Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 10, n. 9 (100) - Settembre 2013
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Ecclesia in cammino
Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia
Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti
della Curia e pastorale per la vita della
Diocesi di Velletri-Segni
- “Andate e fate discepoli tutti i popoli”,
+ Vincenzo Apicella
- Un prete vestito di bianco,
Sara Gilotta
- XXVIII GMG, Rio de Janeiro,
22-29 luglio: Le parole del Papa / 1,
Stanislao Fioramonti
- Anche la nostra diocesi in Brasile,
A. Latini, E. Soldivieri, L. Mennonna
p. 3
- Ogni vocazione nasce dall’invocazione,
Sr. Francesca Langella ap.
- Sette anni in ....seminario,
A. Leoni e T. Beccia
p. 24
p. 24
p. 4
Direttore Responsabile
p. 5
p. 7
- Interventi di:
S.E. mons. V. Apicella, S.E. mons. A. M. Erba,
don Dario Vitali, mons. Luciano Lepore,
mons. Angelo Mancini, mons. Franco Fagiolo
e la comunità di Segni, Dario Serapiglia,
Pier Giorgio Liverani, Enrico Mattoccia,
Dario Di Luzio, Romano Petrucci
pp. 26-34
- Indice degli autori dei nn. 51-100 di Ecclesia,
Tonino Parmeggiani
p. 28
Mons. Angelo Mancini
Collaboratori
Stanislao Fioramonti
Tonino Parmeggiani
Mihaela Lupu
Proprietà
Diocesi di Velletri-Segni
Registrazione del Tribunale di Velletri
n. 9/2004 del 23.04.2004
- La Chiesa e i nuovi canali di comunicazione. Una
sfida che la nostra chiesa prova a cogliere,
don Antonio Galati
p. 9
- I nuovi media e la fede,
Costantino Coros
p. 10
- Comunicare bene il bene,
Sara Bianchini
p. 12
- I relatori al Convegno pastorale
p. 13
- La donna curva e la Misericordia,
Claudio Capretti
p. 14
- 87ma Giornata Missionaria Mondiale,
Uff. Missionario Diocesano
p. 15
- Credo in Gesù Cristo, Nostro Signore / 3,
don Dario Vitali
p. 17
- I Santi dell’Anno della Fede / 8,
Stanislao Fioramonti
p.18
- Il Vangelo è ben annunciato quando è
ben testimoniato, mons. Franco Risi
p. 19
- “Dio esiste, è là, è qualcuno, un essere
personale come me! Egli mi ama e mi chiama”,
don Ettore Capra
p. 20
- Testimoni della Fede / 8, S. Fioramonti
p. 21
- Due Santi per un Occhio,
don Gaetano Zaralli
p. 22
- La dimora del silenzio e della preghiera,
Stanislao Fioramonti
p. 23
Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l.
- Elevazioni Spirituali all’Organo Morettini
nel giorno dell’Assunta, mons. F. Fagiolo p. 35
Redazione
Corso della Repubblica 343
00049 VELLETRI RM
06.9630051 fax 96100596
[email protected]
- Segni: lectio divina sui Salmi, C. Fatuzzo p. 35
- La GMG di Segni in contemporanea con Rio,
Carlo Fatuzzo
p. 36
- Segni: campo estivo alla Madonna della
Castagna, Elisa Lorenzi
p. 36
- Artena e le “chiese di campagna, ch’erbose
hanno le soglie”: Selvatico, Sara Calì
p. 37
- Percorrendo la toponomastica di
Montelanico, Piero Capozi
p. 38
- Colleferro, Parr. San Bruno, n.d.r.
p. 39
A questo numero hanno collaborato inoltre:
S.E. mons. Vincenzo Apicella, S.E. mons. Andrea M. Erba,
mons. Franco Risi, mons. Franco Fagiolo, don Dario Vitali,
mons. Luciano Lepore, don Antonio Galati, Sr. Francesca
Langella ap., Uff. Missionario Diocesano, don Marco Nemesi,
don Gaetano Zaralli, don Ettore Capra, Costantino Coros,
Sara Bianchini, Claudio Capretti, Pier Giorgio Liverani,
Antonio Venditti, Sara Gilotta, Sara Calì, Alessandro Leoni
e Teodoro Beccia, Alessandra Latini, Emanuela Soldivieri,
Luca Mennonna, Dario Serapiglia, Dario Di Luzio, Piero
Capozi, Enrico Mattoccia, Romano Petrucci, Carlo
Fatuzzo, Elisa Lorenzi, Mara della Vecchia, Fabio
Pontecorvi.
- Rocca Massima: XI Edizione del Premio
Goccia d’Oro, Enrico Mattoccia
p. 40
- Esemplarità dei docenti,
Antonio Venditti
p. 41
- Breve presentazione del libro:
“Alle origini del Pentateuco”,
di mons. Luciano Lepore,
don Antonio Galati
p. 42
- Corso base di pittura scrittura di un icona,
Fabio Pontecorvi
p. 42
- Codici miniati, Mara Della Vecchia
p. 43
- Rembrandt Harmenszoon Van Rijn,
“Il ritorno del figliol prodigo” / 1
don Marco Nemesi
p. 44
Consultabile online in formato pdf sul sito:
www.diocesi.velletri-segni.it
DISTRIBUZIONE GRATUITA
p. 43
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E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del
direttore.
In copertina:
Composizione grafica di d. Angelo Mancini per il
logo del Convegno Pastorale Diocesano.
Immagine grande centrale:
Kingdom of Ends,
Opera pittorica di Bo Bartlett, 1990.
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Vincenzo Apicella, vescovo
C
’è chi è arrivato a parlare della “enciclica di Rio”, affermando che le parole e i gesti di Papa Francesco in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù hanno segnato i tratti e tracciata la via di tutto il pontificato con la
forza e la precisione di una Lettera enciclica (cf.: Il Regno, n.14/2013).
Io c’ero, insieme a un
sacerdote e tre giovani della diocesi, tuttavia devo confessare che non sono
andato a Rio primariamente per la GMG o per
la presenza di Papa
Francesco, ma per un
motivo molto più personale.
Alla periferia di Rio, infatti, è sepolto un prete romano, don Nino Miraldi, che
conobbi nella parrocchia di
San Clemente Papa ai Prati
Fiscali quando non avevo
ancora 11 anni e che ha insegnato e dimostrato con la
sua vita a me e a tanti miei
coetanei cosa vuol dire essere cristiano ed essere prete. Lasciò Roma nel 1967
per rispondere ad una vocazione ancora più esigente, quella di
sradicarsi dalla terra in cui era cresciuto e maturato per trapiantarsi dove c’era più bisogno della sua ombra e dei suoi frutti, morì
improvvisamente e prematuramente dopo 23 anni di servizio nelle zone più povere e abbandonate il 29 luglio del 1990, per cui
questa GMG si è conclusa proprio nel 23° anniversario della sua
definitiva “vocazione”. La prima parte della settimana brasiliana,
quindi, l’ho dedicata a visitare le opere da lui iniziate e che continuano con il sostegno degli ex-giovani di Roma: l’asilo, il centro sociale, l’impresa di riciclaggio dei rifiuti, che dà lavoro a una
ventina di famiglie, oltre, naturalmente, a dire una preghiera di
ringraziamento sulla sua tomba e celebrare nella sua parrocchia
di Santo Elias. Abbiamo raccolto e pubblicato le lettere che ci scriveva dal Brasile e in una
di esse trovo scritto:
“Come soffro perché la
Chiesa non è missionaria!
Qui non c’è quasi niente
da conservare se non
quello che Dio conserva
da solo.”(Nino Miraldi,
Lettere dal Brasile, Bologna
2009, p.104)
Guarda caso, il tema della GMG di quest’anno
era proprio:
“Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt.28,19) e Papa
Francesco, nella seconda
metà della settimana, mi
ha aiutato a far riaffiorare tanti insegnamenti rice-
vuti tanti anni fa dal nostro prete, che aveva compreso l’assoluta esigenza per i cristiani di sentirsi inviati e le relative conseguenze. Innanzitutto la necessità di uscire dai nostri ambienti rassicuranti, dalle nostre abitudini e anche dai nostri preconcetti e
schemi mentali per andare nelle “periferie” dell’umanità, come si
esprime Papa Francesco, a portare molto più di un sorriso o di
una parola buona, ma
la Parola della misericordia e della liberazione
di Cristo, con una vicinanza non solo episodica, ma che diventi uno
stile di vita. Nino scriveva:“In questo periodo di mania di cristianesimo orizzontale io
sono più che mai convinto della priorità verticale. Mi pare che mi
do umanamente al
prossimo e, appunto per
questo, so che non vale
niente se do me stesso, un me stesso assolutamente ambiguo e non
do Cristo, il Cristo che
devo riscoprire nella preghiera e nella fede” (Ibidem, p.131). Papa Francesco, con i suoi
gesti e le sue scelte, ha ribadito, nei giorni di Rio, che la missione è servizio e deve ripartire dagli ultimi, da coloro che la cultura dello scarto tende ad emarginare e dimenticare in una strisciante e perversa globalizzazione dell’indifferenza; per questo
ha voluto recarsi in una favela, per questo ha voluto inaugurare
un centro per giovani tossicodipendenti ed alcolisti, per questo
ha voluto che, all’offertorio della Messa conclusiva, venisse presentata all’altare una bambina anencefala.
Un tassista di Rio, pieno di religiosità ma non appartenente ad
alcuna chiesa, ci ha raccontato con calore tutto brasiliano la sua
sorpresa nel vedere il Papa viaggiare in una semplice utilitaria
FIAT, mentre il seguito era sistemato in prestigiose auto di rappresentanza: io non ci
avevo fatto caso, ma a
un tassista non è sfuggito questo particolare
apparentemente insignificante.
Così, riaprendo la lettera che Nino mi inviò
per la mia ordinazione
sacerdotale, leggo di nuovo:“La pastorale qui è
una bellezzanon parlo della pastorale in generale ma del lavoro in parrocchia. La maggioranza
è cristiana solo di nome
e crede negli spiriti e nelle anime che passegcontinua a pag. 4
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Sara Gilotta
I
l prete vestito di bianco è papa
Francesco, che, agli occhi di
tutti, sta incarnando la figura del vero sacerdote, vicino a tutti e soprattutto ai più umili, ma anche
fortemente consapevole della
realtà contemporanea complessa
e contraddittoria, per la quale ai
cristiani è richiesto di ritrovare quei
valori fondanti che soli possono fare
da guida nel cammino della vita.
A questo proposito è fondamentale leggere l’enciclica “Lumen fidei”,
(iniziata da Benedetto XVI e completata da Papa Francesco), per
tentare di comprendere il pensiero del nuovo pontefice , che, tuttavia, ribadisce secondo il suo “stile”temi molte volte affrontati dal
suo predecessore.
L’enciclica si divide in quattro capitoli, che illustrano il valore della fede
come dono di Dio, un dono tutto
da riscoprire soprattutto nel nostro
mondo, che si è voluto illudere di
poterne fare ameno grazie alla “luce
della ragione”. Ma, naturalmente,
al contrario di Leopardi che considerò quella della ragione , la più
importante conquista dell’uomo troppo spesso “oscurata”da false credenze spiritualiste, qui la fede diviene il luogo della certezza dell’amore
di Dio per noi e mezzo fondamentale
per comprender la verità , senza
dimenticare la ragione, che, come
scrisse Giovanni Paolo II non può
che rafforzare la fede. Ma per me fedele laica
la parte forse più facile da capire è la quarta,
in cui il pontefice parla della fede come mezzo per edificare una nuova società di cui la famiglia è considerata parte essenziale e fondante.
Perché la fede non può essere che trasmessa
innanzitutto dai genitori e dal loro amore, che
è in sé e per sé vera luce e vera guida peri figli
sin dalla più tenera età e per cui la fede diviene l’unica vera luce per fondare una società più
giusta non basata sull’egalitarismo apparente
e spesso falso, ma sulla forza dell’amore capace, come dice il titolo del primo libro del nuovo papa, di “aprire la mente al cuore ” perché
è il cuore che ci permette davvero di assecondare la missione che ciascuno di noi , laico o
sacerdote, deve compiere nella vita, soprattutto
quando essa appare troppo grande per le nostre deboli forze.
Se esse non sono sorrette dalla fede e dall’amore. E’ così
per tutti, per i giovani, come
per gli anziani, per i genitori
come per i figli ed infine per i
nonni. Su di loro con grande tenerezza il Papa ha invocato nel giorno dedicato a Sant’
Anna e San Gioacchino, i nonni di Gesù le benedizioni
celesti certamente consapevole che nella nostra società
il ruolo dei nonni non solo non
è quello comunque non facile di trasmettere saggezza e
tradizione.
Nelle lunghe ore in cui i genitori sono impegnati nel lavoro, i nonni non si possono più
“permettere “solo di giocare con
i nipoti, ma, al contrario devono saper approfittare del tempo loro concesso, per trasmettere
loro gli insegnamenti che
talora i genitori non hanno più
i tempo di impartire. Ed ecco
allora la bellezza e la gioia di
raccontare ai bambini, quasi
a mo’ di favola i tempi passati,
i l loro usi e persino le loro mode,
per interessarli e condurli
così a riflettere , oltre che a conoscere, magari mediante confronti divertenti, ma non vuoti ed inutili.
Ed è bello per i nonni divertirsi insieme, per avvertire
meno l’impegno e, talora, la stanchezza e far
nascere quelle saggezza che lo stesso pontefice imparò dalla sua nonna. Una saggezza di
cui il mondo ha davvero bisogno, per rendersi
conto della superficialità che ci avvolge e, purtroppo, sa annebbiare anche la luce della fede,
perché spesso essa non è abbastanza valutata, né abbastanza chiara , per diventare parte essenziale del vivere quotidiano.
segue da pag. 3
giano e fanno miserie. Ma le poche centinaia di cristiani sono una
bellezza. Gente buona, semplice, che è impossibile non volergli
bene. Una fiducia in Dio un po’ fatalista se vuoi, ma profonda e
sincera, che mi insegnerebbe molte cose, se io fossi migliore.
Soffrirei proprio molto a lasciare il Brasile. Nelle classi alte in genere una pseudocultura, brutta e mal digerita copia della europea
e americana. Nelle classi basse e disprezzate tanta ricchezza di
bontà, di intelligenza non educata, di gentile dignitàIo sto con
i bassi grazie a Dio.” (Ibidem, pp.223-224).
Ai giovani di Rio il Papa ha ripetutamente detto che essere cristiani significa andare contro corrente ed essere protagonisti di
una rivoluzione pacifica che comincia anzitutto da se stessi, ma
per questo occorre una forza capace di resistere al tentativo delle potenze di questo mondo, volto ad omologare i cervelli e le
coscienze: questa forza è la speranza cristiana, per cui il messaggio forte per i giovani continua ad essere: “Non lasciatevi ruba-
re la speranza!”. Ebbene, nel 1972, Nino mi scriveva: “L’unico
mio tema teologico è adesso il valore della speranza. Credo di
essere stato fortunatoe anche tu. E’ molto bello essere preti
oggi.” (Ibidem, pp.225-226).
Come si vede, la GMG è diventata per me un pellegrinaggio spirituale alle mie radici, con cui faccio sempre molta fatica a rimanere coerente, ma Papa Francesco ha il dono di mostrare come
sia possibile riprendere ogni giorno il cammino e mantenere, anche
verso gli 80 anni, la freschezza, la limpidezza e l’umiltà dell’acqua appena scaturita dalla sorgente.
Per questo gli viene tanto facile rivolgersi ai giovani, senza essere giovanilista o parlare ai poveri, senza essere pauperista e ai
popoli, senza essere populista e questo è dono di Dio, per cui
torno a ripetere, come faccio spesso e per concludere, la preghiera che Nino mi insegnò 41 anni fa: “Che Dio ci faccia degni
di servire il suo popolo”. (Ibidem, p.224).
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Stanislao Fioramonti
22 luglio. Incontro con i
giornalisti durante il volo papale.
“Questo primo viaggio è proprio per
trovare i giovani, ma trovarli non isolati dalla loro vita, io vorrei trovarli proprio nel tessuto sociale, in società. Perché
quando noi isoliamo i giovani, facciamo
un’ingiustizia; togliamo loro l’appartenenza.
I giovani hanno una appartenenza a
una famiglia, a una patria, a una cultura, ad una fede…
Hanno un’appartenenza e noi non dobbiamo isolarli! Ma, soprattutto, non isolarli da tutta la società!
Loro sono il futuro di un popolo: questo è vero! Ma non soltanto loro: loro
sono il futuro perché hanno la forza,
sono giovani, andranno avanti. Ma anche
l’altro estremo della vita, gli anziani,
sono il futuro di un popolo. Un popolo ha futuro se va avanti con tutti e due
i punti: con i giovani, con la forza, perché lo portano avanti; e con gli anziani perché
loro sono quelli che danno la saggezza della vita.
E io tante volte penso che noi facciamo un’ingiustizia con gli anziani, li lasciamo da parte come
se loro non avessero niente da darci; loro hanno la saggezza, la saggezza della vita, la saggezza della storia, la saggezza della patria, la
saggezza della famiglia. E di questo noi abbiamo bisogno!
Per questo dico che io vado a trovare i giovani, ma nel loro tessuto sociale, principalmente
con gli anziani. E’ vero che la crisi mondiale non
fa cose buone con i giovani. Ho letto la settimana scorsa la percentuale dei giovani senza
lavoro. Pensate che noi corriamo il rischio di avere una generazione che non ha avuto lavoro,
e dal lavoro viene la dignità della persona di guadagnarsi il pane. I giovani, in questo momento, sono in crisi. Un po’ noi siamo abituati a questa cultura dello scarto: con gli anziani si fa troppo spesso! Ma adesso anche con questi tanti
giovani senza lavoro, anche a loro arriva la cultura dello scarto. Dobbiamo tagliare questa abitudine a scartare! No! Cultura della inclusione,
cultura dell’incontro, fare uno sforzo per portare tutti alla società! E’ questo un po’ il senso che
io voglio dare a questa visita ai giovani, ai giovani nella società”.
22 luglio. Rio de Janeiro,
cerimonia di benvenuto.
“Ho imparato che, per avere accesso al Popolo
brasiliano, bisogna entrare dal portale del suo
immenso cuore. Chiedo permesso per entrare
e trascorrere questa settimana con voi. Io non
ho né oro né argento, ma porto ciò che di più
prezioso mi è stato dato: Gesù Cristo! Vengo
nel suo Nome per alimentare la fiamma di amore fraterno che arde in ogni cuore; e desidero
che a tutti e ciascuno giunga il mio saluto: “La
pace di Cristo sia con voi!”
Nell’iniziare questa mia visita in Brasile, sono
ben consapevole che, rivolgendomi ai giovani,
parlo anche alle loro famiglie, alle loro comunità ecclesiali e nazionali di provenienza, alle
società in cui sono inseriti, agli uomini e alle donne dai quali dipende in gran misura il futuro di
Copacabana, i due giorni della veglia e della Messa.
queste nuove generazioni.
È comune da voi sentire i genitori che dicono:
“I figli sono la pupilla dei nostri occhi”.
Che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura
dei nostri occhi? Come potremo andare avanti? Il mio augurio è che, in questa settimana, ognuno di noi si lasci interpellare da questa domanda provocatoria.
E attenzione! La gioventù è la finestra attraverso
la quale il futuro entra nel mondo.
La nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà
offrirgli spazio. Questo significa: tutelarne le condizioni materiali e spirituali per il pieno sviluppo; dargli solide fondamenta su cui possa costruire la vita; garantirgli la sicurezza e l’educazione affinché diventi ciò che può essere; trasmettergli
valori duraturi per cui vale la pena vivere; assicurargli un orizzonte trascendente per la sua sete
di felicità autentica e la sua creatività nel bene;
consegnargli l’eredità di un mondo che corrisponda
alla misura della vita umana; svegliare in lui le
migliori potenzialità per essere protagonista del
continua a pag. 6
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segue da pag. 5
proprio domani e corresponsabile del destino di tutti. Con questi atteggiamenti
anticipiamo oggi il futuro che
entra dalla finestra dei
giovani”.
Alcuni giovani di
Queimados.
24 luglio, santuario di
N. S. di Aparecida.
“Il giorno dopo la mia elezione a Vescovo di Roma
ho visitato la Basilica di Santa
Maria Maggiore a Roma,
per affidare alla Madonna
il mio ministero.
Oggi ho voluto venire qui
per chiedere a Maria nostra
Madre il buon esito della
Giornata Mondiale della
Gioventù e mettere ai suoi
piedi la vita del popolo latinoamericano.
In questo santuario, dove
sei anni fa si è tenuta la V
Conferenza Generale
dell’Episcopato dell’America
Latina e dei Caraibi, è avvenuto un fatto bellissimo di
cui ho potuto rendermi
conto di persona: vedere
come i Vescovi – che hanno lavorato sul tema dell’incontro con Cristo, il
discepolato e la missione
– si sentivano incoraggiati, accompagnati e, in un certo senso, ispirati dalle
migliaia di pellegrini che venivano ogni giorno ad affidare
la loro vita alla Madonna:
quella Conferenza è stata
un grande momento di
Chiesa.
E, in effetti, si può dire che
il Documento di Aparecida sia nato proprio da
questo intreccio fra i lavori dei Pastori e la fede
semplice dei pellegrini, sotto la protezione materna di Maria.
Vengo a bussare alla porta della casa di Maria
– che ha amato ed educato Gesù – affinché aiuti tutti noi, i Pastori del Popolo di Dio, i genitori e gli educatori, a trasmettere ai nostri giovani i valori che li rendano artefici di una Nazione
e di un mondo più giusti, solidali e fraterni.
Per questo, vorrei richiamare tre semplici
atteggiamenti: mantenere la speranza, lasciarsi sorprendere da Dio, e vivere nella gioia.
1. Mantenere la speranza. Quante difficoltà ci
sono nella vita di ognuno, nella nostra gente,
nelle nostre comunità, ma per quanto grandi possano apparire, Dio non lascia mai che ne siamo sommersi. Davanti allo scoraggiamento che
potrebbe esserci nella vita, in chi lavora all’evangelizzazione oppure in chi si sforza di vivere la fede come padre e madre di famiglia, vorrei dire con forza: abbiate sempre nel cuore que-
sta certezza: Dio
cammina accanto a voi, in nessun
momento vi abbandona!
Non perdiamo mai
la speranza! Non
spegniamola mai
nel nostro cuore!
Il “drago”, il male,
c’è nella nostra storia, ma non è lui
il più forte. Il più
forte è Dio, e Dio
è la nostra speranza!
È vero che oggi un
po’ tutti, e anche
i nostri giovani
sentono il fascino
di tanti idoli che si
mettono al posto
Sul Corcovado.
di Dio e sembrano dare speranza: il denaro, il successo, il potere, il piacere.
Spesso un senso di solitudine e di vuoto si fa strada
nel cuore di molti e conduce alla ricerca di compensazioni, di questi idoli passeggeri.
Cari fratelli e sorelle, siamo
luci di speranza! Abbiamo uno
sguardo positivo sulla realtà. Incoraggiamo la generosità
che caratterizza i giovani,
accompagniamoli nel diventare protagonisti della costruzione di un mondo migliore: sono un motore potente per la Chiesa e per la società. Non hanno bisogno solo
di cose, hanno bisogno
soprattutto che siano loro proposti quei valori immateriali che sono il cuore spirituale
di un popolo, la memoria di
un popolo. In questo Santuario,
che fa parte della memoria
del Brasile, li possiamo
quasi leggere: spiritualità, generosità, solidarietà, perseveranza, fraternità, gioia; sono
valori che trovano la loro radice più profonda nella fede
cristiana.
2. Il secondo atteggiamento: lasciarsi sorprendere da
Dio. Dio riserva sempre il
meglio per noi. Ma chiede
che noi ci lasciamo sorprendere
dal suo amore, che accogliamo
le sue sorprese.
Fidiamoci di Dio! Lontano da
Lui il vino della gioia, il vino
della speranza, si esaurisce.
Se ci avviciniamo a Lui, se
rimaniamo con Lui, ciò che
sembra acqua fredda, ciò che
è difficoltà, ciò che è peccato,
si trasforma in vino nuovo di
amicizia con Lui.
3. Il terzo atteggiamento: vivere nella gioia. Il cristiano è
gioioso, non è mai triste. Dio
ci accompagna. Abbiamo una
Madre che sempre intercede per la vita dei suoi figli.
Gesù ci ha mostrato che il
volto di Dio è quello di un Padre
che ci ama.
Il peccato e la morte sono stati sconfitti. Il cristiano non può
essere pessimista! Se siamo davvero innamorati di
Cristo, il nostro cuore si “infiammerà” di una gioia tale che
contagerà quanti vivono vicini a noi”.
Settembre
2013
R
Alessandra Latini,
Emanuela Soldivieri
e Luca Mennonna
accontare due settimane intense come quelle
passate in Brasile per la
settimana missionaria e Giornata
Mondiale della Gioventù in poche
battute è impossibile ed è necessario fare delle scelte.
E visto che la settimana della GMG,
grazie ai mezzi di comunicazione, poteva essere seguita da tutti, la nostra scelta è stata quella
di fare un breve racconto di quello che abbiamo vissuto durante
la settimana missionaria, ricca
anch’essa di emozione e stimoli, attraverso la conoscenza di un
Brasile più “ordinario”.
Il 15 luglio 2013 ha inizio l’avventura di noi pellegrini: Alessandra Latini di S. Sebastiano in
Valmontone, Emanuela Soldivieri di Sant’Eurosia
in Lariano e Luca Mennonna di San Bruno in
Colleferro che, insieme con don Antonio Galati,
in rappresentanza della nostra diocesi, armati
di aspettative ed entusiasmo, partiamo alla vota
di Rio de Janeiro, per vivere la XXVIII Giornata
Mondiale della Gioventù, la prima del nostro amato papa Francesco.
Non ci importavano le ore di volo, i diversi scali negli aeroporti americani, la lontananza, il costo
economico non proprio accessibile per tutti, e
le difficoltà che lì potevamo incontrare. Già partire era per noi un sogno, un dono di Dio e della sua provvidenza; noi non abbiamo fatto altro
che scommettere su di Lui, affidarci e buttarci
con il cuore in questo viaggio.
Seppur veterani delle altre GMG –Roma,
Colonia e Madrid– sapevamo che lì ad attenderci ci sarebbe stato qualcosa di nuovo e diverso: un tesoro da scoprire che doveva essere poi
riportato qui in Italia e condiviso.
Atterrati a Rio il 16 luglio, siamo stati accolti all’aeroporto da padre Matteo e padre Elias, parroco e viceparroco della parrocchia di San
Fracesco in Queimados, della diocesi di Nova
7
Signore; si canta,
si balla in qualsiasi occasione; si
prega con entusiasmo e fede, ma
soprattutto in modo
sincero e profondo;
si applaude al
Vangelo e a Gesù
Cristo; nelle celebrazioni eucaristiche si canta e si
loda così a gran
voce il Signore
che senti di essere trasportato in
un’altra dimensione; le chiese sono
animate dalla gioia
dei bambini e dei
ragazzi e, al tempo stesso, dalla semplicità delle persone più anziane; gli strumenti più usati per accompagnare le
celebrazioni sono le chitarre elettriche e la batteria (non è chiasso né confusione, ma una pre-
Iguaçu, dove avremmo vissuto la nostra prima
settimana brasiliana, la cosiddetta settimana missionaria, per conoscere la realtà ordinaria di una
città e parrocchia brasiliane. Queimados, distante circa un’ora di macchina da Rio, ha 150 Saluto a Suor Annalisa Rigoni ap. in Brasile (seconda da sinistra).
mila abitanti e l’aria che
si respira, ci spiegano
i due sacerdoti che ci
accompagnano, è simile a quella delle favelas.
Infatti, a mano a mano
che lasciavamo Rio e
ci avvicinavamo alla
nostra meta, lo scenario
cambiava, diventando scarno ed essenziale:
le case non rifinite, ma
realizzate solo con
foratini e calce; l’acqua
potabile nei rubinetti di
casa è un’eccezione per
pochi; le strade non sono asfaltate, se non in ghiera gioiosa, espressione del loro modo di vivecentro; i bambini che giocano, corrono e fanno re e pregare); il Santissimo Sacramento è custovolare i loro aquiloni, mezzi nudi e scalzi.
dito spesso in una cappella adiacente all’aula
All’inizio abbiamo avuto, lo confessiamo, un po’
continua a pag. 8
di smarrimento,
ma è durato solo
il tempo di cono- Giovani e volontari della mensa dei poveri in un'altra parrocchia di Queimados.
scere le persone
con cui avremmo
condiviso questa nostra esperienza.
Infatti, lì ci hanno
accolto con il sorriso e a braccia
aperte; le presentazioni sono
fatte di abbracci;
la vita, nonostante
le difficoltà e le
povertà, è vissuta con gioia, speranza e fiducia nel
8
segue da pag. 7
liturgica principale, perché quest’ultima,
oltre che luogo di preghiera, è anche
luogo di socializzazione e di incontro. In questa settimana ci hanno
coinvolto nella vita e nella pastorale ordinaria della loro parrocchia:
la visita e la comunione agli ammalati; la conoscenza con le varie comunità di base che formano poi la grande comunità parrocchiale; la partecipazione alla pastorale della terza età con la ginnastica mattutina
per le persone più anziane; l’incontro
con i bambini del catechismo e i ragazzi del coro.
Tra tutte le esperienze fatte, una
di quelle che maggiormente ci ha
colpito è l’aver visto in azione gli operatori della pastorale della Crianza, che in brasiliano significa “allevamento” e si riferisce alla cura e alla
crescita dei neonati.
La Chiesa, in questo modo infatti, si prende cura
dei più piccoli, da prima della nascita fino ai sei
anni, accompagnando e sostenendo le madri
Settembre
2013
In quest’occasione il vescovo diocesano,
l’italiano dom Luciano Bergamin, ha descritto la settimana missionaria come un aperitivo alla GMG e, infatti, per noi è stato proprio così: trasferiti a Rio il 22 luglio
a gran sorpresa ci siamo ritrovati a girare per la città non come semplici turisti, ma come pellegrini che ormai un
po’ conoscevano cosa significa essere brasiliani.
Girare con il sorriso e con una luce nuova negli occhi che ci ha permesso di
partecipare pienamente alle catechesi dei nostri vescovi italiani, che abbiamo seguito insieme con il nostro
vescovo Vincenzo che con noi era presente a Rio, e alle varie celebrazioni
con il papa a Copacabana.
Ritrovarci lì sotto lo sguardo del Cristo
Redentore, insieme con altri 3 milioni e mezzo
di giovani di tutto il mondo, ci ha fatto sentire
parte di un solo popolo, di quella “gioventù del
papa” che deve rompere gli schemi, essere rivoluzionaria nell’amore e missionaria nel mondo.
Papa Francesco crede in noi, perché noi siamo i protagonisti dell’oggi e del domani, ha risvegliato il nostro animo e la nostra fede.
