copia omaggio
Rivista trimestrale di Con.Solida. s.c.s. – Autorizzazione del Tribunale di Trento n. 1326 del 12/06/2007 – Poste Italiane s.p.a. – Spedizione in Abbonamento Postale – D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, NE/TN – Distribuzione gratuita
n. 25
inverno 2014
Le politiche
per la salute
Il controllo
dei denti
Il personaggio:
Umberto Knycz
Nuove tecnologie
per non invecchiare
Un Dio
agli arresti
domiciliari
Una riflessione di don Marcello Farina sul Natale
Promotori del Piano Sanitario Sanitass
Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Prima della sottoscrizione leggere attentamente il Fascicolo Informativo disponibile presso le filiali delle Casse Rurali Trentine aderenti e sul sito www.assicuragroup.it
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Nazionale Sanitass, che le Casse Rurali Trentine, per
il tramite di Assicura Agenzia, hanno ideato in collaborazione
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bancario e il loro nucleo familiare in caso di malattia.
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COMUNE DI ROVERETO
ASSESSORATO
ALLA CONTEMPORANEITÀ
TEATRO ZANDONAI
WWW.TEATRO-ZANDONAI.IT
STAGIONE
TEATRALE
2014-15
Informazioni
Comune di Rovereto
Ufficio Cultura e Teatro
Palazzo Alberti corso Bettini 43
0464 452253 - 0464 452256
www.comune.rovereto.tn.it
www.teatro-zandonai.it
6
TRACCE
12
Rivista trimestrale di proprietà
del consorzio Con.Solida.
Il personaggio
Umberto Knycz
Iscrizione al Registro degli Operatori
di Comunicazione n. 23388
16
Autorizzazione del Tribunale di Trento
n. 1326 del 12/06/2007
Comitato di redazione
Direttore responsabile: Walter Liber
Comitato di redazione:
Silvia De Vogli (coordinatore),
Miriam Branz,
Paola Pedergnana
Hanno collaborato: Davide Ciola,
Marcello Farina, Francesca Gennai,
Laura Ruaben, Luca e Luigi Sforzellini
Fotografie:
archivio Designfabrik, archivio Panato,
Flavio Faganello, Foto Fernetti Albatros,
iStock, Umberto Knycz
20
Pubblicità:
Laura Canzian
[email protected]
Tel. 338 7789032
M.Cristina Nanni
[email protected]
Tel. 338 8821368
18
Presepi
di comunità
Stampa:
Tipografia Grafiche Futura Srl – Mattarello
Per informazioni e suggerimenti:
Silvia De Vogli, Con.Solida.
c/o Tridente 4 via Brennero 246 – 248
38121 Trento
[email protected]
Tel. 0461 235723
L’importanza
dei denti
Allenare
il cervello
Progetto grafico e impaginazione:
Designfabrik – Rovereto
Con.Solida.
c/o Tridente 4
via Brennero 246 – 248
38121 Trento
Tel. 0461 235723
Un’alleanza
per la salute
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Dalla
rottamazione
al dono
Tempo libero
8 Il tarlo di Ruth
8Salvia
9 Aiuto, arriva il Natale!
9 Appuntamenti
10 La ricetta
24
Eulalia Panizza
L’anima della natura
Un’alleanza
per la salute
Dalla riforma sanitaria del 2010 al Piano
per la Salute in discussione in questi mesi
di Silvia De Vogli
Avere una sanità efficace ed efficiente è importante ma non sufficiente
a garantire ai cittadini una buona
qualità di vita. A dirlo è l’organizzazione mondiale della sanità (OMS)
che evidenzia la rilevanza sulla salute di molte altre dimensioni, tra le
quali quella sociale che comprende
i servizi alla persona e all’inclusione. In tal senso va letto l’obiettivo
dell’integrazione tra servizi sociali e
sanitari introdotto dalla riforma del
2010 promossa dall’allora assessore
Ugo Rossi. A quattro anni dal varo
della legge, abbiamo chiesto a Paola Maccani, direttrice per l’integrazione socio-sanitaria dell’Azienda
Sanitaria, a che punto è la sua realizzazione.
Abbiamo fatto un bel pezzo di strada,
ma il percorso non è ancora terminato. Abbiamo lavorato innanzitutto
per costruire una cultura condivisa tra
gli operatori sanitari e quelli sociali.
Un’operazione che solo apparentemente sembra non avere un legame
diretto con i servizi ai cittadini ed è
invece stata la premessa necessaria
per mettere in campo nuovi strumenti
e modalità di intervento.
Mi fa un esempio di questi
strumenti?
Oggi i cittadini hanno un unico punto di accesso ai servizi (PUA). Inoltre
abbiamo costruito un sistema condi-
6
viso di valutazione dei bisogni e che
consente di elaborare progetti integrati di intervento, che comprendono
sia prestazioni sanitarie che sociali.
Tutto ciò con l’obiettivo di semplificare il percorso che le persone devono compiere per ottenere le prestazioni professionali di cui hanno
bisogno.
Nell’ottica dell’integrazione si
muove anche la pianificazione
da parte della provincia. In
questi mesi si discute, con
il coinvolgimento di tutta la
cittadinanza, il Piano per la
Salute, che dovrebbe sostituire
i due piani sanitario e sociale
delle precedenti legislature.
Lei, cosa ne pensa?
Mettere al centro della pianificazione la salute è corretto ed è molto innovativo e importante che sia esplicitato nel Piano tutto quello che
“costruisce salute” dal punto di vista individuale, collettivo, di politiche di settore attente agli effetti sulla
salute. Bisogna però poi che a questo documento seguano programmi
specifici e scelte precise sulle priorità da perseguire in un contesto che
cambia.
Che cosa intende?
Occorre guardare ai servizi oggi
presenti sul territorio e chiedersi se
sono sufficienti rispetto ai bisogni
“Il Piano per la Salute
pone al centro la
salute della persona,
intesa come situazione
complessiva di
benessere e di
equilibrio e non come
assenza di malattia.
L’obiettivo è quello
di garantire a tutti di
vivere nel migliore
modo possibile,
con soddisfazione
e autonomia,
sviluppando le proprie
capacità”
Donata Borgonovo Re,
assessora provinciale
alla salute e
solidarietà sociale
o se invece alcuni debbano essere
specializzati e altri più adeguatamente diffusi. Tutto questo senza
dimenticare la questione della sostenibilità.
Come sarà secondo lei la sanità
in futuro?
Credo che gli ospedali debbano diventare sempre più posti di eccellenza, sia per competenze che per dotazioni tecnologiche. Questo significa
però che i territori devono poi essere
servizi
Un Dio agli arresti
domiciliari
capaci di accogliere, ad esempio, le
persone che vengono dimesse in condizioni sanitarie difficili o senza rete
familiare e coloro che soffrono di malattie croniche.
E come si può raggiungere
questo risultato?
