “Tale cambiamento di società è stato imposto dalla federazione che come tutte le altre federazioni di sport dilettantistici (quali basket, pallavolo) sta portando avanti, in accordo con il ministero dell’economia, una politica che porterà ad equiparare gli stipendi attuali dei giocatori, che rientrano nella categoria “rimborsi spese”, a quelli dei lavoratori dipendenti. Se così fosse le spese in tasse passerebbero da un 20% a qualcosa come il 45-47%. La cosa sarebbe insostenibile per tutti e quindi si è giunti al momento ad un accordo che prevede la dotazione da parte di tutte le società di una struttura giuridica che sia più trasparente, la “ssd arl” appunto. Nel recente passato, infatti, con le “asd” si poteva fare essenzialmente quello che si voleva, senza che ci fossero particolari controlli a livello contabile. Fino a pochi anni fa la crisi non esisteva, però, e quindi con una certa facilità si potevano gestire comunque società che facevano registrare un pesante passivo, in quanto la ricerca delle sponsorizzazioni era di gran lunga più semplice. Oggi ciò non è più possibile e quindi queste società verranno chiamate prima o poi a mettere a posto i conti. È strettamente opportuno quindi creare società che siano fondate su presupposti differenti.” A che punto è il processo di cambiamento societario? “Un passo dopo l’altro stiamo trasferendo tutte le competenze dalla asd alla nuova società. Le cose però sono piuttosto complesse e quindi è necessario prendere il tempo necessario a sistemare tutto a dovere. Sicuramente il processo verrà ultimato per la prossima estate; costruiremo, in un anno, una società stabile e forte che possa poi reggersi sulle proprie gambe e garantire un futuro all’hockey.” Quali sono gli obiettivi di questa nuova società? “Innanzi tutto perseguiremo una politica di conteni- mento dei costi per continuare il prezioso lavoro svolto dai membri della società precedente. Il nostro intento, infatti, è quello mantenere a buoni livelli la nostra squadra di Serie A e sviluppare il già florido settore giovanile. Ogni anno spendiamo in quest’ultimo circa 170 mila euro a prova di quanto la società tenga ai suoi ben 180 giovani atleti; anche solo per loro la società ha il dovere di continuare ad andare avanti. In secondo luogo vorremmo ampliare notevolmente il numero di soci. È necessario che Cortina capisca l’importanza di avere una squadra di hockey come la nostra e ne favorisca il sostentamento e lo sviluppo. C’è da tener presente sicuramente il fatto che la nostra sia una squadra gloriosa che ha vinto tanto e quindi merita di poter continuare il suo cammino sportivo. Ma altro aspetto importante da considerare è quello economico: bisogna sapere, infatti, che il bilancio della nostra società è di un milione di euro; questo significa che spendiamo ogni anno sul territorio un milione. È vero che parecchi sono i soldi dati ai giocatori americani e canadesi che ne porteranno una parte a casa; ma è altrettanto vero che una buona parte la useranno qui sul territorio per fare la spesa e per pagare gli affitti. Infine c’è anche da esaminare le potenzialità che l’hockey ha dal punto di vista turistico. Per fare ciò, non cercheremo solo sponsor e aiuti di carattere economico, ma anche collaborazioni, ad esempio con le piste da sci piuttosto che con alberghi, che riportino più gente possibile allo stadio; è infatti di assoluta importanza il sostegno dei nostri tifosi. Tutte queste iniziative non riguarderanno soltanto Cortina ma anche la Valle del Boite e il Cadore tutto.” E a livello sportivo? “A livello sportivo, vorremmo fare di Cortina il Polo hockeistico di tutto il Cadore; è inevitabile che, con un bacino di utenza ridotto come il nostro, le società debbano unirsi per poter continuare a vivere. Quest’anno abbiamo intrapreso un’ottima collaborazione con il Dobbiaco; è ovvio però che la nostra speranza sia quella di coinvolgere nuovamente Pieve dopo gli ottimi risultati ottenuti negli scorsi anni coronati anche da successi nazionali come il titolo under 18.” Cosa succederà al termine della stagione? “Il mio mandato scaderà, come previsto da statuto, il 30 giugno 2013. A quel punto avremo portato a termine il nostro obiettivo e si potrà insediare un nuovo direttivo. Difficile dire chi sarà il nuovo presidente: potrei essere io come qualcun altro, al momento preferisco pensare alle questioni tecnicogiuridiche per cui sono stato scelto. Sicuramente continuerò ad operare nell’ambito per cercare di portare sempre più in alto il nome di questa società.” Mario Da Rin NOVEMBRE 22-23.qxd:FEBBR 22-23 11 7-11-2012 12:20 Pagina 3 ANNO LX Novembre 2012 23 SCI DI FONDO COMELICO LʼINTERVISTA a Roberto De Zolt L’OFFERTA DOLOMITI NORDICSKI A INIZIO GENNAIO TORNA A PADOLA LA “COMELGO LOPPET” 2013 l Circuito Dolomiti NordicSki è il caroI sello di sci di fondo più grande d'Europa, con circa 1.300 km di piste da fondo, con un unico skipass e la garanzia di innevamento a partire dal 23 dicembre di ogni anno. Da dicembre a marzo il comprensorio offre