RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt nuova RIVISTA MUSICALE ITALIANA Anno II - n. 2, marzo/aprile 1968 SOMMARIO MASSIMO MILA, L'opera di Andrea Della Corte per la cultura musicale italiana, pag. 203 DONALO J. GROUT, La « Griselda » di Zeno e il libretto dell'opera ài Scarlatti, pag. 207 NINO PIRROTTA, Scelte poetiche ài Monteverdi (II) , pag. 226 LEONARDO PINZAUTI, Prospettive per uno studio sulla musica a Firenze nell'Ottocento, pag. 255 RODOLFO CELLETTI, // « Falstaff » di Stabile (con una testimonianza dell'artista: « E questo è tutto il calvario mio »), pag. 274 RICCARDO ALLORTO, // consumo musicale in Italia (IV -II disco), pag. 283 BRUNO BARTOLETTI, Ricordo di Tullio Serafin, pag. 304 B. BARTOLETTI, F. D'AMICO, G. M. GATTI, B. PORENA, W. SAWALLISCH, Una « tavola rotonda » della NRMI: « Tradurre o no i libretti delle opere? », pag. 308 I casi della musica: « Strawinsky e le spie » di Massimo Mila, pag. 328 — « Direttore artistico cercasi » di Leonardo Pinzanti, pag. 331 — « Un umorista » di M.M., pag. 334 Corrispondenze dall'Italia: Torino (Giorgio Pestelli), Milano (Guido Piamente), Venezia (Mario Messinis), Roma (Bruno Boccia), Napoli (Edoardo Guglielmi), pag. 335 Corrispondenze dall'Estero: New York (Franco Serpa), Londra (Peter Heyworth), Parigi (Mattine Cadieu), Berlino (Wolfgang Becker), pag. 347 I libri: John Warrack, Cari Maria von Weber (Peter Heyworth); Herbert Weinstock, Rossini, a biography (William Weaver); W. H. Wackenroder, Scritti di poesia e di estetica (Giorgio Pestelli); Gino Stefani, L'espressione vocale e musicale nella liturgia (Don Piero Damilano); « Chigiana » IV (Agostino Ziino), pag. 360 Le musiche: Dania Sonans III: Madrigaler fra Christian IV's tid (Federico Mompellio), pag. 369 1agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt I dischi (recensioni a cura di Gioacchino Lanza Tornasi, Leonardo Pinzanti, William Weaver), pag. 371 La musica alla radio: Cronache di ascolto (Guido Piamente) — Le stagioni pubbliche (Giorgio Pestelli, Guido Piamente, Bruno Boccia, Edoardo Guglielmi), pag. 379 Spoglio delle riviste (a cura di Emilia Zanetti e Friedrich Lippmann), pag. 386 Notiziario, pag. 393 Grafico: Paolo Bargis © 1968 by ERI - EDIZIONI RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA - Via Arsenale 41, Torino PROSPETTIVE PER UNO STUDIO SULLA MUSICA A FIRENZE NELL'OTTOCENTO di Leonardo Pinzauti È un luogo comune della storiografia politica l'osservazione del « provincialismo » della vita civile granducale negli anni che precedettero l'annessione della Toscana al Regno di Vittorio Emanuele II. E per quanto concerne gli studi sul costume musicale fiorentino fra la prima e la seconda metà del secolo scorso, manca finora un lavoro organico, salvo alcuni contributi occasionali di cui resta traccia negli scritti di Adelmo Damerini, per molti anni direttore della Biblioteca presso il Conservatorio « Cherubini » di Firenze,1 e in alcuni brevi saggi di Luigi Parigi.2 A proposito di quest'ultimo si sa che egli ha lasciato presso un editore fiorentino, che finora si è ben guardato dal pubblicarla, una storia della Firenze musicale dell'Ottocento; e si tratta probabilmente di un lavoro di amplissima documentazione, conoscendo la minuzia di questo ricercatore e l'amore che egli portava a tutti gli aspetti della vita civile e artistica della sua città. Ma questo lavoro è purtroppo sconosciuto; e d'altra parte, se in futuro potrà essere pubblicato, è probabile che la sua utilità appaia ridotta, anche per le nuove prospettive che la stessa pratica musicale del nostro tempo ha aperto in alcuni settori della musica ottocentesca: si pensi all'uso (e all'abuso) di tante «riesumazioni», all'ampliata conoscenza del Verdi giovanile e del Donizetti minore, del Rossini « drammatico » e del Bellini. 2agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt D'altra parte è facile osservare come la mancanza, nella Firenze della metà del secolo scorso, di una grande figura di musicista locale non abbia favorito l'attenzione degli studiosi per quei fenomeni di contorno, per così dire, che i « grandi » si portano dietro; e che in realtà si rivelano assai importanti per stabilire il clima in cui la personalità di rilievo si trovò ad operare, e quali scambi di cultura e quali sollecitazioni furono possibili reciprocamente fra l'ambiente e i singoli 1 Cfr. in particolare: A, DAMERINI, II R. Conservatorio di musica « Luigi Cherubini » di Firenze, Felice Le Monnier, Firenze 1941, pagg. 132. 2 Luigi Parigi (1883-1955) fondò la rivista «La Critica musicale» (Firenze 1918-1923) e fu per alcuni anni critico musicale del giornale « La Nazione ». individui. Di fatto gli stessi uomini di cultura fiorentini dell'Ottocento avevano delle glorie musicali di Firenze un concetto piuttosto vago: lo stesso Luigi Cherubini, morto a Parigi nel 1842 e molto in considerazione negli ambienti musicali europei (basti ricordare il giudizio di Schumann3 che nel 1841 giudicava Cherubini «il primo» fra i musicisti viventi, e il secondo al tempo di Beethoven), non godeva fra i suoi concittadini di un minimo di popolarità, se dobbiamo credere ad una breve recensione di una accademia tenutasi alla Filarmonica nel dicembre del 1858 e « onorata dall'I e R. Corte », Riferendo di questo concerto, nel corso del quale viene eseguita la Sinfonia delle Due giornate, Cherubini è chiamato « unica gloria musicale di Firenze » (il che certo non è esatto) e l'anonimo cronista aggiunge: «La musica del nostro grande fiorentino è ammirata e applaudita sommamente in Francia, nel Belgio e nella Germania. Ma noi, come storici fedeli, dobbiamo dire che non ostante la buona esecuzione... il grande musicista fiorentino non ebbe l'onor nemmeno di un applauso di compassione. Vedano i signori direttori di musiche, capi di Filarmoniche ecc. come si giunge ad abbrutite nel gusto il pubblico quando non gli si fa udire spesso la musica classica! ».4 Annotazione, però, senz'altro significativa per questo accenno alla musica «classica»; e di questo umore ne troviamo ad ogni numero della « Gazzetta musicale di Firenze » (il cui primo numero è del 16 giugno 1853) e successivamente nel giornale « L'Armonia » « Organo della riforma musicale in Italia. Giornale di scienze, lettere, arti, teatri, concerti e varietà ». Animatore di queste due iniziative editoriali fu, com'è noto, un singolare medico di Firenze, Abramo Basevi, livornese di nascita e israelita, al quale si debbono i primi validi saggi critici sull'opera di Giuseppe Verdi,5 pubblicati, prima di esser raccolti in volume, in varie puntate sull'« Armonia ». E accanto a lui si colloca un'altra singolare figura, quel Gian Gualberto Guidi,6 press'a poco coetaneo del Basevi, che ha avuto fino ad oggi la sua piccola fama specialmente per aver 3agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt 3 Cfr. R. SCHUMANN, La musica romantica (a cura di Luigi Ronga), Einaudi, 1950, pag. 182. 4 Cfr. « L'Armonia », 31 dicembre 1858. 