Le Storie di io Racconto VOLUME D Premio Nazionale ioRacconto 3a Edizione 2010 ...alla ricerca di nuovi talenti in città Narrativa e vita contemporanea Narrativa, Poesia, Fotografia, Autori di canzoni [email protected] www.ioracconto.it ioRacconto Premio Nazionale 3a edizione ISBN 978 88 96893 10 4 e 18,00 Le Storie di ioRacconto alla ricerca dei nuovi talenti in città Copertina di Valerio Marucelli IVA assolta alla fonte AssoPiù Editore AssoPiù Editore AssoPiù Editore ~ Le storie di Io Racconto ~ Le Storie di Io Racconto Vita Contemporanea ~1~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Copyright 2010 Assopiù Editore Via A. Del Pollaiolo 2/r – 50142 Firenze www.assopiueditore.com ISBN 978-88-96893-13-4 Edizione ottobre 2010 Progetto grafico e impaginazione: Furio Raggiaschi Stampato presso: Copycenter Firenze ~2~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Non conosco niente di più incoraggiante dell‟indiscutibile capacità dell‟Uomo di elevare la propria vita per mezzo di uno sforzo consapevole Henry David Thoreau Conta più una cosa fatta che cento dette Antico proverbio toscano ~3~ ~ Le storie di Io Racconto ~ ~4~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Elenco, in ordine alfabetico, degli autori presenti nel volume Cristina Risso Storia di E. Maria Rizzi Alice Paolo Rizzi Il Monaco - Il bar di Ghunda Luca Romani Dell'acqua del mare Maria Grazia Romano Sara corre Elisabetta Rosadi Il lottatore Elisabetta Rossi La canzone persa nel vento Laura Rossi Un chilo di zucchero Marco Rossi Un soffio di speranza Carmelina Rotundo Ave o Cesare Roberto Rovaldi Bangkok e banane Ruggiero Ruggiero Sognando Compostela Mariagrazia Russo Invisibile Sonia Russo Il sole negli occhi Veronica Salimei Il mio trentanovesiomo compleanno Francesca Salvatore Rumeni Christian Salvatore La crostata della nonna ~5~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Stefano Salvi Per strada Luca Salvicchi Chiedimi di ballare Serena Sammartino Una storia come tante Stefano Samori Ernestina Annalisa Santamaria Diario di viaggio Giuseppina (Geppi) Santamato Portavo l'aria Dario Santarsiero E Donatella Sarchini Rosso vivo Enrico Saretta La siepe Vanessa Sartoretto Nero Capodanno Antonino Savalli Uno sguardo oltre la vita Giorgia Savina Libera Simone Scala Il piccolo Attila Tiziana Alma Scalisi Prospettive Antonio Scanu Si è spenta una stella Marilia Scavone Neve Rossa Michele Schiavone Io vivo Daniela Scimeca Il mondo di G. ~6~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mario Scotto Le Cattive Madri Alessandra Scotto di Santolo Passato/amore Anna Maria Scuderi La panchina Paolo Semelli Fantasma Marco Sessi Ciao Giuseppe Severini La nascita della Lyra Gianpaolo Sfondrini Pedro il catamarano Barbara Sica La Malattia Anna Rita Silveri L'albero Filippo Simoncelli Correndo per vivere Silvana Simoncini Il Triangolo Dario Sorgato Il fiore naufrago Anna Maria Spada Ti ho conosciuta quando avevo quindici anni Ignazio Spadaro Illusioni Andrea Spartà La Forma Del Destino Antonio Spena Don Gustavo ci lascia Paolo Sylos Labini Meteoropatia Nathalie Spinelli Il dolore non ha voce. ~7~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Antonio Sposito Due cene per un amicizia Lorenzo Spurio Le stelle intermittenti Maria Nadia Stefano Un sogno piccolo piccolo Giovanna Strano L'odore del vino Franco Talozzi Il Temporale Eleogivio Tani Restarono solo gli occhi Monica Tantardini Racconto io Silvia Tanteri La festa Sandra Tassi Blu, di mohair Vieri Terreni Werner und Erwin Fabio Testini Lo scrigno dei Desideri Francesca Tombari Un unico mazzolino di lilla Mirko Tondi Una foglia caduta al vento d'ottobre Alessandra Torrini Volo 242 Elsa Tortorella Tom Mario Trapletti Quando la Banda non era larga Simone Trebbi Sussurra il vento a Montesole Annamaria Trevale Lettera di amore ~8~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Cristina Trinci Yusmai Priscilla Turano Accadueo Irina Turcanu La libertà è dentro di noi Maria Antonia Turso Il giovane soldato Luigi Tuveri Il gatto e la ruota Usan Roberta Il mondo parallelo, uno qualsiasi, uno a caso Salvatore Vaccaro La guerra col pane Annarosa Valente Le due parti di me Luciano Valli Aspettando Antonio Ilaria Vajngerl Via Carducci Francesca Varagona Gratta e vinci Luciana Vasile Un cuore in condominio Daniela Veneri Doppio ouch Luigi Ventriglia Un sogno lontano Valeria Ventrucci L'evento è magia Silvia Vernola Bimbo mix Denise Alessandra Villa Gianni-Gira Alice Vincenzi La stanza rossa ~9~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giampaolo Vincenzi Il viaggiatore occidentale Roberto Vitale Mio papà va in giro a studiare i morti Mario Vocaturo Angelina e l'uomo della motocicletta Paola Zabberoni Quello che la città dice. Gianni Zanata Nel Raspare Del Tempo Andrea Zanetti Appuntamento in un bar del mondo Diego Zanetti Libero Laura Zanini Occhi Azzurro Cielo Laura Zanlungo Io e la mia bici: Clementina. Adalgisa Zanotto A tinte forti Alessandra Zappi Gita al lago con cadavere Michela Zaramella Una notte Giulia Eleonora Zeno Pois Silvia Zoppello Vetro e specchi Enrico Zuliani Nuova alba ~ 10 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Cristina Risso Storia di E. E. È uno di noi, uno del paese. Se passi di qua, magari ti stupisci nel vederlo da solo, in mezzo al prato, mentre canta e tira pugni al vento. Ti sembrerà strano vederlo girare per S… in divisa militare. Forse ti farà cenno di fermare l‟automobile, perché deve passare la processione: è lui che dirige il traffico in quest‟occasione, insieme al più titolato vigile urbano. Non ti meravigliare e non domandare nulla: ripeto, E. Adesso è uno di noi. La storia di E. Inizia cinque anni fa. Un tempo, in paese funzionava la scuola elementare. Quando rimasero solo quattro bambini, la maestra andò in pensione e L‟edificio fu chiuso. Ci sembrò dunque strano vedere la casetta bianca nuovamente aperta dopo tanti anni. Le voci, però, corrono, specialmente se devono percorrere poca strada e così venimmo presto a sapere del nuovo inquilino che sarebbe arrivato a giorni. Su di lui non si conosceva nulla di preciso: si parlava di assistenti sociali, di problemi, di malattia mentale…. In poche parole, la sua presenza sarebbe stata un pericolo. Il paese cessò di respirare. I soliti bisbigli dietro le persiane divennero sibili di serpente. Le donne mormoravano preghiere e gli uomini creavano nuove alleanze o rinforzavano le vecchie. Noi ragazzi, invece, accettavamo con gioia quel diversivo e la curiosità era più forte del pregiudizio. E. Arrivò una mattina: magro, sulla trentina, capelli corti. Portava con sé Solo un paio di valigie. Indossava una divisa militare e le braccia erano ricoperte da cicatrici. Questi due elementi rafforzarono subito il clima di sospetto. ~ 11 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Nonni e genitori ci misero in guardia, ottenendo naturalmente l‟effetto opposto. Pochi giorni dopo avevamo già fatto conoscenza. E. Si trovava a suo agio con noi, anche se eravamo poco più che bambini. Non imponeva mai la sua presenza, ma di sera si univa volentieri al gruppo. Raccontava improbabili avventure di cui era protagonista assoluto, una specie di supereroe forte e coraggioso. Un solo uditore attento lo colmava di soddisfazione per ore. Attentissimo alla forma fisica, passava ore ad allenarsi nel prato di fronte a casa. Ogni tanto scompariva per giorni ed allora qualcuno correva ad informarci che E… era all‟ospedale per l‟ennesima crisi nervosa o perché aveva di nuovo ceduto all‟impulso di ferirsi. Le cicatrici del suo corpo non si chiudevano mai. Quelle dell‟anima nessuno le conosceva. Sembrava non avere un passato come tutti noi: un‟infanzia, una famiglia, i ricordi delle feste. Non sapevamo il nome dei suoi amici e comunque non li vedevamo mai. Erano molti solo nella sua testa. Comunque trovava il modo di trascorrere il tempo. Aveva iniziato a giocare a carte con gli anziani del paese. Lavoretti occasionali gli riempivano la giornata: legna da tagliare, strade da ripulire, giardini da sistemare. Andava anche a pescare al fiume con mio padre, che essendo completamente sordo si rivelava un ascoltatore perfetto e silenzioso. Il paese iniziò poco a poco ad avvolgerlo. I bisbigli dietro le persiane divennero saluti, nonni e genitori gli preparavano il caffè. La tazzina e la moka sono un ottimo segnale. Entrare nelle case, sedersi in cucina con la famiglia, chiacchierare rimescolando zucchero e caffè, qui vuol dire veramente condividere qualcosa di importante. Feste e ricorrenze iniziarono ad avere E… sempre in prima fila. Durante queste giornate arriva molta gente sconosciuta cui è bello poter mostrare di ~ 12 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Essere parte di una comunità, anche se piccola come quella di un paesino. E…non è logicamente guarito, ma le sue assenze e le crisi di autolesionismo si sono ridotte. Amici veri forse non ne ha, ma la solidarietà attorno a lui è molto forte. Quindi, se passi di qua, non ti stupire nel vedere E…, il suo corpo martoriato, le sue divise militari. Stai tranquillo e se hai tempo domandagli una storia. Ti racconterà la più fantastica delle sue avventure ed alla fine sarai proprio convinto, come tutti noi, che il paese non può certo fare a meno di lui. ~ 13 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Maria Rizzi Alice “Alice guarda i gatti e i gatti giocano nel sole…”. Livio viveva chiuso nel suo mondo prima di incontrarla. Lo consideravano sociopatico, di fatto se ne stava tutto curvo sui giorni come ragnatela. Tesseva trame di ricordi, lontano dall‟oggi, indifferente al futuro. La vede nel parco e…il colore dei suoi occhi è l‟ombra cangiante delle nubi al vento; è trovarsi di fronte a qualcosa che nemmeno sapeva fosse possibile sognare. Cammina, lieve come spuma, e lo guarda. Livio, pietrificato, assorbe la luce di lei temendo possa scomparire come un miraggio. Alice gli sorride. Si schiudono i battenti del Paradiso. Lei è fragile, di vetro filato. Senza età, senza filtri, senza ombre. L‟amore vive già nei primi sguardi liquidi e dolcissimi. Alice sorride spesso, muove le mani come farfalle, ma non parla. E‟ sordomuta. E congelata in qualche fase della propria esistenza. Uno choc, un‟emozione violenta, forse un danno genetico. Livio la considera lo scopo della propria esistenza. Veste di profumi, di colori, di gioia il suo tempo e lascia emergere sotto la superficie degli anni di lui, -ne ha sessanta,-solo l‟azzurro giovane degli occhi. “Alice aspetta un figlio...e lui lo sa”. Stanno insieme da cinque mesi e l‟uomo ha avuto subito modo di notare la rotondità della compagna, le vene azzurre sul seno, in rilievo, simili a ruscelli. Ora è in procinto di regalare la vita e regge con le esili mani una pancia bassa e pesante. Non si sono spiegati nulla. D‟altronde Alice non sa spiegare. Ha sorriso, ha posato il ventre contro il corpo di Livio e gli ha baciato le palme delle mani, gli occhi, il collo. Ogni giorno, allacciati, sono divenuti linfa d‟amore per la nuova vita. Il travaglio un campanello d‟allarme: il neonato si presenta in posizione podalica e i medici tentano alcune manovre per girarlo prima di decidere per il parto cesareo. La donna perde molto sangue, sviene ripetutamente, si dissocia dall‟evento entrando in una sorta di ~ 14 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ stato autistico. Il suo organismo si rivela debole, minato da precedenti problemi mai scoperti. La bimba nasce di parto cesareo, ma la mamma non riprende conoscenza. Luna è un fagotto rosa che strilla fino alla fine del fiato e non presenta handicap di alcun genere. Livio la tiene tra le braccia come un oggetto di porcellana e sente gli occhi inumidirsi. Purtroppo la prognosi relativa alla donna sembra grave: è in coma… potrebbe miracolosamente svegliarsi o addormentarsi per sempre. L‟uomo è su un terreno scivoloso, ma Luna, degna di tanto nome, illumina i giorni e le notti. Non dà tregua e restituisce energie. Livio la vive e sente crescere dentro un‟emoziona nuova, simile a improvvisa vertigine. La sua donna, di sorrisi e silenzi, giace inerte in un letto verde e ogni giorno appare più pallida e lontana. Non sa stimolarla, le si siede accanto, le tiene la mano e sospira. Ha poco tempo. Investe tutta la forza nel piccolo, immenso amore di sole, borotalco e notti insonni. Combattendo ogni rischio di estinzione dello spirito. Nascendo a una gioventù che è cinguettio di passeri, coltre di brina nel fiato dell‟inverno. L‟uomo comincia a rassegnarsi circa la sorte della creatura, chiusa nella bolla dell‟assenza. Si ritrova, con vergogna, a pensare che forse, due bimbe, erano troppe da crescere per una persona della sua età. La vita sta scegliendo per lui. …”Ma tutto questo Alice non lo sa…”. ~ 15 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Paolo Rizzi Il Monaco - Il bar di Ghunda “Sei buddhista?” - Non so perchè sono partito questa volta. In realtà non c'è stato un motivo preciso, una causa scatenante. Dare la colpa alla mia perenne mancanza di denaro, ai problemi con la mia famiglia o con gli amici sarebbe da ipocrita.Il problema del mollare la propria realtà per farsi risucchiare da un altra sta nel passo. Il passo è spinto dall'istinto. Se sai usare l'istinto puoi governare le scelte. Se sai trarre profitto dalle scelte, giuste o sbagliate che siano, sei pronto a costruirti. -Quando sarò padre non voglio insegnare a mio figlio cose che non ho provato su me stesso. Voglio potergli dire cose che ho vissuto sulla mia pelle, nella mia pelle.“ Sono un Monaco Shaolita ”, mi risponde bevendo una sorsata dal bicchiere, tanto lunga da seccarlo. Lo guardo sorridendo “ E la tua tunica?” Sam è un vecchio sui settanta, magro e scavato, testa rapata e veste di nero. Porta un rosario appeso al collo insieme ad una borsetta che mi sembra contenga un libretto. “ Non sono quel genere di Monaco, non scappo dai piaceri della vita per contemplare quello che conosco ”. Parla piano e la sua voce è calda e profonda. Il suo inglese non è perfetto ma riesco a intendere il senso delle sue frasi. “ Ancora due christaller per favore Ghunda” dice. Volto la testa verso il Monaco facendo uno sforzo infinito per i capogiri. Lo faccio senza schiodare i gomiti dal bancone e il sedere dallo sgabello alto “ La bevi una birra ancora vero?” Mi guarda e apre il viso in un sorriso “certo” rispondo ubriaco. “E' la prima volta che ti vedo qui...” Gli dico fissando il vuoto di fronte a me. “ Ragazzo mio, cinquantanni fa questo era uno dei locali che preferivo, poi feci la Scelta e partii per seguire il mio maestro. No, non è la prima volta che vengo qui ma si, è la prima volta dopo tanto, ~ 16 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ tantissimo tempo. Ma vedo con piacere che non è cambiato”. Inizia così la sua storia, con l'Ohne Ende al principio del suo viaggio. “ Avevo vent'anni quando decisi di partire. Ero uno di quei ragazzi irrequieti, pieni di energia che non sanno incanalare, e di forza della quale non sono in grado di servirsi. Incontrai il mio maestro sulla sponda del canale non lontano da qui, seduto in poppa ad una vecchia barca ormeggiata sulla sponda [...]” . Mi racconta degli anni 60, - ordina da bere- dell'isola di White ordina da bere- di Woodstock, dei suoi viaggi spirituali lungo i fiumi e nelle foreste con il suo maestro -ordina da bere-. Mi parla di filosofia e di religione, le mischia con la destrezza di chi sa di cosa parla. Mi conduce per mano in un posto dove tutto è uno, e dove uno è tutto. Anche Ghunda a un certo punto finisce per fermarsi inconsciamente di lavorare per stare ad ascoltare. “Quello che mi dici affascina, parli come un profeta...”Gli dico, e lui mi sorride “Però c'è qualcosa che non capisco” gli dico. Lui continua a sorridere e non capisco se lo fa perchè pensa di sapere quello che gli chiederò o perchè è completamente ubriaco. “Io non metto in dubbio la realtà di tutto quello che mi hai raccontato sul tuo passato, ne metto in dubbio la dottrina che professi, gli insegnamenti che impartisci. Ma se davvero sai e senti questa Verità assoluta, se hai visto tutti questi posti, provato queste sensazioni così profonde, perchè bevi?”. Ghunda si accende una sigaretta. Il vecchio cambia espressione e mi fissa per un minuto prima di prendere un nuovo sorso dal boccale. Mentre beve noto una cosa che mi sconvolge. -No, non ci credo, non può essere vero. Un prete cristiano forse si, un musulmano anche, ma un monaco shaolita non può piangere. Cristo, mi ha parlato fino ad ora di Nirvana, di ying e yang, di ogni esistenza come parte integrante e fondamentale del Tutto, e blablabla, mi ha convinto a non avere paura ne della vita, ne‟ della morte, ma a rispettarle entrambe, di non odiare e amare chi odia, di essere in grado di dare e di ricevere e blablabla, e cercare le persone prima delle cose... Cosa c'entra ora il piangere? Perchè? Non c'entra nulla con tutto il discorso che mi ha fatto fino ad ora.“ Perchè bevi Monaco?” Gli chiedo ancora guardando la lacrima scendere. Il vecchio mi guarda. Ora riesco a vedere le rughe che prima erano coperte dalla sua Luce e le sue braccia scarne e la pelle ~ 17 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ cadente appoggiate al legno scuro del bancone. Con la stessa voce profonda che mi aveva accompagnato fino a toccare l'eterno, il vecchio scandisce poche parole nelle quali avverto la più semplice e fragile umanità, a contrastare il Tutto e il per sempre raccontati, appresi e vissuti in cinquantanni di viaggi ed esperienze mistiche. “Il mio maestro non ha mai creduto nei miei sogni” mi dice. Sta crollando, lo sento. Non il vecchio, lui è tranquillo. “Ragazzo, mi sembri in gamba e penso, sento che tu possa capire. L'illuminazione non è per tutti e non è per forza cosa buona per la vita di un uomo.” ~ 18 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luca Romani Dell‟acqua del mare Il sole riscaldava le teste, coperte dalle bandane, dei quattro ragazzi intenti a giocare per la prima volta, con una canna da pesca di basso costo. Il mare azzurro, come gli occhi di Mercedes, lasciava intravedere nella sua limpidezza i piccoli pescetti di molteplici colori, che con movimenti armoniosi, popolavano quell‟angolo di paradiso. La costa frastagliata s‟intravedeva, a circa mezzo miglio di distanza, facendo dimenticare l‟urbanizzazione della civiltà. Mentre Mercedes e Marc provavano a pescare, John e Leila si stavano baciando appassionatamente sul pontile della piccola barca. La barca avanzava verso il largo, lasciandosi alle spalle l‟ultimo ricordo di terra ferma. Si vedeva solo azzurro, con il cielo e il mare, che s‟intrecciavano come due amanti nel momento culmine dell‟amplesso. Il puntino nero della barca, con i quattro corpi abbronzati dei ragazzi, era l‟unico elemento distinguibile in una macchia omogenea di colore azzurro. Le onde non esistevano. Il rumore neanche. Solo un silenzio innaturale d‟inumana percezione. Il rumore del tuffo di Marc svegliò John e Leila, dal torpore amoroso. Mercedes, per rubare la canna da pesca al ragazzo, lo aveva spinto volontariamente in mare. Neanche le bracciate asimmetriche di Marc riuscivano a far smuovere l‟acqua di quel mare. Quel mare, più tranquillo dell‟acqua di una vasca da bagno. Marc, per vendicarsi dello scherzo di Mercedes, decise di spaventarla. Iniziò ad andare sott‟acqua e riemergere solo dopo qualche minuto. Alla terza volta invece, passò sotto la barca e si nascose dalla visuale della ragazza. Mercedes non vedendo riaffiorare il fidanzato iniziò a preoccuparsi fino a che Marc, salendo dalla parte opposta della barca, non la spaventò con un sonoro schiaffo sul fondoschiena. ~ 19 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Le due coppie iniziarono ad amoreggiare, una a prua e una poppa. Trasportati dalla passione, il tempo passava e il sole bruciava i loro oleosi corpi. Entrambi portarono a termine un rapporto completo, dopodiché si addormentarono. Dormirono per molto tempo sotto i raggi cocenti. Di colpo Mercedes si svegliò e, alzando gli occhi al cielo, si accorse che era completamente coperto. Prima di svegliare i suoi amici guardò il mare. Il mare era sparito. La barca era appoggiata alla terra ferma. Distese e distese di dune di sabbia e neanche più una goccia d‟acqua. Guardò a destra, a sinistra. Niente. Il mare si era prosciugato. Si era prosciugato nelle poche ore in cui avevano dormito. La ragazza svegliò di soprassalto i suoi amici e tutti, impietriti, guardavano attoniti le lande distese di sabbia. Alcuni pesci si dibattevano, increduli della loro triste sorte, sul fondale. Il quadro era del tutto irragionevole; una barca in mezzo a un deserto di rena, dove prima c‟era mare, soltanto mare e una miriade di pesci in punto di morte. Mercedes guardò Marc negli occhi e lo stesso fece John con Leila. Senza dire una parola l‟un altro, scesero dalla barca e s‟incamminarono verso quella che una volta era la terra ferma. ~ 20 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Maria Grazia Romano Sara corre Sara corre con il vento in faccia, che come piccole dita giocherella fra i suoi capelli, con i raggi del sole che le scaldano le gote come due pomodori nell‟orto d‟estate, con il battito del cuore accelerato come il risvegliarsi di un pianoforte da tempo abbandonato, con il fiato corto, i polmoni come due spugne strizzate e poi mollate. Sara corre senza paura. La strada che percorre è semideserta, è una strada di campagna, solo qua e là una casa, dei cani dietro un cancello, ogni tanto il passaggio di una bicicletta o il rombare di una moto, ogni tanto qualcun altro che, come lei, corre. Sara non conosce la paura. Ne ha sentito solo parlare, spesso anche dalle sue amiche: paura di essere aggredite, paura dello stupro, o addirittura di essere uccise. Sara pur sapendo che il rischio è reale, non ha mai provato paura, né lasciato che essa le limitasse la libertà. Neanche l‟aver subito delle molestie all‟età di sette anni, forse perché ce ne mise il doppio per capire che si era trattato di quello, ed un tentativo di violenza a vent‟anni, l‟hanno fermata. Sara è cocciuta, ostinata, nata e vissuta libera e tale vuole restare. E‟ un cane sciolto. Mal le si addicono le imposizioni, le leggi, le regole, finge di rispettarle, ma le infrange quasi sempre, è, per istinto, anarchica. Un‟auto ferma in un viottolo laterale con all‟interno due uomini, d‟improvviso uno sparo, l‟accasciarsi di uno dei due, il volto dell‟assassino mentre scende dalla macchina, il suo sguardo minaccioso. Sara corre e ha paura! Tanta paura! Corre veloce come un ghepardo che nella savana insegue una gazzella, è lontana ormai, non può vedere la tanica di benzina, l‟auto in fiamme. Raggiunge un bar, da lì avvisa il marito, si fa venire a prendere, tornano a casa per un‟altra strada. ~ 21 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Sei in pericolo! L‟assassino ti ha visto, sa che potresti riconoscerlo. Dobbiamo avvisare la polizia, soprattutto perché tu hai bisogno di protezione!” Dice lui. Sara pensa il contrario “Se ne restassi del tutto fuori?! Se lasciassimo che la cosa venga scoperta senza il mio intervento, forse lui mi lascerebbe stare!” Decidono di prendersi un po‟ di tempo per riflettere. La mattina la notizia è su tutti i giornali, si parla di un cadavere carbonizzato che non è stato ancora identificato, si è quindi ben lungi da un‟ipotesi di movente e di indagati. Rapida è la decisione: partire, allontanarsi per un po‟. Un B&B sulle colline toscane, una sistemazione non facilmente rintracciabile, poche e vaghe le spiegazioni a chi di dovere. Sara con Piero e il piccolo Fabio, un abbozzo di famiglia, una goccia nell‟oceano umano, spazzati via, lontano dal tranquillo mènage quotidiano dall‟assassinio di un uomo di cui forse non importa a nessuno, come la morte di un topo, non suscita tristezza alcuna. Per la prima volta nella sua vita, Sara si sente in prigione pur non essendo lei la colpevole, non più ghepardo, ma tigre di un circo, il cui domatore ha il volto dell‟assassino. Per la prima volta in lei si fa spazio la paura di chi sente la propria vita appesa ad un filo, e la notte diventa regista che mette in scena, solo per lei, spezzoni di film che la vedono protagonista e vittima di omicidio, in tutte le modalità possibili e immaginabili. Ed è angoscia, e poi insonnia. Ma anche di giorno impotenza e paura si impossessano di Sara, sembra un leprotto bloccato sul ci-glio della strada dall‟improvvisa presenza di qualcuno, un cucciolo di cane tremolante e intimidito. Sara e Piero non perdono un telegiornale, né un quotidiano, nella speranza di trovarvi l‟attesa notizia. E‟ stata identificata la vittima e sembra certo il movente, è un caso di usura. Ancora non si conosce il nome del colpevole. Ma i giorni passano, sfrecciano veloci come un treno in corsa, sono passate due settimane ed è ora di ritornare a casa, alle proprie attività, non si può restare lì per sempre. Piero convince Sara a recarsi alla polizia, lei è l‟unica che può fare un identikit dell‟assassino ed aiutarli ad arrestarlo, non è forse ciò che vorrebbe anche lei?! ~ 22 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Magari lui non ha neanche provato a cercarla, che cosa temere? Anche se la paura è irrazionale, è come un essere che vive di luce propria, è come un pesce pagliaccio in simbiosi con te che sei l‟anemone, Sara prova con grande sforzo e infinite motivazioni a placarla, fino a limitare i danni su se stessa. Decide. Sara e Piero. L‟auto. La strada. Un bar. Un caffè. La questura. No, scusate, torniamo un attimo indietro, al bar! Sara e Piero hanno parcheggiato vicino alla questura, ma prima di entrare decidono di prendere un caffè in un bar limitrofo. Mentre Piero ordina, Sara si siede ad un tavolino sul quale campeggia il quotidiano aperto sulla pagina sportiva. Lo chiude per sfogliarlo dall‟inizio e in prima pagina un volto, quel volto! Legge avidamente l‟articolo che ne annuncia l‟arresto, e nel mentre sente sciogliere dentro di sé la paura come neve al sole, sente il proprio stomaco fino a poco prima aggrovigliato, distendersi ed allargarsi in un enorme sorriso. Sara e Piero escono dal bar allegri, i loro piedi quasi non toccano terra, sembra che una misteriosa forza li tenga sospesi dal suolo. Fuori dal bar si abbracciano e ridono, mimando vorticose danze. E‟ la gioia per il pericolo scampato. Non c‟è più bisogno di andare in questura, è tutto risolto. Per festeggiare si recano in uno dei migliori ristoranti della città, hanno deciso di mangiare a base di pesce. Mentre stanno gustando delle ottime linguine all‟astice e sorseggiando un Greco di Tufo, squilla il cellulare di Sara. E‟ l‟asilo di Fabio, il bambino è febbricitante, consigliano di andarlo a prendere. In altre occasioni, questo imprevisto li avrebbe messi di cattivo umore, ma oggi nulla potrebbe smorzare la loro allegria: “pazienza, almeno le linguine le abbiamo mangiate, ci ritorneremo appena Fabietto sarà guarito!” Sara ora, si sente nuovamente libera e leggera come una farfalla, ma più felice di prima, pensa a com‟è bella la vita con la solita routine, quella di cui spesso ci si lamenta, la si apprezza solo quando un evento che poteva cambiarla in peggio, svanisce, riconducendoci ad essa. Le cose essenziali della vita, spesso ci sembra scontato possederle, finché qualcosa non le mette a repentaglio. La felicità sta nella semplicità delle cose, guardare il mondo come gli occhi di un bambino guarda-no estasiati un gelato. ~ 23 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Sara è tornata a correre. Sara ha conosciuto la paura. Sara corre senza paura. ~ 24 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Elisabetta Rosadi Il lottatore Cara moglie, Quanto ti penso in questi momenti! Ricordi quando ci incontrammo? Ci guardammo negli occhi e con un sorriso ci eravamo già detti tutto. Io ero un ragazzone alto e grosso il doppio di te, ero un appassionato di lotta greco- romana, quasi nessuno riusciva a buttarmi a terra. Tu eri una ragazzina tutta pepe, con gli occhi più azzurri e sorridenti che avessi mai visto. Ci siamo sempre amati con lealtà e abbiamo affrontato qualsiasi problema la vita ci abbia presentato; abbiamo gioito insieme della nascita dei nostri figli e vorrei vederli crescere, felici e sani. Proprio questo mi angustia, il fatto che nonostante abbiamo sempre condiviso tutto, in questo momento siamo separati e lontani, e non per nostro volere. Tuttavia, non era mai accaduto un evento così grave, non nella nostra storia, forse neppure nella storia del mondo; fra qualche anno lo ammetteranno. Parlo così perché ho visto scene che non puoi immaginare, e che non auguro a nessuno di vedere. Parlo così perché quello che ora mi sta corrodendo dall‟interno, (il bruciore insopportabile, le carni che si gonfiano e scoppiano, a me e ai miei compagni di ospedale), sebbene nessun medico abbia fatto ancora una diagnosi precisa sulla nostra malattia, ebbene l‟unico motivo plausibile per la nostra agonia senza rimedio deve essere il lavoro che abbiamo eseguito i primi di maggio. A Chernobyl. Ti ricordi quei giorni? Apparentemente normali, il telegiornale e i giornali non avevano comunicato nessuna cattiva notizia, tutto procedeva in modo ottimale nella nostra amata patria. In quei giorni, però, ora che ci penso, lavavano più spesso le strade di Kiev. Andammo tutti alla Grande Parata del Primo Maggio, una folla in festa, per le strade e i giardini. In quei giorni tu dicevi che quando ~ 25 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ uscivi con i bambini, ti prendeva la nausea, e ti passava solo quando rientravi in casa. Nessuna fonte ufficiale dava notizie su ciò che la gente sussurrava con la paura di essere arrestati: qualcuno aveva visto, nella notte del 26 aprile, verso Nord, il cielo illuminarsi come a giorno, come un sole sorto all‟improvviso. Doveva essere accaduta un‟esplosione tremenda, forse alla centrale a un‟ottantina di chilometri da Kiev, ma poiché nessuno ufficialmente ne parlò, nei giorni seguenti, la gente continuò la vita di sempre: forse si era trattato di una sciocca diceria, oppure di propaganda negativa. Dopo qualche giorno, però, ricevetti la comunicazione, di presentarmi l‟indomani al Centro di Raccolta. Ci ritrovammo in molti, come se dovessimo partire per la guerra, ma senza sapere né per dove né perché. Ci fecero indossare delle divise e berretti color sabbia, delle mascherine chirurgiche, ci fecero salire a decine sulle camionette militari e ci fecero viaggiare per un centinaio di chilometri, attraverso boschi bruciati e rinsecchiti, finché un grande cartello annunciò “Buona fortuna sulla tua strada: benvenuti a Chernobyl”. Poco dopo arrivammo alla centrale nucleare; il reattore era sventrato, il tetto era stato catapultato lontano; tutto, intorno, era grigio e l‟aria aveva uno strano gusto, la bocca era impastata da un sapore metallico. Fra le macerie vi era un gran lavorio, una ruspa correva veloce, sollevando un polverone bianco, dei militari organizzavano, prendevano appunti e impartivano ordini, loro sì, protetti da una maschera antigas. Noi eravamo chiamati i “liquidatori”: ci misero in riga, fecero l‟appello e ancora non ci rendevamo conto di cosa dovessimo fare. C‟era un tizio che riprendeva tutto con una cinepresa, un regista, un certo Chevchenko, protetto da una mascherina bianca di garza. Riuscì anche a riprendere quell‟elicottero che, facendo la spola, cercava di gettare sabbia sul cratere incandescente nel nucleo del reattore, ma per il vento caldo perse l‟equilibrio, schiantò l‟elica su un traliccio e precipitò, con l‟equipaggio. Noi, invece, dovevamo scavare un tunnel, per raggiungere il cratere dal basso, poiché dall‟alto era così difficile. Scavavamo, in piccoli ~ 26 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ gruppi, non usavamo protezioni, perché era già troppo difficoltoso, respirare. Non appena ci sentivamo male, ci davano il cambio. Il livello delle radiazioni, determinato con i misuratori che impazzivano, era già milioni di volte superiore a quello tollerabile dall‟essere umano. Dopo qualche giorno, poiché i robot meccanici andavano in avaria per le forti radiazioni, ci fecero indossare delle tute ricoperte di piombo e ci nominarono “biorobot”. Il nostro compito era di spalare la grafite radioattiva dal tetto del reattore. Lassù le radiazioni erano di centinaia di Roentgen, resistevamo solo pochi minuti, poche vangate di grafite gettate giù dal tetto, poi dovevamo ritornare giù, a lavarci e a bere acqua, a garganella, dalla bottiglia, per placare l‟arsura metallica che ci impastava la bocca. Questo lavoro non doveva essere pesante, eppure dopo pochi minuti ci si sentiva distrutti, stanchi e nauseati. Qualcuno si sentì talmente male che fu portato via. Ma io facevo il lottatore: avevo una forza tale che avrei potuto spalare tutta quella grafite da solo, se qualcosa invisibile e più potente di me non mi fiaccasse terribilmente. Quando tornai a casa, cara moglie, non volli raccontarti le brutture che avevo veduto, per non angustiarti; volli godermi te e i miei piccoli, cercando di non pensare alla distruzione che avevo visto. Durò poco, mi sentivo male e fui ricoverato. Il tempo passa, ormai quanti mesi sono trascorsi; visite, prelievi, analisi, consulti medici, ma dicono che non ho niente. E quando tu, arrabbiata, chiedi al medico perché io sia talmente dimagrito da sembrare un sacco d‟ossa, perché i dolori agli arti mi facciano urlare, perché mi stia spegnendo più veloce del cero che tenemmo in mano il giorno del nostro matrimonio, ebbene ti rispondono che gli esami risultano negativi, che forse è un problema di digestione. Chiedono se sono stato a Chernobyl, prendono appunti ma non danno spiegazioni. Cara moglie, non so se riusciremo ancora a vivere insieme, ma ricordati che ci fu un giorno benedetto, in cui bevemmo il vino dalla stessa coppa, cingemmo i nostri capi di fiori, ci legammo con un nastro, per la vita e oltre la morte, e poi danzammo. So che non mi dimenticherai, ma perché il mondo non dimentichi, anche fra vent‟anni, cara, racconta la mia storia. ~ 27 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Elisabetta Rossi La canzone persa nel vento Sam suonava, sotto il sole rovente di mezzogiorno. In estate, quando il calore era talmente asfissiante da bagnare le nostre camicie di sudore. Mai d‟inverno. “Non ci vengo qui quando c‟è freddo. Finirei sotto al fango come quel tipo, quello che hanno ritrovato in primavera. Neanche gli occhi gli hanno lasciato.“ La conoscevo poco quella storia. Nonna mi tappava sempre le orecchie davanti ai vecchi e ai ragazzi ricchi di città che se la passavano sulla bocca, leccandosi le labbra. Non era roba per me. Ma Sam me l‟aveva detta lo stesso. Per farmi capire. “Bambina non te l‟ho raccontata per farti venire su la notte. Lo devi sapere come funziona il mondo ché altrimenti i mostri ti fregano e ti mangiano.” Io ci credevo a lui e mi piaceva starlo a sentire. La sua voce era morbida e calda. Una coperta di lana sul cuore. “Ma se io ho bisogno tu mi vieni ad aiutare Sam?” “Bambina, certo che sì.” “Anche se c‟è neve?” “Sempre.” Allora sorridevo e gli chiedevo di suonare ancora. Cantavamo insieme. La campagna era muta e vuota, un deserto di grano giallo. La gente andava al mare in quei giorni e nei campi restavano solo certi stranieri pagati un soldo e un calcio, gridavano ogni tanto, disturbando il silenzio. Sam storceva la faccia. “A me non mi prendono.” Diceva con quegli occhi neri neri, grandi e profondi. Se ne andava in giro tutto l‟anno senza fermarsi troppo a lungo in un posto. Gli bastavano le elemosine per vivere. “Quando la terra prende il tuo odore, te ne devi andare via.” Ci teneva alla sua libertà e sapeva che se le persone lo vedevano spesso in mezzo a loro gli veniva alla testa la voglia di bastonarlo e di farselo schiavo. ~ 28 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Se Dio m‟avesse fatto bianco, magari avrei avuto una casa mia, bambina. Una di quelle con il tetto marrone, il giardino verde e il cancello. Mi sarei pure sposato e mia moglie … sì, mia moglie sarebbe stata una gran donna! Mi avrebbe preparato caffè amaro e torta di mele tutte le mattine.” Il suo era un sogno semplice. Quando me lo confessava lo stavo a sentire con la bocca aperta e m‟immaginavo che sarebbe stato fantastico averlo come vicino. L‟avevo conosciuto a luglio due anni prima. Se ne stava sotto la quercia a farsi mangiare dal caldo ed io gli offrii acqua dal pozzo di casa. “Attenta bambina, se ti vedono qua ti fanno più nera di me.” Ma là non girava nessuno. La terra diventava dei giganti scuri che cantavano in coro e ridevano con i loro denti bianchissimi. Anche Sam ce li aveva così. Erano tanto belli. Quando il cielo si schiariva e le persone iniziavano a parlare della costa, lasciando le valigie sotto i portici, correvo alla collina ad aspettarlo. Sapevo che sarebbe venuto presto. Nonna però alla fine l‟ha capito. “Rose … devi dirglielo al negro che ti lascia perdere. Niente di buono viene da quelli come lui. Servono solo per tirare via il granturco.” A me non importava della sua paura: non aveva senso. Sam non m‟avrebbe mai fatto male e gli volevo bene. Non so cosa gli è successo dopo. Un‟estate non è più arrivato. L‟ho aspettato per tutti i mesi di vacanza ma inutilmente. Ho anche scavato dove avevano buttato quello e pure se avevo il terrore di trovarci lui, insieme alle ossa dell‟altro, sono andata avanti. Se l‟avevano ammazzato gli avrei dato degna sepoltura. Ma niente ci stava a parte i resti dello straniero. E sulle facce abbronzate dei ragazzi ricchi non vedevo tracce di segreti. Stavano tutti zitti a discutere delle solite cose. A me Sam manca ancora. Anche se adesso ho quindici anni e non sono più “bambina”. Allora, mi siedo sotto la nostra quercia e canto la sua canzone che si perde ancora in mezzo al vento di luglio. ~ 29 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Laura Rossi Un chilo di zucchero Un‟ infermiera spinge il lettino a rotelle in un labirinto fatto di corridoi luminosi. Resto ferma, immobile, coperta da un lenzuolo, con la consapevolezza di chi sa che non può sottrarsi al destino. Chiudo i miei occhi, un po‟ per la forte luce, un po‟ per raccogliere meglio i pensieri. Respiro, percepisco distintamente l‟odore del disinfettante. Qui è davvero penetrante, lo devono aver passato da poco in questo piano dell‟ospedale e mentre il rumore metallico delle ruote del lettino mi fa compagnia cullandomi, mi sento scivolare in una sorta di oblio. Penso all‟inserviente e al suo metodico avanti indietro con uno spazzolone in pugno, è un‟ immagine quotidiana, rassicurante. Mi serve tutto pur di distrarmi. Il lettino rallenta la sua corsa, capisco che il mio viaggio è finito. Sento la porta della camera operatoria aprirsi e percepisco altre presenze. Riapro i miei occhi e li ruoto leggermente per guardare la stanza. Non è diversa da quella che ho visto tante volte nei film. Una voce alle mie spalle mi chiede se sono pronta. Dico di sì annuendo con la testa. Non è vero, ma so di non avere scelta. Un capannello di persone vestite di un verde immacolato, mi circondano fissandomi. Cerco di indovinare i loro volti dietro le mascherine e mi chiedo se qualcuno mi stia sorridendo, provando a infondermi qualcosa che sia simile al coraggio. “Due minuti e cominciamo” Due minuti, quanti sono due minuti? Pochi per farmi aprire e far sì che la mia piccola venga alla luce. Dicono che pesi intorno al chilo e che bisogna far presto. Il mio cuore fa le bizze e ci potrebbero essere complicazioni. Penso al percorso fatto per arrivare qua. ~ 30 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alle cure per concepire, al mio sogno di essere madre, di potermi sentire ingombrante, accarezzare un pancione enorme, portarmelo in giro e sentire scalciare tutto il giorno, fino all‟ultimo istante. Nulla di tutto questo è accaduto. La mia pancia non è mai cresciuta e il letto di un ospedale è stato l‟unico scenario in cui ho potuto muovermi. L‟unica cosa che ho avuto di veramente ingombrante è la paura. La paura di perdere tutto, in un momento qualsiasi, la paura di sentirmi dire mi dispiace, la paura di ritrovarmi sola ad affrontare i miei fantasmi e di non poter mai più essere madre, anche se così mi sento solo madre a metà. Ho provato invidia nel vedere le altre donne portare in giro le loro pance enormi, quando nessuno mi vedeva, provavo a spingere fuori la mia mettendomi di profilo allo specchio. Poi ho messo via i miei sogni e i miei egoismi e ho pensato a chi c‟è dentro di me. Ho pensato a lei. E ho cominciato a combattere, resistendo giorno dopo giorno, tra sottili malinconie. Perché ogni giorno passato nel mio corpo, l‟avrebbe aiutata a sopravvivere. Io la voglio la mia bambina. La voglio e non m‟importa se non potrò stringerla, appena me l‟avranno tolta dal grembo, se non la sentirò piangere, perché mi hanno spiegato che quando sono così piccoli non hanno la forza di farlo, se per qualche giorno saremo lontane, ognuna attaccata ai suoi fili, impegnata nella sua lotta. La voglio, anche se mi hanno spiegato per bene tutto quello che accadrà e che potrà accadere. La voglio, anche se non potrò allattarla normalmente, come fanno tutte le altre madri. La voglio, anche se sembrerà un uccellino senza penne. Continuerò a essere il suo nido e il suo primo volo. Il chirurgo prende il bisturi e comincia a tagliare. Sento un rumore sinistro, soffoco un grido e ingoio lacrime, saliva e paura. Chiudo gli occhi e provo a recitare una preghiera, che non riesco mai a finire. Ricomincio, m‟interrompo, mi perdo, ricomincio di nuovo. ~ 31 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Chiedo con voce supplicante se va tutto bene, nemmeno mi rendo conto che qualsiasi cosa accada la loro risposta sarebbe sempre uno scontatissimo sì. Ma ho bisogno di quel sì in questo momento, anche se fosse la più grossa delle bugie. Sento qualcosa che mi fruga dentro, sento muovermi, toccare, tirare, strappare. Sento dolore, l‟anestesia è blanda per via del mio cuore. Mi devo fare forza, Penso al mio corpo aperto e alla mia bambina, i rumori degli aspiratori si fanno più intensi. Capisco che qualcosa sta accadendo, percepisco movimento intorno a me e le parole dei medici mi fanno capire che ci siamo. Ci siamo. E‟ nata. Cerco di vederla, cerco di capire com‟è il suo volto, il suo corpo, se ha i capelli o meno, se è sana, perché non ha pianto. Mi dicono solo che è viva. A volte la vita non basta. Mi portano via, in rianimazione, dove potrò riposare, la mia bambina la vedrò domani. Corpo e pensieri mi fanno male, piango nel mio letto anonimo, contrassegnato da un numero. Attendo il mattino, abbracciata al desiderio di lei. La luce è arrivata. Dicono che la luce prima o poi arriva sempre. Sono qui, finalmente, sono qui e guardo quel piccolo essere dalla pelle arrossata. Mia figlia. Sono qui e vorrei abbracciarla, anche se non posso. Accarezzo il vetro, il suo nuovo ventre, che la protegge e la fa stare al caldo. Quello che io non sono capace di fare. Ma non m‟importa. Non m‟importa più niente. Mentre la osservo, la vedo muoversi e istintivamente mi tocco il ventre. E‟ come fosse ancora dentro di me. Potrei morire per lei. Anche adesso. ~ 32 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Osservo, appesa al vetro, la sua cartellina. Leggo con attenzione. I medici avevano indovinato. Pesa un chilo. Il mio chilo di zucchero. ~ 33 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Marco Rossi Un soffio di speranza La macchina percorreva a tutta velocità la statale mentre la luce dei lampi perforava il buio della notte; la radio trasmetteva “Uno su mille ce la fa” di Morandi, mi venne d'istinto un cinico sorriso; è proprio vero la società in cui viviamo è spietata ci si ricorda di chi vince e ci si dimentica di tutti gli altri. Al ritmo di quella musica scorrevano nitide nella mia mente le immagini del mio passato interrotte solamente dal rumore dei tergicristalli; mi ricordai di quando ero allenatore di nuoto in una piccola squadra di provincia in cui i valori emergevano più dei risultati, e la compattezza del gruppo era l'unica cosa importante. Quelli erano anni ricchi di studio e impegno per raggiungere gli obbiettivi che da ragazzo mi erano sempre sfuggiti forse a causa della mia pigrizia. Oramai sono passati diversi anni dal mio inizio, ho cambiato squadra e ho allenato seguendo alla lettera i manuali del perfetto allenatore; ottenendo ottimi risultati. Nella mia nuova squadra mi sono imposto di rimanere fuori dalla vita dei miei atleti e di concentrarmi solo sui risultati; questa corsa al successo però mi ha reso tanto cieco da non accorgermi di ciò che stava succedendo. Il suono delle sirene mi fece capire di essere arrivato a destinazione e che era giunto il momento di confrontarmi con la dura realtà. Scesi dall'auto dopo averla posteggiata nel parcheggio a pagamento. Il cielo sembrava piangere la notizia, stava sfogando tutta la sua rabbia con un diluvio epocale, ma l'acqua io non la sentivo anzi speravo potesse lavar via tutto e darmi una seconda possibilità. Entrai nell'edificio, cercai l'ascensore, mi avevano detto dove dovevo andare e quindi premetti il pulsante del quinto piano. Eccomi arrivato, mi trovai davanti ad una porta, un cartello recitava, terapia intensiva; feci un respiro profondo ruotai la maniglia e la tirai verso di me, camminai nel corridoio, avevo la saliva azzerata, infondo vidi i suoi genitori seduti sulle poltroncine mentre si stringevano forte fra di loro nel totale sconforto. Mi avvicinai, non sapevo cosa dire ma non ce ne fu bisogno, sua madre si alzò e mi abbraccio fortissimo, piangeva disperata, era come se mi ~ 34 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ implorasse di fare qualcosa, suo padre mi venne a stringere la mano e con un filo di voce mi disse: “Grazie Marco di essere venuto”; in quel momento vidi le altre sue compagne di squadra, le sue amiche più fidate, Chiara e Angela. Mi guardavano in silenzio, con gli occhi gonfi di lacrime. “Posso vedere Barbara?” Feci, rivolgendomi a sua madre; mi fece cenno di si con la testa e con la mano mi indicò la porta. La aprì con il cuore che mi batteva all'impazzata, la vidi distesa su quel letto immobile, un silenzio assoluto regnava in quella camera a parte il bip della macchina a cui era collegata. I polsi erano fasciati, in quel momento capì come aveva cercato di togliersi la vita, ma c'era una domanda nella mia testa, perché l'aveva fatto e dove aveva trovato il coraggio o la disperazione? Purtroppo non avrei trovato una risposta molto presto visto che lei non poteva parlare. Sembrava così serena, chissà a cosa stava pensando. Avrei voluto che si svegliasse in quel momento, volevo chiederle scusa di non esserci stato quando aveva bisogno, fu in quel momento, mentre la guardavo che capì di aver perso la mia vera identità lungo il mio percorso, dimenticandomi della filosofia con cui ero cresciuto. Vedendola lì distesa mi venne in mente di quel giorno in cui aveva tentato di parlarmi, ma io non avevo voluto ascoltarla perché ero convito mi stesse facendo perdere del tempo prezioso rallentando il mio perfetto allenamento ; quello che mi aveva fatto perdere il sonno per tutte le volte che l'avevo riguardato. Rimasi fuori dalla sua stanza per parecchio tempo, insieme a tutti quelli che le volevano bene sperando si riprendesse subito, ma non fu così. Tornammo alla vita di tutti i giorni in attesa arrivasse il prima possibile una bella notizia. Ero deciso a mettere in campo il mio nuovo modo di essere un allenatore ma in quei giorni, in cui il tempo sembrava non passare mai, risultava sempre più difficile e il clima di euforia della squadra che spesso cercavo di placare mi mancava; le priorità erano cambiate, ognuno aveva messo da parte i propri obiettivi e desiderava una sola cosa che Barbara si svegliasse e tornasse ad allenarsi con noi. Era un Venerdì pomeriggio e finalmente una luce riprese a brillare sempre più intensamente, ricevemmo la telefonata tanto attesa, si era svegliata dal coma, ora stava finalmente bene. La nostra piscina riprese a vivere, la pellicola opaca che si era posata in quei giorni su tutti noi era stata cancellata definitivamente. La sera andai di corsa all'ospedale, questa volta ero euforico, sollevato da ~ 35 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ quel pesante macigno. Non vedevo l'ora di rendermi conto se aveva veramente vinto la sua gara più importante quella per continuare a vivere o il problema latitava dentro di lei. Vidi i genitori in lacrime, ma questa volta il loro pianto non era più di tristezza ma di felicità. Entrai nella camera, il suo viso aveva tutto un altro colore, ma non aveva un espressione felice. “Ciao Barbara come stai?” Le dissi; non ero mai stato bravo a trovare le parole giuste per aprire i discorsi. “Bene” rispose fredda lei, come se ora si vergognasse di tutto quello che era successo. “Se hai bisogno di parlare, io ci sarò sempre” dissi e le strinsi la mano, lei scoppiò a piangere. Non volli chiederle di raccontarmi l'accaduto, il suo pianto liberatorio mi aveva dato la convinzione che ne sarebbe uscita e questo mi bastava. Era giunto il momento di lasciarsi quella brutta vicenda alle spalle e voltare pagina. Passò parecchio tempo prima del suo ritorno in piscina ma appena arrivò sul bordo vasca sembrava non se ne fosse mai andata. Da quel momento ho imparato a mettere al primo posto i miei ragazzi, quello che hanno da dirmi qualunque cosa essa sia, dalle frivolezze, alle cose importanti e poi i risultati, perché alla fine lo sport agonistico è imparare ad affrontare le difficoltà mettendosi in gioco ma con la consapevolezza di non essere soli. ~ 36 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Carmelina Rotundo Ave o Cesare Il Bastione Sangallo è solitario appena trascorsi i fasti imperiali è ancora più imponente, mi riporta.... Il nostro essere parte del Creato tutto, il nostro esistere come anelli di una catena umana giammai disgiunti nei tempi e nei luoghi aveva avuto mirabile conferma a Fano, in questa mia partecipazione alla Fano dei Cesari non programmata non premeditata. Le cose ci vengono incontro, quelle belle, quelle brutte ci trovano ed il mio percorso nella Fano sottoterra, negli scavi archeologici, il mio approdare ai bronzi dorati di Cartoceto a Pergola, anche se io non lo sapevo era stato di preparazione a vivere la Fano dei Cesari. Il caso? Il destino? L‟amore di vivere con le persone e con le cose nel dialogo, una curiosità sempre all‟erta seguendo il flusso della corrente, nel flusso delle maree mi ero ritrovata a passare sotto l‟Arco d‟Augusto: i musici davanti, il corteo dei bimbi che mi segue, tra voli di petali e di note al vento, nel vento, scintille di luce, silenzi, tempeste, colori per un attimo nell‟attimo, bianco vestita, dentro di felicità colorata, nel flusso della corrente, nel flusso delle maree completamente abbandonata, avevo, allora, abbassato gli occhi. Felicità condivisa, sabbia, bighe, aurighi, cavalli, popolo in festa, l‟Imperatore, le vestali, i centurioni, gli schiavi.... Avevo colto il bocciolo di rosa alla vita che scorre poi, lo so, sarebbero arrivate le spine ed io che a Stella, il vasaio, prego di farmi la maschera che, a seconda di come la guarderò, sarò felice, sarò triste, sarò triste, sarò felice per quel gioco della vita che non sai mai se… ~ 37 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Roberto Rovaldi Bangkok e banane Nascondo la valigia nella hall dell‟albergo, sono in Thailandia. Per la prima volta nella mia vita prendo un pacchetto vacanza “all inclusive”, ma, credete a me, questa volta ho fatto centro! Un milione trecentomila delle vecchie amate lire per due settimane, tutti i pernottamenti in ottimi hotels, trasferimenti da e per, volo intercontinentale e volo interno, cena “tipica”, escursione al mercato sull‟acqua di Dammnersaduak, visita al Palazzo Imperiale e, per finire, la meravigliosa isola di Phuket in un resort da poco costruito con piscina, aria condizionata e colazione a buffet. Fantastico! Unico inconveniente, dividere il viaggio con estranei. Viaggio sempre da solo, io … L‟Hotel è fuori dal centro e dal caos. Vi arriviamo, io e gli estranei, con un autobus privato. Sono in fibrillazione.. Voglio immergermi subito dentro questa città caotica, crocevia di droghe, merce contraffatta ed armi, tuffarmi in questa metropoli asiatica, dove il traffico medio scorre alla velocità di cinque chilometri l‟ora. Dicevo che avevo da poco buttato la borsa per terra, nella hall, senza prendere possesso della camera. C‟era tempo per la camera. Avevo appuntamento a Patpong con dei trafficanti di armi. Dovevo scegliere missili, granate e carri armati per la guerra in corso. Quale guerra? Non lo so, ce ne sono così tante in giro che dove ti butti, ti butti bene. Fermo il primo tuk tuk che incrocio, contratto il prezzo della corsa e via verso il “centro”. In strada, carretti pieni di cavallette fritte, pesce fritto, gadget, orologi, magliette, luci, suoni, odori, animali, sporcizia. L‟aria è un miscuglio di sudore, puzza di fritto, smog e umidità il tutto riscaldato a circa quaranta gradi. Un inferno! Il verbo imperante a Bagkok: vendere, consumare, prostituirsi, spacciare … uccidere! Una volata a Patpong, mi sento perfettamente a mio agio, tra disperati e senza tetto, venditori di falsi orologi di marca (meglio uno falso che spendere migliaia di euro per un oggetto che ci dice come il tempo passa, un inutile spreco di soldi!) ~ 38 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giro tra le bancarelle colme di oggetti contraffatti, cibi cotti in pentoloni inguardabili, storpi e topi … mi sento libero e felice. Ogni tanto mi faccio una birra. Scopro angoli meravigliosi, senza turisti. Ah, Bangkok! Tre giorni sono così pochi. Passo un pomeriggio nel quartiere più povero, tra le capanne e i garage adibiti ad abitazioni. Bambini e sporcizia, antenne paraboliche e frutta; faccio un po‟ di beneficenza qua e là, regalando magliette e soldi. Visito il Palazzo Imperiale, mangio in giro per la città, provando tutto quello che capita. Il mercato sull‟acqua è sorprendente e affascinante, tra palafitte e bancarelle sospese sopra quest‟acqua limacciosa. Poi viene la volta della famosa cena in “un locale tipico con balletto tipico”: non posso mancare. La guida mi intima di seguire il gruppo, del resto, fino ad ora, non mi hanno mai visto. Si parte in pullman. Scruto le facce. Sono tutte coppie. Ci sono anche due ragazzi (sempre una coppia) di Genova. Lui a caccia di massaggi e minorenni, le i a caccia chissà di che, emozioni in terra straniera. Le i avrà le sue emozioni sull‟isola, una decina di giorni dopo. Scoprii per caso che non era la sua ragazza, ma la sorella. Lo avevo incontrato una mattina, saranno state le cinque: io stavo uscendo dall‟hotel “in perlustrazione” (all‟alba si trovano sempre cose interessanti) e per ammirare l‟alba, lui rientrava chissà da quale spedizione. Ero in sella ad una motocicletta noleggiata la mattina stessa e mentre stavo per partire me lo vedo arrivare con un sorriso sulle labbra che era tutto un dire. “Giovanni!” Lo apostrofai divertito “dove sei stato?” “Belin” mi fa lui “le solite cose! Ho scoperto un posto dove fanno dei massaggi strepitosi … ci devi andare anche te!” “Ma .. E la tua ragazza?” “No, Barbara è mia sorella. Lei starà dormendo. L‟ho portata con me, ma mi sono pentito, è una palla al piede”. Sarà anche stata una palla al piede, ma era decisamente carina. E sola, dunque… Impiegai un giorno intero, il successivo, a pedinarla, prima di riuscire a conoscerla! La sera organizzai una cena in spiaggia meravigliosa, a pochi chilometri dall‟hotel. Ci arrivammo in moto, dopo che io avevo visionato la location nel pomeriggio e commissionato a un ragazzo del posto fiori e cena da asporto (insalata di granchi freschi, birra gelata e macedonia di frutta). Ma andiamo avanti….. ~ 39 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ La cena etnica scivola via lentamente, tra portate strane e buone, ballerine elegantemente vestite e musica. Alla fine si esce, sarà stata l‟una. Saliamo sul pullman per tornare verso casa. Ma per me è “follemente presto” e, memore degli insegnamenti di un mio amico, vado verso la guida e gli dico “Bene la cena, bello il balletto, bello tutto quanto, ma facci vedere un po‟ della Bangkok vera, quella sordida, portaci in un locale di ballerine, di cose strane … Portaci in qualche posto interessante!” Il mito della Thailandia da sempre è suffragato da notizie vere, di anziani che frequentano ragazzine di dodici anni, di locali per soli uomini: io li ho visti, è tutto vero. Altre e tante storie venivano da là, incontri tra galli, droga a volontà, massaggi erotici, sesso e transessuali, tantissimi trans ed io volevo vedere un po‟ di folklore, quello vero. Del resto, anche a Phuket è così e intere zone sono piene di locali per spogliarelli e ragazze disponibili per incontri a pagamento. L‟autista mi fece scendere in un angolo buio e poco raccomandabile di Bangkok, naturalmente non c‟erano turisti, ristoranti o hotel internazionali. Un paio di vetrine male illuminate. Pozzanghere e sporcizia. Mi disse di incamminarmi per quel vicolo laggiù, sì, proprio quello dopo l‟angolo. In fondo a destra (come il bagno nei ristoranti). I miei “amici” dell‟autobus mi guardarono “brutto” e mi apostrofarono come maniaco sessuale. Mi dissero che ero venuto in Thailandia solo per “certe cose”. Poco importa. Avranno la loro sorpresa … Mi incamminai a passo svelto nella notte asiatica. Nessuno danti, dietro, di lato, niente automobili, niente rumori. Qualche gatto, di quelli sopravvissuti ai ristoranti. Entrai pagando qualche sdrucita banconota da dieci e fui introdotto da due “ragazze” di colore, taglia cinquanta e tacco vertiginoso, nella sala principale del locale. Prima una birra al bar, in bicchieri di plastica usati. La birra era naturalmente calda. Nessuno osò fiatare. Il locale non ammetteva reclami di alcun genere. Mi sistemai in un divano logoro e sporco, mentre alcune ragazze si facevano intorno, volevano spillarmi soldi, ma lo spettacolo stava per iniziare. Non c‟era tempo per gli approcci. Gli invitati alla mensa del piacere si alzarono per accaparrarsi i posti migliori. Lo spettacolo non poteva esser visto in seconda fila, sarebbe stato un delitto. ~ 40 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Un palco a forma di ring troneggiava al centro della sala illuminata con luci colorate. Sembrava quasi una festa anni settanta. Sordidi personaggi si aggiravano con bustine varie al seguito. La diva fece il suo ingresso. Nuda, come madre natura l‟aveva creata. Età stimata, dai trenta ai cinquanta. Piccolina di statura e mora, capelli molto lunghi. Salì sul palco e lo spettacolo iniziò. Era una contorsionista e faceva del suo sesso la parte centrale (scusate il gioco di parole) dello spettacolo. Con pennarelli abilmente tenuti dentro disegnava palme e spiagge, scriveva “Welcome to Thailand”, fumava sigarette. Ogni tanto faceva una spaccata, poi arrivò il clou della serata. Un lancio calibrato e a lunga gittata di piccole banane, sparate abilmente proprio da lì. Un suono secco e la banana volteggiava sopra le teste degli spettatori. Sembrava di assistere a fuochi artificiali, ma lì di artificiale non c‟era nulla, solo carne, muscoli, esperienza e frutta in uno spettacolo unico. Gli applausi vennero giù così copiosi da far tremare il locale. Una mogli e capitata lì per errore (il marito ingenuo ci teneva tanto ad assistere al folklore e il loro matrimonio vacillò pesantemente, quella notte) strillò al primo lancio. Quella sera mi divertii come un pazzo! Mi sembrava di essere dentro ad un circo di folli, a recitare per un film di Fellini. Dopo un‟oretta ed altre due birre, sempre calde, ero fuori dal locale. Fermai un tuk tuk. L‟autista vagò per un‟ora senza sapere dove era il mio albergo. Ne presi un altro, senza pagare il primo e, dopo un‟altra mezz‟ora di strada mi ritrovai, felice, a ridere nella hall dell‟albergo. Ed i miei simpatici amici che fine avevano fatto, tutti a letto? Questa è la parte veramente bella del racconto. Quando lasciai l‟autobus, loro si ritrovarono a discutere della giustezza delle mie azioni, alcuni avanzarono la proposta di imitarmi, però in un locale più dignitoso. Guarda caso ce n‟era uno proprio davanti all‟hotel. Sembrava così a modo …Morale della favola, rubarono loro tutto, con tanto di coltello sotto la gola. Novantamila delle mai dimenticate lire per una birra (bella fredda però) e una minorenne poco vestita. Quante risate mi feci dal terrazzo della mia camera, mentre, con calma olimpionica, dopo una doccia tiepida, decisi di vuotare il frigo bar. Il brivido non è per tutti … ~ 41 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ruggiero Ruggieri Sognando Compostela Il telefonino risuonò nella stanza semi buia della camera ancora imbatuffolata nel silenzio delle prime ore del mattino. Ivana, ancora insonnolita, cercava l‟ I-Phone sul comodino. Trillò più volte fino a che, una volta agguantato, rispose con voce rauca e cadente: “ Pronto! ” “We, mica stai dormendo? Sono le sei e dieci. Dico, mica stai dormendo?” Era Gloria, un‟amica si vecchia data. “ Ciao cara, sono in piedi da un quarto d‟ora nessun problema. Come stai?” Replicò Ivana. “ Benissimo”, rispose la voce dall‟altro capo del telefono. “ A che de-vo questa sorpresa Gloria?” La donna senza temporeggiare affermò: “ Ho pensato a te per un viaggio”. “ Un viaggio? “ Disse Ivana. “ Sì, proprio un viaggio. Ho considerato di fare il Cammino di Santiago” . Ci fu un breve silenzio. Era sempre stato il sogno di Ivana percorrere il Cammino di Santiago. La riflessione fu infranta dalla voce di Giorgia che irruppe prontamente. “ We, sei online? Vuoi che ti richiami?” “ No, no Giorgia tutto okay, stavo solo pensando” poi Ivana pronunciò il monosillabo che nel futuro si sarebbe rivelato il più importante della sua vita. “Sì. Sì okay vengo”. Quando giunsero a Sarria, un borgo medioevale sul Cammino di Santiago, le accolse il silenzio meditativo della gente. Uomini e donne di qualsiasi età ed estrazione sociale transitavano con i loro zaini e con una conchiglia, simbolo del cammino, assicurata sullo zaino come un francobollo. Guardare tanta gioia negli occhi di quella gente le fece riaffiorare il ricordo delle solenni parole pronunciate qualche giorno prima, dal fidanzato Matteo sui gradini della chiesa di S. Francesco a Roma: “Ivana vuoi sposarmi?” Ricordava Ivana che, nonostante la gioia incontenibile, fu evasiva concedendosi qualche giorno per pensarci. Non voleva ferire l‟uomo di cui era innamorata profondamente. Non voleva deluderlo a causa del segreto che la mortificava e l‟angosciava profondamente. Meditava questo, quando l‟amica si avvicinò per ricordarle che era tardi ed era il caso di andare a dormire; così fecero congedandosi dal tramonto che nel frattempo illuminava di rosso borbonico l‟ostello ~ 42 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ immerso nel verde bosco circostante. Il giorno successivo, dopo qualche ora di faticoso cammino, si fermarono per fare colazione e Ivana notò, poco distante, una piccola casa che accoglieva i viandanti stanchi. Dopo essersi assicurata che l‟amica poteva proseguire privandosi della sua compagnia, si avvicinò all‟abitazione. Una piccola targa indicava: “ PELLEGRINO QUI SEI IL BENVENUTO. SE DESIDERI DISSETATI E MANGIA DELLA FRUTTA. RIPOSA SE VUOI. SE CREDI PREGA”. Le accoglienti e benevole parole colpirono favo-revolmente l‟anima della ragazza e così decise di entrare. Un anziana donna l‟accolse con un sorriso, Ivana si sfilò lo zaino e le sedette accanto. “ Posso chiederti perché sei qui?” Chiese l‟anziana donna. Ivana rispose con superficialità emotiva. Era chiaro che non volesse spiegare la scelta del Cammino di Santiago. L‟anziana donna annuì ma non trattenne la replica. “ Credo, mia cara, che tu sia qui in cerca di qualcosa o forse semplicemente di risposte che turbano i tuoi sonni. Lasciati andare, dialoga con l‟immenso, con gli elementi della natura e ti accorgerai presto dei segnali che il cammino ti offre”. Ci fu un breve silenzio riempito solo dagli sguardi delle due donne. Ivana per eludere l‟argomento domandò: ” vive sola?” . “ No, vivo con mio marito, una persona speciale ed unica mi dispiace che non sia qui; è nel bosco dall‟altra parte della strada, per raccogliere la legna per il fuoco di questa sera” . “ Ho capito” rispose Ivana, poi aggiunse: “ i vostri figli? Vi hanno lasciato qui soli a vivere in mezzo al bosco?” L‟anziana come se sperasse in questa domanda si raccolse prima di parlare. “ Mia cara, non siamo stati lasciati da nessuno. Abbiamo fatto liberalmente la scelta di venire a dimorare qui per essere più vicini all‟infinito; ma, in realtà, è il luogo stesso che ha scelto noi. Per ogni pellegrino che passa di qua e comprende le nostre intenzioni di benvenuto, siamo padri e madri. Siamo genitori per tutti gli uomini e le donne, d‟ogni nazionalità”. L‟anziana donna acuì il suo sguardo verso la ragazza: “ io scorgo nei tuoi occhi un assillo che ti cruccia. Sei depositaria di un mistero la cui soluzione ti assicuro è intorno a te. Basta rivolgersi a chi conosce ogni nostro respiro dal nostro… primo vagito. Ricordati che l‟amore è compiuto sole se ci doniamo agli altri, senza confini”. Ivana sgranò gli occhi: quella donna sembrava averle letto dentro ogni sua ansia! E‟ vero… c‟era nella sua vita un nodo da sciogliere. D‟un tratto sembrò squarciarsi un velo: tutto le fu chiaro. ~ 43 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Le sue remore nell‟accettare la proposta di Matteo, la sofferenza che la dilaniava all‟idea che al momento non poteva dargli figli, la sua inadeguatezza al ruolo di moglie… Quanto erano immotivati ora, tutti quei sentimenti! Quanto tutta la pena si stava dissolvendo nel vedere quella coppia senza figli che era di gran lunga più felice e ricca di tutte le famiglie con prole che conosceva. Riprese il cammino ormai profondamente colpita dall‟emozione ripetendo, fra sé e sé come un mantra, “Tutto è compiuto nell‟amore più grande!” Fu poco dopo, mentre marciava sui sentieri silenziosi fra boschi d‟eucalipti dall‟effluvio pungente e canforato che avvertì un lieve capogiro. Sentì le sue mani sudate e fredde, le forze le vennero a mancare all‟improvviso. Si ritrovò sveglia poco dopo in ospedale. Nello stesso istante varcò la porta della stanza un giovane medico, che si rivolse ad Ivana con un pacato sorriso “ Come sta senorita?” Disse. “ Mi sento bene dottore, cosa è successo?” “ Niente mia cara, assolutamente niente. Nel suo stato è normale”. “ Che cosa è normale nel mio stato dottore?” Domandò Ivana. Senorita, lei è incinta. Nello stesso istante irruppe nella stanza Giorgia, sorrisero e senza dirsi una parola si abbracciarono. Poi l‟amica le pose il suo telefonino e usci fuori con una scusa. Il telefonino risuonò nella stanza semi buia della camera ancora imbatuffolata nel silenzio delle prime ore del mattino. Matteo tentò di afferrare l‟oggetto ma, senza successo. Trillò più volte poi, senti una voce dolce e materna dirgli: “ pronto, sono Ivana, voglio amarti. “ ~ 44 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mariagrazia Russo Invisibile Questa sera, nell‟ ora in cui il tramonto colora di rosa una parte del cielo mi torna alla mente una storia, un sogno fatto ad occhi aperti con la tristezza nel cuore. Una storia colorata di dolce malinconia. Vi voglio raccontare la strana storia dell‟ invisibile… La fanciulla color rosa selvatica si trovò un giorno all‟incrocio di due stradelle di campagna. Da una parte, nello sterrato colmo di buche, sassi e costeggiato da rovi, lo sguardo si rinfrescava nei colori vivaci della natura che sembravano carichi dell‟energia del sole; dall‟altra parte le buche sulla strada erano state ricoperte, i dossi spianati e l‟erbaccia tagliata di fresco ma i colori sembravano più tenui, meno brillanti, ma proprio per questo più rilassanti, davano una sensazione di stabilità. La fanciulla si sedette su una roccia indecisa sul da farsi e, volgendo lo sguardo verso le due strade giunse alla decisione di intraprendere la strada dai colori più tenui. La poca energia che sviluppavano era compensata dalle minori difficoltà per percorrere il tragitto. Lungo la strada incontrò il principe turchese che le porse il braccio e si offrì di accompagnarla lungo la via. La fanciulla era ben felice di non essere più sola e seguì il suo compagno attratta dal colore che lo caratterizzava. La strada, il paesaggio ed ora il colore del principe innamorato la faceva sorridere, contenta di aver scelto il sentiero migliore. Passo dopo passo, orgogliosa dei colori tenui che la circondavano, la fanciulla color rosa selvatico donò il suo cuore e il suo colore al principe turchese. Era così felice che presto assunse il color fiori di melo. Era raggiante e la sua persona era illuminata da un pulsare di energia che raggiungendo il sottobosco lo colorava con tutte le più belle sfumature del verde. Dopo la prima curva il principe turchese e la fanciulla color fiori di melo incontrarono altre persone con nuovi colori, alcuni brillanti altri ~ 45 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ meno. Il carattere e il colore del principe attraevano, aveva un magnetismo particolare e in molti stavano ad ascoltarlo incantati. Passo dopo passo il principe assunse colori sempre più scuri fino a raggiungere il blu baltico. La fanciulla che silenziosa lo seguiva, trascurata, non ascoltata, ben presto perse il sorriso e la luce, il sottobosco tornò ai colori iniziali, il principe preso dall‟enfasi parlava, parlava convinto sempre di più che il suo colore brillasse di una luce magnetica. Aveva dimenticato la fanciulla, anzi oramai era un fardello, un peso da portare lungo la via. Così preso dal suo egocentrismo non si accorse che la fanciulla stava perdendo il bel color fiori di melo, non si accorse neanche quando dal color rosa selvatica passò ad un colore più spento, da sabbia a rugiada e così via fino al color vaniglia. Ad ogni passo mosso sul sentiero la fanciulla sbiadiva davanti alla cecità dello spavaldo principe che al contrario assumeva colori sempre più forti e corposi fino ad arrivare al blu ardesia. Il tempo passò ma il sentiero da percorrere era ancora lungo, la ragazza perse la speranza, la preghiera rivolta al suo amato si perse nel vento del grigio sottobosco. Iniziò dal mignolo del piede …… divenne trasparente, poi, passo dopo passo sparirono le gambe, le braccia, il corpo …. Intanto il principe sempre più scuro e sicuro di sé iniziò a perdere consensi. Il magnetismo che aveva incantato tante persone era stato soffocato dal suo colore nero. Quando tutto ciò fece aprire gli occhi all‟egoista, purtroppo, il tempo era passato. Ricordò il povero fardello, si volse verso la fanciulla e fece in tempo a vedere per l‟ultima volta i suoi occhi prima che anch‟essi sparissero. Fu un attimo, forse scorse anche un barlume dell‟antico colore poi della bella fanciulla che lo aveva tanto amato non restò altro che fine polvere di stelle che il vento portò via. Il principe disperato perse tutta la sua boria, tentò invano di carezzare l‟aria, di cercare nel vento la ragazza, di catturare le immagini e i ricordi per farla tornare. Improvvisamente si rese conto che aveva perso l‟unico essere che l‟aveva amato sempre e gli era stato accanto nonostante i continui cambiamenti di colore. ~ 46 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Pianse, lacrime trasparenti come la fanciulla senza colore. Ma il tempo è inesorabile e il cammino era ripreso passo dopo passo, il sentiero era ancora lungo ma ora era solo, lo avrebbe percorso da solo all‟eterna ricerca di quel tenero colore che serbava nella memoria. Chissà, forse si incontreranno ancora in fondo al sentiero, nello strano mondo parallelo dell‟invisibilità. ~ 47 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Sonia Russo ll sole negli occhi Il riverbero lunare rende malinconica l‟atmosfera all‟interno della camera da letto, spingendo Lisa a riflettere su quello che sta accadendo; ma non ha tempo di riflettere, deve agire e alla svelta. Nulla di ciò che la circonda però obbedisce ai suoi pensieri e la soffusa luce lunare continua la sua eterna danza con il buio, accarezza le ombre del letto, addolcisce i contorni del rigido arredamento. Lisa vede appena le ombre, i suoi occhi sono colmi di lacrime e vorrebbe solo che il buio riuscisse ad inghiottirla. Raccoglie poche cose, solo quei piccoli oggetti cui tiene: il bracciale di sua madre e qualche piccolo regalo di nozze. È già pronta ad andare, manca solo la sua meta, ma rimarrà indefinita. Che ne sarà di lei? Dovrà andrà ora? Non può tornare a casa, dai suoi genitori che ascoltano solo suo marito, non può andare da sua sorella, dovrà andare via da sola, nella notte, lasciare il villaggio a piedi, con le sue sole forze e raggiungere con mezzi di fortuna una qualche cittadina il più lontana possibile da lì. Magari potrà fare la sarta per sopravvivere, durante gli anni di collegio ha imparato bene a cucire. Sente ancora la voce di Suor Michela che insegnava a 10 ragazze di buona famiglia come cucire, rammendare ed essere perfettamente ordinate… Il ricordo le sembra lontanissimo, una vita fa. Quando ancora non conosceva l‟amore, l‟ardore bruciante di una passione proibita, dolorosa, forse colpevole ma mai sporca. Dove sarà ora Leo? Starà bene? Il solo pensiero che in quel preciso istante possa trovarsi con il fratello Michele, le attanaglia lo stomaco. Pensa alla rabbia negli occhi di Michele, al dolore che lo rendeva sordo a qualunque improbabile spiegazione, che gli annebbiava la mente, rivede quella mano alzata per colpirla, mentre lei rimaneva inerme, aspettando quel colpo che suo marito non era riuscito a darle, fuggendo via nella notte estiva piena di suoni della campagna lucana. Lisa guarda un‟ultima volta quella casa che non ha mai sentito veramente sua, chiudendo la porta. È consapevole che potrà tentare di sopravvivere altrove ma potrà mai fuggire da se stessa? Dal suo ~ 48 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ amore colpevole ma forte, fortissimo, inarrestabile? Esce nel buio, come unici compagni i suoi pensieri disperati; mille i pericoli fuori ma il più grande è dentro di lei. Nella mente, nel cuore, sotto la pelle solo il viso, la voce dell‟unico grande amore della sua vita: Leo, il fratello di suo marito. Erano dolcissimi gli occhi di Leo, lo aveva pensato subito fin dal primo momento in cui lo aveva visto, il giorno del suo matrimonio con Michele. Leo era rientrato in paese dopo aver lavorato a lungo in una fabbrica del Nord, aveva solo un anno meno di suo marito, la stessa postura fiera ma una dolcezza nello sguardo che Lisa non sapeva vedere nel viso di Michele, un marito che lei non aveva mai amato. Cinque lunghi anni di matrimonio accanto ad un uomo che l‟aveva scelta, che la sua stessa famiglia aveva scelto per lei, accordandosi sull‟eredità, sui possedimenti, sulla casa che Lisa e Michele avrebbero avuto nelle proprietà di lui. Mesi dopo il matrimonio Michele le aveva confidato che si era invaghito di lei la prima volta in cui l‟aveva