SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 1 2 anno A supplemento a Tempo di natale Santa Famiglia Madre di Dio 2a D o m e n i c a d o p o N a t a l e Epifania – Battesimo di Gesù 2a D o m e n i c a T e m p o O r d i n a r i o n. 45 del 15/12/2013 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 2 Un quadro “divino-umano” “è una questione di forze”: di quelle S ichediràreggono il cosmo alla luce dei corpi celesti; di quelle che ci fanno vicini oppure allontanano dalle persone e dai luoghi che amammo, da noi stessi persino; di quelle che muovono la nostra esistenza secondo le leggi di una gravità imponderabile. Prese per se stesse, di qualunque natura esse siano, queste forze non possiedono valore, neppure possiamo chiamarle se non le si elevi a concetto, se non riconosciamo loro le qualità dell’azione con scaturigini, conseguenze e soggetti operanti; se, in altri termini, non le rapportiamo ai moti della coscienza. Potremo affermare, allora, che l’azione del saluto, contrariamente a quanto si creda, non è cosa da poco dacché, pur nella ripetitività con cui il gesto viene accolto e ricambiato, sfida gli attriti degli egoismi, spezza le resistenze dei malumori, coinvolge noi e le sfere dei nostri sentimenti nel virtuoso vortice del rispetto reciproco. Ad esso il Nuovo Testamento collega i primi eventi del dramma cristologico: il saluto dell’angelo Gabriele è l’invito alla “gioia messianica”; la visitatio di Maria ricolma di Spirito Santo la cugina Elisabetta; l’intera umanità nella rappresentanza delle sue classi polarmente opposte, i pastori prima e i magi dopo, è chiamata a recarsi a Betlemme per adorare il re dei giudei, il Salvatore, il Cristo Signore. Quale saluto più solenne di questo? Non sorprende, dunque, che l’adorazione dei magi sia stata oggetto di rappresentazione già dai primi secoli. L’arte paleocristiana elaborò il tema nel segno della divinità del re dei re (rex regum), mutuandolo dalla scultura romana che nei rilievi degli archi di trionfo raffigurava la processione dei barbari orientali recanti tributi all’imperatore. Anche l’arte cristiana orientale ha messo in risalto questo aspetto, ritraendo i magi distesi in proskynesis così come dettava il cerimoniale di corte bi2 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 zantino per il saluto al sovrano. Nel XV secolo, nel Norditalia, l’adorazione venne adottata da facoltosi mercanti e da banchieri emergenti per decorare addirittura intere cappelle perché celebrassero i fasti della famiglia cui essi appartenevano. Ne sono esempi la cappella Bolognini, nella basilica di San Petronio a Bologna, e quella più tarda di Borromeo Vitaliano, in Santa Maria al Podone di Milano. Negli stessi anni, a Firenze, le casate più potenti della città, gli Strozzi prima e i Medici poi, colsero l’occasione di farsi ritrarre tra le figure del corteo adorante: la forza economica diventava, pertanto, levatura morale e questa, alla luce di un’investitura divina, garanzia di affidabilità polica. Se i Medici commissioneranno a Benozzo Gozzoli i magnifici affreschi della Cappella dei magi, Palla di Nefri Strozzi decide di affidare a Gentile da Fabriano, artista tra i più sopraffini del gotico internazionale, la realizzazione della sublime pala dell’Adorazione, un tempo nella chiesa vallambrosiana della Santa Trinità e oggi alla Galleria degli Uffizi. Si tratta di un’opera elaboratissima che assorbì il maestro fabrianese dal 1420 al 1423. Del resto, il committente era uomo sofisticato, culturalmente esigente, frequentatore dei discepoli di Coluccio Salutati. In uno spazio tutto sommato ristretto rispetto alla parete di un palazzo o di una chiesa, Gentile riuscì comunque a realizzare un’opera sconvolgente per complessità e bellezza. Nella parte centrale, stesa su una superficie a scomparto unico e non più divisa come nei tradizionali polittici, è raffigurato il corteo ormai giunto al cospetto di Gesù, mentre, nella sezione superiore delle tre lunette, sfruttate a mo’ di predelle “incluse”, sono illustrati episodi che precedono il viaggio dei magi: l’avvistamento della stella sul monte Vettore, il viaggio verso Gerusalemme e, per ultimo, l’arrivo a Betlemme. Il primo piano e quello di fondo non SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 3 sono coordinati fra loro nel senso della prospettiva, ma accostati come campi tangenti, sviluppati su una superficie ribaltata verso lo spettatore secondo il principio per cui ciò che sta dietro, nella quinta scenica, in realtà sta sopra e quanto sta su è accaduto prima. Siffatta razionalizzazione dello spazio narrativo non è casuale, ma traduce fedelmente i passi fondamentali del credo cristiano: «In principio era il Verbo» (il prima), «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (il ribaltamento), «Padre nostro che sei nei Cieli» (guardiamo in alto, al Principio che ci precede e ci creò). Ciò che più sorprende è l’attenzione che Gentile presta al dato naturale. I fenomeni atmosferico-luminosi sono indagati con puntuale esattezza anche dove, per la perifericità della porzione di scena, ci si aspetterebbe una prestazione pittorica più corriva. Così, ad esempio, ispezionando con lenticolare attenzione la sezione che illustra il viaggio dei magi, scopriamo una nuvola velare appena il castello si vede in lontananza, anticipando, in tal senso, la prospettiva aerea leonardesca; notiamo gli alberi e il ponte levatoio “portare” le loro ombre secondo la direttrice dettata dalla luce della cometa; rimaniamo rapiti, guardando la predella in basso, dalla Natività, meravigliosa come mai se ne erano viste in Italia: la santa famiglia sosta in un casolare di campagna sottratto alle tenebre dalla luce lunare mentre, sul davanti, rifulge d’oro splendente il Gesù bambino. È uno dei primi veri notturni della storia dell’arte occidentale e anticipa, di qualche secolo, quell’altro meraviglioso di Guido Reni che tanto bene riuscì a immaginare il mistero della divinità incarnata nella persona del Figlio. Dalle decorazioni che corrono lungo gli sguanci dei portali sulla facciata del duomo di Orvieto, deriva, invece, l’idea affascinante della “cornice abitata”: le monofore intagliate sono decorate con specimina vegetali d’ogni sorta (dalle borragini ai crochi, dai giaggioli ai convolvoli e ai gigli), tratte probabilmente dal repertorio degli herbalia lombardi in uso presso i maestri e le botteghe. Trova spazio una profusione di osservazioni a carattere sociologico estremamente sottili: guarda con che fare civettuolo le levatrici alle spalle della santa famiglia sbirciano dentro la pisside recata in dono dai magi, o con quale premura lo stalliere si china a slacciare lo sperone di Baldassarre. L’apice viene comunque raggiunto nel prostrarsi di Gasparre. Il saluto che questi rivolge a Gesù ferma una scena familiare, umana, quotidiana, volutamente decentrata rispetto a quell’intarsio di presenze accalcate nel fasto delle sontuose vesti gotico fiorite, e di sguardi che un po’ si perdono nel vuoto e non guardano lì dove dovrebbero: verso «la luce degli uomini». Il re mago sembra fare il solletico al piede di Gesù il quale poggia la sua manina sul capo pelato dell’anziano prostratogli innanzi. In questo donarsi reciproco di teneri gesti è l’admirabile commercium, il meraviglioso scambio che illumina di speranza il nostro destino. «La Verità è germogliata dalla terra» (Sal 84,12): dal grembo di Maria, Dio si è fatto uomo per insegnarci la sua Parola, per guidarci da vicino nel cammino di salvezza, evocati a sé con la forza centripeta del suo amore che ci unisce in Chiesa cattolica. Dio si è fatto bimbo per lasciarsi accogliere dai nostri cuori senza riserve. Tonino Nuccio 3 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 4 nota introduttiva Domenica della S. Famiglia festa della Santa Famiglia presenta un L anucleo familiare in movimento. Quel che manca nel vangelo di oggi (Mt 2,13-15.19-23) è proprio quanto è più comunemente associato alla famiglia: la casa. La dimensione domestica (da domus) non si attaglia alla vita iniziale della famiglia di Gesù. Per noi abitanti di un mondo pieno di gruppi familiari in continuo spostamento e spesso in fuga, ciò rappresenta un monito. Non siamo noi residenti in case confortevoli a essere i più vicini a Gesù. Tornano in mente alcuni versi preposti da Primo Levi al suo Se questo è un uomo che qui trascriviamo con volontarie modifiche: Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questa è una famiglia che vive o muore per un sì o per un no detto dagli scafisti. Tuttavia Giuseppe, Maria e Gesù non vanno davvero raminghi e smarriti verso una terra straniera. Fuggono da una minaccia, ma così facendo si inseriscono ancora di più nella storia del proprio popolo. Il loro, più che uno sradicamento, è un mobile radicamento. Letta da questo punto di vista, la loro condizione di transfughi è meno desolata di quella di tanti gruppi familiari in fuga oggi che troppo spesso divengono frantumati e divisi proprio a motivo degli spostamenti a cui vanno incontro alcuni dei loro membri. L’episodio della fuga in Egitto è introdotto e concluso da due ordini per alcuni aspetti simili e, per altri, di segno inverso. Dapprima l’angelo, ri4 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 Anno A 29 dicembre 2013 Sir 3, 3-7.14-17 Sal 127 Col 3,12-21 Mt 2,13-15.19-23 volgendosi a Giuseppe, gli dice: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto» (Mt 2,13); alla fine, invece, gli comanda: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va nel paese d’Israele» (Mt 2,20). Si fugge verso l’Egitto, si va verso la terra d’Israele. Nel discendere verso l’Egitto e nel risalire verso la Giudea la “santa famiglia” ripercorre la via che fu già dei patriarchi: «Dio disse a Israele in una visione nella notte: “Giacobbe, Giacobbe!”. Rispose: “Eccomi”. Riprese: “Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te una grande nazione”» (Gn 46,2-3). In Matteo è netta perciò la prospettiva del ritorno, nell’unica terra su cui Gesù avrebbe potuto svolgere la propria missione e compiere il suo buon annuncio. Nel detto di Osea «dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1; Mt 2,15) vi è, nel suo congiungere i due Testamenti, un duplice adempimento delle Scritture che attribuisce – sia pure in modo diverso – la condizione di figlio sia a Gesù sia a Israele. È però pur vero che, una volta tornato in Giudea, Giuseppe deve prendere atto che le minacce dei potenti di questo mondo non sono terminate. Archelao non è più affidabile di suo padre Erode. La famiglia è obbligata a partire di nuovo, sia pure in direzione opposta a quella di prima per trovare rifugio nella periferica Galilea (Mt 2,2223). Questa “immigrazione interna” la porta a Nazaret, villaggio mai nominato nell’intero Antico Testamento. Sarà proprio da quella periferia che comincerà l’annuncio, ancora una volta itinerante, della buona novella del Regno. Piero Stefani SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 5 messaggio biblico Una famiglia “icona” Gesù, Giuseppe e Maria, nelle letture bibliche di questa domenica, sono, ad un tempo, icona della famiglia ideale e oggetto di persecuzione. Forse questo contrasto è un’indicazione dell’ambivalenza di ogni famiglia terrena. Da un lato, in essa si vivono i sentimenti più profondi e gli eventi più significativi, ma anche i drammi più tremendi. Indubbiamente, dalla celebrazione eucaristica oggi riceviamo tanta luce sia per mettere la Sacra Famiglia di Nazaret al posto che si merita per considerarla non solo come modello da imitare, ma anche come sorgente di grazia cui attingere. Nello stesso tempo, veniamo avvertiti circa le immancabili difficoltà che ogni famiglia incontra e deve affrontare nel corso più o meno lungo della sua storia. 