Rammino C acconti in La gioia A CURA DELLA PARROCCHIA SAN FILIPPO NERI - MILANO EDITORIALE In questo numero abbiamo deciso di parlare nuovamente della gioia. Abbiamo già avuto modo di riflettere su questo sentimento nel febbraio 2011, ma la nostra sensazione è che di questa emozione, di questa esperienza così intima e talvolta così difficile da descrivere, si parli troppo poco. Il famoso psichiatra Vittorino Andreoli evidenzia che la nostra società considera la gioia “roba da falliti”. Infatti, a suo avviso, la nostra è la società del successo; un successo che spesso si misura in base alla quantità di denaro che si guadagna o alla luce della “posizione sociale” che si occupa. Noi preferiamo essere dalla parte delle persone che sanno gioire per i piccoli accadimenti quotidiani; dalla parte di chi può essere fiero di aver provato a vivere all’insegna della coerenza e dell’onestà; dalla parte di chi cerca sempre il bene comune e non il proprio tornaconto personale. La gioia è, fondamentalmente, armonia con se stessi ed è ciò che vi auguriamo di tutto cuore, anche alla luce della Pasqua che stiamo per celebrare. La Redazione N. 24 - 6 APRILE 2014 SOMMARIO 2 La voce che vuole cancellarci don Denis 4 La gioia del Vangelo Carlo della Comunità del Focolare 6 È vera gioia 8 In famiglia Alessandro e Maria Luisa Maffi 9 Nella giovinezza Alessandra Motta 10 Il Lavoro: uno strumento per la ricerca del bene comune Giuseppe Lagattolla Correndo verso il mare... Andrea Zanchetta 12 Walter Cristiani 15 Un libro: Ritrovare la propria gioia, di Anselm Grun La redazione Una poesia di David MariaTuroldo 16 Calendario delle celebrazioni di Pasqua 14 2 LA VOCE CHE VUOLE CANCELLARCI Avete in mente quella voce che in qualche occasione ci suggerisce… che la morte è proprio la fine di tutto e di tutti?!? Quando viene a mancare una persona cara, quando sentiamo la notizia di una morte prematura o ingiusta… Avete provato quella delusione, qu ella tristezza infinita che ci prende al pensiero che un giorno anche a noi potrà capitare che non ci saremo più per l’eternità e che di noi non resterà nulla? In questi casi sembra che l’unica soluzione possibile sia allontanare immediatamente il pensiero, pensare ad altro e fare finta di niente… Sono certo che avete sperimentato quella voce diabolica che ogni tanto si insinua in noi e ci colpisce dicendoci, e a volte convincendoci, che nessuno ci vuole veramente bene, che nessuno tiene realmente a noi, che non valiamo nulla per il mondo, che nessuno si accorgerà della nostra scomparsa, e che il mondo non sa cosa farsene di noi, e, infine, che “che ci siamo o non ci siamo” non cambia proprio nulla. E così finisce che, presi da questi sentimenti, ci chiudiamo in noi e ci allontaniamo dagli altri e viviamo tutto lo sconforto che questo produce, dando ragione a quella voce… Oppure facciamo finta che questa voce non esista, facciamo finta di niente… Ebbene, quella voce diabolica l’ha sentita più volte anche Gesù. Pensiamo alle tentazioni nel deserto e poi a quelle sulla croce… Come ha fatto Gesù a non ascoltarle e a dare spazio invece alla Voce del Padre? Quando sta per morire, innocente, in solitudine, rifiutato dagli uomini, ingiustamente condannato, proprio in quella situazione così drammatica, Gesù riesce a tenere viva nel cuore la Voce del Padre che tante volte lo ha raggiunto e che gli dice: “Tu sei mio figlio, l’amato”. E Gesù non la lascia scappare, la tiene con sé. Se la ripete. Mille volte. La assapora, la custodisce nel cuore, lascia che lo accompagni sempre… Si ricorda di tutte le volte che l’ ha sperimentata sulla sua pelle, quando gli ha dato forza, lo ha seguito e sostenuto, lo ha guarito… 3 Dentro di lui il cuore scoppia e grida il suo dolore e il suo sentirsi abbandonato. Ma lui fa memoria di quella Voce che gli ripete ancora una volta: “Tu sei mio figlio, l’amato”. “Padre, tutto sta per finire, lo sento”. “Tu sei mio figlio, l’amato”. “Ma se muoio non potrò più prendermi cura di nessuno… mia madre Maria, i discepoli miei amici, i malati, tutti coloro che attendono una parola buona su Te…” “Tu sei mio