5 ABRAMO BASEVI (1818-1885) è autore, oltre che del notissimo Studio sulle opere di Giuseppe Verdi, Tipografia Tofani, Firenze 1859, di un Compendio della storia detta musica, « presso Gio. Gualberto Guidi », Firenze 1865 (estratto dal giornale « Boccherini ». Cfr. A. DAMERINI, op. cit. e Atti dell'Accademia del R. Istituto musicale di Firenze, XXIV, 1886, pag. 24 e segg. 6 Per la biografia di Gian Gualberto Guidi (1817-1883) cfr. Atti dell'Accademia..., XXII, 1884, pag. 10. Cfr. anche C. SARTORI, Dizionario degli editori musicali italiani, Firenze 1958, pagg. 82-83. ideato la pubblicazione delle prime partiture « tascabili» ma che in sostanza dovette essere imprenditore accorto non solo, ma un artigiano della musica ricco di idee, sostenute talvolta perfino con ostinazione. Insomma da un lato il Basevi, medico, dilettante di musica e critico musicale, e dall'altro lo stampatore Guidi « già primo Contrabbasso al Cembalo al Teatro della Pergola dal 1849 in poi »7 (come troviamo scritto nel primo numero de « L'Armonia » ) possono esser i punti di riferimento in una ricerca del costume musicale fiorentino fra il 1853 (l'anno del primo numero della «Gazzetta musicale di Firenze») e la partenza del Granduca: non a caso, difatti, «L'Armonia» muore col numero del 1° aprile 1859, quando è già nell'aria il pacifico inserimento del Granducato di Toscana nel Regno d'Italia. Leopoldo II lascia Firenze il 27 aprile, salutato affettuosamente con la sua famiglia da molti fiorentini, che accompagnano la sua carrozza fin; oltre l'arco di trionfo di piazza San Gallo: c'è addirittura uno scambio di cortesie fra i « rivoluzionari » fiorentini e « Canapone »; ed è invece per Firenze la fine di un suo piccolo mondo, per nulla provinciale. Tutto quello che, in campo musicale, si farà a Firenze dopo il 1859 è la continuazione, e l'ampliamento talvolta, delle iniziative prese nell'ultimo decennio granducale; ma l'allargamento dell'orizzonte politico, il trasferimento momentaneo a Firenze della capitale del Regno d'Italia, l'organizzazione culturale che più da vicino sentirà l'attrazione dei maggiori centri commerciali (come Milano), sembreranno posare sulle tradizioni delle élites fiorentine della metà dell'Ottocento quasi un atteggiamento 4agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt di conformismo: nei confronti non soltanto dell'ormai raggiunta maggior diffusione della musica strumentale, ma anche nei problemi estetici che Verdi e Wagner susciteranno, in un'ingenua dicotomia fra « avveniristi » e « passatisti » che aveva avuto, invece, a Firenze motivazioni assai più sottili e inquiete, anche se non immuni da errori di prospettive. Anche queste tutt'altro che « provinciali », e semmai superbamente ansiose di inserire i circoli culturali fiorentini in una circolazione che avesse davvero il senso dell'Europa. La « Gazzetta musicale di Firenze » e successivamente « L'Armonia » sono dunque uno specchio della cultura fiorentina alla metà del secolo scorso.8 E su questi giornali, veri e propri « centri d'azione » 7 Cfr. su « L'Armonia » (n. 1, gennaio 1856) una Dichiarazione in cui il Guidi smentisce di aver abbandonato la professione di suonatore. 8 II primo numero della « Gazzetta musicale di Firenze » è del 16 giugno 1853. « Si pubblica il giovedì a mezzogiorno », si legge nella testata. Il settimanale durerà fino al dicem — come spesso si definiscono — contro « l'abbrutimento del pubblico » che non si occupa di « musica classica », la polemica — anche quando prende grossi abbagli di prospettiva — non è a senso unico: non si riduce cioè, come accadrà negli ultimi anni dell'Ottocento, alla affermazione della « superiorità» della musica strumentale su quella del teatro lirico, o di quella di Wagner su quella di Verdi e viceversa; ma anzi tenta una sintesi indipendente, a larga prospettiva, nella quale si cerca di far confluire esigenze culturali di marca europea nel costume corrente. Con un senso di realismo che è senz'altro tipicamente fiorentino. E se, come vedremo, fra le grandi figure dei musicisti contemporanei (Verdi e Wagner soprattutto) si inserisce con insistenza a volte perfino strana9 quella di Giacomo Meyerbeer, in quegli anni all'apice della gloria, pur tuttavia le riserve e lo scarso entusiasmo nutrito per le opere di Verdi (alcune anche fra le più popolari) non impedisce che a questo musicista si guardi per la prima volta con attenzione critica, senza che il dibattito fra i diversi collaboratori della « Gazzetta » e dell'« Armonia » si traduca in una programmatica presa di posizione a favore del «passato» e dell'« avvenire ». Davvero verrebbe voglia di dire, di questi circoli fiorentini, quello che si legge nel n. 1 del 1857 de «L'Armonia» a proposito della sensibilità musicale francese: « II genio musicale francese è per essenza militante; solo a luogo di combattere per se stesso, non avendo alcun interesse particolare a difendere combatte per la musica altrui ». E la « musica altrui », per questi fiorentini, era in fondo quella di Verdi come quella di Meyerbeer, quella di Wagner come quella dei grandi sinfonisti e quarbre 5agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt 1855, quando viene sostituito con « L'Armonia », « Organo della riforma musicale in Italia », che col n. 32 sostituisce il sottotitolo: Giornale di scienze, lettere, arti, teatri, concerti e varietà con quello di Giornale non politico. « L'Armonia » muore col numero del 1° aprile 1859, che contiene fra l'altro una recensione dell'opera II Bondelmonte di Pacini e un brano di Fétis, tratto dal Guide Musical su Meyerbeer. Il Guidi annuncia inoltre il primo fascicolo della partitura del Guglielmo Teli di Rossini e un « gran ribasso » dei Centi studi per pianoforte di Enrico Berlini, cioè Henri (Jéróme) B., detto «B. le jeune» (1798-1876), famoso pianista e didatta francese. 9 II nome di Meyerbeer non manca, si può dire, in alcun numero della « Gazzetta musicale di Firenze » e de « L'Armonia ». Quando non si tratta di notizie e di studi parti colari di redattori fiorentini, si riportano stralci di giornali stranieri), Si veda, ad esempio, l'articolo che la G. m. di F. riporta dal « Moschettiere » (29 dicembre 1853) con un raf fronto fra Rossini e Meyerbeer: « Se vi è un compositore di cui carattere e talento sieno interamente opposti a Rossini è senza dubbio Meyerbeer..., il solo maestro del secolo che possa lottar con lui... Meyerbeer mette dieci anni a scrivere una partitura. Tutto nella sua partitura è pesato, analizzato. Tutto al contrario di Rossini egli pone la più grande cura nella scelta dei suoi drammi... La sua orchestra mirabilmente combinata rende le gradazioni le più diverse della passione con una verità straordinaria... Se Rossini fosse stato un Dio egli avrebbe creato il mondo in un sol tratto, Meyerbeer ci avrebbe messo più di sei giorni ». tettisti «oltremontani». Per questo l'editore Guidi può ironizzare10 per la meraviglia suscitata nei « molti adoratori del Bussetano » da una sua edizione di pezzi intitolata