Attraverso un confronto aperto a tutti i soggetti del territorio: pubblici e
privati, formali ed informali, sanitari e sociali. Questo confronto deve
partire dai bisogni delle persone
visti nella loro complessità e totalità. Solo così si può riuscire a dare
risposte integrate e non offrire interventi, magari molto qualificati, ma
parziali. Senza dimenticare l’opportuno richiamo all’interno del Piano
della salute alla responsabilità dei
singoli.
In che senso?
Anche il cittadino deve farsi carico
del proprio stato di benessere con
corretti stili di vita e comportamenti
che allontanano l’insorgere di malattie.
La prevenzione è fondamentale
per ridurre al minimo la necessità
di intervento con strumenti sempre
più pesanti, sia da un punto di vista
economico che per la qualità di vita
della persona. A sua volta questo
rende fondamentale l’informazione
puntuale e chiara e anche su questo
obiettivo ci può essere un’alleanza
tra istituzioni e i diversi soggetti del
territorio.
di Marcello Farina
“L’attentato che decreta morte al
Natale è già nel giorno stesso di
Natale: l’attentato avviene ogni volta
che vediamo la buona notizia di un
Dio che esce e in qualche misura
noi lo riportiamo dentro, agli arresti
domiciliari”.
Non ci stupiscano queste
parole. Vogliono dirci subito che
l’addomesticamento della festa di
Natale lo compiono prima di tutto i
cristiani stessi: di un Dio che esce
dal suo mondo, che diventa piccolo,
che si umilia, che diventa “carne”
come siamo tutti noi, c’è poca
traccia nel nostro tempo. Ci piace
tenerlo in chiesa, appunto “agli arresti
domiciliari” come afferma don Angelo
Casati nel brano riportato sopra. Un
Natale da “soap-opera”, devoto,
imbalsamato, caramelloso, infantile
nel senso peggiore del termine, cioè
sdolcinato.
Mettersi in fila per adorare un bambino
di gesso, magari appena comperato
ai mercatini, che abbondano di “cose
sacre”, religiose, appunto per potersi
chiamare “mercatini di Natale”,
portando un ulteriore contributo
al fraintendimento, è davvero un
gesto “banale”, mortificante, perché
innocuo, retorico. Il nostro tempo,
se non ha abbandonato del tutto il
riferimento al Natale (come capita
in una società ormai totalmente
secolarizzata) lo surroga con questi
espedienti di cristiani e laici coalizzati:
riportano Dio nelle chiese (al chiuso),
da cui egli aveva voluto uscire per
la sua passione per la terra, per le
donne, e gli uomini in carne e ossa,
per quei pastori che nelle vesti si
portano odore di greggi e fumo di
bivacchi. Cos’è l’“incarnazione” se
non il mistero di un Dio che esce da
sé e diventa “carne”, la carne viva e
debole di ogni essere umano?
Scrive don Primo Mazzolari, un
testimone del Vangelo: “Se penso
che, a forza di mettere insieme Gesù
bambino di cartapesta, non vediamo
più i bambini di carne, se penso che
possiamo far patire la fame a non
so quanti milioni di bambini, quasi
fossero di cartapesta anche loro, se
penso che possiamo sparare, buttare
giù bombe di 2 - 4 tonnellate, perché
gli uomini sono di cartapesta, sono
materiale umano, allora mi chiedo se
è buono questo incantamento che ci
procuriamo a Natale per distaccarci
il cuore di carne dal cuore di carne
del Natale”. Il Vangelo racconta: “Lo
avvolse in fasce e lo depose nella
mangiatoia”. Questo sembra a dirci,
il Vangelo della nascita, fuori dai
sentimentalismi facili: Dio è nella carne
viva e debole di ogni essere umano.
Fascialo, prenditi cura. Come fa la
madre. Non riduciamo il bambino
della mangiatoia in un bambino di
cartapesta!
T inverno 2014
7
Il tarlo di Ruth
“Il tarlo di Ruth” è il primo romanzo
di Rocco Sestito. Noto in Trentino per
la sua attività di regista, attore e musicista, Sestito imprime nelle pagine del
libro la passione teatrale. La protagonista è Ruth, una 36enne visionaria.
Questa dote le ha permesso di trovare
lavoro presso una casa editrice dove
aiuta gli scrittori quando si bloccano
davanti alla pagina bianca. Ma per lei
è “un tarlo”, una malattia. Piccoli dettagli o gesti, anche insignificanti, attirano la sua attenzione, stimolano la
sua fantasia e le fanno inventare storie. Anzi più che inventarle, Ruth le
vive letteralmente. Le basta poco per
trovarsi “dentro gli altri”: un colore o
la voglia di un caffè, una vetrina con
un vestito da sera, un viaggio in autobus. Anche un’occhiata fa partire il
tarlo a Ruth, che si immagina maschio
e racconta dell’amore, dei baci di un
uomo dati con così tanto trasporto e
vigore da lasciarla svuotata, immobile
e senza una goccia di vita, come può
essere la bottiglia di vino vuota di un
alcolizzato. E ancora la storia di un
attore daltonico che scrive 4 monologhi intitolandoli con i colori, che li
descrive e “prendono corpo”. Ne “Il
tarlo di Ruth” le tante altre storie affidate a voci diverse si intrecciano ad
un lungo e unico racconto centrale,
narrato dalla protagonista. I molteplici aspetti della realtà odierna sono
filtrati dalla visionarietà e resi meno
spigolosi dal senso dell’ironia e dal
paradossale, con colpi di scena ed
equivoci verbali. lr
Il tarlo di Ruth, di Rocco Sestito, Leonida 2014, pg.120, euro 13
8
Rimedi della Natura
La salvia
a cura di Cooperativa Sociale
Terre Altre
È una pianta molto diffusa: la coltiviamo nei nostri orti o sui balconi e
la troviamo fresca o essiccata in erboristeria ma anche nei supermercati.
Il suo nome deriva da salvo che significa “salvare” ed è molto nota fin
dall’antichità. È un piccolo arbusto
perenne alto 40-50 cm, molto ramificato e legnoso con foglie grigio-verdi
dal caratteristico odore aromatico e
fiori di color violaceo.
Proprietà
Nelle affezioni dell’apparato gastrointestinale, come intestino irritabile,
spasmi all’apparato digerente o dolori
mestruali, è usata come rilassante della
muscolatura per la sua azione antispasmodica. L’olio essenziale contenuto
nelle foglie ha proprietà antisettiche e
balsamiche efficaci nella cura delle patologie dell’apparato respiratorio, quali
raffreddore, tosse, mal di gola e febbre,
e tutte le forme di catarro. La salvia allevia i disturbi dovuti alla menopausa, in
particolare le vampate di calore. Possiede un’azione ipoglicemizzante, ovvero
in caso di diabete aiuta a ridurre il tasso
di glicemia nel sangue.
Infuso di foglie essiccate
Fare i gargarismi con l’infuso previene e combatte i mali di stagione come
raucedine, tosse e mal di gola, mentre
berlo contrasta il raffreddore, aiuta la
cattiva digestione e dà sollievo dalle
vampate della menopausa. È possibile anche preparare un dopo-shampoo
per ridare lucentezza e vitalità ai capelli fragili e opachi: occorre lasciare
in infusione per 5 minuti un cucchiaio di foglie di salvia essiccate in 200
ml d’acqua bollente.
