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ARCANUM
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© 2013 by IRIS4 EDIZIONI - ISBN 978-88-89322-09-8
IRIS4 EDIZIONI - 00184 Roma - via de’ Ciancaleoni, 41
telefax (06) 48930628 - mail: [email protected]
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web: www.iris4edizioni.com
grafica e impaginazione: Stelio Spagnolo, Raffaella Tarantini
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Francesco M. Passaro
ATTESA DI GIUDIZIO
prefazione di Noa Bonetti
noir
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Quando Lorenzo Botticelli entrò in studio c’era qualcosa di
strano nel modo di avanzare. Immerso nei pensieri sedette
davanti a me e abbozzò un sorriso che pareva un’onda a
mezz’aria. Mi scrutò negli occhi e cadde il silenzio. Avevo
una strana curva nei pensieri e aspettavo che accadesse qualcosa
di buono, soprattutto perché la giornata non era andata bene.
Avevo infatti perso un processo a carico di un innocente. E
così, all’improvviso, fluttuai nelle fasi transitorie della vita...
Da pochi mesi avevo superato la prova orale e sperimentavo
ormai la leggerezza di chi non sa cosa l’aspetta, anche se con
scarse prospettive di carriera. Ero in attesa della grande
occasione. Avevo abbandonato lo studio penale dell’avvocato
Alfredo Carnelino, dove facevo pratica, adducendo che mi
serviva un po’ di tempo per preparare l’esame orale.
Quell’anno vi fu appena il quaranta per cento dei promossi
e per fortuna fui tra quelli. Ricordo ancora le parole di un
padre abbigliato all’antica dopo la proclamazione di fronte
alla Commissione d’esame d’avvocato
“E mo trovatevi i clienti.”
L’approccio coi clienti fu consequenziale. Già dopo un anno
di pratica mi ritagliai due giorni a settimana per riceverli allo
studio legale di mio padre, anch’egli avvocato civilista. E ogni
volta che nella mia stanza entrava una persona nuova mi
s’incollava la lingua e i muscoli delle gambe scattavano sulla
sedia. Mi sbarazzavo delle mani esitanti cacciandole sotto la
scrivania crivellata di tarli e ascoltavo i problemi in silenzio
sacrosanto. Sordo silenzio che mi portò indietro nel tempo a
ricordare la telefonata del fratello di Lorenzo.
“Vincenzo”, pressò una voce tremante, “sono Filippo Botticelli.
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I carabinieri hanno setacciato tutta casa e secondo me c’è di
mezzo Patrizia. Domani ci sei in studio?”
“Dalle quattro e mezza in poi.”
“Ok. Allora ti mando mio fratello Lorenzo e per favore trattalo
bene. Tuo padre ha sempre detto che sei in gamba.”
Filippo Botticelli era una persona molto riverente, piccoletto,
sui trentaquattro anni. Sembrava più giovane della sua età. Lo
conoscevo, era stato alunno di papà. Oltre a esercitare la
professione di avvocato insegnava latino e greco al liceo classico.
Lorenzo poggiò una cartellina bianca sulla scrivania. Sopra
c’era scritto Rosa dei Venti, il nome della clinica in cui lavorava
come paramedico. Tirò fuori alcune lettere e mi guardò,
portandosi gli occhiali da vista sulla fronte invasa dai capelli
biondi. Sorrise e sùbito scoprii un’espressione nitida. I suoi
sguardi sembravano sinceri, riflettevano una luce pallida. Mi
osservava dritto negli occhi aspettando un mio cenno. Rimasi
in silenzio. Egli tirò un sospiro e prese a snocciolare la sua
storia. Le tapparelle abbassate lasciavano filtrare strisce di luce.
“Mi occupo dell’assistenza a malati terminali”, esordì con
voce che si gonfiò di colore, “e circa un anno fa ho conosciuto
la figlia di un mio paziente.”
S’interruppe, senza che dicessi nulla, con espressione talmente
affranta che non riuscivo a capire cosa stesse rimuginando.