Con la gioia e soprattutto con Gesù nel cuore
siamo tornati, a braccia aperte, nelle nostre case
e nelle nostre parrocchie, e, non volendo deludere il papa, siamo pronti a metterci in gioco per
comunicare e trasmettere quella gioia di vivere che nasce dal camminare insieme a Cristo.
nella crescita dei loro bambini: affiancandole con
incontri di gruppo e singolarmente; visitando i
più piccoli sia a casa che nella parrocchia; e aiutando lo svezzamento.
Questa della settimana missionaria è stata ricca di colori, emozioni e sapori della cultura brasiliana, che crediamo rimarrà in noi per sempre,
questo perché, come ci ha detto il parroco, padre
Matteo (di origine italiana che è ormai in Brasile
da quaranta anni), lì la Chiesa è al servizio della vita e la fede è fatta di emozioni e contatto
con gli altri che poi portano al contatto con Dio.
Non sappiamo se, nella mente degli organizzatori,
il farci vivere una settimana missionaria voleva
significare farci essere evangelizzatori di quelle terre oppure l’essere oggetto di missione da
parte di chi ci avrebbe accolto.
Per noi è stata esattamente
I quattro partecipanti diocesani alla GMG presso il Santuario
quest’ultima cosa: la loro fede e
di N.S. di Aparecida.
il loro affrontare la vita di tutti i giorni, la loro ospitalità e la loro accoglienza sono state testimonianza viva dell’amore di Dio e ci ha
spinto quindi a guardarci dentro
e ad interrogarci sul nostro modo
di vivere la vita e la fede.
A chiusura della settimana missionaria, la diocesi di Nova
Iguaçu ha organizzato una grande festa conclusiva che ha richiamato circa 10 mila giovani.
Settembre
2013
don Antonio Galati
a Chiesa e i nuovi canali di comunicazione
è il sottotitolo del prossimo convegno pastorale che la nostra Chiesa di Velletri-Segni
celebrerà dal 23 al 25 settembre. Un convegno
che sarà dedicato alla riflessione sulle opportunità pastorali che offrono oggi i nuovi canali
di comunicazione alle nostre parrocchie nell’ottica
dell’educazione alla vita buona del Vangelo. E
questi “nuovi canali” sono quelli che vengono
forniti dalla rete internet, che la Chiesa è chiamata, ormai necessariamente, ad utilizzare, o
meglio, a “navigare”, se vuole continuare ad essere quella barca dalla quale vengono gettate le
reti per l’accrescimento del Regno dei cieli1.
Non c’è bisogno di riferirsi a dati statistici oppure a studi particolari per rendersi conto di come
internet sia diventato un aspetto ordinario della vita di tutti i giorni per tutti e non solo per i
giovani: lavoro, servizi pubblici o privati, informazione, svago e molto altro ancora passano
ormai attraverso un computer o un dispositivo
connesso alla rete e anche chi non è in grado
di utilizzarlo direttamente può o deve, con l’aiuto di qualcuno, “farci i conti”.
Ma questo è solo un aspetto della rete internet che, così descritta, può essere pensata come
uno strumento qualsiasi, accanto agli altri, che
offre dei servizi.
In realtà, internet è diventato molto di più: già
in un passato ormai non molto recente con le
chat, ma specialmente oggi con il fenomeno dei
social network, quali facebook o twitter, internet si è andato sempre di più a configurare come
un “luogo” attraverso cui poter comunicare; in
cui, cioè, è possibile intessere e mantenere delle relazioni, che sappiamo essere un aspetto
essenziale -non l’unico, ma sicuramente uno
dei più importanti- del nostro essere uomini e
donne. In altre parole, la rete internet non è solo
uno strumento di comunicazione sociale, come
L
può esserlo la radio o la televisione, un mezzo, cioè, attraverso cui passa l’informazione2
(cfr. Inter mirifica, 1), ma un vero e proprio “luogo”, come può esserlo una piazza, un club o
un qualunque altro punto di ritrovo.
Per questo motivo la Chiesa non può esentarsi,
ad oggi, dal riflettere sul come può essere presente nella rete. Una presenza che deve essere fatta rispettando e utilizzando la duplice valenza di internet appena messa in evidenza, come
strumento e come luogo di comunicazione.
Accostando la rete come strumento comunicativo
la presenza ecclesiale si identifica con i siti parrocchiali, diocesani, religiosi o di aggregazioni che possono offrire le informazioni più diverse. Ma se la presenza in internet da parte della Chiesa si ferma a questo, essa non fa altro,
recuperando l’immagine della barca, che rimanere ancorata alla riva, dove, invece che pescare in mezzo al mare con una rete, prova a farlo utilizzando una canna da pesca.
Affinché possa prendere il largo e pescare veramente gettando le reti, deve essere in grado
di presentarsi nella rete internet come interlocutrice, alla pari degli altri utenti, singoli o gruppi, che intessono delle comunicazioni non solo
a senso unico, per offrire informazioni o servizi, ma nella forma del dialogo.
È forse questa una delle sfide che la Chiesa
oggi deve cogliere per rilanciare la sua presenza
e la sua testimonianza in mezzo agli uomini.
In effetti, una delle caratteristiche della Chiesa
è quella di una presenza costante e visibile, con
le sue chiese e “i suoi campanili”, tra le case
delle persone, da cui viene, tra l’altro, il termine “parrocchia”3.
Presenza e visibilità che le permettono, in teoria, di non rimanere estranea alle esigenze della gente, offrendole così molte occasioni per continuare a svolgere quella missione di testimonianza ed evangelizzazione datale dal Signore
risorto4. Ma nel momento in cui il mondo rea-
9
le non esaurisce più la totalità delle relazioni
e delle possibilità di comunicazione, perché queste vengono completate, a pari livello di realtà e importanza, dalle relazioni e dalle comunicazioni nel mondo virtuale, la Chiesa deve trovare i modi più idonei e fruttuosi per portare la
sua presenza anche in “quest’altro mondo”, ponendosi anche in questo in dialogo e offrendo, con
questa presenza, un modello maturo ed evangelico di abitare il virtuale, come già sta facendo nel reale.
Per questi motivi la nostra Chiesa di VelletriSegni, con il convegno che celebrerà, proverà a cogliere questa sfida realizzando un “Sagrato
Digitale della Diocesi”, cioè un luogo virtuale
in cui tutti, rispettando i codici della buona e matura comunicazione, possono essere presenti e
dialogare, così come avviene più o meno ancora oggi davanti i portoni delle nostre chiese prima o dopo le celebrazioni comunitarie, mantenendo e intessendo nuove relazioni e offrendo il proprio punto di vista su alcuni argomenti più urgenti o attuali.
Inoltre, realizzando un “sagrato” e non una “chiesa” digitale, offre anche a chi non si sente parte della comunità ecclesiale ad entrare in questo dialogo, mostrando i propri punti di vista per
realizzare un confronto maturo che sia conoscitivo e fruttuoso per tutte le parti in dialogo,
sperando poi che con questo confronto questi
ultimi siano spinti a non restare sul “sagrato”,
ma ad entrare nelle nostre chiese reali.
1
Cfr. Mt 13,47.
Cfr. Concilio ecumenico Vaticano II, Decreto Inter mirifica sugli
strumenti di comunicazione sociale, 4.12.1963, n. 1.
3
Infatti il latino parochia, da cui l’italiano “parrocchia”, deriva dal
greco paroikèõ, cioè parà, che significa “presso”, “vicino”, e oikèõ,
cioè “abito” (cfr. Parrocchia, in O. Pianigiani, Vocabolario etimologico
della lingua italiana, Genova 1988, pag. 980).
4
Cfr. Mc 16,15.20.
2
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10
Costantino Coros
U
n altro luogo, ma non staccato dalla realtà: questo è il web. Internet la “piazza”
virtuale dell’era della globalizzazione dove
le persone s’incontrano, si conoscono, si scambiano pareri, s’informano, si fanno un opinione
sulle questioni e i fatti più diversi. Il web è una
rete di persone, perciò la rete siamo noi.
Da tali considerazioni ne discende che Internet,
se usato con consapevolezza e maturità può dimostrarsi uno spazio di partecipazione e condivisione,
dunque di relazione. Per realizzare concretamente
tale proposito occorre che il web sia continuamente
alimentato dalla realtà,
in quanto, la persona non
può essere sostituita
da uno schermo di un personal computer. Affinché
si crei una relazione positiva fra i “navigatori” è
necessario adottare un
atteggiamento di rispetto nei confronti degli altri.
Rispetto, che si esercita sia attraverso l’applicazione di un costante
discernimento sia nel dare
valore a tutte le relazioni
umane.
Si tratta di costruire
percorsi di conoscenza
e consapevolezza, acquisire capacità di comprensione del mezzo, avere spirito critico, non pensare che tutto quello che
esiste on line sia vero a
prescindere; verificare quello che si trova nella rete.
In altre parole bisogna
avere la pazienza di ascoltare la realtà concreta, evitando di cadere nell’immanenza della tecnica, che bisogna saper padroneggiare senza farsi soffocare.
La tecnica è solo un mezzo, il vero fine è il rispetto della persona. Lo ricorda Benedetto XVI nella Caritas in Veritate nel punto 73 dove dice: “con-
nessa con lo sviluppo tecnologico è l’accresciuta pervasività dei
mezzi di comunicazione sociale.
E’ ormai quasi impossibile immaginare l’esistenza della famiglia umana senza di essi. Nel bene e nel
male, sono così incarnati nella vita
del mondo, che sembra davvero
assurda la posizione di coloro che
ne sostengono la neutralità, rivendicandone di conseguenza l’autonomia rispetto alla morale che
tocca le persone.
Spesso simili prospettive, che enfatizzano la natura strettamente tecnica dei media, favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a
progetti di potere ideologico e politico”. (CV 73)
Oggi siamo immersi dentro un universo sensoriale, dove i media giocano un ruolo da protagonisti;
sono parte integrante dell’ambiente in cui viviamo. Il pericolo che si corre è considerare i nuovi media come unico punto di riferimento della realtà; ovvero, fare del virtuale l’unica finestra sul reale. Al contrario, bisogna capire che Internet non
è un altrove, ma è una continuazione del reale;
è un luogo, dove lo spazio e il tempo sono esperiti in modo diverso. In altri termini, il web è una
comunità in un luogo. Ecco perché bisogna stare dentro la rete per comprenderla. Essa non è
un fatto meramente tecnologico, ma è soprattutto
una dimensione culturale.
“Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico.
Ciò vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, gra-
zie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori
possibilità di comunicazione e d’informazione,
ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del
bene comune che ne rispecchi le valenze universali”. (CV 73)
E’ fuor di dubbio che le meraviglie della tecnica
affascinano l’uomo - quasi fosse una magia - facendolo sembrare libero, ma di fatto legandolo a loro
in una dimensione di apparente onnipotenza.
“La tecnica attrae fortemente l’uomo, perché lo
sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l’orizzonte. Ma, la libertà umana è propriamente
se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Di qui, l’urgenza di una formazione alla responsabilità etica nell’uso della tecnica. A partire dal fascino che la tecnica esercita sull’essere umano, si deve recuperare il senso vero della libertà, che non consiste nell’ebbrezza di una totale autonomia, ma nella risposta all’appello dell’essere, a cominciare dall’essere
che siamo noi stessi”. (CV 70)
I cattolici sono chiamati a trasferire in questi nuovi luoghi di socializzazione contenuti che siano
portatori di verità e di senso. Pensare la verità è
immaginare la creazione di una relazione, quindi bisogna aprire il contenuto alla possibilità di entrare in relazione. Il vero valore della rete è la relazione, che si sviluppa secondo percorsi virtuosi,
se anche in questo ambiente, si agisce amando
il prossimo come noi stessi.
I cattolici, in questo nuovo cammino, si devono
far guidare da Dio, affidarsi alla parola del
Signore, che è il
faro che indica la rotta. Tenendo ben presenti questi punti di
riferimento, in rete si
possono costruire
delle “comunità virtuose”, sostituendo il
“mercato dell’attenzione”, figlio dell’economia della globalizzazione con il
valore della “fiducia”, che si arriva a
meritare abitando la
rete ed i social network - come
Facebook, Twitter,
YouTube – attraverso uno stile capace
di condividere contenuti pensati per
generare nuove relazioni, in grado di
accogliere nuove
persone, acquisendo
il diritto di parola con l’ascolto.Non si deve “urlare” per farsi sentire, ma si deve pensare per aprire “ponti di dialogo”.
Le relazioni che si creano in rete non si devono
però fermare alla sola dimensione virtuale, ma
devono trovare un loro proseguimento nella vita
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2013
concreta, solo così l’uso di queste nuove tecnologie acquisisce una vera dimensione di senso,
evitando che la rete diventi uno spazio d’isolamento e di false amicizie.
Darlei Zanon, in Chiesa e società in rete, riflette
sul fatto che: “[…] essendo il mondo virtuale un’estensione del reale o comunque un elemento
ad esso complementare, in cui ci manifestiamo
integralmente, il cristiano non può non agire in
esso per quello che egli è, difendendo e testimoniando i suoi valori e principi […]” 1 questo
può essere favorito nella società in rete dalla
“[…] costruzione di identità di progetto […]” 2.
Scrive Maria Trigila nel volume Editoria, Media
e Religione, curato da Mons. Giuseppe Costa, citando testualmente le parole pronunciate dall’Arcivescovo
John p. Foley in occasione dell’incontro Internet
e la Chiesa cattolica in Europa, promosso nel 2005
dal Consiglio delle Conferenze Episcopali
Europee (Ccee), che “Internet può essere una
nuova strada verso Dio, una chiamata per la Chiesa
ad interrogarsi sulle opportunità dei nuovi mezzi per informare, educare, pregare ed evangelizzare, per portare in ogni luogo la Parola di
Dio, per raggiungere anche chi vive nella solitudine e che forse non aprirebbe mai la porta
della sua casa” 3.
Per questo la rete viene considerata “l’areopago
del nostro tempo, lo strumento per diffondere
il messaggio cristiano, ma occorre educare al
suo impiego poiché, come in ogni realtà che ci
circonda, l’elemento positivo si contrappone a
quello negativo, creando confusione e falsi valori” 4.
La questione educativa chiama in causa il ruolo
dei genitori nei confronti dei figli e degli educatori che seguono ragazzi e ragazze nelle diverse attività parrocchiali.
A tal proposito Elisa Manna in Anima e Byte ricorda che i genitori sanno bene che “essere tecnologici
non è sufficiente, che la loro vita richiederà, come
è sempre stato e sempre sarà, virtù morali come
la perseveranza, l’autocontrollo, la solidarietà,
il coraggio, la compassione, il senso profondo
della dignità umana; per conservare la propria
umanità e non trasformarsi in androidi con un
cuore inutilmente pulsante” 5.
Per gli educatori e i genitori è importante “essere consapevoli, conoscere i contenuti che viaggiano sui media tradizionali e sui nuovi media,
comprendere l’uso che dei media fanno i nostri
figli e capire come questi contenuti, queste ‘immagini del mondo’ possono interagire e interferire con i loro mondi vitali quotidiani” 6.
In questa lunga transizione sarà compito degli adulti riflettere con i bambini e le bambine destinati
a loro volta a diventare genitori ed educatori “sulle loro esperienze mediatiche, partendo noi adulti da convincimenti solidi e al tempo stesso elastici: per trovare con loro il punto d’oro dell’equilibrio” 7.
Per compiere questo nuovo cammino con consapevolezza occorre necessariamente prendersi del tempo per la riflessione, lo studio e l’ap-
11
profondimento di ciò che ci troviamo di fronte.
Non bisogna bruciare il tempo dietro la frenesia
dei ritmi imposti dalle logiche commerciali, perché così si rischia “sciogliere le relazioni umane”,
prime fra tutte quelle familiari e lavorative.
Al contrario si deve imparare a vivere il proprio
tempo in pienezza, perché è un bene prezioso
che ci è stato donato da Dio.
Questa pienezza sta a significare che il tempo
si deve impiegare anche per riconoscere l’altro
che incontriamo lungo la nostra strada, creare legami e reti sociali, disegnare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di governare il web con responsabilità, evitandone e superandone i pericoli, considerandolo un’opportunità di crescita.
In ultima analisi “i media possono costituire un
valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana e l’ethos delle società, quando diventano strumenti di promozione dell’universale partecipazione nella comune ricerca di ciò che è giusto”. (CV 73)
1
D. Zanon, Chiesa e società in rete, Edizioni San Paolo,
Milano, 2013, pagg. 105 – 106.
2
Ivi.
3
G. Costa, Editoria, Media e Religione, Libreria Editrice
Vaticana, Città del Vaticano, 2009, pag. 333.
4
Ivi.
5
E. Manna, Anima e Byte, Paoline Editoriale Libri, Milano,
2013, pag. 100.
6
Ivi.
7
Ivi.
Settembre
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12
Sara Bianchini*
C
omunicare bene, comunicare il bene: anche questo rapporto
dialettico (nel senso che un aspetto rimanda all’altro e poi
spiegherò perché) può essere fatto rientrare nel sottotitolo, nell’intenzione del Convegno diocesano circa la Chiesa e i nuovi
canali di comunicazione?
Per cercare di rispondere, presenterò tre ordini di riflessioni:
a) Il senso di una riflessione sui mezzi.
«In Chiesa siamo sempre gli stessi». Sento questa lamentela, obiezione da almeno diciotto anni. Chi ha qualche anno più di me sulle
spalle, probabilmente la sentirà ancora da prima.
Direi che – sostanzialmente – è falsa perché impossibile. Sarebbe vera
solo se in questi diciotto anni nessuno degli stessi fosse morto e nessuno dei nuovi (degli esterni) fosse arrivato.
Perché altrimenti qualche variazione
si deve per forza essere prodotta.
Saremo allora forse pochi, ma non
sempre gli stessi, non fosse perché
un po’ di selezione naturale ha operato. Questo che può sembrare uno
scherzo logico-filosofico, mi serve
in realtà per introdurre un dubbio iniziale.
Non sarà forse che riflettiamo sulla comunicazione e particolarmente sui suoi mezzi perché riteniamo
che le chiese si svuotano e sentiamo
che il Cristianesimo – almeno a nostro
dire – perde presa sulle persone, mentre percepiamo che i bisogni (nel senso di impegno e di priorità) della comunità cristiana sono tanti (voglio qui
provare a ragionare almeno nell’ottica
della Caritas e delle tante richieste
che le arrivano di fronte alle quali
ci sarebbe sempre maggiore bisogno di volontari che si impegnino ad
esaudirle) e dunque dobbiamo cercare di arrivare a contattare e coinvolgere “quelli di fuori”?
In sintesi: siccome il contenuto della nostra comunicazione è buono (perché è il Bene, perché è Gesù), ma
non riusciamo a farlo arrivare a destinazione, allora concludiamo che c’è
un problema nel modo di comunicare, motivo per cui dobbiamo
riflettere sui mezzi di comunicazione.Immagino che la logica conseguenza sia poi quella di chiedersi
come può la Chiesa usare i canali
di comunicazione più nuovi, più recenti (non sono affatto esperta in merito) quali i blog, facebook, la stessa
rete internet, o rivalutare quelli più
usuali come la televisione, la carta
stampata, etc etc etc.
La conclusione e la conseguenza sono – per la mia povera esperienza
– corrette, lecite e direi persino necessarie. Però sono incomplete. È
chiaro che se mi serve il microonde e lo uso per la prima volta, devo
almeno comprarmelo (o farmelo prestare) e farmi spiegare come funziona.
Ma la domanda ne presuppone un’altra: siamo proprio sicuri che mi serva il
microonde e cosa ci voglio
fare? Solo allora diviene
necessario leggere il libretto di istruzione sul mezzo, quando ho chiaro “se” e “come” esso possa corrispondere al fine.
E con questo voglio dire che la nostra riflessione sul rapporto fra i
mezzi di comunicazione e la Chiesa è più che urgente, se e solo se
ci decidiamo ad essere coadiuvati da persone veramente esperte (non
alla buona, come spesso nei nostri circoli si fa, basta uno che se ne
intenda un po’, tanto è una questione di religione, di Chiesa,
di volontariato, dunque non serve essere professionali, il che significa separare carità e verità!). Ma soprattutto tale riflessione è urgente se e solo se, ancora una volta, siamo disposti a rimettere in discussione il fine per
cui vogliamo comunicare, il contenuto che
desideriamo trasmettere.
b) Il problema della coerenza – e qui allora entra in gioco il problema della coerenza. Perché il bene (contenuto) può essere
comunicato, solo se lo facciamo bene
(mezzo-modo).
Una delle prime cose che si imparano quando si studia per prepararsi ad una professione che implica una relazione di aiuto (che
sia psicologica, educativa, etc) è che il contenuto
che noi trasmettiamo
può essere efficace solo
se profondamente coerente con colui che lo comunica.
Nella comunicazione della fede, religiosa o anche
solo umana, in Dio o nella propria crescita personale,
non posso dire che, per
esempio, credo nelle
possibilità di riuscita dell’altro se non lo penso veramente e se il mio modo
di comportarmi non fa trasparire all’esterno che lo
penso veramente.
La forma pregiudica la
materia e viceversa (ecco
perché parlavo all’inizio
di un rapporto dialettico).
E allora forse Segni:
campo estivo alla madonna della castagnache la
comunichiamo (si chiama
importanza della “testimonianza”).
Che non significa che la
verità della fede dipenda
da noi, ma sicuramente che non ha senso di “predicare” di amore, se
poi non lo sappiamo incarnare concretamente per l’altro a cui ne parliamo. Il che ci porta nuovamente a mettere in collegamento il fine e
continua nella pag. accanto
Settembre
2013
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Don Alessandro Di Medio:
Formare e formarsi in videoconferenza
L
a proposta di don Alessandro Di Medio, viceparroco di
San Giovanni Battista de la Salle al Torrino: una comunità virtuale che “fa rete” tra i ragazzi di varie parti del mondo (di Graziella Melina).
Un gruppo di ragazzi che si ritrovano tutti insieme per anni.
Poi alcuni di loro che si trasferiscono all’estero per lavoro. E alla
fine un computer connesso a internet che permette di rimanere collegati. È una storia, questa, ben nota alle nuove generazioni, se non fosse che i ragazzi in questione fanno parte di un
gruppo parrocchiale e che il collegamento in rete serve per seguire il percorso formativo in videoconferenza.
L’idea di usare internet per rinsaldare e accrescere il gruppo giovanile parrocchiale è venuta tre anni fa a don Alessandro Di Medio,
viceparroco di San Giovanni Battista de la Salle al Torrino.
Marchigiano, 35 anni, una laurea in Filosofia alla Statale di
Milano alle spalle, sacerdote dal 2007, don Di Medio arriva nella parrocchia dell’Eur cinque anni fa. Nella comunità si creano
i gruppi giovanili, si consolidano. Poi, con la partenza di alcuni
di loro, l’idea di usare internet.
«Tutto è avvenuto con naturalezza - spiega Di Medio -. La videoconferenza è un tipo di comunicazione che i giovani di oggi trovano normale. L’estate scorsa sono andato a Dublino e ho conosciuto alcuni dei colleghi di Daniele ed Elisabetta, i ragazzi del
gruppo romano che lavorano nel team di Google Italia.
Abbiamo deciso di organizzare incontri settimanali in videoconferenza
anche con loro. L’idea è piaciuta pure all’arcivescovo di Dublino.
Abbiamo ipotizzato un primo gruppo anglofono con un sacerdote irlandese».
La comunità virtuale si è intanto estesa anche ad altri ragazzi che vivono all’estero. Come Giorgia, che lavora alla Fao, in
Ghana. «Ogni settimana seguo tre gruppi “live”, ossia personalmente
in parrocchia – scherza don Di Medio – e poi c’è il gruppo in
videoconferenza».
Intanto viene l’idea di creare un blog: http://signaveritatis.blogspot.it/. È il nostro biglietto da visita.
La realtà - spiega il sacerdote - è infatti un insieme di sillabe che
Dio rivolge a ciascuno di noi». A questo blog è seguita poi una
pagina di Facebook (www.facebook.com/signaVeritatis), per «diffondere in modo immediato il nostro percorso». Che non è solo
virtuale: «da questi incontri alcuni giovani del gruppo hanno tratto spunto per creare una cooperativa sociale».
Quanto sia utile la rete per avvicinarsi alle esigenze e agli
interessi dei ragazzi, il giovane sacerdote, che insegna religione al liceo classico Vivona ed è anche rugbista, lo sa bene, tanto che su Youtube ha creato un canale chiamato ironicamente
“Youprete”, in cui tra l’altro recensisce film con ironia e disincanto.
«Ora - anticipa - vorremmo aprirne uno nuovo con video realizzati dagli stessi ragazzi». Poi precisa: «È vero, Internet è un
mezzo che contiene ambiguità. Sta però a chi conduce qualunque
percorso cristiano vigilare sulla loro rimozione e soprattutto proporre sempre dei contenuti».
(Tratto da RomaSette)
Chiara Giaccardi
Sociologa, docente presso l’Università Cattolica di Milano Chiara Giaccardi,
nata a Forlì nel 1959, si è laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica di
Milano, dove ha poi conseguito un master in semiotica della comunicazione;
è PhD. in Social Sciences presso la University of Kent (UK) e professore di
Sociologia dei processi culturali presso l’Università Cattolica di Milano, dove
insegna Sociologia e Antropologia dei Media e coordina il dottorato in Culture
della Comunicazione.
Sposata, madre di cinque figli, è presidente dell’organizzazione di volontariato ESKENOSEN, che si occupa di accoglienza e accompagnamento all’integrazione di famiglie di stranieri, e Vicepresidente della Fondazione Provinciale
della Comunità Comasca Onlus.
segue da pag. 12
il mezzo. E qui emerge il privilegio e il rischio, l’ipoteca di ogni cristiano
(e anche del volontario Caritas).
c) Il privilegio della Caritas – la cosa che forse ricordo meglio dei primi tempi di servizio in Caritas sono le parole che ci disse un formatore di Caritas italiana, più o meno così: tenete conto che molto spesso voi, della Caritas, al centro di ascolto, siete la prima persona che
il povero incontrerà. Per lui siete voi la Chiesa, il volto della Chiesa.
E ciò che voi farete sarà l’immagine che lui si farà della Chiesa e di
Gesù. Certo, questa osservazione ha dei limiti perché non si può totalmente “scaricare” su una persona l’intera immagine della fede.
Però è sostanzialmente vera. E per questo ci chiede profondamente
di avere pazienza, con noi stessi che siamo immagini imperfette e dobbiamo dunque crescere se vogliamo essere fedeli a ciò che trasmettiamo, con coloro che incontriamo i quali non hanno forse capacità e
possibilità di vedere in noi e oltre di noi, per arrivare subito al Regno
dei cieli.
Del resto, l’immagine del Regno come una rete, vuole anche richiamarci alla pazienza di Dio che vede in chiave di eternità, che ha un
senso di giustizia diverso dal nostro. E di tutto questo noi per primi
beneficiamo. E poi la rete è da tirare, richiede fatica ma prende tutto, nulla le sfugge. E questa è anche l’esperienza che noi tutti abbiamo vissuto.
*Caritas diocesana Velletri-Segni
14
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2013
rò perché non si
amareggiassero di
essere stati rigettati dal giardino
dell’Eden, dove
tutto era buono. Egli
non li abbandonò, ma li amò per
sempre.
Il Signore chiamò
l’uomo e la donna
e disse loro: “So che
vivrete giorni molto duri, giorni d’angoscia e di mali che
spezzeranno il
vostro spirito. Ma
sappiate che vi
amo e che non vi
mancherà mai niente. Perciò trarrò
dal mio tesoro una
perla. Eccola: è
una lacrima! E
quando una catastrofe vi colpirà, verserete questa lacrima dai vostri occhi
e troverete conforto
nella vostra tristezza!”.
Ho ripetuto molte
volte tra me e me
questo racconto,
specie in questi
anni in cui l’anima
Gesù guarisce la donna curva, opera di James Tissot
era sommersa dall’amarezza, anni
Claudio Capretti in cui “le lacrime sono il mio pane giorno e
notte”. Molte volte hanno lavato le mie mani e
“Vengono meno la mia carne e il mio
i miei sogni sono affogati in esse, ma sono stacuore; ma Dio è roccia del mio cuore,
te anche la mia unica consolazione alleviando
mia parte per sempre”.
un poco il mio dolore.
Ti ringrazio Onnipotente Signore per aver riserurva, piegata su me stessa con il cor- vato all’uomo la perla delle lacrime e per averpo e lo spirito, trascorro le giornate rivol- ci dato lo Shabat, giorno in cui posso entrare
gendomi a Te con queste tue Parole, nel tuo riposo, giorno in cui posso recarmi nel
e fissando l’unica cosa che riesco a guardare: luogo ad ascoltare la tua Parola. Solo questo è
le mie mani. Un tempo, esse erano colme di sogni rimasto tra le mie mani, una consolazione che
da realizzare ed era così bello sperare che si tengo ben stretta a me. E’ da poco trascorsa l’osarebbero trasformati in realtà. Non chiedevo poi ra nona, tra poco inizierà lo Shabat. Domani,
di raggiungere grandi mete, ma solo quelle che di buon mattino, quando le vie sono ancora deserl’orizzonte che avevo dinnanzi mi dava motivo te, appoggiata al mio bastone uscirò dalla mia
di sperare. Poi, circa diciotto anni fa, improvvi- casa per avvicinarmi nel tuo santo tempio e spesamente tutto si fermò. Anche il cielo si negò rimentare un’altra volta ancora che: “stare nelai miei occhi perché la malattia a cui sono lega- la soglia della casa del mio Dio, è meglio che
ta, mi impedisce di contemplarlo.
abitare nelle tende dei malvagi” . Rimanere
I sogni che un tempo erano chiusi nelle mie mani in ascolto di una tua Parola che venga ad accasono fuggiti via, al loro posto non ci sono che rezzare e risollevare un poco il mio cuore. Altro
lacrime per alleviare un poco il mio dolore. Già, non ho da chiederti o Signore.
le lacrime…, mi ricordo di un antico midrash, in “Ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla
cui si racconta che Adamo ed Eva dopo esse- condizione di servitù”, nascosta in un angore stati cacciati dall’Eden, andarono a fare peni- lo legata dalla mia malattia che mi impedisce
tenza presso il fiume Guihon chiedendo perdono di stare diritta e con lo sguardo chino a terra,
al Signore. L’Onnipotente, vedendo il loro pen- ascolto il rabbino che proclama questa Parola.
timento, fu preso da compassione e li rassicu- Inizia ora il suo commento, ma la mia mente e
C
il mio cuore non lo seguono. I pensieri entrano nella mente, arrivano al cuore e appare evidente che la mia condizione è simile a quella
del tuo popolo quando era servo in terra d’Egitto,
ancora prima che la tua mano potente per mezzo di Mosè, lo strappasse dal potere del faraone. I nostri padri erano schiavi non solo in senso fisico, ma lo erano doppiamente perché forzati al servizio, o meglio, al culto degli idoli egiziani. Vivevano anch’essi come me con la schiena piegata, incapaci di camminare diritti. Ma poi,
ascoltasti il suo grido e “ liberasti dal peso la
sua spalla, le sue mani hanno deposto la cesta”.
