Maurizio Mazzini
Breslavia, agosto 1979
Ai giovani breslaviesi di oggi, polacchi e italiani,
che non conoscono la Breslavia di allora.
Era una tiepida giornata d’agosto, quando, sotto un cielo leggermente
velato, Breslavia ci diede il benvenuto con un’infilata di palazzoni grigi,
come disseminati a casaccio tra timidi spazi verdi. Eravamo in tre, Antonella, Paola e io, su una luccicante Autobianchi A112 blu, che pareva
impaziente quanto noi di trovare un approdo dopo un viaggio iniziato
la mattina stessa a Praga. Antonella ed io ci eravamo conosciuti un paio
di anni prima, nell’aula di russo della Statale di Milano. Antonella era
istruttrice di nuoto e studentessa di germanistica in trasferta, forse intrigata dal passato di suo padre, ex-ufficiale sul fronte russo, autore di un
racconto che lei citava con ammiccante ironia e non senza un pizzico
di malizia: La ragazza di Przemyśl. Dai banchi dell’università era scaturita una frequentazione tra amici, che si nutriva di studio in comune e qualche uscita serale al cinema o a teatro. Un’amicizia tenera, ma
con scarse prospettive di divenire qualcos’altro. Paola, genovese nata in
Brasile, era, al contrario, una perfetta sconosciuta per me, forse accodatasi su suggerimento della cugina, a scanso di equivoci. La terza lei,
l’Autobianchi, gentilmente messa a disposizione dal padre di Antonella,
avrebbe svolto un ruolo non secondario in quel viaggio che, nel giro
di due settimane, ci avrebbe portato da Breslavia al Baltico, e di là alla
foresta di Białowieża, al confine con l’Unione Sovietica, per poi con-
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cludersi nei Tatra, a Zakopane. Compagna fedele e affidabile, avrebbe
suscitato quasi ovunque l’interesse di tanti polacchi sedicenti meccanici
nonché, a più riprese, dell’autorità costituita in veste di Milicja, a cui,
con il suo fascino di utilitaria briosa, doveva apparire come una riuscita
mutazione dell’onnipresente Fiat 126.
Qualche mese prima, in una nebbiosa serata d’inverno meneghina, l’idea di intraprendere un viaggio insieme, alla scoperta della Polonia, aveva trovato consacrazione simbolica nel gesto con cui Antonella aveva dispiegato la cartina di quel paese sul pavimento della sua
camera. Nel mio caso, accanto alla motivazione meramente turistica,
c’era la volontà di esercitarmi in polacco, la lingua che avevo iniziato
a studiare l’anno prima, non senza suscitare incredulità fra i compagni
di studi (“Ma che te ne fai?” – mi aveva chiesto la mia amica Enrica)
e disappunto tra i docenti di russo (“Finirà per fare confusione”). Effettivamente, con i primi polacchi in cui mi ero imbattuto – un gruppo
di architetti conosciuti in un ostello, in Spagna – avevo sfoggiato un
idioletto panslavo di dubbia utilità. Nel caso della mia amica, si trattava
probabilmente di semplice spirito d’avventura: la Polonia all’epoca ci
appariva, se non come “il nessun posto” dell’Ubu Re, almeno come “il
paese lontano” da cui Karol Wojtyła aveva spiegato di provenire, affacciandosi l’anno prima al balcone di piazza San Pietro: uno dei più esotici
e misteriosi paesi d’oltrecortina, come si soleva dire allora. Motivazione
a cui si associava, probabilmente, quella del viaggio sentimentale sulle
orme dell’impresa militare paterna.
Arrivata l’estate e finiti gli esami, giunse il momento di dare forma
alle fantasticherie che da mesi ci frullavano in testa. L’idea era in realtà quella ben più articolata di un viaggio interculturale, che avrebbe
permesso ad Antonella di limare il suo tedesco a Vienna e ad entrambi
di vedere insieme Praga e la Polonia, dove io sarei stato abbandonato in balia di me stesso e del mio incipiente polacco (sicuramente per
darmi l’opportunità di conoscere la mia futura moglie), mentre le due
ragazze avrebbero proseguito per vedere anche Budapest. Per questo,
approfittando anche del fatto che io ero ancora impegnato con gli esami,
Antonella e Paola erano partite per la capitale austriaca, dove avremmo
dovuto incontrarci alla Hauptbahnhof una settimana dopo. In realtà, ai
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tempi quando i cellulari non esistevano ancora, gli appuntamenti, specie se fissati con largo anticipo, appartenevano al mondo dell’effimero.
