Relazione introduttiva di Tina Balì Seminario “Un Piano per il lavoro per il Lazio” – Roma 15.2.2011 La crisi internazionale continua a registrare ricadute particolarmente negative sull’intero territorio nazionale, nel Lazio, secondo i dati presentati da Eurispes il 19 gennaio, “il 2010 è stato un anno nero per l'economia laziale”, caratterizzato dalla contrazione del Pil e da un alto livello di disoccupazione. Nel quinquennio 2005/2010 il Pil regionale ha subito una flessione continua, maggiormente accentuata nel 2008 (-1,58%), nel 2009 (-4,34%), e nel 2010 (-3,5%) ma di intensità minore rispetto alla flessione italiana. Infatti, ad eccezione del 2005, la flessione del Pil laziale è stata sempre minore di quella nazionale. Nel primo trimestre del 2010 le imprese registrate in Italia sono oltre 6 milioni, di cui l'86,5% attive, mentre il dato laziale è di 589.194 imprese, di cui il 77,2% attive. In particolare, nel 2009, il saldo nazionale della natività/mortalità delle imprese è di -21.239, mentre il Lazio ha fatto registrare una crescita del numero di imprese, con un saldo attivo pari a 6.325", ma il dato non descrive la tipologia delle imprese che spesso è di tipo individuale, quindi, nonostante il trend favorevole, le imprese laziali faticano ancora ad entrare nei mercati più dinamici e nuovi. Dentro la crisi del Paese, che è strutturale, c’è una crisi peculiare e anch’essa strutturale di Roma e del Lazio. Questa crisi ha innanzitutto una natura economica pubblica: l’enorme debito pubblico in campo alle due maggiori istituzioni, il comune di Roma e la Regione Lazio: 12 Mld di euro Roma Capitale, 13,6 Mld di euro la Regione Lazio per la sola sanità: per capirci 700 Mil l’anno per 30 anni per ripianare il debito sanitario. Questo indebitamento significa minori servizi, minori investimenti, minori risorse per crescita e sviluppo. Tutto ciò diviene ancora più pesante per effetto della manovra di stabilità di Tremonti che si traduce in minori trasferimenti alla regione per 420 milioni nell’anno in corso e minori trasferimenti per 430 milioni nel 2012. Le addizionali regionali produrranno secondo le stime, un extra gettito di circa un miliardo! ( i cittadini del Lazio sono i più tartassati) Questo sommarsi di deficit e tagli si è tradotto nella finanziaria regionale in minori risorse per le politiche della casa, istruzione, trasporto pubblico e un evidente rallentamento della capacità di spesa del sistema pubblico regionale. Sul fronte dell’occupazione, dai dati Istat dell’ultimo trimestre 2010 il rapporto percentuale tra lavoratori occupati e popolazione in età attiva (15-64 anni), raggiunge un 58,4% con un calo del 2% rispetto al trimestre precedente. Il tasso di occupazione femminile è superiore alla media nazionale attestandosi al 47,7%% contro il 45,8% italiano ma comunque troppo basso considerando che il contributo femminile è spesso limitato a settori particolari e occupazioni specifiche. Ancora oggi poche donne ricoprono posizioni di vertice, sia nel settore privato sia nella P.A. Per tutti l’offerta lavorativa, inoltre, si concretizza, spesso in lavori precari: il Lazio vanta il secondo posto in Italia per la consistenza dei lavoratori iscritti alla gestione separata dell’INPS (la Lombardia è al primo posto) e sono per lo più le donne che più facilmente cadono nella trappola del lavoro precario, con maggiori incertezze esistenziali legate a tale condizione. E la situazione della precarietà sarà ulteriormente aggravata dagli effetti del decreto Brunetta: la metà dei lavoratori precari del Pubblico Impiego perderà il posto di lavoro per l’impossibilità di superare il 50% della spesa sostenuta nel 2009 per il rinnovi o assunzioni a tempo determinato, contratti di formazione lavoro e contratti a progetto. Il tasso di disoccupazione nell’ultimo trimestre è pari all’8,9% mentre il dato nazionale è di 7,6%. Ricordiamo che nel Lazio solo nel 2008 era pari a 7,5%. In valore assoluto le persone in cerca di occupazione sono aumentate di 10.894 unità rispetto al 