I QUADERNI DI
IDEA SPIRITUALISTA
QUADERNO OTTAVO
CRISTO E LE SUE PARABOLE
Non fare il male anche se conviene è da uomo,
fare il bene anche se danneggia è da Dio.
(Seneca)
CRISTO E LE SUE PARABOLE
Le parabole non sono una peculiare invenzione del Cristo, esse sono
antiche come l’uomo. Il parlar figurato fu sempre un mezzo per esporre la
verità in maniera che essa fosse chiara agli iniziati, oscura ai profani. Non è
vero che la parola figurata fosse una triste necessità per non offender
tiranni, perché in ogni tempo, si trovarono uomini abbastanza disperati o
abbastanza fieri da dire la verità in fronte a chicchessia; ma la verità è per
sua natura mortalissima a chi non è della verità. Il detto antico suona infatti:
“non getterai le perle dinanzi ai porci, perché non le mettano sotto i piedi e vi
si volgano contro per sbranarvi”. Iniziamo questo lavoro con l’analisi di
questo versetto.
Le perle furono sempre ritenute cose di alto valore, superiore al valore
delle ghiande che furono conosciute come cibo prediletto dei porci. A
nessuno logicamente sarà mai venuto in mente di sostituire con le perle le
ghiande del truogolo di questi animali, ma, se l’avesse fatto, cosa sarebbe
accaduto? Sarebbe accaduto che i porci, delusi dell’inusitata pietanza, si
sarebbero scagliati contro il maleducato pastore e, con le zanne, gli si
sarebbero rivoltati contro. Che vuole il porco? Egli vuole il cibo adatto alla
sua natura, né migliore né peggiore, egli può anche rassegnarsi a non
ricevere cibo, ma non si rassegnerà mai ad avere un cibo a lui inadatto. Pur
essendo una macchina per fabbricare grasso, vi sono in lui capacità
intelligenti di reazione che, scatenate, faran triste l’incauto che creda agevole
cosa farsi beffe di lui. Non si può spiegare al maiale che la minima di quelle
perle vale tante centinaia di moggi di ghiande; il maiale non compra e non
vende, per lui è buono ciò che può mangiare e cattivo ciò che non può
mangiare. Per traslato, l’antico detto insegna che una verità, data fuori
tempo o a persona non atta a riceverla, è come la perla data al porco: una
ghianda è a lui preziosa, una perla per lui val nulla; così, la verità inadatta è
come la perla data al maiale, non solo essa non viene apprezzata, anzi
esaspera chi la riceve. Perciò la sapienza antica celò il vero in parabole
acciocché coloro che sentivano non comprendessero, e avendo occhi non
vedessero, e avendo orecchie non udissero. Anche in queste pagine vi sono
parabole, e chi è adatto per comprendere comprenda e chi, invece, non
comprende, non ne abbia almeno danno.
L’uomo pur essendo la più alta delle creature, è altamente differenziato in
se stesso perché, se uomo apparentemente lo fa la consimile forma, non
pertanto egli si differenzia dai suoi simili per la pervietà della sua natura
spirituale. Colui che più attinge alla sua natura spirituale, più si avvicina
alla somiglianza divina; chi più vive immerso nelle cure temporali, più se ne
allontana. Nei primi opera l’intelletto, nei secondi la passione. Così, grosso
modo, noi potremo distinguere gli uomini in tre tipi:
L’uomo spirituale, anelante al divino, incurante del suo benessere
terrestre, operante, per virtù d’ascesi, nei piani della conoscenza, della
saggezza e della santità; a costui possono essere date tutte le perle, egli le
apprezzerà al giusto valore e ne farà buon uso.
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L’uomo morale, l’uomo del precetto, l’uomo virtuoso per imposizione
dell’esterno; colui che cura non tanto il suo immediato interesse, quanto
l’interesse del suo clan, sia esso sociale o ideologico; a costui le perle devono
essere date con discernimento.
L’uomo passionale, l’uomo dei desideri, degli affetti, dei sentimenti,
l’uomo dal sangue rosso; a costui non debbono essere mai date le perle.
Se per l’uomo spirituale non vi è religione che sia superiore alla verità, per
l’uomo passionale la religione stessa deve colorarsi della sua passionalità.
Per esempio a Napoli, cosa è San Gennaro? E’ forse il glorioso martire, il
Vescovo e confessore che, in quelle ridenti regioni, predicò e testimoniò con il
sangue il verbo di Cristo? No, per la maggior parte dei napoletani, San
Gennaro è qualcosa di mezzo fra il fattore del Padre Eterno ed il commesso
viaggiatore in grazie di ogni genere. Povero San Gennaro, egli che visse casto
e schivo di ogni bene mondano, deve essere tirato per i capelli in ogni
vicenda terrena con la quale ha tanto poco da spartire. Il suo sangue, che
con tormento versò a significare l’Agnello e la fine dei sacrifici agli Dei
pagani, oggi serve a trarre gli auspici che divinano dalle vittime animali. “San
Gennaro, fa’ il miracolo, fammi uscire il figlio dalla galera!”, urla la popolana
ai piedi del sacello. Inutile spiegare a lei che San Gennaro non farà uscire il
figlio dalla galera perché la buona lana vi è finita magari per furto
continuato, e San Gennaro non ha mai insegnato a rubare. Classico tipo
questo di “perle ai porci”. La popolana capirà di far penitenza, di andare a
piedi nudi sino al Vomero, di digiunare a pane e acqua, ma non capirà
assolutamente che San Gennaro non può farle la grazia richiesta, perché
essa è contro l’ordine della giustizia non solo umana, ma altresì divina,
poiché il decalogo dice: “Non rubare”.
L’uomo passionale può intendere la religione, ma una religione
accomodata ai suoi bisogni, alle sue necessità, alle sue miserie e ai pochi voli
della sua fantasia. Non per nulla nelle religioni pagane si erano creati tanti
Dei quanti uomini e, in Roma, si venerava sopra ogni cosa il domestico lare.
L’uomo passionale sprigiona da sé la divinità latente, ma è una divinità su
misura. Essa dà molto ma limitatamente; stroncarla sarebbe delittuoso.
“Non spezzare la canna fessa, non spegnere il lumicino fumigante”, ma la
canna fessa non reggerà un palazzo e il lucignolo fumigante non leverà la
fiamma a sfidare il sole e, tuttavia, debbono essere rispettati per se stessi;
così, nell’uomo passionale, non si può spegnere il sentimento religioso, ma
non si deve pretendere che esso possa entrare in gara con quello dell’uomo
spirituale. Termite non lotterà con Ercole eppure, nei disegni divini, l’uno a
l’altro sono compresi e necessari.
Sorridiamo del folklore popolare, ma rispettiamolo. Se noi spieghiamo al
popolo che quella certa Madonna null’altro è se non la copia di una divinità
pagana, che quella processione è la ripetizione di un’antica teoria sacrificale;
che quel certo rito non serve assolutamente a far piovere di per sé, ma che
l’unione psichica dei presenti, eccitata dalla preghiera in comune, ottiene la
precipitazione per una serie di leggi di condensazione eterica (ben note dagli
stregoni africani), noi otterremo solo di spegnere una fumigante fiaccola di
fede e lasceremo del tutto al buio i disgraziati che, molto logicamente, si
rivolteranno contro di noi. Lasciami che i popoli arrivino come possono ai
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limiti di una fede; non importa che essi giungano alla verità! La fede è già
qualcosa e le ghiande servono per chi non può conoscere il pane. Vi sono
verità che non possono essere date alle masse. Se nel gioco evolutivo noi
possiamo comprendere che i maiali diverranno un giorno uomini, non
possiamo però cominciare a nutrirli da uomini.
Cristo cela la verità in parabole “perché sentendo non intendano”. il
bambino sente, ma non intende il linguaggio dell’adulto, così le masse
sentono, ma non possono intendere il linguaggio degli iniziati. Ogni frutto
ha la sua stagione, ogni lavoro ha il suo strumento. Un corpo puramente
passionale non può vibrare sul piano di un corpo psichico, meno che meno
su quello di un corpo spirituale; quindi, la verità che in un piano è vita, nel
piano soggetto è morte. Però la verità non può né deve essere celata. “Dai a
chi ti chiede, non domandare il tuo a chi te lo toglie”. “Non accenderai la
lanterna per porla sotto il moggio, ma la metterai sul candeliere perché
illumini la casa”. Perciò la sapienza si è sempre espressa in parabole,
celando in esse tutta la verità percepibile gradualmente dagli uomini, così
che la parabola sia per se stessa non solo inesauribile, ma abbia un valore
addirittura universale. La parabola deve essere di per se stessa eterna, e
deve avere valore ovunque in ogni tempo, spazio e luogo. Essa deve essere
percepibile a qualsiasi mente capace di percezione. Per questo le parabole di
Gesù sono attuali oggi come lo erano quasi duemila anni fa e saranno
altrettanto attuali fra duemila anni. Per questo esse sono percepibili da
qualunque essere umano, di qualunque razza esso sia, non solo, ma anche
di qualunque pianeta. Su Marte, su Venere la parabola di Gesù può essere
compresa come sulla Terra, così come sulla Terra può benissimo non essere
compresa.
La parabola è la testimonianza del vero che non può esser detto, che non
deve essere detto; l’arte è piena di parabole, appunto perché l’arte testimonia
perennemente una verità che sfugge alla percezione attuale perché troppo
antica o troppo moderna, troppo del passato o troppo del futuro, comunque
mai del presente. Ogni ora, passando, lascia dietro a sé una striscia di
polvere, quella polvere un genio la raccoglierà e ne farà una Venere di Milo o
la Gioconda, la Nike acefala o la Cappella Sistina; però, per i contemporanei,
essa non è che polvere. Così, ogni ora solenne dell’umanità non fu colta da
coloro che la vissero e fu invidiata da coloro che la seguirono.
Buddha o Gesù di Nazareth? Perché? Meglio forse dire Buddha e Gesù di
Nazareth; il Buddha non ebbe che rare parabole, e molte gliene furono
attribuite nei successivi secoli. In realtà il Buddha offre agli umani una
verità crudele e arida, una verità inclemente, una verità per iniziati che
scoraggia subito chi non senta di potervi aderire in toto. Compito dei
buddisti fu quello di addolcire in ogni tempo l’aspra verità del Maestro per
renderla accettabile ai pusilli . La verità buddica è aspra, nuda, brutale e
distruttrice, eppure è verità e verità altissima, ed è la massima verità cui
possa giungere l’uomo ma, così come é esposta, ottiene il risultato di far
fuggire l’uomo, perché l’uomo, a parole, ama la verità, ma in realtà la teme.
L’illusione che culla la sua pigrizia è indubbiamente più piacevole della verità
che pretenderebbe di smuoverlo; perciò l’uomo ha il terrore delle parole
troppo nude e delle espressioni troppo concrete. L’uomo ama l’eufemismo
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perché, esso solo, rende a lui possibile la percezione di quel quantum di
verità al quale egli può adire senza morire o senza impazzire. Quando Dante
scriveva la sua Divina Commedia, egli ignorava di scrivere parole di verità
eterna, parole aventi la loro rispondenza in stati d’animo diversissimi, ma
pur reali, che successivamente gli uomini avrebbero avuto:
Fecemi la divina potestate,
La somma sapienza, e il primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create,
Se non eterne, ed io eterno duro:
Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.
Queste parole di colore oscuro
Vid’io scritte al sommo d’una porta;
Perch’io: maestro, il senso lor m’è duro.
Queste parole che Dante vede sulla porta dell’Inferno, possono benissimo
applicarsi alla conoscenza buddica. Duro è il senso della verità che il
Buddha appalesa agli umani, duro se pur giusto e logico e non è quasi
consequenziale. Duro, come sempre è dura la verità nelle sue espressioni
massime; dura, ma eterna: ed io in eterno duro. La verità è eterna ed è
partecipe delle cose eterne. Eterna è pure la natura spirituale dell’uomo;
eterna quindi la verità che gli è propria. Radice della vita e della morte è il
desiderio; distruggi il desiderio e distruggerai il bene ed il male, la vita e la
morte e sarai eterno ed impassibile, come eterno e impassibile è lo Spirito.
Come l’Inferno chiude nel suo cerchio le anime dannate, così il vero
condanna senza remissione chi rifugge da esso.
Non è facile aderire alla verità buddica, non è facile immedesimare se
stesso nel grande oceano ed è invece tragicamente facile rinnegare il nostro
migliore “Sé” ed immergersi nella tremenda Legge di causa e di effetto.
Accettare il vero senza capacità ad eseguirlo, è posizione di dannazione.
Anche il diavolo crede a Dio, ma che giova a lui la sua fede? Così, conoscere
la verità e non attenervisi, equivale alla diabolica fede; affermare: “Io so che
questo è tossico ma lo bevo ugualmente!”. ecco dove e come la verità è
mortale. Ma al terribile bisogno umano soccorre clemente l’amore. Il Buddha
individua la logica delle cose, Cristo va oltre la logica stessa, anzi fa di più: si
permette di essere illogico, poiché Egli esprime di sé un vero nuovo, un vero
di misericordia. Non tutto può essere affidato alla ragione, la ragione danna
chi non salva, ma l’amore offre invece un mezzo al recupero.
Dante, ancora una volta, tien luogo di nocchiero, le sue parole portano
una nuova interpretazione del terribile vero:
Per correr miglior acqua, alza le vele
Ormai la navicella del mio ingegno,
Che lascia dietro a sé mar sì crudele:
E canterò di quel secondo regno,
Ove l’umano spirito si purga,
E di salire al ciel diventa degno.
Ma qui la morta poesia risurga.
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La morta poesia! Frase estremamente significativa: il Buddha uccide la
poesia, il Cristo la resuscita. Il Buddha induce facilmente alla disperazione,
il Cristo apre misericordioso le porte dell’anima alla speranza. Ciò che è
impossibile agli uomini, è possibile a Dio. Una poesia nuova schiude
all’anima le parabole evangeliche, in esse ognuno troverà il vero a lui adatto
e, per questo vero, ognuno effettuerà in se stesso ciò che manca alla
passione di Cristo. Attuare Cristo è reso facile all’amore, attuare il Buddha è
reso difficoltoso dall’intelligenza. Anche un idiota può amare, ma quale
intelligenza può avere in sé il suo compimento? Eppure anche il Cristo ha
una sua splendente lacuna: Egli lascia il posto allo spirito consolatore, allo
spirito della verità. E, ancora una volta, il presago spirito di Dante addita il
cammino; egli dirà, rapito nella gloria della suprema conoscenza:
La gloria di Colui, che tutto muove,
Per l’universo penetra; e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel ciel, che più della sua luce prende,
Fu’ io; e vidi cose, che ridire
Né sa, ne può qual di lassù discende;
Perché appressando sé al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che la memoria retro non può ire.
In tre piani di poesia, Dante fa intravedere tre posizioni dello spirito:
l’Inferno, rigido, immutabile, immutato e antiumano dal suo spaventoso
diritto, risponde all’iniziazione buddica essenziale, all’iniziazione di un vero
senza schermi, di un vero spietato, di un vero a molti, a troppi mortale. Il
Purgatorio risponde a Cristo, è il vero accessibile agli umani, a tutti gli
umani, il vero di cui dirà il Petrarca:
Amore nudo in Grecia e nudo in Roma
di un velo candidissimo adornando,
ripose in grembo a Venere celeste.
Il vero che Cristo annunzia è la Buona Novella annunziata ai poveri. Chi è
povero se non colui che manca del necessario? E chi non ha il vero, manca
più che del necessario! Cristo annunzia il l’evangelo ai poveri, dà a tutti il
potere di adire il vero; non il vero immoto e spietato, ma il vero umano e
consapevole, il vero accessibile secondo il limiti dell’intelletto incarnato.
La gloria di Colui, che tutto muove,
Per l’universo penetra; e risplende,
In una parte più, e meno altrove.
Può la foglia comprendere l’albero? No, ma l’albero comprende la foglia.
Può l’uomo comprendere Iddio? No, ma Iddio può comprendere l’uomo. Lo
sforzo umano, per debole che esso sia, è pur grande; non si deve disperare
“dell’entomata in difetto” che tanti sforzi nobilissimi è capace di compiere.
Per questo entomata in difetto, Cristo annichila se stesso nella forma
Nazarena, per questo entomata in difetto Egli non temerà di dare se stesso
alla morte e a morte di croce! Con amore avviciniamoci quindi alle sue
parabole; non capiremo mai tutto, ma ciò non ha importanza; ha importanza
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che la nostra peribile natura sia esaltata dal soffio dell’immortalità che da
esse parabole ci perviene. Qual è la prima parabola di Gesù? E’ quella del
seminatore. Più volte Gesù usò trarre dai campi le sue similitudini (carattere
anche questo universale); è noto il suo accorato: “Molte sono le messi, ma
pochi gli operai; pregate quindi che il Padre mandi molti operai alle sue
messi”.