Vivo anch’io prigioniera del mio Egitto o Mitsrayim,
che nella mia lingua significa appunto: “angoscia dinamica, duplice angoscia, angoscia totale, luogo dove l’umano è definitivamente incastrato e rinserrato”; questo è ciò che dice la mia
realtà. Ho ben chiara la mia storia e proprio per
questo credo che solo Tu, Adonai, se lo vuoi,
puoi intervenire nella mia vita, come facesti con
il tuo popolo. In questo santo giorno di Shabat,
slegami o Signore dalla terra d’Egitto, slegami
dalla condizione di servitù, “vieni affrettati, ascolta la voce del mio grido”.
Piegata dai miei pensieri, sento un Uomo che
mi chiama a se, ha attorno delle persone ed è
come se stesse insegnando, deve essere un rabbì. Non ho nulla da perdere per questo mi avvicino a Lui, forse vorrà spiegare a chi lo sta ascoltando che il male che mi ha colpito è frutto di
una giusta punizione divina.
Per quanto mi sforzi di guardarlo non vi riesco,
non vedo i suoi occhi, eppure ho la sensazione che parta da Lui una intensa compassione
che mi avvolge. Più mi avvicino e più sento che
in Lui non vi è giudizio né condanna per la mia
condizione. Mi sembra quasi di percepire che
con delicatezza vuole entrare nella mia solitudine. “Donna, sei liberata dalla tua malattia”.
Ascolto, accolgo in me le sue Parole e sento
che sono vere, e sento le sue mani imporsi su
di me. Quella forza che troppe volte ho invocato
e mai è giunta mi invade rientra in me e permette che raddrizzi la mia schiena. Che miracolo è mai questo, chi è mai Costui che ha operato un prodigio così grande?
La gioia di essere inaspettatamente sanata invade la mia vita, oggi nel giorno di Shabat è giunta a me la liberazione e la tristezza cede il passo alla gioia alla gratitudine. Glorifico il tuo nome
Onnipotente Signore, che per mezzo di questo
tuo Profeta, ti sei ricordato di me e non hai permesso che il male mi tenesse prigioniera per il
resto della mia vita. Ora in pienezza posso dire
a tutti che la mia storia è stata come quella del
mio popolo, prima schiavo e poi liberato da Te.
“Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare;in
quelli dunque venite a farvi guarire e non in
un giorno di sabato”.
A parlare in questo modo è il capo della sinagoga, ma non capisco il senso di questa osservazione. E perché si sta rivolgendo alla folla e
non direttamente a Colui che mi ha guarito, e
perché non si rivolge a me che sono stata guarita? E’ come se con la sua autorità volesse alloncontinua nella pag. accanto
Settembre
2013
15
87ma Giornata
Missionaria Mondiale
I
l tema della 87ma Giornata Missionaria Mondiale,
che sarà celebrata il 20 ottobre prossimo, è un
invito esplicito ad andare “sulle strade del mondo”, nella consapevolezza che la fede vive in ciascuno
di noi solo se usciamo per incontrare il cuore dell’altro, sulla strada che egli sta percorrendo. Papa Francesco
nel suo Messaggio per la GMM, proprio a conclusione
dell’Anno della fede, ci esorta a riflettere sulla Fede
come dono prezioso di Dio, che, però, “chiede di essere accolta, chiede cioè la nostra personale risposta,
il coraggio di affidarci a Lui, di vivere il suo amore,
grati per la sua infinita misericordia. E’ un dono, poi,
che non è riservato a pochi, ma che viene offerto con
generosità. Tutti dovrebbero poter sperimentare la
gioia di sentirsi amati da Dio, la gioia della salvezza!
Ed è un dono che non si può tenere solo per se
stessi, ma che va condiviso. Se noi vogliamo tenerlo soltanto per noi stessi, diventeremo cristiani isolati, sterili e ammalati. (…)
Ogni comunità è “adulta” quando professa la fede,
la celebra con gioia nella liturgia, vive la carità e annuncia senza sosta la
Parola di Dio, uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle “periferie”, soprattutto a chi non ha ancora avuto l’opportunità di conoscere
Cristo.”
La missionarietà, viene ribadito nel Messaggio, non è un aspetto marginale
della vita cristiana, ma deve diventare la dimensione caratterizzante di ogni battezzato, di ogni comunità cristiana, che non può non far proprio il mandato di
Gesù di essere testimone della Buona Notizia fino ai confini della terra (At 1,8).
Scrive Francesco: “Tutti siamo inviati sulle strade del mondo per camminare con i fratelli, professando e testimoniando la nostra fede in Cristo e
facendoci annunciatori del suo Vangelo.
Invito i Vescovi, i Presbiteri, i Consigli presbiterali e pastorali, ogni persona e
gruppo responsabile nella Chiesa a dare rilievo alla dimensione missionaria nei
programmi pastorali e formativi, sentendo che il proprio impegno apostolico non
è completo se non contiene il proposito di “rendere testimonianza a Cristo di
fronte alle nazioni”, di fronte a tutti i popoli”. E non ci si può sottrarre all’annuncio sostenendo che così facendo si viola la libertà dell’altro. Non si tratta
certo di “imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza di Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà ... è un omaggio a questa libertà» (Esort, ap. Evangelii nuntiandi, 80).
segue da pag. 14
tanare le anime da questo Profeta che mi ha slegata, come se volesse scoraggiare i presenti ad
avere ogni contatto con il mio Salvatore.
Deve essere la voce di chi non ha il coraggio
di rivolgersi direttamente a quest’Uomo, ed è privo di ogni libertà interiore. E’ la voce di chi non
osa affrontare ne Colui che mi ha sanato ne tanto meno me stessa. Se solo venissi interpellata direi quanto sono stati penosi questi diciotto
anni di solitudine, di schiavitù, darei testimonianza
di questo prodigio, non temerei di dire che quest’Uomo
è il Messia che attendiamo.
No, devo continuare a glorificare Dio per non
avermi abbandonata, devo dare testimonianza
della mia fede. Ora posso guardarti negli occhi
Signore, ora posso ringraziarti di vero cuore, dirti che canterò per sempre la salvezza che hai
operato in me.
“Dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di
proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo.”
In un momento in cui spesso sono altri i messaggi
ad essere proposti, anzi imposti, come la violenza,
la menzogna, “dove l’orizzonte del presente e del
futuro sembrano percorsi da nubi minacciose, si
rende ancora più urgente portare con coraggio
in ogni realtà il Vangelo di Cristo, che è annuncio di speranza, di riconciliazione, di comunione,
annuncio della vicinanza di Dio, della sua misericordia, della sua salvezza, annuncio che la potenza di amore di Dio è capace di vincere le tenebre
del male e guidare sulla via del bene. L’uomo del
nostro tempo ha bisogno di una luce sicura che rischiara la sua strada e che solo l’incontro con Cristo può
donare.”
L’invito di Papa Francesco è rivolto alla comunità ecclesiale intera, che talvolta vive proprio al suo interno
la mancanza del fervore, della gioia e del coraggio
di annunciare il Messaggio di Cristo. Eppure “evangelizzare non è mai un
atto isolato, individuale, privato, ma sempre ecclesiale. (…)
E questo dà forza alla missione e fa sentire ad ogni missionario ed evangelizzatore che non è mai solo, ma parte di un unico Corpo animato dallo Spirito
Santo.” Continua il Papa “ La Chiesa - lo ripeto ancora una volta - non è un’organizzazione assistenziale, un’impresa, una ONG, ma è una comunità di
persone, animate dall’azione dello Spirito Santo, che hanno vissuto e vivono lo stupore dell’incontro con Gesù Cristo e desiderano condividere questa esperienza di profonda gioia, condividere il Messaggio di salvezza che
il Signore ci ha portato.
E’ proprio lo Spirito Santo che guida la Chiesa in questo cammino.” Il Messaggio,
nella sua parte finale, sottolinea l’impegno delle giovani Chiese che inviano generosamente missionari alle Chiese, spesso di antica cristianità, che si trovano
in situazioni di difficoltà – “portando così la freschezza e l’entusiasmo con cui
esse vivono la fede che rinnova la vita e dona speranza”.
L’invito di Francesco, dunque, è di percorrere le strade del mondo, di varcare i confini delle proprie sicurezze, anche comunitarie, per incontrare i fratelli
e le sorelle, insieme ai quali rinnovare la speranza e la fede in un Dio che si fa
prossimo all’uomo. Non dobbiamo “ aver paura dì essere generosi con il
Signore” – conclude il Pontefice: Gesù ci consola dicendoci «Coraggio, io ho
vinto il mondo» (Gv 16,33).
Ora, ti volgi direttamente verso il capo della sinagoga, non temi di affrontarlo e gli dici:
“Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla
mangiatoia per condurlo ad abbeverarsi?. E
questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per diciotto anni, non doveva
essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”. Maestro buono anche se sono
solo una donna, comprendo il senso di ciò affermi con potenza e verità. Anch’io ero legata alla
corda della sofferenza da uno spirito malvagio.
Io necessitavo di dissetarmi alla fonte della salvezza, di essere liberata dal maligno.
Se può essere sciolto un animale nel giorno di
sabato a maggior ragione dovevo esserlo io che
sono creatura di Dio. Continuo a gioire perché
oggi la casa della mia anima non è più abitata
dal faraone che mi teneva legata a se, non più
serva, non più piegata su me stessa, finalmente
libera.
Tutti i tuoi avversari o dolce Maestro, digrignano i denti e si vergognano perché hai messo
in luce un legalismo che paralizza, che sa misurare le scelte della vita con il metro dell’egoismo.
Misura ingiusta destinata a venire alla luce ad
essere smascherata. E’ la medesima vergogna
di Adamo che dopo il peccato si nascose perché egoisticamente ha voluto farsi dio di se stesso. Continuino a stare nelle loro schiavitù, nelle loro invidie. Da ora in poi il mio posto è tra
tutti coloro che esultano per le meraviglie che
compi in mezzo a noi. A tutti coloro che ti invocano e che credono in Te, annuncerò per sempre: “Vedano i poveri e si rallegrino; voi che
cercate Dio, fatevi coraggio, perché il
Signore ascolta i miseri e non disprezza i suoi
che sono prigionieri”.
16
L
a donna saggia costruisce la sua casa,
quella stolta la demolisce con le proprie
mani» (Pr 14,1). Questa antica massima della Scrittura vale per la casa come per il
creato, che possiamo custodire e purtroppo anche
demolire. Dipende da noi, dalla nostra sapienza scegliere la strada giusta.
Dove imparare tutto ciò? La prima scuola di custodia e di sapienza è la famiglia. Così ha fatto Maria
di Nazaret che, con mani d’amore, sapeva impastare «tre misure di farina, finché non fu tutta
lievitata» (Mt 13,33). Così pure Giuseppe, nella sua bottega, insegnava a Gesù ad essere realmente «il figlio del falegname» (Mt 13,55). Da
Maria e Giuseppe, Gesù imparò a guardare con
stupore ai gigli del campo e agli uccelli del cielo, ad ammirare quel sole che il Padre fa sorgere sui buoni e sui cattivi o la pioggia che scende sui giusti e sugli ingiusti (cfr Mt 5,45).
Perché guardiamo alla famiglia come scuola di
custodia del creato? Perché la 47ª Settimana
Sociale dei Cattolici Italiani, che si svolgerà dal
12 al 15 settembre 2013 a Torino, avrà come
tema: La famiglia, speranza e futuro per la
società italiana.
Nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del
Concilio Vaticano II, poi, rileggiamo la costituzione pastorale Gaudium et spes, che alla famiglia, definita «una scuola di umanità più completa e più ricca», dedica una speciale attenzione: essa «è veramente il fondamento della
società perché in essa le diverse generazioni
si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa ed
a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze nella vita sociale»
Settembre
2013
(n. 52). In questo cammino
ci guida il luminoso magistero
di Papa Francesco, che ha
esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a
«coltivare e custodire il
creato: è un’indicazione di Dio
data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di
noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il
mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un
giardino, un luogo abitabile
per tutti…
Il “coltivare e custodire” non
comprende solo il rapporto
tra noi e l’ambiente, tra
l’uomo e il creato, riguarda
anche i rapporti umani. I Papi
hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di
crisi; lo vediamo nell’ambiente,
ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la
persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve
più – come l’anziano.
Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari,
che sono ancora più deprecabili quando in ogni
parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione»
(Udienza Generale, 5 giugno 2013).
«Come la famiglia può diventare una scuola per
la custodia del creato e la pratica di questo valore?», chiede il Documento preparatorio per la
47ª Settimana Sociale. Come Vescovi che hanno a cuore la pastorale sociale e l’ecumenismo,
indichiamo tre prospettive da sviluppare nelle
nostre comunità: la cultura della custodia che
si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male.
Gratuità. La famiglia è maestra della gratuità
del dono, che per prima riceve da Dio.
Il dono è il suo compito e la sua missione nel
mondo. È il suo volto e la sua identità. Solo così
le relazioni si fanno autentiche e si innesta un
legame di libertà con le persone e le cose.
È una prospettiva che fa cambiare lo sguardo
sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore.
Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti,
nella gioia della condivisione fraterna, nella cura
per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua,
la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del
territorio. Viviamo in un giardino, affidato alle nostre
mani. «L’essere umano è fatto per il dono, che
ne esprime e attua la dimensione di trascendenza»,
ricorda Benedetto XVI nella Caritas in veritate
(n. 34), in «una gratuità presente nella sua vita
in molteplici forme, spesso non riconosciute a
causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza».
Reciprocità. La famiglia ha una importanza decisiva nella costruzione di relazioni buone con le
persone, perché in essa si impara il rispetto della diversità. Ogni fratello, infatti, è una persona diversa dall’altra. È in famiglia che la diversità, invece che fonte di invidia e di gelosia, può
essere vista fin da piccoli come ricchezza.
Già nella differenza sessuale della coppia sponsale che genera la famiglia c’è lo spazio per costruire la comunione nella reciprocità. La purificazione delle competizioni fra il maschile e il femminile fonda la vera ecologia umana.
Non l’invidia (cfr Gen 4,3-8), allora, ma la reciprocità, l’unità nella differenza, il riconoscersi l’uno dono per l’altro. «Questa era la nostra gara
– attesta San Gregorio Nazianzeno parlando della sua amicizia con San Basilio Magno – non
chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro
di esserlo». È la logica della reciprocità che costruisce il tessuto di relazioni positive.
Non più avversari, ma collaboratori. In questa
visione nasce quello spirito di cooperazione che
si fa tessuto vitale per la custodia del creato,
in quella logica preziosa che sa intrecciare sussidiarietà e solidarietà, per la costruzione del bene
comune.
Riparazione del male. In famiglia si impara anche
a riparare il male compiuto da noi stessi e dagli
altri, attraverso il perdono, la conversione, il dono
di sé. Si apprende l’amore per la verità, il rispettodella legge naturale, la custodia dell’ecologia
sociale e umana insieme a quella ambientale.
Si impara a condividere l’impegno a “riparare
le ferite” che il nostro egoismo dominatore ha
inferto alla natura e alla convivenza fraterna.
Da qui, dunque, può venire un serio e tenace
impegno a riparare i danni provocati dalle catastrofi naturali e a compiere scelte di pace e di
rifiuto della violenza e delle sue logiche.
È un impegno da condurre avanti insieme, come
comunità, famiglia di famiglie. Perché i problemi di una famiglia siano condivisi dalle altre famiglie, attenti a ogni fratello in difficoltà e ogni territorio violato. Con la fantasia della carità.
Un segno forte di questa cultura, appresa in famiglia, sarà infine operare affinché venga custodita la sacralità della domenica. Anche “il profumo della domenica”, infatti, si impara in famiglia. È soprattutto nel giorno del Signore che la
famiglia si fa scuola per custodire il creato.
Si tratta di una frontiera decisiva, su cui siamo
attesi, come famiglie che vivono scelte alternative.
La preghiera fatta insieme, la lettura in famiglia
della Parola di Dio, l’offerta dei sacrifici fatti con
amore rendano profumate di gratuità e di fraternità vera le nostre case.
Roma, 7 giugno 2013
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI
SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER
L’ECUMENISMO E IL DIALOGO
Settembre
2013
17
don Dario Vitali*
M
olti si sorprendono quando si illustra lo sviluppo del dogma
cristologico, che trova il suo punto di arrivo nei simboli dei
grandi concili del IV-V secolo. La difficoltà non solo ad ammettere, ma addirittura a pensare un tale sviluppo, peraltro già in atto –
come si è visto – all’interno del Nuovo Testamento, risiede in una forma mentis che si è sedimentata in secoli di predicazione e di catechesi
fondata sullo schema della cosiddetta «cristologia dall’alto» o «cristologia dell’incarnazione». Si tratta di quella linea di pensiero che legge
la vicenda di Gesù di Nazareth a partire non dalla nascita, ma dall’eternità: il Figlio di Dio a un certo punto della storia prende carne mortale per salvare l’umanità decaduta. Tale schema si è imposto proprio
a partire dai grandi concili, che hanno fissato in modo definitivo le verità su Cristo. Infatti, le affermazioni del Simbolo della fede si sviluppano secondo questa logica discendente:
«Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato, non creato, della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo
e per opera dello Spirito santo si è incarnato nel seno della
Vergine Maria
e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture,
è salito al cielo, siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti
e il suo regno non avrà fine».
Come si può arguire dal segno prima delle frasi, le prime affermazioni
indicano come il Cristo che noi celebriamo come Signore, sia il Verbo
eterno nello stadio della preesistenza: la sua identità di Unigenito
dal Padre è situata «prima di tutti i secoli» e non dipende
da alcun atto nel tempo, perché egli è il Figlio da sempre generato, della stessa sostanza del Padre,
come mostrano con insistenza le formule: «Dio
da (ek) Dio, luce da luce, Dio vero da Dio
vero». Solo dopo aver affermato queste verità, si introduce il piano della storia, con
quello schema di discesa- ascesa, exitus-reditus, abbassamento (kenosis)glorificazione che il Nuovo Testamento
utilizza in continuazione per descrivere la missione salvifica di Cristo.
Si afferma, in sequenza, la sua partecipazione all’opera della creazione,
per illustrare poi, con una serie di
affermazioni concatenate, l’incarnazione, la redenzione, la
resurrezione e ascensione per essere intronizzato alla destra del Padre
come l’unico Signore, giudice dei
vivi e dei morti che alla sua venuta instaurerà definitivamente il Regno.
È facile rendersi conto che le affer-
mazioni contenute nella Sacra Scrittura sono quelle riferite alla storia
della salvezza: quelle della preesistenza sono affermazioni della Chiesa,
la quale ha esplicitato fino alle estreme conseguenze la sua certezza
che in Gesù di Nazareth si è compiuta la salvezza. Se egli è il Salvatore,
allora non è stato preda della morte, ma Dio lo ha riscattato. La resurrezione, poi, non è per un momento, ma è una glorificazione per sempre alla destra del Padre.
Da quella condizione gloriosa, Cristo è sorgente perenne della salvezza
perché invia lo Spirito, il quale è la prova che egli non è rimasto preda
della morte, perché un morto non può dare lo Spirito. Perciò in Cristo
è data la «nuova creazione», «l’uomo nuovo» creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. Ma chi è autore della nuova creazione
non può essere estraneo alla prima: in Cristo, dunque, sono state fatte tutte le cose, quelle del cielo e quella della terra. Ma egli non è un
demiurgo, un dio minore, come nelle emanazioni della filosofia platonica o plotiniana: è il Figlio eterno, l’Unigenito del Padre: «In principio
era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Il Verbo si è
fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,1. 14).
La sequenza di queste affermazioni mostra quella «dilatazione cristologica» che è avvenuta nella fede della Chiesa, fino alle ultime esplicitazioni nei simboli della fede, che parlano di Cristo come «una persona in due nature: divina e umana», come farà il concilio di Calcedonia
nel 451. Si tratta, appunto, di un processo di progressiva esplicitazione, che viene convenzionalmente come «cristologia dal basso»: si parte dall’umanità di Cristo, scoprendone progressivamente dietro il velo
della carne l’insondabile mistero, che è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (cfr 1Cor 1,31).
Ma non bastava ripetere le affermazioni del Nuovo Testamento? In realtà, i primi secoli furono attraversati da tante eresie cristologiche, che
rischiavano di ridurre la figura di Cristo a un termine solo dell’unione
ipostatica: o Dio, o uomo, non Dio e uomo.
Contro il mistero dell’incarnazione, che risultava per gli eretici un assurdo inconcepibile, si preferisce una razionalizzazione: Cristo è soltanto
uomo, straordinario quanto si vuole, ma uomo, che Dio ha innalzato,
adottandolo come Figlio; o, al contrario, il Verbo è soltanto Dio e
non può farsi uomo, ma appare solo come tale, facendosi vicino agli uomini quanto si vuole, ma senza mai
corrompersi nella carne.
Adozionismo e docetismo in tutte le forme
anche più bizzarre sono stati gli opposti
di un moto pendolare che rischiava di
amputare la persona di Cristo, compromettendo la salvezza che egli ci
ha ottenuto. Ma i Padri della
Chiesa ripetevano in continuazione
che è salvato soltanto ciò che Dio
ha assunto. Consiste in questo
il principio soteriolagico che sta
al fondamento delle affermazioni cristologiche del Credo.
La Chiesa non ha inventato nuove verità cristologiche, ma ha semplicemente difeso la salvezza cristiana dalle amputazioni e dai
travisamenti. Come potrebbe salvare il Verbo eterno che fosse
continua a pag. 18
Settembre
2013
18
I SANTI DELL’ANNO
DELLA FEDE / 8
Stanislao Fioramonti
CATERINA (KATERI) TEKAKWITHA (“colei che sposta le cose”) nacque
nel 1656 a Osserneon (oggi Auriesville), nell’odierno stato di New York;
il padre, pagano, era della tribù Mohawk (Irochesi); la madre algonchina, era stata battezzata dai primi missionari gesuiti del Nord America.
All’età di quattro anni una epidemia di vaiolo, malattia introdotta dai colonizzatori europei, devastò la sua tribù; morirono i genitori e un fratellino e lei stessa, adottata dallo zio, portò per sempre in volto i segni del
contagio. Da giovane seguiva la sua gente negli spostamenti nelle foreste
per la caccia e la pesca; rifiutò ogni proposta di matrimonio per dedicarsi totalmente a Gesù.
Fu battezzata all’età di 20 anni il giorno di Pasqua del 1676 ad Albany
da missionari francesi e, per fuggire dalle persecuzioni dei parenti, si
rifugiò nella missione dei Gesuiti a Sault, vicino a Montreal. Là ricevette
la Prima Comunione, il 25 marzo 1679 fece voto di verginità perpetua
e lavorò, fedele alle tradizioni del suo popolo - anche se rinunciò alle
convinzioni religiose della sua
gente - sino alla morte per tubercolosi, avvenuta il 17 aprile 1680,
all’età di 24 anni, a Caughnawaga
in Quebec (Canada), nella cui
chiesa di San Francesco
Saverio sono conservati i suoi
resti.
Dopo la morte scomparvero dal
suo viso i segni del vaiolo.
Beatificata da Giovanni Paolo
II il 22 giugno 1980, prima beata dei pellerossa d’America, con
San Francesco d’Assisi è stata poi proclamata patrona
dell’Ecologia. E’ stata protagonista della GMG di Toronto, nel
2002.
Negli Stati Uniti è ricordata il 14
luglio. Parlando di lei in piazza S. Pietro il giorno della sua
canonizzazione (21 ottobre 2012), papa Benedetto XVI ha detto tra l’al-
tro: “Vivendo un’esistenza semplice, Kateri rimase fedele al suo amore
per Gesù, alla preghiera e alla Messa quotidiana. Il suo più grande desiderio era conoscere Dio e fare ciò che a Lui piace. Kateri ci impressiona
per l’azione della grazia nella sua vita in assenza di sostegni esterni, e
per il coraggio nella vocazione tanto particolare nella sua cultura. In lei,
fede e cultura si arricchiscono a vicenda! Il suo esempio ci aiuti a vivere
là dove siamo, senza rinnegare ciò che siamo, amando Gesù! Santa Kateri,
patrona del Canada e prima santa amerindia, noi ti affidiamo il rinnovamento della fede nelle prime nazioni e in tutta l’America del Nord!
Dio benedica le prime nazioni!”.
Dopo i 14 frati francescani massacrati dai protestanti a Praga nel 1611
(13 ottobre 2012) e dopo don Pino Puglisi vittima della mafia nel 1993
(25 maggio 2013), il 16 giugno di questo Anno della Fede si è anche
celebrata a Carpi, all’esterno della cattedrale ancora danneggiata dal terremoto dell’Emilia, la beatificazione di ODOARDO FOCHERINI.
Giornalista dell’Avvenire d’Italia e dirigente diocesano di Azione
Cattolica, padre di sette figli, è morto a 37 anni nel lager nazista di Hersbruch,
il 27 dicembre 1944, per aver difeso e aiutato perseguitati politici ed ebrei
negli anni dell’ultimo conflitto. Il cardinale Angelo Amato, prefetto della
Congregazione delle cause dei santi, che ha presieduto la cerimonia di
beatificazione come inviato di
papa Francesco, ha detto che
Focherini “è il primo giornalista italiano a diventare beato
e non esitò ad anteporre il bene
dei fratelli all’offerta della
propria vita”.
La sua difesa generosa degli
ebrei perseguitati – ha proseguito - evidenzia la lezione
della carità che ci ha lasciato e la sua coerenza alla fede
battesimale e al fondamentale codice umano-divino del
decalogo”, specie in un tempo in cui in molte parti del mondo proprio i cristiani sono indifesi e perseguitati.
Del nuovo beato, che salvò 105 ebrei dalla morte certa, ricordiamo solo
questa frase:“Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa
fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non di averne salvati in
numero maggiore”.
segue da pag. 17
un’apparenza e non realmente «uno di noi in
tutto, fuorché nel peccato»? o un Messia che
fosse soltanto uomo?
La fede della Chiesa non fa altro che applicare questa verità semplice e irrinunciabile,
scandalosa ma salvifica a tutti i momenti della vita di Cristo, spingendo lo sguardo indietro, fin nel cuore della Trinità.
Qui la Chiesa contempla lo sgorgare della salvezza nel mistero stesso di Dio, il quale «ci
ha benedetti con ogni benedizione spirituale
nei cieli in Cristo, nel quale ci ha scelti prima
della creazione del mondo per essere santi e
immacolati nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef
1,3s).Queste verità la Chiesa instancabilmente
le ripete, proclamando il suo credo nell’unico Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio
di Dio! Gli articoli del Credo non sono un
teorema, ma la custodia vigile e ferma delle condizioni della salvezza.
*Docente Ordinario alla
P.U.G. di Roma
Nell’immagine del titolo, a pag.17:
Cristo benedicente con Maria e San Giovanni,
mosaico facciata del Duomo di Spoleto;
l’immaggine a sinistra: Il concilio di Calcedonio
da una grafica medioevale.
Settembre
2013
19
San Pietro e la caduta di Simon Mago, Benozzo Gozzoli (1461-1462)
mons. Franco Risi
P
rima di evangelizzare, prima di annunciare la Buona Novella ai fratelli e alle
sorelle, è opportuno, per ogni credente,
porsi un interrogativo basilare: vivo autenticamente la Parola annunciata e trasmessa al prossimo? Credo in questa Parola? La rendo fondamento di ogni scelta della mia vita?
La risposta a queste domande è rintracciabile
nella qualità della nostra fede, dono di Dio da
coltivare e alimentare. La fede è l’unico mezzo di cui disponiamo per avvicinarci a Dio: se
essa è sana, la linfa divina circola abbondantemente in noi; se, al contrario, è malata, le nostre
doti e i nostri talenti finiranno per inaridire. Ed
è proprio grazie alla fede che possiamo scoprire e accogliere l’unica parola che salva, la
Parola di Dio, apportatrice di verità, di luce e
di certezza per la nostra vita piena di dubbi e
perplessità. Gesù stesso ci ricorda il primato
della Parola di Dio, una parola che rende davvero beati: «una donna alzò la voce di mezzo
alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”. Ma egli
disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la
parola di Dio e la osservano!”» (Lc 11,27-28).
La Bibbia ci insegna, sin dalle prime pagine del-
la Genesi, che la vicinanza a Dio permette all’uomo di testimoniare le sue virtù, la lontananza,
invece, mette l’uomo di fronte alla presenza distruttrice del peccato e della corruzione. La Sacra
Scrittura descrive la storia più profonda ed esistenziale dell’umanità: in essa sono coinvolti pagani, giudei e i seguaci di Cristo.
L’umanità di ieri e di oggi rientra in questa storia umana che oscilla continuamente fra peccato e santità. Perciò la Bibbia sa rispecchiare la natura dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò
l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue
narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente»; la natura umana, fatta di polvere
e del soffio di Dio, dove la polvere è la peccaminosità umana e il soffio divino rappresenta
l’impasto di santità che Dio ci ha trasmesso nel
momento stesso della nostra creazione.
Per uscire dalla peccaminosità e dall’errore e
per ripulirsi dalla polvere l’uomo ha bisogno allora di orientare continuamente lo sguardo a Dio
e ricordare di avere in sé quel soffio vitale di
Dio che lo rende potenzialmente capace di vivere una vita secondo la volontà del Padre.
Il male, presente in ogni epoca storica, scaturisce nel momento in cui l’io umano cerca di
mettersi al posto di Dio, dove l’uomo crede nelle sue sole capacità e costruisce il mondo come
se Dio non esistesse.
Un confronto e una verifica libera e fiduciosa
tra l’uomo e la Parola di Dio permette l’incontro con Gesù Risorto, via, verità e vita.
Consapevoli di questo, siamo poi chiamati a farci interrogare da Gesù stesso, il quale, a Cesarea
di Filippo chiede ai suoi Apostoli e a tutti noi:
«Chi dice la gente che io sia?» (Mt 16,13).
Questa domanda ci coinvolge e mette continuamente
in discussione la nostra disponibilità a Gesù:
saremo pertanto credenti autentici se avremo
la prontezza e il coraggio di rispondere con le
stesse parole di Pietro, «Tu sei il Cristo, il Figlio
del Dio vivente»(Mt 16,16). Il commento di Gesù
a questa risposta di Pietro è la chiave di lettura della nostra fede: «Beato sei tu, Simone [….]
perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io dico
a te: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non
prevarranno su di essa» (Mt 16,17-18). La fede
di Pietro, la nostra fede, non proviene da noi,
dalle nostre capacità, bensì da Dio stesso, facciamo la professione di fede perché illuminati
dal Padre, Egli ci dona la grazia di credere in
Lui e di pregarlo.
Solo se riconosciamo nel Padre l’origine e il senso della nostra esistenza, Cristo potrà fidarsi
continua a pag.21
Settembre
2013
20
GESÙ SPOGLIATO DELLE VESTI
Ecco l’aia dove il grano del frumento celeste è trebbiato.
Nudo è il Padre, squarciato il velo del Tempio.
Mettono le mani su Dio, la Carne della Carne sussulta,
l’Universo, raggiunto nella sua fonte,
si scuote fin nelle profondità delle sue viscere!
Noi, giacché si sono divisi le vesti e l’inconsutile tunica,
alziamo gli occhi e osiamo guardare
il puro Gesù.