2009. Nel dettaglio provinciale Viterbo e Latina sono i territori con il tasso di disoccupazione maggiore (rispettivamente 11,7% e 10,9%), seguite da Roma (8,1%), Rieti (8%) e Frosinone (7,4%). Il dato più preoccupante risulta ancora una volta quello relativo alla disoccupazione femminile, che nel Lazio risulta pari all’11% con un aumento di 2 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2010 e di quasi 3 punti percentuali rispetto al 2007. A tal 2 proposito, la crisi ha investito una situazione del mercato della forza lavoro femminile già difficile contribuendo ad accentuarne le criticità storiche. Aumenta anche il numero di inattivi, ovvero le persone non classificate come occupate o in cerca di occupazione di età compresa tra 15 e 64 anni, passando dal 33,9 del primo trimestre al 35,8% del terzo registrando quindi un aumento di 1,9 punti percentuali. Se al tasso di disoccupazione sommiamo i dati della cassa integrazione e dei cosiddetti inoccupati il tasso sale drammaticamente a oltre l’11%. Le richieste di CIG, sino all’esplosione della crisi (ultimo trimestre del 2008) rientravano in un trend di normalità per la nostra regione (il picco del 2006 era dovuto alla crisi specifica della Fiat di Cassino). Il dato è quasi quadruplicato nel 2009, e nel 2010 ha superato la soglia di 68 milioni di ore con un ulteriore incremento di quasi il 25% rispetto all’anno precedente. Segno evidente, questo che la crisi è ben lontana dall’essere alle nostre spalle. Tanto più che nel corso dell'ultimo anno la crescita è dovuta integralmente agli strumenti straordinari e in deroga, con una forte contrazione di quelli ordinari generalmente deputati alla gestione delle crisi ordinarie. Quindi una difficoltà maggiore non solo per quantità ma soprattutto per qualità. Da ciò si ricava che nel solo 2010 i lavoratori potenzialmente a rischio sono oltre 34.000. Ma se consideriamo che negli ultimi mesi dell’anno si è ricorso massicciamente alla CIG straordinaria e in deroga, allora una stima più attendibile ci porta a dire che saranno oltre 50.000 quelli effettivamente a rischio anche per effetto dei minori orari nei settori dei servizi coinvolti, specialmente su Roma. Saranno questi a rappresentare la parte più critica delle difficoltà per il 2011, e se ne è avuto un saggio già nel corso del terzo trimestre del 2010. Confrontando infatti i dati sull’occupazione nei macrosettori riscontriamo un -92.000 addetti nei servizi non commerciali sul trimestre precedente rispetto, ai -22.000 di un anno fa. Segno anche questo di peggioramento qualitativo delle difficoltà. Proprio a fronte del massiccio coinvolgimento del terziario romano, possiamo rilevare un notevole utilizzo della CIG in deroga. Ricordiamo che nella nostra Regione la deroga è operativa sin dal 2005 (anche se limitata ad alcuni settori). Ebbene tale tipologia di cassa integrazione è passata dal 5% circa rispetto alla CIG complessiva autorizzata nel 2005 al 3 25% del 2010. Segno evidente, questo, che la crisi ha colpito duramente anche le piccole e piccolissime imprese. Non si ravvisano segnali di inversione di tendenza per cui è prevedibile che il 2011 sarà caratterizzato da una stagnazione della situazione per cui soprattutto i lavoratori che hanno usufruito degli ammortizzatori in deroga, difficilmente troveranno nuova collocazione. Anche in questo caso è bene richiamare il numero complessivo dei lavoratori interessati. Al 15 dicembre scorso, sono stati sottoscritti accordi di CIG e/o mobilità per 1157 situazioni aziendali che interessavano circa 23.300 lavoratori (ovviamente non tutti hanno usufruito degli ammortizzatori per l’intero scorso anno). Ma è ovvio che se non troveranno nuova collocazione questi dovranno usufruire degli ammortizzatori per tutto il 2011 e ai quali si sommeranno eventuali nuove procedure. da qui la necessità che lo strumento delle deroga abbia le risorse adeguate. Al problema della Cassa Integrazione non possiamo non aggiungere i dati della mobilità ordinaria che riteniamo si attesterà sui