Cenacolo Sacerdotale
periodico di spiritualità
Registrazione Tribunale Catanzaro, 17.12.1982, n. 11
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Direzione e Redazione, presso Convento S. Antonio
Via E. Borelli, 35 - 88100 CATANZARO
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Editore: Francesco Tudda, Convento S. Antonio
87050 Pietrafitta - CS - Tel. 0984 42.40.20
Spedizione: Convento S. Antonio - Pietrafitta - CS
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all’U.S.P.I.
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PADRE FRANCESCO TUDDA
87050 PIETRAFITTA - CS
“Cenacolo Sacerdotale” non esige canone di abbonamento
ma lascia all’iniziativa personale contribuire alle spese di stampa.
In copertina: facciata della Chiesa di S.Antonio - Pietrafitta (CS)
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Sommario
Il ringraziamento alla Comunione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.
Riflessioni sul Vangelo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “
Beati i puri di cuore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “
Miscellanea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “
Asterischi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “
Ringraziamento eucaristico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “
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CONVENTO S. ANTONIO 87050 PIETRAFITTA - CS
TEL. 0984 42.40.20
IL NOSTRO PERIODICO DESIDERA FORMARE UN IDEALE DI “CENACOLO” OVE GESÙ
RADUNÒ I SUOI APOSTOLI NELL’INTIMITÀ DELL’EUCARISTIA PER MANDARLI POI NEL
MONDO COME MISSIONARI DEL SUO AMORE: UN MONASTERO INVISIBILE.
E’ UN CENACOLO “SACERDOTALE” PERCHÉ TUTTI I BATTEZZATI SONO SACERDOTI E
APOSTOLI DI CRISTO.
PREGHIAMO
O Amabile S. Antonio,
guarda con particolare benevolenza quanti cercano soccorso nelle afflizioni.
Rimunera, con la tua straordinaria generosità, i nostri cari benefattori, amici
e devoti di questo convento a te dedicato. Concedi loro abbondanza di beni spirituali, la prosperità, la pace nelle loro famiglie, la grazia e la salvezza eterna.
Benedici questa comunità fraterna, accendi in noi la fiamma dell’ardore serafico e aiutaci a servire Dio e il prossimo nell’umiltà e nella carità.
Amen
PACE E BENE
NUOVO SITO INTERNET
www.padretudda.it
nuova e-mail:
[email protected]
Ogni settimana vengono mandate in Internet
riflessioni sui brani del Vangelo.
E CHI NON HA INTERNET?
Avrà un figlio o un amico, un vicino
o altri che glielo possono copiare e consegnare.
Chi riceve Cenacolo è invitato a visitare il sito www.padretudda.it
e mandare un e-mail al seguente indirizzo:
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mettendo in oggetto: risposta a Cenacolo 2005
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IL RINGRAZIAMENTO ALLA COMUNIONE
non trascurarlo mai!
Ti priveresti di molte grazie. Vale più una comunione con un lungo
ringraziamento che molte comunioni senza ringraziamento. C’è il pericolo di cibarsi senza assimilare. E allora a che vale? A ben poco. Non
dico a niente, ma ben poco.
Abituarsi a riflettere e parlare con Gesù, specialmente dopo la
comunione, è la via normale per diventare suoi amici. Che cosa diresti di un amico che viene a casa tua e dice: “Ho poche cose da dirti.
Mi sbrigo quanto prima e poi ho tante altre cose da fare…”. Io gli direi: “Non venire affatto oppure vieni solo quando puoi dedicarmi almeno un’ora…”.
Un’ora di adorazione alla comunione non è una cosa straordinaria.
Molte volte non si può. Ma quando si può (per esempio: durante gli
Esercizi spirituali si potrebbe benissimo) ma non si ha la voglia perché
non si è mai provato che cosa vuol dire essere amici di Gesù, amici
davvero da trascorrere con lui due e tre ore e anche di più…
E che cosa diresti se nei ritiri spirituali si mettesse in programma:
ore 12 concelebrazione, 12.30 pranzo. Quanto dura il pranzo? E la
Grande Cena del Signore, il Cenone di pasqua? Allora non si crede che
la messa è davvero quello che è?
Alcuni giovani mi hanno detto che spesso si divertono con i loro amici chiacchierando dalle 21 alle 2. “Una parola dopo l’altra… passano le ore senza accorgersi”.
Non si potrebbe fare lo stesso con l’amico Gesù?
Amici si diventa frequentandosi. Cominciamo a fare il proposito
di dare a Gesù onestamente tutto il tempo che si può, specialmente dopo la comunione, ma anche in altri tempi. Quando non sai che fare vai
dal grande Amico.
Un sacerdote, dopo aver celebrato fu invitato a fermarsi dieci minuti in preghiera, “perché così preparo un buon caffè”. Risposta: “Ho
molto da fare. Non posso stare neanche un minuto”. Subito dopo incontrò un amico e stette con lui più di venticinque minuti…Con l’amico Gesù non aveva dieci minuti, specialmente dopo quell’inaudito e inconcepibile mistero che è la messa. Ma sull’altare non avviene niente,
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se subito dopo si passa con la massima facilità ad altro?
Dopo un pranzo “qualificato” si ha bisogno di distendersi per assimilare… Anche Gesù deve essere assimilato con il tempo, il silenzio, il
colloquio…
Un religioso fu invitato a fare un’ora di adorazione notturna. Risposta: “Non ci riesco a stare sveglio di notte…”. Dopo un mese ci furono le Olimpiadi: di notte assistette di seguito a tre partite di calcio.
Un superiore religioso, subito dopo la messa e comunione, chiamò
a sé alcuni giovani ospiti che volevano iniziare un cammino di vita religiosa. Disse loro: “Parlare con i fratelli è lo stesso che parlare con Gesù”. Li trattenne per oltre un’ora. Nessuno di quei giovani entrò nel suo
istituto. Gesù disse a Sr. Maria clarissa di Gerusalemme: “Quando parlate con le vostre sorelle, non potete ascoltarmi… è necessario il silenzio e la solitudine” (Colloquio interiore, n. 290: libretto preziosissimo
di cui abbiamo scritto nel numero precedente di Cenacolo, primo articolo).
Coloro che fanno la comunione, non dico altri, si rendono conto
che Gesù è il vero, unico e grande amico?
A pag. 54 troverai degli aiuti per iniziare una “frequentazione”
con Gesù, specialmente dopo la comunione.
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RIFLESSIONI SUL VANGELO
A CURA DI
FR. TUDDA
II DOMENICA ANNO A
L’AGNELLO INNOCENTE CHE TOGLIE I PECCATI
Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di
Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io
dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era
prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele.
Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere
come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo,
ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L’uomo
sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in
Spirito Santo. – E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio. (Gv 1, 29ss).
Giovanni Battista vedendo Gesù disse: Ecco l’agnello di Dio, ecco
colui che toglie il peccato del mondo.
Gesù è chiamato agnello pasquale e agnello del sacrificio quotidiano. Nel tempio di Gerusalemme mattina e sera si offriva il sacrificio
dell’agnello. Il sacrificio aveva lo scopo di ricordare e di rendere viva
l’alleanza fra Dio e Israele.
Dio aveva contratto con il suo popolo un’alleanza ossia un patto di
strettissima unione vitale per cui Dio e Israele si consideravano carne della propria carne e sangue dello stesso sangue, come è un bambino con i genitori, come devono essere gli sposi, come sono i membri di una famiglia.
Presso gli Ebrei il sangue era segno di consanguineità ed era visto
sempre e soprattutto come elemento meravigliosamente attraente come
è la vita, l’amore e la parentela. Quando i sacerdoti, nella celebrazione del sacrificio, prendevano il sangue delle vittime e ne ungevano l’altare (che rappresentava Dio) e poi aspergevano il popolo, avveniva nel
cuore dei fedeli un’esplosione di commozione super umana. Essi
pensavano: Dio e noi siamo uno stesso sangue, proprio come io sono
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con mio padre, con mia madre e con i miei bambini, che mi abbraccio e
li accarezzo con tanto trasporto di amore.
Dio era il primo dei consanguinei e il più fortemente e strettamente congiunto; era il primo papà, papà e mamma insieme. E infatti
nella Bibbia viene chiamato padre, mamma (Is. 49), sposo (Osea 2,
16ss)… Quando gli Ebrei ripetevano la genealogia ossia il nome dei
parenti ascendenti, al primo posto mettevano Dio: Jahwéh è il Dio di
mio padre Abramo, Isacco, Giacobbe ecc.
Sangue dunque era vita, amore e parentela, ma non parentela lontana… Per gli Ebrei non esistevano parenti stretti e parenti lontani.
Anche se ci fossero state cinquanta generazioni tutti erano come i
membri di una famiglia vivente. Cinquanta generazioni vuol dire distanza di circa duemila anni (quanti ne passano dal primo ebreo Abramo e Cristo). Una generazione si calcolava di quaranta anni.
Il sangue è vita, affetto e parentela. Chi ha sangue è un essere vivente e non un morto; è uno caldo di affetto e ricco di parentela. I parenti allargano la vita personale, senza diluirla, e tanto l’allargano
quanti sono i consanguinei. Un uomo vale per il numero dei figli.
Quando questi si limitano per non diminuire i beni materiali, allora la
vita umana diventa fredda e misera di valori affettivi. In calabrese si dice che vale più mangiare pane e cipolla e avere tanto amore, che …
Quando Giovanni Battista disse che l’agnello di Dio era Gesù,
annunziava un cambiamento epocale della religiosità. Il legame tra
Dio e il suo popolo non avveniva più con il sangue dell’agnello o di altri animali uccisi, ma con il sangue vero e proprio di un uomo che era
anche Dio, Gesù di Nazaret.
La religiosità nell’insegnamento biblico non è un sentimento qualsiasi, un pensiero senza impegni e senza interesse. Religiosità è più che
padre e madre, figli e sposi, famiglia.
Nell’Antico Testamento Dio si comportava come un padre e una
madre, uno sposo affezionato e un figlio. Con la venuta di Gesù le immagini antiche diventavano realtà. Dio si era fatto carne e sangue. Nel
cristianesimo il sangue divino scorre nelle nostre vene. Non è proprio questo quello che avviene nella comunione? Quel pane e quel
vino sono il corpo e il sangue di Gesù offerti in sacrificio per la nuova
ed eterna alleanza.
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Il cristianesimo dunque è parentela e consanguineità con Dio e
con tutti i cristiani come se fossimo tutti un solo corpo, un solo sangue come lo sono bambini e genitori. La religiosità cristiana è legame
di consanguineità, di con-corporeità, di vita (sangue è vita), di affetto e
amore vero e forte come la Madonna è con il suo Dio fatto suo figlio.
CI RENDIAMO CONTO DI TUTTE QUESTE MERAVIGLIE?
LA COMUNIONE E I SACRAMENTI SONO ESSENZA DI CRISTIANESIMO, NON SONO UN DI PIU’, UNA COSA FACOLTATIVA. LA MESSA FESTIVA E’ IL MINIMO DI VITA CRISTIANA. Come? Con i vostri figli vi vedete solo la domenica? Non avete tempo? E
a che cosa serve la vita senza calore del sangue, della parentela e della
parentela con Dio? Abbiamo questa fortuna e la trascuriamo?
Giovanni Battista disse ancora: Ecco colui che toglie il peccato
del mondo. E’ detto peccato al singolare per indicare il tumore maligno che invade tutto il genere umano ed è il substrato di tutti i peccati
che esplodono nell’arco di tutta la storia.
Il peccato è l’opposto della religiosità o della consanguineità. Con
la religiosità cristiana diventiamo figli di Dio. Con un peccato mortale
si è nemici di Dio e meritevoli di pena eterna nell’inferno.
Gesù ha il potere di distruggere il tumore maligno. Egli è l’agnello
che toglie il peccato del mondo. Gesù come toglie i peccati? Con il sacrificio di sé, con il suo sangue, che, prima di diventare legame di consanguineità, viene versato sul Calvario per amor nostro. Così aveva
preannunziato la Bibbia nel libro di Isaia: Il castigo che ci dà salvezza
si è abbattuto su di lui… Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di
tutti noi (Is 53, 5 s).
Se Gesù si è legato strettamente a noi più che padre, madre e sposi,
che cosa avviene in una famiglia? Bene e male si condividono, dolori e
gioie si scambiano, ricchezze e povertà sono di tutti i membri di una famiglia e non solo di alcuni.
Gesù prese sulle sue spalle tutti i peccati del mondo. Dal momento
che accettò di entrare nel genere umano come suo membro a tutti gli
effetti, tutti i guai del mondo cadono anche sul suo capo, anzi soprattutto su di lui perché egli è il più grande, il più santo, il più amoroso e il
più strettamente congiunto con ogni persona umana.
Gesù divenne crocifisso come tutti noi e più di tutti. Ma egli river9
sa su di noi la sua santità, la sua innocenza, la sua vittoria sul peccato e
sulla morte con la risurrezione. Quanto più ci leghiamo a Cristo con i
sacramenti, tanto più veniamo purificati nella confessione e abbelliti di
Spirito Santo; veniamo nutriti di santità divina nella comunione.
Perché l’innocente soffre per i colpevoli? Perché è impossibile che
un peccatore possa redimersi da sé. Chi è nel peccato non è capace di
avere sentimenti di amore verso Dio e verso il prossimo. Al contrario, è
un ribelle a Dio e al prossimo, chiuso nel suo orgoglioso egoismo! Attribuisce agli altri la colpa non risparmiando neanche Dio che bestemmia; e scagiona se stesso.
E’ impossibile che un colpevole si umili, riconosca le proprie colpe, chieda perdono, e si avvii verso una nuova vita di rettitudine. Questo può avvenire solo se una grazia lo previene e gli tocca il cuore.
La grazia preveniente è mandata a lui dall’amore infinito del Redentore e dagli innocenti che soffrono per lui.
Dio ci ha creati strettamente congiunti nella legge di solidarietà per
cui la sofferenza di uno diventa sofferenza di tutti e l’innocenza di uno
diventa innocenza di tutti.
Dio facendosi uomo, accettò la sofferenza, pur essendo l’unico innocente anzi proprio perché era l’unico innocente. Ma dopo di lui uno
stuolo enorme di persone hanno seguito il Crocifisso e con lui diventano salvatori del mondo: i santi. I santi hanno capito che la sofferenza è
amore e redenzione.
