Lionel Shriver
Tutta
un’altra vita
Traduzione di
Laura Prandino
Titolo originale:So Much for That
© 2010 by Lionel Shriver
All rights reserved.
Realizzazione editoriale: Conedit Libri Srl - Cormano (MI)
I Edizione 2011
© 2011 - Edizioni Piemme Spa
20145 Milano - Via Tiziano, 32
[email protected] - www.edizpiemme.it
Uno
Shepherd Armstrong Knacker
Conto Merrill Lynch numero 934-23F917
1° dicembre 2004 – 31 dicembre 2004
Valore netto portafoglio: US$ 731.778,56
Cosa metti in valigia per il resto della vita?
In occasione dei loro viaggi di ricerca – lui e Glynis
non li avevano mai definiti “vacanze” – Shep finiva sempre per caricarsi troppo, per ogni evenienza: abbigliamento da pioggia, un maglione nella remota possibilità
che a Puerto Escondido facesse improvvisamente freddo.
Ma davanti all’incommensurabilità degli imprevisti, l’impulso era di non portarsi niente.
Non c’era un motivo logico per aggirarsi in casa furtivo come un ladro venuto a svaligiare la sua stessa abitazione, badando a come appoggiava i piedi sulle assi del
pavimento e sussultando quando scricchiolavano. Si era
assicurato che Glynis rimanesse fuori fino a sera (per un
“appuntamento”: anche se gli scocciava che non gli avesse detto con chi, né dove). Con la debole scusa di verificare i piani per la cena di suo figlio Zach, che da almeno un
anno non consumava un pasto regolare con i genitori, si
era fatto confermare che si sarebbe opportunamente fermato a dormire da un amico. Shep era solo in casa. Non
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c’era ragione di sussultare quando scattava il riscaldamento. Non c’era ragione che gli tremasse la mano mentre la infilava nel primo cassetto alla ricerca delle mutande, come se da un momento all’altro qualcuno dovesse
ammanettarlo e leggergli i suoi diritti.
Solo che, a modo suo, Shep era davvero un ladro. Forse il tipo più temuto nelle case americane. Era rientrato
dal lavoro prima del solito per rubare se stesso.
La sacca interna della sua grossa Samsonite nera era
aperta sul letto, spalancata come lo era sempre stata per
partenze meno radicali, un anno dopo l’altro. Fino a quel
momento conteneva solo un pettine.
Si costrinse all’abituale procedura di mettere insieme
uno shampoo da viaggio e il kit da barba, per quanto
dubitasse che nell’Aldilà avrebbe continuato a radersi.
Però lo spazzolino elettrico gli pose un dilemma. Sull’isola l’elettricità c’era, certo, ma non si era preoccupato di
scoprire se usassero le prese americane con due contatti
piatti, le più grosse spine inglesi a tre contatti, o il tipo
europeo più sottile, con i contatti cilindrici distanziati.
Non sapeva neppure se il voltaggio locale fosse 220 o
110. Negligente: erano proprio i dettagli che avevano
sempre controllato con scrupolo per i precedenti viaggi
di ricerca. Anche se, in effetti, negli ultimi tempi erano
diventati molto meno sistematici, specie Glynis, che per i
viaggi all’estero più recenti si era addirittura lasciata
sfuggire il termine vacanze. Un cambiamento rivelatore, e
ce n’erano stati altri.
Dapprima refrattario al ronzio trapanacranio dell’Oral
B, Shep aveva poi cominciato ad apprezzare la sensazione di levigatezza dei denti quando il fastidio finiva. Come
per tutti i progressi tecnologici, sarebbe apparso innaturale tornare al vigoroso strofinamento con setole di nylon
e manico di plastica. Ma se tornando a casa Glynis fosse
andata in bagno e si fosse accorta che lo spazzolino di
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Shep, quello con l’anello blu, non c’era più, mentre il
suo, con l’anello rosso, era ancora al suo posto sul lavandino? Meglio che proprio quella serata non cominciasse
all’insegna di perplessità o sospetti. Poteva sempre prendere quello di Zach – non gliel’aveva mai visto usare –,
ma non ci si vedeva, a sgraffignare lo spazzolino di suo
figlio. (L’aveva pagato Shep, ovviamente, come buona
parte di quello che c’era in casa. Eppure quasi niente gli
sembrava suo. Un tempo la cosa lo turbava, ma ora gli era
più facile abbandonare la centrifuga per l’insalata, lo
StairMaster e i divani.) Peggio che mai, lui e Glynis condividevano la stessa base caricabatterie. Non voleva lasciarla con uno spazzolino destinato a sopravvivere solo
cinque o sei giorni (in realtà non voleva lasciarla e basta,
ma quella era un’altra storia): la vibrazione sempre più
debole fino a spegnersi, colonna sonora perfetta per una
delle ricorrenti depressioni della moglie.
Perciò, dopo aver già allentato di un paio di giri il supporto a parete, lo riavvitò al suo posto. Rimise il rassicurante spazzolino elettrico nella sua base e ne scovò uno
tradizionale nell’armadietto dei medicinali. Avrebbe dovuto abituarsi alla regressione tecnologica e questo, lo
sentiva confusamente, non poteva fargli che bene. Una
specie di ritorno a uno stadio di sviluppo ancora comprensibile.
Non aveva intenzione di tagliare la corda, di fuggire
dalla sua famiglia senza avvisare o senza dare una spiegazione. Sarebbe stato crudele, o ancora più crudele. E
nemmeno voleva metterla davanti al fatto compiuto, un
saluto mentre era già sulla porta. Ufficialmente le avrebbe proposto una scelta, una scelta che per risultare credibile gli era costata un occhio della testa. Con tutta probabilità si era comprato solo un’illusione. Ma un’illusione
non aveva prezzo. Per questo aveva comprato non un solo biglietto ma tre. Non rimborsabili. Se il suo istinto
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l’avesse tradito e la scelta di Glynis l’avesse sorpreso,
Zach di certo non l’avrebbe apprezzato. Ma il ragazzo
aveva quindici anni e poteva diventare un buon esempio
di regressione dello sviluppo: una volta tanto, un adolescente americano avrebbe fatto quello che gli si diceva.
Per la paura di farsi cogliere in flagrante, aveva finito
troppo presto. Glynis non sarebbe rientrata per un altro
paio d’ore e la Samsonite era piena. Per via dei dubbi su
prese e corrente, ci aveva infilato anche qualche attrezzo
manuale e un coltellino svizzero; nei momenti di crisi, un
paio di pinze a becco lungo ti davano più fiducia di un
BlackBerry. Solo un paio di camicie, perché progettava di
indossare camicie diverse. O di non indossarle proprio.
Un po’ di cianfrusaglie che per uno come Shep potevano
fare la differenza tra il disastro e la beata autosufficienza:
nastro isolante, un assortimento di viti, bulloni e rondelle; lubrificante, sigillante, elastici (bande elastiche, per i
tipi all’antica del New Hampshire come suo padre), e un
piccolo rotolo di fil di ferro. Una torcia elettrica per
quando mancava la luce e una scorta di pile. Un romanzo
che avrebbe dovuto scegliere con più cura se aveva intenzione di portarne uno solo. Un frasario inglese-swahili,
pillole per la malaria, repellente per insetti. La pomata al
cortisone per il suo persistente eczema alla caviglia, un
tubetto destinato a finire presto.