Non ti hanno lasciato nulla, Signore, hanno preso tutto,
gli indumenti che stanno a contatto con la carne,
come oggi strappano il saio al monaco
e il velo alla vergine consacrata.
Hanno preso tutto, non gli resta più nulla per coprirsi.
Non ha più alcuna difesa, è nudo come un verme,
e, denudato, a tutti è esposto.
Andiamo! Questo qui è il vostro Gesù?
Fa ridere. E’ tempestato di colpi imbrattato di sputi.
È un soggetto per gli psichiatri e la polizia.
-Tauri pingues obsederunt me. Libera me, Domine, de ore canis-.
[…]
GESÙ MUORE IN CROCE
È vero, finora aveva sofferto: ma ora muore.
La grande Croce, nella notte,
sembra palpitare dolcemente
al ritmo del respiro di Dio.
Nell’immagine del titolo:
Gesù spogliato delle vesti, opera di Ottavio Mazzoni, Cento.
don Ettore Capra
T
ra gli scrittori francesi più significativi della prima metà del secolo XX
occupa senza dubbio posto di tutto rilievo Paul Clodel, la cui opera letteraria ed esperienza esistenziale si incardinano, come la macina operosa del mulino, dopo l’esperienza deludente dell’ambiente positivista della Parigi
dell’epoca, sulla conversione avvenuta sotto le gotiche volte, scampate alla furia
rivoluzionaria del secolo XVIII, di Notre Dame, nel vespro del Natale del 1886
al canto dei bambini che intonano il Magnificat; è nel mistero dell’incarnazione
del Verbo che la Fede diventa cordiale e possibile. Cosi egli stesso racconta:
“Allora accadde in me l’avvenimento straordinario e misterioso che avrebbe dominato tutta la mia vita. A un tratto, mi sentii toccare il cuore, ed io credetti.
Credetti con una tal forza di adesione, con un tale sollevamento di tutto il mio
essere, con così profonda convinzione, con una certezza così esente da ogni
dubbio possibile che, dopo, tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutte le peripezie di
una vita agitatissima, non furono capaci di scuotere la mia fede e nemmeno
d’intaccarla. Fu: una rivelazione improvvisa e ineffabile; fu la sensazione netta e tagliente dell’innocenza purissima e dell’eterna infanzia di Dio.
...Felici quelli che credono! Se fosse vero! — Si, è vero! — Dio esiste, è là, è
qualcuno, un essere personale come me! — Egli mi ama e mi chiama“.
Nel mese dedicato al Sangue preziosissimo del Signore, sparso dalla
Circoncisione al Golgota in Redenzione delle anime nostre propongo non già
una pagina dell’opera più conosciuta del drammaturgo di Villeneuve, L’annuncio
a Maria, ma la traduzione di alcune frasi tratte dalla sua Via Crucis:
Nulla manca.
Basta lasciar fare allo Strumento:
saprà esso certamente spremere e strappare ogni possibile sofferenza
dalla sorgente del suo corpo,
dalla sua anima,
e dalla sua unione ipostatica, là dove le due nature, divina e umana,
si congiungono alla radice dell’essere.
Egli è assolutamente solo
come Adamo, quand’era solo nell’Eden:
per tre ore è solo ad assaporare il Vino dell’indicibile ignoranza dell’uomo,
di fronte al silenzio di Dio.
Ospite nella nostra carne mortale,
Dio sente ora il corpo farsi pesante
e la fronte, a poco a poco, si china:
non vede più la Madre, e il Padre l’abbandona.
Assapora il calice
e la morte, lentamente, lo avvelena.
Non ti basta, dunque, questo aceto mescolato a fiele.
Perché, tutto a un tratto, ti raddrizzi e gridi:
Sitio?
Hai sete, Signore? È a me che ti rivolgi?
È di me e dei miei peccati che hai bisogno ancora?
Manco dunque solo io,
prima che tutto sia compiuto?
Oeuvres complètes, Gallimard, Bibliothèques de la Pléiade, Paris 1962-1965
Settembre
2013
Stanislao Fioramonti
ANNO 2007
I martiri: 21, 15 sacerdoti, 3 diaconi, 1 religioso,
1 religiosa, 1 seminarista.
I luoghi del martirio: Africa 4; America 7, Asia 8;
Europa 2.
Uno il testimonio italiano: 15 febbraio, Manizales,
Colombia: p. MARIO BIANCO, 91 anni, missionario della Consolata IMC, (Valdellatorre, TO), 25
novembre 1916).
E’ morto in seguito alle conseguenze di una
aggressione subita il 4 febbraio.
Alcuni malviventi
avevano fatto
irruzione nei locali che un tempo
ospitavano il
Seminario della
Consolata a
Manizales.
Nella struttura
viveva p. Mario
insieme ad un
altro missionario italiano e ad alcune persone occupate nei servizi, mentre i seminaristi risiedono ora
altrove. Nel tardo pomeriggio di domenica 4 febbraio alcuni banditi sono entrati nei locali, hanno
legato e malmenato p. Mario e una impiegata ed
hanno aggredito anche l’altro sacerdote, che poco
dopo era rientrato.
Per alcune ore i malviventi hanno cercato soldi
e oggetti di valore, alla fine sono fuggiti sull’automobile dei missionari, ritrovata due giorni
dopo, portando con sé oggetti per un valore di qualche migliaio di euro. P. Mario è stato subito ricoverato in ospedale, non appena i banditi si sono
dati alla fuga, ma nonostante le cure è morto per
infarto il 15 febbraio.
segue da pag. 19
di noi e quindi costruire sulla roccia salda della nostra vita tante belle cose, così come ha
fatto con Pietro. La nostra fede dunque, proveniente dalla relazione con la Trinità, Padre
e Figlio e Spirito Santo, potrà essere vissuta
in maniera autentica solo se riusciremo a riconoscere, come fece Pietro, in Gesù il Figlio di
Dio inviato dal Padre, il nostro Salvatore, e, soprattutto, ad imitarlo nella nostra vita per conformarci sempre più al suo amore.
Non è infatti sufficiente insegnare i precetti della legge di Dio, ma è necessario metterli in pratica prendendo esempio da Gesù, il quale «fece
e insegnò» (At 1,1); è necessario vivere ciò in
cui crediamo e testimoniare Cristo con convinzione:
«il mondo di oggi non ascolta più volentieri i maestri, ma ascolta i testimoni. E se ascolta i maestri, è perché sono testimoni» (Paolo VI, Ev. Nuntianti,
41). Nel terzo millennio, il mondo ha ancora sete
di testimoni autentici, di cristiani che vivono il
21
ANNO 2008
I martiri: 20, 1 arcivescovo
(Paulos Faraj Rahho, caldeo
di Mosul in Iraq, rapito il 29 febbraio da un commando armato e trovato ucciso il 12 marzo
nei dintorni di Mossul), 16
sacerdoti, 1 religioso, 2 volontari laici. Nessun italiano tra i testimoni di quest’anno.
I luoghi del martirio: Africa 5,
America 5, Asia 8, Europa 2.
Mons. PAULOS FARAJ RAHHO,
arcivescovo caldeo di Mosul in
Iraq, 65 anni, è stato rapito da
un commando armato il 29 febbraio a Mosul, dopo aver
celebrato la Via Crucis,
all’uscita della chiesa
dello Spirito Santo;
nell’attentato sono stati uccisi l’autista e le due
guardie del corpo. Il corpo dell’Arcivescovo è
stato rinvenuto il 13 marzo, dopo un avviso dei
rapitori, sepolto nei
dintorni di Mosul.
Il nunzio apostolico in
Giordania e Iraq, mons.
Francis Assisi Chullikat,
ha ricordato che la vittima era “un uomo di pace
e di dialogo, collante tra cristiani e musulmani”;
Benedetto XVI, durante la messa in suffragio
dell’Arcivescovo celebrata nella cappella
“Redemptoris Mater” il 17 marzo, così lo ha ricordato: “Mons. Rahho ha preso la sua croce e ha
seguito il Signore Gesù, e così ha contribuito a
portare il diritto nel suo martoriato Paese e nel
mondo intero, rendendo testimonianza alla verità. Egli è stato un uomo di pace e di dialogo. So
che egli aveva una predilezione particolare per i
Vangelo integralmente.
Si sente sempre più il bisogno di persone oneste e coerenti nella vita ecclesiale e sociale, di
uomini e di donne che credono in ciò che fanno, che sanno comunicare pace, sicurezza ed
entusiasmo, capaci di saper perdonare, disposti
a rischiare e a sacrificarsi per i loro ideali cristiani. Edith Stein descrive chiaramente le modalità con cui abbracciare questi valori di vita cristiana: «Naturalmente, la religione non va vissuta in un piccolo angolo tranquillo, per qualche ora, per le grandi feste [Natale, Pasqua e
feste patronali], ma deve […] essere radice e
fondamento di tutta la vita, e non soltanto per
alcuni eletti [sacerdoti o religiosi], ma per ogni
vero cristiano» (lettera di Edith Stein a Suor Callista
del 12 febbraio 1928).
La nostra fede, fondata sulla Parola di Dio che
ci nutre e ci fortifica, deve portarci, come disse papa Francesco nella sua prima omelia ai
cardinali nella Cappella Sistina, il giorno suc-
poveri e i portatori di handicap, per la cui assistenza fisica e psichica aveva dato vita a una speciale associazione denominata Gioia e Carità (“Farah
wa Mahabba”), alla quale aveva affidato il compito di valorizzare tali persone e di sostenere le
famiglie, molte delle quali avevano imparato da
lui a non nascondere tali congiunti e a vedere Cristo
in essi. Possa il suo esempio sostenere tutti gli
iracheni di buona volontà, cristiani e musulmani,
a costruire una
convivenza
pacifica, fondata sulla fratellanza umana
e sul rispetto
reciproco”.
La morte dell’arcivescovo
era stata preceduta, il 3 giugno 2007, dall’uccisione in un altro attentato del
parroco della chiesa dello Spirito Santo di Mosul,
don RAGHIID GANNI, 34 anni, e di tre suoi diaconi a colpi di pistola sparati da un uomo davanti alla chiesa.
cessivo alla sua elezione, a prediligere tre comportamenti fondamentali: camminare, edificare, confessare.
«Quando non si cammina, ci si ferma. Quando
non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede
quello che succede ai bambini sulla spiaggia
quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza […].
Quando camminiamo senza la Croce, quando
edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani» (papa
Francesco, omelia del 14 marzo 2013).
Queste parole del Papa ci fanno comprendere che quando la fede in Gesù Cristo, Figlio di
Dio, è vissuta in modo autentico e umile, la vita
del cristiano viene trasfigurata e assume un valore di testimonianza indispensabile perché il mondo di oggi accetti e accolga con entusiasmo il
Vangelo annunciato.
Settembre
2013
22
don Gaetano Zaralli
E
ro lì a ripulire il tratto antistante la chiesa dalle cianfrusaglie lanciate la sera
prima sulle teste dei coniugi che avevano festeggiato i venticinque anni di matrimonio.
Ero particolarmente preso dal brillio di una monetina che appariva strana cosa ai miei occhi, ma
non troppo, dopo averne scoperte altre sparse qua e là sull’acciottolato.
Talvolta si è incerti nel decidere se lasciare ai
poveri le briciole che cadono dall’abbondanza
stupida dei ricchi, o se è meglio mettere insieme quelle piccole cose con la speranza di rimediare un gruzzoletto magari per un misero cappuccino al bar.
Il saluto della signora che nel frattempo con passo incerto si era fatta d’appresso, ha distratto
il mio sguardo da terra. Era minuta, vestita di
nero e un bastone la sorreggeva senza troppa
convinzione. Sull’occhio sinistro portava una benda. Ad una certa età è facile che la cataratta
scenda a velare la vista… ed è altrettanto facile sostituire il pezzo malato nello spazio di qualche giorno…
Si trattava, invece, di qualcos’altro. Tra due giorno la signora Rosa avrebbe subito l’asportazione
dell’occhio: ormai le cure che duravano da circa trent’anni non erano più efficaci, anzi provocavano soltanto infezioni pericolose.
La signora Rosa veniva spesso ad ascoltare la messa con
il marito, lei accanita devota
di P. Pio e lui abbarbicato anima e corpo a San Gennaro.
Da questa frequentazione
era nata una certa familiarità che ora mi permetteva di
scherzare.
- E il tuo P. Pio non ti dà una
mano a risolvere il problema
dell’occhio?
- Quando era in vita, qualche
volta mi ha dato retta, ma da
quando se n’è andato in cielo e lo hanno fatto santo, quello là s’è montata la testa: tutti lo pregano, tutti lo invocano, ma lui pensa ad altro.
Ho lasciato che si sfogasse
la signora, poi, insieme, siamo entrati in chiesa.
- Dimmi qualcosa, ti prego, sono troppo avvilita… dimmi qualcosa!…
- Sii contenta!… Pensa, dopo che ti avranno cavato l’occhio sinistro, potrai piangere ancora… con
il destro.
Sciocchezza più assurda non potevo dire, eppure un abbozzo di sorriso è affiorato sul quel viso
che si arricciava appena sotto la benda.
E’ iniziata la messa e nella conversazione omiletica ho raccontato il disagio della signora Rosa,
e soprattutto che mai prima di allora aveva pensato di dover dubitare sull’aiuto di P. Pio…
- Signora mia, fa come faccio io: da molti anni
ormai non prego più né santi né madonne. Da
quando mi hanno detto che loro per fare i miracoli debbono chiedere il permesso a Dio, mi rivolgo direttamente a lui e aspetto…
Alla signora, che con accento romanesco aveva cercato di risistemare la fede di Rosa, fecero eco altre voci, altri pareri, soprattutto sulla
figura di P. Pio, che la stampa e la televisione
in quei giorni stavano di nuovo tartassando mettendo in dubbio il fatto delle stimmate.
- E se fosse vero che quelle stimmate erano solo
un bluff ?… E’ fin troppo facile far traballare una
fede che poggia sul terriccio incerto delle devozioni. Forse per questo, quando è possibile, prendo la palla in balzo per scavare e costruire fondamenta più solide a ridosso delle fatue voglie
di miracolo, perché la fede, almeno nelle cose
essenziali, stia al riparo. Ma non sempre l’operazione
mi riesce.
Solo qualche giorno fa, sempre a proposito della santità di P. Pio, ho ricevuto un certo numero di lettere che in modo diverso ponevano il
problema.
Scrive Adriana:
“La mia fede non ha mai guardato ai miracoli… La mia fede non si nutre di prodotti preconfezionati,
urlanti e compiacenti di cose che poco hanno
a che fare con un Credo religioso.
La mia fede mi scava dentro: si insinua nelle
pieghe più recondite dell’anima, disseta le mie
paure, i miei dubbi, consola i miei errori, nella
speranza di rendermi una persona migliore...
Poco importa se le stigmate di Padre Pio siano state o no un bluff….
Non possiamo né giudicare, né rendere giustizia, poiché, appunto, parliamo di fede...
Guardando oltre, forse eviteremo quel baratro
di vuoto e solitudine nel quale potremmo precipitare cadendo nella trappola dei “troppi” che
ci vorrebbero salvare...”.
Mi si allarga il cuore quando ho la fortuna di incontrare persone che con disinteresse danno sostegno alla propria fede, senza dover ricorrere a
quelle immagini che si portano in processione
e che la generosità dei devoti ingioiella abbondantemente.
Un prete, che l’onestà conduce al rispetto di
un qualsiasi modo di intendere la propria religiosità, deve pur fare chiarezza nel suo intimo,
perché il groviglio delle esperienze altrui non
lo soffochi e perché i propri interessi non lo inducano a strumentalizzare la fragilità dei semplici. La messa è finita. Sono andato a salutare
la signora Rosa.
- Prega per me!… E lunedì mattina accendimi
una candela…
- A chi vuoi che l’accenda?
Strizzando l’occhio sano e spedendo un sorriso al cielo…
- A Padre Pio!
La candela l’ho accesa, ma
a S. Giuseppe.
Forse perché l’ho visto meno
pressato dalle anime in
pena, forse perché l’ho trovato più disponibile ad accogliere le suppliche della
signora Rosa; forse, e questa è la versione da ritenere più attendibile, perché per me prete… un santo vale l’altro, specie
quando a chiedere la
grazia è una signora
anziana che comunque,
rassegnata, si appresta a
piangere con un occhio solo.
Settembre
2013
23
Stanislao Fioramonti
I
l 24 aprile scorso, dopo quasi 20 anni di attesa, sono riuscito ad esaudire un desiderio:
quello di incontrare una eremita. Sorella Teresa
Bertoncello da Cittadella (PD), 84 anni, è una
donna all’apparenza minuta e fragile, ma in realtà forte come l’acciaio, o forse nel caso suo sarebbe meglio dire forte come l’amore, perché da
un quarantennio vive da sola, fisicamente lontana dal mondo, riempiendo ogni sua giornata
di preghiera e di misticismo, e per il resto confidando nella Provvidenza. A 20 anni era
entrata nelle suore Figlie di S. Giuseppe, ma
pian piano si rese conto che non era quella la
vita che sognava.
Nel 1971 iniziò la sua prima esperienza eremitica
ad Acquaiure, frazione di Spoleto sotto il valico della Somma; dal 1986 si trasferì definitivamente sul Monteluco di Spoleto, in località
Camporìo, 45 minuti a piedi dalla frazione di
Patrico (tre famiglie residenti, una delle quali ha
un agriturismo). Un monte, quello spoletino, da
secoli nido di eremiti, perché fin dal V secolo
vi si insediarono comunità orientali al seguito
di S. Isacco di Siria, che da questa “Tebaide umbra”
si diffusero in seguito sul Subasio, in Valnerina
e in Val Castoriana (S. Eutizio), e lasciarono il
loro segno anche sul giovane Benedetto da Norcia.
“Qui dimorano silenzio e preghiera” è scritto all’ingresso del minuscolo e grazioso Eremo degli
Angeli, posto al limite del bosco a circa 1100
metri di altitudine, da dove durante i mesi invernali non si può uscire per la neve.
Lo abbiamo raggiunto a piedi da Patrico,
circa 3 km, e per un’ora buona abbiamo potuto parlare (e fotografare) la
piccola donna dai capelli bianchi e
il viso tondo, che da 40 anni pratica
in perfetta solitudine soprattutto la preghiera – con le labbra e con tutto il
corpo - per tutta l’umanità.
“La preghiera – dice – è una relazione di amore che investe la mente, il cuore e il corpo di chi prega.
La mente risveglia il cuore, il cuore si ravviva e illumina il corpo, il corpo apre le ali per elevarsi con la mente e il cuore”.
Non solo la preghiera, però, ma tanto altro: la meditazione, la contemplazione, lo studio della Bibbia, la scrittura delle vite dei Santi, l’esegesi poetica dei salmi, l’approfondimento teologico, e poi anche il lavoro
manuale (l’orto, la raccolta della legna per il focolare) e un minimo di contatto sociale con i parenti e gli amici: il sabato mattina sorella Teresa di
solito va a Spoleto per la spesa o a Patrico per
ricevere telefonate, ritirare la posta e nella chiesetta della frazione – dove dice messa un frate minore del convento di Monteluco - rifornirsi del Santissimo Sacramento, da custodire nella sua cappellina con gli angeli affrescati, che
danno il nome al luogo.
“La devozione ai celesti protettori – ha scritto
suor Teresa – assorbita con la cultura cattolica conobbe un improvviso forte impulso nel-
le prime ore del mio isolamento eremitico (...);
l’angelo del Signore si era accampato attorno
all’eremo a proteggermi.
L’assistenza degli Angeli di Dio ha ripetuto la
propria manifestazione lungo i decenni della
mia austera solitudine durante i quali fiducia
umana e soccorso dall’alto si sono sostenuti
con apporto reciproco”.
La sua casetta bassa e chiara, da lei stessa costruita, fu restaurata una prima volta nel 1993, dopo
un incendio provocato dallo scoppio della
bombola del gas, incendio da cui la donna si
salvò saltando dalla finestra e di cui porta ancora i segni cicatrizzati sul volto.
Quando la vidi per la prima volta, a Patrico, l’8
gennaio 1994, suor Teresa era ancora fasciata al capo e alle braccia per le ustioni; fu allora, dopo quell’apparizione fugace, che mi venne il desiderio di conoscerla, un desiderio che
dopo tanto tempo sono finalmente riuscito a realizzare! Dopo un’altra consistente ristrutturazione
nel 1986, l’eremo fu ribattezzato col nome biblico di Colle di Refidim.
E’ formato da tre piccolissimi locali: la minuscola
cappella con gli angeli affrescati; un ambiente
un pò più ampio con un bel camino, il lettuccio,
il tavolo da studio e una piccola libreria; e una
cucinetta. Fuori c’è un pozzo-cisterna per la raccolta dell’acqua piovana (per quella potabile c’è
una fonte vicina) e, sul tetto, un solo pannello
solare che basta per le necessità minime di illuminazione della casa, almeno d’estate perché
d’inverno, quando il sole resta a lungo nascosto, si usano le candele.E’ stata un’esperienza
di vita molto bella, per noi, anche perché sorella Teresa è una donna assolutamente normale, concreta, convinta e felice della sua scelta, orgogliosa della sua
esistenza “sospesa” tra cielo e terra, tutta presa dalla preghiera a
Dio e per il prossimo.
Una donna che non ti dà l’impressione
di “non esserci”, perché quando
le scatti una foto e vede che non
è venuta troppo bene, magari perché il sole le ha prodotto qualche
ruga o qualche palpebra socchiusa,
se ne fa scattare un’altra; e
quando le chiedi come fa a muoversi – quando deve muoversi –
alla sua età, risponde che ha risolto il problema acquistando una macchinina, che si vede parcheggiata in garage.
E inoltre, anche se non ha TV, computer e telefonino (roba che quassù non “prenderebbe”),
e se accende la radio solo per pochissimi minuti la mattina durante la colazione, si dimostra
molto informata su come va il mondo, ha le sue
idee sulle magagne della società civile e dà l’impressione di conoscere molto bene le cause e
le conseguenze della crisi, morale prima che economica e politica, del nostro tempo.
Eremita nel vero senso della parola dunque, sorella Teresa, ma non estranea al mondo, per il quale si sente utile soprattutto grazie alla preghiera che gli dedica ogni giorno.
Una cosa non quantificabile, forse, ma certamente utile, forse più di tante parole e discorsi e documenti programmatici.
Settembre
2013
24
Sr. Francesca Langella ap.
el numero precedente abbiamo visto come
la preghiera è quel luogo privilegiato nel
quale poter ascoltare la voce di Dio che
chiama. Nella preghiera possiamo vivere una piena relazione con Dio, riconoscere la sua volontà, scoprire la nostra vocazione e rispondere con
generosità e fede alla sua chiamata.
La preghiera prepara e guida le nostre scelte e
ci aiuta nell’arte del discernimento. I Vangeli ci
presentano molto spesso Gesù che prega; egli
ama ritirarsi in preghiera, in un luogo solitario per
incontrarsi con Dio Padre. Egli invita anche noi
a pregare, a non fermarsi mai, a non stancarsi
mai di pregare. Una delle immagini più belle la
troviamo nel racconto di Matteo (cfr. Matteo 9,3538) dove incontriamo Gesù che esorta i suoi discepoli a pregare per un’intenzione particolare e specifica: per le vocazioni.
Pregare per le vocazioni significa ricordare e confessare che la vocazione è dall’alto, viene da Dio,
è dono suo: Dio è il soggetto che plasma le chiamate e solo lui le può sostenere.
Dio è il ‘principio’ della chiamata e ne è il ‘fine’
ma questi due poli si possono tenere insieme solo
pregando. Gesù percorre tutte le città insegnando,
annunciando il regno di Dio e guarendo ogni malattia e infermità. In questo cammino ci chiede di
condividere la sua stessa compassione per l’umanità, di provare i suoi stessi sentimenti e desideri: che ogni persona, in ogni luogo e in ogni
tempo, possa incontrare l’amore di Dio per essere guarita, ricevere l’annuncio della Parola che
salva e dare senso alla propria esistenza.
Gli operai sono pochi: questo il motivo profondo che ci spinge a chiedere a Dio il dono di nuove vocazioni, di provvedere, nella sua immensa bontà e secondo la sua volontà, alla sua messe, al suo gregge, al suo popolo, a ogni suo figlio.
L’invito a pregare per tutte le vocazioni è personale
e tocca ciascuno, ma è anche comunitario, eccle-
N
siale, cioè coinvolge tutti i credenti affinché si formi sempre più una profonda coscienza vocazionale.
Pregare per le vocazioni non è semplicemente
riempire una carenza e un bisogno vocazionale, ma è innanzitutto la necessità di ravvivare continuamente il dono della nostra personale vocazione (non c’è nessuno che non abbia “vocazione”
perché ogni vita è vocazione).
Nella comunità cristiana la preghiera per le vocazioni, si sta qualificando sempre più come preghiera di ringraziamento, perché Dio non perde
la sua fiducia nell’uomo e chiama sempre; come
preghiera d’invocazione allo Spirito Santo, che
ci permette di riconoscere i doni di Dio e la nostra
responsabilità personale nella Chiesa e nell’umanità; come preghiera di domanda, per chiedere esplicitamente al Signore delle chiamate nuove e generose risposte.
Il documento Nuove vocazioni per una nuova Europa
(n. 27a) ci ricorda proprio che: “La preghiera
nelle comunità diocesane e parrocchiali, in
molti casi resa anche «incessante», giorno e notte, è una delle vie maggiormente percorse per creare nuova sensibilità
e nuova cultura vocazionale favorevole
al sacerdozio e alla vita consacrata.
L’icona evangelica del «Padrone
della messe» conduce al cuore della pastorale delle vocazioni: la preghiera.
Preghiera che sa
«guardare» con
sapienza evangelica
al mondo e ad ogni
uomo nella realtà
dei suoi bisogni di vita
e di salvezza.
Preghiera che esprime la carità e la
«compassione» di
Cristo verso l’umanità,
che anche oggi appa-
Alessandro Leoni e Teodoro Beccia
I
l titolo di queste poche righe può ingannare facendo tornare alla
memoria una famosa sceneggiatura cinematografica di fine anni
’90. Questa invece è la nostra storia. Abbiamo lasciato la nostra
vita quotidiana fatta di doveri, impegni, interessi
e passioni per iniziare un cammino del quale non conoscevamo che il momento presente
e Colui il quale ci invitava ad imitare i suoi passi. Direzione: Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, 25 ottobre 2006.
È proprio qui che lo scorso maggio abbiamo varcato per l’ultima volta
la soglia di quel grande portone che ci ha visti entrare e uscire lungo
questi sette intensi anni. Ogni giorno trascorso in quella che per noi è
stata una “seconda casa” ha fatto sì che fossimo ciò che oggi siamo, il
re come «un gregge senza pastore».
Preghiera che esprime la fede nella voce potente del Padre, che solo
può chiamare e mandare a lavorare nella Sua
vigna.
Preghiera che esprime la speranza viva in Dio,
il quale non farà mai mancare alla Chiesa gli «operai» necessari a portare a compimento la sua missione”. In questi ultimi anni qui in Italia sta crescendo e maturando nell’ambiente ecclesiale la
sensibilità vocazionale e nascono diverse iniziative
di preghiera.
Il Centro Diocesano Vocazioni* della nostra diocesi, propone il Monastero Invisibile per le Vocazioni:
una scheda di preghiera che viene inviata personalmente o nelle parrocchie a chi ha aderito
all’iniziativa e ogni primo giovedì del mese una
“rete invisibile” di persone prega per le vocazioni.
Per far parte di questa “comunità orante” ci si può
iscrivere e ricevere la scheda di preghiera scrivendo a: [email protected]
In conclusione, la preghiera per le vocazioni, non può essere intesa come semplice richiesta di un numero maggiore di chiamati.
Non siamo invitati a pregare
affinché vi siano molti o più operai nella messe del Signore;
dobbiamo piuttosto pregare
affinché tutti quelli che il
Signore chiama, quanti egli
vuole e come egli sa, siano, con il suo aiuto, veri
operai nella sua messe.
*ufficio che ha la finalità di animare “vocazionalmente” le comunità cristiane della Diocesi: parrocchie, associazioni, movimenti,
comunità religiose,… perché sia
messa al centro dell’azione educativa e pastorale l’attenzione
alla vocazione di ogni battezzato,
in qualsiasi età e situazione di vita.
tutto unito al nostro bagaglio personale.
Tale percorso è stato reso possibile attraverso la cura e la premura di coloro che erano preposti alla nostra crescita umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Le scalate per conoscere se stessi, gli altri e l’Altro non sono mancate…
e, pensandoci bene, non siamo neanche giunti al traguardo, anche se
la vetta si staglia sopra di noi. Ciò che ci consola però sono le parole
che Gesù ci ha lasciato: «Voi conoscete la via» (Gv 14, 4).
Dopo attento discernimento da parte nostra e dei nostri formatori, lungo questi anni abbiamo conseguito le tappe importanti del cammino, quali l’ammissione tra i candidati agli Ordini Sacri
del Diaconato e del Presbiterato, il ministero del Lettorato e il ministero dell’Accolitato.
Desiderando ora consacrarci totalmente al
servizio di Dio e della Chiesa, avendo accolto la nostra richiesta, il Vescovo
tra qualche giorno ci ordinerà diaconi imponendo le sue mani su di noi
come un tempo gli Apostoli con i loro successori. Tale segno vuole esprimere l’invocazione dello Spirito Santo affinché effonda la sua grazia sul
nostro futuro ministero che svolgeremo separatamente in una delle parcontinua nella pag. accanto
Settembre
2013
25
n.d.r
M
ercoledì 25 Settembre 2013, nella cornice del Convegno Diocesano due
seminaristi della nostra Chiesa diocesana, Teodoro Beccia e Alessandro Leoni saranno ordinati diaconi dal nostro Vescovo Vincenzo.
Attraverso l’imposizione delle mani, lo Spirito
Santo discende sul candidato, che diventa un
Ministro Ordinato. Senza essere Sacerdote non
è laico e senza essere laico non è sacerdote.
E non è neanche Vescovo. Diciamo che il Diacono
è una figura situabile al centro, tra il laico ed il
Sacerdote ma non necessariamente intermedia e con una sua funzione specifica.
Egli, infatti, non è un sacerdote perché non presiede l’Eucaristia e non assolve i peccati. Più
in generale, non si colloca all’interno della comunità cristiana nella stessa posizione del parroco. Inoltre, nella maggior parte dei casi il diacono è coniugato ed ha una sua professione.
Egli non è “un semplice laico”: riceve infatti il
sacramento dell’Ordine, che lo immette tra i membri del clero, ha una propria veste liturgica, sull’altare ha un posto suo, ha il compito di proclamare il vangelo e di tenere l’omelia, ha l’obbligo di celebrare la liturgia delle ore a nome
dell’intera Chiesa, può celebrare la liturgia del
battesimo, benedire le nozze, accompagnare
alla sepoltura i defunti. Egli è un Ministro di Cristo
a tutti gli effetti.
