Comunità Pastorale Regina degli Apostoli Parrocchie di Bernareggio, Villanova, Aicurzio, Sulbiate Anno della fede: scuola della Parola "La tua fede ti ha salvato" Pagine del Vangelo di Marco nell'Anno della Fede Settimo incontro: Venerdì 19 aprile 2013 - Chiesa parrocchiale di Sulbiate Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! (Mc 14, 24 – 41) 24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26 La scritta con il motivo della sua condanna diceva: "Il re dei Giudei". 27 Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [28] 29 Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: "Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce!". 31 Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: "Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32 Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!". E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. 33 Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre, Gesù gridò a gran voce: "Eloì, Eloì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 35 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Ecco, chiama Elia!". 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere , dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere". 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38 Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39 Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!". 40 Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41 le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. c’è la memoria della croce. Sempre. Maria di Magdala va al sepolcro, non riconosce subito Gesù, ma qui c’è anche la questione del corpo del risorto: esso è continuità con il corpo di prima, ma nello stesso tempo è un superamento perché la risurrezione non è il ritorno alla vita di un cadavere ma tutt’altro. Al di là di questo, che cosa permette a Maria di Magdala al capitolo 20 di Giovanni di riconoscere Gesù? Il fatto che Gesù la chiama per nome. Non è solo perché sente il suo nome e come commenta qualche predicatore molto affettivo: “Ha sentito il suo nome, gli voleva bene” (un argomento bello da dire ai bambini della Prima Comunione). La realtà è che quel nome fa riferimento al capitolo 10 del Vangelo di Giovanni dove Gesù ha detto: «Io sono il buon pastore, il buon pastore conosce le sue pecore e le chiama per nome. Il buon pastore offre la vita per le sue pecore». Ecco il significato della croce. L’abbiamo sentito anche nella prima domenica dopo Pasqua, sempre al capitolo 20, dopo che RIFLESSIONE DI DON LUCA La resurrezione passa dalla croce Quello che è importante cogliere è il perché questa sera noi leggiamo un brano che parla della crocifissione, della morte in croce di Gesù nonostante siamo nel tempo di Pasqua. La cosa può suscitare stupore, ma quest’anno abbiamo scelto di seguire il programma dei gruppi di ascolto dell’Azione Cattolica, del libretto che avete in mano; questo non ci vieta negli anni prossimi di inventarci qualcosa e di farne uno nostro, magari con delle fotocopie, seguendo un altro libro del Nuovo o dell’Antico Testamento. Ma oggi ci troviamo qui a leggere e meditare del crocifisso per una logica squisitamente teologica e cristiana che è sottesa in tutti i racconti delle apparizioni del Risorto. In essi, infatti, il giorno di Pasqua, nei giorni feriali, nella domenica dopo Pasqua, che cosa fa scattare la certezza di essere fisicamente e realmente davanti a Gesù? Il riconoscimento scatta sempre perché 1 questa la novità portata da Gesù: la morte legata all’Amore, che poi è tutta la letteratura antica, internazionale e contemporanea. Il legame Eros e Thanatos, Amore e morte esiste da sempre, ma è Gesù che lo ha esaltato. Nel Cantico dei cantici, come dico agli sposi, lo sposo dice alla sposa: «Forte come la morte è l’Amore». La frase “Ti amo da morire” che è entrata nel nostro linguaggio comune, nasce dalla scelta attualizzata da Cristo e annunziata da sempre dalla Parola, di dire la concretezza dell’Amore nel gesto estremo. Che cosa devo dirti se ti amo? Muoio per te, ti amo da morire. E per Gesù questa parola è realtà: noi stasera leggiamo questo. Pietro e Giovanni sono