I QUADERNI DI IDEA SPIRITUALISTA QUADERNO OTTAVO CRISTO E LE SUE PARABOLE Non fare il male anche se conviene è da uomo, fare il bene anche se danneggia è da Dio. (Seneca) CRISTO E LE SUE PARABOLE Le parabole non sono una peculiare invenzione del Cristo, esse sono antiche come l’uomo. Il parlar figurato fu sempre un mezzo per esporre la verità in maniera che essa fosse chiara agli iniziati, oscura ai profani. Non è vero che la parola figurata fosse una triste necessità per non offender tiranni, perché in ogni tempo, si trovarono uomini abbastanza disperati o abbastanza fieri da dire la verità in fronte a chicchessia; ma la verità è per sua natura mortalissima a chi non è della verità. Il detto antico suona infatti: “non getterai le perle dinanzi ai porci, perché non le mettano sotto i piedi e vi si volgano contro per sbranarvi”. Iniziamo questo lavoro con l’analisi di questo versetto. Le perle furono sempre ritenute cose di alto valore, superiore al valore delle ghiande che furono conosciute come cibo prediletto dei porci. A nessuno logicamente sarà mai venuto in mente di sostituire con le perle le ghiande del truogolo di questi animali, ma, se l’avesse fatto, cosa sarebbe accaduto? Sarebbe accaduto che i porci, delusi dell’inusitata pietanza, si sarebbero scagliati contro il maleducato pastore e, con le zanne, gli si sarebbero rivoltati contro. Che vuole il porco? Egli vuole il cibo adatto alla sua natura, né migliore né peggiore, egli può anche rassegnarsi a non ricevere cibo, ma non si rassegnerà mai ad avere un cibo a lui inadatto. Pur essendo una macchina per fabbricare grasso, vi sono in lui capacità intelligenti di reazione che, scatenate, faran triste l’incauto che creda agevole cosa farsi beffe di lui. Non si può spiegare al maiale che la minima di quelle perle vale tante centinaia di moggi di ghiande; il maiale non compra e non vende, per lui è buono ciò che può mangiare e cattivo ciò che non può mangiare. Per traslato, l’antico detto insegna che una verità, data fuori tempo o a persona non atta a riceverla, è come la perla data al porco: una ghianda è a lui preziosa, una perla per lui val nulla; così, la verità inadatta è come la perla data al maiale, non solo essa non viene apprezzata, anzi esaspera chi la riceve. Perciò la sapienza antica celò il vero in parabole acciocché coloro che sentivano non comprendessero, e avendo occhi non vedessero, e avendo orecchie non udissero. Anche in queste pagine vi sono parabole, e chi è adatto per comprendere comprenda e chi, invece, non comprende, non ne abbia almeno danno. L’uomo pur essendo la più alta delle creature, è altamente differenziato in se stesso perché, se uomo apparentemente lo fa la consimile forma, non pertanto egli si differenzia dai suoi simili per la pervietà della sua natura spirituale. Colui che più attinge alla sua natura spirituale, più si avvicina alla somiglianza divina; chi più vive immerso nelle cure temporali, più se ne allontana. Nei primi opera l’intelletto, nei secondi la passione. Così, grosso modo, noi potremo distinguere gli uomini in tre tipi: L’uomo spirituale, anelante al divino, incurante del suo benessere terrestre, operante, per virtù d’ascesi, nei piani della conoscenza, della saggezza e della santità; a costui possono essere date tutte le perle, egli le apprezzerà al giusto valore e ne farà buon uso. 2 L’uomo morale, l’uomo del precetto, l’uomo virtuoso per imposizione dell’esterno; colui che cura non tanto il suo immediato interesse, quanto l’interesse del suo clan, sia esso sociale o ideologico; a costui le perle devono essere date con discernimento. L’uomo passionale, l’uomo dei desideri, degli affetti, dei sentimenti, l’uomo dal sangue rosso; a costui non debbono essere mai date le perle. Se per l’uomo spirituale non vi è religione che sia superiore alla verità, per l’uomo passionale la religione stessa deve colorarsi della sua passionalità. Per esempio a Napoli, cosa è San Gennaro? E’ forse il glorioso martire, il Vescovo e confessore che, in quelle ridenti regioni, predicò e testimoniò con il sangue il verbo di Cristo? No, per la maggior parte dei napoletani, San Gennaro è qualcosa di mezzo fra il fattore del Padre Eterno ed il commesso viaggiatore in grazie di ogni genere. Povero San Gennaro, egli che visse casto e schivo di ogni bene mondano, deve essere tirato per i capelli in ogni vicenda terrena con la quale ha tanto poco da spartire. Il suo sangue, che con tormento versò a significare l’Agnello e la fine dei sacrifici agli Dei pagani, oggi serve a trarre gli auspici che divinano dalle vittime animali. “San Gennaro, fa’ il miracolo, fammi uscire il figlio dalla galera!”, urla la popolana ai piedi del sacello. Inutile spiegare a lei che San Gennaro non farà uscire il figlio dalla galera perché la buona lana vi è finita magari per furto continuato, e San Gennaro non ha mai insegnato a rubare. Classico tipo questo di “perle ai porci”. La popolana capirà di far penitenza, di andare a piedi nudi sino al Vomero, di digiunare a pane e acqua, ma non capirà assolutamente che San Gennaro non può farle la grazia richiesta, perché essa è contro l’ordine della giustizia non solo umana, ma altresì divina, poiché il decalogo dice: “Non rubare”. L’uomo passionale può intendere la religione, ma una religione accomodata ai suoi bisogni, alle sue necessità, alle sue miserie e ai pochi voli della sua fantasia. Non per nulla nelle religioni pagane si erano creati tanti Dei quanti uomini e, in Roma, si venerava sopra ogni cosa il domestico lare. L’uomo passionale sprigiona da sé la divinità latente, ma è una divinità su misura. Essa dà molto ma limitatamente; stroncarla sarebbe delittuoso. “Non spezzare la canna fessa, non spegnere il lumicino fumigante”, ma la canna fessa non reggerà un palazzo e il lucignolo fumigante non leverà la fiamma a sfidare il sole e, tuttavia, debbono essere rispettati per se stessi; così, nell’uomo passionale, non si può spegnere il sentimento religioso, ma non si deve pretendere che esso possa entrare in gara con quello dell’uomo spirituale. Termite non lotterà con Ercole eppure, nei disegni divini, l’uno a l’altro sono compresi e necessari. Sorridiamo del folklore popolare, ma rispettiamolo. Se noi spieghiamo al popolo che quella certa Madonna null’altro è se non la copia di una divinità pagana, che quella processione è la ripetizione di un’antica teoria sacrificale; che quel certo rito non serve assolutamente a far piovere di per sé, ma che l’unione psichica dei presenti, eccitata dalla preghiera in comune, ottiene la precipitazione per una serie di leggi di condensazione eterica (ben note dagli stregoni africani), noi otterremo solo di spegnere una fumigante fiaccola di fede e lasceremo del tutto al buio i disgraziati che, molto logicamente, si rivolteranno contro di noi. Lasciami che i popoli arrivino come possono ai 3 limiti di una fede; non importa che essi giungano alla verità! La fede è già qualcosa e le ghiande servono per chi non può conoscere il pane. Vi sono verità che non possono essere date alle masse. Se nel gioco evolutivo noi possiamo comprendere che i maiali diverranno un giorno uomini, non possiamo però cominciare a nutrirli da uomini. Cristo cela la verità in parabole “perché sentendo non intendano”. il bambino sente, ma non intende il linguaggio dell’adulto, così le masse sentono, ma non possono intendere il linguaggio degli iniziati. Ogni frutto ha la sua stagione, ogni lavoro ha il suo strumento. Un corpo puramente passionale non può vibrare sul piano di un corpo psichico, meno che meno su quello di un corpo spirituale; quindi, la verità che in un piano è vita, nel piano soggetto è morte. Però la verità non può né deve essere celata. “Dai a chi ti chiede, non domandare il tuo a chi te lo toglie”. “Non accenderai la lanterna per porla sotto il moggio, ma la metterai sul candeliere perché illumini la casa”. Perciò la sapienza si è sempre espressa in parabole, celando in esse tutta la verità percepibile gradualmente dagli uomini, così che la parabola sia per se stessa non solo inesauribile, ma abbia un valore addirittura universale. La parabola deve essere di per se stessa eterna, e deve avere valore ovunque in ogni tempo, spazio e luogo. Essa deve essere percepibile a qualsiasi mente capace di percezione. Per questo le parabole di Gesù sono attuali oggi come lo erano quasi duemila anni fa e saranno altrettanto attuali fra duemila anni. Per questo esse sono percepibili da qualunque essere umano, di qualunque razza esso sia, non solo, ma anche di qualunque pianeta. Su Marte, su Venere la parabola di Gesù può essere compresa come sulla Terra, così come sulla Terra può benissimo non essere compresa. La parabola è la testimonianza del vero che non può esser detto, che non deve essere detto; l’arte è piena di parabole, appunto perché l’arte testimonia perennemente una verità che sfugge alla percezione attuale perché troppo antica o troppo moderna, troppo del passato o troppo del futuro, comunque mai del presente. Ogni ora, passando, lascia dietro a sé una striscia di polvere, quella polvere un genio la raccoglierà e ne farà una Venere di Milo o la Gioconda, la Nike acefala o la Cappella Sistina; però, per i contemporanei, essa non è che polvere. Così, ogni ora solenne dell’umanità non fu colta da coloro che la vissero e fu invidiata da coloro che la seguirono. Buddha o Gesù di Nazareth? Perché? Meglio forse dire Buddha e Gesù di Nazareth; il Buddha non ebbe che rare parabole, e molte gliene furono attribuite nei successivi secoli. In realtà il Buddha offre agli umani una verità crudele e arida, una verità inclemente, una verità per iniziati che scoraggia subito chi non senta di potervi aderire in toto. Compito dei buddisti fu quello di addolcire in ogni tempo l’aspra verità del Maestro per renderla accettabile ai pusilli . La verità buddica è aspra, nuda, brutale e distruttrice, eppure è verità e verità altissima, ed è la massima verità cui possa giungere l’uomo ma, così come é esposta, ottiene il risultato di far fuggire l’uomo, perché l’uomo, a parole, ama la verità, ma in realtà la teme. L’illusione che culla la sua pigrizia è indubbiamente più piacevole della verità che pretenderebbe di smuoverlo; perciò l’uomo ha il terrore delle parole troppo nude e delle espressioni troppo concrete. L’uomo ama l’eufemismo 4 perché, esso solo, rende a lui possibile la percezione di quel quantum di verità al quale egli può adire senza morire o senza impazzire. Quando Dante scriveva la sua Divina Commedia, egli ignorava di scrivere parole di verità eterna, parole aventi la loro rispondenza in stati d’animo diversissimi, ma pur reali, che successivamente gli uomini avrebbero avuto: Fecemi la divina potestate, La somma sapienza, e il primo amore. Dinanzi a me non fur cose create, Se non eterne, ed io eterno duro: Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Perch’io: maestro, il senso lor m’è duro. Queste parole che Dante vede sulla porta dell’Inferno, possono benissimo applicarsi alla conoscenza buddica. Duro è il senso della verità che il Buddha appalesa agli umani, duro se pur giusto e logico e non è quasi consequenziale. Duro, come sempre è dura la verità nelle sue espressioni massime; dura, ma eterna: ed io in eterno duro. La verità è eterna ed è partecipe delle cose eterne. Eterna è pure la natura spirituale dell’uomo; eterna quindi la verità che gli è propria. Radice della vita e della morte è il desiderio; distruggi il desiderio e distruggerai il bene ed il male, la vita e la morte e sarai eterno ed impassibile, come eterno e impassibile è lo Spirito. Come l’Inferno chiude nel suo cerchio le anime dannate, così il vero condanna senza remissione chi rifugge da esso. Non è facile aderire alla verità buddica, non è facile immedesimare se stesso nel grande oceano ed è invece tragicamente facile rinnegare il nostro migliore “Sé” ed immergersi nella tremenda Legge di causa e di effetto. Accettare il vero senza capacità ad eseguirlo, è posizione di dannazione. Anche il diavolo crede a Dio, ma che giova a lui la sua fede? Così, conoscere la verità e non attenervisi, equivale alla diabolica fede; affermare: “Io so che questo è tossico ma lo bevo ugualmente!”. ecco dove e come la verità è mortale. Ma al terribile bisogno umano soccorre clemente l’amore. Il Buddha individua la logica delle cose, Cristo va oltre la logica stessa, anzi fa di più: si permette di essere illogico, poiché Egli esprime di sé un vero nuovo, un vero di misericordia. Non tutto può essere affidato alla ragione, la ragione danna chi non salva, ma l’amore offre invece un mezzo al recupero. Dante, ancora una volta, tien luogo di nocchiero, le sue parole portano una nuova interpretazione del terribile vero: Per correr miglior acqua, alza le vele Ormai la navicella del mio ingegno, Che lascia dietro a sé mar sì crudele: E canterò di quel secondo regno, Ove l’umano spirito si purga, E di salire al ciel diventa degno. Ma qui la morta poesia risurga. 5 La morta poesia! Frase estremamente significativa: il Buddha uccide la poesia, il Cristo la resuscita. Il Buddha induce facilmente alla disperazione, il Cristo apre misericordioso le porte dell’anima alla speranza. Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio. Una poesia nuova schiude all’anima le parabole evangeliche, in esse ognuno troverà il vero a lui adatto e, per questo vero, ognuno effettuerà in se stesso ciò che manca alla passione di Cristo. Attuare Cristo è reso facile all’amore, attuare il Buddha è reso difficoltoso dall’intelligenza. Anche un idiota può amare, ma quale intelligenza può avere in sé il suo compimento? Eppure anche il Cristo ha una sua splendente lacuna: Egli lascia il posto allo spirito consolatore, allo spirito della verità. E, ancora una volta, il presago spirito di Dante addita il cammino; egli dirà, rapito nella gloria della suprema conoscenza: La gloria di Colui, che tutto muove, Per l’universo penetra; e risplende In una parte più, e meno altrove. Nel ciel, che più della sua luce prende, Fu’ io; e vidi cose, che ridire Né sa, ne può qual di lassù discende; Perché appressando sé al suo disire, Nostro intelletto si profonda tanto, Che la memoria retro non può ire. In tre piani di poesia, Dante fa intravedere tre posizioni dello spirito: l’Inferno, rigido, immutabile, immutato e antiumano dal suo spaventoso diritto, risponde all’iniziazione buddica essenziale, all’iniziazione di un vero senza schermi, di un vero spietato, di un vero a molti, a troppi mortale. Il Purgatorio risponde a Cristo, è il vero accessibile agli umani, a tutti gli umani, il vero di cui dirà il Petrarca: Amore nudo in Grecia e nudo in Roma di un velo candidissimo adornando, ripose in grembo a Venere celeste. Il vero che Cristo annunzia è la Buona Novella annunziata ai poveri. Chi è povero se non colui che manca del necessario? E chi non ha il vero, manca più che del necessario! Cristo annunzia il l’evangelo ai poveri, dà a tutti il potere di adire il vero; non il vero immoto e spietato, ma il vero umano e consapevole, il vero accessibile secondo il limiti dell’intelletto incarnato. La gloria di Colui, che tutto muove, Per l’universo penetra; e risplende, In una parte più, e meno altrove. Può la foglia comprendere l’albero? No, ma l’albero comprende la foglia. Può l’uomo comprendere Iddio? No, ma Iddio può comprendere l’uomo. Lo sforzo umano, per debole che esso sia, è pur grande; non si deve disperare “dell’entomata in difetto” che tanti sforzi nobilissimi è capace di compiere. Per questo entomata in difetto, Cristo annichila se stesso nella forma Nazarena, per questo entomata in difetto Egli non temerà di dare se stesso alla morte e a morte di croce! Con amore avviciniamoci quindi alle sue parabole; non capiremo mai tutto, ma ciò non ha importanza; ha importanza 6 che la nostra peribile natura sia esaltata dal soffio dell’immortalità che da esse parabole ci perviene. Qual è la prima parabola di Gesù? E’ quella del seminatore. Più volte Gesù usò trarre dai campi le sue similitudini (carattere anche questo universale); è noto il suo accorato: “Molte sono le messi, ma pochi gli operai; pregate quindi che il Padre mandi molti operai alle sue messi”. La prima parabola di Gesù, secondo Matteo: “Ed Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada e gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra parte cadde in luoghi rocciosi e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo ma, levatosi il sole, fu riarsa e poiché non aveva radice, si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine, le quali crebbero e l’affogarono. Un’altra parte cadde nella buona terra e portò frutto, dando qual cento, qual sessanta, qual trenta per uno. Chi ha orecchi da udire, oda”. (Matteo 13, 1-9; Marco 4, 1-9; Luca 8, 4-8) Allora i discepoli, accostatisi, gli dissero: Perché parli loro in parabole? Ed Egli rispose loro: Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha, sarà dato, e sarà nell’abbondanza ma, a chiunque non ha, sarà tolto anche quello che ha. Perciò parlo loro in parabole perché, vedendo non vedono e udendo non odono e non intendono. E s’adempie in loro la profezia di Isaia, che dice: “Udirete con i vostri orecchi e non intenderete, guarderete con i vostri occhi e non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: son divenuti duri d’orecchi ed hanno chiuso gli occhi, che talora non veggano con gli occhi e non odano con gli orecchi e non intendano col cuore e non si convertano ed io li guarisca.” Ma beati gli occhi vostri, perché veggono; ed i vostri orecchi, perché odono! Poiché in verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi udite, e non le udirono. Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ode la parola del Regno e non la intende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto la semenza lungo la strada. (Matteo 13, 10-23; Marco 4, 10-20; luca 8, 9-15) A questo punto vi è da chiedersi come mai il seminatore faccia un simile spreco di seme, sapendo a priori ch’esso sarà mangiato dagli uccelli, cioè rapito dal maligno. Possibile che il seminatore non sappia che la tasca del seme è bucata? E se egli lo sa, evidentemente vi è uno scopo o una ragione perché egli spanda sulla strada la semente; forse lo scopo, la ragione è di convogliare in un dato sito gli uccelli perché essi non disturbino altrove. Il vero è sparso sul mondo a larghe mani, il regno è predicato a chiunque, ma non tutti possono adirvi, ancorché tutti vi siano virtualmente chiamati. Gli uccelli che mangiano il seme sono i molti che non faranno parte del regno, ma pure sono creati per il regno. Il cibo, ancorché rubato, è cibo, esso può essere mortale e risolverà di per sé il problema; ma può essere anche vitale. Il maligno viene e rapisce il seme, ma per quel seme rapito egli assume un 7 nutrimento fatale, un nutrimento atto a distruggerlo o a mutarne l’intrinseca natura. Noi assistiamo alla perenne evoluzione del maligno e alla suprema immobilità del divino. Dio è immoto, il maligno è mobile. In Dio, il vero di ieri è attuale oggi; il male di ieri oggi non è più attuale; il maligno muta per correre dietro agli uomini, che la legge di evoluzione trascina, pur lasciandoli immutabili. Come sembra, il seme del regno di Dio è rimasto indigesto allo stomaco del diavolo ma, appunto per questo, modera sensibilmente a lui l’appetito. Naturalmente, Gesù non poteva dire queste cose, sarebbe stato incoraggiar la pigrizia di chi troverebbe comodo abbandonarsi all’onda del perpetuo divenire, anziché adoperarsi perché esso si effettui anche in virtù del suo sforzo. Il seminatore non butta mai via il seme, ma accortamente ne disperde una piccola parte per stornare gli uccelli; così il saggio, che vuole insegnare il vero, incomincia a disseminarne una parte a fondo perduto per allontanare e confondere gli uccelli dell’aria, cioè gli spiriti leggeri ed incostanti, gli uomini di poco fondamento, che vanno errando qua e là, che cercano senza trovare e non curano ciò che per avventura possiedono. A costoro il regno è predicato già apparentemente in perdita. Però, come gli uccelli che cibandosi di un seme, lo stesso trasportano in lontanissimi lidi, così essi sono causa che il regno si propaghi e sia predicato non solo loro malgrado, ma con il loro inconscio ausilio. Quanti, ponendo in ridere una dottrina, l’han resa familiare, non solo, ma ad essa hanno attratto l’interesse di chi massimamente l’avrebbe predicata. Passano gli uccelli nell’aria e si cibano del seme della verità; esso non giova loro quanto loro giovano a lui. Continua Gesù spiegando parzialmente la parabola: E quegli che ha ricevuto la semenza in luoghi rocciosi, è colui che ode la Parola e subito la riceve con allegrezza; però non ha radice in sé, ma è di corta durata: e quando venga tribolazione e persecuzione a cagion della Parola, è subito scandalizzato. Splendidamente qui si appalesa l’umoristico senso della vita di cui Gesù era pervaso. Le belle, le buone parole piacciono a tutti ma, dal piacere al seguire, non è bene né facile il passo. La predicazione del regno divino è una bella cosa, purché non disturbi, purché non ostacoli il povero e piccolo regno che ognuno si costruisce in questo mondo. Se bastasse solo credere, chi non crederebbe? Ma bisogna anche operare e operare vuol dire scomodarci e scomodare; vuol dire capovolgere la morale corrente così comoda, in nome di una morale nuova eccezionalmente scomoda. Sì, rallegra sentire la parola della verità, ma danneggia anche. Chi è privo di carattere, chi non è fondato sulla virtù, chi ha qualcosa da difendere non può aderire alla parola: in esso il buon seme germoglia, ma si secca subito, ed è vano voler che la pietra verdeggi ed il deserto fiorisca! Chi non ha radice non attecchirà. Non solo sulle pietre, si spande il seme della divina parola, anche fra le spine; il seme del divino è tenace per sua natura, né esso è schifiltoso di luogo alcuno, ovunque sia seminato, attecchisce e germina; che importa se non potrà condurre alla fine la sua germinazione. 8 E Gesù spiega pazientemente: “E quegli che ha ricevuto la semenza fra le spine è colui che ode la Parola; poi le cure mondane e l’inganno delle ricchezze affogano la Parola, e così riesce infruttuosa. Ma quei che ha ricevuto la semenza in buona terra, è colui che ode la Parola e l’intende; che porta del frutto e rende l’uno il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta”. La parola del Regno frutta il cento per cento negli spiriti liberi, pronti, generosi e incuranti di se stessi, negli spiriti capaci di cercare la giustizia del regno di Dio, capaci di rinnegare se stessi, di staccarsi da ogni terrestre vincolo o desiderio. Per questi eroi la Parola è seme fruttifero al cento per uno, ma quanti sono essi? Vi sono poi gli uomini di buona volontà che cercano di far del loro meglio per aderire alle leggi divine; per questi Dio sarà sempre Dio, cioè un ottimo padrone, ma mai un Padre. Con estrema fatica e mai intieramente questi esseri perverranno all’adozione divina tramite i meriti di Cristo, ma mai essi godranno realmente di questa adozione; Dio resterà il grande estraneo, la loro personalità conosce un unico modo di annientamento, l’umiliazione, non la perdita della coscienza di sé medesima. L’amore che si innalza come allodola non è fatto per loro, sono uccelli di gabbia non d’aria, essi danno il sessanta. Vi sono infine gli spiriti aridi ma onesti, gli spiriti obbedienti per natura, gli spiriti seguaci, essi obbediscono alla parola del regno non per amore, né per timore, ma per rigido dovere; non eccepiscono che si possa agire altrimenti, con onestà danno se stessi, ma senza ardore e senza entusiasmo. Essi rendono il trenta del seme loro affidato. Anche la buona terra non è uguale in ogni sua parte e, se pur il seme non si disperde, neanche intieramente fruttifica, ma il coltivatore prende cura del suo terreno in ogni sua parte e sa compensare con il rendimento di un appezzamento la deficienza dell’altro. Al raccolto tutte le spighe si somigliano e, quando sono riposte nel granaio, nessuno può più distinguere la sua provenienza, Come il grano è grano ovunque sia nato, così il bene è bene, comunque e da chiunque sia fatto. Così nel regno di Dio ognuno sarà accolto nel nome del regno e non in nome di se stesso e, nel regno, ogni cittadino sarà tale in virtù del regno e non il regno in virtù del cittadino. Cristo rende accessibile la dottrina del regno a chicchessia, perché il seme sperso germina di per sé, indifferentemente dal terreno in cui è seminato, tutt’al più è reso merito a chi esso non ha volontariamente soffocato con le spine delle cure mondane e con le pietre dell’aridità del cuore. Solo così si può capire il concetto di grazia gratis data, cioè il seme divino sparso naturalmente in ogni uomo e che, per germogliare, chiede solo di non essere soffocato! Il seme di Dio che fa l’uomo consustanziale con Dio, a meno che l’uomo non vi rinunzi deliberatamente. Per l’uomo esiste la predestinazione alla grazia, così come per il figlio esiste la predestinazione all’eterna eredità. Solo la conclamata indegnità priverà il figlio di essa eredità, solo la pervicace cattiva volontà reciderà i vincoli fra l’uomo e Dio. Questa pervicace cattiva volontà è difficile assai da raggiungere e, quel che è peggio, essa è di una tale sciocchezza, che la naturale intelligenza dell’uomo basta di per sé a debellarla; ben inteso fino a quando l’uomo, con il vizio e la depravazione, non sia giunto al punto di annichilire anche questa sua 9 intelligenza naturale allora, logicamente, esso sarà reciso come il tralcio disseccato e sarà arso come si ardono le erbacce che ingombrano i terreni. Nell’economia dell’universo, la stessa creazione si ribella all’inutilità; la divina giustizia deve, per logica conseguenza, staccare se stessa da ciò che l’ha respinta. Non si tratta di dannazione o di eterno castigo poiché Dio, pur essendo il creatore del tempo ed essendo il principio dell’eternità, non disperde né l’uno né l’altra in vendette. Egli, come il saggio coltivatore, disperde quanto non ha riposto. Egli può dire legittimamente ad ogni uomo del mondo, al più misero, al più malvagio: “Io ho seminato in te del mio seme e comunque esso doveva germinare ma, se tu non l’hai lasciato germinare, tu puoi a te stesso imputare il tuo danno. Non io mi recido da te, tu ti sei reciso da me. Creandoti libero, ti ho dato il modo di esercitare la tua libertà; ho sostituito l’istinto del bruto con l’intelligente ragione, l’impulso cieco con la chiaroveggente volontà, la ferrea legge di causa e di effetto con l’intuitivo amore, e tu che ne hai fatto? Ti sei valso dei miei doni per non conoscermi e per separarti da me. E allora sia fatta la tua non la mia volontà”. L’uomo è creato per il regno di Dio e adirvi non è difficile, perché il regno stesso opera nell’uomo, e spesso basterebbe solamente non tradire la propria natura, basterebbe solamente fiorire con la naturalezza del fiore di campo. A nessuno è chiesto più di quanto può dare, ma a voi tutti è chiesto quanto possono dare. Un libretto al quale si dà poco valore, ma che si dovrebbe meditare di più (il catechismo della dottrina cristiana) elenca gli ostacoli all’attuazione del regno di Dio e li chiama peccati contro lo Spirito Santo, tali sono realmente. Vediamoli insieme e, diciamo per inciso che, con altre parole pure il Buddha indica negli “scanda” le stesse cose: “disperazione della salvezza, disperazione di essere, presunzione di salvarsi gratuitamente, rifiuto di operare secondo virtù e secondo ragione, impugnare la verità conosciuta, riconoscendo nella verità un ostacolo ai propri vizi, rinnegarla per essere liberi di abbandonarsi alla licenza”. Badate che si parla di verità conosciuta, non tanto di una verità religiosa filosofica e morale, ma solo della verità che uno può conoscere. Chi impugna un vero perché da esso disturbato, pecca contro lo Spirito. L’identità della natura umana è un vero, ma se io per giustificare una mia mala azione, nego questa identità, io pecco veramente contro lo Spirito che è Santo in me come lo è nell’altro uomo. Come pure, invidiare la grazia altrui, aver dispiacere che qualcuno sia migliore di noi invece di adoperarsi, per via di emulazione, a superarlo se possibile, comunque ad imitarlo. Il regno interiore è aperto a tutti, ma troppi indietreggiano innanzi allo sforzo che occorre per entrare. Inutile e sciocco invidiare l’altrui merito, è assai meglio praticarne le virtù, anziché ostinarsi nel peccato. Facile cosa è smarrire la via ma se qualcuno, dopo averla smarrita e aver lungamente errato, si ostinasse altresì, dinanzi all’esperienza di un uomo del luogo, a non volerla cambiare, sostenendo che il suo sentiero è vero e che la strada maestra è falsa, chi non lo lascerebbe a se stesso? Ostinarsi in ciò che si riconosce erroneo è peggio che il primitivo errare: ”errare humanum est perseverare diabolicum” dice l’antico adagio. Dio stesso non pretende che l’uomo non pecchi, se l’avesse voluto impeccabile non l’avrebbe fatto libero. 10 Egli vuol solo che non si ostini nel peccato, perdendo nel domino del male quella libertà che gli ha dato per il suo bene. L’impenitenza finale non è che la tragica, ma logica conseguenza dell’ostinarsi nel peccato. Nessuno è più schiavo di colui che ha venduto la sua libertà, colui che al male ha detto: “tu sei mio padre e mia madre”, costui ha veramente venduto la sua libertà. L’attimo sacro della morte permette tutte le abdicazioni, concede tutte le detrazioni, permette tutte le affermazioni e i riconoscimenti; in un certo senso è lecito restar ligi al peccato tutta la vita, purché lo si rinneghi al punto di morte. Ma chi per indurimento di cuore, per errata vergogna, per miserabile incuria muore volutamente nella sua colpa, costui pecca contro lo Spirito. Cristo ha detto: “Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata”. Il seme del regno di Dio non chiede che di germinare, il dovere di ogni uomo è quello di non porre ostacolo volontario alla sua germinazione; poi, a trarre il bene anche dal male, sarà pensiero ed operazione di Dio. E Gesù disse loro ancora una parabola (armoniosa è la successione delle parabole del discorso evangelico): “Il regno di Dio è simile ad un uomo che ha seminato della buona semenza nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò delle zizzanie in mezzo la grano e se ne andò. E quando l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie. Ed i servitori del padrone di casa vennero a dirgli: “Signore non hai tu seminato buona semenza nel tuo campo? Come mai dunque c’è della zizzania?”. Ed egli disse loro: “Un uomo nemico ha fatto questo”. E i servitori gli dissero: ”Vuoi tu che l’andiamo a cogliere?”