IL MESSAGGERO SARDO
17
OTTOBRE 2003
“Parigi ebbe un effetto decisamente rigenerante – rivela
Piana – Gli studi con Vincent
d’Indy condotti alla “Schola
Cantorum” e poi i corsi seguiti
a Londra con il maestro Weitz
diedero subito i suoi frutti.”
Diverse e , alcune rilevanti, le
opere scritte in questo periodo:
Diabolo (raccolta di sei danze
per pianoforte), Candore Lunare ( per violino e pianoforte) e il
melodramma in tre quadri storici Amsicora primo esperimento di Silesu nel filone operistico.
“ Ma dove Silesu sembrava
guardasse con maggiore interesse – ammette Piana – era il
genere musicale d’intrattenimento – La canzone, d’altronde.
Nello stesso periodo fu ‘pianista accompagnatore’ in uno
dei più celebri locali di Parigi
(lo “Chez-Fysher”), uno dei
punti d’incontro di celebrità
non solo parigine, ed è qui, infatti, che Silesu conosce D’Annunzio, Puccini, Maurice Ravel, Manuel de Falla e perfino il
miliardario americano David
Rockfeller. Ma a Parigi incontra e frequenta anche Sandro
Pertini, Emilio Lussu e Grazia
Deledda.
In questi anni nacquero anche molte composizioni per
voce e pianoforte di grande fortuna : un assoluto trionfo fu la
romanza scritta nel 1912 “Un
peu d’amour” su testo di Nilson Fysher e che fu tradotta e
pubblicata in Inghilterra dal titolo A little love , a little kiss,
(quella cantata nel concerto di
Parigi dalla soprano Maria Te-
C
he Lao Silesu sia stato
un grande talento, quasi un genio della musica (peraltro non del tutto ancora esplorato), lo si deduce
dalle parole e dai giudizi
espressi da critici eccellenti,
quanto disinteressati, quali
possono essere stati personaggi che lo conobbero e lo
frequentarono del calibro di
Gabriele D’Annunzio, Grazia Deledda, Giacomo Puccini, Enrico Caruso e Gavino
Gabriel, tanto per citarne alcuni.
C’è un epistolario, custodito gelosamente dal nipote di
Silesu, Faust, che lo conferma inequivocabilmente.
D’ANNUNZIO - “Prodigiose mani”
Parigi, venerdì
Mon cher ami Lao,
la grazia del magico artefice, questa volta, ha superato quella, pur invincibile,
delle sue musiche. Una sola
volta da giovedì, il sole è
scomparso oltre il boulevard
e qui l’alba languida del
nuovo giorno mi rivela, a me
stesso sbalordito, contemplante l’ultimogenita tua
mirabile creatura che sacrifichi dopo poche ore di vita
a questo impegno terreno
nume. Verrò a goderne, stasera immancabilmente, i repressi ignoti vagiti attraverso il filtro delle tue prodigiose mani che le daranno col
Pleyel che accarezzi, rapide
vaghe sembianze di italica
divinità.
Grato e commosso, ti rivedrò
tuo Gabriele D’Annunzio.
PUCCINI -”Incantevole
dolcezza in tutte le tue com-
resa Pasta- n.d.c)
Qualche anno dopo Silesu
musicò l’opera “Astore”, su
soggetto di Grazia Deledda, la
stesura del cui libretto fu affidata sempre all’amico di Lao,
Magnanelli.
Quest’ultimo scrisse anche le
due romanze “T’amo” e “Voglio tornar”, che furono due cavalli di battaglia del mitico tenore Enrico Caruso (leggi la
lettera di Caruso, entusiasta!).
Nel 1921, a 38 anni, Silesu ritorna nella sua città d’adozione,
Iglesias, per un breve soggiorno
durante l’estate, ad agosto, e vi
tiene un concerto memorabile.
“Gli anni Venti – scrive Piana – furono per Silesu una sorta di periodo di transizione, di
forti ripensamenti sul proprio
stile compositivo. La maturità
espressiva raggiunta richiedeva sempre più un linguaggio
musicale elaborato, forbito. In
questa fase di transizione, tuttavia, non si affievolì il gusto per
la musica popolare della propria terra e nel 1923 compose
la“Fantasie sur des impression
de Sardaigne” e la “Rapsodie
sarde” dedicandole alla sua
conterranea Grazia Deledda.