valori dei due anni precedenti con un incremento di circa 5.000 unità oltre lo standard storico normale. Come già accennato, vale la pena inoltre ricordare il peso che la crisi ha avuto anche sul lavoro precario, sui contratti cosiddetti atipici, pur mancando i dati definitivi del 2010, una stima fa prevedere un ulteriore calo di questa tipologia occupazionale di circa il 10% rispetto allo scorso anno che aveva visto contrarre l’occupazione di circa 25.000 unità considerate a tempo pieno. Sul lavoro in somministrazione, i primi dati relativi a tutto settembre 2010 mostrano un incremento di circa 2.500 unità (sono gli assicurati INAIL che hanno effettuato nel corso dell’anno almeno una missione di lavoro). Ma bisogna ricordare che nel 2008 prima della crisi, nel Lazio i lavoratori che avevano effettuato almeno una missione di lavoro erano oltre 40.000, ridotti a poco più di 33.000 nel 2009 e si stima a fine 2010 possano essere circa 36.000. L'ultima considerazione riguarda i lavoratori a collaborazione, tra il 2007 e il 2009 sono stati quasi 70.000 i collaboratori che hanno cessato il versamento al fondo INPS, e se una parte di questi (circa 20.000) deve questo fatto ad un processo di stabilizzazione lavorativa per gli altri si tratta di vera e propria perdita del lavoro. Dai nostri indicatori evidenziamo quindi il consistente peggioramento del mercato del lavoro regionale e la crescita delle aree di disagio e di sofferenza di ampie fasce di cittadini, particolarmente rilevanti sono le conseguenze sui giovani e sulle donne e sui 4 migranti: a loro viene sottratta la possibilità di determinare e costruire il proprio futuro, di rendersi autonomi dalla famiglia e di poter svolgere una vita dignitosa e coerente con i propri studi ed aspirazioni. Ed insieme si cancella il loro contributo in idee e progetti nuovi allo sviluppo sociale ed economico del Paese. Si guardi al tema dell’occupazione giovanile. Il risultato delle politiche nazionali è sotto gli occhi di tutti: i tagli all’istruzione e alla ricerca, l’assenza di qualsivoglia politica di sviluppo, conduce ad esiti di disagio economico e sociale le cui dimensioni cominciano ad emergere in modo drammatico. I recenti dati ISTAT sul record italiano della disoccupazione giovanile 29% contro il 7,4 della Germania non costituiscono più soltanto un capitolo della crisi economica. Essi sono il segno tangibile di come la frattura complessiva del patto di solidarietà divida non solo i territori (il Nord e il Sud) e i ceti sociali, ma allontani tra loro le generazioni. La linea d’ombra del passaggio alla ‘vita adulta’ dell’autosufficienza economica e della realizzazione dei progetti di vita si allontana e appare sempre più un confine invalicabile. Eppure, togliere il futuro ai giovani significa sottrarre energie vitali al Paese e significa mettere in discussione l’unica vera possibilità di compiere il salto verso una società moderna e competitiva. Un paese miope di fronte al nuovo, che non vi investa cure e risorse, ha il destino segnato. Una prima risposta della CGIL alla drammaticità della situazione dei giovani nel nostro Paese è stato il lancio della Campagna Giovani non + disposti a tutto che non è solo uno strumento di denuncia della drammaticità della situazione delle giovani generazioni, ma anche un momento di proposta e di elaborazione di alcune delle tematiche più urgenti in questo ambito. Dopo la fase sul collegato lavoro e quella in campo in questi giorni sugli stage, la terza e la quarta fase della campagna saranno infatti incentrate su temi come il welfare (forme di sostegno per i giovani in cerca di prima occupazione collegate ai servizi all'impiego e alla formazione; estensione degli ammortizzatori sociali alla platea di giovani e precari che ne è esclusa NON + MANTENUTI DAI GENITORI) e una proposta sul superamento della precarietà, l'estensione diritti, e la contrattazione (NON + SENZA CONTRATTO COLLETTIVO), temi che come potete immaginare non sono solo di interesse per la campagna ma per la CGIL tutta e per