E per evitare di portarsi altro, il suo libretto d’assegni
Merrill Lynch.
Non voleva sembrare calcolatore, ma la scelta di continuare a mantenere il conto corrente solo a suo nome si
era rivelata fortunata. Poteva – e l’avrebbe fatto, ovvio –
offrirsi di lasciarne metà a Glynis; non che lei ne avesse
guadagnato un centesimo, ma erano sposati e così stabiliva la legge. Però doveva metterla in guardia: poche centinaia di migliaia di dollari non sarebbero durate a lungo,
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a Westchester, e prima o poi le sarebbe toccato abbandonare il “suo lavoro” e lavorare invece per qualcun altro.
Aveva dovuto imbottire la Samsonite con carta di giornale perché le sue poche cianfrusaglie non sbatacchiassero troppo nel deposito della British Airways. La infilò
nell’armadio a muro, coprendola quasi del tutto con una
vestaglia. Una valigia pronta sul letto avrebbe allarmato
Glynis molto più della scomparsa di uno spazzolino da
denti.
Shep si piazzò in salotto con un bicchiere di bourbon.
Non aveva l’abitudine di cominciare la serata con roba
più forte di una birra, ma, se avesse continuato a rispettare le abitudini, quella serata non sarebbe mai arrivata.
Sollevò i piedi sul tavolino e si guardò attorno nella stanza piacevole ma arredata al risparmio, incapace di rimpiangere il panorama familiare che stava per lasciarsi alle
spalle, a parte la fontanella. Quanto a separarsi dai cuscini decorativi o dall’anonimo tavolino su cui la fontanella
zampillava, non poteva che esserne felice. Al contrario, la
fontanella l’aveva sempre riempito di una cupidigia tipicamente borghese, il desiderio di quello che è già tuo. Si
chiese oziosamente se, avvolta nei giornali che imbottivano la valigia semivuota, sarebbe entrata nella Samsonite.
Continuavano a chiamarla la “fontana matrimoniale”.
Quell’apparato d’argento aveva fatto da centrotavola al
modesto ricevimento nuziale fra amici di ventisei anni
prima, raccogliendo lavoro, talento e natura stessa di
sposo e sposa. Fino a quel momento la fontana matrimoniale era l’unico progetto al quale lui e Glynis avessero
collaborato alla pari. Shep si era fatto carico degli aspetti
tecnici dell’aggeggio. La pompa era ben nascosta da una
finitura di metallo a specchio attorno al bacino; visto che
il meccanismo era costantemente in funzione, nel corso
degli anni l’aveva sostituita più volte. Competente sulla
meccanica dell’acqua, aveva stabilito lui portata e pro-
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fondità degli zampilli, e l’altezza delle cadute da un livello all’altro. Glynis aveva invece deciso le forme da dare al
metallo, la linea artistica, forgiando e saldando le singole
parti nel suo vecchio studio di Brooklyn.
Per i gusti di Shep, la fontanella era austera; per Glynis, ornata. E così, anche da un punto di vista stilistico, il
manufatto era un compromesso fra due menti. Ed era
romantica. Uniti alla sommità, due zampilli argentei ondulati si separavano per poi ricongiungersi come colli di
cigno, uno di sostegno e l’altro che si infrangeva nella
coppa del compagno in attesa. Più sottili all’apice, i due
flussi centrali della loro creazione si allargavano e ricadevano in volute più ampie e complesse verso il bacino. Lì,
il contributo dei due tributari della fontana formava una
bassa polla interna, fondendo le risorse nel vero senso della parola. La maestria artigianale di Glynis era di alto livello. Persino nei momenti in cui era più occupato, Shep
rendeva omaggio al suo virtuosismo mantenendo costante il livello dell’acqua e svuotando regolarmente il marchingegno per lucidarlo. Senza la sua costante manutenzione, l’ingiallirsi dell’argento avrebbe potuto suggerire
una patina che non si limitava al solo metallo. Partito lui,
c’era da aspettarsi che lei staccasse tutto e facesse sparire
la fontana.
L’allegoria dei due zampilli che alimentavano una polla comune rappresentava un ideale mai raggiunto. Eppure la fontana era riuscita a integrare felicemente i rispettivi elementi. Glynis non solo lavorava i metalli (o almeno li
aveva lavorati in passato): era lei stessa metallo. Rigida, ferrea, inflessibile. Dura, rifrangente, e scintillante di sfida.
Alta, sottile e spigolosa come i gioielli e le posate che modellava un tempo; alla scuola d’arte Glynis non aveva
scelto a caso il suo mezzo espressivo. Per lei era naturale
identificarsi con un materiale che si rifiutava così fieramente di fare quello che volevi, resisteva a ogni cambia-
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mento di forma e rispondeva solo alle maniere forti. Il
metallo era irriducibile. Se maltrattato, le ammaccature e
i graffi catturavano la luce come se portassero rancore.
Che a lui piacesse o no, l’elemento di Shep era l’acqua.
Adattabile, duttile, pronta a seguire il percorso di minore
resistenza, seguiva la corrente, come si diceva ai suoi tempi.
L’acqua era remissiva, docile, facile da catturare. Non
che andasse fiero di quelle doti; l’arrendevolezza non gli
sembrava virile. D’altra parte, l’apparente malleabilità
del liquido poteva ingannare. L’acqua era piena di risorse.
Come ogni proprietario di casa con un tetto vecchiotto o
tubature corrose sapeva anche troppo bene, l’acqua era
insidiosa e, silenziosamente, riusciva sempre a farsi strada.
L’acqua aveva una sua volontà contorta, un’insistenza infida e insinuante, uno speciale istinto per individuare
l’unica fessura o punto di congiunzione permeabile. Prima o poi l’acqua riuscirà a entrare, se così vuole, oppure
– com’era il caso di Shep – a uscire.
Le prime fontane della sua infanzia, assemblate con
materiali poco adatti come il legno, perdevano regolarmente, e il suo parsimonioso padre lo rimproverava per
quelle «cannelle malriuscite», come le chiamava lui, che
facevano solo sprecare acqua. Ma Shep diventò più ingegnoso con gli oggetti che rimediava in giro: coppette
ammaccate, pezzi di vecchie bambole di sua sorella. Le
creazioni successive rilasciavano acqua solo per evaporazione. Le sue bizzarrie diventarono anche dinamiche,
con ruote a pale, tazze che si riempivano e svuotavano,
getti che tenevano in sospensione qualche oggetto, zampilli che facevano risuonare bubboli di conchiglie o
frammenti di vetro colorato. Aveva sempre conservato
quella passione. Come contrappeso all’incessante razionalità della sua vocazione, le fontane erano favolosamente frivole.
Quell’eccentrico passatempo non costituiva certo una
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pretenziosa metafora del suo carattere, ma derivava, molto più banalmente, da un ricordo d’infanzia. Tutti gli anni, a luglio, i Knacker affittavano una casetta nelle White
Mountains, accanto alla quale scorreva un ampio torrente impetuoso. A quei tempi i bambini avevano il privilegio di godersi vere estati, ampie distese di tempo privo di
impegni che sconfinavano in orizzonti indistinti. Un’apparenza di infinito ovviamente illusoria, ma non per questo meno allettante. Tempo su cui improvvisare, da suonare come un sassofono. E così, per lui, lo scorrere
dell’acqua si associava indelebilmente alla pace, all’ozio e
a una languida serenità che ormai i bambini, tra corsi
estivi di matematica, lezioni di recupero, lezioni di scherma e giochi organizzati sembravano non riuscire mai ad
assaporare. Era quella la ragione dell’Aldilà, riconobbe
non per la prima volta mentre si versava un altro dito di
bourbon. Rivoleva indietro le sue estati. Per tutto l’anno.
