1 Sommario Le Cento Città * Direttore Editoriale Mario Canti Comitato Editoriale Fabio Brisighelli Romano Folicaldi Giuseppe Oresti Giancarlo Polidori Direzione, redazione, amministrazione Associazione Le Cento Città [email protected] Direttore Responsabile Edoardo Danieli Prezzo a copia Euro 10,00 Abb. a tre numeri annui Euro 25,00 Spedizione in abb. post., 70%. - Filiale di Ancona Reg. del Tribunale di Ancona n. 20 del 10/7/1995 Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma 3L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia Il Risorgimento nelle Marche. Il melodramma e la poesia popolare di Alberto Pellegrino 10 Il Risorgimento italiano rivisitato di Leonardo Bruni 17 L’economia Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana. Un approccio storico di Marco Moroni 20 Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana. Le testimonianze dei protagonisti di Edoardo Danieli 23 La letteratura Spazialità e soggettività nella scrittura di Dolores Prato di Alfredo Luzi 29 Il ricordo Pietro Zampetti di Mario Canti 30 La storia Le buone maniere del Casino Dorico di Giacomo Vettori Periodico quadrimestrale de Le Cento Città, Associazione per le Marche Sede, Piazza del Senato 9, 60121 Ancona. Tel. 071/2070443, fax 071/205955 [email protected] www.lecentocitta.it * Hanno collaborato a questo numero: Leonardo Bruni, Mario Canti, Edoardo Danieli, Giovanni Danieli, Romano Folicaldi, Alfredo Luzi, Marco Moroni, Alberto Pellegrino, Giacomo Vettori 33 Libri ed eventi a cura di Alberto Pellegrino 41 Vita dell’Associazione a cura di Giovanni Danieli 42 Album a cura di Mario Canti e Romano Folicaldi In copertina Interno del Teatro della Fortuna a Fano (Foto di M. Canti) Le Cento Città, n. 42 CO. FER. M. COMMERCIO ROTTAMI ACCIAIO INOSSIDABILE, FERROLEGHE, METALLI, FERRO . .. 60020 CAMERATA PICENA (Ancona) Via E. Fermi 5/7 Località Piane Tel. 071 946362 r.a. Fax 071 946365 [email protected] www.coferm.it L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia 3 Il Risorgimento nelle Marche Il melodramma e la poesia popolare di Alberto Pellegrino Risorgimento e melodramma Nel periodo storico compreso tra il 1815 (Proclama di Rimini di Murat/Battaglia di Tolentino) e 1861 (Proclamazione dell’Unità d’Italia) si crea uno stretto rapporto tra opera lirica e movimento insurrezionale italiano che trova il suo massimo momento-chiave nel triennio 1947-1849, quando tutta l’Europa è attraversata da una serie di rivolte mosse da una febbre nazionalistica che spinge a lottare contro il conservatorismo rivoluzionario. In Italia la situazione si presenta con caratteristiche diverse rispetto al resto del continente, perché nel paese manca una comune identità nazionale. Negli anni Trenta - Quaranta il movimento ideologico, politico e sociale italiano si propone di far nascere o “risorgere” (da qui il termine Risorgimento) una nuova Nazione, alla quale mancano i requisiti fondamentali dell’unità (il paese è diviso in sette Stati) e dell’indipendenza poiché quasi tutto il territorio nazionale è sotto il controllo politico e militare dell’Austria, per cui si rivendica con orgoglio nazionalistico una liberazione dal “servaggio” straniero. Dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza e la fine della Repubblica Romana, il movimento nazionalista e insurrezionale si arricchisce di nuovi elementi ideologici: la repubblica come riforma istituzionale dello Stato; la esigenza di una democrazia popolare per superare il liberalismo borghese; una maggiore giustizia sociale teorizzata dal socialismo di Carlo Pisacane; la necessità di una nazione in armi, che sfoci nella insurrezione popolare propugnata da Mazzini e Garibaldi; l’adozione del federalismo proposto da Cattaneo e Ferrari per valorizzare le autonomie regionali. Al movimento insurreziona- le aderiscono scrittori, poeti e pensatori, ma anche una vasta schiera di poeti popolari e musicisti. Lo stesso Mazzini, nel saggio Filosofia della musica (1836), sostiene che la musica può essere un potente alleato dell’ideologia nazionale, purché assuma una veste romantica e popolare per unificare i sentimenti individuali e collettivi del paese. I primi accenni di nuovo spirito nazionale si avvertono persino nel mite Rossini, in Bellini e soprattutto in Giuseppe Verdi e i suoi librettisti, che sanno cogliere la stretta simbiosi tra opera lirica e Risorgimento, riuscendo a fondere musica, canto e valori patriottici con una originalità ed efficacia che non ha risconto nel melodramma europeo. Il primo, come già detto, è il nostro Gioacchino Rossini che nell’aprile 1815, in occasione dell’ingresso di Murat a Bologna, compone un inno che inizia con questi versi: Sorgi Italia, venuta è già l’ora/ L’alto fato compir si drovrà;/ Dallo stretto di Sicilia alla Dora/ Un solo regno l’Italia sarà. Ma già due anni prima egli aveva inserito un accenno all’Italia nell’opera L’Italiana in Algeri (1813), composta su libretto di Angelo Anelli, dove nel secondo atto il coro degli schiavi italiani canta: Pronti abbiamo ferro e mani/ per fuggir con voi di qua…/ Quanto valgan gl’Italiani/Al cimento si vedrà. E Isabella, che progettò la fuga incita così l’innamorato Lindoro ad avere coraggio: Se parlano al tuo core/ Patria, dovere, onor, dagli altri apprendi/A mostrarti Italiano; e alle vicende/Della volubil sorte/ Una donna t’insegni ad esser forte:/Pensa alla patria, e intrepido/Il tuo dover adempi:/Vedi per tutta Italia/Rinascere gli esempi/ D’ardire e di valor. Le Cento Città, n. 42 L’opera gode di grande popolarità nelle Marche e viene rappresentata nei teatri di Ancona (1813, 1820, 1838), Macerata (1815), Urbino e Senigallia (1816), Osimo (1818), Fermo (1821), Macerata e Recanati (1822), Pesaro (1831), Urbino, Camerino e Macerata (1832). Successivamente nel Mosè in Egitto (1818) Rossini affronta il tema della schiavitù del popolo ebraico. L’opera è rappresentata in Ancona (1825, 1831), Pesaro (1826, 1839), Macerata e Tolentino (1826), San Severino (1828), Fermo (1829, 1854) e Ascoli Piceno 1831; l’Assedio di Corinto (1826), che parla della lotta dei Greci contro gli Ottomani, va in scena in Ancona (1828), Pesaro (1829, 1832), Macerata (1830) e Ascoli Piceno (1832). L’opera rossiniana dichiaratamente patriottica è il Guglielmo Tell (1829) tratta dall’omonimo dramma di Schiller, dove l’eroe dell’indipendenza svizzera diventa per traslato quello dell’indipendenza italiana. Nel duetto tra due giovani innamorati, Aroldo dice: Ah, Matilde, io t’amo, è vero,/ Ma fuggirti alfin degg’io:/Alla patria e al dover mio/io consacro un puro amore e la donna risponde: Riedi al campo della gloria/ Nuovi allori a conquistar;/Potrai sol con la vittoria/La mia destra meritar. Nel terzo atto il coro dei congiurati pronuncia poi questo giuramento: Giuriam giuriamo/ pei nostri danni/Per gli avi nostri/Pei nostri affanni…/Di tutti abbattere/Gli empi oppressor. L’opera nelle Marche non ha il successo che meriterebbe, poiché viene eseguita solo a Macerata (1833) e in Ancona (1840). Un autore molto popolare e molto rappresentato nelle Marche è Vincenzo Bellini soprat- Alberto Pellegrino tutto con due opere che contengono chiari significati patriottici. La prima è Norma, dove si parla della lotta dei Galli contro l’invasore romano; è la sacerdotessa Norma ad incitare alla guerra e allo sterminio dello straniero seguita dal coro che esegue il celebre “Inno guerriero”: Guerra, guerra! Le galliche selve/Quante han querce producan guerrier./Quai sui greggi fameliche belve/Sui Romani van esso a cader./Sangue, Sangue! Le galliche scuri/Fino al tronco bagnate ne son…Strage, strage, sterminio, vendetta!/Già comincia, si compie s’affretta./Come biade da falce mietute/Son di Roma le schiere cadute. L’opera va in scena in Ancona (1833, 1842, 1845); Senigallia (1834, 1854); Pesaro (1835, 1839, 1842); San Severino (1835); Osimo e Fano (1836); Jesi (1837, 1842), Fermo (1837, 1848); Camerino e Fossombrone (1839); San Benedetto e Macerata (1842). L’opera belliniana più apertamente patriottica è I Puritani e i cavalieri (1835), composta su libretto di Carlo Pepoli tratto da un romanzo di Walter Scott; particolarmente celebre fra i patrioti italiani è il duetto del secondo atto tra Riccardo e Giorgio: Suoni la tromba, intrepido/Io pugnerò da forte,/Bello è affrontar la morte/Gridando libertà:/ Amor di Patria impavido/Mieta i sanguigni allori; Poi terga i bei sudori/E i pianti la pietà. Nelle Marche il melodramma ha una scarsa diffusione, perché è presente solo in Ancona (1839); Senigallia (1837, 1853); Macerata (1839 e 1844); Recanati e Tolentino (1844); Ascoli Piceno (1846) e Jesi (1851). Naturalmente negli anni Quaranta-Cinquanta il dominatore delle scene marchigiane è Giuseppe Verdi che arriva per la prima volta nella nostra regione con I Lombardi alla prima crociata (1843) scritta su libretto di Temistocle Solera tratto da un dramma di Tommaso Grossi. I marchigiani si entusiasmano ascoltando il coro O Signore dal tetto natio 4 e l’inno finale: Guerra! guerra! s’impugni la spada,/Affrettiamoci, empiamo le schiere;/Sulle bende la folgore cada; Non un capo sfuggire potrà./Già rifulgon le sante bandiere/Quai comete di sangue e spavento;/Già vittoria sull’ali del vento/Le corone additando ci va!. L’opera viene eseguita a Senigallia (1843); Fermo e Macerata (1846); San Severino (1847); Ancona (1847, 1849), Ascoli e Recatati (1850); Jesi e Fabriano (1851) e Treia (1856). Per secondo arriva in regione Nabucco (1842) con il celebre coro Va pensiero, che è già diventato una specie di inno nazionale. L’opera viene rappresentata in Ancona(1844, 1851), Fermo e Senigaglia (1844); Recanati (1845, 1855); Pesaro (1847, 1857); Macerata e Jesi (1850); Ascoli Piceno (1851); Urbino (1858); Osimo, Fabriano e Treia (1859). Uno straordinario successo incontra l’opera Ernani (1844) composta su libretto di Francesco M. Piave tratto dall’omonimo dramma di Victor Hugo, il quale crea per primo la prima figura di un eroe romantico che si ribella contro la società e il potere imperiale; anche qui si ha un coro molto popolare: Noi fratelli in tal momento/Stringa un patto, un giuramento,/Si ridesti il Leon di Castiglia/E d’Iberia ogni monte, ogni lito/Eco formi al tremendo ruggito,/Come un dì contro i Mori oppressor./Siamo tutti una sola famiglia,/Pugneremo con le braccia, coi petti;/Schiavi inulti più a lungo o negletti/Non sarem finché vita abbia il cor. L’opera viene data a Senigallia (1844, 1846, 1853); Pesaro (1845, 1852, 1857); Recanati, Macerata, Fermo, Jesi, Fossombrone (1845); Ancona (1846, 1847, 1849, 1851); Osimo (1846, 1858); Ascoli Piceno (1846, 1847); Sant’Angelo in Vado (1846); Tolentino (1847); Cingoli (1848): Pergola (1848, 1859); Fermo (1849, 1852); Macerata (1852); Camerino (1858); Urbino (1859). Uno scarso gradimento incontra invece l’opera GiovanLe Cento Città, n. 42 na d’Arco (1845), composta su libretto di Temistocle Solera tratto dal dramma La Pulsella d’Orleans di Schiller, che è rappresentata solo a Senigaglia (1845) e in Ancona (1855); molto diffusa è al contrario l’opera I due Foscari (1844), storia di una padre e di un figlio in lotta contro il potere, messa in scena in Ancona (1845, 1848, 1849); Fermo (1845, 1851); Jesi (1847, 1850); Cagli (1847); Ascoli Piceno (1847, 1858); Urbino, Pergola e Fano (1848); Pesaro (1849, 1859); Recanati e Sant’Angelo in Vado (1851); Macerata, Tolentino e Treia (1855); Camerino (1858). Attila (1846), composta su libretto di Temistocle Solera, è una delle opere verdiana di maggiore intensità patriottica, poiché in essa si parla della lotta per la libertà degli abitanti di Aquileia contro gli Unni con brani famosi come Allor che i figli corrono e Cara Patria già madre e reina. Il melodramma ha una limitata diffusione in regione, perché viene eseguito solo a Senigallia (1847); Ascoli Piceno (1847, 1854); Fano (1850); Ancona e Pesaro (1851); Macerata (1852); Recanati (1855) e Fabriano (1856). Un gradimento migliore ottiene l’opera I masnadieri (18747), composta su libretto di da Andrea Maffei tratto dall’omonimo dramma di Schiller. Il protagonista Carlo Morr (come Ernani) è un eroe romantico e idealista che crede nell’amore e nella patria, per cui viene perseguitato dalla società benpensante e corrotta. Il melodramma è presente in Ancona (1848, 1851, 1854); Pesaro (1849,1855), Fermo (1849); Macerata (1849, 1851); Ascoli Piceno (1851); Recanati e San Severino (1853); Fabriano (1854); Senigallia (1855). La battaglia di Legnano (1849) è l’opera più scopertamente patriottica composta da Verdi poco prima che sia proclamata la Repubblica Romana. I guerrieri della Lega Lombarda si battono contro l’invasore Federico Barbarossa riportando una insperata vittoria e il coro dei Lombardi pronuncia il celebre L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia giuramento Viva l’Italia! Un sacro patto/Tutti stringe i figli suoi:/Esso alfin di tanti ha fatto /Un sol popolo d’eroi…Viva Italia forte ed una/Con la spada e col pensier!/Questo suol che a noi fu cuna,/ Tomba fia dello stranier. Tuttavia essa non incontra il favore del pubblico, perché viene rappresentata solo a Macerata nel 1849. La stessa sorte tocca a I vespri siciliani (1855) che parlano della rivolta a Palermo contro i dominatori francesi con brani di chiara impostazione patriot- Fabriano, Teatro Gentile Da Fabriano. tica (Viva la guerra, O fondamentale di dare sfogo alle patria adorata, Addio, mia patria, Vendetta, Vendet- passioni nazionali, diventando ta); si registra infatti una sola l’occasione per manifestare i rappresentazione in Ancona sentimenti patriottici e per esortare all’azione militare. (1856). Siamo pertanto di fronte a Risorgimento e poesia un fenomeno che va esaminato popolare non tanto con criteri letteraLa poesia popolare partecipa ri, ma con strumenti storici e a pieno titolo all’epopea risorgi- sociologici, trattandosi di una mentale, anzi ne esprime la sua documentazione che aiuta a anima più immediata e libera ricostruire e a comprendere il da orpelli intellettuali. Nel Can- contesto risorgimentale, facenzoniere Nazionale Pietro Gori do emergere le diverse stratificazioni sociali, le differenze tra scrive che i grandi libri popolari, finché ambiente urbano e rurale, le durò la tirannide, furono i muri diversità culturali tra il Centrobianchi delle case. All’albeggiare Nord e il Mezzogiorno. Inoltre di ogni dì i poliziotti vi leggeva- è possibile comprendere meglio no le strofe composte di notte: la diversificazione esistente tra le cancellavano subito, era però le nuove classi urbane liberasempre tardi, perché uno, due, li e le masse contadine spesso più cittadini le avevano vedute, ideologicamente influenzate e lette, imparate a memoria e dette sfruttare in senso reazionario, fra loto. Sicché in poche ore si antiunitario e antinazionale. La sapevano e si ripetevano per tutta poesia e il canto popolare politico diventano il “termometro” la città. Dopo i moti del 1821 compa- del favore popolare che gode il iono sulla scena politica nume- Risorgimento per quanto riguarrosi lirici patriottici, poeti cospi- da alcuni aspetti fondamentali: ratori, che vogliono diffondere l’esortazione alla rivolta e alla le idee di libertà, indipendenza lotta armata; il ricordo dei mare unità nazionale, che parteci- tiri che hanno sacrificato la loro pano ai moti insurrezionali e vita per la libertà e l’indipenalle guerre d’indipendenza. Per denza della nazione; il racconto tutto il Risorgimento la poesia di avvenimenti ed episodi cone il campo popolare politico siderati spesso trascurabili da svolgono presso la borghesia e parte della “grande” storia, ma le classi subalterne la funzione che documentano invece attegLe Cento Città, n. 42 5 giamenti e comportamenti delle masse popolari nei confronti del Risorgimento; l’esaltazione di personaggi come Mazzini e Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi, il quale è l’unico a godere di una uniforme popolarità, perché il “biondo eroe leggendario” non è solo il condottiero che si batte per l’unità e l’indipendenza della patria, ma è anche l’uomo politico che propone un programma di riforme socialmente avanzate; l’assunzione di un carattere sociale, quando si affrontano i problemi del lavoro e del progresso che riguardano soprattutto i ceti operai e artigiani delle città. È opportuno infine distinguere la figura del poeta “professionista” che nasce, scrive il Toschi, quando alla poesia dei cantastorie, oscuri, anonimi, rozzi, si sostituì la poesia popolare-nazionale degli scrittorie dei musicisti che cercavano di adeguarsi alla mentalità, ai gusti, agli ideali delle classi popolari. Differente è la figura del poeta “occasionale” che, precisa ancora il Toschi, si manifesta nelle classi popolari, cioè quando uno possiede una naturale attitudine alla poesia e al canto…e viene richiesto di esercitarla nelle frequenti occasioni della vita tradizionale: feste religiose Alberto Pellegrino 6 Fermo, Teatro dell’Aquila. e familiari, grandi lavori agricoli ecc. Così, senza smettere di esercitare il proprio mestiere, che può essere il contadino, il pastore, il carradore, il calzolaio o il fabbro del villaggio, il Poeta interviene o su espressa richiesta o per ovvie circostanze e canta. Questi autori rimangono di solito nell’anonimato, mentre la diffusione delle loro opere, in assenza dei moderni mezzi di comunicazione, avviene con la trasmissione orale, oppure con la diffusione di fogli a stampa o volanti, che vengono distribuiti per le strade e le piazze in occasione di fiere e mercati, di feste religiose e civili. Un avvenimento marchigiano legato al Risorgimento In occasione del primo centenario dell’Incoronazione della Madonna dei Lumi, che si trova nel Santuario costruito dai Padri Filippini nel 1586, si verificano a San Severino alcuni fatti che ci aiutano a comprendere meglio il rapporto che si stabilisce nel biennio 1846/48 tra politica, religione, opera lirica e poesia. Nel settembre-ottobre 1847 in questa città della Marca centrale, accanto alle solenni cerimonie religiose, presta per la prima volta servizio la Guardia Civica da poco costituita, dopo che Pio IX l’aveva istituita a Roma nel luglio 1847. Viene predisposto anche un nutrito programma di festeggiamenti civili che prevede lo svolgimento di corse di cavalli con fantino, di partite di pallone col bracciale, di una ricca tombola e di sfarzosi fuochi d’artificio. Inoltre tutte le vie, la piazza e i palazzi sono addobbati con appositi arredi, con luminarie e con scritte che inneggiano al Papa liberale, “salvatore della Patria” e uomo della Provvidenza inviato per salvare l’Italia. In una via del centro fa bella mostra di sé una grande scritta luminosa dove si legge che nel secondo anno di Pio IX non (è) inutile richiamo alla Patria di mantenere le sue ragioni allo auspizio al secolo al pontificato dei lumi. La Delegazione del Teatro Feronia decide di allestire l’opera I Lombardi alla prima crociata del “valentissimo maestro cavaliere Giuseppe Verdi” con la partecipazione del tenore cittadino Ettore Marcucci e del celebre soprano Elisabetta Parepa Archibugi. Lo spettacolo si trasforma in un evento politico sia per il contenuto patriottico del melodramma, sia per l’intervento di alcuni poeti cittadini, i quali esaltano l’operato di Pio IX che ha promesso di concedere la Costituzione, ha liberato i prigionieri politici e dato la libertà di stampa, ha tatto capire Le Cento Città, n. 42 che intende operare per il futuro dell’Italia. Anastasio Tacchi scrive: Della diletta Italia/Nel misero cordoglio/Il lungo pianto a tergere/Ponesti Pio nel soglio…/ Come gigante inoltrasi/Nel suo cammin securo;/Contro ogni ostil proposito/Sarai tutela e muro. Il poeta A. Romagnoli compone dei versi nei quali si elogia “l’anno secondo dell’era novella” che fa intravedere una speranza per il riscatto della “nostra patria oppressa”, perché sorse Italia dalla polve umìle… Oh salve o patria mia, salve o diletta/Oh quanto sì brev’ora/ Se’ tu diversa! e’ al suo fallir la Speme/E di coglierne il frutto il dì s’affretta…/Ché in ozio vil a trastullar le menti/Adulte or più non basta/Né l’Arte il vuol, ch’italo ’plauso merta,/Ma di sé consce inciterà le genti/Se forza al ver contrasta/A pugnar con la forza in guerra aperta;/Fora così a bell’opre, e poi/Dirà le geste de’ novelli eroi. Lo stesso Gonfaloniere marchese Nicola Luzi nel manifesto ufficiale delle celebrazioni afferma che di Pio IX come dell’uomo “mandato da Dio, affinché possa compiere i voti nostri, le nostre comuni speranze”, proteggendo l’Italia dai pericoli che la sovrastano.. I giudizi su Papa Mastai Ferretti Gli umori nei confronti di Pio IX cambiano rapidamente a causa del suo comportamento contradditorio, per cui le simpatie che aveva saputo attrarre su di sé si trasformano in ostilità da parte dei reazionari come dicono alcuni versi satirici: Al cattolico mondo immensi guai/Apportò l’elezione del Mastai,/Che l’infame partito progressista/Al Papa fa la guerra e al Sommo Cristo. Da parte loro i patrioti guardano con diffidenza al Papa e lo invitano a sperder le trame sacrileghe e triste della “iniqua filiste” dei Gesuiti: Tu, speme d’Italia, de’ barbari tema,/Che cingi la fronte del trino diadema,/Vicario di Cristo, solleva la faccia,/E porta sui lab- L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia bri la dura minaccia!.../Dall’Itale sponde scacciasti sia tutti,/Che vadano erranti, dispersi, distrutti…/Il velo si squarci d’ipocrito zelo,/Non più si bandisca bugiardo Vangelo. Si inneggia soprattutto a Roma capitale d’Italia, ricordando che il Cristo non alzò patiboli, non usò il cannone, non volle che il Papa fosse Re, anzi di Cristo l’alta missione/ Fu di disperder ogni birbone;/ Fu di difender color che in terra/ Dagli oppressori soffia la guerra. Se invece il Pontefice sarà “vinto dall’ambizione”, finirà per corrompere la religione cattolica. Invece d’esser Sommo Pontefice/Tu pur dei deboli sarai carnefice./Se dunque Cristo parlò così,/Perché il Papa non l’obbedì?