Ecco la testimonianza di un vero cristiano (Suor Faustina): La sofferenza è il tesoro più grande che ci sia sulla terra. Essa purifica l’anima. Il vero amore si misura con il termometro della sofferenza. Gesù, ti
ringrazio per le croci quotidiane, per le contrarietà, per il peso della
vita comunitaria, per le interpretazioni distorte delle mie intenzioni,
per le umiliazioni che provengono dagli altri, per il comportamento aspro verso di me, per i sospetti ingiusti, per la salute cagionevole, per
le forze che vengono meno, per il ripudio della mia volontà, per l’annientamento del proprio io, per le sofferenze interiori, per l’aridità dello spirito, per le paure, i timori e i dubbi”. (Diario di suor Faustina
Kowalska, ed. Vaticana, pag.145s).
Riferisco altre espressioni dei santi: Il dolore è uno dei più grandi
benefici che Dio concede all’anima per evitarle di cadere nell’egoismo.
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Dio è vicino a chi accetta di soffrire per amor suo. Il dolore innocente è
la più efficace soddisfazione del male che esiste nel mondo. Il dolore è
la sola cosa nostra che possiamo offrire a Dio. E sarà eternamente ricompensato. E’ tanto il bene che aspetto che ogni pena è diletto.
CONCLUSIONE
Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo! Gesù, Dio e
uomo, è diventato il punto di congiunzione fra l’umanità e la divinità.
Con il suo sangue amoroso ci purifica e ci abbellisce di bellezza e di
vitalità divina.
Tutti possono salvarsi perché a tutti Gesù offre la possibilità di
congiungersi con Dio con un legame di carne e di sangue, poiché Dio
si è fatto carne.
La nostra gioia dunque è quella di appartenere a Dio come suo possesso amoroso. E anche se perdessimo tutto, ma non la religiosità saremmo i più fortunati del mondo per l’amore che è la vera grande
realtà della vita. Ma se avessimo ricchezze e la più amorosa famiglia,
senza Dio saremmo i più infelici.
Segue a pag. 36
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BEATI I PURI DI CUORE
La Quaresima, tempo “forte” di preghiera, di digiuno e di impegno
verso quanti sono nel bisogno, offre a ciascuno di noi la possibilità di
prepararci alla Pasqua con un serio discernimento della propria vita,
confrontandoci in maniera speciale con la Parola di Dio, che illumina il
nostro quotidiano e santifica i nostri rapporti.
Questa meditazione vuole essere la ricerca delle tappe della conversazione, così come la liturgia ce la propone.Il primo punto è la coscienza chiara e realistica del male che c’è in noi:«Signore… io sono
povero e infelice», recita il Salmo 86, cioè fragile e peccatore. Il peccato da cui tutti gli altri derivano è la mancanza di passione per l’edificazione della Chiesa, la resistenza alla comunione: sentiamo più attraenti
i nostri pensieri, i nostri progetti, i nostri desideri, che non i progetti, il
cammino e la strada che Cristo ci propone.
Il punto di partenza della conversione è il grido a Dio: “Abbi pietà
di me peccatore!”. In esso c’è l’evidenza del nostro essere niente e del
suo essere tutto, e del suo essere più forte di tutto, anche del mio peccato. Solo in Lui che può tutto si può diventare capaci della costruzione
di un “cuore nuovo. Cuore puro”.
«Tutto posso in colui che è la mia forza» (Fil 4,13).
Lo strumento per rimanere in Cristo è il sacramento della penitenza, l’azione espressa nelle parole «Io ti assolvo» non è solo il perdono,
la cancellazione della colpa, ma una rigenerazione della comunione, una rigenerazione della capacità di amare la vita di Cristo, la mia e quella degli altri.
Quanta psicologia ancora nelle nostre confessioni! Quanto desiderio di essere sgravati invece che di essere rigenerati! Il limite può essere lo strumento con cui Dio ci lascia aperti alla sua misericordia fino
alla fine. Dio permette in noi il male perché, attraverso l’esperienza
quotidiana del nostro peccato, riconosciamo il nostro essere nulla e il
suo essere tutto. Quindi non dobbiamo preoccuparci di togliere il nostro limite, di fissare lo sguardo su di esso, ma di fissarlo sul compito
che ci attende: l’edificazione della comunione.
Allora il male se ne andrà da solo, quando Dio vorrà. Mi ha scritto
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recentemente un amico: «Il male è dentro di me come una pietra a cui
un miracolo ha tolto il peso».
Fissare lo sguardo su Cristo rende il peccato un corpo estraneo e lo
elimina, mentre tenere lo sguardo fisso sul nostro male ci fa correre il
rischio tremendo di giustificarci, il che impedisce la conversione.
Un altro aspetto della conversione è la gioia del perdono ricevuto:
«O Signore, non sono degno [coscienza del peccato]…, ma di’ soltanto
una parola e io sarò salvato [gioia del perdono]».
Non c’è nulla di così contrario alla conversione come la scontentezza di sé, il dire continuamente: “Non riesco, parlo male di tutto e di tutti, giudico ogni cosa, non mi fido, vedo il negativo in tutte
le cose, lamentarmi è il mio stile di vita”. Ciò rende sempre più
grande e più possibile il peccato, perché è non riconoscere il miracolo avvenuto, la sua misericordia. Il cristianesimo è invece soprattutto
gioia, gratitudine per il perdono di Dio: «Odiarsi è più facile di
quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi
fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente se stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo». (G. Bernanos).
Il tempo quaresimale è tempo di preghiera e di vigilanza. La preghiera cristiana è una sola: «Venga il Tuo regno» (Mt 6,10), «Vieni ,
Signore Gesù (Hp 22,20). L’attesa di Cristo consiste nel grido: «Si
compia ciò che hai iniziato fra di noi» (Fil 1,6). La preghiera è anche
richiesta a Dio di cose giuste (S. Tommaso), ma è vera solo dentro l’attesa del Suo Regno, del Suo compimento, della manifestazione più
profonda di ciò che tra di noi è iniziato. La preghiera deve essere il
cuore del tempo che passa. Per questo il grido quaresimale è: Signore,
convertici, non lasciarci in balìa di noi stessi, donaci di godere il frutto
il cui seme Tu hai seminato.
Anche l’obbedienza è un digiuno, perché è l’aderire a qualcosa
che non sempre coincide con ciò che vorremmo. E’ anzi l’esemplificazione più chiara del digiuno: mi ritrovo e mi costruisco in un distacco da me stesso.
Questo è possibile solo ai puri di cuore. Cresce una compagnia con
fatica perché è acerba la nostra obbedienza; se pensiamo che l’autorità
è solo un valore e non una persona, allora la snobbiamo. La strada dell’obbedienza, percorsa da quell’uomo per ciascuno di noi, illumina le
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nostre ore, soprattutto il senso delle nostre prove, del nostro male, delle nostre contraddizioni.
«Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce». (Fil 2,8)
Chiamiamo Quaresima quel periodo di preghiera e di penitenza
durante il quale la Chiesa prepara le anime a celebrare degnamente il
mistero della Redenzione.
S. Agostino insiste che al digiuno vada aggiunto: il fervore della
preghiera, l’umiltà, la rinuncia dei desideri meno buoni, la generosità
nell’elemosina, il perdono delle offese e la pratica d’ogni opera di pietà
e di carità.
CUSTODIRE LA PROPRIA VITA CON SOMMA PUREZZA
“Puritas” qui è nel senso più ampio: la mondezza di mente e di
cuore, per cui si è spogli da ogni attacco che distragga da Dio. La bellissima sentenza: Actus vitae suae omni hora custodire <vigilare continuamente sulle azioni della propria vita>, la vigilanza assidua di chi ama seriamente Dio e vuole che nessuno dei suoi atti possa ostacolare
l’unione con Lui; è praticamente il primo gradino dell’umiltà, con la
famosa “memoria Dei”
ASCETISMO
I Cristiani, uomini che aspirano alla santità, ma sempre uomini dalla
testa ai piedi! Capita molto a proposito questo periodo di rinnovamento
e di intensificazione della vita cristiana che ogni anno prepara i catecumeni al battesimo e tutti i fedeli a una degna celebrazione della Pasqua.
…Anzitutto astenersi da ogni peccato: è la prima e più necessaria astinenza (cf. S. Leone M., Discorso IV, 6); la lotta contro i vizi –
estirpandoli dalle radici, se è possibile – è uno dei fini dell’ascetismo
cristiano.
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PREGHIERA
E’ un mezzo indispensabile per un fruttuoso cammino quaresimale; è fondato sulla meditazione della Parola di Dio, quindi ascoltare la
voce di Dio dentro noi stessi, attraverso anche la vita liturgica e sacramentale (eucarestia, confessione, comunione). Deve essere una preghiera umile, sincera, costante.
CARITÀ
Il Signore ci chiede un cuore nuovo capace di amare in modo disinteressato. L’amore agli altri è impegno concreto a morire a se stessi
per far spazio all’altro diverso da me. E’ la capacità di farsi attenti ai
bisogni concreti della gente che ho accanto. Un’autentica conversione
del cuore passa anche per la strada della carità effettiva.
La Fraternità dell’Eremo
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LETTERA DAL CARCERE
Lamezia, 7/11/2004
Caro don Gigi,
è domenica, niente messa oggi, ma grazie a te ci sentiamo lo stesso
più vicini a Nostro Signore perché lo stiamo invocando. Dopo aver letto il tuo articolo sul giornale “Lamezia Nuova” sento il dovere di ringraziarti ed il bisogno di esternare il mio pensiero sulle tue opere.
Dopo 14 mesi di “prigione” nel carcere di… dove di buono c’è solo lo studiare, dove senza cadere nella tentazione del giudizio il cappellano non ci ha mai fatto sapere delle sue parole oltre la S. Messa finalmente da agosto sono stato trasferito qui a Lamezia dove ho riacquistato tanta fiducia e dignità perché qui siamo sì dei detenuti, ma veniamo trattati con modi civili ed educati e non provocatori. Abbiamo
trovato nel personale penitenziario tutto senza distinzione di grado una comprensione che altrove è utopia, c’è un rispetto reciproco che per
noi è un toccasana.
Poi è arrivata la tua parola. Ricordo che al primo incontro ci
guardavamo con uno sguardo penetrante per carpire qualcosa in più
dal nostro interlocutore e per stabilire un feeling che oggi credo abbia
raggiunto un buon livello e poi le tue parole relativamente ai primi
“quesiti” mi hanno fatto capire che è importante riempirsi di entusiasmo anche il solo pensiero di alzarsi la mattina. Ci deve dare felicità e
dobbiamo ringraziare Dio esprimere gratitudine perché ci offre un altro giorno di vita.
Gli incontri con te poi sono stati più frequenti sicuramente avrai
rinunciato ad un tuo momento di “libertà” per venire da noi e questo
vale più di mille francobolli o altro bene materiale che ci porti, e poi la
proiezione dei film con commento prima, durante e dopo è stato un
momento di “evasione” e credo che siamo stati gli unici a vedere la
passione di Cristo in una chiesa… anche questo è un dono.
Sarà una mia sensazione, ma leggo nei tuoi occhi il piacere di incoraggiare e certamente quanto prima grazie a te tutti noi riusciremo a
percepire dei profumi che prima non “apprezzavamo”, sono i profumi
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delle piccole cose, delle cose che ci circondano e non li valutiamo perché vogliamo volare troppo in alto con le pretese e lasciamo a terra le
belle cose semplici e pulite che ci circondano…
Le tue parole spero che presto ci illuminino ed accettiamo che la
felicità è determinata più dallo stato mentale che dagli eventi esterni,
comprendiamo che da questa solitudine dobbiamo trovare una fonte
per ritrovarci e rigenerarci, quando poi ci renderemo conto che l’amico non è colui che ti porta regali, ma è colui che ti ascolta e consiglia
allora saremo pronti per il reinserimento certi nel giudizio di un uomo
deve valere anche la considerazione del bene che si è fatto oltre del
male che gli viene attribuito. E poi trovare in un’unica persona, un padre ed un fratello è unico. Grazie
V.S.
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TORNARE
La vedo
io la mia Calabria
passare nelle valigie di cartone
sui lunghi treni del Sud
dai mitici nomi
(il sole, l’oro, la freccia)
che qualche burocrate ha dato
alla nostra miseria.
La incontro
io la mia Calabria
nel suo andar così
nei fazzoletti a colori
-le uova sode, i salami,
il pane di casa –
e gli occhi – quegli occhiOh! Gli occhi di chi si sente diverso
Che pena Signore.
vedere la gente
e capire
l’affanno, il disagio,
l’amaro sapore del pianto.
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La sento
io la mia Calabria
maledire la terra
che non produce abbastanza
e il lavoro che sfianca
e il padrone che ruba gli assegni
e la crisi – e tutte le crisi –
le viti, i cantieri, gli agrumi, i salari,
gli olivi, gli edili.
Io ascolto
io ascolto e ti prego:
benedici o Signore
chi impreca e cammina.
La cerco
io la mia Calabria
a Torino a Milano, a Colonia,
a Parigi, a Liegi, a Losanna
dispersa, ferita
in questa diaspora
in Africa, America, Australia
dovunque.
Dovunque il lavoro si sfianca.
La guardo io
io la mia Calabria
umiliata
(vergogna a tutti i padroni di casa
vigliacchi che dicono
noi non affittiamo
a voi calabresi
rissosi.
-Derisi, terroni sfruttatiSignore! Oh Signore una tua parola
per i manovali del benessere
(la bilancia dei pagamenti
la fuga dei capitali
le rimesse degli emigrati
una vera fortuna)
per le donne rimaste,
per l’uomo lontano, geloso
-antico dolore d’insidiaper i bambini
che giocano senza mutande;
per i vecchi
che attendono immobili.
Io l’amo
io la mia Calabria
assolata
lucente
sporca
pulita, povera, ricca
le piane i calanchi, i dirupi
e l’acqua ed il vento
e le stagioni tutte
e ti prego:
Ti prego Signore
facci vivere ancora
per almeno tornare
dove saremo sepolti.
G. J.
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MISCELLANEA
A CURA DI PAT
UOMINI E CANI
Una vecchia regola voleva che, in fatto di giornalismo, a far notizia
non fosse un cane che morda il padrone, ma il padrone che morda il cane. Considerato però che ormai i morsi sono passati di moda a favore
delle pistolettate e simili… a far notizia non sia un padrone che spari al
cane, ma il cane che SPARI al padrone!
