Associazione di Polifonia Vocale
Orazio Vecchi
Infiammati Cori
Risorgimento e Melodramma
Carmela Maffongelli soprano
Raffaella Baioni mezzosoprano
Andrea Fermi tenore
Chang Sik Shin baritono
Manlio Pinto pianoforte
Coro Orazio Vecchi
Alessandro Anniballi direttore
sabato 16 aprile 2011 ore 21
Tempio Romanico di S. Francesco
Capranica
INDICE
programma 4
prefazione7
risorgimento italiano e melodramma 8
note storiche
12
testi musicali e letterari
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PROGRAMMA
Vincenzo Bellini, da I Puritani (1835)
Quando la tromba squilla - O di Cromwell guerrieri - A festa!
Vincenzo Bellini, da Norma (1831)
Norma viene
Guerra, Guerra!
Matilde Serao
Nascita di Callubarde
Per il centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi
Il Giorno, Napoli, 4 luglio 1907
Francesco Dall’Ongaro
Chi dice che Mazzini è in Alemagna (da Stornelli, 1848-49)
La carabina (4 aprile 1862)
Gioacchino Rossini, dal Guglielmo Tell (1829)
Gloria e onore al giovinetto
Del raggiante lago in seno
Vittoria, vittoria! - Tutto cangia, il sol s’abbella
La storia dell’indomito Domenico Cariolato
Cesare Pascarella
Sonetti CLXXVII e CLXXXI
Giuseppe Gioacchino Belli
L’arberone (1834)
4
Giuseppe Verdi, da Nabucco (1842)
Gli arredi festivi
Va, pensiero
Giuseppe Verdi, da I Lombardi alla prima crociata (1843)
Gerusalem!
Rievocazione dei fatti di via della Lungaretta del 25 ottobre 1867
Morte di Giuditta Tavani Arquati
Giuseppe Verdi, da I Lombardi alla prima crociata (1843)
O Signore dal tetto natio
Giuseppe Verdi, da Ernani (1844)
Si ridesti il leon di Castiglia
Giuseppe Verdi, da Attila (1846)
Liberamente or piangi
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Se vogliamo che tutto rimanga come è... (dal Gattopardo, 1958)
Testamento politico di Carlo Pisacane
Genova, 24 giugno 1857
Giuseppe Verdi, da Macbeth (1847- rev. 1863)
Patria oppressa
Giuseppe Verdi, da I vespri siciliani (1855)
Si celebri alfine
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Prefazione
di Alessandro Anniballi
Χορος, choros. Con questa parola i greci intendevano il gruppo di eletti
cantori che danzavano e camminavano insieme sotto la guida benevola di
Apollo.
L’origine divina del Coro ci illumina sulla vitalità di questo organismo
musicale plurale, che fisicamente scolpisce la materia vocale in una creazione
artistica sublime, spesso acquistando una valenza fortemente metaforica e - in
quanto tale - altamente educativa.
Come in ogni atto veramente artistico il rapporto duale che si instaura nel
momento in cui il gruppo intona il canto, tra coloro che cantano e coloro che
ascoltano, è una sorta di relazione amorosa, a sua volta veicolo di riflessione
e d’impegno. Questo insieme vocale, dal forte carattere dionisiaco, dona
paradossalmente all’uomo una nuova consapevolezza e un coraggioso ardore.
Cantando insieme ed ascoltando insieme ci si libera effettivamente delle
proprie individualità fondendosi in un aere dove si riescono ad avvicinare i più
alti ideali di civiltà.
La nostra civiltà mediterranea, nata nell’accecante bellezza del sole e delle
arti di Apollo e Dioniso, ha espresso proprio nella coralità tutta la forza di una
risoluzione collettiva alla tragica solitudine esistenziale nella quale vive l’uomo.
Il coro, nella tragedia greca come nell’opera lirica dell’Ottocento italiano, viene
riconosciuto protagonista, soggetto capace di azione, artefice della vicenda
umana. Ed è nella forza della musica-poesia e nel suo potere mimetico che lo
stesso pubblico viene coinvolto in una partecipazione totale e dinamica quindi
rivoluzionaria.
Dunque, eccoci qui a cantare gli ideali rivoluzionari - oggi fortemente sentiti,
proprio perché nuovamente insidiati - del nostro Risorgimento. Ideali che
hanno infiammato i nostri giovani patrioti e che ancora oggi sono significativi
e autentici, perfettamente leggibili nei brani scelti per il nostro concerto, in
quanto assoluti ed universali contro la tirannia e l’oppressione.
Sono gli ideali che infiammano oggi anche il nostro coro. Ne siamo felici,
sperando di rendere felici anche voi.
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Risorgimento italiano e melodramma
di Giampiero Pastorello
Sul rapporto tra Risorgimento italiano e melodramma molto s’è detto da gran tempo
a questa parte. Si oscilla tra due concezioni opposte, entrambe, in qualche misura,
sbagliate. Da un lato ci sono coloro che vedono nel melodramma, e in particolar modo
nell’opera verdiana, un media che è servito per veicolare messaggi coscientemente
patriottici e risorgimentali al popolo italiano desideroso di indipendenza; dall’altro
coloro che invece tendono a evidenziare addirittura l’estraneità tra il mondo musicale
e quello politico.
Per capire meglio le cose, bisogna guardare al fenomeno operistico ottocentesco
nella giusta prospettiva, cioè quella di una forma di espressione artistica di massa
che, per la sua grande diffusione in tutta la penisola, ha rappresentato di per sé uno
stimolo per l’unificazione nazionale, almeno quanto l’avere una lingua e una tradizione
letteraria comune fin dal Trecento ha contribuito al sorgere dell’idea di nazione. Già
Gramsci notava che “in Italia la musica ha in una certa misura sostituito, nella cultura
popolare, quella espressione artistica che in altri paesi è data dal romanzo popolare e i
genii musicali hanno avuto quella popolarità che invece è mancata ai letterati.”
Mazzini, che ben aveva compreso l’importanza dell’opera in Italia, nel saggio
Filosofia della musica (1836) indica la necessità, per così dire “politica”, di una nuova
musica, non più aulica e aristocratica, ma romantica e popolare che sapesse unificare,
in una sublime armonia, i sentimenti individuali con quelli collettivi della nazione.
Proprio per l’estrema diffusione e popolarità dell’opera, era inevitabile che la
società dell’epoca, in particolari occasioni, trasferisse i conflitti sociali all’interno dei
teatri. Sarebbe stato ben strano che in momenti di caos e ardore rivoluzionario, in
particolare negli anni 1848-49 e 1859-61, il popolo ascoltasse scene di guerra e drammi
collettivi - argomenti non certo rari nella tradizione operistica - senza attualizzarne
il significato e il valore simbolico. E i cori, in particolare, proprio per la capacità che
hanno di trasporre l’individuale nel collettivo e di rappresentare sentimenti condivisi,
diventano lo spazio simbolico dove prendono forma le passioni collettive di un popolo.
A questo proposito è indicativo quello che successe alla Scala il 10 gennaio 1859
durante una rappresentazione di Norma (la prima era avvenuta nello stesso teatro
quasi trent’anni prima). Non appena i Druidi attaccarono il coro “Guerra, guerra!”,
scoppiarono tra il pubblico urla e applausi così vivi che il folto numero di militari
presenti in sala, ben comprendendone il significato extramusicale, si alzò in piedi e,
girate le spalle al palco e il pubblico, cominciò a sua volta a battere le mani e a urlare
furiosamente. Nelle repliche successive fu proibita l’esecuzione del coro.
Analoghe interpretazioni rivoluzionarie furono date ad alcuni cori dei Puritani e
del Guglielmo Tell, opere rispettivamente del 1835 e del 1828. L’intenzionalità del
messaggio da parte del musicista è, in questi casi, ovviamente assente.