La prima parabola di Gesù, secondo Matteo: “Ed Egli insegnò loro molte
cose in parabole, dicendo: Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre
seminava, una parte del seme cadde lungo la strada e gli uccelli vennero e la
mangiarono. Un’altra parte cadde in luoghi rocciosi e subito spuntò, perché
non aveva terreno profondo ma, levatosi il sole, fu riarsa e poiché non aveva
radice, si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine, le quali crebbero e
l’affogarono. Un’altra parte cadde nella buona terra e portò frutto, dando
qual cento, qual sessanta, qual trenta per uno. Chi ha orecchi da udire,
oda”. (Matteo 13, 1-9; Marco 4, 1-9; Luca 8, 4-8)
Allora i discepoli, accostatisi, gli dissero: Perché parli loro in parabole? Ed
Egli rispose loro: Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli,
ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha, sarà dato, e sarà
nell’abbondanza ma, a chiunque non ha, sarà tolto anche quello che ha.
Perciò parlo loro in parabole perché, vedendo non vedono e udendo non
odono e non intendono. E s’adempie in loro la profezia di Isaia, che dice:
“Udirete con i vostri orecchi e non intenderete, guarderete con i vostri occhi e
non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: son
divenuti duri d’orecchi ed hanno chiuso gli occhi, che talora non veggano
con gli occhi e non odano con gli orecchi e non intendano col cuore e non si
convertano ed io li guarisca.”
Ma beati gli occhi vostri, perché veggono; ed i vostri orecchi, perché
odono! Poiché in verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono
vedere le cose che voi udite, e non le udirono. Voi dunque ascoltate che cosa
significhi la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ode la parola del
Regno e non la intende, viene il maligno e porta via quello che è stato
seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto la semenza lungo la
strada.
(Matteo 13, 10-23; Marco 4, 10-20; luca 8, 9-15)
A questo punto vi è da chiedersi come mai il seminatore faccia un simile
spreco di seme, sapendo a priori ch’esso sarà mangiato dagli uccelli, cioè
rapito dal maligno. Possibile che il seminatore non sappia che la tasca del
seme è bucata? E se egli lo sa, evidentemente vi è uno scopo o una ragione
perché egli spanda sulla strada la semente; forse lo scopo, la ragione è di
convogliare in un dato sito gli uccelli perché essi non disturbino altrove. Il
vero è sparso sul mondo a larghe mani, il regno è predicato a chiunque, ma
non tutti possono adirvi, ancorché tutti vi siano virtualmente chiamati. Gli
uccelli che mangiano il seme sono i molti che non faranno parte del regno,
ma pure sono creati per il regno. Il cibo, ancorché rubato, è cibo, esso può
essere mortale e risolverà di per sé il problema; ma può essere anche vitale.
Il maligno viene e rapisce il seme, ma per quel seme rapito egli assume un
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nutrimento fatale, un nutrimento atto a distruggerlo o a mutarne l’intrinseca
natura.
Noi assistiamo alla perenne evoluzione del maligno e alla suprema
immobilità del divino. Dio è immoto, il maligno è mobile. In Dio, il vero di ieri
è attuale oggi; il male di ieri oggi non è più attuale; il maligno muta per
correre dietro agli uomini, che la legge di evoluzione trascina, pur lasciandoli
immutabili. Come sembra, il seme del regno di Dio è rimasto indigesto allo
stomaco del diavolo ma, appunto per questo, modera sensibilmente a lui
l’appetito. Naturalmente, Gesù non poteva dire queste cose, sarebbe stato
incoraggiar la pigrizia di chi troverebbe comodo abbandonarsi all’onda del
perpetuo divenire, anziché adoperarsi perché esso si effettui anche in virtù
del suo sforzo.
Il seminatore non butta mai via il seme, ma accortamente ne disperde una
piccola parte per stornare gli uccelli; così il saggio, che vuole insegnare il
vero, incomincia a disseminarne una parte a fondo perduto per allontanare e
confondere gli uccelli dell’aria, cioè gli spiriti leggeri ed incostanti, gli uomini
di poco fondamento, che vanno errando qua e là, che cercano senza trovare e
non curano ciò che per avventura possiedono. A costoro il regno è predicato
già apparentemente in perdita. Però, come gli uccelli che cibandosi di un
seme, lo stesso trasportano in lontanissimi lidi, così essi sono causa che il
regno si propaghi e sia predicato non solo loro malgrado, ma con il loro
inconscio ausilio. Quanti, ponendo in ridere una dottrina, l’han resa
familiare, non solo, ma ad essa hanno attratto l’interesse di chi
massimamente l’avrebbe predicata. Passano gli uccelli nell’aria e si cibano
del seme della verità; esso non giova loro quanto loro giovano a lui.
Continua Gesù spiegando parzialmente la parabola: E quegli che ha
ricevuto la semenza in luoghi rocciosi, è colui che ode la Parola e subito la
riceve con allegrezza; però non ha radice in sé, ma è di corta durata: e
quando venga tribolazione e persecuzione a cagion della Parola, è subito
scandalizzato. Splendidamente qui si appalesa l’umoristico senso della vita
di cui Gesù era pervaso. Le belle, le buone parole piacciono a tutti ma, dal
piacere al seguire, non è bene né facile il passo. La predicazione del regno
divino è una bella cosa, purché non disturbi, purché non ostacoli il povero e
piccolo regno che ognuno si costruisce in questo mondo. Se bastasse solo
credere, chi non crederebbe? Ma bisogna anche operare e operare vuol dire
scomodarci e scomodare; vuol dire capovolgere la morale corrente così
comoda, in nome di una morale nuova eccezionalmente scomoda. Sì, rallegra
sentire la parola della verità, ma danneggia anche. Chi è privo di carattere,
chi non è fondato sulla virtù, chi ha qualcosa da difendere non può aderire
alla parola: in esso il buon seme germoglia, ma si secca subito, ed è vano
voler che la pietra verdeggi ed il deserto fiorisca! Chi non ha radice non
attecchirà.
Non solo sulle pietre, si spande il seme della divina parola, anche fra le
spine; il seme del divino è tenace per sua natura, né esso è schifiltoso di
luogo alcuno, ovunque sia seminato, attecchisce e germina; che importa se
non potrà condurre alla fine la sua germinazione.
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E Gesù spiega pazientemente: “E quegli che ha ricevuto la semenza fra le
spine è colui che ode la Parola; poi le cure mondane e l’inganno delle
ricchezze affogano la Parola, e così riesce infruttuosa. Ma quei che ha
ricevuto la semenza in buona terra, è colui che ode la Parola e l’intende; che
porta del frutto e rende l’uno il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta”.
La parola del Regno frutta il cento per cento negli spiriti liberi, pronti,
generosi e incuranti di se stessi, negli spiriti capaci di cercare la giustizia del
regno di Dio, capaci di rinnegare se stessi, di staccarsi da ogni terrestre
vincolo o desiderio. Per questi eroi la Parola è seme fruttifero al cento per
uno, ma quanti sono essi? Vi sono poi gli uomini di buona volontà che
cercano di far del loro meglio per aderire alle leggi divine; per questi Dio sarà
sempre Dio, cioè un ottimo padrone, ma mai un Padre.
Con estrema fatica e mai intieramente questi esseri perverranno
all’adozione divina tramite i meriti di Cristo, ma mai essi godranno realmente
di questa adozione; Dio resterà il grande estraneo, la loro personalità
conosce un unico modo di annientamento, l’umiliazione, non la perdita della
coscienza di sé medesima. L’amore che si innalza come allodola non è fatto
per loro, sono uccelli di gabbia non d’aria, essi danno il sessanta. Vi sono
infine gli spiriti aridi ma onesti, gli spiriti obbedienti per natura, gli spiriti
seguaci, essi obbediscono alla parola del regno non per amore, né per timore,
ma per rigido dovere; non eccepiscono che si possa agire altrimenti, con
onestà danno se stessi, ma senza ardore e senza entusiasmo. Essi rendono il
trenta del seme loro affidato.
Anche la buona terra non è uguale in ogni sua parte e, se pur il seme non
si disperde, neanche intieramente fruttifica, ma il coltivatore prende cura del
suo terreno in ogni sua parte e sa compensare con il rendimento di un
appezzamento la deficienza dell’altro. Al raccolto tutte le spighe si somigliano
e, quando sono riposte nel granaio, nessuno può più distinguere la sua
provenienza, Come il grano è grano ovunque sia nato, così il bene è bene,
comunque e da chiunque sia fatto. Così nel regno di Dio ognuno sarà accolto
nel nome del regno e non in nome di se stesso e, nel regno, ogni cittadino
sarà tale in virtù del regno e non il regno in virtù del cittadino. Cristo rende
accessibile la dottrina del regno a chicchessia, perché il seme sperso germina
di per sé, indifferentemente dal terreno in cui è seminato, tutt’al più è reso
merito a chi esso non ha volontariamente soffocato con le spine delle cure
mondane e con le pietre dell’aridità del cuore.
Solo così si può capire il concetto di grazia gratis data, cioè il seme divino
sparso naturalmente in ogni uomo e che, per germogliare, chiede solo di non
essere soffocato! Il seme di Dio che fa l’uomo consustanziale con Dio, a meno
che l’uomo non vi rinunzi deliberatamente. Per l’uomo esiste la
predestinazione alla grazia, così come per il figlio esiste la predestinazione
all’eterna eredità. Solo la conclamata indegnità priverà il figlio di essa
eredità, solo la pervicace cattiva volontà reciderà i vincoli fra l’uomo e Dio.
Questa pervicace cattiva volontà è difficile assai da raggiungere e, quel che è
peggio, essa è di una tale sciocchezza, che la naturale intelligenza dell’uomo
basta di per sé a debellarla; ben inteso fino a quando l’uomo, con il vizio e la
depravazione, non sia giunto al punto di annichilire anche questa sua
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intelligenza naturale allora, logicamente, esso sarà reciso come il tralcio
disseccato e sarà arso come si ardono le erbacce che ingombrano i terreni.
Nell’economia dell’universo, la stessa creazione si ribella all’inutilità; la
divina giustizia deve, per logica conseguenza, staccare se stessa da ciò che
l’ha respinta. Non si tratta di dannazione o di eterno castigo poiché Dio, pur
essendo il creatore del tempo ed essendo il principio dell’eternità, non
disperde né l’uno né l’altra in vendette. Egli, come il saggio coltivatore,
disperde quanto non ha riposto. Egli può dire legittimamente ad ogni uomo
del mondo, al più misero, al più malvagio: “Io ho seminato in te del mio
seme e comunque esso doveva germinare ma, se tu non l’hai lasciato
germinare, tu puoi a te stesso imputare il tuo danno. Non io mi recido
da te, tu ti sei reciso da me. Creandoti libero, ti ho dato il modo di
esercitare la tua libertà; ho sostituito l’istinto del bruto con
l’intelligente ragione, l’impulso cieco con la chiaroveggente volontà, la
ferrea legge di causa e di effetto con l’intuitivo amore, e tu che ne hai
fatto? Ti sei valso dei miei doni per non conoscermi e per separarti da
me. E allora sia fatta la tua non la mia volontà”. L’uomo è creato per il
regno di Dio e adirvi non è difficile, perché il regno stesso opera nell’uomo, e
spesso basterebbe solamente non tradire la propria natura, basterebbe
solamente fiorire con la naturalezza del fiore di campo. A nessuno è chiesto
più di quanto può dare, ma a voi tutti è chiesto quanto possono dare.
Un libretto al quale si dà poco valore, ma che si dovrebbe meditare di più
(il catechismo della dottrina cristiana) elenca gli ostacoli all’attuazione del
regno di Dio e li chiama peccati contro lo Spirito Santo, tali sono realmente.
Vediamoli insieme e, diciamo per inciso che, con altre parole pure il Buddha
indica negli “scanda” le stesse cose: “disperazione della salvezza,
disperazione di essere, presunzione di salvarsi gratuitamente, rifiuto di
operare secondo virtù e secondo ragione, impugnare la verità conosciuta,
riconoscendo nella verità un ostacolo ai propri vizi, rinnegarla per essere
liberi di abbandonarsi alla licenza”. Badate che si parla di verità conosciuta,
non tanto di una verità religiosa filosofica e morale, ma solo della verità che
uno può conoscere. Chi impugna un vero perché da esso disturbato, pecca
contro lo Spirito. L’identità della natura umana è un vero, ma se io per
giustificare una mia mala azione, nego questa identità, io pecco veramente
contro lo Spirito che è Santo in me come lo è nell’altro uomo. Come pure,
invidiare la grazia altrui, aver dispiacere che qualcuno sia migliore di noi
invece di adoperarsi, per via di emulazione, a superarlo se possibile,
comunque ad imitarlo. Il regno interiore è aperto a tutti, ma troppi
indietreggiano innanzi allo sforzo che occorre per entrare. Inutile e sciocco
invidiare l’altrui merito, è assai meglio praticarne le virtù, anziché ostinarsi
nel peccato.
Facile cosa è smarrire la via ma se qualcuno, dopo averla smarrita e aver
lungamente errato, si ostinasse altresì, dinanzi all’esperienza di un uomo del
luogo, a non volerla cambiare, sostenendo che il suo sentiero è vero e che la
strada maestra è falsa, chi non lo lascerebbe a se stesso? Ostinarsi in ciò che
si riconosce erroneo è peggio che il primitivo errare: ”errare humanum est
perseverare diabolicum” dice l’antico adagio. Dio stesso non pretende che
l’uomo non pecchi, se l’avesse voluto impeccabile non l’avrebbe fatto libero.
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Egli vuol solo che non si ostini nel peccato, perdendo nel domino del male
quella libertà che gli ha dato per il suo bene. L’impenitenza finale non è che
la tragica, ma logica conseguenza dell’ostinarsi nel peccato. Nessuno è più
schiavo di colui che ha venduto la sua libertà, colui che al male ha detto: “tu
sei mio padre e mia madre”, costui ha veramente venduto la sua libertà.
L’attimo sacro della morte permette tutte le abdicazioni, concede tutte le
detrazioni, permette tutte le affermazioni e i riconoscimenti; in un certo
senso è lecito restar ligi al peccato tutta la vita, purché lo si rinneghi al
punto di morte. Ma chi per indurimento di cuore, per errata vergogna, per
miserabile incuria muore volutamente nella sua colpa, costui pecca contro lo
Spirito. Cristo ha detto: “Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli
uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata”.
Il seme del regno di Dio non chiede che di germinare, il dovere di ogni
uomo è quello di non porre ostacolo volontario alla sua germinazione; poi, a
trarre il bene anche dal male, sarà pensiero ed operazione di Dio. E Gesù
disse loro ancora una parabola (armoniosa è la successione delle parabole
del discorso evangelico): “Il regno di Dio è simile ad un uomo che ha seminato
della buona semenza nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il
suo nemico e seminò delle zizzanie in mezzo la grano e se ne andò. E quando
l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie. Ed i
servitori del padrone di casa vennero a dirgli: “Signore non hai tu seminato
buona semenza nel tuo campo? Come mai dunque c’è della zizzania?”. Ed egli
disse loro: “Un uomo nemico ha fatto questo”. E i servitori gli dissero: ”Vuoi tu
che l’andiamo a cogliere?”. Ma egli rispose: “No, che talora, cogliendo le
zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che ambedue
crescano insieme sino alla mietitura; e al tempo della mietitura io dirò ai
mietitori: “Cogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; ma il
grano raccoglietelo nel mio granaio”. (Matteo 13, 24-30)
Di riscontro a questa parabola, vogliamo narrarne un’altra presa dai
racconti buddici: “Quando Dio creò l’uomo, il diavolo ne ebbe invidia e volle,
a gara con lui, creare a sua volta qualcosa, beninteso un uomo, un uomo
che fosse migliore di quello creato da Dio; ma Dio aveva adoperato tutta la
materia prima e il diavolo si pose in cerca di qualche altra cosa. Dopo tanto
cercare, alla fine, non trovò che un po’ di sterco d’asino e, con esso, plasmò
una figura umana, poi raspò in giro un po’ di calce e, con essa, imbiancò la
sua figura così bene che essa sembrò proprio una magnifica statua
marmorea e poi, cercando di animarla, volle soffiarvi dentro come aveva fatto
il Creatore, ma sbagliò parte e pose il suo uomo in mezzo agli uomini che ne
stupirono perché era molto diverso da loro pur essendo simile, ma non
capivano troppo in che differisse. Però, essendo opera del diavolo era
maligno, ed essendo fatto con lo sterco dell’asino era anche molto sciocco e
faceva molto rumore perché aveva in sé il fiato del diavolo. Gli uomini si
lagnarono con Dio, il quale sorrise e disse: “aspettate la pioggia” e la pioggia
venne e l’opera del diavolo si disfece sotto l’acqua e fu concime ai campi. Ma,
continuò il Buddha, siccome ci sono molti asini, il diavolo continua a
fabbricare i suoi uomini, i quali sono in tutto simili agli uomini di Dio, ma
non resistono alla pioggia e sono destinati invariabilmente a concimare i
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campi, perché Dio ripiglia sempre ogni materia (perché sua) e lascia al
diavolo solamente il suo fiato.
La parabola della zizzania e quella buddica dello sterco dell’asino, si
integrano a vicenda: nell’una come nell’altra traluce una divina bonomia, un
sereno umorismo che di sé riempie lo spazio in cui la parabola opera.