. Ma egli rispose: “No, che talora, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. Lasciate che ambedue crescano insieme sino alla mietitura; e al tempo della mietitura io dirò ai mietitori: “Cogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano raccoglietelo nel mio granaio”. (Matteo 13, 24-30) Di riscontro a questa parabola, vogliamo narrarne un’altra presa dai racconti buddici: “Quando Dio creò l’uomo, il diavolo ne ebbe invidia e volle, a gara con lui, creare a sua volta qualcosa, beninteso un uomo, un uomo che fosse migliore di quello creato da Dio; ma Dio aveva adoperato tutta la materia prima e il diavolo si pose in cerca di qualche altra cosa. Dopo tanto cercare, alla fine, non trovò che un po’ di sterco d’asino e, con esso, plasmò una figura umana, poi raspò in giro un po’ di calce e, con essa, imbiancò la sua figura così bene che essa sembrò proprio una magnifica statua marmorea e poi, cercando di animarla, volle soffiarvi dentro come aveva fatto il Creatore, ma sbagliò parte e pose il suo uomo in mezzo agli uomini che ne stupirono perché era molto diverso da loro pur essendo simile, ma non capivano troppo in che differisse. Però, essendo opera del diavolo era maligno, ed essendo fatto con lo sterco dell’asino era anche molto sciocco e faceva molto rumore perché aveva in sé il fiato del diavolo. Gli uomini si lagnarono con Dio, il quale sorrise e disse: “aspettate la pioggia” e la pioggia venne e l’opera del diavolo si disfece sotto l’acqua e fu concime ai campi. Ma, continuò il Buddha, siccome ci sono molti asini, il diavolo continua a fabbricare i suoi uomini, i quali sono in tutto simili agli uomini di Dio, ma non resistono alla pioggia e sono destinati invariabilmente a concimare i 11 campi, perché Dio ripiglia sempre ogni materia (perché sua) e lascia al diavolo solamente il suo fiato. La parabola della zizzania e quella buddica dello sterco dell’asino, si integrano a vicenda: nell’una come nell’altra traluce una divina bonomia, un sereno umorismo che di sé riempie lo spazio in cui la parabola opera. La saggezza divina che è eterna, si contrappone alla povera conoscenza del tempo che è propria dell’uomo. “Vuoi che andiamo a cogliere le zizzanie?”, chiedono al padrone di casa. “No! - rispose questi - perché rischiate di sradicarmi insieme ad esse il grano”. Agli uomini, che si lagnano dell’opera del diavolo, Dio risponde semplicemente: “aspettate che piova” e, appena cadde la pioggia, l’opera del diavolo si sfece e servì di concime ai campi. Noi abbiamo regolarmente sempre una tremenda premura di far giustizia e, in questa nostra premura, altrettanto regolarmente strapperemo il grano insieme alla zizzania, coinvolgendo il giusto insieme al peccatore, ma Dio no! Dio sa attendere, Egli conosce il suo seme e conosce il seme del nemico. Egli non ha premura, lascia che l’uno e l’altra crescano insieme sino alla mietitura, poi le zizzanie faranno fuoco sotto la pentola dei mietitori ed il grano sarà riposto nel granaio del Signore. Spesso il malvagio cresce accanto al giusto e non puoi sradicare l’uno senza sradicare anche l’altro. Al fianco dell’uomo di Dio prospera l’uomo del diavolo e, colpir quest’ultimo, potrebbe significare colpire del pari il giusto. Ecco che Dio consiglia di aspettare la pioggia; è la pioggia infatti, la precipitazione karmica, quella che deciderà della reale natura dei due. Il giusto, sotto l’onda della tribolazione che lo purifica, si rafforza e risplende. Il malvagio, come l’uomo del diavolo, si scioglie in sterco e sarà concime ai campi. La zizzanie ed il grano di nutrono di una stessa linfa sopra uno stesso suolo, ma le une faranno fuoco sotto le pentole, l’altro sarà riposto nel granaio. Così, nella stessa natura di un singolo uomo, possono coesistere zizzanie e grano, bene e male, virtù e vizio, merito e demerito. Se Dio punisse l’uomo ogni volta che egli pecca, dovrebbe compensarlo ogni volta che agisce bene. Dio non fa né l’una, né l’altra cosa, ma attende l’ora della mietitura, l’ora cioè, in cui zizzania e grano, potranno essere colti ugualmente e diversamente destinati. Nulla andrà comunque perduto, tutto si utilizzerà: il grano al granaio; la zizzania al fuoco. Il bene aumenterà il tesoro del bene e il male, ardendo, contribuirà suo malgrado alla sua stessa purificazione. E ancora Gesù propose loro un’altra parabola: “Il regno di Dio è simile ad un granello di senapa che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è bene il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto, è maggiore dei legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi fra i suoi rami”. E continua: “Il regno di Dio è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre staia di farina, finché la pasta sia tutta lievitata”. Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle turbe e senza parabole non diceva loro nulla, affinché s’adempisse quel che era stato detto per mezzo del profeta: “Aprirò in parabole la mia bocca, esporrò cose occulte fin dalla fondazione del mondo”. (Matteo 13, 31-33; Marco 4, 30-32; Luca 13, 18-21) 12 Gli apostoli, capissero o meno le parole del Maestro, vollero tuttavia che Egli le esponesse, e perciò Lo seguirono nel suo ritiro e, ivi giunti, dissero: “Maestro, spiegaci la parabola della zizzania del campo”, ed Egli, rispondendo, disse loro: “Colui che semina la buona semenza è il Figliol dell’uomo; il campo è il mondo; la buona semenza sono i figlioli del Regno; le zizzanie sono i figlioli del maligno; il nemico che le ha seminate, è il diavolo; la mietitura è la fine dell’età presente; i mietitori sono angeli. Come dunque si raccolgono le zizzanie e si bruciano col fuoco, così avverrà alla fine dell’età presente. Il Figliol dell’uomo (i l genio della specie) manderà i suoi angeli (darà il potere alle leggi) che raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori d’iniquità (i vari karma che si effettueranno per consumazione) e li getteranno nella fornace del fuoco. Quivi sarà il pianto e lo stridor dei denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda”. (Matteo 13, 36-43) Fermiamoci un istante e consideriamo queste parabole. Gesù dà ai suoi discepoli una spiegazione; spiegazione che è doveroso accettare con tutto il rispetto, però è facile intuire che questa spiegazione, pur essendo vera, non è la sola vera. Egli dà il cibo che può essere digerito, ma questo cibo fa capire ben altre sostanze di vita. Egli non esige più di quanto le incolte menti possono eccepire ma, mentre Egli spiega la parabola, subito ne propone una maggiore e dichiara una verità ignota che sfugge ai più e che è intuita da formidabili spiriti quali Lutero, Calvino (per tacer di Agostino e di Tertulliano) che ebbero il potere di far rabbrividire le coscienze umane sino nel profondo. Vi sono figlioli del regno e vi sono i figli del nemico: vi sono gli uomini di Dio e quelli del diavolo, ed essi sono così simili tra loro, che non si possono sradicar questi senza sradicar quelli. Non si può giudicare, non si può conoscere sino alla fine dei tempi. Predestinazione! La tremenda parola sale alle nostre labbra. Predestinazione! Eterna data dell’eterna creazione ... Il grano, il loglio e lo stesso campo, la stessa linfa, la stessa vita! E come distinguere? Non vi è da distinguere, ammonisce la sapienza! Non giudicare, tu non sai, non puoi saperlo, non lo saprai che alla fine dei tempi, quando gli angeli raccoglieranno fuori dal regno “tutti gli scandali e tutti gli operatori d’iniquità”. Gli angeli! Prima d’ogni forma, dalla materia increata e creante, l’Onnipotente espresse le leggi che, ad essa materia fossero governo e guida e, queste leggi perfette ed inesorabili, intelligenti, ma non coscienti, consequenziali a lor medesime, reggono e governano tutta quanta la creazione. Anche le forme ed i corpi sottili dell’uomo, sono ad esse leggi sommesse, ma queste leggi non possono completamente agire prima della fine dei tempi. Il padrone del campo non permette ai servi di sradicare le zizzanie perché teme che con esse sradichino anche il grano. Nella forma, nei corpi sottili son simili, i figli di Dio e quelli del diavolo. Le leggi potrebbero solo distruggere indiscriminatamente, ma il padrone della semente proibisce loro di sradicare e di distruggere: “ A suo tempo (cioè alla fine dei tempi) voi opererete secondo la vostra natura, prima no!”. Ed i servi obbediscono. La leggenda buddica e la parabola delle zizzanie attirano la nostra attenzione su qualcosa che, lo ripetiamo, fu in antico confusamente intuito; cioè l’esistenza fianco a fianco di due diverse umanità: “i figli della donna (i 13 figli di Lilith) e i figli dell’uomo, fratelli del Signore. L’antica filosofia negava l’esistenza di un’anima raziocinante negli schiavi e molti padri della chiesa furono, assai prima di Lutero e di Calvino, affascinati dal concetto della predestinazione. Indubbiamente noi vediamo sulla terra uomini sostanzialmente diversi in tutte le loro cose, eppure terribilmente simili fra di loro, uomini che sarebbero stati degli splendidi insetti sociali e che vorrebbero portare tutta l’umanità ad un civiltà entomatica. In essi qualcosa di antiumano trapela, qualcosa di impercettibile e di inconfondibile; non sono peggiori degli altri - spesso anzi sono migliori - ma mancano di qualcosa, di qualcosa di umano che può essere la stessa possibilità di peccare ... Però ci mancano i termini di giudizio: fino alla fine dei tempi non ci sarà dato entrare nei segreti di una ammirevole e misericordiosa giustizia. Come vedendo un ciliegio in fiore resta impossibile al più esperto frutticoltore di poter con sicurezza dire quali fiori allegheranno e faran frutto e quali no; così a nessuno è dato di penetrare questo segreto: il segreto dell’ultimo giorno, questo mistero dell’universale giudizio ove ognuno sarà riconosciuto dall’opera sua, dal suo frutto. Non una condanna, ma un riconoscimento separerà il grano dalla zizzania; nell’attesa l’uno deve crescere e fruttificare accanto all’altra. Come la pioggia sciolse la fattura del diavolo, così l’ultima selezione opererà di per se stessa e sarà giustizia e insieme misericordia, perché anche all’opera del diavolo è stato concesso di crescere e di far frutto e pur essa verrà utilizzata dall’economia del divino amore. Iddio ha creato anche il diavolo: dobbiamo accettare questa tremenda verità. Le sue operazioni non sono solo tollerate da Dio, ma sono ammesse; egli è il misso dominico, è il mezzo di prova, la coppella per l’oro, il dolore, perché il diavolo è il generatore di pena, il facitore di sofferenza, e solo l’intelligente coscienza dell’uomo permetterà all’uomo di fare dell’opera del maligno una esaltazione della sua gloria umana, che si farà divina nel segreto superare, perché i giusti splenderanno nella casa del loro Padre celeste come il sole. Queste parole che Cristo mette a corollario della spiegazione che dà, sono più di una promessa, è un’affermazione solenne, è un impegno che Dio prende con l’uomo e che manterrà se l’uomo saprà essere fedele, se conserverà sino al raccolto la sua natura di grano, se non si lascerà contaminare dalle zizzanie. Ed ecco che Gesù disse altre parabole: “Il regno di Dio è simile ad un tesoro nascosto, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo”. Ed ancora: “Il regno di Dio è simile ad un mercante che va in cerca di belle perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva e l’ha comprata. “Il regno del cieli - continuò Gesù - è invece simile ad una rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni sorta di pesci; quando è piena, i pescatori la traggono a riva e, postisi a sedere, raccolgono il buono in vasi, e buttano via quel che non val nulla. Così avverrà alla fine dell’età presente. Verranno gli angeli, e toglieranno i malvagi di mezzo ai giusti, e li getteranno nella fornace del fuoco. (Matteo 13,43-49) La spiegazione di queste tre parabole richiede una particolare attenzione. Innanzi tutto dobbiamo notare un moto convergente del racconto che riguarda tre tempi distinti dell’avventura umana. il regno di Dio si può 14 trovare per caso. Il regno di Dio si trova nella ricerca. Il contadino che scava nel campo, ignora che nel campo vi sia un tesoro nascosto, egli lo scopre e se ne rallegra. Ma il mercante di perle cerca la perla più preziosa, perché sa che essa esiste; sa che in qualche angolo della terra si trova, e la cerca con assiduità e, trovatala, se ne rallegra. In una cosa il contadino ed il mercante sono uguali, nel fatto che vendono ogni loro bene, si disfano di ogni loro avere per poter venire in possesso l’uno del campo che cela il tesoro e l’altro della perla lungamente cercata. Infine, il regno dei cieli (da non confondere con il regno di Dio), offre un carattere ancora diverso. I pescatori gettano la rete, ma essi non sono i protagonisti dell’azione. I protagonisti sono le cose che la rete raccoglie, le cose che saranno alla fine selezionate e scelte. Il regno di Dio (da non confondersi con il regno dei cieli che è il “Devachan”) è uno stato di interiorità che riesce ad identificare la reale natura umana in quella divina. L’uomo scopre con stupore e con gioia la sua somiglianza con Dio e se ne inebria. Per questa somiglianza egli scopre per prima cosa la sua reale potenza e questa scoperta lo terrifica. In seguito capirà che tanto più somiglierà a Dio, quanto meno vorrà valersi del suo divino potere, e questo costituirà lo stato di saggezza. Lo stato di santità è un altro assai diverso. Per la saggezza, l’uomo si identifica in Dio transeunte la forma, ma per la santità l’uomo si vede prediletto da Dio proprio nella forma. Così di colpo l’uomo può scoprire il regno di Dio come un tesoro nascosto in un campo. Non vi è attività umana che questo tesoro non possa di colpo rivelare. Non esiste limite umano a questa suprema sorpresa, ma che fa il contadino della parabola? Egli cela nuovamente il tesoro, poi va, vende ogni suo possesso e compra il campo ove il tesoro è celato. “Compra il campo”, non riflettiamo mai a sufficienza su questa parabola: compra il campo, non il tesoro. Il tesoro è, in più è gratuito. Vendendo tutto ciò che possiede, il contadino può comprare il campo non il tesoro, perché se potesse comprare il tesoro, il tesoro stesso già possederebbe. L’uomo, con la virtù portata al grado eroico, compra il campo, cioè compra la vita, compra il suo “stare in questo mondo” che lo porterà in possesso del tesoro della vita eterna; essa gli è gratis data, essa è sempre un dono, ma questo dono deve essere conquistato, deve essere meritato con la rinunzia a tutto ciò che ha chiamato “suo” sino ad allora. Nulla Dio dà all’uomo gratuitamente! L’uomo deve poterlo guardare in faccia, deve poter avere dei diritti. Dio non ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza per farsene uno schiavo, l’ha creato così per farsene un figlio di adozione, un figlio che abbia dimostrato di meritare la divina paternità. Il contadino che ha scoperto il tesoro, simboleggia l’uomo comune che, ottemperando al suo dovere, scopre il suo diritto, egli però non si fida del suo diritto puro e semplice, egli vuole che questo diritto sia sancito dalla legge, perciò vende quanto possiede e compra il campo, rinunzia ad ogni cosa legittimamente sua per acquistare il diritto a possedere il tesoro nascosto. E’ la virtù portata al massimo, è il bene praticato oltre il limite, è la rinnegazione di se stesso per possedere più che se stesso, è la santità, è l’eroicità. Pietro è il simbolo umano di quest’uomo. Egli lascia tutto per seguire Gesù, egli ha scoperto il suo tesoro. Molti scopriranno come lui il 15 tesoro della vita eterna quasi a caso e vorranno comperarlo con la rinunzia e con il sacrificio di ogni loro cosa perciò, in questo caso, “spirito di rinunzia”. Lo spirito di rinunzia che potrà indubbiamente portare molto in alto, sino al magnifico possesso del tesoro nascosto, se pur con un interiore senso di averlo truffato poiché è chiaro che il valore del campo non può essere quello del tesoro. Con lo spirito di rinuncia si può comprare la vita, non ciò che è oltre la vita. Nello spirito di rinunzia è contenuto il significato della santità. Il santo scopre il regno di Dio vagando entro di sé ma non pensa di appartenersi, non pensa, non può pensare che lui stesso è il regno di Dio. Egli vuol comprare il campo dopo avervi rinascosto il tesoro scoperto. In genere il santo manca di audacia e forse è bene che sia così. Egli ha paura di riconoscere in sé la sostanza del Padre; una paura ancestrale, una paura di prima della vita e, per questa paura, ingenuamente offre qualcosa in cambio di qualcosa, cioè egli offre la vita nel tempo per quella dell’eternità. Il mercante di perle è il saggio, il filosofo che cerca la verità. La verità che è la più preziosa delle perle, la verità che sola può dare un senso pieno alla vita; egli la cerca perché sa che c’è, sa che comunque altri prima di lui l’han trovata e lodata. La cerca nelle regioni ove suppone possa essa trovarsi e, cercandola, la trova. Naturalmente, la sua gioia è grande, ma è una gioia consapevole, senza l’incanto della sorpresa, ma con l’intima soddisfazione di una raggiunta conferma. Chi gli ha parlato della perla e gli ha dato le indicazioni per trovarla non l’ha ingannato. La perla esiste e può farla sua solo se lo vuole, se è disposto a pagare il giusto prezzo. Il mercante paga il giusto prezzo, rinunziando ad ogni suo antecedente possesso, e ancor si ritiene beato, ancor ritiene di aver fatto un buon affare barattando il cumulo dei molti beni con un unico bene che però li sopravanza tutti. A differenza del santo, egli non si stupisce di trovare il regno di Dio, poiché esso regno è lo scopo di tutte le sue ricerche, né rifiuta di pagare il giusto prezzo che gli viene richiesto. Il contadino compra il campo non il tesoro e il tesoro stesso possederà con sospetto. Il mercante di perle compra la perla, né trova che il prezzo richiesto sia eccessivo perché ben conosce il valore della perla. Il mercante possiede lo spirito di distacco, il contadino quello di rinunzia. L’uno e l’altro portano allo stesso risultato, ma indubbiamente è più felice il mercante che non il contadino. Entrambi possiedono un tesoro ma, al mercante gliene da possesso la pienezza del diritto, mentre il contadino rimane con il sospetto che il vecchio padrone del campo lo citi in giudizio e, forse, nelle momentanee difficoltà, può darsi che rimpianga le cose cui ha rinunziato, il mercante invece, reso certo del possesso della perla, di quelle difficoltà se ne ride. Il saggio procede nella via con serenità e sicurezza; il santo con ardore e timore. L’uno è certo, l’altro dubita. Entrambi però raggiungono la stessa meta, possiedono lo stesso bene. Forse per il saggio il possesso è anticipato anche nella vita terrena; per il santo la cosa cambia, egli non è mai sicuro! Ma, l’essenza della cosa è pur sempre una: il regno di Dio è in vendita, si compra al prezzo di tutto ciò che si possiede, ed è logico. Se è vero che: “dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore”, chi pone il suo cuore nelle cose del tempo, chi pone il suo tesoro nelle forme materiali, alle forme materiali si lega irrimediabilmente, si lega con ogni suo interesse, con ogni sua passione. 