le proposte complessive che la nostra organizzazione riuscirà a mettere in campo. Più in generale, sono drammatici e preoccupanti gli strumenti a cui si aggrappa la politica nazionale. Priva di una strategia, essa non solo si rivela incapace di intervenire 5 efficacemente in funzione anticiclica, ma aggiunge ai tagli della spesa scolastica, quelli alla spesa sociale e sanitaria. A questo dobbiamo anche aggiungere la totale assenza della classe imprenditoriale di questo paese che nella crisi quando ha deciso di giocare un ruolo (vedi Marchionne) lo ha fatto per togliere diritti e non per proporre prospettiva e sviluppo. A tutto questo quadro aggiungo che nella nostra regione è completamente saltata la concertazione, anzi dalla concertazione siamo passati alla comunicazione delle decisioni assunte, mai in maniera organica tra loro! Siamo in presenza, infatti di una regione che comunica a mezzo stampa o attraverso iniziative che hanno il solo obiettivo della visibilità e del risalto pubblico mentre mai come in questa fase sarebbe necessario riaprire un tavolo di concertazione tra tutte le parti sociali, imprenditoriali e istituzionali per riprendere attraverso il confronto e il dialogo un serio progetto organico. Riteniamo sia il tempo di provare ad uscire da questo clima di sospensione, di attesa che la crisi riduca i suoi effetti, vogliamo provare a riprendere il cammino faticoso del confronto, della ricerca, della costruzione di nuove reti e alleanze sociali e territoriali. In questi ultimi due anni in cui le ricadute della crisi sono state così pesanti non siamo stati con le mani in mano, oltre a difendere l’occupazione trattenendo il più possibile i lavoratori all’interno delle imprese e garantendo la tenuta dei redditi attraverso i numerosissimi accordi di Cig sottoscritti, lo strumento delle politiche attive e di sostegno al reddito, molti sono stati gli accordi sottoscritti e molti sono stati i tentativi di elaborare piani e misure strategiche di uscita dalla crisi e di prospettiva per questa regione, alcuni esempi sono il Piano straordinario per l’occupazione nel Lazio, il Piano per l’occupazione femminile 2009-2010, il Consiglio straordinario della Provincia di Roma sulla crisi, i numerosi accordi territoriali fatti. Ma il nostro lavoro non può e non deve essere sottoposto alla provvisorietà del rapporto con l’Amministrazione del momento, dobbiamo essere capaci, partendo da molte delle elaborazioni fatte, di dare continuità di azione ed essenzialmente pretendere il rispetto per gli accordi fatti. ed 6 Con il Piano Straordinario per il lavoro intendiamo proporre una risposta immediata che dia prospettiva a una situazione sempre più difficile ed insostenibile, che rimetta in moto la nostra capacità rivendicativa e acquisitiva attraverso una ripresa della contrattazione a con tutti i livelli di interlocuzione: a livello regionale, nella contrattazione territoriale e nelle categorie. Per fare questo è fondamentale ragionare in un’ottica più ampia e complessiva, significa ragionare di occupazione e contestualmente di sviluppo, significa contrattare ogni piano di sviluppo territoriale con un ottica di sistema dove la formazione e le politiche attive partano dai reali bisogni e rappresentino strumenti di rilancio sia delle persone che dell’economia locale. Significa sfidare le imprese a un concetto di responsabilità sociale intesa in termini di democrazia e non di sola partecipazione al capitale. Significa ragionare di orari di lavoro e di flessibilità in un’ottica diversa dall’esclusiva flessibilità a vantaggio delle imprese. Per questo sono convinta che la contrattazione territoriale si debba sempre più intrecciare con il ruolo delle politiche attive. Su questo tema ci soffermeremo anche nel seminario organizzato il 21 febbraio. Occorre sottolineare che risultati più ampi ed efficaci per essere raggiunti necessitano sia di una nostra capacità di proposte, sia di sostegno alle proposte definite a livello nazionale, basate sulla revisione delle normative sul