Arrivato alla stazione il giorno convenuto, non ci trovai nessuno ad attendermi, e dovetti cercare scampo in un ostello, potendo confidare solo
sul mio inglese scolastico. Fortunatamente, due giorni dopo Antonella
riuscì a rintracciarmi, telefonando a tutti gli ostelli e lasciando l’indirizzo della camera che avevano affittato in centro.
Lasciata Vienna, ci dirigemmo verso Praga, dove trascorremmo alcuni giorni in quella città che se Ripellino vedesse oggi, dubito definirebbe “magica”. All’epoca, nonostante il grigiore generale e la cupa
cappa che la opprimeva, la capitale boema era molto più misteriosa ed
affascinante di quanto non lo sia attualmente, in gran parte sfigurata dal
turismo di massa.
La scelta di fissare proprio a Breslavia la prima tappa del nostro
itinerario polacco non era solo di natura geografica, bensì anche logistica. L’anno prima all’università era giunto, proprio dal capoluogo della
Bassa Slesia, un polonista teatrologo in veste di lettore: Andrzej. Io e lui
avevamo fatto amicizia e ci incontravamo anche al di fuori dei corsi, con
indubbio beneficio per il mio polacco. Un giorno, all’Istituto di Lingue
e Letterature Slave, in via Festa del Perdono, lui mi aveva mostrato una
cartolina su cui appariva l’isola della cattedrale di Breslavia. Fu quella
la prima immagine (internet, dov’eri?), comparsa davanti al mio sguardo, di quella che sarebbe diventata la mia città d’adozione. Quello che
allora registrarono i miei occhi è esattamente ciò che di Breslavia continua a stupirmi e a cui, a mio parere, essa deve gran parte del suo fascino:
il fatto che al centro di una città popolosa e di notevoli dimensioni, nel
suo cuore storico, regni un senso di quiete, di non costretta spazialità
e (concerti permettendo) di silenzio. A parte quella cartolina e la comparsa del toponimo sulla cartina di un manuale di storia delle secondarie
che indicava le principali città sede di mercato dell’Europa medievale,
alla voce Wrocław/Breslavia avrebbe corrisposto all’epoca una pagina
bianca della mia “enciclopedia”, se in quegli anni – frequentando il Centro di Ricerca Teatrale del Comune di Milano – non avessi avuto modo
di conoscere Jerzy Grotowski ed assistere al migliore dei suoi spettacoli:
Apocalipsis cum figuris. Non solo Grotowski, ma anche Eugenio Bar-
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ba, suo allievo italiano presso il Teatr Laboratorium e futuro fondatore
dell’Odin Teatret, che durante un incontro, sempre a Milano, mi aveva
incuriosito ed intrigato affermando: “La Polonia è l’unico paese che io
conosca che vive ancora nell’Ottocento”. Del resto, la città meneghina
era, nella seconda metà degli anni Settanta, una mecca per gli amanti
della cultura, anche polacca: senza spostarmi ebbi la possibilità di assistere all’indimenticabile Classe morta di Tadeusz Kantor (a cui avrei
dedicato la mia tesi di laurea) e alle pantomime di Henryk Tomaszewski,
altro artista attivo a Breslavia, spettacoli che, al tempo, facevano il giro
del mondo, per non parlare degli artisti attivi in loco: Dario Fo alla Palazzina Liberty, Giorgio Strehler al Piccolo Teatro, Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni o Enzo Jannacci.
Per questo, viaggiando verso la nostra prima tappa programmata
del viaggio, sentivo di dirigermi verso la mecca dei teatrologi: un luogo
in cui, chi ama il teatro, deve recarsi almeno una volta nella vita. Breslavia mi appariva come un terreno eccezionalmente fertile di figure ed
iniziative teatrali e mi chiedevo quanto di “teatrale” recasse in sé la città
stessa. Tuttavia, il primo evento in terra breslaviese mi avrebbe riportato
ben presto con i piedi per terra. Volendo metterci in contatto telefonico
con Andrzej, parcheggiammo il nostro minibolide in un quartiere-dormitorio della periferia, che non saprei identificare con certezza. Provenendo da sud, doveva trattarsi probabilmente dei dintorni di via Ślężna.
