Una vecchia signora
dai fianchi un po' molli
TREKKING BOLOGNA CENTRO
La memoria è il seme del futuro
Settembre 2011
Questo libretto è stato redatto in occasione del trekking
urbano del 1° ottobre 2011
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Si parte all’incrocio tra via Marconi e via Riva di Reno.
BOLOGNA
Bologna è tra le città più belle d'Italia e d'Europa. Non esiste
città che le assomigli, e che possa sostituirla, È bella per la
carica, per l'abbondanza del colore; ed il colore che la satura è
prevalentemente il rosso o il rossastro, il più fisico, quello che
richiama di più al corpo ed al sangue umani. Firenze è magra,
longilinea. Invece a Bologna, i portici, gli archi, le cupole, tutto fa
pensare a una rotondità carnosa. Lo stesso dialetto, l'accento,
sono abbondanti e tondeggianti. Certe piccole strade medievali
del centro ci riaccostano alla vita reale del Medio Evo più che m
altre città, dove il passato è archeologico. Molte bellezze di
Bologna, ed anche molti dei suoi negozi migliori, sono, non dirò
segreti, bensì avviluppati e nascosti nelle sue pieghe
prosperose. Il segreto del ripieno in un piatto succulento. La
bellezza a Bologna non si pensa, ma si respira, si assorbe, si fa
commestibile. Per dirla nel gergo di Freud, andare a Bologna è
un po' come rientrare nel caldo del grembo materno.
Guido Piovene - Viaggio in Italia - pag 273
BOLOGNA, CITTA' DELLE ACQUE/1
Figuratevi che c'è chi, già oggi, non sa che via Riva di Reno si
chiama così perché al centro, fra due strade che lo
costeggiavano, scorreva il canale, e sotto scorre ancora,
accompagnato per un gran tratto dalle trincee a filo d'acqua
dentro le quali le lavandaie si guadagnavano il pane. E le artriti
prima di compiere i vent'anni. Poi un bel giorno mi sveglio e
trovo che hanno coperto il canale, e cioè sepolto secoli di storia,
di fatica, di sudore e di artriti. Per un utilissimo inutile
parcheggio. Ma forse è giusto così: meglio nascondere il
passato, che non è mai bello come sembra quando è passato, o
quando fa parte del futuro.
Loriano Macchiavelli - I sotterranei di Bologna - pag 7
BOLOGNA, CITTA' DELLE ACQUE/2
Bologna è collocata tra due fiumi, il Reno e il Savena, ma, come
vedremo non sono cosa da poco. Tanto per cominciare leggenda
vuole che furono i Galli Boi, antichi occupanti di queste terre, a
chiamare così questi due fiumi, per una forma di nostalgia,
perché, in piccolo, richiamassero la terra natia dove scorrono il
Reno e la Saona. Sarà leggenda ma questa storia è in verità, un
corso d'acqua segreto attraversa proprio il centro della città: il
suo nome... un piccolo giallo. Un'antica scritta romana lo
denominava Aposa, poi con il tempo, come risulta da vari
documenti, divenne Avesa. Un errore di lettura o di
trascrizione? O forse suonava meglio perché é quasi un
anagramma di Savena? Oggi è chiamato Aposa; ma non si vede,
perché il suo corso é sotterraneo. Tuttavia tracce di questo
3
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
intrigo nominalistico rimangono anche nella toponomastica
cittadina che annovera sia via Val d'Aposa che via Avesella. Al di
là dei nomi questa era nei tempi antichi l'idrografia naturale
dell'area bolognese. Le città progredite e industriose avevano
bisogno di acqua e Bologna riuscì ad imporre ai suoi fiumi e
torrenti un dominio tecnico vicino alla perfezione imbrigliandoli
in una serie di canali, di chiuse e di chiaviche che consentiva la
navigazione mercantile e l'attivazione di opifici e mulini. Già in
un documento del 905 si parlava di navigazione a Bologna. Nel
XII secolo venne realizzata una poderosa chiusa sul Reno a
Casalecchio, ed una sul Savena a San Ruffillo, dalle quali si
dipartivano due omonimi canali, entrambi confluenti verso il
centro della città, dove incrociavano l'Aposa, dando vita nel loro
percorso a molte diramazioni e tutte scendevano verso la
pianura a nord e confluivano al Sostegno della Bova dove ha
inizio il canale Navile che porta fino a Malalbergo; da qui,
percorrendo un vecchio ramo del Po, le imbarcazioni potevano
giungere fino all'Adriatico. Questo complesso sistema idrico
veniva guardato con ammirazione come una delle maggiori
meraviglie d'Italia. Bologna appariva singolare e prestigiosa non
solo per il suo antico Studio, ad alta concentrazione di cervelli,
nel quale si produceva dottrina e sapere, ma anche per la
perizia dei suoi tecnici e delle sue maestranze: era la città della
scienza applicata. Tale scienza serviva poi anche per costruire
congegni per l'utilizzo dell'acqua come forza motrice e
soprattutto per l'invenzione di macchinari protoindustriali per i
diversi opifici. Tra questi spiccavano i famosi telai automatizzati
per la lavorazione della seta "alla bolognese" le cui tecniche
erano severamente tutelate, e chi ne svelava il segreto era
punito con la morte. Ma molte erano le attività che sfruttavano
l'acqua: molìni, fornaci, cartiere, concerie, tintorie e "incresperie
di veli", altra specialità bolognese di un tempo. Testimonianze di
tutto questo si possono trovare oggi nel Museo del Patrimonio
Industriale, ubicato nella ex - fornace Gallotti, in zona Navile. Di
questa fitta rete di canali di cui si é detto rimangono solo
segmenti piccoli e accantonati. Ciò é stato determinato dalla
decadenza successiva di varie attività economiche;
dall'affermarsi di altri mezzi di trasporto e di lavoro, insomma
dalla evoluzione dei tempi e anche un po' da una smania di
modernità. Già nel 1583, in vista dei lavori per i loro nuovi
edifici, i Gesuiti ottennero dal Senato licenza di coprire il primo
tratto di canale dentro cui scorreva il Savena, prospiciente la
loro proprietà. Nel 1623, dando inizio ai lavori per il convento e
per la costruzione di una enorme chiesa che mantenne il nome
di Santa Lucia, dalla piccola chiesa parrocchiale esistente, venne
chiuso il secondo tratto del canale Savena che correva (e corre
tuttora coperto) lungo la via Castiglione fino all'attuale via
Farini, dove si getta nell'Aposa. Nel '900, con l'affermarsi dei
nuovi mezzi di trasporto meccanici, molti canali furono
prosciugati o tombati. Nel dopoguerra, gli ultimi a sparire sotto
4
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
terra furono il tratto urbano del canale Reno (via Riva di Reno) e
il canale Cavaticcio.
Bologna città delle acque - fascicolo a cura di Bologna 2000
All’altezza di via dei Falegnami: all'angolo, la Drogheria della
Pioggia, negozio storico cittadino.
Giriamo in via Galliera a sx e la percorriamo verso piazza
Maggiore.
Via Galliera, cardo massimo della città romana, "Canal
grande di Bologna" per la bellezza dei suoi palazzi, vittima
della vicina parallela via Indipendenza, ovvero del Progresso
incarnato dalla ferrovia.
Al n. 14, il tardo quattrocentesco palazzo Felicini Fibbia, con
porticato, cortile a logge raffinato ornamento di terrecotte.
Nel palazzo alloggia nel 1515 Leonardo da Vinci, in città con
Giuliano de' Medici e papa Leone X, che qui avrebbe incontrato
Francesco I. È improbabile che abbia fondamento la leggenda
secondo cui Leonardo vi avrebbe incontrato o addirittura
dipinto la Gioconda, ovvero Filiberta di Savoia; è probabile,
invece, che da questo incontro sia venuto al geniale toscano
l'invito alla corte del re di Francia, dove avrebbe passato gli
ultimi anni di vita.
Al n. 10 la chiesa di Santa Maria Maggiore, dalla curiosa
struttura: un grande portico e un corpo tozzo rigidamente
geometrico.
Si ha notizia di insediamenti religiosi in questo sito fin dal VI
secolo; alla fine del XII secolo, la struttura conventuale lascia il
posto a una basilica. È solo nel 1665, però, che la basilica
diventa ciò che è: l'architetto Paolo Canali la "gira" e ne porta
l'ingresso su via Galleria, strada appunto nobilissima.
L'edificio al n. 8 è palazzo Aldrovandi Montanari. Costruito
nella prima metà del '700 per volere del potente cardinale
Pompeo Aldrovandi, grande avversario dell'altro potente
5
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
cardinale bolognese Prospero Lambertini (che lo sconfiggerà
nell'elezione a papa)
INTERVENTO DI MIANO
CARDINALE LAMBERTINI
Papa Benedetto XIV, nato Prospero Lorenzo Lambertini (in
latino: Benedictus XIV; Bologna, 31 marzo 1675 – Roma, 3
maggio 1758), è stato il 247º vescovo di Roma e papa della
Chiesa cattolica dal 1740 alla sua morte.
Eminente canonista, prudente uomo politico, difese
rigorosamente la dottrina della Chiesa, ma fu moderato ed
equanime nei confronti del giansenismo. Fondamentale il suo
appoggio al sapere scientifico, che difese e spesso incoraggiò
con provvedimenti, finanziamenti e donazioni.
Venne eletto al soglio pontificio in un periodo di grandi
tribolazioni, causate principalmente dalle dispute tra le nazioni
cattoliche e il Papato. Papa Lambertini riuscì a rifiutare la
maggior parte delle richieste degli Stati nazionali di nominare i
vescovi, serbandone il diritto di nomina alla Chiesa. Per esempio
fu in grado di appianare le dispute della Santa Sede con il Regno
di Napoli, il Regno di Sardegna, la Spagna, Venezia e l'Austria.
Pontificato
Il conclave che lo elesse il 17 agosto 1740 era durato ben sei
mesi. Sembra che Lambertini abbia detto ai cardinali: «Se
desiderate eleggere un santo, scegliete Gotti; se volete eleggere
uno statista, Aldrovandi (il cardinale Pompeo MarescottoAldrovandi); se invece volete un asino, eleggete me» (il futuro
papa era avvezzo ad usare abitualmente questo linguaggio un
po' gaudente, che gli era prontamente perdonato per la sua
grandezza). Ebbe un papato molto attivo, riformò l'educazione
dei sacerdoti, il calendario delle festività della Chiesa e molte
istituzioni ecclesiastiche. Nel 1741 emise la bolla papale
Immensa Pastorum principis contro lo schiavismo nelle
Americhe.
Forse l'atto più importante del suo pontificato fu la
promulgazione delle sue due famose bolle papali sulle missioni:
Ex quo singulari e Omnium solicitudinum. In queste bolle
denunciò il costume di aggiustare parole e usi cristiani per
esprimere realtà non-cristiane e pratiche delle culture indigene,
che era stato estensivamente utilizzato dai gesuiti nelle loro
missioni in Cina. Per esempio lo "status" degli antenati - l'onore
tributato agli antenati - doveva essere considerato «adorazione
degli antenati» o qualcosa di simile alla venerazione cattolica
dei santi. Poteva un cattolico «venerare» legittimamente un
antenato che notoriamente non era cristiano? La scelta di una
traduzione cinese per il «nome di Dio» venne anch'essa
dibattuta fin dall'inizio del XVII secolo. D'altra parte una
6
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
conseguenza delle bolle di Benedetto fu la perdita di molti dei
convertiti.
L'edificio si caratterizza per la facciata tardobarocca disegnata
da Alfonso Torreggiani (1752); notevole lo scalone
monumentale di Francesco Maria Angelini (1722) con affreschi
di Vittorio Maria Bigari (presenti anche in altri spazi
dell'edificio), facilmente visitabile fino a qualche anno fa quando
il palazzo (oggi residenza privata) ospitava la Biblioteca e la
Cineteca comunale.
All'angolo con l'elegante via San Giorgio, la Casa delle Tuate
(n. 6) ha salvato, riutilizzandoli, due capitelli marmorei del
leggendario palazzo della famiglia Bentivoglio distrutto nel
1507; nel capitello del pilastro d'angolo compare il ritratto di
Giovanni II Bentivoglio. Nella casa è possibile anche
alloggiare.
Giriamo a sx in via Manzoni.
Subito sulla sx si trova l'ORATORIO DI SAN FILIPPO NERI o
dei filippini.
Progettato da Alfonso Torreggiani ai primi del '700,
pesantemente danneggiato durante la Seconda guerra mondiale
e progressivamente recuperato fino a diventare, oggi, una delle
più belle sedi congressuali cittadine.
Più avanti, in disarmo, la CHIESA DELLA MADONNA DI
GALLIERA (se. XIV-XV), l'eclettica e malandata facciata in
arenaria.
Dall’altro lato della via al n. 6 CASA FAVA CONOSCENTI, con
un cortile da visitare, per vedere da vicino un frammento
della prima cerchia delle mura cittadine.
7
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Eretta probabilmente verso la fine del IV secolo o all'inizio del V,
sotto l'urgenza della minaccia barbara, unendo a secco blocchi
di selenite uno sull'altro.
Al n. 4 il maestoso PALAZZO GHISILARDI FAVA, che ingloba
nello splendido cortile con doppio loggiato anche la TORRE
duecentesca detta DEI CONOSCENTI (portata alla luce
durante uno dei tanti restauri del palazzo) e frammenti della
prima cerchia di mura. Oggi il palazzo ospita il Museo
medievale.
Al n. 2 c’è il palazzo FAVA GHISLIERI incluso nell'hotel
Baglioni.
LA RESISTENZA A BOLOGNA
Dopo varie discussioni si concluse per un'azione contro l'albergo
Baglioni, dove avevano sede il comando tedesco e quello
repubblichino e dove abitavano personaggi fascisti e tedeschi di
primo piano, tra cui Rocchi, commissario per l'Emilia e
Romagna, Tartarotti, Giglio, comandante la piazza di Bologna ed
altri esemplari da carcere e da forca. Incaricata del compito fu
una squadra di città che da qualche tempo aveva preso il nome
di squadra «Temporale». Ci vollero parecchi giorni per studiare
tutta l'operazione. L'albergo Baglioni infatti si trova in via
Indipendenza, al centro di Bologna, e, formicolante di tedeschi
com'era, non si presentava certamente come un facile
bersaglio. Comunque anche il piano finì con l'essere preparato.
Ora dunque bisognava muoversi. Verso la mezzanotte del 29
settembre, «Gravelli» e «Naldi» fanno un giro d'ispezione,
entrano nell'albergo con documenti falsi, osservano ogni cosa,
tornano indietro, riferiscono. Un'ora e mezza dopo parte la
macchina dei GAP: dentro ci sono «Remor», «Terremoto»,
«Tempesta», «Nerone», «Celere» e «Crissa». Alcuni sono in
divisa fascista, gli altri in borghese. Nella macchina c'è anche
una cassa di tritolo di 90 chili e un fusto di benzina. Quando i
GAP arrivarono in vista dell'albergo, scorsero, proprio davanti
all'ingresso, due automobili germaniche e tre o quattro ufficiali
tedeschi accanto che conversavano tra loro. Che fare?
Rinunciare all'impresa? Su questo punto nessuno dei GAP fu
d'accordo. Il colpo si doveva fare lo stesso. La macchina dei GAP
fu costretta così a fermarsi più avanti. Ne scesero «Remor »,
«Terremoto» e «Tempesta» e si avviarono disinvolti verso
l'entrata sotto il portico, senza per altro che i tedeschi, sebbene
li guardassero, riuscissero a notare qualcosa di sospetto. La
porta era chiusa. «Remor» suonò: dopo un poco si udì
8
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
all'interno un passo strascicato. Era il portiere: «Remor» lo
spinse dentro, nell'angolo della porta, in modo che né i tedeschi
sulla strada, né le guardie dall'interno potessero accorgersi di
nulla. «Sta fermo e zitto: siamo gappisti». E nel dire così
«Remor» confermava il valore delle parole premendogli la
pistola sullo stomaco. «Siete matti», balbettò il poveretto. «Qui
è pieno di tedeschi: vi accoppano tutti». «Remor» gli ripetè di
tacere e che i tedeschi erano affare loro, poi lo prese sotto
braccio e l'accompagnò presso la macchina, affidandolo a
«Nerone». Quindi ritornò nell'albergo, ripassando sotto il naso
dei tedeschi che continuavano i loro discorsi senza accorgersi di
quanto stava accadendo. Dentro, «Remor», «Tempesta» e
«Terremoto» agirono fulminei. «Remor» si volse a sinistra dove,
dietro il banco, stavano il direttore e un uomo di fatica: la vista
delle due rivoltelle li sbiancò in volto, togliendo loro la parola.
«Tempesta » e «Terremoto» sorpresero invece sei guardie di
servizio nell'atrio e le disarmarono in pochi secondi senza che
accennassero alla minima resistenza: l'apparizione dei due GAP
aveva mozzato loro il fiato. Dalla grande sala dell'albergo, a
destra dell'entrata, veniva una dolce musica. «Tempesta» si
avvicinò e si mise a guardare dai vetri: tedeschi, fascisti, spie,
meretrici erano in allegria, danzavano, bevevano, si davano al
bel tempo. Tra di loro c'era anche uno degli «eroi» che avevano
partecipato alla liberazione di Mussolini. La festa era anzi in suo
onore. «Tra un minuto sentirete che musica!», mormorò
«Tempesta» tra i denti. Nel frattempo i compagni ch'erano
fuori, aiutati dal portiere, portarono dentro la cassa di tritolo e il
fusto di benzina. «Crissa» e l'uomo di fatica, che tremava dalla
paura, trasportarono il tritolo al primo piano. La benzina fu
sparsa sui tappeti e sui mobili. «Remor» e «Tempesta» salirono
a loro volta al primo piano: spinsero la cassa nel luogo stabilito e
accesero la miccia: il margine di tempo per l'esplosione era di
cinque minuti. Accesero anche una piccola bomba a nove minuti
e scesero. In quell'attimo, al pian terreno, «Terremoto», aiutato
da «Tempesta» reagiva a un gesto troppo brusco dei fascisti con
una serie di raffiche. Subito dopo si volgevano entrambi alla sala
da ballo e dirigevano alcuni colpi precisi contro un gruppo di
uomini seduti ai tavoli. La musica tacque, si alzarono strilli
acutissimi: chi si buttava a terra, chi correva impazzito
rovesciando le seggiole, chi si guardava attorno terrorizzato. Per
l'«eroe» del Gran Sasso quella fu l'ultima festa: una pallottola di
«Terremoto» troncò definitivamente la sua carriera di
«liberatore». Bisognava uscire subito. «Remor», prevedendo
una forte reazione dei tedeschi all'esterno, rinunciò a dar fuoco
alla benzina e si buttò fuori sparando con tutte due le pistole.
Anche i GAP che erano sulla strada spararono: gli ufficiali
fuggirono, tentando una debole resistenza solo da lontano.
Uscirono anche, subito dopo, «Tempesta» e «Terremoto»,
quest'ultimo ferito leggermente da una scheggia di bomba a
mano lanciata dai tedeschi nell'interno. Tutti saltarono in
9
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
macchina e filarono verso piazza Garibaldi. Qui la macchina si
fermò: i GAP volevano sentire il rombo dell'esplosione. Ma
l'esplosione non venne. Brevissima fu la sosta e tuttavia
sufficiente perché una pattuglia tedesca si avvicinasse alla
macchina per vedere chi c'era dentro. I GAP aprirono il fuoco e
due tedeschi caddero: gli altri si sparpagliarono rapidamente. La
macchina riprese la corsa attraverso la città oscurata: una fuga
di portici, di strade deserte, di case spettrali. Finché raggiunse la
«base». Perché il tritolo non era esploso? Ecco la domanda che i
GAP si posero subito, appena entrati nel loro rifugio. Erano
arrabbiati. E la domanda se la posero anche nelle giornate
successive. Qualche tempo dopo, da un informatore, vennero a
sapere che era scoppiata la bomba piccola uccidendo un
ufficiale. Le cause esatte della mancata esplosione della cassa di
tritolo furono invece sempre ignorate. Si potevano fare solo
delle supposizioni. L'azione del Baglioni provocò un forte
spavento tra i tedeschi e i fascisti, ma i GAP non erano
soddisfatti: infatti non era andata come essi avevano previsto.
Quell'esplosione fallita era come una spina che dava fastidio e
che bisognava togliersi. Una quindicina di giorni dopo, la
«Temporale» decide di rifare il colpo. Naturalmente in questa
azione non era il caso di pensare a penetrare dentro l'albergo: la
vigilanza e le misure di sicurezza prese dai tedeschi eliminavano
qualsiasi possibilità in questo senso. Si pensò invece a qualcosa
di diverso: la vigilanza infatti era dentro e non fuori dell'albergo.
Ecco dunque l'errore dei tedeschi ed ecco l'opportunità da
sfruttare. Questa volta furono necessarie due macchine:
giunsero al Baglioni verso le due di notte, venendosi incontro
dai capi opposti di via Indipendenza e si fermarono ognuna a
una quarantina di metri dall'albergo. Nessuno doveva passare
davanti alla porta dell'ingresso: dall'interno infatti avrebbero
potuto vedere. Bisognava invece che le due squadre, da una
parte e dall'altra, sì avvicinassero all'entrata e deponessero due
casse di tritolo ai lati. Così fu fatto: «Tempesta», «Terremoto»,
«Nerone», «Maio», «Lampo» e «Remor » si tolsero le scarpe per
non fare rumore e passo passo, sotto i portici, deposero presso
la porta 90 chili di esplosivo per parte, Poi si allontanarono.
Questa volta l'esplosione ci fu e fu uno scoppio che svegliò tutta
Bologna: il cielo fu illuminato da un lampo vivissimo e il
rimbombo si propagò fino ai paesi vicini. Tra il fumo e le
macerie, con la braccia alzate, in pigiama e in camicia da notte, i
gerarchi fascisti e gli ufficiali tedeschi, quelli che poterono,
uscirono in via Indipendenza urlando come forsennati. L'albergo
Baglioni, semicrollato, fu abbandonato e i comandi si
spostarono.
Mario De Micheli - Settima Gap - pagg. 76-78
10
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Nell’attraversare via Indipendenza, a fianco del palazzo del
Monte della pietà si trova la cattedrale della città.
CATTEDRALE
Nonostante la collocazione anomala, sacrificata dall'incombenza
di via Indipendenza, e con un solo lato visibile (ma in una strada
secondaria via Altabella); nonostante l'eterna condizione di
terza chiesa nel cuore di ogni credente bolognese (prima
vengono sempre la parrocchia e San Petronio, per non dire del
santuario della Madonna di San Luca), San Pietro è la cattedrale
cittadina, la sede del vescovo, l'”alloggio” della veneratissima
icona della Madonna di san Luca quando scende in città, in
primavera. Le notizie sulla cattedrale risalgono al X secolo.
Quando nel 1141 un incendio distrugge il primo edificio,
romanico, inizia una storia di ricostruzioni che si conclude
praticamente nella seconda metà del '700, quando si realizza la
facciata attuale su disegno di Alfonso Torreggiani. Anche
l'interno monumentale, a una navata, ha preso la forma attuale
attraverso una serie di interventi - talvolta contraddittori guidati da Domenico Tibaldi e Floriano Ambrosini a cavallo fra il
'500 e il ‘600. Fra le opere d'arte di maggior rilievo,
un'Annunciazione (1619) di Ludovico Carracci nel lunettone
sopra l’abside (è la sua ultima opera); la Dimora celeste (1579)
di Prospero Fontana nella volta sopra l'altare maggiore; un
Compianto in terracotta di Alfonso Lombardi (1522) nella prima
a destra; infine una crocifissione lignea del XII secolo. Qualora
fosse aperto, merita una visita anche il Tesoro, con una ricca
raccolta di arredi e paramenti sacri composta in gran parte dal
lascito dei due papi bolognesi Gregorio XV e Benedetto XIV.
Uscendo dalla porta in fondo a destra ci si trova in via Altabella.
La cattedrale ha qualcosa da mostrare anche in questa strada. Il
campanile, per cominciare, a sezione quadrata, iniziato nel 1184
e concluso nel·1426 con una copertura a cuspide che gli fa
superare i 70 m d'altezza (cosi è più alto di tutte le torri "civili"),
racchiude una torre campanaria a sezione circolare che
probabilmente è quanto rimane della prima cattedrale.
Superato il campanile, sotto l'alto portico del palazzo della curia
arcivescovile spuntano dal muro frammenti d'arco: è la Porta
magna episcopatus, la porta grande della curia o "porta dei
dottori". Ai primi del '200, qui (siamo circa all'altezza della
sagrestia della cattedrale) gli insegnanti dell'Università
ascoltavano le tesi in diritto, filosofia e medicina dei loro
studenti e le valutavano: da questa porta, dunque, gli studenti
uscivano laureati.
Si passa a fianco del Monte di pietà, si gira a sx in via delle
Donzelle e poi subito a dx in via Goito.
11
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Si imbocca a sx via del Fico, quindi via Marsala a dx e poi
subito a sx via Piella.