Sfogliò le sue carte a capo chino. Aspettai che sciogliesse il suo
passato. Anche se i manuali sostengono di lasciar parlare
liberamente il cliente, mi scoppiò in testa un segnale d’impazienza.
“Patrizia insegna storia e filosofia al liceo scientifico ma è un po’
strana, come dire... psicolabile.”, riprese Lorenzo piuttosto tranquillo.
“Spiegati meglio.”, incitai fingendomi rilassato per creare
un’intesa professionale.
“Si dice che l’avvocato sia come il confessore, debba conoscere
ogni cosa...”, affermò guardandosi intorno.
Si alzò e volle assicurarsi che la porta alle sue spalle fosse
chiusa. Appena seduto riprese a parlare.
“Mentre assistevo suo padre, una sera la ragazza mi guardò
dritto negli occhi”, incalzò carezzando la cartellina sulla scrivania,
“poi si concentrò sull’ago che infilavo nelle vene del vecchio.
Appena mi allontanai mi seguì e iniziammo a chiacchierare.”
“È carina ’sta tipa?”, mi sfuggì senza pensarci troppo. Confesso
che mi sentii un deficiente. Se uno va dall’avvocato si aspetta
domande tecniche, non certo di quel genere.
“È più grande di me di sei anni, ha trentotto anni. Ed è una
donna davvero interessante.”
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“C’è già stato qualcosa tra di voi?”, chiesi in tono più professionale.
Lorenzo abbozzò un malizioso sorriso e acconsentì col capo.
Chiesi di mostrarmi il verbale di perquisizione redatto dai carabinieri.
Frugò nella cartellina e fece scivolare fuori alcuni documenti.
“Non hanno trovato niente a casa.”, chiarì allungandomi dei
fogli custoditi con cura.
Sembrava un gabbiano affamato d’informazioni attorno a un
battello di nozioni giuridiche.
“Leggi qui.”, proseguì con voce spezzata dalla paura, “La
dottoressa Serenella Lupo, sostituto procuratore della
Repubblica al Tribunale di Napoli, ha disposto la perquisizione
con l’unico scopo di rinvenire elementi di reità a carico della
persona sottoposta a indagini per i delitti di cui agli articoli
56, 575, 582, 583 del Codice Penale.”
In poche parole quel biondino di fronte era indagato per tentato
omicidio e lesioni personali aggravate. Il mio primo procedimento
penale per reati di tale entità. Mi strappai le pellicine che
costeggiavano l’unghia del pollice. Sùbito si gonfiò una
pallina di sangue e un sapore amaro mi scoppiò in bocca
quasi fossi io l’indagato.
“Che c’è Vince’?”, chiese. “Che è ’sta faccia? A che stai pensando?”
Cambiai espressione e sùbito se ne accorse.
“Vince’, io non ho fatto niente di quello che c’è scritto là
sopra.”, sottolineò pacato.
“No, scusami, valutavo se chiedere o meno un interrogatorio.”
Non era vero. L’idea di farlo sentire dal Pubblico Ministero mi
era venuta soltanto in quel momento. Avevo il cuore in gola.
“Mi devi però raccontare tutto, senza tralasciare nulla, per
capire se corriamo dei rischi facendo magari autogol.”, rimarcai
con sguardo deciso stringendo i pugni.
Lorenzo prese alcune lettere affrancate e timbrate, ne scelse
una e me la porse. Erano scritte a mano da ignoti.
“Vedi, hanno usato la carta carbone. È un duplicato.”, commentò.
“Stai lontano da Patrizia, altrimenti ti ammazzo. Ieri vi ho
visto passeggiare a corso Malta. Dopo avere ucciso lei, toccherà
a te. Che bella quella macchina nuova. E se le ruote costano
tanto anche la tua vita vale tanto.”
“Vince’, a due giorni dall’arrivo di questa mi hanno bucato
le ruote dell’auto.”
“C’è qualcuno che ti odia?”