Mi avviai così verso una cabina telefonica, ignaro dell’ardua prova che
mi attendeva: dover affrontare le incognite tecnologiche del sistema telefonico della Polonia Popolare. Staccato il ricevitore che dondolava
appeso ad un grigio apparecchio dall’aspetto alquanto primitivo, cercai di comporre il numero che il mio lettore mi aveva lasciato. Vittima
della mia scarsa fantasia tecnica, sentendo un segnale continuo, pensai,
erroneamente, che il telefono fosse guasto e rinunciai, anche perché incalzato dalla coda di utenti dall’aria impaziente che, in un baleno, si era
materializzata all’esterno. Va aggiunto, per dovere di cronaca, che, in
quegli anni, possedere in Polonia il telefono in casa era un privilegio
di pochi e l’allacciamento – possibilità tecniche a parte – era uno dei
piccoli-grandi ricatti (al pari del rilascio del passaporto, del buono ac-
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quisto auto, delle vacanze in una casa-ferie sul Mar Nero ed amenità
simili), usati dal sistema per accattivarsi la benevolenza, se non la complicità, dei cittadini. Mentre me ne tornavo, scornato, in direzione della
macchina, vidi che Antonella cercava di comunicare in tedesco con una
donna di mezz’età la quale, notata la targa estera, le si era avvicinata
per chiederle se avevamo oro da vendere; evidentemente non ci voleva
molto per far credere che provenissimo dal paese di re Mida... Una volta
spiegatole che non disponevamo del prezioso metallo, ce ne liberammo
facilmente.
Dopo che ebbi comunicato il fallimento del mio tentativo, risalimmo sulla nostra vettura, decisi a proseguire a lume di naso verso il centro
per chiedere a qualcuno dove fosse via Drukarska. Giungemmo così in
breve nei dintorni di via Kołłątaja, dove, accostata la macchina, scesi
per compiere, non senza patemi d’animo, la mia prima spedizione linguistica in terra polacca: chiedere la strada per arrivare a destinazione.
Entrai in un locale che doveva essere un bar, sicuramente mleczny, ossia
una specie (oggi in via di estinzione) di bar-latteria con consumazione
a self-service di prodotti a base di latte (un’iniziativa che – a detta delle
autorità – doveva combattere l’alcolismo...). Non ricordo esattamente
che cosa mi rispose l’inserviente alla quale rivolsi la domanda; in ogni
caso, alla fine, sinceratasi che fossi in macchina, mi consigliò di seguire
il tram numero 17 in direzione sud, esattamente quella da cui eravamo
arrivati. Risalito in auto, feci partecipi le mie amiche dell’informazione
ricevuta, orgoglioso di essermi fatto capire dagli “indigeni” senza alcuna difficoltà. C’era però un piccolo problema: i tram hanno l’abitudine
di sostare alle fermate e “pedinarne” uno non è cosa facile. Per fortuna,
il traffico era allora tanto limitato che ci si poteva fermare quasi ovunque senza problemi. Addocchiata la nostra vittima, ci mettemmo dunque all’inseguimento. Giunti all’incrocio di via Świerczewskiego (oggi
Piłsudskiego) e Powstańców Śląskich, non potendo fermarci al semaforo verde, decidemmo di girare a sinistra per imboccare quest’ultima
ed accostammo a fianco della gelateria Ambrozja, situata dove oggi c’è
il Kuchnia Marché, per aspettare la mossa successiva del nostro “cetriolo”, una volta ripartito dalla fermata, strategia che tuttavia si rivelò
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inutile. Prima ancora che il tram ci superasse, fummo infatti raggiunti
da una vettura che si fermò davanti alla nostra. Tra sorpresa e preoccupata, Antonella abbassò il finestrino per chiedere che cosa volesse
il conducente che, nel frattempo, ci si era avvicinato. Questi ci chiese in
inglese se poteva aiutarci e noi gli fornimmo il nome della via che cercavamo. Follow me!, ci disse e, risalito a bordo, ci guidò fino a piazza
Powstańców Śląskich, dove ci indicò con un cenno della mano da che
parte girare per prendere via Drukarska. Fu quella la prima di una serie
di simili episodi in cui, durante la nostra odissea in terra polacca, saremmo stati oggetto di simpatia e attenzioni da parte dei polacchi, per
il semplice fatto di essere stranieri, ma forse in modo particolare per
il nostro essere italiani (o almeno “occidentali” ma non tedeschi). Un atteggiamento dettato sicuramente anche dal bisogno psicologico di avere
contatti con persone dell’“Occidente” e di venire da essi ben giudicati,
ma non per questo meno simpatico e apprezzabile. Parcheggiata la macchina sotto un lungo condominio che – come avrei saputo in seguito –
era conosciuto col nome di “formicaio”, suonammo alla porta di casa.
