concorso per gli studenti della scuola secondaria di primo grado wikicoop via Emilia 25 - 40026 Imola (bo) tel. 0542 35215 - fax 0542 30516 www.imola.legacoop.it [email protected] una ricerca sulla cooperazione imolese partecipanti: Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa” Istituto comprensivo n. 6 comitato per la cooperazione imolese ROMEO GALLI - La Cooperativa Ceramica di Imola - La cooperativa sociale “l’Arca” - Terremerse Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola” Istituto comprensivo n. 2 - Imola e l’arte della stampa - la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia - La CAVIM - Ultima chiamata per il passato comitato per la cooperazione imolese ROMEO GALLI Experiment, Wikicoop, la scuola e la coopera@zione Experiment, giunto quest’anno alla XIª edizione, è un progetto rivolto a tutte le classi quarte degli istituti scolastici secondari di secondo grado del Circondario Imolese, ha coinvolto fino ad oggi oltre 3.300 ragazze e ragazzi, prodotto 238 progetti imprenditoriali e rappresenta un percorso formativo nel quale Legacoop Imola crede molto. L’idea di far conoscere ai giovani la cooperazione, i suoi principi e valori e l’autoimprenditorialità, attraverso il loro stesso lavoro, ci è sembrata vicente. I risultati, dopo dieci anni, ci stanno dando ragione, tanto che questa originale iniziativa ed esperienza si è sviluppata anche in quasi tutte le province della nostra regione. La scelta poi, in occasione del centesimo anniversario della costituzione della Federazione circondariale imolese delle cooperative di produzione e lavoro, di estendere ed adattare in un qualche modo questa iniziativa anche alle scuole secondarie di primo grado, stimo- lando ricerche sulla cooperazione, su cooperatrici e cooperatori e sul territorio, ci è sembrata altrettanto felice. I risultati di Wikicoop (ispirato a Wikipedia, famosa enciclopedia di internet a contributi aperti, che tutti gli studenti conoscono ed utilizzano per raccogliere informazioni e fare ricerche), che presentiamo in questo volumetto, sono, fin da questa prima edizione, di grande interesse e qualità. Infatti il piacere di lavorare in gruppo, di “cooperare” rappresenta uno degli obiettivi prioritari che indichiamo alle scuole, le quali però non si sono limitate a questo risultato e hanno prodotto materiali di notevole interesse. Il forte legame con il territorio, l’impegno profuso da migliaia di cooperatori, il senso e il valore che emerge dalla storia delle cooperative, sono tutti elementi ben presenti nel nostro DNA. A questo vorrei aggiungere l’attenzione 1 alle nuove generazioni: è esaltante vedere come tanti adolescenti di oggi si interessino alla storia di tutti quei cooperatori che con il loro impegno hanno contribuito a creare la ricchezza sociale ed economica del territorio in cui oggi vivono. La scoperta dei valori, il più delle volte sconosciuti, della cooperazione, operanti da decenni nel proprio territorio, ha consentito alle ragazze ed ai ragazzi di approcciarsi al patrimonio morale e sociale prodotto dalle generazioni passate e ha agito come stimolo nella progettazione della loro esistenza. Anche in questo caso abbiamo puntato sul fatto che lo studio dell’esperienza cooperativa condotto direttamente sul campo, nei luoghi in cui i ragazzi si riconoscono, possa contribuire alla formazione di personalità consapevoli e di cittadini partecipi e attivi alla vita della Comunità. In questo volumetto presentiamo le sei ricerche effettuate da altrettante classi di scuole imolesi: è un modo per valorizzare il lavoro degli studenti, degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, che hanno creduto nella nostra proposta, ma anche delle persone che sul territorio hanno collaborato con le classi per meglio capire e studiare le cooperative. A tutte queste persone un grande, sincero e sentito ringraziamento. Anche questo rappresenta un risultato positivo per Wikicoop. Novembre 2011 Sergio Prati Presidente Legacoop Imola 2 Imola e l’arte della stampa la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia La CAVIM La Cooperativa Ceramica di Imola La cooperativa sociale “l’Arca” Terremerse Ultima chiamata per il passato i lavori in concorso nella pubblicazione si riportano i testi originali, in versione integrale, degli elaborati fornitici dalle scuole 3 Imola e l’arte della stampa la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia classe 3C Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola” insegnante: Federica Zanella Indice Introduzione Galeati e la Galeati: dal tipografo alla cooperativa tipografica Paolo Galeati: chi era costui? La Cooperativa Galeati: un po’ di storia Gutenberg Bodoni Galeati: cinque secoli di stampa Breve viaggio nel mondo della stampa La stampa a Imola dalle origini ai giorni nostri Bodoni e l’arte della stampa Galeati-Costa-Mazzini: uno strano terzetto cooperativo Andrea Costa : il primo socialista italiano Mazzini: il padre della cooperazione La Galeati tra Costa e Mazzini Bibliografia e sitografia 4 Introduzione Il presente lavoro è frutto di un percorso iniziato nella seconda parte dell’anno scolastico 2010-2011 , percorso che ha visto impegnati in una attività di ricerca, selezione delle informazioni e scrittura tutti gli alunni della classe. Il lavoro che ha per oggetto la Tipografia Galeati ha permesso agli alunni di conoscere un’importante realtà cooperativa del territorio in cui vivono, il suo fondatore e di approfondire alcuni aspetti della storia moderna partendo da fatti e personaggi locali. Il lavoro è diviso in tre parti: la prima dedicata alla tipografia Galeati, la seconda all’arte della stampa e l’ultima alla cooperazione e al ruolo giocato da importanti figure storiche, Andrea Costa e Giuseppe Mazzini, nella sua diffusione. La prima parte inizia da via Cavour, cioè dalla targa dedicata a Paolo Galeati per introdurre una breve biografia dello stesso e procedere con la storia della cooperativa senza perdere di vista i legami tra realtà storica locale e nazionale. La seconda parte è un breve viaggio nel mondo della stampa a caratteri mobili dalla sua invenzione ai giorni nostri e approfondisce una importate figura di tipografo italiano cui Galeati guarda come modello: Giovanni Battista Bodoni La terza parte tenta di indagare il legame tra Andrea Costa, Mazzini e il cooperativismo in generale, ma anche quello più particolare tra questi due importanti personaggi della nostra storia e l’esperienza della Tipografia imolese che deve molto ad entrambe. Galeati e la Galeati: dal tipografo alla cooperativa tipografica Paolo Galeati: chi era costui? Bighellonando per il centro, lanciavamo qualche occhiata distratta ai palazzi che fiancheggiano le vie. Ad un certo punto la nostra attenzione fu attirata , in via Cavour, da una targa: quanto era lunga! Nonostante percorressimo quella strada quasi ogni giorno per raggiungere la scuola non ce ne eravamo mai accorte. Chissà che c’era scritto? Con santa pazienza iniziammo a leggere e qui inizia la nostra storia… In questa casa ove Paolo Galeati levò a perfezione altissima l’arte della stampa che giovinetto imparò dal padre che i maestri fiorentini coltivarono in lui che trasmise magnifica agli operai tipografi imolesi retaggio di grande umana nobiltà del lavori qui oggi sei marzo 1904 la Cooperativa Tipografica imolese che ha il suo nome e la cittadinanza imolese vollero murata questa lapide ricordo di affetto, di gratitudine e di ammirazione eterna Paolo Galeati… ma chi è? Unica cosa che il nome richiamava alla nostra memoria era la Cartoleria Galeati, meta privilegiata per l’acquisto di penne, quaderni e altro materiale scolastico. Approfittando del fatto che dovevamo acquistare dei fogli a quadretti, ci recammo subito alla cartoleria. Il commesso, più sorpreso che infastidito dalla nostra curiosità, ci disse che in quella via, oggi via Galeati, nella sede del vecchio Foro Boario, sorgeva una tipografia, la tipografia Galeati appunto, il cui direttore era stato in origine Paolo Galeati Ancora lui, Paolo Galeati: chi era costui? 5 Paolo Galeati nacque a Imola l’8 gennaio 1830, anno di ribellioni e rivolte europei e di vivaci fermenti rivoluzionari nella nostra penisola. Il padre, Ignazio Galeati, era proprietario di una avviata tipografia (cfr paragrafo 1.2). Compiuti i primi studi in città , iniziò a fare pratica nell’impresa paterna e strinse amicizia con alcuni concittadini scontenti del governo Pontificio e impazienti di cambiare le cose sulla scia di quanto andava accadendo in luoghi non lontani. Ignazio Galeati, preoccupato per l’avvicinamento del figlio all’ala estremista mazziniana e repubblicana, accolse positivamente il suo desiderio di passare un periodo a Firenze per perfezionarsi nell’arte della tipografia. Nel 1848 quindi Paolo Galeati partì per Firenze e venne accolto da Felice Le Monnier nella sua casa editrice. Nel periodo fiorentino, molto formativo per lui, imparò ad avere un approccio più disteso alla politica, perfezionò la sua formazione letteraria e ovviamente apprese molte cose nell’ambito dell’arte tipografica. Quando nel 1851 ritornò ad Imola per lavorare nella tipografia del padre, si iniziarono immediatamente a notare i primi significativi cambiamenti dovuti all’esperienza fiorentina. Paolo Galeati infatti si era avvicinato molto allo stile bodoniano. (cfr. par.2.3) Nel 1856 Ignazio Galeati morì e il figlio rimase unico titolare della stamperia. Fortificato dall’esperienza presso la Le Monnier e grazie ai contatti con tipografi ed editori dovuti proprio la suo periodo fiorentino, Paolo Galeati in quegli anni cercò di aumentare le committenze della sua tipografia, di aumentare la produzione libraria e soprattutto di accrescere l’eleganza e la cura formale dei volumi stampati. Il ritorno a Imola era coinciso anche con il suo riavvicinamento agli ambienti liberali più che mai attivi in quegli anni che precedevano l’Unità. Un episodio significativo in questo senso fu sicuramente quello che procurò a Galeati otto mesi di carcere e due di confino: il 7 agosto 1858 durante una rappresentazione del 6 Nabucco al teatro Comunale, vennero lanciati dei volantini patriottici stampati proprio dalla tipografia di Galeati. Il Galeati inoltre in quegli anni aveva anche partecipato ad attività di solidarietà sociale tra le quali la Società di Mutuo Soccorso fondata nel 1854. (cfr cap 3) Al ritorno dal confino, Paolo Galeati riprese ad occuparsi prevalentemente della sua tipografia e continuò ad inseguire il sogno di un libro bello, elegante e armonioso. Non smise però di dare il suo contributo attivo alla vita politica di Imola perché fu ininterrottamente per molti anni Consigliere Comunale. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento i volumi che uscirono dalla sua tipografia erano ammirati ed imitati e proprio in quegli anni, nel 1878 precisamente, ricevette la proposta di tornare a Firenze a dirigere la Le Monnier, a riprova di quanto l sua fama andasse oltre una dimensione locale. Paolo Galeati si era sposato qualche anno prima, aveva avuto dei figli e preferì rimanere nella nostra cittadina perché pensava che accettare quell’incarico potesse significare anche sottomettersi alle logiche commerciali a scapito della qualità del libro. Sottrarsi alle logiche commerciali nell’Italia di fine Ottocento stava però diventando un privilegio e perciò la scelta di Paolo Galeati di limitarsi a una produzione locale di alto livello, portò la sua tipografia a un periodo di grossa crisi. Il mercato dell’editoria si stava ampliando velocemente, i progressi della tecnica erano numerosi e per essere concorrenziali diventava necessaria l’introduzione di macchinari costosi e veloci. Nel 1900, superate le iniziali reticenze, Paolo Galeati accettò di aderire alla proposta che già da qualche anno gli avevano fatto le altre tipografie del territorio e, grazie anche all’intervento di Andrea Costa, fece confluire il suo stabilimento in una cooperativa di cui divenne direttore tecnico:la Cooperativa Tipografica Editrice. Quando il 1 Marzo 1903 Paolo Galeati morì, a testimonianza di quale fosse la sua reputazione, alla cooperativa venne dato il suo nome: Cooperativa Tipografica Editrice Galeati. La Cooperativa Galeati: un po’ di storia Verso la fine dell’800 a Imola erano presenti ben quattro tipografie inevitabilmente in concorrenza tra loro considerata che le committenze non erano sufficienti a garantire i guadagni di tutte. (cfr par 2.2). Sul finire dell’Ottocento, nel 1897, anche la tipografia più grande ed attiva, la Galeati, si trovò in seria difficoltà: la situazione economica era già difficoltosa e il ritiro di alcune commesse la aggravò notevolmente. Si fece così strada l’idea di unire tutte le quattro tipografie per evitare dei licenziamenti. Il 30 ottobre 1900 presso la Camera del Lavoro di Imola nacque la Cooperativa Tipografica Editrice che assorbiva le quattro tipografie esistenti sul territorio. La mediazione di Andrea Costa fu fondamentale. (cfr cap 3) Come direttore tecnico era stato designato Paolo Galeati che, anche se all’inizio era contrario all’idea di unire tutte le tipografie, alla fine accettò facendo prevalere la sua vocazione solidaristica già dimostrata negli anni precedenti (cfr par 1.1). La cooperativa aveva sede nel vecchio Foro Boario ora via Galeati. Era una cooperativa con uno statuto di impianto socialista che prevedeva la divisione degli utili tra i soci, una maggiore retribuzione per gli operai, la riduzione dell’orario di lavoro e l’abolizione del lavoro a cottimo che però in alcuni momenti di crisi, ad esempio nel 1903, venne reintrodotto. All’interno della Cooperativa ci furono inizialmente dei conflitti cui si aggiunsero delle difficoltà economiche, infatti nel 1902 il bi- lancio era in forte perdita e l’anno seguente per uscire da un momenti di crisi gli operai accettarono la riduzione delle paghe settimanali e rinunciarono al pagamento delle ore di straordinario: purtroppo questo non bastò e vennero licenziati sette operai. Nello stesso anno, il 1903, morì il direttore tecnico Paolo Galeati e la Cooperativa da quel momento prese il suo nome e diventò Cooperativa tipografica Galeati. Una cosa positiva fu in quel periodo difficoltoso il 1° premio ottenuto per il miglior lavoro tipografico all’Esposizione Internazionale di Foligno: l’amore di Paolo Galeati per il libro bello ed elegante alla maniera bodoniana aveva dato i suoi frutti. Il 1905 per la Cooperativa Galeati fu decisamente importante: per intercessione di Andrea Costa ottenne direttamente dal Governo e dal Ministero della Pubblica Istruzione la concessione per pubblicare l’edizione nazionale dell’Opera Omnia di Giuseppe Mazzini. (cfr cap. 3) Nella decisione di accettare questo imponente lavoro avevano certamente avuto un ruolo importante la forte carica ideale e il desiderio di poter partecipare direttamente alla costituzione di un nuovo ordine sociale: avevano sopravvalutato le potenzialità della Cooperativa che subì grosse perdite. E si trattò solo di una lunga serie di perdite legate alla pubblicazione dell’Opera mazziniana che accompagnerà la Cooperativa ancora per molti decenni. Tuttavia vi furono anche riconoscimenti per la pubblicazione delle opere di Mazzini infatti nel 1911 la Cooperativa vinse la medaglia d’argento alla Mostra Internazionale del Lavoro per la pubblicazione dei primi volumi. Nello stesso anno, nonostante le difficoltà economiche i soci non persero di vista l’aspetto dell’aiuto a chi si trovava in difficoltà, come avevano fatto già nel 1909 aiutando i terremotati del sud Italia, e compirono azioni 7 di solidarietà verso una tipografia di Reggio Emilia e dei tipografi di Modena incarcerati per atti di insubordinazione al padrone. Gli anni della Prima Guerra Mondiale e quelli immediatamente successivi furono disastrosi, ci fu una grossa crisi e si dovettero ridurre del 10% gli stipendi agli operai. Anche per questo in epoca Fascista la Cooperativa, se pur in modo combattuto, aderì alla Federazione Nazionale Fascista della Cooperazione per ricevere delle sovvenzioni . Inoltre negli anni seguenti il regime Fascista stimolò la diffusione dei volumi Mazziniani a cui la cooperativa continuava a lavorare, con circolari dirette alle scuole e alle istituzioni culturali. Durante la Seconda Guerra Mondiale molti macchinari vennero distrutti e i tedeschi nel gennaio 1945 prelevarono i caratteri in piombo. Nel dopoguerra si ricostituì la Lega delle Cooperative e la Galeati aderì alla Editrice Cooperativa, normalizzò progressivamente la retribuzione, ottenne un a nuova convenzione per l’Opera Omnia di Mazzini e iniziò la stampa di riviste del partito Socialista e Comunista. In quegli anni grazie alla ricostruzione venne aperto anche un negozio di cartoleria in via Callegherie che ebbe buoni guadagni. Gli introiti della cartoleria permisero alla Cooperativa di acquistare nuovi macchinari più moderni e veloci che le consentirono di ottenere in appalto dalla sede di Roma la stampa dei moduli dell’I. N.P.S. Nel 1960 la Cooperati cambiò sede e si trasferì in Via Selice in uno stabilimento più moderno e adeguato ad accogliere i nuovi macchinari. Negli anni Settanta iniziò la pubblicazione di giornali di propaganda del PSI e del Sabato Sera, tutto questo consentì buoni guadagni che vennero investiti per ammodernare gli stabili e i macchinari. Il Sabato sera fu il primo giornale ad essere stampato non più con i caratteri mobili ma con la rotativa che la Gale- 8 ati aveva comprato, tra le prime nella regione, nel 1977. Agli inizi degli anni Settanta inoltre, sulla scia dei grandi cambiamenti sociali, si modificò lo statuto della Cooperativa e venne finalmente concesso alle donne il diritto di diventare socie. Nel frattempo la