figlio, l’amato”. “Ma…” “Ma…” “Ma…” “Tu sei mio figlio, l’amato”. Gesù si è allenato nella vita a dare spazio a questa Voce, se l’è ripetuta tante volte e tante volte l’ha ripetuta, sussurrata, gridata alle persone che ha incontrato… “Noi siamo figli, amati, preziosi agli occhi del Signore, degni di stima, e per questo nulla potrà mai separarci dal Suo amore…” E ora utilizza le sue ultime energie, lì sulla croce, per affidarsi totalmente a quella Voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Perché nel profondo del cuore sa, lo ha sperimentato tante volte, di essere il figlio amato. E allora, da quella croce Gesù ha la forza di perdonare chi l’ha rifiutato, di prendersi cura della madre Maria e del discepolo Giovanni, persino di consolare il ladrone che gli sta accanto… La Buona Notizia per noi è che questa Voce in ogni attimo e in ogni situazione dice anche a noi che l’Amore di Dio è più forte della morte e ci terrà con sé, per sempre. Quale voce vogliamo abiti il nostro cuore? A quale voce vogliamo dare ascolto? Che la Pasqua, che nuovamente celebriamo, possa essere una nuova occasione per sconfiggere la voce diabolica e per accogliere la Voce di Dio che ci grida, in Gesù, l’Amore per sempre… don Denis 4 LA GIOIA DEL VANGELO Stamattina mi è caduto l’occhio sul libretto dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco che avevo comprato e tenevo sul comodino, ma che, a dire il vero, non avevo ancora letto. “Di buone intenzioni è lastricato l’inferno” dice un proverbio popolare! Mi viene in mente che don Denis mi ha chiesto un articolo sulla Gioia per Racconti in Cammino, e leggo le prime righe del libretto: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. “La Gioia?” mi do- mando, oggi che il cielo è così grigio… Proseguo la lettura: “Il grande rischio del mondo attuale con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il ben e. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita...” Ma il tempo è scaduto, la prima colazione mi aspetta e devo correre in ufficio. Nel portone incontro una signora, nonna pure lei, che rientra a casa dopo avere accompagnato a scuola le nipoti; anche se tutti siamo di corsa al mattino, la saluto con un sorriso e mi viene un pensiero che le comunico mentre tengo aperto il portone “noi nonni siamo importanti per i nostri nipoti perché possiamo donare loro la sapienza”. Ci fermiamo un attimo, il viso teso del mattino e delle stagioni passate si distende in un sorriso di... gioia. “Ecco quanto vuole dirci il papa Francesco”, penso mentre mi avvio all’ufficio. Dopo una settimana di lavoro intenso sembra che stamattina il tempo si sia fer- 5 mato, le e-mail da leggere non sono tante, il telefono non squilla … la crisi? Sì, ma anche forse un dono che mi fa il Padre. Così proseguo la lettura della lettera di Papa Francesco: “invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo o situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”. Tempo fa un sacerdote mi suggerì come fare la visita. “Quando entri in una chiesa, fermati anche nell’ultima panca, guarda l’orologio e, senza imbrogliare, fermati davanti a Gesù Eucarestia non meno di dieci minuti. Non ti preoccupare di trovare le parole e tantomeno dare consigli al Padre, ma stai lì. Dicono che sulla spiaggia si prenda ancora meglio il sole se ci si addormenta. Dio è come il sole, fermati con Lui. Quando esci dalla chiesa avrai dentro la gioia per affrontare la vita; le cose probabilmente non sono cambiate, ma tu sei cambiato”. Ricordo che rimasi così contento di poter fare questa esperienza che la comunicai ad un caro amico, quando mi chiese come fare a pregare. Piero, questo amico dei tempi della giovinezza, era molto lontano dalla Chiesa ed aveva fatto esperienze negative, ma era profondamente buono, e, anche se contestava la Chiesa, era in ricerca. Al momento non mi disse nulla ma, dopo due anni, una sera prima di Natale mi telefonò e con voce tremante mi disse che mi ringraziava per l’esperienza che gli avevo comunicato perché, disse, “ho trovato Dio”. Pensai fosse l’entusiasmo di un momento, ma non fu così