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E’ incredibile quanta carta si possa accumulare in un ufficio in quasi un
quarto di secolo di lavoro!
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Dicembre 2004.
Ggli uffici del parco sono già stati trasferiti dalla palazzina in corso Dante Livio Bianco alla nuova prestigiosa sede, nella villa Liberty che era della
famiglia Bianco, sulla piazza principale di Valdieri.
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Entro la fine dell’anno dobbiamo lasciare liberi i locali in affitto della vecchia sede e io sto passando in rassegna i vari faldoni che stanno impilati sugli
scaffali delle mie librerie incurvandone pericolosamente i piani col loro peso o ammucchiati persino sui davanzali delle finestre: tutto lo spazio
disponibile è stato utilizzato per accumulare documenti…
Era veramente ora di mettere ordine.
La tentazione è di fare un grosso falò.
Ma chissà?
Tra i documenti vecchi e che oggi sembrano inutili ci potrebbe essere qualcosa che vale la pena di tramandare ai posteri...
Io sono una persona che conserverebbe tutto, e prima di buttare qualcosa mi faccio prendere da mille scrupoli. Mi viene in mente l’esempio del diario
di Ghigo Bartolomeo, capoguardia della Riserva Reale, che annotava meticolosamente le sue attività quotidiane (“venerdì 4 maggio 1928: vermi per la
Regina”) e che sarà poi citato da Floriani come fonte storica nella pubblicazione Sui sentieri del re. Magari, chissà, fra cento anni ci potrà essere
qualcuno in grado di trarre storiche informazioni dalle mie agende di appuntamenti…
E così soffio via la polvere, apro dossiers, sfoglio, leggo e ripercorro il passato, salticchiando qua e là, senza rispettare una rigorosa sequenza
temporale, ma solo l’ordine dei faldoni e dei fascicoli che casualmente mi vengono in mano.
E’ molto difficile fare una scelta.
Alcuni fogli sono messi da parte.
Altri gettati nel mucchio che cresce sempre di più sul pavimento.
Ci sono ancora lettere scritte con la macchina da scrivere, fotocopie o fax su quella carta molle fotografica dalla quale tutti i caratteri sono stati
cancellati dal tempo, come se fossero stati scritti con l’inchiostro simpatico. Molti fogli sono come madeleine proustiane e riportano magicamente a
galla un fatto, un episodio alla memoria una persona.
Ecco le vecchie schede dei censimenti.
Le prime le aveva impostate Guido Tosi, allora giovane consulente della Regione per la parte del piano naturalistico riguardante gli ungulati. Ricordo
la prima riunione organizzativa, il mio primo incontro coi guardiaparco, quasi tutti ex guardie della Riserva di caccia. Allora ero ancora al parco della
Valle Pesio e il presidente Bianco mi aveva dato un incarico di consulenza perché dessi una mano al parco nascente. Le due stanzette al piano terra del
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palazzo in Corso D.L. Bianco, prima precaria sistemazione degli uffici, erano affollate di zaini, scarponi, binocoli; attorno al tavolo facce abbronzate
dal sole dei tremila.
Ero molto emozionata al confronto con questi uomini “duri”.
E dubbiosa su come avrebbero preso l’ingerenza di consulenti esterni, tra i quali persino una ragazzina -tale sembravo allora anche se avevo trent’anniche veniva a perturbare un’ attività per loro rutinaria e consolidata.
Tosi seppe gestire molto bene i cambiamenti, discutendone con gli anziani, stabilendo i percorsi secondo i consigli dei capiguardia Ghigo e Ferrero.
Il nuovo sistema di censimento fu un successo (straordinariamente ammesso anche dai più riluttanti e tradizionalisti tra i guardiaparco).
Quanto a me, fui molto orgogliosa di organizzarlo da sola senza l’aiuto di consulenti, come direttore del parco, l’anno successivo.
Dai faldoni più vecchi escono lettere con la tipica annotazione di Bianco “Dott.ssa Rossi, per favore me ne parli”.
Arrivava da Torino in ufficio durante i week-end.
Controllava e siglava tutta la corrispondenza e al lunedì mi trovavo sul tavolo, con il famoso appunto, le questioni più importanti di cui voleva
discutere con me o sulle quali darmi direttive sul da farsi.
Mi commuovo al ricordo dei primi tempi da pionieri che abbiamo condiviso, tempi in cui tutto era da fare, anzi, da inventare.
Nonostante pretendesse molto da me, come da tutti, riuscivo a percepire dietro quei suoi modi forse un po’ distaccati, signorili ed intellettuali, stima ed
affetto quasi paterni.