“Credo sia Patrizia che architetta tutto questo contro me
perché l’ho lasciata.”
“Cosa te lo fa pensare?”, domandai confuso.
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Ero stordito da quelle poche prove che mi colpivano senza
riuscire a coglierne la provenienza. In realtà non ero ancora un
bravo avvocato, possedevo però l’intuito, una caratteristica che
mi contraddistingue tuttora.
“Chi è stato a fare il primo passo?”
“Lei”, ribatté, “lo ricordo quasi fosse ieri. Facevo il turno di
notte e Patrizia era immobile accanto al padre. All’improvviso
mi venne a cercare nella sala-infermieri durante una pausa
e mi chiese se potevo farle un prelievo. Domandai il motivo
e rispose che la eccitava. Sorrisi e lei, seria, disse che non
c’era nulla di strano. Mi chiese se avevo impegni per la sera
e risposi di no. E aggiunse di continuare ad assistere il padre
a prescindere dal nostro rapporto. Si avvicinò, mi baciò e mi
pregò di morderle le labbra. Vince’, l’accontentai. Supplicò
di farlo più forte e lo feci.”
“Masochista la prof.”, commentai senza scompormi.
“Aspetta, aspetta. Senti qua.”, precisò compiaciuto, “La sera
uscimmo e dopo essere stati in pizzeria chiese di andare al parco
Virgiliano. L’eccitava l’idea di stare in auto coi giornali sul
parabrezza e di sapere che fuori poteva esserci qualcuno a spiarci.”
La voce di Lorenzo acquistò un tono di perversione, quasi
volesse coinvolgermi in quel miscuglio di ambiguità.
“Appena iniziammo a fare sesso, sfilandosi il foulard, chiese di
stringerle il collo. Solo così avrebbe raggiunto l’orgasmo. Ti
rendi conto, avvocato?”
Inghiottii aria e tensione. Forse Patrizia voleva pagare l’amore
che dava e sperava di riceverne con la punizione. Mi veniva
da ridere. Cercai comunque di mantenermi serio di fronte
alla follia che Lorenzo raccontava.
“Infine chiese di stringerle il collo con le mani. Voleva addirittura
fotografarmi mentre la soffocavo. Ovvio, non lo feci.”
“Meno male!”
“Dopo quella sera decisi di non incontrarla più. Avevo paura.
Quella aveva oltretutto lo sguardo da pazza.”
Gli occhi di Lorenzo furono attraversati da un lampo. Quella parola
si abbatté tra noi come una bomba scagliata inesplosa nel bel mezzo
della stanza, ansava e boccheggiava nel tentativo di ripigliare fiato.
Si strinse nelle spalle, il viso si accese di rabbia, disperazione,
storcendo appena gli angoli della bocca e inarcando le sopracciglia.
Gli tremava la mandibola.
“Vince’ da allora ha preso il via il mio calvario.”, seguitò con
parole misurate, “Sms, telefonate di notte, regali lasciati sul
cofano dell’auto quando parcheggio in clinica.”
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“Perché? Il papà è ancora lì?”
“Sì, Vince’, sì.”, mi guardò senza aggiungere altro.
“A che stai pensando, Vince’?”, chiese infine socchiudendo gli
occhi, “Ogni tanto ti assenti.”
Non risposi, finsi di leggere sottovoce gli articoli del Codice Penale
per prendere tempo. Non sapevo davvero come sbrogliare la vicenda.
Dovevo sùbito sfumare quegli umori incerti. All’improvviso mi
sentii pungere l’estremità delle dita, specie i mignoli. Un dolore al
petto e alla spalla mi fece pensare a un infarto. Per fortuna durò
qualche secondo. Dipendeva dall’ipocondria, la malattia con la
quale convivevo da anni, e la professione aveva accentuato la
distorsione delle normali sensazioni che provenivano dal corpo.
La medesima patologia si era forse manifestata all’epoca
dell’università, quando non riuscivo a superare l’ultimo esame di
diritto commerciale. Ogni volta che si proponevano situazioni
complesse, incomprensibili, incontrollabili, mi celavo infatti dietro
al malanno imbastito dalla psiche.