lavoro e sulla costruzione di un nuovo sistema di welfare in grado di superare la precarietà, riconsegnare diritti e prospettive di futuro alle nuove generazioni. Riforma del welfare e delle politiche industriali, fiscali e del lavoro, incremento degli investimenti ordinari in opere pubbliche ed infrastrutture tradizionali ed avanzate, rilancio delle politiche abitative e del terzo settore, sono tutti richieste che avanziamo alla una politica nazionale che risulterebbe in grado di incidere profondamente sul mercato del lavoro e sulla creazione di nuova occupazione. In questa prospettiva, il Piano intende costituire una proposta organica di intervento da sottoporre all’attenzione delle altre forze sociali, di quelle imprenditoriali, delle università e degli enti di ricerca sia pubblici che privati e delle istituzioni, del mondo creditizio con l’obiettivo di moltiplicare le sinergie, favorendo l’integrazione tra programmazione e strumenti operativi a sostegno delle misure di contrasto alla contrazione del mercato del lavoro e di rilancio degli investimenti e dell’occupazione. 7 Un piano per il lavoro non può non partire dalle peculiarità di questa regione sia dai punti di debolezza da dissolvere ma anche dai punti di forza sui quali costruire un nuovo modello di sviluppo, e non può non partire dalla ricerca di soluzione delle tante vertenze ferme in Regione e al Ministero che si stanno trasformando in drammi per le tante famiglie che oltre alle promesse dei politici di turno, da anni attendono risposte che non arrivano. Il modello di sviluppo del Lazio è stato finora caratterizzato soprattutto dalla grande espansione urbanistica, dal moltiplicarsi della rendita fondiaria, ed in particolare a Roma, dagli investimenti in opere pubbliche, con le caratteristiche negative di scarsa qualità dell’occupazione, consumo abnorme di territorio, aumento degli squilibri territoriali. La spinta centripeta dell'economia verso Roma non ha solo indebolito i territori ma il Lazio complessivamente a causa della perdita di contenuto professionale dell'occupazione nei servizi caratteristica di Roma. In pratica i territori non sono più attraenti per l'occupazione e non garantiscono assorbimento di domanda e costruzione di competenza. Roma per contro è diventata l'oggetto della concorrenza fra occupandi, specie nei servizi, con il dumping sociale che ne consegue. Si sono inoltre determinati profondi squilibri dentro lo stesso tessuto urbano, tra periferie sempre più in difficoltà, ed il centro della città capitale, sempre più ricco di attività. Il sistema produttivo regionale è per lo più costituito da piccole e medie imprese (99,8% del totale regionale) che non sempre sono in grado di reggere l’impatto con il mercato. Ma a questi punti di debolezza corrispondono anche altrettanti punti di forza: Il sistema produttivo della regione è caratterizzato da un presenza importante del settore manifatturiero ed una specializzazione nei comparti chimico-farmaceutici ed energetico, da una elevata concentrazione nelle attività finanziarie, immobiliari e informatiche, con una presenza rilevante dei settori commercio, turismo, edilizia e cultura. Inoltre l’importanza crescente del settore aereo, lo sviluppo dei settori legati a politiche ambientali, la presenza di un forte comparto agricolo e della pesca ed infine una elevata incidenza in termini economici e occupazionali della P.A. hanno consentito a questa regione di raggiungere i livelli di crescita economica e occupazionale che nel passato sono stati superiori alla media nazionale. Inoltre il formidabile apparato formativo, il complesso tessuto universitario, la concentrazione di larga parte della ricerca pubblica italiana, il livello di istruzione medioalto che è più elevato della media nazionale e la presenza nella regione delle sedi 8 direzionale di grandi aziende (RAI, ENEL, ENI, TELECOM, ecc.) fanno del Lazio uno dei territori potenzialmente più avanzati del nostro Paese. Altro dato positivo è determinato dalla presenza dei distretti