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Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Fabio Brisighelli
Romano Folicaldi
Giuseppe Oresti
Giancarlo Polidori
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
Prezzo a copia
Euro 10,00
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
Spedizione in abb. post.,
70%. - Filiale di Ancona
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
3L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
Il Risorgimento nelle Marche. Il melodramma e la
poesia popolare
di Alberto Pellegrino
10 Il Risorgimento italiano rivisitato
di Leonardo Bruni
17 L’economia
Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana.
Un approccio storico
di Marco Moroni
20 Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana.
Le testimonianze dei protagonisti
di Edoardo Danieli
23 La letteratura
Spazialità e soggettività nella scrittura di Dolores Prato
di Alfredo Luzi
29 Il ricordo
Pietro Zampetti
di Mario Canti
30 La storia
Le buone maniere del Casino Dorico
di Giacomo Vettori
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città,
Associa­zione per le Marche
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
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www.lecentocitta.it
*
Hanno collaborato a questo numero:
Leonardo Bruni, Mario Canti, Edoardo
Danieli, Giovanni Danieli, Romano
Folicaldi, Alfredo Luzi, Marco Moroni,
Alberto Pellegrino, Giacomo Vettori
33 Libri ed eventi
a cura di Alberto Pellegrino
41 Vita dell’Associazione
a cura di Giovanni Danieli
42 Album
a cura di Mario Canti e Romano Folicaldi
In copertina
Interno del Teatro della Fortuna a Fano
(Foto di M. Canti)
Le Cento Città, n. 42
CO. FER. M.
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..
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L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
3
Il Risorgimento nelle Marche
Il melodramma e la poesia popolare
di Alberto Pellegrino
Risorgimento e melodramma
Nel periodo storico compreso
tra il 1815 (Proclama di Rimini di Murat/Battaglia di Tolentino) e 1861 (Proclamazione
dell’Unità d’Italia) si crea uno
stretto rapporto tra opera lirica
e movimento insurrezionale italiano che trova il suo massimo
momento-chiave nel triennio
1947-1849, quando tutta l’Europa è attraversata da una serie
di rivolte mosse da una febbre
nazionalistica che spinge a lottare contro il conservatorismo
rivoluzionario.
In Italia la situazione si presenta con caratteristiche diverse rispetto al resto del continente, perché nel paese manca
una comune identità nazionale.
Negli anni Trenta - Quaranta il
movimento ideologico, politico
e sociale italiano si propone di
far nascere o “risorgere” (da
qui il termine Risorgimento) una
nuova Nazione, alla quale mancano i requisiti fondamentali
dell’unità (il paese è diviso in
sette Stati) e dell’indipendenza
poiché quasi tutto il territorio
nazionale è sotto il controllo
politico e militare dell’Austria,
per cui si rivendica con orgoglio
nazionalistico una liberazione
dal “servaggio” straniero. Dopo
il fallimento della prima guerra
d’indipendenza e la fine della
Repubblica Romana, il movimento nazionalista e insurrezionale si arricchisce di nuovi elementi ideologici: la repubblica
come riforma istituzionale dello
Stato; la esigenza di una democrazia popolare per superare il
liberalismo borghese; una maggiore giustizia sociale teorizzata
dal socialismo di Carlo Pisacane; la necessità di una nazione
in armi, che sfoci nella insurrezione popolare propugnata da
Mazzini e Garibaldi; l’adozione
del federalismo proposto da Cattaneo e Ferrari per valorizzare le
autonomie regionali.
Al movimento insurreziona-
le aderiscono scrittori, poeti e
pensatori, ma anche una vasta
schiera di poeti popolari e musicisti. Lo stesso Mazzini, nel saggio Filosofia della musica (1836),
sostiene che la musica può essere
un potente alleato dell’ideologia
nazionale, purché assuma una
veste romantica e popolare per
unificare i sentimenti individuali
e collettivi del paese. I primi
accenni di nuovo spirito nazionale si avvertono persino nel
mite Rossini, in Bellini e soprattutto in Giuseppe Verdi e i suoi
librettisti, che sanno cogliere la
stretta simbiosi tra opera lirica e Risorgimento, riuscendo a
fondere musica, canto e valori
patriottici con una originalità ed
efficacia che non ha risconto nel
melodramma europeo.
Il primo, come già detto, è il
nostro Gioacchino Rossini che
nell’aprile 1815, in occasione
dell’ingresso di Murat a Bologna, compone un inno che inizia
con questi versi:
Sorgi Italia, venuta è già l’ora/
L’alto fato compir si drovrà;/
Dallo stretto di Sicilia alla Dora/
Un solo regno l’Italia sarà.
Ma già due anni prima egli
aveva inserito un accenno
all’Italia nell’opera L’Italiana
in Algeri (1813), composta su
libretto di Angelo Anelli, dove
nel secondo atto il coro degli
schiavi italiani canta:
Pronti abbiamo ferro e mani/
per fuggir con voi di qua…/
Quanto valgan gl’Italiani/Al
cimento si vedrà.
E Isabella, che progettò la
fuga incita così l’innamorato
Lindoro ad avere coraggio:
Se parlano al tuo core/
Patria, dovere, onor, dagli altri
apprendi/A mostrarti Italiano; e
alle vicende/Della volubil sorte/
Una donna t’insegni ad esser
forte:/Pensa alla patria, e intrepido/Il tuo dover adempi:/Vedi per
tutta Italia/Rinascere gli esempi/
D’ardire e di valor.
Le Cento Città, n. 42
L’opera gode di grande popolarità nelle Marche e viene rappresentata nei teatri di Ancona
(1813, 1820, 1838), Macerata
(1815), Urbino e Senigallia
(1816), Osimo (1818), Fermo
(1821), Macerata e Recanati
(1822), Pesaro (1831), Urbino,
Camerino e Macerata (1832).
Successivamente nel Mosè in
Egitto (1818) Rossini affronta il
tema della schiavitù del popolo
ebraico. L’opera è rappresentata in Ancona (1825, 1831),
Pesaro (1826, 1839), Macerata
e Tolentino (1826), San Severino (1828), Fermo (1829, 1854)
e Ascoli Piceno 1831; l’Assedio di Corinto (1826), che parla
della lotta dei Greci contro gli
Ottomani, va in scena in Ancona (1828), Pesaro (1829, 1832),
Macerata (1830) e Ascoli Piceno (1832). L’opera rossiniana
dichiaratamente patriottica è
il Guglielmo Tell (1829) tratta
dall’omonimo dramma di Schiller, dove l’eroe dell’indipendenza svizzera diventa per traslato
quello dell’indipendenza italiana. Nel duetto tra due giovani
innamorati, Aroldo dice:
Ah, Matilde, io t’amo, è vero,/
Ma fuggirti alfin degg’io:/Alla
patria e al dover mio/io consacro
un puro amore
e la donna risponde:
Riedi al campo della gloria/
Nuovi allori a conquistar;/Potrai
sol con la vittoria/La mia destra
meritar.
Nel terzo atto il coro dei congiurati pronuncia poi questo
giuramento:
Giuriam giuriamo/ pei nostri
danni/Per gli avi nostri/Pei
nostri affanni…/Di tutti abbattere/Gli empi oppressor.
L’opera nelle Marche non
ha il successo che meriterebbe, poiché viene eseguita solo
a Macerata (1833) e in Ancona
(1840).
Un autore molto popolare e
molto rappresentato nelle Marche è Vincenzo Bellini soprat-
Alberto Pellegrino
tutto con due opere che contengono chiari significati patriottici. La prima è Norma, dove
si parla della lotta dei Galli
contro l’invasore romano; è la
sacerdotessa Norma ad incitare
alla guerra e allo sterminio dello
straniero seguita dal coro che
esegue il celebre “Inno guerriero”:
Guerra, guerra! Le galliche
selve/Quante han querce producan guerrier./Quai sui greggi
fameliche belve/Sui Romani van
esso a cader./Sangue, Sangue!
Le galliche scuri/Fino al tronco
bagnate ne son…Strage, strage,
sterminio, vendetta!/Già comincia, si compie s’affretta./Come
biade da falce mietute/Son di
Roma le schiere cadute.
L’opera va in scena in Ancona (1833, 1842, 1845); Senigallia (1834, 1854); Pesaro (1835,
1839, 1842); San Severino
(1835); Osimo e Fano (1836);
Jesi (1837, 1842), Fermo (1837,
1848); Camerino e Fossombrone (1839); San Benedetto e
Macerata (1842). L’opera belliniana più apertamente patriottica è I Puritani e i cavalieri
(1835), composta su libretto
di Carlo Pepoli tratto da un
romanzo di Walter Scott; particolarmente celebre fra i patrioti
italiani è il duetto del secondo
atto tra Riccardo e Giorgio:
Suoni la tromba, intrepido/Io
pugnerò da forte,/Bello è affrontar la morte/Gridando libertà:/
Amor di Patria impavido/Mieta
i sanguigni allori; Poi terga i bei
sudori/E i pianti la pietà.
Nelle Marche il melodramma
ha una scarsa diffusione, perché è presente solo in Ancona
(1839); Senigallia (1837, 1853);
Macerata (1839 e 1844); Recanati e Tolentino (1844); Ascoli
Piceno (1846) e Jesi (1851).
Naturalmente negli anni Quaranta-Cinquanta il dominatore
delle scene marchigiane è Giuseppe Verdi che arriva per la
prima volta nella nostra regione
con I Lombardi alla prima crociata (1843) scritta su libretto di
Temistocle Solera tratto da un
dramma di Tommaso Grossi.
I marchigiani si entusiasmano
ascoltando il coro
O Signore dal tetto natio
4
e l’inno finale:
Guerra! guerra! s’impugni la
spada,/Affrettiamoci, empiamo
le schiere;/Sulle bende la folgore cada; Non un capo sfuggire potrà./Già rifulgon le sante
bandiere/Quai comete di sangue
e spavento;/Già vittoria sull’ali
del vento/Le corone additando
ci va!.
L’opera viene eseguita a Senigallia (1843); Fermo e Macerata (1846); San Severino (1847);
Ancona (1847, 1849), Ascoli e
Recatati (1850); Jesi e Fabriano
(1851) e Treia (1856). Per secondo arriva in regione Nabucco
(1842) con il celebre coro Va
pensiero, che è già diventato
una specie di inno nazionale.
L’opera viene rappresentata in
Ancona(1844, 1851), Fermo
e Senigaglia (1844); Recanati (1845, 1855); Pesaro (1847,
1857); Macerata e Jesi (1850);
Ascoli Piceno (1851); Urbino
(1858); Osimo, Fabriano e Treia
(1859).
Uno straordinario successo
incontra l’opera Ernani (1844)
composta su libretto di Francesco M. Piave tratto dall’omonimo dramma di Victor Hugo, il
quale crea per primo la prima
figura di un eroe romantico che
si ribella contro la società e il
potere imperiale; anche qui si ha
un coro molto popolare:
Noi fratelli in tal momento/Stringa un patto, un giuramento,/Si ridesti il Leon di
Castiglia/E d’Iberia ogni monte,
ogni lito/Eco formi al tremendo
ruggito,/Come un dì contro i
Mori oppressor./Siamo tutti una
sola famiglia,/Pugneremo con le
braccia, coi petti;/Schiavi inulti
più a lungo o negletti/Non sarem
finché vita abbia il cor.
L’opera viene data a Senigallia (1844, 1846, 1853); Pesaro
(1845, 1852, 1857); Recanati,
Macerata, Fermo, Jesi, Fossombrone (1845); Ancona (1846,
1847, 1849, 1851); Osimo
(1846, 1858); Ascoli Piceno
(1846, 1847); Sant’Angelo in
Vado (1846); Tolentino (1847);
Cingoli (1848): Pergola (1848,
1859); Fermo (1849, 1852);
Macerata (1852); Camerino
(1858); Urbino (1859).
Uno scarso gradimento
incontra invece l’opera GiovanLe Cento Città, n. 42
na d’Arco (1845), composta su
libretto di Temistocle Solera
tratto dal dramma La Pulsella d’Orleans di Schiller, che è
rappresentata solo a Senigaglia
(1845) e in Ancona (1855);
molto diffusa è al contrario l’opera I due Foscari (1844), storia
di una padre e di un figlio in
lotta contro il potere, messa in
scena in Ancona (1845, 1848,
1849); Fermo (1845, 1851);
Jesi (1847, 1850); Cagli (1847);
Ascoli Piceno (1847, 1858);
Urbino, Pergola e Fano (1848);
Pesaro (1849, 1859); Recanati
e Sant’Angelo in Vado (1851);
Macerata, Tolentino e Treia
(1855); Camerino (1858).
Attila (1846), composta su
libretto di Temistocle Solera,
è una delle opere verdiana di
maggiore intensità patriottica,
poiché in essa si parla della lotta
per la libertà degli abitanti di
Aquileia contro gli Unni con
brani famosi come Allor che i
figli corrono e Cara Patria già
madre e reina.
Il melodramma ha una limitata diffusione in regione, perché
viene eseguito solo a Senigallia (1847); Ascoli Piceno (1847,
1854); Fano (1850); Ancona e
Pesaro (1851); Macerata (1852);
Recanati (1855) e Fabriano
(1856). Un gradimento migliore ottiene l’opera I masnadieri
(18747), composta su libretto di
da Andrea Maffei tratto dall’omonimo dramma di Schiller. Il
protagonista Carlo Morr (come
Ernani) è un eroe romantico e
idealista che crede nell’amore e
nella patria, per cui viene perseguitato dalla società benpensante e corrotta. Il melodramma è
presente in Ancona (1848, 1851,
1854); Pesaro (1849,1855),
Fermo (1849); Macerata (1849,
1851); Ascoli Piceno (1851);
Recanati e San Severino (1853);
Fabriano (1854); Senigallia
(1855).
La battaglia di Legnano (1849)
è l’opera più scopertamente
patriottica composta da Verdi
poco prima che sia proclamata
la Repubblica Romana. I guerrieri della Lega Lombarda si
battono contro l’invasore Federico Barbarossa riportando una
insperata vittoria e il coro dei
Lombardi pronuncia il celebre
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
giuramento
Viva l’Italia! Un
sacro patto/Tutti stringe i figli suoi:/Esso
alfin di tanti ha fatto
/Un sol popolo d’eroi…Viva Italia forte
ed una/Con la spada
e col pensier!/Questo
suol che a noi fu cuna,/
Tomba fia dello stranier.
Tuttavia essa non
incontra il favore del
pubblico, perché viene
rappresentata solo a
Macerata nel 1849. La
stessa sorte tocca a I
vespri siciliani (1855)
che parlano della rivolta a Palermo contro
i dominatori francesi
con brani di chiara
impostazione patriot- Fabriano, Teatro Gentile Da Fabriano.
tica (Viva la guerra, O
fondamentale di dare sfogo alle
patria adorata, Addio,
mia patria, Vendetta, Vendet- passioni nazionali, diventando
ta); si registra infatti una sola l’occasione per manifestare i
rappresentazione in Ancona sentimenti patriottici e per esortare all’azione militare.
(1856).
Siamo pertanto di fronte a
Risorgimento e poesia
un fenomeno che va esaminato
popolare
non tanto con criteri letteraLa poesia popolare partecipa ri, ma con strumenti storici e
a pieno titolo all’epopea risorgi- sociologici, trattandosi di una
mentale, anzi ne esprime la sua documentazione che aiuta a
anima più immediata e libera ricostruire e a comprendere il
da orpelli intellettuali. Nel Can- contesto risorgimentale, facenzoniere Nazionale Pietro Gori do emergere le diverse stratificazioni sociali, le differenze tra
scrive che
i grandi libri popolari, finché ambiente urbano e rurale, le
durò la tirannide, furono i muri diversità culturali tra il Centrobianchi delle case. All’albeggiare Nord e il Mezzogiorno. Inoltre
di ogni dì i poliziotti vi leggeva- è possibile comprendere meglio
no le strofe composte di notte: la diversificazione esistente tra
le cancellavano subito, era però le nuove classi urbane liberasempre tardi, perché uno, due, li e le masse contadine spesso
più cittadini le avevano vedute, ideologicamente influenzate e
lette, imparate a memoria e dette sfruttare in senso reazionario,
fra loto. Sicché in poche ore si antiunitario e antinazionale. La
sapevano e si ripetevano per tutta poesia e il canto popolare politico diventano il “termometro”
la città.
Dopo i moti del 1821 compa- del favore popolare che gode il
iono sulla scena politica nume- Risorgimento per quanto riguarrosi lirici patriottici, poeti cospi- da alcuni aspetti fondamentali:
ratori, che vogliono diffondere l’esortazione alla rivolta e alla
le idee di libertà, indipendenza lotta armata; il ricordo dei mare unità nazionale, che parteci- tiri che hanno sacrificato la loro
pano ai moti insurrezionali e vita per la libertà e l’indipenalle guerre d’indipendenza. Per denza della nazione; il racconto
tutto il Risorgimento la poesia di avvenimenti ed episodi cone il campo popolare politico siderati spesso trascurabili da
svolgono presso la borghesia e parte della “grande” storia, ma
le classi subalterne la funzione che documentano invece attegLe Cento Città, n. 42
5
giamenti e comportamenti delle
masse popolari nei confronti
del Risorgimento; l’esaltazione
di personaggi come Mazzini e
Cavour, Vittorio Emanuele II
e Garibaldi, il quale è l’unico a
godere di una uniforme popolarità, perché il “biondo eroe
leggendario” non è solo il condottiero che si batte per l’unità
e l’indipendenza della patria,
ma è anche l’uomo politico che
propone un programma di riforme socialmente avanzate; l’assunzione di un carattere sociale,
quando si affrontano i problemi
del lavoro e del progresso che
riguardano soprattutto i ceti
operai e artigiani delle città.
È opportuno infine distinguere la figura del poeta “professionista” che nasce, scrive il
Toschi, quando
alla poesia dei cantastorie,
oscuri, anonimi, rozzi, si sostituì la poesia popolare-nazionale
degli scrittorie dei musicisti che
cercavano di adeguarsi alla mentalità, ai gusti, agli ideali delle
classi popolari.
Differente è la figura del poeta
“occasionale” che, precisa ancora il Toschi, si manifesta
nelle classi popolari, cioè quando uno possiede una naturale
attitudine alla poesia e al canto…e viene richiesto di esercitarla nelle frequenti occasioni della
vita tradizionale: feste religiose
Alberto Pellegrino
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Fermo, Teatro dell’Aquila.
e familiari, grandi lavori agricoli
ecc. Così, senza smettere di esercitare il proprio mestiere, che può
essere il contadino, il pastore, il
carradore, il calzolaio o il fabbro
del villaggio, il Poeta interviene
o su espressa richiesta o per ovvie
circostanze e canta.
Questi autori rimangono di
solito nell’anonimato, mentre la
diffusione delle loro opere, in
assenza dei moderni mezzi di
comunicazione, avviene con la
trasmissione orale, oppure con
la diffusione di fogli a stampa o
volanti, che vengono distribuiti
per le strade e le piazze in occasione di fiere e mercati, di feste
religiose e civili.
Un avvenimento marchigiano
legato al Risorgimento
In occasione del primo centenario dell’Incoronazione della
Madonna dei Lumi, che si trova
nel Santuario costruito dai Padri
Filippini nel 1586, si verificano
a San Severino alcuni fatti che ci
aiutano a comprendere meglio
il rapporto che si stabilisce nel
biennio 1846/48 tra politica,
religione, opera lirica e poesia.
Nel settembre-ottobre 1847 in
questa città della Marca centrale, accanto alle solenni cerimonie religiose, presta per la prima
volta servizio la Guardia Civica
da poco costituita, dopo che Pio
IX l’aveva istituita a Roma nel
luglio 1847. Viene predisposto
anche un nutrito programma
di festeggiamenti civili che prevede lo svolgimento di corse di
cavalli con fantino, di partite
di pallone col bracciale, di una
ricca tombola e di sfarzosi fuochi d’artificio.
Inoltre tutte le vie, la piazza
e i palazzi sono addobbati con
appositi arredi, con luminarie
e con scritte che inneggiano al
Papa liberale, “salvatore della
Patria” e uomo della Provvidenza inviato per salvare l’Italia.
In una via del centro fa bella
mostra di sé una grande scritta
luminosa dove si legge che nel
secondo anno di Pio IX non
(è) inutile richiamo alla Patria
di mantenere le sue ragioni allo
auspizio al secolo al pontificato
dei lumi.
La Delegazione del Teatro
Feronia decide di allestire l’opera I Lombardi alla prima crociata del “valentissimo maestro
cavaliere Giuseppe Verdi” con
la partecipazione del tenore cittadino Ettore Marcucci e del
celebre soprano Elisabetta Parepa Archibugi. Lo spettacolo si
trasforma in un evento politico
sia per il contenuto patriottico
del melodramma, sia per l’intervento di alcuni poeti cittadini, i
quali esaltano l’operato di Pio
IX che ha promesso di concedere la Costituzione, ha liberato
i prigionieri politici e dato la
libertà di stampa, ha tatto capire
Le Cento Città, n. 42
che intende operare per il futuro dell’Italia. Anastasio Tacchi
scrive:
Della diletta Italia/Nel misero
cordoglio/Il lungo pianto a tergere/Ponesti Pio nel soglio…/
Come gigante inoltrasi/Nel suo
cammin securo;/Contro ogni
ostil proposito/Sarai tutela e
muro.
Il poeta A. Romagnoli compone dei versi nei quali si elogia
“l’anno secondo dell’era novella”
che fa intravedere una speranza
per il riscatto della “nostra patria
oppressa”, perché
sorse Italia dalla polve umìle…
Oh salve o patria mia, salve o
diletta/Oh quanto sì brev’ora/
Se’ tu diversa! e’ al suo fallir la
Speme/E di coglierne il frutto il
dì s’affretta…/Ché in ozio vil
a trastullar le menti/Adulte or
più non basta/Né l’Arte il vuol,
ch’italo ’plauso merta,/Ma di sé
consce inciterà le genti/Se forza
al ver contrasta/A pugnar con la
forza in guerra aperta;/Fora così
a bell’opre, e poi/Dirà le geste
de’ novelli eroi.
Lo stesso Gonfaloniere marchese Nicola Luzi nel manifesto
ufficiale delle celebrazioni afferma che di Pio IX come dell’uomo “mandato da Dio, affinché
possa compiere i voti nostri, le
nostre comuni speranze”, proteggendo l’Italia dai pericoli che la
sovrastano..
I giudizi su Papa Mastai
Ferretti
Gli umori nei confronti di
Pio IX cambiano rapidamente
a causa del suo comportamento
contradditorio, per cui le simpatie che aveva saputo attrarre
su di sé si trasformano in ostilità
da parte dei reazionari come
dicono alcuni versi satirici:
Al cattolico mondo immensi guai/Apportò l’elezione del
Mastai,/Che l’infame partito progressista/Al Papa fa la guerra e al
Sommo Cristo.
Da parte loro i patrioti guardano con diffidenza al Papa e
lo invitano a sperder le trame
sacrileghe e triste della “iniqua
filiste” dei Gesuiti:
Tu, speme d’Italia, de’ barbari
tema,/Che cingi la fronte del
trino diadema,/Vicario di Cristo,
solleva la faccia,/E porta sui lab-
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
bri la dura minaccia!.../Dall’Itale
sponde scacciasti sia tutti,/Che
vadano erranti, dispersi, distrutti…/Il velo si squarci d’ipocrito
zelo,/Non più si bandisca bugiardo Vangelo.