Colonna verdiana, pubblicata proprio da lui che « ebbe il coraggio di protestare contro il sistema Verdiano vigente »; e d'altra parte « L'Armonia » nelle sue noterelle sparse da l'impressione di esser redatta con l'occhio attento proprio a quanto accade anche fuori delle mura cittadine, e anzi polemizza senza complessi di inferiorità con alcune accreditate riviste straniere: se la 6agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt prende, ad esempio, col giornale parigino « La Maitrise » per le sue notizie da Firenze e per il dibattito aperto col Basevi a proposito dell' « ordine unitonico » di Palestrina, sul quale « lasceremo che risponda il celebre direttore del conservatorio di musica di Brusselle » (cioè il Fétis); e nel 1858 sottolinea con durezza il singolare incidente occorso a « Musical World » sul quale un certo signor D'Engelure ha plagiato (nel numero del 3 luglio) un articolo di Abramo Basevi sul Guglielmo Teli, già apparso sull'« Armonia » del 28 aprile di quello stesso anno. E siccome « Musical World » cerca di giustificarsi, « L'Armonia » rincalza: « Ci maravigliamo per altro della onorevole Direzione del Musical World, la quale non ha saputo dire del sig. D'Engelure se non che al più egli è stato leggero (has been perfunctory) ». Del resto l'annuncio delle edizioni tascabili « delle migliori opere classiche »n è già indicativo di un programma: non si tratta, per questa élite fiorentina, di stabilire la superiorità di un genere su un altro, né di affermare una prevalenza della musica « oltremontana » su quella italiana, ma di indicare una scelta di gusto e un atteggiamento di cultura. Che potrà apparire — a distanza di un secolo — spesso irto di contraddizioni, ora animato da un senso del « progresso » e ora inguaribilmente « reazionario ». Le prime due opere « classiche » in partitura tascabile saranno dunque, avverte il Guidi, Guglielmo Teli di Rossini e Ugonotti di Meyerbeer. Perché non ci sia un'opera di Verdi (e siamo con quest'avviso al 31 agosto 1858, quando il «Bussetano» ha già 10 Cfr. su « L'Armonia» n. 33: « II Guidi, che ebbe il coraggio non piccolo di farsi editore proprietario del giornale L'Armonia organo della riforma musicale in Italia, il che vuoi dire che ebbe il coraggio di protestare contro il sistema Verdiano vigente, con grande scandalo di molti adoratori del Bussetano, il Guidi, dico, stampò recentemente alcuni pezzi che intitolò Colonna Verdiana ». 11 Cfr. su «L'Armonia» (31 agosto 1858): «Straordinaria occasione per Maestri e Dilettanti di Musica - Edizione tascabile delle migliori opere classiche - Una partitura di 400 franchi costerà 24 franchi - S'incomincerà la pubblicazione dalle Partiture del Guglielmo Teli di Rossini e degli Ugonotti di Meyerbeer - Testo italiano - Si ricevono associazioni conforme il Manifesto presso l'Editore G. G. Guidi di Firenze nello Stabilimento Calcografico Musicale in via S. Egidio 6640 nel già Palazzo Bertelli ». 7agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt al suo attivo capolavori come quelli della cosiddetta « Trilogia romantica ») si deduce chiaramente da molte notazioni apparse sulla « Gazzetta musicale di Firenze » e poi su « L'Armonia ». Nei confronti di Verdi, che nell'entusiasmo per certa musica « oltremontana » coltivata negli ambienti più raffinati della cultura fiorentina sembra far la parte di un irrimediabile guastafeste (non di un rivoluzionario però), c'è innegabile un senso di fastidio: lo si avverte, del resto, perfino nell'oculatissimo libro di Abramo Basevi, che è critico tutt'altro che mediocre. E il fastidio nasce, in sostanza, più attraverso considerazioni di indole morale, lato sensu, che non per il desiderio di opporsi ad una popolarità che è ormai prorompente, e di cui del resto l'accorto Guidi tien conto nelle sue numerosissime edizioni di trascrizioni e antologie di opere verdiane. Di fatto, per il gruppo di colti musicisti e dilettanti di musica che fanno capo ai due ricordati giornali, la musica « classica » ha, fra gli italiani, il suo ultimo e più illustre rappresentante in Rossini: questi appare il maestro nella cui musica si conciliano le antiche tradizioni del « belcanto » e la disposizione ad uno stile sinfonico che in qualche modo può far da ponte, o almeno non contraddice le prime esperienze dei pionieri nostrani della musica da camera, con l'esecuzione dei quartetti di Haydn e di Mozart e con le prime serate dedicate alle composizioni pianistiche del Beethoven meno problematico. È un po' come se per Rossini si ripetesse, senza volere, negli ambienti fiorentini, la qualifica di « tedeschino » che gli era stata data quando era studente a Bologna. E mentre si sa, ad esempio, che presso l'illustre Gioacchino Maglioni, proprietario della sala omonima in Borgo de' Greci nella quale i concerti di musica da camera erano stati iniziati fin dal 1834,12 Rossini fu ricevuto con ogni onore la sera del 27 marzo 1849 (e l'avvenimento fu ricordato addirittura con una 12 Giovacchino Maglioni (nato a Pontassieve, Firenze, il 24 luglio 1808) è capostipite di una illustre famiglia di musicisti fiorentini (il nipote è Gioacchino Maglioni, noto violinista e didatta, scomparso a Firenze il 22 marzo 1966). Nel 1834 iniziò i concerti di musica da camera nella sala prima detta « Ciampolini » e poi « Maglioni », in Borgo de' Greci. Compositore e cattolico fervente scrisse molta musica sacra e polemizzò vivacemente contro la decadenza di questo genere. A tal proposito cfr. in « Atti dell'Accademia... »: G. MAGLIONI, Della conveniente coefficienza dell'organo al decoro del culto religioso (II, 1864, pag. 31 e segg.); Dei provvedimenti più utili pel decoro della musica religiosa (XXII, 1884j pag. 28 e segg.). Si ha notizia di un suo oratorio, L'Amar cristiano, ossia S. Cecilia eseguito! nel 1857 nella chiesa di San Giovannino degli Scolopi e della prima esecuzione in Italia, nella 8agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt Sala Maglioni, il 20 marzo 1858, del Pater noster di Meyerbeer. In occasione della visita a Firenze di Pio IX il Maglioni gli dedicò un'antifona Ecce Sacerdos magnus, che fu accettata dal Sommo Pontefice, come è scritto sulP« L'Armonia » del 29 luglio 1857, « con segni di particolare bontà ». lapide), non stupisce che non si abbia invece notizia di un analogo ricevimento fatto a Giuseppe Verdi, che pure aveva trascorso a Firenze un tempo non breve in occasione della « prima » di Macbeth, nel marzo del 1847. Verdi evidentemente appariva a queste cerehie di pionieri fiorentini della musica « classica » un uomo non collocato sulla via del progresso; semmai una specie di corruttore d'ingegno, un musicista « d'ingegno ma barbaro » che invece di aiutare la loro battaglia l'aveva e l'avrebbe in più modi ritardata (e noi possiamo sapere oggi che, di fatto, qualcosa di simile accadde e non per una semplice coincidenza ma anche con la consapevole partecipazione del grande maestro). Basta leggere certi articoli del fondatore della « Gazzetta