perché altre volte e ancora ieri mi ha chiamato per ringraziarmi perché avendo trovato la fede può affrontare “nella gioia” la vita di ogni giorno, cosa non facile in quanto un ictus gli ha compromesso una vita normale. Mi ha anche detto che offre tutte queste difficoltà per chi non è nella gioia! Davvero: nulla è impossibile a Dio! L’esortazione apostolica termina con una preghiera a Maria “Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli…” che lascio leggere a ciascuno di voi! Carlo, della Comunità del Focolare 6 È VERA GIOIA “Chi è il più felice degli uomini? Chi apprezza i meriti degli altri, e trova gioia nel loro piacere, come se fossero suoi propri.” Goethe Lo dovevo capire da tempo. Don Denis lo lascia sempre scritto in calce ad ogni sua e-mail: “c’è più gioia nel dare che n el ricevere”. Fino a ieri sera ho sempre osservato questa chiusura simbolica delle sue comunicazioni con una sorta di nonchalance un po’ aristocratica, ma assolutamente non supponente. È che, sorridendo, mi aggrappavo comodo e felice alle mie certezze, alle mie conoscenze, ai miei schemi consolidati. Un processo mentale il mio, meccanico, forse un po’ dettato dalla mia consistenza e dalle mie “illuministiche” certezze. Era come dire: la gioia è mia e me la gestisco io, senza se e senza ma. Da me parte e va verso chi la sa apprezzare; non posso farmi carico di chi non la coglie. Come se fosse un’equazione trasmettere gioie e sentimento. Un processo monodirezionale dove al centro ci sono sempre io e poi gli altri. Tutto parte da me e si diffonde attorno, nel bene e nel male. Ma ho fatto anche una cosa saggia: ho letto con molta attenzione molti passaggi relativi all’Esortazione apostolica Evangeli Gaudium di Papa Francesco ed ho ripensato di nuovo a quello che in molti di noi è ancora un problema irrisolto: la relazione e l’equilibrio tra l’individuo e le persone, tra “l’io e gli altri”. Un punto di quella relazione mi ha colpito profondamente: “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata”. Sono quelle due parole finali che mi mettono in crisi e rimbombano nella mente senza lasciarmi scampo: la “coscienza isolata”. Quelle due sole parole sono come bombe, sono il mio tarlo ma anche la mia gioia di averle comprese e raccolte. Sono convinto che noi tutti proviamo la gioia; la gioia per l’amore di una donna meravigliosa e per la vita di un figlio che insieme a noi affronta la vita, la gioia che si rinnova e si comunica attraverso il Vangelo e l’incontro con Gesù Cristo, persino quella che si vive in un fugace istante osservando la natura in un tramonto meraviglioso o quando realizziamo un’impresa che ci pareva inizialmente irraggiungibile. Le forme della gioia sono molteplici ed hanno tanti colori. Non serve qui farne un elenco. Ognuno le sente per come è fatto. 7 Il vero nodo non è definire che cos’è la gioia, ma dentro quale contesto essa diventa tale. È esattamente su questa traiettoria che ha mille volte ragione Papa Francesco. Non è in una regata in solitaria sull’oceano che si scoprono le ragioni della vita e della gioia. È condividendo le ansie e le preoccupazioni degli altri che si capisce il senso della nostra vita ed è partecipando alla vita della comunità che si vede meglio il nostro cuore, sia quando esso è afflitto dal dolore, sia quando esso è aperto verso la gioia. È solo sporcandosi le mani nel lavoro duro e sodo in mezzo ai problemi reali delle persone, nell’assistenza così come nell’educazione, che si può scoprire la vera gioia del contributo di ognuno di noi al cambiamento ed al miglioramento. E ciò è ancora più vero ed attuale quando pensiamo ai numeri della crisi che il nostro paese sta attraversando, ai pericoli di depauperamento di larghe fasce della popolazione ed alla crisi occupazionale che ormai colpisce donne e uomini di ogni età. Non è facile parlare di gioia quando la congiuntura economica schiaccia le persone in se stesse, spingendole in qualche caso ad atti estremi e terribili come il suicidio. Eppure la vita e la speranza vanno avanti, le persone combattono per se stesse e per i proprio figli, la