concorso per gli studenti della scuola secondaria di primo grado
wikicoop
via Emilia 25 - 40026 Imola (bo)
tel. 0542 35215 - fax 0542 30516
www.imola.legacoop.it
[email protected]
una ricerca sulla cooperazione imolese
partecipanti:
Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa”
Istituto comprensivo n. 6
comitato per la cooperazione imolese
ROMEO GALLI
- La Cooperativa Ceramica di Imola
- La cooperativa sociale “l’Arca”
- Terremerse
Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola”
Istituto comprensivo n. 2
- Imola e l’arte della stampa - la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia
- La CAVIM
- Ultima chiamata per il passato
comitato per la cooperazione imolese
ROMEO GALLI
Experiment, Wikicoop,
la scuola e la coopera@zione
Experiment, giunto quest’anno alla XIª
edizione, è un progetto rivolto a tutte le classi quarte degli istituti scolastici secondari di
secondo grado del Circondario Imolese, ha
coinvolto fino ad oggi oltre 3.300 ragazze
e ragazzi, prodotto 238 progetti imprenditoriali e rappresenta un percorso formativo nel
quale Legacoop Imola crede molto. L’idea
di far conoscere ai giovani la cooperazione,
i suoi principi e valori e l’autoimprenditorialità, attraverso il loro stesso lavoro, ci è
sembrata vicente. I risultati, dopo dieci anni,
ci stanno dando ragione, tanto che questa
originale iniziativa ed esperienza si è sviluppata anche in quasi tutte le province della
nostra regione.
La scelta poi, in occasione del centesimo anniversario della costituzione della Federazione circondariale imolese delle cooperative di
produzione e lavoro, di estendere ed adattare
in un qualche modo questa iniziativa anche
alle scuole secondarie di primo grado, stimo-
lando ricerche sulla cooperazione, su cooperatrici e cooperatori e sul territorio, ci è sembrata altrettanto felice.
I risultati di Wikicoop (ispirato a Wikipedia,
famosa enciclopedia di internet a contributi aperti, che tutti gli studenti conoscono ed
utilizzano per raccogliere informazioni e fare
ricerche), che presentiamo in questo volumetto, sono, fin da questa prima edizione, di
grande interesse e qualità.
Infatti il piacere di lavorare in gruppo, di “cooperare” rappresenta uno degli obiettivi prioritari che indichiamo alle scuole, le quali però
non si sono limitate a questo risultato e hanno
prodotto materiali di notevole interesse.
Il forte legame con il territorio, l’impegno profuso da migliaia di cooperatori, il senso e il valore che emerge dalla storia delle cooperative, sono tutti elementi ben presenti nel nostro
DNA. A questo vorrei aggiungere l’attenzione
1
alle nuove generazioni: è esaltante vedere
come tanti adolescenti di oggi si interessino
alla storia di tutti quei cooperatori che con il
loro impegno hanno contribuito a creare la
ricchezza sociale ed economica del territorio
in cui oggi vivono.
La scoperta dei valori, il più delle volte sconosciuti, della cooperazione, operanti da decenni nel proprio territorio, ha consentito alle
ragazze ed ai ragazzi di approcciarsi al patrimonio morale e sociale prodotto dalle generazioni passate e ha agito come stimolo nella
progettazione della loro esistenza.
Anche in questo caso abbiamo puntato sul
fatto che lo studio dell’esperienza cooperativa condotto direttamente sul campo, nei
luoghi in cui i ragazzi si riconoscono, possa
contribuire alla formazione di personalità consapevoli e di cittadini partecipi e attivi alla vita
della Comunità.
In questo volumetto presentiamo le sei ricerche effettuate da altrettante classi di scuole
imolesi: è un modo per valorizzare il lavoro
degli studenti, degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, che hanno creduto nella nostra
proposta, ma anche delle persone che sul
territorio hanno collaborato con le classi per
meglio capire e studiare le cooperative.
A tutte queste persone un grande, sincero e
sentito ringraziamento.
Anche questo rappresenta un risultato positivo per Wikicoop.
Novembre 2011
Sergio Prati
Presidente Legacoop Imola
2
Imola e l’arte della stampa
la Galeati: tutt’altro che
una tipografia di provincia
La CAVIM
La Cooperativa
Ceramica di Imola
La cooperativa sociale
“l’Arca”
Terremerse
Ultima chiamata
per il passato
i lavori in concorso
nella pubblicazione si riportano
i testi originali, in versione integrale,
degli elaborati fornitici dalle scuole
3
Imola e l’arte della stampa
la Galeati: tutt’altro
che una tipografia di provincia
classe 3C
Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola”
insegnante: Federica Zanella
Indice
Introduzione
Galeati e la Galeati: dal tipografo alla cooperativa tipografica
Paolo Galeati: chi era costui?
La Cooperativa Galeati: un po’ di storia
Gutenberg Bodoni Galeati: cinque secoli di stampa
Breve viaggio nel mondo della stampa
La stampa a Imola dalle origini ai giorni nostri
Bodoni e l’arte della stampa
Galeati-Costa-Mazzini: uno strano terzetto cooperativo
Andrea Costa : il primo socialista italiano
Mazzini: il padre della cooperazione
La Galeati tra Costa e Mazzini
Bibliografia e sitografia
4
Introduzione
Il presente lavoro è frutto di un percorso iniziato nella seconda parte dell’anno scolastico
2010-2011 , percorso che ha visto impegnati
in una attività di ricerca, selezione delle informazioni e scrittura tutti gli alunni della classe.
Il lavoro che ha per oggetto la Tipografia Galeati ha permesso agli alunni di conoscere
un’importante realtà cooperativa del territorio
in cui vivono, il suo fondatore e di approfondire alcuni aspetti della storia moderna partendo da fatti e personaggi locali.
Il lavoro è diviso in tre parti: la prima dedicata
alla tipografia Galeati, la seconda all’arte della
stampa e l’ultima alla cooperazione e al ruolo
giocato da importanti figure storiche, Andrea
Costa e Giuseppe Mazzini, nella sua diffusione.
La prima parte inizia da via Cavour, cioè dalla
targa dedicata a Paolo Galeati per introdurre
una breve biografia dello stesso e procedere
con la storia della cooperativa senza perdere
di vista i legami tra realtà storica locale e nazionale.
La seconda parte è un breve viaggio nel
mondo della stampa a caratteri mobili dalla
sua invenzione ai giorni nostri e approfondisce una importate figura di tipografo italiano
cui Galeati guarda come modello: Giovanni
Battista Bodoni
La terza parte tenta di indagare il legame tra
Andrea Costa, Mazzini e il cooperativismo in
generale, ma anche quello più particolare tra
questi due importanti personaggi della nostra
storia e l’esperienza della Tipografia imolese
che deve molto ad entrambe.
Galeati e la Galeati:
dal tipografo
alla cooperativa
tipografica
Paolo Galeati: chi era costui?
Bighellonando per il centro, lanciavamo qualche occhiata distratta ai palazzi che fiancheggiano le vie. Ad un certo punto la nostra
attenzione fu attirata , in via Cavour, da una
targa: quanto era lunga! Nonostante percorressimo quella strada quasi ogni giorno per
raggiungere la scuola non ce ne eravamo mai
accorte. Chissà che c’era scritto?
Con santa pazienza iniziammo a leggere e qui
inizia la nostra storia…
In questa casa ove Paolo Galeati levò
a perfezione altissima l’arte della stampa
che giovinetto imparò dal padre
che i maestri fiorentini coltivarono in lui
che trasmise magnifica agli operai tipografi imolesi
retaggio di grande umana nobiltà del lavori
qui
oggi sei marzo 1904
la Cooperativa Tipografica imolese che ha il suo nome
e la cittadinanza imolese vollero murata questa lapide
ricordo di affetto, di gratitudine
e di ammirazione eterna
Paolo Galeati… ma chi è? Unica cosa che il
nome richiamava alla nostra memoria era la
Cartoleria Galeati, meta privilegiata per l’acquisto di penne, quaderni e altro materiale
scolastico.
Approfittando del fatto che dovevamo acquistare dei fogli a quadretti, ci recammo subito
alla cartoleria. Il commesso, più sorpreso che
infastidito dalla nostra curiosità, ci disse che
in quella via, oggi via Galeati, nella sede del
vecchio Foro Boario, sorgeva una tipografia,
la tipografia Galeati appunto, il cui direttore
era stato in origine Paolo Galeati
Ancora lui, Paolo Galeati: chi era costui?
5
Paolo Galeati nacque a Imola l’8 gennaio
1830, anno di ribellioni e rivolte europei e di
vivaci fermenti rivoluzionari nella nostra penisola. Il padre, Ignazio Galeati, era proprietario
di una avviata tipografia (cfr paragrafo 1.2).
Compiuti i primi studi in città , iniziò a fare
pratica nell’impresa paterna e strinse amicizia
con alcuni concittadini scontenti del governo
Pontificio e impazienti di cambiare le cose
sulla scia di quanto andava accadendo in luoghi non lontani. Ignazio Galeati, preoccupato
per l’avvicinamento del figlio all’ala estremista
mazziniana e repubblicana, accolse positivamente il suo desiderio di passare un periodo
a Firenze per perfezionarsi nell’arte della tipografia. Nel 1848 quindi Paolo Galeati partì per
Firenze e venne accolto da Felice Le Monnier
nella sua casa editrice. Nel periodo fiorentino,
molto formativo per lui, imparò ad avere un
approccio più disteso alla politica, perfezionò la sua formazione letteraria e ovviamente
apprese molte cose nell’ambito dell’arte tipografica. Quando nel 1851 ritornò ad Imola per
lavorare nella tipografia del padre, si iniziarono
immediatamente a notare i primi significativi
cambiamenti dovuti all’esperienza fiorentina.
Paolo Galeati infatti si era avvicinato molto
allo stile bodoniano. (cfr. par.2.3)
Nel 1856 Ignazio Galeati morì e il figlio rimase unico titolare della stamperia. Fortificato
dall’esperienza presso la Le Monnier e grazie
ai contatti con tipografi ed editori dovuti proprio la suo periodo fiorentino, Paolo Galeati in
quegli anni cercò di aumentare le committenze della sua tipografia, di aumentare la produzione libraria e soprattutto di accrescere l’eleganza e la cura formale dei volumi stampati.
Il ritorno a Imola era coinciso anche con il suo
riavvicinamento agli ambienti liberali più che
mai attivi in quegli anni che precedevano l’Unità. Un episodio significativo in questo senso
fu sicuramente quello che procurò a Galeati
otto mesi di carcere e due di confino: il 7 agosto 1858 durante una rappresentazione del
6
Nabucco al teatro Comunale, vennero lanciati
dei volantini patriottici stampati proprio dalla
tipografia di Galeati. Il Galeati inoltre in quegli anni aveva anche partecipato ad attività di
solidarietà sociale tra le quali la Società di
Mutuo Soccorso fondata nel 1854. (cfr cap
3)
Al ritorno dal confino, Paolo Galeati riprese ad
occuparsi prevalentemente della sua tipografia e continuò ad inseguire il sogno di un libro
bello, elegante e armonioso. Non smise però
di dare il suo contributo attivo alla vita politica
di Imola perché fu ininterrottamente per molti
anni Consigliere Comunale.
Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento
i volumi che uscirono dalla sua tipografia erano ammirati ed imitati e proprio in quegli anni,
nel 1878 precisamente, ricevette la proposta
di tornare a Firenze a dirigere la Le Monnier,
a riprova di quanto l sua fama andasse oltre
una dimensione locale. Paolo Galeati si era
sposato qualche anno prima, aveva avuto dei
figli e preferì rimanere nella nostra cittadina
perché pensava che accettare quell’incarico
potesse significare anche sottomettersi alle
logiche commerciali a scapito della qualità
del libro.
Sottrarsi alle logiche commerciali nell’Italia di
fine Ottocento stava però diventando un privilegio e perciò la scelta di Paolo Galeati di
limitarsi a una produzione locale di alto livello,
portò la sua tipografia a un periodo di grossa crisi. Il mercato dell’editoria si stava ampliando velocemente, i progressi della tecnica
erano numerosi e per essere concorrenziali
diventava necessaria l’introduzione di macchinari costosi e veloci.
Nel 1900, superate le iniziali reticenze, Paolo
Galeati accettò di aderire alla proposta che
già da qualche anno gli avevano fatto le altre
tipografie del territorio e, grazie anche all’intervento di Andrea Costa, fece confluire il suo
stabilimento in una cooperativa di cui divenne
direttore tecnico:la Cooperativa Tipografica
Editrice.
Quando il 1 Marzo 1903 Paolo Galeati morì, a
testimonianza di quale fosse la sua reputazione, alla cooperativa venne dato il suo nome:
Cooperativa Tipografica Editrice Galeati.
La Cooperativa Galeati:
un po’ di storia
Verso la fine dell’800 a Imola erano presenti
ben quattro tipografie inevitabilmente in concorrenza tra loro considerata che le committenze non erano sufficienti a garantire i guadagni di tutte. (cfr par 2.2). Sul finire dell’Ottocento, nel 1897, anche la tipografia più
grande ed attiva, la Galeati, si trovò in seria
difficoltà: la situazione economica era già difficoltosa e il ritiro di alcune commesse la aggravò notevolmente. Si fece così strada l’idea
di unire tutte le quattro tipografie per evitare
dei licenziamenti.
Il 30 ottobre 1900 presso la Camera del Lavoro di Imola nacque la Cooperativa Tipografica Editrice che assorbiva le quattro tipografie esistenti sul territorio. La mediazione di
Andrea Costa fu fondamentale. (cfr cap 3)
Come direttore tecnico era stato designato
Paolo Galeati che, anche se all’inizio era contrario all’idea di unire tutte le tipografie, alla
fine accettò facendo prevalere la sua vocazione solidaristica già dimostrata negli anni
precedenti (cfr par 1.1). La cooperativa aveva
sede nel vecchio Foro Boario ora via Galeati.
Era una cooperativa con uno statuto di impianto socialista che prevedeva la divisione
degli utili tra i soci, una maggiore retribuzione
per gli operai, la riduzione dell’orario di lavoro
e l’abolizione del lavoro a cottimo che però in
alcuni momenti di crisi, ad esempio nel 1903,
venne reintrodotto.
All’interno della Cooperativa ci furono inizialmente dei conflitti cui si aggiunsero delle
difficoltà economiche, infatti nel 1902 il bi-
lancio era in forte perdita e l’anno seguente
per uscire da un momenti di crisi gli operai
accettarono la riduzione delle paghe settimanali e rinunciarono al pagamento delle ore di
straordinario: purtroppo questo non bastò e
vennero licenziati sette operai. Nello stesso
anno, il 1903, morì il direttore tecnico Paolo Galeati e la Cooperativa da quel momento
prese il suo nome e diventò Cooperativa tipografica Galeati.
Una cosa positiva fu in quel periodo difficoltoso il 1° premio ottenuto per il miglior lavoro
tipografico all’Esposizione Internazionale di
Foligno: l’amore di Paolo Galeati per il libro
bello ed elegante alla maniera bodoniana
aveva dato i suoi frutti.
Il 1905 per la Cooperativa Galeati fu decisamente importante: per intercessione di Andrea
Costa ottenne direttamente dal Governo e
dal Ministero della Pubblica Istruzione la concessione per pubblicare l’edizione nazionale
dell’Opera Omnia di Giuseppe Mazzini. (cfr
cap. 3) Nella decisione di accettare questo
imponente lavoro avevano certamente avuto un ruolo importante la forte carica ideale e
il desiderio di poter partecipare direttamente
alla costituzione di un nuovo ordine sociale:
avevano sopravvalutato le potenzialità della Cooperativa che subì grosse perdite. E si
trattò solo di una lunga serie di perdite legate
alla pubblicazione dell’Opera mazziniana che
accompagnerà la Cooperativa ancora per
molti decenni. Tuttavia vi furono anche riconoscimenti per la pubblicazione delle opere di
Mazzini infatti nel 1911 la Cooperativa vinse
la medaglia d’argento alla Mostra Internazionale del Lavoro per la pubblicazione dei primi
volumi.
Nello stesso anno, nonostante le difficoltà economiche i soci non persero di vista
l’aspetto dell’aiuto a chi si trovava in difficoltà,
come avevano fatto già nel 1909 aiutando i
terremotati del sud Italia, e compirono azioni
7
di solidarietà verso una tipografia di Reggio
Emilia e dei tipografi di Modena incarcerati
per atti di insubordinazione al padrone.
Gli anni della Prima Guerra Mondiale e quelli
immediatamente successivi furono disastrosi,
ci fu una grossa crisi e si dovettero ridurre del
10% gli stipendi agli operai. Anche per questo in epoca Fascista la Cooperativa, se pur
in modo combattuto, aderì alla Federazione
Nazionale Fascista della Cooperazione per
ricevere delle sovvenzioni . Inoltre negli anni
seguenti il regime Fascista stimolò la diffusione dei volumi Mazziniani a cui la cooperativa
continuava a lavorare, con circolari dirette alle
scuole e alle istituzioni culturali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale molti
macchinari vennero distrutti e i tedeschi nel
gennaio 1945 prelevarono i caratteri in piombo.
Nel dopoguerra si ricostituì la Lega delle Cooperative e la Galeati aderì alla Editrice Cooperativa, normalizzò progressivamente la retribuzione, ottenne un a nuova convenzione per
l’Opera Omnia di Mazzini e iniziò la stampa
di riviste del partito Socialista e Comunista.
In quegli anni grazie alla ricostruzione venne
aperto anche un negozio di cartoleria in via
Callegherie che ebbe buoni guadagni. Gli introiti della cartoleria permisero alla Cooperativa di acquistare nuovi macchinari più moderni e veloci che le consentirono di ottenere
in appalto dalla sede di Roma la stampa dei
moduli dell’I. N.P.S.
Nel 1960 la Cooperati cambiò sede e si
trasferì in Via Selice in uno stabilimento più
moderno e adeguato ad accogliere i nuovi
macchinari.
Negli anni Settanta iniziò la pubblicazione di
giornali di propaganda del PSI e del Sabato
Sera, tutto questo consentì buoni guadagni
che vennero investiti per ammodernare gli
stabili e i macchinari. Il Sabato sera fu il primo giornale ad essere stampato non più con i
caratteri mobili ma con la rotativa che la Gale-
8
ati aveva comprato, tra le prime nella regione,
nel 1977.
Agli inizi degli anni Settanta inoltre, sulla scia
dei grandi cambiamenti sociali, si modificò lo
statuto della Cooperativa e venne finalmente concesso alle donne il diritto di diventare
socie.