Si inneggia soprattutto a Roma
capitale d’Italia, ricordando che
il Cristo non alzò patiboli, non
usò il cannone, non volle che il
Papa fosse Re,
anzi di Cristo l’alta missione/
Fu di disperder ogni birbone;/
Fu di difender color che in terra/
Dagli oppressori soffia la guerra.
Se invece il Pontefice sarà
“vinto dall’ambizione”, finirà
per corrompere la religione cattolica.
Invece d’esser Sommo Pontefice/Tu pur dei deboli sarai carnefice./Se dunque Cristo parlò
così,/Perché il Papa non l’obbedì?/Perché vuol esser tiranno re/
Non già l’apostolo di santa fé.
Invece Pio IX abbandona, si
ritira dalla prima guerra d’indipendenza e dà vita a una politica
reazionaria che lo porterà a una
strenua difesa del potere temporale. In diverse poesie popolari
si afferma che, per le pressioni
dei Francesi, dei Prussiani e dei
comandanti degli Zuavi, Pio IX
ha lasciato che
Roma atteggiossi a fiera
resistenza/E il sangue rosseggiò
nel suol romano/E il vicario del
Dio di pace a amore/Divenne de’
suoi figli l’uccisore.
Nella poesia Morte del potere
temporale si afferma che il papato avrebbe acquistato maggiore libertà e prestigio una volta
lasciato il potere temporale.
Libera è Roma…/Non più
paure; processi e liti,/Non più
vendette, non più querele:/
Il Sant’Ufficio chiude negozio;/
L’Inquisitore sospira e và; L’Indice sacro rimane in ozio/Non più
censure, ma libertà.
Nel componimento La caduta
del Temporale si esulta perché
“Roma è nostra! Iddio la volle/
Per dar vita ai morti altari”; si
invitano quindi i sacerdoti a confessare la verità.
Dite tutti: Abbiam peccato;/
Per tiranna avara insania/Fummo
sempre la zizzania/Dell’italica
unità.
A loro volta i reazionari si scagliano contro i Francesi conside-
rati dei traditori e considerano il
Plebiscito romano del 2 ottobre
1870 una grave sciagura.
O giorni maledetti, o amari
giorni,/Giorni segnati col lapillo
nero…/Io, che gran fede aveva,
oggi dispero,/Giorno nefasto,
maledetto dì!...Che farà adesso il
gregge universale?...Ogni speme
papale oggi morì;/Ha detto SI!.
Luigi Grossi scrive in versi una
Vita del Sommo Pontefice Pio IX
(Salani Editore, Firenze, 1878),
dove attribuisce tutti gli errori
commessi dal Papa “alla setta
de’ tristi Gesuiti” che hanno convinto Pio IX ad abolire tutte le
riforme e a sposare la causa degli
oppressori stranieri. Inoltre essi
hanno inculcato in lui la paura,
per cui ha dato il via a una
serie di processi contro i liberali, applicando la pena capitale.
Nonostante alcune utili riforme,
il popolo non ha dimenticato che
ha avuto la protezione di eserciti
stranieri e che i Gesuiti lo hanno
convinto a scrivere il Sillabo, isolando in tal guisa ognor se stesso/
da quanto è detto civiltà, e progresso” e sempre “l’empia setta
che l’avea perduto gli ha impedito
di ritornare ad essere un uomo
del popolo, condannandolo a
vivere in completa solitudine,
“aborrito e maledetto”. Solo dopo
la morte, nella canzone Pio IX in
cielo che prega per noi, si esprime
pietà per il “Gran Pio”, un pontefice di cui parlerà la storia e un
Santo che seduto accanto a Dio,
potrà intercedere per i poveri
mortali.
Anche i poeti “colti” si occupano di Pio IX, infatti Carducci
ne Il Canto dell’Amore (1877)
prima si rivolge con fiducia all’umanità:
Salute, o genti affaticate!/Tutto
trapassa e nulla può morir./Noi
troppo odiammo e sofferimmo.
Amate./Il mondo è bello e santo
l’avvenir,
poi in un passo succesivo
manifesta una condiscendente
pietà verso il vecchio Pio IX:
Che m’importa di preti e di
tiranni?/Ei son più vecchi de’ lor
vecchi dèi./Io maledissi il papa or
son dieci anni, Oggi co ‘l papa mi
concilierei./Povero vecchio, chi sa
non l’assaglia/Una deserta volontà d’amare!...Aprite il Vaticano.
Io piglio a braccio/Quel di sé
Le Cento Città, n. 42
7
stesso antico prigionier./Vieni: a
la libertà brindisi io faccio:/Cittadino Mastai, bevi un bicchier!
A sua volta Luigi Mercantini,
nella poesia La messa di Pio IX il
dì 11 aprile 1869, immagine che il
Papa sia attanagliato dai ricordi,
mentre consacra l’Eucarestia
Memento i dì che tutto a te si
diede/il cor d’Italia e come l’hai
tradito./Memento che a riaccendere la fede/scuoter potevi allor
la brutta soma/per ritornar del
Nazareno erede:/ma tu fuggisti
come un vil da Roma;/poi tra ‘l
sangue del popolo cristiano/redivi
col triregno su la chioma:/Di noi
Memento, o re del Vaticano,/
siam l’anime dei morti al Trasimeno,/pel trono tuo squarciati
a brano a brano./E dall’Alpi e
dall’Adria e dal Tirreno/correa su
lui di voci onda infinita:/Memento il sangue che ci riga il seno.
Alcuni personaggi del Risorgimento legati alle Marche
I festeggiamenti di San Severino del 1847 sono legati a due
famosi Padri Barnabiti che
per diverso tempo sono stati
rinchiusi nel Convento della
Madonna dei Lumi con il divieto di celebrare messa e di predicare in pubblico. A seguito
dell’amnistia concessa da Pio
IX, essi ritornano in libertà.
Il primo è Alessandro Gavazzi (1809-1889) che, prima di
essere esiliato a San Severino,
ha insegnato a Napoli, Livorno,
Torino, Bologna e Ancona. Nel
1848 riceve da Pio IX l’incarico di cappellano delle truppe
pontificie nella prima guerra
d’indipendenza. Nel 1849 egli
lascia l’abito talare e aderisce
alla Repubblica Romana; ridotto allo stato laicale, si rifugia
in Inghilterra, dove si converte
al protestantesimo. Tornato in
Italia, partecipa a tutte le campagne garibaldine dal 1859 al
1867, quindi nel 1870 si stabilisce a Roma, fonda la Chiesa
libera cristiana d’Italia.
Il secondo padre barnabita confinato a San Severino è
Ugo Bassi (1801-1849), celebre
predicatore che nel 1847 viene
riabilitato, ha l’autorizzazione
di predicare in pubblico e compone una lirica in onore della
Madonna dei Lumi, nella quale
Alberto Pellegrino
8
ringrazia che ha
fatto eleggere il
nuovo pontefice
ed esclama che
ecco lucente/
L’anno
esulta:
un cielo è Italia/
Armonioso
e
Roma un sol.
Partito da San
Severino.
Ugo
Bassi partecipa
alla prima guerra
d’indipendenza,
ma viene ridotto allo stato laicale e si rifugia
ferito a Venezia,
per poi recarsi a
Roma per servire
come cappellano
nella Repubblica
Romana. Caduta la città, cerca
insieme a Garibaldi di raggiungere Venezia, ma
è arrestato dagli Ascoli Piceno, Teatro Ventidio Basso.
Austriaci, viene
all’organizzazione di una rivolta.
condannato dal
Tribunale di Bologna e fucilato I due giovani hanno l’incarico
l’8 agosto 1849 presso la Certo- di minare la caserma Serritori
sa della madonna di San Luca. dove sono acquartierati gli zuavi
Luigi Mercantini, nella poesia pontifici; lo scoppio avviene il 22
Ugo Bassi in Bologna (1851), ottobre 1867 e provoca alcuni
immagina che il martire in punto feriti tra i soldati e numerosi
di morte invochi la madre e si danni ai civili. I due sono arrestarivolge alle madri italiane affin- ti e condannati a morte, per cui
ché insegnino ai loro figli una vengono decapitati il 24 novembre 1868 in Piazza dei Cerchi.
preghiera.
Sussurra Ugo ridendo una Ai due patrioti sono dedicate
parola,/e l’ode il cor materno, e le canzoni La morte di Monti
la pia donna/segue: O figliolo, e Tognetti e Monti Giuseppe e
un’altra prece ancora,/“Signor, Gaetano Tognetti.
Italiani qui tutti ascoltate/E che
salva l’Italia!”/E allor la benedetta alma sul roseo/fanciul stende la forse già lo saprete,/Di Roma qui
mano,/e dice: Questo prego, itale sentirete/Cosa fece il Papa-Re…
madri,/apprendete ai bambini! Monti Giuseppe di 33 anni/Con
Agl’innocenti/Iddio risponde; e moglie e figli che fa terrore/A
in questo dir, dintorno/per la città Fermo e muratore/Che i neri
sua cara i rai lucenti/volge; e poi la testa troncar…E’ impossiriede più beata e bella,/portando bile, diranno i Neri…/E che il
alle compagne alme su in cielo/la Papa abbia firmato?/Tognetti e
Monti decapitato/E la sentenza
gioiosa novella.
fece eseguir…Monti e Tognetti
Un altro personaggio legato non son morti/Ma scritto a Roma
alle Marche è Giuseppe Monti immortale/ Hanno segnato il tuo
nato a Fermo nel 1835 e trasfe- temporale/La santa baracca dovrà
ritosi a Roma con moglie e figli cader…Se al mondo tu predicaper lavorare come muratore. Egli sti/Paradiso, Inferno castigo di
aderisce alla Giovane Italia e, Dio,/Qual premio hai tu Pio?/In
insieme al giovanissimo Gaeta- Paradiso forse entrar?/No…grida
no Tognetti, partecipa nel 1867 Pietro,/Non lo vogliam, grida San
Le Cento Città, n. 42
Paolo;/Allontanati, esclama il diavolo,/Di taglia teste non voglio
nessun.
Carducci parla di questa tragica vicenda nella poesia Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti
martiri del diritto italiano.
Novembre sta del Vatican su
gli orti/Come di piombo un velo..
Il gran prete quel dì svegliossi
allegro…Un forte vecchio io son;
l’ardor dei belli/Anni in cuor mi
ritrovo…E pur tu sei canuto: e pur
la vita/Ti rifugge nel corpo inerte
al cuor…Deh, perdona a la vita!
A l’un vent’anni/Schiudon, superbi araldi, l’avvenire…Cresceran
tre fanciulletti a l’altro intorno…
Or giaccion tristi, e nel morente
giorno/La madre lor pensa tremando a te…Ma tu co ‘l pugno
di peccati onusto/Calchi a terra
quei capi, empio signor,/E sotto
al sangue del paterno busto/De
le tenere vite affoghi il fior…Due
tu spegnesti; e alla chiamata pronti/Son mille, ancor più mille…
Veglio, che mai non muore/Sparsa è la via di tombe, ma com’ara/
ogni tomba si mostra:/La memoria de i morti arde e rischiara/
La grande opera nostra…Splende
la face, e il sangue pio l’avviva;/
Splende siccome un sole”.
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
10
Il Risorgimento italiano rivisitato
di Leonardo Bruni
Il periodo storico che solitamente chiamiamo Risorgimento
deve essere considerato e valutato in due momenti:
- il risveglio dell’Identità Italiana
(nazionalismo italiano)
- il movimento fatto di opinioni
e ideologie diverse, d’iniziative
politiche, di manovre diplomatiche palesi e segrete, di battaglie
ed insurrezioni che nell’arco di
50 anni trasformarono la penisola italiana, frammentata in più
staterelli, nel regno d’Italia.
Il nostro Risorgimento, al pari,
di tutte le lotte di liberazione
nazionali è stato un evento fatto
di epica, sangue, tradimenti, calcoli politici, opportunismo, ma
crescente fu la consapevolezza
tra molti abitanti della penisola dell’esistenza di una nazione
italiana, al di sopra dei municipi e degli staterelli esistenti,
che anelavano a creare uno stato
unitario libero da qualsivoglia
dominio straniero. E’ l’evento
fondante della nazione e dello
stato italiano; è stato un processo
complesso e spesso contraddittorio dove si sono scontrati liberali e democratici, repubblicani e
monarchici, unitari e federalisti,
clericali ed anticlericali, abitanti
del Nord e del Sud. L’Unità
d’Italia è avvenuta alla fine per
opera di Cavour sotto il segno
della monarchia sabauda.
Ritengo che questo evento così
importante per la nostra identità e per la nostra storia non
deve, con il passare del tempo,
sfocarsi nella nostra memoria o
peggio non venga malinterpretato anche se per molti italiani è
un problema risolto, un dato storico consolidato su cui non vale
la pena di discutere ancora. Io
penso invece che questo periodo
fondamentale della nostra storia
vada costantemente studiato e
rivisitato.
Nella storiografia post unitaria c’è un’abile orchestrazione
a favore dei Savoia, padri della
patria, che permisero all’Italia di passare dalle tenebre alla
luce, dallo squallore alla civiltà, dall’assolutismo alla libertà,
spodestando il nefando, secondo
i Piemontesi, governo dei Borboni, il medioevale Stato della
Chiesa, gli austriacanti piccoli
regni del centro Italia.
Allora facciamo una veloce
carrellata sul nostro Risorgimento, mettendo da parte i libri di
storia sui quali abbiamo studiato,
le apologie ed agiografie scritte
dai leccaculo dei Savoia o dagli
esagerati memorialisti garibaldini, le novelle interpretazioni
leghiste ed i fatti storici falsati dai
cattolici fondamentalisti. Dobbiamo avere il coraggio di tirar
giù dall’Olimpo i tanti personaggi mitologici e rifarli diventare
uomini con i pregi ed i difetti
di tutti gli uomini e bisogna poi
accettare il fatto che una nazione
o stato italiano prima del 1870
non è mai esistito se non nei
sogni di pochi.
Non facciamoci prendere da
passioni o da vecchie e nuove
polemiche di parte.
Rivisitiamo testimonianze,
diari, biografie, documenti, le
forme organizzative, le battaglie,
i problemi sociali con spirito critico, ma oggettivo.
Bisogna studiare il paese reale,
ovvero i singoli stati allora esistenti nella penisola italica, le
diverse società e culture, le economie, le amministrazioni, l’alfabetizzazione della popolazione, i
rapporti tra governi e governati,
i legami tra cultura popolare ed
identità nazionale.
La parola Risorgimento compare per la prima volta nel 1775
in un testo di Saverio Bettinelli:
Del Risorgimento d’Italia negli
studi, arti e nei costumi dopo il
Mille.
Nella rivista milanese il Caffè
nel 1794 e ’98 compaiono articoli
con su scritto: “…Risorga l’Italia,
divenga la patria comune e gli
italiani diventino una nazione…”
Esce a Torino alla fine del
1847 un giornale liberal-nazionale diretto da Cavour e Balbo con
Le Cento Città, n. 42
il titolo di: Risorgimento.
La parola Risorgimento vuol
significare resurrezione ovvero
rinascita di una nazione, di uno
stato che, quindi, deve essere già
esistito, ma un vero stato italiano
libero ed indipendente non è mai
esistito per cui bisogna rifarsi a
Roma antica o ai sogni letterari
di Dante, Petrarca, Macchiavelli.
La parola Italia fu utilizzata
per la prima volta, nel primo
secolo a. C., dalle popolazioni di
lingua osco–sabellica per definire una lega anti-romana. Questa
lega pose la sua sede a Corfinum
in Abruzzo ed ebbe come simbolo il Toro Italico (viteliù) che
schiaccia la Lupa Romana.
Alcuni vi hanno visto la prima
vera lega dei popoli italici sorta
per combattere l’imperialismo
romano.
Il concetto di nazione italiana e
di stato italiano sono venuti alla
ribalta quando si è sviluppata
l’unità culturale mediata dalla
lingua letterale italiana a partire
dal XIII secolo. Dante e Petrarca
vagheggiarono un ideale poetico
di un Italia libera dal dominio
straniero:
“Il bel paese/là dove ‘l sì suona..”
(Inferno)
“.. il bel paese ch’Appennino
parte,/il mar circonda e l’Alpe”
(Canzoniere)
Macchiavelli sognava un
Signore ideale capace di cacciare
lo straniero e governare l’Italia,
ma nello stesso tempo scriveva:
“..i Papi si sarebbero comunque
schierati contro uno stato italiano..”.
Il Manzoni nel suo Marzo
1821 scrive:
“…una gente che libera tutta,
o fia serva tra l’Alpe ed il mare;
una d’arme, di lingua , d’altare,
di memorie, di sangue e di cor. …
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
o stranieri strappate le tende
da una terra che madre non v’è…
I tuoi figli son sorti a pugnar….”
Fu il pensiero illuminista con
le nuove idee sui diritti dell’uomo, sulla libertà e l’uguaglianza
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
ed infine la Rivoluzione Francese
del 1789 che spodestò l’ancient
regime assolutistico, aristocratico
e clericale, che stimolarono in
Italia, tra la classe colta e la media
borghesia urbana, il formarsi di
“patrioti” che sognavano una
stato italiano, comunque democratico e repubblicano. Furono
poi questi “patrioti” a facilitare
l’ingresso delle truppe francesi
mandate dal Direttorio e guidate
dal generale Napoleone Bonaparte, e poi a collaborare con le
effimere repubbliche giacobine
(Partenopea, Cisalpina, Romana)
istituite dai francesi invasori.
Fu durante il triennio giacobino
che si elessero assemblee rappresentative (a suffragio ristretto), si
vararono costituzioni democratiche, venne abolito il feudalesimo, il privilegio di nobili e preti,
il potere temporale dei papi ed
infine si espropriarono molte proprietà ecclesiastiche ecc.
Le speranze dei patrioti italiani
furono però tradite dall’ingordigia e protervia dei “fratelli”
invasori e si finì sotto la tirannia
napoleonica, ma le nuove idee
non potevano essere tanto facilmente cancellate da oppressori
o restauratori e restarono come
speranza come sogno nel cuore
di tanti italiani.
In una lettera del 4 febbraio
1796 Filippo Buonarroti scrive:
“ … Non vediamo l’ora in cui
vedremo la nostra patria risorgere
libera ..Gli Italiani son tutti fratelli, dobbiamo riunirci e far causa
comune ….”
Il 10 dicembre 1813 il comandante delle forze austriache in
Italia, conte Nugent fa appello
agli Italiani per invitarli a combattere i francesi: “… Appartienesi a voi coraggiosi e bravi italiani il farvi strada con le armi
al vostro Risorgimento …Avete
tutti a diventare una nazione indipendente….”.
Il congresso di Vienna (1815)
restaurò in Italia i vecchi regimi
assolutisti, applicando i principi
del legittimismo feudale in contrasto con le aspirazioni di nazionalità.
I “patrioti” che sognavano uno
stato italiano costituzionale e libero dalle ingerenze straniere, fondarono numerose sette segrete
per combattere i regimi assolutisti
11
Bombardamento dei tre colli di Ancona 1860.
rimessi sui vari troni d’Italia. Filippo Buonarroti costituì, in Francia
ed in Svizzera, la società degli
Apofasimeni (1831) e poi quella
dei Veri Italiani (1832); Benedetto Musolino in Calabria nel 1834
i Figliuoli della Giovine Italia ecc.
Fra tutte prevalse la Carboneria
affiliata alla Massoneria.
Sul finire degli anni trenta del
XIX secolo si diffusero le idee
democratiche propugnate da una
nuova setta chiamata la “Giovine
Italia” e fondata da Giuseppe
Mazzini con il programma: Italia
(dalle Alpi al Lilibeo): una, libera
e repubblicana.
Da alcuni storici l’inizio del
Risorgimento Italiano viene
fatto risalire al proclama di
Rimini (30/3/1815) di Giocchino Murat, re di Napoli che fa
appello al sentimento nazionale
degli italiani per combattere gli
austriaci ed alla successiva battaglia di Tolentino. Altri ai primi
moti portati avanti dalla Carboneria. Il primo, poco noto alla
storiografia ufficiale, avvenne a
Macerata (Marche) nel 1817. Il
più noto fu quello napoletano
del 1820 guidato da Guglielmo
Pepe, anche se a questo moto
mancavano finalità e caratteri
nazionali che meglio si estrinsecheranno in quello piemontese
guidato da Santarosa, dell’anno
successivo.
La conclusione del Risorgimento viene diversamente datata: nel marzo del 1861 quando
fu proclamato il regno d’Italia
o quando Roma divenne capiLe Cento Città, n. 42
tale d’Italia nel 1870 o nel 1918
quando Trento e Trieste divennero parte integrante del regno
d’Italia.
Nel 1843 uscì a Bruxelles: il
Primato morale e civile degli italiani scritto dall’abate Vincenzo
Gioberti e dedicato al martire
Silvio Pellico, in cui si prospettava la soluzione del problema italiano con la nascita di una confederazione degli stati esistenti
e con a capo il Papa (neoguelfismo). Nel 1844 Cesare Balbo
pubblicava a Parigi: le Speranze
d’Italia in cui sosteneva che l’unità e l’indipendenza nazionale
dovevano essere raggiunti attraverso la diplomazia che, senza
spargimento di sangue, avrebbe
portato ad una confederazione
di stati italiani sotto la guida di
casa Savoia. Giacomo Durando
nel suo saggio politico-militare:
Della Nazionalità Italiana propugna la cacciata degli austriaci
e la formazione di una confederazione di stati italiani guidati da
Napoli e Torino ed infine Luigi
Torelli nel suo: Pensieri sull’Italia di un Anonimo Lombardo
sosteneva che senza l’intervento
dei Savoia l’Unità d’Italia non si
sarebbe potuta fare.
Dopo il biennio rivoluzionario (1848-’49) la proposta confederale naufraga, il neoguelfismo giobertiano viene affossato
soprattutto per volontà del Papa
che non ritiene possibile che, il
Sommo Pontefice di tutti i cattolici del mondo, sia il capo di una
confederazione politica locale
Leonardo Bruni
(allocuzione del 29/4/1848).
A battersi per l’Italia libera ed
unita restano i liberal-moderati
che si affidano a Casa Savoia ed i
democratici: sia i mazziniani unitari sia i federalisti cattanei che
sognano la Repubblica Italiana.
A 150 anni dall’unificazione
e dalla nascita dello stato italiano, persistono ancora molteplici
interpretazioni, diverse periodizzazioni, precisi falsi storici e
becere polemiche specie da parte
dei leghisti e dei cattolici fondamentalisti.
I primi seri tentativi di revisione e reinterpretazione del nostro
Risorgimento si ebbero dopo la
seconda guerra mondiale, allorché i Savoia erano stati esiliati
ed il fascismo nazionalista abbattuto.
Solo dopo il 1949 furono pubblicati due lavori importanti: il
Risorgimento, tratto dai Quaderni
del Carcere di Antonio Gramsci e
Mezzogiorno e Sicilia nel Risorgimento di Rosario Romeo.
Il primo testo con l’interpretazione marxista, il secondo con
una oggettiva ricostruzione della
tragedia che travolse il sud d’Italia dopo l’arrivo dei “piemontesi”.
Molti storici considerano il
Risorgimento una Rivoluzione
Nazionale che, destabilizzato il
sistema politico italiano creato
dal Congresso di Vienna, permette a Cavour, aiutato da Garibaldi ed altri di creare il regno
d’Italia e mettervi a capo il re del
Piemonte Vittorio Emanuele.
