Rammino
C
acconti in
La gioia
A CURA DELLA PARROCCHIA SAN FILIPPO NERI - MILANO
EDITORIALE
In questo numero abbiamo deciso di parlare
nuovamente della gioia. Abbiamo già avuto
modo di riflettere su questo sentimento nel
febbraio 2011, ma la nostra sensazione è che
di questa emozione, di questa esperienza così
intima e talvolta così difficile da descrivere, si
parli troppo poco.
Il famoso psichiatra Vittorino Andreoli evidenzia che la nostra società considera la gioia
“roba da falliti”. Infatti, a suo avviso, la nostra è
la società del successo; un successo che spesso
si misura in base alla quantità di denaro che si
guadagna o alla luce della “posizione sociale”
che si occupa.
Noi preferiamo essere dalla parte delle persone che sanno gioire per i piccoli accadimenti
quotidiani; dalla parte di chi può essere fiero di
aver provato a vivere all’insegna della coerenza e dell’onestà; dalla parte di chi cerca sempre il bene comune e non il proprio tornaconto personale.
La gioia è, fondamentalmente, armonia con
se stessi ed è ciò che vi auguriamo di tutto
cuore, anche alla luce della Pasqua che stiamo
per celebrare.
La Redazione
N. 24 - 6 APRILE 2014
SOMMARIO
2
La voce che vuole cancellarci
don Denis
4
La gioia del Vangelo
Carlo della Comunità del Focolare
6
È vera gioia
8
In famiglia
Alessandro e Maria Luisa Maffi
9
Nella giovinezza
Alessandra Motta
10
Il Lavoro: uno strumento per
la ricerca del bene comune
Giuseppe Lagattolla
Correndo verso il mare...
Andrea Zanchetta
12
Walter Cristiani
15
Un libro: Ritrovare la propria
gioia, di Anselm Grun
La redazione
Una poesia
di David MariaTuroldo
16
Calendario delle celebrazioni
di Pasqua
14
2
LA VOCE CHE VUOLE CANCELLARCI
Avete in mente quella voce che in qualche occasione ci suggerisce… che la morte è proprio la fine di tutto e di tutti?!?
Quando viene a mancare una persona
cara, quando sentiamo la notizia di una
morte prematura o ingiusta…
Avete provato quella delusione, qu ella
tristezza infinita che ci prende al pensiero
che un giorno anche a noi potrà capitare
che non ci saremo più per l’eternità e che
di noi non resterà nulla? In questi casi
sembra che l’unica soluzione possibile sia
allontanare immediatamente il pensiero,
pensare ad altro e fare finta di niente…
Sono certo che avete sperimentato
quella voce diabolica che ogni tanto si insinua in noi e ci colpisce dicendoci, e a volte convincendoci, che nessuno ci vuole
veramente bene, che nessuno tiene realmente a noi, che non valiamo nulla per il
mondo, che nessuno si accorgerà della
nostra scomparsa, e che il mondo non sa
cosa farsene di noi, e, infine, che “che ci
siamo o non ci siamo” non cambia proprio nulla.
E così finisce che, presi da questi sentimenti, ci chiudiamo in noi e ci allontaniamo dagli altri e viviamo tutto lo sconforto
che questo produce,
dando ragione a quella
voce…
Oppure facciamo finta
che questa voce non esista, facciamo finta di
niente…
Ebbene, quella voce diabolica l’ha sentita più volte anche Gesù.
Pensiamo alle tentazioni
nel deserto e poi a quelle
sulla croce…
Come ha fatto Gesù a
non ascoltarle e a dare spazio invece alla
Voce del Padre?
Quando sta per morire, innocente, in
solitudine, rifiutato dagli uomini, ingiustamente condannato, proprio in quella situazione così drammatica, Gesù riesce a
tenere viva nel cuore la Voce del Padre
che tante volte lo ha raggiunto e che gli
dice: “Tu sei mio figlio, l’amato”.
E Gesù non la lascia scappare, la tiene
con sé. Se la ripete. Mille volte. La assapora, la custodisce nel cuore, lascia che lo
accompagni sempre… Si ricorda di tutte
le volte che l’ ha sperimentata sulla sua
pelle, quando gli ha dato forza, lo ha seguito e sostenuto, lo ha guarito…
3
Dentro di lui il cuore scoppia e grida il
suo dolore e il suo sentirsi abbandonato.
Ma lui fa memoria di quella Voce che gli
ripete ancora una volta: “Tu sei mio figlio,
l’amato”.