Nel frattempo la concorrenza sul territorio aumentava perché tre soci lasciarono la Galeati
e formarono una tipografia a Casalfiumanese.
La Cooperativa però continuò la propria attività e cercò di mantenere alto il livello qualitativo e si preoccupò quindi dell’aggiornamento
del personale che venne fatto usufruendo dei
fondi della Comunità Economica Europea.
Questo permise a metà degli anni Ottanta di
avere un bilancio molto positivo per cui vennero aumentati i salari agli operai e vennero
dati dei premi ai soci. In quel momento estremamente favorevole si perse forse di vista la
necessità di risparmiare per investire in nuovi
macchinari data la velocità dei progressi che
stavano avvenendo nel settore della stampa.
(cfr par 2.1)
All’inizio del 1990 si organizzarono dei festeggiamenti per il novantesimo anno della Cooperativa, fu allestita una mostra e intervenne
anche il Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Ma già l’anno seguente il bilancio era
in perdita e la Galeati perdette la stampa degli
orari ferroviari e nel 1995 si vide costretta ad
iniziare la cassa-integrazione. Fortunatamente
ottenne la stampa de Il Corriere, La Tribuna
di Parma e di un piccolo inserto dell’Unità e
si riprese momentaneamente a lavorare. Tuttavia la mancanza di capitale e l’insufficiente
preparazione tecnica condussero nel 1999
alla liquidazione totale della Cooperativa e
alla fondazione di una nuova Società, proprio
poco tempo prima di celebrare il centenario
di vita.
Gutenberg, Bodoni
e Galeati: cinque
secoli di stampa
Breve viaggio nel mondo della
stampa
La stampa, facilitata dall’invenzione cinese
della carta, fu inventata da John Gutenberg,
un orafo tedesco, nel XV secolo. Fino a quel
momento i libri erano oggetti costosissimi e
preziosissimi pazientemente trascritti da monaci amanuensi e religiosamente conservati
nelle biblioteche dei monasteri. Quando Gutenberg nel 1439 creò il torchio da stampa
rivoluzionò l’industria tipografica e mandò in
pensione migliaia di amanuensi. Se confrontata con i mezzi oggi a disposizione la rivoluzionaria macchina del tedesco era incredibilmente lenta, ma in quel periodo consentì
di velocizzare notevolmente i tempi impiegati
per stampare e permise una diffusione della cultura. A partire dalla seconda metà del
Quattrocento infatti sorsero in Europa molte
tipografie, il costo dei libri si ridusse progressivamente, si moltiplicarono le biblioteche e
le idee iniziarono a circolare molto più velocemente.
Tuttavia prima di avere significativi miglioramenti nell’industria tipografica bisognerà attendere fino agli inizi del 1800 quando fu introdotta una nuova macchina da stampa con
il torchio in ghisa anziché in legno come le
precedenti. Questa macchina riusciva a produrre circa 250 stampe all’ora: un’autentica
rivoluzione per quell’epoca.
Qualche anno dopo in Inghilterra, patria di
James Watt e della rivoluzione industriale, fu
introdotta una nuova macchina tipografica
azionata a vapore con la quale a Londra venne stampato per la prima volta il giornale The
Times. In quegli anni i progressi della tecnica
permisero in un lasso di tempo abbastanza
breve di avere significative innovazioni anche nell’arte della stampa, infatti nel 1844 un
uomo d’affari americano, Richard Hoe, sperimentò una macchina rotativa che permetteva di stampare 8000 fogli all’ora: un numero
enorme se si pensa che agli inizi dell’Ottocento se ne riuscivano a stampare solo 1100.
Nel giro di due decenni, grazie alla stampa
rotativa di Bullock, le macchine arrivarono a
stampare circa 12000 giornali all’ora permettendo un’ampia diffusione delle idee, aspetto
fondamentale se si tiene conto che in quel
periodo l’Italia e l’Europa sono attraversata
da ondate rivoluzionarie e iniziavano le prime
rivendicazioni del ceto operaio.
Dalla fine del Diciannovesimo secolo ad oggi
i progressi dell’industria tipografica sono stati
sempre più veloci e significativi al punto tale
che oggi le stampanti per giornali possono produrre all’incirca 90000 copie all’ora e
stampare è un’attività che ognuno di noi può
fare nelle proprie case.
Come si può dedurre da questo breve viaggio
nel mondo dell’industria tipografica, il percorso fatto da Gutenberg alle stampanti al laser
è stato lungo e articolato e rivoluzionario sia a
livello globale che locale e ciò che è successo nella nostra città può ben esemplificarlo.
La stampa a Imola
dalle origini ai giorni nostri
Le prime notizie sulla stamperia a Imola risalgono al 1586, un secolo e mezzo dopo
l’invenzione di Gutenberg. Uno stampatore
ravennate Andrea Misorecchi aveva ottenuto
dal Comune una casa dove esercitare l’arte
della stampa e uno stipendio per dieci anni;
il Comune in cambio aveva la stampa gratuita di parte dei suoi fabbisogni. Il Misorecchi
morì poco dopo e nel 1588 Lorenzo Giannotti
9
rimase l’unico tipografo in città e diede alle
stampe il primo libro prodotto a Imola.
Intorno alla metà del 1600 aprì la tipografia
l’imolese Giacinto Massa; a inizio Settecento questa tipografia fu diretta dal maestro
tipografo Ubaldo Malpensa. Tale stamperia
fu sostenuta dalla Municipalità ed ebbe una
enorme importanza fino al 1700. La stamperia pubblicava infatti atti e documenti di interesse generale e svolse per quasi due secoli
un’importante funzione nell’evoluzione morale e culturale della cittadinanza imolese.
Da parte delle strutture ecclesiastiche si faceva intanto strada l’idea di avere una tipografia
al loro servizio così, sul finire del Settecento, precisamente nel 1792, sorse la Tipografia del Seminario Vescovile per iniziativa del
Cardinale Barnaba Chiaramonti che acquistò
i caratteri direttamente a Parma da Giovanni
Bodoni. La tipografia oltre a produrre materiale per il Comune, il Vescovado e pubblicazioni
legate a matrimoni, funerali, monacazioni e
altri eventi, aveva anche lo scopo di stampare
volumi eleganti e raffinati che potessero competere con le tipografie delle città vicine. La
tipografia del Seminario si rivelò un’ azienda
innovativa che ben presto assunse una fama
addirittura nazionale. Di qui si sviluppò la fama
di Imola come terra di stampatori.
Nel 1824 la tipografia del Seminario venne
acquistata da Ignazio Galeati, padre di Paolo, che assieme ad un socio l’aveva già presa
in affitto nel 1816 insieme al socio Giuseppe
Benacci, direttore delle poste pontificie. Il Benacci poi si trasferì per lavoro e tornò a Imola solo dopo la pensione e vi aprì una nuova
tipografia. Tuttavia alla fine dell’Ottocento la
tipografia più attiva della città era quella di
Galeati che forniva lavoro sia al Benacci sia
alla tipografia Vescovile che poi fu trasferita a
Bagnacavallo.
Ignazio Galeati stampò in quegli anni oltre
a scritti religiosi anche testi di propaganda
patriottica, propaganda che in quegli anni era
10
particolarmente attiva in Romagna oltre che
negli altri territori della nostra penisola che
faticosamente iniziava quel percorso che la
porterà qualche decennio dopo alla proclamazione dell’Unità. Espressione della volontà di Galeati padre di fare della sua tipografia
un importante centro della vita culturale della sua cittadina, fu la pubblicazione di testi
centrati sulle figure di importanti imolesi del
passato quali ad esempio il libro scritto dal
medico imolese Luigi Angeli dal chilometrico
titolo: Memorie biografiche di que’ uomini illustri imolesi le cui immagini sono locate in questa nostra iconoteca che si distinsero in ogni
ramo di scienza e nelle belle arti.
Nel 1856 Ignazio Galeati morì e il figlio Paolo
rimase l’unico titolare della stamperia.
Nel 1874 sorse la Lega Tipografica ad opera di cinque dipendenti della Galeati , la Lega
assorbì le residue attrezzature della vecchia
stamperia vescovile.
Negli anni post unitari nacquero sul territorio
imolese diverse tipografie grazie anche all’impulso che ebbe l’attività tipografica a livello
nazionale : la Tipografia Ungania, la Tipografia Sociale, e l’Unione Tipografica. L’eccesso
di concorrenza lasciò vita breve a queste iniziative e il 29 ottobre 1900 nacque la Cooperativa Tipografica Editrice (cfr par1.2) Nel
secondo dopoguerra prospera anche una tipografia legatoria artigiana fondata da Otello
Fanti e nel 1972 nasce la prima tipografia basata sulla stampa offset, cioè senza piombo.
All’inizio del nuovo millennio a Imola sono
attive ben otto tipografie.
Bodoni e l’arte della stampa
L’Italia ebbe un ruolo di primo piano in fatto
di quantità e qualità delle opere a stampa fin
dagli inizi, nel Seicento e nel Settecento però
si registrò un periodo di crisi fatta eccezione
per l’opera del tipografo piemontese Giovanni
Battista Bodoni.
Bodoni nacque nel 1740 in provincia di Cuneo, apparteneva a una famiglia di stampatori
e quindi fin da piccolo era abituato a muoversi nell’ambiente tipografico. A soli diciotto anni
si trasferì a Roma per lavorare nella Stamperia
della Congragazione di Propaganda Fide, incaricata di diffondere la fede cattolica. Durante il suo periodo romano Bodoni si interessò
alle lingue orientali e prese lezioni di ebraico.
Nel 1768 venne chiamato dal Duca Ferdinando a dirigere la Stamperia Reale di Parma, un
incarico molto importante nel quale si distinse
per il suo talento. Inizialmente il Bodoni ordinava i caratteri per stampare in Francia, poi
riuscì a impiantare una fonderia a Parma che
fece dirigere da suo fratello. Negli anni Settanta del Settecento uscirono le prime opere
composte con caratteri che il Bodoni aveva
inciso e fuso. Nel 1778 fu pubblicata la prima
delle tante edizioni del Manuale Tipografico, il
suo lascito più significativo. Nel 1813 Giovanni Bodoni morì ma ha continuato ad essere
punto di riferimento per i secoli successivi infatti il suo stile è stato ripreso e riadattato da
varie case editrici.
Lo stile di Bodoni è basato sulla purezza del
carattere, sulla nitidezza della stampa e su
una particolare disposizione del testo che
prevede un’interlinea piuttosto ampio. Per il
tipografo piemontese i caratteri dovevano essere contraddistinti da un notevole contrasto
tra linee spesse e sottili per accentuare la verticalità e conferire eleganza alla stampa.
Eleganza dei frontespizi, cura dei dettagli e
armonia sono alla base di tutta l’opera del
Bodoni e Paolo Galeati può essere a giusta
ragione considerato il suo sapiente continuatore. Le sue edizioni infatti sono caratterizzate
dall’uso quasi esclusivo dei caratteri bodoniani, da una bellezza classica che si basa
sull’equilibrio dell’impaginazione, sulla cura
riservata alla copertina e al frontespizio, sulla rinuncia a qualsiasi elemento pleonastico,
eccessivo. Il Bodoni è stato infatti sempre un
punto di riferimento per il tipografo imolese
che mirava alla creazione di un libro bello ed
elegante tipicamente italiano che si distinguesse, per la cura e l’armonia, dallo stile di
altri importanti tipografi europei
Galeati – Costa –
Mazzini : uno strano
terzetto cooperativo
La Cooperazione
dal nazionale al locale
Cooperare significa operare insieme, lavorare insieme, aiutarsi a vicenda perché si hanno obiettivi comuni. Una cooperativa quindi
è un’associazione autonoma da imprese e
governi in cui più persone si uniscono per
soddisfare bisogni economici, sociali o culturali. All’interno di una azienda cooperativa
ci sono più responsabili, tutti si impegnano
per un obiettivo comune, dividendosi i compiti. Le cooperative tutelano maggiormente
il benessere economico dei soci rispetto alle
imprese normali.
Il cooperativismo fonda le sue radici nella seconda metà del XVIII secolo quando in Grecia e nella nostra Italia del sud si costituirono
associazioni di cittadini e colonie che possono considerarsi progenitrici delle moderne
cooperative. La prima cooperativa di consumo vera e propria nacque però a Rochdale in
Inghilterra, patria della rivoluzione industriale,
nel 1884 quando ventotto lavoratori si riunirono per fondare la Società dei probi pionieri.
Questa cooperativa era basata sulla vendita
ai soci a prezzi mercato di prodotti di prima
necessità e sulla distribuzione dei guadagni
attraverso uno storno sugli acquisti effettuati.
Dopo quell’esperienza il sistema cooperativo
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si diffuse in tutta Europa e in Italia grazie anche al fatto che Giuseppe Mazzini nelle sue
lettere parlava dell’esperienza di Rochdale.
(cfr paragrafi successivi)
Il movimento cooperativo cerca di arginare
gli effetti devastanti prodotti dalla rivoluzione
industriale sul ceto operaio. La fabbrica e la
macchina infatti hanno cambiato il modo di
produrre e di vivere e anche l’operaio è diventato una merce.
In Italia la prima cooperativa di consumo fu il
Magazzino di Previdenza di Torino, sorto nel
1854 grazie anche al fatto che il Piemonte in
quell’epoca era il territorio italiano più avanzato economicamente e politicamente (Statuto
Albertino). Due anni più tardi fu fondata la
Artistica Vetraria in provincia di Savona, seguita dalla Cooperativa dei Sarti di Genova,
da quella dei tipografi a Torino, dei Muratori a
Milano nel 1860 e da molte altre ancora che
in quegli anni di fine Ottocento sorsero nel
nord della nostra penisola. Nell’autunno del
1886 cento delegati si riunirono a Milano per
costituire un’organizzazione che coordinasse
il movimento cooperativo italiano e nacque la
Federazione Nazionale delle Società Cooperative che nel 1893 si trasformerà nella Lega
delle Cooperative. Poco prima della Grande
Guerra la cooperazione si era irrobustita molto, ma i tempi difficili erano imminenti. Dopo
la divisione tra la cooperazione di ispirazione
cattolica e quella laico – socialista seguita alla
pubblicazione dell’Enciclica papale Rerum
Novarum nel 1891, ci fu il fascismo che per
tutelare il cooperativismo istituì la Federazione Nazionale Fascista della Cooperazione, a cui, a Imola aderì la Galeati. Superato
il terribile secondo conflitto mondiale ci fu la
rinascita anche se un po’ sofferta del cooperativismo sostenuto e tutelato anche dall’’articolo 45 della Costituzione italiana che recita:
La Repubblica riconosce la funzione sociale
della cooperazione a carattere di mutualità e
12
senza fini di speculazione privata. La legge ne
promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni
controlli, il carattere e le finalità.
Anche nel territorio imolese il cooperativismo
ha una lunga tradizione infatti già nel 1869
fu aperto il primo Magazzino Cooperativo di
Imola e negli anni immediatamente successivi
furono fondate la Cooperativa Ceramica nel
1874 , la Galeati nel 1900, la 3Elle e la Sacmi
rispettivamente nel 1908 e nel 1919.
Nel primo decennio del Novecento sul nostro
territorio esistevano già una ventina di cooperative ma per diffondere ulteriormente i principi del cooperativismo nacque la Federazione
Circondariale delle Cooperative Imolesi il cui
presidente fu Romeo Galli, già presidente del
primo Magazzino Cooperativo. Analoghe società esistevano già a Torino, Milano, Reggio
Emilia ma non a Bologna, Imola quindi è stata
per la nostra provincia un’antesignana. Nel
1945 venne costituito il comitato consultivo e
direttivo delle Cooperative imolesi e non molto dopo la fine della seconda guerra mondiale
rinacque la Federazione Imolese delle Cooperative. Il movimento cooperativo imolese tra
gli anni ‘50 e ’60 cambiò varie volte nome e
la Federcoop Bologna gli riconobbe progressivamente specifici ambiti di competenza e
una certa autonomia finanziaria. La piena autonomia giuridica, organizzativa e finanziaria
però verrà raggiunta solo il 10 dicembre 1982
quando si costituì la Federazione delle Cooperative e Mutue del Territorio Imolese.
Andrea Costa:
il primo socialista italiano
Andrea Costa nacque a Imola il 30 Novembre
1851, visse per un certo periodo in casa del
signor Orso Orsini, zio di Felice Orsini. A differenza del nipote, autore del fallito attentato
a Napoleone III per il quale grazie all’influenza
dello zio ebbe una condanna simbolica, Orso
Orsini era religiosisissimo ed estremamente
conservatore.
Ricevette la sua prima istruzione a Imola, poi
grazie alla sua prontezza di ingegno e alla
sua grande forza di volontà, nel Novembre
del 1870 si iscrisse alla Facoltà di Lettere
dell'Università di Bologna dove ebbe come
compagno il futuro poeta Giovanni Pascoli.
Ma aveva scarsi mezzi, il padre aveva un piccolo negozio di salumaio sulla via Emilia, e
fu subito costretto a chiedere un sussidio al
Comune di Imola per continuare i suoi studi. Il sussidio non gli venne concesso quindi
continuò facendo grandi sacrifico per potersi recare alle lezioni del suo maestro Giosuè
Carducci che lo interessavano moltissimo.
Inizialmente si avvicinò al pensiero anarchico,
poi anche grazie a Anna Kuliscioff, si avvicinò al socialismo e fu tra i suoi fondatori.
Nel 1872, poco più che ventenne, era già
la figura predominante dell'internazionalismo
romagnolo e italiano e prese parte a molte
pubbliche manifestazioni. L’ 8 agosto 1874
fu arrestato a Imola per aver organizzato
un'insurrezione di internazionalisti anarchici e
quando cinque anni dopo uscì dal carcere si
trasferì a Lugano in Svizzera dove scrisse una
lettera intitolata Ai miei amici di Romagna. In
questa lettera esortava i socialisti non tanto
ad una manifestazione attiva delle loro idee in
cortei ed insurrezioni, quanto ad un lavoro di
diffusione dei principi dl socialismo.
Nell’ Agosto del 1881 fondò a Rimini il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna che
sosteneva le lotte dei lavoratori, le proteste e
le agitazioni per poter partecipare attivamente alla vita politica(diritto di voto) e le riforme
economiche necessarie a garantire condizioni lavorative più giuste per gli operai. Nello
stesso anno fondò a Imola anche il giornale socialista Avanti la cui redazione qualche
anno dopo fu trasferita a Roma.
Nel 1882 si candidò alla camera e fu il primo
socialista eletto nel parlamento italiano ancora prima della nascita del partito, il Partito
dei Lavoratori Italiani infatti fu fondato solo nel
1892 e divenne Partito Socialista italiano l’anno successivo.