La saggezza divina che è eterna, si contrappone alla povera conoscenza del
tempo che è propria dell’uomo. “Vuoi che andiamo a cogliere le zizzanie?”,
chiedono al padrone di casa. “No! - rispose questi - perché rischiate di
sradicarmi insieme ad esse il grano”. Agli uomini, che si lagnano dell’opera
del diavolo, Dio risponde semplicemente: “aspettate che piova” e, appena
cadde la pioggia, l’opera del diavolo si sfece e servì di concime ai campi. Noi
abbiamo regolarmente sempre una tremenda premura di far giustizia e, in
questa nostra premura, altrettanto regolarmente strapperemo il grano
insieme alla zizzania, coinvolgendo il giusto insieme al peccatore, ma Dio no!
Dio sa attendere, Egli conosce il suo seme e conosce il seme del nemico. Egli
non ha premura, lascia che l’uno e l’altra crescano insieme sino alla
mietitura, poi le zizzanie faranno fuoco sotto la pentola dei mietitori ed il
grano sarà riposto nel granaio del Signore. Spesso il malvagio cresce accanto
al giusto e non puoi sradicare l’uno senza sradicare anche l’altro. Al fianco
dell’uomo di Dio prospera l’uomo del diavolo e, colpir quest’ultimo, potrebbe
significare colpire del pari il giusto. Ecco che Dio consiglia di aspettare la
pioggia; è la pioggia infatti, la precipitazione karmica, quella che deciderà
della reale natura dei due. Il giusto, sotto l’onda della tribolazione che lo
purifica, si rafforza e risplende. Il malvagio, come l’uomo del diavolo, si
scioglie in sterco e sarà concime ai campi. La zizzanie ed il grano di nutrono
di una stessa linfa sopra uno stesso suolo, ma le une faranno fuoco sotto le
pentole, l’altro sarà riposto nel granaio. Così, nella stessa natura di un
singolo uomo, possono coesistere zizzanie e grano, bene e male, virtù e vizio,
merito e demerito.
Se Dio punisse l’uomo ogni volta che egli pecca, dovrebbe compensarlo
ogni volta che agisce bene. Dio non fa né l’una, né l’altra cosa, ma attende
l’ora della mietitura, l’ora cioè, in cui zizzania e grano, potranno essere colti
ugualmente e diversamente destinati. Nulla andrà comunque perduto, tutto
si utilizzerà: il grano al granaio; la zizzania al fuoco. Il bene aumenterà il
tesoro del bene e il male, ardendo, contribuirà suo malgrado alla sua stessa
purificazione.
E ancora Gesù propose loro un’altra parabola: “Il regno di Dio è simile ad
un granello di senapa che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è
bene il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto, è maggiore dei
legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi fra i
suoi rami”. E continua: “Il regno di Dio è simile al lievito che una donna
prende e nasconde in tre staia di farina, finché la pasta sia tutta lievitata”.
Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle turbe e senza parabole non
diceva loro nulla, affinché s’adempisse quel che era stato detto per mezzo del
profeta: “Aprirò in parabole la mia bocca, esporrò cose occulte fin dalla
fondazione del mondo”. (Matteo 13, 31-33; Marco 4, 30-32; Luca 13, 18-21)
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Gli apostoli, capissero o meno le parole del Maestro, vollero tuttavia che
Egli le esponesse, e perciò Lo seguirono nel suo ritiro e, ivi giunti, dissero:
“Maestro, spiegaci la parabola della zizzania del campo”, ed Egli,
rispondendo, disse loro: “Colui che semina la buona semenza è il Figliol
dell’uomo; il campo è il mondo; la buona semenza sono i figlioli del Regno; le
zizzanie sono i figlioli del maligno; il nemico che le ha seminate, è il diavolo; la
mietitura è la fine dell’età presente; i mietitori sono angeli. Come dunque si
raccolgono le zizzanie e si bruciano col fuoco, così avverrà alla fine dell’età
presente. Il Figliol dell’uomo (i l genio della specie) manderà i suoi angeli
(darà il potere alle leggi) che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali
e tutti gli operatori d’iniquità (i vari karma che si effettueranno per
consumazione) e li getteranno nella fornace del fuoco. Quivi sarà il pianto e lo
stridor dei denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre
loro. Chi ha orecchi oda”. (Matteo 13, 36-43)
Fermiamoci un istante e consideriamo queste parabole. Gesù dà ai suoi
discepoli una spiegazione; spiegazione che è doveroso accettare con tutto il
rispetto, però è facile intuire che questa spiegazione, pur essendo vera, non è
la sola vera. Egli dà il cibo che può essere digerito, ma questo cibo fa capire
ben altre sostanze di vita. Egli non esige più di quanto le incolte menti
possono eccepire ma, mentre Egli spiega la parabola, subito ne propone una
maggiore e dichiara una verità ignota che sfugge ai più e che è intuita da
formidabili spiriti quali Lutero, Calvino (per tacer di Agostino e di Tertulliano)
che ebbero il potere di far rabbrividire le coscienze umane sino nel profondo.
Vi sono figlioli del regno e vi sono i figli del nemico: vi sono gli uomini di Dio
e quelli del diavolo, ed essi sono così simili tra loro, che non si possono
sradicar questi senza sradicar quelli. Non si può giudicare, non si può
conoscere sino alla fine dei tempi.
Predestinazione! La tremenda parola sale alle nostre labbra.
Predestinazione! Eterna data dell’eterna creazione ... Il grano, il loglio e lo
stesso campo, la stessa linfa, la stessa vita! E come distinguere? Non vi è da
distinguere, ammonisce la sapienza! Non giudicare, tu non sai, non puoi
saperlo, non lo saprai che alla fine dei tempi, quando gli angeli
raccoglieranno fuori dal regno “tutti gli scandali e tutti gli operatori
d’iniquità”. Gli angeli! Prima d’ogni forma, dalla materia increata e creante,
l’Onnipotente espresse le leggi che, ad essa materia fossero governo e guida
e, queste leggi perfette ed inesorabili, intelligenti, ma non coscienti,
consequenziali a lor medesime, reggono e governano tutta quanta la
creazione. Anche le forme ed i corpi sottili dell’uomo, sono ad esse leggi
sommesse, ma queste leggi non possono completamente agire prima della
fine dei tempi. Il padrone del campo non permette ai servi di sradicare le
zizzanie perché teme che con esse sradichino anche il grano. Nella forma, nei
corpi sottili son simili, i figli di Dio e quelli del diavolo. Le leggi potrebbero
solo distruggere indiscriminatamente, ma il padrone della semente proibisce
loro di sradicare e di distruggere: “ A suo tempo (cioè alla fine dei tempi) voi
opererete secondo la vostra natura, prima no!”. Ed i servi obbediscono.
La leggenda buddica e la parabola delle zizzanie attirano la nostra
attenzione su qualcosa che, lo ripetiamo, fu in antico confusamente intuito;
cioè l’esistenza fianco a fianco di due diverse umanità: “i figli della donna (i
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figli di Lilith) e i figli dell’uomo, fratelli del Signore. L’antica filosofia negava
l’esistenza di un’anima raziocinante negli schiavi e molti padri della chiesa
furono, assai prima di Lutero e di Calvino, affascinati dal concetto della
predestinazione. Indubbiamente noi vediamo sulla terra uomini
sostanzialmente diversi in tutte le loro cose, eppure terribilmente simili fra di
loro, uomini che sarebbero stati degli splendidi insetti sociali e che
vorrebbero portare tutta l’umanità ad un civiltà entomatica. In essi qualcosa
di antiumano trapela, qualcosa di impercettibile e di inconfondibile; non
sono peggiori degli altri - spesso anzi sono migliori - ma mancano di
qualcosa, di qualcosa di umano che può essere la stessa possibilità di
peccare ... Però ci mancano i termini di giudizio: fino alla fine dei tempi non
ci sarà dato entrare nei segreti di una ammirevole e misericordiosa giustizia.
Come vedendo un ciliegio in fiore resta impossibile al più esperto
frutticoltore di poter con sicurezza dire quali fiori allegheranno e faran frutto
e quali no; così a nessuno è dato di penetrare questo segreto: il segreto
dell’ultimo giorno, questo mistero dell’universale giudizio ove ognuno sarà
riconosciuto dall’opera sua, dal suo frutto. Non una condanna, ma un
riconoscimento separerà il grano dalla zizzania; nell’attesa l’uno deve
crescere e fruttificare accanto all’altra. Come la pioggia sciolse la fattura del
diavolo, così l’ultima selezione opererà di per se stessa e sarà giustizia e
insieme misericordia, perché anche all’opera del diavolo è stato concesso di
crescere e di far frutto e pur essa verrà utilizzata dall’economia del divino
amore. Iddio ha creato anche il diavolo: dobbiamo accettare questa tremenda
verità. Le sue operazioni non sono solo tollerate da Dio, ma sono ammesse;
egli è il misso dominico, è il mezzo di prova, la coppella per l’oro, il dolore,
perché il diavolo è il generatore di pena, il facitore di sofferenza, e solo
l’intelligente coscienza dell’uomo permetterà all’uomo di fare dell’opera del
maligno una esaltazione della sua gloria umana, che si farà divina nel
segreto superare, perché i giusti splenderanno nella casa del loro Padre
celeste come il sole. Queste parole che Cristo mette a corollario della
spiegazione che dà, sono più di una promessa, è un’affermazione solenne, è
un impegno che Dio prende con l’uomo e che manterrà se l’uomo saprà
essere fedele, se conserverà sino al raccolto la sua natura di grano, se non si
lascerà contaminare dalle zizzanie.
Ed ecco che Gesù disse altre parabole: “Il regno di Dio è simile ad un
tesoro nascosto, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per
l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo”.
Ed ancora: “Il regno di Dio è simile ad un mercante che va in cerca di belle
perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto
quello che aveva e l’ha comprata. “Il regno del cieli - continuò Gesù - è invece
simile ad una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni sorta di pesci;
quando è piena, i pescatori la traggono a riva e, postisi a sedere, raccolgono
il buono in vasi, e buttano via quel che non val nulla. Così avverrà alla fine
dell’età presente. Verranno gli angeli, e toglieranno i malvagi di mezzo ai
giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco. (Matteo 13,43-49)
La spiegazione di queste tre parabole richiede una particolare attenzione.
Innanzi tutto dobbiamo notare un moto convergente del racconto che
riguarda tre tempi distinti dell’avventura umana. il regno di Dio si può
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trovare per caso. Il regno di Dio si trova nella ricerca. Il contadino che scava
nel campo, ignora che nel campo vi sia un tesoro nascosto, egli lo scopre e se
ne rallegra. Ma il mercante di perle cerca la perla più preziosa, perché sa che
essa esiste; sa che in qualche angolo della terra si trova, e la cerca con
assiduità e, trovatala, se ne rallegra. In una cosa il contadino ed il mercante
sono uguali, nel fatto che vendono ogni loro bene, si disfano di ogni loro
avere per poter venire in possesso l’uno del campo che cela il tesoro e l’altro
della perla lungamente cercata. Infine, il regno dei cieli (da non confondere
con il regno di Dio), offre un carattere ancora diverso.
I pescatori gettano la rete, ma essi non sono i protagonisti dell’azione. I
protagonisti sono le cose che la rete raccoglie, le cose che saranno alla fine
selezionate e scelte.
Il regno di Dio (da non confondersi con il regno dei cieli che è il
“Devachan”) è uno stato di interiorità che riesce ad identificare la reale
natura umana in quella divina. L’uomo scopre con stupore e con gioia la sua
somiglianza con Dio e se ne inebria. Per questa somiglianza egli scopre per
prima cosa la sua reale potenza e questa scoperta lo terrifica. In seguito
capirà che tanto più somiglierà a Dio, quanto meno vorrà valersi del suo
divino potere, e questo costituirà lo stato di saggezza. Lo stato di santità è un
altro assai diverso. Per la saggezza, l’uomo si identifica in Dio transeunte la
forma, ma per la santità l’uomo si vede prediletto da Dio proprio nella forma.
Così di colpo l’uomo può scoprire il regno di Dio come un tesoro nascosto in
un campo. Non vi è attività umana che questo tesoro non possa di colpo
rivelare. Non esiste limite umano a questa suprema sorpresa, ma che fa il
contadino della parabola?
Egli cela nuovamente il tesoro, poi va, vende ogni suo possesso e compra il
campo ove il tesoro è celato. “Compra il campo”, non riflettiamo mai a
sufficienza su questa parabola: compra il campo, non il tesoro. Il tesoro è, in
più è gratuito. Vendendo tutto ciò che possiede, il contadino può comprare il
campo non il tesoro, perché se potesse comprare il tesoro, il tesoro stesso già
possederebbe. L’uomo, con la virtù portata al grado eroico, compra il campo,
cioè compra la vita, compra il suo “stare in questo mondo” che lo porterà in
possesso del tesoro della vita eterna; essa gli è gratis data, essa è sempre un
dono, ma questo dono deve essere conquistato, deve essere meritato con la
rinunzia a tutto ciò che ha chiamato “suo” sino ad allora.
Nulla Dio dà all’uomo gratuitamente! L’uomo deve poterlo guardare in
faccia, deve poter avere dei diritti. Dio non ha creato l’uomo a Sua immagine
e somiglianza per farsene uno schiavo, l’ha creato così per farsene un figlio
di adozione, un figlio che abbia dimostrato di meritare la divina paternità. Il
contadino che ha scoperto il tesoro, simboleggia l’uomo comune che,
ottemperando al suo dovere, scopre il suo diritto, egli però non si fida del suo
diritto puro e semplice, egli vuole che questo diritto sia sancito dalla legge,
perciò vende quanto possiede e compra il campo, rinunzia ad ogni cosa
legittimamente sua per acquistare il diritto a possedere il tesoro nascosto. E’
la virtù portata al massimo, è il bene praticato oltre il limite, è la
rinnegazione di se stesso per possedere più che se stesso, è la santità, è
l’eroicità. Pietro è il simbolo umano di quest’uomo. Egli lascia tutto per
seguire Gesù, egli ha scoperto il suo tesoro. Molti scopriranno come lui il
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tesoro della vita eterna quasi a caso e vorranno comperarlo con la rinunzia e
con il sacrificio di ogni loro cosa perciò, in questo caso, “spirito di rinunzia”.
Lo spirito di rinunzia che potrà indubbiamente portare molto in alto, sino
al magnifico possesso del tesoro nascosto, se pur con un interiore senso di
averlo truffato poiché è chiaro che il valore del campo non può essere quello
del tesoro. Con lo spirito di rinuncia si può comprare la vita, non ciò che è
oltre la vita. Nello spirito di rinunzia è contenuto il significato della santità. Il
santo scopre il regno di Dio vagando entro di sé ma non pensa di
appartenersi, non pensa, non può pensare che lui stesso è il regno di Dio.
Egli vuol comprare il campo dopo avervi rinascosto il tesoro scoperto. In
genere il santo manca di audacia e forse è bene che sia così. Egli ha paura di
riconoscere in sé la sostanza del Padre; una paura ancestrale, una paura di
prima della vita e, per questa paura, ingenuamente offre qualcosa in cambio
di qualcosa, cioè egli offre la vita nel tempo per quella dell’eternità.
Il mercante di perle è il saggio, il filosofo che cerca la verità. La verità che è
la più preziosa delle perle, la verità che sola può dare un senso pieno alla
vita; egli la cerca perché sa che c’è, sa che comunque altri prima di lui l’han
trovata e lodata. La cerca nelle regioni ove suppone possa essa trovarsi e,
cercandola, la trova. Naturalmente, la sua gioia è grande, ma è una gioia
consapevole, senza l’incanto della sorpresa, ma con l’intima soddisfazione di
una raggiunta conferma. Chi gli ha parlato della perla e gli ha dato le
indicazioni per trovarla non l’ha ingannato. La perla esiste e può farla sua
solo se lo vuole, se è disposto a pagare il giusto prezzo. Il mercante paga il
giusto prezzo, rinunziando ad ogni suo antecedente possesso, e ancor si
ritiene beato, ancor ritiene di aver fatto un buon affare barattando il cumulo
dei molti beni con un unico bene che però li sopravanza tutti. A differenza
del santo, egli non si stupisce di trovare il regno di Dio, poiché esso regno è
lo scopo di tutte le sue ricerche, né rifiuta di pagare il giusto prezzo che gli
viene richiesto. Il contadino compra il campo non il tesoro e il tesoro stesso
possederà con sospetto. Il mercante di perle compra la perla, né trova che il
prezzo richiesto sia eccessivo perché ben conosce il valore della perla.
Il mercante possiede lo spirito di distacco, il contadino quello di rinunzia.
L’uno e l’altro portano allo stesso risultato, ma indubbiamente è più felice il
mercante che non il contadino. Entrambi possiedono un tesoro ma, al
mercante gliene da possesso la pienezza del diritto, mentre il contadino
rimane con il sospetto che il vecchio padrone del campo lo citi in giudizio e,
forse, nelle momentanee difficoltà, può darsi che rimpianga le cose cui ha
rinunziato, il mercante invece, reso certo del possesso della perla, di quelle
difficoltà se ne ride. Il saggio procede nella via con serenità e sicurezza; il
santo con ardore e timore. L’uno è certo, l’altro dubita. Entrambi però
raggiungono la stessa meta, possiedono lo stesso bene. Forse per il saggio il
possesso è anticipato anche nella vita terrena; per il santo la cosa cambia,
egli non è mai sicuro! Ma, l’essenza della cosa è pur sempre una: il regno di
Dio è in vendita, si compra al prezzo di tutto ciò che si possiede, ed è logico.
