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anno A
supplemento a
Tempo di natale
Santa Famiglia
Madre di Dio
2a D o m e n i c a d o p o N a t a l e
Epifania – Battesimo di Gesù
2a D o m e n i c a T e m p o O r d i n a r i o
n. 45 del 15/12/2013
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Un quadro
“divino-umano”
“è una questione di forze”: di quelle
S ichediràreggono
il cosmo alla luce dei corpi celesti; di quelle che ci fanno vicini oppure allontanano dalle persone e dai luoghi che
amammo, da noi stessi persino; di quelle che
muovono la nostra esistenza secondo le leggi
di una gravità imponderabile. Prese per se
stesse, di qualunque natura esse siano, queste
forze non possiedono valore, neppure possiamo
chiamarle se non le si elevi a concetto, se non
riconosciamo loro le qualità dell’azione con
scaturigini, conseguenze e soggetti operanti;
se, in altri termini, non le rapportiamo ai moti
della coscienza. Potremo affermare, allora, che
l’azione del saluto, contrariamente a quanto si
creda, non è cosa da poco dacché, pur nella ripetitività con cui il gesto viene accolto e ricambiato, sfida gli attriti degli egoismi, spezza
le resistenze dei malumori, coinvolge noi e le
sfere dei nostri sentimenti nel virtuoso vortice
del rispetto reciproco. Ad esso il Nuovo Testamento collega i primi eventi del dramma cristologico: il saluto dell’angelo Gabriele è l’invito alla “gioia messianica”; la visitatio di
Maria ricolma di Spirito Santo la cugina Elisabetta; l’intera umanità nella rappresentanza
delle sue classi polarmente opposte, i pastori
prima e i magi dopo, è chiamata a recarsi a
Betlemme per adorare il re dei giudei, il Salvatore, il Cristo Signore. Quale saluto più solenne di questo?
Non sorprende, dunque, che l’adorazione dei
magi sia stata oggetto di rappresentazione già
dai primi secoli. L’arte paleocristiana elaborò
il tema nel segno della divinità del re dei re
(rex regum), mutuandolo dalla scultura romana che nei rilievi degli archi di trionfo raffigurava la processione dei barbari orientali
recanti tributi all’imperatore. Anche l’arte cristiana orientale ha messo in risalto questo
aspetto, ritraendo i magi distesi in proskynesis
così come dettava il cerimoniale di corte bi2
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
zantino per il saluto al sovrano. Nel XV secolo,
nel Norditalia, l’adorazione venne adottata da
facoltosi mercanti e da banchieri emergenti
per decorare addirittura intere cappelle perché celebrassero i fasti della famiglia cui essi
appartenevano. Ne sono esempi la cappella Bolognini, nella basilica di San Petronio a Bologna, e quella più tarda di Borromeo Vitaliano,
in Santa Maria al Podone di Milano. Negli
stessi anni, a Firenze, le casate più potenti
della città, gli Strozzi prima e i Medici poi, colsero l’occasione di farsi ritrarre tra le figure del
corteo adorante: la forza economica diventava,
pertanto, levatura morale e questa, alla luce di
un’investitura divina, garanzia di affidabilità
polica. Se i Medici commissioneranno a Benozzo Gozzoli i magnifici affreschi della Cappella dei magi, Palla di Nefri Strozzi decide di
affidare a Gentile da Fabriano, artista tra i più
sopraffini del gotico internazionale, la realizzazione della sublime pala dell’Adorazione, un
tempo nella chiesa vallambrosiana della Santa
Trinità e oggi alla Galleria degli Uffizi. Si
tratta di un’opera elaboratissima che assorbì
il maestro fabrianese dal 1420 al 1423. Del
resto, il committente era uomo sofisticato, culturalmente esigente, frequentatore dei discepoli di Coluccio Salutati.
In uno spazio tutto sommato ristretto rispetto
alla parete di un palazzo o di una chiesa, Gentile riuscì comunque a realizzare un’opera
sconvolgente per complessità e bellezza. Nella
parte centrale, stesa su una superficie a scomparto unico e non più divisa come nei tradizionali polittici, è raffigurato il corteo ormai
giunto al cospetto di Gesù, mentre, nella sezione superiore delle tre lunette, sfruttate a mo’
di predelle “incluse”, sono illustrati episodi che
precedono il viaggio dei magi: l’avvistamento
della stella sul monte Vettore, il viaggio verso
Gerusalemme e, per ultimo, l’arrivo a Betlemme. Il primo piano e quello di fondo non
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sono coordinati fra
loro nel senso della
prospettiva, ma accostati come campi tangenti, sviluppati su una
superficie ribaltata
verso lo spettatore secondo il principio per
cui ciò che sta dietro,
nella quinta scenica, in
realtà sta sopra e
quanto sta su è accaduto prima. Siffatta razionalizzazione dello
spazio narrativo non è
casuale, ma traduce fedelmente i passi fondamentali del credo cristiano: «In principio
era il Verbo» (il prima), «E il Verbo si fece
carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (il ribaltamento), «Padre nostro che sei nei Cieli»
(guardiamo in alto, al Principio che ci precede
e ci creò).
Ciò che più sorprende è l’attenzione che Gentile presta al dato naturale. I fenomeni atmosferico-luminosi sono indagati con puntuale
esattezza anche dove, per la perifericità della
porzione di scena, ci si aspetterebbe una prestazione pittorica più corriva. Così, ad esempio, ispezionando con lenticolare attenzione la
sezione che illustra il viaggio dei magi, scopriamo una nuvola velare appena il castello si
vede in lontananza, anticipando, in tal senso,
la prospettiva aerea leonardesca; notiamo gli
alberi e il ponte levatoio “portare” le loro
ombre secondo la direttrice dettata dalla luce
della cometa; rimaniamo rapiti, guardando la
predella in basso, dalla Natività, meravigliosa
come mai se ne erano viste in Italia: la santa
famiglia sosta in un casolare di campagna sottratto alle tenebre dalla luce lunare mentre, sul
davanti, rifulge d’oro splendente il Gesù bambino. È uno dei primi veri notturni della storia
dell’arte occidentale e anticipa, di qualche secolo, quell’altro meraviglioso di Guido Reni che
tanto bene riuscì a immaginare il mistero della
divinità incarnata nella persona del Figlio.
Dalle decorazioni che corrono lungo gli
sguanci dei portali sulla facciata del duomo di
Orvieto, deriva, invece, l’idea affascinante della
“cornice abitata”: le monofore intagliate sono
decorate con specimina vegetali d’ogni sorta
(dalle borragini ai crochi, dai giaggioli ai convolvoli e ai gigli), tratte probabilmente dal repertorio degli herbalia lombardi in uso presso
i maestri e le botteghe.
Trova spazio una profusione di osservazioni a
carattere sociologico estremamente sottili:
guarda con che fare civettuolo le levatrici alle
spalle della santa famiglia sbirciano dentro la
pisside recata in dono dai magi, o con quale
premura lo stalliere si china a slacciare lo sperone di Baldassarre. L’apice viene comunque
raggiunto nel prostrarsi di Gasparre. Il saluto
che questi rivolge a Gesù ferma una scena familiare, umana, quotidiana, volutamente decentrata rispetto a quell’intarsio di presenze
accalcate nel fasto delle sontuose vesti gotico
fiorite, e di sguardi che un po’ si perdono nel
vuoto e non guardano lì dove dovrebbero: verso
«la luce degli uomini». Il re mago sembra fare
il solletico al piede di Gesù il quale poggia la
sua manina sul capo pelato dell’anziano prostratogli innanzi. In questo donarsi reciproco
di teneri gesti è l’admirabile commercium, il
meraviglioso scambio che illumina di speranza
il nostro destino. «La Verità è germogliata
dalla terra» (Sal 84,12): dal grembo di Maria,
Dio si è fatto uomo per insegnarci la sua Parola, per guidarci da vicino nel cammino di salvezza, evocati a sé con la forza centripeta del
suo amore che ci unisce in Chiesa cattolica.
Dio si è fatto bimbo per lasciarsi accogliere dai
nostri cuori senza riserve.
Tonino Nuccio
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nota introduttiva
Domenica
della S. Famiglia
festa della Santa Famiglia presenta un
L anucleo
familiare in movimento. Quel che
manca nel vangelo di oggi (Mt 2,13-15.19-23) è
proprio quanto è più comunemente associato
alla famiglia: la casa. La dimensione domestica
(da domus) non si attaglia alla vita iniziale
della famiglia di Gesù. Per noi abitanti di un
mondo pieno di gruppi familiari in continuo
spostamento e spesso in fuga, ciò rappresenta
un monito. Non siamo noi residenti in case confortevoli a essere i più vicini a Gesù.
Tornano in mente alcuni versi preposti da Primo
Levi al suo Se questo è un uomo che qui trascriviamo con volontarie modifiche:
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questa è una famiglia
che vive o muore per un sì o per un no
detto dagli scafisti.
Tuttavia Giuseppe, Maria e Gesù non vanno davvero raminghi e smarriti verso una terra straniera. Fuggono da una minaccia, ma così facendo
si inseriscono ancora di più nella storia del proprio popolo. Il loro, più che uno sradicamento, è
un mobile radicamento. Letta da questo punto di
vista, la loro condizione di transfughi è meno desolata di quella di tanti gruppi familiari in fuga
oggi che troppo spesso divengono frantumati e
divisi proprio a motivo degli spostamenti a cui
vanno incontro alcuni dei loro membri.
L’episodio della fuga in Egitto è introdotto e concluso da due ordini per alcuni aspetti simili e,
per altri, di segno inverso. Dapprima l’angelo, ri4
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Anno A
29 dicembre 2013
Sir 3, 3-7.14-17
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23
volgendosi a Giuseppe, gli dice: «Alzati, prendi
con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto»
(Mt 2,13); alla fine, invece, gli comanda: «Alzati,
prendi con te il bambino e sua madre e va nel
paese d’Israele» (Mt 2,20). Si fugge verso l’Egitto,
si va verso la terra d’Israele. Nel discendere
verso l’Egitto e nel risalire verso la Giudea la
“santa famiglia” ripercorre la via che fu già dei
patriarchi: «Dio disse a Israele in una visione
nella notte: “Giacobbe, Giacobbe!”. Rispose: “Eccomi”. Riprese: “Io sono Dio, il Dio di tuo padre.
Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù
io farò di te una grande nazione”» (Gn 46,2-3). In
Matteo è netta perciò la prospettiva del ritorno,
nell’unica terra su cui Gesù avrebbe potuto svolgere la propria missione e compiere il suo buon
annuncio. Nel detto di Osea «dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1; Mt 2,15) vi è, nel suo
congiungere i due Testamenti, un duplice adempimento delle Scritture che attribuisce – sia pure
in modo diverso – la condizione di figlio sia a
Gesù sia a Israele.
È però pur vero che, una volta tornato in Giudea,
Giuseppe deve prendere atto che le minacce dei
potenti di questo mondo non sono terminate. Archelao non è più affidabile di suo padre Erode.
La famiglia è obbligata a partire di nuovo, sia
pure in direzione opposta a quella di prima per
trovare rifugio nella periferica Galilea (Mt 2,2223). Questa “immigrazione interna” la porta a
Nazaret, villaggio mai nominato nell’intero Antico Testamento. Sarà proprio da quella periferia che comincerà l’annuncio, ancora una volta
itinerante, della buona novella del Regno.
Piero Stefani
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messaggio biblico
Una famiglia “icona”
Gesù, Giuseppe e Maria, nelle letture bibliche di questa domenica, sono, ad un tempo,
icona della famiglia ideale e oggetto di persecuzione. Forse questo contrasto è un’indicazione dell’ambivalenza di ogni famiglia
terrena. Da un lato, in essa si vivono i sentimenti più profondi e gli eventi più significativi, ma anche i drammi più tremendi.
Indubbiamente, dalla celebrazione eucaristica oggi riceviamo tanta luce sia per mettere la Sacra Famiglia di Nazaret al posto
che si merita per considerarla non solo
come modello da imitare, ma anche come
sorgente di grazia cui attingere. Nello stesso
tempo, veniamo avvertiti circa le immancabili difficoltà che ogni famiglia incontra
e deve affrontare nel corso più o meno
lungo della sua storia.
1. La pagina, tolta dal libro del Siracide, a
ben considerare, non è altro che un’attualizzazione del quarto comandamento:
«Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12),
e come il comandamento portava con sé la
promessa: «perché si prolunghino i tuoi
giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo
Dio», così anche qui troviamo una serie di
promesse che conviene esaminare al dettaglio.
Alcune promesse sono in perfetta linea con
quella del libro dell’Esodo, come l’affermazione che «chi onora la madre è come chi
accumula tesori»; oppure l’affermazione
che «chi onora il padre avrà gioia nei figli».