Di Quaranta saltano fuori i famosi notiziari con cui inondava le istituzioni (abbiamo quasi fuso una fotocopiatrice in quel periodo) a sostegno di
battaglie contro i canali di gronda o in favore di maggiore autonomia dell’Ente dalla “Regione matrigna”. Ma trovo anche un suo scritto “L’albero
della libertà”, recante sul frontespizio una dedica vergata a mano con la sua scrittura grande, spessa e rotonda.
Le lettere di Mucciarelli portano la caratteristica firma simile al tracciato di un elettrocardiogramma. All’inizio avevo una gran paura di quell’omone
che quando si arrabbiava batteva i pugni sul tavolo, ma in seguito capii che sapeva accordare fiducia a chi lavorava con serietà e professionalità.
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Non se ne abbia a male l’attuale presidente Pepino se non lo cito: non fa ancora parte del passato.
Il dossier del “1° corso per guide della natura”.
Una esperienza entusiasmante in cui, per la prima volta, abbiamo condiviso il parco con un gruppo di ragazzi locali. Oggi, di loro, qualcuno è diventato
guardiaparco, c’è chi fa la mamma, chi gestisce un ristorante, uno sta in Tailandia a produrre T-shirt…
Un block notes con gli appunti di campo da un sopralluogo per la realizzazione del giardino botanico. Avevo fatto venire dalla Svizzera Egidio
Anchisi, il mio amico botanico gestore del famoso giardino di Champex, dove avevo fatto un periodo di volontariato. Avevo fatto venire da Torino il
mio professore di università Franco Montacchini, proprio quello che aveva firmato sul libretto il mio primo trenta e lode e che sarebbe poi diventato
presidente del parco Nazionale del Gran Paradiso.
Dalle nostre idee e dai loro consigli nacque una concezione molto nuova e originale di giardino botanico alpino, impostata per ambienti che
ricostruiscono le associazioni vegetali tipiche del parco.
Come il giardino botanico Valderia molti progetti sono stati realizzati e molti sogni sono diventati realtà. Alcuni invece hanno dovuto essere
abbandonati, o perché non abbiamo trovato i finanziamenti o perché non fattibili. Tra quelli che non hanno avuto successo c’è il dossier mandato al
“Mulino Bianco Barilla” per la sponsorizzazione dell’Ecomuseo della segale: ma forse è stato meglio così!
Ritrovo il primo articolo scritto in inglese per il bollettino di quella che si chiamava pomposamente European Federation of Nature and National
Parcs, oggi meglio identificata come Europarc Federation: allora non potevo immaginare che quell’articolo ci avrebbe aperto le porte a contatti
internazionali e che, dal 2001 al 2003, sarei stata addirittura presidente di questo prestigioso sodalizio europeo.
Da un vecchio dossier “parco internazionale” esce la prima lettera scritta al Parc National du Mercantour, all’allora direttore Monsieur Florent.
Segnalavamo l’avvistamento di un camoscio marcato chiedendo se si trattava di un loro progetto e offrendo in questo caso la nostra collaborazione per
il monitoraggio. In seguito alla risposta sono partita in avventurosa missione a Nizza accompagnata da Canavese e dal capoguardia Ferrero, muniti di
cartina della città su cui ricercare l’indirizzo “rue d’Italie 33”. Oggi quell’indirizzo è diventato consueto e quello che era solo un dossier sta per
diventare realtà: forse siamo a un passo dal parco internazionale…
Tra i molti documenti del progetto gipeto mi trovo tra le mani il rendiconto della prima riunione a Zurigo dell’International Committee for the
reintroduction of the bearded vulture, allora rappresentato da un gruppo di studiosi e volontari entusiasti non ancora strutturato come Fondazione. Ero
con l’ornitologo Mingozzi e con i francesi Joulot, guardiaparco, e Malausa, presidente del Comitato Scientifico. Alla nostra candidatura come sito di
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reintroduzione (per la prima volta Argentera e Mercantour si presentavano insieme) la direttrice dell’Alpenzoo di Innsbruck aveva commentato che
l’Italia non dava affidamento per il progetto a causa della sua anarchica gestione della caccia. Per fortuna fu messa in minoranza. E il tempo ci fece
giustizia: i pochi gipeti rinvenuti vittime di armi da fuoco non sono stati impallinati in Italia!
Potrei andare avanti per ore a rievocare episodi significativi per il parco o anche solo per me.
A volte mi commuovo, a volte rido forte, tutta da sola, nel silenzio dell’edificio deserto al ricordo di una storiella divertente. Come quella volta eravamo proprio agli inizi- che in escursione con un gruppo di botanici al colle del Mercantour avevamo sorpreso un paio di turisti francesi che si
portavano via il trofeo di un grosso stambecco rinvenuto in un nevaio. Li ho fermati e ho spiegato loro che non si poteva, che erano in un parco. Uno
dei due mi ha chiesto chi ero per far valere tanta autorità (non ero in divisa e, ricordate, sembravo una ragazzina). “Je suis le directeur du parc” ho
risposto con orgoglio. E lui, con sguardo ironico “Et moi, je suis Jean François Mitterand”; ed è scomparso col suo trofeo al di là del colle.