Naturalmente anche le opere di Verdi subirono tale interpretazione patriottica a
posteriori, ma in questo caso è innegabile che la relazione tra la musica e gli avvenimenti
storici ha radici più profonde. I primi, accesi entusiasmi patriottici di Verdi, sostenitore
delle idee mazziniane, risalgono agli anni dei suoi primi successi. Al momento della
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composizione del Nabucco, nel 1842, Verdi, giovane compositore quasi sconosciuto,
non aveva certo grandi idee rivoluzionarie se premetteva all’opera la seguente dedica:
“Posto in musica e umilmente dedicato a S.A.I. la serenissima Arciduchessa Adelaide
d’Austria, il 31 marzo 1842, da Giuseppe Verdi. L’opera ebbe un successo senza
precedenti, e ben presto Verdi diventerà il compositore italiano, anzi l’italiano più
famoso d’Europa (l’opera fu addirittura tradotta in tedesco e rappresentata due anni
dopo a Stoccarda). Fu l’improvvisa notorietà che fece percepire a Verdi la responsabilità
del ruolo che gli veniva affidato, di rappresentante della cultura italiana nel mondo. La
cultura umanistica di Verdi, che si era formato alla biblioteca dei Gesuiti di Busseto
sui testi di Dante e Petrarca, contribuirono a far nascere in lui la necessità e l’urgenza
dell’unificazione nazionale.
Nel 1848, durante le Cinque Giornate di Milano, Verdi scriveva al suo librettista
F. M. Piave: «Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è
veramente grande! L’ora è suonata della sua liberazione. È il popolo che la vuole: e
quando il popolo vuole non avvi potere assoluto che la possa resistere. [...] Non c’è,
né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli italiani del 1848. La musica
del cannone!...». Con la collaborazione di Mazzini, che Verdi aveva incontrato per la
prima volta a Londra nel 1847, scrisse addirittura un inno su testo di Mameli, Suona la
tromba, che però non ebbe alcuna fortuna.
Ma torniamo al 1842 e al Nabucco. Il celeberrimo coro Va pensiero è modellato
sul testo del Salmo Super Flumina Babylonis, lo stesso che farà cantare a Quasimodo
Alle fronde dei salici. Non è certo un coro battagliero, è piuttosto un lamento per la
patria perduta, nel quale è totalmente assente la dimensione della lotta. L’elemento
melodico è dominante, sottolineato dall’unisono delle voci; tutto va in secondo piano
rispetto al canto, tanto che Rossini definirà il coro «una grande aria cantata da soprani,
contralti, tenori, bassi». L’unisono d’altronde è l’elemento più caratteristico anche degli
altri cori “patriottici” di Verdi, a cominciare dalla preghiera de I Lombardi alla prima
crociata (1843), O Signore dal tetto natìo.
In quest’opera i pellegrini-crociati al seguito di Pierre L’Hermite, nella lunga marcia
nel deserto, innalzano una preghiera al Signore in cui prevale, anche qui, la nostalgia
per la patria lontana. In entrambi questi cori, che in seguito diventeranno simbolo
della lotta risorgimentale, non è evidente alcuna cosciente volontà, da parte del
compositore, di alludere agli eventi contemporanei.
Nel 1844 la fama di Verdi si consolida con Ernani. Nell’opera si assiste ad una
congiura ordita per realizzare l’unità della Spagna, durante la quale i congiurati,
dopo aver fatto un solenne giuramento, cantano il coro Si ridesti il leon di Castiglia.
Questo coro, cosciente o meno che sia il riferimento alla politica contemporanea, è
esplicitamente guerresco e rivoluzionario, e non potè che destare entusiasmi in chi
credeva nel Risorgimento italiano.
Siamo tutti una sola famiglia,
pugnerem colle braccia, co’ petti;
schiavi inulti più a lungo e negletti
non sarem finché vita abbia il cor.
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Morte colga o n’arrida vittoria,
pugnerem, ed il sangue de’ spenti
nuovo ardir ai figliuoli viventi,
forze nuove al pugnare darà. Sorga alfine radiante di gloria,
sorga un giomo a brillare su noi... sarà Iberia feconda d’eroi,
dal servaggio redenta sarà.
L’andamento tipico del decasillabo, fino ad allora costretto nel tono elegiaco del Va
pensiero e nella preghiera dei Lombardi, può finalmente dispiegarsi nella sua marziale
solennità ottenuta con un corposo unisono di tutto il coro maschile. Ha tutte le carte in
regola per diventare un canto di battaglia, e lo diverrà.
L’unisono è quindi, insieme al decasillabo, la caratteristica comune di questi cori,
condivisa anche con il quarto degli esempi più tipici del Verdi patriottico, il coro Patria
oppressa dal Macbeth.
Composto nel 1847, Macbeth rappresenta il primo incontro di Verdi con il teatro
di Shakespeare. Anche in quest’opera abbiamo un popolo in fuga, gli scozzesi, che
lamentano la perdita della patria e ne denunciano l’oppressione da parte di un potere
cieco. Il coro Patria oppressa è forse quello nel quale è più evidente l’intento politico
del compositore. Il brano originale era all’unisono, ma Verdi, nella revisione dell’opera
che fece nel 1863, riscrisse ex novo testo e musica, abbandonando l’unisono per
un’armonia più complessa ed elaborata. L’unificazione italiana è ormai cosa fatta,
mutata la situazione politica sono mutate le intenzioni espressive del compositore. Il
brano presentato in concerto è quello del 1863.
Nel 1848 Verdi compone quella che forse è la sua unica opera veramente
risorgimentale, La battaglia di Legnano. Il soggetto, inspirato all’eroica resistenza dei
comuni lombardi contro lo straniero Federico Barbarossa, nasce infatti dall’entusiasmo
dell’amico Salvadore Cammarana, librettista e regista del Teatro San Carlo di Napoli,
per la concessione da parte di Ferdinando II della Costituzione del Regno delle Due
Sicilia. Verdi compose l’opera ma la prima napoletana saltò, l’instabilità politica non
ne permise la messa in scena. L’opera vedrà la luce invece al Teatro Argentina di Roma
il 27 gennaio 1849, appena due settimane prima della solenne proclamazione della
Repubblica Romana. Il successo fu enorme, fu bissato l’intero ultimo atto e l’opera fu
accolta come un augurale battesimo della nuova repubblica.
La rapida fine del periodo rivoluzionario coincise con il mutare dell’interesse
di Verdi verso soggetti più privati e intimi, è l’epoca di capolavori come Luisa Miller,
Traviata, Rigoletto, Il trovatore, Un ballo in maschera, La forza del destino.
Verdi intanto abbandonava gli entusiasmi mazziniani avvicinandosi a Cavour, con
il quale ebbe un incontro nel 1859 e che lo convincerà, suo malgrado, a candidarsi
alle elezioni del 1861 per il primo Parlamento del Regno d’Italia. Verdi era restio a
entrare attivamente in politica, non si sentiva adatto, ma l’insistenza di Cavour fu
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incalzante. Scriveva Verdi ad Angelo Mariani il 16 gennaio 1861: Non ti sorprendere
se mi vedi a Torino! Sai perché sono qui? Per non essere deputato. Altri brigano per
essere, io faccio il possibile per non esserlo. Ma zitto su questo. Ho visto stamattina
alle 7 Cavour; ed adesso parte da me Sir Hudson che voleva andassi a pranzo da
Lui, ma andrò a prendervi il caffè». Era chiaro che Verdi rappresentava per la causa
liberale moderata un testimonial fenomenale: statura intellettuale internazionale,
immediato legame con sentimenti popolari applicabili al nuovo nazionalismo unitario,
facile presa sull’immaginario del pubblico vasto e interclassista del melodramma. Alla
fine dovette accettare e fu eletto, ma l’esperienza, come traspare nelle lettere al suo
amico, avvocato e collega deputato Giuseppe Piroli, non lo entusiasmò affatto. Verdi
si ritirerà dalla politica nel 1865, deluso e pessimista riguardo alla costruzione della
nuova nazione1. La testimonianza più straordinaria del profondo pessimismo verdiano
degli ultimi anni è senza dubbio il Simon Boccanegra, opera composta originariamente
nel 1857 ma completamente rivista da Verdi e Arrigo Boito nel 1881. Alla fine del primo
atto si assiste a una delle più alte pagine del Verdi politico, il discorso del vecchio Doge
al Consiglio che ha appena rifiutato la proposta di pace con Venezia. Colmo di oscuro
pessimismo circa la natura umana e la possibilità di una vera solidarietà tra i popoli,
impreziosito da una musica di grande spessore orchestrale e drammatico, questo
brano è forse l’ultimo cupo messaggio politico del nostro “vate del Risorgimento”.