concorrenza sul territorio aumentava perché tre soci lasciarono la Galeati e formarono una tipografia a Casalfiumanese. La Cooperativa però continuò la propria attività e cercò di mantenere alto il livello qualitativo e si preoccupò quindi dell’aggiornamento del personale che venne fatto usufruendo dei fondi della Comunità Economica Europea. Questo permise a metà degli anni Ottanta di avere un bilancio molto positivo per cui vennero aumentati i salari agli operai e vennero dati dei premi ai soci. In quel momento estremamente favorevole si perse forse di vista la necessità di risparmiare per investire in nuovi macchinari data la velocità dei progressi che stavano avvenendo nel settore della stampa. (cfr par 2.1) All’inizio del 1990 si organizzarono dei festeggiamenti per il novantesimo anno della Cooperativa, fu allestita una mostra e intervenne anche il Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Ma già l’anno seguente il bilancio era in perdita e la Galeati perdette la stampa degli orari ferroviari e nel 1995 si vide costretta ad iniziare la cassa-integrazione. Fortunatamente ottenne la stampa de Il Corriere, La Tribuna di Parma e di un piccolo inserto dell’Unità e si riprese momentaneamente a lavorare. Tuttavia la mancanza di capitale e l’insufficiente preparazione tecnica condussero nel 1999 alla liquidazione totale della Cooperativa e alla fondazione di una nuova Società, proprio poco tempo prima di celebrare il centenario di vita. Gutenberg, Bodoni e Galeati: cinque secoli di stampa Breve viaggio nel mondo della stampa La stampa, facilitata dall’invenzione cinese della carta, fu inventata da John Gutenberg, un orafo tedesco, nel XV secolo. Fino a quel momento i libri erano oggetti costosissimi e preziosissimi pazientemente trascritti da monaci amanuensi e religiosamente conservati nelle biblioteche dei monasteri. Quando Gutenberg nel 1439 creò il torchio da stampa rivoluzionò l’industria tipografica e mandò in pensione migliaia di amanuensi. Se confrontata con i mezzi oggi a disposizione la rivoluzionaria macchina del tedesco era incredibilmente lenta, ma in quel periodo consentì di velocizzare notevolmente i tempi impiegati per stampare e permise una diffusione della cultura. A partire dalla seconda metà del Quattrocento infatti sorsero in Europa molte tipografie, il costo dei libri si ridusse progressivamente, si moltiplicarono le biblioteche e le idee iniziarono a circolare molto più velocemente. Tuttavia prima di avere significativi miglioramenti nell’industria tipografica bisognerà attendere fino agli inizi del 1800 quando fu introdotta una nuova macchina da stampa con il torchio in ghisa anziché in legno come le precedenti. Questa macchina riusciva a produrre circa 250 stampe all’ora: un’autentica rivoluzione per quell’epoca. Qualche anno dopo in Inghilterra, patria di James Watt e della rivoluzione industriale, fu introdotta una nuova macchina tipografica azionata a vapore con la quale a Londra venne stampato per la prima volta il giornale The Times. In quegli anni i progressi della tecnica permisero in un lasso di tempo abbastanza breve di avere significative innovazioni anche nell’arte della stampa, infatti nel 1844 un uomo d’affari americano, Richard Hoe, sperimentò una macchina rotativa che permetteva di stampare 8000 fogli all’ora: un numero enorme se si pensa che agli inizi dell’Ottocento se ne riuscivano a stampare solo 1100. Nel giro di due decenni, grazie alla stampa rotativa di Bullock, le macchine arrivarono a stampare circa 12000 giornali all’ora permettendo un’ampia diffusione delle idee, aspetto fondamentale se si tiene conto che in quel periodo l’Italia e l’Europa sono attraversata da ondate rivoluzionarie e iniziavano le prime rivendicazioni del ceto operaio. Dalla fine del Diciannovesimo secolo ad oggi i progressi dell’industria tipografica sono stati sempre più veloci e significativi al punto tale che oggi le stampanti per giornali possono produrre all’incirca 90000 copie all’ora e stampare è un’attività che ognuno di noi può fare nelle proprie case. Come si può dedurre da questo breve viaggio nel mondo dell’industria tipografica, il percorso fatto da Gutenberg alle stampanti al laser è stato lungo e articolato e rivoluzionario sia a livello globale che locale e ciò che è successo nella nostra città può ben esemplificarlo. La stampa a Imola dalle origini ai giorni nostri Le prime notizie sulla stamperia a Imola risalgono al 1586, un secolo e mezzo dopo l’invenzione di Gutenberg. Uno stampatore ravennate Andrea Misorecchi aveva ottenuto dal Comune una casa dove esercitare l’arte della stampa e uno stipendio per dieci anni; il Comune in cambio aveva la stampa gratuita di parte dei suoi fabbisogni. Il Misorecchi morì poco dopo e nel 1588 Lorenzo Giannotti 9 rimase l’unico tipografo in città e diede alle stampe il primo libro prodotto a Imola. Intorno alla metà del 1600 aprì la tipografia l’imolese Giacinto Massa; a inizio Settecento questa tipografia fu diretta dal maestro tipografo Ubaldo Malpensa. Tale stamperia fu sostenuta dalla Municipalità ed ebbe una enorme importanza fino al 1700. La stamperia pubblicava infatti atti e documenti di interesse generale e svolse per quasi due secoli un’importante funzione nell’evoluzione morale e culturale della cittadinanza imolese. Da parte delle strutture ecclesiastiche si faceva intanto strada l’idea di avere una tipografia al loro servizio così, sul finire del Settecento, precisamente nel 1792, sorse la Tipografia del Seminario Vescovile per iniziativa del Cardinale Barnaba Chiaramonti che acquistò i caratteri direttamente a Parma da Giovanni Bodoni. La tipografia oltre a produrre materiale per il Comune, il Vescovado e pubblicazioni legate a matrimoni, funerali, monacazioni e altri eventi, aveva anche lo scopo di stampare volumi eleganti e raffinati che potessero competere con le tipografie delle città vicine. La tipografia del Seminario si rivelò un’ azienda innovativa che ben presto assunse una fama addirittura nazionale. Di qui si sviluppò la fama di Imola come terra di stampatori. Nel 1824 la tipografia del Seminario venne acquistata da Ignazio Galeati, padre di Paolo, che assieme ad un socio l’aveva già presa in affitto nel 1816 insieme al socio Giuseppe Benacci, direttore delle poste pontificie. Il Benacci poi si trasferì per lavoro e tornò a Imola solo dopo la pensione e vi aprì una nuova tipografia. Tuttavia alla fine dell’Ottocento la tipografia più attiva della città era quella di Galeati che forniva lavoro sia al Benacci sia alla tipografia Vescovile che poi fu trasferita a Bagnacavallo. Ignazio Galeati stampò in quegli anni oltre a scritti religiosi anche testi di propaganda patriottica, propaganda che in quegli anni era 10 particolarmente attiva in Romagna oltre che negli altri territori della nostra penisola che faticosamente iniziava quel percorso che la porterà qualche decennio dopo alla proclamazione dell’Unità. Espressione della volontà di Galeati padre di fare della sua tipografia un importante centro della vita culturale della sua cittadina, fu la pubblicazione di testi centrati sulle figure di importanti imolesi del passato quali ad esempio il libro scritto dal medico imolese Luigi Angeli dal chilometrico titolo: Memorie biografiche di que’ uomini illustri imolesi le cui immagini sono locate in questa nostra iconoteca che si distinsero in ogni ramo di scienza e nelle belle arti. Nel 1856 Ignazio Galeati morì e il figlio Paolo rimase l’unico titolare della stamperia. Nel 1874 sorse la Lega Tipografica ad opera di cinque dipendenti della Galeati , la Lega assorbì le residue attrezzature della vecchia stamperia vescovile. Negli anni post unitari nacquero sul territorio imolese diverse tipografie grazie anche all’impulso che ebbe l’attività tipografica a livello nazionale : la Tipografia Ungania, la Tipografia Sociale, e l’Unione Tipografica. L’eccesso di concorrenza lasciò vita breve a queste iniziative e il 29 ottobre 1900 nacque la Cooperativa Tipografica Editrice (cfr par1.2) Nel secondo dopoguerra prospera anche una tipografia legatoria artigiana fondata da Otello Fanti e nel 1972 nasce la prima tipografia basata sulla stampa offset, cioè senza piombo. All’inizio del nuovo millennio a Imola sono attive ben otto tipografie. Bodoni e l’arte della stampa L’Italia ebbe un ruolo di primo piano in fatto di quantità e qualità delle opere a stampa fin dagli inizi, nel Seicento e nel Settecento però si registrò un periodo di crisi fatta eccezione per l’opera del tipografo piemontese Giovanni Battista Bodoni. Bodoni nacque nel 1740 in provincia di Cuneo, apparteneva a una famiglia di stampatori e quindi fin da piccolo era abituato a muoversi nell’ambiente tipografico. A soli diciotto anni si trasferì a Roma per lavorare nella Stamperia della Congragazione di Propaganda Fide, incaricata di diffondere la fede cattolica. Durante il suo periodo romano Bodoni si interessò alle lingue orientali e prese lezioni di ebraico. Nel 1768 venne chiamato dal Duca Ferdinando a dirigere la Stamperia Reale di Parma, un incarico molto importante nel quale si distinse per il suo talento. Inizialmente il Bodoni ordinava i caratteri per stampare in Francia, poi riuscì a impiantare una fonderia a Parma che fece dirigere da suo fratello. Negli anni Settanta del Settecento uscirono le prime opere composte con caratteri che il Bodoni aveva inciso e fuso. Nel 1778 fu pubblicata la prima delle tante edizioni del Manuale Tipografico, il suo lascito più significativo. Nel 1813 Giovanni Bodoni morì ma ha continuato ad essere punto di riferimento per i secoli successivi infatti il suo stile è stato ripreso e riadattato da varie case editrici. Lo stile di Bodoni è basato sulla purezza del carattere, sulla nitidezza della stampa e su una particolare disposizione del testo che prevede un’interlinea piuttosto ampio. Per il tipografo piemontese i caratteri dovevano essere contraddistinti da un notevole contrasto tra linee spesse e sottili per accentuare la verticalità e conferire eleganza alla stampa. Eleganza dei frontespizi, cura dei dettagli e armonia sono alla base di tutta l’opera del Bodoni e Paolo Galeati può essere a giusta ragione considerato il suo sapiente continuatore. Le sue edizioni infatti sono caratterizzate dall’uso quasi esclusivo dei caratteri bodoniani, da una bellezza classica che si basa sull’equilibrio dell’impaginazione, sulla cura riservata alla copertina e al frontespizio, sulla rinuncia a qualsiasi elemento pleonastico, eccessivo. Il Bodoni è stato infatti sempre un punto di riferimento per il tipografo imolese che mirava alla creazione di un libro bello ed elegante tipicamente italiano che si distinguesse, per la cura e l’armonia, dallo stile di altri importanti tipografi europei Galeati – Costa – Mazzini : uno strano terzetto cooperativo La Cooperazione dal nazionale al locale Cooperare significa operare insieme, lavorare insieme, aiutarsi a vicenda perché si hanno obiettivi comuni. Una cooperativa quindi è un’associazione autonoma da imprese e governi in cui più persone si uniscono per soddisfare bisogni economici, sociali o culturali. All’interno di una azienda cooperativa ci sono più responsabili, tutti si impegnano per un obiettivo comune, dividendosi i compiti. Le cooperative tutelano maggiormente il benessere economico dei soci rispetto alle imprese normali. Il cooperativismo fonda le sue radici nella seconda metà del XVIII secolo quando in Grecia e nella nostra Italia del sud si costituirono associazioni di cittadini e colonie che possono considerarsi progenitrici delle moderne cooperative. La prima cooperativa di consumo vera e propria nacque però a Rochdale in Inghilterra, patria della rivoluzione industriale, nel 1884 quando ventotto lavoratori si riunirono per fondare la Società dei probi pionieri. Questa cooperativa era basata sulla vendita ai soci a prezzi mercato di prodotti di prima necessità e sulla distribuzione dei guadagni attraverso uno storno sugli acquisti effettuati. Dopo quell’esperienza il sistema cooperativo 11 si diffuse in tutta Europa e in Italia grazie anche al fatto che Giuseppe Mazzini nelle sue lettere parlava dell’esperienza di Rochdale. (cfr paragrafi successivi) Il movimento cooperativo cerca di arginare gli effetti devastanti prodotti dalla rivoluzione industriale sul ceto operaio. La fabbrica e la macchina infatti hanno cambiato il modo di produrre e di vivere e anche l’operaio è diventato una merce. In Italia la prima cooperativa di consumo fu il Magazzino di Previdenza di Torino, sorto nel 1854 grazie anche al fatto che il Piemonte in quell’epoca era il territorio italiano più avanzato economicamente e politicamente (Statuto Albertino). Due anni più tardi fu fondata la Artistica Vetraria in provincia di Savona, seguita dalla Cooperativa dei Sarti di Genova, da quella dei tipografi a Torino, dei Muratori a Milano nel 1860 e da molte altre ancora che in quegli anni di fine Ottocento sorsero nel nord della nostra penisola. Nell’autunno del 1886 cento delegati si riunirono a Milano per costituire un’organizzazione che coordinasse il movimento cooperativo italiano e nacque la Federazione Nazionale delle Società Cooperative che nel 1893 si trasformerà nella Lega delle Cooperative. Poco prima della Grande Guerra la cooperazione si era irrobustita molto, ma i tempi difficili erano imminenti. Dopo la divisione tra la cooperazione di ispirazione cattolica e quella laico – socialista seguita alla pubblicazione dell’Enciclica papale Rerum Novarum nel 1891, ci fu il fascismo che per tutelare il cooperativismo istituì la Federazione Nazionale Fascista della Cooperazione, a cui, a Imola aderì la Galeati. Superato il terribile secondo conflitto mondiale ci fu la rinascita anche se un po’ sofferta del cooperativismo sostenuto e tutelato anche dall’’articolo 45 della Costituzione italiana che recita: La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e 12 senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. Anche nel territorio imolese il cooperativismo ha una lunga tradizione infatti già nel 1869 fu aperto il primo Magazzino Cooperativo di Imola e negli anni immediatamente successivi furono fondate la Cooperativa Ceramica nel 1874 , la Galeati nel 1900, la 3Elle e la Sacmi rispettivamente nel 1908 e nel 1919. Nel primo decennio del Novecento sul nostro territorio esistevano già una ventina di cooperative ma per diffondere ulteriormente i principi del cooperativismo nacque la Federazione Circondariale delle Cooperative Imolesi il cui presidente fu Romeo Galli, già presidente del primo Magazzino Cooperativo. Analoghe società esistevano già a Torino, Milano, Reggio Emilia ma non a Bologna, Imola quindi è stata per la nostra provincia un’antesignana. Nel 1945 venne costituito il comitato consultivo e direttivo delle Cooperative imolesi e non molto dopo la fine della seconda guerra mondiale rinacque la Federazione Imolese delle Cooperative. Il movimento cooperativo imolese tra gli anni ‘50 e ’60 cambiò varie volte nome e la Federcoop Bologna gli riconobbe progressivamente specifici ambiti di competenza e una certa autonomia finanziaria. La piena autonomia giuridica, organizzativa e finanziaria però verrà raggiunta solo il 10 dicembre 1982 quando si costituì la Federazione delle Cooperative e Mutue del Territorio Imolese. Andrea Costa: il primo socialista italiano Andrea Costa nacque a Imola il 30 Novembre 1851, visse per un certo periodo in casa del signor Orso Orsini, zio di Felice Orsini. A differenza del nipote, autore del fallito attentato a Napoleone III per il quale grazie all’influenza dello zio ebbe una condanna simbolica, Orso Orsini era religiosisissimo ed estremamente conservatore. Ricevette la sua prima istruzione a Imola, poi grazie alla sua prontezza di ingegno e alla sua grande forza di volontà, nel Novembre del 1870 si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna dove ebbe come compagno il futuro poeta Giovanni Pascoli. Ma aveva scarsi mezzi, il padre aveva un piccolo negozio di salumaio sulla via Emilia, e fu subito costretto a chiedere un sussidio al Comune di Imola per continuare i suoi studi. Il sussidio non gli venne concesso quindi continuò facendo grandi sacrifico per potersi recare alle lezioni del suo maestro Giosuè Carducci che lo interessavano moltissimo. Inizialmente si avvicinò al pensiero anarchico, poi anche grazie a Anna Kuliscioff, si avvicinò al socialismo e fu tra i suoi fondatori. Nel 1872, poco più che ventenne, era già la figura predominante dell'internazionalismo romagnolo e italiano e prese parte a molte pubbliche manifestazioni. L’ 8 agosto 1874 fu arrestato a Imola per aver organizzato un'insurrezione di internazionalisti anarchici e quando cinque anni dopo uscì dal carcere si trasferì a Lugano in Svizzera dove scrisse una lettera intitolata Ai miei amici di Romagna. In questa lettera esortava i socialisti non tanto ad una manifestazione attiva delle loro idee in cortei ed insurrezioni, quanto ad un lavoro di diffusione dei principi dl socialismo. Nell’ Agosto del 1881 fondò a Rimini il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna che sosteneva le lotte dei lavoratori, le proteste e le agitazioni per poter partecipare attivamente alla vita politica(diritto di voto) e le riforme economiche necessarie a garantire condizioni lavorative più giuste per gli operai. Nello stesso anno fondò a Imola anche il giornale socialista Avanti la cui redazione qualche anno dopo fu trasferita a Roma. Nel 1882 si candidò alla camera e fu il primo socialista eletto nel parlamento italiano ancora prima della nascita del partito, il Partito dei Lavoratori Italiani infatti fu fondato solo nel 1892 e divenne Partito Socialista italiano l’anno successivo. Il 17 Ottobre 