Alcuni storici ritengono che
l’Unità d’Italia fu dovuta ad
una fortuita serie di coincidenze, sfruttate positivamente dal
conte di Cavour; altri l’attuazione delle aspirazioni e degli
interessi della borghesia liberale
precapitalista italiana che ambiva
ad uno stato unitario, alla libertà,
al progresso economico all’abolizione delle barriere doganali
interne ecc. Altri infine sostengono che, dopo la restaurazione,
si era maturato un sentimento
d’identità nazionale tanto forte
da provocare una serie di eventi
politici, culturali e insurrezionali
tali da condurre alla nascita dello
stato italiano.
Il
revisionismo
storico
gramsciano (marxista) ritiene
12
che non ci fu nessuna rivoluzione, neppure una “rivoluzione
borghese”, perché l’élite liberalborghese filo sabauda non vuole
nessun rivolgimento sociale, nessuna partecipazione popolare al
governo, nessuna riforma agraria, nessun controllo sul capitale,
ma solo la libertà individuale, la
decadenza del potere temporale
del papa e la cacciata di re, arciduchi e principi assolutisti e così
dopo l’Unità nulla cambiò per
quanto riguarda la politica, la
legislazione, il sociale.
L’Italia diventò un “regno
costituzionale”, ma costituzionale non lo fu; la classe liberalmoderata che andò al potere
escluse subito l’ipotesi di una
costituente popolare per paura
delle correnti democratiche,
radicali e giacobine che avrebbe
riconosciuto i diritti del popolo e preferì adottare lo Statuto
benignamente concesso da Carlo
Alberto ai piemontesi nel 1848:
molto favorevole al sovrano poco
al popolo ed alla democrazia.
Le Repubbliche di Venezia e
Roma facevano ancora paura!
La democrazia del nuovo
regno d’Italia può essere considerata una farsa. Nelle elezioni
politiche dell’ottobre del 1870
gli italiani aventi diritto al voto
erano 530.000, su oltre 24 milioni di abitanti, di questi andarono
a votare 241.000 (circa l’1.7%
della popolazione), tra questi il
“popolo” era assente .
Mazzini, nell’agosto del 1870
scrive: “…L’Italia ha più di 24
milioni di abitanti, ma i deputati sono eletti da poco più di
500.000 cittadini, tutti ricchi: Al
popolo non è consentito scegliere i suoi rappresentati…”
Il Risorgimento è stato un
movimento di popolo o di una
élite (aristocrazia progressista,
intellettuali e borghesia liberalmoderata)?
La storiografia è quasi concorde nel riconoscere che il R. è
stato portato avanti da un élite
intellettuale piccolo borghese ed
aristocratica progressista e che è
stato concluso dai liberal-moderati. Secondo questa storiografia
il “popolo” è il grande assente.
L’Agiografia commemorativa
filo sabauda ci mostra un “popolo” che “risorge” alla testa del
Le Cento Città, n. 42
quale c’erano Vittorio Emanuele,
Cavour e Garibaldi e dietro ben
nascosto, ma che è impossibile
non dimenticare:Mazzini.
Non dimentichiamo che poco
meno del 90% delle classi lavoratrici, il cosiddetto “popolo”
era analfabeta ed era costretto a
sgobbare da 12 a16 ore al giorno
per sopravvivere e sfamare la
numerosa famiglia.
Come potete pensare che questo popolo potesse partecipare ai
dibattiti ideologici, scrivere articoli sulla stampa, partecipare a
congiure e moti insurrezionali,
concedersi il lusso di andare a
combattere per l’Unità d’Italia?
Se però andiamo a leggere le
liste, solo recentemente pubblicate, degli inquisiti politici dai
vari tribunali, dei partecipanti ai
moti insurrezionali, alle barricate
di Milano (1848), Brescia (1849)
e dei caduti nella difesa della
laguna di Venezia e sulle mura
di Roma o che hanno partecipato alle campagne garibaldine
troveremo numerosi artigiani,
lavoranti di vario tipo, studenti,
piccoli impiegati ed insegnati.
Durante le Cinque Giornate Milanesi nel marzo del 1848
caddero scontrandosi contro gli
austriaci: 330 proletari, 87 dei
ceti medi e 47 aristocratici:
Unici assenti contadini e braccianti, analfabeti, affaticati da
un lavoro pesantissimo appena
sufficiente per sfamarsi, troppo
controllati dagli agrari e dai preti,
totalmente avulsi dalla città, fucina d’azione.
Il nocciolo del movimento
risorgimentale è costituito dagli
intellettuali sia borghesi che
nobili, dagli studenti, dai liberi professionisti e dagli artigiani
benestanti, ma alla fine la vittoria arrise ai liberali moderati, ai
massoni perché essi esprimevano
la classe dominante, mentre gli
intellettuali non erano una classe
omogenea. Scrive Gramsci: “…la
genesi storica dell’unità d’Italia
non è stata determinata dall’impeto della rivoluzione popolare o
dalle cospirazioni di sette guidate
da una minoranza illuminata e
patriottica (Carboneria, Giovane Italia, Partito d’Azione), ma
dall’espansione di un ambizione
dinastica sostenuta dal partito
liberale e dalla massoneria…”
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
Il Risorgimento è stato l’espansione di uno stato regionale (il
Piemonte) a danno degli altri
stati regionali italiani ?
All’indomani del congresso di
Vienna e sino al 1848 una “minoranza eroica”, divisa tra liberalmoderati filo sabaudi e democratici repubblicani, porta avanti il movimento risorgimentale
con scritti, propaganda e moti
insurrezionali. A questi patrioti si
opponevano, ovviamente, l’Austria, i governi autoritari degli
stati regionali, compreso il Piemonte e la Chiesa.
Dopo il biennio rivoluzionario il regno sabaudo impugna il
tricolore italico, mette al centro
lo scudo sabaudo e decide di
cacciare gli austriaci, abbattere il potere temporale del papa
(obtorto collo) sino ad unificare
l’Italia. Restarono in campo e
si scontrarono il partito d’azione ovvero i liberal-moderati filo
sabaudi ed il partito mazziniano
(democratici-repubblicani) che,
dopo la sconfitta delle repubbliche italiane (romana, veneta,
toscana), continuavano a sperare nell’insurrezione popolare, nell’esercito del popolo che
avrebbe dato vita ad una costituente democratica e quindi alla
nascita dell’Italia: “libera, una
e repubblicana”. Esisteva allora,
anche se meno appariscente, la
visione federale (Cattaneo, Ferrari) che aspirava all’unità delle
singole “patrie”, ormai da troppo tempo divise e comunque
diverse per storia, costumi, evoluzione economica ecc.
Nel marzo 1861 dopo quarant’anni di insurrezioni, di battaglie, dopo che tanti patrioti
salirono il patibolo, finirono in
galere e subirono l’esilio, l’Italia
è fatta con l’aiuto degli zuavi
francesi e con gli assalti all’arma
bianca dei volontari garibaldini.
I Savoia dopo l’ingloriosa guerra e l’umiliante pace di Vienna
acquisiscono il Veneto e dopo la
ritirata dei Francesi dallo stato
pontificio in seguito della caduta
di Napoleone III sconfitto, occupano Roma.
D’Azeglio pronunciò la famosa
frase “…l’Italia è fatta ora bisogna fare gli italiani…”
Durante il processo unitario
13
Bombardamento di Ancona 1860.
non si tiene in alcun conto il precedente pluralismo statuale, le
grandi differenze di tradizioni, di
costumi, di leggi ed amministrazioni; non si tenta di trovare una
saldatura tra stato e società, ma si
preferisce sbrigativamente estendere la struttura amministrativa,
le leggi, i programmi scolastici
ecc del Piemonte al nuovo stato
italiano; si mandarono i siciliani
a fare il militare al Nord ed i
veneti al Sud: per “far opera di
coesione”.
C. Cantù nella “Cronistoria
dell’indipendenza italiana : 18721876” scrive: “…..lo scopo del
conte di Cavour era quello di
ingrandire il Piemonte di terre e
di popolazioni; lo muoveva l’interesse della Dinastia non dell’Italia….”
Galli della Loggia nel suo
“Identità Italiana”
“…L’Italia unita che viene
proclamata il 17/3/1861 non si
realizza intorno ad un nucleo centrale politico o ad una grande
città, ma attraverso le annessioni
a favore di un piccolo stato italiano con origini molto francesi …..”
A. Romano scrive: “…L’unificazione nazionale è stata comunque una specie di “rivoluzione”
borghese; la borghesia capitalista
ed imprenditoriale si voleva liberare dei legacci doganali e del
controllo straniero poiché ambiva
allargare i propri mercati….”
P.Gulisano: “… l’Italia fu fatta
a colpi di plebisciti truffaldini
con l’intento di farla finita con
la Chiesa, i Borboni ed i piccoli
sovrani assolutisti…”
Le Cento Città, n. 42
Il Regno Piemontese impone, dunque, a tutti gli italiani
dai veneti ai siciliani, supportato dalla borghesia possidente e
liberale e dalla massoneria: un
re straniero (la Savoia è di lingua e tradizioni francesi) che
diventa re d’Italia mantenendo,
protervamente, la numerazione
piemontese: Vittorio Emanuele
II., il suo statuto, le sue leggi, le
sue istituzioni, le sue tasse e non
solo, ma anche il modo di vivere
e di pensare dei piemontesi.
Tutto questo verrà imposto
con ridicoli plebisciti, con le fucilazioni, la galera e l’occupazione
militare dei bersaglieri e carabinieri “piemontesi”.
Altra questione molto dibattuta dall’estrema sinistra post unitaria è i rapporti tra rivoluzione
risorgimentale ed il problema
sociale.
Il problema sociale non fu mai
compiutamente affrontato sia
prima che dopo l’Unità d’Italia
sia dai movimenti politici che dai
governi di destra e perfino da
quelli di sinistra .
Dopo la Comune di Parigi gli
Internazionalisti accusano i liberal-borghesi-massoni ed i mazziniani di aver dimenticato, il “problema sociale”: Il Risorgimento
si è identificato con i proprietari
terrieri appartenenti al partito
liberale moderato e giammai con
il popolo.
Il nuovo governo italiano
poco pensò a migliorare lo stato
economico-sociale dei contadini
(allora oltre il 60% della popolazione) e dei salariati analfabeti
Leonardo Bruni
ed al limite della sopravvivenza,
li gravò di pesanti tasse sui consumi essenziali (macinato, sale)
di una lunga coscrizione militare.
Nulla fece il governo regio liberale per impedire lo sfruttamento
dei braccianti e dei fittavoli da
parte degli agrari e quello degli
operai da parte degli imprenditori capitalisti e non dimentichiamo l’ignobile sfruttamento del
lavoro femminile e dei minori.
All’inizio solo una voce, quella del Mazzini, si levò in difesa delle plebi, successivamente
(dopo il 1869) scesero in campo
gli Internazionalisti (socialisti ed
anarchici).
Mazzini, già negli anni quaranta del XIX secolo scriveva: “…
senza popolo nessuna rivoluzione
è possibile…per avere con se il
popolo, la rivoluzione deve porsi
come scopo un sistema che enunci
nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e
più povere…”.
Carlo Pisacane prima d’immolarsi per l’Italia nel 1857 scriveva:
“ …. Prima di cacciare lo straniero
e fare l’Italia bisogna pensare ai
contadini ed agli operai, combattere il privilegio, lo sfruttamento
dei salariati, il latifondismo….
sono convinto che il contadino
non combatterà mai una guerra
patriottica senza riforme sociali e
promessa di terra…”.
Nievo nella sua incompiuta
“Rivoluzione Nazionale” affermava, intorno al 1860, che per
fare la rivoluzione, bisognava
agire sulla massa analfabeta dei
contadini e dei salariati, plagiata
dal clero e dai possidenti, offrendogli lavoro giustamente retribuito, istruzione gratuita e terre.
Altro punto importante del
processo risorgimentale è il
lungo scontro tra Stato e Chiesa,
tra clericali e anticlericali che
divampò dal 1848 sino ai primi
anni del XX secolo. E’ vero ed è
in parte spiegabile che la Chiesa
Cattolica, conservatrice, refrattaria all’evoluzione dei tempi,
contrastasse con ogni mezzo il
naturale evolversi della coscienza
italiana patriottica, combattesse
i massoni ed i liberali laici che
volevano imporre la libertà religiosa, la scuola laica, l’esproprio
dei tanti beni degli ordini religio-
14
si e poi i mazziniani che predicavano l’eresia: Dio e Popolo.
Si creò così una profonda frattura tra buona parte del popolo
italiano, pur sempre cattolico,
e la Chiesa e così scoppiarono
memorabili ed aspre battaglie tra
laici e clericali.
Gorresio parla di Risorgimento
scomunicato, Pio IX il 29 maggio
1876 dichiarò “…il cosiddetto
riscatto nazionale degli Italiani è
stato il trionfo del disordine e la
vittoria della più perfida rivoluzione antireligiosa...”.
Scrive lo scrittore cattolico
Messori (1990): “…Il R. fu una
guerra combattuta contro la religione, l’unica realtà che univa
gli italiani. …..Garibaldi, Cavour,
Mazzini,ecc. non padri della patria
a cui dedicare monumenti o strade
…per loro la città giusta sarebbe:
Norimberga…..”
Recentemente (1998) Giorgio
Rumi, cattolico, docente di storia contemporanea all’Università
statale di Milano ha scritto che
l’Italia è nata contro la Chiesa,
contro la religione dei padri.
All’indomani della presa di
Roma i cattolici-conservatori
si scagliarono contro i liberalmassoni e la casa Savoia per aver
privato il Sommo Pontefice delle
sue terre e sottomesso la chiesa universale cattolica allo stato
sabaudo.
Per i cattolici l’Unità Nazionale è una farsa: non l’aspirazione
concorde di un popolo o almeno
di una parte di esso, ma la pura e
semplice conquista da parte del
Regno Sabaudo che ha usurpato legittimi troni e costretto il
popolo italiano a mettersi contro
la religione.
Il Savoia ha cacciato dal trono
il Vicario di Cristo in terra, sine
causa, completando l’impresa
con la spogliazione degli ordini
religiosi, la chiusura di centinaia
di conventi e mettendo sul lastrico oltre 30.000 religiosi.
Alla fine degli anni novanta
del XX secolo i cattolici fondamentalisti di Comunione e Liberazione riprendono la polemica
antirisorgimentale in convegni e
con articoli nei giornali ridicolizzando i nostri eroi: Mazzini è un
terrorista capace solo, con le sue
molteplici congiure ed insurrezioni, di provocare solo impiccaLe Cento Città, n. 42
gioni, fucilazioni e lunghi anni di
carcere ai suoi seguaci. Garibaldi, uno stupidotto assatanato di
sesso: non è vero che conquistò il
Regno del Sud, fu la classe dominante degli agrari-latifondisti a
darsi alla Camicia Rossa, sperando maggiori vantaggi dai Savoia..
Cavour, massone, voleva
distruggere la Chiesa Cattolica e
la nostra santa religione !
I Cattolici insistono: non
dimentichiamo che allora le istituzioni più valide in Italia erano:
le università, gli ospedali, i monti
di pegno, i brefotrofi, gli ospizi
per i vecchi ecc. tutte istituite
dalla Chiesa Cattolica e poi affermano che l’unica aggregazione
italica è la comune credenza in
Cristo e nella sua Chiesa.
Il cardinale Biffi (1999) scrive:
“…la lunga inimicizia tra governo
italiano e Chiesa non è causata
della sottrazione del potere temporale o dal furto dei beni della
chiesa, ma dalla volontà della cricca liberal-massonica al governo di
attentare alla sacra libertas ecclesiae… Nessun cattolico rimpiange
la perdita del “potere temporale”
da parte della Chiesa, ma il capo
della chiesa universale per attendere alla sua missione pastorale
necessita di libertà ed indipendenza da ogni autorità politica”.
Per fare l’Italia ci son volute
insurrezioni e guerre. Le insurrezioni sono tutte fallite e le battaglie condotte dai Savoia per
cacciare gli austriaci sono state
tutte perse. Le “scaramucce” di
Goito e Pastrengo sono di nessun
conto, ma la disfatta di Custoza e
di Lissa sono realtà vergognose:
A San Martino abbiamo fatto
poco o nulla, vinsero i francesi a
Solferino. La cosiddetta vittoria
di Castelfidardo (poco più di una
scaramuccia) vede lo scontro tra
un esercito regolare ed agguerrito di oltre 15.000 uomini contro poco più di 3000 volontari
papalini.
Le uniche battaglie importanti vinte dagli italiani, durante
tutto il Risorgimento, sono quelle guidate da Garibaldi contro
gli austriaci a Bezzecca e contro l’esercito borbonico, ancora agguerrito, compatto e più
numeroso, sul Volturno il 1°
ottobre del 1860.
L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia
Vediamo la questione: Risorgimento e Sud d’Italia.
Tra maggio e ottobre del 1860
Garibaldi e la sua “banda” con
l’appoggio dei “galantuomini
liberali”, della massoneria, degli
alti gradi dell’esercito borbonico
e, alcuni sospettano, della mafia,
conquista il regno borbonico
delle Due Sicilie.
Il popolo inneggia a Garibaldi,
l’eroe bello e biodo delle storie
dei “pupi”, spera nel riscatto
sociale, aspira alle terre espropriate al feudo ed alle istituzioni
ecclesiastiche, ma quando infine
a Bronte in Sicilia i contadini
pretendono la loro terra ed assaltano i “galantuomini” interviene
Bixio, su ordine di Garibaldi,
a riportare l’ordine fucilando a
man bassa i “rivoluzionari”.
Vinto l’esercito borbonico
sul Volturno, Garibaldi praticamente cede il Regno del Sud
a Vittorio Emanuele II. Sì ci fu
poi un plebiscito per legalizzare
l’annessione, ma a detta di tutti
gli osservatori neutrali fu “una
vera nefandezza”. A Napoli, una
delle città più fedeli ai Borboni,
votarono 106.000 cittadini ed i
contrari all’annessione furono
solo 31 !
Negli uomini al potere del
Regno Sardo c’era un incomprensione totale, direi un odio
malcelato verso gli italiani del
Sud definiti spesso “canaglie e
briganti”
I Piemontesi, che subentrarono
ai garibaldini nel regno delle due
Sicilie, si comportarono come
invasori. I Luogotenenti Luigi
Carlo Farini e poi il principe di
Carignano impongono leggi ed
amministratori piemontesi, tasse
ed imposte antipopolari, una
coscrizione obbligatoria molto
lunga e lontana da casa e… niente terra ai contadini. Oltre 30.000
soldati napoletani, anche loro italiani e che non vollero rinnegare
il giuramento al loro re, furono
spediti a soffrire fame e freddo
nei forti- prigione della lontana
Val d’Aosta.
Una parte del popolo, specie
quello delle campagne, si ribella
all’occupazione straniera (piemontese) con l’apporto di ex
militari borbonici, con l’appoggio dei preti e dell’aristocrazia
filoborbonica. Gli storici marxisti la definiscono: rivolta contadina; i piemontesi lo chiamano
brigantaggio.
Tra il 1861 ed il 1864 operarono nel Sud oltre 100.000 militari
piemontesi che rasero al suolo
oltre 20 paesi (Pontelandolfo,
Casalduni, Montefalcione ecc.),
fucilarono e bruciarono vivi più
di 15.000 persone, in genere contadini innocenti, tra cui 70 donne
e 80 minori ed arrestarono più di
50.000 persone.
Scrive nel 1875, lo storico e
deputato napoletano Pasquale
Villari: “.. per distruggere poche
migliaia di briganti abbiamo fatto
scorrere fiumi di sangue innocente…” e Gramsci nel 1938 scrive:
“…lo stato italiano ha messo a
ferro e fuoco l’Italia meridionale
crocifiggendo, squartando e seppellendo vivi i poveri contadini
accusandoli di essere i manutengoli dei briganti …”
Qualcuno, recentemente ha
scritto: “… i piemontesi si sono
comportati come truppe d’occupazione, peggio dei nazisti!….”.
La guerra civile del Sud provocò più vittime di tutte le battaglie
risorgimentali messe insieme.
Per concludere possiamo affermare che il Risorgimento italiano
non è stato, come la tradizione
celebrativa ce lo vuol presentare,
tutto idillio e gloria. E’ stato il
dramma di un popolo o di una
élite, a seconda le interpretazioni, in cerca della propria identità,
della libertà, dell’unità statuale,
ma come per ogni umana attività,
ci sono stati luci ed ombre, eroi
e vigliacchi, vizi e virtù, errori e
genialità, interessi di casta, silenzi
colpevoli ed elogi sperticati.
Tutto ciò non può inficiare
l’importanza del nostro movimento risorgimentale che ci ha
permesso bene o male di diven-
Le Cento Città, n. 42
15
tare un popolo ed uno stato; ci
sono voluti pero ancora 85 anni,
un secondo Risorgimento, perché il sogno di Giuseppe Mazzini
si avverasse: Italia, Una, Libera e
Repubblicana.
Bibliografia
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24) Villari Rosario Il Sud nella storia
d’Italia Laterza
L’economia
17
Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana
Un approccio storico
di Marco Moroni
Premessa
Nella seconda metà del Novecento le Marche hanno vissuto
un processo di rapida e intensa
industrializzazione, le cui radici
risalgono a precedenti esperienze
manifatturiere che hanno segnato
interi territori fin dall’Ottocento,
rendendoli capaci di cogliere le
opportunità offerte dal nuovo
ciclo economico internazionale
apertosi al termine del secondo
conflitto mondiale. Anche nelle
Marche, come in tutta la Terza
Italia, l’industrializzazione ha
ben presto ha assunto i caratteri
dell’industria diffusa, organizzata in sistemi produttivi locali che,
dopo gli studi di Giacomo Becattini, si è soliti definire distretti
industriali.
All’interno di questo processo,
fra le imprese marchigiane sono
emersi parecchi casi di successo
che opportunamente le Associazioni Le Cento Città e Il Paesaggio dell’Eccellenza hanno inteso
valorizzare in un apposito convegno, nel quale le testimonianze degli imprenditori sono state
fatte precedere da una analisi
di carattere storico. È una scelta
che ritengo corretta; la mia non è
la difesa d’ufficio dell’importanza della Storia: i casi esemplari (le
“eccellenze”), per essere significativi, vanno sempre inseriti
dentro un quadro strutturale che
non può essere di breve periodo.
Non voglio sminuire il ruolo
dell’imprenditore innovatore
esaltato da Schumpeter, ma chi
vuole comprendere il cambiamento economico e in particolare un processo di crescita come
quello marchigiano, incentrato
su sistemi produttivi localizzati, non può prescindere da uno
sguardo diacronico attento alle
trasformazioni strutturali, perché
lo sviluppo economico, soprattutto se radicato territorialmente, innervato da intense relazioni
sociali e sostenuto da articolate
e attive istituzioni intermedie
(come nel caso marchigiano), è
un processo che necessariamente
richiede una lunga sedimentazione storica.
I protagonisti della grande trasformazione marchigiana
Per affrontare il tema del convegno, un utile punto di partenza è l’espressione contenuta nel
volume della Storia d’Italia che
nel 1987 la casa editrice Einaudi ha dedicato alle Marche; in
un saggio intitolato Mentalità,
lavoro e classi sociali, relativo al
contesto socio-culturale della
regione nel secondo dopoguerra, quella marchigiana veniva
definita una “modernizzazione
dimezzata”, per l’asincronia tra
la rapidità dello sviluppo economico e la lentezza e vischiosità
delle trasformazioni sociali. È
chiaro, benché nel saggio non
lo si scriva espressamente, che
in una “modernizzazione dimezzata” non possono che esserci
“imprenditori dimezzati”.