“Padre, tutto sta per finire, lo sento”.
“Tu sei mio figlio, l’amato”.
“Ma se muoio non potrò più prendermi
cura di nessuno… mia madre Maria, i discepoli miei amici, i malati, tutti coloro
che attendono una parola buona su Te…”
“Tu sei mio figlio, l’amato”.
“Ma…” “Ma…” “Ma…”
“Tu sei mio figlio, l’amato”.
Gesù si è allenato nella vita a dare spazio a questa Voce, se l’è ripetuta tante
volte e tante volte l’ha ripetuta, sussurrata, gridata alle
persone che ha incontrato…
“Noi siamo figli, amati, preziosi agli occhi del Signore, degni
di stima, e per questo nulla
potrà mai separarci dal Suo
amore…”
E ora utilizza le sue ultime
energie, lì sulla croce, per
affidarsi totalmente a quella
Voce: “Padre, nelle tue mani
consegno il mio spirito”. Perché nel profondo del cuore
sa, lo ha sperimentato tante
volte, di essere il figlio amato.
E allora, da quella croce
Gesù ha la forza di perdonare
chi l’ha rifiutato, di prendersi
cura della madre Maria e del
discepolo Giovanni, persino
di consolare il ladrone che gli
sta accanto…
La Buona Notizia per noi è che questa
Voce in ogni attimo e in ogni situazione
dice anche a noi che l’Amore di Dio è più
forte della morte e ci terrà con sé, per
sempre.
Quale voce vogliamo abiti il nostro
cuore? A quale voce vogliamo dare ascolto?
Che la Pasqua, che nuovamente celebriamo, possa essere una nuova occasione per sconfiggere la voce diabolica e per
accogliere la Voce di Dio che ci grida, in
Gesù, l’Amore per sempre…
don Denis
4
LA GIOIA DEL VANGELO
Stamattina mi è caduto l’occhio sul libretto dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco che
avevo comprato e tenevo sul comodino,
ma che, a dire il vero, non avevo ancora
letto. “Di buone intenzioni è lastricato l’inferno” dice un proverbio popolare!
Mi viene in mente che don Denis mi ha
chiesto un articolo sulla Gioia per Racconti in Cammino, e leggo le prime righe del
libretto: “La gioia del Vangelo riempie il
cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. “La Gioia?” mi do-
mando, oggi che il cielo è così grigio… Proseguo la lettura: “Il grande
rischio del mondo attuale con la sua
molteplice ed opprimente offerta di
consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo
e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più
spazio per gli altri, non entrano più i
poveri, non si ascolta più la voce di
Dio, non si gode più della gioia del
suo amore, non palpita l’entusiasmo
di fare il ben e. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita...” Ma il tempo è scaduto, la prima colazione mi aspetta
e devo correre in ufficio. Nel portone incontro una signora, nonna pure
lei, che rientra a casa dopo avere
accompagnato a scuola le nipoti; anche se
tutti siamo di corsa al mattino, la saluto
con un sorriso e mi viene un pensiero che
le comunico mentre tengo aperto il portone “noi nonni siamo importanti per i
nostri nipoti perché possiamo donare loro
la sapienza”. Ci fermiamo un attimo, il
viso teso del mattino e delle stagioni passate si distende in un sorriso di... gioia.
“Ecco quanto vuole dirci il papa Francesco”, penso mentre mi avvio all’ufficio.
Dopo una settimana di lavoro intenso
sembra che stamattina il tempo si sia fer-
5
mato, le e-mail da leggere non sono tante,
il telefono non squilla … la crisi? Sì, ma
anche forse un dono che mi fa il Padre.
Così proseguo la lettura della lettera di
Papa Francesco: “invito ogni cristiano, in
qualsiasi luogo o situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da
Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”.
Tempo fa un sacerdote mi suggerì come
fare la visita. “Quando entri in una chiesa,
fermati anche nell’ultima panca, guarda
l’orologio e, senza imbrogliare, fermati
davanti a Gesù Eucarestia non meno di
dieci minuti. Non ti preoccupare di trovare le parole e tantomeno dare consigli al
Padre, ma stai lì. Dicono che sulla spiaggia
si prenda ancora meglio il sole se ci si addormenta. Dio è come il sole, fermati con
Lui. Quando esci dalla chiesa avrai dentro
la gioia per affrontare la vita; le cose probabilmente non sono cambiate, ma tu sei
cambiato”. Ricordo che rimasi così contento di poter
fare questa esperienza che la comunicai ad un
caro
amico,
quando mi chiese
come fare a pregare. Piero, questo amico dei
tempi della giovinezza, era molto
lontano
dalla
Chiesa ed aveva
fatto esperienze
negative, ma era
profondamente buono, e, anche se contestava la Chiesa, era in ricerca. Al momento non mi disse nulla ma, dopo due anni,
una sera prima di Natale mi telefonò e
con voce tremante mi disse che mi ringraziava per l’esperienza che gli avevo comunicato perché, disse, “ho trovato Dio”.