Negli anni Trenta, Silesu proseguì nella sua ricerca accostandosi a due generi musicali
non ancora affrontati la musica
religiosa (con una bella Ave
Maria, scritta per voce e pianoforte – e anche questa presentata nel concerto di Parigi – e in
versione alternativa per voce,
pianoforte e harmonium) e la
musica per film! (con la colonna sonora per il lungometraggio Les hommes de la côte del
regista francese Andrè Pellenc.)
Sul finire degli anni Trenta,
Silesu si dedicò soprattutto al
pianoforte scrivendo l’impo-
nente “Theme en do mineur
avec variations”, un “Prelude et
fugue en ut” e portando a compimento un ciclo di dieci “Preludes”.
Nel 1939, quando muore la
sua compagna, Carmen, Lao
Silesu torna in Sardegna, a Samassi. L’anno successivo si
presenta al pubblico di Cagliari con un concerto nella “Sala
Scarlatti” del regio Conservatorio “Luigi da Palestrina”.
I giudizi del pubblico sono
entusiastici e la critica parla di
“un compositore ragguardevole
che rende onore al movimento
musicale della nostra isola, così
scarsamente ed inspiegabilmente fermo nella produzione di
musiche di respiro e di rilievo”.
Nello stesso anno, il 1940,
Silesu si trasferisce a Genova
portando con se la sorella Marietta e la madre Anna, che purtroppo muore nel settembre
CULTURA / L'epistolario custodito da un nipote
TRA GLI ESTIMATORI
GRAZIA DELEDDA
PUCCINI E D'ANNUNZIO
posizioni”
Torre del Lago
Mio buon Silesu,
Marsengo, puntualmente,
mi recò a Bruxelles i tuoi saluti consegnandomi il gradito omaggio, nuovo gioiello
che va ad arricchire il tuo
fortunato scrigno musicale.
Anche questo gentile ed artistico lavoro è tutto profuso
di quella incantevole dolcezza che sai riservare in tutte
le tue composizioni rendendole care.
Esse conquisteranno sempre i cuori delle folle. Ho
constatato con piacere lo
svelto propagarsi delle loro
arie. Ti sta guadagnando
l’erta ed ormai puoi guardare con serena fiducia verso
l’avvenire che ti sorride
come una giornata di primavera.
Ti sono infinitamente grato
per il costante ricordo che ricambio con molto affetto augurandoti, mio giovane amico, tutto il bene che meriti.
Cordialmente
Giacomo Puccini
DELEDDA: “Vorrei ancora sentire dieci, cento volte,
quei brani meravigliosi…
Illustre Maestro Silesu,
il buon Dio nel darmi il soffio della vita non pensò di
farne una buona poetessa …
Sono finalmente riuscita a
farmi eseguire al piano (domenica scorsa) l’intermezzo
“Paysage sarde”. Ella vi ha
saputo instillare una strana
virtù che mi ha concesso un
viaggio gratuito nello spazio
portandomi nella Terra nostra per riudirne, condensate
in note musicali, quelle voci e
quei palpiti solo a noi familiari.
Ripenso con nostalgia ai
brani dell’Amsicora e al mirabile ordito della sua musica melodica sul canovaccio
delle nostre tradizioni isolane e sui motivi della nostra
etnofonia così ricca di colore. Ne conservo vivissimo il
ricordo.
Se Ella dovesse degnarmi
nuovamente di una visita,
non mi sentirei mai interamente soddisfatta e vorrei
udire ancora dieci, cento volte, quei brani meravigliosi
che brulicano vaghi e irrequieti nella mia mente dando
vita ad un inesprimibile gaudio spirituale.
A quando questa fortuna?
Essa sarebbe incalcolabile
se Ella potesse condurre anche il tenore Caruso….
Mio marito l’attende e già
progetta una nuova scorribanda nei dintorni romani.
Cordialmente e con l’augurio di ogni miglior bene,
Grazia Deledda
GAVINO GABRIEL: “..un
‘biddunculu’ geniale, un fenomenale pianista sardo..”