1893 con 1449 voti venne eletto sindaco di Imola e nel settembre 1897 partecipò al Congresso Nazionale socialista di Bologna e fu nominato presidente. Negli anni successivi fu più volte condannato per ribellione, partecipò infatti a numerose manifestazioni e si dichiarò apertamente contrario alla politica coloniale di Crispi ,alla repressione poliziesca e all'autoritarismo del Re Umberto I che addirittura insignì di una medaglia il generale Bava Beccaris che nel maggio 1898 a Milano aveva fatto sparare sulla folla che scioperava dopo che alcuni operai erano stati uccisi per avere manifestato contro l’aumento del costo della vita. Dal 1908 fino all’anno della sua morte, il 1910, fu vicepreside della Camera dei Deputati Una lapide in via Appia nel luogo in cui era nato lo ricorda e, a testimonianza del ruolo fondamentale che ebbe nella politica e nella società di quegli anni, a poca distanza dalla sua morte ci fu all'Università di Bologna un discorso commemorativo fatto da Giovanni Pascoli. In questo discorso il poeta suo compagno di Università, evidenziava quanto il contributo di Andrea Costa fosse stato determinante nel percorso di riconoscimento dei diritti del popolo e dei lavoratori e dei doveri dello Stato. Mazzini: il padre della cooperazione Giuseppe Mazzini è stato un importantissimo uomo politico oltre che un grande pensatore ed è considerato uno dei padri della patria poiché ha dedicato la sua vita all’unità nazionale; , le sue idee hanno avuto influenza 13 a livello non solo nazionale ma anche europeo come vedremo in seguito. Giuseppe Mazzini è nato a Genova il 22 Giugno 1805 da una famiglia borghese, nel 1827 all’età di ventidue anni si laurea in legge e subito dopo si iscrive alla Carboneria, la più importante società segreta dell’epoca da cui però in futuro si staccherà criticandone la segretezza. L’iscrizione alla carboneria gli costerà l’esilio, per cui si rifugiò prima a Marsiglia, in Francia dove nel 1831 fondo la Giovane Italia, un movimento politico che aspirava ad un’Italia unita, libera,indipendente e repubblicana. Negli anni successivi fondò anche movimenti politici per l’unificazione di altri stati europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e persino la Giovine Europa, prima idea dell’Europa libera . Dalla Francia si trasferì poi a Londra dove fondò nel 1840 l’Unione degli Operai Italiani. In quegli anni scrisse molti saggi tra cui Umanità e patria e numerosi furono i suoi tentativi di far esplodere dei moti insurrezionali. Mazzini tornò in Italia quando venne proclamata la Repubblica Romana e fece parte con Armellini e Saffi del Triunvirato che però non resistette a lungo. Dopo il fallimento dei moti del 1848 i nazionalisti italiani iniziarono a pensare che il ministro Cavour e il re del Piemonte potessero mettersi a capo del movimento di unificazione italiana, Mazzini invece era contrario alla monarchia e ai Savoia. Nel 1866 vinse le elezioni per il Parlamento italiano, vennero annullate due volte, la terza volta vennero convalidate ma Mazzini si rifiutò di giurare fedeltà allo Statuto Albertino. Negli anni successivi fu nuovamente costretto ad abbandonare la nostra penisola, ma nel 1872 tornò sotto falso nome e poco dopo morì a Pisa nel 1872. I punti fondamentali del pensiero mazziniano sono Dio e popolo, pensiero e azione. Dio per Mazzini, che è profondamente con- 14 trario alle gerarchie ecclesiastiche, è fonte di uguaglianza, e il pensiero di Dio sulla terra si manifesta attraverso l’umanità, cioè il popolo, che doveva essere educato per comprendere di appartenere ad un solo popolo e di essere libero. Una volta che, attraverso l’educazione, fondamentale per il genovese che poco prima di morire fondò a Roma un’associazione per l’educazione degli operai, il popolo aveva capito questo, bisognava agire, ribellarsi a coloro che non permettevano al popolo di essere libero. Le idee mazziniane hanno sicuramente influenzato tutte le prime organizzazioni di lavoratori che nacquero sul finire del XIX secolo ma anche i secoli successivi infatti persino in epoca fascista la diffusione delle idee mazziniane era auspicata dal regime che voleva diffondere nelle scuole le sue opere, basti pensare agli aiuti concessi per la pubblicazione dell’Opera Omnia mazziniana alla Cooperativa Tipografica Galeati. La tipografia Galeati tra Costa e Mazzini In Italia il cooperativismo si diffonde dopo rispetto all’Inghilterra e alla Francia e l’idea di riunire il capitale ed il lavoro nelle stesse mani, con l’obbiettivo di tutelare i più deboli e i più poveri ridistribuendo equamente i guadagni, aveva senza dubbio una matrice mazzininiana, basta pensare a quanto Mazzini aveva scritto in I doveri dell’uomo. E la nostra cooperativa Galeati sicuramente nasce con lo scopo di superare senza grossi sacrifici, in termini di licenziamenti, un difficile momento economico che avrebbe colpito soprattutto le classi più povere. A questo si deve aggiungere che la cooperativa tipografica editrice si fa portatrice di un’idea di lavoro che non umilia l’uomo ma ne determina una crescita morale e sociale, e anche qui c’è lo zampino di Mazzini. Per questi motivi la Galeati aveva accettato e voluto pubblicare tutte le opere dell’importante uomo politico italiano, per la vicinanza di pensiero e di spirito. Questi motivi ideali alla fine hanno forse prevalso su altri più pratici perché la pubblicazione dell’Opera omnia di Mazzini è stata un notevole fardello economico per la cooperativa che non aveva i mezzi per portarla a termine. Grande sostenitore di questo progetto è stato Andrea Costa, la cui intercessione è stata fondamentale per la nascita della cooperativa Galeati. Il socialista imolese aveva compreso la necessità di avere un contatto più diretto col popolo e auspicava la nascita di un partito che avesse come fine quello di trasferire le materie prime e gli strumenti della produzione dai singoli proprietari a quelli di produttori associati. E questa anima socialista è ben visibile nella cooperativa tipografica imolese che mantiene sempre un rapporto privilegiato con Andrea Costa, basta pensare alla larga partecipazione di soci ed operai della cooperativa alla morte del deputato socialista (cfr cap. 1) Nella cooperativa Galeati quindi l’anima mazziniana e il pensiero di Costa convivono e si integrano. Bibiografia Baruzzi, Campioni, Martinoli (a cura di), Un tipografo di provincia. Paolo Galeati e l’arte della stampa tra 800 e 900, Ed Cooperativa Marabini, Imola 1991 Casadio, Uomini insieme. Storia delle Cooperative imolesi, La Mandragola 2001 N. Galassi, La cooperazione a Imola dalle Origini ai giorni nostri Cooperativa Tipografica Editrice Galeati, 1968 R. Galli(a cura di) L’arte della stampa in Imola, Cooperativa Tipografica Editrice, 1901 R.Galli,Paolo Galeati e la tradizione bodoniana, Imola 1940 A. Grilli,Paolo Galeati e un sessantennio di vita cooperativa, Cooperativa Tipografica Editrice Galeati, 1960 www.imola.legacoop.it www.emilia-romagna.legacoop.it www.lalbatros.it (trimestrale culturale) wikipedia.org 15 La CAVIM classe 3B Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola” insegnante: Marina Golini Indice La società cooperativa Le cooperative agroalimentari La storia della CAVIM La cantina sociale di Sasso Morelli La cantina sociale di San Biagio Fusione e nascita della Cavim Sasso Morelli: la sede attuale. Cenni storici La raccolta dell’uva ai tempi dei nonni La vinificazione oggi I vigneti La preparazione del vino I diversi tipi di vino Vendita del vino 16 Introduzione Questa che state per leggere è la ricerca della III B. Niente fretta, vi diremo subito su che cosa si basa, ma secondo noi ciò che conta davvero è il lavoro, la fatica, le risate, le interviste, le ricerche che abbiamo fatto per scriverla oltre … all'argomento su cui si basa!! Bene allora: abbiamo parlato di uva, ma anche di unione, di cooperazione, di vino e di vendita. Abbiamo elencato gli stadi di produzione del vino, il concetto di cooperativa, poi i mezzi e il modo, il come e il quando. Insomma, ormai vi starete chiedendo di che cosa mai avremo parlato nella nostra ricerca... In effetti abbiamo scelto l'argomento in un modo piuttosto... strano. E' stata la prof. di lettere che, dopo essere entrata in classe, ci ha detto: “da oggi, ragazzi, si inizia una ricerca.” Panico di massa, fino a quando le parole: “verterà su una cooperativa. Si tratta di una cooperativa che dovremo conoscere tramite... esperti e interviste. Si tratta di una cooperativa non scelta solo perché a livello locale è molto conosciuta, ma… perché… è sicuramente avvincente scoprire cosa si nasconde dietro un’ottima bottiglia di vino. Si tratta... della Cooperativa CAVIM!!” Dopo esserci informati su di essa, abbiamo invitato in classe un enologo di nome Gabriele Zuccari, un dipendente della CAVIM che si occupa di tutte le fasi che vanno dal ritiro dell'uva alla vinificazione. Lavorando in tale cooperativa da oltre vent'anni e avendo molta esperienza ci ha potuto spiegare nei minimi dettagli, ma con parole semplici e concise, come si prepara il vino, dalla raccolta all'imbottigliamento. Questa ricerca ci ha aiutato ad arricchire le nostre conoscenze e ci siamo anche divertiti. Dopo esserci divisi in gruppi, ognuno ha approfondito un argomento e infine abbiamo elaborato assieme le nostre idee. Quindi ora che siete a conoscenza del tutto, vi auguriamo buona lettura! La società cooperativa Cooperare significa operare insieme, unire idee, lavoro e iniziative, risparmi con l’obiettivo di raggiungere un fine comune. La cooperativa è una società costituita fra persone fisiche e giuridiche che condividono un obiettivo e che uniscono le loro forze per affrontare assieme le sfide del mercato attribuendo grande importanza ai concetti di solidarietà, collaborazione sul lavoro e mutualità. Oggi, in una situazione di crisi economica, occorre sottolineare l’importanza dei valori cooperativi promuovendoli e condividendoli affinché i giovani ne comprendano il ruolo diventandone nuovi promotori, consapevoli che il lavoro continua a rappresentare un importante strumento per la loro affermazione. La società cooperativa è essenzialmente impresa e società: in quanto impresa ha un fine economico che non si raggiunge da soli, nasce da un gruppo di persone che si uniscono per soddisfare un bisogno comune. L’aspetto economico-finanziario ha un rilievo ma l’attività di una cooperativa riguarda soprattutto la sfera del sociale, quella economica e quella culturale. . 17 La cooperativa gestisce in comune un’impresa con uno scopo mutualistico, cioè quello di fornire a tutti i soci beni e servizi per il conseguimento dei quali la cooperativa è sorta. A differenza delle società di capitali il cui fine è il lucro, cioè gli utili patrimoniali, nelle cooperative lo scopo mutualistico ha come fine quello di assicurare il lavoro, i servizi e i beni a tutti i soci. Le cooperative possono essere a mutualità prevalente, quindi senza alcun fine di speculazione privata, o a mutualità non prevalente. Esse sono caratterizzate dal voto capitario dei soci, ovvero dal fatto che ogni socio ha diritto a un voto in Assemblea, indipendentemente dal valore della propria quota di capitale sociale: viceversa, nelle società per azioni i voti sono attribuiti in proporzione al numero di azioni (con diritto di voto) possedute da ogni socio. Caratteristica propria della cooperativa è anche il principio di parità tra i soci, la democrazia economica, che implica, oltre al voto capitario, la necessità di un giudizio motivato sulle ragioni di ammissione o sul diniego di ammissione nei confronti di nuovi soci. Fino al 2001, era obbligatorio che per formare una cooperativa ci fossero non meno di 9 soci, per formare una piccola società cooperativa, invece, potevano essere da 3 a 8. Con la riforma del diritto societario è possibile tutt’oggi costituire una piccola cooperativa 18 con un numero inferiore di 3 soci. Per le cooperative costituite da meno di 9 soci è obbligatoria l’applicazione delle norme sulle s.r.l. , che possono essere costituite esclusivamente da persone fisiche, non da persone giuridiche. Le cooperative si dividono in: cooperative di credito, rappresentate dalle Banche di Credito Cooperativo con l’obiettivo di fare una politica del credito uguale verso clienti e soci, spostandosi da logiche di solo guadagno; cooperative di consumo, il cui scopo è di rivendere e acquistare beni di qualità a prezzi vantaggiosi ai propri soci-consumatori; cooperative di produzione e di lavoro, il cui obbiettivo consiste nel procurare lavoro per i propri soci- lavoratori alle migliori condizioni possibili. cooperative sociali: si tratta di cooperative lavoro per la gestione di servizi sanitari o finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate; cooperativa di edilizia o di abitanti, finalizzata alla costruzione di alloggi per i propri soci in un rapporto corretto tra prezzo e qualità; cooperativa della pesca o agricola, il cui scopo è di coltivare, trasformare, conservare e distribuire i prodotti agricoli oppure di finalizzare all’esercizio in comune della pesca o di attività ad essa inerenti. Le cooperative agroalimentari Nel 1884 Nullo Baldini fonda una cooperativa agricola tra braccianti a Ravenna: si tratta della prima esperienza cooperativa agricola italiana. Il 15 settembre 1889 nasce a Medicina la Cooperativa Lavoratori della Terra che da più di 120 anni si occupa di conduzioni di terreni. Nel 1893 è sorta la cooperativa Ortolani che, ancora oggi, dopo l’unione nel 1997 con la cooperativa Cofri, è attiva nella raccolta di prodotti conferiti dai soci e rappresenta un punto di riferimento nel territorio imolese. Le cooperative agroalimentari operano nei settori della zootecnica, della trasformazione della carne e dei salumi, della lavorazione e commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, della gestione di macchine agricole e della progettazione e realizzazione di aree verdi e della tutela del territorio. Grande rilievo viene dato al settore vinicolo impiegando personale di grande professionalità e una tecnologia elevata che consente di garantire la genuinità e la sicurezza dei prodotti per i consumatori. Questi ultimi possono quindi usufruire di prodotti locali di qualità e controllati. Inoltre il vino “made in Italy” può essere portato sui mercati internazionali. La storia della CAVIM La Cantina Sociale di Sasso Morelli La Cantina Sociale di Sasso Morelli fu fondata da nove agricoltori imolesi il 4 settembre 1951. I soci fondatori furono Antonio Mita, la Società Cooperativa Cantina Sociale di Faenza, Giuseppe Mongardi, Errico Bucchi, Luigi Cristoferi, Carlo Berti Ceroni, Pietro Castellari, Maria Beatrice Mambrini e Silvio Arcozzi. Essi acquistarono una struttura preesistente dei primi del novecento dove potersi installare. Nel 1958 i soci erano già diventati 52 e la struttura venne ampliata e dotata di vasche in cemento armato dalla maggiore capacità. Grazie alla serietà della cooperativa negli anni seguenti continuò l’espansione sia come volume di affari che come numero di soci aderenti. 19 Fusione e nascita della CAVIM La Cantina sociale San Biagio La Cantina Cooperativa San Biagio è stata fondata il 16 gennaio 1961 a Poggio Piccolo, nel comune di Castel Guelfo, al fine di consentire ai viticoltori soci di far partire la commercializzazione diretta del vino prodotto. I soci Fondatori della Cantina Sociale S. Biagio furono Francesco Manzelli, Guerino Dall’Olio, Bruno Noè, Aldo Dall’ Olio, Ennio Stagni, Dino Dall’Olio, Giuseppe Stagni, Antonio Dall’Olio, Cesare Cattani, Alfonso Dall’Olio, Aurelio Dall’Olio, Sante Stagni, Luigi Stagni e Sergio Cattani. I vigneti di riferimento erano situati nell’area pedecollinare che spazia dalle prime colline di Castel San Pietro Terme, Ozzano e Dozza fino alla pianura di Castel Guelfo e Medicina. La cantina sociale aveva provveduto a riorganizzare i vigneti al fine di una produzione vinicola più selezionata. Il numero dei soci e delle quantità andò progressivamente aumentando nel corso degli anni, fino a diventare punto di riferimento di una grande area. 20 Nel 1992, dalla fusione della Cantina sociale Sasso Morelli e della Cantina cooperativa San Biagio, nasce la CAVIM: Cantina Viticoltori Imolese. Foto di gruppo dei primi soci della CAVIM. In principio erano 23 soci. Oggi, sono circa settecento gli agricoltori che conferiscono le proprie uve alla Cooperativa. I soci originari erano produttori di uva che decisero di sfruttare al meglio le possibilità del loro prodotto portandolo alla Cavim. L’unione era finalizzata a utilizzare una struttura comune per le diverse fasi della lavorazione dell’uva per poi procedere alla vendita, direttamente in cantina, del prodotto finale. Il vantaggio che i soci potevano trarre consisteva nel far confluire verso un luogo comune il proprio prodotto per realizzarne la lavorazione; in tal modo diminuivano le spese da sostenere per la trasformazione dell’uva nelle aziende dei singoli soci. Inoltre la cooperazione garantiva anche un vantaggio in termini di guadagno. La fusione diede origine al problema di dove sistemare la cantina e quali criteri utilizzare per giustificare la scelta di un luogo piuttosto che un altro. Alla fine la decisione fu presa in base all’ammontare fisico degli aiuti dei soci, cioè i quantitativi d’uva apportati da ogni zona. Di conseguenza la sede operativa della CAVIM divenne Sasso Morelli, a poche centinaia di metri dal centro cittadino, nell’antica sede che ospitava la cantina omonima. I soci provenienti dalla cantina san Biagio tuttavia non furono immediatamente d’accordo poiché i trasporti divennero in tal modo per loro più costosi. Nel 2004 è stato costruito il nuovo stabilimento che sorge dietro la struttura storica su una superficie complessiva di 6000 metri quadrati coperti, oltre ai 3000 già esistenti. Questa struttura tecnologicamente molto avanzata trasforma in vino 220000 quintali d’uva con una potenzialità massima di 300000 quintali. La CAVIM aderisce alla Confederazione Cooperative Italiane (Confcooperative) e oggi si presenta così: Soci Addetti fissi Altri addetti Fatturato e/o ricavo Export Patrimonio n. 532 n. 14 n. 1 € 7.091.991,00 € 9.047,00 € 4.912.643,00 *dati tratti da Imola Insieme 2011, supplemento al n.27 del 16 luglio 2011 de Il Nuovo Diario Messaggero. La cooperativa si presenta a mutualità prevalente senza, quindi, alcun fine di speculazione privata e ha come scopo quello di valorizzare nel migliore dei modi le produzioni agricole dei propri soci e di migliorare le condizioni e le attività dei soci. La cantina si occupa della raccolta, manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ed assiste i soci. Si può diventare soci inoltrando una richiesta scritta al consiglio di amministrazione ed è necessario indicare: • I dati dell’azienda o della persona fisica che ha deciso di inoltrare la richiesta. • L’effettiva attività svolta. • L’ammontare del capitale che ha intenzione di sottoscrivere. • Il luogo in cui si trovano i terreni agricoli e la loro estensione. • L’impegno al conferimento totale della produzione impegnata. • L’obbligo di comunicare entro il 31 luglio di ogni anno la quantità di uva conferita in cantina. • L’impegno a sottoscrivere eventuali programmi volti alla capitalizzazione. 