Pensai fosse l’entusiasmo di un momento,
ma non fu così perché altre volte e ancora
ieri mi ha chiamato per ringraziarmi perché avendo trovato la fede può affrontare
“nella gioia” la vita di ogni giorno, cosa
non facile in quanto un ictus gli ha compromesso una vita normale. Mi ha anche
detto che offre tutte queste difficoltà per
chi non è nella gioia! Davvero: nulla è impossibile a Dio!
L’esortazione apostolica termina con
una preghiera a Maria “Madre del Vangelo
vivente, sorgente di gioia per i piccoli…”
che lascio leggere a ciascuno di voi!
Carlo, della Comunità del Focolare
6
È VERA GIOIA
“Chi è il più
felice
degli
uomini? Chi
apprezza
i
meriti degli
altri, e trova
gioia nel loro
piacere, come
se
fossero
suoi propri.”
Goethe
Lo dovevo capire da tempo. Don Denis
lo lascia sempre scritto in calce ad ogni
sua e-mail: “c’è più gioia nel dare che n el
ricevere”. Fino a ieri sera ho sempre osservato questa chiusura simbolica delle
sue comunicazioni con una sorta di nonchalance un po’ aristocratica, ma assolutamente non supponente.
È che, sorridendo, mi aggrappavo comodo e felice alle mie certezze, alle mie
conoscenze, ai miei schemi consolidati.
Un processo mentale il mio, meccanico,
forse un po’ dettato dalla mia consistenza
e dalle mie “illuministiche” certezze. Era
come dire: la gioia è mia e me la gestisco
io, senza se e senza ma. Da me parte e va
verso chi la sa apprezzare; non posso farmi carico di chi non la coglie. Come se
fosse un’equazione trasmettere gioie e
sentimento. Un processo monodirezionale dove al centro ci sono sempre io e poi
gli altri. Tutto parte da me e si diffonde
attorno, nel bene e nel male.
Ma ho fatto anche una cosa saggia: ho
letto con molta attenzione molti passaggi
relativi all’Esortazione apostolica Evangeli
Gaudium di Papa Francesco ed ho ripensato di nuovo a quello che in molti di noi è
ancora un problema irrisolto: la relazione
e l’equilibrio tra l’individuo e le persone,
tra “l’io e gli altri”.
Un punto di quella relazione mi ha colpito profondamente: “Il grande rischio del
mondo attuale, con la sua molteplice ed
opprimente offerta di consumo, è una
tristezza individualista che scaturisce dal
cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza
isolata”.
Sono quelle due parole finali che mi
mettono in crisi e rimbombano nella mente senza lasciarmi scampo: la “coscienza
isolata”. Quelle due sole parole sono come bombe, sono il mio tarlo ma anche la
mia gioia di averle comprese e raccolte.
Sono convinto che noi tutti proviamo la
gioia; la gioia per l’amore di una donna
meravigliosa e per la vita di un figlio che
insieme a noi affronta la vita, la gioia che si
rinnova e si comunica attraverso il Vangelo e l’incontro con Gesù Cristo, persino
quella che si vive in un fugace istante osservando la natura in un tramonto meraviglioso o quando realizziamo un’impresa
che ci pareva inizialmente irraggiungibile.
Le forme della gioia sono molteplici ed
hanno tanti colori. Non serve qui farne un
elenco. Ognuno le sente per come è fatto.
7
Il vero nodo non è definire che cos’è la
gioia, ma dentro quale contesto essa diventa tale.
È esattamente su questa traiettoria che
ha mille volte ragione Papa Francesco.