corsi al sepolcro ma lo trovano vuoto: «Gesù venne in mezzo a loro, la sera dello stesso giorno e - dice il Vangelo di Giovanni - mostrò loro le mani e il costato». I buchi della croce restano impressi nel suo corpo. E allora, dice il Vangelo: «Essi gioirono al vedere il Signore». Addirittura il Vangelo di Luca dice: «Gesù mostrò loro le mani e i piedi bucati - e disse: “Datemi qualcosa da mangiare”». È bellissimo che la prima cosa detta da Gesù ai discepoli appena risorto è: «Datemi qualcosa da mangiare». Cosa vuol dire tutto questo? Cosa vogliono dire anche le altre vicende nel racconto “pseudostorico” (l’indicazione è storica, ma il racconto del Vangelo di Emmaus è un mito incastonato sul riconoscimento) quando i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù? Allo spezzare del pane Gesù ricorda il sacrificio della croce. E che cosa facciamo noi a distanza di duemila anni per celebrare il risorto tutte le domeniche? Celebriamo il sacramento del sacrificio della croce. La risurrezione non è il colpo di spugna del fattaccio triste, la morte, ma è l’esaltazione di quel gesto. Ecco perché i discepoli, per capire e incontrare Gesù risorto, hanno bisogno di tornare ai piedi della croce e capire quel gesto dove loro, invece, la sera del giovedì santo, dice il vangelo di Matteo: «Abbandonatolo, fuggirono». E proprio a Emmaus Gesù riprende il discorso e dice: «Non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste cose…» Anche oggi per noi cristiani la croce non è un segno di sconfitta, ecco perché la portiamo al collo, ecco perché la mettiamo sui nostri altari, ecco perché la adoriamo e la preghiamo: alla luce della resurrezione, però! I tempi del brano Mi piace definire con voi i tempi del brano di questa sera. 1 – La crocifissione Innanzitutto la crocifissione. Nei primi versetti, dal 24 al 27, si dice che Gesù è stato crocifisso con due ladroni, uno a destra e uno alla sinistra (vedete che quando si parla di destra o di sinistra… sempre di ladri si parla). Vi sarete poi accorti che non c’è il versetto 28, ma non è un errore di stampa: il versetto 28 non c’è qui, ma non c’è neanche nelle nostre Bibbie. Nella versione della CEI del 2008 (la versione che abbiamo in mano), secondo il suggerimento di autorevoli biblisti, non è più stato messo quel versetto che, citando Isaia, dice: «E si compì la scrittura “è stato messo tra gli empi” ». Questo perché sembra che quella citazione di Isaia sia stata un attaccamento della Vulgata, cioè della traduzione dal greco al latino fatta da Girolamo ed altri. Quel versetto, quindi, non è antico e quindi i nostri padri vescovi nella riedizione non l’hanno messo. Cosa avviene in questo primo tempo? C’è il racconto di una scena, la crocifissione, c’è la citazione di un salmo, il 22, che abbiamo letto stasera: «Si divisero le sue vesti tirando a sorte su di essi su cosa ciascuno avrebbe preso». In questa sezione, nei primi versetti dal 24 al 26, c’è anche questa indicazione temporale: «Erano le nove del mattino». Era cioè l’ora terza secondo il calendario romano. C’è la scritta con il motivo della condanna e l’accenno ai due crocifissi con Lui. Un Amore fino alla morte Senza la resurrezione noi saremmo qui a raccontare un gesto eroico di un folle che, nonostante tutti l’avessero abbandonato e per giunta i suoi pure tradito, fa un gesto d’amore, un gesto eroico. È lui che va avanti, un po’ come viene raccontato nel film “Passion” di Mel Gibson: se c’è una grande critica quando ha fatto quel film, per alcuni aspetti fatto tecnicamente bene, è che l’eroe (americano) davanti alla sconfitta continui ad andare avanti. Addirittura c’è quella frase: “Mai nessuno ha sofferto come quest’uomo”. Personalmente penso che tanta gente inchiodata in un letto da trentacinque anni soffra più di Gesù. Il problema è capire, invece, che Gesù ha voluto dare a quella sofferenza il nome dell’Amore. È 2 – Gli oltraggi e i due ladroni Nella seconda sezione c’è Gesù in croce deriso e oltraggiato, dal versetto 29 al 32. La derisione avviene da quelli che passavano di là e dai capi 2 dei sacerdoti e anche da quelli che sono stati crocifissi con Lui. Luca, poi, elaborerà quel brano