musicale di Firenze », Ermanno Picchi, per rendersi conto dello stato d'animo diffuso negli ambienti più colti. Il Picchi, dal 1850 segretario della scuola di musica annessa all'Accademia di Belle Arti (e che diventerà dopo l'unità d'Italia il Regio Istituto Musicale di Firenze e quindi il Conservatorio «Cherubini»), si rammarica in un suo scritto del 185313 che i compositori abbiano preso l'abitudine di forzare le tessiture dei cantanti. Le sue argomentazioni sono in più punti di sconcertante ingenuità: i contralti stanno sparendo... perché è più facile comporre a tre voci invece che a quattro, e perché è cessato il « canto mellifluo » da quando Rossini ha smesso di comporre. « II Teatro attuale — scrive ancora il Picchi — vuole che il Cantante abbia voce, poco gli preme il modo di usarla, ed il Maestro che insegna bisogna che prima d'ogni altra cosa ricerchi nello scolare la voce. Questa sia forte, sia acuta, sia vibrante. Ecco i requisiti ». Ma non ci vuoi molto a capire che il bersaglio di queste osservazioni è Verdi; e difatti in un articolo del 24 agosto 1854, dal titolo «Ciarle sulla musica del giorno » e che è firmato X (ma probabilmente si tratta del medesimo Picchi), si appuntano gli strali sul cosiddetto «genere drammatico», asserendo che per questo tipo di canto ci vogliono studi « meno profondi e meno assidui di quelli che richiedevansi ai tempi di Rossini e di Bellini. Allora ci volevano anni e anni per essere proclamato Artista, ora bastano pochi mesi. Voce e sentimento. Ecco un cantante del 1854. Jeri negoziante, Lion, qualche volta meno che Artigiano, domani Artista. Perché? Perché ha polmoni. Perché è un Pappagallo che ritiene bene a mente la parte. Perché in scena si disvincola a guisa dei nostri vecchi istrioni... Egli è questo il Cantante, che abbisogna per far 13 Cfr. Non più contralti, di E. Picchi, su « Gazzetta musicale di Firenze » (20 ottobre 9agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt 1853, anno I). risaltare l'Opera del Verdi? Credo di no ».14 Nonostante la negazione, forse puramente rettorica, è facile dedurre che anche qui le allusioni andavano proprio a Verdi: basta leggere alcuni giudizi di questo periodo sul Trovatore e sulla Traviata, e tutto apparirà chiaro. A proposito del Trovatore (è sempre il Picchi che scrive sulla « Gazzetta musicale di Firenze», il 13 ottobre 1853) il giudizio è abbastanza positivo: «II Verdi ha potente ingegno, ha fluidità di pensiero, ha forte sentimento drammatico, e raramente la idea musicale resta per esso inferiore alla idea poetica ». Per questo a Picchi piace il racconto della zingara, l'atto quarto con i rintocchi di campana e aggiunge: «io non credo che non possa esservi pubblico che non si commuova a tal punto all'entusiasmo ». Ma tolti questi punti « il resto dell'Opera è, per il Verdi, medicare lavoro... Il Verdi non ha in questo suo Trovatore né superato né eguagliata la fama degli altri suoi lavori ». Un anno dopo, sullo stesso giornale, c'è la recensione della Traviata (28 settembre 1854): «Osceno libretto — scrive il Picchi in forma di lettera — e qualche poco assurdo e ridicolo. Immaginati che la Protagonista è Tisica. Non ti fa l'effetto di sentirti dire, che la prima ballerina è zoppa?... Aggiungi poi che è tisica per gl'influssi del terzo Cielo, e vedrai che all'assurdità ed alla ridicolezza si aggiunge l'oscenità. Ecco un modello di buon senso, di buon gusto e di sana morale... ». Pazienza, osserva ancora il Picchi, se Verdi si fosse comportato qui come nel Rigoletto; qui invece è voluto uscire dalla solita via: «ha voluto introdurre il dialogo familiare e quasi parlato; in più luoghi ha dato il motivo all'orchestra, ed ai cantanti frasi spezzate, cosicché l'uditore abbraccia benissimo il senso di ciò che gli dicono gli strumenti per cui tien dietro a quelli e trascura i Cantanti, quindi ciò che dovrebbe esser principale diventa accessorio: ed ecco l'interesse perduto... Fra tutta la mediocrità di questa musica traviata vi sono cinque pezzi per lo meno, che si rivelano figli del Verdi, e sono, il Brindisi d'introduzione e la Cavatina della Donna del I Atto, la Canzone, il Duo e il Terzetto del terzo. Sul resto tiriamo un velo ». Si tratta, senza dubbio, di giudizi di un mediocre critico, che tuttavia partecipa attivamente proprio a quel « rinnovamento » auspicato da alcune élites fiorentine nel campo della musica «classica». Ma avendo per punto di riferimento Rossini, è evidente che gli sfuggano, della Traviata, proprio le pagine più verdiane dell'opera, lontane dai moduli che della cosiddetta « musica classica » questi fiorentini si son 14 Cfr. sullo stesso argomento anche l'articolo di fondo delk « Gazzetta musicale di Firenze » del 24 settembre 1854 (Anno II, n. 15) firmato X antiscettico. fatti. A distanza di un secolo, certo, giudizi come questi del Picchi 10agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt potrebbero apparire del peggiore reazionario; e di fatto essi sono contro il « progresso » inteso nel senso di Verdi, come complessa adesione ad una coralità che non può esser presente in questa cultura granducale, piena di umori e di nostalgie di un'arte « oltremontana » scarsamente sconosciuta, e sempre in modo vago e indistinto. Ma è proprio in questo accanimento contro il « nuovo » che in pubblico si fa in Italia, a favore di un «nuovo » da riconquistare partendo da piccoli circoli privati, che affiorano alcuni argomenti polemici i quali saranno assunti, sia pure con minore rozzezza, dagli ambienti più avanzati italiani fra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del nostro secolo. In un articolo del 29 settembre 1853, dal titolo « Se siamo- in progresso », il Picchi tenta di cimentarsi nell'ironia: « i nostri nonni... aveano la dabbenaggine di sentire un'Opera senza Gran Cassa, senza Tamburi, senza Banda, senza Tromboni ». Ma lo scopo dell'attacco è il Rigoletto, e specialmente il suo libretto. «Volete voi metter per esempio la Clemenza di Tito col Rigoletto? Che cosa volete imparare nella prima?... Tanto tanto nel secondo qualcosa s'impara. Se non altro a vedere che le sale di festa d'un Sovrano ai tempi di Rigoletto erano il passaggio di rei condannati a morte, e vi dovean passare precisamente quando si dava la festa perché il buffone facesse rider la brigata, e fosse maledetto. Vi s'imparerà che quando uno sta al buco della chiave... per vedere ciò che si faccia nella stanza, e vi veda che si prepara l'uccisione di un uomo, invece di destare il vicinato per salvarlo... deve farsi ammazzare per lui, tanto più se chi guarda è donna, e se chi deve essere ammazzato è l'amante che l'ha tradita... — È vero, non ho parlato che dei libretti, ma che volete, ho la debolezza di credere che la scelta di un soggetto riveli un tantinello l'indole di chi lo sceglie... Dunque se un soggetto è esagerato, strano, orribile, la Musica sarà esagerata, strana, lacerante; e l'Arte che è fatta per istruir dilettando, abbrutirà straziando». È pur vero che, col passare