Superato il torresotto di Porta Govese della seconda cerchia
di mura cittadine, sotto il portico fra i nn. 16 e 18 una
finestrella ritratta in cento cartoline dà sul canale Navile, Per
osservare con più agio questo angolo "veneziano" di
Bologna, meglio comunque l'affaccio dalla parte opposta
della strada (fra i nn.7 e 9).
Si torna indietro fino ad imboccare sulla sx via delle Oche.
I CASINI
Via Bertiera, via Piella, via delle Oche, il reticolo di strade tra via
delle Moline e Rizzoli era prima della legge Merlin del ’58, il
vecchio lupanare del centro di Bologna. Com’è cambiato negli
anni?
«È cambiato in meglio. Allora se una famiglia voleva andare in
piazza
Maggiore
percorreva
sempre
e
solo
via
dell’Indipendenza. Le stradine dell’interno erano da evitare
proprio per via dei bordelli. C’era “il Casermone” in via delle
Oche (120 lire per una prestazione), un altro era in via Bertiera
n° 5, tanto famoso che dopo la ristrutturazione dell’edificio
tolsero il civico, infatti ad oggi il 5 non c’è. Un terzo, d’alto
bordo, era “il Metropolitan” di via dell’Orso: lì ci si lasciavano
ben 1200 lire. L’ultima testimone di quel periodo è stata la
Gianna, classe 1907. È morta ultranovantenne, esercitando fino
a tarda età. Ogni tanto entrava qua da me in bottega
lamentandosi che non c’erano più gli uomini di una volta».
VIA DELLE OCHE - LIBRO DI LUCARELLI.
Nel romanzo l’azione si svolge nel 1948 a tre giorni dalle elezioni
politiche che porteranno l’Italia a scegliere tra Democrazia
Cristiana e partito Comunista. La storia si apre con un omicidio.
Quello di un certo Ricciotti Ermes, tuttofare nel bordello della
Tripolina. Ad indagare è un commissario della Buoncostume, De
Luca, disincantato e fatalista, che in pochi giorni si ritrova con
un altro strano delitto da risolvere. Nel pieno delle indagini sulla
morte di Ermes, muore anche un fotografo. Un certo Piras. Si
scoprirà che gli omicidi sono collegati. E rimandano a “qualcosa
di strano” avvenuto proprio nella “casa chiusa” frequentata da
politici con “gusti particolari”.
12
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
I CASINI
Se andate a cercare Merlin Angelina su un'enciclopedia, trovate
la sua data di nascita, quella di morte e due righe che spiegano
che la senatrice socialista presentò al Parlamento italiano, e
fece approvare, una legge per la chiusura dei casini. Nel centro
storico di Bologna ce n'era una quantità esagerata in rapporto al
numero di abitanti di allora. Ma per Bologna non era e non è
una cosa anomala. Pensate che nel 1700 a Bologna c'erano oltre
dodicimila prostitute regolarmente autorizzate alla professione
e iscritte nel libro della loro compagnia, una specie di albo
professionale. Ce n'erano quasi altrettante non iscritte (oggi si
direbbe «in nero» e chissà cosa darebbe il ministro Tremonti per
farle «emergere») e per una città di poco più di sessantamila
abitanti, mi sembra un bel record. Furono molti, in quel 1958,
dopo l'approvazione della legge Merlin, che piansero.
Loriano Macchiavelli - Sotto l'ombra dei portici - pagg. 185 e 186
In via Oberdan si gira a sx e si arriva a piazza San Martino.
Si imbocca subito a dx via Marsala.
In un punto si fronteggiano case della (restaurata) città
duecentesca: la casa Grassi (n. 12) con portico in legno,
oggi sede del Circolo ufficiali, e le case Pratesi Vinelli (n.
17). Si gira su via Albiroli e ritorniamo su via Goito all’angolo
con il palazzo Bocchi.
Il cinquecentesco palazzo (n. 16) disegnato dal Vignola, il
palazzo apparteneva al letterato Bocchi, che morì prima della
conclusione del cantiere, probabilmente chiuso poi senza troppi
riguardi per il progetto iniziale. lncupito dalle polveri e dall'usura
del tempo, il palazzo è popolare per le iscrizioni in ebraico e
latino sullo zoccolo, "motti" dell'accademia Hermatena di studi
letterari e filosofici fondata da Bocchi. In ebraico è un versetto
del Salmo 119: «O Signore, libera la mia vita dalle labbra
menzognere e dal linguaggio ingannatore»; in latino, una
citazione dalla prima epistola di Orazio: «Sarai re se agirai
rettamente. I Fatti proteggere da questa bronzea fortezza: non
avere rimorsi, non avere colpe che ti facciano impallidire».
Si ritorna in piazza San Martino.
Dall’altro lato della piazza si trova la chiesa di San Martino.
13
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
D'impianto gotico, a tre navate, la chiesa fu eretta nella prima
metà del '200 e ha subIto diversi interventi radicali nei secoli
successivi, conclusi alla fine dell'800 con il ritorno della facciata
alla forma medievale che conserva oggi. Ospita un frammento di
Adorazione dei Magi di Paolo Uccello (circa 1437) nella prima
cappella a sinistra, dov'è anche una Madonna in trono di
Francesco Francia; nella quarta cappella, un San Girolamo di
Ludovico Carracci (1591). Al pilastro fra la quarta e la quinta
cappella sulla destra, un frammento di Crocifissione attribuita a
Vitale da Bologna; nella quinta cappella una Madonna con
Bambino e Santi di Amico Aspertini (circa 1515).
RADIO
GUGLIELMO MARCONI
Per iniziativa del Comune di Bologna e col concorso dell'E.I.A.R.
(oggi RAI) e delle officine Marconi di Genova. Gli studi erano
ubicati in piazza San Martino a Bologna, mentre i trasmettitori e
l'antenna radio a Budrio. L'inaugurazione della stazione fu
rinviata a causa delle cagionevoli condizioni di salute di Marconi.
L'inaugurazione avvenne il 9 agosto 1936 senza la presenza di
Guglielmo Marconi
Marconi morì il 20 luglio 1937 senza poter inaugurare questa
stazione radio.
GHIRELLI: «LA RADIO, VOCE DI BOLOGNA RINATA»
di Andrea Fontana
«Siamo entrati a Bologna sui camion militari e siamo andati in
piazza San Martino: lì avevamo la radio e nel palazzo di fronte
ho preso una camera ammobiliata con mia moglie» spiega il
giornalista che iniziava allora una carriera che lo avrebbe
portato alla direzione di Tuttosport e del Tg2 nonché a capo
dell'ufficio stampa del Quirinale sotto la presidenza di Sandro
Pertini. Bologna era già in festa. «Ricordo la straordinaria
allegria della gente che si riversava in strada e che ci accolse
benissimo: fu addirittura organizzata una partita di calcio con
quelli che si trovavano in giro. Si tenne allo stadio Sterlino e lo
scherzo della gente che stava intorno era gridare: Arbitro
fascista». Ride di gusto Ghirelli e poi si lancia nel fiero racconto
della sua radio: l'emittente che doveva informare Bologna sulle
ultime della guerra, ma anche far respirare alla popolazione la
ritrovata libertà.
«Eravamo quindici persone, tra personale tecnico e
annunciatori, trasmettevamo i notiziari, ma anche programmi di
intrattenimento: una sorta di sceneggiati che raccontavano la
vita di Garibaldi e di Jefferson. Mia moglie conduceva anche una
rubrica quotidiana intitolata "Buongiorno"». Lucrezio, questo lo
pseudonimo con cui Ghirelli firmava i suoi commenti, sottolinea
lo straordinario clima con cui lavorava quella redazione: «Ci
chiamavamo Radio Bologna Libera ed era, ci tengo molto a dirlo,
veramente libera: nonostante fosse la radio della Quinta armata
14
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
e dipendeva direttamente dai militari non ho mai avuto un
richiamo o una censura dal capo della stazione radiofonica,
Harry D.Fornari, un ebreo romano. Eppure io e Tommaso Giglio
eravamo dichiaratamente comunisti, avevamo pure la tessera e
tutti lo sapevano: ma non ci fu alcuna censura». Fu Enzo Biagi
nell'aprile del 1945 annunciare da Radio Bologna Libera la
cacciata dei nazisti da Bologna.
Articolo tratto da: La Stefani - Settimanale bolognese di
inchiesta e servizi - numero 15 - mercoledì 20 aprile 2005.
RADIO LIBERE Pionieri a Bologna
di Sergio Colomba
Oggi se si accende una radio in FM si possono ascoltare
tantissime stazioni di tutti i tipi, ma fino al 1973 non era così, la
liberalizzazione della frequenza da 87.5 a 108 MHz, che in
origine era pertinenza esclusiva della RAI, la si deve ad un
gruppo di coraggiosi a Bologna, seguiti da altri ardimentosi in
varie parti d’Italia e fu così possibile una così importante
conquista di democrazia che servì ad aprire la strada anche alla
televisione libera. La prima radio libera nella storia italiana della
comunicazione e dell'informazione - forse non sono in molti a
saperlo o a ricordarlo - nacque a Bologna proprio trent'anni fa.
Era il 1974, e per l'etere ancora sgombro volavano soltanto i
programmi della Rai. Ma la sera di sabato 23 novembre,
cercando di sintonizzarsi sulle trasmissioni locali, qualche
migliaio di bolognesi restò sbalordito: al posto della voce del
solito speaker dei radiogiornale regionale, o di Orietta Berti che
cantava Io, tu e le rose, stavano captando quella tonante di
Marco Pannella, impegnato in una delle sue roventi invettive di
allora sulla necessità di democratizzare l'informazione. Senza
cambiare frequenza, ma restando lì intorno ai 100 megahertz,
ascoltarono a bocca aperta un dibattito sul traffico cittadino dal
quartiere San Ruffillo, e le lamentele in diretta di un tassista
bolognese sulle corsie preferenziali intasate dagli abusivi (buone
anche per oggi), un reportage sulle ripercussioni della
congiuntura economica sulla vita delle famiglie e nelle fabbriche
della città. Era la prima volta, dal 1923 o dalla nascita della radio
in Italia, che dagli apparecchi uscivano voci e linguaggi
alternativi a quelli dell'emittente di stato. "Radio Bologna per
l'accesso pubblico" trasmetteva da una roulotte parcheggiata
sui colli bolognesi, irradiata su un raggio di 50 chilometri con un
raggio d'ascolto di circa 700 mila abitanti. Non male per una
radio pirata, che poi pirata non era affatto. Soddisfacente la
ricezione, alto l'interesse e l'indice di gradimento: insomma un
successo. Ma soprattutto un esperimento destinato a
spalancare spazi e prospettive storiche, visto ciò che sarebbe
accaduto poi. A chi si doveva l'idea? A un gruppetto di giovani
operatori, per l'occasione costituiti nella Cooperativa Lavoratori
Informazione, riuniti intorno a Roberto Faenza. Questi aveva già
15
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
debuttato nella regia cinematografica con alcuni film corrosivi e
graffianti, ma soprattutto era stato in America a studiare le
nuove possibilità che offrivano il video-tape e la televisione via
cavo (anche da noi appena sperimentata). Con lui c'era Rino
Maenza, presidente della cooperativa allora ancora studente, e
tra gli altri Mario Bortolini, Pier Giorgio Righi, Pier Luigi Franzoni,
l'avvocato Giorgio Finzi ed Elda Ferri, funzionaria della Regione,
il cui presidente di allora, Guido Fanti, era tra i più attivi nel
promuovere un tema dominante per le prospettive dei nuovi
organismi come l'apertura della Rai ad una più ampia
partecipazione pubblica. La data della nascita di Radio Bologna
non fu infatti casuale: di lì a pochi giorni, il 30 novembre, il
governo Moro avrebbe dovuto pronunciarsi con un decreto
sulla riforma dell'emittente di stato. Ecco allora l'idea di Faenza,
Maenza e compagni: dimostrare che il decentramento
dell'informazione, la possibilità per tutti di essere ammessi a
parlare alla radio, è realizzabile e costa poco. Molto poco. E il
materiale da mandare in onda si procurava così: studenti e
impiegati giravano per i quartieri o nei luoghi di lavoro con il
registratore in mano, raccogliendo le opinioni della gente su
problemi d'interesse generale. Dunque erano i protagonisti
delle situazioni e dei problemi, senza mediazioni o filtri, a poter
parlare per la prima volta; e la formula aperta, la possibilità di
fare informazione in prima persona, coinvolse gli ascoltatori che
risposero con decine di telefonate alla radio. O meglio, al
numero del contadino che abitava nel campo vicino alla
roulotte. Con un manico di scopa come attacco dell'antenna e
un trasmettitore militare da mezzo milione, vigilando per sette
giorni fino a quel fatidico 30 novembre legislativo, Radio
Bologna continuò le sue trasmissioni. Lavorando quasi in
clandestinità, con pochi mezzi, una provocazione culturale e un
pionieristico esempio di controinformazione che avrebbero
aperto varchi immensi.
Usciamo da piazza San Martino e passiamo da piazzetta
Marco Biagi (dedicata allo studioso di diritto del lavoro
assassinato dalle Brigate rosse nel 2002, di fronte l'ingresso
di casa, in via Valdonica 14, ora piazzetta Biagi).
MARCO BIAGI
Marco Biagi (Bologna, 24 novembre 1950 – Bologna, 19 marzo
2002) è stato un giuslavorista italiano, più volte consulente del
Governo italiano, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.
Vincitore nel 1969 di un posto di allievo presso il collegio
medico-giuridico di Pisa (attuale Scuola Superiore Sant'Anna), vi
ha dovuto rinunciare al secondo anno per ragioni familiari e si è
poi laureato in giurisprudenza a Bologna con una tesi in diritto
16
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
del lavoro. Noto giuslavorista, è stato professore presso le
Università di Pisa, Università della Calabria, Università di Ferrara
e infine all'Università di Modena e Reggio Emilia. È stato per
molti anni professore presso il prestigioso Bologna Center della
John Hopkins University. A partire dagli anni '90 ha avuto
numerosi incarichi governativi come consulente ed esperto di
diritto del lavoro: nel 1997 fu rappresentante del Governo
italiano nel Comitato dell'Unione Europea per l'occupazione e il
mercato del lavoro; nel 1998 fu consigliere degli allora ministri
Antonio Bassolino e Tiziano Treu;
Nel 2001 fu consulente dell'allora ministro del lavoro e delle
politiche sociali, Roberto Maroni. Prima di morire, Marco Biagi
aveva scritto cinque lettere in cui si diceva preoccupato per le
minacce che riceveva. Il testo delle lettere, indirizzate al
presidente della camera Pierferdinando Casini, al ministro del
lavoro Roberto Maroni, al sottosegretario al lavoro Maurizio
Sacconi, al prefetto di Bologna ed al direttore generale di
Confindustria Stefano Parisi è stato pubblicato dal quindicinale
Zero in condotta e poi riportato da Repubblica. In tali lettere
spiegava anche che la sua preoccupazione era causata dal fatto
che i suoi avversari criminalizzavano la sua figura.
Il 19 marzo 2002 venne ucciso, a 51 anni, da alcuni militanti
delle Nuove Brigate Rosse, in un agguato a Bologna in via
Valdonica, sotto casa sua, mentre rientrava alle ore 20 e 10.
La rivendicazione a firma delle Nuove Brigate Rosse, presenta
per gli esperti impressionanti analogie con quella del
precedente delitto di Massimo D'Antona
Nel 2005 cinque terroristi brigatisti furono condannati
all'ergastolo come responsabili del suo omicidio: Nadia
Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana
Blefari Melazzi e Simone Boccaccini.
Si percorre a dx via dell’Inferno si passa davanti all’antica
Sinagoga e si svolta a sx in via Canonica e girando poi a dx
in via de’ Giudei
La presenza ebraica a Bologna è segnalata dal tardo 300 ma è
nel 1556 che la comunità viene rinchiusa nel ghetto per volere
del cardinale Gabriele Paleotti zelante nel fare di Bologna la
seconda città dello Stato pontificio che decide di segregare gli
ebrei. La zona del ghetto è grosso modo compresa nel trapezio
fra le vie Oberdan. Rizzoli e Zamboni proprio all'ombra delle Due
Torri e aveva in tre cancelli i suoi tre accessi ufficiali da via dei
Giudei da via Zamboni (l'arco di palazzo Malvasia) e da via
Oberdan (l'arco che da su vicolo Mandria da vicolo Tubertini) La
vita nel ghetto è ben poco felice le persecuzioni nella stagione
17
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
della Controriforma sono brutali e dopo una prima cacciata già
nel 1593 viene decretata la definitiva espulsione degli ebrei. La
libertà di insediamento e culto torna nel 1795 con la conquista
napoleonica della città molto probabilmente però in quella
Bologna non erano rimasti più ebrei. La sinagoga storica era in
via dell'Inferno la strada principale del ghetto al n 16 dove oggi
la ricorda una lapide, dal 1829 la sinagoga è in via de Gombruti 9
nei pressi del torresotto di Porta Nova riconoscibile dalla
purtroppo necessaria continua vigilanza delle forze dell'ordine.
Si gira a dx in vicolo San Giobbe e poi si prosegue in vicolo
Tubertini. A via Oberdan si va a dx e subito dopo a sx per
imboccare via Altabella.
In via Altabella spicca (n. 15) nella sua sessantina di metri
d'altezza la poderosa torre degli Azzoguidi o Alta- (alta e bella:
da qui, probabilmente, il nome della via), del XII secolo. Nel
palazzotto a fianco (n. 13), la storica vineria Olindo. Via Altabella
va percorsa tutta per vedere, in fondo (n. 230), l'ex negozio di
arredamento Gavina, oggi negozio di giocattoli Hoffmann. È un
capolavoro di architettura contemporanea, disegnato da Carlo
Scarpa (esterno e interni) 1960. Il negozio non s'inserisce
nell'edificio che lo ospita: si sovrappone con brusca sicurezza,
concretizzata da una parete in calcestruzzo sovrimposta, in cui
sono "ritagliati" la vetrina a otto rovesciato (bilobata) e
l'ingresso a elle, originalissimi. Se il progetto è di Scarpa, un
attacco così trasgressivo al paesaggio tradizionale del centro
cittadino non poteva che venire da quello scopritore e
valorizzatore di talenti che era Dino Gavina (1922-2007),
pioniere dell'industria del design, sempre felicemente
controcorrente, uno degli ultimi, veri grandi ingegni cittadini.
Di fronte a Azzoguidi si gira a sx in via Caduti di Cefalonia e
si arriva a via Rizzoli.
Su via Rizzoli sbocca vicolo Bonvi dove abitava l’autore di
fumetti.
All'altezza di via Rizzoli 20c si apre un finto vicolo: è intitolato al
fumettista BONVI, che in questo interno aveva abitazione e
studio.
Bonvi è uno dei padri del boom del fumetto a Bologna.
18
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Franco Bonvicini, in arte Bonvi (1941-1995) nasce a Modena,
comincia la sua attività di disegnatore nei Caroselli insieme a
Francesco Guccini e Guido De Maria, per dedicarsi poi
totalmente al fumetto.
Fra le sue molteplici creazioni citiamo le Sturmtruppen
(pubblicate in più di 20 paesi e tradotte in 11 lingue) che
disegna a partire dal 1968. Dell’anno successivo è la creazione di
Cattivik e del 1972 la saga Storie dello spazio profondo
realizzata assieme a Francesco Guccini. Nello stesso anno, con
Guido De Maria, crea Nick Carter, personaggio icona della
trasmissione Gulp! Fumetti in Tv, che disegna successivamente
per il «Corriere dei Ragazzi». Bonvi scompare in un incidente nel
dicembre 1995, lasciando un archivio ricchissimo di tavole,
personaggi, storie, disegni e umorismo impareggiabile.
In una sua "Bustina di Minerva" (Le veline di Ugo Eco,
«l'espresso», 1 ottobre 2004), Umberto Eco racconta un
aneddoto raccontatogli da Bonvi, il quale, per arrotondare i
guadagni che gli derivavano dal fumetto, lavorava anche nella
pubblicità. Un giorno, dovendo trovare uno slogan per un
insetticida, Bonvi scoprì che uno dei suoi ingredienti era il
piretro. Così gli era venuta l'idea di mettere, su inserti
pubblicitari e spot televisivi, la frase 'al fiore di piretro'. Era,
dunque, un espediente per rendere il cattivo odore
dell'insetticida fresco e desiderabile per il consumatore. Un
giorno, andando a casa di sua madre, Bonvi senti un forte
odore d'insetticida; la madre gli rispose che usava spanderne
in abbondanza perché era una miscela deliziosa al fiore di
piretro. Bonvi allora si arrabbiò e disse: "Ma mamma, quella è
una cazzata che mi sono inventato io!". La mamma rispose:
"Eh no, figlio mio. L'ha detto la televisione!".
“Io facevo l’Istituto Magistrale e dato che mi era sempre
piaciuto disegnare, per la modica somma di cinquanta lire
arrotondavo la misera «paghetta» settimanale ornando mesti
sacchi da ginnastica con improbabili vignette a china”, ha scritto
Francesco Guccini nella sua autobiografia, “gli affari andavano
abbastanza bene, quando mi dissero che avevo un concorrente,
«uno del Barozzi» (Istituto Tecnico per ragionieri e geometri);
anche lui arabescava sacchi da ginnastica. Ci incontrammo,
credo, con reciproca diffidenza. Fu così che conobbi Franco
Bonvicini, ma per noi diventò subito «il Bonvi». Io poi lasciai i
disegni e mi diedi alla chitarra, Bonvi continuò a disegnare
dappertutto, su carta e sui muri”.
Francesco Guccini
Nel 1985, sempre a Bologna, Bonvi, quasi per gioco viene eletto
come consigliere comunale nel Pci. Siamo nel 1985 e il partito
era ancora Partito. Il nome di Bonvi serviva per completare la
lista, ma alla fine – a grande sorpresa – venne eletto. La
19
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
nomenklatura dava per scontato che si dimettesse il giorno
dopo. Ma Bonvi non lo fece. Venne chiamato dall’allora sindaco
Renzo Imbeni, che insieme al Partito con la P maiuscola è
rimasto nell’immaginario collettivo anche l’ultimo Sindaco con
la esse maiuscola: “Franco Bonvicini“, raccontò Renzo Imbeni in
quei giorni frenetici, dove i mammasantissima del partito
scalpitavano per il posto che Bonvi avrebbe dovuto lasciare, “mi
ha chiesto un consiglio. E io gli ho spiegato che lui era stato
regolarmente eletto e il suo posto è in consiglio comunale”.
La sua avventura finì due anni dopo. Racconta la cronaca di
Repubblica del 4 agosto 1987: “Il cartoonist Bonvi, come
sempre, è seduto sui banchi del suo gruppo, il Pci. Si guarda
attorno, ascolta e non si raccapezza. Possibile racconterà dopo
nella sua lettera di dimissioni al sindaco che si debba perdere
tanto tempo in riti tanto noiosi? Poi la decisione. Bonvi torna a
casa, si sbarba; indossa un bel completo blu e torna in
consiglio. In aula, mentre la grande maratona si avviava al
termine, il colpo di scena. Lui chiede la parola e attacca
cantando l’estate sta finendo, il famoso motivo dei Righeira. Gli
altri lo guardano nemmeno stupiti. Ma nessuno si aspetta il
resto. Sobbalzano, invece, quando Bonvi, rivolto al sindaco,
dice: Non intendo offendere nessuno, ma non sono mai stato
tanto tempo in mezzo ad una congrega di imbecilli come
stasera. Perciò mi dimetto”.
Siamo a Piazza Maggiore.
Un po' sulla sinistra in via Ugo Bassi si trova una fontana.
Nella cortina muraria settentrionale del palazzo è inserita la
bella fontana, eretta nel 1565 su progetto di Tommaso Laureti,
con rilievi attribuibili allo scultore francese Jean Goujon. Questo
angolo del palazzo ingloba i locali dell'antico carcere "del
torrone" cosiddetto perché inclusi in una torre. Dal portale si
aveva accesso al "Giardino dei Semplici", istituito nel 1568 come
orto botanico secondo i consigli di Ulisse Aldrovandi. Sulla sua
area sorse, nel 1886, su disegno di Filippo Buriani, la Sala della
Borsa e la sede d'un ufficio postale.
Fuori porta D'Azeglio, sulla destra c'è via Bagni di Mario che
porta ad un sito omonimo dove c'è la Cisterna Valverde che a
metà del XVI secolo venne costruita per portare, con ingegnose
tecniche e condotte idrauliche, l'acqua alla fontana del Nettuno
e alla Fontana Vecchia (sul fianco di Palazzo D'Accursio che dà
su via Ugo Bassi). Come arriva l'acqua a questa cisterna? Da una
20
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
conduttura derivante dall'acquedotto realizzato dal console
romano Mario nel 27 A. C., attingendo le acque dal fiume Setta
grazie ad un cunicolo lungo circa 20 chilometri scavato sotto le
colline: un'opera straordinaria e suggestiva
Bologna città delle acque - fascicolo a cura di Bologna 2000
PIAZZA MAGGIORE
La piazza come oggi la vediamo - da sempre celebrata come una
delle più affascinanti nel mondo - è il risultato di un travaglio
urbanistico lungo più due secoli. Nasce nei primi anni del '200: il
nascente Comune decide per la costruzione del suo palazzosimbolo, di fronte al quale va creata un'arena che ospiti la
popolazione nei momenti di mobilitazione e nei momenti di
festa. Vengono così abbattute case, torri e chiese, e nasce
piazza Maggiore, dalle dimensioni di una “quadra” della città
romana (uno spazio di 100 per 75 m, circa). La piazza rimane un
foro "chiuso" da una corona di edifici fino al 1564, quando
Giulio II fa abbattere un altro gruppo di case per dare un
palcoscenico (l'attuale PIAZZA DEL NETTUNO) alla STATUA DEL
NETTUNO realizzata dal fiammingo Jean Boulogne (italianizzato
in Giambologna) e posta su una FONTANA con quattro putti e
quattro sirene disegnata da Tommaso Laureti.