16 Bisogna vendere ogni nostro possesso, rinunziare ad ogni nostro avere anche se ci costa (e ci costa moltissimo), anche se per il passato non abbiamo misurato i sacrifici per entrare in possesso di un certo bene. Oggi si è scoperto un bene maggiore per il cui possesso si può rinunciare a tutto, a tutto quanto ci era più caro, perché il possesso del regno di Dio è sufficiente a compensare tutto. Il regno di Dio! “Cerca il regno di Dio e la Sua giustizia, il resto, tutto il resto, ti sarà dato in soprappiù”. Comunque sia, cercato coscientemente o trovato casualmente, il regno di Dio, una volta intravisto, ossessiona, riempie di sé ogni spazio, annulla ogni tempo, fa colmo di sé tutto e tutto diviene nulla dinanzi alla sua verità. Il regno di Dio! Cioè individuare la sostanza del Padre celeste di cui siamo pur fatti, quella sostanza che è vita, verità, eternità! Capire ciò è “TUTTO”, dopo non si ha più bisogno di nulla, tutto essendo contenuto in “TUTTO”. Nella sostanza del Padre ogni cosa è buona; riuscire ad attuare questa sostanza, ecco il supremo segreto della vita! A questo si può giungere per caso come il contadino, o per virtù come il mercante, comunque vi si giunge sempre per un nostro sforzo di lavoro, o per un atto di buona volontà! Il regno di Dio, insisterà Cristo, è dentro di voi, non ha apparenze esteriori, non lo trova se non chi lo cerca e non lo cerca se non chi ha imparato a volerlo con tutto il suo cuore. “Tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato!” fa dire al suo Cristo il grande Pascal. Il regno di Dio è il germinare prodigioso dall’interno all’esterno di una “divina sostanza” preesistente la vita. Ogni sforzo cosciente, ogni retta ricerca, ogni costante insistere nella buona volontà, porta alla gioiosa scoperta, al beato possesso. Santità o saggezza, che vale se identico è il risultato? Perciò chi non può essere saggio, sia santo: compri il campo, chi non può comprare il tesoro; il prezzo è uguale, tutto ciò che è tuo in cambio di tutto ciò che è mio, “e quando mi avrai dato tutto il tuo acquistando il mio, avrai ancora il tuo”. Speranze e desideri, affetti ed interessi, ambizioni e vanità, avidità ed orgogli, vizi e virtù, dolori e gioie, tutto ciò devi dare, devi pagare. Butta tutto, non tenere nulla per te e avrai in cambio te stesso, cioè il Padre che è nei cieli. San Giovanni della Croce, in uno dei suoi formidabili rapimenti, fu rapito in spirito nella visione del regno di Dio. Ritornato in sé, tutto sconvolto, a coloro che affannosamente lo interrogavano, non poté rispondere che questa parola: “nulla, nulla, nulla! Non c’è nulla, nulla che si possa dire, che si possa spiegare”. Il regno di Dio è ineffabile! Può essere posseduto, goduto ma non descritto, perché i mezzi mentali dell’uomo hanno limiti di per sé invalicabili; però, chi ha scoperto il tesoro del regno, mai più sarà turbato da cosa alcuna della carne o dello spirito, mai più sarà titubante, mai più conoscerà desiderio alcuno. Ma come giungere a questa interiore scoperta? Il Buddha lo insegna. Elimina dalla tua vita interiore tre cose: l’affanno per ciò che passa, l’amore per ciò che non è eterno, il desiderio di desiderare le cose effimere. Non curarti di ciò che non è te stesso, non creare forme passionali che ti possono legare, non mescolare le vie e le conoscenze. Tre cose devi imparare: ad agire rettamente, a parlare rettamente, a pensare rettamente. Infatti se opererai rettamente, non potrai parlar male e se parlerai bene sarai costretto a ben pensare, perché una cosa giusta non ne genererà mai delle ingiuste, 17 così ciò che è retto non diverrà mai storto. Di questi insegnamenti una frase - a mio avviso - va chiosata: “Non curarti di ciò che non è te stesso”. Al primo colpo questa frase sembra addirittura cinica e incoraggiante al più perverso egoismo. Ma un esame meno superficiale ci porta ad intendere la saggezza e l’ampiezza. Uno dei peggiori scherzi che la nostra personalità ci può fare è quello, purtroppo assai comune, di distogliere la nostra attenzione interiore con speciosi pretesti: il pretesto della carità, il pretesto del lavoro, il pretesto dell’attività sociale. “Marta, Marta, di che ti affanni? Guarda tua sorella Maria, essa si è scelta la parte migliore!”. La personalità teme sommamente ogni atteggiamento introspettivo; la meditazione è per lei esiziale e quindi, alla meditazione, all’interiorizzazione, tenta in ogni maniera di opporsi. I pretesti non mancano ed ognuno di noi è sempre ben lieto di appigliarsi a qualcuno di questi pretesti. La compagnia di noi medesimi è la meno piacevole e, da questa compagnia, si cerca in ogni maniera di evadere. Curarsi di “noi stessi” significa interiorizzare, significa scrutare la ragione segreta di ogni nostro gesto, significa stare con noi in una specie di narcisismo alla rovescia, applicando costantemente a noi stessi quello spirito critico e zelante che ci fa tanto agitare fuori da noi medesimi. Badare a noi, essere presenti sempre, sempre vagliare ogni impulso e ogni moto. No, non è piacevole! Meglio occuparsi degli altri, meglio agitarsi nel lavoro della carità nella società, meglio fare del bene. “Fare del bene”! Anche Marta voleva fare del bene a Cristo, ma Maria aveva capito che l’unico modo giusto era quello di farlo a se stessa ascoltandone la parola. L’agitazione distrugge il mondo. Il regno di Dio è il regno di calma assoluta, di silenzio, di quiete. Per questo occorre imparare a curarsi solo di noi stessi, per questo è necessario interiorizzarsi. Guai a chi non sa star solo con il suo Dio, a chi ha bisogno di aver la camera nuziale piena di testimoni! Nell’interiorizzazione poco alla volta si fa il silenzio e la pace; allora si diviene coscienti di una grande presenza che è l’essenza stessa della vita. La folla dei pensieri, dei desideri, degli affetti si dilegua, così si dileguano le paure e le sofferenze, le inquietudini e le avidità. Pian piano avviene un processo si chiarificazione, di vera decantazione delle cose mentali; ciò che è essenziale galleggia, ciò che è superfluo o transitorio affonda. Se questo processo continua, l’uomo ad un certo punto identifica Iddio, allora la realizzazione del regno è davvero vicina; ancora un passo, ancora uno sforzo e si farà piena luce, una luce che sveglierà il divino dormiente e attuerà la pienezza di una consapevolezza eterna e completa. Allora però la personalità sarà distrutta e, come nulla separerà l’uomo da Dio, così nulla lo separerà dall’altro uomo. Gioia e dolore, termini antitetici dell’esistere, diverranno privi di vero significato nell’essere. Ecco che cosa vuol dire l’insegnamento “non ti curare che di te stesso”. Ecco anche il contadino che scava il campo e trova il tesoro. E veniamo alla parabola della rete. In essa non si parla più del regno di Dio, si parla del regno dei cieli; non più un’attuazione che è distruzione e creazione insieme, ma un qualcosa di aprioristico. Il regno di Dio, lo inventa ogni uomo ed è, di ogni uomo, peculiare. Si può dire che: esso è nuovo ogni volta e ogni volta fa nuovo il suo inventore. Il regno dei cieli invece è 18 già inventato, c’è già; risponde quasi ad un meccanismo, e certamente ad una economia. Esso è assai più creato che non creante, esso del resto “patisce violenza” e può venir conquistato d’assalto. “Al buon ladrone morente in croce Cristo non parla del regno di Dio, ma promette: ”oggi sarai meco in Paradiso”. Il Paradiso. Ecco ciò che gli uomini comunemente intendono per regno dei cieli! Il Paradiso, cioè il giardino delle delizie, il luogo d’ogni piacere e di ogni ricompensa. In tutti i tempi, tutti i popoli ebbero del Paradiso un’idea piuttosto legata a concezioni sensoriali. Tutta la simboletica del resto, incoraggiò ed incoraggia questa concezione; d’altronde sarebbe impossibile portare la nascente personalità dei popoli, alla realizzazione di altissimi concetti squisitamente spirituali, quindi, solo un aspetto di cose identificabili mediante i sensi, poteva colpire la loro immaginativa. Così, come il Paradiso fu la fresca immagine di un giardino delle delizie, l’inferno fu la dolorante realtà di una camera di tortura. All’alba dell’umanità e per il suo lungo meriggio, l’uomo intese solo ciò che al suo spirito si comunicava mediante i sensi, così, gradualmente, si creò uno spostamento di valori etici e morali per cui sempre più il senso e il sentimento, cioè i valori propri dell’anima e del corpo presero il sopravvento sopra quelli della mente e dello spirito. Il devaschan con i suoi molteplici mondi animici via via si sostituì al regno di Dio, cui molti erano sì chiamati, però ben pochi riuscivano ad autoeleggersi. Il regno dei cieli opera per il meccanismo della morte fisica, che è davvero la rete gettata in mare che cattura “ogni sorta di cose” e che i pescatori, seduti sulla riva, sceglieranno e “metteranno nei vasi le cose buone e butteranno di nuovo nel mare quelle non buone”. Su queste parole dobbiamo fissare le nostra attenzione, perché esse indicano una scelta operata dopo la morte. Alcune cose sono conservate, altre no! Alcune cose vengono giudicate buone, altre verranno rigettate nel mare. Se la rete è la morte, il mare è la vita; i pescatori sono i geni della vita e della morte; la scelta comunque si opera dopo, ed è insindacabile! Solo chi ha attuato il regno di Dio, cioè la consustanzialità con il Padre, sfugge alla legge di selezione e di scelta, perché si è già di per sé liberato da ogni cosa sindacabile, ma gli altri no. Per gli esseri comuni vige questa legge: la rete della morte getta sulla riva devaschanica ogni sorta di cose, “cose buone, attinenti allo Spirito; cose cattive, attinenti alla forma materiale”. “Non omnia morietur”. Non tutto muore, dice il filosofo antico. Infatti, anche in un piano fisico non si può dire che la morte uccida veramente molto. L’amalgama che regge organicamente una data forma, si scioglie è vero, ma si scioglie nei suoi elementi costitutivi, non scioglie questi elementi; essi restano, non più del tutto percepibili ai sensi, ma forse sopra i sensi stessi operanti. Nell’economia dell’universo quanto la materia ha espresso di fondamentalmente energetico, cioè quanto, pur nella forma peribile, è espressione di potenza spirituale, non viene disperso e distrutto dalla distruzione della forma concreta, ma viene scelto e riammesso di nuovo nella grande onda di vita; così tutti gli ergon, le stimuline, gli stessi ormoni e così innumerevoli elementi cellulari, vengono a ricostruire nuovi corpi e a dare la spinta impulsiva della vita a nuove anime. Talora qualcuno di essi riesce a sintetizzare una memoria e a trasmetterla; allora, qualcuno ha strani bagliori 19 di apparenti ricordi di vite antecedenti ma, per lo più, queste memorie si fissano nei gheni e costituiscono le caratteristiche ereditarie di specie, di famiglie e di razze. Altre sostanze di vita entrano nella grande onda fisiopsichica e ossessionano i viventi o demonicamente li spingono ad agire anche fuori dal loro limite. Sui piani animici, scorie passionali ed elementi personalistici tentano di ricostruirsi una sorta di unità, creando ibride nature fra la bestia e l’uomo, fra il silfo e l’angelo. Così si creano i mondi animici, fatti di materia mentale ad imitazione di questi mondi terreni, comprensibili alla sensorietà dell’uomo. Mondi allucinatori eppure reali, per chi entro è chiamato a vivere, come reale è il mondo della carne e reale è il piano tutto dell’esistenza per chi sopra la terra ancora trasmigra. Il regno dei cieli è un piano d’attesa, un piano di virile malinconia, dove l’umano spirito si purga e si fa degno di salire al cielo dello spirito divino. Ma se, nella conquista del regno di Dio, noi vediamo operare il libero arbitrio e vediamo la gloria della natura umana che torna divina, nel regno dei cieli, vediamo operare unicamente la legge di causa e di effetto, che si estrinseca come naturale selezione operante per peso specifico. La rete non sceglie, raccoglie; le cose raccolte non si scelgono da sole, sono scelte dai pescatori. Il giudizio dei pescatori è insindacabile, essi sanno cosa conservare e cosa gettare. Nel regno dei cieli non esiste il fattore libertà o responsabilità; in esso una volontà, fuori dalla volontà comune, opera e decide. Si può conquistare con la violenza il regno dei cieli, così come un pesce può deliberatamente saltare dalla rete. Si può in tal modo venir raccolti ma non è tutto, anche se per la normalità dei mortali è molto. Il regno dei cieli è l’autentico purgatorio, un purgatorio fatto di paradisi, se si vuole, ma dove regnano incontrastatamente le virtù teologali purgatoriali: la fede, la speranza, la carità. La carità, come regna pur sulla terra, la carità intesa come compassione, filantropia, solidarietà, ma non come l’immenso amore che interamente la intende e la compendia, l’amore che è Dio e che solo in Dio è pieno e perfetto. Sugli stati animici del “post mortem” è inutile intrattenersi; in proposito, esiste nel mondo una tale letteratura, da farne intere biblioteche. Quanto è stato scritto, descritto, promesso, minacciato, visionato in proposito non è che troppo vero e troppo falso. Ognuno troverà alla morte il suo cielo e il suo inferno, per poco che la sua vita abbia inciso nella legge di causa e di effetto. È vano parlar di questi stati per dirne bene o per dirne male poiché, per essi, vige la stessa legge che governa l’esistenza terrena. Tutti, sulla terra, sappiamo di essere nel transitorio e nell’apparente, tutti conosciamo bene come ogni cosa sia, non solo effimera ma, addirittura inconsistente eppure viviamo, operiamo e ci affanniamo come se fosse esattamente l’opposto. Ognuno si riempie la bocca e purtroppo il cuore, di grandi parole: comprensione, bontà, perdono delle ingiurie, distacco dalle vanità terrene e poi, nell’occasione, ben pochi si comportano secondo un’etica umana. Se noi pensiamo alla gente che uccide e si uccide per una parola, per un gesto, per uno sguardo male inteso, noi vediamo come il delirio dell’apparenza, governi in realtà ogni moto della stessa essenzialità dell’anima umana. Vi è gente che è impazzita per una lettera anonima e gente che per un anonimo incitamento ha ucciso, incendiato, stuprato. 20 Come si può pretendere che questa stessa gente, per il semplice fatto che la morte l’ha privata di taluni modi di essere nella sensorietà, cambi? Per l’alcolizzato, per il tossicomane, le visioni che vengono procurate dall’alcool e dalla droga sono reali, lo stesso accade dopo morto. Il regno dei cieli, il grande mondo devashanico, null’altro è che “continuità”; però, chi per questo regno ha rettamente vissuto, chi a questo regno ha ardentemente sospirato, chi in esso ha rimandato l’incontro con gli amati della vita terrena; chi nella vita se lo è costruito con lembi d’anima, questo regno troverà, poiché patisce violenza, e in esso, finché si contenterà, godrà di molti gaudi, non escluso quello, indispensabile del pari all’anima e alla personalità, della ricompensa e della rivalsa, l’eterno gioco di Lazzaro e di Epulone, di cui parleremo a suo tempo. I discepoli si avvicinarono a Gesù e gli chiesero: “Chi è dunque il maggiore nel regno dei Cieli?”. Ed Egli, chiamato a sé un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità, io vi dico: se non mutate e diventate come fanciulli, non entrerete nel regno dei Cieli. Chi pertanto si abbasserà, come questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel regno dei Cieli. E chiunque riceve un cotal piccolo fanciullo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sommerso nel fondo del mare. (Matteo 18,1-7 ; Marco 9, 33-37; Luca 9, 46-48) Guai al mondo per gli scandali! Poiché, ben è necessario che avvengano degli scandali ma, guai all’uomo per cui lo scandalo avviene! Ora, se la tua mano od il tuo piede ti è occasione di peccato, mozzali e gettali via da te; meglio è per te l’entrar nella vita monco o zoppo, che l’aver due mani o due piedi ed esser gettato nel fuoco eterno. Se l’occhio tuo ti è occasione di peccato, cavalo e gettalo via da te; meglio è per te l’entrar nella vita con un occhio solo, che aver due occhi ed essere gettato nella geenna, del fuoco. Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, perché, io vi dico che: gli angeli loro, nei cieli, vedono di continuo la faccia del Padre mio che è nei cieli, poiché il Figliolo dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perito”. E disse loro questa parabola: “Se un uomo ha cento pecore e una di queste si smarrisce, non lascerà egli le novantanove sui monti per andare in cerca della smarrita? E se gli riesce di ritrovarla, in verità vi dico che ei si rallegra più di questa che delle novantanove che non si sono smarrite. Così non è del voler del Padre vostro che è nei cieli, che uno solo di questi piccoli perisca”. (Matteo 18, 10-15; Luca 15, 1-7) Questa pagina evangelica, ci offre una miniera di considerazioni ed è piena di significati e di ammonimenti: in questa pagina Cristo è quanto mai maestro. La sua parabola affluisce limpida ed ammonitrice, tutta una divina autorità riempie il tono che è stranamente aderente al bisogno umano, stranamente amorevole ed insieme minaccioso. Incominciamo dal principio. Ancora una volta la natura umana, tutt’altro che evoluta dei discepoli, si rivela. Essi sono uomini di poca levatura, uomini normali che amano Gesù e lo seguono, ma alla fine vogliono sapere quale sarà il loro destino e chi di loro sarà maggiore nel regno dei cieli (del regno dei cieli, ben inteso, perché 21 del regno di Dio non han capito niente) e allora chiedono a Gesù con il sottile tremore di sentirsi dire: “Ecco tu sei quello”. Gesù beffa questa speranza e ne trae occasione per un altissimo insegnamento. Prende un bambino e lo pone in mezzo a loro e dice: “Ecco, chi sarà come questo bambino, sarà il maggiore nel regno dei cieli”. Esaminiamo il simbolo: un bambino non ha personalità, è dolce, fragile e fidente. Egli sa di aver bisogno di tutti e non se ne adonta, anzi, si stupisce se non capiscono i suoi bisogni. Egli candidamente si offre, pronto ad amare ed a credere, pronto ad obbedire con fiducia a chi sa accostarsi alla sua anima novella, a chi non desta il suo istinto ancor puro. Egli non pensa che gli adulti possono errare, ma sa che egli può errare, così come sa di aver bisogno degli adulti, ma non che questi abbisognano di lui. La sua posizione è posizione di umiltà, di obbedienza, posizione in se stessa eccellente per chiunque; posizione ideale per attuare un’ottima situazione nel regno dei cieli. “Ecco, dice Gesù, siate come questo fanciullo. Il più fanciullo è il maggiore, nel regno dei cieli”. Inoltre, i fanciulli amano le fiabe, vivono volentieri nel fantastico, credono volentieri alle meraviglie, sono perciò dei meravigliosi costruttori del regno dei cieli; per essi ogni cosa, purché appaia splendida, è vera. Colui che ama spaccare un capello in quattro, non saprà mai cosa sia il regno dei cieli, regno del sogno e della poesia, regno dell’armonia e della meraviglia. Colui che sa che l’erba è verde a cagion della clorofilla, mai potrà sognare di sapere che essa è verde perché così l’ha dipinta un angelico pittore. Se volete il regno dei cieli, se volete un meraviglioso regno di favola, non costruite personalità alcuna; siate umili, siate fanciulli, non chiedete mai ad alcuno dei molti “perché”, accontentatevi di ciò che siete, non mutatevi, oppure sì, mutatevi in fanciulli ed il regno dei cieli sarà vostro. E continua Gesù - guardatevi dal dare scandalo a questi fanciulli, il candore e la purezza della loro fede bastano, non confondeteli, non storditeli essi, a modo loro, hanno ragione. Se la loro fede non urta contro ostacoli di peccato, se possono aver forza per andare avanti, lasciateli stare, perché ne sanno più di voi; essi non si preoccupano del maggiore o del minore, si occupano solo di raggiungere, comunque, un bene in cui credono e, a questo bene sperato, sacrificano volentieri i pochi beni certi che possiedono”. “Guai a chi scandalizza questi piccoli che credono in me”. Il Buddha dice: ”Non insegnare al topo a rodere né al semplice la sua vita!”. Ancora una volta Cristo e Buddha si incontrano; ancora una volta la verità unica, incontrovertibilmente, si integra traverso i secoli, e Cristo diviene duro e terribile nella sua ammonizione: ”guai a colui da cui vien lo scandalo, guai a colui che scandalizza uno solo di questi piccoli che credono in me”. Scandalo! Anche il Buddha parla a lungo degli scanda. Egli distingue gli scanda in tre ordini: gli scanda necessari, gli scanda utili, gli scanda malvagi. Il Buddha vede negli scanda come degli ostacoli posti sulla via della conoscenza, ostacoli che il forte supera, ma che arrestano l’imbelle. Questi scanda sono dunque necessari, utili e malvagi. Necessari sono gli ostacoli sulla via della vita a misurare la sicurezza di chi, in essa via, inceda. La vita è una conquista, una conquista di ogni ora, di ogni giorno, e solo chi sa vincere difficoltà di ogni genere, è degno di essa. Questi scanda necessari sono insiti nella legge ed è giusto che sia così; vi sono poi gli scanda utili, gli 22 scanda che provano la tempra autentica delle singole personalità, ed essi sono le innumeri ragioni di sofferenza della personalità medesima, le umiliazioni, i contrasti, le incomprensioni, gli avvilimenti, financo le stesse persecuzioni e le stesse apparenti ingiustizie. Vi sono infine gli scanda malvagi, gli scanda che nascono dal cattivo volere, dal lubrico bisogno di nuocere. Contro questi ultimi si scaglia il Cristo: “Guai a chi scandalizza uno solo di questi miei piccoli!”. Esiste, purtroppo, il malvagio gusto della contaminazione, il piacere della corruzione; esso è un piacere raffinato e sottile che non è appannaggio di esseri rozzi. Generalmente, i corruttori sono esseri stimati, appartengono ad un certo ceto sociale, di profonda, se non proprio cultura, erudizione; esseri quindi che hanno il loro posto nella considerazione dei semplici. Come il bambino crede semplicemente nell’adulto, così il semplice crede tranquillamente in chi stima superiore a sé. Un’errata dichiarazione pseudoscientifica - e quel che è peggio - volutamente erronea, può fare assai più male alle anime innocenti che non un’aperta lesione alle leggi morali. D’istinto, il semplice distingue il bene e il male. Esso sa, ad esempio, che rubare è male, che uccidere è male; ma egli ignora che vi è un modo di rubare e di uccidere elegante, un modo che sfugge alla sua innocenza, e allora, egli può essere corrotto senza neppure accorgersene. Sarà oggi una lettura, domani uno spettacolo, doman l’altro un discorso in piazza e l’innocenza è perduta, il malvagio scandalo ha fatto l’opera sua; opera sottile e inavvertita, perciò ancor più pericolosa e temibile. Contro questi seminatori di scandali, il Cristo si scaglia: “Guai a voi! Quanto sarebbe meglio per voi che non foste nati o, appena nati, vi avessero affogati in mare!”. (Matteo 18, 6-7) Mai il Cristo sarà più severo, mai la sua parola si leverà più alta. Egli difende i suoi piccoli come un leone; difende l’innocenza, l’ingenuità, la purità delle anime che sono la splendida speranza dell’uomo. Se queste anime verranno malvagiamente corrotte, quella speranza sarà inaridita come una fioritura d’aprile dalle nebbie tardive. Così Cristo leva la sua voce di ammonimento e di minaccia. Lo scandalo però può non venire solamente dal di fuori, più sovente viene dal di dentro. Tutto può essere occasione di scandalo, persino le membra del corpo, e allora ecco il consiglio deciso e crudo: “Se la tua mano, se il tuo piede, se il tuo occhio ti sono di scandalo, tu cavati l’occhio, troncati la mano ed il piede e gettali via da te, che meglio ti vale entrare nelle vita eterna monco, zoppo e con un occhio solo, che esser gettato nelle geenna del fuoco”. ; (Marco 9, 4248; Matteo 18, 8-9; Luca 17, 1-2) Naturalmente il consiglio è figurativo ma, esso, intende la necessaria violenza che ognuno deve fare alle proprie inclinazioni, ai propri desideri ed ai propri affetti perché essi non siano causa di perdita della propria anima. Sì, possiamo patir scandalo, persino da chi più amiamo e siamo indifesi contro il nostro amore; siamo indifesi, però la difesa è in noi, nella nostra coscienza, nella nostra capacità di valutazione, nel nostro senso di rettitudine. Sì, talora, questa difesa equivale ad una mutilazione, ma il Cristo consiglia la mutilazione piuttosto che perdersi. Talora si può essere avvinti naturalmente o meno da legami che son divenuti una sola cosa con noi, con la nostra carne. Quante volte ci accade di vedere una nobile anima travolta 23 nella schiavitù di una passione indegna, ma anche per essa vige la legge che ingiunge di liberarsi, poiché non varrà a difendersi il dire: “non potei liberarmi, e pur conoscendo il bene, accettai il male perché era più forte”. Vi sono lotte interiori, immensamente superiori a quelle che i martiri sostennero nelle arene; vi sono dilaniamenti peggiori di quelli che un carnefice rapidissimamente può infliggere, ma tutto deve esser patito, tutto accettato, piuttosto che perdere la propria essenza spirituale, piuttosto che rinnegare la sostanza del Padre che è in noi. Questo è il significato della lotta contro lo scandalo, l’unica lotta che tutti siamo chiamati a combattere. E scandalo può essere la malattia, la miseria, la deformità, persin la vecchiaia, persin la morte può essere scandalo per noi. Scandalo l’ingiustizia, scandalo la stessa religione se i suoi membri non rispondono ad un ideale che la nostra personalità falsa a bella posta, acciocché noi possiamo patire scandalo. Lo scandalo è nell’aria che si respira, nell’acqua che si beve, nel pane che si mangia. Lo scandalo è necessario, lo scandalo è la lotta, il combattimento, il vegliare di continuo per non cadere in tentazione. Lo scandalo è previsto, ma è prevista la vittoria dello spirito sopra la materia, della luce sulle tenebre, del bene sul male; è previsto che la natura divina prevarrà. E se non prevale? Se non prevale l’uomo viene spogliato dei suoi attributi divini, destituito della sua dignità, spogliato della sua eredità celeste. “Quanto sarà meglio entrare nelle vita zoppo, monco e con un occhio solo, che esser gettato nella geenna del fuoco”. Cristo, maestro e giudice, non transige, non ammette scappatoie, non accetta compromessi tutto per tutto. La vita eterna merita il prezzo di ogni transitorio bene materiale. Questo discorso di Gesù sullo scandalo si chiude, armoniosamente e confortabilmente per noi, con la soave parabola del buon pastore: “Un uomo che possiede cento pecore e ne perde una, non si dà pace, lascia al sicuro le novantanove e va in cerca dell’unica smarrita”. (matteo 18, 12-14 Luca 15, 17) Il buon pastore ama le sue pecorelle, e il buon pastore è Lui, il Cristo. Egli va in cerca della smarrita, della perduta, dell’errante. Chi è, che cosa è questa pecorella? E’ facile, è confortante rispondere che questa pecorella è il povero peccatore ma non è sufficiente. Indubbiamente il Cristo, con questa parabola, intende anche quello ma, soprattutto, mira ad altro. Questa parabola e quella che narreremo a suo tempo, del figliol prodigo, si ricollegano ad una non mai a sufficienza meditata petizione del Pater: “sia fatta la Tua volontà, sulla terra come è fatta nei cieli”. Questa petizione parla della terra facendone un personaggio a se stante, un personaggio antitetico al cielo. Non dice: ”Sia fatta la Tua volontà fra gli uomini come è fatta fra gli angeli” ma: “sia fatta la Tua volontà, sulla terra come è fatta nei cieli”. Sulla terra, dunque, non è fatta la volontà di Dio, la volontà del Padre celeste. Come mai? La Terra, come pianeta insito nel sistema solare, indubbiamente non può sottrarre se stessa né alla legge d’inerzia, né a quella di gravitazione, né alla legge di massa, né a quella di energia. Come le leggi, per forza o per amore, la Terra deve fare la volontà del Padre che è nei cieli. Ciò che è stabilito, come essenzialità di direzionalità e di dimensionalità, la Terra non può mutarlo; la Terra stessa non può decidere di autodistruggersi o di crearsi un’orbita differente da quella tracciata per lei da una precisa 24 causalità né, alla Terra, è dato modificare alcunché della sua posizione astronomica. Come mai la Terra non pratica il volere del Padre? Come si oppone alle direttive di Dio? E’ indubbio che non è sul piano fisico che si intende la petizione, non è nell’ordine delle cose naturali che si viene a determinare l’opposizione; la Terra, in quanto piano fisico, compie la volontà del Padre, come qualsiasi altro pianeta. E allora, dov’è il dissidio? In piano fisico, abbiamo detto, la Terra compie la volontà del Padre come qualsiasi altro pianeta ma, se lo compie in piano fisico a ciò è costretta da leggi improrogabili, da leggi di per se stesse operanti nel quadro generale dell’universo; altrettanto vero è che, queste leggi, nulla possono sul piano animico e spirituale e che, la Terra, ha questi piani. Sul piano animico quindi e su quello spirituale, è instaurato il dissidio fra apparenza ed essenza, fra materia e spirito. La Terra vien considerata, di per se stessa, non inerte materia ma operante coscienza, non misera natura, immessa nelle leggi, ma operante essenza. L’uomo è l’espressione della Terra, forse la più autentica espressione dello spirito della Terra. L’uomo plasmato con il suo fango la ripete e la esalta, come il feto ripete ed esalta la madre: la Terra è la madre dell’uomo e l’uomo solo nella creazione si oppone, può opporsi alle leggi, può smarrirsi. In questa sede non vogliamo fare né della fantascienza, né del dogmatismo, però, sarebbe ridicolo che dalla fantascienza o dal dogmatismo ci facessimo precedere. Sappiamo che il nostro pianeta non è la sola “terra dei cieli”; sappiamo che nell’immenso universo, la Terra stessa, conta come un piccolo pulviscolo. Possiamo accettare benissimo l’ipotesi di lavoro che, altre terre ed altre più fulgide umanità rendano gloria al Creatore. Domani potrebbe venire a noi un’astronave con fratelli celesti, diversi da noi e a noi simili in una sola cosa: nel poter essere liberi e coscienti e ciò non cambierebbe nulla, non muterebbe nessuna intuita verità, non confonderebbe nessuna rivelata asserzione. Forse migliori di noi, questi fratelli, certo di noi meno audaci. Essi ignorano la triste e pur grandiosa gloria di tornare coscientemente al Padre dopo essersene allontanati incoscienti. Da nessun cielo ci può giungere una verità più vera di quella che abbiamo conquistato e fatta nostra fra le lacrime e il sangue. Da nessun cielo ci può giungere un altro Evangelo. La Terra non fa la volontà del Padre? Però se essa è la pecora smarrita, essa è di certo più amata. Per essa il Cristo è venuto, per essa il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra gli uomini. Ecco la ragione del nostro orgoglio, la testimonianza del nostro valore, la ragione unica della nostra più profonda umiltà. Il Cristo ha voluto essere il nostro Primogenito, Egli ha voluto somigliare a noi e a nessun altro. Come amerà il Pastore la pecora ritrovata? Il Pastore se la prende sulle spalle e la riporta all’ovile; Esso è troppo lieto di averla ritrovata, è troppo felice di toccarla e di sentirla, nella felicità non vi è posto per i rimproveri e per le recriminazioni. Il Pastore si rallegra e vuole che i suoi amici si rallegrino con Lui. La Terra deve ridivenire un cielo come era, il cielo dello spirito, un ordine nell’ordine, una nota della sinfonia celeste. Per questo Cristo è venuto! “Sia fatta sulla Terra la Tua volontà come è fatta nei cieli”. E sulla Terra sarà fatta la volontà di Dio non appena gli uomini di Dio saranno ritrovati da Cristo. Essi possono essersi smarriti nella notte e nella foresta ma non importa, tempo verrà che il Pastore rintraccerà 25 queste anime, queste pecore dilette e le riporterà all’ovile. Però le pecore potrebbero anche muoversi un poco e cercare il Pastore! Tutti i tempi giungono, giungerà anche per la Terra, pecora smarrita, l’ora di cercare il suo Pastore. Disse ancora Gesù: “Vi sarà mai alcuno che, accesa la lampada, la copra con un vaso, o la metta sotto il letto anzi, la mette sul candeliere acciocché chi entra vegga la luce. Poiché non v’è nulla di nascosto che non abbia a diventar manifesto, né di segreto che non abbia a sapersi ed a farsi palese. Badate dunque come ascoltate, perché: a chi ha sarà dato ma, a chi non ha, anche quello che pensa di avere gli sarà tolto”. (Marco 4, 21-25 Luca 8, 1618; 12, 2-3) Questa parabola, apparentemente facile ma in realtà oscurissima, pone molti problemi. Nessuno, logicamente, accende una lampada per porla sotto il letto o sotto il moggio, così Dio, avendo acceso nell’uomo la lampada dell’intelletto, non intende né offuscarla, né di permettere che essa sia offuscata. Può essere che a qualcuno giovi che essa sia velata o nascosta, ma la luce, di per sé, si rivela e non vale cercar di celarla. Il vero può attendere secoli per rivelarsi, ma si rivelerà sempre, e la lampada, anche sotto il moggio, riuscirà pur sempre a rivelarsi, riuscirà pur sempre a dare, comunque, segno di sé. Ciò che è segreto verrà palesato: minaccia o promessa? L’una e l’altra cose insieme. Minaccia per il segreto del male, promessa per quello del bene. “State dunque attenti, voi che ascoltate ammonisce più oltre - perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, anche quello che pensa d’avere gli sarà tolto”. Questa frase sibillina di Gesù, non possiamo intenderla, se non collegandola alla parabola delle zizzanie, alla leggenda del racconto buddico. “A chi ha”, si sottintende la natura divina, la sostanza del Padre, la ragion seminale del grano. “A chi non ha”, si sottintende a chi è seme del nemico e non ha la sostanza del Padre. “Ciò che crede di avere, gli sarà tolto”, perché sarà così, come l’albero si conosce dai frutti, così i figli dell’uomo saranno riconosciuti dalle opere; la sola fede non basta. Anche il Diavolo crede in Dio per forza, non vi è nessuno che vi creda più di lui, ma a che gli vale la sua fede? Così è per l’uomo: egli è uomo o ne ha solo l’aspetto esteriore? Le opere, solo le opere lo diranno e, allora, se le sue opere testimonieranno per lui, egli avrà in più la giustificazione, se no, egli perderà anche la forma che lo veste, l’aspetto che lo distingue, gli elementi personalistici che danno l’illusione di qualcosa di reale. Iddio accende in ogni uomo la lampada dell’intelletto, ma questa lampada non viene posta sotto il moggio. E ancora Gesù fece un altro paragone: “Un uomo aveva due debitori, uno doveva a lui cinquecento sicli, l’altro cinquanta ma, né l’uno né l’altro avevano di che pagare così che, egli, finì di rimettere il debito ad entrambi. Chi dei due lo amerà di più?”