Associazione di Polifonia Vocale Orazio Vecchi Infiammati Cori Risorgimento e Melodramma Carmela Maffongelli soprano Raffaella Baioni mezzosoprano Andrea Fermi tenore Chang Sik Shin baritono Manlio Pinto pianoforte Coro Orazio Vecchi Alessandro Anniballi direttore sabato 16 aprile 2011 ore 21 Tempio Romanico di S. Francesco Capranica INDICE programma 4 prefazione7 risorgimento italiano e melodramma 8 note storiche 12 testi musicali e letterari 18 3 PROGRAMMA Vincenzo Bellini, da I Puritani (1835) Quando la tromba squilla - O di Cromwell guerrieri - A festa! Vincenzo Bellini, da Norma (1831) Norma viene Guerra, Guerra! Matilde Serao Nascita di Callubarde Per il centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi Il Giorno, Napoli, 4 luglio 1907 Francesco Dall’Ongaro Chi dice che Mazzini è in Alemagna (da Stornelli, 1848-49) La carabina (4 aprile 1862) Gioacchino Rossini, dal Guglielmo Tell (1829) Gloria e onore al giovinetto Del raggiante lago in seno Vittoria, vittoria! - Tutto cangia, il sol s’abbella La storia dell’indomito Domenico Cariolato Cesare Pascarella Sonetti CLXXVII e CLXXXI Giuseppe Gioacchino Belli L’arberone (1834) 4 Giuseppe Verdi, da Nabucco (1842) Gli arredi festivi Va, pensiero Giuseppe Verdi, da I Lombardi alla prima crociata (1843) Gerusalem! Rievocazione dei fatti di via della Lungaretta del 25 ottobre 1867 Morte di Giuditta Tavani Arquati Giuseppe Verdi, da I Lombardi alla prima crociata (1843) O Signore dal tetto natio Giuseppe Verdi, da Ernani (1844) Si ridesti il leon di Castiglia Giuseppe Verdi, da Attila (1846) Liberamente or piangi Giuseppe Tomasi di Lampedusa Se vogliamo che tutto rimanga come è... (dal Gattopardo, 1958) Testamento politico di Carlo Pisacane Genova, 24 giugno 1857 Giuseppe Verdi, da Macbeth (1847- rev. 1863) Patria oppressa Giuseppe Verdi, da I vespri siciliani (1855) Si celebri alfine 5 Prefazione di Alessandro Anniballi Χορος, choros. Con questa parola i greci intendevano il gruppo di eletti cantori che danzavano e camminavano insieme sotto la guida benevola di Apollo. L’origine divina del Coro ci illumina sulla vitalità di questo organismo musicale plurale, che fisicamente scolpisce la materia vocale in una creazione artistica sublime, spesso acquistando una valenza fortemente metaforica e - in quanto tale - altamente educativa. Come in ogni atto veramente artistico il rapporto duale che si instaura nel momento in cui il gruppo intona il canto, tra coloro che cantano e coloro che ascoltano, è una sorta di relazione amorosa, a sua volta veicolo di riflessione e d’impegno. Questo insieme vocale, dal forte carattere dionisiaco, dona paradossalmente all’uomo una nuova consapevolezza e un coraggioso ardore. Cantando insieme ed ascoltando insieme ci si libera effettivamente delle proprie individualità fondendosi in un aere dove si riescono ad avvicinare i più alti ideali di civiltà. La nostra civiltà mediterranea, nata nell’accecante bellezza del sole e delle arti di Apollo e Dioniso, ha espresso proprio nella coralità tutta la forza di una risoluzione collettiva alla tragica solitudine esistenziale nella quale vive l’uomo. Il coro, nella tragedia greca come nell’opera lirica dell’Ottocento italiano, viene riconosciuto protagonista, soggetto capace di azione, artefice della vicenda umana. Ed è nella forza della musica-poesia e nel suo potere mimetico che lo stesso pubblico viene coinvolto in una partecipazione totale e dinamica quindi rivoluzionaria. Dunque, eccoci qui a cantare gli ideali rivoluzionari - oggi fortemente sentiti, proprio perché nuovamente insidiati - del nostro Risorgimento. Ideali che hanno infiammato i nostri giovani patrioti e che ancora oggi sono significativi e autentici, perfettamente leggibili nei brani scelti per il nostro concerto, in quanto assoluti ed universali contro la tirannia e l’oppressione. Sono gli ideali che infiammano oggi anche il nostro coro. Ne siamo felici, sperando di rendere felici anche voi. 7 Risorgimento italiano e melodramma di Giampiero Pastorello Sul rapporto tra Risorgimento italiano e melodramma molto s’è detto da gran tempo a questa parte. Si oscilla tra due concezioni opposte, entrambe, in qualche misura, sbagliate. Da un lato ci sono coloro che vedono nel melodramma, e in particolar modo nell’opera verdiana, un media che è servito per veicolare messaggi coscientemente patriottici e risorgimentali al popolo italiano desideroso di indipendenza; dall’altro coloro che invece tendono a evidenziare addirittura l’estraneità tra il mondo musicale e quello politico. Per capire meglio le cose, bisogna guardare al fenomeno operistico ottocentesco nella giusta prospettiva, cioè quella di una forma di espressione artistica di massa che, per la sua grande diffusione in tutta la penisola, ha rappresentato di per sé uno stimolo per l’unificazione nazionale, almeno quanto l’avere una lingua e una tradizione letteraria comune fin dal Trecento ha contribuito al sorgere dell’idea di nazione. Già Gramsci notava che “in Italia la musica ha in una certa misura sostituito, nella cultura popolare, quella espressione artistica che in altri paesi è data dal romanzo popolare e i genii musicali hanno avuto quella popolarità che invece è mancata ai letterati.” Mazzini, che ben aveva compreso l’importanza dell’opera in Italia, nel saggio Filosofia della musica (1836) indica la necessità, per così dire “politica”, di una nuova musica, non più aulica e aristocratica, ma romantica e popolare che sapesse unificare, in una sublime armonia, i sentimenti individuali con quelli collettivi della nazione. Proprio per l’estrema diffusione e popolarità dell’opera, era inevitabile che la società dell’epoca, in particolari occasioni, trasferisse i conflitti sociali all’interno dei teatri. Sarebbe stato ben strano che in momenti di caos e ardore rivoluzionario, in particolare negli anni 1848-49 e 1859-61, il popolo ascoltasse scene di guerra e drammi collettivi - argomenti non certo rari nella tradizione operistica - senza attualizzarne il significato e il valore simbolico. E i cori, in particolare, proprio per la capacità che hanno di trasporre l’individuale nel collettivo e di rappresentare sentimenti condivisi, diventano lo spazio simbolico dove prendono forma le passioni collettive di un popolo. A questo proposito è indicativo quello che successe alla Scala il 10 gennaio 1859 durante una rappresentazione di Norma (la prima era avvenuta nello stesso teatro quasi trent’anni prima). Non appena i Druidi attaccarono il coro “Guerra, guerra!”, scoppiarono tra il pubblico urla e applausi così vivi che il folto numero di militari presenti in sala, ben comprendendone il significato extramusicale, si alzò in piedi e, girate le spalle al palco e il pubblico, cominciò a sua volta a battere le mani e a urlare furiosamente. Nelle repliche successive fu proibita l’esecuzione del coro. Analoghe interpretazioni rivoluzionarie furono date ad alcuni cori dei Puritani e del Guglielmo Tell, opere rispettivamente del 