Fortunatamente, Andrzej era in casa, in compagnia della moglie. Il mio
amico ci accolse con calore e senza alcuna sorpresa, malgrado non ci
sentissimo da un paio di mesi e non ci fosse alcuna garanzia che sarei
andato a trovarlo davvero. Dopo esserci riposati un po’, accettammo
la proposta di farci accompagnare al margine del quartiere di Karłowice
dove, in via Obornicka, il mio lettore aveva appena “ricevuto” un appartamento in uno dei condomini a dodici piani, che svettavano in un
paesaggio lunare. Il meccanismo era ed è piuttosto noto: ai bambini ancora in fasce veniva intestato un libretto di risparmio per la casa che,
con le quote accumulate in un arco di tempo che variava a seconda della
situazione dell’edilizia popolare, e che poteva giungere fino al compimento dell’età matura, avrebbe permesso loro di “ritirare” la casa, costruita nel frattempo da una “cooperativa”. Una vera lotteria, dunque,
quanto a tempi di attesa e ubicazione dell’immobile, ma pur sempre
un evento agognato che permetteva a molte famiglie di assicurare, con
uno sforzo relativamente esiguo, una casa ai propri figli (stato assistenziale, dove sei?). Evento celebrato con una festa, entrata forse per sem-
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pre nei costumi dei polacchi, un’occasione per fare baldoria con amici
e parenti, per la quale è stato coniato l’ameno termine di “davanzalata”,
con scherzoso riferimento a ciò che solo poteva supplire alla mancanza
di mobili. Dopo averci mostrato con orgoglio il vasto, ma ancor vuoto
appartamento, Andrzej, non potendo ospitarci, ci chiese dove avremmo
pernottato. Si tenga presente che allora era quasi impossibile prenotare
un alloggio dall’Italia, se non negli alberghi di lusso, destinati soprattuto
a stranieri “dollarosi” da spennare e comunque attraverso i canali della
principale agenzia di viaggi, ovviamente statale, l’Orbis. Persino telefonare dal nostro paese era un’impresa: bisognava prenotare la chiamata
attraverso il centralino internazionale e aspettare che (se andava bene)
ti richiamassero; talvolta, quando dicevo di voler parlare con la Polonia, avvertivo dall’altro lato del cavo l’insofferenza di chi è chiamato
a svolgere un compito alquanto arduo per mettermi in contatto con un
lontano aldilà. L’unico punto di riferimento di cui noi tre disponevamo
per trovare un alloggio era la guida agli ostelli della gioventù d’Europa che avevo ricevuto a Milano, iscrivendomi all’associazione turistica
studentesca. Un libretto che, nel corso del viaggio, si sarebbe rivelato
indispensabile e ci avrebbe condotti a pernottare su materassi in scuole
di città, completamente vuote, o letti a castello di scuole rurali adagiate
tra i laghi Masuri, dove l’unica indicazione era il nome della persona
responsabile, affisso sulla porta sprangata, e dove una sera, captata per
caso una stazione radiofonica italiana, sentimmo il brivido di un esploratore spaziale che riesce inaspettatamente a riconnettersi con il mondo
lontano da cui proviene. Sì, sarebbe stata proprio la radio, durante quel
viaggio polacco, a lenire la nostalgia di casa, sciorinandoci a più riprese, ovunque fossimo, le canzoni di Drupi e dell’effimero successo
di quell’estate, dal titolo per noi emblematico: Tornerò, dei Santo California (qualcuno se lo ricorda?). Nel caso di Breslavia, l’indirizzo relativo, contenuto nel nostro libretto-bussola, era quello di via Na Grobli,
dove Andrzej ci procurò una camera e volle assolutamente, malgrado le
nostre insistenze, pagarci il pernottamento.