Nell’inverno del 1910( Silesu aveva appena 27 anni!n.d.c.) mi trovavo a Londra
per una serie di conferenze
sul folklore musicale sardo e
coabitavo in una linda “boarding house” di Brompton,
a Racton Road, con Orazio
Demartis, un estroso ingegnere di Tempio che aveva
inventato non ricordo più
quale congegno per azionare
elettricamente le automobili
e per tale invenzione era in
rapporti d’affari con mezzo
mondo e faceva spesso la
spola tra Londra e Parigi.
Appassionato di musica,
seguiva i concerti nelle migliori sale dove celebrità pagate e principianti passavano senza tregua da Natale al
colmo della Season.
Di ritorno da una delle sue
capatine a Parigi mi disse
aver trovato nella capitale
francese un “ biddunculu”
geniale, un fenomenale pianista sardo che furoreggiava
negli ambienti scapigliati e
nei ritrovi eleganti: si chiamava Lao Silesu e doveva in
quei giorni venire a Londra
per un suo concerto. E alla
Bechstein Hall conobbi que-
dello stesso anno.
Nel 1941 Silesu torna definitivamente a Parigi, nel suo appartamento sul Boulevard de
Cliché, dove rimarrà fino alla
fine dei suoi giorni, avvenuta
il 12 agosto del 1953: una morte inattesa, dicono le cronache.
Ed è in quest’ultimo periodo
parigino che Silesu completa la
stesura della “Terza Sonata” e
del ciclo delle venti “Valses per
pianoforte”, e nei primi anni
cinquanta completa le “Sonate
nn 5 e 6” e il nuovo ciclo pianistico “Feuilles èparses” (anche
questa – per la cronaca – interpretata magnificamente da Roberto Piana nel concerto di Parigi.
Il funerale – descritto dall’amico Giuseppe Marongiu fu celebrato in tutta semplicità,
in forma privata; la salma venne portata nella parrocchia di
St. Jean de Montmartre e da
qui, dopo la benedizione, al cimitero di Pantin, nella tomba
fatta costruire dalla sorella. La
bara venne ricoperta di grandi
mazzi di gladioli bianchi e rossi come i colori della bandiera
della sua Sardegna.
“Oggi, a cinquant’anni dalla
morte, Lao Silesu, lentamente
si sta riappropriando della posizione che la storia gli ha sbrigativamente sottratto. “Non so se
in futuro – conclude Roberto
Piana – le musiche di Silesu
riacquisteranno la popolarità ed
entreranno con maggior frequenza nel comune repertorio
concertistico, ma al di la di ciò,
la grandezza di Lao Silesu e il
lustro che ha dato alla sua terra
resterà integro e inviolato”.
sto infuocato grano di pepe.
La sala severa e signorile
imponeva raccoglimento, ma
quando il piccolo e vivacissimo brunetto si accostò al pianoforte, Orazio Demartis, da
me secondato, attaccò uno
schioccante applauso professionale che sorprese il contegnoso uditorio del pubblico
londinese e poi lo incoraggiò
a rompere la tradizione.
Lao si inchinò disinvolto
dopo una rapidissima impercettibile strizzatina d’occhio
verso noi due e annunziò una
suite: tutta musica sua.
Era musica improvvisata,
con le sorprese geniali, gli
squilibri formali e l’inafferrabile sostanza tematica che
il dominio della tastiera e un
temperamento vulcanico riuscivano ad infondere in un
seducente gioco caleidoscopico paralizzando anche in
noi, attentissimi, ogni capacità di discernimento critico.
Si godeva come ad uno
spettacolo pirotecnico e il
pubblico ne uscì rapito e un
poco intontito. Lao ripartì in
serata per Parigi e non ci rivedemmo più.
Nel 1949 (quasi 40 anni
dopo -n.d.c.) rientravo in
Eritrea , reduce dal vano tentativo compiuto a New York
per l’indipendenza di quella
colonia, quando ricevetti in
Asmara una lettera di Lao da
Parigi.
Animato da quanto si faceva per l’Autonomia sarda, mi
sollecitava a far comunella
per un’affermazione artistica
e una propaganda in armonia
con la nostra esperienza.
Bellissimo sogno di esiliati,
che sognando escono di scena….
Gavino Gabriel
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