del tempo, e forse per l'influenza dell'accorto Basevi, la stessa « Gazzetta musicale di Firenze » aggiusterà in seguito il tiro sulle opere di Verdi, tanto che l'« incantato nome del Trovatore » — come troviamo scritto in una cronaca del 15 febbraio 1855 — vede il Teatro Fagliano (l'attuale cinema-teatro Verdi) « rigurgitante di popolo ansioso di sentir ripetere quelle melodie che fanno e faranno sempre palpitare il cuore del rozzo artigiano come dell'uomo istruito ed intelligente ». Ma è comunque sintomatico che in anni nei quali si può dire che il nome di Verdi dilaghi dappertutto, con significazioni com'è noto anche di carattere politico, i circoli colti fiorentini palesino un certo riserbo nei suoi confronti. Lo stesso Basevi, che è il teorico del gruppo, prima ancora di iniziare il suo notissimo studio sistematico delle opere di Giuseppe Verdi, scrive15 sì che «Verdi è una face, che risplende non solo in Italia, ma fuori »; tuttavia aggiunge che « nulladimeno verun intelligente dell'arte opina, che egli segni un'epoca di vero progresso in Italia dopo Rossini, e Bellini». Cioè Verdi è guardato come un musicista abile, che va incontro ai gusti del pubblico, « ed è per questo, che la vedemmo in pochi anni mutare maniera più volte, e chi sa quante altre trasformazioni la sua 11agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt ricca fantasia ci prepara ancora », mentre Rossini e Meyerbeer sono una «inesausta miniera», capace di arricchire l'arte anche nei secoli futuri. E quando « L'Armonia » pubblica poco dopo una corrispondenza sui Vespri siciliani a Parma16 il cronista palesa un tono quasi di sufficienza verso il « celebrato maestro » e non perde occasione di consigliarlo a pensare ai « grandi compositori Gluck, Mozart, Meyerbeer, Rossini e Bellini ». Sono questi, evidentemente, gli autori di musica « classica »; ed essi non contraddicono, nel giudizio dei pionieri fiorentini della musica strumentale, il bisogno di un nuovo costume nel teatro in musica e di una « riforma » che — come Basevi annota nel 185617 — «non può incominciare che con il miglioramento del libretto». Argomento questo che, come si sa, sarà ripreso e sarà molto sentito dai musicisti dell'ultimo Ottocento e specialmente dalla cosiddetta «generazione dell'Ottanta». Ed è in questa prospettiva composita, di conservatorismo e di desiderio di una riforma del costume musicale, che acquistano un significato anche più chiaro alcune intelligenti osservazioni del Basevi sull'opera di Verdi. Così è, ad esempio, quando leggiamo un giudizio come questo:18 «Verdi che è conciso, e che scrupolosamente getta via quello che può togliersi nella frase musicale, ha bisogno di un numero determinato di versi, né più né meno ». E ancora: « Se le nostre parole potessero giungere fino alle orecchia del maestro Bussetano, gli diremmo di profittare della rara fortuna sua di regnare oggi in Italia senza rivali, per trasformare il gusto del pubblico riconducendolo sulla retta via... Verdi agli impresari può imporre ottimi poeti; ma deve poi imporre a se medesimo di non torturare la poesia ». Insomma mentre si continua a scrivere sul !5 Cfr. ABRAMO BASEVI, Le riforme («L'Armonia», 1° gennaio 1856, anno II, n. 1). 16 Cfr. la corrispondenza da Parma di P. Torrigiani (ibidem, 6 gennaio 1856). 17 Cfr. « L'Armonia », 11 marzo 1856. 18 ABRAMO BASEVI, Giovanna di Guzman (« L'Armonia », 22 aprile 1856). P« Armonia » che « il miracolo di convertire il piombo in oro non fu concesso cfie a/ sommo Kossini » e che Verdi « non sa come Rossini far senza della, luce poetica, né sa profittarne con tanto successo come Meyerbeer »_, 19 i] Basevi critico: « Una delle qualità della musica di Verdi è un far brusco. Il quale si palesa in certi ritmi, che egli talvolta preferisce, come nella marcia del Nabucco... Questo far brusco impartisce alla melodia una certa, diremmo quasi, angolarità opposta precisamente alla rotondità del canto Rossiniano ». E quanto alla originalità della melodia « è notabile la musica Verdiana in questo, che mentre da prima un canto non ti sembra sempre nuovo, invano però cercheresti d'onde l'abbia tolto, salvo poche eccezioni ».20 12agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt Si potrebbe continuare in questa esemplificazione del riserbo fiorentino nei confronti di Verdi, che tuttavia non impedisce al Basevi, come si è accennato, di suggerire acuti giudizi sulla sua opera. Lo stesso Wagner, d'altra parte, suscita un interesse abbastanza circospetto, anche se l'ambiente del Basevi è stato considerato, alla luce di una lettera di Wagner stesso da Zurigo, uno dei « primi a comprendere il significato ed a riconoscere il grande valore dell'opera wagneriana ».21 In realtà, i circoli colti fiorentini che fecero capo alla « Gazzetta musicale di Firenze » prima e alP« Armonia » poi mostrano accanto ad un indubbio interesse per le « riforme » anche una pacata autonomia di giudizio; e anche se potrà sembrare strano, come vedremo, l'entusiasmo con cui invece si segue l'attività di Meyerbeer, lo stesso Basevi scrive difatti nel primo numero del suo giornale che « le riforme migliori e più salutari sono quelle che riconducono le cose, per quanto è possibile, ai loro principi... Ci gioveremo di tutto ciò chei offre di buono quella riforma, che da qualche anno va operandosi in Germania ». Non tutto quello che Wagner offre, dunque, ma soltanto « ciò che offre di buono »; non foss'altro per la diversità delle condizioni ambientali in cui la « riforma » di Wagner si sta attuando, e che sono diverse da quelle italiane. « La Germania... — osserva sempre il Basevi il 25 marzo 1856 — comparata all'Italia, è un paese aperto alle novità... Wagner, che, malgrado l'incontrastabile (sic) suo talento, non 19 Cfr. su « L'Armonia » del 15 settembre 1956 la recensione del Corsaro, senza firma. 20 A. BASEVI, Studio sulle opere di Giuseppe Verdi (« L'Armonia », 15 giugno 1857). 21 Questo giudizio è di Adelmo Damerini, nella già citata monografia sul « Cherubini » di Firenze, a pag. 14. Quanto alla lettera di Wagner (datata da Zurigo il 30 marzo 1856), il cui autografo è conservato nella Biblioteca del Conservatorio « Cherubini » (B-2438), il Damerini ne riporta il testo francese in una nota a pag. 14 e 15 dell'op. cit. avrebbe potuto in Italia, mediante la sua riforma, levar grido di sé nemmeno nel più piccolo borgo, in Germania invece vide estendersi il suo nome, nascere partigiani a lui devotissimi... Fino a questo momento i contrarj alla riforma Wagneriana sono in maggioranza. Ma tuttavia le opere di Wagner si eseguiscono in vari punti della Germania, e questo è un gran vantaggio, che non è sempre possibile conseguire in altri paesi, ove l'intolleranza in ogni cosa è all'ordine del giorno... ». Notazioni in certo modo realistiche, ma che sembrano proporre il problema della « tolleranza » e della circolazione delle idee piuttosto che testimoniare un'adesione sentimentale e una precisa conoscenza del problema. Wagner stesso, del resto, nella