Non interessa in questa sede
riaprire il dibattito sull’origine
sociale degli imprenditori marchigiani. È un dato ormai acquisito che nelle Marche i protagonisti della “grande trasformazione”
(per riprendere l’ormai classica
espressione di Karl Polanyi) sono
imprenditori di estrazione sociale modesta: artigiani, commercianti ed anche operai; raramente mezzadri (o coltivatori diretti)
passati direttamente all’industria,
più spesso figli di mezzadri con
precedenti esperienze nel mondo
dell’artigianato o dell’industria.
Secondo quanto emerge dalle
inchieste condotte alla fine degli
anni Settanta, in particolare
penso a quella realizzata da Tousijn, nelle Marche gli imprenditori provenienti direttamente
dall’agricoltura (includendo
nella categoria degli imprenditori sia gli “industriali” che gli
artigiani) raggiungono appena
la quota dell’8 per cento. Nelle
altre regioni della Terza Italia
tale quota è ancora più ridotta.
Le Cento Città, n. 42
Questo dimostra che la mobilitazione imprenditoriale realizzatasi nelle regioni della Terza
Italia nei primi due decenni del
secondo dopoguerra, per impulso delle novità indotte dall’evento bellico e sull’onda di un
ciclo economico internazionale
in forte espansione, non va collocata all’interno di un universo unicamente contadino, come
talvolta si è scritto, pur essendo
indubbiamente frutto anche di
un sorprendente protagonismo
dei ceti rurali. È prevalentemente nell’ambiente urbano che si
conservano le competenze artigiane e le capacità imprenditoriali necessarie per realizzare
la “grande trasformazione”. È
prevalentemente nell’ambiente
urbano che si forma quel radicato sistema di valori, di competenze e di pratiche rivelatosi
essenziale per lo sviluppo dei
sistemi economici locali.
Sta di fatto che, grazie alla
attivazione di tutte le energie
presenti nella regione, le Marche si industrializzano, riuscendo
a inserirsi all’interno di un più
generale processo di sviluppo
che vede convergere molti Paesi
occidentali verso i livelli di reddito raggiunti dagli Stati Uniti.
Processi di convergenza
A proposito di questo processo, gli studi di Abramovitz e
David hanno dimostrato che nel
trentennio successivo al secondo conflitto mondiale i Paesi
dell’Europa occidentale (Italia
compresa) riescono a ridurre
nettamente il divario che li separava dagli Stati Uniti in termini
di prodotto pro capite. Affrontando il tema in un’ottica non
più nazionale ma regionale, va
notato che in Italia, a differenza
di quanto era avvenuto nel primo
Novecento, gli alti tassi di crescita non si concentrano soltanto
nelle regioni del Triangolo industriale, ma si manifestano anche
nelle regioni dell’Italia centrale
Marco Moroni
e più in generale nella cosiddetta
Terza Italia.
Al processo di convergenza sottolineato da Abramovitz e David
ed evidenziato dai dati relativi
al PIL pro capite (un indicatore certo discutibile, ma comunque significativo) partecipano
anche le Marche, nonostante la
nostra regione nel censimento
industriale del 1951 abbia ancora
un’economia fortemente agricola
e un reddito pro capite leggermente inferiore a quello medio
nazionale. Trent’anni dopo, all’inizio degli anni Ottanta, con un
tasso di industrializzazione oltre
il 40 per cento, le Marche hanno
ormai un livello di vita non lontano da quello delle regioni più
avanzate del Paese.
Imprenditori dimezzati?
Tornando all’espressione che
ho mutuato dalla Storia d’Italia
Einaudi, è evidente che degli
“imprenditori dimezzati” sono
destinati a soccombere alle prime
vere difficoltà. A oltre vent’anni
di distanza si può affermare con
tranquillità che quelle previsioni
sono state smentite dai fatti.
Conosciamo bene le difficoltà
che oggi stanno vivendo molte
imprese marchigiane e sappiamo
bene che negli ultimi anni molti
imprenditori si sono arresi o
hanno preferito investire altrove;
tuttavia, se analizziamo le vicende imprenditoriali della nostra
regione con uno sguardo diacronico più ampio, possiamo affermare che, anche in altri momenti
difficili e pur all’interno di fenomeni epocali come il post-fordismo e la globalizzazione, i sistemi
produttivi delle Marche (e più
in generale della Terza Italia)
hanno dimostrato una grande
vitalità e una notevole, oltre che
imprevista, capacità di recupero.
Nel caso delle Marche, poi, se
si guarda all’esito più recente di
questo grande processo di trasformazione, il risultato è ancora più sorprendente: secondo i
dati rilevati nel censimento del
2001 le Marche sono ormai una
delle regioni più industrializzate d’Italia. Una regione, per di
più, con un sistema produttivo
a forte vocazione internazionale;
alla stessa data, infatti, la quota
regionale sulle esportazioni ita-
18
liane è passata al 3,1%, ben al di
sopra del peso relativo del PIL,
che invece si colloca al 2,6%.
Una regione in controtendenza
Se la trasformazione della
struttura economica regionale è
proseguita anche dopo gli anni
Ottanta e fino alla crisi del 2008,
in evidente controtendenza
rispetto alle difficoltà incontrate
dalla grande industria e, più in
generale, dall’economia nazionale, è indiscutibile che il sistema
produttivo marchigiano non solo
ha tenuto, ma si è consolidato
e che quella della nostra regione è ormai una imprenditorialità
matura.
Detto in altri termini: quanto
è avvenuto dimostra che, dopo
l’attivazione diffusa e spontanea
di energie imprenditoriali che
aveva caratterizzato gli anni del
“miracolo economico”, si è avuta
una fase guidata da imprenditori
che, sottoposti a nuove modalità di formazione e di selezione,
sono stati in grado di affrontare con successo i nuovi contesti
competitivi.
È evidente che, dopo il ruolo
propulsivo svolto dall’imprenditoria minore nata nella fase della
grande crescita, doveva emergere
una imprenditoria più matura,
dotata di maggiore formazione,
capace di gestire moduli organizzativi e tecnologici più complessi
e in grado di affrontare le nuove
sfide dei mercati internazionali.
È appunto quello che è avvenuto a partire dagli anni Ottanta,
grazie anche al ruolo svolto dalle
università marchigiane e dall’ISTAO, l’Istituto di formazione
imprenditoriale e manageriale
voluto da Giorgio Fuà, mentre,
in precedenza, a lungo era risultata sufficiente la formazione
offerta dalle scuole professionali
e dagli istituti tecnici della regione, fra i quali l’Istituto tecnico
industriale di Fermo, attivo fin
dal 1863.
Nell’ultimo venticinquennio gli
imprenditori marchigiani hanno
partecipato da protagonisti alla
crescita dell’industria italiana,
trainata anche a livello nazionale
non dalle grandi imprese ma,
appunto, proprio dai settori del
made in Italy. Ed anche nelle
condizioni di difficoltà della fase
Le Cento Città, n. 42
economica più recente, tutti gli
indicatori economici attestano le
buone performance del sistema
produttivo marchigiano, pur in
condizioni di crescente e agguerrita concorrenza internazionale.
Lo confermano gli studi sulla
natalità e mortalità delle imprese,
ma anche quelli relativi alla loro
internazionalizzazione.
I problemi
I problemi ovviamente non
mancano. A partire da quelli
legati alla presenza di un capitalismo che nella nostra regione ha
ancora come tratto strutturale e
distintivo l’assoluto predominio
di quella impresa-famiglia che
era stata alla base del suo successo. Ancora oggi la quasi totalità
delle attività industriali marchigiane risulta controllata e gestita
da famiglie. Anche nelle società
di capitale, cresciute fortemente
negli ultimi decenni, non solo è
elevata la presenza dei familiari
nella proprietà, ma il ruolo dei
membri della famiglia proprietaria resta dominante anche nella
direzione e nella gestione dell’azienda, mentre la presenza del
manager si segnala soltanto nelle
imprese di maggiori dimensioni.
In un contesto di questo tipo,
negli ultimi anni in molte imprese si è posto il delicato problema
del passaggio generazionale. Per
evitare che tale passaggio abbia
ripercussioni negative sull’azienda, l’avvicendamento nella proprietà e nei ruoli dirigenziali va
preparato in modo adeguato e
va guidato con opportune esperienze lavorative e con appositi
interventi formativi.
Accanto a questo problema
si colloca l’altro della crescita dimensionale. Una crescita
necessaria e che si sta realizzando. Investiti dai processi di internazionalizzazione, nel corso degli
anni Novanta i sistemi distrettuali marchigiani hanno visto ridursi
il numero delle piccole e piccolissime unità produttive, mentre
sono progressivamente aumentate le imprese più strutturate, che
ormai in parecchi casi si configurano come “medie” imprese, e
sono aumentati anche i “gruppi
di imprese”, cioè le società giuridicamente distinte ma facenti
capo a uno stesso imprenditore
L’economia
o team imprenditoriale: nel 2001
nelle Marche risultavano 180
medie imprese e 78 gruppi.
Se i segnali di consolidamento organizzativo sono dunque
innegabili, anche nell’ottica
dell’organizzazione produttiva i
problemi non mancano: penso,
ad esempio, al tema della produttività e dell’innovazione e in
particolare al deficit di capacità
di innovazione che nelle Marche
sembra emergere da indicatori come il limitato numero dei
brevetti europei e la bassa propensione ad assumere lavoratori
con elevato grado di istruzione
ed alte competenze formali. So
bene che si tratta di indicatori
discutibili; anche la Banca d’Italia in un recente rapporto ricorda che la produttività a livello
aggregato viene sempre sottostimata in un sistema economico,
quale quello del nostro Paese,
contraddistinto da una struttura
produttiva molto frammentata e
da una elevata presenza di forme
di economia sommersa. Come
pure so che l’incredibile paradosso italiano, costituito dalla
presenza di innovazione pur in
assenza di ricerca, si manifesta
in modo macroscopico nel caso
marchigiano: il nostro sistema
produttivo riesce infatti a garantire costante innovazione di processo e di prodotto, nonostante
gli scarsi investimenti in ricerca
e sviluppo.
Conclusioni
La crescita dell’economia marchigiana nel secondo dopoguerra
è stata resa possibile dall’attivazione diffusa di vivaci risorse
imprenditoriali e dalla governance fornita da un pervasivo capitalismo familiare. Per affrontare
il difficile contesto competitivo
19
degli ultimi decenni, questo
modello ha dovuto assumere
una configurazione più articolata, all’interno di sistemi locali
sempre più aperti e internazionalizzati.
Oggi, nel nuovo quadro economico nazionale e internazionale, ritengo che due siano i nodi
problematici sui quali si giocherà il futuro dell’intera economia
regionale: da una parte l’industria marchigiana deve essere
capace di continuare a generare
una elevata vitalità imprenditoriale e un sapere contestuale
diffuso, dall’altra le istituzioni
politiche e sociali devono essere
in grado di governare processi
sempre più complessi che richiedono non solo un forte ruolo
di coordinamento, ma anche un
costante sforzo di innovazione.
Accettare le nuove sfide e
affrontare questi nodi con capacità progettuale, puntando su
qualità e innovazione: è questo
oggi il difficile compito cui sono
chiamati gli imprenditori marchigiani. Le numerose eccellenze divenute interessanti casi di
studio dimostrano che le energie imprenditoriali, pur ridotte
con il sopraggiungere della crisi,
certo ma non mancano. Occorre,
però, che agli sforzi di imprenditori capaci, geniali, lungimiranti e ancora disposti a rischiare,
si unisca l’efficienza dell’intero
sistema economico non solo
nazionale ma anche regionale: le
sfide globali oggi si vincono con
l’efficienza dell’intero “sistemaPaese”.
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forze locali: il distretto industriale,
Bologna, Il Mulino, 1987.
6) G. Becattini, Il calabrone Italia.
Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana, Bologna, Il
Mulino, 2007.
7) G. Becattini, M. Bellandi, G. Dei
Ottati e F. Sforzi, a cura, Il caleidoscopio dello sviluppo locale. Trasformazioni economiche nell’Italia
contemporanea, Torino, Rosenberg
& Sellier, 2001.
8) C. Carboni, Mentalità, lavoro e
classi sociali, in S. Anselmi, a cura,
Le Marche, Torino, Einaudi, 1987.
9) M. Fortis e A. Quadrio Curzio,
Industria e distretti. Un paradigma
di perdurante competitività italiana,
Bologna, Il Mulino, 2006.
10) G. Fuà e C. Zacchia, Industrializzazione senza fratture, Bologna, Il
Mulino, 1983.
11) M. Moroni, Alle origini dello
sviluppo locale. Le radici storiche
della Terza Italia, Bologna, Il Mulino, 2008.
12) M. Moroni, L’imprenditoria marchigiana nella seconda metà del Novecento, Università Politecnica delle
Marche, Quaderni del Dipartimento
di Scienze Sociali, n. 37, 2010.
13) E. Sori, I numeri della “grande
trasformazione”: le Marche tra 1951
e 1981; in “Proposte e ricerche”, n.
55, 2005.
14) W. Tousijn, Imprenditorialità e
struttura di classe in una regione ad
economia periferica, in “Quaderni di
sociologia”, n. 1, 1980-1981.
L’economia
20
Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana
Le testimonianze dei protagonisti
di Edoardo Danieli
Eccellenze, nonostante. Il convegno promosso da Le Cento
Città e Il paesaggio delle eccellenza sull’economia marchigiana si è
mosso tra queste due considerazioni. Attraverso la testimonianza di alcuni degli imprenditori
che lavorano nelle Marche, sono
emerse evidenze che nell’intendimento degli organizzatori
possono essere la base per successivi approfondimenti. Così,
nella linea delle eccellenze, la
creatività, la capacità di innovazione, il radicamento nel territorio sempre con uno sguardo
alla sfida globale, il rapporto
con i dipendenti sono stati citati
come sicuri elementi di forza del
sistema economico marchigiano.
Non mancano, però, le criticità: in primo luogo l’eccesso di
burocrazia, la dipendenza dal
mercato finanziario e i problemi
della formazione adeguata alle
esigenze del mondo del lavoro.
Problemi che le Marche, peraltro, condividono con il resto del
Paese. Dunque, un convegno
che non è stato solo un momento di elogio e di ringraziamento
per le persone che hanno contribuito a fare grande la nostra
regione - pure importante - ma
anche una riflessione per far sì
che questo impegno possa essere
ancora così forte e più grande
nel futuro.
La giornata è iniziata con il
saluto istituzionale del prof
Marco Pacetti, Magnifico Rettore dell’Università Politecnica
delle Marche, a cui è seguito
quello dei due presidenti delle
associazioni organizzatrici: arch.
Maria Luisa Polichetti (Le Cento
Città) e Giuseppe Guzzini (Il
paesaggio dell’eccellenza). Dopo
la relazione del prof Marco
Moroni, docente dell’Università
Politecnica delle Marche (che
pubblichiamo nelle pagine precedenti), hanno parlato Giuseppe
Casali del Piginigroup di Loreto, Gastone Bertozzini della TVS
di Fermignano, Luciano Brandoni del Gruppo Brandoni di
Castelfidardo,
Enrico Loccioni del Gruppo
Loccioni di Jesi,
Gennaro Pieralisi del Gruppo
Pieralisi di Jesi
e
Giuseppe
Santoni della
Santoni di Corridonia. L’incontro è stato
moderato da
Marco Monte- Da sinistra Marco Montemaggi, Giuseppe Guzzini, Marco
maggi, direttore Pacetti e Maria Luisa Polichetti.
del Paesaggio
Abbiamo avuto accanto persone
dell’eccellenza mentre le conclu- che non hanno fornito la loro
sioni sono state affidate a Catervo opera perché veniva pagate ma
Cangiotti, nel triplice ruolo di perché mettevano entusiasmo.
presidente della Pica Spa e past
Noi lavoriamo per committenze
president di Confindustria Mared abbiamo quindi l’esigenza di
che e de Le Cento Città.
dare qualità, certezza dei tempi
Casali, in apertura di giornata,
e innovazione; ci siamo inventati
ha ripercorso gli oltre 50 anni
cose nuove perché abbiamo perdi attività, del gruppo Pigini,
sone che entrano in azienda per
una delle più importanti realtà
nel settore della stampa a livello creare nuovo business”.
Bertozzini, dal canto suo, ha
nazionale, nata per le successive
introdotto
nel dibattito le prime
intuizioni di don Lamberto Pigicriticità.
Una
storia la sua, ha
ni, la cui presenza ha onorato
l’incontro. Il gruppo ha sette detto, l’imprenditore simile a
società diverse che lavorano quella di molti colleghi. La divernelle Marche e una che opera sificazione del padre-padroin territorio umbro, in circa 40 ne che sull’onda del successo
mila metri di coperto. Il fattu- dell’impresa edile di famiglia
rato 2009 è stato di 72 milioni, i decide di acquistare una fabbridipendenti, con un elevato profi- ca di pentole a Fermignano negli
lo professionale, sono 320. Casali anni Sessanta. La produzione
ha posto l’accento sulla necessità che nella continua sfida con i
di ingenti investimenti tecnologi- mercati mondiali, ha cambiato
ci che richiede il settore con tutti pelle, riuscendo sempre, grazie
i rischi conseguenti. “Noi - ha all’innovazione dei prodotti, a
detto - fummo i primi ad acqui- mantenere posizioni preminenti.
stare una macchina a due colori I mercati che mutano, le esigenze
e ci pareva già molto. Nel 1983 commerciali che sono sempre
ci fu la prima quattro colori e in differenti, i successi e i premi per
questi venti anni sono stati com- qualità e design. Attualmente la
piuti altri investimenti importan- TVS ha 36 mila metri quadrati di
ti ogni due anni: adesso siamo la stabilimento, 300 dipendenti, 65
più importante realtà del Centro milioni di fatturato, per l’80 per
Sud Italia con 50 gruppi stampa; cento all’estero. Ma... “Devo dire
una delle 8 dieci-colori del costo - ha detto Bertozzini - che il radidi 2 milioni di euro”. “Segni di camento sul territorio comincia
talento e segni di stampa - ha ad essere un problema. In un
concluso Casali - , non bastano Paese quale l’Italia in cui l’imidee e capitali ingenti ma servono prenditore è mal tollerato ed è
talento e il cuore delle persone. considerato un male necessario,
Le Cento Città, n. 42
L’economia
non sempre si riesce a coniugare
il nostro lavoro con l’ambiente
in cui viviamo”. Due principalmente le difficoltà: la carenza
di infrastrutture e l’eccesso di
burocrazia, che frena le aziende
e ne mina la competitività.
Terzo intervento di Luciano
Brandoni, del gruppo Brandoni
di Castelfidardo. Dai radiatori tubolari di arredamento nel
1988 - tuttora di grande successo - alla produzione di pannelli
fotovoltaici di alta qualità, che
si è sviluppata parallelamente a
partire dal 2006. Innovazione e
creatività, in tutti e due i settori. La Brandoni ha “inventato”,
oltre 20 anni fa, la prima linea di
radiatori tubolari con saldatura
a scomparsa prendendo spunto
dalla produzione di cioccolatini. Il cambiamento induce ad
occuparsi del “nuovo”, come lo
definisce Brandoni: delle energie
rinnovabili. E’ il 2001, lo scetticismo per il settore si misura con
la sostanziale indifferenza che
il mondo del credito dedica al
business plan che l’imprenditore
prepara. Poco male, la nuova
avventura si finanzia in modo
diretto con i ricavi del settore
radiatori. Ora, Brandoni solare
è il primo player italiano e il
settimo europeo per la produzione di pannelli solari di qualità.
Oltre 130 i dipendenti, 28 anni
di media, tutti assunti a tempo
indeterminato e, soprattutto,
con un alto grado di preparazione, portato avanti dall’azienda.
“Il prodotto di qualità e le idee
- è la conclusione - ripagano nel
tempo”.
Enrico Loccioni è stato introdotto da una bellissima citazione
di Montemaggi, ripresa dal sito.
“All’inizio del nostro lavoro c’è
la terra, al centro del nostro
lavoro c’è la conoscenza, alla fine
del nostro lavoro c’è la persona”.
Dice tutto di un’impresa che
non produce (se non in rari casi)
ma soprattutto accompagna le
aziende nel miglioramento dei
processi produttivi e gestionali. “Affianchiamo le imprese e
sviluppiamo servizi e idee per
la soluzione dei problemi che
necessitano di capitale umano”,
ha sintetizzato Loccioni. Il quale
ha detto che “che le nuove prospettive, nate dopo la crisi, porta-
21
no ad occuparsi
di ambiente,
comfort e qualità”. L’età media
dei circa 330
dipendenti è di
32 anni; il 50
per cento è laureato. Il rischio
da evitare nel
nostro come in
tutti i lavori è
operare “senza
persone di qua- L’intervento di Giuseppe Casali e, sotto, un momento
lità e con forte del convegno dedicato alle imprese marchigiane.
motivazione”,
marketing: ne deriva un’eccellen“senza tensione
per il futuro”, “senza la volontà za che ha conquistato il mondo.
di stare insieme”. Loccioni ha “Abbiamo deciso - ha aggiunto
puntato molto su un rapporto Santoni - di radicarci nel terristretto con le agenzie di forma- torio quando la gran parte delle
aziende ha fatto il contrario e
zione, scuole e università.
Gennaro Pieralisi ha invece ha delocalizzato. Ciò si deve
voluto focalizzare il suo inter- alla lungimiranza di mio padre
vento sui problemi che l’impren- Andrea che ha deciso di puntare
ditoria marchigiana sta vivendo sulla qualità credendo fortemena causa della globalizzazione e te nelle persone che lavorano
dell’eccesso di finanza che pena- in azienda e che realizzano un
lizza chi produce. “Essere la prodotto diverso, che non può
regione più manifatturiera - ha essere copiato e che può essedetto l’imprenditore jesino - è re realizzato solo qui”. Al prodiventato un handicap tanto che dotto, si è aggiunta l’emozione
ora le industrie ci sono ma non della calzatura. “Realizziamo un
sappiamo se sopravviveranno”. oggetto da desiderare e custodire
Il problema si riconduce all’a- con cura non un oggetto che sia
zione della Banca europea che solo strumento per poter cammira ad avere un euro molto minare”. Il lavoro su immagine e
forte rispetto alle altre valute. marketing si è dunque innestato
“L’Italia è divisa in due parti: su un prodotto unico e distintivo
un 75 per cento è protetta, il 25 rispetto agli altri e “il mercato ha
combatte sul fronte della batta- riconosciuto il concreto valore
glia della competizione interna- della nostra qualità”.
A chiudere la giornata le conzionale. Protetti sono tutti coloro
che percepiscono uno stipendio clusioni di Catervo Cangiotti,
dal pubblico e tifano perché che è partito da una disamina
l’euro diventi più forte perché dell’attuale momento sociale.
così spendono meno. Gli altri “Assistiamo all’imbarbarimento
che tengono in piedi il paese della società, al crollo dei valori
ogni volta che si innalza il valore e a una globalizzazione sempre
dell’euro soffrono terribilmente. più travolgente - ha esordito -.
Se la Banca europea continua Il territorio marchigiano è espoad alzare il costo del denaro sto a questi rischi”. Gli antidoti:
o moriamo o ce ne andiamo Cangiotti ha citato il prof Paolo
Savona: è necessaria una società
dall’Europa”.
Di forte legame con il territo- di individui responsabili. Da qui,
rio ha invece parlato Giuseppe l’appello di Cangiotti: “Tutto si
Santoni. “Quello che ci rende gioca sulle risorse umane, su cerorgogliosi del nostro saper fare vello e cultura in senso generale.