21 Sasso Morelli: la sede attuale. Cenni storici. La grossa borgata di Sasso Morelli sorge a 9 km da Imola e a 7 km dalla via Emilia. Sicuramente il nome deriva da un sasso o un blocco di pietra presente nel luogo: Sasso non può, infatti, non far subito pensare a qualcosa del genere. La sua prima citazione storica risale al 1150, in un atto di enfiteusi. In seguito molti sono i nominativi derivanti dal luogo come ad esempio il cognome Sassi rimasto poi molto comune nell’imolese dal 1300. I signori di Sasso erano inizialmente i Sassatelli, potente famiglia imolese, ai quali si deve l’erezione della Chiesa; in seguito il borgo andò in mano a Cosimo Morelli. Nel XV secolo la popolazione sentì il bisogno di un oratorio, che fu ultimato ufficialmente il 15 luglio 1573. Ai Sassatelli si concesse di potervi far celebrare la Messa e loro si deputarono a custodi dell’oratorio medesimo. Tutto questo risulta all’atto del notaio Giovanni Battista Pascoli, cancelliere vescovile, del 15 novembre 1573. In seguito, il 12 maggio 1620 i Sassatelli vendettero il proprio palazzo, l’annesso giardino e la Chiesa ai signori Alessandro e Giulio Papotti. Dal passaggio della proprietà dai Papotti a Cosimo Morelli (1° luglio 1777), iniziò per Sasso un periodo particolarmente importante perché Cosimo Morelli cercò di farne, da piccolo e oscuro borgo qual era, un vero e proprio paese. Da allora Sasso unì il suo vecchio nome al cognome del suo nuovo signore, divenne così Sasso Morelli. Tra il 1780 e il 1785 sorse infatti una nuova Sasso. Un architetto e progettista di ammirati palazzi e maestose cattedrali, tra cui S.Cassiano, diede alla chie- 22 sa una nuova e più vasta forma. Inoltre sostituì le vecchie case della borgata con delle nuove costruzioni a porticato, distribuite al fianco di una piazza, che diedero all’insieme un aspetto grazioso e piacevole. Infine morì a Imola il 26 febbraio 1812, ormai ridotto in miseria. Bambini nel Rio Correcchio (1903) Foto U. Tamburini, Imola Famiglia contadina (Canél) con l’uva appesa al muro della casa per fare il “vin santo” (anni 10) La raccolta dell’uva ai tempi dei nonni La coltura della vite è da sempre molto diffusa al piano e sui monti dell’Emilia Romagna, regione che vanta una serie di vini celebri. Nelle colline troviamo l’Albana di Bertinoro, il Sangiovese, il Trebbiano, il Lambrusco di Castelvetro, il Bianco di Scandiano, il Barbera di Langhirano e il Gutturnio dei colli piacentini. Il piano offre il Lambrusco della pianura modenese, il Salamino di Santa Croce di Carpi, il Lambrusco graspa rossa di Fabbrico, la Lancellotta e la Fogarina reggiane, il Vino rosso del bosco di Ferrara e il Pomposa bianco. Un tempo gli attrezzi legati alla vite non si discostavano da quelli della tradizione agricola, inoltre veniva impiegato il roncolo o pennato per potare e un coltello tascabile fatto a roncolo usato per innestare o staccare i grappoli d’uva alla vendemmia. Per “dar l’acqua alla vite” si usava una botte adattata su di un biroccio munita di una pompa e di uno spruzzo per spargere il solfato di rame; a volte il contadino usava anche lo zolfo per difendere l’uva. I nonni raccontano che erano sia le donne che gli uomini a mettere l’uva all’interno di cesti con dei fori, quando erano pieni le donne spostavano l’uva in grandi contenitori e con i piedi pigiavano gli acini. Attraverso un foro usciva il mosto che veniva quindi messo in grandi tini a fermentare per uscirne vino. Il vino invecchiava nelle botti a robusta doga e, passato o meno in damigiana, veniva imbottigliato con la luna propizia, di solito a febbraio. Raccolta dell’uva Una cantina ben attrezzata era costituita da botti allineate di varia misura, una serie di mastelli, la mostatrice, damigiane, imbuti e bottiglie ben ordinate su assi appese alle pareti, spesso coperte da fitte ragnatele. In un angolo, generalmente il più buio, era riposto il torchio per spremere vino, quanto possibile, dagli acini già sfruttati. Il vino torchiato, oggi in disuso, diventò prezioso negli anni magri. Questo tipo di vinificazione inoltre non era propria solo dei contadini: anche in città si usava vinificare nella piccola cantina, dopo aver acquistato uva pregiata. Botti di una cantina 23 Cantina con tini e torchio Vendemmia a mano nei campi La vinificazione oggi L’evento della raccolta dell’uva, nella tradizione agricola, è sempre stato un momento di festa collettiva. Qualunque sia il metodo di raccolta prescelto, manuale o meccanico, l’aspetto importante è che il grappolo e la sua integrità vengano rispettati il più possibile. Nei piccoli vigneti famigliari e nella produzione di vini di pregio, la raccolta manuale continua a essere il metodo migliore in quanto consente di effettuare una corretta scelta dei grappoli e di eliminare quelli non idonei . Una persona può cogliere, in media, 70-120kg di uva all’ora. 24 L’uva intatta si conserva meglio durante il trasporto in cantina, che dovrebbe avvenire il più velocemente possibile. E’ buona norma, al fine di evitare la perdita degli aromi e le fermentazioni anomale e batteriche, vinificare l’uva nella stessa giornata di raccolta. Per quanto riguarda il metodo meccanico, l’impiego di macchinari permette di lavorare molto più velocemente. La vendemmiatrice è condotta da un operaio tra i filari. Egli aziona dei battitori che si trovano nei lati della macchina, i quali fanno cadere l’uva in un nastro che porta i grappoli dentro una vasca, collocata su un rimorchio. Una volta riempita la vasca, l’uva è pronta per la partenza verso la cantina, dove verrà trasformata in vino. I vigneti Gli stabilimenti enologici della CAVIM sono situati in posizione ottimale per la ricezione delle uve di tutto il territorio del comprensorio di Imola, prodotte e conferite da diversi agricoltori. Moderni macchinari per la raccolta I nuovi macchinari hanno alleviato la fatica degli agricoltori; la barra falciante ad esempio serve per rimuovere foglie e rami inutili. Viene impiegato anche l’atomizzatore, una macchina che passa tra i filari e spruzza veleno in modo da rendere l’uva invulnerabile ai parassiti. I Vigneti si estendono nella parte collinare e pedecollinare a Sud della Via Emilia nei Comuni di Castel San Pietro Terme, Dozza, Imola, Casal Fiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice e Castel del Rio. Questi territori sono adatti alla viticoltura grazie al loro suolo molto argilloso, non tanto fertile, e al clima estivo tendenzialmente siccitoso, Un atomizzatore 25 caratteristiche che permettono di conseguire basse produzioni per ceppo, ma con caratteristiche qualitative eccellenti. La parte pianeggiante del territorio compresa nei Comuni di Mordano, Castel Guelfo di Bologna, Medicina e Imola, è costituita da terreni alluvionali di medio impasto con prevalenza della componente argillosa quindi abbastanza fertili, ma non idonei ad una vegetazione estesa. Da questi vigneti hanno origine i vini di qualità a denominazione di origine controllata: i DOC Romagna con il Sangiovese anche nella tipologia Superiore e Superiore Riserva, il Trebbiano e l’Albana; le DOC Colli di Imola con Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Novello; i DOC Reno con Pignoletto e Montuni. Le uve vengono sottoposte in fase di raccolta ad una accurata selezione, vinificate in purezza con le più aggiornate tecniche etnologiche ed in osservanza dei rispettivi disciplinari di produzione. 2 - L’uva viene così scaricata nelle tramogge dove inizia la lavorazione. Subisce una prima pigiatura, poi tramite tubature e pompe giunge alle presse: lì si ricava il mosto e si scartano le vinacce, che rappresentano il 15% dell’uva pressata. Le presse lavorano lentamente, perché la qualità del vino è alta quanto meno è violenta la pressatura dell’uva. Preparazione del vino Come ogni altra azienda produttrice di vino, la CAVIM impiega moltissimo tempo, macchinari e personale per dar vita a una singola bottiglia di vino. (Firmata CAVIM, ovviamente!) 1 - I carri dell’uva entrano in cantina, vengono pesati e arrivano in una stazione rifrattomerica dove viene determinato il grado zuccherino dell'uva, normalmente più alto nell'uva di collina. Il grado zuccherino determina il grado alcolico del vino. Viene scartata l'eventuale uva non idonea alla produzione del vino: in questo modo ogni socio viene pagato in base alla qualità e alla quantità di ciò che ha portato. 26 3 - Il mosto viene portato in vasche d’acciaio dove avviene la fermentazione: è un processo bio-chimico dove i lieviti trasformano lo zucchero dell’uva in alcool e anidride carbonica. Dopo questo processo che dura un paio di giorni l’uva è già diventata vino. Oltre a queste produzioni la CAVIM fornisce anche vino sfuso e in bottiglia, o anche in fusti per la vendita alla spina, ognuno caratterizzato da un buon rapporto qualità-prezzo! I vini in bottiglia spaziano dal Rodrigo Brut al Trebbiano, dal Sangiovese al Chardonnay Blumanne, dal Cabernet Sauvignon Alegio al Reno Doc Pignoletto Lutio. 4 - L’uva viene posta in vasche frigo dove la temperatura è mantenuta bassa per preservare l’aroma del vino. Infine macchinari appositi filtrano diverse volte il vino ancora torbido. Nell’uva rossa buccia e mosto fermentano insieme: la buccia cede tutte le sostanze e gli aromi coloranti al mosto, il quale assume così il caratteristico colore rosso. Infine dopo la fermentazione vengono eliminate le bucce. I vini di punta della cantina sono: il Sangiovese di Romagna Doc Superiore I diversi tipi di vino Dai vasti territori la CAVIM ricava i seguenti vini di qualità: Le Doc Romagna con - il Sangiovese Superiore e Superiore Riserva; - il Trebbiano; - l'Albana. Le Doc Colli di Imola con - Chardonnay; - Cabernet Sauvignon; - Novello. Le Doc Reno con - Pignoletto - Montuni E’ prodotto da uve Sangiovese. E’ un vino rosso, e il suo odore si presenta intenso con sentori di frutta matura. Il suo sapore in bocca è secco, morbido, tannico, persistente ed equilibrato. Si abbina a pasta al ragù, arrosti di carne e formaggi stagionati. Si serve a temperatura ambiente, dopo averlo stappato almeno un’ora prima. 27 il Sangiovese di Romagna Doc Superiore Riserva. Vendita del vino Il vino prodotto prende... diverse vie! Per il 20% viene portato al punto vendita della CAVIM a Sasso Morelli, dove si vende direttamente al pubblico. Il restante 80% viene venduto all'ingrosso. Il miglior acquirente è la cooperativa CAVIRO, alla quale la CAVIM conferisce il 35 % della produzione annuale. Vendita al dettaglio E’ prodotto da uve Sangiovese. E’ un vino rosso, ha profumi molto intensi di frutta matura e speziati dall’invecchiamento in rovere. Il suo gusto è secco, morbido e tannico, con una lunga persistenza nella bocca. Si può abbinare ad arrosti, selvaggina e formaggi stagionati. Si serve a temperatura ambiente, dopo averlo stappato almeno un’ora prima. Scaffali con bottiglie pronte per la vendita, 28 Bibliografia • A AVV, La vite. Varietà, impianto e potatura, Firenze, Giunti, 2009. • D all’Ara, V., CAVIM. La passione per il vino è un respiro antico, 2006. • M elotti, R., Corporate governante ed evoluzione degli strumenti di controllo di gestione nelle cooperative vinicole, tesi di dottorato di Ricerca in Economia Alimentare, 2007. • V ioli, F., “Gli attrezzi del lavoro contadino”, Cultura popolare nell’Emilia Romagna, Milano, Silvana Editoriale, 1982. • “ Cooperative Agroalimentari” , Imola Insieme 2011, annuario della cooperazione imolese,supplemento al numero 27 del 16 luglio 2011 de “Il Nuovo Diario Messaggero”. • C antina sociale San Biagio 25 anni insieme (depliant illustrativo) 29 La Cooperativa Ceramica di Imola classe 3E Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa” insegnanti: Chiodini Candia e Folli Moreno Indice Nascita di una cooperativa di Denise Bertini, Chiara Bottecchia, Anna Giaconìa, Marco Macchia, Luca Moscato Gio Ponti, la ceramica e… noi di Arianna Accordi, Vanessa Martignani e Veronica Pederzoli Appendice: il “nostro” Garofano blu di Filippo Daporto, Chiara Bottecchia, Denise Bertini, Marco Macchia, Luca Moscato, Anna Giaconia, Emilie Rossi, Veronica Pederzoli 30 Nascita di una cooperativa Giuseppe Bucci nel 1874 decise di cambiare l’azienda in cooperativa, scelta che si rivelerà vincente, sebbene fatta in un momento di difficoltà economiche per il paese. La scelta industriale era indispensabile per stare al passo degli altri stati europei, però mancava la spinta verso la grande industria. Da qui incomincia la storia della cooperativa che è divisa in vari elementi che si sviluppano nel tempo. La difficoltà maggiore per le aziende era il settore della produzione che non trovava le condizioni economico-sociali adatte. E’ anche vero che le cooperative sorte nell’Italia centro-settentrionale non ebbero alcun aiuto. L’idea nacque quando tutti unirono le proprie idee formandone una migliore. Ciò alimentava le speranze di Giuseppe Bucci che appoggiava l’idea della cooperativa. Imola era una delle città nella quale nasceva la cooperativa. Oltre a Imola altre manifatture erano nate nell’età napoleonica e avevano retto la concorrenza alle botteghe. Le botteghe erano di scarso rilievo mentre la ceramica era molto più importante. Una di queste era quella di Vincenzo Mirri che però dopo poco tempo fallì. Era invece andata bene la cooperativa di Tommaso e Giovanni Bucci anche se dovevano superare crisi interne. Questa coopera- tiva produceva stoviglie e terraglie che Sante Bucci riuscì a far diventare oggetti di tipo artistico. Nel 1871 la gestione passò al figlio Giuseppe che portò avanti l’azienda da solo. Giuseppe Bucci voleva una trasformazione in senso cooperativo, anche se era una scelta rischiosa per i suoi lavoratori perché richiedeva capitale ed era molto complicata. Furono anni difficili, non avevano amministratori e quindi dovevano sperimentare la forza della fratellanza e dell’unione. Tra Bucci e la sua cooperativa c’era un forte spirito di unione che non poté durare a lungo perché a causa di disguidi Bucci fu arrestato. In questo periodo Bucci lasciò una lettera in sua memoria. Il successo della cooperativa non poteva nascere da una singola idea ma da un’associazione quindi si firmò il patto di fratellanza che assicurava “amicizia reciproca”. Grazie al patto ci fu un miglioramento che fece aprire delle scuole serali di alfabetizzazione. Non tutti credevano nel miglioramento e soprattutto lo vedevano con ironia. Andare avanti, senza Bucci, era una vittoria. Il sette marzo 1877 la fase sperimentale si concluse e la società cooperativa di fabbricazione di Majoliche e Stoviglie diventò legale. Per la cooperativa venne fatto uno statuto che rimase in vigore fino al 1906 quando venne sostituito con quello conforme al Codice del Commercio. 