Plebe! Patrizi! – Popolo
Dalla feroce storia!
Erede sol dell’odio
Dei Spinola e dei D’Oria,
Piango su voi, sul placido
Raggio del vostro clivo
Là dove invan germoglia
Il ramo dell’ulivo.
Mentre v’invita estatico
Il regno ampio dei mari,
Voi nei fraterni lari
Vi lacerate il cuor.
Piango sulla mendace
Festa dei vostri fior,
E vo gridando: pace!
E vo gridando: amor!
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Verdi manterrà a lungo la corrispondenza con Piroli, ecco due significativi estratti dalle lettere degli ultimi
anni.
Le nostre disgrazie non sono così forti come nel Mantovano e Ferrarese, ma in ogni modo i raccolti
tutti sono quasi perduti. [...] Quest’inverno sarà carestia e morte di fame. So bene che arriveranno i grani
dall’estero, e le solite velenose che il Governo lascia facilmente entrare. Ma come comprare questi generi? Ed
intanto il Governo pensa ad aumentare le imposte, a far Strade Ferrate non di prima necessità col pretesto di
dar lavoro alla gente? È veramente uno scherno. Ma per Dio se avete milioni, spendeteli a fare tutti i lavori
ai fiumi prima che ci allaghino tutti! Poveri noi, in che mani siamo!... O ambiziosi, o ignoranti. A me poco
importa dei bianchi, dei rossi, dei destri, dei sinistri, ma vorrei degli uomini capaci e pratici. Del resto se ne
accorgeranno loro stessi più tardi, perché le imposte non si potranno pagare. [1879]
Siamo ridotti al punto che si ha quasi vergogna di essere Italiani, ed io ho vergogna particolarmente
d’andare in questo momento a Parigi, come le cose vorrebbero. [1881]
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Introduzione storica e letteraria
di Michele Arcangelo Firinu e Remo Marcone
Il 150° anniversario che stiamo festeggiando (ma non tutti), non comprendeva
ancora, nell’Italia unita, Venezia e il Veneto - acquisiti con la 3a guerra d’Indipendenza
- e Roma – annessa nel 1870. La prima guerra mondiale del 1915-18, portò con la
pace del ‘19 all’annessione di Trento, del Trentino, di Trieste e della Venezia Giulia
(l’annessione formale di Trieste e della Venezia Giulia avvenne tra la fine del 1920 e il
gennaio 1921).
Pochi mesi dopo Teano, il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, di
Cipro e Gerusalemme, ecc. ecc. ecc., firmò con Cavour l’articolo unico della legge n.
4671 che proclamava il Regno d’Italia. La legge, approvata dal nuovo Senato e dalla
Camera dei Deputati inaugurati il 18 febbraio 1861 con i rappresentanti di tutti i
territori annessi al regno di Sardegna, recitava semplicemente: «Il Re Vittorio Emanuele
II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia». Il sovrano aveva sorvegliato
la discussione parlamentare per far respingere le posizioni più democratiche e aveva
rifiutato il titolo di Re degli italiani con l’ordinale iniziale Vittorio Emanuele I. Il regno
d’Italia non adottò una nuova costituzione, ma solo il nuovo nome dello Stato sardo.
L’armistizio di Villafranca, chiudendo l’11 luglio 1859 la seconda guerra
d’Indipendenza, aveva concesso al regno di Sardegna, in cambio di Nizza e Savoia,
la Lombardia austriaca e l’annessione di fatto – poi sancita dai plebisciti popolari del
21-22 ottobre 1860 – dei ducati di Parma e di Modena, del Granducato di Toscana e
delle Romagne pontificie. L’impresa garibaldina dei Mille, condotta dal 6 maggio al 26
ottobre 1860 (Teano), aveva consegnato al Re di Sardegna il regno delle Due Sicilie e
fruttato, indirettamente, l’adesione dei territori papali delle Marche e dell’Umbria.
Engels commentò la spedizione di Garibaldi con queste parole: «Si tratta di una
delle più stupefacenti imprese militari del nostro secolo». Accogliamo tale giudizio
storico, con buona pace dei revisionisti neoguelfi e neoborbonici che sottolineano, oltre
all’anti-papismo, l’adesione massonica di Garibaldi e gli aiuti finanziari che permisero
al generale di armare l’impresa. Ma la massoneria di allora non era certo la P2! E
Garibaldi non era certo un agente al soldo di alcun potente, né straniero né italiano.
Il condottiero non si arricchì. A questo proposito Aldo Cazzullo scrive: «Chissà cosa
direbbe dell’Italia di oggi Garibaldi, che conquistò un regno ma con sé a Caprera non
portò i quadri di Caravaggio e l’oro dei Borboni, bensì un sacco di fave e uno scatolone
di merluzzo secco».
Il Risorgimento fu un processo complesso e contradditorio, che vide in campo molte
componenti. Sul piano politico, militare e istituzionale, se Giuseppe Garibaldi fu l’eroe
e il genio militare del Risorgimento, Giuseppe Mazzini ne fu l’infaticabile educatore e
promotore, mentre Cavour ne fu la geniale mente politica e diplomatica, il tessitore
delle alleanze internazionali e il capo palese e occulto che tirò le fila e ricondusse a unità
le varie componenti della lotta. I repubblicani accettarono la soluzione monarchica
sabauda. Il filone mazziniano fu più seguito di quello giobertiano. Il pensiero socialista
utopistico e libertario di Pisacane naufragò congiuntamente alla sua rovinosa quanto
generosa spedizione di Sapri (2 luglio 1857). I capi delle varie correnti risorgimentali -
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Garibaldi in testa - anteposero alle proprie ideologie e alle proprie posizioni politiche,
un condiviso, quanto viscerale e consapevole bisogno di patria e di unità e, insieme a
ciò, la ferrea volontà di riscatto dalla dominazione straniera. Con realismo politico si
subordinarono al Re di Sardegna.
Il Risorgimento unificò in un’unica patria i sette stati che costituivano la mappatura
dell’Italia preunitaria. In buona sostanza si costruì, come sottolinea lo storico del
Risorgimento Alberto Mario Banti, «uno Stato di tipo nuovo, uno Stato-nazione; ovvero
uno Stato fondato sul principio secondo il quale la sovranità appartiene non a un
singolo (il re), o a gruppi ristretti (i nobili), ma all’intera popolazione di un territorio, una
collettività che dalla fine del Settecento viene identificata prevalentemente col termine
di “nazione”». (Alberto Mario Banti, Nel nome dell’Italia, Laterza, 2010, p. VI)
Sotto la direzione di Casa Savoia e con l’attivismo dei gruppi intellettuali, andò
al potere il blocco sociale costituito da nobiltà, gruppi agrari e la giovane e debole
borghesia del nord. Antonio Gramsci, nell’analizzare il Risorgimento parla di rivoluzione
mancata e traccia un giudizio molto severo sui ceti colti: «Un’altra trivialità molto
diffusa [...] è quella di ripetere in vari modi e forme che il moto nazionale si poté operare
per merito delle classi colte. Dove sia il merito è difficile capire. Merito di una classe
colta, perché sua funzione storica, è quello di dirigere le masse popolari e svilupparne
gli elementi progressivi; se la classe colta non è stata capace di adempiere alla sua
funzione, non deve parlarsi di merito, ma di demerito, cioè di immaturità e debolezza
intima».
