A coloro che hanno ispirato queste pagine Flavio Violetto La donna accanto GME © 2006 GME – Medimond s.r.l. Via Maserati 5 – 40128 Bologna Allestimento editoriale a cura di Gamma Graphic – Bologna Stampato nel settembre 2006 da Editografica – Rastignano (Bo) Indice I PROMESSE DIMENTICATE .................................. 7 II ACQUA CHETA .................................................. 25 III CLAUSOLE E POSTILLE ................................... 46 IV LA V ARIA DI FAMIGLIA ............................................ 87 VI A TEMPO DEBITO ........................................... 102 VII VECCHI AMICI ................................................. 132 VIII ANGELI ............................................................. 164 IX VERTIGINI ......................................................... 183 X ARRIVI E PARTENZE ....................................... 200 PROFEZIA ................................................... 63 PROMESSE DIMENTICATE Padova Collezionista no, è un termine troppo impegnativo, e non si può dire che Salvatore collezionasse alcunché, ma conservare oggetti significativi, ricordi di circostanze che riguardavano il suo lavoro, questo sì, era carabiniere : carabiniere Floridia Salvatore, da poco promosso brigadiere. Così, ad esempio, nell’armadio di casa teneva ben protetta dalla polvere una giacca di servizio. Non l’aveva più utilizzata da quando il tessuto era stato forato durante un conflitto a fuoco. Nelle fasi concitate dell’operazione lui non si era accorto di nulla, ma il proiettile l’aveva sfiorato all’altezza dell’addome. Guardando i fori ravvicinati, uno d’entrata e l’altro di uscita, si era chiesto come fosse stato possibile non rimanere ferito, convincendosi di aver avuto una buona stella a proteggerlo in quel frangente. In ufficio teneva la fotocopia della sua prima contravvenzione. L’aveva sistemata sotto vetro in una di quelle cornici bell’e pronte, inchiodata al muro, alle spalle della sua scrivania. Sul tavolo poi, tra la tastiera del computer e il video, spostato di lato in modo che non desse noia, teneva un piccolo pupazzo che aveva suscitato qualche commento irriverente da parte dei colleghi. Si trattava di una Tartaruga Ninjia*, eretta sulle zampe posteriori, la benda su un occhio a mo’ di corsaro, sei o sette centimetri di pura plastica. Per evitare che sbadatamente qualcuno la gettasse nel cestino, Floridia le aveva procurato un piedistallo importante, staccando il basamento di marmo di una vecchia targa di partecipazio*Tartarughe antropomorfe protagoniste di racconti per ragazzi. 8 La donna accanto ne a un torneo assolutamente insignificante, e con del mastice universale vi aveva incollato il Ninjia. Per quanto incomprensibile fosse agli occhi dei carabinieri della caserma, che pure erano convinti di conoscerlo, quello era in assoluto il ricordo al quale Salvatore era più affezionato: guardava quella plastica multicolore e, se voleva, poteva anche vederci il viso sorridente di un bambino. Che tenerezza. Era successo una volta che erano in servizio, lui e il collega con cui faceva coppia, appostati controluce in un punto dove agli automobilisti veniva spontaneo correre più del consentito. Erano al termine della mattinata e di solito, a quell’ora, cercavano di non elevare contravvenzioni a quelli che, avendo i minuti contati, se ne tornavano in fretta a casa per pranzo, in modo da essere nuovamente al lavoro entro le tredici e trenta. Lui e il collega stavano già risalendo in macchina per andare pure loro a mangiare, quando avevano visto arrivare un’utilitaria con il tipico rumore di un motore imballato. “Ma che fa questo?” si era chiesto Floridia. Non che il conducente andasse particolarmente veloce, semplicemente non cambiava le marce: a sessanta o settanta chilometri orari l’auto doveva essere ancora in seconda perché il motore cantava da soprano. “Va bene – gli disse il collega che aveva scambiato con Salvatore un’occhiata eloquente – però questo è l’ultimo, d’accordo?” Floridia aveva esposto la paletta scansandosi lesto per evitare di correre rischi, e si era accostato all’auto fermatasi alcuni metri oltre, nella piazzola. “Dove va signora così di fretta?” aveva chiesto facendosi consegnare patente e libretto dalla conducente. Quella