Se è vero che: “dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore”, chi pone il suo cuore
nelle cose del tempo, chi pone il suo tesoro nelle forme materiali, alle forme
materiali si lega irrimediabilmente, si lega con ogni suo interesse, con ogni
sua passione.
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Bisogna vendere ogni nostro possesso, rinunziare ad ogni nostro avere
anche se ci costa (e ci costa moltissimo), anche se per il passato non
abbiamo misurato i sacrifici per entrare in possesso di un certo bene. Oggi si
è scoperto un bene maggiore per il cui possesso si può rinunciare a tutto, a
tutto quanto ci era più caro, perché il possesso del regno di Dio è sufficiente
a compensare tutto. Il regno di Dio! “Cerca il regno di Dio e la Sua giustizia,
il resto, tutto il resto, ti sarà dato in soprappiù”. Comunque sia, cercato
coscientemente o trovato casualmente, il regno di Dio, una volta intravisto,
ossessiona, riempie di sé ogni spazio, annulla ogni tempo, fa colmo di sé
tutto e tutto diviene nulla dinanzi alla sua verità. Il regno di Dio! Cioè
individuare la sostanza del Padre celeste di cui siamo pur fatti, quella
sostanza che è vita, verità, eternità! Capire ciò è “TUTTO”, dopo non si ha più
bisogno di nulla, tutto essendo contenuto in “TUTTO”. Nella sostanza del
Padre ogni cosa è buona; riuscire ad attuare questa sostanza, ecco il
supremo segreto della vita! A questo si può giungere per caso come il
contadino, o per virtù come il mercante, comunque vi si giunge sempre per
un nostro sforzo di lavoro, o per un atto di buona volontà!
Il regno di Dio, insisterà Cristo, è dentro di voi, non ha apparenze
esteriori, non lo trova se non chi lo cerca e non lo cerca se non chi ha
imparato a volerlo con tutto il suo cuore. “Tu non mi cercheresti se non mi
avessi trovato!” fa dire al suo Cristo il grande Pascal. Il regno di Dio è il
germinare prodigioso dall’interno all’esterno di una “divina sostanza”
preesistente la vita. Ogni sforzo cosciente, ogni retta ricerca, ogni costante
insistere nella buona volontà, porta alla gioiosa scoperta, al beato possesso.
Santità o saggezza, che vale se identico è il risultato? Perciò chi non può
essere saggio, sia santo: compri il campo, chi non può comprare il tesoro; il
prezzo è uguale, tutto ciò che è tuo in cambio di tutto ciò che è mio, “e
quando mi avrai dato tutto il tuo acquistando il mio, avrai ancora il tuo”.
Speranze e desideri, affetti ed interessi, ambizioni e vanità, avidità ed orgogli,
vizi e virtù, dolori e gioie, tutto ciò devi dare, devi pagare. Butta tutto, non
tenere nulla per te e avrai in cambio te stesso, cioè il Padre che è nei cieli.
San Giovanni della Croce, in uno dei suoi formidabili rapimenti, fu rapito
in spirito nella visione del regno di Dio. Ritornato in sé, tutto sconvolto, a
coloro che affannosamente lo interrogavano, non poté rispondere che questa
parola: “nulla, nulla, nulla! Non c’è nulla, nulla che si possa dire, che si
possa spiegare”. Il regno di Dio è ineffabile! Può essere posseduto, goduto ma
non descritto, perché i mezzi mentali dell’uomo hanno limiti di per sé
invalicabili; però, chi ha scoperto il tesoro del regno, mai più sarà turbato da
cosa alcuna della carne o dello spirito, mai più sarà titubante, mai più
conoscerà desiderio alcuno.
Ma come giungere a questa interiore scoperta? Il Buddha lo insegna.
Elimina dalla tua vita interiore tre cose: l’affanno per ciò che passa, l’amore
per ciò che non è eterno, il desiderio di desiderare le cose effimere. Non
curarti di ciò che non è te stesso, non creare forme passionali che ti possono
legare, non mescolare le vie e le conoscenze. Tre cose devi imparare: ad agire
rettamente, a parlare rettamente, a pensare rettamente. Infatti se
opererai rettamente, non potrai parlar male e se parlerai bene sarai costretto
a ben pensare, perché una cosa giusta non ne genererà mai delle ingiuste,
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così ciò che è retto non diverrà mai storto. Di questi insegnamenti una frase
- a mio avviso - va chiosata: “Non curarti di ciò che non è te stesso”. Al primo
colpo questa frase sembra addirittura cinica e incoraggiante al più perverso
egoismo. Ma un esame meno superficiale ci porta ad intendere la saggezza e
l’ampiezza. Uno dei peggiori scherzi che la nostra personalità ci può fare è
quello, purtroppo assai comune, di distogliere la nostra attenzione interiore
con speciosi pretesti: il pretesto della carità, il pretesto del lavoro, il pretesto
dell’attività sociale.
“Marta, Marta, di che ti affanni? Guarda tua sorella Maria, essa si è scelta
la parte migliore!”. La personalità teme sommamente ogni atteggiamento
introspettivo; la meditazione è per lei esiziale e quindi, alla meditazione,
all’interiorizzazione, tenta in ogni maniera di opporsi. I pretesti non mancano
ed ognuno di noi è sempre ben lieto di appigliarsi a qualcuno di questi
pretesti. La compagnia di noi medesimi è la meno piacevole e, da questa
compagnia, si cerca in ogni maniera di evadere. Curarsi di “noi stessi”
significa interiorizzare, significa scrutare la ragione segreta di ogni nostro
gesto, significa stare con noi in una specie di narcisismo alla rovescia,
applicando costantemente a noi stessi quello spirito critico e zelante che ci fa
tanto agitare fuori da noi medesimi. Badare a noi, essere presenti sempre,
sempre vagliare ogni impulso e ogni moto. No, non è piacevole! Meglio
occuparsi degli altri, meglio agitarsi nel lavoro della carità nella società,
meglio fare del bene. “Fare del bene”! Anche Marta voleva fare del bene a
Cristo, ma Maria aveva capito che l’unico modo giusto era quello di farlo a se
stessa ascoltandone la parola. L’agitazione distrugge il mondo. Il regno di Dio
è il regno di calma assoluta, di silenzio, di quiete. Per questo occorre
imparare a curarsi solo di noi stessi, per questo è necessario interiorizzarsi.
Guai a chi non sa star solo con il suo Dio, a chi ha bisogno di aver la camera
nuziale piena di testimoni!
Nell’interiorizzazione poco alla volta si fa il silenzio e la pace; allora si
diviene coscienti di una grande presenza che è l’essenza stessa della vita. La
folla dei pensieri, dei desideri, degli affetti si dilegua, così si dileguano le
paure e le sofferenze, le inquietudini e le avidità. Pian piano avviene un
processo si chiarificazione, di vera decantazione delle cose mentali; ciò che è
essenziale galleggia, ciò che è superfluo o transitorio affonda. Se questo
processo continua, l’uomo ad un certo punto identifica Iddio, allora la
realizzazione del regno è davvero vicina; ancora un passo, ancora uno sforzo
e si farà piena luce, una luce che sveglierà il divino dormiente e attuerà la
pienezza di una consapevolezza eterna e completa. Allora però la personalità
sarà distrutta e, come nulla separerà l’uomo da Dio, così nulla lo separerà
dall’altro uomo. Gioia e dolore, termini antitetici dell’esistere, diverranno
privi di vero significato nell’essere. Ecco che cosa vuol dire l’insegnamento
“non ti curare che di te stesso”. Ecco anche il contadino che scava il campo e
trova il tesoro.
E veniamo alla parabola della rete. In essa non si parla più del regno di
Dio, si parla del regno dei cieli; non più un’attuazione che è distruzione e
creazione insieme, ma un qualcosa di aprioristico. Il regno di Dio, lo inventa
ogni uomo ed è, di ogni uomo, peculiare. Si può dire che: esso è nuovo ogni
volta e ogni volta fa nuovo il suo inventore. Il regno dei cieli invece è
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già inventato, c’è già; risponde quasi ad un meccanismo, e certamente ad una
economia. Esso è assai più creato che non creante, esso del resto “patisce
violenza” e può venir conquistato d’assalto. “Al buon ladrone morente in
croce Cristo non parla del regno di Dio, ma promette: ”oggi sarai meco in
Paradiso”. Il Paradiso. Ecco ciò che gli uomini comunemente intendono per
regno dei cieli! Il Paradiso, cioè il giardino delle delizie, il luogo d’ogni piacere
e di ogni ricompensa. In tutti i tempi, tutti i popoli ebbero del Paradiso
un’idea piuttosto legata a concezioni sensoriali. Tutta la simboletica del
resto, incoraggiò ed incoraggia questa concezione; d’altronde sarebbe
impossibile portare la nascente personalità dei popoli, alla realizzazione di
altissimi concetti squisitamente spirituali, quindi, solo un aspetto di cose
identificabili mediante i sensi, poteva colpire la loro immaginativa. Così,
come il Paradiso fu la fresca immagine di un giardino delle delizie, l’inferno
fu la dolorante realtà di una camera di tortura.
All’alba dell’umanità e per il suo lungo meriggio, l’uomo intese solo ciò che
al suo spirito si comunicava mediante i sensi, così, gradualmente, si creò
uno spostamento di valori etici e morali per cui sempre più il senso e il
sentimento, cioè i valori propri dell’anima e del corpo presero il sopravvento
sopra quelli della mente e dello spirito. Il devaschan con i suoi molteplici
mondi animici via via si sostituì al regno di Dio, cui molti erano sì chiamati,
però ben pochi riuscivano ad autoeleggersi. Il regno dei cieli opera per il
meccanismo della morte fisica, che è davvero la rete gettata in mare che
cattura “ogni sorta di cose” e che i pescatori, seduti sulla riva, sceglieranno e
“metteranno nei vasi le cose buone e butteranno di nuovo nel mare quelle
non buone”. Su queste parole dobbiamo fissare le nostra attenzione, perché
esse indicano una scelta operata dopo la morte. Alcune cose sono
conservate, altre no! Alcune cose vengono giudicate buone, altre verranno
rigettate nel mare. Se la rete è la morte, il mare è la vita; i pescatori sono i
geni della vita e della morte; la scelta comunque si opera dopo, ed è
insindacabile! Solo chi ha attuato il regno di Dio, cioè la consustanzialità con
il Padre, sfugge alla legge di selezione e di scelta, perché si è già di per sé
liberato da ogni cosa sindacabile, ma gli altri no. Per gli esseri comuni vige
questa legge: la rete della morte getta sulla riva devaschanica ogni sorta di
cose, “cose buone, attinenti allo Spirito; cose cattive, attinenti alla forma
materiale”.
“Non omnia morietur”. Non tutto muore, dice il filosofo antico. Infatti,
anche in un piano fisico non si può dire che la morte uccida veramente
molto. L’amalgama che regge organicamente una data forma, si scioglie è
vero, ma si scioglie nei suoi elementi costitutivi, non scioglie questi elementi;
essi restano, non più del tutto percepibili ai sensi, ma forse sopra i sensi
stessi operanti. Nell’economia dell’universo quanto la materia ha espresso di
fondamentalmente energetico, cioè quanto, pur nella forma peribile, è
espressione di potenza spirituale, non viene disperso e distrutto dalla
distruzione della forma concreta, ma viene scelto e riammesso di nuovo nella
grande onda di vita; così tutti gli ergon, le stimuline, gli stessi ormoni e così
innumerevoli elementi cellulari, vengono a ricostruire nuovi corpi e a dare la
spinta impulsiva della vita a nuove anime. Talora qualcuno di essi riesce a
sintetizzare una memoria e a trasmetterla; allora, qualcuno ha strani bagliori
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di apparenti ricordi di vite antecedenti ma, per lo più, queste memorie si
fissano nei gheni e costituiscono le caratteristiche ereditarie di specie, di
famiglie e di razze.
Altre sostanze di vita entrano nella grande onda fisiopsichica e
ossessionano i viventi o demonicamente li spingono ad agire anche fuori dal
loro limite. Sui piani animici, scorie passionali ed elementi personalistici
tentano di ricostruirsi una sorta di unità, creando ibride nature fra la bestia
e l’uomo, fra il silfo e l’angelo. Così si creano i mondi animici, fatti di materia
mentale ad imitazione di questi mondi terreni, comprensibili alla sensorietà
dell’uomo. Mondi allucinatori eppure reali, per chi entro è chiamato a vivere,
come reale è il mondo della carne e reale è il piano tutto dell’esistenza per chi
sopra la terra ancora trasmigra. Il regno dei cieli è un piano d’attesa, un
piano di virile malinconia, dove l’umano spirito si purga e si fa degno di
salire al cielo dello spirito divino. Ma se, nella conquista del regno di Dio, noi
vediamo operare il libero arbitrio e vediamo la gloria della natura umana che
torna divina, nel regno dei cieli, vediamo operare unicamente la legge di
causa e di effetto, che si estrinseca come naturale selezione operante per
peso specifico. La rete non sceglie, raccoglie; le cose raccolte non si scelgono
da sole, sono scelte dai pescatori. Il giudizio dei pescatori è insindacabile,
essi sanno cosa conservare e cosa gettare.
Nel regno dei cieli non esiste il fattore libertà o responsabilità; in esso una
volontà, fuori dalla volontà comune, opera e decide. Si può conquistare con
la violenza il regno dei cieli, così come un pesce può deliberatamente saltare
dalla rete. Si può in tal modo venir raccolti ma non è tutto, anche se per la
normalità dei mortali è molto. Il regno dei cieli è l’autentico purgatorio, un
purgatorio fatto di paradisi, se si vuole, ma dove regnano incontrastatamente
le virtù teologali purgatoriali: la fede, la speranza, la carità. La carità, come
regna pur sulla terra, la carità intesa come compassione, filantropia,
solidarietà, ma non come l’immenso amore che interamente la intende e la
compendia, l’amore che è Dio e che solo in Dio è pieno e perfetto. Sugli stati
animici del “post mortem” è inutile intrattenersi; in proposito, esiste nel
mondo una tale letteratura, da farne intere biblioteche. Quanto è stato
scritto, descritto, promesso, minacciato, visionato in proposito non è che
troppo vero e troppo falso. Ognuno troverà alla morte il suo cielo e il suo
inferno, per poco che la sua vita abbia inciso nella legge di causa e di effetto.
È vano parlar di questi stati per dirne bene o per dirne male poiché, per essi,
vige la stessa legge che governa l’esistenza terrena.
Tutti, sulla terra, sappiamo di essere nel transitorio e nell’apparente, tutti
conosciamo bene come ogni cosa sia, non solo effimera ma, addirittura
inconsistente eppure viviamo, operiamo e ci affanniamo come se fosse
esattamente l’opposto. Ognuno si riempie la bocca e purtroppo il cuore, di
grandi parole: comprensione, bontà, perdono delle ingiurie, distacco dalle
vanità terrene e poi, nell’occasione, ben pochi si comportano secondo
un’etica umana. Se noi pensiamo alla gente che uccide e si uccide per una
parola, per un gesto, per uno sguardo male inteso, noi vediamo come il
delirio dell’apparenza, governi in realtà ogni moto della stessa essenzialità
dell’anima umana. Vi è gente che è impazzita per una lettera anonima e
gente che per un anonimo incitamento ha ucciso, incendiato, stuprato.
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Come si può pretendere che questa stessa gente, per il semplice fatto che la
morte l’ha privata di taluni modi di essere nella sensorietà, cambi? Per
l’alcolizzato, per il tossicomane, le visioni che vengono procurate dall’alcool e
dalla droga sono reali, lo stesso accade dopo morto. Il regno dei cieli, il
grande mondo devashanico, null’altro è che “continuità”; però, chi per questo
regno ha rettamente vissuto, chi a questo regno ha ardentemente sospirato,
chi in esso ha rimandato l’incontro con gli amati della vita terrena; chi nella
vita se lo è costruito con lembi d’anima, questo regno troverà, poiché patisce
violenza, e in esso, finché si contenterà, godrà di molti gaudi, non escluso
quello, indispensabile del pari all’anima e alla personalità, della ricompensa
e della rivalsa, l’eterno gioco di Lazzaro e di Epulone, di cui parleremo a suo
tempo.
I discepoli si avvicinarono a Gesù e gli chiesero: “Chi è dunque il maggiore
nel regno dei Cieli?”. Ed Egli, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in
mezzo a loro e disse: “In verità, io vi dico: se non mutate e diventate come
fanciulli, non entrerete nel regno dei Cieli. Chi pertanto si abbasserà, come
questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel regno dei Cieli. E chiunque
riceve un cotal piccolo fanciullo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà
scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe
che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sommerso nel
fondo del mare. (Matteo 18,1-7 ; Marco 9, 33-37; Luca 9, 46-48)
Guai al mondo per gli scandali! Poiché, ben è necessario che avvengano
degli scandali ma, guai all’uomo per cui lo scandalo avviene! Ora, se la tua
mano od il tuo piede ti è occasione di peccato, mozzali e gettali via da te;
meglio è per te l’entrar nella vita monco o zoppo, che l’aver due mani o due
piedi ed esser gettato nel fuoco eterno. Se l’occhio tuo ti è occasione di
peccato, cavalo e gettalo via da te; meglio è per te l’entrar nella vita con un
occhio solo, che aver due occhi ed essere gettato nella geenna, del fuoco.
Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, perché, io vi dico che:
gli angeli loro, nei cieli, vedono di continuo la faccia del Padre mio che è nei
cieli, poiché il Figliolo dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perito”.
E disse loro questa parabola:
“Se un uomo ha cento pecore e una di queste si smarrisce, non lascerà
egli le novantanove sui monti per andare in cerca della smarrita? E se gli
riesce di ritrovarla, in verità vi dico che ei si rallegra più di questa che delle
novantanove che non si sono smarrite. Così non è del voler del Padre vostro
che è nei cieli, che uno solo di questi piccoli perisca”. (Matteo 18, 10-15;
Luca 15, 1-7)
Questa pagina evangelica, ci offre una miniera di considerazioni ed è piena
di significati e di ammonimenti: in questa pagina Cristo è quanto mai
maestro. La sua parabola affluisce limpida ed ammonitrice, tutta una divina
autorità riempie il tono che è stranamente aderente al bisogno umano,
stranamente amorevole ed insieme minaccioso. Incominciamo dal principio.
Ancora una volta la natura umana, tutt’altro che evoluta dei discepoli, si
rivela. Essi sono uomini di poca levatura, uomini normali che amano Gesù e
lo seguono, ma alla fine vogliono sapere quale sarà il loro destino e chi di
loro sarà maggiore nel regno dei cieli (del regno dei cieli, ben inteso, perché
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del regno di Dio non han capito niente) e allora chiedono a Gesù con il sottile
tremore di sentirsi dire: “Ecco tu sei quello”. Gesù beffa questa speranza e ne
trae occasione per un altissimo insegnamento. Prende un bambino e lo pone
in mezzo a loro e dice: “Ecco, chi sarà come questo bambino, sarà il
maggiore nel regno dei cieli”. Esaminiamo il simbolo: un bambino non ha
personalità, è dolce, fragile e fidente. Egli sa di aver bisogno di tutti e non se
ne adonta, anzi, si stupisce se non capiscono i suoi bisogni. Egli
candidamente si offre, pronto ad amare ed a credere, pronto ad obbedire con
fiducia a chi sa accostarsi alla sua anima novella, a chi non desta il suo
istinto ancor puro. Egli non pensa che gli adulti possono errare, ma sa che
egli può errare, così come sa di aver bisogno degli adulti, ma non che questi
abbisognano di lui. La sua posizione è posizione di umiltà, di obbedienza,
posizione in se stessa eccellente per chiunque; posizione ideale per attuare
un’ottima situazione nel regno dei cieli.
“Ecco, dice Gesù, siate come questo fanciullo. Il più fanciullo è il maggiore,
nel regno dei cieli”. Inoltre, i fanciulli amano le fiabe, vivono volentieri nel
fantastico, credono volentieri alle meraviglie, sono perciò dei meravigliosi
costruttori del regno dei cieli; per essi ogni cosa, purché appaia splendida, è
vera. Colui che ama spaccare un capello in quattro, non saprà mai cosa sia il
regno dei cieli, regno del sogno e della poesia, regno dell’armonia e della
meraviglia. Colui che sa che l’erba è verde a cagion della clorofilla, mai potrà
sognare di sapere che essa è verde perché così l’ha dipinta un angelico
pittore. Se volete il regno dei cieli, se volete un meraviglioso regno di favola,
non costruite personalità alcuna; siate umili, siate fanciulli, non chiedete
mai ad alcuno dei molti “perché”, accontentatevi di ciò che siete, non
mutatevi, oppure sì, mutatevi in fanciulli ed il regno dei cieli sarà vostro. E continua Gesù - guardatevi dal dare scandalo a questi fanciulli, il candore e
la purezza della loro fede bastano, non confondeteli, non storditeli essi, a
modo loro, hanno ragione. Se la loro fede non urta contro ostacoli di peccato,
se possono aver forza per andare avanti, lasciateli stare, perché ne sanno più
di voi; essi non si preoccupano del maggiore o del minore, si occupano solo
di raggiungere, comunque, un bene in cui credono e, a questo bene sperato,
sacrificano volentieri i pochi beni certi che possiedono”. “Guai a chi
scandalizza questi piccoli che credono in me”. Il Buddha dice: ”Non
insegnare al topo a rodere né al semplice la sua vita!”.
Ancora una volta Cristo e Buddha si incontrano; ancora una volta la verità
unica, incontrovertibilmente, si integra traverso i secoli, e Cristo diviene duro
e terribile nella sua ammonizione: ”guai a colui da cui vien lo scandalo, guai
a colui che scandalizza uno solo di questi piccoli che credono in me”.
Scandalo! Anche il Buddha parla a lungo degli scanda. Egli distingue gli
scanda in tre ordini: gli scanda necessari, gli scanda utili, gli scanda
malvagi. Il Buddha vede negli scanda come degli ostacoli posti sulla via della
conoscenza, ostacoli che il forte supera, ma che arrestano l’imbelle. Questi
scanda sono dunque necessari, utili e malvagi. Necessari sono gli ostacoli
sulla via della vita a misurare la sicurezza di chi, in essa via, inceda. La vita
è una conquista, una conquista di ogni ora, di ogni giorno, e solo chi sa
vincere difficoltà di ogni genere, è degno di essa. Questi scanda necessari
sono insiti nella legge ed è giusto che sia così; vi sono poi gli scanda utili, gli
22
scanda che provano la tempra autentica delle singole personalità, ed essi
sono le innumeri ragioni di sofferenza della personalità medesima, le
umiliazioni, i contrasti, le incomprensioni, gli avvilimenti, financo le stesse
persecuzioni e le stesse apparenti ingiustizie. Vi sono infine gli scanda
malvagi, gli scanda che nascono dal cattivo volere, dal lubrico bisogno di
nuocere. Contro questi ultimi si scaglia il Cristo: “Guai a chi scandalizza uno
solo di questi miei piccoli!”.
Esiste, purtroppo, il malvagio gusto della contaminazione, il piacere della
corruzione; esso è un piacere raffinato e sottile che non è appannaggio di
esseri rozzi. Generalmente, i corruttori sono esseri stimati, appartengono ad
un certo ceto sociale, di profonda, se non proprio cultura, erudizione; esseri
quindi che hanno il loro posto nella considerazione dei semplici. Come il
bambino crede semplicemente nell’adulto, così il semplice crede
tranquillamente in chi stima superiore a sé. Un’errata dichiarazione pseudoscientifica - e quel che è peggio - volutamente erronea, può fare assai più
male alle anime innocenti che non un’aperta lesione alle leggi morali.
D’istinto, il semplice distingue il bene e il male. Esso sa, ad esempio, che
rubare è male, che uccidere è male; ma egli ignora che vi è un modo di
rubare e di uccidere elegante, un modo che sfugge alla sua innocenza, e
allora, egli può essere corrotto senza neppure accorgersene. Sarà oggi una
lettura, domani uno spettacolo, doman l’altro un discorso in piazza e
l’innocenza è perduta, il malvagio scandalo ha fatto l’opera sua; opera sottile
e inavvertita, perciò ancor più pericolosa e temibile. Contro questi seminatori
di scandali, il Cristo si scaglia: “Guai a voi! Quanto sarebbe meglio per voi che
non foste nati o, appena nati, vi avessero affogati in mare!”. (Matteo 18, 6-7)
Mai il Cristo sarà più severo, mai la sua parola si leverà più alta. Egli
difende i suoi piccoli come un leone; difende l’innocenza, l’ingenuità, la
purità delle anime che sono la splendida speranza dell’uomo. Se queste
anime verranno malvagiamente corrotte, quella speranza sarà inaridita come
una fioritura d’aprile dalle nebbie tardive. Così Cristo leva la sua voce di
ammonimento e di minaccia. Lo scandalo però può non venire solamente dal
di fuori, più sovente viene dal di dentro.
Tutto può essere occasione di scandalo, persino le membra del corpo, e
allora ecco il consiglio deciso e crudo: “Se la tua mano, se il tuo piede, se il
tuo occhio ti sono di scandalo, tu cavati l’occhio, troncati la mano ed il piede
e gettali via da te, che meglio ti vale entrare nelle vita eterna monco, zoppo e
con un occhio solo, che esser gettato nelle geenna del fuoco”. ; (Marco 9, 4248; Matteo 18, 8-9; Luca 17, 1-2)
Naturalmente il consiglio è figurativo ma, esso, intende la necessaria
violenza che ognuno deve fare alle proprie inclinazioni, ai propri desideri ed
ai propri affetti perché essi non siano causa di perdita della propria anima.
Sì, possiamo patir scandalo, persino da chi più amiamo e siamo indifesi
contro il nostro amore; siamo indifesi, però la difesa è in noi, nella nostra
coscienza, nella nostra capacità di valutazione, nel nostro senso di
rettitudine. Sì, talora, questa difesa equivale ad una mutilazione, ma il Cristo
consiglia la mutilazione piuttosto che perdersi. Talora si può essere avvinti
naturalmente o meno da legami che son divenuti una sola cosa con noi, con
la nostra carne. Quante volte ci accade di vedere una nobile anima travolta
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nella schiavitù di una passione indegna, ma anche per essa vige la legge che
ingiunge di liberarsi, poiché non varrà a difendersi il dire: “non potei
liberarmi, e pur conoscendo il bene, accettai il male perché era più forte”.
Vi sono lotte interiori, immensamente superiori a quelle che i martiri
sostennero nelle arene; vi sono dilaniamenti peggiori di quelli che un
carnefice rapidissimamente può infliggere, ma tutto deve esser patito, tutto
accettato, piuttosto che perdere la propria essenza spirituale, piuttosto che
rinnegare la sostanza del Padre che è in noi. Questo è il significato della lotta
contro lo scandalo, l’unica lotta che tutti siamo chiamati a combattere. E
scandalo può essere la malattia, la miseria, la deformità, persin la vecchiaia,
persin la morte può essere scandalo per noi. Scandalo l’ingiustizia, scandalo
la stessa religione se i suoi membri non rispondono ad un ideale che la
nostra personalità falsa a bella posta, acciocché noi possiamo patire
scandalo. Lo scandalo è nell’aria che si respira, nell’acqua che si beve, nel
pane che si mangia. Lo scandalo è necessario, lo scandalo è la lotta, il
combattimento, il vegliare di continuo per non cadere in tentazione. Lo
scandalo è previsto, ma è prevista la vittoria dello spirito sopra la materia,
della luce sulle tenebre, del bene sul male; è previsto che la natura divina
prevarrà. E se non prevale? Se non prevale l’uomo viene spogliato dei suoi
attributi divini, destituito della sua dignità, spogliato della sua eredità
celeste. “Quanto sarà meglio entrare nelle vita zoppo, monco e con un occhio
solo, che esser gettato nella geenna del fuoco”. Cristo, maestro e giudice, non
transige, non ammette scappatoie, non accetta compromessi tutto per tutto.
La vita eterna merita il prezzo di ogni transitorio bene materiale.
Questo discorso di Gesù sullo scandalo si chiude, armoniosamente e
confortabilmente per noi, con la soave parabola del buon pastore: “Un uomo
che possiede cento pecore e ne perde una, non si dà pace, lascia al sicuro le
novantanove e va in cerca dell’unica smarrita”. (matteo 18, 12-14 Luca 15, 17)
Il buon pastore ama le sue pecorelle, e il buon pastore è Lui, il Cristo. Egli
va in cerca della smarrita, della perduta, dell’errante. Chi è, che cosa è
questa pecorella? E’ facile, è confortante rispondere che questa pecorella è il
povero peccatore ma non è sufficiente. Indubbiamente il Cristo, con questa
parabola, intende anche quello ma, soprattutto, mira ad altro. Questa
parabola e quella che narreremo a suo tempo, del figliol prodigo, si
ricollegano ad una non mai a sufficienza meditata petizione del Pater: “sia
fatta la Tua volontà, sulla terra come è fatta nei cieli”. Questa petizione parla
della terra facendone un personaggio a se stante, un personaggio antitetico
al cielo. Non dice: ”Sia fatta la Tua volontà fra gli uomini come è fatta fra gli
angeli” ma: “sia fatta la Tua volontà, sulla terra come è fatta nei cieli”. Sulla
terra, dunque, non è fatta la volontà di Dio, la volontà del Padre celeste.
Come mai? La Terra, come pianeta insito nel sistema solare, indubbiamente
non può sottrarre se stessa né alla legge d’inerzia, né a quella di
gravitazione, né alla legge di massa, né a quella di energia. Come le leggi, per
forza o per amore, la Terra deve fare la volontà del Padre che è nei cieli. Ciò
che è stabilito, come essenzialità di direzionalità e di dimensionalità, la Terra
non può mutarlo; la Terra stessa non può decidere di autodistruggersi o di
crearsi un’orbita differente da quella tracciata per lei da una precisa
24
causalità né, alla Terra, è dato modificare alcunché della sua posizione
astronomica. Come mai la Terra non pratica il volere del Padre? Come si
oppone alle direttive di Dio?
E’ indubbio che non è sul piano fisico che si intende la petizione, non è
nell’ordine delle cose naturali che si viene a determinare l’opposizione; la
Terra, in quanto piano fisico, compie la volontà del Padre, come qualsiasi
altro pianeta. E allora, dov’è il dissidio? In piano fisico, abbiamo detto, la
Terra compie la volontà del Padre come qualsiasi altro pianeta ma, se lo
compie in piano fisico a ciò è costretta da leggi improrogabili, da leggi di per
se stesse operanti nel quadro generale dell’universo; altrettanto vero è che,
queste leggi, nulla possono sul piano animico e spirituale e che, la Terra, ha
questi piani. Sul piano animico quindi e su quello spirituale, è instaurato il
dissidio fra apparenza ed essenza, fra materia e spirito. La Terra vien
considerata, di per se stessa, non inerte materia ma operante coscienza, non
misera natura, immessa nelle leggi, ma operante essenza. L’uomo è
l’espressione della Terra, forse la più autentica espressione dello spirito della
Terra. L’uomo plasmato con il suo fango la ripete e la esalta, come il feto
ripete ed esalta la madre: la Terra è la madre dell’uomo e l’uomo solo nella
creazione si oppone, può opporsi alle leggi, può smarrirsi. In questa sede non
vogliamo fare né della fantascienza, né del dogmatismo, però, sarebbe
ridicolo che dalla fantascienza o dal dogmatismo ci facessimo precedere.
Sappiamo che il nostro pianeta non è la sola “terra dei cieli”; sappiamo che
nell’immenso universo, la Terra stessa, conta come un piccolo pulviscolo.
Possiamo accettare benissimo l’ipotesi di lavoro che, altre terre ed altre più
fulgide umanità rendano gloria al Creatore. Domani potrebbe venire a noi
un’astronave con fratelli celesti, diversi da noi e a noi simili in una sola cosa:
nel poter essere liberi e coscienti e ciò non cambierebbe nulla, non
muterebbe nessuna intuita verità, non confonderebbe nessuna rivelata
asserzione. Forse migliori di noi, questi fratelli, certo di noi meno audaci.
Essi ignorano la triste e pur grandiosa gloria di tornare coscientemente al
Padre dopo essersene allontanati incoscienti. Da nessun cielo ci può
giungere una verità più vera di quella che abbiamo conquistato e fatta nostra
fra le lacrime e il sangue. Da nessun cielo ci può giungere un altro Evangelo.
La Terra non fa la volontà del Padre? Però se essa è la pecora smarrita,
essa è di certo più amata. Per essa il Cristo è venuto, per essa il Verbo si è
fatto carne ed ha abitato fra gli uomini. Ecco la ragione del nostro orgoglio, la
testimonianza del nostro valore, la ragione unica della nostra più profonda
umiltà. Il Cristo ha voluto essere il nostro Primogenito, Egli ha voluto
somigliare a noi e a nessun altro. Come amerà il Pastore la pecora ritrovata?
Il Pastore se la prende sulle spalle e la riporta all’ovile; Esso è troppo lieto di
averla ritrovata, è troppo felice di toccarla e di sentirla, nella felicità non vi è
posto per i rimproveri e per le recriminazioni. Il Pastore si rallegra e vuole
che i suoi amici si rallegrino con Lui. La Terra deve ridivenire un cielo come
era, il cielo dello spirito, un ordine nell’ordine, una nota della sinfonia
celeste. Per questo Cristo è venuto! “Sia fatta sulla Terra la Tua volontà come
è fatta nei cieli”. E sulla Terra sarà fatta la volontà di Dio non appena gli
uomini di Dio saranno ritrovati da Cristo. Essi possono essersi smarriti nella
notte e nella foresta ma non importa, tempo verrà che il Pastore rintraccerà
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queste anime, queste pecore dilette e le riporterà all’ovile. Però le pecore
potrebbero anche muoversi un poco e cercare il Pastore! Tutti i tempi
giungono, giungerà anche per la Terra, pecora smarrita, l’ora di cercare il
suo Pastore.
Disse ancora Gesù: “Vi sarà mai alcuno che, accesa la lampada, la copra
con un vaso, o la metta sotto il letto anzi, la mette sul candeliere acciocché
chi entra vegga la luce. Poiché non v’è nulla di nascosto che non abbia a
diventar manifesto, né di segreto che non abbia a sapersi ed a farsi palese.