Il 17 Ottobre 1893 con 1449 voti venne eletto
sindaco di Imola e nel settembre 1897 partecipò al Congresso Nazionale socialista di
Bologna e fu nominato presidente. Negli anni
successivi fu più volte condannato per ribellione, partecipò infatti a numerose manifestazioni e si dichiarò apertamente contrario alla
politica coloniale di Crispi ,alla repressione
poliziesca e all'autoritarismo del Re Umberto I che addirittura insignì di una medaglia il
generale Bava Beccaris che nel maggio 1898
a Milano aveva fatto sparare sulla folla che
scioperava dopo che alcuni operai erano stati
uccisi per avere manifestato contro l’aumento
del costo della vita.
Dal 1908 fino all’anno della sua morte, il 1910,
fu vicepreside della Camera dei Deputati
Una lapide in via Appia nel luogo in cui era
nato lo ricorda e, a testimonianza del ruolo
fondamentale che ebbe nella politica e nella
società di quegli anni, a poca distanza dalla
sua morte ci fu all'Università di Bologna un
discorso commemorativo fatto da Giovanni Pascoli. In questo discorso il poeta suo
compagno di Università, evidenziava quanto il contributo di Andrea Costa fosse stato
determinante nel percorso di riconoscimento
dei diritti del popolo e dei lavoratori e dei doveri dello Stato.
Mazzini: il padre della
cooperazione
Giuseppe Mazzini è stato un importantissimo uomo politico oltre che un grande pensatore ed è considerato uno dei padri della
patria poiché ha dedicato la sua vita all’unità
nazionale; , le sue idee hanno avuto influenza
13
a livello non solo nazionale ma anche europeo
come vedremo in seguito.
Giuseppe Mazzini è nato a Genova il 22 Giugno 1805 da una famiglia borghese, nel 1827
all’età di ventidue anni si laurea in legge e
subito dopo si iscrive alla Carboneria, la più
importante società segreta dell’epoca da cui
però in futuro si staccherà criticandone la segretezza. L’iscrizione alla carboneria gli costerà l’esilio, per cui si rifugiò prima a Marsiglia, in
Francia dove nel 1831 fondo la Giovane Italia,
un movimento politico che aspirava ad un’Italia unita, libera,indipendente e repubblicana.
Negli anni successivi fondò anche movimenti
politici per l’unificazione di altri stati europei: la
Giovine Germania, la Giovine Polonia e persino la Giovine Europa, prima idea dell’Europa
libera . Dalla Francia si trasferì poi a Londra
dove fondò nel 1840 l’Unione degli Operai
Italiani. In quegli anni scrisse molti saggi tra
cui Umanità e patria e numerosi furono i suoi
tentativi di far esplodere dei moti insurrezionali.
Mazzini tornò in Italia quando venne proclamata la Repubblica Romana e fece parte con
Armellini e Saffi del Triunvirato che però non
resistette a lungo.
Dopo il fallimento dei moti del 1848 i nazionalisti italiani iniziarono a pensare che il ministro Cavour e il re del Piemonte potessero
mettersi a capo del movimento di unificazione
italiana, Mazzini invece era contrario alla monarchia e ai Savoia.
Nel 1866 vinse le elezioni per il Parlamento
italiano, vennero annullate due volte, la terza
volta vennero convalidate ma Mazzini si rifiutò
di giurare fedeltà allo Statuto Albertino. Negli
anni successivi fu nuovamente costretto ad
abbandonare la nostra penisola, ma nel 1872
tornò sotto falso nome e poco dopo morì a
Pisa nel 1872.
I punti fondamentali del pensiero mazziniano
sono Dio e popolo, pensiero e azione.
Dio per Mazzini, che è profondamente con-
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trario alle gerarchie ecclesiastiche, è fonte di
uguaglianza, e il pensiero di Dio sulla terra si
manifesta attraverso l’umanità, cioè il popolo,
che doveva essere educato per comprendere
di appartenere ad un solo popolo e di essere
libero. Una volta che, attraverso l’educazione,
fondamentale per il genovese che poco prima di morire fondò a Roma un’associazione
per l’educazione degli operai, il popolo aveva capito questo, bisognava agire, ribellarsi
a coloro che non permettevano al popolo di
essere libero.
Le idee mazziniane hanno sicuramente influenzato tutte le prime organizzazioni di lavoratori che nacquero sul finire del XIX secolo
ma anche i secoli successivi infatti persino in
epoca fascista la diffusione delle idee mazziniane era auspicata dal regime che voleva
diffondere nelle scuole le sue opere, basti
pensare agli aiuti concessi per la pubblicazione dell’Opera Omnia mazziniana alla Cooperativa Tipografica Galeati.
La tipografia Galeati
tra Costa e Mazzini
In Italia il cooperativismo si diffonde dopo rispetto all’Inghilterra e alla Francia e l’idea di riunire il capitale ed il lavoro nelle stesse mani,
con l’obbiettivo di tutelare i più deboli e i più
poveri ridistribuendo equamente i guadagni,
aveva senza dubbio una matrice mazzininiana, basta pensare a quanto Mazzini aveva
scritto in I doveri dell’uomo.
E la nostra cooperativa Galeati sicuramente
nasce con lo scopo di superare senza grossi
sacrifici, in termini di licenziamenti, un difficile momento economico che avrebbe colpito
soprattutto le classi più povere. A questo si
deve aggiungere che la cooperativa tipografica editrice si fa portatrice di un’idea di lavoro
che non umilia l’uomo ma ne determina una
crescita morale e sociale, e anche qui c’è lo
zampino di Mazzini. Per questi motivi la Galeati aveva accettato e voluto pubblicare tutte
le opere dell’importante uomo politico italiano, per la vicinanza di pensiero e di spirito.
Questi motivi ideali alla fine hanno forse prevalso su altri più pratici perché la pubblicazione dell’Opera omnia di Mazzini è stata un notevole fardello economico per la cooperativa
che non aveva i mezzi per portarla a termine.
Grande sostenitore di questo progetto è stato Andrea Costa, la cui intercessione è stata
fondamentale per la nascita della cooperativa
Galeati.
Il socialista imolese aveva compreso la necessità di avere un contatto più diretto col
popolo e auspicava la nascita di un partito
che avesse come fine quello di trasferire le
materie prime e gli strumenti della produzione
dai singoli proprietari a quelli di produttori associati. E questa anima socialista è ben visibile nella cooperativa tipografica imolese che
mantiene sempre un rapporto privilegiato con
Andrea Costa, basta pensare alla larga partecipazione di soci ed operai della cooperativa
alla morte del deputato socialista (cfr cap. 1)
Nella cooperativa Galeati quindi l’anima mazziniana e il pensiero di Costa convivono e si
integrano.
Bibiografia
Baruzzi, Campioni, Martinoli (a cura di), Un tipografo di provincia. Paolo Galeati e l’arte
della stampa tra 800 e 900, Ed Cooperativa Marabini, Imola 1991
Casadio, Uomini insieme. Storia delle Cooperative imolesi, La Mandragola 2001
N. Galassi, La cooperazione a Imola dalle Origini ai giorni nostri Cooperativa Tipografica
Editrice Galeati, 1968
R. Galli(a cura di) L’arte della stampa in Imola,
Cooperativa Tipografica Editrice, 1901
R.Galli,Paolo Galeati e la tradizione bodoniana, Imola 1940
A. Grilli,Paolo Galeati e un sessantennio di
vita cooperativa, Cooperativa Tipografica
Editrice Galeati, 1960
www.imola.legacoop.it
www.emilia-romagna.legacoop.it
www.lalbatros.it (trimestrale culturale)
wikipedia.org
15
La CAVIM
classe 3B
Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola”
insegnante: Marina Golini
Indice
La società cooperativa
Le cooperative agroalimentari
La storia della CAVIM
La cantina sociale di Sasso Morelli
La cantina sociale di San Biagio
Fusione e nascita della Cavim
Sasso Morelli: la sede attuale. Cenni storici
La raccolta dell’uva ai tempi dei nonni
La vinificazione oggi
I vigneti
La preparazione del vino
I diversi tipi di vino
Vendita del vino
16
Introduzione
Questa che state per leggere è la ricerca della III B. Niente fretta, vi diremo subito su che
cosa si basa, ma secondo noi ciò che conta
davvero è il lavoro, la fatica, le risate, le interviste, le ricerche che abbiamo fatto per scriverla oltre … all'argomento su cui si basa!!
Bene allora: abbiamo parlato di uva, ma anche di unione, di cooperazione, di vino e di
vendita. Abbiamo elencato gli stadi di produzione del vino, il concetto di cooperativa, poi
i mezzi e il modo, il come e il quando. Insomma, ormai vi starete chiedendo di che cosa
mai avremo parlato nella nostra ricerca...
In effetti abbiamo scelto l'argomento in un
modo piuttosto... strano. E' stata la prof. di
lettere che, dopo essere entrata in classe,
ci ha detto: “da oggi, ragazzi, si inizia una
ricerca.” Panico di massa, fino a quando le
parole: “verterà su una cooperativa. Si tratta
di una cooperativa che dovremo conoscere
tramite... esperti e interviste. Si tratta di una
cooperativa non scelta solo perché a livello
locale è molto conosciuta, ma… perché… è
sicuramente avvincente scoprire cosa si nasconde dietro un’ottima bottiglia di vino. Si
tratta... della Cooperativa CAVIM!!”
Dopo esserci informati su di essa, abbiamo
invitato in classe un enologo di nome Gabriele
Zuccari, un dipendente della CAVIM che si occupa di tutte le fasi che vanno dal ritiro dell'uva
alla vinificazione. Lavorando in tale cooperativa
da oltre vent'anni e avendo molta esperienza
ci ha potuto spiegare nei minimi dettagli, ma
con parole semplici e concise, come si prepara il vino, dalla raccolta all'imbottigliamento.
Questa ricerca ci ha aiutato ad arricchire le
nostre conoscenze e ci siamo anche divertiti. Dopo esserci divisi in gruppi, ognuno ha
approfondito un argomento e infine abbiamo
elaborato assieme le nostre idee.
Quindi ora che siete a conoscenza del tutto,
vi auguriamo buona lettura!
La società
cooperativa
Cooperare significa operare insieme, unire
idee, lavoro e iniziative, risparmi con l’obiettivo di raggiungere un fine comune. La cooperativa è una società costituita fra persone
fisiche e giuridiche che condividono un obiettivo e che uniscono le loro forze per affrontare assieme le sfide del mercato attribuendo
grande importanza ai concetti di solidarietà,
collaborazione sul lavoro e mutualità.
Oggi, in una situazione di crisi economica,
occorre sottolineare l’importanza dei valori
cooperativi promuovendoli e condividendoli affinché i giovani ne comprendano il ruolo
diventandone nuovi promotori, consapevoli
che il lavoro continua a rappresentare un importante strumento per la loro affermazione.
La società cooperativa è essenzialmente impresa e società: in quanto impresa ha un fine
economico che non si raggiunge da soli, nasce da un gruppo di persone che si uniscono
per soddisfare un bisogno comune. L’aspetto
economico-finanziario ha un rilievo ma l’attività di una cooperativa riguarda soprattutto la
sfera del sociale, quella economica e quella
culturale.
.
17
La cooperativa gestisce in comune un’impresa con uno scopo mutualistico, cioè quello di
fornire a tutti i soci beni e servizi per il conseguimento dei quali
la cooperativa è sorta. A differenza
delle società di capitali il cui fine è
il lucro, cioè gli utili patrimoniali, nelle cooperative lo scopo mutualistico ha come fine
quello di assicurare il lavoro, i servizi e i beni
a tutti i soci.
Le cooperative possono essere a mutualità
prevalente, quindi senza alcun fine di speculazione privata, o a mutualità non prevalente.
Esse sono caratterizzate dal voto capitario
dei soci, ovvero dal fatto che ogni socio ha
diritto a un voto in Assemblea, indipendentemente dal valore della propria quota di capitale sociale: viceversa, nelle società per azioni i
voti sono attribuiti in proporzione al numero di
azioni (con diritto di voto) possedute da ogni
socio. Caratteristica propria della cooperativa è anche il principio di parità tra i soci, la
democrazia economica, che implica, oltre al
voto capitario, la necessità di un giudizio motivato sulle ragioni di ammissione o sul diniego di ammissione nei confronti di nuovi soci.
Fino al 2001, era obbligatorio che per formare una cooperativa ci fossero non meno di 9
soci, per formare una piccola società cooperativa, invece, potevano essere da 3 a 8.
Con la riforma del diritto societario è possibile
tutt’oggi costituire una piccola cooperativa
18
con un numero inferiore di 3 soci.
Per le cooperative costituite da meno di 9 soci
è obbligatoria l’applicazione delle norme sulle
s.r.l. , che possono essere costituite esclusivamente da persone fisiche, non da persone
giuridiche.
Le cooperative
si dividono in:
 cooperative di credito, rappresentate dalle
Banche di Credito Cooperativo con l’obiettivo
di fare una politica del credito uguale verso
clienti e soci, spostandosi da logiche di solo
guadagno;
 cooperative di consumo, il cui scopo è di
rivendere e acquistare beni di qualità a prezzi
vantaggiosi ai propri soci-consumatori;
 cooperative di produzione e di lavoro, il cui
obbiettivo consiste nel procurare lavoro per i
propri soci- lavoratori alle migliori condizioni
possibili.
 cooperative sociali: si tratta di cooperative
lavoro per la gestione di servizi sanitari o finalizzate all’inserimento lavorativo di persone
svantaggiate;
 cooperativa di edilizia o di abitanti, finalizzata alla costruzione di alloggi per i propri soci
in un rapporto corretto tra prezzo e qualità;
cooperativa della pesca o agricola, il cui scopo è di coltivare, trasformare, conservare e
distribuire i prodotti agricoli oppure di finalizzare all’esercizio in comune della pesca o di
attività ad essa inerenti.
Le cooperative
agroalimentari
Nel 1884 Nullo Baldini fonda una cooperativa agricola tra braccianti a Ravenna: si tratta
della prima esperienza cooperativa agricola
italiana. Il 15 settembre 1889 nasce a Medicina la Cooperativa Lavoratori della Terra che
da più di 120 anni si occupa di conduzioni di
terreni.
Nel 1893 è sorta la cooperativa Ortolani che,
ancora oggi, dopo l’unione nel 1997 con la
cooperativa Cofri, è attiva nella raccolta di
prodotti conferiti dai soci e rappresenta un
punto di riferimento nel territorio imolese.
Le cooperative agroalimentari operano nei
settori della zootecnica, della trasformazione
della carne e dei salumi, della lavorazione e
commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, della gestione di macchine agricole e della
progettazione e realizzazione di aree verdi e
della tutela del territorio. Grande rilievo viene
dato al settore vinicolo impiegando personale di grande professionalità e una tecnologia
elevata che consente di garantire la genuinità
e la sicurezza dei prodotti per i consumatori.
Questi ultimi possono quindi usufruire di prodotti locali di qualità e controllati. Inoltre il vino
“made in Italy” può essere portato sui mercati
internazionali.
La storia
della CAVIM
La Cantina Sociale
di Sasso Morelli
La Cantina Sociale di Sasso Morelli fu fondata da nove agricoltori imolesi il 4 settembre
1951. I soci fondatori furono Antonio Mita, la
Società Cooperativa Cantina Sociale di Faenza, Giuseppe Mongardi, Errico Bucchi, Luigi
Cristoferi, Carlo Berti Ceroni, Pietro Castellari, Maria Beatrice Mambrini e Silvio Arcozzi.
Essi acquistarono una struttura preesistente
dei primi del novecento dove potersi installare. Nel 1958 i soci erano già diventati 52 e la
struttura venne ampliata e dotata di vasche
in cemento armato dalla maggiore capacità.
Grazie alla serietà della cooperativa negli anni
seguenti continuò l’espansione sia come volume di affari che come numero di soci aderenti.
19
Fusione e nascita della CAVIM
La Cantina sociale San Biagio
La Cantina Cooperativa San Biagio è stata
fondata il 16 gennaio 1961 a Poggio Piccolo,
nel comune di Castel Guelfo, al fine di consentire ai viticoltori soci di far partire la commercializzazione diretta del vino prodotto. I
soci Fondatori della Cantina Sociale S. Biagio
furono Francesco Manzelli, Guerino Dall’Olio,
Bruno Noè, Aldo Dall’ Olio, Ennio Stagni, Dino
Dall’Olio, Giuseppe Stagni, Antonio Dall’Olio,
Cesare Cattani, Alfonso Dall’Olio, Aurelio
Dall’Olio, Sante Stagni, Luigi Stagni e Sergio
Cattani.
I vigneti di riferimento erano situati nell’area
pedecollinare che spazia dalle prime colline
di Castel San Pietro Terme, Ozzano e Dozza
fino alla pianura di Castel Guelfo e Medicina.
La cantina sociale aveva provveduto a riorganizzare i vigneti al fine di una produzione vinicola più selezionata. Il numero dei soci e delle
quantità andò progressivamente aumentando
nel corso degli anni, fino a diventare punto di
riferimento di una grande area.
20
Nel 1992, dalla fusione della Cantina sociale
Sasso Morelli e della Cantina cooperativa San
Biagio, nasce la CAVIM: Cantina Viticoltori
Imolese.
Foto di gruppo dei primi soci della CAVIM.
In principio erano 23 soci. Oggi, sono circa
settecento gli agricoltori che conferiscono le
proprie uve alla Cooperativa. I soci originari
erano produttori di uva che decisero di sfruttare al meglio le possibilità del loro prodotto
portandolo alla Cavim. L’unione era finalizzata a utilizzare una struttura comune per le
diverse fasi della lavorazione dell’uva per poi
procedere alla vendita, direttamente in cantina, del prodotto finale. Il vantaggio che i soci
potevano trarre consisteva nel far confluire
verso un luogo comune il proprio prodotto
per realizzarne la lavorazione; in tal modo diminuivano le spese da sostenere per la trasformazione dell’uva nelle aziende dei singoli
soci. Inoltre la cooperazione garantiva anche
un vantaggio in termini di guadagno.
La fusione diede origine al problema di dove
sistemare la cantina e quali criteri utilizzare per
giustificare la scelta di un luogo piuttosto che
un altro. Alla fine la decisione fu presa in base
all’ammontare fisico degli aiuti dei soci, cioè i
quantitativi d’uva apportati da ogni zona. Di
conseguenza la sede operativa della CAVIM
divenne Sasso Morelli, a poche centinaia di
metri dal centro cittadino, nell’antica sede
che ospitava la cantina omonima. I soci provenienti dalla cantina san Biagio tuttavia non
furono immediatamente d’accordo poiché i
trasporti divennero in tal modo per loro più
costosi.