Non è in una regata in solitaria sull’oceano che si scoprono le ragioni della vita
e della gioia. È condividendo le ansie e le
preoccupazioni degli altri che si capisce il
senso della nostra vita ed è partecipando
alla vita della comunità che si vede meglio
il nostro cuore, sia quando esso è afflitto
dal dolore, sia quando esso è aperto verso la gioia. È solo sporcandosi le mani nel
lavoro duro e sodo in mezzo ai problemi
reali delle persone, nell’assistenza così
come nell’educazione, che si può scoprire
la vera gioia del contributo di ognuno di
noi al cambiamento ed al miglioramento.
E ciò è ancora più vero ed
attuale quando pensiamo ai
numeri della crisi che il nostro
paese sta attraversando, ai
pericoli di depauperamento di
larghe fasce della popolazione
ed alla crisi occupazionale che
ormai colpisce donne e uomini di ogni età.
Non è facile parlare di gioia
quando la congiuntura economica schiaccia le persone in
se stesse, spingendole in qualche caso ad atti estremi e terribili come il suicidio.
Eppure la vita e la speranza
vanno avanti, le persone combattono per se stesse e per i
proprio figli, la forza delle
idee muove ancora il motore della storia
che si rinnova.
Il nostro film “La Grande bellezza” ha
vinto l’Oscar; è un segnale, una speranza
ma anche una gioia collettiva di un paese
che non si arrende. Il problema vero non
sarà solo quello di riformare il paese dal
punto di vista economico e finanziario. La
vera sfida sarà quella di ritrovarci tutti insieme come nazione, come popolo, come
sentire comune.
Le parole di Papa Francesco che ci invita a non confondere il piacere tecnologico
individuale con la gioia viva, dentro la relazione con la comunità cristiana, a pensarci
bene, sono un potente e gioioso richiamo
a riformare il paese dalle fondamenta.
Perché non provarci?
Walter Cristiani
8
GIOIA E FAMIGLIA
Quando ci è stato chiesto di provare ad
esprimere in parole come viviamo la gioia
nella nostra famiglia, abbiamo subito pensato che non è semplice parlare di questa
emozione, oseremmo dire, “fuori moda”.
In questi tempi d’informazione “a tutti i
costi”, i sentimenti che sono maggiormente rappresentati nei servizi televisivi e negli articoli dei giornali sono l’amore e l’odio. La gioia, in effetti, sembra quasi che
sia un’emozione antica, forse superata,
per il fatto di non essere esagerata nella
sua espressione e quindi di non essere “al
limite”, cosa che invece è richiesta oggi.
Nella nostra famiglia spesso e volentieri
ci sentiamo gioiosi: quando facciamo una
sorpresa ai nostri figli portandoli al cinema
oppure regalando loro qualcosa di inaspettato, quando ci ritroviamo con gli
amici e mangiamo tutti insieme in Oratorio, oppure quando, semplicemente, alla
sera ci sistemiamo tutti sul divano per vedere un film insieme. Ci rende gioiosi anche sentire per qualche minuto al telefono la voce dei nostri cari lontani o la notizia di un bimbo in arrivo oppure quando
qualcuno, finalmente, trova lavoro.
Abbiamo anche trovato sul dizionario
una definizione di gioia che ci è sembrata
proprio bella: “persona o cosa che è motivo di soddisfazione”: questa definizione
ci ha colpiti perché, pensando alla nostra
famiglia, ci siamo resi conto che la vera
gioia la proviamo quando facciamo del
bene verso i nostri bambini, dando loro
affetto e aiuto nei momenti di bisogno.
Cerchiamo di educare i nostri figli a guar-
dare il mondo che ci circonda in modo
gioioso, un tramonto invernale in montagna, una sera d’estate in riva al mare, una
farfalla che ci sfiora la faccia mentre camminiamo nel bosco; sono tutte situazioni
che, se vengono vissute con gioia, aumentano di valore. Il nostro comportamento
nell’educare i figli deve essere deciso e
responsabile, ma comunque attuato sempre in modo gioioso.
Ci piacerebbe che Beatrice, Anastasia
ed Edoardo imparassero a vivere questa
dimensione fondamentale della vita: quando doniamo qualcosa a qualcuno, una carezza, un consiglio, un aiuto, un semplice
regalo, in quel preciso istante è importante soffermarsi su quello che nasce nel
cuore, perché lì c’è la vera gioia; quella
emozione pura che non riusciremmo mai
a tradurre in parole se non con una frase
che sembra banale ma che in realtà è
molto profonda… “C’è più gioia nel dare
che nel ricevere”.
Alessandro e Maria Luisa Maffi
9
GIOIA E GIOVINEZZA
La gioia è un sentimento intenso, difficilmente esprimibile a parole, ma allo
stesso tempo impossibile da nascondere,
da non condividere... si riconosce in chi la
prova e, soprattutto, è contagiosa!