Infuso di foglie fresche
È indicato come tonico astringente
per pelli grasse e impure; in caso di
sudore eccessivo è consigliato bere
alla mattina prima della colazione e
alla sera una tazza dopo aver lasciato
in infusione per 5 minuti una manciata di foglie fresche in 200 ml di acqua
bollente.
tempo
libero
Aiuto, arriva Natale!
Santa Lucia o Babbo natale; San Nicolò o la Befana.
A qualsiasi tradizione vi rifacciate la domanda poi diventa
una sola: quale regalo fare a nipoti e nipotini. Non è facile
scegliere tra le mille idee che vengono suggerite dalle
pubblicità e tra le tante proposte che compaiono sulle
bancarelle dei mercatini, sui ripiani dei negozi specializzati
ma anche nei supermercati. La psicologa Silvana Buono,
coordinatrice pedagogica della cooperativa La Coccinella
che si occupa di servizi all’infanzia, suggerisce in primo
luogo di puntare sulla qualità più sulla quantità: “Meglio
poco ma bello e con materiali naturali come il legno o la
stoffa. La seconda indicazione è di prediligere giochi che
stimolano l’immaginazione, che sono spunto per inventare
storie ed avventure ed evitare invece quelli che portano
il bambino a chiudersi in se stesso, che sono ripetitivi e
monotoni.
Per i bambini molto piccoli occorre fare attenzione ai
materiali di cui sono fatti (ad esempio i pupazzi troppo
pelosi non sono adatti perché tendono a metterli in bocca)
e le dimensioni devono essere proporzionate in modo da
consentire la manipolazione e facilitare la coordinazione
motoria. Per i giochi sonori meglio orientarsi verso quelli
che propongono tonalità gradevoli (anche per il volume)
e musiche piacevoli”. Un classico del periodo natalizio
sono poi i libri e anche qui per Silvana Buono il criterio
della qualità deve fare da guida rispetto a tutti gli elementi:
carta, illustrazioni testi. Oggi si trovano facilmente in tutte
le librerie (o al limite si possono ordinare) pubblicazioni
di piccole case editrici come Babalibri, Principi&principi
e i Topipittori che offrono testi bellissimi da sfogliare e da
leggere insieme.
“I libri per bambini – precisa la psicologa – dovrebbero
piacere anche all’adulto che li regala perché i personaggi
sono divertenti o perché ricordano episodi della propria
infanzia. Questo consente, infatti, di usare il libro come
pretesto per stare insieme con i bambini e costruire con
loro attraverso la narrazione relazioni affettive ed emotive
intense”. sdv
Appuntamenti
Tesori dal passato
Dal 22/11/14 al 1/2/15
Trento, Cappella
Vantini Palazzo Thun
A Trento un doppio
appuntamento espositivo,
a Torre Vanga e a Cappella
Vantini, dedicato alle
opere artistiche provenienti
dalle antiche dimore
trentine.
Info: 0461 492811
Afterimage.
Rappresentazioni
del conflitto
Dal 26/10/14 al 1/2/15
Rovereto, Mart,
Museo d’Arte Moderna e
Contemporanea
La mostra si inserisce
in Mart /Grande guerra
2014, l’ampio programma
culturale ideato dal Mart
per riflettere sul significato
della guerra in occasione
del Centenario della Prima
Guerra Mondiale.
Visita guidata, costo a
persona 2 euro + biglietto
d’ingresso al museo.
Info: 800 397760
Vita nascente: da
Giovanni Segantini
a Vanessa Beecroft
Dal 15/11/14 al 11/1/15
Arco, Galleria Civica
G. Segantini
Mostra Immagini sulla
maternità.
Info: 0464 583653
Tra gusto e
tradizione
Nei giorni 28/12/14
e 2/1/15
Arco, Mercatino di Natale
Visita guidata alla
centenaria olivaia di
Arco con visita ai presepi
di Stranfora e al Parco
Arciducale, degustazione
di olio extravergine d’oliva
e merenda asburgica.
Info: 0464 554444
Mostra delle
opere di Giovanni
Segantini
Dal 1/1/14 al 31/12/14
Arco, Galleria Segantini
L’amministrazione
comunale di Arco dedica
a Giovanni Segantini uno
spazio permanente nelle
sale al pianterreno del
seicentesco Palazzo dei
Panni.
Info: 0464 583511
Forte, pura,
salubre acqua!
Dal 21/12/14 al 7/4/15
Levico Terme, Villa
Paradiso
L’acqua ha trasformato
nei secoli Levico da
centro rurale a famosa
stazione termale. La mostra
illustra questo passaggio,
soffermandosi soprattutto
fra il 1870 e lo scoppio
della Prima Guerra
Mondiale recuperando una
memoria che rischiava di
essere perduta.
Ingresso gratuito.
Info: 0461 710206
T inverno 2014
9
la
ricetta
Ingredienti per 4 persone
Crema di fagioli borlotti
con baccalà cotto al vapore
di menta
Cottura della crema
Mettere in una pentola con dell’olio
di oliva i porri e la salvia, fare rosolare
per alcuni minuti, unire i fagioli. Fare
rosolare alcuni minuti. Unire le patate, fare rosolare per qualche attimo.
Versare il brodo vegetale, mescolare
e salare in proporzione. Cuocere fino
alla cottura dei fagioli borlotti a fuoco
medio.
Preparazione del baccalà
Condire in una terrina il baccalà con
la salsa di soia e dell’olio di oliva.
Fare marinare per venti minuti in frigorifero, con la terrina coperta da carta pellicola.
Finitura della crema
A cottura, versare il composto di fagioli e verdure ottenuto in un frullatore. Frullare ad alta velocità per dieci
minuti, fino ad ottenere una crema
omogenea. Passare la crema con un
passino a maglia fine. Rimettere la
crema in una pentola e portare a bol-
10
lore per pochi minuti. Mantenere al
caldo.
Cottura del baccalà
Mettere il baccalà marinato scolato
dall’eccedenza della salsa di soia e
dell’olio di oliva su una placca da forno forata. Cuocere in forno a vapore
per cinque minuti. A cottura rimettere
il baccalà in una terrina e condire con
la metà del prezzemolo e della menta, unire poco olio di oliva, mescolare
delicatamente.
Emulsione di menta
Mettere in un frullatore il restante
prezzemolo e la restante menta, unire
dell’olio di oliva, salare in proporzione, frullare per dieci minuti.
Come impiattare
Servire la crema ottenuta nelle fondine ben calde. Adagiare al centro
sulla sua superficie il baccalà cotto
a vapore. Condire con l’emulsione di
menta.