sua lettera di risposta al Basevi, sembra aver intuito la realtà degli umori fiorentini: fa proprie le ansie di riforma di questa piccola élite italiana, della quale 13agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt elogia22 l'intenzione «di esortare gli italiani a ricondursi alla virilità dell'arte, uscendo dallo stato di effeminatezza, nella quale essa si trova di presente così profondamente immersa » (Verdi, evidentemente, appare a Wagner sotto una luce ben diversa dai pur perplessi intellettuali fiorentini), ma si preoccupa che i circoli fiorentini si facciano una idea « la più chiara possibile di ciò che trattasi nella mia pretesa riforma, la quale, io penso, riposa solamente in questo, ch'ioi m'interesso ugualmente così alla poesia come alla musica delle mie Opere. A questo riguardo io credo esservi utile, se raccomando alla vostra attenzione più speciale la prima parte del mio libro intitolato Oper und Drama. Questa parte contiene la critica del genere dell'opera, propriamente detta, e dimostra la radice del male, che doveva produrre la perdita di questo genere equivoco, che aspira, secondo quello che alcuni pensano, al ristabilimento del dramma antico dei greci, e giunse finalmente allo stato ermafrodito, ed anche eunuco dell'opera moderna ». Il che, sia pure ampliato con un po' di rettorica anche da Wagner, è certo molto distante dalle nostalgie rossiniane dei vari Picchi di Firenze, ma anche dalla devota ammirazione che essi nutrono per Meyerbeer. E difatti un altro musicista del gruppo, Olimpo Mariotti,23 22 Mi servo della traduzione italiana apparsa nel numero 15, Anno I de « L'Armonia » (6 aprile 1856). 23 Per la biografia di Olimpo Mariotti (1813-1868) cfr. Atti dell'Accademia..,, VII, 1869, pag. 5. Suoi articoli sui « Difetti dei cantanti » appaiono già nei primi numeri della « Gazzetta musicale di Firenze ». Un articolo del 22 dicembre 1853, dal titolo Ho colto nel segno?, è interessante perché indica quali sono gli stranieri più in voga nel teatro e nella musica strumentale: nell'uno sono Meyerbeer, Auber, Halevy, Herold e Weber, e nell'altra Beethoven, Haydn, Mozart, Weber e Mendelssohn. Gli italiani sono chiamati anche con curiosi appellativi: Babbo Rossini, Zio Donizetti, Beniamino di casa Vincenzo Bellini, ecc.; Pacini è « fecondissimo », Mercadante « austero » e Verdi « il nostro simpatico Verdi ». commemorando dieci anni dopo un benefattore del Regio Istituto Musicale, il marchese Leonardo Martellini, non tralascerà di ricordare che fra i libri donati dallo scomparso c'è una copia del Tannhàuser di Wagner «perché i giovani conoscessero quello che non dovevano fare; sono le sue precise parole ».24 Per quale processo mentale gli intellettuali della Firenze granducale abbiano trovato il loro « optimum » nella figura, certo singolare ma 14agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt non gigantesca, di Giacomo Meyerbeer, potrebbe davvero essere oggetto di studio particolare. È probabile — e la avanziamo come un'ipotesi di lavoro — che abbia concorso in questa scelta non soltanto un complesso di circostanze contingenti (quali ad esempio le personali propensioni del Basevi, israelita, per un illustre correligionario); ma è forse più vicino al vero l'ipotesi che vede in questo atteggiamento di adesione un modo tutto fiorentino di affermare la propria indipendenza culturale: in una élite che da anni, si può dire dal 1830, pone il problema della musica strumentale in Italia (« la inferiorità nostra nella musica strumentale di fronte agli oltremontani è dolorosamente verità conosciuta da tutti », scriveva ancora il Picchi in uno dei primi numeri della « Gazzetta musicale di Firenze »,25 e che d'altra parte ha il realismo di non credere alle « rivoluzioni » clamorose e anzi, considera la storia come una successione di eventi concatenati, senza strappi; in una élite che apparirà « wagneriana » più per il bisogno di affermare la necessità di una dialettica culturale che non per un'adesione ad un mondo estetico in realtà molto lontano dai suoi gusti « classici » ; in un ambiente, insomma, che per effetto della propria autonomia anche politica sente soprattutto la necessità di un « recupero », come diremmo oggi, non tanto di un linguaggio musicale col quale un po' per volta si è perduto dimestichezza (quello appunto strumentale), quanto piuttosto di tutto un costume in cui il « musizieren » è parte integrante delle abitudini di una società realmente evoluta (e questo spiega perché fosse considerato « classico » un Haydn e non il suo coevo Cimarosa); in un mondo come questo, che vuoi essere aggiornato senza rompere i ponti col passato, e nuovo senza concedere nulla alla moda «volgare», la figura di Meyerbeer, pur colorandosi di valutazioni a volte puramente illusone e preconcette, ha una sua giustificazione logica. Quasi che i fiorentini avvertissero in questo musicista 24 Cfr. in Atti dell'Accademia..., Anno V, 1866, la Relazione del segretario Olimpo Mariotti, pag. 13. 25 Cfr. l'articolo di E. Picchi sulla « Gazzetta musicale di Firenze » (21 luglio 1853). la sua funzione artigianale: di sperimentatore per conto di altri, di « preparatore » di effetti, e quasi di didatta, potremmo dire, nei confronti di musicisti più grandi e più geniali di lui. Insomma una figuracuscinetto, di quelle che ammorbidiscono gli urti e si oppongono alle « rivoluzioni », senza per questo esser sospettati di conservatorismo; anzi di quelle figure che apparentemente fanno da remora alle facili accensioni e, alla fin dei conti, le favoriscono col loro lavoro di mediazione e di adeguamento. Che in effetti, nella storia della musica dell'Ottocento, Meyerbeer abbia avuto proprio questa funzione è un fatto ormai accettato; e per 15agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt amor di tesi potremmo quindi perdonare ai circoli musicali fiorentini della metà dell'Ottocento anche le loro straordinarie infatuazioni. In realtà si tratta spesso di infatuazioni, rese possibili e giustificabili in un clima inquieto di adeguamento culturale e di « recupero » che, a prospettiva ravvicinata, non sempre consente esatte valutazioni critiche, e non soltanto dei « grandi » del teatro ma della stessa pratica strumentale che con entusiasmo ed ostinazione di pionieri i circoli musicali fiorentini coltivano intensamente, certo primi in Italia. L'importante è, per gli strumentisti che si riuniscono nella Sala Maglioni di Borgo de' Greci, dare un esempio di che cosa possa essere in Italia, e a Firenze in particolare, il « musizieren » di cui si ha tanta pratica a Vienna. Suonano di tutto un po', si adattano a tutte le « trascrizioni », ma non sono dei dilettanti, come talvolta si sarebbe disposti a credere; anzi quasi tutti stimati professionisti della musica e insegnanti all'Accademia di Belle Arti. Per questo, la stranezza di certe scelte non deve essere considerata come il risultato di improvvisazioni estemporanee, ma di veri e propri esperimenti di studio e di propaganda: per