industriali (10) e dei sistemi produttivi locali (4.000 unità), e dalla possibilità di organizzare il tessuto molecolare delle piccole e medie imprese attorno ad alcune filiere innovative e per l’innovazione, anche attraverso il sostegno finanziario del Fondo Europeo Sviluppo Regionale, la diffusione territoriale imprenditoriale del settore turistico e culturale. E’ necessario quindi partire dalle peculiarità del Lazio, definendo come priorità quella del bisogno di riequilibrio territoriale e di rilancio dei territori economicamente più deboli della regione. In linea con gli obiettivi fissati dalla strategia di Lisbona, da Europa 2020 e, da ultimo, dalla Decisione del Consiglio Europeo di ottobre 2010 sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione, la sfida principale alla quale il Piano per il lavoro sarà chiamato a rispondere è triplice: promuovere anche nel Lazio una crescita intelligente (sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione agendo sui seguenti fronti: innovazione, istruzione, formazione, formazione continua e società digitale); sostenibile (promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva) ed inclusiva (promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale agendo sui seguenti fronti: occupazione, competenze, lotta alla povertà). Il piano del lavoro per essere realizzato deve avere come alcuni presupporti di base: 1. La necessità di continuare a garantire le politiche di sostegno e di contenimento degli effetti occupazionali e sociali per mantenere i livelli occupazionali e riducano l’impatto dei processi di espulsione dal mercato del lavoro e sulla riduzione dei redditi attraverso il rifinanziamento adeguato degli ammortizzatori sociali che garantisca tutte le risorse necessarie al 2011 e il rifinanziamento degli strumenti di sostegno al reddito come il reddito minimo di cittadinanza), ma che al contempo punti a una riforma del sistema che lo renda più inclusivo e che ne garantisca l’accesso dai rischi del mancato finanziamento. 2. Il rilancio della formazione e delle politiche attive per il lavoro come strumento per una occupazione di qualità attraverso riqualificazione delle professionalità, 9 programmazione degli interventi a favore dello sviluppo economico locale, che devono puntare a valorizzare le eccellenze, costruirne delle nuove e puntare al superamento di alcune obsolescenze del sistema produttivo ed economico e produttivo che trascinano in basso la qualità dell’occupazione. 3. La garanzia delle risorse adeguate agli investimenti e allo sviluppo partendo dal ruolo del pubblico; attraverso il ripristino della concertazione sulla programmazione regionale dei Fondi Europei sullo sviluppo regionale in un ottica di sistema dell’intervento pubblico che interrompa l’abitudine di disperdere risorse senza alcuna programmazione o peggio come meccanismo di privilegio a gruppi e soggetti vicini all’amministrazione del momento. Il rilancio del project financing, come modello per il finanziamento e la realizzazione di opere pubbliche che dovrebbe porre rimedio alla scarsità di fondi pubblici e al gap infrastrutturale che divide l’Italia dagli altri Paesi industrializzati. Il supporto del sistema creditizio. 4. Un piano per il contrasto al precariato attraverso processi di stabilizzazione di lavoratori occupati con contratti diversi da lavoro subordinato, una intensa attività di contrasto al lavoro nero e alle nuove forme di schiavismo portando ad emersione quanto oggi alimenta l’evasione fiscale e la diffusione dell’illegalità. La corretta applicazione delle regole relative agli appalti e alla sicurezza sul lavoro. LE PROPOSTE: 1. La realizzazione di un disegno infrastrutturale che faciliti la connettività interprovinciale, dando priorità agli interventi che rendano possibile una mobilità trasversale, partendo dalle priorità di ogni singola provincia: • Chiusura dell’anello ferroviario a Roma • Completamento trasversale Orte Civitavecchia • Adeguamento Salaria • Nuova autostrada Roma Cisterna Latina e Cisterna Valmontone • Adeguamento trasversale Cassino Formia 2. Tra le opere infrastrutturali da mettere subito in cantiere, c’è il cablaggio dell’intero territorio regionale con la rete in fibra ottica di nuova generazione, una priorità, in quanto premessa necessaria per ogni processo d’innovazione, a partire dalla ridefinizione dell’accordo con UIR sul progetto di cablaggio della città, che si 10 sostanziava in 600 milioni di investimenti privati in tre-cinque anni, per oltre mille nuovi occupati, ma che si è interrotto a causa della crisi Telecom. 