• 300 g di fagioli borlotti
precedentemente messi a
bagno in acqua e poi scolati
• 120 g di porri puliti e tagliati
a fettine
• 90 g di patate senza la buccia
e tagliate a fettine
• 10 g di aglio tritato
• 160 g di baccalà tagliato
a pezzi regolari
• 1 cl di salsa di soia
• 60 g di prezzemolo tritato
• 10 g di salvia tagliata
a striscioline
• 10 g di menta fresca tagliata
a striscioline
• 3 l di brodo vegetale
• 2 cl di olio di oliva extravergine
• sale qb
Accostamenti vni
LS SAUVIGNON BLANC
SFORZELLINI SELECTION
Cantine Monfort
LS GEWURZTRAMINER
SFORZELLINI SELECTION
Cantine Monfort
Le immagini riportate sono a scopo
illustrativo. Le ricette sono proposte e
redatte secondo scienza e coscienza.
Non possiamo assumere
responsabilità per la riuscita dei piatti.
Sforzellini Consulting S.r.l.
T inverno 2014
11
Umberto
Knycz
E così mi ritrovai viaggiatore
e collezionista
di Laura Ruaben
Carta d’identità
Nome Umberto
Cognome Knycz
Nato a Trento
Età 75 anni
Professione imprenditore
Titolare di una ditta di impianti idraulici in Trentino, viaggiatore e fotografo. Noto per aver curato la mostra
“inedita” di oggetti dell’arte Dogon,
popolo del Mali, esposta per mesi nel
sito archeologico di Palazzo Lodron
della Volksbank a Trento.
Come è nata la passione
per il viaggio?
Sono viaggiatore da sempre. Mio
padre già nel 1946, appena finita la
guerra, mi ha portato a Jesolo in tenda
e lì ho scoperto la gioia per l’avventura che mi accompagna anche ora.
Quando ero adolescente ho girato
molto l’Europa perché facevo nuoto a
livello agonistico. All’inizio degli anni
‘80 sono stato in Africa del Nord per
lavoro. Il Senegal nel 1969 è stata la
prima tappa come libero viaggiatore.
Un colpo di fulmine! Il famoso “mal
d’Africa”.
Quali sono i sintomi?
È come una polmonite cronica, non
guarisci più. Vivi sensazioni che solo
lì puoi provare. Guardare il deserto è
la visione più bella al mondo. In Africa
12
tutto cambia, ogni luogo è
differente dall’altro e questa diversità ti fa innamorare. Non potrei spiegarlo a
parole, bisogna dormire in
tenda e ascoltare i rumori,
sentire la natura. Così si vive
pienamente il viaggio.
Dopo il Senegal, quali
Stati africani ha visitato?
Ho girato quasi tutto il Continente,
credo mi manchino solo uno o due
Paesi. All’inizio viaggiavo in autonomia, con la mia macchina, portando
con me la famiglia o qualche amico.
Negli ultimi 20 anni mi appoggio
alle agenzie del posto per il noleggio
dell’auto. Decido però io l’itinerario.
E il viaggio che la ha
emozionato di più?
Quello con la mia famiglia. Sono partito con mia moglie e i miei due bambini di 7 e 8 anni. Abbiamo percorso
20.000 km in 78 giorni; dalla Tunisia,
abbiamo attraversato Algeria, Niger,
Nigeria, Benin e Togo, Ghana, Costa
d’Avorio, Alto Volta (ora Burkina Faso)
fino ad arrivare in Mali. Qui, dai Dogon, è iniziata la passione per l’arte
africana e il popolo della falesia.
Chi sono i Dogon?
Un popolo ricco di storia. Sono sapienti agricoltori; i loro artigiani sono
abili fabbri e scultori. Praticano l’animismo e mantengono intatte le tradi-
zioni più antiche grazie alla
rigida organizzazione
sociale e religiosa. Credo mi sia venuto il mal d’Africa per la seconda volta; la loro architettura e quegli oggetti
pieni di segni simbolici, tartarughe,
serpenti, cammelli mi hanno colpito
al cuore!
Come è nata la mostra?
Sono tornato alla falesia cinque volte. Ho stretto amicizia soprattutto coi
capo villaggio e ho iniziato a fare
uno scambio di oggetti. Io davo loro
quello che avevo con me (scarpe,
pantaloni e maglie) e loro mi affidavano maschere, porte e statue. Erano
felici di sapere che la loro arte sarebbe stata valorizzata anche lontano
da lì. E così li ho portati in Italia e
il
personaggio
Che lo spettacolo
ri-cominci!
Stagione teatrale
di Rovereto
2014/2015
ora sono
esposti in
una mostra a
Trento.
Gli oggetti sono
carici di simbologia. Qual
è il loro significato?
La chiave interpretativa che aspettavo da tanto è arrivata grazie
all’incontro con Vincent Togo. Lui è
fisico nucleare a Bologna e un vero
Dogon. Mi ha spiegato gli usi e i
significati dei tanti oggetti e soprattutto dei simboli scolpiti nel legno.
Ho imparato per esempio a leggere
le porte Dogon: la tartaruga è uno
degli animali più longevi e il capo
villaggio le dava il primo boccone
del pasto per vedere che non fosse
avvelenato; i cavalli sono simbolo
di ricchezza e bellezza, mentre gli
uccelli simboleggiano l’amore. Il
serpente è l’animale sacro perché si
crede che avesse mangiato il vecchio capo Dogon.
Il ricordo più vivo di questa
esperienza?
Veramente ne ho due. Uno è
l’immagine dei miei figli insieme ai bambini dei villaggi. Non
importava la lingua, il gioco e la
semplicità li univano. Il secondo
riguarda le credenze cosmogoniche dei Dogon. Una mattina il
capo villaggio mi ha reso partecipe della morte da 80 anni della più anziana di tutti i Dogon.
Avrebbero celebrato il funerale
il giorno dopo a mezzogiorno.
Io ho chiesto come potevano,
dato che all’ombra c’erano quasi 60 gradi. Mi disse che avrebbero coperto il cielo con le nuvole. Ed il giorno dopo era tutto
nuvoloso!
Qual è la sua qualità
principale come viaggiatore?
La mia è semplice: considerarmi
ospite perché in casa di altri. Ho
sempre dato una stretta di mano
e trattato tutti con gentilezza e col
sorriso.
Il prossimo viaggio?
In Mauritania. Mi sarebbe piaciuto
tornare in Mali, però con me non
viene nessuno per paura di essere messo in quarantena al ritorno.
Le malattie o le guerriglie ci sono
sempre state, ma rispetto agli anni
scorsi, oggi è più difficile viaggiare
per i maggiori controlli.
“Il Teatro è tornato” come recita lo slogan
che ha accompagnato la restituzione del
Teatro Zandonai alla città e al Trentino. Questo gioiello del ’700, un’autentica perla della cultura e dell’arte non solo trentina, ma
europea, torna quest’anno ad accogliere la
grande prosa e le rassegne collegate. E lo
fa mantenendo la caratteristica fondamentale che lo ha sempre accompagnato nella
sua storia: essere quel “teatro sociale” che
fu delle origini, il teatro della città e dei roveretani.
Si tratta di un importante “ritorno a casa”
per Rovereto e la sua rassegna, un riappropriarsi di un luogo di cultura, arte e divertimento, da sempre simbolo della città.