Tempo fa in una cittadina della Florida, a Pensacola, mentre un signore si accingeva a sterminare a colpi di pistola una cucciolata, mamma-cagna, azionando con la zampa il grilletto dell’arma, lo feriva seriamente costringendolo al ricovero in ospedale ( seguito da un mandato di arresto per ‘crudeltà verso animali’…). Fatto accidentale? Nessuno può affermarlo, a meno che qualcuno non abbia il cervello da cani idoneo a valutare esattamente azioni e reazioni di tali animali. Che il cane abbia agito anche per vendetta, avendo – tempo prima - assistito all’esecuzione di un’altra cucciolata?! E’ vero che il cane imita, spesso,
l’uomo: tipi in stato di randagismo riescono ad aguzzare l’ingegno per
la sopravvivenza… (basterebbe osservarli con quale prudenza attraversano la strada, e sulle strisce pedonali…).
E pensare che quel malcapitato e mancato ‘sterminatore di cuccioli’, nel vano tentativo di evitare l’arresto, ha giurato e spergiurato che a
quegli animaletti voleva tutto il bene del mondo, ma cosa poteva fare?
Non essendo però riuscito a collocarli in altro modo non restava che
l’estremo atto di amore che ucciderli: amore e morte! Una commovente storia di romanticismo post litteram.
Esopo, a conclusione delle sue favole, aggiungeva sempre la cosiddetta ‘morale’: “La favola mostra che…”, “Questa favola si potrebbe
applicare a…”, “Così anche tra gli uomini…” Il fatto di Pensacola non
è favola ma realtà, e tuttavia tale da imporre una ‘morale’ così trasparente e precisa che non necessita un moderno Esopo per coglierla e meditarla…
A voler ricalcare il procedimento esopico ci sarebbe quindi da con20
cludere che ‘questo fatto si potrebbe applicare a…’ quanti dicono di amare gli animali senza rendersi conto che… nell’assoggettarli ai loro
voleri e nel costringerli ad una vita che resta pur sempre innaturale,
scambiano per amore la soddisfazione di un proprio capriccio alimentato da superficialità, da esibizionismo o da inconfessate frustrazioni; e
si potrebbe ‘applicare a…’ quanti affermano che solo chi ama gli animali può amare gli uomini.
Ma sanno questi ultimi che il numero degli animali presenti nelle
case degli italiani, - tra cani, gatti, iguane, serpenti, pappagalli, roditori
e tanta altra specie…- ammonta a circa quarantasei milioni (!) e si avvia a pareggiare quello dell’intera popolazione del Paese? E nonostante
tanto ‘amore’(?) come mai tante discordie, sopraffazioni e ruberie?…
In realtà anche Hitler – passato alla storia non certamente per il
suo amore agli uomini… - amava il cane prediletto Prinz: pastore tedesco! Ce ne informa lo scrittore Gunter Grass nel libro Anni di cani :
con un tono che felicemente oscilla tra ironia e senso della tragedia riferisce come l’animale si sia allontanato proprio mentre il padrone festeggiava il compleanno e come il Fuhrer l’abbia disperatamente cercato sguinzagliandogli dietro un esercito… e perfino modificando i piani
della disastrosa battaglia di Berlino! Si può considerare amore un tale
accanimento di possesso?…
Francesco di Assisi nell’incantevole racconto dei Fioretti non impone alcun guinzaglio all’ammansito lupo di Gubbio, ma lo chiama e
lo sente ‘fratello’; né impone alcuna gabbia alle tortore donategli da un
giovane, ma le chiama e le sente ‘sorelle’.
Sarebbe dunque auspicabile che nei rapporti con un animale si cominciasse a guardare un po’ di più all’esempio offerto da Francesco di
Assisi… Questo nella convinzione che l’amore, a chiunque rivolto, deve essere dedizione e non pretesa di possesso ma, perché no? anche in
omaggio al vivace ed eroico bastardino di Pensacola.
(L’Osservatore Romano, 31 ottobre 2004 )
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LA SFIDA DI COMUNICARE …
In India, nella città santa di Benares, lungo la discesa che porta al
fiume Gange, prima di giungere all’ultima scalinata che porta al bagno
sacro, sono ammassati in mezzo alla strada n centinaia di miserabili:
storpi, lebbrosi, paralitici, ciechi. Tutti in un grande stradone che va degradando verso il fiume, dove passano ogni giorno decine di migliaia
di pellegrini. Quei miserabili si agitano incessantemente: gridano, espongono le stampelle, tendono i moncherini ai passanti, per ricevere
qualcosa in elemosina: una visione che toglie il fiato! Nessuno di loro
parla con chi gli sta a fianco, nessuno pensa al proprio vicino e alle sue
immense sofferenze. Ciascuno cerca di farsi notare più dell’altro con
grida e gesta…
Fa molto pensare questo triste spettacolo, metafora della folla della incomunicabilità umana del nostro tempo: ogni persona si tocca l’una con l’altra senza parlare, non si prendono in considerazione, ciascuna tesa verso un ‘impossibile realizzazione del proprio desiderio… Ce
ne accorgiamo anche nelle metropolitane, nelle stazioni, nei grandi agglomerati di città. E chi proviene da altre civiltà, come gli africani dai
villaggi, si stupisce molto di fronte a tale spettacolo…
Ovviamente nella nostra società esistono anche tanti altri momenti comunicativi. Tuttavia sorge un’obiezione: noi, in fondo, comunichiamo? Quali le nostre relazioni? A proposito di comunicazione e di
incomunicabilità la realtà quotidiana ci propone:
* la fatica di vivere dentro di sé a livello personale una limpida comunicazione tra pensiero e cuore, desideri e azioni, sogni e realtà, sentimenti ed espressione esterna, malumori e sfoghi;
* la fatica di comunicare nel rapporto di coppia e nel rapporto genitori-figli: è così proverbiale che stimiamo felici eccezioni le coppie o i genitori che dicono di non avere problemi, anzi li riteniamo poco credibili…;
* la fatica di comunicare tra i diversi soggetti sociali, talmente radicata che siamo abituati ad una conflittualità permanente tra gruppi con
interessi economici, culturali e politici diversi. Una dose di sana conflittualità potrebbe essere considerata richiesta per compiere del bene, ma il
tasso odierno di litigiosità, spesso esasperato dai mezzi di comunicazione di massa, ha raggiunto livelli che indicano una ‘nevrosi sociale’….
• la fatica che la stessa Chiesa vive nel comunicare…;
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* la fatica, l’imbarazzo dei credenti a parlare di fede ai non-credenti:
uno dei problemi più drammatici della nostra cultura occidentale, che
sembra essere entrata in un ‘mutismo di fede’ che rasenta la paralisi…;
* anche i mezzi di comunicazione sociale sperimentano la fatica
nel comunicare: il linguaggio e il tono tendono sempre più a suscitare
sensazioni forti ed eccitanti, per vendere meglio e più degli altri le
informazioni. Una realtà piuttosto drammatica!
Si deve riconoscere che tale situazione di degrado è solo lo specchio
di un’integra contraddizione che sta la radice della nostra società. Un tema considerato in modo esteso e profondo nel Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa – Comunicazione e missione.
La Chiesa ha una Verità da trasmettere, una Via da rendere comune, una Vita da condividere: Cristo da comunicare! In questa missione
la Parrocchia ha il ruolo principe di motore e custode della comunità.
L’opportunità si essere vicino alla case di persone diverse per età, cultura e fede la chiama a farsi laboratorio di relazioni che aiuta i singoli e
le comunità ad incontrarsi, a costruire legami e tessere amicizie.
Rileggere il vasto mondo delle parrocchie nella prospettiva del’laboratorio di relazioni e di comunicazione’ significa ribadire la centralità dell’uomo - che nella relazione realizza la sua identità di persona –
ed assumere la funzione storica di ‘una Chiesa esperta in umanità’.
(Vittorio Nozza, in Italia Caritas, 2005)
LA CURA DEL DEBOLE …
Nella nostra società multireligiosa appare ricorrente il rischio di omologare il concetto di religione sotteso alle differenti fedi. In realtà i modi di re-legarsi a Dio e le valenze di questo legame si rivelano molto diversi: solo nell’orizzonte globale proprio di ogni fede, gli elementi particolari– riti, culto, relazioni comunitarie – manifestano la loro specificità.
La nostra fede nel Dio di Gesù Cristo è caratterizzata dall’evento dell’Incarnazione che imprime il proprium e l’unicum all’idea di religione.
Già nell’Antico Testamento era possibile rilevare evidenti prodromi della concezione della religione: il libro di Isaia dice: “Non è piutto23
sto questo il digiuno che preferisco: spezzare le catene inique, sciogliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi…; spezzare il pane
all’affamato, introdurre in casa i poveri senza tetto” (Is. 58,6-7). Risuona forte il tono polemico nei riguardi di altre tradizioni religiose, che
rischiavano di risucchiare il novum del monoteismo ebraico nella concezione – piuttosto diffusa nell’antichità - di una religiosità tutta esteriore: essa si evidenziava in forme rituali caratterizzate per lo più da sacrifici di animali.
Ma è nel Nuovo Testamento che tale concezione assume contorni
precisi e definitivi. La religione cristiana, infatti, offre una visione inedita: il suo centro è costituito dall’offerta volontaria per i fratelli da
parte di Gesù. Sacrificio unico e universale, assente altrove nella storia
delle religioni, e secondo la tradizione cristiana, capace di annullate
l’infinita distanza tra Dio e l’uomo.
Sacrifico dettato soltanto dall’amore in modo di vincere il peccato
e instaurare un nuovo ordine tra gli uomini.
Nel N.T. Gesù Cristo, nel rivelare il volto paterno di Dio-Padre,
manifesta ai credenti la loro condizione di figli, cui si addicono soltanto vincoli di fraternità. I cristiani, perciò, si religano a Dio-Padre realizzando una concreta solidarietà fraterna, soprattutto con quanti vivono ai margini della società…
“La religione pura e senza macchia” offre un imperativo morale in
ordine alla creazione di condivisione tra i poveri: in loro i cristiani rinvengono il volto stesso di Cristo che si è identificato con chi ha fame,
con chi è nudo, affamato, carcerato, malato… (Mt 25,31-46).
Ritualismi attenti all’esteriorità un sentire religioso elitario ed individualistico, intimismi connotati di forte esteriorità, comunità dedite
a realizzare il proprio benessere psicosociale appaiono ben lontani da
una autentica visione religiosa cristiana. Essa, piuttosto, esige il dono
totale e gratuito nell’amore a Dio e ai fratelli, specie a quelli dimenticati ed emarginati.
“Religione pura e senza macchia” è quella che, con l’aiuto dello
Spirito Santo, le comunità cristiane devono e possono realizzare per
compiere non la propria ma l’opera di Dio nella storia,manifestando in
tal modo, l’autentica identità cristiana.
Nella lettera di Giacomo si afferma che “la fede se non ha le opere
è morta”.
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E ancora: che è possibile “mostrare la fede attraverso le opere”.
Binomio che dovrebbe l mettere in crisi ogni giorno lo stile di vita
di ogni cristiano: nella cura del debole si trova il criterio di verifica ultimo di una “religione pura e senza macchia”.
(Ina Siviglia, in Italia Caritas, 2005 )
TANTE GRAZIE . . .
Un grande poeta recentemente scomparso, C. Milosz, ha scritto:
“Se potessi ricominciare, ogni mia poesia sarebbe il profilo o il ritratto di una persona concreta, o più precisamente, un lamento sopra il
suo destino”.
Il lamento può dare comodo posto a: giubilo, attenzione, tenerezza,
anche sgomento: ma non indifferenza! Infatti la persona merita rispetto
totale, perché la persona non equivale a ‘individuo’ = l’intercambiabile… Di conseguenza: persona ed individuo non sono affatto sinonimi,
perché: contrari.
Ora: quale valenza va attribuita all’esistenza? Esistere rientra nella
realtà di fatto: un fatto molto concreto ed appagante, una realtà solida ,
incontestabile (a dispetto delle tante vanità virtuali…). Esistere, vuol
dire, ancora, verità vitale molto alta per dignità, e altrettanto profonda
per valori…
Va da sé che sui binari odierni dell’usa-e-getta possono transitare
in veste da:
* materialisti e spiritualisti: vi può correre un ‘New Age’ che vuole assaporare un DioFitnes oppure un monsignore che vuole fare carriera…;
* culturalmente aggiornati: il giornalista o l’ideologo testardamente convinti che un loro scoop o un’idea valgono più di ogni altra
persona circostante e destinataria-vittima del loro esuberante io;
* “scientificamente” intransigente: chi non la pensa come me-progresso è un povero alla retroguardia della storia!
Dai recenti avvenimenti di storia umana universale emerge che la
dimensione individualistica esasperata e sollecitata - per così dire…
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consumistica - è giunta, forse irrimediabilmente, al capolinea. Al limite, potrebbe sfociare in una dimensione collettivistica da … formicaio!
Ma il contrario dell’individualismo non scorazza nel formicaio…,
anche se a dimensione collettiva può assumere delle imitazioni umane,
ma tra stalinismo, hitlerismo e simili!
Rimane allora la dimensione della persona, che non vive da sola, di
sé: piuttosto dei rapporti con gli altri: la vita le perviene donando se
stessa. In quanto nasce con e nell’atto di donare, di donarsi…
A riguardo si rileggano le pagine di Gv. 3,3-8; e Lc. 13,18-20 per
immedesimarsi nella rivelazione di rinascita sull’immolazione gratuita:
nessun invito al gesto distruttivo dei fantomatici kamikaze, ma la certezza che il divino Immolato per eccellenza ha personalmente assicurato la salvezza e la vita futura universale…
Ecco, allora, una vera rivoluzione che soltanto il Cristo poteva inventare: un ripiegamento su se stesso, nella gioia e nel dolore, nell’ ‘estasi’ (= ex-stasis) dei rapporti con l’altro: l’universale ed immensa salvezza con personale libagione offerta, per chiunque…
In definitiva ne consegue il sacrosanto dovere-debito di riconoscenza per il dono fondamentale della salvezza personale e universale.
IL GIORNO DEL RISORTO
Il 28 novembre- nella prima domenica di Avvento e inizio del nuovo anno liturgico - si è avviato il cammino di preparazione di tutta la
Chiesa italiana verso il Congresso eucaristico nazionale, (che si svolgerà a Bari dal 21 al 29 maggio 2005 ).
Il Congresso eucaristico si incastona, come un prezioso diamante,
su di un anello d’oro: l’ “anno eucaristico” indetto dal Papa, dall’ottobre 2004 – 05.
Il tema scelto per il 24° Congresso è sintetizzato nella frase di uno
dei martiri di ABITENE: “Senza la domenica non possiamo vivere”.