Il cuore del cuore della città, una sorta di grande piattaforma in
pietra che sopraeleva di una quindicina di centimetri la zona
centrale di piazza Maggiore, è detta crescentone, ovvero una
super crescenta, la classica focaccia bolognese.
STATUA DEL NETTUNO
Il dio del mare è raffigurato nell'atto di placare una tempesta e
la sua figura si snoda "serpentesca" così da sottrarsi a
qualunque punto d'osservazione obbligato. La statua entra
subito nel cuore dei bolognesi, ma presto suscita polemiche per
la sua nudità (per un certo periodo le pubenda saranno coperte
da mutandoni bronzei): tanto è "vissuta" da venire protetta per
tre secoli (dal '600) con una cancellata (protezione utilizzata
ancora oggi in occasione delle grandi manifestazioni). Oggi il
Nettuno rimane un punto d'incontro abituale dei bolognesi.
Dall’altra parte della piazza si trova la
Basilica di San Petronio
San Petronio è la chiesa più grande di Bologna (la quinta nel
mondo per dimensioni: m 132 per 57.70, con chiave di volta
della navata centrale posta a m. 44), la più nota, la più amata e
probabilmente la più ricca di capolavori, ma non è la cattedrale
cittadina. La sede della cattedra del vescovo di Bologna è San
Pietro, in via Indipendenza, a pochi passi da piazza Maggiore.
21
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Detto questo, San Petronio, capolavoro assoluto del gotico,
rimane la chiesa più significativa della città ed è dedicata al suo
patrono.
Petronio è vescovo di Bologna dal 431 al 450: coglie la città in
rovina e le dà nuova identità, tracciandone nuove mura,
protette da quattro croci oggi conservate nella chiesa (si
fronteggiano dalle due navate). La prima pietra della basilica
viene posata il 7 giugno 1390. Il primo momento di crisi nella
fabbrica giunge nel 1402, con la morte del progettista Antonio
di Vincenzo, che lascia incompiuta la facciata. Nel 1506 la
basilica si arricchisce di un capolavoro ora perduto: l'unica
statua bronzea di Michelangelo, un ritratto di Giulio Il, che verrà
distrutto quando i Bentivoglio, eterni nemici del Papa,
riprenderanno il potere su Bologna. I cocci verranno fusi in una
colubrina per Alfonso I d'Este, detta “giulia”. Nel 1514 Arduino
degli Arriguzzi propone un nuovo progetto, che farebbe di San
Petronio la chiesa più grande del mondo: ma il progetto è
presto abbandonato. Nel 1530 il momento di massima gloria,
con la seconda incoronazione dell'imperatore Carlo V da parte
di papa Clemente VII. Dopo l'incoronazione civile con la corona
di ferro, il 22 febbraio nel Palazzo comunale, l'imperatore
riceve dal papa la corona d'oro di Imperatore del Sacro
romano Impero il 24 febbraio (pare sia in questa occasione che
Carlo V, assediato da aspiranti dignitari, stanco di investirli con
il tocco della spada, lanciò lo storico grido "Todos
caballeros!"). Alla fine del 1659, esauriti i fondi, la fabbrica di
San Petronio chiude consegnando alla storia la basilica "monca"
che vediamo oggi. L'ingresso alla basilica è la Porta magna,
capolavoro di Jacopo della Quercia (1425-1438), con possenti
sculture di scene bibliche, profeti, storie del Nuovo Testamento
e la sublime Madonna col Bambino nella lunetta. La basilica è a
tre navate, con 22 cappelle, tutte da visitare. Partendo
dall'ingresso, nella navata destra, la quinta cappella ospita una
Pietà di Amico Aspertini (1519); nell'ottava, gli splendidi stalli
intarsiati di fra' Raffaele da Brescia (1521). Nel presbiterio, sopra
l'altare maggiore, un grande ciborio del Vignola (1548). Nella
navata sinistra, nella seconda cappella è conservata la reliquia
del capo di san Petronio; la quarta cappella, Bolognini, ospita un
mirabile ciclo di affreschi di Giovanni da Modena (noto per
l'Inferno, con una contestata raffigurazione di Maometto); nella
sesta cappella, una statua del cardinale Giacomo Lercara di
Giacomo Manzù; nell'ottava, un San Rocco del Parmigianino (da
qui corre fino al portale la meridiana di Gian Domenico Cassini,
1655, considerata imperdibile dai viaggiatori del Gran Tour). Dal
fondo della navata sinistra si accede al Museo di San Petronio,
aperto nel 1894: raccoglie disegni e progetti per la facciata della
chiesa, opere d'arte, oggetti sacri e il modello ligneo della
basilica secondo il progetto del 1514. La raffigurazione di
Maometto nell'Inferno di Giovanni da Modena pochi anni fa ha
suscitato infiammate proteste e minacce: questo ha portato a
22
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
nuove misure di sicurezza che impediscono l’accesso alla
basilica a chiunque porti con sé zainetti. Al momento non si
possono depositare gli zainetti in alcun deposito, né possono
essere abbandonati fuori dalla basilica.
A fianco della Basilica si trova il palazzo dei Notai.
Antica sede della corporazione, è frutto di una lunga serie di
accorpamenti e modifiche, culminati con l’attuale sistemazione,
uniformata in stile gotico "tradizionale", voluta da Rubbiani ai
primi del Novecento.
Palazzo del Podestà.
La basilica di San Petronio è fronteggiata dal complesso dei
palazzi del Podestà (fronte porticata su piazza Maggiore) e di Re
Enzo (fronte su piazza del Nettuno), edifici sostanzialmente uniti
fra il 1905 e il 1913 da un lungo restauro di Rubbiani. Le vicende
di questi due palazzi s'intrecciano. Nei primi anni del '200, inizia
la costruzione di un palazzo ("palazzo vecchio") per il governo
comunale e l'amministrazione della giustizia. Nel 1212
s'innalza la torre dell'Arengo, ancora oggi visibile: un
capolavoro di statica, posata com'è non su un basamento, ma su
quattro pilastri. Nel 1244, a ridosso del "palazzo vecchio", inizia
la costruzione del "palazzo nuovo", presto noto come palazzo Re
Enzo perché, dalla sua cattura alla battaglia di Fossalta (1249),
qui rimane detenuto (regime carcerario piuttosto blando: la
città si affeziona presto al prigioniero) fino alla morte (1272)
Enzo di Svevia, figlio dell'imperatore Federico II. II palazzo è
successivamente modificato (del 1386, per esempio, è il grande
salone dei Trecento, progettato da Antonio di Vincenzo).
Trasferiti all'attuale Palazzo comunale i consoli anziani nel 1336,
il "palazzo vecchio" finisce abbattuto nel 1484, per rinascere
dopo dodici anni nell'attuale forma di palazzo del Podestà, che
non muta la sua commistione di funzioni: a pianterreno vi
vengono ospitate attività commerciali (da notai a venditori di
alimentari), e ancora oggi il portico del palazzo accoglie bar,
perfetti per rilassarsi guardando la piazza, banche e l'Emporio
della cultura. L'esplorazione del portico va proseguita
raggiungendo il voltone del Podestà, ovvero la volta a crociera
su cui insiste la torre dell'Arengo, I quattro pilastri che reggono
la torre sono stati adornati nel 1525 da statue in terracotta dei
santi protettori della città (Petronio, Procolo, Domenico,
Francesco) di Alfonso Lombardi; è tradizione sperimentare qui
23
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
un curioso effetto acustico; parlandosi sottovoce da cantoni
opposti, la voce arriva abbastanza chiara.
Sul lato della piazza sorge il Palazzo comunale.
Il Palazzo comunale (o palazzo d'Accursio) è un grande edificio a
pianta quadrangolare formatosi per successivi accorpamenti e
interventi. Il nucleo "primitivo" è la struttura porticata sulla
sinistra, sormontata dal torrione (l'orologio è del tardo '700):
qui era un complesso di case appartenenti alla famiglia del
giurista Accursio, acquistato alla fine del '200 dal Comune per
svilupparlo in un "palazzo delle biade", probabilmente un
deposito pubblico di grano. Nel 1336, il palazzo accoglie i
consoli anziani, massima magistratura di governo comunale; nel
XV secolo viene fortificato ed è costruita (progetto di Fioravanti)
la porzione del portale. Sulla facciata spiccano due statue: una
terracotta della Madonna con bambino di dell'Arca (1478) e,
sopra il portale cinquecentesco (di Galeazzo Alessi e Domenico
Ribaldi), un bronzo di papa Gregorio XIII di Alessandro Menganti
(1580), salvato dalla possibile furia antipapalina napoleonica
perché "camuffato" da statua di Petronio. All'interno del
palazzo, una scala cordonata cinquecentesca attribuita a Donato
Bramante, studiata per facilitare i cortei a cavallo e il passaggio
delle portantine, porta al primo piano. Qui si aprono alcuni spazi
visitabili: la Sala rossa (dove solitamente vengono celebrati i
matrimoni civili), la sala d'Ercole (spazio espositivo, dove
spiccano una statua dell'eroe mitologico che abbatte l'idra di
Lerna, opera di Alfonso Lombardi, 1519, l'affresco ex voto della
Madonna del terremoto di Francesco Francia, 1505, e un grande
fotopiano di Bologna realizzato nel 1993 (in pochi anni, la città è
già cambiata profondamente) e la sala del Senato, l'antico
"parlamento" cittadino, oggi diventato Consiglio comunale (con
affreschi secenteschi sulle glorie di Bologna). Al secondo piano,
sono da visitare la sala e la cappella Farnese. Dal fondo della
sala Farnese, dov'è una statua di papa Alessandro VII, si ha una
veduta eccellente su piazza Maggiore. Dalla sala, inoltre, si ha
accesso a due musei civici: il Museo Morandi e le Collezioni
comunali d'arte.
INTERVENTO DI MIANO su Sindaco Dozza - Re Enzo - Carlo V
Il 22 febbraio 1530, Carlo V fu incoronato a Bologna Re d'Italia
con la Corona Ferrea dei Re longobardi. Due giorni dopo fu
incoronato anche Imperatore. Finalmente si era giunti alla tanto
agognata pacificazione tra Papato e Impero.
I giorni in cui Carlo V risedette a Bologna furono densi di
colloqui con Clemente. Ma tali colloqui non aggiunsero nulla di
nuovo agli accordi di Barcellona. Era stata raggiunta la pace
24
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
certamente, ma l'Imperatore sapeva che tornando in Germania
avrebbe dovuto mantenere la pace anche con i principi
riformati. In altri termini Carlo V avrebbe dovuto tenere, d'ora in
poi, contemporaneamente, un atteggiamento conciliante sia
con la Chiesa di Roma sia con la Chiesa riformata, due entità
nettamente opposte. La qual cosa non era certo di facile
attuazione.
Nonostante la pace, i rapporti tra i due furono sempre afflitti da
reciproca diffidenza e sfiducia. Clemente VII, infatti, negli ultimi
anni del suo pontificato strinse rapporti sempre più stretti con il
Re di Francia, che lo portarono a organizzare le nozze tra la
pronipote Caterina de' Medici ed Enrico d'Orleans,
secondogenito di Francesco I.
Secondo molti storici, fu un grande errore l'ostinato
allontanamento, da parte di Clemente VII, di Carlo V. Il Pontefice
non capì che l'unica persona in grado di contrastare l'avanzata
del luterismo era proprio l'Imperatore. Morì il 25 settembre
1534
Si esce dalla piazza per via delle Pescherie. A metà di via
Pescherie vecchie, il vicolo Ranocchi: qui (n. 1) dal 1465 è
attiva l'Osteria del sole, la più antica in città.
LE OSTERIE
L'osteria è morta, ma non gridiamo, come per i re: "Viva
l'osteria". In questi casi, se le cose vanno per un verso, giusto
che ci vadano. I tempi sono tempi, Ed è inutile piangere sul
latte, pardon, sul vino versato. L'osteria è luogo mitico, trattato
e bistrattato, ora di gran moda; e da ogni parte è tutto un
pullulare, di nuove-vecchie osterie. Ne trovi davvero in ogni
dove e bastano a caratterizzarle quegli immancabili oggetti della
"civiltà contadina" (per altri versi più che nobile): un rame
antico, un rastrello e l'oggetto tipico misterioso che neanche
nonna tua saprebbe dirti cos'è. Bastano finti fratini e scomode
panche, un'acca (ma qui siamo al turpe) in più sull'insegna,
scansie di vecchie bottiglie debitamente polverose che non
guarderesti neppure se sitibondo da forzata quaresima alcolica,
e via, sei finito: c'è sempre l'ingenuo che ti viene a prendere e a
nulla valgono i tuoi virili dinieghi. "Ho scoperto un'osteriola!",
bercia il disgraziato, perché l'osteria si "scopre", come l'ex
cassapanca in noce del Seicento ridotta da un villico, ancora allo
stadio rousseauiano, in mangiatoia. L'apostolo del rustico ti
scaraventa poi in una comitiva festante e alè, ti ritrovi col culo a
scomodo, polenta e vini a tutte stelle dei più pregiati cantinoni
nazionali ed esteri, il tutto, se va bene, venti euro a cranio,
perché son cose che si pagano, come appunto la cassapanca
25
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
che, se acquistata da regolare antiquario, sarebbe costata la
metà. In compenso hai il fascino di quando i mulini erano
bianchi, come nei biscottini. Mio nonno, che mugnaio bianco lo
era sul serio, quel fascino già lo sentiva meno, molto meno.
(…)
All'osteria, in città, si andava soprattutto per mangiare, e di
giorno: chiudeva prestissimo, anche se in certi posti a certe ore
vendevano vino a porte chiuse o, meglio, tra le assi di una grata
di legno. Di giorno arrivavano i facchini, i muratori, gli operai, o
la gente della "piazza", cantastorie, ambulanti; molti avevano
già con sé il pane e lo "scartoccino" col companatico.
Ordinavano il quartino o il mezzo e così mangiavano. Era un
luogo povero, di diseredati. Trovarsi all'osteria per divertirsi è
probabilmente cosa nuova.
(…)
Ma a noi studentelli intellettuali non bastava, il bar; ci sembrava
(forse talvolta vittime di quelle famose battute spaccadenti)
troppo rozzo, e la voglia di giocare a Francesco Villon appena
scoperto a scuola era come sinfonia.
Qui a Bologna sentivamo parlare, o leggevamo, di osterie
leggendarie, ma le cercammo inutilmente. Non c'era
evidentemente più ai nostri tempi l'osteria di "Ghìtton",
marghetirone, dove si diceva, i cucchiai erano legati al banco
con una catenella (tanto per la fiducia), e si poteva mangiare
pasta e fagioli a tempo, cioè uno ne comperava poniamo per
cinque minuti e, pentola davanti, poteva mandar giù tutto
quello che riusciva in quel tempo. E nemmeno c'era più, o
almeno con quei personaggi, la stranota Offesa di Dio, così detta
per un aneddoto che vale la pena di raccontare. Pare che l'oste
avesse avuto un giorno la discutibile fortuna di sorprendere la
legittima moglie a colloquio intimo con un cliente, e tutto ciò
sotto il crocefisso che troneggiava sopra il violato talamo. Ma
non si immagini la tragedia; il pover'uomo ebbe solo la forza di
esclamare: "Passi l'offesa fatta a me, ma non hai rimorso per
l'offesa di Dio?!", Le cose belle accadono sempre quando
testimoni oculari sono gli altri, come negli incidenti stradali. Non
ci restavano che le normali quotidiane osterie. Colore poco o
tanto, dipende: erano il luogo soprattutto di anziani, col
bicchiere davanti, quasi mai rumorose, ma sonnacchiose, tristi,
come se i vecchi l'allegria l'avessero lasciata da qualche altra
parte, anni prima. Di tutte quelle frequentate, voglio ricordarne
una sola, quella dei Poeti, nella via omonima così chiamata non
perché frequentata da artisti, ma perché nelle vicinanze sorgeva
l'omonimo palazzo di nobile famiglia. Un'ingressino, un banco di
un paio di metri neanche e, di là, una stanza con qualche tavolo.
A una parete un busto di Carducci incazzato (pare, il poeta, non
disdegnasse il fiasco, ma lo vedo più frequentatore di caffè
letterari che di osterie); una panca, si diceva, recava ancora sua
firma autografa; mai vista, ma ci piaceva propagandare quella
26
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
storia. Sotto il busto una targhetta con lapidarie sue parole,
forse mai dette: "Quando morirò seppellitemi in una vigna...".
Paolo era l'oste, magro, nervoso e cacciatore; non si parlava di
politica, ma si capiva di che idee fosse quando, imbracciando
un'immaginaria doppietta, mostrava cosa avrebbe fatto dei
nemici di Giuseppone, quello coi baffi, che molti di quella
generazione si auguravano venisse per rimettere a posto le
cose. Questo a parole: Paolo, anche se romagnolo, era un mite.
E i clienti di variopinta idea, come quel tale, l'unico proletarioliberale mai conosciuto che il Primo Maggio voleva andare a
lavorare per protesta. O un altro che quando era un po' su,
estraeva, un portafoglio e sussurrava: "Sa chi salverebbe ancora
l'Italia?"; e anche se a quel punto lo avevamo capito tutti, con
l'esagerata segretezza di certi imbariaghi, mostrava la foto di
"Lui, lui quell'altro, insomma, Benito". Paolo si limitava a un:
"Vergognati, sporcaccione", e lo prendeva robustamente a
tappate. Il sughero però difficilmente ammazza. Ci cantavamo
anche, per lunghi pomeriggi, e scoprii che questi vecchi invece
di essere disturbati, nonostante le inevitabili differenze sul
gusto del sound, si divertivano; c'era gente con loro, giovani,
ragazze, e parlavano e raccontavano e offrivano bottiglie. A
volte ci si andava a leggere le nostre sciocchezze d'allora, a volte
- figuriamoci - a studiare. Quando Paolo chiuse, per raggiunta
età, fece una specie di festa con i clienti più affezionati e fui,
onoratissimo, tra quelli. Ma non fu una cosa allegrissima, si va a
chiudere certi posti con lo stato d'animo di chi va dal caro
estinto: si sente cosa sta per accadere.
Che è poi quello accaduto a quasi tutte le osterie: il vecchio oste
va in pensione e subentra il giovine imprenditore. Fare l'oste era
mestiere che durava una vita, guadagnata giorno dopo giorno;
oggi ne vogliono tanti e subito. Non dico giusto o ingiusto, dico
che accade così. O l'osteria si trova trasformata in enoteca e,
magari, il vino è anche migliore, ma che i prezzi! Sinceramente,
all'osteria, non vedo con occhio benevolo tutto il turbiglione di
annusamenti di tappi, cru e bouquet. Tutto va sulla fretta e il
consumo: via i vecchi che hanno meno soldi, via le chitarre, che
disturbano, dentro la gente nuova, quella che ai soldi ci bada il
giusto. L'"oste" si schiena per quei quattro o cinque anni che
faranno pagare i debiti e guadagnare quel tanto che permetterà
"dopo!" piacevoli estrosità. Fuori le vecchie osterie, dentro le
polente al rame antico, le bottiglie d'autore, il rustico che di più
non si può, la gente che non c'entra, in gita antropologica. Ma si
vede che va bene così; allora, amen.
Guccini - Non so che viso avesse - pagg. 79 e seguenti
Da vicolo Ranocchi si ritorna a via delle Pescherie
27
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Nella via parallela, VIA OREFICI, prima parte dell'asse
principale del Mercato di mezzo si trova il celeberrimo
negozio di alimentari Tamburini.
MORTADELLA
Bologna, qui come al di là dell'Oceano, è sinonimo di
mortadella, il salume più famoso della tradizione felsinea, uno
dei grandi patrimoni della gastronomia italiana. Le sue radici
affondano nel XVI secolo e la denominazione tipica risale
addirittura al 1661, anno in cui il cardinale Farnese pubblicò un
bando che codificava la produzione di questo salume e
anticipava, per certi versi, l'attuale disciplinare di produzione (la
mortadella Bologna è un prodotto a marchio europeo Igp,
indicazione geografica protetta). Realizzata con tagli nobili di
puro suino, è un insaccato cotto dalla forma cilindrica od ovale,
di colore rosa e dal profumo intenso, leggermente speziato.
Chiedere due etti di "bologna" significa portarsi a casa un
involucro di gusto, aroma e profumi unici. Poi, una volta in
tavola, sia essa tagliata spessa o sottile o a dadini, la si può
utilizzare in mille modi, dalla rosetta riccamente farcita fino alla
mousse per preparazioni particolari. Buona per la cucina
popolare e per la nouvelle cuisine, possiede una costante
immancabile: l'assoluta attrazione olfattiva e gustativa. Se sotto
le Due Torri è una bandiera, nel resto del mondo è una
irresistibile tentazione.
TAGLIATELLA
Leggenda vuole che la tagliatella - pasta all'uovo diffusa non
solo in Emilia Romagna ma anche in altre regioni del centro
nord (da non confondersi con la fettuccina, leggermente più
larga) — sia stata inventata nel 1487 dal bolognese mastro
Zafirano, cuoco dei Bentivoglio, in occasione dei matrimonio di
Lucrezia Borgia con Alfonso d'Este, duca di Ferrara. II nome, più
delle origini, è facile da derivare dal verbo "tagliare", messo così
sublimemente in pratica dalle "sfogline" che, dopo aver tirato e
arrotolato la sfoglia, l'affettano a incredibile velocità, ricavando
queste strisce di pasta che la ricetta depositata alla Camera di
Commercio bolognese prevede siano di 7 millimetri di
larghezza
(8 millimetri se cotte, corrispondenti - pensate - alla
a
12270 parte dell'altezza della torre degli Asinelli). La stessa
Camera di Commercio ospita una teca con una tagliatella d'oro
della giusta misura, tanto per ribadire che a Bologna la cucina
non è solo una cosa seria, ma anche sacra. Condite
rigorosamente con il ragù di carne alla bolognese (ma qualche
eccezione viene fatta per funghi e prosciutto), probabilmente
non piacevano troppo allo scrittore Filippo Tommaso Mannetti,
che nel Ventennio ne propose l'abolizione definendole un "cibo
28
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
antivirile". Di sicuro piacevano al poeta dialettale Eugenio
Roncagli che in un sonetto scrisse «Taiadela unaur e vant ed
Bulagna, gran purtant, t'fè turner in sentimant anch chi casca
d'azzidontí» (Tagliatella onore e vanto di Bologna, gran
portento, fai resuscitare anche chi è moribondo)
TORTELLINI E PASTE RIPIENE
In una terra come l'Emilia Romagna cosi ricca e varia dal punto
di vista gastronomico e lessicale, si corre spesso il rischio di
perdersi tra un piatto e una denominazione. II caso delle paste
ripiene "sorelle" del tortellino è sicuramente uno dei più
ingarbugliati. Dunque, quelli che a Bologna sono tortellini, in
Romagna diventano cappelletti (cambia però il ripieno, di
manzo e a volte di solo formaggio) cosi come ravioli (pasta
ripiena a forma di astuccio) diventano tortelli nome che in
Emilia significa invece una pasta ripiena a base di ricotta simile
al tortellino ma di più grosse dimensioni (sono detti anche
tortelloni), la cui variante romagnola si chiama invece
cappellaccio. Attenzione, però anche nel reggiano i tortellini
diventano cappelletti, mentre gli anolini parmensi sono più
simili a ravioli a forma di mezzaluna. Da spiegare, sembra il
"Caos del Triperuno", avrebbe detto Merlin Cocai (Teofilo
Folengo) che di "maccheroni" e dintorni se ne intendeva ma il
tutto si risolve facilmente davanti a una tavola imbandita, dove
ci pensano i buoni sapori della tradizione a dirimere ogni
questione lessicale
TORTELLINI
Li trovate ormai in tutte le salse dal condimento alla panna a
quello al ragù finanche al timballo in forno ma non ci sono santi
i veri tortellini bolognesi si cuociono e si servono in brodo di
cappone o di gallina. Lo dice la ricetta tradizionale codificata
dalla Confraternita e dall'Accademia della Cucina lo dice la storia
ma lo dice anche e soprattutto il gusto. Solo il brodo è in grado
di sublimare al massimo la pasta all'uovo e il ricco ripieno fatto
di prosciutto crudo lombo di maiale mortadella parmigiano
uova e noce moscata. E' del XVI secolo la conferma
dell'esistenza di una pasta ripiena cotta nel brodo la prima
traccia si ritrova nel De Arte Coquinaria di Mastro Martino
cuoco personale di monsignor Camerlengo. Allora chiamati
ravioli in tempo di carne il gastronomo prescrive che «debbano
essere cotti in brodo di cappone e di carne buona». Infatti il
brodo ideale prevede oltre al cappone un poco di manzo (punta
di petto doppione o folata) un osso da brodo e i classici odori
(sedano, carota e cipolla). Insomma un buon brodo vale quanto
un buon tortellino mai disgiunti tuttavia.