/Perché vuol esser tiranno re/ Non già l’apostolo di santa fé. Invece Pio IX abbandona, si ritira dalla prima guerra d’indipendenza e dà vita a una politica reazionaria che lo porterà a una strenua difesa del potere temporale. In diverse poesie popolari si afferma che, per le pressioni dei Francesi, dei Prussiani e dei comandanti degli Zuavi, Pio IX ha lasciato che Roma atteggiossi a fiera resistenza/E il sangue rosseggiò nel suol romano/E il vicario del Dio di pace a amore/Divenne de’ suoi figli l’uccisore. Nella poesia Morte del potere temporale si afferma che il papato avrebbe acquistato maggiore libertà e prestigio una volta lasciato il potere temporale. Libera è Roma…/Non più paure; processi e liti,/Non più vendette, non più querele:/ Il Sant’Ufficio chiude negozio;/ L’Inquisitore sospira e và; L’Indice sacro rimane in ozio/Non più censure, ma libertà. Nel componimento La caduta del Temporale si esulta perché “Roma è nostra! Iddio la volle/ Per dar vita ai morti altari”; si invitano quindi i sacerdoti a confessare la verità. Dite tutti: Abbiam peccato;/ Per tiranna avara insania/Fummo sempre la zizzania/Dell’italica unità. A loro volta i reazionari si scagliano contro i Francesi conside- rati dei traditori e considerano il Plebiscito romano del 2 ottobre 1870 una grave sciagura. O giorni maledetti, o amari giorni,/Giorni segnati col lapillo nero…/Io, che gran fede aveva, oggi dispero,/Giorno nefasto, maledetto dì!...Che farà adesso il gregge universale?...Ogni speme papale oggi morì;/Ha detto SI!. Luigi Grossi scrive in versi una Vita del Sommo Pontefice Pio IX (Salani Editore, Firenze, 1878), dove attribuisce tutti gli errori commessi dal Papa “alla setta de’ tristi Gesuiti” che hanno convinto Pio IX ad abolire tutte le riforme e a sposare la causa degli oppressori stranieri. Inoltre essi hanno inculcato in lui la paura, per cui ha dato il via a una serie di processi contro i liberali, applicando la pena capitale. Nonostante alcune utili riforme, il popolo non ha dimenticato che ha avuto la protezione di eserciti stranieri e che i Gesuiti lo hanno convinto a scrivere il Sillabo, isolando in tal guisa ognor se stesso/ da quanto è detto civiltà, e progresso” e sempre “l’empia setta che l’avea perduto gli ha impedito di ritornare ad essere un uomo del popolo, condannandolo a vivere in completa solitudine, “aborrito e maledetto”. Solo dopo la morte, nella canzone Pio IX in cielo che prega per noi, si esprime pietà per il “Gran Pio”, un pontefice di cui parlerà la storia e un Santo che seduto accanto a Dio, potrà intercedere per i poveri mortali. Anche i poeti “colti” si occupano di Pio IX, infatti Carducci ne Il Canto dell’Amore (1877) prima si rivolge con fiducia all’umanità: Salute, o genti affaticate!/Tutto trapassa e nulla può morir./Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate./Il mondo è bello e santo l’avvenir, poi in un passo succesivo manifesta una condiscendente pietà verso il vecchio Pio IX: Che m’importa di preti e di tiranni?/Ei son più vecchi de’ lor vecchi dèi./Io maledissi il papa or son dieci anni, Oggi co ‘l papa mi concilierei./Povero vecchio, chi sa non l’assaglia/Una deserta volontà d’amare!...Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio/Quel di sé Le Cento Città, n. 42 7 stesso antico prigionier./Vieni: a la libertà brindisi io faccio:/Cittadino Mastai, bevi un bicchier! A sua volta Luigi Mercantini, nella poesia La messa di Pio IX il dì 11 aprile 1869, immagine che il Papa sia attanagliato dai ricordi, mentre consacra l’Eucarestia Memento i dì che tutto a te si diede/il cor d’Italia e come l’hai tradito./Memento che a riaccendere la fede/scuoter potevi allor la brutta soma/per ritornar del Nazareno erede:/ma tu fuggisti come un vil da Roma;/poi tra ‘l sangue del popolo cristiano/redivi col triregno su la chioma:/Di noi Memento, o re del Vaticano,/ siam l’anime dei morti al Trasimeno,/pel trono tuo squarciati a brano a brano./E dall’Alpi e dall’Adria e dal Tirreno/correa su lui di voci onda infinita:/Memento il sangue che ci riga il seno. Alcuni personaggi del Risorgimento legati alle Marche I festeggiamenti di San Severino del 1847 sono legati a due famosi Padri Barnabiti che per diverso tempo sono stati rinchiusi nel Convento della Madonna dei Lumi con il divieto di celebrare messa e di predicare in pubblico. A seguito dell’amnistia concessa da Pio IX, essi ritornano in libertà. Il primo è Alessandro Gavazzi (1809-1889) che, prima di essere esiliato a San Severino, ha insegnato a Napoli, Livorno, Torino, Bologna e Ancona. Nel 1848 riceve da Pio IX l’incarico di cappellano delle truppe pontificie nella prima guerra d’indipendenza. Nel 1849 egli lascia l’abito talare e aderisce alla Repubblica Romana; ridotto allo stato laicale, si rifugia in Inghilterra, dove si converte al protestantesimo. Tornato in Italia, partecipa a tutte le campagne garibaldine dal 1859 al 1867, quindi nel 1870 si stabilisce a Roma, fonda la Chiesa libera cristiana d’Italia. Il secondo padre barnabita confinato a San Severino è Ugo Bassi (1801-1849), celebre predicatore che nel 1847 viene riabilitato, ha l’autorizzazione di predicare in pubblico e compone una lirica in onore della Madonna dei Lumi, nella quale Alberto Pellegrino 8 ringrazia che ha fatto eleggere il nuovo pontefice ed esclama che ecco lucente/ L’anno esulta: un cielo è Italia/ Armonioso e Roma un sol. Partito da San Severino. Ugo Bassi partecipa alla prima guerra d’indipendenza, ma viene ridotto allo stato laicale e si rifugia ferito a Venezia, per poi recarsi a Roma per servire come cappellano nella Repubblica Romana. Caduta la città, cerca insieme a Garibaldi di raggiungere Venezia, ma è arrestato dagli Ascoli Piceno, Teatro Ventidio Basso. Austriaci, viene all’organizzazione di una rivolta. condannato dal Tribunale di Bologna e fucilato I due giovani hanno l’incarico l’8 agosto 1849 presso la Certo- di minare la caserma Serritori sa della madonna di San Luca. dove sono acquartierati gli zuavi Luigi Mercantini, nella poesia pontifici; lo scoppio avviene il 22 Ugo Bassi in Bologna (1851), ottobre 1867 e provoca alcuni immagina che il martire in punto feriti tra i soldati e numerosi di morte invochi la madre e si danni ai civili. I due sono arrestarivolge alle madri italiane affin- ti e condannati a morte, per cui ché insegnino ai loro figli una vengono decapitati il 24 novembre 1868 in Piazza dei Cerchi. preghiera. Sussurra Ugo ridendo una Ai due patrioti sono dedicate parola,/e l’ode il cor materno, e le canzoni La morte di Monti la pia donna/segue: O figliolo, e Tognetti e Monti Giuseppe e un’altra prece ancora,/“Signor, Gaetano Tognetti. Italiani qui tutti ascoltate/E che salva l’Italia!”/E allor la benedetta alma sul roseo/fanciul stende la forse già lo saprete,/Di Roma qui mano,/e dice: Questo prego, itale sentirete/Cosa fece il Papa-Re… madri,/apprendete ai bambini! Monti Giuseppe di 33 anni/Con Agl’innocenti/Iddio risponde; e moglie e figli che fa terrore/A in questo dir, dintorno/per la città Fermo e muratore/Che i neri sua cara i rai lucenti/volge; e poi la testa troncar…E’ impossiriede più beata e bella,/portando bile, diranno i Neri…/E che il alle compagne alme su in cielo/la Papa abbia firmato?/Tognetti e Monti decapitato/E la sentenza gioiosa novella. fece eseguir…Monti e Tognetti Un altro personaggio legato non son morti/Ma scritto a Roma alle Marche è Giuseppe Monti immortale/ Hanno segnato il tuo nato a Fermo nel 1835 e trasfe- temporale/La santa baracca dovrà ritosi a Roma con moglie e figli cader…Se al mondo tu predicaper lavorare come muratore. Egli sti/Paradiso, Inferno castigo di aderisce alla Giovane Italia e, Dio,/Qual premio hai tu Pio?/In insieme al giovanissimo Gaeta- Paradiso forse entrar?/No…grida no Tognetti, partecipa nel 1867 Pietro,/Non lo vogliam, grida San Le Cento Città, n. 42 Paolo;/Allontanati, esclama il diavolo,/Di taglia teste non voglio nessun. Carducci parla di questa tragica vicenda nella poesia Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti martiri del diritto italiano. Novembre sta del Vatican su gli orti/Come di piombo un velo.. Il gran prete quel dì svegliossi allegro…Un forte vecchio io son; l’ardor dei belli/Anni in cuor mi ritrovo…E pur tu sei canuto: e pur la vita/Ti rifugge nel corpo inerte al cuor…Deh, perdona a la vita! A l’un vent’anni/Schiudon, superbi araldi, l’avvenire…Cresceran tre fanciulletti a l’altro intorno… Or giaccion tristi, e nel morente giorno/La madre lor pensa tremando a te…Ma tu co ‘l pugno di peccati onusto/Calchi a terra quei capi, empio signor,/E sotto al sangue del paterno busto/De le tenere vite affoghi il fior…Due tu spegnesti; e alla chiamata pronti/Son mille, ancor più mille… Veglio, che mai non muore/Sparsa è la via di tombe, ma com’ara/ ogni tomba si mostra:/La memoria de i morti arde e rischiara/ La grande opera nostra…Splende la face, e il sangue pio l’avviva;/ Splende siccome un sole”. L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia 10 Il Risorgimento italiano rivisitato di Leonardo Bruni Il periodo storico che solitamente chiamiamo Risorgimento deve essere considerato e valutato in due momenti: - il risveglio dell’Identità Italiana (nazionalismo italiano) - il movimento fatto di opinioni e ideologie diverse, d’iniziative politiche, di manovre diplomatiche palesi e segrete, di battaglie ed insurrezioni che nell’arco di 50 anni trasformarono la penisola italiana, frammentata in più staterelli, nel regno d’Italia. Il nostro Risorgimento, al pari, di tutte le lotte di liberazione nazionali è stato un evento fatto di epica, sangue, tradimenti, calcoli politici, opportunismo, ma crescente fu la consapevolezza tra molti abitanti della penisola dell’esistenza di una nazione italiana, al di sopra dei municipi e degli staterelli esistenti, che anelavano a creare uno stato unitario libero da qualsivoglia dominio straniero. E’ l’evento fondante della nazione e dello stato italiano; è stato un processo complesso e spesso contraddittorio dove si sono scontrati liberali e democratici, repubblicani e monarchici, unitari e federalisti, clericali ed anticlericali, abitanti del Nord e del Sud. L’Unità d’Italia è avvenuta alla fine per opera di Cavour sotto il segno della monarchia sabauda. Ritengo che questo evento così importante per la nostra identità e per la nostra storia non deve, con il passare del tempo, sfocarsi nella nostra memoria o peggio non venga malinterpretato anche se per molti italiani è un problema risolto, un dato storico consolidato su cui non vale la pena di discutere ancora. Io penso invece che questo periodo fondamentale della nostra storia vada costantemente studiato e rivisitato. Nella storiografia post unitaria c’è un’abile orchestrazione a favore dei Savoia, padri della patria, che permisero all’Italia di passare dalle tenebre alla luce, dallo squallore alla civiltà, dall’assolutismo alla libertà, spodestando il nefando, secondo i Piemontesi, governo dei Borboni, il medioevale Stato della Chiesa, gli austriacanti piccoli regni del centro Italia. Allora facciamo una veloce carrellata sul nostro Risorgimento, mettendo da parte i libri di storia sui quali abbiamo studiato, le apologie ed agiografie scritte dai leccaculo dei Savoia o dagli esagerati memorialisti garibaldini, le novelle interpretazioni leghiste ed i fatti storici falsati dai cattolici fondamentalisti. Dobbiamo avere il coraggio di tirar giù dall’Olimpo i tanti personaggi mitologici e rifarli diventare uomini con i pregi ed i difetti di tutti gli uomini e bisogna poi accettare il fatto che una nazione o stato italiano prima del 1870 non è mai esistito se non nei sogni di pochi. Non facciamoci prendere da passioni o da vecchie e nuove polemiche di parte. Rivisitiamo testimonianze, diari, biografie, documenti, le forme organizzative, le battaglie, i problemi sociali con spirito critico, ma oggettivo. Bisogna studiare il paese reale, ovvero i singoli stati allora esistenti nella penisola italica, le diverse società e culture, le economie, le amministrazioni, l’alfabetizzazione della popolazione, i rapporti tra governi e governati, i legami tra cultura popolare ed identità nazionale. La parola Risorgimento compare per la prima volta nel 1775 in un testo di Saverio Bettinelli: Del Risorgimento d’Italia negli studi, arti e nei costumi dopo il Mille. Nella rivista milanese il Caffè nel 1794 e ’98 compaiono articoli con su scritto: “…Risorga l’Italia, divenga la patria comune e gli italiani diventino una nazione…” Esce a Torino alla fine del 1847 un giornale liberal-nazionale diretto da Cavour e Balbo con Le Cento Città, n. 42 il titolo di: Risorgimento. La parola Risorgimento vuol significare resurrezione ovvero rinascita di una nazione, di uno stato che, quindi, deve essere già esistito, ma un vero stato italiano libero ed indipendente non è mai esistito per cui bisogna rifarsi a Roma antica o ai sogni letterari di Dante, Petrarca, Macchiavelli. La parola Italia fu utilizzata per la prima volta, nel primo secolo a. C., dalle popolazioni di lingua osco–sabellica per definire una lega anti-romana. Questa lega pose la sua sede a Corfinum in Abruzzo ed ebbe come simbolo il Toro Italico (viteliù) che schiaccia la Lupa Romana. Alcuni vi hanno visto la prima vera lega dei popoli italici sorta per combattere l’imperialismo romano. Il concetto di nazione italiana e di stato italiano sono venuti alla ribalta quando si è sviluppata l’unità culturale mediata dalla lingua letterale italiana a partire dal XIII secolo. Dante e Petrarca vagheggiarono un ideale poetico di un Italia libera dal dominio straniero: “Il bel paese/là dove ‘l sì suona..” (Inferno) “.. il bel paese ch’Appennino parte,/il mar circonda e l’Alpe” (Canzoniere) Macchiavelli sognava un Signore ideale capace di cacciare lo straniero e governare l’Italia, ma nello stesso tempo scriveva: “..i Papi si sarebbero comunque schierati contro uno stato italiano..”. Il Manzoni nel suo Marzo 1821 scrive: “…una gente che libera tutta, o fia serva tra l’Alpe ed il mare; una d’arme, di lingua , d’altare, di memorie, di sangue e di cor. … O stranieri, nel proprio retaggio Torna Italia, e il suo suolo riprende; o stranieri strappate le tende da una terra che madre non v’è… I tuoi figli son sorti a pugnar….” Fu il pensiero illuminista con le nuove idee sui diritti dell’uomo, sulla libertà e l’uguaglianza L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia ed infine la Rivoluzione Francese del 1789 che spodestò l’ancient regime assolutistico, aristocratico e clericale, che stimolarono in Italia, tra la classe colta e la media borghesia urbana, il formarsi di “patrioti” che sognavano una stato italiano, comunque democratico e repubblicano. Furono poi questi “patrioti” a facilitare l’ingresso delle truppe francesi mandate dal Direttorio e guidate dal generale Napoleone Bonaparte, e poi a collaborare con le effimere repubbliche giacobine (Partenopea, Cisalpina, Romana) istituite dai francesi invasori. Fu durante il triennio giacobino che si elessero assemblee rappresentative (a suffragio ristretto), si vararono costituzioni democratiche, venne abolito il feudalesimo, il privilegio di nobili e preti, il potere temporale dei papi ed infine si espropriarono molte proprietà ecclesiastiche ecc. Le speranze dei patrioti italiani furono però tradite dall’ingordigia e protervia dei “fratelli” invasori e si finì sotto la tirannia napoleonica, ma le nuove idee non potevano essere tanto facilmente cancellate da oppressori o restauratori e restarono come speranza come sogno nel cuore di tanti italiani. In una lettera del 4 febbraio 1796 Filippo Buonarroti scrive: “ … Non vediamo l’ora in cui vedremo la nostra patria risorgere libera ..Gli Italiani son tutti fratelli, dobbiamo riunirci e far causa comune ….” Il 10 dicembre 1813 il comandante delle forze austriache in Italia, conte Nugent fa appello agli Italiani per invitarli a combattere i francesi: “… Appartienesi a voi coraggiosi e bravi italiani il farvi strada con le armi al vostro Risorgimento …Avete tutti a diventare una nazione indipendente….”. Il congresso di Vienna (1815) restaurò in Italia i vecchi regimi assolutisti, applicando i principi del legittimismo feudale in contrasto con le aspirazioni di nazionalità. I “patrioti” che sognavano uno stato italiano costituzionale e libero dalle ingerenze straniere, fondarono numerose sette segrete per combattere i regimi assolutisti 11 Bombardamento dei tre colli di Ancona 1860. rimessi sui vari troni d’Italia. Filippo Buonarroti costituì, in Francia ed in Svizzera, la società degli Apofasimeni (1831) e poi quella dei Veri Italiani (1832); Benedetto Musolino in Calabria nel 1834 i Figliuoli della Giovine Italia ecc. Fra tutte prevalse la Carboneria affiliata alla Massoneria. Sul finire degli anni trenta del XIX secolo si diffusero le idee democratiche propugnate da una nuova setta chiamata la “Giovine Italia” e fondata da Giuseppe Mazzini con il programma: Italia (dalle Alpi al Lilibeo): una, libera e repubblicana. Da alcuni storici l’inizio del Risorgimento Italiano viene fatto risalire al proclama di Rimini (30/3/1815) di Giocchino Murat, re di Napoli che fa appello al sentimento nazionale degli italiani per combattere gli austriaci ed alla successiva battaglia di Tolentino. Altri ai primi moti portati avanti dalla Carboneria. Il primo, poco noto alla storiografia ufficiale, avvenne a Macerata (Marche) nel 1817. Il più noto fu quello napoletano del 1820 guidato da Guglielmo Pepe, anche se a questo moto mancavano finalità e caratteri nazionali che meglio si estrinsecheranno in quello piemontese guidato da Santarosa, dell’anno successivo. La conclusione del Risorgimento viene diversamente datata: nel marzo del 1861 quando fu proclamato il regno d’Italia o quando Roma divenne capiLe Cento Città, n. 42 tale d’Italia nel 1870 o nel 1918 quando Trento e Trieste divennero parte integrante del regno d’Italia. Nel 1843 uscì a Bruxelles: il Primato morale e civile degli italiani scritto dall’abate Vincenzo Gioberti e dedicato al martire Silvio Pellico, in cui si prospettava la soluzione del problema italiano con la nascita di una confederazione degli stati esistenti e con a capo il Papa (neoguelfismo). Nel 1844 Cesare Balbo pubblicava a Parigi: le Speranze d’Italia in cui sosteneva che l’unità e l’indipendenza nazionale dovevano essere raggiunti attraverso la diplomazia che, senza spargimento di sangue, avrebbe portato ad una confederazione di stati italiani sotto la guida di casa Savoia. Giacomo Durando nel suo saggio politico-militare: Della Nazionalità Italiana propugna la cacciata degli austriaci e la formazione di una confederazione di stati italiani guidati da Napoli e Torino ed infine Luigi Torelli nel suo: Pensieri sull’Italia di un Anonimo Lombardo sosteneva che senza l’intervento dei Savoia l’Unità d’Italia non si sarebbe potuta fare. Dopo il biennio rivoluzionario (1848-’49) la proposta confederale naufraga, il neoguelfismo giobertiano viene affossato soprattutto per volontà del Papa che non ritiene possibile che, il Sommo Pontefice di tutti i cattolici del mondo, sia il capo di una confederazione politica locale Leonardo Bruni (allocuzione del 29/4/1848). A battersi per l’Italia libera ed unita restano i liberal-moderati che si affidano a Casa Savoia ed i democratici: sia i mazziniani unitari sia i federalisti cattanei che sognano la Repubblica Italiana. A 150 anni dall’unificazione e dalla nascita dello stato italiano, persistono ancora molteplici interpretazioni, diverse periodizzazioni, precisi falsi storici e becere polemiche specie da parte dei leghisti e dei cattolici fondamentalisti. I primi seri tentativi di revisione e reinterpretazione del nostro Risorgimento si ebbero dopo la seconda guerra mondiale, allorché i Savoia erano stati esiliati ed il fascismo nazionalista abbattuto. Solo dopo il 1949 furono pubblicati due lavori importanti: il Risorgimento, tratto dai Quaderni del Carcere di Antonio Gramsci e Mezzogiorno e Sicilia nel Risorgimento di Rosario Romeo. Il primo testo con l’interpretazione marxista, il secondo con una oggettiva ricostruzione della tragedia che travolse il sud d’Italia dopo l’arrivo dei “piemontesi”. Molti storici considerano il Risorgimento una Rivoluzione Nazionale che, destabilizzato il sistema politico italiano creato dal Congresso di Vienna, permette a Cavour, aiutato da Garibaldi ed altri di creare il regno d’Italia e mettervi a capo il re del Piemonte Vittorio Emanuele. Alcuni storici ritengono che l’Unità d’Italia fu dovuta ad una fortuita serie di coincidenze, sfruttate positivamente dal conte di Cavour; altri l’attuazione delle aspirazioni e degli interessi della borghesia liberale precapitalista italiana che ambiva ad uno stato unitario, alla libertà, al progresso economico all’abolizione delle barriere doganali interne ecc. Altri infine sostengono che, dopo la restaurazione, si era maturato un sentimento d’identità nazionale tanto forte da provocare una serie di eventi politici, culturali e insurrezionali tali da condurre alla nascita dello stato italiano. Il revisionismo storico gramsciano (marxista) ritiene 12 che non ci fu nessuna rivoluzione, neppure una “rivoluzione borghese”, perché l’élite liberalborghese filo sabauda non vuole nessun rivolgimento sociale, nessuna partecipazione popolare al governo, nessuna riforma agraria, nessun controllo sul capitale, ma solo la libertà individuale, la decadenza del potere temporale del papa e la cacciata di re, arciduchi e principi assolutisti e così dopo l’Unità nulla cambiò per quanto riguarda la politica, la legislazione, il sociale. L’Italia diventò un “regno costituzionale”, ma costituzionale non lo fu; la classe liberalmoderata che andò al potere escluse subito l’ipotesi di una costituente popolare per paura delle correnti democratiche, radicali e giacobine che avrebbe riconosciuto i diritti del popolo e preferì adottare lo Statuto benignamente concesso da Carlo Alberto ai piemontesi nel 1848: molto favorevole al sovrano poco al popolo ed alla democrazia. Le Repubbliche di Venezia e Roma facevano ancora paura! La