Rientrati in via Drukarska, ci mettemmo a tavola per consumare
il pasto che sua moglie ci aveva preparato. Sarebbe stato quello il mio
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primo contatto con la cucina polacca, se, in precedenza, in occasione
di una Festa dell’Unità, organizzata al Castello Sforzesco, non avessi
avuto modo di assaggiare il leggendario bigos, presentato a Milano con
la buffa dicitura di “piatto dei cacciatori”, forse come antidoto alla naturale ritrosia che il suo aspetto poteva suscitare ad un occhio italico.
Rifocillatici e preso commiato dai nostri anfitrioni, risalimmo in macchina con la speranza di riuscire a ritornare in via Na Grobli, impresa
portata a compimento senza grossi problemi, nonostante che – calate le
tenebre – avessimo l’impressione di muoverci in una città sottoposta ad
oscuramento. All’ostello ci attendeva una camerata tanto enorme quanto
disadorna a nostra completa disposizione; una pacchia tuttavia, considerata l’età e il fatto che mi era capitato di dormire in stazioni, scantinati
di case in costruzione o sui pavimenti di pietra di un convento. Così,
stanco, dopo una giornata intrisa di impressioni e di emozioni, posi fine
alla mia prima giornata breslaviese, addormentandomi mentre la luna
si specchiava nelle calme acque dell’Oder.
La mattina seguente avevamo in programma la visita ai luoghi più
significativi della città slesiana: l’isola della cattedrale e la Piazza del
Mercato. Svanita la Reisefieber del giorno precedente, potei dedicarmi
ad assaporare quella città per me nuova e piuttosto esotica. Quello che
mi colpì maggiormente fu la sensazione di ariosa spazialità e l’abbondanza di aree verdi, particolarmente inconsuete per un milanese cresciuto in un cortile di cemento stretto fra due condomini, che fungeva
all’occorrenza da velodromo e da campo di calcio, nel quartiere periferico e popolare di Turro, cui si addicono perfettamente le parole di una
canzone di Celentano: “continuano a costruire e non lasciano l’erba”.
Un’altra cosa che mi balzò agli occhi erano i numerosi austeri edifici
pubblici neogotici, scuole ed ospedali, in mattoni rossi, che parevano
voler ostentare il loro splendore sfiorito sotto la patina di fuliggine, segnando la continuità architettonica con le chiese gotiche in cotto: in uno
di questi – oggi abbandonato a sé stesso – introdotto da una stonata appendice moderna, in piazza Primo Maggio, sarebbero venuti al mondo
i miei figli. Ma ciò che mi colpì di più fu il fatto che Breslavia fosse,
e sia ancora in gran parte – dopo le distruzioni belliche e le demolizioni
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postbelliche a chiave (ideologica: antigermanica) – una città che un architetto locale ha definito “intermittente”, che scompare per poi ricomparire quando, in pieno centro, ad un gruppo di palazzoni sparsi – tipici,
in Italia, delle periferie-dormitorio – subentra inaspettatamente il frammento superstite di un quartiere d’anteguerra e la linea prospettica della
via, prima lacerata, improvvisamente si ricompone. Quanto si trattasse
di due città, quella tedesca e quella polacca, non solo intersecate ma
anche sovrapposte, lo capii, cercando di decifrare le insegne semicancellate in tedesco che trasudavano a volta da muri scrostati, mentre
un manifesto affisso alla fermata del tram strillava sguaiatamente che
“Wrocław era, è e sarà sempre polacca”, facendomi riflettere su quanto
si possa appiattire, rendere triviale e fuorviante il discorso sulla storia
di una città posta al centro dell’Europa, per meschini fini di propaganda
nazionalistica. Il paradosso, a tale proposito, risiede nel fatto che allora si negavano in toto i secoli precedenti, epoche di reale convivenza
multietnica, mentre la propaganda di chi la governa oggi si è inventata
di sana pianta il mito di una città che multietnica lo sarebbe ora. Di questa storia comune l’Isola della Cattedrale è una delle materializzazioni
più alte. L’Ostrów Tumski è anche la zona che, non solo da allora ma
in generale, è cambiata di meno. Se togliamo le sproporzionate guglie
della cattedrale – definite da uno storico breslaviese dell’arte medievale “siringhe” – qualche facciata ridipinta o ristrutturata, le ripristinate
lampade a gas e la demolizione di un grosso ambulatorio per studenti,