gli aveva risposto in dialetto veneto stretto sicché lui, siciliano d’origine, non aveva ben afferrato il significato della frase. “Ha visto che c’è il limite dei cinquanta in questo tratto?” aveva aggiunto allora Salvatore. Poiché la donna insisteva a non farsi capire, Floridia aveva passato i documenti al collega, originario della regione, e si era messo a controllare il bollo, le targhe, l’usura dei pneumatici…. Sui sedili posteriori, trasformati in angolo giochi, vi erano due bambini, presumibilmente fratello e sorella. La donna accanto 9 “Quando ha conseguito la patente non le hanno insegnato a usare le marce, signora?” le stava intanto chiedendo il collega. Uno dei due piccoli si era affacciato al finestrino squadrando Salvatore dalle scarpe alla visiera e dalla visiera alle scarpe, con una smorfia di sorpresa mista a compiacimento. Il bambino aveva sfoderato un ampio sorriso, stendendo il braccio nell’atto di offrirgli la tartaruga che reggeva in mano, e dopo un attimo di esitazione Salvatore non poté fare a meno di afferrarla. “Mi raccomando signora – concludeva nel frattempo l’altro – moderi la velocità e si ricordi di cambiare marcia ogni tanto.” Floridia aveva cercato gli occhi del collega per verificare a che punto fosse, ma non aveva fatto in tempo a gettare il pupazzo nell’auto, che la signora era già ripartita sgommando. “Allora?” aveva domandato Salvatore colto alla sprovvista. “Va di fretta perché se il marito torna a casa e non trova il pranzo pronto la picchia” gli aveva riferito il compagno. Quadretto famigliare eloquente. “E tu? Che ci fai con quel mostriciattolo?” gli aveva chiesto il collega osservando divertito il pupazzo che Salvatore teneva in mano. “Ne aveva tanti!….. Me l’ha regalato.” aveva risposto lui evasivo. In un’altra occasione, gli era capitato di fermare una ragazza che aveva appena conseguito la patente. Era alla guida di una vecchia Golf nera: minigonne, cerchi in lega, pneumatici ribassati e fendinebbia grossi come fotoelettriche. Quando la giovane aveva aperto la portiera per scendere, Salvatore era stato colpito da una musica dolce e calda che veniva dalle calotte woofer e twitter. L’autovettura non era sua, ancora, ma stava per ereditarla dal fratello che aveva approfittato della neopatentata in famiglia per comperare un’auto nuova per sé. A breve avrebbero fatto il passaggio di proprietà. Nel presentare patente e libretto la ragazza aveva fatto inavvertitamente cadere a terra una foto tessera. A controllo terminato, Salvatore l’aveva salutata raccomandandole prudenza e chiedendole di chi fosse quella musica che stava ascoltando. “Enya – aveva risposto – Enya la celtica*.” *Enya: cantautrice new age. 10 La donna accanto Non appena la ragazza si era allontanata, Salvatore aveva notato la foto a terra; l’aveva raccolta e messa in tasca. Dalla tasca era finita quindi nel portamonete, con i suoi documenti di identità, e lì era rimasta. *** Quando Floridia non poteva udirli, i colleghi lo chiamavano Pongo. Il soprannome non aveva niente a che vedere con l’idea di un bonaccione, tutt’altro. Salvatore aveva un fisico prestante, solido e asciutto, ben piantato. Carnagione olivastra, capelli neri ondulati, sempre curati, occhi neri infossati; quando portava gli occhiali scuri sembrava un tipo poco raccomandabile. Eppure quel soprannome gli si addiceva, nel senso di duro con il cuore di plastilina. Era stato un collega che un giorno aveva notato come Salvatore cambiasse radicalmente atteggiamento a seconda di chi si trovava davanti. “Con i tipi freddi e calcolatori Floridia diventa gelido e duro come il granito – aveva osservato il sottufficiale della squadra. – Mi ricorda il pongo di mio figlio: se lo metti al caldo si scioglie, ma se lo esponi al freddo diventa indeformabile, al massimo lo puoi tagliare. Salvatore detto Pongo” aveva commentato infine scherzando, e traendo una conclusione bislacca da un ragionamento plausibile. Si sa che certi caratteri sono forti con i deboli e deboli con i forti; ebbene, Salvatore aveva un cuore nobile e reagiva all’opposto. Lui si irrigidiva con i forti e i superbi, difendeva le proprie scelte, lottava per far prevalere ciò che considerava più giusto, o comunque più opportuno. Con i deboli e gli indifesi, al