è aver dato forza al nostro ter- Senza cultura non ci può essere
ritorio”. Perché l’unicità delle futuro”. Gli imprenditori eccelcalzature e degli accessori Santo- lenti non bastano, occorre in
ni nasce proprio dalla tradizione conclusione un salto di qualità
marchigiana che si coniuga con nella pubblica amministrazione
le più elevate sfide di comfort e e nella scuola.
Le Cento Città, n. 42
La letteratura
23
Spazialità e soggettività nella scrittura di Dolores Prato
di Alfredo Luzi
Le Marche (toponimo che trae
la sua origine dall’etimologia di
Marken = terra di confine), sono
una regione che, sul piano della
dinamica ambiente-personaggio,
può considerarsi una sorta di
patria della memoria.
Condannato troppo spesso alla
diaspora, chi nasce e vive in questa regione porta con sé un mito
nostalgico della propria terra,
un’immagine amata, carezzata
nel ricordo, ma anche la traccia dell’ultimo atto di amarezza,
della delusione per una regione
di campagna, bellissima, ravvolta
in un paesaggio di boschi, di
stoppie, di spiagge luminose,di
mercati di paese dove l’odore
inebriante del vino cotto si mesce
(o meglio si mesceva) al sapore
acre del mare portato da lontano
dal vento dell’est, ma abbandonata, chiusa tra le sue mura
ad ascoltare le proprie voci, a
distillare da decenni e da secoli i
motivi dolenti dell’esistere.
Da questa dimensione nasce
però anche l’elaborazione di miti
individuali e collettivi quale quello, in anni non molto lontani, di
una capitale inutilmente sognata
a riscatto della posizione socialmente defilata del marchigiano:
una Roma mitica, priva di un
rapporto effettivo in termini di
funzione primaria dello stato.
Rivivendo l’esperienza leopardiana, lo scrittore che lascia questa terra si nutre, miele e veleno
della propria coscienza, dell’ambiguo sentimento di odio-amore
verso il “natio borgo selvaggio”.
In nome dell’impegno sociale egli
giunge nella città labirintica e vi
trova approssimazione, colpi di
mano, sottogoverno culturale,
compromissioni; ed allora torna
idealmente alla vita lenta ma
profonda della provincia, dove il
confronto con la realtà è almeno
genuino, tutto teso a registrare
gli andamenti dell’umore di certi
gruppi, a cogliere il trapasso stagionale, le infinite incidenti di
una vita collettiva tutta esposta,
vissuta per le strade e nelle piazze.
Dolores Prato.
E questo è stato anche il destino di Dolores Prato che, nei suoi
due romanzi per ora pubblicati,
sembra riassumere la complessa,
per non dire tragica, dimensione
dello scrittore marchigiano, in
bilico tra la linea della sapienza,
della misura, della solitudine e la
linea dell’utopia e dell’interrogativo sociale.
Il caso letterario della Dolores
Prato, esordiente a 87 anni, può
considerarsi più unico che raro
nel panorama,non privo di esordi tardivi, della narrativa italiana
contemporanea.
Nata a Roma il 12 aprile 1892,
Dolores vive però l’infanzia e la
giovinezza a Treia, prima in casa
degli zii (e il ricordo di quegli
anni è l’asse portante del primo
romanzo Giù la piazza non c’è
nessuno, pubblicato da Einaudi
nel 1980), poi, dal 1901-2 al
1910, nel collegio salesiano delle
Visitandine, dove è ambientato
il nuovo romanzo postumo Le
ore pubblicato da Scheiwiller nel
1987 con la cura editoriale che
gli è nota,e corredato da una illuminante nota critica di Giorgio
Zampa.
Tornata nelle Marche come
professoressa di lettere, insegna
a San Ginesio e a Macerata. Per
la sua posizione di antifascista
non ha certo vita facile durante il regime, sicché si rifugia a
San Sepolcro, per poi trasferirsi
definitivamente a Roma, dove
resterà fino alla morte avvenuta
ad Anzio il 13 luglio 1983.
Le Cento Città, n. 42
Ma già a livello di ‘erlebnis’,
di atteggiamento di vita, è possibile individuare nella Prato una
aspirazione a salvare l’esistenza
dalla condanna della morte trasformandola, attraverso il processo mitopoeitico della parola,
in essenza della scrittura, intesa come ritessitura memoriale
degli eventi filtrati dalla soggettività ermeneutica dell’io narrante.
La Prato si dedica per tutta la
vita a trasferire in potenziale letterario, raccogliendo materiali e
riempiendo fogli e fogli, il patrimonio di ricordi, di sensazioni, di personaggi, legati alla sua
autobiografia (sia nel senso di
scrittura della propria esistenza
sia nel senso di vita della propria
scrittura), in particolare agli anni
passati a Treia.
La sua ricerca del tempo perduto si concretizza in un voluminoso manoscritto che giunge
nelle mani di Natalia Ginsburg.
Dopo una drastica riduzione del
numero delle pagine e dopo un
tentativo rientrato di farle cambiare il titolo (ma Dolores insisterà per Giù la piazza non c’è
nessuno anche per la sua precisa
marca di parlato marchigiano),
il libro vede la luce nel 1980 e
diventa un caso nella produzione
letteraria di quell’anno.
La poetica della Prato ha
come punto di riferimento la
linea filosofica che parte dall’equazione platonica mimnesco =
gignosco (ricordo = conosco) e
che attraverso Agostino, Petrarca, Leopardi, Proust, arriva fino
ad Ungaretti e a Montale. Nulla
dunque di simile alla cosiddetta
memorialistica di tipo naturalistico descrittivo (anzi i fatti in sé
nella vicenda della Prato sono
minimi) ma una testualità che
ha come momento di sintesi la
capacità memoriale del soggetto
che seleziona qualitativamente i
frammenti di realtà che si trasformano in esperienza gnoseologica.
Con un meccanismo di amplificazione dell’immaginario che
Alfredo Luzi
ci obbliga al riferimento leopardiano, la Prato ritrova nella
memoria l’impronta della città
marchigiana.
Noi cominciamo ad essere col
primo ricordo che riponiamo in
magazzino. Il luogo dove si ebbero
i primi avvertimenti della vita
diventa noi stessi. Treja fu il mio
spazio, il panorama che la circonda la mia visione.1
Ed il rapporto tra lemma e
luogo, tra grafia e spazio, è determinato dalla capacità reattiva del
soggetto a risuscitare il ricordo
attraverso le proustiane intermittenze del cuore.
Nella lunga monotona parentesi collegiale, il nome Treja appariva sulla posta che arrivava, per
tutto il resto era scomparso, sostituito dal nome del collegio. Ma
dal collegio esplosi a Roma e qui,
di colpo, quando in un labirinto
della vecchia città lessi ‘Piazza
dell’Olmo di Treja’ uscì fuori
tutta la tenerezza fascinosa di quel
paese che m’ero portata dentro
senza saperlo. Fu la prima delle
tante epifanie”.2
Il dramma della Prato, come
per un altro grande scrittore
marchigiano, Franco Matacotta,
è, per dir così, nel peccato d’origine, nel suo “sentirsi diversa”.
L’incipit del romanzo rivela subito il rovesciamento del consueto
punto di vista. Fondendo nella
prima persona le funzioni del
personaggio, dell’autore e del
soggetto storico-autobiografico, la scrittrice descrive il suo
mondo dal basso e immette nel
reticolo emotivo della lettura il
sentimento predominante dell’esclusione
Sono nata sotto un tavolino. Mi
ci ero nascosta perché il portone
aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: - Rimandala a sua madre, non vedi che ci
muore in casa?
Ambiente non c’era intorno, visi
neppure, solo quella voce. Madre,
muore, nessun significato, ma
“rimandala” sì, “rimandala” voleva
dire mettila fuori dalla porta.
“Rimandala” voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo.
Pur protetta dal tappeto che con
le frange sfiorava il pavimento,
ascoltavo fitto fitto: tante volte
venissero a cercarmi per mettermi
fuori!
24
Dolores Prato.
Sedevo sui mattoni. Molliche
indurite mi si conficcavano nella
pelle come sassolini. Quel primo
pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo
come adesso vedo la mia mano
che scrive. Mattoni rettangolari
color crosta di pane, uno coricato,
uno dritto, facevano un tessuto
a spina. Come soffitto il rovescio
della tavola attraversato da stanghe di legno; le quattro gambe
unite da assicelle su cui la gente
metteva i piedi, più consumate
nel mezzo; l’intera impalcatura
ammantata dal pesante tappeto:
tutti colori notturni intramezzati
da fili d’oro; foglie nere, fiori
con parvenza di colori morti, case
appuntite trapunte d’oro, nello
scuro meno fondo apparivano
facce di mori e luccichio d’occhi. Il
primo fatto storico della mia vita,
Le Cento Città, n. 42
intreccio di paura e meraviglia, fu
sotto quel tavolino.3
La ricerca stessa dei significati,
l’ansia semantica, attraverso l’ascolto intenso e lo sguardo indagatore, che caratterizza questo
ingresso, così traumatico, nella
vita socializzata, deriva dalla
centralità che la Prato riconosce all’infanzia come dimensione
spazio-temporale della iniziazione simbolica
L’infanzia è la sola età in cui
l’inconscio affiora senza ostacoli.
L’inconscio che sa quel che noi
non sapremo mai, l’inconscio che
se a lui ci abbandoniamo ci fa
divinatori mi parlava, ma io non
lo capivo.4
La persistenza della memoria
mitica è in effetti la prima traccia
della conoscenza
Io abito ancora a Treia pur non
La letteratura
avendola mai più vista da quell’età piccola che non invecchia.5
E il cammino verso la maturità
è cadenzato da prove rituali che
l’antropologia e la narratologia
hanno individuato come archetipi del processo di formazione del
soggetto, dalla centralità chiusa
del sé alla proiezione verso l’alterità. A ragione Franco Brevini6
ipotizza una lettura del romanzo
strutturato sulle sequenze canoniche della morfologia della fiaba
e basato sul sistema triadico di
separazione (dalla madre e dalla
famiglia), morte simbolica (la
entrata in collegio e la chiusura
dal mondo) e resurrezione (la
memoria come potenzialità vitalistica e la scrittura come presa di
possesso della realtà) .
Il romanzo è appunto una storia esemplare, tenera e spietata,
di una infanzia che cela il segreto
di una vita intera, un viaggio psicologico all’interno del proprio
io mentre attorno la storia avanza, l’avvolge e inesorabilmente la
trasforma.
Quel poco che ho studiato è
scomparso nel buco nero che ho
al posto della memoria. Quel che
pare ricordo, è tatuaggio, incisione, cicatrice: io leggo i segni.7
La Prato vince le difficoltà di
rapporto col mondo, mettendo
nel suo modo di raccontare un
pizzico d’azzardo, usando uno
stile dove l’andamento narrativo
delle sensazioni s’incrocia con la
frontiera della continua interrogazione.
L’autobiografia (in cui scrittura e vita si confondono) muta
in documento di un’umanità in
divenire, contributo alla comprensione di una struttura sociale
in cui tutti siamo protagonisti e
vittime.
Ma anche la patina regionale
entra nel testo stesso, a caratterizzare, a livello linguistico, una
spazialità ben definita e tracciata
dai limiti dell’uso del dialetto,
una lingua alternativa a quella
ufficiale, fatta di grumi emotivi
e di espressività rude, ma utile
come segno di riconoscimento
di una comunità che anche nel
linguaggio ritrova una sua identità e nella quale, per contrasto,
la scrittrice trova conferma della
propria diversità :
Tutto quello che si muoveva e
25
che suonava nell’aria, forse era la
vita. In quell’epoca le poche parole che incontravo avevano tutte
una faccia, ma la vita non ne
aveva nessuna......
I bambini si chiamavano frichì
e frichina; i ragazzi bardasci e bardasce. In casa nostra queste parole
entravano solo con le donne di
servizio.
Se per la strada una donna ne
incontrava un’altra con un frichì
in braccio, le domandava: - Quanto tempo ha? - mai quanti mesi
ha. Il frichì appena nato cominciava a incamerare il tempo....
I fiammiferi in paese erano fulminanti. Molto più giusto: bastava strusciarli contro una superficie
ruvida che scoppiavano come un
piccolo fulmine.......
Solo Eugenia dentro casa nostra
diceva prescia, noi dicevamo fretta...
- Non voglio cosa, - diceva pure,
ma con la o stretta perché solo
chiusa a quel modo “cosa” valeva
“niente”; con la o aperta, qualcosa
era sempre....
Quel pezzetto di Marche è
la patria della fisarmonica, ma
non si chiamava così, si chiamava
l’organetto e tutti lo suonavano,
artigiani e contadini. Lo suonavano camminando, con l’organetto ballavano. Pur essendo figlio
dell’organo l’organetto non poteva
entrare in chiesa, nelle osterie sì.8
La storia della propria infanzia è una scantafavola narrata
anch’essa una sola volta, e quindi
irripetibile, come irripetibile è la
vita di ognuno di noi, condannata alla consunzione, alla morte:
“Staccia minaccia”....mi buttava
giù, mi tirava su, mi ributtava giù,
più mi buttava e più godevo. Ogni
tanto mi stringeva sul suo petto
come per un riposo della gioia;
il suo petto, un paradiso fatto a
pieghe di velo azzurro.
“Staccia minaccia, buttiamola
giù la piazza”....; cominciava così,
non so come continuasse, ma finiva con un “giù” lungo e profondo, atroce e dolcissimo che mi
capovolgeva. Emozione e felicità.
Il pavimento era la piazza, io il
brivido della caduta.
Non l’ho imparata la filastrocca; ....poi il pensiero come se
parlasse,diceva “Giù la piazza non
c’è nessuno”.
Per le strade, nelle chiese, la
Le Cento Città, n. 42
gente mi sorvolava. Solo zia Ernestina mi vezzeggiò e non era di lì:
veniva di non so dove e se fosse
d’Inferno o di Paradiso per me
non ha importanza alcuna.
Anche adesso se, nel tentativo
di far risorgere il resto, cantileno
“Staccia minaccia, buttiamola giù
la piazza” e sforzo una resurrezione che non avviene, di per
sé arriva: “Giù la piazza non c’è
nessuno”.9
Ma c’è, nella iterazione del
procedimento ludico, una sorta
di presagio della solitudine, un
segno ritmato dalla ritualità verbale e gestuale di una iniziale e
consapevole discriminazione.
In quella cucina dove tutto
era scuro, chiarissimo era che di
proposito evitavano di vedermi:
ignorandomi volevano dimostrare
qualcosa. Me ne accorgevo, ma
non me n’importava nulla.....
Talmente disabituata all’attenzione della gente su me che se per
forzata convenienza qualcuno mi
rivolgeva il suo stupido “Come ti
chiami?” rispondevo “No”. Significava: “Non voglio rispondere”.
Odiavo le domande dei grandi;
per quanto rare, esse riuscirono a
sforacchiare tutta la tela della mia
infanzia.10
È proprio l’angoscia del non
ritorno, la consapevolezza che
ogni cosa che è stata non potrà
più ancora essere a dare alla
memoria della scrittrice una
grande capacità di trattenere
e filtrare tutti gli eventi, tutti
gli oggetti, tutte le persone che
hanno comunque lasciato un
segno nella sua coscienza. Attraverso la scrittura Dolores riscatta la sua autonomia di giudizio
rispetto alla “doxa” paesana, il
suo diritto a dirimere il bene
dal male sulla base dell’esperienza soggettiva, proponendo, ad
esempio, per la figura di Ernesta,
una iconografia positiva, in contrasto con il malvagio conformismo degli adulti, sempre giocata
sulla metafora oppositiva Inferno
- Paradiso.
Ernestina, lui la chiamava, era
tutta azzurra; azzurro di cielo chiaro e di cielo scuro il suo vestito;
come ali di velo abbandonate una
sull’altra, le mollli pieghe.....
“Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza....” m’inclinava
sempre più all’indietro finché la
Alfredo Luzi
mia testa toccava quasi terra e io
vedevo quel meraviglioso demonio dal rovescio; mai il demonio
fu così bello, neppure quando era
Lucifero....
A cavalcioni sulle ginocchia di
zia Ernestina, vorrei stare per l’eternità. Io fui bambina come i
bambini, solo per quel demonio,
certo non sposato in chiesa.11
La cronaca dei fatti quotidiani collegata ad una minuziosa
descrizione delle coordinate
spazio-temporali che raggiunge i caratteri della ossessività
nella precisione maniacale della
descrizione di stanze, case, vicoli
e pietre, è un espediente per sondare qualcosa di profondo e di
originario, il tentativo della fanciulla di scoprire se stessa attraverso l’introspezione psicologica
mentre attorno a lei il ritmo delle
stagioni propone l’idea dell’eterno mutamento, degli addii e dei
ritorni.
La scrittrice cerca, attraverso la memoria, di elevare ogni
frammento della vita privata e
collettiva a simbolo, creandosi un reticolato mitico fatto di
uccelli imbalsamati, bauli, rose
di Gerico, ritratti, proverbi, gesti,
alimenti, viaggi, pellegrinaggi a
Loreto, pappagalli, rosari, cerimonie, tradizioni popolari.
La sera c’era la processione del
Cristo morto. Vorrei sapere perché me la ricordo come se l’avessi
vista una volta sola....
Silenziosa processione nella
notte, confraternite, seminaristi,
preti, passavo lenti come si conviene alla rappresentazione di un
funerale, lampioni velati, il carro
funebre camminava solo...
La Settimana Santa diventava
pian piano la sagra dei salumi.
Certe botteghe sottolineavano spigoli, archi e architravi con fasci di
lauro e di bosso.
La sera del Venerdì Santo,
nonostante la processione del Cristo morto, in quelle botteghe era
già cominciato il Sabato Santo. La
gente ci si fermava come davanti
ad allegri sepolcri. Matasse di fili
d’argento e d’oro cascavano dal
soffitto andando ad appoggiarsi
da un punto all’altro; su chiodi e
rampini sbocciavano fiori di carta;
le colonne delle enormi forme di
cacio, spesso stavano di fuori come
contrafforti; posavano su tappeti
di carata colorata e dorata, sfran-
26
giolata e arricciata.12
I frammenti degli eventi a cui
la coscienza memoriale ha dato
dignità di scrittura ritrovano così
una loro unitarietà nel rifiuto
della diacronia, nella collocazione del racconto dell’infanzia in
un tempo sospeso, preistorico.
Noi non siamo mai cominciati:
il gancio a cui si attacca il primo
anello della catena nessuno lo troverà; lo trovò senza cercarlo Gesù
Bambino che appena nato ha già
l’aria di vedere tutto, di sapere
tutto; Lui era un bambino che
poteva benedire i vecchi.13
La narrazione dell’infanzia si
trasforma, man mano, in denuncia sociale, in ribellione agli schemi di una società che impone
una rigida divisione tra popolo
e signori, ratificata di fatto nella
prossemica dello spazio riservato
ai fedeli nella chiesa (più si è
ricchi e più si ha merito difronte
a Dio?).
La sedia in chiesa era un segno
di potenza, un resto di feudalesimo. La zia entrava, cercava con
gli occhi la sua, c’era seduta una
poveraccia o una contadina col
volume enorme delle sue gonne;
con aria padronale bussava sulla
sua spalla senza guardarla, quella
si alzava e la zia gliela toglieva
quasi di sotto, tanto simultaneo
era il cedere di una e il riappropriarsi dell’altra, feudale padrona
di una sedia;14
e messa in risalto (tramite la cifra
socio-formale, nel caso sotto
riportato, dello stile nominale)
da una crudele emarginazione
della povertà, che condiziona la
struttura urbanistica della cittadina.
Ogliolina dicevamo noi, strada nera, stretta, un poco storta.
Casucce buttate a caso, emergenti,
sprofondate, sconquassate, molte
puntellate; casa e stalla si fondevano come il cattivo odore con l’aria.
Affastellamento di legno imporrito e mattoni rotti, finestre piccole
come sportelli da confessionale,
usci con battenti sgangherati. Da
un tetto all’altro, canne o corde
cariche di cenci, cenci alle finestre,
cenci sui muri, cenci addosso alla
gente.
Quella gente era un mistero.
Una famiglia per ogni buco, ma
tutti insieme erano una cosa sola,
erano i Mosci;15
perpetuando l’ingiustizia sociale
Le Cento Città, n. 42
anche dopo la morte.
Solo dopo la morte erano tutti
“poveri”, anche i ricchi. Ma un
povero vero che moriva, spesso era
“nessuno”. Suonava la campana a
morto, uno domandava :
- Chi è morto? - l’altro rispondeva: - Nessuno, il brecciarolo di
Borgo.16
Il rifiuto di essere nessuno, la
ricerca delle origini e la definizione della propria identità sono
alla base del sentimento della
differenza che informa i pensieri di Dolores, emarginata non
socialmente ma psicologicamente, diversa al punto da non poter
contare sulla memoria per sentirsi se stessa e da non poter ritrovarsi nelle categorie del tempo e
dello spazio:
“Vuole sapere chi è il padre”.
Assolutamente non ricordo di
averlo voluto sapere allora. Ma
essendo io un’eternità spezzettata,
tanti pezzetti di eternità mischiati
con tanti vuoti, tanti niente, la
mia domanda potrebbe rientrare
in uno di quei niente. So di non
aver avuto mai memoria; dovevano incidere o scottare le cose per
durare. Quello che appare memoria è raccolta di cicatrici, o album
d’incisioni. Se ho scordato è segno
che del padre non m’importava
proprio niente. E poi non era
solo un padre sbagliato che avrei
dovuto cercare, tutto avrei dovuto
cercare, perché tutto era sbagliato.
Non lo sapevo io, ma lo sapeva il
mio io nascosto, lo sapeva quello
che m’impediva sempre di chiedere spiegazioni...
In fondo ero tanto sola che non
avevo neppure radici; l’ignorarlo
non significava che la pianta non
stentasse.17
In questo vuoto, in questa assenza di storia, irrompe l’utopia
compensatrice, la forza di un
futuro imprevedibile che riscatti
la banalità della cronaca, confuso
tra il miracolo e il presentimento.
...Ora, distesa sul canapé, con i
piedi piagati, nell’oscura sala da
pranzo, incominciai a sognare
l’avvenire. Sarò Regina! Certo è
possibile, benché difficile. Che c’è
più alto della Regina? La Madonna. Ma la Madonna era un pasticcio: vergine e madre........
Ero lontanissima dal supporre che
cosa volessero dire le due parole,
sapevo solo che c’era di mezzo
un miracolo. Per me si sarebbe
La letteratura
compiuto; s’era compiuto per la
Madonna? dunque era possibile.
E se invece diventassi scrittrice? I
miei compiti la maestra li leggeva
forte in classe.18
Ma la Prato, seguendo le credenze dell’onomastica antica basate
sull’equivalenza nomen = omen,
è convinta che il destino di ognuno di noi è delineato nei segni
che riassumono tutto il nostro
tempo. La sua costante, ossessiva, attenzione alle parole, ai
suoni, ai significati, è il segno del
suo desiderio di leggere nel linguaggio le orme di un cammino
già tracciato eppure ignoto, presagibile solo attraverso la lettura
di indizi semiotici. Così ella ha
ritrovato, almeno in parte, sulle
rive del Delta del Po le origini
del suo amato zio e nel suo nome
(Dolores) il marchio della sua
sofferenza.