1. La pagina, tolta dal libro del Siracide, a ben considerare, non è altro che un’attualizzazione del quarto comandamento: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), e come il comandamento portava con sé la promessa: «perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio», così anche qui troviamo una serie di promesse che conviene esaminare al dettaglio. Alcune promesse sono in perfetta linea con quella del libro dell’Esodo, come l’affermazione che «chi onora la madre è come chi accumula tesori»; oppure l’affermazione che «chi onora il padre avrà gioia nei figli». Su questa linea si comprende l’esortazione che segue: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita». Proprio in questa pagina ricorrono espressioni nuove sulle quali dobbiamo fermare la nostra attenzione, Infatti, all’inizio si legge: «Chi onora il padre espia i peccati» e alla fine si ripete: «Poiché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà compu- tata a sconto dei peccati». Se le parole hanno un senso e se non vogliamo renderle del tutto insignificanti, dobbiamo convenire su un punto: che tra i dieci comandamenti questo è l’unico che reca con sé una promessa così impegnativa. Ma questa è parola di Dio, è parola promissoria e noi sappiamo che Dio è sempre fedele alle promesse che fa. Non abbiamo forse motivo di chiederci che ne abbiamo fatto di questo comandamento e come mai l’abbiamo svilito tanto? Il motivo forse sta anche nel fatto che non crediamo alla promessa di Dio. 2. Il salmo responsoriale in piena consonanza con il libro del Siracide parla non più di promesse, ma di benedizione. Cominciando dal ritornello che recita: «Vita e benedizione nella casa che teme il Signore». «Vita e benedizione»: la benedizione di Dio porta o riporta la vita in chi si apre al suo dono. Dobbiamo rilevare che non si tratta più solo del rapporto figli e genitori, ma la prospettiva si allarga all’intera famiglia; per cui si accenna pure a marito-moglie. È della “casa” che il salmo intende parlare, cioè di tutti i rapporti che si intrecciano all’interno di una famiglia. Se ci chiediamo che cosa implica essere benedetti dal Signore e che cosa reca con sé la benedizione di Dio non facciamo fatica ad ammettere che, quando Dio benedice una persona, la purifica da ogni colpa, la rende sua amica e la salva. Benedicendo, Dio entra da salvatore nella vita di una persona. Dovremmo imparare a non svilire il gesto benedicente di Dio, nostro salvatore. Impressiona il passaggio finale: «Così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion!». Il passaggio dal futuro all’ottativo la dice lunga sulla fede di Israele: per questo popolo, ma oggi 5 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 6 messaggio biblico anche per noi, ogni promessa non può non tradursi in un dono: un dono con il quale il Signore Dio rivela la sua onnipotenza. 3. L’apostolo Paolo, in questa pagina della sua lettera ai cristiani di Colossi, presenta interessanti variazioni sul tema. Ovviamente, l’apostolo intende fondare le sue esortazioni finali sulle solide basi della fede in Cristo: fede che, di sua natura, vuole trovare piena espressione nella nostra condotta di vita. Attenti, dunque, perché questa verità regge e sorregge tutto il discorso che segue. Siamo eletti, santi e amati da Dio: per questo dobbiamo «rivestirci di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza». Da quello che Dio ha fatto per noi dipende il nostro codice di comportamento, non solo verso di lui, ma anche tra di noi. Siamo stati perdonati dal Signore: per questo anche noi dobbiamo perdonare, ponendo al di sopra di tutto «la carità che è il vincolo della perfezione». Ricordiamo che la carità, secondo la testimonianza dell’apostolo Pietro, ha il potere di rimettere una moltitudine di peccati (cf. 1Pt 4,8). La parola di Dio dimora tra noi abbondantemente: per questo dobbiamo ammaestrarci e ammonirci reciprocamente «con ogni pazienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali». A nulla varrebbero le nostre esortazioni fraterne se non sono fondate e ispirate dalla parola di Dio che sola è capace di illuminare le nostre menti e le nostre strade. Ora possiamo inquadrare le esortazioni finali, rivolte alle mogli e ai mariti, ai figli e ai padri nel loro alveo naturale che è quell’etica evangelica che affonda le sue radici nel mistero pasquale di Cristo Signore: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù…; pensate alle cose di lassù non a quelle della terra» (Col 3,1-3). 4. L’evangelista Matteo racconta alcuni momenti della vicenda storica della fami6 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 glia di Nazaret con la duplice apparizione dell’angelo del Signore a Giuseppe. Sono sostanzialmente due gli aspetti di questo racconto evangelico: due momenti che si intrecciano tra di loro e non devono essere separati. Da un lato, l’evangelista Matteo vuole dirci che anche la famiglia di Nazaret ha dovuto passare attraverso alcune prove molto dolorose, come la fuga in Egitto e la permanenza forzata in terra straniera. Un dolore che non riguarda solo la famiglia di Nazaret, ma travolge anche altre famiglie, se ricordiamo che lo stesso Matteo, proprio in questa stessa pagina del suo vangelo, si incarica di narrare anche la strage degli innocenti (cf. 2,16-18). Alla sofferenza del Messia si aggiunge la sofferenza del popolo: infatti, il progetto salvifico di Dio coinvolge sia il capo sia le membra, sia il Messia sia il popolo messianico. D’altro lato, Matteo ci ricorda che, pur tra grosse difficoltà, i tre della famiglia di Nazaret, attraverso la mediazione di Giuseppe, sono stati illuminati e guidati dalla divina provvidenza. Ben due volte Giuseppe riceve in sogno indicazioni precise e dettagliate su come deve comportarsi, dove deve andare e quando deve ritornare in patria. È un modo molto semplice ed efficace per dire che è sempre e solo Dio che guida i passi dei suoi fedeli e, per mezzo di loro, manifesta la sua presenza al mondo. Un’ultima annotazione riguarda il fatto che in tutto quello che accade, secondo la fede dell’evangelista e della comunità giudeo-cristiana cui appartiene, si realizzano le profezie del Primo Testamento, in una continuità ideale e reale che noi accogliamo come chiave di lettura della storia dell’umanità. E ciò è vero non solo per quanto si legge nei vv. 15 e 23, ma anche e soprattutto perché dall’intero racconto di Mt 2,1323 si evince con estrema chiarezza che Gesù, fin dall’infanzia, realizza e rivive in se stesso l’esperienza storica del popolo di Israele perseguitato, esiliato e liberato. Carlo Ghidelli SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 7 dal vangelo alla vita Una famiglia “santa” Nel silenzio del quotidiano molte famiglie esprimono il loro amore nei momenti lieti e nelle prove difficili, anche senza speranza. Erano venuti a trovarci una mattina. Sul cortile, dopo aver parcheggiato l’automobile, l’uomo fece scendere lentamente una donna. Ambedue sui sessant’anni. Ci mise del tempo prima di sistemare la moglie in carrozzina. Non li conoscevo. Andando loro incontro, chiesi chi fossero e come mai erano da noi. L’uomo rispose che erano di passaggio: avevano sentito parlare di noi e avevano voluto conoscere la comunità. Mi resi subito conto che la donna aveva una malattia neurologica: non muoveva gli arti; il viso aveva sussulti di spasmi; mancava il coordinamento della bocca e degli occhi. Stentava a fissare lo sguardo, non parlava. L’uomo continuò a parlarmi di loro. Venivano dalla Toscana; la signora era sua moglie ed era affetta da SLA (Sclerosi laterale miotrofica). Sapevano bene che non c’erano medicine; l’unica risposta era starle accanto; un po’ di riabilitazione; molta attenzione, perché non prendesse malattie virali quali raffreddore, polmonite, tutto quanto potesse incrinare il già precario equilibrio. Anch’io conoscevo bene la malattia: nella nostra zona seguiamo molte persone in riabilitazione. Anche in casa qualcuno ha la SLA. Un morbo pericoloso, infido e vigliacco. Lentamente si perdono le funzionalità periferiche di mobilità, fino a toccare la parola e la respirazione. Si vive fino a che non sono intaccati gli organi vitali (cuore, polmoni, fegato, reni). Il resto è un lentissimo degrado verso la morte; nessuno sa dirti né quando, né come. Li invitai a pranzo. A tavola spiegai loro chi eravamo, cosa facevamo. Mi venne spontaneo dire a quell’uomo che potevamo far qualcosa per loro, offrendo, eventualmente, l’ospitalità. Egli mi guardò fisso; con parole severe rispose: “Lei è mia moglie. Ci vogliamo bene. Non l’abbandonerò mai. Sarò accanto a lei sempre e farò tutto quanto è necessario. Non sarà affidata a nessuno”. Mi spiegò come aveva organizzato la giornata; dalla sveglia, all’assistenza, al cibo e ai pochi momenti di svago. Rimasi come folgorato, senza parole. Incontrare donne che accudiscono il marito malato è più frequente. Più raro un uomo che accudisce la propria moglie. Ripenso spesso a quei due coniugi che non ho più rivisto. Una famiglia vissuta insieme che, nell’ora delle difficoltà, è rimasta unita, senza lamentele e senza abbandoni. Una santa famiglia. Come ce ne sono molte. Nel silenzio del quotidiano esprimono il loro amore nei momenti lieti e nelle prove difficili, anche senza speranza. Esempi che permettono ad un paese di rimanere diritto nelle difficoltà e nelle crisi. Climi che si respirano fin da bambini e che, da adulti, danno equilibri che permettono di affrontare la vita e proseguire la storia. Valori e virtù troppo dimenticati: frutto di coerenza e di dirittura morale. Pagati con sacrificio, senza rivendicazioni e senza enfasi. Il patrimonio vero di civiltà e di fede. Qualcosa che sembra non commisurabile in ricchezza, ma che è il substrato sul quale si fonda e si sviluppa una nazione. La santa famiglia di Nazareth era così: migliore e simile alle nostre molte famiglie che penano con alto senso di dignità, ringraziando Dio per quanto è stato loro concesso. Vinicio Albanesi 7 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 8 ANNAMARIA CORALLO Atelier della Bibbia Dal tessuto della Scrittura al vestito della Parola PRESENTAZIONE DI MASSIMO GRILLI C he cosa hanno in comune creare un abito e comprendere la Bibbia? Come un breve corso di «sartoria biblica», il libro propone un itinerario lineare ed efficace per apprendere un processo interpretativo. È rivolto ai gruppi biblici, ai centri di ascolto del Vangelo, ai gruppi liturgici, ai catechisti, agli operatori pastorali e a quanti desiderano divenire lettori consapevoli della Bibbia, perché il «tessuto della Scrittura» possa farsi «Parola da indossare» per la vita di ogni giorno. «PEDAGOGIA DELLA FEDE» pp. 88 - € 9,80 DELLA STESSA AUTRICE LE CHIAVI DI CASA LABORATORIO DI FORMAZIONE BIBLICA DI BASE pp. 96 - € 8,80 Edizioni Dehoniane Bologna Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299 www.dehoniane.it SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 9 A CURA DI SALVATORE FERDINANDI Memoria e profezia per testimoniare la carità N el corso di un trentennio (1971-2001) alla guida di Caritas Italiana si sono succeduti tre direttori: Giovanni Nervo, Giuseppe Pasini ed Elvio Damoli. Il DVD è una testimonianza della carità vissuta in modo profetico dentro eventi e cambiamenti che hanno fortemente segnato quel tempo. Accanto ai direttori vengono presentate sei figure – Maria Teresa Tavassi, Roberto Rambaldi, Silvio Tessari, don Ruggero Di Piazza, Alfonso Canale, Silvana Piccinini – che hanno condiviso il servizio agli ultimi. «FEDE E ANNUNCIO» DVD+libretto pp. 16 - € 15,00 DELLO STESSO CURATORE LA GRAMMATICA DELLA CARITÀ DALL’ASSISTENZA ALLA CONDIVISIONE NEL PENSIERO DI GIUSEPPE B. PASINI pp. 400 - € 25,00 Edizioni Dehoniane Bologna Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299 www.dehoniane.it SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 10 nota introduttiva Maria santissima Madre di Dio l primo gennaio è, a un tempo, capodanno meno comunemente percepito, otItavae, come del Natale. Questa seconda componente fa sì che il vangelo di oggi parli della circoncisione di Gesù. Al pari di ogni altro ebreo, anche il figlio di Maria è stato infatti circonciso all’ottavo giorno: «Questa è l’alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua [di Abramo] discendenza dopo di te: sia circonciso ogni maschio» (Gn 17,10; cfr. Lv 12,3; Fil 3,5). La seconda lettura odierna ci comunica questa duplice realtà affermando che, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo «nato da donna, nato sotto la Legge» (Gal 4,4). Paolo si preoccupa poco della vicenda