vista ad una festa di paese; lo avevano fatto impazzire i suoi occhi scuri, profondissimi, e la grazia delle sue forme che aveva intravisto tra le pieghe del lungo e castigatissimo abito. Anche Lisa ricordava quella festa, la sua prima festa da sola, ricordava le gioie della preparazione, il divertimento del farsi pettinare i lunghi capelli corvini dalle amiche. E ricordava anche lo sguardo di Michele, bellissimo e fiero. Lei però non lo aveva scelto. Quando i suoi genitori le dissero che avrebbe dovuto sposarlo, tutte le ragazze del quartiere le dissero che era fortunata; solo lei non riusciva ad essere felice, aveva solo accettato ciò che comunque sarebbe accaduto. Una volta, tenendole le mani, sua nonna le aveva detto che la felicità non era un diritto per una donna, era una conseguenza delle scelte degli altri. Bisognava solo accettarlo. Lisa non era sicura di aver ben capito, ma sapeva che non aveva altra possibilità. Nessuno però le aveva mai detto come potesse essere la prima notte d‟amore, quanto fosse diversa dalle storie che leggeva di nascosto e che in collegio erano proibite. Quel dolore, nessuno mai glielo aveva spiegato.. Aveva capito da sola e aveva imparato, nonostante la dolcezza di Michele. Suo marito l‟aveva amata da subito, le aveva detto che sarebbe stata la padrona di casa, ma non comprendeva la riservatezza di Lisa, né il suo desiderio di stare da sola, proprio quando lui avrebbe voluto averla con sé. Non c‟era cosa ~ 49 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ che Michele riuscisse a negarle ma la dolcezza e il distacco di sua moglie continuavano ad essere un mistero per lui, che aveva finito per accettarli come parte del carattere di Lisa. Del resto non è necessario che un uomo capisca tutte le futili fantasie che passano per la mente della propria moglie. Michele ricordava che anche suo padre non faceva altro che ripeterlo quando parlava di sua madre. Due anni più tardi, Leo prese a frequentare spesso la loro casa. Le attività di Michele si erano ingrandite e lui aveva bisogno di una mano. E Leo aveva accettato. Mille volte Lisa aveva pensato a come sarebbero andate le cose se Leo avesse rifiutato o se fosse stato lontano. Tutto sarebbe andato come altri avevano programmato, avrebbe vissuto come vivevano le sue amiche, accettando il presente come unico possibile. In fondo chi può dirlo cosa sia davvero la felicità? Attimi rubati alla realtà che ci aspetta per chiedercene conto e che si lasciano dietro dolore e rabbia? Lisa non avverte neanche più la stanchezza dei suoi passi nel buio della notte; tra le strade imbrecciate del villaggio, tenta di lasciarsi alle spalle le terre arse dal sole di mezzogiorno, di fronte alla collina dove aveva amato Leo per la prima volta, schiava insieme a lui di un amore impossibile e inaspettato. Erano andati insieme a controllare il raccolto, Leo le stava raccontando della fabbrica di Torino, delle divise degli operai, delle donne che lavorano e guidano persino un‟auto. A Lisa sembravano incredibili i racconti di Leo, ma le piaceva il suo modo di scherzare, il sorriso sincero e la luce dolce che aveva negli occhi quando la guardava e le diceva “Lisa, hai il sole negli occhi”. Un giorno, dopo il pranzo domenicale, le aveva regalato un libro, “Cime tempestose”, che aveva letto in Piemonte, un regalo di una donna che aveva amato solo per pochi giorni. Sulla copertina con mano incerta Leo aveva scritto una piccola dedica: “alla donna col sole negli occhi”. Lisa aveva letto, di nascosto da Michele e dopo le faccende domestiche, quella storia di amore morboso che sfocia in tragedia. Aveva pianto tutte le sue lacrime pensando a Leo e a quello che non doveva accadere, ma non era bastato. Nemmeno quel giorno nel campo le ombre oscure di un futuro che stava per cambiare il presente offuscavano la loro felicità di stare insieme. Lisa inciampa, Leo la sorregge, il profumo dei capelli di Lisa, l‟odore dei loro corpi che si mescola ai profumi della campagna, solo pochi attimi per amarsi, per unirsi indissolubilmente ~ 50 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ tra le spighe del grano maturo. E poi staccarsi di nuovo. È difficile spiegare la felicità… solo i ricordi sanno farlo. Mille altre volte si erano amati di nascosto dal mondo, e mille volte si erano detti addio tormentati dai sensi di colpa, dal dolore e dalla passione che li risucchiava. Ecco alla fine il giorno della resa dei conti. Arriva sempre, prima o poi. Michele li aveva visti da lontano inseguirsi in un campo, un giorno in cui era rientrato prima dai suoi affari in città. Era bastato poco per capire com‟era diversa sua moglie con suo fratello, aveva uno sguardo a lui sconosciuto. Da quel momento in poi Lisa voleva solo dimenticare, dimenticare le urla di suo marito, il dolore che aveva causato, il desiderio di vendetta di Michele, la minaccia di ammazzare suo fratello, la rabbia dei suoi genitori e se stessa… Poteva solo pensare che nulla avrebbe avuto più senso. Lisa sorride al piccolo Nicola che beve il suo latte stringendo forte in un graziosissimo pugno la sua manina. Tiene stretto quel visino grazioso al suo seno, quel bambino che le ha ridato la vita che credeva di aver perso nel buio di una notte d‟estate. Vede in lontananza attraverso la finestra un piccolo gruppo di donne avvicinarsi a casa sua. Dopo tre mesi dalla nascita di Nicola, ancora molte donne, coetanee di sua madre insieme alle sue stesse amiche, continuano a farle gli auguri per la nascita del bimbo, ringraziando il Signore che le ha finalmente concesso la grazia di un figlio dopo cinque anni di matrimonio. Lisa però in cuor suo aveva sempre saputo di non essere sterile. Pochi giorni dopo la sua fuga, un anno prima, aveva capito di essere incinta e si era rifugiata in un convento. Era lì che Michele l‟aveva trovata. Non aveva parlato molto, le aveva detto che la riportava a casa, che era ancora sua moglie e che lo sarebbe sempre stata. Non si sarebbe separato, nessuno scandalo avrebbe infangato il nome del suo casato. Ancora una volta Lisa sapeva di non poter scegliere. Sapeva che doveva garantire un futuro a suo figlio, ora la sua felicità non c‟entrava più niente. Non era più una ragazzina, era una donna, incinta e sola. Non parlarono molto durante il viaggio, ma Michele non l‟aveva più guardata allo stesso modo. Ora nei suoi occhi Lisa leggeva solo un velo di malinconia e durezza. Michele aveva cancellato e forse non aveva voluto capire. Per lui si era trattato solo di carezze rubate. Da altri e non da suo marito, che mai più avrebbe fatto il nome di suo fratello - Lisa aveva ~ 51 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ appreso della partenza di Leo. Era di nuovo andato a Torino, in fondo Lisa lo sapeva che la vita dei campi non gli era mai piaciuta. Sorrise pensando che forse avrebbe finalmente acquistato quella famosa auto rossa che le faceva sempre vedere su un ritaglio di giornale. Sapeva che non lo avrebbe rivisto mai più e sapeva che non lo avrebbe mai dimenticato. Ora però ha suo figlio, e tutto è cambiato. Quel bimbo avrebbe riportato indietro il tempo, cancellato quello che non sarebbe dovuto mai accadere, questo Lisa aveva letto nello sguardo di Michele quando gli aveva alla fine detto che aspettavano un figlio. Bussano alla porta, i colpi riportano Lisa al presente. Le signore le portano doni, la abbracciano; stringono la fedifraga pensa Lisa guardano e lodano il piccolo. “Ha gli occhi di Michele, somiglia tutto a suo padre” dicono quasi in coro. Lisa sorride, asserisce. Solo lei vede la dolcezza degli occhi di Leo e la luce del sole in fondo a quelli di suo figlio. ~ 52 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Veronica Salimei Il mio trentanovesimo compleanno. Marsiglia è la città dei venti, dove tutto cambia in un istante…. E dove le cose non hanno mai una faccia sola. Di Marsiglia si dicono molte cose, si hanno molte leggende, perché è il posto dove la gente arriva con la speranza di cambiar vita, normalmente fuggendo da un passato burrascoso o troppo povero per raccontarlo. Io, ho scelto Marsiglia, un po‟ per coincidenza un po‟ per curiosità! Volevo andare a Lisbona, però un giorno ho incontrato una ragazza che mi ha parlato affascinata di questa città un po‟ magica, dove tutto può succedere, così ho deciso di venire nella città dei venti, terra promessa di chi ha delle speranze. Sono una sognatrice, grande difetto nella vita reale del XXI secolo, ma mio padre mi ha sempre detto di non abbandonare i sogni e di cercare di portare la vita reale a livello di ciò che vuoi, ovviamente… senza entrare nell‟utopia. Insomma sognare e vedere con esattezza quello che ti circonda è il grande segreto per ambire senza paura una vita nella quale credi. Almeno questo è quello che ho capito. Ma ora vi racconto in breve la mia storia. Fin da piccola sono stata una bambina complicata, con molte difficoltà a comunicare nella maniera tradizionale. Crescendo in una famiglia numerosa ho ammorbidito questi lati più solitari con un intensa vita di gruppo…. Feste scatenate fino all‟alba, tassi alcolici da svenimento, una collezione di fidanzatini, storie, amori da stancare anche un cavallo da corsa. Tutto questo condito da viaggi un po‟ alternativi in autostop, spiagge nudiste, motociclisti body gard, digiuni ad angurie, amici persi e trovati…. Un autentico bordello di situazioni dove ovviamente la mia personalità da funambolo ormai abituata alle più grandi acrobazie emozionali si trovava molto a suo agio. Ma gli anni passano e si dice che portino la saggezza, sicuramente è molto più facile prendere delle cantonate al cuore, o avere più paura ~ 53 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ di lanciarsi perché effettivamente l‟ultima volta ti sei fatto davvero del male, e non pensi che la prossima volta sarà diverso, perché è qualcosa di nuovo, pensi che la vita è ciclica e devi imparare dagli errori… e così pian piano diventi sempre un po‟ più burattino di legno. Così è successo che in una mia pausa di riflessione, che normalmente mi prendo per il mio anniversario, per deprimermi ancor più per gli anni che passano e le creme che devi cambiare, ho fatto il punto della situazione. Togliendo aperitivi gessati, feste di tutte le tipologie, ore ed ore perse a capire il grande problema del mio tenebroso e bellissimo fidanzatino di turno (normalmente inesistente!), il tempo di recupero fisico e mentale dalle clamorose sbornie prese…. Mi rimaneva una laurea in Scienze Politiche, mai utilizzata perché troppo lontana dagli sbocchi della mia personalità, quattro anni di teatro come tecnico luce, lavoro pieno di fascino ma dai ritmi di uno scaricatore di porto, un diploma come artista(questo lo considero molto triste che anche gli artisti debbano avere un diploma!), e praticamente tredici anni di lavoretti nei più differenti campi, per potermi permettere la pseudo vita da studentessa che ho fatto. Tra i vari lavori ho delle vere e proprie chicche di contorsionismo ed elasticità mentale: venditrice di tappeti orientali, dove la mia insaziabile curiosità mi ha fatto studiare un tomo da 500 pagine per capire le diverse tipologie di nodi e disegni; cubista per feste rigorosamente gay, vestita, o meglio poco vestita da cow girl, dove l‟immaginario dell‟ambiguo perdeva i confini, massaggiatrice per schiene maschili ricche e poco usate, pubblic relation per una ditta di intimo e qui ho dato il meglio di me stessa, con contratto con la Corte Inglés di Madrid, poi i soliti: hostess sorridente, nonostante i 10 cm di tacco, in fiere e congressi; cameriera femminista ed intollerante ai classici “ehi bionda!”, commessa alternativa in alte boutiques, segretaria con psicologici raptus di sonno davanti all‟ordinatore, insomma la classica routine del lavoro: Ora considerato il mio poco ordinario curriculum, poco apprezzato nel sistema sociale italiano dove l‟elasticità mentale e la mobilità sul lavoro non sono ancora caratteristiche privilegiate, il punto è: io dove voglio andare nella vita? Cosa voglio fare? Quali sono i miei desideri ~ 54 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ di realizzazione al di là di un mondo lavorativo che, almeno in Italia , ha regole arcaiche e che non mi appartengono? Viaggiare è l‟unica soluzione per crescere professionalmente e mentalmente. Così la mia pausa di riflessione per il mio trentaduesimo compleanno si concluse con la decisione di partire, con meta: Marsiglia, la città dei venti. E fui a Marsiglia, lavorai come modella di pittori e mi comprai i tarocchi. Poi fui in Sudamerica a studiare con un antropologo la mitologia dell‟arcipelago di Chiloè, sapevate che le streghe sono ancora vive??? Di ritorno decisi di vivere in Sicilia, a Trapani..ah! Come adoro la Sicilia: il suo sole, i suoi profumi i suoi cannoli! Ma quanto può stare ferma una nuvola nel cielo? Così accettai una Borsa di Ricerca in Polonia a meno venti gradi, modellai un presepe di porcellana con i personaggi delle favole polacche… che sono abbastanza inquietanti…. E ora , sei anni dopo leggo queste righe e penso…. Uauhhhh!Sono forte! Però anche più tranquilla. Ho avuto un bimbo da quello che la mia fantasia continua a chiamare il “principe del deserto”..che ovviamente mi ha lasciato, per stare nel suo deserto! Ma il bambino bellissimo ha addolcito la mia inquietudine, e così mi sono fermata. Sono una madre contenta, guardo il mio passato e per quanto poco convenzionale, sono contenta di aver vissuto tutto e di essere qui seduta al parco, tranquilla a vedere il mio bimbo giocare. Vivo a Valencia. Lavoro come scultrice e invento personaggi fantastici. Sono felice. Sognare in grande è vivere in grande. ~ 55 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Francesca Salvatore Rumeni Bang! Bang! Bang! I rumeni li avevano da subito guardati male. Erano arrivati in quel paese da poco, si erano sistemati nell‟appartamento affittato in quel palazzone da qualche settimana, e già si viveva nel rumore. Un continuo battere di tacchi la sera: un, due, un, due. Pausa. E poi ancora un, due. L‟esatto tragitto compiuto dalle scarpe per arrivare dalla cucina al bagno, seguito passo passo insieme alla padrona di quei tacchettini. Che le scarpe con i tacchi si tolgono la sera lo si sa, in ogni paese del mondo: è un corretto comportamento da tenere, ed è così per tutti. E loro invece no e ancora passi: un, due. E poi quello sbattere la tovaglia sul balcone, senza curarsi della nuca di chi sta sotto, affacciato a guardare il paesaggio montano in lontananza e che invece si becca i resti di quel panino come una pioggia fitta, esattamente sulla testa quasi fossero pidocchi. E urla e grida, e quel tono di voce da stadio anche solo per urlare “è pronto a tavola!”, inutile fatica perché in due locali, se è pronto, lo si sente anche senza farlo sapere a tutto il vicinato. E bang! Il cadere per terra di qualcosa, qualsiasi cosa, ad ogni ora del giorno o della notte, quasi che ci sia sempre un oggetto pronto a scappare di mano, purché faccia rumore. Per non parlare dei bambini: correre e urlare in corridoio tutto il giorno, a volte addirittura con la palla, senza curarsi di chi vive sotto di loro, che deve assistere impotente a questa partita di pallone che non ha fine e meno male che almeno la mattina, fortunatamente, c‟è la scuola. I rumeni li avevano subito guardati male: al loro paese, checché se ne dica, di vicini maleducati come quella famiglia italiana, non ne avevano mai avuti. ~ 56 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Christian Salvatore La crostata della nonna Aveva da sempre un udito impeccabile, e, al solo tatto, riusciva a riconoscere qualsiasi oggetto gli capitasse sottomano; il suo affilatissimo gusto gli permetteva di elencare, senza alcuna difficoltà, gli ingredienti più impensabili delle pietanze che assaggiava e, più di tutto, con il suo olfatto strabiliante era in grado di percepire odori e fragranze a cui nessun altro si era mai accostato. Un‟unica pecca gli si poteva imputare: era cieco da quando aveva emesso il primo vagito. Quel giorno era intento a svolgere una delle sue attività preferite: si trovava nel bel mezzo del parco della sua città, seduto su di una panchina a rimirare, con i quattro sensi che gli rimanevano, l‟affaccendato viavai di persone che, a piedi o in bicicletta, affollavano quella piccola oasi cittadina; e siccome poche erano le cose che si poteva concedere di fare da solo, quasi ogni mattina soleva recarsi laggiù in compagnia del suo fidato cane. Gli piaceva osservare il profumo degli sconosciuti che sfrecciavano a pochi metri da lui; gli piaceva il rumore che fanno le foglie secche quando vengono schiacciate dalle suole di un turista distratto; gli piaceva l‟insolito odore di quel senza tetto che di tanto in tanto si sedeva accanto a lui abbozzando un saluto. Poi, su quella panchina, in quel parco, quel giorno, sentì qualcosa che non si aspettava; arrivò persino a domandarsi se non stesse sognando, o se non fosse improvvisamente impazzito: non avvertiva quel profumo da anni, e mai si sarebbe immaginato di ritrovarlo in vita sua; ne poteva quasi toccare, per quanto era concreta, la scia, come quella che dalla cucina raggiungeva il soggiorno quando sua nonna preparava la crostata di mele di cui custodiva l‟antica ricetta. Aveva la sensazione del tutto reale che quella calda fragranza gli pervadesse le narici e si domandava, pieno di curiosità, da dove provenisse. Poi d‟improvviso, così com‟era venuta, svanì. E fu proprio allora che si convinse di esser diventato del tutto matto, non appena percepì un altro odore di cui conservava vivo il ricordo, ~ 57 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ quell‟essenza quasi spiacevole che emanavano i sedili della prima automobile sulla quale fosse mai salito. La vettura di suo padre, della quale non ricordava il modello, era di un rosso così brillante che non c‟era alcuno che non si voltasse a guardarla, o almeno così gli avevano raccontato: poteva sentire distintamente il tintinnìo delle chiavi e lo sbattere delle portiere e il rombo del motore e il clac delle cinture. Il suo stupore, però, crebbe a dismisura quando quell‟odore quasi fastidioso ebbe lasciato il posto al meraviglioso profumo dei capelli di Adele, che sedeva davanti a lui alle scuole elementari, e all‟intima essenza di casa che solo conosceva e alla sensazione che aveva provato afferrando per la prima volta un pugno di neve frizzante fra le fredde dita e al sibilare delle pagine de Il deserto dei Tartari, che adorava sfogliare senza poter leggere, e all‟invadente odore della vernice fresca sulle pareti della sua stanza quando si erano trasferiti e al profumo intenso che sprigiona l‟erba appena tagliata e a quello altrettanto forte del proprio cane e al tenue rumore delle sue scarpe sul tappeto di foglie di quel parco. Poi più nulla. Senza neppure accorgersene, si era ritrovato in piedi. Il movimento involontario di una gamba gli fece fare un passo in avanti. Il guinzaglio del cane lo tirava con spaventata insistenza. Sentiva il rapido scivolare delle ruote di una bicicletta che si avvicinava dalla sua sinistra. In un istante fu per terra. A qualcuno parve di vedere l‟ombra di un sorriso disegnarsi lentamente sul suo volto: finalmente anche lui poteva vedere la luce. ~ 58 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Stefano Salvi Per strada Erano cinque vie parallele che andavamo da piazzale Arnaldo al centro: Corso Magenta, che partiva di fronte alla chiesa e passava davanti all‟arnaldo, ai giardinetti del conservatorio, al cinema Aquiletta, la pizzeria, qualche negozio che non m‟interessava e, all‟angolo in fondo, avevano aperto il Coin; Via Tosio, che partiva dalla salumeria Giulietti, sull‟altro angolo della piazza, e non aveva negozi, ma poco più avanti la galleria dove c‟era l‟Etoile, il bar di sinistra dove entravi anche se non consumavi, in fondo si allargava e c‟era la sede della DC, di fronte un bar con il bigliardo sopra, un negozio di arredi sacri e la libreria Paolina, su un angolo il “Cecco” dove si poteva bere sangria e birre di importazione; via Trieste, partiva dall‟angolo di Piazza Tebaldo Brusato, “chi era costui?” E arrivava all‟ingresso di piazza Duomo dall‟arco, un bar osteria all‟inizio, un‟altra osteria poco più avanti, le magistrali, il liceo dei preti, di fronte una libreria, si finiva nella piazzetta del vescovado; Via Cattaneo partiva a meta della piazza Tebaldo, più larga di via Trieste ma solo muri di case; Via Musei partiva al fondo di piazza Tebaldo, vi erano le rovine romane, poi la questura. Parlo di queste vie al passato non perché a Brescia non ci siano più, ma quelle che ricordo io sono solo nella memoria, e poco hanno a che fare con la toponomastica, per me erano solo le vie per andare e venire, da casa alla vita. Quando la devi fare a piedi, ogni strada, oltre che un percorso ti da un‟emozione, ti può occupare gli occhi, se vi sono cose da vedere, e allora corre via veloce e la voglia di arrivare combatte con le distrazioni che ti offre; ti può occupare d‟angoscia se ci potresti incontrare qualcuno di cui hai paura, e allora sembra non finire, anche se corri, con il cuore in ansia e gli occhi bassi che sperano di non vedere; ti può occupare la mente se non offre cose e il cuore è tranquillo, e allora il tempo dipende dal pensiero, se ti prende con dolci inganni di speranze o quei pochi ricordi felici, la strada scorre, ~ 59 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ se ti assale con i ricordi delle paure e degli scorni, se non sei riuscito ad evitare tuo padre, ogni passo è faticoso come il senso di colpa che ti trascini da sempre. Normalmente preferivo il Corso Magenta, era più ricco di immagini, si potevano fare incontri se non proprio piacevoli almeno noti, la strada era larga e frequentata e permetteva una maggior sicurezza per incontri non voluti. A volte ero stufo di sentirmi solo in mezzo alla gente e allora trovavo rifugio in un'altra via, cercavo conforto nella città, ed entravo nei vicoli, quasi per mendicare la sua comprensione, apprezzandone gli angoli più belli che, secondo me, gli altri non capivano; ma poi, in altri momenti, cercavo di condividere con l‟amico del momento, un po‟ per vanto, i miei luoghi, un po‟ per farmi stimare di più: “guarda, anche se non so come dirlo, io sono uno che apprezza queste cose, non potresti apprezzare anche me, per favore?”. Ci sono persone che non hanno bisogno di cercare il consenso, tutto in loro esprime la ferma appartenenza a questo mondo, hanno gesti e modi sicuri e il mondo ci interagisce elargendo quelli che per me erano doni rari: amici con cui divertirsi, donne per sfogare l‟amore e gli ormoni, o sogni impossibili: genitori con cui parlare e da cui ricevere affetto e comprensione, la stima dei grandi. Ci sono altri che il consenso lo cercano, e difficilmente lo trovano, che son nati per caso e non capiscono che si vuole da loro, guardano il mondo cercando di capire regole che non ci sono e per questo non le capiranno mai, ma, nel frattempo hanno più ansia e bisogno d‟amore, come brutti anatroccoli che non diventeranno mai cigni. In quelle strade ho lasciato migliaia di pensieri e di emozioni, forse c‟è più di me lì di quanto non mi sia rimasto dentro, prosciugato dalla vita e dal tempo, ma la mia città è quella chiusa nella memoria e morirà con me, quei vicoli e quei muri vibreranno il canto del tempo rimandandosi migliaia di echi, fra cui i miei, ma nessuno li sentirà mai più. Quanta vita mi è passata accanto in quelle strade, a volte trascurata dall‟ansia di arrivare, a volte consumata per forza, per perder tempo se non sapevi che fare, scivolata via sulle facce delle persone che non vedevi, quelli che salutavi, quelli che incontravi con piacere o che speravi di non vedere, ma sempre come fiumi che portano storie che non conosci, o anime con cui vorresti parlare. ~ 60 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Solo una sera v‟incontrai la morte, girato l‟arco per entrare in via Trieste, era lì, distesa nel corpo di un uomo, sul selciato abbandonato dal traffico, ancor più desolata dai grigi e neri della strada, dei muri e del cielo, neppure contratto, ma steso col bavero alzato del cappotto grigio, immobile. “Sentiamo se ha il polso”, “non si sente” “prova sul collo” “chiamiamo l‟ambulanza”, nessuno aveva mai visto scivolar via la vita, neppure chi vantava trascorsi più forti dei miei, in posti lontani, non per geografia ma per ambiente sociale, dove c‟era una vita che io solo immaginavo, fatta di cose che erano sui libri, più povere della nostra povertà, più drammatiche e disperate, ma anche di piccole felicità di conoscenza e amore. Fu il primo anno di università che mi portò via, a Padova, e ritornavo i fine settimana, con una vita nuova, a ricercare le vecchie abitudini e discorsi, ormai sfumati dalle tante vie che avevano preso le nostre vite, ritornare in osteria, trovare figure note, dopo giorni di solitudine fra gente e luoghi sconosciuti, e godere di quell‟effetto dolce che fa scambiare nuove cose con facce antiche, aver di che parlare e ritrovare un affetto che avevi dimenticato. Quella settimana, non so perché, non ero andato a Padova, e potevo ritrovare qualche rito passato, anche la mattina, cosa difficile quando si va a scuola, sempre che non “bruci”, ma allora sei attento e rasente i muri, o ci sia sciopero, ma allora sono tutti in giro e non c‟è la città, come in un sabato pomeriggio, quando i ricordi delle strade sono coperti dal trambusto di troppi pensieri. “Pronto Mario”, “pensavo di andare in giro, vieni?” “No, stasera no, vediamoci domattina” “va bene, dove?” “Non so, andiamo in “Grotta”? O se no andiamo al “Frate”, che poi devo passare in comune, ci troviamo lì in piazza Loggia, verso le 9?” “Sì, anche un po‟ più tardi, ma forse c‟è una manifestazione, troviamoci sotto i portici, davanti a “Tadini & Verza”. Che bello dormire, va bene, alziamoci che devo trovarmi con Mario, che brutta giornata, pioviggina, che ore sono? Già le nove, arrivo un po‟ tardi, vado a prendere l‟autobus? Ma no, andiamo a piedi, vediamo che gente c‟è in giro. I giardini di Viale Venezia sono vuoti, solo macchine sulla strada, piazzale Arnaldo un po‟ meno, passo dalla parte di qua e vado in piazza Tebaldo, oggi in Corso Magenta c‟è solo traffico, faccio via ~ 61 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Trieste, un buon compromesso, qualche negozio all‟inizio, passo davanti alle magistrali, magari vedo qualche ragazza, poi davanti all‟arici e arrivo in piazzetta, a quest‟ora non ci sarà nessuno di quei tossici strampalati, non ho voglia di vederli, passo sotto il volto, attraverso piazza Duomo e prendo su per i portici, in mezzo alla gente ed ai negozi belli, che ore sono? Quasi le dieci, dai che Mario sarà già arrivato. Nonostante tutto, non avevo quell‟ansia di arrivare, i giorni fuori facevano sembrare, se non piacevoli, perfino sopportabili i giorni a casa, ma ti lasciavano la nostalgia di crogiolarti in quelle strade, a ritrovare i luoghi e vedendoli con gli occhi rivestiti di altri stranieri, la nuova vita che salutava quella passata, per cui mi attardavo a lasciar scivolare gli occhi sulle vetrine, sugli angoli, sempre con la testa da un‟altra parte, occupata o non annoiarsi nel viaggio. E fu quando arrivai in piazzetta Vescovado che vidi un movimento strano, gente che veniva da piazza Duomo, non tanta, ma più del solito, non è che parlassero o corressero, ma avevano un ché di trafelato, tanto da svegliare un‟attenzione distratta come la mia, qualcuno usciva dai bar e dai negozi, ma che succede? Per essere un martedì di fine Maggio, per di più piovoso, c‟era troppa agitazione, mi vergogno a chiedere a sconosciuti, ma voglio sapere, due passi avanti. “i fascisti, sono stati i fascisti” “ma cosa?” “cosa?” “Che è successo?” Le curiosità si accavallavano, bastava ne seguissi una più invadente, avrebbe nutrito anche la mia “una bomba” “è scoppiata una bomba” “ma dove?” “Quando?” “In piazza Loggia, sotto i portici” “ci sono i morti” “c‟era la manifestazione” “c‟è sangue per terra” “davanti a “Tadini & Verza” e rincorrevamo quelle parole, noi che eravamo appena lì dietro.” Mario, oddio Mario, “non si può andare ci sono le ambulanze che devono venire” “c‟è la polizia, ti menano” arriva più gente, devo andare là, non puoi, maledetti fascisti, vado in giù verso i portici, le parole iniziano a salire di tono, Mario, verso casa sua non si può andare, la gente vien giù da Piazza Vittoria, qualcuno piange, qualcuno grida, non è vero, è un sogno, si sentono le sirene, “hai visto Mario?” “No, non l‟ho visto”, “hai visto Mario?” “Sì, è passato adesso, vuole andare a cercare i fascisti”. Vado al bar dei fighetti, fascistelli, ha chiuso la saracinesca, tanti chiudono, ma non me ne accorgo, “Mario” “fascisti bastardi” come ~ 62 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sempre sopratono, ma stavolta pure io, e un grande vuoto, non erano più giochi, si poteva morire. Il giorno dopo le strade regalavano solo il silenzio, non c‟era traffico, tanta gente in strada, muti, nulla poteva essere detto, l‟ira tratteneva le parole, bastava un gesto, solo i muri restituivano un grande pianto. Per tutti quelli che c‟erano, per chi non c‟era e per chi, come me, era solo lì vicino. ~ 63 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luca Salvicchi Chiedimi di ballare I L‟addio me lo ricordo appena. Io che in ginocchio dicevo: “All‟inizio…” E lui sereno, quasi sorridendo: “l‟inizio era l‟inizio, poi è finito. Sennò, sarebbe sempre l‟inizio, non trovi?” Se lo portò una donna, mi sembrò che piombasse come la morte. Un‟americana, mi informò. O sudamericana. Comunque, una troia d‟oltreoceano. Ma quando voglio ricordarmi di lui, lo vedo ballare. II. Non ho paura, qui. Non è un bosco molto fitto. E‟ pieno di luce, di ronzii. Funghi marci. Rovi. Bacche rosse. Qualche asparago. Il sentiero che sto percorrendo sbuca d‟un tratto in una radura. Al centro, un ciliegio selvatico. E‟ in fiore, abbagliante contro il verde scuro degli alberi. Non ho mai avuto così poca fretta come ora, mentre raggiungo il ciliegio. Traiettorie di insetti mi incrociano. Un passo dietro l‟altro, il brusio monta, s‟impone. Arrivo quasi sotto i rami del ciliegio: posso osservarne i fiori bianchi e aperti. Sopra ogni fiore, un‟ape. I pistilli sono fradici di piacere intenso. ~ 64 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Serena Sammartino Una storia come tante Chiara era una ragazza molto carina ed intelligente e quando Vincenzo la vide per la prima volta lo capi immediatamente. Che chiara fosse speciale non c‟erano dubbi e Vincenzo non ci mise molto prima di accorgersene. Lei era dolce, divertente ed era tutto quello che qualunque ragazzo potesse volere, e lui la voleva, lui che poteva averle tutte,non certo per le proprie qualità fisiche,con quella faccia tonda i capelli lunghi ed il fisico del quale tutto si poteva dire tranne che fosse impostato, faceva un po‟ ridere solo a guardarlo. Ma come dicevo poteva averle tutte,che fossero graziose o meno belle lui aveva quel particolare pregio che solo i brutti possono avere, quel non so che di affascinate che ti strega molto più di una bella immagine. E ci sapeva fare, altro che se ci sapeva fare! Ma soprattutto qualità che purtroppo attira molte ragazze e molto più di altri pregi era il suo profilo economico. Era uno di quelli che pagava il portafoglio molto di più di quanto non ci mettesse dentro, e dentro c‟erano sempre molti soldi. Sinceramente non vi so dire il perche ma quando gli sguardi di Chiara e Vincenzo si incrociarono anche a lei piacque lui. La loro storia inizio un po‟ come le altre un po‟ come nessuna, con quell‟unicità che ogni storia ha perché ognuno è un po‟ diverso da se stesso attimo dopo attimo. Iniziarono ad uscire insieme, iniziarono a conoscersi ed iniziarono a volersi bene. Quando arrivarono le prime voci Chiara non voleva credere, Vincenzo stava con una altra ragazza, Vincenzo si doveva sposare,questo si diceva in giro. Quando però le voci diventarono urla nella testa di chiara decise finalmente di chiedere spiegazioni a lui. Lui la guardava e non sapeva che dirle,era vero, era tutto vero,ma quando aveva conosciuto Chiara tutte le certezze nella sua vita erano state stravolte. Per la prima volta si era reso conto che forse era tutto sbagliato nella sua esistenza e che forse l‟unica cosa giusta adesso era Chiara e non sapeva più cosa fare. Chiara non voleva più sapere ~ 65 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ nulla di lui e decise di chiudere li tutti i legami con quell‟estraneo a cui aveva permesso di farle un male immenso. Passò qualche settimana in cui entrambi desiderarono di non essersi mai conosciuti perché faceva troppo male quel piccolo soffio di vita. Arrivo una mattina in cui finalmente Chiara prese il cellulare che stava squillando e invece di spegnerlo come aveva fatto nelle ultime settimane rispose alle chiamata. Dall‟altro lato della cornetta c‟era Vincenzo le giurava che solo lei era nel suo cuore, che per avrebbe fatto di tutto per tornare indietro e che se lei glielo avrebbe permesso avrebbe lasciato la fidanzata che non amava più per dimostrarle tutto il suo affatto. Con la promessa che questo sarebbe successo Chiara diede un altra possibilità a Vincenzo, ma come quando un frutto cade x terra, all‟esterno può anche sembrare maturo ma la polpa ormai è marcia. Passarono altre settimane e le voci sembrarono attenuarsi e il loro rapporto sembrò passare su un altro piano. Ufficialmente non stavano ancora insieme, era stata lei a deciderlo almeno finché non si sarebbe fidata nuovamente di lui,almeno lei credeva cosi. Nel frattempo ripresero ad uscire o tutte le sere e qualche volta dormivano insieme a casa di Vincenzo . Il tempo scorreva e le settimane diventarono mesi, da maggio divenne settembre e in questo periodo le cose sembravano andare molto meglio. Vincenzo il giorno lavorava, la sera andava a trovare Chiara e la domenica la passava con la sua famiglia. In famiglia significava con la madre ed il fratello, il padre era morto in una brutta situazione qualche anno prima e dopo la rottura del fidanzamento di Vincenzo la madre era diventata ancora più ossessiva. Intanto Chiara aveva abbandonato le sue amicizie, non se ne faceva nulla di persone che continuavano ad inventare storie su Vincenzo,in più lui era diventato morbosamente geloso, le aveva chiesto di non usare più il computer e le controllava il cellulare. Finì anche settembre e Chiara incontro per caso Simona una sua vecchia amica di scuola con la quale riallaccio i rapporti. Finalmente le cose andavano per il verso giusto per Chiara, usciva con Simona di giorno vedeva Vincenzo la sera e per il resto, per il resto si accontentava. Un giorno Chiara confido a Simona che Vincenzo la sera prima era venuto a prenderla ubriaco che per questo avevano litigato e che lui le aveva dato uno schiaffo. Sebbene Simona non lo sapesse non era la prima volta che Vincenzo si era mostrato violento con Chiara, la settimana prima in un locale l‟aveva ~ 66 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ picchiata accusandola di guardare un ragazzo e quando aveva trovato nel suo armadio un mini pc qualche giorno prima le aveva fatto veramente male. Simona non capiva perché quando usciva con chiara lei diceva a Vincenzo che fosse con sua madre,che senso aveva stare con una persona che non ti permette di uscire con un‟ amica? C‟era qualcosa di marcio in tutto quella storia, non era cosi che una ragazza doveva vivere i suoi anni migliori. Una domenica mattina Chiara chiamo Simona disperata, quando Simona arrivo a casa sua trovo Chiara in lacrime le voci su Vincenzo erano ricominciate da tempo e lui ogni domenica spegneva il cellulare,tutta la domenica. Chiara sembrava impazzita voleva andare sotto casa di Vincenzo voleva sapere cosa stava facendo. Voleva essere sicura che non fosse con lei,l‟altra,la sua fidanzata. Le voci sono onde sonore che si espandono attraverso la faringe e vengono captate dalle orecchie. Ma essendo onde si espandono in tutti i versi e vengono percepite da tutti i lati in maniera diversa. Colpiscono chi ti sta accanto e ti vuole bene come chi non te ne vuole e le amplifica. Le voci arrivarono fino all‟attenzione della madre di Chiara che preoccupata decise di parlare con Vincenzo. Quella domenica di lacrime e voci Vincenzo salì a casa di Chiara e parlò con lei e con sua madre, giurò che con quella ragazza lui non aveva più nulla a che vedere , e che avrebbe solo voluto vivere con Chiara e che a gennaio sarebbe stata pronta la casa dove loro due avevano passato insieme delle notti stupende e che sarebbe stato l‟uomo più felice del mondo se lei avesse accettato di andare a vivere con lui. A Simona non piaceva questa idea,se già Vincenzo recludeva Chiara ora chissà come si sarebbe comportato nella stessa casa con lei. Passò Ottobre e con lui Novembre. A Dicembre le discussioni erano più crude che mai. Fino al punto che Chiara minacciò Vincenzo,se lei avesse scoperto che lui stava ancora con l‟atra, e che come dicevano le voci si sarebbero presto sposati, sarebbe andata al matrimonio con le loro foto in mano le avrebbe consegnate direttamente alla sposa. Forse fu questo il campanello che fece allarmare Vincenzo che chiese a Chiara un periodo di pausa. Lei voleva una spiegazione voleva sapere cosa stava succedendo. “Chiara per farmi lasciare in pace cosa ti devo dire che sto con lei??”. A queste parole Chiara non voleva ne poteva credere,lui l‟aveva detto apposta,non era possibile,almeno questo era quello che lei ~ 67 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ pensava. Quando dopo due giorni di silenzio lo richiamo per sapere, per capire, per… “Sto con lei da 3 anni a luglio ci sposiamo la casa dove abbiamo dormito tutte quelle sere è quella dove andrò ad abitare con lei.” ….E‟ una storia cosi brutta che è difficile credere sia vera,purtroppo lo è, è una storia come tante, la cosa peggiore è che Chiara sta ancora piangendo… Questa storia è avvenuta davvero ed è troppo triste e troppo vera per rimanere segreta. ~ 68 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Stefano Samori Ernestina Liberamente tratto da una storia vera. Il vecchietto stava inginocchiato davanti a quella lapide. Superata l'infanzia con le sue dottrine parrocchiali, non si era mai più inginocchiato davanti a nessuno. Mai avrebbe pensato di arrivare a farlo all'età di 84 anni davanti a quella lapide. L'impresa edile nella quale lavoravo stava ristrutturando una zona del cimitero monumentale della Certosa di Bologna. Dirigendo i lavori ero quasi tutti i giorni sul posto. All'inizio non ci avevo fatto caso. Me lo fecero osservare alcuni operai che avevano notato questa devozione costante. Tutti i giorni questo signore veniva a visitare la tomba portando dei fiori freschi che sistemava con rituale maniacale. Dopo qualche giorno, la curiosità ci vinse, e andammo a vedere chi era l'oggetto di tanta attenzione. Rimanemmo parzialmente delusi. Speravamo di trovare chissà quale storia e invece si trattava di una tale Ernestina Fabbri nata il 15 agosto 1920 e morta il 25 giugno 1982. Niente di che. La foto utilizzata la ritraeva ancora molto giovane e decisamente molto bella.. Unica stranezza la frase di rito incisa sulla lapide che, al contrario di citare figli e parenti che la ricordano e la compiangono per quanto aveva fatto di buono in vita, diceva : "Mai dimenticai i tuoi insegnamenti e la passione nel trasmetterli a tutti. Con il rimpianto di averti persa troppo presto." Pensammo che fosse un'insegnante di scuola con un alunno molto devoto… ma forse no. Comunque non sapendo ancora l'età dell'uomo diventava difficile capirlo. Questa storia andava avanti già da tre settimane ed era diventata oggetto di discussioni tra di noi per darne una interpretazione. Avremmo dovuto chiedere direttamente, ma nessuno ne aveva il coraggio. E se non ci fosse stato nulla ? Saremmo rimasti male. Meglio non chiedere. Nulla si mosse fino a che il più anziano degli operai, il più taciturno, ormai prossimo alla pensione decise di agire. Un giorno ~ 69 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ nell'intervallo del pranzo ci disse che non sarebbe venuto al ristorante con noi, non aveva molta fame e si sarebbe accontentato se gli avessimo portato un panino. Tornati dal ristorante lo trovammo che stava finendo di lavorare intorno alla tomba di Ernestina. Zitto zitto aveva deciso di fare un regalo a entrambi. Ventidue anni di sepoltura avevano oscurato la bella lapide, opacizzato la foto, qualche spigolo di marmo era saltato e Giulio, l‟operaio, aveva deciso di dargli una rinfrescata a sue spese. Nel poco tempo a disposizione aveva iniziato a lucidare la lapide e al momento di riprendere il lavoro del pomeriggio si notava chiaramente la parte pulita. Il nostro misterioso visitatore veniva sempre di mattina e la mattina dopo si accorse subito che qualcosa era cambiato. Io non c'ero, richiamato in sede. Ma gli operai mi raccontarono tutto. Non appena vide la tomba scoppiò in un pianto commosso. Diede un bacio alla foto di Ernestina e poi si voltò intorno spaesato ed interrogativo. Incrociò il volto di Giulio, capì chi era stato e gli fece un saluto con il capo. Si rigirò verso la tomba e riprese le sue quotidiane attività girandosi ogni tanto ad osservare gli operai. La sera gli operai arrivarono tardi a casa. La mattina dopo ero presente anche io quando il nostro uomo passò davanti alla tomba, diede un'occhiata e vide il lavoro finito. Si girò verso di noi salutandoci con un gesto della mano. Rimanemmo quasi male perché ci aspettavamo un ringraziamento più corposo. Vista questa attività gli operai dipendenti del cimitero ci iniziarono a chiedere cosa stava accadendo. Messi al corrente gli chiedemmo di fare delle indagini. Ci spiegarono che Ernestina era sepolta lì da dieci anni e a quanto si ricordavano proveniva da un piccolo cimitero della provincia. Il posto non era lontano, coperto dalla complicità degli operai e spinto dalla curiosità, una mattina decisi di recarmi sul posto a indagare. Scoprii così l'umile tomba dove era stata sepolta a spese del piccolo comune. Il custode del cimitero si ricordava ancora quando venne portata via dopo essere rimasta inosservata dieci anni in quel cimitero. ~ 70 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Non capiva cosa fosse successo allora. Ma data la inusualità della situazione, ne rammentava ancora la storia. Capitò infatti che arrivasse questo ometto, il nostro misterioso vecchietto, a fare una indagine. Stava cercando nei cimiteri della provincia una tal Ernestina Fabbri. I dati erano ancora tutti cartacei e fare una ricerca fu molto difficile. L'impiegato del comune glielo mise in mano un po‟ per toglierselo dal mezzo e un po‟ perché faceva tenerezza. Dopo aver controllato a lungo i registri venne trovata. Era stata seppellita nell'angolo più nascosto del cimitero, nella zona di quelli seppelliti a spese del comune con solo una croce, il nome e niente fotografia. Quando la ritrovò, proseguì il custode, fu come se avesse vissuto fino allora solo per questo. Si inginocchiò e si mise a piangere fino a che ebbe lacrime. Il giorno dopo lui era sempre lì, che piovesse, nevicasse. Noi restammo in quel cantiere diversi mesi e lui non sgarrò un giorno. Almeno fino al 15 gennaio, giovedì quando per la prima volta non venne. Non lo vedemmo neanche venerdì. Sabato e domenica non lavoravamo e io non resistetti ad aspettare fino al lunedì e il sabato feci un salto a controllare. Ero preoccupato. Arrivai e notai che era in corso un funerale. Eravamo in un cimitero mi dissi, ma l'ansia mi assalì. Avvicinandomi alla sepoltura di Ernestina le mie paure ebbero conferma. Di fianco alla sua tomba stavano seppellendo qualcuno. Arrivato di fianco alla fossa pur non volendolo non potei non guardare la foto della lapide appoggiata a terra con la scritta – Licinio Frassineti nato il 18 giugno 1919 e morto il 14 gennaio 2003. Non era stata la sua maestra. Era morto e lo stavano seppellendo di fianco alla sua … , sua cosa ? Pensai. Non feci in tempo a considerarlo che uno dei presenti, evidentemente scocciato dalla giornata persa al cimitero, se ne uscì con questa frase : “Tutto questo per accontentare il vecchio matto che ha voluto farsi seppellire vicino alla sua puttana di gioventù”. Normalmente molto calmo, ricordando Licinio, persi immediatamente la pazienza e mi avventai su quell'individuo urlandogli che cosa avesse voluto dire. Ci separarono subito e ~ 71 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ l'individuo mi urlò che cosa volessi e ribadì che lui e tutti gli altri lì presenti avevano dovuto sorbirsi il vecchio matto in giro per cimiteri alla ricerca di quella puttana. Avrei voluto urlargli quello che avevamo visto nei mesi passati, quello che mi aveva raccontato il custode del cimitero. Ma visti gli sguardi dei presenti desistetti e la rabbia fece posto al dolore. Un amore così grande non poteva essere raccontato. Dopo tanti anni Licinio aveva voluto tributare un riconoscimento al suo grande amore perduto di gioventù. Alla ragazza che lo aveva iniziato al sesso e della quale si era innamorato perdutamente. La ragazza che avrebbe voluto smettere di fare la puttana per scappare con lui. Che lui aveva dovuto lasciare perché la famiglia tollerava che la frequentasse ma solo per sfogare i propri istinti. Ma a lui non bastava e lei venne fatta allontanare perché non rendeva più. L'avrebbe ritrovata solo in quel cimitero di periferia. Dopo averla cercata un'intera vita. ~ 72 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Annalisa Santamaria Diario di viaggio Una notte, mentre ero assorta in mille pensieri, nella solitudine più profonda, fui presa da un‟irrefrenabile voglia di scappare via. Non ne potevo più, improvvisamente. Non tolleravo più di restare lì, ad aspettare. Mi rapiva l‟emozione di ritornare ad accarezzare i miei figli, di ripercorrere quella dolce sfumatura di nostalgia di sfiorare le loro cose. La bramosia di riavvolgerli nel mio abbraccio, il riecheggiare delle loro voci negli antichi ricordi mi presero così forte che non vedevo l‟ora di ricongiungermi a loro fisicamente. Per fortuna avevo poco da raccogliere, e fuggii senza neppure voltarmi indietro. Dovevo assolutamente tornare giù, alla mia terra. Il freddo non mi era congeniale: pensavo al vento tiepido, alle dolci colline, al chiarore di ogni alba, scintillante sul mio caro mare. Lì su, invece, le gelide giornate, tutte uguali, quel vapore denso a volte, ed altre quel secco alitare, mi facevano raggelare, tanto che mi contraevo, mi ripiegavo su me stessa, con una pesantezza che non era nella mia natura. Il viaggio era lungo, faticoso, ma la voglia di tornare giù, a casa mia, mi teneva ben sveglia, dalla contentezza brillavo come un diamante. Allungavo lo sguardo ad ogni svolta, come se avessi potuto accorciare il tragitto con il potere della mia impazienza. Allora acceleravo, spinta, travolta ineluttabilmente, trascinata giù da un irrefrenabile impulso. E mentre il ricordo dell‟erba verde e fresca della mia terra mi assaliva, benevolo, e le immagini di quei torrenti, dei laghetti e di quelle foci che avrei rivisto lungo la strada mi coccolavano, mi ritrovai in una moltitudine, tutta presa, coinvolta nello stesso viaggio: in una fila interminabile, compatta, in un unico viaggio di ritorno, insieme a me, per tornare a casa. Sembrava fossi sola, ed invece ero accompagnata, sorretta, protetta da mille, milioni di altri silenziosi viaggiatori. ~ 73 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ecco che di lontano, cominciai a scorgere i miei luoghi, casa mia. Potevo abbracciarli in un solo sguardo e mi parve di veder luccicare al sole quel mio piccolo fiume. Sembravano secoli che non lo vedessi, ed ora, finalmente, ero giunta. Trattenni il fiato ed affondai gli occhi il più lontano possibile per scorgere quei bagliori argentei che facevano parte di me, le mie radici, la mia culla. Un colore scuro invece mi attendeva. Di là riuscivo appena a distinguere uno scorrere buio, sordo, di un‟opacità innaturale. Nessun profumo, nessun fresco tonfo di ciottolo: solo un mormorio sommesso s‟accompagnava ad un rotolare di melma. E come d‟improvviso, scomparve quel desiderio di arrivare, sostituito dall‟ansia di invertire il senso di marcia. Tornare indietro? Ormai non era più possibile. Quella moltitudine faceva ressa, dietro e accanto a me: pigiava, mi sospingeva quando oramai ero già nei pressi del ponte. Vedevo lo steccato di legno, gli argini orlati da una giallognola, schiumosa bava di morte. Oscillava, galleggiava, si componeva e scomponeva continuamente con grosse chiazze color verde petrolio, dai riflessi iridescenti. E il mio fiume limpido dov‟era finito? Possibile che era tutto cambiato? Ma quanto tempo era trascorso da quell‟ultima volta che mi ci ero tuffata? Ora pensavo soltanto a trovare una via d‟uscita, una fuga da quell‟inferno di maleodorante corrente. Mai prima d‟allora avevo sperato in un sole cocente, quel sole che in un altro momento mi avrebbe strappato alla mia terra, ma che in quell‟increscioso ed incredibile frangente mi sembrava un soave balsamo, la mia unica speranza di salvezza: mi avrebbe sollevata lassù in alto; su, sempre più su, insieme a quella moltitudine. Quella volta mi avrebbe risparmiato una permanenza così mefitica, innaturale, fastidiosa. Sarei stata sospinta in alto, risucchiata in un vortice, verticalmente innalzata: goccia d‟acqua tra le gocce, sarei stata più fortunata la prossima volta. Forse sarei ricaduta, piovuta sulla mia Terra, quando quel più recente quanto ottuso dei miei figli, quello che si stava tramutando in un mostro, si sarebbe estinto per sempre. ~ 74 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giuseppina (Geppi) Santamato Portavo l‟aria Il tempo della guerra, per chi ci è passato da piccolo anche solo per poco, ha lasciato segni che non potranno mai essere cancellati. Nella mia famiglia non ci sono state vittime, ma è rimasto indelebile il ricordo della povertà, vissuta però con grande dignità. Quando dico che „ho fatto la fame‟, intendo dire che ho proprio avuto tanta fame! Per un ragazzino in fase di crescita e in continuo movimento non è certo un‟esperienza che si possa dimenticare. Solo a pensarci, anche a distanza di quasi settant‟anni, sento un morso allo stomaco, come se la mia pancia fosse rimasta ancora un po‟ vuota, e a volte penso che sia perché gli stessi miei ricordi sono rimasti ancora „affamati‟. A casa mia spesso non c‟era da mangiare. Questo valeva per tutti noi, ma c‟era Nino che „doveva mangiare‟! Nino era il più grande di tredici fratelli, aveva sette anni più di me e lavorava con il nonno Domenico nell‟impresa di famiglia: facevano i palombari al grande porto di Bari. Era un lavoro pesante, che richiedeva un fisico in piena salute e tanta energia: Nino non poteva stare senza mangiare! Il suo lavoro era importante per tutta la famiglia perché la paga del babbo non bastava per tutto quello che serviva a tanti bambini da crescere. Per questo, Mamma teneva da parte i soldi per un piatto caldo di pastasciutta ben condita che mi mandava a prendere personalmente al ristorante di fronte a casa, dall‟altro lato del corso. Mi dava gli spiccioli contati giusti e partivo, coi piatti vuoti e il tovagliolo pulito. Al ristorante non era consuetudine servire pasti da portare via, ma, non so dire per quale motivo, per noi facevano un‟eccezione. Quando arrivavo, il padrone mi faceva cenno di passare sul retro, per mettermi direttamente davanti alla porta della cucina, dove dovevo aspettare il tempo necessario per la preparazione del piatto che avrei portato a casa. ~ 75 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Per quanto fosse poco, era per me un tempo interminabile: un‟esperienza paradisiaca e infernale allo stesso tempo. Mentre attendevo riuscivo a cogliere il profumo di tutte le pietanze che stavano per essere servite ai signori seduti ai tavoli: soffritti e sughetti, intingoli e farciture, cotture al forno e invitanti fritture. Era tutto così inebriante che rimanevo a occhi chiusi per pensare che avrei dovuto accontentarmi di tutto quello che le mie narici riuscivano a trattenere, perché alla fine non avrei assaggiato nulla di quello che mi girava attorno. Lo sbattere dei piatti, pronti uno sull‟altro a coprire le tagliatelle col ragù alla bolognese, piatto unico per mio fratello Nino, mi riportava alla realtà. I quattro lembi del tovagliolo venivano annodati tra loro per poter trasportare meglio il pasto mantenendolo al caldo. Prendevo quel fagotto e filavo di corsa a casa, veloce su per le scale per non farlo raffreddare. Con premura, poi, Mamma lo infilava sotto al materasso dove il calore si sarebbe disperso molto più lentamente così che, al suo ritorno verso le quattro del pomeriggio, Nino avrebbe potuto trovare la pasta ancora tiepida. Questa premura era riservata a lui perché lavorava duramente tutta la settimana. Qualche volta, poi, la domenica mattina mi portava con sé per un‟avventura del tutto speciale: si andava „a cozze‟! C‟era Petruccio che lavorava sempre in coppia con mio fratello: era il suo assistente e per un palombaro era fondamentale avere al fianco una persona di estrema fiducia perché nelle sue mani avrebbe messo la propria vita giorno dopo giorno. Nino faceva le immersioni e Petruccio doveva fargli da supporto dalla barca e capire ogni sua esigenza per intervenire di conseguenza: quando c‟era da andare più a fondo e quando era ora di iniziare la risalita. Quando mi portavano con loro nel giorno di riposo, utilizzando l‟attrezzatura da lavoro per andare a raccogliere le cozze, ero molto emozionato. Ci alzavamo presto per essere al porto già alle sei del mattino. Salivamo sulla barca con la grande pompa a mano e ci dirigevamo lungo la punta di San Cataldo, fino in fondo al limite del porto, proprio dove c‟era il faro. Lì crescevano le cozze più grosse che non ~ 76 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ si sarebbero potute raccogliere tuffandosi senza un‟adeguata attrezzatura. Nino indossava il pesante scafandro e dopo aver fissato il casco si immergeva lentamente. Petruccio governava il cavo per l‟immersione e a me veniva affidato un incarico davvero importante: gli portavo l‟aria girando la grande ruota a manovella per pomparla nel tubo che collegava il mantice allo scafandro. Sentivo che la mia presenza era indispensabile per la vita di Nino, non potevo fermarmi neppure un attimo per non bloccargli il flusso dell‟aria. Sentivo questa grande responsabilità ed ero fiero che tra tutti i fratelli scegliesse proprio me per accompagnarlo. In due o tre ore di immersione Nino riusciva a raccogliere una quantità notevole di cozze che poi venivano divise equamente in tre parti tra „noi dell‟equipaggio‟. Tornati al porto facevamo ritorno a casa, ma prima di arrivare passavamo da Nonna Serafina a lasciare anche a lei le cozze per il pranzo della domenica. Mamma ci aspettava con tutto l‟occorrente per cucinare le cozze ripiene con il sugo. Aveva già messo a bagno nell‟acqua il pane raffermo con l‟aglio e il prezzemolo. Impastava tutto assieme a qualche uovo e appoggiava una generosa cucchiaiata di questo ripieno all‟interno di ciascuna grossa cozza. Poi ne richiudeva accuratamente il guscio e, per non farle aprire durante la cottura, le legava una per una con il filo per cucire. Appoggiava le cozze nel tegame assieme all‟olio di oliva e la passata di pomodoro. Alla fine della cottura, si condiva la pasta con quel sugo e si mangiavano le cozze ripiene. Per tutti noi era una festa! E‟ stato un po‟ come tornare lì ogni volta che preparavo le cozze al sugo e il loro profumo veniva su dai tegami spargendosi tra i muri della casa nella Pianura Padana che ormai mi ha visto diventare anche bisnonno. ~ 77 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Dario Santarsiero E Scende dal treno. Nessuno ad aspettarlo. Un sole autunnale illumina una scena semi deserta, dove lo sferragliare dei treni è l‟unica testimonianza della presenza fisica dell‟uomo; la tentazione di tornare indietro è forte. Zigzagando attorno ad un gruppo di boyscout che in quel momento affollano la banchina con i loro zaini ed il loro vociare allegro, arriva ad affacciarsi sulla porta della stazione. Sono passati venti anni, ma poco è cambiato, cassonetti per il riciclaggio, cartelli pubblicitari, qualche albero in meno alterano, nella memoria, lo scenario di quando era partito. Incamminandosi verso la piazza principale le vetrine dei negozi, gli rimandano un‟immagine distorta della realtà, eppure si era preparato a questo evento da più di un mese, da quando aveva deciso di tornare, non per un motivo particolare, ma per il semplice gusto di farlo. Rinuncia subito al corso; l‟asfalto lo ha ormai ricoperto completamente, decide invece di addentrarsi per vie secondarie. Il pavimento di granito degli stretti vicoli dove le auto non possono passare, ha conservato intatto la sua lucentezza, la terra depositata per decenni dagli stivali dei contadini ha smerigliato la pietra impedendogli un‟andatura sciolta, le suole delle scarpe non sono adatte, scivolano e più volte rischia di cadere. Una porta accanto a lui si apre ed esce una vecchia, sulla testa, in equilibrio apparentemente precario, un grosso fagotto rafforzato a doppio nodo da una tovaglia a quadri rossi e bianchi. Con disinvoltura si volta incamminandosi subito dopo su per la salita con agilità sorprendente, fino a scomparire alla sua vista. Con un pizzico d‟invidia riprende ad arrancare cercando con gli occhi punti sicuri su cui poggiare i piedi. Il fiato si fa grosso, si rivede bambino affrontarla correndo, inconsapevole del proprio futuro, preoccupato solo di arrivare prima degli altri per conquistare il premio che il parroco aveva messo in palio durante la festa del patrono. Dove sono quei ragazzi che correvano con lui? Chi di loro avrà raggiunto il traguardo delle sue aspettative? Se dovesse incrociarne qualcuno non lo riconoscerebbe, le facce si confondono nella memoria in un ~ 78 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ mulinello di occhi, nasi, prive di espressioni; un cartellone elettorale mezzo strappato attrae la sua attenzione, si avvicina incuriosito, non tanto dall‟idea politica o da cosa c‟e scritto, ma dalla faccia sorridente che invita gli elettori a votare per lui. Quel volto gli ricorda qualcuno. Lentamente dall‟abisso della memoria emerge un nome. Come sarà arrivato a candidarsi sindaco, la domanda rimbalza in continuazione nella sua mente. Un ragazzo taciturno, poco incline al dialogo, lo rivede così, seduto al banco di sinistra, quello vicino alla finestra, con il capo chino, scrive qualcosa su un piccolo quaderno, anche se non dimostrava nessuna inclinazione alle risse, il resto della classe lo lasciava relativamente tranquillo, come se intuisse che dietro l‟apparente docilità della persona si nascondesse in realtà un toro pronto a scatenarsi. Finalmente arriva alla fine della salita, la piazza che gli si para davanti, è quella di sempre con la colonna ai caduti di tutte le guerre. Mentre cerca di regolare il respiro gli torna in mente di quando bambino non capiva per quale motivo bisognasse scrivere tutti quei nomi solo perché erano caduti, anche lui cadeva, ma il suo non lo avevano scritto! Sorridendo scuote la testa, che ingenuità! Eppure sente nel profondo la tentazione di tornare a quel passato ed ancorarvisi per un attimo, nel tentativo di frenare il tumulto che scorre nella sua testa. Il bar è sempre allo stesso angolo, si accosta per vedere se il proprietario è sempre “zio” Antonio; dietro al bancone un ragazzo con giacchetta e farfalla discute animatamente con un altro giovane che regge un giornale sportivo aperto sulla pagina del calcio. Una punta di amarezza gli fa distogliere lo sguardo, in un primo momento decide di entrare per chiedere notizie poi ci ripensa, a che servirebbe? Saperlo non avrebbe certo cambiato il corso degli eventi e poi preferiva ricordarselo come lo aveva lasciato, magro con la barba di qualche giorno, l‟eterna sigaretta senza filtro che pendeva da un angolo della bocca: distribuiva grappini e bestemmie con generosità, raccontando a chi era in vena di perdere tempo le sue imprese di guerra. Volta le spalle alla porta del bar socchiudendo gli occhi per proteggersi dal sole di mezzogiorno, si dirige verso il vicolo che ha di fronte. L‟ombra lo accoglie facendolo rabbrividire. Respirando le esalazioni di muffa che dalle cantine con le finestre a gola di lupo si riversano sulla strada, lascia libere le sensazioni che ha cercato di imbrigliare nelle ultime due ore. Perché tornare dopo tutti questi anni? E dove ~ 79 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sono finiti tutti? Il più tranquillo della classe si è candidato sindaco, ma gli altri? La loro vita scorre lieta? Vorrebbe avere delle risposte certe ma contemporaneamente avverte il desiderio di non voler sapere nulla di loro, accrescerebbe il suo già forte turbamento. Sente mille odori che saturano l‟aria, l‟acciottolio delle stoviglie; il richiamo delle madri rivolto ai figli disubbidienti che non voglio rientrare per il pranzo, quante di queste voci sono le ragazzine che rincorreva per tirargli le trecce o per gettargli addosso una lucertola viva? Chi avrà sposato Terzina? Ricorda ancora il momento del bacio dato una sera sotto un portone, con la promessa di amarsi per tutta la vita, le risa di scherno degli amici che vedevano tutto questo come cose da femmine. Ma dopo? E‟ come se tutto si tramutasse in un unico vortice, alla cui base il tempo ha scolorito ricordi, facce, emozioni. Riprende il cammino; restando fermo alla cantonata ha già dato nell‟occhio e l‟ultima cosa che desidera è quella di essere riconosciuto da qualcuno che, dopo le solite esclamazioni di sorpresa, dia l‟avvio ad un interrogatorio di terzo grado su dove e come aveva passato tutti questi anni; al quale non aveva nessunissima intenzione di sottostare. Si ferma davanti ad una piccola chiesa seicentesca, su quelle scale aveva cantato inni sacri e profani, aveva discusso di politica, consolato nelle serate invernali un amico in difficoltà, baciato con passione; e sempre su quelle scale, aveva aspettato in silenzio lo scorrere del tempo. L‟odore di cucinato gli ricorda che è giunta l‟ora di mangiare, in un primo momento la scelta cade su un panino, la scusa è sempre la stessa: non vuole correre il rischio di essere riconosciuto entrando in una delle vecchie trattorie sparse per il paese. I figli dei proprietari avevano sicuramente preso il posto dei padri, l‟avrebbero riconosciuto subito e, se anche fosse stato uno su quattro, non aveva voglia di correre il rischio di entrare in quella sbagliata. Proprio a fianco della chiesa c‟é l‟insegna di un ristorante vegetariano, decide di avvicinarsi è quasi impossibile che i nativi abbiano avuto l‟audacia di aprirne uno; la sua supposizione è giusta, dentro, una coppia di ragazze si appoggia al bancone il resto del locale è vuoto. Entra facendo tintinnare un campanellino, le due ragazze si sollevano all‟unisono e sfoderano un sorriso di benvenuto, al quale risponde con un cenno del capo. Si siede al tavolo vicino alla finestra, sceglie due portate e un dolce, nell‟attesa osserva la piazzetta deserta per l‟ora di pranzo. Scambia ~ 80 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ poche cortesi parole con le proprietarie del ristorante, loda la cucina che è veramente ottima; no, è solo di passaggio e ha già visto quasi tutto il paese. Non se la sente di raccontare la verità, dichiarare apertamente di esserci nato e che non sente più suo, troppe spiegazioni, del perché e del per come. No, meglio far finta di niente ed ascoltare le chiacchiere vane delle proprietarie. Uscito dal ristorante, continua per gli stretti vicoli. Il silenzio del dopo pranzo rotto solo dal suono di stoviglie riposte nei cassetti, il vociare della televisione lo accompagna lungo la strada. Una gatta nera gli si accoda seguendolo. Questa inaspettata compagnia, lo fa sentire, meno solo. Presto la gatta si stanca fermandosi ad un angolo, il suo manto spicca vicino al bianco sporco della pietra, sarebbe una bella foto in bianco e nero, ma non ha con se la macchina fotografica è stata una decisione ponderata, non voleva avere la tentazione di fotografare il passato. Lo stretto vicolo è come una guida che gli mostra la strada da percorrere, è consapevole di rallentare l‟andatura, sa anche il perché, una leggera curva, ed ecco apparire la piazzetta dove domina la torre cinquecentesca. Si avvicina con il cuore che batte all‟impazzata, poggia il palmo della mano sulla pietra ruvida, tutta la persona è percorsa da brividi che lo fanno vacillare, sta di nuovo toccando la sua casa. Pur non essendo di stirpe nobile, a quanto ne sapeva erano da sempre contadini, avevano abitato nella torre prima come guardiani, poi come proprietari, gli antichi possessori l‟avevano venduta alla sua famiglia che nel frattempo era divenuta una delle più facoltose del paese. Bisnonni, nonni, le generazioni si susseguono una dopo l‟altra, senza soluzione di continuità. La giovinezza ed infine la fuga sono volate tra quelle mura senza che lui se ne rendesse conto, non ha potuto o voluto fermarsi ad analizzare la sua vita in quella casa, ha preferito fuggire via con la promessa di non tornarci mai più. Ancora non toglie la mano dalla parete, come se volesse caricarsi di energia che solo quelle mura, suo malgrado, sanno dargli. Il luogo si rianima di paesani, il primo scalpiccio sulla pietra lo distoglie dai pensieri, con uno sforzo toglie la mano dal muro lasciandola scivolare lungo la pietra. Una folata di vento lo fa rabbrividire sciogliendolo definitivamente da quell‟abbraccio. Ormai la piazzetta è tornata in mano ai bambini mentre le madri si parlano da un balcone all‟altro. Il primo impulso è quello di scappare correndo, resiste con notevole ~ 81 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sforzo, imbocca un vicolo parallelo a quello dal quale è arrivato, non ha riconosciuto nessuno fatta eccezione per il candidato sindaco, questo lo attribuisce non già agli anni che cambiano le fisionomie ma ad una sua ferma volontà di non voler parlare con i paesani. Il vicolo lo riporta alla piazza principale, un ultimo sguardo, poi riprende il cammino verso la stazione. ~ 82 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Donatella Sarchini “Rosso vivo” Dove sboccia un oleandro, sul balcone di una casa, qualcuno - o qualcosa - in quella casa muore. Così dicono, al mio paese; ma io non ci ho mai creduto. Ed eccola qui, la mia piantina, appena comprata al mercato di Via Cermenate: un metro scarso di rami sottili cosparsi di foglie verdi e lunghe, lisce e appuntite come aghi. Un solo fiore spunta: rosso che sembra sangue, vivo. Ma il fioraio dice che è presto, è solo il venti di Febbraio. Il piccolo è precoce, maledettamente incosciente: basterebbe una notte di gelo e… zac! L‟unica cosa morta, qui, sarebbe un fiore. Mi piace il suo colore, mi dà forza. Quell‟energia vitale di cui da troppo tempo sento la mancanza, quella scintilla che ti fa uscire dall‟anestesia costante dei giorni grigi tutti uguali. Milano è grigia per definizione, solo la fantasia potrebbe conferirle tinta, luce, sapore. Ma un orso chiuso sua nella tana che fantasia volete abbia? Bacche e radici, un giaciglio di sterpi, un barattolo di miele se va bene… Che importa se il mondo è grigio, attorno a lui? Per la vita che fa, potrebbe vivere ovunque. Però comunque vive: l‟istinto non è un mito, è una realtà; dura da accettare, forse, ma inestinguibile. Quello sì, che è l‟ultimo a morire… E ora che faccio? Un mercoledì di ferie mi son preso: non so neanch‟io perché. Non certo per farmi un altro giro al mercato di Via Cermenate - oppure sì? Faccio finta di sì, ed esco di nuovo. C‟è il sole, ma tira un‟aria tagliente… cammino a passo lento, a orecchie basse come un gatto. Rasento i muri fino al semaforo, ed eccomi di nuovo tra le bancarelle: adoro i dejà-vu, specie quando sono io che li creo. Così mi spingo fino alla bancarella del fioraio, lo risaluto, gli ridomando ~ 83 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ quanto costano gli oleandri; quelli rossi, stipati laggiù in fondo come tanti impiegati nel metrò. L‟uomo mi lancia un‟occhiata stralunata: è uno che i dejà-vu li subisce, lui, mica li crea… Mi trattengo a stento dal dirgli amico, non fare quella faccia, sto solo giocando! Quel che mi esce, invece, è da paranoia: senta un po‟, ma è vero che a comprarne uno uccidi un parente che ti vive in casa? O perdi qualcosa che ti è caro? Quello balbetta, non capisce; farfuglia: no, no! Ma chi gliel‟ha detta, ‟sta scemenza? Però si tocca il cavallo dei calzoni... E un poco trema - sarà l‟aria gelida? Gli dico arrivederci e mi allontano, soddisfatto, verso un banco della frutta. Sono una carogna, questo sono; la mia solitudine non è una punizione, è un premio: ho fatto di tutto, pur di meritarmela. Eppure oggi mi sento stanco del mio stupido gioco; ora so perché ho comprato l‟oleandro: perché qualcosa muoia, non m‟importa cosa. Neanche se sarò io la vittima. Ucciso da un fiore: che stronzata. Di colpo vedo rosso sangue. Vivo. No, non mi hanno sparato. Non ci sono killer qui in giro; e poi non valgo tanto… E‟ solo un foulard che vola; circondato da un sorriso, da un pacco di capelli neri. Neri come la notte - o come certi sogni. Scusa, non ho capito bene… è a me che sorridi? Proprio a me? Via Pavia? Vuoi sapere dov‟è Via Pavia? Beh, non è mica lontano, è in zona… Se vuoi t‟accompagno, stavo andando da quelle parti anch‟io… Torno a casa che è pomeriggio inoltrato. Entro, e chiudo la porta senza sbattere. Appoggio il paletot con cura, sullo schienale della sedia; apro le imposte: è una giornata splendida. Quasi di primavera. Prendo l‟agenda dal cassetto, la apro al 20 febbraio e scrivo: Oggi ho comprato un fiore Bello e maledetto, Che mi ha Intrigato l‟animo; Volevo già morire, ~ 84 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Senza sapere come. Ho fatto quattro passi nell‟abisso, Non avevo legami con la vita. Poi d‟improvviso tutto è stato rosso. Ed io lo devo a un fiore, A quel fiore di morte, Se ora vivo ancora, Se ti ho vista. ~ 85 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Enrico Saretta La siepe Ecco il mio vuoto. Una stanza di bar piena di gente. Luci che vanno e vengono dappertutto con puntini di ogni colore. Volteggiano sulle pareti sul soffitto sul pavimento sui volti delle persone. E la musica, o meglio, un rumore sputato da una cassa da dj immobile e dittatrice investe l‟aria come una colata di cemento. Un unico suono ripetuto all‟infinito, Tun Tun Tun Tun, tanto che non riesco a capire cosa mi stia dicendo Marco. Davanti a noi c‟è un bancone, e dietro il bancone tante bottiglie messe in fila, statuarie, tutte uguali, con uno strano liquido rosso fosforescente all‟interno che sembra la bava di qualche orribile creatura aliena. Bevi qualcosa? Mi chiede Marco. Beh certo, siamo usciti per questo, per bere qualcosa e farci quattro chiacchiere tra amici. Per parlare della nostra giornata, dei problemi sul lavoro, delle fidanzate. Per comunicare. Marco si rivolge al barista ma il rumore sovrasta tutto, perciò è praticamente costretto ad entrargli con un urlo fin dentro alle orecchie per fargli capire l‟ordinazione. L‟uomo annuisce. Poi prende una di quelle bottiglie, la lancia in aria, su su su in alto fin quasi a fracassarla sul soffitto; poi le fa compiere tre giri dietro le spalle, cinque sotto le cosce e finalmente rovescia quell‟intruglio su un calice gigantesco e colmo di ghiaccio. La strana pozione zampilla dal collo della bottiglia e scivola scorrendo tra i ghiacci del bicchiere come una piccola cascata. Alla salute. Brindiamo e Marco tira subito un lungo sorso dalla lunghissima cannuccia. Io aspetto un po‟ a bere, aspetto che tutto quel ghiaccio si sciolga un po‟. Sapete, soffro di stomaco… Intanto, Marco beve e mi parla, beve e mi parla sempre di più, beve, mi parla e mi riparla ma io non riesco a sentirlo da quanto forte è il frastuono all‟interno del bar. Vedo solo le parole sfilargli dalla bocca aggrappate alle lucette e giungermi alle orecchie amalgamate con il suono infernale che esce dalla cassa. Tun Tun Tun Tun. Un impasto incredibile che profuma di foschia mi penetra il cervello. La musica assordante mi rovina i timpani così tanto che ~ 86 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ devo urlare continuamente al mio amico: “Cosa? Cosaa? Cosaaaa?” Per farmi ripetere le stesse cose mille volte. Poi noto qualcosa di strano nel suo aspetto. Lo guardo, lo fisso, e ad un tratto i miei occhi rimangono sbarrati dall‟orrore. Vedo la sua faccia deformarsi, allungarsi a dismisura fino al pavimento del bar. I suoi occhi gli escono dalle orbite, la pelle gli sgocciola dai pori colando come il miele da un cucchiaio. Dev‟essere per forza un‟allucinazione -rifletto dentro di me, provo a darmi una spiegazione razionale- sì, sono ubriaco e ho le traveggole… ma… se devo ancora bere… Marco però continua ad allungarsi, a dilatarsi, a sgorgare goccia a goccia verso il basso come un gelato che si scioglie. Prima il volto, poi il busto le braccia e infine le gambe. In pochi attimi si squaglia completamente per terra, e intanto va avanti a parlare con tranquillità assoluta, ed io a non capire. Nel frattempo la gente lo calpesta, ma lui non ci bada nemmeno. Poi le cose prendono una piega ancora peggiore. Tun Tun Tun Tun, e qualcuno comincia anche ad urlare. Ho la sensazione di non sentirmi neanche più le braccia; mi sembrano appese a dei fili come quelle di un burattino e mosse dai movimenti robotici del dj. Percepisco una forza sconosciuta che vuole impadronirsi di me; un richiamo ipnotico teso ad sedare la velocità degli ingranaggi della mia mente, a frantumarmi in mille scaglie di vetro il cranio. Il rumore continua ad andare, sempre più forte, lo sento dappertutto, lo vedo, posso quasi toccarlo. Poi le bottiglie, tutte le bottiglie si alzano da sole, volano, mi stanno venendo incontro, danzano tra di loro facendo volare in alto i tappi, si intrecciano, si toccano; hanno facce mostruose, ma in un certo senso attraenti: una bellezza mostruosa; sogghignano e poi vanno verso gli avventori del bar e riversano dall‟alto il loro liquido nelle gole dei ragazzi, inebriandoli fino all‟ultima goccia. E così tutti assieme e felici in un‟orgia di euforia collettiva. Uomini che ballano con le bottiglie, donne che ballano con i bicchieri, e tutti pian piano si sciolgono, come la cera di una candela, tutti assieme finiscono a mescolarsi per terra. Le cose hanno decisamente preso una brutta piega. Ora mi sento solo. Faccio sempre più fatica a parlare con Marco, non mi ascolta neanche più, sembra addirittura non vedermi. Vorrei ~ 87 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ piangere, lacrimare la mia emarginazione sul pavimento e trovarmi così in compagnia anch‟io. E invece no, sono tutti lì insieme e io sono qui, solo, l‟unico ancora in piedi tutto serio mentre gli altri si divertono un mondo. Mi sento come una carta stropicciata, come l‟unica giostra rotta di un lunapark. Non c‟è altra soluzione: decido di giocare la mia ultima carta. Bevo un sorso del liquido alieno, ne bevo un altro, un altro ancora, e ogni volta che bevo Marco pian piano comincia a ricomporsi, un pezzo alla volta, sempre di più. Ecco, finalmente lo vedo, lo posso anche toccare, abbracciare; siamo di nuovo insieme e tutto va bene. Anche la musica mi appare più bella; è energetica, dinamica, senza un pensiero al mondo. Marco, gli chiedo, cos‟è che dovevi dirmi? … C‟è qualcosa di strano, però, qualcosa che non mi torna. Forse… forse è il soffitto del bar…sì, ho trovato! È proprio il soffitto del bar!