forza delle idee muove ancora il motore della storia che si rinnova. Il nostro film “La Grande bellezza” ha vinto l’Oscar; è un segnale, una speranza ma anche una gioia collettiva di un paese che non si arrende. Il problema vero non sarà solo quello di riformare il paese dal punto di vista economico e finanziario. La vera sfida sarà quella di ritrovarci tutti insieme come nazione, come popolo, come sentire comune. Le parole di Papa Francesco che ci invita a non confondere il piacere tecnologico individuale con la gioia viva, dentro la relazione con la comunità cristiana, a pensarci bene, sono un potente e gioioso richiamo a riformare il paese dalle fondamenta. Perché non provarci? Walter Cristiani 8 GIOIA E FAMIGLIA Quando ci è stato chiesto di provare ad esprimere in parole come viviamo la gioia nella nostra famiglia, abbiamo subito pensato che non è semplice parlare di questa emozione, oseremmo dire, “fuori moda”. In questi tempi d’informazione “a tutti i costi”, i sentimenti che sono maggiormente rappresentati nei servizi televisivi e negli articoli dei giornali sono l’amore e l’odio. La gioia, in effetti, sembra quasi che sia un’emozione antica, forse superata, per il fatto di non essere esagerata nella sua espressione e quindi di non essere “al limite”, cosa che invece è richiesta oggi. Nella nostra famiglia spesso e volentieri ci sentiamo gioiosi: quando facciamo una sorpresa ai nostri figli portandoli al cinema oppure regalando loro qualcosa di inaspettato, quando ci ritroviamo con gli amici e mangiamo tutti insieme in Oratorio, oppure quando, semplicemente, alla sera ci sistemiamo tutti sul divano per vedere un film insieme. Ci rende gioiosi anche sentire per qualche minuto al telefono la voce dei nostri cari lontani o la notizia di un bimbo in arrivo oppure quando qualcuno, finalmente, trova lavoro. Abbiamo anche trovato sul dizionario una definizione di gioia che ci è sembrata proprio bella: “persona o cosa che è motivo di soddisfazione”: questa definizione ci ha colpiti perché, pensando alla nostra famiglia, ci siamo resi conto che la vera gioia la proviamo quando facciamo del bene verso i nostri bambini, dando loro affetto e aiuto nei momenti di bisogno. Cerchiamo di educare i nostri figli a guar- dare il mondo che ci circonda in modo gioioso, un tramonto invernale in montagna, una sera d’estate in riva al mare, una farfalla che ci sfiora la faccia mentre camminiamo nel bosco; sono tutte situazioni che, se vengono vissute con gioia, aumentano di valore. Il nostro comportamento nell’educare i figli deve essere deciso e responsabile, ma comunque attuato sempre in modo gioioso. Ci piacerebbe che Beatrice, Anastasia ed Edoardo imparassero a vivere questa dimensione fondamentale della vita: quando doniamo qualcosa a qualcuno, una carezza, un consiglio, un aiuto, un semplice regalo, in quel preciso istante è importante soffermarsi su quello che nasce nel cuore, perché lì c’è la vera gioia; quella emozione pura che non riusciremmo mai a tradurre in parole se non con una frase che sembra banale ma che in realtà è molto profonda… “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Alessandro e Maria Luisa Maffi 9 GIOIA E GIOVINEZZA La gioia è un sentimento intenso, difficilmente esprimibile a parole, ma allo stesso tempo impossibile da nascondere, da non condividere... si riconosce in chi la prova e, soprattutto, è contagiosa! Ma cosa dà gioia a un giovane? Potrei dire che è fonte di gioia il divertimento, visto come momentanea assenza di responsabilità: che bello sentirsi senza problemi, senza doveri... ma è gioia, o solo l’effimera felicità di un istante? Sono consapevole che questo non basta per suscitare il sentimento intenso che ho descritto, infatti la gioia non si estingue quando cessa ciò che la causa, ma è quasi uno stato permanente. Potrei allora ricercare la gioia nella realizzazione di sé, nel successo, nell’essere indipendente... sarebbe meraviglioso avere il lavoro che sogno da sempre, costruire una famiglia con la persona che amo... Ma se non raggiungo i miei obiettivi, non potrò mai provare gioia? Ovviamente