1835 e del 1828. L’intenzionalità del messaggio da parte del musicista è, in questi casi, ovviamente assente. Naturalmente anche le opere di Verdi subirono tale interpretazione patriottica a posteriori, ma in questo caso è innegabile che la relazione tra la musica e gli avvenimenti storici ha radici più profonde. I primi, accesi entusiasmi patriottici di Verdi, sostenitore delle idee mazziniane, risalgono agli anni dei suoi primi successi. Al momento della 8 composizione del Nabucco, nel 1842, Verdi, giovane compositore quasi sconosciuto, non aveva certo grandi idee rivoluzionarie se premetteva all’opera la seguente dedica: “Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.I. la serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria, il 31 marzo 1842, da Giuseppe Verdi. L’opera ebbe un successo senza precedenti, e ben presto Verdi diventerà il compositore italiano, anzi l’italiano più famoso d’Europa (l’opera fu addirittura tradotta in tedesco e rappresentata due anni dopo a Stoccarda). Fu l’improvvisa notorietà che fece percepire a Verdi la responsabilità del ruolo che gli veniva affidato, di rappresentante della cultura italiana nel mondo. La cultura umanistica di Verdi, che si era formato alla biblioteca dei Gesuiti di Busseto sui testi di Dante e Petrarca, contribuirono a far nascere in lui la necessità e l’urgenza dell’unificazione nazionale. Nel 1848, durante le Cinque Giornate di Milano, Verdi scriveva al suo librettista F. M. Piave: «Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata della sua liberazione. È il popolo che la vuole: e quando il popolo vuole non avvi potere assoluto che la possa resistere. [...] Non c’è, né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli italiani del 1848. La musica del cannone!...». Con la collaborazione di Mazzini, che Verdi aveva incontrato per la prima volta a Londra nel 1847, scrisse addirittura un inno su testo di Mameli, Suona la tromba, che però non ebbe alcuna fortuna. Ma torniamo al 1842 e al Nabucco. Il celeberrimo coro Va pensiero è modellato sul testo del Salmo Super Flumina Babylonis, lo stesso che farà cantare a Quasimodo Alle fronde dei salici. Non è certo un coro battagliero, è piuttosto un lamento per la patria perduta, nel quale è totalmente assente la dimensione della lotta. L’elemento melodico è dominante, sottolineato dall’unisono delle voci; tutto va in secondo piano rispetto al canto, tanto che Rossini definirà il coro «una grande aria cantata da soprani, contralti, tenori, bassi». L’unisono d’altronde è l’elemento più caratteristico anche degli altri cori “patriottici” di Verdi, a cominciare dalla preghiera de I Lombardi alla prima crociata (1843), O Signore dal tetto natìo. In quest’opera i pellegrini-crociati al seguito di Pierre L’Hermite, nella lunga marcia nel deserto, innalzano una preghiera al Signore in cui prevale, anche qui, la nostalgia per la patria lontana. In entrambi questi cori, che in seguito diventeranno simbolo della lotta risorgimentale, non è evidente alcuna cosciente volontà, da parte del compositore, di alludere agli eventi contemporanei. Nel 1844 la fama di Verdi si consolida con Ernani. Nell’opera si assiste ad una congiura ordita per realizzare l’unità della Spagna, durante la quale i congiurati, dopo aver fatto un solenne giuramento, cantano il coro Si ridesti il leon di Castiglia. Questo coro, cosciente o meno che sia il riferimento alla politica contemporanea, è esplicitamente guerresco e rivoluzionario, e non potè che destare entusiasmi in chi credeva nel Risorgimento italiano. Siamo tutti una sola famiglia, pugnerem colle braccia, co’ petti; schiavi inulti più a lungo e negletti non sarem finché vita abbia il cor. 9 Morte colga o n’arrida vittoria, pugnerem, ed il sangue de’ spenti nuovo ardir ai figliuoli viventi, forze nuove al pugnare darà. Sorga alfine radiante di gloria, sorga un giomo a brillare su noi... sarà Iberia feconda d’eroi, dal servaggio redenta sarà. L’andamento tipico del decasillabo, fino ad allora costretto nel tono elegiaco del Va pensiero e nella preghiera dei Lombardi, può finalmente dispiegarsi nella sua marziale solennità ottenuta con un corposo unisono di tutto il coro maschile. Ha tutte le carte in regola per diventare un canto di battaglia, e lo diverrà. L’unisono è quindi, insieme al decasillabo, la caratteristica comune di questi cori, condivisa anche con il quarto degli esempi più tipici del Verdi patriottico, il coro Patria oppressa dal Macbeth. Composto nel 1847, Macbeth rappresenta il primo incontro di Verdi con il teatro di Shakespeare. Anche in quest’opera abbiamo un popolo in fuga, gli scozzesi, che lamentano la perdita della patria e ne denunciano l’oppressione da parte di un potere cieco. Il coro Patria oppressa è forse quello nel quale è più evidente l’intento politico del compositore. Il brano originale era all’unisono, ma Verdi, nella revisione dell’opera che fece nel 1863, riscrisse ex novo testo e musica, abbandonando l’unisono per un’armonia più complessa ed elaborata. L’unificazione italiana è ormai cosa fatta, mutata la situazione politica sono mutate le intenzioni espressive del compositore. Il brano presentato in concerto è quello del 1863. Nel 1848 Verdi compone quella che forse è la sua unica opera veramente risorgimentale, La battaglia di Legnano. Il soggetto, inspirato all’eroica resistenza dei comuni lombardi contro lo straniero Federico Barbarossa, nasce infatti dall’entusiasmo dell’amico Salvadore Cammarana, librettista e regista del Teatro San Carlo di Napoli, per la concessione da parte di Ferdinando II della Costituzione del Regno delle Due Sicilia. Verdi compose l’opera ma la prima napoletana saltò, l’instabilità politica non ne permise la messa in scena. L’opera vedrà la luce invece al Teatro Argentina di Roma il 27 gennaio 1849, appena due settimane prima della solenne proclamazione della Repubblica Romana. Il successo fu enorme, fu bissato l’intero ultimo atto e l’opera fu accolta come un augurale battesimo della nuova repubblica. La rapida fine del periodo rivoluzionario coincise con il mutare dell’interesse di Verdi verso soggetti più privati e intimi, è l’epoca di capolavori come Luisa Miller, Traviata, Rigoletto, Il trovatore, Un ballo in maschera, La forza del destino. Verdi intanto abbandonava gli entusiasmi mazziniani avvicinandosi a Cavour, con il quale ebbe un incontro nel 1859 e che lo convincerà, suo malgrado, a candidarsi alle elezioni del 1861 per il primo Parlamento del Regno d’Italia. Verdi era restio a entrare attivamente in politica, non si sentiva adatto, ma l’insistenza di Cavour fu 10 incalzante. Scriveva Verdi ad Angelo Mariani il 16 gennaio 1861: Non ti sorprendere se mi vedi a Torino! Sai perché sono qui? Per non essere deputato. Altri brigano per essere, io faccio il possibile per non esserlo. Ma zitto su questo. Ho visto stamattina alle 7 Cavour; ed adesso parte da me Sir Hudson che voleva andassi a pranzo da Lui, ma andrò a prendervi il caffè». Era chiaro che