umana di Gesù, ma qui con un breve cenno è come se riassumesse quanto Luca espone nel corso dei primi due capitoli del suo Vangelo: il Figlio di Dio è nato da una donna ed è vissuto da ebreo. All’inizio del terzo vangelo si parla per due volte, in modo esplicito, di circoncisione: una riguarda Giovanni, l’altra è riservata a Gesù. Sono riti consueti e ripetitivi eppure capaci di aprirsi al nuovo e all’inatteso. Un’idea di ciò può darla l’uso ebraico – tuttora in vigore – che dà spazio nel corso del rito della circoncisione alla sedia di Elia, l’immediato annunciatore dei tempi messianici (cf. Ml 3,23-24; Sir 48,10). Ogni nuovo bambino può diventare, infatti, il messia d’Israele. Luca racconta proprio questa storia. Nel modo in cui il terzo vangelo descrive la circoncisione di Giovanni è inscritta già la volontà di presentarlo come il “precursore”, vale 10 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 Anno A 1° gennaio 2014 Nm 6,22-27 Sal 66 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21 a dire di prospettarlo come colui che prepara la strada a chi deve venire. Un compito che, in modo differente e meno legato a una specifica persona, vale per ognuno di noi all’inizio del nuovo anno: occorre preparare le vie perché Dio possa continuare a compiere le sue opere di salvezza. Non sta a noi portarle a compimento, tocca a noi aprire itinerari. Nel corso del rito a cui è sottoposto il bambino, il padre di Giovanni, Zaccaria, riacquistata all’improvviso la parola, pronuncia un inno – il Benedictus – che trae buona parte della sua linfa dai suoi riferimenti al rito della circoncisione: «Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo nostro padre» (Lc 1,72-73). L’espressione “alleanza santa” è un modo per indicare la circoncisione, segno di un patto che, iniziatosi in Abramo, si prolunga di generazione in generazione: «così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne quale alleanza perenne» (Gen 17,13). La circoncisione di Gesù non fu accompagnata da alcun inno, ma fu un atto consueto e normale, comune a ogni ebreo. Per noi essa, nel suo semplice aver luogo, è segno efficace che le promesse di Dio si realizzano in virtù della fedeltà all’alleanza. Innanzitutto, da parte del Signore stesso, ma poi anche di coloro che, nel passare del tempo e nello svolgersi della storia, prolungano i segni dell’alleanza di generazione in generazione o – per essere più consoni alla giornata odierna – di anno in anno. Piero Stefani SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 11 messaggio biblico Maria fra cielo e terra Il primo giorno dell’anno civile la Chiesa lo dedica alla memoria della divina maternità di Maria. Viene spontaneo chiederci il perché. Forse il motivo principale, come emerge anche dalla liturgia che stiamo celebrando, sta nel fatto che Maria in quanto madre di Dio, dopo Cristo e insieme a Cristo, è il ponte di collegamento tra cielo e terra… La divina maternità di Maria costituisce il principale mistero mariano che sta alla base di ogni riflessione teologica su Maria come pure della devozione mariana. Opportunamente perciò l’antifona d’inizio recita: «Ti salutiamo, o Madre santa: tu hai dato alla luce il Re che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno!». 1. Dal libro dei Numeri la liturgia odierna sceglie una pagina singolare, nella quale viene tramandata una benedizione speciale: quella che il sacerdote Aronne e i suoi figli devono pronunciare sui figli del popolo eletto per assicurare loro i favori divini. Benedizione e maledizione, nella mentalità semitica, sono capaci di produrre favori o disgrazie. Quando esse sono legate a superstizione o sono slegate da una fede genuina e sincera, possono essere considerate del tutto inefficaci perché salgono solo da sentimenti umani, spesso ispirati da odio viscerale o da amore smodato. L’origine e la sorgente della benedizione è sempre e solo Dio: «Ti benedica il Signore e ti protegga». A partire da questo atto di fede, il credente invoca la benedizione di Dio in tutta umiltà e fiducia, senza pretese o false certezze. Ci affidiamo sempre e solo alla sua infinita bontà, non potendo avanzare alcun merito personale o di gruppo. Allora ogni sua benedizione per noi sarà anche una gradita sorpresa. Benedicendo il suo popolo, il Signore gli rivela, almeno in parte, il suo volto e la sua volontà di salvezza: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio»: il dono che si invoca e si riceve è anzitutto di ordine spirituale e religioso. Da benedetti nel Figlio benedetto noi possiamo sperimentare la sorprendente ricchezza di un Dio che ha deciso di rigenerarci a vita nuova. Con la sua benedizione il Signore assicura al popolo il dono più prezioso che possa essere desiderato, la pace, che è la sintesi di tutti i beni: «Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace». Chi è benedetto da Dio sa di dover vivere in pace anche con i fratelli e le sorelle nella fede. Con la benedizione è intimamente legata anche l’imposizione delle mani, rito antichissimo con il quale si intende simboleggiare la discesa delle grazie divine, segnatamente la discesa dello Spirito Santo, su coloro che si aprono alla ricezione del dono. Ecco come termina il testo biblico: «Così porranno il mio nome sugli israeliti e io li benedirò». “Porre il nome” su qualcuno è un modo per dire che Dio si rende presente: il nome, infatti, sta per la persona di Dio. Viene così richiamata la presenza di Dio nell’arca dell’alleanza sulla quale scendeva la colonna di nube. 2. Il salmo responsoriale riprende e sviluppa il tema della benedizione, quasi con le stesse parole del Levitico: «Dio ci benedica con la luce del suo volto» (ritornello). Vi si aggiunge però qualche elemento nuovo, che aiuta a mettere a fuoco ulteriormente il nostro discorso. Anzitutto la prospettiva universalistica: «perché si conosca sulla terra la tua via, fra tutte le nazioni la tua salvezza». Quando Dio benedice, fosse anche nel contesto limitato della liturgia ebraica, non lo fa ad esclusivo beneficio del suo popolo, ma intende far arrivare la sua benedizione a tutti. «Esultino le genti e si rallegrino, perché giudichi i popoli con giustizia, governi le na11 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 12 messaggio biblico zioni sulla terra»: in altri termini, nei confronti del suo popolo e di tutti i popoli della terra, il Signore non si limita a benedire, ma pure esercita la sua giustizia: una giustizia divina e perciò intrisa di misericordia, ma pur sempre una giustizia vera e propria. Il salmo termina con due verbi ottativi: «Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti. Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra». Qui la prospettiva universalistica e quella israelitica si ricongiungono mirabilmente e noi veniamo educati a tenerle sempre unite. 3. L’apostolo Paolo, in questo brano estratto della sua lettera ai cristiani della Galazia, richiama il mistero del natale di Gesù, ma lo fa con accenti del tutto personali che noi cercheremo di interpretare nel pieno rispetto della sua prospettiva. Egli parla anzitutto della «pienezza del tempo»: qui e ora Dio intende visitare il suo popolo a beneficio dell’intera umanità. Questo è il suo kairòs che, nella celebrazione liturgica, non si ripete, ma si attualizza per la potenza vivificante dello Spirito Santo. Poi Paolo fa risalire l’evento all’iniziativa di Dio: «Dio mandò il suo Figlio». Prima che figlio di Maria, Gesù è Figlio di Dio: in lui Dio si rivela nella sua inesauribile paternità. Solo ora l’apostolo scrive «nato da donna»: alludendo chiaramente a Maria di Nazaret. In Maria Gesù prende un volto umano, diventa in tutto simile a noi, eccetto che nel peccato (cf. Eb 4,15). Ciò che avvenne in quel tempo, con il concorso della sola donna, avvenne proprio per noi «perché ricevessimo l’adozione a figli». In qualche modo, in questo giorno celebriamo anche noi il nostro natale, perché siamo stati predestinati ad essere figli di Dio: siamo figli nel Figlio. Alla fine Paolo sembra voler trarre una conclusione nella quale veniamo trascinati anche noi. Egli, infatti, parla anche di una missione dello Spirito Santo nei nostri cuori. Ci sarebbe molto da riflettere sul fatto che l’apostolo abbina la missione dello Spirito alla missione del Figlio. Al natale di Gesù nella carne per opera dello Spirito Santo e di Maria, non è affatto azzardato ab12 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 binare il nostro natale alla grazia, per opera dello Spirito Santo e della Chiesa. Anche noi perciò, come Gesù e dopo Gesù, possiamo parlare con Dio, rivolgendogli il dolce titolo di abbà, babbo. 4. L’evangelista Luca, nella pagina evangelica, racconta nei minimi dettagli la visita dei pastori al neonato Messia. Possiamo anche indulgere nel considerare il quadro bucolico creato dall’evangelista ma non dobbiamo fermarci ad esso perché in effetti Luca sta per consegnarci un messaggio del tutto singolare. In effetti, i pastori non appaiono solo come visitatori, ma anche come annunziatori di quello che avevano visto e soprattutto di quello che era stato detto loro: «Dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro». Le loro parole suscitano una duplice reazione: la prima in una folla anonima, ma non insensibile, che si lascia prendere dallo stupore, che è l’atteggiamento di chi avverte e riconosce la presenza di Dio in ciò che sta accadendo. La seconda reazione alle parole dei pastori è quella di Maria, la madre di Gesù, la quale «da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore»: nel silenzio, ma anche nella piena consapevolezza del mistero del quale è resa partecipe, Maria cerca di capire come possa accadere un evento così straordinario, proprio mediante la sua personale partecipazione. La pagina evangelica termina con il racconto della circoncisione di Gesù: un rito scontato, previsto dalla legge per ogni neonato maschio. Ma perché Gesù ha voluto sottoporsi a questo rito? Anzitutto, perché la circoncisione era il rito per mezzo del quale si entrava a far parte del popolo eletto: in questo modo Gesù diventava ebreo a pieno titolo, cosa di cui egli si glorierà. Ma anche perché in essa si riceveva un nome: Gesù, cioè salvatore, come disse l’angelo a Giuseppe, secondo Mt 2,21: «Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Carlo Ghidelli SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 13 dal vangelo alla vita Mamme “forti” Molte mamme assomigliano alla Madonna: piene di fede, di attenzioni, di coerenza nelle loro vocazioni di donne forti e coraggiose, resistenti e umili. Conosco la famiglia da molti anni. Il babbo faceva il falegname; quattro figli maschi, bravi ragazzi, la mamma ha accudito tutti e cinque da sempre. Ora il papà è un po’ malconcio. Oltre le difficoltà dovute all’età, non sta molto bene di testa. Bisogna guardarlo come un bimbo. Il secondo dei figli, Piergianni, da piccolo ha avuto una grande febbre con le convulsioni. Fisicamente è un leone, di testa invece segue le cose a suo modo. È irrequieto, cammina tutto il giorno, parla solo con mugugni, bisogna seguirlo. Se non lo accontenti, si arrabbia. Ora è grande, ma è come fosse rimasto bambino. Fa i capricci e pure i dispetti. La mamma ha coinvolto tutta la famiglia nei confronti di questo fratello. Oggi è sfinita: cerca una soluzione per lui, soprattutto quando lei non ci sarà più. È giusto, secondo lei, che i fratelli facciano la loro strada. Piergianni è un problema vero, costante, quotidiano: assorbe energie, vuole attenzione, non lo si può lasciare solo. Sarebbe capace – come è già successo – di vagare per le strade, percorrendo chilometri. Capisce le cose; per questo occorre stare accanto a lui con saggezza, ma non riesce a connettere i ragionamenti. Tutto un istinto, con una irrequietezza che nessun farmaco è riuscito a placare. Chissà che cosa è avvenuto nel suo cervello con quella febbre. La mamma è una donna forte è semplice. Ha vissuto intensamente la sua famiglia; ad essa si è dedicata, senza riserve e senza tener nulla per sé. Non solo ha accudito quel figlio sfortunato, ma ha coinvolto i fratelli perché gli volessero bene. Un grande lavoro di educazione e di fraternità. Una