“Quindi la tizia, dopo essere stata mollata, ha cominciato
con lo stalking.”
“Sì! Lo stalking, bravo.”, ribadì Lorenzo, “Possiamo fare
qualcosa? Che so, una querela contro quella pazza.”
“Affrontiamo prima la tua situazione da indagato cercando di
spingere il PM a un interrogatorio e all’integrazione delle indagini,
a richiedere l’archiviazione. In seguito conviene presentare una
querela per calunnia.”, spiegai isolando il ballo di nevrosi che
riprese a pulsarmi nel petto, “Di sicuro è stata lei a denunciarti.”
“Non lo so Vince’, qui è tutto così strano.”
“Hai ragione.”, e battei i tasti del pc davanti a me, “Firma qui
comunque. Firma il mandato difensivo, così domani posso
andare in Procura e parlare col Pubblico Ministero.”
Presi dalla cartellina un prestampato. Lorenzo lesse la nomina
e mi domandò con voce quasi soffocata
“Come la vedi ’sta storia, avvocato? Mi mandano in carcere?”
“Scusa, ma tu hai fatto qualcosa?”, volli sapere con ingenuità.
“No, assolutamente no”, precisò Lorenzo, “è la prima volta
che mi capita un fatto del genere.”
“E allora perché ti preoccupi?”
“Devo lasciare un anticipo?”
Ogni volta che mi facevano quella domanda entravo nell’imbarazzo
più profondo. Sorridevo come un ebete non sapendo che dire
e quanto chiedere.
“Lavori ed è giusto che tu venga retribuito.”, sottolineò Lorenzo
mettendo in ordine le carte.
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“Dipende soprattutto da ciò che si farà. Beh, lascia un acconto
di cinquecento euro.”
Tirò fuori il portafogli e sfilò il libretto degli assegni.
“Mi devi aiutare”, chiese con espressione di nuovo distesa,
“non ne ho mai firmato uno.”
Suggerii come compilarlo e rimasi in attesa dello stacco
dell’assegno dal carnet, elettrizzato da quello scoppiettio.
Quando mia madre si ammalò di cancro alle ovaie aveva da poco
compiuto quarantacinque anni. Un dolore che mi rese piuttosto
cinico, soprattutto con le donne, ma mi aiutò ad amare la vita sul
serio. Era estate, eravamo in vacanza a Sorrento, e mio padre
dolendosi come un bambino disse che doveva accompagnare
mamma a Parigi. Lì c’erano vari centri specializzati. Chiesi
perché proprio in Francia e rispose
“Ma lo sai che tiene tua madre o no?”
Prendemmo a piangere entrambi e concluse
“Non dire niente a nessuno e non litigare con tua sorella.”
Dopo la partenza dei miei per Parigi cominciai a mandar giù
superalcolici ogni sera tanto che gli amici mi chiamavano
Singapore, dal nome di un drink di colore rossastro. Chiedevo
di continuo ai ragazzi più grandi iscritti a medicina le
opportunità di sopravvivenza per i malati di tumore.
Rispondevano chiaramente tutti alla stessa maniera: nessuna.
Trovai quindi rifugio nei sogni e nelle fantasie adolescenziali
leggendo libri, guardando film e non appena il dolore si
appropriava di me, nei momenti bui della giornata, scoppiavo
a piangere soffocando i singhiozzi nelle pieghe del cuscino
per non farli sentire a mia madre. Immaginavo che quella
sofferenza mi avrebbe fatto diventare più forte, addirittura
famoso. Mi sentivo un artista, non so di che genere, ma sapevo
che con la morte di mia madre avrei avuto successo in
qualcosa, fosse quasi un suo premio per avermi lasciato solo.