Badate dunque come ascoltate, perché: a chi ha sarà dato ma, a chi non ha,
anche quello che pensa di avere gli sarà tolto”. (Marco 4, 21-25 Luca 8, 1618; 12, 2-3)
Questa parabola, apparentemente facile ma in realtà oscurissima, pone
molti problemi. Nessuno, logicamente, accende una lampada per porla sotto
il letto o sotto il moggio, così Dio, avendo acceso nell’uomo la lampada
dell’intelletto, non intende né offuscarla, né di permettere che essa sia
offuscata. Può essere che a qualcuno giovi che essa sia velata o nascosta, ma
la luce, di per sé, si rivela e non vale cercar di celarla. Il vero può attendere
secoli per rivelarsi, ma si rivelerà sempre, e la lampada, anche sotto il
moggio, riuscirà pur sempre a rivelarsi, riuscirà pur sempre a dare,
comunque, segno di sé. Ciò che è segreto verrà palesato: minaccia o
promessa? L’una e l’altra cose insieme. Minaccia per il segreto del male,
promessa per quello del bene. “State dunque attenti, voi che ascoltate ammonisce più oltre - perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, anche
quello che pensa d’avere gli sarà tolto”.
Questa frase sibillina di Gesù, non possiamo intenderla, se non
collegandola alla parabola delle zizzanie, alla leggenda del racconto buddico.
“A chi ha”, si sottintende la natura divina, la sostanza del Padre, la ragion
seminale del grano. “A chi non ha”, si sottintende a chi è seme del nemico e
non ha la sostanza del Padre. “Ciò che crede di avere, gli sarà tolto”, perché
sarà così, come l’albero si conosce dai frutti, così i figli dell’uomo saranno
riconosciuti dalle opere; la sola fede non basta. Anche il Diavolo crede in Dio
per forza, non vi è nessuno che vi creda più di lui, ma a che gli vale la sua
fede? Così è per l’uomo: egli è uomo o ne ha solo l’aspetto esteriore? Le
opere, solo le opere lo diranno e, allora, se le sue opere testimonieranno per
lui, egli avrà in più la giustificazione, se no, egli perderà anche la forma che
lo veste, l’aspetto che lo distingue, gli elementi personalistici che danno
l’illusione di qualcosa di reale. Iddio accende in ogni uomo la lampada
dell’intelletto, ma questa lampada non viene posta sotto il moggio.
E ancora Gesù fece un altro paragone: “Un uomo aveva due debitori, uno
doveva a lui cinquecento sicli, l’altro cinquanta ma, né l’uno né l’altro
avevano di che pagare così che, egli, finì di rimettere il debito ad entrambi.
Chi dei due lo amerà di più?”. E i discepoli risposero: “Chi ha avuto più
ampia remissione”. (Luca 7, 41-43)
Così è infatti per questo che: a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà
tolto anche quello che pensa di avere; perché chi ha, avendo ricevuto di più,
maggiormente deve rispondere e chi non ha, non avendo ricevuto nulla, non
deve rispondere. Nel premio come nel castigo, la misura è unicamente data
26
dalla capacità di assumere coscienza. Continua Gesù, tornando alla
parabola della lampada: nessuno accende una lampada per non illuminare, la
lampada del tuo corpo è l’occhio dell’intelletto. Se esso è puro, tutto il corpo
sarà illuminato, ma se esso è offuscato dal vizio, anche il corpo sarà nelle
tenebre. Guarda dunque che la luce che è in te non sia tenebra, e in più
rassicurati che ogni parte sia illuminata, perché se tutto il tuo corpo sarà
illuminato senza alcuna tenebra, allora la lampada ti rischiarerà davvero con
tutto il suo splendore.
Questa seconda parte della parabola è molto importante, ed entra nei
particolari dell’iniziazione fisica. L’uomo deve vedere, conoscere, illuminare il
suo mondo fisico. L’ignoranza per pigrizia o per ipocrisia, è sempre un
danno, danno che si traduce in una oscurità che dal corpo trapassa
all’anima. “Tutto è puro per chi è puro, ma chi è puro?”. E’ puro colui che,
conoscendo l’impurità, non se ne lascia contaminare. La purità è
consapevolezza, non ignoranza. E qui viene acconcio un gentile episodio
buddiico: “Due monaci andavano per via parlando fra di loro dell’essere
mondo o no, e mentre l’uno s’infervorava a parlare delle cose che danno
immondezza, discutendone la natura e il perché rendano immondi, l’altro
camminava ascoltando con attenzione, ma guardandosi anche intorno e,
accorgendosi che sulla strada si apriva una fossa di letame, riusciva a
schivarla con un salto, mentre l’altro vi precipitava in pieno. Ecco, disse questo
monaco, aiutando il confratello a togliersi dal mal passo: con un po’ di
attenzione non ti saresti insozzato!”. Un po’ d’attenzione! Che significa
attenzione se non cercare di vedere coscientemente ciò che ci circonda,
illuminare cioè il nostro mondo fisico con la luce della nostra accensione
spirituale? Se il tuo occhio è puro, se tu saprai guardarti intorno, ti sarà
facile far che tutto sia puro intorno a te. Usa i doni dello spirito per irradiare
il corpo!
Molti confondono ipocritamente l’ignoranza più grossolana con l’ingenuità
e la purezza, dimenticando che l’etimologia di ingenuo ha significato di “nato
libero”. L’uomo che s’identifica in Dio è questo nato libero, ma in Dio può
identificarsi solo facendo uso dell’intelletto che gli viene da Dio, accendendo
cioè la lampada della sua coscienza. Non l’ignoranza, ma la conoscenza salva
dal male, e senza conoscenza non vi è iniziazione. L’essenza è pura di per sé
e non è contaminabile; l’iniziazione è una marcia verso l’essenza.
Intanto che Gesù parlava, si accostò a Lui un uomo e gli disse: “Maestro,
di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma Gesù gli rispose: “O uomo,
chi mi ha costituito su voi giudice o spartitore?”. Poi disse loro: “Badate e
guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall’abbondanza dei beni che uno
possiede che egli ha la sua vita”. E disse loro questa parabola: “La campagna
di un certo uomo ricco fruttò copiosamente; ed egli ragionava così fra se
medesimo: che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? Demolirò i
miei granai e ne fabbricherò di più vasti e vi raccoglierò tutto il grano e i miei
beni, e dirò all’anima mia: “Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni,
riposati, mangia bevi e godi”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte l’anima
tua ti sarà ridomandata, e quel che hai preparato di chi sarà? Così è di chi
tesoreggia per sé, e non è ricco in vista di Dio”.(Luca 12, 13-21)
27
Questa parabola inizia la serie della parabole di precetto, cioè di
conduzione di vita morale. Cristo, traendo magistralmente occasione
dall’avida richiesta di un suo ascoltatore che vedeva in Lui solo l’autorità
capace di convincere un suo fratello a dividere un’eredità, attacca
energicamente lo spirito di avarizia. “Guardatevi dall’avarizia”, Egli dice. La
parabola del ricco stolto entra nella serie delle conoscenze pratiche, comuni
della vita contingentale ed esistenziale. La Terra, ricca di beni, aumenta
sproporzionatamente le ricchezze di un uomo, il quale vede questo aumento
come una logica sorgente di preoccupazioni. Ha più beni di quanto abbia
spazio in che riporli; sarebbe logico disfarsi del di più dandolo ai poveri,
magari avvantaggiando i suoi amici o i suoi servi. “No - egli dice - non ho
posto ove raccogliere i miei beni, che farò? Allargherò i miei granai e poi godrò
per molti anni della mia fortuna”. Ma chi, o stolto, ti assicura che avrai molti
anni?
L’avarizia è, fra le passioni, la più stolta e la più inaridente, essa soffoca
persino l’intelligenza naturale e offusca la ragione. L’avaro si crede eterno, è
ossessionato dalla paura dell’avvenire, dallo spettro di una vecchiaia che,
mentre gli è sopra, egli non avverte affatto, occupato com’è ad accumulare
beni da consumare, poi quando sarà vecchio e la morte già incombe egli
accumula ancora beni, che non godrà, beni che saran dispersi, beni che non
otterranno neppure un gesto di gratitudine da chi senza merito ne verrà in
possesso. L’avarizia non è solo la più stolta delle passioni, è altresì la più
totalitaria: essa investe ogni aspetto dell’anima e distrugge ogni
fondamentale ragione di vita spirituale. Se vi è qualcosa di estremamente
legante alla contingenza dell’esistere, questa, è l’avarizia! Da par suo Cristo
la sferza: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata, e quel
che hai preparato di chi sarà?”. Radice sottile e inavvertita però, dell’avarizia,
è la volontà di potenza! L’egoismo innalzato a sistema, il narcisismo mentale.
L’uomo avaro vuol dominare il mondo delle forme, vuol divenire padrone dei
suoi fratelli schiacciandoli con il peso delle sue ricchezze; per questo esso le
accumula con passione, e siccome non vi è cosa che egli non farebbe per
aumentarle, così crede in buona fede che il denaro sia tutto, che la potenza
economica tenga luogo di ogni altra cosa. Quanto più sarà ricco, tanto più
dominerà: ma come farà a saper di essere ricco? L’avaro non lo saprà mai,
esso vedrà sempre se stesso povero, non dirà mai basta all’ingorda fame, e
così la volontà di potenza che l’ha sedotto, alla fine lo beffa, egli muore, ed il
suo tesoro vien disperso.
Con l’avarizia, il Cristo è sarcastico e spietato, sottile e inquirente, la
perseguita ovunque la trovi, la indica anche nelle forma più innocenti. Egli
dice: “Se non potete far nemmeno ciò che è minimo, perché siete in ansiosa
sollecitudine per il rimanente? Considerate i gigli, come crescono, non faticano
e non filano; eppure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non
fu vestito come uno di loro. Considerate gli uccelli: non seminano, non mietono,
non hanno dispensa, né granaio, eppure Dio li nutre. Di quanto non siete voi
da più degli uccelli? A che ti vale conquistare il mondo se perderai l’anima
tua? Non pensare al domani, bada all’oggi, ogni giorno ha la sua pena, soffri
quella! Chi può dire chi è padrone del domani? Certamente non sei tu. Puoi tu
con tutti i tuoi sforzi aggiungere un sol cubito alla tua statura? No, allora
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perché ti affanni e ti preoccupi? Accumulati un tesoro in cielo, dove la tignola
non rode e dove il ladro non ruba; dividi con i poveri, fa delle borse che non
invecchiano, perché ove è il tuo tesoro quivi sarà anche il tuo cuore. E’ più
facile che una gomena passi per la cruna di un ago che non un ricco possa
entrare nel regno di Dio. Ma io vi dico: cercate il regno di Dio e la Sua giustizia
e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù. Il Padre vostro sa di cosa avete
bisogno: siate solleciti di piacere a Lui”.
Matteo 6, 25-34; 19-21; Luca 12, 22-34)
Continuò Gesù: “Fate di essere vigili e pronti sempre, poiché voi non
sapete quando verreste chiamati. Fate perciò come i servi di un gran signore
che era partito per andare a nozze. I suoi servitori si tennero pronti con le
lucerne accese e le mense allestite per riceverlo alla sua venuta e, stando
dietro alla porta, subito che egli picchiò, apersero e beati si trovarono della
loro sollecitudine perché il signore altamente li lodò e, fattili sedere le mense,
egli stesso prese a servir loro. Non fate come quei servi che vedendo tardare
il padrone, presero a rissar fra di loro e a darsi alla crapula e all’ubriachezza,
che , giunto di sorpresa, il signore grandemente indignatosi fece prendere i
servi infidi e, cacciatili dalla sua presenza, li dannò alle tenebre del carcere
ove è gemito e stridor di denti. Voi non sapete quando giungerà il padrone,
se alla prima vigilia, alla seconda o alla terza. State quindi pronti e
conoscendo qual è la sua volontà, fatela fedelmente, sia egli o no nella casa,
perché quando egli verrà, chiederà conto di come si è obbedito, nella sua
assenza, ai suoi voleri. E quel servo che conoscendo la sua volontà non l’ha
eseguita, sarà duramente punito, ma molto meno sarà punito quel servo che
ha ignorato la volontà del padrone; poiché la pigrizia volontaria è cosa più
grave che non la pigrizia involontaria, ancorché pur essa sia male. Ma quel
servo che sarà stato trovato solerte e fedele, quello sarà grandemente beato,
perché il padrone l’abbraccerà e lo terrà come figlio e lo arricchirà di ogni
cosa sua. (Matteo 24, 45-51; Luca 12, 35-48)
Questa trasparente parabola esorta la sollecitudine nel servizio della vita.
Anche la vita fisica appartiene a Dio e chi vive, vive in servizio. Sia quindi, il
vivente, sollecito nel compiacere il padrone. Egli apparentemente è assente
dalla casa, ma non per questo la casa è meno sua. Sia quindi ogni uomo
sollecito di far bene, non s’illuda se facendo male nell’apparente assenza del
padrone, nulla immediatamente gli capita perché: il padrone verrà e
chiederà conto! Per ragion naturale l’uomo sa qual è la volontà del padrone,
e quindi si adoperi secondo virtù a far bene il suo servizio. La ragione, da
sola, esorta l’uomo a non vivere, ed a non operare da bestia. La ragione, da
sola, conduce l’uomo al bene ma se egli, opponendosi alla ragione e
seguendo le istigazioni delle passioni, si allontana dalla linea che il padrone
ha tracciato, non speri che ciò sia per molto, il padrone verrà e chiederà
conto ... e il padrone è, in piano fisico, la vita stessa. La vita ha leggi di per
se stessa irrefutabili ed irreversibili; non si può pensare che contravvenendo
ad esse sia possibile passarla liscia. Presto o tardi la vita sopraggiunge e
presenta inesorabilmente i conti che devono venir soddisfatti seduta stante.
Però la vita è paziente e saggia, e la giustizia del suo fattore è longanime.
Gesù narra, a questo proposito, la parabola del fico sterile: “Un tale aveva
un fico piantato nella sua vigna e andò a cercarvi del frutto e non ne trovò.
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Disse dunque al vignaiolo: Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar
frutto da questo fico, e non ne trovo; taglialo, perché sta lì a rendere
improduttivo anche il terreno? Ma l’altro gli disse: Signore, lascialo ancora
quest’anno, finché io l’abbia scalzato e concimato, e forse darà frutto in
avvenire. Se no, lo taglierai. Infatti, l’anno dopo il fico aveva fruttificato”.
(Luca 12, 6-9)
Il padrone dell’orto è Dio, il vignaiolo è la legge di vita; il fico talune forme
umane. Accade che taluni esseri perfettamente inutili, almeno in apparenza,
abbiano una vita molto lunga e vengano stranamente preservati da una fine
più che meritata, si è che la fine in questo caso sarebbe così definitiva, che la
stessa legge di vita prega per loro: “Lascia, o Signore, che io provi ancora a
vedere se proprio questo albero non fa frutto”. Vi è una misericordia della vita
che è grande, essa è decisa a far qualsiasi cosa perché nessuna delle forme
create sia sterile, meno che meno la forma umana. Ora, se il Signore ha
pazienza ed ha pazienza la vita, nessuno ha il diritto di essere impaziente,
l’albero tollerato fruttificherà, magari tardi, ma fruttificherà. Questo è lo
scopo della vigna e del vignaiolo.
Un volta Gesù fu invitato a pranzo con i suoi discepoli, e osservò come a
quel pranzo la gente facesse molte discussioni per decidere chi dovesse
sedere a capo della tavola e chi a fianco. Allora Egli disse: “Quando qualcuno
ti invita a tavola, non precipitarti al primo posto, perché non ti avvenga come
a quel tale che, sedutosi al posto non suo, fu dal padrone di casa invitato in
malo nodo a cedere il posto ad un altro più degno di lui, e ne ebbe le beffe di
tutti gli invitati. Ma quando sei invitato, poniti all’ultimo posto che, se vi
resterai, non ti sarà di vergogna; ma se il padrone di casa, sopraggiunto, ti
rimuoverà per averti più a lui vicino, ti sarà di onore fra tutti i convitati;
perciocché chi s’innalza sarà abbassato, ma chi si umilia sarà esaltato”. E
Gesù continuò: “Quando fai un pranzo, non invitare i tuoi fratelli, i tuoi
amici o coloro che possono restituirtelo, ma chiama i poveri, gli storpi ed i
ciechi e sarai beato, perché essi non hanno modo di contraccambiare; ma il
contraccambio ti sarà reso alla resurrezione dei giusti”. ( Luca 14, 7-14)
La grande catena dell’amore universale viene tracciata ed indicata con
queste poche parole: “Non fare il bene a chi può restituirtelo”, perché, in tal
modo, tu non esci dal confine di un misero egoismo, fallo ivece a chi non può
renderti nulla e che, in tal modo, ti farà creditore verso il Padre. La natura
aborre il vuoto; qualsiasi azione l’uomo compia, egli continuamente crea dei
vuoti e dei pieni, continuamente egli apre delle parentesi che dovranno venir
chiuse. Se l’uomo fa il male come reazione ad un male, chiude una
parentesi; ma se fa il male per il male, l’apre, creando un vuoto che gli
attirerà del male. Così avviene per il bene. Se l’uomo usa cortesia per
ricevere cortesia, apre e chiude questa parentesi; ma se l’uomo usa cortesia
a chi non può rendergliela, apre un vuoto di bene in cui dell’altro bene
entrerà a colmarlo. Abbiamo detto: se l’uomo fa male come reazione ad un
male, chiude la parentesi. In questo caso la legge del taglione è ammessa e
colui che ha ricevuto un’offesa può chiedere giustizia (giustizia che è sempre
una larvata forma di vendetta). Ottenuta questa giustizia, la parentesi è
chiusa, l’offensore ha pagato e non deve più nulla; l’offeso non ha più alcun
diritto. Ma se chi riceve l’offesa non reagisce, colui che l’ha recata, ha aperto
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in sé un vuoto che sarà fatalmente ricolmato da un’altra offesa, ancorché
intervenga il perdono dell’offeso. Una vera legge meccanica soprassiede a
questi equilibri, così, colui che fa un bene e ne riceve ricompensa e
gratitudine dal beneficiato, vede questo bene stabilire una corrente di vuoto
che deve essere colmata da altro bene.