famiglia esemplare, il cui perno è stata la mamma. Nessuno l’ha mai esaltata; anzi, per le sue richieste è ritenuta importuna. Ma lei vuole che tutti i suoi figli siano in pace, con la loro strada e il loro futuro. Un paio si sono sistemati: è rimasto Piergianni, e Andrea, l’ultimo dei figli. Quando le parli, ti guarda con occhi stanchi, ma senza arrendevolezza. Vuole che per tutti i suoi figli ci siano sicurezze. Mi ricorda spesso la Madonna: una donna, chiamata ad una vocazione più grande di lei, ma che non ha rifiutato la missione. Ha seguito la strada che Dio le ha indicato, con dubbi e tremore, senza tirarsi indietro. Ha accudito quel figlio particolare che aveva concepito. L’ha seguito fino allo strazio della croce, ma ha continuato nel compito affidato a lei, accudendo gli impauriti discepoli riuniti nel cenacolo. Dio l’ha ricompensata e la tradizione vuole che sia andata in cielo addormentandosi. Aveva fatto il suo dovere fino in fondo, attraversando gioie e dolori. Molte mamme assomigliano alla Madonna: piene di fede, di attenzioni, di coerenza nelle loro vocazioni di donne forti e coraggiose, resistenti e umili. Non a caso tutte le creature umane invocano la mamma, anche quando non sarebbe più necessario chiamarla. Sono una sicurezza, una presenza consolatrice e rassicurante. Così è stato per Gesù: per questo la Madonna è la madre di tutti i viventi. Nel figlio di Dio ha vissuto la maternità di tutti i figli e le figlie del mondo. Vinicio Albanesi 13 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 14 nota introduttiva a 2 domenica dopo Natale a liturgia oggi ci porta di nuovo a pensare al mistero di Dio fatto uomo nel Figlio suo. Lo fa riproponendo alla nostra attenzione spirituale il prologo del quarto Vangelo (Gv 1,118). Attraverso esso, la lettura orienta il nostro cuore verso la prassi dell’accoglienza. «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). “Verbo” è una semplice traslitterazione italiana del latino Verbum, a sua volta traduzione del greco Logos. Se si abbandonasse questa consuetudine e ci si volgesse al termine Parola, la comprensione sarebbe subito orientata verso la sfera della comunicazione. Ciò farebbe comprendere l’affermazione (sulle prime quasi contraddittoria) secondo cui la Parola era sia presso Dio, sia Dio. “Presso” (in greco pros) attesta soprattutto un orientamento, un essere rivolto verso qualcuno. Per esprimerci in modo libero, si potrebbe perciò sostenere che «in principio» c’era “il colloquio” di Dio con se stesso. Il Verbo fattosi carne (Gv 1,14) significa, analogamente, che la Parola è sia presso gli uomini sia, a propria volta, uomo. Di nuovo colloquio, dunque? Sì, eppure non solo. Sì, perché l’incarnazione rappresenta la realizzazione massima della volontà di Dio di comunicare con le proprie creature fino al punto di condividerne l’esistenza. Agli esseri umani è dato, quando sono all’altezza di quel che è a loro richiesto, di avere com-passione dei loro simili; il che significa non già commiserarli, bensì prendere parte al loro sentire profondo. Tuttavia, alle creature umane è precluso di rap- L 14 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 Anno A 5 gennaio 2014 Sir 24, 1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18 portarsi all’altro fino al punto di identificarsi con lui pur rimanendo nel contempo se stessi. Vale a dire: a noi non è concesso di attuare un incontro assoluto senza scivolare nella con-fusione. Proprio così è invece avvenuto nella Parola fattasi carne (si pensi alla formula di Calcedonia). Ma se le cose stanno in questo modo, perché prospettare anche l’ombra di un “no” rispetto all’attuazione del colloquio più profondo tra Creatore e creatura? Perché la Parola ha un amore così vero per le persone da lei create da porre al centro di tutto la libera accoglienza. La Parola si offre al fine di venire ospitata. Offrire non significa imporre. Colui per mezzo del quale sono state create tutte le cose si espone al rischio di venire respinto. Il prologo ci dice che si tratta di realtà e non già di pura ipotesi. Così è effettivamente avvenuto (Gv 1,11). Per il credente è una prospettiva dolorosa, eppure essa non deve far dimenticare che la libertà umana è una componente intrinseca alla volontà della Parola di farsi creatrice. Anche la negazione si presenta perciò come una paradossale conferma del desiderio di Dio di entrare in un vero colloquio con le proprie creature. Senza libertà nessun incontro è infatti autentico. Se Dio opera secondo questa logica, chi crede in lui è chiamato ad agire in modo simile. La prova di questo stile che si offre senza imporsi sta nella capacità di accoglienza di chi ci viene incontro, sia essa la Parola fattasi carne o siano i nostri fratelli e le nostre sorelle umani. Piero Stefani SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 15 messaggio biblico La Sapienza fatta “carne” La liturgia di questa seconda domenica dopo Natale si incarica di approfondire il mistero del Dio-fatto-uomo. E lo fa ricorrendo in prima battuta ad una delle più belle pagine della letteratura biblica sapienziale: quella nella quale la Sapienza divina si presenta come presente con Dio nel momento della creazione. La nostra meditazione cercherà di mostrare le sintonie che legano una lettura biblica all’altra e di mostrare, nello stesso tempo, come la luce che da esse si sprigiona si riflette in modo eccellente sul volto di Cristo Signore e Salvatore. 1. Il capitolo 24 del libro del Siracide contiene un «inno alla Sapienza» che non è facile capire e tuttavia è doveroso interpretare secondo le più elementari regole esegetiche. È necessario mettere a fuoco il concetto di “Sapienza” per arrivare a identificare il più possibile il personaggio di cui si parla. Dal modo con il quale se ne parla, si direbbe che siamo dinanzi ad una sorta di personificazione: la Sapienza, infatti, parla e dialoga con Dio, intimamente unita a Dio ma da lui distinta. Inoltre, la Sapienza agisce come tramite dell’unione tra Dio e gli uomini, esercitando una sorta di mediazione che conoscerà altre manifestazioni nel corso della storia della salvezza. «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo»: in primo luogo, si afferma il rapporto speciale tra la Sapienza e Dio stesso. Anche se il Primo Testamento non arriva a definire con esattezza questo rapporto, non v’è alcun dubbio tuttavia che tra la Sapienza e Dio, dalla cui bocca essa è uscita, sussiste una relazione intima e profonda, direi di quasi “connaturalità”. «Il creatore dell’universo mi diede un ordine. Il mio creatore mi fece piantare la tenda»: come prima la Sapienza ha posto la sua dimora nel creato, così ora pianta la sua tenda in seno al popolo eletto. Non solo, ma si dice pure che la Sapienza ha posto la sua tenda in Sion, ha potuto abitare nella città santa, in Gerusalemme. «Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità»: perciò, è sempre mediante la Sapienza che Dio si rende presente nel suo popolo, per poter manifestare in modo nuovo la sua volontà salvifica. L’insistenza con la quale il Siracide parla della tenda, ci fa pensare subito al prologo del vangelo di Giovanni, che viene proclamato in questa liturgia della Parola. Qui infatti si legge: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ora dobbiamo ricordare che l’espressione greca equivalente a «venne ad abitare in mezzo a noi» con più esattezza andrebbe tradotta «e pose la sua tenda (skenè) in mezzo alle nostre tende». 2. Il salmo responsoriale segue lo stesso schema binario che abbiamo colto nel libro del Siracide: solo che qui viene attribuito alla “parola di Dio” ciò che il Siracide dice della “Sapienza”. Possiamo certamente ritenere che, nell’unità della rivelazione biblica, le due espressioni si equivalgono e tendono a descrivere lo stesso mistero, la stessa persona. Anche qui si afferma che la parola di Dio corre veloce sulla terra e regge alcuni fenomeni atmosferici (neve, brina, grandine, gelo, vento e acque). Il creato costituisce la prima fondamentale manifestazione di Dio e l’atto della creazione la prima epifania del mistero di Dio. Anche qui si afferma che, nei confronti del suo popolo, Dio ha fatto qualcosa di eccezionale, che non ha fatto con tutti gli altri popoli. Egli infatti «annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi». Viene logico perciò considerare questo salmo come una lode che sale a Dio per la sua azione prodigiosa e paterna nei confronti di tutta 15 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 16 messaggio biblico l’umanità e, in particolare, nei confronti d’Israele, popolo eletto. In questo modo si afferma l’unità della storia della salvezza: non solo perché comprende il Primo e il Nuovo Testamento, ma anche, e soprattutto, perché si estende al popolo eletto e a tutti i popoli della terra. 3. Nella sua lettera ai cristiani di Efeso l’apostolo Paolo eleva un inno di lode a Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo: si direbbe che il modo migliore per parlare e per descrivere il mistero natalizio sia solo quello innico. Del resto, anche la pagina evangelica non è altro che un inno solenne che riporta l’evento del natale in terra al mistero del natale in cielo. «Benedetto sia Dio, che ci ha benedetti con ogni benedizione»: le benedizioni del Padre, perciò, arrivano sino a noi. Noi siamo “benedetti” nel “Benedetto”, cioè figli nel figlio di Dio fatto uomo. E lo siamo perché «in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità». Non solo, ma siamo anche «predestinati ad essere suoi figli adottivi». Certo, lo diventiamo mediante il battesimo, ma lo siamo da sempre, perché Dio padre ci ha pensati e voluti tali. Quando pensava alla missione del Figlio suo, Dio pensava anche a noi; quando decise l’incarnazione del Verbo pensò anche a noi; quando pensava alla tenda del Verbo, pensava anche alle nostre tende. «A lode e gloria della sua grazia». In questa semplicissima espressione l’apostolo Paolo concentra il senso ultimo del suo pensiero, cioè l’orientamento e la direzione del progetto di Dio: il riconoscimento che quanto egli opera con la sua grazia, oltre che gratificarci personalmente, ridonda a lode e gloria della sua maestà. All’inno di lode Paolo fa seguire un rendimento di grazie, convinto com’è che ciò che egli, come evangelizzatore, ha potuto fare a beneficio dei cristiani di Efeso è solo ed esclusivamente opera di Dio. La loro fede e l’amore che si scambiano induce l’apostolo a ringraziare Dio. Nello stesso tempo si augura, e lo chiede espressamente a Dio, che ognuno di loro abbia a crescere in quello «spirito di sa16 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 pienza e di rivelazione» che solo è capace di farli crescere «in una più profonda conoscenza di lui». 