…. Mi sembra… mi sembra così distante… anche il pavimento…sì… il pavimento… mi sembra così vicino… Tun Tun Tun Tun. ~ 88 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Vanessa Sartoretto Nero Capodanno Come ogni anno i preparativi erano stati lunghi ed accurati. Ogni minimo dettaglio dell‟abbigliamento e del maquillage erano stati valutati e soppesati con attenzione: abito corto luccicante e senza maniche, scarpette nere tacco 12, capelli raccolti in un morbido chignon. Non era stato programmato nulla di particolare per quel Capodanno ma Vania si sentiva davvero felice. Felice per la serata spensierata in compagnia che si accingeva a passare o semplicemente per il fatto di festeggiare quella magica serata assieme al suo amore, con l‟entusiasmo che solo una diciottenne può avere. Pioveva e faceva particolarmente freddo ma non le importava nulla. Niente compiti per casa, niente interrogazioni, niente allenamenti estenuanti. Nessun pensiero quella sera, solo la voglia di divertirsi. L‟aroma del dopobarba del suo ragazzo riempiva gradevolmente l‟aria dell‟abitacolo e le metteva il buon umore. Sì, decisamente si sentiva felice. Il luogo della cena si trovava a soli dieci chilometri da casa di lui, solo dieci minuti li separava dai lunghi festeggiamenti per il nuovo anno. La visibilità sulla strada era molto ridotta a causa dell‟imperversare del brutto tempo, neanche i tergicristalli che andavano a massima velocità riuscivano a migliorare la situazione. Lui aveva rallentato, i chilometri scivolavano silenziosi tra nuvole scure ed abbondante acqua. All‟uscita di una curva, in un rettilineo, vide i fanali di un auto che procedeva in senso contrario avanzare a forte velocità a zig zag e puntare contro di loro. Fu questioni di pochi attimi: il colpo fu secco e violento. La vettura cominciò ad oscillare e a indietreggiare per finire la sua corsa sbattendo la parte posteriore contro qualcosa di duro. Vania rimase in apnea annichilita, in silenzio, impreparata ad affrontare quegli interminabili istanti che potevano avere terribili ~ 89 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ conseguenze. Entrambi avevamo vissuto il momento dell‟incidente restando in silenzio, non c‟era stato il tempo neanche per respirare. Gli ultimi due ricordi di Vania erano i due fanali che la guardavano come una bestia in una tana buia ed il vetro anteriore che si frammentava componendo il disegno di una ragnatela. Centinaia di piccole schegge le ricoprivano ora il volto, provocandole un irreale formicolio. Cercò di pensare al suo corpo e a cosa sentiva. Il male alla schiena era fortissimo. La testa le pulsava pesantemente e le orecchie producevano un sordo ronzio. Percepì una strana sensazione di calore sulla pelle del viso, trasformato in una maschera di sangue a causa delle schegge che aveva cercato di togliersi con le mani e che invece l‟avevano graffiata in profondità. Tentò di muoversi ma provò dolore ad ogni singolo muscolo. Vania vedeva solo il cielo nuvoloso attraverso il labirinto del vetro rotto e non riusciva a capire la posizione in cui si trovava l‟automobile. Cercò di voltarsi verso sinistra e di guardare il suo compagno ma vedeva solo le sue gambe. Dove era finito il busto? Impiegò qualche secondo a capire che, a causa del forte impatto, il sedile si era ribaltato. Provò più volte a chiamarlo ma lui non rispose. Il primo pensiero fu rivolto alla possibilità che la macchina prendesse fuoco. Realizzò che bisognava uscire il prima possibile dall‟abitacolo, ma la porta era bloccata ed il suo compagno svenuto. Cercò di sbloccare la portiera ma ogni tentativo fu inutile. Il panico iniziò a montare in lei e le lacrime cominciarono a pungere negli occhi, ma non poteva lasciarsi andare alla paura, entrambi avevano bisogno del suo coraggio. Sganciata la cintura di sicurezza spinse con le poche forze che le erano rimaste una volta, due volte, tre volte. Riuscì a sbloccare la porta e scese, finendo con le scarpe nel fango. La pioggia insisteva beffarda contro il suo corpo inzuppandole sempre di più gli abiti e facendole aderire il cappotto come una seconda pelle. Dovette concentrarsi per capire dove erano finiti: l‟auto, dopo lo scontro frontale, era caduta dentro ad un profondo fosso, sbattendo la parte posteriore contro un albero. La macchina appariva accartocciata come un origami mal riuscito. Vide l‟auto che li aveva urtati ferma una decina di metri più avanti, ~ 90 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ non c‟era anima viva in giro, nessuno aveva assistito allo scontro e nessuno si era fermato a soccorrerli. Provò nuovamente a chiamare il suo ragazzo ma non ottenne risposta. Cercò allora disperatamente il suo cellulare nella tasca del cappotto. Un capogiro la fece vacillare, lo stomaco si accartocciò sotto l‟impulso improvviso di vomitare. Mantenne il più possibile la calma e chiamò il 113, riuscendo a dare approssimativamente la loro posizione un attimo prima che le forze le venissero meno. Cadendo a terra l‟ultima cosa che vide fu un auto ferma sul ciglio della strada con le frecce di emergenza e due uomini correrle incontro con aria preoccupata. Poi fu tutto nero. Riuscì appena a capire che li avevano trovati. Forse erano salvi. ~ 91 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Antonino Savalli Uno sguardo oltre la vita Anche di notte, le nuvole fanno paura. Piccole macchie bianche in un cielo nero ci avvisano che il mondo sta degenerando. Quello che vediamo, però, non è che una minima parte di quel che succede realmente nel globo. Nonostante il gelo, le notti a New York City sono animate da creature che vanno oltre ogni nostra immaginazione. Prostitute, papponi, delinquenti bianchi e neri non sono che la punta dell' iceberg. La malavita non è solo un giro di soldi, ma anche di sangue. Nessuno crederà alla storia che sto per narrare, e anche io faccio fatica a crederci. Spesso, mi chiedo se quello che ho visto non fosse solo un sogno, ma i due buchi vicino al lobo dell'orecchio mi rendono cosciente che era tutto vero. Era una notte come tutte le altre per New York City, ma non per me. Potevo passare la serata come ho sempre fatto da qui a 6 mesi, disteso nel mio letto, tra quelle quattro sudice mura. Però, arriva sempre il giorno in cui ti chiedi se questa è vita. Girare nelle fredde rive dell‟ East Coast non è saggio, solo un insano lo farebbe; e chi è più pazzo di uno che non esce da casa da 168 giorni? Donne e alcool non accettano chi, come me, è privo di carta sonante. Uno come me non può permettersi strade illuminate e piene di persone. Quelle sono zone da ricchi nella grande mela. Nonostante la mia scarsa conoscenza della città, non mi è stato difficile trovare una strada buia e deserta. Forse ho un sesto senso per la solitudine. Mi giravo a destra e a sinistra, non c'era nessuno...e mi sentivo bene. Ho incontrato solo un paio di persone durante la mia passeggiata e mi sono, pure, sentito a disagio. Non avevano un aspetto malvagio, anzi, sembravano proprio persone per bene; forse si erano smarriti. Non ero più abituato al contatto umano, speravo con tutto il cuore che non mi chiedessero informazioni. Per sicurezza, ho nascosto l'orologio tra gli strati del mio umile vestiario per evitare che mi chiedessero l'ora. Dopo un po‟ di timore, la mia mente cominciò a vivere nel suo mondo. E' proprio vero, camminare stimola il pensiero. Probabilmente l'essere in sovrappensiero è la causa della grande paura che mi son preso quando una donna mi ~ 92 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ comparve davanti senza farmi sentire alcun rumore. Si avvicinò con uno strano sorriso, era pallida e poco vestita. Con pochi gesti mi ammaliò. Non ero più abituato al contatto umano, figuriamoci a un corpo femminile. Rimasi incosciente e pensavo tra me e me " toccami, fai quello che vuoi col mio corpo, ma sfiorami" . E così fu! In pochi attimi, le mie forze calarono. Ero privo di sensi sul ciglio della strada. Ora mi ritrovo senza cibo che mi possa soddisfare se non il sangue umano, ma ho paura. Non mi sento in grado di avere un contatto fisico con qualcuno. Neanche per fargli del male. E mentre, con la mano destra, scrivo queste parole, la sinistra impugna un paletto. Non so per quanto tempo ancora la speranza di conoscere chi mi ha morso, vincerà il desiderio di conficcarmi questo pezzo di legno sul cuore. ~ 93 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giorgia Savina Libera Libera si voltò lentamente dentro al letto, allungò la mano e la sentì di nuovo… quella passione, quel fuoco che l‟aveva posseduta per tutta la notte esalava ancora i suoi profumi, avvolgendo tutta la stanza in un inebriante e irresistibile miscela di odori umani. Era felice, finalmente appagata nel corpo e nella mente. Guardò i suoi occhi chiusi: poteva vederci attraverso e, trovarvi la consapevolezza di condividere lo stesso emisfero, la faceva sentire complice come non mai, con nessun altro prima d‟ora. Ammirava il suo corpo baciato dalle prime luci del giorno attraverso le tapparelle appena schiuse… quale carnato, quale omogeneità di linee, quale perfezione sfiorata… le pareva di trovarsi davanti ad un dipinto, un quadro che avrebbe appeso volentieri nel suo studio per non dimenticare mai… Sentiva il suo profumo fondersi con la sua pelle, mosso da una leggera brezza mattutina, venirle incontro: dolce, intenso, zuccherato, un po‟ cocco e un po‟ vaniglia… realizzava in quel momento di avere accanto una persona sensibile e bisognosa di coccole e attenzioni, proprio come lei… lei che era sempre stata una “menzogna emozionale”… e provò per la prima volta tenerezza per sé stessa. Percepiva che era giunto il momento giusto per diventare vera… Ecco si stava svegliando… “Buongiorno tesoro, dormito bene? Aspetta, non ti alzare, ti porto la colazione a letto.” Raccolse da terra la camicetta, la indossò, si raccolse i capelli e prima di andare in cucina, si chino a baciare i suoi capezzoli… “ Ti adoro Melissa”. ~ 94 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Simone Scala Il piccolo Attila Aveva sognato lo zio Edo. Questo altro non significava che il momento supremo era giunto. Doveva porre fine alla sua esistenza. Doveva suicidarsi. Fuori intanto pioveva a dirotto e Icaro Nucci, all‟interno del suo monolocale, non la smetteva di giocherellare con quell‟antico trombone del XVIII secolo che aveva acquistato giorni prima su internet. Forse l‟aveva comperato a posta, forse sapeva già che lo zio Edo lo avrebbe chiamato per quello scopo di lì a poco. Forse. Del resto che dovesse togliersi la vita non c‟erano dubbi, visto che in famiglia lo avevano fatto tutti prima di lui, a cominciare proprio dal caro Edo. E poi era da tempo che ci pensava, in fondo non aveva molte ragioni per vivere. Era solo, in realtà lo era sempre stato, ma da quando si era separato da sua moglie Giuseppina, quella solitudine in cui era vissuto nel corso della vita gli era apparsa in tutta la sua grandezza e lo aveva lentamente travolto, a poco a poco, giorno dopo giorno, con lui che ormai usciva di casa soltanto quando era costretto. Da troppi anni, infatti, si sentiva come un naufrago su di un‟isola deserta, o come un astronauta su di un pianeta sconosciuto. Da troppi anni viveva come un recluso all‟interno di una grande campana di vetro, o come immerso nel più profondo degli abissi. A volte gli capitava di sentirsi così male da andare alla ricerca disperata di qualcuno con cui scambiare due chiacchiere. Allora si recava dal medico oppure dal barbiere soltanto per poter parlare con un altro essere umano. Perché non aveva amici e non c‟era davvero nessuno che potesse aiutarlo. Per giunta neanche un parente gli era rimasto, visto che si erano tolti tutti la vita. L‟ultimo, in ordine di tempo, qualche tempo prima, vittima delle sue delusioni musicali. Il lavoro inoltre non lo interessava più, e non rappresentava certo una valida ragione per sopravvivere. Perché Icaro si era stancato di tirare a campare, e fallito ogni tentativo di dare un senso alla sua vita e soprattutto di sfuggire alla solitudine, non vedeva l‟ora di andarsene e di riabbracciare i suoi parenti. A partire proprio dallo zio Edo che ~ 95 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ nel sogno lo aveva esortato a farlo, e a raggiungerlo nel paese della felicità e del benessere. Tanto qui non ci sarebbe stato nessuno a rimpiangerlo, visto che di figli non ne aveva e visto che sua moglie Giuseppina, dopo la fine del loro matrimonio, si era trasformata in un‟allevatrice di muli e se ne era andata a cercar fortuna in Grecia, nell‟isola di Santorini per la precisione. “La regina dei somari” l‟aveva definita lui l‟ultima volta che si erano sentiti al telefono, almeno tre anni prima. Dunque? Dunque non doveva fare altro che avvicinare questo trombone alla tempia e farla finita. Ad avere il coraggio però, ad avere il coraggio -pensava Icaro Nucci, non smettendo di maneggiare quella pistola del Settecento. E se non avesse funzionato? Se fosse stata difettosa? “Ma chi se ne frega” -urlò Nucci al condizionatore che spesso, come in quella circostanza, diveniva il confidente dei suoi pensieri e soprattutto delle sue esternazioni. Del resto quando non si ha nessuno con cui parlare si incomincia a dialogare con le cose e quelle, se si ascolta bene, rispondono pure. Un abbaio di cane distolse per un attimo Icaro dai suoi lugubri pensieri. L‟uomo si alzò dal divano e si avvicinò al portone d‟ingresso. “Forza Attila, entra” - intimò a un piccolo cucciolo di labrador. Attila da parte sua rientrò in casa scodinzolando e saltellando intorno alle gambe pelose del suo padrone. Erano quattro mesi che quel cagnolino era entrato nella sua vita e, almeno in un primo momento, era bastata la sola presenza del piccolo animale per dare un po‟ di calore e di valore alla sua esistenza. In seguito però il grigiore, la noia e la solitudine avevano ripreso il sopravvento, e l‟uomo era ripiombato nella sua abituale costernazione. E tutto era ritornato ad annoiarlo, ad apparirgli vuoto, monotono, ripetitivo e quel che è peggio a non avere un senso. Giocando con Attila, Icaro fu colto da un nuovo pensiero su cui non aveva ancora riflettuto. In realtà fu il condizionatore a imbeccarlo, visto che era divenuto così forte in lui questo desiderio di farla finita da non fargli capire più niente. “Certo, hai ragione” -disse Icaro al congegno sputa aria- “in effetti non ci avevo pensato.” ~ 96 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Si avvicinò all‟unica finestra presente nella stanza. Fuori intanto non la smetteva di diluviare. “Allora?” -gli domandò un attimo dopo. Questa volta però il condizionatore non rispose; dopo tutto la soluzione era lampante e non c‟era bisogno di un altro suo intervento. “E lo zio Edo?” -provò quasi a protestare Icaro. Silenzio, niente altro che silenzio a parte gli sbadigli ripetuti del piccolo Attila. “Però potrei ammazzare anche lui, così ogni problema sarebbe risolto” -fece Icaro, rivolgendosi sempre alla macchina sputa aria. Quella, per tutta risposta, di fronte a quelle parole tanto crudeli lo investì con un vento così forte da farlo cadere a terra. Attila fu subito su di lui, e si mise a leccargli le orecchie in segno d‟affetto. Nucci si mise a sedere sul pavimento, e prese il cucciolo fra le braccia. Il vento gelido di colpo era cessato. “No, non posso certo ucciderti piccolo mio” -disse Icaro al cagnolino- “e non posso neanche farla finita, visto che non saprei davvero a chi affidarti.” Fece quindi un cenno al marchingegno sputa aria e quello sembrò approvare, poi concluse: “Vorrà dire che tireremo avanti, io e te. Ci proveremo almeno. In fondo domani è un altro giorno.” Dopo di ché si alzò, prese il vecchio trombone e lo gettò nel cestino dei rifiuti. Quindi aprì la porta, e nonostante la pioggia, uscì con il suo Attila. ~ 97 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Tiziana Alma Scalisi “Prospettive” “Chi è?” “Posta da firmare”. “Scendo”. Doccia e caffè trovarono alcune bollette e una busta gialla ancora sul tavolino. “Chi te la manda?” Chiese Simona. “Non lo so, non ho ancora avuto tempo di aprirla” risposi accendendo il gas “altro caffè?” “Sì, ma è già il terzo stamani” mi rispose giocherellando con la busta tra le mani. Le lessi nel Pensiero: “aprila pure se ti va”. “E‟ l‟invito per uno spettacolo teatrale. C‟è un biglietto a nome tuo”. Simona mi porse la lettera. La grana della carta era polverosa e sottile, come i fogli dei libri usurati: Invito personale la compagnia teatrale “Gli Ante-nati” Presenta gli Attori per Caso in “Cercando Prospettive”. “Non mi interessa” tagliai corto. “Come fai a dirlo se non hai nemmeno finito di leggerlo, questo biglietto è a nome tuo, vedi?” “Spengo il caffè, quanto zucchero vuoi?” “Uno. Ho capito, cambio discorso” sospirò mettendo l‟invito nella busta. Versai il caffè assaporandone il profumo. “Allora, come stai?” Mi chiese Simona. Seppi dal suo sguardo che il pallore tradiva le mie preoccupazioni. Mi sedetti e lasciai che il calore del caffè liberasse le tensioni del corpo, le resistenze della mente. Dissi di me, lentamente ogni cellula divenne fluido e la confusione si sciolse in lacrime. “Di quanto sei?” Chiese Simona. -“Quattro settimane” sospirai. “Ho paura. Continuo a pensarci ma non riesco a decidere. Mi sento in trappola dentro un labirinto: per ogni strada che valuto mi ritrovo sempre di fronte lo stesso muro. Non doveva accadere adesso”. ~ 98 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Come fai a dirlo? Il destino non si muove a caso”. “Non ne sono più tanto convinta” mi alzai e versai altro caffè. “E Luca?” La domanda mi ferì come una freccia, ma me l‟aspettavo. Cercai la verità tra i rovi delle tante scuse che avevo accatastato negli anni. “Luca non l‟ha presa bene, è stata una doccia fredda per entrambi, era già finita tanto tempo fa. Adesso cambierà tutto”. “Cosa c‟è da cambiare se le vostre vite sono già definite?” “Tu non capisci”. “Tu non lo ami, non avete niente in comune, la vostra è stata una relazione sbagliata fin dall‟inizio”. “Ma adesso è diverso, c‟è il bambino, vedrai…” “Cosa ti ha detto?” “Era sconvolto, sai lui ha i suoi progetti, ma si abituerà all‟idea col tempo”. “Cosa ti ha detto?” Insistette. Tergiversai cercando le parole, ma mi accorsi che non esistevano in grado di modificare la risposta: “Mi ha chiesto di interrompere la gravidanza” alzai lo sguardo dalle mani che tremavano trattenendo i singhiozzi e la guardai, cercando in lei il coraggio per leggere la verità delle mie bugie. Restammo in silenzio col solo rumore del mio pianto. Simona attese. “Adesso calmati e ascolta” disse poi. Asciugai le lacrime e mi abbandonai all‟inevitabile. Simona riprese guardandomi negli occhi: “Luca ha già deciso e non ti ha offerto alternative, per questo figlio non ci sarà nelle vesti in cui tu lo vorresti. Hai sempre lasciato che le scelte ti scegliessero fino al momento in cui risultava troppo tardi per decidere” abbassai lo sguardo mentre lei raccolse un ciuffo di capelli dietro le orecchie Accarezzandomi il viso. Poi riprese: “per tutta la vita hai atteso che le occasioni ti venissero incontro. Non si può rimanere immobili al centro di se stessi per sempre con la paura di farsi male” fece una pausa. “Riparti da quello che hai in questo istante. Luca non fa più parte della tua vita, sei rimasta attaccata a questa relazione solo per non affondare”. ~ 99 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ascoltai. Stava riducendo in pezzi la mia vita, ma mi sentii liberata da un peso lungo anni. “E‟ un problema di prospettiva. Dipende tutto da che parte guardi la vita. Fin‟ora hai sempre cercato negli altri il disegno su cui modellare le tue scelte”. “Ho paura” mormorai. “Lo so, ma non puoi continuare a nasconderti tra le sue sottane. Sia che tu voglia tenere il bambino, sia che tu decida di mettere fine alla gravidanza, devi essere onesta”. “E Luca?” “Luca è egoista, ma non è uno stupido. Troverete insieme la forma da dare al vostro rapporto: liberati dalle tenaglie delle bugie. Cambia la prospettiva e riparti da te stessa ascoltando il tuo corpo”. Poi fece una pausa inseguendo un pensiero: “scegli il tuo ruolo mia dolce e spaventata amica”. Le sorrisi. L'abbracciai e ci salutammo sul pianerottolo. L'accompagnai con lo sguardo fino in fondo alle scale. Chiusi la porta e rassettai il tavolo. Tra tazzine e cicche di sigaretta spente, la busta gialla era rimasta ad attendermi. Mi sedetti e l'aprì. Sull'invito c'era il mio nome. “Cambiando Prospettive” lessi ad alta voce il titolo dello spettacolo e sorrisi. Sono scesa dall'autobus una fermata in anticipo. Voglio percorrere l‟ultimo tratto di strada camminando. Il sole tiepido di fine Febbraio scalda l'aria, la risveglia dopo i lunghi rigori invernali. Non ricordo la strada, ma se i miei passi rallentano, i luoghi sopiti nei ricordi mi sospingono. Così proseguo, su e giù dai marciapiedi. Incrocio brandelli di discorsi e scorci di vita di paese, e Se mi attardo in cerca di un nome o di un segmento, come una folata di vento ecco ancora la memoria che mi tira per il naso. - Teatro Comunale – leggo. L'eco delle parole risuonano dentro di me espandendosi come cerchi sul pelo dell'acqua, fino a che un ricordo esile e fragile si fa strada lentamente. Sono arrivata davanti all'ingresso, l'ultima volta che son stata a teatro risale a quasi un secolo fa, ricordo. Fu con mio padre, ma di quella giornata in me non è rimasto che l'odore del velluto polveroso della ~ 100 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ poltrona in cui sprofondai. Ero solo una bambina, e solo adesso ogni cosa mi appare Di nuovo familiare. Varco il portone e cerco la biglietteria. L'arredamento non è cambiato dall'ultima volta che sono stata qui. Alle pareti programmi di spettacoli teatrali e foto ingiallite di compagnie storiche. Quegli attori avrebbero sorriso per sempre, perpetuati in quel loro presente oramai remoto. Oltrepasso le vetrate e aspetto il mio turno. “Buonasera”. “Buonasera” sorrido mentre il signore barbuto mi strappa il biglietto. “Prego, entri da questa parte. La terza fila è migliore, può accomodarsi qui”. Salgo qualche scalino, fa caldo col cappotto addosso, ma quella gentilezza inattesa mi culla dolcemente l‟animo ancora per qualche minuto. Mi volto e ringrazio quei piccoli occhi che mi scrutano dietro le spesse lenti degli occhiali. Brillano in un sorriso compiaciuto e spariscono dietro la tenda nera che non avevo notato prima. Rimango in piedi, quasi mi stessi risvegliando. Il pavimento sotto i piedi ha cambiato forma e calore salendo le scale, lo cerco con lo sguardo, e le tavole di legno incise da una falce di luce ammiccano sotto di me. Posso contarne i segni, come fossero tante piccole ferite. Le ammaccature confermano la sensazione che nonostante sia mal ridotto, quel pavimento ha fatto la storia di chi lo ha calpestato, lucidato, battuto, sudato, irretito, maltrattato, amato, fischiato, odiato, venerato. Lo guardo meglio, e tra le assi ormai consumate, le fessure occhieggiano sorridenti pronte a richiudersi qualora la temperatura fosse divenuta nuovamente rigida, mentre scricchiolano maestose sotto i miei piedi. Sono sul palcoscenico. Attorno e sopra di me pesanti tendaggi blu notte restano timidamente nascosti nella penombra. Sotto, davanti a me, si apre il ricamo regale del pavimento in marmo. Sfacciatamente brillante e superbo risplende sotto la luce dei fari, snobbisticamente risentito di dover diventare per una sera, luogo sperimentale d‟esercizio di parole, spettatore di costumi e mascheroni. Immagino quello spazio con gli occhi degli attori: loro in alto tra il caldo delle luci, e sotto un mare d‟occhi giudicanti e curiosi. Penso ai loro abiti nuovi, ai profumi, alle spille delle signore uscite da vecchi cassettoni ~ 101 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ profumati alla lavanda, alle barbe dei signori che pizzicano sotto i colletti bianchi. Penso al brusio, ai saluti con la mano, ai cappotti abbandonati mollemente sugli schienali, alle ultime sigarette fumanti fumate tra la fiumana di gente che si accalca all‟ingresso, ai mozziconi di brani musicali iniziati ed interrotti, alle strisciate di profumo, al tintinnio di bracciali e al ticchettio dei tacchi verniciati di nero. La prospettiva ora cambia. E‟ cambiata già per tutti, salvo che per i distratti: e il palcoscenico adesso è qui, arcanamente e segretamente rivelato ai nostri passi, alle fila delle sedie rosse, ai commenti riempi tempo, avvolto come un prezioso scrigno da tappezzerie corvine drappeggiate e duplicate che ci sostengono da dietro e ci spingono lo sguardo in avanti attirati dalle luci che indicano altrove. In pochi minuti ognuno occupa un posto, qualcuno tossisce, un bambino chiama mamma, le luci si assopiscono e dalla tenda alla mia destra una voce sommessa invita: - Signori un minuto -. Dentro di me un guizzo, che calmo accarezzandomi il pancione e quel piedino, che spinge delicatamente ogni volta che resto troppo a lungo seduta. E il silenzio cala. Lento e delicato come la neve, solo qualche suono scappa ma è una fuga lontana, che lascia l‟armonia tra le pieghe dei soli sospiri. Il buio è totale, ogni fibra si tende incuriosita e impaziente poi, la luce si apre timidamente. Quello che era, adesso non è più, gli attori prendono vita, le anime prendono forma, il sogno ti apre gli occhi e ti esalta il cuore. La voce fuori campo giganteggia: - Signore e Signori la Compagnia degli “Ante-nati” ha il piacere di accompagnarvi in un viaggio che cambierà il vostro modo di concepire la vita, e tutto quello che è stato ieri, oggi non lo sarà più. (Suono di un campanello fuori campo) “Chi è?” “Posta da firmare”. “Scendo”. ~ 102 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Antonio Scanu Si è spenta una stella Sara spalancò gli occhi inquieta, ed una lama di luce che penetrava dalla finestra l'accecò per un istante. Distese il braccio destro alla ricerca di Alessandro, ma sul suo fianco il letto era freddo, vuoto e disfatto. La caffettiera in cucina gorgogliò e l'aroma del caffè pervase immediatamente la camera. Alessandro stava in piedi, di fronte ai fornelli, e cercava di acchiappare la moka per il pezzo bruciacchiato del manico scampato al fuoco, con un canovaccio ripiegato su se stesso, rischiando di rovesciare tutto. Mentre prestava attenzione a non scottarsi, rimuginò del suo rapporto con Sara, anche questo colmo ed in bilico, difficile da afferrare e tenere stretto. Presero a scorrere impetuose le immagini di dieci anni di vita trascorsa insieme. Sara lo raggiunse, spettinata e scalza, ed interruppe quel fiume di ricordi. Sedette senza dire una parola. Lui le versò il caffè in una tazzina e ci mise dentro il solito cucchiaino di zucchero, porgendoglielo. “Ciao”, le disse, temendo che quel saluto avrebbe dato inizio ad un dialogo per il quale non aveva la forza sufficiente. Sara rispose con voce roca, di chi ha pianto finendo le lacrime. Un'ultima goccia scampata alla notte, ormai poco salata, le percorse la guancia. “Ciao..come addio?...ma tu davvero non provi più nulla per me?”, disse asciugandosi velocemente con il palmo della mano e sforzandosi di dare un contegno alla sua voce. “Ne abbiamo già parlato abbastanza, non possiamo continuare ad andare avanti così...vorrebbe dire farci ancora male. Meglio soffrire una volta per tutte e ricostruirci una vita, ognuno per conto suo, adesso che siamo ancora in tempo.” Mentre pronunciava quelle parole, che sapeva tagliassero a brandelli i loro cuori, si perse nuovamente a pensare, e le ascoltò riecheggiare nella stanza, come se venissero dalla bocca di un estraneo. Erano parole coerenti con la loro situazione attuale. Erano logiche e spietate. Erano lontane anni luce da quell'incontro inaspettato e magnetico in quel locale del centro. La musica copriva la loro voce, ~ 103 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ ed erano costretti a parlarsi dritti all'orecchio, uno per volta, accostando la mano alla bocca. Lui l'aveva respirata, indugiando durante il suo turno, e trattenendosi dal baciarle quel collo scoperto ed invitante. La sera appresso lei gli rimbalzava ancora nella testa come fosse stata il motivetto di una canzone, di quelli impossibili da dimenticare. Ma quando cercava di ricordare il suo corpo, ritornavano in primo piano solo i suoi occhi ed il sorriso. Capì di essersene innamorato quando la rivide ed il mondo dissolse. In un istante divennero come degli attori di teatro, in primo piano, soli in quel meraviglioso cono di luce, al centro della scena, con uno sfondo opaco di facciate di case di cartone con le porte e le finestre disegnate. Ma tutto questo era destinato inesorabilmente a cambiare. Perché la loro parte, sempre la stessa, troppo uguale, non riuscivano più ad interpretarla. Era come se parlassero lingue diverse e non fossero più in grado di capirsi, nonostante si conoscessero a memoria. “Non ha più senso, non ha più senso.......”. Ripeté come una preghiera, ed era la testa che parlava al cuore, ancora fermo a quel locale del centro. Ma mentre il sentimento cercava di circuire la ragione, colpì inavvertitamente la caffettiera con la mano. Questa cadde, schizzandogli sul piede il caffè rimasto. Ritrasse d'istinto il piede, aspettando che arrivasse lancinante il dolore della bruciatura. Il caffè era tiepido. Sara non c'era più, era rimasto solo in casa. Lei aveva varcato la soglia, in silenzio, con le sue poche cose recuperate di fretta, ripromettendosi di essere abbastanza forte da non doverlo cercare più. Lui si augurava che lo facesse, che lo cercasse, solo quando sarebbe stata abbastanza forte da non doverlo fare per necessità. In quello stesso istante, in una parte remota della galassia, si consumò una stella e si spense per sempre. Due ragazzi, all'ultimo piano dello stesso palazzo e nel medesimo istante, fissandosi negli occhi, si promisero che non si sarebbero lasciati mai e non avrebbero mai smesso di amarsi. Click. ~ 104 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Marilia Scavone Neve rossa Livia aspettava il tram. Intorno, la neve. Le estremità erano ben coperte, come avrebbe voluto sua nonna. Sciarpa e guanti neri, calzettoni di lana sotto gli stivali di pelle, berretto grigio sui capelli corvini e, infine, il cappuccio del piumino a trattenere le ciocche ribelli. L‟Arco della Pace faceva da sfondo a una pubblicità di intonaci, unica nota colorata nel bianco. In giro non c‟era nessuno, anche i locali di Piazza Sempione erano vuoti. Milano non era Milano quella sera. Chissà se il tram sarebbe passato, non doveva essere facile con le strade ricoperte da... Quanti centimetri? Livia pensò che ci fosse almeno mezzo metro di neve. Decise che era inutile stare ferma a gelare sotto la pensilina, era meglio recuperare metri a piedi. Camminando si sarebbe riscaldata e, magari, lungo il percorso, avrebbe incontrato il tram per Porta Genova. Era rimasta sola in ufficio per finire un lavoro a cui teneva particolarmente, la neve aveva fatto scappare tutti. Neve, neve e neve. A Catania la trovavi soltanto sull‟etna. Livia si riteneva fortunata: poteva camminare per le strade della città in mezzo a quello spettacolo bianco. Certo, i piedi freddi cominciavano a dare un po‟ fastidio... E poi non si vedeva nessuno... Non si sentiva neanche un rumore. Il silenzio fu rotto da una macchina che avanzava. La macchina procedeva alla stessa velocità di Livia. Livia affrettò il passo e si voltò verso il conducente, sembrava un uomo sulla cinquantina. Lui la fissò per un attimo, poi tornò a guardare la strada. Lei riprese la sua andatura, la neve le arrivava quasi alle ginocchia. E di nuovo silenzio. E palazzi. E buio. E Milano. A Milano Livia era arrivata due anni prima, era diventata la sua nuova casa. Se n‟era andata senza voltarsi indietro. Perché quello che è passato scompare, così le piaceva pensare. Non si era lasciata niente alle spalle, ogni legame spezzato. Uno troncato di netto. Un uomo impossibile. Una passione indescrivibile. Fughe notturne, ~ 105 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ viaggi improvvisi, urla frequenti. Sesso rovinato dagli ansiolitici. Giornate demolite dall'alcool e dalle esplosioni di rabbia. Livia parava oggetti volanti. Livia impassibile infermiera. Poi arrivò una telefonata: “Abbiamo ricevuto il suo curriculum”. Il semaforo pedonale era rosso, Livia attraversò l'incrocio. Non passava nessuno. Poi, all‟improvviso, un‟ombra. Livia trasalì. Accelerò. Il respiro si fece affannoso e un falso sorriso le si formò sul viso. Un ragazzo si avvicinò: “Scusi…” - la sua voce tremava. Lei continuò a camminare, lui tenne il suo passo. “Per caso è passato da qui il 68?” “No... No. Non mi sembra”. “Grazie”. L'uomo cambiò direzione. Bum bum bum. Il cuore aveva aumentato i battiti, ma niente di più. Non c'erano malintenzionati, anzi non c'era proprio nessuno. Tantomeno il tram. Non restava altro da fare che proseguire a piedi. I piedi, però, erano ormai fradici e Livia era scossa da brividi. Mettersi in cammino con quella neve era stata una pessima idea: più andava avanti, più le strade erano solitarie. Gli stivali erano come pozzanghere: perché si ostinava a risparmiare sugli acquisti? Se avesse speso qualcosa in più, ora non avrebbe patito il freddo. Immersa nei suoi pensieri, Livia proseguì fino a Piazzale Aquileia. Come un miraggio, intravide un tram fermo e gli corse incontro. L‟autista, seduto al posto di guida, parlava con un collega. “Riusciamo a partire?” - la voce di Livia era affannata. “Sì, tra un quarto d'ora”. Scese a Porta Genova e, dopo pochi minuti, giunse a destinazione. Davanti al portone di casa si chinò per frugare nella borsa alla ricerca delle chiavi. Stava pregustando il momento in cui finalmente si sarebbe tolta gli stivali e avrebbe... Niente. Un colpo e cadde a terra. Aprì gli occhi e vide lui. Non era possibile. Dopo due anni... “Finalmente ti ho trovata” - lui continuava a colpirla, ma lei non riusciva a capire con cosa. Poi non vide più niente. Arrivò il buio. E il sangue. E la neve. Neve rossa. ~ 106 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Michele Schiavone Io vivo Quella mattina proprio non mi andava di andare in ufficio. Ero stufo di sentire lamentele e litigi fra donne frustrate ed uomini insoddisfatti, coppie che cercavano una nuova esistenza, una nuova libertà. Da quando i miei genitori avevano perso la vita in una stupida curva, in una giornata fredda e piovosa, io avevo spento ogni mio interesse. Un nero velo aveva avvolto la mia vita, cominciava a pesarmi più di tutto quella maledetta sedia, mia compagna da una infinità di anni. Le forze sembrava mi avessero abbandonato; tutte quelle cose che prima riuscivo a fare con naturalezza, come alzarmi dalla sedia a rotelle per stendermi sul letto o montare in macchina, mi costavano sforzi sovraumani. Stretto nella morsa della solitudine, sempre più nella mia testa si faceva strada la voglia di farla finita. Nonostante le nuvole nere che si erano affollate quella mattina nella mia mente, riuscii lo stesso a fare colazione e vestirmi per uscire e recarmi nel mio ufficio di consulenza matrimoniale gestito in società con un altro avvocato e che era uno dei più affermati della città. Come al solito Gianni, il portiere dello stabile in cui avevo vivevo da sempre, mi aiutò a salire nella mia auto e, dopo aver caricato la sedia, mi salutò cordialmente. Ero diventato, aiutato dalla tecnica e dalla mia tenacia, un buon automobilista, riuscendo a districarmi molto bene nel traffico. L‟ufficio era distante circa venti minuti d‟auto; quella mattina avevo lasciato che i miei pensieri fossero trasportati dai ricordi dei miei genitori. Dal ricordo di papà, che ogni mattina mi accompagnava prima a scuola, poi all‟università e negli ultimi anni in ufficio, e dal ricordo della mamma che ogni mattina si adoperava per prepararmi tutto quello che mi occorreva e che non mancava di farmi sentire la cosa più importante della sua vita. I ricordi si fermarono quando Paolo, il mio socio, aprì la portiera portandomi vicino la sedia a rotelle. La mia giornata era cominciata. Stranamente mi sentivo come svuotato, senza la solita smania di fare che mi aveva sempre accompagnato. ~ 107 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Raggiunsi il mio ufficio che erano le nove, aprii l‟agenda e consultai l‟agenda degli appuntamenti. - Ore Ore Ore Ore 9,30 11,00 14,30 16,00 - Coniugi Porzio - Coniugi Genovese - Sig.ra Mantovano - Riunione di lavoro La giornata come al solito era piena di impegni ma io, quella mattina, non avevo molta voglia di impegnarmi. I coniugi Porzio arrivarono in perfetto orario. Erano oramai alla terza seduta ma il loro matrimonio era già finito da parecchio. Un avvocato matrimonialista, per quanto propenso alla riconciliazione, ben poco poteva fare. Gli incontri si stavano trasformando solo in una infinità di “voglio, non ti spetta, è colpa tua” alla ricerca di un accordo consensuale sulla separazione. Quando andarono via avevano quasi raggiunto l‟accordo a meno dell‟affidamento del cane che la donna voleva appioppare al marito che, sicuramente, lo avrebbe abbandonato in un canile. Dopo un buon caffè dissi a Maria, la nostra segretaria, di far entrare la seconda coppia, che attendeva in salotto. I coniugi Genovese erano al loro primo incontro nel mio studio. Ricordo che l‟appuntamento lo aveva preso la moglie una settimana prima. Stranamente, quando entrarono, il marito attese che la moglie si fosse seduta prima di accomodarsi a sua volta. Di solito questi convenevoli, in una coppia ai ferri corti, erano fuori luogo. “ Siamo venuti da lei per capire se il nostro matrimonio si può ancora salvare”. Esordì il marito con un filo di voce. Mi accorsi subito che nella voce di Franco, così si era presentato, non c‟era astio o rabbia, parlava pacatamente ma con decisione. “ Forse per farmi capire la vostra situazione, è meglio che cominciate a raccontarmi un po‟ di voi”. Facevo così con tutti, era il mio modo di entrare in confidenza e di carpire le reali motivazioni dei loro problemi. Carmen, la moglie di Franco, fu la prima a parlare. “ Quando mi sono sposata pensavo di aver raggiunto il massimo della felicità, ma poi così non è stato”. ~ 108 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Cominciò a raccontarmi della sua vita di giovane sposa e di donna in carriera. Era un capoufficio di una ditta di spedizioni e si sentiva appagata dal suo lavoro. Aveva deciso, in accordo con Franco, di non avere bambini per i primi anni di matrimonio. Poi con il passare degli anni era maturata in loro la decisione di coronare il sogno di creare una famiglia felice e completa. Dopo vari tentativi compiuti in vari anni e con molte delusioni, finalmente lei era rimasta incinta. Tutto sembrava andare per il verso giusto fino a quando al sesto mese non cominciarono a parlare di probabili malformazioni che poi diventarono certezze. Perdere quel bambino, anzi quella bambina, per Carmen era un pensiero assurdo che neanche la sfiorava ma il parere di Franco era diametralmente opposto. Come era naturale prevalse la scelta della mamma. Quando nacque Aurora, il verdetto fu inappellabile : “Sua figlia è affetta da spina bifida “. A quella frase il mio cuore ebbe un sussulto. Da dove spuntavano questi due, per quale recondito fine erano stati condotti quella mattina nel mio studio. Non ascoltavo più Carmen, ora i miei pensieri erano altrove, erano volati indietro di molti anni, agli anni in cui appena cominciavo a capire la mia triste situazione di “soggetto affetto da spina bifida”. Mamma e papà avevano sempre cercato, negli anni della mia fanciullezza, di trasformare quella sedia, che era parte di me, in un comodo mezzo di spostamento. Riuscivo a fare di tutto e per me non esistevano barriere. I problemi, generati dai bisogni quotidiani, erano tutti affrontati da entrambi in modo che non sembrasse un peso per me ed un sacrificio per loro. “ Sei il mio dolce angelo”. Mi ripeteva la mamma ogni qualvolta mi vedeva triste e pensieroso. “ Non ti preoccupare, risolveremo tutte le problematiche “ Era la frase tipica di mio padre quando gli accennavo una mia preoccupazione o lo facevo partecipe di una mia incertezza. Tutto ciò che facevano era fatto con amore, l‟amore che nutrivano per me e l‟amore che li aveva sempre uniti. La voce un po‟ stridula di Franco, mi riportò alla realtà. “ Non è colpa mia se tutto è andato storto, tu pensi solo alla bambina e ti sei scordata di me”. ~ 109 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “ Da quando è nata Aurora io non esisto più. Non ero d‟accordo di farla nascere, ora so che avevo ragione”. Franco continuò a raccontare di come la moglie, quando le avevano dato quella terribile notizia, si fosse chiusa in se stessa. Da quel giorno la sua vita era diventata la vita di Aurora. Aveva preso una lunga aspettativa sul lavoro e si era dedicata anima e corpo ad Aurora, mettendo lui da parte, anche nelle decisioni che riguardavano la bambina. “ Sono stanco di essere in casa una inutile presenza, non posso più sopportare questa situazione”. “ Sono io che non posso più sopportare, non ti curi della bambina “ “ Si figuri che ha vergogna di portarla in giro”. Vergogna, come poteva un padre avere vergogna della malattia di sua figlia?. Avevo di nuovo abbandonato, con i miei pensieri, il mio studio, mi rifiutavo di ascoltarli. L‟opposto della vergogna ora appariva ai miei occhi. Rivedevo mio padre guidare la mia carrozzina verso l‟entrata della scuola, con un piglio che esprimeva tutto il suo orgoglio di padre. Con quello stesso piglio ritornava a prendermi al termine delle lezioni e mi portava a zonzo per il nostro rione per parlare di come avevo trascorso la mia giornata di scuola. Rivedevo i giardini e la panchina dove eravamo soliti sostare prima di ritornare a casa, su quella panchina rivedevo mio padre giovane negli anni ma maturo nello sguardo, attento ad ogni mia indecisione e convinto che io dovessi sentirmi uguale a tutti i miei compagni. La sua presenza era viva nella mia mente ed alla luce di ciò non riuscivo a comprendere quel padre che mi stava davanti, egoista ed ottuso che non riusciva ancora a comprendere che ad un figlio, qualsiasi sia il suo stato, un genitore deve tutto. Anche quella mamma era lontana anni luce dal meraviglioso ricordo che io avevo della mia. Bella, statuaria e dolce, di una dolcezza che ti ammaliava. Io non ero il figlio con un grave handicap, non ero il figlio da commiserare, non ero il peso della sua vita. Ero suo figlio, il figlio che aveva concepito con l‟amore di mio padre ed al quale donava tutto il suo amore. Quando ero piccolo era lei che mi portava in braccio per casa, che si accovacciava a terra accanto a me disteso sui cuscini e che mi raccontava fiabe e filastrocche con la sua voce suadente. Era lei che ~ 110 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ man mano che gli anni passavano mi lasciava crescere libero. Libero di fare le mie scelte, le mie amicizie e i miei errori sempre pronta però a darmi un consiglio o a coccolarmi nella tristezza di una delusione. Era lei la stessa donna che dava a me, amore nello stesso modo in cui lo donava a mio padre. Quante volte li avevo visti abbracciati, scambiarsi tenere effusioni, in quei corridoi degli ospedali ove passavo gran parte della mia fanciullezza . Quante volte avevo letto negli occhi la loro felicità. Una vera felicità, non un paravento al dolore. Era quello lo scopo della loro vita, donarsi felicità e far si che io fossi felice e mi sentissi uguale agli altri. Cosa blateravano adesso questi due, cosa cercavano in me quando era in loro stessi che dovevano cercare la risposta. Io la mia risposta l‟avevo trovata. Dovevo cancellare dai miei pensieri la voglia di farla finita. Dovevo vivere nel ricordo di chi mi aveva donato tutto il suo amore, che aveva fatto di tutto per farmi vivere una vita normale e che aveva fatto di me un affermato avvocato ed ora anche un uomo felice di vivere. Dovevo, se volevo onorare la loro memoria, raccontare a Carmen ed a Franco che io avevo la stessa malattia della piccola Aurora, che io ero vivo e felice anche se su di una sedia a rotelle e con grossi problemi di salute. Che io mi sentivo un uomo come gli altri e che se ciò si era verificato era stato solo perché i miei genitori avevano affrontato il problema uniti, amandosi più di prima e donando a me la loro vita. ~ 111 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Daniela Scimera Il mondo secondo G. Eccolo. Puntuale. Come ogni mattina. Sia che sia una bella giornata, sia che sia brutta, G. È sempre il primo ad arrivare. Il sole, il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, il gelo, la neve e tutte quante le intemperie sembrano non avere nessuna influenza se non nel suo abbigliamento impeccabile. Eccolo che esce dal pulmino grazie alla pedana in movimento e viene portato giù dal mezzo. L‟assistente di turno lo prende in consegna e lo accompagna lungo, il fin troppo consueto, percorso. Solita hall, soliti corridoi, solite porte antipanico e soliti spifferi che fastidiosi si insinuano tra le pieghe del suo corpo imbacuccato e contorto su se stesso. Il rumore sommesso della gomma che rotola sul pavimento intervallato da un lieve cicaleccio metallico è inconfondibile, così come il suo sguardo a volte perso nel vuoto, assente e inconsapevole, a volte percorso da un guizzo di inaudita vitalità. Eccolo dunque arrivato in classe, al suo posto, davanti al suo banco, con lo zaino pieno e un po‟ stropicciato. E anch‟io, come ogni mattina inizio con G. La mia giornata di lavoro. Lo sguardo rilassato a me rivolto e un lieve battito sul petto della mano sinistra chiusa a mo di pugno sono il suo saluto, il suo modo di darmi il benvenuto in classe. G. Non muove alcuna parte del corpo ad eccezione della mano sinistra semiatrofizzata che batte sovente sul petto per salutare o manifestare affetto. G. Non parla, non cammina, non sa mangiare solo, né inghiottire e in tutto e per tutto dipendente dagli altri e questo lo rende fragile, vulnerabile, simile ad un bimbo di pochi mesi. Persino il bavaglino, che porta sempre davanti la bocca per quando si sbrodola di saliva, lo rende piccolo e fa un po‟ tenerezza. Iniziamo dunque a lavorare. A G. Piace colorare con pennarelli spessi e grossi o incollare piccole figure di animali sul quaderno, gli piace ascoltare storie e letture, ma soprattutto gli piace comunicare il suo affetto con occhiate e sorrisi aperti e spontanei che sembrano aprire il piccolo e semplice mondo che ha dentro. ~ 112 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Oggi coloriamo un disegno sull‟inverno: c‟è la neve, i camini che fumano, i bimbi che giocano con le slitte, e in lontananza alcune renne. Gli metto il colore verde in mano, lo aggiusto ben bene in modo tale che la sua presa non lo lasci cadere e poi gli avvicino il foglio, G. Si lascia guidare volentieri, la sua mano diventa molle molle e la mia la abbraccia da sopra e lo guida verso le diverse parti del disegno. Pian piano il colore impastocchia il foglio e un po‟ di colore sbava al di là dei netti contorni, ma G. È contento della sua realizzazione; il suo sguardo attento e un po‟ scanzonato verso il foglio me lo fa capire. Poi d‟un tratto lascia la presa e il colore cade subito a terra. Ecco è il segnale che è stanco e vuole riposarsi. Ed ecco, è proprio in questo momento che all‟improvviso G. Esplode in una risata fragorosa e liberatoria. Con quel suo gesto inconsueto e strano G. Si impone all‟improvviso, manifesta il suo esserci, il suo volere a tutti costi comunicare, anzi no, essere al centro dell‟attenzione per un po‟. La sua è una vita metodica, scandita da piccoli gesti e abitudini, eppure lui ride, ha voglia di ridere e fa ridere gli altri. Il suo è un atto tipicamente umano che però contiene una semplicità, una purezza e una spontaneità difficili da reperire. Ride per il piacere di ridere e basta, non ci sono doppi fini, né inganni, solo una sana e vibrante risata, un vero toccasana per la salute. Il rumore scomposto e cacofonico di quel suo gesto si impone e si spande per l‟aula spezzando la monotonia del lavoro scolastico. E‟ un break a cui siamo ormai tutti abituati e in classe si crea un momento di distensione. L‟allegria improvvisa e spontanea di G. È contagiosa e i compagni gli vanno dietro, qualcuno ci mette del suo, arricchendo il momento con qualche battuta che prolunga l‟effetto di ilarità. E il clima si distende, che ci sia in atto una spiegazione, un‟interrogazione o un compito in classe, quella risata crea una piccola magia che apre una finestra sul cuore e fa entrare un po‟ d‟aria fresca, levita le menti lontano dalle loro occupazioni. Ma è solo qualche attimo, poi si ritorna al proprio dovere e gli occhi e le menti tornano alle loro occupazioni. Solo allora G. È soddisfatto, lo so, lo intuisco, è riuscito a catalizzare l‟attenzione, anche oggi è stato protagonista di questo piccolo evento quotidiano. Poi, quasi cosciente di aver combinato una piccola marachella, attiva la comunicazione visiva e il suo sguardo acquista infinite sfumature. I suoi occhi a volte si dilatano, altre si incupiscono, altre ancora si ~ 113 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ illuminano o diventano lucidi. Essi sono davvero una porta segreta del mondo interiore di G.. Essi comunicano moltissimo in un linguaggio che non sempre è decifrabile, ma che comunque c‟è e si vorrebbe imporre per entrare in contatto con gli altri, col mondo e gridare: “eccomi, ci sono anch‟io, se pur in queste condizioni, vivo, esisto, gioisco, soffro come tutti voi!”. Entrare dentro quegli occhi con la mente e col cuore è un‟esperienza fortissima, ma riservata a pochi. E‟ come andare dentro le viscere della sensibilità umana, oltre i confini di ciò che si reputa comprensibile e scontato, oltre la normalità a cui siamo così stupidamente legati. Entrare dentro quegli occhi è come attraversare una porta segreta e fare una lettura emotiva del senso stesso della vita in quanto tale, della sua inviolabilità e autenticità. C‟è esperienza, piacere, noia, fastidio e felicità anche in G., anche dentro quel suo corpo inerte e contorto. Anche dentro quel guscio rattrappito di pelle e ossa c‟è un‟anima candida e pura che si autocoltiva e si autodetermina, che vuole fare, sperare, soffrire, realizzarsi, vuole conoscere e farsi conoscere e amare per quello che è: un puntino lucente in mezzo a tante stelle giganti che sputano fuoco e lapilli abbacinanti. I suoi occhi così veritieri, così limpidi e puri sono quasi un‟eredità di un‟umanità primordiale e ormai dimenticata. E ogni volta che mi scontro con una realtà troppo sofisticata e manipolata mi vengono in mente quegli occhi capaci ancora di stupirsi per ogni piccola novità, capaci di trovare la felicità dentro se stessi e vivere ogni attimo al massimo. G. È un cuore semplice, un ultimo tra gli ultimi, eppure tra i suoi pochi gesti c‟è la risata, come se volesse manifestare solo il positivo di se, del suo mondo e di ciò che lo circonda. Non conosce odio, né disprezzo, non sa cos‟è una cattiveria, né ha idea di cosa sia l‟invidia, la presunzione o l‟avidità, nota solo il bene delle cose e delle persone. Ultimo tra gli ultimi dunque ma puro, candido e felice di esserci. ~ 114 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mario Scotto Le cattive madri Attraverso gli scuri accostati, la lama di luce che gli sfiorava il viso con una calda carezza di pulviscolo dorato, lo svegliò. Dalla penombra in cui la stanza era immersa, subito prese vita la riproduzione che sin dalla sera prima, aveva attratto la sua attenzione. Si trattava del più misterioso dipinto di Segantini, “Le Cattive Madri”. Lui, che nei suoi quadri di pascoli, montagne e contadini “accarezzava col pennello i fili d‟erba, i fiori, gli animali e l‟uomo”, in quel dipinto aveva rappresentato una spettrale visione di neve e di ghiaccio. Nella bianca e desolata distesa, un albero rinsecchito diramava verso l‟alto una figura di donna, sospesa nel livido vuoto di un cielo invernale. Il corpo intrecciato di pennellate sottili e divise, sembrava una propaggine senza peso dell‟albero stesso; quasi s‟inarcasse alla ricerca di una momentanea tregua dallo scorrere del tempo. Muovendosi tra il bagno e la camera nel prepararsi per uscire, si accorse che non riusciva a staccarsene e che ogni sguardo che rivolgeva al dipinto, conteneva una muta domanda. Quale significato aveva quella figura di donna così enigmatica e indecifrabile, che con il braccio levato verso il ramo più alto, pareva quasi voler nascondere la piccola testa di bimbo che si affacciava dietro al seno nudo e rigoglioso? Dalla bellezza del viso di lei, affiorava una somiglianza che per quanto si sforzasse, continuava a sfuggirgli. Non riusciva a dare un volto e un nome a quel ricordo. A fatica distolse lo sguardo da quella figura, e vide che il sottile raggio di sole, rischiarava ormai tutta la stanza, annunciando una chiara e luminosa mattina di Luglio. Terminò di vestirsi, calzò le pedule, ed uscì sul balcone. La differenza tra la densa e immobile atmosfera della camera, e la tersa luminosità dell‟aria all‟esterno, gli diede quasi il capogiro. Il sole era appena sopra la Cima Robert, ma già scaldava il legno consunto della ringhiera, trasmettendo alla sua mano il calore di una splendida giornata estiva. Lo prese un‟inspiegabile urgenza di scendere da basso, di togliersi dall‟angustia delle pareti, per trovarsi ~ 115 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ all‟esterno, di fronte alle montagne. Riempì lo zaino alla rinfusa, con la borraccia, la vecchia giacca a vento, ed una felpa logorata dall‟uso e carica di ricordi. Tirando con forza la porta di legno deformata dagli anni, riuscì a girare la chiave per chiuderla e si avviò verso le ripide scale che davano nella hall dell‟albergo. L‟ampia sala da pranzo era deserta, ma sulla soglia stava la stessa giovane cameriera bionda, che la sera prima al bar gli aveva chiesto incuriosita, e con un timido sorriso, di cosa stesse scrivendo. Nel sapere che si trattava di un romanzo d‟amore, si era lasciata sfuggire un sospiro ed aveva esclamato, “che romantico, un uomo che scrive d‟amore!” Lo accompagnò al suo tavolo e dopo aver presa l‟ordinazione, si allontanò verso la cucina. Nonostante fossero solo le sette, il buffet della colazione era già allestito, con succo d‟arancia, miele di montagna, e varie marmellate casalinghe. Uno dei motivi per i quali aveva scelto quell‟albergo. Ritornato al tavolo, scostò leggermente la tenda di fragile pizzo per guardare fuori e subito, come dal nulla, accorse la cameriera per fermarla al lato della finestra. Il terrazzo era già inondato dal sole, ed un grosso calabrone cercava tra i vasi di fiori fissati di là dal vetro, i più invitanti. Il cielo era venato da bianche strisce parallele, e talmente terso da consentirgli di vedere, lontano verso sud, il massiccio del Mongioie. Sull‟ultimo sorso di tè, scostò la sedia per alzarsi e stava per indossare lo zaino, quando la cameriera lo raggiunse per proporgli il menu serale; gli augurò poi buona passeggiata e con un sorriso d‟intesa, buona scrittura. Per la sua prima escursione aveva scelto il Mondolè, un luogo legato a ricordi di giorni felici, innamorati, e ormai avvolti nella nebbia creata dal passare degli anni. Immagini un poco sbiadite e conservate in un album accantonato in qualche ripostiglio della memoria; per non dover più ricordare, per non soffrire ancora. Nove o forse dieci anni prima. Quando avevano deciso di concedersi una settimana di riposo, prima della partenza per una crociera nelle isole greche, nella barca a vela di un amico skipper. Una settimana che arrivava dopo mesi passati ad incontrarsi di nascosto, a Milano oppure a Torino, con quella domanda inespressa, ma sempre presente tra loro. Che sarebbe stato delle loro vite? Sarebbero riusciti a trovare il coraggio di lasciare le persone che li amavano, o avrebbero continuato di nascosto, questa loro storia d‟amore non cercata, non voluta, ma profonda, dilagante, smisurata, immensa? ~ 116 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Si erano dunque ritrovati, in quel paesino di montagna, in una calda serata di fine luglio; lei provenendo da Milano, lui da Torino. Appena il tempo di disfare le valige, e lei aveva voluto subito uscire, con quella sua infantile impazienza, che la portava a voler vedere e conoscere tutto e subito di quanto la circondava. La luna, alta nel cielo, aveva rischiarato molto meglio dei lampioni posti sulla strada, il sentiero che portava i loro passi verso il centro del paese. Conquistati dal silenzio, si erano guardati attorno e per l‟intera settimana, non avevano fatto che amarsi, passeggiare, e progettare il loro futuro. Per lei, cittadina milanese con il cuore marino, la montagna in estate quasi non esisteva; ma sin da quella prima sera, il suo fascino aveva iniziato ad agire, discretamente, lentamente. I pianori degradanti, sui quali si dispiegavano tutti i verdi di una tavolozza, divenivano lo sfondo ipnotico e riposante del loro stare insieme mentre le masse imponenti, che si levavano appena un poco più in alto, li conducevano a stringersi una contro l‟altro. A prender atto della loro piccolezza. Fino a che la montagna aveva ottenuto la sua vittoria. Proprio sul Mondolè, al termine di una lunga camminata a cui non era abituata, lei aveva gridato al vento “ Bellobellobellobellooo! “ voltandosi poi per baciarlo. L‟aveva abbracciata stretta, rivolgendo al cielo la muta preghiera che gli amanti da sempre gli rivolgono; fa che duri per sempre, fa che sia mia per sempre. Ora, mentre risaliva in auto i tornanti della sterrata che l‟avrebbe portato al Rifugio Balma, sentiva risuonare contro i primi torrioni delle Rocche Giardina l‟eco lontana e beffarda di quel per sempre. Il cono del monte Fantino, con la sua perfezione geometrica, pareva quasi schernire il suo concetto di “ per sempre”. La storia più importante della sua vita, per la quale aveva distrutto il suo matrimonio, era durata solo tre anni. Fortunatamente la guida era impegnativa, e la testata del Vallone Sbornina, con le tre cime che la sovrastavano, troppo bella perché lui la ignorasse, continuando a tormentarsi. Lasciò l‟auto nel parcheggio a lato del Rifugio e si avviò sulla traccia che costeggiando uno skilift, risaliva un ripido pendio erboso. Un amore nato e cresciuto nell‟oscurità, come una sorgente montana che, prima di emergere in una polla di superficie, scorre tra anfratti e rocce sotterranee. Un amore che si beffava dei loro sguardi innocenti, ~ 117 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ che attendeva solo l‟occasione per trasformare la loro amicizia, in fuoco travolgente, spazzando via tutta la loro vita precedente. Tre anni intensi, vissuti pienamente, al massimo di quanto un uomo ed una donna possano dare nell‟amore. Per poi accorgersi entrambi che le piccole difficoltà, la quotidianità, stavano trasformando tutto. L‟indecisione reciproca su chi avrebbe dovuto trasferirsi per vivere con l‟altro, era durata troppo a lungo per non essere sospetta, ed avevano compreso amaramente e dolorosamente, che l‟amore non bastava. I viaggi, il tango argentino, che li aveva uniti sin dal primo giorno, e persino la passione travolgente - che li prendeva in ogni luogo ed in ogni occasione - non bastavano. Ancora oggi, a distanza d‟anni, lui non sapeva che cosa avesse potuto soffocare quel fuoco che sembrava non doversi spegnere mai. Era rimasta una tenera amicizia, che sopravviveva nonostante le poche telefonate e le ancor più rare corrispondenze; non si erano più rivisti. Continuando a salire, la traccia che fino a quel punto era ben segnata, s‟interruppe su una striscia pietrosa che portava ad un ultimo ripiano erboso. Aveva preso quota e poteva scorgere in basso la Valle Ellero, con la cima delle Saline. Dispiegando la cartina, si accorse che quelle che vedeva sulla destra erano le Rocche Biecai e Serpentera, e che la parete più grande, apparteneva alla Cima Cars. Proseguendo sul sentiero che si faceva sempre più ripido, si tolse lo zaino e si sfilò la camicia. Il sole, ormai alto nel cielo, colorava di un bianco abbagliante la sommità delle poche nuvole che dalle Alpi Liguri, risalivano scivolando lente verso nord. Il ronzio degli insetti, che lo aveva accompagnato lungo tutto il primo tratto erboso era cessato, lasciando luogo al silenzio rotto solo dalla lontana eco del campanaccio di un pascolo a valle. Superato un breve tratto di rocce, vide la grande croce sulla vetta e comprese che era arrivato. Tutto intorno si dispiegava l‟arco delle Alpi, in cui spiccavano il Mongioie e il Marguareis, mentre più lontano, verso ponente, si distingueva la sagoma del Monviso; in basso, la conca di Prato Nevoso. Tutta quell‟immensità lo riportò di colpo indietro nel tempo, e riprovò come allora, la sensazione che sul ristretto spazio della cima, non ci fossero che loro due, lui e Claudia. La sua Claudia, la stessa di quel lontano luglio di molti anni prima: ridente, festosa e piena d‟orgoglio per la sua prima vetta conquistata. Fu preso dal desiderio di condividere con lei quel momento, anche se non si ~ 118 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ parlavano da un anno, anche se nell‟ultima telefonata, l‟aveva sentita distratta, lontana. Pregando che il campo fosse sufficiente almeno per un messaggio, compose sul cellulare poche frasi: sono qui a Prato Nevoso, sul Mondolè, ricordi? Poi diede l‟invio, immaginando il rincorrersi di quelle parole nell‟aria e nella luce, il loro scorrere veloci, sempre più veloci, sino a lei. Si guardò ancora attorno, tentando di ricreare nella mente il suo viso, la sua espressione mentre leggeva il messaggio, il suo sorriso. Solitamente, rispondeva subito con un altro messaggio, le piaceva molto quel modo di comunicare a distanza. Invece, improvvisa, inattesa e assordante come uno sparo, esplose nel silenzio, la suoneria di una chiamata. Era lei Claudia, che lo chiamava. Emozionato la salutò, stava per chiederle le solite banalità, ma lei con una strana e tenera e infantile voce, lo fermò. Disse soltanto: sai Marietto, la Claudia sta morendo. Da quell‟istante nulla di quanto lo circondava, fu più come prima. Il sole si oscurò, come se una grande bolla, elastica e insonorizzata, si fosse chiusa su di lui. Tenendolo sospeso nel tempo e nello spazio per riversargli dentro a forza, e con la voce della sua Claudia, parole oscenamente assurde. Cancro – chemio – tumore – incurabile – no, non venire - non voglio che tu mi veda così – ricordami, bella com‟ero. Non seppe mai che cosa le rispose. Quelle terribili parole di condanna non potevano riguardarla, perché lei era una donna tenera e forte, piena di vita e innamorata dell‟amore. Non seppe mai in che modo fuggì da quella croce e per quale strada raggiunse l‟auto. Guidò con la vista annebbiata, piegato sul volante da un dolore, che come un cane rabbioso, lo lacerava dentro. Senza sapere come, si ritrovò riverso sul letto della sua camera, di fronte al dipinto delle Cattive Madri. Ora la figura di donna non aveva più alcun mistero, la somiglianza con Claudia più che evidente. Quel corpo inarcato verso l‟alto, proteso verso il cielo pieno di luce, preannunciava la telefonata di due mesi dopo. Claudia non c‟era più. ~ 119 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alessandra Scotto di Santolo Passato/amore Logoramento dei sensi. Pena. Spasmo della mente. Dolore. Sospensione. Passione. Gelosia di quello che è stato anche se non c‟è più. Come si fa a patire di dolori dalle basi sepolte? Lei ci riusciva sempre. La mente umana è strana, ne era sempre più convinta. Sai cosa fa? Mette in pausa i ricordi belli e quelli brutti li trasmette a ripetizione, poi quando sa che faranno male pigia play ai primi e mixa il tutto come un bravo dj. La sera lei provava a vincere quella musica col silenzio dei pensieri, ma si sa che i pensieri a farli tacere ce ne vuole. Allora tentava “la tecnica del finto esperto di suoni”: “Senti i bassi? Riesci a distinguere gli strumenti? La batteria di questa traccia è proprio forte!” Poco credibile, non funziona. Lei era un‟esaminatrice esperta, non riusciva a focalizzarsi sul sassofono piuttosto che sulla chitarra, faceva di più, ne distingueva i dettagli più nascosti tutti insieme. Era un‟orchestra impazzita la sua testa. Il bello era che il maestro a dirigerla era lei stessa. Lo ammetteva. Era malata. Psychologically. Ma non c‟erano antibiotici adatti a lei! Il punto della questione era che lei non riusciva a perdonare. Non subito. Sei mesi erano ancora subito per lei. Anche un anno e quattro mesi erano subito per lei! Per qualcosa il tempo non sarebbe bastato mai. Ad ogni modo, questa volta ci provava, ci teneva fortemente a riuscirci, avrebbe risolto un problema ingombrante e dato finalmente spazio libero e pulito ad un rapporto ormai vitale. Lui. Ma non ce la faceva. ”Come puoi provare rancore per una persona e allo stesso tempo dire di amarla? “ Non è forse dai sentimenti che nasce un rancore? Voglio dire, se non provasse davvero qualcosa per lui, se lui non contasse davvero ~ 120 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ qualcosa per lei, dove sarebbe l‟interesse nel provare un rancore nei suoi confronti? Definiamo la parola rancore: Sentimento di odio nascosto; risentimento, malanimo; Avversione nei confronti di qualcuno per un torto o un'offesa subiti, risentimento: serbare rancore. Verso (o contro) qualcuno; Avere, covare, nutrire rancore. Contro qualcuno; lasciamoci senza rancore. Lasciamoci senza rancore. Forse ci sarebbe da analizzarne un‟altra di parola. Lasciarsi. Ma si erano lasciati loro? Nel senso…erano stati insieme? E anche senza stare insieme, si erano lasciati davvero? Stare con qualcun altro non vuol dire necessariamente aver lasciato chi c‟era prima. Già. Lei non lo aveva lasciato, lui si. Capelli rossi, lentiggini, occhi verdi, o castano chiaro, o azzurri, le rosse hanno gli occhi chiari e la pelle bianca, i capelli lisci come spaghetti, deboli come fili di raso. Bocca piccola, denti anche. Amante del nero, del rosso e del blu elettrico. Ossessiva-possessiva. In una relazione a senso unico, o forse no. Maledettamente fortunata nel viverlo quotidianamente. Giorgia odiava i capelli rossi e le lentiggini e la pelle bianca da paese dell‟est. Aveva i capelli ricci, forti. La bocca carnosa e i denti grandi. Amava i colori, quelli accesi, come il giallo, il verde, l‟arancione. Odiava vestirsi di nero. E i colori che non avrebbe di certo mai indossato erano il rosso e il blu elettrico. Ossessiva-possessiva, anche lei. In una relazione a senso unico per i primi quattro mesi, o forse no. Bravo. Era riuscito a trovare il suo opposto e a starci perfino bene. Direi che “malanimo” è il significato più adatto. Rancore uguale malanimo. Sì, Giorgia aveva il mal d‟animo, quasi tutte le sere, un minuto si e l‟altro pure. Non capiva. Capiva che non avrebbe mai capito. Logoramento dei sensi. Pena. Spasmo della mente. Dolore. Sospensione. Passione. Gelosia di quello che è stato anche se non c‟è più. Come si fa a patire di dolori dalle basi sepolte? Sepolte? Odio/presente. ~ 121 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anna Maria Scuderi La panchina L‟aria afosa di quel pomeriggio di Luglio che impediva il respiro lasciava preludere ad una calda estate e, come ormai succedeva da giorni, quell‟angolo di frescura era ambito dai passanti quale fosse oro, sebbene quella panchina si mostrasse vecchia e consunta e zone di vernice scrostata ne abbruttissero l‟aspetto. Una bambina correndo le si avvicinò e, incurante delle difficoltà, con le ginocchia vi si arrampicò. “Mamma, papà, ho trovato un posto all‟ombra, venite!” Appena un istante dopo, un uomo col giornale in mano e il braccio teso intorno alle spalle della moglie si trovava seduto lì, ben lieto di godere delle rigogliose fronde di quel salice. Quel luogo doveva essere certo gradito agli dei se alla sua vista ogni visitatore ne rimaneva turbato. Il dirupo che si interrompeva d‟improvviso sul mare, il luccicare delle verdeggianti foglie dei limoni al sole, la limpidezza quasi cristallina del cielo, lo spumeggiare delle onde…. Era un incanto! Sembrava appartenesse al mondo irreale e magico delle divinità. Eppure ben poco di sublime c‟era negli esasperati sentimenti che lì si erano consumati trovando un‟ideale platea per la loro rappresentazione. Adesso l‟uomo, con il giornale aperto, alternava il suo sguardo tra la moglie che gli raccontava della giornata e le notizie del quotidiano. Di tanto in tanto con un accenno di sorriso, che ne allungava le estremità delle labbra scoprendone i denti perfettamente allineati, si rivolgeva alla bambina. Per qualche istante il suo volto ne veniva illuminato. Lei con la testa ricciuta china batteva con le mani sulle ginocchia della madre, “mamma, mamma ti prego, posso andare a giocare? Posso andare?” Che si trattasse di una famiglia serena, coinvolta in quel monotono gioco della quotidianità che fa credere ogni piccolo inconveniente un grosso problema ed ogni soluzione una grande vittoria, era evidente! ~ 122 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Forse, a quei tre esseri non sarebbe mai toccato di svelare in quel luogo inconfessabili segreti. Piccole foglie giallastre disordinatamente venivano spazzate tutt‟intorno da quel vento freddo, alcune sembravano d‟improvviso trovare riposo sulla panchina, poi di nuovo una folata di vento le scomponeva facendole andare ogni dove. Una giovane donna si stringeva stretto al petto il giaccone di lana quasi a volere impedire che il vento la sfiorasse, teneva gli occhi stretti ed il capo basso. Con decisione si indirizzò verso la panchina e vi si sedette. A guardarla bene nel suo aspetto c‟era qualcosa di familiare. Era la sua bocca a ricordare qualcosa, qualcuno… Ma, certo, come non riconoscerla, era lei, quella piccola bimba che impaziente di andare a giocare batteva le mani sulle ginocchia della madre. Anche adesso sembrava impaziente, con le punta delle dita picchiettava nervosamente la borsa che teneva sopra le ginocchia. Sembrava dovesse incontrare qualcuno. I passi lenti di un uomo la fecero trasalire. Riabbassò il capo, non era lui che aspettava. Alcuni minuti dopo, “Sara,… ” si udì la voce tremolante di un vecchio, la cui sottile figura d‟improvviso spuntava da dietro il salice. “Non ho molto tempo” disse lei di getto, senza guardarlo, prima che l‟uomo le si potesse avvicinare. Quella voce fredda lo bloccò poi, quasi per farsi coraggio, tirò un profondo respiro. “Ti prego, Sara, non essere con me dura, come lo è stato tua madre!” Al sentire quelle parole il sangue le salì alla testa. Come osava pronunciare il suo nome. Non ne era degno! Alzandosi di scatto gli si rivoltò furiosamente contro. “Le rimproveri di essere stata dura! Eppure, tu ci hai abbandonate! Non ti viene in mente che, forse, sei stato tu crudele quando hai deciso di tenerci fuori dalla tua vita!”. Le sue parole risuonavano nell‟aria come gli acuti di un violino a cui mani inesperte avessero dato un suono stridente. “Povera mamma,” continuò “lei ti amava. Non mi ha mai detto nulla perché io ti potessi disprezzare. Ricordo che un giorno, qualche anno dopo la vostra separazione, durante un litigio l‟accusai di non avere saputo conservare il tuo affetto, di essere riuscita a farti scappare, ma lei, come se dalle mie parole non fosse ferita, mi rispose pacatamente ~ 123 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ che non era stata colpa di nessuno e che non si possono costringere i sentimenti degli altri. Capisci! Non si possono mutare … Povera mamma” ripeté sottovoce, “si è sempre sentita in colpa per il fatto che io non avessi un padre, ma non era certo lei da biasimare!” “Dal rancore con cui mi parli, capisco di averti fatto del male! Ma io non mi rendevo conto. Il mio giovanile egoismo….. Riuscirai a perdonarmi, piccola Sara?” “Non chiamarmi così, non lo sopporto….” Disse con tono alterato. “Come pretendi che io possa perdonarti! Un uomo è solo quello che fa e certo il modo in cui ti sei comportato con noi ti rende ben poca cosa ai miei occhi! Vuoi davvero sapere quanto male ci hai fatto, quanto ne hai fatto a me? Ebbene, io non riesco ad avere una relazione per più di un mese. Un mese capisci, credo di avere superato ogni record!”