29
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
All'incrocio con via Drapperie, all'angolo con via degli Orefici
si trova il monumento del questuante per l'Opera dedicata a
don Marella, uno dei personaggi più cari al cuore della
città.
Per moltissimi anni, con la barba bianca e il cappello in mano, ha
percorso in lungo e in largo la città cercando l'aiuto di tutti per i
bisognosi. Aiuto dopo aiuto, ha costruito un'opera filantropica
che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per
Bologna. Per questo, nonostante la causa di beatificazione
partita nel 1996 sia ancora in corso, per i bolognesi don Olinto
Marella (1882-1969) è già santo e non si elude mai
l'appuntamento con il rappresentante della sua Opera sulla
seggiolina all'angolo fra le vie Orefici e Drapperie, proprio di
fianco a Tamburini, tempio della gastronomia più gaudente.
Ordinato sacerdote nel 1904, sospeso a divinis per la vicinanza
con il "progressista" don Romolo Murri, Marella giunse a
Bologna nel 1924 per insegnare filosofia nei licei classici
cittadini. Quando finalmente la sospensione fu tolta, Marella
riprese con ancora maggior vigore la sua opera di assistenza ai
più deboli, che si fece frenetica nel drammatico secondo
dopoguerra. II senso della sua missione è in queste sue parole
«Il bene bisogna farlo finché si é in vita. E' facile lasciare le cose
che non si possono portare all'al di là. La vera ricchezza da
lasciare è iI bene fatto» Grande organizzatore, costituì strutture
d'aiuto e "città dei ragazzi", e proprio circondato dai suoi ragazzi
si spense nella sua 'Città' di San Lazzaro di Savena.
Siamo in via delle Clavature.
Al numero 10 si trova il santuario Santa Maria della vita. Il
santuario nella forma attuale è secentesco (la facciata in stile è
addirittura del 1905), ha pianta centrale ellittica e una notevole
cupola realizzata alla fine del '700. Tuttavia è dalla fine del '200
che l'area ospita un complesso religioso ospedaliero, per
volontà della confraternita dei Battuti, del movimento dei
Disciplinati. Questi religiosi, oltre a flagellarsi, assistevano i
pellegrini e i malati del vicino ospedale. La chiesa della
confraternita viene ampliata in maniera notevole nella seconda
metà del '400, ed è proprio in questo periodo che Niccolò
dell'Arca realizza (1463) il suo capolavoro, oggi visibile nella
cappella a destra dell'altare maggiore: il Compianto sul Cristo
morto. Composizione di sette figure (il Cristo deposto, la
Madonna, le tre Marie, san Giovanni e Nicodemo) in terracotta
30
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
un tempo policroma, a grandezza naturale, è opera di realismo
terrificante, pienamente leggibile alla luce della tradizione delle
prefiche che sicuramente Niccolò conosce, essendo nato in
Puglia (la sua firma è leggibile sul cuscino su cui posa il capo del
Cristo: «Opus Nicolai de Apulia»). Un realismo "scandaloso",
fastidioso, tanto che dopo il crollo della chiesa nel 1686 il
gruppo è ricollocato in posizione defilata e quasi ignorato fino ai
primi anni del '900, quando - complice il solito Rubbiani - è
recuperato e restaurato per la prima volta. Il complesso della
Vita offre un secondo capolavoro: nell'oratorio (via Clavature,·n.
8), è conservato un altro gruppo di 14 terrecotte, il Transito
della Madonna, di Alfonso Lombardi (1522).
A fianco del santuario è l'edificio del grande mercato coperto
(attualmente in restauro), considerato fulcro del cosiddetto
MERCATO DI MEZZO, ovvero il reticolo di strade e stradette,
compreso fra piazza Maggiore e piazza della Mercanzia, che da
sempre accoglie artigiani e venditori di alimentari: insomma,
citare Emile Zola, il “ventre di Bologna”. Modificato all'inizio del
'900, della sua antica fisionomia resta non solo la vocazione
commerciale, ma restano anche i nomi di alcune strade, legati ai
mestieri che vi si praticavano: in via Clavature i fabbri
costruivano serrature, c'erano poi le strade degli orefici, dei
calzolai, dei pescivendoli, dei venditori di stoffe... Proseguiamo,
dunque, per VIA CLAVATURE. I tratti gotici di molti edifici di
questa zona (nelle vie Marchesana, de'Toschi. de' Foscherari...)
vanno meglio definiti neogotici, sono stati profondamente
ristrutturati e ricostruiti negli interventi di risanamento degli
anni '20 del '900, eseguiti secondo i progetti dell'architetto
Giulio Ulisse Arata.
Si devia a sx in via dei Musei e si arriva a via
dell’Archiginnasio sotto il portico del Pavaglione.
PORTICO DEL PAVAGLIONE.
Più che di palazzo, tuttavia, bisognerebbe parlare di scenografia.
Quanto vediamo oggi, infatti, è frutto di un intervento (1568
circa) di Jacopo Barozzi da Vignola, cui viene chiesto di dare
uniformità alle facciate degli edifici che separano la piazza
dall'area del Mercato di mezzo. II Vignola mantiene la struttura
ad arcate del corpo esistente (dai primi del '400 qui sono
ospitate le botteghe - i banchi, appunto - dei banchieri e dei
cambiavalute), ma impone una nuova facciata, regolarizza le
finestre, esalta l'accesso al Mercato di mezzo con due archi
trionfali che conducono alle vie Clavature e Pescherie vecchie, e
crea una sorta di percorso ad affiancare la basilica di San
Petronio. Sotto il palazzo corre il frequentatissimo portico del
31
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Pavaglione, una delle mete preferite per il passeggio dei
bolognesi perché non ha mai tradito la vocazione commerciale
che gli ha dato il nome. Pavaglione, infatti, sarebbe una
corruzione del francese pavillon, tendone: dalla metà del '400
qui si teneva infatti, al riparo di tendoni, il mercato dei bozzoli
di seta cruciale per la vita industriale cittadina. E sotto il
Pavaglione si stringono ancora alcune delle gioiellerie e
oreficerie cittadine più note.
ARCHIGINNASIO
Oggi una delle più importanti biblioteche pubbliche cittadine,
l'Archiginnasio nasce (progetto di Antonio Morandi, detto il
Terribilia, 1563) per volere di papa Pio IV come sede stabile e
unificata delle scuole del diritto e delle arti dell'Università
bolognese: una scelta fatta non solo per dare più lustro
all'istituzione, ma anche per renderla più controllabile. Lo
Studium mantiene qui la sede fino al 1803, quindi, dal 1838, il
palazzo ospita la biblioteca civica. Gravemente danneggiato da
un bombardamento nel gennaio 1944, il palazzo è stato oggetto
di un importante restauro che lo ha riportato, per quanto
possibile, all'antico splendore. Gran parte degli spazi è oggi
occupata dalle strutture della biblioteca, tuttavia una visita è
possibile e anzi molto consigliata. Il palazzo è un lungo corpo a
due piani; porticato in cotto e arenaria, nella tradizione
bolognese. L'accesso avviene su un meraviglioso cortile
quadrato a doppio loggiato, cortile che è stato stato per secoli
teatro di eventi pubblici: il più pittoresco (svoltosi fino tardo
'700) era la cerimonia di preparazione della "teriaca", un
medicamento "miracoloso" (e misterioso) utile contro ogni
male. L'attenzione del visitatore, tuttavia, oggi viene catturata
dagli stemmi e dalle memorie che decorano le pareti (anche nel
resto del palazzo): un patrimonio di araldica unico al mondo. Gli
stemmi, circa seimila, sono gli armi degli studenti dell'università:
riportano nome, provenienza e appartenenza alle nationes (le
prime organizzazioni studentesche, a base geografica); le
memorie celebrano i grandi maestri dello Studium. Anche
questo patrimonio si è salvato da una distruzione: negli anni
della Repubblica Cisalpina (1797 - 1802), infatti, ogni insegna
avrebbe dovuto essere distrutta. Dal cortile si accede alla
cappella di Santa Maria dei Bulgari, cosiddetta dalla chiesa che
sorgeva presso la residenza del giurista del XII secolo Bulgaro
(resti del ciclo d'affreschi di Storie della vita della Vergine di
Bartolomeo Cesi, 1594, distrutto nel 1944 e un'Annunciazione di
Denis Calvaert, 1582). AI piano superiore, l'impressionante
teatro anatomico disegnato da Antonio Paolucci, detto il Levanti
(1649), per ospitare le lezioni di anatomia (fu proprio a Bologna
che, attorno al 1315, Mondino de' Liuzzi iniziò a praticare
autopsie a scopo didattico); ricostruito dopo il
bombardamento, è in legno d'abete, decorato da statue di
celebri medici dell'antichità e insegnanti dell'Università, ma le
32
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
statue che più spiccano sono i due "spellati" lignei realizzati da
Silvestro Giannotti su disegno del ceroplasta Ercole Lelli (1734),
che fiancheggiano la cattedra dell'insegnante. Da una finestrella,
un incaricato dell'Inquisizione controllava l'ortodossia delle
lezioni. Il soffitto a cassettoni (1645) è decorato con temi
astrologici, a ricordare quel legame fra medicina e astrologia
che per secoli fu fortissimo. Le dieci aule scolastiche
dell'Archiginnasio ospitano oggi i depositi librari; delle due aule
magne, quella degli Artisti è diventata sala di lettura della
biblioteca, mentre quella dei Legisti ospita eventi pubblici ed è
detta Sala dello Stabat Mater, in memoria della prima
esecuzione dello Stabat Mater rossiniano, qui diretta da
Gaetano Donizetti nel marzo 1842.
Siamo a Piazza Galvani
Di fronte all'Archiginnasio si apre PIAZZA GALVANI (lo scienziato
bolognese è ritratto nella statua al centro della piazza, mentre
disseziona una rana i suoi studi sulla "elettricità" animale),
tradizionale luogo di ritrovo cittadino, grazie anche alla storica
libreria Zanichelli (fino a qualche anno fa "dialogante" con l'altra
libreria cittadina Cappelli, dalla parte opposta della piazza, oggi
chiusa) e al bar pasticceria Zanarini, fronteggiato a sua volta dal
più raccolto bar del Bricco d'oro
Attraverso la galleria commerciale Falcone e Borsellino si
arriva in via D’Azeglio e poi a piazza dei Celestini, dov'è la
CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA DEI CELESTINI,
affiancata al convento oggi sede dell'Archivio di Stato.
Ricostruita nel 1535 sul precedente edificio duecentesco, fu
rinnovata con facciata di F. Tadolini (1765), che progettò anche
l'attiguo convento. All'interno si conservano, nella volta,
affreschi di G. Boni e G. Garofalini (1714); nel presbiterio, di G.
A. Burrini e E. Haffner (1688); dipinti di M. A. Franceschini, L.
Massari, Mastelletta; statue di G. Mazza. La sacrestia, su
disegno di F. Tadolini, ha stucchi di suo fratello Petronio, A.
Gamberini, P. M. Bugatti (1765) e pala di G. Sabbatini.
Da piazza de' Celestini, pochi passi portano a Piazza Galilei.
33
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Piazza Galilei, gemella di piazza della Vittoria cui era ed è "unita"
dal palazzo Caprara, dominata dal palazzo della Questura, con la
monumentalità pesantissima della sua facciata paleofascista
(nonostante alcune invenzioni decorative nel portico, si qualifica
fra i più brutti in città).
Si esce dalla piazza imboccando via Val d’Aposa.
Al numero 6, l'ORATORIO DELLO SPIRITO SANTO. Costruito a
fine del '400 dai Celestini che avevano il monastero nella vicina
piazza de' Celestini, soppresso nel 1788, va presto in rovina;
viene "salvato" a fine '800 da un radicale restauro di Rubbiani,
che ricostruisce la facciata e lascia all'ammirazione dei passanti
il fregio in terracotta che orna portale, finestre e pilastri
decorativi.
In fondo a via Val d’Aposa in via Barberia c’è la chiesa di
San Paolo Maggiore.
La CHIESA secentesca DI SAN PAOLO MAGGIORE (via Carbonesi
18). L'interno è a una navata, con opere di Giuseppe Rolli,
Ludovico Carracci, Guercino e la Decollazione di san Paolo di
Alessandro Algardi (1644), una delle maggiori testimonianze di
scultura barocca a Bologna.
Poco più avanti in via Barberia al numero 4 si trova palazzo
Marescotti ex sede del PCI.
IL PCI A BOLOGNA
Nelle sezioni comuniste si poteva discutere all'infinito l'ultima
mozione al congresso provinciale, che poi sarebbe confluita nel
congresso regionale e nazionale. Ma nelle giunte comunali
bisognava fare i conti con la realtà, con le associazioni industriali
con le imprese. Il compromesso socialdemocratico nasce lì, a
stretto contatto con un'economia che si evolve. L'auto la
Cinquecento e la Seicento, la comprano pure i compagni, anche
se qualcuno, nei quartieri popolari di Modena e di Reggio,
sfoggia delle Skoda molto rosse e socialiste vantandone
disperatamente la qualità della lamiera, otto decimi di
millimetro contro i miserabili quattro delle auto del signor
Agnelli. Quando l'operaio compra la macchina, il socialismo
cambia. Le fissazioni del passato si allentano, si allontanano, si
dileguano. Le bandiere rosse, bene, la sfilata dell'Anpi con le
34
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
medaglie d'oro, benissimo, la lista Due Torri a Bologna, ottima
anche quella, ma meglio ancora la realizzazione della Fiera e il
progetto della tangenziale. E soprattutto, silenziosamente,
senza farne neppure cenno, addio al vecchio passaparola
comunista sull'ora X, il momento sospirato della mobilitazione
rivoluzionaria. Racconta Guido Fanti che un'estate venne in
visita a Bologna il compagno Molotov, a vedere in azione il
socialismo emiliano. L'austero Molotov, quello del patto con
Ribentropp una sfinge, baffi e occhialetti micidiali, partecipa
impettito nella sua giacchetta sovietica a un fine settimana di
pranzi e cene: i comunisti bolognesi volevano fargli capire che la
storia del materialismo l'avevano presa sul serio. Sfilate di
partigiani, e tortellini. Dimostrazione dei servizi sociali, e
tagliatelle. Incontro con la rappresentanza dei compagni gasisti,
e lasagne. Alla fine della visita, dopo l'ennesimo assalto
gastronomico al suo equilibrio biofisico, il russo prese da parte il
compagno Fanti, e con un'aria complice, stirando le labbra, gli
chiese: «E le armi?». Sbigottimento di Fanti. Quali armi? «Dove
le tenete le armi?» insisteva Molotov, con l'occhio illiquidito
dagli alcolici. Fanti provò a spiegargli che il comunismo alla
bolognese era una cosa pratica, tutto impegnato nel lavoro e
nella costruzione della pace, ma la sfinge non demordeva:
«Fatemele vedere». Fin qui arriva la storia ufficiale, sulla quale
nei giorni successivi i comunisti bolognesi si sono divertiti molto.
Poi c'è la storia leggendaria. Una versione non autorizzata che
complica un po' le cose. Secondo questa versione, imbarazzato
di fronte al sovietico che non voleva saperne della pace e del
lavoro, Fanti fu costretto a confidarsi li per li con i compagni, in
un consulto un po' affannoso. Vuole vedere le arrni. Insiste. Non
cede. Che fare? Se pretende di vedere le armi, facciamogliele
vedere, tagliò corto uno di quelli spicci. Basta organizzarsi. Si
organizzarono alla svelta, saltarono su una Fiat Millecento e
portarono il compagno Molotov in un caseificio in campagna,
appena fuori da Borgo Panigale. Il casaro Jaures Boldrini era uno
fidato. Si erano fatte le due, la campagna intorno era umida,
faceva quasi freddo. Il casaro, tirato giù dal letto in fretta e furia,
rabbrividiva: «Le armi? Quali armi?», Molotov apprezzò con un
ghigno sovietico: la riservatezza innanzitutto. Un dovere
assoluto per qualsiasi militante del movimento operaio
internazionale. Fanti, che sudava gelido, ebbe a malapena la
forza di strizzare l'occhio. Le armi. Il compagno casaro si era
svegliato del tutto. «Sono là dentro» disse indicando un
magazzino. «Seicentosessanta pezzi, perfettamente stagionati,
lei mi capisce.. Fanti e gli altri riuscirono a portare via Molotov
senza fargli vedere le file di grana padano che da ventiquattro
mesi giacevano sugli scaffali, diffondendo anche all'esterno un
aroma che ancora adesso il vecchio Fanti ricorda con il sottile
piacere che talvolta si accompagna nella memoria allo scampato
pericolo.
Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 17-18
35
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Si prosegue su via de’ Carbonesi e poi su via Farini si supera
via D’Azeglio.
Si supera il palazzo della Banca d’Italia.
Banca Nazionale ora d'Italia
L'edificio fu progettato dall'architetto Antonio Cipolla tra gli anni
1861-64 a conclusione di una sistemazione ottocentesca di tutta
l'area, per la realizzazione della nuova piazza Cavour, ottenuta
con la demolizione delle antiche vie Borgo Salamo, dei Libri,
Miola e della chiesa di Sant'Andrea degli Ansaldi. La ricca
decorazione del portico e dell'interno del palazzo è di Gaetano
Lodi.
e si raggiunge piazza Cavour
LEGGENDE METROPOLITANE
(…) il nome di Lucio Dalla veniva spesso citato traversando i
giardini di piazza Cavour. C'era sempre qualcuno che indicava il
piano nobile d'un palazzo e diceva solennemente: «Lì abita
Lucio Dalla». Di lui in città si diceva che era un valente jazzista,
sinonimo di vita anticonformista ma in qualche modo nobile, e
che da ragazzino aveva suonato spesso il clarinetto
all'Antoniano, il teatro parrocchiale che ospita lo Zecchino
d'Oro. Raggiunta l'età adulta e scritte alcune splendide canzoni,
il suo carisma appariva innegabile. A Bologna - nel cui centro
non si perde neanche un bambino - se ne parlava come di uno
sperimentatore e uno scopritore di talenti: fra l'altro aveva
inciso tre album col poeta Roberto Roversi e al suo fianco erano
sorti gli Stadio, un gruppo per il cui logo era stato scelto con
autentico colpo di pop art la testata verde dell'omonimo
quotidiano sportivo bolognese, oggi gemellato al «Corriere dello
Sport». Gli Stadio non mi facevano impazzire, ma di sicuro li
trovavo meglio dei loro presunti rivali, gli archeologici Pooh.
Però di Lucio Dalla si raccontava anche una storia terribile: suo
figlio era morto soffocato da una cicles, ossia una gomma da
masticare, inghiottita deliberatamente. Questo almeno ci
raccontavamo noialtri studenti di Casaglia, presumibilmente per
metterci in guardia l'un l'altro sul fatto che la cicles, dopo lunga
ruminazione, va rigorosamente sputata. Quando la ripetevo agli
adulti, questa leggenda metropolitana sul figlio sfortunato di
Lucio Dalla, si lasciavano andare a una risatina maliziosa. «Forse
quel poveretto era il figlio di qualcun altro», dicevano con l'aria
di chi la sa lunga. «Fidati».
Enrico Brizzi - La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco pagg. 54-55
36
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Attraverso via Garibaldi si giunge a piazza di San Domenico.
Il complesso di San Domenico è uno dei punti di maggiore
interesse della città, un tesoro artistico di rilevanza mondiale. La
visita deve partire dalla piazza in acciottolato, che è parte
integrante della struttura, perché destinata ad accogliere il
popolo cui si rivolgevano i frati predicatori artefici del
complesso. Nella piazza oggi spiccano le tombe dei giuristi
Egidio Foscherari e Rolandino de' Passegeri, il maestro del
diritto che sconfigge in tenzone epistolare l'imperatore Federico
Il (celebre l'immagine di Bologna come il piccolo cane che vince
il cinghiale infuriato), deciso a distruggere la città se non fosse
stato liberato il figlio Enzo, catturato dai bolognesi alla battaglia
di Fossalta (1249). Interessanti anche la colonna in pietra e
bronzo (1632) realizzata da Guido Reni a ringraziare la
Madonna per la fine di una pestilenza, e la colonna con la
statua di san Domenico.
LA PESTE DEL 1630
Bologna "la grassa" all'inizio del 1600 era una città ricca di
grano, di canapa, di vini, di bestiame; florida nei commerci che
avvenivano attraverso le 12 porte esistenti, oltre all'ingresso del
porto. 67.000 abitanti, nel 1623, riempivano le strade entro le
mura ai quali andavano a sommarsi 1600 studenti, vanto e
ricchezza della città. Il 1600 viene ricordato come secolo di
decadenza: culturale anzitutto, dove alla sostanza si sostituisce
la forma e si costruiscono grandi giri di parole per dire nulla. Ma
anche sociale in quanto questo sarà ricordato come "il secolo
degli ammazzati": la più lieve discussione tende a degenerare in
una lite sanguinosa, il sospetto di una offesa in un delitto.
Nel 1601 si diffonde la peste a Lisbona e, lentamente, nella
Spagna. Dal 1607 ad Augusta, in Germania. Dal 1609 in
Inghilterra, e negli anni successivi in Svezia, Danimarca ed
ancora in Germania ed in Svizzera. L'Europa è percorsa da un
male che ha la sua origine nella scarsa igiene della popolazione,
nelle guerre continue tra i popoli e nella totale assenza di cure
specifiche. Nel 1627 muore a Mantova Vincenzo Gonzaga. La
lotta per la successione scatena una guerra sanguinosa che vede
alleati Francia e Stato Pontificio a sostegno di Carlo Gonzaga
contro spagnoli e tedeschi che sostengono Ferrante Gonzaga.
Nella città assediata dai tedeschi compare per la prima volta nel
secolo lo spettro della peste. Mantova è conquistata e
saccheggiata e possiamo immaginare cosa può essere capitato
ai suoi abitanti. Come risultato di questo assedio Mantova avrà
50.000 morti per peste nel primo anno e dopo non saranno più
contati. Se può interessare, Carlo Gonzaga, alla fine, ottiene il
Ducato. I commerci di Mantova con Viadana fanno sì che
nell'ottobre 1629 la peste entri in Emilia. Piacenza conterà circa
37
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
20.000 morti, Parma 14.000, Modena 5.000 (il 25% della
popolazione).
Bologna è un centro importante nello Stato della Chiesa. Urbano
VIII, papa dal 1623, è stato per 10 anni Legato Pontificio a
Bologna prima di salire al soglio di Pietro. Dal 1627 al 1631 il
Legato a Bologna è Bernardino Spada. Il "potere spirituale" a
Bologna è affidato in quel periodo all'Arcivescovo di Bologna
Card. Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XIII
(bolognese). Che la situazione nel periodo non fosse tranquilla
lo si rileva dal numero di soldati dell'"esercito" bolognese: quasi
10.000 fanti e 1.000 cavalli, reputati insufficienti per i bisogni.
Ma il gran numero di soldati che scorrazzano per le campagne
bolognesi non creano soltanto problemi di salute e di ordine
pubblico. Razziano i raccolti, rendono problematici i commerci,
in poche parole creano povertà (il raccolto di grano calerà di
oltre il 20% dal 1621 al 1630 ed il prezzo crescerà
conseguentemente). Dal 4 novembre 1629 con la pubblicazione
di alcuni ordini del Card. Spada, nessuno può entrare in città
senza la "fede di sanità" del luogo di partenza. Le merci possono
entrare soltanto da cinque porte della città (Porto, S. Felice,
Galliera, Strada Maggiore, Strada S. Stefano) e, a monito per i
trasgressori, compaiono in città le prime forche. Tra Gennaio e
Febbraio 1630 Spada ordina alla Cavalleria di "battere" la
campagna per allontanare soldati francesi ed austriaci dal
contado bolognese. Ma in forma subdola e soprattutto grazie
alla volontà delle autorità di non allarmare la popolazione la
peste si fa strada anche a Bologna.
Che fossero in pochi a comprendere le cause del contagio anche
per via delle scarse conoscenze mediche lo dimostrano alcune
lettere del filosofo Claudio Achillini (1574-1640, Professore di
Istituzioni di Diritto Civile all'Università di Bologna) che si
possono confrontare col Manzoni dei Promessi Sposi.
Molti, oltre Achillini, giungono alla conclusione che il contagio
sia un castigo di Dio.
Il 6 Maggio 1630 è il giorno "ufficiale" del riconoscimento della
peste a Bologna, due giorni dopo la discesa dell'immagine della
Madonna di San Luca in città. Il Card. Spada promulga il bando
affinché si tenessero "nette, e espurgate le strade, e case... ". Si
inizia a vociferare che sia un male contagioso... che colpisca
anzitutto le lavandaie.