Tutto si chiude: il Delta, nostro
principio e nostra fine. Dal grande
Delta nacque lui col timbro simbolico del piccolo Delta nel nome,
Dominicus; con lo stesso piccolo
Delta nel nome nacqui io. Il mio
piccolo Delta diventò l’immenso
Delta nel quale lui lentamente
agonizzando scomparve. Io sono
diventata quel Delta in cui lui
galleggia.19
Giù la piazza non c’è nessuno
è tuttavia solo la parte emersa,
e ridotta, di un vasto arcipelago di fogli, appunti, frammenti
non accolti dalla casa editrice,
notazioni linguistiche, che costituiscono l’impianto di una narrazione autobiografica ininterrotta
fino alla morte della scrittrice.
Giorgio Zampa, che con assiduo amore e acume critico da
anni si è dedicato allo studio e
alla valorizzazione della Prato
ha finora portato alla luce vari
inediti, curando la pubblicazione
del dattiloscritto incompiuto che
può considerarsi il seguito del
primo romanzo, Le ore I (Milano, Scheiwiller, 1987), del volume Le ore II. Le parole (Milano,
Scheiwiller, 1988), e della raccolta dei brani dedicati alla città di
Treia e non accolti nella stampa
einaudiana del 1980, Le mura di
Treia e altri frammenti (città di
Treia, 1992 ).
Globalmente queste opere si
configurano come contributi differenziati, nel tempo , nello spazio, e nelle modalità di scrittura,
27
di un unico progetto mirante
a trasformare in arte la vita, in
parola e segno grafico i gesti, le
emozioni, i fatti dell’esistenza.
Ma da qui nasce anche la loro
complementarietà che permette
al lettore di esaminare i testi
in funzione di un’opera sempre
in fieri, caratterizzata dal continuum della revisione stilistica e
dalla registrazione minuziosa di
micro-eventi.
Il romanzo Le ore I, ad esempio, racconta la vita trascorsa
dalla Prato nel Monastero delle
Visitandine, “isolata nell’altro
mondo”, benché il collegio fosse
all’ interno della struttura urbanistica della città, accorpato alla
chiesa di Santa Chiara.
Qui il tempo è lento, quasi fermo,
scandito soltanto dai riti religiosi
e dalle ricorrenze dei santi.
Com’erano lunghi gli anni in
collegio! Natale arrivava quando
quell’altro già si tingeva d’azzurro
per la lontananza. Quel che ritornava, ritornava dopo tanto tempo.
Forse perché allora erano piccoli
pensieri, piccoli dolori, non bastavano a riempire il tempo.
Lì dentro s’ignorava il momento
preciso in cui si passava da un
anno all’altro.20
In questo mondo si muove agevolmente la Madrina, una monaca il cui ritratto adombra il personaggio ambiguo e intrigante
della Monaca di Monza, mentre
alla giovane Dolores il mondo
esterno si propone come paradiso perduto, allontanato da divieti
e rinunce. Ma è sufficiente leggere Le ore II per capire come la
Prato determini una connessione
tra la frattura dello spazio subita
con la chiusura in collegio e la
frantumazione del codice linguistico, sottoposto anch’esso alla
torsione di un sistema rigidamente impostato sul rispetto di
norme e prescrizioni.
In paese l’universo per me era
negli occhi e nelle parole. In collegio, stando quasi sempre chiusa,
l’universo degli occhi si restrinse a
quel panorama, sempre quello, ai
corridoi, ai cameroni, si moltiplicò
quello delle parole.
La parola era un mito per quel
che appariva a noi, ogni parola
poteva diventare leggenda; per
loro era di certo logos, parola sì,
ma con un perché.21
La censura, sessuofobica e
Le Cento Città, n. 42
perbenistica, è avvertita anche
attraverso le imposizioni di una
pedagogia linguistica che rimuove il dialetto, determinando nella
educanda uno sradicamento dal
proprio passato e dalle consuetudini espressive acquisite nel
contesto familiare.
In casa e fuori di casa tutti si
diceva “cazzotto”, anche Zizì che
era dotto e parlava bene diceva
cazzotto.....
Io in convento dissi cazzotto e
tutti si scandalizzarono......
Io ne fui mortificata e non dissi
mai più cazzotto, ma pugno, sempre pugno fino ad adesso che sto
scrivendo del cazzotto.22
In casa si diceva la cazzarola, forse
l’unica parola dell’uso universale
del paese che adoperavamo, ma in
collegio non solo erano enormi, si
chiamavano casseruole con tanto
di dittongo. 23
L’adozione di un nuovo linguaggio, imposto e dolorosamente
accettato, è il sintomo del condizionamento e della forzata metamorfosi a cui è costretta l’identità
del soggetto nel suo processo di
socializzazione.
In fondo fu un grande cambiamento di parole, per il resto, un
peggioramento, piantarono nella
mia coscienza scrupoli, paure,
ossessioni, che Zizì, prete, non
aveva mai sognato.
Rovinarono la mia vita.24
E’ dunque su una base linguistica
che si determina, in Le ore I, la
tematica della polarità spaziale
dentro/fuori che percorre come
struttura portante tutto il racconto della vita collegiale, dalla
simbolica morte che spezza i
legami col mondo nel momento
dell’ingresso in collegio, espressa attraverso la negazione della
coscienza:
Non mi vidi uscire di casa, non me
lo disse nessuno strappo; non so se
andai a piedi o in carrozza;.......era
mattina, era pomeriggio? Avevo
mangiato? Non lo so.......Dopo
la fotografia dei due fondali non
so che successe, non so quando.......Non seppi più nulla......Più
niente vedo, più niente sento......
Più nulla vidi, di niente m’accorsi
più.....niente vidi.....e tornai a non
vedere a non sentire più niente.25
fino alla contemplazione a distanza, dall’interno della prigionia
psicologica, del paesaggio marchigiano, un microcosmo ede-
Alfredo Luzi
nico in cui ritrovare la nostalgia
dell’infanzia.
Io sola guardavo dalle finestre......
Guardavo dalla finestra di levante dove gli ulivi quando soffiava
il vento erano cangianti come un
vestito di seta della zia, verde
ulivo e verde argentato. Da quella finestre aperta coglievo quel
silenzio che sentii da bambina
sperduta nella campagna; ma era
un attimo....
Dall’ultima finestra di mezzogiorno vicina al mio banco vidi uno
spettacolo meraviglioso: la nebbia
aveva tutto coperto, noi emergevamo e più in basso la Villa
Bonaparte era una piccola isola
nel mare della nebbia. Inutile
avvertire le altre, in tutto il tempo
che sono stata lì né una monaca,
né una ragazza si sono mai accorte del mondo che si poteva vedere
con gli occhi fuori del sacro recinto. Stupendo sì quello spettacolo,
ma il tempo lo seppellì.26
Esaminando in prospettiva sincronica le strutture narrative
delle opere della Prato, risulta
28
comunque evidente che in esse
il soggetto rivendica la sua centralità anche attraverso la modifica continua delle categorie di
spazio e di tempo, utilizzate non
come parametri certi di conoscenza ma come moduli reattivi
del proprio io messo di fronte
agli eventi dell’esistenza.
Rompendo la struttura tradizionale del Bildungsroman, basata
sulla progressione dei fatti e
sulla conseguente crescita gnoseologica dell’io-personaggio, la
scrittrice marchigiana ha inserito, nella sua storia e nella sua
scrittura, il senso del non finito,
l’ambiguità dell’autobiografia
imperfetta.
Il tutto condensato nella metafora, limpida nella sua icasticità,
leonardesca e montaliana, del
fluire del mondo
Eravamo tutti inconclusi. Lui
che aspettava di tornare a far fortuna in America, io che aspetto
ancora di fare quel che ho sempre
pensato di fare e non farò. Come
il Sile, fiume inconcluso, fiume
disperso.27
Le Cento Città, n. 42
Bibliografia
1) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è
nessuno, Torino, Einaudi, 1980, p. 4
2) Ibidem , p.5
3) Ibidem , p.3
4) Ibidem , p.278
5) Dolores Prato, Le ore II. Parole, Milano, Scheiwiller , 1988, p.101
6) vedi Franco Brevini, L’innamorata dei
nomi, Milano, Città di Treia, 1989
7) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è
nessuno, op. cit., p.88
8) Ibidem, pp.112-113, passim
9) Ibidem, pp. 56 -57, passim
10) Ibidem, p.16
11) Ibidem, pp.55-57, passim
12) Ibidem, pp.177-178, passim
13) Ibdiem, p.4
14) Ibidem, p.226
15) Ibidem, p. 238
16) Ibidem, p.242
17) Ibidem, p.241-242 passim
18) Ibidem, p. 271
19) Ibidem, p. 279
20) Dolores Prato, Le ore I, Milano, Scheiwiller, 1987, p.222
21) Dolores Prato, Le ore II. Parole, op.
cit., p.88
22) Ibidem, p. 25
23) Ibidem, p. 111
24) Ibidem, p. 94
25) Dolores Prato Le ore I, op. cit., pp. 14
-18, passim
26) Ibidem , pp. 143-144, passim
27) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è
nessuno, op. cit., p.282
Il ricordo
29
Pietro Zampetti
di Mario Canti
Per una associazione che si interessa della cultura nelle
Marche ricordare le
opere e la personalità
di Pietro Zampetti in
occasione della sua
recente scomparsa è
assolutamente doveroso: per la ricca e
complessa personalità del personaggio,
per la profondità ed
ampiezza della sua
produzione scientifica, per l’impegno che
ha prodigato nella
difesa del patrimonio
storico artistico del
Paese; per la competenza e l’amore che
ha sempre manifestato nei riguardi dei
giovani studiosi che
a lui facevano riferimento per la loro
preparazione storicocritica.
tore del Centro per i Beni
Culturali della
Regione Marche, Assessore alla cultura
del Comune
di Ancona;
Il ruolo che Zampetti attribuiva alla
conoscenza del patriPietro Zampetti.
monio culturale ai
fini della sua corretta
conservazione è sempre connes- la conoscenza scientifica delle
so al significato che lo stesso opere messe in salvo.
ricopre nella definizione identiNella maturità curò o promostaria delle comunità locale e di
se
l’allestimento di una serie di
quella nazionale.
splendide mostre che guidarono
Le diverse attività che lo stes- l’attenzione del pubblico e della
so Zampetti ha esercitato: ricer- critica specializzata alla conocatore, conservatore, divulgato- scenza di artisti fondamentali
re, sono sempre aspetti della del panorama artistico italiano,
stessa poliedrica passione per producendo nel contempo alcul’arte, per l’Italia, per la sua ne pubblicazioni che sono restate come elementi di riferimento
regione d’origine.
Passione che, come si è detto, della storia dell’arte del Paese ed
si è manifestata nelle diverse in particolare delle Marche.
esperienze condotte: da giovaFu Soprintendente nell’organe funzionario delle Belle Arti
nella messa in sicurezza dei nico del Ministero per i Beni
beni che gli eventi bellici met- Culturali, Direttore dei Musei
tevano a rischio (ma va ricor- Civici di Venezia, professore di
dato come queste operazioni si Storia dell’arte presso l’accadeaccompagnassero, ove possibile, mia di Venezia, professore prescon la catalogazione, vale a dire so l’Università di Urbino, diretLe Cento Città, n. 42
Nell’assolvimento di questi diversi compiti Zampetti
non porto solo
la sua enorme
competenza di
storico e di critico, ma anche
l’eccezionale
autonomia
morale che lo
caratterizzava,
senza mai perdere un profondo senso
di
umanità
che gli consentiva di avere
sempre con
tutti rapporti
improntati al
rispetto e alla
cordialità.
In questa sede ci piace ricordarlo anche, e forse in primo
luogo, per la sua “marchigianità”, per il suo essere anconetano
in un modo profondo ed appassionato che lo spingeva a sviluppare le conoscenze sulla storia
e sull’arte di Ancona e delle
Marche, peraltro sempre all’interno di un quadro generale,
nazionale ed europeo, nel quale
le diverse espressioni di cultura
e creatività si erano manifestate.
Per tutti questi motivi la
scomparsa di Pietro Zampetti lascia un vuoto incolmabile
nell’ambiente culturale marchigiano, un senso di mancanza
che deve trovare conforto nelle
opere e negli insegnamenti che
ci ha trasmessi.
La storia
30
Le buone maniere del Casino dorico
di Giacomo Vettori
Mi permettete, da anconetano
per nascita e per sentimento,
una premessa di tenore insolito
nelle pacate pagine di una Rivista
solitamente aliena dalle asprezze
della polemica?
Mi spiego. A mio accorato
parere chi mette piede in Ancona
per la prima volta, più ancora di
chi ci vive, non può che rimanere
sconcertato per l’offuscamento
del senso d’identità e per la perdita di “allure” del capoluogo
regionale.
Senza, ovviamente, sottovalutare quei pregi naturali che qui
preservano ancora una passabile
qualità di vita, da qualche tempo
si avvertono, ahimé, il degrado
che ne sconcia i siti più suggestivi, la progressiva stagnazione
commerciale ed urbanistica, il
provincialismo dei rari stimoli
intellettuali.
Personalmente non credo
sia obbligatorio estromettere
dalla cinta daziaria delle nostre
“Cento” il diritto di cittadinanza
ad una riflessione che investa criticamente il dissestato contesto
che stiamo attraversando.
Fatto è che agli angoli delle
strade anconetane si accumulano
maleodoranti sacchi di rifiuti e
da decenni resta al centro, monumento alla ignavia, lo scheletro
del Metropolitan.
Minaccia di tirare giù le saracinesche la Fincantieri, unica
industria della città, lasciando
sul lastrico qualche centinaio di
persone.
Sempre più stentata e rarefatta,
nonostante i salti mortali dell’acrobatico direttore artistico, la
stagione operistica.
La mediocrità delle – mai davvero accattivanti – mostre allesti-
Fig. 1 - Il ballo.
Le Cento Città, n. 42
te in quello straordinario spazio
che è la Mole Vanvitelliana cozza
impietosamente con la esposizione di opere degli “Impressionisti
a Salon” in corso all’interno del
Castel Sismondo di Rimini e a
San Marino.
Si obietterà che ci troviamo di
fronte ad una crisi di generale
spessore.
La globale contrazione del
sistema economico e culturale
sbiadisce l’impegno di quanti
svolgono funzioni e responsabilità direttive a livello pubblico
e privato e induce, al tempo
stesso, la sciatteria dei rapporti
interpersonali.
In senso lato potrebbe cioè
parlarsi della scomparsa di quelle “buone maniere” non necessariamente circoscritte al “bon
ton” di una fascia alta e medioalta dei salotti cittadini.
La storia
31
Fig. 2 - Il gabinetto di lettura.
Fig. 3 - La sala biliardo.
Le Cento Città, n. 41
Giacomo Vettori
Anche perchè, stando ai dati
forniti di recente da Sylos Labini,
i ceti medi urbani (professionisti,
piccoli imprenditori, impiegati,
artigiani, commercianti…) che
nel 1880 costituivano all’incirca un quarto della popolazione,
sono andati progressivamente a
dilatarsi sino ad aggirarsi oggi
intorno al 60%.
A prescindere dalla provenienza sociale non più, appunto, significativa, osservo che un
comportamento conforme a
regole, pur se non scritte e non
vincolanti, assumeva una valenza
estetica così complessa da sfiorare il terreno dell’etica.
Voglio dire che lo spregio delle
buone, oltre che delle “belle”,
maniere ha imbarbarito la politica, deformato l’assetto delle città,
stravolto l’economia, avvelenato
le relazioni interpersonali.
Il che mi induce a rapportare tale amara constatazione alla
memoria del “Casino dorico”, il
Circolo fondato nell’aprile del
1801 da alcune delle famiglie
aristocratiche anconetane, via
via allargato ai notabili ed alla
middle-class locale, ed estinto
con l’ultima guerra.
Un ambiente improntato al
decoro e al rispetto in cui da un
gesto sgarbato o da una battuta
sconveniente poteva scapparci
un duello!.
Ne ha offerto una brillante
ricostruzione il volumetto scritto
dall’avvocato Giuseppe Paleani,
all’epoca segretario del sodalizio, intitolato “Storia del Casino dorico” e pubblicato qualche
anno fa da “il lavoro editoriale”.
In realtà il Circolo nacque
come “Società Marcolini” dal
nome del palazzo di via Grande
(oggi via Matas) ove ebbe la sua
prima sede. Li si riunivano - si
apprende dall’originario manoscritto - “parecchi individui di
Ancona … animati dallo spirito
di social divertimento, e dalla
piacevole idea di procurare in
alcuni giorni dell’anno, e particolarmente nel carnevale, un
onesto trattenimento a se medesimi, ed alla parte migliore della
Città”.
Successivamente la sede passò
al piano nobile del palazzo Ferretti dove la “Marcolini” fu tra-
32
sformata nella “Società del Casino” i cui locali comprendevano
“Sala da ballo; Caffè; Bigliardo;
Tavolino per giochi permessi”.
Anche a quei tempi, dunque,
buona parte del tempo libero era
dedicato ai giochi di carte. Più o
meno come il “burraco” che in
molte case ha ormai soffocato il
piacere della conversazione.
Nell’archivio figurava un Rapporto dell’ “Ispettore dei Giochi
di azzardo” il quale denunciava
la illecita pratica negli ambienti
del “Casino” di vari giochi pericolosi ed in particolare del c.d.
“ventuno”. La Deputazione del
Circolo convinse però il Prefetto
che si trattava soltanto di “onesto
passatempo” “non vietato dalli
vigenti regolamenti di polizia”
D’altro canto i soci godevano anche di qualche privilegio
culturale dato che il Circolo era
abbonato sia al “Journal de l’Empire” che si pubblicava a Napoli,
che al “Giornale Italiano” stampato a Roma, consentendo una
aggiornata apertura sui fatti della
politica sottratta alla rigida censura dello Stato pontificio.
Le serate danzanti costituivano
un’altra, assidua fonte di divertimento, certo meno rischiosa
delle partite al succitato “ventuno”.
Nella serata inaugurale del 3
gennaio 1807 il cartellone programmava: “Manfrina; Contraddanza italiana; Minuetto;
Contraddanza francese; Walzer;
Minuetto Savoiardo”. Particolarmente vivace – sempre secondo
le cronache – il veglione del 28
aprile 1838 al quale intervenne,
valicando lo scalone a torciere, il fior fiore della aristocrazia
marchigiana per volteggiare sino
all’alba nel salone illuminato da
venti lampadari.
In quella occasione venne aperta la galleria che lo collegava alle
“Muse”, uno dei più eleganti ed
accoglienti teatri dell’ottocento.
Le poltrone di velluto rosso, i
palchi in legno decorati da stucchi dorati, le pareti fasciate da
pesanti tendaggi, la illuminazione calda e soffusa, rendevano
confortevole l’ambiente e perfetta l’acustica anche per i più
sofisticati melomani che, senza
distinzione di ceto, frequentavaLe Cento Città, n. 42
no numerosi il Massimo regionale.
Il che purtroppo non può più
dirsi dopo la incolta ed algida
rielaborazione post-bellica.
Sin dai primi anni di vita i
soci manifestarono solidarietà
in favore dei più disagiati. Nel
1810 il Circolo elargì un sussidio
di “doti” alle “povere zitelle da
maritarsi” e qualche anno dopo,
malgrado il bilancio tutt’altro che
florido, aiutò economicamente
“le disgraziate famiglie dei miserabili naufragati nel terribile uragano del 3 e 4 settembre 1814”.
La quiete delle sale felpate
viene fragorosamente infranta
da tale Pietro Cioccolanti che
vi pugnalò il marchese Lorenzo
Nembrini per ragioni – così si
disse – di onore.
Meno drammatica la “questione dei finestrini”: in una adunanza del 1855 in occasione dei
“passeggi” e delle feste mascherate si polemizzò circa l’accesso
ad estranei nei camerini aperti
sopra la galleria della sala grande,
a rischio dei gossip – anche allora serpeggianti – sulle mondane
consuetudini dei soci e delle consorti in abito di gala.
Uno speciale ricordo mi pare
meriti infine un episodio che
nel 1850 ha visto protagonista la
contessa Anna Fazioli la quale,
al ballo organizzato in onore del
Maresciallo Radetzky di passaggio ad Ancona, fu invitata ad un
walzer dal burbanzoso ospite.
Ma la nobildonna che, pur
essendo nata in Inghilterra era
profondamente legata alla terra
che l’aveva accolta, fra l’imbarazzo dei presenti rifiutò sdegnosamente dicendogli: “io non ballo
con un nemico della mia patria”.
Ne viene spontanea una notazione conclusiva: insieme all’eclisse delle “buone maniere” c’è
preoccuparsi per il rischio che
si perda definitivamente anche
quel sentimento di “italianità”
che per un secolo e mezzo ha
significato il forte collante della
nazione.
Insomma siamo, si, cento città
di una regione plurale ma – ogni
tanto vale la pena di ricordarlo
– siamo anche un unico, grande
Paese.
Libri ed eventi
33
a cura di Alberto Pellegrino
I LIBRI
1. Un disegnatore marchigiano per la Biblioteca di Repubblica
La Scuola Holden e la Biblioteca
di Repubblica hanno preso la
lodevole iniziativa di pubblicare
una collana di classici opportunamente ridotti e destinati ad
una fascia di giovani lettori. Si
tratta di dieci storie riccamente
illustrate da tramandare ai posteri perché ritenute “immortali”.
La loro riscrittura è stata affidata
a importanti autori del nostro
tempo, capaci di ridurre e reinterpretare alcune delle più famose opere letterarie per renderle
agili e facilmente comprensibili.
Sono finora usciti nelle librerie i
primi quattro volumi della collana: Don Giovanni a cura di Alessandro Baricco; I Promessi Sposi
a cura di Umberto Eco; Cirano di
Bergerac a cura di Stefano Benni;
Il naso di Gogol a cura di Andrea
Camilleri. Le Marche entrano
in gioco proprio con I Promessi
Sposi, perché le illustrazioni di
questo volume sono state affidate a Marco Lorenzetti, nato a
Senigallia nel 1970, ma residente
in Ancona, dove lavora dopo
aver frequentato il Master Ars in
Fabula per l’Illustrazione e l’Editoria. Lorenzetti, che ha fatto
diverse esperienze culturali, è
entrato con passione nel mondo
dell’illustrazione e ha dato prova
delle sue capacità con questo
volume della collana, dove ha
saputo tradurre in immagini i
passi salienti dell’opera manzoniana con eleganza figurativa e
capacità interpretativa di luoghi,
situazioni e personaggi.
2. L’immagine di S. Venanzio
nella storia dell’arte
Corrado Zucconi Galli Fonseca, oltre ad essere un affermano
avvocato, è un appassionato cultore d’arte, un vivace operatore culturale e un storico locale
soprattutto attento alle vicende
sulla diffusione del culto del
Santo e potrà costituire un punto
di riferimento per tutti coloro
che vorranno condurre ulteriori
studi sul Patrono di Camerino.