A nessuno sfugge come tale tema miri ad approfondire e rilanciare
quanto scrivevano i Vescovi italiani in Orientamenti pastorali sul volto
missionario delle parrocchie: “Ci sembra fondamentale ribadire che la
comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore sol26
tanto se custodirà la centralità della domenica, giorno fatto dal Signore, Pasqua settimanale con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e
se custodirà la parrocchia quale luogo- anche fisico – a cui la comunità
stessa fa costante riferimento” (Cvmc, 47).
Ogni domenica il credente è ricondotto all’essenzialità della fede e
alle sorgenti della carità. Infatti il giorno del Signore, lungi dall’essere
un semplice ‘fine settimana’ o una giornata per riprendere forza per poi
ritornare… al lavoro, o un giorno di svago e di puro divertimento, è innanzitutto un giorno in cui facciamo memoria della Resurrezione e rinnoviamo la fede in Cristo.
Quell’anonimo primo giorno dopo il sabato ben presto si trasformerà in ‘giorno del Signore’, giorno del Risorto. La domenica ricorda
a tutti noi che se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede e
noi saremmo ancora nei nostri peccati (ICor. 15,17 ).
Questo inscindibile legame con la risurrezione di Cristo, richiamato nel logo del Cen dalla sovrapposizione del Cristo vittorioso sul cerchio bianco, è stato messo ben in risalto dai Padri della Chiesa. Ecco
come si esprime S. Girolamo:
“Il giorno del Signore, il giorno della resurrezione, il giorno dei cristiani è il nostro giorno (…) E se esso è chiamato ‘giorno del sole’ dai
pagani, anche noi accettiamo volentieri questa designazione, perché in
quel giorno è apparsa la luce, in quel giorno è brillato il sole di giustizia
nei cui raggi è la guarigione” ( In die domenica Paschae homilia).
Il Cristo risorto è la stesso che ha dato la vita per noi salendo sulla
croce e da quello altare ci ha rivelato che ‘Dio ha tanto amato il mondo
da dare il proprio Figlio unigenito’. Il costato aperto di Cristo da ferita
mortale si è trasformata in sorgente zampillante di vita: il miracolo dell’amore! Ecco come la Chiesa canta la sua fede nella preghiera liturgica: “Sacrificato sulla Croce più non muore e con i segni della passione
vive immortale” (Prefazio pasquale IV).
Ogni domenica nel Cristo morto e risorto per noi contempliamo
l’amore ‘smisurato’ con cui Dio ci ama e siamo sollecitati a diventare
in mezzo ai fratelli segno tangibile della sua tenerezza e misericordia.
(Antonio Ladisa in Italia Caritas)
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LA FORZA DEL PANE SPEZZATO
La domenica non è soltanto la memoria di un evento del passato, ma
è incontro con il Signore Gesù, vivente e presente in mezzo a noi. Anche
a noi, come agli apostoli il giorno di Pasqua, è dato in dono di incontrare
il Risorto nella celebrazione eucaristica domenicale: è Lui, infatti, che ogni domenica ci convoca attorno alla mensa del Pane di vita. E come ha
fatto con i due discepoli di Emmaus ci introduce nella lettura più profonda della nostra vita, alla luce della Scrittura, e ci fa spalancare gli occhi
contemplando quel gesto dello ‘spezzare il pane’, in cui è rinchiuso in
modo inconfondibile il segreto di tutta un’esistenza vissuta per amore.
Nel mese di dicembre, in pieno clima natalizio, mentre eravamo ricondotti dalla liturgia a Betlemme – che significa ‘Casa del pane’ - siamo anche chiamati ad accogliere il forte appello rivolto ad ogni celebrazione eucaristica ed espresso chiaramente dalla preghiera liturgica:
“O Padre, che ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo,
aiutaci a spezzare nell’amore di Cristo anche il pane terreno, perché sia
saziata ogni fame del corpo e dello spirito” (Colletta B XVII ).
Nell’Eucarestia è racchiuso un progetto di fraternità che chiede a
ciascuno di noi di essere realizzato: dalla messa domenicale dovrebbe
scaturire un’onda di carità, capace di invadere tutta l’esistenza dei fedeli e di trasformare lo stile di vita: infatti nella partecipazione all’eucaristia si è presi per mano dalla liturgia e condotti dalla contemplazione dell’amore gratuito di Cristo verso tutti – in particolare verso i più
poveri – all’impegno di seguire fedelmente il suo esempio:”In Lui ci
hai manifestato il suo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e
gli esclusi… Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei Padre
e hai cura di tutti i tuoi figli…La tua Chiesa sia testimonianza viva di
verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo rinnovato” (Preghiera eucaristica V C ).
Contro la tentazione, sempre ricorrente, di separare la celebrazione
dalla vita hanno reagito con forza i Padri della Chiesa (G. Crisostomo,
Omelie: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si
trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per
poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Quello che ha detto
‘Questo è il mio corpo’ è il medesimo che ha pure detto ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me’.
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Anche il Papa ha rivolto un caldo appello nella recente Lettera apostolica: “Bisogna fare durante questo anno dell’Eucaristia un periodo in cui le comunità parrocchiali si impegnano in misura rilevante ad
andare incontro con fraterna operosità a qualcuna della tante povertà
del nostro mondo. In merito indico: il dramma della fame che tormenta
centinaia di milioni di esseri umani, le malattie che flagellano i paesi in
via di sviluppo, la moltitudine degli anziani, i disagi dei disoccupati, le
traversie degli immigrati” ( Mane nobiscum Domine ).
IL SALVIFICO DOLORE…
Riflettevo nel pianto accorato, tra accusa indefinita ed amarezza esacerbata:
“La nostra è la società della fitness, dell’efficienza sempre e ad ogni costo. Dinanzi ad un caso doloroso ci dispiace, ma prevale la paura
di partecipare in quella medesima situazione. La vera eutanasia che caratterizza la nostra società risiede proprio nel dolore: farlo sparire ad ogni costo, pare la parola d’ordine della nostra civiltà…
Eppure, se non si può affermare, se non con leggerezza, che il dolore è maestro della vita, si può dire che il dolore porta alla luce qualità
ignorate, perfino opere di rara perfezione…: la sordità di Beethoven insegna! Leopardi riteneva che il dolore può diventare stimolante della
vita, e – in alcuni casi - via per raggiungere una più alta felicità… Questo… quando il dolore non uccide!
E, inutilmente, riandavo con la memoria a ricordi, a qualche frase
o parola… per tirare sù e me e tutta quella ‘compagnia della buona
morte’! Arido come deserto mi accorsi, con sgomento, che il mio cervello stagnava imballato in un rotolìo nella testa come di tuono lontano: tutti mi guardavano, aspettando, nel mutismo più esasperato…
La suorina reggeva in mano un fascio di candele, quelle colorate
che si regalano nel periodo natalizio. La mia: color rosa, un ‘rosa’ diafano, ma con fiammella ben viva, mi illuminava in faccia, e provavo
vergogna frammista ad esultanza.
E tuttavia volli sussurrare, a mo’ di preghiera, di osanna e di mesto
lamento:
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“In memoria di Cristo in croce”! Sì, sì… rispose un commosso coro…
E trovai meraviglioso accorgermi che conoscevo, dunque, la risposta che appena pochi minuti prima ignoravo. E mi pareva di ascoltare
ancora in dissolvenza quello sparuto coro: “Per le piaghe di Cristo in
croce. In memoria del dolore, di ogni dolore”!…
Come automa lasciai quel luogo di dolore e di morte, e lungo i
corridoi andavo pensando: quanti malati, quale moltitudine di sofferenti hanno sofferto l’indolenza scientifica, la lentezza burocratica e,
a volte, l’inutile moralismo arbitrario? Da tempo si crede che intercorre una intima relazione tra malattia, sofferenza e peccato: il fatto
stesso di dovere scontare una colpa, nella presente vita o nell’altra,
può giustificare tante sofferenze?… Si sarebbe tentati di ritenere che
l’esperienza del dolore non possa rivestire alcun senso… se non rapportata a Qualcuno che, pur superiore al dolore, l’abbia ‘incarnato’
per sublimarlo nell’accettazione salvifica, per altri più che per sé…:
così un simile conforto l’ho ritenuto meno inconcludente della mia
personale sofferenza…
Mi ritrovai al solito penultimo banco della chiesa di… Quanto a
preghiera, il mio spirito… non l’avrebbe permeato neanche una inondazione calata direttamente dal cielo! La quiete ovattata di quel tempio, salvaguardata dal silenzio più eloquente di qualsiasi pur dotto sermone, pareva mi sussurrasse una benefica riflessione: in particolari
momenti della vita è richiesto di liberarci delle idee e delle impressioni
già acquisite, per poter apprezzare la realtà hic et nunc. Forse abbiamo
perso di vista la realtà della presenza attiva di un Dio-Padre. Così ci
viene anche ricordato che quanto accade nella nostra esistenza non deriva dal ‘caso’: si può cogliere, anche se in maniera imperfetta, una ragione del tempo e dell’ordine delle realtà umane.
“E la fede?” mi chiedevo tormentato nel vortice di un mio mistero…
Spesso l’ho accolta come tecnica, come formula magica che confermasse la realtà dei miei desideri, e conseguentemente, non di rado,
ho pure tentato di strumentalizzarla…, ignorando che come autentico
cristiano posso diventare potente oltre ogni misura umana, anche forte
nella conoscenza della volontà divina e soprattutto partecipe di tanta azione! Purtroppo di fronte a tanti mali della nostra… della mia vita ci si
può lasciare vincere dalla paura e dallo sconforto: anche il male è di30
ventato potente! E le nostre fonti di informazione testimoniano l’apparente silenzio, o, addirittura, si sente sfrontatamente dire in giro… - la
morte di Dio! E così verremmo lasciati a noi stessi nel tentativo di dare
significato alla nostra vita…
E’ stato detto: ”Ciò che ha portato la gente a rifiutare Dio, non
sono le tragedie umane o personali, ma piuttosto il concetto in cui è
stato intrappolato Dio stesso: una nozione impropria, razionalistica
della sua trascendenza”…
In tale ottica si può scoprire lentamente il significato religioso della realtà umana, una saggezza e un ordine che oltrepassano ampiamente la nostra capacità di comprensione, dentro ed oltre gli ambigui eventi della storia umana, anche un obiettivo che attesta un termine della vita umana…
Queste ed altre riflessioni – nozioni di catechismo, di qualche lezione di elementi religiosi e reminiscenze di una personale cultura filosofica sull’esistenzialismo… – mi inchiodarono su quel duro legno per
circa due ore: quando mi avviai per raggiungere l’autovettura mi pareva fossi uscito da un mondo tracciato da una mano sapiente, non ancora deturpato dal tarlo del male né dalla demenza dell’uomo…
(P.A.T, in O K è amore!)
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ASTERISCHI
CAPACITA’
Come vorrei
trasformare
il mio cuore
in capacità.
Riempirlo
dell’angoscia
universale
e farne
silenziosa offerta
all’Infinita
Misericordia.
PACE
Il mio cuore
è come
una porta aperta,
una terra
senza frontiere,
una strada
d’incontro
dove il dialogo,
il sorriso,
la gioia
costruiscono
ponti
di pace,
di amicizia e
di universale fraternità.
PACE!
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AMICIZIA
Nel giardino
dell’amicizia
sbocciano i fiori più belli:
la delicatezza
dell’attenzione,
il profumo
della gentilezza,
la soavità
del rispetto,
l’amore
silenzioso.
Nel giardino
dell’amicizia
questi fiori
non appassiscono mai,
rinverdiscono
sempre.
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PREGHIERA
Gesù, Luce del mondo, vieni a rischiarare le nostre tenebre.
In questo particolare momento storico così complesso, colmo di
conflittualità, di progetti e di speranze; vieni, Gesù, nostra luce, a guidare le menti di chi ha grandi responsabilità nel campo socio-politicoeconomico e culturale.
Vieni, Luce, a guidare i nostri passi, ad aprirci lo spirito ai grandi
orizzonti dei progetti di Dio.
Vieni, nella nostra notte, TU nostra LUCE, e fai cadere dai nostri
occhi ciechi tutti i veli, vieni a rivelarci il volto di un mondo migliore.
Vieni a liberarci, chiarezza folgorante, dalle nostre confusioni, dalle nostre illusioni e dai nostri errori.
Vieni, Luce, a illuminarci sui nostri problemi.
Vieni a rinnovare le nostre povere idee, a immergere lo spirito nell’immensità dei pensieri divini, sempre sorprendenti.
Vieni, LUCE, a rallegrarci e farci riposare nella Tua verità.
Vieni, Signore, e con la Tua Grazia non permettere alla nostra libera volontà di resistere all’irrompere della TUA LUCE.
Vieni e dissipa le nostre tenebre:
le tenebre dell’ignoranza e della presunzione;
le tenebre della miseria morale e dell’egoismo.
Vieni, LUCE, e insegnaci la via della felicità che non finisce mai,
perché TU sei la FELICITA’.
Vieni e comunicaci la gioia profonda della TUA GRAZIA che è
LUCE!
Gesù, LUCE del MONDO, vieni a rischiarare le nostre tenebre.
Sina Saffioti
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RISORTO DALL’AMORE DI CROCE
di Maria Caterina Scandale
Disponimi all’incontro.
Fai vivo del cuore
il sentire.
Ch’io veda
ch’io senta
ch’io brami.
O voce infiammata
d’amore
ancora risuoni
pei cieli
al cuore susurri:
“L’ho fatto per te”.
PRIMAVERA
di Maria Caterina Scandale
Di fragranza vestita
con dita di seta
accendi nei cuor
melodia.
Spiri…
ed io sento la voce
soave e leggiadra
mi profuma di baci
s’incanta di sguardi
mi coglie
mi sveglia.
35
RIFLESSIONI SUL VANGELO
(segue da pag. 11)
III DOMENICA ANNO A
LIETO ANNUNZIO IN TERRA DESOLATA DELLA GALILEA
Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il
mare, presso il territorio di Zabulon e di Neftali, perché si adempisse
ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zabulon e
il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su
quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi perché
il regno dei cieli è vicino.
Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in
mare, poiché erano pescatori. E disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. – Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello,
che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti;
e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe
e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo (Mt 4, 12ss).
Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò
nella Galilea.
Giovanni Battista era il precursore di Gesù, colui che doveva presentarlo come Messia a Israele. Ma Giovanni fu arrestato e poi ucciso.
E così indicò quale doveva essere pure la sorte del Messia: essere rifiutato da Israele e morire in croce.