Indubbiamente i ceti popolari e le masse contadine e agro-pastorali non trassero
beneficio dall’unificazione, al contrario videro confermata la loro subalternità e
s’impoverirono. Tassazioni, privatizzazioni di terre comuni e coscrizione obbligatoria
costituirono nel meridione le premesse del brigantaggio. Lo stato sabaudo affrontò il
brigantaggio e la questione meridionale postunitaria solo militarmente. Il giudizio di
Gramsci si fa sferzante: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo
a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i
contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
Gramsci non era antirisorgimentale, tutt’altro. Analizzava lucidamente i processi
storici che avevano preceduto i suoi tempi per fornire strumenti intellettuali e progettuali
dal punto di vista politico-sociale alle classi popolari che voleva rappresentare. Le sue
valutazioni richiamano alla memoria i moniti di Pisacane: «la dominazione della casa
Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa» e «il
regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia
di Ferdinando II». Ma Pisacane sacrificò la sua vita per liberare il Sud dalla tirannia dei
Borbone.
Patetici appaiono oggi coloro che ripropongono, nel sud, posizioni antirisorgimentali
neoborboniche e neoguelfe. Basterà ricordare che il Gladstone definiva il regime
borbonico «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Dei neoguelfi non ci curiamo:
vadano a rileggersi i discorsi di Pio IX. Riflettano anche sul fatto che il conflitto con la
Santa Sede e con il pensiero politico di stampo cattolico-conservatrice ci fu non solo
da parte dello Stato sabaudo, ma di tutti i principali Stati europei (Germania, Impero
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austro-ungarico, Francia) che lavoravano alla laicizzazione degli stati. Oppure meditino
sul seguente ritratto di Lucio Villari della Roma, ancora papalina nel 1861: «Era un
paese, Roma, nel 1861: Roma? Un paese, circa duecentomila persone. Soprattutto,
bisogna immaginare un posto anche sonnolento. Con un controllo strettissimo da
parte delle autorità ecclesiastiche. Non si viveva in piena libertà. Poi, certo: di nascosto
si poteva fare tutto. Per fare un esempio: quasi tutti i clienti delle prostitute erano
sacerdoti. Ma anche perché la presenza della Chiesa era massiccia: duecento conventi,
trecentocinquanta chiese, duecentocinquanta oratori, ottomila preti. Si viveva in un
paesone addormentato, senza futuro. […] E la Chiesa? «Considerava l’unità d’Italia come
una minaccia. Vittorio Emanuele II provò a scrivere al Papa per proporre alla Chiesa di
partecipare al Risorgimento, di contribuire a fare di Roma la capitale. La risposta fu, più
o meno questa: è un’idea non degna...» (Corrriere della sera, 17 marzo 2011, intervista
di Alessandro Capponi a Lucio Villari, professore di Storia contemporanea a Roma Tre,
autore di Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento, Laterza).
Nel Nord vediamo allargarsi il consenso intorno a posizioni di volta in volta
larvatamente o apertamente antiunitarie e secessionistiche; immemori delle grandi
passioni risorgimentaliste che animarono i Milanesi, i Piemontesi e i Veneti durante
le Cinque giornate di Milano (1848), la Prima guerra d’indipendenza e la Repubblica
di San Marco (17 marzo 1848 – 27 agosto 1849); immemori anche del sangue versato
da molti patrioti del Nord al di fuori della Padania, per esempio dai fratelli Giovanni
e Enrico Cairoli a Villa Glori nel 1867; ancora prima, nel 1849, da Goffredo Mameli e
Luciano Manara, caduti in difesa della Repubblica Romana. Il patriottismo di questi
giovani non era certo finalizzato a piemontesizzare l’Italia. I fratelli Cairoli sognavano
una Roma capitale dello stato laico dell’Italia unita. Mameli e Manara caddero mentre
difendevano l’esperienza costituzionale, democratica e sociale più progressista di tutto
l’arco delle lotte risorgimentali.
Il Regno d’Italia non elaborò una nuova costituzione, allargò all’Italia lo Statuto
albertino. Per avere una costituzione qualitativamente e democraticamente a livello di
quella della Repubblica Romana gli Italiani dovettero attendere la fine della monarchia
sabauda e il 1948. Se scorriamo lo Statuto albertino, vigente anche nel Regno
d’Italia, troviamo i seguenti fondamenti: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico
rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica. Il potere legislativo sarà
collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato, e quella dei Deputati. La
persona del Re è sacra e inviolabile». Ricordiamolo: per le Camere votava meno del 2%
della popolazione del Regno; le donne non ebbero diritto di voto fino al 1946, quando
votarono per la prima volta nelle elezioni amministrative tra marzo e aprile e poi nel
Referendum Istituzionale tra Monarchia o Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea
costituente della Repubblica Italiana.
Che l’Italia unita fu il risultato di una vera e propria piemontesizzazione ce lo
dicono gli storici. Ma leggiamolo da un protagonista dell’epoca, il deputato di Casoria,
Francesco Proto Carafa, Duca di Maddaloni:
«Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il
commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino
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le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi
ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami
un piemontese a sbrigarla. A’mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose:
burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli
antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi
i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a
camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non
annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte
vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel
Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala» (Interpellanza al Parlamento Italiano
del deputato di Casoria, Francesco Proto Carafa, Duca di Maddaloni - Atto 234, 20
novembre 1861).
Nell’Italia post-risorgimentale si «attraversa anche una furibonda fase di guerra
civile, concentrata nel Mezzogiorno continentale, quella del “brigantaggio”» (Alberto
Mario Banti, Nel nome d’Italia, cit.). Leggiamo cosa scriveva in proposito il conte
piemontese Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano del Corpo di Stato Maggiore
Generale e operante nel meridione perlopiù nel periodo del brigantaggio.
«Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve
economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva
esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione,
vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto; i ricchi non sentono
pietà; gli agiati serrano gli uncini della loro borsa; i restanti indifferenti e impotenti.
Niuno può o vuol l’altro aiutare, sconforto dappertutto. La pubblica istruzione era
sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di
ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica. Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui
tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione
borbonica.» (Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano, 1864.)
Tuttavia il professor Alberto Mario Banti rileva che asprissimi scontri civili si
registrarono in molti Stati nazionali, all’epoca della loro formazione, Gli Stati uniti
d’America combatterono una cruentissima Guerra civile proprio negli anni del
brigantaggio italiano. La Francia attraversò conflitti civili nella Vandea e per un lungo
periodo, dalla rivoluzione alla Comune. La Gran Bretagna conobbe un secolo di massacri,
quando si costituì in nazione, nel XVII secolo. La Germania si costruì attraverso tre
guerre e conflitti contro i cattolici e poi contro i socialisti.
L’Unità d’Italia, dice Pino Aprile (Terroni, Piemme, 2010), noi del Sud ce la siamo
pagata a caro prezzo e ce la teniamo. Intanto dovremmo acquistare slancio verso
obbiettivi più alti che ci stanno davanti, per esempio verso la costruzione di una patria
europea, un’Europa dei popoli, beninteso, non dell’alta finanza giocherellona nelle
Borse, ma vorremmo non smettere di ricanticchiare una bella, trascinante canzone del
1904, di autore sconosciuto:
Nostra patria è il mondo intero,
nostra legge è la libertà ed un pensiero
ribelle in cor ci sta
15
Il Risorgimento vede spargimenti di sangue e anche grandi spargimenti d’inchiostri
di un esercito di poeti e scrittori. La Letteratura contribuisce generosamente alla
formazione degli ideali collettivi e dell’idea di Nazione. Temi prevalenti, quelli di
incitamento al riscatto della patria, alla cacciata dello straniero occupatore del patrio
suol, di chiamata alle armi, alle insurrezioni, fino al sacrificio della vita, inni alla bandiera
tricolore, inni alle carabine.