4. La pagina evangelica ripropone il solenne prologo al quarto vangelo, che abbiamo già commentato, ma che ora – dentro il nuovo contesto liturgico – analizzeremo sotto altri aspetti. Ciò che abbiamo sentito dire della Sapienza (Siracide), della parola di Dio (Salmo responsoriale) e della benedizione (Paolo), ora, sotto altra luce e con altre espressioni, lo riascoltiamo dalla viva testimonianza del quarto evangelista. È bene partire dall’affermazione centrale: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La prospettiva dunque è quella dell’incarnazione del Verbo di Dio. L’evangelista Giovanni è stato in lunga compagnia con Gesù e lo ha seguito come suo discepolo ed apostolo. Ad un certo punto ha sentito il bisogno di chiedersi quale fosse l’origine di un uomo così straordinario, sia per quello che faceva sia per quello che diceva. La risposta ce la offre in questa sua pagina, che contiene, ad un tempo, un inno di lode e una testimonianza personale. Nell’inno l’apostolo affonda gli occhi della sua fede nel mistero trinitario per accennare ai rapporti tra il Verbo di Dio e Dio stesso: «In principio il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio». Nella sua qualità divina il Verbo è colui per mezzo del quale tutto è stato fatto. Nello stesso tempo «in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»: qui si registra il passaggio dalla sfera divina a quella umana. La testimonianza non è esattamente quella di Giovanni l’evangelista, ma quella di Giovanni il battezzatore. Egli si pone come lo spartiacque tra i due Testamenti (cf. Lc 16,16): egli non è la luce, ma la lucerna che si mette a servizio della luce, egli è l’uomo mandato da Dio come testimone. Giovanni sa, e lo dice espressamente, che solo Gesù è la luce vera, «quella che illumina ogni uomo». Come luce, Gesù è venuto per dare la vita a quelli che lo accolgono e per escludere dalla vita coloro che non l’accolgono. Carlo Ghidelli SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 17 dal vangelo alla vita Dio non è un “motore” Dio non è un elemento della natura, ma un padre: ai figli comunicherà la sua somiglianza, i suoi sentimenti, i suoi desideri. Tra le materie del liceo, per la storia della filosofia, abbiamo studiato grandi filosofi. Essi si sono posti il problema dell’origine del mondo, della razionalità umana, delle domande che ogni creatura intelligente si pone circa la sua origine e il suo futuro. Alcuni di questi filosofi oggi appaiono ridicoli: Anassimandro e Anassimene si erano inventati l’origine dell’universo e discutevano sugli elementi fondamentali della natura, quali l’acqua, l’aria, il fuoco. Parmenide si avvicinava lentamente all’idea di Dio: la verità, secondo lui, era qualcosa di unico, intero, immobile e ingenerato. Il modo di accedere a questa entità era la verità o l’opinione. Mentre la prima permette di capire qualcosa dell’eterno, la seconda è portatrice di menzogna. Pitagora parlerà di un fuoco centrale, madre dei viventi. Tentativi per riportare a unità le differenze e le similitudini che si sperimentano nelle persone. Il grande Platone riesce a elaborare una dottrina più raffinata che dia ragione delle idee che, al di là delle apparenze e delle esperienze, offrano un senso all’unità delle cose. Per questo distingue la sensazione legata all’esperienza dei sensi, a cui segue l’opinione (giudizio personale delle cose), per passare alla ragione (che collega i pensieri tra loro) e arrivare finalmente all’intelletto che permette di collegarsi direttamente con le idee. Ma sarà Aristotele che, per primo, parlerà di un motore immobile: non creato, ma capace di muovere il tempo e soddisfare il desiderio e l’intelligenza. È il dio che ha la capacità di essere desiderato, senza aver bisogno di nulla. In altra parte del mondo, le riflessioni di un piccolo popolo si muovono in tutt’altra direzione. Invece che con gli dei dell’antica Mesopotamia, il nuovo popolo stipula un patto con un Dio proprio che chiamerà JHWH e al quale si sentirà legato. La presenza di un inviato speciale, che si definirà suo Figlio, svelerà il volto di questo Dio. In questa rivelazione colpiscono due cose: la prima è che il fondamento del rapporto tra Dio e la creatura è frutto di relazione. La persona è il centro di questo rapporto. La conoscenza passa attraverso legami di rispetto, di riconoscenza, di amore filiale. La seconda caratteristica è che questo legame fa partecipare intensamente alla vita di Dio, sottolineando la comunanza tra sentimenti e verità umane e divine. Dio non è un motore, non è un elemento della natura, ma un padre: ai figli comunicherà la sua somiglianza, i suoi sentimenti, i suoi desideri. La creatura, collocata nel tempo e nello spazio, è limitata: nasce e muore, è virtuosa e viziosa, volonterosa e oziosa. Questo Dio, che ama la sua creazione, è disposto a perdonare, a incoraggiare, a non abbandonare nessuno perché crede fermamente nella felicità di tutte le sue creature. Non tratterà le persone come singole, ma le vorrà accudire come un popolo intero, che abbracci l’intera umanità, perché tutti si sentano fratelli e sorelle di un unico Padre. Non dà ordini perentori, ma chiama alla vita saggia e armoniosa, ponendo le attenzioni e gli impegni a una scala di valori orientata verso il cielo. Vinicio Albanesi 17 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 18 SERGIO BOCCHINI Parole per capirsi Religioni a confronto su trenta temi di attualità T renta temi di attualità, osservati dal punto di vista delle principali religioni del mondo: ebraismo, cristianesimo, islam, induismo e buddhismo. Talora il confronto evidenzia posizioni contrastanti e conflittuali, in altri casi fa risaltare una significativa sintonia, in altri ancora lascia intravvedere la possibilità di un cammino nuovo. Per offrire a chi ha a cuore il dialogo interreligioso l’opportunità di conoscere ragioni e parole degli altri. «RELIGIONE E RELIGIONI» pp. 176 - € 15,00 '&%$#"!% %$$$$""% $$$$%$$ SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.18 Pagina 19 ANGELO SCOLA Riforma della Chiesa e primato della fede Per un’ermeneutica del concilio Vaticano II N ella prolusione al Convegno internazionale «Il concilio ecumenico Vaticano II alla luce degli archivi dei padri conciliari» (3-5.10.2012), il card. Scola offre piste «per un’adeguata ermeneutica conciliare necessaria per comprenderne il processo di recezione». Alla luce della categoria di «riforma nella continuità» proposta da Benedetto XVI, sono letti tre snodi centrali del concilio: il rapporto tra l’elemento teologico e quello storico; l’indole pastorale del Vaticano II; l’intreccio tra «evento» e corpus dottrinale. «C AMMINI DI CHIESA» pp. 56 - € 5,00 NELLA GERARDO CARDAROPOLI IL CONCILIO VATICANO II L’evento i documenti le interpretazioni. NUOVA EDIZIONE EDB STESSA COLLANA pp. 160 - € 13,00 '&%$#"!% %$$$$""% $$$$%$$ SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 20 nota introduttiva Epifania del Signore è legata all’immagine P erdellatuttistella.l’Epifania I magi la vedono in Oriente e si muovono verso Occidente (Mt 2,1-2). Essa li chiama ad uscire dalla loro terra. Molti secoli prima anche Abramo si era mosso da est a ovest; partì dalla Mesopotamia per andare verso la terra di Canaan (quella che in seguito sarebbe stata denominata la terra d’Israele). A chiamarlo fuori fu però una voce: «Il Signore disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra”» (Gn 12,1). I magi invece non udirono: videro. Dall’epoca patristica in poi tante volte si è ripetuto che quella stella rappresenta il segno dell’implicito orientamento (ma qui bisognerebbe mutare il punto cardinale) delle genti verso Dio che ha rivelato la propria parola a Israele. Tuttavia, nel racconto evangelico, il cosmo parla in quanto non rimanda a se stesso e neppure a un Dio inteso come ultimo garante dell’armonia celeste e dell’ordine terrestre. Per Matteo il “libro della natura” è soltanto una traccia diretta verso un altro libro, quello della parola rivelata al popolo d’Israele. Secondo l’etimo, Epifania significa manifestazione dall’alto. Le stelle, per definizione, stanno sopra di noi; il senso ultimo del racconto matteano sta però nel dirci che la vera manifestazione non si trova nei cieli. Per scrutare l’astro i magi hanno dovuto volgere gli occhi all’insù; tuttavia la conclusione del loro percorso è legata a un movimento di segno opposto: «Entrati in casa videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e l’adorarono» (Mt 2,11). Si parte dal cielo sconfinato e, dopo un lungo cammino, si giunge a una mo20 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 Anno A 6 gennaio 2014 Is 60,1-6 Sal 71 Ef 1,3,2-3.5-6 Mt 2,1-12 desta casa. Si prendono le mosse da una grande stella e si termina il percorso prosternandosi di fronte a un bambino. Per concederci un neologismo, qui sembra di essere di fronte a una specie di batifania (manifestazione dal basso), o meglio, l’oggetto vero della manifestazione non è l’alto né il basso: è il percorso che attesta l’andamento in base al quale l’alto si curva verso il basso. Per comprendere quest’ultimo movimento non basta la stella, occorre che essa incontri la parola. Il libro della natura va coniugato con quello della Scrittura. Tuttavia, la narrazione matteana ci vuole anche ammonire che non è sufficiente saper leggere e interpretare la Bibbia: occorre viverla. I magi vanno da Erode per sapere dove nascerà il re dei giudei. Il sovrano si rivolge agli scribi; questi ultimi aprono il libro e affermano che il luogo di cui vanno alla ricerca è Betlemme: così, infatti, «è scritto» nel profeta Michea (Mt 2,5-6; Mi 5,1-3). Gli scribi sanno ma non riconoscono; sanno ma non escono da loro stessi. Nessuno di loro si muove in proprio verso Betlemme. Affermare che “noi” e non “loro” possediamo la parola rivelata, non aiuta a comprendere quel che Dio vuole da noi. Per conoscere quel che ci è chiesto, bisogna lasciare che la parola di Dio entri davvero in noi stessi. Non basta la natura, non basta il puro scritto, occorre che gli occhi che osservano il cielo e quelli che scrutano il libro si incontrino con orecchi capaci di autentico ascolto. Piero Stefani SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 21 messaggio biblico Il “re” si è manifestato La liturgia della Parola, nel giorno dell’Epifania di nostro Signore, inizia con un doveroso richiamo del mistero natalizio: «È venuto il Signore nostro re: nelle sue mani è il regno, la potenza e la gloria» (antifona d’inizio). Se fino ad ora il mistero del Natale è stato quasi nascosto dentro la piccola cerchia della Santa Famiglia di Nazaret e poco più, ora non può non manifestarsi al mondo. Epifania significa “manifestazione”: manifestazione del mistero nascosto da secoli in Dio, come afferma l’apostolo Paolo, e tuttora, in parte almeno, nascosto agli occhi del mondo. Per questo motivo la Chiesa ci invita a meditare sulle seguenti letture bibliche, alle quali affida il compito di chiarire in che cosa consiste e come noi dobbiamo intendere la manifestazione di Gesù al mondo. Se è un mistero, questo, esso ha da essere rivelato: siamo noi cristiani gli unici a possederne la chiave di lettura. 1. Il cap. 60 del libro di Isaia appartiene ad una raccolta di testi (Isaia 60-65) che, tra le altre caratteristiche, ha anche quella di uno spiccato universalismo. La profezia riguarda Gerusalemme, la città santa, ma la prospettiva è decisamente universalistica. Dinanzi alla possibilità di tornare nella terra promessa, mentre alcuni, con a capo Zorobabele, tornano effettivamente in Palestina per riabitare la terra, per ricostruire il tempio, per darsi un re e per poter praticare la Legge, altri vanno in diaspora, convinti di poter diffondere la fede nel vero Dio tra tutti i popoli. Gerusalemme non deve essere intesa come luogo terreno, ma come simbolo della comunità dei salvati, detta anche la “nuova Gerusalemme”: appunto perché in essa sono chiamati a coabitare e a proesistere uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione. «Rivestiti di luce, perché viene la tua luce». Nella prospettiva di un Israele, popolo missionario, si apre un periodo nuovo nella storia futura: la luce che gli è stata donata, Israele la potrà donare ad altri popoli. «Cammineranno i popoli alla tua luce»: Gerusalemme pertanto è meta di un lungo pellegrinaggio, è punto di convergenza per molti popoli, è leader di un cammino che è destinato a durare per sempre . «Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore»: Israele va incontro ai popoli, ma i popoli pure vanno incontro ad Israele portando doni: oro, incenso e mirra. Israele, dunque, mantiene la sua dignità di popolo eletto e, come tale, in qualche modo, viene riconosciuto dagli altri popoli: bellissima prospettiva ecumenica, nel senso più ampio del termine. 2. Il salmo responsoriale è uno di quelli che acclamano al re (i cosiddetti «salmi regali») e noi siamo certamente legittimati a riferirlo a Gesù, il neonato «re dei giudei». In esso vengono ribaditi quasi gli stessi concetti espressi dal profeta Isaia, sia pure con accenti diversi. In cima a tutti sta il re, al quale Dio dà il potere di esercitare diritto e giustizia: verso tutti, ma soprattutto verso i poveri, i suoi poveri, i «poveri di JHWH». Qui si apre una prospettiva molto bella e significativa: tra coloro che trarranno beneficio dalla venuta del Messia, soprattutto dal suo modo di giudicare, ci sono in prima fila i poveri. In questo modo comincia a delinearsi la figura del futuro Messia, il quale proclamerà beati i poveri (cf. Lc 6,20). Il suo dominio il futuro Messia lo eserciterà non con le guerre, ma per assicurare la pace. Egli sarà un re pacifico, cultore della pace ed evangelizzatore della pace (cf. Lc 4 e At 21 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 22 messaggio biblico 10,36). Se questa è la quintessenza della missione di Gesù, non può non essere anche l’essenza della missione della comunità di fede che a lui si ispira. Queste sue prerogative si trovano felicemente espresse negli ultimi versetti del salmo: «Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri». Dal Primo Testamento sappiamo che il grido dei poveri sale fino al trono di Dio e che, quando Dio ascolta questo grido, non può non intervenire per la liberazione dei poveri stessi. 