La Stagione Teatrale di Rovereto conferma
l’estrema attenzione con cui ogni anno il
Comune sceglie gli eventi e gli spettacoli che vanno a comporre il calendario, con
produzioni locali, nazionali e, in alcuni casi,
di caratura internazionale. Accanto agli
spettacoli che compongono il cartellone
principale, ritroviamo le rassegne Altro Palco e Teatro Civile. Non eventi di semplice
“contorno”, ma appuntamenti di estrema
qualità e rigore, divenuti ormai un elemento
imprescindibile della stagione roveretana e
di grande apprezzamento su un pubblico
sempre più vasto. La “piazza” di Rovereto
si distingue, quindi, anche per l’attenzione
alla sperimentazione e all’impegno civile, in
linea con la sua tradizione culturale e la connotazione di “Città della Pace”.
Il ricco programma dei prossimi mesi è
consultabile on-line e nel libretto dedicato.
I nomi che saranno di scena nella nostra
città (da Bergonzoni a Favino, da Angela Finocchiaro a Maria Amelia Monti, da Glauco
Mauri a Serena Dandini) testimoniano l’attenzione alla qualità che da sempre distingue questa stagione di prosa.
Info: www.teatro-zandonai.it
T inverno 2014
13
14
T inverno 2014
15
Mal di schiena?
Controllate
i denti
Come i denti influenzano il nostro corpo
di Davide Ciola
Non sempre il mal di schiena o i dolori cervicali si possono risolvere con
una visita dall’ortopedico. Negli ultimi anni si è scoperto infatti che alcuni
disturbi comuni siano da ricondurre alla malocclusione, ossia l’errata
chiusura delle arcate dentali, e ad
una cattiva masticazione. La scienza
che si occupa di studiare la correlazione tra l’apparato masticatorio e il
resto del corpo si chiama Gnatologia
posturale ed è una branca abbastanza
recente dell’Odontoiatria. Per capire
come i nostri denti possano crearci problemi anche in altre parti del
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corpo, abbiamo intervistato il dottor
Fausto Fiorindo, ortodontista e posturologo di DentistiRiuniti.
Campanelli d’allarme
“Le patologie derivanti da problemi
di origine strutturale della mandibola e dalla masticazione – spiega il
dottore – cominciano a manifestarsi già dall’età di 12 anni e si intensificano con il passare del tempo.
Il primo segnale di una disfunzione
mandibolare è il rumore simile ad un
“clic cloc” a livello dell’ATM (ossia
dell’articolazione temporo-mandibolare); un rumore forte che può sentire
solamente la persona affetta. Il se-
La gnatologia è la
branca dell’odontoiatria
che studia e cura,
sotto tutti gli aspetti
anatomico-funzionali,
l’apparato masticatorio.
Lo gnatologo è un
dentista specializzato
che grazie ai suoi studi
possiede specifiche
competenze per
l’identificazione e la
risoluzione di problemi
come le malocclusioni e
disordini cranio cervico
mandibolari.
salute
Il dottor Fausto Fiorindo, ortodontista
e posturologo di DentistiRiuniti
condo invece è la dolenzia generale
alla mandibola che tanti pensano sia
legata ai denti ma in realtà è legata
al muscolo. Anche il prurito interno
all’orecchio, dovuto alla pressione
dell’osso mandibolare contro il condotto uditivo, può essere sintomo di
un disordine strutturale della mandibola”. Altri campanelli d’allarme
sono le orecchie tappate, le otiti
croniche (soprattutto nei bambini a
causa del ciuccio che mette la mandibola in una posizione scorretta).
Cosa comporta una cattiva
struttura mandibolare?
Il mal di schiena, per esempio, tre
volte su quattro, dipende da una scorretta masticazione e a sua volta può
causare dolori cervicali in generale.
Problemi di posturologia dentale,
cioè mancanza di denti o denti storti,
fanno sì che la testa si trovi in una posizione asimmetrica rispetto al resto
del corpo e questo favorisce l’insorgere di dolori nella zona temporale
(soprattutto per le donne). Tra i tanti
problemi originati da una disfunzione
mandibolare, anche l’ernia del disco.
Una persona anziana, per esempio,
ha difficoltà a chiudere correttamente
la mandibola a causa delle gengive e
dei denti consumati: in questo caso,
i muscoli del collo e della spalla intervengono aiutando il movimento
di chiusura della mandibola e con il
passare del tempo una spalla si ritrova più alta dell’altra. Tutto ciò implica
che la spina dorsale sia leggermente
piegata e le vertebre, una sopra l’altra, in compressione. Basta sollevare
un peso in maniera scorretta per favorire la fuoriuscita del disco, causando
l’ernia.
Occhi e orecchie
Una masticazione inadeguata può essere causa di acufeni, rumori (come
fischi, ronzii, fruscii, pulsazioni) che
l’orecchio percepisce come fastidiosi,
oppure di prurito del condotto uditivo, formicolio alle mani, crampi alle
ginocchia e ai polpacci. Anche una
protesi dentale non più funzionale
potrebbe essere la ragione di questi
disturbi: la dentiera infatti potrebbe
non c’entrare proprio più nulla con
la modificata struttura mandibolare
e quindi procurare nuovi dolori al
paziente. Ma non è tutto. Secondo il
dottor Fiorindo, infatti, un’asimmetria
mandibolare o comunque un disordine dei denti potrebbe essere causa di
astigmatismo. L’inadeguata chiusura
della mandibola, oltre a portare dolori più o meno accentuati, coinvolge
più di 100 muscoli tra i quali anche
quelli oculari. In corrispondenza di
un difetto muscolare mandibolare a
destra, dunque, ci sarà facilmente un
difetto muscolare all’occhio destro.
L’asimmetria mandibolare, poi, incide negativamente anche sulla qualità
del sonno: il bruxismo (il digrignare i
denti durante la notte) non permette
di scaricare la tensione accumulata e,
di conseguenza, al mattino ci si sveglia più stanchi di prima.
Cura e prevenzione
La cura più efficace è il bite. A differenza dei normali apparecchi ortodontici che non si preoccupano
dell’alterazione posturale dei denti
e possono creare più problemi della situazione di partenza, il bite è
una placca di riposizionamento
mandibolare, un apparecchio mobile con il quale è possibile riallineare l’assetto della mandibola
prevenendo dunque tutta una serie di patologie collaterali. È una
cura che richiede del tempo, però
è efficace al 99,9% dei casi. Non
ci sono limiti di età per iniziare la
terapia, ma quello che più importa
è la pianificazione totale del trattamento medico per la riabilitazione
occlusale del paziente. Inoltre con
dei controlli regolari dal dentista
è possibile individuare eventuali
problemi, intervenire con rapidità
studiando il caso nello specifico e
coinvolgendo eventualmente otorini o fisioterapisti.
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In alto: Vigo di Fassa - foto Andrea Rizzi - Comitato Manifestazioni Vigo di Fassa
A sinistra e sopra: Miola - foto Archivio A.p.T. Piné Cembra
Riscoprire
il trentino
Presepi
di comunità
Tradizione e innovazione animano
le rappresentazioni della Natività in Trentino
di Davide Ciola
“Paese che vai, usanze che trovi”.