Accogliere o rifiutare Gesù significa accogliere o rifiutare il Salvatore dell’umanità, la salvezza! Nel mondo esiste la possibilità di risolvere tutti i problemi. Chi li risolve è Gesù. Lui solo è il Salvatore del
mondo. Se soffriamo per i molti mali in cui ci dibattiamo notte e giorno
36
è segno che li vogliamo noi; e li vogliamo perché rifiutiamo Gesù!
Sappiamo però che nonostante il rifiuto e la crocifissione del Salvatore, la salvezza è entrata nel mondo. Dio è più grande dell’uomo; e
attua i suoi piani di bontà perfino con le sconfitte e le croci: egli le trasforma in mezzi di salvezza e di risurrezione.
Giovanni dunque fu arrestato e la sua missione si concluse. Allora
Gesù diede inizio alla sua attività come Messia in mezzo a Israele. In
antecedenza egli era stato già rifiutato dal suo popolo quando fu adorato dai Magi. Da lontano erano andati a onorarlo uomini pagani, mentre
i vicini, pur informati di ciò, non si mossero dalla loro incredulità. Per
questo Gesù non scelse Gerusalemme come luogo della sua predicazione, ma una terra religiosamente povera, la Galilea che era chiamata Galilea delle genti o dei gentili vale a dire dei pagani per la presenza di molti pagani e perché gli ebrei ivi dimoranti in gran parte vivevano da pagani.
Gesù si ritirò nella Galilea, e scelse la città di Cafarnao come sua residenza perché proprio essa era il centro dei pagani. Gesù, nei trent’anni
di vita a Nazaret, era in territorio di Galilea, però allora conduceva una
vita privata. Ora invece dando inizio alla sua missione di Messia, scelse
un’altra patria adottiva. Dice il Vangelo: … lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao. Così si adempivano le parole del profeta Isaia: Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.
LA TERRA DI GALILEA, RELIGIOSAMENTE DESOLATA,
VIENE ILLUMINATA DALLA PRESENZA DEL MESSIA
Il profeta Isaia (8, 23ss) aveva scritto: Il Signore umiliò la terra di
Zabulon e la terra di Neftali (la Galilea anticamente era abitata dalle
tribù di Zabulon e di Neftali). Perché era stata umiliata quella terra?
Perché l’anno 732 prima di Cristo, il re assiro Tiglat-Pileser aveva invaso quel territorio lasciando ovunque distruzione, morte, terrore e
spavento. Poco tempo dopo quei tristissimi avvenimenti, Isaia aveva
scritto: In passato il Signore umiliò la terra di Zabulon e la terra di
Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano
e il territorio dei Gentili (o pagani).
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Perché il profeta affermava che la Galilea in seguito sarebbe stata
gloriosa? Perché Isaia, come profeta, era uomo di grande fede; aveva
imparato dalla Parola di Dio che non c’è mai una sofferenza senza speranza. Dio è in mezzo a noi e trasforma il male in bene e in salvezza,
come trasformò la croce di Gesù in redenzione universale.
Isaia scriveva: Il popolo che camminava nelle tenebre vide una
grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si
divide la preda. Poiché tu (Signore) hai spezzato il giogo (assiro) che
l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle e il bastone dell’aguzzino.
Al tempo di Isaia, le tenebre erano costituite dalla povertà, dalla
schiavitù e dalle distruzioni dell’invasore assiro. L’evangelista Matteo
lesse le parole di Isaia con una nuova visione: quel territorio desolato
dal paganesimo stava per essere illuminato dallo splendore del Vangelo
che da lì doveva poi espandersi in tutto il mondo.
La città di Cafarnao era quasi tutta pagana, ma stava per diventare
l’inizio del cristianesimo. E infatti là abitò una delle prime comunità
cristiane nella casa di Pietro (cittadino di Cafarnao) che ospitò Gesù
nella sua casa.
Da Cafarnao passava la celebre via del mare che proveniva dall’oriente, oltrepassava il Giordano, proseguiva verso il mar Mediterraneo
e andava a finire in Egitto. L’Egitto era il centro della civiltà e il punto
di attrazione di tutti i popoli.
Al tempo di Isaia, le tenebre erano costituite dalla povertà e dalla
desolazione materiale. Al tempo di Matteo, le tenebre erano molto più
gravi, perché erano oscurità religiosa e paganesimo.
Gesù non scelse la superba capitale dell’ebraismo (Gerusalemme)
per iniziare la sua missione, ma la terra povera come la grotta di Betlem.
Betlem fu illuminata dalla stella, la Galilea dalla luce del Vangelo.
Dio sceglie sempre le persone più povere per insegnare che nessuno mai deve disperare: la salvezza è dono di infinita bontà. Gesù si rivolse alle persone più misere: i malati, i peccatori e i sofferenti. Dice il
Vangelo: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta
di malattie e di infermità nel popolo.
Se perfino gli ultimi ricevono la massima salvezza, quella del Mes38
sia, è segno che la gioia più grande è offerta a tutti. Le parole di Isaia
diventano la più grande speranza per tutta l’umanità: Hai moltiplicato
la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda.
GESU’ COMPIE MERAVIGLIE DIVINE NELL’UMANITA’
La missione di Gesù era quella di annunziare e di attuare il regno di Dio. Che cosa era il regno di Dio? Una porzione di umanità in
cui Dio potesse avere piena libertà per attuare le gioie più belle, la felicità più grande. Questa è la Bella Notizia del Regno (oppure) la buona
novella del Regno. Dio è venuto fra noi per colmarci dei suoi beni, della sua santità e della sua felicità.
Ma la sua volontà di bene viene ostacolata dalla cattiveria umana
che diffida del suo ben volere e si oppone a lui. Rifiutando Dio si ostacola la salvezza e si apre la porta a ogni male. E’ insegnamento costante della Bibbia che dal peccato viene il male: malattie, odi, guerre e
sofferenze.
Gesù incominciò a illuminare le persone che incontrava e a guarire
i malati. Egli si commoveva davanti alle sofferenze. Dunque Dio è sensibile e soffre nel vedere l’uomo nel male!
Con le guarigioni Gesù voleva dire: Quel regno meraviglioso predetto dai profeti per il tempo del Messia è ormai vicino. E’ presente
con la mia persona. Però è necessario che vi convertiate. Convertitevi
perché il regno è vicino. La parola convertirsi ha due significati: 1)
cambiare mentalità, 2) voltarsi verso uno.
1) Cambiare mentalità: gli Ebrei attendevano un regno politico.
Non è la politica che ci salva, ma Gesù. Gli Ebrei attendevano di sostituire l’impero romano nel dominio del mondo: questo era la loro aspirazione per il tempo del Messia.
E invece Gesù ci salva facendoci figli di Dio, ossia pieni di
bontà. Allora il mondo sarà un paradiso terrestre. Se si assimila il
corpo di Gesù nella comunione, noi diventiamo cuore e amore di
Cristo, allora si compiranno miracoli di bontà in ogni tempo e in ogni luogo dove esistono cristiani veri: i malati guariscono, i cuori si
aprono alla gioia, all’amore fraterno; e si distrugge egoismo, cattiveria e superbia.
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2) Voltarsi verso uno: ossia verso Gesù e diventare suoi discepoli,
mettersi alla sua scuola e imparare a vivere come visse lui in terra.
Gesù infatti per iniziare il suo regno (la Chiesa), chiamò a sé i discepoli. Ed essi furono generosi; lasciarono lavoro e famiglia per seguire lui. Gesù vale più di ogni altro bene. Gesù vuole formare una
grande famiglia (la Chiesa), una nuova umanità: nuova senza peccati e
senza sofferenze, tutta di Dio e piena di gioia.
Per questo Gesù diceva: Vi farò pescatori di uomini. Il mare è immagine del male. I nuovi “pesci” sono portati nella rete e nella barca
(immagine della Chiesa). Quando ci ameremo come Gesù comanda, allora tutti i problemi del mondo vengono risolti perché non ci saranno
lotte, non povertà, ma bontà e condivisione.
Il mondo con i beni che esistono potrebbe far vivere decorosamente il doppio dell’umanità attualmente esistente. Perché ci sono tanti milioni di affamati e di poveri in condizioni subumane? Perché c’è egoismo e non amore. Chi distrugge l’egoismo? Non la politica o il materialismo, ma il cuore di Gesù che entra nei nostri cuori con la comunione, fatta con fede e con impegno. Allora tutti i problemi dell’umanità si
risolveranno. E invece si ricorre a metodi antiumani e anticristiani come controllo delle nascite… aborto… Ogni vita in più è un amore in
più, ogni vita in meno è un materializzarsi in più e diventare metallo e
non cuore caldo di affetto e di gioia. L’amore verso i bambini non si sostituisce con l’amore ai cani e ai gatti. Non entriamo in una così detta
civiltà delle bestie!!!
IL REGNO DI DIO E’ GESU’ IN PERSONA CHE FORMA CON
NOI UN CORPO SOLO
Il regno di Dio è stato iniziato da Gesù radunando attorno a sé
un gruppo di discepoli. Dice il Vangelo: Mentre camminava lungo il
mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea
suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori, E
disse loro: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. – Ed essi subito, lasciate le reti lo seguirono.
I discepoli di Gesù seguirono il Maestro. Regno di Dio è Gesù in
persona. Quando Dio si fece uomo, allora la divinità ha assunto
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un’umanità (quella di Gesù) con pieno dominio; allora Dio poté dominare indisturbato su quella umanità. Gesù dunque è la prima pietra del regno.
La seconda pietra del regno di Dio è la Madonna. Con l’incarnazione del Figlio di Dio, la Vergine immacolata fu assunta totalmente da
Dio di cui ella era madre. La Madonna si era donata a Dio senz’ombra
di peccato o di resistenza al suo volere.
Ogni discepolo deve essere unito a Cristo come la Madonna. Infatti si diventa discepoli partecipando alla sua vita che viene comunicata
realmente con il battesimo, la comunione e tutti gli altri sacramenti.
Regno di Dio iniziale è la Chiesa. Ma il regno finale è il paradiso
dove si attua ogni bene e si gode il Dio di tutti i beni. Perfino il corpo
sarà trasformato e il mondo diverrà un paradiso terrestre. L’umanità unita in Dio godrà la gioia massima della fraternità; non avrà più malattie e morte.
I miracoli di Gesù, oltre ad esprimere la sua bontà a favore dei sofferenti, erano anche annunzio dello stato perfetto a cui è chiamata l’umanità mediante la parola e l’opera di Gesù e della Chiesa. Beato chi
crede e segue Cristo!
Il mondo è immerso nelle tenebre, nell’egoismo, nella tristezza,
nel materialismo… La presenza di Gesù creduta e vissuta è luce, gioia,
felicità, splendore, calore, vita nuova e divina.
Allora potremo dire con speranza grande: questo nostro mondo,
questa nostra povera vita umana può trasformarsi in qualche cosa di divino… Purché ci doniamo a Gesù Messia con totalità di cuore: Lasciato tutto, lo seguirono.
Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su
coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si
gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda.
Poiché tu (Signore) hai spezzato il giogo (assiro) che l’opprimeva, la
sbarra sulle sue spalle e il bastone dell’aguzzino.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe
e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
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IV DOMENICA ANNO A
BEATITUDINI EVANGELICHE
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli
si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei
cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati
per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi
quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni
sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5, 1ss).
Gesù ripetutamente dice: Beati, beati… Beato vuol dire felice, contento, con il cuore colmo e traboccante di gioia. Dunque Gesù ci promette la felicità, e una felicità che arriva alla pienezza del cuore.
Veramente l’esperienza umana è molto distante dalla beatitudine
proclamata nel Vangelo. Noi infatti diciamo spesso: Desidero mille cose e ottengo, sì e no, una… due… niente!
Solo Gesù assicura una gioia che riempie il cuore fino a far dire:
Non desidero più nulla; ho più di quello che desidero. Le parole del
Vangelo sono sovrumane. E quando non ce ne rendiamo conto è segno
che non le abbiamo capite.
La cosa che stupisce ancora è che Gesù dichiari felici fino al colmo
persone che, secondo il ragionamento umano, sono nello stato opposto:
Beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati, gli affamati… Beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa.
Quello che viene detto nel Vangelo ha un riscontro in tutti gli
scritti dei cristiani veri ossia dei santi.
Ecco alcune affermazioni (tratte dal Diario di S. Faustina): Quando
mi comunicai, la mia anima fu inondata da una gioia così grande che
non riesco proprio a descrivere.
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Non esistono parole umane per dire che cosa è la vera esperienza
di una comunione. Viene la voglia di domandarsi: Ma è proprio vero
che la comunione è mettersi cuore e cuore con Dio? – La risposta è
precisamente: Sì. – E allora il cristianesimo ha esperienze davvero inaudite? – Certamente! - Bisogna viverlo nella sua interezza e allora si
sperimenta la gioia di cui parla il Vangelo.
Qualche volta i santi parlano di altre persone dicendo: (Fui in mezzo a molta gente e mi accorsi che) non c’era un (solo) cuore gioioso
perché non c’era un cuore che amasse sinceramente Dio.
Senza Dio la vita umana diventa sub-umana, con Dio diventa divina. E’ triste constatare che tutti cerchino avidamente la felicità, ma non
Dio con la stessa avidità. Scrisse il grande genio S. Agostino: Il nostro
cuore è stato creato per Iddio ed è inquieto finché non riposi in lui.
Senza Dio nel cuore c’è il vuoto, il fallimento della vita, il non
senso dell’esistenza, la disperazione. Il mondo è triste perché è lontano
da Dio. Non c’è tristezza più acuta della privazione di Dio. Non c’è
gioia più grande dell’amore di Dio. Dio per il cristiano è talmente vicino da diventare cibo e bevanda di vita nella comunione. Nessuna persona umana può venire in rapporto così intimo quanto il nostro Dio che
si è fatto uomo e poi si è fatto pane per la comunione.
Senza Dio, presto o tardi, l’amarezza invade terribilmente il più
profondo di noi stessi. Allora invano si tenta di vincere il vuoto spaventoso con le risorse mediche, con lo sport, la psicologia, la magia, il denaro, i divertimenti, le discoteche, la droga, l’alcool, il potere, il successo, l’avere, il piacere…
C’è gente che cerca i maghi, oggi, ma non i sacramenti considerati
residui oscurantisti di altri tempi…
I santi dicono di se stessi: Una gioia immensa inondò la mia anima. La Maestà di Dio mi investì completamente e mi riempì di serenità
e di gioia. Mi sento così felice che non riesco ad esprimerlo. Sono brevi momenti, perché più a lungo l’anima non lo sopporterebbe; dovrebbe avvenire la separazione del corpo. Benché questi momenti siano
molto brevi, tuttavia la loro potenza, che si comunica all’anima, rimane molto a lungo. (Altre volte) dura eccezionalmente a lungo; (allora)
penso di morire dalla gioia… una gioia grande mi inondò; e mi trapassò da una parte all’altra la presenza di Dio, che è un tesoro inenarrabile per l’anima.