Nel 2004 è stato costruito il nuovo stabilimento che sorge dietro la struttura storica su una superficie complessiva di
6000 metri quadrati coperti, oltre ai 3000 già
esistenti. Questa struttura tecnologicamente molto avanzata trasforma in vino 220000
quintali d’uva con una potenzialità massima
di 300000 quintali.
La CAVIM aderisce alla Confederazione Cooperative Italiane (Confcooperative) e oggi si
presenta così:
Soci
Addetti fissi
Altri addetti
Fatturato e/o ricavo
Export
Patrimonio
n. 532
n. 14
n. 1
€ 7.091.991,00
€ 9.047,00
€ 4.912.643,00
*dati tratti da Imola Insieme 2011, supplemento al n.27
del 16 luglio 2011 de Il Nuovo Diario Messaggero.
La cooperativa si presenta a mutualità prevalente senza, quindi, alcun fine di speculazione
privata e ha come scopo quello di valorizzare
nel migliore dei modi le produzioni agricole
dei propri soci e di migliorare le condizioni e le
attività dei soci.
La cantina si occupa della raccolta, manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti
agricoli ed assiste i soci.
Si può diventare soci inoltrando una richiesta
scritta al consiglio di amministrazione ed è
necessario indicare:
• I dati dell’azienda o della persona fisica che
ha deciso di inoltrare la richiesta.
• L’effettiva attività svolta.
• L’ammontare del capitale che ha intenzione
di sottoscrivere.
• Il luogo in cui si trovano i terreni agricoli e la
loro estensione.
• L’impegno al conferimento totale della produzione impegnata.
• L’obbligo di comunicare entro il 31 luglio
di ogni anno la quantità di uva conferita in
cantina.
• L’impegno a sottoscrivere eventuali programmi volti alla capitalizzazione.
21
Sasso Morelli:
la sede attuale.
Cenni storici.
La grossa borgata di Sasso Morelli sorge a 9
km da Imola e a 7 km dalla via Emilia. Sicuramente il nome deriva da un sasso o un blocco
di pietra presente nel luogo: Sasso non può,
infatti, non far subito pensare a qualcosa del
genere.
La sua prima citazione storica risale al 1150,
in un atto di enfiteusi. In seguito molti sono i
nominativi derivanti dal luogo come ad esempio il cognome Sassi rimasto poi molto comune nell’imolese dal 1300.
I signori di Sasso erano inizialmente i Sassatelli, potente famiglia imolese, ai quali si deve
l’erezione della Chiesa; in seguito il borgo
andò in mano a Cosimo Morelli.
Nel XV secolo la popolazione sentì il bisogno
di un oratorio, che fu ultimato ufficialmente il
15 luglio 1573. Ai Sassatelli si concesse di
potervi far celebrare la Messa e loro si deputarono a custodi dell’oratorio medesimo. Tutto questo risulta all’atto del notaio Giovanni
Battista Pascoli, cancelliere vescovile, del 15
novembre 1573.
In seguito, il 12 maggio 1620 i Sassatelli vendettero il proprio palazzo, l’annesso giardino
e la Chiesa ai signori Alessandro e Giulio Papotti.
Dal passaggio della proprietà dai Papotti
a Cosimo Morelli (1° luglio 1777), iniziò per
Sasso un periodo particolarmente importante
perché Cosimo Morelli cercò di farne, da piccolo e oscuro borgo qual era, un vero e proprio paese. Da allora Sasso unì il suo vecchio
nome al cognome del suo nuovo signore, divenne così Sasso Morelli. Tra il 1780 e il 1785
sorse infatti una nuova Sasso. Un architetto
e progettista di ammirati palazzi e maestose
cattedrali, tra cui S.Cassiano, diede alla chie-
22
sa una nuova e più vasta forma. Inoltre sostituì
le vecchie case della borgata con delle nuove
costruzioni a porticato, distribuite al fianco di
una piazza, che diedero all’insieme un aspetto grazioso e piacevole. Infine morì a Imola il
26 febbraio 1812, ormai ridotto in miseria.
Bambini nel Rio Correcchio (1903)
Foto U. Tamburini, Imola
Famiglia contadina (Canél) con l’uva appesa al muro
della casa per fare il “vin santo” (anni 10)
La raccolta dell’uva
ai tempi dei nonni
La coltura della vite è da sempre molto diffusa al piano e sui monti dell’Emilia Romagna,
regione che vanta una serie di vini celebri.
Nelle colline troviamo l’Albana di Bertinoro,
il Sangiovese, il Trebbiano, il Lambrusco di
Castelvetro, il Bianco di Scandiano, il Barbera di Langhirano e il Gutturnio dei colli piacentini. Il piano offre il Lambrusco della pianura modenese, il Salamino di Santa Croce
di Carpi, il Lambrusco graspa rossa di Fabbrico, la Lancellotta e la Fogarina reggiane, il
Vino rosso del bosco di Ferrara e il Pomposa
bianco.
Un tempo gli attrezzi legati alla vite non si discostavano da quelli della tradizione agricola,
inoltre veniva impiegato il roncolo o pennato
per potare e un coltello tascabile fatto a roncolo usato per innestare o staccare i grappoli
d’uva alla vendemmia. Per “dar l’acqua alla
vite” si usava una botte adattata su di un biroccio munita di una pompa e di uno spruzzo per spargere il solfato di rame; a volte il
contadino usava anche lo zolfo per difendere
l’uva.
I nonni raccontano che erano sia le donne
che gli uomini a mettere l’uva all’interno di
cesti con dei fori, quando erano pieni le donne spostavano l’uva in grandi contenitori e
con i piedi pigiavano gli acini. Attraverso un
foro usciva il mosto che veniva quindi messo
in grandi tini a fermentare per uscirne vino. Il
vino invecchiava nelle botti a robusta doga e,
passato o meno in damigiana, veniva imbottigliato con la luna propizia, di solito a febbraio.
Raccolta dell’uva
Una cantina ben attrezzata era costituita da
botti allineate di varia misura, una serie di mastelli, la mostatrice, damigiane, imbuti e bottiglie ben ordinate su assi appese alle pareti,
spesso coperte da fitte ragnatele.
In un angolo, generalmente il più buio, era
riposto il torchio per spremere vino, quanto
possibile, dagli acini già sfruttati. Il vino torchiato, oggi in disuso, diventò prezioso negli
anni magri. Questo tipo di vinificazione inoltre
non era propria solo dei contadini: anche in
città si usava vinificare nella piccola cantina,
dopo aver acquistato uva pregiata.
Botti di una cantina
23
Cantina con tini e torchio
Vendemmia a mano nei campi
La vinificazione oggi
L’evento della raccolta dell’uva, nella tradizione agricola, è sempre stato un momento
di festa collettiva. Qualunque sia il metodo
di raccolta prescelto, manuale o meccanico,
l’aspetto importante è che il grappolo e la sua
integrità vengano rispettati il più possibile. Nei
piccoli vigneti famigliari e nella produzione di
vini di pregio, la raccolta manuale continua a
essere il metodo migliore in quanto consente
di effettuare una corretta scelta dei grappoli
e di eliminare quelli non idonei . Una persona può cogliere, in media, 70-120kg di uva
all’ora.
24
L’uva intatta si conserva meglio durante il
trasporto in cantina, che dovrebbe avvenire
il più velocemente possibile. E’ buona norma, al fine di evitare la perdita degli aromi e le
fermentazioni anomale e batteriche, vinificare
l’uva nella stessa giornata di raccolta.
Per quanto riguarda il metodo meccanico,
l’impiego di macchinari permette di lavorare
molto più velocemente. La vendemmiatrice è
condotta da un operaio tra i filari. Egli aziona
dei battitori che si trovano nei lati della macchina, i quali fanno cadere l’uva in un nastro
che porta i grappoli dentro una vasca, collocata su un rimorchio. Una volta riempita la
vasca, l’uva è pronta per la partenza verso la
cantina, dove verrà trasformata in vino.
I vigneti
Gli stabilimenti enologici della CAVIM sono
situati in posizione ottimale per la ricezione
delle uve di tutto il territorio del comprensorio
di Imola, prodotte e conferite da diversi agricoltori.
Moderni macchinari per la raccolta
I nuovi macchinari hanno alleviato la fatica
degli agricoltori; la barra falciante ad esempio
serve per rimuovere foglie e rami inutili. Viene
impiegato anche l’atomizzatore, una macchina che passa tra i filari e spruzza veleno in
modo da rendere l’uva invulnerabile ai parassiti.
I Vigneti si estendono nella parte collinare e
pedecollinare a Sud della Via Emilia nei Comuni di Castel San Pietro Terme, Dozza, Imola, Casal Fiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice e Castel del Rio.
Questi territori sono adatti alla viticoltura grazie
al loro suolo molto argilloso, non tanto fertile,
e al clima estivo tendenzialmente siccitoso,
Un atomizzatore
25
caratteristiche che permettono di conseguire
basse produzioni per ceppo, ma con caratteristiche qualitative eccellenti. La parte pianeggiante del territorio compresa nei Comuni
di Mordano, Castel Guelfo di Bologna, Medicina e Imola, è costituita da terreni alluvionali
di medio impasto con prevalenza della componente argillosa quindi abbastanza fertili, ma
non idonei ad una vegetazione estesa.
Da questi vigneti hanno origine i vini di qualità
a denominazione di origine controllata: i DOC
Romagna con il Sangiovese anche nella tipologia Superiore e Superiore Riserva, il Trebbiano e l’Albana; le DOC Colli di Imola con
Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Novello; i
DOC Reno con Pignoletto e Montuni.
Le uve vengono sottoposte in fase di raccolta
ad una accurata selezione, vinificate in purezza con le più aggiornate tecniche etnologiche
ed in osservanza dei rispettivi disciplinari di
produzione.
2 - L’uva viene così scaricata nelle tramogge
dove inizia la lavorazione. Subisce una prima
pigiatura, poi tramite tubature e pompe giunge alle presse: lì si ricava il mosto e si scartano
le vinacce, che rappresentano il 15% dell’uva
pressata. Le presse lavorano lentamente,
perché la qualità del vino è alta quanto meno
è violenta la pressatura dell’uva.
Preparazione
del vino
Come ogni altra azienda produttrice di vino, la
CAVIM impiega moltissimo tempo, macchinari
e personale per dar vita a una singola bottiglia
di vino. (Firmata CAVIM, ovviamente!)
1 - I carri dell’uva entrano in cantina, vengono
pesati e arrivano in una stazione rifrattomerica dove viene determinato il grado zuccherino dell'uva, normalmente più alto nell'uva di
collina. Il grado zuccherino determina il grado
alcolico del vino. Viene scartata l'eventuale
uva non idonea alla produzione del vino: in
questo modo ogni socio viene pagato in base
alla qualità e alla quantità di ciò che ha portato.
26
3 - Il mosto viene portato in vasche d’acciaio
dove avviene la fermentazione: è un processo
bio-chimico dove i lieviti trasformano lo zucchero dell’uva in alcool e anidride carbonica.
Dopo questo processo che dura un paio di
giorni l’uva è già diventata vino.
Oltre a queste produzioni la CAVIM fornisce
anche vino sfuso e in bottiglia, o anche in fusti
per la vendita alla spina, ognuno caratterizzato da un buon rapporto qualità-prezzo!
I vini in bottiglia spaziano dal Rodrigo Brut
al Trebbiano, dal Sangiovese al Chardonnay
Blumanne, dal Cabernet Sauvignon Alegio al
Reno Doc Pignoletto Lutio.
4 - L’uva viene posta in vasche frigo dove la
temperatura è mantenuta bassa per preservare l’aroma del vino. Infine macchinari appositi
filtrano diverse volte il vino ancora torbido.
Nell’uva rossa buccia e mosto fermentano
insieme: la buccia cede tutte le sostanze e
gli aromi coloranti al mosto, il quale assume
così il caratteristico colore rosso. Infine dopo
la fermentazione vengono eliminate le bucce.
I vini di punta della cantina sono:
il Sangiovese di Romagna Doc Superiore
I diversi tipi di vino
Dai vasti territori la CAVIM ricava i seguenti
vini di qualità:
Le Doc Romagna con
- il Sangiovese Superiore e Superiore Riserva;
- il Trebbiano;
- l'Albana.
Le Doc Colli di Imola con
- Chardonnay;
- Cabernet Sauvignon;
- Novello.
Le Doc Reno con
- Pignoletto
- Montuni
E’ prodotto da uve Sangiovese. E’ un vino
rosso, e il suo odore si presenta intenso con
sentori di frutta matura. Il suo sapore in bocca è secco, morbido, tannico, persistente ed
equilibrato. Si abbina a pasta al ragù, arrosti
di carne e formaggi stagionati.
Si serve a temperatura ambiente, dopo averlo
stappato almeno un’ora prima.
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il Sangiovese di Romagna Doc Superiore Riserva.
Vendita del vino
Il vino prodotto prende... diverse vie! Per il 20%
viene portato al punto vendita della CAVIM a
Sasso Morelli, dove si vende direttamente al
pubblico. Il restante 80% viene venduto all'ingrosso. Il miglior acquirente è la cooperativa
CAVIRO, alla quale la CAVIM conferisce il 35
% della produzione annuale.
Vendita al dettaglio
E’ prodotto da uve Sangiovese. E’ un vino
rosso, ha profumi molto intensi di frutta matura e speziati dall’invecchiamento in rovere.
Il suo gusto è secco, morbido e tannico, con
una lunga persistenza nella bocca. Si può
abbinare ad arrosti, selvaggina e formaggi
stagionati. Si serve a temperatura ambiente,
dopo averlo stappato almeno un’ora prima.
Scaffali con bottiglie pronte per la vendita,
28
Bibliografia
• A
AVV,
La vite. Varietà, impianto e potatura,
Firenze, Giunti, 2009.
• D
all’Ara, V., CAVIM. La passione per il vino è
un respiro antico, 2006.
• M
elotti, R., Corporate governante ed evoluzione degli strumenti di controllo di gestione
nelle cooperative vinicole, tesi di dottorato
di Ricerca in Economia Alimentare, 2007.
• V
ioli, F., “Gli attrezzi del lavoro contadino”,
Cultura popolare nell’Emilia Romagna, Milano, Silvana Editoriale, 1982.
• “
Cooperative Agroalimentari” , Imola Insieme 2011, annuario della cooperazione
imolese,supplemento al numero 27 del 16
luglio 2011 de “Il Nuovo Diario Messaggero”.
• C
antina sociale San Biagio 25 anni insieme
(depliant illustrativo)
29
La Cooperativa Ceramica di Imola
classe 3E
Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa”
insegnanti: Chiodini Candia e Folli Moreno
Indice
Nascita di una cooperativa
di Denise Bertini, Chiara Bottecchia, Anna Giaconìa, Marco Macchia, Luca Moscato
Gio Ponti, la ceramica e… noi
di Arianna Accordi, Vanessa Martignani e Veronica Pederzoli
Appendice: il “nostro” Garofano blu
di Filippo Daporto, Chiara Bottecchia, Denise Bertini, Marco Macchia,
Luca Moscato, Anna Giaconia, Emilie Rossi, Veronica Pederzoli
30
Nascita di
una cooperativa
Giuseppe Bucci nel 1874 decise di cambiare
l’azienda in cooperativa, scelta che si rivelerà vincente, sebbene fatta in un momento di
difficoltà economiche per il paese. La scelta
industriale era indispensabile per stare al passo degli altri stati europei, però mancava la
spinta verso la grande industria.
Da qui incomincia la storia della cooperativa
che è divisa in vari elementi che si sviluppano nel tempo. La difficoltà maggiore per le
aziende era il settore della produzione che
non trovava le condizioni economico-sociali
adatte. E’ anche vero che le cooperative sorte nell’Italia centro-settentrionale non ebbero
alcun aiuto. L’idea nacque quando tutti unirono le proprie idee formandone una migliore.
Ciò alimentava le speranze di Giuseppe Bucci
che appoggiava l’idea della cooperativa. Imola era una delle città nella quale nasceva la
cooperativa.
Oltre a Imola altre manifatture erano nate
nell’età napoleonica e avevano retto la concorrenza alle botteghe. Le botteghe erano di
scarso rilievo mentre la ceramica era molto
più importante. Una di queste era quella di
Vincenzo Mirri che però dopo poco tempo
fallì. Era invece andata bene la cooperativa di
Tommaso e Giovanni Bucci anche se dovevano superare crisi interne. Questa coopera-
tiva produceva stoviglie e terraglie che Sante
Bucci riuscì a far diventare oggetti di tipo artistico.
Nel 1871 la gestione passò al figlio Giuseppe
che portò avanti l’azienda da solo. Giuseppe
Bucci voleva una trasformazione in senso cooperativo, anche se era una scelta rischiosa
per i suoi lavoratori perché richiedeva capitale
ed era molto complicata. Furono anni difficili,
non avevano amministratori e quindi dovevano sperimentare la forza della fratellanza e
dell’unione.
Tra Bucci e la sua cooperativa c’era un forte
spirito di unione che non poté durare a lungo
perché a causa di disguidi Bucci fu arrestato.
In questo periodo Bucci lasciò una lettera in
sua memoria. Il successo della cooperativa
non poteva nascere da una singola idea ma
da un’associazione quindi si firmò il patto di
fratellanza che assicurava “amicizia reciproca”.
Grazie al patto ci fu un miglioramento che
fece aprire delle scuole serali di alfabetizzazione. Non tutti credevano nel miglioramento
e soprattutto lo vedevano con ironia. Andare
avanti, senza Bucci, era una vittoria. Il sette
marzo 1877 la fase sperimentale si concluse
e la società cooperativa di fabbricazione di
Majoliche e Stoviglie diventò legale.
Per la cooperativa venne fatto uno statuto
che rimase in vigore fino al 1906 quando venne sostituito con quello conforme al Codice
del Commercio.
31
Le funzioni amministrative erano in mano al
consiglio direttivo costituito da cinque operai che dovevano eleggere il Direttore e il suo
Vice. Le funzioni tecniche invece erano in
mano ai capi d’arte che avevano il compito
di distribuire il lavoro equamente e di sorvegliarlo.
I lavoratori erano divisi in:
- pittori
- formatori
- giornalieri.
Le prime due categorie erano specializzate
nel confezionamento, la terza categoria aveva
mansioni più semplici. Il Direttore controllava
l’andamento della cooperativa ed era affiancato da un segretario-contabile. A differenza
del Direttore il segretario contabile rappresentava la continuità e perciò non cambiava
quasi mai. Gli unici segretari-contabili furono
Lorenzo Sangiorgi dal 1878 al 1911 e Gioacchino Zambrini, dal 1911 al 1935.