contrario, nascondeva il lato volitivo e spigoloso del suo carattere per non spaventarli, per riuscire a comprendere anche le loro ragioni e i loro punti di vista. Questo non gli impediva di essere imparziale, non in senso assoluto beninteso, ma rispetto ai propri parametri di giudizio. Onestà, poteva essere una delle caratteristiche appropriate per descriverlo. Onesto verso se stesso e verso gli altri, mai cinico, sempre disponibile. Salvatore era a conoscenza del curioso attributo che gli era stato affibbiato, ma non se ne crucciava più di tanto. Quelle rare volte che 11 La donna accanto aveva colto i colleghi in fragrante s’era fatto una risata assieme a loro. Comunque, riguardo al comportamento di Floridia, gli altri non sapevano proprio spiegarsi la tolleranza nei confronti dei ragazzi che scorazzavano spericolati per le strade. Avrebbero immaginato che proprio Salvatore, che figli non ne aveva, fosse perciò meno comprensivo e più severo con i monelli su due ruote, invece era più cauto e accomodante di chi i figli li aveva. Di certe cose i colleghi non sapevano darsi una spiegazione, ma era perché non potevano immaginare che alcune delle caratteristiche più apprezzate in Salvatore erano il risultato di un lavoro di maglio al quale la vita l’aveva sottoposto quand’era ancora giovane, lontano, nella sua Catania. **** Il brigadiere Floridia Salvatore veniva da una giovinezza di ristrettezze, a tratti burrascosa come il mare di Sicilia, come le correnti insidiose tra Scilla e Cariddi. Avrebbe anche potuto perdersi e perire tra i flutti, abbagliato dalle sirene che sempre incontra chi si inoltra nella vita. Salvatore era il secondo di due fratelli, la famiglia povera, ma non disperata: il padre manovale edile, la madre operaia a ore in una stireria, un affitto popolare. Raggiunta l’età per tenere in mano una cassetta di frutta, il giovane Salvatore si era adattato a lavori stagionali per guadagnare qualcosa, per dare una mano in casa, come faceva suo fratello, e poter uscire con qualche soldo in tasca la sera in piazzetta, dove si radunavano i coetanei. Partecipava alla raccolta dell’uva e delle arance, a mezza giornata. Uscito da scuola passava per casa, ma non pranzava a tavola, mangiava per strada, seduto in bicicletta come i corridori al giro d’Italia. Solo che lui non faceva nessun giro, si fermava invece nelle campagne attorno alla città. Andava e veniva come fanno gli autobus e, benché la zona variasse a seconda delle colture, lui andava, raccoglieva e poi tornava per la stessa strada. Il sabato e la domenica lavorava a giornata intera. La paga però non dipendeva da quante ore stava nei frutteti, bensì da quante cassette 12 La donna accanto riusciva a mettere sul carretto trainato dai cavalli: un tanto a cassetta. L’uomo che conduceva i cavalli teneva il foglio con i nomi dei braccianti, e a fianco del nome registrava ogni cassetta con una x, sicché a fine giornata Salvatore si metteva in fila lungo i muriccioli a secco per ricevere la paga dai tenutari, seduti sotto gli alberi con le loro belle camicie bianche e asciutte. Tra l’uva e le arance lui preferiva la raccolta dell’uva, perché non serviva la scala. Non che temesse l’altezza o avesse difficoltà a stare proteso sui rami. Era che lui una scala non poteva portarsela dietro, e a dire il vero non ce l’aveva nemmeno. Perciò gli trattenevano una percentuale su ogni cassetta di raccolto se usufruiva di una scala presa a prestito sul posto. E non c’era modo di fare altrimenti, perché quando uno appoggiava la cassetta vuota sotto un albero quello era suo e le arance mature andavano staccate tutte, anche se pendevano dai rami più alti. Poi, quando non c’era la frutta da raccogliere, dal banco di una pasticceria lungomare Salvatore serviva gelati e granite ai turisti e alle coppie che passeggiavano per godersi la brezza e lo spettacolo del mare blu. Tolti i soldi dati in casa, con il rimanente della paga Salvatore fantasticava di comperarsi il motorino. Lui stava molto accorto a maneggiare il denaro, non come certi tipi che spendevano a occhi chiusi. Li incontrava intorno al bar della piazzetta dove si radunavano i ragazzi dell’ultimo quartiere ovest. Alcuni il motorino lo avevano già, e un ragazzo in particolare ne aveva sempre di nuovi e sempre