Il Ministero diaconale è triplice. Il Diacono viene cioè ordinato per il Ministero della Parola,
della Liturgia e della Carità:
Diaconia della Parola. Oltre alla proclamazione
del Vangelo e alla predicazione, il Diacono permanente svolge il suo servizio nella catechesi, in particolare nella preparazione ai Sacramenti:
prepara le famiglie che chiedono il battesimo
per i propri figli, prepara le coppie al Sacramento
del matrimonio, accompagna le famiglie nella
vita coniugale, segue piccoli gruppi per un cammino di fede (centri di ascolto).
Egli è chiamato anche a trasmettere la Parola
nell’ambito professionale e nei luoghi di lavoro, anche prevedendo modalità specifiche di annuncio. (cfr. 25 e 26 Direttorio)
Diaconia della liturgia. Oltre al servizio all’altare in senso stretto il Diacono permanente “promuove celebrazioni che coinvolgano tutta l’assemblea, curando la partecipazione interiore di
tutti e l’esercizio dei vari ministeri” (30 Direttorio).
Fra i Sacramenti, quello del matrimonio può avere grande giovamento dal servizio diaconale.
“I Diaconi sposati possono essere di grande aiuto nel proporre la buona notizia circa l’amore
coniugale, le virtù che lo tutelano e nell’esercizio di una paternità cristianamente e umanamente
responsabile” (33 Direttorio).
Ad essi può essere affidata la cura della pastorale familiare. Altro ambito specifico è la cura
pastorale degli infermi, sia nel servizio operoso per soccorrerli nel dolore, ma anche nella
preparazione a ricevere il sacramento dell’unzione e la loro preparazione ad una morte cristiana. (cfr. 34 Direttorio)
Diaconia della carità. Il diacono permanente,
come Ministro ordinato, è a servizio del popolo di Dio. I suoi ambiti specifici possono essere le opere di carità parrocchiali e diocesane,
le opere di educazione cristiana (animazione degli oratori, dei
gruppi ecclesiali e delle professioni
laicali, la promozione della vita
in ogni sua fase) e di servizio
sociale nel dovere della carità
e dell’amministrazione, esercitati in nome della gerarchia (cfr.
38 Direttorio).
I tre ambiti del Ministero diaconale potranno a seconda delle
circostanze assorbire una percentuale più o meno grande dell’attività di ogni Diacono, pur rimanendo inseparabilmente uniti nel
servizio. Spetta al Vescovo
conferire al Diacono l’ufficio ecclesiastico a norma del diritto.
“I Diaconi possano svolgere il
proprio ministero in pienezza… e non vengano relegati a
impegni marginali o a funzioni
meramente supplettive. Solo così
apparirà la loro vera identità di
Ministri di Cristo e non come laici particolarmente
impegnati.” (40, Direttorio).
Il Vescovo può conferire ai Diaconi l’incarico di
cooperare alla cura pastorale di una parrocchia
affidata a un solo parroco o possono essere destinati alla guida, in nome del parroco o del Vescovo,
delle comunità cristiane disperse (cfr. 41,
Direttorio).
A loro due e a tutti diaconi del mondo facciamo gli auguri di un servizio che sia retribuito con
gioia e riconoscenza dal popolo di Dio, perché
attraverso il loro servizio giunga alle persone
che incontreranno la carezza misericordiosa del
Signore che guida e accompagna sempre la Sua
Chiesa pellegrina sulla terra, che ha sempre bisogno della Grazia del Signore che passa anche
il servizio di alcuni fratelli che nella conoscenza dei loro limiti e potenzialità si sono donati
totalmente al Signore per servirlo, per amarlo
con il cantico della stessa loro vita.
segue da pag. 24
rocchie della nostra Diocesi. Nella scelta di un versetto della Scrittura
che caratterizzasse noi e questo momento così importante, abbiamo ritenuto più opportuno scegliere Gv 13, 15: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho
fatto a voi».
L’esempio di cui parla Gesù è dare la propria vita per amore, un amore a 360°.
È l’ulteriore sfida che siamo chiamati a vivere in questi tempi dove l’uomo ricco continua ad arricchirsi e dove il povero continua ad impoverirsi. Sì, la crisi è dell’uomo
nella sua integrità che viene continuamente
sedotto dall’“oro che luccica”.
Di fronte a tutto ciò, Papa Francesco, grande uomo di Dio, ci aiuta però a non per-
dere di vista l’essenziale.
Dice: «Dove c’è la Croce, per noi cristiani c’è la speranza, sempre.
Se non c’è la speranza, noi non siamo cristiani. Per questo a me piace dire: non lasciatevi rubare la speranza.
Che non ci rubino la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che
ci porta avanti guardando il Cielo»
(Omelia, 15 agosto 2013).
Chiediamo infine di pregare per noi affinché possiamo, con la grazia divina, vivere la nostra vita a servizio di Dio e della
Chiesa, uniti a coloro che il Signore ci ha
posto e vorrà continuare a metterci davanti lungo le strade della vita.
Settembre
2013
26
+ Vincenzo Apicella, vescovo
E
cclesia compie esattamente nove anni e giunge al suo centesimo numero: è un traguardo importante, che consente anche di
fare un provvisorio bilancio ed una opportuna verifica. Per avere un certo termine di paragone sono andato a rileggermi il primo numero, del settembre 2004, uscito in concomitanza con l’annuale Convegno
diocesano di programmazione, aperto dalla prolusione dell’allora
Cardinale Ratzinger sul tema “Essere Chiesa oggi in Europa”, lo stesso tema sarà poi da lui stesso ripreso in una ormai famosa conferenza
tenuta a Subiaco poco tempo prima della sua elezione al Soglio Pontificio.
Un grande passo in avanti si nota subito confrontando le dimensioni, l’impaginazione e la veste tipografica di quel primo numero con quello di
oggi: segno di una crescita e di un perfezionamento che rivelano subito l’impegno con cui viene ancora portata avanti questa importante iniziativa diocesana.
Se poi leggiamo la pagina programmatica, a firma di mons. Angelo Mancini
e la presentazione del vescovo
Andrea Maria Erba, ritroviamo le finalità che ancora giustificano e, anzi,
esigono, la prosecuzione di un lavoro non certo facile e leggero.
Il primo scrive che il mensile diocesano intende “contribuire attraverso
la comunicazione alla maturazione della nostra chiesa locale”, il secondo
lo presenta come “vincolo di comunione tra tutte le realtà che compongono
la nostra Diocesi” per “rafforzare il senso di appartenenza alla Chiesa” e creare “una rete di solidarietà e di conoscenze”.
Comunicazione e comunione, quindi, rimangono gli obiettivi di
fondo, che esigono ambedue una comune premessa, che si
può sintetizzare nel termine “collaborazione”.
Sempre continuando nel raffronto, risulta evidente il cammino
fatto finora, però è anche chiaro che queste sono realtà che
non possono essere mai date per scontate, ma vanno riprese e rilanciate ad ogni numero. Anzi, man mano che il cammino procede, diventa sempre più impegnativo essere all’altezza di raggiungere le finalità che ci si è proposti: aumenta il volume
delle comunicazioni, che, a volte, non arrivano in tempo utile, la comunione corre il rischio di affievolirsi, se si trascura di far conoscere ed utilizzare lo strumento, la collaborazione, poi, dipende dalla disponibilità
delle persone, che occorre continuamente sollecitare, a cominciare dai
responsabili dei servizi pastorali diocesani.
Davvero grande, quindi, è il debito di riconoscenza che abbiamo nei
confronti di chi, da nove anni, si fa carico di garantire che ogni mese
Ecclesia sia puntuale all’appuntamento in ogni angolo della Diocesi, svolgendo anche il compito importante di Bollettino Ufficiale degli atti di Curia.
Occorre, a mio parere, anche riprendere quell’auspicio di Mons. Erba,
che vedeva Ecclesia come un forum aperto a tutti e, possibilmente, prevedere un allargamento del Comitato di redazione, che possa far fronte alle accresciute esigenze. Infine la constatazione che Ecclesia rappresenta anche un valido “biglietto da visita” per la nostra comunità ecclesiale, se si deve dar credito ai tanti apprezzamenti che ho potuto registrare in questi anni, provenienti dalle persone e dagli ambienti più disparati. Ancora molti soni i margini di
miglioramento possibili, non resta quindi che affrontare il giro di boa del centesimo numero con ancora maggiore
impegno e determinazione, augurando
buon lavoro a don Angelo e a tutti i
suoi collaboratori.
Nella foto:
2004 - L’allora cardinal Joseph
Raztinger e il vescovo
mons. Andrea M. Erba
in un momento del Convegno
Pastorale nel quale fu
presentato il primo numero di
Ecclesia in C@mmino.
Settembre
2013
Don Dario Vitali*
D
a dieci anni, per sms o per posta elettronica, arriva puntuale, intorno alla metà
del mese, l’immancabile messaggio: «Ricordo
ai collaboratori di Ecclesia di inviare i loro contributi». Alla cartella «diocesi» del mio computer,
i files sono ormai molti, e contengono i pezzi che,
dopo aver accettato la richiesta di don Angelo di
collaborare al giornale, ho scritto per Ecclesia. Si
tratta di commenti ai convegni diocesani, di articoli d’occasione, ma soprattutto dei commenti all’enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia,
e poi, per cinque anni, il commento alla Lumen
gentium e ora il commento al Credo, durante l’anno della fede.
A causa degli impegni accademici, di tempo non
ne ho molto, e spesso ho dovuto scrivere i pezzi in «zona Cesarini», qualche volta non sono riuscito, soprattutto in questo ultimo anno, ad onorare l’impegno. Ma sono contento di questo piccolo servizio alla mia diocesi, che si è trasformato
in un’opportunità di grande importanza per me.
Non perché avessi bisogno di quello spazio: il servizio ecclesiale che svolgo mi obbliga a produrre continuamente contributi per riviste teologiche.
Ma Ecclesia è uno spazio diverso, una possibilità di incontro con lettori non avvezzi al linguag-
27
gio tecnico della teologia. La sfida è stata quella di spiegare con un linguaggio accessibile, alla
portata di tutti, temi che di solito non sono offerti al grande pubblico. I pezzi che mi hanno fatto più felice sono quelli sulla Lumen gentium.
Non so quanti abbiano letto il commento corsivo
alla costituzione; ma il guadagno di questo tentativo di mediazione è stato per me incalcolabile, non solo perché quel commento molto mi è
servito per la stesura di un testo sulla Lumen gentium, recentemente pubblicato da Studium: lo sforzo di rendere accessibile il testo ai lettori di Ecclesia
mi ha aiutato a penetrarne ulteriormente i significati, ma soprattutto a vederne le implicazioni e
le applicazioni per la Chiesa di oggi.
La mia esperienza è solo una tessera di un mosaico che riguarda un’impresa editoriale di cui bisogna dare merito soprattutto a don Angelo: senza
la sua costanza, la sua fatica, la sua “tigna”, un
progetto del genere sarebbe presto naufragato.
Il grazie è d’obbligo, non perché lui ne abbia bisogno (ma sono certo che non gli dispiaccia), ma
perché nel tempo Ecclesia in cammino è diventato uno strumento non solo di buon livello editoriale, conosciuto e invidiato da molti, ma
soprattutto perché si è trasformato in un segno
di identità.
Ecclesia in cammino, infatti, da un decennio è sempre più espressione della diocesi. E non lo è solo
perché nelle ultime pagine si pubblicano i decreti del vescovo, gli appuntamenti diocesani e quant’altro riguarda la vita istituzionale della diocesi:
per fare questo bastava il vecchio bollettino diocesano. Più direttamente, il mensile offre percorsi
di approfondimento che permettono di formare le
comunità della diocesi a una coscienza cristiana,
a una identità ecclesiale, a una testimonianza responsabile. Il giornale, infatti, tocca temi che interessano l’ampio spettro dell’esperienza ecclesiale,
con articoli sulla Sacra Scrittura, la storia, l’attualità
ecclesiale, la vita diocesana, entrando in tutti gli
ambiti che configurano la vita cristiana nella forma specifica che assume nella nostra Chiesa particolare. Un esempio su tutti: gli speciali sui convegni diocesani, preparati prima della loro celebrazione da articoli di approfondimento, che permettono a quanti hanno interesse di farsi un’idea
del tema annuale scelto per il cammino diocesano.
Chi sfoglia Ecclesia può vedere, come in uno specchio, il volto della nostra Chiesa.
Un volto bello, come bella è l’impaginazione, con
immagini scelte sempre con proprietà per accompagnare i pezzi. Un volto non di rado sfuocato,
come il sommario, dove si coglie non la mancanza
di una linea editoriale, ma la frequente assenza
delle voci – istituzionali e non – di una Chiesa che
è senz’altro in cammino, ma spesso dimentica di
documentarlo. Un volto comunque identificabile,
di una madre che trova sempre risorse per servire ai suoi figli un pranzo ricco e vario, che assomiglia tanto all’agape fraterna di certi gruppi ecclesiali, dove non importano gli abbinamenti dei piatti con i vini, perché tutti portano qualcosa e nessuno muore di fame.
Carissimo d. Angelo,
mi congratulo con te e ti ammiro per la perseveranza e la costanza con cui
hai redatto con pignoleria la rivista diocesana. Te lo dice uno che per circa
quarant’anni, insieme al compianto Giuseppe Caiati, ha portato avanti la redazione del “Campanone”.
Il problema di fondo era sempre quello di correre dietro agli articolisti che
non mandavano gli articoli nei tempi stabiliti. Penso che lo stesso accada a
te; abbi pazienza e continua ad andare avanti, perché anche questo è un
servizio alla diocesi!
La rivista merita di essere pubblicata, ma, a mio avviso, dovrebbe essere
meno teologica e più pastorale. Gli articoli teologici sono interessanti, ma si dovrebbe dare più spazio alla descrizione delle attività pastorali, in modo che ci possa essere confronto, condivisione,
dibattito e arricchimento vicendevole. Certo, l’impegno non può ricadere sui parroci che normalmente sono oberati di impegni; ogni parrocchia dovrebbe costituire un gruppo redazionale che si
impegni a mandare mensilmente notizie sulla propria comunità alla redazione centrale. Mi impegno
già da ora a mettere in pratica quanto suggerisco, anche se a priori so che non mi sarà facile. Intanto
ti auguro di arrivare al bicentenario; in fin dei conti si tratta di una decina di anni. Il problema di fondo
è crederci e continuare a collaborare, perché è ammirevole che una diocesi piccola come la nostra abbia
una rivista di spessore e in gran parte è merito tuo! Auguri e buon lavoro!
mons. Luciano Lepore,
biblista e parroco in Colleferro
*Docente Ordinario alla P.U.G. di Roma e
collaboratore di Ecclesia in C@mmino
Settembre
2013
28
Indice degli autori dei
nn. 51-100 di Ecclesìa
don Angelo Mancini*
D
al settembre 2004, in occasione del
Convegno Pastorale Diocesano alla quale portò il suo contributo anche l’allora
Cardinal Joseph Ratzinger, la nostra diocesi con
la nascita di Ecclesia in C@mmino si è dato uno
strumento per ampliare i suoi spazi di annuncio
e per raggiungere i fedeli in tutti gli angoli del territorio. In una parola il mensile è uno strumento a servizio della pastorale.
A quel tempo in diocesi come periodico esisteva solo il “Cuore della Diocesi” testata nata a Segni
a servizio del Seminario minore poi, una volta
chiuso quest’ultimo il suo compito si è aperto a
tutta la città di Segni e per opera di don Bruno
Navarra anche alla Diocesi. Ma si trattava di un
piccolo opuscolo.
Vi era inoltre la necessità di rendere pubblici gli
atti della Curia e del Vescovo attraverso il Bollettino
Diocesano, tutte le diocesi lo hanno ma che già
allora con l’avvento di internet questo tipo di pubblicazione con scadenza annuale appariva tardivo e anacronistico.
Si è pensato allora ad una pubblicazione che potesse svolgere il compito riservato al “Bollettino” e
contemporaneamente facesse da amplificatore
dei temi della pastorale che ogni ambito della diocesi ogni anno propone.
Quindi fondamentalmente la testata doveva
assolvere a due compiti: la parte ufficiale della pubblicazione degli atti di curia e la comunicazioni dei vari responsabili degli uffici e organismi pastorali della diocesi. Il Consiglio Presbiterale
dette questa indicazione escludendo la cronaca spicciola delle singole comunità, e gli
appuntamenti ordinari del vescovo nelle
parrocchie per evitare che alla fine venisse fuori una lunga ripetizioni di cronache di celebrazioni, di cresime e altre cose che sono nella quotidianità delle parrocchie.
Si lasciava la cronaca oltre che per questi motivi anche perché le città della diocesi sono ben
servite da diversi settimanali, molto diffusi e
proprio perché a scadenza settimanale risultavano più efficienti ai fini della cronaca.
Così abbiamo lasciato trasparire che la
testata che doveva nascere sarebbe stata un
periodico a scadenza mensile. In verità questo mensile dapprima doveva essere solo on
line che inviato in pdf in ogni parrocchia ognuno avrebbe provveduto a stamparlo per sé.
Come si diceva all’inizio la presenza del Cardinal
Ratzinger al Convegno diocesano suggerì al vescovo e non solo di stampare il primo numero che
suscito tanto interesse e curiosità che si continuò a stamparlo pur mantenendo la presenza
on line sul sito diocesano.
E’ bene ricordare che tutto questo nasce dal
desiderio di S.E. mons. Andrea Maria Erba
allora vescovo diocesano, il quale ha proposto
e sostenuto l’idea, comprendendo anche alcu-
ne esigenze come quella della diffusione gratuita,
della veste grafica, dell’ampliamento dei temi trattati, con la ricerca dei collaboratori ecc.
E lo ha sostenuto e lo sostiene ancora oggi con
i suoi preziosi scritti, per questo lo ringraziamo
di cuore.
All’inizio della sua pubblicazione Ecclesia in C@mmino si componeva di sedici pagine, sempre a colori, oggi siamo a quaranta pagine, dalla sua uscita non è mai mancato all’appuntamento mensile, per undici pubblicazioni annuali.
Molti sono stati coloro che vi hanno contributo
in questi cento numeri anche firme eccellenti, tra
quelle più assidue ricordiamo il dott. Pier Giorgio
Liverani già direttore dell’Avvenire che ci scrive
sempre sui temi della vita, ma abbiamo ospitato anche giornalisti come Luigi Accattoli, Aldo Maria
Valle, Davide Rondoni, il compianto Paolo
Giuntella e altri. A fronte di questi occorre ricordare i collaboratori di sempre che hanno arricchito con i loro articoli il mensile tra questi don
Dario Vitali, don Luigi Vari, don Franco Fagiolo,
don
Tonino Parmeggiani
C
ome facemmo per il n. 50, anche per questo
n. 100 di Ecclesia è stato redatto un indice
degli autori degli articoli, per i nn. che vanno dal
n. 51 del Marzo 2009 all’attuale n. 100 di Settembre
2013, indicando, a fianco per ognuno, il numero
della rivista e la pagina dove è stato pubblicato
l’articolo.
Nell’insieme và registrato un incremento del numero degli autori di quasi un terzo, passando da 177
a 250, per circa 1500 articoli, segno che il mensile diocesano si và sempre più diffondendo nella nostra comunità, anche se spesso dobbiamo segnalare l’assenza di informazioni più puntuali di iniziative parrocchiali o di alcuni uffici/comunità. Alcuni
articoli sono stati attribuiti a volte al responsabile di un ente/associazione forse erroneamente se
non è stato possibile desumerne l’estensore. Nell’elenco
si è seguito lo schema XX/YY.ZZ-, dove XX è il
numero della rivista seguito, dopo la barra / dal
numero della (prima) pagina dell’articolo, intervallato da un punto se ce n’è un succesivo dello
stesso autore; il trattino - distingue due numeri.
Cognome Nome
Articoli (numero/pagina)
Abbate Giovanna
70/8-85/10Abruzzese Giovanni 62/38-87/35-94/38Accattoli Luigi
56/8Amendola Angelo
78/27Apicella Mons. Vincenzo
51/2-52/2-53/2-54/255/2-56/2-57/2-58/2-59/2-60/2-61/2-62/2-63/264/2.21-65/2-66/2-67/2-68/2-69/2.8-70/271/2.36-72/2-73/2-74/2.25-75/2.19-76/2-77/278/2-79/2-80/3-81/3-82/3.22-83/3.28-84/385/3.19-86/3-87/3-88/3-89/3-90/3-91/3-92/393/3-94/3-95/3-96/3-97/3-98/3-99/3-100/3.26Archivio di Segni
91/29-97/29Ass. Amici Aurora
79/39Ass. Cult. Il Cerchio 66/21Ass. Cult. “Il Trivio” 55/37-57/38-62/3667/34Ass. Cult.”La Cioppàra” Segni 68/30Aumenta Liliana
70/34-71/35-73/36-74/7Barcellona Flavia
66/29-74/31Bargellini Piero
60/19Barone Claudio
87/22Baroni Giuseppe
89/34Bartoli Simonetta
99/23Beccia Teodoro
58/11-60/13-62/2165/19-66/21.32-67/19-68/21-70/19-71/1972/36-73/26-74/22-76/26-77/21-79/5-80/2684/25-100/24Belardini Stefano
90/29Benato Claudia
91/26Ben Isa Ben Alì Maurizio 88/25Bertoldi Mattia
64/28Bianchini Sara
52/8-53/8.9-55/10-56/962/12-66/14.15-67/14-70/14-71/14-73/1574/13-75/14-76/14-77/12-78/18-79/1880/12.13-83/18.19-84/16-89/13-94/14-100/12Bigaran Margherita
53/39-54/40-55/4071/40-81/14Bongianni Guglielmo 67/28-68/39-69/34Bottaro Angelo
52/9-54/10-58/9-60/1261/10-62/6-62/5-64/5-65/7-66/8-67/6-68/1570/6-71/11-72/9-79/11-80/5-81/8-89/7-90/893/9Braione Ernesto
58/15Brugugnoli Rubina
82/35-
Settembre
2013
Bruno Sara
58/33-59/36-60/3661/36-62/37-63/36-64/32-65/34-68/3469/32.33-70/36-71/37-72/33-73/34-74/2976/32-79/37-99/40Calenne Luca
93/36-94/24-95/2996/25-97/18Calenne Vincenza
67/3-81/28-84/29Caliceti Giuseppe
89/15Calì Sara
51/31-52/31-53/33.3354/31-55/31-56/20-57/10-58/15-59/32-60/3266/26.26.27-68/28-69/37-70/32-71/27-72/1273/33-74/35-75/33-76/35-77/33-79/30-81/3282/28-86/35-96/27-97/28-98/25-99/32-100/37Cammarota Guido
74/32Campana Cataldo
60/17Canali Francesco
74/33-77/34.35.3778/32-79/32-80/30-81/32.33-82/25-83/3484/31-85/31.33-86/31.38-87/29.34-88/34Caponera Paolo
63/20-64/25-84/26Capozi Piero
82/32-92/36-93/22.24100/38Cappucci Giorgio
58/7-95/33-97/21Capra Ettore
91/20-92/25-93/1994/19-95/20-96/21-97/15-98/18-100/20Capretti Claudio
56/14.33-59/31-62/963/8-64/17-65/5-66/7.17.18-67/7.15-68/9-69/570/11-71/12-72/7-73/5-74/8.15-75/6-76/1077/6-78/10-79/10-80/10-81/10-82/11-83/1084/12-85/8.14-86/12-87/10-88/12.27-89/890/12-91/6.10-92/14-93/12-94/7-95/1296/14.37-97/6-98/8-99/9-100/14Carmelo di Carpineto 92/29Caritas Diocesana
62/13Carluccio Lorena
63/3-64/10-66/38-71/3692/9-99/25Casa Nazareth
99/10Cascioli Paola
87/15-94/13-95/14.15Cascioli Piero
74/31-76/16.30.30Casolari Enrico
63/24Castignoli Gianni
52/11-55/13Catese Maurizio
97/39Cellucci Fabricio
54/15-55/14-56/1757/16-59/9-61/22-63/16-64/19-66/22-67/1969/19-70/19-72/17-75/26-77/20-78/7.26-79/580/20-81/21-82/19-83/23-84/23-84/2585/28.29-86/22-87/20-88/24-89/32Centi Giovanna
66/24-97/38Chialastri don Cesare 51/11-53/20.38-54/855/11-56/11.16-57/36-58/12-61/14-62/1370/15.16-72/14-74/14-78/22-81/12-82/1487/14- 88/16-89/21-90/15-92/18-95/15-96/1697/9Ciarla Emanuela
51/38-52/37-54/3855/38-56/37-59/38-60/37-61/33-63/38-64/3967/39-68/33-69/34Ciccotti Annalisa
66/28Cipollini Francesco 56/30-58/28-60/31.3461/21.32-63/23.28-64/24-65/26-66/3067/24.30.31-71/29-81/29-82/24-93/17-94/2096/23Cipri Katiuscia
59/12-63/15-67/2368/18-69/12-70/17-73/13-75/12-77/15-78/2181/14-86/17-87/13-89/14-90/21-92/20-94/1197/11-98/10Civitella M. Assunta 86/29Colabucci M.Antonietta 59/29-88/18Colaiacomo Federica 57/30-66/31-67/3273/32-75/30-76/31-77/32-79/31-80/28.29Comandini Graziano 68/23-69/27-90/37Comunità Maestre Pie Venerini 53/13Comunità Nuovi Orizzonti 98/34-99/28Comunità di Segni
59/30-64/29-68/3171/30-73/31-75/30.31.31-81/16.30.31-88/31Coordinamento Dioc. Confratermite 90/18Consulta Aggregazioni Laicali 62/33Coro Giovanile Segni 52/25Coros Costantino
52/33-53/5-53/15-54/1155/13-56/6-57/12.18-58/34-59/10-60/11-61/1264/11-65/6.16-70/37-73/10-74/11-75/9-77/17-
29
Leonardo D’Ascenzo, don Daniele Valenzi,
don Marco Nemesi, il dott. Stanislao Fioramonti,
il prof. Antonio Venditti, Costantino Coros.
Ricordiamo anche l’apporto di alcuni come la prof.ssa
Sara Gilotta, Angelo Bottaro, Claudio Capretti, don
Andrea Pacchiarotti, don Antonio Galati, Mara Della
Vecchia, ma anche del gruppo di lavoro Caritas
guidato da Sara Bianchini e don Cesare Chialastri
e dei gruppi di lavoro degli uffici vocazionale, missionario, catechetico, della pastorale familiare diocesani, i diaconi permanenti e più sporadicamente
anche di altri uffici.
Non dimentichiamo quanti hanno contribuito agli
inizi come Alessandro Gentili e altri e coloro, anche
se in modo sporadico hanno “fatto” Ecclesia.
C’è poi da ricordare coloro che tecnicamente e
fattivamente, nel corso di questi cento numeri,
hanno lavorato per la riuscita del giornale, il carissimo Gaetano Campanile, Fabio Ciarla, Roberta
Ottaviani, Mihaela Lupu, Lorena Carluccio e Titti
Sportelli e il preziosissimo Tonino Parmeggiani
nonché gli amici tipografi Alberto Pucciarelli prima e Gianluigi Febbraio poi. Grazie a quest’ultimi si è reso possibile una veste grafica sempre più bella a prezzi veramente contenuti.
Dalla nascita ad oggi l’orizzonte del mensile si
allargato soprattutto nella sezioni “grandi temi”
che comprendono le questioni teologiche, bibliche, morali e pastorali su temi di attualità, la parola del papa.
Di rilievo e di interesse sono stati gli speciali dedicati all’ Anno Paolino, all’ Anno della Eucaristia,
all’Anno Sacerdotale e all’Anno della Fede, gli
eventi ecclesiali nazionali come il Convegno delle Famiglie. Come pure gli speciali in preparazione dei Convegni Pastorali Diocesani annuali, della Visita Pastorale e della elezione di Papa
Ratzinger in quanto la diocesi si sentiva legata
dal fatto che era Titolare del nostro titolo suburbicario.
Per un certo periodo abbiamo avuto una voce
dal carcere cioè una serie di articoli proposti da
un volontario presso il carcere di Velletri che non
ci stancheremo mai di ringraziare.
Molti ed importanti sono stati i contributi provenienti dal museo e dagli archivi diocesani di Velletri
e di Segni che hanno contribuito ad ampliare l’offerta del mensile rendendolo più prezioso e utile. Molti sono stati gli interventi per evidenziare attività pastorali, catechetiche, liturgiche e storico-culturali.
Detto così sembrerebbe
che non manchi
niente, eppure qualc o s a
manca:
manca
l’apporto
continuo e
costante di tutti i settori della pastorale che
nell’intenzione fondativa
di Ecclesia dovevano dialogare con il resto della diocesi,
offrendo agli operatori sul campo
informazione e formazione. Solo così
il mensile può mantenere fede al suo impegno
iniziale di essere un valido strumento a servizio
della pastorale.
Ovviamente il fatto che sia stampato avvalora il
suo peso come documento che nel corso del tempo mantiene il deposito del cammino della diocesi, in questa veste non è sostituibile con nessun altro strumento primi fra tutti gli strumenti virtuali. L’auspicio è che la diocesi nelle persone
responsabili dei settori della pastorali prendano
atto del valore del mensile e se ne servano per
le loro attività per contribuire al cammino della
Chiesa locale.
Da molte voci apprendiamo di qualche preoccupazione
circa la eventuale spesa per la veste grafica, la
carta ecc. Ci teniamo a dire che il mensile “è fatto in casa” soltanto due persone lavorano alla
impostazione e impaginazione (di cui uno a titolo gratuito è il sottoscritto) e pochissimi altri si preoccupano (a titolo gratuito) in particolare di alcuni
contenuti.
Le spese sono ridotte al minimo per un risultato finale che lascia pensare a chissà quanti operatori, grafici, ecc. vi siano dietro e chissà quale impegno di spesa, come a volte ci viene riferito. Anche la distribuzione è fatta a spese ridotte perché sempre il sottoscritto con la propria auto
e un aiutante consegna alle parrocchie nelle diverse città i plichi delle pubblicazioni.
Un ultimo sguardo lo diamo alla versione on line,
che dal numeratore del sito diocesano sappiamo essere molto visitata. Quindi possiamo dire
alle 2500 copie stampate molti altri se aggiungono e questo ci fa piacere.
Come pure non disdegniamo i complimenti circa la ricerca delle immagini che accompagnano
i testi con i titoli. Con esse a volte anticipano in
un istante il contenuto dell’articolo, posso assicurarvi che questa è una vera ricerca che costa
tempo, ogni giorno, ma che è fatta per arricchire l’articolo e attirare l’attenzione del lettore, sono
molti coloro che lo notano e hanno piacere di comunicarcelo, noi li ringraziamo.
Da ultimo ringraziamo il vescovo diocesano mons.
Vincenzo Apicella non solo per il suo contributo
ma anche per il sostegno che da al mensile.
* direttore di
Ecclesia in C@mmino
e dell’Uff. Diocesano per le
Comunicazioni Sociali
Settembre
2013
30
La Comunità di Segni
P
agina dopo pagina, riga dopo riga, con pazienza, tenacia, forza di volontà Ecclesia taglia
il traguardo dei 100 numeri. Un traguardo importante, che rende fieri, di quella fierezza nata dalla consapevolezza di aver fatto il proprio dovere, di aver contribuito con il proprio lavoro a
costruire qualcosa di importante e di utile.