3. L’apostolo Paolo, in questo stralcio della sua lettera ai cristiani di Efeso, parla del suo “ministero”, che si pone a servizio del “mistero”. Se è chiaro ciò che Paolo intende per “ministero”, forse non lo è altrettanto ciò che egli intende per “mistero”. Sappiamo tutti come Paolo si sia dedicato anima e corpo alla missione alla quale è stato chiamato fin dal suo primo incontro con il risorto Signore. Ma a che cosa egli intende riferirsi quando parla di “mistero”? Paolo comincia a dire che «questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni». Quasi con le stesse espressioni, Paolo scrive sullo stesso tema nella sua lettera ai cristiani di Colossi (3,24-29). Egli è pienamente consapevole della novità che caratterizza i tempi inaugurati dalla presenza di Gesù sulla terra. Al presente, invece, «il mistero è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito». Altra affermazione sorretta dalla certezza che anche lui, Paolo, appartiene al numero di coloro che sono stati scelti per essere testimoni e servitori del mistero. Questo mistero consiste nel fatto «che i gentili sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo»: ciò che sembrava assurdo al popolo eletto, ciò cui nessuno al mondo avrebbe potuto pensare costituisce invece il progetto di Dio, il quale vuole che 22 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cf. 1Tm 2,4). Quello che Paolo afferma in questo brano della lettera agli Efesini costituisce il nocciolo del suo “vangelo”, quello che gli è stato rivelato nel suo incontro con Gesù risorto (cf. Gal 1,15-16) e che egli mette a fuoco all’inizio della sua lettera ai cristiani di Roma (cf. Rm 1,1-7). 4. Infine, l’evangelista Matteo racconta la visita di alcuni magi al bambino Gesù nel quale riconoscono dapprima il re dei giudei e, alla fine, adorandolo, riconoscono come vero Dio. Il passaggio è molto importante: all’inizio essi sono stati guidati da una stella misteriosa che ha acceso in loro il desiderio della ricerca; alla fine, invece, essi «entrano nella casa e vedono il bambino con Maria, sua madre». Ora constatano ciò cui la stella alludeva, ora adorano colui che prima era solo oggetto di una ricerca. I magi sono personaggi che vengono dalle varie parti del mondo abitato: quindi rappresentano il mondo pagano (i gentili dei quali parla l’apostolo Paolo). Matteo, con questo episodio esclusivo del suo vangelo, intende certamente dire che non solo il popolo eletto, ma tutti i popoli di tutte le regioni della terra sono chiamati alla salvezza in Cristo Signore. Noi sappiamo per certo che, se qualcuno si salva, pur appartenendo ad altre religioni e professando un’altra fede, egli/ella si salva per mezzo di Gesù, che è l’unico salvatore di tutti gli uomini, di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Sembrerebbe che Matteo voglia dire che la vera Sion, monte verso il quale si danno convegno tutti i popoli per conoscere il loro salvatore, non è più Gerusalemme, ma Betlemme: ma questo è il suo modo per annunciare che tra il Primo e il Nuovo Testamento c’è, ad un tempo, continuità e discontinuità. È il suo modo per dire che la storia della salvezza, pur avendo conosciuto una tappa ristretta a favore del popolo d’Israele, ha raggiunto poi gli estremi confini della terra. Carlo Ghidelli SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 23 dal vangelo alla vita C’è bisogno di “luce” I re magi non si lasciano impressionare dalle apparenze, ma vanno alla ricerca della luce-verità. La vita è fatta di grandi orizzonti. È diventata prassi comune che la terza colonna dei principali giornali on line d’Italia sia dedicata al gossip: notizie piccanti, video di attrici e attricette al mare o altrove, stupidità sempre orientate a suscitare curiosità morbose. Questo fenomeno mi sembra abnorme, trattandosi di giornali seri che fanno opinione in Italia e che sono letti da milioni di persone, soprattutto adulte. Facevo questa riflessione ad alta voce in una conferenza pubblica sul tema delle relazioni tra genitori e figli adolescenti. Incoraggiavo i genitori a non scoraggiarsi, tenendo fermi due principi: stare accanto ai propri figli adolescenti, perché, al di là delle loro intemperanze e della loro voglia di staccarsi dalla famiglia, sono ancora piccoli; in secondo luogo, considerarsi riferimento di vita, con le proprie convinzioni e i propri valori. L’adolescenza è un’età transitoria, il giovane adulto e l’adulto stesso hanno bisogno di un patrimonio di idee forti con le quali affrontare la vita. Ritrovarsi con lo zainetto vuoto di convinzioni profonde e serie è estremamente pericoloso. Dopo il mio intervento, un giovane educatore, riprendendo le mie considerazioni, spiegava: anche le persone grandi d’età rischiano di rimanere adolescenti, senza diventare mai adulti. Riflettendo tra me ho considerato quella risposta esatta. Non tutti, infatti, riescono a riconoscere e a vivere ciò che è importante nella vita. Detto tutto ciò nella festa dell’Epifania ha senso. I re magi, venuti dall’oriente, riconoscono in quel bambino nato a Betlemme, con la guida della stella, la presenza di Dio sulla terra. Non si lasciano impressionare dalle apparenze (poche cose di una famiglia povera) ma vanno alla ricerca della luce-verità. Le cose quotidiane (casa, lavoro, parenti, amici, tempo libero) possono trarre in inganno: la vita è fatta di grandi orizzonti. La luce che illumina le menti. Che offre la via della vita. In quelle terze colonne on line si potrebbero mettere molte cose: un brano letterario, una canzone, una curiosità scientifica, un luogo d’arte, una visione del mare o delle montagne, una scena di guerra, un’azione missionaria. Nulla di tutto questo: prevale – direbbe il filosofo – la visione dei sensi, dimenticando le molte riflessioni da offrire a sé e agli altri. Le persone si meravigliano di una società decadente, affannata, triste e chiusa. Senza alzare lo sguardo al cielo o scendere nella profondità della propria anima che cosa ci si aspetta che rimanga? Piccole cose del trascinamento di sopravvivenza, nell’illusione che la materialità della vita dia soddisfazione al tempo che trascorre e alla vacuità dell’esteriorità. Corpi, bellezze, scarpe, borse, hitech sono giocattoli che non soddisfano: i desideri non si placano, perché è semplicemente sbagliata la domanda; per questo la risposta non sarà mai esaustiva. Sembra l’impazzimento di perenni adolescenti che guardano all’orizzonte, sognano ma non realizzano, perché rimangono puerili, sognatori e oziosi. Fortunati quanti hanno trovato la propria stella: non serve loro a superare le asperità del terreno, ma suscita il desiderio della meta per trovare la risposta alle loro ansie di pace. Vinicio Albanesi 23 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 24 nota introduttiva Battesimo del Signore storia del battesimo, termine greco che L acontiene in sé l’idea di immersione, si intreccia con quella delle abluzioni rituali che in Israele caratterizzavano la preparazione dell’offerta dei sacrifici da parte dei sacerdoti (cf. Es 40,12-15). Progressivamente le acque lustrali estesero il proprio simbolismo anche sul versante morale. La purificazione, oltre al rito, può perciò coinvolgere la sfera del peccato personale e collettivo. Il linguaggio profetico avrebbe adottato questa modalità di espressione: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati» (Ez 36,25). In questo riferimento, il lessico del rito viene dilatato fino a indicare una promessa di purificazione definitiva compiuta dal Signore stesso. A quanto ci è dato di comprendere, Giovanni Battista vedeva nel peccato, oltre a una trasgressione della Legge di Dio, una realtà che colpiva e ledeva l’intera persona. La maggior parte degli ebrei suoi contemporanei era convinta che il pentimento, seguito da un modo di agire conforme a giustizia, fosse un passaggio obbligato per ottenere la salvezza. Non tutti però ritenevano che questa pratica dovesse, secondo la proposta di Giovanni, essere accompagnata da un’immersione in acque purificatrici. Sembra perciò ragionevole concludere che il Battista credesse nell’esistenza di un’impurità conseguente al peccato che, al pari di tutte le altre, poteva essere eliminata solo grazie a un rito di purificazione. Secondo Matteo, Giovanni considerava il proprio battesimo preparatorio a un evento successivo; quest’ultimo però non sarebbe stato 24 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 Anno A 12 gennaio 2014 Is 42,1-4.6-7 Sal 28 At 10,34-38 Mt 3,13-17 contraddistinto dal perdono ma, al contrario, esso era prospettato come un tremendo giudizio escatologico: «Già la scure è posta alla radice degli alberi (…) colui che viene dopo di me, è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,10-12; cf. Lc 3,16-17). Ci si purificava al fine di evitare il giudizio; infatti, chi è giudicato è anche inevitabilmente condannato. Il messaggio originario di Giovanni sembra formulabile in questi termini: fatevi battezzare con acqua se volete scampare al fuoco del giudizio imminente. Se il battesimo di Giovanni ebbe davvero il senso escatologico di sfuggire all’ultimo giudizio, per quale ragione Gesù si fece battezzare nel Giordano? Aveva, forse, anche lui motivo di pentirsi? La risposta del vangelo a questo interrogativo si trova spostando l’accento su quanto avvenne a Gesù in quella circostanza: «Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”» (Mt 3,17). La voce dal cielo trasforma il battesimo da atto di penitenza in evento di consacrazione. L’attenzione ora si incentra su Gesù. Come ci ha ricordato l’antifona al Magnificat dei secondi vespri dell’Epifania, nel battesimo al Giordano la penitenza lascia il posto alla manifestazione. In luogo del giudizio Gesù porterà il buon annuncio: convertitevi e credete al Vangelo. Piero Stefani SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 25 messaggio biblico È Gesù che battezza Prima che Gesù dia inizio al suo ministero pubblico, è doveroso fare memoria del battesimo che egli ha voluto ricevere dalle mani di Giovanni il battezzatore. Sono molteplici i motivi per i quali Gesù ha voluto passare anche attraverso questo rito: non certo perché ne avesse bisogno, lui che in tutto è simile a noi eccetto che nel peccato (cf. Eb 4,15). Sottomettendosi liberamente al rito del battesimo di Giovanni il battezzatore, Gesù voleva, tra l’altro, manifestare la sua solidarietà con il peccato del mondo, lui che era senza peccato. L’apostolo Paolo, con un’espressione che rasenta l’eresia, arriverà addirittura a dire: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21). In effetti, il battesimo di Gesù costituisce la prima teofania: seguiranno la trasfigurazione di Gesù (Lc 9,35) e la parola che viene dal cielo, mentre Gesù sta entrando in Gerusalemme (Gv 12,28). Tre eventi straordinari, nei quali risuona sempre una voce dal cielo che tende a definire l’identità di Gesù, il prediletto del Padre e il messaggero della gioiosa notizia. 