Nessuno dei vari tentativi di scuola domenicale o
gruppi cristiani giovanili aveva mai affascinato Shep, ma
la vera esperienza formativa che Gabriel Knacker aveva
offerto al figlio allora sedicenne era stata un viaggio in
Kenya. Sotto l’egida di un programma presbiteriano di
scambio, il reverendo aveva accettato un incarico temporaneo come insegnante nel piccolo seminario di Limuru,
a un’ora d’auto da Nairobi, portandosi dietro la famiglia.
Per la disperazione di Gabe Knacker, a impressionare di
più suo figlio non era stata la fervente adesione al Vangelo degli studenti, ma le spedizioni per fare la spesa. Alla
prima uscita per comprare provviste, Shep e Beryl avevano seguito i genitori tra le bancarelle del mercato locale
in cerca di papaie, cipolle, patate, frutto della passione,
fagioli, zucchine, un pollo macilento e un grosso taglio di
manzo non meglio identificabile: in totale, quanto bastava per riempire cinque borse di plastica fino alla massima
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capienza. Da sempre orientato verso le questioni economiche – una delle critiche ricorrenti di suo padre, ancora
adesso, era che pensasse troppo al denaro –, Shep aveva
fatto una conversione mentale degli scellini. L’intera spesa era costata meno di tre dollari. Persino in valuta del
1972 erano pochi spiccioli per una settimana di provviste.
Shep non capiva come quei commercianti potessero
ricavare un profitto da prezzi tanto miserabili. Suo padre
si era affrettato a chiarire che erano molto poveri; in vaste
aree di quel continente arretrato si sopravviveva con meno di un dollaro al giorno. Eppure il reverendo riconosceva che i contadini africani potevano permettersi di
vendere i loro prodotti a pochi centesimi perché anche le
loro spese erano contenute a pochi centesimi. Shep aveva
qualche familiarità con le economie di scala, ma era quello il suo primo vero contatto con la scala delle economie.
Quindi il valore di un dollaro non era fisso ma relativo. A
casa, nel New Hampshire, ci si comprava una scatola di
graffette; nelle campagne kenyote un’intera bicicletta, di
seconda mano ma perfettamente funzionante.
«Allora perché non prendiamo i nostri risparmi e ci
trasferiamo qui?» aveva chiesto mentre trascinavano i loro acquisti lungo un viottolo di campagna.
In un raro momento di dolcezza, Gabe Knacker aveva
posato la mano sulla spalla del figlio, lo sguardo perso tra
il verde dei campi di caffè lambiti dal sole equatoriale. «A
volte me lo chiedo.»
Se l’era chiesto anche Shep, e aveva continuato a chiederselo. Se in posti come l’Africa orientale con un dollaro al giorno si poteva sopravvivere, che vita ci si sarebbe
potuti permettere con molto di più, tipo venti dollari al
giorno?
Già alle superiori Shep aveva cercato la sua strada.
Proprio come Zach, se la cavava benino in tutte le mate-
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rie ma, ahinoi, senza distinguersi in nessuna in particolare.
In un’epoca che apprezzava soprattutto la padronanza
dell’astratto – mancava giusto un decennio all’avvento
dell’era sconcertante dell’informatica – Shep preferiva
lavori che dessero risultati tangibili per le mani come per
la mente, tipo sostituire una ringhiera sgangherata. Ma
suo padre era un uomo istruito, e non voleva un figlio che
lavorasse nelle costruzioni. Con il suo cuore d’acqua,
Shep non era mai stato un ribelle. Per la sua inclinazione
a fabbricare e riparare, una laurea in ingegneria era sembrata la soluzione migliore. E, come da allora aveva ripetutamente assicurato a suo padre, era davvero sua intenzione andare al college.
Ma intanto la fantasticheria concepita a Limuru si era
consolidata in una ferma risoluzione. Il risparmio era forse passato di moda, ma di certo un reddito medio americano permetteva ancora di mettere da parte qualcosa.
Mettendo a frutto operosità, parsimonia e abnegazione
– un tempo i puntelli di quel paese – c’era modo di gonfiare un gruzzolo grande quanto un uovo di tordo fino
alle dimensioni di un uovo di struzzo semplicemente saltando su un aereo. Nel Terzo Mondo era in corso un’offerta speciale: due vite al prezzo di una. Da quando aveva
raggiunto la maggiore età, Shep si era dato da fare per
crearsi la seconda. Forse non la si poteva neppure definire operosità, se lo scopo di tutto quel lavoro era smettere
di lavorare.
Così, con un occhio al suo vero fine, i soldi, Shep si era
rivolto d’istinto al luogo in cui l’America ne conservava la
maggior parte, e aveva fatto domanda al City College of
Technology di New York. Perché, se per Gabe Knacker
l’adorazione del falso dio Mammona era una pecca nel
carattere di quel “filisteo” di suo figlio, Shep era invece
profondamente convinto che il denaro – la rete delle connessioni economiche tra gli individui e con il mondo in
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generale – costituisse il carattere, e che la migliore verifica
del valore di una persona fosse il modo in cui maneggiava
i suoi soldi. Perciò, da ragazzo corretto e responsabile,
non avrebbe attinto al misero salario paterno da pastore
di un piccolo centro (imposizione alla quale Beryl si era
mostrata immune quando si era beatamente fatta pagare
da papà la scuola di cinema alla nyu, quattro anni più
tardi). Dal momento in cui aveva guadagnato i suoi primi
cinque dollari spalando la neve a nove anni, Shep si era
sempre pagato tutto, che si trattasse di una tavoletta di
cioccolato o della propria istruzione.
Deciso a mettere da parte in anticipo quanto gli serviva per finanziarsi gli studi, aveva rimandato l’ingresso al
City Tech di Brooklyn e si era trovato un monolocale dalle parti di Park Slope che all’epoca – difficile a credersi,
ormai – era una zona malfamata ed economica. Per la
maggior parte erano case fatiscenti, abitate da famiglie
che avrebbero voluto fare lavoretti di manutenzione ma
non potevano permettersi le tariffe da ladrocinio delle
imprese regolari. Shep aveva imparato le basi dei lavori
da carpentiere e da elettricista collaborando alle riparazioni della casa di famiglia del New Hampshire, un edificio vittoriano in perpetuo disfacimento: così aveva cominciato a disseminare volantini nei negozietti dei
dintorni, proponendo i suoi servizi da tuttofare vecchio
stampo. La voce che c’era un ragazzo bianco capace di
riparare lavatrici e assi del pavimento per una cifra ragionevole si era sparsa in fretta, e in breve Shep si era ritrovato con più lavoro di quanto potesse smaltirne. Quando
aveva posticipato per il secondo anno l’ingresso al City
Tech, era già titolare di una ditta individuale, e “Knack il
Tuttofare” doveva a volte ricorrere a un aiuto part-time.