3. Riconversione verso la green economy che attivando lavori per la messa in sicurezza di quartieri e città, di riconversione eco-sostenibile, di risparmio energetico nelle abitazioni, uffici e impianti industriali produrrebbe nuova occupazione che secondo le stime di Cgil nazionale, sarebbero oltre 250 mila posti di lavoro in Italia, ma il loro utilizzo sarebbe una vera e propria “scelta strategica” e come ha definito Rifkin sarebbe “nuovo motore per la terza rivoluzione industriale”. 4. Potenziare i collegamenti tra la comunità scientifica dell'Università, il mondo della ricerca e il mondo dell'impresa, al fine di interfacciare le due realtà sulle reciproche opportunità di sviluppo e di connessione; individuando possibili canali di finanziamento pubblico e/o privato per lo sviluppo dei brevetti di proprietà universitaria, per l'attivazione di spin off che utilizzino e valorizzino i risultati delle attività di ricerca allo scopo imprenditoriale in contesti innovativi. 5. Superare la tradizionale formula dei distretti rurali e quelli industriali, ed incentivare la nascita di distretti di filiera 6. Accorciare la filiera produttiva con i relativi vantaggi di minor costo del prodotto finale, grazie all’abbattimento della spesa 7. investire nella produzione cinematografica e mass-mediale, sulla tutela e la valorizzazione dei beni culturali ed artistici, sulla cultura ed il turismo 8. investire nelle politiche sociali: creando una rete dei servizi, in grado di offrire risposte e strumenti innovativi su casa, servizi educativi, servizi sociali, assistenza alla persona e alle famiglie, 9. cogliere l’opportunità di qualificare il sistema della formazione continua, come politica attiva per il lavoro, sia per chi il lavoro ce l'ha e deve mantenerlo (formazione come misura preventiva alla disoccupazione) sia per i lavoratori in mobilità. Provando a costruire sinergie territoriali tra il sistema delle imprese e le parti sociali provando a far convergere le risorse della Formazione (sia quelle del FSE gestire dalle province sia quelle dello zero trenta dei Fondi interprofessionali) verso programmi comuni di aiuto allo sviluppo, che individuino alcuni orientamenti strategici in alcuni territori del Lazio, alcune priorità condivise che 11 possano orientare l'offerta formativa, facendo convogliare su un unico Avviso regionale o provinciale per esempio risorse del FSE e risorse della bilateralità. Inoltre è importante spingere verso un sistema regionale di certificazione delle competenze, la Regione Lazio è in fortissimo ritardo su questo (in realtà è in ritardo l'Italia) cosi come scritto nell'intesa Stato-Regioni, questo significa estendere la sperimentazione del libretto formativo (che non certifica ma aiuta nella registrazione delle competenze); affermare il valore della formazione professionale nei progetti di apprendistato professionalizzante che è formazione per il lavoro. Queste alcune idee e proposte che vogliono essere solo una base di partenza su cui costruire il Piano per il lavoro per il Lazio. Le consegno alla discussione, agli arricchimenti e alle conoscenze settoriali e territoriali che arriveranno da questo seminario e dal contributo che con le sue conclusioni ci darà Fulvio Fammoni. Dal lavoro e con il lavoro di tutti comporremo la proposta di tutta la Cgil di Roma e Lazio sulla quale rilanciare la nostra iniziativa a ogni livello dell’organizzazione perché il “lavoro che non c’è” sia la priorità della nostra azione. 12