1. La pagina del profeta Isaia riporta uno di quegli inni che tendono a descrivere la figura del famoso «servo sofferente di JHWH». La Chiesa lo propone in questo contesto liturgico perché possiamo riconoscere nelle fattezze del servo sofferente quelle di Gesù di Nazaret e constatare che la storia di Gesù comincia ben prima della sua venuta sulla terra. Il servo sofferente, secondo Isaia, è colui che «Dio sostiene, l’eletto nel quale Dio si compiace», esattamente quello che afferma la voce dal cielo: la divina benevolenza (eudokìa) si riversa sul servo sofferente, figura e tipo del futuro Messia, il prediletto del Padre. Prima ancora che la volontà di Gesù si adegui a quella del Padre, è la volontà del Padre che si effonde nella persona e nella vita di Gesù. «Ho posto il mio spirito su di lui»: sul futuro Messia agirà lo Spirito del Signore con tutti i suoi doni: dalla sapienza alla fortezza, dal consiglio alla scienza, dall’intelletto alla pietà e al timor di Dio. Questo per dire che tra Dio e il futuro Messia c’è piena consonanza di intenti, totale condivisione dei progetti salvifici. «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata». La caratteristica principale del futuro Messia sarà la mitezza: egli verrà non per stravincere e umiliare i suoi avversari, ma per proclamare un “anno di grazia” (cf. Lc 4,19), cioè per offrire a tutti una reale possibilità di salvezza. 2. Il salmo responsoriale è un «inno di lode» a Dio creatore, colui che domina su tutto e manifesta la sua onnipotenza nella potenza di molte sue creature. È ritenuto uno dei salmi più antichi di tutto il salterio: esso esprime una religiosità semplice e immediata, che caratterizza la vita e la preghiera dei veri ricercatori di Dio. L’inizio suona come una grande convocazione affinché, con l’apporto delle varie creature, si formi un canto di lode che venga elevato a Dio per cantare la sua gloria: «Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza. Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti». Come in una grande orchestra, tutto è pronto per dare inizio al concerto. Poi, nella varietà degli apporti, inizia il «concerto cosmico» nel quale si intrecciano il fragore delle acque, lo schianto dei cedri, l’esultanza dei monti, le saette dei fulmini, 25 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 26 messaggio biblico il mormorio del deserto, le grida delle cerve e delle capre per il dolore del parto. Il tutto si sintetizza in un’unica espressione: “Gloria!”, elevata al Signore e creatore che sta seduto sull’oceano del cielo. Inserendo questo salmo nello schema liturgico di questa domenica, la Chiesa intende esaltare la potenza purificatrice delle acque battesimali che, sia pure in modo diverso e con diversa efficacia, agiscono nel battesimo di Giovanni e nel battesimo cristiano. 3. La seconda lettura è presa dal libro degli Atti degli apostoli, uno stralcio del discorso che l’apostolo Pietro pronuncia nella casa di Cornelio, centurione romano, dopo che questi si è convertito alla nuova religione insieme alla sua famiglia. Prima ancora che Cornelio e familiari ricevano il battesimo, preceduto dall’effusione dello Spirito Santo (cf. At 10,44-48), Pietro si incarica di inserire la vicenda di Gesù e di Giovanni nel quadro del progetto universale di Dio. Non è lecito separare ciò che Dio ha unito; occorre, invece, mettere ogni tassello della storia nel grande puzzle del disegno salvifico di Dio. Constatiamo anzitutto che, nella casa di Cornelio, accade una piccola ma autentica Pentecoste (10,44), detta “la Pentecoste delle nazioni pagane”, come già è accaduto (4,31) e come accadrà anche in seguito (11,15; 19,2). Per dire che, tutto quello che sta accadendo, accade per iniziativa di Dio, anche se la predicazione apostolica ha un ruolo essenziale. Osserviamo, inoltre, che Pietro deve cedere all’evidenza delle cose, quando afferma: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone». Anche i pagani hanno diritto di ascoltare la Parola, di accedere alla fede in Cristo e di ricevere il battesimo. Inoltre, è degno di nota il fatto che soggetto del verbo “evangelizzare” è Dio in persona: è lui, solo lui, che nella mentalità di un giudeo-cristiano come Pietro può assicurare il dono della pace all’umanità peccatrice. 26 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 4. Tra Gesù e Giovanni, come riferisce l’evangelista Matteo, si intreccia un sorta di dialogo dal quale, con sufficiente chiarezza, emergono le intenzioni di ambedue: quella di Giovanni, che non si ritiene degno di amministrare un battesimo di penitenza al Figlio di Dio, e quella di Gesù che, invece, vuole sottomettersi a questo rito penitenziale. Abbiamo già accennato all’intenzione di Gesù di volersi presentare come solidale con il peccato del mondo proprio mentre chiede con insistenza a Giovanni di essere battezzato. Ora però dobbiamo mettere in luce altre finalità annesse a questo gesto. «Lascia fare per ora, perché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Gesù infatti è stato mandato per realizzare la salvezza che viene da Dio: è di questo che si tratta quando si parla di “giustizia”. Potremmo dire che nel piano di Dio entra anche questo momento, un po’ misterioso ma comunque necessario, della vita terrena di Gesù. Detto questo, ecco che si realizza una teofania: «Si aprirono i cieli e Giovanni vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui». Non si tratta, dunque, di un semplice battesimo di penitenza, ma di una vera e propria consacrazione di Gesù in vista della sua missione di salvatore. Scendendo su Gesù, prima ancora che risuoni la voce dal cielo, che è la voce del Padre, lo Spirito Santo ne rivela la natura divina. Infine, risuona la voce dal cielo che dice: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». È dunque Dio padre che riconosce in Gesù di Nazaret il figlio suo prediletto, cioè unico. Nello stesso tempo, Dio Padre dichiara il suo compiacimento in colui che realizza in se stesso l’identità tra «figlio» e «servo»: due titoli che, mentre in ebraico sono inclusi nello stesso termine ‘ebed, nella lingua greca sono distinti. In essi possiamo riconoscere la natura divina e la natura umana di Gesù. Carlo Ghidelli SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 27 dal vangelo alla vita Un battesimo “speciale” Alcune vite sembrano segnate. Non sappiamo da chi e perché. Ma iniziano in salita, senza colpa di nessuno. Dio terrà conto delle circostanze. Mi hanno chiesto di battezzare un bambino dell’est. Coloro che mi chiedevano il battesimo non erano i genitori del bimbo, ma i loro nonni. Ho chiesto qualche notizia chiarificatrice. Così ho scoperto che solo la nonna era la vera nonna e aveva legami con il bimbo. Venuta in Italia per lavorare, si era portata dietro la creatura. Il figlio, papà del bimbo, glielo aveva affidato; la madre del bambino non era in grado di accudire a lui, anzi si opponeva a ogni rito religioso. Chi si dichiarava nonno in realtà era il convivente della nonna. Ho avuto un po’ di perplessità per una situazione complicata e precaria. Ho tentato qualche obiezione, ma ho ceduto alle insistenze della nonna. I vecchi preti erano più decisi: aggregavano alla Chiesa cattolica, non negando il battesimo a nessuno, confidando poi nella Provvidenza. Ho chiesto per il battesimo una grande festa in parrocchia: ho invitato a pregare per quella creatura (al suo nome Ivan ho aggiunto quello di Pietro) che dalla vita aveva avuto poco. Genitori distanti, una mamma anaffettiva, nessun parente e nessun amico. Gli era rimasta una nonna, in un paese straniero: lei stessa in situazione di precarietà. Nelle nostre catechesi facciamo appello ai grandi temi della pastorale. Sappiamo bene che il battesimo ci rende persona nella Chiesa e che la preparazione al sacramento è un percorso da vivere dagli adulti o dai genitori dei neonati. Lo chiamiamo catecumenato ed è ritornato in voga, considerata la scarsità di attenzione per chi è stato battezzato nella Chiesa. Una riscoperta da fare dopo anni di trascuratezza. In occasione del battesimo facciamo regali, festa, foto, sottolineando i valori della sequela del Signore: ma per Ivan Pietro che succederà? Non so se avrà la sufficiente serenità per vivere, per superare la mancanza della mamma; se troverà nella vita una decorosa sistemazione. Ho pregato intensamente ricordando le parole di Gesù, attento agli orfani, perché già ai suoi tempi, erano creature fragili e a rischio. Alcune vite sembrano segnate. Non sappiamo da chi e perché. Ma iniziano in salita, senza colpa di nessuno. Un mistero questo più profondo del male stesso. Non solo non avere pari opportunità della vita, ma non averne affatto. Dio, nella sua saggezza, terrà certamente conto delle circostanze. Nel frattempo la vita sarà certamente problematica e infelice. Ma almeno Ivan Pietro ha avuto una nonna. Ho battezzato un bambino senza nessuno; proprio nessuno. Ho chiesto nella messa domenicale chi volesse fare da padrino e madrina per non lasciarlo solo. Si sono presentati in quindici. Ho scritto tutti i loro nomi nel registro dei battesimi, con indirizzo e numeri di telefono. Non avendo nessuno, un domani quel bimbo avrà la possibilità di appellare a un padrino o una madrina. Quegli adulti potranno veramente essere di sostegno spirituale e materiale, compiendo la vera missione di padrinato. Saranno come padri e madri, attenti alla creatura che hanno assistito, proprio perché non ha nessuno. Vinicio Albanesi 27 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 28 MASSIMO GRILLI Atti degli Apostoli Il viaggio della Parola Parola Spirito e Vita Convegno di Camaldoli 2012 L’ itinerario guida alla comprensione e all’approfondimento degli Atti degli Apostoli, attraverso le conferenze che l’autore ha tenuto al 31° convegno di Parola Spirito e Vita, svoltosi a Camaldoli (AR) dal 25 al 29 giugno 2012. Il cofanetto abbina rigore scientifico e chiarezza espositiva, per un ascolto interessante e piacevole a un tempo. «LETTURA DELLA BIBBIA» Cofanetto CD/MP3 - € 19,20 Edizioni Dehoniane Bologna Via Scipione dal Ferro, 4 - 40138 Bologna Tel. 051 3941511 - Fax 051 3941299 www.dehoniane.it SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 29 nota introduttiva 2ª domenica tempo ordinario tutte le messe lo ripetiamo, ma , forse, è I nproprio questa apparente notorietà a fare da velo a una piena comprensione dell’espressione, così consueta ai nostri orecchi e così rara nella Scrittura, di “agnello di Dio”. Nella frase: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29), il quarto vangelo concentra tutta la testimonianza di Giovanni Battista. Lo indica anche il particolare che il detto, nella sua prima parte, viene ripetuto anche il giorno dopo (Gv 1,36). Il vangelo di Giovanni richiama più volte il battesimo di Giovanni Battista, anzi, unico fra tutti gli evangelisti, riporta il fatto che Gesù stesso battezzava in modo simile al Battista (Gv 3,22). In quelle pagine non si dice però mai in modo aperto che Gesù stesso fosse stato battezzato. Anche la scena in cui lo Spirito discende in forma di colomba non è descritta direttamente: è solo riferita attraverso le parole di Giovanni Battista. In questo quadro, si deve concludere che non è il battesimo compiuto al Giordano a produrre un autentico perdono dei peccati. Da sempre ci si è interrogati sul significato da attribuire al verbo reso in italiano con «togliere». Il greco airō è dotato di una pluralità di sensi. Esso può voler dire “sollevare”, “assumere”, “prendere su di sé”, “togliere” e “portar via”. Nel quarto Vangelo questi ultimi due significati si incrociano fino quasi a congiungersi. In esso si parla di Gesù come pastore che dà la vita per le proprie pecore, avendo il potere di darla e di riprenderla: «Nessuno me la toglie (airō), ma io la do da me stesso» (Gv Anno A 19 gennaio 2014 Is 49,3.5-6 Sal 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34 10,18). L’agnello toglie i peccati del mondo attraverso la spontaneità della propria offerta. Il pastore non solo – come ama ripetere papa Francesco – fa proprio l’odore delle pecore, egli va oltre, diventando in proprio figlio del gregge. L’immagine antica del “buon pastore” che porta sulle spalle l’agnellino si fa più radicale. Colui che guida il gregge si trasforma in agnello; lo fa non perché vinca la morte, ma perché ci sia la vita: «Il ladro non viene se non per rubare e distruggere, io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Quanto è detto all’inizio del quarto vangelo trova corrispondenza alla fine nel ripetuto rimando all’agnello pasquale sottinteso al racconto della passione. Gesù muore alla Parasceve, alla stessa ora in cui nel tempio si stava immolando l’agnello pasquale; dopo la sua morte, vi è un richiamo esplicito a questa identificazione; infatti ciò è avvenuto perché in lui si compisse la Scrittura secondo la quale non gli deve essere spezzato alcun osso (Gv 19,36; Es 12,46). Tutto allora fu compiuto (Gv 19,30). Tuttavia, è anche vero che nel vangelo e nella liturgia si usa un presente “toglie” e non già un passato remoto “tolse”. Come ha osservato Origene, ciò può significare che l’Agnello è «colui che continua a togliere». Tutto è già avvenuto in lui, ma è proprio grazie a quell’atto che il perdono dei peccati può continuare a compiersi in noi. Per questo motivo ripetiamo quelle parole ad ogni messa prima di accostarci al suo corpo e al suo sangue. Piero Stefani 29 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 30 messaggio biblico Se si accoglie il Figlio… Il nocciolo del messaggio di questa domenica lo possiamo cogliere nell’espressione del versetto all’Alleluia: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio». È un versetto che appartiene al prologo del quarto vangelo e che dice con estrema chiarezza che Gesù salvatore è un dono squisito della divina bontà, ma esso attende di essere accolto nella fede e nella vita di ogni uomo. Quali sono le condizioni per diventare davvero ciò che siamo predestinati ad essere: cioè figli adottivi di Dio padre? Possiamo dire che la condizione è una sola, quella che Giovanni il battezzatore indica nella pagina evangelica, quando esclama: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». 