La correttezza amministrativa era controllata
da tre sindaci nominati fuori dalla cooperativa;
molti cittadini occuparono questa carica politica, che li fece diventare importanti. Il capitale
era stato stabilito di 30.000 lire, suddivisi in
600 azioni di 50 lire ognuno che poi venivano
comprate dai soci. In seguito il capitale diventò di 24.000 lire e le azioni 480. Furono molto
di aiuto la Banca Popolare e la Cassa di Risparmio. La Banca Popolare nacque nel 1871
grazie ai principi ispiratori di Luigi Luzzatti.
Questo fu un passo importante e Luzzatti fu
appoggiato da Luigi Bucci perché si voleva
dare vita a una banca per i bisogni di tutti, per
fare tutte le operazioni che riguardavano la
cooperativa nel settore operaio e mutualistico. I lavoratori erano divisi in soci e non soci.
Quando si avevano ventuno anni, si poteva
diventare soci; i soci erano divisi in effettivi e
cooperanti.
Entrambi i gruppi erano importanti, però i cooperanti potevano essere eletti alle cariche
sociali. I soci erano un numero da 31 a 39
circa nel 1890. Ai lavoranti che non tenevano
un comportamento corretto, venivano comminate pene anche molto gravi. Per mandare
32
avanti la società bisognava avere uno statuto
che, quando non veniva rispettato, punisse i
lavoratori con la sospensione.
Perciò vennero presi numerosi provvedimenti
per quelli, ad esempio, che si allontanavano
dalla fabbrica o per quelli che creavano disordine. In questo periodo veniva sfruttato il
lavoro minorile, così venne creata una legge che impediva di far lavorare i ragazzi con
meno di 12 anni e che non si potevano affidare lavori troppo impegnativi. I lavoratori erano
analfabeti. Comunque sia si ricevevano delle
istruzioni dalle scuole elementari e anche dalla cooperativa quando si iniziava a lavorare.
Le scuole di istruzione erano serali e potevano partecipare anche gli adulti, pagando; la
scuola insegnava molte materie.
La cooperativa voleva espandere i suoi confini sempre più e quindi faceva entrare i figli
dei lavoratori. L’impegno della cooperativa d’
Imola con i suoi esperti lavoratori aiutò le società di Forlì e Cotignola e vari Ospizi e Cucine
d’ Imola. Aiutavano anche a formare le pensioni e i sussidi con versamenti e contributi.
Inoltre la cooperativa teneva conto di tutte le
malattie per mezzo dei certificati medici. Sia
gli ammalati che gli anziani ricevevano una
pensione. Bisognava tenere in pareggio il
bilancio per saldare i conti. Perciò bisognava aumentare il capitale per la produzione e
creare un magazzino dove mettere una sicura
quantità di prodotti. In quegli anni Venezia decise di rappresentare il Veneto con i prodotti
della cooperativa.
Dato che accadde ciò, la cooperativa decise
di aumentare la mano d’opera e di conseguenza la produzione allargando la fabbrica,
ma questo era difficile non avendo molto capitale a disposizione. Le condizioni di salute
erano molto disagevoli e quindi molti medici
entrarono nell’impresa di migliorare le condizioni di lavoro degli operai.
Nel 1881 si iniziò ad allargare la fabbrica con
un piccolo archivio e in più venne aggiunta una
piccola stufa. Proprio mentre la cooperativa
stava migliorando, Giuseppe Bucci, il 9 ottobre dello stesso anno, morì. Dopo la morte di
Giuseppe Bucci l’uomo che mandò avanti la
cooperativa fu Lorenzo Sangiorgi. Egli stette
sempre attento a non rovinare la sua reputazione. Facendo opere industriali, per comodità, creò un inventario per tenere sotto
controllo tutti i prodotti. Un altro uomo che
aiutò la cooperativa fu l’onorevole Giovanni
Codronchi che era sempre attivo nell’ambito
dell’occupazione dei lavoratori. Tutti i lavoranti partecipavano in modo democratico alle riunioni. Questo serviva anche ad aiutare gente
colpita da calamità naturali. Alla cooperativa
ceramica si rivolgevano sempre più cooperative dalla quale prendevano esempio anche
per lo statuto.
33
Gli artisti erano suddivisi in artisti e apprendisti; gli apprendisti dovevano ancora frequentare la scuola per migliorare la propria arte.
Il tempo che bisognava lavorare ogni giorno
era di otto ore mentre i ceramici lavoravano
circa dieci ore che potevano variare. I lavoranti artistici venivano pagati a ore mentre gli
altri venivano pagati a cottimo. Il nuovo lavoro
veniva svolto dai giovani artisti e se ci fosse
stata la chiusura della cooperativa sarebbero
tornati al lavoro comune. In fine la cooperativa riuscì a presentarsi in ottime condizioni al
congresso di Torino.
Le industrie e le associazioni che volevano
mettersi in luce, utilizzavano i prodotti della società di Imola. Ma furono soprattutto le
grandi esposizioni a far primeggiare Imola
nelle manifestazioni e opere di beneficenza; i
premi e le medaglie che ricevettero fecero per
molti anni bella figura. A Torino vinse tre medaglie che dimostravano come era ben organizzata. Ma il vero successo lo ebbe quando
aumentò la richiesta di prodotti. La cooperativa garantiva i soldi che dovevano poi essere
ammortizzati. Il Direttore, a differenza degli
altri, non riceveva uno stipendio, però riceveva esclusivi compensi per le missioni svolte;
questo perché non era un ruolo fisso e veniva
a volte sostituito dal primo artista.
Gio Ponti,
la ceramica… e noi
Quando Gio Ponti
arrivò a Imola……
Ponti capita ad Imola per caso, durante una
sosta dal tragitto verso Faenza. L’uomo si
avvicina alla porta d’ingresso e chiede gentilmente di poter visitare l’azienda. Tutto questo
accadde nel dopoguerra,e suscitò curiosità
ed imbarazzo a chi era lì ad assistere al suo
arrivo perché nessuno di così importante si
era mai interessato del lavoro della cooperativa. Fu un fulmine a ciel sereno come spiegano i testimoni del suo arrivo ,il motivo di tutto
questo imbarazzo e stupore è che la grande
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umanità di Ponti ha conquistato in men che
non si dica i ceramisti imolesi e dimostrato
l’umiltà del grande artista.
La sua bravura e la sua innovatività nelle
espressioni artistiche spinse la cooperativa a
chiedere la collaborazione di gio ponti sulla
produzione della ceramica.
I progetti realizzati da questo grande artista si
sono sommati e ora si possono elencare evidenziando la soddisfazione che solo le grandi
crescite professionali possono far emergere.
La ceramica: un materiale,
tanti materiali
Il garofano blu
Gio Ponti è il primo artista che stravolge la
tabella colori del Garofano,il decoro delle ceramiche di Imola, reinventato in tre toni di blu
per diventare appunto il Garofano Blu ,gli altri
ceramisti imolesi definivano questo stravolgimento nient’altro che una “semplice genialata”. Da trent’anni quindi la ceramica imolese
continua a creare ceramica contemporanea
e” futuristica” come fece il grande Gio Ponti
inventando il garofano blu .
Il termine “’ceramica” comprende tutti gli oggetti ottenuti dalla lavorazione e cottura di terra impastata con acqua. L’argilla è alla base
di tutti i prodotti ceramici. Le argille sono terre
contenenti silicato di idrato di alluminio, sostanze organiche e metalli diversi. I prodotti ceramici sono differenti fra loro a seconda
delle percentuali di questi metalli all’interno
dell’argilla.
L’argilla diventa malleabile con l’aggiunta acqua, diventa solida se essiccata e molto dura
se sottoposta a cottura.
I materiali più usati nel campo della decorazione artistica sono:
-La terracotta, è ottenuta da una sola cottura
di un impasto di semplice argilla; ha un aspetto grezzo, poroso e il suo colore va dal giallo
al rosso cupo a causa della quantità di ossido
di ferro contenuto in essa.
35
-La maiolica, è ottenuta rivestendo con certi tipi di smalti bianchi la stessa terracotta (
chiamata anche biscotto se usata per produrre certi tipi di materiale ) su cui si decora ;
così trattato viene poi cotto di nuovo.
-La porcellana, è ottenuta dalla decorazione
di un impasto di argilla composto da minime
parti di quarzo, feldspato e , soprattutto, caolino. Il bisquit (biscotto),parola inglese usata per definire questo tipo di materiale è poi
smaltato con la cristallina, cotto , decorato e
cotto nuovamente. Dopo la seconda cottura, il prodotto deve risultare traslucido, bianchissimo, duro e vetroso ,a causa del caolino
contenuto nell’impasto. Il caolino, infatti, può
raggiungere altissime temperature senza fondere e deformarsi. Le porcellane sono prodotti di pasta bianca,vetrificata e traslucida se
lo spessore è scarso. Vetrinata o no,questa
pasta è raramente grigia o giallastra.
-La terraglia, si ottiene dalla cottura di argille il
cui impasto contiene feldspato, quarzo e piccole quantità di caolino che non può raggiungere le stesse temperature, altrimenti fonderebbe, deformandosi. Il prodotto della seconda cottura è grigiastro, meno lucido e duro
della porcellana perché il caolino è presente in
minori quantità; ma ha il valore di avere costi
inferiori.
La terraglia è comunemente detta ceramica.
La terza cottura a cui l’oggetto di ceramica
36
è sottoposto dopo che è stato cotto prima
l’impasto argilloso e in seguito lo smalto o cristallina. Dopo la prima cottura (che si aggira
intorno ai 1000°C per tutti gli impasti), la ceramica prende nome di biscotto (bisquit per
la porcellana). La pittura del biscotto è detta
“decoro sottosmalto”; il pezzo di ceramica
poi viene rivestito con la cristallina ,cioè uno
smalto trasparente, e nuovamente cotto in
seconda cottura dai 950 ai 1300 °C a seconda dell’impasto.
I biscotti destinati a rimanere bianchi o alla
decorazione a terzo fuoco, invece, vengono
ricoperti solo di cristallina e cotti in seguito
con tem-perature attorno ai 1000 °C per due
volte ;I prodotti così ottenuti sono pitturati e
nuovamente cotti sotto i 900°C , si tratta della terza cottura. Le temperature, nelle diverse
cotture, variano a seconda dell’impasto ceramico.
La ceramica: storia di un
materiale, storia dell’uomo
ANTICHITA’
Nell’ antichità gli uomini primitivi utilizzavano
l’argilla per costruire qualunque cosa ,perché
era l’unico materiale che resisteva nel tempo
.Quindi le origini dell’argilla sono veramente
molto antiche.
MESOPOTAMIA
Usata per costruire case e palazzi delle città
della Mesopotamia, l'argilla ha avuto un ruolo
effettivamente importante anche nell'invenzione della scrittura. Alla fine del IV millennio
a.C., i Sumeri svilupparono questo straordinario mezzo di comunicazione utilizzando tavolette d'argilla che venivano con il famoso
stilo appuntito.
EGITTO
Ma fu l'antico Egitto il vero scopritore dell’argilla in tutti i suoi utilizzi. I papiri egiziani rivelano che, circa 3000 anni prima della nascita
di cristo, i medici dei faraoni facevano uso
dell'ocra gialla, che è una terra argillosa e curativa usata per curare ogni tipo di malattia,
ferite, lesioni. Utilizzavano l'argilla perfino per
la mummificazione del corpo dei defunti.
ANTICA GRECIA
Gli antichi greci la chiamavano la “terra di
Lemno”, dal nome dell’isola da cui proveniva
e nella quale si trovavano importanti cave studiate anche da un celebre anatomista greco,
che la considerava un rimedio unico.
successo , descrive l’utilizzo dell’argilla con
grande ricercatezza dei particolari. Anche
Marco Polo ne parla nei suoi appunti di viaggio nelle terre lontane e sconosciute
Nel medioevo in Italia la porcellana ,era un
materiale molto prezioso. Segno di ricchezza ,quando venne esportata le corti europee
iniziarono a ricercare in tutt’ Italia le creazioni
più pregiate in porcellana per abbellire le corti
stesse ed i palazzi. Ogni corte aveva un simbolo che veniva riprodotto sulle maioliche e
sulle creazioni in porcellana.
Appendice:
il “nostro” Garofano blu
MEDIOEVO
Nel Medio Evo il medico e filosofo persiano
Avicenna, nella sua opera “Canone della Medicina” un libro di medicina che ebbe molto
37
La cooperativa sociale “l’Arca”
classe 3B
Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa”
insegnanti: Chiara Palmisano Avallone , Candia Chiodini
Indice
Le cooperative:
motivazioni, senso e storia
Cos’è una
cooperativa sociale?
Le motivazioni
della nostra scelta
Cooperativa sociale l’ arca
Conclusioni
Un’idea per un nuovo logo
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Le cooperative:
motivazioni, senso
e storia …
Abbiamo iniziato a parlare di cooperative
quando la nostra professoressa ci ha coinvolti
nella preparazione di un progetto sulla cooperazione. Così abbiamo cercato prima di capire cosa sono, quali motivazioni le animano e
anche di conoscere un po’ la loro storia.
Lo sviluppo della cooperazione è andato sin
dalle origini di pari passo con la crescita economica, sociale e culturale dei soci cooperatori e di tutti gli individui coinvolti: è una sorta
di risposta a bisogni economici, spesso intessuta di forti valori e motivazioni.
Dopo la prima rivoluzione industriale molti
pensatori, a cominciare da Thomas Morei,
ipotizzarono forme sociali più giuste. È il 1833
l’anno che vide l’apertura di un primo negozio cooperativo a Rochdale, in Inghilterra, che
però fallì nel 1835.
L’esperienza tratta da questo fallimento consentì ad un gruppo di lavoratori tessili della
stessa città (i Probi Pionieri) di riprendere in
seguito l’iniziativa, con più successo rispetto
alle altre tentate fino a quel momento: così il
21 dicembre 1844 nacque la prima cooperativa di consumo che riuscì a resistere alla
costante sfida dell’economia di mercato. La
ragione strutturale dei fallimenti avuti prima di
Rochdale va ricercata nel fatto che, in precedenza, i negozi vendevano i generi a prezzo
di costo, ma ciò significava non avere alcuna
misura della propria efficienza, né alcuno spazio per investire, innovare, ovvero, in qualche
modo, ampliare la propria attività. Da Rochdale in poi, invece, le cooperative iniziarono a
vendere a prezzo di mercato, ovvero, ancora
meglio, al prezzo migliore esistente sul mercato, a prezzi non gravati da rendite speculative.
Il gruppo dei Probi Pionieri diede vita ad uno
Statuto, espressione degli obiettivi cooperativi, le cui finalità di fondo ancora oggi sono un
punto di riferimento per milioni di cooperatori
in tutto il mondo. Le cosiddette cooperazioni
difendevano il costo del lavoro e garantivano
un’assistenza materiale e spirituale. Tuttavia,
la corporazione era un’associazione chiusa,
mirante a garantire la tranquillità economico sociale dei suoi membri.
Gli anni successivi furono pieni di nuove iniziative di cooperazione, in particolare in Germania.
Dopo il 1848 nacquero anche le Banche Popolari e le Casse Rurali, con lo scopo di far
accedere al credito artigiani e contadini attraverso la raccolta dei risparmi.
Uomini di cultura sensibili ai problemi sociali
realizzarono associazioni volontarie e i lavoratori più istruiti e coraggiosi costituirono società operaie o società di mutuo soccorso, che
prevedevano il versamento settimanale di un
contributo, grazie al quale gli associati potevano contare su una assistenza reciproca,
mutua, in caso di malattia, infortuni o morte.
Da queste esperienze derivarono le prime forme di cooperazione, come ad esempio le cooperative di consumo, nate per procurare ai
soci gli alimenti essenziali di qualità e a prezzi
contenuti.
Nella prima metà del XIX secolo dunque nacque l’idea di un’economia cooperativa fondata su principi che sono ancora oggi rispettati.
Cosa succedeva in italia?
I vari governi italiani, fino alla metà dell’ ‘800,
non appoggiarono mai i progetti cooperativi
ed anzi a volte emersero atteggiamenti perfino
avversi nei loro confronti. Le prime esperienze
cooperative ebbero inizio con un decennio di
ritardo rispetto all’Inghilterra e trovarono sviluppo soprattutto (se non esclusivamente) nel
39
nord, dove operavano le Società Operaie e le
Società di Mutuo Soccorso.
Dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino aprì la
prima cooperativa italiana, il Magazzino di
Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di
una grave carestia agricola ed il conseguente
rincaro dei prezzi. Due anni dopo verrà costituita la prima cooperativa italiana di produzione e lavoro, l’Associazione artistico vetraria di Altare (Savona). Promosse da liberali e
repubblicani mazziniani, le cooperative trovarono vasto consenso e arricchirono il movimento politico e sindacale di emancipazione
dei lavoratori. La cooperazione fu considerata
strumento di inserimento non conflittuale delle classi operaie, dei braccianti e dei contadini
nello sviluppo economico, quindi utile all’intera organizzazione sociale.
Altre iniziative interessanti nacquero nel 1863
a Firenze, grazie all’attività di alcuni nobili e
borghesi illuminati, con la Società Cooperativa di Consumo per il Popolo e ancora, due
anni dopo, a Como, dove nacque la prima
cooperativa italiana con uno Statuto modellato sui principi di Rochdale, redatto da Francesco Viganò, che ebbe la possibilità di girare
l’Europa e conoscere le realtà già avviate negli altri Paesi.
Gli ultimi decenni del secolo, dopo l’unità
d’Italia, furono decisivi. Anche nel Bellunese
iniziarono a sorgere piccole latterie e cooperative: grazie a Don Antonio della Lucia nel
1872 nasceva a Forno di Canale la prima Latteria Cooperativa d’Italia e successivamente il
20 luglio 1888 ad Agordo si fondò la Federazione delle Latterie Agordine con il compito di
confezionare e smerciare il burro.
Negli anni successivi le iniziative si moltiplicarono, ma solo nel 1893 il fenomeno si concretizzò nella Lega Nazionale delle Cooperative
e Mutue.
40
La lega nazionale
delle cooperative
La Lega nacque per aggregare le diverse cooperative. Le imprese iscritte, attraverso di
essa, ebbero la possibilità di far sentire la propria voce, le proprie ragioni e di far valere gli
interessi comuni in ambito nazionale, anche
se i governi conservatori di fine ‘800 si dimostrarono sospettosi verso qualsiasi esperienza che comportasse un ampliamento della
democrazia.