. Rise sarcasticamente. “Ogni volta il loro sguardo è lo stesso, increduli si chiedono in cosa abbiano sbagliato, cosa mi abbiano fatto, ma è solo che ho il terrore di essere abbandonata….” L‟uomo stava seduto con lo sguardo basso senza pronunciare una parola. Lei, approfittando di questa sua incapacità di difendersi continuò sarcastica, “ma dimmi a cosa è dovuto questo tardivo ritorno di affetto paterno? Forse, finalmente, ti sei reso conto di non esistere solo tu, oppure, ora che sei vecchio e solo hai bisogno che qualcuno si prenda cura di te?” Sapeva di ferirlo, che le sue parole erano per lui come dei pugni in faccia, ma non le importava. Questo sembrava lenire la sua rabbia ma, poi, il vederlo umiliato con quell‟aria contrita la rendevano ancora più furiosa. Pensò che, forse, se non avesse mai conosciuto l‟affetto di quell‟uomo le sarebbe mancato meno come succede per le cose che non si conoscono, ma preferì tacere, non voleva dire nulla che potesse fargli intendere che lo aveva amato. “Questo nostro parlare non ci porterà a nulla” disse frettolosamente guardandolo in faccia “e poi non credo che rimangono più nulla da dirci ” e mentre nell‟aria risuonavano ancora queste parole la sua ombra si dileguò dietro il salice. Da anni ormai, all‟imbrunire, la sagoma di un uomo si allungava dimessamente lungo il vialetto al riflesso degli ultimi raggi del sole. Lenta si dirigeva verso quella panchina e vi si sedeva proprio al ~ 124 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ centro. Una coppola a quadrettoni copriva la canuta testa fin quasi agli occhi che, socchiusi, si notavano appena tra le profonde rughe del viso. Le mani, l‟una sull‟altra, sorreggevano il bastone di legno scuro che dritto passava tra le gambe aperte. Con le orecchie tese, come un coniglio che tema l‟arrivo del furetto, sembrava ascoltare qualcosa. Ma chi mai potrà sapere cosa! Forse, risuonavano ancora le parole senza perdono di quella giovane donna o forse, chissà, udivano oramai solamente il fruscio delle foglie al vento. ~ 125 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Paolo Semelli Fantasma “Campane, campane mi destano dal sonno: devo prepararmi e scendere (salire) in strada. Chi sono? Non è importante, né lo è mai stato, vorrei solo una cosa da te: ricordami. Palazzo Pitti la mattina presto attende di essere calpestato da migliaia di turisti, nel frattempo imbrunisce al sole; poco più in là l‟Arno titubante non sa se passare sotto Ponte Vecchio oppure se fermarsi a contemplare qualche minuto ancora il cielo: sarà la corrente a scegliere per lui. Una leggera brezza mi porta tue notizie, cammini lungo il ponte accompagnata dal tuo profumo. Stringi tra le mani un biglietto, suppongo sia quello che garantisce l‟accesso agli Uffizi. Sbuffo: io non ne possiedo uno, né possiedo l‟energia per procurarmelo. Ti attendo per tre ore appoggiato alla fontana di Palazzo Vecchio, ma quando arrivi non sei più la stessa: il tuo volto ora è colorato da un sorriso che mi trascina più di quanto dovrebbe, più di quanto io voglia. Ecco comparire l‟ennesima nuvola di turisti, ne approfitterò: estraggo dalla tasca la mia lettera in bella calligrafia rigorosamente anonima e te la infilo in borsa. Anche oggi ho fatto il mio lavoro, qui fuori però è pericoloso, i piccioni puntano a sud, meglio che torni nel mio studio.” Spalancò la porta rompendo il silenzio padrone di quello scarno luogo. Quello sconosciuto che le scriveva lettere era una persona buona, doveva esserlo!” Chiunque sappia scrivere così non può che essere un angelo, un dono del Signore”. Pensava a queste cose mentre appoggiava dolcemente la lettera (l‟ennesima) sulla scrivania. Era stanca, perciò decise di riservarsi quella meravigliosa sorpresa per un momento migliore concedendosi prima al suo misero letto. “E‟ tutto inutile, maledettamente inutile!” Gridò l‟uomo imbestialito che sbatté a terra il calamaio di legno pregiato macchiando di inchiostro verde smeraldo il pavimento. “Sei un fantasma, un fantasma, un fantasma, un fantasma!”, Esclamò convulsamente, poi ~ 126 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ con le lacrime agli occhi si stese sul letto in posizione fetale, stringendo forte la sua penna: “un fantasma, un fantasma…un…”. L‟insana routine di quell‟uomo si ripeteva ormai da due settimane, da quando notò la meravigliosa ragazza nel Battistero di Santa Maria del Fiore; da allora ogni sera scriveva meravigliose lettere d‟amore, ogni mattina seguiva la sua amata per la strada badando bene a non farsi vedere e ogni pomeriggio inoltrato si recava alla cappella dove era sepolta Beatrice, quella Beatrice, la più famosa Beatrice della storia. La sua vita era un continuo rito da quando i suoi genitori morirono in un tragico incidente d‟auto quando aveva solo 15 anni: gli lasciarono in eredità quel piccolo studio in via Guelfa, i soldi per vivere una vita intera e problemi di relazione con gli altri, dovuti ai numerosi tic e alle innumerevoli stranezze. Sull‟incidente i giornali parlarono di tragica fatalità, ma lui soleva ripetere: “destino avverso e sfortuna”, così da allora creò dei sistemi perché il destino gli fosse sempre favorevole: camminare appoggiando il piede esclusivamente al centro di ogni mattonella a terra, guardare dove volgevano lo sguardo i piccioni (“il sud è pericoloso, al sud c‟è la mafia”), essere ben certo che nella sua tasca ci fosse la penna tanto cara e 3 centesimi (una moneta da uno ed una da due); questi sono solo alcuni dei riti del disadattato ragazzo. Godeva inoltre di una fama non da poco, in fondo in ogni città, anche nella più bella deve esserci lo scemo del villaggio. Nessuno gli rivolgeva mai la parola per paura delle sue reazioni; in pochi sapevano però che lui non era pazzo, aveva solo paura, il mondo lo spaventava a morte. Una sera ad esempio tre turiste lo avvicinarono (era un giovane dal meraviglioso aspetto) per chiedergli se volesse accompagnarle in un locale: vedendo che arrossì di colpo e che infilò la mano in tasca a cercare qualcosa (la penna) le ragazze scoppiarono a ridere e cominciarono a prenderlo in giro. Da allora il poveretto non entrò mai più in Borgo dei Greci, almeno fino a quella sera. “Non posso entrare in questa via, qui le ragazze mi prendono in giro, e poi le mattonelle per strada sono storte e non riesco a capire quale sia il centro, no, non entrerò qui. Ma…ma…lei è entrata.” L‟uomo poggiò tremando il piede a terra e con uno sforzo immane spinse l‟altra gamba fino a produrre qualcosa che somigliava ad un passo. “Scusa?” Il monologo interiore dell‟uomo venne spezzato dalla voce della donna che si era rivolta a lui. ~ 127 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Sei tu che mi scrivi vero? Ti ho notato questa mattina, non sei stato abbastanza svelto!” La giovane si avvicinò a lui sorridendo, mentre l‟uomo cercava la solita penna più freneticamente del solito nella solita tasca sinistra. Sorprendentemente però stavolta non tenne le mani in tasca: con uno sforzo immane riuscì ad arrivare ad un biglietto che teneva lì riposto da tempo, allungò la mano verso la borsa della ragazza, infilò il biglietto e zoppicò fuori da quella via, senza dire nemmeno una parola. Prese dolcemente dalla borsa quel biglietto misterioso che le era appena stato recapitato, sapeva che sarebbe stato l‟ultimo, perciò lo aprì molto lentamente: “Chi sono? Non è importante, né lo è mai stato; vorrei solo una cosa da te: ricordami. Perché non mi basta sognarti tutte le notti, devo sapere che esisto per qualcuno, che non sono un fantasma, perciò ti prego, ricordami ed io esisterò, tu esisterai, noi esisteremo. Non ho più motivo di seguirti ora, ti lascio correre per la tua strada, io resterò qui per sempre a sognarti ogni notte. Ricordami, te ne prego.” Chiuse il biglietto, lo amava, questo è certo. ~ 128 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Marco Sessi Ciao La montagna ammaliatrice ricoperta da una veste bianca ti attira dentro di se e contemporaneamente pensi che sarà una stupenda passeggiata. Con le ciaspole ai piedi ti muovi goffamente e sorridendo immagini di assomigliare ad un pinguino. Un grosso pinguino con la giacca a vento, i pantaloni imbottiti e tutto il resto. I primi passi sono incerti, sarà per gli attrezzi ai piedi, per la neve alta, ma il richiamo del candore del bosco è inebriante. Man mano che passano i minuti il tuo incedere si fa più sicuro, quasi baldanzoso. L‟adrenalina che pompi è una potente droga che bisogna saper ingabbiare. Poi il fiatone comincia a bussare dentro il tuo petto: “ Ahh se pesassi qualche chilo in meno e se fossi un poco più allenato! Non importa, oggi è la prima sgambata di una lunga serie, con il tempo supererò anche queste difficoltà. Ancora qualche metro poi ritornerò alla macchina .... Però il belvedere non è molto lontano “. Guardi l'orologio e pensi che c'è tutto il tempo per raggiungere la meta e godere della stupenda vista. Poi le gambe cominciano a farti male e le prime stilettate di freddo raggiungono le punta delle dita. Anche il sudore che scivola sugli occhi ti annebbia la vista già provata dalla fatica. Ma ecco finalmente il balcone naturale che si affaccia sulla valle. “Mi fermo un minuto, riprendo fiato, una boccata di cioccolata che mi darà vigore e sarò pronto per la discesa “. Non sai che la montagna può essere anche cattiva: è nella sua natura. Sotto i tuoi piedi un pezzo di ghiaccio maligno si sgretola e ti fa perdere l'equilibrio e scivoli come quando eri un ragazzino al parco giochi lungo un canalone naturale. La neve ti entra negli occhi, nel naso dentro le orecchie fino giù in gola e pensi che è proprio fredda. Un ramo ti graffia una guancia e un masso ti da una botta su una gamba spezzandola. Il dolore ti fa aprire la bocca che viene riempita da farina bianca, ma gelida. Finalmente la corsa è finita. Sei supino su un letto ghiacciato, il cuore che batte forsennatamente contro la gabbia toracica e tu che respiri a bocca aperta. Chiudi gli occhi e metabolizzi il dramma. “ E adesso come faccio? “ Ti aggrappi ai ~ 129 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ ricordi dei tuoi cari, al profumo intenso di casa e alla gioia della vita di tutti i giorni. Ti fai forza e ti giri e cerchi di strisciare, ma una fitta alla gamba ferita ti spezza le forze e le speranze. I piedi non li "senti" più. Cerchi di muovere le dita, ma non rispondono agli impulsi del cervello e pugnalate di freddo bruciano le mani. Apri gli occhi verso il cielo grigio e una solitaria lacrima scende lungo la guancia. Un sereno torpore t'invade tutto il corpo e ti addormenti serenamente. Ciao viller ~ 130 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giuseppe Severini La nascita della Lyra La nascita della Lyra venne dalla disperazione. Il giovane zappatore, povero, stracciato, inerme, dopo le lunghe, faticose giornate in campagna, appiccicoso di sudore, ruvido di polvere e terra, le mani e i piedi doloranti, la schiena e le braccia pesanti, osservava il signore del borgo corteggiare le fanciulle con splendide serenate. La voce si dispiegava fresca ed elegante sugli accordi della chitarra, rispondeva a rapidi trilli il mandolino e a commuovere, a turbare, si alzava il canto misterioso del violino, limpidissimo e acuto, grave e tenero, i suoni scattanti e serrati o lenti e gorgoglianti, avvolti in infinite spirali. Era come un profumo quel suono, un profumo di mille rose, l‟offerta più preziosa alla donna. E lui doveva farne a meno. Forte ed elastico di membra, la barba ispida velando tratti armoniosi del volto, cresceva folte basette, capelli corvini arricciolati, e aveva un amore, anche lui, e se lo vedeva portar via, senza quel violino. Procurarselo era impensabile: l‟oggetto lucente, bruno come la corazza di certi grossi insetti che nascono a maggio fra le querce, aveva un prezzo vertiginoso. E poi, chi l‟avrebbe venduto a lui? Dove sarebbe andato a richiederlo? Ne avesse trovato uno nel bosco! Fra le mani di un folletto addormentato o di una fata dell‟acqua. Sogni. Aveva pensato di rubarlo, l‟unico in paese, quello del signore… ma quale tragico ardire sarebbe stato il suo. Passavano i mesi e la stagione dei fidanzamenti e delle nozze s‟avvicinava di nuovo. Decise di costruire lui uno strumento, non proprio un violino, ma qualcosa di simile, da cui trarre i melodiosi e magici suoni dell‟amore. Trovò in campagna una trave di cipresso, piccola, della misura giusta per ricavarne un corpo grande più o meno come quello del violino. ~ 131 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ La sera, stanco della giornata, non restava in compagnia dei familiari né si coricava, ma si appartava a raspare il legno con un suo coltelluccio spuntato. Fece la forma esterna, che pareva una mezza bottiglia tagliata per il lungo, indugiò nel sagomare il cavigliere, che risultò simile a un cuore, e nel levare e nel raschiare scopriva le complicate venature, si meravigliava dei colori sfumati, impensabili del legno, che alla luce del sole poi sembrava bello. Giunse il momento d‟ iniziare l‟arduo scavo della cassa. Le dita dolevano e sanguinavano nello sforzo di manovrare l‟inadatto attrezzo. Procedeva molto lentamente, troppo! Rischiava di non far a tempo, raddoppiava gli sforzi, ma il coltello sminuzzava le fibre compatte sempre allo stesso inesorabile passo. Andò dal falegname, di cui purtroppo non era amico, e lo trovò intento a un‟ opera di intaglio. Vide lo scalpello ricurvo di cui si serviva, comprese che con esso avrebbe portato a termine felicemente l‟impresa, ma quello non glielo voleva dare, disse che mani rozze e inesperte lo avrebbero rovinato. Di notte entrò per una finestrella e lo prese, lucente e vivo nelle sue mani. Se ne andò a lavorare alla luce della luna piena che trionfava sugli olivi. Avrebbe terminato quella notte stessa e riportato la sgorbia al proprietario che mai nulla avrebbe saputo. Mentre scavava con rapidi colpi sognava il suono del suo strumento, lo sentiva uscire tra le dita e il ferro e gli saliva alle labbra la sua canzone, dolce, violenta, eterna. Il giorno successivo potè contemplare un curioso grosso cucchiaio panciuto, insolitamente profondo e odoroso. Bello! Splendeva nel sole e sotto le nocche delle dita già suonava, piccola campana di legno. Cercò a lungo una tavoletta sottile per chiudere il violino e finalmente la trovò, mezza nascosta fra le tegole di un porcile. Con un coccio di vetro ricurvo levigò la tavoletta e tutto il corpo, dentro e fuori, finchè le superfici non furono pulite e lisce come seta. Così trascorse un‟altra notte. Ora doveva darsi da fare per trovare un punteruolo e le corde e i crini di cavallo per costruire l‟archetto. Alla resina aveva pensato? Come ~ 132 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ avrebbe fatto? Gli venne in mente la bottega dove facevano il sapone, là non gli sarebbe stato difficile procurarsene un pezzo. Trovò un vecchio chiodo scalciato da un mulo, non così malridotto che non gli giovasse a fare i buchi per le caviglie e quelli per fermare il coperchio al corpo con spine di legno e il foro per attaccare il fermacorde. Col coltello intagliò tre comodi piròli in rami asciutti di olivo, incise un breve ponticello e fece l‟anima da una canna. Passarono altre notti e altri giorni, il lavoro della campagna si faceva via via più pesante, l‟epoca delle serenate arrivava, l‟ansia di terminare cresceva e non gli faceva sentire il sonno e la fatica. Mancavano solo le corde. Queste pensò di rubarle davvero, ma a chi? Passava un venditore di pellame per scarpe sopra un carretto malandato. Le vide penzolare da un legno le sue corde, fu abile a distrarre l‟uomo anziano e lesto ad afferrare la preda. Se ne andò saltando per la gioia, mentre l‟altro riprendeva ignaro la strada borbottando la solita roca, vecchia canzone. Iniziò nella luce vibrante del mattino, vicino a un muro di pietre, tra l‟erba alta in vista del mare. L‟arco d‟un ramo flessibile nella destra, il suo violino nella sinistra. Com‟era leggero e ben riuscito! Ma non sembrava propriamente un violino. Si ricordò che gli anziani parlavano di antichi strumenti e li chiamavano Lyre, perciò decise di chiamarlo Lyra. Femmina, panciuta e pettoruta, grande culo, gli venne bene accordarla in un modo che gli piacque e suonarla tenendola dritta sopra le ginocchia, non fra il collo e il mento, ove non stava. L‟abbracciava e carezzava. Ne ascoltò i primi tremiti, stridule grida e gemiti, calibrò pressione e spinte e nacque il suono, dal suono, il canto e lacrime caddero sulle mani, sull‟arco, sopra il suo ventre candido, nella sera odorosa. ~ 133 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giampaolo Sfondrini Pedro il catamarano. Si era veramente rotto i coglioni di portarsi a spasso quelle turistotte tutto burro, ma col cervello ormai fuso dai troppi Martini-cocktails ingurgitati al bar della spiaggia più esclusiva di Cocoa-Beach……..e come lo trattavano male ste stronze! -“ Alza la vela” , “ ammaina la vela”, “ ora usa i pedali!” , “ non così forte!”, “ vira a sinistra, no a destra!”…..ma vira sto cazzo! Basta! Doveva in qualche modo ribellarsi; ci aveva provato due giorni prima quando con un improvviso colpo di timone, era riuscito a sbilanciarsi facendo cadere in mare Jasmine, una biondina tutta lentiggini e stridolini……Ah, quella vocetta sgradevole ! Come lo disturbava, gli s‟incrinava perfino l‟ottima verniciatura verde azzurra che lo ricopriva interamente…..ma non era servito a nulla, anzi! Che doloroso strappo alla barra del timone aveva provato allorché Klaus, il compagno di Jasmine, aveva rozzamente virato per ripescare la ragazza! E che spaventose ingiurie aveva dovuto udire riguardo alla sua stabilità e alla sua fattura. Proprio a lui era capitato di essere venduto, come un rottame, a quel gestore di bagni per miliardari schizofrenici! Lui, Pedro era un catamarano assolutamente unico. Ricordava con dolce malinconia il giorno del varo tanti anni fa, la tremenda paura che lo aveva assalito quando, la prima onda caraibica , gli aveva parzialmente sommerso le due prue e l‟ebbrezza che piano piano si era impadronita di lui quando, sotto l‟abile guida di Don Inigo, il suo amato costruttore, cominciò a cavalcare sulle acque spumeggianti del Golfo, col vento che gli gonfiava la bella vela candida, dandogli sensazioni di libertà e di velocità selvaggia. E le calde serate trascorse ormeggiato tranquillamente al moletto accanto alla grande casa bianca, dalla quale spesso si udivano canti gioiosi di ubriachi, e le dolce note provocate dalla chitarra di Don Inigo. Allora felice ed esausto per i vagabondaggi della giornata, s‟addormentava lasciandosi cullare dalle onde. Ricordava anche il ~ 134 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ giorno in cui, guidato dall‟inesperto Pablito, il figlio di Don Inigo, stava per schiantarsi contro la scogliera…….solo con uno sforzo tremendo era riuscito ad evitare il disastro, riportando però profonde lacerazioni sul fondo, da prua a poppa, che gli fecero imbarcare parecchia acqua e lo costrinsero a restare fermo all‟ormeggio, triste e inclinato sul fianco destro, per parecchi giorni. Poi apparve quel viscido ciccione americano, che dopo essere salito a bordo e avere osservato con malcelato interesse il suo magnifico fasciame, si mise a tastare con quelle mani sudaticce la sua vela, il timone e tutto il resto ed infine se ne andò soddisfatto, lasciandolo pensieroso e con la spiacevole sensazione di quel contatto che lo fece sentire sporco e violato nel profondo del suo essere. L‟indomani fu venduto all‟americano, per quattro soldi e venne caricato su di un camion che dopo molte ore lo portò alla sua nuova dimora, Cocoa-Beach e al suo nuovo degradante lavoro: essere il divertimento per sporchi , rumorosi e assurdi ricconi di periferia. Che destino infame per un catamarano che era l‟orgoglio del Golfo! In un primo tempo però il nuovo lavoro non gli dispiacque , usciva presto il mattino e filava veloce quasi quanto prima, il falegname del cantiere lo aveva rappezzato discretamente. Certo che non riusciva però a mandar giù quel ‟innovazione degradante alla sua struttura: dei pedali che azionavano una piccola ruota e grazie ai quali i bagnanti potevano usarlo anche in tempo di bonaccia. No! Decisamente era sceso molto in basso e ferito nell‟orgoglio, sarebbe senz‟altro impazzito di rabbia dura. Pedro allora prese una decisione: doveva fuggire. L‟idea lo eccitava talmente che cominciò a rollare sempre più forte, strappando così un urletto di paura dalla gola di Jasmine, che era a bordo con quell‟idiota di Klaus. Avrebbe aspettato la sera, favorito dall‟alta marea e dalla brezza che già si sentiva da ovest, si sarebbe sciolto dall‟ormeggio e poi…. Poi ci avrebbe pensato dopo; ora doveva solo pazientare ancora per un po‟; così riprese a rollare forte, ma subito si controllò, non era ancora il momento. Notte…….., se n‟erano andati via tutti finalmente. Un debole chiarore lunare traspariva dai nuvoloni gonfi e illuminava la spiaggia deserta, creando un‟atmosfera spettrale e suggestiva. ~ 135 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Da qualche ora Pedro cercava di strappare quella fune che lo imprigionava al molo, aiutato dalla risacca che diventava sempre più forte, sempre più violenta. A tratti le onde lo scagliavano verso l‟infinità del mare, a tratti lo sbattevano brutalmente contro il pontile. S‟avvertiva nell‟aria una forte elettricità, si stava preparando una tempesta! I primi lampi a ponente sibilavano incrociandosi come serpentelli incazzati e il rombo del tuono contendeva il primato del fracasso al vento che soffiava dall‟entroterra. Anche il mare cominciava a dire la sua, schizzando montagne d‟acqua scintillanti sulla costa, per poi riprendersi tutto e anche di più, terriccio, rocce, sabbia, sembrava diventato un animale famelico. Un‟enorme massa liquida e nera s‟abbatté sul pontile, travolgendo le imbarcazioni ormeggiate. Pedro fu scaraventato sopra il molo. Sentiva sotto le due carene le ruvide assi di legno dell‟imbarcadero che lo graffiavano, poi venne strappato via in un secondo e stupefatto, s‟accorse di non avere più legami e di navigare ormai in mare aperto; la vela sbrindellata, il fasciame dolorante, si ritrovò malconcio ma galleggiante e infine libero! Libero di vagare attraverso quel meraviglioso fratello blu, alla ricerca di gioie e dolori,di sensazioni di conoscenze, di paure e di avventure, di………. ~ 136 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Barbara Sica La malattia E' nella malattia che mi sento un essere spirituale. Non ho tempo per pensare alle solite cazzate, non ne ho la forza, sono presa, distratta da altro: dal dolore, dal disagio di sentirmi carne da macello, ormai morta e tutta frullata in mezzo alle persone. Non sono più umana: ne ho perso l'essere frivolo. Non potete capire, voi gente comune, in salute! Con i vostri stupidi e banali problemi. Io non devo pensare a cosa indossare, fare o bere il sabato sera; non devo andare a lavorare; non devo fare la spesa. Io devo solo pensare a guarire! Non ho la capacità del moribondo, il malato terminale, di non capire più nulla. Sono spesso cosciente e il dolore non mi fa dormire. Spesso piango, sono sola nella mia malattia. La guarigione tarda a venire. A volte mi convinco che la morte sia vicina e sono sola nella mia malattia. Il tempo monotono, sempre uguale della mia malattia, scorre veloce. Le ore che passano tra il pranzo e la cena diventano minuti, i quarti d'ora secondi. Le tre meno un quarto diventano le tre, se non hai nulla da fare. Nessuno mi capisce, l'ansia prende il sopravvento se la guarigione non arriva. Non cerco la banale comprensione di chi sta bene. Cosa mi frega di uno che sta male, se io sto bene? Cosa ne so? Sono sola, e sbatto i piedi a terra e piango e mi dispero! Ma sono gli altri distratti, la realtà mi guarda! E sento quello di cui siamo fatti, ne gusto l'amaro sapore! Ingoio carne marcia, il moccolo di una carne malata, che presto tutti voi dovrete ingoiare. E poi un giorno, ti svegli e non hai più nulla che non va in te. E ti ritrovi in cameretta a piangere a squarciagola, perché mamma non vuole comprarti l'ennesimo paio di quelle scarpe li. E ripensi a quando piangevi in silenzio, nell'animo tuo, timoroso di morte e piangi ancor più forte. ~ 137 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anna Rita Silveri L‟albero L‟albero era maestoso e solitario. Il tronco era possente ed i rami si levavano come braccia scarnificate protese verso un cielo grigio e basso. Era lì da sempre. A vederlo da lontano meravigliava il fatto che per diversi chilometri non ci fossero altri alberi intorno. La pianura piatta e monotona si stendeva a tratti lucida con riflessi baluginanti dell‟acqua stagnante di rare risaie. In fondo, in fondo la città. Grigi palazzi che negli anni si erano appropriati inesorabilmente di terreni, di erba, di tane di animali, di piante, di nidi di uccelli, di stradine sterrate, di tutto un mondo naturale che lentamente veniva stravolto, ribaltato, deturpato, perso per sempre. E l‟albero, maestoso e solitario, sembrava l‟ultimo baluardo ormai inutile di quella natura. Una strada stretta, asfaltata solo per un breve tratto, tagliava nettamente la campagna, raggiungeva l‟albero e gli girava intorno con una curva a gomito per poi ripartire diritta perdendosi lontano tra le nebbie. Il perché di quella curva non è dato sapere. Forse un geometra, privo di talento e di immaginazione, aveva tracciato con la matita sulla carta topografica una linea, la nostra strada, facendole attraversare in diagonale, diritta, la distesa di terra e acqua. Forse gli operai che la stavano realizzando si erano trovati davanti il grande albero, forte, possente. Forse piangeva loro il cuore di dover abbattere una così bella creatura. E forse un uomo gentile decideva che la strada avrebbe girato intorno all‟albero, in un abbraccio, come una pausa, una virgola, deviazione doverosa, omaggio ad una natura violata. In una sera d‟inverno l‟aria pesante carica di umidità ed il buio avvolgevano tutto. Si vedevano appena luci lontane. Erano lampioni o finestre illuminate? Oggetti luminosi e misteriosi vegliavano sui cittadini rintanati nelle loro case tiepide e sicure. La città, come avvolta da una bianca leggera coperta, rimandava i ~ 138 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ suoi rumori ovattati, appena percepibili. Intorno all‟albero c‟era un silenzio immobile ma carico di aspettative. Quella sera, il silenzio consueto fu lacerato da uno stridio di freni. Un rombo di motori avanzava minaccioso e lampi di fanali squarciavano la spessa aria lanuginosa. Risa sguaiate, urla rauche ed intermittenti ruppero improvvise il placido sonno invernale. L‟auto avanzava accelerando sempre più. Sterzate e frenate si susseguivano. All‟interno volti giovani ondeggiavano in balia di musiche dal ritmo incalzante ed assordante. La strada dritta invitava ad una corsa sempre più veloce. Avanti, avanti! Improvviso arrivò lo schianto. Il silenzio ed il buio tornarono ad essere i padroni assoluti di tutto. L‟auto nera aveva trovato davanti a se l‟unico albero di quella grande distesa di terra. Dentro giovani corpi giacevano ora immobili. Volti con occhi sbarrati e inespressivi nascosti nel buio non avrebbero più avuto sguardi d‟amore. Bocche rosso fuoco non si sarebbero più aperte a grida gioiose ed a baci infuocati. L‟albero, il grande albero solitario ebbe un sussulto. Si era improvvisamente svegliato dal lungo sonno invernale. Uno strano torpore lo invase ed un dolore sordo sali‟ dalle radici ed arrivò su, sui rami più alti. Sentiva la profonda ferita alla base del tronco ma non era il dolore fisico a farlo stare male. Sentiva un dolore profondo mai provato. Poi capì. Vide dentro di sé quello che non avrebbe potuto vedere con occhi che non aveva. Vide giovani corpi straziati e privi di vita, vide anime disperate che mai più avrebbero potuto guardare un cielo, un fiore, un albero. E l‟albero infelice pianse. Abbassò i suoi lunghi rami ed avvolse la carcassa dell‟auto in un doloroso abbraccio. Il chiarore dell‟alba lentamente sostituì il buio della notte. Con l‟aumentare della luce la nebbia si diradò e scoprì un cielo azzurro come mai in quella stagione si era visto. Un uomo in bicicletta pedalava piano. Come tutte le mattine attraversava la landa desolata. Ma quella mattina quell‟uomo vide qualcosa che non riuscì più a dimenticare. Che cosa era dell‟albero, del grande albero che incontrava lungo il ~ 139 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ suo tragitto e che conosceva così bene? L‟albero si era trasformato in un grande protettivo bozzolo fatto di rami intrecciati che si piegavano fino a terra . Dentro al bozzolo un ammasso di lamiere contorte. Per tirare fuori dall‟auto i corpi senza vita si dovettero tagliare tutti i rami e fu un lavoro lungo e difficile. Tante furono le ipotesi e per tanto tempo gli abitanti della zona raccontarono dello strano caso dell‟albero pietoso. Oggi quei campi non esistono più. I terreni sono stati prosciugati ed alti palazzi di cemento svettano chiudendo ogni prospettiva all‟occhio dell‟uomo. Una trama di vie asfaltate ricopre il terreno e qua e là esili alberelli ondeggiano al vento. C‟è però un angolo laggiù dove, e nessuno ricorda perché, non fu mai permesso di costruire: al centro di un quadrato di terra circondato da una siepe di banale pitosforo si erge un albero. E‟ lì da sempre. E‟ il grande albero, ormai rinsecchito, lasciato ad un infelice destino. E‟ lì, innocente, ad espiare una colpa non sua, circondato da grigi muri, soffocato dai miasmi di migliaia di auto che in ogni istante del giorno lo sfiorano, lo intossicano e lo attanagliano in un lungo mortale abbraccio. ~ 140 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Filippo Simoncelli Correndo per vivere Mi infilo una maglietta senza maniche, dei pantaloncini corti, le scarpe da ginnastica ormai logore, e mi lego al braccio il mio inseparabile lettore mp3 che mi accompagna quasi sempre dove possibile. Il cielo è terso di un azzurro che si può respirare, con quelle caratteristiche nuvole bianche tipiche del periodo primaverile, negli auricolari inizia la struggente melodia di Desperado epica canzone degl‟immortali Eagles, ed insieme ad essa inizia pure la mia corsa. La musica ed un qualsiasi paesaggio sono un connubio ideale per ogni persona sensibile che riesce a cogliere le sottili sfumature di cui questo pianeta è ricco. Pure una banale corsa tra i campi veneti si trasforma in un qualcosa di complesso, di vero, di vivo, la consapevolezza di essere parte di un delicato e fantastico meccanismo aumenta con l‟incrementare dei passi, il mondo scorre non si ferma, e non si cura della mia presenza, una famiglia di leprotti cerca rifugio tra il granturco ancora verde saltellando allegramente, intanto all‟orizzonte il monte Baldo sembra osservare interessato ciò che accade sulla pianura da lui protetta per millenni; le gambe sembrano procedere indipendenti seguendo il ritmo della musica e l‟asfalto scorre ininterrottamente sotto i miei piedi, un bell‟asfalto, non di quelli neri appena fatti, ma un asfalto vissuto, smunto, invecchiato dal sole, dalla pioggia e dal freddo, con molte crepe che come rughe sul volto di un saggio stanno ad indicare al viandante che anche lui ha qualcosa da dire, che pure lui fa parte di quel meccanismo senza fine. Correndo si avverte il profumo della vita, della primavera, si avverte quella fresca fragranza dell‟erba verde inumidita dai frequenti temporali, che come i pianti della gente, portano la tranquillità dopo il loro passaggio. E‟ incredibile la quantità di particolari che richiamano la mia attenzione, nonostante l‟incessante flusso di pensieri che tengono impegnato il mio cervello pure in queste situazioni, paradossalmente ~ 141 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ mi sento più parte di un sistema in mezzo alla mia campagna che in una città ricca di movimento come New York. Lo dico perché ritengo che la natura, molte volte così snobbata o data per scontata, ci mostra con una imbarazzante semplicità la vita, è estasiante vedere come gli animali accettino incondizionatamente il corso degli eventi, continuino a vivere con la stessa intensità incuranti della morte in sintonia con ciò che li circonda. Bello, appagante, il sudore che lucida la mia pelle non mi infastidisce, anzi mi ricorda la strada percorsa, e il vento che si infrange sugli auricolari non fa altro che incrementare il fascino del quadro che sta per essere dipinto nella mia mente. Mi avvicino alla parte del percorso che preferisco, quella indicata dalla località “Tre Ponti”, dove alcune vacche ruminano sornione nel recinto di una tenuta fissandomi incuriosite e dove l‟asfalto lascia il posto ad una bucolica strada sterrata costeggiata da un vivace corso d‟acqua. Quando passo di lì, la testa rimane sempre indirizzata verso quella fucina di vita: insetti, pesci, volatili si incrociano ricordandomi l‟importanza di quel liquido trasparente tanto comune a noi umani. Tutto questo non avviene in momenti separati, ma in simultanea, mentre il contadino con un vecchio trattore trasporta alcune sterpaglie, mentre la gazza gracchia in cerca di un bottino, mentre cinguettando un passero disperato cerca il proprio cucciolo caduto dal nido nel tentativo di spiccare il primo volo: come in una grande pellicola hollywoodiana tutto è diretto dalla mano esperta di una regia che trasforma anonime comparse in grandi protagonisti del film più bello ed emozionante di tutti: la vita. ~ 142 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Silvana Simoncini Il triangolo Il posto è il solito, il giardino dietro casa, non il solito giardinetto, ma un parco cittadino di tutto rispetto: c'è molto spazio a disposizione spazio per passeggiare, per giocare, spazio per chiacchierare, spazio per stare insieme, anche spazio per pensare, perché proprio la mancanza di silenzio assoluto permette, in fondo, di seguire i propri pensieri. Questo non è un posto rumoroso, non ci sono quegli schiamazzi che caratterizzano gli orribili parchi di periferia, ma neppure quel silenzio preoccupante che fa voltare le persone. Stasera è freddo, lo si capisce dai visi delle persone che hanno la testa incassata nelle spalle, occhi ostili e poca voglia di parlare per tema che l‟aria rigida possa entrare dentro e colpire qualche organo vitale. Il vento è forte e i rami degli alberi, platani per lo più, ormai spogli, si agitano inutilmente in tutte le direzioni, si piegano mostrando le poche foglie rimaste : sembrano voler chiamare aiuto o solo attenzione, pregano che qualcuno li soccorra, espongono la propria corteccia nuda come una ferita viva. In fondo al parco c‟è un gruppo di ulivi, i cui rami sono invece immobili. Sono stati piantati tanti anni fa, quando intorno c‟era ancora campagna; è un gruppo a sé, riservato, ristretto e nella luce ormai morente del tramonto le foglie, tutte insieme, sembrano un fiume di argento fuso che brilla, come un solitario di un certo pregio. L‟ora è quella che oramai non è più giorno, ma non può ancora definirsi notte fonda, intorno le case si accendono o si spengono come alberi di Natale: i proprietari forse sono fuori per spese, oppure sono ancora al lavoro, non so perché ma immagino che qualcuno di loro sieda al buio nel soggiorno chiedendosi se il significato della vita possa esaurirsi nel continuo rincorrersi di alba e tramonti, un giorno dopo l‟altro. Perso in queste riflessioni senza speranza, quasi non mi accorgo che Lei è arrivata, come tutte le sere, all‟incirca alla stessa ora, compiendo così quel suo piccolo rito quotidiano che da un senso non ~ 143 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ solo alla mia giornata, da quando apro gli occhi, ma a tutta la mia esistenza e ciò detto rivendico la mia banalità. Lei è tranquilla, calma, con quella serenità che ti viene dal sapere della tua bellezza come semplice dato di fatto. Io, nell‟angolo opposto del parco, La guardo senza speranza, sera dopo sera, desiderando anche un solo sguardo, ma in fondo anche temendolo, la mia abitudine è per il rifiuto, che farei se Lei mi volesse, mi volesse davvero per sempre? Lei, come al solito, riunisce intorno a sé una schiera di ammiratori e io mi chiedo che cosa si proverà ad essere così desiderati, quale sensazione di beatitudine, di onnipotenza perfetta il sapere che puoi tutto. Gli altri, i miei rivali, La guardano, come me, ma sono più sfacciati e, senza problemi, Le vanno vicino e godono della Sua compagnia; li osservo, ad uno ad uno, li studio, ne soppeso caratteristiche e limiti, anche pregi, certo, ma non ne trovo nessuno in grado di esserle degno compagno. Naturalmente non riesco ad essere obiettivamente distaccato, vederle intorno tutti quegli individui non può lasciarmi indifferente, ne soffro è ovvio. Purtroppo la mia gelosia è qualcosa che difficilmente riesco a controllare, ho sempre l‟impressione che possa trasparire, che possa essere scoperta da un momento all‟altro, mortificandomi. La gelosia genera sensi di colpa, essere gelosi significa in fondo desiderare che l‟altro si tolga di mezzo, che muoia, così la colpa mi fa pensare che contro di loro, in realtà, posso poco: sono brutto, sono poco interessante, non ho molto da offrire, giusto un cuore sincero e pensieri delicati che, però, sono sicuro, quei musi lunghi non hanno, (di nuovo quei miei insopprimibili scatti d‟orgoglio!). Silvia, la mia amica di sempre, mi è vicina, silenziosa discreta, conosce, come buona amica ogni mio più piccolo segreto, anche questo; mi comprende, ma ne è un po‟ dispiaciuta, io credo che, a modo suo, ne sia un po‟ gelosa. Non che tra me e Silvia ci sia qualcosa di più di una sincera amicizia, non è possibile: molte cose, ci dividono. Ciò che ci unisce è invece quella complicità silenziosa che non ha bisogno di parole, ma solo di sguardi prolungati, attenti, di battiti di ciglia: messaggi impercettibili per la maggior parte degli altri, ma non così per noi, Silvia, dicevo, ha capito di questo mio amore senza speranza e cerca di comporre il ~ 144 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ mio dolore, vuole aiutarmi tentando qualche spiegazione, mi parla di cause che risalgono alla mia più tenera età quando le prime impressioni, che non hanno parole, sono i nostri ricordi più vivi, più importanti, sono le tracce, le impronte Io vedo gli occhi di mia madre, sento di nuovo il suo respiro caldo che mi faceva beatamente addormentare, il seno sempre pieno di latte a mia disposizione che mi riempiva la bocca . Silvia, più raffinata mi parla di gelosia, di scena primaria, mi dice dell‟aver dovuto dividere mia madre con tanti fratelli, troppi per uno così bisognoso di attenzioni come me, attenzioni che, come ben ricordo, dovevano essere conquistate con le unghie e con i denti; mi parla di mio padre e mi chiede di lui. Mio padre era forte, ma così lontano, una figura sfuocata, non familiare come mia madre, fatico a fissarne i contorni, ricordo il suo solo insegnamento quello che la vita è dura, difficile e che io forse ero troppo debole per sopravvivere, ma che dovevo arrangiarmi, lui più di tanto non poteva, disse tutto questo senza parlare, come al solito, poi se ne andò e non ne ho più saputo niente. Adesso sono immerso nei miei ricordi, il resto intorno non ha più importanza, la mente veloce acchiappa per la coda i miei ricordi scalpitanti prima che scompaiano per sempre. Di nuovo vedo mia madre, bella, dolce e gentile, o almeno questo è quello che mi piace ricordare per salvare un pezzetto della mia vita, ma è morta giovane, non ho potuto godere molto della sua compagnia: allora, penso, è questo quello che mi tormenta , che mi fa ripercorrere gli stessi sentieri già battuti: questo rimpianto, questa nostalgia senza soluzione… Poi sono rimasto solo, con i miei pochi mezzi ho dovuto costruire non solo la mia esistenza, ma anche il senso della vita stessa e non è stato facile. Ho condotto finora ciò che si definisce un‟esistenza frugale, pochi amici, lunghe serate passate in casa a fantasticare: la tivù non fa per me è fatta d‟immagini senza senso. Sono stato e sarò un individuo solitario, chiuso, spesso triste. Il mio colore è il grigio e gli altri penseranno che mi si addice perché sono un tipo spento, anonimo, quindi quale colore migliore? Ma non è quello il vero motivo. Quando penso a lei, invece, penso rosso, è ovvio, il rosso è il suo colore, rosso come la passione, come il desiderio fisico carnale, rosso perché ti brucia. ~ 145 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Silvia, intanto, continua a parlare, a spiegare, a cercare di farmi capire, devo farmene una ragione, insomma, conclude, io devo elaborare il lutto, con questa frase, oscura, la sua bocca si chiude e i suoi occhi seguono il mio sguardo perso, sgranato, allucinato. Io riesco a malapena ad accorgermi di qualcosa se nei pressi c‟è Lei, se vicino, anche un miglio, c‟è Lara, così si chiama, così La chiamano. Silvia scuote la testa e un po‟ arrabbiata mi dice che sta sprecando fiato e tempo e che io non l‟ascolto, che sta parlando per il mio bene…… Volgo la mia testa verso Silvia, i miei occhi, anche se non voglio, diventano umidi e supplichevoli, sento che sto per piangere e proprio non ce la faccio a trattenere le lacrime, mi chiedo come fanno gli altri a farlo, a trattenersi cioè. Mi sento inadeguato, goffo, e allora rallento i miei movimenti fino a fermarmi, nello sforzo, vano, di scomparire. All‟improvviso il miracolo, Lei, Lara, si gira sembra guardarmi, riconoscermi, finalmente, adesso si muove decisa verso di me, il mio cuore, un buon cuore, si ferma, poi accelera impazzito. Il suo passo, ondeggiante, sembra un piccolo trotto, gli altri, inutile dirlo, Le vanno dietro, anch‟io, senza più ragionare seguo l‟ondata e mi accodo. Da dietro la voce di Silvia prima indifferente, poi sempre più preoccupata, quasi stridula, mi segue, ma io non ascolto, non posso, sono preso dalla scia e altro non posso fare che procedere, non guardo altro che la sua testa in cima alla fila, appunto non guardo. Non guardo la strada, neppure le strisce, poco più in là, troppo preso per questa piccola necessaria precauzione; non guardo le auto, la gente che si ferma preoccupata, in attesa, non guardo, ma sento: un grande botto, freni che stridono, urla, bestemmie e soprattutto sento la voce di Silvia, di solito così limpida adesso è un cristallo incrinato. Vedo il mondo che si capovolge, un mondo che di solito è per me così incomprensibile, adesso lo è ancora di più, mi ritrovo per aria, finalmente volo, penso, finalmente sono libero, ma la liberazione è di poca durata, crudele è la ricaduta, l‟impatto secco, lo scricchiolio di ossa, il dolore insopportabile, il sangue che, come una corona, si allarga tutt‟intorno a me. Silvia è in ginocchio accanto a me, piange, farfuglia parole sconnesse, vorrebbe toccarmi, ma ha paura di aggiungere male al mio dolore. ~ 146 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Togliti di mezzo” urla l‟automobilista infuriato” Toglietevi di mezzo” ribatte. “L‟hai ucciso” dice piano Silvia. “E‟ solo un bastardo, maledizione”. “E‟ il mio cane” dice Silvia ”hai ucciso il mio cane” e non parla più. Ha ragione: sono un bastardo, goffo, sgraziato, con un indefinito colore grigiastro. Anche nella prossimità della morte il mio pensiero, probabilmente l‟ultimo, va a Lei, a Lara e La vedo: lunghe gambe nervose, il pelo lucido di seta con un colore rosso di fuoco, occhi di un tenero nocciola e una linea che si può disegnare agevolmente con un dito; una linea da esemplare di razza, un puro, splendido setter irlandese. Sono un bastardo, penso mentre le palpebre si abbassano sempre di più, sono basso, tozzo e con le gambe torte, mai avuto un pedigree e mai aspirato a tanto, non derivo da una selezione attenta e meticolosa, ma da incroci casuali dopo annusate frettolose, il dolore mi travolge e sto per chiudere gli occhi. “ Sono un bastardo”, penso" ma il mio è un cuore di razza”. ~ 147 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Dario Sorgato Il fiore naufrago C‟era un fiore. Un fiore che non si era mai visto da quelle. Era cresciuto in un piccolo mucchio di polvere e guano incastrato tra le rovine di una lapide di un cimitero a pochi metri dall‟oceano. Quando soffiava il vento e le onde si gonfiavano le file di tombe più vicine alla riva venivano bagnate dall‟acqua. Si vedevano i segni di questo costante andirivieni di maree. Anche sulla tomba più recente, che portava incisa una data di morte del 1995, c‟erano pietre scomposte e blocchi levigati. Non potevano nascere fiori né brillare candele su quelle lapidi. L‟acqua del mare bruciava e spegneva tutto. Rimaneva soltanto il luccichio di sole e stelle. E carezze oceaniche. Dalla terza fila di tombe in poi, proseguendo verso il muro parallelo alla riva, l‟erba cresceva rigogliosa quanto più ci si allontanava dal mare, coprendo di verde gli spazi tra le tombe. “Vorrei mi mettessero qui, quando morirò”. Pensò Alice. Un pensiero prematuro per una ragazzina di 13 anni. Aveva i capelli neri, leggermente ondulati. Gli occhi neri. La pelle scura. L‟espressione vagamente triste, come se stesse già pensando molto più profondamente di quanto le spettasse, per diritto di spensieratezza adolescenziale. “E‟ un posto bellissimo”. Disse a sé stessa. Con voce leggera. Lo era davvero. Era un posto di confine, tra la terra e il mare. Tra la morte e la vita. Tombe e acqua. Il silenzio di un cimitero invaso dal frastuono di onde che arrivavano da chissà dove. Era un punto d‟arrivo per l‟oceano e per la vita. Un punto dal quale partire per le infinite strade e rotte che sul mare non si possono segnare. E c‟era quel fiore. ~ 148 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Che non si spiegava come fosse finito lì. Che scampava le onde perché era a qualche metro dal suolo e l‟acqua salata non arrivava a irrorare le esili radici. Forse era stato defecato da un uccello. Magari aveva galleggiato per giorni, per mesi, per chissà quale tempo, abbandonato alla deriva, spinto dal moto perpetuo fino a quella spiaggia, scagliato su quel pugno di terra fertile da uno spruzzo violento. Era un mistero che non valeva la pena cercare di spiegare. Era un fiore. Era rosso Alice andava a guardarlo tutti i giorni. Ogni mattina attraversava il paese e scendeva alla spiaggia, oltre la collina. Lo vedeva da lontano, prima ancora di riuscire a distinguere le tombe, che tuttavia conosceva a memoria, come case di un quartiere. Unico punto di colore tra il grigio delle pietre. Scintilla di sangue nel bianco e nero. Nel blu. Rosso come una rosa, con la forma di una stella. Sei petali a punta con una riga bianca in mezzo, filamenti bianchi con sfumature verdi e gialle. Uno stelo verde, perfettamente cilindrico, con larghe foglie cadenti. Unica sentinella a vegliare sugli eterni riposi. Anche se quel cimitero custodiva le lente trasformazioni di corpi presi in prestito alla cenere, non era tetro. Non volavano corvi neri nel cielo. Non c‟era profumo né di anemoni né di crisantemi. Era un posto invaso dal vento, intriso di sale e bianche onde ruggenti. Quel fiore era posato sulla tomba di Tonino Z. Nessuna data. Nessuno luogo. Solo un nome. Un nome senza volto, protetto da un fiore. Alice credeva che ci fosse una ragione per tutto. Sapeva che non era un caso che quel fiore fosse lì, rosso, davanti a lei, sulla tomba di quel Tonino. Era come un messaggio nella bottiglia, lanciato da un naufrago al destino delle onde, approdato a quella spiaggia. Il messaggio era scritto nel tempo, quello necessario ad un seme per diventare fiore. Ma per decifrarlo ce ne volle molto di più. Il fiore morì, senza che Alice lo vedesse. La bambina che era allora aveva smesso di recarsi al cimitero sul finire dell‟estate. Poi si trasferì con la famiglia in un‟altra parte dell‟isola e non tornò fino a quando aveva 18 anni. ~ 149 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Era il 19 luglio. Pioveva. Stava passeggiando sopra la collina, poco lontano dai luoghi d‟infanzia, ad un tratto vide il mare. Quel mare. L‟orizzonte era davanti a lei già da alcuni minuti. Vide quella spiaggia. E il cimitero. Si ricordò del fiore, del suo colore, delle righe bianche, del profumo che non aveva. Lo ritrovò nella memoria tale e quale, eretto sulla morte di Tonino Z, portato dalle onde che ancora si ripetevano uguali. Uguali. Uguali. Uguali. Alice si arrestò. Immobile su quella strada lucente che terminava alla spiaggia. I capelli arricciati, inzuppati di pioggia, ancora neri, i seni rotondi e sodi, le gambe lunghe. “Niente è uguale”. Pensò. Quel fiore, nato, cresciuto e sparito, lei, Alice, bambina e poi donna, il mare, in continuo movimento, le stagioni. Solo la morte ferma il tempo delle cose, le fa sparire dal mondo per lasciarle intatte nei ricordi. Il rosso del fiore non sarà diverso. Tonino Z. Ha smesso di cambiare. In un giorno e in un luogo sconosciuti. Coordinate in cui è nato un fiore. Che l‟avesse voluto o no, sotto quella sabbia era un uomo mai nato e mai morto. Solo un nome che poteva ancora cambiare, perché non aveva un‟immagine. Lui non era un fiore. “Era tuo padre”. Alice sentì queste parole sorprenderla da dietro. Sussultò, si voltò di scatto, allontanandosi d‟istinto. “Scusa, ti ho spaventata”. Alice non disse nulla. Ci volle qualche istante prima che si riprendesse. Guardava quell‟uomo di fronte a sé, le sue rughe profonde, le gocce di pioggia che scendevano dalla tesa del suo cappello nero. “Chi sei? Cosa vuoi?” Chiese, tremando. “Sono un amico di Tonino”. ~ 150 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Tonino? Chi è?” “Non far finta di non capire. Tonino Z. Il nome su quella tomba. Ti ho cercata per tanto tempo, Alice. Per dirti che era lui il tuo vero padre”. Alice lo guardò sconcertata, incredula. “Lei è pazzo, mi lasci in pace. Mio padre è Ruben, l‟uomo che ha sposato mia madre”. “Si, sono pazzo, me lo dicono tutti, ma non per questo Tonino non è stato tuo padre”. E‟ morto durante una tempesta. Hanno trovato i resti del suo peschereccio su una spiaggia non lontano da qui. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Non si sa nemmeno quando sia morto esattamente. Tu eri piccola, tua madre era ancora giovane. Era disperata. Ruben era un tipo in gamba. Un uomo che gestiva affari qui, a terra. Tua madre ha fatto bene a stare con lui, aveva bisogno di un uomo per crescere te. “No. Non è vero!” Urlò Alice. Silenzio. L‟uomo si avvicinò. La prese tra le sue braccia. Alice cercò di divincolarsi, l‟uomo cominciò ad accarezzarle la testa bagnata. “Avrei voluto fosse tua madre a dirtelo, ma non si decideva. Ora sei grande abbastanza ed è giusto che tu conosca la verità. Lo dovevo a tuo padre. Andiamo, abito qui vicino. Ti darò qualcosa di caldo e dei vestiti asciutti”. Alice non oppose resistenza. Piangeva. L‟uomo cominciò a raccontarle di Tonino. E quel nome cominciò a cambiare. ~ 151 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anna Maria Spada Ti ho conosciuta quando avevo 15 anni! Ti ho conosciuta quando avevo 15 anni! Eri il regalo che mi faceva un mio corteggiatore di allora! Abitava in Vaticano e ti si trovava soltanto lì! Eri colorata... Rosa, celeste, fuxia! Che gioia far vedere ai miei amici che ti avevo soltanto io. Che cosa eri? Solo e soltanto una sigaretta! Quando non vidi più quel ragazzo ti compravo dal tabaccaio. Incominciai con due in bustina, poi tre, poi quattro finchè a vent‟anni mi compravo un pacchetto. E‟ durata così per dieci anni e quando conobbi il ragazzo che diventò mio marito che fumava più di me, raddoppiai immediatamente la dose! Ti tenevo in mano con estrema disinvoltura. Ti estraevo dal pacchetto con la stessa abilità con cui un giocoliere estrae dal suo cilindro una colomba. Mi hai fatto compagnia nei momenti più belli della mia vita e mi hai consolata in quelli dolorosi. Abbiamo fatto te ed io le nozze d‟argento e adesso d‟improvviso i medici mi dicono che ti devo lasciare. Per essere più precisi a dirmelo è stato un pneumologo:”signora se lei smette di fumare morirà di vecchiaia!” Questa frase la presi come un buon augurio! Non riuscii però a smettere di colpo! Ci ho messo quasi un mese! Come un innamorato prima di lasciare la sua ragazza le dice un bacio, un bacio ancora! Io ti dicevo una tirata, una tirata ancora. Poi una sera prima di addormentarmi ti ho spento dolcemente…… Ti ho salutata e ti ho detto; anzi ho pensato: “da domani vivrò senza di te!” ~ 152 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ignazio Spadaro Illusioni Stavo dietro la finestra. Il crepuscolo aveva ormai abbandonato il cielo ed esso ora cadeva in un torpore profondo. Gli alberi dalle foglie appassite proiettavano sul selciato le loro aspre ombre alla malinconica luce del lampione. Già nel vago torpore della mia mente s‟inseguivano mille confusi pensieri, come se la notte premura avesse d‟attrarmi in suo potere, quando in fondo al viale scorsi un chiarore che squarciava il buio della via. Era una luce flebile e soffocata, quasi implorante aiuto, e sentii i passi come d‟uno stanco e malandato viandante. Corsi fuori, e vidi la piccola face più lontana, sempre più debole e fioca. Pensai fosse un mendicante con la sua lanterna, e senza che me ne rendessi conto, iniziai a perdermi in fantastiche storie di solitudine ed eremitaggi… Mi chiesi da quali remote lande quell‟uomo giungesse, e cercai d‟immaginarmene le genti… Ecco, sì, mi apparivano boschi, e montagne, e mari spumeggianti, e cieli di nubi, che si confondevano nell‟imago come in un‟onirica visione… Rapito da quell‟irreale caleidoscopio mi sembrava di avvertire brezze remote, e in esse di udire l‟eco di arcani saperi che appartenevano ad un mondo lontano… sì, un mondo che quell‟uomo conosceva bene… D‟un tratto, una lucciola piroettò attorno al mio viso. Il chiarore non c‟era più, ed ero rimasto solo nel viale oscuro… solo con i miei pensieri, la mia anima, il mio essere, sentendo il battito del mio cuore e il mio respiro, ridendo di me e del mio lasciarmi ingannare. Ma fu allora che capii: c‟illudiamo d‟essere potenti, grandi in opere e parole, ma poi, come semplici fanciulli, inseguiamo un sogno evanescente, finché non scopriamo che… è solo una lucciola. Allora il nostro animo s‟abbatte, tutti i miraggi che ci hanno sorretto svaniscono. Perché, sì, viviamo d‟illusioni. ~ 153 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Andrea Spartà La Forma del Destino Sapete cosa si prova ad essere sepolti da una valanga di scatolette di cibo per cani? Beh, Daniel Rose Crimson sì, lo sa. Come fa a saperlo? È semplice, ma dobbiamo fare qualche passo indietro e sviscerare l‟incredibilità delle combinazioni dei più piccoli eventi del nostro mondo e delle nostre vite per capire fino in fondo quando trascendente sia il Destino. Visto che non voglio dilungarmi troppo, inizierò da un semplice giovedì mattina di una semplice giornata calda di fine estate. Quella mattina, in un condominio anonimo di una cittadina anonima, il portiere si era alzato controvoglia, stordito e infastidito per l‟agitata nottata appena trascorsa, e aveva passato troppa cera nell‟atrio. Fu così che il postino, mentre si dirigeva spedito verso le cassette delle lettere, scivolò. Nella rovinosa caduta sbatté la testa a terra e quindi il portiere, corso in suo aiuto, dovette cercare del ghiaccio. La signora del primo piano, scesa nell‟atrio dopo aver sentito il grido e il tonfo del postino, tuttavia, aveva il freezer guasto da tre giorni, quindi il portiere si ritrovò costretto a correre al citofono per cercare aiuto e, sempre più agitato, prese a cliccare i bottoni a caso. La prima a rispondere fu la vedova Crimson, del terzo piano. Il portiere le chiese se avesse del ghiaccio e pochi minuti dopo il malcapitato postino si ritrovò con il suo impacco freddo sulla testa. Intanto la vedova Crimson veniva riaccompagnata nel suo appartamento sorretta dal portiere stesso in quanto, scendendo rapidamente le scale, aveva preso una storta alla caviglia destra. Nello stesso istante in cui la vedova chiudeva la porta di casa alle sue spalle, il suo unico figlio, Daniel, si stiracchiava vistosamente, sbadigliando, davanti alla cucina. L‟indice della donna lo puntò senza pietà. La frase vai a fare la spesa sibilata un istante dopo non lasciava al ragazzo alcuna possibilità di scampo. Tuttavia il supermercato a pochi isolati da quell‟anonimo condominio era chiuso da quattro giorni a causa di un allagamento, quindi Daniel dovette inforcare la sua moto e fare dieci minuti buoni di strada e tre semafori per raggiungerne un altro. Era ~ 154 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ entrato pochissime volte in quel supermercato, quindi non conosceva l‟esatta ubicazione di metà delle cose che sua madre gli aveva scritto su quel foglietto che ora guardava con tanta disapprovazione tra le sue mani. Dopo aver vagato per due settori senza trovare nulla, s‟infilò rapidamente nel terzo, svoltando dietro l‟ennesimo scaffale. Capite, ora? Se il portiere, la sera prima, avesse mangiato meno cozze durante la cena da sua suocera riuscendo così a dormire serenamente, se il postino si fosse ricordato di mettere benzina nel serbatoio quasi vuoto del suo motorino o se avesse avuto le mani libere per attutire la caduta a terra, se il freezer della signora del primo piano non si fosse guastato o se il tecnico che aveva chiamato fosse stato libero in quei giorni in modo da poterlo riparare subito, se il portiere avesse avuto un po‟ più di sangue freddo e meno sensi di colpa da poter pensare lucidamente e prendere il ghiaccio che aveva nel suo appartamento, se lo straccio per pulire il lavandino della signora Crimson non si fosse strappato costringendola ad andare nello sgabuzzino per prendere quello nuovo e facendola, quindi, passare davanti al citofono del proprio appartamento proprio mentre quello stesso citofono prese a suonare con impazienza destando Daniel dal suo bel sogno, se la stessa vedova avesse fatto più attenzione mentre scendeva le scale, se lo stesso Daniel si fosse rigirato nel letto riprendendo sonno invece di seguire il brontolio del suo stomaco verso la cucina, se il portiere avesse pensato che fosse più logico suonare prima agli appartamenti dei piani più bassi o se avesse suonato con più delicatezza, se un paio delle tubature del supermercato vicino non fossero esplose proprio quattro giorni prima impegnando il tecnico chiamato dalla signora del primo piano e costringendo lo stesso supermercato a restare chiuso per almeno una settimana, se il primo ed il terzo semaforo non fossero stati rossi o se il secondo non fosse stato verde, se quella donna alla guida della sua Chevrolet rossa non avesse impiegato sette minuti in manovre inutili per riuscire a posteggiare nel parcheggio di quel supermercato bloccando il furgone dietro di lei che impediva persino alle moto di passare, se Daniel avesse chiesto informazioni a qualcuno invece di vagare a vuoto per quei due settori perdendo tempo, se quel centurione romano durante l‟11 d.C. Non avesse calciato proprio quel sassolino durante una delle solite giornate afose… oppure, infine, se semplicemente Kayleen Jetson non avesse tolto proprio ~ 155 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ quella scatoletta di cibo per cani dalla grande piramide, messa lì per dar risalto alla nuova ricetta, ricca di proteine, per i migliori amici dell‟uomo… beh, appunto, se solo una di tutte queste cose (e mille altre ancora che non mi è possibile citare) non fosse avvenuta, o fosse avvenuta con un millesimo di secondo di ritardo sul grande orologio del mondo, Daniel Rose Crimson non avrebbe mai saputo cosa si prova ad essere sepolti da una valanga di scatolette di cibo per cani. …e non avrebbe mai incontrato Kayleen Jetson. Il Destino, il Caso, Dio, o qualsiasi altro nome vogliate dare a questa inevitabile forza motrice che, come una raffica di vento, ci travolge senza lasciarci possibilità di fuga, assume, a seconda dei casi, diverse forme. Chi può mai dire quale sarà la forma con la quale si presenterà a voi? Quel che è certo è che il vento del Destino arriva sempre per un motivo e porta sempre con sé uno scopo. Vedete… se Daniel Rose Crimson e Kayleen Jetson non si fossero mai incontrati e non si fossero innamorati, se non avessero deciso di sposarsi dopo tre anni di fidanzamento ufficiale, se non avessero concepito mio nonno durante la luna di miele e se tutto il resto non fosse andato come invece è andato… io, adesso, non sarei qui e non potrei raccontarvi questa strana storia. Incredibile, davvero? Sarebbe persino bastato che il sassolino calciato da quel centurione romano avesse preso un rimbalzo diverso senza finire ai piedi di quella bella contadina, che cercava di vendere i frutti del suo campo al mercato, per far sì che io non esistessi. E voi, magari, in questo momento avreste fatto qualcosa di diverso dal leggere queste righe. Potevate anche morire, in un qualsiasi modo (e, fidatevi, il mondo moderno ne fornisce a bizzeffe), quindi potrei anche avervi appena salvato. E invece no, quel sassolino è rimbalzato proprio in quel modo e lo sguardo della contadina è caduto proprio su quell‟imbarazzato soldato e io sono qui per cercare di farvi capire quanto immensa sia la fortuna che ho di raccontare questa storia e quanto immensa sia la fortuna che avete voi di leggerla, perché se io posso scrivere e se voi potete leggere allora, a rigor di logica, abbiamo ricevuto, incredibilmente, il dono della vita. Non è possibile pensare di sprecare una tale fortuna, vero? E se poi si pensa di esistere grazie ad una scatoletta di cibo per cani… ci si rende pienamente conto delle incredibili e stravaganti ~ 156 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ forme che il signor Destino può assumere per ricordarci quanto immenso Egli sia. ~ 157 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Antonio Spena Don Gustavo ci lascia Ero appena uscito da casa in quella torrida mattina di luglio e mi affacciavo sulla piazza del paese, quando mi vedo venire incontro compare Pasquale, con il suo passo cadenzato e tranquillo. Appena mi fu vicino incominciò a parlare con voce sommessa. “Tonino, è successa una cosa orribile, lui non c'è più, stamattina è venuto a mancare. Il paese, con la sua morte, ha perso un pezzo di storia”. “Pasquale ti vuoi spiegare meglio? Vorrei capirci qualcosa, di quale morte stai parlando. Chi è morto?” “Ma come! Non sai nulla. E‟ terribile è terribile, l‟uomo, l‟amico, la sapienza del quartiere non c'è più, ci ha lasciati, se ne è andato all‟improvviso, senza neanche salutarci. E pensare che ieri sera eravamo insieme alla Cavanova, a discutere e a parlare di questa vita effimera”. ”Vuoi dirmi chi è?” “E‟ morto, è morto don Gustavo!”. Restai sconvolto, non dissi niente, affrettai il passo e mi diressi immediatamente verso la sua abitazione. Alcune persone e pochi parenti erano già davanti casa. Varcai la porta e salii le scale strette di quella casa costruita su più piani come del resto sono tutte le case antiche di Bella, legate tra di loro, unite, abbracciate. Appena affacciato sulla soglia della porta, vidi al centro della camera la bara con dentro lungo e disteso don Gustavo. Una lacrima uscì dai miei occhi scendendo lentamente sulle guance, mi avvicinai alla bara e gli toccai le mani fredde come la neve, dure come la terra che aveva coltivato per tutti questi anni. Disteso supino in quel letto di tavole, sembrava più carino. Finalmente il suo vulcanico cervello poteva riposare e non pensare più al denaro, al guadagno, alle maldicenze. Mi avvicinai alla moglie e la strinsi forte, con commozione e affetto: “Don Gustavo questo non doveva proprio farcelo, è stato uno scherzo di cattivo gusto”. E lei ricominciò di nuovo a piangere. Aveva perso il suo uomo, il padre di suo figlio, il marito. Con la sua morte anch‟io avevo perso qualcosa; l‟amico, la sapienza, l‟esperienza di un uomo ~ 158 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ colto della vita quotidiana, il narratore del quartiere. Ma in fondo, nella mia disinteressata verità, veniva fuori l‟egoismo che intrepidamente mi faceva diventare sarcastico nel pensare che dalla sua morte avrei potuto, l‟indomani durante il funerale, capire che cosa avesse lasciato ai suoi compaesani, se di lui fosse rimasta traccia, anche minima. Tutto questo mi agitava e mi stimolava come le reazioni, le dicerie e le critiche, perché pensavo che certamente ce ne sarebbero state. Non tutti stimavano don Gustavo. Tranne me, forse, e l‟amico Pasquale. Il resto era soltanto facciata, rispetto per l‟uomo di strada colto e intelligente, come era don Gustavo. Tutti indistintamente avvicinandosi alla vedova le dicevano: “Donna Angelina, che uomo!”. “Un vero galantuomo, un marito e padre esemplare”. “Un amico”. “Un signore”. “Una persona buona”. “La cultura popolare”. “Aveva sempre una parola buona per tutti”. “Un grande lavoratore, tutto casa e lavoro, ci dispiace di averlo perso. Fatevi forza e coraggio, donna Angelina”. E lei, con un filo di voce rispondeva: “Grazie”. Sapendo che quelle erano parole del momento presente, frasi false, perché anche lei aveva appreso che in vita don Gustavo era odiato per la sua posizione economica e per il suo dire e parlare di tutto e di tutti, senza remore e ritegno. Poi, si fermavano davanti la bara, la toccavano appena e andavano via. Le persone sono false, idiote. Particolarmente in queste circostanze. In quanti, gli hanno voluto bene da vivo? “Pochi!” In quanti lo ricorderanno ora che non c‟è più?” “Nessuno!” La gente è ingannevole e ipocrita, come il coccodrillo che quando meno te l‟aspetti ti azzanna. E poi è condiscendente quando l‟uccellino gli pulisce i denti rispettandolo e godendo del suo altruismo momentaneo. La gente seguiva il corteo funebre in quel caldo giorno di luglio a gruppi, ammassata una dietro l‟altra, vicina all‟altra, per poter parlare e sparlare. Io in mezzo al corteo me ne stavo in disparte, ~ 159 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ contemplando l‟evento, con tristezza e grande dispiacere. Qualcuno diceva al suo vicino: ”Si credeva un padreterno, adesso non conta più nulla”. “Ne aveva sempre per tutti”. “Era un uomo orgoglioso”. “Un presuntuoso”. “Un uomo egoista”. “La sua modesta e falsa povertà l‟ha perduta per sempre”. “Era un uomo difficile con un carattere originale”. “Ha finito di raccontare le storie degli altri. Adesso, saranno gli altri a raccontare la sua vita, le sue vicende, la sua scalata al successo e alla ricchezza di “palazzaro”. Era un uomo tirchio e avaro peggio di uno scozzese. Era superbo, a volte arrogante nel credersi una persona semplice e un modesto coltivatore della terra che a mala pena gli permetteva di tirare avanti. Ma lui, “minchia” se lo sapeva di essere ricco come un giapponese. La sua spudorata freddezza adesso non gli servirà più, i suoi denigratori ora avranno tutti ragione, perché nessuno oserà più sfidarli e additarli come faceva e sapeva fare solo lui”. Camminavo guardando i volti delle gente annoiata dietro il corteo che si snodava lento per la strada principale, prima di giungere alla grande piazza, dove era situata la chiesa. L‟Uomo giusto e del bene, avrebbe giudicato il suo operato. Il carro funebre lo stava portando via, mi avvicinai per l‟ultimo saluto. E‟ stato un uomo che innegabilmente ha lasciato una traccia a chi come me ha avuto la fortuna di averlo amico. Ha lasciato anche rabbia e veleni a chi non lo ha mai digerito, a chi aveva invidia della sua caratura di uomo preparato e sicuro. Ha fatto crepare gente che era invidiosa della sua ricchezza, astiosa della sua bravura e del suo carisma. Addio don Gustavo, in fondo eri un valente mattacchione e un abile burlone. Ed io, ora mi chiedo com‟era possibile che mi fossi lasciato coinvolgere nell‟intricata tela della tua amicizia, sapendo a priori che tu non amavi nessuno. A volte parlavi male anche di me. Adesso con la tua scomparsa parecchie cose sono cambiate. Alla Cavanova la gente è più serena, la vedo più distesa e rilassata. Alla tua morte in parecchi hanno tirato un sospiro di sollievo. Qualcuno, forse, si è ubriacato e ha brindato. Nella vita ci sono due verità: “la verità! E la vera verità!” ~ 160 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Paolo Sylos Labini Meteoropatia Stephan sedeva. La schiena curva sulla sedia, i gomiti poggiati sulla scrivania, le mani invischiate nei capelli, Stephan sedeva e fissava il vuoto. Da molto tempo. Al suo volto scolorito la parete rivolgeva muta solo malinconia; la stessa polverosa, grigia malinconia che permeava il resto della stanza. Quasi sottilissima polvere, quasi finissimo velo, il grigiore si stendeva difatti su ogni cosa: sui versi macchiati d‟ansia sparsi sul pavimento, sui vestiti quasi sudici appoggiati sul letto, sul letto stesso; impregnava persino quello scorcio di nuvole chiare concesso dalla finestra, e la città sotto di quelle gelida. Stephan soffriva della mancanza di colore. Vittima di quei tormenti che sono propri di chi sa sentire, egli era due volte maledetto: perché lo stesso sentimento che gli rendeva insopportabile la vita lo teneva inchiodato a quella sedia, incapace di modificare alcunché. E non poteva scrivere. Pensieri che dall‟esterno sarebbero parsi insolitamente profondi, romanticamente intensi, orgogliosamente sofferenti, si rivelavano solo deliri, annebbiamenti. Immagini spaventose, paradossi di tumultuose luci che si facevano ombre, si scoprivano inesprimibili, inesistenti. Musiche ripetitive, angoscianti, suonavano troppo violente per essere comprese. Parole sconnesse sgusciavano – ma a che valeva? Era forse quello scrivere? – Spinte fuori, forzatamente dalla penna precipitando su quegli stessi fogli accumulati a terra, e che si andavano accumulando sempre più, e quel mare di carta si faceva a mano a mano più impetuoso, le sue onde scure d‟inchiostro lambivano i piedi, le gambe, i fianchi di Stephan, s‟innalzavano veloci abbattendosi d‟un colpo ed ogni colpo era più forte sulla schiena e lo spingeva, o lo attirava, sempre più di modo che di lì a un niente – già c‟era – vi ~ 161 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sarebbe caduto, sarebbe finito in quel nero e il nero l‟avrebbe avvolto stritolato inghiottito… Luce. Le nuvole all‟orizzonte si erano aperte al sole che inondava ogni cosa, e una risata inspiegabilmente serena uscì dalle labbra semiaperte di Stephan, che gettò la testa all‟indietro e fissò la finestra. La città risplendeva di una nuova vita, nuovi suoni, nuovi colori; la polvere era sparita dai tetti e dai passanti, soffiata via dalla freschezza nuova della stella. Tormento! Che follia. La gioia montava in lui passando dal sorriso agli occhi, dagli occhi al sorriso e quel sole, quella luce inaspettata e nuova pareva il dono più grande del destino all‟uomo. Spalancò la finestra e il gelo immobile dell‟aria lo avvolse dolcemente; freddo e caldo giocavano insieme sulla sua pelle, strisciando nelle maniche e nelle pieghe dei vestiti, colando dal mondo sul suo corpo grato. Raccolse i fogli ormai morti, inoffensivi, dal pavimento. Scuro…tumulto…soffrire. Angoscia…inquietudine…vuoto. Assurdo. Potersi avvicinare senza allegria allo spettacolo allegro della vita era assurdo. Come aveva potuto? Ad una ad una lasciò che una brezza leggera sfogliasse le carte che teneva in mano e gliele portasse via. Silenziosa tragedia, mancanza di senso… Lo aveva scritto lui! Impossibile. E adesso quella follia si perdeva lontana – che strano destino per quei monumenti alla pesantezza, disperdersi volteggiando in una gaia mattina d‟inverno! – e il senso era ovvio; il senso era nel gioco del gelo sulle sue guance, e in ogni altro gioco. Che fare adesso? Come rimediare al tempo disperso nelle cose serie, nelle cose gravi, come ringraziare la natura benigna del gradito dono? Doveva scrivere. Certo! Doveva rimediare alle rime dure, angosciose, pregne, doveva ripagare il mondo del dolce sentire che quello gli aveva concesso, doveva scrivere, scrivere, scrivere una nuova leggera essenza che avrebbe cambiato ogni cosa! Si sedette alla scrivania e sollevò delicato la penna. Non la strinse convulsamente come era solito fare, né premette le unghie fin dentro la carne, né bagnò la pagina di lacrime solitarie. Solo, fissò il foglio. ~ 162 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Adesso il freddo che entrava dalla finestra aperta gli rizzava i peli sulle braccia nude e lo scuoteva a tratti di leggeri brividi; così si alzò e la chiuse, rubando un‟ultima occhiata ai palazzi bagnati di luce. Continuava a fissare il foglio, la penna immobile, lo sguardo concentrato, il sorriso ancora sulle labbra. Il fascio di luce che arrivava dalla finestra fin sopra la scrivania lo deconcentrava, rubandogli l‟idea quand‟era sul punto di scriverla, e cominciò a massaggiarsi distrattamente i capelli mentre cercava di dare un nome e un verso alle sensazioni. Quando la luce lo distrasse per l‟ennesima volta, si alzò e sbarrò la veneziana. Adesso nella camera i pochi raggi rimasti annegavano in un silenzio profondo, pieno. La mano di Stephan affondò nei capelli mentre fissava il foglio ancora bianco. Proprio adesso che sapeva cosa dire, adesso che aveva scovato il senso, gli mancavano le parole. Il gomito premeva sempre più sul legno della scrivania, le dita tamburellavano sulla fronte corrucciata. L‟immagine del sole che fendeva le nubi si faceva intanto opaca, distante. La melodia che l‟accompagnava prese un fare oscillante, e si faceva ora sottilissima, ora troppo forte, e il suo ritmo rallentava e accelerava e riprendeva a tratti. Ma finalmente Stephan cominciò a scrivere. E mentre scriveva, e scriveva sempre più velocemente, e intensamente, e sentitamente, e stringeva la penna sempre più forte, tanto da affondare le unghie nella carne, e si chinava con la schiena sempre più sul foglio, anzi sui fogli che si erano già fatti decine, e il suo gomito premeva sempre più sul legno, e la sua mano s‟infossava sempre più nella fitta chioma, e i fogli strappati finivano a terra macchiati d‟angoscia - le lacrime, ad una ad una, silenziose, si gettarono sulla carta per mischiarsi all‟inchiostro. ~ 163 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Nathalie Spinelli Il dolore non ha voce Juliette … Sono solamente io che ti guardo ancora, solamente io che ho quegli occhi velati da una coltre di lacrime che non cesseranno di cadere. Appoggio le mie labbra al pc, lo sfioro con le dita, lì ci sei tu impresso a colori a caratteri cubitali e la meccanicità della situazione viene fuori come quando scrivi “miss you baby” ma non ha la stessa valenza che dirtelo prendendoti le mani, toccando i tuoi capelli corti … tuffandomi in te attraverso i tuoi occhi. L‟odore della tua pelle che mi fa sentire a casa dopo mille chilometri trascorsi con la mente vicino ad ogni cosa che fai. In stazione, dopo il tuo viaggio, è stato semplicemente questo: un tuffo al cuore, un tuffo con le braccia esauste di chi non ha voglia di nuotare e si lascia semplicemente inghiottire … Ricomincio da qui, rientro con il rumore nelle orecchie dopo un post concerto. Mi siedo per sfilarmi gli stivali, fa un caldo terribile e il mio vestitino lavanda è sgualcito e sa di cocco; gli butto un‟occhiatina primo di lanciarlo in lavatrice e mi accorgo di averlo macchiato di mascara in macchina, mentre piangevo sulla strada di casa. Come da un parquet disconnesso viene fuori dalle fessure … Ti rivedo a tratti, un insieme di sequenze. Seduti al Clancy, uno di fronte all‟altra e poi un susseguirsi di nottate, di giornate a piangere, ridere, chiacchierare, fare l‟amore. Ci siamo appiccicati e per un mese è stato un proteggersi a vicenda: io dal tuo dolore e tu dalla mia inettitudine all‟amore. Poi lo spegnersi lento e il dormire nel tuo lettone, questo ti ha frenato …. Sfiorarmi con le dita il viso mentre dormivo, capire che mi ero innamorata di te e che avevo la fragilità di qualsiasi donna: mi avevi tolto la corazza. Unita per questo e ogni volta che alzo gli occhi vedo te, che baci un‟altra, che la porti da Zara, che le regali un libro. Vedo te che mi ferisci e il dolore è sordo, come quando vado in pezzi …il dolore non ha voce. ~ 164 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Le parole non sono servite. Nella tua autodistruzione hai ferito me ma amare è prendersi il bello e il brutto e ti ho preso in ogni cosa, in ogni piccolezza. Amare chi meno ti aspetti, condividere una marea di sciocchezze e catalogarti nelle storielle. Non sono semplicità o durata che rendono più o meno importante qualcosa: sono cuore, cuore e ancora cuore. Cuore, come spugna zuppa di sangue, dentro un contenitore di latta, cuore come granelli di polvere che non ti abbandonano le mani neanche quando le sfreghi energicamente, cuore come lacrime su uno sciocco vestito comprato per piacerti, cuore …. Cuore ogni volta che con i tuoi occhi non la smetti di guardarmi. Farsi accarezzare l‟anima da qualcuno e qualcosa che, come un fiume, scorre lento. Lasciarsi trasportare e sentirsi vivi. Vivi nel cuore, vivi nel respiro, vivi nell‟affanno della quotidianità. A volte le parole non bastano per spiegare e a volte una melodia, ascoltata in silenzio, con le cuffie nel vuoto di una stanza piena di ricordi, fa venire un nodo alla gola che difficilmente riesci a sciogliere. Mancanza di te, delle tue sonorità, di un risveglio che abbia il sapore di due come noi. Ciao R. Torna presto ….. Tua Juliette ~ 165 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Antonio Sposito Due cene per un amicizia Caro Andrea, Le due cene che hai organizzato le ho trovate fichissime e mi è piaciuto molto il nome che hai dato loro: “fishday” quando era tutto a base di pesce e “boscoday” quando si mangiava funghi e bacche. In verità hanno avuto entrambe un grande valore per me perché il “fishday” è stato una sorta di rito di iniziazione, mentre il “boscoday” una conferma. Non so se il mio sarà stato un pregio, un difetto o semplicemente una mia caratterista ma…ammetto di essere sempre stato un lupo solitario amico di tutti ma che poi non si è mai legato a nessuno. Ho avuto varie comitive nel mio cammino e da ognuno di essi ho preso un pezzo e poi sono andato avanti per altra strada. Ero alla ricerca di qualcosa ma non sapevo di preciso cosa. Sapevo solo che ero un uomo incompleto e volevo completarmi ma cosa cercavo l‟avrei saputo solo se l‟avessi incontrato e così riconosciuto. Quando ero bambino mio padre mi disse che la cultura è come un alfabeto: più lettere impari e più parole sarai capace di scrivere. Così non mi sono mai risparmiato nell‟osservare, porre domande e fare di ogni incontro un occasione di crescita. Tuttavia, mancava qualcosa. Ma cosa? Il sabato alle volte stavo con voi, alle altre con altri amici, altri sabato lavoravo, qualche altro credo di essermene rimasto a casa. Un sabato, però, mi telefonò Rossella e mi chiese se mi andava di partecipare al “fishday”. Avevo già avuto un altro invito ma mi sentì più attratto da quello di Rossella e così accettai. Ebbi modo in quell‟occasione di conoscere Giuseppe e Barbara e, non perché mi leggeranno, mi furono da subito simpatici. Ebbi modo di conoscere meglio Claudia, che avevo semplicemente visto qualche tempo prima ma mai ci avevo parlato veramente. ~ 166 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ L‟invito avvenne proprio nel periodo giusto, quello in cui volevo imitare il fiume che scorre sereno fino a giungere al mare. Così mi lasciai andare vivendo la gioia dell‟appartenenza, dell‟accoglienza e della condivisione. Nel “boscoday” sperimentai così la gioia che un lupo solitario in genere non conosce : il sentirsi parte di un gruppo. Ed è bello quando Giuseppe mi chiede “ci vediamo sabato?” Ed è stato bello l‟invito di Barbara alla sue festa di laurea. Ed è bello quando Andrea o Rossella mi chiamano il sabato per chiedermi “allora, sei dei nostri?” Sono dei piccoli gesti ma anche il monte più alto è fatto da atomi e così grazie ad essi sto sperimentando nuove gioie ed ho compreso cosa mi mancava per sentirmi completo : appartenere ad un gruppo, fermarmi e ristorarmi in esso e con esso. Un grazie a tutti voi perché è con tutti voi che sto camminando da un periodo a questa parte e, pertanto, ognuno sta giocando il suo ruolo nei confronti dell‟altro. Vi abbraccio forte. ~ 167 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Lorenzo Spurio Le stelle intermittenti Ogni volta che mia madre mi sgridava, correvo in soffitta e mi mettevo a guardare le stelle. Erano belle. Alcune mandavano una luce intermittente come se si trattasse di una abatjour accesa e spenta di continuo. Altre avevano una luminosità continua. A me piacevano di più quelle che si accendevano e si spegnevano perché, in fondo, avevano qualcosa di più misterioso. Spesso fissavo la stessa stella che si oscurava e poi ritornava ad essere lucente nei minuti di seguito poi, chiudevo gli occhi per alcuni secondi e, quando li riaprivo, cercavo di indovinare quale era la mia stella. A volte mi riusciva ma nella maggioranza dei casi no. Cercavo di convincermi che quella che vedevo era proprio la mia stella ma poi ne vedevo altre vicine molto simili ed entravo improvvisamente in crisi cosicché mi infastidivo e ripetevo il gioco anche tre o quattro volte di seguito. Passavo delle intere nottate in soffitta ad ammirare le stelle. La mamma, avendo la sua camera di letto al piano inferiore, credeva che mi trovassi a dormire. Ed in realtà lo ero perché nel mio colloquio con le stelle c‟era qualcosa di anormale o di surreale. Era come se mi trovassi nello stato di torpore che precede il sonno. Per la mamma stavo dormendo ed invece io trovavo la mia pace contemplando l‟infinità della volta azzurra soffermandomi ogni volta su alcune stelle che, più che sembrarmi delle stelle, per me erano dei lumini fiochi e distanti che venivano lambiti da un vento freddo e regolare che le faceva spegnere e riaccendere al tempo stesso. Quando morì la nonna la mamma prese ad accatastare una serie di cose appartenute alla nonna nella soffitta. Inizialmente fui infastidito da questo perché, pur volendo bene alla nonna, non volevo che il mio spazio venisse condiviso con altri. Più volte avevo pensato di dire alla mamma che siccome la nonna era morta anche i suoi vestiti e la sua poltrona avremmo dovuto buttare via. Non mi azzardai mai a farlo, temendo che la mamma mi dicesse qualcosa di brutto. Così nel giro di poco tempo la soffitta venne riempita di vestiti, coperte e della poltrona appartenuta alla nonna. Quando la mamma credeva ~ 168 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ che dormissi io andavo ogni volta a sistemare la roba in maniera che prendesse lo spazio più piccolo possibile e che potessi quindi continuare a stendermi sotto il lucernaio. Ogni volta la mamma non si accorgeva che qualcuno spostava la roba appartenuta a sua madre. Visto che quello che importava alla mamma era accatastare le robe della nonna in soffitta e non di conservarle come ricordo, un giorno presi una gonna della nonna e la tagliai a brandelli con un paio di forbici arrugginite, anch‟esse appartenute alla nonna. Disposi i pezzi della gonna della nonna sul pavimento in maniera confusa, non so per quale motivo ma poi fui infastidito dalla vista di quei brandelli e cosi decisi di buttarli via ma non sapendo dove gettarli in modo che mia madre non li vedesse, li gettai ingenuamente dalla fessura del lucernaio. Notavo che la mamma era cambiata molto dopo la morte della nonna, forse stava ancora soffrendo la sua mancanza. Cercavo di starle vicino ma questo non serviva ad alleviare il suo dispiacere che si fece tanto più acuto quando capii che la mamma faceva utilizzo di gocce che avrebbero dovuto tenerla su di morale. Non ci riuscivano a tenerla su. Il suo volto era diventato molto pallido ed aveva gli occhi molto infossati. A volte facevo difficoltà anche a sentire la sua voce poiché aveva cominciato a parlare con un tono flebile, ulteriore segno della sua debolezza. Cominciavo a pensare che anche la mamma presto sarebbe morta e allora sarei stato costretto ad ammassare le sue cose in soffitta per liberare la casa. Cercavo di rifuggire quel pensiero perché avrebbe significato la fine del mio svago notturno. Una sera, dopo essermi assicurato che la mamma avesse preso la sua dose di gocce per star tranquilla e per dormire, andai in soffitta e mi sdraiai sotto il lucernaio. Non c‟erano stelle. Non riuscivo a vedere nessuna stella, nemmeno quelle che normalmente emanavano una luce continua. Pensai che forse la causa della mancanza di stelle era che c‟era cattivo tempo e per questo c‟era una cattiva visibilità. Chiusi gli occhi più volte, sperando di trovar le stelle una volta che tornavo a riaprirli. Niente. Allora mi alzai e cercai di forzare la piccola finestrella del lucernaio, quando mi accorsi di una cosa che mi mise di cattivo umore. Il vetro del lucernaio era completamente ricoperto dai brandelli di gonna della nonna che la sera prima avevo tagliuzzato, impedendomi la vista delle stelle. Tolsi subito quei pezzi ~ 169 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ di stoffa e mi sdraiai ad ammirare le stelle ma non provai nessun piacere nel farlo. Ad un certo punto mi alzai e mi sedetti sulla poltrona che era stata della nonna e scoppiai a piangere. ~ 170 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Maria Nadia Stefano Un sogno piccolo piccolo “Celeste!” La voce di mia madre risuona minacciosa nell‟aria “Non dimenticarti di comprare i fagiolini. Stasera abbiamo ospiti a cena! E giacché ci sei compra pure del gelato! E torna presto che devo iniziare a cucinare!”