Durante il mese di dicembre, anche
le valli e i paesi del Trentino celebrano secondo abitudini diverse il
rito dei presepi, simbolo del Natale.
Passeggiando per le sette borgate di
Condino, un piccolo comune nella Valle del Chiese, si scoprono per
esempio i tipici presepi sulle fontane. Sono piccoli capolavori artistici
che rappresentano la Sacra Famiglia
in diverse ambientazioni, quasi a
dire che Dio è ovunque: un antico
borgo di inizio secolo, una grotta
affacciata sul fondale marino, fino a
una miniatura della città di Gerusalemme. Allestire la Natività negli antichi abbeveratoi o nei lavatoi delle
piazze esprime il desiderio di ricor-
dare l’importanza non solo del Natale ma anche delle fontane che un
altro tempo erano luogo di incontro
e aggregazione sociale, soprattutto
per le donne che si ritrovavano a lavare i panni a mano. Un’usanza fuori
dal comune che suscita la curiosità
e l’ammirazione di valligiani e turisti
per la cura dei particolari e l’originalità delle composizioni.
Nella comunità della Val di Fassa, precisamente a Vigo di Fassa, la
rappresentazione del Natale assume
invece altre declinazioni. Le associazioni, i gruppi di volontari e i privati allestiscono presepi negli angoli
più caratteristici delle case, come la
“cort” o la “vecchia stalla”. Camminando tra le vie del paese e delle sue
frazioni, è possibile immergersi nella tradizione e ammirare questi ma-
nufatti artigianali agli incroci delle
strade, nelle antiche piazzette e alle
finestre delle case.
Fra le tante interpretazioni popolari della Natività, il paese di Miola sull’Altopiano di Piné da oltre
vent’anni ospita tantissimi piccoli
presepi meccanici apprezzabili sia
per l’aspetto tecnico delle costruzioni, sia per lo stile ligneo dall’elevato
valore artistico. Realizzati da artigiani, artisti e da famiglie sono posizionati con cura nelle finestrelle delle
stalle, nei portici e all’interno degli
avvolti.
Sono tanti altri i paesi del Trentino
che si prodigano nell’allestire presepi con altre proprie particolarità e
usanze; meritevoli di essere visitati
anche Tesero, Tenno, Andalo, e Ossana, in Val di Sole.
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Le nuove
tecnologie
per il cervello
Con l’allenamento possiamo prevenire
l’invecchiamento delle capacità cognitive
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il pensiero
Il training
cognitivo
consiste in un
vero e proprio
allenamento
delle funzioni
cognitive, quali
attenzione,
concentrazione,
memoria,
logica,
ragionamento,
calcolo,
immaginazione,
creatività,
orientamento,
attraverso
esercizi
costanti e
l’apprendimento
di strategie tese
a migliorare
qualitativamente
le diverse abilità.
di Laura Ruaben
È noto come l’attività motoria, insieme a un’alimentazione corretta e a uno stile di vita equilibrato, favorisca la salute, previenga l’invecchiamento fisico e le malattie croniche. E il
nostro cervello come si comporta col passare
degli anni? Come possiamo mantenere attive
le funzioni intellettive? “C’è un’analogia tra allenamento fisico e mentale – spiega il Dottor
Nicola De Pisapia, co-fondatore di Neocogita
e ricercatore – se faccio attività fisica miglioro
le mie capacità motorie. Anche per il cervello vale lo stesso: se lo tengo allenato migliora
l’efficienza cerebrale.” Negli ultimi anni le ricerche neuroscientifiche, grazie all’uso di nuovi strumenti tecnologici, offrono una “palestra
completa” di esercizi da svolgere sul computer
per allenare e affinare specifiche funzioni cognitive, ritardando il naturale invecchiamento
del cervello.
Come possiamo allenare il cervello?
“Le scoperte neuroscientifiche più recenti dimostrano che è un organo dotato di plasticità: cambia a ogni età a seconda di ciò che facciamo.
Allenare il cervello con costanza – continua De
Pisapia – migliora le prestazioni e il benessere
mentale e previene la demenza. Non tutte le attività però sono efficaci. Le parole crociate ad
esempio non lo tengono sufficientemente allenato perché col tempo si diventa bravissimi e
veloci a farle, senza migliorare altre capacità.
Gli aspetti relazionali invece contribuiscono a
tenere giovane il cervello: la nonna che si prende cura dei nipoti e si interessa dei voti a scuola
ha un’attività cerebrale più veloce. E ancora chi
ha molti contatti sui social network ha un cervello più “complesso” di chi ne ha meno. Una
madre che ha un bimbo si trasforma fisicamente
e anche cerebralmente nelle parti che riguardano la relazione. Il cambiamento può avvenire
anche in un giorno: se una persona fa uno sforzo nell’imparare qualcosa, durante la notte si
sviluppano già delle connessioni a livello cognitivo. Ecco l’importanza dell’allenamento mentale basato sulla ricerca scientifica. Il training
cognitivo, incide sulla plasticità coinvolgendo
più aree cerebrali contemporaneamente. Ad
esempio se una persona fa un esercizio sull’attenzione e velocità di reazione potenzia altri
aspetti della vita, come la mobilità.
Come si fanno gli esercizi?
“Oggi esistono dei programmi e dei siti internet specifici in cui il software diventa il nostro
personal trainer e tara gli esercizi sulle capacità individuali. Il pc – precisa il ricercatore – dà
importanti stimoli visivi e uditivi.” Nell’allenamento sono cinque le aree coinvolte: l’attenzione, necessaria per qualsiasi compito cognitivo,
e così la memoria e l’intelligenza; la socialità
per potenziare l’interazione sociale e la velocità
utile per coordinare le differenti funzioni cerebrali.
“Facciamo qualche esempio. Ci sono degli
esercizi – spiega De Pisapia – che migliorano
la capacità di ascolto a livello cerebrale anche
se una persona non ci sente bene. Da un insieme confuso di rumori di fondo il giocatore deve
isolare un suono. Questo allenamento potenzia
l’attenzione uditiva nell’ascolto di un discorso
fatto velocemente, dove cogliere o non un’inflessione può determinarne la comprensione.
Un altro esempio riguarda il calo dell’attenzione del campo visivo a livello periferico.
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Negli over 65 – continua De Pisapia – può succedere che anche se l’occhio vede l’informazione, il cervello non la sappia elaborare e la
persona non reagisce. Il miglioramento ristabilisce il livello di attenzione e permette di cogliere
tutte le informazioni periferiche. Questo aiuta
alla guida dell’auto, per esempio, e riduce del
50% la probabilità di fare incidenti. Anche il videogioco di azione in 3D – conclude – migliora l’attenzione e la velocità di risposta grazie ai
movimenti veloci nello spazio.”
La meditazione… si fa anche con un’App!