Corrado Zucconi Galli Fonseca.
della “sua” Camerino. Ai suoi
lavori si aggiunge ora il volume San Venanzio di Camerino
nell’arte, nel quale viene tracciato
un profilo storico del protettore
della città camerte attraverso una
raccolta completa delle immagini
che riguardano il santo. Queste opere d’arte sono presentate
secondo un ordine cronologico a
partire dal XII secolo per passare
attraverso il Quattrocento e il
Barocco ed arrivare fino all’Ottocento: Si tratta di una serie di
opere che presentano una diversa tipologia, in quanto si tratta
di affreschi, dipinti, sculture in
pietra e lignee, ex voto espressione dell’arte e della devozione
popolare; tutte sono corredate di
una scheda storico-analitica che
ne chiarisce significati e caratteristiche. L’intera ricerca condotta
da Zucconi costituisce un importante contributo per ridare visibilità alla figura di un Santo la cui
stessa esistenza è stata in passato
messa in dubbio da importanti
studiosi come il Baronio (1607),
il Papebroch (1714) e il Delehaye (1941), che hanno giudicato
troppo tarda quella Passio sancti
Venantii risalente al XII secolo,
che invece costituisce una importante testimonianza della fede e
del culto popolari; inoltre questo
studio presenta diverse novità
Le Cento Città, n. 42
3. Fabriano e la storia della
carta
L’antica e benemerita Università
dei Cartai di Fabriano da alcuni
anni è impegnata a valorizzare
e divulgare la storia della carta a
livello nazionale e internazionale
con una collana di studi storici dedicati all’Arte della Carta
che risulta unica nel suo genere.
Sono stati finora pubblicati nove
volumi quasi tutti a cura dello
storico Giancarlo Castagnari e,
alla fine del 2010, è puntualmente uscito il 10° volume che completa il panorama storico della
carta e delle cartiere umbro-marchigiane dal Medioevo ai nostri
giorni. L’opera s’intitola L’industria della Carta nelle Marche e
in Umbria. Imprenditori, lavoro produzioni mercati. Secoli
XVII-XX e comprende una serie
di saggi storici riguardanti l’industria manifatturiera della carta
a Fabriano, Camerino, Pioraco,
San Severino Marche, i territori
di Pesaro e Urbino. Un quadro parallelo viene tracciato per
l’Umbria con l’analisi dell’attività
cartaria a Foligno e nella Valle di
Capodacqua, prendendo inoltre
in esame le figure di importanti
industriali come la Famiglia Raccogli di Foligno o Ferdinando
Innamorati “cartaio, mulinaro
socialista” di Belforte di Foligno.
Interessante risulta anche il rapporto tra le cartiere fulignati e
l’attività editoriale della settecentesca Accademia dei Rinvigoriti.
Due saggi sono infine dedicati
alla storia della Famiglia Miliani
che assume la proprietà delle
Cartiere agli inizi del Settecento, continuando questa attività
industriale per tutto l’Ottocento
e il Novecento fino alla cessione
della loro impresa nel 2002 al
Gruppo Fredigoni di Verona.
Alberto Pellegrino
Nel suo saggio introduttivo il
curatore Giancarlo Castagnari
traccia un quadro storico generale a partire dal 1610, quando Fabriano perde la propria
indipendenza, divenendo parte
integrante dello Stato Pontificio.
Da quel momento le piccole cartiere artigianali, punto di forza
dell’economia fabrianese, entrano in crisi per lasciare il posto
ai capitali dell’aristocrazia. La
piccola impresa è gradualmente
sostituita da un “opificio di più
ampie dimensioni nel quale si
concentrano gli impianti e tutte
le fasi di lavorazione”. Nel Settecento si ha un’accelerazione del
processo di industrializzazione
per far fronte alle novità tecnologiche e alla concorrenza delle
industrie francesi, inglesi e olandesi. Nascono e si affermano tra
il Settecento e l’Ottocento due
grandi famiglie industriali: i Fornari, che operano dal Settecento
al 1903; i Miliani, che iniziano
la loro attività con il fondatore
della dinastia Pietro (1744-1817)
e la continuano con Giuseppe
(1816-1890) e con Giambattista
(1856-1937).
4. L’evoluzione del teatro
e del cinema tra Ottocento e
Novecento
Sono 13 anni che a Jesi si tengono i Convegni sull’Architettura
dell’Eccletismo a cura di Loretta Mozzoni e Stefano Santini, i
quali nell’anno delle celebrazioni pergolesiane hanno ritenuto
opportuno dedicare il convegno
al teatro da analizzare sia sotto il
profilo dell’evoluzione architettonica, sia sotto il profilo sociologico, quando lo spettacolo da
fenomeno ristretto ad una élite
aristocratica si trasforma in un
fenomeno che investe la media
borghesia e le classi popolari,
grazie al nascere di nuove forme
teatrali e soprattutto all’avvento
del cinematografo.
Succesivamente è stato pubblicato il volume Architettura dell’Eccletismo. Il teatro dell’Ottocento
e del primo Novecento. Architettura, tecniche teatrali e pubblico, (Liguori, Napoli, 2010),
nel quale alcuni specialisti di storia dell’architettura hanno analizzato l’evoluzione delle strutture
34
Loretta Mozzoni.
teatrali in diverse realtà nazionali
(i teatri e le sale cinematografiche di Catania; i teatri Politeama
e Massimo di Palermo; i teatri
Piccinini e Petruzzelli di Bari). Si
sono poi presi in esame il Teatro
dell’Opera di Parigi, progettato
da Charles Garnier che viene
considerato un maestro dell’architettura teatrale; i teatri progettati dagli architetti Feller e Helmer a Vienna, Budapest, Timisoara, Czernowitz, Berlino, Zurigo,
Klagenfurt, Odessa, Zagrabria,
Salisburgo, Brno, Fiume e altri
centri minori; i teatri francesi
costruiti a Saigon e Hanoi.
Si è richiamata l’attenzione su
alcuni teorici dell’architettura teatrale italiana ed europea
come Attilio Muggia, Auguste
Perret e altri, mettendo in evidenza come si sia passati dal
predominio dell’edificio teatrale
all’italiana ad altre forme collegate al processo di trasformazione
urbanistico e sociologico in atto
in Europa, per cui la tipologia
teatrale e la morfologia urbana sono la conseguenza di una
politica culturale che vede ormai
come protagonista la borghesia.
Di pari passo alle innovazioni
planimetriche, si sviluppano gli
studi sull’acustica, sul boccascena e l’orchestra, sull’auditorium
che progressivamente s’impone
sulla tradizionale sala “ad alveare”, sulla sicurezza contro gli
incendi, sull’uso di nuovi materiali (cemento, ferro, ghisa). Si
affermano, accanto al teatro all’italiana, nuove tipologie teatrali:
la grande sala senza palchi, ma
con gallerie e balconate; il teatro
per la commedia borghese; la
sala da concerto, il teatro diurno
Le Cento Città, n. 42
nei giardini pubblici e il teatro
delle esposizioni; il politeama; le
sale per il varietà e il café-chantant; il teatro popolare che tende
a contrastare il teatro d’élite.
Tobia Patetta ha analizzato il
processo di ammodernamento
che si verifica in Italia e in Europa nel mondo dell’opera lirica
sotto la spinta delle innovazioni introdotte da Wagner e dal
grand-opèra francese: Si tratta
di novità che influiscono su Giuseppe Verdi, su un musicista e
librettista d’avanguardia come
Arrigo Boito, su un compositore più “moderno” come Puccini. Un ruolo rilevante gioca
l’opera verista (Carmen di Bizet
e Cavalleria rusticana di Mascagni, Nerone di Boito-Mascagni),
mentre uno dei compositori tra
i più innovativi appare Richard
Strauss con le opere Il Cavaliere
della Rosa, Salomè ed Elektra.
In un ampio saggio Alberto Pellegrino prende in esame le origini
e la diffusione del cinema nelle
Marche (anche in rapporto con
il resto d’Italia), partendo dal
cinema ambulante che si sviluppa tra il 1896 e il 1905, il quale
sarà progressivamente sostituito dalle sale cinematografiche
permanenti che nascono sotto
la spinta dell’enorme e rapido
successo incontrato da questo
nuovo massa medium. L’autore
analizza anche il rapporto tra
cinema, morale, religione e politica; ricorda le resistenze degli
intellettuali che si lasciano poi
conquistare dalla “nuova arte”.
Si porta come esempio l’attività cinematografica svolta dal
commediografo pesarese Ercole
Luigi Morselli, autore di diverse sceneggiature; della influenza
esercitata sul cinema dalle scenografie di Ivo Pannaggi. Una
riscoperta deve considerarsi la
figura di Ivo Illuminati, un regista marchigiano quasi del tutto
dimenticato, come la rivalutazione del regista tolentinate Mario
Mattoli legato soprattutto al personaggio di Totò. Nel saggio si
parla infine di due grandi film
girati nelle Marche, Ossessione
(1943) di Visconti e I delfini
(!960) di Maselli, ma anche di
due importanti film legati alle
Marche come La porta del cielo
Libri ed eventi
35
(1945) di De Sica (storia di un
treno bianco diretto al Santuario
di Loreto) e Il cielo sulla palude
(1949) di Genina, che racconta
la vita di Maria Goretti..
5. La figlia del sarto, un libro
da leggere
La lettura di un libro intitolato
La figlia del sarto (Armando
Siciliano Editore, Messina/Civitanova Marche, 2009) ha costituito una gradita sorpresa per
la sua capacità di prendere il
lettore con una scrittura semplice ma umanissima, suadente
e a volte persino lirica, senza
contare che il racconto è integrato da una serie di bellissime
fotografie d’epoca per la maggior
parte provenienti dall’archivio
del Foto Club il Mulino di Treia,
le quali riescono ad evocare un
mondo di contadini e piccoli
artigiani ormai scomparso. L’autrice Lucilla Pavoni (Filottrano,
1948) ha girato mezzo mondo,
ha soggiornato a lungo in Africa
ed è infine riuscita a realizzare un
suo sogno: poter ritornare nelle
Marche, dove sono vissuti i suoi
genitori e dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza. L’approdo
nella sua terra d’origine ha fatto
scattare l’onda delle memorie di
un mondo formato da piccole
comunità urbane che lei fa rivivere con pathos e sorprendente
delicatezza, con realismo arricchito da improvvise aperture
poetiche. Lucilla è ritornata a
ripercorrere “strade amiche anche
se oscure, dove persino il brutto
diventa bello…Era sospesa in un
limbo senza riferimenti, estranea
a tutto, sola, e cercava ponti per
attraversare questo grande oceano, di cui non riusciva nemmeno ad immaginare le sponde.
Così ha vagato per sessant’anni
senza mete precise…Ha lasciato che la sua zattera approdasse
dove il vento la portava, senza
governarla perché il vento…non
si governa!”. Questo libro si presenta come un piccolo “miracolo dell’anima” con personaggi e
vicende, suoni e sapori, profumi
e sensazioni, sentimenti e valori
che sono alla base del vivere. Si
tratta di una narrazione legata
alla memoria, ma anche alla terra
che l’uomo sembra impegnato a
voler distruggere: “Una notte ho
sentito piangere la Terra. Vestita
di messi d’oro e calda come una
donna che aspetta il suo uomo,
aspettava di essere spogliata con
grazia e con amore. Nell’illusione di antichi ricordi bramava la
falce tagliente come rasoio per
essere presa a ritmo cadenzato di
vecchi canti. E invece ecco l’arrivo di mostri che rombano invece
di cantare…Tutto finito nel giro
di poche ore con l’amarezza che
lascia un amplesso consumato
troppo in fretta. Anche lei fra
un po’, come una donna tradita,
smetterà di piangere, rimarranno
solamente sterili distese e nemmeno le nostre amare e tardive lacrime potranno ridarle vita. Quella
notte ho capito che tutto il mondo
stava per cambiare e che niente
sarebbe più stato come prima”.
6. Un monumento-capolavoro
dedicato ai caduti in guerra
Segnaliamo, purtroppo con ritardo, l’uscita del volume Nel nome
della vita. Un grande monumento per i caduti tolentinati della
guerra 1915/1918 (Comune di
Tolentino, 2008) dello storico
Luigi Maria Armellini, che analizza dettagliatamente questa
opera celebrativa, inaugurata nel
1938 dal podestà Pacifico Massi
e dal Maresciallo Badoglio. Si
tratta di un monumento realizzato dallo scultore Angelo Zanelli
(1879-1951), certamente l’artista
figurativo di maggiore spessore di tutta la sua generazione.
Egli infatti riesce a coniugare
il recupero del classicismo di
Aristide Santoro e il simbolismo
Le Cento Città, n. 42
nazionale e la forza plastica di
Leonardo Bistolfi con il richiamo delle avanguardie europee,
soprattutto di Auguste Rodin.
Egli riesce pertanto ad elaborare uno stile mediterraneo che si
manifesta nel grande bassorilievo (1921) e nella grande statua
della Dea Roma (1925), realizzati per l’Altare della Patria. Per
convincere lo scultore a lavorare
per il Comune di Tolentino sarà
risolutivo l’intervento di Francesco Ferranti e Cesare Mercorelli, due artisti tolentinati suoi
amici. Nasce così questo grande monumento che presenta un
fronte architettonico di 50 metri
e che esprime la forza di un turrito bastione, occupando tutto il
fronte dello Stadio Comunale.
Al centro del bastione s’innalza
la statua in bronzo della Vittoria alata, una moderna Nike
che sembra librarsi in volo con
possente leggerezza. Si tratta di
uno splendido corpo femminile
coperto da un velo che ne esalta
le forme (ai suoi tempi suscitò le
critiche di alcuni moralisti): Un
vento agita le vesti e spinge in
alto le ali spiegate per spiccare
il volo; nella mano destra la Vittoria impugna la spada, mentre
il piede sinistro poggia in modo
leggiadro su di un aratro a simboleggiare il motto “E’ l’aratro
che traccia il solco, ma è l’aratro
che lo difende”. Lungo il bastione
si distende un fregio con 115
figure che vogliono essere un
inno alla vita: infatti esse rappresentano l’amore fra un uomo
e una donna, la nascita di una
nuova esistenza, l’esaltazione dei
Alberto Pellegrino
valori familiari; seguono le attività sportive destinate a temprare
il corpo dei giovani (pallone al
bracciale, ginnastica, pugilato,
lotta, calcio, tennis, motociclismo, ciclismo); la chiamata alle
armi e la trasformazione degli
aratri in spade, corazze e scudi
con il lavoro delle officine, le battaglie, il ritorno dei soldati feriti
o mutilati, il dolore dei familiari
per i caduti e la tumulazione del
Milite Ignoto. Il ciclo si chiude
con la riconversione delle armi
in strumenti di lavoro e la ripresa
delle attività quotidiane, del lavoro nei campi con il raccolto delle
messi e dei frutti della terra, della
conquista del mare. Cesare Mercorelli ha definito questo racconto inciso nel bronzo “il più bel
poema della vita moderna”.
7. Un nuovo volume di versi di
Francesco Scarabicchi
Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951) rientra nella ristretta
cerchia di poeti marchigiani che
hanno conquistato una rilevanza
nazionale. Una conferma di un
elevato livello artistico ormai raggiunto viene dall’ultima raccolta
di versi L’ora felice (Donzelli,
Roma, 2010). In questo ultimo
lavoro Scarabicchi si segnala per
uno stile poetico scarno, asciutto, essenziale (molte di queste
composizioni sono costituite da
un solo verso), ma estremamente
efficace per lirismo e poetica dei
sentimenti. Si riscontra inoltre un
ritorno a molti dei temi preferiti
dal poeta anconetano: l’amore
per una donna, l’affetto paterno;
l’assillo del tempo segnato dallo
scorrere delle stagioni, l’alternarsi
del giorno e della notte, alcuni umanissimi ritratti di donna.
Molto intense sono le sensazioni
legate al paesaggio e a luoghi
particolarmente legati alla vita
dell’autore: esemplare appare in
questo senso il brano di prosa lirica Il mese, che riflette lo spleen di
un giorno di festa anconetano vissuto con intensità lungo l’asse che
unisce Piazza Cavour al mare con
quel “vento che scende alla rinfusa
verso il porto, agita carte e polvere, le luci di siccità dicembrina di
asfalto più che grigio fra le vetrine
spente”. Fondamentale risulta,
nelle sezioni Il segreto e Assenze,
36
il tema dei sentimenti amorosi
(accompagnato dalle bellissime
traduzioni di sei sonetti di Shakespeare), sentimenti vissuti nelle
chiuse “stanze dell’amore” con
lontananze struggenti e folgoranti
ritorni in quella continua ricerca
di “calore” che viene dalla vicinanza all’essere amato (“Lasciami
al tuo respiro fino all’alba,/svanirò dove il giorno giunge quieto”;
“Ogni nome il tuo nome;/essere
senza te non dà mai pace”); amori
a volte segnati dall’incomunicabilità e da distanze pur nella
presenza fisica (“Nulla di te mi è
ignoto eppure ancora/non so svegliarti se ti dormo accanto”). Un
altro spunto poetico fondamentale è rappresentato da approfondimenti esistenziali dettati
dalle ferite inferte dal dolore, da
momenti di solitudine, dal passare dei giorni, dall’immersione
o dallo straniamento rispetto ad
alcuni luoghi, tanto che diventano esemplari e chiarificatoti
questi versi: “Passa così, se puoi,
fatti leggera(vita mia che consegni
vetro e fiamma/al lume che vacilla
ad ogni vento/e lascia innominata
la presenza/che più rasenta i muri
e più dilegua/sul nascere del giorno, illividita”), come essenziale e
splendido appare questo paesaggio
notturno: “La luna ha dune blu/
con isole d’argento./E questo è il
firmamento”.
8. Il Barocco a San Severino
Nell’ambito della mostra Le
meraviglie del Barocco il Comune
di San Severino Marche ha pubblicato il volume Itinerari barocLe Cento Città, n. 42
chi. Letteratura, musica e teatro
nella San Severino del Seicento a
cura di Alberto Pellegrino e Milena Ranieri. Si tratta di un’opera
che si propone di completare
il panorama delle arti figurative
attraverso l’analisi del microcosmo culturale di una piccola città
dello Stato Pontificio, nella quale
il Barocco ha rappresentato una
stagione particolarmente vitale
sotto il profilo artistico, politico e religioso. Milena Ranieri
ha tracciato un quadro storico
della Biblioteca Comunale dalle
origini ad oggi, per poi soffermarsi sui testi più significativi
del fondo librario del Seicento.
Inoltre ha presentato Il Tempio
Armonico della Beata Vergine
del padre filippino Giovenale
Ancina, uno dei fondatori della
musica sacra, il quale ha scritto
per San Severino due canzoni a
tre voci Alla miracolosa Madonna
dei Lumi e A Santa Maria del
Glorioso. Sempre la Ranieri ha
preso in esame La sincerità trionfante overo L’erculeo ardire, una
favola boschereccia di Ottaviano
Castelli, dedicata al Delfino di
Francia Luigi d’Orleans, accompagnata da cinque splendide scenografie di Giovanni Francesco
Grimaldi. I due curatori hanno
analizzato la moda ecclesiastica
del tempo, mettendo in evidenza
l’eleganza e lo sfarzo degli abiti di
suore, monaci e sacerdoti. Ancora Pellegrino e la Ranieri hanno
affrontato un argomento assolutamente inedito, ricostruendo
l’attività letteraria dell’Accademia dei Conferenti della Florida
Libri ed eventi
(1581) e della Accademia degli
Agitati (1657), pubblicando testi
inediti o contenuti in edizioni
rare. Alberto Pellegrino si è occupato dell’attività teatrale delle
due Accademie, analizzando e
pubblicando la favola pastorale
inedita Le Ninfe della Foresta del
Potenza et del Monte Nero, nonché l’inedita azione teatrale Le
campagne d’Anfriso, entrambe di
autore ignoto. Infine un saggio
di Pellegrino tratteggia la figura e
l’opera del drammaturgo Virgilio
Puccitelli (San Severino 15991654), che è vissuto a Varsavia
presso la corte di Ladislao IV dal
1628 al 1648, ricoprendo la carica
di segretario per gli affari italiani.
Egli ha fatto costruire, su progetto dell’architetto e scenografo
Agostino Locci, i teatri di corte
di Vilnius (1636) e di Varsavia
(1637). Inoltre Puccitelli, che ha
svolto un ruolo fondamentale per
la diffusione del teatro nell’Europa del Nord, ha scritto otto
drammi per musica e tre libretti
per balletto. Nel volume è stato
ristampato il testo per balletto La
Maga sdegnata, unico esemplare esistente presso la Biblioteca
Comunale di San Severino.
GLI EVENTI
1. Lo sguardo delle donne
Lo sguardo delle donne: dai
macchiaioli a Modigliani è il titolo della bella Mostra e del catalogo realizzati da Stefano Papetti
nell’estate 2010 per conto del
Comune di Civitanova Marche.
Il curatore ha voluto rappresentare “l’universo donna” con le
immagini di artisti che hanno
operato tra la proclamazione
dell’Unità d’Italia e la prima
guerra mondiale. Papetti scrive
37
La casa natale di Filippo Corridoni dove è stato allestito il museo.
che l’dea ispiratrice di questa
iniziativa culturale gli è arrivata dal romanzo Una donna di
Sibilla Aleramo ambientato a
Porto Civitanova, dove la poetessa ha trascorso l’adolescenza
e la prima giovinezza prima di
iniziare il suo percorso artistico.
La Aleramo traccia una serie di
ritratti femminili colti nell’ambito familiare (la madre, la suocera, la cognata, il personale di
servizio), poi allarga la sua rappresentazione a donne dell’alta e
media borghesia, a contadine, a
compagne di marinai, tutte accumunate dall’essere sottoposte al
potere maschile, mentre donne,
che sono diventate artiste e letterate, attrici e attiviste politiche,
si sono liberare da opprimenti
convenzioni sociali. Spinto da
queste sollecitazioni, Papetti ha
suddiviso la mostra e il catalogo
in sei sezioni: La madre, Il velo
e la preghiera, La donna nei
campi, La femme fatale, La musa
Le Cento Città, n. 42
ispiratrice e La donna nell’arte.
In tutte sono state esposte opere
di autori importanti tra i quali
spiccano i nomi di Carlo Carrà,
Tranquillo Cremona, Adolfo De
Carolis, Mario De Maria, Osvaldo Licini, Amedeo Modigliani e
Domenico Morelli. Sono presenti anche Giulia Centurelli, Giulia Panichi e Imelde Santini, tre
artiste marchigiane che hanno
operato tra la fine dell’Ottocento
e il primo Novecento, a riprova
che nel pianeta donna qualcosa si sta movendo non solo a
livello nazionale, ma anche nel
piccolo mondo della provincia
marchigiana. Il panorama culturale è completato dall’ampio
e documentato saggio Sguardi
letterari delle donne di Marcello
Verdenelli, docente di letteratura italiana dell’Università di
Macerata, il quale sostiene che
“La letteratura è il luogo in cui
quello sguardo delle donne rivela
tutta la sua sfaccettata versatilità
Alberto Pellegrino
simbolica, tendendo alla elaborazione di modelli culturali quasi
mai perfettamente coincidenti con
quelli dominanti”. L’analisi parte
dalla “donna angelo” stilnovista
per passare attraverso il realismo
“equivoco, complice e ammiccante” di Boccaccio, le intriganti protagoniste della commedia
cinquecentesca per arrivare
alle scrittici del Seicento come
Lucrezia Marinella che esalta La
nobiltà et eccellenze delle donne
et i difetti, e mancamenti de gli
huomini. Nel Settecento Goldoni mette insieme una splendida
galleria di figure femminili, mentre l’Ottocento si caratterizza
per una più variegata tipologia
di donne: l’infelice (la Teresa
dello Jacopo Ortis), l’orante (la
Lucia manzoniana), la patriota
(la Pisana delle Confessioni di un
italiano), le prime fragili e passionali donne verghiane (Una peccatrice, Tigre reale, Eros), seguite
dalle donne del Verismo: la campagnola (Nedda), la brigantessa (L’amante di Gramigna), la
divoratrice di uomini come la
Lupa. Alle soglie del Novecento la carrellata si chiude con la
Fosca di Igino Ugo Tarchetti, con
le donne appassionate di Sibilla
Aleramo, con le problematiche
ed emancipate donne pirandelliane, con le femmine alquanto
stralunate di Aldo Palazzeschi.