31 Le funzioni amministrative erano in mano al consiglio direttivo costituito da cinque operai che dovevano eleggere il Direttore e il suo Vice. Le funzioni tecniche invece erano in mano ai capi d’arte che avevano il compito di distribuire il lavoro equamente e di sorvegliarlo. I lavoratori erano divisi in: - pittori - formatori - giornalieri. Le prime due categorie erano specializzate nel confezionamento, la terza categoria aveva mansioni più semplici. Il Direttore controllava l’andamento della cooperativa ed era affiancato da un segretario-contabile. A differenza del Direttore il segretario contabile rappresentava la continuità e perciò non cambiava quasi mai. Gli unici segretari-contabili furono Lorenzo Sangiorgi dal 1878 al 1911 e Gioacchino Zambrini, dal 1911 al 1935. La correttezza amministrativa era controllata da tre sindaci nominati fuori dalla cooperativa; molti cittadini occuparono questa carica politica, che li fece diventare importanti. Il capitale era stato stabilito di 30.000 lire, suddivisi in 600 azioni di 50 lire ognuno che poi venivano comprate dai soci. In seguito il capitale diventò di 24.000 lire e le azioni 480. Furono molto di aiuto la Banca Popolare e la Cassa di Risparmio. La Banca Popolare nacque nel 1871 grazie ai principi ispiratori di Luigi Luzzatti. Questo fu un passo importante e Luzzatti fu appoggiato da Luigi Bucci perché si voleva dare vita a una banca per i bisogni di tutti, per fare tutte le operazioni che riguardavano la cooperativa nel settore operaio e mutualistico. I lavoratori erano divisi in soci e non soci. Quando si avevano ventuno anni, si poteva diventare soci; i soci erano divisi in effettivi e cooperanti. Entrambi i gruppi erano importanti, però i cooperanti potevano essere eletti alle cariche sociali. I soci erano un numero da 31 a 39 circa nel 1890. Ai lavoranti che non tenevano un comportamento corretto, venivano comminate pene anche molto gravi. Per mandare 32 avanti la società bisognava avere uno statuto che, quando non veniva rispettato, punisse i lavoratori con la sospensione. Perciò vennero presi numerosi provvedimenti per quelli, ad esempio, che si allontanavano dalla fabbrica o per quelli che creavano disordine. In questo periodo veniva sfruttato il lavoro minorile, così venne creata una legge che impediva di far lavorare i ragazzi con meno di 12 anni e che non si potevano affidare lavori troppo impegnativi. I lavoratori erano analfabeti. Comunque sia si ricevevano delle istruzioni dalle scuole elementari e anche dalla cooperativa quando si iniziava a lavorare. Le scuole di istruzione erano serali e potevano partecipare anche gli adulti, pagando; la scuola insegnava molte materie. La cooperativa voleva espandere i suoi confini sempre più e quindi faceva entrare i figli dei lavoratori. L’impegno della cooperativa d’ Imola con i suoi esperti lavoratori aiutò le società di Forlì e Cotignola e vari Ospizi e Cucine d’ Imola. Aiutavano anche a formare le pensioni e i sussidi con versamenti e contributi. Inoltre la cooperativa teneva conto di tutte le malattie per mezzo dei certificati medici. Sia gli ammalati che gli anziani ricevevano una pensione. Bisognava tenere in pareggio il bilancio per saldare i conti. Perciò bisognava aumentare il capitale per la produzione e creare un magazzino dove mettere una sicura quantità di prodotti. In quegli anni Venezia decise di rappresentare il Veneto con i prodotti della cooperativa. Dato che accadde ciò, la cooperativa decise di aumentare la mano d’opera e di conseguenza la produzione allargando la fabbrica, ma questo era difficile non avendo molto capitale a disposizione. Le condizioni di salute erano molto disagevoli e quindi molti medici entrarono nell’impresa di migliorare le condizioni di lavoro degli operai. Nel 1881 si iniziò ad allargare la fabbrica con un piccolo archivio e in più venne aggiunta una piccola stufa. Proprio mentre la cooperativa stava migliorando, Giuseppe Bucci, il 9 ottobre dello stesso anno, morì. Dopo la morte di Giuseppe Bucci l’uomo che mandò avanti la cooperativa fu Lorenzo Sangiorgi. Egli stette sempre attento a non rovinare la sua reputazione. Facendo opere industriali, per comodità, creò un inventario per tenere sotto controllo tutti i prodotti. Un altro uomo che aiutò la cooperativa fu l’onorevole Giovanni Codronchi che era sempre attivo nell’ambito dell’occupazione dei lavoratori. Tutti i lavoranti partecipavano in modo democratico alle riunioni. Questo serviva anche ad aiutare gente colpita da calamità naturali. Alla cooperativa ceramica si rivolgevano sempre più cooperative dalla quale prendevano esempio anche per lo statuto. 33 Gli artisti erano suddivisi in artisti e apprendisti; gli apprendisti dovevano ancora frequentare la scuola per migliorare la propria arte. Il tempo che bisognava lavorare ogni giorno era di otto ore mentre i ceramici lavoravano circa dieci ore che potevano variare. I lavoranti artistici venivano pagati a ore mentre gli altri venivano pagati a cottimo. Il nuovo lavoro veniva svolto dai giovani artisti e se ci fosse stata la chiusura della cooperativa sarebbero tornati al lavoro comune. In fine la cooperativa riuscì a presentarsi in ottime condizioni al congresso di Torino. Le industrie e le associazioni che volevano mettersi in luce, utilizzavano i prodotti della società di Imola. Ma furono soprattutto le grandi esposizioni a far primeggiare Imola nelle manifestazioni e opere di beneficenza; i premi e le medaglie che ricevettero fecero per molti anni bella figura. A Torino vinse tre medaglie che dimostravano come era ben organizzata. Ma il vero successo lo ebbe quando aumentò la richiesta di prodotti. La cooperativa garantiva i soldi che dovevano poi essere ammortizzati. Il Direttore, a differenza degli altri, non riceveva uno stipendio, però riceveva esclusivi compensi per le missioni svolte; questo perché non era un ruolo fisso e veniva a volte sostituito dal primo artista. Gio Ponti, la ceramica… e noi Quando Gio Ponti arrivò a Imola…… Ponti capita ad Imola per caso, durante una sosta dal tragitto verso Faenza. L’uomo si avvicina alla porta d’ingresso e chiede gentilmente di poter visitare l’azienda. Tutto questo accadde nel dopoguerra,e suscitò curiosità ed imbarazzo a chi era lì ad assistere al suo arrivo perché nessuno di così importante si era mai interessato del lavoro della cooperativa. Fu un fulmine a ciel sereno come spiegano i testimoni del suo arrivo ,il motivo di tutto questo imbarazzo e stupore è che la grande 34 umanità di Ponti ha conquistato in men che non si dica i ceramisti imolesi e dimostrato l’umiltà del grande artista. La sua bravura e la sua innovatività nelle espressioni artistiche spinse la cooperativa a chiedere la collaborazione di gio ponti sulla produzione della ceramica. I progetti realizzati da questo grande artista si sono sommati e ora si possono elencare evidenziando la soddisfazione che solo le grandi crescite professionali possono far emergere. La ceramica: un materiale, tanti materiali Il garofano blu Gio Ponti è il primo artista che stravolge la tabella colori del Garofano,il decoro delle ceramiche di Imola, reinventato in tre toni di blu per diventare appunto il Garofano Blu ,gli altri ceramisti imolesi definivano questo stravolgimento nient’altro che una “semplice genialata”. Da trent’anni quindi la ceramica imolese continua a creare ceramica contemporanea e” futuristica” come fece il grande Gio Ponti inventando il garofano blu . Il termine “’ceramica” comprende tutti gli oggetti ottenuti dalla lavorazione e cottura di terra impastata con acqua. L’argilla è alla base di tutti i prodotti ceramici. Le argille sono terre contenenti silicato di idrato di alluminio, sostanze organiche e metalli diversi. I prodotti ceramici sono differenti fra loro a seconda delle percentuali di questi metalli all’interno dell’argilla. L’argilla diventa malleabile con l’aggiunta acqua, diventa solida se essiccata e molto dura se sottoposta a cottura. I materiali più usati nel campo della decorazione artistica sono: -La terracotta, è ottenuta da una sola cottura di un impasto di semplice argilla; ha un aspetto grezzo, poroso e il suo colore va dal giallo al rosso cupo a causa della quantità di ossido di ferro contenuto in essa. 35 -La maiolica, è ottenuta rivestendo con certi tipi di smalti bianchi la stessa terracotta ( chiamata anche biscotto se usata per produrre certi tipi di materiale ) su cui si decora ; così trattato viene poi cotto di nuovo. -La porcellana, è ottenuta dalla decorazione di un impasto di argilla composto da minime parti di quarzo, feldspato e , soprattutto, caolino. Il bisquit (biscotto),parola inglese usata per definire questo tipo di materiale è poi smaltato con la cristallina, cotto , decorato e cotto nuovamente. Dopo la seconda cottura, il prodotto deve risultare traslucido, bianchissimo, duro e vetroso ,a causa del caolino contenuto nell’impasto. Il caolino, infatti, può raggiungere altissime temperature senza fondere e deformarsi. Le porcellane sono prodotti di pasta bianca,vetrificata e traslucida se lo spessore è scarso. Vetrinata o no,questa pasta è raramente grigia o giallastra. -La terraglia, si ottiene dalla cottura di argille il cui impasto contiene feldspato, quarzo e piccole quantità di caolino che non può raggiungere le stesse temperature, altrimenti fonderebbe, deformandosi. Il prodotto della seconda cottura è grigiastro, meno lucido e duro della porcellana perché il caolino è presente in minori quantità; ma ha il valore di avere costi inferiori. La terraglia è comunemente detta ceramica. La terza cottura a cui l’oggetto di ceramica 36 è sottoposto dopo che è stato cotto prima l’impasto argilloso e in seguito lo smalto o cristallina. Dopo la prima cottura (che si aggira intorno ai 1000°C per tutti gli impasti), la ceramica prende nome di biscotto (bisquit per la porcellana). La pittura del biscotto è detta “decoro sottosmalto”; il pezzo di ceramica poi viene rivestito con la cristallina ,cioè uno smalto trasparente, e nuovamente cotto in seconda cottura dai 950 ai 1300 °C a seconda dell’impasto. I biscotti destinati a rimanere bianchi o alla decorazione a terzo fuoco, invece, vengono ricoperti solo di cristallina e cotti in seguito con tem-perature attorno ai 1000 °C per due volte ;I prodotti così ottenuti sono pitturati e nuovamente cotti sotto i 900°C , si tratta della terza cottura. Le temperature, nelle diverse cotture, variano a seconda dell’impasto ceramico. La ceramica: storia di un materiale, storia dell’uomo ANTICHITA’ Nell’ antichità gli uomini primitivi utilizzavano l’argilla per costruire qualunque cosa ,perché era l’unico materiale che resisteva nel tempo .Quindi le origini dell’argilla sono veramente molto antiche. MESOPOTAMIA Usata per costruire case e palazzi delle città della Mesopotamia, l'argilla ha avuto un ruolo effettivamente importante anche nell'invenzione della scrittura. Alla fine del IV millennio a.C., i Sumeri svilupparono questo straordinario mezzo di comunicazione utilizzando tavolette d'argilla che venivano con il famoso stilo appuntito. EGITTO Ma fu l'antico Egitto il vero scopritore dell’argilla in tutti i suoi utilizzi. I papiri egiziani rivelano che, circa 3000 anni prima della nascita di cristo, i medici dei faraoni facevano uso dell'ocra gialla, che è una terra argillosa e curativa usata per curare ogni tipo di malattia, ferite, lesioni. Utilizzavano l'argilla perfino per la mummificazione del corpo dei defunti. ANTICA GRECIA Gli antichi greci la chiamavano la “terra di Lemno”, dal nome dell’isola da cui proveniva e nella quale si trovavano importanti cave studiate anche da un celebre anatomista greco, che la considerava un rimedio unico. successo , descrive l’utilizzo dell’argilla con grande ricercatezza dei particolari. Anche Marco Polo ne parla nei suoi appunti di viaggio nelle terre lontane e sconosciute Nel medioevo in Italia la porcellana ,era un materiale molto prezioso. Segno di ricchezza ,quando venne esportata le corti europee iniziarono a ricercare in tutt’ Italia le creazioni più pregiate in porcellana per abbellire le corti stesse ed i palazzi. Ogni corte aveva un simbolo che veniva riprodotto sulle maioliche e sulle creazioni in porcellana. Appendice: il “nostro” Garofano blu MEDIOEVO Nel Medio Evo il medico e filosofo persiano Avicenna, nella sua opera “Canone della Medicina” un libro di medicina che ebbe molto 37 La cooperativa sociale “l’Arca” classe 3B Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa” insegnanti: Chiara Palmisano Avallone , Candia Chiodini Indice Le cooperative: motivazioni, senso e storia Cos’è una cooperativa sociale? Le motivazioni della nostra scelta Cooperativa sociale l’ arca Conclusioni Un’idea per un nuovo logo 38 Le cooperative: motivazioni, senso e storia … Abbiamo iniziato a parlare di cooperative quando la nostra professoressa ci ha coinvolti nella preparazione di un progetto sulla cooperazione. Così abbiamo cercato prima di capire cosa sono, quali motivazioni le animano e anche di conoscere un po’ la loro storia. Lo sviluppo della cooperazione è andato sin dalle origini di pari passo con la crescita economica, sociale e culturale dei soci cooperatori e di tutti gli individui coinvolti: è una sorta di risposta a bisogni economici, spesso intessuta di forti valori e motivazioni. Dopo la prima rivoluzione industriale molti pensatori, a cominciare da Thomas Morei, ipotizzarono forme sociali più giuste. È il 1833 l’anno che vide l’apertura di un primo negozio cooperativo a Rochdale, in Inghilterra, che però fallì nel 1835. L’esperienza tratta da questo fallimento consentì ad un gruppo di lavoratori tessili della stessa città (i Probi Pionieri) di riprendere in seguito l’iniziativa, con più successo rispetto alle altre tentate fino a quel momento: così il 21 dicembre 1844 nacque la prima cooperativa di consumo che riuscì a resistere alla costante sfida dell’economia di mercato. La ragione strutturale dei fallimenti avuti prima di Rochdale va ricercata nel fatto che, in precedenza, i negozi vendevano i generi a prezzo di costo, ma ciò significava non avere alcuna misura della propria efficienza, né alcuno spazio per investire, innovare, ovvero, in qualche modo, ampliare la propria attività. Da Rochdale in poi, invece, le cooperative iniziarono a vendere a prezzo di mercato, ovvero, ancora meglio, al prezzo migliore esistente sul mercato, a prezzi non gravati da rendite speculative. Il gruppo dei Probi Pionieri diede vita ad uno Statuto, espressione degli obiettivi cooperativi, le cui finalità di fondo ancora oggi sono un punto di riferimento per milioni di cooperatori in tutto il mondo. Le cosiddette cooperazioni difendevano il costo del lavoro e garantivano un’assistenza materiale e spirituale. Tuttavia, la corporazione era un’associazione chiusa, mirante a garantire la tranquillità economico sociale dei suoi membri. Gli anni successivi furono pieni di nuove iniziative di cooperazione, in particolare in Germania. Dopo il 1848 nacquero anche le Banche Popolari e le Casse Rurali, con lo scopo di far accedere al credito artigiani e contadini attraverso la raccolta dei risparmi. Uomini di cultura sensibili ai problemi sociali realizzarono associazioni volontarie e i lavoratori più istruiti e coraggiosi costituirono società operaie o società di mutuo soccorso, che prevedevano il versamento settimanale di un contributo, grazie al quale gli associati potevano contare su una assistenza reciproca, mutua, in caso di malattia, infortuni o morte. Da queste esperienze derivarono le prime forme di cooperazione, come ad esempio le cooperative di consumo, nate per procurare ai soci gli alimenti essenziali di qualità e a prezzi contenuti. Nella prima metà del XIX secolo dunque nacque l’idea di un’economia cooperativa fondata su principi che sono ancora oggi rispettati. Cosa succedeva in italia? I vari governi italiani, fino alla metà dell’ ‘800, non appoggiarono mai i progetti cooperativi ed anzi a volte emersero atteggiamenti perfino avversi nei loro confronti. Le prime esperienze cooperative ebbero inizio con un decennio di ritardo rispetto all’Inghilterra e trovarono sviluppo soprattutto (se non esclusivamente) nel 39 nord, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso. Dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino aprì la prima cooperativa italiana, il Magazzino di Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di una grave carestia agricola ed il conseguente rincaro dei prezzi. Due anni dopo verrà costituita la prima cooperativa italiana di produzione e lavoro, l’Associazione artistico vetraria di Altare (Savona). Promosse da liberali e repubblicani mazziniani, le cooperative trovarono vasto consenso e arricchirono il movimento politico e sindacale di emancipazione dei lavoratori. La cooperazione fu considerata strumento di inserimento non conflittuale delle classi operaie, dei braccianti e dei contadini nello sviluppo economico, quindi utile all’intera organizzazione sociale. Altre iniziative interessanti nacquero nel 1863 a Firenze, grazie all’attività di alcuni nobili e borghesi illuminati, con la Società Cooperativa di Consumo per il Popolo e ancora, due anni dopo, a Como, dove nacque la prima cooperativa italiana con uno Statuto modellato sui principi di Rochdale, redatto da Francesco Viganò, che ebbe la possibilità di girare l’Europa e conoscere le realtà già avviate negli altri Paesi. Gli ultimi decenni del secolo, dopo l’unità d’Italia, furono decisivi. Anche nel Bellunese iniziarono a sorgere piccole latterie e cooperative: grazie a Don Antonio della Lucia nel 1872 nasceva a Forno di Canale la prima Latteria Cooperativa d’Italia e successivamente il 20 luglio 1888 ad Agordo si fondò la Federazione delle Latterie Agordine con il compito di confezionare e smerciare il burro. Negli anni successivi le iniziative si moltiplicarono, ma solo nel 1893 il fenomeno si concretizzò nella Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue. 40 La lega nazionale delle cooperative La Lega nacque per aggregare le diverse cooperative. Le imprese iscritte, attraverso di essa, ebbero la possibilità di far sentire la propria voce, le proprie ragioni e di far valere gli interessi comuni in ambito nazionale, anche se i governi conservatori di fine ‘800 si dimostrarono sospettosi verso qualsiasi esperienza che comportasse un ampliamento della democrazia. La neutralità dello Stato nelle controversie su questioni economiche tra operai ed imprenditori si affermò però ben presto, con la vittoria in Parlamento del partito liberal – democratico di Giovanni Giolitti. L’alleanza cooperativa internazionale Attualmente la nuova problematica del sistema cooperativo italiano ed internazionale, da cui deriva l’impegno della Lega delle Cooperative e delle altre Centrali cooperative (e di conseguenza quello dell’ACI, Alleanza Cooperativa Internazionale è quella di disegnare un preciso quadro normativo che sia punto di riferimento dell’intero movimento e renda riconoscibile la qualità dell’impresa cooperativa rispetto agli altri modelli d’impresa. Il valore sociale della cooperazione, del resto, ha trovato riconoscimento nella Costituzione Repubblicana, nella quale risulta fondamentale