Su questa linea si comprende l’esortazione
che segue: «Figlio, soccorri tuo padre nella
vecchiaia, non contristarlo durante la sua
vita».
Proprio in questa pagina ricorrono espressioni nuove sulle quali dobbiamo fermare
la nostra attenzione, Infatti, all’inizio si
legge: «Chi onora il padre espia i peccati» e
alla fine si ripete: «Poiché la pietà verso il
padre non sarà dimenticata, ti sarà compu-
tata a sconto dei peccati». Se le parole
hanno un senso e se non vogliamo renderle
del tutto insignificanti, dobbiamo convenire su un punto: che tra i dieci comandamenti questo è l’unico che reca con sé una
promessa così impegnativa.
Ma questa è parola di Dio, è parola promissoria e noi sappiamo che Dio è sempre fedele alle promesse che fa. Non abbiamo
forse motivo di chiederci che ne abbiamo
fatto di questo comandamento e come mai
l’abbiamo svilito tanto? Il motivo forse sta
anche nel fatto che non crediamo alla promessa di Dio.
2. Il salmo responsoriale in piena consonanza con il libro del Siracide parla non più
di promesse, ma di benedizione. Cominciando dal ritornello che recita: «Vita e benedizione nella casa che teme il Signore».
«Vita e benedizione»: la benedizione di Dio
porta o riporta la vita in chi si apre al suo
dono.
Dobbiamo rilevare che non si tratta più solo
del rapporto figli e genitori, ma la prospettiva si allarga all’intera famiglia; per cui si
accenna pure a marito-moglie. È della
“casa” che il salmo intende parlare, cioè di
tutti i rapporti che si intrecciano all’interno
di una famiglia.
Se ci chiediamo che cosa implica essere benedetti dal Signore e che cosa reca con sé la
benedizione di Dio non facciamo fatica ad
ammettere che, quando Dio benedice una
persona, la purifica da ogni colpa, la rende
sua amica e la salva. Benedicendo, Dio
entra da salvatore nella vita di una persona.
Dovremmo imparare a non svilire il gesto
benedicente di Dio, nostro salvatore.
Impressiona il passaggio finale: «Così sarà
benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti
benedica il Signore da Sion!». Il passaggio
dal futuro all’ottativo la dice lunga sulla
fede di Israele: per questo popolo, ma oggi
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messaggio biblico
anche per noi, ogni promessa non può non
tradursi in un dono: un dono con il quale il
Signore Dio rivela la sua onnipotenza.
3. L’apostolo Paolo, in questa pagina della
sua lettera ai cristiani di Colossi, presenta
interessanti variazioni sul tema. Ovviamente, l’apostolo intende fondare le sue
esortazioni finali sulle solide basi della fede
in Cristo: fede che, di sua natura, vuole trovare piena espressione nella nostra condotta di vita. Attenti, dunque, perché questa verità regge e sorregge tutto il discorso
che segue.
Siamo eletti, santi e amati da Dio: per questo dobbiamo «rivestirci di sentimenti di
misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza». Da quello che Dio
ha fatto per noi dipende il nostro codice di
comportamento, non solo verso di lui, ma
anche tra di noi.
Siamo stati perdonati dal Signore: per questo anche noi dobbiamo perdonare, ponendo al di sopra di tutto «la carità che è il
vincolo della perfezione». Ricordiamo che
la carità, secondo la testimonianza dell’apostolo Pietro, ha il potere di rimettere
una moltitudine di peccati (cf. 1Pt 4,8).
La parola di Dio dimora tra noi abbondantemente: per questo dobbiamo ammaestrarci e ammonirci reciprocamente «con
ogni pazienza, cantando a Dio di cuore e
con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali». A nulla varrebbero le nostre esortazioni fraterne se non sono fondate e ispirate dalla parola di Dio che sola è capace di
illuminare le nostre menti e le nostre
strade.
Ora possiamo inquadrare le esortazioni finali, rivolte alle mogli e ai mariti, ai figli e
ai padri nel loro alveo naturale che è quell’etica evangelica che affonda le sue radici
nel mistero pasquale di Cristo Signore: «Se
siete risorti con Cristo, cercate le cose di
lassù…; pensate alle cose di lassù non a
quelle della terra» (Col 3,1-3).
4. L’evangelista Matteo racconta alcuni
momenti della vicenda storica della fami6
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glia di Nazaret con la duplice apparizione
dell’angelo del Signore a Giuseppe. Sono
sostanzialmente due gli aspetti di questo
racconto evangelico: due momenti che si
intrecciano tra di loro e non devono essere
separati.
Da un lato, l’evangelista Matteo vuole dirci
che anche la famiglia di Nazaret ha dovuto
passare attraverso alcune prove molto dolorose, come la fuga in Egitto e la permanenza forzata in terra straniera. Un dolore
che non riguarda solo la famiglia di Nazaret, ma travolge anche altre famiglie, se ricordiamo che lo stesso Matteo, proprio in
questa stessa pagina del suo vangelo, si incarica di narrare anche la strage degli innocenti (cf. 2,16-18). Alla sofferenza del
Messia si aggiunge la sofferenza del popolo: infatti, il progetto salvifico di Dio
coinvolge sia il capo sia le membra, sia il
Messia sia il popolo messianico.
D’altro lato, Matteo ci ricorda che, pur tra
grosse difficoltà, i tre della famiglia di Nazaret, attraverso la mediazione di Giuseppe,
sono stati illuminati e guidati dalla divina
provvidenza. Ben due volte Giuseppe riceve
in sogno indicazioni precise e dettagliate su
come deve comportarsi, dove deve andare e
quando deve ritornare in patria. È un modo
molto semplice ed efficace per dire che è
sempre e solo Dio che guida i passi dei suoi
fedeli e, per mezzo di loro, manifesta la sua
presenza al mondo.
Un’ultima annotazione riguarda il fatto che
in tutto quello che accade, secondo la fede
dell’evangelista e della comunità giudeo-cristiana cui appartiene, si realizzano le profezie del Primo Testamento, in una continuità ideale e reale che noi accogliamo
come chiave di lettura della storia dell’umanità. E ciò è vero non solo per quanto
si legge nei vv. 15 e 23, ma anche e soprattutto perché dall’intero racconto di Mt 2,1323 si evince con estrema chiarezza che
Gesù, fin dall’infanzia, realizza e rivive in
se stesso l’esperienza storica del popolo di
Israele perseguitato, esiliato e liberato.
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
Una famiglia “santa”
Nel silenzio del quotidiano molte famiglie esprimono il loro amore nei
momenti lieti e nelle prove difficili, anche senza speranza.
Erano venuti a trovarci una mattina. Sul
cortile, dopo aver parcheggiato
l’automobile, l’uomo fece scendere
lentamente una donna. Ambedue sui
sessant’anni. Ci mise del tempo prima di
sistemare la moglie in carrozzina. Non li
conoscevo.
Andando loro incontro, chiesi chi fossero e
come mai erano da noi.
L’uomo rispose che erano di passaggio:
avevano sentito parlare di noi e avevano
voluto conoscere la comunità.
Mi resi subito conto che la donna aveva una
malattia neurologica: non muoveva gli arti;
il viso aveva sussulti di spasmi; mancava il
coordinamento della bocca e degli occhi.
Stentava a fissare lo sguardo, non parlava.
L’uomo continuò a parlarmi di loro.
Venivano dalla Toscana; la signora era sua
moglie ed era affetta da SLA (Sclerosi
laterale miotrofica). Sapevano bene che
non c’erano medicine; l’unica risposta era
starle accanto; un po’ di riabilitazione;
molta attenzione, perché non prendesse
malattie virali quali raffreddore,
polmonite, tutto quanto potesse incrinare
il già precario equilibrio.
Anch’io conoscevo bene la malattia: nella
nostra zona seguiamo molte persone in
riabilitazione. Anche in casa qualcuno ha la
SLA. Un morbo pericoloso, infido e
vigliacco. Lentamente si perdono le
funzionalità periferiche di mobilità, fino a
toccare la parola e la respirazione. Si vive
fino a che non sono intaccati gli organi vitali
(cuore, polmoni, fegato, reni). Il resto è un
lentissimo degrado verso la morte; nessuno
sa dirti né quando, né come.
Li invitai a pranzo. A tavola spiegai loro chi
eravamo, cosa facevamo. Mi venne
spontaneo dire a quell’uomo che
potevamo far qualcosa per loro, offrendo,
eventualmente, l’ospitalità.
Egli mi guardò fisso; con parole severe
rispose: “Lei è mia moglie. Ci vogliamo
bene. Non l’abbandonerò mai. Sarò
accanto a lei sempre e farò tutto quanto è
necessario. Non sarà affidata a nessuno”.
Mi spiegò come aveva organizzato la
giornata; dalla sveglia, all’assistenza, al
cibo e ai pochi momenti di svago.
Rimasi come folgorato, senza parole.
Incontrare donne che accudiscono il marito
malato è più frequente. Più raro un uomo
che accudisce la propria moglie.
Ripenso spesso a quei due coniugi che non
ho più rivisto. Una famiglia vissuta insieme
che, nell’ora delle difficoltà, è rimasta
unita, senza lamentele e senza abbandoni.
Una santa famiglia. Come ce ne sono molte.
Nel silenzio del quotidiano esprimono il
loro amore nei momenti lieti e nelle prove
difficili, anche senza speranza.
Esempi che permettono ad un paese di
rimanere diritto nelle difficoltà e nelle
crisi. Climi che si respirano fin da bambini e
che, da adulti, danno equilibri che
permettono di affrontare la vita e
proseguire la storia.
Valori e virtù troppo dimenticati: frutto di
coerenza e di dirittura morale. Pagati con
sacrificio, senza rivendicazioni e senza
enfasi. Il patrimonio vero di civiltà e di fede.
Qualcosa che sembra non commisurabile in
ricchezza, ma che è il substrato sul quale si
fonda e si sviluppa una nazione. La santa
famiglia di Nazareth era così: migliore e
simile alle nostre molte famiglie che
penano con alto senso di dignità,
ringraziando Dio per quanto è stato loro
concesso.
Vinicio Albanesi
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ANNAMARIA CORALLO
Atelier della Bibbia
Dal tessuto della Scrittura al vestito della Parola
PRESENTAZIONE DI MASSIMO GRILLI
C
he cosa hanno in comune creare un abito
e comprendere la Bibbia? Come un breve
corso di «sartoria biblica», il libro propone un
itinerario lineare ed efficace per apprendere
un processo interpretativo. È rivolto ai gruppi
biblici, ai centri di ascolto del Vangelo, ai
gruppi liturgici, ai catechisti, agli operatori
pastorali e a quanti desiderano divenire lettori consapevoli della Bibbia, perché il «tessuto della Scrittura» possa farsi «Parola da indossare» per la vita di ogni giorno.
«PEDAGOGIA DELLA FEDE»
pp. 88 - € 9,80
DELLA STESSA AUTRICE
LE CHIAVI DI CASA
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A CURA DI
SALVATORE FERDINANDI
Memoria e profezia
per testimoniare la carità
N
el corso di un trentennio (1971-2001)
alla guida di Caritas Italiana si sono succeduti tre direttori: Giovanni Nervo, Giuseppe
Pasini ed Elvio Damoli. Il DVD è una testimonianza della carità vissuta in modo profetico
dentro eventi e cambiamenti che hanno fortemente segnato quel tempo. Accanto ai direttori vengono presentate sei figure – Maria
Teresa Tavassi, Roberto Rambaldi, Silvio Tessari, don Ruggero Di Piazza, Alfonso Canale,
Silvana Piccinini – che hanno condiviso il servizio agli ultimi.
«FEDE E ANNUNCIO»
DVD+libretto pp. 16 - € 15,00
DELLO STESSO CURATORE
LA GRAMMATICA DELLA CARITÀ
DALL’ASSISTENZA ALLA CONDIVISIONE NEL PENSIERO DI GIUSEPPE B. PASINI
pp. 400 - € 25,00
Edizioni
Dehoniane
Bologna
Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna
Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299
www.dehoniane.it
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nota introduttiva
Maria santissima
Madre di Dio
l primo gennaio è, a un tempo, capodanno
meno comunemente percepito, otItavae, come
del Natale. Questa seconda componente
fa sì che il vangelo di oggi parli della circoncisione di Gesù. Al pari di ogni altro ebreo,
anche il figlio di Maria è stato infatti circonciso all’ottavo giorno: «Questa è l’alleanza che
dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua
[di Abramo] discendenza dopo di te: sia circonciso ogni maschio» (Gn 17,10; cfr. Lv 12,3;
Fil 3,5). La seconda lettura odierna ci comunica questa duplice realtà affermando che,
quando venne la pienezza del tempo, Dio
mandò il Figlio suo «nato da donna, nato sotto
la Legge» (Gal 4,4). Paolo si preoccupa poco
della vicenda umana di Gesù, ma qui con un
breve cenno è come se riassumesse quanto
Luca espone nel corso dei primi due capitoli
del suo Vangelo: il Figlio di Dio è nato da una
donna ed è vissuto da ebreo.