È doveroso, dunque, un sentito ringraziamento
al Direttore responsabile, Mons. Angelo Mancini,
ed ai suoi collaboratori che con abnegazione
e competenza si dedicano alla redazione della rivista che mensilmente raggiunge le nostre
parrocchie, si diffonde nelle nostre case, strumento atteso di unità e condivisione, che ci permette di aggiornarci sulla realtà della diocesi e
di approfondire tanti temi di attualità.
Accanto, infatti, alla parte istituzionale, Ecclesia
nasce come Bollettino ufficiale per gli Atti della Curia, nel corso degli anni si è andata via via
arricchendo l’attenzione verso tante problematiche
di carattere sociale, spirituale, etico, pastorale e liturgico che chiamano in
causa il cristiano, gli
chiedono di interrogarsi, di mettersi
in gioco.
Firme qualificate, in rubriche fisse, approfondiscono le tematiche,
aiutano alla comprensione, alla
riflessione, stimolano il confronto ed il dibattito serio. Ancora,
poi, nel corso di questi anni, Ecclesia è diventata uno scrigno prezioso per conservare la memoria storica della nostra diocesi: le pagine di “piccola cronaca” documentano e conservano con
amore i fermenti, le attese, i desideri, le tante iniziative ed attività, che costellano la vita
delle comunità parrocchiali.
Le due pagine che
mensilmente Ecclesia
ha riservato alla
comunità di Segni ci
hanno dato modo di
essere costantemente presenti, di sentirci parte attiva, di contribuire alla costruzione del giornale avendo la
possibilità di conservare la nostra memoria.
Noi abbiamo avuto la fortuna, fino a qualche anno
fa, di fare esperienza di un giornalino, così veniva benevolmente chiamato, che riguardava la
vita locale, la vita delle nostre comunità cristiane:
il leggendario “Cuore della Diocesi”, il bollettino che per tanti anni, puntualmente, ogni mese,
arrivava alle nostre case per portare notizie, per
raccontare storie, per dare testimonianza, per
ricordarci gli appuntamenti …. …… …. insomma per tutto quello che poteva interessare gli
abitanti e le comunità del nostro territorio.
La raccolta de “Il Cuore della Diocesi”
conservata nelle nostre librerie e biblioteche, costituisce un prezioso
archivio della memoria di
cinquant’anni di storia locale.
Purtroppo, da quando è venuto a mancare D. Bruno Navarra,
rettore del Seminario
minore, parroco della
Concattedrale, non è stato più possibile mantenere in vita
il “Cuore”.
Lo spazio che sistematicamente la
redazione di Ecclesia riserva alla Comunità
di Segni è quasi una eredità de “Il Cuore della
Diocesi” che, in qualche modo, continua a battere sulle pagine del giornale diocesano.
Chiudiamo allora queste considerazioni non solo
con un ringraziamento ma con un incoraggiamento a tutti coloro che a vario titolo collaborano alla rivista a compiere con Ecclesia ancora tanti anni di buon cammino.
Dario Serapiglia*
ento numeri mensili a copertura dei primi nove anni di uscite. Questo
è, quindi, lo score del periodico “Ecclesia in cammino”, bollettino ufficiale per gli atti della Curia della Diocesi Velletri-Segni. Numeri di
uscite congrui - in verità già da tempo - per poter dare una risposta concreta agli scettici, che, come avviene solitamente, specialmente dalle nostre
parti, ai primi passi di una nuova iniziativa, fecero sentire la propria voce
nel settembre 2004.
La pubblicazione, secondo una linea editoriale ben definita, mantenuta dalla direzione di don Angelo Mancini, condivisa e voluta inizialmente dal vescovo dell’epoca, monsignor Andrea Maria Erba, attuale vescovo emerito della Diocesi, e poi mantenuta dal vescovo successivo ed attuale, monsignor Vincenzo Apicella, nonché dal massimo organismo curiale, si è fatta subito apprezzare per colmare uno spazio pubblicistico specializzato, vuoto praticamente da sempre, per i contenuti, per il livello degli interventi ed anche per la veste da
rivista importante, ottenuta con il minimo indispensabile, così da respingere sul nascere critiche
di presunto sperpero.
C
continua a pag. 31
83/38-90/14-97/38-100/10Corsi Anna
60/32Cursillos Cristianità 84/28D’Arcangeli Jessica 51/25D’Ascenzo Leonardo 53/12-54/13-56/2268/12.22-83/12-86/20-95/7Dal Bianco Stefano 98/13De Filippis Alfredo 88/28-90/34-91/34De Gregoris Mauro 51/30-59/31-84/20De Mei Mons Fernando 60/18-82/28Del Giudice Francesco 99/33Dell’Ali Emanuela 80/27Della Vecchia Mara 51/37-52/34-53/3654/37-55/36-56/37-57/37-58/38-60/38-61/3762/34-63/37-65/33-66/33-67/29-68/32-69/3970/29-71/25-72/39-73/29-74/38-75/36-76/2977/39-78/13-79/34-81/37-82/37-85/39-87/3688/38-89/16-90/13-91/35-93/35-94/37-95/3796/37-97/37-99/39-100/43Di Cosmo Noemi
93/34Di Laura Gaetano
85/30-98/35Di Luzio Dario
100/33Diamante Franco
73/13-75/13-79/2484/21Dibitonto Luca
72/19Elisa e Roberta
65/31-72/31Equipe Pastorale Giovanile 74/25-99/35Equipe A.C. Ragazzi 51/19-54/3458/13.16.17-69/24-71/28-96/35Equipe CDVocazioni 52/30-85/29-97/17Erba Andrea Maria 51/15-52/17-53/17.2454/21-57/21-62/20-66/26-80/22-95/4Ercolani Fausto
51/36-97/24Facchini Massimo 80/21-83/21Fagiolo Enzo
55/27-58/29-71/24Fagiolo Franco
51/32-52/32-53/3654/36-58/38-59/38-61/27-62/33-63/37-64/3465/23.33-66/37-67/28-68/27-69/29-70/2971/31-72/34-73/37-74/23-75/36-76/3377/25.31-78/29-80/35-82/29-83/25-84/1985/35-86/38-87/25-88/26-89/17-91/21-93/3194/20.31-95/39-97/31-98/29-100/30.35Fagiolo Rita
65/30Fagnani Enrica
83/31Fagnani Fabiana
51/24Fanfoni Corrado
51/37-61/11-64/3077/18-78/6-79/19-84/37Fatuzzo Carlo
100/36Favale Rossana
67/15-74/26-82/39Felci Maria Cristina 80/35Ferracci Valentina
87/19Fioramonti Francesco 75/24Fioramonti Stanislao 51/3.9.14.16.17.18.1852/3.16.17.18.20-53/14.16.17.18.1954/3.16.17.18.19.20-55/3.16.33-56/3.3457/3.10.32-58/3.21-59/3.34-60/3.8-61/3.4.862/3.32-63/3.26-64/3.23-65/3.24-66/3.4.3467/3.12.16-68/3.4.6.14-69/3.30-70/3.3171/3.4.6-72/3.28-73/3.14.28-74/3.6.3475/3.32-76/3.6.28-77/3.8.24-78/3.12.2879/3.6.36-80/4.24.32-81/4.26.27-82/4.30.3483/7.32.36-84/4.29-85/4.11.34-86/5.3487/4.32-88/4.9.11-89/4.26.28-90/4.2391/4.17.18-92/4.23.24.26-93/4.18.2194/4.18.19-95/5.9.19.22.22-96/4.6.9.20.2997/4.14.23-98/4.15.16.21-99/4.16.19100/5.18.21.23Fioramonti Valentina 51/39-52/38-53/9.3955/39-56/38-57/39-58/39-59/39-60/39-61/3963/39-65/38-66/38-69/38-70/38-72/38-74/3975/37Fiorini Giancarlo
67/24Focolare femminile Velletri
64/31-68/19Fontana Antonella 81/18Fontana Maria Teresa 96/24Franceschini Alberto 91/32Fratarcangeli Paolo 90/32-91/30-92/34Fraternità Monastica Nazareth 75/29-76/23-
Settembre
2013
Galati Antonio
51/6.28-52/12.14-53/1053/12.14-54/12-55/15-56/23-57/19.28-58/1959/13-60/15-61/19-62/18-63/22-64/22-65/2069/20.21-72/10-74/16.17-75/16-76/21-79/2280/9-81/17-82/12-83/9-84/15.21-85/16-86/1487/11-88/15-89/10-91/14-92/17-93/10-94/995/16-96/15-97/8-98/7-99/8-100/9.42Gallé Antonio
67/15-73/17Genfest
90/38Gentili Alessandro
55/34Gessi Claudio
54/30-63/27.29-69/8.3172/26-84/11-85/23-92/38Ghibaudo Giovanni 61/11Giacomi Roberto
95/24Giannattasio Guglielmo 83/24-92/30Giglio Antonio
86/9-87/7-89/9.27.2990/9.24-92/15-98/37Gilotta Sara
51/10-52/7-53/7-54/754/31-55/8-56/12-57/11-58/5-59/5-60/9-61/662/5-63/7-64/35-65/11-66/6-67/11-68/7-69/770/7-71/5-72/15-73/9-74/9-75/8-76/5-77/1078/11-79/13-80/6-81/7-82/8-84/13-85/9-86/1087/5-88/5-89/5-90/10-91/7-92/13-94/8-95/1396/8.11-97/7-98/5-99/6-100/4Giordano Bernardino 94/34Giovannini Aldo
69/22Golser Karl
60/4Gottardo Luciano
55/38-57/29Guerra Marco
69/33Iadarola Iacopo
62/11-63/18-64/20Iannucci Carlo
87/36Iannucci Marta
56/31Iarussi Sabina
81/30-94/28-99/33Innocenti Giorgio
57/14-65/15-68/1779/25-90/15-91/15Insegnanti Religione Cattolica 54/32Iommelli Antonio
95/40Ippoliti Alessandro
57/25-60/29-62/2663/32-66/36-68/29-72/27-77/36-96/36Istituto Sostent. Clero 91/11-97/26Istituto Verbo Incarnato 53/22-53/32-77/14.3083/16Lafortezza Antonella 95/24Langella Francesca
93/29-96/33-97/16Langella Rigel
59/33-62/7-64/6-66/1967/8-68/11-70/25-73/7.36-76/12-77/9-78/2079/12-80/7-81/9-86/21-89/20-90/25-93/2994/26-96/17-100/24Lanna Sara
87/23Latini Assunta e Giovanni 63/29Latini-Soldivieri-Mennonna 100/7Latini Pietro
79/28-93/30Latini Rita
68/25Lenci Antonietta
80/27Lenci Paola
88/36-96/34Leoni Alessandro
67/19-70/19.20-79/584/25-100/24Leoni Luca
97/34Lepore Luciano
51/29-62/15-64/2665/21-100/27Liparoti Aldo
60/31Liverani Pier Giorgio 51/4-52/5-53/4-54/555/6-56/4-57/4-58/4-59/4-60/7-61/5-62/4-63/664/8-65/8-66/9-67/4-68/10-69/4-70/12-71/1071/5-73/6-74/5-75/4-76/4-77/4-78/14-79/9-80/881/6-82/6-83/6-84/10-85/5-86/8-87/6-88/6-89/690/7-91/9-92/5-93/8-94/6-95/10-96/12-97/598/6-99/7-100/31Lopes Angelo
59/15Loppa Giovanna
57/9-60/26-83/31-86/2994/28.33Lorenzi Elisa
100/36Magister Sandro
89/22Mancini Angelo
58/14-59/18-84/27-85/686/11-92/6.10-99/13-100/28Manciocchi Lorella 64/37Magnante Giovanni 61/9Marchetti Fabrizio
51/20-52/22-53/2754/24-55/20-56/28-58/27-59/28-60/28-61/26-
31
Pier Giorgio Liverani*
S
crivere per un mensile “centenario”, cioè
che è arrivato al primo lusinghiero traguardo dei cento numeri pubblicati nel
giro di nove anni, suscita in me una certa emozione, che credo sia simile (certo non pari) a
quella di chi questa bella rivista ha voluto e cura
con grande passione in mezzo a mille altri impegni pastorali e amministrativi. Lo dico da uno
che ha passato tutta la sua lunga vita in mezzo alla carta stampata, soprattutto quella da stampare senza quasi avere il tempo, la possibilità
e spesso neppure il luogo per pensare a ciò
che bisogna scrivere. Parlo dei quotidiani (nel
mio caso quelli cattolici), che ogni notte nascono per non durare, come tutti gli altri, neppure quanto la vita di una libellula.
Credo che i primi cento numeri di una rivista
curata con l’amore che traspare dalle sue quaranta pagine preziose, provochino qualche sentimento di simpatia e di cristiana complicità anche
nel lettore. Quanto a chi scrive queste righe,
se gli capita di accorgersi che anche la sua collaborazione è quasi “centenaria”, l’emozione si
accresce non poco.
Perché questo mensile diocesano mi pare assai
diverso da tanti altri (in Italia se ne pubblicano
un centinaio tra settimanali, quindicinali, mensili e parrocchiali) anche se, naturalmente, non
li conosco tutti, ma molti sì. Debbo dire che in
questi ultimi decenni la stampa cattolica diocesana
ha fatto – in materia di tecnica, di professionalità, di grafica, di capacità comunicative e di
presenza civile – passi da gigante, perfino sul
piano “politico” o, più precisamente, civico.
Singolarmente o come comunità, i cristiani non
sono certamente assenti nella vita sociale e nella comunicazione della polis, voglio dire della
città e del Paese, e questa Rivista, è partecipe della crescita comune. La ricchezza, su Ecclesia,
di una varietà di tematiche che toccano quasi
tutti gli aspetti della vita cristiana personale e
comunitaria e
affrontano le
questioni della
fede, della
vocazione, della pastorale,
della morale,
della storia locale, della cultura e dell’arte,
della vita e della morte della
gente mi sembra più che evidente.
La cura con cui i suoi contenuti sono esposti
mi pare palese. La ricchezza delle illustrazioni - quelle che documentano le cronache della vita diocesana e quelle, dalla copertina all’ultima pagina, che agli occhi del lettore parlano
attraverso il linguaggio della bellezza e dell’arte
- a me sembrano tutte o quasi inedite e degne
di nota. La formula redazionale, che prevede
un “mix” di firme dal Vescovo a quelle dei consacrati e dei laici è un bel ritratto di Chiesa operante in comunione in tutti i campi della vita di
fede, che si realizza anche sul piano della realtà del mondo. Sì, la diocesi di Velletri-Segni possiede una “voce” invidiabile.
L’ultima cosa, ma non la meno importante, che
vorrei dire da “velletrano di passaggio”, è un
“grazie” sonoro a chi ogni mese mette insieme
questa rivista: mons. Angelo Mancini e il suo
staff, con il vescovo Vincenzo, che lo segue,
lo cura e gli è sempre vicino, da buon padre di
una grande famiglia.
*giornalista e scrittore già direttore di «Avvenire», di cui
è attualmente opinionista. E' direttore responsabile del
mensile «Sì alla vita» del Movimento per la Vita
Italiano e dei «Quaderni di Scienza & Vita» e membro
del direttivo del Centro di Orientamento Pastorale e
della Redazione di «Orientamenti pastorali». Collabora
a varie riviste cattoliche. E' membro del Consiglio
Nazionale degli Utenti presso l'Autorità per le
Garanzie nelle Comunicazioni.
segue da pag. 30
Numerosi gli illustri collaboratori che, con una presenza stabile o alternata nel tempo, hanno
dato e danno lustro, al progetto editoriale. In breve, il bollettino è diventato uno strumento di
lavoro per il gruppo diocesano più direttamente coinvolto, composto da clero e laici, ma anche
un appuntamento irrinunciabile per informazione e approfondimenti a beneficio di tutta la comunità diocesana, giunta a contare oltre 140 mila anime, sparse nei suoi otto Comuni più la parrocchia genzanese dei Landi.
Nove anni ricchi di documentazioni, tra riflessioni, commenti, indicazioni, ricerche, inviti, appuntamenti ed altro, che hanno contribuito a tenere desto l’interesse di ogni parrocchiano al composito universo cattolico, passando per la propria Diocesi e non solo mediante argomentazioni di ordine squisitamente religioso. Molto seguita è stata la rubrica dell’Agenda diocesana del
mese. Tra i tanti numeri, piace ricordare quello dell’ottobre 2007, quando Ecclesia raccontò in
quasi tutte le sue pagine, la storica visita di Papa Benedetto XVI, Papa Joseph Ratzinger, già
titolare, come cardinale, della Diocesi Suburbicaria Velletri-Segni, avvenuta nel precedente 23
settembre. Tutto trattato meticolosamente, con scritti e immagini: dall’arrivo alla partenza del
pontefice, con particolare attenzione all’omelìa papale, commentata da don Dario Vitali, all’intervento di monsignor Apicella e agli altri aspetti dell’evento, anche nel ricordo dell’ultima visita di un pontefice, quella di Papa Giovanni Paolo II (7 settembre 1980).
Un numero da collezione, al di là di chi ha deciso di conservare tutte le uscite. Una base solida per l’ulteriore percorso di “Ecclesia in cammino”, che, sicuramente sarà sempre più significativo. Cento, mille di questi cento!
*Giornalista, Direttore del settimanale “L’Artemisio” e corrispondente de “Il Messaggero”
Settembre
2013
32
Enrico Mattoccia
C
on questo numero il mensile della nostra
diocesi, “Ecclesia”, è arrivato al numero cento! Un bel traguardo raggiunto in
meno dieci anni, difatti il mensile ha iniziato la
pubblicazione a settembre 2004, come continuazione del bollettino diocesano, più modesto, ma ugualmente “voce della diocesi” e mezzo di dialogo tra Vescovo, sacerdoti e fedeli,
senza dimenticare anche persone forse un po’
curiose ma piuttosto lontane dalla Chiesa.
In nove anni il mensile ha fatto passi da gigante, a cominciare dalla presentazione esterna;
ho in mano il n. 3 del novembre 2004: la differenza salta subito agli occhi, sia per la qualità
della carta, la fedele riproduzione delle foto, il
numero delle pagine aumentate da 16 a quaranta, anche se nel 2005 erano già 20!
La differenza c’è pure nell’interno che risulta meglio
disposto: per il sommario che si trova subito in
seconda pagina, il numero abbondante di belle foto a testimonianza della cronaca delle varie
parrocchie; la parte riservata agli atti del
Vescovo, non c’è nel numero luglio-agosto 2013,
forse per mancanza di atti e disposizioni, ma
è presente negli altri numeri, di solito alla penultima pagina.
I contenuti sono rimasti gli stessi: articoli di teologia,
commenti a documenti ecclesiali e diocesani, approfondimenti su particolari argomenti riguardanti
la fede o la morale, notizie dalle parrocchie, notizie storiche su chiese della
diocesi, cattedrale e concattedrale in primis, iniziative e manifestazioni delle parrocchie e dei
vari gruppi che operano in esse, presentazione di personaggi storici o viventi e particolarmente impegnati…attenzione ai problemi del giorno, senza dimenticare articoli che spingono alla
speranza e tendono ad infondere fiducia,
coraggio e un po’ di gioia.
Alcuni collaboratori dell’inizio sono rimasti e altri
se ne sono aggiunti, alcuni fissi e altri occasionali,
come nel mio caso. Il Direttore è rimasto lo stesso: don Angelo Mancini.
Nel porgergli i complimenti per la “carriera”(un
vero servizio alla diocesi e al bene dei fedeli!),
bisogna non dimenticare che non siamo dinanzi ad un direttore, seduto al suo posto, mentre una schiera di collaboratori lavora su argomenti da lui segnalati o scelti di comune accor-
do e poi….
decide.
Bisogna tener
presente che
ogni numero,
per quanto si
facciano progetti e previsioni, è sempre un’incognita fino al momento in cui viene
consegnato alla tipografia. Intanto il direttore per
molte cose se la deve sbrigare da solo: c’è la
persona che si fa attendere per consegnare l’articolo, quella che promette e non mantiene la
parola e perciò bisogna “turare il buco”.
Occorre assegnare un posto ad ogni articolo,
a seconda dei contenuti, dell’importanza, dello spazio occupato; talora è pure necessario rifiutare l’articolo….per vari motivi, perché “Ecclesia”
non è un mensile qualsiasi: ha regole, scopi,
uno stile e deve anche rispettare dei limiti….
Per le notizie che giungono dalle parrocchie occorre trovare la giusta misura tenendo conto della importanza della cerimonia o dell’evento in
sé e anche della parrocchia; si sa che tutti vorrebbero pubblicato tutto fin nei minimi particolari, con citazioni di nomi….non solo perché il
bene va fatto conoscere, ma anche perché il
bene fatto conoscere può essere di stimolo per
altri ad imitarlo….senza escludere che un po’
di vanità talora viene giustificata come una
piccola ricompensa alla collaborazione e alla fatica, con buona pace della modestia e dell’umiltà.
Mi permetto un piccolo
suggerimento, senza
alcuna pretesa e spero
senza nessun fraintendimento. Forse è bene
che gli scrittori di articoli
“preziosi” che trattano di
teologia, filosofia, medicina…o particolari settori della scienza, rinuncino un po’ al linguaggio tecnico per essere più comprensibili dai più, magari spiegando un termine tecnico specifico quando è necessario usarlo. Forse esagero, ma un linguaggio un po’ più
“giornalistico”, senza alterare la verità, gioverebbe ai lettori che non sono “addottrinati” e
forse allargherebbe la cerchia dei lettori.
Una rubrica indovinata e ben condotta mi sembra quella dei commenti alle varie opere d’arte che si trovano nel nostro Museo Diocesano
o in altri luoghi; anche qui forse sarebbe opportuno spiegare qualche termine tecnico.
A questo punto mi sembra opportuno un sincero e grandissimo augurio al Direttore e a tutti i collaboratori, perché vadano avanti sulla strada intrapresa nove anni fa, con lo slancio e la
dedizione che li hanno accompagnati finora e
con il desiderio di migliorare quello che riterranno
opportuno per assolvere il compito connesso
con il servizio alla diocesi e ai lettori.
AUGURI!!!
63/14-64/28-65/27-66/25-67/27-68/26-70/2871/23Mariani Roberto
69/14.15-70/22.23Marrazzo Giovanni 98/32Marozza Rachele
78/31Astrella Elisa
76/24Mattoccia Enrico
59/14-61/38-66/1172/13-82/31-83/22-84/33.34-96/11.13-99/37100/32.40Mazzer Silvestro
89/39-95/20Miccheli M. Grazia 72/13Milani Annalisa
83/14Missionarie S. Paola Frassinetti
70/33-80/17Molinaro Vincenzo 63/31-64/17-70/2671/20-72/22.23-73/19.27-74/27-75/23-76/2779/33-80/34-82/16.27-83/5.35-85/37-86/487/16-88/19-89/18-90/16-91/22-92/28-93/2794/35-95/35-97/27-98/32-99/20.29Montellanico Franco 82/21Museo Diocesano
94/40Nanni Emanuela
68/16Nemesi Marco
51/40-52/39-56/3957/40-59/40-60/40-61/40-62/40-63/40-64/3965/39-66/40-67/40-68/40-69/39-70/39-72/4073/40-74/37-75/39-76/40-77/40-78/39-79/4080/39-81/39-82/39-83/39-84/39-85/38-86/4087/40-88/39-90/40-91/39-92/39-93/39-98/39100/44Noviziato Don Orione 53/11-54/14-56/1862/22Nuti Riccardo
77/22-79/16-80/1881/23-84/18Onorati Maria Carolina 79/38Pacchiarotti Andrea 52/13-58/6-58/7-69/1670/21.27-71/17-73/20-74/16-17-75/16-83/884/8-85/12-91/13-92/16-93/13-94/10.27-95/11Parmeggiani Tonino 51/26-52/26.2754/25.26.27.27-55/29.31-58/23-59/21.3360/10.29-63/21.38-64/33.35-65/36-66/2767/37-70/32-71/26-72/24-73/12-75/35.3976/11.37-77/5.26.29-79/14-80/31-81/13.38.3883/26-86/26-87/30-88/38-90/18-93/26-96/35100/28Parr. Immacolata Colleferro 74/32-86/32Parr. Lariano
88/17Perica Stefano
59/11-64/13-76/9-86/16Perici Gian Luca
53/7Petrucci Romano
100/34Picca Paolo
69/9.26-73/18-82/13Pietroni Marta
51/8-52/6-53/6-54/655/7-56/5Pietrosanti Daniele 51/35-52/35-53/3554/35-55/35Pontecorvi Fabio
52/36-53/37-89/3995/37-100/42Prezzi Lorenzo
52/29Proietti Francesca
97/30.31Raviglia Alberto
60/22-71/32-97/22Redaelli Massimiliano 51/13Risi Franco
51/22-52/21-53/2654/22-55/19.22-56/21.26-57/20.24-58/20.2659/14.26-60/16-61/20.23-62/19-63/17-64/1865/18-66/20-67/18-68/20-69/18-70/18-71/1872/16-73/16-74/21-75/27-76/22-78/24-79/2780/14-81/20-82/18-83/20-84/22-85/26-86/2387/12-88/22-89/30-90/27-91/23-92/22-93/1694/16-95/17-96/19-97/12-98/17-99/17-100/19Romaggioli Primo
62/23-70/26-71/20Ronzani Alvaro
85/33Ruffolo Luigina
53/38-56/24-57/2258/25-59/27-61/35Russo Annachiara
64/12-69/13-70/1676/13-81/16-93/15-94/12.13-97/10Russo Laura
98/13Sabetta Gaetano
66/13-71/13-74/1277/13-80/16-83/17-85/18-90/17.20-92/1998/11-99/12Safina Giorgio
86/25-
Settembre
2013
Sambucci Leopoldo 81/16Sammartino Claudio 51/23-53/5-54/23-55/2156/27.32-57/27-58/24-59/23-60/23-61/28-62/2763/33-65/32-66/35-67/36-69/25-71/22-72/3274/28-77/11-78/38-79/35-80/37-82/2584/35-87/33Sanguedolce Rosario 84/38Sanna Pierluigi
58/32Serangeli Alfredo
72/29-77/19-93/3694/24-95/29-96/25-97/18Serapiglia Dario
100/30Servizio Dioc Formaz.Perm. 73/11Sfrecola Romani Silvia 81/34Simeoni Maria Francesca 76/25-92/31Simonetti Elisa
74/14-98/12Siniscalchi Gianfranco 70/26Specchi Gregory
79/23Spigone Federica
83/29Spigone Fernanda
51/24-62/30-66/28-74/31Spigone Ilaria
53/28.29.29-57/3159/30.30Suore Apostoline Acero 59/32-78/25-79/2980/19.34-81/22-82/20-83/21-84/24.27-85/2786/24-87/21-88/23-89/31-90/28-93/28-94/3095/34-96/31-98/30-99/27Suore Figlie Maria Ausiliatrice 82/23Suore Monastero Clausura “Madonna delle
Grazie”
53/24-61/31-62/2879/26-84/28-85/15-86/27-87/24-88/13-90/2895/21-96/32-99/24Suore dell’Aracoeli 69/23Taddei Luciano e Carla 81/24-98/35Talone Alberto
96/28-97/28Tamburlani Ferdinando 53/30.31-97/25Tartaglione Dorina e Nicolino
51/11.21-52/23-53/3-55/12.23-56/13.13-57/1358/8-60/10-61/15-62/22-63/31-64/37-90/17Testa Luca
55/17Tomasi Giovanni
57/18Tomasi Paolo
51/12-53/31-57/26.3059/22-60/30-61/7.16-62/8.16-63/9.12-64/4.1665/10-66/12-67/5Tomassoni Patrizia 65/14-68/18-70/17-97/11Tummolo Silvano 56/29-58/30.31-70/3071/33-72/30-73/30-74/30Turco Pina
85/17Uff. Catechistico Diocesano
62/11-74/35-82/17-83/485/24.25-87/18.19-88/7-88/30-89/36-90/3091/27.28-92/32-94/32-95/36-97/32.33Uff. Liturgico Diocesano 71/31Ufficio Missionario Diocesano
72/12-73/13-76/1384/17-90/19USMI
73/17-99/28Valenzi Daniele
55/24-57/8-58/18-59/660/14-60/21-61/18-62/17-63/13-64/15-64/2765/26.29-66/16.29-67/17.25.33-69/17-70/20.2471/16.17-72/20.21-73/24.25-74/20-24-75/11.1876/20-79/30-80/33-81/25-82/26-83/30-84/3285/32-86/30-87/28-88/30.32-89/16.35-92/3393/33.34-94/23.29-98/26-99/34Valenzi Valeriano
66/24-68/31-84/3086/28-93/32Valeriani Simone
86/36Vari Emilia
96/34Vari Avv. Luigi
52/24-53/28-54/2855/26Vari Mons. Luigi
55/5-56/7-57/8-58/859/6-61/17-62/14-63/11-64/14-65/13-65/2866/16-68/13-69/10-70/5.13-71/8-72/6-73/874/10-75/5-77/16-79/8.15-80/11-81/11-82/1084/14-86/13-87/9-88/14-89/11-91/12-92/1293/11-95/6-98/24.36Venditti Antonio
51/33-52/33-53/3454/33-55/32-56/35-57/35-58/35-59/37-60/3561/34-62/35-63/34-64/36-65/35-66/39-67/3568/35-69/35-70/35-71/34-72/35-73/35-74/3675/34-76/34-77/38-78/34-79/34-80/36-81/36-
33
Dario Di Luzio*
L
’idea di don Angelo Mancini di realizzare diversi anni fa un mensile ufficiale di facile divulgazione e apprendimento degli atti della Diocesi è stata lungimirante e funzionale. Un modo comodo ed
incisivo per presentare le notizie-informazioni che la storica ed importante Curia di Velletri
porta avanti.
Dopo tanto impegno e passione ora è in “produzione” il numero 100, una bella soddisfazione per il direttore responsabile,
nonché appunto ideatore del
progetto editoriale, e per la sua
redazione.
L’attivo e dinamico direttore è stato ancora una volta al passo con
i tempi e si è mostrato attento alle
esigenze proponendo questo
periodico capace di informare, formare e presentare non soltanto
sui temi pastorali ma tanto di più.
Con il passare degli anni il prodotto finale si è sempre più perfezionato, anche dal punto di vista
grafico-realizzativo, la redazione è cresciuta
e ha migliorato di numero in numero il prodotto proposto.