democrazia del nuovo regno d’Italia può essere considerata una farsa. Nelle elezioni politiche dell’ottobre del 1870 gli italiani aventi diritto al voto erano 530.000, su oltre 24 milioni di abitanti, di questi andarono a votare 241.000 (circa l’1.7% della popolazione), tra questi il “popolo” era assente . Mazzini, nell’agosto del 1870 scrive: “…L’Italia ha più di 24 milioni di abitanti, ma i deputati sono eletti da poco più di 500.000 cittadini, tutti ricchi: Al popolo non è consentito scegliere i suoi rappresentati…” Il Risorgimento è stato un movimento di popolo o di una élite (aristocrazia progressista, intellettuali e borghesia liberalmoderata)? La storiografia è quasi concorde nel riconoscere che il R. è stato portato avanti da un élite intellettuale piccolo borghese ed aristocratica progressista e che è stato concluso dai liberal-moderati. Secondo questa storiografia il “popolo” è il grande assente. L’Agiografia commemorativa filo sabauda ci mostra un “popolo” che “risorge” alla testa del Le Cento Città, n. 42 quale c’erano Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi e dietro ben nascosto, ma che è impossibile non dimenticare:Mazzini. Non dimentichiamo che poco meno del 90% delle classi lavoratrici, il cosiddetto “popolo” era analfabeta ed era costretto a sgobbare da 12 a16 ore al giorno per sopravvivere e sfamare la numerosa famiglia. Come potete pensare che questo popolo potesse partecipare ai dibattiti ideologici, scrivere articoli sulla stampa, partecipare a congiure e moti insurrezionali, concedersi il lusso di andare a combattere per l’Unità d’Italia? Se però andiamo a leggere le liste, solo recentemente pubblicate, degli inquisiti politici dai vari tribunali, dei partecipanti ai moti insurrezionali, alle barricate di Milano (1848), Brescia (1849) e dei caduti nella difesa della laguna di Venezia e sulle mura di Roma o che hanno partecipato alle campagne garibaldine troveremo numerosi artigiani, lavoranti di vario tipo, studenti, piccoli impiegati ed insegnati. Durante le Cinque Giornate Milanesi nel marzo del 1848 caddero scontrandosi contro gli austriaci: 330 proletari, 87 dei ceti medi e 47 aristocratici: Unici assenti contadini e braccianti, analfabeti, affaticati da un lavoro pesantissimo appena sufficiente per sfamarsi, troppo controllati dagli agrari e dai preti, totalmente avulsi dalla città, fucina d’azione. Il nocciolo del movimento risorgimentale è costituito dagli intellettuali sia borghesi che nobili, dagli studenti, dai liberi professionisti e dagli artigiani benestanti, ma alla fine la vittoria arrise ai liberali moderati, ai massoni perché essi esprimevano la classe dominante, mentre gli intellettuali non erano una classe omogenea. Scrive Gramsci: “…la genesi storica dell’unità d’Italia non è stata determinata dall’impeto della rivoluzione popolare o dalle cospirazioni di sette guidate da una minoranza illuminata e patriottica (Carboneria, Giovane Italia, Partito d’Azione), ma dall’espansione di un ambizione dinastica sostenuta dal partito liberale e dalla massoneria…” L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia Il Risorgimento è stato l’espansione di uno stato regionale (il Piemonte) a danno degli altri stati regionali italiani ? All’indomani del congresso di Vienna e sino al 1848 una “minoranza eroica”, divisa tra liberalmoderati filo sabaudi e democratici repubblicani, porta avanti il movimento risorgimentale con scritti, propaganda e moti insurrezionali. A questi patrioti si opponevano, ovviamente, l’Austria, i governi autoritari degli stati regionali, compreso il Piemonte e la Chiesa. Dopo il biennio rivoluzionario il regno sabaudo impugna il tricolore italico, mette al centro lo scudo sabaudo e decide di cacciare gli austriaci, abbattere il potere temporale del papa (obtorto collo) sino ad unificare l’Italia. Restarono in campo e si scontrarono il partito d’azione ovvero i liberal-moderati filo sabaudi ed il partito mazziniano (democratici-repubblicani) che, dopo la sconfitta delle repubbliche italiane (romana, veneta, toscana), continuavano a sperare nell’insurrezione popolare, nell’esercito del popolo che avrebbe dato vita ad una costituente democratica e quindi alla nascita dell’Italia: “libera, una e repubblicana”. Esisteva allora, anche se meno appariscente, la visione federale (Cattaneo, Ferrari) che aspirava all’unità delle singole “patrie”, ormai da troppo tempo divise e comunque diverse per storia, costumi, evoluzione economica ecc. Nel marzo 1861 dopo quarant’anni di insurrezioni, di battaglie, dopo che tanti patrioti salirono il patibolo, finirono in galere e subirono l’esilio, l’Italia è fatta con l’aiuto degli zuavi francesi e con gli assalti all’arma bianca dei volontari garibaldini. I Savoia dopo l’ingloriosa guerra e l’umiliante pace di Vienna acquisiscono il Veneto e dopo la ritirata dei Francesi dallo stato pontificio in seguito della caduta di Napoleone III sconfitto, occupano Roma. D’Azeglio pronunciò la famosa frase “…l’Italia è fatta ora bisogna fare gli italiani…” Durante il processo unitario 13 Bombardamento di Ancona 1860. non si tiene in alcun conto il precedente pluralismo statuale, le grandi differenze di tradizioni, di costumi, di leggi ed amministrazioni; non si tenta di trovare una saldatura tra stato e società, ma si preferisce sbrigativamente estendere la struttura amministrativa, le leggi, i programmi scolastici ecc del Piemonte al nuovo stato italiano; si mandarono i siciliani a fare il militare al Nord ed i veneti al Sud: per “far opera di coesione”. C. Cantù nella “Cronistoria dell’indipendenza italiana : 18721876” scrive: “…..lo scopo del conte di Cavour era quello di ingrandire il Piemonte di terre e di popolazioni; lo muoveva l’interesse della Dinastia non dell’Italia….” Galli della Loggia nel suo “Identità Italiana” “…L’Italia unita che viene proclamata il 17/3/1861 non si realizza intorno ad un nucleo centrale politico o ad una grande città, ma attraverso le annessioni a favore di un piccolo stato italiano con origini molto francesi …..” A. Romano scrive: “…L’unificazione nazionale è stata comunque una specie di “rivoluzione” borghese; la borghesia capitalista ed imprenditoriale si voleva liberare dei legacci doganali e del controllo straniero poiché ambiva allargare i propri mercati….” P.Gulisano: “… l’Italia fu fatta a colpi di plebisciti truffaldini con l’intento di farla finita con la Chiesa, i Borboni ed i piccoli sovrani assolutisti…” Le Cento Città, n. 42 Il Regno Piemontese impone, dunque, a tutti gli italiani dai veneti ai siciliani, supportato dalla borghesia possidente e liberale e dalla massoneria: un re straniero (la Savoia è di lingua e tradizioni francesi) che diventa re d’Italia mantenendo, protervamente, la numerazione piemontese: Vittorio Emanuele II., il suo statuto, le sue leggi, le sue istituzioni, le sue tasse e non solo, ma anche il modo di vivere e di pensare dei piemontesi. Tutto questo verrà imposto con ridicoli plebisciti, con le fucilazioni, la galera e l’occupazione militare dei bersaglieri e carabinieri “piemontesi”. Altra questione molto dibattuta dall’estrema sinistra post unitaria è i rapporti tra rivoluzione risorgimentale ed il problema sociale. Il problema sociale non fu mai compiutamente affrontato sia prima che dopo l’Unità d’Italia sia dai movimenti politici che dai governi di destra e perfino da quelli di sinistra . Dopo la Comune di Parigi gli Internazionalisti accusano i liberal-borghesi-massoni ed i mazziniani di aver dimenticato, il “problema sociale”: Il Risorgimento si è identificato con i proprietari terrieri appartenenti al partito liberale moderato e giammai con il popolo. Il nuovo governo italiano poco pensò a migliorare lo stato economico-sociale dei contadini (allora oltre il 60% della popolazione) e dei salariati analfabeti Leonardo Bruni ed al limite della sopravvivenza, li gravò di pesanti tasse sui consumi essenziali (macinato, sale) di una lunga coscrizione militare. Nulla fece il governo regio liberale per impedire lo sfruttamento dei braccianti e dei fittavoli da parte degli agrari e quello degli operai da parte degli imprenditori capitalisti e non dimentichiamo l’ignobile sfruttamento del lavoro femminile e dei minori. All’inizio solo una voce, quella del Mazzini, si levò in difesa delle plebi, successivamente (dopo il 1869) scesero in campo gli Internazionalisti (socialisti ed anarchici). Mazzini, già negli anni quaranta del XIX secolo scriveva: “… senza popolo nessuna rivoluzione è possibile…per avere con se il popolo, la rivoluzione deve porsi come scopo un sistema che enunci nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere…”. Carlo Pisacane prima d’immolarsi per l’Italia nel 1857 scriveva: “ …. Prima di cacciare lo straniero e fare l’Italia bisogna pensare ai contadini ed agli operai, combattere il privilegio, lo sfruttamento dei salariati, il latifondismo…. sono convinto che il contadino non combatterà mai una guerra patriottica senza riforme sociali e promessa di terra…”. Nievo nella sua incompiuta “Rivoluzione Nazionale” affermava, intorno al 1860, che per fare la rivoluzione, bisognava agire sulla massa analfabeta dei contadini e dei salariati, plagiata dal clero e dai possidenti, offrendogli lavoro giustamente retribuito, istruzione gratuita e terre. Altro punto importante del processo risorgimentale è il lungo scontro tra Stato e Chiesa, tra clericali e anticlericali che divampò dal 1848 sino ai primi anni del XX secolo. E’ vero ed è in parte spiegabile che la Chiesa Cattolica, conservatrice, refrattaria all’evoluzione dei tempi, contrastasse con ogni mezzo il naturale evolversi della coscienza italiana patriottica, combattesse i massoni ed i liberali laici che volevano imporre la libertà religiosa, la scuola laica, l’esproprio dei tanti beni degli ordini religio- 14 si e poi i mazziniani che predicavano l’eresia: Dio e Popolo. Si creò così una profonda frattura tra buona parte del popolo italiano, pur sempre cattolico, e la Chiesa e così scoppiarono memorabili ed aspre battaglie tra laici e clericali. Gorresio parla di Risorgimento scomunicato, Pio IX il 29 maggio 1876 dichiarò “…il cosiddetto riscatto nazionale degli Italiani è stato il trionfo del disordine e la vittoria della più perfida rivoluzione antireligiosa...”. Scrive lo scrittore cattolico Messori (1990): “…Il R. fu una guerra combattuta contro la religione, l’unica realtà che univa gli italiani. …..Garibaldi, Cavour, Mazzini,ecc. non padri della patria a cui dedicare monumenti o strade …per loro la città giusta sarebbe: Norimberga…..” Recentemente (1998) Giorgio Rumi, cattolico, docente di storia contemporanea all’Università statale di Milano ha scritto che l’Italia è nata contro la Chiesa, contro la religione dei padri. All’indomani della presa di Roma i cattolici-conservatori si scagliarono contro i liberalmassoni e la casa Savoia per aver privato il Sommo Pontefice delle sue terre e sottomesso la chiesa universale cattolica allo stato sabaudo. Per i cattolici l’Unità Nazionale è una farsa: non l’aspirazione concorde di un popolo o almeno di una parte di esso, ma la pura e semplice conquista da parte del Regno Sabaudo che ha usurpato legittimi troni e costretto il popolo italiano a mettersi contro la religione. Il Savoia ha cacciato dal trono il Vicario di Cristo in terra, sine causa, completando l’impresa con la spogliazione degli ordini religiosi, la chiusura di centinaia di conventi e mettendo sul lastrico oltre 30.000 religiosi. Alla fine degli anni novanta del XX secolo i cattolici fondamentalisti di Comunione e Liberazione riprendono la polemica antirisorgimentale in convegni e con articoli nei giornali ridicolizzando i nostri eroi: Mazzini è un terrorista capace solo, con le sue molteplici congiure ed insurrezioni, di provocare solo impiccaLe Cento Città, n. 42 gioni, fucilazioni e lunghi anni di carcere ai suoi seguaci. Garibaldi, uno stupidotto assatanato di sesso: non è vero che conquistò il Regno del Sud, fu la classe dominante degli agrari-latifondisti a darsi alla Camicia Rossa, sperando maggiori vantaggi dai Savoia.. Cavour, massone, voleva distruggere la Chiesa Cattolica e la nostra santa religione ! I Cattolici insistono: non dimentichiamo che allora le istituzioni più valide in Italia erano: le università, gli ospedali, i monti di pegno, i brefotrofi, gli ospizi per i vecchi ecc. tutte istituite dalla Chiesa Cattolica e poi affermano che l’unica aggregazione italica è la comune credenza in Cristo e nella sua Chiesa. Il cardinale Biffi (1999) scrive: “…la lunga inimicizia tra governo italiano e Chiesa non è causata della sottrazione del potere temporale o dal furto dei beni della chiesa, ma dalla volontà della cricca liberal-massonica al governo di attentare alla sacra libertas ecclesiae… Nessun cattolico rimpiange la perdita del “potere temporale” da parte della Chiesa, ma il capo della chiesa universale per attendere alla sua missione pastorale necessita di libertà ed indipendenza da ogni autorità politica”. Per fare l’Italia ci son volute insurrezioni e guerre. Le insurrezioni sono tutte fallite e le battaglie condotte dai Savoia per cacciare gli austriaci sono state tutte perse. Le “scaramucce” di Goito e Pastrengo sono di nessun conto, ma la disfatta di Custoza e di Lissa sono realtà vergognose: A San Martino abbiamo fatto poco o nulla, vinsero i francesi a Solferino. La cosiddetta vittoria di Castelfidardo (poco più di una scaramuccia) vede lo scontro tra un esercito regolare ed agguerrito di oltre 15.000 uomini contro poco più di 3000 volontari papalini. Le uniche battaglie importanti vinte dagli italiani, durante tutto il Risorgimento, sono quelle guidate da Garibaldi contro gli austriaci a Bezzecca e contro l’esercito borbonico, ancora agguerrito, compatto e più numeroso, sul Volturno il 1° ottobre del 1860. L’anniversario - 150° dell’Unità d’Italia Vediamo la questione: Risorgimento e Sud d’Italia. Tra maggio e ottobre del 1860 Garibaldi e la sua “banda” con l’appoggio dei “galantuomini liberali”, della massoneria, degli alti gradi dell’esercito borbonico e, alcuni sospettano, della mafia, conquista il regno borbonico delle Due Sicilie. Il popolo inneggia a Garibaldi, l’eroe bello e biodo delle storie dei “pupi”, spera nel riscatto sociale, aspira alle terre espropriate al feudo ed alle istituzioni ecclesiastiche, ma quando infine a Bronte in Sicilia i contadini pretendono la loro terra ed assaltano i “galantuomini” interviene Bixio, su ordine di Garibaldi, a riportare l’ordine fucilando a man bassa i “rivoluzionari”. Vinto l’esercito borbonico sul Volturno, Garibaldi praticamente cede il Regno del Sud a Vittorio Emanuele II. Sì ci fu poi un plebiscito per legalizzare l’annessione, ma a detta di tutti gli osservatori neutrali fu “una vera nefandezza”. A Napoli, una delle città più fedeli ai Borboni, votarono 106.000 cittadini ed i contrari all’annessione furono solo 31 ! Negli uomini al potere del Regno Sardo c’era un incomprensione totale, direi un odio malcelato verso gli italiani del Sud definiti spesso “canaglie e briganti” I Piemontesi, che subentrarono ai garibaldini nel regno delle due Sicilie, si comportarono come invasori. I Luogotenenti Luigi Carlo Farini e poi il principe di Carignano impongono leggi ed amministratori piemontesi, tasse ed imposte antipopolari, una coscrizione obbligatoria molto lunga e lontana da casa e… niente terra ai contadini. Oltre 30.000 soldati napoletani, anche loro italiani e che non vollero rinnegare il giuramento al loro re, furono spediti a soffrire fame e freddo nei forti- prigione della lontana Val d’Aosta. Una parte del popolo, specie quello delle campagne, si ribella all’occupazione straniera (piemontese) con l’apporto di ex militari borbonici, con l’appoggio dei preti e dell’aristocrazia filoborbonica. Gli storici marxisti la definiscono: rivolta contadina; i piemontesi lo chiamano brigantaggio. Tra il 1861 ed il 1864 operarono nel Sud oltre 100.000 militari piemontesi che rasero al suolo oltre 20 paesi (Pontelandolfo, Casalduni, Montefalcione ecc.), fucilarono e bruciarono vivi più di 15.000 persone, in genere contadini innocenti, tra cui 70 donne e 80 minori ed arrestarono più di 50.000 persone. Scrive nel 1875, lo storico e deputato napoletano Pasquale Villari: “.. per distruggere poche migliaia di briganti abbiamo fatto scorrere fiumi di sangue innocente…” e Gramsci nel 1938 scrive: “…lo stato italiano ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale crocifiggendo, squartando e seppellendo vivi i poveri contadini accusandoli di essere i manutengoli dei briganti …” Qualcuno, recentemente ha scritto: “… i piemontesi si sono comportati come truppe d’occupazione, peggio dei nazisti!….”. La guerra civile del Sud provocò più vittime di tutte le battaglie risorgimentali messe insieme. Per concludere possiamo affermare che il Risorgimento italiano non è stato, come la tradizione celebrativa ce lo vuol presentare, tutto idillio e gloria. E’ stato il dramma di un popolo o di una élite, a seconda le interpretazioni, in cerca della propria identità, della libertà, dell’unità statuale, ma come per ogni umana attività, ci sono stati luci ed ombre, eroi e vigliacchi, vizi e virtù, errori e genialità, interessi di casta, silenzi colpevoli ed elogi sperticati. Tutto ciò non può inficiare l’importanza del nostro movimento risorgimentale che ci ha permesso bene o male di diven- Le Cento Città, n. 42 15 tare un popolo ed uno stato; ci sono voluti pero ancora 85 anni, un secondo Risorgimento, perché il sogno di Giuseppe Mazzini si avverasse: Italia, Una, Libera e Repubblicana. Bibliografia 1) Atti dei Convegni su: Risorgimento e Pio XI, Risorgimento ed Unità d’Italia e Risorgimento ed i Savoia tenuti a Senigallia e curati da L. Bruni 2) Banti Alberto Mario : Il Risorgimento Italiano Laterza, 2004 3) Biffi Giacomo Risorgimento, stato laico e identità nazionale, Piemme 1999 4) Candeloro Giorgio Storia dell’Italia moderna Feltrinelli 1977 5) Carrano Francesco Ricordanze Storiche del Risorgimento Italiano (1822-1870), Casanova editore Torino 1885 6) Cutrufelli Maria Rosa: L’Unità d’Italia , guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud , Bertani editore Verona 7) Del Boca Lorenzo: Maledetti Savoia!, Piemme 2003 8) Demarco Domenico: Il Risorgimento e la questione sociale, E.S.I. Napoli 2002 9) Gobetti Piero Risorgimento senza eroi, Baretti editore Torino 1926 10) Gorresio Vittorio: Risorgimento scomunicato, Bompiani , 1977 11) Ghisalberti Alberto M. La partecipazione popolare al Risorgimento, Rivista la “Cultura nel Mondo a. I, n° 1,1945 12) Gramsci Antonio Il Risorgimento , Einaudi, Torino, 1974 13) Mack Smith Denis: Il Risorgimento Italiano, Laterza, 1968 14) Martucci Roberto: L’Invenzione dell’Unità d’Italia (1855-1864) Sansoni 1999 15) W Maturi: Interpretazione del Risorgimento Einaudi 1962 16) Omodeo Adolfo Difesa del Risorgimento, Einaudi 1951 17) Oriani Alfredo La lotta politica in Italia Cappelli editore 1913 18) Pellicciari Angela: Risorgimento da Riscrivere (Liberali e Massoni contro la Chiesa) edizioni ARES 1998 19) Pellicciari Angela L’Altro Risorgimento, Piemme, 2000 20) Riall Lucy: Il Risorgimento, storia ed interpretazione, Donzelli editore 1997 21) Romeo Rosario Il Risorgimento nel dibattito contemporaneo Rass. Storica del Risorg.. LXXXV, 1°, 1998 22) Romeo Rosario Il giudizio storico sul Risorgimento Catania 1966 Salvatorelli Luigi: Pensiero e Azione del Risorgimento, Einaudi 1944 23) Scirocco A. L’Italia del Risorgimento Bologna 1990 24) Villari Rosario Il Sud nella storia d’Italia Laterza L’economia 17 Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana Un approccio storico di Marco Moroni Premessa Nella seconda metà del Novecento le Marche hanno vissuto un processo di rapida e intensa industrializzazione, le cui radici risalgono a precedenti esperienze manifatturiere che hanno segnato interi territori fin dall’Ottocento, rendendoli capaci di cogliere le opportunità offerte dal nuovo ciclo economico internazionale apertosi al termine del secondo conflitto mondiale. Anche nelle Marche, come in tutta la Terza Italia, l’industrializzazione ha ben presto ha assunto i caratteri dell’industria diffusa, organizzata in sistemi produttivi locali che, dopo gli studi di Giacomo Becattini, si è soliti definire distretti industriali. All’interno di questo processo, fra le imprese marchigiane sono emersi parecchi casi di successo che opportunamente le Associazioni Le Cento Città e Il Paesaggio dell’Eccellenza hanno inteso valorizzare in un apposito convegno, nel quale le testimonianze degli imprenditori sono state fatte precedere da una analisi di carattere storico. È una scelta che ritengo corretta; la mia non è la difesa d’ufficio dell’importanza della Storia: i casi esemplari (le “eccellenze”), per essere significativi, vanno sempre inseriti dentro un quadro strutturale che non può essere di breve periodo. Non voglio sminuire il ruolo dell’imprenditore innovatore esaltato da Schumpeter, ma chi vuole comprendere il cambiamento economico e in particolare un processo di crescita come quello marchigiano, incentrato su sistemi produttivi localizzati, non può prescindere da uno sguardo diacronico attento alle trasformazioni strutturali, perché lo sviluppo economico, soprattutto se radicato territorialmente, innervato da intense relazioni sociali e sostenuto da articolate e attive istituzioni intermedie (come nel caso marchigiano), è un processo che necessariamente richiede una lunga sedimentazione storica. I protagonisti della grande trasformazione marchigiana Per affrontare il tema del convegno, un utile punto di partenza è l’espressione contenuta nel volume della Storia d’Italia che nel 1987 la casa editrice Einaudi ha dedicato alle Marche; in un saggio intitolato Mentalità, lavoro e classi sociali, relativo al contesto socio-culturale della regione nel secondo dopoguerra, quella marchigiana veniva definita una “modernizzazione dimezzata”, per l’asincronia tra la rapidità dello sviluppo economico e la lentezza e