1. Il profeta Isaia ci offre uno di quei “canti del Servo sofferente di JHWH” che appartengono alla terza parte delle profezie di Isaia e che, secondo gli studiosi, assai probabilmente risalgono al tempo in cui gli esiliati stavano per ritornare in patria: ritorno amaro, dopo un triste periodo passato in terra d’esilio, ma anche ricco di speranza per le prospettive che si aprono dinanzi ad un popolo che ha dovuto subire il castigo dell’esilio, ma non ha perduto la sua primogenitura. Il Servo è chiamato “Israele” perché in effetti è al popolo eletto che, in prima battuta, cioè in senso letterale, si riferisce il canto: per questo Israele viene presentato da Dio come lo strumento ideale per rivelare la sua gloria, cioè la sua presenza salvifica nella storia. Il Dio d’Israele, per mezzo di Israele suo popolo, è il salvatore di tutti i popoli. Il destino o, meglio, la missione di questo “servo” è segnato fin dal seno materno: segno che tutto risale alla volontà di quel Dio che non solo ha manifestato la sua prov30 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 videnza verso Israele, ma si cura del bene spirituale di tutti i popoli, come si legge nel profeta Amos: «Non siete voi per me come gli etiopi, figli d’Israele? Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i filistei da Caftor, gli aramei da Kir» (11,7 ). Tale missione consiste, in primo luogo, nel ricondurre Giacobbe a Dio e nel riunire Israele al suo Signore: la prospettiva universale nulla toglie a quella particolare. È l’unico Dio che agisce a favore di tutti e a tutti garantisce la sua protezione, a tutti indistintamente offre il dono della sua salvezza. In forza della missione che gli è affidata e che egli svolgerà nella pienezza del tempo (raggiungiamo così il significato tipologico o messianico della profezia), il “servo” diventerà “luce delle nazioni”, allo scopo di «portare la salvezza di Dio fino all’estremità della terra». Bando perciò ad ogni pretesa di particolarismo o nazionalismo, la salvezza di Dio non è un bene catturabile da pochi o privatizzabile da alcuni: essa è tale da rivelare la natura stessa di Dio. 2. Il salmo responsoriale è uno di quelli che gli studiosi hanno caratterizzato come «salmi di fiducia». Per la sua portata escatologica e messianica esso viene utilizzato dall’autore della lettera agli Ebrei per descrivere la vera natura della missione di Gesù. Non dobbiamo dimenticare che le espressioni del salmo l’autore della lettera le attribuisce a Cristo che entra nel mondo, cioè in riferimento all’incarnazione. Siamo perciò in grado di leggere le varie espressioni del salmo in riferimento al futuro Messia. È lui stesso che parla quando si legge: «Sacrifici e offerte non gradisci, gli orecchi mi hai aperto». Gli “orecchi” aperti alludono all’ascolto, ma la traduzione greca parla di “corpo” e intende certamente fare riferimento all’offerta di se stesso che Gesù SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 31 messaggio biblico ha iniziato nascendo e ha portato a compimento nella sua Pasqua. È sempre il futuro Messia che dichiara la sua disponibilità a fare la volontà di Dio quando si legge: «Non hai chiesto olocausti o vittime per la colpa. Allora ho detto: Ecco, io vengo!». È il futuro Messia che dichiara: «Mio Dio, questo io desidero: la tua legge è nel profondo del mio cuore»: la missione del Messia, prima di ogni altra sua manifestazione, consiste nella piena e continua adesione alla volontà del Padre. Infine, è il Messia che profeticamente definisce la sua missione quando si legge: «Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; Vedi, non tengo chiuse le mie labbra, Signore, tu lo sai». 3. La seconda lettura ci propone l’inizio della prima lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto, ma non si tratta di un semplice saluto convenzionale. Qui Paolo dichiara di essere apostolo, cioè «inviato di Gesù Cristo per volontà di Dio». Nello stesso tempo, si presenta alla comunità locale di Corinto nella quale riconosce «la Chiesa di Dio». Sono degne di nota queste espressioni dell’apostolo Paolo, soprattutto se le leggiamo nella luce dei decreti del concilio Vaticano II, soprattutto della costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, che ci ha donato la teologia della Chiesa particolare. Ma l’accento va posto soprattutto sul fatto che, per Paolo, la Chiesa locale è espressione autentica della Chiesa universale. In essa infatti «viene invocato il nome del Signore nostro Gesù Cristo», quel nome che viene invocato da molti altri credenti «in ogni luogo». «Grazia a voi e pace»: l’augurio finale non vuole essere altro che un’invocazione a Dio affinché a quanti hanno ascoltato la predicazione dell’apostolo e hanno abbracciato la fede in Gesù, Cristo e Signore, Dio conceda tutti i doni desiderabili, segnatamente la grazia e la pace. 4. La pagina evangelica riferisce quanto l’evangelista Giovanni conosce e desidera trasmettere in riferimento agli inizi della predicazione di Giovanni il battezzatore. In effetti, noi qui possiamo mettere a fuoco l’identità di Gesù attraverso la testimonianza che ne rende Giovanni il battezzatore. Una testimonianza articolata, alla quale non sfugge alcun momento essenziale della missione di Gesù, una testimonianza degna di fede che sarà avvalorata dal sangue del martirio. Gesù è, anzitutto, l’agnello di Dio: ecco dunque chiaramente delineato il destino pasquale di Gesù. Egli, che è stato preannunciato da Isacco, dovrà essere incaprettato, reso del tutto impotente dinanzi alla prepotenza dei potenti. Gesù è colui del quale Giovanni ha voluto essere il precursore, venuto cioè per preparare le strade al Salvatore mentre, secondo l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù è il nostro precursore, colui che è salito al cielo a prepararci un posto «essendo divenuto sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedec» (cf. 6,20). Gesù è colui che Giovanni non conosceva, ma è stato inviato a battezzare per farlo conoscere a Israele: in effetti, Giovanni ha predicato solo in territorio giudaico e lo stesso Gesù si limiterà a predicare nella terra d’Israele (cf. Mt 15,24). Gesù è colui al quale Giovanni rende testimonianza con queste parole: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui». È lo Spirito colui che, con la sua presenza, viene ad autenticare il ministero di Gesù, che è fatto di parole e di opere, implica cioè il magistero e l’azione taumaturgica. Gesù è colui che battezza ormai non più con un battesimo di penitenza, ma in Spirito Santo, cioè opera una purificazione, non solo rituale ma reale, reale benché sacramentale, in ordine alla nostra salvezza. Gesù, dunque, per Giovanni il battezzatore «è il Figlio di Dio». Questa è la sua prima ed ultima identità che tutti devono riconoscere se vogliono diventare partecipi della salvezza. Carlo Ghidelli 31 SETTIMANINO 45-2013_Layout 1 09/12/13 15.19 Pagina 32 dal vangelo alla vita Grandi ideali e piccole cose Dio conceda a noi di accudire le cose nobili dell’anima, senza dover scadere nella sopravvivenza del gabbiano o della pecora affamata. Sulla collina che scende dolcemente verso il mare, in un terreno incolto, spesso viene trasportato un gregge a pascolare, soprattutto nei mesi invernali. Sullo sfondo, una casa abbandonata: molto grande, ma praticamente crollata. Lo sguardo va verso l’orizzonte dove il mare, di volta in volta, sembra arrabbiato, dolce, bizzarro, dalla colorazione che oscilla tra l’azzurro e il verde, in una scala di sfumature infinita. Il mare sembra parlarti perché è creatura vivente. Non è mai lo stesso. Vorrebbe dirti molte cose, ma è difficile comprendere il suo linguaggio. Si intravvedono le montagne dell’Abruzzo, con il grande promontorio del Gran Sasso. Lui è fermo lì: è quasi sempre grigio, anche se riesce a colorarsi raramente di azzurrino. Le pecore fanno un solo mestiere: brucano l’erba e si muovono alla ricerca di quella fresca. Sono anche tenere. Accudiscono ai loro figliolotti: sono utili perché producono latte prezioso e lana. Sono docili, anche se non tutte e sempre. Seguono sempre un conduttore, coscienti di dover vivere in gruppo. Sbandano ogni tanto perché facilmente impressionabili. Il pastore è un povero figlio, dalla pelle arrossata che sta in piedi con lo sguardo fisso nel vuoto, con in testa sempre un berretto di lana. È un salariato. Ne prendono di sempliciotti, perché non è facile rimanere ore e giorni a guardare animali che danno più retta ai cani che a te. Non leggono e non parlano. Muti nei loro non pensieri. Destinati ad essere mercenari e non pastori. I cani sorvegliano il gregge e sono pure cattivi e pericolosi. Sulla collina volteggiano, quando il mare è in burrasca, i gabbiani. Volano alti, con le loro ali bianche e il silenzio dei loro giri. Non si fanno avvicinare: si richiamano tra loro con gridolini incomprensibili alle nostre orecchie. Sono belli a vedere. Vanno in alto, scendono in basso; il becco fa da timone, anche loro alla ricerca del cibo. Vederli a terra è un’altra cosa. In genere 32 ascolto e annuncio 15 dicembre 2013 - n° 2 cercano il loro cibo in mare. Ma con il mare mosso si dirigono verso la terra ferma e arrivano a cibarsi di tutto ciò che trovano, anche nelle discariche; non disdegnano nemmeno le carcasse di altri animali. Allora cambiano volto. Non sono più animali simili ad angeli, che volteggiano nel cielo, ma rapaci aggressivi e sporchi che si muovono maldestri sulla terra. Vorresti vederli volare sempre, desiderando di volare anche tu verso la luce, nella limpidezza dell’aria pulita e trasparente. Ma non è così. La vita delle pecore e dei gabbiani è anch’essa fatta di cose materiali, prima fra tutte il cibo: è essenziale, perché, senza di esso, non ci sarebbe vita. Ritornano le parole della Scrittura a ricordarci di essere limitati: “la tenda d’argilla opprime la mente piena di preoccupazioni”. È la condizione di tutti, frammista tra grandi ideali e piccole cose. Indispensabili entrambe per vivere dignitosamente. Il problema è trovare equilibrio. Ma non tutto è a disposizione delle buone volontà. Circostanze, luoghi, persone, avvenimenti investono la vita, anche senza responsabilità personali. Dio conceda di accudire le cose nobili dell’anima, senza dover scadere nella sopravvivenza del gabbiano o della pecora affamata. Vinicio Albanesi AT TUALITÀ PASTORALE supplemento al n. 45 - 15/12/2013 settimanale - anno 48 (68) Tariffa R.O.C.: Poste Italiane s.p.a. Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna direz. e redazione: v. Scipione Dal Ferro, 4 40138 Bologna - tel. 051/3941511 Stampa: Italiatipolitografia - Ferrara Reg. Trib. di Bologna - n. 3238 del 22-12-1966 Dir. resp.: Lorenzo Prezzi