Due anni dopo, Shep aveva assunto il primo collaboratore fisso. Come imprenditore in ascesa disponeva di pochissimo tempo libero, tanto più che si era appena sposato.
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Così, per pura e semplice comodità, allora come ora
Jackson Burdina aveva assunto anche il ruolo di suo migliore amico.
Che suo figlio non fosse mai andato al college restava
tuttora un tasto dolente per il padre di Shep; era ridicolo,
visto che Knack il Tuttofare si era sviluppato e andava a
gonfie vele senza alcun pezzo di carta. Il vero problema
era che Gabriel Knacker aveva scarso rispetto per il lavoro manuale, a meno che non si trattasse di scavare pozzi
con i Peace Corps per i contadini poveri nel Mali, o di
sistemare il tetto di un vecchio pensionato per pura gentilezza d’animo. Non aveva inclinazione per il commercio. Qualsiasi attività che non conducesse direttamente
alla virtù era disprezzabile. Il pensiero che se tutti si fossero dedicati unicamente al bene fine a se stesso il mondo
intero si sarebbe fermato non gli passava nemmeno per la
testa.
Fino a poco più di otto anni prima, la “Vita A” aveva
avuto i suoi meriti, e Shep non sentiva di aver sacrificato
i suoi anni migliori a un’illusione. Il lavoro fisico gli era
sempre piaciuto, godeva di quella sensazione di stanchezza che non derivava dalla palestra ma dall’aver montato uno scaffale. Gli piaceva condurre lui lo spettacolo,
non dover rispondere a nessuno. Glynis poteva anche essersi rivelata più difficile da maneggiare del previsto, e
forse lei non si sarebbe definita felice in assoluto, ma non
sembrava azzardato affermare che fosse ragionevolmente
felice con lui, o almeno tanto felice quanto lo sarebbe
stata con chiunque altro, cioè non molto. Shep era lieto
che fosse rimasta incinta di Amelia quasi subito. Aveva
fretta, era ansioso di vivere tutta una vita in metà tempo,
e avrebbe preferito che anche Zach fosse arrivato a ruota,
anziché dieci anni dopo.
Quanto all’Aldilà, quando si erano conosciuti ne sembrava entusiasta anche Glynis.
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Di certo, ad attrarla in primo luogo era stata la sua
condizione di uomo con una missione da compiere. Senza quella visione, senza l’edificio sempre più concreto
della “Vita B” che prendeva forma nella sua testa, Shep
Knacker era solo un piccolo imprenditore che si era creato una nicchia di mercato: niente di speciale. Individuare
ogni anno un nuovo paese per i loro viaggi di ricerca era
in effetti un rituale che rinvigoriva il loro matrimonio.
Erano – o almeno così aveva creduto fino alle inquietudini di quell’ultimo anno – una squadra.
Perciò, quando nel novembre del 1996 gli avevano
proposto di vendere, l’offerta era stata irresistibile. Un
milione di dollari. Razionalmente sapeva che un milione
non era più quello di una volta e che bisognava togliere le
tasse. Eppure la somma non aveva perso l’impressionante pienezza dell’infanzia; non contava quanti fossero i
“milionari”: la parola faceva ancora il suo effetto. Insieme
ai frutti di una vita di economie, il ricavato della vendita di
Knack avrebbe completato il capitale necessario, e senza
ripensamenti. E allora che importava se l’acquirente – un
dipendente così pigro e sciatto che erano stati sul punto
di licenziarlo ma, sorpresa, disponeva di un fondo fiduciario – era un cretino inesperto, fanfarone e ignorante?
Che adesso era diventato il capo di Shep. Oh, certo,
sul momento gli era parso sensato accettare un impiego
in quella che era stata la sua azienda, prontamente ribattezzata “Randy il Tuttofare”, nome decisamente poco
opportuno, visto che Randy Pogatchnik sapeva fare ben
poco. Inizialmente l’idea era quella di restarci un mese o
due mentre preparavano le loro cose, vendevano le ultime proprietà e individuavano quanto meno un’abitazione temporanea a Goa. Così non rischiavano di intaccare
il capitale, che Shep aveva messo all’ingrasso in fondi comuni a prova di bomba, in attesa della macellazione. Il
Dow Jones era effervescente.
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“Un mese o due” si erano dilatati in più di otto anni di
sottomissione ai sadici capricci di un furbastro ciccione e
lentigginoso, che doveva aver subodorato il suo imminente licenziamento e si era comprato Knack – almeno
quello bisognava concederglielo – come forma diabolica
di vendetta. Dopo la cessione la qualità del lavoro era
crollata, cosicché l’incarico di Shep al “Servizio clienti”
che gestiva i reclami, praticamente inesistente quando
era lui a capo dell’azienda, era diventato un impegnativo
e sgradevole lavoro a tempo pieno.
A posteriori, ovvio, era stata una stupidaggine vendere
pochi anni prima la loro casa a Carroll Gardens – appena
scampati alla recessione e alla vigilia di un crollo immobiliare – per trasferirsi a Westchester in affitto. Shep sarebbe rimasto volentieri a Brooklyn, ma Glynis aveva concluso che per concentrarsi sul “suo lavoro” doveva
allontanarsi dalle “distrazioni” della città. (Approfittando del suo punto debole, ci aveva infilato anche una giustificazione economica: l’alto livello delle scuole pubbliche di Westchester avrebbe permesso di evitare il salasso
per l’istruzione privata a New York. Ottimo per Amelia.
Ma in seguito, quando Glynis aveva giudicato che a Zach
servisse un sostegno, ed era vero, trovargli una “scuola
migliore” era sembrato l’intervento più opportuno, e così adesso spendevano comunque 26.000 dollari all’anno
di scuola privata.) Jackson e Carol erano rimasti a Windsor Terrace e persino la loro vecchia casa sgangherata
aveva raggiunto un valore di 550.000 dollari. Se non altro, l’aver beneficiato direttamente del boom immobiliare aveva reso Jackson più tollerante di Shep nei confronti della categoria del Proprietario Compiaciuto. Non
facevi in tempo a entrare in casa per una riparazione che
subito la moglie cominciava a vantarsi di quanto valeva
adesso quella fogna, quindi occhio a non rovinare il rivestimento in legno con quella cassetta per gli attrezzi. Or-
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mai era la stessa storia in quasi tutte le grandi città, Los
Angeles, Miami: una specie di isterismo collettivo, come
se giocassero tutti a Okay il prezzo è giusto e avessero
appena vinto l’auto. Forse Shep era solo invidioso. Eppure c’era qualcosa di disgustoso in quella loro esultanza,
una fissazione che associava d’istinto alle slot machine.
Figlio di un predicatore, non riusciva a capire che soddisfazione si potesse trarre da un premio non meritato e
neppure guadagnato con il sudore della fronte.
Anche a Westchester il valore degli immobili era triplicato negli ultimi dieci anni e quindi sì, con il senno di poi
avrebbero dovuto comprare, accumulando così senza
sforzo quasi la stessa somma ricavata dalla vendita
dell’azienda, frutto di ventidue anni di duro lavoro. Ormai era così che la gente di questo paese faceva i soldi, a
sentire Jackson: senza sforzo. Non ci si arricchiva certo
con il proprio lavoro, si lagnava. Ci pensavano le tasse sui
salari a impedirlo. Secondo Jackson solo eredità e investimenti – nessuno sforzo, appunto – rendevano qualcosa.