vischiosità delle trasformazioni sociali. È chiaro, benché nel saggio non lo si scriva espressamente, che in una “modernizzazione dimezzata” non possono che esserci “imprenditori dimezzati”. Non interessa in questa sede riaprire il dibattito sull’origine sociale degli imprenditori marchigiani. È un dato ormai acquisito che nelle Marche i protagonisti della “grande trasformazione” (per riprendere l’ormai classica espressione di Karl Polanyi) sono imprenditori di estrazione sociale modesta: artigiani, commercianti ed anche operai; raramente mezzadri (o coltivatori diretti) passati direttamente all’industria, più spesso figli di mezzadri con precedenti esperienze nel mondo dell’artigianato o dell’industria. Secondo quanto emerge dalle inchieste condotte alla fine degli anni Settanta, in particolare penso a quella realizzata da Tousijn, nelle Marche gli imprenditori provenienti direttamente dall’agricoltura (includendo nella categoria degli imprenditori sia gli “industriali” che gli artigiani) raggiungono appena la quota dell’8 per cento. Nelle altre regioni della Terza Italia tale quota è ancora più ridotta. Le Cento Città, n. 42 Questo dimostra che la mobilitazione imprenditoriale realizzatasi nelle regioni della Terza Italia nei primi due decenni del secondo dopoguerra, per impulso delle novità indotte dall’evento bellico e sull’onda di un ciclo economico internazionale in forte espansione, non va collocata all’interno di un universo unicamente contadino, come talvolta si è scritto, pur essendo indubbiamente frutto anche di un sorprendente protagonismo dei ceti rurali. È prevalentemente nell’ambiente urbano che si conservano le competenze artigiane e le capacità imprenditoriali necessarie per realizzare la “grande trasformazione”. È prevalentemente nell’ambiente urbano che si forma quel radicato sistema di valori, di competenze e di pratiche rivelatosi essenziale per lo sviluppo dei sistemi economici locali. Sta di fatto che, grazie alla attivazione di tutte le energie presenti nella regione, le Marche si industrializzano, riuscendo a inserirsi all’interno di un più generale processo di sviluppo che vede convergere molti Paesi occidentali verso i livelli di reddito raggiunti dagli Stati Uniti. Processi di convergenza A proposito di questo processo, gli studi di Abramovitz e David hanno dimostrato che nel trentennio successivo al secondo conflitto mondiale i Paesi dell’Europa occidentale (Italia compresa) riescono a ridurre nettamente il divario che li separava dagli Stati Uniti in termini di prodotto pro capite. Affrontando il tema in un’ottica non più nazionale ma regionale, va notato che in Italia, a differenza di quanto era avvenuto nel primo Novecento, gli alti tassi di crescita non si concentrano soltanto nelle regioni del Triangolo industriale, ma si manifestano anche nelle regioni dell’Italia centrale Marco Moroni e più in generale nella cosiddetta Terza Italia. Al processo di convergenza sottolineato da Abramovitz e David ed evidenziato dai dati relativi al PIL pro capite (un indicatore certo discutibile, ma comunque significativo) partecipano anche le Marche, nonostante la nostra regione nel censimento industriale del 1951 abbia ancora un’economia fortemente agricola e un reddito pro capite leggermente inferiore a quello medio nazionale. Trent’anni dopo, all’inizio degli anni Ottanta, con un tasso di industrializzazione oltre il 40 per cento, le Marche hanno ormai un livello di vita non lontano da quello delle regioni più avanzate del Paese. Imprenditori dimezzati? Tornando all’espressione che ho mutuato dalla Storia d’Italia Einaudi, è evidente che degli “imprenditori dimezzati” sono destinati a soccombere alle prime vere difficoltà. A oltre vent’anni di distanza si può affermare con tranquillità che quelle previsioni sono state smentite dai fatti. Conosciamo bene le difficoltà che oggi stanno vivendo molte imprese marchigiane e sappiamo bene che negli ultimi anni molti imprenditori si sono arresi o hanno preferito investire altrove; tuttavia, se analizziamo le vicende imprenditoriali della nostra regione con uno sguardo diacronico più ampio, possiamo affermare che, anche in altri momenti difficili e pur all’interno di fenomeni epocali come il post-fordismo e la globalizzazione, i sistemi produttivi delle Marche (e più in generale della Terza Italia) hanno dimostrato una grande vitalità e una notevole, oltre che imprevista, capacità di recupero. Nel caso delle Marche, poi, se si guarda all’esito più recente di questo grande processo di trasformazione, il risultato è ancora più sorprendente: secondo i dati rilevati nel censimento del 2001 le Marche sono ormai una delle regioni più industrializzate d’Italia. Una regione, per di più, con un sistema produttivo a forte vocazione internazionale; alla stessa data, infatti, la quota regionale sulle esportazioni ita- 18 liane è passata al 3,1%, ben al di sopra del peso relativo del PIL, che invece si colloca al 2,6%. Una regione in controtendenza Se la trasformazione della struttura economica regionale è proseguita anche dopo gli anni Ottanta e fino alla crisi del 2008, in evidente controtendenza rispetto alle difficoltà incontrate dalla grande industria e, più in generale, dall’economia nazionale, è indiscutibile che il sistema produttivo marchigiano non solo ha tenuto, ma si è consolidato e che quella della nostra regione è ormai una imprenditorialità matura. Detto in altri termini: quanto è avvenuto dimostra che, dopo l’attivazione diffusa e spontanea di energie imprenditoriali che aveva caratterizzato gli anni del “miracolo economico”, si è avuta una fase guidata da imprenditori che, sottoposti a nuove modalità di formazione e di selezione, sono stati in grado di affrontare con successo i nuovi contesti competitivi. È evidente che, dopo il ruolo propulsivo svolto dall’imprenditoria minore nata nella fase della grande crescita, doveva emergere una imprenditoria più matura, dotata di maggiore formazione, capace di gestire moduli organizzativi e tecnologici più complessi e in grado di affrontare le nuove sfide dei mercati internazionali. È appunto quello che è avvenuto a partire dagli anni Ottanta, grazie anche al ruolo svolto dalle università marchigiane e dall’ISTAO, l’Istituto di formazione imprenditoriale e manageriale voluto da Giorgio Fuà, mentre, in precedenza, a lungo era risultata sufficiente la formazione offerta dalle scuole professionali e dagli istituti tecnici della regione, fra i quali l’Istituto tecnico industriale di Fermo, attivo fin dal 1863. Nell’ultimo venticinquennio gli imprenditori marchigiani hanno partecipato da protagonisti alla crescita dell’industria italiana, trainata anche a livello nazionale non dalle grandi imprese ma, appunto, proprio dai settori del made in Italy. Ed anche nelle condizioni di difficoltà della fase Le Cento Città, n. 42 economica più recente, tutti gli indicatori economici attestano le buone performance del sistema produttivo marchigiano, pur in condizioni di crescente e agguerrita concorrenza internazionale. Lo confermano gli studi sulla natalità e mortalità delle imprese, ma anche quelli relativi alla loro internazionalizzazione. I problemi I problemi ovviamente non mancano. A partire da quelli legati alla presenza di un capitalismo che nella nostra regione ha ancora come tratto strutturale e distintivo l’assoluto predominio di quella impresa-famiglia che era stata alla base del suo successo. Ancora oggi la quasi totalità delle attività industriali marchigiane risulta controllata e gestita da famiglie. Anche nelle società di capitale, cresciute fortemente negli ultimi decenni, non solo è elevata la presenza dei familiari nella proprietà, ma il ruolo dei membri della famiglia proprietaria resta dominante anche nella direzione e nella gestione dell’azienda, mentre la presenza del manager si segnala soltanto nelle imprese di maggiori dimensioni. In un contesto di questo tipo, negli ultimi anni in molte imprese si è posto il delicato problema del passaggio generazionale. Per evitare che tale passaggio abbia ripercussioni negative sull’azienda, l’avvicendamento nella proprietà e nei ruoli dirigenziali va preparato in modo adeguato e va guidato con opportune esperienze lavorative e con appositi interventi formativi. Accanto a questo problema si colloca l’altro della crescita dimensionale. Una crescita necessaria e che si sta realizzando. Investiti dai processi di internazionalizzazione, nel corso degli anni Novanta i sistemi distrettuali marchigiani hanno visto ridursi il numero delle piccole e piccolissime unità produttive, mentre sono progressivamente aumentate le imprese più strutturate, che ormai in parecchi casi si configurano come “medie” imprese, e sono aumentati anche i “gruppi di imprese”, cioè le società giuridicamente distinte ma facenti capo a uno stesso imprenditore L’economia o team imprenditoriale: nel 2001 nelle Marche risultavano 180 medie imprese e 78 gruppi. Se i segnali di consolidamento organizzativo sono dunque innegabili, anche nell’ottica dell’organizzazione produttiva i problemi non mancano: penso, ad esempio, al tema della produttività e dell’innovazione e in particolare al deficit di capacità di innovazione che nelle Marche sembra emergere da indicatori come il limitato numero dei brevetti europei e la bassa propensione ad assumere lavoratori con elevato grado di istruzione ed alte competenze formali. So bene che si tratta di indicatori discutibili; anche la Banca d’Italia in un recente rapporto ricorda che la produttività a livello aggregato viene sempre sottostimata in un sistema economico, quale quello del nostro Paese, contraddistinto da una struttura produttiva molto frammentata e da una elevata presenza di forme di economia sommersa. Come pure so che l’incredibile paradosso italiano, costituito dalla presenza di innovazione pur in assenza di ricerca, si manifesta in modo macroscopico nel caso marchigiano: il nostro sistema produttivo riesce infatti a garantire costante innovazione di processo e di prodotto, nonostante gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. Conclusioni La crescita dell’economia marchigiana nel secondo dopoguerra è stata resa possibile dall’attivazione diffusa di vivaci risorse imprenditoriali e dalla governance fornita da un pervasivo capitalismo familiare. Per affrontare il difficile contesto competitivo 19 degli ultimi decenni, questo modello ha dovuto assumere una configurazione più articolata, all’interno di sistemi locali sempre più aperti e internazionalizzati. Oggi, nel nuovo quadro economico nazionale e internazionale, ritengo che due siano i nodi problematici sui quali si giocherà il futuro dell’intera economia regionale: da una parte l’industria marchigiana deve essere capace di continuare a generare una elevata vitalità imprenditoriale e un sapere contestuale diffuso, dall’altra le istituzioni politiche e sociali devono essere in grado di governare processi sempre più complessi che richiedono non solo un forte ruolo di coordinamento, ma anche un costante sforzo di innovazione. Accettare le nuove sfide e affrontare questi nodi con capacità progettuale, puntando su qualità e innovazione: è questo oggi il difficile compito cui sono chiamati gli imprenditori marchigiani. Le numerose eccellenze divenute interessanti casi di studio dimostrano che le energie imprenditoriali, pur ridotte con il sopraggiungere della crisi, certo ma non mancano. Occorre, però, che agli sforzi di imprenditori capaci, geniali, lungimiranti e ancora disposti a rischiare, si unisca l’efficienza dell’intero sistema economico non solo nazionale ma anche regionale: le sfide globali oggi si vincono con l’efficienza dell’intero “sistemaPaese”. Riferimenti bibliografici 1) M. Abramovitz e P. A. David, Convergenza e ritardo nella rincor- Le Cento Città, n. 42 sa: leadership produttiva e declino del vantaggio americano, in Gruppo di Ancona, a cura, Trasformazioni dell’economia e della società italiana. Studi e ricerche in inore di Giorgio Fuà, Bologna, Il Mulino, 1999. 2) F. Amatori e A. Colli, a cura, Comunità di imprese. Sistemi locali in Italia tra Ottocento e Novecento, Bologna, Il Mulino, 2001. 3) A. Bagnasco, Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, Bologna, Il Mulino, 1977. 4) A. Bagnasco, Tracce di comunità, Bologna, Il Mulino, 1999. 5) G. Becattini, a cura, Mercato e forze locali: il distretto industriale, Bologna, Il Mulino, 1987. 6) G. Becattini, Il calabrone Italia. Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana, Bologna, Il Mulino, 2007. 7) G. Becattini, M. Bellandi, G. Dei Ottati e F. Sforzi, a cura, Il caleidoscopio dello sviluppo locale. Trasformazioni economiche nell’Italia contemporanea, Torino, Rosenberg & Sellier, 2001. 8) C. Carboni, Mentalità, lavoro e classi sociali, in S. Anselmi, a cura, Le Marche, Torino, Einaudi, 1987. 9) M. Fortis e A. Quadrio Curzio, Industria e distretti. Un paradigma di perdurante competitività italiana, Bologna, Il Mulino, 2006. 10) G. Fuà e C. Zacchia, Industrializzazione senza fratture, Bologna, Il Mulino, 1983. 11) M. Moroni, Alle origini dello sviluppo locale. Le radici storiche della Terza Italia, Bologna, Il Mulino, 2008. 12) M. Moroni, L’imprenditoria marchigiana nella seconda metà del Novecento, Università Politecnica delle Marche, Quaderni del Dipartimento di Scienze Sociali, n. 37, 2010. 13) E. Sori, I numeri della “grande trasformazione”: le Marche tra 1951 e 1981; in “Proposte e ricerche”, n. 55, 2005. 14) W. Tousijn, Imprenditorialità e struttura di classe in una regione ad economia periferica, in “Quaderni di sociologia”, n. 1, 1980-1981. L’economia 20 Imprese di eccellenza nell’industria marchigiana Le testimonianze dei protagonisti di Edoardo Danieli Eccellenze, nonostante. Il convegno promosso da Le Cento Città e Il paesaggio delle eccellenza sull’economia marchigiana si è mosso tra queste due considerazioni. Attraverso la testimonianza di alcuni degli imprenditori che lavorano nelle Marche, sono emerse evidenze che nell’intendimento degli organizzatori possono essere la base per successivi approfondimenti. Così, nella linea delle eccellenze, la creatività, la capacità di innovazione, il radicamento nel territorio sempre con uno sguardo alla sfida globale, il rapporto con i dipendenti sono stati citati come sicuri elementi di forza del sistema economico marchigiano. Non mancano, però, le criticità: in primo luogo l’eccesso di burocrazia, la dipendenza dal mercato finanziario e i problemi della formazione adeguata alle esigenze del mondo del lavoro. Problemi che le Marche, peraltro, condividono con il resto del Paese. Dunque, un convegno che non è stato solo un momento di elogio e di ringraziamento per le persone che hanno contribuito a fare grande la nostra regione - pure importante - ma anche una riflessione per far sì che questo impegno possa essere ancora così forte e più grande nel futuro. La giornata è iniziata con il saluto istituzionale del prof Marco Pacetti, Magnifico Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, a cui è seguito quello dei due presidenti delle associazioni organizzatrici: arch. Maria Luisa Polichetti (Le Cento Città) e Giuseppe Guzzini (Il paesaggio dell’eccellenza). Dopo la relazione del prof Marco Moroni, docente dell’Università Politecnica delle Marche (che pubblichiamo nelle pagine precedenti), hanno parlato Giuseppe Casali del Piginigroup di Loreto, Gastone Bertozzini della TVS di Fermignano, Luciano Brandoni del Gruppo Brandoni di Castelfidardo, Enrico Loccioni del Gruppo Loccioni di Jesi, Gennaro Pieralisi del Gruppo Pieralisi di Jesi e Giuseppe Santoni della Santoni di Corridonia. L’incontro è stato moderato da Marco Monte- Da sinistra Marco Montemaggi, Giuseppe Guzzini, Marco maggi, direttore Pacetti e Maria Luisa Polichetti. del Paesaggio Abbiamo avuto accanto persone dell’eccellenza mentre le conclu- che non hanno fornito la loro sioni sono state affidate a Catervo opera perché veniva pagate ma Cangiotti, nel triplice ruolo di perché mettevano entusiasmo. presidente della Pica Spa e past Noi lavoriamo per committenze president di Confindustria Mared abbiamo quindi l’esigenza di che e de Le Cento Città. dare qualità, certezza dei tempi Casali, in apertura di giornata, e innovazione; ci siamo inventati ha ripercorso gli oltre 50 anni cose nuove perché abbiamo perdi attività, del gruppo Pigini, sone che entrano in azienda per una delle più importanti realtà nel settore della stampa a livello creare nuovo business”. Bertozzini, dal canto suo, ha nazionale, nata per le successive introdotto nel dibattito le prime intuizioni di don Lamberto Pigicriticità. Una storia la sua, ha ni, la cui presenza ha onorato l’incontro. Il gruppo ha sette detto, l’imprenditore simile a società diverse che lavorano quella di molti colleghi. La divernelle Marche e una che opera sificazione del padre-padroin territorio umbro, in circa 40 ne che sull’onda del successo mila metri di coperto. Il fattu- dell’impresa edile di famiglia rato 2009 è stato di 72 milioni, i decide di acquistare una fabbridipendenti, con un elevato profi- ca di pentole a Fermignano negli lo professionale, sono 320. Casali anni Sessanta. La produzione ha posto l’accento sulla necessità che nella continua sfida con i di ingenti investimenti tecnologi- mercati mondiali, ha cambiato ci che richiede il settore con tutti pelle, riuscendo sempre, grazie i rischi conseguenti. “Noi - ha all’innovazione dei prodotti, a detto - fummo i primi ad acqui- mantenere posizioni preminenti. stare una macchina a due colori I mercati che mutano, le esigenze e ci pareva già molto. Nel 1983 commerciali che sono sempre ci fu la prima quattro colori e in differenti, i successi e i premi per questi venti anni sono stati com- qualità e design. Attualmente la piuti altri investimenti importan- TVS ha 36 mila metri quadrati di ti ogni due anni: adesso siamo la stabilimento, 300 dipendenti, 65 più importante realtà del Centro milioni di fatturato, per l’80 per Sud Italia con 50 gruppi stampa; cento all’estero. Ma... “Devo dire una delle 8 dieci-colori del costo - ha detto Bertozzini - che il radidi 2 milioni di euro”. “Segni di camento sul territorio comincia talento e segni di stampa - ha ad essere un problema. In un concluso Casali - , non bastano Paese quale l’Italia in cui l’imidee e capitali ingenti ma servono prenditore è mal tollerato ed è talento e il cuore delle persone. considerato un male necessario, Le Cento Città, n. 42 L’economia non sempre si riesce a coniugare il nostro lavoro con l’ambiente in cui viviamo”. Due principalmente le difficoltà: la carenza di infrastrutture e l’eccesso di burocrazia, che frena le aziende e ne mina la competitività. Terzo intervento di Luciano Brandoni, del gruppo Brandoni di Castelfidardo. Dai radiatori tubolari di arredamento nel 1988 - tuttora di grande successo - alla produzione di pannelli fotovoltaici di alta qualità, che si è sviluppata parallelamente a partire dal 2006. Innovazione e creatività, in tutti e due i settori. La Brandoni ha “inventato”, oltre 20 anni fa, la prima linea di radiatori tubolari con saldatura a scomparsa prendendo spunto dalla produzione di cioccolatini. Il cambiamento induce ad occuparsi del “nuovo”, come lo definisce Brandoni: delle energie rinnovabili. E’ il 2001, lo scetticismo per il settore si misura con la sostanziale indifferenza che il mondo del credito dedica al business plan che l’imprenditore prepara. Poco male, la nuova avventura si finanzia in modo diretto con i ricavi del settore radiatori. Ora, Brandoni solare è il primo player italiano e il settimo europeo per la produzione di pannelli solari di qualità. Oltre 130 i dipendenti, 28 anni di media, tutti assunti a tempo indeterminato e, soprattutto, con un alto grado di preparazione, portato avanti dall’azienda. “Il prodotto di qualità e le idee - è la conclusione - ripagano nel tempo”. Enrico Loccioni è stato introdotto da una bellissima citazione di Montemaggi, ripresa dal sito. “All’inizio del nostro lavoro c’è la terra, al centro del nostro lavoro c’è la conoscenza, alla fine del nostro lavoro c’è la persona”. Dice tutto di un’impresa che non produce (se non in rari casi) ma soprattutto accompagna le aziende nel miglioramento dei processi produttivi e gestionali. “Affianchiamo le imprese e sviluppiamo servizi e idee per la soluzione dei problemi che necessitano di capitale umano”, ha sintetizzato Loccioni. Il quale ha detto che “che le nuove prospettive, nate dopo la crisi, porta- 21 no ad occuparsi di ambiente, comfort e qualità”. L’età media dei circa 330 dipendenti è di 32 anni; il 50 per cento è laureato. Il rischio da evitare nel nostro come in tutti i lavori è operare “senza persone di qua- L’intervento di Giuseppe Casali e, sotto, un momento lità e con forte del convegno dedicato alle imprese marchigiane. motivazione”, marketing: ne deriva un’eccellen“senza tensione per il futuro”, “senza la volontà za che ha conquistato il mondo. di stare insieme”. Loccioni ha “Abbiamo deciso - ha aggiunto puntato molto su un rapporto Santoni - di radicarci nel terristretto con le agenzie di forma- torio quando la gran parte delle aziende ha fatto il contrario e zione, scuole e università. Gennaro Pieralisi ha invece ha delocalizzato. Ciò si deve voluto focalizzare il suo inter- alla lungimiranza di mio padre vento sui problemi che l’impren- Andrea che ha deciso di puntare ditoria marchigiana sta vivendo sulla qualità credendo fortemena causa della globalizzazione e te nelle persone che lavorano dell’eccesso di finanza che pena- in azienda e che realizzano un lizza chi produce. “Essere la prodotto diverso, che non può regione più manifatturiera - ha essere copiato e che può essedetto l’imprenditore jesino - è re realizzato solo qui”. Al prodiventato un handicap tanto che dotto, si è aggiunta l’emozione ora le industrie ci sono ma non della calzatura. “Realizziamo un sappiamo se sopravviveranno”. oggetto da desiderare e custodire Il problema si riconduce all’a- con cura non un oggetto che sia zione della Banca