I toni sono bellicosi e aspri, fino alla ferocia, nelle poesie come nei libretti delle
Opere di Bellini, Rossini e Verdi; non di rado si incita alla guerra, alla vendetta, al
disprezzo del nemico, allo sterminio. I metri, senari, settenari, ottonari, decasillabi, da
passo cadenzato, militare. I componimenti, prevalentemente inni, ma anche stornelli,
sonetti, canzoni.
La retorica patriottica, dalla quale nella nostra giovinezza - quarant’anni fa, ma allora
come oggi insazia di pace - prendevamo le distanze chiamandola sprezzantemente
patriottarda, largheggiava nell’inneggiare alla morte. Questo ci dava brividi di repulsa,
e non riuscivamo a leggere in Latino versi come «Dulce et decorum est pro patria mori»
(È dolce e bello morire per la patria. Orazio, Odi, III, 2), né in Italiano:
Aspra del militar
benché la vita,
al lampo dell’acciar
gioja l’invita.
Chi per la patria muor
vissuto è assai;
la fronda dell’allor
non muore mai.
Piuttosto che languir
per lunghi affanni,
è meglio di morir
sul fior degli anni.
Chi muore e dar non sa
di gloria un segno
alle future età,
di fama è indegno.
I versi sono del poeta Paolo Pola, dal libretto dell’opera Caritea regina di Spagna, di
Saverio Mercadante, che andò in scena per la prima volta il 21 febbraio 1826 a Venezia
al Teatro La Fenice, in piena Restaurazione.
Ora, colmando qualche buco della nostra ignoranza, sappiamo anche che i fratelli
Attilio ed Emilio Bandiera, il 25 luglio 1844, mentre venivano condotti alla fucilazione
nel Vallone di Rovito nei pressi di Cosenza, cantavano quel coro e credevano in quelle
parole. La distanza culturale tra noi contemporanei, e i nostri padri della patria, rimane
notevole, ma ci corre l’obbligo, ricordandoli, di toglierci il cappello.
16
testi
Vincenzo Bellini: Quando la tromba squilla, da I PuritanI (1835)
Atto I - Quadro I. Libretto di Carlo Pepoli
CORO DI SOLDATI
Quando la tromba squilla
ratto il guerrier si desta:
l’arme tremende appresta,
alla vittoria va!
Pari del ferro al lampo,
se l’ira in cor sfavilla,
degli Stuardi il campo
in cenere cadrà.
Odesi un suono di campana, poi un preludio di armonia religiosa.
BRUNO
O di Cromwell guerrieri
Pieghiam la mente e il cor
A’ mattutini cantici
Sacri al divin Fattor.
I soldati s’inginocchiano.
ELVIRA, ARTURO, RICCARO, GIORGIO
(di dentro il castello)
La luna, il sol, le stelle,
Le tenebre, il fulgor,
Dan gloria al Creator
In lor favelle.
La terra e i firmamenti
Esaltano il Signor.
A lui dien laudi e onore,
Onor al Creator,
Tutte le genti,
Iden gloria al Creator.
BRUNO
Udisti?
CORO Dl SOLDATI
Udii.
18
BRUNO, CORO
Finì.
Al re che fece il di
l’inno de’ puri cor
salì su’ venti.
CORO Dl CASTELLANE (Di dentro)
A festa!
(Tutti sortono)
TUTTI
A festa! A festa!
A tutti rida il cor:
Cantate un santo amor,
A festa!
Garzon che mira Elvira,
sì bella verginella,
l’appella la sua stella,
regina dell’amor.
Ah! é il riso e il caro viso
beltà di paradiso;
è rosa sul suo stel,
è un angelo del ciel.
A festa! A festa! A festa!
A tutti rida il cor
se a nozze invita amor.
Cantiam un santo amor.
19
Vincenzo Bellini: Norma viene, da Norma (1831)
Atto I - Scena III. Libretto di Felice Romani
Norma viene: le cinge la chioma
La verbena ai misteri sacrata;
In sua man come luna falcata
L’aurea falce diffonde splendor.
Ella viene, e la stella di Roma
Sbigottita si copre d’un velo;
Irminsul corre i campi del cielo
Qual cometa foriera d’orror.
Vincenzo Bellini: Guerra, Guerra, da Norma
Atto II - Scena VII
Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producon guerrier:
Qual sul gregge fameliche belve,
Sui Romani van essi a cader!
Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son!
Sovra il flutti dei Ligeri impuri
Ei gorgoglia con funebre suon!
Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s’affretta.
Come biade da falci mietute
Son di Roma le schiere cadute!
Tronchi i vanni*, recisi gli artigli. Abbattuta ecco l’aquila al suol!
A mirare il trionfo de’ figli
Ecco il Dio sovra un raggio di sol!
20
*ali, penne
Matilde Serao – Nascita di Callubarde
Centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi – Il Giorno, Napoli, 4 luglio 1907.
Garibaldi. La donna aristocratica poteva adorarlo, nella completa coscienza del suo
valore, poteva dargli l’omaggio della sua delicata e profonda venerazione; ma fra le
donne popolane questa forma di venerazione diventava un culto religioso, come quella
che si può dare al Dio Ignoto che si rivela. Poteva la prima dama d’Inghilterra, la duchessa
di Sutherland, ritenere sacro il giardino dove aveva accolto Garibaldi e piantarvi un
pino a memoria, circondandolo d’iscrizioni commemorative; ma le donne di Catanzaro
dicevano che egli era invulnerabile, perché era stato vaccinato con l’ostia consacrata.
Poteva la principessa Doria d’Angri, madre infelice, sopportare coraggiosamente
la notizia che suo figlio, il nobile e puro volontario, era morto e chiudersi nella sua
rassegnazione; ma le madri del Pendino non sospiravano neppure, quando, chieste loro
notizie del figlio, rispondevano: “è ghiuto appresso a Callubarde”, quasi vi fosse una
fatalità di fascino. Potevano le signore di Lecce, la patriottica città, partire per seguire
le sue ambulanze, lasciando cose e ricchezze, ma in Sicilia gli portavano a benedire i
bambini, come al Cristo. E alle donne, coi suoi capelli gettati indietro, colla fronte alta e
bianca, con gli azzurri occhi corruscanti di luce, con la barba bionda, vestito di rosso, col
fantastico mantello bigio, sembrava proprio il Nazareno vestito di porpora che cammina
sulle acque in tempesta e le cheta. Le monache di Santa Chiara, le orgogliose monache
della grande nobiltà napoletana, senza paura di commettere sacrilegio, senza sentimento
di umiliazione, gli dicevano che in lui era il Cuore di Gesù, che esse adoravano. [...]
Quando egli scese in Terra di Lavoro, le contadine stavano alla finestra, a vedere
la fuga delle truppe borboniche, coi fazzoletti tricolori, di cotone stinto, al collo; e i
piccoli borghesi, i bambinetti, le mamme li vestivano da garibaldini. Quando egli entrò
in Napoli […] un ricordo ne ritorna, lontano lontano, della mia prima infanzia, ma
chiaro, ma profondo nella mia memoria. Sulla piazza dello Spirito Santo, al palazzo
d’Angri, la folla s’accalcava mareggiante di teste, accorrendo da Toledo, dal Mercatello,
da tutte le vie, gremiti i balconi, le botteghe, i tetti. Donne, uomini, vecchi e bambini.