Verdi rappresentava per la causa liberale moderata un testimonial fenomenale: statura intellettuale internazionale, immediato legame con sentimenti popolari applicabili al nuovo nazionalismo unitario, facile presa sull’immaginario del pubblico vasto e interclassista del melodramma. Alla fine dovette accettare e fu eletto, ma l’esperienza, come traspare nelle lettere al suo amico, avvocato e collega deputato Giuseppe Piroli, non lo entusiasmò affatto. Verdi si ritirerà dalla politica nel 1865, deluso e pessimista riguardo alla costruzione della nuova nazione1. La testimonianza più straordinaria del profondo pessimismo verdiano degli ultimi anni è senza dubbio il Simon Boccanegra, opera composta originariamente nel 1857 ma completamente rivista da Verdi e Arrigo Boito nel 1881. Alla fine del primo atto si assiste a una delle più alte pagine del Verdi politico, il discorso del vecchio Doge al Consiglio che ha appena rifiutato la proposta di pace con Venezia. Colmo di oscuro pessimismo circa la natura umana e la possibilità di una vera solidarietà tra i popoli, impreziosito da una musica di grande spessore orchestrale e drammatico, questo brano è forse l’ultimo cupo messaggio politico del nostro “vate del Risorgimento”. Plebe! Patrizi! – Popolo Dalla feroce storia! Erede sol dell’odio Dei Spinola e dei D’Oria, Piango su voi, sul placido Raggio del vostro clivo Là dove invan germoglia Il ramo dell’ulivo. Mentre v’invita estatico Il regno ampio dei mari, Voi nei fraterni lari Vi lacerate il cuor. Piango sulla mendace Festa dei vostri fior, E vo gridando: pace! E vo gridando: amor! 1 Verdi manterrà a lungo la corrispondenza con Piroli, ecco due significativi estratti dalle lettere degli ultimi anni. Le nostre disgrazie non sono così forti come nel Mantovano e Ferrarese, ma in ogni modo i raccolti tutti sono quasi perduti. [...] Quest’inverno sarà carestia e morte di fame. So bene che arriveranno i grani dall’estero, e le solite velenose che il Governo lascia facilmente entrare. Ma come comprare questi generi? Ed intanto il Governo pensa ad aumentare le imposte, a far Strade Ferrate non di prima necessità col pretesto di dar lavoro alla gente? È veramente uno scherno. Ma per Dio se avete milioni, spendeteli a fare tutti i lavori ai fiumi prima che ci allaghino tutti! Poveri noi, in che mani siamo!... O ambiziosi, o ignoranti. A me poco importa dei bianchi, dei rossi, dei destri, dei sinistri, ma vorrei degli uomini capaci e pratici. Del resto se ne accorgeranno loro stessi più tardi, perché le imposte non si potranno pagare. [1879] Siamo ridotti al punto che si ha quasi vergogna di essere Italiani, ed io ho vergogna particolarmente d’andare in questo momento a Parigi, come le cose vorrebbero. [1881] 11 Introduzione storica e letteraria di Michele Arcangelo Firinu e Remo Marcone Il 150° anniversario che stiamo festeggiando (ma non tutti), non comprendeva ancora, nell’Italia unita, Venezia e il Veneto - acquisiti con la 3a guerra d’Indipendenza - e Roma – annessa nel 1870. La prima guerra mondiale del 1915-18, portò con la pace del ‘19 all’annessione di Trento, del Trentino, di Trieste e della Venezia Giulia (l’annessione formale di Trieste e della Venezia Giulia avvenne tra la fine del 1920 e il gennaio 1921). Pochi mesi dopo Teano, il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di Cipro e Gerusalemme, ecc. ecc. ecc., firmò con Cavour l’articolo unico della legge n. 4671 che proclamava il Regno d’Italia. La legge, approvata dal nuovo Senato e dalla Camera dei Deputati inaugurati il 18 febbraio 1861 con i rappresentanti di tutti i territori annessi al regno di Sardegna, recitava semplicemente: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia». Il sovrano aveva sorvegliato la discussione parlamentare per far respingere le posizioni più democratiche e aveva rifiutato il titolo di Re degli italiani con l’ordinale iniziale Vittorio Emanuele I. Il regno d’Italia non adottò una nuova costituzione, ma solo il nuovo nome dello Stato sardo. L’armistizio di Villafranca, chiudendo l’11 luglio 1859 la seconda guerra d’Indipendenza, aveva concesso al regno di Sardegna, in cambio di Nizza e Savoia, la Lombardia austriaca e l’annessione di fatto – poi sancita dai plebisciti popolari del 21-22 ottobre 1860 – dei ducati di Parma e di Modena, del Granducato di Toscana e delle Romagne pontificie. L’impresa garibaldina dei Mille, condotta dal 6 maggio al 26 ottobre 1860 (Teano), aveva consegnato al Re di Sardegna il regno delle Due Sicilie e fruttato, indirettamente, l’adesione dei territori papali delle Marche e dell’Umbria. Engels commentò la spedizione di Garibaldi con queste parole: «Si tratta di una delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo». Accogliamo tale giudizio storico, con buona pace dei revisionisti neoguelfi e neoborbonici che sottolineano, oltre all’anti-papismo, l’adesione massonica di Garibaldi e gli aiuti finanziari che permisero al generale di armare l’impresa. Ma la massoneria di allora non era certo la P2! E Garibaldi non era certo un agente al soldo di alcun potente, né straniero né italiano. Il condottiero non si arricchì. A questo proposito Aldo Cazzullo scrive: «Chissà cosa direbbe dell’Italia di oggi Garibaldi, che conquistò un regno ma con sé a Caprera non portò i quadri di Caravaggio e l’oro dei Borboni, bensì un sacco di fave e uno scatolone di merluzzo secco». Il Risorgimento fu un processo complesso e contradditorio, che vide in campo molte componenti. Sul piano politico, militare e istituzionale, se Giuseppe Garibaldi fu l’eroe e il genio militare del Risorgimento, Giuseppe Mazzini ne fu l’infaticabile educatore e promotore, mentre Cavour ne fu la geniale mente politica e diplomatica, il tessitore delle alleanze internazionali e il capo palese e occulto che tirò le fila e ricondusse a unità le varie componenti della lotta. I repubblicani accettarono la soluzione monarchica sabauda. Il filone mazziniano fu più seguito di quello giobertiano. Il pensiero socialista utopistico e libertario di Pisacane naufragò congiuntamente alla sua rovinosa quanto generosa spedizione di Sapri (2 luglio 1857). I capi delle varie correnti risorgimentali - 12 Garibaldi in testa - anteposero alle proprie ideologie e alle proprie posizioni politiche, un condiviso, quanto viscerale e consapevole bisogno di patria e di unità e, insieme a ciò, la ferrea volontà di riscatto dalla dominazione straniera. Con realismo politico si subordinarono al Re di Sardegna. Il Risorgimento unificò in un’unica patria i sette stati che costituivano la mappatura dell’Italia preunitaria. In buona sostanza si costruì, come sottolinea lo storico del Risorgimento Alberto Mario Banti, «uno Stato di tipo nuovo, uno Stato-nazione; ovvero uno Stato fondato sul principio secondo il quale la sovranità appartiene non a un singolo (il re), o a gruppi ristretti (i nobili), ma all’intera popolazione di un territorio, una collettività che dalla fine del Settecento viene identificata