Una santa e ben convinta astuzia dovrebbe quindi dirigere le nostre azioni
e tutte le nostre operazioni dovrebbero venir condotte in maniera che un
continuo flusso di bene si stabilisca fra il cielo e noi. Non reagire alle offese,
non chiedere giustizia, non applicare la legge del taglione, significa pagare in
questo modo tutti i nostri debiti di male; significa chiudere a nostro
vantaggio la partita nera di tutto il male che, consapevoli o no, abbiamo
fatto. L’apparente ingiustizia è lo stabilirsi di una giustizia più alta; l’offesa
immeritata è il pareggiamento di un debito da noi contratto al quale non
pensavamo più. Non reagendo al male e praticando il bene, noi veniamo a
sciogliere tutti i vincoli della corruzione e a renderci meritevoli della
“resurrezione dei giusti”. Il segreto più grande del piano fisico è questo: in
quest’ordine di idee possiamo comprendere la Legge del karma, legge che è
strettamente connessa a quella di causa e di effetto, di pieno e di vuoto.
Porgere l’altra guancia non è consiglio di mansuetudine, è un consiglio di
saggezza e, aggiungiamo, di forza.
Solo colui che ha raggiunto il senso della sua eternità, può non dare
importanza al tempo, per cui l’offesa passa del tutto inavvertita. Solo colui
che è forte non tiene conto dell’oltraggio del debole; solo colui che è ricco non
si accorge del danno del ladruncolo di legna morta! Il Cristo insegna a
divenire ricchi e forti; insegna ad attuare l’essenzialità del regno di Dio;
essenzialità che è potenza di spirito e che qualcuno, raggiungerà quasi a sua
insaputa come il contadino che scopre un tesoro in un campo, e che altri,
attueranno per ricerca appassionata come il mercante di perle.
Ma, continua il Vangelo, intanto che Gesù parlava, qualcuno gli disse:
“Beato colui che mangerà del pane del regno di Dio!”. E Gesù iniziò a dire:
”Un uomo fece una gran cena e invitò molti; all’ora della cena, mandò i suoi
servi a dire agli invitati: venite, perché tutto è già pronto. E tutti, ad un voce,
cominciarono a scusarsi. Il primo disse: ho comprato un campo e ho
necessità di andarlo a vedere; ti prego, abbimi per scusato. E un altro disse:
ho comprato cinque paia di buoi, e vado a provarli; ti prego abbimi per
scusato. E un altro disse: ho preso moglie, perciò non posso venire. Il
servitore, tornato, riferì queste cose al suo signore. Allora, il padrone di casa,
adiratosi, disse la suo servitore: “Va’ presto per le piazze e per le vie della
città, e mena qua i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. Poi il servitore disse:
Signore, s’è fatto come hai comandato, e ancora c’è posto. E il signore disse
al servitore: Va’ fuori per le strade e lungo le siepi, e costringi la gente ad
entrare, affinché la mia casa sia piena. Perciò, io vi dico che nessuno di
quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena”. (Matteo 22, 110; Luca 14, 15-24)
Se noi fermiamo la nostra attenzione su questa parabola, ognuno di noi
troverà ampia materia di meditazione. Il signore che apparecchia la cena è
Dio. Egli naturalmente invita i suoi amici o coloro che hanno i caratteri di
esser ritenuti tali. Invita quindi i saggi, i filosofi, i giusti secondo la legge del
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mondo, che è di per se stessa assai severa. Invita quelle creature cui ha dato
più capacità di comprenderlo e di conoscerlo; gli esseri che ha distinto della
sua amicizia dando loro più doni che non agli altri, e questi prediletti, questi
privilegiati esitano ad accettare l’invito, dicendo: io ho acquistato un campo;
io ho comprato cinque paia di buoi; io ho preso moglie, abbimi quindi
scusato presso il tuo signore. E’ indubbio che, prima ancora della venuta del
Cristo, Iddio abbia avuto della divina amicizia per questa o quella categoria
di uomini; prima della venuta del Cristo, Iddio si era compiaciuto di “molti
uomini” così da invitarli al suo convito celeste, tanto da far ricordar loro la
data di questo convito. Ma essi trovarono, o meglio, trovano molte scuse per
cercar di farsene esentare. L’invito divino sta bene, ma esso disturba: “io ho
acquistato un campo, e debbo andarlo a vedere” cioè io mi sono costruito
una personalità con grandi sforzi e sacrifici; io non so ancora se questa
personalità mi renderà per ciò che vi ho speso, lascia quindi che io la
conosca, verrò un’altra volta alla tua cena, ma per questa abbimi per
scusato. Come si vede, la teoria del cielo che può attendere, è un po’ vecchia!
Il cielo può attendere ... almeno molti si illudono che così sia; ma è chiaro
che non è così. “Ho comprato cinque paia di buoi, devo andare a provarli”,
cioè: io ho da lavorare, io non posso badare ad altro. Religione? Spiritualità?
Roba da donne o da preti; magari potessi occuparmene, ma non ho tempo
per queste quisquilie. Quante volte non sentiamo queste parole! Invano il
Signore invita alla sua cena, ma non c’è tempo, non si può. “Ho appena
preso moglie, non posso lasciarla”, cioè: ho appena incominciato a conoscere
i piaceri della vita, perché vuoi distogliermene? Sono piaceri legittimi,
lasciami godere e abbimi per scusato presso il tuo signore. Tre scuse in
apparenza legittime, giustificanti, ma che provocano l’ira del signore del
convito. Evidentemente i suoi invitati lo conoscevano e sapevano che non era
ben fatto disgustarlo, rifiutando l’invito ripetutamente fatto! Ma la cena è
pronta e non può essere sciupata: si invitino quindi coloro che mai avrebbero
atteso un simile invito, cioè i mendichi, i ciechi, i monchi e gli zoppi, e si
colmi con essi la sala del convito. Così venne fatto, ma non bastano, vi sono
ancora posti vuoti e il signore non vuole che i precedenti invitati, ancorché si
pentano, abbiano da trovar posto e, quindi, dice al servo: “va’ fuori per le
strade e lungo le siepi, e costringi la gente ad entrare, affinché la mia casa
sia piena”.
Esaminiamo con attenzione questa parabola: chi sono i primi invitati?
Essi sono i saggi, i sapienti dei primi tempi, gli illuminati più antichi, coloro
che conoscono il padrone e lo chiamano amico. Ad essi è rivolto l’invito fin
dai tempi dei tempi e, quando i tempi son compiuti, ad essi quell’invito viene
ricordato. Ancor oggi vi sono dei dottori della legge, scribi e farisei che sanno
e sono invitati, e ai quali è inviato il servo a ricordare la cena; ma essi han
pronte molte scuse, essi sanno che la cena è stata preparata per loro, ma
non la gradiscono, preferendo l’abitudine della loro vita, la pigrizia delle loro
convinzioni. Lasciar le loro faccende per recarsi a quella cena è disturbo,
perciò quelle scuse erano ingiuste e indovute. Era prima che dovevi rifiutare;
prima, quando il padrone ti ha ventilato l’idea della cena; tu sapevi che
saresti stato invitato, il tuo dovere era di tenerti libero.
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Chiunque, in qualsiasi maniera si accosti alla conoscenza, ben sa che essa
lo porterà all’intimità con Dio, alla suprema amicizia con lo spirito. Che tutto
ciò possa creare degli obblighi o dei doveri non vien pensato, ma lo spirito lo
pensa. Egli ama i suoi amici e vuole onorarli, perciò li invita a cena; cioè: li
invita ad attuare una più intima relazione, una più vera comunione. Ma
quest’invito non è accettato, non è gradito e non si ha il coraggio di dire
lealmente: io non voglio la tua cena. No, si cercano scuse, pretesti. E’ logico,
quindi, che il padrone se ne indigni e non voglia più avere a che fare con dei
simili amici. la cena però è pronta ed egli non intende consumarla da solo o
in compagnia dei suoi servi, e allora fa chiamare dal servo tutti i mendichi; i
ciechi, i monchi, gli zoppi che si trovano per le vie; cioè: poiché coloro che
potevano rispondere alla divina amicizia se ne dimostrano indegni, ecco che
Dio chiama alla sua cena celeste tutti i peccatori, i miseri, gli ignoranti, tutti
i poveri nel senso completo della parola, tutti coloro che da molto tempo non
aspettano più nulla, tutti coloro che sono davvero affamati di giustizia. Ecco
la buona novella bandita ai poveri, ecco il Vangelo predicato alle turbe. E
questo Vangelo viene accolto con somma gioia. Quale sarà l’animo di chi,
accingendosi a rinunziare al pasto, si vede invitato ad un mensa sontuosa?
Così, alla grazia della divina chiamata, si è visto, e si vede tuttora,
rispondere con entusiasmo non i primi invitati, ma gli ultimi; non coloro che
conoscevano il padrone, ma coloro che lo ignoravano e ai quali viene rivelato.
La presunzione di un orgoglio spirituale fa sì che ritenga di niun valore
l’invito divino. Ma l’umiltà di una consapevole miseria, fa sì che questo invito
colmi di stupore e di gioia, di commozione e di amore. E il padrone di casa
non si vede circondato da volti annoiati e colmi di sufficienza, ma dai volti
gioiosi colmi di gratitudine. Però, nella sala del convito, vi è ancora posto,
perché era stato apparecchiato per molti invitati. Quelli raccolti, ancorché
molti, sono pochi, e allora ecco che, per ordine del padrone, i servi escono ad
invitare anche i più riluttanti alla gran mensa.
Negli ultimi tempi Iddio chiamerà con ogni mezzo tutti coloro che hanno in
loro medesimi il più piccolo elemento spirituale; li cercherà ovunque essi
siano e li forzerà, se occorre, ad entrare nel Suo regno, perché, dei primi
invitati, non vorrà che niuno mangi della sua cena. Dalla cosciente creazione
della razza umana ai giorni attuali questa parabola si è sempre mostrata
vera. Di continuo Iddio favorisce della Sua amicizia, dà cioè una più ampia
compartecipazione intellettuale ad alcuni uomini, li illumina di grazia, li
avvalora di intuizioni, li colma di conoscenza; fa di più: rivela loro persino
taluni segreti della vita, li inizia alla più ampia rivelazione, li invita alla sua
mensa da pari a pari, e si compiace d’amore e di tenerezza. E questi uomini,
tanto distinti e favoriti, anziché rispondere alla grazia si gonfiano di orgoglio
spirituale, si compiacciono della loro creduta perfezione, della loro giustizia
formale e rispondono con dei pretesti alle sollecitazioni del Signore. Questi
uomini si condannano ad essere respinti, a non avere mai più partecipazione
alla divina comunione.
Ma la cena è pronta ed il padrone non vuole che sia sciupata e allora
manda a chiamare chi mai se lo sarebbe aspettato. Così il peccatore
subentra allo pseudo-giusto, l’ignorante succede all’erudito; l’umiltà gode
quel privilegio che le presunzione crede di poter rifiutare. Così, all’iniziazione
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dei pochi, segue la chiamata dei molti e, addirittura, alcuni sono persin
forzati ad entrare nella sala del convito in guisa che i primi saran gli ultimi e
gli ultimi i primi. E Gesù concluse rivolgendosi ai farisei che lo beffavano:
“Voi siete quelli che si giustificano dinanzi agli uomini, ma Iddio conosce i
vostri cuori; quanto è eccelso dinanzi agli uomini, è abominevole innanzi a
Dio. La Legge e i profeti sono stati fino a Giovanni: da quel tempo il regno di
Dio è evangelizzato e ognuno vi entra per forza. Ora, è più agevole che passi
il cielo e la terra, che non si muti uno iota della legge!”.
E Gesù continuò: “Sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché io vi
dico che molti vorranno entrare e non potranno. Da che il padrone di casa si
sarà alzato e avrà serrato la porta, e voi stando di fuori, comincerete a
picchiare, dicendo: “Signore, aprici”; Egli risponderà: “Io non so chi voi
siate”. Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua
presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!”. Ed Egli vi dirà: “Io non so
donde voi siate, dipartitevi da me, voi tutti operatori di iniquità. Quivi sarà il
pianto e lo stridor dei denti, quando vedrete Abramo ed Isacco e Giacobbe e
tutti i profeti nel regno di Dio, e che voi ne sarete cacciati fuori. E ne
verranno d’oriente e d’occidente, e da settentrione e da mezzogiorno, che si
porranno alla mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ve ne son degli ultimi che
saranno primi, e dei primi che saranno gli ultimi”. (Matteo 7, 13-14; 21-23;
Luca 13, 21-30)
Ancora una volta si ripete l’intimità della segreta messiade, ancora una
volta l’anima dell’uomo viene misteriosamente evocata, ed è come se l’uomo
avesse la sua anima altrove nelle mani di qualcuno che è sì lui medesimo,
ma al contempo non lo è. “Entrate per la porta stretta” per la porta di
servizio, entrate per la via della virtù, è la più sicura, anche se non è la più
appariscente e la più piacevole. Entrate, entrate soli, il resto, tutto il resto
non conta, non può contare. Che potete fare voi tutti fuorché essere virtuosi?
Nulla! Siate dunque virtuosi! Essere saggi è di pochi, essere virtuosi
dovrebbe essere di tutti; poiché virtù non ha altro significato che di umana
natura. L’uomo perché uomo, deve essere virtuoso (TU-VIR). Virtù, infatti,
null’altro significa che agire in modo ragionevole, poiché la virtù è l’unico
modo che l’uomo ha per differenziarsi dal bruto. Molte cose semplici vengono
complicate dall’abitudine, l’uomo ha preso in certo modo l’abitudine alla
virtù e non la riconosce se non in grado eroico; in realtà, non esiste eroicità
nella virtù, come non esiste un merito particolare nell’essere uomo, perché la
virtù umana è peculiare carattere dell’uomo; eppure Dio non chiede all’uomo
che di essere compiutamente uomo per farne l’oggetto delle sue predilezioni.
Un’altra parabola Gesù prese a narrare: “V’era un uomo ricco che aveva
un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui di dissipare i suoi beni. Ed egli
lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che odo di te?” Rendi conto della tua
amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore. E il fattore disse
tra sé: che farò io dacché il padrone mi toglie l’amministrazione? A zappare
non sono buono; a mendicare mi vergogno. So bene quel che farò, affinché,
quando dovrò lasciare l’amministrazione, ci sia chi mi riceva in casa sua.
Chiamati quindi a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al
primo: quanto devi al mio padrone? Quello rispose: cento bati d’olio. Egli
disse: prendi la tua scritta, siedi, e scrivi cinquanta. Poi disse ad un altro: e
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tu, quanto devi? Quello rispose: cento cori di grano. Egli disse: prendi la tua
scritta, e scrivi ottanta. E il padrone lodò il fattore infedele perché aveva
operato con avvedutezza; poiché i figlioli di questo secolo, nelle relazioni con
quei della loro generazione sono più accorti dei figlioli della luce. Ed io vi
dico: fatevi degli amici con delle ricchezze ingiuste; affinché quand’esse
verranno meno, quelli vi ricevano nei tabernacoli eterni”. (Luca 16, 1-10)
Gesù loda l’operato del fattore, Gesù è sempre molto pratico; Egli ama
passare per le vie più brevi e attuare le conoscenze più semplici. Per ognuno
Egli studia il mezzo di salvezza; quale mezzo di salvezza avrà colui che è
infedele al suo Signore? Uno solo: fare comunque del bene. Il bene è sempre
bene, è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro non cessa di
essere elemosina. Gesù è realista nelle sue cose; Egli sa i sentimenti di chi è
beneficiato; quei sentimenti contano, solo quelli. Tu hai fatto del male, hai
accumulato ingiustamente delle ricchezze, sei stato tanto disonesto? Fai
almeno del bene, sii generoso, soccorri il misero, fatti degli amici! Farsi degli
amici! Gesù insiste su questo concetto: farsi degli amici; l’uomo è legato
all’uomo dalle opere, oltreché dai pensieri, ed un’opera buona è e sempre
resta, un’opera buona. Anche se hai fatto il male cerca di fare del bene, esso
ti sarà contato, quindi, fatti degli amici!