europea che solo strumento per poter cammira ad avere un euro molto minare”. Il lavoro su immagine e forte rispetto alle altre valute. marketing si è dunque innestato “L’Italia è divisa in due parti: su un prodotto unico e distintivo un 75 per cento è protetta, il 25 rispetto agli altri e “il mercato ha combatte sul fronte della batta- riconosciuto il concreto valore glia della competizione interna- della nostra qualità”. A chiudere la giornata le conzionale. Protetti sono tutti coloro che percepiscono uno stipendio clusioni di Catervo Cangiotti, dal pubblico e tifano perché che è partito da una disamina l’euro diventi più forte perché dell’attuale momento sociale. così spendono meno. Gli altri “Assistiamo all’imbarbarimento che tengono in piedi il paese della società, al crollo dei valori ogni volta che si innalza il valore e a una globalizzazione sempre dell’euro soffrono terribilmente. più travolgente - ha esordito -. Se la Banca europea continua Il territorio marchigiano è espoad alzare il costo del denaro sto a questi rischi”. Gli antidoti: o moriamo o ce ne andiamo Cangiotti ha citato il prof Paolo Savona: è necessaria una società dall’Europa”. Di forte legame con il territo- di individui responsabili. Da qui, rio ha invece parlato Giuseppe l’appello di Cangiotti: “Tutto si Santoni. “Quello che ci rende gioca sulle risorse umane, su cerorgogliosi del nostro saper fare vello e cultura in senso generale. è aver dato forza al nostro ter- Senza cultura non ci può essere ritorio”. Perché l’unicità delle futuro”. Gli imprenditori eccelcalzature e degli accessori Santo- lenti non bastano, occorre in ni nasce proprio dalla tradizione conclusione un salto di qualità marchigiana che si coniuga con nella pubblica amministrazione le più elevate sfide di comfort e e nella scuola. Le Cento Città, n. 42 La letteratura 23 Spazialità e soggettività nella scrittura di Dolores Prato di Alfredo Luzi Le Marche (toponimo che trae la sua origine dall’etimologia di Marken = terra di confine), sono una regione che, sul piano della dinamica ambiente-personaggio, può considerarsi una sorta di patria della memoria. Condannato troppo spesso alla diaspora, chi nasce e vive in questa regione porta con sé un mito nostalgico della propria terra, un’immagine amata, carezzata nel ricordo, ma anche la traccia dell’ultimo atto di amarezza, della delusione per una regione di campagna, bellissima, ravvolta in un paesaggio di boschi, di stoppie, di spiagge luminose,di mercati di paese dove l’odore inebriante del vino cotto si mesce (o meglio si mesceva) al sapore acre del mare portato da lontano dal vento dell’est, ma abbandonata, chiusa tra le sue mura ad ascoltare le proprie voci, a distillare da decenni e da secoli i motivi dolenti dell’esistere. Da questa dimensione nasce però anche l’elaborazione di miti individuali e collettivi quale quello, in anni non molto lontani, di una capitale inutilmente sognata a riscatto della posizione socialmente defilata del marchigiano: una Roma mitica, priva di un rapporto effettivo in termini di funzione primaria dello stato. Rivivendo l’esperienza leopardiana, lo scrittore che lascia questa terra si nutre, miele e veleno della propria coscienza, dell’ambiguo sentimento di odio-amore verso il “natio borgo selvaggio”. In nome dell’impegno sociale egli giunge nella città labirintica e vi trova approssimazione, colpi di mano, sottogoverno culturale, compromissioni; ed allora torna idealmente alla vita lenta ma profonda della provincia, dove il confronto con la realtà è almeno genuino, tutto teso a registrare gli andamenti dell’umore di certi gruppi, a cogliere il trapasso stagionale, le infinite incidenti di una vita collettiva tutta esposta, vissuta per le strade e nelle piazze. Dolores Prato. E questo è stato anche il destino di Dolores Prato che, nei suoi due romanzi per ora pubblicati, sembra riassumere la complessa, per non dire tragica, dimensione dello scrittore marchigiano, in bilico tra la linea della sapienza, della misura, della solitudine e la linea dell’utopia e dell’interrogativo sociale. Il caso letterario della Dolores Prato, esordiente a 87 anni, può considerarsi più unico che raro nel panorama,non privo di esordi tardivi, della narrativa italiana contemporanea. Nata a Roma il 12 aprile 1892, Dolores vive però l’infanzia e la giovinezza a Treia, prima in casa degli zii (e il ricordo di quegli anni è l’asse portante del primo romanzo Giù la piazza non c’è nessuno, pubblicato da Einaudi nel 1980), poi, dal 1901-2 al 1910, nel collegio salesiano delle Visitandine, dove è ambientato il nuovo romanzo postumo Le ore pubblicato da Scheiwiller nel 1987 con la cura editoriale che gli è nota,e corredato da una illuminante nota critica di Giorgio Zampa. Tornata nelle Marche come professoressa di lettere, insegna a San Ginesio e a Macerata. Per la sua posizione di antifascista non ha certo vita facile durante il regime, sicché si rifugia a San Sepolcro, per poi trasferirsi definitivamente a Roma, dove resterà fino alla morte avvenuta ad Anzio il 13 luglio 1983. Le Cento Città, n. 42 Ma già a livello di ‘erlebnis’, di atteggiamento di vita, è possibile individuare nella Prato una aspirazione a salvare l’esistenza dalla condanna della morte trasformandola, attraverso il processo mitopoeitico della parola, in essenza della scrittura, intesa come ritessitura memoriale degli eventi filtrati dalla soggettività ermeneutica dell’io narrante. La Prato si dedica per tutta la vita a trasferire in potenziale letterario, raccogliendo materiali e riempiendo fogli e fogli, il patrimonio di ricordi, di sensazioni, di personaggi, legati alla sua autobiografia (sia nel senso di scrittura della propria esistenza sia nel senso di vita della propria scrittura), in particolare agli anni passati a Treia. La sua ricerca del tempo perduto si concretizza in un voluminoso manoscritto che giunge nelle mani di Natalia Ginsburg. Dopo una drastica riduzione del numero delle pagine e dopo un tentativo rientrato di farle cambiare il titolo (ma Dolores insisterà per Giù la piazza non c’è nessuno anche per la sua precisa marca di parlato marchigiano), il libro vede la luce nel 1980 e diventa un caso nella produzione letteraria di quell’anno. La poetica della Prato ha come punto di riferimento la linea filosofica che parte dall’equazione platonica mimnesco = gignosco (ricordo = conosco) e che attraverso Agostino, Petrarca, Leopardi, Proust, arriva fino ad Ungaretti e a Montale. Nulla dunque di simile alla cosiddetta memorialistica di tipo naturalistico descrittivo (anzi i fatti in sé nella vicenda della Prato sono minimi) ma una testualità che ha come momento di sintesi la capacità memoriale del soggetto che seleziona qualitativamente i frammenti di realtà che si trasformano in esperienza gnoseologica. Con un meccanismo di amplificazione dell’immaginario che Alfredo Luzi ci obbliga al riferimento leopardiano, la Prato ritrova nella memoria l’impronta della città marchigiana. Noi cominciamo ad essere col primo ricordo che riponiamo in magazzino. Il luogo dove si ebbero i primi avvertimenti della vita diventa noi stessi. Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda la mia visione.1 Ed il rapporto tra lemma e luogo, tra grafia e spazio, è determinato dalla capacità reattiva del soggetto a risuscitare il ricordo attraverso le proustiane intermittenze del cuore. Nella lunga monotona parentesi collegiale, il nome Treja appariva sulla posta che arrivava, per tutto il resto era scomparso, sostituito dal nome del collegio. Ma dal collegio esplosi a Roma e qui, di colpo, quando in un labirinto della vecchia città lessi ‘Piazza dell’Olmo di Treja’ uscì fuori tutta la tenerezza fascinosa di quel paese che m’ero portata dentro senza saperlo. Fu la prima delle tante epifanie”.2 Il dramma della Prato, come per un altro grande scrittore marchigiano, Franco Matacotta, è, per dir così, nel peccato d’origine, nel suo “sentirsi diversa”. L’incipit del romanzo rivela subito il rovesciamento del consueto punto di vista. Fondendo nella prima persona le funzioni del personaggio, dell’autore e del soggetto storico-autobiografico, la scrittrice descrive il suo mondo dal basso e immette nel reticolo emotivo della lettura il sentimento predominante dell’esclusione Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: - Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa? Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma “rimandala” sì, “rimandala” voleva dire mettila fuori dalla porta. “Rimandala” voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo. Pur protetta dal tappeto che con le frange sfiorava il pavimento, ascoltavo fitto fitto: tante volte venissero a cercarmi per mettermi fuori! 24 Dolores Prato. Sedevo sui mattoni. Molliche indurite mi si conficcavano nella pelle come sassolini. Quel primo pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo come adesso vedo la mia mano che scrive. Mattoni rettangolari color crosta di pane, uno coricato, uno dritto, facevano un tessuto a spina. Come soffitto il rovescio della tavola attraversato da stanghe di legno; le quattro gambe unite da assicelle su cui la gente metteva i piedi, più consumate nel mezzo; l’intera impalcatura ammantata dal pesante tappeto: tutti colori notturni intramezzati da fili d’oro; foglie nere, fiori con parvenza di colori morti, case appuntite trapunte d’oro, nello scuro meno fondo apparivano facce di mori e luccichio d’occhi. Il primo fatto storico della mia vita, Le Cento Città, n. 42 intreccio di paura e meraviglia, fu sotto quel tavolino.3 La ricerca stessa dei significati, l’ansia semantica, attraverso l’ascolto intenso e lo sguardo indagatore, che caratterizza questo ingresso, così traumatico, nella vita socializzata, deriva dalla centralità che la Prato riconosce all’infanzia come dimensione spazio-temporale della iniziazione simbolica L’infanzia è la sola età in cui l’inconscio affiora senza ostacoli. L’inconscio che sa quel che noi non sapremo mai, l’inconscio che se a lui ci abbandoniamo ci fa divinatori mi parlava, ma io non lo capivo.4 La persistenza della memoria mitica è in effetti la prima traccia della conoscenza Io abito ancora a Treia pur non La letteratura avendola mai più vista da quell’età piccola che non invecchia.5 E il cammino verso la maturità è cadenzato da prove rituali che l’antropologia e la narratologia hanno individuato come archetipi del processo di formazione del soggetto, dalla centralità chiusa del sé alla proiezione verso l’alterità. A ragione Franco Brevini6 ipotizza una lettura del romanzo strutturato sulle sequenze canoniche della morfologia della fiaba e basato sul sistema triadico di separazione (dalla madre e dalla famiglia), morte simbolica (la entrata in collegio e la chiusura dal mondo) e resurrezione (la memoria come potenzialità vitalistica e la scrittura come presa di possesso della realtà) . Il romanzo è appunto una storia esemplare, tenera e spietata, di una infanzia che cela il segreto di una vita intera, un viaggio psicologico all’interno del proprio io mentre attorno la storia avanza, l’avvolge e inesorabilmente la trasforma. Quel poco che ho studiato è scomparso nel buco nero che ho al posto della memoria. Quel che pare ricordo, è tatuaggio, incisione, cicatrice: io leggo i segni.7 La Prato vince le difficoltà di rapporto col mondo, mettendo nel suo modo di raccontare un pizzico d’azzardo, usando uno stile dove l’andamento narrativo delle sensazioni s’incrocia con la frontiera della continua interrogazione. L’autobiografia (in cui scrittura e vita si confondono) muta in documento di un’umanità in divenire, contributo alla comprensione di una struttura sociale in cui tutti siamo protagonisti e vittime. Ma anche la patina regionale entra nel testo stesso, a caratterizzare, a livello linguistico, una spazialità ben definita e tracciata dai limiti dell’uso del dialetto, una lingua alternativa a quella ufficiale, fatta di grumi emotivi e di espressività rude, ma utile come segno di riconoscimento di una comunità che anche nel linguaggio ritrova una sua identità e nella quale, per contrasto, la scrittrice trova conferma della propria diversità : Tutto quello che si muoveva e 25 che suonava nell’aria, forse era la vita. In quell’epoca le poche parole che incontravo avevano tutte una faccia, ma la vita non ne aveva nessuna...... I bambini si chiamavano frichì e frichina; i ragazzi bardasci e bardasce. In casa nostra queste parole entravano solo con le donne di servizio. Se per la strada una donna ne incontrava un’altra con un frichì in braccio, le domandava: - Quanto tempo ha? - mai quanti mesi ha. Il frichì appena nato cominciava a incamerare il tempo.... I fiammiferi in paese erano fulminanti. Molto più giusto: bastava strusciarli contro una superficie ruvida che scoppiavano come un piccolo fulmine....... Solo Eugenia dentro casa nostra diceva prescia, noi dicevamo fretta... - Non voglio cosa, - diceva pure, ma con la o stretta perché solo chiusa a quel modo “cosa” valeva “niente”; con la o aperta, qualcosa era sempre.... Quel pezzetto di Marche è la patria della fisarmonica, ma non si chiamava così, si chiamava l’organetto e tutti lo suonavano, artigiani e contadini. Lo suonavano camminando, con l’organetto ballavano. Pur essendo figlio dell’organo l’organetto non poteva entrare in chiesa, nelle osterie sì.8 La storia della propria infanzia è una scantafavola narrata anch’essa una sola volta, e quindi irripetibile, come irripetibile è la vita di ognuno di noi, condannata alla consunzione, alla morte: “Staccia minaccia”....mi buttava giù, mi tirava su, mi ributtava giù, più mi buttava e più godevo. Ogni tanto mi stringeva sul suo petto come per un riposo della gioia; il suo petto, un paradiso fatto a pieghe di velo azzurro. “Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza”....; cominciava così, non so come continuasse, ma finiva con un “giù” lungo e profondo, atroce e dolcissimo che mi capovolgeva. Emozione e felicità. Il pavimento era la piazza, io il brivido della caduta. Non l’ho imparata la filastrocca; ....poi il pensiero come se parlasse,diceva “Giù la piazza non c’è nessuno”. Per le strade, nelle chiese, la Le Cento Città, n. 42 gente mi sorvolava. Solo zia Ernestina mi vezzeggiò e non era di lì: veniva di non so dove e se fosse d’Inferno o di Paradiso per me non ha importanza alcuna. Anche adesso se, nel tentativo di far risorgere il resto, cantileno “Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza” e sforzo una resurrezione che non avviene, di per sé arriva: “Giù la piazza non c’è nessuno”.9 Ma c’è, nella iterazione del procedimento ludico, una sorta di presagio della solitudine, un segno ritmato dalla ritualità verbale e gestuale di una iniziale e consapevole discriminazione. In quella cucina dove tutto era scuro, chiarissimo era che di proposito evitavano di vedermi: ignorandomi volevano dimostrare qualcosa. Me ne accorgevo, ma non me n’importava nulla..... Talmente disabituata all’attenzione della gente su me che se per forzata convenienza qualcuno mi rivolgeva il suo stupido “Come ti chiami?” rispondevo “No”. Significava: “Non voglio rispondere”. Odiavo le domande dei grandi; per quanto rare, esse riuscirono a sforacchiare tutta la tela della mia infanzia.10 È proprio l’angoscia del non ritorno, la consapevolezza che ogni cosa che è stata non potrà più ancora essere a dare alla memoria della scrittrice una grande capacità di trattenere e filtrare tutti gli eventi, tutti gli oggetti, tutte le persone che hanno comunque lasciato un segno nella sua coscienza. Attraverso la scrittura Dolores riscatta la sua autonomia di giudizio rispetto alla “doxa” paesana, il suo diritto a dirimere il bene dal male sulla base dell’esperienza soggettiva, proponendo, ad esempio, per la figura di Ernesta, una iconografia positiva, in contrasto con il malvagio conformismo degli adulti, sempre giocata sulla metafora oppositiva Inferno - Paradiso. Ernestina, lui la chiamava, era tutta azzurra; azzurro di cielo chiaro e di cielo scuro il suo vestito; come ali di velo abbandonate una sull’altra, le mollli pieghe..... “Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza....” m’inclinava sempre più all’indietro finché la Alfredo Luzi mia testa toccava quasi terra e io vedevo quel meraviglioso demonio dal rovescio; mai il demonio fu così bello, neppure quando era Lucifero.... A cavalcioni sulle ginocchia di zia Ernestina, vorrei stare per l’eternità. Io fui bambina come i bambini, solo per quel demonio, certo non sposato in chiesa.11 La cronaca dei fatti quotidiani collegata ad una minuziosa descrizione delle coordinate spazio-temporali che raggiunge i caratteri della ossessività nella precisione maniacale della descrizione di stanze, case, vicoli e pietre, è un espediente per sondare qualcosa di profondo e di originario, il tentativo della fanciulla di scoprire se stessa attraverso l’introspezione psicologica mentre attorno a lei il ritmo delle stagioni propone l’idea dell’eterno mutamento, degli addii e dei ritorni. La scrittrice cerca, attraverso la memoria, di elevare ogni frammento della vita privata e collettiva a simbolo, creandosi un reticolato mitico fatto di uccelli imbalsamati, bauli, rose di Gerico, ritratti, proverbi, gesti, alimenti, viaggi, pellegrinaggi a Loreto, pappagalli, rosari, cerimonie, tradizioni popolari. La sera c’era la processione del Cristo morto. Vorrei sapere perché me la ricordo come se l’avessi vista una volta sola.... Silenziosa processione nella notte, confraternite, seminaristi, preti, passavo lenti come si conviene alla rappresentazione di un funerale, lampioni velati, il carro funebre camminava solo... La Settimana Santa diventava pian piano la sagra dei salumi. Certe botteghe sottolineavano spigoli, archi e architravi con fasci di lauro e di bosso. La sera del Venerdì Santo, nonostante la processione del Cristo morto, in quelle botteghe era già cominciato il Sabato Santo. La gente ci si fermava come davanti ad allegri sepolcri. Matasse di fili d’argento e d’oro cascavano dal soffitto andando ad appoggiarsi da un punto all’altro; su chiodi e rampini sbocciavano fiori di carta; le colonne delle enormi forme di cacio, spesso stavano di fuori come contrafforti; posavano su tappeti di carata colorata e dorata, sfran- 26 giolata e arricciata.12 I frammenti degli eventi a cui la coscienza memoriale ha dato dignità di scrittura ritrovano così una loro unitarietà nel rifiuto della diacronia, nella collocazione del racconto dell’infanzia in un tempo sospeso, preistorico. Noi non siamo mai cominciati: il gancio a cui si attacca il primo anello della catena nessuno lo troverà; lo trovò senza cercarlo Gesù Bambino che appena nato ha già l’aria di vedere tutto, di sapere tutto; Lui era un bambino che poteva benedire i vecchi.13 La narrazione dell’infanzia si trasforma, man mano, in denuncia sociale, in ribellione agli schemi di una società che impone una rigida divisione tra popolo e signori, ratificata di fatto nella prossemica dello spazio riservato ai fedeli nella chiesa (più si è ricchi e più si ha merito difronte a Dio?). La sedia in chiesa era un segno di potenza, un resto di feudalesimo. La zia entrava, cercava con gli occhi la sua, c’era seduta una poveraccia o una contadina col volume enorme delle sue gonne; con aria padronale bussava sulla sua spalla senza guardarla, quella si alzava e la zia gliela toglieva quasi di sotto, tanto simultaneo era il cedere di una e il riappropriarsi dell’altra, feudale padrona di una sedia;14 e messa in risalto (tramite la cifra socio-formale, nel caso sotto riportato, dello stile nominale) da una crudele emarginazione della povertà, che condiziona la struttura urbanistica della cittadina. Ogliolina dicevamo noi, strada nera, stretta, un poco storta. Casucce buttate a caso, emergenti, sprofondate, sconquassate, molte puntellate; casa e stalla si fondevano come il cattivo odore con l’aria. Affastellamento di legno imporrito e mattoni rotti, finestre piccole come sportelli da confessionale, usci con battenti sgangherati. Da un tetto all’altro, canne o corde cariche di cenci, cenci alle finestre, cenci sui muri, cenci addosso alla gente. Quella gente era un mistero. Una famiglia per ogni buco, ma tutti insieme erano una cosa sola, erano i Mosci;15 perpetuando l’ingiustizia sociale Le Cento Città, n. 42 anche dopo la morte. Solo dopo la morte erano tutti “poveri”, anche i ricchi. Ma un povero vero che moriva, spesso era “nessuno”. Suonava la campana a morto, uno domandava : - Chi è morto? - l’altro rispondeva: - Nessuno, il brecciarolo di Borgo.16 Il rifiuto di essere nessuno, la ricerca delle origini e la definizione della propria identità sono alla base del sentimento della differenza che informa i pensieri di Dolores, emarginata non socialmente ma psicologicamente, diversa al punto da non poter contare sulla memoria per sentirsi se stessa e da non poter ritrovarsi nelle categorie del tempo e dello spazio: “Vuole sapere chi è il padre”. Assolutamente non ricordo di averlo voluto sapere allora. Ma essendo io un’eternità spezzettata, tanti pezzetti di eternità mischiati con tanti vuoti, tanti niente, la mia domanda potrebbe rientrare in uno di quei niente. So di non aver avuto mai memoria; dovevano incidere o scottare le cose per durare. Quello che appare memoria è raccolta di cicatrici, o album d’incisioni. Se ho scordato è segno che del padre non m’importava proprio niente. E poi non era solo un padre sbagliato che avrei dovuto cercare, tutto avrei dovuto cercare, perché tutto era sbagliato. Non lo sapevo io, ma lo sapeva il mio io nascosto, lo sapeva quello che m’impediva sempre di chiedere spiegazioni... In fondo ero tanto sola che non avevo neppure radici; l’ignorarlo non significava che la pianta non stentasse.17 In questo vuoto, in questa assenza di storia, irrompe l’utopia compensatrice, la forza di un futuro imprevedibile che riscatti la banalità della cronaca, confuso tra il miracolo e il presentimento. ...Ora, distesa sul canapé, con i piedi piagati, nell’oscura sala da pranzo, incominciai a sognare l’avvenire. Sarò Regina! Certo è possibile, benché difficile. Che c’è più alto della Regina? La Madonna. Ma la Madonna era un pasticcio: vergine e madre........ Ero lontanissima dal supporre che cosa volessero dire le due parole, sapevo solo che c’era di mezzo un miracolo. Per me si sarebbe La letteratura compiuto; s’era compiuto per la Madonna? dunque era possibile. E se invece diventassi scrittrice? I miei compiti la maestra li leggeva forte in classe.18 Ma la Prato, seguendo le credenze dell’onomastica antica basate sull’equivalenza nomen = omen, è convinta che il destino di ognuno di noi è delineato nei segni che riassumono tutto il nostro tempo. La sua costante, ossessiva, attenzione alle parole, ai suoni, ai significati, è il segno del suo desiderio di leggere nel linguaggio le orme di un cammino già tracciato eppure ignoto, presagibile solo attraverso la lettura di indizi semiotici. Così ella ha ritrovato, almeno in parte, sulle rive del Delta del Po le origini del suo amato zio e nel suo nome (Dolores) il marchio della sua sofferenza. Tutto si chiude: il Delta, nostro principio e nostra fine. Dal grande Delta nacque lui col timbro simbolico del piccolo Delta nel nome, Dominicus; con lo stesso piccolo Delta nel nome nacqui io. Il mio piccolo Delta diventò l’immenso Delta nel quale lui lentamente agonizzando scomparve. Io sono diventata quel Delta in cui lui galleggia.19 Giù la piazza non c’è nessuno è tuttavia solo la parte emersa, e ridotta, di un vasto arcipelago di fogli, appunti, frammenti non accolti dalla casa editrice, notazioni linguistiche, che costituiscono l’impianto di una narrazione autobiografica ininterrotta fino alla morte della scrittrice. Giorgio Zampa, che con assiduo amore e acume critico da anni si è dedicato allo studio e alla valorizzazione della Prato ha finora portato alla luce vari inediti, curando la pubblicazione del dattiloscritto incompiuto che può considerarsi il seguito del primo romanzo, Le ore I (Milano, Scheiwiller, 1987), del volume Le ore II. Le parole (Milano, Scheiwiller, 1988), e della raccolta dei brani dedicati alla città di Treia e non accolti nella stampa einaudiana del 1980, Le mura di Treia e altri frammenti (città di Treia, 1992 ). Globalmente queste opere si configurano come contributi differenziati, nel tempo , nello spazio, e nelle modalità di scrittura, 27 di un unico progetto mirante a trasformare in arte la vita, in parola e segno grafico i gesti, le emozioni, i fatti dell’esistenza. Ma da qui nasce anche la loro complementarietà che permette al lettore di esaminare i testi in funzione di un’opera sempre in fieri, caratterizzata dal continuum della revisione stilistica e dalla registrazione minuziosa di micro-eventi. Il romanzo Le ore I, ad esempio, racconta la vita trascorsa dalla Prato nel Monastero delle Visitandine, “isolata nell’altro mondo”, benché il collegio fosse all’ interno della struttura urbanistica della città, accorpato alla chiesa di Santa Chiara. Qui il tempo è lento, quasi fermo, scandito soltanto dai riti religiosi e dalle ricorrenze dei santi. Com’erano lunghi gli anni in collegio! Natale arrivava quando quell’altro già si tingeva d’azzurro per la lontananza. Quel che ritornava, ritornava dopo tanto tempo. Forse perché allora erano piccoli pensieri, piccoli dolori, non bastavano a riempire il tempo. Lì dentro s’ignorava il momento preciso in cui si passava da un anno all’altro.20 In questo mondo si muove agevolmente la Madrina, una monaca il cui ritratto adombra il personaggio ambiguo e intrigante della Monaca di Monza, mentre alla giovane Dolores il mondo esterno si propone come paradiso perduto, allontanato da divieti e rinunce. Ma è sufficiente leggere Le ore II per capire come la Prato determini una connessione tra la frattura dello spazio subita con la chiusura in collegio e la frantumazione del codice linguistico, sottoposto anch’esso alla torsione di un sistema rigidamente impostato sul rispetto di norme e prescrizioni. In paese l’universo per me era negli occhi e nelle parole. In collegio, stando quasi sempre chiusa, l’universo degli occhi si restrinse a quel panorama, sempre quello, ai corridoi, ai cameroni, si moltiplicò quello delle parole. La parola era un mito per quel che appariva a noi, ogni parola poteva diventare leggenda; per loro era di certo logos, parola sì, ma con un perché.21 La censura, sessuofobica e Le Cento Città, n. 42 perbenistica, è avvertita anche attraverso le imposizioni di una pedagogia linguistica che rimuove il dialetto, determinando nella educanda uno sradicamento dal proprio passato e dalle consuetudini espressive acquisite nel contesto familiare. In casa e fuori di casa tutti si diceva “cazzotto”, anche Zizì che era dotto e parlava bene diceva cazzotto..... Io in convento dissi cazzotto e tutti si scandalizzarono...... Io ne fui mortificata e non dissi mai più cazzotto, ma pugno, sempre pugno fino ad adesso che sto scrivendo del cazzotto.22 In casa si diceva la cazzarola, forse l’unica parola dell’uso universale del paese che adoperavamo, ma in collegio non solo erano enormi, si chiamavano casseruole con tanto di dittongo. 23 L’adozione di un nuovo linguaggio, imposto e dolorosamente accettato, è il sintomo del condizionamento e della forzata metamorfosi a cui è costretta l’identità del soggetto nel suo processo di socializzazione. In fondo fu un grande cambiamento di parole, per il resto, un peggioramento, piantarono nella mia coscienza scrupoli, paure, ossessioni, che Zizì, prete, non aveva mai sognato. Rovinarono la mia vita.24 E’ dunque su una base linguistica che si determina, in Le ore I, la tematica della polarità spaziale dentro/fuori che percorre come struttura portante tutto il racconto della vita collegiale, dalla simbolica morte che spezza i legami col mondo nel momento dell’ingresso in collegio, espressa attraverso la negazione della coscienza: Non mi vidi uscire di casa, non me lo disse nessuno strappo; non so se andai a piedi o in carrozza;.......era mattina, era pomeriggio? Avevo mangiato? Non lo so.......Dopo la fotografia dei due fondali non so che successe, non so quando.......Non seppi più nulla......Più niente vedo, più niente sento...... Più nulla vidi, di niente m’accorsi più.....niente vidi.....e tornai a non vedere a non sentire più niente.25 fino alla contemplazione a distanza, dall’interno della prigionia psicologica, del paesaggio marchigiano, un microcosmo ede- Alfredo Luzi nico in cui ritrovare la nostalgia dell’infanzia. Io sola guardavo dalle finestre...... Guardavo dalla finestra di levante dove gli ulivi quando soffiava il vento erano cangianti come un vestito di seta della zia, verde ulivo e verde argentato. Da quella finestre aperta coglievo quel silenzio che sentii da bambina sperduta nella campagna; ma era un attimo.... Dall’ultima finestra di mezzogiorno vicina al mio banco vidi uno spettacolo meraviglioso: la nebbia aveva tutto coperto, noi emergevamo e più in basso la Villa Bonaparte era una piccola isola nel mare della nebbia. Inutile avvertire le altre, in tutto il tempo che sono stata lì né una monaca, né una ragazza si sono mai accorte del mondo che si poteva vedere con gli occhi fuori del sacro recinto. Stupendo sì quello spettacolo, ma il tempo lo seppellì.26 Esaminando in prospettiva sincronica le strutture narrative delle opere della Prato, risulta 28 comunque evidente che in esse il soggetto rivendica la sua centralità anche attraverso la modifica continua delle categorie di spazio e di tempo, utilizzate non come parametri certi di conoscenza ma come moduli reattivi del proprio io messo di fronte agli eventi dell’esistenza. Rompendo la struttura tradizionale del Bildungsroman, basata sulla progressione dei fatti e sulla conseguente crescita gnoseologica dell’io-personaggio, la scrittrice marchigiana ha inserito, nella sua storia e nella sua scrittura, il senso del non finito, l’ambiguità dell’autobiografia imperfetta. Il tutto condensato nella metafora, limpida nella sua icasticità, leonardesca e montaliana, del fluire del mondo Eravamo tutti inconclusi. Lui che aspettava di tornare a far fortuna in America, io che aspetto ancora di fare quel che ho sempre pensato di fare e non farò. Come il Sile, fiume inconcluso, fiume disperso.27 Le Cento Città, n. 42 Bibliografia 1) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Torino, Einaudi, 1980, p. 4 2) Ibidem , p.5 3) Ibidem , p.3 4) Ibidem , p.278 5) Dolores Prato, Le ore II. Parole, Milano, Scheiwiller , 1988, p.101 6) vedi Franco Brevini, L’innamorata dei nomi, Milano, Città di Treia, 1989 7) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, op. cit., p.88 8) Ibidem, pp.112-113, passim 9) Ibidem, pp. 56 -57, passim 10) Ibidem, p.16 11) Ibidem, pp.55-57, passim 12) Ibidem, pp.177-178, passim 13) Ibdiem, p.4 14) Ibidem, p.226 15) Ibidem, p. 238 16) Ibidem, p.242 17) Ibidem, p.241-242 passim 18) Ibidem, p. 271 19) Ibidem, p. 279 20) Dolores Prato, Le ore I, Milano, Scheiwiller, 1987, p.222 21) Dolores Prato, Le ore II. Parole, op. cit., p.88 22) Ibidem, p. 25 23) Ibidem, p. 111 24) Ibidem, p. 94 25) Dolores Prato Le ore I, op. cit., pp. 14 -18, passim 26) Ibidem , pp. 143-144, passim 27) Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, op. cit., p.282 Il ricordo 29 Pietro Zampetti di Mario Canti Per una associazione che si interessa della cultura nelle Marche ricordare le opere e la personalità di Pietro Zampetti in occasione della sua recente scomparsa è assolutamente doveroso: per la ricca e complessa personalità del personaggio, per la profondità ed ampiezza della sua produzione scientifica, per l’impegno che ha prodigato nella difesa del patrimonio storico artistico del Paese; per la competenza e l’amore che ha sempre manifestato nei riguardi dei giovani studiosi che a lui facevano riferimento per la loro preparazione storicocritica. tore del Centro per i Beni Culturali della Regione Marche, Assessore alla cultura del Comune di Ancona; Il ruolo che Zampetti attribuiva alla conoscenza del patriPietro Zampetti. monio culturale ai fini della sua corretta conservazione è sempre connes- la conoscenza scientifica delle so al significato che lo stesso opere messe in salvo. ricopre nella definizione identiNella maturità curò o promostaria delle comunità locale e di se l’allestimento di una serie di quella nazionale. splendide mostre che guidarono Le diverse attività che lo stes- l’attenzione del pubblico e della so Zampetti ha esercitato: ricer- critica specializzata alla conocatore, conservatore, divulgato- scenza di artisti fondamentali re, sono sempre aspetti della del panorama artistico italiano, stessa poliedrica passione per producendo nel contempo alcul’arte, per l’Italia, per la sua ne pubblicazioni che sono restate come elementi di riferimento regione d’origine. Passione che, come si è detto, della storia dell’arte del Paese ed si è manifestata nelle diverse in particolare delle Marche. esperienze condotte: da giovaFu Soprintendente nell’organe funzionario delle Belle Arti nella messa in sicurezza dei nico del Ministero per i Beni beni che gli eventi bellici met- Culturali, Direttore dei Musei tevano a rischio (ma va ricor- Civici di Venezia, professore di dato come queste operazioni si Storia dell’arte presso l’accadeaccompagnassero, ove possibile, mia di Venezia, professore prescon la catalogazione, vale a dire so l’Università di Urbino, diretLe Cento Città, n. 42 Nell’assolvimento di questi diversi compiti Zampetti non porto solo la sua enorme competenza di storico e di critico, ma anche l’eccezionale autonomia morale che lo caratterizzava, senza mai perdere un profondo senso di umanità che gli consentiva di avere sempre con tutti rapporti improntati al rispetto e alla cordialità. In questa sede ci piace ricordarlo anche, e forse in primo luogo, per la sua “marchigianità”, per il suo essere anconetano in un modo profondo ed appassionato che lo spingeva a sviluppare le conoscenze sulla storia e sull’arte di Ancona e delle Marche, peraltro sempre all’interno di un quadro generale, nazionale ed europeo, nel quale le diverse espressioni di cultura e creatività si erano manifestate. Per tutti questi motivi la scomparsa di Pietro Zampetti lascia un vuoto incolmabile nell’ambiente culturale marchigiano, un senso di mancanza che deve trovare conforto nelle opere e negli insegnamenti che ci ha trasmessi. La storia 30 Le buone maniere del Casino dorico di Giacomo Vettori Mi permettete, da anconetano per nascita e per sentimento, una premessa di tenore insolito nelle pacate pagine di una Rivista solitamente aliena dalle asprezze della polemica? Mi spiego. A mio accorato parere chi mette piede in Ancona per la prima volta, più ancora di chi ci vive, non può che rimanere sconcertato per l’offuscamento del senso d’identità e per la perdita di “allure” del capoluogo regionale. Senza, ovviamente, sottovalutare quei pregi naturali che qui preservano ancora una passabile qualità di vita, da qualche tempo si avvertono, ahimé, il degrado che ne sconcia i siti più suggestivi, la progressiva stagnazione commerciale ed urbanistica, il provincialismo dei rari stimoli intellettuali. Personalmente non credo sia obbligatorio estromettere dalla cinta daziaria delle nostre “Cento” il diritto di cittadinanza ad una riflessione che investa criticamente il dissestato contesto che stiamo attraversando. Fatto è che agli angoli delle strade anconetane si accumulano maleodoranti sacchi di rifiuti e da decenni resta al centro, monumento alla ignavia, lo scheletro del Metropolitan. Minaccia di tirare giù le saracinesche la Fincantieri, unica industria della città, lasciando sul lastrico qualche centinaio di persone. Sempre più stentata e rarefatta, nonostante i salti mortali dell’acrobatico direttore artistico, la stagione operistica. La mediocrità delle – mai davvero accattivanti – mostre allesti- Fig. 1 - Il ballo. Le Cento Città, n. 42 te in quello straordinario spazio che è la Mole Vanvitelliana cozza impietosamente con la esposizione di opere degli “Impressionisti a Salon” in corso all’interno del Castel Sismondo di Rimini e a San Marino. Si obietterà che ci troviamo di fronte ad una crisi di generale spessore. La globale contrazione del sistema economico e culturale sbiadisce l’impegno di quanti svolgono funzioni e responsabilità direttive a livello pubblico e privato e induce, al tempo stesso, la sciatteria dei rapporti interpersonali. In senso lato potrebbe cioè parlarsi della scomparsa di quelle “buone maniere” non necessariamente circoscritte al “bon ton” di una fascia alta e medioalta dei salotti cittadini. La storia 31 Fig. 2 - Il gabinetto di lettura. Fig. 3 - La sala biliardo. Le Cento Città, n. 41 Giacomo Vettori Anche perchè, stando ai dati forniti di recente da Sylos Labini, i ceti medi urbani (professionisti, piccoli imprenditori, impiegati, artigiani, commercianti…) che nel 1880 costituivano all’incirca un quarto della popolazione, sono andati progressivamente a dilatarsi sino ad aggirarsi oggi intorno al 60%. A prescindere dalla provenienza sociale non più, appunto, significativa, osservo che un comportamento conforme a regole, pur se non scritte e non vincolanti, assumeva una valenza estetica così complessa da sfiorare il terreno dell’etica. Voglio dire che lo spregio delle buone, oltre che delle “belle”, maniere ha imbarbarito la politica, deformato l’assetto delle città, stravolto l’economia, avvelenato le relazioni interpersonali. Il che mi induce a rapportare tale amara constatazione alla memoria del “Casino dorico”, il Circolo fondato nell’aprile del 1801 da alcune delle famiglie aristocratiche anconetane, via via allargato ai notabili ed alla middle-class locale, ed estinto con l’ultima guerra. Un ambiente improntato al decoro e al rispetto in cui da un gesto sgarbato o da una battuta sconveniente poteva scapparci un duello!. Ne ha offerto una brillante ricostruzione il volumetto scritto dall’avvocato Giuseppe Paleani, all’epoca segretario del sodalizio, intitolato “Storia del Casino dorico” e pubblicato qualche anno fa da “il lavoro editoriale”. In realtà il Circolo nacque come “Società Marcolini” dal nome del palazzo di via Grande (oggi via Matas) ove ebbe la sua prima sede. Li si riunivano - si apprende dall’originario manoscritto - “parecchi individui di Ancona … animati dallo spirito di social divertimento, e dalla piacevole idea di procurare in alcuni giorni dell’anno, e particolarmente nel carnevale, un onesto trattenimento a se medesimi, ed alla parte migliore della Città”. Successivamente la sede passò al piano nobile del palazzo Ferretti dove la “Marcolini” fu tra- 32 sformata nella “Società del Casino” i cui locali comprendevano “Sala da ballo; Caffè; Bigliardo; Tavolino per giochi permessi”. Anche a quei tempi, dunque, buona parte del tempo libero era dedicato ai giochi di carte. Più o meno come il “burraco” che in molte case ha ormai soffocato il piacere della conversazione. Nell’archivio figurava un Rapporto dell’ “Ispettore dei Giochi di azzardo” il quale denunciava la illecita pratica negli ambienti del “Casino” di vari giochi pericolosi ed in particolare del c.d. “ventuno”. La Deputazione del Circolo convinse però il Prefetto che si trattava soltanto di “onesto passatempo” “non vietato dalli vigenti regolamenti di polizia” D’altro canto i soci godevano anche di qualche privilegio culturale dato che il Circolo era abbonato sia al “Journal de l’Empire” che si pubblicava a Napoli, che al “Giornale Italiano” stampato a Roma, consentendo una aggiornata apertura sui fatti della politica sottratta alla rigida censura dello Stato pontificio. Le serate danzanti costituivano un’altra, assidua fonte di divertimento, certo meno rischiosa delle partite al succitato “ventuno”. Nella serata inaugurale del 3 gennaio 1807 il cartellone programmava: “Manfrina; Contraddanza italiana; Minuetto; Contraddanza francese; Walzer; Minuetto Savoiardo”. Particolarmente vivace – sempre secondo le cronache – il veglione del 28 aprile 1838 al quale intervenne, valicando lo scalone a torciere, il fior fiore della aristocrazia marchigiana per volteggiare sino all’alba nel salone illuminato da venti lampadari. In quella occasione venne aperta la galleria che lo collegava alle “Muse”, uno dei più eleganti ed accoglienti teatri dell’ottocento. Le poltrone di velluto rosso, i palchi in legno decorati da stucchi dorati, le pareti fasciate da pesanti tendaggi, la illuminazione calda e soffusa, rendevano confortevole l’ambiente e perfetta l’acustica anche per i più sofisticati melomani che, senza distinzione di ceto, frequentavaLe Cento Città, n. 42 no numerosi il Massimo regionale. Il che purtroppo non può più dirsi dopo la incolta ed algida rielaborazione post-bellica. Sin dai primi anni di vita i soci manifestarono solidarietà in favore dei più disagiati. Nel 1810 il Circolo elargì un sussidio di “doti” alle “povere zitelle da maritarsi” e qualche anno dopo, malgrado il bilancio tutt’altro che florido, aiutò economicamente “le disgraziate famiglie dei miserabili naufragati nel terribile uragano del 3 e 4 settembre 1814”. La quiete delle sale felpate viene fragorosamente infranta da tale Pietro Cioccolanti che vi pugnalò il marchese Lorenzo Nembrini per ragioni – così si disse – di onore. Meno drammatica la “questione dei finestrini”: in una adunanza del 1855 in occasione dei “passeggi” e delle feste mascherate si polemizzò circa l’accesso ad estranei nei camerini aperti sopra la galleria della sala grande, a rischio dei gossip – anche allora serpeggianti – sulle mondane consuetudini dei soci e delle consorti in abito di gala. Uno speciale ricordo mi pare meriti infine un episodio che nel 1850 ha visto protagonista la contessa Anna Fazioli la quale, al ballo organizzato in onore del Maresciallo Radetzky di passaggio ad Ancona, fu invitata ad un walzer dal burbanzoso ospite. Ma la nobildonna che, pur essendo nata in Inghilterra era profondamente legata alla terra che l’aveva accolta, fra l’imbarazzo dei presenti rifiutò sdegnosamente dicendogli: “io non ballo con un nemico della mia patria”. Ne viene spontanea una notazione conclusiva: insieme all’eclisse delle “buone maniere” c’è preoccuparsi per il rischio che si perda definitivamente anche quel sentimento di “italianità” che per un secolo e mezzo ha significato il forte collante della nazione. Insomma siamo, si, cento città di una regione plurale ma – ogni tanto vale la pena di ricordarlo – siamo anche un unico, grande Paese. Libri ed eventi 33 a cura di Alberto Pellegrino I LIBRI 1. Un disegnatore marchigiano per la Biblioteca di Repubblica La Scuola Holden e la Biblioteca di Repubblica hanno preso la lodevole iniziativa di pubblicare una collana di classici opportunamente ridotti e destinati ad una fascia di giovani lettori. Si tratta di dieci storie riccamente illustrate da tramandare ai posteri perché ritenute “immortali”. La loro riscrittura è stata affidata a importanti autori del nostro tempo, capaci di ridurre e reinterpretare alcune delle più famose opere letterarie per renderle agili e facilmente comprensibili. Sono finora usciti nelle librerie i primi quattro volumi della collana: Don Giovanni a cura di Alessandro Baricco; I Promessi Sposi a cura di Umberto Eco; Cirano di Bergerac a cura di Stefano Benni; Il naso di Gogol a cura di Andrea Camilleri. Le Marche entrano in gioco proprio con I Promessi Sposi, perché le illustrazioni di questo volume sono state affidate a Marco Lorenzetti, nato a Senigallia nel 1970, ma residente in Ancona, dove lavora dopo aver frequentato il Master Ars in Fabula per l’Illustrazione e l’Editoria. Lorenzetti, che ha fatto diverse esperienze culturali, è entrato con passione nel mondo dell’illustrazione e ha dato prova delle sue capacità con questo volume della collana, dove ha saputo tradurre in immagini i passi salienti dell’opera manzoniana con eleganza figurativa e capacità interpretativa di luoghi, situazioni e personaggi. 