non sono solo le grandi cose che rendono una persona gioiosa, ma sono soprattutto i piccoli fatti quotidiani che portano gioia a chi li compie e, di conseguenza, a chi gli sta intorno. Per provare gioia devo però imparare a lasciare da parte me stessa. Sembra un controsenso, non è facile da comprendere ed è anche più difficile metterlo in pratica, ma non è impossibile! Ho incontrato, infatti, persone che hanno lasciato da parte il loro egoismo per aiutarmi: mi hanno donato, in modo spontaneo e gratuito, qualcosa di sé, portando gioia non solo a se stessi, ma anche a me. Esperienze di questo genere mi hanno fatto capire l’importanza di condividere ciò che ho e ciò che vivo. Infatti, senza condivisione, rischio di rimanere sola... allora che gioia potrò provare? I miei talenti, non mi sono stati donati per essere nascosti, ma per portare frutto a me e agli altri. Una volta compreso questo, risulta più facile capire come diventare una persona gioiosa. Posso quindi affermare che la gioia non sta nell’assenza di problemi, ma nel dare il meglio di sé per affrontarli, non sta nel realizzare grandi progetti da soli, ma nel condividere quotidianamente quel che possiamo fare, non sta nell’egoismo, ma nella gratuità, non sta nell’essere serviti, ma nel servire. Se sarò umile, se sarò in grado di condividere ciò che ho ricevuto e, molto semplicemente, se riuscirò a rendere felice qualcuno, allora sperimenterò la vera Gioia! Alessandra Motta 10 IL LAVORO: UNO STRUMENTO per la ricerca del bene comune Nella cultura attuale è abbastanza diffuso l’utilizzo dell’espressione “tempo di vita” per indicare il tempo non occupato dall’attività lavorativa; come se il lavoro non appartenesse alla nostra vita, come se ciascuno di noi dovesse attendere la fine del lavoro per cominciare a vivere. Un’organizzazione del lavoro che spesso sembra porre al centro del processo produttivo non i lavoratori, ma gli obiettivi di profitto, influenza fortemente il significato che ogni uomo attribuisce all’attività lavorativa nell'ambito della propria vita. Il lavoro, così, rischia di ridursi ad un dovere privo di ogni significato valoriale. Interrogandoci sul senso del lavoro, invece, non possiamo non riconoscere ad esso un significato etico. Il lavoro rappresenta infatti uno dei “luoghi” privilegiati per la realizzazione della persona umana e costituisce uno dei principali ambiti di socializzazione. In quanto aspetto fonda- mentale della vita umana, potremmo dire che il lavoro agisce nello stesso tempo come mezzo e come fine: uno strumento necessario per la sopravvivenza dell’uomo e la modalità attraverso cui l’uomo costruisce il proprio mondo e vive le proprie relazione umane. In questa prospettiva “tempo del lavoro” e “tempo di vita” non possono che coincidere. Se il lavoro costituisce una parte fondamentale della nostra vita, ciascuno di noi dovrebbe quindi orientare il proprio agire lavorativo verso la costruzione del bene comune e in una dimensione di solidarietà verso i propri simili. Giuseppe Lazzati, già Rettore dell’Università Cattolica, con l’espressione “costruire la città dell’uomo a misura d’uomo” intendeva sottolineare il valore di un impegno a cui ognuno, secondo le proprie caratteristiche e possibilità, non può sottrarsi senza diminuire o perdere il senso del proprio essere uomo. All’interno di questa espressione, il cui profondo e originale significato va ben oltre i confini del tema del lavoro che qui stiamo trattando, il verbo “costruire” diventa sinonimo di un lavorare insieme che esige coscienza di quello che si fa e impegno a farlo nel modo migliore. Sul sito internet del Prof. Luigi Minio, 11 psicologo e psicoterapeuta siciliano, ho trovato un aneddoto che mi sembra bene rappresentare che cosa voglia dire “coscienza di quello che si fa e impegno a farlo nel modo migliore”. Ne riporto una sintesi, quale esempio sul quale riflettere: A Catania, davanti ad una caserma dell’Esercito, vi era uno spiazzo alberato con sedili in ferro. Ogni giorno, da molti anni, accanto a quei sedili due militari montavano la guardia. Un bel giorno, un giovane