la tutela dei diritti sociali e il ruolo di rilievo delle classi lavoratrici nella vita politica e sociale della Nazione. In questo senso l’Articolo 1 recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, ed in questo contesto si inseriscono il riconoscimento del valore sociale della cooperazione e il dovere da parte dello Stato di promuoverne e favorirne l’incremento, assicurando- ne il carattere e la finalità, come è espresso nell’Articolo 45: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”. Ma il significato della cooperazione non ha solo un fondamento di carattere sociale, bensì rappresenta una realtà fondamentale per l’economia italiana: il modello cooperativo si rivela efficace sia in grandi aziende (leader nei settori della distribuzione, delle costruzioni, assicurativo/finanziario e Agro – alimentare), sia in piccole imprese, diffuse su tutto il territorio nazionale e operanti nei mercati più disparati (dalla pesca all’agricoltura, dal turismo all’editoria, dallo spettacolo ai servizi sociali e sanitari, dal terziario più avanzato al manifatturiero innovativo). “Una cooperativa è un’associazione autonoma di individui che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni attraverso la creazione di una società di proprietà comune e democraticamente controllata“; questa è la definizione di cooperativa contenuta nella “Dichiarazione di identità cooperativa“ approvata dal XXXI Congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, a Manchester nel 1995. Le cooperative sono dunque basate su valori come quello dell’autosufficienza (il fare da sé), dell’autoresponsabilità, della democrazia, dell’eguaglianza, dell’equità e solidarietà. Secondo le tradizioni dei propri padri fondatori, i soci delle cooperative credono nei valori etici dell’onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell’attenzione verso gli altri: valori ripresi dallo statuto dell’ACI, fissati come priorità alle quali attenersi anche per conciliare le differenze che continuano ad esistere tra le varie cooperative. Già i “Pionieri di Rochda- le“ avevano maturato una forte coscienza democratica di cui diedero prova stabilendo dei principi che sono ancora oggi un valido punto di riferimento, come il concetto di “porta aperta“ (il diritto di associarsi per chiunque ne abbia la volontà ed i requisiti statutari), il principio “una testa un voto“ (il pari diritto di voto per ogni socio, a prescindere dalla quantità di capitale sociale investito). Seguendo tali principi ed innestandoli nella sua peculiare forma societaria, la cooperativa può tuttora essere letta come un valido strumento di solidarietà e di partecipazione democratica, esercitabile attraverso una particolare tipologia d’impresa, nata come risposta alla subordinazione e allo sfruttamento delle masse popolari, e capace di adeguarsi e rinnovarsi secondo l’evoluzione dell’economia e della società. Gli elementi della cooperativa:… Il primo elemento distintivo di una cooperativa è la democrazia, cioè l’assunzione delle decisioni su base capitaria e non in base alle quote di capitale sociale. L’applicazione di questo elemento prevede che ogni socio abbia diritto ad un solo voto (principio “una testa, un voto”) a prescindere dal valore del capitale sottoscritto, come invece accade nelle altre imprese di capitali. La seconda differenza riguarda le finalità dell’impresa: mentre scopo delle società di capitali è il conseguimento del profitto, il fine delle cooperative è la mutualità. La centralità della persona, il primo tra i valori cooperativi, costituisce il vero vantaggio competitivo della cooperazione. Il motivo che spinge ad aderire alla forma societaria di cooperativa è la possibilità di conseguire vantaggi mutualistici e non solo una profittevole remunerazione di quanto investito. Il movimento cooperativo attualmente riveste 41 un ruolo rilevante nelle economie nazionali: i principi ispiratori della mutualità e della solidarietà, devono però fare i conti ed accompagnarsi con i canoni di efficacia ed efficienza, tipici dell’agire privatistico. Con questo paragrafo volevamo mettere in evidenza, attraverso lo studio della nascita delle cooperative le motivazioni che stanno alla base del sistema cooperativo e su quali radici si è sviluppato. Poi in classe abbiamo incontrato il Sig. Dante Pirazzini, Presidente di una Cooperativa sociale imolese, l’Arca, nata per aiutare persone diversamente abili ad inserirsi nel mondo del lavoro, affinché possano sentirsi parte di un gruppo, considerati persone che valgono, utili … E’ questo il valore aggiunto dello spirito che anima una cooperativa sociale che abbiamo voluto sottolineare in questo elaborato. Cos’è una cooperativa sociale? Una cooperativa sociale è un particolare tipo di società cooperativa. Le cooperative sociali sono imprese finalizzate al perseguimento degli interessi generali della comunità, alla promozione umana ed all’integrazione sociale dei cittadini. Questo scopo è perseguito attraverso la gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi o lo svolgimento di attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Una cooperativa sociale, quindi, è un’impresa che, a differenza delle imprese con esclusivo fine di lucro, organizza le proprie risorse per il perseguimento di scopi sociali ovvero per soddisfare un bisogno collettivo. Le cooperative sociali sono divise in due grandi gruppi: 1 - le cooperative di tipo A che hanno il compito di gestire servizi socio-sanitari ed edu- 42 cativi e possono farlo sia direttamente sia in convenzione con enti pubblici; 2 - le cooperative sociali di tipo B che possono svolgere le attività produttive (commerciali, artigianali, industriali, agricole) e promuovono l’integrazione sociale di persone a rischio di emarginazione, attraverso il loro inserimento lavorativo. Questo tipo di imprese ha conquistato un ruolo come strumento privilegiato e specialistico di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, di formazione professionale sul campo e di promozione di una piena integrazione sociale delle persone in difficoltà, fino ad avviarle anche all’inserimento lavorativo esterno alla cooperativa. Le risorse di cui dispone una cooperativa sociale devono, al pari di una società commerciale, essere organizzate imprenditorialmente e ottimizzate sotto l’aspetto dell’efficacia e dell’efficienza, ma prestando la massima attenzione alla qualità del servizio fornito, soprattutto in considerazione del disagio sociale in cui si trovano gli utenti di tale servizio. Le motivazioni della nostra scelta Ragionando insieme in classe, dopo che la Prof. aveva selezionato alcuni logo di cooperative imolesi da proporci per sviluppare la nostra ricerca, la scelta si è subito rivolta verso una Cooperativa sociale, in particolare su “l’ ARCA”. I motivi che sono emersi dalle nostre discussioni si possono riassumere in alcuni punti: abbiamo trovato molto importante la possibilità che viene data ai disabili adulti di trovare un lavoro, di sentirsi quindi parte di qualcosa di grande che per loro può essere una comunità di dipendenti, un gruppo di amici e colleghi e diventa il modo per non sentirsi diversi, soli, inutili. A questo proposito ci siamo interessati al primo articolo della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo articolo ci ha fatto molto riflettere sull’importanza del lavoro che è garanzia per ognuno della libertà di scegliere, di non essere sfruttati, dell’uguaglianza e della possibilità di non sentirsi discriminati. Come una società civile può affermare di rispettare questi principi se non li garantisce a tutti e quindi anche a chi è diversamente abile, in nome del principio di uguaglianza? Mentre visionavamo un video sulla Cooperativa l’ARCA, ci ha molto stupito il fatto di vedere persone che definiremmo “normali” che convivono, si divertono e lavorano in completa armonia con altri adulti con problemi. “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale… Gli inabili ed i minorati hanno diritto a educazione e all’avviamento professionale…” Questo articolo della Costituzione (Art. 38) ci ha fatto ragionare su un altro punto importante: ogni cittadino italiano più o meno “abile” ha diritto a guadagnare almeno lo stretto indispensabile per vivere un’esistenza dignitosa ed ha diritto anche ad essere educato e preparato professionalmente, motivazione in più questa che ci ha spinto a scegliere questa Cooperativa sociale: noi alunni di terza media sentiamo in modo particolare questo aspetto del problema, perché tra pochi mesi dovremo affrontare una scelta difficile, quella della scuola superiore anche in vista di una preparazione professionale futura. Inoltre ammiriamo molto lo sforzo di alcune persone nel prendersi cura di chi non può raggiungere questo risultato in autonomia. Tutti i cittadini hanno il dovere e la responsabilità di rispettare e difendere con l’impegno quotidiano questi principi così importanti per la vita nelle comunità alle quali partecipano tutti i giorni. Grazie all’esempio dell’Arca abbiamo ragionato su un altro importante aspetto: l’attività dei lavoratori di questa cooperativa. Difatti gli adulti abili che vi lavorano devono avere pazienza, non devono temere il diverso, bensì devono tutti i giorni seguirlo ed educarlo, senza pretendere differenza di stipendi, privilegi o comunque diversità di trattamento, per l’ovvia ragione che è lo scopo dell’Arca. In fondo in questa Cooperativa, come in tutte quelle sociali, nelle piccole cose quotidiane si rispettano e si sviluppano i principi fondamentali della nostra Costituzione: in particolare uno di essi rappresenta il senso vero de L’ARCA, il terzo: il principio di uguaglianza. Questi sono i motivi più importanti che ci hanno spinto a scegliere questa Cooperativa sociale, ma per darvi meglio un’idea di come sia strutturata L’ARCA, ecco di seguito una descrizione dell’organizzazione di questa azienda così particolare. Cooperativa sociale l’Arca Per saperne di più abbiamo invitato in classe l’attuale Presidente della Cooperativa, il Sig. Dante Pirazzini, per porgli qualche domanda. Questo è il resoconto dell’intervista: Quando è stata fondata e da chi? La cooperativa sociale l’Arca è nata dall’idea dei genitori di alcuni ragazzi disabili con lo scopo di occuparli in un lavoro stabile e farli sentire persone inserite nella società. ’’L’obiettivo della cooperativa sociale L’Arca’’, come è scritto nel suo statuto, ‘’è quello di assicurare un lavoro alle persone disabili che fanno parte a tutti gli effetti della forza lavoro 43 dell’azienda e che hanno validamente contribuito in tutti questi anni al raggiungimento dei buoni risultati ottenuti.’’ La storia della Cooperativa inizia nel 1989, quando il fondatore, Zotti Doriano, fratello di una ragazza disabile, si licenziò dall’azienda in cui lavorava come operaio. Per due anni non ricevette lo stipendio e iniziò a lavorare con alcuni ragazzi disabili in una stalla offertagli gratuitamente. Dal quel momento la cooperativa è andata avanti superando difficoltà economiche anno dopo anno e raggiungendo un buon livello di sviluppo. Ora ha la sede in via dell’Artigianato n.3. Perché la cooperativa si chiama l’Arca? L’arca è un simbolo: ci siamo ispirati all’Arca di Noè che rappresenta la salvezza. Infatti è questo lo scopo della cooperativa: far sentire le persone diversamente abili non diverse e parte integrante della società. L’Arca è una cooperativa che esprime il concetto di solidarietà, che offre un sostegno alle persone più deboli e bisognose per garantire loro un lavoro, così importante nella vita di ogni persona, facendo attenzione ai bisogni e problemi di ciascuno. All’inizio, come per tutte le cooperative sociali, è stato molto difficile progredire e affermarsi, ma dopo anni di sforzi e sacrifici, l’azienda è riuscita a ‘’fiorire’’, dotandosi di moderni macchinari che permettono di accogliere le nuove esigenze che il mercato del lavoro attuale richiede. L’aggiornamento tecnologico rimane un impegno costante dell’azienda che, anche in momenti di mercato non favorevole, ha l’obiettivo primario di investire in innovazione e tecnologia. Chi lavora in questa cooperativa e qual è il prodotto finale? In questa cooperativa lavorano molte persone: ci sono sette operai abili, due impiegati di 44 cui uno si occupa dell’amministrazione e l’altro di acquisti e vendite, un gestore della logistica e infine nove lavoratori diversamente abili. La nostra cooperativa, attraverso la lavorazione del filo di ferro, produce principalmente forniture per i negozi: carrelli della spesa, ganci e scaffalature per l’esposizione dei prodotti da vendere nei supermercati. Le lavorazioni L’azienda è dotata di moderni macchinari in grado di eseguire svariate lavorazioni sul filo metallico e nello stampaggio di lamiera. LINEA STAMPAGGIO E PIEGATURA LAMIERA A CNC LINEA DI PIEGATURA E PUNTATURA A CNC PIEGATRICE PER FILO METALLICO A CNC MACCHINA DI PUNTATURA SEMIAUTOMATICA GRIGLIATI La cooperativa sociale Arca si occupa principalmente della lavorazione del filo di ferro necessario alla produzione di: PARTICOLARI AD USI INDUSTRIALI ACCESSORI PER IMPIANTI AVICOLI: GRIGLIE, CANCELLETTI, MANGIATOIE ETC. ACCESSORI PER SUPERMERCATI ARTICOLI VARI DA STAMPAGGIO LAMIERA BOBINE IN FILO COTTO PER EDILIZIA 45 L’ARCA è in grado di sviluppare assieme al cliente prodotti specifici e particolari che vengano richiesti. Quali sono le particolarità del lavoro che fanno questi ragazzi? La costruzione di questi oggetti è la fusione del lavoro automatico, prodotto da macchine innovative, con il lavoro manuale. La particolarità della Cooperativa l’Arca sono i macchinari: essi sono automatici, il che sarebbe molto positivo in una qualsiasi altra azienda, ma all’Arca la maggior parte degli operai sono disabili: per questo motivo sono state modificate le macchine rendendole in parte manuali, in modo che alcune fasi del lavoro possano essere eseguite dagli operai disabili. Per esempio dopo la lavorazione i fili di metallo escono dalle macchine su scivoli e devono essere ordinati nelle scatole manualmente. Un’altra particolarità molto importante è che non vi è differenza tra gli stipendi degli operai, mentre in altre aziende la differenza tra essi è significativa. Uno dei servizi di cui godono i ragazzi non completamente autosufficienti che lavorano all’Arca è un servizio di trasporto, grazie a un “pulmino” donato dalla SACMI e all’impegno dei volontari (genitori, fratelli … che a turno li accompagnano al lavoro). Da dove ricavate il materiale e come lo lavorate? Acquistiamo delle bobine di filo di ferro da 10 quintali circa l’una. Alcune macchine srotolano il filo che, passando attraverso rulli viene steso. Successivamente altre macchine lo modellano. Il prodotto finito si ottiene dalla lavorazione che consiste nella deformazione piegatura dei fili. Questi oggetti vengono poi venduti a grandi aziende, come Filomarket, SACMI e CEFLA, 3ELLE che provvedono alla commercializzazione. 46 Quante ore di lavoro svolgono ogni giorno tutti i lavoratori? Gli operai lavorano dalle sette ore e mezza alle otto ore al giorno, ad eccezione di due ragazze che attualmente svolgono un part time per due giorni alla settimana. Durante la giornata lavorativa si hanno dieci minuti di pausa alla mattina e dieci minuti nel pomeriggio. In questi intervalli ogni dipendente può socializzare con gli altri. Si ha poi un’ora per il pranzo consumato insieme in mensa e questo è un momento conviviale molto importante nella giornata. La vostra cooperativa riceve aiuti da altre aziende imolesi? Sì, altre aziende imolesi ci sostengono con vari aiuti finanziari: la Sacmi qualche tempo fa ci ha regalato un pulmino per il trasporto dei ragazzi, ci ha aiutato pagando l’affitto per il capannone e alcuni macchinari per la produzione; invece la Cefla ci aiuta particolarmente nel commissionarci lavoro, ma non dimentichiamo altre aziende come la 3elle, la Cooperativa ceramica di Imola … Anche l’Arca risente in questo momento della grande crisi e attualmente l’aiuto più grande che ci auguriamo sarebbe quello di ricevere ordini di lavoro da parte di altre aziende del nostro territorio. Si sono creati legami tra i lavoratori? Sì, tutti i lavoratori hanno creato rapporti affettivi, socializzano tra di loro, ma per migliorare il clima di lavoro bisogna educare e seguire chi ha più problemi. Un’azienda di questo tipo è molto particolare, perché deve conciliare le caratteristiche di produttività ed efficienza con quelle espresse dalle finalità proprie della cooperativa sociale, quindi anche le persone che seguono gli adulti disabili devono essere particolarmente sensibili e motivate. Conclusioni Le cooperative sociali sono vere e proprie strutture imprenditoriali che, tuttavia, non hanno come obiettivo primario solo la realizzazione del profitto economico, ma ricercano la solidarietà sociale che è un bene della collettività: questo è il loro valore aggiunto. Nel video sull’ARCA che abbiamo visto in classe, abbiamo potuto constatare quanto, in questa azienda attenta ai bisogni dei disabili, l’abilità diversa venga valorizzata, e sia esaltata la voglia di collaborare e la scoperta di non essere inutili. Sappiamo che di certo ognuno di noi ha un talento e in questa cooperativa ogni persona ha scoperto il proprio e quindi sta cercando di coltivarlo. Non deve essere una disabilità a limitare la voglia di vivere, perché essa non può togliere il piacere di avere una soddisfazione frutto del proprio impegno. Ricevere un riconoscimento in denaro per il proprio lavoro, crea una soddisfazione enorme. Il fondatore della Cooperativa è un esempio per tutti noi: grazie alla sua forza di volontà non si è fermato neanche nella difficoltà. Questi sacrifici sono stati necessari per creare la