cui troviamo, nei programmi dei concerti in casa del violinista Giorgetti26 o in quella del Maglioni, musiche di Veracini, Gorelli, Boccherini, Tartini, Nardini, Haydn, Mozart e Beethoven, ma anche una « Prima Sonata caratteristicaper pianoforte, violino, viola, violoncello, contrabbasso, flauto, clarinetto, corno, fagotto e harmonium di Gioacchino Maglioni, oppure un Divertimento a due pianoforti, a sei mani ciascuno di un certo Fanzini. Oppure il Gran Settimetto di Beethoven ridotto dal Giorgetti per quintetto di strumenti ad arco, « composizioni da 26 Ferdinando Giorgetti, nato nel 1796, era stato uno dei promotori della Società Filarmonica Fiorentina e delle « mattinate musicali » per le esecuzioni di Quartetti. Morì nel 1865. Per la biografia di questa interessante figura di pioniere e di compositore cfr. Atti dell'Accademia..., Anno VI, pag. 15 e segg. sala » di Chopin, di Jacob Rosenhain e di Johann Hummel; e, come troviamo ricordato, due Sonate per pianoforte di Beethoven, una delle quali la Patetica, eseguite dall'« egregio pianista Gennaro Perelli », il quale tuttavia conclude il suo concerto con una sua applauditissima fantasia dalla Sonnambula di Bellini; allo stesso modo, il violinista Giovacchini27 e il pianista Maglioni eseguono la Sonata op. 24 di Beethoven e un Trescone dello stesso Maglioni. E l'elencazione potrebbe continuare, curiosissima e piena di sorprese, come quando si legge sull'« Armonia » che in una « mattinata musicale » in casa Giorgetti si eseguono « tre belle romanze di Mendelssohn scritte originalmente per solo pianoforte » e trascritte per violino e pianoforte, ma delle quali, si afferma, «l'istesso autore sarebbe stato soddisfatto»; e anche un quartetto di Mozart « eseguito meglio che a Vienna, paese, come ognun sa, ove la musica strumentale si coltiva con una specie di culto ». 16agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt Lo stesso culto che i circoli fiorentini cercano di favorire anche a Firenze, e che trova « L'Armonia » sempre tenacemente disposta a propagandare, anche con argomentazioni come queste: 28 « Qual vantaggio può recare una società musicale, che ci faccia sentire o dei pezzi che ognuno sa a memoria, o che non ha guari si udirono in teatro, o di maestri i quali farebbero meglio a scegliere un'altra professione? Fintantoché trascurando la musica classica si ottengono applausi, ci diamo pace dicendo chi paga vuoi così; ma quando invece di divertire si annoja, allora diciamo, fiasco per fiasco si dia della musica istruttiva, e poco conosciuta ». E ancora: « Raramente vengono in Italia eseguite le sinfonie di Haydn, di Mozart, di Beethoven, di Mendelsshon, di Meyerbeer ecc.; e raramente si odono quartetti... ». Oppure, a proposito di un concerto alla Filarmonica dell'aprile 1857: «Ci raccomandiamo ai sigg. componenti la direzione musicale di lasciare un cantuccio per qualche novità oltramontana, o per qualche lavoro classico italiano non molto conosciuto ».29 E sempre a proposito di una mattinata musicale alla Filarmonica si apprende che i redattori dell'« Armonia » hanno anche qualche idea dei diversi stili beethoveniani, perché viene elogiata la scelta del Trio in do minore dell'op. 3, appartenente alla «prima maniera», mentre «la terza rimane incomprensibile a chi non abbia l'orecchio esercitato già ne' lavori dei classici i più profondi ». È anche certo che, nel più impegnativo campo delle esecuzioni sinfoniche, già 27 Per la biografia di Giovacchino Giovacchini (1825-1906) cfr. Atti dell'Accademia..., XLIV, pag. 20. 28 Cfr. « L'Armonia », 18 marzo 1856. 29 Cfr. ibidem, 15 aprile 1857. prima del 1859 erano state eseguite diverse Sinfonie di Beethoven (la Prima, la Terza, la Quinta e la Sesta). E nel 1857 quando Leto Puliti,30 segretario della Società Filarmonica, distingue in una lettera all'« Armonia » gli esercizi dalle accademie (gli uni per l'esecuzione di musica « classica », le altre per soddisfare le esigenze di coloro « che meglio amano un genere men severo e men dotto »), la direzione del giornale, nella sua risposta, ricorda alla Filarmonica che è suo compito far ascoltare musiche per le quali «vengono meno le forze dei particolari». E domanda: « Perché non si eseguisce la Nona Sinfonia con cori di Beethoven, quella tanto celebrata oggi del Tannhauser; qualche pezzo dell'Elia di Mendelssohn...? ». La Nona di Beethoven, in realtà, dovrà attendere il 1880, prima di essere eseguita per la prima volta a Firenze, sotto la direzione di Jefte Sbolci.31 In questo clima di fervore musicale, con i suoi alti e bassi di gusto ma sempre nella convinzione di combattere una battaglia contro la mediocrità dei più e contro gli abituali frequentatori del teatro lirico (l'opera, a questi fiorentini del periodo granducale, non è certo un 17agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt genere inviso, ma è guardata con la circospczione di chi teme l'aprirsi di un nuovo fronte, e Verdi soprattutto, come si è visto, alimenta questo timore), ha un suo peso polemico l'affermazione dei « primati » raggiunti nell'arte musicale all'estero, e specialmente in Germania e in Francia. Né suscita meraviglia che la migliore società fiorentina mandi i propri figli e le proprie figlie a studiare il pianoforte in casa di Alessandro Kraus,32 un musicista di Francoforte sul Meno trapiantatosi a Firenze in giovane età, e padre di un altro Alessandro, anch'egli musicista, nato a Firenze nel 1853. In una biografia del pianista tedesco, pubblicata sulla « Gazzetta musicale di Firenze »33 si apprende che fra i suoi maestri c'era stato il celebre Cramer, e che all'età di sedici anni aveva avuto la « soddisfazione di udire Herz, Moscheles, Kalkbrenner e Mendelssohn »: « la specialità di Kraus consiste nell'improvvisare sul pianoforte sopra dei motivi che gli vengono presentati. Il celebre Pacini volle accertarsi di questa abilità ». E nella villa fiesolana del Kraus, come nelle sale Maglioni e della Filarmonica, si danno concerti pianistici, ai quali partecipano sempre più numerosi gli allievi e le allieve; ma non è che le scelte musicali siano diverse, e meno stravaganti (agli 30 Cfr. ibidem, 21 ottobre 1857. 31 Per la biografia di Jefte Sbolci (1833-1895) cfr. Atti dell'Accademia.., XXXIV, V, pag. 214 (1895-97). 32 Per Alessandro Kraus (1820-1904) cfr. Atti dell'Accademia..., XXIX-XLIII, pag. 44. 