Iniziò la scuola, il primo liceo classico. Mamma era stata
operata, le avevano asportato ovaie e utero. Era a casa con
noi. Appena terminava il ciclo delle chemioterapie le metastasi
invadevano gli altri organi e stava di nuovo male. Dietro i
volumi della libreria, papà aveva nascosto una cartellina che
conteneva la documentazione sanitaria di mia madre. Nessuno
ne parlava in famiglia. Aspettavo allora che la casa si
svuotasse, salivo sulla poltrona, spostavo i libri e cominciavo
a leggere. Negli anni Novanta non c’era Internet, dovevo quindi
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attenermi a quelle informazioni senza poter approfondire
nulla. In verità quell’anno divenni molto bravo a scuola. Non
appena rientravo a casa pranzavo, sùbito dopo mi mettevo sui
libri e mi alzavo solo per chiedere a mia madre come stava o se
aveva bisogno di qualcosa. La notte sognavo i personaggi della
storia, se non addirittura Platone che mi suggeriva qualche mito.
La mattina mi svegliavo all’alba per ripetere le lezioni e prima
di chiudere la porta di casa speravo in eterno che al rientro avrei
trovato mamma ancora sveglia. E soprattutto mi fidanzai con
Adriana Piazzolla. Fu la prima storia d’amore. Era bassina, castana,
occhi azzurri, molto semplice nel vestire, poco truccata, taciturna.
E ogni volta che uscivo con lei, scappando dal male di mia madre,
mi sentivo bene. Spruzzavo profumo nel casco della moto, una
Gilera Arizona nera e rossa, per liberarmi dalla puzza del dolore.
Ci baciavamo per ore al faro di Mergellina anche col gelo di
febbraio. Un giorno le raccontai di mamma, della sua malattia,
rispose che non se la sentiva più di stare con me. Decise così, di
punto in bianco, di chiudere la storia. Forse non ce la faceva a
stare accanto a un ragazzino che di lì a poco avrebbe sofferto
come un cane. Dopo qualche mese tentai di trovare conforto negli
occhi piccoli e castani di Elena. I suoi abbracci erano forti ma
freddi. Tentai di rintracciare nel suo volto segni di vitalità ma
anche lei non volle più saperne di me. Ero davvero cupo e
trasmettevo ansia alle persone che preferivano fuggire da dolori
troppo impegnativi da affrontare.
A Pasqua mamma ci lasciò. Il silenzio della morte m’invase.
Mi ritrovai solo con mio padre e mia sorella Alice, con la quale
non parlavo. La casa era vuota, avvolta nell’ombra. I ricordi
continuavano a celarsi tra i solchi del guanciale. Colmo come
un palloncino d’acqua il dolore mi colava nella testa. A sorpresa
le persone comparivano per le condoglianze e sparivano senza
fare più ritorno. Per giorni rimase in casa l’odore della sua
morte, accompagnato dalle urla di dolore che nel cuore della
notte squarciavano le tenebre.
A luglio m’innamorai di nuovo ma la ragazza preferì mio
cugino. Fu l’ultima legnata! Mi vestii allora di apparente
strafottenza rinnegando il dolore. E quell’estate a Capri
cominciai a frequentare solo ragazze straniere ma per il timore
di essere scaricato le lasciavo immancabilmente dopo poco.
Mi piacevano troppo le femmine ma le temevo anche. Coprii
così la mia modestia e l’umiltà di cuore non legandomi a nessuna.
Credevo di avere capito qualcosa delle donne ma restavo
comunque sempre in disparte, coi sentimenti paralizzati dal
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timore di vivere appieno un’emozione. Viaggiai allora per
l’Europa, in Sud America, Asia, Africa eppure la solitudine
fu una bestia indomabile. A ventitré anni conobbi Ludovica
Stornina, una diciottenne alunna di mio padre. Rideva spesso
e ballava in modo buffo volgendo i pugni verso il basso. Ci
mettemmo insieme a una festa di Carnevale danzando e
baciandoci tra i fumi verdastri della Coca Buton. Cinque
mesi dopo ci lasciammo e dopo due anni tornammo assieme.