sull’umiltà del cosiddetto “buon ladrone”: di per sé, però, nella tradizione più antica, quella cui fanno riferimento Marco e Matteo, tutti e due i ladroni insultano Gesù: “Sei qua sulla croce, tiraci giù”. Noi, chissà perché, abbiamo imparato a dividere tra buon ladrone e cattivo: penso che il problema sia che da piccoli, quando ci educano, ci hanno per forza insegnato a dare dei giudizi morali, questo è cattivo, questo è buono. Dovevano invece dirci: “tutti e due sono autentici”. La verità non è tra buono e cattivo, ma appunto tra vero e falso. Purtroppo tutti e due hanno paura, uno, forse perché più furbo, forse perché ha capito qualcosa dice: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. L’altro invece dice solamente: “Hai salvato tutti, ma salva anche noi”. Ma perché deve essere cattivo? Perché ha paura? Vedete quante cose ci hanno insegnato: uno è cattivo perché ha paura? Sapete come si dice in ebraico salvaci? Osanna. Sappiate dunque che voi tutte le domeniche quando cantate “Santo, santo, santo” siete… cattivi: perché se gridiamo “Gesù osanna”, e quello lì è cattivo perché gli ha detto “Salvami, non vedi che ho paura, salvami!”, tirate voi le conclusioni. Dovremmo piuttosto dire “il ladrone”. Gesù a uno ha promesso il paradiso, ma chi ci dice che anche l’altro non l’abbia tirato su? Ribadisco: la differenza deve essere tra falso e autentico, non tra buono e cattivo. Noi dobbiamo sempre dividere il mondo in buoni e cattivi ma - come cantava Vasco Rossi - tanto è uguale alla fine. Ma vado subito ad un accenno importante che c’è in questa sezione: quando prendono in giro Gesù, la gente dice: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce». È una frase che Gesù ha detto… e gliela rinfacciano! Dal capitolo 11 in poi, Gesù è sempre nel tempio di Israele. Il Vangelo di Marco è l’unico che fa terminare la processione delle palme nel tempio. Gesù arriva, poi scaccia i venditori, sempre nel tempio insegna e si commuove vedendo quella vecchietta che invece di dare il suo superfluo come offerta dà tutto quanto aveva per vivere. Nel tempio racconta le ultime parabole e lì Gesù abita. Ecco perché, andando a Gerusalemme, la spianata del tempio è un luogo che mi è particolarmente caro: Gesù ha passato lì gli ultimi giorni della sua vita, tra Betania, casa degli amici, e il tempio, casa del Padre, dove Dio abita come vedremo poi. 3a – Abbandonato o abbandonarsi? Nella terza sezione, invece, Marco ci racconta la morte: «Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra». Un versetto oscuro nella Bibbia perché è da quando Dio ha creato il cielo e la terra dividendo la notte dal giorno, che non ci sono tre ore di buio durante la giornata, solo quel venerdì. Non c’è altra notte cronologica, così, di giorno: da mezzogiorno alle tre, il buio. C’è poi la scena di quel grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Avete visto? Noi abbiamo letto la parte del salmo come un’imprecazione; in realtà questo salmo finisce con la preghiera di questo disperato che dice a Dio: «Io vivrò per Lui, lo servirà la mia discendenza». Finisce quindi già con un anelito di vita e di abbandono; nel momento in cui Gesù grida il suo sentirsi abbandonato, grida anche il suo abbandonarsi. Questa è anche una citazione, non è solo la disperazione di Gesù: c’è dentro la disperazione dello sconforto fisico e l’abbandono sereno. Quello che Luca, nella sua Passione, tradurrà: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito». Qui Gesù dice: “Mi sento abbandonato - sono le parole del lamento - ma io vivrò per te, Signore, io mi abbandono a te! Eloì, Eloì, lemà sabactàni?". 