. “Va bene” rispondo inforcando la mia bicicletta. Da quando sono disoccupata è lei il mio mezzo principale di locomozione. L‟auto la uso solo in caso di necessità. La benzina è troppo cara e i miei genitori mi aiutano come possono: sono pensionati e in casa siamo in cinque! Cinque bocche da sfamare! I miei fratelli lavorano in un‟azienda che di recente è andata in crisi e da quattro mesi sono in mobilità. Una notizia che si è abbattuta sulle loro famiglie come una mannaia, visto che le mie cognate non lavorano. Come passo le giornate? Semplice, faccio commissioni per conto dei miei familiari che mi assillano con le loro richieste. “Celeste, comprami le medicine” – mio padre, il mio incubo – “Celeste, va in erboristeria e poi passa dalla lavanderia a prendere le camicie”- mia madre, alias la mia aguzzina – e poi ci sono i miei fratelli-schiavisti “Celeste, puoi andare a prendere Alessia dall‟asilo?” “Potresti rimanere a casa con Miriam? Così, la aiuti anche a fare i compiti”. Per salvarmi ricorro di tanto in tanto alle amiche: “Cinzia, dove sei? Io sono in giro, come al solito, per commissioni. Ci vediamo?”. La maggior parte delle volte, risponde si. Meno male. Così mi sfogo un po‟. Dopo il lotto, che gioco regolarmente – un euro a giocata, non posso permettermi altro – per ricavare pochi spiccioli che mi consentono di fare quelle piccole cose che con uno stipendio sono la norma – mettere benzina, comprare una crema – miraggio ! -, e via dicendo una sana chiacchierata con un‟amica è un vero toccasana! “Come va? Sempre a caccia di un posto di lavoro?” ~ 171 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Bene. Ieri ho fatto un colloquio. Mi hanno detto che mi chiameranno” “Che bello! Di che si tratta?” “Un call center. Speriamo non si tratti della solita vendita di prodotti per la casa o di bellezza. Sono stanca di stare al telefono con casalinghe annoiate e vecchiette che non vedono l‟ora di chiacchierare con qualcuno e alla fine non comprano niente e di sentirmi insultare per telefono da gente che non conosco e che subito dopo mi chiude il telefono in faccia. Che maleducati!” “Già. E l‟annuncio su Quotidiano?” “Una fregatura. L‟ennesimo annuncio-cerco-compagnia travestito da annuncio di lavoro, non so se mi spiego…” “Ti spieghi benissimo. Non sai quante volte mi è capitato. I responsabili della rubrica dovrebbero fare maggiore attenzione a chi mette annunci a pagamento sui giornali. Di questo passo non riuscirò mai a avere una vita mia. E dire che ho sempre sognato una casa, il matrimonio e dei figli…” “Anch‟io. Ma come si fa? A meno che non ci capiti un miliardario, mettere su famiglia in queste condizioni è praticamente impossibile! Sai? A volte, mi guardo allo specchio e mi dico: com‟è ho fatto a arrivare a quarant‟anni? Mi sembra ieri che andavo a scuola e uscivo con le amiche. E adesso le commesse nei negozi mi chiamano anche „signora‟. Che orrore!” “Già” sospiro. Se ci penso, mi viene da piangere. Quanti sogni, quante speranze, quante aspettative ... L‟altro giorno ho incontrato una compagna di scuola. Lavora in una prestigiosa azienda. Ha un appartamento tutto suo e viaggia molto. Invidia? Capirai, è la figlia di un politico locale che ha le mani in pasta dappertutto, quando si dice la fortuna…Ma, sapete che vi dico? Prima o poi la ruota girerà e anch‟io avrò la mia occasione. “ Celeste!” Cinzia mi scuote dai miei pensieri “Io vado. Ci vediamo in settimana!”. “Ok”. ~ 172 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giovanna Strano L‟odore del vino Stasera una lieve foschia avvolge tutta l‟isola. Il sole comincia a essere obliquo, i suoi raggi si distendono lievi arrossando le pareti del Castello Maniace, adagiato sul mare quieto e inerme dell‟imboccatura del porto. Ma qualcosa di insolito è nell‟aria; una nuvola sottile, invisibile, trasparente. Gli uccelli si dilettano a roteare nell‟atmosfera tiepida e tersa di un pomeriggio di primavera, in apparenza come tutti gli altri. La staticità di quest‟immagine che si dispiega davanti a me, sul terrazzo odoroso di rose e gelsomini della mia casa, in cima al promontorio della Penisola della Maddalena, riflette pienamente l‟inerzia del mio corpo, insensato e inutile. Ormai mi è permesso solo di muovere le braccia, il collo, la testa… e di pensare. Avrei preferito fare a meno del pensiero, della lucidità. Invece penso, profondamente, faccio solo questo, e soffro. Quando finirà questo lungo giorno, interminabile, lungo quanto una vita, capace di dissolversi in un attimo oppure di spegnersi fiocamente nell‟incoscienza dell‟oblio. La solitudine, il silenzio fitto, oramai mi accompagnano perennemente, senza mai lasciarmi… Ricordi… tanti ricordi affollano la mia mente, solo quelli mi danno ristoro e amarezza insieme, per il tempo perduto, per le parole non dette, le carezze non fatte… e ora tanto rimpiante. Ma forse il mio è un vano vagheggiare del nulla, di qualcosa che è strettamente legato al mio essere limitato, in quanto uomo… forse, qualunque cosa avessi fatto, ovunque fossi andato, ora starei ugualmente a rimpiangere. La perdita per ciò che non è più resta inesorabilmente insita in ogni fragile esistenza. Le prime luci si accendono sull‟isola di Ortigia. Il quadro prende vita, palpita di azioni, di intendimenti mossi dalle consuetudini di ogni giorno dell‟umanità in frenetico movimento. ~ 173 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Io osservo, dall‟esterno, quasi come esaminavo da bambino un formicaio operoso e pullulante sbucare tra i granelli marroni del terreno. Curioso restavo immobile a immaginare la finalità, il senso profondo insito nella natura, l‟istinto vitale che muoveva quelle condotte, strettamente collegate tra loro nell‟intento di dare forma a un progetto, di completare il mosaico di ogni tassello mancante. Mi chiedo se ho tratto insegnamento da quelle lunghe ore di analisi, se sono stato propositivo, coerente, sensato, se sono riuscito a esprimere ciò che pulsava nel mio petto, in tutto il mio corpo, nella mia anima. La forte voglia mi pervade, attraversandomi con impeto, di entrare dentro il quadro, di avere un‟altra possibilità, di potere riprovare… ma nulla cambia… ho già avuto le mie opportunità… il tempo passato non ritorna e mi inchioda alla mia poltrona morbida, immobile, inesorabile. Una barca, lieve, ondeggia tra le onde trascinata lentamente dalla forza della sua vela bianca, gonfiata dal vento… scorre davanti a me come la vita stessa. La giovinezza, la beltà, l‟attrazione fisica sperimentata, scoperta avidamente tra i campi, sui sassi, nel mare… Poi l‟amore per Angela, la mia dolce Angela… mi ha amato più di se stessa. In nome del nostro amore ha rinunciato a tanto, si è piegata, ha sofferto, ha urlato dentro di sé per le sconfitte e i duri colpi subiti… anche da me. L‟ho amata tanto, ma nell‟intimo dell‟anima… non rinunciando alla mia durezza, alla mia chiusura inviolabile. Avevo paura di amare troppo, di restare indifeso, di espormi alla sofferenza, all‟angoscia della perdita… e così ho sbagliato tutto. L‟ho persa ugualmente, nel dolore profondo di essere stato io, inconsapevolmente, a mandarla via. Quanta amarezza tra i miei ricordi… Afferro il campanello posto sul tavolino innanzi a me… concentro le mie deboli forze sulla mano, lo stringo, lo scuoto. Arriva subito Elvira, la donna che da qualche anno mi accudisce e mi aiuta nella mia malattia, chiuso in questa gabbia dorata che io stesso ho creato anni fa… credendo di avere bisogno di tranquillità, di solitudine… scavandomi un fosso buio nel quale perdurare, stanco e ammalato. ~ 174 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Le faccio segno verso la bocca. Lei capisce subito e ritorna con un vassoio, sul quale dondola il liquido vermiglio di una bottiglia appena stappata, racchiuso da un sottile cristallo bombato posto in alto al gambo trasparente e liscio. Poggia il calice sul tavolino rotondo, intarsiato di fiori e foglie stilizzate, e va via. L‟odore del vino, intenso e pregnante, si diffonde nell‟aria. Il rosso rubino, innanzi a me, si mescola al tramonto che infuoca dietro alle montagne lontane che incorniciano il porto. Il mare, con le sue lievi onde increspate dall‟aria che volteggia incurante, quasi giuliva, si colora di mille tinte calde e luminose. Prendo il bicchiere tra le mani tremanti portandolo al viso. L‟aroma penetra nei miei polmoni inebriandomi l‟anima di un attimo di piacere. Sorseggio lentamente, assaporandone ogni goccia preziosa… dovrò aspettare domani per gustare nuovamente di questo momento, proibito per la mia salute e tanto anelato come unica via di fuga… Quest‟attimo deve necessariamente prolungarsi… fino all‟indicibile. Le ho fatto del male, quasi volutamente, forte dell‟amore che provava per me, della sua incapacità di staccarsi… di vedere la sua vita senza di me. L‟ho usata, disprezzata… come se non fosse importante… le ho fatto credere che non valesse niente, per dominarla, per restare io il più forte. Che stupido… pensavo di poterla possedere, come tutti gli oggetti più o meno costosi di cui mi sono circondato nella mia esistenza, di poterla tenere prigioniera, intrappolata in una rete dolorosa… che uccide lentamente, senza darle niente… avaro di affetti e di sentimenti. Quando è andata via è stato come essere travolto da un‟onda che arriva… la vedi, la valuti, ti accorgi che è più alta del solito, più imponente, ma credi di poterla fronteggiare, di essere più forte, di avere tutto sotto controllo… e invece ti investe con violenza, ti trascina, ti frantuma. All‟inizio sei incredulo, pensi non sia come sembra, che tutto ritornerà come è sempre stato… e invece passano le ore, senza che niente accada, e i giorni, i mesi, gli anni, la vita intera vuota e insignificante. ~ 175 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mi sono illuso di dimenticarla, di riuscire a disprezzarla, cercando altre donne… ma ogni volta il vuoto si è fatto sempre più grande, fino a scavare una voragine dentro me. L‟unica gioia, che mi resta dentro, è la certezza che lei sia stata mia, che mi abbia amato, voluto, desiderato. L‟amore è un sentimento forte che ha un valore solo perché ha albergato dentro noi, anche se soltanto per un istante… ma è stato nostro e noi siamo stati suoi… La penombra avvolge il mare, trasudante di salsedine, e la mia anima buia. Il bicchiere, sul tavolino, è quasi vuoto. Resta ancora qualche goccia, a trattenere l‟inesorabile scorrere del tempo, a fermare un attimo, un ricordo, un lampo. Sorseggio lentamente, osservando il mio viso stanco riflesso sulla superficie liscia del bicchiere. S‟io fossi… vino, sarei un vino invecchiato, lavorato… ricercato per l‟origine remota, che gli ha dato pregnanza, consistenza, profondità… sarei di nuovo amato e anelato… e soprattutto questo bicchiere non sarebbe più quasi vuoto. ~ 176 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Franco Talozzi Il temporale (da I Racconti della Chiana) …Allora ricordò quell‟ultima sera d‟angoscia e d‟amore, quando sui campi li sorprese il temporale. Il cielo a ponente era coperto di nubi; sulla Foce, in direzione S.Albino, all‟improvviso balenarono i fulmini tracciando intermittenti bagliori violacei. Si alzò un forte vento umido e fresco che investì la campagna e fece piegare i canneti della palude che s‟agitavano, contorcendosi fino a toccare la superficie increspata dell‟acqua. In lontananza, sopra Sarteano, un fulmine attraversò una nube grigiastra e minaccioso, brontolò il tuono; lungo lo stradone del Ponte Nero, si vedeva un turbinio di polvere, le foglie dei pioppi si staccavano dai rami e in balia della bufera svolazzavano dappertutto, finendo sui campi e lungo la proda del fosso. Velio guardava le nuvole nere e gonfie di pioggia che sempre più si avvicinavano verso la pianura. Sentì sul viso accaldato i primi goccioloni misti a chicchi di grandine, affrettò il passo, gettò la zappa ai piedi di una vincaia, non rispose ai richiami del cugino Domenico, che a sua volta si era avviato correndo in direzione del casottino vicino alla palude, e s‟incamminò per lo viottolo che conduceva alla capanna dove di giorno sostavano i buoi. L‟acqua cadeva a catinelle e il vento sibilava. Lo stollo del piccolo pagliaio dietro la capanna si piegò come un giunco e una ventata più forte lo spezzò; il fieno volò via lontano sparpagliandosi in se stesso, si alzò e si riabbassò trasportato dalla bufera, poi tutto fu avvolto dallo scroscio forte dell‟acquazzone. Ansimando Velio entrò nella capanna, si tolse il berretto e lo scrollò più volte per far cadere l‟acqua; i buoi muggirono impauriti dal fragore dei tuoni, dentro c‟era poca luce, lentamente volse lo sguardo intorno e si sentì raggelare per un attimo il sangue: sull‟angolo, appoggiata con la schiena alla mangiatoia c‟era Miria. Lei lo guardò con espressione maliziosa, piena di complicità; quasi impacciato, Velio gli andò incontro: “tu…qui? Oddio! Come sei bella stasera!”, ~ 177 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ le disse intanto che la stringeva forte tra le braccia. “ O perché me lo dichi Lelo…o un lo sai „l mi‟ destino?” e mentre gli diceva queste cose, le sue mani si erano serrate sul suo collo e le sue labbra lo ricoprivano di baci ardenti e caldi sulla bocca, sul viso, sugli occhi che egli chiudeva come un bambino, sentendosi sprofondare in un piacere che gli accendeva un desiderio incontenibile e forte fino al delirio, poi le sussurro: “Mirina mia… ti amo, ti voglio bene, ti voglio! Ti voglio amor mio, un posso più campà‟ senza te…scappiamo lontano, non sposà‟ chel mascalzone…pe‟ l‟amor di Dio! Un lo fa‟, un lo fa‟! “. Un bagliore rischiarò per un attimo la capanna. Un tuono fortissimo squarciò l‟aria lì vicino. La pioggia batteva cadendo sulle foglie dei gelsi e dei pioppi, sulla tettoia della capanna e scorreva veloce in tanti piccolissimi rivoli lungo la strada, con un rumore corale e triste, simile al mormorio dei canti e delle preghiere recitate la Domenica nella chiesetta del Popolino. Miria con gli occhi socchiusi, respirava l‟aria fresca e l‟odore forte della terra bagnata: tacevano entrambi assorti nei ricordi e delusi dai sogni che stavano infrangendosi. “ Bella! Bella mia bella! “,le sussurrava Velio con la voce tremante e disperata, di chi sa di perdere parte della propria vita, e poi contraddicendo il suo dolore le disse: “ tu sei la mia vita, Mirina cara “.Dopo un attimo si riebbe, passò la mano sul viso che gli bruciava come avesse la febbre e nuovamente i loro occhi s‟incontrarono rispondendo ad un desiderio comune, forte ed insopprimibile, eterno come la vita, come la morte. S‟abbracciarono ancora poi, con le mani screpolate e ruvide, Velio le sbottonò la camicetta colorata, scoprendole i seni che apparvero rosei, sodi, immensamente belli. Li baciò ripetutamente, baciò i riccioli biondi che le cadevano sulla nuca abbronzata dal sole; respirò l‟odore dolciastro di sudore femminile, simile al profumo del pane lievitato. Entrambi si profusero in accorate carezze, poi trasportati da un ardore profondo che li rendeva in quel momento privi di ogni pregiudizio e paura, appassionatamente s‟amarono, coricati sulla paglia, sotto lo sguardo degli occhi grandi e languidi dei buoi. Intanto il temporale era cessato; lassù, sopra le colline passavano nuvole nere che si scioglievano disperdendosi al vento. In direzione di Chiusi, fin sopra al monte Cetona, l‟arcobaleno curvava i suoi iridescenti colori. ~ 178 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “ Lelino caro… io t‟amerò per sempre…sarò tua, lo giuro! Sempre!, Sempre,Sempre!”,” ma allora perché, perché…Miria…?”, le supplicò Velio,” Oh…Lelo “,sospirò lievemente lei, sfiorandogli con le labbra le dita della mano che gli teneva tra le sue,” lo sai che un ci posso fa‟ gnente, è così! E‟ „l destino “. Si strinsero in un ultimo prolungato abbraccio, poi Miria si accertò che nessuno la vedesse e uscì per prima dalla capanna. Caricò sulla testa il cesto pieno d‟erbamedica, non si voltò, non voleva far vedere al suo amante le lagrime che le scendevano calde sul viso. Velio sentì un dolore lancinante allo stomaco, la loro separazione era insopportabile, pianse. Il sole basso penetrava con gli ultimi raggi tra i rami degli alberi bagnati che parevano tinti di porpora. Le foglie gocciolanti si rispecchiavano sull‟acqua del fossato che costeggiava la strada. Velio camminava davanti ai buoi tenendoli per i paiali mentre sentiva nelle orecchie un ronzio simile all‟eco delle campane; diede un ultimo sguardo verso il fiume nella speranza di vederla ancora. Sui campi già allungavano le prime ombre crepuscolari. ~ 179 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Eleogivio Tani Restarono solo gli occhi Restarono solo gli occhi a mia madre, sul quel viso bianco ghiaccio. Si muovevano ancora all‟ insù e la bocca balbettava parole consuete, come se la consuetudine auspicasse il prolungarsi della vita, come se non esistesse più la monotonia e neppure la forza di dire “addio”. Il suo sguardo sembrava disconoscere le proprie braccia e conoscere solo le immagini interiori che la mente poteva offrire alla sofferenza, in cambio di un po‟ di quiete interiore, inarrivabile. La sollevarono pietosamente da quel lettino bianco di bianchi cuscini e lenzuola bianche anch‟esse, senza fantasia, che quel colore dava in modo perentorio. Già a quella ora mia madre mi parve lontana, lontanissima nel tempo e nello spazio. Mentre le pulivano il decubito e riassettavano le lenzuola, le stesse, sembravano più corpo del suo corpo, più anima della sua anima, quasi beffeggianti la vita e l‟amore. “Mamma”, le sussurrai ed ella mi guardò, per un attimo capovolse il volto e lo sguardo parve svanire, come coperto da un velo prepotente steso da mano ignota. Lessi tutto ciò come l‟ultimo saluto a questa terra che il corpo ha voluto e con cui la mente ha viaggiato. Un corpo assolutamente pulito d‟ogni umano peccato a cui, gli sguardi di chi le stava intorno, sembravano rivolgere la pietà più grande mai espressa e la dignità salire le vette più alte. Ebbi la sensazione che il nostro posto di umani “mortali”, fosse ben altro che questa semplice terra, fatta di piaceri e peccati, in cui si sguazza nelle vicissitudini quotidiane e nelle umane virtù. Si spense per sempre quella mano. Si spense quella mano che tanto m‟aveva portato carezze e baci e quel volto che tanto m‟aveva insegnato, urlato e sgridato con amore. Avrei voluto tanto essere ancora schiavo di rimproveri, promesse, urla e del dispiacere che io le procuravo tra le pareti di casa. ~ 180 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Morì con un lieve sorriso ed occhi protesi all‟insù, come se “là” ci fosse qualcuno di grande da cui un giorno andremo tutti felici, senza il rimpianto del corpo e la debolezza dei nostri peccati. Mia sorella, che mi era accanto, mi strinse forte le mani. Non piansi: un senso di mancanza d‟aria me lo impediva. Uscii e sentii che la vestaglia rosa di mia madre, appesa in corridoio, era ancora calda d‟amore. Sono questi i momenti in cui t‟accorgi di ciò che avevi, a cui per anni non avevi badato, che improvvisamente viene a mancare, con tutto il suo peso e la forza imperiosa dei ricordi. ~ 181 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Monica Tantarini Racconto io 1976 Non pensavo che nascere fosse così faticoso, stavo tanto bene al calduccio nella pancia della mia mamma, ma finalmente dopo tutto quel buio vedo il mondo. Francamente me lo immaginavo un po‟ diverso, più colorato, più luminoso, che freddo che fa! Una ragazza giovane con gli occhi tristi mi mette addosso una coperta con un cattivo odore, sono tutto sporco e appiccicoso ho fame, ma nessuno mi dà niente. Vedo arrivare ancora quella ragazza, ho capito, è la mia mamma! Che bello mi prende in braccio, com‟ è bella la mia mamma! Cosa succede? Dove mi porta? Usciamo di casa e sento ancora più freddo, si mette a correre, forse fa così per farmi giocare, è divertente, che ridere. Tutt‟ad un tratto si ferma e mi lascia su una panchina e poi corre via, non conosco ancora bene questo gioco, ma scommetto che quando sarò un po‟ più grande ci divertiremo un sacco io e lei. Mamma, mamma dove sei andata, adesso ho tanto freddo, non ho più voglia di giocare, vieni a prendermi, ho fame mamma dove sei? Mi metto a urlare per tanto tempo e così forte che mi brucia la gola, ho paura a stare qui tutto solo, finalmente vedo qualcuno arrivare, eccola, forse sta tornando, mi prende in braccio, mentre la guardo mi accorgo che non è lei, una donna mi infila sotto la sua giacca sento il calore del suo corpo e quel suo buon profumo, anche lei si mette a correre forse il gioco non è ancora finito, detto fra noi questo gioco non mi piace tanto. Mi porta in una grande casa e tante persone vestite tutte uguali con dei camici bianchi mi portano da una parte all‟altra, mi lavano, mi visitano, mi bucano le braccia e finalmente mi danno anche qualcosa da mangiare, mi mettono poi in una scatola di vetro, adesso non ho più freddo però mi sento tanto solo, vorrei che tornasse la mia mamma a prendermi in braccio. Sono passati alcuni giorni e ho sentito da quelle persone che si chiamano dottori che diventerò un ometto forte e sano, oggi ho rivisto quella signora che mi ha portato qui, appena riesco a parlare le chiedo se ha visto la mia mamma, anche se quando viene a trovarmi ~ 182 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ mi fa divertire tanto, mi coccola e mi consola quando ho il mal di pancia, ieri mi ha regalato una bella tutina azzurra, dimenticavo, adesso ho anche un nome mi ha chiamato Roberto. Oggi compio un mese e in ospedale mi hanno fatto una grande festa, Sonia, così si chiama la signora che mi ha trovato nel parco, mi porta a casa sua, mi piace tanto stare con lei, quasi quasi la chiamo mamma, dato che la mia non l‟ho più vista. 2009. Sono passati trent‟anni da quel giorno e come allora mi trovo in ospedale, al mio fianco c‟è ancora Sonia, mia mamma, mi guarda e mi sorride, capisce il mio stato d‟animo, sono agitatissimo, ma mi basta un suo sguardo per farmi tranquillizzare. Sto aspettando la cosa più bella del mondo, mia moglie è da più di due ore in sala operatoria per dare alla luce la nostra prima figlia, proprio in questa occasione non posso fare a meno di ripensare alla donna che mi ha partorito. Non so perché mi abbia abbandonato ne l‟ho mai più rivista ma con gli anni ho imparato a non giudicarla, a volte la vita ci mette alle strette, si fanno delle scelte che magari non vorremmo prendere per poi pentirsene per tutta la vita, forse così è stato anche per lei. Sembrerà strano, non solo ho perdonato quella donna, ma mi sento persino di ringraziarla per due cose soprattutto, la prima per avermi donato la vita, la seconda, e questo lo devo per di più alla fortuna è di aver trovato una famiglia che mi ha amato e mi ha dato tutto quello che avevo bisogno forse anche di più. Mentre sono immerso nei miei pensieri vedo arrivare un‟infermiera, tiene una copertina rosa fra le braccia, mi consegna quel fagottino, mentre la guardo sento scendere una lacrima che mi bagna la guancia “facciamo un gioco” le sussurro in un orecchio “corriamo dalla mamma!”. ~ 183 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Silvia Tanteri La festa Erano rimasti ancora un po' di giorni di festa, la festa patronale, a cavallo tra Agosto e Settembre, prima che il paese ricadesse nell'oscurità e nella solitudine. La banda stava attraversando la strada principale in direzione della chiesa, c'era il solito fervore tutti attendevano il passaggio della processione, perchè quello della festa patronale, in ogni paese, è un giorno strano, in tutti si risveglia un incomprensibile sentimento religioso, soprattutto in chi, in chiesa non ci và mai. Coloro che non possono di certo mancare sono le personalità importanti del paese: il parroco, chiaramente; il Maresciallo e il Sindaco. Il parroco già dai giorni precedenti la festa è occupato ad organizzare tutto, servendosi chiaramente dell'aiuto del comitato o meglio dei ''festaroli''. Il Maresciallo, deve presenziare, ovviamente in uniforme, come il Sindaco che spesso accompagnato da alcuni dei suoi consiglieri, si posiziona dietro alla statua del Santo, con tanto di fascia tricolore, ancora tutto infarcito dell'orgoglio per aver scritto un così bel discorso, per la commemorazione dei caduti, tenutasi la mattina stessa della festa. Erano le sette, la messa era finita, e il crocifisso che stà in testa alla processione, era già arrivato in fondo alle scale della chiesa, mentre dietro tutti stavano iniziando a prendere posizione, chi con il cero in mano disposto in file precise e chi invece come al solito si sarebbe messo in fondo, dietro la Statua e anche dietro al Sindaco vicino al suo amico di sempre, pronto a non dire neanche una preghiera. Le vecchiette avevano già iniziato a cantare le canzoni storiche, e come al solito ognuna di loro ne cantava una strofa diversa e con un'intonazione totalmente personale. I bambini, indossavano i loro abiti della prima comunione, ed erano tutti ordinatamente disposti dietro al prete, invece nelle file finali, ~ 184 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ regnava come al solito il disordine, la lunga coda aveva fatto appena cento metri e le chiacchiere erano già partite. Il Sindaco sentiva le voci dietro di sé, avrebbe voluto dire la sua, ma il suo ruolo gli imponeva di restare in silenzio, di dimostrare serietà e concentrazione. Il Maresciallo invece, era forse l'unico che in processione ci andava non per rituale, ma perchè ci credeva veramente. Durante la processione c'è un avvenimento che non puo' mancare, quello dei fuochi artificiali: i botti oscuri sparati durante il percorso e quelli belli, colorati che risplendono in aria, quando il lungo serpentone si ferma a metà strada e il Santo viene posato su un tavolo. Le prime preghiere erano state dette, la banda aveva suonato due pezzi di fila, e poi il giro era riniziato proprio dai canti, a quel punto di solito sono già stati sparati due botti oscuri, ma quella volta i colpi che facevano tremare tutti e che rimbombavano nella vallata, giungendo fino ai paesi vicino, non si erano sentiti. I prime ad accorgersene erano stati i bambini che accompagnavano il parroco. Il parroco inizialmente aveva fatto finta di non sentire, ma ora i ragazzi stavano esagerando e così si era girato di scatto, facendogli segno di stare in silenzio. Pero' ora anche lui era curioso di sapere come mai i fuochi non erano stati sparati, quelli del comitato li avevano prenotati, a tutto si poteva rinunciare tranne ai fuochi. Ormai mancava poco all'arrivo al bivio, nemmeno uno dei botti oscuri era stato sparato e tutti se ne erano accorti, anche i piu' distratti in fondo al gruppo. Vista la gravità del problema anche il Sindaco si era sentito in dovere di indagare, si era convinto, che proprio a causa del suo ruolo, poteva chiedere spiegazioni su quella strana situazione ad uno dei suoi consiglieri, rompendo così il silenzio che si era imposto. “ Allora avete capito perchè non sono stati sparati i soliti botti oscuri? “ Il vice Sindaco rispose: ” No, veramente non si sà, tutti se lo stanno chiedendo. ” “ Chiedi ad uno dei festaroli ” replicò, poi era ripiombato nel silenzio, riacquistando la sua fermezza istituzionale. ~ 185 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ormai erano arrivati, si sarebbe scoperto tutto, visto che chi sparava i fuochi era posto proprio li', a pochi passi dal tavolo su cui si stava già appoggiando la statua. Tutti si erano disposti come al solito, a formare un semicerchio davanti al tavolo con il Santo, la banda aveva finito di suonare ed era calato il silenzio, che fu interrotto solo dalle preghiere del parroco. Dopo la benedizione impartita dal prete, tutti erano pronti ad osservare i fuochi artificiali...passo' qualche secondo, poi i secondi divennero dieci, poi venti, poi trenta...Ma ora troppo, perchè nessuno sparava? I membri del comitato che cosi' presero la decisione di andare a controllare, in una specie di missione punitiva. Arrivarono li', ma lui non c'era... “ Non ci posso credere dove è finito? Le scatole dei fuochi sono tutte qui. ”Disse uno di loro. “ Proprio quest'anno che la festa la faccio io si doveva mettere fare lo spiritoso? ” Uno di loro era già alla ricerca dello sciagurato che voleva rovinare la festa, proprio quel giorno che il tempo aveva tenuto così bene. Intanto la folla aveva iniziato a scalpitare, la curiosità era troppa, e così tutti avevano inziato a darsi delle vistose gomitate ; poi pero' visto che il tempo passava e che dei fuochi non c'era nemmeno il fumo, le gomitate erano diventate voci anche piuttosto forti. Il maestro della banda era andato dal prete per chiedere cosa avrebbe dovuto fare, che gli rispose: “ Suonate uno dei vostri pezzi, così magari riusciamo a riportare l'ordine. ” Disse il prete al maestro della banda. Il maestro esegui' gli ordini del parroco, suono' uno dei suoi cavalli di battaglia, ma nessuno voleva ascoltare della musica, continuavano tutti a parlottare. Il Maresciallo, che non sopportava l'idea che quell'importante evento religioso fosse disturbato dalle chiacchiere ingiustificate di quelli che si facevano chiamare fedeli, decise di intervenire, si mise al centro del semicerchio rivolto verso la folla, sembrava volesse rubare la scena al Santo, con tono imperativo disse: “ Siete pregati di fare silenzio e di mantenere la calma, ora cercheremo di capire cosa sta succedendo “ intanto i musicisti avevano smesso di suonare una alla volta, strascicando le ultime note ~ 186 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ e guardandosi increduli l'uno con l'altro, non capivano quello che dovevano fare. Il Maresciallo parti' anche lui alla ricerca del fuochista, ma i ''festaroli'' lo avevano preceduto, era già stato ritrovato, non lontano da li', abbandonato sul ciglio della strada; gli avevano dato due schiaffi in faccia e lo avevano rimesso in piedi: “ Sembra ubriaco ”. “ Non importa ” – disse il Maresciallo – “ ora dobbiamo fare in modo di fargli sparare i fuochi, altrimenti la festa sarà un disastro. ” Lo fecero appoggiare e in un modo o nell'altro fu anche in grado di regalare al pubblico lo spettacolo che stava attendendo. Ma proprio sul piu' bello, quando tutti i fuochi artificiali erano stati sparati, lui, l'uomo che resta sempre nell'ombra, era uscito allo scoperto ed aveva conquistato, barcollando, il centro della scena. “ Mi dispiace di aver rovinato la vostra festa ” disse singhiozzando ” ma la mia vita sta andando in rovina, purtroppo ormai di feste grandi con spettacoli pirotecnici se ne fanno sempre di meno e cosi' io lavoro poco. ”Fece una breve pausa come se aspettasse che qualcuno gli chiedesse di andare avanti: “ Io sono astemio, ma sono coperto di debiti; oggi l'alcool è stato il mio conforto. ” Poi senza aspettare nemmeno una risposta torno' al suo posto, al suo nascondiglio. Non pensava che sarebbe mai riuscito a parlare dei suoi problemi economici, invece lo aveva fatto, con degli sconosciuti per di piu' e si sentiva meglio. Fino ad ora era arrivata solo la eco della grande crisi mondiale, nessuno nel piccolo paese aveva perso il lavoro, si' qualche giovane si era dovuto allontanare per poter fare quello che sognava o per poter aspirare ad un lavoro piu' gratificante, ma nessuno si trovava cosi' in difficoltà da non riuscire ad arrivare alla fine del mese. Ora pero' tutto era cambiato, tutti iniziavano a prendere coscienza della reale situazione, anche al bar, dove il fuochista continuava a raccontare... ~ 187 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Sandra Tassi Blu, di mohair Un bollo appiccicaticcio come tuorlo d‟uovo, imbarazza il suo occhio ancora un po‟ perso nel vuoto e nella ubriacatura del peccato. L‟alone colloso si spande sulla trama del maglione, mentre sulla superficie aerea della lana, il liquido vischioso si raggruma in piccoli fiocchi di un odore maschio. Sulla gonna di pelle nera non ha fatto presa, un colpo d‟asciugamano ha cancellato i resti dell‟impetuosa scorribanda. Ma l‟odore no, pare voler restare per mischiarsi a quello del pellame con un‟invenzione aromatica che tende al rancido, all‟agre, mentre associato a quello della lana è piuttosto dolciastro. Come il retrogusto che le era rimasto in bocca, della gelatina caramellosa del suo sesso, assieme al desiderio di bere di fresco. -Il colore le sta bene, è blu pavone. - Sono un po‟ perplessa per la lana…Il mohair è caldo, morbido, ma come si dice? “ impelucca”… - Vedrà che dopo la prima volta… Ridicoli scherzi le ambiguità linguistiche. Fu davvero la prima volta, quella. Ma non la prima volta che lava un maglione di mohair. Nel secchio non ha ancora messo l‟acqua. Si finge incerta anche sul detersivo da usare. Forse non vuole dare all‟acqua il potere di cancellare quanto quel gesto d‟amante le è costato. Non vuole permettere al detersivo di rovesciare l‟oblio sul disegno astratto della macchia. Tracce. Macchia. Le parole della colpa. E invece no. China sulla vasca, col maglione di nuovo sospeso tra la mano e il fondo della bacinella, non prova alcun senso di colpa. Aveva fatto in modo che suo marito non fosse in casa, a quell‟ora, quel giorno. Una manovra semplice, del resto, verso chi gli impegni ~ 188 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ fuori di casa non è capace di rifiutarli neppure a Dio. I figli, dal canto loro, a una certa età sanno tenersi abilmente fuori dai piedi. Aveva fatto in modo di essere desiderabile, un sottile gioco di seduzione che la eccitava, l‟immaginazione prima che la carne. Poi, come in un film. - E‟ un colore che generalmente non uso, ho gli occhi verdi - Però e bionda, le ripeto che le dona molto E‟ uscita dal negozio convinta. Un pavone lei stessa nella soddisfazione dell‟acquisto. Rientrando l‟ha nascosto subito nell‟armadio, furtivamente, come a preservarlo da occhi indagatori, o da qualunque domanda. - Nuovo ? Bello. Un bel colore… - Una tentazione delle liquidazioni? Si, una tentazione. Ancora una volta schernita dal doppio senso delle parole. La tentazione era anche quella di liquidare un rapporto coniugale invernale, e stanco, con una corsa folle in un campo di primavera. Senza fiato. Lui la baciava con passione togliendole il respiro. Lui, che era l‟altro, quello che aveva gli occhi che guardavano lontano. Blu, di mohair, in mezzo a un mucchio di maglioni non piegati riposti alla rinfusa sul piano dell‟armadio, occhieggiava al suo desiderio ogni volta che ne sceglieva uno per la mattina. Ripiegato nella sua busta aspettava la sua telefonata. Infilandoselo, ricordò lo squillo, e le sue parole. Poche. Imperiose, quasi. L‟ampia scollatura lasciava spazio al colore ambrato della sua pelle, delle spalle, del collo, e il vezzo di pizzo oltre l‟arco dello scollo le adombrava le scapole nascondendone in parte la magrezza. L‟incrocio sul davanti era civettuolo, affidato a tre coppie di nastrini sottilissimi, distanti tra loro quel tanto da consentire all‟occhio altrui di inoltrarsi in quella romantica galleria, verso i suoi seni. La lavorazione del punto a maglia era rada, una combinazione aerea di nodi e di anelli, di fili lenti e morbide fibre. Un indumento impalpabile che sembrava dettare le regole ai loro giochi immediati, movimenti leggeri sulla punta dei polpastrelli. Le note colorate del pavone si tuffavano nel blu notte del sesso di lei, ~ 189 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ soffici peli scuri a prestito della morbidezza del mohair. Notte, là sotto, dove lui spingeva le dita e lei apriva i petali del piacere sotto quell‟incedere pressante che era la forza, irresistibile, del suo fascino. Una notte silenziosa come quelle d‟inverno, in campagna, nell‟umido dei fossi, fruscii di steli d‟erba come di biancheria calata per volontà di un alito di vento. Il piacere della contemplazione del cielo, velate stelle e gemiti lontani, della sua voce. E l‟urlo, di lui. Con la lingua lei ripercorreva a ritroso i rivoli dello sperma, sulla punta un imbroglio di pelucchi di lana, blu, di mohair. Incontrò il blu dell‟inchiostro, guardandolo negli occhi, così cupi eppure così ridenti. Non era stata sua completamente. Aveva guizzato con lui come una sirena, nel cuore più blu dell‟oceano, e ora - su una riva di sabbia chiara - scappava dal suo sguardo, intimidita. Ancora non sembrava tempo di infilarsi il maglione, se lo sistemò come una nuvola sotto la testa spettinata, mentre ascoltava il freddo del seno e delle cosce ancora nude. Un vortice di acqua sotto il capo, ma non il sentore di un rimprovero: il piacere del corpo le aveva reso limpida la mente, di un blu trasparente, liberata da torbide ossessioni morali. Finalmente. Alla sua età. Con il lento movimento di lui al suo fianco si ritrovò fiocchi di lana sulla pelle delle braccia, nell‟incavo delle ascelle, tra le pieghe del ventre rigato di sudore. Avrebbe voluto avere ancora tempo, per ridere assieme a lui del loro giocare ai pavoni. Ma per lui il tempo dei giochi era terminato. Lentamente, lei si copriva di blu mentre lui si infilava il cappotto per andarsene. La mano, energica dentro il secchio, sbatte il maglione da parte a parte, e poi su e giù, giù e su, e poi intorno. Lo alza intriso d‟acqua. Lo contorce, lo risciacqua. L‟acqua esce dal secchio, violenta, invade la vasca. E‟ un mare di blu tutt‟ intorno. Si chiede se quel gioco non è stato un naufragio. ~ 190 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Vieri Terreni Werner und Erwin Il poeta comprende la natura meglio che lo scienziato (Novalis) Il sole non era poi così alto e nel giro di un paio d‟ore sarebbe sceso sotto l‟orizzonte, il venticello lieve e fresco soffiava già da un giorno e pareva rinforzarsi, le albicocche non erano più buone e le ciliegie ormai un vecchio ricordo: l‟estate si avviava al suo termine. Due madri ancora giovani attraversavano a passo lento il parco, parlando del più e del meno ma con un occhio sempre di riguardo per i due figli, che giocavano correndo un po‟ più in là e verso i quali avevano entrambe grande premura. "Werner!". "Erwin!". "Venite, si è fatto tardi". "E‟ ora di tornare a casa". I due bambini, come era solito, facevano finta di non sentire; non che fossero disubbidienti, ma prima dovevano concludere il loro gioco. Era uno di quei giochi che non si possono certo interrompere: consisteva nel trovare la cosa più piccola al mondo. Werner partì dalla formica, Erwin rise e rispose che un pidocchio era più piccolo e continuavano così passando dai granelli di sabbia alla polvere fino a quando una voce non li interruppe: "l‟atomo! E‟ l‟atomo la cosa più piccola. O voi ne conoscete altre?". A parlare, anzi ad interrompere la loro sfida, era stato un signore distinto un po‟ brizzolato che stava passeggiando col suo cane e che aveva continuato dritto per la sua strada, senza rendersi conto del dispetto fatto ai due bambini. Sicuramente era un uomo che non arrivava a cinquant‟anni, tuttavia, per la grande differenza di età che intercorreva e per la poca simpatia dimostrata, quell‟uomo del parco per Werner ed Erwin fu “il vecchio”. "Cosa c‟è di più piccolo di un atomo?". "Ma se non sai neppure cosa è un atomo!". "E‟ vero, allora prima scopriremo cosa è e poi anche da cosa è formato; da qualcosa sarà pur formato e sarà senz‟altro più piccolo dell‟atomo intero". "Così lo fregheremo noi il vecchio". ~ 191 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anche se rinfrancati da questa nuova sfida erano entrambi delusi, dato che nessuno dei due era riuscito a vincere; e proprio a ciò tenevano molto, visti i loro spiriti competitivi. La sete di sapere era una loro comune caratteristica. Sapere e conoscere tutto era lo scopo, dal momento che per entrambi tutto era conoscibile. In più c‟era la sfida fra loro: "Sono convinto Werner che sarò io a scoprire la cosa più piccola di un atomo". "Ti sbagli Erwin, io scoprirò qualcosa sempre un po‟ più piccolo". "Vedremo". Sembrava una di quelle banali discussioni che tutti fanno alla loro età. Invece non solo rimasero fedeli a quella sfida, ma vissero in funzione di essa. Passarono anni da quel pomeriggio di fine estate. Werner ed Erwin, da bravi studenti che erano stati, proseguirono gli studi all‟università ed avendo ricercato sin da piccoli la particella infinitesima della materia, non poterono far altro che diventare chimici. Proprio all‟università trovarono pane per i loro denti venendo a conoscenza che l‟atomo era formato da altre particelle. "Dicono che tutti i legami chimici dipendono dagli elettroni". "Sono loro i fautori di tutta la materia, ma se non li isoliamo o non li spieghiamo come facciamo a esser sicuri della loro esistenza?". "Giusto, se non vedo non credo". Ecco dunque che finalmente fu evidente ai loro occhi quale fosse la strada da seguire: l‟elettrone, questa minuscola entità, nascondeva il segreto del legame fra gli elementi. Iniziò così la ricerca all‟invisibile particella. Dopo qualche anno di duro lavoro fu enunciato il principio di indeterminazione di Werner Karl Heisenberg che ammetteva l‟impossibilità umana di venire a conoscenza per mezzo della ragione di dove si trovasse l‟elettrone; questo risultava così invisibile. Nonostante il principio avesse riscosso grandi apprezzamenti da tutto il mondo scientifico, Erwin lo considerò un ragionamento degno di un pavido. "Werner, ma ti sei bevuto il cervello? Avevi paura di perdere la sfida e ti sei inventato questo inganno travestito da dogma scientifico? Guarda che se non riesci a trovare una cosa non vuol mica dire che questa sia introvabile? Qualcuno può sempre far meglio di te e quel qualcuno sarò io; ti farò vedere quali cose sorprendenti riuscirà a conoscere quella ragione umana che tu liquidi in una formula". ~ 192 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ "Calmati Erwin, stai esagerando. So quanto tenevi alla nostra ricerca; sin da quando eravamo bambini è stata la nostra ragione di vita ed il nostro scopo, ma purtroppo nei metodi che ci eravamo prefissati è una ricerca vana. A volte alla consapevolezza dei nostri limiti corrisponde anche la valorizzazione delle nostre capacità". "VUOI FARE IL FILOSOFO CON ME? LO SAI QUANTO ODIO QUELLA MARMAGLIA DI RICCHI CHIACCHERONI CHE DISCUTONO A VANVERA PER AMMAZZARE IL TEMPO. E POI FAMMI CAPIRE, COME FAI A DIRE CHE GLI ELETTRONI ESISTONO AMMETTENDO NEL CONTEMPO CHE NON LI PUOI VEDERE? IN QUESTO MODO POTRESTI AFFERMARE L‟ESISTENZA DI DIO OPPURE DELL‟ANIMA, NON TI È BASTATA LA LEZIONE DELL‟ANATOMIA? HANNO SVENTRATO L‟UOMO, LO HANNO ISPEZIONATO IN LUNGO E IN LARGO, MA DELL‟ANIMA NON C‟ERA TRACCIA, NON C‟È SPAZIO PER L‟ANIMA NEL CORPO UMANO: L‟ANIMA, ALLA CUI ESISTENZA MOLTE MENTI ANNEBBIATE DALLA RELIGIONE CREDONO, IN REALTÀ NON ESISTE. LA CHIMICA INVECE DIMOSTRERÀ CHE L‟ELETTRONE C‟È E SPIEGHERÀ ANCHE DA COSA È COSTITUITO, VEDRAI! QUELLO CHE C‟È, SI VEDE; QUELLO CHE NON C‟È, NO". Fu così che se ne andò, sbattendo violentemente la porta dietro di sé, fiero di avere, in tutti i sensi, la ragione dalla sua. Nell'arco di pochi mesi fu resa nota l'equazione di Erwin Schrodinger che dava informazioni sulla probabilità di trovare l'elettrone in un dato volume. Per la scienza essa rappresentava un passo avanti rispetto al principio di Heisenberg che, per quanto vero ed interessante, aveva comunque posto dei limiti al sapere. Con quest'ultima legge invece ripartiva la ricerca per svelare i misteri della natura. Le aspettative erano tante e continuando su questa strada l'uomo sarebbe arrivato finalmente a vedere l'elettrone. Werner aveva tentato di contattare l'amico di sempre ma senza successo. Erwin infatti non si faceva mai trovare con la scusa di essere indaffarato in complicate ed impegnative ricerche. A dire il vero egli non si era saziato con la sua equazione e perseguiva sempre il suo obiettivo lavorando giorno e notte. Werner invece aveva praticamente lasciato tutto preferendo dedicarsi ad altre cose. Passarono gli anni ed i due amici potevano ormai non definirsi più tali, in quanto non una parola, non più una lettera, era intercorsa fra loro. Fino a quando un giorno, tutto ad un tratto, un ragazzo con l'aria dotta venne a suonare alla porta di Werner. Era un assistente di ~ 193 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ laboratorio del prof. Schrodinger e con occhi lucidi comunicava che il professore era ricoverato in gravi condizioni e chiedeva di lui già da diversi giorni. "Perchè non mi avete avvertito prima? Come sta? In quale ospedale è? Può accompagnarmi?". Furono tutte domande che Werner fece una dietro l'altra al ragazzo senza nemmeno dargli il tempo di rispondere, mentre cercava di vestirsi al più presto con quel che trovava. Quando si trovarono faccia a faccia, uno malconcio su di un letto e l'altro in ginocchio accanto ad esso, erano entrambi commossi. La situazione era strana: da quando avevano litigato non si erano più rivolti parola, ma Erwin, che fra i due tratteneva meglio l'emozione, con voce rauca cominciò: "Mio caro Werner, ne è passato di tempo dall'ultima volta! Ne volarono di parole quel giorno, eh? Ti ho chiamato per dirti che la mia ricerca è stata un fallimento". A questo punto accennò un sorriso ed in tono ironico continuò: "Non sono riuscito a trovare quel maledetto elettrone! Ma solo adesso ho capito che non avrei mai potuto farlo. Noi scienziati ci poniamo tante domande, ma non capiamo che per alcune non sempre ci sono delle risposte. E talvolta, anche quando ben conoscessimo le risposte tramite la ragione, esse resterebbero probabilmente sempre incomprensibili per il nostro cuore. Ma adesso dimmi come sono, tu che li hai visti veramente". "Vuoi sapere come sono?". "Si". "Dici... Gli elettroni?". "Certo". Così Werner, commosso e felice al contempo, si mise a raccontare all'amico ritrovato di un sogno fatto anni prima. "SONO ASESSUATI, NON CI SONO MASCHI E FEMMINE. MA SOPRATTUTTO NON C'È DISTINZIONE, COME PER NOI, TRA RAGIONE E SENTIMENTO, DATO CHE PER LORO LA PRIMA NON ESISTE: SONO PURO SENTIMENTO, ENTITÀ CHE SI INNAMORANO TRA LORO E CHE CREANO COSÌ QUELLI CHE NOI CHIAMIAMO LEGAMI, CHE ALTRO NON SONO SE NON UNIONI D'AMORE". AD ERWIN SI ACCESE LO SGUARDO. "PER QUESTO OGNI TENTATIVO È STATO INUTILE: CERCAVO DI RAZIONALIZZARE L'IRRAZIONALE." WERNER COSÌ RIPRESE:"ESATTO, NON LI PUOI VEDERE, SOLO IMMAGINARE; MA NON È FORSE ANCH'ESSO UN MODO PER VEDERLI? NEL MOMENTO IN CUI IMMAGINI CREI GIÀ UN‟ESISTENZA, NON MENO VERA DI QUELLA DATA DAI NOSTRI CINQUE SENSI. FORSE ALLA ~ 194 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ SCIENZA NON RESTA CHE AMMETTERE RAZIONALMENTE L'ESISTENZA DELL'IRRAZIONALE". "HAI RAGIONE WERNER, MA NON CREDO CHE CIÒ POTRÀ MAI ACCADERE". QUANDO WERNER SI ALZÒ PER FAR RITORNO A CASA, ERWIN RICORDÒ DELLE PAROLE DI SUA NONNA: "CHI PER VEDERE USA GLI OCCHI SOLTANTO, PUÒ CONSIDERARSI CIECO". LA MATTINA SEGUENTE WERNER NON ARRIVÒ IN TEMPO. IL CORPO DELL'AMICO GIACEVA IMMOBILE SUL LETTO: GLI OCCHI CHIUSI, LA MANO SUL CUORE. QUEGLI OCCHI, AI QUALI ALLA FINE FORSE NON VOLEVA PIÙ CREDERE, E QUELLA MANO, COME A VOLER ACCAREZZARE QUELLA PARTE DI SÈ CHE AVEVA COSÌ TRASCURATO. WERNER MORÌ QUALCHE ANNO PIÙ TARDI, DETTANDO CHE SULLA SUA TOMBA FOSSE INCISA QUESTA POESIA DI HOLDERLIN: Sicuri, COME IL FIORE VIVE DI LUCE, COSÌ VIVONO DELLA BELLA IMMAGINE, PAGHI, SOGNANDO E FELICI, E DI NULL'ALTRO RICCHI, I poeti. ~ 195 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Fabio Testini Lo scrigno dei desideri Raimondo e Marilena Santacroce erano una coppia felice. Anche se ogni tanto avevano come l'impressione di essere soli. Raimondo, perso nel suo lavoro di magazziniere part time e Marilena, presa dai suoi impegni da segretaria. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Roberta e Giacomo Astolfi. Ai Santacroce pareva che gli Astolfi conducessero una vita più intensa e brillante Della loro. I vicini invitavano spesso gente a casa, andavano sempre a cena fuori o viaggiavano in occasione dei numerosi impegni di lavoro di Giacomo. Gli Astolfi abitavano nell'appartamento di fronte a quello dei Santacroce. Giacomo faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di ricambio e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per almeno cinque giorni. In loro assenza, i Santacroce avrebbero badato all'appartamento dei vicini, dato da mangiare alla loro cagnetta Bingo, e annaffiato le piante. Raimondo e Giacomo si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina. Roberta e Marilena si strinsero a vicenda mentre si sfioravano le guance con un bacio. "Divertitevi", disse Raimondo a Roberta. "Come no, - rispose Roberta - anche voi, ragazzi!" Marilena annuì. Giacomo le strizzò l'occhio. "Ciao, Marilena. Mi raccomando, trattalo bene il tuo grande uomo!". "Come no", disse Marilena. Già, il mio grande uomo, pensò lei. "Divertitevi", ripeté Raimondo. "Ci puoi scommettere - disse Giacomo, colpendo Raimondo sul braccio - e grazie ancora, ragazzi". ~ 196 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Gli Astolfi agitarono le mani in segno di saluto dalla macchina mentre si allontanavano e i Santacroce risposero con un cenno. "Beh, mi piacerebbe essere al posto loro, - disse Marilena - Dio solo sa, se non farebbe bene anche a noi una vacanza... Ogni tanto". Mentre ritornavano nel loro appartamento, prese il braccio del marito e lo mise attorno alla vita. Dopo cena Marilena disse: "Raimondo, non ti dimenticare. La sera, Bingo deve mangiare il cibo a base di carne". Rimase in piedi sulla soglia della cucina a piegare la tovaglietta fatta a mano che Roberta le aveva portato da Santo Domingo l'anno prima. Entrando nell'appartamento degli Astolfi, Raimondo fece un respiro profondo. L'aria s'era già fatta vagamente dolciastra. L'orologio a forma di sole sopra al televisore segnava le otto e mezza. Ricordava ancora quando Roberta aveva portato a casa quell'orologio attraversando il pianerottolo per mostrarlo a Marilena. Ricordava come cullava la cassa d'ottone tra le braccia, e come gli parlava con voce soffusa attraverso la carta velina che lo avvolgeva, quasi fosse un bambino. Raimondo si riprese, quando Bingo gli si strofinò contro le pantofole. Bingo si sdraiò prima a pancia all'aria e poi su un fianco, ma saltò subito sulle zampe appena lui si diresse in cucina. Scelse una delle scatolette allineate sul piano immacolato del lavello. Lasciò il cibo nella scodella e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse gli occhi, li riaprì e si guardò di nuovo. Vide il cassettino dei medicinali. Trovò un flacone. Lesse l'etichetta. Paziente: Sig.ra: Astolfi Roberta Adelaide. Posologia: 1 cpr x 3 volte/di. Come da ricetta. Poi se l'infilò in tasca. Tornò in cucina, riempì la brocca d'acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, appoggiò la brocca sul parquet e frugò nella credenza dove erano conservati i liquori. Allungò una mano e tirò fuori del Cointreau. ~ 197 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Prese due sorsi attaccandosi alla bottiglia, si pulì le labbra sulla manica e ripose il liquore nella credenza. Bingo s'era messa a dormire sul divano. Raimondo spense le luci e lentamente si tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Avvertì la sensazione di essersi dimenticato qualcosa. "Cosa hai fatto? Come mai ci hai messo tanto?", gli chiese Marilena, che guardava la televisione con le gambe incrociate. "Niente. Mi sono messo a giocare un po' con Bingo", rispose lui, poi andò da lei e le carezzò i seni. Fece scorrere la mano lentamente sull'addome ancora piatto di Marilena, si fermò appena raggiunto il bordo delle mutandine. "Andiamocene a letto, amore", le disse. Il giorno dopo Raimondo prese solo venti dei trenta minuti di pausa previsti, e staccò un quarto d'ora prima delle sei. Si avviò verso casa. Parcheggiò la macchina nel posto riservato, proprio mentre Marilena scendeva dall'autobus. Attese che lei entrasse nel palazzo e poi corse velocemente su per le scale per sorprenderla, appena uscita dall'ascensore. "Raimondo! A momenti mi fai prendere un colpo! Sei in anticipo". Lui si strinse nelle spalle. "Non c'era niente da fare in magazzino. Mi hanno mandato via prima". Lei gli diede la chiave per aprire la porta. Raimondo guardò furtivamente l'appartamento di fronte prima di seguirla in casa. "Amore, andiamocene a letto", disse lui. "Adesso?", Marilena fece una risatina. "Ma Raimondo, che ti prende ultimamente?" "Niente. Spogliati, togliti i vestiti". Cercò di afferrarla, goffo, e lei esclamò: "Dio mio, Raimondo!" Lui si slacciò la cintura. Dopo un quarto d'ora circa, si rivestirono, ordinarono due pizze per telefono e quando arrivarono mangiarono con appetito, senza parlare. Appena finito, si misero ad ascoltare dei cd di musica balcanica. Cominciarono a ballare. Il ritmo era sostenuto. "Non dimentichiamoci di far mangiare Bingo", disse all'improvviso lei. "Stavo proprio pensando la stessa cosa - disse lui - vado subito". ~ 198 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Entrò in casa dei vicini, scelse una scatoletta al gusto di pesce per Bingo, poi riempì un secchio e andò ad annaffiare le piante. Quando tornò in cucina, la cagna si grattava la testa con una zampa. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Raimondo aprì tutti gli sportelli. Passò in rassegna le scatolette del cane, le scatole di muesli, i flaconcini di integratori, il cibo confezionato in contenitori di alluminio. Poi rivolse l'attenzione a lato, alle mensole separate, con le targhette per i bicchieri da cocktail e da acqua e da vino, tazze da the e da caffè, piatti, piattini, pentole e padelle. Aprì il frigo. Annusò un mezzo pomodoro, staccò due morsi di formaggio e mangiucchiò un paio di cubetti di mango avviandosi in camera da letto. Il letto sembrava immenso, con una coperta rosso fuoco e morbida che arrivava fino in terra. Curiosò in un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di sigarette semivuoto e se l'infilò in tasca. Si avvicinò al guardaroba e stava per aprirlo quando sentì bussare alla porta d'ingresso. Mentre andava ad aprire si fermò in bagno e tirò lo sciacquone. "Ma come mai ci metti tanto?", chiese Marilena. "È più di un'ora che sei qui". "Ah, sì?", disse lui. "Eh, già". "Sono dovuto andare in bagno". "Guarda che il bagno ce l' hai anche a casa", disse lei. "Era urgente", disse lui. Quella sera fecero di nuovo l'amore. La mattina successiva pregò Marilena di chiamare l'ufficio per avvertire che non sarebbe andato a lavorare. Fece una doccia, si vestì e si preparò una colazione leggera. Provò a cominciare a leggere un libro. Uscì a fare una passeggiata e provò a sentirsi meglio. Dopo un po' se ne tornò a casa. Davanti all'abitazione degli Astolfi si fermò, per sentire se per caso la cagna gironzolava dentro l'appartamento. Poi aprì la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la chiave dei vicini. ~ 199 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Entrò, poi guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo. Con attenzione, una cosa alla volta. Guardò utensili di cucina, posacenere, mobili, l'orologio. Tutto. Entrò in camera da letto e Bingo apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse all'interno. Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lì ad occhi chiusi qualche minuto, poi s'infilò una mano sotto la cintura. Cominciò a toccarsi lentamente. Si masturbò ancor più lentamente. Venne nei pantaloni. Poi cercò di ricordarsi che giorno era. Cercò di ricordare quand'era che gli Astolfi dovevano tornare e poi si chiese se sarebbero mai tornati. Con un sospiro rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi di traverso allo specchio. Nel guardaroba scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non trovò un paio di bermuda, ben stirati. Si tolse i vestiti che portava e s'infilò i calzoncini e la camicia. Si rimirò nello specchio. Andò in soggiorno e si versò da bere. Tornando in camera da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia violetta, un completo marrone scuro, una cravatta bianca e gialla, scarpe nere di vernice. Intanto il bicchiere s'era svuotato e andò a versarsene un altro. Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltrona, accavallò le gambe, sorrise osservandosi allo specchio. Poi il telefono squillò. Uno squillo secco. Poi di nuovo, un paio di volte. Passarono alcuni secondi e poi squillò ancora tre volte. Poi si zittì. Raimondo aspettò qualche minuto, poi si rialzò, svuotò di nuovo il bicchiere e tolse il completo marrone. Rovistò nei cassetti inferiori finché non trovò un paio di mutandine di pizzo nero e un reggiseno. Infilò le mutandine e agganciò maldestramente il reggiseno, poi ~ 200 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ frugò nel cassettone in basso in cerca di un vestitino. Indossò una gonna a scacchi bianchi e neri e cercò di chiudere la cerniera. Mise una camicetta beige con delle paillettes e l'abbottonatura davanti. Esaminò, ma non indossò, le scarpe di Roberta, perché capì subito che non gli sarebbero entrate. Rimase scalzo e passò parecchio tempo dietro le tende della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto, si spogliò, indossò di nuovo i suoi vestiti e fece attenzione a rimettere a posto ogni cosa. Raimondo non aveva appetito. Neanche Marilena mangiò molto. Si scambiarono uno sguardo impacciato. Marilena si alzò da tavola e andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola, poi sparecchiò. Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide prendere la chiave. "Mettiti comodo. Intanto io vado di là, leggi il giornale o fai qualcosa del genere". Strinse la chiave in pugno. "Hai un'aria un po' stanca", gli disse lei. "Hai ragione" disse lui , e cercò di concentrarsi sulle notizie. Poi mise da parte il giornale e accese la televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa. "Sono io. Sei ancora lì, amore?", chiamò. Dopo un bel po' la serratura scattò e Marilena uscì, si chiuse velocemente la porta alle spalle. "Sono stata via tanto?", chiese in tono molto allegro. "Be', insomma, sì", rispose lui. "Davvero?, - disse lei, saltellando su un piede - credo di aver giocato tutto il tempo con Bingo". Poi distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul pomello. "È strano, sai? - disse lei - voglio dire... Entrare così, in casa d'altri... Scoprire cose..." Lui annuì, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. Entrarono nel loro appartamento. "Infatti è strano", disse lui. Notò della polvere bianca sul naso di Marilena e che aveva le guance molto colorite. ~ 201 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si girò e cominciò a baciarlo a sua volta. "Oh, dannazione!, - esclamò di colpo Marilena - dannazione, dannazione!", si mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani. "Mi sono appena ricordata di una cosa. Non ci crederai, ma mi sono dimenticata di fare quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare a Bingo né ho annaffiato le Piante - lo guardò - si può essere più stupidi?" "Fa niente - la rassicurò lui - aspetta un attimo. Prendo le sigarette e torniamo di là insieme". Marilena attese che lui chiudesse la porta della loro casa, gli si attaccò al braccio, poco sopra al gomito. Poi disse: "Mi sa che è meglio che te lo dica subito. Sai, ho trovato delle cose". Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. "Che genere di cose?" "Foto." "Foto? Che genere di foto?" "Adesso le vedrai", disse e lo guardò negli occhi. "Ma va! - Raimondo sorrise - dove?" "In un cassetto!", disse lei ridendo sguaiata come una bambina. "Ma va!", disse lui. Poi Marilena sospirò: "Magari Giacomo e Roberta non tornano più". "Potrebbe succedere” disse lui “potrebbe succedere di tutto". Lei lo guardò. "O magari, per tornare tornano, ma..." Raimondo non finì la frase. Attraversarono il pianerottolo stringendosi la mano e quando lui le parlò di nuovo, lei quasi non sentì. "Beh, mi piacerebbe essere al posto loro”, disse Raimondo, “Dio solo sa, se non farebbe bene anche a noi una vacanza... Ogni tanto". Mentre ritornavano nel loro appartamento, Marilena prese il braccio del marito e lo mise attorno alla vita. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò, come una bambina. Si fece stringere forte. "Non ti preoccupare, mio grande uomo", gli disse lei all'orecchio. "Per l'amor di Dio, non ti preoccupare". ~ 202 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Francesca Tombari Solo un unico mazzolino di lilla‟ Sciarpia, sibillina, serpiginosa, sericite. Sensuale come null‟altro, la morte desiderava il suo corpo e lui null‟altro desiderava, se non la morte. Si erano conosciuti una luminosa giornata di fine novembre, non consueta per il caldo, per il prolungato fiorire delle petunie, per il dolore all‟anca che da giorni lo perseguitava. Lui bello e impossibile dal corpo scolpito, con gli occhi di tigre, desiderato e desiderabile la notte per saziare la carne di femmine affamate. Lui. Pietro conosceva la frenesia che pervade l‟anima nell‟attesa di un giudizio ed, in silenzio senza pensieri, attendeva seduto in una polverosa poltroncina rossa. Polvere, pensieri, pietà ovunque. Si era lasciato sedurre dal suo lento strisciare sul suo corpo indifeso, le sue labbra gli sussurravano frasi mai udite e null‟altro desiderava se non la sua compagnia. La notte, nel buio, nel silenzio della stanza, il suo corpo iniziava a tremare, brividi lunghi che attraversavano le gambe, poi il ventre ed il suo cuore batteva come impazzito. Battiti d‟ali, falena notturna. Pietro quella mattina non aveva voluto sapere niente di più delle poche parole di verità, in cui tutto era iniziato e finito in un battito di palpebre. Il resto, parola dopo parola, inghiottito dal lento cadere di una foglia di pioppo che inesorabilmente scivolava sul giardino dell‟ospedale. Una mosca continuava a sbattere contro il vetro della finestra chiusa, solo il suo alzarsi, pochi passi e la liberà per l‟animale. Libertà. Non più dubbi, pensieri, bugie, angosce solo certezza e libertà anche per lui. ~ 203 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ogni giorno così, da quel giorno in poi, solo un dolce lasciarsi cullare fra le braccia della sensuale amica. E lei aggraziata leccava ogni ferita nuova, ogni rivolo di sangue era un leggero godere. Eppur era libero. Poltrona, bagno, poltrona, minuti, ore, giorni. La vita se ne andava. Pelle e ossa, brividi, spasimi e il suo lasciarsi andare ad uno sconosciuto modo di godere. Talvolta, la sera, all‟imbrunire, quando non la sentiva arrivare e la luna brillava rischiarando la stanza, illuminandogli l‟anima, chiudeva gli occhi e canticchiava una nenia spaventato dall‟improvvisa solitudine che provava. Ma poi arrivava, la sentiva insinuarsi nelle narici con quel dolciastro odore di carne vissuta, la sentiva accarezzargli la fronte nuda e umida, sentiva il suo petto aprirsi in una nuova bava di pelle spaccata ed era la vita che usciva ed era lei che nuovamente lo amava. Ed era sua, ed era suo. Nulla da spartire, nulla più da condividere con nessun altro. Solo lei. Si amavano a lungo fino a quando stremato cadeva in un sonno di sogni beati e desideri di eternità finita. La sua pelle esultava al suo passaggio lento, i suoi baci amari si aprivano nella sua bocca donandoli piacere, tanto e tanto ancora. Si lasciava trasportare da quel piacere che non rifletteva luce in un vortice di passione dove il suo inguine godeva senza mai essere sfiorato, eppure provava piacere. Mai si era sentito tanto libero e amato. Il 25 di agosto faceva freddo, nella sua stanza il termometro sfiorava i quaranta gradi ma la sua fronte grondava sudore freddo e i brividi erano gelati e la siringa gettata al lato del letto lasciava uscire quell‟ultima goccia di libertà al dolore. Pietro ad occhi chiusi respirava piano, corti respiri nei polmoni ormai finiti. Nessuno lo aveva più cercato e lui aveva semplicemente dimenticato ogni essere umano perché rifuggiva l‟inutile pietà umana come la più dolorosa delle malattie. ~ 204 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Aveva goduto quei giorni lasciando scorrere il tempo in un nuovo godere del suo corpo. In quel modo che per anni aveva letto sui suoi amati libri di antropologia. La vita fece un ultimo giro nella sua anima e la morte divenne la sua signora in eterno. Sorrise e la libertà non ebbe più confini. ~ 205 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mirko Tondi Una foglia caduta al vento d'Ottobre Ne aveva visti così tanti di uomini, Ludovica. Di ogni costituzione fisica e provenienti dai più diversi paesi del mondo, poi. Ricchi professionisti, imprenditori e banchieri erano capitati dalle sue parti, ma anche tossicodipendenti, alcolizzati, poveracci senza uno straccio di lavoro. Sportivi affermati e gente comune, padri di famiglia, anonimi impiegati, poliziotti e pensionati. Italiani, asiatici, russi e sudamericani. Lei era lì, nello stesso punto di sempre, all'angolo di una strada in degrado, tra la sporcizia dei cassonetti e la fatiscenza di vecchi palazzi decadenti. Chiunque la conosceva, nel quartiere. Solo una banconota per mezz'ora di piacere; e Ludovica sapeva offrirne, di piacere. Non importava che lei non fosse contenta di quello che faceva, bastava che sapesse farlo e che i suoi clienti fossero soddisfatti del servizio. Così proseguiva la sua vita: uomini e soldi, uomini che avevano bisogno di dare i loro soldi per sentirsi più uomini. Ludovica aveva avuto un'infanzia che tutti avrebbero definito “difficile”. A conti fatti, però, “traumatica” sarebbe stato il termine più appropriato da accostare al suo trascorso di bambina e ragazza. Padre padrone, schifoso verme che si insinuava viscidamente sotto le sue coperte, con la minaccia di ucciderla di botte. Qualche volta lei si era rifiutata di sottostare ai suoi abusi, e ne era uscita con lividi e fratture in maniera sistematica. Sua madre era solo capace di osservare in silenzio il disastro che si consumava all'interno delle mura domestiche, un disastro sempre più vicino all'irreversibilità delle cose. Ludovica sapeva che prima o poi sarebbe impazzita, se fosse rimasta in quella casa malata. Quindi un giorno se ne era andata, neanche adulta ma abbastanza grande per cavarsela da sola. La strada era stata sin da subito la sua cura, la sua personalissima cura. Centri di accoglienza, alberghi popolari e istituti religiosi le avevano dato spesso un pasto caldo e un letto per passare la notte, ma la strada le aveva suggerito la soluzione più semplice, l'unica che lei potesse afferrare lucidamente. Erano anni che faceva quel lavoro, ~ 206 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ adesso. Quanto era bella, Ludovica. Qualche cliente le regalava persino dei fiori, qualcun altro false promesse. Come Piero, nome qualunque, magari nemmeno quello vero. Piero l'aveva convinta, con i suoi discorsi ricercati, che l'avrebbe portata con sé, via, lontano, da tutto e da tutti. Sarebbero stati soltanto loro due e niente a cui pensare. Ludovica ci aveva creduto, tanto era ingenua. Lui sapeva usare le parole, d'altronde. Le diceva sempre che era una foglia caduta al vento d'Ottobre, forte ma fragile allo stesso tempo. Le foglie infatti hanno la forza di rimanere attaccate all'albero finché ci riescono, ma poi devono cedere all'autunno, trasportate dal vento che ha fame di loro. Ludovica aveva dunque seguito un percorso inevitabile, lasciandosi trascinare da quel vento che l'aveva condotta fino a dove si trovava adesso. Piero era dolce nell'esprimersi e raffinato nei modi di fare: un vero signore. Così Ludovica aspettava il momento, aveva fiducia. Fino a una mattina in cui entrò in un negozio e lo vide. Non era solo, era in compagnia di una donna. Le loro mani erano incrociate e un'innegabile complicità accompagnava i loro passi. Ludovica lo guardò con occhi ansiosi di trovare una spiegazione. Si era immaginata di essere l'unica donna che Piero potesse avere, questo era il punto. Piero invece abbassò lo sguardo non appena la vide, facendo finta di niente. E mai più ritornò. Un altro Piero sarebbe venuto, era possibile. Con parole e modi diversi, probabilmente. Ma lei ormai lo sapeva. Non poteva e non doveva più illudersi, perché avrebbe sofferto. Le foglie cadute come lei, del resto, rimangono a terra, perché solo la terra le vuole. Molti le scansano, molti altri le spostano con un colpetto di piede. Ma nessuno le raccoglie, in fondo, se non per buttarle via. O forse sono loro che non vogliono essere raccolte. ~ 207 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alessandra Torrini Volo 242 … “ Avanti Layla batti sempre la fiacca!!! Vuoi muoverti o no? Ancora devi fare un paio di vasche, Ne io ne Janik abbiamo tempo da perdere! “No! Sono stufa! Me ne vado!” “Piantala per favore, ancora non hai finito...” “ho finito eccome! Sei sordo? Per oggi chiudo qui, domani dipende dalla voglia che ho di tornare!” “Sei la solita testarda! Scappa! E' la sola cosa che riesci a fare bene! Scappa ancora su! “... Ha ragione lui, lo so bene, ma la mia vita è diventata un inferno da qualche tempo, non mi riconosco neanche io a volte, ma non posso farci nulla. Spesso penso che era molto meglio se fossi morta. Sono passati quasi sei mesi da quel giorno e ancora sto tenendo dentro troppa rabbia, la sola cosa che mi aiuta ad andare avanti è proprio la pazienza e la vicinanza di Paul e di Janik, il suo delfino, che mi stanno davvero aiutando... Ho rischiato di morire e ancora adesso me la prendo col mondo! Da allora sono bloccata su una sedia a rotelle, non ero pronta ad affrontare un problema del genere e soprattutto al doverlo affrontare per colpa di qualcuno che non ha rispettato le regole. Un viaggio premio per il mio quarantesimo compleanno si è trasformato in un incubo terribile. Quando si sentono al telegiornale notizie di incidenti aerei non si pensa mai alla gravità di una situazione del genere ne a come si reagirebbe dovendosi trovare lì in mezzo. Non hai il tempo materiale di aver paura ne di pensare a cosa sarebbe opportuno fare, tutto succede in pochi secondi... Un motore che prende improvvisamente fuoco, un'improvvisa virata, e il nulla. Nel caso dell'incidente al volo 242 della compagnia aerea Edream per Il Cairo, pare, dopo accertamenti, sia stata una turbina del motore non controllata dal pilota prima della partenza... Ecco... Questa è una situazione paradossale, 240 vittime accertate e solo 24 sopravvissuti, di cui molti in condizioni peggiori delle mie, per colpa di qualcuno che non sa fare il proprio lavoro è una cosa che ti manda nei pazzi! Rischiare la vita così, per nulla, non è una cosa giusta, non lo è davvero... La sola cosa che riesco a ricordare di quegli attimi è la ~ 208 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sensazione di pace che ho avuto quando il mio corpo ha toccato l'acqua dopo l'impatto. Stavamo sorvolando l'ultimo tratto di Mar Mediterraneo prima di entrare sul suolo egiziano, un forte rumore, un lampo improvviso, una brusca discesa e poi il vuoto assoluto. L'ultimo ricordo è il terrore che si leggeva sul volto delle persone che avevo accanto, poi, dopo attimi che sembravano secoli, l'impatto col mare, violento, terrificante e l'inabissamento dell'aereo spezzato in almeno tre tronconi inermi. L'acqua salata che ti entra negli occhi, nelle narici, e tu che cerchi inutilmente di tornare a galla... Ho sempre avuto il terrore dell'acqua, eppure, a parere dei medici, è stata la mia sola salvezza. Ero incastrata fra un sedile e l'altro e non riuscivo a liberarmi, sentivo che stavo per morire quando qualcosa mi ha spinta verso l'alto, stavo perdendo i sensi, non riuscivo a vedere chi o cosa mi stava dando una mano a risalire. Era come se una parte del mio corpo non ci fosse più, non sentivo le gambe, sentivo solo che qualcosa mi aiutava a risalire per respirare, diversi metri di acqua mi separavano dall'aria e finalmente... I soccorsi sono stati immediati ma io da lì a tre giorni dopo non ricordo nulla, avevo solo la sensazione di essere ancora immersa in quell'acqua che mi cullava... Il mio risveglio è stato a dir poco traumatico, ho dovuto in poche ore accettare il fatto di essere una miracolata, una dei pochi sopravvissuti ma... Anche che non sarei più riuscita a camminare... Il mondo si è oscurato di nuovo, meglio morta che cosi! Ma l'attaccamento alla vita in questi casi ti fa sopportare sofferenze che neanche immagini. Ho subito diverse operazioni per risistemare ossa e quant'altro era fuori posto. Ho dovuto parlare con psicologi e medici di ogni genere. Intanto il tempo passava, sono tornata in Italia dopo quasi quattro mesi di degenza in diversi ospedali ma c'era una domanda a cui nessuno sapeva darmi una spiegazione plausibile... Chi mi aveva aiutata a risalire dal fondo del mare? Era un sogno o un incubo che avevo ogni notte ma, quel misterioso essere era difficilmente identificabile. Era un mio compagno di sventura? E se si chi? Oppure cosa era ? Non riuscivo a capire, nonostante tutti i miei sforzi non riuscivo a vedere chi o cosa mi aveva aiutata a sopravvivere a tutto questo. Adesso avevo problemi più grossi da affrontare e in quel periodo ho abbandonato l'idea di capire qualcosa di più su questa storia. Ora dovevo fare i conti con me stessa, con la mia voglia di tornare ad essere tutto quello che ero prima di questo ~ 209 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ incidente, ma senza le mie gambe... E' stato difficile, spesso addirittura umiliante. Un giorno un medico mi ha proposto lo spostamento per un periodo in un centro di riabilitazione in Turchia: al Centro Delphyn Terapy nella baia di Marmaris e cosi ho iniziato questa nuova avventura. E' qui che ho conosciuto Paul, il mio tutor e Janik, la creatura più stupenda che ci sia. E' con loro che sto lavorando da circa un mese per rinforzare i miei muscoli e imparare a gestire il mio stress, soprattutto emotivo. Non è stato e non è facile ed è anche tanto faticoso, e spesso, come oggi, i miei nervi cedono e lasciano spazio al desiderio di mollare tutto. Adesso sono nello spogliatoio, e come faccio ogni giorno sto piangendo, oggi non trovo la forza per uscire da qui, per tornare in camera mia e non so come fare. Dovrei chiedere aiuto ma non riesco a fare neanche questo, mi sento svuotata, mi sento come se stessi morendo ancora una volta ... Sono immobile su questa sedia e non riesco a urlare, a chiamare nessuno, non so perché ora mi sento cosi ma è una terribile sensazione da cui non so se ne uscirò mai. Spero solo che qualcuno noti la mia assenza e venga a cercarmi perché da sola non ne verrò fuori stavolta... Ho chiuso gli occhi ed è come se fossi di nuovo scivolata in quel mare che mi ha cullata dopo l'incidente... Adesso lo vedo, com'è possibile? Adesso vedo chi mi ha aiutata a tornare a galla, chi mi ha salvato la vita... Non era una mano quella a cui mi sono aggrappata per risalire ma … una pinna... E' Janik... La sua macchia a forma di stella sul muso lo rende inconfondibile. Com'è possibile che lo avessi cancellato dalla mia mente? Com'è possibile che lui fosse lì... Ecco perché era cosi felice quando mi ha vista per la prima volta qui al centro. Paul non si spiegava il perché del suo comportamento e adesso lo capisco... Due braccia forti ora mi stanno stringendo... “ Principessa che combini?” “Paul mi sento male, aiutami!” Sono qui non ti preoccupare, non ti lascio”... Sono di nuovo svenuta... In tutto questo tempo non faccio altro, spesso mi sento cosi impotente contro tutti gli eventi negativi che mi stanno succedendo da tempo, non so come reagire, non so se ho voglia di farlo, non so cosa voglio ne se sarò in grado di affrontare la mia vita da oggi in poi. Ma poi mi fermo a pensare a quelli che non ce l'hanno fatta, a quelli che stanno peggio di me, e vado avanti... ~ 210 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Bentornata sulla terra!” Paul ti devo raccontare una cosa”... “ E cosi adesso sai anche tu quello che non riuscivo a ricordare. Ora voglio andare da Janik, lo devo ancora ringraziare per quello che ha fatto con me” “Non hai bisogno di ringraziarlo, lui lo sa, lui sa il bene che gli vuoi e sa anche il perché, anche se tu non ne eri cosciente vi siete capiti dal primo momento, mi era sembrato cosi strano vedere in voi un'intesa cosi perfetta da subito e adesso capisco il perché. Janik è libero di scorrazzare quanto vuole in mare aperto, a volte è stato fuori per mesi ma tanto so che prima o poi rientra sempre alla base e cosi è stato infatti. Ma la cosa più bella è stato il vostro incontrarvi, a volte il destino è bizzarro. Avresti mai pensato, dopo tutto questo tempo, di capitare in questo centro e aver ritrovato qualcuno a cui eri legata senza saperlo? Non credo vero? Eppure è successo, vedi? Adesso riposa, dopo pranzo ti porto da lui, va bene?” “Paul... Grazie! E scusami se a volte sono isterica” “Non hai niente da scusarti stellina, è solo che vorrei tu capissi che quando ti sprono a fare qualcosa anche se tu non vuoi, lo faccio solo per il tuo bene e perché ci tengo a te – Lo so, so bene che è così e prometto che cercherò di migliorare” “Non devi migliorare, ma solo fidarti di più di me. Hai alzato un muro fra noi e vorrei che piano piano questo muro cadesse, piano piano, senza fretta, cerca di fidarti di me” “Lo farò, grazie”... Non esiste giorno in cui non pensi alla tragedia che ha rovinato la mia vita ma adesso sono serena con Paul e Janik. Il tempo passa... Sono diventata istruttrice di nuoto e insegno ai bambini disabili, soprattutto a quelli che come me non hanno l'uso delle gambe. Il posto in cui viviamo è stupendo e la mia tragedia serve a dare fiducia a tutte quelle persone che l'hanno persa per svariati motivi...Ho superato le difficoltà grazie a due individui diversi ma umanamente simili, un uomo stupendo e un delfino meraviglioso. E' a loro due che devo la mia vita... ~ 211 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Elsa Tortorella Tom Seduto alla fermata del tram, non aspetta, lui osserva: le persone sotto la pioggia corrono per andare a ripararsi, anche se hanno l‟ombrello loro corrono perché la pioggia ha imparato a schivarli, gli ombrelli, ora piove obliquo. Chissà, forse un giorno pioverà orizzontale. Tom resta seduto. E‟ uno di quelli che si sono scontrati con la vita, lui è uno di quelli che la vita l‟hanno presa a calci, ci hanno giocato a pallone e poi l‟hanno raccolta per metterla al riparo, per non farla bucare. Ha creduto sempre che la felicità alla fine sarebbe arrivata ma il giorno in cui gli hanno detto “cancro alla vescica” ci ha rinunciato. Era impassibile alla notizia e il dottore usò lo stesso tono che avrebbe potuto usare per dire che aveva una banale influenza! Era così tranquillo e sereno che Tom non capì quanto fosse seria la cosa fino alla sua prima resezione trans uretrale di neoformazione vescicale, chiamata TURB. TURB?! Come sigla non ispira certo il massimo della positività, eppure serve a eliminare quel “cancro maledetto”. Aveva paura Tom. Si è ritrovato in quell‟ospedale con due vicini di letto che tornavano per l‟ennesima volta e uno dei due era tornato per fare pulizia completa: asportazione della vescica. “Stai tranquillo Tom che non senti nulla, ti addormentano” ma Tom non ha mai creduto a certe frasi. Il suo primo intervento andò bene, riuscirono a far sparire ogni minimo residuo di “cancro maledetto”, ma i problemi arrivarono dopo. Visita di controllo, ritiro istologico e ..”Tom devi smettere di fumare” … una sequenza di parole veramente brutte per lui. Smettere di fumare!!! Quarant‟anni di nicotina in circolo nel suo corpo e ora doveva purificarsi. Poteva accettare tutto, operazioni, visite continue, pillole rosse, gialle, bianche e verdi da prendere per tutta la vita, ma smettere di fumare no! NO! Il giorno dopo buttò via le sigarette. E‟ un duro Tom, fa sempre lo spavaldo e usa il tipico atteggiamento per far credere che si è duri: “No! Io non smetterò mai! Quando ~ 212 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ dovrò morire morirò!”. Ma alla fine prende sempre le decisioni più giuste, come quella di non smettere di lottare. I giorni successivi furono molto difficili da superare. Tom era sempre nervoso, sempre arrabbiato e chiuso in se stesso. Non faceva trasparire la paura sul suo viso, così orgoglioso e ostinato ha affrontato la vita da solo, con le sue paure nascoste e ha tenuto testa alla disperazione fino ad arrivare al giorno in cui tutta la sua fatica è stata ripagata: “Il tumore non è più ricresciuto”, quelle parole gli risuonavano in testa come musica e un‟esplosione di gioia si è diramata nel suo cuore percorrendo tutte le arterie e le vene del suo corpo. Evidentemente le arterie ne hanno risentito perché smettendo di fumare i dottori hanno scoperto che Tom aveva quasi tutte le arterie del corpo ostruite. La sua felicità durò poco e nessuno poteva dargli torto. Iniziò il ciclo di visite dal cardiologo e fece quattro angioplastiche, due femorali e due coronariche. Tutt‟ora Tom è ad alto rischio di infarto perché ha la coronaria destra totalmente chiusa e va avanti solo con un by-pass naturale che gli si è formato, quasi come se la coronaria sinistra forse corsa in aiuto della destra. Un lavoro di squadra. Non si perde d‟animo Tom. Non ora che ha lottato tanto. Non ora che ha iniziato a credere nella vita. Non ora che la sua famiglia crede in lui. Si è messo a dieta, non ha più ripreso a fumare e tre volte a settimana si fa anche una passeggiata all‟aria aperta. Si siede alle fermate del tramo, senza aspettarlo, non scappa quando inizia a piovere, lascia che le gocce di pioggia gli sfiorino la sagoma sotto l‟ombrello, ma soprattutto non sta più morendo, non ora ma quando accadrà, prenderà a calci anche la morte, così come ha fatto con la vita e poi la metterà al riparo per non farla bucare. (capolinea del 4 – TO) ~ 213 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mario Trapletti Quando la Banda non era larga Belli i tempi in cui si suonava nella Banda del paese. Ci avevano gettati allo sbaraglio per svecchiare un organico candidato all‟estinzione, noi ragazzotti coi primi peli sul mento e quattro note nelle dita. Avevamo studiato con il M°, noi; sapevamo di solfeggio. I vecchi suonavano a orecchio: di due, ne usavano uno solo. Con risultati che durante le prove ci regalavano momenti di intenso lirismo comico (cioè, ci sganasciavamo dal ridere, sottobanco). Bertoldo, l‟anziano della Banda, alto, secco e robusto come un ulivo secolare, si infilava nel suo pachidermico basso tuba e partiva alla carica. Emetteva tonalità così basse e vibranti che procuravano la tachicardia al granitico soffitto a volta. A tratti la stanchezza lo vinceva (si alzava molto presto per compiere il giro dei bidoncini del latte da rivendere alle massaie, con dentro ancora il tepore saporoso delle mammelle di vacca). Allora i suoi bassi sfiatavano, si afflosciavano come trichechi al sole. Il M° (così avevamo appreso si scriveva Maestro di musica) allora lo riprendeva bonariamente, lo riportava alla realtà di quell‟underground strapaesano. Bertoldo tornava all‟assalto della barricata-pentagramma, scagliando oltre la barriera le sue note pesanti come sampietrini. Era sempre una pagina avanti o indietro; ma aveva tanta passione. Le prove, una volta la settimana, si facevano in un sotterraneo, fresco d‟estate e ancor più d‟inverno. Noi ragazzi occupavamo tutta la prima fila, con i nostri clarinetti vissuti. Un nuovo M° dopo la prima sera ci aveva declassati tutti: non più secondo, ma terzo clarino. Pagine e pagine di Fa-Do, Fa-Do, Fa-Do… un (pausa) – Do-Do, un (pausa) – Do-Do…. Rimpiangevamo quelle belle scale veloci, dove ogni tanto un piolo svaniva nel nulla e la discesa si faceva più precipitosa. I trilli argentini della „Gazza ladra‟, ridotti a monocromatici schizzi di piombo fuso; il „Brindisi‟ della „Traviata‟ degradato per noi a un cin-cin con bicchieri di carta; la perentoria invocazione dell' “Amami Alfredo” rimasterizzata nella monotonia ~ 214 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ autodistruttiva del „Ti amo‟ di Umberto Tozzi (peraltro di là da venire). Non vedevamo l‟ora che arrivasse l‟intervallo, per mangiare un panino col salame e bere un buon bicchiere di rosso. Noi ragazzi ci spettava la gazzosa, ma riuscivamo sempre a impadronirci di una bottiglia di vino. Ci faceva sentire più grandi, anche se eravamo terzi clarinetti. I momenti più belli erano quando si andava alle feste di paese, in pullman. Magari non pagavano „il servizio‟, ma rimborsavano le spese e ci offrivano la cena: pollo allo spiedo con le patatine, che poi le note ti restavano appiccicate alle dita. Anche il vino ce lo offrivano, in generosa competizione fra chi versava e chi vuotava. Quanti ancora si interrogano sulla specificità delle Bande rispetto alle Orchestre, li invitiamo a frequentare questi momenti di scambio culturale: sentirebbero come le note sgorgano dal cuore in cascate di “Hic! Hic! Hurrà!”. La gente, rozza gente di paese, menti semplici portate allo scherzo di bassa lega, al nostro spumeggiante passaggio ci gridava esilarando: “Sunì! Sunì!”. Sapido gioco di parole che scaldava i cuori agli indigeni delle terre fra il milanese e il veronese (celti/orobi/camuni), dove “sunì!” È un esortante imperativo: “suonate!”, ma anche un succulento sostantivo plurale: “maiali”. Non mancavano neppure momenti di solenne gravità, come la processione del Venerdì Santo, che la Banda ammantava di compunta sacralità con le marce funebri. Per quanto non di rado il Padre Eterno desse prova di non apprezzare il nostro cordoglio musicale, stroncando quasi sul nascere il mesto corteo con scrosci di pioggia così violenta da rendere marce anche le nostre scarpe. Non era sempre facile recitare una marcia funebre: il passo andava cadenzato sul ritmo musicale: alcuni passaggi erano così lenti che quasi restavi lì con la gamba sospesa a mezz‟aria, a mo‟ di passo dell‟oca. Intanto dovevi tenere il clarino ben teso e le dita pronte per la mossa successiva. Un‟autentica passione. Poi, l‟adolescenza sfumò; sparirono i brufoli; spuntarono le chitarre. ~ 215 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Simone Trebbi Sussurra il vento a Montesole Quell‟inquietudine che avevo dentro mi aveva fatto uscire di casa e iniziare a camminare senza meta.. Ad un tratto trovo attorno a me solo macerie.. Non c‟è nessuno ed il vento sussurra discreto la sua poesia. Quel sentiero che stavo percorrendo era un tempo pieno di voci, canzoni, allegria, speranze, semplicità e lavoro. I carri passavano trainati da cavalli, gli uomini e le donne andavano a lavorare nei campi, i bimbi correvano nelle loro scorribande in mezzo ai boschi. Attorno a me sorgevano le case in pietra costruite con passione, con sudore e fatica. Luoghi sicuri di riposo al termine di dure giornate nei campi, luoghi di incontro alla sera attorno al caminetto a sentire storie antiche degli anziani, luoghi sacri delle famiglie. Guerra, SS, nazismo.. Solo il suono di queste parole fa paura. Parole che non c‟entravano in quel piccolo angolo di pace e semplicità. E invece in quei luoghi ad un tratto è arrivato un mostro. Tra Settembre e Ottobre del 1944 vengono barbaramente massacrati dalle SS centinaia di persone. La parte più mostruosa dell‟umanità che travolge e abbatte con crudeltà inconcepibile la parte più semplice e più pura dell‟umanità. Provo ad immaginare la paura che sentivano quelle persone e non ci riesco. Provo ad immaginare l‟angoscia.. Ma qualsiasi sensazione che mi sembra di percepire è niente rispetto a quella provata da una popolazione improvvisamente travolta da un‟onda anomala di mostruosa crudeltà. Io sto camminando proprio in quei luoghi. Io sto calpestando proprio la stessa strada che ha calpestato il mostro.. Io sto entrando nello stesso cimitero dove un‟ottantina di persone in gran parte donne e bambini vengono radunate tra le croci, i nazisti si erano disposti negli angoli e inginocchiati per prendere bene la mira e.. Sparano con fucili e mitragliatrici. Pochissimi i superstiti.. I loro corpi feriti e coperti dai cadaveri delle loro madri, fratelli e sorelle.. Io sono proprio lì al centro di quel cimitero dove attorno hanno cominciato a ~ 216 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sparare, dove il mostro ha ucciso. Le croci con i fori dei proiettili sono ancora lì a testimoniare.. A provare a raccontare quell‟istante di inumana ferocia. Un brivido sale lungo la schiena e una lacrima scende lungo il viso. I bimbi non giocano più, i contadini non lavorano più, la gente non canta più le canzoni antiche. Non ci sono più sorrisi. Non ci sono più sogni. Attorno solo macerie e silenzio. Rimane una memoria sconvolgente con cui convivere, da urlare a tutti e da trasmettere agli uomini che verranno. La memoria come fondamentale arma con cui affrontare il futuro. Il vento continua a sussurrare. E‟ ora di tornare a casa. E mentre mi lascio alle spalle quei luoghi ho in mente una ballata di Bob Dylan.. Comincio a canticchiarla.. “The answer, my friend, is blowing in the wind.. The answer is blowing in the wind”. ~ 217 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anna Maria Trevale Lettera d‟amore Ci sono moltissime cose che non ho fatto in tempo a dirti, perché è difficile percepire l‟inizio del percorso doloroso che porterà la mente di una persona che ami a disgregarsi lentamente, dapprima in un modo quasi impercettibile: così, quando tu inizierai a rendertene conto, lei già non sarà più del tutto presente in mezzo agli altri, ma si sarà ritirata silenziosamente in un suo mondo particolare, dal quale chiunque verrà escluso senza alcuna possibilità di potervi, un giorno, fare ritorno. Tutto deve arrendersi davanti alla malattia che avanza, che si tratti di amore o di speranza, di volontà o di pazienza… E‟ possibile soltanto chinare il capo e ammettere che alla fine di ogni possibile sforzo sarà in ogni caso lui a vincere, quel morbo perfido che distrugge la mente bruciando ogni giorno le sue connessioni. E tu ora sei lì che percorri metri e metri di bianchi corridoi, con quel passo incerto e apparentemente stanco, ma che non vuole mai fermarsi, anche se il corpo appare sempre più affaticato, perché così comanda la malattia ai tuoi neuroni ormai sregolati. E dire che da giovane non amavi granché l‟attività fisica, non hai mai praticato nessun genere di sport in forma continuativa e ti muovevi sempre con un passo misurato, che spesso faticava ad accordarsi con quello ben più veloce degli altri componenti della famiglia, quando si usciva a passeggiare tutti insieme. Eppure, sotto l‟apparente tranquillità, già allora nei tuoi pensieri era sempre presente un desiderio d‟evasione, dalla monotonia quotidiana, e non era per nulla difficile trovarne le tracce nelle tue ricche letture, e in quella inesauribile voglia di viaggiare che ti faceva portare spesso a casa i cataloghi degli operatori turistici, sfogliando i quali elaboravi lunghe tattiche di persuasione per convincere un pigro e riottoso marito ad accompagnarti nei luoghi che colpivano la tua immaginazione. Non era facile, ma prima o poi ottenevi il suo consenso, e allora potevi preparare con soddisfazione le valigie per entrambi. ~ 218 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ In fondo è soprattutto grazie a te che tuo marito ha visitato quel po‟ di mondo che può affermare di conoscere, perché dubito molto che avrebbe mai preso delle iniziative personali per organizzare quei viaggi. Quand‟ero bambina mi raccontavi spesso e volentieri delle storie, ed io restavo a lungo ad ascoltarti con piacere. Inventavi per me le vicende, in parte buffe ed in parte vagamente edificanti, di una banda di ragazzini scavezzacollo che si aggiravano per le strade di un paese immaginario, molto simile in verità a quello della tua infanzia, perso tra i campi e le risaie della bassa e monotona campagna lombarda. Nelle tue storie c‟erano sempre adulti che scendevano a pescare sulle rive di quel fiume che scorreva placido poco lontano, o che cacciavano nei fitti boschi distesi lungo gli argini, donne che compivano lavori oggi dimenticati e uomini che a volte partivano per andare lontano, e fra loro comparivano all‟improvviso monelli che combinavano scherzi o ne erano vittime. In quei racconti si avvertiva la presenza di rane che gracidavano nei fossi, di lucciole che brillavano sui prati la sera, di grilli e cicale che rumoreggiavano nei campi d‟estate….ma poi c‟erano anche le guerre di tutto il ventesimo secolo, di tuo padre che aveva combattuto gli austriaci in trincea e di coloro che erano partiti per l‟Africa e la Spagna durante la tua adolescenza, e quindi dei tuoi coetanei sparsi per i fronti della seconda guerra mondiale, e dei partigiani nascosti nei boschi ad ostacolare i tedeschi in ritirata, individui reali e personaggi di tua invenzione, tanto che a volte faticavo a distinguere ciò che faceva parte del tuo vissuto, da ciò che ti piaceva immaginare per me bambina. Ora che vorrei poterti restituire il piacere di quegli anni lontani facendoti leggere i racconti che scrivo, tu non sei più in grado di comprenderli, e non puoi renderti conto che forse è proprio da te, mia madre, che ho assorbito il desiderio infinito d‟inventare storie e di creare personaggi, mescolando liberamente le impressioni ricevute dalla realtà e le divagazioni della mia fantasia, fino a dimenticare talvolta quanto provenga dall‟una o dall‟altra. Solo tu avresti potuto trovare, leggendo, qualche traccia delle tue lontane invenzioni di un tempo, e ne avresti sorriso con me, ma la malattia che non perdona ti ha imprigionato là, a percorrere ~ 219 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ instancabilmente bianchi corridoi con la sola compagnia dei tuoi pensieri spezzati. ~ 220 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Cristina Trinci Yusmai Yusmai si siede al mio fianco, la sua pelle lentigginosa mi è ormai familiare. Ha un odore strano. Forse è il mare che, se ci cresci davanti, non ti lascia più. Anche quando parti, come lei, pensando di non poter più tornare. Il mare è un modo di vivere che non ti abbandona. “Tiziano…” “Dimmi” “Mi mancano mio padre e mia madre”. “Lo so”. Sono solo pochi giorni che siamo in Italia. A Firenze. Io la capisco, non ci sono scuse per la mancanza dei propri genitori. Soprattutto quando hai diciotto anni e nessuna idea di come farai a vivere da quel momento in poi. “Tiziano…” “Dimmi” “Non so fare niente. Che lavoro farò?” “Sai ballare. E poi canti”. Yusmai lo guardò con gli occhi umidi. Tiziano la guardò con compassione. Sono seduti sui gradini di marmo bianco, alle spalle il maestoso ingresso del duomo. Ai loro lati il flusso indistinto di turisti, pendolari, fiorentini a passeggio, animali da compagnia. Hanno una gran voglia di abbracciarsi. E piangono copiose lacrime nella città che fu culla dell‟arte europea. Pedro si massaggia con la mano destra il mento appena rasato. Con la sinistra subito dopo si liscia i baffi. Alza lo sguardo trapassando il vetro sottile e, piegandosi verso il foro, chiede: “Puedes esperar aquì unos minutos?”. Il giovane aldilà del vetro resta contraddetto e immobile. Non ha capito, ma comprende che ci sono dei problemi. Quindi si ferma a lato del posto di controllo e comincia ad immaginarsi come potrebbe essere la sua vita a Cuba, lontano da tutti, senza più il suo lavoro di web designer nel cuore di Montreal. ~ 221 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Robert ha paura, una paura che tiene ben celata dietro gli occhiali in celluloide di forma rettangolare, ma prova comunque un piacere sottile al pensiero di abbandonare le certezze costruite nei primi trent‟anni della sua vita e ricominciare da capo. Abbandonare. Scappare. Tenere le redini del suo destino fra le mani e guidare la vita nella direzione che avrebbe scelto lui soltanto. Robert, senza fretta, comincia a camminare verso l‟uscita dell‟aeroporto. Direzione Malecòn, il lungomare dell‟avana, dove c‟è solo una strada a quattro corsie, un largo marciapiedi e un muretto di cemento. Per otto chilometri. Poi il mare, con le sue ugge e le sue melodie rilassanti, i suoi potenti abbracci d‟onde e i tramonti inghiottiti dall‟orizzonte come pastiglie per il mal di gola. Robert, senza capire ancora lo spagnolo, senza sapere perché all‟aeroporto lo hanno fermato, chiede a quella città di grande decadenza di fargli da madre adottiva. Per tutto il tempo che avrà voglia di essere Robert senza cognomi e senza professioni, solo uno che si arrangia, come i cubani, per ritagliarsi uno spazio di libertà all‟interno dell‟onnipresente ingerenza statale. Un‟auto. Una splendida auto d‟epoca sarebbe stata il suo punto di partenza per la professione di tassista. Abusivo, straniero, clandestino. Un po‟ inconsueto per un québécois, ma in questo momento è vita per Robert. Yusmai chiede a Lisa di accompagnarla in centro per comprare il sapone. Lisa, grande amica, grande disponibilità e, soprattutto, grande auto anni Cinquanta del marito, non può far altro che dire di sì. Magari il motore è un po‟ rattoppato, magari le sospensioni sono andate a forza di buche inevitabili sull‟asfalto, magari anche i freni avrebbero bisogno di un controllo, ma la carrozzeria, quella, è sempre impeccabile. Un lucido argento è il loro manto lungo la strada, ai fianchi due nastri bianchi sembrano dare le ali a quella gloriosa Chevrolet del tempo che fu. Insieme a loro, sventolanti bigliettoni di Pesos Convertibles, altri due sconosciuti. “Come se llaman?” “Io sono Simone e questo che non parla accanto a me si chiama Tiziano” “Como? No habla, el? Y porqué?” Tiziano sussurra qualcosa all‟amico. E Simone il portavoce, facendo cenno con la testa di aver capito, afferma a gran voce: “E‟ triste perché la fidanzata, in Italia, l‟ha lasciato prima di partire”. ~ 222 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Poi Simone emette un gemito. Tiziano gli ha tirato una gomitata nel fianco e lo ha trucidato con lo sguardo. I quattro cominciano un‟improbabile conversazione italo-spagnola, dove nessuno capisce niente e tutti ridono, e alla fine Lisa, alla guida, esclama quasi con gioia: “Anche Yusmai è triste perché non ha un marito!”. Yusmai reagisce esattamente come il turista italiano deluso, e colpisce l‟amica con una specie di schiaffo sulla spalla destra. Il colpo è decisamente leggero, ma Lisa non se l‟aspettava, e perciò perde per un istante il controllo della vettura argentea, si ritrova quasi in mezzo alla strada, e solo all‟ultimo istante riesce a schivare una delle magrissime mucche che di tanto in tanto attraversano pacifiche la carreggiata stradale. Tutto bene. Lo scampato pericolo unisce ancora di più i due turisti autostoppisti e le due amiche habanere, facendoli sentire un vero gruppo di fronte alle difficoltà dell‟esistenza. Per fortuna il tragitto in auto è terminato. Simone e Tiziano si offrono di accompagnare Yusmai e Lisa a comprare il sapone. Dopo aver infilato un paio di strette traverse dalla larga strada principale, le due ragazze si fermano davanti al negozio. “Precios en pesos cubanos” è l‟unica scritta, che sostituisce ogni insegna. Tiziano chiede a Yusmai: “Cosa vendono qui?” E lei: “Lo que venden todas las tiendas, nada mas”. Entrano tutti e quattro. Per quanto un turista si possa camuffare, resterà sempre riconoscibile. Tiziano per il marsupio dell‟invicta, Simone per i Rayban anni Sessanta. Gli scaffali di legno scuro sono semivuoti. Il sapone, anonimo e avvolto in una carta trasparente, costa 45 pesos cubanos. Poco meno di due euro. Tiziano pensa che sia accettabile, come prezzo. Appena usciti, chiede a Yusmai quanto guadagna un cubano. Ogni cubano che lavora, risponde lei, ha uno stipendio di circa 450 pesos cubanos al mese. Tiziano, mente matematica, ripete dentro di sé “Diciotto euro e settantacinque centesimi”. Poi a voce alta e con lo sguardo inorridito: “Ma è un prezzo esagerato per voi!”. Yusmai lo guarda come si guardano gli illusi, gli utopici, i bambini. Quasi sottovoce Yusmai comincia a rispondere alle domande di Tiziano sul sulla musica e sugli intellettuali, sul sistema cubano, su Fidel, sul Che, , sulle scritte inneggianti la rivoluzione che colorano i muri a pezzi. Yusmai appoggia la testa sulla spalla di Tiziano. Lui ha fatto di tutto per portarla qui in Italia. Ci è riuscito. Ma la nostalgia non può essere ~ 223 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ aggirata, te la ritrovi davanti ad ogni angolo. Tiziano non le ha chiesto niente. Le ha solo promesso di sposarla, se lei lo avesse voluto, per ottenere il permesso di soggiorno e rimanere in Italia, dove tutti hanno il sapone, anche chi sta peggio. Ma la casa, quella, non te la regala nessuno, tanto meno lo Stato. Yusmai sa che Tiziano sta facendo qualsiasi cosa per lei, dicendo di essere suo amico, ma in realtà è innamorato. E Yusmai, probabilmente, avrebbe chiamato amore quello che sentiva per Tiziano, se non avesse incontrato Robert. La prima volta in cui si è potuta permettere di prendere un taxi a pagamento, e non un passaggio gratuito dall‟amica Lisa, è stato per andare all‟aeroporto. Con i soldi che le aveva dato Tiziano, naturalmente, non appena deciso di andare via da Cuba e stabilirsi in Italia con lui. Ma il taxi era guidato da Robert. Si sa che non basta uno sguardo per sapere se ci si ama o no. Lo sapeva anche Robert. E allora, invece di portarla direttamente all‟aeroporto, si fermò sul Malecòn. Le disse che se stava davvero per lasciare l‟isola, come le aveva appena raccontato, non poteva non salutare il mare dell‟avana e il posto più autentico era sicuramente quello. Il muro in cemento che accoglie pescatori improvvisati, che tengono la lenza con le mani, coppie appena formate e famiglie consolidate, giochi di strada per i bimbi e canti intonati da gruppi di amiche. Robert le chiese il suo nome. Yusmai rispose. Lui le chiese da dove veniva questo nome così strano. E lei allora spiegò che negli anni Settanta si era sentita fortissima la limitazione di ogni libertà. Le mamme, forse con la speranza data dall‟arrivo di un figlio, cercavano di riprendersi, con la fantasia di un nome, la possibilità di decidere ancora qualcosa nella propria vita. E così ci fu un‟esplosione di nomi che iniziavano per i greca. Una silente ribellione dimostrata in sordina. L‟aereo per l‟Italia sarebbe partito dopo circa tre ore. Ma le ore non bastavano per Robert e Yusmai. Lei si rese conto che ci poteva essere una voglia di conoscere, di sapere, di parlare e di ascoltare che non aveva mai provato prima. Lui, nel colore caffelatte della sua pelle, vide la strana ragione della sua scelta di apparente fuga. In realtà, e lo capì solo allora, stava solo andando incontro a Yusmai. A vederli camminare sul lungomare in controluce, con lo sfondo dell‟immancabile tramonto sul mare avanero di fine estate, sembravano due ombre cinesi. Lui altissimo dal portamento sicuro, ~ 224 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ lei molto più bassa, con un‟aura di capelli lisci al vento, dall‟incedere timido e dubbioso. Non avevano bisogno di dirsi niente, si capiva che avrebbero voluto restare insieme. Ma lui ormai, da clandestino e senza un visto valido, non sarebbe potuto uscire da Cuba. Lei, lei soltanto, avrebbe potuto restare nel suo paese. Con Robert. Yusmai pianse sulla spalla di Tiziano per gli amori lasciati al sole di Cuba. ~ 225 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Priscilla Turano Accadueo Mi scivola addosso l‟acqua, come fossero carezze, sembra leggera oggi e ad ogni bracciata avanzo raggiungendo rapidamente il bordo della vasca. Ci sono giorni che mi sembra di essere nata in acqua e di esserci sempre stata e mi sento come un animale grosso e goffo sulla terra che, scendendo in acqua, diventa una ballerina leggiadra. Una bracciata e un‟altra con lo stesso ritmo, la stessa cadenza, quasi una musica amplificata dal rimbombo del vano vasca, l‟importante è non fermarsi, non forzare troppo per non finire il fiato, ma non interrompere questo ritmo. Ogni volta che prendo fiato vedo gli spruzzi che dall‟altra corsia ricadono su di me, la linea rossa che segna la metà del percorso, le bandierine in alto che annunciano la fine della vasca. Tocco il bordo, mi giro rapidamente e con i piedi mi spingo di nuovo, sott‟acqua, per fare i prossimi venticinque metri. Riesco a fare quaranta vasche in mezz‟ora, alternando stile libero, rana, dorso, ma non è questo che mi dà piacere. E neanche il cloro che a volte entra nel naso, e l‟acqua che s‟insinua dentro gli occhialini, gli schiaffi o le pedate che prendi dal vicino di corsia, l‟odore acre dell‟umidità, i capelli lunghi da asciugare ogni volta. Ma non c‟è niente di più bello del fendere l‟acqua col proprio corpo e sentire che essa ti accompagna e ti sostiene facendoti sentire leggero; non c‟è niente di più liberatorio di questo muoversi sinuoso in un elemento naturale. Mi ricorda la sensazione di andare in bicicletta in una strada in discesa a tutta velocità, col vento che fischia nelle orecchie, le gambe larghe per non toccare i pedali, gridando a squarciagola. O quando arrivi in cima a una montagna e sotto hai tutto il mondo ai tuoi piedi. Ad un certo punto quell‟urlo, o piuttosto un lamento lungo e monotono, come se non scaturisse da nessun sentimento, né di paura, né di sorpresa, né di dolore, né di sgomento, ma un lungo e inesorabile lamento come di qualcuno che geme sapendo che non c‟è rimedio al suo spasmo, come uno strazio che non avrà mai fine. E‟ da quel corpo martoriato da una di quelle sindromi terribili di cui ~ 226 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ nessuno riesce a ricordare il nome, (i genitori sì, ce l‟hanno marchiato sull‟anima), è da quel corpo non del tutto cresciuto e contratto come se dovesse trattenere qualcosa che non c‟è, come se dovesse stare nella stessa posizione per l‟eternità, è da quel corpo dal viso inespressivo che esce quel suono. E rimbomba nel vano vasca e si amplifica ed entra nel cervello anche se c‟è il rumore dell‟acqua, anche se l‟acqua stessa tenta di attutirlo. Lei non può fare le vasche, ha bisogno di essere sorretta per camminare, fuori dall‟acqua porta un busto, una terribile gabbia di plastica; può compiere pochi movimenti indotti dalla fisioterapista, forse con fatica, forse no. La sindrome l‟ha colpita a due anni, il suo cervello ha smesso di svilupparsi, il suo corpo si è contratto in una posizione innaturale e se non venisse in piscina i suoi muscoli finirebbero per atrofizzarsi. Lei ha uno sguardo duro, inintelligente, a tratti cattivo; è uno sguardo senza espressione, senza futuro. Mi chiedo se sua madre, che con gesti rituali e pazienti la lava e la veste, la pettina e le asciuga i capelli, riesce a capire quando stia male, o quando sia contenta (se mai lo è). Mi chiedo perché ci sia bisogno di tanta imperfezione per ricordare agli uomini che sono imperfetti, mi chiedo cosa può dare una madre ad una figlia che non può ricevere. Penso ai miei figli ai quali non so spiegare tutto questo, perché ai figli si vorrebbe sempre risparmiare la sofferenza, anche quella che sta intorno a loro, ma non si può. A loro vorrei dire solo siate felici più che potete. A lei vorrei prestare il mio corpo per un giorno e farle provare cosa significa stendere le braccia per spostare l‟acqua, battere le gambe provocando schizzi e onde, sentirsi leggeri, padroni del proprio corpo e al tempo stesso liberi dal suo peso; vorrei che per un giorno potesse salire quella scaletta da sola e uscire dalla piscina senza che nessuno la guardasse con aria triste e compassionevole. Vorrei che per un giorno potesse dire ciao mamma e andare dove vuole. ~ 227 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Irina Turcanu La libertà è dentro di noi Florina voleva di più dalla vita, più di un marito ubriaco tutte le sere, più di un impiego quasi ripiego, più di una figlia disubbidiente, più di un letto stretto a una piazza e mezzo da condividere con un marito assente, distratto, traditore. Florina voleva vivere a pieni polmoni. Florina voleva sentirsi donna, provare quella strana sensazione che gli scienziati, aveva letto su una rivista mondana, chiamavano orgasmo. Ben tre tipi, un punto G, clitoride, vagina, cunnilingus, e tanti altri termini che non sapeva a cosa servissero con esattezza. Aveva riconosciuto in una delle immagini l‟unica posizione d‟amore che sua marito le applicava: il missionario. Un missionario che nulla aveva a che fare con l‟etimologia del termine. Missionario, colui che si impegna a diffondere qualcosa nei luoghi in cui quel qualcosa non è ancora diffuso, specialmente la religione precisavano le enciclopedie. È proprio a queste particolari figure è stato associato il termine. Pare, aveva letto nell‟inserto Florina, che per i missionari fosse quella posizione classica l‟unica consentita, mentre gli indigeni si sbizzarrivano in diverse posture. Quante volte Florina aveva sognato di essere un‟amazzone, cavalcare un puledro mentre la lunga chioma dorata si muoveva libera nel vento estivo. Viaggiava con la fantasia, con le letture di romanzi rosa, al massimo rosa-gialli, prima di ripiombare pesantemente nella cucina, tra le pentole e le stoviglie e nel letto coniugale per un altro veloce incontro notturno sotto forma di missionario di fretta. Erano anni che la vita le stava stretta, ma ultimamente tutto era diventato una sensazione di claustrofobia acuta. La figlia ormai aveva raggiunto la maggiore età da un pezzo, ma non dava il minimo segno di voler spiccare il volo e raggiungere altre mete. La mamma era comoda, si diceva Florina nei momenti di profondo disagio. Il marito peregrinava tra un lenzuolo e l‟altro e non sempre profumavano di lavanda fresca come Florina avrebbe desiderato. Spesso rincasava con un forte odore di pube tra i capelli. Allora sa fare anche altro con le donne, si diceva corrosa dalla rabbia. Sì, era ~ 228 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ evidente, ma erano gesti ai quali lei non poteva attingere. Era diventata una donna insignificante, la rimproverava con astio suo marito. Non si curava i capelli, il volto colmo di rughe, la linea. Aveva quarantasei anni, ma ne dimostrava almeno sessanta, le ripeteva solo per il gusto di vederla in lacrime. Il seno afflosciato, il ventre con la pelle a penzoloni, le gambe magre e piene di inestetismi, le braccia mosce, una camminata poco aggraziata, i modi di porsi tutt‟altro che femminili. “A volte mi domando dov‟è finita la bella ragazza con gli occhi nocciola che ho dovuto sposare, almeno eri una cosa bella da vedere. Ora mi ritrovo con questo pezzo di antiquariato tra i piedi”, le disse un giorno mentre in preda all‟isteria, Florina gli rivelò di averlo pedinato e scoperto chi fosse la sua amante. Era un‟ammissione di colpa, pensò la donna. Fu proprio in quel momento che tutte le sue incertezze, le sue notti insonni, i suoi mancati orgasmi presero la forma della disperazione, la casa si tinse di prigione, l‟aria di iceberg enormi tra i quali era impossibile destreggiarsi. Non formulò la sua decisione per diversi giorni. Giaceva soltanto lì, nel suo inconscio, pronta a prendere forma appena Florina si fosse fermata per pensare un solo secondo sulla sua esistenza. La figlia era grande ormai, il marito una spina tra le costole, la felicità una mera illusione. Una gravidanza precoce l‟aveva incastrata in quel puzzle senza scampo. Una società profondamente maschilista che chiamava i figli nati fuori dal matrimonio “bambino dai fiori”, copil din flori, rendendolo un emarginato, mentre la madre una poco di buono. Era questa la Romania degli anni ‟80 e quella sarebbe rimasta a lungo. Donne emancipate, con gonne, calze di nilon, tacchi alti, trucco, pensieri di libertà e parità. Follie. Gravidanza prima del matrimonio: vergogna per l‟intera stirpe, un errore da rimediare al più presto, costringere il disgraziato a prenderla in sposa prima che il pancione si noti. La danza del lenzuolo, indispensabile. La suocera avrebbe mostrato la macchia di sangue dopo la prima notte d‟amore a tutti i parenti, anche se consapevole della bufala. Cosa poteva fare Florina? Come poteva lottare contro un‟intera società? Era un semplice salice piangente e non poteva far altro che piegarsi sotto la raffica del vento. Cornel non la voleva, nemmeno il bambino voleva. Aveva portato mille scuse, mille dubbi e timori. Lui il padre? Chi lo garantiva? La disperazione aveva offuscato totalmente la razionalità ~ 229 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ di Florina. Come poteva Cornel essere così crudele? Sapeva meglio di chiunque altro che quella sera, sotto il pungente abbraccio del fieno, nella stalla, per lei era stata la prima volta. Fu il padre di lei a prendere le redini, a costringere Cornel a sposarla. Col tempo avrebbe imparato ad amare lei e la loro piccola creatura, si era detta Florina convinta delle sue parole. Gli anni le mostrarono che si sbagliava. L‟amore doveva essere ben altro. Gli schiaffi, gli insulti, i tradimenti, le recriminazioni, non potevano essere segno d‟amore. A questo ci era arrivata da sola. “In tutti questi anni non hai ancora imparato a cucinare qualcosa di decente”, le disse Cornel quella mattina, la stessa in cui avrebbe scoperto che le donne avevano ricevuto il dono di provare ben tre tipi di orgasmo, che le donne di tutto il mondo sono arrivate ai posti di potere, che le donne riescono a fare ciò che fino a poco tempo prima era dominio esclusivo dei maschi. Nel mondo, appunto. Non in Romania. Fu in quell‟istante, mentre Cornel la guardava con rabbia pronto forse a lasciarsi sfuggire il primo ceffone della settimana, che Florina si fermò un istante, formulò il suo pensiero. Decise. La libertà non era per pochi. Questione di come si vive. Appuntamento dall‟estetista e parrucchiere, nuovi vestiti per lavoro e più passeggiate all‟aria aperta, annotò Florina su un foglio intenta a dare una svolta alla sua vita. “La libertà è dentro di noi”, si disse a guisa di incoraggiamento. Quella, però, sarebbe stata solo una minima parte della sua nuova vita. La paura delle pinzette e la ceretta era nulla in confronto a ciò che l‟avrebbe attesa la sera, quando Cornel sarebbe rincasato. Separati in casa o, se preferiva, il divorzio. Era questa la sua decisione maggiore e temibile. Come avrebbe reagito quel mostro a due teste, guidate entrambe solo dall‟istinto animalesco del più forte? La violenza domestica era un caso comune a quasi tutte le sue vicine, le denuncie alla polizia erano rare, gli interventi da parte loro ancor più rari, ma quella realtà non sconvolgeva più le viscere di Florina. “La libertà è dentro di noi”, si disse ancora ad alta voce. Sarebbe fuggita, se lui le avesse messo le mani addosso ancora. Dove si sarebbe nascosta? Un dettaglio. Un dettaglio anche la meta. La figlia era grande, identica al padre, anzi sua complice nei momenti peggiori. Una copia identica in ogni particolare: i soldi, la loro grande e devastante passione, il potere, il loro unico obiettivo. ~ 230 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ La sera, la cena aveva il sapore di bruciato, ma a Florina non importava, si sentiva raggiante come una dea dell‟amore. Il taglio dei capelli, il velo di trucco, la tuta nuova, le unghie smaltate. Difficile non accorgersene della metamorfosi, pensò la donna. Eppure Cornel finse indifferenza come un attore da Oscar. La bocca non gli odorava di alcol, stranamente. Lo sguardo era perso, la mente incespicava tra i perché. Qualcosa dentro non le dava pace, ma Florina finse maldestra indifferenza. Le parole le uscirono di bocca senza timore. Cornel le assorbì come una barriera di scogli che frange le onde di un mare mosso. Schiuma bianca, alta, spaventosa. Rabbia tenue, oltrepassò la barriera di scogli. Era la giornata degli addii, le disse con sarcasmo. Aveva perso una persona preziosa quel giorno, perdere lei sarebbe stata una gradevole sorpresa. Separati in casa? Sì, si poteva tentare. Parole dure. Dolore acuto, ecco cosa avrebbero scatenato un tempo. Non ora. Adesso avevano la forma di una Physalia finita sulla spiaggia per colpa del mare troppo agitato. Dovette attendere il vero amore, il grande battito del cuore, l‟intenso attimo intimo il cui sapore aveva solo immaginato, il collega di lavoro assunto da poco, infelice come lei. Dovette attendere questo per farsi forza e abbandonare una casa che non le apparteneva, un marito immateriale come uno spettro, una figlia che aveva deciso di trovare la sua fortuna lontana nel mondo delle donne emancipate. La libertà si trovava dentro di lei, ora, con il sorriso sulle labbra, ne era certa. ~ 231 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Maria Atonia Turso Il giovane soldato. Quella stazione deserta e buia era l‟unica spettatrice inanimata del silenzio che entrambi sentivano nel loro cuore. Lei si chiedeva se era davvero la fine di tutto, lui non capiva cosa lei desiderasse e se ne valesse ancora la pena scoprirlo. Gli occhi di lui erano bui e vuoti, quelli di lei pieni di tante lacrime che non aveva il coraggio di lasciar scendere. Non un suono tra loro, solo il silenzio di un amore che muore, il ricordo di quello che è stato e il rimpianto di non essere riusciti a custodirlo un giorno in più. Lui mordicchiava le unghie ed evitava gli sguardi di lei che cercava di cogliere i suoi pensieri e i suoi umori. Gli occhi azzurri di lui erano quasi grigi alla luce spenta del sole di novembre, prigionieri di una profonda inespressività. Lei si chiedeva se si potesse ancora rimediare, e sperava che lui si decidesse almeno a prenderla fra le braccia e a stringerla forte. Lei cercava le sue mani, ma lui le tratteneva a sé. Lei desiderava i suo calore, ma da lui si elargiva solo fredda indifferenza ed ostilità. Lui la guardò e scorse una lacrima ribelle che scendeva giù sul viso delicato di lei. Si sentì colpevole e con un leggero tocco del dito la fece scivolare via, poi la bacio sugli occhi. Lei odiava la compassione, allontanò le mani di lui che ora cercavano di attirarla a se e fece per alzarsi, ma lui era più forte e più veloce, la strinse a sé e le disse solo “Ti amo”. Il cuore di lei ebbe un tremito e lo sentì battere forte e quasi far eco nella stazione deserta. La mano di lui scivolò sulla guancia di lei, e un‟altra lacrima trasgredì alle regole per raggiungere l‟altra. “Non ce la faccio più amore” gli disse sottovoce, ma lui non volle ascoltare. Le baciò le labbra dolcemente e le sentì le appena vibrare sotto la pressione delle sue. Lei non poté non sentirsi esplodere dentro: un fuoco le arrivò alle guance diretto dal cuore, sentì l‟esigenza di abbracciarlo e di stringerlo forte a sé quasi fino a diventare parte di lui, anche la più piccola parte, le sarebbe bastato, ma non ebbe la forza di farlo. ~ 232 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Se solo un bacio risvegliava in lei tutto questo, cosa avrebbe significato perderlo per sempre? … Ti amo … Ti amo … Ti amo … continuava a pensarlo, ma le sue labbra non si schiudevano. Il cuore di lei si induriva ogni volta che lo vedeva andar via, quando dai suoi occhi spenti sentiva di non essere più la cosa più bella per lui, ne la più importante, ma solo una delle tante. Lui non sapeva cosa fare per impossessarsi dei pensieri di lei, lasciò lentamente la presa e le sussurrò un breve saluto. Salì su quel treno ancora fermo, convinto che non l‟avrebbe più rivista. Lei rimase ferma su quella panchina con l‟eco sordo di quel “ciao” vago nell‟orecchio. Solo qualche secondo passò prima che una forza sovrumana la costringesse ad alzarsi, per rincorrere quel treno e gridare con tutta la voce che aveva dentro. “Mi vuoi sposare? Ti amo!” Poi posò le mani sulle orecchie e chiuse gli occhi per non sapere la risposta. Sorrise fra sé e si sentì finalmente leggera come l‟acqua. Il treno partì e ruppe il silenzio della stazione. Il cuore le martellava il petto e gli occhi le lacrimavano ancora stretti stretti. Il fischio lontano del treno risuonò nell‟aria e liberò le orecchie. “Lo sai che ti amo, certo che ti sposo amore mio.” Lei aprì gli occhi e si stupì di vederlo li d‟avanti a sé, lasciò scivolare le braccia intorno al collo di lui, che la baciò con una passione che bruciò entrambe le loro anime ribelli. Persino il sole ora sembrava risplendere con più intensità. ~ 233 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luigi Tuveri Il gatto e la ruota Livio ha un contratto a termine e una madre che esce di casa solo per andare al mercato comunale. Suo padre è morto tre anni fa e l‟unica cosa che ha lasciato è una cantina piena di roba: i bulloni d‟una 128, sedie che fan da nido alle tarme, la friggitrice elettrica presa coi punti del discount e una scatola di bobine per il Geloso. Le sorelle, maggiori di quasi venti anni, se ne sono andate via da tempo. Sposate, scappate, più viste dal giorno del matrimonio. A quello di Laura il padre si ubriacò finendo a litigare per il parcheggio. Che scena ridicola, spesso Livio la sogna. Rivede il padre in mezzo al prato con la faccia rossa, gli occhi umidi e che, spintonandosi con quell‟altro, dice frasi senza senso; vede la sorella che scappa piangendo con veli e pizzi che le dardeggiano sul culo. Tre anni dopo, quando si sposò Angela, andò anche peggio. Il padre, consumato dalla cirrosi, si svegliò con la luna storta e cominciò a far storie per i confetti, i gemelli d‟oro, per la cravatta e le foto. Angela non era tipo da piangere e scappare, in quartiere era famosa come femmina capace di farsi rispettare ed esasperata, mentre infilava le scarpe accorgendosi che erano un 38 e non un 38½, lo colpì con un pugno. Lei si ruppe la falange dell‟anulare destro e il padre l‟accompagnò all‟altare con l‟occhio sinistro tumefatto, senza mettere la cravatta e restando in silenzio tutto il giorno. Oggi è Luglio e Livio è sceso nelle cantine perché il petrolio costa troppo e a lavorare ci va in bici, solo che là sotto c‟è un labirinto cupo e non c‟è una luce che funziona: i relais scattano a vuoto e le poche finestre sono murate, in più c‟è una puzza acida di piscio e immondizia che raschia la gola. Acqua limacciosa che scorre in tubi appesi ai soffitti. Cunicoli e androni, porte chiuse, altre divelte e locali usati come cessi o come tane. Questo Livio non lo vede ma lo sa, abita al quartiere da sempre e un quartiere di periferia è come la mappa di un tesoro, che la conosci a memoria, la studi giorno e notte come dovesse aprirti chissà quali forzieri. Conosci le strade, i ~ 234 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ passaggi segreti, i ponti e ti chiedi per tutta la vita dove mai i pirati avranno seppellito i dobloni del re. Intanto quaggiù, adesso, c‟è un gatto. Ha due occhi gialli che pungono il buio, sta lì, non si muove. Livio gli passa accanto trascinando la bici, il battistrada si appoggia alle rughe di cemento e strappa come velcro. Il felino lo sopravanza, odora di pelo bagnato e il suo incedere è uno stormire di foglie. Quando scorge un triangolo di luce Livio lo raggiunge come fosse la piattaforma del teletrasporto. Riemerge insieme al gatto: i palazzi sono carte da gioco che si specchiano. “Dove hai preso quel rottame?”, sua madre è affacciata al balcone. Abitano al piano terra: sopra ci sono dieci file di balconi tutte uguali ripetute per sette scale e davanti alberi da cui cola una resina appiccicosa. “Ci vado al lavoro”, risponde Livio mentre il gatto, che in realtà è una gatta, si struscia tra le sue caviglie. Gli occhi le sono spariti in un farfuglio di pelo nero. “È tutta rotta”. “Solo sgonfia”. “Sarà bucata”. Livio vede che la faccia della madre è un pastrano sgualcito. “Non fumare”. “Almeno faccio qualcosa…” Gli piacerebbe portarla a fare un giro, farle mettere un vestito. Magari basterebbe che Laura e Angela venissero una volta a trovarla. È invecchiata. È sola. “La pompa è nello sgabuzzino, me la prendi?” “Se sai dov‟è prendila tu”. “Sono in ritardo”. “E che t‟importa? Tanto ti lasciano a casa a fine contratto, come sempre”. Livio, da tre mesi, lavora in un‟agenzia di catering. Insieme al titolare e ad altri camerieri tuttofare si occupa di organizzare coffeebreak, pranzi e merende per laureandi che frequentano un master. Luana lavora al bar aziendale e gli ha detto che ognuno di quei putti paga fino a quindicimila euro per nove mesi di corso. Le corsiste hanno abiti firmati, profumi, occhi spenti e arroganti. I maschi ballano loro attorno come vermi appesi all‟amo in attesa d‟essere ~ 235 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ divorati. Fa rabbia vederli uscire dalle aule malati di allegria e invadere gli atri per riempirsi i piatti di dolcetti, tartine, olive ascolane, mordicchiare tutto senza finire niente. Fa rabbia vederli togliere con la punta del coltello le strisce di grasso dal prosciutto, ridere dei titoli di guerra dei giornali giocando a tenere in bilico i bicchieri di plastica. Livio, chinandosi, avvita i tappi alle camere d‟aria, fissa la pompa al telaio, “a stasera”, dice alla madre montando in sella. La gatta cammina verso i giardini, vede un cane grande come un bulldozer e si spaventa, si acquatta un istante poi scarta di lato, fugge. Livio sta già pedalando, attraversa distratto la strada e in un baleno sarebbe contro il muso di un‟auto che imprevista sopraggiunge. La gatta è più agile, lo precede. La madre lancia via la cicca ancora accesa, abbozza una specie di grido. L‟auto passa oltre ed è tutto un girare di ruote e di balconi, di pupille, quelle della gatta ora si vedono bene, sprizzano dal pelo nero e pare un viso umano quel contorno. Livio frena e la gomma posteriore slitta, poi scende, lascia a terra la bici e s‟inginocchia sull‟asfalto: doveva aver già consumato le altre sei vite perché non respira più, né si muove e né ha paura. Da una finestra vien fuori il volume alto di una radio, dice che l‟anticiclone della Azzorre è giunto sull‟italia. Poi passa una moto. ~ 236 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Roberta Usan Il mondo parallelo, uno qualsiasi, uno a caso Stavo guidando la mia macchina come ogni mattina per andare in ufficio, sempre di corsa e in lotta con l‟orologio per non timbrare in ritardo l‟entrata in studio. Entrai nel parcheggio, sempre convinta di fermare la mia macchina e la mia corsa in un posto auto libero, uno qualsiasi, a caso. Anche quella mattina scorreva tutto veloce e la mia corsa, che ormai non mi sorprendeva più, mi dava la spinta per camminare e vivere ogni istante. Poi, fui costretta a fermarmi. Davanti a me stavano passando tranquillamente due persone che non avevano niente a che fare con il mio ritmo frenetico. Vidi di fronte a me un uomo alto, con un fisico asciutto, che avevo visto anche in altre occasioni, nei dintorni. Il suo volto non aveva l‟espressione tipica di un capofamiglia preoccupato e pensieroso per le spese da affrontare ogni giorno, né aveva, tantomeno, l‟aria di un ragazzo in cerca di stabilità e di lavoro, uno qualsiasi, a caso. Di solito questo è quello che vedevano i miei occhi, persone intorno a me che camminavano felici e tranquille,libere da pensieri ed inquietudini.. Insieme a lui vidi anche una donna, anche le i magra e slanciata, dai capelli lunghi e folti. Lo sguardo non era brillante e lo spirito non era quello tipico delle donne di oggi, non era, cioè, esuberante né piena di brio. Poi. D‟improvviso, i due si unirono in un abbraccio spontaneo e candido. Sì, al loro presenza fu, soprattutto, un abbraccio naturalmente sincero, proprio lì, in mezzo al parcheggio, noncuranti del resto del mondo. Dovetti aspettare che il loro passo attraversasse il mio. E i miei occhi non fecero altro che guardarli, o, meglio ancora, osservarli. Perché erano così strani? Non riuscivo a dare una motivazione scevra da pregiudizi che, di primo acchito, mi portarono ad identificarli come due persone disagiate. ~ 237 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Non capendo a quale mondo appartenessero, provai a fermare il mio mondo. Solo per un attimo. E in quell‟attimo iniziai a vedere le persone intorno a me come pianeti speciali in un universo speciale. Scendendo dall‟auto, infatti, incrociai subito una signora stravagante con un cappellino d‟altri tempi in testa. I capelli lunghi e insolitamente grigi avvolgevano il suo volto, fiero degli anni che dimostrava. Con un sorriso sdentato si rivolse a me chiedendomi “Anche per lei oggi è una strana giornata? Il tempo è un po‟ birichino, vero?” Non seppi cosa rispondere a quella domanda, che mi parve essere un‟interrogazione scolastica, alla quale ero giunta impreparata. Senza aspettare la mia risposta, la signora continuò a sgambettare lungo il marciapiede, con passo deciso, pronta ad affrontare la sua giornata. La guardai allontanarsi mentre pensavo che, anche per me, quella era diventata una strana giornata. Mi chiesi incredula come fosse possibile che ciò che mi accadeva quotidianamente sotto gli occhi fosse diventato così alieno. I dubbi sulla mia visione della vita superficiale iniziarono a smuovere l‟adrenalina nel mio corpo, come una scossa di terremoto a cui non ero preparata. Andai in ufficio con la testa fra le nuvole e, d‟istinto, la prima cosa che feci fu di condividere con le mie colleghe quella turbolenta esperienza. Mi sentii semplicemente rispondere: “Ci sono sempre state le persone strane, cerca di non aggregarti a loro!” E rimasi un po‟ amareggiata perché la cosa era stata interpretata come una mia debolezza. Non ero riuscita a farmi capire, a far comprendere che mi ero, finalmente, resa conto che il mondo non è solo quello in cui crediamo di vivere. Vivere ormai non significa esclusivamente avere una famiglia, un lavoro e la salute. Se ci sono questi doni siamo tutti contenti. Ma quando iniziano a mancare? Per difenderci, cerchiamo di trovare la felicità in un mondo parallelo, uno qualsiasi, a caso, che ci permetta di essere noi stessi senza pensare a quello che siamo e senza pensare a quello che gli altri pensano di noi. Presi coscienza di ciò che sentivo di essere, al di là dell‟apparente figura che vedevo allo specchio ogni giorno. Allo stesso tempo mi sforzai di capire gli altri, a volte immaginando, anche solo per un giorno, la vita vista dai loro occhi. Mi imposi di vedere le cose anche da una prospettiva differente. ~ 238 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Così, da quella strana mattina, continuai ad incontrare gli altri, persone come me, ma allo stesso tempo diverse da tutti, che hanno cercato la felicità e la tranquillità lontano dagli schemi e dalle regole e soprattutto hanno trovato la gioia di vivere puntando su loro stessi. Il loro mondo parallelo fu per me l‟unica consolazione nei momenti in cui mi rendevo conto che forse quell‟apparente vita disagiata era in fondo un modo per mascherare il loro vero modo di vivere, unico e invisibile. Proprio perché consapevole e coinvolta da quella nuova coscienza di me, mi ripromisi di cercare all‟indomani la signora dal buffo cappellino per dirle: “Ieri è stata veramente una strana giornata!”. ~ 239 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Salvatore Vaccaro La guerra col pane Due gradi sopra lo zero, fuori. 3:57 del mattino. Da sotto il cuscino dici che la giornata non sarà delle migliori. La tua voce, nella poca luce, è come la seta; io gelo. Sono di turno alle 09:30 oggi, potrei rimanere ancora a letto, ma a che serve? Mi vesto in fretta, mi dirigo in cucina. Sul tavolo ancora la tovaglia e per terra le pallottole di midolla, erano munizioni nella lotta di ieri sera, dopo cena. Non dovrei bere l‟acqua dal rubinetto, non saresti d‟accordo, quindi richiudo. Esco al balcone a prendere uno straccio per le scarpe. Da quando tenevi le cipolle nello scaffale qui fuori? Non me ne ero mai accorto; solo 3 giorni fa ne ho comprate 2 kg al mercatino. Quanto tempo abbiamo trascorso qui, seduti al sole? Quanto? Il cielo non è più quello di allora, sai. Prima bastavano una manciata di stelle e qualche buon desiderio per schiarirlo, ora non più. È grigio, pesante, e si sfalda come carta da parati e accorcia le distanze, sempre col fiato sul collo della terra, come un amante geloso che impreca per l‟uomo in comune. C‟è solo qualche cane in giro a quest‟ora, la città è sfatta, ognuno nella propria tana a dormire o fare l‟amore. Ville, baracche, condomini, tutti addossati come se il timore di restare soli fosse l‟unica logica dei piani regolatori. Non voglio più vedere questo schifo, devo verandarlo anch‟io “lo fanno tutti qui intorno, l‟ordinanza è diventata una farsa. Non voglio più vedere i vicini, così chiari nelle cornici delle loro finestre, sghignazzare, piangere, discutere. I Montini hanno divorziato, alla fine “ avevi ragione. La gente si accoppia e si spaia come fosse la cosa più Naturale del mondo. Che dire? Rendersi tristi è un gioco da ragazzi. Fra non molto si alzerà Emma, dovrei accompagnarla a scuola e magari prima spiegarle perché a meno di 1 km in linea d‟aria quel termovalorizzatore sputa fuori i rifiuti di una città intera e perché l‟aria sembra di velluto. Mi hanno chiamato dalla presidenza, l‟altro ieri. L‟insegnante ha riferito che non apre bocca durante le lezioni. ~ 240 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Vogliono che consulti qualche psicologo; la scuola ne mette uno a disposizione, basta solo che dia il mio consenso. Così ho chiamato Sara, è arrivata ieri. Non erano trascorsi neanche 5gg. Da quando era andata via e l‟ho fatta tornare. Le hanno assegnato la fellowship all‟harvey, ma questo Continuo viavai da Londra le causerà problemi sul lavoro, ne son sicuro. Il fatto è che non credo alle baggianate degli strizzacervelli. Sara può capirla meglio di chiunque altro: la differenza di età non è mai contata per loro, lo sai. Come se non bastasse, pure Ale inizia a darmi noie. Ha mollato Celeste. Senza motivo, per dirne una. L‟altro giorno sono entrato per caso in bagno, la porta era aperta, e l‟ho pizzicato a orinare nella doccia. Era nella doccia vestito, con le scarpe, a orinare, capisci? “Che stai facendo?”, “Lasciami in pace”, mi ha urlato contro. In più, una sera ha insistito perché vedessimo Tutti la saga di Rambo in tv. Piangeva a dirotto durante i film. “Non è toccante?”, Continuava a ripetere. Che devo fare? A restare in tema, un figlio che a 23 anni ti trova Rambo toccante non è del tutto a posto, no? Sara dice che è solo il suo modo di metabolizzare la cosa, vedremo. Intanto è Emma a preoccuparmi di più; ieri sera, a cena, ha distrutto tutti. “Ale, togli il formaggio da lì, sai che mamma non sopporta l‟odore!”. Ale ha spostato la formaggiera dall‟altra parte del tavolo, un attimo di silenzio e sono scoppiato a singhiozzare di fronte a loro. Ho alzato lo sguardo, mi fissavano come cadaveri, sono scappato in camera da letto. Il moccio è ancora là, insozza la federa del tuo cuscino. Sara mi ha raggiunto qualche ora dopo, avevano appena finito di fare la guerra. I tuoi figli fanno la guerra col pane per distrarsi qualche minuto, capisci? Perché non torni? Perché? Qui la lavatrice non la sa programmare nessuno e non voglio gente in casa. Le cipolle rimangono a marcire, Ale grida nel sonno, la cucina è un macello, Emma vuole le treccine, e Sara? Non pensi a lei? Mi ha tolto le scarpe ed è saltata sul letto; piangevo ancora. Mi ha dato un pizzicotto così forte sulla mano destra che si è dovuta alzare a cercare un cerotto. Sanguinavo. Ho sentito quelle unghie affondare dentro di me come fossero una liberazione, e sento ancora la fitta. “Smettila, smettila di piangere” sussurrava, ed è sbottata pure lei. Doveva avere una vita sua, finalmente; invece sta tentando con tutte le forze di ~ 241 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ rimetterci in sesto. “Emma ha voluto sapere cosa sia un melanoma al IV stadio”, ha detto in lacrime mentre mi stringeva. Ci siamo promessi di essere più forti; è stata lei a chiedermi di scriverti, ma non capisco a cosa possa servire. L‟ho lasciata là dentro, in dormiveglia, nel nostro letto. Alzandomi mi ha detto che oggi sarà dura. Ho sentito un brivido. Era la tua voce, la tua. È da un mese che sei via. Ma devo continuare, devo, anche solo per loro. Ho riletto queste righe. Sanno poco di te, della tua freschezza, di quella gioia sulla punta delle dita. Hai disegnato fiori nelle nostre stanze anche quando tutti credevamo che fosse tardi per avere ancora il tuo profumo. “Svolto solo l‟angolo” hai detto. E io, io sono rimasto appeso a un chiodo come una giacca troppo leggera per uscire fuori a fare quattro passi. Ho sempre avuto poco amore da darvi. E quel poco che avevo te lo sei portato tu sottoterra. Ora che ne farai? ~ 242 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Anna Valente Le due parti di me Quale senso di indifferenza che mi pervade. Vuoto, sentimenti congelati, rimandati indietro. Credo che quando la sofferenza tocchi la nota più dolente dell‟anima a quel punto non resta che assorbirla e incassare il colpo come se nulla fosse successo. Accettazione come medicina, come purificazione, ritrovamento del sé, autoconservazione. E con questo misto di rassegnazioni e consapevolezze mi dirigo verso la casa della mia analista. Stranamente non sto correndo, la calma mi fa tenere le mani ferme sul volante, mi fa assaporare le note melodiche di “Lifegate”. Non accelero, non rallento, la velocità è regolata dal mio piede che sprofonda con la giusta forza sul pedale. Alzo gli occhi al cielo e provo una strana sensazione. Il cielo è spezzato a metà. La parte a sinistra è grigia, uggiosa, malinconica e i palazzi in ombra, fatiscenti. L‟altra parte, alla mia destra, è luminosa. Hai presente quella luce sottile che passa attraverso alle nuvole, capace di dare la sensazione che tutto ciò che ne è toccato sia dorato? Si riverbera sui palazzi in stile Liberty e ne conferisce un fascino irresistibile. E‟ in quell‟istante che mi accorgo di essere ancora emozionabile, di non lasciarmi sfuggire i dettagli, quelle sensazioni che amplificano ogni istante della propria vita. Il cielo è tagliato a metà come me. Metà in luce e in metà in ombra. Il mio angolo visuale ha percezione sia della parte scura che di quella chiara, quasi si mescolano. Ma quella luce fioca è così penetrante da farmi star bene, accarezza la mia dolce sensibilità. Placa l‟inettitudine e cancella via i pensieri. Mi libera. Forse l‟avere raggiunto la massima profondità ti fa raggiungere la vera leggerezza. Un pensiero, un istante, un viale. Le mani continuano a restare immobili sul volante e mi lascio attraversare da questa magia. Sospiro e ho già svoltato l‟angolo. ~ 243 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luciano Valli Aspettando Antonio Appoggiati a me. Fa‟ piano. Metti il braccio sulle mie spalle. Prova a stare in piedi. Ma guarda come ti hanno ridotto. Aspetta che ti do il mio fazzoletto. Ti esce ancora sangue dalla bocca, eh? Se tua madre ti vedesse in queste condizioni, le si fermerebbe il cuore. Va bene, non ti sforzare a parlare. Vieni, avviciniamoci alla fontana; almeno è illuminata dal lampione. Consolati, pensando ai gladiatori che ci si lavarono dentro, dopo aver combattuto nell‟arena Flavia. Ma tu non sei un gladiatore. O forse sì? Però, uno dei nostri giorni; di questi anni settanta. Quelli lì ti hanno pestato, al bar di Campo de‟Fiori, davanti alla statua di Giordano Bruno. Be‟, sei uno sbirro. Che ti aspettavi da loro? Che ti facessero la festa? Sì, te l‟hanno fatta a modo loro. Eh...? Hanno chiuso la saracinesca del bar; Mella è spuntato fuori dal retrobottega, con la faccia tipica di un mastino napoletano. Teneva una bottiglia di birra in mano. E certo che quei due che ti stavano dietro ti sono saltati addosso! E lui ha potuto rompere la Peroni sulla tua testa cocciuta, eh? Sì, perché tu ce l‟hai sempre avuta dura, la testa, come un vero abruzzese. Anche il giorno prima che ti trasferissero nella Capitale. Avevi avuto la spavalderia di dire a tua madre: “ Mamma, vedrai che a Roma me la cavo. Come sempre... “ Noi due ci eravamo incontrati sei mesi fa a Piazza Farnese. Ti ricordi? Io ero seduto sullo scalino di travertino, annesso al portone del vecchio palazzo, accanto all‟edicola dei giornali. Qui la mia comitiva si riuniva ogni pomeriggio, ogni sera e spesso anche la notte. Difronte a me gli spruzzi d‟acqua facevano traboccare l‟antica vasca romana, incorporata nella fontana barocca; gli stridii acuti delle rondini trapuntavano lo sciacquio millenario, e il rombo di una macchina di passaggio non riusciva a soffocarli; la luce rosa del crepuscolo ornava il Palazzo Farnese, come una cornice divina. Le urla dei ragazzini che rincorrevano un pallone, mi fecero cambiare la direzione dello sguardo. Tu, uomo giovane, robusto, con un pantalone jeans e una maglietta bianca addosso, tirasti un calcio al ~ 244 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ pallone, rispedendolo, insieme ai calciatori, dall‟altra parte della piazza. Poi i tuoi occhi incontrarono i miei. I tuoi capelli pettinati all‟indietro, le sopracciglia folte, gli occhi grandi e la barba incolta erano di color nero. Il viso era pallido. Il naso un po‟ schiacciato, come quello di un pugile. Rallentando il passo e con aria investigativa ti avvicinasti a me. „‟ Ce li hai i documenti?‟‟ ‟‟No...!‟‟ Ti risposi con paura. ‟‟Ah, bene...‟‟ aggiungesti tu, parandoti di fronte, oscurandomi del tutto. „‟Lo sai che ti devo portare al comando?‟‟ „‟Eh...? Ma che sei uno sbirro?‟‟ Ti domandai, tentando di non sembrare nervoso. Ti mettesti a ridere, la tua risata rimbombava, con tutti i denti in mostra. Poi ti accomodasti sul gradino, vicino a me: „‟Mi chiamo Antonio!‟‟ „‟Ah... Piacere, Giovanni! Ma sei davvero uno di quelli...?‟‟ „‟E‟ sì!‟‟ E spostasti lo sguardo dall‟altra parte. Scorrevano due motorini, girando intorno alla fontana. „‟Sono stato assegnato a questo quartiere, da qualche giorno.‟‟ „‟Ah, allora benvenuto nella fossa dei leoni!‟‟ Aggiunsi io, alzando un pò‟ la voce per farmi sentire: i motorini ci stavano passando davanti e coloro che li guidavano erano i leoni feroci. „‟Li conosci ...?‟‟ Mi chiedesti tu con aria seria. „‟E chi non li conosce a Campo de‟ Fiori?‟‟ Risposi io, quasi sussurrando. Speravo che tu non mi sentissi. „‟Quel ciccione è di certo il capo, eh?‟‟ Mi domandasti tu, indicandomi con la mano destra Mella: ci avevi azzeccato, il boss di Campo de‟fiori sedeva comodamente sul primo motorino, facendo strusciare i cerchioni sui sanpietrini. „‟Be‟, ora devo andare...‟‟ esclamai, e feci per alzarmi. „‟Aspetta!