La neutralità dello Stato nelle controversie su
questioni economiche tra operai ed imprenditori si affermò però ben presto, con la vittoria
in Parlamento del partito liberal – democratico di Giovanni Giolitti.
L’alleanza cooperativa
internazionale
Attualmente la nuova problematica del sistema cooperativo italiano ed internazionale, da
cui deriva l’impegno della Lega delle Cooperative e delle altre Centrali cooperative (e di
conseguenza quello dell’ACI, Alleanza Cooperativa Internazionale è quella di disegnare
un preciso quadro normativo che sia punto
di riferimento dell’intero movimento e renda
riconoscibile la qualità dell’impresa cooperativa rispetto agli altri modelli d’impresa.
Il valore sociale della cooperazione, del resto,
ha trovato riconoscimento nella Costituzione
Repubblicana, nella quale risulta fondamentale la tutela dei diritti sociali e il ruolo di rilievo
delle classi lavoratrici nella vita politica e sociale della Nazione. In questo senso l’Articolo
1 recita:
“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”,
ed in questo contesto si inseriscono il riconoscimento del valore sociale della cooperazione e il dovere da parte dello Stato di promuoverne e favorirne l’incremento, assicurando-
ne il carattere e la finalità, come è espresso
nell’Articolo 45: “La Repubblica riconosce la
funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione
privata. La legge ne promuove e favorisce
l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e
le finalità”.
Ma il significato della cooperazione non ha
solo un fondamento di carattere sociale, bensì rappresenta una realtà fondamentale per
l’economia italiana: il modello cooperativo si
rivela efficace sia in grandi aziende (leader nei
settori della distribuzione, delle costruzioni,
assicurativo/finanziario e Agro – alimentare),
sia in piccole imprese, diffuse su tutto il territorio nazionale e operanti nei mercati più disparati (dalla pesca all’agricoltura, dal turismo
all’editoria, dallo spettacolo ai servizi sociali e
sanitari, dal terziario più avanzato al manifatturiero innovativo).
“Una cooperativa è un’associazione autonoma di individui che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici,
sociali e culturali e le proprie aspirazioni attraverso la creazione di una società di proprietà
comune e democraticamente controllata“;
questa è la definizione di cooperativa contenuta nella “Dichiarazione di identità cooperativa“ approvata dal XXXI Congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, a Manchester nel 1995.
Le cooperative sono dunque basate su valori come quello dell’autosufficienza (il fare da
sé), dell’autoresponsabilità, della democrazia,
dell’eguaglianza, dell’equità e solidarietà. Secondo le tradizioni dei propri padri fondatori, i
soci delle cooperative credono nei valori etici
dell’onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell’attenzione verso gli altri:
valori ripresi dallo statuto dell’ACI, fissati come
priorità alle quali attenersi anche per conciliare le differenze che continuano ad esistere tra
le varie cooperative. Già i “Pionieri di Rochda-
le“ avevano maturato una forte coscienza democratica di cui diedero prova stabilendo dei
principi che sono ancora oggi un valido punto di riferimento, come il concetto di “porta
aperta“ (il diritto di associarsi per chiunque ne
abbia la volontà ed i requisiti statutari), il principio “una testa un voto“ (il pari diritto di voto
per ogni socio, a prescindere dalla quantità di
capitale sociale investito). Seguendo tali principi ed innestandoli nella sua peculiare forma
societaria, la cooperativa può tuttora essere
letta come un valido strumento di solidarietà
e di partecipazione democratica, esercitabile
attraverso una particolare tipologia d’impresa,
nata come risposta alla subordinazione e allo
sfruttamento delle masse popolari, e capace
di adeguarsi e rinnovarsi secondo l’evoluzione dell’economia e della società.
Gli elementi
della cooperativa:…
Il primo elemento distintivo di una cooperativa
è la democrazia, cioè l’assunzione delle decisioni su base capitaria e non in base alle quote di capitale sociale. L’applicazione di questo elemento prevede che ogni socio abbia
diritto ad un solo voto (principio “una testa,
un voto”) a prescindere dal valore del capitale
sottoscritto, come invece accade nelle altre
imprese di capitali.
La seconda differenza riguarda le finalità
dell’impresa: mentre scopo delle società di
capitali è il conseguimento del profitto, il fine
delle cooperative è la mutualità.
La centralità della persona, il primo tra i valori cooperativi, costituisce il vero vantaggio
competitivo della cooperazione. Il motivo che
spinge ad aderire alla forma societaria di cooperativa è la possibilità di conseguire vantaggi
mutualistici e non solo una profittevole remunerazione di quanto investito.
Il movimento cooperativo attualmente riveste
41
un ruolo rilevante nelle economie nazionali: i
principi ispiratori della mutualità e della solidarietà, devono però fare i conti ed accompagnarsi con i canoni di efficacia ed efficienza,
tipici dell’agire privatistico.
Con questo paragrafo volevamo mettere in
evidenza, attraverso lo studio della nascita
delle cooperative le motivazioni che stanno
alla base del sistema cooperativo e su quali
radici si è sviluppato.
Poi in classe abbiamo incontrato il Sig. Dante
Pirazzini, Presidente di una Cooperativa sociale imolese, l’Arca, nata per aiutare persone
diversamente abili ad inserirsi nel mondo del
lavoro, affinché possano sentirsi parte di un
gruppo, considerati persone che valgono, utili
… E’ questo il valore aggiunto dello spirito che
anima una cooperativa sociale che abbiamo
voluto sottolineare in questo elaborato.
Cos’è una
cooperativa sociale?
Una cooperativa sociale è un particolare tipo
di società cooperativa. Le cooperative sociali sono imprese finalizzate al perseguimento
degli interessi generali della comunità, alla
promozione umana ed all’integrazione sociale
dei cittadini. Questo scopo è perseguito attraverso la gestione dei servizi socio-sanitari
ed educativi o lo svolgimento di attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di
persone svantaggiate.
Una cooperativa sociale, quindi, è un’impresa
che, a differenza delle imprese con esclusivo
fine di lucro, organizza le proprie risorse per
il perseguimento di scopi sociali ovvero per
soddisfare un bisogno collettivo.
Le cooperative sociali sono divise in due
grandi gruppi:
1 - le cooperative di tipo A che hanno il compito di gestire servizi socio-sanitari ed edu-
42
cativi e possono farlo sia direttamente sia in
convenzione con enti pubblici;
2 - le cooperative sociali di tipo B che possono svolgere le attività produttive (commerciali,
artigianali, industriali, agricole) e promuovono
l’integrazione sociale di persone a rischio di
emarginazione, attraverso il loro inserimento
lavorativo.
Questo tipo di imprese ha conquistato un ruolo come strumento privilegiato e specialistico
di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, di formazione professionale sul campo
e di promozione di una piena integrazione
sociale delle persone in difficoltà, fino ad avviarle anche all’inserimento lavorativo esterno
alla cooperativa.
Le risorse di cui dispone una cooperativa sociale devono, al pari di una società commerciale, essere organizzate imprenditorialmente
e ottimizzate sotto l’aspetto dell’efficacia e
dell’efficienza, ma prestando la massima attenzione alla qualità del servizio fornito, soprattutto in considerazione del disagio sociale
in cui si trovano gli utenti di tale servizio.
Le motivazioni
della nostra scelta
Ragionando insieme in classe, dopo che la
Prof. aveva selezionato alcuni logo di cooperative imolesi da proporci per sviluppare
la nostra ricerca, la scelta si è subito rivolta
verso una Cooperativa sociale, in particolare
su “l’ ARCA”.
I motivi che sono emersi dalle nostre discussioni si possono riassumere in alcuni punti: abbiamo trovato molto importante la possibilità che
viene data ai disabili adulti di trovare un lavoro,
di sentirsi quindi parte di qualcosa di grande
che per loro può essere una comunità di dipendenti, un gruppo di amici e colleghi e diventa il
modo per non sentirsi diversi, soli, inutili.
A questo proposito ci siamo interessati al primo articolo della Costituzione:
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al
popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti
della Costituzione”.
Questo articolo ci ha fatto molto riflettere
sull’importanza del lavoro che è garanzia per
ognuno della libertà di scegliere, di non essere sfruttati, dell’uguaglianza e della possibilità
di non sentirsi discriminati.
Come una società civile può affermare di rispettare questi principi se non li garantisce a
tutti e quindi anche a chi è diversamente abile, in nome del principio di uguaglianza?
Mentre visionavamo un video sulla Cooperativa l’ARCA, ci ha molto stupito il fatto di vedere persone che definiremmo “normali” che
convivono, si divertono e lavorano in completa armonia con altri adulti con problemi.
“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto
dei mezzi necessari per vivere ha diritto al
mantenimento e all’assistenza sociale… Gli
inabili ed i minorati hanno diritto a educazione e all’avviamento professionale…” Questo
articolo della Costituzione (Art. 38) ci ha fatto
ragionare su un altro punto importante: ogni
cittadino italiano più o meno “abile” ha diritto
a guadagnare almeno lo stretto indispensabile per vivere un’esistenza dignitosa ed ha
diritto anche ad essere educato e preparato
professionalmente, motivazione in più questa
che ci ha spinto a scegliere questa Cooperativa sociale: noi alunni di terza media sentiamo in modo particolare questo aspetto del
problema, perché tra pochi mesi dovremo affrontare una scelta difficile, quella della scuola
superiore anche in vista di una preparazione
professionale futura.
Inoltre ammiriamo molto lo sforzo di alcune
persone nel prendersi cura di chi non può
raggiungere questo risultato in autonomia.
Tutti i cittadini hanno il dovere e la responsabilità di rispettare e difendere con l’impegno
quotidiano questi principi così importanti per
la vita nelle comunità alle quali partecipano
tutti i giorni.
Grazie all’esempio dell’Arca abbiamo ragionato su un altro importante aspetto: l’attività
dei lavoratori di questa cooperativa. Difatti gli
adulti abili che vi lavorano devono avere pazienza, non devono temere il diverso, bensì
devono tutti i giorni seguirlo ed educarlo, senza pretendere differenza di stipendi, privilegi o
comunque diversità di trattamento, per l’ovvia
ragione che è lo scopo dell’Arca. In fondo in
questa Cooperativa, come in tutte quelle sociali, nelle piccole cose quotidiane si rispettano e si sviluppano i principi fondamentali della
nostra Costituzione: in particolare uno di essi
rappresenta il senso vero de L’ARCA, il terzo:
il principio di uguaglianza.
Questi sono i motivi più importanti che ci hanno spinto a scegliere questa Cooperativa sociale, ma per darvi meglio un’idea di come sia
strutturata L’ARCA, ecco di seguito una descrizione dell’organizzazione di questa azienda così particolare.
Cooperativa sociale
l’Arca
Per saperne di più abbiamo invitato in classe
l’attuale Presidente della Cooperativa, il Sig.
Dante Pirazzini, per porgli qualche domanda.
Questo è il resoconto dell’intervista:
Quando è stata fondata e da chi?
La cooperativa sociale l’Arca è nata dall’idea
dei genitori di alcuni ragazzi disabili con lo
scopo di occuparli in un lavoro stabile e farli
sentire persone inserite nella società.
’’L’obiettivo della cooperativa sociale L’Arca’’,
come è scritto nel suo statuto, ‘’è quello di
assicurare un lavoro alle persone disabili che
fanno parte a tutti gli effetti della forza lavoro
43
dell’azienda e che hanno validamente contribuito in tutti questi anni al raggiungimento dei
buoni risultati ottenuti.’’
La storia della Cooperativa inizia nel 1989,
quando il fondatore, Zotti Doriano, fratello di
una ragazza disabile, si licenziò dall’azienda
in cui lavorava come operaio. Per due anni
non ricevette lo stipendio e iniziò a lavorare
con alcuni ragazzi disabili in una stalla offertagli gratuitamente. Dal quel momento la cooperativa è andata avanti superando difficoltà
economiche anno dopo anno e raggiungendo un buon livello di sviluppo. Ora ha la sede
in via dell’Artigianato n.3.
Perché la cooperativa si chiama l’Arca?
L’arca è un simbolo: ci siamo ispirati all’Arca
di Noè che rappresenta la salvezza. Infatti è
questo lo scopo della cooperativa: far sentire le persone diversamente abili non diverse
e parte integrante della società. L’Arca è una
cooperativa che esprime il concetto di solidarietà, che offre un sostegno alle persone più
deboli e bisognose per garantire loro un lavoro, così importante nella vita di ogni persona,
facendo attenzione ai bisogni e problemi di
ciascuno.
All’inizio, come per tutte le cooperative sociali,
è stato molto difficile progredire e affermarsi,
ma dopo anni di sforzi e sacrifici, l’azienda è
riuscita a ‘’fiorire’’, dotandosi di moderni macchinari che permettono di accogliere le nuove
esigenze che il mercato del lavoro attuale richiede.
L’aggiornamento tecnologico rimane un impegno costante dell’azienda che, anche
in momenti di mercato non favorevole, ha
l’obiettivo primario di investire in innovazione
e tecnologia.
Chi lavora in questa cooperativa e qual è il
prodotto finale?
In questa cooperativa lavorano molte persone: ci sono sette operai abili, due impiegati di
44
cui uno si occupa dell’amministrazione e l’altro di acquisti e vendite, un gestore della
logistica e infine nove lavoratori diversamente
abili. La nostra cooperativa, attraverso la
lavorazione del filo di ferro, produce principalmente forniture per i negozi: carrelli della
spesa, ganci e scaffalature per l’esposizione
dei prodotti da vendere nei supermercati.
Le lavorazioni
L’azienda è dotata di moderni macchinari in
grado di eseguire svariate lavorazioni sul filo
metallico e nello stampaggio di lamiera.
LINEA STAMPAGGIO E PIEGATURA LAMIERA A CNC
LINEA DI PIEGATURA E PUNTATURA A CNC
PIEGATRICE PER FILO METALLICO A CNC
MACCHINA DI PUNTATURA SEMIAUTOMATICA
GRIGLIATI
La cooperativa sociale Arca si occupa principalmente della lavorazione del filo di ferro
necessario
alla produzione di:
PARTICOLARI AD USI INDUSTRIALI
ACCESSORI PER IMPIANTI AVICOLI:
GRIGLIE, CANCELLETTI, MANGIATOIE ETC.
ACCESSORI PER SUPERMERCATI
ARTICOLI VARI DA STAMPAGGIO LAMIERA
BOBINE IN FILO COTTO PER EDILIZIA
45
L’ARCA è in grado di sviluppare assieme al
cliente prodotti specifici e particolari che vengano richiesti.
Quali sono le particolarità del lavoro che fanno questi ragazzi?
La costruzione di questi oggetti è la fusione
del lavoro automatico, prodotto da macchine
innovative, con il lavoro manuale.
La particolarità della Cooperativa l’Arca sono i
macchinari: essi sono automatici, il che sarebbe molto positivo in una qualsiasi altra azienda, ma all’Arca la maggior parte degli operai
sono disabili: per questo motivo sono state
modificate le macchine rendendole in parte
manuali, in modo che alcune fasi del lavoro
possano essere eseguite dagli operai disabili.
Per esempio dopo la lavorazione i fili di metallo escono dalle macchine su scivoli e devono
essere ordinati nelle scatole manualmente.
Un’altra particolarità molto importante è che
non vi è differenza tra gli stipendi degli operai,
mentre in altre aziende la differenza tra essi è
significativa.
Uno dei servizi di cui godono i ragazzi non
completamente autosufficienti che lavorano
all’Arca è un servizio di trasporto, grazie a un
“pulmino” donato dalla SACMI e all’impegno
dei volontari (genitori, fratelli … che a turno li
accompagnano al lavoro).
Da dove ricavate il materiale e come lo lavorate?
Acquistiamo delle bobine di filo di ferro da 10
quintali circa l’una. Alcune macchine srotolano il filo che, passando attraverso rulli viene
steso. Successivamente altre macchine lo
modellano. Il prodotto finito si ottiene dalla lavorazione che consiste nella deformazione piegatura dei fili.
Questi oggetti vengono poi venduti a grandi
aziende, come Filomarket, SACMI e CEFLA,
3ELLE che provvedono alla commercializzazione.
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Quante ore di lavoro svolgono ogni giorno
tutti i lavoratori?
Gli operai lavorano dalle sette ore e mezza alle
otto ore al giorno, ad eccezione di due ragazze che attualmente svolgono un part time per
due giorni alla settimana. Durante la giornata
lavorativa si hanno dieci minuti di pausa alla
mattina e dieci minuti nel pomeriggio.
In questi intervalli ogni dipendente può socializzare con gli altri. Si ha poi un’ora per il pranzo consumato insieme in mensa e questo è
un momento conviviale molto importante nella giornata.
La vostra cooperativa riceve aiuti da altre
aziende imolesi?
Sì, altre aziende imolesi ci sostengono con
vari aiuti finanziari: la Sacmi qualche tempo fa
ci ha regalato un pulmino per il trasporto dei
ragazzi, ci ha aiutato pagando l’affitto per il
capannone e alcuni macchinari per la produzione; invece la Cefla ci aiuta particolarmente
nel commissionarci lavoro, ma non dimentichiamo altre aziende come la 3elle, la Cooperativa ceramica di Imola …
Anche l’Arca risente in questo momento della
grande crisi e attualmente l’aiuto più grande
che ci auguriamo sarebbe quello di ricevere
ordini di lavoro da parte di altre aziende del
nostro territorio.
Si sono creati legami tra i lavoratori?
Sì, tutti i lavoratori hanno creato rapporti affettivi, socializzano tra di loro, ma per migliorare
il clima di lavoro bisogna educare e seguire
chi ha più problemi. Un’azienda di questo tipo
è molto particolare, perché deve conciliare
le caratteristiche di produttività ed efficienza
con quelle espresse dalle finalità proprie della
cooperativa sociale, quindi anche le persone
che seguono gli adulti disabili devono essere
particolarmente sensibili e motivate.
Conclusioni
Le cooperative sociali sono vere e proprie
strutture imprenditoriali che, tuttavia, non
hanno come obiettivo primario solo la realizzazione del profitto economico, ma ricercano
la solidarietà sociale che è un bene della collettività: questo è il loro valore aggiunto.
Nel video sull’ARCA che abbiamo visto in
classe, abbiamo potuto constatare quanto, in
questa azienda attenta ai bisogni dei disabili,
l’abilità diversa venga valorizzata, e sia esaltata la voglia di collaborare e la scoperta di non
essere inutili.
Sappiamo che di certo ognuno di noi ha un
talento e in questa cooperativa ogni persona
ha scoperto il proprio e quindi sta cercando
di coltivarlo.