All’inizio del terzo vangelo si parla per due
volte, in modo esplicito, di circoncisione: una
riguarda Giovanni, l’altra è riservata a Gesù.
Sono riti consueti e ripetitivi eppure capaci di
aprirsi al nuovo e all’inatteso. Un’idea di ciò
può darla l’uso ebraico – tuttora in vigore – che
dà spazio nel corso del rito della circoncisione
alla sedia di Elia, l’immediato annunciatore
dei tempi messianici (cf. Ml 3,23-24; Sir 48,10).
Ogni nuovo bambino può diventare, infatti, il
messia d’Israele. Luca racconta proprio questa
storia.
Nel modo in cui il terzo vangelo descrive la circoncisione di Giovanni è inscritta già la volontà di presentarlo come il “precursore”, vale
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ascolto e annuncio
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Anno A
1° gennaio 2014
Nm 6,22-27
Sal 66
Gal 4,4-7
Lc 2,16-21
a dire di prospettarlo come colui che prepara
la strada a chi deve venire. Un compito che, in
modo differente e meno legato a una specifica
persona, vale per ognuno di noi all’inizio del
nuovo anno: occorre preparare le vie perché
Dio possa continuare a compiere le sue opere
di salvezza. Non sta a noi portarle a compimento, tocca a noi aprire itinerari.
Nel corso del rito a cui è sottoposto il bambino,
il padre di Giovanni, Zaccaria, riacquistata all’improvviso la parola, pronuncia un inno – il
Benedictus – che trae buona parte della sua
linfa dai suoi riferimenti al rito della circoncisione: «Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo nostro
padre» (Lc 1,72-73). L’espressione “alleanza
santa” è un modo per indicare la circoncisione,
segno di un patto che, iniziatosi in Abramo, si
prolunga di generazione in generazione: «così
la mia alleanza sussisterà nella vostra carne
quale alleanza perenne» (Gen 17,13). La circoncisione di Gesù non fu accompagnata da
alcun inno, ma fu un atto consueto e normale,
comune a ogni ebreo. Per noi essa, nel suo semplice aver luogo, è segno efficace che le promesse di Dio si realizzano in virtù della fedeltà
all’alleanza. Innanzitutto, da parte del Signore
stesso, ma poi anche di coloro che, nel passare
del tempo e nello svolgersi della storia, prolungano i segni dell’alleanza di generazione in generazione o – per essere più consoni alla giornata odierna – di anno in anno.
Piero Stefani
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messaggio biblico
Maria fra cielo e terra
Il primo giorno dell’anno civile la Chiesa lo
dedica alla memoria della divina maternità
di Maria. Viene spontaneo chiederci il perché. Forse il motivo principale, come emerge
anche dalla liturgia che stiamo celebrando,
sta nel fatto che Maria in quanto madre di
Dio, dopo Cristo e insieme a Cristo, è il ponte
di collegamento tra cielo e terra…
La divina maternità di Maria costituisce il
principale mistero mariano che sta alla base
di ogni riflessione teologica su Maria come
pure della devozione mariana. Opportunamente perciò l’antifona d’inizio recita: «Ti salutiamo, o Madre santa: tu hai dato alla luce
il Re che governa il cielo e la terra per i secoli
in eterno!».
1. Dal libro dei Numeri la liturgia odierna
sceglie una pagina singolare, nella quale
viene tramandata una benedizione speciale:
quella che il sacerdote Aronne e i suoi figli
devono pronunciare sui figli del popolo
eletto per assicurare loro i favori divini.
Benedizione e maledizione, nella mentalità
semitica, sono capaci di produrre favori o disgrazie. Quando esse sono legate a superstizione o sono slegate da una fede genuina e
sincera, possono essere considerate del tutto
inefficaci perché salgono solo da sentimenti
umani, spesso ispirati da odio viscerale o da
amore smodato.
L’origine e la sorgente della benedizione è
sempre e solo Dio: «Ti benedica il Signore e
ti protegga». A partire da questo atto di fede,
il credente invoca la benedizione di Dio in
tutta umiltà e fiducia, senza pretese o false
certezze. Ci affidiamo sempre e solo alla sua
infinita bontà, non potendo avanzare alcun
merito personale o di gruppo. Allora ogni
sua benedizione per noi sarà anche una gradita sorpresa.
Benedicendo il suo popolo, il Signore gli rivela, almeno in parte, il suo volto e la sua volontà di salvezza: «Il Signore faccia brillare
il suo volto su di te e ti sia propizio»: il dono
che si invoca e si riceve è anzitutto di ordine
spirituale e religioso. Da benedetti nel Figlio
benedetto noi possiamo sperimentare la sorprendente ricchezza di un Dio che ha deciso
di rigenerarci a vita nuova.
Con la sua benedizione il Signore assicura al
popolo il dono più prezioso che possa essere
desiderato, la pace, che è la sintesi di tutti i
beni: «Il Signore rivolga su di te il suo volto
e ti conceda pace». Chi è benedetto da Dio sa
di dover vivere in pace anche con i fratelli e
le sorelle nella fede.
Con la benedizione è intimamente legata
anche l’imposizione delle mani, rito antichissimo con il quale si intende simboleggiare la discesa delle grazie divine, segnatamente la discesa dello Spirito Santo, su coloro che si aprono alla ricezione del dono.
Ecco come termina il testo biblico: «Così porranno il mio nome sugli israeliti e io li benedirò». “Porre il nome” su qualcuno è un
modo per dire che Dio si rende presente: il
nome, infatti, sta per la persona di Dio. Viene
così richiamata la presenza di Dio nell’arca
dell’alleanza sulla quale scendeva la colonna
di nube.
2. Il salmo responsoriale riprende e sviluppa il tema della benedizione, quasi con le
stesse parole del Levitico: «Dio ci benedica
con la luce del suo volto» (ritornello). Vi si
aggiunge però qualche elemento nuovo, che
aiuta a mettere a fuoco ulteriormente il nostro discorso.
Anzitutto la prospettiva universalistica: «perché si conosca sulla terra la tua via, fra tutte
le nazioni la tua salvezza». Quando Dio benedice, fosse anche nel contesto limitato
della liturgia ebraica, non lo fa ad esclusivo
beneficio del suo popolo, ma intende far arrivare la sua benedizione a tutti.
«Esultino le genti e si rallegrino, perché giudichi i popoli con giustizia, governi le na11
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messaggio biblico
zioni sulla terra»: in altri termini, nei confronti del suo popolo e di tutti i popoli della
terra, il Signore non si limita a benedire, ma
pure esercita la sua giustizia: una giustizia divina e perciò intrisa di misericordia, ma pur
sempre una giustizia vera e propria.
Il salmo termina con due verbi ottativi: «Ti
lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini
della terra». Qui la prospettiva universalistica e quella israelitica si ricongiungono mirabilmente e noi veniamo educati a tenerle
sempre unite.
3. L’apostolo Paolo, in questo brano estratto
della sua lettera ai cristiani della Galazia, richiama il mistero del natale di Gesù, ma lo fa
con accenti del tutto personali che noi cercheremo di interpretare nel pieno rispetto
della sua prospettiva.
Egli parla anzitutto della «pienezza del
tempo»: qui e ora Dio intende visitare il suo
popolo a beneficio dell’intera umanità. Questo è il suo kairòs che, nella celebrazione liturgica, non si ripete, ma si attualizza per la
potenza vivificante dello Spirito Santo.
Poi Paolo fa risalire l’evento all’iniziativa di
Dio: «Dio mandò il suo Figlio». Prima che figlio di Maria, Gesù è Figlio di Dio: in lui Dio
si rivela nella sua inesauribile paternità.
Solo ora l’apostolo scrive «nato da donna»:
alludendo chiaramente a Maria di Nazaret.
In Maria Gesù prende un volto umano, diventa in tutto simile a noi, eccetto che nel
peccato (cf. Eb 4,15). Ciò che avvenne in quel
tempo, con il concorso della sola donna, avvenne proprio per noi «perché ricevessimo
l’adozione a figli». In qualche modo, in questo giorno celebriamo anche noi il nostro natale, perché siamo stati predestinati ad essere
figli di Dio: siamo figli nel Figlio.
Alla fine Paolo sembra voler trarre una conclusione nella quale veniamo trascinati
anche noi. Egli, infatti, parla anche di una
missione dello Spirito Santo nei nostri
cuori. Ci sarebbe molto da riflettere sul fatto
che l’apostolo abbina la missione dello Spirito alla missione del Figlio. Al natale di
Gesù nella carne per opera dello Spirito
Santo e di Maria, non è affatto azzardato ab12
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
binare il nostro natale alla grazia, per opera
dello Spirito Santo e della Chiesa. Anche
noi perciò, come Gesù e dopo Gesù, possiamo parlare con Dio, rivolgendogli il dolce
titolo di abbà, babbo.
4. L’evangelista Luca, nella pagina evangelica, racconta nei minimi dettagli la visita dei
pastori al neonato Messia. Possiamo anche
indulgere nel considerare il quadro bucolico
creato dall’evangelista ma non dobbiamo fermarci ad esso perché in effetti Luca sta per
consegnarci un messaggio del tutto singolare.
In effetti, i pastori non appaiono solo come
visitatori, ma anche come annunziatori di
quello che avevano visto e soprattutto di
quello che era stato detto loro: «Dopo averlo
visto riferirono ciò che del bambino era stato
detto loro». Le loro parole suscitano una duplice reazione: la prima in una folla anonima, ma non insensibile, che si lascia prendere dallo stupore, che è l’atteggiamento di
chi avverte e riconosce la presenza di Dio in
ciò che sta accadendo. La seconda reazione
alle parole dei pastori è quella di Maria, la
madre di Gesù, la quale «da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo
cuore»: nel silenzio, ma anche nella piena
consapevolezza del mistero del quale è resa
partecipe, Maria cerca di capire come possa
accadere un evento così straordinario, proprio mediante la sua personale partecipazione.
La pagina evangelica termina con il racconto
della circoncisione di Gesù: un rito scontato,
previsto dalla legge per ogni neonato maschio. Ma perché Gesù ha voluto sottoporsi a
questo rito? Anzitutto, perché la circoncisione era il rito per mezzo del quale si entrava a far parte del popolo eletto: in questo
modo Gesù diventava ebreo a pieno titolo,
cosa di cui egli si glorierà. Ma anche perché
in essa si riceveva un nome: Gesù, cioè salvatore, come disse l’angelo a Giuseppe, secondo Mt 2,21: «Essa partorirà un figlio e tu
lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo
popolo dai suoi peccati».
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
Mamme “forti”
Molte mamme assomigliano alla Madonna: piene di fede, di attenzioni, di
coerenza nelle loro vocazioni di donne forti e coraggiose, resistenti e umili.
Conosco la famiglia da molti anni. Il babbo
faceva il falegname; quattro figli maschi,
bravi ragazzi, la mamma ha accudito tutti e
cinque da sempre. Ora il papà è un po’
malconcio. Oltre le difficoltà dovute
all’età, non sta molto bene di testa.
Bisogna guardarlo come un bimbo. Il
secondo dei figli, Piergianni, da piccolo ha
avuto una grande febbre con le
convulsioni. Fisicamente è un leone, di
testa invece segue le cose a suo modo. È
irrequieto, cammina tutto il giorno, parla
solo con mugugni, bisogna seguirlo. Se
non lo accontenti, si arrabbia. Ora è
grande, ma è come fosse rimasto bambino.
Fa i capricci e pure i dispetti.
La mamma ha coinvolto tutta la famiglia
nei confronti di questo fratello. Oggi è
sfinita: cerca una soluzione per lui,
soprattutto quando lei non ci sarà più. È
giusto, secondo lei, che i fratelli facciano
la loro strada. Piergianni è un problema
vero, costante, quotidiano: assorbe
energie, vuole attenzione, non lo si può
lasciare solo. Sarebbe capace – come è già
successo – di vagare per le strade,
percorrendo chilometri. Capisce le cose;
per questo occorre stare accanto a lui con
saggezza, ma non riesce a connettere i
ragionamenti. Tutto un istinto, con una
irrequietezza che nessun farmaco è
riuscito a placare. Chissà che cosa è
avvenuto nel suo cervello con quella
febbre.
La mamma è una donna forte è semplice.
Ha vissuto intensamente la sua famiglia;
ad essa si è dedicata, senza riserve e senza
tener nulla per sé.