più belli. Come facesse poi, Salvatore se lo chiedeva con un po’ di rabbia. Veramente un serio dubbio sull’origine di quell’agiatezza gli era venuto, anche perché a guardarlo bene, questo qui, gli pareva che non avesse niente più di lui. Lo scrutava con gli occhi di chi sa quanto pesa una cassetta d’uva, e diceva a se stesso che quello non poteva certo raccogliere più frutta di quanta ne raccoglieva lui. Questo ragazzo si faceva chiamare Scheggia e stava sempre assieme a un altro soprannominato Denti, per via del labbro superiore piccolo e corto, insufficiente a chiudere bene la bocca, cosicché si vedevano sempre gli incisivi anche quando stava zitto. Motorino tirato a lucido, agghindati che parevano dei signorini, La donna accanto 13 offrivano sempre da fumare a tutti e non erano mai sprovvisti di pezzi grossi. Una sera in piazzetta era arrivato solo Scheggia, senza Denti. Nel gruppo nessuno vi aveva dedicato più di una battuta, tutti intenti a fumare, a bere, a guardare le ragazze che giravano al largo sull’altro lato della piazza. Di punto in bianco era stato Scheggia a chiamare in disparte Salvatore, nell’ultimo tavolino in fondo che aveva le sedie impolverate perché nessuno le usava mai. Semi nascosto dietro grossi vasi in ghiaino lavato che ospitavano degli alberelli potati a fungo, gli aveva chiesto se voleva lavorare per lui. “Capisci – gli aveva spiegato appoggiandogli una mano sulla spalla – Denti si è ritirato.” “E perché si è ritirato?” aveva chiesto il giovane Floridia. “Ecchennesò, mi ha piantato in asso” aveva aggiunto l’altro sogghignando e mostrando i denti. “Io mica c’entro qualcosa?” Si era premurosamente informato Salvatore mettendo le mani avanti. “Nooo, ci mancherebbe. È un’offerta che ti faccio!” “Ma scusa, tu continua col tuo lavoro, no?” “È che per lavorare bene bisogna essere in due.” “E che lavoro sarebbe?” aveva chiesto Floridia arrivando finalmente al dunque. “Ti basta afferrare la borsetta e tirare” era stata la risposta telegrafica di Scheggia. “E perché vieni a chiederlo proprio a me?” “Questa è la tua occasione – si era prodigato il piccolo teppista. – Aho! Questo mica è un lavoro da femminucce. È da un pezzo che ti tengo d’occhio. Tu tieni le braccia forti ed è quello che serve!” Salvatore era incredulo e spaventato, non sapeva cosa pensare. “Allora si fa, d’accordo?” concluse Scheggia tendendo la mano per suggellare il patto. “No, aspetta. Non l’ho mai fatto, non me la sento; no, no, non fa per me, chiedilo a qualcun altro, non me la sento.” “Eeecché, per chi mi hai preso? – aveva replicato l’altro con un tono da sceneggiata. – Aho! Il qui presente Scheggia ha pensato a tutto! Vedrai, è facile e si guadagna bene. Facciamo delle prove prima, così non ci sono problemi; vabbene?” 14 La donna accanto Salvatore lo fissava perplesso. “E per quanto vuoi continuare a spingere la bicicletta? Tu il motorino lo vuoi, no?” continuava il teppistello pungendolo sul vivo. Fu così che in cambio di una borsetta rubata nuova di zecca, Scheggia aveva convinto la sorella di un amico a prestarsi per alcune simulazioni. La ragazza, che s’era calata bene nella parte, aveva opposto resistenza per non farsela portare via, sicché era stata strattonata riportando un livido sul polso e sulla mano. Anche Salvatore per poco non aveva perso l’equilibrio rischiando di cadere dal motorino. “Devi aggrapparti a me – gli spiegava Scheggia. – Con una mano ti aggrappi, così ti puoi sporgere di più e non corri il rischio di cadere, anche se lei non molla.” In un certo senso anche quello era un lavoro stagionale perché avrebbero puntato soltanto ai turisti, evitando accuratamente di arrecare noie ai catanesi. La paga era più che generosa: con una sola passata capitava di guadagnare quanto Salvatore riusciva a mettere assieme con tutta la raccolta delle arance. Alcune precauzioni: Scheggia e Salvatore non si sarebbero mai dati appuntamento nello stesso posto, ma avrebbero deciso, prima di separarsi, dove trovarsi la volta successiva. Con la pioggia o con le strade viscide l’attività era sospesa. Salvatore doveva procurarsi dei guanti e un fazzoletto da alzare fin sotto gli occhi al momento dell’azione. Non più di una passata a sera; si sarebbe fatto a metà dei contanti, mentre gli oggetti di