Ma cosa dà gioia a un giovane? Potrei
dire che è fonte di gioia il divertimento,
visto come momentanea assenza di responsabilità: che bello sentirsi senza problemi, senza doveri... ma è gioia, o solo
l’effimera felicità di un istante? Sono consapevole che questo non basta per suscitare il sentimento intenso che ho descritto, infatti la gioia non si estingue quando
cessa ciò che la causa, ma è quasi uno stato permanente.
Potrei allora ricercare la gioia nella realizzazione di sé, nel successo, nell’essere
indipendente... sarebbe meraviglioso avere il lavoro che sogno da sempre, costruire una famiglia con la persona che amo...
Ma se non raggiungo i miei obiettivi, non
potrò mai provare gioia?
Ovviamente non sono solo le grandi
cose che rendono una persona gioiosa,
ma sono soprattutto i piccoli fatti quotidiani che portano gioia a chi li compie e,
di conseguenza, a chi gli sta intorno.
Per provare gioia devo però imparare a
lasciare da parte me stessa. Sembra un
controsenso, non è facile da comprendere ed è anche più difficile metterlo in pratica, ma non è impossibile! Ho incontrato,
infatti, persone che hanno lasciato da parte il loro egoismo per aiutarmi: mi hanno
donato, in modo spontaneo e gratuito,
qualcosa di sé, portando gioia non solo a
se stessi, ma anche a me.
Esperienze di questo genere mi hanno
fatto capire l’importanza di condividere
ciò che ho e ciò che vivo.
Infatti, senza condivisione, rischio di
rimanere sola... allora che gioia potrò provare?
I miei talenti, non mi sono stati donati
per essere nascosti, ma per portare frutto
a me e agli altri. Una volta compreso questo, risulta più facile capire come diventare una persona gioiosa.
Posso quindi affermare che la gioia non
sta nell’assenza di problemi, ma nel dare il
meglio di sé per affrontarli, non sta nel
realizzare grandi progetti da soli, ma nel
condividere quotidianamente quel che
possiamo fare, non sta nell’egoismo, ma
nella gratuità, non sta nell’essere serviti,
ma nel servire.
Se sarò umile, se sarò in grado di condividere ciò che ho ricevuto e, molto semplicemente, se riuscirò a rendere felice
qualcuno, allora sperimenterò la vera
Gioia!
Alessandra Motta
10
IL LAVORO: UNO STRUMENTO
per la ricerca del bene comune
Nella cultura attuale è abbastanza diffuso l’utilizzo dell’espressione “tempo di
vita” per indicare il tempo non occupato
dall’attività lavorativa; come se il lavoro
non appartenesse alla nostra vita, come se
ciascuno di noi dovesse attendere la fine
del lavoro per cominciare a vivere.
Un’organizzazione del lavoro che spesso sembra porre al centro del processo
produttivo non i lavoratori, ma gli obiettivi di profitto, influenza fortemente il significato che ogni uomo attribuisce all’attività
lavorativa nell'ambito della propria vita. Il
lavoro, così, rischia di ridursi ad un dovere
privo di ogni significato valoriale.
Interrogandoci sul senso del lavoro,
invece, non possiamo non riconoscere ad
esso un significato etico. Il lavoro rappresenta infatti uno dei “luoghi” privilegiati
per la realizzazione della persona umana e
costituisce uno dei principali ambiti di socializzazione. In quanto aspetto fonda-
mentale della vita umana, potremmo dire che il lavoro agisce nello stesso tempo come
mezzo e come fine: uno strumento necessario per la sopravvivenza dell’uomo e la
modalità attraverso cui l’uomo
costruisce il proprio mondo e
vive le proprie relazione umane. In questa prospettiva
“tempo del lavoro” e “tempo
di vita” non possono che coincidere.
Se il lavoro costituisce una parte fondamentale della nostra vita, ciascuno di noi
dovrebbe quindi orientare il proprio agire
lavorativo verso la costruzione del bene
comune e in una dimensione di solidarietà
verso i propri simili.