prevalentemente col termine di “nazione”». (Alberto Mario Banti, Nel nome dell’Italia, Laterza, 2010, p. VI) Sotto la direzione di Casa Savoia e con l’attivismo dei gruppi intellettuali, andò al potere il blocco sociale costituito da nobiltà, gruppi agrari e la giovane e debole borghesia del nord. Antonio Gramsci, nell’analizzare il Risorgimento parla di rivoluzione mancata e traccia un giudizio molto severo sui ceti colti: «Un’altra trivialità molto diffusa [...] è quella di ripetere in vari modi e forme che il moto nazionale si poté operare per merito delle classi colte. Dove sia il merito è difficile capire. Merito di una classe colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua funzione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza intima». Indubbiamente i ceti popolari e le masse contadine e agro-pastorali non trassero beneficio dall’unificazione, al contrario videro confermata la loro subalternità e s’impoverirono. Tassazioni, privatizzazioni di terre comuni e coscrizione obbligatoria costituirono nel meridione le premesse del brigantaggio. Lo stato sabaudo affrontò il brigantaggio e la questione meridionale postunitaria solo militarmente. Il giudizio di Gramsci si fa sferzante: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti». Gramsci non era antirisorgimentale, tutt’altro. Analizzava lucidamente i processi storici che avevano preceduto i suoi tempi per fornire strumenti intellettuali e progettuali dal punto di vista politico-sociale alle classi popolari che voleva rappresentare. Le sue valutazioni richiamano alla memoria i moniti di Pisacane: «la dominazione della casa Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa» e «il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II». Ma Pisacane sacrificò la sua vita per liberare il Sud dalla tirannia dei Borbone. Patetici appaiono oggi coloro che ripropongono, nel sud, posizioni antirisorgimentali neoborboniche e neoguelfe. Basterà ricordare che il Gladstone definiva il regime borbonico «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Dei neoguelfi non ci curiamo: vadano a rileggersi i discorsi di Pio IX. Riflettano anche sul fatto che il conflitto con la Santa Sede e con il pensiero politico di stampo cattolico-conservatrice ci fu non solo da parte dello Stato sabaudo, ma di tutti i principali Stati europei (Germania, Impero 13 austro-ungarico, Francia) che lavoravano alla laicizzazione degli stati. Oppure meditino sul seguente ritratto di Lucio Villari della Roma, ancora papalina nel 1861: «Era un paese, Roma, nel 1861: Roma? Un paese, circa duecentomila persone. Soprattutto, bisogna immaginare un posto anche sonnolento. Con un controllo strettissimo da parte delle autorità ecclesiastiche. Non si viveva in piena libertà. Poi, certo: di nascosto si poteva fare tutto. Per fare un esempio: quasi tutti i clienti delle prostitute erano sacerdoti. Ma anche perché la presenza della Chiesa era massiccia: duecento conventi, trecentocinquanta chiese, duecentocinquanta oratori, ottomila preti. Si viveva in un paesone addormentato, senza futuro. […] E la Chiesa? «Considerava l’unità d’Italia come una minaccia. Vittorio Emanuele II provò a scrivere al Papa per proporre alla Chiesa di partecipare al Risorgimento, di contribuire a fare di Roma la capitale. La risposta fu, più o meno questa: è un’idea non degna...» (Corrriere della sera, 17 marzo 2011, intervista di Alessandro Capponi a Lucio Villari, professore di Storia contemporanea a Roma Tre, autore di Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento, Laterza). Nel Nord vediamo allargarsi il consenso intorno a posizioni di volta in volta larvatamente o apertamente antiunitarie e secessionistiche; immemori delle grandi passioni risorgimentaliste che animarono i Milanesi, i Piemontesi e i Veneti durante le Cinque giornate di Milano (1848), la Prima guerra d’indipendenza e la Repubblica di San Marco (17 marzo 1848 – 27 agosto 1849); immemori anche del sangue versato da molti patrioti del Nord al di fuori della Padania, per esempio dai fratelli Giovanni e Enrico Cairoli a Villa Glori nel 1867; ancora prima, nel 1849, da Goffredo Mameli e Luciano Manara, caduti in difesa della Repubblica Romana. Il patriottismo di questi giovani non era certo finalizzato a piemontesizzare l’Italia. I fratelli Cairoli sognavano una Roma capitale dello stato laico dell’Italia unita. Mameli e Manara caddero mentre difendevano l’esperienza costituzionale, democratica e sociale più progressista di tutto l’arco delle lotte risorgimentali. Il Regno d’Italia non elaborò una nuova costituzione, allargò all’Italia lo Statuto albertino. Per avere una costituzione qualitativamente e democraticamente a livello di quella della Repubblica Romana gli Italiani dovettero attendere la fine della monarchia sabauda e il 1948. Se scorriamo lo Statuto albertino, vigente anche nel Regno d’Italia, troviamo i seguenti fondamenti: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica. Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato, e quella dei Deputati. La persona del Re è sacra e inviolabile». Ricordiamolo: per le Camere votava meno del 2% della popolazione del Regno; le donne non ebbero diritto di voto fino al 1946, quando votarono per la prima volta nelle elezioni amministrative tra marzo e aprile e poi nel Referendum Istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente della Repubblica Italiana. Che l’Italia unita fu il risultato di una vera e propria piemontesizzazione ce lo dicono gli storici. Ma leggiamolo da un protagonista dell’epoca, il deputato di Casoria, Francesco Proto Carafa, Duca di Maddaloni: «Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino 14 le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. A’mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala» (Interpellanza al Parlamento Italiano del deputato di Casoria, Francesco Proto Carafa, Duca di Maddaloni - Atto 234, 20 novembre 1861). Nell’Italia post-risorgimentale si «attraversa anche una furibonda fase di guerra civile, concentrata nel Mezzogiorno continentale, quella del “brigantaggio”» (Alberto Mario Banti, Nel nome d’Italia, cit.). Leggiamo cosa scriveva in proposito il conte piemontese Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano del Corpo di Stato Maggiore Generale e operante nel meridione perlopiù nel periodo del brigantaggio. «Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto; i ricchi non sentono pietà; gli agiati serrano gli uncini della loro borsa; i restanti indifferenti e impotenti. Niuno può o vuol l’altro aiutare, sconforto dappertutto. La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica. Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica.» (Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano, 1864.) Tuttavia il professor Alberto Mario Banti rileva che asprissimi scontri civili si registrarono in molti Stati nazionali, all’epoca della loro formazione, Gli Stati uniti d’America combatterono una cruentissima Guerra civile proprio negli anni del brigantaggio italiano. La Francia attraversò conflitti civili nella Vandea e per un lungo periodo, dalla rivoluzione alla Comune. La Gran Bretagna conobbe un secolo di massacri, quando si costituì in nazione, nel XVII secolo. La Germania si costruì attraverso tre guerre e conflitti contro i cattolici e poi contro i socialisti. L’Unità d’Italia, dice Pino Aprile (Terroni, Piemme, 2010), noi del Sud ce la siamo pagata a caro prezzo e ce la teniamo. Intanto dovremmo acquistare slancio verso obbiettivi più alti che ci stanno davanti, per esempio verso la costruzione di una patria europea, un’Europa dei popoli, beninteso, non dell’alta finanza giocherellona nelle Borse, ma vorremmo non smettere di ricanticchiare una bella, trascinante canzone del 1904, di autore sconosciuto: Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà ed un pensiero ribelle in cor ci sta 15 Il Risorgimento vede spargimenti di sangue e anche grandi spargimenti d’inchiostri di un esercito di poeti e scrittori. La Letteratura contribuisce generosamente alla formazione degli ideali collettivi e dell’idea di Nazione. Temi prevalenti, quelli di incitamento al riscatto della patria, alla cacciata dello straniero occupatore del patrio suol, di chiamata alle armi, alle insurrezioni, fino al sacrificio della vita, inni alla bandiera tricolore, inni alle carabine. I toni sono bellicosi e aspri, fino alla ferocia, nelle poesie come nei libretti delle Opere di Bellini, Rossini e Verdi; non di rado si incita alla guerra, alla vendetta, al disprezzo del nemico, allo sterminio. I metri, senari, settenari, ottonari, decasillabi, da passo cadenzato, militare. I componimenti, prevalentemente inni, ma anche stornelli, sonetti, canzoni. La retorica patriottica, dalla quale nella nostra giovinezza - quarant’anni fa, ma allora come oggi insazia di pace - prendevamo le distanze chiamandola sprezzantemente patriottarda, largheggiava nell’inneggiare alla morte. Questo ci dava brividi di repulsa, e non riuscivamo a leggere in Latino versi come «Dulce et decorum est pro patria mori» (È dolce e bello morire per la patria. Orazio, Odi, III, 2), né in Italiano: Aspra del militar benché la vita, al lampo dell’acciar gioja l’invita. Chi per la patria muor vissuto è assai; la fronda dell’allor non muore mai. Piuttosto che languir per lunghi affanni, è meglio di morir sul fior degli anni. Chi muore e dar non sa di gloria un segno alle future età, di fama è indegno. I versi sono del poeta Paolo Pola, dal libretto dell’opera Caritea regina di Spagna, di Saverio Mercadante, che andò in scena per la prima volta il 21 febbraio 1826 a Venezia al Teatro La Fenice, in piena Restaurazione. Ora, colmando qualche buco della nostra ignoranza, sappiamo anche che i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, il 25 luglio 1844, mentre venivano condotti alla fucilazione nel Vallone di Rovito nei pressi di Cosenza, cantavano quel coro e credevano in quelle parole. La distanza culturale tra noi contemporanei, e i nostri padri della patria, rimane notevole, ma ci corre l’obbligo, ricordandoli, di toglierci il cappello. 16 testi Vincenzo Bellini: Quando la tromba squilla, da I PuritanI (1835) Atto I - Quadro I. Libretto di Carlo Pepoli CORO DI SOLDATI Quando la tromba squilla ratto il guerrier si desta: l’arme tremende appresta, alla vittoria va! Pari del ferro al lampo, se l’ira in cor sfavilla, degli Stuardi il campo in cenere cadrà. Odesi un suono di campana, poi un preludio di armonia religiosa. BRUNO O di Cromwell guerrieri Pieghiam la mente e il cor A’ mattutini cantici Sacri al divin Fattor. I soldati s’inginocchiano. ELVIRA, ARTURO, RICCARO, GIORGIO (di dentro il castello) La luna, il sol, le stelle, Le tenebre, il fulgor, Dan gloria al Creator In lor favelle. La terra e i firmamenti Esaltano il Signor. A lui dien laudi e onore, Onor al Creator, Tutte le genti, Iden gloria al Creator. BRUNO Udisti? CORO Dl SOLDATI Udii. 18 BRUNO, CORO Finì. Al re che fece il di l’inno de’ puri cor salì su’ venti. CORO Dl CASTELLANE (Di dentro) A festa! (Tutti sortono) TUTTI A festa! A festa! A tutti rida il cor: Cantate un santo amor, A festa! Garzon che mira Elvira, sì bella verginella, l’appella la sua stella, regina dell’amor. Ah! é il riso e il caro viso beltà di paradiso; è rosa sul suo stel, è un angelo del ciel. A festa! A festa! A festa! A tutti rida il cor se a nozze invita amor. Cantiam un santo amor. 19 Vincenzo Bellini: Norma viene, da Norma (1831) Atto I - Scena III. Libretto di Felice Romani Norma viene: le cinge la chioma La verbena ai misteri sacrata; In sua man come luna falcata L’aurea falce diffonde splendor. Ella viene, e la stella di Roma Sbigottita si copre d’un velo; Irminsul corre i campi del cielo Qual cometa foriera d’orror. Vincenzo Bellini: Guerra, Guerra, da Norma Atto II - Scena VII Guerra, guerra! Le galliche selve Quante han quercie producon guerrier: Qual sul gregge fameliche belve, Sui Romani van essi a cader! Sangue, sangue! Le galliche scuri Fino al tronco bagnate ne son! Sovra il flutti dei Ligeri impuri Ei gorgoglia con funebre suon! Strage, strage, sterminio, vendetta! Già comincia, si compie, s’affretta. Come biade da falci mietute Son di Roma le schiere cadute! Tronchi i vanni*, recisi gli artigli. Abbattuta ecco l’aquila al suol! A mirare il trionfo de’ figli Ecco il Dio sovra un raggio di sol! 20 *ali, penne Matilde Serao – Nascita di Callubarde Centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi – Il Giorno, Napoli, 4 luglio 1907. Garibaldi. La donna aristocratica poteva adorarlo, nella completa coscienza del suo valore, poteva dargli l’omaggio della sua delicata e profonda venerazione; ma fra le donne popolane questa forma di venerazione diventava un culto religioso, come quella che si può dare al Dio Ignoto che si rivela. Poteva la prima dama d’Inghilterra, la duchessa di Sutherland, ritenere sacro il giardino dove aveva accolto Garibaldi e piantarvi un pino a memoria, circondandolo d’iscrizioni commemorative; ma le donne di Catanzaro dicevano che egli era invulnerabile, perché era stato vaccinato con l’ostia consacrata. Poteva la principessa Doria d’Angri, madre infelice, sopportare coraggiosamente la notizia che suo figlio, il nobile e puro volontario, era morto e chiudersi nella sua rassegnazione; ma le madri del Pendino non sospiravano neppure, quando, chieste loro notizie del figlio, rispondevano: “è ghiuto appresso a Callubarde”, quasi vi fosse una fatalità di fascino. Potevano le signore di Lecce, la patriottica città, partire per seguire le sue ambulanze, lasciando cose e ricchezze, ma in Sicilia gli portavano a benedire i bambini, come al Cristo. E alle donne, coi suoi capelli gettati indietro, colla fronte alta e bianca, con gli azzurri occhi corruscanti di luce, con la barba bionda, vestito di rosso, col fantastico mantello bigio, sembrava proprio il Nazareno vestito di porpora che cammina sulle acque in tempesta e le cheta. Le monache di Santa Chiara, le