valore erano per Scheggia. Dopo alcune settimane Salvatore aveva già messo da parte a sufficienza per comperare un motorino dei migliori. A casa non s’erano accorti di nulla. Lui rientrava entro le nove e mezza, dieci di sera al massimo. Teneva i soldi nella camera che condivideva col fratello, infilati nell’intercapedine dell’armadio, raccolti in una mazzetta legata con un filo utile per recuperarli. Ben presto, però, il mattoncino di banconote non passava più per l’intercapedine, e Salvatore era stato costretto a iniziare una seconda mazzetta che nascondeva sotto il fondo della cassettiera. Era inquieto. Tuttavia il giovane Floridia si trovò di fronte un problema che all’inizio non l’aveva neppure sfiorato: si era reso conto che non La donna accanto 15 avrebbe potuto in nessun caso spendere quei soldi per acquistare il motorino. Come l’avrebbe giustificato davanti ai genitori? La famiglia aveva difficoltà a far quadrare il bilancio di fine mese; era quanto meno prevedibile che i suoi gli avrebbero chiesto dove avesse trovato tutto quel denaro. Cosa avrebbe risposto? Venuto meno il miraggio del ciclomotore, a Salvatore era parso chiaro che continuare a scippare diventava un rischio inutile. Li aveva ben visti i vigili, i carabinieri e la polizia girare per la città nel tentativo di arginare la micro criminalità che danneggiava tutto l’indotto del turismo. “Con questa settimana io chiudo” aveva annunciato pertanto al compagno una sera, mentre prendevano posizione all’angolo del parcheggio, dietro la cattedrale. Per giorni aveva meditato sul modo migliore di dirglielo, non era così semplice ritirarsi una volta entrati nel giro. “Breve e deciso”, si era ripromesso, pensando di comunicare la novità in modo che Scheggia si trovasse di fronte al fatto compiuto. A quella notizia il socio lo aveva guardato accigliato, con l’angolo della bocca contratto, acido come avesse succhiato del limone. “I soldi per il motorino adesso li ho – aveva continuato Salvatore – e mi sono preso degli altri impegni; insomma per me basta così.” “Ecché sarà mai! Sul più bello che hai imparato vuoi andartene?” Aveva cercato di arginarlo Scheggia con l’aria di un imbonitore. Negli istanti di silenzio seguenti, Salvatore si era illuso di essere riuscito nell’intento. Ma si sbagliava. Aveva visto la rabbia trattenuta a stento filtrare come uno spiffero dagli occhi di Scheggia che cercavano di intercettare i suoi per stabilire un contatto stretto, un corpo a corpo visivo nel quale far valere la prevaricazione sulle parole attentamente soppesate. Poi, Scheggia aveva ripreso il discorso assumendo quel tono che vuole imprimere soggezione. “No! – aveva ringhiato. – Tu adesso non mi pianti così: finisci la stagione … e poi ne riparliamo.” La storia degli altri impegni Salvatore se l’era inventata per non fare la figura di quello che non mantiene la parola e tradisce l’amico. Ma Scheggia non voleva sentire ragioni. Alla fine, siccome Sal- 16 La donna accanto vatore era deciso a mollare, l’altro era giunto a minacciarlo, dicendogli che gli avrebbe fatto terra bruciata intorno, e che non avrebbe trovato più nessuno disposto a dargli retta. Impressionato e intimorito da tanta aggressività, Floridia aveva accettato di continuare, a patto che Scheggia si fosse cercato al più presto un altro compagno. **** Come un guscio in mezzo al mare, la vita può virare bruscamente puntando verso una destinazione ignota. Guardandosi attorno, apparentemente non cambia nulla: lo stesso cielo, le stesse onde; ma la rotta nondimeno è mutata e l’approdo imprevisto verrà svelato un giorno lontano. Era una serata di metà settembre, temperatura gradevole, strade affollate, passeggiate sul lungomare, degustazione di gelati e granite. “Eccola finalmente” – sibilò Scheggia sbavando leggermente da un angolo della bocca. La stavano seguendo da quasi un’ora, in attesa del momento propizio per strapparle la borsetta. L’estenuante appostamento itinerante aveva avuto l’effetto di montare al limite l’inquietudine di Salvatore, tanto che non riusciva più a stare seduto sul sellino. Non era mai capitato che Scheggia si intestardisse tanto per una in particolare. Ma questa ….. Questa non voleva proprio farsela scappare: tipo svedese, firmata, tacchi alti, calze a rete e