Shep non ne era altrettanto convinto. Lui si era dato da
fare, poco ma sicuro, però aveva anche avuto la giusta
ricompensa. In fondo ai suoi pensieri c’era sempre Limuru, e aveva guadagnato molto più di un dollaro al giorno.
Shep aveva scelto l’affitto per lo stesso motivo che guidava tutte le sue decisioni importanti. Voleva essere in
condizione di far fagotto alla svelta, facilmente e senza
ostacoli, senza dover aspettare di vendere la casa in un
mercato immobiliare il cui futuro era difficilmente prevedibile. Ecco cosa gli dava fastidio dei Proprietari Compiaciuti: tutti quei babbei con una chiave in tasca che si
comportavano come se avessero previsto il boom, come
se fossero dei geni della finanza anziché i beneficiari di
una fortuna sfacciata. Lui poteva anche rimpiangere di
essersi perso il colpo di fortuna, ma non rimpiangeva il
motivo per cui l’aveva perso. Ne era fiero, fiero di essere
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in procinto di andarsene. Si vergognava solo di essere rimasto.
Cercava di non biasimare Glynis. Se questo significava
biasimare invece se stesso, gli pareva giusto. L’Aldilà era
una sua aspirazione – parola che preferiva a “fantasia” –
e ogni sogno si diluisce, se di seconda mano. Cercava di
non prendersela con lei anche per tante altre cose, e di
solito ci riusciva.
Quando si erano conosciuti, Glynis gestiva una piccola attività in proprio, realizzando gioielli dalla linea sorprendentemente pura ed elegante in un periodo in cui
andavano di moda schifezzuole abborracciate e piene
di piume. Si era rivolta a Knack il Tuttofare per farsi costruire un banco da lavoro fissato al pavimento e poi di
nuovo – perché le era piaciuto il titolare, le sue braccia
robuste, il viso aperto come un campo di grano – per una
serie di scaffali destinati a martelli, pinze, e documenti.
Shep apprezzava le sue istruzioni meticolose, e lei apprezzava la sua meticolosa esecuzione. La seconda volta
che si era presentato per finire il tavolo, lei aveva lasciato
in giro diversi campioni dei suoi lavori (deliberatamente,
gli aveva confessato con una risata quando già avevano
cominciato a uscire insieme; aveva fatto dondolare quei
gingilli luccicanti davanti al bell’artigiano, «come esche
da pesca»). Pur non essendosi mai considerato un patito
d’arte, Shep ne era rimasto affascinato. Delicati e morbosi, una serie di fermacravatta sembravano ossa d’uccello
assemblate; quando lei si era provata i braccialetti per
mostrarglieli, le si erano avvolti sull’avambraccio strisciando fino al gomito come serpenti. Vigorose, elusive e
severe, le creazioni di Glynis erano manifestazioni arcane
della donna che le aveva realizzate. Difficile dire se si fosse
innamorato prima di Glynis o delle sue creazioni di metallo, perché per quanto riguardava Shep erano la stessa cosa.
Durante il corteggiamento Glynis teneva corsi estivi e
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realizzava lavoretti per il Jewelry District per pagarsi l’affitto. Nel frattempo vendeva collane a gallerie di second’ordine, e con le sue produzioni in argento riusciva
appena a mantenersi. Eppure lavorava febbrilmente per
lunghe ore e si pagava da sola la bolletta del telefono.
Chiunque avrebbe concluso che per una lavoratrice indefessa come Glynis – disciplinata, ascetica e appassionata – contribuire economicamente alla vita matrimoniale sarebbe stato un punto d’impegno. (E riflettendoci,
probabilmente era vero.) Perciò non si sarebbe mai
aspettato di dover risparmiare da solo per l’Aldilà.
Uomini meno comprensivi avrebbero sospettato di essersi presi una fregatura. La gravidanza era sembrata una
buona scusa per accantonare attrezzi e metalli, ma valeva
solo per diciotto mesi sugli ultimi ventisei anni. Il vero
problema non era la maternità, anche se Shep ci aveva
messo parecchio per capire quale fosse. Lei aveva bisogno di incontrare resistenza, la caratteristica più evidente
che il metallo le offriva. D’un tratto Glynis non aveva più
difficoltà da superare: basta con la vita dura da artigiana
alle prese con gallerie che le rubavano metà del già esiguo
ricavato per una spilla con lavorazione damasco che aveva richiesto tre settimane di lavoro. No, suo marito guadagnava bene, e anche se lei dormiva fino a tardi e oziava
per tutto il pomeriggio leggiucchiando «Lustre», «American Craft Magazine» e «Lapidary Journal», la bolletta
del telefono era pagata comunque. Il punto era che lei
aveva bisogno del bisogno. Riusciva a vincere l’angoscia
di affrontare un’opera che, una volta completata, rischiava di non adeguarsi ai suoi standard rigorosi solo se costretta. In quel senso l’aiuto di Shep l’aveva danneggiata.
Fornendole il cuscinetto finanziario che avrebbe dovuto
facilitare il suo lavoro con i metalli e qualunque cosa volesse fare, le aveva rovinato la vita. Impacchettato con un
fiocco di indolenza, la comodità era un regalo pericoloso.
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Eppure non era pigra. Dato che Glynis aveva continuato a fingere (la parola gli dava fastidio anche solo a
pensarla) di essere un’artigiana professionista, le altre
faccende domestiche si qualificavano automaticamente
come procrastinazione, e andavano perciò sbrigate in
maniera rapida ed efficiente. E non era neppure che avesse abbandonato del tutto la metallurgia. Dopo aver scartato i gioielli, di limitata soddisfazione, si era dedicata
completamente alla posateria e nel corso degli anni aveva
completato una serie di utensili sensazionali: memorabili
la spatola da pesce intarsiata di bachelite; lo squisito servizio di bacchette cinesi d’argento forgiate a mano, perfettamente ergonomiche, con l’estremità più pesante che
si piegava appena, quasi dolorosamente, come sul punto
di sciogliersi. Eppure ogni lavoro portato a termine era
frutto di un’elaborazione così lunga e angosciosa che alla
fine non si risolveva a venderli.
Così, quello che non era mai riuscita a fare erano i soldi.
Se solo si fosse azzardato a farle notare che anche quando
Zach e Amelia avevano cominciato ad andare a scuola lei
continuava a non portare a casa un centesimo, Gladys lo
avrebbe trafitto con la sua rabbia gelida (e allora aveva
evitato). Ma che il suo reddito fosse zero non era un rimprovero, era un fatto. Com’era un fatto che, sposandosi,
Shep non immaginava di dover mantenere lui solo e per
sempre la famiglia. Però poteva mantenerla, e l’aveva
fatto.
Oltretutto la capiva. O almeno capiva fino a che punto
non poteva capire, era già qualcosa. A rendere ancora più
sconcertante la sua inerzia geografica, Shep era di solito
il tipo che, se decideva di fare qualcosa, poi lo faceva. Per
Glynis, passare dalla decisione all’atto era come saltare
dal moncone di un ponte in rovina. Per metterla in un
altro modo, il motore c’era, ma l’avviamento non funzionava. Glynis poteva decidere di fare qualcosa, solo che
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poi non succedeva niente. Era un suo problema interiore,
un difetto di progettazione che probabilmente non era in
grado di risolvere.