avulso dal suo contesto architettonico, poco qui è mutato: il “piccolo
Vaticano” resiste, per ora, agli attacchi di banche, negozi di telefonia,
ambulatori privati, gabinetti dentistici, farmacie e luoghi di ritrovo –
tutto ciò che, nel bene e nel male, ha dato un volto nuovo alla città. Per
non parlare dei centri commerciali e di quello che una volta si chiamava
“grandi magazzini”. Ancora a venire i primi, i secondi, in quell’agosto
di trentacinque anni fa, si potevano contare sulle dita di una mano ed
il dito pollice era il PDT Centrum, oggi Renoma, che al pianterreno
vendeva generi alimentari, al tempo forse l’unico posto dove i piccoli
breslaviesi potevano provare l’emozione di salire per la prima volta
sulla scala mobile.
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Arrivati sul Rynek, ci trovammo di fronte ad un’ampia piazza non
abbracciabile con lo sguardo, impedito dall’insolita, per un occhio mediterraneo, soluzione mitteleuropea di avervi innalzato un intero isolato
al suo centro. La Piazza del Mercato e quella del Sale con le vie adiacenti,
oggi fulcro della vita mondana e dello svago di massa, era un luogo dove
si poteva fare di tutto fuorché divertirsi e starsene tranquillamente seduti
al tavolino di un locale (ad eccezione del ritrovo per giovani con annesso cinema operante sotto il municipio, al posto della soppressa, e oggi
risorta, “Cantina di Świdnica” d’anteguerra); ai negozietti di alimentari
seguivano quelli di abbigliamento, una banca, un negozio di parrucchiere, un museo, un altro di mobili, l’agenzia di pratiche automobilistiche
e soprattutto diverse librerie, tra cui quella di “libri sovietici” e chi più ne
ha più ne metta. Il selciato sconnesso, i lampioni da tangenziale e i resti
delle rotaie del tram, soppresso qualche anno prima, non conferivano
certo a quel luogo un clima particolare. In uno scantinato del municipio era stato ricavato il ristorante omonimo (Ratuszowa), tutt’altro che
accogliente per uno straniero; l’attrattiva maggiore, l’unica cosa a dar
colore a locali simili, erano le cosiddette “nonne closed”, vera e propria
istituzione, vecchiette che governavano con mano ferrea le toilette pubbliche, esigendo senza indugio dai clienti il dovuto compenso, nonché
il fatto di poter mangiare con l’equivalente di 1000 lire, ovviamente
cambiando, a proprio rischio e pericolo, dai cambiavalute clandestini
che, capito a cento metri di distanza che eri uno straniero, ti tiravano in
un portone e ti mettevano sotto il naso un plico di banconote; il tutto una
volta esaurito l’equivalente dei dollari che si era obbligati a cambiare
al cambio ufficiale, a seconda della durata del visto di soggiorno. L’unico locale presentabile agli stranieri era la caffetteria Herbowa, dislocata
su due piani, al posto – se non erro – dell’attuale ristorante CesarskoKrólewska, dove attraenti cameriere, in abiti vagamente tradizionali,
servivano bevande calde e dessert vari. Ad essa si poteva aggiungere
la gelateria Witaminka, miracolosamente sopravvissuta, ma il cliente in
cerca di golosità avrebbe fatto meglio a dirigersi nella zona di piazza
Kościuszki e via Świerczewskiego dove, stranamente, gli si prospettavano diverse possibilità, a cominciare dal bar-gelateria Hortex, per finire
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con la gelateria cult U Kruty, considerata la migliore della città. L’intera
area della Piazza del Mercato sarebbe stata rinnovata – pavimentazione
ed illuminazione in testa – solo parecchi anni dopo, alla vigilia di una
visita papale e di un altro evento religioso di portata internazionale,
e poi eroicamente difesa dagli abitanti – come del resto tutto il centro storico – nel corso della tragica alluvione del 1997. Qui, il cittadino
assetato o in cerca di refrigerio poteva in compenso imbattersi in una
sorta di carretto da gelataio ambulante che offriva la cosiddetta “acqua
di soda”, concedendosi magari lo sfizio di farsela colorare con qualche
goccia di succo di lampone. Tracce di pseudoitalianità erano rinvenibili
nei microlocali dove si vendevano dalla finestra “gelati italiani” nei coni
(i contenitori di plastica non esistevano e nei bar imperavano le posate
di alluminio, magari legate al tavolo con apposita catena...), prodotti con
macchine firmate Carpignani nonché i gelati denominati Bambino (in
italiano), made in Stargard Szczeciński.