2. L’immagine di S. Venanzio nella storia dell’arte Corrado Zucconi Galli Fonseca, oltre ad essere un affermano avvocato, è un appassionato cultore d’arte, un vivace operatore culturale e un storico locale soprattutto attento alle vicende sulla diffusione del culto del Santo e potrà costituire un punto di riferimento per tutti coloro che vorranno condurre ulteriori studi sul Patrono di Camerino. Corrado Zucconi Galli Fonseca. della “sua” Camerino. Ai suoi lavori si aggiunge ora il volume San Venanzio di Camerino nell’arte, nel quale viene tracciato un profilo storico del protettore della città camerte attraverso una raccolta completa delle immagini che riguardano il santo. Queste opere d’arte sono presentate secondo un ordine cronologico a partire dal XII secolo per passare attraverso il Quattrocento e il Barocco ed arrivare fino all’Ottocento: Si tratta di una serie di opere che presentano una diversa tipologia, in quanto si tratta di affreschi, dipinti, sculture in pietra e lignee, ex voto espressione dell’arte e della devozione popolare; tutte sono corredate di una scheda storico-analitica che ne chiarisce significati e caratteristiche. L’intera ricerca condotta da Zucconi costituisce un importante contributo per ridare visibilità alla figura di un Santo la cui stessa esistenza è stata in passato messa in dubbio da importanti studiosi come il Baronio (1607), il Papebroch (1714) e il Delehaye (1941), che hanno giudicato troppo tarda quella Passio sancti Venantii risalente al XII secolo, che invece costituisce una importante testimonianza della fede e del culto popolari; inoltre questo studio presenta diverse novità Le Cento Città, n. 42 3. Fabriano e la storia della carta L’antica e benemerita Università dei Cartai di Fabriano da alcuni anni è impegnata a valorizzare e divulgare la storia della carta a livello nazionale e internazionale con una collana di studi storici dedicati all’Arte della Carta che risulta unica nel suo genere. Sono stati finora pubblicati nove volumi quasi tutti a cura dello storico Giancarlo Castagnari e, alla fine del 2010, è puntualmente uscito il 10° volume che completa il panorama storico della carta e delle cartiere umbro-marchigiane dal Medioevo ai nostri giorni. L’opera s’intitola L’industria della Carta nelle Marche e in Umbria. Imprenditori, lavoro produzioni mercati. Secoli XVII-XX e comprende una serie di saggi storici riguardanti l’industria manifatturiera della carta a Fabriano, Camerino, Pioraco, San Severino Marche, i territori di Pesaro e Urbino. Un quadro parallelo viene tracciato per l’Umbria con l’analisi dell’attività cartaria a Foligno e nella Valle di Capodacqua, prendendo inoltre in esame le figure di importanti industriali come la Famiglia Raccogli di Foligno o Ferdinando Innamorati “cartaio, mulinaro socialista” di Belforte di Foligno. Interessante risulta anche il rapporto tra le cartiere fulignati e l’attività editoriale della settecentesca Accademia dei Rinvigoriti. Due saggi sono infine dedicati alla storia della Famiglia Miliani che assume la proprietà delle Cartiere agli inizi del Settecento, continuando questa attività industriale per tutto l’Ottocento e il Novecento fino alla cessione della loro impresa nel 2002 al Gruppo Fredigoni di Verona. Alberto Pellegrino Nel suo saggio introduttivo il curatore Giancarlo Castagnari traccia un quadro storico generale a partire dal 1610, quando Fabriano perde la propria indipendenza, divenendo parte integrante dello Stato Pontificio. Da quel momento le piccole cartiere artigianali, punto di forza dell’economia fabrianese, entrano in crisi per lasciare il posto ai capitali dell’aristocrazia. La piccola impresa è gradualmente sostituita da un “opificio di più ampie dimensioni nel quale si concentrano gli impianti e tutte le fasi di lavorazione”. Nel Settecento si ha un’accelerazione del processo di industrializzazione per far fronte alle novità tecnologiche e alla concorrenza delle industrie francesi, inglesi e olandesi. Nascono e si affermano tra il Settecento e l’Ottocento due grandi famiglie industriali: i Fornari, che operano dal Settecento al 1903; i Miliani, che iniziano la loro attività con il fondatore della dinastia Pietro (1744-1817) e la continuano con Giuseppe (1816-1890) e con Giambattista (1856-1937). 4. L’evoluzione del teatro e del cinema tra Ottocento e Novecento Sono 13 anni che a Jesi si tengono i Convegni sull’Architettura dell’Eccletismo a cura di Loretta Mozzoni e Stefano Santini, i quali nell’anno delle celebrazioni pergolesiane hanno ritenuto opportuno dedicare il convegno al teatro da analizzare sia sotto il profilo dell’evoluzione architettonica, sia sotto il profilo sociologico, quando lo spettacolo da fenomeno ristretto ad una élite aristocratica si trasforma in un fenomeno che investe la media borghesia e le classi popolari, grazie al nascere di nuove forme teatrali e soprattutto all’avvento del cinematografo. Succesivamente è stato pubblicato il volume Architettura dell’Eccletismo. Il teatro dell’Ottocento e del primo Novecento. Architettura, tecniche teatrali e pubblico, (Liguori, Napoli, 2010), nel quale alcuni specialisti di storia dell’architettura hanno analizzato l’evoluzione delle strutture 34 Loretta Mozzoni. teatrali in diverse realtà nazionali (i teatri e le sale cinematografiche di Catania; i teatri Politeama e Massimo di Palermo; i teatri Piccinini e Petruzzelli di Bari). Si sono poi presi in esame il Teatro dell’Opera di Parigi, progettato da Charles Garnier che viene considerato un maestro dell’architettura teatrale; i teatri progettati dagli architetti Feller e Helmer a Vienna, Budapest, Timisoara, Czernowitz, Berlino, Zurigo, Klagenfurt, Odessa, Zagrabria, Salisburgo, Brno, Fiume e altri centri minori; i teatri francesi costruiti a Saigon e Hanoi. Si è richiamata l’attenzione su alcuni teorici dell’architettura teatrale italiana ed europea come Attilio Muggia, Auguste Perret e altri, mettendo in evidenza come si sia passati dal predominio dell’edificio teatrale all’italiana ad altre forme collegate al processo di trasformazione urbanistico e sociologico in atto in Europa, per cui la tipologia teatrale e la morfologia urbana sono la conseguenza di una politica culturale che vede ormai come protagonista la borghesia. Di pari passo alle innovazioni planimetriche, si sviluppano gli studi sull’acustica, sul boccascena e l’orchestra, sull’auditorium che progressivamente s’impone sulla tradizionale sala “ad alveare”, sulla sicurezza contro gli incendi, sull’uso di nuovi materiali (cemento, ferro, ghisa). Si affermano, accanto al teatro all’italiana, nuove tipologie teatrali: la grande sala senza palchi, ma con gallerie e balconate; il teatro per la commedia borghese; la sala da concerto, il teatro diurno Le Cento Città, n. 42 nei giardini pubblici e il teatro delle esposizioni; il politeama; le sale per il varietà e il café-chantant; il teatro popolare che tende a contrastare il teatro d’élite. Tobia Patetta ha analizzato il processo di ammodernamento che si verifica in Italia e in Europa nel mondo dell’opera lirica sotto la spinta delle innovazioni introdotte da Wagner e dal grand-opèra francese: Si tratta di novità che influiscono su Giuseppe Verdi, su un musicista e librettista d’avanguardia come Arrigo Boito, su un compositore più “moderno” come Puccini. Un ruolo rilevante gioca l’opera verista (Carmen di Bizet e Cavalleria rusticana di Mascagni, Nerone di Boito-Mascagni), mentre uno dei compositori tra i più innovativi appare Richard Strauss con le opere Il Cavaliere della Rosa, Salomè ed Elektra. In un ampio saggio Alberto Pellegrino prende in esame le origini e la diffusione del cinema nelle Marche (anche in rapporto con il resto d’Italia), partendo dal cinema ambulante che si sviluppa tra il 1896 e il 1905, il quale sarà progressivamente sostituito dalle sale cinematografiche permanenti che nascono sotto la spinta dell’enorme e rapido successo incontrato da questo nuovo massa medium. L’autore analizza anche il rapporto tra cinema, morale, religione e politica; ricorda le resistenze degli intellettuali che si lasciano poi conquistare dalla “nuova arte”. Si porta come esempio l’attività cinematografica svolta dal commediografo pesarese Ercole Luigi Morselli, autore di diverse sceneggiature; della influenza esercitata sul cinema dalle scenografie di Ivo Pannaggi. Una riscoperta deve considerarsi la figura di Ivo Illuminati, un regista marchigiano quasi del tutto dimenticato, come la rivalutazione del regista tolentinate Mario Mattoli legato soprattutto al personaggio di Totò. Nel saggio si parla infine di due grandi film girati nelle Marche, Ossessione (1943) di Visconti e I delfini (!960) di Maselli, ma anche di due importanti film legati alle Marche come La porta del cielo Libri ed eventi 35 (1945) di De Sica (storia di un treno bianco diretto al Santuario di Loreto) e Il cielo sulla palude (1949) di Genina, che racconta la vita di Maria Goretti.. 5. La figlia del sarto, un libro da leggere La lettura di un libro intitolato La figlia del sarto (Armando Siciliano Editore, Messina/Civitanova Marche, 2009) ha costituito una gradita sorpresa per la sua capacità di prendere il lettore con una scrittura semplice ma umanissima, suadente e a volte persino lirica, senza contare che il racconto è integrato da una serie di bellissime fotografie d’epoca per la maggior parte provenienti dall’archivio del Foto Club il Mulino di Treia, le quali riescono ad evocare un mondo di contadini e piccoli artigiani ormai scomparso. L’autrice Lucilla Pavoni (Filottrano, 1948) ha girato mezzo mondo, ha soggiornato a lungo in Africa ed è infine riuscita a realizzare un suo sogno: poter ritornare nelle Marche, dove sono vissuti i suoi genitori e dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza. L’approdo nella sua terra d’origine ha fatto scattare l’onda delle memorie di un mondo formato da piccole comunità urbane che lei fa rivivere con pathos e sorprendente delicatezza, con realismo arricchito da improvvise aperture poetiche. Lucilla è ritornata a ripercorrere “strade amiche anche se oscure, dove persino il brutto diventa bello…Era sospesa in un limbo senza riferimenti, estranea a tutto, sola, e cercava ponti per attraversare questo grande oceano, di cui non riusciva nemmeno ad immaginare le sponde. Così ha vagato per sessant’anni senza mete precise…Ha lasciato che la sua zattera approdasse dove il vento la portava, senza governarla perché il vento…non si governa!”. Questo libro si presenta come un piccolo “miracolo dell’anima” con personaggi e vicende, suoni e sapori, profumi e sensazioni, sentimenti e valori che sono alla base del vivere. Si tratta di una narrazione legata alla memoria, ma anche alla terra che l’uomo sembra impegnato a voler distruggere: “Una notte ho sentito piangere la Terra. Vestita di messi d’oro e calda come una donna che aspetta il suo uomo, aspettava di essere spogliata con grazia e con amore. Nell’illusione di antichi ricordi bramava la falce tagliente come rasoio per essere presa a ritmo cadenzato di vecchi canti. E invece ecco l’arrivo di mostri che rombano invece di cantare…Tutto finito nel giro di poche ore con l’amarezza che lascia un amplesso consumato troppo in fretta. Anche lei fra un po’, come una donna tradita, smetterà di piangere, rimarranno solamente sterili distese e nemmeno le nostre amare e tardive lacrime potranno ridarle vita. Quella notte ho capito che tutto il mondo stava per cambiare e che niente sarebbe più stato come prima”. 6. Un monumento-capolavoro dedicato ai caduti in guerra Segnaliamo, purtroppo con ritardo, l’uscita del volume Nel nome della vita. Un grande monumento per i caduti tolentinati della guerra 1915/1918 (Comune di Tolentino, 2008) dello storico Luigi Maria Armellini, che analizza dettagliatamente questa opera celebrativa, inaugurata nel 1938 dal podestà Pacifico Massi e dal Maresciallo Badoglio. Si tratta di un monumento realizzato dallo scultore Angelo Zanelli (1879-1951), certamente l’artista figurativo di maggiore spessore di tutta la sua generazione. Egli infatti riesce a coniugare il recupero del classicismo di Aristide Santoro e il simbolismo Le Cento Città, n. 42 nazionale e la forza plastica di Leonardo Bistolfi con il richiamo delle avanguardie europee, soprattutto di Auguste Rodin. Egli riesce pertanto ad elaborare uno stile mediterraneo che si manifesta nel grande bassorilievo (1921) e nella grande statua della Dea Roma (1925), realizzati per l’Altare della Patria. Per convincere lo scultore a lavorare per il Comune di Tolentino sarà risolutivo l’intervento di Francesco Ferranti e Cesare Mercorelli, due artisti tolentinati suoi amici. Nasce così questo grande monumento che presenta un fronte architettonico di 50 metri e che esprime la forza di un turrito bastione, occupando tutto il fronte dello Stadio Comunale. Al centro del bastione s’innalza la statua in bronzo della Vittoria alata, una moderna Nike che sembra librarsi in volo con possente leggerezza. Si tratta di uno splendido corpo femminile coperto da un velo che ne esalta le forme (ai suoi tempi suscitò le critiche di alcuni moralisti): Un vento agita le vesti e spinge in alto le ali spiegate per spiccare il volo; nella mano destra la Vittoria impugna la spada, mentre il piede sinistro poggia in modo leggiadro su di un aratro a simboleggiare il motto “E’ l’aratro che traccia il solco, ma è l’aratro che lo difende”. Lungo il bastione si distende un fregio con 115 figure che vogliono essere un inno alla vita: infatti esse rappresentano l’amore fra un uomo e una donna, la nascita di una nuova esistenza, l’esaltazione dei Alberto Pellegrino valori familiari; seguono le attività sportive destinate a temprare il corpo dei giovani (pallone al bracciale, ginnastica, pugilato, lotta, calcio, tennis, motociclismo, ciclismo); la chiamata alle armi e la trasformazione degli aratri in spade, corazze e scudi con il lavoro delle officine, le battaglie, il ritorno dei soldati feriti o mutilati, il dolore dei familiari per i caduti e la tumulazione del Milite Ignoto. Il ciclo si chiude con la riconversione delle armi in strumenti di lavoro e la ripresa delle attività quotidiane, del lavoro nei campi con il raccolto delle messi e dei frutti della terra, della conquista del mare. Cesare Mercorelli ha definito questo racconto inciso nel bronzo “il più bel poema della vita moderna”. 7. Un nuovo volume di versi di Francesco Scarabicchi Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951) rientra nella ristretta cerchia di poeti marchigiani che hanno conquistato una rilevanza nazionale. Una conferma di un elevato livello artistico ormai raggiunto viene dall’ultima raccolta di versi L’ora felice (Donzelli, Roma, 2010). In questo ultimo lavoro Scarabicchi si segnala per uno stile poetico scarno, asciutto, essenziale (molte di queste composizioni sono costituite da un solo verso), ma estremamente efficace per lirismo e poetica dei sentimenti. Si riscontra inoltre un ritorno a molti dei temi preferiti dal poeta anconetano: l’amore per una donna, l’affetto paterno; l’assillo del tempo segnato dallo scorrere delle stagioni, l’alternarsi del giorno e della notte, alcuni umanissimi ritratti di donna. Molto intense sono le sensazioni legate al paesaggio e a luoghi particolarmente legati alla vita dell’autore: esemplare appare in questo senso il brano di prosa lirica Il mese, che riflette lo spleen di un giorno di festa anconetano vissuto con intensità lungo l’asse che unisce Piazza Cavour al mare con quel “vento che scende alla rinfusa verso il porto, agita carte e polvere, le luci di siccità dicembrina di asfalto più che grigio fra le vetrine spente”. Fondamentale risulta, nelle sezioni Il segreto e Assenze, 36 il tema dei sentimenti amorosi (accompagnato dalle bellissime traduzioni di sei sonetti di Shakespeare), sentimenti vissuti nelle chiuse “stanze dell’amore” con lontananze struggenti e folgoranti ritorni in quella continua ricerca di “calore” che viene dalla vicinanza all’essere amato (“Lasciami al tuo respiro fino all’alba,/svanirò dove il giorno giunge quieto”; “Ogni nome il tuo nome;/essere senza te non dà mai pace”); amori a volte segnati dall’incomunicabilità e da distanze pur nella presenza fisica (“Nulla di te mi è ignoto eppure ancora/non so svegliarti se ti dormo accanto”). Un altro spunto poetico fondamentale è rappresentato da approfondimenti esistenziali dettati dalle ferite inferte dal dolore, da momenti di solitudine, dal passare dei giorni, dall’immersione o dallo straniamento rispetto ad alcuni luoghi, tanto che diventano esemplari e chiarificatoti questi versi: “Passa così, se puoi, fatti leggera(vita mia che consegni vetro e fiamma/al lume che vacilla ad ogni vento/e lascia innominata la presenza/che più rasenta i muri e più dilegua/sul nascere del giorno, illividita”), come essenziale e splendido appare questo paesaggio notturno: “La luna ha dune blu/ con isole d’argento./E questo è il firmamento”. 8. Il Barocco a San Severino Nell’ambito della mostra Le meraviglie del Barocco il Comune di San Severino Marche ha pubblicato il volume Itinerari barocLe Cento Città, n. 42 chi. Letteratura, musica e teatro nella San Severino del Seicento a cura di Alberto Pellegrino e Milena Ranieri. Si tratta di un’opera che si propone di completare il panorama delle arti figurative attraverso l’analisi del microcosmo culturale di una piccola città dello Stato Pontificio, nella quale il Barocco ha rappresentato una stagione particolarmente vitale sotto il profilo artistico, politico e religioso. Milena Ranieri ha tracciato un quadro storico della Biblioteca Comunale dalle origini ad oggi, per poi soffermarsi sui testi più significativi del fondo librario del Seicento. Inoltre ha presentato Il Tempio Armonico della Beata Vergine del padre filippino Giovenale Ancina, uno dei fondatori della musica sacra, il quale ha scritto per San Severino due canzoni a tre voci Alla miracolosa Madonna dei Lumi e A Santa Maria del Glorioso. Sempre la Ranieri ha preso in esame La sincerità trionfante overo L’erculeo ardire, una favola boschereccia di Ottaviano Castelli, dedicata al Delfino di Francia Luigi d’Orleans, accompagnata da cinque splendide scenografie di Giovanni Francesco Grimaldi. I due curatori hanno analizzato la moda ecclesiastica del tempo, mettendo in evidenza l’eleganza e lo sfarzo degli abiti di suore, monaci e sacerdoti. Ancora Pellegrino e la Ranieri hanno affrontato un argomento assolutamente inedito, ricostruendo l’attività letteraria dell’Accademia dei Conferenti della Florida Libri ed eventi (1581) e della Accademia degli Agitati (1657), pubblicando testi inediti o contenuti in edizioni rare. Alberto Pellegrino si è occupato dell’attività teatrale delle due Accademie, analizzando e pubblicando la favola pastorale inedita Le Ninfe della Foresta del Potenza et del Monte Nero, nonché l’inedita azione teatrale Le campagne d’Anfriso, entrambe di autore ignoto. Infine un saggio di Pellegrino tratteggia la figura e l’opera del drammaturgo Virgilio Puccitelli (San Severino 15991654), che è vissuto a Varsavia presso la corte di Ladislao IV dal 1628 al 1648, ricoprendo la carica di segretario per gli affari italiani. Egli ha fatto costruire, su progetto dell’architetto e scenografo Agostino Locci, i teatri di corte di Vilnius (1636) e di Varsavia (1637). Inoltre Puccitelli, che ha svolto un ruolo fondamentale per la diffusione del teatro nell’Europa del Nord, ha scritto otto drammi per musica e tre libretti per balletto. Nel volume è stato ristampato il testo per balletto La Maga sdegnata, unico esemplare esistente presso la Biblioteca Comunale di San Severino. GLI EVENTI 1. Lo sguardo delle donne Lo sguardo delle donne: dai macchiaioli a Modigliani è il titolo della bella Mostra e del catalogo realizzati da Stefano Papetti nell’estate 2010 per conto del Comune di Civitanova Marche. Il curatore ha voluto rappresentare “l’universo donna” con le immagini di artisti che hanno operato tra la proclamazione dell’Unità d’Italia e la prima guerra mondiale. Papetti scrive 37 La casa natale di Filippo Corridoni dove è stato allestito il museo. che l’dea ispiratrice di questa iniziativa culturale gli è arrivata dal romanzo Una donna di Sibilla Aleramo ambientato a Porto Civitanova, dove la poetessa ha trascorso l’adolescenza e la prima giovinezza prima di iniziare il suo percorso artistico. La Aleramo traccia una serie di ritratti femminili colti nell’ambito familiare (la madre, la suocera, la cognata, il personale di servizio), poi allarga la sua rappresentazione a donne dell’alta e media borghesia, a contadine, a compagne di marinai, tutte accumunate dall’essere sottoposte al potere maschile, mentre donne, che sono diventate artiste e letterate, attrici e attiviste politiche, si sono liberare da opprimenti convenzioni sociali. Spinto da queste sollecitazioni, Papetti ha suddiviso la mostra e il catalogo in sei sezioni: La madre, Il velo e la preghiera, La donna nei campi, La femme fatale, La musa Le Cento Città, n. 42 ispiratrice e La donna nell’arte. In tutte sono state esposte opere di autori importanti tra i quali spiccano i nomi di Carlo Carrà, Tranquillo Cremona, Adolfo De Carolis, Mario De Maria, Osvaldo Licini, Amedeo Modigliani e Domenico Morelli. Sono presenti anche Giulia Centurelli, Giulia Panichi e Imelde Santini, tre artiste marchigiane che hanno operato tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, a riprova che nel pianeta donna qualcosa si sta movendo non solo a livello nazionale, ma anche nel piccolo mondo della provincia marchigiana. Il panorama culturale è completato dall’ampio e documentato saggio Sguardi letterari delle donne di Marcello Verdenelli, docente di letteratura italiana dell’Università di Macerata, il quale sostiene che “La letteratura è il luogo in cui quello sguardo delle donne rivela tutta la sua sfaccettata versatilità Alberto Pellegrino simbolica, tendendo alla elaborazione di modelli culturali quasi mai perfettamente coincidenti con quelli dominanti”. L’analisi parte dalla “donna angelo” stilnovista per passare attraverso il realismo “equivoco, complice e ammiccante” di Boccaccio, le intriganti protagoniste della commedia cinquecentesca per arrivare alle scrittici del Seicento come Lucrezia Marinella che esalta La nobiltà et eccellenze delle donne et i difetti, e mancamenti de gli huomini. Nel Settecento Goldoni mette insieme una splendida galleria di figure femminili, mentre l’Ottocento si caratterizza per una più variegata tipologia di donne: l’infelice (la Teresa dello Jacopo Ortis), l’orante (la Lucia manzoniana), la patriota (la Pisana delle Confessioni di un italiano), le prime fragili e passionali donne verghiane (Una peccatrice, Tigre reale, Eros), seguite dalle donne del Verismo: la campagnola (Nedda), la brigantessa (L’amante di Gramigna), la divoratrice di uomini come la Lupa. Alle soglie del Novecento la carrellata si chiude con la Fosca di Igino Ugo Tarchetti, con le donne appassionate di Sibilla Aleramo, con le problematiche ed emancipate donne pirandelliane, con le femmine alquanto stralunate di Aldo Palazzeschi. 