ufficiale si chiese il perché di quei “turni di guardia” ed iniziò approfondite ricerche d’archivio nella speranza di trovare una qualche motivazione. La consuetudine di montare la guardia ai sedili era radicata nel tempo, ma nessuno era in grado di spiegarne il motivo. Finalmente, dopo mesi di ricerche, si imbattè nell’ordine originale, risalente a trenta anni prima. L’ordine così recitava: “Due militari monteranno la guardia ai sedili verniciati di fresco per evitare che i commilitoni vi si siedano”. L’ufficiale di turno, il giorno seguente, aveva frettolosamente ricopiato l’ordine del giorno senza badare alla motivazione e così avevano fatto gli altri ufficiali che si erano susseguiti nell’arco dei trent’anni. L’aneddoto è, per così dire, d’ambientazione militare, ma potrebbe benissimo svolgersi in qualsiasi contesto lavorativo. Abbiamo cercato di indicare alcuni criteri ai quali dovremmo orientare il nostro agire quotidiano e lo stile delle nostre relazioni lavorative. Molti santi dei nostri giorni, canonizzati o no, possono essere considerati tali non perché abbiano compiuto cose straordinarie, ma perché hanno vissuto “straordinariamente” bene la loro quotidianità. Figure come Giuseppe Lazzati o come Giorgio La Pira - e la lista potrebbe continuare a lungo - hanno vissuto con impegno la loro attività professionale, in una continua ricerca del bene comune e considerando il loro lavoro come una reale partecipazione alla costruzione del Regno di Dio. Che il loro esempio e l’approfondimento del loro pensiero possano costituire stimolo alla nostra riflessione personale. Giuseppe Lagattolla 12 CORRENDO VERSO IL MARE “Hai presente quando la sabbia scotta, ma tu te ne freghi, perché tanto sai che stai correndo verso il mare? Ecco: bisognerebbe vivere così”. Luigi rilesse alcune volte la frase sullo schermo dello smartphone, aspettando che lentamente il significato di quelle parole si depositasse sul fondo dell’anima. Poi chiuse la pagina di Facebook, mise la soneria in vibrazione ed entrò nella camera. Marta era adagiata sulle lenzuola candide del suo letto: sembrava avvolta in un sonno senza fine. Un intenso profumo di lavanda pervadeva ogni cosa e pareva impregnare anche le ultime lame di luce che filtravano dalla veneziana. “Hai presente quando la sabbia scotta…” sussurrò a se stesso Luigi, avvicinandosi al letto in penombra. Per un lungo momento fissò il volto di Marta, si concentrò sul suo respiro lento, appena percettibile, che faceva sollevare e riabbassare le lenzuola come la luna con le maree. Chi avrebbe mai potuto competere con tanta bellezza? Nessun’altra donna al mondo avrebbe mai potuto superare l’incanto che Marta era in grado di creare nel cuore di Luigi. La sua bellezza non era fisica. Quando la guardava, Luigi vedeva in lei le sue risate contagiose nelle lunghe e calde sere d’estate, mentre seduti in terrazza guardavano i campi di grano, tenendosi per mano e pianificando il loro futuro insieme. Vedeva in lei il suo splendido vestito da sposa, il velo che lentamente aveva sollevato e la sua mano tremante che cercava di infilargli la fede nuziale. Ritrovava la sua bellezza in ogni angolo delle camicie che aveva stirato con fatica per lui o nei pranzi e nelle cene che aveva cucinato con passione, nelle pentole sporche da lavare, nella casa da risistemare. E poi ogni suo lineamento faceva trasparire la bellezza delle doglie del parto che aveva sofferto quando era nato Nicola; le notti insonni per allattarlo e per cercare di capire perché piangesse tanto. Le lacrime di tutti i suoi dolori e i di tutti suoi lutti, condivisi con lui, erano incastonati nella sua bellezza. Chi avrebbe mai potuto competere con lei? Luigi amava quella donna da trent’anni ormai e l’avrebbe sempre amata… ogni giorno più intensamente. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. “Hai presente quando la sabbia scotta…” ripeté fra sé nuovamente. E la sabbia della sua vita ardeva talmente for- 13 te, quasi da far dimenticare ogni altra cosa. Gli ustionava la pelle e penetrava nell’anima fino a conficcarsi nel cuore. “Come si fa a fregarsene?! Come si fa ad avere la gioia nel cuore… quando la sabbia brucia così tanto?!” Marta continuava a dormire, dimentica del mondo. Luigi sistemò un ciuffò dei suoi capelli, spostandolo delicatamente dalla fronte con due dita. Restava la speranza in quel mare, verso il quale correre con tutte le proprie forze, verso il quale cercare di rimanere concentrati, per poter sopportare il dolore della propria pelle ardente. Restava la speranza di poter lambire l’acqua fresca, anche solo per un istante, anche solo per poter credere che fra quelle onde spumose stava il senso di tutto quel dolore. “Ma come può la gioia convivere con tanto dolore?!” Luigi alzò lo sguardo nella piccola camera ed i suoi occhi incontrarono un piccolo crocifisso appeso al muro. In quell’uomo inchiodato ad un legno vide il dolore, ma ancora più forte da quelle mani inchiodate, da quel costato ferito, si ergevano amore e speranza, incitando alla gioia. Marta continuava a dormire, ormai da quindici anni. Da quando aveva attraversato una strada anonima ed una macchina l’aveva investita, rattrappendo il suo corpo e facendola sprofondare in un sonno che pareva senza fine. Ma quelle lamiere, che ave- vano sfigurato il suo volto, non erano state in grado di spegnere la sua bellezza, non erano state in grado di cancellare l’amore che un uomo provava per lei, di annichilire la speranza che abitava nel cuore di lui, di affievolire la gioia che Luigi provava ogni giorno, da quindici anni, quando attraversava quella porta ed entrava in quella camera per andare a trovarla, portando sulle sue spalle quella pesantissima croce. “Bisognerebbe vivere così,” pensò Luigi. “Correndo sulla sabbia che arde, ma con lo sguardo fisso sul mare”. Era ora di tornare a casa. Diede alla donna che amava un bacio sulla fronte e si alzò. Mentre usciva, l’aria fresca della sera gli fece provare un brivido. “E poi c’è la fede,” mormorò. “La fede in quel mare che, con uno sbuffo del vento, spingerà un’onda verso i tuoi piedi prima ancora che tu possa capire… prima ancora che tu possa accorgerti che la sabbia non scotta più.” Andrea Zanchetta 14 RITROVARE LA PROPRIA GIOIA Monaco benedettino, nato in Germania nel 1945, Anselm Grun si è affermato in questi anni come uno degli autori di spiritualità più letti in Europa. Ha pubblicato finora trecento titoli, tradotti in trentatré lingue e diffusi in tutto il mondo, per un totale di oltre sedici milioni di copie vendute. A renderlo famoso, probabilmente è il linguaggio semplice con cui comunica riflessioni anche profonde, un linguaggio immediato, alla portata di tutti, anche di chi non è abituato ad avvicinare scrittori di libri spirituali. È vincente anche per quella sua capacità di fondere la sapienza spirituale della Regola benedettina e dei Padri della Chiesa con le più recenti conoscenze offerte dalla psicologia moderna. L'autore ci ricorda che la fonte della gioia si trova già dentro di noi. La possiamo riscoprire pensando alle tracce di vita che nell'infanzia abbiamo inventato per proteggerci dalle aggressioni del mondo adulto. La gioia è in ciascuno di noi, nonostante le ferite, i dolori e le sofferenze. Anselm Grün prende sul serio i sentimenti che si oppongono alla gioia, eppure riesce a mostrare come arrivare alla fonte, forse ancora nascosta, della propria gioia. Intanto suggerisce di scrivere la propria biografia della gioia. Dobbiamo cioè ricordarci dove, come e perché nella nostra vita abbiamo provato gioia, chiedendoci: “Come ho vissuto la gioia nella mia vita? Come l’ho respinta? E nel corso della vita che ne è stato della gioia?”