orgogliose monache della grande nobiltà napoletana, senza paura di commettere sacrilegio, senza sentimento di umiliazione, gli dicevano che in lui era il Cuore di Gesù, che esse adoravano. [...] Quando egli scese in Terra di Lavoro, le contadine stavano alla finestra, a vedere la fuga delle truppe borboniche, coi fazzoletti tricolori, di cotone stinto, al collo; e i piccoli borghesi, i bambinetti, le mamme li vestivano da garibaldini. Quando egli entrò in Napoli […] un ricordo ne ritorna, lontano lontano, della mia prima infanzia, ma chiaro, ma profondo nella mia memoria. Sulla piazza dello Spirito Santo, al palazzo d’Angri, la folla s’accalcava mareggiante di teste, accorrendo da Toledo, dal Mercatello, da tutte le vie, gremiti i balconi, le botteghe, i tetti. Donne, uomini, vecchi e bambini. Un urlo sovumano saluta il dittatore, che compare sulla loggia bello, luminoso. Silenzio universale. Egli guarda la folla lungamente. Le madri alzano in braccio i bambini e li protendono verso di lui; mia madre mi alza sulle braccia, qualche vecchio piange; qualcuno s’inginocchia per terra e prega. Poi una voce discorde grida:− Morte ai preti! Ma una voce sonora, penetrante, dolcissima, che si ode da tutte le parti, la sua voce, risponde: − Morte a nessuno! 21 Francesco Dall’Ongaro: Chi dice che Mazzini è in Alemagna, da Stornelli (1848-49) Chi dice che Mazzini è in Alemagna, Chi dice che Mazzini è in Inghilterra. Chi lo pone a Ginevra e chi in Ispagna, Chi lo vuol sugli altari e chi sotterra. Ditemi un po’, grulloni in cappamagna: Quanti Mazzini c’è sopra la terra? Se volete saper dov’è Mazzini Domandatelo all’Alpi e agli Appennini Mazzini è in ogni loco ove si trema Che giunga a’ traditor l’ora suprema. Mazzini è in ogni loco ove si spera Versare il sangue per l’Italia intera. Francesco Dall’Ongaro: La carabina, 4 aprile 1862 (parole riprese da Garibaldi alle donne di Parma, v. i giornali del 9 aprile del 1862) Donne d’Italia, non giurate amore A chi v’adula e non arreca il pegno. Donne d’Italia, non lo date il core A chi non è di conquistarlo degno. Sentite, o donne, con gentil sospiro Il bersagliero che s’addestra al tiro. Mentre e’ s’addestra al dì della riscossa, 22 Cucite, o donne, una camicia rossa. Sia quella il premio al tirator più degno, Quando ogni volta coglierà nel segno. Gioacchino Rossini: Gloria e onore al giovinetto, dal Guglielmo Tell (1829) Atto I - Scena VIII. Libretto di Étienne de Jouy et Hippolyte-Louis-Florent Bis Traduzione italiana di Calisto Bassi, 1831 CORO Gloria e onore al giovinetto, Ch’ebbe il premio del valor. JEMMY (correndo alla madre) Madre mia! EDWIGE (abbracciandolo) Qual sommo bene! CORO Di destrezza il premio ottiene; Di suo padre ha in petto il cor. Si cinge il pro’ guerriero Di ben temprato acciaio, E indossa un rozzo saio Il semplice pastor. Ma dove onore il chiama Perir da forte ei brama, E il dardo suo penetra Le ascose vie del cor. Gioacchino Rossini: Del raggiante lago in seno, dal Guglielmo Tell Atto II - Scena I Del raggiante lago in seno Cade il giorno. Il suo placido sereno Sparve intorno. La campana del villaggio Di partenza è a noi messaggio. Già cade il dì. 23 Gioacchino Rossini: Vittoria, vittoria!, dal Guglielmo Tell Atto IV - Scena X TUTTI Vittoria! Sì, vittoria! Altdorf è in poter nostro. ARNOLDO Se spento il padre mio dal vil non era, La gioia egli vedria d’Elvezia intera. A poco a poco si dileguano le nubi e il cielo si rasserena. GUGLIELMO Tutto cangia, il ciel si abbella, L’aria è pura. EDWIGE Il dì raggiante. JEMMY La natura è lieta anch’ella. ARNOLDO E allo sguardo incerto, errante, Tutto dolce e nuovo appar. 24 TUTTI Quel contento che in me sento Non può l’anima spiegar. La storia dell’indomito Domenico Cariolato Si dimettono stavolta in 24 dall’esercito regio. Li guida l’indomito Domenico Cariolato, il vicentino che da ragazzino a Roma ha tenuto testa al generale Oudinot. Stavolta Coriolato manda a quel paese i generali italiani. Cariolato aveva 12 anni quando era accorso a difendere Venezia, 13 quando era stato fatto prigioniero dai francesi a Roma, ora ha l’età giusta per non sopportare i sabaudi. Del resto come può dimenticare il suo faccia a faccia col generale francese pieno di medaglie, che vedendo l’adolescente prigioniero si era messo a ridere? E’ lì, nel ’49 a Roma, che Cariolato ha mostrato tutta la sua stoffa. Oudinot rideva? E lui: - Io vi faccio ridere, ma voi mi fate schifo. Oudinot: - Voi siete un insolente. E lui: - Rispettate, o generale, se volete essere rispettato! Allora il francese aveva deciso di trattarlo da prigioniero. Ma l’interrogatorio non era andato meglio. Oudinot: - Come vi chiamate? Cariolato - Domenico Cariolato. Oudinot: - Siete romano? Cariolato - No, di Vicenza Oudinot: - E come vi trovate a Roma? Cariolato - Per difendere la patria. Oudinot: - E sono così, come voi, i difensori della repubblica? Cariolato - No, sono più coraggiosi di me. Oudinot: - Ma voi siete capace di tirare un colpo di fucile? Cariolato - Domandatelo alle spalle dei vostri soldati. Il battibecco era finito qui. Portato in una caserma Cariolato si era gettato giù a capofitto da una finestra. Se l’era cavata con un po’ di contusioni. All’ospedale dei Pellegrini il generale Avezzana gli aveva rilasciato una daga d’onore: «Al vicentino dodicenne Domenico Cariolato, esempio di patrio valore, la Repubblica Romana offre». Il capitano Cariolato il 3 giugno del 1872 saluta e se ne va. Ha fatto prodigi a Bezzecca, ma con questi generali sabaudi non ha nulla da spartire. Si porta dietro un belgruppo di garibaldini stufi. 25 Cesare Pascarella, Sonetto CLXXVII Razzi e bombe fioccaveno! Ma pure Framezzo a le rovine e li sfaceli De li palazzi, in mezzo a le paure De quell’urtimi strazi più crudeli, Nun se cedeva. E er Pincio e l’antre arture, La Trinità de Monti... a l’Areceli S’empiveno de donne e de crature Che cantaveno l’inni de Mameli. Li cantaveno tutti! E intanto quello Che li scriveva, consunto dar male, Co’ na gamba tajata, poverello!, Dar giorno che fu fatta la sortita Der tre giugno, languiva a l’ospedale In un fonno de letto in fin de vita. Cesare Pascarella, Sonetto CLXXXI E come risentivi dì’: Fratelli D’Italia..., rivedevi tutti quanti Co’ l’accétte,li sassi, li cortelli, Corre’ a le Mura e ributtasse avanti: Tutti li rivedevi!... Fino quelli Chiusi ne l’ospedali, agonizzanti, Li rivedevi pallidi, tremanti Scegne’ da letto e uscì’ da li cancelli; Rivedevi li morti insanguinati Che riapriveno l’occhi, se riarzaveno Da per terra dov’ereno cascati, E senza sentì’ più li patimenti De le ferite, se ristracinaveno Su le Mura e moriveno contenti. 26 Giuseppe Gioacchino Belli: L’arberone (1834) Immezzo all’orto mio sc’è un arberone Solo ar monno, e oramai tutto tarlato: Eppuro fa er zu’ frutto oggni stagione Bbello a vvede, ma ascerbo e avvelenato. Ricconta un libbre che da quanno è nnato È vvienuta a ppotallo oggni nazzione; Ma er frutto c’arifà ddoppo potato Pizzica che nemmanco un peperone. Quarchìduno me disce d’inzitallo, Perché accusi er zu’ frutto a ppoc’ a ppoco Diventerebbe bbono da maggnallo. Ma un Carbonaro amico mio me disce Che nnun c’è antro che l’accetta e ‘r foco, Perché er canchero sta in ne la radisce. 