Non essendo possibile il ricovero dei sospetti nei normali
ospedali, in rapida successione vengono aperti nuovi lazzaretti.
In Luglio ed Agosto Bologna conta la perdita di circa 11.000
persone, delle quali circa 4.500 nel lazzaretto dell'Annunziata ed
in quello gemello degli Angeli (che fa capo all'attuale Collegio S.
38
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Luigi, in Via D'Azeglio), dove inizialmente vengono ospitati
soltanto uomini.
Le elevate temperature e la necessità di notevole quantità di
acqua, tipiche delle lavorazioni dei metalli, ed una pulizia
pressoché inesistente non fanno altro che rendere fertile il
terreno per il contagio che trova nei corpi già provati dalla
carestia un facile sviluppo. Il Card. Spada riunisce due volte al
giorno l'Assunteria di Sanità per le decisioni sul da farsi. E le
decisioni vengono prese: l’11 Giugno vengono murate le
contrade e le case infette. Provate ad immaginare lo spettacolo:
viene murata tutta la Via Castiglione
Le porte dei sospetti segnate con una croce, le case dei malati
sprangate dall'esterno e chiuse almeno per 24 giorni. Il cartello
di divieto di transito è una forca. E come se non bastasse,
l'esame del frumento effettuato ai magazzini del porto indica
che è infetto e ne viene proibita la vendita. Fame che va ad
aggiungersi a fame.... E' compito della Parrocchia visitare gli
infermi ed assicurare il vitto ai rinchiusi. Non deve stupire,
quindi, se il numero dei parroci morti di peste è elevato (40 su
55 parrocchie in Bologna). Né se viene rapidamente richiesto
l'intervento degli Ordini di Frati (Cappuccini in particolare) per
assicurare quei servizi che nessuno vuole più svolgere: spostare
gli infetti, dar loro da mangiare e bere, anche soltanto guardarli,
per la scienza dell'epoca può significare morte. I medici lavorano
a turni e sono responsabili, visitando i malati, del loro invio o
meno al Lazzaretto. Pagando però la somma di 200 scudi il
medico ha la possibilità di farsi sostituire nell'incarico da un
collega: il bilancio del comune, ormai fallimentare, ha una nuova
voce di entrata. I furbi, come è noto, non sono nati ieri, e quindi
alcuni dottori si facevano chiamare "semplicisti" (botanici) per
ottenere l'esonero dal servizio. Massarenti, medico bolognese,
insiste perché i medici possano prescrivere le cure stando
all'esterno dei lazzaretti, senza vedere il malato, ma soltanto
facendosi riferire da una terza persona le condizioni di salute.
Spada accontenta Massarenti ed i medici superstiti in cambio di
un versamento di 50 scudi al lazzaretto ed altrettanti per il
rientro in città. Se può interessare, Massarenti muore di peste
una settimana dopo l'entrata in vigore della norma.
Urbano VIII concede indulgenza plenaria a tutti i bolognesi che
svolgono attività di aiuto ai malati ed ai malati stessi. E concede
ai cardinali, sempre nel 1630, il titolo di Eminenza che tuttora è
così ampollosamente utilizzato. Sempre da Roma giunge a
Bologna una prima idea seria per arginare il contagio: "che i
poveri habbino da vivere". A ben pensarci, nella mentalità
dell'epoca, è una idea rivoluzionaria.
39
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Dal 18 Luglio si avvia una grande opera di disinfezione: le case
degli ammalati vengono bruciate aggiungendo al fuoco fascine
di viti, pece, zolfo e fieno. Bruceranno 3.327 case e laddove
passa il fuoco l'epidemia non si ripete.
(…) con l'inizio di Settembre le prime piogge hanno lavato i
terreni, fanno calare i nuovi casi di peste e, lentamente, ci si
avvia verso un ritorno alla normalità. Non è breve questo
ritorno alla vita normale, ma il 20 Novembre al Lazzaretto
dell'Annunziata restano soltanto sei infermi e viene chiuso il
lazzaretto di S. Giuseppe. Il 24 Dicembre 1630 un bando informa
che Venerdì 27 si sarebbe svolta una processione ad invito
personale per sciogliere il voto del 2 Agosto; le persone non
invitate possono partecipare "col cuore", dalle finestre,
seguendo il passaggio del corteo. Natale 1630 è il primo giorno
da mesi nel quale molti possono uscire dalle proprie case per
andare a sentire la messa. Il 27 Dicembre la processione
mostrerà, per la prima volta al pubblico, il Pallione di Guido
Reni, commissionato dalla città di Bologna in ringraziamento per
la fine del contagio. E' un quadro splendido ancora oggi, di
dimensioni considerevoli, e pensato per essere portato in
processione. Ai piedi della Madonna del Rosario vi sono i sei
protettori di Bologna e S. Floriano. In alto la Madonna del
Rosario che guarda benevolmente la città. Due anni dopo,
sempre in questa Piazza, viene eretta la statua in rame della
Madonna del Rosario non distante dall'ingresso laterale della
Chiesa di S. Domenico. Sarà incoronata nel 1634. Bologna esce
dalla peste del 1630 con circa 24.000 morti ed allo stremo
economico. Non conosce le cause del contagio (solo nel 1894
la scienza scoprirà e neutralizzerà il microrganismo patogeno),
non possiede alcuna cura, ma il peggio sembra alle spalle e la
vita, gradualmente, riprende. I segni di questi mesi restano
però, ed il popolo di Bologna decide di lasciare traccia, anche
in Piazza Maggiore, delle vicende di quei giorni. Sulla facciata
del Palazzo Comunale, sulla destra della Statua di Gregorio XIII,
la seconda lapide (l'unica nera in tutta la piazza.') ci lascia un
monito ed un ringraziamento perenne
Bologna visitata in bicicletta – pagg. 66-78
SAN DOMENICO
Domenico di Guzman (1170 circa-1221) stesso è l'artefice del
complesso. L'ordine domenicano è il primo ordine di frati
predicatori che giunge a Bologna; lo stesso fondatore Domenico
arriva in città nel 1218, guida nel 1220 il primo capitolo
dell'ordine e l'anno dopo si spegne. Attorno al 1228 inizia
l'edificazione della chiesa, tardo romanica. La costruzione del
complesso, in ogni parte e accessorio, durerà secoli: la
risistemazione più profonda è di Carlo Francesco Dotti (attorno
al 1730); la facciata attuale è stata "ridisegnata" ai primi del
'900... Del nucleo primitivo resta il Chiostro dei morti, dove si
40
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
tenevano anche lezioni universitarie, con campanile più tardo
(1313). L'interno della basilica è a tre navate. A metà della
navata destra si apre la cappella di San Domenico, progettata
da Floriano Ambrosini (1597 - 1605), cuore del complesso. Nel
catino, la Gloria di san Domenico di Guido Reni (1615). Al
centro, l'arca di san Domenico, composizione di capolavori: il
gradino è di Alfonso Lombardi (1532); l'urna marmorea del
santo è di Nicola Pisano (1267), con interventi di Arnolfo di
Cambio, Pagno di Lapo e fra' Guglielmo; il coperchio e la
cimasa sono di Niccolò da Bari (1470), cui quest'opera diede la
fama e il nome con cui è più noto, Niccolò dell'Arca; le
statuette decorative sono opera di Girolamo Coltellini (1539) e
Michelangelo (1484). Dietro la tomba, il reliquiario del capo di
san Domenico (Jacopo Roseto, 1393). Superata la cappella, nel
transetto destro c'è un San Tommaso del Guercino (1662); da
qui si accede anche al museo. Nell'attigua cappelletta, Santa
Caterina di Filippino Lippi (1501). Dietro l'altare maggiore,
l'abside, il coro ligneo realizzato fra' Damiano da Bergamo
(1541-49), con intarsi di episodi biblici. Nel transetto sinistro,
un Crocifisso di Giunta Pisano (1250), che merita una sosta più
lunga: è il crocifisso che era appeso sull'altare maggiore della
chiesa "primitiva", precedente i grandi restauri, e rappresenta
il Cristo in croce con una veridicità rara per l’epoca, torto e
quasi sconsolato dolore. Di fronte alla cappella di San
Domenico, la cappella Guidotti o del Rosario (metà del '400), il
cui altare è decorato da 15 tavolette con Misteri del rosario
dipinte, tra gli altri da Reni, Cesi, Calvaert, Lodovico Carracci e
Lavinia Fontana (nel sotterraneo della cappella riposano Guido
Reni ed Elisabetta Sirani). Infine nella prima cappella della
navata sinistra, un San Raimondo di Penafort di Ludovico
Carracci (primi del '600). All'esterno, all'altezza della prima
cappella nella navata sinistra, l'importante cappella Ghisilardi,
ultimo progetto dell'architetto della Fabbrica di San Pietro
Baldassarre Peruzzi (1523) completata nel 1534, di magnificenza
"romana" insolita per Bologna.
Si esce dalla piazza attraverso il vicolo dell’Orto, si imbocca
a dx via dei Poeti.
Si gira a sx in via Castiglione. Si passa a fianco della sede
della Cassa di Risparmio
Il fronte monumentale del PALAZZO DELLA CASSA DI
RISPARMIO in Bologna, è stato disegnato da Giuseppe Mengoni
41
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
e realizzato circa negli stessi anni (1868-1876) in cui, a Milano,
l'architetto seguiva la realizzazione del suo tragico capolavoro,
la galleria Vittorio Emanuele (morì in un incidente di cantiere, a
48 anni, a lavori pressoché conclusi).
A due passi si trova piazza Minghetti.
INTERVENTO DI MIANO: 150 anni dell'Unità d'Italia Marco
Minghetti
Prima dell’incrocio con via delle Clavature, via Castiglione
presenta uno di fronte all'altro, i due storici palazzi della
famiglia Pepoli.
Famiglia potentissima in città fin dal '200. Al 7, il PALAZZO
PEPOLI CAMPOGRANDE (sec XVII - XVIII) conserva importanti
affreschi come il Convito degli dei e il trionfo di Ercole di
Giuseppe Maria Crespi (1691). Il complesso di edifici fra i nn. 4 e
10 è detto, invece, PALAZZO PEPOLI VECCHIO, e ospiterà, al
termine di una lunga e complessa ristrutturazione (la novità più
appariscente sarà nella corte centrale: una torre di vetro e
acciaio a mo' di piramide del Louvre), il MUSEO CITTÀ voluto
dalla Fondazione Cassa di risparmio in Bologna per ripercorrere
con abbondanza di documenti e opere d'arte esposti e
strumenti multimediali la storia di Bologna in dialogo con un
altro polo museale nella non lontana area di via Manzoni dove
verranno piegati al progetto palazzo Fava, San Colombano e San
Giorgio in Poggiale (anche altri luoghi, poi, dovrebbero
diventare tappe di un più ampio percorso museale urbano).
Quindi si arriva a via Castiglione, 21.
REDAZIONE DI CUORE
Sono arrivato a Bologna nel '92, ero il direttore di Cuore. Il
giornale era nato nel 1989 a Milano e c’era un accordo con
l’editore: se fosse andato bene ci saremmo trasferiti a Bologna.
C’erano fattori contingenti: uno di noi stava con una ragazza di
Cesena, io stesso ero sposato con una ragazza di San Lazzaro,
Bologna era in qualche modo anche una soluzione comoda.
Bologna ci appariva una città migliore per un giornale satirico
come il nostro. Fuggivamo dalla Milano degli anni 80, la Milano
42
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
dei locali sui Navigli, la Milano della moda, la Milano da bere
insomma.
Nel gennaio del 1989 - prima della caduta del Muro di Berlino Michele Serra, Andrea Aloi e Piergiorgio Paterlini danno vita a
un inserto satirico de "L'Unità", ancora organo del Partito
comunista italiano. Così nasce "Cuore", che nel 1991 diventa
settimanale indipendente con una tiratura media di poco
inferiore alle 150.000 copie. "Cuore" è stato al contempo uno
splendido fenomeno sociale e una sorgente inesauribile di
comicità corrosiva sull'Italia contemporanea, una sorta di
organo vitale e sabotatore - un "cuore", appunto - annidato al
centro dell'organismo moralmente e culturalmente malato del
nostro Paese. In grado di generare dal nulla una vera e propria
comunità di fedelissimi che ne rimpiangono la chiusura (nel
1996), nonché un numero incredibile di querele, "Cuore" è
ancora oggi un esempio di intelligenza militante, di "presidio" al
tempo stesso ironico e serissimo della vita civile.
Quindi si arriva a Piazza Mercanzia
PIAZZA DELLA MERCANZIA, dominata dal trecentesco PALAZZO
DELLA MERCANZIA, gioiello tardogotico realizzato (1384-1391)
da Antonio di Vincenzo e Lorenzo da Bagnomarino, nato come
dogana e gabella, quindi sede del tribunale dei mercanti,
caratterizzato dal loggiato e dal balconcino a baldacchino che
sporge fra due eleganti bifore. Il palazzo ha conosciuto due
grandi ristrutturazioni: fra il 1888 e 1890 interviene Rubbiani a
ricostruire la torre de' Bianchi crollata a fine '400; negli anni
1950, infine, si ricostruisce una porzione di palazzo crollata
quando nel '49 fu fatta brillare una bomba inesplosa nelle
vicinanze. Ancora nella piazza, le case Cari (n. I) e Seracchioli
(nn.2 e 3; qui il Pappagallo, ristorante di antico nome),
duecentesche, ma molto rimaneggiate nei secoli successivi.
Si raggiunge Piazza di Porta Ravegnana con le torri degli
Asinelli e Garisenda.
Le torri Asinelli e Garisenda sono, naturalmente, le due torri più
importanti oggi visibili a Bologna. Soltanto la Asinelli, però, è
visitabile. Così diverse, eppure così gemelle, le Due Torri sono il
monumento più conosciuto di Bologna. Risalgono al 1100,
edificate dalle famiglie ghibelline Asinelli e Garisendi. Pendono
entrambe, ma il maggiore strapiombo della Garisenda (m 3.22
contro m 2.23), costruita su terreno più cedevole, rende il suo
43
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
difetto molto più visibile. Difetto che fu presto manifesto: nel
1350 il Comune la volle mozzata, abbassandola da una
sessantina di metri agli attuali 48,16. L'Asinelli, invece,
svettante oggi nei suoi m 97,20, per 498 gradini, fu acquistata
dal Comune già nel '200 e alzata perché diventasse torre
d'avvistamento (a questo compito sarebbe stata chiamata
anche durante la Seconda guerra mondiale); alla fine del '400,
alla sua base fu aggiunta una rocchetta per ospitare il corpo di
guardia (oggi alla base è ospitato ArtigianArte, spazio espositivo
e commerciale di oggetti d'artigianato). Dalla cima dell'Asinelli
tradizione vuole che si vedano "Cento e una città", ovvero la
cittadina di Cento e la città di Bologna; nelle giornate di cielo
terso, comunque, lo sguardo può spingersi fino al mare
Adriatico e alle Prealpi venete. Le Due Torri incuriosirono
Gautier, che le vide come monumenti che tornano in città
traballanti dopo una bevuta fuori porta; a Goethe, invece,
dall'Asinelli parve quasi di "intuire" la sua Germania. La
Garisenda - oggi non accessibile e mutila -quando era in tutta
la sua possanza impressionò invece Dante, che la citò in uno
dei suoi primi sonetti, No me poriano giamai; fare menda
(1287), e soprattutto nel canto XXXI dell'Inferno.
A vigilare sulle torri è la STATUA DI SAN PETRONIO, collocata
nel trivio via Rizzoli, piazza di porta Ravegnana, via Castiglione,
nel 1683 dall'Arte dei drappieri. Nel 1871 la statua viene
spostata nella basilica di San Petronio e ritorna nella
collocazione originale solo nel 2001. Lo sguardo del santo
patrono è a VIA RIZZOLl, strada elegante e molto trafficata, nata
fra la fine dell'800 e gli anni '30 del Novecento con
l'abbattimento di una porzione del Mercato di mezzo e di alcune
importanti torri. All'inizio di via Rizzoli, il Roxy Bar, ben
conosciuto grazie alla canzone Vita spericolata di Vasco Rossi.
Si esce dalla piazza per via Santo Stefano e si arriva in
piazza Santo Stefano.
Piazza che piazza non è: per la toponomastica, infatti, è solo un
"largo" della via. Si esplora dunque via Santo Stefano, con la
CASA BOLOGNINI che ingloba (n. 4) l'affascinante TORRE
ALBERICI (sec. XII): alla base si vede il curioso accesso alla più
antica bottega cittadina, datata 1273. Poco oltre (n. 14) non
perdete l'occasione di dare un'occhiata alla corte di CASA BERTI
(1775): la loggia “all'antica" è splendida. A questo punto, però,
dovete anche volgere lo sguardo verso destra. Su questo lato, al
n. 9 c'è il cinquecentesco PALAZZO BOLOGNINI AMORINI
SALINA (o Bolognini "nuovo"), con la sua singolare facciata
ornata di terracotte antropomorfe: una lunga teoria di teste
44
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
(forse di Alfonso Lombardi) che sembrano intente a seguire il
passeggio sottostante; a seguire, su questo lato, n. 15-21, il
gruppo delle CASE BECCADELLI, TACCONI e ISOLANI, con
elementi gotici e rinascimentali. Dal lato opposto, i palazzi
Isolani (n. 16), settecentesco, e, ancora, BOLOGNINI “VECCHIO"
(n. 18), quattrocentesco, in netta giustapposizione di stili.
Naturalmente, però, è lo slargo cui ci troviamo di fronte che
attira maggiormente la nostra attenzione. Neppure le bancarelle
del popolare mercato dell’antiquariato e del modernariato che
lo anima ogni secondo week-end del mese, riescono a
distogliere lo sguardo catturato dalla meraviglia della piazza: in
fondo, attendono le celeberrime Sette Chiese.
SANTO STEFANO
Questo amatissimo complesso sacro prende nome dal
protomartire Stefano, eppure nessuno dei suoi edifici, di epoche
diverse, ne porta il nome. Le origini del complesso si perdono in
gran parte nella leggenda. Tradizione vuole che sia stata
"inventato" nel V secolo dal vescovo Petronio in un'area già
occupata da un iseo, un tempio di Iside: qui sarebbero stati
trovati i resti dei martiri Vitale e Agricola, dunque l'iseo
sarebbe diventato parte di una chiesa a loro dedicata (va notata
la vicinanza con il sito dell’attuale chiesa dei Santi Vitale e
Agricola). Di Petronio, già pellegrino in Terrasanta, sarebbe stata
anche l'idea di trasformare il sito in un percorso devozionale, a
ricordare i luoghi della Passione: il Santo Sepolcro, il monte
Oliveto, la valle di Giosafat, il campo di Aceldama, la piscina di
Siloe... Dalla Terrasanta, Petronio aveva portato una colonna di
marmo alta come il Cristo. Già nell'887, dunque, si parlava di
"Santo Stefano, detto Sancta Hyerusalem". Petronio si
guadagnò il privilegio di essere sepolto qui: privilegio pagato
con l'umiliazione di essere testimone oculare della successiva
decadenza della struttura. Decadenza fermata nei primi anni
del 1000, quando Santo Stefano fu affidata alle cure dei monaci
benedettini di san Bartolomeo di Musiliano. Rifiorisce con loro
l'idea della "Gerusalemme di Bologna": del resto, sono
centinaia i bolognesi che tornano dalla presa di Gerusalemme
nella prima Crociata, gli occhi ancora pieni della visione
dell'Originale... All’idea, dunque, sono stati orientati i numerosi
interventi di modificazione del complesso. Quando nel XV
secolo si sostenne che un sarcofago ritrovato dai monaci
accogliesse le spoglie del pescatore Simone, ovvero san Pietro,
il complesso iniziò a ricevere tanti pellegrini da far tremare
Roma: papa Eugenio IV troncò la questione sconsacrando e
facendo demolire Santo Stefano. Il complesso sarebbe rinato
nel 1490 per volere del vescovo Giuliano della Rovere (futuro
Giulio II). Dopo alterne vicende, l'aspetto attuale di Santo
Stefano è quello "voluto" dai radicali restauri compiuti fra il
1870 e il 1930 (la stessa struttura del sagrato è stata ridisegnata
alla fine del secolo scorso). Oggi il complesso ospita monaci
45
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
benedettini olivetani. Osservandolo dalla piazza, si distinguono,
da destra, la chiesa del Crocifisso, l'ottagonale edificio del
Santo Sepolcro e la chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Al
complesso si accede dalla chiesa del Crocifisso, antica
cattedrale longobarda (sec. VIII, con successivi restauri) con
facciata romanica monocuspidata; l'interno è a navata singola,
con presbiterio trecentesco sopraelevato; all'arco trionfale è
appeso un Crocifisso su tavola opera di Simone dei Crocifissi;
sotto il presbiterio, la cripta dell'abate Martino (1019) accoglie
le reliquie dei protomartiri Vitale e Agricola e la famosa
colonna di Petronio (è quella senza capitello). Dalla chiesa del
Crocifisso si passa alla chiesa del Santo Sepolcro (sec. XII),
l'iseo originale: da qui si accede sia alla chiesa dei Santi Vitale e
Agricola (sec. XI), sia al Cortile di Pilato (il Santo Giardino), che
ha al centro un bacile marmoreo longobardo (sec. VIII). Dal
cortile si va alla chiesa della Trinità (ricorderebbe il luogo della
crocifissione), una delle parti più restaurate del complesso
(nella cappella sinistra: gruppo ligneo dell'Adorazione dei Magi
dipinto da Simone dei Crocifissi, sec. XIV), quindi si passa nel
chiostro benedettino dall'interessante duplice loggiato (sec.
XII-XIII): l'ordine inferiore di logge ad archi gravanti su grossi
cippi e gruppi di quattro colonnine, l'ordine superiore sorretto
da coppie di colonnine con capitelli a stupefacenti motivi
fitomorfi, zoomorfi e antropomorfi (si dice che Dante ne abbia
tratto ispirazione per descrivere i dannati dell'Inferno). Infine, il
Museo, con una notevole collezione di dipinti di scuola
bolognese del '300 e '400 (Vitale da Bologna, Simone dei
Crocifissi, Jacopo di Paolo...), e, nella cappella della Benda,
reliquiari di grande importanza, come il Capo di san Petronio
(opera di oreficeria di Jacopo Roseto, 1380) e la Benda della
Vergine (1626).
Usciamo dalla piazza attraverso la Corte isolani
È ormai scomparso l'uso di condurre turisti e studenti sotto il
portico di casa Isolani per mostrare loro tre frecce conficcate
nei soffitto ligneo. Per i turisti le tre frecce diventano quanto
rimane di una scaramuccia medievale (altra versione le
scagliarono malamente tre arcieri chiamati da un marito geloso,
desideroso di punire la moglie la donna, però, si sarebbe
mostrata nuda facendo girare la testa ai sicari), per gli
universitari, naturalmente, non vederle equivale a non laurearsi.
Pare, invece, che le tre frecce (rimaste ormai due) siano state
conficcate ad arte dopo il restauro compiuto da Raffaele Faccioli
nel 1877 su questo palazzo, che rimane di grande interesse
storico e architettonico Di stile romanico gotico, e una delle
poche residenze bolognesi del XIII secolo rimaste,
indimenticabile per l'alto porticato (nove metri) con travi di
46
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
quercia "a stampella", su cui poggia il terzo piano dell'edificio.
La casa Isolani è collegata a piazza Santo Stefano da un elegante
passaggio commerciale, la Corte Isolani.
e sbuchiamo in Strada Maggiore.
Su piazza S. Michele si vede un fianco di CASA ROSSINI,
riconoscibile da un frammento di in latino.
ROSSINI
La casa (n. 26) fu edificata fra il 1824 e il 1827 per Rossini, che la
abitò dal 1829 al 1848, gli anni successivi al brusco
rallentamento della sua attività creativa. Interessanti, sulla
facciata, le citazioni musicali nell'ornamento: sopra il portone
principale, il balcone su cui si affacciava il Maestro è un
palcoscenico fregiato di strumenti musicali. Popolari le due
citazioni latine che le corrono intorno: la prima, «Non domo
dominus sed domino domus», è una variazione da un passo
della Retorica ciceroniana e dice, appunto, come non il padrone
debba essere servizio della casa, bensì la casa debba essere utile
al padrone; la seconda, «Obloquitur numeris septem discrimina
vocum // inter odoratum lauri nemus», è fusione di due
citazioni dal sesto libro dell'Eneide: la prima parte si riferisce al
"tracio sacerdote" Orfeo che fa vibrare in armonia i suoni
discordi delle sette note, la seconda contestualizza la cosa nel
bosco odoroso di lauri, ovvero i Campi Elisi.