Il giorno successivo all’incontro con Lorenzo raggiunsi il Centro
Direzionale col mio scooter Leonardo. Fermai quel mezzo pesante
evitando lo sguardo del parcheggiatore abusivo. Un individuo
viscido, brizzolato, occhiali scuri, con la solita camicia in flanella
a quadrotti. Controllava più di cinquecento motorini al giorno e
inveiva contro tutti quasi fosse il padrone del suolo. Dovevo fare
una serie di controlli per le cancellerie e in tarda mattina sarei passato
dal Pubblico Ministero per la faccenda di Lorenzo Botticelli. Lavoro
da solo, non ho collaboratori né segretarie. Quando ho più udienze
in giornata delego mia sorella Alice. Anche lei avvocato civilista,
se la cava bene pure col penale. Le spiego ogni passaggio, lei appunta
su carta e io sono sereno. Salutai i colleghi parcheggiati in piazza
Coperta. Posai nell’armadietto la borsa da lavoro, il cappotto, presi
i fascicoli e anche Guida al Diritto. Una rivista giuridica che uso
avere sempre per darmi un tono. Mi sistemai il nodo alla cravatta
e mi aggiustai i capelli mossi dal casco guardandomi nel vetro che
separa la saletta dagli ascensori. Uscii camminando a passo svelto
verso la torre C, la meno affollata. Era aprile e faceva già caldo.
Avevo infatti le ascelle bagnate e la schiena imperlata di sudore. In
ascensore le solite frasi dei colleghi impazienti.
“Si sta facendo tutti i piani... Che palle... È uno schifo... La
via Crucis... La tastiera sembra un albero di Natale...”
Due cancelliere della Corte d’Assise avevano addosso il solito
odore da cassetto della nonna. Un avvocato grosso, capelli
lunghi e unti, sprigionava un lezzo agro. C’era l’avvocato
Servito che prima dell’infarto vestiva sempre di blu ma appena
dimesso dall’ospedale comprò solo abiti colorati. Abbozzò il
medesimo episodio noto al Palazzo di Giustizia
“Entro nella stanza del GIP per la convalida a Poggioreale.
Quella mattina c’era la Veneruso e alla mia vista urlo ‘Troia!’
Il giudice mi fissa e dice ‘Avvocato?!’ E io ribadisco ‘È
arrivato il mio cliente Troia Gennaro!’”
Tutti risero, come da programma.
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Uscii al sesto piano e, grazie al passaggio, andai alla torre B.
Ne salii altri quattro a piedi. Arrivato al decimo piano, di fronte
alla porta del PM Lupo, rimasi lì impalato alcuni secondi. Non
sapevo come esordire. Preparo sempre un discorso su quanto
sottoporre al magistrato ma quella mattina ero a corto di
argomenti. Misi da parte l’esitazione e bussai. Nessuno rispose.
Rimasi fermo. Battei lo sportello della segreteria, non ebbi cenno.
“Avvocato”, mi sentii chiamare alle spalle, “provi di nuovo a
bussare allo studio del Pubblico Ministero, a volte non sente.”,
suggerì una donna uscita da una stanza di fronte vestita con
pezzi da museo, che pareva sortita da un film di De Sica.
“È pure sorda...”, pensai.
“Sì, grazie signora.”, risposi.
Picchiai alla porta, ancora nulla.
“Provi a entrare direttamente.”, incalzò la donna di prima.
Spalancai allora l’uscio e vidi una signorina sulla trentina, capelli
mossi castani, occhiali, tipica faccia da prima della classe.
“Buongiorno dottoressa. Posso?”, chiesi con tono impacciato,
un po’ sottomesso.
“Prego, prego, avvocato”, replicò con sorriso sarcastico,
“si accomodi pure.”
Mi sedetti davanti a lei. Notai le locandine di alcuni film
contemporanei e due stampe di Picasso.
“Anche a me piace molto il cinema e soprattutto l’arte.”, sorrisi.