Come ogni lettore ha potuto constatare in tutte queste 100 edizioni all’interno di Ecclesia
in C@mmino si trovano atti ufficiali della Curia,
il Bollettino Diocesano, l’interessante area biblica, spazio poi dedicato ai Sacramenti, alle visite pastorali, alla vocazione, alla pastorale familiare, alla catechesi, alla musica liturgica, la
pastorale missionaria, alla Caritas, alla sto-
82/36-83/37-84/36-85/36-86/37-87/37-88/3789/38-90/36-91/36-92/37-93/38-94/36-95/3896/38-97/36-98/36-99/38-100/41Verri Sabrina
99/22Vidoni Luigi
91/24Vitali Dario
51/5.34-52/10-53/13.1555/4.9-56/10.15.19-57/5.15.34-58/10-59/860/20.33-61/13.24.30-62/10-63/10-64/9.2765/12.22-66/10-67/10.26-68/8.24-69/6.11-70/10.71/9.21-72/8.18-73/4-74/4-75/7.10-76/8-77/7.2878/9.17-79/7.20-82/9-83/8.11-86/15-87/8-88/1089/24-90/22.26-91/16-92/21-94/15-95/8.1896/10.18-98/14-100/17.27Volontari Museo Diocesano Velletri
71/36-75/38-76/36- 78/35-82/35-83/33-84/3986/36-91/37- 97/35-98/38Volpi Domenico
63/11Zaccagnini Claudia
81/35Zani Simona
59/24-60/24-61/29-62/2463/30-64/38-81/5Zaralli Gaetano
91/20-92/27-93/2094/17-95/23-96/22- 97/13-98/20-99/18-100/22-
ria, alla cultura, si parla anche di grandi temi
di interesse nazionale e di altri argomenti che
vengono individuati in base al periodo di pubblicazione del numero, oltre ad essere un importante veicolo di interscambio tra le parrocchie
e gli uffici pastorali.
Molto apprezzata inoltre l’idea di dar particolare
risalto alle immagini, partendo dalla prima pagina dove è sufficiente guardare la grande istantanea, che il direttore scrupolosamente cerca ed individua, per spiegare il numero, per
dare un senso al mensile pronto per essere
letto. Che il periodico fosse dinamico lo dimostra lo stesso nome scelto Ecclesia
in c@mmino, che sicuramente quando don Angelo Mancini e i suoi più
stretti collaboratori lo hanno coniato volevano proprio esprimere la
testimonianza che la chiesa del nuovo millennio è e deve essere in movimento, non può rimanere statica,
ferma ed immobile ai cambiamenti,
deve aprirsi il più possibile, rimanendo sempre è comunque una
guida, un punto di raccordo, un luogo dove il cuore e le anime dei credenti trovano ninfa per proseguire nelle difficoltà della vita di tutti i giorni, ma come detto deve essere in cammino.
Un plauso quindi va rivolto a mons. Angelo
Mancini, a tutti i suoi collaboratori e a chi ha
contribuito a far crescere la pubblicazione.
Complimenti.
*giornalista pubblicista e nel mondo
dell’informazione da oltre quindici anni.
Da giugno 2013 Consigliere
Comunale Città di Velletri.
Settembre
2013
34
Prof. Romano Petrucci, Valmontone
T
ra le diverse attività dell’uomo ritengo molto apprezzabile, anche se non è di moda,
dedicare una parte del tempo libero alla
lettura e allo studio. Tra gli argomenti che possono essere oggetto di studio ho prediletto in
un mondo che si proietta verso il futuro, la ricerca appassionata delle origini, del passato, del
cammino percorso da quelle idee che trasmesse
da poche migliaia di persone si sono diffuse in
ogni angolo del pianeta e costituiscono la base
della nostra cultura.
Per anni sono stato un ricercatore in Genetica
Umana. Il materiale del mio lavoro è stato l’uomo. Con i miei colleghi abbiamo dedicato gran
parte della nostra attività alla ricerca sull’evoluzione delle popolazioni umane: utilizzando informazioni rese disponibili dalla lettura del patrimonio genetico, affiancandole ai dati acquisiti
da altre scienze: archeologia, linguistica, antropologia, storia, demografia, statistica.
A questo scopo abbiamo lavorato su persone
apparentemente diverse da noi, come i pigmei
africani, o apparentemente cosi simili, come i
ricercatori di altre discipline, spesso separate da
una lunga tradizione di sviluppo indipendente.
“Zo we zo”: in una lingua dell’Africa centrale, il
sango, significa “ un uomo è un uomo”.
Una persona è una persona : ciascun essere
umano ha uguale dignità. E’ una verità antica
quanto noi stessi, offuscata in questi anni che
vedono la violenza razziale, il genocidio, la guerra economica e religiosa, faide secolari, la disarmata presenza della preghiera devastare paesi che vorrebbero dirsi civili.
Cosa possiamo fare individualmente e collettivamente, perché questo abbia termine, perché
non accada più? A giudicare da quanto riferiscono
giornali e televisione ogni giorno, la risposta è
“nulla, o ben poco “. Se c’è chi ha capito come
evitare questo massacro quotidiano, è bene che
si faccia vivo al
più
presto. Il mondo trabocca di buone intenzioni ma
anche di applicazioni funeste. Ma se non siamo in grado di rendere più vivibile la società di
cui facciamo parte, che ci stiamo a fare qui?
Può rispondere chi è venuto prima di noi?
Non credo, perché ciò che abbiamo intorno a
noi oggi è in buona parte un’eredità lasciata da
chi ci ha preceduto. “Io dico che i morti seppelliscono
i vivi”, esclama un personaggio di Eschilo. Eppure
dobbiamo ai nostri genitori e ai nostri nonni il
fatto stesso di essere vivi. Cosa può fare una
nuova generazione per incidere sul corso della storia? Dobbiamo riuscire a rispondere.
Gli scienziati dicono che solo la scienza, solo
nuove scoperte, migliorando la vita possono mettere fine a queste tragedie.
Mi sono dilungato su questi fatti per far sapere
cosa stava alle mie spalle. Per anni anche io
sono stato convinto di questa idea. Questo fino
all’incontro con il vostro mensile “Ecclesìa”, trovato sull’ultimo banco della Collegiata di Valmontone.
Veramente è stato più per curiosità che per un
vero interesse, che ho cominciato a leggerlo.
Gli argomenti della rivista mi sembravano troppo lontani dalla filosofia alla base del mio lavoro. Essi inoltre, per me, non erano facilmente
comprensibili. Non sono un teologo o un catechista, sono un ricercatore.
Il mio lavoro è stato di capire l’evoluzione biologica, il cammino percorso dall’uomo dalla sua
comparsa sulla terra a oggi. C’è almeno un aspetto, però, che il lavoro mio e quello che fate voi
con la vostra rivista hanno in comune. E’ l’aspetto
collettivo. Allo sviluppo di una ricerca scientifica, come alla realizzazione di un mensile, contribuiscono più persone.
La capacità di comunicare e di cooperare, di ideare e di mettere in opera, di porsi i problemi giusti e di cercare di trovare le soluzioni più felici,
sono essenziali dell’una come dell’altra.
Leggendo “Ecclesia” mi sono trovato a considerare il cammino percorso da princìpi che, enunciati più di 2000 anni
fa, sono stati diffusi
e testimoniati
con il sacrificio
della vita da migliaia di persone e che ritroviamo nel primo Messaggio Urbi et Orbi della prima pasqua di Papa Francesco, negli articoli del
vescovo Vincenzo Apicella, nella celebrazione
dell’anno della Fede, nella Pastorale famigliare e vocazionale e nella difesa della vita.
Come sono distanti la violenza, l’indifferenza religiosa, il non senso di un mondo che crede di
essere all’avanguardia e che invece ha perso
il senso della vita nel sorriso di quelle persone
che si vedono nelle foto del vostro mensile accalcarsi attorno al proprio vescovo durante la visita Pastorale.
Da questi concetti, da queste immagini il senso vero della vita sembra quasi si respiri a pieni polmoni. Veramente, all’inizio ho trovato difficoltà a entrare a fondo negli argomenti di alcuni articoli. Quelli contenuti ne “I grandi Temi”, “La
Pastorale Vocazionale” e “ L’Anno della Fede”
ho dovuto leggerli più volte e quasi studiarli (si
legge Topolino o Via col vento non le parole di
Papa Francesco o di Benedetto XVI ).
Pertinenti al particolare momento in cui ci troviamo (aumento dell’indifferenza religiosa presso i giovani e il problema dell’aborto) gli argomenti dove si parla della difesa della vita e delle Comunicazioni sociali.
Accanto a questi che, a mio parere, costituiscono
il cuore di ogni numero ho trovato interessanti,
forse per le notizie storiche e antropologiche, i
“pellegrinaggi “ guidati da Stanislao Fioramonti,
Alfredo Serangeli e Luca Calenne sulle chiese e le tradizioni religiose di Valmontone ed Artena
e gli articoli sull’arte di don Marco Nemesi.
Ho visto che questo è il numero 100 della rivista. Auguro a Voi e a Essa altri 100 di questi
numeri.
La strada di un risveglio religioso e morale, senza il quale è inutile sperare in un progresso politico ed economico, è quello indicata e battuta
da questo mensile che ci richiama a dei doveri cristiani e civili poco compatibili con le pantofole e le “pennichelle” cui siamo da secoli abituati.
Settembre
2013
35
mons. Franco Fagiolo
“RESPICE STELLAM, VOCA MARIAM!”, è stato il tema delle Elevazioni
Spirituali all’Organo storico “Morettini” il 15 agosto dopo la
Messa vespertina nella Concattedrale di Segni di S. Maria
Assunta. Da alcuni anni, a Segni, nella Solennità dell’Assunta,
titolare della Chiesa, hanno luogo le Elevazioni Spirituali, un
momento di ascolto e di meditazione, di musica e di poesia, per innalzare il nostro sguardo in alto, onorare e venerare Maria Assunta e dirigere così il nostro peregrinare verso il traguardo del cielo, per essere accolti un giorno nella
gioia del Paradiso.
Quest’anno ci siamo lasciati guidare dalla bella espressione di S. Bernardo: Respice stellam, voca Mariam! (Guarda
la stella, chiama Maria). Infatti, se vogliamo trovare la rotta ed avere la direzione giusta per raggiungere la meta della nostra salvezza, dobbiamo invocare Maria, la nostra stella. Naturalmente a Segni sono possibili le Elevazioni Spirituali
con l’organo perché la nostra Chiesa è dotata di un autentico gioiello, un Organo a canne, costruito dalla famosa ditta Morettini di Perugia nel 1857.
Attualmente, l’organo di S. Maria, nelle celebrazioni,
accompagna i canti dell’assemblea, rende più belle e più solenni le nostre Liturgie: infatti l’organo a canne è lo strumento
liturgico per eccellenza. Ma il “nostro” Morettini è anche uno
“strumento da concerto”, con tanti registri particolari che permettono diverse e svariate sonorità. A detta degli esperti, è
difficile trovare, oggi, funzionante, uno strumento di questo
genere. Anche se purtroppo può essere sfruttato soltanto
al cinquanta per cento, perché necessita di un radicale restauro, il Morettini di Segni ha un suo fascino e una sua peculiare specificità. Ce lo ha dimostrato brillantemente, ancora
una volta, se ce ne fosse stato bisogno, il M° Daniele Rossi,
che dal 1985 collabora stabilmente come organista- cembalista con l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Nazionale
di S. Cecilia di Roma. Ha eseguito magistralmente brani di
G. Frescobaldi, D. Zipoli, J.
Stanley e J. S. Bach, musiche che immediatamente
hanno dato il giusto “la” alle
Elevazioni, creando subito
l’atmosfera adatta per
sottolineare e commentare i diversi brani tratti dalle poesie di autori come S.
Bernardo di Chiaravalle, S.
Venuti, G. Falco, A. Merini,
M. Piazzolla.
A completare l’opera, la declamazione partecipe e appassionata di Annalisa Ciccotti
e Mario Vari, lettori garbati e incisivi, che ci hanno fatto gustare la bellezza dei
testi poetici. Veramente
un’oretta deliziosa, carica
di musica e di poesia, di arte
e di fede, di silenzio, di ascolto e di preghiera.
Alla fine tutti abbiamo provato la gioia di godere “uno
spaccato di cielo”: è quello che ci voleva nella Festa
dell’Assunta.
Carlo Fatuzzo
N
ello scorso luglio, la parrocchia
S. Maria Assunta di Segni ha
proposto un percorso di introduzione alla lectio divina aperto a tutti, articolato in tre incontri, nell’àmbito
delle solenni celebrazioni in onore di S.
Bruno, patrono della città e compatrono della diocesi.
Per rispondere all’invito rivolto a tutta
la Chiesa in questo speciale Anno della Fede, a riscoprire le fonti della nostra
fede cristiana, è parso opportuno dedicare alla Parola di Dio alcuni momenti privilegiati, concludendo le attività dell’anno pastorale in ideale collegamento con la loro apertura lo scorso autunno, quando la comunità ha approfondito in quattro incontri le Costituzioni del
Concilio Vaticano II. Per le meditazioni di questo percorso è stato scelto un
tema unitario («Lodare Dio con arte»)
e un libro biblico specifico: il Salterio,
contenente le preghiere ufficiali del Popolo
di Dio. Pertanto, si è trattato anzitutto
di momenti di preghiera, in cui la comunità si è riunita per lodare Dio con le
parole che Lui stesso ha suggerito nella Sacra Scrittura e che Gesù ha utilizzato, così come da sempre la materna pedagogia della Chiesa insegna con
la Liturgia delle Ore.
Un breve commento ha poi illustrato qualche chiave interpretativa della lettura tipica ecclesiale, in particolare quella
patristica, unendo la comprensione letterale a quella spirituale.
Per riprodurre il contesto proprio di questo libro poetico-musicale, si è data alla
lectio una connotazione artistica, affiancando la declamazione espressiva dei
Salmi all’elevazione musicale, attraverso
alcune musiche scelte come consono
accompagnamento strumentale, grazie
alla gentile collaborazione di giovani artisti segnini, membri della comunità parrocchiale. I partecipanti si sono raccolti
nel presbiterio della Cattedrale, attor-
no alla Parola e ad un’artistica icona in
stile bizantino raffigurante Cristo in trono, Parola definitiva del Padre.
È stato quindi non solo un percorso di
preghiera e meditazione, ma anche un
ciclo di tre piacevoli serate estive, in cui
la Parola è stata mediata dalla Bellezza,
riflesso di Dio stesso.
Come sempre introdotto dall’invocazione
dello Spirito Santo, il primo incontro è
stato dedicato a un’introduzione generale alla pratica della lectio divina - quale lettura orante della Parola di Dio secondo lo Spirito con cui è stata scritta (cf
Dei Verbum 12) - sulla base del
Magistero, specialmente l’Esortazione
Verbum Domini di Benedetto XVI.
È seguita la meditazione di alcuni Salmi
“della fiducia in Dio”. La preghiera mariana dell’Angelus ha infine auspicato l’incarnazione della Parola nella nostra vita,
cercando di metterla in pratica ogni giorno. La seconda serata ha avuto come
oggetto i Salmi “dell’esilio”, meditando
sia sull’esilio storico degli ebrei che ha
generato questi Salmi sia sull’esilio spirituale che è la vita di ciascuno.
Nel caso del Salmo 136, la meditazione è stata coadiuvata dal confronto con
alcune composizioni ad esso ispirate:
il mottetto Super flumina Babylonis di
Palestrina, la poesia Alle fronde dei salici di Quasimodo e il coro Va’ pensiero
dal Nabucco di Verdi, del quale quest’anno
ricorre il bicentenario della nascita, commentato da mons. Franco Fagiolo.
Infine, cantando coralmente la melodia
gregoriana dell’antifona Salve Regina,
è stata invocata la visione, post hoc exsilium, di Cristo. Il ciclo si è concluso meditando i Salmi alleluiatici “di lode”, con
la partecipazione di don Daniele
Valenzi, che ha citato e spiegato una
pertinente selezione di commenti dei Padri
della Chiesa, con speciale riguardo a
S. Bruno, grande commentatore della
Sacra Scrittura, rendendo così omaggio al patrono proprio nei giorni di festa
a lui dedicati.
Settembre
2013
36
Carlo Fatuzzo
M
artedì 23 luglio, mentre a Rio de Janeiro si apriva ufficialmente
l’intenso programma della Giornata Mondiale della Gioventù,
alla quale ha partecipato anche una rappresentanza della nostra
diocesi, la parrocchia S. Maria Assunta di Segni ha organizzato una
“Festa dei Giovani”. Lo scopo di questa serata era molto semplice: vivere con gioia ed entusiasmo, anche nella piccola realtà della nostra comunità parrocchiale, la preparazione a questo tradizionale evento giovanile ed ecclesiale di portata mondiale.
La GMG, infatti, è non solo un incontro a tu per tu tra i giovani e il papa,
ma soprattutto l’occasione per vivere insieme agli altri giovani un’intensa
“ricarica” evangelica e spirituale, per rinnovare il proprio impegno di vita
cristiana verso una maggiore radicalità. Tale impegno poi - tra una GMG
e l’altra - viene profuso proprio nelle realtà locali delle proprie comunità d’appartenenza. Molto gradita è stata pure la presenza di tanti che
provenivano da altre parrocchie e città. Nel desiderio di dare alla serata la profondità di un incontro all’insegna della comune adesione alla
S
Lorenzi Elisa
crivo per la parrocchia s. Maria degli
Angeli di Segni, a nome del parroco
don Claudio e di tutti gli operatori che
ogni estate si impegnano a dar vita ad una attività bellissima che è il campo estivo alla madonna della castagna. Vogliamo raccontarvi la nostra
esperienza che da un paio di anni a questa par-
vita di fede, respirando la centralità di Cristo prima ancora che l’atmosfera frizzante tipica delle GMG, si è svolto
un programma abbastanza ricco e vario, nell’incantevole scenario del “Giardino del Vescovado”, dinanzi allo splendido tramonto che da lì è possibile gustare.
In apertura, il saluto di benvenuto del parroco mons. Franco
Fagiolo e una calorosa accoglienza rallegrata da un’abbondante “apericena”, preparata interamente dai giovani della parrocchia e offerta a tutti i presenti. Poi, il canto della “sigla” iniziale, Emmanuel (l’inno della GMG del
2000), seguìto dalla lettura - da parte di alcuni giovani di stralci tratti dal messaggio di Benedetto XVI per la GMG
2013 e dall’omelia del papa Francesco per l’ultima Domenica
delle Palme, specificamente rivolta ai giovani.
La proiezione di un filmato ufficiale dedicato proprio alla
storia delle GMG ci ha immersi maggiormente nel clima
di questo evento, ripercorrendo le tappe salienti di questo lungo dialogo sulla fede in Dio che da quasi trent’anni
si intreccia tra i giovani di tutto il mondo e i papi Giovanni
Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Essendo la GMG
2013 dedicata alla missionarietà della Chiesa, è stata poi raccontata
una testimonianza sulla vita di padre Antonio Sinibaldi, francescano conventuale nato a Segni, che è stato missionario proprio in Brasile e soprattutto tra i più giovani e i più poveri.
Abbiamo così idealmente viaggiato oltre l’oceano e siamo entrati a contatto con la realtà sociale di quella terra, ma soprattutto con un esempio coinvolgente e concreto di donazione incondizionata a Cristo e dedizione totale all’esercizio più eroico della carità. Canti, danze moderne
e brani musicali classici, eseguiti da giovani della parrocchia, sono stati gradevoli momenti artistici che hanno contribuito a rendere ancora
più piacevole quest’incontro all’insegna della gioia.
Molto simpatico è stato poi il momento in cui il gruppo dei giovanissimi cresimandi ha insegnato ai presenti a ballare a ritmo di samba l’inno della GMG 2013, in anteprima assoluta rispetto all’esecuzione ufficiale a Rio.I partecipanti si sono infine congedati cantando insieme la
notissima Resta qui con noi, colonna sonora “storica” di tutte le GMG,
mentre veniva proiettato su uno schermo “l’album dei ricordi” con le foto
dei nostri giovani scattate durante le GMG degli anni scorsi.
te è ripartita alla grande,
attirando molti ragazzi (di
tutte le età dai più piccoli
fino agli adolescenti),
arrivando a sfiorare
anche le 70 unità.
I nostri giovedì alla
madonna della castagna,
come diciamo noi, si svolgono in questo modo: arrivo alle 9.30, piccola
riflessione sul vangelo della domenica da
parte di don
Claudio, raduno
dei gruppi, preghiera del padre
nostro e conta.... Poi tutto si trasforma in
gioco, si formano le squadre e gli operatori più giovani seguono i giochi organizzati. durante i vari giovedì poi abbiamo avuto diverse sorprese; abbiamo organizzato un grande barbecue, una cocomerata, e’ arrivato persino il “carrettino
dei gelati”.
Come conclusione abbiamo poi pensa-
to bene di coinvolgere le famiglie dei ragazzi (che
comunque sono state sempre presenti), domenica 18 agosto abbiamo concluso il campo estivo invitando tutte le famiglie, celebrando la messa all’aperto, organizzando un aperitivo, un bel
pranzo ed infine vari giochi che hanno visto protagonisti proprio genitori contro figli (molto divertente è stata la partita a calcio padri-figli in cui
i primi hanno vinto per 6 a 1!).
Possiamo dire che siamo veramente soddisfatti
di questa attività e speriamo che l’anno prossimo vada ancora meglio!
Settembre
2013
37
Sara Calì
l suggestivo verso di Pascoli, tratto
dall’Aquilone, richiama alla mente le chiesette presenti in alcune frazioni di Artena.
Vorrei cominciare da quella dedicata nella contrada Selvatico alla Madonna del Buon
Consiglio, fortemente voluta da Padre Girolamo
Mele che nel suo prezioso libro, Notiziole Paesane,
ne racconta la storia. Torniamo un po’ indietro nel tempo e ripercorriamone con lui le tappe fondamentali della costruzione.
Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, Selvatico
è un luogo impervio, forse per questo considerato da molti sfollati un luogo sicuro in caso di
attacchi aerei. È in corso un bombardamento
e il rifugio è pieno di gente spaventata.
Tutti cercano conforto pregando intorno alla bella immagine della Madonna del Buon Consiglio
che P. Girolamo ha con sé. Alle concitate preghiere per la salvezza, seguono convinte promesse fatte alla Madonna in caso di scampato pericolo. Finalmente l’attacco cessa, tutti sono
salvi e ringraziano la Madonna. Come spesso
accade, però, passato il pericolo, ci si dimentica delle promesse fatte con tanto ardore.
Dopo circa quattro mesi di sfollamento, il francescano, tornato in Convento, medita di riportare l’immagine a Selvatico, non più nella capanna dove aveva improvvisato un piccolo altare
ma in una “Cappellina” che, pur modesta, onori degnamente la sacra immagine, come atto di
devozione in ricordo dei giorni della guerra. Impresa
non facile per chi non ha mezzi.
Un giorno decide di fare una passeggiata in quei
luoghi dove erano state fatte tante promesse e,
per caso, trova il padrone del terreno, il sig. Bianchi,
che insieme alla sua famiglia sta raccogliendo
le olive. L’uomo, quando il sacerdote gli manifesta la sua intenzione, acconsente e gli dona
la terra necessaria. Ora bisogna trovare i soldi
I
necessari, almeno 50.000 lire, per dare inizio
ai lavori. Il devoto frate non si scoraggia, ha piena fiducia nella Santa Vergine che, ne è certo,
provvederà.
Infatti il giorno di Pasqua del 1945, un giovane, che aveva fatto voto alla Madonna, dona a
P. Girolamo 3000 lire, con le quali il sacerdote
paga i primi debiti contratti. Ma ancora non bastano. Allora il religioso pensa di rivolgersi ai confratelli d’oltreoceano per ricevere qualche aiuto. È la svolta decisiva: dall’America arrivano “discrete elemosine”.
Nel frattempo gli abitanti della Contrada si prestano per “parecchie opere”, il sig. Bianchi cede
altri metri di terreno, pur rinunciando ad alcune piante di olivo e il sogno di P. Girolamo si
avvera. Così l’autore termina il racconto:
“Rese infinite grazie a Dio e alla Vergine SS.ma,
il giorno 8 di Settembre 1946 nella Contrada
del Selvatico vi era una Cappella dedicata alla
Madonna del Buon Consiglio e in quello stes-
Foto del titolo: l’inaugurazione della chiesetta della Madonna del Buon Consiglio, nella Contrada del
Selvatico, l’8.09.1946; nelle foto sopra: la chiesa e la cappella dopo il restauro del 1990.
so giorno vi si cantava la S. Messa; il piccolo tempio è per la contrada come umile faro
per richiamare e illuminare le povere Anime
smarrite. Voglio augurarmi che la contrada sappia mantenere gelosamente la sua Cappellina
tanto devota e bella.
Siano lodati i nomi di Gesù e Maria in eterno.
Riporto la iscrizione del Padre Angelo Coculo
nostro dotto e degno paesano figlio di S. Francesco”:
Alla gran Madre di Dio
Questo piccolo tempio
Eretto coll’offerta di anime pie
Voluto da un figlio di S. Francesco d’Assisi
Canti la riconoscenza perenne
Dei bimbi delle madri e di quanti
qui si rifugiarono
Atterriti dalla più recente e più spaventosa
Delle guerre
E nell’invocazione del nome di Maria
Rimasero incolumi.
VIII Settembre MCMXLVI
Settembre
2013
ASR Montelanico Catasto Gregoriano - dettaglio
38
Percorrendo la toponomastica
di Montelanico
Piero Capozi*
L
a lettura della toponomastica di alcune
particolari zone che oramai attraversiamo con superficiale indifferenza, si
rivela essere un interessante quanto curioso percorso nella storia di una località.
La toponomastica, infatti, rivela immediatamente
un luogo, lo individua e lo caratterizza rispetto
ad altri poiché è fortemente ancorata ad uno spa-
Ingresso ex Vicolo di Liborio
Ingresso Vicolo delle Fornaci,
oggi Via delle Fornaci
conservato presso l’Archivio Notarile Mandamentale
di Segni 3, si può risalire ai nomi delle strade e
dei vicoli del centro abitato di Montelanico.
Dal documento si apprende che il Priore
Giovanni Battista Acquista, “in forza della
facoltà ricevuta dalla Superiorità, e per mezzo
dell’Atto di Delibera […] cede e concede al sig.
Luigi Paolozzi l’appalto della costruzione dei selciati nella strada interna di questo Comune” 4.
La descrizione dei vicoli interessati ai lavori di
risistemazione è preceduta da una breve rappresentazione della zona del paese denominata
il Borgo (jo Burgo), cioè l’attuale Piazza Vittorio
Emanuele II, a cui segue una descrizione della parte antica, quella che oggi è indicata come
centro storico.
“Trovasi l’abitato del Comune di Montelanico parte in piano e parte in poca altura. Esiste nel piano la strada rotabile che conduce a Carpineto
e nell’altura poi esiste anche esso in un perfetto
piano che ha l’imbocco in due parti nella detta
strada rotabile: il primo subito esiste nella Via
del Piano dove ha principio il Borgo ove percorre
la detta strada rotabile e tanto l’uno che l’altro
imbocco presentano una dolce acclività e mettono all’abitato superiore.
Le Vie maestre che esistono sono Via di Cortevecchia
e Via Sedionato, ed ambedue ritengono i suoi
zio e di questo ne trattiene i segni e ne rivela i vicoletti racchiusi, ossia senza sfondo nel finicambiamenti lasciati dal trascorrere del tempo. re di essi. Le Vie Maestre esistono tutte con nuoDel resto, i nomi dei luoghi sono il risultato di vo selciato, i soli Vicoletti, benchè in essi vi esiepoche e cambiamenti storici rilevanti, ma pos- stono molte abitazioni, sono ripieni di immonsono anche essere il segno di una sospensio- dezze a causa degl’avvallamenti e male indicati
ne nel tempo rimanendo fissati molto a lungo nel percorrere le acque superflue, che provennella loro forma originaria.
gono dalle dette vie Maestre creano continue
Numerose sono le motivazioni del perché un ter- servitù e danno agli stabili adiacenti, onde che
mine si è legato ad uno spazio. Fra queste, ad a riparare a tali inconvenienti si propose di selesempio, possono essere considerate: la pre- ciare i Vicoletti, ed in tal modo avviene che l’asenza di gruppi sociali determinati; la conformazione bitato tutto del detto Comune di Montelanico, non
fisica di un’area o la sua destinazione d’uso; l’u- soffrirà in avvenire”. Dopo questa premessa che
nione di quel luogo ad un fatci rivela le motivazioni dei
to storico particolare o alla
lavori di sistemazione si
sua memoria. Inoltre, i nomi
passa alla denominazione
erano, e sono, uno dei
dei Vicoli. Il “primo vicosegni più evidenti del camlo che dal principio del
biamento di un centro abiBorgo conduce alle
tato. Nel piccolo paese di
Fornaci; secondo vicoMontelanico i nomi delle stralo nella destra della Via
de e dei luoghi risentirono,
detta Sedionato denoin particolar modo nel pasminato di Liborio; terzo
sato, della conoscenza delvicolo chiamato Massaretto
le persone, della possibiliparimenti nella destra di
tà di incontrarsi e frequendetta via; quarto vicolo
tarsi quotidianamente.
Primavera nella sinistra
Questo aspetto, che facequinto vicolo denominato
va somigliare il paese ad “un
Casa Spallata; sesto
grande condominio dove ognuvicolo detto di Romualdo;
no era conosciuto”, rendesettimo vicolo denominato
va “ogni cittadino […] così
Orto Petriconi; ottavo vicoVicolo Pasquale Greggi
ben conosciuto che ognulo detto di Piccione.
no ne avrebbe potuto comSeguono i vicoletti delporre l’albero genealogico, almeno per una paio la Via di Cortevecchia: primo vicolo Pasquale
di generazioni, figurarsi se non ci si conosce- Greggi nella sinistra; secondo vicolo detto di Pizzicato;
va la sua abitazione”1.
terzo vicolo denomiato il Forno; quarto vicolo di
Dalla lettura di un documento, datato 27 otto- Lucia la Mora; quinto vicolo Strilla forte; sesto
bre 1862, titolato “Istrumento dell’appalto del- vicolo Colle Sasso; settimo vicolo detto Sotto il
la costruzione dei selciati nelle strade interne”2, Murello; ottavo vicolo Giovan Crisostomo; nono
Settembre
2013
39
n.d.r.
L
a Parrocchia di S. Bruno
viene eretta canonicamente
il 2 marzo 1985. La prima pietra per la costruzione del
nuovo complesso viene posata
il 10 dicembre 1989: il 7 gennaio
1990 ha inizio l’attività pastorale della nuova parrocchia.
Il 23 dicembre 1990 vengono inaugurati i Locali di Ministro Pastorale
e il salone a pianterreno è adibito a Chiesa.
Il 12 dicembre 1993 viene posata la prima pietra della Chiesa e
il 1 marzo 1997 viene inaugurata con la solenne Celebrazione
di Dedicazione. L’aula liturgica si
presenta ampia e spaziosa.
L’altare è di pietra viva e al centro, scolpita in bassorilievo, vi è
un’artistica croce.
Il grande Crocifisso che domina
il presbiterio è una riproduzione, a grandezza naturale, delle opere del
duecento. Distinta dall’aula liturgica si trova la cappella per la custodia
del Santissimo adatta all’adorazione e alla preghiera; è stato decorata
con vetrate artistiche policrome finemente lavorate.
Nei pannelli centrali della porta d’ingresso sono stati riprodotti, a rilievo, i simboli della Parole e dell’Eucarestia, negli altri pannelli, sono stati realizzati con la tecnica dell’incisione, “ Il castello di Vicoli” dove S.
vicolo dell’Ortiariola”5. Questi, dunque, erano i
nomi delle strade e dei vicoli del centro abitato di Montelanico.