Dopo aver tenuto il becco chiuso per decenni, un paio
d’anni prima (e nel corso di una settimana particolarmente irritante al lavoro) Shep non avrebbe dovuto lasciarsi sfuggire a colazione, come se niente fosse, che era
un peccato che per tutto quel tempo non avessero potuto
risparmiare su due redditi, perché altrimenti sarebbero
già partiti anni prima per l’Aldilà... Shep non aveva ancora finito la frase che lei si era alzata da tavola senza una
parola ed era uscita dalla stanza. Quando la sera era rientrato, Glynis si era già trovata un lavoro. Evidentemente,
per tutti quegli anni avrebbe fatto meglio a darle una svegliata, anziché cercare di blandirla. Da quel momento in
poi aveva continuato a plasmare stampi per “Vivere nel
peccato”, un chocolatier di lusso con sede nella vicina
Mount Kisco. Quel mese la ditta si stava già organizzando per Pasqua. E così, invece di produrre posateria degna di un museo d’arte moderna, sua moglie plasmava
coniglietti di cera per gli stampi, in cui colare cioccolato
fuso da riempire poi con crema all’arancia. Un lavoro
part-time e senza contributi. L’apporto del suo salario alle casse di famiglia era ridicolo. Aveva tenuto quel lavoro
per pura ripicca.
In cambio, e per ripicca, lui aveva lasciato che lo tenesse. E poi Glynis non poteva a farne a meno. Erano dei
gran bei coniglietti.
Era sconcertante venire punito sistematicamente per
qualcosa che avrebbe dovuto suscitare piuttosto un minimo di gratitudine. Non che la pretendesse, la gratitudine,
però avrebbe evitato volentieri il rancore, sentimento notoriamente sgradevole per chi lo prova come per chi lo
subisce. Glynis provava rancore per la propria dipendenza, che trovava umiliante. Perché non era una famosa ar-
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tista dei metalli, e perché per tutti, Glynis compresa,
l’unica colpevole di quell’inconsistenza professionale era
lei, e lei soltanto. Provava rancore per i due figli che avevano dirottato le sue energie quando erano piccoli, e perché non le dirottavano più adesso che erano grandi. Aveva provato rancore per il marito e adesso anche per i figli,
che con la loro mancanza di pretese le sottraevano quanto aveva di più caro: una buona scusa. E poiché il rancore
produce l’equivalente psichico del reflusso gastrico, provava rancore per il rancore stesso. Non avere mai avuto
una ragione valida per lamentarsi era un ulteriore motivo
di risentimento.
Shep era caratterialmente predisposto a ritenersi fortunato, nonostante avesse più di un motivo di rancore, se
quella fosse stata la sua inclinazione. Manteneva moglie e
figlio. Sovvenzionava la figlia Amelia, che pure aveva finito il college da tre anni. Sovvenzionava l’anziano padre e
faceva in modo che l’orgoglioso reverendo in pensione
non se ne accorgesse. Alla sorella Beryl aveva concesso
diversi “prestiti” che non sarebbero mai stati ripagati, e
probabilmente gliene avrebbe concessi altri; eppure restavano ufficialmente “prestiti” e non regali, cosicché Beryl non lo ringraziava né si sentiva in colpa. Aveva sostenuto da solo le spese per il funerale della madre e, dato
che nessuno ci aveva badato, non ci aveva badato neppure Shep. Ogni membro di una famiglia ha il suo ruolo, e
quello di Shep era pagare i conti. Tutti lo davano per
scontato, così lo dava per scontato anche lui.
Di rado comprava qualcosa per sé, ma nemmeno voleva nulla.
O meglio, voleva solo una cosa. Ma perché proprio
adesso? Perché, dopo aver lasciato passare otto anni dalla vendita di Knack il Tuttofare, non potevano essere
nove? Perché proprio quella sera, e non la sera dopo?
Perché era l’inizio di gennaio nello stato di New York,
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e faceva freddo. Perché aveva già quarantotto anni e, più
si avvicinava ai cinquanta, più l’Aldilà – se mai ci fosse
arrivato – rischiava di sembrare un normale pensionamento. Perché i suoi fondi d’investimento “sicuri” avevano recuperato il loro valore iniziale soltanto il mese precedente. Perché nella sua beata incoscienza aveva
spiattellato per decenni a chiunque sembrasse vagamente
interessato la sua intenzione di lasciarsi alle spalle il mondo dei regimi fiscali, delle revisioni dell’auto, degli ingorghi stradali e del telemarketing. (Con l’invecchiare del
suo pubblico, la giovanile ammirazione si era da tempo
inacidita in scherno alle sue spalle. E neanche sempre
alle sue spalle, perché da Randy il Tuttofare le “fantasie
di fuga” di Shep, come le aveva bellamente definite Pogatchnik, costituivano una fonte continua di divertimento.) Perché lui stesso aveva cominciato a dubitare
pericolosamente dell’esistenza dell’Aldilà, e senza quella
promessa di affrancamento non poteva – non poteva –
tirare avanti. Perché aveva seguito la carota appesa davanti al proprio naso come uno stupido asino, si era lasciato
sedurre dalla procrastinazione infinita, senza rendersi
conto che, se davvero poteva andarsene da un momento
all’altro, allora tanto valeva andarsene subito. In effetti
era proprio l’assoluta arbitrarietà di quel venerdì sera a
renderlo perfetto.
Appena Glynis aprì la porta d’ingresso, Shep esordì
sentendosi già in colpa. Aveva provato fino alla nausea le
battute di esordio e adesso il copione era già dimenticato.
«Bourbon» notò lei. «Qual è l’occasione speciale?»
Ancora immerso nelle sue recenti riflessioni, avrebbe
voluto spiegarle che l’occasione non aveva niente di speciale, ed era proprio quello a renderla speciale. «Le abitudini sono fatte per essere infrante.»
«Solo alcune» lo rimbeccò lei sfilandosi il cappotto.
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«Te lo verso?»
Lei lo sorprese. «Sì, grazie.»
Glynis era ancora snella e nessuno le avrebbe dato cinquant’anni, anche se quella sera c’era una stanchezza nei
suoi movimenti che faceva intuire come sarebbe stata a
settantacinque. Già da settembre si sentiva affaticata, lamentava una febbriciattola ricorrente di cui lui non si era
mai accorto. E malgrado la pancetta che aveva messo su
negli ultimi tempi, il resto del suo corpo era forse ancora
più magro: una ridistribuzione di peso abbastanza normale con la mezza età, ma lui era troppo gentiluomo per
commentarla.
Indulgere insieme all’alcol appena dopo le sette aveva
creato fra loro una calda complicità che Shep era riluttante a insidiare. Eppure il suo innocuo «Dove sei stata?»
riuscì a sembrare un’accusa.
Lei poteva essere evasiva, ma era strano che non rispondesse. Shep lasciò perdere.
Raggomitolata protettivamente sul bicchiere, nella sua
solita poltrona, Glynis sollevò le ginocchia e ripiegò le
gambe sotto di sé. Sembrava sempre chiusa in se stessa,
raccolta, ma quella sera più del solito. Forse aveva intuito
il suo piano, così lento a manifestarsi. Quando Shep tirò
fuori di tasca i tre biglietti elettronici e li posò silenziosamente sul piano di vetro del tavolino, accanto alla fontana matrimoniale, lei inarcò le sopracciglia. «Mostra e dimostra?»