Non deve essere una disabilità a limitare la
voglia di vivere, perché essa non può togliere
il piacere di avere una soddisfazione frutto del
proprio impegno. Ricevere un riconoscimento
in denaro per il proprio lavoro, crea una soddisfazione enorme.
Il fondatore della Cooperativa è un esempio
per tutti noi: grazie alla sua forza di volontà
non si è fermato neanche nella difficoltà. Questi sacrifici sono stati necessari per creare la
cooperativa e questo è un gesto di generosità non solo verso le persone direttamente
coinvolte.
Un’idea per
un nuovo logo
Questo è l’attuale logo della Cooperativa che
compare nel sito e nella carta intestata.
Abbiamo pensato ad un suo sviluppo in modo
che l’immagine comunichi immediatamente i
principi che sono alla base della cooperativa.
CHISSÀ SE IL NOSTRO LOGO PIACERÀ AI
RAGAZZI DELL’ARCA?!?
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Terremerse
classe 3C
Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa”
insegnante: Barbara Bosi
Indice
Introduzione: la nascita delle cooperative nel nostro territorio
Un esempio di realta’ cooperativa: Terremerese
Intervista al presidente della cooperativa Terremerse
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Introduzione
la nascita delle cooperative nel nostro territorio Imola è da sempre sinonimo di cooperazione, e questa caratteristica l’ha fatta diventare famosa in tutto il mondo.
Le cooperative nascono, nel nostro territorio,
nei 70 anni tra il 1850 e il 1920, istituite dai
pionieri che le costruivano grazie ai consiglieri
di banca che garantivano con la loro casa i
prestiti che elargivano.
In questo periodo i liberali e i repubblicani appoggiarono i numerosi movimenti sindacalisti
e politici e l’agricoltore medio smette di essere servo della gleba e diventa un lavoratore
consapevole.
Iniziano così movimenti unitari spinti da ideali di libertà e socialisti, contrastati però dai
governi conservatori, spaventati dal qualsiasi cambiamento che potrebbe portare forme
di governo democratiche a discapito del loro
potere.
Il concetto di cooperazione significa lavorare non solo per il proprio tornaconto ma
per quello di tutti i soci.
Quindi gli obiettivi delle cooperative potevano
talvolta scontrarsi contro gli ideali industriali
del nord-ovest dell’Italia, dove si sviluppo’ il
cosiddetto triangolo industriale.
Sulla costa adriatica e nella zona che va
dall’Umbria al Veneto invece,si sviluppano
molte cooperazioni,grazie anche al favore dei
politici che appoggiavano queste iniziative.
Nel 1886 nacque la Federazione delle cooperative italiane, successivamente detta Legacoop, i cui sostenitori si dividono in moderati
e socialisti: i primi vedevano nella cooperazione uno strumento riformatore, invece i secondi la vedevano come uno strumento di guerra
per l’emancipazione dei lavoratori.
Durante i primi anni i leader furono i moderati,
poi però nei primi anni del Novecento saranno
i socialisti a prendere il controllo della lega.
Nel nostro territorio le figure di Andrea
Costa,insieme ad Anselmo Marabini sono i
maggiori rappresentanti del movimento cooperativo.
Andrea Costa rappresentò al congresso di
Milano, nel 1886, una cooperativa braccianti,
mentre Marabini aiutò molte cooperative del
territorio a formarsi.
Il loro obiettivo era quello di unire nelle cooperazioni persone diverse,per cultura, religione, luogo di provenienza, ma uguali: erano
tutti lavoratori!
Anche la figura di Romeo Galli, assiduo seguace di Andrea Costa, inizia a fondare la
Camera del lavoro che precede il formarsi di
una nuova cooperativa: il magazzino generale cooperativo di consumo, antenato di Coop
adriatica.
Proprio questa grande cooperativa agli inizi
non esisteva: c’ erano solo tanti piccoli negozi che lavoravano per sé. Solo in seguito
questi negozi hanno deciso di unirsi fra loro
formando appunto la Coop adriatica.
Mano mano che si progredisce il concetto di
cooperazione non si attenua, anzi: grazie ai
governi comunali che favoriscono questa iniziativa la cooperazione si espande e si evolve
sempre di più nel nostro territorio.
Ma molte altre cooperazioni, oggi molto all’
avanguardia, solo 100 anni fa non erano che
poche persone unite.
Ad esempio nel 1908 si decise che tutti gli
studenti provenienti dal corso per ebanisti
della Scuola Alberghetti di Imola avrebbero
dovuto avere un impiego, così si formò la Cooperativa della lavorazione del legno, attuale
3elle.
Nel 1910 Andrea Costa morì a Imola, ma le
sue idee non muoiono con lui: Romeo Galli,
suo seguace, nel 1911 fonda la Federazione
delle Cooperative del circondario imolese.
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Nel 1913 si svolge il primo congresso a Imola,
a cui partecipano più di 300 cooperatori.
Durante la prima guerra mondiale molte delle
cooperative non fabbricanti materiale bellico
furono costrette a chiudere.
Nel 1915 tutte le cooperative aderenti alla federazione non riuscirono a versare il tributo
dovuto per l’adesione alla federazione.
In un clima di fame, miseria, paura, nasce la
Sacmi: nel 1919 i lavoratori hanno bisogno di
essere stipendiati, così danno vita a questa
cooperazione; ma solo negli anni ‘30 la situazione diventa meno critica, e quindi la Sacmi
inizia a espandersi ai settori dell’officina.
Negli anni ‘20 la Sacmi era in un edificio della
Cooperativa Ceramica che chiedeva alla Sacmi aiuti per riparare le macchine danneggiate
dalla guerra.
La Sacmi si accorge allora che i suoi operatori
sono in grado di fabbricare quelle macchine e
non solo di ripararle.
Nello stesso periodo la Sacmi sfonda nella
produzione di tappi, diventando una cooperazione internazionale come è oggi.
Con l’ avvento del Fascismo, però, anche i
cooperatori della Sacmi vengono perseguitati: il sindaco di Imola, allora Giulio Miceti,
fu costretto a dimettersi perchè era un socio
della Sacmi.
Oltre a quello di Giulio Miceti si possono raccontare moltissime altre disavventure di chi,
in quegli anni fu costretto ad affrontare numerose difficoltà pur di affermare i valori delle
cooperative.
Con l’avvento del Fascismo la situazione
muta:non vuole completamente eliminare le
cooperative, ma ne vuole fare uno strumento
di consenso. L’ obiettivo è quello di ripulire le
cooperative dagli elementi considerati sovversivi.
Quando però la Resistenza è troppo forte si
ricorre alle maniere forti: vengono sciolti i consigli di amministrazione, come nel caso del
magazzino di consumo o della cooperativa di
50
muratori.
Nel 1925 la Lega delle Cooperative viene
sciolta ufficialmente perchè ai dirigenti erano
state mosse intimidazioni e minacce e inoltre
diversi operai furono arrestati.
Il Fascismo però dopo poco capisce la situazione degli imolesi,ed inizia ad incentivare le
cooperative : ne nascono diverse in questo
periodo,lo stesso Benito Mussolini fa chiamare Romeo Galli per poter discutere sulla situazione della cooperazione imolese.
Dopo la tremenda condotta del Fascismo tutto il patrimonio culturale ed industriale di Imola
viene distrutto, le cooperative diventano l’unico strumento di risanamento economico.
Sotto l’amministrazione tedesca il Cnl di Imola, facendo propaganda tra i lavoratori, nomina un comitato formato da Romeo Galli,
Amedeo Tabanelli, Giacomo Casoni, Alfonso
Serantoni,e altri per promuovere la rinascita
della cooperative imolesi.
Il diciotto maggio del 1945 viene ricostituita le
Federazione delle Cooperative imolesi, la cui
presidenza sarà affidata a Tabanelli.
Questa federazione,forse unica in Italia,viene
ricostituita in modo assolutamente unitario.
Qualche giorno dopo muore Romeo Galli,
anima delle cooperative imolesi.
Tra il 15-16 aprile del 1945 rinasce la Federazione delle Cooperative: aderiscono a
questa nuova federazione tutte le cooperative, tranne quelle cattoliche,compresa quella
della Ceramica di Imola che non aveva aderito alla prima.
Un esempio
di realta’ cooperativa
nel nostro territorio:
Lavorazione di prodotti agroalimentari
Terremerse nasce effettivamente da un processo d’integrazione di 13 cooperative, iniziato nel 1992 ma in realtà le sue origini risalgono a molto prima. Infatti già nel 1911 nasce
la Cooperativa Braccianti di Massalombarda,
progenitrice di Terremerse, che oggi rappresenta una realtà consolidata e capillare articolata nelle filiere cerealproteica, ortofrutticola,
delle agroforniture e delle carni.
La base produttiva è in Emilia Romagna (Ravenna, Ferrara, Forlì, Bologna), Lazio e Basilicata; i mercati di riferimento sono quelli
nazionali, comunitari ed extracomunitari,
con una specializzazione per il canale della
grande distribuzione associata. Il presidio dei
mezzi tecnici (fertilizzanti, agrofarmaci, macchine agricole, sementi) e la gestione delle
produzioni agricole(cerealproteici, ortofrutta),
permettono di esprimere la propria capacità
distintiva attraverso servizi studiati per i soci,
sulla base dei bisogni produttivi ed economico-finanziari.
Gli elementi cardine su cui si fonda il progetto
di Terremerse sono da un lato la condivisione
della visione strategica da parte dei Soci Imprenditori dei Collaboratori e dei Professionisti
e la reinterpretazione dei valori della tradizione
cooperativa, dall’altro, la capacità di tradurre i vecchi vincoli d’appartenenza, in regole
imprenditoriali moderne ed avanzate, capaci
di produrre opportunità di sviluppo e vantaggi
concreti per il Socio.
Terremerse, infatti, attraverso l’abolizione di
penali e trattenute che vincolavano a rimane-
51
re in Cooperativa, la realizzazione del Progetto Fedeltà (per misurare e premiare il grado
di fedeltà del Socio) e la creazione del Conto
Corrente di Campagna (uno strumento finanziario innovativo che sostiene il ciclo economico dell’impresa agricola) ha portato alla
definizione di un nuovo PATTO SOCIALE che,
fondato su nuove regole, ha superato vecchi vincoli e favorito un rapporto evolutivo e
moderno più adatto a competere nei mercati
sempre più liberalizzati e globali.
Pianificazione agricola e assistenza agronomica, raccolta, conservazione, lavorazione,
gestione dei piani di qualità e commercializzazione dei prodotti, ricerca e sviluppo, consulenza gestionale, ideazione di progetti di filiera, fornitura di servizi, sono solo alcune delle
attività svolte da Terremerse.
Gli obiettivi sono quelli di disegnare la migliore
strategia commerciale ricercando posizionamenti di mercato più remunerativi per i soci,
offrire nuovi strumenti per aumentare la redditività del capitale e del lavoro in campagna,
fornire prodotti sani e di qualità ai consumatori.
Partendo dalle esperienze positive che Terremerse ha realizzato sul mercato negli anni,
oggi c’è la volontà di rilanciare il profilo della
propria azione competitiva, continuando a investire sulla qualità e sull’innovazione, che si
sono dimostrate carte vincenti anche in momenti non particolarmente floridi per l’agricoltura.
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La governance di Terremerse è costituita dal
Consiglio d’Amministrazione, formato da 18
membri , da un Amministratore Delegato, da
4 Direttori di filiera e da un Direttore dei servizi
amministrativi e finanziari.
Il Consiglio d’Amministrazione rimane in carica 3 anni.
Alla governance spetta il ruolo di disciplinare
la gestione della Cooperativa, organizzando
in modo efficiente risorse e attività per sostenere il processo di sviluppo e di innovazione.
La salvaguardia della salute e la sicurezza
delle persone sono i capisaldi della politica di
Terremerse.
La coesione sociale dei lavoratori e delle imprese associate è riconosciuta come un fattore decisivo di competitività: su di essa la Cooperativa investe, promuovendo formazione,
aggiornamento continuo, partecipazione alle
scelte, perseguendo la valorizzazione del lavoro e dell’apporto imprenditoriale dei soci.
Lo sviluppo sostenibile è il valore aggiunto per
il futuro.
Inoltre Terremerse promuove produzioni che
minimizzino l’impatto ambientale attraverso
un minor impiego di agrofarmaci (disciplinari
di produzione integrata, biologico), un miglior
impiego delle risorse idriche, una riduzione
degli imballi e delle confezioni, l’utilizzo di
energie da fonti rinnovabili.
Utilizzo delle energie alternative
Nel rispetto delle normative in vigore, ma anche di una propria sensibilità aziendale, Terremerse utilizza impianti che rispondono ad
elevati standard di qualità e sicurezza, gestiti
da personale adeguatamente formato e preparato, attuando così una politica di prevenzione per evitare il verificarsi di fenomeni di inquinamento e di infortuni sul luogo di lavoro.
Nell’ultimo periodo i soci cooperatori sono
passati da 5000 a 5600 e i soci sovventori da
700 a 710; gli auspici per la crescita di questa
cooperativa sono ottimi.
Dal 1911 al 2011: 100 anni di impegno, cooperazione e sviluppo.
Un compleanno importante per la cooperativa Terrremerse che ha sempre dimostrato di lavorare secondo i principi che
hanno permesso la nascita e lo sviluppo
delle cooperative.
Intervista a Marco
Casalini, Presidente
di Terremerse
Per conoscere meglio l’organizzazione della
Cooperativa Terremerse, abbiamo rivolto alcune domande al suo presidente.
Come nasce una cooperativa? Che differenza c’è tra i soci sovventori e soci conferenti? Lei quale carica ricopre?
La legislazione Italiana prevede che una cooperativa possa avere al suo interno più tipologie di soci. Il socio sovventore può essere
una persona fisica o una persona giuridica
che decide di aprire con la cooperativa un
rapporto esattamente come accade con un
istituto di credito, naturalmente rispettando i
vincoli che la legge impone.
Si definisce socio sovventore: sia il dipendente che deposita tutta o parte della propria
retribuzione in un proprio libretto di deposito
all’interno della cooperativa , sia l’imprenditore agricolo che deposita in cooperativa parte
o la totalità della remunerazione dei prodotti
conferiti.
Il tutto non superando i limiti che la legge ci
impone.
All’interno del C.d.A. i soci sovventori possono esprimere un numero massimo di membri
pari al 33%, individuati, proposti e votati all’interno dell’assemblea dei soci stessi .
Il socio conferente è l’imprenditore agricolo
che conferisce i prodotti ricavati dalla propria azienda, siano questi cereali, orticoli o
frutta all’interno della cooperativa, la quale a
sua volta si occupa di lavorare, confezionare,
conservare e commercializzare le varie tipologie di prodotto all’interno dei propri magazzini
e verso i mercati di sbocco .
Nel mio caso posso definirmi socio sovventore e socio cooperatore, fin dalla nascita di
questa cooperativa, essendo un imprenditore
agricolo che conferisce tutti i prodotti alla cooperativa Terremerse e intestatario di un conto di deposito.
Dal gennaio 2010 ricopro la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione.
Un’esperienza che dopo quasi due anni posso definire molto affascinante, piena di momenti positivi e, come è normale che sia,
anche molto impegnativa. Impegnativa per le
molte ore di presenza fisica all’interno della
Cooperativa, ma soprattutto impegnativa per
le numerose e frequenti relazioni che assieme
ai Direttori e all’Amministratore Delegato quotidianamente ci troviamo a tessere e mantenere con soci, clienti, fornitori.
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Terremerse ha un fatturato di 140 milioni
di euro l’anno, come si decidono gli
investimenti da fare nei diversi settori?
Terremerse nel 2011 si avvicinerà ad un fatturato di 150 milioni di euro, nella totalità dei
suoi settori. Numeri sicuramente importanti
che comportano investimenti costanti e continui per poter proseguire nell’offrire servizi ai
nostri soci all’altezza delle aspettative e dei
bisogni. Come normale per tutte le imprese,
anche la cooperativa Terremerse, nonostante le difficoltà del momento, ma ancor di più
del settore agroalimentare, si pone l’obbiettivo ambizioso di continuare e consolidare la
crescita.
All’interno di una cooperativa, quindi anche
di Terremerse, tutte le decisioni vengono
assunte all’interno di un Consiglio di Amministrazione con il normale e logico supporto
dei dirigenti della struttura, che a loro volta
trasformano le decisioni assunte in C.d.A. in
azioni imprenditoriali.
Il Consiglio di Amministrazione di Terremerse
è composto da 17 soci cooperatori e 2 soci
sovventori.
Come state affrontando il periodo di crisi
che stiamo attraversando?
La crisi mondiale che sta attraversando tutte
le Nazioni e tutti i settori, colpisce duramente
anche il settore agricolo all’interno del quale
noi operiamo.
La crisi cosi grave e duratura fa emergere alcuni elementi strutturali e mai risolti del nostro comparto, come la frammentazione della
rappresentanza politica imprenditoriale del
settore e la mancanza di una politica agricola
degna di questo nome.
Purtroppo il settore agricolo non viene consi-
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derato “settore strategico” per nostro paese.
E’ questo secondo noi un gravissimo errore,
considerando anche i numeri che la filiera
agroalimentare muove direttamente e a livello
di occupazione lavorativa.
Naturalmente la crisi e la difficoltà economica del momento si trasformano in un calo di
consumi, che nel comparto frutticolo nell’annata 2011, rispetto a quella 2010, è pari ad
un 20%, con conseguente abbassamento del
prezzo dei prodotti agricoli e una situazione di
estrema difficoltà per l’impresa agricola.
Terremerse cerca di affrontare questo difficile momento nel migliore dei modi ma con
la consapevolezza di non possedere tutti gli
strumenti necessari per uscire da questa situazione. Siamo comunque sempre più convinti che la qualità dei nostri prodotti e la sicurezza alimentare che le nostre produzioni
sono in grado di offrire siano un valore che
possa sempre più essere riconosciuto dal
consumatore, quindi dal mercato, riuscendo
a trasferire all’imprenditore agricolo la giusta
remunerazione per le produzioni conferite,
siano queste ortofrutticole o cerealicole.
Siamo convinti che questi possano essere gli
elementi sui quali impostare il rilancio del settore, che necessiterà comunque di strategie
politico-commerciali condivise in quanto la
frammentazione è sempre sintomo di debolezza, che viene accentuata nei momenti di
crisi come l’attuale.
Cosa significa oggi essere una delle maggiori realtà cooperative del nostro territorio?
Responsabilità e soddisfazione, sono sicuramente le prime parole che mi vengono in
mente.
Terremerse, coi suoi oltre 6.000 soci suddivisi sulle varie filiere, sicuramente è una realtà
importante del nostro territorio e non solo; la
nostra base associativa conta numerosi soci
anche nelle aree di Latina e nel Metaponto in
Basilicata.