“Da qualche settimana – rivela De Pisapia – è
disponibile anche un’applicazione per tablet o
cellulare con esercizi di meditazione. In neuroscienza la meditazione è molto efficace per
mantenere un equilibrio tra vigilanza e rilassamento a livello di sistema nervoso. Questo ad
una certa età può essere scompensato dall’insorgere del “rimuginio”. Per liberarsi da questo
continuo bombardamento di pensieri e preoc-
cupazioni, aiuta fare meditazione: svuotare la
mente e concentrarsi su un’altra azione, come
ad esempio la respirazione, potenzia le aree di
controllo e attenzione e dà anche strumenti per
affrontare meglio eventuali situazioni di stress”.
Non solo nuove tecnologie
Le nuove tecnologie come il web, le App e videogames in 3D, sono un supporto fondamentale
ma molti altri sono i fattori che influenzano lo
sviluppo delle capacità cognitive. Una vita intellettualmente attiva sia per lavoro che per interessi, l’esercizio fisico e una dieta equilibrata
mantenuti fino all’anzianità hanno un impatto
positivo e posticipano l’insorgere della demenza
di 5/10 anni (a 90 circa invece che 80). Importanti sono anche gli interessi che mantengono
attivi dal punto di vista intellettuale, come il cinema, il teatro e la lettura. Dedicare del tempo
a se stessi, in modo tradizionale e tecnologico,
aiuta a tenere attiva e giovane la mente, oltre al
corpo.
Corsi di Biodanza
Vivere meglio
con sé e con gli altri
Sono sempre più numerose le
palestre e le organizzazioni che
propongono corsi di biodanza: il
termine non deve ingannare. Non
sono lezioni di ballo, ma si impara
a “danzare la vita”. L’ideatore è
lo psicologo e antropologo cileno
Rolando Toro, che a partire dagli anni
sessanta ha studiato il ruolo della
musica e della danza nella cura di
persone con disagio psichico. Oggi
la biodanza può essere praticata da
tutti e a tutte le età.
È un percorso di crescita per gestire
attraverso la musica e il movimento
le emozioni, l’ansia, lo stress e le
tensioni croniche. Il benessere psicofisico ritrova equilibrio e naturalezza.
La danza nasce da dentro, è
espressione dell’unione di corpo e
anima e di sentimenti da condividere
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con gli altri. Gli esercizi, infatti, sono
svolti in gruppo accompagnati
dalla musica. Si cammina e salta,
ci si accarezza e abbraccia. Lo
stare insieme è importante per
riscoprire la vicinanza, lo scambio e
la condivisione che nascono tra le
persone. Il ritmo etnico o melodico,
rock o classico dà la possibilità di
muoversi in modo naturale e aiuta ad
esprimere le emozioni più spontanee.
Grazie alla biodanza l’energia vitale
aumenta, lo stress si riduce, l’umore
migliora e anche l’autostima ne trae
beneficio. lr
Info:
Per la zona di Rovereto
M. Cristina Nanni 366 2745422
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Il pensiero
Dalla
rottamazione
al dono
L’ultima lezione dell’oncologo Umberto Veronesi
di Francesca Gennai, ricercatrice e formatrice presso la Fondazione De Marchi
A quasi 89 anni, Umberto Veronesi lascia la direzione dell’Istituto europeo
di Oncologia, da lui fondato vent’anni fa. L’oncologo ha individuato i suoi
successori e rimarrà in Istituto come
direttore scientifico emerito per presidiare la continuità dei principi che ne
hanno accompagnato la crescita.
Questo fatto dà lo spunto per rileggere le relazioni intergenerazionali senza rinnegare il valore del conflitto,
dell’alterità e della contrapposizione
quali istanze necessarie che generano
crescita ed emancipazione.
Mette da parte termini quali rottamazione (i “vecchi” non sanno affrontare
questa nuova fase socio-economica),
rendita di posizione (le persone over
occupano nel mercato del lavoro posizioni apicali che li rendono privilegiati da un punto di vista economico
e di tutele) e costo sociale (l’assistenza socio-sanitaria richiesta dalle persone anziane è in crescita costante
e assorbe le risorse economiche che
dovrebbero essere destinate alla crescita) ed a tacere chi sostiene il diritto
ai diritti guadagnati nel corso della
propria vita lavorativa e personale.
Mostra che è possibile allontanarsi
dai toni rivendicativi e conflittuali fra
coloro che – i più giovani – rivendicano il diritto ad un futuro, che già
sanno essere peggiore di quello dei
loro genitori, e quanti – gli over – difendono quelli che ritengono essere
diritti acquisiti e getta una luce diversa su tutti quei dati che testimoniano
come in Italia la ricchezza sia nelle
mani dei più anziani, che hanno beneficiato di meno rischi occupazionali, di una migliore politica salariale e
pensionistica e una rivalutazione delle rendite immobiliari dei quali sono i
beneficiari primi.
La strada scelta dall’oncologo infatti si
configura come uno scambio di doni
fra generazioni. Sono infatti presenti
tutti e tre i meccanismi fondamentali
del principio della reciprocità: l’atto
del dare (lui che dona la direzione
dell’Istituto); l’accettazione (i due illustri medici che ricevono ed accettano l’incarico) ed infine il ricambio
del gesto (la richiesta al loro mentore
di rimanere per garantire la continui-
tà). In questa dinamica relazionale si
rafforza la fiducia intergenerazionale
e si crea uno scambio solidale basato
su una interazione positiva.
In questo atto troviamo il riconoscimento della volontà di affermazione
della nuova generazione e la trasmissione a questa della possibilità di determinare il proprio avvenire, il proprio destino. Prendono corpo e forma
i desideri della generazione che segue e rimane forte la testimonianza di
quella che l’ha preceduta.
È una relazione in cui tutti vincono,
un possibile modello per riallacciare
il rapporto intergenerazionale e creare un’alleanza generativa di una società più equa.
Per approfondire:
“L’ora di lezione. Per un’erotica
dell’insegnamento” di Massimo
Recalcati pubblicato del 2014 e
“Saggio sul dono. Forma e motivo
dello scambio nelle società
arcaiche” di Marcel Mauss del 2002
entrambi editi da Einaudi
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L’anima
della natura
Eulalia Panizza, naturopata, iridologa.
Scrive libri e insegna. Ma soprattutto è rimane
orgogliosamente una “diversa”
testimonianza raccolta da Silvia De Vogli
storie
di vita
Ho settant’anni
e mai nessuno ha
voluto amarmi.
Forse mi ha amata
la mia mamma
senza potermi cantar
la ninna nanna.
da Un fiore tra le sbarre di E.P.
Sono nata nel bosco ed è nel bosco, in mezzo alla natura,
che voglio stare, anche se ad un certo punto della vita ho
voluto fuggire. I miei genitori facevano i pastori. Vivevamo
nella casa del Dazio ed io e i miei fratelli li aiutavamo
con gli animali, ma anche a raccogliere le erbe che poi
mio padre rivendeva ad un signore di Milano, mentre mia
madre le trasformava in unguenti, creme e vari rimedi. Per
anni io non ho creduto al loro potere curativo; pensavo
fossero stregonerie. Quando andavo a trovare mia mamma con i figli piccoli, se ad esempio loro avevano la tosse,
lei gli imburrava i piedi e metteva delle goccine tra le dita.