Glynis era una donna elegante e lui ne era affascinato,
come gli animi semplici si lasciano spesso affascinare dalle personalità complesse. Si fermò a considerare se senza
Glynis, come compagna o come antagonista, l’Aldilà gli
sarebbe apparso desolato.
«Tre biglietti per Pemba» disse. «Tu, io e Zach.»
«Un altro “viaggio di ricerca”? Dovevi pensarci prima
delle vacanze di Natale. Zach è già tornato a scuola.»
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Non aveva mai avuto l’abitudine di sottintendere delle
virgolette, ma l’intonazione acida di “viaggio di ricerca”
richiamava quella beffarda di Pogatchnik per “fantasia di
fuga”. A Shep non sfuggì la prontezza con cui aveva liquidato il suo capriccio come impossibile, fosse anche
stata la breve vacanza per cui l’aveva scambiato. Nel lavoro Shep sfruttava la propria intelligenza per risolvere i
problemi; Glynis usava la sua per crearli, per erigersi lei
stessa degli ostacoli lungo il percorso. Shep non ci avrebbe nemmeno badato, se quel percorso non fosse stato
anche il suo.
«Sono biglietti di sola andata.»
Si aspettava che, appena afferrato il concetto, appena
compresa la vera natura del guanto di sfida che le aveva
gettato sul tavolino, Glynis si rannuvolasse, si irrigidisse,
si preparasse al combattimento. Invece sembrò vagamente divertita. Da Randy il Tuttofare si era abituato al ridicolo («Sì, come no, vi trasferite in Africa da un momento
all’altro, tu e Meryl Streep») e certe volte, pur disprezzandosi per questo, si era prestato allo scherzo. Ma che
anche solo una traccia di quel cinismo incurante e compassionevole venisse da Glynis lo uccideva. Che lei non
ne fosse più convinta lo sapeva, ma non si aspettava che
potesse essere così sprezzante.
«Che spreco» disse lei con un sorrisetto. «Non è da te.»
Aveva giustamente intuito che la sola andata costava
più di andata e ritorno. «È il gesto» disse lui. «Non è una
questione di soldi.»
«Non ti ci vedo, a fare qualcosa che non sia una questione di soldi. Shep, per te la vita è sempre stata una
questione di soldi.»
«Non per i soldi in sé. Non sono mai stato così avido,
lo sai, non ho mai voluto i soldi solo per averli. Li voglio
per comprarci qualcosa.»
«Una volta ci credevo» disse lei tristemente. «Adesso
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mi chiedo se hai la minima idea di cosa vuoi comprarci
davvero. Non sai neppure da cosa vuoi fuggire, figurarsi
se sai cosa vuoi comprare.»
«Lo so benissimo» ribatté lui. «Voglio comprare me
stesso. Non vorrei esprimermi come Jackson, ma in un
certo senso ha ragione lui, sono un servo a contratto. Questo non è un paese libero, in nessun senso del termine. Se
vuoi la tua libertà, devi comprartela.»
«Ma la libertà non è diversa dai soldi, non credi? Non
ha senso, a meno che tu non sappia come spenderla.»
L’osservazione gli sembrò vuota, quasi annoiata.
«Ne abbiamo già parlato, di come intendo spenderla.»
«Sì» disse lei stancamente. «All’infinito.»
Shep ingoiò l’insulto. «Scoprirlo è una delle ragioni
per andarsene.»
Shep non poteva immaginare un argomento di conversazione più appassionante per sua moglie, ma avrebbe
potuto giurare che lei era distratta.
«Gnu» azzardò enfatizzando la “g”, una tenerezza che
risaliva al loro primo viaggio di ricerca in Kenya, dove lei
si era esibita in esilaranti imitazioni degli gnu, le mani
sopra la testa a simulare le corna e il viso, già allungato,
contorto in un’espressione triste e tonta insieme. Una
buffonata infantile e tenera. All’epoca la chiamava sempre Gnu e ultimamente... be’, si rese conto con stupore
che ultimamente non l’aveva proprio chiamata. «Questi
sono biglietti veri. Per un aereo vero, che parte fra una
settimana. Vorrei che tu venissi con me. Vorrei che Zach
venisse con noi, e se partiamo come una famiglia lo trascinerò a bordo per i capelli. Ma io parto comunque, con
voi o senza di voi.»
Figurarsi se Glynis non sembrò trovare ridicola la sua
dichiarazione. «Cosa sarebbe, un ultimatum?» Vuotò il
bicchiere come per soffocare una risata.
«Un invito» precisò lui.
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«Tra una settimana sali su un aereo diretto verso
un’isola che non hai mai visto prima e dove trascorrerai il
resto della vita. A che sono serviti tutti quei “viaggi di
ricerca”?»
Nel suo utilizzo del tu, anziché del noi, aveva già letto
la risposta, e non era pronto all’improvvisa sensazione di
sprofondare che avvertì. Si era sforzato di essere realista,
ma a quanto pareva aveva confidato che lei e Zach lo seguissero a Pemba, dopotutto. Però il confronto era ancora caldo, e Shep nutriva ancora qualche speranza di riuscire – per la prima volta nella storia – a farle cambiare
idea.
«Ho scelto Pemba proprio perché non ci siamo mai
stati. Così non ti puoi inventare un fantastiliardo di ragioni per eliminare anche questa opzione dalla lista.»
Quando lei non rispose, Shep ripensò a quello che
aveva rimuginato fra sé quel pomeriggio, al volante della sua auto sulla Henry Hudson Parkway. «Goa aveva il
via libera finché hai letto di quell’inglese assassinata in
casa sua da un conoscente del posto, e di colpo è diventata una destinazione pericolosa. Un omicidio. Come se a
New York la gente non si ammazzasse di continuo. Quando l’avevamo presa in considerazione, la Bulgaria era un
vero affare, e oltretutto in Occidente, anche se solo per
un pelo, con tanto di banda larga, servizio postale e acqua potabile. Ma il cibo era troppo insipido. Il cibo. Come se non ci si potesse procurare aglio e rosmarino. Nel
frattempo i prezzi degli immobili sono saliti e ormai è
tardi. Lo stesso con l’Eritrea, che aveva colpito la tua immaginazione: un nuovo paese pieno d’orgoglio, gente
piacevole, caffè a tutti gli angoli di strada e l’architettura
degli anni Cinquanta era una favola. Adesso, buon per te,
è caduto il governo. Poi ti piaceva il Marocco, ricordi?
Cannella e terracotta; né cibo né paesaggio erano insipidi.
Sembrava così promettente che avevo persino accettato
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di trattenermi quando mia madre ha avuto l’infarto, e
quando siamo tornati eravamo in ritardo di mezza giornata per poterle dire addio.»
«Hai rimediato.» Già, le spese del funerale. Shep non
se la prendeva per le pretese familiari sulle sue finanze,
ma Glynis se la prendeva anche per lui.