Non solo ha accudito quel figlio
sfortunato, ma ha coinvolto i fratelli
perché gli volessero bene. Un grande
lavoro di educazione e di fraternità.
Una famiglia esemplare, il cui perno è
stata la mamma. Nessuno l’ha mai
esaltata; anzi, per le sue richieste è
ritenuta importuna. Ma lei vuole che tutti i
suoi figli siano in pace, con la loro strada e
il loro futuro. Un paio si sono sistemati: è
rimasto Piergianni, e Andrea, l’ultimo dei
figli.
Quando le parli, ti guarda con occhi
stanchi, ma senza arrendevolezza. Vuole
che per tutti i suoi figli ci siano sicurezze.
Mi ricorda spesso la Madonna: una donna,
chiamata ad una vocazione più grande di
lei, ma che non ha rifiutato la missione. Ha
seguito la strada che Dio le ha indicato,
con dubbi e tremore, senza tirarsi indietro.
Ha accudito quel figlio particolare che
aveva concepito. L’ha seguito fino allo
strazio della croce, ma ha continuato nel
compito affidato a lei, accudendo gli
impauriti discepoli riuniti nel cenacolo.
Dio l’ha ricompensata e la tradizione vuole
che sia andata in cielo addormentandosi.
Aveva fatto il suo dovere fino in fondo,
attraversando gioie e dolori.
Molte mamme assomigliano alla
Madonna: piene di fede, di attenzioni, di
coerenza nelle loro vocazioni di donne
forti e coraggiose, resistenti e umili.
Non a caso tutte le creature umane
invocano la mamma, anche quando non
sarebbe più necessario chiamarla. Sono
una sicurezza, una presenza consolatrice e
rassicurante.
Così è stato per Gesù: per questo la
Madonna è la madre di tutti i viventi. Nel
figlio di Dio ha vissuto la maternità di tutti
i figli e le figlie del mondo.
Vinicio Albanesi
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nota introduttiva
a
2 domenica
dopo Natale
a liturgia oggi ci porta di nuovo a pensare
al mistero di Dio fatto uomo nel Figlio suo.
Lo fa riproponendo alla nostra attenzione spirituale il prologo del quarto Vangelo (Gv 1,118). Attraverso esso, la lettura orienta il nostro
cuore verso la prassi dell’accoglienza.
«In principio era il Verbo e il Verbo era presso
Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). “Verbo” è una
semplice traslitterazione italiana del latino
Verbum, a sua volta traduzione del greco
Logos. Se si abbandonasse questa consuetudine e ci si volgesse al termine Parola, la comprensione sarebbe subito orientata verso la
sfera della comunicazione. Ciò farebbe comprendere l’affermazione (sulle prime quasi contraddittoria) secondo cui la Parola era sia
presso Dio, sia Dio. “Presso” (in greco pros) attesta soprattutto un orientamento, un essere rivolto verso qualcuno. Per esprimerci in modo
libero, si potrebbe perciò sostenere che «in
principio» c’era “il colloquio” di Dio con se
stesso.
Il Verbo fattosi carne (Gv 1,14) significa, analogamente, che la Parola è sia presso gli uomini sia, a propria volta, uomo. Di nuovo colloquio, dunque? Sì, eppure non solo. Sì, perché
l’incarnazione rappresenta la realizzazione
massima della volontà di Dio di comunicare
con le proprie creature fino al punto di condividerne l’esistenza. Agli esseri umani è dato,
quando sono all’altezza di quel che è a loro richiesto, di avere com-passione dei loro simili;
il che significa non già commiserarli, bensì
prendere parte al loro sentire profondo. Tuttavia, alle creature umane è precluso di rap-
L
14
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
Anno A
5 gennaio 2014
Sir 24, 1-4.12-16
Sal 147
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18
portarsi all’altro fino al punto di identificarsi
con lui pur rimanendo nel contempo se stessi.
Vale a dire: a noi non è concesso di attuare un
incontro assoluto senza scivolare nella con-fusione. Proprio così è invece avvenuto nella Parola fattasi carne (si pensi alla formula di Calcedonia).
Ma se le cose stanno in questo modo, perché
prospettare anche l’ombra di un “no” rispetto
all’attuazione del colloquio più profondo tra
Creatore e creatura? Perché la Parola ha un
amore così vero per le persone da lei create da
porre al centro di tutto la libera accoglienza.
La Parola si offre al fine di venire ospitata. Offrire non significa imporre. Colui per mezzo del
quale sono state create tutte le cose si espone
al rischio di venire respinto. Il prologo ci dice
che si tratta di realtà e non già di pura ipotesi.
Così è effettivamente avvenuto (Gv 1,11). Per il
credente è una prospettiva dolorosa, eppure
essa non deve far dimenticare che la libertà
umana è una componente intrinseca alla volontà della Parola di farsi creatrice. Anche la
negazione si presenta perciò come una paradossale conferma del desiderio di Dio di entrare in un vero colloquio con le proprie creature. Senza libertà nessun incontro è infatti autentico. Se Dio opera secondo questa logica, chi
crede in lui è chiamato ad agire in modo simile. La prova di questo stile che si offre senza
imporsi sta nella capacità di accoglienza di chi
ci viene incontro, sia essa la Parola fattasi
carne o siano i nostri fratelli e le nostre sorelle
umani.
Piero Stefani
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messaggio biblico
La Sapienza fatta “carne”
La liturgia di questa seconda domenica dopo
Natale si incarica di approfondire il mistero
del Dio-fatto-uomo. E lo fa ricorrendo in
prima battuta ad una delle più belle pagine
della letteratura biblica sapienziale: quella
nella quale la Sapienza divina si presenta
come presente con Dio nel momento della
creazione.
La nostra meditazione cercherà di mostrare le
sintonie che legano una lettura biblica all’altra
e di mostrare, nello stesso tempo, come la luce
che da esse si sprigiona si riflette in modo eccellente sul volto di Cristo Signore e Salvatore.
1. Il capitolo 24 del libro del Siracide contiene un «inno alla Sapienza» che non è facile
capire e tuttavia è doveroso interpretare secondo le più elementari regole esegetiche. È
necessario mettere a fuoco il concetto di “Sapienza” per arrivare a identificare il più possibile il personaggio di cui si parla.
Dal modo con il quale se ne parla, si direbbe
che siamo dinanzi ad una sorta di personificazione: la Sapienza, infatti, parla e dialoga
con Dio, intimamente unita a Dio ma da lui
distinta. Inoltre, la Sapienza agisce come tramite dell’unione tra Dio e gli uomini, esercitando una sorta di mediazione che conoscerà
altre manifestazioni nel corso della storia
della salvezza.
«Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo»: in
primo luogo, si afferma il rapporto speciale tra
la Sapienza e Dio stesso. Anche se il Primo Testamento non arriva a definire con esattezza
questo rapporto, non v’è alcun dubbio tuttavia che tra la Sapienza e Dio, dalla cui bocca
essa è uscita, sussiste una relazione intima e
profonda, direi di quasi “connaturalità”.
«Il creatore dell’universo mi diede un ordine.
Il mio creatore mi fece piantare la tenda»:
come prima la Sapienza ha posto la sua dimora nel creato, così ora pianta la sua tenda in
seno al popolo eletto. Non solo, ma si dice
pure che la Sapienza ha posto la sua tenda in
Sion, ha potuto abitare nella città santa, in Gerusalemme.
«Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità»:
perciò, è sempre mediante la Sapienza che
Dio si rende presente nel suo popolo, per
poter manifestare in modo nuovo la sua volontà salvifica.
L’insistenza con la quale il Siracide parla della
tenda, ci fa pensare subito al prologo del vangelo di Giovanni, che viene proclamato in
questa liturgia della Parola. Qui infatti si
legge: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ora dobbiamo ricordare
che l’espressione greca equivalente a «venne
ad abitare in mezzo a noi» con più esattezza
andrebbe tradotta «e pose la sua tenda (skenè)
in mezzo alle nostre tende».
2. Il salmo responsoriale segue lo stesso
schema binario che abbiamo colto nel libro
del Siracide: solo che qui viene attribuito alla
“parola di Dio” ciò che il Siracide dice della
“Sapienza”. Possiamo certamente ritenere che,
nell’unità della rivelazione biblica, le due
espressioni si equivalgono e tendono a descrivere lo stesso mistero, la stessa persona.
Anche qui si afferma che la parola di Dio
corre veloce sulla terra e regge alcuni fenomeni atmosferici (neve, brina, grandine, gelo,
vento e acque). Il creato costituisce la prima
fondamentale manifestazione di Dio e l’atto
della creazione la prima epifania del mistero
di Dio.
Anche qui si afferma che, nei confronti del
suo popolo, Dio ha fatto qualcosa di eccezionale, che non ha fatto con tutti gli altri popoli.
Egli infatti «annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi».
Viene logico perciò considerare questo salmo
come una lode che sale a Dio per la sua azione
prodigiosa e paterna nei confronti di tutta
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messaggio biblico
l’umanità e, in particolare, nei confronti
d’Israele, popolo eletto. In questo modo si afferma l’unità della storia della salvezza: non
solo perché comprende il Primo e il Nuovo
Testamento, ma anche, e soprattutto, perché
si estende al popolo eletto e a tutti i popoli
della terra.
3. Nella sua lettera ai cristiani di Efeso l’apostolo Paolo eleva un inno di lode a Dio, padre
del Signore nostro Gesù Cristo: si direbbe che
il modo migliore per parlare e per descrivere
il mistero natalizio sia solo quello innico. Del
resto, anche la pagina evangelica non è altro
che un inno solenne che riporta l’evento del
natale in terra al mistero del natale in cielo.
«Benedetto sia Dio, che ci ha benedetti con
ogni benedizione»: le benedizioni del Padre,
perciò, arrivano sino a noi. Noi siamo “benedetti” nel “Benedetto”, cioè figli nel figlio di
Dio fatto uomo. E lo siamo perché «in lui Dio
ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto
nella carità».
Non solo, ma siamo anche «predestinati ad essere suoi figli adottivi». Certo, lo diventiamo
mediante il battesimo, ma lo siamo da sempre, perché Dio padre ci ha pensati e voluti
tali. Quando pensava alla missione del Figlio
suo, Dio pensava anche a noi; quando decise
l’incarnazione del Verbo pensò anche a noi;
quando pensava alla tenda del Verbo, pensava
anche alle nostre tende.
«A lode e gloria della sua grazia». In questa
semplicissima espressione l’apostolo Paolo
concentra il senso ultimo del suo pensiero,
cioè l’orientamento e la direzione del progetto
di Dio: il riconoscimento che quanto egli
opera con la sua grazia, oltre che gratificarci
personalmente, ridonda a lode e gloria della
sua maestà.
All’inno di lode Paolo fa seguire un rendimento di grazie, convinto com’è che ciò che
egli, come evangelizzatore, ha potuto fare a
beneficio dei cristiani di Efeso è solo ed esclusivamente opera di Dio. La loro fede e l’amore
che si scambiano induce l’apostolo a ringraziare Dio. Nello stesso tempo si augura, e lo
chiede espressamente a Dio, che ognuno di
loro abbia a crescere in quello «spirito di sa16
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
pienza e di rivelazione» che solo è capace di
farli crescere «in una più profonda conoscenza di lui».
4. La pagina evangelica ripropone il solenne
prologo al quarto vangelo, che abbiamo già
commentato, ma che ora – dentro il nuovo
contesto liturgico – analizzeremo sotto altri
aspetti.
Ciò che abbiamo sentito dire della Sapienza
(Siracide), della parola di Dio (Salmo responsoriale) e della benedizione (Paolo), ora, sotto
altra luce e con altre espressioni, lo riascoltiamo dalla viva testimonianza del quarto
evangelista.
È bene partire dall’affermazione centrale: «E
il Verbo si fece carne e venne ad abitare in
mezzo a noi». La prospettiva dunque è quella
dell’incarnazione del Verbo di Dio. L’evangelista Giovanni è stato in lunga compagnia con
Gesù e lo ha seguito come suo discepolo ed
apostolo. Ad un certo punto ha sentito il bisogno di chiedersi quale fosse l’origine di un
uomo così straordinario, sia per quello che faceva sia per quello che diceva.
La risposta ce la offre in questa sua pagina,
che contiene, ad un tempo, un inno di lode e
una testimonianza personale. Nell’inno l’apostolo affonda gli occhi della sua fede nel mistero trinitario per accennare ai rapporti tra il
Verbo di Dio e Dio stesso: «In principio il
Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio». Nella
sua qualità divina il Verbo è colui per mezzo
del quale tutto è stato fatto. Nello stesso
tempo «in lui era la vita e la vita era la luce
degli uomini»: qui si registra il passaggio dalla
sfera divina a quella umana.