agli appassionati di sci nordico itinerari ottimamente preparati nelle più importanti località e vallate del- le Province di Bolzano, Belluno, e nel Tirolo Orientale. Di questa organizzazione fa parte anche la Comunità Montana Comelico e Sappada ed in particolare la località di Padola, dove le piste vengono gestite dall'associazione Comelico NordicSki guidata da Roberto De Zolt, fondista di valore ma anche ottimo organizzatore di manifestazioni ed eventi sportivi di rilie- Lʼ“associazione Comelico NordicSki a Padola sta lavorando per le manutenzioni delle piste agonistiche, turistica e pedonale Il giornaliero costerà 5 euro Il programma della Comelgo Loppet prevede il 5 gennaio gara in tecnica libera e il 6 gara in tecnica classica sulla distanza di 30 km, in forma competitiva e non vo. A lui chiediamo di parlarci del lavoro che sta svolgendo. "La stagione invernale è ormai alle porte e l’“associazione Comelico NordicSki, da tempo sta lavorando per le manutenzioni delle piste agonistiche, turistica e pedonale, quest’ultima sempre molto apprezzata sia dai turisti che dalla gente del posto. Con i primi giorni di novembre, se le temperature lo permetteranno, mettere- ti e spettatori. Con l’edizione 2012, nonostante i numerosi problemi di innevamento che hanno afflitto l’intera Europa, siamo riusciti, con l’ausilio di una quarantina di volontari, ad innevare un anello di 10 km e ad organizzare le gare - la ComelgoLoppet risulta la prima gara svoltasi del circuito Gran Fondo Master tour - richiamando nuovamente più di 800 persone in Comelico. Il nostro obiettivo rimane quello di creare una gara internazionale al pari delle più note Marcialonga (Val di Fiemme), Dobbiaco-Cortina, Pustertaler, Val Casies conosciute ormai in tutta Europa. Riteniamo, infatti, che tale iniziativa possa costituire un volano per l’intero sistema turistico, riuscendo ad unire il Comelico attraverso piste cicla- KARATE TRADIZIONALE ALLA 4 a TAPPA DEL CAMPIONATO PROVINCIALE 150 ATLETI PRESENTI S i è svolta domenica 28 presso il palasport di Belluno la quarta tappa del campionato provinciale di karate tradizionale. 150 atleti erano presenti alla competizione che si è disputata su due tatami e che aveva come tema il kata individuale a libera scelta con arbitraggio a bandierine. La gara è stata preceduta da un allenamento tecnico e si è conclusa con il festeggiamento dei recenti risultati agonistici ottenuti ai campionati Mondiali dai fratelli Bacchilega (un primo posto per Mattia ed un quarto per Marco) e della cintura verde Mirella Coletti di Cortina d’Ampezzo, un’allieva d’eccezione del M° Roberto Bacchilega che ha iniziato la pratica da due anni e che qualche giorno fa ha compiuto il suo 80° anno di vita, un esempio di forza e di carattere per tutti coloro che troppo spesso si piangono addosso . E passiamo ai risultati. Medaglie d’oro: De Cesaro Giacomo, Alice de Felip, Alex Cian Martinez, Alberto De Simone, Rita Ortese, Alessandra Pensalfine, Cristina Raone, Massimiliano Fantina, Fabio Tremonti, Giulia Alverà, Massimo Bacchilega, Dragana Brocilovic, Giulia da Prà, Francesco Rinaldin, Michael di Girolamo, Niccolò Dipol, Chiara Zandonella, Federico de Luca, Ute Gaspari, Melany Tremonti, Mattia de Zanna. Medaglie d’argento: Flavio Soares, Alessia Tonet, Lorenzo Burlon, Flavio Nobile, Elettra Gasperina, Isabel Trevisan, Maria Costan, Gabriele Kratter Stabile, Francesco Raineri, Jessica da Frè, Leonardo Antonazzi, Rebecca Patriarca, Chiara Gava, Marco del Favero, Marco de Silvestro, Matteo Perino, Patric Meneghini, Gianluca Modenese, Martina Simoni, Rebecca da Vanzo, Nicolas dal Bo. mo in funzione il cannone, in modo da poter preparare i primi chilometri di pista artificiale". Ricordiamo che i prezzi del circuito Dns sono stati confermati, quindi il giornaliero costerà 5 euro, mentre l'abbonamento annuale per la zona Comelico e Sappada costerà 50 euro e lo stagionale per tutte le zone del Dns 70 euro. Passiamo all'evento di gennaio. Come sarà la prossima Comelgo Loppet? "Dopo i successi riscossi nelle tre precedenti edizioni della gara di Gran Fondo “ComelgoLoppet”, anche quest’anno siamo da tempo al lavoro per riproporre l’evento sportivo in modo adeguato. La prima edizione ha richiamato in Comelico più di 700 persone, la seconda più di 1000 tra concorren- bili e piste da sci di fondo. Il programma della ComelgoLoppet 2013 prevede due giorni di gare: 5 gennaio in tecnica libera e 6 gennaio in tecnica classica sulla distanza di 30Km, forma competitiva e non competitiva di entrambe le gare. Inserimento delle gare nel circuito FISI e Master Tour. Un prestigioso premio verrà offerto a tutti i partecipanti alle gare, una maglietta intimo Craft. Con l'iscrizione sarà compreso un pranzo completo, all’interno del tendone riscaldato. La novità del 2013", conclude Roberto De Zolt "sarà il gemellaggio Comelgo Loppet - Val di Vizze. Infatti con l’iscrizione alla Comelgo Loppet 2013 si potrà partecipare gratuitamente alla Gran fondo Val di Vizze il 10 febbraio 2013". Livio Olivotto