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La teologia insegna che l’anima, prima di entrare in paradiso per
godere la stessa gioia dell’infinito Dio, deve venire predisposta e resa
capace con un dono straordinario che viene chiamato lumen gloriae.
Questa capacità divina data all’uomo non è da confondersi con il purgatorio. Il purgatorio è la purificazione dell’anima che ancora non ha
raggiunto lo stato perfetto a cui sarebbe dovuta arrivare con il cammino cristiano durante la vita terrena. Il lumen gloriae invece è una capacità nuova per poter entrare in una condizione che è semplicemente divina. Oh, quanto grande è il destino umano che l’infinita bontà di Dio
ha predisposto per tutti gli uomini! Perché perdere il tempo in altre cose inutili, nocive e dolorose?
Infine leggo nelle esperienze dei santi (dal Diario di S. Faustina):
Soffrii molto per tre giorni, ma una forza misteriosa penetrò nella mia
anima. Gioisco di poter soffrire per il Signore. Questa è la beatitudine
evangelica della sofferenza espressa con le parole: Beati i poveri, gli
afflitti, i perseguitati. (Le esperienze di S. Faustina si trovano nel suo
diario, pag. 165; 168; 169;170;171;172;175).
Gesù indica come via alla beatitudine, non il potere, ma l’umiltà, la mitezza, il sacrificio ( beati i miti, i misericordiosi; beati i perseguitati). Gesù ci insegna che per essere felici non si deve ricercare l’avere, ma la sobrietà, la povertà (beati i poveri di cuore); invece del piacere il sacrificio (beati coloro che piangono, gli afflitti, i perseguitati).
Allora non valgono niente i beni di questo mondo? Hanno un
valore molto limitato: è questione di milligrammi. Non siamo felici per
il divertimento o per il denaro. Quello che è limitato non solo non ci
soddisfa, ma acuisce la sete e rende la vita più amara come una droga.
La gioia cristiana è straordinaria e tale pure è la via che vi conduce: La gioia è quella di Dio; e la strada che vi conduce è quella dell’uomo-Dio Gesù. Egli è uomo, ma soprattutto Dio; divenne crocifisso,
ma risorse; subì la morte, ma la vinse per sé e per noi. Ci invita a ricalcare il suo modo di vivere: povero di cose terrene, ma ricco di divinità;
umile con tutti, ma straordinariamente amato e seguito; perseguitato,
crocifisso, ma vincitore della morte.
La Bibbia insegna che la felicità ha queste dimensioni: 1) Godere
nello Spirito Santo (Rm 14, 17), 2) nella speranza (Rm 12, 12), 3)
nelle tribolazioni (Gc 1,1ss).
La gioia è frutto dello Spirito Santo che abita in noi mediante i sa44
cramenti, la preghiera e l’esercizio delle virtù. Con lo Spirito Santo entriamo nel cuore di Dio come Gesù che è nel seno del Padre, è suo Figlio; e noi possiamo e dobbiamo diventare suoi consanguinei ossia partecipi della sua vita divina e della stessa gioia.
In secondo luogo, la felicità piena e totale sarà solo nell’eternità
quando parteciperemo alla stessa felicità dell’infinito Dio. In terra godremo nel mistero della fede e nella speranza e soprattutto in proporzione al coraggio nell’accogliere con fede e con amore le tribolazioni
della vita. Queste purificano, divinizzano, elevano.
Guai a seguire gli istinti animaleschi, si va incontro a delitti e rovine senza fine. Dobbiamo ingaggiare una lotta continua contro le passioni disordinate. Con l’aiuto di Dio tutto è possibile; ma occorre dare
al senso religioso cristiano la massima importanza.
Quando l’uomo vince l’attrazione terrestre, umana e materiale, anche se ancora vive in questo mondo, è come se stesse volando. Questa
esperienza straordinaria di gioia divina è proprio quella dei santi, dei
veri cristiani.
Leggendo attentamente le beatitudini e guardando le altre pagine
del Vangelo, ci si accorge che “le beatitudini dipingono il volto di
Gesù e ne descrivono la carità” (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1717), la sua bontà, promettono la sua condizione di vita divina
ed eterna.
Gesù era mite e umile di cuore, sensibile davanti al male altrui, misericordioso, generoso, povero nel ricercare beni di questo mondo, avido di compiere ogni bene e la volontà del Padre, affamato e assetato di
giustizia ossia di bontà. Menava una vita sobria, povera, contento di
poche cose, ma insaziabile di preghiera e di incontri con il Padre celeste. Non aveva una pietra dove posare il capo, ma sapeva bene che il
Padre del cielo non fa mancare il cibo neanche agli uccelli e soprattutto
riempie di infinito il cuore umano tanto vuoto.
Gesù anche nei momenti più tragici rimase con un animo dolce e amoroso; non si vendicò mai. Diede la sua vita per la nostra salvezza e
la diede con immenso amore. La vigilia della sua morte dice il Vangelo
che era particolarmente gioioso come chi sta per dare il più grande regalo alla persona più amata. Gesù dava la vita per noi e ci preparava un
cibo e una bevanda che è lui stesso in persona nella comunione. Senza
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comunione e confessione non è possibile vivere cristianamente.
S. Teresa del Bambino Gesù scrisse: Sentii un vero amore per il
patire… Il soffrire divenne la mia attrattiva, vi scoprivo un incanto che
mi rapiva pure senza conoscerlo ancora… Sì, veramente è più che un
piacere, è un festino delizioso che mi riempie l’anima di gioia. Non so
spiegarmi come una cosa che dispiace tanto possa dare una tale felicità: se non l’avessi provata non l’avrei creduta.
Quando si ama una persona è una vera gioia ogni sacrificio. Quando si ama Dio è una gioia divina soffrire per lui. Quello che fa soffrire
non è il dolore, ma la mancanza di amore. Quanti sacrifici si fanno e
con immensa gioia per chi si ama? Il detto popolare dice giustamente:
Dove c’è gusto non c’è pendenza.
La gioia in questo mondo è sempre unita a sacrificio e amore. Il sacrificio distrugge l’egoismo, rende perfetto l’amore e piena la gioia.
S. Francesco di Sales scrive: Gesù non solo ci assicura la felicità
nell’altra vita, ma anche in questa ci fa gustare una contentezza di inestimabile valore. Questa contentezza è tanta che fa arricchire nella povertà (beati i poveri!), aumenta enormemente nelle umiliazioni, ci rallegra fra le lacrime, ci conforta nell’abbandono; ricrea l’animo nel
commiserare i poveri, gli afflitti che ci circondano; dà delizia quando
si giunge a rinunziare ad ogni sorta di diletti sensuali e mondani; e
conduce alla purezza e alla mondezza del cuore. Un cuore innocente è
un cuore pieno di gioia divina.
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V DOMENICA ANNO A
SALE E LUCE DEL MONDO
Gesù disse ai suoi discepoli: Voi siete il sale della terra; ma se
il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?
A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città
collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla
sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti
quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei
cieli (Mt 5, 13ss).
GESU’ AFFIDA A OGNI CRISTIANO LA SUA STESSA MISSIONE DI REDENTORE DEL MONDO. MA PERCHE’ I CRISTIANI NON SIANO FALSI REDENTORI debbono essere santi
come Gesù. Sembra impossibile! Ma sappiamo noi che cosa mai è
la comunione? E’ diventare come la Madonna, copia conforme di
Cristo, immagine perfetta di lui.
Ogni cristiano che fa e vive la comunione è un altro Gesù, il
Redentore del mondo. Ma se trascura la confessione e la comunione e non si comporta come esige la vita cristiana, è peggiore dei
pagani. Dice Gesù: Voi siete la luce del mondo e il sale della terra.
Ma se il sale perdesse il sapore… a null’altro serve che ad essere
gettato via e calpestato dagli uomini.
Gesù nel darci questo messaggio usa tre immaginI: quella del
sale, della luce e della città collocata sopra un monte: Voi siete il
sale della terra, la luce del mondo e la città collocata sopra un
monte.
1) Il sale dà sapore alle vivande e le preserva dalla corruzione. Senza sale il cibo è insipido e gli alimenti si corrompono.
La presenza dei cristiani nella società dà alla vita umana un sapore
nuovo, un senso e un significato divino. Nessuno può dire: A che
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vale la vita? – La vita vissuta da cristiani ha un valore divino, eterno come Dio.
Il sale è indispensabile per il cibo. I cristiani e il cristianesimo sono necessari per l’umanità intera: senza la loro presenza il
mondo diventa una spelonca di belve feroci.
Se il mondo non è stato distrutto è per la presenza di Cristo e
dei cristiani. Quante aberrazioni oggi sono proclamate come civiltà, felicità e onestà! Si pensi alla facilità del divorzio, alla disgregazione delle famiglie, alle convivenze illecite, aborti e immoralità di ogni specie. Si compie il male con la massima facilità e si
dice: Che male c’è?
La presenza di autentici cristiani nel mondo è la testimonianza
che il bene si può fare anche oggi. La vita ha un sapore (per il sale
della cristianità), ha un significato gradevole; esistono cibi deliziosi conditi di pace, fraternità, amore, rispetto…
Il sale ha tre significati: a) dà sapore, b) preserva dalla corruzione, c) indica sapienza. La sapienza è il timor di Dio (dice la
Bibbia), è il senso religioso. E’ sapiente chi è religioso; è insipiente chi vive da ateo, dice la Bibbia.
Il sale (nell’ambiente di Gesù) era segno dell’alleanza ossia
del patto di amore tra Dio e Israele, perciò della religiosità tipicamente ebraica. Il cristiano come sale della terra è esempio dell’unica religiosità voluta e rivelata da Dio, oggi quella cristiana.
Al tempo di Gesù (secondo l’insegnamento della Bibbia) i sacrifici e le offerte si dovevano condire con il sale. Questo voleva
dire che i gesti religiosi dovevano essere espressione autentica della religiosità rivelata. Dice la Bibbia: Dovrai salare ogni tua offerta; non lasciar mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni tua oblazione offrirai del sale (Lev 2, 13).
I sacrifici e le offerte a Dio hanno valore se sono in conformità
con quello che lui ci ha rivelato. La religione cristiana è fondata
sui sacramenti e sull’amore di Dio e del prossimo. Giustamente si
rimprovera ai terroristi che ostentano religiosità: Per amor di Dio
non si può uccidere; per amor di Dio si deve amare. L’amore del
prossimo è misura del vero amore di Dio; e l’amore di Dio conduce a un amore sincero verso il prossimo.
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A nulla valgono gli atti di pietà senza amore. Così dice il Signore: Spezza il tuo pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto, vesti chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla
tua gente… Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi! Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio; se offrirai il pane
all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio (Is 58, 7ss).
2) L’immagine della luce è il secondo insegnamento del brano
evangelico ed è strettamente congiunta con quella del sale. Lo dice
anche il testo di Isaia ora citato: … se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua oscurità sarà come il meriggio.
Il sale indica autentica religiosità rivelata. La luce è la rivelazione divina culminante nell’opera di Gesù, il supremo rivelatore del Padre. Gesù dice di se stesso: Io sono la luce del mondo. Poi
dice ai cristiani: Voi siete la luce del mondo. Il cristiano è un altro
Cristo.
Che cosa vuol dire rivelazione e rivelare? Significa far conoscere, ma anche far sperimentare o comunicare ad altri; significa dire e dare; significa parlare e operare; oppure essere profeta, re e sacerdote. Il profeta è colui che parla in nome di Dio; il re è
colui che attua quello che Dio comanda; il sacerdote fa l’una e l’altra cosa mediante il senso religioso. Bisogna dirlo a voce alta perché siamo caduti in una mentalità in cui il sacro è bandito e messo
fuori legge. Per questo la corruzione ha raggiunto il culmine.
Gesù è profeta, re e sacerdote, anche il cristiano deve essere
profeta, re e sacerdote. Gesù (come profeta) ci ha fatto conoscere il
Padre; come re e sacerdote ce lo ha dato mediante i sacramenti. Le
opere rendono concreta la religiosità e attirano anche altri ad agire
bene. Gesù vuole la concretezza delle azioni in conformità alla fede che professiamo. Le opere sono luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre che è
nei cieli. Non si devono fare per essere lodati. Allora si perderebbe
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il merito davanti a Dio, dice Gesù in un altro passo del Vangelo.
Ma le opere si devono compiere perché si dia gloria al Padre, per
trascinare anche altri a credere e operare.
Credere è operare; chi non fa giungere la sua fede fino alle opere non è credente. Un esempio di cristianesimo autentico, con il
marchio inconfondibile delle opere, viene dato da una certa Antonietta. Era impiegata in un ufficio dove molti non avevano voglia
di lavorare. Antonietta voleva vivere da cristiana e come tale vedeva Gesù in ogni persona. Aiutava tutti ed era sempre calma e sorridente. Un giorno il capufficio le chiede: Deve dirmi come fa a non
perdere mai la pazienza. – Lei si schernisce dicendo: Cerco di stare
calma e le cose vanno bene. – Il capufficio dice: No, qui c’entra
sicuramente Dio, altrimenti è impossibile. Quel Dio a cui fino a
ora non ho mai creduto, ora debbo dire che l’ho veduto con i miei
occhi. - Anche lui divenne vero cristiano. Dice Gesù: Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre. Il bene si
diffonde molto più del male perché è luce divina e non semplicemente umana (Chiara Lubich, da Parola di vita, febbraio 1999).
Il bene è forza divina che travolge il male, moltiplica gli atti
di virtù e diffonde la fede cristiana.
S. Paolo ci dà un esempio di missione travolgente in mezzo ai
pagani di Grecia. Era stato ad Atene, ma i dotti ateniesi non avevano accolto favorevolmente la sua dottrina. Paolo dovette lasciare
quella città con l’amarezza nel cuore. Ma non si scoraggiò. Sapeva
che il messaggio cristiano è opera di Dio e non può venir meno. Si
recò nella città più corrotta del mondo, Corinto. Allora per dire farle di tutti i colori si diceva: corintizzare. Nella città più corrotta del
paganesimo sorse una comunità cristiana vivace e fiorente. Dice S.