3b – Il Figlio di Dio I versetti più importanti di questa sezione, però, sono il 38 e il 39: «Il velo del tempio – ancora ritorna – si squarcia – (e non è un particolare ininfluente), e poi quella frase – il centurione che si trovava di fronte a Lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse “davvero quest’uomo era figlio di Dio». Tutto il Vangelo di Marco è costruito su questa frase: 15,39. Infatti, a parte Dio che nel battesimo al Giordano e nella trasfigurazione dice di Gesù: «Questi è il figlio mio prediletto, ascoltatelo»; a parte i demoni che lo denunciano come Dio: «Che hai a che fare con noi o Gesù Figlio di Dio, vattene», nel Vangelo di Marco nessuno osa pronunciare che Gesù è Dio. Viene detto solo tre volte e il Vangelo di Marco è costruito come un’opera d’arte precisa per dimostrare proprio che Gesù è il Figlio di Dio. Ed essendo stato scritto per i pagani di Roma, per i cristiani che stavano vivendo la persecuzione si dice proprio al primo versetto: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» (è stato il nostro primo incontro). Al capitolo 8, in mezzo (il Vangelo di Marco ne ha sedici) c’è il dialogo tra Gesù e i discepoli: 3 era un velo, quello di cui si parla nel momento della morte di Gesù. Perché c’era questa torre bucata? Perché Dio non si poteva disegnare, non si poteva toccare, non si poteva vedere. Lì però era il luogo dove, prima dell’esilio, era stata posta l’Arca dell’alleanza ad indicare la presenza di Dio: era il luogo del “Santo dei Santi”. Nessuno varcava quella tenda se non il sommo sacerdote una volta all’anno per stare a colloquio con Dio e presentare la preghiera del popolo. È il Dio del “totalmente altro”: tu piccolo uomo non puoi avvicinarti. «“Voi chi dite che io sia?” “Tutti dicono… ma la gente dice così…” “Ma voi chi dite che io sia?” E Pietro dice: “Tu sei il Cristo” ». Questa frase di Pietro, per i cristiani di Roma che stanno vivendo la persecuzione, ha un significato preciso: rimanete legati alla croce. Alla fine del Vangelo, ancora 1, 8, 15, chi riconosce Gesù come Figlio di Dio? Il centurione romano, uno “de noaltri” avrebbero detto i cristiani di Roma, un pagano. Questa cosa è bellissima e significa che uno leggendo questo Vangelo si sentiva a casa, così come il Vangelo di Luca dice: «Costui era veramente giusto» facendo riferimento al giusto che vive per la fede. Qui invece si vuole dire che: «quest’uomo – riconoscimento dell’umanità di Gesù - è veramente Figlio di Dio». Infine, l’ultimo accenno, è sulla presenza delle donne: «Vi erano alcune donne: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo “il minore” e l’altra è Salome». Nel Vangelo di Matteo si dice che c’era la madre dei figli di Zebedeo e quindi questa Salome dev’essere proprio la madre dell’altro Giacomo e di Giovanni, figli di Zebedeo. Sono le donne che poi vanno al sepolcro per cui in questo racconto della morte si sente subito il bisogno di dire che le testimoni, che poi incontrerete come testimoni del risorto, c’erano già sotto la croce e sono rimaste fedeli, perché non si capisce la risurrezione senza stare sotto la croce e, senza credere che Gesù è risorto, non si capisce il gesto tragico della sua morte in croce. Il volto di Dio Ma perché gli evangelisti sentono il bisogno di dire (Marco e Matteo prima della morte, Luca subito dopo) che questo velo del tempio si strappa da cima a fondo? È come dire: “Voi che volevate vedere in faccia Dio, l’inaccessibile e l’intoccabile, sappiate che ora dovrete guardare a Lui, appeso ad una croce. Quello è il volto di Dio, e questo è importante perché c’è il rischio che anche noi talvolta riduciamo il gesto di Gesù di morire in croce ad un gesto di amore, di generosità: “Mi ha voluto bene ed è morto in croce”. Attenzione! Prima di quel “Mi ha voluto bene”, Gesù mi sta dicendo che razza di Dio è, quale è il volto di Dio. Vuoi vedere Dio? È quel volto coperto di sputi, rigato dalle ferite, livido dalle botte, sì, per Amore, ma quello è il volto di Dio! Questo è importantissimo perché, a volte, viviamo la tentazione di dire: “Se sei Dio, scendi dalla croce: noi vediamo e crediamo”. Siamo portati tutti a pensare che Dio si debba manifestare in modo esteriori ore e plateare. Ci hanno insegnato, forse: “Prega, così poi Gesù ti guarisce”. Ma quando? Nel 99% dei casi non succede. Se quel volto, il volto di Dio, ha scelto di lasciarsi conficcare in croce e di morire forse chiede a noi (questo è il vero miracolo) di convertire in prove d’Amore anche la morte, il dolore e le ingiurie. Questo sarà il punto focale se quello è Dio e tu sei un uomo che crede in Lui. Trasformare in Amore tutto ciò che è male e che quel giorno Cristo ha assunto su di se. La realtà che