Un urlo sovumano saluta il dittatore, che compare sulla loggia bello, luminoso. Silenzio
universale. Egli guarda la folla lungamente. Le madri alzano in braccio i bambini e li
protendono verso di lui; mia madre mi alza sulle braccia, qualche vecchio piange;
qualcuno s’inginocchia per terra e prega. Poi una voce discorde grida:− Morte ai preti!
Ma una voce sonora, penetrante, dolcissima, che si ode da tutte le parti, la sua voce,
risponde: − Morte a nessuno!
21
Francesco Dall’Ongaro: Chi dice che Mazzini è in Alemagna, da Stornelli (1848-49)
Chi dice che Mazzini è in Alemagna,
Chi dice che Mazzini è in Inghilterra.
Chi lo pone a Ginevra e chi in Ispagna,
Chi lo vuol sugli altari e chi sotterra.
Ditemi un po’, grulloni in cappamagna:
Quanti Mazzini c’è sopra la terra?
Se volete saper dov’è Mazzini
Domandatelo all’Alpi e agli Appennini
Mazzini è in ogni loco ove si trema
Che giunga a’ traditor l’ora suprema.
Mazzini è in ogni loco ove si spera
Versare il sangue per l’Italia intera.
Francesco Dall’Ongaro: La carabina, 4 aprile 1862
(parole riprese da Garibaldi alle donne di Parma, v. i giornali del 9 aprile del 1862)
Donne d’Italia, non giurate amore
A chi v’adula e non arreca il pegno.
Donne d’Italia, non lo date il core
A chi non è di conquistarlo degno.
Sentite, o donne, con gentil sospiro
Il bersagliero che s’addestra al tiro.
Mentre e’ s’addestra al dì della riscossa,
22
Cucite, o donne, una camicia rossa.
Sia quella il premio al tirator più degno,
Quando ogni volta coglierà nel segno.
Gioacchino Rossini: Gloria e onore al giovinetto, dal Guglielmo Tell (1829)
Atto I - Scena VIII. Libretto di Étienne de Jouy et Hippolyte-Louis-Florent Bis
Traduzione italiana di Calisto Bassi, 1831
CORO
Gloria e onore al giovinetto,
Ch’ebbe il premio del valor.
JEMMY
(correndo alla madre)
Madre mia!
EDWIGE
(abbracciandolo)
Qual sommo bene!
CORO
Di destrezza il premio ottiene;
Di suo padre ha in petto il cor. Si cinge il pro’ guerriero
Di ben temprato acciaio,
E indossa un rozzo saio
Il semplice pastor.
Ma dove onore il chiama
Perir da forte ei brama,
E il dardo suo penetra
Le ascose vie del cor.
Gioacchino Rossini: Del raggiante lago in seno, dal Guglielmo Tell
Atto II - Scena I
Del raggiante lago in seno
Cade il giorno.
Il suo placido sereno
Sparve intorno.
La campana del villaggio
Di partenza è a noi messaggio.
Già cade il dì.
23
Gioacchino Rossini: Vittoria, vittoria!, dal Guglielmo Tell
Atto IV - Scena X
TUTTI
Vittoria! Sì, vittoria!
Altdorf è in poter nostro.
ARNOLDO
Se spento il padre mio dal vil non era,
La gioia egli vedria d’Elvezia intera.
A poco a poco si dileguano le nubi e il cielo si rasserena.
GUGLIELMO
Tutto cangia, il ciel si abbella,
L’aria è pura.
EDWIGE
Il dì raggiante.
JEMMY
La natura è lieta anch’ella.
ARNOLDO
E allo sguardo incerto, errante,
Tutto dolce e nuovo appar.
24
TUTTI
Quel contento che in me sento
Non può l’anima spiegar.
La storia dell’indomito Domenico Cariolato
Si dimettono stavolta in 24 dall’esercito regio. Li guida l’indomito Domenico Cariolato,
il vicentino che da ragazzino a Roma ha tenuto testa al generale Oudinot. Stavolta
Coriolato manda a quel paese i generali italiani. Cariolato aveva 12 anni quando era
accorso a difendere Venezia, 13 quando era stato fatto prigioniero dai francesi a Roma,
ora ha l’età giusta per non sopportare i sabaudi. Del resto come può dimenticare il
suo faccia a faccia col generale francese pieno di medaglie, che vedendo l’adolescente
prigioniero si era messo a ridere? E’ lì, nel ’49 a Roma, che Cariolato ha mostrato tutta
la sua stoffa.
Oudinot rideva? E lui:
- Io vi faccio ridere, ma voi mi fate schifo.
Oudinot: - Voi siete un insolente.
E lui: - Rispettate, o generale, se volete essere rispettato!
Allora il francese aveva deciso di trattarlo da prigioniero. Ma l’interrogatorio non era
andato meglio.
Oudinot: - Come vi chiamate?
Cariolato - Domenico Cariolato.
Oudinot: - Siete romano?
Cariolato - No, di Vicenza
Oudinot: - E come vi trovate a Roma?
Cariolato - Per difendere la patria.
Oudinot: - E sono così, come voi, i difensori della repubblica?
Cariolato - No, sono più coraggiosi di me.
Oudinot: - Ma voi siete capace di tirare un colpo di fucile?
Cariolato - Domandatelo alle spalle dei vostri soldati.
Il battibecco era finito qui. Portato in una caserma Cariolato si era gettato giù a
capofitto da una finestra. Se l’era cavata con un po’ di contusioni. All’ospedale dei
Pellegrini il generale Avezzana gli aveva rilasciato una daga d’onore:
«Al vicentino dodicenne Domenico Cariolato, esempio di patrio valore, la Repubblica
Romana offre».
Il capitano Cariolato il 3 giugno del 1872 saluta e se ne va. Ha fatto prodigi a Bezzecca,
ma con questi generali sabaudi non ha nulla da spartire. Si porta dietro un belgruppo
di garibaldini stufi.
25
Cesare Pascarella, Sonetto CLXXVII
Razzi e bombe fioccaveno! Ma pure
Framezzo a le rovine e li sfaceli
De li palazzi, in mezzo a le paure
De quell’urtimi strazi più crudeli,
Nun se cedeva. E er Pincio e l’antre arture,
La Trinità de Monti... a l’Areceli
S’empiveno de donne e de crature
Che cantaveno l’inni de Mameli.
Li cantaveno tutti! E intanto quello
Che li scriveva, consunto dar male,
Co’ na gamba tajata, poverello!,
Dar giorno che fu fatta la sortita
Der tre giugno, languiva a l’ospedale
In un fonno de letto in fin de vita.
Cesare Pascarella, Sonetto CLXXXI
E come risentivi dì’: Fratelli D’Italia..., rivedevi tutti quanti
Co’ l’accétte,li sassi, li cortelli,
Corre’ a le Mura e ributtasse avanti:
Tutti li rivedevi!... Fino quelli
Chiusi ne l’ospedali, agonizzanti,
Li rivedevi pallidi, tremanti
Scegne’ da letto e uscì’ da li cancelli;
Rivedevi li morti insanguinati
Che riapriveno l’occhi, se riarzaveno
Da per terra dov’ereno cascati,
E senza sentì’ più li patimenti
De le ferite, se ristracinaveno
Su le Mura e moriveno contenti.
26
Giuseppe Gioacchino Belli: L’arberone (1834)
Immezzo all’orto mio sc’è un arberone
Solo ar monno, e oramai tutto tarlato:
Eppuro fa er zu’ frutto oggni stagione
Bbello a vvede, ma ascerbo e avvelenato.
Ricconta un libbre che da quanno è nnato
È vvienuta a ppotallo oggni nazzione;
Ma er frutto c’arifà ddoppo potato
Pizzica che nemmanco un peperone.
Quarchìduno me disce d’inzitallo,
Perché accusi er zu’ frutto a ppoc’ a ppoco
Diventerebbe bbono da maggnallo.