Paolo: Quando venni tra voi (per la prima volta ad annunziarvi
Cristo) non mi presentai con sublimità di parola o di sapienza…
Venni in mezzo a voi… con molto timore e trepidazione; la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di
sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito (Santo) e della sua
potenza (1 Cor 2, 1ss).
C’è una forza divina che accompagna i cristiani quando testimoniano Gesù con le azioni. I cristiani che agiscono secondo il
50
Vangelo diventano sale che dà sapore alla società e preserva dalla
corruzione; sono luce che fa distinguere e non confondere il bene
con il male. Voi siete la luce del mondo. Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti… Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte.
3) L’immagine della città posta in alto si riferisce alla Gerusalemme cristiana o Chiesa. Dice Isaia: Il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad
esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno:
Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i
suoi sentieri. Poiché (da lì) uscirà la legge e la parola del Signore
(1, 1-5).
Un cristiano solo che agisce coerentemente secondo il Vangelo
è una forza che trascina. Se poi esistono più cristiani che formano
una comunità, allora diventano una forza moltiplicata, secondo il
detto latino: Vis unita fortior: una forza unita a un’altra non è la
semplice addizione di uno più uno, ma sono due più un terzo elemento divino. Dice Gesù: Dove sono due o più riuniti nel mio nome, là ci sono in mezzo. Una comunità cristiana è divina e perciò
onnipotente.
Una comunità cristiana si chiama Chiesa o cristianità. Questa è
la città posta su un monte e che illumina e attira tutte le genti al bene e alla redenzione.
C’è una sale particolare e una luce che si chiama grazia santificante cioè quella vita divina che Gesù dona ai suoi discepoli
mediante il battesimo: è la vita divina che ci fa figli di Dio, fratelli
di Gesù, pieni di Spirito Santo amore.
La grazia santificante si perde con il peccato mortale; si riacquista con il sacramento della confessione. Cristo vive nel cristiano in grazia santificante come visse per nove mesi nel seno di
sua madre. Cristo ci nutre di sé con la comunione al suo corpo e al
suo sangue come il bambino Gesù si nutriva del sangue di sua ma51
dre. Essere cristiani davvero significa vivere di Cristo ossia vivere
senza peccato mortale. Senza vita divina il cristiano è morto, destinato all’inferno, non vale niente per sé, né per gli altri.
Una vita cristiana autentica comporta un esercizio di orazione
abbastanza forte e meno tempo per la Tv, falsa maestra di bene e di
umanità, vera maestra di ateismo e di vita anticristiana, persecutrice silenziosa… e suadente.
Vivere in grazia santificante è una continua comunione con il
Padre, con il Figlio Gesù e con lo Spirito Santo che ci avvolge con
il suo calore e con la sua luce che è la divinità. Questa vita cristiana vera inserita nella vita divina faceva sì che anticamente chiamassero i cristiani “illuminati” o “sfolgoranti” perché la grazia
santificante dona la luce che è la divinità, lo splendore della
maestà e bellezza divina che era in Cristo quando si aggirava
per le vie di questo mondo.
Un cristiano in grazia santificante è un paradiso vivente: ha il
paradiso nel cuore. S. Teresa d’Avila ebbe la grazia di entrare in
paradiso durante la sua vita terrena. Scrive così: E’ una luce che
non abbaglia, un candore pieno di soavità, uno splendore che incanta deliziosamente. E’ una luce così diversa dalla nostra che
quella del sole sembra molto appannata. Reca una gioia che nessuno può immaginare neanche se fosse un grande genio e si sforzasse per tutta la vita.
Gesù dice a ciascuno di noi oggi: Voi siete sfolgoranti di divinità e vivete nel mondo con il compito e la missione di portare Dio
nel vostro ambiente: nella famiglia, nella società, nel lavoro, nelle
relazioni sociali, ovunque.
In questo mondo, per quanto corrotto, esistono dei cristiani che
vivono in pienezza ossia fino alle opere la loro fede, veri seguaci
di Cristo. Sono questi che ancora danno al mondo luce e sapore
con la sapienza del Vangelo.
Dice la Bibbia: Una volta eravate tenebra (quando eravate pagani di fatto), ora siete luce nel Signore. Camminate come figli della luce (Ef 5, 8): irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo ad una generazione tortuosa e perversa, in cui dovete splendere
come astri nel mondo, tenendo alta la parola di Dio (Fil 2, 15s).
52
Dice Gesù: Il sale senza sapore viene gettato via e calpestato.
Con queste parole Gesù citava alcuni passi della Bibbia in cui si
diceva che i vincitori distruggevano le città, le calpestavano e spargevano sopra il sale come segno di una terra desolata e arida come
un deserto (cfr. Is 10, 6; 63, 3:6).
Illumina con il tuo Spirito, o Cristo, l’oscura notte del male, orienta il nostro cammino incontro al Padre. Amen.
g
53
RINGRAZIAMENTO EUCARISTICO
Quando si fa la comunione si entra in una mare, in un oceano
di bontà infinita, di grazie senza fine, di gioie e di paradiso. I momenti dopo la comunione dovrebbero essere un’adorazione in compagnia dei serafini, degli angeli e dei santi… Dovremmo allora incominciare a celebrare la messa nel nostro cuore per un’ora intera, meglio per sempre, ma almeno per i primi minuti… Fai di tutto
perché si prolunghino… La comunione non è ricevere una cosa,
ma entrare a contatto intimo con l’Infinito, l’Eterno, l’Inconcepibile Dio di eterna salvezza, gioia, felicità, dolcezza, felicità… Non
trattiamo Gesù con freddezza, ma con calore, con gioia, con tempo, molto tempo, assai… più tempo possibile e meglio è. Non ce
ne pentiremo…
I cari amici di “Cenacolo sacerdotale” ricordino l’articolo importante del n.2, 2004: Un monastero invisibile.
PREGHIERA DI S. TOMMASO
Ti rendo grazie, Signore santo, Padre onnipotente, Dio eterno:
per la tua infinita bontà ti sei degnato di saziarmi con il corpo e il
sangue del Figlio tuo Gesù Cristo. Sono indegno e peccatore. Tu
sei bontà infinita, mio Redentore e mio Salvatore.
Questa comunione non sia di condanna per la mia cattiveria,
ma valida intercessione per ottenere il perdono e la santità per il
tuo perdono e per la mia umile e fiduciosa preghiera. Sia fortezza
e ricchezza di grazie divine; sia liberazione da ogni vizio, distruzione delle passioni disordinate, aumento di carità, di pazienza, di
umiltà, di obbedienza, di tutte le virtù. Sia difesa contro le insidie
del maligno nemico, tranquillità di cuore, perfetto abbandono in te,
unico e vero Dio. Sia guida e aiuto per un felice compimento del
cammino terreno verso la casa del Padre.
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Ti prego di condurre me peccatore a quell’ineffabile convito
dove tu con il Figlio tuo e lo Spirito Santo sei luce vera dei santi,
sazietà piena, gaudio eterno, gioia completa, felicità perfetta.
PREGHIERA DI S. BONAVENTURA
Dolcissimo Signore Gesù Cristo, trafiggi le viscere e le midolla dell’anima mia con la ferita soavissima e salutare del tuo amore,
con la vera, serena e santissima tua carità perché io languisca e mi
liquefaccia solo e sempre per l’amore e il desiderio di te.
Te solo brami, te solo ami e mi consumi davanti alla tua presenza; desideri di essere sciolto dal corpo per essere sempre con te.
Fa’ che la mia anima si consumi per la fame e la sete di te, pane degli angeli, nutrimento delle anime sante, nostro pane quotidiano e soprasostanziale, che porta in sé ogni diletto e sapore di
soavità.
Che il mio cuore desideri te solo, che sei l’anelito degli angeli.
Le viscere della mia anima si sazino con la dolcezza del tuo sapore. Di te, fonte della vita, fonte di sapienza e di scienza, fonte di
luce eterna, torrente impetuoso di voluttà, ricchezza della casa di
Dio.
Per te io sospiri, te cerchi, te trovi, a te tenda, a te giunga, te
contempli e di te parli ognora. E tutto compia a lode della tua gloria con umiltà e discrezione, con dilezione e diletto, con facilità e
affetto, con perseveranza sino alla fine.
E tu sii sempre la mia sola speranza, tutta la mia fiducia, la mia
ricchezza, la mia gioia e giocondità, gaudio, quiete, tranquillità,
pace, soavità, odoroso profumo, dolcezza, cibo e nutrimento, rifugio, aiuto, sapienza, eredità, possesso, tesoro in cui l’anima mia e
il mio cuore siano sempre fermamente fissi e immobilmente radicati per sempre.
Amen!
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SAN TOMMASO D’AQUINO
Ti adoro devotamente, o Dio nascosto. Sotto l’apparenza del
pane sei tu vivo e vero. A te si abbandona il mio cuore in adorazione, e contemplandoti viene meno.
I sensi non avvertono la tua presenza: né la vista né il tatto né
il gusto. Credo solo alla tua parola che dice: Questo è il mio corpo.
Credo tutto quello che dice il Figlio di Dio. Niente di più vero della sua verità.
Sulla croce era nascosta solo la divinità; qui è nascosta anche
l’umanità. E io credo che sei, Gesù, Dio e uomo, e ti prego come il
ladrone pentito: Ricordati di me, Signore, quando sarai nel tuo regno.
Non vedo e non tocco le piaghe come Tommaso e ti confesso
con la stessa fede: Mio Signore e mio Dio! Fa’ che accresca sempre più in me la fede, la speranza e l’amore per te.
O memoriale della morte del Signore, pane vivo che dài vita.
Fa’ che la mia anima viva per te e di te e gusti sempre il tuo dolce
sapore.
O pio pellicano, Gesù Signore, purifica me immondo con il tuo
sangue, di cui anche una sola goccia può cancellare tutti i delitti
del mondo.
O Gesù, ora ti ammiro nascosto sotto i veli eucaristici. Ti prego: Dammi quello che desidero e tanto bramo: che contemplandoti faccia a faccia, sia beato nella visione eterna della tua gloria.
Amen!
DALLA LITURGIA BIZANTINA
Ti rendo grazie, Signore mio Dio! Sono peccatore e indegno
tuo servo. Tu però non mi hai allontanato da te. Mi hai concesso
l’onore di partecipare ai divini e santissimi misteri del tuo corpo e
del tuo sangue immacolato.
Signore e amico dell’umanità! Tu ha trasformato le tue carni umane crocifisse in risorte e gloriose e le hai date a me in nutrimen56
to di santità, di vita e di amore. O venerandi e santi misteri, sorgente di vita, di benessere e di santità per le anime e per i corpi! Un
giorno si trasforma in risurrezione anche la nostra carne mortale e
peccatrici.
O Signore, comincia a farmi risorgere dai vizi e dal male a una
vita santa e immacolata come la tua. Preservami da ogni avversità;
sii luce agli occhi del mio cuore; pace e tranquillità al mio spirito;
forza e coraggio nella professione della fede; amore sincero verso
di te e verso te nel prossimo; sapienza profonda e fedeltà ai tuoi
comandamenti; aumento di grazia e possesso del tuo regno. Fammi vivere con te e per te come in paradiso, o paradiso in terra, santa Comunione!
Santificato dalla Comunione, io vivrò sotto il tuo sguardo, dentro il tuo cuore, in mezzo agli angeli e ai santi. Che io viva solo
per te, con te e in te nel seno del Padre e pieno di Spirito d’Amore.
Che io non viva per me, ma per piacere a te, o mio Signore e
benefattore. Io mi sollevi da questa terra alla speranza della vita eterna. E sia in pieno possesso di quella pace e quiete, dove vive e
regna senza fine la gioia festante dei santi, degli angeli, delle creature innocenti…
Fammi contemplatore della tua infinita bellezza, o Cristo Dio
nostro. Sei la gioia inesprimibile di coloro che ti amano. Tutte le
creature ti diano lode in eterno.
O Signore, re dei secoli e Creatore dell’universo, ti rendo grazie per tutti i benefici che mi hai fatti e specialmente per avermi
fatto degno di partecipare ai tuoi Misteri purissimi e santissimi, vivificanti e divini, eterni.
Io ti prego, o bontà infinita e vero amico degli uomini, conservami nella tua grazia e custodiscimi all’ombra delle tue ali. Fa’
che io possa comunicarmi fino all’ultimo giorno della mia vita terrena e sempre con coscienza pura, con cuore ardente e con gioiosa
speranza. Possa ottenere il perdono perfetto dei miei peccati e la
vita eterna.
Tu sei il vero pane della vita, la sorgente della nostra santificazione, il datore di ogni bene. Per questo rendiamo grazie e gloria a
te insieme con il Padre e lo Spirito vivificante, ora e sempre e nei
secoli dei secoli. Amen.
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Questa Comunione sia la mia grazia, la salute e la gioia. Sebbene peccatore, fa’ che sieda alla destra della tua gloria per intercessione delle preghiere della tua Madre immacolata e di tutti tuoi
santi. Amen.
O MADRE DI DIO, mia santissima regina, luce della mia anima, accecata dal peccato, speranza mia e mia protezione, mio rifugio e consolazione, mia felicità! Ti ringrazio perché con la tua intercessione materna mi hai reso degno di ricevere il corpo e il sangue del tuo Figlio. Tu l’hai generato alla vita umana; hai dato al
mondo la vera luce. Illumina l’anima mia, stella del mare! Hai
fatto nascere in questo mondo e in questo mare limaccioso la sorgente dell’immortalità. O Madre pietosa del Dio della misericordia, abbi pietà di me. Eccita la contrizione del cuore; dammi un vivo dolore dei miei peccati e una vera umiltà di spirito. Assistimi ogni istante e fa’ che fino all’ultimo respiro possa ricevere degnamente e con frutto i santi Misteri. Concedimi lacrime di vera penitenza e di compunzione perché tutti i giorni della mia vita possa
celebrarti inni di gloria a te che sei benedetta e gloriosa per tutti i
secoli.
Amen!
DALLA LITURGIA AMBROSIANA
Onnipotente Dio, eterno e infinito, re e creatore del cielo e della terra, degnati di indirizzare i nostri cuori verso di te, di custodirli e di santificarli insieme con il corpo e con i sensi, con le parole, i
pensieri e le opere perché possiamo piacere al tuo cospetto.
Il tuo angelo buono ci accompagni sempre per guidare i nostri
passi nella via della pace e della salvezza perché nel tempo e nell’eternità, per tua grazia, meritiamo di essere salvi e liberi da ogni
male.