“Sì avvocato, li ho comprati a Parigi qualche anno fa in viaggio
di nozze.”, rispose un po’ troppo acidamente.
“Dottoressa sono qui, munito di nomina e procura speciale,
per Lorenzo Botticelli.”, scandii alla perfezione il cognome.
“Ah...”, esternò una smorfia di apprensione, “Avvocato, stiamo
facendo indagini di concerto coi carabinieri della Caserma
Pastrengo e non nascondo che questo procedimento ci sta
preoccupando non poco.”
“Addirittura.”, replicai sgomento.
“Eh, sì, avvocato...”, e schiarendosi la voce, “Qui non si
tratta dei soliti balordi che si muovono in maniera consueta.
Questi sono imprevedibili.”
“Dottoressa, ieri ho parlato a lungo con Botticelli e a onor del
vero il ragazzo mi sembra essere vittima di questa donna che
lo sta tempestando di messaggi e telefonate.”
“Sì, avvocato, ma le cose non stanno proprio così.”, incalzò
con tono teso e una smorfia della bocca.
Aggiustò alcuni fascicoli di colore arancio della Procura della
Repubblica e ne coprì altri. In quei gesti forse scaricava la tensione
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accumulata. Squillò il telefono, si scusò e sùbito rispose con
voce isterica. Strillò così tanto che mi fece ingoiare la lingua.
“Mi scusi avvocato.”, avanzò non appena riagganciata
brutalmente la cornetta.
“Dottoressa, non ritengo essenziale che mi esponga quanto è
coperto dal segreto istruttorio.”, precisai con linguaggio
ricercato, “Credo però indispensabile che Botticelli venga
sottoposto a interrogatorio.”
“Sì, avvocato, mi faccia un’istanza. La valuterò.”, e mi liquidò
lanciando un’occhiata al cellulare.
“Va bene, va bene, dottoressa.”, acconsentii sorridendo, “E
buon lavoro.”, tesi la mano.
“Grazie, grazie.”, rispose allungando le dita ghiacciate.
Andai in studio. Non avevo voglia di fare nulla. Controllai se
mi avevano accreditato i compensi online, lessi le mail, cancellai
lo spam per non intasare la posta elettronica. Appuntai le date
delle udienze in agenda. Mi alzai, calpestai il tappeto e girai
per le stanze. Dietro una porta chiusa sentii una donna inveire
contro mio padre che il marito l’aveva lasciata per un’ucraina.
Pretendeva di ottenere sùbito l’annullamento del matrimonio,
quasi papà fosse il giudice, non il suo avvocato. La voglia di
fuggire da lì m’insidiava di tanto in tanto. Dove però sarei
potuto andare? Passai per lo studio di mia sorella e sentii un
odore di mare. Vidi infatti poggiato alla porta socchiusa un
cestino zeppo di pesce fasciato da alghe. Mi nascosi e riuscii
a intravedere un uomo sulla sessantina, scarno, capelli bianchi,
sporco di lavoro, che piangeva davanti al suo legale. Dopo
troppi anni la moglie non lo sopportava più, l’aveva lasciato e
ora si ritrovava solo in casa con tre figli.
“Quella stronza si cocca con Stefy, avvoca’!”, rimarcava con
voce roca, “Ma il suo vero nome è Alberto. Un travestito.”
Sorrisi per scongiurare il dolore di quell’uomo che mi stava
gonfiando la pancia. Mi sedetti alla scrivania e studiai il fascicolo
di Sagliocco, uno scissionista arrestato per armi e droga in rotta
col clan avversario. Sin dal primo momento questo essere mi
fece una buona impressione. Accadde una curiosa corrispondenza
d’animo, quasi che uno dei due avesse contratto un debito con
l’altro. Era un ragazzo piuttosto sveglio, con tutte le carte in
regola per diventare un vero capo clan. Non beveva alcolici,
non assumeva droghe, e l’intuito lo spingeva a guardare sempre
avanti anche se spesso si lambiccava il cervello con analisi
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Francesco M. Passaro