Di riscontro, noi dobbiamo a questo punto citare un altro racconto
buddico: “Essendo morta la tigre, la feroce assassina della jungla, i geni della
natura si riunirono in tribunale per giudicarla e citarono come testimoni
tutti coloro che erano rimasti vittime della sua ferocia. Naturalmente, le
accuse fioccarono, il tribunale stava per condannare l’assassina quando si
levò una voce che diceva: “io debbo gratitudine alla tigre”. Il presidente,
stupito, fece avanzare l’inatteso testimone ... era un leprottino dall’aria
spaurita, ma decisa. “Come, gli chiesero, tu dici di aver gratitudine alla tigre
e come mai?”. “Perché, la tigre, mi ha salvato la vita!”. “Possibile - proruppe il
presidente - che questa assassina abbia salvato la vita ad un leprottino?
Narraci come”. “Ecco, io correvo inseguito da un ferocissimo cane e stavo già
per essere addentato, quando vidi il mio persecutore girare su se stesso e
fuggire velocemente. Intanto risuonava nella selva la voce della tigre, che era
di pessimo umore per essere stata svegliata dal chiasso della nostra corsa. Io
mi feci piccolo piccolo e la tigre non mi vide nemmeno ma intanto, la sua
presenza, mi aveva salvato dal cane feroce ed io sono grato alla tigre, perché,
se essa non avesse fatto fuggire il cane, esso mi avrebbe senz’altro sbranato”.
“Il leprottino ha ragione - concluse il tribunale - noi dobbiamo riconoscere
che la tigre ha compiuto, ancorché involontariamente, una buona azione, ed
essa gli è compensata oggi dalla testimonianza del leprottino”.
La parabola del fattore infedele , si integra con questa gentile leggenda.
L’una e l’altra insegnano fondamentalmente che il bene è e resta bene da
chiunque sia fatto, non solo, ma chi riceve questo bene sente come un
legame, un debito d’amore. Poiché fare il bene è assai più facile che fare il
male. Fate il bene, valetevi anche delle vostre stesse cattive inclinazioni per
esercitare una pressione sul destino. Anche le ricchezze mal acquistate
possono essere strumento di salvezza se, anziché sperperarle in vizi e
bagordi, le impiegate a sollevar miserie. Non certo si muta la vostra posizione
innanzi al tribunale della divina giustizia, ma almeno avrete dei testimoni a
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difesa, degli avvocati che peroreranno per voi. Fate del bene con il vostro
stesso male, cercatevi dei meriti, operate con generosità, la generosità sarà
l’unica cosa che non rimpiangerete mai di aver esercitato. La misericordia,
per sposarsi alla giustizia, suggerisce un motivo, un motivo di speranza a
chiunque: aver qualcuno che senta di pregar per noi è già promessa di
salute. Creare dei vuoti di bene nel colmo del male, perché quel bene
attragga altro bene per crearsi un patrimonio celeste.
Ma quali sono le ingiuste ricchezze? Tutte, tutte le ricchezze che non sono
il giusto benessere frutto del lavoro, tutte le ricchezze che si acquistano
sfruttando poco o tanto i nostri simili o nel lavoro o nella vanità, tutte quelle
che ci vengono per eredità, tutte quelle che ci arrivano per fortunosa
avventura di gioco, tutto ciò che è dono del caso, dell’arbitrio o della lusinga.
Ricchezze ingiuste, ricchezze che non possono legittimamente tenersi per
nostre, come il fattore infedele non poteva ritener per suo il bene del padrone
e, poiché di questo bene illegittimo era ancora amministratore, egli pensa di
servirsene per farsi degli amici. Non fugge con il tesoro, non lo nasconde e
neppure lo distribuisce a parenti presso i quali il padrone può reclamarlo,
ma lo divide fra i più poveri, acciocché domani, quando anche lui sarà
povero, essi lo accolgano amichevolmente nelle loro case. Per questo, Gesù
consiglia di farsi anche degli amici con le ricchezze ingiuste.
Una nota del costume odierno, nota che lo caratterizza in modo eccessivo,
è quella delle facili ricchezze. Ogni anno parecchie dozzine di nuovi milionari
fanno trionfare le varie forme di lotteria. Il gioco è entrato nel costume come
un maleficio; oggi, la gente attende il benessere, l’agio, addirittura la
ricchezza, non dall’intelligenza, dal lavoro, dall’oculatezza e quasi neppure
dalla furfanteria, perché esser furfanti vuol dire rischiare e, l’uomo odierno,
non vuole rischiare. Il gioco, con mille camuffamenti, viene a fomentare
questo spirito di pigro edonismo, una provvidenza delle tenebre s’incarica di
far le veci della mitica fortuna. Quante ingiuste ricchezze vengono dare agli
uomini, ingiuste perché gratuite nel più assoluto dei modi, perché spoglie del
tutto di ogni sforzo e di ogni capacità umana. Se almeno questi sventurati si
servissero di queste ingiuste ricchezze, per farsi degli amici. Ma no! Essi
gettano via malamente il denaro, lo sperperano e talora beffeggiano il bisogno
reale, accedendo alla bassa lusinga. Infelici! I conti saran loro richiesti più
presto di quanto credono dalla provvida sventura, ed essi saranno nudi
dinanzi alla bufera delle divina indignazione. Essi non si son saputi fare
degli amici; più miseri della tigre della leggenda buddica non avranno, in loro
favore, neppure le preghiere di un leprottino salvato per caso.
La parabola del fattore infedele è la parabola della comune umanità. La
mediti ogni uomo e segua il buon consiglio, si armi di una santa astuzia e
opponga allo sdegno del padrone, la gratitudine del misero confortato. Fate
sempre del bene, anche con ciò che servì a fare del male. Se il diavolo ha il
triste potere di fare che il bene sia male, Iddio dal male sa sempre però
cavarne del bene. E non dite: Ecco, io ho fatto tanto male, che è inutile che
io cerchi ora di fare del bene. No, il bene non è mai inutile.
Ed eccoci adesso ad una parabola chiave, la parabola del figliol prodigo.
Parabola chiave, abbiamo detto: essa è infatti d’ordine cosmico e se, nel suo
aspetto più usuale, può essere interpretata confortabilmente in pro del
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peccatore che si pente e si converte, essa però, è relegata a fatti di gran
lunga esulanti il piccolo mistero del piccolo uomo. La Genesi parla di una
triplice creazione di Adamo. Vi è l’Adamo che Dio crea a sua immagine e
somiglianza e nel quale si compiace; vi è l’Adamo innanzi al quale Iddio fa
sfilare tutti gli archetipi della creazione acciocché egli, riconoscendoli, dia
loro un nome; non solo ma, dando il nome, comunichi ad ognuno una
particola delle sua essenzialità spirituale, creando così le prime animegruppo delle future ondate di vita. Questi due Adamo non conoscono il
sonno, sono stati creati svegli, abituati a guardare Iddio faccia a faccia. Vi è
infine il terzo Adamo, l’Adamo che somiglia a noi e a cui non somigliamo,
l’Adamo delle voglie, l’Adamo che si addormenterà di un sonno profondo e,
dal suo sonno, genererà Eva. A questo Adamo ognuno di noi dice padre, e in
esso confessa la realtà della sua natura. Questo Adamo, dunque, noi
possiamo contemplare come l’unico “figliol prodigo”, ma questa
considerazione ci porta fatalmente a pensare ad una umanità “sine labe
originali concepta”, ad una umanità senza colpa originale, ad un mondo
puro, ove un fratello maggiore rimase con il Padre e non aspirò alla grande
tremenda avventura.
Ancora una volta la parabola si identifica nella parabola; quella della
pecora smarrita ritrova il suo “leitmotiv” in quella del figliol prodigo. L’idea
della “sine labe originali concepta” viene ripresa dalla religione cristiana nel
dogma dell’Immacolata Concezione, ma dobbiamo fare uno sforzo e andare
oltre, anche a costo di accettare Maria, madre di Gesù, come una celeste
esponente di questa umanità senza macchia originale. Anche a costo di
rinnegare l’amato raziocinio per accettare una vita fuor dalla vita, una realtà
fuor dalla realtà. Vi fu dunque un tempo in cui i tre Adamo coesistettero,
convissero nella casa del Padre, un tempo in cui ogni ritmo s’integrò in un
ritmo superiore senza scosse, senza contrasti, e, questo tempo, non doveva
essere fuori, ma dentro la maturità umana. Il peccato originale fu una
deliberata scelta, fu un cosciente uso di quella tremenda libertà che Dio
aveva dato all’uomo. Come il figlio della parabola, l’ultimo degli Adamo
richiese la sua parte di eredità, richiese il diritto di scegliere la sua vita,
fosse pur essa via di dolore e di pianto. Da questo terzo Adamo, dalla sua
dolente consorte (madre di Caino, di Abele e di Seth) ognuno di noi proviene;
ognuno di noi vede rispecchiare la sua inquietudine da quella del figliol
prodigo, ognuno è il figliol prodigo, e l’intera Terra è questo figliolo a causa di
questo Adamo.
La parabola del figliol prodigo nasce nell’Eden e quando Adamo, reso
voglioso dal volere di Eva, reso concupiscente dalla concupiscenza femminea,
tende la mano al frutto indigeribile, in quell’istante il figlio chiede la sua
parte di eredità; in quell’istante egli separa la sua sorte da quella del Padre e
affronta la sua tremenda avventura. Il serpe non viene mai dal di fuori, viene
dal di dentro; con la costola Adamo non ha solo esteriorizzato il suo principio
femminile, ha esteriorizzato anche la vogliosità femminile. Eva, la madre dei
viventi, è già la madre degli esistenti, i figli che ne nasceranno, saranno assai
più spesso figli della donna che non quelli dell’uomo. Nell’Eden Adamo fa, o è
trascinato a fare, la sua scelta che non nasce dalla volontà dello Spirito ma:
dalla vogliosità delle passioni animiche ridestate o nascenti. Nell’Eden si
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decidono molte cose grandi e terribili e, per prima, si decide l’uso di quella
libertà che era stata data all’Uomo insieme alla vita; che l’uomo cominci con
l’usarla male non ha significato, l’essenziale è che comunque ne usi, l’uomo
ne usa, ne usa al punto di nausearsene, al punto da crearsi degli elementi di
limite, da inventare la necessità dell’obbedienza, da tornare cosciente a
quelle leggi dalle quali incosciente si dipartì; al punto da conoscere, per sua
esperienza personale, di aver fatto un cattivo uso della stessa libertà. Questo
è il segreto.
Ma veniamo alla parabola stessa. Narra Gesù: “Un uomo aveva due figlioli
e il più giovane disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca”
e il padre spartì fra loro i beni, e il figliolo più giovane, messa insieme ogni
cosa, se ne partì per un paese lontano e quivi dissipò la sua sostanza,
vivendo dissolutamente. E quand’ebbe speso ogni cosa, una grande carestia
sopravvenne in quel paese, sicché egli cominciò ad essere nel bisogno. Si
rivolse quindi a uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi
campi a pasturare i porci. Ed egli avrebbe bramato empirsi il corpo dei
baccelli che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava. Ma, rientrato in sé,
disse: quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio
di fame! Io mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato
contro il cielo e contro te; non sono più degno d’essere chiamato tuo figliolo,
trattami come uno dei tuoi servi. Egli dunque si levò e venne a suo padre;
ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso da
compassione, e corse , e gli si gettò al collo, e lo baciò e ribaciò. E il figliolo
gli disse: Padre ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno di
essere chiamato tuo figliolo. Ma il padre disse ai suoi servitori: presto,
portate qui la veste più bella e rivestitelo, e mettetegli un anello al dito e dei
calzari ai piedi; menate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo e mangiamo e
rallegriamoci, perché questo mio figliolo era morto ed è tornato a vita; era
perduto ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. Ora il figliolo
maggiore era ai campi; e come tornando fu vicino alla casa, udì la musica e
le danze. E chiamato a sé uno dei servitori, gli domandò che cosa ciò volesse
dire. Quello gli disse: E’ giunto tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il
vitello ingrassato, perché l’ha riavuto sano e salvo. Ma egli si adirò e non
volle entrare; onde suo padre uscì fuori e lo pregava di entrare. Ma egli disse:
Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me
però non hai mai dato neppure un capretto da far festa con gli amici; ma
quando è venuto questo tuo figliolo che ha divorato i tuoi beni con le
meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato. Ed il padre gli disse:
Figliolo, tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e
rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era
perduto ed è stato ritrovato”. Fin qui la parabola evangelica. (Luca 15, 11-32)
I motivi più teneri riecheggiano, come vediamo, in essa, ma la parabola
non mira affatto alla mozione degli affetti, anzi cerca invece di far pensare e,
infatti, fa pensare. La terra, e per essa l’uomo, si è separata dal ritmo divino,
ha consumato la sua parte di beni in bagordi. La vogliosità umana, in
contrasto con la divina volontà, tende a polarizzare nella forma i suoi
desideri, tende a creare bisogni per la cui estinzione occorra suscitare
desideri nuovi. In una specie di cerchio chiuso l’uomo continua a girar su se
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stesso dolorando, ma senza voler liberarsi dalla causa prima del dolore che è
desiderio, così che esaurisce prima i mezzi di soddisfare gli impulsi che non
l’impulso. Nell’economia del creato vi è solo una ristretta possibilità di
peccato. L’uomo può consumare la sua parte di beni, ma non esinanire la
vita e la vita, presto o tardi, si vendica. Colui che sfrenatamente si
abbandoni alla passione, si trova nel bisogno senza poterlo soddisfare, deve
guardare i porci; colui che a centinaia li faceva uccidere per le sue mense,
non può sfamarsi come loro.
L’uomo sulla terra può molto, ma non può tutto: presto o tardi la
coscienza della sua impotenza lo riporterà alla nostalgia del Padre Celeste,
alla nostalgia della sua prima abitazione e, questa nostalgia, unita alla
miseria, lo riporterà in umiltà donde, con presunzione e superbia, si partì.
L’umanità intera tornerà al Padre, l’invocazione sarà esaudita e sulla terra si
farà alla fine la volontà divina come è fatta nei cieli; quella volontà che è
amore ed alla quale si oppone la vogliosità della forma che è odio. Ma quando
ciò avverrà, non un rimprovero aspetterà il prodigo, non un rinfacciamento.
Il Padre ha sempre sospirato questo figlio viziato e avventuroso che è il terzo
Adamo, questo figlio nel quale gli ha profuso tesori di tenerezza. E questo
figlio che ritorna, è certo di trovare un amore maggiore di ogni suo errore.
Una sola parola ha per lui in sua difesa il Padre: egli ha molto sofferto! Ecco
la leva della tenerezza paterna: la sofferenza! Il Padre piange sulle sofferenze
incontrate dal figlio, anche se esse sono state incontrate per colpa ed
insipienza, anche se sono state determinatrici del sospirato ritorno. Infinito è
l’amore del Padre, senza limiti la sua pietà. Se l’uomo troverà nei cieli una
precedente e fedele umanità, se l’uomo troverà un fratello maggiore, non
tema, esso non potrà rimproverarlo di nulla, il Padre lo impedisce da sempre.
“Tu sei sempre stato con me, ciò che era mio, era tuo, ma questo tuo fratello
ha molto sofferto, era perduto e si è ritrovato, era morto ed è risuscitato”.
Non intendiamo fare della fantascienza. Il problema di altri mondi migliori
o peggiori della terra o di altre umanità, non può disturbare la nostra
coscienza. Chiunque abiti i cieli, può essere che sia più felice degli uomini,
ma non certo meglio amato; l’uomo è il figliol prodigo, ma è il figlio che può
tornare, non solo ma che, avvalorato dalla sua esperienza, può meritare più
di chiunque il compiacimento divino. Se l’uomo si è valso della libertà per
allontanarsi da Dio, della libertà si vale per tornare a Dio e, per tornare, non
con la pretesa ma con la consapevole sottomissione. Il fratello maggiore,
“l’umanità incolpevole”, che cosa sa di pianto e di stridor di denti?! Chi è
sempre stato bene, che sa di ciò che conosce chi è stato male? Il figliol
prodigo sarà accolto per il diritto della lunga sofferenza portata sino al
termine e non ha importanza se quella sofferenza egli l’ha meritata per il suo
errore.
“Felix culpa - esclama un noto padre della chiesa - felice colpa, che un
tanto Salvatore ci meritasti!”. Ma noi, meglio di lui, possiamo esclamare:
“Felice quell’errore che germina riconoscimento, benedetta quella colpa che,
mutandosi in pentita nostalgia, ci riporta alla casa paterna, alla casa che
non abbandoneremo mai più”. La Terra, e per essa l’uomo, pecorella
smarrita o figliol prodigo, ha nei cieli qualcuno immenso che l’ama e a questo
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amore ognuno deve riportar se stesso. Sapere che c’è questo infinito Amore,
confidare in esso, ad esso anelare. Ecco il mandato umano!
Il figliol prodigo è tornato da solo nella casa paterna: ognuno di noi, più di
lui fortunato, può tornarci dando la mano a Cristo, al fratello primogenito
che è venuto di tanto lontano per riportarci a casa con sé, gareggiando perciò
in amore con lo stesso Padre celeste. Posto che siamo amati, amiamo a
nostra volta; solo l’amore ci farà luce sulla strada, solo l’amore potrà non
ingannarci. Amiamo! Segreto della vita eterna è l’amore, segreto dell’eterna
morte è l’odio!
Nel prossimo quaderno completeremo l’esame delle altre parabole e
termineremo con la Passione del Cristo.
Proprietà letteraria “ASSOCIAZIONE IDEA SPIRITUALISTA”
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Le Parabole ed i tempi