Il "cigno di Pesaro" ha, con Bologna, un costante umorale
rapporto, Da ragazzo, sotto la guida di un altro celebre "padre ",
Stanislao Mattei (discepolo del Martini), frequenta il petroniano
Liceo Musicale (dove studierà, sempre sotto la guida di padre
Mattei, anche Gaetano Donizetti}. Ribelle, rimproverato di
scarso ossequio alle regole, sovente disapprovato nei suoi
compiti per le frequenti divagazioni musicali, il giovane Rossini
amava rispondere, in efficace dialetto bolognese, con un "am
pias a me, e basta!", che non richiede traduzione nella sua
evidente incisività. Esuberante nella sua corposità come la città
che lo ospita - e sempre più viscerale ne sarà il viverci - la sua
presenza cittadina si modula nei toni di un inevitabile
"crescendo". Nel 1809, diciassettenne, compare nell'orchestra
del Teatro Comunale, come maestro al cembalo. Nel 1814
debutta (e non è un trionfo) al Comunale con il "Tancredi" e
"L'italiana in Algeri". Successivamente sposa la cantante
spagnola Isabella Colbran. Morta la Colbran, si sposa con la
francese Pélissier. Ma torniamo alla casa di Strada Maggiore,
dove i ricevimenti dell'epicureo Gioacchino erano ambitissimi
dai maggiori rappresentanti della cultura, non solo musicale di
tutta Europa. Su di un suo lato una lapide recita: " Creatore
47
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
mirabile sommo dal 1810 al 1829 di capolavori in ogni ordine e
specie di teatro musicale Rossini in Bologna e in questa sua casa
fra il 1829 e il 1848 sperava quiete riposo ristoro alla grande
fatica del genio e del proprio creato stupendi".
Bologna musicale - fascicolo a cura di Bologna 2000
Proseguendo al n. 31 si incontra Scaramagli, tradizionale
negozio di coloniali, vini, liquori e alimentari, apprezzato dai
gourmet cittadini in cerca di “esotismi".
Di fianco, in PALAZZO BONFIOLI ROSSI (n. 29), il Punto
Touring di Bologna. All'incirca da questa altezza si gode della
miglior prospettiva per ammirare, dall'altra parte della
strada, la medievale TORRE DEGLI OSELETTI (n. 36), in
origine alta ben 70 metri e oggi inglobata nel vicino
cinquecentesco PALAZZO ALDINI SANGUINETTI (n. 34),
sede del Museo internazionale e biblioteca della musica.
BOLOGNA MUSICALE
Qui il cuore musicale della città petroniana scandisce battiti
vigorosi, all'ombra del convento agostiniano di San Giacomo,
dove nel 1500 visse ed operò - una targa lo ricorda l'appassionato storico bolognese frate Cherubino Ghirardacci. E
qui sono accolte le sedi dell'illustre Conservatorio Statale di
Musica "G B Martini", dell'importante Civico Museo
Bibliografico Musicale e della fondamentale a livello europeo
Biblioteca del Conservatorio. E’, questa, lo scrigno prezioso che
protegge migliaia di volumi e codici miniati e il custode
affettuoso di antichi strumenti musicali, partiture originali ("il
barbiere di Siviglia" o l'abbozzo di una marcia di Wagner, la
"Cleopatra" di Macbeth o lo stesso rossiniano "Stabat Mater") e
ghiotti manoscritti, tra gli altri, di Cimarosa, Verdi, Liszt,
Respighi. Sul frontespizio del portone del Conservatorio si legge
"Qui entrò studente di qui uscì principe delle scienze musicali
Gioacchino Rossini e Bologna per documento perenne di onore
al figlio adottivo intitolò del sito nome la circostante piazza".
Contemporaneamente, se si volge lentamente lo sguardo
l'occhio già catturato dal fascino del tutto un'altra lapide ricorda
affettuosamente uno dei più celebri figli della citta felsinea "Qui
nacque Prospero Lambertini immortale nel nome di Benedetto
XIV". II "popolare" Lambertini (1675 1758) papa di rilevanza
storica e cardinale di irresistibile simpatia grazie all'arguta e
colorita penna dello scrittore bolognese Alfredo Testoni (1859
1931) nasce all’ombra della Garisenda e dell'Asinelli e dà il
48
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
nome, da papa, ad una viuzza laterale tra Piazza Rossini e via
San Vitate.
Bologna musicale - fascicolo a cura di Bologna 2000
Subito dopo si incrocia via Borgonuovo dove al n° 4 è nato
Pier Paolo Pasolini.
Al n. 42 c'è PALAZZO BIANCHETTI (già Tartagni), che
conserva capitelli tardoquattrocenteschi in un portico
tuttavia malandato, ed è unito alla successiva CASA
GOZZADINI (n. 40) da un curioso passaggio aereo. Di fronte
a palazzo Bianchetti, al n. 37, il PALAZZO BACIACOMARI,
che ospitò Carducci fra il 1876 e 1890, è oggi sede
dell'associazione di studi del Mulino.
IL MULINO
Sotto le due Torri i comunisti avevano già dovuto fare i conti con
una concorrenza insidiosa, quella del Mulino, che aveva attirato
a Bologna mezza politica e mezza università italiana, e
soprattutto esibiva dei professoroni di cui non ce n'era uno che
fosse comunista: il chiarissimo professor Federico Mancini, bello
quasi come Cary Grant, socialista raffinato; il professore
chiarissimo Nicola Matteucci, liberale d'annata, futuro curatore
con Norberto Bobbio del Dizionario di politica; il chiarissimo
professore Ezio Raimondi, erudito insigne e critico eccelso, che
ha letto anche i libri che non ha più letto nessuno, e se gli si
parla del bel gioco del Bologna, lui che sarebbe stato un ottimo
terzino di fascia destra comincia a parlare di Huizinga... Roba da
fare schiattare d'invidia il partito dell'egemonia, tutto Gramsci e
storia del movimento operaio e contadino. Tanto che il futuro
sindaco Zangheri, professore universitario anche lui, una volta si
scaldò e tirò giù dal palco una boutade destinata a restare
scolpita negli articoli di giornale, sicché la conoscono tutti:
«Quelli del Mulino sanno tutto dei puritani del Massachusetts e
niente delle mondine di Molinella», e dato che la conoscono
tutti non vale neanche la pena di confezionargli una risposta, se
non quella piuttosto minimalista e snob con cui Fabio Luca
Cavazza, uno dei fondatori del clan intellettuale, spiegò durante
un premio Viareggio come funzionava il sodalizio bolognese:
«Facevamo delle cene... ».
Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 24
49
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
All’incrocio con piazza Aldrovandi si trova la chiesa di Santa
Maria dei Servi.
CHIESA DI SANTA MARIA DEI SERVI
Chiesa gotica costruita per l'ordine Servita, iniziata nel 1346 e
conclusa nel 1545, sviluppa il suo caratteristico quadriportico
frontale lungo il fianco sinistro, su strada Maggiore, con un
porticato (la cui realizzazione si concluse verso la metà del '800)
caro ai bolognesi, come sede, in dicembre, della Fiera di Santa
Lucia, luogo d'elezione per l'acquisto di accessori natalizi e
dolciumi. L'interno della chiesa tre navate con piloni ottagonali
alternati a colonne. Nel peribolo, frammenti di affreschi di Vitale
da Bologna (1355); in una modesta cappella, una Maestà di
Cimabue (1285), cui potrebbe avere collaborato Duccio di
Boninsegna, attribuita solo nell'800; nel presbiterio, una pala di
Giuseppe Maria Crespi (1734) con la Madonna che porge l’abito
ai sette Santi fondatori dell'ordine dei Serviti. Nel convento
annesso, poi, è conservata una leggendaria opera di Guido Reni:
un affresco di san Carlo Borromeo e angeli (16 l 3), che si disse
dipinto a lume di candela in un'unica frenetica notte. La chiesa
ospita una Cappella musicale di fama e organizza
un'interessante stagione di concerti.
Girando in piazza Aldrovandi e arrivando in fondo ci si trova
di fronte il torresotto (o serraglio) di via San Vitale.
Qui correva il confine della città del XIII secolo, quella protetta
dalla seconda cerchia di mura.
Si continua su via Petroni fino a piazza Verdi.
In piazza Verdi, merita una visita l'enorme locale La scuderia,
aperto negli spazi che ospitavano le scuderie del palazzo
Bentivoglio: facendo i debiti paragoni, l'imponenza di questo
edificio può dare l'idea di quanto sia andato perduto nel 1507.
PIAZZA VERDI
La piazza è il cuore della vita "extra scolastica" dell’Università e
da tempo ha superato il semplice ruolo di luogo di ritrovo degli
universitari. È stata uno dei punti più caldi della contestazione
studentesca alla fine degli anni Settanta. Solitamente, nelle
rievocazioni degli scontri del 1977, non mancano foto delle
barricate in piazza, né quelle dell'assalto e saccheggio del
50
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
ristorante Cantoncino, alias Cantuzein, con i carrelli dei bolliti a
fare "muro" contro gli autoblindo delle forze dell'ordine.
INTERVENTO DI MIANO: Il 1977
IL PCI E IL 1977
Cosi, quando il sindaco Renato Zangheri (…), nel marzo 1977
chiama la polizia con i blindati, dopo l'uccisione dello studente
Francesco Lorusso, il laboratorio politico emiliano si inceppa. E
quando di li a poco Bologna viene invasa da una moltitudine di
gente che non ne vuole sapere della vecchia deferenza al Pci,
nello spaesamento generale si comincia a intuire che non è più
così semplice tenere insieme i servizi sociali, la macchina
comunale, le sezioni periferiche e centrali, con la ventata
libertaria, Radio Alice con Francesco Berardi detto Bifo, l'area
dell'autonomia, gli indiani metropolitani che scrivono sui muri
«We want Zangheri for Pepsodent», nonché tutti quelli di Lotta
continua che fanno lotte piuttosto potenti. Il casino infatti è
ormai supremo, nonostante la città regga abbastanza bene i
giorni del convegno di settembre sulla repressione, con dei
simpaticoni come Félix Guattari che straparlano del fascismo
implicito nel comunismo, e i commercianti come Giorgio
Guazzaloca che non vogliono sapere niente né di Guattari né
dell'Antiedipo, ma gestiscono come sanno e come possono
l'invasione dell'ala creativa, talvolta concedendo panini e cestini
a prezzo politico, tanto per evitare grane ulteriori, ma sapendo
che le grane, quando cominciano, è difficile farle smettere.
Certo è che per la militanza comunista tradizionale il 1977 fu
una tragedia psicologica: per i partigiani, i pensionati, gli operai
sindacalizzati, i gasisti, gli autisti pubblici, gli ospedalieri, quelli
delle municipalizzate, ma anche per la buona borghesia
comunista, trovarsi nella condizione di essere contestati come
repressori, detentori di un potere da colpire, a sassate o a
sberleffi, significava vedere incrinarsi la propria identità.
Perdere l'anima. Bologna non era soltanto la capitale dell'EmiliaRomagna, era anche una capitale della modernità, o almeno si
sentiva tale: e a un tratto ritrovarsi in piena postmodernità
significava uno choc profondo, come se a causa di un Guattari
qualsiasi tutti i riferimenti precedenti svanissero, lasciando la
città orfana e il partito stordito. Accidenti, eravamo
l'avanguardia del paese, la frontiera del progresso, e ora ci
ritroviamo trattati come il nuovo fascismo, addirittura accusati
di essere gli autori di una macchinazione realizzata con la Dc per
reprimere la spinta della neosinistra, un complotto officiato
sull'altare del compromesso storico?
Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 25 e 26
Di fronte si erge il Teatro comunale.
51
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
TEATRO COMUNALE (via Zamboni, 30 - piazza Verdi, 1)
Sorge nell'area detta del "Guasto" un tempo occupata dal
palazzo, o Domus Magna, dei Bentivoglio, demolito a furor di
popolo nel 1507, dopo la cacciata della famiglia dalla città. Il
Teatro, iniziato dall'architetto Antonio Galli Bibiena nel 1750,
venne inaugurato nel 1763 con il Trionfo di Clelia di C. W. Gluck.
Le decorazioni interne vennero rifatte nel 1866 da Luigi Busi e
Luigi Samoggia, che dipinse anche l'atrio con Silvio Faccioli. La
facciata fu completata nel 1935-37.
Oggi uno dei principali palcoscenici musicali italiani, il Teatro
nasce su progetto di Antonio Bibiena, che inizia a lavorarci nel
1756 e finisce la sera dell'apertura, il 14 maggio I763. Va infatti
in scena il Trionfo di Clelia di Christoph Willibald Gluck con
libretto di Pietro Metastasio, a cui l'architetto disegna le scene.
Il progetto di Bibiena va in porto dopo feroci polemiche:
particolarmente criticati sono l'uso della muratura e la pianta a
campana, che rompevano con le consuetudini costruttive
dell'epoca. Naturalmente, il teatro che vediamo oggi ha subito
grandi trasformazioni e la facciata particolare, è dei primi del
'900 opera di Umberto Rizzi. II 14 maggio 1931, al Comunale
avviene il fattaccio dello schiaffo ad Arturo Toscanini; il
maestro rifiuta di suonare l'inno reale e l'''inno'' fascista
Giovinezza, una camicia nera lo schiaffeggia all’ingresso e lui
lascia teatro, città e, poco dopo, l'Italia. Dietro il teatro, quel
che resta dello storico Guasto: un piccolo giardino pubblico, ad
apertura stagionale, curato da un'associazione che cerca di
riportare all'uso della città uno spazio per anni mal frequentato.
LA FAMIGLIA BENTIVOGLIO
La famiglia Bentivoglio era già importante nel ‘200. Nei primi del
‘400 salì al potere per un breve periodo ma già cominciarono le
avversità: Giovanni I, sconfitto in una battaglia, fu ucciso in
Piazza Maggiore. Diversi esponenti della famiglia, in seguito,
seguirono la stessa sorte. Il 19 maggio del 1454 Sante, cugino di
Giovanni II e allevato alla corte dei Medici, sposò Ginevra Sforza.
Questo fu un matrimonio di grande importanza perché unì due
famiglie potenti: i Bentivoglio e gli Sforza, signori di Milano.
Quando morì Sante, nel 1463, i Bentivoglio erano già
saldamente al potere.
GIOVANNI II
Giovanni II fu armato cavaliere a 9 anni e a soli 20 divenne il
primo cittadino di Bologna, in seguito alla morte del cugino
Sante. La sua Signoria fu atipica in quanto, pur non avendone il
titolo, riuscì a diventare più che signore in una Bologna
governata da un’oligarchia senatoria, dal rappresentante del
papa e dalle più forti famiglie della città. Nel 1464 sposò la
vedova Ginevra, che amò per tutta la vita. La politica di Giovanni
fu molto abile: trasformò le lotte in matrimoni, mantenne
buoni rapporti con il papato, gli Sforza, i Medici e l’Imperatore
52
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
e strinse legami con le più importanti famiglie italiane. Accorto
diplomatico, seppe destreggiarsi abilmente quando i suoi amici
furono in lotta tra loro, rispettò il Senato e tutte le istituzioni
legali. Il popolo lo amava e lo ammirava, traeva beneficio dalla
ricchezza e dal lusso della sua corte che dava lavoro e guadagno
a molti. L’ammirazione e la stima per Giovanni II lo resero tanto
importante agli occhi di tutti, da farlo trattare come un principe
anche se non aveva titoli.
LA VITA IN CITTA’ AL TEMPO DI GIOVANNI II
Giovanni amava le feste con i suoi concittadini. Molto famoso è
stato il Torneo del 1470 per la presa di Negroponte, tolta ai
Turchi.
In Piazza Maggiore scesero 120 cavalieri, tutti vestiti
splendidamente, con armi di acciaio brunito ornate di pietre
preziose e arabeschi d’oro e con cavalli coperti con gualdrappe
finissime. Nel 1478 fu giocata una partita di calcio che legò a
questo sport i Bolognesi, facendoli appassionare al nuovo gioco.
Spesso si ripetevano antichi giochi popolari: giostre, corse al
palio, corse di cavalli, gare di lancio delle uova. In occasione di
nozze, le feste raggiungevano il massimo dello sfarzo. Il 29
gennaio 1487 ci furono le nozze di Lucrezia D’Este, figlia del
duca Ercole di Ferrara, e Annibale II Bentivoglio, primogenito di
Giovanni II. Queste furono grandi nozze, registrate
minuziosamente dai cronisti del tempo e festeggiate con grandi
e gustosi banchetti nel palazzo di famiglia: vennero servite ben
28 portate ed i cibi, su piatti d’oro e d’argento, prima di essere
serviti, vennero fatti sfilare in corteo sulla piazza di fronte al
palazzo. In questo periodo la cultura fece grandi progressi e
proprio Giovanni, che amava contornarsi di artisti, poeti,
filosofi e scienziati, vide Bologna vivere una stagione di grande
slancio culturale. Lo Studio bolognese attraeva forze
intellettuali da tutta Europa e qui si stampavano quasi tutti i
classici, ma anche testi scientifici e filosofici che
soddisfacevano le esigenze sia dell’Università, già allora molto
importante, che dei centri conventuali.
GINEVRA SFORZA
Ginevra non fu amata dal popolo bolognese perché si pensava
facesse troppo sfoggio di abiti sontuosi e della sua bellezza
tanto che, arrivata a Bologna per sposare Sante Bentivoglio, si
vide chiudere in faccia la porta di San Petronio. Il matrimonio
venne celebrato nella chiesa di San Giacomo Maggiore.
Forte d’ingegno, fu sovrana assoluta nella sua casa, che
continuò ad abbellire e in cui riceveva ospiti illustri. Da qui ordì
anche vendette e stragi.
LA CONGIURA DEI MALVEZZI
Nel 1488 il clima di pace e di concordia voluto da Giovanni II fu
spezzato dalla congiura dei Malvezzi. Essi, un tempo amici,
avevano tramato per uccidere tutti i Bentivoglio. Quando la
congiura venne scoperta, la vendetta fu crudele: i Malvezzi
vennero tutti uccisi, incarcerati o esiliati. Dopo questo episodio,
53
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
nella città tornò la calma; vi furono giorni di gioia, feste, tornei,
matrimoni e liete riunioni. Nella cappella di San Giacomo fu
posta la madonna che Lorenzo Costa aveva dipinto tre mesi
prima, come immagine votiva. Da questo momento però
Giovanni perse la fiducia che aveva sempre avuto nei Bolognesi,
non uscì più da solo e senz’armi, e fece costruire di fianco al
palazzo una torre gigantesca, bellissima, con ricchi e decorati
ambienti, alla cui sommità fu posta una pesante campana. La
scossa di terremoto del 1505 la lesionò così gravemente che si
pensò di abbatterla. Questa torre fu un segno di grandezza, ma
allo stesso tempo di paura e insicurezza.
GLI ULTIMI ANNI DELLA SIGNORIA BENTIVOLESCA
Dopo la persecuzione dei Malvezzi seguirono alcuni anni
tranquilli, durante i quali il regime dei Bentivoglio si indebolì
sempre di più a causa degli oppositori, che avevano cercato in
Cesare Borgia un possibile e pericoloso alleato. Già nel 1501 i
Bentivoglio avevano scoperto una congiura ordita dai
Marescotti. Molti esponenti di questa famiglia furono
massacrati e uccisi su consiglio di Ginevra. Nel 1504 ci fu una
terribile carestia che interessò tutta l’Italia e all’inizio del 1505
un terremoto fortissimo danneggiò il palazzo dei Bentivoglio e
molti altri edifici; la torre dovette essere abbattuta per metà. A
seguito di questo evento, i componenti della famiglia lasciarono
il palazzo. Nella bellissima Domus Aurea rimaneva, quasi
solitario, Giovanni II, testimone dell’immane disastro. Egli
commissionò al Francia e alla sua scuola la decorazione
dell’Oratorio di Santa Cecilia a scopo propiziatorio e gli Anziani
vollero che lo stesso Francia dipingesse, nella Sala d’Ercole del
Palazzo Comunale, la Madonna del Terremoto, che rappresenta
Bologna come era nel 1505 ed in cui si intravede la torre
merlata del palazzo Bentivoglio, a destra della Garisenda.
L’EPILOGO FINALE
A Roma, i Malvezzi e i Marescotti scampati alla strage
chiedevano insistentemente giustizia a Giulio II, affinché
liberasse Bologna dalla tirannide dei Bentivoglio; il papa ordinò
ai membri di questa famiglia di lasciare la città, ma Giovanni
commise il grave errore di non voler obbedire. Di fronte alle
truppe pontificie che avanzavano, egli si ritirò a Milano assieme
a familiari e parenti, dove i Francesi gli garantirono protezione.
Una settimana dopo, il papa entrava trionfalmente a Bologna,
lasciando quasi immutata la forma di governo della città. Partito
Giulio II da Bologna, cominciarono però le congiure per far
ritornare i Bentivoglio. I figli di Giovanni II arruolarono un
esercito, ma furono battuti a Casalecchio. Ercole Marescotti
incitò il popolo a distruggere il loro palazzo, che in pochi giorni
venne demolito. Qualcuno sostiene che un frammento di esso si
troverebbe su un capitello incastrato in una casa al numero 6 di
via Galliera. Si può notare il viso scolpito di Giovanni II,
circondato dalla scritta “ DIV. IO. II. P.”, cioè Divo Giovanni
Bentivoglio II, padre della patria”. Giovanni fu imprigionato a
54
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Milano, giudicato e poi assolto. Egli, saputo del disastro, scrisse
una lettera a Ginevra, la quale non seppe sopravvivere a tanta
sventura e morì il 16 maggio 1507. Giovanni II morì a sua volta il
1° febbraio 1508 e fu sepolto nel monastero Maggiore di
Milano.
A sx in via Zamboni si passa a fianco dell’Oratorio di Santa
Cecilia (ciclo affeschi)
Dal portico lungo via Zamboni (n. 15) si accede all'Oratorio
romanico di SANTA CECILIA, quanto resta di una chiesa
duecentesca sacrificata agli interventi bentivoleschi su San
Giacomo. L’oratorio custodisce una delle gemme del
patrimonio cittadino: il ciclo di affreschi sulla Vita della Santa
realizzati all'inizio del '500 (al tramonto del potere di Giovanni Il
Bentivoglio, che volle tuttavia compiuta l'opera quasi a risarcire
l'antica chiesa delle "angherie" sopportate da Francesco Francia,
Lorenzo Costa, Amico Aspertini e altri. La "crema" della pittura
bolognese del tempo, insomma. Coprotagonista del ciclo è san
Valeriano sposo della Santa. Nei dieci episodi seguiamo la
vicenda dei due dal matrimonio ai martirii. Da notare soprattutto in riferimento all'Estasi della Santa di Raffaello che
vedremo in Pinacoteca - come qui Cecilia non sia vista come
patrona della musica. Tradizione vuole che durante il
matrimonio, obbligato, Cecilia cantasse dentro di sé lodi al
Signore, affinché la mantenesse salda nel voto di castità che
avrebbe poi svelato all'ignaro sposo, esortandolo a convertirsi.
Valeriano seguì la via indicata da Cecilia e fu martirizzato prima
di lei. Il canto della Santa è ciò che l'ha fatta quindi scegliere
come protettrice della musica.
A questo punto percorriamo via Zamboni verso l’esterno
della città.
ZAMBONI
Via Zamboni. porta dritto alla città universitaria. Qui s'impone
una sosta "manzoniana", VIA ZAMBONI, antica strada di San
Donato, è una delle vie più nobili della città. Può fregiarsi
addirittura del curioso primato di essere culla di un doppio
rinascimento: qui è stato il palazzo dei Bentivoglio, famiglia
sotto il cui potere Bologna vive l'apice artistico e politico del suo
Rinascimento nella seconda metà del '400; qui ancora sorge il
palazzo Poggi dove, ai primi del '700, si sono gettate le basi per
la seconda vita dell'Università di Bologna, che dal 1803 vi ha poi
anche trovato sede.
55
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
INTERVENTO DI MIANO: attentato a Mussolini
ANTEO ZAMBONI
A Bologna molti ricordano Anteo Zamboni protagonista di uno
degli episodi più oscuri nella storia del Ventennio. Il 31 ottobre
1926, Mussolini visita Bologna. Quando il corteo di automobili, è
appena entrato in via Indipendenza da via Rizzoli, qualcuno
spara al Duce. Il quindicenne Anteo viene bloccato (partecipò il
padre di Pier Paolo Pisolini) e orrendamente giustiziato sul
posto. Ha sparato lui? Forse, o forse il suo omicidio "seppellisce"
l'esito fallimentare di un complotto antimussoliniano interno
alla dirigenza fascista (la storia è raccontata in Attentato al duce
- Il Mulino, 2000 - un saggio di Brunella Dalla Casa che si legge
come un thriller). Lo sventurato adolescente, pero, è onorato
con Mura Anteo Zamboni, una stradina che incrocia via Zamboni
al suo termine, a porta San Donato.
LUIGI ZAMBONI
Il Luigi Zamboni di via Zamboni, invece, è uno studente
universitario, rivoluzionario senza ombre. Repubblicano,
filofrancese, Luigi sogna col collega Giovan Battista De Rolandis
di suscitare a Bologna una rivolta contro il governo papalino. I
due "congiurati" usano coccarde tricolori come simbolo di
redenzione "nazionale" e sono i primi a farlo. Nel 1794 tentano
finalmente di organizzare l'insurrezione, falliscono e finiscono in
prigione; nel 1795, a 24 anni, Zamboni si impicca in cella; De
Rolandis, invece, viene impiccato ventiduenne nell'attuale
piazza VIII Agosto nel 1796, quattro mesi prima dell'ingresso di
Napoleone in città. I ragazzi diventano subito martiri ed eroi.