vivi, non chissà che. Strappa via l’idea che Dio sia inaccessibile perché tu, se vuoi, anche con il tuo dolore, anche con le tue preoccupazioni anzi, proprio attraverso quelle, lo puoi vedere presente nella tua vita: questo è il miracolo della morte in croce di Gesù. Tutto ciò che è male e che ti fa male diventa suo e, allora, tutto Il tempio di Israele Mi fermo solo su due cose per la riflessione. La prima è il tempio, il tempio di Israele. A Gerusalemme c’è questa grande spianata (e chi c’è stato se la ricorda) che all’epoca di Gesù era il tempio, tutto circondato da un portico. Entrando, dove ora c’è la moschea di al-Aqsa verso est, verso la Mecca, c’era il cortile dei gentili, dei pagani: essi non potevano varcare la soglia dove invece erano ammessi i figli di Israele (le guardie del sinedrio avevano l’ordine e il potere di uccidere un pagano incirconciso che entrasse). C’era poi l’atrio delle donne, poi la parte sempre più vicina al cuore del tempio, dove entravano gli uomini. Un altro cortile era quello “dei leviti”, cioè dove potevano entrare solo i sacerdoti: esso era posto intorno al “Santo” e al centro del “Santo” c’era l’altare dell’incenso, grandissimo, e una torre bucata. La porta della torre 4 ciò che è bene e ti fa bene diventa tuo. Questo è lo scambio che avviene quel giorno. Dio tira via il velo e si fa vedere, è svelato, è rivelato. Dio si rivela su una croce: si è stufato di stare sulle sue, non gli è bastato farsi uomo, ma ha voluto prendere la feccia della nostra umanità, il dolore, il peccato, il male, perché tutto il bene tornasse a noi. Meraviglioso! Uomini e donne cristiani C’è un esempio che mi piace tanto perché dice quando un uomo si comporta da Figlio di Dio, cioè quando l’umanità diventa rivelazione di Dio e quindi santità. Sisto V, siamo nel 1500: “Papa Sisto che non perdona neanche Cristo”, così dicevano di lui in quel tempo. A piazza Navona, sopra una trattoria, c’è una piastrellina che ricorda un oste. Sisto V, infatti, di notte si vestiva da frate e andava in giro a sentire cosa le gente diceva di lui. Ebbene, questo oste di piazza Navona ha parlato male di lui ed è stato fatto decapitare, il papa! …tempi bui, eh. Però Sisto V aveva una stima esagerata per San Filippo Neri, suo cuore spirituale, cui fece intitolare obelischi e spianare piazze. Un giorno Sisto V ha chiamato San Filippo e gli ha detto: “Senti Pippo buono – tutta Roma lo chiamava così – c’è una suora in Trastevere che mi dicono faccia i miracoli. Puoi andare a vedere se è veramente santa?” San Filippo Neri dice: “Va bene, se me lo comanda il Papa” e va. Entra e vede questa suora che, imponendo dei veli sul volto di persone tumefatte, piene di piaghe, di malattie, le guarisce. Questa suora fa i miracoli. La gente va via, San Filippo si avvicina e dice: “Senta madre – è una suora – posso chiederle una cosa?”. “Si”. “Però prima mi aiuti: guardi sono vecchio, mi aiuti a tirar fuori le scarpe perché sono infangate e ho i piedi bagnati, mi fanno un male…”. Ma la suora gli risponde: “Io sono serva a Dio, non serva vostra”. E allora Pippo buono dice: “Grazie, ho capito”. Torna dal Papa e gli dice: “Santità, è vero, quella fa i miracoli, ma non è santa”. «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» Seconda cosa, è la professione di fede del centurione: Veramente quest’uomo era figlio di Dio”. Però c’è un incipit particolare: la riga precedente dice «Vedendolo spirare così». Guardando come è morto, questo si converte. Ha visto uno che è morto non bestemmiando, non gridando contro i suoi esecutori, ma uno che sussurrava parole di perdono, uno che ha sussurrato l’affidamento, uno che è giusto e trasforma in amore l’ingiustizia, e allora è molto bello che quest’uomo: «Vedendolo morire così»… Qualcuno ha scritto che se vuoi sapere come uno vive, devi guardarlo quando muore ed è vero, perché tanta gente (e ne vedi tanti durante l’esperienza da prete) quando vedi come muore, la serenità che dona a quelli che ha intorno, la partecipazione che dà… Avrete avuto anche voi un’esperienza di questo tipo, è quindi bello stasera, davanti al Signore, fermarsi a ripensarci: come li avete visti morire, avete creduto