. E i discepoli risposero: “Chi ha avuto più ampia remissione”. (Luca 7, 41-43) Così è infatti per questo che: a chi ha sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che pensa di avere; perché chi ha, avendo ricevuto di più, maggiormente deve rispondere e chi non ha, non avendo ricevuto nulla, non deve rispondere. Nel premio come nel castigo, la misura è unicamente data 26 dalla capacità di assumere coscienza. Continua Gesù, tornando alla parabola della lampada: nessuno accende una lampada per non illuminare, la lampada del tuo corpo è l’occhio dell’intelletto. Se esso è puro, tutto il corpo sarà illuminato, ma se esso è offuscato dal vizio, anche il corpo sarà nelle tenebre. Guarda dunque che la luce che è in te non sia tenebra, e in più rassicurati che ogni parte sia illuminata, perché se tutto il tuo corpo sarà illuminato senza alcuna tenebra, allora la lampada ti rischiarerà davvero con tutto il suo splendore. Questa seconda parte della parabola è molto importante, ed entra nei particolari dell’iniziazione fisica. L’uomo deve vedere, conoscere, illuminare il suo mondo fisico. L’ignoranza per pigrizia o per ipocrisia, è sempre un danno, danno che si traduce in una oscurità che dal corpo trapassa all’anima. “Tutto è puro per chi è puro, ma chi è puro?”. E’ puro colui che, conoscendo l’impurità, non se ne lascia contaminare. La purità è consapevolezza, non ignoranza. E qui viene acconcio un gentile episodio buddiico: “Due monaci andavano per via parlando fra di loro dell’essere mondo o no, e mentre l’uno s’infervorava a parlare delle cose che danno immondezza, discutendone la natura e il perché rendano immondi, l’altro camminava ascoltando con attenzione, ma guardandosi anche intorno e, accorgendosi che sulla strada si apriva una fossa di letame, riusciva a schivarla con un salto, mentre l’altro vi precipitava in pieno. Ecco, disse questo monaco, aiutando il confratello a togliersi dal mal passo: con un po’ di attenzione non ti saresti insozzato!”. Un po’ d’attenzione! Che significa attenzione se non cercare di vedere coscientemente ciò che ci circonda, illuminare cioè il nostro mondo fisico con la luce della nostra accensione spirituale? Se il tuo occhio è puro, se tu saprai guardarti intorno, ti sarà facile far che tutto sia puro intorno a te. Usa i doni dello spirito per irradiare il corpo! Molti confondono ipocritamente l’ignoranza più grossolana con l’ingenuità e la purezza, dimenticando che l’etimologia di ingenuo ha significato di “nato libero”. L’uomo che s’identifica in Dio è questo nato libero, ma in Dio può identificarsi solo facendo uso dell’intelletto che gli viene da Dio, accendendo cioè la lampada della sua coscienza. Non l’ignoranza, ma la conoscenza salva dal male, e senza conoscenza non vi è iniziazione. L’essenza è pura di per sé e non è contaminabile; l’iniziazione è una marcia verso l’essenza. Intanto che Gesù parlava, si accostò a Lui un uomo e gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma Gesù gli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito su voi giudice o spartitore?”. Poi disse loro: “Badate e guardatevi da ogni avarizia; perché non è dall’abbondanza dei beni che uno possiede che egli ha la sua vita”. E disse loro questa parabola: “La campagna di un certo uomo ricco fruttò copiosamente; ed egli ragionava così fra se medesimo: che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? Demolirò i miei granai e ne fabbricherò di più vasti e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni, e dirò all’anima mia: “Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni, riposati, mangia bevi e godi”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte l’anima tua ti sarà ridomandata, e quel che hai preparato di chi sarà? Così è di chi tesoreggia per sé, e non è ricco in vista di Dio”.(Luca 12, 13-21) 27 Questa parabola inizia la serie della parabole di precetto, cioè di conduzione di vita morale. Cristo, traendo magistralmente occasione dall’avida richiesta di un suo ascoltatore che vedeva in Lui solo l’autorità capace di convincere un suo fratello a dividere un’eredità, attacca energicamente lo spirito di avarizia. “Guardatevi dall’avarizia”, Egli dice. La parabola del ricco stolto entra nella serie delle conoscenze pratiche, comuni della vita contingentale ed esistenziale. La Terra, ricca di beni, aumenta sproporzionatamente le ricchezze di un uomo, il quale vede questo aumento come una logica sorgente di preoccupazioni. Ha più beni di quanto abbia spazio in che riporli; sarebbe logico disfarsi del di più dandolo ai poveri, magari avvantaggiando i suoi amici o i suoi servi. “No - egli dice - non ho posto ove raccogliere i miei beni, che farò? Allargherò i miei granai e poi godrò per molti anni della mia fortuna”. Ma chi, o stolto, ti assicura che avrai molti anni? L’avarizia è, fra le passioni, la più stolta e la più inaridente, essa soffoca persino l’intelligenza naturale e offusca la ragione. L’avaro si crede eterno, è ossessionato dalla paura dell’avvenire, dallo spettro di una vecchiaia che, mentre gli è sopra, egli non avverte affatto, occupato com’è ad accumulare beni da consumare, poi quando sarà vecchio e la morte già incombe egli accumula ancora beni, che non godrà, beni che saran dispersi, beni che non otterranno neppure un gesto di gratitudine da chi senza merito ne verrà in possesso. L’avarizia non è solo la più stolta delle passioni, è altresì la più totalitaria: essa investe ogni aspetto dell’anima e distrugge ogni fondamentale ragione di vita spirituale. Se vi è qualcosa di estremamente legante alla contingenza dell’esistere, questa, è l’avarizia! Da par suo Cristo la sferza: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata, e quel che hai preparato di chi sarà?”. Radice sottile e inavvertita però, dell’avarizia, è la volontà di potenza! L’egoismo innalzato a sistema, il narcisismo mentale. L’uomo avaro vuol dominare il mondo delle forme, vuol divenire padrone dei suoi fratelli schiacciandoli con il peso delle sue ricchezze; per questo esso le accumula con passione, e siccome non vi è cosa che egli non farebbe per aumentarle, così crede in buona fede che il denaro sia tutto, che la potenza economica tenga luogo di ogni altra cosa. Quanto più sarà ricco, tanto più dominerà: ma come farà a saper di essere ricco? L’avaro non lo saprà mai, esso vedrà sempre se stesso povero, non dirà mai basta all’ingorda fame, e così la volontà di potenza che l’ha sedotto, alla fine lo beffa, egli muore, ed il suo tesoro vien disperso. Con l’avarizia, il Cristo è sarcastico e spietato, sottile e inquirente, la perseguita ovunque la trovi, la indica anche nelle forma più innocenti. Egli dice: “Se non potete far nemmeno ciò che è minimo, perché siete in ansiosa sollecitudine per il rimanente? Considerate i gigli, come crescono, non faticano e non filano; eppure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. Considerate gli uccelli: non seminano, non mietono, non hanno dispensa, né granaio, eppure Dio li nutre. Di quanto non siete voi da più degli uccelli? A che ti vale conquistare il mondo se perderai l’anima tua? Non pensare al domani, bada all’oggi, ogni giorno ha la sua pena, soffri quella! Chi può dire chi è padrone del domani? Certamente non sei tu. Puoi tu con tutti i tuoi sforzi aggiungere un sol cubito alla tua statura? No, allora 28 perché ti affanni e ti preoccupi? Accumulati un tesoro in cielo, dove la tignola non rode e dove il ladro non ruba; dividi con i poveri, fa delle borse che non invecchiano, perché ove è il tuo tesoro quivi sarà anche il tuo cuore. E’ più facile che una gomena passi per la cruna di un ago che non un ricco possa entrare nel regno di Dio. Ma io vi dico: cercate il regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù. Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno: siate solleciti di piacere a Lui”. Matteo 6, 25-34; 19-21; Luca 12, 22-34) Continuò Gesù: “Fate di essere vigili e pronti sempre, poiché voi non sapete quando verreste chiamati. Fate perciò come i servi di un gran signore che era partito per andare a nozze. I suoi servitori si tennero pronti con le lucerne accese e le mense allestite per riceverlo alla sua venuta e, stando dietro alla porta, subito che egli picchiò, apersero e beati si trovarono della loro sollecitudine perché il signore altamente li lodò e, fattili sedere le mense, egli stesso prese a servir loro. Non fate come quei servi che vedendo tardare il padrone, presero a rissar fra di loro e a darsi alla crapula e all’ubriachezza, che , giunto di sorpresa, il signore grandemente indignatosi fece prendere i servi infidi e, cacciatili dalla sua presenza, li dannò alle tenebre del carcere ove è gemito e stridor di denti. Voi non sapete quando giungerà il padrone, se alla prima vigilia, alla seconda o alla terza. State quindi pronti e conoscendo qual è la sua volontà, fatela fedelmente, sia egli o no nella casa, perché quando egli verrà, chiederà conto di come si è obbedito, nella sua assenza, ai suoi voleri. E quel servo che conoscendo la sua volontà non l’ha eseguita, sarà duramente punito, ma molto meno sarà punito quel servo che ha ignorato la volontà del padrone; poiché la pigrizia volontaria è cosa più grave che non la pigrizia involontaria, ancorché pur essa sia male. Ma quel servo che sarà stato trovato solerte e fedele, quello sarà grandemente beato, perché il padrone l’abbraccerà e lo terrà come figlio e lo arricchirà di ogni cosa sua. (Matteo 24, 45-51; Luca 12, 35-48) Questa trasparente parabola esorta la sollecitudine nel servizio della vita. Anche la vita fisica appartiene a Dio e chi vive, vive in servizio. Sia quindi, il vivente, sollecito nel compiacere il padrone. Egli apparentemente è assente dalla casa, ma non per questo la casa è meno sua. Sia quindi ogni uomo sollecito di far bene, non s’illuda se facendo male nell’apparente assenza del padrone, nulla immediatamente gli capita perché: il padrone verrà e chiederà conto! Per ragion naturale l’uomo sa qual è la volontà del padrone, e quindi si adoperi secondo virtù a far bene il suo servizio. La ragione, da sola, esorta l’uomo a non vivere, ed a non operare da bestia. La ragione, da sola, conduce l’uomo al bene ma se egli, opponendosi alla ragione e seguendo le istigazioni delle passioni, si allontana dalla linea che il padrone ha tracciato, non speri che ciò sia per molto, il padrone verrà e chiederà conto ... e il padrone è, in piano fisico, la vita stessa. La vita ha leggi di per se stessa irrefutabili ed irreversibili; non si può pensare che contravvenendo ad esse sia possibile passarla liscia. Presto o tardi la vita sopraggiunge e presenta inesorabilmente i conti che devono venir soddisfatti seduta stante. Però la vita è paziente e saggia, e la giustizia del suo fattore è longanime. Gesù narra, a questo proposito, la parabola del fico sterile: “Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. 29 Disse dunque al vignaiolo: Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico, e non ne trovo; taglialo, perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno? Ma l’altro gli disse: Signore, lascialo ancora quest’anno, finché io l’abbia scalzato e concimato, e forse darà frutto in avvenire. Se no, lo taglierai. Infatti, l’anno dopo il fico aveva fruttificato”. (Luca 12, 6-9) Il padrone dell’orto è Dio, il vignaiolo è la legge di vita; il fico talune forme umane. Accade che taluni esseri perfettamente inutili, almeno in apparenza, abbiano una vita molto lunga e vengano stranamente preservati da una fine più che meritata, si è che la fine in questo caso sarebbe così definitiva, che la stessa legge di vita prega per loro: “Lascia, o Signore, che io provi ancora a vedere se proprio questo albero non fa frutto”. Vi è una misericordia della vita che è grande, essa è decisa a far qualsiasi cosa perché nessuna delle forme create sia sterile, meno che meno la forma umana. Ora, se il Signore ha pazienza ed ha pazienza la vita, nessuno ha il diritto di essere impaziente, l’albero tollerato fruttificherà, magari tardi, ma fruttificherà. Questo è lo scopo della vigna e del vignaiolo. Un volta Gesù fu invitato a pranzo con i suoi discepoli, e osservò come a quel pranzo la gente facesse molte discussioni per decidere chi dovesse sedere a capo della tavola e chi a fianco. Allora Egli disse: “Quando qualcuno ti invita a tavola, non precipitarti al primo posto, perché non ti avvenga come a quel tale che, sedutosi al posto non suo, fu dal padrone di casa invitato in malo nodo a cedere il posto ad un altro più degno di lui, e ne ebbe le beffe di tutti gli invitati. Ma quando sei invitato, poniti all’ultimo posto che, se vi resterai, non ti sarà di vergogna; ma se il padrone di casa, sopraggiunto, ti rimuoverà per averti più a lui vicino, ti sarà di onore fra tutti i convitati; perciocché chi s’innalza sarà abbassato, ma chi si umilia sarà esaltato”. E Gesù continuò: “Quando fai un pranzo, non invitare i tuoi fratelli, i tuoi amici o coloro che possono restituirtelo, ma chiama i poveri, gli storpi ed i ciechi e sarai beato, perché essi non hanno modo di contraccambiare; ma il contraccambio ti sarà reso alla resurrezione dei giusti”. ( Luca 14, 7-14) La grande catena dell’amore universale viene tracciata ed indicata con queste poche parole: “Non fare il bene a chi può restituirtelo”, perché, in tal modo, tu non esci dal confine di un misero egoismo, fallo ivece a chi non può renderti nulla e che, in tal modo, ti farà creditore verso il Padre. La natura aborre il vuoto; qualsiasi azione l’uomo compia, egli continuamente crea dei vuoti e dei pieni, continuamente egli apre delle parentesi che dovranno venir chiuse. Se l’uomo fa il male come reazione ad un male, chiude una parentesi; ma se fa il male per il male, l’apre, creando un vuoto che gli attirerà del male. Così avviene per il bene. Se l’uomo usa cortesia per ricevere cortesia, apre e chiude questa parentesi; ma se l’uomo usa cortesia a chi non può rendergliela, apre un vuoto di bene in cui dell’altro bene entrerà a colmarlo. Abbiamo