. Così facendo, dice Grun, ritroveremo tracce della vera gioia che è in noi. Certo la filosofia e la psicologia insegnano che la gioia è un valore da ricercare, che fa bene alla persona, che la persona, come dice Pascal, è nata per la felicità. Eppure resta la domanda se noi possiamo imparare la gioia. Grun ne è ovviamente convinto. Intanto accettando tutti i propri sentimenti, compresi quelli contrari alla gioia. Il dolore, la tristezza, la collera fanno parte della nostra vita, come la gioia. Non abbiamo il dovere di essere sempre felici. Poi Grun suggerisce una via spirituale per rafforzare la gioia: “quanto più spesso entro nello spazio interiore del silenzio, nel quale Dio abita in me, tanto più io prendo parte alla gioia che nessuno più mi può togliere”. È una gioia interiore che può certamente appannarsi, ma che è dentro ciascuno di noi e nasce fondamentalmente dal sapere di essere amati da Dio. Chiudiamo con la bella immagine con cui Grun descrive la gioia interiore: “Come una cascata scorre verso il basso, porta tutti i detriti leggeri verso il basso e raggira le grandi rocce, così anche la gioia è una corrente viva che libera le energie in noi prima bloccate e le porta di nuovo a scorrere”. La Redazione 15 PER IL MATTINO DI PASQUA I Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Andrò in giro per le strade zuffolando, così, fino a che gli altri dicano: è pazzo! E mi fermerò soprattutto coi bambini a giocare in periferia, e poi lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri e saluterò chiunque incontrerò per via inchinandomi fino a terra. E poi suonerò con le mie mani le campane sulla torre a più riprese finché non sarò esausto. E a chiunque venga - anche al ricco - dirò: siedi pure alla mia mensa, (anche il ricco è un povero uomo). E dirò a tutti: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso. II Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Tutto è suo dono eccetto il nostro peccato. Ecco, gli darò un'icona dove lui – bambino - guarda agli occhi di sua madre: così dimenticherà ogni cosa. Gli raccoglierò dal prato una goccia di rugiada - è già primavera ancora primavera una cosa insperata non meritata una cosa che non ha parole -; e poi gli dirò d'indovinare se sia una lacrima o una perla di sole o una goccia di rugiada. E dirò alla gente: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso. III Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa. Non credo più neppure alle mie lacrime, e queste gioie sono tutte povere: metterò un garofano rosso sul balcone canterò una canzone tutta per lui solo. Andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi e starò in ascolto dell'usignolo, quell'usignolo che canta sempre solo da mezzanotte all'alba. E poi andrò a lavarmi nel fiume e all'alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli e dirò a ogni casa: “pace!” e cospargerò la terra d'acqua benedetta in direzione dei quattro punti dell'universo, poi non lascerò mai morire la lampada dell'altare e ogni domenica mi vestirò di bianco. IV Io vorrei donare una cosa sola al Signore, ma non so che cosa. E non piangerò più non piangerò più inutilmente; dirò solo: avete visto il Signore? Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso, poi non dirò più niente. David Maria Turoldo 16 CALENDARIO CELEBRAZIONI DI PASQUA CONFESSIONI Martedì 15 aprile dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 19.00 alle 21.00. Giovedì 17, venerdì 18 e sabato 18 aprile dalle 17.00 alle 19.00. GIOVEDÌ SANTO - 17 APRILE Riviviamo l’ultima cena di Gesù e la sua consegna ai suoi discepoli, oggi a noi. Unica celebrazione della giornata sarà alle 21.00 la S. Messa nella Cena del Signore. VENERDÌ SANTO - 18 APRILE Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine. Sino alla morte di croce. Due celebrazioni segneranno la giornata: alle 15.00 siamo invitati alla celebrazione della Morte di Gesù e quindi ad adorare la sua croce che verrà innalzata come segno luminoso di salvezza; alle 20.45 vivremo la Via Crucis per le vie del quartiere. Partiremo dal parchetto di via Cervi, via C. Mozzoni 19, Via Gabbro 19, 12, 10, 8, 7, 5, 3 e quindi in Chiesa. NOTTE SANTA NELLA PASQUA - 19 APRILE Nella notte risuona il canto di vittoria: Cristo è risorto! Insieme possiamo lasciarci toccare il cuore da questo annuncio che è per ciascuno di noi. Unica celebrazione della giornata sarà alle ore 21.00 la Veglia Pasquale. GIORNO DI PASQUA - 20 APRILE Celebreremo l’Eucaristia come ogni domenica alle 10.00, alle 11.30 e alle 18.00. LUNEDÌ DELL’ANGELO 21 APRILE Celebreremo una unica Eucaristia alle 10.30.