cooperativa e questo è un gesto di generosità non solo verso le persone direttamente coinvolte. Un’idea per un nuovo logo Questo è l’attuale logo della Cooperativa che compare nel sito e nella carta intestata. Abbiamo pensato ad un suo sviluppo in modo che l’immagine comunichi immediatamente i principi che sono alla base della cooperativa. CHISSÀ SE IL NOSTRO LOGO PIACERÀ AI RAGAZZI DELL’ARCA?!? 47 Terremerse classe 3C Istituto comprensivo n° 6 - Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa” insegnante: Barbara Bosi Indice Introduzione: la nascita delle cooperative nel nostro territorio Un esempio di realta’ cooperativa: Terremerese Intervista al presidente della cooperativa Terremerse 48 Introduzione la nascita delle cooperative nel nostro territorio Imola è da sempre sinonimo di cooperazione, e questa caratteristica l’ha fatta diventare famosa in tutto il mondo. Le cooperative nascono, nel nostro territorio, nei 70 anni tra il 1850 e il 1920, istituite dai pionieri che le costruivano grazie ai consiglieri di banca che garantivano con la loro casa i prestiti che elargivano. In questo periodo i liberali e i repubblicani appoggiarono i numerosi movimenti sindacalisti e politici e l’agricoltore medio smette di essere servo della gleba e diventa un lavoratore consapevole. Iniziano così movimenti unitari spinti da ideali di libertà e socialisti, contrastati però dai governi conservatori, spaventati dal qualsiasi cambiamento che potrebbe portare forme di governo democratiche a discapito del loro potere. Il concetto di cooperazione significa lavorare non solo per il proprio tornaconto ma per quello di tutti i soci. Quindi gli obiettivi delle cooperative potevano talvolta scontrarsi contro gli ideali industriali del nord-ovest dell’Italia, dove si sviluppo’ il cosiddetto triangolo industriale. Sulla costa adriatica e nella zona che va dall’Umbria al Veneto invece,si sviluppano molte cooperazioni,grazie anche al favore dei politici che appoggiavano queste iniziative. Nel 1886 nacque la Federazione delle cooperative italiane, successivamente detta Legacoop, i cui sostenitori si dividono in moderati e socialisti: i primi vedevano nella cooperazione uno strumento riformatore, invece i secondi la vedevano come uno strumento di guerra per l’emancipazione dei lavoratori. Durante i primi anni i leader furono i moderati, poi però nei primi anni del Novecento saranno i socialisti a prendere il controllo della lega. Nel nostro territorio le figure di Andrea Costa,insieme ad Anselmo Marabini sono i maggiori rappresentanti del movimento cooperativo. Andrea Costa rappresentò al congresso di Milano, nel 1886, una cooperativa braccianti, mentre Marabini aiutò molte cooperative del territorio a formarsi. Il loro obiettivo era quello di unire nelle cooperazioni persone diverse,per cultura, religione, luogo di provenienza, ma uguali: erano tutti lavoratori! Anche la figura di Romeo Galli, assiduo seguace di Andrea Costa, inizia a fondare la Camera del lavoro che precede il formarsi di una nuova cooperativa: il magazzino generale cooperativo di consumo, antenato di Coop adriatica. Proprio questa grande cooperativa agli inizi non esisteva: c’ erano solo tanti piccoli negozi che lavoravano per sé. Solo in seguito questi negozi hanno deciso di unirsi fra loro formando appunto la Coop adriatica. Mano mano che si progredisce il concetto di cooperazione non si attenua, anzi: grazie ai governi comunali che favoriscono questa iniziativa la cooperazione si espande e si evolve sempre di più nel nostro territorio. Ma molte altre cooperazioni, oggi molto all’ avanguardia, solo 100 anni fa non erano che poche persone unite. Ad esempio nel 1908 si decise che tutti gli studenti provenienti dal corso per ebanisti della Scuola Alberghetti di Imola avrebbero dovuto avere un impiego, così si formò la Cooperativa della lavorazione del legno, attuale 3elle. Nel 1910 Andrea Costa morì a Imola, ma le sue idee non muoiono con lui: Romeo Galli, suo seguace, nel 1911 fonda la Federazione delle Cooperative del circondario imolese. 49 Nel 1913 si svolge il primo congresso a Imola, a cui partecipano più di 300 cooperatori. Durante la prima guerra mondiale molte delle cooperative non fabbricanti materiale bellico furono costrette a chiudere. Nel 1915 tutte le cooperative aderenti alla federazione non riuscirono a versare il tributo dovuto per l’adesione alla federazione. In un clima di fame, miseria, paura, nasce la Sacmi: nel 1919 i lavoratori hanno bisogno di essere stipendiati, così danno vita a questa cooperazione; ma solo negli anni ‘30 la situazione diventa meno critica, e quindi la Sacmi inizia a espandersi ai settori dell’officina. Negli anni ‘20 la Sacmi era in un edificio della Cooperativa Ceramica che chiedeva alla Sacmi aiuti per riparare le macchine danneggiate dalla guerra. La Sacmi si accorge allora che i suoi operatori sono in grado di fabbricare quelle macchine e non solo di ripararle. Nello stesso periodo la Sacmi sfonda nella produzione di tappi, diventando una cooperazione internazionale come è oggi. Con l’ avvento del Fascismo, però, anche i cooperatori della Sacmi vengono perseguitati: il sindaco di Imola, allora Giulio Miceti, fu costretto a dimettersi perchè era un socio della Sacmi. Oltre a quello di Giulio Miceti si possono raccontare moltissime altre disavventure di chi, in quegli anni fu costretto ad affrontare numerose difficoltà pur di affermare i valori delle cooperative. Con l’avvento del Fascismo la situazione muta:non vuole completamente eliminare le cooperative, ma ne vuole fare uno strumento di consenso. L’ obiettivo è quello di ripulire le cooperative dagli elementi considerati sovversivi. Quando però la Resistenza è troppo forte si ricorre alle maniere forti: vengono sciolti i consigli di amministrazione, come nel caso del magazzino di consumo o della cooperativa di 50 muratori. Nel 1925 la Lega delle Cooperative viene sciolta ufficialmente perchè ai dirigenti erano state mosse intimidazioni e minacce e inoltre diversi operai furono arrestati. Il Fascismo però dopo poco capisce la situazione degli imolesi,ed inizia ad incentivare le cooperative : ne nascono diverse in questo periodo,lo stesso Benito Mussolini fa chiamare Romeo Galli per poter discutere sulla situazione della cooperazione imolese. Dopo la tremenda condotta del Fascismo tutto il patrimonio culturale ed industriale di Imola viene distrutto, le cooperative diventano l’unico strumento di risanamento economico. Sotto l’amministrazione tedesca il Cnl di Imola, facendo propaganda tra i lavoratori, nomina un comitato formato da Romeo Galli, Amedeo Tabanelli, Giacomo Casoni, Alfonso Serantoni,e altri per promuovere la rinascita della cooperative imolesi. Il diciotto maggio del 1945 viene ricostituita le Federazione delle Cooperative imolesi, la cui presidenza sarà affidata a Tabanelli. Questa federazione,forse unica in Italia,viene ricostituita in modo assolutamente unitario. Qualche giorno dopo muore Romeo Galli, anima delle cooperative imolesi. Tra il 15-16 aprile del 1945 rinasce la Federazione delle Cooperative: aderiscono a questa nuova federazione tutte le cooperative, tranne quelle cattoliche,compresa quella della Ceramica di Imola che non aveva aderito alla prima. Un esempio di realta’ cooperativa nel nostro territorio: Lavorazione di prodotti agroalimentari Terremerse nasce effettivamente da un processo d’integrazione di 13 cooperative, iniziato nel 1992 ma in realtà le sue origini risalgono a molto prima. Infatti già nel 1911 nasce la Cooperativa Braccianti di Massalombarda, progenitrice di Terremerse, che oggi rappresenta una realtà consolidata e capillare articolata nelle filiere cerealproteica, ortofrutticola, delle agroforniture e delle carni. La base produttiva è in Emilia Romagna (Ravenna, Ferrara, Forlì, Bologna), Lazio e Basilicata; i mercati di riferimento sono quelli nazionali, comunitari ed extracomunitari, con una specializzazione per il canale della grande distribuzione associata. Il presidio dei mezzi tecnici (fertilizzanti, agrofarmaci, macchine agricole, sementi) e la gestione delle produzioni agricole(cerealproteici, ortofrutta), permettono di esprimere la propria capacità distintiva attraverso servizi studiati per i soci, sulla base dei bisogni produttivi ed economico-finanziari. Gli elementi cardine su cui si fonda il progetto di Terremerse sono da un lato la condivisione della visione strategica da parte dei Soci Imprenditori dei Collaboratori e dei Professionisti e la reinterpretazione dei valori della tradizione cooperativa, dall’altro, la capacità di tradurre i vecchi vincoli d’appartenenza, in regole imprenditoriali moderne ed avanzate, capaci di produrre opportunità di sviluppo e vantaggi concreti per il Socio. Terremerse, infatti, attraverso l’abolizione di penali e trattenute che vincolavano a rimane- 51 re in Cooperativa, la realizzazione del Progetto Fedeltà (per misurare e premiare il grado di fedeltà del Socio) e la creazione del Conto Corrente di Campagna (uno strumento finanziario innovativo che sostiene il ciclo economico dell’impresa agricola) ha portato alla definizione di un nuovo PATTO SOCIALE che, fondato su nuove regole, ha superato vecchi vincoli e favorito un rapporto evolutivo e moderno più adatto a competere nei mercati sempre più liberalizzati e globali. Pianificazione agricola e assistenza agronomica, raccolta, conservazione, lavorazione, gestione dei piani di qualità e commercializzazione dei prodotti, ricerca e sviluppo, consulenza gestionale, ideazione di progetti di filiera, fornitura di servizi, sono solo alcune delle attività svolte da Terremerse. Gli obiettivi sono quelli di disegnare la migliore strategia commerciale ricercando posizionamenti di mercato più remunerativi per i soci, offrire nuovi strumenti per aumentare la redditività del capitale e del lavoro in campagna, fornire prodotti sani e di qualità ai consumatori. Partendo dalle esperienze positive che Terremerse ha realizzato sul mercato negli anni, oggi c’è la volontà di rilanciare il profilo della propria azione competitiva, continuando a investire sulla qualità e sull’innovazione, che si sono dimostrate carte vincenti anche in momenti non particolarmente floridi per l’agricoltura. 52 La governance di Terremerse è costituita dal Consiglio d’Amministrazione, formato da 18 membri , da un Amministratore Delegato, da 4 Direttori di filiera e da un Direttore dei servizi amministrativi e finanziari. Il Consiglio d’Amministrazione rimane in carica 3 anni. Alla governance spetta il ruolo di disciplinare la gestione della Cooperativa, organizzando in modo efficiente risorse e attività per sostenere il processo di sviluppo e di innovazione. La salvaguardia della salute e la sicurezza delle persone sono i capisaldi della politica di Terremerse. La coesione sociale dei lavoratori e delle imprese associate è riconosciuta come un fattore decisivo di competitività: su di essa la Cooperativa investe, promuovendo formazione, aggiornamento continuo, partecipazione alle scelte, perseguendo la valorizzazione del lavoro e dell’apporto imprenditoriale dei soci. Lo sviluppo sostenibile è il valore aggiunto per il futuro. Inoltre Terremerse promuove produzioni che minimizzino l’impatto ambientale attraverso un minor impiego di agrofarmaci (disciplinari di produzione integrata, biologico), un miglior impiego delle risorse idriche, una riduzione degli imballi e delle confezioni, l’utilizzo di energie da fonti rinnovabili. Utilizzo delle energie alternative Nel rispetto delle normative in vigore, ma anche di una propria sensibilità aziendale, Terremerse utilizza impianti che rispondono ad elevati standard di qualità e sicurezza, gestiti da personale adeguatamente formato e preparato, attuando così una politica di prevenzione per evitare il verificarsi di fenomeni di inquinamento e di infortuni sul luogo di lavoro. Nell’ultimo periodo i soci cooperatori sono passati da 5000 a 5600 e i soci sovventori da 700 a 710; gli auspici per la crescita di questa cooperativa sono ottimi. Dal 1911 al 2011: 100 anni di impegno, cooperazione e sviluppo. Un compleanno importante per la cooperativa Terrremerse che ha sempre dimostrato di lavorare secondo i principi che hanno permesso la nascita e lo sviluppo delle cooperative. Intervista a Marco Casalini, Presidente di Terremerse Per conoscere meglio l’organizzazione della Cooperativa Terremerse, abbiamo rivolto alcune domande al suo presidente. Come nasce una cooperativa? Che differenza c’è tra i soci sovventori e soci conferenti? Lei quale carica ricopre? La legislazione Italiana prevede che una cooperativa possa avere al suo interno più tipologie di soci. Il socio sovventore può essere una persona fisica o una persona giuridica che decide di aprire con la cooperativa un rapporto esattamente come accade con un istituto di credito, naturalmente rispettando i vincoli che la legge impone. Si definisce socio sovventore: sia il dipendente che deposita tutta o parte della propria retribuzione in un proprio libretto di deposito all’interno della cooperativa , sia l’imprenditore agricolo che deposita in cooperativa parte o la totalità della remunerazione dei prodotti conferiti. Il tutto non superando i limiti che la legge ci impone. All’interno del C.d.A. i soci sovventori possono esprimere un numero massimo di membri pari al 33%, individuati, proposti e votati all’interno dell’assemblea dei soci stessi . Il socio conferente è l’imprenditore agricolo che conferisce i prodotti ricavati dalla propria azienda, siano questi cereali, orticoli o frutta all’interno della cooperativa, la quale a sua volta si occupa di lavorare, confezionare, conservare e commercializzare le varie tipologie di prodotto all’interno dei propri magazzini e verso i mercati di sbocco . Nel mio caso posso definirmi socio sovventore e socio cooperatore, fin dalla nascita di questa cooperativa, essendo un imprenditore agricolo che conferisce tutti i prodotti alla cooperativa Terremerse e intestatario di un conto di deposito. Dal gennaio 2010 ricopro la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione. Un’esperienza che dopo quasi due anni posso definire molto affascinante, piena di momenti positivi e, come è normale che sia, anche molto impegnativa. Impegnativa per le molte ore di presenza fisica all’interno della Cooperativa, ma soprattutto impegnativa per le numerose e frequenti relazioni che assieme ai Direttori e all’Amministratore Delegato quotidianamente ci troviamo a tessere e mantenere con soci, clienti, fornitori. 53 Terremerse ha un fatturato di 140 milioni di euro l’anno, come si decidono gli investimenti da fare nei diversi settori? Terremerse nel 2011 si avvicinerà ad un fatturato di 150 milioni di euro, nella totalità dei suoi settori. Numeri sicuramente importanti che comportano investimenti costanti e continui per poter proseguire nell’offrire servizi ai nostri soci all’altezza delle aspettative e dei bisogni. Come normale per tutte le imprese, anche la cooperativa Terremerse, nonostante le difficoltà del momento, ma ancor di più del settore agroalimentare, si pone l’obbiettivo ambizioso di continuare e consolidare la crescita. All’interno di una cooperativa, quindi anche di Terremerse, tutte le decisioni vengono assunte all’interno di un Consiglio di Amministrazione con il normale e logico supporto dei dirigenti della struttura, che a loro volta trasformano le decisioni assunte in C.d.A. in azioni imprenditoriali. Il Consiglio di Amministrazione di Terremerse è composto da 17 soci cooperatori e 2 soci sovventori. Come state affrontando il periodo di crisi che stiamo attraversando? La crisi mondiale che sta attraversando tutte le Nazioni e tutti i settori, colpisce duramente anche il settore agricolo all’interno del quale noi operiamo. La crisi cosi grave e duratura fa emergere alcuni elementi strutturali e mai risolti del nostro comparto, come la frammentazione della rappresentanza politica imprenditoriale del settore e la mancanza di una politica agricola degna di questo nome. Purtroppo il settore agricolo non viene consi- 54 derato “settore strategico” per nostro paese. E’ questo secondo noi un gravissimo errore, considerando anche i numeri che la filiera agroalimentare muove direttamente e a livello di occupazione lavorativa. Naturalmente la crisi e la difficoltà economica del momento si trasformano in un calo di consumi, che nel comparto frutticolo nell’annata 2011, rispetto a quella 2010, è pari ad un 20%, con conseguente abbassamento del prezzo dei prodotti agricoli e una situazione di estrema difficoltà per l’impresa agricola. Terremerse cerca di affrontare questo difficile momento nel migliore dei modi ma con la consapevolezza di non possedere tutti gli strumenti necessari per uscire da questa situazione. Siamo comunque sempre più convinti che la qualità dei nostri prodotti e la sicurezza alimentare che le nostre produzioni sono in grado di offrire siano un valore che possa sempre più essere riconosciuto dal consumatore, quindi dal mercato, riuscendo a trasferire all’imprenditore agricolo la giusta remunerazione per le produzioni conferite, siano queste ortofrutticole o cerealicole. Siamo convinti che questi possano essere gli elementi sui quali impostare il rilancio del settore, che necessiterà comunque di strategie politico-commerciali condivise in quanto la frammentazione è sempre sintomo di debolezza, che viene accentuata nei momenti di crisi come l’attuale. Cosa significa oggi essere una delle maggiori realtà cooperative del nostro territorio? Responsabilità e soddisfazione, sono sicuramente le prime parole che mi vengono in mente. Terremerse, coi suoi oltre 6.000 soci suddivisi sulle varie filiere, sicuramente è una realtà importante del nostro territorio e non solo; la nostra base associativa conta numerosi soci anche nelle aree di Latina e nel Metaponto in Basilicata. Il ruolo della cooperativa negli anni si è sviluppato e migliorato senza mai modificare la propria missione, ovvero quella di collegare le produzioni dei nostri soci ai mercati di sbocco. Nel caso dei cereali costruire e mantenere i rapporti coi clienti significa essere fornitori dei gruppi più importanti a livello nazionale e non solo, es. Barilla e Plasmon , o più direttamente al consumatore, se pensiamo al settore frutticolo, con la lavorazione, la conservazione e la distribuzione negli scaffali dei più importanti supermercati italiani e esteri, a partire da Coop Italia. Quale consiglio darebbe a dei giovani che intendono dare vita ad una cooperativa? Quali qualità professionali e attitudini sono richieste per poter lavorare in una cooperativa? Come accade in tutte le altre realtà, anche non cooperative, le assunzioni e le selezioni del personale avvengono in base alle competenze dei candidati e in base al profilo professionale ricercato. Questa riflessione sul mondo delle cooperative, per noi alunni di terza media, è stata l’occasione per capire che una cooperativa non è solo una società di lavoratori, ma un modo per imparare a costruire un mondo migliore basato sulla collaborazione di tutti. Ci auguriamo di essere anche noi protagonisti attivi del nostro futuro, con la consapevolezza che l’unione e la condivisione di energia e capitali, ci possano permettere di realizzare i nostri sogni. Noi consideriamo lo strumento cooperativo il migliore per affrontare le difficili sfide del mercato, in qualsiasi settore. 