Giuseppe Lazzati, già Rettore dell’Università Cattolica, con l’espressione
“costruire la città dell’uomo a misura d’uomo” intendeva sottolineare il valore di un
impegno a cui ognuno, secondo le proprie
caratteristiche e possibilità, non può sottrarsi senza diminuire o perdere il senso
del proprio essere uomo. All’interno di
questa espressione, il cui profondo e originale significato va ben oltre i confini del
tema del lavoro che qui stiamo trattando,
il verbo “costruire” diventa sinonimo di
un lavorare insieme che esige coscienza di
quello che si fa e impegno a farlo nel modo migliore.
Sul sito internet del Prof. Luigi Minio,
11
psicologo e psicoterapeuta siciliano, ho
trovato un aneddoto che mi sembra bene
rappresentare che cosa voglia dire
“coscienza di quello che si fa e impegno a
farlo nel modo migliore”. Ne riporto una
sintesi, quale esempio sul quale riflettere:
A Catania, davanti ad una caserma
dell’Esercito, vi era uno spiazzo alberato con
sedili in ferro. Ogni giorno, da molti anni,
accanto a quei sedili due militari montavano
la guardia. Un bel giorno, un giovane ufficiale si chiese il perché di quei “turni di guardia” ed iniziò approfondite ricerche d’archivio nella speranza di trovare una qualche
motivazione. La consuetudine di montare la
guardia ai sedili era radicata nel tempo, ma
nessuno era in grado di spiegarne il motivo.
Finalmente, dopo mesi di ricerche, si imbattè nell’ordine originale, risalente a trenta
anni prima. L’ordine così recitava: “Due militari monteranno la guardia ai sedili verniciati di fresco per evitare che i commilitoni
vi si siedano”. L’ufficiale di turno, il giorno
seguente, aveva frettolosamente ricopiato
l’ordine del giorno senza badare alla motivazione e così avevano
fatto gli altri ufficiali
che si erano susseguiti
nell’arco dei trent’anni.
L’aneddoto è, per
così dire, d’ambientazione militare, ma
potrebbe benissimo
svolgersi in qualsiasi
contesto lavorativo.
Abbiamo cercato di indicare alcuni criteri ai quali dovremmo orientare il nostro
agire quotidiano e lo stile delle nostre relazioni lavorative. Molti santi dei nostri
giorni, canonizzati o no, possono essere
considerati tali non perché abbiano compiuto cose straordinarie, ma perché hanno vissuto “straordinariamente” bene la
loro quotidianità. Figure come Giuseppe
Lazzati o come Giorgio La Pira - e la lista
potrebbe continuare a lungo - hanno vissuto con impegno la loro attività professionale, in una continua ricerca del bene
comune e considerando il loro lavoro come una reale partecipazione alla costruzione del Regno di Dio.
Che il loro esempio e l’approfondimento del loro pensiero possano costituire
stimolo alla nostra riflessione personale.
Giuseppe Lagattolla
12
CORRENDO VERSO IL MARE
“Hai presente quando la sabbia scotta,
ma tu te ne freghi, perché tanto sai che
stai correndo verso il mare? Ecco: bisognerebbe vivere così”. Luigi rilesse alcune
volte la frase sullo schermo dello
smartphone, aspettando che lentamente il
significato di quelle parole si depositasse
sul fondo dell’anima. Poi chiuse la pagina
di Facebook, mise la soneria in vibrazione
ed entrò nella camera. Marta era adagiata
sulle lenzuola candide del suo letto: sembrava avvolta in un sonno senza fine. Un
intenso profumo di lavanda pervadeva
ogni cosa e pareva impregnare anche le
ultime lame di luce che filtravano dalla
veneziana.
“Hai presente quando la sabbia scotta…” sussurrò a se stesso Luigi, avvicinandosi al letto in penombra. Per un lungo
momento fissò il volto di Marta, si concentrò sul suo respiro lento, appena percettibile, che faceva sollevare e riabbassare le lenzuola come la luna con le maree.
Chi avrebbe mai potuto competere
con tanta bellezza? Nessun’altra donna al
mondo avrebbe mai
potuto superare l’incanto che Marta era
in grado di creare
nel cuore di Luigi. La
sua bellezza non era
fisica. Quando la
guardava, Luigi vedeva in lei le sue risate contagiose nelle
lunghe e calde sere
d’estate, mentre seduti in terrazza guardavano i campi di
grano, tenendosi per
mano e pianificando
il loro futuro insieme. Vedeva in lei il suo
splendido vestito da sposa, il velo che lentamente aveva sollevato e la sua mano
tremante che cercava di infilargli la fede
nuziale. Ritrovava la sua bellezza in ogni
angolo delle camicie che aveva stirato con
fatica per lui o nei pranzi e nelle cene che
aveva cucinato con passione, nelle pentole
sporche da lavare, nella casa da risistemare. E poi ogni suo lineamento faceva trasparire la bellezza delle doglie del parto
che aveva sofferto quando era nato Nicola; le notti insonni per allattarlo e per cercare di capire perché piangesse tanto. Le
lacrime di tutti i suoi dolori e i di tutti suoi
lutti, condivisi con lui, erano incastonati
nella sua bellezza. Chi avrebbe mai potuto
competere con lei? Luigi amava quella
donna da trent’anni ormai e l’avrebbe
sempre amata… ogni giorno più intensamente.
Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. “Hai presente quando la sabbia
scotta…” ripeté fra sé nuovamente. E la
sabbia della sua vita ardeva talmente for-
13
te, quasi da far dimenticare ogni altra cosa. Gli ustionava la pelle e penetrava
nell’anima fino a conficcarsi nel cuore.
“Come si fa a fregarsene?! Come si fa ad
avere la gioia nel cuore… quando la sabbia brucia così tanto?!”
Marta continuava a dormire, dimentica
del mondo. Luigi sistemò un ciuffò dei
suoi capelli, spostandolo delicatamente
dalla fronte con due dita. Restava la speranza in quel mare, verso il quale correre
con tutte le proprie forze, verso il quale
cercare di rimanere concentrati, per poter sopportare il dolore della propria pelle
ardente. Restava la speranza di poter lambire l’acqua fresca, anche solo per un
istante, anche solo per poter credere che
fra quelle onde spumose stava il senso di
tutto quel dolore.
“Ma come può la gioia convivere con
tanto dolore?!” Luigi alzò lo sguardo nella
piccola camera ed i suoi occhi incontrarono un piccolo crocifisso appeso al muro.
In quell’uomo inchiodato ad un legno vide
il dolore, ma ancora più forte da quelle
mani inchiodate, da quel costato ferito, si
ergevano amore e
speranza, incitando alla gioia.
Marta continuava a dormire, ormai da quindici
anni. Da quando
aveva attraversato
una strada anonima ed una macchina l’aveva investita, rattrappendo
il suo corpo e facendola sprofondare in un sonno
che pareva senza
fine. Ma quelle
lamiere, che ave-
vano sfigurato il suo volto, non erano state in grado di spegnere la sua bellezza,
non erano state in grado di cancellare l’amore che un uomo provava per lei, di
annichilire la speranza che abitava nel
cuore di lui, di affievolire la gioia che Luigi
provava ogni giorno, da quindici anni,
quando attraversava quella porta ed entrava in quella camera per andare a trovarla, portando sulle sue spalle quella pesantissima croce.
“Bisognerebbe vivere così,” pensò Luigi. “Correndo sulla sabbia che arde, ma
con lo sguardo fisso sul mare”.
Era ora di tornare a casa. Diede alla
donna che amava un bacio sulla fronte e si
alzò. Mentre usciva, l’aria fresca della sera
gli fece provare un brivido. “E poi c’è la
fede,” mormorò. “La fede in quel mare
che, con uno sbuffo del vento, spingerà
un’onda verso i tuoi piedi prima ancora
che tu possa capire… prima ancora che
tu possa accorgerti che la sabbia non scotta più.”
Andrea Zanchetta
14
RITROVARE LA PROPRIA GIOIA
Monaco benedettino, nato in Germania nel
1945, Anselm Grun si è affermato in questi
anni come uno degli autori di spiritualità più
letti in Europa. Ha pubblicato finora trecento
titoli, tradotti in trentatré lingue e diffusi in
tutto il mondo, per un totale di oltre sedici
milioni di copie vendute. A renderlo famoso,
probabilmente è il linguaggio semplice con cui
comunica riflessioni anche profonde, un linguaggio immediato, alla portata di tutti, anche
di chi non è abituato ad avvicinare scrittori di
libri spirituali. È vincente anche per quella sua
capacità di fondere la sapienza spirituale della
Regola benedettina e dei Padri della Chiesa
con le più recenti conoscenze offerte dalla
psicologia moderna.