‟‟ E la tua mano scese a bloccarmi la gamba. „‟Non avrai mica paura...?‟‟ „‟Be‟, chi non ce l‟ha nel quartiere?‟‟ „‟Io, per esempio!‟‟ Affermasti tu, con una sicurezza che non poteva essere autentica. „Mah... Ti voglio rammentare che sei a Roma e soprattutto a Campo de‟fiori...‟‟ aggiunsi io, tenendo d‟occhio i giri dei motorini, rumorosi e veloci. ~ 245 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ „‟Aspetta e guarda...‟‟ ti alzasti di scatto e sollevasti la maglietta. Avevi la pistola d‟ordinanza infilata nei jeans. Cominciai a sudare freddo. Per istinto indirizzai lo sguardo verso i motorini che ci stavano ripassando davanti. Tu, fermo come un gladiatore nell‟arena. Loro, come leoni impauriti, accelerarono e sparirono per via Monserrato. Da quel pomeriggio i miei rapporti col quartiere cambiarono. Un‟ansia incombente prese a perseguitarmi. Ogni volta che mi avvicinavo a quell‟angolo di Piazza Farnese, cominciavo ad ansimare, il cuore mi batteva sempre più veloce e i miei occhi azzurri erano spauriti mentre ti cercavano. Sì, Antonio, avevo paura di rincontrarti. Il tuo modo di fare, spavaldo; la tua figura in un certo modo straniera, in quel quartiere romano; la tua professione di tutore dell‟ordine- ma di un altro ordine, diverso da quello che regnava a Campo de‟fiori- avevano provocato in me un senso di ripulsa per lo sbirro che eri. Ormai convivevo con la gente del quartiere, e la gente erano anche i malviventi sui motorini. Certo, sia io che i miei coetanei, sapevamo che erano loro a farla da padroni. Neanche i tuoi colleghi erano riusciti a impedire gli atti di criminalità. Quindi, noi ci facevamo gli affari nostri e loro i propri: scippi dei turisti; furti negli appartamenti di lusso; taglieggiamenti dei negozianti; ricettazione e spaccio della droga. Gestivano tutto loro. A capo della banda c‟era Mella: un uomo di mezza età, grande e grosso, avvolto dalla ciccia, con una moglie e due figli, uno peggio dell‟altro. Una faccia da mastino napoletano incuteva rispetto a chiunque gli si avvicinasse. Io, per pura coincidenza, avevo fatto le scuole medie col figlio maggiore, grosso e brutto come il padre. Promosso a pieni voti: insegnanti e alunni avevano avuto paura delle rappresaglie. Qualche mese dopo il diploma, incontrai Mella davanti al bar all‟angolo di Campo de‟fiori e via dei Baullari. Era in compagnia del figlio diplomato, ma di qualche anno più vecchio di me. Erano seduti a un tavolino e si godevano il sole di Agosto, sorseggiando due birre alla spina. Mi obbligarono a fargli compagnia. Mi feci portare una coca-cola. In silenzio ascoltai la loro conversazione. Avevano nelle mani una partita di droga leggera, proveniente dalla Colombia, e volevano venderla nel quartiere. Dovevano disfarsene al più presto. Prima che i tuoi colleghi, Antonio, ne venissero a conoscenza. Il ~ 246 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ figlio di Mella avrebbe dovuto occuparsene. Lo fece, ma non come avrebbe dovuto. Due giorni dopo ci fu un blitz dei tuoi, Antonio, in tutto il quartiere. Lui riuscì a fuggire. Al suo posto, i tuoi colleghi, presero me. Ritornavo a casa per la cena. Camminavo al buio per via Monserrato. Un passante s‟infilava in un portone e un altro in un‟osteria all‟angolo di Piazza Farnese. Improvvisamente, un botto secco di uno sparo echeggiò per la via. Un lampo mi passò sopra la testa: “ Fermo, fermo! “Furono le grida di uno sbirro dietro le mie spalle. Poi due mani mi spinsero in avanti. Mi ritrovai col mento sui sanpietrini e con le mani ammanettate dietro la schiena. Ora mi ricordo solo della mezza luna, circondata di stelle, in alto nel cielo scuro della sera. Riaprii gli occhi in una stanza illuminata al neon, vuota e pitturata di bianco. Mi risvegliai, ammanettato a una sedia di legno, da un incubo: che proseguì per ore e ore in quel luogo ambiguo. “ Sei libero... Te ne puoi andare! Furono le ultime parole di un tuo collega, Antonio, prima di togliermi le manette. Uscito nel corridoio, mi trovai davanti a una porta aperta. Riconobbi uno spacciatore della banda di Mella: a mani libere, sorseggiava una tazzina di caffè. Poi sentii una risata amichevole di colui che lo stava interrogando: „‟Quanti chili?‟‟ „‟Solo un paio...‟‟ „‟Be‟, a noi il settanta e a voi il resto!‟‟ „‟Eh...?‟‟ „‟Altrimenti, Regina Coeli... Ah, ah, ah...‟‟ „‟Va be‟! Ma a Mella glielo dite voi?‟‟ „‟No! Sarai tu a dirglielo...‟‟ „‟Uhm...ci proverò. Ma se si arrabbia, sono affari vostri!‟‟ „‟I suoi e anche i tuoi!‟‟ „‟E dove li volete i soldi... Qui al comando?‟‟ „‟No! Uno di noi verrà a prenderli al bar di Campo de‟ Fiori!‟‟ „‟Uhm, speriamo bene...‟‟ „‟Siamo d‟accordo!‟‟ Dopo avermi trattato come uno spacciatore, i tuoi, Antonio, finalmente si resero conto di aver preso la persona sbagliata. Da quel giorno nacque la mia diffidenza in quelli come te. I pugni presi in faccia e i calci nel sedere mi fanno ancora male, sai? Comunque, il giorno dopo ero seduto sullo stesso scalino di travertino a Piazza ~ 247 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Farnese. Mella e il figlio giravano per il quartiere sui motorini, come se nulla fosse successo. Pensai che erano riusciti a vendere la partita di droga e a spartirsi il bottino con i tuoi colleghi. Prendendo me, i tuoi pensarono di aver sgominato la banda? Ma tu eri giovane, Antonio. Arrivasti da un paesino dell‟Abruzzo. Con pochi anni di servizio. Ti fu assegnato il compito di sgominare la banda di Mella. Nessuno, prima di te, era riuscito a dargli fastidio. Non fui il solo a essere stato fermato per sbaglio in una retata. Mella e il figlio, indisturbati, si godevano il sole romano a un tavolino del bar di Campo de‟Fiori. Tua madre ti aveva avvertito. Tu firmasti lo stesso il trasferimento a Roma. Eri diventato uno schiavo dello Stato, costretto a fare il gladiatore nell‟arena del Teatro di Pompeo. Ti ricordi dell‟altro giorno, quando arrivasti come una furia, per sedare una battaglia a base di uova fresche? Da una parte i drogati; dall‟altra loro, gli spacciatori. Mella in prima fila a sghignazzare. Il figlio lanciava a intermittenza le uova sulle teste dei suoi clienti, raggruppati come sempre sotto la statua di Giordano Bruno. Io ti stavo osservando, da un lato della piazza. Come un fratello minore, di bassa statura, magrolino, un volto da adolescente con i brufoli sul mento, i capelli biondi, lunghi e gli occhi azzurri. Ansioso di assistere alle imprese eroiche del maggiore. Avevi la pistola stretta nella mano destra. Ti mettesti in mezzo a quel volare di uova fresche, senza che nessuna ti colpisse. Lo sguardo di Mella invece ti centrò in pieno, con odio e desiderio di vendetta. Bastarono due colpi secchi, fuoriusciti dalla tua pistola e sparati in aria, a far terminare la battaglia. Tuttavia una nuova ti stava aspettando, Antonio, e non certo a base di uova fresche. „‟Ehi, Giovanni!‟‟ Era la tua voce, mi avevi riconosciuto tra le decine di curiosi che si erano radunati sulla piazza. „‟Ciao, Antonio! Ci mancava poco e diventavi una frittata...‟‟ „‟Sì, e poi a farmi cuocere in padella da quello lì...‟‟ Ridevi sarcastico, senza paura, indicandomi con la pistola Mella che si allontanava, seguito dal figlio e dal resto della banda. „‟Lui non vede l‟ora... Antonio!‟‟ „‟Ah, certo! Ma, molto presto, le uova in padella se le cucinerà da solo: in una cella di Regina Coeli!‟‟ „‟Uhm... Lo spero per te!‟‟ ~ 248 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ „‟Giovanni! Lo sai che sono un gladiatore venuto a combattere i leoni nell‟arena?‟‟ Fino a questa sera, Antonio, non è successo nulla nel quartiere. Come la calma prima della tempesta. Campo de‟Fiori mi è sembrata una piazza civile, in una città che lo è da millenni. Il mercato si è affollato di gente locale e di turisti. Si sono aggirati intorno alle bancarelle profumate di spezie, verdure e pesce fresco. Qualcuno si è seduto sulla statua di Giordano Bruno, per provare sulla pelle bianca il sole estivo. Anche in quel maledetto bar dell‟angolo, tutto era tranquillo, come si addice a un luogo rinomato. Agli occhi del turista, la piazza è simbolo di storia e civiltà. Però, se ora ci fosse uno straniero a vederti, si renderebbe conto dell‟altra faccia della città eterna. L‟immagine della tua, Antonio, livida e insanguinata, gli rimarrebbe impressa sino al ritorno nella sua città. Per me, in questo momento, più civile di Roma. „‟Ahi... Che male!‟‟ Balbetti tu, mentre ti asciughi il sangue dalle labbra col fazzoletto bagnato. „‟Non parlare, Antonio, che ti fa male! Devo cercare un telefono...?‟‟ „‟No, Giovanni!‟‟ mi rispondi, appoggiandoti al marmo della fontana. „‟Ci sono cascato...‟‟ „‟Eh?‟‟ „‟Sì...Giovanni... Mi hanno fatto credere di essere un infiltrato...‟‟ „‟ Vuoi dire che i tuoi hanno organizzato tutto...? Allora, si sono messi d‟accordo con Mella!‟‟ „‟Sì... Sono andati a patti con loro... Giovanni.‟‟ „‟Ah... Ora ho capito perché al comando si gustavano il caffè insieme agli spacciatori...‟‟ „‟Eh... Se l‟avessi saputo prima, non sarei finito così conciato...‟‟ „‟Antonio, i tuoi sono corrotti! Che cosa farai adesso...?‟‟ „‟Io... Nulla! Saranno loro a darmi il trasferimento...‟‟ „‟Mah... Non si posso lasciare impuniti!‟‟ Tu non mi rispondi. Continui a camminare, barcollando. Raggiungi il vicolo dei Cappellari, dove abita Mella. Poi sparisci ai miei occhi. Che cosa accadrà domani? Io mi siederò, come sempre, sul gradino di travertino a Piazza Farnese. Deluso dal mio gladiatore. Antonio, avresti dovuto vincere l‟illegalità degli uni e degli altri e riportare la legge nel mio quartiere e poi nella città. Domani sarai ripartito per il ~ 249 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ lontano Abruzzo, con l‟unica consolazione di poter riabbracciare tua madre. Io, invece, resterò in piazza a godermi le ronde sui motorini della banda di Mella. Aspetterò l‟arrivo del prossimo gladiatore? Riuscirà a battere i leoni feroci? Oggi fa caldo a Roma. Alle sei del pomeriggio, l‟unico refrigerio lo trovo accanto alla fontana di Piazza Farnese. Seduto sullo scalino di travertino mi godo l‟ombra. In piazza non c‟è quasi nessuno. I soliti ragazzini che corrono dietro al pallone e... Antonio? Ma non eri partito? Tutto incerottato, zoppicante, ma dove stai andando? Eh...? Il motorino di Mella ti si ferma accanto. Oh... Ti picchierà di nuovo? Ma che: ti consegna una busta. Te la metti nella tasca dei jeans. Mella dà il gas e il motorino riparte in direzione di via Monserrato. Antonio, ti guardi intorno; ti dirigi dall‟altra parte della piazza. Ma lì c‟è il comando! Sparisci nel portone... Non è stato un miraggio. Antonio, ti sei inventato tutto! Ieri sera avevi messo in scena il pestaggio, insieme a Mella. E certo: se gli hai preso la busta dalle mani. Non può essere che così. Mi hai fatto credere di essere quel gladiatore che avrebbe riportato la legalità a Campo de‟Fiori. Invece anche tu facevi parte del gioco. Antonio, sei uno sbirro corrotto e non il mio eroico gladiatore! ~ 250 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ilaria Vajngerl Via Carducci Abito in via dell‟Industria numero ventotto, sto al primo piano. Salgo al quinto una volta al mese, quando devo stendere le lenzuola e gli asciugamani. Capita allora che io guardi di sotto, vedo il tetto grigio della Pellex e la strada nera, che d'estate impregna l'aria di catrame e neanche la notte smette di sudare. Presto gli occhi mi si offuscano. Torno in casa. Dalla finestra del bagno, si vede un parcheggio vuoto. Di notte ci andavano i camionisti con le puttane, mica davano fastidio, ma quelli dell'amministrazione comunale hanno preferito piantare una mezza dozzina di lampioni e tenerli sempre accesi, o aperti, come gli occhi. Così le ragazze si sono trasferite sulla strada che porta all'inceneritore e qui la notte sa di morte. Quando ho compiuto quarant'anni sono andato all'ipermercato e ho comprato la bicicletta più costosa. La commessa mi aveva guardato stupita. Non vuole vederne almeno un' altra? Così sceglie la migliore... No. Mi dia quella più cara. Mi dicevo, forse almeno comincerà a piacerti la montagna. E invece la montagna la continuo a vedere dal basso e il salotto si è fatto più ingombro, ma d'altra parte non ho il garage né qualcuno da invitare a cena. In cucina ho gusti difficili. Però mi piace la marmellata di pesche spalmata sul pane imburrato. Mi ricorda quei pomeriggi di ferragosto passati a giocare sui campi con i miei cugini, ci chiamavano per la merenda e io mangiavo sempre una fetta in meno rispetto agli altri perché ero il più piccolo e con i denti nuovi che tardavano a spuntare del tutto faticavo a masticare. Mio cugino Sandro ora fa l'operaio alla Pellex. Io ho un cinema in centro. Uno di quelli con le poltrone di velluto e il pavimento lucido. Quando abitavo in via Carducci stavo al settimo piano, vicino alla Rinascente. Avevamo l'asciugatrice. I cassetti delle biancheria sapevano di lavanda, così Gli abiti sembravano ancora più puliti. Sul divano c'erano sempre un paio di calzini appallottolati e una tazza vuota che appiccicava di tisana. L'ultima volta che ho guardato dalla finestra ho visto una ~ 251 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ macchia rossa. Mi sono detto non è lei, non sono io, questo è il genere di cose capitano solo agli altri. Però le gambe mi tremavano davvero. Raccontai che avevamo litigato perché io avevo l'amante. Dissi di come l'avevo tradita. Disse che era disperata. Si era chiusa in bagno, lasciami in pace non respiro, aveva biascicato. Poi si era calmata e si era buttata, senza urlare, né fare rumore. Dalla finestra del bagno di via Carducci quando arrivava san Silvestro guardavamo i fuochi d'artificio. A Capodanno ora mi metto nel parcheggio a sparare petardi. Immagino come sarebbe se avessi un figlio. Gli direi, copriti con la sciarpa che poi continui a tossire e ci tieni svegli. Lui mi chiederebbe, papà, l'anno prossimo compriamo i razzi? E io penserei che sarebbe proprio una gran bella idea. Una volta ho preso la macchina e sono tornato a casa con una delle ragazze dell'inceneritore. Non assomigliava a Giulia, aveva la pelle nera che puzzava di sigaretta. L'avevo portata in salotto e lei mi aveva chiesto, sei un ciclista? Avevo detto di sì, ma che faceva veramente troppo freddo per pedalare, in quei giorni. Poi l'avevo spogliata. Ho le mestruazioni, mi aveva interrotto. Vidi il crocifisso. Lo portava appeso a una collanina d'oro, una di quelle che si regalano alle cresime o alle comunioni. L'avevo fatta rivestire . Poi avevo chiamato un taxi. Da via Carducci mi hanno portato via con l'ambulanza. Urlavo, chiedevo agli infermieri, come si fa a morire senza avere paura? In via dell'industria non ci sono chiese. Non passa nessuno. Da quando non abito più in via Carducci chiedo perdono se tardo a rispondere al telefono, se non lascio passare una donna prima di me quando devo salire in treno. Faccio sempre, mi scusi, saprebbe dirmi che ore sono? E tutte le volte penso a Giulia. A quello che non ho saputo dare e non potrò più ricevere. Morirò solo. Aveva avuto un altro, era durata poco, mi aveva detto. Non le credevo. Era disperata. Mi aveva pregato, scusami. Piangeva. Io le avevo detto, no, non ti perdono, non mi interessa, tanto non ti ho mai amata. Allora si era chiusa in bagno, lasciami in pace non respiro, si era calmata, si era buttata, senza urlare, né fare rumore. Giulia, dimmi, come si fa a vivere senza avere paura? ~ 252 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Francesca Varagona Gratta e Vinci Uno strano silenzio regna negli ospedali, soprattutto durante le lunghe ore del pomeriggio. E‟ il silenzio delle preoccupazioni dei degenti, dei respiri ansiosi, degli occhi inattivi. Il reparto era lindo, tranquillo. Lo stanzone a sei letti, spartanamente arredato: un armadietto, una sedia, un comodino e un treppiedi per la colazione il corredo di ogni paziente. Sotto una delle grandi finestre dalle tapparelle sempre alzate un tavolino supplementare, dove le pazienti meno gravi consumavano i loro pasti frugali. “Minestrina o minestrone, verdura cotta o insalata, pollo o bistecca?” Interrogavano le inservienti. Poco altro: una lampada sopra ciascun letto e un lampadario centrale che emanava una luce sfocata, dimessa. “Soft”, l‟aveva definita, in un lampo d‟ironia, il giovane medico che era passato per la visita il pomeriggio precedente. Si susseguivano le storie dolorose, i letti si riempivano e si svuotavano, si alternavano ricoveri e dimissioni. Denominatore comune: la tristezza. Le donne semi sdraiate nei letti familiarizzavano, dormicchiavano, leggevano. Più spesso, rimanevano sedute con lo sguardo vacuo, nell‟interminabile attesa del momento, del piccolo intervento, grande evento nelle loro vite usuali. Dieci minuti in tutto, per chiudere un sogno, un‟illusione di maternità durata poche settimane. Gratta e via, un raschiamento, una “bella pulizia”, come la definiva l‟esperto professore dai capelli grigi che scrutava con fare sbrigativo le loro cartelle cliniche. “Mi raccomando, rimanga a digiuno. Neanche l‟acqua”. Poi, una breve passeggiata fino alla sala operatoria, tenendosi sotto braccio per farsi coraggio, una leggera puntura, e dopo dieci minuti, un quarto d‟ora al massimo, venivano trasbordate nel loro letto, una pezzuola fra le gambe. Tutto finito. ~ 253 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ogni tanto, una si salvava. Alla pesca del tagliando non trovava l‟immancabile scritta: “Ritenta, sarai più fortunata”. Di tanto in tanto c‟era chi riceveva in dono il tagliando della fortuna, che le forniva ancora qualche speranza sul futuro del piccolo embrione che avrebbe potuto diventare il suo bambino. Tra le poche che vidi, in quel grigio novembre, me n‟è rimasta impressa una. Un volto dolce e pulito che non dimostrava la sua età di donna, folti capelli neri racchiusi da un fermaglio rosso simile ad un fiore dai petali sottili. Lunghe gambe magre e un seno prosperoso, era giunta attorniata da uno stuolo di familiari apprensivi che la soffocavano nel loro affetto invadente. Quando, terminato l‟orario delle visite, si era aperta al colloquio liberatore che tutte, a turno, cercavano, per alleggerire il peso che opprimeva loro il petto, era apparsa indifesa ma decisa, pronta ad accogliere l‟evento, qualunque fosse stato l‟esito. Aveva sofferto tutta la notte a causa del caldo asfissiante che dominava l‟ambiente, saturo dei respiri preoccupati, infagottata in un pigiama invernale recuperato un attimo prima della corsa verso l‟ospedale. Al mattino, colta dalle nausee, aveva percorso con passo incerto e tuttavia con andatura innatamente elegante il lungo corridoio che conduceva ai servizi, per liberarsi in fretta della cena non digerita. Solerti infermiere le avevano prelevato i campioni di sangue per i controlli di rito, sottoponendola poi all‟elettrocardiogramma. L‟avevano quindi accompagnata al piano sottostante per l‟ecografia. Al ritorno, con espressione felice ma perplessa, aveva annunciato: “Hanno detto che c‟è ancora tutto”. Solo un‟ombra, sul viso delicato, al pensiero delle lunghe settimane che l‟aspettavano, per portare avanti una gravidanza quasi inattesa, che si annunciava tenace nonostante tutto. “Ma dove lo metterò?” Confidava all‟amica che le aveva portato in dono una pizzetta di cui si era scoperta insolitamente golosa. E i dubbi inespressi, presenti solo nella mente: „Nascerà sano?‟ „Sarò all‟altezza di essere una buona madre?‟ Infine il sorriso disarmante ad illuminare il volto gentile: “Ma stasera, me lo daranno da mangiare il purè? E‟ così buono il purè degli ospedali. Chissà come lo fanno. A casa non ha lo stesso sapore”. Il sapore delle promesse. Del sogno che prende forma. Della vita che ~ 254 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ cresce dentro a dispetto degli ostacoli. Andai a casa dopo qualche ora, con il mio fardello di speranze frantumate. Portando con me un pezzetto di fortuna, che la giovane donna dalla farfalla rossa tra i capelli mi trasmise con la sua dolce, confidente, leale, energica seppure timida stretta di mano. ~ 255 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luciana Vasile Un cuore in condominio Un battito più forte degli altri aveva preannunciato l‟imminente arrivo. A quella singolare extrasistole aveva fatto eco la cassa toracica, quando Lui era apparso sulla grande apertura a doppia altezza all‟interno dell'imponente palazzo. Non era solo. Insieme alle autorità che lo avevano invitato, incedeva lento e straniero. Il corpo abbandonato dentro i vestiti, si lasciava condurre. La borsa che pendeva dal braccio sinistro, salda nella mano, portava il peso degli affanni degli uomini. Lui sembrava incaricarsene. Era assorto in un mondo altro, mentre procedeva verso il lungo tavolo in legno intagliato, posto al centro della parete di quella Sala degli Specchi dove si rifletteva e moltiplicava lo stato d'animo di Lui che Lei aveva immediatamente introitato fra la piega del cuore e il lembo della mente. Lo aveva riconosciuto. Quanto era durata quell'attesa? Aveva percorso tutta la vita per arrivare a quel punto, in quell'istante nel quale tutto era meravigliosamente successo, senza preavviso e ancora privo di parole, di intrecciarsi di sguardi, di sfiorarsi di corpi. Lui le apparteneva nella luce dell'intimità più profonda alla quale si giunge camminando decisi nel buio. Durante tutta la conferenza erano, poi, state le parole con le quali commentava altri, a riflettere lo spazio dell'anima di Lui. Su di esse, ignaro, galoppava nei meandri dell'interiorità di Lei, del conosciuto e dell'inconoscibile. Perché tutto è in noi. Corrispondersi. Erano bastati pochi battiti perché Lui, si accorgesse. Senza esitazione né vergogna, le aveva mostrato la parte più nascosta di sé. Nuda la ferita che portava da sempre sul cuore. Lei vi si era affacciata scoprendone la voragine. Senza spaventarsi cominciò ad accarezzarlo e baciarlo, proprio lì. Per ricomporne le pareti frastagliate. Anche i corpi ne furono contagiati. Si erano allora uniti, ~ 256 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ confusi in teneri amplessi, dove la gioia e il dolore, in armonia, avevano liquefatto le membra. Ogni centimetro della carne di Lei batteva il desiderio. Ora una musica melodiosa, una nenia languida la faceva dondolare su di lui; ora un ritmo incalzante, di strumenti a percussione, sconvolgeva gli arti, allacciava le menti. Lei tremava nell‟amore. Per quel ttt...ttt...ttt del corpo Lui la battezzò Titti. Passarono oltre un milione e mezzo di battiti (più di tre anni) dell'orologio del cuore, durante i quali Lui le fece visitare i luoghi, i pensieri, le attese, dove Lei era sempre stata. Sconosciuti l‟inizio e la fine di quella presenza. “Dando tempo al tempo, tutte le cose dell'universo finiranno per incontrarsi le une con le altre” (José Saramago). Titti aveva consumato gli ultimi cinquecentomila battiti (circa un anno) di quel tempo interiore per cominciare a capire ciò che per Lui era difficile ammettere con se stesso. Era stato un processo, una indagine complessa nei recessi più riposti dell‟anima dove Lei lo aveva invitato ad addentrarsi. Insinuati come tarlo silenzioso che corrode, in angoli inesplorati, abitavano, atavici, i sensi di colpa, le scelte che Lui non aveva avuto mai il coraggio di affrontare, l‟obbligo dei ruoli istituzionali, l‟ipocrisia dei benpensanti, il senso cattolico del peccato anche per chi apparentemente si dichiarava laico, lontano da ogni religione. Quella mancanza a priori di libertà, di una libertà interiore non fisica, che Lui era ben lontano dal raggiungere, anzi contro la quale lottava, cominciò a farli soffrire. Lei non aveva né chiesto, né preteso nulla. Imprescindibile la presenza attiva di Lui nei rapporti con la famiglia, che Lei comprendeva e rispettava. Lui era sempre più spaventato di come Lei gli fosse entrata dentro. Fino a quando una mattina, ore otto, pensò di trovare una comoda soluzione al lacerante conflitto interiore dal quale era continuamente afflitto. Seduto sulla poltrona dello spogliatoio della casa di Lei, mentre si infilava i calzini, disse perentorio: “Amo mia moglie. Vivrò con lei fino alla fine dei miei giorni.” ~ 257 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ I ruoli, in essi gli affetti e i doveri, non si discutevano, ma quell‟amore riciclato dalla coscienza arrivava a sproposito. Un pasticcio di sentimenti. A nulla valsero le mille telefonate di Lui, il desiderio di vederla e amarla ancora, la sua disperazione, il cercare attenuanti e compromessi. Non poteva più prescindere da Lei. Ma lo spazio del cuore nel quale si erano incontrati rifiutava di essere diviso con altri. Prima di farsi più male Titti uscì rapida da quel condominio troppo affollato. Ancora un battito, a vuoto. Oscurati i ricordi. Dietro le spalle fece sbattere fragorosamente il portone, del quale, dentro di sé, non avrebbe mai più ritrovato la chiave. ~ 258 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Daniela Veneri Doppio ouch Mi chiudo in casa, due mandate alla porta. Mi spoglio, accendo il riscaldamento e mi butto in doccia. L‟acqua è così bollente rispetto all‟aria, che presto il bagno si riempie di vapore. Mi infilo l‟accappatoio bianco e le ciabatte di spugna, il secondo paio regalatomi da mia madre. Mi asciugo i capelli, e poi mi passo un bello strato di crema antirughe sulla pelle. Vado in salotto, accendo la luce piccola, mi metto sul divano, incrocio le gambe. Prima spengo il cellulare e qualsiasi mezzo che mi colleghi con l‟esterno: isolamento completo. Mi rimetto in posizione, mi rilasso, trovo la curvatura più comoda. Poi chiudo gli occhi. E mi appare il tuo viso. Me lo aspettavo, era un appuntamento che da parecchio ci siamo dati, o almeno io non potevo più rimandare. Dio mio…è come se non fossero passati due anni, è come se tutto fosse successo ieri. Mi apri la porta di casa ed io entro, la cena quasi pronta. Siamo in quattro, io e la nostra amica comune ed il tuo amico del cuore. I tuoi occhi sono più che familiari, sono carnali, geneticamente miei. Poi le discussioni, i litigi che si susseguono, i silenzi pieni di rabbia, il dolore, i tuoi occhi che non sono mai stati miei per più di qualche minuto, il tuo profumo, l‟ultimo giorno che ti ho visto, l‟ultima volta che ti ho pensato prima di cancellarti. Come posso perdonarti? Fa male, ricordare, rivedermi, ripensarti, ricollegare, sentire la ferita, quel pugno su un organo così delicato come il cuore. Non passa se non si cura. Mi raccolgo attorno alle gambe e respiro forte. Io non ero pronta, non lo eri solo tu. Quante interferenze, quanti ma, se, quanti dubbi, quanta non volontà di lottare, quanto poco posso fare verso un destino che non controllo. Tutto troppo difficile, tutto troppo contro, troppa inconsapevolezza sul fatto che le cose vanno vissute e lasciate andare per la loro strada. ~ 259 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Il tuo cappello di paglia è ancora appeso in casa mia. Pende dalla lampada da 19 euro. Lo scontrino dell‟ultima cena ancora lì sulla bacheca, sotto milioni di altre carte accumulate. Mi esplode qualcosa, un fragore come di piatti e di campane, una pellicola che si riavvolge veloce e stride. Non vivo più nella notte, mi sembra di sentire il cuore battere, dopo tanto, lo sento quasi in testa. Sei ancora tu lì, dentro. Non è una paranoia, non è una idea, non sono impazzita. La rabbia acceca, e per davvero. Ti ho cancellato, segregato non so dove, in fondo in fondo in fondo. Io innamorata di te, ancora, dopo tutto quello che è successo. Sono ancora lì, non me ne sono mai andata da te, il posto tuo è preservato. Nessuno può avvicinarsi, ora capisco perché il mio cuore non può darsi a nessun altro. Respiro forte. Ti vedo con la faccia più invecchiata, i capelli più bianchi, gli occhi stanchi. Sono passati anni. Anche la tua voce è più roca, ha un suono gutturale che non ricordavo. Adesso mi si stringe la gola, non riesco più a respirare, così devo aprire la bocca e mi esce un urlo soffocato. E piango. Ma tanto. Lo stomaco mi si rovescia, e l‟esofago si contrae. L‟aria non si sdoppia nella epiglottide, e mi soffoca, la devo sputare fuori. Ti perdono, ripeto che ti perdono e mi perdono. Mi hai fatto male, tanto male, e ti odio, ti rinnego, ti vorrei morto ma non mi serve tenere dentro tutto questo, non mi fa passare il dolore, mi tiene solo ancorata al fondo. Tossisco di più. Sulla bocca lacrime e moccio. Io che mi rattrappisco su me stessa, mi sento piccola, piccolissima. Ti perdono, ti perdono, ti perdono e ti voglio bene. Mi voglio bene e mi perdono. E ti lascio andare. Ti lascio andare via da me. Vado per la mia strada. Mi perdono e ti perdono. Ora vai. Ora puoi andartene. E taglio un filo nero che mi lega a te. Lo taglio con una forbice d‟argento. Lo taglio più volte perché è resistente. Non sei più una spina. Diventerai una cicatrice che è lì a ricordarmi qualcosa. Una piccola smagliatura che diventerà da rosa a bianca. Lo stomaco mi si svuota di un peso così enorme che mi spavento. Scompari piano piano. Ascolto il silenzio attorno a me. Mi rilasso singhiozzando di brutto. Ascolto ancora. Respiro fortissimo. Sei andato. Tutto qua. ~ 260 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Luigi Ventriglia Un sogno lontano Notte incantata. Ed eccolo di nuovo lì, al sesto piano di un hotel lontano dal mondo. Il vento attraversava libero l‟infinito corridoio e, di tanto in tanto, spalancava porte di camere che da anni non avevano più chiavi. Il letto disfatto con lui sorpreso dal sonno. Distante una mano il suo vecchio taccuino, dove i fogli avevano perso il loro colore originario e, liberi da ogni colloso legame, di volta in volta sapevano disporsi in un nuovo ordine, creando discorsi sempre nuovi. La piccola custodia in pelle ora aveva donato al vento quei fogli che, allegro, li faceva roteare per la stanza, ora sulla moquette stinta, ora attorno al piccolo, economico lampadario. Quel quaderno aveva anche donato vecchie foto che, più pesanti, non si erano sapute allontanare dal letto ed ora gli giravano attorno, quasi come provviste di una loro volontà. Era di nuovo in quella stanza, in quel vento greco forte e caldo, dopo vent‟anni solo per quel suo primo amore. E su quei fogli c‟era una scrittura che lui a stento riusciva a leggere, la scrittura forte e chiara della libertà dei suoi quattordici anni; le parole di chi ancora non ha vissuto; parole di chi sta sentendo per la prima volta, di chi ha ancora tanto tempo, di chi non ha ancora davvero pianto, e pur nella paura, in fondo non ha paura. Quelle parole erano fatte dall‟inchiostro della sua prima storia. Intanto quella notte, fuori e dentro, oltre al vento non c‟era che vento. E l‟unico discorso era fatto in una lingua misteriosa, dalla sua voce che discorreva con le cose incontrate durante quel suo viaggio casuale e senza meta. Lui era steso s‟un lenzuolo ancora bianco, lavato chissà quanti anni prima, mentre le foto continuavano a ronzargli intorno come farfalle taglienti. Ad un tratto risentì quella lontana voce. Non sapeva se in fondo l‟avesse mai sentita e se la potesse ricordare; comunque, all‟improvviso, ecco quella voce, vecchia di vent‟anni, o forse nuova, nuovissima di fantasia: ~ 261 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Ed eccoti qui un‟altra volta! È bello essere cercata, ma a volte è davvero inutile. Sai, io non ci sono più. Che vuoi farci, è la vita, ahah, oppure è la morte.” Lei era uguale a vent‟anni prima; stesso verde negli occhi, stessa canottiera, stessa pelle abbronzata ed espressione cool e strafottente mentre gli parlava di una sera lontana nello spazio e nel tempo, di un‟ auto, di una curva e di quante cose possono accadere in un istante. Poi strinse le spalle, gli strizzò un occhio in un sorriso e gli disse: “Che vuoi farci, c‟est la vie!” Sì, quegli occhi... Quel sorriso era proprio il suo, quella notte, improvviso, dopo vent‟anni. Improvvisamente erano nella hall di quel vecchio albergo in una notte d‟agosto di vent‟anni prima; lui grande, lei grande e in fondo ancora come allora. Entrambi si strinsero la mano e si voltarono a guardare un ragazzino di quattordici anni che piangeva disperato e solo in un angolo di un divano di iuta a righe, sormontato da una foto enorme fatta a un vecchio pescatore. La folla di quella lontana estate sembrava non accorgersi di lui; forse perché lui non esisteva. Ad un tratto la videro arrivare e sedersi di fronte a quel bambino, fargli un sorriso e una linguaccia. Entrambi com‟erano stavano vedendo com‟erano stati, immersi fra le onde di una storia senza tempo. Lui si risvegliò stranamente calmo che era ancora notte, andò fuori al balcone e si accese una sigaretta con negli occhi il verde scuro di quel mare e sulla pelle tutta la forza calda di quel deserto che lo circondava. Lasciò che il vento dividesse con lui il fumo di quella sigaretta, come unico compagno in quella notte lontana dal mondo, nella quale era stato solo, poi in compagnia e di nuovo solo. Poi prese con sé solo una foto e richiuse il suo piccolo bagaglio, lasciando all‟aria e al vento la libertà di leggere quei suoi vecchi fogli e di disporli come preferivano, scrivendo ogni volta nuove storie, o cancellando quelle sue vecchie parole e trovando nuove forme più performanti per portarli via lontano, nel continuo viaggio del mondo del distruggere e del creare. In quel sorriso e nei movimenti delle sue gambe leggere sulla vecchia moquette del corridoio capì che era davvero arrivato il tempo di ripartire. ~ 262 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Valeria Ventrucci L‟evento è magia L‟incantesimo di un sogno E‟ stato come la prima volta. Anzi no, che sciocca, distante anni luce dal ricordo di quel triste momento. Mi correggo, è successo per la prima volta nella mia esistenza che io abbia vissuto “Il Sogno”. Non avevo la più pallida idea di cosa significasse vivere al di fuori della realtà, in un mondo magico creato solo dalle mie emozioni più intime. E‟ arrivato all‟improvviso e come tutte le novità non si percepisce all‟istante l‟entità e la portata di un tale evento. Probabilmente perché la nostra mente si rifiuta di credere che esista un‟altra dimensione e si convince che l‟unica realtà è quella oggettiva e materiale che riusciamo a toccare con mano. Non è vero. In cuor mio adesso posso affermare che le emozioni più belle e più toccanti si possono provare solo al di fuori dalla razionalità e dalla logica quotidiana. In un momento in cui l‟universo sembrava crollarmi addosso, dove tutto quello che poteva accadermi di strano si stava catapultando nel mio piccolo mondo, è successo quasi per caso che mi sono innamorata. Non ero abituata ad una esplosione di sentimenti così pressanti e densi di impazienza da farmi stare quasi male. Un‟entità di emozioni tali da sommergermi completamente, in un mare di sconvolgenti colpi di scena. Non sono più una ragazzina e riconosco da sola che l‟argomento non è di facile condivisione dalla maggior parte delle persone adulte e benpensanti. Ma non m‟importa, ritengo che la fortuna che mi è capitata è davvero unica e irripetibile per lasciarmela scappare. Ho alle spalle un vissuto di considerevole spessore, che però non mi ha impedito di sperare di poter incontrare un giorno l‟altra metà della mela. Una persona con la quale condividere totalmente i momenti meravigliosi e straordinari che la vita ci regala a piene mani. ~ 263 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Senza sotterfugi, senza prepotenze, senza egoismi ma solo col desiderio di donarsi completamente nel modo più naturale e semplice. Riconosco che non è stato facile, nei ricordi più vivi che conservo, ho sempre davanti a me il terrore che mi provoca la parola “innamorarsi”. Il retaggio di dolore e sofferenza accumulate senza possibilità di riscatto mi hanno col tempo convinta che per me non poteva esistere il Sogno. E ricredermi è stata la prova più difficile che il mio cuore ha necessariamente affrontato. Ho dovuto lottare duramente contro me stessa per convincermi che l‟universo mi aveva preservato una porzione immensa di felicità. Nel modo più banale, più scontato che la mia mente potesse immaginare. E‟ successo quasi per caso, quando ormai avevo abbandonato tutte le speranze e mi stavo dedicando alla mia nuova vita, in un periodo di grande cambiamento. Riconosco che anche il mio aspetto fisico si era notevolmente modificato di pari passo con la mia evoluzione interiore. Inoltre la mia più grande gioia in questo momento non é più legata al mio conto in banca, ma alla consapevolezza di essere diventata una donna libera. Ho raggiunto la serenità di potermi dedicare completamente ai miei figli e alla mia persona, un progetto che nella mia vita non ho mai saputo realizzare. Se è vero che la maturità si raggiunge quando siamo coscienti di quello che desidera la nostra anima, adesso ritengo di aver intrapreso la strada giusta. Finalmente non sono più succube di quel senso del dovere martellante che mi ha fatto condurre un‟esistenza, fino adesso, quasi robotizzata. Chissà cosa mi ha portata a vivere senza la gioia degli affetti e delle emozioni più vere, lontano da quello che il mio cuore desiderava più ostinatamente: la mia felicità. Posso ammettere senza difficoltà che durante la prima parte della mia vita io non ho compreso fino in fondo la solitudine e il vuoto che ne hanno fatto parte. E per fortuna, perché se ne fossi stata consapevole sarei morta di crepacuore. Nessuno credo possa resistere a lungo in una totale assenza di sentimenti e di amore senza rimanere in qualche modo danneggiato. ~ 264 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Quello che ho scambiato per amore di fatto come tale non è mai entrato nella mia vita. Principalmente tutto nella mia esistenza è stato condizionato dal mio scopo primario, realizzarmi nel settore lavorativo. Riconosco che questo periodo rappresenta attualmente, la mia convalescenza. Ho riversato tutto l‟amore nel lavoro e nei figli, senza risparmiarmi mai, senza dedicare a me stessa un po‟ della cura e dell‟affetto che il mio cuore a gran voce reclamava. Il miracolo è accaduto quando sono scesa dall‟auto in un pomeriggio assolato al centro di una piazza deserta, in cerca di un telefono. Nella mia classifica fra gli oggetti più fastidiosi in assoluto, il primo posto l‟ho assegnato al cellulare. Il motivo è che suona sempre nei momenti più inopportuni, e quando serve davvero o è scarico o è finito il credito. L‟ultima affermazione è quella che mi ha costretta a cercare un telefono pubblico perché all‟improvviso mi sono ricordata di avere un appuntamento col mio agente immobiliare. Mi trovavo a 30 chilometri di distanza dal luogo dell‟incontro poiché avevo promesso di andare in campagna a raccogliere le fragole da alcuni amici. Se penso che avevo pianificato da tempo l‟incontro e che in questo momento la vendita ha la priorità assoluta nella mia vita, mi sarei data una martellata in testa per la stupida dimenticanza. Mancare ad un appuntamento non è ammissibile per me, soprattutto senza preavviso. Mi catapulto fuori dall‟auto, entro in un bar dimenticato dal mondo e la proprietaria gentilmente mi fa telefonare dal suo fisso perché non c‟è alternativa. Mi scuso e sento i miei interlocutori piuttosto alterati, lo sarei anch‟io al loro posto! Probabilmente sfumerà anche la vendita e io che avrei voluto mettermi a piangere, mi ordino un bel caffè. La signora del bar mi guarda un po‟ di traverso, le faccio forse anche un po‟ pena, e mentre esco dopo aver pagato, inciampo nel gradino che non c‟è. Non solo il ginocchio mi sanguina ma ho battuto anche la fronte e sebbene io sia convinta di non essermi fatta niente, la barista chiama l‟ambulanza. E‟ una scena grottesca, io che vorrei seppellirmi dalla vergogna e le persone che si avvicinano sembrano sempre più preoccupate a causa ~ 265 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ della mia agitazione. Ho iniziato a calmarmi solo perché improvvisamente ho temuto che qualcuno volesse sedarmi come ho visto fare nei film. Tutto il vociare attorno mi procura solo fastidio e stanchezza, mentre tengo la borsa del ghiaccio in testa e cerco di avere un‟espressione per quanto possibile serena. Appena arriva l‟ambulanza mi rifiuto di entrare e rassicuro il medico che sto bene e non ritengo necessario il ricovero. Mi fanno comunque salire dentro per un breve check-up e dopo aver firmato sotto la mia responsabilità, se ne vanno sempre più dubbiosi. Mi sento bene, solo un po‟ frastornata, probabilmente sarà questo caldo che mi soffoca e mi fa apparire più grave di quello che sono in realtà. Mi trattengo ancora qualche minuto, su una panchina, all‟ombra di un tiglio, quando si avvicina una persona che da lontano aveva seguito la scena fin dall‟inizio senza intromettersi. E‟ di nazionalità straniera, con uno zaino in spalla e mi pare di aspetto molto giovanile, nonostante abbia circa la mia età. Mi sorride divertito perché probabilmente devo essergli sembrata anche un po‟ ridicola, nel mio stato un po‟ malconcio. Cerchiamo di imbastire una conversazione e il mio inglese al momento è un po‟ fuori allenamento. Se poteva avere ancora dei dubbi sulla mia “normalità” dopo che ho tentato di spiegargli l‟accaduto, temo sia arrivato alla conclusione che devo essere veramente squilibrata. Ha iniziato a sbellicarsi dalle risate, devo avergli detto qualche sproposito involontariamente, e io che non ho sicuramente voglia di farmi prendere in giro dal primo che passa, mi alzo e lo saluto. Non ne vuole sapere di lasciarmi andare, mi spiega che lui è un medico e che sta attraversando l‟Italia in bici perché il nostro è un gran bel Paese. Sostiene che io non sono nelle condizioni di poter guidare e mi consiglia di aspettare ancora un po‟. Mi si cominciano ad accendere tutti i miei campanellini d‟allarme, sono entrata nella zona rossa “pericolo” e stranamente però la cosa non sembra preoccuparmi. Ha un modo di tranquillizzarmi del tutto affascinante, oppure a me sembra tale. Lo osservo meglio e a parte l‟aspetto un po‟ trasandato i lineamenti non sono male, arrivo alla conclusione che posso concedergli altri dieci minuti. ~ 266 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alle otto di sera stiamo ancora chiacchierando e il mio scarso senso materno mi ricorda che mia figlia di 15 anni a casa potrebbe preoccuparsi. Non riesco molto facilmente a liberarmi di lui, o molto più semplicemente, non voglio? Solo dopo avergli lasciato il numero di cellulare e l‟indirizzo di casa mia entro in macchina pensando di essere diventata davvero molto sprovveduta. Cosa mi è preso? Non so nemmeno chi sia, come ho potuto fidarmi, la mia leggerezza mi lascia senza parole! Mi presento sulla soglia di casa con un ginocchio di dimensioni mostruose e una medicazione sulla fronte che non lascia presagire niente di buono. Inutile ammettere che a cominciare da mia mamma, ai miei figli e tutti i parenti, sono diventata la barzelletta dell‟intero condominio. Mentre sto dormendo suona il telefono, giusto per confermare la tesi precedente, è il mio “dott. House” . Presa dal panico decido di non rispondere, ma siccome insiste, spengo il cellulare, quando sento che qualcuno sta fischiettando sotto la finestra. Non ci posso credere, ancora una volta ho beccato l‟ennesimo squinternato che passava il convento! Riconosco di avere una compartecipazione di colpa, e per non svegliare tutti i vicini mi affaccio alla finestra. Non riesco a convincerlo ad andarsene, in fondo voleva solo assicurarsi che stessi bene e che fossi arrivata a casa tutta intera. Mi vesto velocemente e scendo in giardino, sotto i raggi della luna mi sembra ancora più affascinante, ma quello che desidero è che se ne vada al più presto. Improvvisamente non mi fa più male né il ginocchio, né la testa, ascolto le sue parole come se fosse l‟unico uomo rimasto sulla faccia della terra e come rapita dai suoi discorsi mi accorgo troppo tardi che voglio sapere tutto di lui, che cosa fa, dove vive e quanto tempo si fermerà ancora in Italia. Non sono nelle condizioni di accettare nemmeno lontanamente l‟idea di una relazione e quindi cerco di scacciare dalla mia mente l‟accavallarsi di pensieri contorti che si sta creando. Più li evito e più si ripropongono con un‟insistenza morbosa da adolescente squilibrata. Mi ha anche portato un mazzolino di fiori, ~ 267 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ presumo raccolti qua e là, che non riesco a nascondere, mi ha fatto immensamente piacere. E‟ sposato, in crisi, come il 99% di tutti gli uomini che mi sono capitati negli ultimi anni, e si è preso questo periodo di libertà per decidere cosa fare del suo matrimonio ma soprattutto della sua vita. Io non sono sicuramente la persona più adatta a dare consigli, dal momento che non so ancora cosa farò da grande e prima che sia troppo tardi, penso sia meglio rincasare. In realtà la mia mente vuole rientrare ma il mio corpo non si decide ad alzarsi e nemmeno a trovare delle giustificazioni, è completamente bloccato, rapito e incantato dal fascino dell‟uomo venuto dal Nord. Qualcosa nei suoi occhi mi trasmette sincerità e rispetto e sebbene non riesca a comunicare ancora senza errori, lo saluto con la promessa di rivederlo l‟indomani. La notte non riesco a chiudere occhio. Cerco di minimizzare l‟evento, dopotutto non è nemmeno bellissimo, anche se l‟altra parte del mio cuore sostiene che è meraviglioso. Ho il terrore di cacciarmi in un guaio che è più grande di me e riconosco da sola che non è proprio il momento di soffrire inutilmente. Ho deciso da tempo che mi merito di meglio di un uomo già sposato. L‟indomani trascorriamo assieme l‟intera giornata, ogni pretesto è buono per scherzare su qualsiasi argomento anche se i momenti più belli sono quelli introspettivi e legati alla parte più vera della nostra esistenza. Mentre sto valutando se esistono i presupposti per rivederci, lo saluto e capisco che la mia vita ormai non potrà più essere la stessa. Il giorno successivo vado a prenderlo in albergo dove mi ha detto che alloggia e scopro che è partito. Ha lasciato una lettera per me. Mi spiega che si è accorto di quanto tempo ha sprecato inutilmente, che è arrivato il momento di decidere, tutti questi anni trascorsi tristemente gli sono serviti per accorgersi che la sua vita ha bisogno di una svolta. Il suo scopo adesso è quello di rivivere gli stessi istanti di immensa gioia e felicità che ha provato con me la sera prima. Non devo preoccuparmi, lui prenderà le sue decisioni e mi scriverà al più presto una e-mail. Non vuole sconvolgere la mia vita ma desidera rivedermi quando nella sua esistenza molte situazioni si saranno modificate. Mi prega di aspettarlo, perché tornerà presto. ~ 268 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Non ho creduto nemmeno per un attimo alle sue parole e ho pensato che fosse un modo molto originale e altrettanto elegante per scaricarmi. Non so ancora cosa l‟Universo abbia in serbo per me, ma credo che lo scoprirò presto. Mi sono vista recapitare a casa un biglietto aereo con un invito molto allettante. E‟ un‟offerta che non posso rifiutare. Probabilmente un‟opportunità viene concessa a tutti per migliorare la propria esistenza e lasciarsela scappare ritengo che sia un peccato mortale. Stupenda vita a tutti quelli che sanno apprezzarla e desiderano il meglio. ~ 269 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Silvia Vernola Bimbo mix Questa notte è stata strana. I viaggi che faccio, diventano realtà? Ma com‟è possibile? Sto cambiando la prospettiva di vita o è la vita che sta diventando ciò che spero nei miei sogni? O è solo un illusione che creo nella mia testa per convincermi che tutto sta andando a meraviglia? Le domande sono infinite e ho capito che il solo modo per avere una risposta è trovarla. Il mondo è il gioco, e noi ci siamo dentro, siamo stati sorteggiati per avere l‟opportunità di provare l‟amore. Bisogna rendersi conto che siamo vivi e che viviamo e che l‟unico scopo è l‟evoluzione e la crescita. Raggiungere i propri obiettivi, iconizzandoli, come sogni o stelle da seguire. Crediamo e preghiamo che accadano. Reggiamoci ai nostri credo e unifichiamoci con il mondo, dobbiamo trovare le persone e scoprire i loro mondi interiori ed esteriori, le loro vite, i loro sogni e il loro passato. È possibile evitare di fare sbagli ascoltando il prossimo, esso ti racconterà la sua vita e i suoi errori e noi apprenderemo gli insegnamenti come nostri, così eviteremo gli errori. È giunta l‟epoca di togliersi la maschera e far vedere con purezza la propria anima, così da poter crescere liberamente come un fico in una meravigliosa valle incantata, stracolma di natura e profumata come la libertà. Spieghiamo al mondo il nostro universo, così da poterlo aiutare. Il mio viaggio è amare Ariel. Ho un amore per lei che è bloccato, costretto a fuorviare in enti esterni a lei. Ho l‟amore per te, non lasciare che muoia. Vienitelo a prendere. Sì, sono vivo. Provo la sensazione di essere, così profondamente. Vorrei soltanto provare queste emozioni con te, così da poter sentire maggiormente la vita, crearla insieme. Costruiamo l‟amore. Sogna con me, tenera libellula dai mille poteri magici. L‟illusione e il sogno ~ 270 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ possono diventare realtà. Apriamo il nostro cuore e diamo ciò che abbiamo da offrire. Questa notte è proprio strana. Ho un senso di pace liberatorio che vorrei poter condividere in un tenero e infinito istante riflesso nei tuoi occhi. È strana, e pur sono da solo. Nel mio letto. Avvertendo la tua mancanza, riconoscendola in un abbraccio di mille coperte, stringendo e amando un vecchio e morbido cuscino appartenente alla mia infanzia. Provo amore e lascio amore negli oggetti. Non sono materialista. Soffro d‟amore e di tenerezze. Vivo in un guscio secco. Un guscio che non conosce la tenerezza di un abbraccio o di una carezza. Trasferisco questa mancanza nei luoghi e negli oggetti che sfiora la mia anima mortale. Prenditi questo amore, è carico e maturo. Non ti farò più soffrire. Attendo. C‟è aria di neve. Fresca e pulita. Candida e riappacificante. Or scende un fiocco, laggiù ve né un „altro. Ecco ora taci, senti l‟impercettibile rumore che ha nello schianto. Come non lo senti? Chiudi gli occhi, ascolta il silenzio, elimina ogni fonte di disturbo. Alza gli occhi al cielo. Immagina le stelle. I fiocchi di neve. Sentili cadere sul tuo dolce viso. Freschi e nuovi. Ora focalizza un cristallo di neve, guardalo, cerca di fermare il tempo in quell‟istante. Guardalo cadere. Seguilo con il cuore, dove cade? Tutto questo accadrà se il buon Dio mi ascolterà. Il buon Dio è dentro di me, carico i saluti persino a te! Questa è la storia di un fagiolino. - Oh, signor un fagiolino che storia può avere? Stai a sentire: questo è un fagiolino magico, che cresce, cresce e non va ostacolato. Va liberato nell‟aria e solo la natura potrà aiutarlo. Cade sulla terra, pian piano si atterra. Capisce che è la sua vita, si allaccia la camicia, incomincia il suo ruolo. - Un fagiolo è un fagiolo. Esatto! Capisce che è nella terra e si crea la sua pianticella. Se unito a tanti un raccolto da matti! Coraggio ragazzi noi siamo nati. ~ 271 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Umani è da pazzi. Il pensiero ci rende spazi. L‟universo siamo noi. Scopri chi sei, e avrai la chiave del sapere. - sono G. Caro il mio spirito. Sono un essere umano e sono felice della mia vita. Ho fama e potere. Ho droghe a piacere. Un sacco di donne. Una casa da moglie. Due figli carini. Ma sono solo cretini. Non capiscono una mazza. Il lavoro li ammazza. Preferiscono poltrire, o sul divano dormire. Dicono che sono viaggiatori, e non andranno mai fuori dai coglioni. Per sempre bambini. Noi vivi ad accudire. Se sono viaggiatori. Han dei cuori da leoni. Sono pieni di sogni. Che qualcuno li appoggi. Or tacio cara gente, il sonno mi prende. In questa dimensione, vivo un‟illusione, appago spesso i miei desideri e alle volte m‟illumino i geni. Capite brava gente, che amare è vincente. Seguire quei deficenti? Proveremo ad aprire le menti. ~ 272 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Denise Alessandra Villa Gianni – gira Zzzling, zzzling, la ruota gira e tra mille scintille affila la lama. Gianni è un abile arrotino, per lui non si tratta di un lavoro, ma di una vocazione. Niente gli da più gioia del vedere il filo della lama farsi sottile ed affilato. Chi lo conosce lo chiama Gianni-gira perché la sua ruota è sempre pronta a soccorrere la falce del contadino, il coltello del macellaio o gli attrezzi dei fabbri. Gianni si muove ogni giorno tra i comuni della Lombardia in cerca di persone bisognose del suo lavoro. A volte viaggia per giorni senza rimediare una lira, altre volte si può permettere di sedere all'ombra di un gelso ad osservare con orgoglio il buon funzionamento degli attrezzi che ha appena rimesso a nuovo. Lo fa sentire appagato vedere la lama del fattore che incide senza esitazione la spiga, quasi potesse, attraverso la falce, diventare egli stesso un contadino. Sicuramente la madre di Gianni avrebbe voluto vederlo diventare un contadino, come prima di lui lo era stato suo padre e prima ancora i suoi nonni. “Ricorda”, lei gli diceva, “nessuno vuole portarsi in casa un poveretto e chi fa l'arrotino non può che diventare un poveretto”. Mamma aveva ragione, ma Gianni sapeva che non avrebbe potuto essere nient'altro che un arrotino; un bel giorno di primavera è partito con la sua ruota e da allora non si è più fermato. Gianni-gira va fiero del suo soprannome e del suo mestiere, anche se l‟amore per quel lavoro non gli ha reso la vita facile, a cominciare dalle donne. La domenica mattina Gianni si siede fuori dall'osteria del suo paese, quella che si affaccia sulla piazza, e guarda le ragazze che escono da Messa. Sono belle e spensierate quando si fermano sul sagrato a chiacchierare togliendosi dalla testa il velo. La folla si riversa all‟esterno in un tintinnare di crocefissi e ticchettii di scarpe di cuoio indossate solo la domenica. Sulla piazza le donne sposate si ritrovano con il marito che non era seduto accanto a loro durante la funzione ma aveva preso posto nella sezione della chiesa dedicata agli uomini. Sovente, quando la chiesa ~ 273 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ era particolarmente piena, alcuni uomini riuscivano ad uscire alla chetichella per raggiungere gli amici all‟osteria. Gianni ha sempre riso del loro fare furtivo soprattutto perché il parroco, quando informato della cosa, soleva rimproverare dal pulpito i fedeli disubbidienti facendo arrossire le loro mogli. Tra le varie mogli presenti sul sagrato Gianni non può fare a meno di notare la donna che tempo prima aveva corteggiato; la bella Gineta si era invaghita di lui e avrebbe voluto sposarlo, ma la sua famiglia si era opposta animatamente e a Gineta non era restato che capitolare e sposare Giuseppe dal Bisc, un ottimo partito poiché proprietario di una piccola bottega. La vista di Gineta ferisce il cuore di Gianni, guarda con invidia il fortunato marito ben conscio del motivo per cui a suo tempo è stato rifiutato: “Moleta sempar a boleta”, gli arrotini sono sempre senza soldi e chi vuole prendersi un poveretto? Mamma aveva ragione, ma Gianni sa di non aver avuto scelta, l‟arrotino era il suo mestiere e la ruota la sua gioia. Nelle notti più solitarie, quando Gianni aveva bisogno di compagnia andava a trovare la “Dolondolon”, una grassa vedova soprannominata così a causa del suo buffo incedere, pesante ed altalenante. La Dolondolon non era affatto bella, aveva pochi denti e degli occhi piccolissimi nascosti dalle grasse gote, ma a Gianni non importava perché quella donna sapeva consolarlo e tra le sue grasse braccia si sentiva al sicuro. Spesso stava abbracciato a lei, confortato dalla sua stazza, così come avveniva un tempo quando sua madre lo stringeva a sé. Dopotutto la vita è come la ruota di Gianni, gira e rigira e le cose si ripresentano ancora ed ancora. Passano gli anni, gli amici si sposano e mettono su famiglia, mentre Gianni-gira si rinchiude sempre più in se stesso ed inizia ad apprezzare la vita del solitario. Un giorno la routine viene spezzata dall‟arrivo della guerra, gli amici che già da tempo si erano sottomessi ad una specie di gerarca grasso ed oscuro, ora si arruolano per difendere l‟onore della loro patria. All‟osteria ci sono sempre meno giovani e all‟uscita della Messa sempre più donne sole. Anche la Gineta non è più accompagnata dal marito. “Un altro stupido che è corso ad arruolarsi”, pensa Giannigira. ~ 274 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “Arruolato”, la parola ha un bel suono, un po‟ come “arrotino”, ma un significato molto diverso. Gianni è un arrotino, non può fare l‟arruolato e non gli importa cosa dice la gente, lui in guerra non ci andrà, non sparerà mai ad un altro essere umano in nome dell‟onore; tutt‟al più potrebbe andare al fronte ad affilare le baionette dei soldati, ma certamente non se ne starà là ad osservarli mentre usano quegli strumenti di morte. La lama delle falci è tutt‟altra cosa e Gianni rimpiange molto i bei momenti passati all‟ombra dei gelsi ad osservare i contadini al lavoro. Ora di contadini ne sono rimasti pochi e sono tutti diffidenti, vivono nel timore che qualcuno li stia spiando, che qualcuno gli rubi il cibo. Gianni vorrebbe andarsene, ma tutti gli Stati si sono buttati in quella grande follia collettiva chiamata guerra e non esiste un paese tranquillo in cui rifugiarsi. Una mattina d‟autunno il postino gli consegna la cartolina di richiamo dicendogli che ora anche lui potrà andare a tenere alti i colori della bandiera italiana. Gianni evita di rispondergli e lo caccia malamente. Gianni non vuole andare in guerra, lui non ce l‟ha con nessuno, non vuole far del male. Vedendo il suo mondo distrutto e mal sopportando gli sguardi, delle persone che sorridono sotto i baffi per l‟obbligo a cui è stato chiamato, Gianni decide di scappare. Prima di fuggire Gianni va a salutare la sua bella Gineta, si arrampica furtivamente sul balcone del retro e si presenta alla sua amata uscendo dal buio della notte. Gineta sussulta, di spavento prima e di gioia poi; gli getta le braccia al collo e lo bacia con passione come mai nessuna donna aveva saputo fare. “Me ne vado Gineta, io la guerra non la voglio fare”, le sussurra all‟orecchio. Gineta si stacca da lui rudemente: “Sei pazzo? Ti prenderanno e ti fucileranno”. “Non riusciranno a prendermi, so dove andare a nascondermi, conosco bene questa regione”. “Ma non potrai più tornare, la gente si arrabbierà con te, ti prenderanno a sassate!”. “Infatti, sono venuto a dirti addio”. Gineta scoppia a piangere e lo abbraccia. “Ti ho voluto bene Gineta, se non mi vedrai più vai a casa mia e prendi la ruota, forse ti potrà essere utile e ti farà pensare a me”. ~ 275 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Gineta annuisce guardando il pavimento e quando alza gli occhi Gianni è già sparito, inghiottito nuovamente dalle tenebre. Gianni si è rifugiato a casa di un montanaro dove gli viene assicurata protezione in cambio di duro lavoro. Il cibo è scarso, una fetta di pane col latte la mattina, una fetta di pane col lardo a mezzogiorno e una fetta di pane col brodo la sera. Gianni è sempre affamato e stanco; spesso cerca bacche e radici per sfamarsi, ma anche quelle iniziano a scarseggiare soprattutto ora che l‟inverno è alle porte. Purtroppo arriva il giorno in cui il montanaro lo deve allontanare, qualcuno ha avuto dei sospetti e lui non vuole rischiare di farsi trovare con un disertore per casa. Gianni deve lasciare il rifugio immediatamente. A spalle e sguardo basso Gianni-gira riprende la sua fuga, questa volta senza meta e senza desideri. Tirare a campare così non è vita, senza il suo lavoro non v‟è gioia. La neve continua a cadere copiosa e Gianni ha freddo, molto freddo; non si ferma però, vuole trovare un posticino tranquillo per la notte. E‟ buio ormai e anche la neve è diventata nera. Gianni si appoggia ad un albero e cerca di dormire. Pensa al suo paese, alla bella Gineta che forse un giorno rivedrà, ai contadini che falciano il grano. Fruga nelle tasche dove non trova altro che un fazzoletto e la sua “cuda”, la pietra che si passa sulla lama per finire la molatura. Gianni chiude gli occhi e rivede la sua ruota. La mano nel vuoto ripete quei monotoni movimenti. Zzzling, zzling, la ruota gira ed affila la lama mentre Gianni-gira chiude gli occhi e sprofonda per sempre in un sonno profondo dove non si sente altro che l‟eco di quel suono familiare, zzzlling, zzzling, all‟infinito. ~ 276 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alice Vincenzi La stanza rossa Nei lunghi pomeriggi d'estate, il sole filtrava tra gli alberi proiettando ombre di rami e foglie sulle pareti della "stanza rossa”. Angelina la chiamava così da sempre, da quando, fin da bambina, trascorreva il mese di Agosto nella vecchia casa dei nonni vicino al mare e vedeva quella stanza tingersi di riflessi porpora, poco prima del tramonto. Quel gioco di luce la affascinava a tal punto, che aveva voluto e ottenuto che quella diventasse la sua camera: il suo letto di ferro battuto era stato spostato nella stanza rossa, appoggiato alla parete di fronte alle due grandi finestre che davano sul giardino. Distesa sul letto Angelina seguì con lo sguardo la sottile crepa che segnava il soffitto proprio sopra la sua testa … ogni estate poteva constatarne il lento avanzamento e spesso ne scopriva di nuove negli angoli dei muri; per un attimo immaginò il giorno in cui le crepe sarebbero state così tante, che la casa sarebbe collassata su se stessa, facendo sparire la sua stanza in un grande sbuffo di polvere … La stanza rossa offriva un punto di vista privilegiato sul giardino, i cui colori e profumi s‟insinuavano nelle più segrete fessure della casa e raggiungevano le pupille e le narici, gettando i suoi abitanti in una sorta di estasi dei sensi. Angelina amava spiare, celata dai vetri delle grandi finestre, Tommaso, il ragazzo che da alcuni anni curava il giardino. Soprattutto era affascinata dalla premurosa delicatezza con cui sfiorava le foglie dell‟albero di limoni, quando ne avvolgeva i rami con una mano per poi reciderli con decisione proprio nel punto in cui si staccavano dal fusto principale. Tommaso aveva un fisico forte e la pelle scura e robusta come la corteccia del mandorlo in fondo al vialetto; gli occhi grandi e scuri ricordavano le bacche della siepe e una fossetta sul mento solcava il viso spigoloso. Angelina, una volta, lo aveva visto sfilarsi la maglia e usarla per asciugarsi la fronte madida di sudore; aveva gustato la visione di lui con la schiena nuda, i pantaloni imbrattati di terra e il viso arrossato ~ 277 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ dal caldo e dalla fatica. Nella sua testa si affacciava spesso l'idea che Tommaso conoscesse, oltre ai segreti del giardino, anche gli intimi desideri di ogni donna. Spesso aveva immaginato di passare le sue dita tra i riccioli mori di Tommaso e lasciare che lui, sfinito dalla giornata di lavoro, abbandonasse la testa sul suo vestito di lino candido, quello con le spalline sottili e il bordo di pizzo che incorniciava le sue gambe ambrate appena sopra il ginocchio. Per raggiungere la spiaggia era inevitabile passare attraverso il giardino e quindi davanti a Tommaso; cosa che spesso accadeva quando Elena, la sua migliore amica, veniva a chiamarla per andare insieme a fare un bagno: fasciata nel suo prendisole a quadri, con il telo di spugna celeste arrotolato sotto il braccio e un‟esplosione di lentiggini sul viso, talvolta le faceva solo un cenno dalla finestra, altre bussava al portone verde e scambiava qualche parola con la nonna sotto il gazebo, nell'attesa che Angelina finalmente uscisse. Anche quel pomeriggio, l‟amica venne a chiamarla e prima di entrare nel campo visivo di Tommaso, Angelina, nascosta dalla siepe, che bordava per un breve tratto il vialetto, si pizzicò le guance fino a farle tingere di un bel rosa, poi premette le labbra l‟una contro l'altra per renderle rosse e invitanti come quelle di Elena quando metteva il rossetto. Dal punto in cui terminava il paravento di foglie e bacche, restavano giusto pochi metri per farsi ammirare, mentre camminava tenendo l‟amica a braccetto e scambiava con lei occhiatine d‟intesa. Quel giorno lo sguardo di Tommaso si soffermò più a lungo del solito sul viso accaldato di Angelina e sembrò scrutare anche la sottile trama del vestito di lino, il pizzo che bordava la gonna, e... Le sottili gambe ambrate, prima che le due amiche imboccassero il sentiero scosceso che conduceva alla spiaggia, divenendo due ombre su uno sfondo assolato. Era il mese di Agosto. La stanza rossa era satura di riflessi porpora. Angelina desiderava più di ogni altra cosa che quel mese di Agosto nella stanza rossa non finisse mai... ~ 278 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giampaolo Vincenzi Il viaggiatore occidentale Javier teneva sempre con se due fotografie. Non se ne separava mai. Le conservava chiuse in un portadocumenti di pelle marrone, tra pochi pesos e una lettera della madre. La prima, raffigurava un pavimento di legno, colto dal basso, da una prospettiva insolita per essere una fotografia. Nell‟immagine, erano raffigurate due coppie di gambe di sesso opposto. Gonna, caviglie, scarpine. Contrapposte a: pantaloni bianchi, scarpe lucide beige e bagliori di vernice. Insieme, sembravano sfocarsi nel movimento circolare di un passo di danza. Sullo sfondo in una scritta anch‟essa sfocata si leggeva parte di un‟insegna: “Casa di Tango - Señor Tango”, Buenos Aires. La seconda foto raffigurava: Estrella. Due erano le sue passioni. Una sola la sua vita. Ridotta a brandelli ancora una volta dal fratello, o da quello che gli anni avevano restituito di Juan. Il giorno che l‟uccise, Javier Copés si vestì di chiaro con un vestito di lino leggero. Capelli neri e occhi neri. Una camicia larga, pantaloni beige e un unico pensiero. In paese tutti sapevano che sarebbe successo prima o poi. Non sapevano quando. Il momento lo trovò lo stesso Juan, quel pomeriggio. Dopo un pasto frugale, uscendo dalla tienda del paese, si recò alla loro vecchia casa per prendere la valigia con il denaro, che per tutto quel periodo era stata celata nell‟ombra della cantina. La scena si presentò ai suoi occhi per puro caso. Vide Estrella, nuda nella penombra della camera da letto, tenere in grembo un pacchetto di lettere. Le lettere d‟amore di un uomo, un altro uomo. ~ 279 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Lui non aveva mai scritto lettere d‟amore, le considerava inutili smancerie per anime fragili. Era all‟oscuro della forza che certe parole scritte evocano, quando vengono celebrate dall‟anima. Ti conducono per mano in un‟altra dimensione, ti permettono di allontanarti dalla vita quotidiana, fatta di gesti, abitudini, passi, persone da affrontare, scuse da inventare, sguardi da sfuggire. Ti parlano ascoltandoti. Prolungano un sogno, conducendolo mille e mille miglia lontano. Ti fanno vedere l‟insperato e i suoi demoni, ti conducono sino alla vetta della tua personale carica di emozione e ti lasciano così, sguardo indissolubile su quei piccolissimi trattini neri, nella magia dell‟illusione. Capirne il contenuto, per Juan fu incredibilmente semplice. Così come fu semplice “trovarsi” il coltello tra le mani, trovare gli occhi di Estrella, trovare una giustificazione alla sua sconfitta. Solamente nell‟istante successivo, Juan si accorse dell‟ombra – prospettiva opaca, posta tra luce e respiro, di Javier ritagliata sul muro della stanza. Juan istintivamente sorrise. Guardandolo meglio, rivide il fratello negli abiti del padre. Lo sfiorò solo per un attimo il pensiero di abbracciarlo, o soltanto di piangere sulla sua spalla. Poi si accorse che il pensiero lo disgustava. Vedeva di fronte a se non più un ragazzo, ma un uomo con spalle larghe e mani forti, deciso, fiero nei tratti e nelle espressioni. La somiglianza con il padre gli suonò ingannevole. Se ne sbarazzò immediatamente. Stava sudando. Gli occhi di Javier erano ancora lì. Lo fissavano. Il sangue gli scorreva sempre più rapidamente nelle vene. Stringeva i pugni con forza, come per frenarne l'impeto. Tra le mani di Javier la Colt del fratello. Altrove qualcuno stava sbattendo una porta. Javier aveva imparato ad osservare da subito credo, dai primissimi anni di vita. Cercava l‟anima negli occhi delle persone. Cercava l‟anima negli occhi di Juan. Voleva capire se in quegli occhi, negli occhi di suo fratello, in quello sguardo un tempo così familiare, vi era ancora rimasto, almeno un brandello di anima. ~ 280 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Juan fissava la mano di Javier che impugnava la sua pistola, quella mano che iniziava a tremare, mentre gocce di sudore caldo gli scendevano dalla fronte. E' un caldo abituale per lui. Ma non oggi. Non qui. Qui dove neppure il cervello può, se i sensi hanno già scelto. - Sento che potrebbe mancarmi il respiro, se solo pensassi più forte. Stringo nervosamente gli occhi. E' un'agonia. Ma non è dolore. E'...tensione, mista a …delusione, smarrimento, come quando da piccolo alle feste del paese perdevo la sua mano tra la folla ed avevo paura. E' una scarica elettrica che sembra indebolirmi, che contrae i muscoli e annebbia i pensieri. Le immagini nella mia mente si susseguono rapide sempre più esplicite. Tento disperatamente di arginarle, ma il battito è davvero allo stremo. Il mio respiro affannato e confuso mi spinge dove non ho mai osato, dove la paura e il rimpianto si fondono alimentandosi a vicenda. Il mio sguardo gli scivola addosso, smembrandosi. E‟ una vista insostenibile. Un dolore insostenibile. Alzo la testa di scatto, chiudo gli occhi, sparo. L'ossigeno nei polmoni sembra non bastare più, apro la bocca per cercarne dell'altro, per tenermi in vita, ma tutt'intorno l'aria è come rarefatta, satura della mia follia. E' uno sparo nelle tempie. In un attimo mio padre, nostro padre, è di nuovo in questa casa, in questa stanza, seduto in questa poltrona troppo calda e larga, troppo distante dai miei pensieri. Fisso a lungo i suoi occhi scuri, tutto ciò che sento è …dolore. Per questo e per molto altro, oggi è il mio ultimo giorno in questa città. Oggi è tutto ciò che ricorderò per il resto della mia vita. Fuori da qui si è alzato un vento caldo, un preludio d'estate. E' un quartiere tranquillo questo. C'è una scuola, un parchetto, un piccolo chiosco di gelati, lenzuola bianche all‟aria aperta, c'è un odore di fiori intenso e dolce, in un silenzio profondo, immobile. ~ 281 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Roberto Vitale Mio papà va in giro a studiare i morti Mio papà va in giro a studiare i morti per l‟università e mi porta insieme a lui. Passo una parte delle vacanze con mio papà perché lui e mia mamma sono separati. Mia mamma è un tipo tutto precisino e mi sta troppo addosso. Invece mio papà è un po‟ svitato e ad andare in giro con lui ci si diverte. Certe volte fa dei discorsi seri e io lo sto ad ascoltare perché mi fa sentire grande, ma non è che lo capisco sempre. Però imparo un sacco di cose, per esempio a non avere paura dei morti. Lui è un po‟ fissato con i morti, ma non è un tipo triste. Anzi. E infatti mi ha spiegato che lui va a studiare i posti dove la morte non mette tristezza. Per esempio quella volta che siamo andati in Messico e abbiamo visto il museo delle mummie, che non sono come quelle dell‟egitto, cioè non sono coperte tutte di bende, e non sono fatte dagli uomini ma dalla natura. Mio papà mi ha spiegato che in quella cittadina c‟è un cimitero speciale, con una terra così secca che certe volte il morto non si consuma e si forma la mummia. E‟ successo non tanto tempo fa che quando hanno tirato fuori le bare vecchie per metterci quelle nuove, si sono accorti che dentro qualche bara non c‟era lo scheletro, ma tutta la persona con la carne secca e bianca, e anche con i vestiti, che si conservano anche loro. Così gli abitanti hanno deciso di fare un museo con i morti che si sono conservati meglio e l‟hanno chiamato “Museo de las Momias”. E ci va un sacco di gente a visitare quel museo, che poi è piccolo, ha solo tre o quattro sale. Quando ci siamo andati noi eravamo gli unici stranieri, perché quello non è un posto turistico, però era pieno di famiglie di messicani. Le mummie sono dentro delle vetrine, certe in piedi, altre sdraiate che sembra che dormono. Sono di tutte le età, uomini, donne con i capelli secchi secchi, anche bambini piccoli con i vestitini di pizzo, che sembrano i bambolotti di una volta. Mio papà era tutto eccitato, è rimasto sempre attaccato alla guida per farsi dare tutte le spiegazioni e infatti poi gli ha dato venti dollari di mancia, e quello non finiva più di ringraziare. Nel museo c‟erano anche tanti bambini, anche più piccoli di me, anche quelli che stavano sempre in ~ 282 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ braccio. Però nessuno di loro aveva paura, ridevano, mangiavano il gelato, urlavano, ma non di paura, e facevano vedere col ditino le facce più spaventose. E a guardare quei bambini è passata la paura anche a me. Quella volta che mi è piaciuto di più però eravamo in Madagascar, che non è un paese come il Messico, ma è ancora selvaggio. L‟abbiamo girato tutto con il fuoristrada, perché lì le strade sono tutte di terra. Un giorno siamo arrivati in un villaggio, dovevamo andare a trovare un medico che lavorava in una missione, che è un ospedale dove curano tutti gli ammalati di quella zona. Mio papà gli ha consegnato una lettera e un grosso pacco di medicine che gli mandavano certi suoi amici francesi, che sono amici anche di mio papà. Poi siamo usciti e il medico ci ha accompagnato in un campo fuori dal villaggio. Allora ho capito perché il villaggio prima era deserto: la gente era radunata tutta lì. Gli anziani stavano seduti per terra tutto intorno, a bere e a guardare quelli che ballavano. Infatti in un angolo c‟erano due che stavano suonando, uno la batteria e l‟altro la chitarra elettrica. Mi è sembrato strano che in un posto così c‟erano degli strumenti moderni, però c‟erano. Una musica altissima. Una musica così non l‟avevo mai sentita. La batteria teneva il ritmo e la chitarra faceva dei suoni sempre uguali. Poi si è avvicinato un ragazzo molto più grande di me e mi ha tirato verso il gruppo che ballava facendomi un sorriso grande così. Io ero troppo emozionata, mio papà faceva un sacco di foto e mi ha fatto segno di andare, anche il dottore faceva di sì con la testa, allora sono andata a ballare con questo ragazzo altissimo e magrissimo. Ballavamo tutti vicini, un ballo come in discoteca, dove ognuno si muoveva per conto suo. C‟era puzza di sudore e di alcol, però non mi dava fastidio. Mi sono scatenata, anche se la musica era un po‟ monotona. Dopo un po‟ mio papà mi ha chiamata perché dovevamo partire, perché il giorno dopo dovevamo vedere delle tombe grandi tutte pitturate con sopra le corna degli zebù, che sono come delle mucche con la gobba. In macchina mi ha fatto un sacco di complimenti per la mia bravura come ballerina. Mi ha detto: dovremmo andare a ballare più spesso io e te, e io mi sono sentita proprio bene. Infatti io che me ne sto sempre zitta mi è venuta voglia di chiacchierare. Ho parlato per un bel po‟ e si vedeva che anche mio papà era contento e non mi interrompeva mai per paura che smettevo. Poi mi è venuto in mente di chiedergli che cosa festeggiavano nel villaggio della missione. Era ~ 283 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ un funerale, mi ha detto. Ho capito subito che non scherzava, mio papà non scherza mai sui morti. Ho fatto una faccia... Mi ero divertita come una pazza a un funerale! A pensarci bene avevo notato sotto un albero delle persone sedute intorno a una cassa lunga coperta da un lenzuolo tutto colorato. Era una cassa da morto. Allora mio papà mi ha spiegato che è una cosa normale da quelle parti. Lì sono felici quando uno muore, per loro morire è la cosa più importante della vita, perché uno diventa un antenato. Insomma lì non dicono: poverino, dicono: sono contento per lui. Mi ha detto che non dovevo rimanerci male, visto che a loro aveva fatto piacere che avevo ballato anch‟io in onore del morto. I maschi della mia classe mi chiedono sempre di raccontargli storie come queste dove ci sono di mezzo scheletri e cose così, però poi ci rimangono male quando gli dico che non c‟era d‟aver paura. L‟altro giorno uno mi ha chiesto cosa fa di preciso mio papà. Sinceramente non ho mai capito com‟è che gli è venuta questa fissa per i morti e perché quelli dell‟università gli fanno fare queste ricerche. C‟è un particolare però che non ho detto. Nei viaggi mio papà si porta dietro anche Paola, la sua assistente. Non l‟ho detto prima perché è odiosa e meno la nomino meglio sto. E tutte le volte che in viaggio facciamo nuove conoscenze di morti, tipo quelle che ho raccontato, lui deve per forza appartarsi con la Paola e inventa una scusa per farmi stare lontana per un po‟. Dice che devono assolutamente buttare giù degli appunti. Crede che sono ancora una bambina e che non ho capito. A mio papà i morti gli fanno anche quell‟effetto lì. ~ 284 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Mario Vocaturo Angelina e l‟uomo della motocicletta Angelina mi sorrise e come tutte le volte che sorrideva, il suo viso si illuminò di una luce speciale che mi confondeva da capo a piedi. “Vedrai tra poco arriverà” - mi disse guardandomi negli occhi“sbucherà come sempre, da dietro la curva della quercia, ma prima, lo sai, sentiremo il rombo del motore”. Mi parlava eccitata da quella attesa e il vento che entrava nel fienile dove eravamo sdraiati, le smuoveva i capelli biondi sulle spalle, mentre fuori, sotto lo stesso vento, i fusti dorati del granturco ondeggiavano sui fianchi della collina di fronte. Eravamo quasi alla fine dell‟estate e faceva ancora caldo, noi eravamo lì insieme ad aspettare l‟uomo della motocicletta. Era cominciato tutto qualche mese prima. Il rombo di quel motore ci aveva sorpreso, mentre camminavamo assieme al limitare del campo che costeggia la strada. Quel rumore così forte da farti immaginare la potenza, non poteva essere quello di un trattore e tanto meno quello di una macchina, neanche quella del padrone per grande che ci poteva sembrare allora. Mentre ci chiedevamo cosa fosse quel rumore che lontano, suonava alto, poi si attenuava e poi tornava alto ancora, lui apparve all‟improvviso dietro di noi. Sopra la sua moto rossa come il fuoco, con i capelli al vento, passò via come una saetta, ma ci vide e trovò il tempo di alzare una mano in segno di saluto, prima di sparire nella discesa che portava a valle, rincorso solo dal suono del motore. Angelina rimase folgorata da quella visione e anch‟io che non avevo mai visto una motocicletta così da vicino ne fui molto colpito. Da allora, il sabato pomeriggio, quando era concesso a tutti e due di non lavorare nei campi, ci sdraiavamo nel sottotetto del fienile da dove si poteva vedere bene la curva della quercia, sperando che lui passasse ancora una volta. Angelina ed io eravamo cugini, figli di due fratelli, mezzadri fin da prima della guerra appena conclusa. Lei era più grande di me che allora ero poco più di un ragazzino, ma le piaceva stare con me e confidarmi i suoi sogni e qualche volta, i suoi segreti. Era bella, molto bella e il figlio più grande del padrone delle terre ~ 285 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ che le nostre famiglie coltivavano, un giovanotto sbruffone e anche un po‟ bruttino a detta di Angelina, le aveva messo gli occhi addosso da tempo. Non perdeva occasione per farle una corte insistente anche se lei piaceva anche agli altri ragazzi della nostra cerchia e non solo. Lui la teneva d‟occhio e aveva i mezzi per scoraggiare ed umiliare chiunque provasse a corteggiarla. Di fronte a tutti le diceva cose come “Angelina, presto mio padre mi regalerà la macchina e allora ti porterò in città a farti divertire, vedrai, altro che la bicicletta sgangherata dei bifolchi”. Forse non era neanche cattivo, ma era il figlio del padrone e ci teneva a ricordarlo a tutti. Ad Angelina non piaceva neanche un po‟ e gli faceva quel sorriso forzato che era costretta a fare, ma credo che se avesse potuto fulminarlo, quando diceva certe cose, lo avrebbe fatto volentieri. “Senti Libero, ho deciso che se passa anche oggi gli vado incontro, voglio fermarlo e parlargli, voglio anche toccare la sua motocicletta”. “Angelina sei matta” – gli risposi- “pensa se ti vedono, poi magari vanno a dirlo a chi sai tu e pure ai tuoi genitori e dopo, sono guai”. “Ma non capisci, lui e la sua motocicletta sono un segno, lo sai che voglio andare via da questo posto dove ci sono solo terra e fatica. Lui potrebbe portarmi via da qui, quella moto va veloce come il vento e non ci troverebbe più nessuno”. Non finì neanche di parlare che sentimmo il rombo del motore, senza aspettare altro lei saltò giù dal fienile e cominciò a correre in direzione della strada, lasciandomi lì senza parole. Poco dopo la seguii, deciso a fermarla in tempo, anche se non avrei saputo davvero come fare. Anche l‟uomo della motocicletta la vide, mentre lei si agitava in un saluto che era un invito evidente a fermarsi e lui, infatti, si fermò. Mi fermai anch‟io dietro ad un ulivo a poca distanza dalla strada, quanto mi bastava per vedere, senza essere visto. La vidi parlare con lui, un uomo giovane, alto, con i capelli neri lunghi intorno a un viso forte e aperto in un sorriso pulito. Vidi bene anche la moto da cui era sceso, rossa, con la sella lunga e nera, il manubrio, sembravano due corna di bue, ma d‟argento luccicante, come i grossi tubi che uscivano dal motore e scendevano, uno per lato, a fianco della ruota posteriore. Parlarono per un tempo che mi sembrò lunghissimo, poi saltando su una pedivella che stava su un lato del ~ 286 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ motore, lui lo fece partire di nuovo e riprese la sua strada verso la valle. “Libero, hai visto come è bello e come è bella la sua motocicletta “– mi disse, mentre tornavamo al fienile – “E‟ qui per la centrale elettrica che stanno costruendo in fondo alla valle. Il suo lavoro è quasi finito e tra meno di due mesi tornerà in città. Devo sbrigarmi se voglio andare via con lui”. “Ma che dici, davvero vuoi andare via? E noi? Voglio dire la tua famiglia, la tua mamma e il tuo babbo moriranno dal dolore per questo “. “La mia mamma soffrirà di sicuro, ma capirà anche, anzi, sono certa che ha già capito che io non starò qui per sempre, quanto al babbo non lo so, sembra che abbia solo il lavoro nella testa e io non posso aiutarlo come fanno i miei fratelli”. “Ma a lui, glielo hai già chiesto se ti porterebbe via?” “Lui, si chiama Antonio e poi, no, non glielo ho ancora chiesto, come avrei fatto? Sono sicura però che l‟ho colpito. Mi ha detto che oggi era di fretta, ma che tornerà presto a trovarmi “. E, infatti, tornò e tornò ancora in quel mese di settembre e non solo il sabato pomeriggio. Si incontravano alle ore più impensate, furtivamente per quanto concesso dal rombo della moto che spesso, come seppi da Angelina, a causa del suo rombo era sostituita dalla più silenziosa bicicletta. Io ero diventato suo complice in quella storia che a dire il vero, mi inquietava parecchio, anche se lei sembrava felice e splendeva più del solito dopo quegli incontri dei quali mi diceva sempre. Fino a quando, un giorno, suo padre tornato a casa le disse con fare più serio del solito, che il figlio del padrone gli aveva manifestato intenzioni serie su di lei, ma che aveva saputo anche dei suoi incontri con l‟uomo della motocicletta. L'uomo della motocicletta! Lo sapeva il figlio del padrone mentre lui, che era suo padre, non ne sapeva niente. Se stavano così le cose, non voleva certamente spiegazioni ora. Le impose di non uscire più , “aiuterai tua madre per le cose di casa, quello è il tuo posto, poi, se vorrai maritarti dato che sei nell‟età giusta, qui c‟è già chi ha le carte in regola per questo. Quanto a quell'uomo, quello della motocicletta, non voglio sapere niente di lui, ~ 287 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ ma è bene che non si faccia più vedere da queste parti se non vuole avere guai “. Angelina piangeva disperata, mentre mi raccontava queste cose, poi asciugandosi i suoi begli occhi, mi disse “senti Libero, tu sei l‟unico che può aiutarmi, ora che non posso più uscire devi trovare il modo di far sapere ad Antonio che non c‟è più tempo da perdere, mi deve portare via con lui, adesso! “ Antonio ormai mi conosceva bene anche se solo di vista e per me, fu relativamente facile fermarlo al suo ennesimo passaggio. “Ciao ragazzo, finalmente ci conosciamo” - mi disse- “dov‟è Angelina?” Provai a rispondere, ma, mentre da emozionato come ero balbettavo qualcosa, lui, indicando con la testa la parte posteriore della sella, mi disse “dai, salta su, ti porto a fare un giro, poi dopo, mi dirai dov‟è finita tua cugina”. Mi sembrò la cosa più incredibile che mi fosse capitata nella vita sino ad allora. Mi tenevo stretto a lui, avevo il rombo del motore nella testa, l‟aria scompigliava i miei capelli e la mia mente. Sentivo la maglietta sbattere forte da tutte le parti e vedevo la strada a fianco a noi passare via veloce. Non avevo paura, però, mi sembrava di volare, capii che volevo volare e mi venva la voglia di gridarlo forte, ma la mia bocca non si apriva. “Allora ragazzo, che succede?”