2. Il nuovo Museo per Filippo Corridoni Alla fine del 2010 è stato inaugurato dal Comune di Corridonia il Museo Casa Natale Filippo Corridoni, allestito nell’edificio dove Filippo è nato nel 1882 e dove la famiglia ha abitato fino al 1894. Il percorso museale ha inizio al primo piano con la documentazione riguardante le celebrazioni dedicate alla figura di Corridoni e al movimento sindacale da lui fondato fino alle successive manifestazioni in epoca fascista, quando Mussolini s’impadronisce della memoria dell’eroe per farne un simbolo della nuova mitologia di regime. Nel primo piano viene ricostruita la storia della famiglia, il periodo degli studi di Filippo fino al suo trasferimento a Milano, dove trova lavoro come disegnatore mecca- 38 nico. Parallelamente ha inizio la sua attività politica e sindacale presso diverse Camere del Lavoro compresa quella di Bologna. Nel 1913 Corridoni, che è ormai uno dei maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario, operaista e antimilitarista, fonda l’Unione Sindacale Italiana in contrapposizione alla Camera Generale del Lavoro, trovando anche l’appoggio di Mussolini allora direttore dell’Avanti!. Nel giugno 1914 Corridoni è arrestato per aver partecipato alla “Settimana rossa” e in prigione scrive il saggio Sindacalismo e Repubblica, in cui rende nota la sua adesione all’interventismo, poiché ritiene (come diversi sindacalisti e socialisti) che la guerra contro l’Austria e la Germania sia un atto rivoluzionario contro la reazione e il conservatorismo della destra capitalista. Nel maggio 1915 parte volontario per il fronte, da dove invia alla famiglia e agli amici lettere appassionate dalle quali traspare il suo patriottismo e la sua grande umanità. Il 23 ottobre 1915 Corridoni muore nella Trincea delle Frasche e il suo nome diventa il simbolo dell’eroismo giovanile, ma questa popolarità farà passare in secondo piano le sue qualità di teorico politico e del sindacalismo, per cui la Casa Museo si propone fra le sue finalità quella di fornire nuove chiavi di lettura storica per meglio inquadrare la personalità e l’opera di Corridoni lontano da stereotipi militaristi e senza le indebite appropriazioni messe in atto dal regime fascista. 3. La scomparsa di Leonardo Mancino Leonardo Mancino è scomparso nell’ottobre 2010 e con lui si è spenta una delle voci poetiche più valide e profonde della poesia marchigiana e nazionale. Mancino nasce a Camerino, “paese antico e civile”, nel 1939 per poi trasferirsi ad Osimo fino a quando si reca a Bari per svolgere la professione di insegnante elementare. Egli continua gli studi universitari e nel 1963 si laurea in lettere nell’Università di Roma, poi in pedagogia nel 1966 presso l’Università di Bari. Nel 1970 Le Cento Città, n. 42 Leonardo Mancino. inizia la sua carriera di dirigente scolastico in diverse sedi pugliesi, per un anno in Sardegna, quindi nel 1989 a Macerata, assumendo la direzione dei circoli didattici di Camerino, Visso, Macerata e Civitanova Marche. Fin dal primo soggiorno barese Mancino stabilisce fruttuosi rapporti con Tommaso Fiore, Vittorio Bodini e altre personalità del mondo culturale pugliese; inoltre stringe stabili relazioni con importanti artisti, intellettuali e uomini politici del secondo Novecento, come egli stesso ha testimoniato nel saggio Ancora l’utopia reale. Uomini e idee della nuova Italia, (Palomar, Bari, 2003). Collabora e fonda anche prestigiose riviste culturali e politiche; scrive numerosi saggi sulla letteratura del Mezzogiorno, sull’arte del Rinascimento, sulla letteratura italiana del Novecento, sui rapporti tra arte, religiosità e mondo contadino, assumendo spesso prese di posizione polemiche e scomodi atteggiamenti dissacratori. Come poeta rivela, al contrario, un mondo interiore fatto di sentimenti delicati e di emozioni profonde, parlando spesso nei suoi versi della bellezza delle stagioni e del fascino della natura, del valore della memoria, del mistero dell’universo e di una vita che continua oltre i confini dello spazio e del tempo. Fra le sue raccolte poetiche si possono considerare esemplari L’ultima rosa dell’inverno; Dichiarazioni, silenzio e Libri ed eventi giorni; La casa, la madre, il colle e l’orto; La dissipazione del talento: i colli marchigiani; Tutto è luce; In tema d’esistenza; Il sangue di Herbert. Si tratta di una poesia fatta di versi scarni ma eleganti, essenziali ma carichi di pregante umanità, con un ritorno costante alla memoria dalla quale affiora sempre la “sua” Camerino: “Sui monti verdi e azzurri/dell’orizzonte/spuntano le nuvole di primavera/come germogli,/sbocciano e si sfogliano/petali grandi di rose;/il salice si perde nell’impercettibile/ piccola onda terrestre./Tutto sciupato nella pietra/antica, lo porta via il tempo/o il vento”. 4. La 43a Stagione lirica del Teatro Pergolesi Dopo diversi anni ritorna al Teatro Pergolesi un Trovatore andato in scena al Ravenna Festival 2003 che presenta caratteri profondamente innovativi non solo per il talento dei suoi giovani o giovanissimi interpreti o per la qualità della Orchestra Giovanile Luigi Cherubini (fondata nel 2004 da Riccardo Muti), o per una particolare messa in scena di Cristina Mazzavillani Muti che ha firmato la regia e l’ideazione scenica. La novità di questo spettacolo è costituita dalla capacità di sfruttare processi e tecnologie multimediali che mostrano una diversa concezione dell’allestimento scenico senza tradire i valori di fondo e le tradizioni del melodramma. La vicenda del dramma verdiano viene collocata in una dimensione senza luogo e senza tempo, sfruttando le immagini di una Ravenna ridotta al ruolo di “città fantasma” costituita dai ruderi di una defunta civiltà industriale, un luogo che sorge in riva ad un mare quasi sempre notturno e angosciante, che contribuisce a dare una connotazione quasi onirica all’insieme della visione. Del resto il Trovatore è un’opera notturna per eccellenza 39 all’interno della quale s’intrecciano le vicende drammatiche di Manrico ed Eleonora, della Gitana e del Conte di Luna, che la Muti colloca in una specie di “deserto dell’anima”, eliminando tutti gli orpelli umani e ambientali, facendo dello stesso coro una parete umana che si staglia contro i ruderi di un mondo in disfacimento. L’intera vicenda è come immersa in una palude dei sentimenti, dove gli essere umani trascinano le loro passioni tra scheletri rugginosi di fabbriche, silos e ciminiere, darsene e spiagge desolate, palafitte e capanni da pesca abbandonati lungo un mare che si presenta come una superficie iridescente e nello stesso tempo angosciante. In questo paesaggio fantastico tutto sembra morire e rinascere in un moto circolare che prevede un eterno ritorno alla matrice prima del dolore umano e gli stessi personaggi sembrano prigionieri di macchinari e ingranaggi che diventano simboli di una forza superiore capace di stritolare sia i ribelli (il Trovatore e suoi uomini) e gli emarginati (i gitani), sia i potenti (il conte di Luna), dominati dallo stesso destino di sangue simboleggiato dalle nuvole tempestose che passano sopra acque di tenebra o sopra ruderi scarnificati dalla ruggine che sembrano imprigionare il dolore stesso del mondo. Per Cristina Mazzavillani Muti “spazio sonoro, luce, visionarietà sono le dimensioni entro cui la scena e la narrazione trovano corpo. Tutto comincia da lì: da quelle tre console, tecnologici intrecci di leve e pulsanti. La modernità della tecnica multimediale è qui messa al servizio di cantanti giovani, in un grande laboratorio, capace di scongiurare ogni rischio di routine”. Questa stagione 2010, vissuta nel segno della “contaminazione”, si è caratterizzata anche per l’in- Le Cento Città, n. 42 troduzione nel cartellone di due operette di un maestro del genere come è Jacques Offenbach, autore prolifico e di grande successo. Al Pergolesi sono andate in scena Pomme d’Api e Monsieur Choufleuri con la regia di Stefania Parrighini che ha curato un allestimento spiritoso e accattivante per ritmi, scene e costumi. La parte musicale è stata affidata all’Orchestra Progetto Sipario alla sua prima uscita ufficiale; si tratta di un complesso composto da allievi professori d’orchestra che rientra in un progetto della Regione Marche per la formazione di figure professionali nel settore delle arti e mestieri dello spettacolo dal vivo. La prima operetta si basa su una intricata storia d’amore tra Gustave e la dolce Catherine (Pomme d’Api), che entra in servizio come cameriera dello zio del giovane ma, quando l’anziano spasimante s’innamora della ragazza, Gustave si rende conto che è lei la donna della sua vita, per cui tutto si conclude con il consueto lieto fine. Monsieur Chouflerie è invece un’operetta caratterizzata più dal sense of humor che dai sentimenti amorosi; infatti si tratta di una originale satira nel confronti del melodramma italiano dell’Ottocento con una vorticosa girandola di situazioni comiche che vedono coinvolti impresari, cantanti e compositori. 5. Premio internazionale ad Oscar Piattella L’Accademia internazionale Le Muse ha assegnato il prestigioso 46° Premio internazionale nel simbolo della Musa Erato al nostro Socio il Pittore Oscar Piattella. La solenne cerimonia della consegna avverrà nel Salone dei Cinquecento - Palazzo Vecchio a Firenze sabato 4 giugno alle ore 17.” . . . . > NUOVE GEOMETRIE DEL VINO Azienda Vinicola Umani Ronchi S.S. 16 Km 310+400, n.72 • Osimo (An) www.umanironchi.com Vita dell’Associazione 41 Visite e Convegni di Giovanni Danieli Ancona 29 ottobre 2010 L’eccellenza dell’impresa marchigiana Nell’ambito del programma di presentazione dell’Eccellenza nelle Marche, si è svolto presso l’aula del Rettorato, il convegno L’eccellenza dell’impresa marchigiana. Esempi di imprenditoria illuminata tra territorio, tradizione ed innovazione, realizzato in collaborazione con l’associazione di cultura d’impresa Il Paesaggio dell’Eccellenza. Il Convegno è stato aperto dal saluto dei Presidenti delle due Associazioni, Arch. Maria Luisa Polichetti e Dott. Giuseppe Guzzini. Il tema è stato introdotto dalla relazione introduttiva di Marco Moroni sull’inquadramento storico dello sviluppo imprenditoriale nella nostra regione; si sono quindi succedute le testimonianze di alcune prestigiose figure rappresentative dell’impresa marchigiana d’eccellenza, Gastone Bertozzini, Luciano Brandoni, Giuseppe Casali, Enrico Loccioni, Gennaro Pieralisi, Giuseppe Santoni, alfieri del made in Italy nel mondo, che hanno ripercorso le tappe rilevanti e le conquiste più significative delle proprie imprese. Il convegno, chiuso dalla relazione di Catervo Cangiotti, ha dimostrato ancora una volta come la tenuta e lo sviluppo delle nostre imprese dipendano oggi ed ancor più lo saranno nel futuro dalla capacità delle imprese di accettare e vincere la sfida dell’innovazione, dalla conoscenza aggiornata dei mercati e, soprattutto, dal “fare sistema” tra le imprese, tra di esse e la pubblica amministrazione ed all’interno dell’impresa stessa. S. Severino Marche, 7 novembre 2010 Visita di S. Severino e della Mostra sulla pittura barocca Nei saloni di Palazzo Servanzi Confidati e nella Chiesa della Misericordia i Soci hanno visi- Le Cento Città, n. 42 tato prima la mostra Le meraviglie del barocco nelle Marche, curata da Vittorio Sgarbi, successivamente la mostra Itinerari barocchi, curata e presentata da Alberto Pellegrino e Milena Ranieri e, in Pinacoteca, la Sezione dedicata alla Scultura barocca. Nel pomeriggio vi è stata la visita del Duomo antico e del Museo archeologico e si è assistito al delizioso spettacolo Il Tempo e la Rosa, ideato e diretto da Alberto Pellegrino. Sono stati eseguiti brani di poesie, di musica e momenti di danza, tutti rigorosamente riferiti al periodo barocco e basati sulla contrapposizione tra gli aspetti estetici ed edonistici di un fiore, la rosa, simbolo di Venere e della sensualità femminile, ed il tempo, con il suo richiamo alla caducità, alla transitorietà di uomini e di eventi. Pesaro, 27 novembre 2010 L’educazione musicale e teatra- Album di Mario Canti 42 Da sinistra a destra e dall’alto in basso: 1) Vista della piazza di San Severino; 2-3) San Severino: Paola Egidi e Alessandra Granata nello spettacolo Il Tempo e la Rosa di Alberto Pellegrino; 4) Alberto Berardi e Gianfranco Mariotti al Convegno sull’Educazione musicale e teatrale, promosso e realizzato da Alberto Pellegrino e Giorgio Girelli - foto di Romano Folicaldi; 5 - 6 -7) Ascoli Piceno: Museo delle ceramiche, la storica piazza, il pubblico al convegno Prodotti nobili del Piceno, curato da Natale G. Frega; 8 - 9 - 10 - Le Cento Città, n. 42 Album di Mario Canti 43 11 - 12) Loreto, scorcio della Basilica e del Campanile; Michele Casali e visita agli stabilimenti del Gruppo Pigini; 13) Ettore Franca organizzatore del convegno sulla Gastronomia; 14 - 15 - 16) Fano, convegno sulla Solidarietà sociale: Mons. Armando Trasarti Arcivescovo di Fano, il Presidente ed Alberto Berardi nell’introduzione, la stupenda cupola della chiesa filippina di S. Pietro in Valle, il pubblico presente al convegno. Le Cento Città, n. 42 Vita dell’Associazione le nelle Istituzioni pubbliche e private Promosso da Alberto Pellegrino e realizzato con lo stile che gli è proprio da Giorgio Girelli, nell’Auditorium dell’Accademia internazionale di canto di Pesaro, si è svolto un convegno finalizzato ad analizzare lo stato dell’insegnamento della musica nelle istituzioni pubbliche e private, in particolare la formazione di quanti operano nei settori della musica strumentale e del canto lirico e l’educazione musicale dei cittadini. Alcune relazioni sono state riservate al teatro di prosa, anche qui presentando proposte e soluzioni relative alla formazione degli operatori teatrali e degli spettatori; si è anche dibattuta l’opportunità di inserire l’educazione teatrale nei programmi della scuola pubblica, almeno a livello superiore. I temi trattati sono stati presentati e discussi da alcuni brillantissimi “addetti ai lavori” in rappresentanza di alcune tra le più significative istituzioni teatrali marchigiane, nell’ordine di esposizione, Anna Maria Raffa (Conservatorio G. Rossini di Pesaro), Ugo Gironacci (Conservatorio Pergolesi di Fermo), Livia Accorroni (Fondazione Teatro delle Muse di Ancona), Silvano Sbarbati (Fondazione Pergolesi Spontini di Fermo), Nicoletta Robella (Teatro stabile delle Marche), Venanzio Sorbini (Accademia Arte lirica di Osimo), Vincenzo Pasquali (Scuola di musica e danza La Fenice di Amandola), Barbara Torresetti (Cooperativa Liviabella di Macerata). La lettura di Alberto Pellegrino su Spettacolo e società e l’intervento del soprintendente al Rossini Opera Festival, Gianfranco Mariotti, hanno chiuso il convegno, che è stato magistralmente moderato da Alberto Berardi. Iesi, 19 dicembre 2010 Assemblea dei Soci Com’è tradizione, l’annuale Assemblea decembrina dell’Associazione si è svolta presso l’Hotel Federico II di Iesi e si è 44 articolata in più momenti, quali la relazione del Presidente, molto applaudita, sugli eventi realizzati nel primo semestre del mandato presidenziale, la relazione del Segretario sulla situazione Soci – 223 tra onorari, sostenitori, effettivi e corrispondenti –, quella del tesoriere, approvata all’unanimità e l’elezione e le nomine del Consiglio di presidenza e del Comitato editoriale per il periodo 1 agosto 2011 - 31 luglio 2012. All’unanimità è stato eletto Presidente Ettore Franca, che avrà quali Consiglieri Marisa Fiorini (Pesaro), Folco Di Santo (Ancona), Luciano Capodaglio (Macerata), Romano Folicaldi (Fermo) e Natale G. Frega (Ascoli Piceno) Sono stati confermati Giovanni Danieli (Segretario generale), Anna Maria Zallocco (Tesoriere), Mario Canti (Direttore Editoriale), Edoardo Danieli (Diretto Responsabile). Il Comitato editoriale sarà composto da Giancarlo Polidori, Fabio Brisighelli, Luca Maria Cristini, Romano Folicaldi e Natale G. Frega. Ascoli Piceno 22-23 gennaio 2011 Prodotti nobili del Piceno Nel ciclo di eventi dedicati all’Eccellenza nelle Marche, il Convegno ha inteso esaltare due dei prodotti d’eccellenza dell’agricoltura marchigiana, l’olio e il vino, raccontati nella loro storia, descritti nelle caratteristiche proprie e nel loro valore alimentare. Promosso e realizzato da Natale G. Frega, il convegno è stato illuminato dalle relazioni di Gian Luca Gregori, Le Cento Città, n. 42 Preside della Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche, di Edoardo Biondi e dello stesso Natale Frega, entrambi past-Presidi della Facoltà di Agraria. Brillante intervento finale di Guido Castelli, Sindaco della città. Il week end ascolano ha compreso anche, sabato e domenica, la visita di alcuni musei e mostre ascolane (Forte Malatesta, Museo Diocesano, Museo dell’arte moderna, Museo delle ceramiche) effettuata con la guida prestigiosa di Stefano Papetti e la visita della città (Duomo, Battistero, Chiese di San Gregorio e di San Francesco), con la guida altrettanto prestigiosa di Bernardo Nardi. Loreto, 18 febbraio 2011 Eccellenza dell’impresa nelle Marche. Il Gruppo Pigini a Loreto Nel programma Eccellenza nelle Marche è stata realizzata una visita delle aziende del Gruppo Pigini. Accolti dal fondatore Don Lamberto Pigini e accompagnati dal suo primo collaboratore e co-artefice del successo mondiale Dott. Giuseppe Casali, i Soci hanno potuto prendere a cura di Giovanni Danieli visione del mondo straordinario dell’editoria di alto livello e dei suoi tre marchi fondamentali Technostampa, Rainbow e Rotopress. La giornata si è conclusa con la visita della Basilica di Loreto, illustrata dal nostro Presidente, e del Museo Diocesano, che comprende la Pinacoteca ed una straordinaria raccolta di vasellame di farmacia. Fano 27 febbraio 2011 L’eccellenza nella Gastronomia marchigiana L’ideazione e l’organizzazione è stata di Ettore Franca, uno dei più autorevoli esperti nazionali di scienza dell’alimentazione con la collaborazione, straordinaria, di Flavio Cerioni, maestro tra i cuochi marchigiani. Ne è venuto fuori un sontuoso pasto domenicale, consumato Alla lanterna, a noi eccezionalmente riservata, con un menù di grande portata e originalità che ha spaziato dal pescato alla caccia, accompagnato da ottimi vini della miglior tradizione marchigiana. Grazie, caro Ettore, grazie, signor Cerioni. Fano, 19 marzo 2011 Solidarietà sociale Nel programma del Presidente di valorizzare quanto di eccellente vi è nella nostra regione, l’appuntamento di Fano è stato dedicato alla Solidarietà di ieri e di oggi nelle Marche, ieri con particolare riferimento alle Confraternite, quali primo esempio di assistenza sociale, ed alle Società operaie, nate nello spirito garibaldino dell’800; oggi, con l’insostituibile azione del volontariato. Sono stati relatori Marco Belogi ideatore e realizzatore dell’e- 45 vento, Grazia Calegari, che ha descritto i tesori artistici delle Confraternite, Alfredo Luzi, per la storia delle Società Operaie e Rita Materazzi, che ha portato al tema del volontariato il contributo della propria esperienza professionale. Tutti nostri Soci. Ha moderato, con la classe che gli è propria, Alberto Berardi. Macerata, 15 aprile 2011 L’editoria di cultura nelle Marche Si è svolto presso la Biblioteca Mozzi Borgetti, a cura di Maurizio Cinelli, un importante Convegno dedicato all’Editoria nella nostra regione, séguito di analogo evento sempre realizzato a Macerata da Maurizio Cinelli sui libri di autori marchigiani “freschi di stampa”. Dell’evento presentiamo il programma e, a pagina 47, alcune immagini. La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di Banca dell’Adriatico, Banca Marche, Carifano, Carisap, Co.Fer.M., Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Santoni, TVS, Umani Ronchi Le Cento Città, n. 42 L’Album di Romano Folicaldi 47 Macerata, 15 Aprile 2011, Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti L’editoria di cultura nelle Marche. Testimonianze di Editori marchigiani L’articolazione dell’incontro si è realizzata in due momenti, la visita della Esposizione di una selezione di opere degli Editori delle Marche ed il Convegno Editoria “d’eccellenza”, tra impresa e affrancamento culturale: testimonianze. Nelle immagini che seguono da sinistra a destra e dall’alto in basso: 1 - Maria Luisa Polichetti, Presidente de Le Cento Città e Romano Carancini, Sindaco di Macerata. 2- La Direttrice Alessandra Sfrappini illustra la Sala degli Specchi e la Sezione della storica Biblioteca di Macerata. 3 - Maurizio Cinelli, organizzatore della manifestazione e coordinatore dell’incontro, e Rosa Maria Boraccini dell’Università di Macerata introducono le motivazioni e gli indirizzi del convegno stesso. 4 - I Partecipanti al Convegno. 5 - Luigi Lacchè, Rettore dell’Università di Macerata, responsabile della E.U.M. 6 - Luigi Canovari di Liberilibri. 7 - Michele Casali della ELI 8 - Valentina Conti di Affinità Elettive. 9 - Gino Giommetti di Quodlibet. 10 - Andrea Livi di Andrealivi Ed. 11 - Giorgio Mangani de Il Lavoro Editoriale. 12 - Lucia Tancredi della EV. Le Cento Città, n. 42