Ma, secondo quanto si è detto in precedenza,
la toponomastica risente fortemente anche dei
mutamenti storici, e così avvenne nel paese dopo
il 1871 quando il sindaco Don Francesco Raimondi
e la giunta comunale, vollero cambiare la “denominazione delle vie, frazioni, casali e la numerazione delle casa” dando loro una “evidente
impronta risorgimentale” 6.
Ecco, quindi, sostituito il nome dove era già presente e denominate le nuove strade realizzate. L’elenco comprendeva: “strada Garibaldi, piazza Vittorio Emanuele II, strada Plebiscito, vicolo del Sasso, strada di Carpineto, strada delle
Fornaci [al posto di vicolo delle Fornaci], strada di S. Michele, strada del Cavaccione, strada Corte Vecchia, strada Principe Umberto, strada Piazza Cavour, strada S. Pietro e strada
dell’Indipendenza Italiana “ 7.
Sulla destra ingresso Via del Sedionato,
oggi Via S. Pietro
Accanto a queste strade e a
questi nomi nel
tempo se ne
aggiunsero degli
altri ad assecondare una
crescita del paese che si adeguava ai tempi.
Bruno fu imprigionato, e la facciata della Concattedrale di Segni e quella dell’Abbazia di Montecassino.
Il territorio della parrocchia si estende in gran parte su una zona della
città che solo recentemente è stata destinata ad uso abitativo quindi con
costruzioni nuove con circa 7000 abitanti.
Primo parroco è stato mons. Franco Fagiolo, attualmente il parroco è
don Augusto Fagnani.
ASM Carta sul territorio di Montelanico della Casa Doria-Pamphilij
*collaboratore
dell’Archivio
Storico Innocenzo
III di Segni
1
L. Roberti, Don
Francesco Raimondi,
patriota del Risorgimento, primo sindaco di Montelanico,
Comune di Montelanico, 2003, p. 104.
2
Archivio Notarile Mandamentale di Segni (d’ora in poi abbreviato con ANMS), Atti privati e pubblici, busta 42, atto del
27 ottobre 1862. Notaio e segretario comunale Luigi Pizzarri
Luciani.
3
La documentazione dell’Archivio Notarile Mandamentale
di Segni è, attualmente, in via di riordino.
4
Nel documento erano riportate anche le modalità di pagamento che dovevano essere “effettuate in tre eguali rate,
la prima cioè all’incominciar del lavoro, la seconda alla metà
del lavoro e la terza dopo la sanzione del collaudo dei lavori medesimi […]”.
Prescrizioni contenute nel documento riguardavano
anche i materiali da utilizzare e i luoghi dove prenderli. La
“cava per poter fare i selci da servire nella costruzione dei
selciati, si stabilisce quella in contrada la Cona in questo
territorio”.
5
Segue poi un’accurata spiegazione di come dovevano
essere eseguiti i lavori. Il Piano di esecuzione prevedeva, infatti, che “la calce, la pozzolana e la pietra siano di
ottima qualità, ed in specie la pietra venghi scavata nella cava presso il Rivo [il Rio], la calce deve essere bene
tempiorata nel fosso e non possa mettersi in esecuzione
se non dopo giorni quindici riconosciuta eseguibile. La pozzolana sia di quella piombina che dicesi gagliarda, perciò quella dolce viene espressamente proibita. L’impasto
della calce viene distribuito da due parti di pozzulana ed
una di calce, e la grossezza che dovrà riconoscersi per il
letto del selciato non minore di once due >>. L’importo totale dei lavori era di << scudi duecento diciannove e baiocchi dodici e mezzo, 219 12 5”. Ibidem.
6
Cit. L. Roberti, Don Francesco Raimondi, p. 105.
7
Cit. Ibidem.
Settembre
2013
40
“Mons. G.Centra” che ha lavorato per molti mesi
contattando le scuole, i fotografici, i poeti adulti….può onestamente aggiungere una stella
e un commento assai positivo per il lavoro svolto nel corso di diversi mesi e la cerimonia organizzata a conclusione del “Premio Goccia
d’Oro – 2013”.
POESIE VINCITRICI – ADULTI
– “Per un sorriso” di Ennio Orgiti.
– “La sedia sotto la vite” di Fernanda Spigone
–“La seera” di Irene De Pacer
-“Dopo il temporale” di Umberto Duschovic
– “La ricerca era” di A. Filomena Santone
La Giuria ha segnalato altre 33 poesie di
adulti, ritenute degne di pubblicazione.
T
Enrico Mattoccia
ra iniziative ed eventi che riempiono il
calendario estivo di Rocca Massima,
spesso a tal punto che è difficile seguirli tutti, l’11 agosto si è chiusa la XI edizione del
“Premio Goccia d’Oro” poesia adulti, poesia ragazzi e fotografia.
Dopo due-tre anni che si era celebrata la conclusione nella piacevolissima “Piazzetta Doria”,
si era passati alla insuperabile “Piazzetta della Madonnella”; quest’anno si è pensato di far
conoscere agli ospiti un altro angolo incantevole
del Paese: il Parco della Memoria,che suscita
tante suggestioni e considerazioni e guarda
verso la Valle del Sacco. Si tratta di un luogo
Comunale, realizzato e custodito dalla associazione
Pro-Loco che ha iniziato con l’intento di suggerire
ai cittadini di piantare un albero in quel luogo
per ricordare una persona cara che non c’è più
o auspicare una vita felice ad un bambino venuto a riempire di gioia la famiglia.
Gli alberi si sono moltiplicati e, col tempo, sono
sorti vialetti ben curati, con aiole, sedili…e soprattutto uno slargo per riunioni e manifestazioni con
gradinate fisse per accogliere molte persone;
luce, acqua, colonne con capitello ionico che
sembrano dare un legame con il passato.
Un luogo incantevole, che è stato per molti una
felice scoperta; si aggiunga che i panorami sono
bellissimi da ogni lato.
La novità di quest’anno è stata la sospensione della mostra di pittura, sostituita con un concorso di fotografia, che è stato molto apprezzato. Ne abbiamo già parlato su questo settimanale qualche tempo addietro.
Anche la fotografia può essere educativa sia per
gli adulti che per i ragazzi. Parlando con alcune persone che hanno partecipato al concorso,
ho potuto ascoltare come si comportano per trovare “lo scatto felice” per gli animali, quali sono
i momenti migliori della giornata, quali accortezze
bisogna avere per i ritratti…; insomma, anche
la fotografia “è un’arte”, ha le sue regole e i suoi
segreti ….e richiede passione e costanza.
Nella cerimonia di domenica 11, naturalmen-
te, il momento più atteso è stato quello della
premiazione dei ragazzi. Le dodici migliori poesie sulle 250 arrivate, dopo una prima valutazione degli insegnanti che hanno dovuto rispettare il limite di sei poesie, hanno destato molta attenzione ed ammirazione. Abbiamo ascoltato situazioni e combinazioni di cui gli adulti non
sono più capaci, sogni, progetti….anche ingenuità che danno speranza e suscitano simpatia. Il merito va anche agli insegnanti che ringraziamo sentitamente.
La cerimonia è stata onorata dalla presenza del
sindaco del paese, Angelo Tomei, del presidente
della Pro- Lo-Loco, Augusto Cianfoni, di cittadini di Rocca Massima e soprattutto di amici,
ammiratori e sostenitori dell’Associazione
“Mons. Centra” provenienti da diversi paesi vicini e anche dal frusinate.
Le gradinate che accolgono il pubblico sono state riempite completamente, malgrado l’aggiunta
di circa 100 sedie, che hanno fatto raggiungere la cifra di 300 posti a sedere. Anche il clima
è stato piacevolissimo: aria fresca senza vento, sino alla fine. L’Associazione culturale
FOTO VINCITRICI
– “Folaga” di Claudio Mammucari
– “Il frate” di Giancarlo Malafronte
– “Ninfa” di Giulio dal Seno.
FOTO SEGNALATE:
– “Coppia romantica” di Livia Pica
– “Costumi ciociari” di Luigi Sarallo
La giuria ha proposto 20 fotografie per la
pubblicazione.
POESIE VINCITRICI –RAGAZZI
– “Grazie, maestra” di Beatrice Urru
– “Io chi sono?” di Michela Marinelli
- “Cavallo Selvaggio” di Matteo Gasbarra
- “La mia famiglia” di Francesca Zaccardelli
– “L’aquilone” di Nicolò Balzarotti
– “Paese” di Nicoletta Tozzi
– “La mia parte” di Floriana Scascitelli
-“Il suo incredibile sorriso” di LiviaLatini
–“Primavera prima festa” di Vlad balan
– “Grazie, Mamma” di Lucrezia Pavia
– “Assalto” di Francesca Menelao
– Dio vi ha insegnato questo” di Alessio
Giuliani.
La giuria ha segnalato 49 poesie dei ragazzi degne
di esser pubblicate.
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Antonio Venditti
i fanno tanti bei discorsi sulla moralità pubblica e privata, ma, alla prova dei fatti, non c’è riparo alla decadenza dei costumi, con un giustificazionismo
imperante, che paralizza i buoni propositi di cambiamento e di miglioramento della società. Si
dovrebbe, invece, fare un’analisi critica della realtà, sulla base di ciò che si constata continuamente, traendo le dovute conclusioni senza “se”
e senza “ma”, per stabilire intelligentemente le
condotte idonee al superamento delle disfunzioni riscontrate nel tessuto sociale.
L’attenzione di tutti è calamitata da vicende clamorose con inevitabili risvolti giudiziari di lunghissima durata, che spesso, invece di chiarire i fatti, li rendono confusi, così che diventa
tortuosa la ricerca della “verità”¸ ed anche se
è sancita dalle “sentenze”, spesso non conclude
le discussioni, ferme alla prima e lontana fase
emozionale. Quando è il mondo della scuola
ad essere protagonista di scabrose situazioni,
subito evidenziate da stampa e televisione, indubbiamente è da tutti avvertita la gravità, con grande preoccupazione per le conseguenze immediate e future, che toccano davvero tutte le fasce
dell’età adulta, nel ruolo di educatori, genitori,
parenti, amici, operatori sociali.
Certo è che della scuola e dei docenti, come
della famiglia e dei genitori, non si dovrebbe
mai parlare in termini infamanti, che oscurano
l’immagine stessa dell’educazione.
Come si potrà mai dimenticare un episodio che
ha coinvolto gravemente gli alunni? Come si
potrà cancellare l’antieducativo comportamento del personale scolastico, che ha usato
metodi coercitivi grossolani e violenti?
Come si potrà ripristinare la bellezza e la purezza dell’insegnamento, dopo che docenti hanno abusato di bambini/e affidati alle loro cure?
Sono macchie indelebili nelle scuole coinvolte, perché incidono terribilmente nella natura
stessa dell’istituzione e pertanto sono inammissibili
ed ingiustificabili.
Ogni altro ordine di difetti può comprendersi,
senza giustificarsi, perché ogni istituzione
umana può e deve modificare la sua linea, quando è inefficace ed improduttiva, ed anche nelle migliori situazioni, non deve venir meno lo
sforzo di perfezionamento, per raggiungere sempre nuovi traguardi. La scuola giustamente è
percepita come centro di formazione umana e
culturale. Talmente importante e ricca di aspettative è la sua funzione, che deve essere pronta ad ogni evenienza, deve prevenire i pericoli con una vigilanza continua su tutti gli aspetti della complessa azione quotidiana, deve prendere subito coscienza delle disfunzioni e deve
avere la capacità di superarle.
Fondamentale, quindi, è la buona gestione, fondata sullo spirito di collaborazione di tutti gli operatori che, nella diversità dei ruoli, devono essere convintamene al completo e disinteressato
servizio degli alunni, centro radioso dell’istituzione. Le “unità scolastiche” presenti sul ter-
Nell’immagine un’opera pittorica dell’artista Bas Sebus
ritorio si configurano come comunità “autonome” ossia libere di organizzarsi, secondo le norme e le finalità del servizio pubblico nazionale. Esse devono essere in tutto e per tutto trasparenti nella loro azione, consapevoli che la
pubblica opinione in ambito locale è molto attenta e rigorosa nella rilevazione del complessivo andamento dell’attività scolastica, secondo
i parametri dell’efficienza e della qualità.
I docenti sono al centro dell’attenzione e non
può essere diversamente, perché sono il
motore di ogni scuola e dal loro modo di essere e di operare dipende largamente il giudizio
della comunità, sulla base dei risultati complessivamente raggiunti. Ma certamente più importante e significativa è la considerazione che di
essi hanno genitori ed alunni.
Il rapporto tra docenti e discenti è essenziale
nella formazione e per importanza ed incisività viene subito dopo quello tra genitori e figli.
È fondamentalmente il rapporto tra i due soggetti del processo di insegnamento-apprendimento, nell’ovvio significato che i docenti insegnano e i discenti apprendono, se i primi svolgono con competenza e convinzione la loro ope-
ra e i secondi riescono davvero a recepire attivamente le valide conoscenze.
È questo il primo esempio fornito agli alunni dai
veri insegnanti che non saranno dimenticati per
tutta la vita, per il decisivo contributo allo sviluppo dell’intelligenza, con l’acquisizione dell’adeguato metodo di studio. Ed è tanto acuta
la capacità di giudizio di bambini, ragazzi e giovani, che, accanto al ricordo positivo dei bravi insegnanti, avranno quello negativo dei docenti inadeguati a svolgere il loro indispensabile
lavoro.
Il secondo esempio concerne il comportamento
professionale, ossia il modo di stabilire il rapporto e di porgere ai discenti con equilibrio e
serenità le conoscenze, per sviluppare un maggiore interesse e dare sicurezza come capacità di superare le difficoltà.
Non sono molti gli insegnanti che, oltre alla competenza nelle discipline di insegnamento, hanno questa piena coscienza pedagogica e sono
una straordinaria possibilità per i loro alunni,
che, avvertendo il privilegio, restano incantati
dalla loro personalità. Se non si può chiedecontinua a pag.42
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Breve presentazione del libro:
don Antonio Galati
“Ho partorito un figlio”. Questa affermazione, se
non contestualizzata a dovere, è shoccante, se
a pronunciarla è un sacerdote.
In realtà il figlio di cui parla don Luciano Lepore,
e di cui va fiero, è una sua opera letteraria, un
libro che, per lui, ha significato venti anni di studi e la consultazione di più di 700 opere, tra libri
e articoli di riviste in varie lingue.
Alle origini del Pentateuco, questo è il titolo della sua opera, vuole essere una presentazione della storia dell’antico Israele, dalle sue origini fino
alle soglie della nascita del Signore, facendo dialogare i testi biblici con la storia della mezzaluna fertile che viene raccontata dai reperti archeologici finora rinvenuti.
In questo modo, inoltre, propone una lettura diacronica di alcuni testi biblici, individuando cioè i
vari “strati” letterari che, sovrapponendosi l’uno
sull’altro attraverso delle riscritture successive, in
base agli eventi storici che gli agiografi hanno vissuto o di cui sono venuti a conoscenza, hanno
prodotto il testo biblico finale così come ora è da
noi conosciuto.
Un presupposto fondamentale, secondo don Luciano,
per poter descrivere la storia del popolo ebraico,
e che vale in generale per ogni opera storiografica, e che gli ha permesso di portare a termine
il suo lavoro, è che “non è possibile ricostruire il
passato di un popolo nella sua oggettività. [...]
L’analisi scientifica delle testimonianze [storiche]
richiede continui approfondimenti e interpretazioni,
senza per questo avere la certezza dell’interpretazione
dell’evento così come accaduto”1. In altre parole, non è possibile dire con certezza matematica che la ricostruzione storica effettuata sia la descrizione perfetta e semplicemente oggettiva dell’evento, ma che in quella ricostruzione gioca un ruolo importante il punto di vista dello storico. Facendo
questo l’autore accosta il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia, proponendo la tesi che
Q
uando si parla del lavoro dell’iconografo,
non si dice “dipingere” ma dal greco
gràphein (grafia) quindi “scrivere”.
Come la parola scritta, l’icona insegna la verità cristiana: è una teologia in immagini.
L’immagine rappresenta ciò che la scrittura insegna con la parola”- www.artesacraveliter.
Il corso prevede un massimo di cinque allievi
che saranno seguiti personalmente dal maestro,
attraverso le otto tappe, per otto giovedì dalle
ore 15:00 alle 18:00 dal 3 Ottobre al 21 Novembre.
Ad ogni allievo verrà consegnato con l’iscrizione, una tavola ingessata, dei pennelli, colori (pigmenti naturali) e foglia in oro.
re a tutti i docenti tale eccezionalità, nessuno
può esimersi dal mettere in atto quei comportamenti virtuosi, che devono essere d’esempio
ad alunni/e. La regola è semplice : tutto ciò che
in qualità di educatori dobbiamo esigere dai nostri
alunni, dobbiamo essere noi prima a mostrarlo con convinzione e coerenza, perché le affermazioni teoriche non hanno alcun senso se non
sono accompagnate dalle azioni, ed anzi, se
inapplicate, diventano una forma grave di dis-
1
L. LEPORE, Alle origini del Pentateuco, pag. 8.
2
Cfr. L. LEPORE, Alle origini del Pentateuco, pag. 9.301-305.
“Come per i discepoli di Emmaus, l’icona ci
fa incontrare Cristo lungo un sentiero fatto
di umanità quotidiana, per farsi riconoscere
attraverso l’ascolto attento della sua parola
e la contemplazione del suo volto”.
Fabio Pontecorvi
segue da pag. 41
il suo sviluppo redazionale principale, cioè che
la rilettura e la redazione praticamente definitiva
di testi più e meno antichi, sia avvenuto storicamente “molto tardi”, dopo l’esilio babilonese del
VI secolo a. C. e che questa redazione non veicoli solo la storia del popolo nomade nel deserto fuggito dall’Egitto negli ultimi secoli del secondo millennio a. C., ma anche la (ri)fondazione socioculturale e religiosa del popolo ritornato da Babilonia2.
Sfogliando il testo è facile notare come non sia
un libro “per tutti”, ma che è scritto pensando a
lettori che un po’ già conoscono le varie ipotesi
di formazione dei testi biblici e che sono, in qualche modo, abituati ad una letteratura scientifica,
storiografica e teologica.
Per concludere, il libro si pone nel panorama dei
testi che offrono un contributo ad una conoscenza
più approfondita e scientifica della storia di Israele
e della Bibbia e della sua fase redazionale, proponendo un punto di vista che pretende di essere vero, ma che sa ammettere onestamente di
essere parziale, provando comunque a far dialogare fede e ragione, in questo caso rappresentate
dall’insegnamento scritturistico e dai dati archeologici, con la consapevolezza che non possono
essere in contraddizione, perché entrambe hanno come unica origine Dio, che non può essere
in contraddizione con se stesso.
Iscrizioni entro il 30 Settembre 2013.
I posti sono limitati, massimo 5 allievi.
Alla fine del corso le icone verranno benedette
durante una celebrazione Eucaristica.
Ad ogni allievo sarà consegnato un attestato
di partecipazione.
Per informazioni - rivolgersi direttamente al maestro d’arte al
cell. 3341707171 o inviando una mail a:
[email protected] oppure
[email protected]
educazione. Se vogliamo assiduità nell’impegno, dobbiamo adoperarci nello svolgimento coerente del quotidiano lavoro. Se vogliamo serietà
nell’ascolto e nell’applicazione, dobbiamo
essere capaci di ascoltare ed essere d’aiuto nel
superamento delle incertezze e delle difficoltà. Se vogliamo serietà ed equilibrio, dobbiamo essere seri ed equilibrati noi in ogni situazione. Se vogliamo rispetto e considerazione,
dobbiamo rispettare e considerare le persone
di tutti i nostri alunni, trattandoli amorevolmente
e con senso di giustizia.
In sintesi le condotte virtuose che sono obiettivi irrinunciabili dell’educazione, devono essere dimostrate innanzitutto dai docenti. Come nella famiglia ed in ogni comunità, sono importanti
anche i rapporti che esistono tra gli operatori
e soprattutto quello tra i docenti, che devono
essere improntati a rispetto e collaborazione,
come esempio positivo per la convivenza civile e fraterna di alunni/e nella classe e nell’intera istituzione.
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Mara Della Vecchia
S
iamo soliti immaginare i monasteri come luoghi di preghiera,
meditazione, pace, ma soprattutto come luoghi di grande
silenzio, Sicuramente questa suggestiva immagine corrisponde al vero. Tuttavia se cerchiamo di figurarci la vita monastica di
un millennio fa, quando molti dei monasteri benedettini, tuttora esistenti,
vennero fondati, potremmo renderci conto che, certamente, erano luoghi di preghiera e profonda meditazione, ma anche luoghi dove le attività più varie fervevano e il silenzio non era forse la caratteristica principale, in quanto dovevano essere tutto un risuonare di canti dall’alba al tramonto.
La preghiera per i monaci benedettini non era mai disgiunta dal canto e la liturgia delle ore prevedeva ben sette momenti durante la giornata, da eseguire tutti i giorni: Lodi, Terza, Sesta, Nona, Vespro, Compieta,
Notturno.In genere si cantavano i Salmi, ma poi c’era il Benedictus
alle Lodi del mattino, poi il Magnificat al Vespro e il Nunc dimittis durante la Compieta. Naturalmente ciò non esauriva il repertorio richiesto,
perché non bisogna dimenticare gli inni, gli alleluia, i graduali, le antifone. Inoltre ci sono tutti i canti della messa ordinaria e quelli delle ricorrenze solenni e delle feste patronali.
L’attività musicale non era dunque cosa marginale nella esperienza e nella competenza di un monaco benedettino di mille anni fa,
imparare a cantare nel modo giusto per ogni
occasione era importantissimo e conoscere tutti i canti del monastero lo era altrettanto.
Fortunatamente, i monaci, all’epoca alla quale ci
riferiamo, intorno all’anno mille, avevano già a disposizione uno strumento fondamentale che li aiutava in questo compito gravoso, ovvero esisteva
ormai un sistema di notazione musicale,
abbastanza preciso, similmente a quello
attuale: le note venivano tracciate su un tetragramma, cioè un rigo musicale formato da
quattro linee, anziché cinque, come il pentagramma, e la forma delle singole note
era più o meno quadrata, non esisteva
indicazione di durata delle note, né di
scansione degli accenti ritmici, perché
il canto gregoriano è basto su ritmo
libero (non misurato, come la musica che siamo abituati ad ascoltare).
Liberi dalla fatica di dover imparare a memoria i centinaia di canti, grazie alla scrittura musicale, un nuovo gravoso compito teneva occupate
le loro giornate, in particolare quelle dei monaci amanuensi, già tanto impegnati a trascrivere opere letterarie, documenti, saggi e altro,
appunto scrivere e trascrivere le numerose parti musicali e non era
un banale esercizio di copiatura, perché i monaci creavano dei preziosissimi codici miniati per i loro canti, dove accanto al rigo musicale, c’erano decorazioni, miniature, ornamenti che illustravano e commentavano il contenuto del testo del canto.
I monaci realizzavano questi codici spesso in grandi dimensioni, per
poter essere appoggiati al grande leggio al centro del coro da dove
tutti potevano leggere. Ognuno di questi codici era un capolavoro unico e molti sono arrivati fino a noi, conservati nelle biblioteche dei monasteri benedettini che sono riusciti ad attraversare indenni i secoli turbolenti che hanno vissuto.
Molti di questi magnifici codici non sono visibili facilmente, perché non
esposti al pubblico, ma di tanto in tanto, vengono organizzate delle
esposizioni che rivelano ai nostri occhi increduli la perizia, la fantasia, la dedizione di questi antichi uomini, ma anche ci rivelano un altro
modo di guardare il mondo e di vivere il tempo sul quale forse faremmo bene a meditare anche noi.
Bollettino diocesano:
Prot. VSC/ 12/2013
La Parrocchia di San Clemente I, p.m. in Velletri, Cattedrale della Diocesi, molto estesa e popolata richiede sempre ulteriori aiuti per le attività pastorali.
Per questo,
nomino te Rev.do SICA don Antonio
nato a Santa Sofia D’Epiro (CS) il 23.02.1953
ord. presb. 11.01.1998 da S.E. Sotir Ferrara
incardinato presso questa Diocesi il 1°.03.1998
in virtù delle mie facoltà ordinarie
Vicario Parrocchiale
della Parrocchia di San Clemente I, p.m. in Velletri,
a norma del canone n° 157 del Codice di Diritto Canonico autorizzandoti altresì a collaborare con l’Associazione Ministri della Misericordia.
Ti accompagni nelle fatiche pastorali la mia personale benedizione, l’intercessione di San Clemente I e della B.V. Maria.
Velletri 05.06.2013
il Cancelliere Vescovile,
Mons. Angelo Mancini
+ Vincenzo Apicella, vescovo
Rembrandt Harmenszoon Van Rijn,
“Il ritorno del figliol prodigo“,
1666 c., Museo dell’Ermitage
di San Pietroburgo / 1
don Marco Nemesi*
embrandt era vicino alla morte quando
dipinse il Figliol Prodigo. Con tutta probabilità è stato uno dei suoi ultimi lavori. Insieme con la sua opera incompiuta
“Simeone e il bambino Gesù”, il Figliol Prodigo
mostra la percezione che il pittore aveva della propria vecchiaia, percezione in
cui cecità fisica e profonda lucidità interiore erano intimamente connesse.
Il modo in cui il vecchio Simeone sostiene il bambino Gesù e l’anziano padre abbraccia il figlio rivela una visione interiore che
ricorda le parole di Gesù ai discepoli: “Beati
gli occhi che vedono ciò che voi vedete”. Sia Simeone che il padre del Figliol
Prodigo portano dentro di loro quella luce
misteriosa con cui vedono.
È una luce interiore, profondamente segreta, ma che irradia una tenera bellezza che
tutto pervade. In Rembrandt tuttavia questa luce interiore era rimasta nascosta per
tanto tempo.
Per molti anni gli era stato impossibile raggiungerla. Soltanto gradualmente e con
molta angoscia era riuscito a percepirla
dentro di sé e, attraverso se stesso, in
chi dipingeva. Prima di essere come il padre,
Rembrandt per lungo tempo era stato come
il giovane che raccolte le sue cose partì per un paese lontano.
Guardando le sue opere giovanili e le vicende della sua vita, non è difficile trovare
una certa vicinanza e alcune caratteristiche
del figlio maggiore della parabola: era sfacciato, sicuro di sé, spendaccione, sensuale
e molto arrogante.
A trenta anni si dipinse con la moglie Saskia come
un figlio perduto di bordello. Si mostra in quest’autoritratto (vedi foto sotto, c. 1635,
Gemäldegalerie, Dresden) come ubriaco,
sprezzante, occhi concupiscenti, capelli lunghi
e ricci, un copricapo di velluto con una grande piuma
bianca, in atteggiamento molto provocatorio e sensuale. Tutti i biografi lo descrivono come giovane orgoglioso, convinto del proprio
genio, desideroso di esplorare ogni cosa il mondo gli
potesse offrire, un estroverso
che ama la lussuria ed è
insensibile a coloro che lo
circondano. Accumulò molto denaro, ma ne spese e
ne perse ancora di più. Ebbe
R
molti processi giudiziari per bancarotta e questioni finanziarie.
A questo breve periodo di successo, popolarità e ricchezza fanno seguito momenti di vita densi di dolori, sfortune e calamità.
Dopo aver perso tre figli nel giro di pochi anni,
nel 1642 muore anche la moglie Saskia.
Rembrandt rimane con un figlio di nove mesi,
Titus. Dopo la morte della moglie, la sua vita continua a essere tormentata.
Una relazione molto infelice con la bambinaia
del figlio, conclusasi con una causa ed il ricovero in manicomio della donna, è seguita da una
unione più stabile con un’altra donna, Hendrikie.
Essa gli dà un figlio, che però muore, e una figlia,
Cornelia, l’unica che gli sopravviverà.
Durante questi anni la popolarità di Rembrandt
come pittore precipita, anche se continua a essere riconosciuto dai critici come uno dei più grandi pittori del suo tempo. I suoi
problemi finanziari diventano
così gravi che è dichiarato insolvente e allora si avvale del diritto di vendere tutti i suoi beni
e proprietà a beneficio dei creditori per evitare la bancarotta. Tutti i suoi averi, i suoi quadri, la casa e i mobili sono venduti in tre aste. Nonostante continui a essere assediato dai creditori, all’inizio dei suoi cinquanta
anni sembra che Rembrandt
abbia trovato un minimo di pace,
e questo si rispecchia nei suoi
quadri. Nel 1663, muore Hendrikie e cinque anni
dopo muore il figlio adorato Titus, avuto dalla
prima moglie.
Quando nel 1669 il pittore muore, è ormai un
uomo povero e solo. Guardando il figlio prodigo che s’inginocchia davanti al padre ed affonda il viso contro il suo petto, non possiamo non
vedere in lui Rembrandt, un tempo così sicuro
di sé e venerato, giunto alla dolorosa consapevolezza
che tutta la gloria da lui attinta non è che vana
gloria. Invece dei ricchi indumenti con cui da giovane si raffigurava, ora indossa dei panni laceri e dei sandali inservibili.
Spostando lo sguardo dal figlio pentito al padre misericordioso, si
nota che si è spenta la luce delle
armature, delle catene d’oro, ed è
stata sostituita dalla luce interiore
dell’età avanzata.
Il dipinto di Rembrandt in cui il padre
accoglie il figlio non rivela nessun
movimento esterno: dipinto di assoluta immobilità.
Il fatto che il padre tocchi, il figlio
è una benedizione perenne, il
figlio che riposa sul petto del padre
è una pace eterna. Il giovane abbracciato e benedetto dal padre è un uomo
assolutamente povero. Il capo è rasato. Non ostenta più i lunghi capelli riccioluti con cui il pittore si era
ritratto, come il figlio arrogante, insolente e prodigo, nel bordello.
L’indumento con cui Rembrandt lo
riveste è una tunica che copre a mala
pena il corpo emaciato.
Il padre e l’uomo sulla sinistra indossano ampi mantelli rossi che conferiscono loro rango e dignità. Il figlio
inginocchiato non ha alcun mantello.
Le piante dei piedi raccontano la storia di un lungo e umiliante viaggio.
Il piede sinistro, sfilato dal sandalo logoro, è pieno di cicatrici. Il piede destro, solo
in parte coperto da un sandalo scalcagnato, parla anch’esso di sofferenza e di miseria.
È un uomo spoglio di tutto, eccetto la spada,
unico segno di dignità ed emblema della sua nobiltà. Pur in mezzo alla degradazione, non ha perso la consapevolezza di essere il figlio di suo
padre. Diversamente avrebbe venduto la spada di grande valore, simbolo della sua condizione di figlio. La testa del figlio prodigo può apparire come la testa di un bambino appena uscito dal grembo materno.
Dipingendo non solo il figlio minore tra le braccia del padre, ma anche il figlio maggiore che
può ancora scegliere o non scegliere l’amore
che gli viene offerto, Rembrandt ci presenta il
“dramma interiore dell’uomo”.
(continua)
*Direttore dell’Ufficio diocesano Beni Culturali,
Chiese e Arte Sacra
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