L'autore ci ricorda che la fonte della gioia si
trova già dentro di noi. La possiamo riscoprire
pensando alle tracce di vita che nell'infanzia
abbiamo inventato per proteggerci dalle aggressioni del mondo adulto. La gioia è in ciascuno di noi, nonostante le ferite, i dolori e le
sofferenze. Anselm Grün prende sul serio i
sentimenti che si oppongono alla gioia, eppure
riesce a mostrare come arrivare alla fonte,
forse ancora nascosta, della propria gioia. Intanto suggerisce di scrivere la propria biografia della gioia. Dobbiamo cioè ricordarci dove,
come e perché nella nostra vita abbiamo provato gioia, chiedendoci: “Come ho vissuto la
gioia nella mia vita? Come l’ho respinta? E nel
corso della vita che ne è stato della gioia?”.
Così facendo, dice Grun, ritroveremo tracce
della vera gioia che è in noi. Certo la filosofia
e la psicologia insegnano che la gioia è un valore da ricercare, che fa bene alla persona,
che la persona, come dice Pascal, è nata per la
felicità. Eppure resta la domanda se noi possiamo imparare la gioia. Grun ne è ovviamente convinto. Intanto accettando tutti i propri
sentimenti, compresi quelli contrari alla gioia.
Il dolore, la tristezza, la collera fanno parte
della nostra vita, come la gioia. Non abbiamo
il dovere di essere sempre felici. Poi Grun
suggerisce una via spirituale per rafforzare la
gioia: “quanto più spesso entro nello spazio
interiore del silenzio, nel quale Dio abita in
me, tanto più io prendo parte alla gioia che
nessuno più mi può togliere”. È una gioia interiore che può certamente appannarsi, ma che
è dentro ciascuno di noi e nasce fondamentalmente dal sapere di essere amati da Dio.
Chiudiamo con la bella immagine con cui
Grun descrive la gioia interiore: “Come una
cascata scorre verso il basso, porta tutti i detriti leggeri verso il basso e raggira le grandi
rocce, così anche la gioia è una corrente viva
che libera le energie in noi prima bloccate e le
porta di nuovo a scorrere”.
La Redazione
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PER IL MATTINO DI PASQUA
I
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zuffolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
- anche al ricco - dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
II
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Tutto è suo dono
eccetto il nostro peccato.
Ecco, gli darò un'icona
dove lui – bambino - guarda
agli occhi di sua madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
- è già primavera
ancora primavera
una cosa insperata non meritata
una cosa che non ha parole -;
e poi gli dirò d'indovinare
se sia una lacrima o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
III
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Non credo più neppure alle mie lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell'usignolo,
quell'usignolo che canta sempre solo
da mezzanotte all'alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all'alba passerò sulle porte
di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: “pace!”
e cospargerò la terra
d'acqua benedetta in direzione
dei quattro punti dell'universo,
poi non lascerò mai morire
la lampada dell'altare
e ogni domenica mi vestirò di bianco.
IV
Io vorrei donare una cosa sola al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
poi non dirò più niente.
David Maria Turoldo
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CALENDARIO CELEBRAZIONI
DI PASQUA
CONFESSIONI
Martedì 15 aprile dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 19.00 alle 21.00.
Giovedì 17, venerdì 18 e sabato 18 aprile dalle 17.00 alle 19.00.
GIOVEDÌ SANTO - 17 APRILE
Riviviamo l’ultima cena di Gesù e la sua consegna ai suoi discepoli, oggi a noi. Unica celebrazione della giornata sarà alle 21.00 la S. Messa nella Cena del Signore.
VENERDÌ SANTO - 18 APRILE
Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. Sino alla morte di croce.
Due celebrazioni segneranno la giornata:
alle 15.00 siamo invitati alla celebrazione della Morte di Gesù e quindi ad adorare la sua
croce che verrà innalzata come segno luminoso di salvezza;
alle 20.45 vivremo la Via Crucis per le vie del quartiere. Partiremo dal parchetto di via
Cervi, via C. Mozzoni 19, Via Gabbro 19, 12, 10, 8, 7, 5, 3 e quindi in Chiesa.
NOTTE SANTA NELLA PASQUA - 19 APRILE
Nella notte risuona il canto di vittoria: Cristo è risorto! Insieme possiamo lasciarci toccare
il cuore da questo annuncio che è per ciascuno di noi. Unica celebrazione della giornata
sarà alle ore 21.00 la Veglia Pasquale.
GIORNO DI PASQUA - 20 APRILE
Celebreremo l’Eucaristia come ogni
domenica alle 10.00, alle 11.30 e alle 18.00.
LUNEDÌ DELL’ANGELO
21 APRILE
Celebreremo
una unica Eucaristia alle 10.30.
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RACCONTI IN CAMMINO - N. 24