Ma un Carbonaro amico mio me disce Che nnun c’è antro che l’accetta e ‘r foco,
Perché er canchero sta in ne la radisce.
27
Giuseppe Verdi: Gli arredi festivi, dal Nabucco (1842)
Atto I - Scena I. Libretto di Temistocle Solera
Gli arredi festivi giù cadano infranti,
Il popol di Giuda di lutto s’ammanti!
Ministro dell’ira del Nume sdegnato
Il rege d’Assiria su noi già piombò!
Di barbare schiere l’atroce ululato
Nel santo delubro del Nume tuonò!
I candidi veli, fanciulle, squarciate,
Le supplici braccia gridando levate;
D’un labbro innocente la viva preghiera
È dolce profumo gradito al Signor.
Pregate, fanciulle! in voi della fiera
Falange nemica s’acqueti al furor!
Gran Nume, che voli sull’ale de’ venti,
Che il folgor sprigioni di nembi frementi,
Disperdi, distruggi d’Assiria le schiere,
Di David la figlia ritorna al gioir.
Peccammo!... Ma in cielo le nostre preghiere
Ottengan pietade, perdono al fallir!...
Deh! l’empio non gridi con baldo blasfema:
Il Dio d’Israello si cela per tema?
Non far che i tuoi figli divengano preda
D’un folle che sprezza l’eterno poter!
Non far che sul trono davidico sieda
Fra gl’idoli stolti l’assiro stranier.
Giuseppe Verdi: Va, pensiero, dal Nabucco
Atto III - Scena IV
28
Va, pensiero, sull’ali dorate;
Va, ti posa sui clivi, sui colli,
Ove olezzano tepide e molli
L’aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
Di Sionne le torri atterrate...
Oh mia patria si bella e perduta!
O membranza sì cara e fatal!
Arpa d’or dei fatidici vati,
Perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
Ci favella del tempo che fu!
O simìle di Sòlima ai fati
Traggi un suono di crudo lamento,
O t’ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù!
Giuseppe Verdi: Gerusalem!, da I Lombardi alla prima crociata (1843)
Atto III - Scena I. Libretto di Temistocle Solera
Gerusalem... Gerusalem... la grande,
La promessa città!
Oh sangue bene sparso... le ghirlande
D’Iddio s’apprestan già!
Deh per i luoghi che veder n’è dato,
E di pianto bagnar,
Possa nostr’alma coll’estremo fato
In grembo a Dio volar!
Gli empi avvinsero là fra quei dirupi
L’Agnello del perdon:
A terra qui cadean gli ingordi lupi
Quand’Ei rispose: Io son!
Sovra quel colle il Nazarén piangea
Sulla città fatal;
È quello il monte, onde salute avea
Il misero mortal!
Deh! per i luoghi che veder n’è dato,
E di pianto bagnar,
Possa nostr’alma coll’estremo fato
In grembo a Dio volar!
O monti, o piani, o valli eternamente
Sacri ad uman pensier!
Ecco arriva, ecco arriva il Dio vivente
Terribile guerrier!
(S’allontanano per la valle)
Gerusalem... Gerusalem...
29
Rievocazione dei fatti di via della Lungaretta del 25 ottobre 1867
Morte di Giuditta Tavani Arquati
Da un articolo del giornalista Ugo Pesci, corrispondente del Fanfulla di Firenze.
La mattina del 25 ottobre 1867, giorno in cui Garibaldi prendeva Monterotondo nel corso
della terza spedizione per liberare Roma, una quarantina di patrioti, di cui 25 romani, si
riunirono in via della Lungaretta 97, nel rione romano di Trastevere, nella sede del lanificio
di Giulio Ajani, per decidere sul da farsi. Il gruppo preparò una sommossa per far insorgere
Roma contro il governo di Pio IX. Deteneva delle cartucce e un arsenale di fucili. Alla
riunione partecipò anche la Arquati, con il marito e uno dei tre figli della coppia, Antonio.
Verso le 12 e mezzo, una pattuglia di zuavi giunta da via del Moro attaccò la sede del
lanificio. I congiurati cercarono di resistere al fuoco. In poco tempo, però, le truppe pontificie
ebbero la meglio e riuscirono a farsi strada all’interno dell’edificio. Alcuni congiurati
riuscirono a fuggire, mentre altri furono catturati. Sotto il fuoco rimasero uccise 9 persone,
tra cui Giuditta Tavani Arquati, incinta del quarto figlio, il marito e il loro giovane figlio.
Il 22 ottobre 1870 Roma fu imbandierata per il terzo anniversario del disgraziato
tentativo di rivoluzione del 1867: il 23, circa quattromila persone andarono a Villa Glori
a visitare lo storico olivo sotto il quale Giovanni ed Enrico Cairoli compirono l’atto di
eroismo eternato da Ercole Rosa nel bronzo e da Cesare Pascarella* nei suoi sonetti
dialettali.
Il 25 la popolazione di Roma andava per la prima volta in pellegrinaggio
al numero 97 di via della Longaretta, dove era il lanificio di Giulio Ajani, a visitare la
strettissima scala e la soffitta, per dove, sopraffatti dalla forza del numero, s’erano avviati
sperando di trovar scampo i popolani sorpresi dagli zuavi; e dove cadde assassinata
Giuditta Tavani che aveva visto cadere il marito Francesco Arquati e portava in braccio
il piccolo Antonio settenne; e furono uccisi Giuseppe Gioacchini, Paolo Gioacchini,
Giovanni Rizzo, Angelo Domenicali, Enrico Ferroli, Rodolfo Donnaggio e Francesco
Mauro; uomini semplici, di buona fede, incapaci di calcolare quanto avrebbe potuto
fruttar loro un giorno l’essere stati pronti al sagrifizio della vita per l’idea della Patria.
La loro memoria, mi affretto a dirlo, era in quei giorni onorata da gente d’ogni
partito. Soltanto più tardi – sintomo manifesto di decadenza! – s’è scoperto che v’è un
patriottismo per i progressisti ed i radicali ad un altro per quelli di idee più temperate
e conservatrici.
* Villa Glori, 1886
30
Giuseppe Verdi: O signore dal tetto natio, da I Lombardi alla prima crociata
Atto IV - Scena III
O Signore, dal tetto natìo
ci chiamasti con santa promessa.
Noi siam corsi all’invito di un pio,
giubilando per l’aspro sentier.
O fresc’aure volanti sui vaghi
ruscelletti dei prati lombardi!
Fonti eterne! Purissimi laghi!
O vigneti indorati dal sol!
Ma la fronte avvilita e dimessa
hanno i servi già baldi e valenti!
Deh, non far che ludibrio alle genti
Sieno, Cristo, i tuoi figli guerrier!
Dono infausto, crudele è la mente
che vi pinge sì veri agli sguardi,
ed al labbro più dura e cocente
fa la sabbia d’un arido suol!
31
Giuseppe Verdi: Si ridesti il leon di Castiglia, da Ernani (1844)
Atto III - Scena IV. Libretto di Francesco Maria Piave
Un patto, un giuramento.
(Tutti si abbracciano, e nella massima agitazione traendo le spade prorompono nel seguente inno)
Si ridesti il Leon di Castiglia
e d’Iberia ogni monte, ogni lito
eco formi al tremendo ruggito,
come un dì contro i Mori oppressor.
Siamo tutti una sola famiglia,
pugnerem colle braccia, co’ petti;
schiavi inulti più a lungo e negletti
non sarem finché vita abbia il cor.
Morte colga o n’arrida vittoria,
pugnerem, ed il sangue de’ spenti
nuovo ardir ai figliuoli viventi,
forze nuove al pugnare darà.
Sorga alfine radiante di gloria,
sorga un giomo a brillare su noi...
sarà Iberia feconda d’eroi,
dal servaggio redenta sarà.