Il ruolo della cooperativa negli anni si è sviluppato e migliorato senza mai modificare la propria missione, ovvero quella di collegare le produzioni dei nostri soci ai mercati di sbocco.
Nel caso dei cereali costruire e mantenere i
rapporti coi clienti significa essere fornitori dei
gruppi più importanti a livello nazionale e non
solo, es. Barilla e Plasmon , o più direttamente al consumatore, se pensiamo al settore
frutticolo, con la lavorazione, la conservazione e la distribuzione negli scaffali dei più importanti supermercati italiani e esteri, a partire
da Coop Italia.
Quale consiglio darebbe a dei giovani che
intendono dare vita ad una cooperativa?
Quali qualità professionali e attitudini sono
richieste per poter lavorare in una cooperativa?
Come accade in tutte le altre realtà, anche
non cooperative, le assunzioni e le selezioni
del personale avvengono in base alle competenze dei candidati e in base al profilo professionale ricercato.
Questa riflessione sul mondo delle cooperative, per noi alunni di terza media, è stata
l’occasione per capire che una cooperativa
non è solo una società di lavoratori, ma un
modo per imparare a costruire un mondo migliore basato sulla collaborazione di
tutti.
Ci auguriamo di essere anche noi protagonisti
attivi del nostro futuro, con la consapevolezza che l’unione e la condivisione di energia e
capitali, ci possano permettere di realizzare i
nostri sogni.
Noi consideriamo lo strumento cooperativo il
migliore per affrontare le difficili sfide del
mercato, in qualsiasi settore.
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Ultima chiamata per il passato
classe 3A
Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola”
insegnante: Anna Vannini
Premessa
Siamo lieti di presentare questo progetto su cui abbiamo lavorato per poter ottenere
un risultato che ci facesse sentire soddisfatti dello stimolo che questo argomento ha
suscitato in noi. Ma perché questo soggetto?Per noi non è qualcosa di irrilevante:
perché questa attività ci permette di capire e ampliare la nostra conoscenza storica.
“ULTIMA CHIAMATA PER IL PASSATO”ci fa entrare nel mondo in cui i mezzi di trasporto che sfruttiamo oggi e di cui non pensiamo neanche di poter far a meno,son
stati creati e che man mano nei decenni si sono ampliati diventando per noi qualcosa di decisamente importante e innovativo. Un Cooperativa per noi oggi è una realtà
e il nostro salto nel passato ci ha riportato alla sua creazione e all’invenzione di quel
tempo parlando dal primo “vaporetto” che collegò Imola a Bologna e di cui oggi
rimaniamo increduli al solo pensiero,considerando che noi abbiamo a disposizione
la Freccia Rossa. Successivamente ci siamo addentrati nelle condizioni disagiate
dei birocciai e nel mutamento del loro lavoro che sviluppò nel territorio la realtà cooperativistica. Andrea,il nostro protagonista,ci ha detto di non suggerire niente. Ci
teniamo a sottolineare che quello che abbiamo creato è stato progettato seguendo
uno spunto irreale ma con filo storico, per fare comprendere la nostra storia, la storia che ci ha permesso di avere tutto questo oggi,non in maniera noiosa,cercando
di riuscire a mantenere l’attenzione del lettore.
BUONA LETTURA.
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Ero in piedi alla stazione,i piedi mi dolevano:
c’era un ritardo di un’ora per il treno, le panchine erano tutte occupate, un dolore lancinante alla testa, quando annunciarono un
treno espresso, di quelli velocissimi che non
si fermano e solo a guardarli scompigliano i
capelli ….Ed eccolo che arriva,chiudo gli occhi e li riapro ….
ANDREA: Oddio… Dove mi trovo? Che
strano luogo! Ma che treno è questo!Sembra
di essere tornati indietro nel tempo,però tutto
è diverso:odori,mezzi,modo di abbigliarsi,...
però c’è qualcosa che riconosco:la
stazione....
-Mi scusi mi può dire in che anno siamo?
PRIMO: Come in che anno siamo?Oggi è un
giorno importantissimo è il 20 giugno 1886
è l’inaugurazione del primo “vaporetto”che
collegherà Imola a Bologna!
A: Ma quanta gente!E’ un’ inaugurazione così
importante?
P: Sì,pensate che nel primo decennio di questo
secolo la maggior parte dei trasporti locali era
affidata al traino degli animali:cavalli,asini....
Mentre ora guardate che non c’è niente di
più bello di questo, non credete? Comunque
prima di questa fantastica invenzione erano i
vetturini e i birocciai che trasportavano persone e merci su calessi,carrozze e carri dalla
campagna alla città. Questi birocciai sono ex
contadini, costretti ad andare in città a causa
dei cambiamenti avvenuti in campagna o a
diventare braccianti intraprendenti che osavano chiedere qualche prestito per comperare baroccio e migliorare la loro condizione
di vita.
A: Ma quindi...questi birocciai vivono in condizioni disagiate?
P: Sì,perché è sempre stato un lavoro ricco
di sforzi che ti induriscono corpo e spirito.
Non l’augurerei a nessuno. Non hanno orari
e lavorano trasportando e caricando merci di
continuo. Un vero e proprio lavoro di braccia.
Inoltre alla fine del 1800 costituirono i primi
gruppi informali di birocciai per distribuire in
modo equo il lavoro. Poi col socialismo nacquero le “leghe di resistenza” e a seguire
nell’Imolese le Società Cooperative. La prima nacque il 10 gennaio 1892.I primi creatori
furono Antonio Graziadei e Andrea Marabini
che scelsero la forma cooperativa per tentare
il riscatto sociale. Ma il fascismo bruciò la loro
economia. In ogni caso continuarono a credere nelle proprie idee.
A: E se le idee si spengono?
P: Quando si affievoliscono rispuntano più
vive, la conferma si ebbe quando nel 1944,
dopo il crollo del fascismo e il peso dell’occupazione tedesca, ad esempio, i braccianti
e i mezzadri del circondario riproposero, con
ben altre prospettive, l’idea emancipante della cooperativa in forma semi-clandestina,per
avviare la lavorazione in comune della terra
allo scopo di sottrarsi allo sfruttamento padronale.
A: Quale cultura implicò la nascita e lo sviluppo di sodalizi cooperativi sia per i braccianti
che per i birocciai?
P: La cultura socialista,che puntava prevalentemente alla “socializzazione della terra”. Però
i mezzadri e i coltivatori temevano di essere
ridotti al rango bracciantile.
A: Quando si sarebbe dovuto arrivare alla socializzazione?
P: Dopo la soppressione di ogni forma di proprietà privata.
A: Su quale base si impostò ad esempio la
politica sindacale nelle campagne e in particolare la lotta per il rinnovo dei contratti e i
patti agrari nel 1920?
P: Fu sempre sulla base della socializzazione della terra,nella quale confluivano
mezzadri,affittuari,piccoli affittuari,coltivatori
diretti e braccianti di orientamento socialista. I braccianti,rimasti senza strumenti di
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difesa,perdettero molte delle conquiste sociali che avevano conseguito con le dure
lotte condotte nell’immediato dopoguerra.
Ad esempio fu ampiamente violato l’orario di
otto ore, perché spesso lavoravano dall’alba
al tramonto.
A: E per i lavori invernali e autunnali,che si riferivano prevalentemente all’ abbattimento o
al rinnovo di vigneti o di filari di viti?
P: Per i lavori invernali e autunnali si fece sempre più ampio ricorso al cottimo a cui potevano accedere solo le persone più giovani e
robuste.
A: C’era la disoccupazione?
P: Sì, soprattutto per le donne nei mesi
invernali,quando era marcata la miseria più
nera,che comportava la fame.
A: Che cos’è una cooperativa?
P: La cooperativa è una struttura aperta,cioè
chiunque(rispettando le condizioni) può farne
parte e diventare socio. I nuovi soci traggono
vantaggio dai primi soci. Cooperare significa
scegliere di operare insieme per raggiungere
un obiettivo comune. La cooperativa è un tipo
di impresa che deve competere sul mercato
globale producendo profitto,ma nello stesso tempo conciliare il risultato economico
dell’uomo e la solidarietà sociale.
A: Qual è il punto di forza delle cooperative?
P: Il punto di forza delle cooperative sono i
suoi dipendenti e i suoi soci, quindi la cooperativa non si basa solo sul capitale. Nelle
società capitaliste chi mette più soldi ha più
peso e responsabilità, mentre nella società
cooperative indipendentemente dai soldi che
si investono, si decide rispetto alle qualità, e la
maggioranza deve essere d’accordo. La cooperativa mette le persone allo stesso livello.
Stavano parlando quando passò il treno e mi
ritrovai nuovamente in un altro tempo ....
A: Non di nuovo...! No,no e ora dove sono?
Che viaggio bizzarro ....
Rieccomi in un’altra epoca,leggo su un giornale datomi da un passante la data:1931. Mi
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ritrovo in una piazza mentre vengono giustiziati due uomini che si dimenano tra le guardie.
Scusi signore ma cosa sta succedendo? (Ed
eccomi davanti lo stesso borghese dell’ epoca precedente)
P: Scusate non sapete? Essi sono: Delfo Balducci e Attilo Volta di Osteriola! Sono stati processati per l’attività sovversiva che in questi
anni aveva osteggiato le idee fasciste all’interno dei birocciai,attività sovversiva appoggiata
dal Sindacato Autonomo, che ha attuato una
costituzione con l’aiuto di Giacobbe Montioni,
Flaminio Ginnasi e Girolamo Lanani che hanno fatto associare i birocciai ai servizi pubblici
e privati di trasporto per dare occupazione.
A: Durante il fascismo fu difficile portare avanti
gli ideali di cooperazione?
P: Sì,molto;alcuni soci della cooperazione di
Birocciai di Imola cercarono di far nascere
una cooperazione che si prefiggeva di associare i birocciai di Imola per offrire un servizio pubblico e privato di trasporto. Questa
cooperativa,anche se aveva appoggi nel regime non prese piede;ma fu un elemento di
tensione e disturbo.
A: Ma questa situazione compromise la cooperativa?
P: Alla fine degli anni ’20 il fascismo aveva elaborato una “Carta del lavoro” con cui si voleva
regolamentare i rapporti sociali. Ormai erano
stati soppressi partiti e sindacati e il ministro
Bottai aveva dichiarato il capitalismo come
fondamento della società e aveva rinchiuso i
rapporti sociali nelle corporazioni.
A: E a Imola che cosa succede?
P: Dal 1929 il Fascio di Imola riordinò il movimento cooperativo,creando una struttura
nuova che doveva assorbire anche i debiti
delle precedenti cooperative. Nacque così la
“Cooperativa Trasporti” il 9 dicembre 1930.
In questa nuova cooperativa si tenne ben
presente che sempre più la diffusione degli
autocarri avrebbe soppiantato il carro traina-
to dal cavallo e si puntò molto sullo sfruttamento delle cave di ghiaia. Potevano essere
soci oltre ai birocciai,i carrettieri,i conducenti
di automezzi, gli ammaccatori e i vagliatori dei
comuni di Imola e della vallata, purché non
fossero apertamente contrari al fascismo. Si
stipulavano contratti di trasporto col Mulino
del Maglio per il riso, con la Stazione ferroviaria per il carbone. Però forse per contrasti
interni la situazione economica della cooperativa non fu florida e si giunse a un salario
minimo garantito. Si cercò anche di approfittare dell’imperialismo fascista in Etiopia nella
costruzione di opere pubbliche,soprattutto
strade in Libia. La Cooperativa Trasporti mandò alcuni soci camionisti che con successo
fecero ottenere riflessi positivi al bilancio della
società. Sicuramente però il settore escavazione e lavorazione della ghiaia cominciava
a essere trainante,perciò si acquistarono binari e carrelli meccanici, si aprì un’officina di
riparazione; i compensi per i soci e i lavoratori
migliorarono sensibilmente. Si introdusse anche un “Libretto viveri” (valore 100 lire) che
poteva essere speso per l’acquisto di generi
alimentari negli spacci del Magazzino Generale Cooperativo di Consumo di Imola
A: Ma quando riuscì la cooperativa a contrastare le idee fasciste?
P: Con l’inizio della seconda guerra mondiale
l’attività rallentò molto;tanti soci furono richiamati alle armi e i camionisti che lavoravano in
Libia recessero i contratti.
A: Ma no,non è possibile!Sono rifinito in un’altra epoca! E’ il 1948!
Eccomi davanti a un tribunale,è circondato da
una folla in delirio ma tra di essa riconosco
sempre lui .... Scusi signore?Cosa ci fa tutta
questa gente davanti ad un tribunale?
P: Ma come non lo sa?!Oggi è una data
memorabile,è stato nominato come amministratore giudiziario Alfredo Xella con l’incarico
di provvedere a riordinare e organizzare l’amministrazione e la contabilità sociale, eserci-
tando tutti i poteri del Consiglio d’Amministrazione e del Presidente. Poiché si era creato
un forte conflitto tra i camionisti e i soci rimasti, si volle seguire la strada al collettivismo,
creando una “stalla collettiva” in cui dovevano essere portati animali e carri. Ma i camionisti entrarono in conflitto e vennero espulsi.
Inoltre si decise, su sollecitazione della lega
delle cooperative,un’erogazione mensile di
13.000 lire per il “Progresso d’Italia”; un giornale quotidiano, espressione delle forze che
avevano costituito il “Fronte Popolare”. Nella cooperativa regnò comunque un clima di
grande tolleranza,di rispetto,di proficua convivenza e collaborazione fra le diverse opzioni
politiche. All’improvviso la folla mi travolge
ed eccomi nel 1949 davanti al Tribunale di
Bologna.
A: Ed ora che sta succedendo ancora!
P: C’è stato un nuovo conflitto tra i camionisti e la Cooperativa e i primi sono stati
espulsi dalla società per volere della S.A.I.
(Società Autotrasporti Imola). Ma si sviluppò uno slancio corale d’orgoglio dei soci
rimasti in Cooperativa, stimolato dal neo
presidente Ugo Tozzi che consentì di superare le maggiori difficoltà del momento e
fece in modo che gli operai non perdessero
la previdenza e l’assistenza mantenendoli in
servizio con una retribuzione ridotta. Oltre
alla S.A.I. vi era la COGNE S.A.I. ovvero la
più importante fabbrica della città che occupava circa 800 dipendenti; essa però a
distanza di tempo si trovò privata di un patrimonio di competenza difficilmente recuperabile e si avviò a un lento declino mentre
molti dei licenziati svolsero ruoli decisivi per
lo sviluppo dell’economia imolese diventando proprietari di piccole aziende: tra questi
ci sono Aldo Villa direttore della SACMI e
Bruno Castagnoli dirigenti della Cooperativa
trasporti.
Ad un certo punto ad Andrea si appanna la
vista e davanti a sé vede solo della polveri-
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na rosa fosforescente e “PUFF”!! Si ritrova nel
1954.
A: Ma quanto dura ‘sto viaggio?! Non ne posso più voglio tornare a casa mia!
P: Scusate signore ma cosa avete da lamentarvi in questo modo?
A: E’ troppo complicato da spiegare, ma ditemi perché c’è tutta questa confusione?
P: Il fatturato è raddoppiato rispetto a due
anni fa e ciò ha permesso di istituire un fondo
mutualistico per un trattamento di integrazione delle pensioni INPS a favore dei soci che
cessano il lavoro per raggiunti limiti di età o
per invalidità.
Andrea sentendosi male cade pesantemente per terra e non riesce più a sentire quello che gli viene detto;l’ultima frase che sente è:”Signore,signore state bene,aprite gli
occhi,parlate,che vi succede!” Andrea riapre
gli occhi e si ritrova nel 1995 davanti alla Cooperativa trasporti.
A: Signore guardi che non può stare qui!
P: Oh!Scusate volevo solo sapere delle informazioni in più sulla Cooperativa Trasporti
a partire dal 1960 e volevo incontrare il direttore.
A: Il direttore in questo momento non c’è ma
la posso aiutare io,si accomodi ...
P: Ah grazie!
A: All’inizio del ’60 la base sociale si era rinnovata e ciò consentì di raggiungere lo sviluppo.
Poi nel 1975 era stato rinnovato un accordo
aziendale in base al quale a tutti i dipendenti
soci veniva attribuito un premio mensile dalle
50.000 alle 100.000 lire per coloro che avevano oltre otto anni di servizio. Nel 1978 la
Cooperativa Trasporti, pur avendo acquisito
una solida consistenza economica fino dalla
fine degli anni ’70 dovette ridisegnare le sue
strategie e proprio nel ’78 essa si trovò nella
necessità di dover sintonizzare le sue attività con le nuove norme approvate dal “Piano
delle attività estrattive”. Il “Piano” era nato con
la necessità di porre ordine allo sviluppo “sel-
60
vaggio” degli anni ’50 e ’60. Nel ’79 Giuseppe
Casadio lasciò la direzione del sodalizio per
pensionamento a Tiziano Martelli che con
Pietro Tozzi dirigerà la Cooperativa cercando
di incidere in modo indelebile nel tempo. Nel
settembre del 1986 fu realizzato nel cantiere di Zello un modernissimo impianto per la
produzione del “misto cementato” che rappresentava le future tecnologie. Nel 1992 vi
furono nuovi mutamenti come le “Nuove norme in materia di Società Cooperative.” Nel
1994 il fatturato riprese a salire così come il
reddito cooperativo ed è diventato ciò che è
oggi. Ora le mie conoscenze sono terminate
spero che tu sia soddisfatto delle notizie che
ti ho dato.
Ora che ho raccontato la storia della Cooperativa dei Trasporti mi piacerebbe sapere cosa
potrebbe succedere negli anni futuri....
A: Anch’io devo dirle una cosa molto importante: in realtà io provengo dal duemila....
Quando passò il treno, si ritrovò di nuovo nella sua epoca.
Bibliografia:
Quinto Casadio. Una storia in movimento.
Quinto Casadio. Prigionieri del sole.
concorso per gli studenti della scuola secondaria di primo grado
wikicoop
via Emilia 25 - 40026 Imola (bo)
tel. 0542 35215 - fax 0542 30516
www.imola.legacoop.it
[email protected]
una ricerca sulla cooperazione imolese
partecipanti:
Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa”
Istituto comprensivo n. 6
comitato per la cooperazione imolese
ROMEO GALLI
- La Cooperativa Ceramica di Imola
- La cooperativa sociale “l’Arca”
- Terremerse
Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola”
Istituto comprensivo n. 2
- Imola e l’arte della stampa - la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia
- La CAVIM
- Ultima chiamata per il passato
comitato per la cooperazione imolese
ROMEO GALLI
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