a questo che muore da figlio di Dio? Per il centurione è stato così, ma è bello che riconosca Dio attraverso la sua umanità: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!». Tutta l’umanità che ha fatto vedere sulla croce ha mostrato a questo centurione, pagano, chi è Dio. Vuol dire che allora tra noi cristiani non ci deve essere differenza tra chi è uomo e chi è cristiano: se sei veramente un uomo e vivi in pienezza la tua umanità di uomo e di donna, sei cristiano. E, al contrario, quando sei veramente cristiano, stai illuminando la tua umanità di uomo e di donna della presenza del Signore. Non è che sei cristiano perché dici le preghiere, non è che sei cristiano perché fai chissà che cosa, ma semplicemente è la tua vita concreta che dice l’Amore di Cristo in croce. Questo Amore si incarna in te da quando dici, se sei sposato, “Per favore passami il sale”, a quando fai l’amore con tuo marito o con tue moglie: quello è culto a Dio. È culto a Dio la tua umanità, il tuo vivere, il tuo lavarti i denti al mattino e alla sera, incluso tutto quello che fai durante la giornata. Dei fatti straordinari possano avvenire, e magari noi non sappiamo spiegarli, ma non sono l’Amore, e non rendono santi. In quest’uomo, Gesù, che muore si vede il Figlio di Dio. È la professione del centurione, è la professione di ciascuno di noi quando incontriamo qualcuno che ci insegna cosa vuol dire Amare. Una testimonianza Domani è il ricordo di un grande maestro spirituale che per me è stato importantissimo: sono 20 anni dalla morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi dopo 5 monsignor Bettazzi. E allora vi leggo la sua meditazione, poi ci lasciamo in silenzio. Dice così don Tonino, con il suo linguaggio di artista e di poeta, innamorato di Cristo e della gente; mi ricordo quando è morto perché io ero a Lignola con il Cardinal Martini quel 20 aprile del 1993. Martini si fece allora regalare dal fratello di don Tonino quel crocifisso che egli portava sempre in giro (era in legno d’ulivo della sua terra). Il Cardinale indossò alla marcia della pace che si svolse a Milano il 31 dicembre di quell’anno il crocifisso di un vescovo. Don Tonino era infatti vescovo, ma si faceva chiamare “don” e girava con una Seicento azzurra inguardabile per le strade della sua diocesi. Un giorno un prete anziano l’ha sgridato e lui gli ha chiesto scusa, è andato a casa e ha messo la sua veste viola da vescovo ed è tornato dal prete anziano con la veste. Don Tonino si è fatto cantare dai giovani, la sera prima di morire, “Freedom” che era la canzone che amava di più: “Libertà”. Si era anche fatto mettere un quadro della Madonna su ogni parete perché faceva fatica a girarsi e allora diceva: “Quando sto in un posto e non riesco più a rigirarmi dall’altro, almeno dove capito, la Madonna la vedo”. Allora vi leggo cosa dice Tonino Bello della sua morte, della sua tomba d’oro fantastica ad Alessano in Puglia, vicino a Santa Maria di Leuca, proprio sul tacco, è un posto meraviglioso e c’è una causa di beatificazione in corso, speriamo presto… Dice così, per ricordarlo: “Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell'uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da parte di Dio. La mia, la tua, le nostre croci sono provvisorie. Nel Duomo vecchio di Molfetta – a Bari - c'è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: "collocazione provvisoria". La scritta mi è parsa provvidenzialmente ispirata: “Collocazione provvisoria”. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce, la mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra. Coraggio. La tua croce è sempre "collocazione provvisoria ". Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C'è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. "Da mezzogiorno fino alle tre di pomeriggio, si fece buio su tutta la terra". Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, tutte le sofferenze. Al di fuori di quell'orario, c'è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Coraggio fratello che soffri. C'è anche per te una deposizione dalla croce. C'è anche per te una pietà sovrumana. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.” 6