La testimonianza non è esattamente quella di
Giovanni l’evangelista, ma quella di Giovanni
il battezzatore. Egli si pone come lo spartiacque tra i due Testamenti (cf. Lc 16,16): egli
non è la luce, ma la lucerna che si mette a servizio della luce, egli è l’uomo mandato da Dio
come testimone.
Giovanni sa, e lo dice espressamente, che solo
Gesù è la luce vera, «quella che illumina ogni
uomo». Come luce, Gesù è venuto per dare la
vita a quelli che lo accolgono e per escludere
dalla vita coloro che non l’accolgono.
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
Dio non è un “motore”
Dio non è un elemento della natura, ma un padre: ai figli comunicherà la sua
somiglianza, i suoi sentimenti, i suoi desideri.
Tra le materie del liceo, per la storia della
filosofia, abbiamo studiato grandi filosofi.
Essi si sono posti il problema dell’origine
del mondo, della razionalità umana, delle
domande che ogni creatura intelligente si
pone circa la sua origine e il suo futuro.
Alcuni di questi filosofi oggi appaiono
ridicoli: Anassimandro e Anassimene si
erano inventati l’origine dell’universo e
discutevano sugli elementi fondamentali
della natura, quali l’acqua, l’aria, il fuoco.
Parmenide si avvicinava lentamente
all’idea di Dio: la verità, secondo lui, era
qualcosa di unico, intero, immobile e
ingenerato. Il modo di accedere a questa
entità era la verità o l’opinione. Mentre la
prima permette di capire qualcosa
dell’eterno, la seconda è portatrice di
menzogna. Pitagora parlerà di un fuoco
centrale, madre dei viventi. Tentativi per
riportare a unità le differenze e le
similitudini che si sperimentano nelle
persone.
Il grande Platone riesce a elaborare una
dottrina più raffinata che dia ragione delle
idee che, al di là delle apparenze e delle
esperienze, offrano un senso all’unità
delle cose. Per questo distingue la
sensazione legata all’esperienza dei sensi,
a cui segue l’opinione (giudizio personale
delle cose), per passare alla ragione (che
collega i pensieri tra loro) e arrivare
finalmente all’intelletto che permette di
collegarsi direttamente con le idee.
Ma sarà Aristotele che, per primo, parlerà
di un motore immobile: non creato, ma
capace di muovere il tempo e soddisfare il
desiderio e l’intelligenza. È il dio che ha la
capacità di essere desiderato, senza aver
bisogno di nulla.
In altra parte del mondo, le riflessioni di
un piccolo popolo si muovono in tutt’altra
direzione. Invece che con gli dei
dell’antica Mesopotamia, il nuovo popolo
stipula un patto con un Dio proprio che
chiamerà JHWH e al quale si sentirà
legato.
La presenza di un inviato speciale, che si
definirà suo Figlio, svelerà il volto di
questo Dio.
In questa rivelazione colpiscono due cose:
la prima è che il fondamento del rapporto
tra Dio e la creatura è frutto di relazione.
La persona è il centro di questo rapporto.
La conoscenza passa attraverso legami di
rispetto, di riconoscenza, di amore filiale.
La seconda caratteristica è che questo
legame fa partecipare intensamente alla
vita di Dio, sottolineando la comunanza tra
sentimenti e verità umane e divine.
Dio non è un motore, non è un elemento
della natura, ma un padre: ai figli
comunicherà la sua somiglianza, i suoi
sentimenti, i suoi desideri.
La creatura, collocata nel tempo e nello
spazio, è limitata: nasce e muore, è
virtuosa e viziosa, volonterosa e oziosa.
Questo Dio, che ama la sua creazione, è
disposto a perdonare, a incoraggiare, a
non abbandonare nessuno perché crede
fermamente nella felicità di tutte le sue
creature.
Non tratterà le persone come singole, ma
le vorrà accudire come un popolo intero,
che abbracci l’intera umanità, perché tutti
si sentano fratelli e sorelle di un unico
Padre.
Non dà ordini perentori, ma chiama alla
vita saggia e armoniosa, ponendo le
attenzioni e gli impegni a una scala di
valori orientata verso il cielo.
Vinicio Albanesi
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SERGIO BOCCHINI
Parole
per capirsi
Religioni a confronto su trenta temi di attualità
T
renta temi di attualità, osservati
dal punto di vista delle principali
religioni del mondo: ebraismo, cristianesimo, islam, induismo e buddhismo.
Talora il confronto evidenzia posizioni
contrastanti e conflittuali, in altri casi fa
risaltare una significativa sintonia, in altri ancora lascia intravvedere la possibilità di un cammino nuovo. Per offrire a
chi ha a cuore il dialogo interreligioso
l’opportunità di conoscere ragioni e parole degli altri.
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ANGELO SCOLA
Riforma della Chiesa
e primato della fede
Per un’ermeneutica del concilio Vaticano II
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ella prolusione al Convegno internazionale
«Il concilio ecumenico Vaticano II alla luce
degli archivi dei padri conciliari» (3-5.10.2012),
il card. Scola offre piste «per un’adeguata ermeneutica conciliare necessaria per comprenderne il
processo di recezione». Alla luce della categoria
di «riforma nella continuità» proposta da Benedetto XVI, sono letti tre snodi centrali del concilio: il rapporto tra l’elemento teologico e quello
storico; l’indole pastorale del Vaticano II; l’intreccio
tra «evento» e corpus dottrinale.
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IL CONCILIO VATICANO II
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pp. 160 - € 13,00
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nota introduttiva
Epifania
del Signore
è legata all’immagine
P erdellatuttistella.l’Epifania
I magi la vedono in Oriente e si
muovono verso Occidente (Mt 2,1-2). Essa li
chiama ad uscire dalla loro terra. Molti secoli
prima anche Abramo si era mosso da est a
ovest; partì dalla Mesopotamia per andare
verso la terra di Canaan (quella che in seguito
sarebbe stata denominata la terra d’Israele). A
chiamarlo fuori fu però una voce: «Il Signore
disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra”»
(Gn 12,1). I magi invece non udirono: videro.
Dall’epoca patristica in poi tante volte si è ripetuto che quella stella rappresenta il segno
dell’implicito orientamento (ma qui bisognerebbe mutare il punto cardinale) delle genti
verso Dio che ha rivelato la propria parola a
Israele. Tuttavia, nel racconto evangelico, il
cosmo parla in quanto non rimanda a se
stesso e neppure a un Dio inteso come ultimo
garante dell’armonia celeste e dell’ordine terrestre. Per Matteo il “libro della natura” è soltanto una traccia diretta verso un altro libro,
quello della parola rivelata al popolo d’Israele.
Secondo l’etimo, Epifania significa manifestazione dall’alto. Le stelle, per definizione,
stanno sopra di noi; il senso ultimo del racconto matteano sta però nel dirci che la vera
manifestazione non si trova nei cieli. Per scrutare l’astro i magi hanno dovuto volgere gli
occhi all’insù; tuttavia la conclusione del loro
percorso è legata a un movimento di segno opposto: «Entrati in casa videro il bambino con
Maria sua madre, si prostrarono e l’adorarono» (Mt 2,11). Si parte dal cielo sconfinato e,
dopo un lungo cammino, si giunge a una mo20
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
Anno A
6 gennaio 2014
Is 60,1-6
Sal 71
Ef 1,3,2-3.5-6
Mt 2,1-12
desta casa. Si prendono le mosse da una
grande stella e si termina il percorso prosternandosi di fronte a un bambino. Per concederci un neologismo, qui sembra di essere di
fronte a una specie di batifania (manifestazione dal basso), o meglio, l’oggetto vero della
manifestazione non è l’alto né il basso: è il percorso che attesta l’andamento in base al quale
l’alto si curva verso il basso.
Per comprendere quest’ultimo movimento non
basta la stella, occorre che essa incontri la parola. Il libro della natura va coniugato con
quello della Scrittura. Tuttavia, la narrazione
matteana ci vuole anche ammonire che non è
sufficiente saper leggere e interpretare la Bibbia: occorre viverla. I magi vanno da Erode per
sapere dove nascerà il re dei giudei. Il sovrano
si rivolge agli scribi; questi ultimi aprono il
libro e affermano che il luogo di cui vanno alla
ricerca è Betlemme: così, infatti, «è scritto» nel
profeta Michea (Mt 2,5-6; Mi 5,1-3). Gli scribi
sanno ma non riconoscono; sanno ma non
escono da loro stessi. Nessuno di loro si muove
in proprio verso Betlemme. Affermare che
“noi” e non “loro” possediamo la parola rivelata, non aiuta a comprendere quel che Dio
vuole da noi. Per conoscere quel che ci è chiesto, bisogna lasciare che la parola di Dio entri
davvero in noi stessi. Non basta la natura, non
basta il puro scritto, occorre che gli occhi che
osservano il cielo e quelli che scrutano il libro
si incontrino con orecchi capaci di autentico
ascolto.
Piero Stefani
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messaggio biblico
Il “re” si è manifestato
La liturgia della Parola, nel giorno dell’Epifania di nostro Signore, inizia con un doveroso richiamo del mistero natalizio: «È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il
regno, la potenza e la gloria» (antifona d’inizio). Se fino ad ora il mistero del Natale è
stato quasi nascosto dentro la piccola cerchia della Santa Famiglia di Nazaret e poco
più, ora non può non manifestarsi al
mondo. Epifania significa “manifestazione”:
manifestazione del mistero nascosto da secoli in Dio, come afferma l’apostolo Paolo, e
tuttora, in parte almeno, nascosto agli occhi
del mondo.
Per questo motivo la Chiesa ci invita a meditare sulle seguenti letture bibliche, alle
quali affida il compito di chiarire in che
cosa consiste e come noi dobbiamo intendere la manifestazione di Gesù al mondo. Se
è un mistero, questo, esso ha da essere rivelato: siamo noi cristiani gli unici a possederne la chiave di lettura.
1. Il cap. 60 del libro di Isaia appartiene ad
una raccolta di testi (Isaia 60-65) che, tra le
altre caratteristiche, ha anche quella di uno
spiccato universalismo. La profezia riguarda
Gerusalemme, la città santa, ma la prospettiva è decisamente universalistica. Dinanzi
alla possibilità di tornare nella terra promessa, mentre alcuni, con a capo Zorobabele, tornano effettivamente in Palestina
per riabitare la terra, per ricostruire il tempio, per darsi un re e per poter praticare la
Legge, altri vanno in diaspora, convinti di
poter diffondere la fede nel vero Dio tra
tutti i popoli.
Gerusalemme non deve essere intesa come
luogo terreno, ma come simbolo della comunità dei salvati, detta anche la “nuova Gerusalemme”: appunto perché in essa sono
chiamati a coabitare e a proesistere uomini
e donne di ogni lingua, popolo e nazione.
«Rivestiti di luce, perché viene la tua luce».
Nella prospettiva di un Israele, popolo missionario, si apre un periodo nuovo nella storia futura: la luce che gli è stata donata,
Israele la potrà donare ad altri popoli.
«Cammineranno i popoli alla tua luce»: Gerusalemme pertanto è meta di un lungo pellegrinaggio, è punto di convergenza per
molti popoli, è leader di un cammino che è
destinato a durare per sempre .
«Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore»:
Israele va incontro ai popoli, ma i popoli
pure vanno incontro ad Israele portando
doni: oro, incenso e mirra. Israele, dunque,
mantiene la sua dignità di popolo eletto e,
come tale, in qualche modo, viene riconosciuto dagli altri popoli: bellissima prospettiva ecumenica, nel senso più ampio del termine.
2. Il salmo responsoriale è uno di quelli
che acclamano al re (i cosiddetti «salmi regali») e noi siamo certamente legittimati a
riferirlo a Gesù, il neonato «re dei giudei».
In esso vengono ribaditi quasi gli stessi concetti espressi dal profeta Isaia, sia pure con
accenti diversi.
In cima a tutti sta il re, al quale Dio dà il potere di esercitare diritto e giustizia: verso
tutti, ma soprattutto verso i poveri, i suoi
poveri, i «poveri di JHWH». Qui si apre una
prospettiva molto bella e significativa: tra
coloro che trarranno beneficio dalla venuta
del Messia, soprattutto dal suo modo di giudicare, ci sono in prima fila i poveri. In questo modo comincia a delinearsi la figura del
futuro Messia, il quale proclamerà beati i
poveri (cf. Lc 6,20).
Il suo dominio il futuro Messia lo eserciterà
non con le guerre, ma per assicurare la pace.
Egli sarà un re pacifico, cultore della pace
ed evangelizzatore della pace (cf. Lc 4 e At
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messaggio biblico
10,36). Se questa è la quintessenza della
missione di Gesù, non può non essere anche
l’essenza della missione della comunità di
fede che a lui si ispira.