27 Giuseppe Verdi: Gli arredi festivi, dal Nabucco (1842) Atto I - Scena I. Libretto di Temistocle Solera Gli arredi festivi giù cadano infranti, Il popol di Giuda di lutto s’ammanti! Ministro dell’ira del Nume sdegnato Il rege d’Assiria su noi già piombò! Di barbare schiere l’atroce ululato Nel santo delubro del Nume tuonò! I candidi veli, fanciulle, squarciate, Le supplici braccia gridando levate; D’un labbro innocente la viva preghiera È dolce profumo gradito al Signor. Pregate, fanciulle! in voi della fiera Falange nemica s’acqueti al furor! Gran Nume, che voli sull’ale de’ venti, Che il folgor sprigioni di nembi frementi, Disperdi, distruggi d’Assiria le schiere, Di David la figlia ritorna al gioir. Peccammo!... Ma in cielo le nostre preghiere Ottengan pietade, perdono al fallir!... Deh! l’empio non gridi con baldo blasfema: Il Dio d’Israello si cela per tema? Non far che i tuoi figli divengano preda D’un folle che sprezza l’eterno poter! Non far che sul trono davidico sieda Fra gl’idoli stolti l’assiro stranier. Giuseppe Verdi: Va, pensiero, dal Nabucco Atto III - Scena IV 28 Va, pensiero, sull’ali dorate; Va, ti posa sui clivi, sui colli, Ove olezzano tepide e molli L’aure dolci del suolo natal! Del Giordano le rive saluta, Di Sionne le torri atterrate... Oh mia patria si bella e perduta! O membranza sì cara e fatal! Arpa d’or dei fatidici vati, Perché muta dal salice pendi? Le memorie nel petto raccendi, Ci favella del tempo che fu! O simìle di Sòlima ai fati Traggi un suono di crudo lamento, O t’ispiri il Signore un concento Che ne infonda al patire virtù! Giuseppe Verdi: Gerusalem!, da I Lombardi alla prima crociata (1843) Atto III - Scena I. Libretto di Temistocle Solera Gerusalem... Gerusalem... la grande, La promessa città! Oh sangue bene sparso... le ghirlande D’Iddio s’apprestan già! Deh per i luoghi che veder n’è dato, E di pianto bagnar, Possa nostr’alma coll’estremo fato In grembo a Dio volar! Gli empi avvinsero là fra quei dirupi L’Agnello del perdon: A terra qui cadean gli ingordi lupi Quand’Ei rispose: Io son! Sovra quel colle il Nazarén piangea Sulla città fatal; È quello il monte, onde salute avea Il misero mortal! Deh! per i luoghi che veder n’è dato, E di pianto bagnar, Possa nostr’alma coll’estremo fato In grembo a Dio volar! O monti, o piani, o valli eternamente Sacri ad uman pensier! Ecco arriva, ecco arriva il Dio vivente Terribile guerrier! (S’allontanano per la valle) Gerusalem... Gerusalem... 29 Rievocazione dei fatti di via della Lungaretta del 25 ottobre 1867 Morte di Giuditta Tavani Arquati Da un articolo del giornalista Ugo Pesci, corrispondente del Fanfulla di Firenze. La mattina del 25 ottobre 1867, giorno in cui Garibaldi prendeva Monterotondo nel corso della terza spedizione per liberare Roma, una quarantina di patrioti, di cui 25 romani, si riunirono in via della Lungaretta 97, nel rione romano di Trastevere, nella sede del lanificio di Giulio Ajani, per decidere sul da farsi. Il gruppo preparò una sommossa per far insorgere Roma contro il governo di Pio IX. Deteneva delle cartucce e un arsenale di fucili. Alla riunione partecipò anche la Arquati, con il marito e uno dei tre figli della coppia, Antonio. Verso le 12 e mezzo, una pattuglia di zuavi giunta da via del Moro attaccò la sede del lanificio. I congiurati cercarono di resistere al fuoco. In poco tempo, però, le truppe pontificie ebbero la meglio e riuscirono a farsi strada all’interno dell’edificio. Alcuni congiurati riuscirono a fuggire, mentre altri furono catturati. Sotto il fuoco rimasero uccise 9 persone, tra cui Giuditta Tavani Arquati, incinta del quarto figlio, il marito e il loro giovane figlio. Il 22 ottobre 1870 Roma fu imbandierata per il terzo anniversario del disgraziato tentativo di rivoluzione del 1867: il 23, circa quattromila persone andarono a Villa Glori a visitare lo storico olivo sotto il quale Giovanni ed Enrico Cairoli compirono l’atto di eroismo eternato da Ercole Rosa nel bronzo e da Cesare Pascarella* nei suoi sonetti dialettali. Il 25 la popolazione di Roma andava per la prima volta in pellegrinaggio al numero 97 di via della Longaretta, dove era il lanificio di Giulio Ajani, a visitare la strettissima scala e la soffitta, per dove, sopraffatti dalla forza del numero, s’erano avviati sperando di trovar scampo i popolani sorpresi dagli zuavi; e dove cadde assassinata Giuditta Tavani che aveva visto cadere il marito Francesco Arquati e portava in braccio il piccolo Antonio settenne; e furono uccisi Giuseppe Gioacchini, Paolo Gioacchini, Giovanni Rizzo, Angelo Domenicali, Enrico Ferroli, Rodolfo Donnaggio e Francesco Mauro; uomini semplici, di buona fede, incapaci di calcolare quanto avrebbe potuto fruttar loro un giorno l’essere stati pronti al sagrifizio della vita per l’idea della Patria. La loro memoria, mi affretto a dirlo, era in quei giorni onorata da gente d’ogni partito. Soltanto più tardi – sintomo manifesto di decadenza! – s’è scoperto che v’è un patriottismo per i progressisti ed i radicali ad un altro per quelli di idee più temperate e conservatrici. * Villa Glori, 1886 30 Giuseppe Verdi: O signore dal tetto natio, da I Lombardi alla prima crociata Atto IV - Scena III O Signore, dal tetto natìo ci chiamasti con santa promessa. Noi siam corsi all’invito di un pio, giubilando per l’aspro sentier. O fresc’aure volanti sui vaghi ruscelletti dei prati lombardi! Fonti eterne! Purissimi laghi! O vigneti indorati dal sol! Ma la fronte avvilita e dimessa hanno i servi già baldi e valenti! Deh, non far che ludibrio alle genti Sieno, Cristo, i tuoi figli guerrier! Dono infausto, crudele è la mente che vi pinge sì veri agli sguardi, ed al labbro più dura e cocente fa la sabbia d’un arido suol! 31 Giuseppe Verdi: Si ridesti il leon di Castiglia, da Ernani (1844) Atto III - Scena IV. Libretto di Francesco Maria Piave Un patto, un giuramento. (Tutti si abbracciano, e nella massima agitazione traendo le spade prorompono nel seguente inno) Si ridesti il Leon di Castiglia e d’Iberia ogni monte, ogni lito eco formi al tremendo ruggito, come un dì contro i Mori oppressor. Siamo tutti una sola famiglia, pugnerem colle braccia, co’ petti; schiavi inulti più a lungo e negletti non sarem finché vita abbia il cor. Morte colga o n’arrida vittoria, pugnerem, ed il sangue de’ spenti nuovo ardir ai figliuoli viventi, forze nuove al pugnare darà. Sorga alfine radiante di gloria, sorga un giomo a brillare su noi... sarà Iberia feconda d’eroi, dal servaggio redenta sarà. Giuseppe Verdi: Liberamente or piangi, da Attila (1846) Atto I - Scena I. Libretto di Temistocle Solera (rev. Francesco Maria Piave) 32 ODABELLA Liberamente or piangi . . . Sfrenati, o cor. La queta ora, in che posa Han pur le tigri, io sola Scorro di loco in loco. Eppur sempre quest’ora attendo, invoco. Oh! Nel fuggente nuvolo Non sei tu, padre, impresso? . . . Cielo! Ha mutato immagine! Il mio Foresto è desso. Sospendi, o rivo, il murmure, Aura, non più fremir, Ch’io degli amati spiriti Possa la voce udir. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal Gattopardo (1958) SE VOGLIAMO CHE TUTTO RIMANGA COME È BISOGNA CHE TUTTO CAMBI Cap. I – Tancredi e il Principe di Salina. Il ragazzo era diventato serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. «Parto, zione, parto tra un’ora. Sono venuto a dirti addio». Il povero Salina si sentì stringere il cuore. «Un duello?» «Un grande duello, zio. Un duello con Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne a Ficuzza; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zio ed io non voglio restare a casa. Dove del resto mi acchiapperebbero subito se vi restassi». Il Principe ebbe una delle sue solite visioni improvvise: una scena crudele di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. «Sei pazzo, figlio mio. Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re». Gli occhi di Tancredi ripresero a sorridere. «Per il Re, certo, ma per quale re?» Il ragazzo ebbe uno di quei suoi accessi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?» Abbracciò lo zio un po’ commosso. «Arrivederci a presto. Ritornerò col tricolore». Testamento politico Di Carlo Pisacane (Genova, 24 giugno 1857) Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese è composto da individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: “la rivoluzione dee farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale, epperò ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio”, la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante. Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. [...] Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, di essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista: sono convinto che un impulso gagliardo può sospingerli al moto, epperò il mio scopo, i miei sforzi sono rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso: giunto al luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel principato citeriore, per me è la vittoria, dovessi anche perire sul patibolo… e se mai nessun bene frutterà alla Italia il nostro sacrificio, sarà sempre una gloria trovar gente che volenterosa s’immola al suo avvenire. Sottoscritto, Carlo Pisacane 33 Giuseppe Verdi: Patria oppressa, dal Macbeth (1847) Atto IV - Scena I. Libretto di Francesco Maria Piave Patria oppressa! il dolce nome No, di madre aver non puoi, Or che tutta a figli tuoi Sei conversa in un avel. D’orfanelli e di piangenti Chi lo sposo e chi la prole Al venir del nuovo Sole S’alza un grido e fere il Ciel. A quel grido il Ciel risponde Quasi voglia impietosito Propagar per l’infinito, Patria oppressa, il tuo dolor. Suona a morto ognor la squilla, Ma nessuno audace è tanto Che pur doni un vano pianto A chi soffre ed a chi muor. Giuseppe Verdi: Si celebri alfine, da I vespri siciliani (1855) Atto V - Scena I. Libretto italiano di Arnaldo Fusinato Titolo originale francese: Les vêpres siciliennes. Debuttò all’Opéra di Parigi. La censura allora vigente in Italia annullò l’effetto patriottico dell’opera: nella prima rappresentazione italiana l’opera fu ribattezzata Giovanna di Guzman, e l’azione spostata in Portogallo. 34 CORO DI CAVALIERI Si celebri alfine Tra i canti, tra i fior L’unione e la fine Di tanti dolor. È l’iri di pace, È pegno d’amor. Evviva la face Che accese quel cor! Evviva la gloria, Evviva l’amor! CORO DI GIOVINETTE Di fulgida stella Hai tutto il splendor! Sei pura, sei bella Qual candido fior. Di pace sei l’iri, Sei pegno d’amor, L’affetto che inspiri Seduce ogni cor! È serto di gloria Il serto d’amor! Il Coro ‘Orazio Vecchi’, fondato nel 1978 e costituitosi in associazione nel 1983, è un complesso a cappella diretto sin dalla sua fondazione dal maestro Alessandro Anniballi; si propone come obiettivo lo studio della letteratura polifonica classica e contemporanea, comprendendo nel suo repertorio dalle prime espressioni polifoniche medievali al madrigale rinascimentale, dal lied romantico alla musica corale del ‘900. L’intensa attività concertistica realizzata nel corso degli anni con la partecipazione a rassegne corali nazionali e internazionali, oltre a costituire ulteriore motivo di approfondimento dello studio di diverse letterature polifoniche, ha dato testimonianza della realizzazione da parte del coro di modalità interpretative adeguate ai vari periodi musicali. Negli ultimi anni ha partecipato a sei edizioni del Festival dei due Mondi di Spoleto, privilegiando nei repertori dei concerti proposti, opere del Novecento e del tardo Ottocento Italiano. Alessandro Anniballi, nato a Roma, ha studiato pianoforte, direzione di coro e composizione presso il Conservatorio di Musica “Alfredo Casella” de L’Aquila. Si è diplomato sotto la guida di Fausto Razzi, Ermanno Pradella e Francesco Molfetta. Nel 1978 ha fondato l’Associazione di Polifonia Vocale “Orazio Vecchi”, di cui è tuttora direttore artistico, e col quale intraprende lo studio della letteratura polifonica rinascimentale e barocca. Svolge un’intensa attività didattica. Negli ultimi anni ha approfondito lo studio della musica medievale e del ‘900. L’impegno compositivo lo ha visto realzzare due cicli di lieder per pianoforte e voce su liriche di Hölderlin. Si è occupato in modo particolare di musica polifonica a cappella, sia sacra che profana. La sua ultima composizione è la Missa Brevis, gioco sacro sugli archetipi melodicocontrappuntistici del medioevo e del tardo rinascimento. Collabora con i compositori Boris Porena, Claudio Anguillara, Oliver Wehlmann. Manlio Pinto, pianista e compositore, inizia lo studio del pianoforte all’età di cinque anni, mostrando subito un talento ed una sensibilità musicale fuori del comune, e all’età di sei anni e mezzo si esibisce in pubblico per la prima volta. Si diploma col massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, quindi si perfeziona con i Maestri Carlo Zecchi, la Prof. ssa Novin Afrouz (già allieva di Arturo Benedetti Michelangeli), Bruno Canino, e soprattutto con i Maestri Sergio Fiorentino ed il russo Konstantin Bogino. Inizia nel contempo una regolare attività concertistica, suonando sia da solista che in formazioni da camera. Ha tenuto concerti in Italia, Germania, Olanda, Spagna, Jugoslavia, Finlandia, Africa, Stati Uniti, Canada e Israele, suonando da solista, con orchestra ed in formazioni da camera, riscuotendo ovunque entusiastici consensi di pubblico e di critica. È stato invitato a svolgere attività didattica presso la prestigiosa Accademia di Musica di Novi Sad (Jugoslavia), ed ha tenuto una conferenza sulla tecnica pianistica all’Accademia di Musica di Belgrado. Ha fatto parte della giuria del Concorso Pianistico Internazionale “S. Rachmaninoff” di Morcone. 35 Associazione di Polifonia Vocale Orazio Vecchi www.corooraziovecchi.it [email protected]