33 Cfr. « Gazzetta musicale di Firenze », 4 ottobre 1855. occhi di noi posteri), di quelle dei più illustri musicisti fiorentini. Si legge ad esempio che in un'accademia del novembre 1853 «furono eseguite le Sinfonie della Muta, delPEgmont, del Freyschutz e del Fidelio a due e a tre Pianoforti a quattro mani a parti rinforzate. Vi fu eseguita una Sinfonia di Haydn; ed un Quartetto di Rode; un Rondò di Mummel... un elegante Notturno di Ravina », ecc. Ma si danno anche « concerti cronologici », nei quali si parte da Scarlatti e da Bach per arrivare a Moscheles, Mendelssohn, Chopin, Liszt, Rossini, Thalberg e Fumagalli.34 Perché, come si è accennato, importante è recuperare un costume musicale, che si considera « primato » dei centri maggiori di Europa: l'elite fiorentina guarda a Vienna, né ha altre città italiane che in quegli anni appaiano già incamminate su questa strada. E anche un uomo di non larghe vedute come il Picchi commentando un nuovo quartetto composto da Ferdinando Giorgetti35 scrive frasi animose, che sembrano anticipare le affermazioni battagliere di qualche nostro « nazionalista » del primo Novecento: «È voce comune, anzi è dolorosamente 18agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt certo, che Oltremonte purtroppo è il primato... Volere dunque, costantemente volere. Allora ciò che fu nostro pei Gorelli, pei Tartini, pei Viotti e per tanti altri Italiani, tornerebbe ad esser nostro un'altra volta. Ed allora gli Oltremontani invidierebbero a noi doppiamente, il vocale e lo strumentale...». La figura di Meyerbeer sembra quindi simboleggiare, alla mente dei pionieri fiorentini, questa azione di « recupero », come l'abbiamo chiamata. E l'interesse per il musicista berlinese, di cui più volte si ricordano l'educazione e gli affetti italiani, è talmente assiduo da suscitare sorpresa in chi oggi legga i giornali fiorentini fra il 1853 e il 1859. Meyerbeer suggerisce confronti specialmente con Rossini (che ebbe una indubbia influenza sulla sua attività) e con Verdi; ma l'angolo di vista degli intellettuali e dei musicisti che fanno capo al Basevi è abbastanza originale: nel senso che quasi mai si accenna alle esigenze di puro spettacolo alle quali Meyerbeer si adattò, fino a diventare una specie di creatore del genere del Grand Opera; né si prospetta mai l'ipotesi — che sarà ripresa nella sferzante definizione di Wagner —36 che le sue invenzioni effettistiche possano essere state sproporzionate alla vera 34 Adolfo Fumagalli (1828-1856) morì a Firenze e fu sepolto nel cimitero di San Miniato. Era considerato uno dei più grandi pianisti dell'Ottocento. « II Fumagalli — si legge su « L'Armonia » del 29 aprile 1856 — particolarmente nel genere brillante, non ha superiori fra noi in Italia. La Casta Diva, eseguita colla mano sinistra, recò un diletto grandissimo... ». 35 E. PICCHI, Un nuovo Quartetto del professore cav. Ferdinando Giorgetti, « Gazzetta musicale di Firenze », 22 giugno 1854. 36 Wirkung ohne Ursache, effetto senza causa. Cfr. WAGNER, Ges, Schriften, III, 30. sostanza delle sue opere. Le élites fiorentine guardano a Meyerbeer in termini, potremmo dire, di linguaggio musicale. Difatti il Basevi, in un suo articolo molto interessante del 185537 scrive: «Meyerbeer è il vero rappresentante della musica del giorno; senza rivali fra gli autori che scrivono attualmente, è l'espressione vivente dei nostri bisogni. Non intendiamo con queste parole diminuire per nulla la gloria dovuta al M° Verdi, che non è piccola, inquantoché se il M° Verdi non è destinato a rappresentare, di fronte alla Storia, l'odierna musica, è innegabile che abbia attivamente cooperato al progresso della medesima con i suoi lavori, nei quali egli mostrò sovente il coraggio e l'ardire di emanciparsi dalla tirannia dei vecchi ritmi e tagli, e di certe consuetudini irrazionali mantenute come leggi inviolabili. Ancora che il M° Verdi rimanga un maestro di transizione, sarà sempre grande la sua gloria. 19agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt La musica di Meyerbeer sia dunque, dopo quella del sommo' Rossini, la musica di studio degli Italiani ». Verdi, insomma, appare quasi un compositore alla moda, e spesso nelle cronache del?« Armonia » si allude alla guerra che un editore milanese (Ricordi) sta facendo all'illustre maestro berlinese che è venuto a turbare i suoi « placidi sonni ». Perché non si ripetono gli Ugonotti nel Teatro della Pergola?, chiede «L'Armonia» nell'aprile del 1857: sarebbe un modo di riproporre ai fiorentini « la musica ben nutrita e filosofica del gran maestro berlinese ». E non si perde occasione per dar notizia dei viaggi, delle onorificenze, dei successi di Meyerbeer. Quando poi gli Ugonotti vengono rappresentati al Teatro Ferdinando, dopo l'eccezionale numero di diciassette prove d'orchestra (direttore Luigi Vannuccini e concertatore Carlo Romani), «L'Armonia» del 2 ottobre 1857 esce con una recensione di cui vai la pena riportare alcuni punti salienti. «L'opera degli Ugonotti costituisce un poema musicale sublime per l'unità di concetto; ricca di pensieri musicali magistralmente svolti; mirabile per varietà di ritmi, e di armonie, per artificio di strumentazione, per efficacia e verità d'espressione. La musica drammatica è salita con questo lavoro a tale altezza, che, stiamo quasi per asserire, ha toccato la cima della perfezione... ». Il Basevi aggiunge poi alcune considerazioni sulla musica italiana in contrapposizione con quella tedesca: la prima ossessionata da rigorosa simmetria, la seconda « spinta a perdizione da quello sfarzo di armonie, che affogano il canto, e dal vezzo di scrivere per non esser compresi, se non tardi e da pochi ». Meyerbeer, invece, si 37 Cfr. A. BASEVI, La musica di Meyerbeer (« Gazzetta musicale di Firenze », 22 febbraio 1855). Prospettive per uno studio sulla musica a Firenze nell'Ottocento allontanò — scrive il Basevi — dalle « astruse ricercatezze », né volle « sottomettere l'effetto drammatico alla smania di solleticare per breve tempo gli orecchi degli spettatori, e né meno, secondo la scuola di Wagner, sagrificare la melodia a tutte le esigenze del dramma declamato». La lettera di Wagner al Basevi è appena di un anno prima, e a leggere queste note sembra quasi il documento clamoroso di un equivoco: i circoli fiorentini sono tutt'altro che « wagneriani », ma d'altra parte non delirano per Verdi «maestro di transizione». Se li misuriamo sugli schemi della loro « politica », appaiono dunque soltanto dei superbi «conservatori»; e invece non è vero nemmeno questo: il Basevi che ha scritto certi giudizi su Meyerbeer è pur sempre l'autore del primo, acuto studio sull'opera di Verdi, ed è anche quello che, in attesa del passaggio del Granducato di Toscana (rimasto senza « Canapone ») al Regno d'Italia, organizza nel 1859 le «Mattinate beethoveniane » nei locali dell'Istituto Lemonnier in via Sant'Egidio 12. Proprio mentre cambiano ovunque i regimi, ci son fiorentini che continuano la 20agina p RMI-Pinzauti-Firenze 800.txt loro opera di « recupero » del passato, il loro inquieto cammino di illusioni, nel miraggio di un'indipendenza culturale che ha davanti a sé non Milano né Napoli, ma le grandi capitali, Vienna, Parigi, Londra. Invece, quando Firenze diventerà davvero capitale, sembrerà che tutto sia finito, attratto da altri centri di commercio e di diffusione culturale; e nascerà, sull'illusione dei pionieri fiorentini del periodo granducale, anche la leggenda del loro provincialismo. Ma è un'accusa sommaria, che meriterebbe un atto di giustizia postuma; perché la storia della cultura è anche la storia di molti irraggiungibili miraggi. 21agina p