Queste sue prerogative si trovano felicemente espresse negli ultimi versetti del
salmo: «Egli libererà il povero che grida e il
misero che non trova aiuto, avrà pietà del
debole e del povero e salverà la vita dei suoi
miseri». Dal Primo Testamento sappiamo
che il grido dei poveri sale fino al trono di
Dio e che, quando Dio ascolta questo grido,
non può non intervenire per la liberazione
dei poveri stessi.
3. L’apostolo Paolo, in questo stralcio della
sua lettera ai cristiani di Efeso, parla del suo
“ministero”, che si pone a servizio del “mistero”. Se è chiaro ciò che Paolo intende per
“ministero”, forse non lo è altrettanto ciò
che egli intende per “mistero”. Sappiamo
tutti come Paolo si sia dedicato anima e
corpo alla missione alla quale è stato chiamato fin dal suo primo incontro con il risorto Signore. Ma a che cosa egli intende riferirsi quando parla di “mistero”?
Paolo comincia a dire che «questo mistero
non è stato manifestato agli uomini delle
precedenti generazioni». Quasi con le
stesse espressioni, Paolo scrive sullo stesso
tema nella sua lettera ai cristiani di Colossi
(3,24-29). Egli è pienamente consapevole
della novità che caratterizza i tempi inaugurati dalla presenza di Gesù sulla terra.
Al presente, invece, «il mistero è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per
mezzo dello Spirito». Altra affermazione
sorretta dalla certezza che anche lui, Paolo,
appartiene al numero di coloro che sono
stati scelti per essere testimoni e servitori
del mistero.
Questo mistero consiste nel fatto «che i gentili sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso
corpo e ad essere partecipi della promessa
per mezzo del vangelo»: ciò che sembrava
assurdo al popolo eletto, ciò cui nessuno al
mondo avrebbe potuto pensare costituisce
invece il progetto di Dio, il quale vuole che
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ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
tutti gli uomini siano salvati e giungano alla
conoscenza della verità (cf. 1Tm 2,4).
Quello che Paolo afferma in questo brano
della lettera agli Efesini costituisce il nocciolo del suo “vangelo”, quello che gli è stato
rivelato nel suo incontro con Gesù risorto
(cf. Gal 1,15-16) e che egli mette a fuoco all’inizio della sua lettera ai cristiani di Roma
(cf. Rm 1,1-7).
4. Infine, l’evangelista Matteo racconta la
visita di alcuni magi al bambino Gesù nel
quale riconoscono dapprima il re dei giudei
e, alla fine, adorandolo, riconoscono come
vero Dio. Il passaggio è molto importante:
all’inizio essi sono stati guidati da una stella
misteriosa che ha acceso in loro il desiderio
della ricerca; alla fine, invece, essi «entrano
nella casa e vedono il bambino con Maria,
sua madre». Ora constatano ciò cui la stella
alludeva, ora adorano colui che prima era
solo oggetto di una ricerca.
I magi sono personaggi che vengono dalle
varie parti del mondo abitato: quindi rappresentano il mondo pagano (i gentili dei
quali parla l’apostolo Paolo). Matteo, con
questo episodio esclusivo del suo vangelo,
intende certamente dire che non solo il popolo eletto, ma tutti i popoli di tutte le regioni della terra sono chiamati alla salvezza
in Cristo Signore. Noi sappiamo per certo
che, se qualcuno si salva, pur appartenendo
ad altre religioni e professando un’altra
fede, egli/ella si salva per mezzo di Gesù, che
è l’unico salvatore di tutti gli uomini, di tutti
i luoghi e di tutti i tempi.
Sembrerebbe che Matteo voglia dire che la
vera Sion, monte verso il quale si danno
convegno tutti i popoli per conoscere il loro
salvatore, non è più Gerusalemme, ma Betlemme: ma questo è il suo modo per annunciare che tra il Primo e il Nuovo Testamento c’è, ad un tempo, continuità e discontinuità. È il suo modo per dire che la
storia della salvezza, pur avendo conosciuto
una tappa ristretta a favore del popolo
d’Israele, ha raggiunto poi gli estremi confini della terra.
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
C’è bisogno di “luce”
I re magi non si lasciano impressionare dalle apparenze, ma vanno alla
ricerca della luce-verità. La vita è fatta di grandi orizzonti.
È diventata prassi comune che la terza
colonna dei principali giornali on line
d’Italia sia dedicata al gossip: notizie
piccanti, video di attrici e attricette al
mare o altrove, stupidità sempre orientate
a suscitare curiosità morbose.
Questo fenomeno mi sembra abnorme,
trattandosi di giornali seri che fanno
opinione in Italia e che sono letti da milioni
di persone, soprattutto adulte.
Facevo questa riflessione ad alta voce in
una conferenza pubblica sul tema delle
relazioni tra genitori e figli adolescenti.
Incoraggiavo i genitori a non scoraggiarsi,
tenendo fermi due principi: stare accanto
ai propri figli adolescenti, perché, al di là
delle loro intemperanze e della loro voglia
di staccarsi dalla famiglia, sono ancora
piccoli; in secondo luogo, considerarsi
riferimento di vita, con le proprie
convinzioni e i propri valori. L’adolescenza
è un’età transitoria, il giovane adulto e
l’adulto stesso hanno bisogno di un
patrimonio di idee forti con le quali
affrontare la vita. Ritrovarsi con lo zainetto
vuoto di convinzioni profonde e serie è
estremamente pericoloso.
Dopo il mio intervento, un giovane
educatore, riprendendo le mie
considerazioni, spiegava: anche le persone
grandi d’età rischiano di rimanere
adolescenti, senza diventare mai adulti.
Riflettendo tra me ho considerato quella
risposta esatta. Non tutti, infatti, riescono
a riconoscere e a vivere ciò che è
importante nella vita.
Detto tutto ciò nella festa dell’Epifania ha
senso. I re magi, venuti dall’oriente,
riconoscono in quel bambino nato a
Betlemme, con la guida della stella, la
presenza di Dio sulla terra. Non si lasciano
impressionare dalle apparenze (poche cose
di una famiglia povera) ma vanno alla
ricerca della luce-verità.
Le cose quotidiane (casa, lavoro, parenti,
amici, tempo libero) possono trarre in
inganno: la vita è fatta di grandi orizzonti.
La luce che illumina le menti. Che offre la
via della vita.
In quelle terze colonne on line si
potrebbero mettere molte cose: un brano
letterario, una canzone, una curiosità
scientifica, un luogo d’arte, una visione del
mare o delle montagne, una scena di
guerra, un’azione missionaria.
Nulla di tutto questo: prevale – direbbe il
filosofo – la visione dei sensi, dimenticando
le molte riflessioni da offrire a sé e agli altri.
Le persone si meravigliano di una società
decadente, affannata, triste e chiusa.
Senza alzare lo sguardo al cielo o scendere
nella profondità della propria anima che
cosa ci si aspetta che rimanga? Piccole cose
del trascinamento di sopravvivenza,
nell’illusione che la materialità della vita
dia soddisfazione al tempo che trascorre e
alla vacuità dell’esteriorità.
Corpi, bellezze, scarpe, borse, hitech sono
giocattoli che non soddisfano: i desideri
non si placano, perché è semplicemente
sbagliata la domanda; per questo la
risposta non sarà mai esaustiva.
Sembra l’impazzimento di perenni
adolescenti che guardano all’orizzonte,
sognano ma non realizzano, perché
rimangono puerili, sognatori e oziosi.
Fortunati quanti hanno trovato la propria
stella: non serve loro a superare le asperità
del terreno, ma suscita il desiderio della
meta per trovare la risposta alle loro ansie
di pace.
Vinicio Albanesi
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nota introduttiva
Battesimo
del Signore
storia del battesimo, termine greco che
L acontiene
in sé l’idea di immersione, si intreccia con quella delle abluzioni rituali che in
Israele caratterizzavano la preparazione dell’offerta dei sacrifici da parte dei sacerdoti (cf.
Es 40,12-15). Progressivamente le acque lustrali estesero il proprio simbolismo anche sul
versante morale. La purificazione, oltre al rito,
può perciò coinvolgere la sfera del peccato personale e collettivo. Il linguaggio profetico
avrebbe adottato questa modalità di espressione: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete
purificati» (Ez 36,25). In questo riferimento, il
lessico del rito viene dilatato fino a indicare
una promessa di purificazione definitiva compiuta dal Signore stesso.
A quanto ci è dato di comprendere, Giovanni
Battista vedeva nel peccato, oltre a una trasgressione della Legge di Dio, una realtà che
colpiva e ledeva l’intera persona. La maggior
parte degli ebrei suoi contemporanei era convinta che il pentimento, seguito da un modo di
agire conforme a giustizia, fosse un passaggio
obbligato per ottenere la salvezza. Non tutti
però ritenevano che questa pratica dovesse, secondo la proposta di Giovanni, essere accompagnata da un’immersione in acque purificatrici. Sembra perciò ragionevole concludere
che il Battista credesse nell’esistenza di un’impurità conseguente al peccato che, al pari di
tutte le altre, poteva essere eliminata solo grazie a un rito di purificazione.
Secondo Matteo, Giovanni considerava il proprio battesimo preparatorio a un evento successivo; quest’ultimo però non sarebbe stato
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ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
Anno A
12 gennaio 2014
Is 42,1-4.6-7
Sal 28
At 10,34-38
Mt 3,13-17
contraddistinto dal perdono ma, al contrario,
esso era prospettato come un tremendo giudizio escatologico: «Già la scure è posta alla radice degli alberi (…) colui che viene dopo di me,
è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito
Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la
sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,10-12; cf. Lc 3,16-17). Ci si
purificava al fine di evitare il giudizio; infatti,
chi è giudicato è anche inevitabilmente condannato. Il messaggio originario di Giovanni
sembra formulabile in questi termini: fatevi
battezzare con acqua se volete scampare al
fuoco del giudizio imminente.
Se il battesimo di Giovanni ebbe davvero il
senso escatologico di sfuggire all’ultimo giudizio, per quale ragione Gesù si fece battezzare
nel Giordano? Aveva, forse, anche lui motivo di
pentirsi? La risposta del vangelo a questo interrogativo si trova spostando l’accento su
quanto avvenne a Gesù in quella circostanza:
«Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi
è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio
compiacimento”» (Mt 3,17). La voce dal cielo
trasforma il battesimo da atto di penitenza in
evento di consacrazione. L’attenzione ora si incentra su Gesù. Come ci ha ricordato l’antifona
al Magnificat dei secondi vespri dell’Epifania,
nel battesimo al Giordano la penitenza lascia
il posto alla manifestazione. In luogo del giudizio Gesù porterà il buon annuncio: convertitevi e credete al Vangelo.
Piero Stefani
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messaggio biblico
È Gesù che battezza
Prima che Gesù dia inizio al suo ministero
pubblico, è doveroso fare memoria del battesimo che egli ha voluto ricevere dalle
mani di Giovanni il battezzatore. Sono molteplici i motivi per i quali Gesù ha voluto
passare anche attraverso questo rito: non
certo perché ne avesse bisogno, lui che in
tutto è simile a noi eccetto che nel peccato
(cf. Eb 4,15). Sottomettendosi liberamente
al rito del battesimo di Giovanni il battezzatore, Gesù voleva, tra l’altro, manifestare
la sua solidarietà con il peccato del mondo,
lui che era senza peccato. L’apostolo Paolo,
con un’espressione che rasenta l’eresia, arriverà addirittura a dire: «Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da
peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di
Dio» (2Cor 5,21).
In effetti, il battesimo di Gesù costituisce la
prima teofania: seguiranno la trasfigurazione di Gesù (Lc 9,35) e la parola che viene
dal cielo, mentre Gesù sta entrando in Gerusalemme (Gv 12,28). Tre eventi straordinari, nei quali risuona sempre una voce dal
cielo che tende a definire l’identità di Gesù,
il prediletto del Padre e il messaggero della
gioiosa notizia.
1. La pagina del profeta Isaia riporta uno
di quegli inni che tendono a descrivere la figura del famoso «servo sofferente di
JHWH». La Chiesa lo propone in questo
contesto liturgico perché possiamo riconoscere nelle fattezze del servo sofferente
quelle di Gesù di Nazaret e constatare che la
storia di Gesù comincia ben prima della sua
venuta sulla terra.
Il servo sofferente, secondo Isaia, è colui
che «Dio sostiene, l’eletto nel quale Dio si
compiace», esattamente quello che afferma
la voce dal cielo: la divina benevolenza (eudokìa) si riversa sul servo sofferente, figura
e tipo del futuro Messia, il prediletto del
Padre. Prima ancora che la volontà di Gesù
si adegui a quella del Padre, è la volontà del
Padre che si effonde nella persona e nella
vita di Gesù.