- mi disse una volta che ci fummo fermati e che io mi fui ripreso dall'emozione. Gli raccontai di tutto quello che era successo, delle cose che aveva detto il padre di Angelina e soprattutto di come stava lei. “Libero, Angelina ed io ci amiamo, tu lo sai vero?” No, no che non lo sapevo, non potevo sapere fino a che punto erano arrivati, ma mentii non so neanche io perché e risposi di sì. “Bene, allora devi fare una cosa per me, anzi per Angelina e per me. Portale questo” - disse porgendomi un biglietto che aveva scritto in fretta appoggiandosi sulla sella della moto. -“Portaglielo subito e domani ti faccio fare un altro giro, più lungo di quello di oggi “. Corsi via e non lessi il biglietto, altrimenti avrei saputo subito che quella era stata l‟ultima volta che ci eravamo visti. Entrai in casa di mia cugina che era già tardi la sera, ma nessuno tranne lei, ci fece troppo caso. Angelina lesse il biglietto di Antonio e dopo se lo strinse ~ 288 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ forte al petto, poi mi guardò e mi disse. “Grazie Libero, non sai quanto hai fatto, ti terrò stretto per sempre nel mio cuore “. Me ne andai senza capire bene cosa stava succedendo, anche se dentro di me sapevo bene che sarebbe presto successo qualcosa. Il giorno dopo quella sera, non vidi più neanche Angelina e a tutti quelli che mi chiedevano di lei data l'abitudine a vederci più che spesso insieme, rispondevo che non sapevo niente di niente e certo non dissi a nessuno del biglietto che mi aveva dato Antonio per lei. Qualche anno più tardi, pochi in verità, me ne sono andato anch‟io dalla tenuta per seguire la mia strada, come aveva fatto mia cugina, anche se nessuno mi aveva scritto un messaggio segreto. Seppi da una lettera che mamma mi scrisse, mentre ero oltreoceano, che Angelina aveva poi sposato Antonio e che in seguito aveva anche fatto pace con la famiglia. Oggi, che di anni ne sono passati qualcuno in più, ho anch‟io una moto rossa come il fuoco, manubrio cromato, la sella nera, e mi fa volare felice sopra i miei pensieri. Il suo motore pulsa con il mio cuore, quella musica mi ricorda che la mia Angelina e la mia curva della quercia sono proprio là davanti a me e allora, tutto il resto sembra già più facile. ~ 289 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Paola Zabberoni Quello che la città dice. Non riuscì a fermare la sua dirompenza, e come una granata, veloce ma prudente, uscì dal piccolo e sgangherato cancello nero. Questa forza si esaurì 50 metri dopo, alla tabaccheria vicino casa. Senza far esplodere i grandi pali dell‟impalcatura, i tubi in ferro, i ponteggi di un palazzo in riedificazione, la vidi entrare, con una povera arcata di trionfo a sorvolarle la testa, in quel postaccio dove gli uomini possono catramarsi i polmoni e giocare con la sorte. Esclusa la mandria che circolava in andirivieni per il negozio, un mocciosetto la succedette nella fila e acquistò un gratta & vinci. Riflettendo sull‟uso improprio che un genitore fa dell‟educazione (sebbene fosse un semplice incarico, una divertente spedizione) mi pare che le sembrò imperativo – lì per lì – che un bambino non fosse educato al concetto di fortuna, perché a questo segue prepotentemente quello di sfortuna. La vidi inarcare le sopracciglia ma non sapendo con chi prendersela , se ne andò. Avendo dissipato la sua noia, dopo pochi metri arrivò e si fermò impettita alla sua sosta. Un terzetto di signore, piene, casarecce e piacenti, reggeva delle buste della spesa, da cui si potevano intravedere grandi rotoli da cucina. Si parlavano a gran voce come se quello che dicessero non potesse essere un segreto, come se quello che proferissero dovesse essere un bene comune, da diffondere; che anche le mie orecchie, quella della città, potessero udirle. Ma io sempre tutto udivo, sempre ascoltavo. Ripensai, invece, che la giovinetta era sempre in silenzio, perché la parola è sacra soltanto scritta. Faccio prudentemente eccezione per gli annunci sessuali e le bestialità che mi raschiano i muri. Un auto si accostò e sospese la nostra riflessione. Le donne si chiesero chi fosse, e ancora prima di sentire risposta, una si caricò nell‟auto e a seguire le altre due. Corsero via, verso casa. Con amarezza, rimase in attesa sapendo che nessuno sarebbe passato ad agguantarla. Ad alleviare i suoi assilli, ci pensarono le facce che si rincorrevano, nelle peggiori delle guide, come dei ragazzini a moscacieca. Ma erano accomodati, e raggiungevano la loro meta e ~ 290 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ lei, più che lontana dalla sua, si consolava con le loro espressioni. Ad alcuni pareva che il collo non si girasse, fosse irremovibile dal guardare fisso in avanti, e che ruotare lo sguardo significasse sbandare, perdere il controllo, smarrirsi nella propria esistenza. Ne abitano anche nella vita, e sono quelli che generalmente falliscono credendo di stare vincendo, di aver vinto. Una bambina di 2-3 anni, invece, incarnava la vera essenza della conquista e tenendo il giovane e tondeggiante faccino incollato al finestrino, strabuzzava gli occhi come se quello che vedesse non fosse vero, non fosse concepibile. Quante volte avete creduto che quello che vedevate non fosse possibile? Forse, era davvero così. Lei, saldata su due piedi alla terra, si meravigliò. Intanto, una ragazzina delle scuole medie, ben in carne, uscì da un negozio di scarpe con la contentezza sigillata nella busta che reggeva e chissà, il tempo di aprirla, sarebbe evaporata. “Ti piacciono?” - chiedeva la nonna, e lei, piroettando rispondeva con decisione sì, e non cessava di sorridere. La bonarietà dell‟acquisto, dell‟unico paio di scarpe, quello bello, magari quella delle feste, della domenica, le ricordava se stessa, che ne otteneva uno ogni 2 anni, e se il piede non fosse cresciuto, anche di più. Decise di andarsene, attendere non era il suo forte. Quante volte, spazientita, aveva dato priorità più ad un errore che al giusto? Continuò a procedere imperiosa e dopo aver fatto inchiodare un auto sulle strisce pedonali, arrivò all‟altro porto. L‟obliteratrice le sputò il biglietto. Ci riprovò, lo rigettò ancora. Se ne scappò via con il flusso di persone appena sbarcate. A precederla, stavolta, era un signore con una montatura di occhiali vecchio tipo, che imbracciava una borsa da pescatore. Lo sorpassò, e cominciò ad avanzare, a tirare più forte. Il vecchio camminava e sputava ancora e ancora, quasi per meccanismo, lungo i 100 metri che ci accompagnavano. Distanziò quel “Hansel e Gretel” del catarro e giunse all‟entrata di un parchetto dissestato. Un gruppo di ladruncoli del sabato sera si accordava su quale terra svaligiare, e lei svoltò l‟angolo con a braccetto la signora Nausea. Transitò agli occhi di due signori e della biblioteca delle termiti. Attenta a non farsi mangiare, si diresse verso la piazzetta che ~ 291 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ puzzava di morto. In effetti, poco lontano, all‟angolo della minuscola e banale chiesa c‟era un gatto grigio stecchito. Questo insulso viaggio di quotidianità l‟avrebbe portata a farsi alcune domande. Come fa a morire un gatto in un angolo? Poi la sua delicatezza e la sua umanità svanirono e dopo anni, sfasciato tutto, mutato il mio paesaggio, all‟angolo di una casa, ci sarebbe stato un frullatore morto. La domande dell‟uomo nuovo sarebbe stata: Come fa a morire un frullatore all‟angolo di una casa? Era tempo di non sentire più. ~ 292 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Gianni Zanata Nel raspare del tempo L‟altra sera mi sono messo a riflettere sul fatto che non so più scrivere storie. Niente. Nemmeno una. E questa cosa mi ha fatto intristire non poco. Una grande e ributtante tristezza. Non è detto che non sappia scrivere storie. Può darsi pure che lo sappia fare. Però... Però è da un po‟ che non riesco a non pensarci. Voglio dire, non riesco a non pensare che forse queste storie non le so proprio scrivere. Magari scrivo storie che non piacciono. O storie che non interessano nessuno, tranne che a me me. Storie che per gli altri sono banali, scialbe, insipide. Oppure no, non è così. Chi lo può sapere... In realtà ho come l‟impressione che le storie che scrivo non interessino neanche a me. Fatto sta che da un po‟ di tempo a questa parte, quando mi metto in testa che voglio scrivere una storia, non ci riesco. Non riesco più a scrivere perché penso che tanto non serve, che tanto non so scrivere storie. Penso che tanto è inutile scrivere qualcosa che non piace a nessuno. Nemmeno a me. Così succede che anziché mettermi a scrivere, mi metto a pensare. E più penso meno scrivo. E quando smetto di pensare sono così stanco che se anche mi venisse voglia non avrei la forza per scrivere. Oh, santo cielo, dovrei smettere di scrivere solo e sempre della mia incapacità di scrivere. Ecco, l‟unica storia che mi viene in mente è proprio la storia di uno scrittore che pensa di non riuscire più a scrivere perché è convinto che le sue storie non piacciano a nessuno. Potrei scriverla, questa storia. Saprei come fare, dove andare, cosa dire. Però... Però sono convinto che sia già stata scritta, questa storia. Sì, ne sono sicuro, anche se non ricordo da chi. E tuttavia non interesserebbe nessuno, una storia come questa. Che cosa se ne farebbe un lettore, di una storia così? I lettori vogliono leggere storie intriganti, ~ 293 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ interessanti, importanti, intelligenti. Insomma, tutte cose che cominciano con “in” e con “im”. E poi, chi sono, io, per poter scrivere la storia di uno scrittore fallito? Sì, d‟accordo, forse sono uno scrittore fallito. E questo, qualora mi mettessi a scrivere una storia del genere, potrebbe avvantaggiarmi. È meglio scrivere di qualcosa che si conosce, così dicono gli scrittori. Ma più ci penso, più mi rendo conto che sarebbe una fatica inutile, scrivere la storia di uno scrittore fallito che non sa più perché non riesce a scrivere. Già. A chi mai può interessare la storia di un fallito? La vita reale è fatta di falliti. I sogni sono fatti di materia che fallisce. Tutti hanno davanti agli occhi il fallimento proprio e degli altri. Fallito per fallito, uno si crogiola nel fallimento personale, non va certo a immischiarsi nei fallimenti altrui, specie se si tratta di fallimenti letterari. C‟è proprio da chiedersi perché. O come. C‟è da chiedersi come uno scrittore possa smarrire tutta la sua robustezza mentale. O perché sia incapace di reggere il peso di una storia. Perché è proprio di questo che si tratta: di vigore, di saldezza d‟animo, e di genialità. Ai lettori non interessano storie di insuccessi. Ai lettori interessano storie di eroi, d‟amore e di ribellione. Tutta la tristezza in un pugno, E nel raspare del tempo. Scrivere: quanto tempo perso, quante energie sciupate. Eppure... Eppure avrei bisogno di poco. Di qualcuno che non la pensasse così. Di qualcuno che non se ne stesse lì a guardarmi, semplicemente, a scuotere la testa. Di qualcuno da prendere per il bavero della giacca. Di qualcuno a cui urlare contro. “Dimmi che non è vero! Dimmi che non è vero, cazzo! Dimmelo!” Avrei bisogno di qualcuno che non se la prende, se uno scrittore gli urla contro. ~ 294 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Andrea Zanetti Appuntamento in un bar del mondo La vita è un lungo viaggio onirico nella notte dei tempi. Attraversa luoghi che prima o poi vorremmo tornare a vedere e incontra persone che ci segnano Profondamente; in quella maniera inspiegabile in cui ti chiedi: “Perché proprio a me? Perché in Quel momento e in quel preciso istante?” E‟ già successo l‟incontro di due corpi nell‟universo, da lì è nato un mondo nuovo. Ore 17.00, l‟aspetto seduto in un qualsiasi caffè del mondo. Nell‟aria del pomeriggio c‟è il calore di un giorno diverso dagli altri. Ordino del vino per entrambi, poi appoggio lo sguardo su un quotidiano. L‟attesa fa crescere l‟emozione. E‟ passato tanto tempo dall‟ultima volta che ci siamo visti. Sono arrivato a casa dopo un lungo periodo trascorso a Parigi mentre di lei non ho avuto più notizie; ieri sera le ho lasciato un messaggio in segreteria stabilendo il luogo dove trovarci. Ci siamo presi così la pausa di un aperitivo per raccontarci qualche storia: due cuori solitari e due bicchieri di vino, che serve solitamente a riempire il viso di quel sorriso che a volte la sobrietà nega. Arriva ansimando con passo veloce, a prima vista capisco che non è cambiata, le dico scherzando: “Respira piano, che l‟aria da cui prendi il fiato ti può soffocare”. Mi rassicura che va tutto bene. Sono contento di vederla. Quando si siede la informo subito del vino in arrivo. L‟invito a un cin cin, poi comincio a parlarle del mio viaggio a Parigi, così per rompere il ghiaccio: “Di solito tutto comincia con l‟immaginare un posto che non c‟è, e poi si finisce per cercarlo lungo le vie del mondo, ti è mai capitato? Per me quel posto sognato è stato Parigi. I musei, il Pantheon, la piazza di Notre Dame culla di suonatori improvvisati, Place du Tertre che ospita gli artisti di strada e Boulevard Saint German, che attraversa il cuore del Quartiere Latino. ~ 295 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Di notte è uno spettacolo di luci e colori, e‟ stato tutto un andare e venire su e giù per la città...” Mi interrompo, la vedo ancora provata, forse per l‟ultima coincidenza che ha dovuto prendere per arrivare fin qui. Le chiedo come sta. “E‟ un momento un po‟ così, mi sento strana. Vederti dopo così tanto tempo fa un certo effetto”, risponde con voce malinconica. Fa un certo effetto la vita alle volte. “Ti senti strana? Non è strano sentirsi così da queste parti”. Finalmente la vedo sorridere. “Ci sono giorni in cui siamo ombre. Vaghiamo per le strade come anime invisibili. Certi momenti sono fatti così, ci prende la rabbia o il dispiacere per qualcosa. Sono giorni confusi dove vediamo barcollare la nostra identità e le nostre certezze. Solo lo specchio può restituirci la nostra faccia, a lui non gli importa di tutto il resto, ti mostra solo quello che vuoi vedere: è un oggetto, non riflette più di tanto”. Sorride ancora, ora è più serena, continuo a raccontarle il mio viaggio… Ore 17.37, insieme in quel caffè del mondo. I bicchieri ora sono vuoti sul tavolo. Abbiamo parlato di come è stato questo periodo in cui non ci siamo visti, di come si va avanti nonostante tutto, poi, dolcemente, lei mi ha accarezzato il viso e girandosi è ripartita per la sua strada. Mentre ripenso ancora a quest‟ultima mezz‟ora un particolare mi blocca sul posto: complice il vestito riesco a notare un curioso tatuaggio che porta dietro la spalla: una farfalla appoggiata su di un piccolo ramo. Ho sentito un brivido salire lungo la schiena, mi sono tornati alla mente momenti ormai trascorsi da tempo che speravo di esser riuscito a superare. Quando meno te lo aspetti il passato apre la porta senza bussare. Tutti i miei pensieri sono tornati ad allora, quando nel bel mezzo della giovinezza mi svegliavo al mattino con un solo sogno: vivere di fantasia. Era la sola occupazione capace d‟interessarmi. In quel periodo, ti pensavo come il sole, a come fa star bene il suo calore sulla pelle, attimi in cui mi pareva di piacerti, pensieri stupendi anche se irreali. Già, alcune cose sono belle anche se non ~ 296 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ succedono. L'immaginazione costruisce quello che la realtà potrebbe distruggere. E così andò, successivamente la realtà frantumò tutto quel sogno: dopo un periodo in cui ci frequentammo, un giorno come tanti, sparisti. Per me fu come stare in una dimensione senza tempo, eri stata un tramonto a cui non aveva fatto seguito il giorno, portasti via tutta la luce e mi annebbiasti gli occhi. Sapevo che eri speciale, ma sfidandomi dicevi sempre di essere un tipo normale: eppure le cose normali non hanno il potere di sconvolgere così una giornata. Ho imparato che vale la pena rischiare ogni tanto per qualcosa; la normalità richiede sforzi d‟immaginazione per uscirne. Ero senza bussola, mi sembrava di esser diventato come quel tipo curioso che ho incontrato durante il viaggio a Parigi, che amava perdere al gioco per sentirsi di diritto fortunato in amore; ci rimasi male, piansi molto, ma le parole d‟amore che ci eravamo scambiati non le dimenticai. Neppure quel bacio, quella sera. Un giorno ti avevo scritto una poesia dicendoti che per me eri come una farfalla, la mia sola e unica, capace di volare nel mio cielo azzurro colorandolo con le tue ali. Davvero forse usai troppa fantasia, probabilmente non eri ancora farfalla, eri solo bruco; troppo attaccata alla tua timidezza e sconsolata a tal punto da non riuscire a spiccare il volo. Ora, quel tatuaggio era la fine che si ripeteva ancora davanti ai miei occhi. Avevi inciso sulla pelle quell‟emozione, un ricordo lontano di molti anni. Tutto era lì in quell‟immagine, la farfalla, il simbolo del mio pensiero. Eppure per quanto fosse intenso quel ricordo, sapevi bene che era solo una storia passata. Hai deciso di tenertelo stretto come un segreto: per sempre con te in modo che nessuno potesse togliertelo ma allo stesso tempo, volevi superare anche tu quel dolore e così, l‟hai lasciato finalmente dietro le spalle. ~ 297 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Diego Zanetti Libero “Mio padre doveva essere un visionario, peccato non averlo potuto conoscere di più.” Aveva questo pensiero ogni volta che pensava al proprio nome. Si chiamava Libero, e mai un nome fu più azzeccato come nel suo caso. Egli infatti aveva un‟idea decisamente radicale del concetto di libertà. Si sentiva cittadino del Mondo e non di un paese o di uno stato; non era legato a nessuna idea politica, ogni sigla di partito era da lui considerata figlia di una ideologia, e le ideologie sono catene dalle quali è impossibile sciogliersi; perfino i semafori o i cartelli stradali, li riteneva lesivi della sua libertà; naturalmente non possedeva orologi che lo rendessero schiavo di qualsiasi imposizione temporale, mangiava quando aveva fame, dormiva quando aveva sonno e via discorrendo; anche da ragazzino a scuola, era reso irrequieto dall‟imposizione degli orari, prima ora storia, seconda matematica…che cosa ridicola. Naturalmente questo suo modo di intendere la vita libera, lo rendeva molto diverso dai suoi abituali amici, ma non gli impediva di provare affetti e sentimenti verso le persone che lo frequentavano, ne tantomeno gli impedivano di essere un ragazzo sveglio e volitivo. Una mattina, mentre assisteva ad una sfilata di protesta organizzata dai compagni della sinistra del suo istituto scolastico, vide un ragazzo completamente vestito di nero, chiaramente della fazione opposta, che aveva appena scritto una frase su un muro: “Liberta‟ e‟ morire a vent‟anni” Rimase colpito. Esisteva forse qualcuno che aveva un‟idea della libertà ancor più estrema di lui? O anche lui la pensava così, ma non ci aveva mai riflettuto? Lasciò questo interrogativo in sospeso, chiamò Mario e si recarono in falesia per dedicarsi alla sua passione più accesa, l‟arrampicata. In quegli ultimi tre anni, aveva arrampicato molto, era una disciplina che lo rendeva sereno, in simbiosi con la natura, e aveva cementato la sua amicizia con Mario. Praticamente arrampicava solo con lui. Erano entrambi affascinati dal vuoto, e frequentavano falesie che comprendessero vie ~ 298 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ di almeno sei o sette tiri come minimo; le manovre di corda, le doppie, le soste da attrezzare, per loro non avevano più segreti. Mario era il suo esatto opposto. Legato agli schemi imposti dalla società, un po‟ burocrate, fidanzato da anni con la stessa donna, fissato con il comunismo. Però si erano sempre trovati bene insieme; fino a quel giorno. “L‟hai vista anche tu quella scritta sul muro?” Chiese Libero. L‟altro fece cenno di si col capo e se ne uscì con un‟affermazione che cambiò in modo decisivo il loro rapporto. “Se quel tipo che l‟ha scritta è disposto a morire a vent‟anni per la libertà di appartenere ad un credo politico, se arrampicasse, dovrebbe farlo da slegato e accettare il rischio di morire per arrampicare in libertà assoluta”. Libero incrociò il suo sguardo e rimasero l‟uno negli occhi dell‟altro per alcuni attimi che sembrarono eterni. Mario abbassò lo sguardo intuendo di avere detto qualcosa che aveva toccato in profondità l‟animo dell‟amico che, quasi volendo scacciare dei pensieri, scrollò la testa riccioluta e disse: “Il primo tiro di manca niente lo faccio io e poi avanziamo alternati, così il passo chiave lo affronto io, quello che non sono mai riuscito a passare, al settimo tiro.” “Ok”. Quella mattina passò via abbastanza tranquilla; Libero non riuscì a fare quei movimenti valutati di grado 8a sul settimo tiro e dovette azzerare il passaggio ancora una volta. Eppure aveva bene in mente come dovesse fare per passare, ma quel lancio, non voleva proprio riuscire. Invece di fare le Doppie tornarono dal sentiero, ma durante il rientro non profferirono parola. Salì sulla sua auto e si rivolse all‟amico; non per salutarlo: “Forse dovrei arrampicare slegato, e ho diciannove anni” alzò il finestrino e se ne andò a casa. Abitava al primo piano di una palazzina di periferia, e per non aderire alle convenzioni dei comuni mortali, aveva murato il portoncino d‟ingresso e trasformato una finestra in portafinestra, alla quale si accedeva arrampicando su prese artificiali da lui piazzate, direttamente dalla strada. Quell‟entrata lo dipingeva perfettamente; arrampicatore e fuori dalle convenzioni. Da quel giorno iniziò ad arrampicare da solo, slegato. Faceva dei lunghissimi traversi a pochi centimetri da terra, non arrivava mai ad essere a più di un metro e mezzo dal suolo, ma questa soluzione non ~ 299 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ lo appagava. Era come non guardare i cartelli stradali, ma fare comunque la strada indicata. Non si sentiva libero. “Sono forse legato dall‟idea di farmi male? Di morire? Ma amo l‟arrampicata più di qualsiasi cosa, più delle donne, più di me stesso, e per cosa dunque posso rischiare di morire se non per l‟arrampicata?” Ben presto si convinse che se voleva ritenersi veramente libero, non poteva arrampicare legato. Iniziò quindi a fare vie facili, anche di più tiri, in free solo, e via via che passava il tempo, si ingaggiava su difficoltà superiori. In sei mesi di attività da slegato era arrivato a fare dei 7b+ e dei 7c, ciò che praticamente faceva con Mario, qualche tempo prima, ma con la corda. Si rincontrarono qualche tempo dopo, per caso sotto a manca niente. “Ci sei poi riuscito a fare quel passaggio?” Chiese Mario. “Non ci ho più provato, ma oggi sono qui per questo”. “E ci provi senza corda?” Libero sorrise: “E come altrimenti”. Partì con le mani bianche di magnesite, fluido nei movimenti, leggero, sfiorava il calcare e pareva tenersi sulle più piccole concrezioni, spostava il peso del suo corpo da un piede all‟altro come un‟equilibrista. Si fermava sulle comode cengie dove erano posizionate le soste e si girava verso il sole, ad occhi chiusi, inspirando a lungo, godeva di quegli attimi in cui si sentiva parte di tutto il creato, gli sembrava di essere un fiore, e quei raggi erano per lui vitali; era vivo, natura nella natura, era libero, era il nirvana; pensò perfino che si sarebbe potuto buttare e finire li la sua vita, perché meglio di così non avrebbe mai potuto sentirsi. Dopo quella specie di estasi si rigirò e iniziò il settimo e cruciale tiro. Si ritrovò nella posizione critica che lo aveva sempre respinto. Punta del piede destro in un piccolo buchetto, piede sinistro leggermente più in alto su uno svaso piuttosto grande ma comunque svaso, la mano destra bloccava una pinzata insidiosa, mentre le dita della sinistra, per metà della loro lunghezza, erano infilate in una crepa orizzontale. Mezzo metro più in alto l‟attendeva una comoda cengetta da raggiungere con un lancio a doppia mano. Era sicuro di farcela, si sentiva troppo bene. Tese ogni muscolo del suo corpo, svuotò la sua mente mentre fletteva leggermente le gambe per procurarsi lo slancio necessario, non una goccia di sudore sulla sua fronte; ancora un attimo, via. Mollata la pinzata, le dita fuori dalla crepa. Per un istante si trovò ~ 300 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ completamente staccato dalla roccia, il suo corpo saliva veloce opponendosi alla forza di gravità, sotto di lui un vuoto impressionante. La mano destra arrivò per prima a destinazione, l‟altra lo seguì di una frazione di secondo, ma non ebbe la stessa fortuna. Non rimase attaccata alla cengetta. Libero sbandierò, appeso nel vuoto, ma tenne; la controsbandierata gli permise di posizionare bene anche l‟altra mano. Due movimenti di piede ed fu fuori dalle difficoltà. Da li in poi la via proseguiva per altri trenta metri con difficoltà valutate intorno al sesto grado. Si fermò ancora, ripensò intensamente al momento appena vissuto, annusò l‟aria e chiese al sole di riscaldargli ancora un po‟ la schiena e le piccole nubi che si erano formate si spostarono, accondiscendendo alla sua richiesta. Fu l‟apoteosi per lui. Aprì le mani e spostò all‟indietro il suo peso, verso il vuoto. Ebbe la morte che desiderava. Quel giorno compiva vent‟anni. ~ 301 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Laura Zanini Occhi azzurro cielo La graziosa figura danzava sorridente, mentre il manico della scopa, impugnato saldamente, si lasciava coinvolgere dal ritmo di un tango improvvisato. Lunghi capelli biondi incorniciavano l‟ovale del viso, dalla pelle bianca e delicata, senza età. Gli splendidi occhi, azzurri come il cielo terso di una fredda giornata invernale, illuminavano tutta la stanza, superati solo dal sorriso che irradiava una gioia profonda, che veniva dal cuore contento. Dopo un ultimo leggiadro volteggio, terminò il passo di danza in un casquet. Mentre rialzava il viso, partì il solitario applauso entusiasta, accompagnato dal trillo argentino della sua bambina che, dal recinto del box dove stava giocando, acclamava a gran voce: “Mammaaaa! Mammaaaa!” E sfoggiava un sorriso di approvazione per le piroette compiute dalla sua fata bionda. Posata un istante le scopa, allungò la mano a scompigliare la morbida lana che ricopriva il capo della piccola. Seduta accanto alla bimba, tagliava le verdure per la cena e accompagnava ogni semplice gesto con il canto della sua voce melodiosa. Mentre la minestra cuoceva, riprese il lavoro all‟uncinetto; in poco tempo, un centro con preziosi e difficili motivi prese vita dalle mani esperte e veloci. Un‟occhiata rapida all‟orologio appeso alla parete e scattò in piedi praticamente all‟unisono con la porta che si apriva, accomodando con le mani la lunga gonna svasata ed il candido grembiulino che la ricopriva. Un bell‟uomo, dai corti capelli corvini e l‟incarnato olivastro, infilò la testa nello specchio della porta: “E‟ qui la regina del mio cuore?” Chiese varcando la soglia, sfoggiando il migliore dei sorrisi e facendo roteare gli occhi vivaci e intelligenti. Si abbracciarono a lungo, con passione, come se avessero trascorso secoli lontani l‟uno dall‟altra e non solo una lunga giornata di lavoro. Le braccia robuste trassero la bimba dal box, dal quale guardava in su in trepidante attesa del suo turno di coccole. E insieme, tutti e tre, un nuovo abbraccio, intenso, caldo come i raggi del sole di Settembre che non vuol far dimenticare l‟estate appena trascorsa. ~ 302 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Poi, all‟improvviso, un manto rosso tra loro, un dolore acuto. E la leggiadra creatura dalla bionda chioma si trova sola a stringere la piccola al suo petto. Un vestito nero l‟avvolge da capo a piedi e stende un velo scuro anche sul suo animo semplice ed innamorato. Chiude gli occhi in cerca di conforto, ma trova solo tristezza, angoscia, solitudine. E una fitta che trafigge il cuore. “¿Qué pasa, Señora? ¿No está bien?”. La voce preoccupata giunge da molto lontano, poi sempre più vicina; avverte il calore di una mano premurosa che si posa sulla sua e la strappa dall‟incubo doloroso. Con un immenso sforzo, riapre gli occhi, che hanno assunto il colore grigio del cielo carico di nuvole. Attraverso la coltre acquosa delle lacrime che sgorgano copiose e silenziose, intravede il faccione buono ed interrogativo di Johana. La ragazza le sistema la coperta sulle gambe, le asciuga premurosamente gli occhi e le riavvia i capelli canuti con l‟amorevole cura di una figlia. Poi riprende le faccende domestiche, lanciando qualche sguardo di controllo ad intervalli regolari. Una leggera brezza le sfiora il viso e le nuvole in cielo si rincorrono veloci. Raccogliendo tutte le forze, dopo un po‟, l‟anziana seduta trova finalmente un soffio di fiato per rassicurare: “Tutto bene, è stato solo un sogno. Solo un sogno”. E lo sguardo torna a perdersi nell‟infinita distesa del cielo nuovamente azzurro; lo stesso colore dei suoi occhi ancora innamorati. ~ 303 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Laura Zanlungo Io e la mia bici: Clementina. Mi chiamo Clementina ho ventinove anni e da quando sono nata sto con lei. Mi scovò in bugigattolo di Porta Palazzo, io ero rossa fiammante, appena uscita dalla fabbrica. Maggiorenne da qualche mese, si era lasciata convincere a seguire i suoi amici scout in una vacanza un po‟ speciale, che loro chiamavano “impresa”: quindici giorni in giro per la Toscana in bicicletta. Ma lei le due ruote proprio non le possedeva, né ne aveva esperienza, tranne le infantili prove di autonomia senza rotelle con un poco più di triciclo. La nonna le aveva sì regalato per i suoi tredici anni una bellissima “Graziella” arancione con il sellino bianco, ma la settimana dopo era già sparita, grazie alla banda che ripuliva tutti i garage del borgo, e da allora non era più stata rimpiazzata. Dapprima fu un po‟ perplessa, vagamente le pareva che la Toscana non fosse proprio pianeggiante, ma non approfondì l‟argomento. I suoi genitori le prospettarono tutte le difficoltà, come sempre. Ma alla fine decise, e fu sì. Allora si mise alla ricerca della materia prima di quel viaggio: doveva essere robusta e soprattutto non troppo costosa. Girò un po‟ a vuoto, e alla fine trovò me, fu un reciproco amore a prima vista: mi diede subito un nome e mi fece saldare sulla ruota posteriore un solido portapacchi che un suo amico aveva modellato con un tondino d‟acciaio. Lei scoprì subito con piacere di sapere ancora andare in bicicletta, ma non era molto sicura e soprattutto mancava di allenamento. Partì un po‟ inconsapevole di quello che l‟attendeva, ma ce la fece, anche se quasi tutte le sere si addormentava ancor prima d‟infilarsi nel sacco a pelo. Tuttavia quella volta, malgrado tutta la fatica, cambiò la sua vita. La bici divenne per lei, quasi inconsapevolmente, un mezzo di riscatto e di protesta verso un mondo che andava troppo in fretta. Era chiaro che era affezionata a me, talvolta mi parlava, mi raccontava dei suoi ~ 304 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ progetti, della scuola, degli amici. La sua cantina divenne la mia casa, pose anche due assi di legno sotto le mie ruote per preservarmi dall‟umidità. Ma io allora ero giovane, brillante, andavo ovunque senza un cigolio. Tre anni dopo conobbe un giovane timido e un po‟ spaesato, che studiava ingegneria a Torino, ma la sua famiglia abitava a Pavia per motivi di lavoro. Si muoveva sempre con una vecchia e pesante bicicletta nera con la sella un po‟ sfondata. C‟era una certa signorilità nel suo portamento, seppur un po‟ scapigliato, pedalava con la schiena dritta, con movimenti lenti e fluidi che lasciavano trasparire una sorta di distacco dal resto del mondo. Aveva riccioli scuri e uno sguardo limpido, e lei se ne innamorò. Riccardo la incantò mostrandole le costellazioni e lei scoprì la magia di un cielo stellato filtrato dall‟aria frizzante di alta montagna e quel senso di libertà e d‟infinito non l‟abbandonò più. Un giorno le parlò del grande desiderio, mai realizzato, di una vacanza in bicicletta. Lei si appassionò e partì a razzo: scovò cartine, percorsi, guide turistiche e convinse anche due amici ad aggregarsi a loro. Andarono in Veneto, questa volta scelsero un percorso tutto in piano, dormirono in fienili, canoniche, case di amici e di sconosciuti, e alla fine si fidanzarono. Riccardo fece definitivamente colpo su di lei quando le si parò davanti con uno splendido vassoio di bignè alla crema preparate tutte da lui, a partire dalle uova e dalla farina, ma anche quando si offrì di farmi una bella revisione. Mi passò il grasso sulla catena, risistemò i fili dei freni, sostituì una camera d‟aria ormai logora e mi diede una ripulita. Ero come uscita da un salone di bellezza, purtroppo fu la prima e l‟ultima volta... Mi piacerebbe avere un contachilometri per esporre con orgoglio tutta la strada fatta in quasi tre decenni. Ormai ci avevano preso gusto e mi portarono in vacanza con loro in Olanda, in Germania e sul delta del Po. E come se non bastasse mi prestò anche al fratello che aveva progettato un giro in Austria. Sono contenta perché lei non mi ha tradita, cerca solo me quando deve fare le sue piccole commissioni; vedo sfrecciare per strada bici ultra leggere e mountain bike, ma lei pare non farci caso, neanche quando qualcuno la prende in giro consigliandole di portarmi in un museo. ~ 305 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Io non nascondo anni e acciacchi, quando mi muovo è tutto un grattugiare ritmato e continuo, come una tossetta rauca che non ti abbandona mai, i cambi non s‟incastrano più al posto giusto, con tanti sfregolii. Riccardo ora insegna al Politecnico e non ha più tempo per me, tuttavia qualche volta mi porta in una buffa ciclofficina dove ci sono dei giovani simpatici con la salopette larga tutta chiazzata di olio. Lei è sempre di corsa e, quando mi vede proprio a terra, mi gonfia le ruote. Anche se ormai non mi parla più io so che mi vuole sempre bene e so anche che continua a sognare cieli stellati. Sua figlia ha appena compiuto diciotto anni, e quando la vedo penso a quel giorno, quando lei entrò in quel bugigattolo di Porta Palazzo... ~ 306 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Adalgisa Zanotto A tinte forti Pareti dalle tinte temerarie, smorzate da approssimative pennellate gialle e arancio, in un gioco di contrasti e richiami gli accostamenti correvano sui tessuti, i tappeti e gli oggetti. Gli arredi orientali si mescolavano a quelli di famiglia: un antidoto ideale all‟invasione della tecnologia. Con gli amici ci trovavamo spesso e volentieri a casa di Fabiola a Venezia, Calle Degli Storti 154. Ogni volta era come viaggiare, un mix d‟arredi di provenienza diversa ci faceva “annusare” il mondo. Parlavamo tanto e di tutto e poi leggevamo le nostre storie, i nostri racconti. In confronto a loro io ero una provinciale. Figlia di contadini con pochi libri in casa. Fabiola aveva i genitori laureati e madre americana; studiava al conservatorio, leggeva in inglese. Remigio scolpiva alla Picasso ed aveva preso in affitto una casa di campagna piena di libri. Davide era iscritto ad architettura, ma la sua passione era viaggiare. Avevo vent‟anni e scrivevo anch‟io, anche se non potevo viaggiare. Qualche volta avevo passato l‟intero pomeriggio a scrivere. Roba da urlo com‟era riuscito, stavolta li avrei lasciati tutti a bocca aperta. E invece non capitava mai, sempre trovavano qualcosa che non andava. Troppo stereotipato. Banale la descrizione. Rivisto e risentito quel modo di dire. Colpo dopo colpo il testo veniva smontato, demolito, alla fine c‟era poco da salvare. Erano i miei migliori amici, ma quando facevano così li detestavo. Eppure inspiegabilmente tornavo a scrivere. Una sera ero sicura che li avrei zittiti. Ho letto alcuni appunti del mio viaggio a Santiago de Compostela, un viaggio a piedi lungo un mese, da sola, ma in compagnia, portando poche cose: buone scarpe, una mantellina per la pioggia, pochi indumenti e tanta voglia di scoprire ritmi e note del lento camminare. Avevo scelto un percorso alternativo a quello tradizionale troppo affollato: la via della Plata che inizia a Siviglia e prosegue verso nord, grosso modo parallela al ~ 307 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ confine tra Spagna e Portogallo e termina ad Astorga, non molto distante da Leòn. A Grana de Moreruela, direzione ovest verso Ourense, in un concentrato di tranquillità, di storia, d‟arte e di spiritualità, avevo raggiunto la cattedrale dove la leggenda vuole sepolto l‟apostolo Giacomo. Un migliaio di km percorrendo molti tratti di un‟antica strada romana, voluta dall‟imperatore Augusto, con i suoi acquedotti, i templi, il teatro, i ponti. La stessa via è stata percorsa dai fenici, poi dai visigoti, nel Medioevo dai condottieri arabi dei regni andalusi, poi dai re cristiani del nord verso sud, anche dai conquistadores dell‟estremadura per imbarcarsi verso le Indie, senza dimenticare gli ebrei in fuga dagli editti d‟espulsione e la transumanza di pastori che, per secoli, hanno condotto i greggi dagli altipiani della Meseta castigliana al tepore dell‟andalusia. Il mio camminare sulla via della Plata era stato come saltare avanti e indietro nella storia, come avere il tempo e trovare il silenzio per ascoltare il racconto dei monumenti e dei paesaggi, delle pietre lavorate dagli uomini e delle colline e pianure trasformate, delle donne e dei bambini nelle piazze e nei borghi. Perché chi viaggia a piedi può permettersi il lusso di ascoltare la memoria. I miei amici anche quella sera hanno demolito le mie riflessioni, senza pietà. Non mi sono difesa e ho ascoltato in silenzio dal primo all‟ultimo. Proprio ascoltandoli ho scoperto con meraviglia che scrivere è viaggiare! Scrivere è fatica, è silenzio, è ascolto, è farsi la valigia togliendo, è camminare sotto la pioggia galiziana e sotto il sole della meseta. Le parole sono passi. Passi a tinte forti. Si parte e basta. ~ 308 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Alessandra Zappi Gita al lago con cadavere Mi piace il ripiano della cucina. In acciaio lucido: freddo d‟inverno e fresco d‟estate. E‟ così brillante che posso quasi specchiarmi sulla superficie. Sembra banale ma non lo è. Mi ricorda la prima volta che vidi il mio viso riflesso sull‟acqua. E‟ passato molto tempo. Non si trattava di un‟immagine nitida, l‟increspature della superficie mossa dal vento facevano vibrare il mio volto. Ne vedevo i dettagli e seguii in questo modo il taglio degli occhi e il profilo delle spalle. Mi sorprese e con quella strana sensazione che mi guizzava sotto la pelle come un formicolio, chiamai a raccolta le mie compagne. La delusione di vedere la loro indifferenza è viva ancora adesso. Solo io provavo una forma di attrazione per il mondo che si apriva oltre i confini ai quali eravamo abituate. Solo io ne ero rimasta folgorata. Da allora iniziai una fase di indagine e esplorazione per tutto quel che vedevo. In tutto trovavo modo di stupirmi della varietà di immagini, forme e colori che la natura era in grado di sviluppare. Tutto ciò che ci circonda ha una sua prima apparenza e una funzione ma se lo muovi, se cerchi di superare quella superficie poi forse potresti scoprire che c‟è qualcos‟altro: non tutto è definito, determinato. Non tutto deve continuare ad andare avanti in un certo modo solo perché così è sempre stato. Mi piace anche stare in quella casa, c‟è sempre qualche nuovo angolo da perlustrare e il panorama è immenso. Dalla cucina si può accedere direttamente al piazzale in cotto. D‟estate le pietre diventano roventi ed è quasi impossibile camminarci sopra, ma appena attraversato si gode di un belvedere mozzafiato. Solo verde, verde, verde tutto intorno. Come se i boschi, con la loro ombra lussureggiante e il loro carico di frutti da spiluccare non finissero mai. Si possono ammirare ampie valli e colline, ora dolci ora alte, impervie. A volte pericolose, succede che si stacchino interi pezzi di roccia. Allora occorre utilizzare tutta la propria energia per ~ 309 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ sopravvivere e uscire da una frana che ti travolge. Accade spesso ma né io, né le mie amiche vorremmo vivere altrove. Nella casa accanto vivono dei bambini, sono pericolosi i bambini, i vecchi dicono che quando un bambino si avvicina troppo è meglio allontanarsi. Anche mia madre lo diceva a tutti noi, noi i suoi figli: state attenti ai bambini. Penso spesso a mia madre. Le mie sorelle non fanno altrettanto. Succede che pensi anche ai maschi: mi piacerebbe avere il coraggio di avvicinare una bel maschio. Riprodurmi, forse… Le mie sorelle mi prendono in giro: dicono che perdo tempo invece di lavorare, che penso a cose strane, impossibili. Perché io non dovrei avvicinare un maschio? Cosa me lo impedisce? Ma quando inizio a pensare a queste cose lo so anche io che si tratta solo di una fantasticherie. Tutto tempo perso, fuori c‟è da lavorare. In genere, i pensieri più bizzarri li ho quando siamo in attesa che la squadra di lavoro sia al completo. Lavoriamo in turni e ogni squadra è ben organizzata, c‟è chi pensa a trovare la strada migliore, le esploratrici, c‟è chi provvede a inviare i messaggi ai team di turno e a fornire tutte le informazioni necessarie se ci troviamo davanti ad un pericolo o a un superlavoro. Ci sono le “forzute”, sono chiamate così con ironia ma in realtà ci creano un po‟ di soggezione. Noi, con la nostra forza standard, abbiamo poco da prendere in giro, se le facessimo arrabbiare ce le suonerebbero di santa ragione A volte succede: per un niente, un piccolo intoppo o una parola detta di troppo, che si scatenino delle risse immense. Allora ci ritroviamo tutte una su l‟altra, una zuffa senza esclusione di colpi, ci ammassiamo e sembriamo quasi delle piramidi pronte a cascare. E difatti caschiamo. Poi, come se nulla fosse, la folla si disperde e riprendiamo il nostro ordine. Meticolose. Mi ricordo un anno in cui piovve moltissimo. Tutte le strade erano impraticabili, pozze e fango dappertutto. Proprio per questo venne deciso di ampliare la nostra zona d‟influenza e di costruire nuovi sentieri, le infrastrutture necessarie per accedere ai nuovi territori occupati. ~ 310 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Da allora anche quelle zone fanno parte del nostro regno in modo stabile e personalmente penso che proprio oltre il grande sperone e l‟albero dai fiori rosa si possa godere di una visuale particolare. Oggi è il mio giorno di riposo e con le amiche avevamo deciso di andare al lago. Ci siamo organizzate e camminando in fila indiana siamo arrivate nei pressi dello specchio d‟acqua. Si trova in alto su una collinetta rossa. Quando sono al cospetto a quella poderosa massa d‟acqua non riesco a trattenere l‟emozione. L‟aria è più profumata e sento vibrazioni in ogni parte del corpo. Inizio a camminare fremente e poco m‟importa dei giochi che fanno le altre, resto in disparte, in cima alla collinetta, a godere del forte turbamento che suscita il panorama e la presenza di tanto movimento. Ciò che caratterizza il lago è l‟eterna animazione: della superficie dell‟acqua e degli innumerevoli insetti che svolazzano da tutte le parti. Si potrebbe restare fermi in un angolo a contare quanti sono e ne resteremmo sbalorditi: 100, 200, 1000 insetti nelle vicinanze. Ognuno col proprio fare laborioso, teso, nevrotico, agitato. E io mi trovo fermo nell‟angolino, finalmente in riposo, godendo del contrasto tra la mia tranquillità e il fermento degli altri. Così mi isolo, lo so una come me non dovrebbe mai isolarsi, me lo hanno ripetuto mille volte: noi non siamo fatti per vivere in modo isolato, la cooperazione è la nostra forza. Me lo hanno ripetuto mille volte. Ma dentro di me io mi sento diversa, sento una spinta all‟autonomia. Non si può mettere in gioco una parola come questa davanti agli altri: li scandalizzerei! Io sono convinta che con la mia forza potrei sollevare ben più che qualche montagna di roccia. I vecchi dicono che questi pensieri sono ricorrenti fra i giovani ma che con l‟andare del tempo passano e si capisce quanto sia importante spalleggiarsi l‟un, l‟altro. Proprio quello che mi è mancato: avere qualcuno vicino che mi avvisasse quando si sono avvicinati i bambini. Il terrore mi ha bloccato, riuscivo a vedere le mie amiche in fondo alla collina, nascoste nel folto del bosco. Ma io ero isolata e i bambini sono venuti da me e avevano qualcosa in una mano. Un grosso ramo diritto e all‟estremità qualcosa in movimento. Arancione, giallo, rosso: un turbine di colori mi ha accecato. I bambini si sono avvicinati ancora di più con quel ramo infuocato ~ 311 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Poi per me non c‟è stato più nulla. “La prossima formica la brucio io!” Un fiammifero vola, si spengerà nella tinozza del cane. ~ 312 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Michela Zaramella Una notte Quattro del mattino, cielo stellato e oscurato qua e la da una piccola nube grigia, aria leggera e nessun rumore, se non quello dei grilli che cantavano fra l‟erba. Era seduta davanti alla porta di casa, si era accesa l‟ultima sigaretta del suo ultimo pacchetto e con lo sguardo cercava di cogliere qualcosa di diverso, anche solo una piccola differenza, in quella notte a lei così famigliare. All‟improvviso la Notte le si fece vicina e sussurrandole dolcemente in un orecchio le chiese: “perché sei qui tutta sola in questa notte d‟estate?” Lei non abbassò lo sguardo dal cielo stellato e rispose: Pensavo alla mia storia. Sai, è cominciata in una notte del tutto simile a questa. Non è che sia un granché, non so neppure se valga o no la pena di raccontarla”. La Notte le si sedette accanto e la ragazza riprese: “no, non è davvero niente di eccezionale. E‟ fatta di momenti come questi, di lunghi silenzi in notti troppo buie, di brezze che ti scompigliano i capelli quando sei davanti a casa e aspiri l‟ultima boccata dalla tua sigaretta, di rumori sommessi che rompono la quiete del silenzio, di macchine che sfrecciano veloci davanti al tuo cancello, ignorandoti”. La Notte ascoltava attenta le parole della ragazza: sapeva bene cosa si provava in quei momenti. La ragazza continuò: “quando sei seduta davanti alla porta di casa tua e ti senti come se fossi sull‟orlo di un precipizio di cui non riesci a scorgere il fondo. Quando niente ha più senso e pensi sia davvero la tua ultima notte. E guardi il cielo, l‟immensità dell‟universo, e tutto ti appare così piccolo, privo di ogni significato, che ti senti quasi schiacciato dal peso del mondo che ti porti sulle spalle”. La Notte si era fatta pensierosa e un po‟ malinconica. La ragazza, con un sospiro leggero, disse: ~ 313 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ “no, non vale davvero la pena di raccontarla. La mia, dopotutto, è una storia così banale. Ogni storia in fondo racchiude in se un po‟ di tutte le storie che potranno mai essere raccontate. Non ha senso sprecare altro tempo per la mia. Non so neppure se avrei trovato le parole adatte per raccontarti cose che poi, magari, ti sarebbero sembrate banali”. Dettò ciò buttò la sigaretta ormai consumata nel prato, si alzò, guardò la Notte che si era fatta un po‟ più chiara e disse: “Il nostro tempo è scaduto, mia cara Notte. Devi lasciare il posto all‟alba. Ci rivedremo perché ogni notte, in fondo, è un po‟ la stessa”. La Notte sorrise, si asciugò una lacrima e, in silenzio, svanì. ~ 314 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Giulia Eleonora Zeno Pois Camminava per strada con un libro ben stretto tra le mani. Mentre aspettava che il semaforo fosse verde per i pedoni, un pensiero le balenò per la testa: “E se esistesse realmente una persona come il protagonista di questo libro?”. Raggiunse l‟università quasi in modo automatico, e nel frattempo fantasticava sull‟ipotetico intreccio del romanzo che aveva iniziato a leggere. Quella mattina doveva sostenere uno dei suoi ultimi esami e poi finalmente avrebbe iniziato a scrivere la tesi di laurea. Non era agitata, stranamente era molto tranquilla, ed aveva una luce particolare negli occhi. Mentre attendeva di essere chiamata per sostenere l‟esame, invece di prendere i testi d‟esame e ripetere come la maggior parte degli studenti nell‟aula, aprì il libro a pag 43, dove aveva lasciato il segnalibro ormai consumato dal tempo, e continuò a leggere estraniandosi dal mondo. Quando il professore chiamò il suo nome quasi non se ne accorse. Quindici minuti di colloquio e aveva il suo nuovo voto sul libretto, quindici minuti in cui anche la fortuna fa la sua parte. Perché Azzurra sapeva bene che non sempre la preparazione di un esame rispecchia il voto ottenuto. Quella mattina tutta la sua attenzione ricadeva su quel meraviglioso libro preso in una vecchia libreria dove ormai quasi più nessuno metteva piede. Non si accorse neppure di aver finito l‟esame, e il professore guardandola un po‟ perplesso le disse ad alta voce: “Signorina, allora accetta il 28?”, lei rispose: 2Oh, mi scusi. Certo”. Dopo aver firmato la camicia, prese le sue cose e andò via. Si sedette nel giardino della sua facoltà di lettere e continuò a leggere completamente assorta. D‟improvviso un piccolo micio bianco e grigio le si avvicinò e, per attirare la sua attenzione, iniziò a strofinarsi contro le sue gambe. Azzurra posò il libro e iniziò ad accarezzare quel piccolo gatto indifeso e così dolce. “Piccolino cosa ci fai qui? Cerchi forse il tuo padrone?” Il gatto strizzò gli occhi e iniziò a farle le fusa. Azzurra era una ragazza particolarmente sensibile e non avrebbe mai lasciato quel gattino lì, tra la folla di studenti e professori talmente impegnati ~ 315 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ nelle loro faccende da non accorgersi che un piccolo animale li scrutava con due grandi occhioni in attesa di un po‟ di affetto. Così, prese il piccolo micio e andò verso casa. Per la strada del ritorno cercava un nome da dare al suo nuovo amico, ad un certo punto disse:”Ho deciso, ti chiamerai Pois”. Proprio sotto il mento infatti il piccolo aveva il pelo a pois. Azzurra abitava da sola, aveva preso in affitto una stanza dove c‟erano altre studentesse come lei. Quel giorno lo trascorse in casa con Pois dandogli tutte le sue attenzioni. La mattina seguente dopo aver fatto colazione insieme, Azzurra ritornò in camera sua per rifare il letto, e sotto il cuscino trovò un biglietto accartocciato, stava quasi per buttarlo quando istintivamente la sua mano lo aprì… “Non lasciare che qualcuno o qualcosa possa decidere della tua vita”. Sbigottita, aprì e chiuse gli occhi per assicurarsi che non stesse dormendo, e infatti era proprio la realtà quella che stava vivendo, il biglietto stropicciato era proprio lì, nella sua mano. Si accorse che qualcuno la stava osservando, girò lo sguardo e fuori dalla porta il micio faceva capolino. Azzurra percepì che Pois aveva qualcosa di speciale, e che nel loro incontro c‟era qualcosa di magico. La mattina lo lasciò nella sua stanza con latte, lettiera e pupazzetti vari, lei doveva restituire urgentemente un libro in biblioteca e ne avrebbe approfittato per iniziare delle ricerche per la tesi di laurea. Si trattava di un paio d‟ore. Allo scoccare delle ore 13 infatti Azzurra era di nuovo a casa, si cambiò e andò in cucina a preparare il pranzo in compagnia del piccolo Pois che aveva dormito e giocato in sua assenza. In questo periodo la casa era vuota perché le altre due ragazze coinquiline di Azzurra erano tornate rispettivamente nei loro paesi. Il pomeriggio Azzurra e Pois decisero di trascorrerlo nella villa comunale riscaldati dai tiepidi raggi solari e dall‟affetto che provavano l‟un l‟altra. Perché non è importante se la persona che ti sta accanto parla la tua stessa lingua, è del tuo colore o è un bipede, ciò che realmente conta è l‟amore e l‟affetto che chiunque anche un animale può darti, anzi a volte il loro affetto è molto più sincero di quello degli uomini. Dopo aver corso qua e là per la villa, Pois si addormentò dolcemente sulle gambe di Azzurra, che decise di leggere le ultime pagine del libro. Il libro era molto particolare perché era privo di titolo. Leggendo l‟ultima pagina Azzurra rimase colpita da una frase: “E da quel giorno Charlie capì la vera felicità della vita”. “La vera felicità della vita”- ripeté Azzurra ~ 316 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ e continuò – “è difficile essere felici per sempre, inevitabilmente la vita nasconde dietro l‟angolo delle delusioni, dei dolori che non potranno mai renderci felici”. Azzurra lo sapeva bene perché nonostante la sua giovane età, ventidue anni, aveva sofferto molto, suo padre un grande ingegnere e uomo idealista morì improvvisamente poco prima del suo esame di maturità. Nonostante si sentiva mutilata nell‟anima e provava ogni giorno un grande vuoto pensando a lui , aveva imparato a sorridere di nuovo e ad apprezzare le piccole gioie quotidiane, come ad esempio osservare il piccolo ed innocente Pois dormire, o ascoltare la voce di sua madre al telefono. Il cielo improvvisamente si riempì di nuvoloni scuri e iniziò a piovere a dirotto. Di corsa Azzurra fece il tragitto verso casa attenta soprattutto a non far bagnare Pois. Arrivati a casa, dopo un bel bagno caldo Azzurra crollò dalla stanchezza e si addormentò senza neppure accorgersene. Dei raggi solari filtrati dalla persiana la svegliarono, era una nuova mattina e lei e Pois si tenevano per mano, Pois aveva la zampa nella mano di lei. Accuratamente Azzurra si alzò cercando di fare il meno rumore possibile e andò in cucina a preparare la colazione per lei e il suo piccolo amico. Quando rientrò in camera trovò Pois sveglio, con gli occhi vispi che la attendeva e le diede il buongiorno con un caloroso “miao”. D‟istinto Azzurra alzò i cuscini e trovò un nuovo biglietto: “Non aver paura, la tua anima pura saprà condurti alla vera felicità”. Con una grande emozione nel cuore Azzurra iniziò a prepararsi per partire, il sabato infatti tornava a casa dalla madre e dal fratello, e questa volta con un nuovo amico speciale e la consapevolezza che qualcuno vegliava su di lei, suo padre. ~ 317 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Silvia Zoppello Vetro e specchi Avrò avuto più o meno sette anni. Ricordo che spesso, la domenica sera, dopo l‟interminabile e inevitabile sequenza di parenti, si finiva a casa di questi amici di famiglia. Odiosi. Odiosi i genitori. Odiosa la casa. Odiosi i figli, naturalmente. Tuttavia la parte più viziata e materialista di me ci andava sempre volentieri: nelle loro stanze disordinate trovavo sempre, sparsi sul pavimento, giochi bellissimi; luccicavano davanti a me, i giocattoli della tv, quelli che mi spettavano al massimo a Natale, quelli che odoravano ancora di plastica. Bambole di ogni tipo, con decine di accessori e vestiti, piccole cucine che imitavano quelle dei grandi, stampini per il pongo colorato, una macchina da scrivere rosa... C‟era tutto ciò che potevo desiderare. Giocavo, ma ad un certo punto, puntualmente, ogni benedetta domenica, mi stancavo. Me lo ricordo ancora: stava sempre sulla scrivania in mezzo a matite e quaderni, abbandonato, a volte nascosto, per la sua scarsa attrattiva, per la sua inutilità apparente. Non era nemmeno troppo bello, a dire il vero: un tubo di plastica verde, con una rotellina gialla ad un‟estremità, di quelli che se ne potevano trovare a basso costo in qualsiasi emporio di giocattoli. A volte penso che li regalassero, pure. Era un piccolo caleidoscopio. Mi stendevo su un cuscino, guardando il soffitto, e lo appoggiavo all‟occhio destro. Iniziava così la magia: i colori si mescolavano dando vita a meravigliose composizioni, sempre diverse. Riuscivo ad isolarmi dagli altri bambini, dal luogo ostile in cui mi trovavo, dal serioso chiacchierare degli adulti. Eravamo io e la magia. Anche quando scoprii il banale trucchetto che stava alla base di quel prodigio, non ne rimasi delusa in modo particolare, poiché l‟effetto prodotto riusciva in qualche modo, ad eclissare la freddezza del ~ 318 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ meccanismo interno. In fondo, trovo tuttora sorprendente pensare che l‟Uomo, nella frenesia costante di creare qualcosa di nuovo ed utile, si sia fermato a concepire una bellezza così piccola ed effimera. No, non fu decisamente quella la delusione. Era una domenica sera identica a mille altre, e dopo la Messa eravamo ospiti nella casa odiosa. Come al solito me ne stavo sola col mio caleidoscopio e, girando con delicata regolarità la rotellina gialla, saldamente chiusa tra il mio pollice ed il mio indice, entravo in mondi nuovi, fantastici, fatti di sogni. Non appena uno di questi prendeva Vita, un altro era pronto a rimpiazzarlo completamente... E poi un altro... E un altro ancora. Fu un attimo: vidi ad un tratto la composizione più meravigliosa che potesse esistere; i colori, le forme, l‟armonia che regnavano in quel minuscolo spazio, che tuttavia il mio occhio destro percepiva come infinito, erano forse ciò che di più vicino alla perfezione io abbia mai conosciuto. La mia mente contemplava sopraffatta quell‟incanto, ma la mia mano, senza che me ne rendessi conto, stava già ruotando l‟estremità del caleidoscopio, spinta dal desiderio di scoprire sempre qualcosa di migliore, di diverso. Un clic determinò la fine di un sogno durato quanto bastava per rimanere impresso come fuoco dentro di me. La mia mente sopraggiunse un istante più tardi, urlando disperata affinché l‟incantesimo ritornasse: era troppo tardi, ma la mia ingenuità di bambina non lo sapeva. Una smorfia. Con tranquillità cercai di eseguire con la stessa velocità, la stessa forza e la stessa Pressione, il movimento della rotellina, al contrario: già sorridevo, felice di ciò che avrei visto. Con mio grande dispiacere non fu così. Era tutto diverso, era tutto sbagliato. Era la mia prima piccola, dolorosa, scoperta: non si torna indietro. L‟intensità di alcuni momenti non si può in alcun modo catturare e forse la loro sublime bellezza risiede proprio in questo. L‟unico modo di perpetuare la speranza nel futuro è andare avanti, accettando ciò che mano a mano ci si presenta, senza fare pericolosi confronti con l‟immobile perfezione di un istante passato. ~ 319 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ In un momento inaspettato i piccoli frammenti di vetro, dopo una lenta evoluzione, si arresteranno, creando una sublime poesia per gli occhi, per la mente e per l‟anima. Fino a dissolversi, un attimo dopo. ~ 320 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Enrico Zuliani Nuova alba Me ne sto qui con lo sguardo fisso divorando l‟orizzonte, annusando ogni singolo soffio di brezza che viene dal mare. Cerco di immortalare con gli occhi della mente ogni colore di questo tramonto. Vivo questo travolgere di emozioni, consapevole di quanto infinitamente piccolo sono rispetto alla natura. Luce, profumi, suoni, la Natura è perfetta; lo era, non ci rendiamo conto di giocare con forze più grandi di noi, giochiamo una partita già persa: Lei vincerà e noi abbiamo già perso, fortunatamente. Avevamo bisogno d‟idee, bisognava riformare il sistema per superare il momento, invece se si provava a pensare diversamente, a nuove sensibilità civiche, economiche, ambientali si veniva bollati come critici, come i soliti scontenti. Ancor prima della presunta crisi globale la società italiana viveva chiusa in se stessa, attenta solo ai propri interessi con egoismo maleducazione ignoranza arroganza e cinismo. Senza rispetto vero per le persone. Questo accadeva per i ceti bassi e medi con evidente goduria per i ceti più alti che se ne approfittavano; per non parlare delle figure deputate a guidare il Paesello e il popolo anestetizzato fin dagli anni ‟80 dalla programmazione tv sempre più decerebrante: popolo tenuto in torpore intellettuale, nutrito a suon di inutili talk-show e partite di pallone, quasi un coma farmacologico utile a “medici” senza scrupoli. Fu questo l‟inizio della decadenza, almeno per noi: cacciati come appestati dal nostro paese d‟origine. Noi che credevamo ancora possibile cambiare il corso del flusso, che cercavamo di capire in che direzione stesse andando questo Mondo devastato dalla speculazione in ogni campo; noi che credevamo ai valori di libertà di socialità non intesa chiusa in un personal computer o cellulare, libertà di costruire un futuro più sano; noi che ci ~ 321 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ scontravamo in una realtà fatta di stereotipi e di virtuali relazioni, di non luoghi. Le idee mancavano ai giovani, la volontà di scommettere sul futuro pure; tutti pieni di diritti e nessuno con dei doveri. Si viveva così e anche peggio nel primo decennio del nuovo millennio. Ad ogni modo tutti erano felici, stavano tutti discretamente privati della conoscenza: meglio viver bene da ignoranti che darsi da fare per esser realmente consapevoli degli eventi, troppo dura guardarsi dentro, nell‟intimo della propria onestà intellettuale. Noi non eravamo così contenti, noi ci ponevamo domande, discutevamo di tutto e ci confrontavamo. Poi alcuni iniziarono a guardarci in modo strano, non capivano di cosa parlavamo quando accennavamo a sensibilizzare alle energie rinnovabili ma contemplarne i rischi futuri, ci scrutavano come alieni quando dicevamo che riuscivamo a stare senza guardare la tv ma di leggere molto, al primo accenno ai problemi della società le porte si chiudevano e i musi dei nostri interlocutori si facevano lunghi. Fummo banditi come portatori di strane correnti, creavamo scompiglio nelle menti addormentate: rischiavamo di risvegliare strani e legittimi pensieri di collettività, di orgoglio popolarnazionale nei confronti dei veri diritti della persona. Diventammo i nuovi rosacrociani solo che aleggiavamo alla luce del Sole cercando di svincolare le menti di chi ci stava vicino dall‟aldilà del pensiero incondizionato. Non era un bel vivere in quel periodo in cui sembrava d‟essere al centro di un incubo dal quale ci si vuole assolutamente svegliare, senza riuscirci. E‟ così che inizia questa storia, mentre il popolo navigava a vista tra furbastri, arroganti, ignoranti, e individualismo, maleducati e malcostume e il peggio si stava preparando. Noi dovemmo cercare un posto migliore in cui vivere e far crescere i nostri figli: dove costruire e crescere la nuova Italia del futuro. Mi chiamo Carlo Luce, sedetevi pure se vi va di ascoltare questa strana storia, prendiamoci il nostro tempo ora che una nuova alba sta per nascere. ~ 322 ~ ~ Le storie di Io Racconto ~ Ringraziamenti ll Premio Nazionale Io Racconto è giunto alla sua terza edizione, compiendo grandi passi da quando, nel 2008, ha preso il via con l‟invito, rivolto ai lettori di Firenze Trova, di contribuire con piccoli racconti ai contenuti del giornale. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza lo sforzo congiunto del personale di Assopiù Editore e dell‟Associazione Culturale Musa, entrambi di Firenze, degli sponsor che hanno creduto in noi e nel nostro progetto, come Euronics, Siae, Carapelli, OPE. Grazie a Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze che ci concedono il loro patrocinio. Voglio anche ringraziare gli amici e partners che svolgono con passione il loro lavoro, ci arricchiscono con la loro amicizia e collaborano con noi al buon esito del Premio: grazie quindi a Romano Editore di Firenze, a Racconti di Città, alla Compagnia delle Seggiole, FIAF,per l‟aiuto concreto, la disponibilità, lo spirito di gruppo. Grazie anche a Claudio Gherardini e Martina Manescalchi che hanno seguito i numerosissimi amici del gruppo di Facebook dal quale ha avuto origine la Giuria dei Lettori. Questa giuria e la giuria di esperti, si sono accollate un notevole lavoro di screening e giudizio: a loro tutta la mia stima e la mia profonda riconoscenza. Un sentito ringraziamento anche al Dr. Giancarlo Passarella che cura i nostri rapporti con la stampa e ci segue fino dall‟inizio. Tutto questo è tanto ma sarebbe niente se gli autori non avessero creduto in noi e nel nostro progetto. Grazie, dunque, ai 1.300 iscritti a questa terza edizione: grazie per esservi messi in gioco e averci resi partecipi delle vostre opere, interessanti, commoventi, divertenti, istruttive. Grazie ai partecipanti junior delle varie sezioni: narrativa, poesia, fotografia, testi di canzoni. A loro l‟augurio di continuare nel loro percorso artistico cogliendo sempre maggiori successi, con i complimenti della redazione per il buon livello dei loro elaborati. Un grandissimo grazie a tutti i tecnici che hanno reso possibile lo svolgimento del Premio, primo fra tutti Roberto Gasparri e, per la stampa dei libri, Valerio Marucelli, Furio Raggiaschi, Marco Nuti. Un grazie di cuore a Rachele Ignesti, per il suo preziosissimo lavoro di editing. Concludo con le scuse verso coloro che involontariamente non ho nominato: hanno comunque tutta la mia riconoscenza. Donatella Bellucci Coordinatrice ~ 323 ~