Quanto ai divertimenti, “casotti con birra” a parte, si poteva contare
solo su un paio di club musicali frequentati soprattutto dagli studenti:
il classico jazz club Rura, situato in un edificio prospiciente l’Oder ed
oggi fatisciente, e il cosiddetto Pałacyk, che fa ancora bella mostra di sé
in via Kościuszki, e poco più. I ritrovi giovanili più frequentati erano
pertanto i club operanti presso le varie case dello studente, dove le portinaie avevano il loro ben da fare per non permettere l’ingresso agli estranei (che però sapevano come accattivarsele). In compenso, quasi ogni
quartiere, anche il più periferico, aveva il proprio cinema: Przodownik,
Lalka, Polonia, Światowid, Oko, Pioner, Dworcowe ed altri, una lunga
lista di piccoli cinema fagocitati dalle odierne multisale, che suscitano
teneri ricordi di gioventù tra i breslaviesi non più giovani, al pari dei
tanti piccoli negozietti di periferia, regno di fascinazioni infantili fatte
di piccole, modeste cose, ricordati ancora oggi con una lacrima di nostalgia su un sito come “La Breslavia che non c’è più”.
Non posso dire di essere rimasto scosso dal senso di precarietà e di
penuria che emanava in genere dalle vetrine e dagli scaffali dei negozi,
dall’imperante mancanza di colore e di gusto; la crisi economica, che
sarebbe esplosa l’anno seguente in crisi anche politica con Solidarność
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era ancora latente: i negozi semivuoti, le code, anche notturne, davanti
ai negozi (che erano tuttavia occasione di socializzazione oltre che fonte
di controinformazione) ed il tesseramento dei generi di prima necessità
ancora a venire. Del resto, ero già stato vaccinato contro certe vedute,
avendo trascorso, tre anni prima, un paio di settimane tra Mosca e Sochi,
per limare il mio russo. Che però sotto quella penuria ci covasse qualcosa, lo avvertii subito, confrontando quello che si poteva acquistare nei
negozi di alimentari con quello che mi mettevano davanti al naso ogni
volta che ero invitato. Solo che all’inizio non avevo coscienza di come
funzionasse l’economia del “sottobanco”, la pratica generalizzata del
baratto, che abbracciava parenti, amici e persino vicini di casa, la politica quotidiana dei favori e controfavori (io ti procuro mezzo maiale e tu
mi metti da parte una lavatrice, quando arrivano) con cui ci si arrangiava
a dispetto della cronica scarsità di merci e dei circuiti inaccessibili al comune cittadino i quali soli, ufficialmente, permettavano a certe categorie
privilegiate (militari, poliziotti, minatori, uomini di partito) di accedere
ai prodotti che scarseggiavano. A meno che non si disponesse di valuta
pesante, nel qual caso, il sistema era disposto a farti accedere a negozi
denominati Pewex (“Azienda di esportazione interna”, che già nell’ossimoro del nome mostrava il suo carattere contraddittorio), dove potevi
assaggiare i frutti proibiti del tanto deprecato capitalismo. La mia attenzione era allora convogliata piuttosto su certi comportamenti che di tale
situazione erano la conseguenza. Ricordo lo shock culturale provato
nell’incrociare sui marciapiedi persone che si portavano a spasso sotto
l’ascella, a mo’ d’ombrello, filoni di pane così come sfornati (mancava
la carta e a volte ti impacchettavono la merce nel giornale), ed altre
con dieci rotoli di carta igienica (prodotto particolarmente ed assiduamente ricercato) uniti da uno spago, portati al collo come una collana.