detto: se l’uomo fa male come reazione ad un male, chiude la parentesi. In questo caso la legge del taglione è ammessa e colui che ha ricevuto un’offesa può chiedere giustizia (giustizia che è sempre una larvata forma di vendetta). Ottenuta questa giustizia, la parentesi è chiusa, l’offensore ha pagato e non deve più nulla; l’offeso non ha più alcun diritto. Ma se chi riceve l’offesa non reagisce, colui che l’ha recata, ha aperto 30 in sé un vuoto che sarà fatalmente ricolmato da un’altra offesa, ancorché intervenga il perdono dell’offeso. Una vera legge meccanica soprassiede a questi equilibri, così, colui che fa un bene e ne riceve ricompensa e gratitudine dal beneficiato, vede questo bene stabilire una corrente di vuoto che deve essere colmata da altro bene. Una santa e ben convinta astuzia dovrebbe quindi dirigere le nostre azioni e tutte le nostre operazioni dovrebbero venir condotte in maniera che un continuo flusso di bene si stabilisca fra il cielo e noi. Non reagire alle offese, non chiedere giustizia, non applicare la legge del taglione, significa pagare in questo modo tutti i nostri debiti di male; significa chiudere a nostro vantaggio la partita nera di tutto il male che, consapevoli o no, abbiamo fatto. L’apparente ingiustizia è lo stabilirsi di una giustizia più alta; l’offesa immeritata è il pareggiamento di un debito da noi contratto al quale non pensavamo più. Non reagendo al male e praticando il bene, noi veniamo a sciogliere tutti i vincoli della corruzione e a renderci meritevoli della “resurrezione dei giusti”. Il segreto più grande del piano fisico è questo: in quest’ordine di idee possiamo comprendere la Legge del karma, legge che è strettamente connessa a quella di causa e di effetto, di pieno e di vuoto. Porgere l’altra guancia non è consiglio di mansuetudine, è un consiglio di saggezza e, aggiungiamo, di forza. Solo colui che ha raggiunto il senso della sua eternità, può non dare importanza al tempo, per cui l’offesa passa del tutto inavvertita. Solo colui che è forte non tiene conto dell’oltraggio del debole; solo colui che è ricco non si accorge del danno del ladruncolo di legna morta! Il Cristo insegna a divenire ricchi e forti; insegna ad attuare l’essenzialità del regno di Dio; essenzialità che è potenza di spirito e che qualcuno, raggiungerà quasi a sua insaputa come il contadino che scopre un tesoro in un campo, e che altri, attueranno per ricerca appassionata come il mercante di perle. Ma, continua il Vangelo, intanto che Gesù parlava, qualcuno gli disse: “Beato colui che mangerà del pane del regno di Dio!”. E Gesù iniziò a dire: ”Un uomo fece una gran cena e invitò molti; all’ora della cena, mandò i suoi servi a dire agli invitati: venite, perché tutto è già pronto. E tutti, ad un voce, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego, abbimi per scusato. E un altro disse: ho comprato cinque paia di buoi, e vado a provarli; ti prego abbimi per scusato. E un altro disse: ho preso moglie, perciò non posso venire. Il servitore, tornato, riferì queste cose al suo signore. Allora, il padrone di casa, adiratosi, disse la suo servitore: “Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e mena qua i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. Poi il servitore disse: Signore, s’è fatto come hai comandato, e ancora c’è posto. E il signore disse al servitore: Va’ fuori per le strade e lungo le siepi, e costringi la gente ad entrare, affinché la mia casa sia piena. Perciò, io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, assaggerà la mia cena”. (Matteo 22, 110; Luca 14, 15-24) Se noi fermiamo la nostra attenzione su questa parabola, ognuno di noi troverà ampia materia di meditazione. Il signore che apparecchia la cena è Dio. Egli naturalmente invita i suoi amici o coloro che hanno i caratteri di esser ritenuti tali. Invita quindi i saggi, i filosofi, i giusti secondo la legge del 31 mondo, che è di per se stessa assai severa. Invita quelle creature cui ha dato più capacità di comprenderlo e di conoscerlo; gli esseri che ha distinto della sua amicizia dando loro più doni che non agli altri, e questi prediletti, questi privilegiati esitano ad accettare l’invito, dicendo: io ho acquistato un campo; io ho comprato cinque paia di buoi; io ho preso moglie, abbimi quindi scusato presso il tuo signore. E’ indubbio che, prima ancora della venuta del Cristo, Iddio abbia avuto della divina amicizia per questa o quella categoria di uomini; prima della venuta del Cristo, Iddio si era compiaciuto di “molti uomini” così da invitarli al suo convito celeste, tanto da far ricordar loro la data di questo convito. Ma essi trovarono, o meglio, trovano molte scuse per cercar di farsene esentare. L’invito divino sta bene, ma esso disturba: “io ho acquistato un campo, e debbo andarlo a vedere” cioè io mi sono costruito una personalità con grandi sforzi e sacrifici; io non so ancora se questa personalità mi renderà per ciò che vi ho speso, lascia quindi che io la conosca, verrò un’altra volta alla tua cena, ma per questa abbimi per scusato. Come si vede, la teoria del cielo che può attendere, è un po’ vecchia! Il cielo può attendere ... almeno molti si illudono che così sia; ma è chiaro che non è così. “Ho comprato cinque paia di buoi, devo andare a provarli”, cioè: io ho da lavorare, io non posso badare ad altro. Religione? Spiritualità? Roba da donne o da preti; magari potessi occuparmene, ma non ho tempo per queste quisquilie. Quante volte non sentiamo queste parole! Invano il Signore invita alla sua cena, ma non c’è tempo, non si può. “Ho appena preso moglie, non posso lasciarla”, cioè: ho appena incominciato a conoscere i piaceri della vita, perché vuoi distogliermene? Sono piaceri legittimi, lasciami godere e abbimi per scusato presso il tuo signore. Tre scuse in apparenza legittime, giustificanti, ma che provocano l’ira del signore del convito. Evidentemente i suoi invitati lo conoscevano e sapevano che non era ben fatto disgustarlo, rifiutando l’invito ripetutamente fatto! Ma la cena è pronta e non può essere sciupata: si invitino quindi coloro che mai avrebbero atteso un simile invito, cioè i mendichi, i ciechi, i monchi e gli zoppi, e si colmi con essi la sala del convito. Così venne fatto, ma non bastano, vi sono ancora posti vuoti e il signore non vuole che i precedenti invitati, ancorché si pentano, abbiano da trovar posto e, quindi, dice al servo: “va’ fuori per le strade e lungo le siepi, e costringi la gente ad entrare, affinché la mia casa sia piena”. Esaminiamo con attenzione questa parabola: chi sono i primi invitati? Essi sono i saggi, i sapienti dei primi tempi, gli illuminati più antichi, coloro che conoscono il padrone e lo chiamano amico. Ad essi è rivolto l’invito fin dai tempi dei tempi e, quando i tempi son compiuti, ad essi quell’invito viene ricordato. Ancor oggi vi sono dei dottori della legge, scribi e farisei che sanno e sono invitati, e ai quali è inviato il servo a ricordare la cena; ma essi han pronte molte scuse, essi sanno che la cena è stata preparata per loro, ma non la gradiscono, preferendo l’abitudine della loro vita, la pigrizia delle loro convinzioni. Lasciar le loro faccende per recarsi a quella cena è disturbo, perciò quelle scuse erano ingiuste e indovute. Era prima che dovevi rifiutare; prima, quando il padrone ti ha ventilato l’idea della cena; tu sapevi che saresti stato invitato, il tuo dovere era di tenerti libero. 32 Chiunque, in qualsiasi maniera si accosti alla conoscenza, ben sa che essa lo porterà all’intimità con Dio, alla suprema amicizia con lo spirito. Che tutto ciò possa creare degli obblighi o dei doveri non vien pensato, ma lo spirito lo pensa. Egli ama i suoi amici e vuole onorarli, perciò li invita a cena; cioè: li invita ad attuare una più intima relazione, una più vera comunione. Ma quest’invito non è accettato, non è gradito e non si ha il coraggio di dire lealmente: io non voglio la tua cena. No, si cercano scuse, pretesti. E’ logico, quindi, che il padrone se ne indigni e non voglia più avere a che fare con dei simili amici. la cena però è pronta ed egli non intende consumarla da solo o in compagnia dei suoi servi, e allora fa chiamare dal servo tutti i mendichi; i ciechi, i monchi, gli zoppi che si trovano per le vie; cioè: poiché coloro che potevano rispondere alla divina amicizia se ne dimostrano indegni, ecco che Dio chiama alla sua cena celeste tutti i peccatori, i miseri, gli ignoranti, tutti i poveri nel senso completo della parola, tutti coloro che da molto tempo non aspettano più nulla, tutti coloro che sono davvero affamati di giustizia. Ecco la buona novella bandita ai poveri, ecco il Vangelo predicato alle turbe. E questo Vangelo viene accolto con somma gioia. Quale sarà l’animo di chi, accingendosi a rinunziare al pasto, si vede invitato ad un mensa sontuosa? Così, alla grazia della divina chiamata, si è visto, e si vede tuttora, rispondere con entusiasmo non i primi invitati, ma gli ultimi; non coloro che conoscevano il padrone, ma coloro che lo ignoravano e ai quali viene rivelato. La presunzione di un orgoglio spirituale fa sì che ritenga di niun valore l’invito divino. Ma l’umiltà di una consapevole miseria, fa sì che questo invito colmi di stupore e di gioia, di commozione e di amore. E il padrone di casa non si vede circondato da volti annoiati e colmi di sufficienza, ma dai volti gioiosi colmi di gratitudine. Però, nella sala del convito, vi è ancora posto, perché era stato apparecchiato per molti invitati. Quelli raccolti, ancorché molti, sono pochi, e allora ecco che, per ordine del padrone, i servi escono ad invitare anche i più riluttanti alla gran mensa. Negli ultimi tempi Iddio chiamerà con ogni mezzo tutti coloro che hanno in loro medesimi il più piccolo elemento spirituale; li cercherà ovunque essi siano e li forzerà, se occorre, ad entrare nel Suo regno, perché, dei primi invitati, non vorrà che niuno mangi della sua cena. Dalla cosciente creazione della razza umana ai giorni attuali questa parabola si è sempre mostrata vera. Di continuo Iddio favorisce della Sua amicizia, dà cioè una più ampia compartecipazione intellettuale ad alcuni uomini, li illumina di grazia, li avvalora di intuizioni, li colma di conoscenza; fa di più: rivela loro persino taluni segreti della vita, li inizia alla più ampia rivelazione, li invita alla sua mensa da pari a pari, e si compiace d’amore e di tenerezza. E questi uomini, tanto distinti e favoriti, anziché rispondere alla grazia si gonfiano di orgoglio spirituale, si compiacciono della loro creduta perfezione, della loro giustizia formale e rispondono con dei pretesti alle sollecitazioni del Signore. Questi uomini si condannano ad essere respinti, a non avere mai più partecipazione alla divina comunione. Ma la cena è pronta ed il padrone non vuole che sia sciupata e allora manda a chiamare chi mai se lo sarebbe aspettato. Così il peccatore subentra allo pseudo-giusto, l’ignorante succede all’erudito; l’umiltà gode quel privilegio che le presunzione crede di poter rifiutare. Così, all’iniziazione 33 dei pochi, segue la chiamata dei molti e, addirittura, alcuni sono persin forzati ad entrare nella sala del convito in guisa che i primi saran gli ultimi e gli ultimi i primi. E Gesù concluse rivolgendosi ai farisei che lo beffavano: “Voi siete quelli che si giustificano dinanzi agli uomini, ma Iddio conosce i vostri cuori; quanto è eccelso dinanzi agli uomini, è abominevole innanzi a Dio. La Legge e i profeti sono stati fino a Giovanni: da quel tempo il regno di Dio è evangelizzato e ognuno vi entra per forza. Ora, è più agevole che passi il cielo e la terra, che non si muti uno iota della legge!”. E Gesù continuò: “Sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti vorranno entrare e non potranno. Da che il padrone di casa si sarà alzato e avrà serrato la porta, e voi stando di fuori, comincerete a picchiare, dicendo: “Signore, aprici”; Egli risponderà: “Io non so chi voi siate”. Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!”. Ed Egli vi dirà: “Io non so donde voi siate, dipartitevi da me, voi tutti operatori di iniquità. Quivi sarà il pianto e lo stridor dei denti, quando vedrete Abramo ed Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e che voi ne sarete cacciati fuori. E ne verranno d’oriente e d’occidente, e da settentrione e da mezzogiorno, che si porranno alla mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ve ne son degli ultimi che saranno primi, e dei primi che saranno gli ultimi”. (Matteo 7, 13-14; 21-23; Luca 13, 21-30) Ancora una volta si ripete l’intimità della segreta messiade, ancora una volta l’anima dell’uomo viene misteriosamente evocata, ed è come se l’uomo avesse la sua anima altrove nelle mani di qualcuno che è sì lui medesimo, ma al contempo non lo è. “Entrate per la porta stretta” per la porta di servizio, entrate per la via della virtù, è la più sicura, anche se non è la più appariscente e la più piacevole. Entrate, entrate soli, il resto, tutto il resto non conta, non può contare. Che potete fare voi tutti fuorché essere virtuosi? Nulla! Siate dunque virtuosi! Essere saggi è di pochi, essere virtuosi dovrebbe essere di tutti; poiché virtù non ha altro significato che di umana natura. L’uomo perché uomo, deve essere virtuoso (TU-VIR). Virtù, infatti, null’altro significa che agire in modo ragionevole, poiché la virtù è l’unico modo che l’uomo ha per differenziarsi dal bruto. Molte cose semplici vengono complicate dall’abitudine, l’uomo ha preso in certo modo l’abitudine alla virtù e non la riconosce se non in grado eroico; in realtà, non esiste eroicità nella virtù, come non esiste un merito particolare nell’essere uomo, perché la virtù umana è peculiare carattere dell’uomo; eppure Dio non chiede all’uomo che di essere compiutamente uomo per farne l’oggetto delle sue predilezioni. Un’altra parabola Gesù prese a narrare: “V’era un uomo ricco che aveva un fattore, il quale fu accusato dinanzi a lui di dissipare i suoi beni. Ed egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che odo di te?” Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore. E il fattore disse tra sé: che farò io dacché il padrone mi toglie l’amministrazione? A zappare non sono buono; a mendicare mi vergogno. So bene quel che farò, affinché, quando dovrò lasciare l’amministrazione, ci sia chi mi riceva in casa sua. Chiamati quindi a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: quanto devi al mio padrone? Quello rispose: cento bati d’olio. Egli disse: prendi la tua scritta, siedi, e scrivi cinquanta. Poi disse ad un altro: e 34 tu, quanto devi? Quello rispose: cento cori di grano. Egli disse: prendi la tua scritta, e scrivi ottanta. E il padrone lodò il fattore infedele perché aveva operato con avvedutezza; poiché i figlioli di questo secolo, nelle relazioni con quei della loro generazione sono più accorti dei figlioli della luce. Ed io vi dico: fatevi degli amici con delle ricchezze ingiuste; affinché quand’esse verranno meno, quelli vi ricevano nei tabernacoli eterni”. (Luca 16, 1-10) Gesù loda l’operato del fattore, Gesù è sempre molto pratico; Egli ama passare per le vie più brevi e attuare le conoscenze più semplici. Per ognuno Egli studia il mezzo di salvezza; quale mezzo di salvezza avrà colui che è infedele al suo Signore? Uno solo: fare comunque del bene. Il bene è sempre bene, è comunque bene. L’elemosina anche fatta da un ladro non cessa di essere elemosina. Gesù è realista nelle sue cose; Egli sa i sentimenti di chi è beneficiato; quei sentimenti contano, solo quelli. Tu hai fatto del male, hai accumulato ingiustamente delle ricchezze, sei stato tanto disonesto? Fai almeno del bene, sii generoso, soccorri il misero, fatti degli amici! Farsi degli amici! Gesù insiste su questo concetto: farsi degli amici; l’uomo è legato all’uomo dalle opere, oltreché dai pensieri, ed un’opera buona è e sempre resta, un’opera buona. Anche se hai fatto il male cerca di fare del bene, esso ti sarà contato, quindi, fatti degli amici! Di riscontro, noi dobbiamo a questo punto citare un altro racconto buddico: “Essendo morta la tigre, la feroce assassina della jungla, i geni della natura si riunirono in tribunale per giudicarla e citarono come testimoni tutti coloro che erano rimasti vittime della sua ferocia. Naturalmente, le accuse fioccarono, il tribunale stava per condannare l’assassina quando si levò una voce che diceva: “io debbo gratitudine alla tigre”. Il presidente, stupito, fece avanzare l’inatteso testimone ... era un leprottino dall’aria spaurita, ma decisa. “Come, gli chiesero, tu dici di aver gratitudine alla tigre e come mai?”