«Ho posto il mio spirito su di lui»: sul futuro Messia agirà lo Spirito del Signore con
tutti i suoi doni: dalla sapienza alla fortezza,
dal consiglio alla scienza, dall’intelletto alla
pietà e al timor di Dio. Questo per dire che
tra Dio e il futuro Messia c’è piena consonanza di intenti, totale condivisione dei progetti salvifici.
«Non griderà né alzerà il tono, non farà
udire in piazza la sua voce, non spezzerà
una canna incrinata». La caratteristica principale del futuro Messia sarà la mitezza: egli
verrà non per stravincere e umiliare i suoi
avversari, ma per proclamare un “anno di
grazia” (cf. Lc 4,19), cioè per offrire a tutti
una reale possibilità di salvezza.
2. Il salmo responsoriale è un «inno di
lode» a Dio creatore, colui che domina su
tutto e manifesta la sua onnipotenza nella
potenza di molte sue creature. È ritenuto
uno dei salmi più antichi di tutto il salterio:
esso esprime una religiosità semplice e immediata, che caratterizza la vita e la preghiera dei veri ricercatori di Dio.
L’inizio suona come una grande convocazione affinché, con l’apporto delle varie creature, si formi un canto di lode che venga elevato a Dio per cantare la sua gloria: «Date al
Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e
potenza. Date al Signore la gloria del suo
nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti». Come in una grande orchestra, tutto
è pronto per dare inizio al concerto.
Poi, nella varietà degli apporti, inizia il «concerto cosmico» nel quale si intrecciano il
fragore delle acque, lo schianto dei cedri,
l’esultanza dei monti, le saette dei fulmini,
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messaggio biblico
il mormorio del deserto, le grida delle cerve
e delle capre per il dolore del parto. Il tutto
si sintetizza in un’unica espressione: “Gloria!”, elevata al Signore e creatore che sta seduto sull’oceano del cielo.
Inserendo questo salmo nello schema liturgico di questa domenica, la Chiesa intende
esaltare la potenza purificatrice delle acque
battesimali che, sia pure in modo diverso e
con diversa efficacia, agiscono nel battesimo di Giovanni e nel battesimo cristiano.
3. La seconda lettura è presa dal libro degli
Atti degli apostoli, uno stralcio del discorso
che l’apostolo Pietro pronuncia nella casa di
Cornelio, centurione romano, dopo che questi si è convertito alla nuova religione insieme alla sua famiglia.
Prima ancora che Cornelio e familiari ricevano il battesimo, preceduto dall’effusione
dello Spirito Santo (cf. At 10,44-48), Pietro si
incarica di inserire la vicenda di Gesù e di
Giovanni nel quadro del progetto universale
di Dio. Non è lecito separare ciò che Dio ha
unito; occorre, invece, mettere ogni tassello
della storia nel grande puzzle del disegno
salvifico di Dio.
Constatiamo anzitutto che, nella casa di
Cornelio, accade una piccola ma autentica
Pentecoste (10,44), detta “la Pentecoste delle
nazioni pagane”, come già è accaduto (4,31)
e come accadrà anche in seguito (11,15;
19,2). Per dire che, tutto quello che sta accadendo, accade per iniziativa di Dio, anche
se la predicazione apostolica ha un ruolo essenziale.
Osserviamo, inoltre, che Pietro deve cedere
all’evidenza delle cose, quando afferma: «In
verità sto rendendomi conto che Dio non fa
preferenza di persone». Anche i pagani
hanno diritto di ascoltare la Parola, di accedere alla fede in Cristo e di ricevere il battesimo.
Inoltre, è degno di nota il fatto che soggetto
del verbo “evangelizzare” è Dio in persona:
è lui, solo lui, che nella mentalità di un giudeo-cristiano come Pietro può assicurare il
dono della pace all’umanità peccatrice.
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ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
4. Tra Gesù e Giovanni, come riferisce
l’evangelista Matteo, si intreccia un sorta di
dialogo dal quale, con sufficiente chiarezza,
emergono le intenzioni di ambedue: quella
di Giovanni, che non si ritiene degno di amministrare un battesimo di penitenza al Figlio di Dio, e quella di Gesù che, invece,
vuole sottomettersi a questo rito penitenziale.
Abbiamo già accennato all’intenzione di
Gesù di volersi presentare come solidale con
il peccato del mondo proprio mentre chiede
con insistenza a Giovanni di essere battezzato. Ora però dobbiamo mettere in luce
altre finalità annesse a questo gesto.
«Lascia fare per ora, perché conviene che
così adempiamo ogni giustizia». Gesù infatti
è stato mandato per realizzare la salvezza
che viene da Dio: è di questo che si tratta
quando si parla di “giustizia”. Potremmo
dire che nel piano di Dio entra anche questo
momento, un po’ misterioso ma comunque
necessario, della vita terrena di Gesù.
Detto questo, ecco che si realizza una teofania: «Si aprirono i cieli e Giovanni vide lo
Spirito di Dio scendere come una colomba e
venire su di lui». Non si tratta, dunque, di
un semplice battesimo di penitenza, ma di
una vera e propria consacrazione di Gesù in
vista della sua missione di salvatore.
Scendendo su Gesù, prima ancora che risuoni la voce dal cielo, che è la voce del
Padre, lo Spirito Santo ne rivela la natura
divina.
Infine, risuona la voce dal cielo che dice:
«Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale
mi sono compiaciuto». È dunque Dio padre
che riconosce in Gesù di Nazaret il figlio suo
prediletto, cioè unico. Nello stesso tempo,
Dio Padre dichiara il suo compiacimento in
colui che realizza in se stesso l’identità tra
«figlio» e «servo»: due titoli che, mentre in
ebraico sono inclusi nello stesso termine
‘ebed, nella lingua greca sono distinti. In
essi possiamo riconoscere la natura divina e
la natura umana di Gesù.
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
Un battesimo “speciale”
Alcune vite sembrano segnate. Non sappiamo da chi e perché. Ma iniziano in
salita, senza colpa di nessuno. Dio terrà conto delle circostanze.
Mi hanno chiesto di battezzare un bambino
dell’est. Coloro che mi chiedevano il
battesimo non erano i genitori del bimbo,
ma i loro nonni. Ho chiesto qualche notizia
chiarificatrice. Così ho scoperto che solo la
nonna era la vera nonna e aveva legami con
il bimbo. Venuta in Italia per lavorare, si
era portata dietro la creatura.
Il figlio, papà del bimbo, glielo aveva
affidato; la madre del bambino non era in
grado di accudire a lui, anzi si opponeva a
ogni rito religioso. Chi si dichiarava nonno
in realtà era il convivente della nonna.
Ho avuto un po’ di perplessità per una
situazione complicata e precaria. Ho
tentato qualche obiezione, ma ho ceduto
alle insistenze della nonna.
I vecchi preti erano più decisi:
aggregavano alla Chiesa cattolica, non
negando il battesimo a nessuno,
confidando poi nella Provvidenza.
Ho chiesto per il battesimo una grande
festa in parrocchia: ho invitato a pregare
per quella creatura (al suo nome Ivan ho
aggiunto quello di Pietro) che dalla vita
aveva avuto poco. Genitori distanti, una
mamma anaffettiva, nessun parente e
nessun amico. Gli era rimasta una nonna, in
un paese straniero: lei stessa in situazione
di precarietà.
Nelle nostre catechesi facciamo appello ai
grandi temi della pastorale. Sappiamo
bene che il battesimo ci rende persona
nella Chiesa e che la preparazione al
sacramento è un percorso da vivere dagli
adulti o dai genitori dei neonati. Lo
chiamiamo catecumenato ed è ritornato in
voga, considerata la scarsità di attenzione
per chi è stato battezzato nella Chiesa. Una
riscoperta da fare dopo anni di
trascuratezza.
In occasione del battesimo facciamo regali,
festa, foto, sottolineando i valori della
sequela del Signore: ma per Ivan Pietro che
succederà?
Non so se avrà la sufficiente serenità per
vivere, per superare la mancanza della
mamma; se troverà nella vita una decorosa
sistemazione.
Ho pregato intensamente ricordando le
parole di Gesù, attento agli orfani, perché
già ai suoi tempi, erano creature fragili e a
rischio.
Alcune vite sembrano segnate. Non
sappiamo da chi e perché. Ma iniziano in
salita, senza colpa di nessuno. Un mistero
questo più profondo del male stesso. Non
solo non avere pari opportunità della vita,
ma non averne affatto. Dio, nella sua
saggezza, terrà certamente conto delle
circostanze. Nel frattempo la vita sarà
certamente problematica e infelice.
Ma almeno Ivan Pietro ha avuto una nonna.
Ho battezzato un bambino senza nessuno;
proprio nessuno. Ho chiesto nella messa
domenicale chi volesse fare da padrino e
madrina per non lasciarlo solo. Si sono
presentati in quindici. Ho scritto tutti i loro
nomi nel registro dei battesimi, con
indirizzo e numeri di telefono. Non avendo
nessuno, un domani quel bimbo avrà la
possibilità di appellare a un padrino o una
madrina. Quegli adulti potranno
veramente essere di sostegno spirituale e
materiale, compiendo la vera missione di
padrinato.
Saranno come padri e madri, attenti alla
creatura che hanno assistito, proprio
perché non ha nessuno.
Vinicio Albanesi
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MASSIMO GRILLI
Atti degli Apostoli
Il viaggio della Parola
Parola Spirito e Vita
Convegno di Camaldoli 2012
L’
itinerario guida alla comprensione e
all’approfondimento degli Atti degli
Apostoli, attraverso le conferenze che l’autore
ha tenuto al 31° convegno di Parola Spirito e
Vita, svoltosi a Camaldoli (AR) dal 25 al 29
giugno 2012. Il cofanetto abbina rigore
scientifico e chiarezza espositiva, per un
ascolto interessante e piacevole a un tempo.
«LETTURA DELLA BIBBIA»
Cofanetto CD/MP3 - € 19,20
Edizioni
Dehoniane
Bologna
Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna
Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299
www.dehoniane.it
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nota introduttiva
2ª domenica
tempo ordinario
tutte le messe lo ripetiamo, ma , forse, è
I nproprio
questa apparente notorietà a fare
da velo a una piena comprensione dell’espressione, così consueta ai nostri orecchi e così
rara nella Scrittura, di “agnello di Dio”.
Nella frase: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29), il quarto
vangelo concentra tutta la testimonianza di
Giovanni Battista. Lo indica anche il particolare che il detto, nella sua prima parte, viene ripetuto anche il giorno dopo (Gv 1,36). Il vangelo di Giovanni richiama più volte il battesimo di Giovanni Battista, anzi, unico fra tutti
gli evangelisti, riporta il fatto che Gesù stesso
battezzava in modo simile al Battista (Gv 3,22).
In quelle pagine non si dice però mai in modo
aperto che Gesù stesso fosse stato battezzato.
Anche la scena in cui lo Spirito discende in
forma di colomba non è descritta direttamente: è solo riferita attraverso le parole di
Giovanni Battista. In questo quadro, si deve
concludere che non è il battesimo compiuto al
Giordano a produrre un autentico perdono dei
peccati.
Da sempre ci si è interrogati sul significato da
attribuire al verbo reso in italiano con «togliere». Il greco airō è dotato di una pluralità di
sensi. Esso può voler dire “sollevare”, “assumere”, “prendere su di sé”, “togliere” e “portar
via”. Nel quarto Vangelo questi ultimi due significati si incrociano fino quasi a congiungersi. In esso si parla di Gesù come pastore che
dà la vita per le proprie pecore, avendo il potere di darla e di riprenderla: «Nessuno me la
toglie (airō), ma io la do da me stesso» (Gv
Anno A
19 gennaio 2014
Is 49,3.5-6
Sal 39
1Cor 1,1-3
Gv 1,29-34
10,18). L’agnello toglie i peccati del mondo attraverso la spontaneità della propria offerta. Il
pastore non solo – come ama ripetere papa
Francesco – fa proprio l’odore delle pecore, egli
va oltre, diventando in proprio figlio del
gregge. L’immagine antica del “buon pastore”
che porta sulle spalle l’agnellino si fa più radicale. Colui che guida il gregge si trasforma in
agnello; lo fa non perché vinca la morte, ma
perché ci sia la vita: «Il ladro non viene se non
per rubare e distruggere, io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Quanto è detto all’inizio del quarto vangelo
trova corrispondenza alla fine nel ripetuto rimando all’agnello pasquale sottinteso al racconto della passione. Gesù muore alla Parasceve, alla stessa ora in cui nel tempio si stava
immolando l’agnello pasquale; dopo la sua
morte, vi è un richiamo esplicito a questa identificazione; infatti ciò è avvenuto perché in lui
si compisse la Scrittura secondo la quale non
gli deve essere spezzato alcun osso (Gv 19,36;
Es 12,46). Tutto allora fu compiuto (Gv 19,30).