Il tutto in uno scenario in cui mancava la pubblicità, tanto aggressiva
quanto variopinta, ed i cestini dei rifiuti risultavano quasi inutili, visto
che imballaggi e confezioni erano quasi inesistenti e le buste di plastica
venivano vendute come rarità da trafficanti e “formiche” che facevano
la spola con Berlino o altre città dell’Occidente. Questi avevano come
punto di riferimento principale il Mercato Coperto, situato ancor oggi
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sulle sponde del fiume, di fronte all’edificio della Facoltà di lettere. Qui
i breslaviesi si erano creati un proprio surrogato d’Occidente, al di fuori
del circuito sancito delle autorità. Una volta entrati, sotto l’avveniristica
costruzione dei primi del Novecento, si era assaliti da un turbine di colori e profumi, da un vocio e un viavai quasi mediterraneo, in stridente contrasto con l’atmosfera amorfa e compassata che regnava al suo
esterno. Qui, il sistema permetteva al senso d’imprenditoria latente nei
molti di sfogarsi, purché si autoghettizzasse e rimanesse sotto controllo. Un luogo, questo, dove ritrovai al meglio quella teatralità di cui ero
alla ricerca e che ancora oggi, malgrado il contrasto di allora sia svanito, costituisce per me uno degli angoli magici della città. Spiccatamente teatrali erano le vetrine dei negozi, specie di quelli che vendevano
prodotti particolarmente ricercati. Non di rado in vetrina faceva mostra
di sé la scritta “Esposizione permanente”, che suggeriva di non chiedere
i prodotti esposti, i quali avevano il solo scopo di far credere che il negozio servisse per vendere.
Un’altra osservazione sullo stile e le condizioni di vita degli abitanti, che solo in parte ha perso d’attualità, riguarda la discrepanza fra
il buon gusto e la relativa eleganza con cui, in genere, si vestivano le
donne e l’imperante sciatteria e provincialismo che emanavano gli abiti
dei loro compagni, i quali, quando cercavano di sembrare eleganti, sembravano usciti da una sagra di paese; a dispetto della qualità scadente
degli abiti reperibili sul mercato interno (il meglio veniva esportato),
le donne riuscivano miracolosamente, per lo più con mezzi artigianali,
a tenersi aggiornate su quello che si portava in “Occidente”, scopiazzando, ad esempio, i modelli della rivista tedesca Burda, una delle poche
pubblicazioni d’oltre cortina che riusciva a filtrare fra le maglie della
censura. Donne nei confronti delle quali – udite, udite! – era d’obbligo
il baciamano, usanza, di dubbia igenicità, a cui mi piegai non senza
provare, almeno agli inizi, un senso di ridicolo e di imbarazzo e che
fortunatamente oggi appartiene al passato.
Prima di proseguire il nostro viaggio, che il giorno dopo ci avrebbe portato a fare tappa a Gniezno, non poteva mancare una visita alla
“Grande Isola”, la zona del “Padiglione del centenario” (all’epoca de-
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Maurizio Mazzini
nominato “del popolo”) e del parco Szczytnicki dove zampillava una
delle rare fontane di allora e – come in attesa del giardino giapponese
che un giorno vi avrebbero allestito – una pseudopagoda se ne stava
solitaria al centro di un laghetto. Lungo la strada notai un altro di quegli
elementi che concorrono, per me, a creare l’atmosfera di questa città:
i ponti d’acciaio, verniciati a colori sgargianti, sopravvissuti all’assedio
di Breslau, che scavalcano i tanti rami dell’Oder, un fiume che quando
credi di averlo lasciato alle spalle, quasi d’incanto ti ricompare davanti,
per ricordarti che è proprio esso, con i suoi affluenti, i suoi tanti ponti
e passerelle, a determinare la specificità di questa metropoli. Una cittàfiume fatta d’acqua di cielo e di rosso mattone, da cui presi commiato
con la mente già rivolta a tutto quello che ci attendeva lungo il percorso
ancora da compiere, ignaro di quanto essa avrebbe inciso nella mia vita
futura.
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Era una tiepida giornata d`agosto, quando, sotto un cielo