Giuseppe Verdi: Liberamente or piangi, da Attila (1846)
Atto I - Scena I. Libretto di Temistocle Solera (rev. Francesco Maria Piave)
32
ODABELLA
Liberamente or piangi . . .
Sfrenati, o cor. La queta ora, in che posa
Han pur le tigri, io sola
Scorro di loco in loco.
Eppur sempre quest’ora attendo, invoco.
Oh! Nel fuggente nuvolo
Non sei tu, padre, impresso? . . .
Cielo! Ha mutato immagine!
Il mio Foresto è desso.
Sospendi, o rivo, il murmure,
Aura, non più fremir,
Ch’io degli amati spiriti
Possa la voce udir.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal Gattopardo (1958)
SE VOGLIAMO CHE TUTTO RIMANGA COME È BISOGNA CHE TUTTO CAMBI
Cap. I – Tancredi e il Principe di Salina.
Il ragazzo era diventato serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata
espressione virile. «Parto, zione, parto tra un’ora. Sono venuto a dirti addio». Il povero
Salina si sentì stringere il cuore. «Un duello?» «Un grande duello, zio. Un duello con
Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne a Ficuzza; non lo dire a nessuno,
sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zio ed io non voglio restare a casa.
Dove del resto mi acchiapperebbero subito se vi restassi». Il Principe ebbe una delle
sue solite visioni improvvise: una scena crudele di guerriglia, schioppettate nei boschi,
ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. «Sei pazzo, figlio
mio. Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri
dev’essere con noi, per il Re». Gli occhi di Tancredi ripresero a sorridere. «Per il Re,
certo, ma per quale re?» Il ragazzo ebbe uno di quei suoi accessi di serietà che lo
rendevano impenetrabile e caro. «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la
repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono
spiegato?» Abbracciò lo zio un po’ commosso. «Arrivederci a presto. Ritornerò col
tricolore».
Testamento politico Di Carlo Pisacane (Genova, 24 giugno 1857)
Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese
è composto da individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno
senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: “la
rivoluzione dee farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale, epperò ho
anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio”, la rivoluzione sarebbe
immediatamente gigante.
Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal
principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. [...]
Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, di essere il salvatore della
patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista: sono convinto che
un impulso gagliardo può sospingerli al moto, epperò il mio scopo, i miei sforzi sono
rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso: giunto al
luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel principato citeriore, per me è la vittoria, dovessi
anche perire sul patibolo… e se mai nessun bene frutterà alla Italia il nostro sacrificio,
sarà sempre una gloria trovar gente che volenterosa s’immola al suo avvenire. Sottoscritto, Carlo Pisacane
33
Giuseppe Verdi: Patria oppressa, dal Macbeth (1847)
Atto IV - Scena I. Libretto di Francesco Maria Piave
Patria oppressa! il dolce nome
No, di madre aver non puoi,
Or che tutta a figli tuoi
Sei conversa in un avel.
D’orfanelli e di piangenti
Chi lo sposo e chi la prole
Al venir del nuovo Sole
S’alza un grido e fere il Ciel.
A quel grido il Ciel risponde
Quasi voglia impietosito
Propagar per l’infinito,
Patria oppressa, il tuo dolor.
Suona a morto ognor la squilla,
Ma nessuno audace è tanto
Che pur doni un vano pianto
A chi soffre ed a chi muor.
Giuseppe Verdi: Si celebri alfine, da I vespri siciliani (1855)
Atto V - Scena I. Libretto italiano di Arnaldo Fusinato
Titolo originale francese: Les vêpres siciliennes. Debuttò all’Opéra di Parigi. La
censura allora vigente in Italia annullò l’effetto patriottico dell’opera: nella prima
rappresentazione italiana l’opera fu ribattezzata Giovanna di Guzman, e l’azione
spostata in Portogallo.
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CORO DI CAVALIERI
Si celebri alfine
Tra i canti, tra i fior
L’unione e la fine
Di tanti dolor.
È l’iri di pace,
È pegno d’amor.
Evviva la face
Che accese quel cor!
Evviva la gloria,
Evviva l’amor!
CORO DI GIOVINETTE
Di fulgida stella
Hai tutto il splendor!
Sei pura, sei bella
Qual candido fior.
Di pace sei l’iri,
Sei pegno d’amor,
L’affetto che inspiri
Seduce ogni cor!
È serto di gloria
Il serto d’amor!
Il Coro ‘Orazio Vecchi’, fondato nel 1978 e costituitosi in associazione nel 1983, è un complesso
a cappella diretto sin dalla sua fondazione dal maestro Alessandro Anniballi;
si propone come
obiettivo lo studio della letteratura polifonica classica e contemporanea, comprendendo nel suo
repertorio dalle prime espressioni polifoniche medievali al madrigale rinascimentale, dal lied
romantico alla musica corale del ‘900.
L’intensa attività concertistica realizzata nel corso degli anni con la partecipazione a rassegne
corali nazionali e internazionali, oltre a costituire ulteriore motivo di approfondimento dello
studio di diverse letterature polifoniche, ha dato testimonianza della realizzazione da parte del
coro di modalità interpretative adeguate ai vari periodi musicali.
Negli ultimi anni ha partecipato a sei edizioni del Festival dei due Mondi di Spoleto,
privilegiando nei repertori dei concerti proposti, opere del Novecento e del tardo Ottocento
Italiano.
Alessandro Anniballi, nato a Roma, ha studiato pianoforte, direzione di coro e composizione
presso il Conservatorio di Musica “Alfredo Casella” de L’Aquila.
Si è diplomato sotto la guida di Fausto Razzi, Ermanno Pradella e Francesco Molfetta. Nel 1978
ha fondato l’Associazione di Polifonia Vocale “Orazio Vecchi”, di cui è tuttora direttore artistico,
e col quale intraprende lo studio della letteratura polifonica rinascimentale e barocca. Svolge
un’intensa attività didattica. Negli ultimi anni ha approfondito lo studio della musica medievale
e del ‘900. L’impegno compositivo lo ha visto realzzare due cicli di lieder per pianoforte e voce
su liriche di Hölderlin. Si è occupato in modo particolare di musica polifonica a cappella, sia sacra
che profana. La sua ultima composizione è la Missa Brevis, gioco sacro sugli archetipi melodicocontrappuntistici del medioevo e del tardo rinascimento.
Collabora con i compositori Boris Porena, Claudio Anguillara, Oliver Wehlmann.
Manlio Pinto, pianista e compositore, inizia lo studio del pianoforte all’età di cinque anni,
mostrando subito un talento ed una sensibilità musicale fuori del comune, e all’età di sei anni e
mezzo si esibisce in pubblico per la prima volta. Si diploma col massimo dei voti e la lode presso
il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, quindi si perfeziona con i Maestri Carlo Zecchi, la Prof.
ssa Novin Afrouz (già allieva di Arturo Benedetti Michelangeli), Bruno Canino, e soprattutto con i
Maestri Sergio Fiorentino ed il russo Konstantin Bogino. Inizia nel contempo una regolare attività
concertistica, suonando sia da solista che in formazioni da camera.
Ha tenuto concerti in Italia, Germania, Olanda, Spagna, Jugoslavia, Finlandia, Africa,
Stati Uniti, Canada e Israele, suonando da solista, con orchestra ed in formazioni da camera,
riscuotendo ovunque entusiastici consensi di pubblico e di critica. È stato invitato a svolgere
attività didattica presso la prestigiosa Accademia di Musica di Novi Sad (Jugoslavia), ed ha tenuto
una conferenza sulla tecnica pianistica all’Accademia di Musica di Belgrado. Ha fatto parte della
giuria del Concorso Pianistico Internazionale “S. Rachmaninoff” di Morcone.
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Associazione di Polifonia Vocale
Orazio Vecchi
www.corooraziovecchi.it
[email protected]
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Infiammati Cori - Coro Orazio Vecchi