Per intercessione di Maria, tua Madre, e dei tuoi santi, salvaci
oggi e sempre perché non cadiamo nel peccato e le nostre opere
siano dirette al compimento della tua giustizia.
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Ti preghiamo, o Signore, di prevenire con la tua ispirazione le
nostre opere e di accompagnarle con il tuo soccorso, perché ogni azione cominci da te e finisca in te. Amen.
Signore, non sono degno del tuo corpo immacolato né del tuo
prezioso sangue perché sono indegno tuo servo. Ma confido nella
tua misericordia, mi avvicino a te pensando alle tue parole: Chi
mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
O Signore, abbi pietà di me e non mi respingere per i miei peccati. Usa misericordia e fa’ che i tuoi Misteri mi portino salvezza,
purificazione, luce e difesa, santificazione e redenzione.
I tuoi divini Misteri allontanino da me ogni illusione, ogni
perversa malizia e influsso diabolico; accrescano in me confidenza e amore; mi rendano partecipe dello Spirito Santo; siano viatico
per la vita eterna, propiziazione accettevole e misericordia salvatrice. Amen!
DALLA LITURGIA BIZANTINA
Signore mio Dio, non sono degno né preparato a riceverti nel
mio cuore. E tu sei già venuto! Grazie, infinita bontà!
Tu non troverai in me dove posare il capo. E come accettasti di
nascere in una grotta e in una mangiatoia, sopporta ora la mia indegnità. Non hai rifiutato di incontrare i peccatori, i lebbrosi e perfino i crocifissori, abbi misericordia anche di me immondo, ma sinceramente pentito. Non hai rigettato la peccatrice che venne a baciarti i piedi, non allontanare me povero e misero, ma desideroso
di amarti con tutte le mie forze. Nella tua bontà non sentisti ripugnanza della peccatrice. Nella tua infinita misericordia accoglimi
nel tuo cuore mite, umile e dolce…
Questa santa comunione al tuo corpo e al tuo sangue sia per me
fuoco che purifica, brucia e consuma; mi liberi dal peso delle mie
innumerevoli colpe; cancelli i miei peccati e mi preservi da altri in
seguito.
O Maestro e Salvatore benigno, che hai calmato le tempeste
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del mare, vinci il furore delle mie passioni, sostienimi nella via dei
tuoi comandamenti, aumenta in me la grazia divina, e introducimi
nel tuo regno di amore e di pace.
Sono qui davanti a te fiducioso solo nella tua infinita bontà.
Tu, che sei santo, santifica la mia anima, il cuore e il corpo. Infondi in me il tuo santo timore e dammi la grazia di non perdere mai la
tua dolce e preziosissima amicizia. Sii mio aiuto e protettore, fa’
che trascorra la mia vita in pace con te e con il prossimo e concedimi un posto alla tua destra nella compagnia dei tuoi santi. Ti prego
per l’intercessione della tua santa e immacolata Madre e di tutti i
beati del cielo.
O Maestro e Signore, non sono degno di stare alla tua presenza,
rendimi tu degno con la tua grazia divina. Illumina il mio spirito
ottenebrato. Gesù, confido in te. Non hai respinto nessuno, per
quanto indegno, ma pentito e desideroso di salvezza; non hai rigettato il pubblicano e il ladrone che ti confessò re, sebbene crocifisso.
Coloro che sono venuti a te pentiti, tu li hai ammessi nel numero
dei tuoi amici. Sii tu per sempre benedetto ora e nei secoli eterni.
Amen.
LA VOCE DI GESU’
(S. Bonaventura)
Avviciniamoci all’umilissimo Cuore di Gesù. Si entra per la
porta del costato, aperto dalla lancia. Qui è nascosto il tesoro ineffabile e desiderabile dell’amore; qui si trova la devozione, si ottiene la grazia delle lacrime; qui si impara la mansuetudine e la pazienza nelle avversità, la compassione per gli afflitti e soprattutto
un cuore contrito e umiliato.
Gesù tanto buono e tanto grande aspetta per abbracciarti. Egli
china il capo trafitto da molte spine e ti invita all’abbraccio di pace.
Gesù ti dice: Ecco come sono irriconoscibile, squarciato e crocifisso… Sai perché? O pecorella smarrita! …per prenderti e portarti sulle mie spalle e per ricondurti al pascolo del paradiso. Rendimi il contraccambio.
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Intenerito per le mie piaghe, mettimi sopra di te, e appassionato
come mi vedi, mettimi come sigillo sopra il tuo cuore e segno incancellabile al tuo braccio per rassomigliarti a me nel mio martirio.
Quando ti creai, ti feci conforme alla mia divina immagine.
Per riformarti, ossia per ridonarti la tua immagine primitiva, io mi
sono conformato alla tua immagine sofferente e crocifissa. Tu non
mantenesti l’immagine della mia divinità, ritieni almeno la forma
della tua umanità, presa da me nella crocifissione per redimerti o
crearti nuovamente. Se non ritieni l’immagine nativa, serba almeno l’impronta del mio restauro.
Se non capisci la virtù che io ti diedi nella creazione, comprendi almeno quante miserie io mi presi per riabbellirti e per renderti
capace di delizie maggiori di quelle per cui eri stato predestinato.
Per questo mi sono fatto uomo, per essere visto da te e per essere amato, per farti simile a chi ti ama di eterno amore. Ora non
puoi dire di conoscermi, di non sapere come si ama. Guardami nella mia passione: quanto ti ho amato! Amami con lo stesso amore.
INVOCAZIONI DI S. GELTRUDE
O pietosissimo Gesù, pieno di pietà e di misericordia! Tu non
disprezzi mai il gemito degli infelici; a te ricorro e imploro la tua
clemenza.
Parla per me e soddisfa per me. Io confesso tutti i peccati della
mia vita.
Per le lacrime purissime dei tuoi occhi divini, lava le bruttezze
contratte con i miei sguardi cattivi. Per le tue orecchie benedette,
sempre aperte al pentimento, cancella le iniquità da me commesse
con l’udito. Per le parole di vita della tua bocca benedetta cancella
i peccati della mia lingua maldicente. Per la santità delle tue opere
e per le piaghe delle tue mani cancella le mie opere colpevoli. Per
la dolorosa fatica dei tuoi piedi benedetti e per le piaghe crudeli
cancella l’impurità del mio corpo. Per le spine dolorosissime e per
l’amore infiammato del tuo cuore cancella le iniquità dei miei pensieri e del mio cuore. Per la tua innocenza e per la santità della tua
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vita purifica le infezioni dei miei peccati. Lava nel bagno del tuo
sangue preziosissimo le macchie del mio cuore e della mia anima e
concedimi per l’avvenire di osservare i tuoi santi voleri. Amen.
O immacolata vergine Maria, per quella innocenza di vita con
la quale preparasti una degna dimora al Figlio tuo, fa’ che meriti di
essere purificato da ogni macchia di peccato.
Per quella profondissima umiltà, con la quale meritasti di essere esaltata al di sopra degli angeli e dei santi, fa’ che tutte le mie
colpe siano riparate dalle tue preghiere.
Per quell’amore inestimabile che ti unì intimamente al tuo Figlio e Dio, per le tue preghiere fa’ che ottenga l’abbondanza di ogni virtù.
Amen.
PREGHIERA DI S. TOMMASO
O Gesù, mia delizia e mia vita, dammi la grazia di rimanere
sempre nella mia umiltà senza pretese, nelle gioie senza dissipazione, nelle tristezze senza scoraggiamento, nelle austerità senza asprezze.
Concedimi di parlare senza finzione, di temere senza disperazione, di sperare senza presunzione, di essere puro senza macchia,
di correggere senza collera, di amare senza ipocrisia, di edificare
senza ostentazione, di soffrire senza mormorare.
Così sia.
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PENSIERI EUCARISTICI
Nota
I pensieri sono presi da Mnd: Mane nobiscum Domine.
Gesù ha ritualizzato la sua persona e la sua missione. La persona e la missione di Gesù si trovano e si raggiungono con l’Eucaristia (messa, comunione e vita in conseguenza).
Il Figlio di Dio, fatto uomo e nostro redentore, non apparve in
questo mondo solo duemila anni fa; egli è ancora con noi e continua ad operare tutto quello che ha fatto per redimerci.
Quello che è narrato nel Vangelo avvenne una volta nel passato
e in terra di Palestina; però è anche quello che avviene per tutti noi
mediante il mistero eucaristico. Gesù ci istruisce, ci consola, ci
perdona. Se non avessimo l’Eucaristia, non potremmo essere cristiani. Chi vive senza Eucaristia pretende di essere cristiano senza
Cristo.
Per i discepoli di Gesù il volto (del Maestro) sarebbe scomparso (con la risurrezione-ascensione), ma egli sarebbe rimasto sotto
i veli del pane spezzato, davanti al quale i loro occhi si erano aperti (Mnd, 1).
Gesù continua a farsi nostro compagno per introdurci… alla
comprensione dei misteri di Dio. In lui, Verbo fatto carne, è rivelato non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’uomo. In
lui l’uomo trova redenzione e pienezza (Mnd 6).
Nel sacramento dell’Eucaristia il Salvatore, incarnatosi nel
grembo di Maria venti secoli fa, continua a offrirsi all’umanità come sorgente di vita divina (Mnd 7). Occorre insistere, dando particolare rilievo all’Eucaristia domenicale e alla stessa Domenica,
sentita come giorno speciale della fede, giorno del Signore risorto
e del dono dello Spirito, vera pasqua della settimana (Mnd 7).
La Domenica è il giorno della fede cristiana. La fede cristiana
è distinta da quella musulmana. I musulmani credono in Dio, ma
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non che Dio si è fatto uomo, è venuto in terra ed è tutt’ora con noi
nella santa ostia consacrata.
Conosco molti cristiani che non si rendono conto della speciale
fede cristiana. Potrebbero essere dei bravi ebrei, bravi musulmani,
ma non cristiani cattolici. Chi non si rende conto della necessità
della messa domenicale non vive la fede cattolica.
Quanti ogni domenica attendono con gioia l’incontro con la
stessa persona di Gesù, e in compagnia fraterna con altri credenti
sperimentano la gioia dei discepoli di Cristo di cui parla spesso il
Vangelo!
Nella santa messa Gesù è vivo, presente e in atteggiamento di
Redentore ossia rende presente e comunicabile per i suoi fedeli tutta l’opera della redenzione. Chi, senza un grave motivo indilazionabile, non si rende presente all’appello di Cristo è come un soldato disertore in tempo di guerra; è un cristiano rinnegato; uno che
non riconosce Gesù e Gesù redentore nel momento della redenzione resa presente per mezzo della santa ostia (= corpo e sangue, offerti in sacrificio per noi). Corpo, ossia il Figlio di Dio fatto sensibile e visibile con vero corpo umano. Sangue, ossia un corpo vivo
come quello di ogni persona che sta davanti all’altare. Offerti in
sacrificio ossia come sulla croce e nella risurrezione, ma in stato di
risorto e non più sofferente. L’aspetto della sofferenza non manca
nella messa: è la sofferenza di ogni cristiano che partecipa attivamente, coscientemente offrendo se stesso con Gesù. Gesù dunque
prende il nostro corpo e il nostro sangue e completa quello che
manca alla sua passione ossia manca alla passione e morte di ogni
cristiano che è un altro Cristo.
Gesù è in mezzo a noi come nei giorni della sua vita terrena
e ancor meglio!
Gesù istruiva i discepoli e ora lo stesso Gesù istruisce noi nella
Messa. Non si celebra mai senza leggere e ascoltare la parola di
Dio e specialmente senza lettura del Vangelo. Non si celebra senza
pregare con le parole della Bibbia e senza essere impregnati di parole bibliche.
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Gesù ci riempie il cuore di parole divine, non di parole solo
scritte, ma lette, pronunziate, vibranti di Spirito Santo. La Bibbia
è stata scritta per opera dello Spirito Santo ed è pronunziata nella
Messa con la forza dello stesso Spirito perché entri nei cuori e li
trasformi ossia li renda simili a Cristo, li cristifichi.
Noi dobbiamo fare come Maria nella casa di Nazaret: ascoltava la parola di Gesù e la meditava, ne riempiva il suo cuore immacolato; e così si faceva sempre più discepola di Cristo, suo figlio.
Noi diventiamo sempre più di Cristo già partecipando alla prima
parte della Messa con l’ascolto e la meditazione della parola divina: con i buoni propositi, con le sante decisioni e con ogni sentimento divino che lo Spirito riversa in noi partendo dal cuore di Gesù che viene in mezzo a noi per farci sempre più suoi discepoli ossia cristiani.
Le parole di Gesù fanno “ardere” i cuori dei discepoli, li sottraggono all’oscurità della tristezza e della disperazione, suscitano in essi il desiderio di rimanere con Lui: “Resta con noi, Signore” (cfr. Lc 24, 29) – Mnd 12.
Bisogna che la Santa Messa sia posta al centro della vita cristiana, e che in ogni comunità si faccia di tutto per celebrarla decorosamente – Mnd 17.
La presenza di Gesù nel tabernacolo deve costituire come un
polo di attrazione per un numero sempre più grande di anime innamorate di Lui, capaci di stare a lungo ad ascoltare la voce e quasi
a sentirne i palpiti del cuore. Mnd 18.
Ricevere l’Eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù… anticipa il cielo sulla terra… La comunione ci è data per saziarci di Dio su questa terra, in attesa dell’appagamento pieno in
cielo – Mnd 19.
L’unico pane eucaristico ci rende un corpo solo –Mnd 20.
Ci induce a sentimenti di reciproca apertura, di affetto, di
comprensione e di perdono – Mnd 21.
Quando si è fatta esperienza del Risorto, nutrendosi del suo
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corpo e del suo sangue, non si può tenere solo per sé la gioia provata – Mnd 24.
Non abbiate paura di parlare di Dio e di portare a fronte alta i
segni della fede – Mnd 26.
Nell’Eucaristia il nostro Dio ha manifestato la forma estrema
dell’amore… amore vicendevole e, in particolare… la sollecitudine per chi è nel bisogno… -Mnd 28.
Stanno davanti ai nostri occhi gli esempi dei Santi, che nell’Eucaristia hanno trovato l’alimento per il loro cammino di perfezione.
Quante volte essi hanno versato lacrime di commozione nell’esperienza di così grande mistero e hanno vissuto indicibili ore di gioia
“sponsale” davanti al Sacramento dell’altare – Mnd 31.
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Anno XXIII n° 1 - 2005: Ringraziamento Eucaristico