Curiosamente, l’unica "istituzione" che li ha ricordati insieme è
la loggia massonica cittadina Zamboni-De RoIandis, peraltro
assai discussa.
Si percorre via Zamboni verso Porta di San Donato e si
passa davanti a palazzo Poggi.
PALAZZO POGGI ha una storia curiosa. Viene edificato a metà
del '500, per celebrare le fortune della famiglia Poggi, e in
particolare del cardinale Giovanni, che muore nel 1556 senza
vederlo finito ma lascia tutte le sue fortune al completamento
dell'opera. Il palazzo è attribuito a Bartolomeo Triachini, ma
sicuramente molto ci mette le mani Pellegrino Tibaldi, che
dipinge anche il ciclo di affreschi delle Storie di Ulisse, diviso fra
due sale al pianterreno (da non perdere l'episodio del furto dei
buoi compiuto dalla ciurma di Ulisse: uno dei ladri fissa negli
occhi l'osservatore e con occhi sbarrati, terrorizzati, lo invita a
56
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
tacere; altrettanto sbarrati gli occhi di un bue). Il Senato
bolognese acquista l'edificio nel 1711 per metterci la sede del
nuovo Istituto delle scienze e delle arti, nato dopo lungo
travaglio per volere dei fratelli Antonio Felice e Luigi Ferdinando
Marsili, arcidiacono e conte, angosciati dal declino dello
Studium bolognese. I Marsili vedono nella fondazione di
accademie, una "scientifica" (degli Inquieti) e “artistica"
(Clementina), la strada per dare vigore agli intelletti locali: le
fondano e le insediano nel palazzo di famiglia (oggi via D'Azeglio
48), quindi donano ogni cosa al Comune. Che deve subito
risolvere il problema di trovare uno spazio adeguato alle attività
di studio e ricerca. In particolare, deve trovare lo spazio per
erigere la nuova specola, la torre per le osservazioni
astronomiche. Della costruzione viene incaricato l'architetto
Giuseppe Antonio Torri, che indica il palazzo Poggi come il meno
peggio in città se non altro è a nord, il che libererà la specola dai
colli a sud della città, che ingombrano l'orizzonte e falsano
clima... Il nuovo Istituto delle scienze inizia la sua attività nel
1714. La specola, da cui tutto è partito, viene progettata da
Torri e completata nel 1725 dal tuttofare Dotti: è una torre che
sembra nata nella Bologna medievale, con quei barbacani che
proteggono il terrazzo dell’osservatorio. Invece è il simbolo della
rinascita di Bologna, che grazie all'Istituto torna in pochi anni
una capitale d'Europa. A cavallo fra il '700 e l'800, con le grandi
riforme napoleoniche, l'Istituto diventa Istituto nazionale della
Repubblica cisalpina e dal 1803 il palazzo viene attribuito alla
Università, come nuova sede dopo l'Archiginnasio. E questo è
ciò che è ancora. Oggi palazzo Poggi ospita il rettorato e vari
uffici universitari. È tuttavia anche "museo di se stesso", e sede
di collezioni e mostre temporanee.
UNIVERSITA’
A Bologna è nata la prima Università del mondo. II termine
stesso Università, nel suo attuale significato, è nato a Bologna. E
in questa città, dal 1100 ad oggi, si è sviluppato ogni ramo del
sapere. Bologna la sapiente. È una definizione che le si addice di
più: parla di una città che ha voluto la sua grandezza culturale
non solo in un'ottica puramente speculativa, ma per profonda
convinzione. Non solo per dotta scelta aristocratica, ma per
un'innata, pragmatica, direi anche laica necessità di sapere. Mi
sembra questo infatti il rapporto che Bologna, con alterne
vicende, instaurò con la cultura e la sua Università. Un
rapporto libero, illuminato, improntato a fini pratici più che
filosofici, maturato assieme a tutta la collettività in un
quotidiano scambio tra la pura scienza e la pratica. Penso, ad
esempio, alle origini del suo Studio. Mentre a Parigi l'Università
nasceva dalla scuola di Notre-Dame come universitas
magistrorum, cioè dei docenti, a Bologna lo Studio nasceva da
una scuola senza grandi tradizioni e si caratterizzava come
universitas scholarium, libera associazione tra maestri e scolari
57
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
regolata da rapporti chiari, semplici e paritari: ad esempio,
l'insegnante si rivolgeva ai suoi allievi chiamandoli socii mei ed
erano proprio questi allievi che sceglievano i maestri, li
pagavano, pagavano anche le spese per i corsi ed erano in
sostanza i veri padroni. Ma non è tutto: mentre lo Studio di
Parigi nasceva da interessi filosofici e teologici, quello di Bologna
si formava attorno a interessi prima di tutto giuridici, quindi
pratici, in quanto finalizzati a mettere ordine nel confuso
patrimonio di leggi di quel tempo - siamo agli albori del nuovo
Millennio - e a costruire un sicuro punto di riferimento per lo
sviluppo economico e politico di Bologna di quegli anni. E stato
detto che un'attività di studio può considerarsi universitaria
quando la società in cui opera può utilizzare le sue ricerche e le
sue conoscenze a fini eminentemente pratici: in questo senso, è
legittimo pensare a Bologna come alla prima autentica
Università libera e autonoma dalle scuole ecclesiastiche. E di
queste origini così libere e pragmatiche del suo Studio, la città
ha sempre saputo rispettarne lo spirito. Innanzitutto
accogliendo fra le sue mura studenti di tutta Europa e
assolvendo a questo difficile ruolo di mater nobilium
studiorum, madre di studi nobili, nel rispetto più assoluto della
libertà, con profondo senso liberale ed europeo. Furono gli
stessi studenti dell'Università bolognese, nel 1155, a descrivere
all'imperatore Federico Barbarossa in persona la loro ideale
condizione di studenti a Bologna: "Noi amiamo sopra le altre
questa città, ricca di prodotti e adatta all'insegnamento. Qui
giunge da ogni parte d'Europa una moltitudine di scolari che
vogliono apprendere. Qui portiamo cose, vestiti e denaro.
Troviamo case adatte nel centro della città. Compriamo a giusto
prezzo le cose che ciascuno di noi vuole, salvo l'acqua il cui uso è
comune a tutti. I cittadini, a dir vero, ci onorano. In una cosa si
rendono qualche volta molesti: nel pretendere il pagamento di
un debito lasciato da un compagno nostro vicino e
corregionale". A questo piccolo neo nella cordialità dei
bolognesi, rimediò Io stesso Barbarossa con l'editto di
Roncaglia, col quale accordava agli studenti tra gli altri privilegi il
diritto di non dover rispondere degli atti e dei debiti dei
compagni " non ci sia alcuno tanto audace da recare danno agli
Scolali", l'impero si impegnava a proteggere gli scholares dalle
pressioni e dalle interferenze di ogni autorità politica. Forte del
riconoscimento imperiale, lo Studio di Bologna acquistò ben
presto un immenso prestigio nella vita municipale la
giurisdizione penale e civile degli studenti passò piattamente
nelle mani del Rettore. Dove poi Bologna seppe dimostrare la
sua sapienza ed il suo rispetto per quelle sue origini così libere e
pragmatiche, fu anche nel diventare direttamente città
organizzatrice di cultura, promuovendo accanto al tradizionale
studio del diritto la nascita di nuove materie di studio
rispondenti alle mutate ed aumentate esigenze culturali della
società bolognese. Alle scuole di giuristi si aggiunsero così quelle
58
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
di medicina, poi di filosofia, di aritmetica, di logica, di retorica e
di grammatica. Fu così che Bologna divenne la città frequentata
dai grandi nomi della cultura europea Dante e Petrarca, poi dal
vescovo di Canterbury Thomas Becket, poi Copernico, Erasmo
da Rotterdam, Paracelso, Torquato Tasso, per citare i più
celebri. (…)
Bisogna aspettare la seconda metà del '500 per vedere le scuole
dello Studio riunirsi finalmente in un'unica sede: l'Archiginnasio.
E in questo luogo l'Università di Bologna dimorò fino al 1800,
trascorrendovi i secoli del suo massimo splendore. Nel 1200
sviluppò la Scuola di Retorica, poi la famosa scuola dei
"dettatori", poi ancora le facoltà di medicina e di filosofia. Nel
1500 vide affermarsi Ulisse Aldrovandi, filosofo e capostipite dei
naturalisti, fondatore del primo museo di storia naturale e
dell'orto botanico. Ma fu il Seicento, più esattamente la fine di
quel secolo e buona parte del successivo, il periodo veramente
europeo dello Studio bolognese un periodo eccezionale, che
vide uomini illuminati stringersi attorno allo Studio col
desiderio di rilanciare la città come centro di studi scientifici.
(…)
PALAZZO POGGI
Un luogo storico dunque per la nostra Università, il palazzo che
il cardinal Poggi fece edificare verso la meta del cinquecento.
Non a caso, nel 1802, Napoleone lo scelse come nuova sede
della moderna università di Bologna. Ed è qui, nelle sue sale e
nei suoi musei, che il visitatore curioso di oggi può ancora
ritrovare la passione che legò Bologna al suo Studio. La ritroverà
non solo nei manoscritti, nelle fotografie, nei cimeli e nelle
collezioni musicografiche gelosamente conservate, ma anche
nella bella e larga musicalità delle sue architetture e, nelle
splendide decorazioni di Pellegrino Tibaldi per le "Storie di
Ulisse" (oggi visibili nella sede dell'Accademia delle Scienze al
numero 31 di via Zamboni) o in quelle di Nicolò dell'Abate
disseminate in alcune sale oggi della Biblioteca Universitaria - in
via Zamboni 35 - dove il raffinato spirito dell'artista ha
raffigurato dame e gentiluomini che giocano a carte o
partecipano ad un concerto.
Bologna la sapiente - fascicolo a cura di Bologna 2000
L'UNIVERSITA' ED UMBERTO ECO
Nell'autunno del '93, in qualità di matricola a Scienze della
comunicazione, avevo cominciato a frequentare le lezioni di
Umberto Eco e Roberto Grandi, più tardi assessore alla Cultura.
L'impatto con l'Alma Mater era stato tranquillizzante come una
visita a casa di parenti, così mi restava abbastanza tempo per
bombardare di telefonate Canalini nel tentativo di scoprire se e
quando, di preciso, la mia storia sarebbe diventata un libro vero,
distribuito anche a Bologna. (…)
Lo stile amabile dei professori era distante anni luce dalla figura
ancien régime di molti insegnanti liceali che avevo conosciuto, e
59
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
se è vero che le scarpe raccontano parecchio sull'uomo che le
porta, dovevamo considerare tanto il Maestro Eco quanto il più
giovane Grandi come persone vicine a noi. Entrambi, in quello
scorcio d'autunno dei primi anni Novanta, sfoggiavano spesso
anfibi Dr. Martens, e sembrava naturale lasciarsi guidare
attraverso le vertigini di senso della semiotica da sherpa con
calzature identiche alle tue. (…)
Era un'indicazione che potevo mettere a profitto anche nel
corso degli esami: all'approssimarsi dell'orale di Semiotica, il
pensiero che Eco in persona ci avrebbe interrogato davanti a
uno stuolo di assistenti non ci faceva sentire troppo a nostro
agio. Era un professore simpatico, d'accordo, ma era pur sempre
il Maestro. Allora, anziché cercare rimedio all'ansia in
erboristeria, o preoccuparsi seriamente di quale abbigliamento
scegliere per il gran giorno, era meglio stare calmi e ripassare i
punti salienti della propria tesina. Ognuno di noi era stato
invitato ad analizzare un fenomeno culturale: poteva trattarsi
del particolare epos di Corto Maltese, dello stile inconfondibile
d'una certa rivista o di una rassegna cinematografica. Per non
sfigurare agli occhi dell'autore della Fenomenologia di Mike
Bongiorno, avevo scelto come oggetto del mio trattatello di
semiotica la band di pop adolescenziale 883. Quando venne il
mio momento, dimentico dei sorrisi divertiti degli assistenti,
analizzai puntigliosamente la grafica delle copertine dei cd,
tracciai nell'aria magici quadrati semiotici, interrogai
l'immaginario evocato nei testi delle canzoni con triangolazioni
da vertigine, e infine diedi conto dello sbilanciatissimo, quasi
imbarazzante, rapporto fra i due componenti della band, Max
Pezzali e quel Mauro Repetto perennemente condannato a
ballare sullo sfondo. Magari altrove soggetti del genere
venivano tenuti ben lontani dagli atenei, ma a Bologna
nell'inverno 1993-94, dopo aver risposto a un paio di domande
finali del Maestro, potevi stringergli la mano per poi uscire
inebetito nella luce livida di via Zamboni con il suo autografo sul
libretto, e un insperato trenta e lode a mo' di dedica.
Enrico Brizzi - La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco pagg.135-138
Si arriva a piazza di porta San Donato, si attraversa il
vialone e si prosegue in via Malaguti per arrivare alla
stazione ferroviaria di San Vitale. Si superano i binari e si
percorre via Masia, via Paolo Fabbri e poi via Musolesi.
GUCCINI
Ma nessuno a Bologna, nella prima metà degli anni Ottanta,
godeva dello stesso rispetto tributato al 'Maestrone' Francesco
Guccini. Solo Andrea Pazienza, scoprii più tardi, aveva osato
60
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
metterlo alla berlina come menagramo in certe sue tavole, ma
noialtri all'epoca non sospettavamo nulla e pendevamo dalla
sua barba come da quella d'un profeta sceso dalle montagne, le
nostre montagne. Il Maestrone era semplicemente perfetto, per
una ragionevole città socialista che di tanto in tanto ama farsi
trattare da anarchica e testa calda, e infatti godeva
dell'autorevolezza senza tempo propria dei grandi capi religiosi:
immutabile nell'immagine che campeggiava (e campeggia
identica da trent'anni) sui manifesti dei live, granitico nella
scelta della scaletta, sempre identico a se stesso nella sua ironia
un po' pedante. Se dai cantanti rock non sapevi mai cosa
aspettarti, con il «Guccio», che incideva per la Emi già nel 1967,
andavi a colpo sicuro: come l'immagine nel manifesti, non
invecchiava mai. Non si poteva dire neppure che ringiovanisse,
tuttavia col tempo appariva meno grave e pensoso del se stesso
in Eskimo di qualche anno prima. Per la sua città d'adozione
Guccini aveva scritto una canzone bellissima nel quasi-conceptalbum Metropolis, e la «vecchia signora dai fianchi un po'
molli», un poco «bambina perbene» e un poco «busona»,
nell'estate del 1984 l'aveva ricambiato con una indimenticabile
serata estiva: per il live Fra la via Emilia e il West piazza
Maggiore era gremita, e decisa ad omaggiare quel cantautore
che fin lì non si era presentato quasi mai accompagnato da una
band. Quella sera speciale, invece, salirono sul palco con Guccini
e i suoi strumentisti anche Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni e i
due complessi con cui il Maestrone aveva collaborato da
ragazzo: gli eterni Nomadi e un'Equipe 84 salutata come
rediviva, ma in realtà destinata soprattutto a malinconiche
apparizioni in programmi-nostalgia televisivi. Invece lui metteva
d'accordo tutta la famiglia: non dev'essere un caso se il mio
primo concerto sarebbe stato un live di Guccini al Palasport, a
sgolarmi sotto il palco con gli amici mentre i miei genitori
sedevano in gradinata. All'osteria Da Vito l'avrei sempre visto
mangiare, bere e giocare a carte come un comune mortale,
senza mai pontificare o sforzarsi di attirare l'attenzione. È
difficile credere quanti pellegrinaggi per laica devozione e
lambrusco siano avvenuti fra l'osteria di via Musolesi e
l'adiacente palazzina di via Paolo Fabbri 43, e anche qui il
Comune di Bologna, quando nel XXII secolo non saremo più da
queste parti, dovrebbe impegnarsi a mettere una bella targa. lo
sono fra i fortunati che in via Paolo Fabbri ci è arrivato su invito
del padrone di casa, una volta che ci hanno chiesto di scrivere
un articolo a quattro mani in cui si mettesse in scena una
contrapposizione fra vino e birra: oltre alle pareti murate di libri
fino al soffitto e a un gagliardetto della Pistoiese, mi avrebbe
lasciato sbalordito la spartana confidenza con cui mi trattava
l'autore dell'Avvelenata. «Mettiti comodo, Brizzi. Soprattutto
spiegami come ti è venuta questa idea bislacca di prendere le
parti della birra contro il vino». «Ma Guccini... Pensavo di
lasciare a te l'onore di cantare le lodi del vino. Mi sembra il
61
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
minimo. E poi lo sai che il mio primo concerto è stato...». «Se
devo dirti la verità questo articolo è un po' una cazzata. Ma
almeno gli argomenti non mancano». Poi ci siamo messi a
scrivere insieme il proemio del pezzo, gomito a gomito alla
scrivania, e mentre fiorivano rapide le righe speravo che una
parte del suo profetico fluido contagiasse il giovanotto
inesperto che ero.
Enrico Brizzi - La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco pagg. 52-54
GUCCINI E I LIBRI
Cominciai invece a Bologna a comprare qualche libro, il primo, o
uno dei primi, fu La spedizione dei Catalani in oriente di, credo,
Ramón Muntaner il perché di quella scelta mi è, a tutt'oggi,
misterioso. Cosa avevo a che fare coi Catalani in oriente? E il
Muntaner (si scriverà poi così?) chi mai sarà? Ma qualche altro
libro poi venne, tanto che con i primi soldi delle canzoni comprai
un armadio e adibii il fondo a Mia Prima Libreria. C'era il fatto
positivo che erano pochi, quindi sapevo quali e dove fossero; lo
svantaggio era che erano accatastati (vabbe', piccolissime
cataste), quindi di non facile fruibilità. Quando andai ad abitare
in via Paolo Fabbri una delle prime cose che comprai fu una
libreria: finalmente lì, i miei libri, in ordine, catalogati, a portata
di mano, tutti di dorso e.. Be', questo nei sogni, perché maggiori
possibilità economiche mi permettevano di acquistare libri e
presto tutto si trasformò in una specie di caos primordiale. Feci
fare allora una nuova libreria e ricominciai a catalogarli, ma i
libri crescevano e feci fare un'altra libreria, poi un'altra,
angolare, anzi due, poi un'altra pensile, poi una a due pareti dì
una stanza, poi una di metallo in cantina, e ogni tanto ci sono
stati sterili tentativi (più che altro conati) di catalogazione,
anche con un meraviglioso programma al computer e...
Francesco Guccini - Non so che viso avesse - pagg. 102 e segg.
GUCCINI VISTO DA BERSELLI
Tutti sanno che Francesco Guccini scrive libri e romanzi, fabbrica
gialli, completa trilogie, traduce, compila, studia, fa il filologo e il
lessicografo dell'Appennino toscoemiliano, dopo avere
sperimentato che sul crinale della montagna succedono cose
mentalmente interessanti. Memorie che innescano memorie e
fanno venire voglia di scrivere di cose piccole. Invece, ai tempi di
Caterina, il ragazzo Guccini, lungo e magro come un affamato,
suonava e componeva musica. Come opera prima, una
fotocopia di Only You, sciocchina e divertente. Poi capitava un
amico che diceva: ho conosciuto un tizio che sa fare l'assolo di
Be-Bop-A-Lula. Urca! Da restare sbalorditi, perché quell'assolo
era un giudizio di Dio: ed eccoli in gruppo pronti per le balere,
così si impara a stare in pubblico e ci si fa un repertorio. Lui, e se
ne vanta, ha un repertorio sterminato, da Signorinella pallida
62
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
fino a Rock Around The Clock. Poco dopo, lasciate le balere,
Guccini si è messo a fare l'apocalittico, il postnucleare, il filosofo
in musica, e ha provocato uno scandalo teologico con Dio è
morto. Insomma: «Prendevo da Bob Dylan un paio di accordi
strani, di quelli che in Italia non usava nessuno, e ci facevo su
una canzone». Adesso, vita tranquilla in interno bolognese,
quartiere Cirenaica, via Paolo Fabbri naturalmente al 43, e una
boccia di Sorbara per solleticare l'animo e schiarire la voce. «Nel
fosco fin del secolo morente / nell'orizzonte cupo e desolato /
già si alza l'alba minacciosamente / del dì fatato...»: sorride
soddisfatto della propria memoria mentre scandisce con voce
stentorea gli endecasillabi di un canto anarchico che potrebbe
essere l'antesignano della Locomotiva. Ha un repertorio anche
quello sterminato di canti toscani, politici e amorosi: potrebbe
rivaleggiare con lui soltanto il divo Fabio, ossia il professor
Roversi Monaco, rettore magnifico del nono centenario
dell'università di Bologna (quella che secondo il Folengo alleva
studenti testoni come buoi), il quale conosce a memoria decine
di inni fascisti e di canti anarchici. Un altro grande bolognese, il
mancato terzino di fascia Ezio Raimondi, dopo avere assistito a
un concerto di Francesco a Bologna, gli ha detto: «Guccini, mi
piacciono le sue canzoni perché sono etica che si fa politica», e
Francesco si è schermito perché, se il finissimo Raimondi ti dice
quelle cose lì, bisogna pensarci un momento, per capire se ti ha
fatto un complimento oppure se ti ha mandato a dire che
musicalmente fai pietà. In realtà, i più scettici hanno sempre
sospettato che Guccini ci marciasse, con l'etica e la politica, con
la fiaccola dell'anarchia e trionfi la giustizia proletaria. Invece
un'anima socialista e libertaria ce l'aveva dentro, anche se il
socialismo non gli veniva dalla famiglia, visto che la madre era
naturalmente democristiana, il padre liberale montanaro, molto
vecchio stampo, anche se semplice impiegato alle Poste e quindi
appena sopra il proletariato. Dice che per cultura non è mai
stato un estremista. E neanche comunista, perché il Pci allora
era il partito dell'Unione Sovietica, tetragono, impenetrabile e
poco beat. La sua matrice culturale autentica è l'azionismo, i
fratelli Rosselli, il socialismo liberale, cose fuori moda. «Anche il
Sessantotto, l'ho intuito, l'ho percepito, l'ho sentito, ma avevo
già ventotto anni, e non avevo più voglia di fare casino.» A
stuzzicarlo, rivela un po' di fastidio nel vedere che quelli che ai
tempi della contestazione lo criticavano perché non era
abbastanza rivoluzionario ora prendono lo stipendio da
Berlusconi e fanno la propaganda per Forza Italia. Mentre lui
insiste romanticamente con il Che, dedicandogli canzoni fuori
moda. Perché, dice, Guevara è un mito ormai esente dalle
appartenenze politiche. «Ti è mai capitato di sentire la pelle
d'oca per un canto proletario? Si può non essere di sinistra e
commuoversi sentendo un inno operaio, e allo stesso modo
emozionarsi fino alle lacrime per la storia del Che. Capita anche
a gente che nei concerti solleva il pugno chiuso e magari ha
63
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
votato a destra. » Difficile dargli torto, dato che anche alcuni ex
sessantottini diventati rigorosi neoconservatori si inteneriscono
ancora quando sentono Per i morti di Reggio Emilia di Fausto
Amodei. Fa le solite cose, con i soliti amici. Passa le notti in
trattoria da Vito, e quando ne ha voglia suona, canta e ascolta
tanghi.
Edmondo Berselli - Quel gran pezzo dell’Emilia - pag 94-95-96
Si ritorna alla stazione di San Vitale e da qui, in treno o in
autobus si raggiunge la stazione centrale.
Siamo a piazza delle Medaglie d’oro antistante la stazione
ferroviaria.
STAZIONE
Certo, la stazione è in centro pochi passi e si arriva in via
Indipendenza una passeggiata di una ventina di minuti e si è in
piazza Maggiore. Ma il cuore di cui parliamo è quello della città
intesa come "essere vivente". A Bologna la stazione è sempre
stata dov'è ora, e ha iniziato ad accogliere viaggiatori nel 1859.
Con l'avvio delle corse della linea Bologna Piacenza Pochi anni e
la stazione si rivela già insufficiente partono grandi lavori di
ristrutturazione e nel 1871 la città accoglie una stazione "nuova
', disegnata dall'architetto Gaetano Ratti. Sostanzialmente, con
innumerevoli ritocchi, è la stazione come la vediamo ora. Una
stazione trafficatissima, per la collocazione geografica di
Bologna per anni milioni di scolari imparano a memoria che
Bologna è «snodo ferroviario di primaria importanza». Punto di
passaggio però non è una stazione “termini” come Milano,
Firenze o Roma. A meno che non siate bolognesi. I bolognesi,
infatti, non arrivano ne partono mai dalla loro città ci tornano,
sempre. Gli altri sono sempre di passaggio, anche se il passaggio
può durare una vita intera. E poi naturalmente c'è il 2 agosto
1980 l'attentato gli 85 morti e i duecento feriti lo squarcio nella
sala d'aspetto della seconda classe, sul binario 1 I'ala sinistra
distrutta e ricostruita identica, l'orologio da allora fermo alle
fatali ore 10,25 (nonostante vi sia stato chi ha proposto di
rimetterlo "giusto ') La Ferita nel cuore della città che non si
rimargina
LAPIDE DELLA STRAGE DEL 2 AGOSTO 1980
La strage. Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose
nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture
64
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si
trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30
metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno AnconaChiasso in sosta al primo binario. Il soffio arroventato prodotto
da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone
provenienti da 50 città diverse italiane e straniere. Il bilancio
finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da
"Il giorno") La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio
vite, sogni, speranze. Maria Fresu si trovava nella sala della
bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con
due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino
della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato
subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della
madre.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale
Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara,
15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano
accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria
Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di
scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo
e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo
l'esplosione tra atroci sofferenze.
Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato
dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si
trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del
ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana,
aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto
aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del
Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al
reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma
cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe
fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente
brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un
po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole
accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi,
purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le
menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo
corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione
tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e
assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero
37, che si trasformò in un carro funebre. E' lì che vennero
deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle
macerie.
65
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in
elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò
all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre
camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata
provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il
presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere
provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento:
"Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più
criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero
manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle
immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San
Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
INTERVENTO DI MIANO: Strage alla stazione di Bologna
Si passa dai sottopassaggi e si sale sul viadotto di via
Matteotti.
Si arriva a piazza de l’Unità.
Sulla piazza affaccia la sezione PD della Bolognina.
INTERVENTO DI MIANO: la fine del PCI
Qui nel 1989 Occhetto annunciò la svolta con la fine del PCI.
C’è una lapide sulla piazza.
Giriamo a dx in via Mazza e imbocchiamo via di Saliceto fino
al giardino della Zucca e al Museo di Ustica.
IL MUSEO DI USTICA
Il 27 GIUGNO 1980 parte da Bologna, dall'aeroporto Guglielmo
Marconi, il volo Itavia 870 Bologna-Palermo; sono le 20.08, due
ore dopo l'orario previsto. L'arrivo è programmato per le 21.15.
Non ci sono problemi: il DC 9 viaggia regolarmente, con a bordo
81 persone, 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici
66
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini
d'equipaggio. Durante il volo non é segnalato nessun problema,
ma poco prima delle 21 del DC 9 si perdono le tracce radar. La
mattina dopo tutti i giornali riportano notizie della tragedia e si
cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del
disastro. Passano i giorni; la lettura dei giornali ci permette di
capire le prime inquietudini: “Il silenzio delle autorità alimenta i
sospetti di una collisione. Forse i radar della Nato hanno “visto”
la tragedia del DC 9 scomparso in mare”, “Il DC 9 Itavia aveva
strutture logore oppure é stato investito da ‘qualcosa’ ”.
Poi in fretta di Ustica non si parla più. Scende sulla vicenda un
lungo silenzio fino al 1986 quando un appello al Presidente della
Repubblica viene inviato da Francesco Bonifacio, Francesco
Ferrarotti, Antonio Giolitti, Pietro Ingrao, Adriano Ossicini,
Pietro Scoppola e Stefano Rodotà. Si chiede che “qualsiasi
dubbio anche minimo, sull'eventualità di un'azione militare
lesiva di vite umane e di interessi pubblici primari sia
affrontato.”
Viene fondata anche l'Associazione dei parenti della vittime
della strage di Ustica perché, ricorda Daria Bonfietti “appariva
sempre più chiaro che coloro che lottavano contro la verità
esistevano, erano esistiti fin dagli istanti successivi il disastro e
operavano a vari livelli, nelle nostre istituzioni democratiche,
per tenere lontana, consapevolmente la verità”.
IN PRINCIPIO ERA UN'ISOLA
Di Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione dei Parenti delle
vittime della Strage di Ustica.
All'inizio, Ustica era una piccola isola, neppure tanto conosciuta.
Qualche anno dopo, sui vocabolari apparve l'aggettivo "ustico"
nel senso di poco chiaro, avvolto nel mistero.
Si potrebbe raccontare anche così, questa storia.
La sera del 27 giugno 1980, dall'aeroporto Guglielmo Marconi di
Bologna parte il volo Itavia 870 per Palermo. Sono le 20.08,
l'arrivo è previsto per le 21.13. Non ci sono problemi, il DC-9
viaggia regolarmente, ci sono a bordo 81 persone: 64 adulti, 11
ragazzi tra i 12 e i 2 anni, 2 bambini di età inferiore ai 24 mesi e
4 uomini d'equipaggio.
Poco prima delle 21.00, però, dell'aereo si perdono le tracce. La
mattina dopo i giornali riportano che l'aereo è precipitato.
Ma Ustica rimane solo un'isola, e infatti le notizie dell'incidente
poco alla volta scompaiono dalle pagine dei giornali. Si sa che gli
aerei cadono! Così passano gli anni, di quella tragedia non si
parla più, i parenti rimangono soli con il dolore e il desiderio di
sapere. Qualche giornalista continua a cercare indizi, ma tutte le
notizie, anche le più sconvolgenti ipotesi di un attacco
missilistico, sono lasciate cadere nell'indifferenza. La politica ha
sempre qualcosa di urgente e più importante a cui pensare, e la
67
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
magistratura lavora senza impegno e senza determinazione, non
nomina nemmeno commissioni tecniche.
Solo anni dopo, nel 1986, un meritevole gruppo di intellettuali
chiede che "qualsiasi dubbio, anche minimo, sull'eventualità di
un'azione militare lesiva di vite umane e di interessi pubblici
primari sia affrontato." E nasce anche l'Associazione dei Parenti
delle vittime della Strage di Ustica.
E da allora Ustica non è più solo una meravigliosa isola, è anche
una ferita nella coscienza democratica del Paese. Sentono
quell'ustione" cantanti (De Gregori, Guccini, De André,
Vecchioni), attori (Costa, Paolini, Bergonzoni, Placido) e scrittori
(Del Giudice, Scalise). Si fanno film (Il muro di gomma di Marco
Risi), nascono siti internet. Sentono quell'ustione migliaia e
migliaia di cittadini che si stringono all'Associazione e cercano di
aiutarne e sostenerne le attività.
Nell'opinione pubblica si fa strada una verità semplice: qualcosa
di grave è accaduto nei nostri cieli, un aereo civile è stato
abbattuto.
E così si dice "ustico" per significare misterioso, tenuto
nascosto.
Nel settembre 1999 una prima verità ce la porge il Giudice
Priore: "L'incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare
di intercettamento, il DC-9 è stato abbattuto, è stata spezzata la
vita a 81 cittadini innocenti con un'azione che è stata
propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata,
operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro
Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha
dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto."
Questo è il primo punto fermo, la prima verità ottenuta che
richiede, anche oggi, nuovo impegno, nuovi sforzi. Soprattutto
dalla politica, dalle istituzioni del nostro Paese.
Intanto ci sono le notizie da reperire presso stati alleati e amici:
Stati Uniti e Francia. Dice infatti esplicitamente Priore: "Se si
pone tra le ipotesi della caduta del DC-9 uno scenario esterno,
in cui si suppone la presenza di più velivoli oltre quello civile; se
tale ipotesi, venendo a cadere le altre, si rafforza; se emergono
evidenze di velivoli coperti e di altri in caccia, è giocoforza
dirigere le ricerche verso Paesi le cui aeronautiche erano al
tempo in grado di esser presenti nel cielo del disastro (...) E
poiché con il tempo l'ipotesi della presenza di una portaerei ha
preso vigore al punto che questa possibilità è stata ammessa
anche dalla Nato, l'ambito delle investigazioni si è ristretto al
massimo. La Francia e gli Stati Uniti dislocano
continuativamente portaerei e mezzi aeronavali nel
Mediterraneo per la strategicità e la conflittualità dell'area, e le
forze armate di qualunque altro Paese non avevano sistemi
radar in grado di monitorare l'area in oggetto."
E poi va aggiunta la Libia: bisogna ricordare che, a pochi giorni
dalla caduta del DC-9, fu trovato sulla Sila un MiG
misteriosamente entrato nel nostro spazio aereo, che molti
68
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
pensano strettamente collegato con la tragedia, e che il
colonnello Gheddafi ha sempre sostenuto di essere l'obiettivo di
quell'attacco, che ha invece colpito un nostro aereo civile. Su
queste strade, però, non ci si è incamminati con particolare
vigore, la via burocratica delle rogatorie internazionali non ha
dato i frutti sperati, ci sono state risposte di circostanza che, a
mano a mano che ci si avvicinava ai problemi più consistenti,
sono diventate generiche ed evasive.
Con Gheddafi, un dialogo vero neppure è stato iniziato.
Come neppure è stato abbozzato un serrato confronto
costruttivo con l'Aeronautica Militare Italiana, che pur rimane lo
scrigno che ha custodito il sapere tecnico e che ha sempre
operato per ostacolare il percorso della verità: non informando i
governi di quanto sapeva nell'immediatezza dell'incidente,
facendo sparire ogni elemento utile, in una sistematica
distruzione delle prove. Fino a ora questi atteggiamenti negativi
sono stati premiati, portando immancabilmente ai vertici di
questa struttura militare proprio quegli ufficiali che il giudice
aveva espressamente segnalato come i protagonisti
dell'impegno contro la verità. Insomma, carriere in riscossione...
delle malefatte!
La Procura della Repubblica ha in mano alcuni nuovi elementi.
Oggi la magistratura potrebbe dare rinnovato impulso alle
indagini, perché il reato di strage non si prescrive e la verità
completa non è stata ancora messa a fuoco. All'estero, l'ho già
detto, si possono senz'altro trovare ancora elementi utili. Deve
cominciare una stagione nuova.
Intanto c'è ancora chi crede che la verità sia possibile, e cerca
ulteriori forme di impegno: si disegna un fumetto e si può
visitare un Museo. Possono sembrare iniziative strane, difficili
da tenere insieme. Sono invece animate dalla stessa passione
civile, dalla stessa voglia di verità.
Il relitto del DC-9, per tanti anni affondato in uno dei punti di
maggiore profondità del Tirreno e poi conservato a Pratica di
Mare, è tornato a Bologna. Sono state scene di grande impatto
e di grande commozione, che hanno scosso l'opinione pubblica.
Attorno a questo relitto, che è in tanti modi il simbolo della
vicenda (verità abbandonata e affondata, cercata, ripescata e a
fatica ricostruita), è nato, per l'impegno del Comune e degli enti
locali dell'Emilia Romagna, il Museo della Memoria.
Leggere un fumetto e visitare un museo: due azioni semplici,
importanti, che hanno dentro la stessa voglia di sapere e la
stessa urgenza: quella di non dimenticare.
Leonora Sartori e Andrea Vivaldo - Ustica. Scenari di guerra MARCO PAOLINI E USTICA
Insomma a bordo c’era: un dentista, un commerciante di carni,
c’era una laureanda in lingua dell’Università di Padova, una
insegnante di scuola media, un operaio, c’era un’avvocatessa,
69
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
un bracciante agricolo, un carabiniere in licenza... poi c’era due
impiegati del Ministero delle Finanze, c’erano un ingegnere,
alcuni pensionati, un giornalista di “Lotta continua”, un
rappresentante di ditte dolciarie e fitofarmaci, un fotografo
ambulante, il gestore dei laboratori di produzione dei gelati
Nevada; un altro commerciante, c’era poi una laureata in
ingegneria nucleare, un’agente di cambio, un’agente di
commercio, un’agente di pubblica sicurezza, un impiegato
dell’Ospedale militare di Palermo, una impiegata dell’Hotel De
Palm;
un
piastrellista,
una
bracciante
agricola
temporaneamente baby sitter, un altro carabiniere in permesso,
un assicuratore, un imprenditore edile, un manovale edile, poi
c’era un ragioniere, c’era un geometra, c’erano alcuni studenti
universitari, una impiegata di farmacia, un’albergatrice e poi un
perito metalmeccanico, altri pensionati. Sì, e poi c’era anche
una professoressa di analisi matematica e una borsista
anch’essa in matematica e c’era anche un commerciante in
tessuti, e poi c’erano due tecnici della SNAM progetti. Un
viaggiatore di commercio, sì e poi, un capo ufficio di banca e un
impiegato di banca, poi c’era un maresciallo della Guardia di
Finanza in pensione; poi c’erano 13 bambini, di cui due neonati,
tutti in attesa di futuro e occupazione nella vita, una hostess,
un’assistente di volo, un comandante pilota e un primo Ufficiale
copilota al posto di servizio. A me sto aereo, sembra un treno,
con tutti questi mestieri, non è più nel 1980, che gli aerei li
guardi passare e basta, è quel momento che li puoi cominciare a
prenderli, puoi decidere costa un po’ di più…
Marco Paolini - Racconto per Ustica
70
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
APPENDICE
GUCCINI SI RACCONTA
Il momento del concerto è sempre (deve essere) un momento
divertente, piacevole, eccitante. È un'occasione per rivedersi coi
musicisti, i tecnici, i "road manager", quelli del "catering", tutti
quelli che collaborano. Si scherza, si racconta qualche
barzelletta, quando ce ne sono delle nuove (soprattutto, Eliade
e Flaco e io, ma le nostre sono migliori e più raffinate e più
nuove rispetto a quelle di certa gente), ci si prende in giro su
tutto, la forma fisica (o, più spesso, la "sforma"), il calcio, si
mangia e si beve. Noi mangiamo prima del concerto e dopo, e si
tira tardi. Arrivano nugoli di amici, a volte con quantità
incredibili di provviste alimentari e di vino, e anche lì saluti e
abbracci. Poi, quando arriva il momento, si parte, e all'inizio è
un po' come quando all'università sostenevo un esame,
tensione (necessaria e santa tensione) nei primi istanti e
adrenalina che vola, poi tutto scivolava via bene. Questo,
quantomeno, adesso. Le prime volte invece ero terrorizzato,
nonostante l'esperienza della balera, ma era una cosa
differente. Là, nelle sale da ballo, c'era un gruppo, che suonava,
la responsabilità si divideva, bene o male, con gli altri; eravamo
tutti a metterci la faccia, a volte veramente tosta, poi i brani non
erano i miei, e la gente, più che ascoltare, voleva ballare. Invece
in un concerto (chiamiamolo pure, per quanto riguarda i primi
tempi, così) mi sarebbe toccato salire su un eventuale palco da
solo, con la mia chitarra, e basta. La gente stava ad ascoltare
me. La cosa mi impauriva o, peggio, mi imbarazzava. Insomma,
mi vergognavo come un ladro. Perché la gente doveva venire ad
ascoltare proprio me, e a volte, pagare anche per farlo?
Retaggio forse di un'educazione casalinga: i miei genitori
"vengono ad ascoltare te? Non avevano niente di meglio da
fare? A volte pagano anche?! Mah?!". Difatti, allora, non facevo
ancora concerti, o quasi. Mi chiamarono, se non mi sbaglio nel
dicembre del '68, quelli della Cittadella d'Assisi, quelli che
avevano fatto trasmettere a Radio Vaticana Dio è morto, allora
censurata dalla RAI (ma alla RAI non si fa altro?). Avevano
organizzato un incontro sulla pace o qualcosa del genere. Tirava
aria di '68, erano i tempi della "Messa beat" o qualcosa di simile,
inoltre ero abbastanza giovane e curioso. Forse per tutto questo
accettai con giovanile incoscienza e andai ad Assisi, in pullman,
con un gruppo di bolognesi. La fatidica sera c'era altra gente che
suonava ma quando toccò a me mi prese il panico,
naturalmente (fenomeno che poi si sarebbe ripetuto negli anni)
mi sembrò, al momento, di essere completamente afono, mi si
ruppe anche una corda della chitarra (o forse la ruppi io
sperando, con quello stratagemma, di essere esentato). Mi
trovarono la corda e andai sul palco, con l'aiuto di una
71
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
brocchetta di vino (fenomeno che poi si ripeterà negli anni) e
cantai quattro canzoni: Auschwitz, L'atomica cinese e,
naturalmente, Dio è morto. La quarta non me la ricordo. Andò
tutto benissimo, fu un successone, ma questo non cancellò il
senso di panico che avevo sempre quando, in qualche modo, mi
dovevo esibire. Suonavo ogni tanto ma in circoli quasi privati,
fra amici, ma non erano vere e proprie manifestazioni
pubbliche. Nell'ottobre del '70 cominciò l'esperienza all'Osteria
delle Dame e anche lì c'era un pubblico ristretto, fatto in buona
parte di amici, si poteva giocare con la gente, coinvolgerla, cosa
che faccio anche adesso, magari trattando con le persone come
se fossero le due-trecento dell'osteria e non migliaia. Ma ancora
non facevo concerti veri e propri. Qualcuno, a dire il vero,
l'avevo fatto, ma non da solo. Nel '69 frequentavamo un'osteria
appena fuori Porta D'Azeglio (osteria di fuori porta? Ma sì, è
quella), prima il giovedì sera, poi quasi tutte le sere, prima in
quattro o cinque poi con dei pienoni incredibili, ma non erano
spettacoli e non c'erano spettatori, era un trovarsi fra amici.
Chitarre, vino, un po' di salumi assortiti, e vai fino alle due, tre
della mattina. Il massimo che spendevi era mille lire (50
centesimi di euro, mi viene da piangere). Oltre a noi italiani
c'erano studenti greci, somali, nordamericani. Ci passava un
mucchio di gente a suonare ma soprattutto c'erano due persone
particolari, molto interessanti. Uno era un greco di Atene,
studente d'ingegneria a Bologna, Alex Devezoglou (spero di
averlo scritto bene, comunque era Alex), l'altra una borsista
nordamericana, Deborah Kooperman. Alex, bella voce, era
anche autore di canzoni, Debbie (che poi avrebbe collaborato a
molti miei dischi) aveva un vasto repertorio folk, cantava bene e
suonava meravigliosamente con lo stile del fingerpicking, allora,
da noi, merce abbastana rara. Cantavamo e suonavamo di tutto,
nostre canzoni, folk italiano nordamericano e greco; un amico
che cantava in un coro, lo Stelutis, e suonava chitarra classica,
ogni tanto veniva con qualche elemento del coro e facendo
qualche brano del loro repertorio, Una stagione stupenda ma,
come spesso accade, irripetibile. Alla fine dell'estate il padrone
vendette l'osteria che diventò una specie di locale ambiguo
(tendine alle vetrine, luci fioche, una sera una rivoltellata, niente
chitarre e canzoni), la ragazza che avevo allora se n'era partita;
noi ci trasferimmo ma non fu com'era stato. Andammo (sempre
al giovedì, ma perché il giovedì? Remunerati? Forse) in una
specie di "cabaret", il "77" (via Strada Maggiore 77), sempre con
Alex e Debbie. Non so come o da chi partì la proposta, ma ci
convocarono da qualche parte e facemmo una serie di
spettacoli (dove? Boh! Ne ricordo uno, forse una Festa
dell'Unità, Ippodromo di Modena, compenso, credo, trentamila
lire, in tre). Ricordò però un agghiacciante manifestino:
"Cantiamo la vita". Mah?! Lo ammetto, era un po' pretenzioso,
la vita di chi? Nell'ottobre del '70, come dicevo, aprimmo
l'Osteria delle Dame, strano incontro tra un frate domenicano,
72
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
padre Michele Casali, che, figlio di un soprano e di un impresario
teatrale, era stato a sua volta impresario, e il sottoscritto. Nel
frattempo Alex era scomparso da Bologna, Debbie, invece,
rimase e ogni tanto la chiamavo a suonare all'osteria, che era
frequentata soprattutto da studenti. Uno di questi, Donato
D'Amore, di Bovolone, Verona, ci invitò a suonare in un club di
cui era direttore e andammo là diverse volte; il repertorio era
curioso, oltre a qualche canzone mia e qualche pezzo folk della
Debbie facevamo assieme brani del folklore americano e
italiano. Continuavamo, si fa per dire, a "cantare la vita". Con
Debbie venni chiamato anche a Sanremo, dall'allora da me
sconosciuto Amilcare Rambaldi, per un concerto al teatro
Aristón. Amilcare mi parlò del Club Tenco e della Rassegna che
si sarebbe tenuta l'anno seguente, invitandomi. Dissi di sì, ma
convinto dentro di me che non sarei andato. Diffidavo delle
rassegne più o meno ufficiali e mi ero preparato una serie di
scuse tragiche per quando mi avrebbe telefonato per fissare
(sono moribondo, un male tremendo, il mio gatto sta morendo
ecc). Il maledetto Amilcare mi telefonò di prima mattina. Io,
praticamente in coma (chissà come avevo trascorso la notte
precedente) dissi debolmente di sì. Così andai e mi trovai
benissimo e iniziò così il mio sodalizio col Tenco; non solo quella
prima volta feci il mio concerto ma sostituii l'ultima sera un
collega che aveva disdetto. Due concerti al prezzo di uno (cioè
gratis). Nello stesso periodo Gianni Coron, che era stato bassista
dei Nomadi, si era trasformato in impresario e mi aveva
procurato tre o quattro contratti, da solo, in sale da ballo dove
facevo "attrazione", vale a dire che l'orchestra a un certo punto
della serata smetteva di suonare e io intrattenevo il pubblico
per tre quarti d'ora. Qualche soldo in più che integrava l'allora
magro bilancio. Devo dire però che non mi sentivo
"professionista", quei mezzi concerti erano occasione per girare,
fare un po' di baracca, insomma, dopo l'esibizione, chiamiamola
così, si gavazzava, erano scuse per mangiare e bere fino alle ore
piccole. Avevo finito gli esami all'università ma non partivo
ancora con la tesi, che avrebbe dovuto essere sui cantastorie
padani del dopoguerra e in particolare su un cantastorie
bolognese, Marino Piazza, ma fra le ore piccole all'osteria, le
canzoni e altro, non trovavo proprio il tempo, o forse non lo
sapevo trovare, intanto erano usciti già tre miei LP ma fu il
quarto, "Radici", che ebbe un certo successo e cominciavano a
chiamarmi per fare concerti, che però in buona parte ancora
rifiutavo. Ne ricordo uno a Mantova, nella sede di non ricordo
quale associazione di sinistra, uno a Lucca in un locale da ballo,
il Cavalluccio marino, uno a Varese e lì credevo di essere nella
sede della solita associazione e mi trovai per la prima volta in un
palasport con, angoscia, un migliaio di persone ad ascoltarmi.
Come è noto non ho la patente; mi accompagnavano allora due
amici, uno dei quali mio abituale compagno a carte. Abbiamo
sfidato a briscola e tressette, nei dopo concerti, un mucchio di
73
Una vecchia signora dai fianchi un po' molli
gente, naturalmente vincendo (o quasi), Il '73 fu l'ultimo anno
che feci alle Dame, fra l'altro tra quell'anno e il '74 ci fu la
tragica e ridicola "austerity". Ci aggiravamo (il gruppo di amici e
io, esuli dall'osteria) alla ricerca di un posto che ci ospitasse e
pellegrinammo in vari locali finché ne trovammo uno adatto allo
scopo, in fondo a via Zamboni, verso le Due Torri. Anche lì, tutte
le sere, le solite cose, alcolici di vario tipo, chitarre e canzoni,
fino a tardi. Detto così sembra una cosa noiosa ma giuro che
non lo era. Uno dei ragazzi che venivano a suonare, Giorgio
Massìni, che sapeva suonare oltre alla chitarra e al flauto
traverso qualunque strumento gli capitasse fra le mani (una
volta anche un santur egiziano!), mi accompagnò per circa una
stagione per i pochi concerti che facevo in giro per l'Italia. Mi
incuriosiva, che so, vedere come era Torino, o Milano, o la gente
del Folk Studio di Roma. I concerti erano organizzati per lo più
da gruppi extraparlamentari, tipo Lotta Continua, per compensi
ridicoli, a volte (mi ricorda oggi il mio attuale manager) due
salami. Capitò anche che i teatri avevano scarsa capienza e mi
toccò, alcune volte, fare due concerti nella stessa sera, a dire
che, arrivati alla fatidica Locomotiva, il pubblico della prima
ondata usciva e si ricominciava da capo. Ma erano esperienze
curiose. Una sera, a Genova, con Claudio Lolli, col pubblico
anche sul palco perché in teatro non c'era più posto, fregarono
a Claudio il giubbetto appoggiato sulla sedia dove sedeva. Il
giubbetto aveva, in una tasca, le chiavi dell'automobile con la
quale eravamo arrivati. Il giorno dopo non sapevamo come
partire. Uno degli organizzatori disse: "Be', se non fate
domande, ho un amico che può aprirvi la macchina e mettervela
in moto". Così riuscimmo a ripartire per Bologna. Arriviamo così
al '77, Massini era partito militare, dopo decise di non fare il
musicista. Debbie mi presentò un chitarrista argentino, Juan
Carlos Biondini, detto Flaco (significa magro, ma allora lo era,
come il sottoscritto) e avevo conosciuto il mio attuale manager,
Renzo Fantini. Ma, soprattutto, dopo tre concerti in Sicilia e un
salto a Cuba invitato al Festival della Gioventù, nel dicembre '78
sono diventato padre. "Be'" mi dissi "ora hai una figlia da
mantenere. Non è il caso di diventare un po' più professionale?"
Francesco Guccini - Non so che viso avesse - pag. 104
74