Oggi sono sommersa dalle scartoffie, ma allora, ogni tanto, trovavo il tempo di uscire con i guardiaparco. Memorabile un pernottamento al rifugio
Dante Livio Bianco per i censimenti: polenta fumante, un bicchierino di genepì, barzellette e canti sotto le stelle. Mi avevano presa in giro perché
dovevo portare il dolce e, per non appesantire troppo lo zaino, me ne ero arrivata solo con un torrone! Quella volta, dopo una notte insonne a causa di
qualche ben noto russatore, ci eravamo svegliati in una nebbia fittissima che non accennava ad alzarsi e avevamo dovuto ridiscendere a Sant’Anna con
un nulla di fatto.
Mi manca molto il rapporto diretto e quotidiano con loro.
Quando stavamo tutti insieme nella sede di Valdieri, passavano al rientro dal servizio a compilare il “rapportino” e a riempire gli uffici di odore di
montagna e di terra dagli scarponi. Con tutti riuscivo a scambiare qualche parola: chi si lamentava di qualche problema; chi mi raccontava
un’osservazione interessante o un incontro ravvicinato con qualche specie rara. “Voi siete i nostri occhi là fuori” dicevo e intanto invidiavo molto la
loro abbronzatura primaverile. Purtroppo oggi esigenze politico-organizzative impongono due sedi separate e gli incontri si riducono per lo più alle
occasioni ufficiali dei colloqui di valutazione e delle riunioni del personale.
In ogni progresso si perde qualcosa…
I fogli risparmiati vengono ordinati in fascicoli e riposti negli scatoloni.
Quelli condannati si ammucchiano sul pavimento.
Alla visione dell’enorme mucchio di carta mi prende lo sconforto.
Un metro cubo di carta straccia che contiene quasi metà della mia vita.
E’ questo il risultato del lavoro di un quarto di secolo?
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E’ questo il “parco”?
Guardo fuori.
Il Lausetto è incorniciato dalla finestra, imbiancato dai primi spruzzi di neve.
Immagino aquile che volteggiano lente o precipitano in picchiata, camosci e stambecchi nei loro quartieri invernali a scavare con lo zoccolo nella neve
l’ultima erba secca, marmotte che dormono placide nelle loro tane.
E’ questo il parco?
La natura delle Alpi Marittime è così saggia e severa che forse avrebbe saputo proteggersi da sola, anche senza i nostri sforzi?
Sarebbero tornati il gipeto senza il nostro intervento o il lupo senza le norme di protezione?
Sarebbe continuato l’esodo verso la pianura, lasciando case in rovina e una valle spopolata, selvaggia e deserta?
Penso a Sant’Anna, al “negozio dei batteur”e a quel che mi ha detto Debora l’ultima volta che vi ho accompagnato un gruppo: “Qui è così, arrivano a
gruppi; nel giro di poco tempo devi dar retta a decine di persone e l’attività è frenetica per qualche minuto. Poi il gruppo se ne va e ritorna per giorni
il silenzio e il tranquillo tran tran coi nostri pochi vecchietti…”
Gli anziani di Sant’Anna.
Alla Festa del riciclo li ho visti tutti indaffarati e compresi nel loro ruolo.
Chi faceva cestini, chi impagliava sedie o intagliava il legno, chi spalmava miele sul pane nero, chi spiegava ai bambini cos’è la segale e perché era
così importante nell’economia della montagna.
Penso all’ecomuseo della segale e alle sue gloriose trasferte.
Penso all’associazione Ecoturismo e ai dibattiti per un futuro di sviluppo sostenibile
Penso a Michelino e Alberto tornati a vivere e a produrre deliziose ricotte a Palanfré.
Penso a tutta la gente che in questi anni ha saputo prendere coscienza di sé, delle opportunità che ha a disposizione, ma anche del patrimonio naturale e
culturale che ha il dovere di custodire.
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Oggi vedi gente fiera delle proprie radici e della propria cultura e, finalmente, credo, anche fiera del parco.
Il parco è per loro.
Il parco sono loro.
Quaranta, quando era presidente, mi aveva rimproverato di sentire il parco come mio.
Ma poi, negli ultimi anni, quando ci passava a trovare ogni tanto in ufficio, aveva cambiato idea, e mi aveva confessato: “Sa, su di lei mi sbagliavo, ho
capito che lei vuol bene al parco”.
Patrizia Rossi
Direttore Parco Naturale delle Alpi Marittime
[email protected]
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Agorà - Franco Marmello