55 Ultima chiamata per il passato classe 3A Istituto comprensivo n° 2 - Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola” insegnante: Anna Vannini Premessa Siamo lieti di presentare questo progetto su cui abbiamo lavorato per poter ottenere un risultato che ci facesse sentire soddisfatti dello stimolo che questo argomento ha suscitato in noi. Ma perché questo soggetto?Per noi non è qualcosa di irrilevante: perché questa attività ci permette di capire e ampliare la nostra conoscenza storica. “ULTIMA CHIAMATA PER IL PASSATO”ci fa entrare nel mondo in cui i mezzi di trasporto che sfruttiamo oggi e di cui non pensiamo neanche di poter far a meno,son stati creati e che man mano nei decenni si sono ampliati diventando per noi qualcosa di decisamente importante e innovativo. Un Cooperativa per noi oggi è una realtà e il nostro salto nel passato ci ha riportato alla sua creazione e all’invenzione di quel tempo parlando dal primo “vaporetto” che collegò Imola a Bologna e di cui oggi rimaniamo increduli al solo pensiero,considerando che noi abbiamo a disposizione la Freccia Rossa. Successivamente ci siamo addentrati nelle condizioni disagiate dei birocciai e nel mutamento del loro lavoro che sviluppò nel territorio la realtà cooperativistica. Andrea,il nostro protagonista,ci ha detto di non suggerire niente. Ci teniamo a sottolineare che quello che abbiamo creato è stato progettato seguendo uno spunto irreale ma con filo storico, per fare comprendere la nostra storia, la storia che ci ha permesso di avere tutto questo oggi,non in maniera noiosa,cercando di riuscire a mantenere l’attenzione del lettore. BUONA LETTURA. 56 Ero in piedi alla stazione,i piedi mi dolevano: c’era un ritardo di un’ora per il treno, le panchine erano tutte occupate, un dolore lancinante alla testa, quando annunciarono un treno espresso, di quelli velocissimi che non si fermano e solo a guardarli scompigliano i capelli ….Ed eccolo che arriva,chiudo gli occhi e li riapro …. ANDREA: Oddio… Dove mi trovo? Che strano luogo! Ma che treno è questo!Sembra di essere tornati indietro nel tempo,però tutto è diverso:odori,mezzi,modo di abbigliarsi,... però c’è qualcosa che riconosco:la stazione.... -Mi scusi mi può dire in che anno siamo? PRIMO: Come in che anno siamo?Oggi è un giorno importantissimo è il 20 giugno 1886 è l’inaugurazione del primo “vaporetto”che collegherà Imola a Bologna! A: Ma quanta gente!E’ un’ inaugurazione così importante? P: Sì,pensate che nel primo decennio di questo secolo la maggior parte dei trasporti locali era affidata al traino degli animali:cavalli,asini.... Mentre ora guardate che non c’è niente di più bello di questo, non credete? Comunque prima di questa fantastica invenzione erano i vetturini e i birocciai che trasportavano persone e merci su calessi,carrozze e carri dalla campagna alla città. Questi birocciai sono ex contadini, costretti ad andare in città a causa dei cambiamenti avvenuti in campagna o a diventare braccianti intraprendenti che osavano chiedere qualche prestito per comperare baroccio e migliorare la loro condizione di vita. A: Ma quindi...questi birocciai vivono in condizioni disagiate? P: Sì,perché è sempre stato un lavoro ricco di sforzi che ti induriscono corpo e spirito. Non l’augurerei a nessuno. Non hanno orari e lavorano trasportando e caricando merci di continuo. Un vero e proprio lavoro di braccia. Inoltre alla fine del 1800 costituirono i primi gruppi informali di birocciai per distribuire in modo equo il lavoro. Poi col socialismo nacquero le “leghe di resistenza” e a seguire nell’Imolese le Società Cooperative. La prima nacque il 10 gennaio 1892.I primi creatori furono Antonio Graziadei e Andrea Marabini che scelsero la forma cooperativa per tentare il riscatto sociale. Ma il fascismo bruciò la loro economia. In ogni caso continuarono a credere nelle proprie idee. A: E se le idee si spengono? P: Quando si affievoliscono rispuntano più vive, la conferma si ebbe quando nel 1944, dopo il crollo del fascismo e il peso dell’occupazione tedesca, ad esempio, i braccianti e i mezzadri del circondario riproposero, con ben altre prospettive, l’idea emancipante della cooperativa in forma semi-clandestina,per avviare la lavorazione in comune della terra allo scopo di sottrarsi allo sfruttamento padronale. A: Quale cultura implicò la nascita e lo sviluppo di sodalizi cooperativi sia per i braccianti che per i birocciai? P: La cultura socialista,che puntava prevalentemente alla “socializzazione della terra”. Però i mezzadri e i coltivatori temevano di essere ridotti al rango bracciantile. A: Quando si sarebbe dovuto arrivare alla socializzazione? P: Dopo la soppressione di ogni forma di proprietà privata. A: Su quale base si impostò ad esempio la politica sindacale nelle campagne e in particolare la lotta per il rinnovo dei contratti e i patti agrari nel 1920? P: Fu sempre sulla base della socializzazione della terra,nella quale confluivano mezzadri,affittuari,piccoli affittuari,coltivatori diretti e braccianti di orientamento socialista. I braccianti,rimasti senza strumenti di 57 difesa,perdettero molte delle conquiste sociali che avevano conseguito con le dure lotte condotte nell’immediato dopoguerra. Ad esempio fu ampiamente violato l’orario di otto ore, perché spesso lavoravano dall’alba al tramonto. A: E per i lavori invernali e autunnali,che si riferivano prevalentemente all’ abbattimento o al rinnovo di vigneti o di filari di viti? P: Per i lavori invernali e autunnali si fece sempre più ampio ricorso al cottimo a cui potevano accedere solo le persone più giovani e robuste. A: C’era la disoccupazione? P: Sì, soprattutto per le donne nei mesi invernali,quando era marcata la miseria più nera,che comportava la fame. A: Che cos’è una cooperativa? P: La cooperativa è una struttura aperta,cioè chiunque(rispettando le condizioni) può farne parte e diventare socio. I nuovi soci traggono vantaggio dai primi soci. Cooperare significa scegliere di operare insieme per raggiungere un obiettivo comune. La cooperativa è un tipo di impresa che deve competere sul mercato globale producendo profitto,ma nello stesso tempo conciliare il risultato economico dell’uomo e la solidarietà sociale. A: Qual è il punto di forza delle cooperative? P: Il punto di forza delle cooperative sono i suoi dipendenti e i suoi soci, quindi la cooperativa non si basa solo sul capitale. Nelle società capitaliste chi mette più soldi ha più peso e responsabilità, mentre nella società cooperative indipendentemente dai soldi che si investono, si decide rispetto alle qualità, e la maggioranza deve essere d’accordo. La cooperativa mette le persone allo stesso livello. Stavano parlando quando passò il treno e mi ritrovai nuovamente in un altro tempo .... A: Non di nuovo...! No,no e ora dove sono? Che viaggio bizzarro .... Rieccomi in un’altra epoca,leggo su un giornale datomi da un passante la data:1931. Mi 58 ritrovo in una piazza mentre vengono giustiziati due uomini che si dimenano tra le guardie. Scusi signore ma cosa sta succedendo? (Ed eccomi davanti lo stesso borghese dell’ epoca precedente) P: Scusate non sapete? Essi sono: Delfo Balducci e Attilo Volta di Osteriola! Sono stati processati per l’attività sovversiva che in questi anni aveva osteggiato le idee fasciste all’interno dei birocciai,attività sovversiva appoggiata dal Sindacato Autonomo, che ha attuato una costituzione con l’aiuto di Giacobbe Montioni, Flaminio Ginnasi e Girolamo Lanani che hanno fatto associare i birocciai ai servizi pubblici e privati di trasporto per dare occupazione. A: Durante il fascismo fu difficile portare avanti gli ideali di cooperazione? P: Sì,molto;alcuni soci della cooperazione di Birocciai di Imola cercarono di far nascere una cooperazione che si prefiggeva di associare i birocciai di Imola per offrire un servizio pubblico e privato di trasporto. Questa cooperativa,anche se aveva appoggi nel regime non prese piede;ma fu un elemento di tensione e disturbo. A: Ma questa situazione compromise la cooperativa? P: Alla fine degli anni ’20 il fascismo aveva elaborato una “Carta del lavoro” con cui si voleva regolamentare i rapporti sociali. Ormai erano stati soppressi partiti e sindacati e il ministro Bottai aveva dichiarato il capitalismo come fondamento della società e aveva rinchiuso i rapporti sociali nelle corporazioni. A: E a Imola che cosa succede? P: Dal 1929 il Fascio di Imola riordinò il movimento cooperativo,creando una struttura nuova che doveva assorbire anche i debiti delle precedenti cooperative. Nacque così la “Cooperativa Trasporti” il 9 dicembre 1930. In questa nuova cooperativa si tenne ben presente che sempre più la diffusione degli autocarri avrebbe soppiantato il carro traina- to dal cavallo e si puntò molto sullo sfruttamento delle cave di ghiaia. Potevano essere soci oltre ai birocciai,i carrettieri,i conducenti di automezzi, gli ammaccatori e i vagliatori dei comuni di Imola e della vallata, purché non fossero apertamente contrari al fascismo. Si stipulavano contratti di trasporto col Mulino del Maglio per il riso, con la Stazione ferroviaria per il carbone. Però forse per contrasti interni la situazione economica della cooperativa non fu florida e si giunse a un salario minimo garantito. Si cercò anche di approfittare dell’imperialismo fascista in Etiopia nella costruzione di opere pubbliche,soprattutto strade in Libia. La Cooperativa Trasporti mandò alcuni soci camionisti che con successo fecero ottenere riflessi positivi al bilancio della società. Sicuramente però il settore escavazione e lavorazione della ghiaia cominciava a essere trainante,perciò si acquistarono binari e carrelli meccanici, si aprì un’officina di riparazione; i compensi per i soci e i lavoratori migliorarono sensibilmente. Si introdusse anche un “Libretto viveri” (valore 100 lire) che poteva essere speso per l’acquisto di generi alimentari negli spacci del Magazzino Generale Cooperativo di Consumo di Imola A: Ma quando riuscì la cooperativa a contrastare le idee fasciste? P: Con l’inizio della seconda guerra mondiale l’attività rallentò molto;tanti soci furono richiamati alle armi e i camionisti che lavoravano in Libia recessero i contratti. A: Ma no,non è possibile!Sono rifinito in un’altra epoca! E’ il 1948! Eccomi davanti a un tribunale,è circondato da una folla in delirio ma tra di essa riconosco sempre lui .... Scusi signore?Cosa ci fa tutta questa gente davanti ad un tribunale? P: Ma come non lo sa?!Oggi è una data memorabile,è stato nominato come amministratore giudiziario Alfredo Xella con l’incarico di provvedere a riordinare e organizzare l’amministrazione e la contabilità sociale, eserci- tando tutti i poteri del Consiglio d’Amministrazione e del Presidente. Poiché si era creato un forte conflitto tra i camionisti e i soci rimasti, si volle seguire la strada al collettivismo, creando una “stalla collettiva” in cui dovevano essere portati animali e carri. Ma i camionisti entrarono in conflitto e vennero espulsi. Inoltre si decise, su sollecitazione della lega delle cooperative,un’erogazione mensile di 13.000 lire per il “Progresso d’Italia”; un giornale quotidiano, espressione delle forze che avevano costituito il “Fronte Popolare”. Nella cooperativa regnò comunque un clima di grande tolleranza,di rispetto,di proficua convivenza e collaborazione fra le diverse opzioni politiche. All’improvviso la folla mi travolge ed eccomi nel 1949 davanti al Tribunale di Bologna. A: Ed ora che sta succedendo ancora! P: C’è stato un nuovo conflitto tra i camionisti e la Cooperativa e i primi sono stati espulsi dalla società per volere della S.A.I. (Società Autotrasporti Imola). Ma si sviluppò uno slancio corale d’orgoglio dei soci rimasti in Cooperativa, stimolato dal neo presidente Ugo Tozzi che consentì di superare le maggiori difficoltà del momento e fece in modo che gli operai non perdessero la previdenza e l’assistenza mantenendoli in servizio con una retribuzione ridotta. Oltre alla S.A.I. vi era la COGNE S.A.I. ovvero la più importante fabbrica della città che occupava circa 800 dipendenti; essa però a distanza di tempo si trovò privata di un patrimonio di competenza difficilmente recuperabile e si avviò a un lento declino mentre molti dei licenziati svolsero ruoli decisivi per lo sviluppo dell’economia imolese diventando proprietari di piccole aziende: tra questi ci sono Aldo Villa direttore della SACMI e Bruno Castagnoli dirigenti della Cooperativa trasporti. Ad un certo punto ad Andrea si appanna la vista e davanti a sé vede solo della polveri- 59 na rosa fosforescente e “PUFF”!! Si ritrova nel 1954. A: Ma quanto dura ‘sto viaggio?! Non ne posso più voglio tornare a casa mia! P: Scusate signore ma cosa avete da lamentarvi in questo modo? A: E’ troppo complicato da spiegare, ma ditemi perché c’è tutta questa confusione? P: Il fatturato è raddoppiato rispetto a due anni fa e ciò ha permesso di istituire un fondo mutualistico per un trattamento di integrazione delle pensioni INPS a favore dei soci che cessano il lavoro per raggiunti limiti di età o per invalidità. Andrea sentendosi male cade pesantemente per terra e non riesce più a sentire quello che gli viene detto;l’ultima frase che sente è:”Signore,signore state bene,aprite gli occhi,parlate,che vi succede!” Andrea riapre gli occhi e si ritrova nel 1995 davanti alla Cooperativa trasporti. A: Signore guardi che non può stare qui! P: Oh!Scusate volevo solo sapere delle informazioni in più sulla Cooperativa Trasporti a partire dal 1960 e volevo incontrare il direttore. A: Il direttore in questo momento non c’è ma la posso aiutare io,si accomodi ... P: Ah grazie! A: All’inizio del ’60 la base sociale si era rinnovata e ciò consentì di raggiungere lo sviluppo. Poi nel 1975 era stato rinnovato un accordo aziendale in base al quale a tutti i dipendenti soci veniva attribuito un premio mensile dalle 50.000 alle 100.000 lire per coloro che avevano oltre otto anni di servizio. Nel 1978 la Cooperativa Trasporti, pur avendo acquisito una solida consistenza economica fino dalla fine degli anni ’70 dovette ridisegnare le sue strategie e proprio nel ’78 essa si trovò nella necessità di dover sintonizzare le sue attività con le nuove norme approvate dal “Piano delle attività estrattive”. Il “Piano” era nato con la necessità di porre ordine allo sviluppo “sel- 60 vaggio” degli anni ’50 e ’60. Nel ’79 Giuseppe Casadio lasciò la direzione del sodalizio per pensionamento a Tiziano Martelli che con Pietro Tozzi dirigerà la Cooperativa cercando di incidere in modo indelebile nel tempo. Nel settembre del 1986 fu realizzato nel cantiere di Zello un modernissimo impianto per la produzione del “misto cementato” che rappresentava le future tecnologie. Nel 1992 vi furono nuovi mutamenti come le “Nuove norme in materia di Società Cooperative.” Nel 1994 il fatturato riprese a salire così come il reddito cooperativo ed è diventato ciò che è oggi. Ora le mie conoscenze sono terminate spero che tu sia soddisfatto delle notizie che ti ho dato. Ora che ho raccontato la storia della Cooperativa dei Trasporti mi piacerebbe sapere cosa potrebbe succedere negli anni futuri.... A: Anch’io devo dirle una cosa molto importante: in realtà io provengo dal duemila.... Quando passò il treno, si ritrovò di nuovo nella sua epoca. Bibliografia: Quinto Casadio. Una storia in movimento. Quinto Casadio. Prigionieri del sole. concorso per gli studenti della scuola secondaria di primo grado wikicoop via Emilia 25 - 40026 Imola (bo) tel. 0542 35215 - fax 0542 30516 www.imola.legacoop.it [email protected] una ricerca sulla cooperazione imolese partecipanti: Scuola secondaria di primo grado “Andrea Costa” Istituto comprensivo n. 6 comitato per la cooperazione imolese ROMEO GALLI - La Cooperativa Ceramica di Imola - La cooperativa sociale “l’Arca” - Terremerse Scuola secondaria di primo grado “Innocenzo da Imola” Istituto comprensivo n. 2 - Imola e l’arte della stampa - la Galeati: tutt’altro che una tipografia di provincia - La CAVIM - Ultima chiamata per il passato comitato per la cooperazione imolese ROMEO GALLI