Io appena arrivavo a casa li lavavo con acqua e sale. Ci è
voluta una sofferenza per ricredermi. Ma questo è successo molti anni dopo.
Avevo solo 13 anni quando me ne andai da Vermiglio
dove vivevamo. Volevo fuggire da una natura che mi aveva spaventata. La colpa era di mio fratello che mi aveva
abbandonata per tre giorni e tre notti nel bosco con le
pecore. Lui aveva 17 anni e faceva il pastore a Brescia;
durante la transumanza estiva portava le pecore qui in Val
di Sole. Quella volta io ero andata con lui per aiutarlo. Un
giorno giù in paese c’era la fiera e lui mi disse che voleva
andarci e che se io fossi stata lì a badare alle pecore poi
mi avrebbe portato una bambola e della cioccolata. Solo
che lui la sera non tornò. Piansi tanto; stremata alle due di
notte mi misi a dormire in una piccola tenda che avevamo
portato con noi. Quando la mattina dopo mi risvegliai la
tenda non c’era più: l’avevano mangiata le pecore insieme
a tutto quello che c’era dentro, per fortuna senza farmi
neppure un graffio. Passò un altro giorno e un altro giorno
ancora. Le pecore ormai erano fuggite, ma io di lì non
mi muovevo per paura che mio fratello al rientro non mi
trovasse più. La notte sapevo di soffrire di sonnambulismo perciò mi legavo ad un larice con il guinzaglio del
cane che era rimasto con me. Dopo tre giorni (e tre notti
terribili!) mio fratello tornò, lo guardai dritto negli occhi e
non mi vennero che queste parole: “me ne vado!”. Provò
a convincermi a rimanere, ma inutilmente. Con uno zaino
sulle spalle attraversai il bosco, camminai per ore e ore,
fino a perdermi. Per fortuna incontrai un uomo che con il
carretto trainato dalle mucche mi portò fino a Pellizzano
e da lì, di nuovo a piedi, riuscii ad arrivare a Vermiglio da
mia mamma e mio papà… La paura provata mi spinse a
chiedere ai miei genitori di mandarmi a Milano in servizio
come serva come facevano tante ragazze della Val di Sole.
E così fu.
Me ne andai per liberarmi da una paura, portandomi dentro però un’angoscia profonda e non solo perché lasciavo
la mia amata mamma. Partii, infatti, convinta di essere
incinta e aspettai quel bambino per 12 mesi! Mia mamma
da giorni mi raccomandava di non parlare con gli uomini, di scappare se avessero tentato di fermarmi per strada:
«se ti baciano rimani incinta e se te torni con un popo mi
moro dalla passion!». Il problema fu che la sera prima di
partire andammo a trovare una sua cugina e il figlio per
salutarmi mi diede un bacino sulla guancia. L’ignoranza
T inverno 2014
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Bibliografia
Panizza E., Un fiore tra le sbarre,
Trento, 2014
Panizza E., Sciamano semprevivo,
Trento, 2014
Panizza E., Ravis e migole de pan
del ciel, Cles, Nitida Immagine,
2012
sconvolse la mia vita: odiavo il bambino che credevo di
aspettare e che pensavo avrebbe causato la morte di mia
madre. Solo un anno dopo interrogando un’amica della
signora dove abitavo capii come nascono i bambini.
A Milano sono stata per dieci anni; vivere lì mi ha aperto
la mente o forse ha solo permesso alla mia indole di emergere. In qualche modo però mi ha anche marchiato come
diversa. Ogni tanto tornavo quando tornavo per qualche
settimana al paese, la gente mi guardava strano: avevo un
moroso meridionale che veniva a trovarmi in moto, avevo
la patente (la prima qui a Vermiglio) ad un certo punto
sono riuscita anche a comprarmi un auto. Ricordo che nel
periodo milanese mi capitò di passare di nuovo un inverno a Vermiglio e mia madre ne approfittò per mandarmi
dalle suore per imparare a cucire. Loro mi proposero di
iscrivermi alle «aspiranti figlie di Maria», ma una ragazza
intervenne dicendo che io non potevo perché... ballavo!
Ed era vero: ballavo il boogie boogie!
«Io sono diversa», pensavo. All’inizio ci soffrivo, ma con
il tempo ho imparato a fregarmene. Ancora oggi alcune
persone mi guardano male quando mi vedono salire al
mio maso con gli sci da alpinismo. Probabilmente pensano che a settant’anni dovrei limitarmi ad andare in chiesa
a pregare aspettando che giunga la fine. Ma a me non importa, conta solo la felicità, il senso di serenità che provo
quando vado lassù.
Se ci penso però il marchio di «diversa» probabilmente
ce lo avevo ancora prima di partire per Milano; mi era
stato appiccicato addosso quando mia mamma – io avevo più o meno 12 anni – era stata ricoverata all’ospedale
psichiatrico di Pergine per una depressione. Quella fu la
prima volta che conobbi la sofferenza che può prendere
la mente e il cuore. Una sofferenza che poi ho vissuto
personalmente. Ho sempre fatto fatica a rielaborare le
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separazioni, il dolore mi portava all’anoressia. La prima
volta – avevo poco più di vent’anni – mi ha salvato mia
mamma: è venuta a prendermi a Milano dove mi avevano
ricoverato all’ospedale da una settimana, ma si limitavano
a darmi il valium. Mi ha riportata a Vermiglio, mi faceva
dormire con lei e nel sonno mi alimentava con un cuccio di pezza. Ci metteva il fieno greco amalgamato con il
miele che riscaldava perché si sciogliesse e poi, goccia a
goccia, me lo versava sulle labbra. Era la prima volta che
mi coccolava; stavo così bene tra le sue braccia che non
avrei voluto guarire mai.
Mi sono ammalata di depressione e anoressia un’altra volta a 45 anni dopo un incidente in moto che mi ha immobilizzato – prima a letto poi sulla carrozzella – per mesi
e mesi. Quello però è stato anche il momento in cui ho
(ri)scoperto i poteri curativi della natura. Ero debolissima,
non mangiavo più. Un giorno un’amica ha portato a casa
mia un famoso iridologo. Io però gli dissi bruscamente di
non avvicinarsi; pensavo fossero tutte dicerie. Il medico
guardandomi gli occhi sia pur da qualche metro di distanza mi disse che non avevo nulla al cuore (cosa di cui mi
ero convinta di soffrire). «Lei signora si sta lasciando distruggere dalla tensione, prenda un po’ di escolzia e vedrà
che andrà meglio!». Furono le sue uniche parole prima
di andarsene. Qualche giorno dopo pensai che non mi
costava nulla provare e cominciai a prendere quell’erba.
Stetti subito meglio. Da quel momento ho iniziato a leggere libri, fare ricerche anche su testi antichi, frequentato
scuole in Italia e all’estero. Per pagare sono tornata anche a lavorare in malga. Il sapere, infatti, mi dà una gioia
immensa e non ho intenzione di smettere finché posso.
Quando mi sono sentita sufficientemente preparata – c’è
troppo fanatismo e superficialità in giro – per poter scrivere e insegnare anch’io.
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