2. Il nuovo Museo per Filippo
Corridoni
Alla fine del 2010 è stato inaugurato dal Comune di Corridonia il
Museo Casa Natale Filippo Corridoni, allestito nell’edificio dove
Filippo è nato nel 1882 e dove la
famiglia ha abitato fino al 1894.
Il percorso museale ha inizio al
primo piano con la documentazione riguardante le celebrazioni
dedicate alla figura di Corridoni e al movimento sindacale da
lui fondato fino alle successive
manifestazioni in epoca fascista,
quando Mussolini s’impadronisce della memoria dell’eroe per
farne un simbolo della nuova
mitologia di regime. Nel primo
piano viene ricostruita la storia
della famiglia, il periodo degli
studi di Filippo fino al suo trasferimento a Milano, dove trova
lavoro come disegnatore mecca-
38
nico. Parallelamente ha inizio la
sua attività politica e sindacale
presso diverse Camere del Lavoro compresa quella di Bologna.
Nel 1913 Corridoni, che è ormai
uno dei maggiori esponenti del
sindacalismo rivoluzionario,
operaista e antimilitarista, fonda
l’Unione Sindacale Italiana in
contrapposizione alla Camera
Generale del Lavoro, trovando
anche l’appoggio di Mussolini
allora direttore dell’Avanti!. Nel
giugno 1914 Corridoni è arrestato per aver partecipato alla
“Settimana rossa” e in prigione
scrive il saggio Sindacalismo e
Repubblica, in cui rende nota la
sua adesione all’interventismo,
poiché ritiene (come diversi sindacalisti e socialisti) che la guerra
contro l’Austria e la Germania
sia un atto rivoluzionario contro
la reazione e il conservatorismo
della destra capitalista. Nel maggio 1915 parte volontario per il
fronte, da dove invia alla famiglia
e agli amici lettere appassionate
dalle quali traspare il suo patriottismo e la sua grande umanità. Il 23 ottobre 1915 Corridoni
muore nella Trincea delle Frasche
e il suo nome diventa il simbolo
dell’eroismo giovanile, ma questa
popolarità farà passare in secondo piano le sue qualità di teorico
politico e del sindacalismo, per
cui la Casa Museo si propone fra
le sue finalità quella di fornire
nuove chiavi di lettura storica
per meglio inquadrare la personalità e l’opera di Corridoni
lontano da stereotipi militaristi e
senza le indebite appropriazioni
messe in atto dal regime fascista.
3. La scomparsa di Leonardo
Mancino
Leonardo Mancino è scomparso
nell’ottobre 2010 e con lui si è
spenta una delle voci poetiche
più valide e profonde della poesia
marchigiana e nazionale. Mancino nasce a Camerino, “paese
antico e civile”, nel 1939 per poi
trasferirsi ad Osimo fino a quando si reca a Bari per svolgere
la professione di insegnante elementare. Egli continua gli studi
universitari e nel 1963 si laurea in
lettere nell’Università di Roma,
poi in pedagogia nel 1966 presso
l’Università di Bari. Nel 1970
Le Cento Città, n. 42
Leonardo Mancino.
inizia la sua carriera di dirigente
scolastico in diverse sedi pugliesi,
per un anno in Sardegna, quindi
nel 1989 a Macerata, assumendo
la direzione dei circoli didattici
di Camerino, Visso, Macerata
e Civitanova Marche. Fin dal
primo soggiorno barese Mancino
stabilisce fruttuosi rapporti con
Tommaso Fiore, Vittorio Bodini
e altre personalità del mondo
culturale pugliese; inoltre stringe
stabili relazioni con importanti artisti, intellettuali e uomini
politici del secondo Novecento,
come egli stesso ha testimoniato
nel saggio Ancora l’utopia reale.
Uomini e idee della nuova Italia,
(Palomar, Bari, 2003). Collabora
e fonda anche prestigiose riviste culturali e politiche; scrive
numerosi saggi sulla letteratura
del Mezzogiorno, sull’arte del
Rinascimento, sulla letteratura italiana del Novecento, sui
rapporti tra arte, religiosità e
mondo contadino, assumendo
spesso prese di posizione polemiche e scomodi atteggiamenti
dissacratori. Come poeta rivela,
al contrario, un mondo interiore fatto di sentimenti delicati e
di emozioni profonde, parlando
spesso nei suoi versi della bellezza delle stagioni e del fascino
della natura, del valore della
memoria, del mistero dell’universo e di una vita che continua oltre i confini dello spazio
e del tempo. Fra le sue raccolte
poetiche si possono considerare
esemplari L’ultima rosa dell’inverno; Dichiarazioni, silenzio e
Libri ed eventi
giorni; La casa, la madre, il colle e
l’orto; La dissipazione del talento:
i colli marchigiani; Tutto è luce;
In tema d’esistenza; Il sangue di
Herbert. Si tratta di una poesia
fatta di versi scarni ma eleganti,
essenziali ma carichi di pregante
umanità, con un ritorno costante
alla memoria dalla quale affiora
sempre la “sua” Camerino: “Sui
monti verdi e azzurri/dell’orizzonte/spuntano le nuvole di primavera/come germogli,/sbocciano e si
sfogliano/petali grandi di rose;/il
salice si perde nell’impercettibile/
piccola onda terrestre./Tutto sciupato nella pietra/antica, lo porta
via il tempo/o il vento”.
4. La 43a Stagione lirica del Teatro Pergolesi
Dopo diversi anni ritorna al Teatro Pergolesi un Trovatore andato in scena al Ravenna Festival
2003 che presenta caratteri profondamente innovativi non solo
per il talento dei suoi giovani o
giovanissimi interpreti o per la
qualità della Orchestra Giovanile Luigi Cherubini (fondata nel
2004 da Riccardo Muti), o per
una particolare messa in scena di
Cristina Mazzavillani Muti che
ha firmato la regia e l’ideazione
scenica. La novità di questo spettacolo è costituita dalla capacità
di sfruttare processi e tecnologie multimediali che mostrano
una diversa concezione dell’allestimento scenico senza tradire
i valori di fondo e le tradizioni
del melodramma. La vicenda del
dramma verdiano viene collocata
in una dimensione senza luogo e
senza tempo, sfruttando le immagini di una Ravenna ridotta al
ruolo di “città fantasma” costituita dai ruderi di una defunta civiltà industriale, un luogo che sorge
in riva ad un mare quasi sempre
notturno e angosciante, che contribuisce a dare una connotazione quasi onirica all’insieme della
visione. Del resto il Trovatore è
un’opera notturna per eccellenza
39
all’interno della quale s’intrecciano le vicende drammatiche
di Manrico ed Eleonora, della
Gitana e del Conte di Luna, che
la Muti colloca in una specie di
“deserto dell’anima”, eliminando
tutti gli orpelli umani e ambientali, facendo dello stesso coro
una parete umana che si staglia
contro i ruderi di un mondo in
disfacimento. L’intera vicenda è
come immersa in una palude dei
sentimenti, dove gli essere umani
trascinano le loro passioni tra
scheletri rugginosi di fabbriche,
silos e ciminiere, darsene e spiagge desolate, palafitte e capanni
da pesca abbandonati lungo un
mare che si presenta come una
superficie iridescente e nello stesso tempo angosciante. In questo
paesaggio fantastico tutto sembra
morire e rinascere in un moto
circolare che prevede un eterno
ritorno alla matrice prima del
dolore umano e gli stessi personaggi sembrano prigionieri
di macchinari e ingranaggi che
diventano simboli di una forza
superiore capace di stritolare sia
i ribelli (il Trovatore e suoi uomini) e gli emarginati (i gitani), sia i
potenti (il conte di Luna), dominati dallo stesso destino di sangue
simboleggiato dalle nuvole tempestose che passano sopra acque
di tenebra o sopra ruderi scarnificati dalla ruggine che sembrano
imprigionare il dolore stesso del
mondo. Per Cristina Mazzavillani Muti “spazio sonoro, luce,
visionarietà sono le dimensioni
entro cui la scena e la narrazione
trovano corpo. Tutto comincia da
lì: da quelle tre console, tecnologici intrecci di leve e pulsanti.
La modernità della tecnica multimediale è qui messa al servizio
di cantanti giovani, in un grande
laboratorio, capace di scongiurare
ogni rischio di routine”.
Questa stagione 2010, vissuta nel
segno della “contaminazione”, si
è caratterizzata anche per l’in-
Le Cento Città, n. 42
troduzione nel cartellone di due
operette di un maestro del genere
come è Jacques Offenbach, autore prolifico e di grande successo.
Al Pergolesi sono andate in scena
Pomme d’Api e Monsieur Choufleuri con la regia di Stefania
Parrighini che ha curato un allestimento spiritoso e accattivante
per ritmi, scene e costumi. La
parte musicale è stata affidata
all’Orchestra Progetto Sipario alla
sua prima uscita ufficiale; si tratta di un complesso composto
da allievi professori d’orchestra
che rientra in un progetto della
Regione Marche per la formazione di figure professionali nel
settore delle arti e mestieri dello
spettacolo dal vivo. La prima
operetta si basa su una intricata storia d’amore tra Gustave
e la dolce Catherine (Pomme
d’Api), che entra in servizio come
cameriera dello zio del giovane ma, quando l’anziano spasimante s’innamora della ragazza,
Gustave si rende conto che è lei
la donna della sua vita, per cui
tutto si conclude con il consueto
lieto fine. Monsieur Chouflerie è
invece un’operetta caratterizzata
più dal sense of humor che dai
sentimenti amorosi; infatti si tratta di una originale satira nel confronti del melodramma italiano
dell’Ottocento con una vorticosa
girandola di situazioni comiche
che vedono coinvolti impresari,
cantanti e compositori.
5. Premio internazionale ad
Oscar Piattella
L’Accademia internazionale Le
Muse ha assegnato il prestigioso 46° Premio internazionale
nel simbolo della Musa Erato
al nostro Socio il Pittore Oscar
Piattella.
La solenne cerimonia della consegna avverrà nel Salone dei
Cinquecento - Palazzo Vecchio a
Firenze sabato 4 giugno alle ore
17.”
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Vita dell’Associazione
41
Visite e Convegni
di Giovanni Danieli
Ancona 29 ottobre 2010
L’eccellenza dell’impresa marchigiana
Nell’ambito del programma di
presentazione dell’Eccellenza
nelle Marche, si è svolto presso
l’aula del Rettorato, il convegno
L’eccellenza dell’impresa marchigiana. Esempi di imprenditoria
illuminata tra territorio, tradizione ed innovazione, realizzato in
collaborazione con l’associazione
di cultura d’impresa Il Paesaggio
dell’Eccellenza. Il Convegno
è stato aperto dal saluto dei
Presidenti delle due Associazioni,
Arch. Maria Luisa Polichetti e
Dott. Giuseppe Guzzini.
Il tema è stato introdotto dalla
relazione introduttiva di Marco
Moroni sull’inquadramento storico dello sviluppo imprenditoriale nella nostra regione; si
sono quindi succedute le testimonianze di alcune prestigiose
figure rappresentative dell’impresa marchigiana d’eccellenza,
Gastone Bertozzini, Luciano
Brandoni, Giuseppe Casali,
Enrico Loccioni, Gennaro
Pieralisi, Giuseppe Santoni,
alfieri del made in Italy nel
mondo, che hanno ripercorso
le tappe rilevanti e le conquiste
più significative delle proprie
imprese.
Il convegno, chiuso dalla relazione di Catervo Cangiotti, ha
dimostrato ancora una volta
come la tenuta e lo sviluppo
delle nostre imprese dipendano
oggi ed ancor più lo saranno
nel futuro dalla capacità delle
imprese di accettare e vincere
la sfida dell’innovazione, dalla
conoscenza aggiornata dei mercati e, soprattutto, dal “fare sistema” tra le imprese, tra di esse e
la pubblica amministrazione ed
all’interno dell’impresa stessa.
S. Severino Marche, 7 novembre
2010
Visita di S. Severino e della
Mostra sulla pittura barocca
Nei saloni di Palazzo Servanzi
Confidati e nella Chiesa della
Misericordia i Soci hanno visi-
Le Cento Città, n. 42
tato prima la mostra Le meraviglie del barocco nelle Marche,
curata da Vittorio Sgarbi, successivamente la mostra Itinerari
barocchi, curata e presentata
da Alberto Pellegrino e Milena
Ranieri e, in Pinacoteca, la
Sezione dedicata alla Scultura
barocca.
Nel pomeriggio vi è stata la
visita del Duomo antico e del
Museo archeologico e si è assistito al delizioso spettacolo Il
Tempo e la Rosa, ideato e diretto da Alberto Pellegrino. Sono
stati eseguiti brani di poesie,
di musica e momenti di danza,
tutti rigorosamente riferiti al
periodo barocco e basati sulla
contrapposizione tra gli aspetti
estetici ed edonistici di un fiore,
la rosa, simbolo di Venere e
della sensualità femminile, ed
il tempo, con il suo richiamo
alla caducità, alla transitorietà di
uomini e di eventi.
Pesaro, 27 novembre 2010
L’educazione musicale e teatra-
Album di Mario Canti
42
Da sinistra a destra e dall’alto in basso: 1) Vista della piazza di San Severino; 2-3) San Severino: Paola Egidi e Alessandra Granata
nello spettacolo Il Tempo e la Rosa di Alberto Pellegrino; 4) Alberto Berardi e Gianfranco Mariotti al Convegno sull’Educazione
musicale e teatrale, promosso e realizzato da Alberto Pellegrino e Giorgio Girelli - foto di Romano Folicaldi; 5 - 6 -7) Ascoli Piceno:
Museo delle ceramiche, la storica piazza, il pubblico al convegno Prodotti nobili del Piceno, curato da Natale G. Frega; 8 - 9 - 10 -
Le Cento Città, n. 42
Album di Mario Canti
43
11 - 12) Loreto, scorcio della Basilica e del Campanile; Michele Casali e visita agli stabilimenti del Gruppo Pigini; 13) Ettore Franca
organizzatore del convegno sulla Gastronomia; 14 - 15 - 16) Fano, convegno sulla Solidarietà sociale: Mons. Armando Trasarti
Arcivescovo di Fano, il Presidente ed Alberto Berardi nell’introduzione, la stupenda cupola della chiesa filippina di S. Pietro in Valle,
il pubblico presente al convegno.
Le Cento Città, n. 42
Vita dell’Associazione
le nelle Istituzioni pubbliche e
private
Promosso da Alberto Pellegrino
e realizzato con lo stile che gli
è proprio da Giorgio Girelli,
nell’Auditorium dell’Accademia
internazionale di canto di Pesaro,
si è svolto un convegno finalizzato ad analizzare lo stato dell’insegnamento della musica nelle
istituzioni pubbliche e private,
in particolare la formazione di
quanti operano nei settori della
musica strumentale e del canto
lirico e l’educazione musicale dei
cittadini. Alcune relazioni sono
state riservate al teatro di prosa,
anche qui presentando proposte
e soluzioni relative alla formazione degli operatori teatrali e degli
spettatori; si è anche dibattuta
l’opportunità di inserire l’educazione teatrale nei programmi
della scuola pubblica, almeno a
livello superiore.
I temi trattati sono stati presentati e discussi da alcuni brillantissimi “addetti ai lavori” in
rappresentanza di alcune tra le
più significative istituzioni teatrali marchigiane, nell’ordine di esposizione, Anna Maria
Raffa (Conservatorio G. Rossini
di Pesaro), Ugo Gironacci
(Conservatorio
Pergolesi
di Fermo), Livia Accorroni
(Fondazione Teatro delle Muse
di Ancona), Silvano Sbarbati
(Fondazione Pergolesi Spontini
di Fermo), Nicoletta Robella
(Teatro stabile delle Marche),
Venanzio Sorbini (Accademia
Arte lirica di Osimo), Vincenzo
Pasquali (Scuola di musica e
danza La Fenice di Amandola),
Barbara Torresetti (Cooperativa
Liviabella di Macerata). La lettura di Alberto Pellegrino su
Spettacolo e società e l’intervento del soprintendente al Rossini
Opera Festival, Gianfranco
Mariotti, hanno chiuso il convegno, che è stato magistralmente
moderato da Alberto Berardi.
Iesi, 19 dicembre 2010
Assemblea dei Soci
Com’è tradizione, l’annuale
Assemblea decembrina dell’Associazione si è svolta presso
l’Hotel Federico II di Iesi e si è
44
articolata in più momenti, quali
la relazione del Presidente, molto
applaudita, sugli eventi realizzati
nel primo semestre del mandato presidenziale, la relazione del
Segretario sulla situazione Soci –
223 tra onorari, sostenitori, effettivi e corrispondenti –, quella
del tesoriere, approvata all’unanimità e l’elezione e le nomine
del Consiglio di presidenza e del
Comitato editoriale per il periodo
1 agosto 2011 - 31 luglio 2012.
All’unanimità è stato eletto
Presidente Ettore Franca, che
avrà quali Consiglieri Marisa
Fiorini (Pesaro), Folco Di Santo
(Ancona), Luciano Capodaglio
(Macerata), Romano Folicaldi
(Fermo) e Natale G. Frega (Ascoli
Piceno)
Sono stati confermati Giovanni
Danieli (Segretario generale), Anna Maria Zallocco
(Tesoriere),
Mario
Canti
(Direttore Editoriale), Edoardo
Danieli (Diretto Responsabile).
Il Comitato editoriale sarà composto da Giancarlo Polidori,
Fabio Brisighelli, Luca Maria
Cristini, Romano Folicaldi e
Natale G. Frega.
Ascoli Piceno 22-23 gennaio
2011
Prodotti nobili
del Piceno
Nel ciclo di
eventi dedicati
all’Eccellenza
nelle Marche,
il Convegno ha
inteso esaltare
due dei prodotti d’eccellenza
dell’agricoltura
marchigiana, l’olio e il vino, raccontati nella loro
storia, descritti
nelle caratteristiche proprie
e nel loro valore alimentare.
Promosso e realizzato da Natale
G. Frega, il convegno è stato
illuminato dalle
relazioni di Gian
Luca Gregori,
Le Cento Città, n. 42
Preside della Facoltà di Economia
dell’Università Politecnica delle
Marche, di Edoardo Biondi e
dello stesso Natale Frega, entrambi past-Presidi della Facoltà di
Agraria. Brillante intervento
finale di Guido Castelli, Sindaco
della città.
Il week end ascolano ha compreso anche, sabato e domenica, la visita di alcuni musei e
mostre ascolane (Forte Malatesta,
Museo Diocesano, Museo dell’arte moderna, Museo delle ceramiche) effettuata con la guida prestigiosa di Stefano Papetti e la visita
della città (Duomo, Battistero,
Chiese di San Gregorio e di San
Francesco), con la guida altrettanto prestigiosa di Bernardo
Nardi.
Loreto, 18 febbraio 2011
Eccellenza dell’impresa nelle
Marche. Il Gruppo Pigini a
Loreto
Nel programma Eccellenza nelle
Marche è stata realizzata una
visita delle aziende del Gruppo
Pigini. Accolti dal fondatore
Don Lamberto Pigini e accompagnati dal suo primo collaboratore e co-artefice del successo
mondiale Dott. Giuseppe Casali,
i Soci hanno potuto prendere
a cura di Giovanni Danieli
visione del mondo straordinario dell’editoria di alto livello e
dei suoi tre marchi fondamentali Technostampa, Rainbow e
Rotopress.
La giornata si è conclusa con la
visita della Basilica di Loreto,
illustrata dal nostro Presidente, e
del Museo Diocesano, che comprende la Pinacoteca ed una straordinaria raccolta di vasellame di
farmacia.
Fano 27 febbraio 2011
L’eccellenza nella Gastronomia
marchigiana
L’ideazione e l’organizzazione è
stata di Ettore Franca, uno dei
più autorevoli esperti nazionali
di scienza dell’alimentazione con
la collaborazione, straordinaria,
di Flavio Cerioni, maestro tra i
cuochi marchigiani.
Ne è venuto fuori un sontuoso
pasto domenicale, consumato
Alla lanterna, a noi eccezionalmente riservata, con un menù
di grande portata e originalità
che ha spaziato dal pescato alla
caccia, accompagnato da ottimi
vini della miglior tradizione marchigiana. Grazie, caro Ettore,
grazie, signor Cerioni.
Fano, 19 marzo 2011
Solidarietà sociale
Nel programma del Presidente di
valorizzare quanto di eccellente
vi è nella nostra regione, l’appuntamento di Fano è stato dedicato
alla Solidarietà di ieri e di oggi
nelle Marche, ieri con particolare riferimento alle Confraternite,
quali primo esempio di assistenza sociale, ed alle Società operaie, nate nello spirito garibaldino dell’800; oggi, con l’insostituibile azione del volontariato.
Sono stati relatori Marco Belogi
ideatore e realizzatore dell’e-
45
vento, Grazia
Calegari, che ha
descritto i tesori artistici delle
Confraternite,
Alfredo Luzi,
per la storia delle
Società Operaie
e Rita Materazzi,
che ha portato al tema del
volontariato il
contributo della
propria esperienza professionale. Tutti
nostri Soci. Ha
moderato, con
la classe che gli è
propria, Alberto
Berardi.
Macerata, 15
aprile 2011
L’editoria
di
cultura
nelle
Marche
Si è svolto presso la Biblioteca
Mozzi Borgetti,
a
cura
di
Maurizio Cinelli,
un importante
Convegno
dedicato all’Editoria
nella
nostra regione,
séguito di analogo evento sempre realizzato
a Macerata da
Maurizio Cinelli
sui libri di autori marchigiani
“freschi di stampa”. Dell’evento
presentiamo il
programma e, a
pagina 47, alcune immagini.
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Banca dell’Adriatico, Banca Marche, Carifano,
Carisap, Co.Fer.M., Fox Petroli, Gruppo Pieralisi,
Santoni, TVS, Umani Ronchi
Le Cento Città, n. 42
L’Album di Romano Folicaldi
47
Macerata, 15 Aprile 2011, Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti
L’editoria di cultura nelle Marche. Testimonianze di Editori marchigiani
L’articolazione dell’incontro si è realizzata in due momenti, la visita della Esposizione di una selezione di opere degli Editori
delle Marche ed il Convegno Editoria “d’eccellenza”, tra impresa e affrancamento culturale: testimonianze.
Nelle immagini che seguono da sinistra a destra e dall’alto in basso:
1 - Maria Luisa Polichetti, Presidente de Le Cento Città e Romano Carancini, Sindaco di Macerata. 2- La Direttrice Alessandra
Sfrappini illustra la Sala degli Specchi e la Sezione della storica Biblioteca di Macerata. 3 - Maurizio Cinelli, organizzatore della
manifestazione e coordinatore dell’incontro, e Rosa Maria Boraccini dell’Università di Macerata introducono le motivazioni e
gli indirizzi del convegno stesso. 4 - I Partecipanti al Convegno. 5 - Luigi Lacchè, Rettore dell’Università di Macerata, responsabile della E.U.M. 6 - Luigi Canovari di Liberilibri. 7 - Michele Casali della ELI 8 - Valentina Conti di Affinità Elettive. 9
- Gino Giommetti di Quodlibet. 10 - Andrea Livi di Andrealivi Ed. 11 - Giorgio Mangani de Il Lavoro Editoriale. 12 - Lucia
Tancredi della EV.
Le Cento Città, n. 42
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