. “Perché, la tigre, mi ha salvato la vita!”. “Possibile - proruppe il presidente - che questa assassina abbia salvato la vita ad un leprottino? Narraci come”. “Ecco, io correvo inseguito da un ferocissimo cane e stavo già per essere addentato, quando vidi il mio persecutore girare su se stesso e fuggire velocemente. Intanto risuonava nella selva la voce della tigre, che era di pessimo umore per essere stata svegliata dal chiasso della nostra corsa. Io mi feci piccolo piccolo e la tigre non mi vide nemmeno ma intanto, la sua presenza, mi aveva salvato dal cane feroce ed io sono grato alla tigre, perché, se essa non avesse fatto fuggire il cane, esso mi avrebbe senz’altro sbranato”. “Il leprottino ha ragione - concluse il tribunale - noi dobbiamo riconoscere che la tigre ha compiuto, ancorché involontariamente, una buona azione, ed essa gli è compensata oggi dalla testimonianza del leprottino”. La parabola del fattore infedele , si integra con questa gentile leggenda. L’una e l’altra insegnano fondamentalmente che il bene è e resta bene da chiunque sia fatto, non solo, ma chi riceve questo bene sente come un legame, un debito d’amore. Poiché fare il bene è assai più facile che fare il male. Fate il bene, valetevi anche delle vostre stesse cattive inclinazioni per esercitare una pressione sul destino. Anche le ricchezze mal acquistate possono essere strumento di salvezza se, anziché sperperarle in vizi e bagordi, le impiegate a sollevar miserie. Non certo si muta la vostra posizione innanzi al tribunale della divina giustizia, ma almeno avrete dei testimoni a 35 difesa, degli avvocati che peroreranno per voi. Fate del bene con il vostro stesso male, cercatevi dei meriti, operate con generosità, la generosità sarà l’unica cosa che non rimpiangerete mai di aver esercitato. La misericordia, per sposarsi alla giustizia, suggerisce un motivo, un motivo di speranza a chiunque: aver qualcuno che senta di pregar per noi è già promessa di salute. Creare dei vuoti di bene nel colmo del male, perché quel bene attragga altro bene per crearsi un patrimonio celeste. Ma quali sono le ingiuste ricchezze? Tutte, tutte le ricchezze che non sono il giusto benessere frutto del lavoro, tutte le ricchezze che si acquistano sfruttando poco o tanto i nostri simili o nel lavoro o nella vanità, tutte quelle che ci vengono per eredità, tutte quelle che ci arrivano per fortunosa avventura di gioco, tutto ciò che è dono del caso, dell’arbitrio o della lusinga. Ricchezze ingiuste, ricchezze che non possono legittimamente tenersi per nostre, come il fattore infedele non poteva ritener per suo il bene del padrone e, poiché di questo bene illegittimo era ancora amministratore, egli pensa di servirsene per farsi degli amici. Non fugge con il tesoro, non lo nasconde e neppure lo distribuisce a parenti presso i quali il padrone può reclamarlo, ma lo divide fra i più poveri, acciocché domani, quando anche lui sarà povero, essi lo accolgano amichevolmente nelle loro case. Per questo, Gesù consiglia di farsi anche degli amici con le ricchezze ingiuste. Una nota del costume odierno, nota che lo caratterizza in modo eccessivo, è quella delle facili ricchezze. Ogni anno parecchie dozzine di nuovi milionari fanno trionfare le varie forme di lotteria. Il gioco è entrato nel costume come un maleficio; oggi, la gente attende il benessere, l’agio, addirittura la ricchezza, non dall’intelligenza, dal lavoro, dall’oculatezza e quasi neppure dalla furfanteria, perché esser furfanti vuol dire rischiare e, l’uomo odierno, non vuole rischiare. Il gioco, con mille camuffamenti, viene a fomentare questo spirito di pigro edonismo, una provvidenza delle tenebre s’incarica di far le veci della mitica fortuna. Quante ingiuste ricchezze vengono dare agli uomini, ingiuste perché gratuite nel più assoluto dei modi, perché spoglie del tutto di ogni sforzo e di ogni capacità umana. Se almeno questi sventurati si servissero di queste ingiuste ricchezze, per farsi degli amici. Ma no! Essi gettano via malamente il denaro, lo sperperano e talora beffeggiano il bisogno reale, accedendo alla bassa lusinga. Infelici! I conti saran loro richiesti più presto di quanto credono dalla provvida sventura, ed essi saranno nudi dinanzi alla bufera delle divina indignazione. Essi non si son saputi fare degli amici; più miseri della tigre della leggenda buddica non avranno, in loro favore, neppure le preghiere di un leprottino salvato per caso. La parabola del fattore infedele è la parabola della comune umanità. La mediti ogni uomo e segua il buon consiglio, si armi di una santa astuzia e opponga allo sdegno del padrone, la gratitudine del misero confortato. Fate sempre del bene, anche con ciò che servì a fare del male. Se il diavolo ha il triste potere di fare che il bene sia male, Iddio dal male sa sempre però cavarne del bene. E non dite: Ecco, io ho fatto tanto male, che è inutile che io cerchi ora di fare del bene. No, il bene non è mai inutile. Ed eccoci adesso ad una parabola chiave, la parabola del figliol prodigo. Parabola chiave, abbiamo detto: essa è infatti d’ordine cosmico e se, nel suo aspetto più usuale, può essere interpretata confortabilmente in pro del 36 peccatore che si pente e si converte, essa però, è relegata a fatti di gran lunga esulanti il piccolo mistero del piccolo uomo. La Genesi parla di una triplice creazione di Adamo. Vi è l’Adamo che Dio crea a sua immagine e somiglianza e nel quale si compiace; vi è l’Adamo innanzi al quale Iddio fa sfilare tutti gli archetipi della creazione acciocché egli, riconoscendoli, dia loro un nome; non solo ma, dando il nome, comunichi ad ognuno una particola delle sua essenzialità spirituale, creando così le prime animegruppo delle future ondate di vita. Questi due Adamo non conoscono il sonno, sono stati creati svegli, abituati a guardare Iddio faccia a faccia. Vi è infine il terzo Adamo, l’Adamo che somiglia a noi e a cui non somigliamo, l’Adamo delle voglie, l’Adamo che si addormenterà di un sonno profondo e, dal suo sonno, genererà Eva. A questo Adamo ognuno di noi dice padre, e in esso confessa la realtà della sua natura. Questo Adamo, dunque, noi possiamo contemplare come l’unico “figliol prodigo”, ma questa considerazione ci porta fatalmente a pensare ad una umanità “sine labe originali concepta”, ad una umanità senza colpa originale, ad un mondo puro, ove un fratello maggiore rimase con il Padre e non aspirò alla grande tremenda avventura. Ancora una volta la parabola si identifica nella parabola; quella della pecora smarrita ritrova il suo “leitmotiv” in quella del figliol prodigo. L’idea della “sine labe originali concepta” viene ripresa dalla religione cristiana nel dogma dell’Immacolata Concezione, ma dobbiamo fare uno sforzo e andare oltre, anche a costo di accettare Maria, madre di Gesù, come una celeste esponente di questa umanità senza macchia originale. Anche a costo di rinnegare l’amato raziocinio per accettare una vita fuor dalla vita, una realtà fuor dalla realtà. Vi fu dunque un tempo in cui i tre Adamo coesistettero, convissero nella casa del Padre, un tempo in cui ogni ritmo s’integrò in un ritmo superiore senza scosse, senza contrasti, e, questo tempo, non doveva essere fuori, ma dentro la maturità umana. Il peccato originale fu una deliberata scelta, fu un cosciente uso di quella tremenda libertà che Dio aveva dato all’uomo. Come il figlio della parabola, l’ultimo degli Adamo richiese la sua parte di eredità, richiese il diritto di scegliere la sua vita, fosse pur essa via di dolore e di pianto. Da questo terzo Adamo, dalla sua dolente consorte (madre di Caino, di Abele e di Seth) ognuno di noi proviene; ognuno di noi vede rispecchiare la sua inquietudine da quella del figliol prodigo, ognuno è il figliol prodigo, e l’intera Terra è questo figliolo a causa di questo Adamo. La parabola del figliol prodigo nasce nell’Eden e quando Adamo, reso voglioso dal volere di Eva, reso concupiscente dalla concupiscenza femminea, tende la mano al frutto indigeribile, in quell’istante il figlio chiede la sua parte di eredità; in quell’istante egli separa la sua sorte da quella del Padre e affronta la sua tremenda avventura. Il serpe non viene mai dal di fuori, viene dal di dentro; con la costola Adamo non ha solo esteriorizzato il suo principio femminile, ha esteriorizzato anche la vogliosità femminile. Eva, la madre dei viventi, è già la madre degli esistenti, i figli che ne nasceranno, saranno assai più spesso figli della donna che non quelli dell’uomo. Nell’Eden Adamo fa, o è trascinato a fare, la sua scelta che non nasce dalla volontà dello Spirito ma: dalla vogliosità delle passioni animiche ridestate o nascenti. Nell’Eden si 37 decidono molte cose grandi e terribili e, per prima, si decide l’uso di quella libertà che era stata data all’Uomo insieme alla vita; che l’uomo cominci con l’usarla male non ha significato, l’essenziale è che comunque ne usi, l’uomo ne usa, ne usa al punto di nausearsene, al punto da crearsi degli elementi di limite, da inventare la necessità dell’obbedienza, da tornare cosciente a quelle leggi dalle quali incosciente si dipartì; al punto da conoscere, per sua esperienza personale, di aver fatto un cattivo uso della stessa libertà. Questo è il segreto. Ma veniamo alla parabola stessa. Narra Gesù: “Un uomo aveva due figlioli e il più giovane disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca” e il padre spartì fra loro i beni, e il figliolo più giovane, messa insieme ogni cosa, se ne partì per un paese lontano e quivi dissipò la sua sostanza, vivendo dissolutamente. E quand’ebbe speso ogni cosa, una grande carestia sopravvenne in quel paese, sicché egli cominciò ad essere nel bisogno. Si rivolse quindi a uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pasturare i porci. Ed egli avrebbe bramato empirsi il corpo dei baccelli che i porci mangiavano, ma nessuno gliene dava. Ma, rientrato in sé, disse: quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame! Io mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non sono più degno d’essere chiamato tuo figliolo, trattami come uno dei tuoi servi. Egli dunque si levò e venne a suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso da compassione, e corse , e gli si gettò al collo, e lo baciò e ribaciò. E il figliolo gli disse: Padre ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno di essere chiamato tuo figliolo. Ma il padre disse ai suoi servitori: presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, e mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; menate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo e mangiamo e rallegriamoci, perché questo mio figliolo era morto ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa. Ora il figliolo maggiore era ai campi; e come tornando fu vicino alla casa, udì la musica e le danze. E chiamato a sé uno dei servitori, gli domandò che cosa ciò volesse dire. Quello gli disse: E’ giunto tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché l’ha riavuto sano e salvo. Ma egli si adirò e non volle entrare; onde suo padre uscì fuori e lo pregava di entrare. Ma egli disse: Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto da far festa con gli amici; ma quando è venuto questo tuo figliolo che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato. Ed il padre gli disse: Figliolo, tu sei sempre meco, ed ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Fin qui la parabola evangelica. (Luca 15, 11-32) I motivi più teneri riecheggiano, come vediamo, in essa, ma la parabola non mira affatto alla mozione degli affetti, anzi cerca invece di far pensare e, infatti, fa pensare. La terra, e per essa l’uomo, si è separata dal ritmo divino, ha consumato la sua parte di beni in bagordi. La vogliosità umana, in contrasto con la divina volontà, tende a polarizzare nella forma i suoi desideri, tende a creare bisogni per la cui estinzione occorra suscitare desideri nuovi. In una specie di cerchio chiuso l’uomo continua a girar su se 38 stesso dolorando, ma senza voler liberarsi dalla causa prima del dolore che è desiderio, così che esaurisce prima i mezzi di soddisfare gli impulsi che non l’impulso. Nell’economia del creato vi è solo una ristretta possibilità di peccato. L’uomo può consumare la sua parte di beni, ma non esinanire la vita e la vita, presto o tardi, si vendica. Colui che sfrenatamente si abbandoni alla passione, si trova nel bisogno senza poterlo soddisfare, deve guardare i porci; colui che a centinaia li faceva uccidere per le sue mense, non può sfamarsi come loro. L’uomo sulla terra può molto, ma non può tutto: presto o tardi la coscienza della sua impotenza lo riporterà alla nostalgia del Padre Celeste, alla nostalgia della sua prima abitazione e, questa nostalgia, unita alla miseria, lo riporterà in umiltà donde, con presunzione e superbia, si partì. L’umanità intera tornerà al Padre, l’invocazione sarà esaudita e sulla terra si farà alla fine la volontà divina come è fatta nei cieli; quella volontà che è amore ed alla quale si oppone la vogliosità della forma che è odio. Ma quando ciò avverrà, non un rimprovero aspetterà il prodigo, non un rinfacciamento. Il Padre ha sempre sospirato questo figlio viziato e avventuroso che è il terzo Adamo, questo figlio nel quale gli ha profuso tesori di tenerezza. E questo figlio che ritorna, è certo di trovare un amore maggiore di ogni suo errore. Una sola parola ha per lui in sua difesa il Padre: egli ha molto sofferto! Ecco la leva della tenerezza paterna: la sofferenza! Il Padre piange sulle sofferenze incontrate dal figlio, anche se esse sono state incontrate per colpa ed insipienza, anche se sono state determinatrici del sospirato ritorno. Infinito è l’amore del Padre, senza limiti la sua pietà. Se l’uomo troverà nei cieli una precedente e fedele umanità, se l’uomo troverà un fratello maggiore, non tema, esso non potrà rimproverarlo di nulla, il Padre lo impedisce da sempre. “Tu sei sempre stato con me, ciò che era mio, era tuo, ma questo tuo fratello ha molto sofferto, era perduto e si è ritrovato, era morto ed è risuscitato”. Non intendiamo fare della fantascienza. Il problema di altri mondi migliori o peggiori della terra o di altre umanità, non può disturbare la nostra coscienza. Chiunque abiti i cieli, può essere che sia più felice degli uomini, ma non certo meglio amato; l’uomo è il figliol prodigo, ma è il figlio che può tornare, non solo ma che, avvalorato dalla sua esperienza, può meritare più di chiunque il compiacimento divino. Se l’uomo si è valso della libertà per allontanarsi da Dio, della libertà si vale per tornare a Dio e, per tornare, non con la pretesa ma con la consapevole sottomissione. Il fratello maggiore, “l’umanità incolpevole”, che cosa sa di pianto e di stridor di denti?! Chi è sempre stato bene, che sa di ciò che conosce chi è stato male? Il figliol prodigo sarà accolto per il diritto della lunga sofferenza portata sino al termine e non ha importanza se quella sofferenza egli l’ha meritata per il suo errore. “Felix culpa - esclama un noto padre della chiesa - felice colpa, che un tanto Salvatore ci meritasti!”. Ma noi, meglio di lui, possiamo esclamare: “Felice quell’errore che germina riconoscimento, benedetta quella colpa che, mutandosi in pentita nostalgia, ci riporta alla casa paterna, alla casa che non abbandoneremo mai più”. La Terra, e per essa l’uomo, pecorella smarrita o figliol prodigo, ha nei cieli qualcuno immenso che l’ama e a questo 39 amore ognuno deve riportar se stesso. Sapere che c’è questo infinito Amore, confidare in esso, ad esso anelare. Ecco il mandato umano! Il figliol prodigo è tornato da solo nella casa paterna: ognuno di noi, più di lui fortunato, può tornarci dando la mano a Cristo, al fratello primogenito che è venuto di tanto lontano per riportarci a casa con sé, gareggiando perciò in amore con lo stesso Padre celeste. Posto che siamo amati, amiamo a nostra volta; solo l’amore ci farà luce sulla strada, solo l’amore potrà non ingannarci. Amiamo! Segreto della vita eterna è l’amore, segreto dell’eterna morte è l’odio! Nel prossimo quaderno completeremo l’esame delle altre parabole e termineremo con la Passione del Cristo. Proprietà letteraria “ASSOCIAZIONE IDEA SPIRITUALISTA” Riservati tutti i diritti- Autorizzate le riproduzioni purchè ne venga citata la fonte 40