«Dopo l’undici settembre,» continuò lui «tutti i paesi
musulmani, Turchia inclusa, sono spariti di colpo dalla
lista, con mia grande delusione. Con il crollo della valuta
in Argentina abbiamo avuto un’occasione fantastica. E
prima ancora, durante la crisi economica nel Sud-est
asiatico, avremmo potuto permetterci chissà che cosa, da
quelle parti. Invece adesso tutte le valute si sono riprese,
e ormai le nostre risorse non ci basterebbero più per
trenta o quarant’anni in uno di quei paesi. A Cuba non
saresti sopravvissuta senza shampoo e carta igienica. Per
la residenza in Croazia c’era troppa burocrazia. Gli slum
in Kenya erano troppo deprimenti. In Sudafrica ti sentivi
in colpa a essere bianca. Quanto a Laos, Portogallo, Tonga e Bhutan, non mi ricordo nemmeno più cosa c’era che
non andasse, anche se» si concesse un momento di amarezza «tu di sicuro te lo ricordi benissimo.»
Glynis trasudava una mitezza aggressiva, sembrava si
divertisse.
«La Francia l’hai scartata tu» gli disse soavemente.
«Giusto. Le tasse ci avrebbero ammazzato.»
«Sempre questioni di soldi» lo rimproverò lei.
Strano come le persone più indifferenti al denaro – tipi
artistici come sua sorella o il suo caro padre da Vecchio
Testamento – fossero proprio quelle che non ne avevano
mai guadagnato. Glynis sapeva benissimo che per l’Aldilà servivano risorse finanziarie, altrimenti sarebbe stata
solo una lunga e disastrosa vacanza.
«Ma sei stata tu a paralizzarci in tutti i sensi, non è
forse vero?» insisté Shep. «Non solo nessuna destinazio-
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ne ti andava bene, anche il momento non era mai quello
giusto. Bisogna aspettare che Amelia finisca le superiori.
Che Amelia finisca l’università. Bisogna aspettare che
Zach finisca le elementari. Le medie. Adesso è alle superiori, e allora perché non il college? Bisogna aspettare che
i nostri investimenti recuperino il crollo in borsa, e poi
quello dell’undici settembre. Be’, hanno recuperato.»
Shep non era abituato a parlare a lungo, e si sentiva
stupido a blaterare in quel modo. Forse anche lui era succube alla resistenza passiva quanto Glynis, o meglio, alla
resistenza opposta da Glynis. «Mi consideri egoista. Può
darsi che lo sia. Per una volta. Qui non si tratta di soldi,
si tratta» esitò, imbarazzato «della mia anima. Dirai, lo
hai già detto, che non sarà come me l’immagino. Questo
lo so. Non mi illudo certo di mettermi in panciolle su una
spiaggia. Lo so anch’io che a lungo andare il sole è noioso, che ci sono le mosche. Però ti dico una cosa: voglio
dormire otto ore al giorno. Sembra roba da poco, ma non
lo è. Io adoro dormire, Glynis e» non voleva restare senza
fiato proprio in quel momento, non prima di aver detto
quello che aveva da dire «adoro soprattutto dormire
con te. Ma lo sai cosa succede quando lo dico a qualche
cena qui a Westchester, che voglio dormire per otto ore
filate? Ridono. Per i pendolari che abitano qui è un’idea
così campata in aria da sembrare divertente.
Quindi non mi interessa cos’altro farò a Pemba o se
mancherà la corrente di continuo. Perché se mi tiro indietro anche stavolta, dentro di me so che non partirò
più. E senza la prospettiva di una terra promessa non ce
la faccio a tirare avanti, Gnu. Non ce la faccio a passare
la vita a rimediare alle cazzate di quelle teste di legno incapaci di Randy il Tuttofare. Non ce la faccio a stare in
coda per ore sulla West Side Highway ad ascoltare la npr.
Non ce la faccio a correre a comprare il latte al supermercato e accumulare punti fedeltà perché dopo aver speso
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qualche migliaio di dollari ci tocchi un tacchino omaggio
per il Ringraziamento.»
«Ci sono destini peggiori.»
«No» ribatté lui. «Non ne sono così sicuro. Lo so che
abbiamo visto tanta povertà: fogne a cielo aperto e madri
che scavano nella spazzatura alla ricerca di bucce di
mango. Ma loro lo sanno benissimo cos’è che non va, e
sanno che basterebbe qualche scellino o peso o rupia in
più per stare meglio. Invece c’è qualcosa di orribile nel
sentirsi ripetere che vivi la vita migliore del mondo e accorgersi che non migliora mai e continua a essere una vita di
merda. Glynis, questo dovrebbe essere il paese più grande
del mondo, ma ha ragione Jackson: è una fregatura. Avrò
almeno quaranta password diverse per la banca e il telefono e le carte di credito e gli account internet, e quaranta
numeri di conto, e se metti insieme tutto, quella è la nostra vita. Ed è tutto così brutto, fisicamente brutto. Quelle
sfilze di centri commerciali a Elmsford, e i Kmart e i WalMart e gli Home Depot... plastica e cromature e colori
allucinanti e tutti sempre di corsa, ma per fare cosa?»
Non se l’era solo immaginato: Glynis non gli prestava
attenzione.
«Scusami» le disse. «Tutte cose che hai già sentito.
Forse mi sbaglio e finirò davvero per tornare a casa triste
e sconfitto come un cane bastonato. Però preferisco
l’umiliazione di tentare e fallire, che non provarci neppure.
Arrendersi sarebbe come morire.»
«Credo che ti accorgerai» la voce di Glynis era così
misurata, così colma di una nuova saggezza da non piacergli «che non sarebbe neppure lontanamente come
morire. Non c’è niente come morire. Ce ne serviamo come metafora per altre cose. Più piccole e più stupide e
molto più sopportabili.»
«Se questo è il tuo modo per convincermi a cambiare
idea, non funziona.»
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«Quand’è che hai previsto di lasciare queste nostre
sponde?»
«Venerdì prossimo, volo ba-179 delle 22.30 dal jfk per
Londra. Poi Nairobi, Zanzibar e Pemba. Tu e Zach potete raggiungermi fino a un attimo prima del decollo. Credo che nel frattempo mi toglierò di torno e ti lascerò il
tempo per rifletterci.» Per sentire la mia mancanza era
quello che intendeva. Per sentire la mia mancanza mentre
ancora non ti mancherò davvero. E in tutta sincerità perché aveva paura di lei. Se fosse rimasto, lei sarebbe riuscita a fargli cambiare idea. Era brava, in quello. «Andrò a
stare da Carol e Jackson. Mi aspettano, e puoi trovarmi là
quando vuoi, fino alla partenza.»
«Vorrei che non lo facessi» disse lei pigramente. Raccolto il suo bicchiere dal tavolo, Glynis si era alzata lisciandosi i pantaloni, un movimento in cui riconobbe il
segnale che stava per mettersi a preparare un’altra delle
solite cene. «Per una volta Randy il Tuttofare dovrà fare
davvero qualcosa, e temo che mi servirà la tua assicurazione sanitaria.»
Più tardi, mentre Glynis stava ancora riordinando la
cucina, Shep sgusciò di sopra e tolse la vestaglia da sopra
la valigia. Rimise a posto le due camicie nel terzo cassetto
del comò, lisciandole perché fossero presentabili per il
lavoro. Tirò fuori le pinze, i cacciavite e il seghetto e li
ripose nella cassetta per gli attrezzi di metallo rosso ammaccato. Prima di rimettere a posto il pettine, accanto
alla scatola da sigari piena di spiccioli stranieri, se lo passò fra i capelli.
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