Tuttavia, è anche vero che nel vangelo e nella
liturgia si usa un presente “toglie” e non già un
passato remoto “tolse”. Come ha osservato Origene, ciò può significare che l’Agnello è «colui
che continua a togliere». Tutto è già avvenuto
in lui, ma è proprio grazie a quell’atto che il
perdono dei peccati può continuare a compiersi in noi. Per questo motivo ripetiamo
quelle parole ad ogni messa prima di accostarci al suo corpo e al suo sangue.
Piero Stefani
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messaggio biblico
Se si accoglie il Figlio…
Il nocciolo del messaggio di questa domenica lo possiamo cogliere nell’espressione
del versetto all’Alleluia: «A quanti lo hanno
accolto ha dato il potere di diventare figli di
Dio». È un versetto che appartiene al prologo del quarto vangelo e che dice con
estrema chiarezza che Gesù salvatore è un
dono squisito della divina bontà, ma esso attende di essere accolto nella fede e nella vita
di ogni uomo.
Quali sono le condizioni per diventare davvero ciò che siamo predestinati ad essere:
cioè figli adottivi di Dio padre? Possiamo
dire che la condizione è una sola, quella che
Giovanni il battezzatore indica nella pagina
evangelica, quando esclama: «Ecco l’agnello
di Dio, colui che toglie il peccato del
mondo».
1. Il profeta Isaia ci offre uno di quei “canti
del Servo sofferente di JHWH” che appartengono alla terza parte delle profezie di
Isaia e che, secondo gli studiosi, assai probabilmente risalgono al tempo in cui gli esiliati stavano per ritornare in patria: ritorno
amaro, dopo un triste periodo passato in
terra d’esilio, ma anche ricco di speranza per
le prospettive che si aprono dinanzi ad un
popolo che ha dovuto subire il castigo dell’esilio, ma non ha perduto la sua primogenitura.
Il Servo è chiamato “Israele” perché in effetti
è al popolo eletto che, in prima battuta, cioè
in senso letterale, si riferisce il canto: per
questo Israele viene presentato da Dio come
lo strumento ideale per rivelare la sua gloria, cioè la sua presenza salvifica nella storia. Il Dio d’Israele, per mezzo di Israele suo
popolo, è il salvatore di tutti i popoli.
Il destino o, meglio, la missione di questo
“servo” è segnato fin dal seno materno:
segno che tutto risale alla volontà di quel
Dio che non solo ha manifestato la sua prov30
ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
videnza verso Israele, ma si cura del bene
spirituale di tutti i popoli, come si legge nel
profeta Amos: «Non siete voi per me come
gli etiopi, figli d’Israele? Non sono io che ho
fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i filistei da Caftor, gli aramei da Kir» (11,7 ).
Tale missione consiste, in primo luogo, nel
ricondurre Giacobbe a Dio e nel riunire
Israele al suo Signore: la prospettiva universale nulla toglie a quella particolare. È l’unico
Dio che agisce a favore di tutti e a tutti garantisce la sua protezione, a tutti indistintamente offre il dono della sua salvezza.
In forza della missione che gli è affidata e
che egli svolgerà nella pienezza del tempo
(raggiungiamo così il significato tipologico
o messianico della profezia), il “servo” diventerà “luce delle nazioni”, allo scopo di
«portare la salvezza di Dio fino all’estremità
della terra». Bando perciò ad ogni pretesa di
particolarismo o nazionalismo, la salvezza
di Dio non è un bene catturabile da pochi o
privatizzabile da alcuni: essa è tale da rivelare la natura stessa di Dio.
2. Il salmo responsoriale è uno di quelli che
gli studiosi hanno caratterizzato come
«salmi di fiducia». Per la sua portata escatologica e messianica esso viene utilizzato dall’autore della lettera agli Ebrei per descrivere
la vera natura della missione di Gesù. Non
dobbiamo dimenticare che le espressioni del
salmo l’autore della lettera le attribuisce a
Cristo che entra nel mondo, cioè in riferimento all’incarnazione.
Siamo perciò in grado di leggere le varie
espressioni del salmo in riferimento al futuro Messia. È lui stesso che parla quando si
legge: «Sacrifici e offerte non gradisci, gli
orecchi mi hai aperto». Gli “orecchi” aperti
alludono all’ascolto, ma la traduzione greca
parla di “corpo” e intende certamente fare
riferimento all’offerta di se stesso che Gesù
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messaggio biblico
ha iniziato nascendo e ha portato a compimento nella sua Pasqua.
È sempre il futuro Messia che dichiara la sua
disponibilità a fare la volontà di Dio quando
si legge: «Non hai chiesto olocausti o vittime
per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io
vengo!».
È il futuro Messia che dichiara: «Mio Dio,
questo io desidero: la tua legge è nel profondo del mio cuore»: la missione del Messia, prima di ogni altra sua manifestazione,
consiste nella piena e continua adesione alla
volontà del Padre.
Infine, è il Messia che profeticamente definisce la sua missione quando si legge: «Ho
annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; Vedi, non tengo chiuse le mie labbra, Signore, tu lo sai».
3. La seconda lettura ci propone l’inizio della
prima lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani
di Corinto, ma non si tratta di un semplice saluto convenzionale. Qui Paolo dichiara di essere apostolo, cioè «inviato di Gesù Cristo per
volontà di Dio». Nello stesso tempo, si presenta alla comunità locale di Corinto nella
quale riconosce «la Chiesa di Dio».
Sono degne di nota queste espressioni dell’apostolo Paolo, soprattutto se le leggiamo
nella luce dei decreti del concilio Vaticano
II, soprattutto della costituzione dogmatica
Lumen gentium sulla Chiesa, che ci ha donato la teologia della Chiesa particolare.
Ma l’accento va posto soprattutto sul fatto
che, per Paolo, la Chiesa locale è espressione
autentica della Chiesa universale. In essa infatti «viene invocato il nome del Signore nostro Gesù Cristo», quel nome che viene invocato da molti altri credenti «in ogni luogo».
«Grazia a voi e pace»: l’augurio finale non
vuole essere altro che un’invocazione a Dio
affinché a quanti hanno ascoltato la predicazione dell’apostolo e hanno abbracciato la
fede in Gesù, Cristo e Signore, Dio conceda
tutti i doni desiderabili, segnatamente la grazia e la pace.
4. La pagina evangelica riferisce quanto
l’evangelista Giovanni conosce e desidera
trasmettere in riferimento agli inizi della
predicazione di Giovanni il battezzatore.
In effetti, noi qui possiamo mettere a fuoco
l’identità di Gesù attraverso la testimonianza
che ne rende Giovanni il battezzatore. Una
testimonianza articolata, alla quale non
sfugge alcun momento essenziale della missione di Gesù, una testimonianza degna di
fede che sarà avvalorata dal sangue del martirio.
Gesù è, anzitutto, l’agnello di Dio: ecco dunque chiaramente delineato il destino pasquale di Gesù. Egli, che è stato preannunciato da Isacco, dovrà essere incaprettato,
reso del tutto impotente dinanzi alla prepotenza dei potenti.
Gesù è colui del quale Giovanni ha voluto essere il precursore, venuto cioè per preparare
le strade al Salvatore mentre, secondo l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù è il nostro
precursore, colui che è salito al cielo a prepararci un posto «essendo divenuto sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedec» (cf. 6,20).
Gesù è colui che Giovanni non conosceva,
ma è stato inviato a battezzare per farlo conoscere a Israele: in effetti, Giovanni ha predicato solo in territorio giudaico e lo stesso
Gesù si limiterà a predicare nella terra
d’Israele (cf. Mt 15,24).
Gesù è colui al quale Giovanni rende testimonianza con queste parole: «Ho visto lo
Spirito scendere come una colomba dal cielo
e posarsi su di lui». È lo Spirito colui che,
con la sua presenza, viene ad autenticare il
ministero di Gesù, che è fatto di parole e di
opere, implica cioè il magistero e l’azione
taumaturgica.
Gesù è colui che battezza ormai non più con
un battesimo di penitenza, ma in Spirito
Santo, cioè opera una purificazione, non
solo rituale ma reale, reale benché sacramentale, in ordine alla nostra salvezza.
Gesù, dunque, per Giovanni il battezzatore
«è il Figlio di Dio». Questa è la sua prima ed
ultima identità che tutti devono riconoscere
se vogliono diventare partecipi della salvezza.
Carlo Ghidelli
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dal vangelo alla vita
Grandi ideali e piccole cose
Dio conceda a noi di accudire le cose nobili dell’anima, senza dover scadere
nella sopravvivenza del gabbiano o della pecora affamata.
Sulla collina che scende dolcemente verso il
mare, in un terreno incolto, spesso viene
trasportato un gregge a pascolare,
soprattutto nei mesi invernali. Sullo sfondo,
una casa abbandonata: molto grande, ma
praticamente crollata. Lo sguardo va verso
l’orizzonte dove il mare, di volta in volta,
sembra arrabbiato, dolce, bizzarro, dalla
colorazione che oscilla tra l’azzurro e il verde,
in una scala di sfumature infinita. Il mare
sembra parlarti perché è creatura vivente.
Non è mai lo stesso. Vorrebbe dirti molte
cose, ma è difficile comprendere il suo
linguaggio. Si intravvedono le montagne
dell’Abruzzo, con il grande promontorio del
Gran Sasso. Lui è fermo lì: è quasi sempre
grigio, anche se riesce a colorarsi raramente di
azzurrino. Le pecore fanno un solo mestiere:
brucano l’erba e si muovono alla ricerca di
quella fresca. Sono anche tenere.
Accudiscono ai loro figliolotti: sono utili
perché producono latte prezioso e lana. Sono
docili, anche se non tutte e sempre. Seguono
sempre un conduttore, coscienti di dover
vivere in gruppo. Sbandano ogni tanto perché
facilmente impressionabili. Il pastore è un
povero figlio, dalla pelle arrossata che sta in
piedi con lo sguardo fisso nel vuoto, con in
testa sempre un berretto di lana. È un
salariato. Ne prendono di sempliciotti, perché
non è facile rimanere ore e giorni a guardare
animali che danno più retta ai cani che a te.
Non leggono e non parlano. Muti nei loro non
pensieri. Destinati ad essere mercenari e non
pastori. I cani sorvegliano il gregge e sono
pure cattivi e pericolosi.
Sulla collina volteggiano, quando il mare è in
burrasca, i gabbiani. Volano alti, con le loro ali
bianche e il silenzio dei loro giri. Non si fanno
avvicinare: si richiamano tra loro con gridolini
incomprensibili alle nostre orecchie.
Sono belli a vedere. Vanno in alto, scendono
in basso; il becco fa da timone, anche loro alla
ricerca del cibo.
Vederli a terra è un’altra cosa. In genere
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ascolto e annuncio
15 dicembre 2013 - n° 2
cercano il loro cibo in mare. Ma con il mare
mosso si dirigono verso la terra ferma e
arrivano a cibarsi di tutto ciò che trovano,
anche nelle discariche; non disdegnano
nemmeno le carcasse di altri animali. Allora
cambiano volto. Non sono più animali simili
ad angeli, che volteggiano nel cielo, ma rapaci
aggressivi e sporchi che si muovono maldestri
sulla terra.
Vorresti vederli volare sempre, desiderando
di volare anche tu verso la luce, nella
limpidezza dell’aria pulita e trasparente.
Ma non è così. La vita delle pecore e dei
gabbiani è anch’essa fatta di cose materiali,
prima fra tutte il cibo: è essenziale, perché,
senza di esso, non ci sarebbe vita.
Ritornano le parole della Scrittura a ricordarci
di essere limitati: “la tenda d’argilla opprime
la mente piena di preoccupazioni”. È la
condizione di tutti, frammista tra grandi
ideali e piccole cose. Indispensabili entrambe
per vivere dignitosamente.
Il problema è trovare equilibrio. Ma non tutto
è a disposizione delle buone volontà.
Circostanze, luoghi, persone, avvenimenti
investono la vita, anche senza responsabilità
personali. Dio conceda di accudire le cose
nobili dell’anima, senza dover scadere nella
sopravvivenza del gabbiano o della pecora
affamata.
Vinicio Albanesi
AT TUALITÀ PASTORALE
supplemento al n. 45 - 15/12/2013
settimanale - anno 48 (68)
Tariffa R.O.C.: Poste Italiane s.p.a.
Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46)
art. 1, comma 1, DCB Bologna
direz. e redazione: v. Scipione Dal Ferro, 4
40138 Bologna - tel. 051/3941511
Stampa: Italiatipolitografia - Ferrara
Reg. Trib. di Bologna - n. 3238 del 22-12-1966
Dir. resp.: Lorenzo Prezzi
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