un luccicare di gioielli! Schiave alle caviglie e bracciali ai polsi. Tutto di lei gli diceva che la borsetta portata con disinvoltura non era una grossa tasca di cuoio decorato, ma una cassaforte. “Lasciamola perdere, non vedi che ha sempre qualcuno che le ronza intorno” tentò di dissuaderlo Salvatore. “Dovrà pur tornare in albergo!” si intestardiva Scheggia. Era l’imbrunire quando entrarono in azione. Il desiderio di mettere le mani su una preda ricca aveva indotto Scheggia ad assumersi qualche rischio in più del solito, spingendolo ad agire anche se avevano notato degli sbirri nei paraggi. Si trovavano giusto a ridosso del centro storico: raggiunsero la donna alle spalle percorrendo una via contromano e dopo averle strappato La donna accanto 17 la borsetta scesero dal marciapiede come da un trampolino, costringendo un’auto in transito a sterzare bruscamente per evitarli finendo la sua corsa contro un’altra che sopraggiungeva in senso contrario. Proprio in quel momento sbucò una pattuglia di carabinieri i quali, compiuta una spettacolare inversione di marcia, accesero il lampeggiante e diedero fiato alla sirena mettendosi all’inseguimento del motorino. Per seminare gli agenti, Scheggia si infilava spericolato nelle vie pedonali, ma in uscita veniva intercettato da un altro mezzo di pubblica sicurezza. Nella foga svoltò per il corso che dal centro porta verso il lungomare. Lì era più difficile dileguarsi. Stavano percorrendo alla massima velocità il viale in direzione Ognina, quando furono affiancati da una volante che iniziò a stringerli di lato, per indurli a fermarsi. D’istinto, Scheggia scartò imboccando uno scivolo che conduceva a pochi metri di spiaggia protetta dal frangiflutti. Erano in trappola. Abbandonato il motorino, i due erano balzati come molle sulla massicciata. Salvatore, che per il panico stringeva ancora la borsetta, la scaraventò lontano, cercando scampo negli anfratti tra i blocchi di cemento. Tuttavia gli sbirri erano sopraggiunti con le torce sicché, per non farsi prendere, i ragazzi erano dovuti entrare in acqua allontanandosi da riva. Il signorino però, dopo pochi minuti di lamentazioni frammiste a imprecazioni, era tornato a terra, dove i poliziotti lo aspettavano con comodo. Salvatore invece non s’era dato per vinto e aveva iniziato a nuotare verso il largo. I vestiti gli davano noia, ma pensò di non toglierli, se voleva tornare a casa prima o poi. Invece si tolse le scarpe perché lo tiravano verso il fondo: le sfilò e le lasciò scomparire nell’acqua scura. Solo quando fu a un centinaio di metri da riva pensò di essere momentaneamente al sicuro. Mentalmente, Salvatore stava cercando di organizzare la propria sopravvivenza. “E se quelli mi aspettano fino a domattina?” – pensava. – “Sarebbe meglio spostarsi e sgattaiolare in un’altra zona della città. Magari a sud da dove faccio prima a tornare a casa.” Allora si era messo a nuotare in direzione del molo di levante. Era stanco ma non aveva scelta. L’orologio al polso si era fermato e non sapeva più che ore fossero. Stava steso sul dorso a prendere fiato, 18 La donna accanto quindi pinnava mani e braccia per qualche minuto e poi si riposava nuovamente. Le massicciate non si vedevano, ma la posizione da terra era indicata dalle luci del lungomare. L’acqua era fredda. Improvvisamente si accorse di essere sulla traiettoria delle barche che uscivano dal porto per la battuta di pesca e cominciò a dare di braccia vigorosamente per evitare di essere travolto, come aveva visto tante volte nei film. “Nei film, però – recriminava mentalmente – sono sempre i cattivi a finire male.” Lui invece non era cattivo. I cattivi erano quelli che lo stavano aspettando laggiù. Loro erano in tanti, mentre lui era solo … Solo e stanco… Guardò in alto e vide le nuvole illuminate dalla luna. Si fece mezzanotte, poi le due, e poi …. **** Non vedendolo rincasare, in famiglia si erano ovviamente agitati; anche suo fratello perentoriamente spedito a letto dalle urla del padre. Dopo un’angosciosa attesa, quando ormai era notte fonda, il papà aveva deciso di uscire per le strade alla ricerca del figlio, mentre la mamma Assunta, con il cuore in gola si era inginocchiata in preghiera davanti al crocefisso appeso in cucina. Quello era un momento di quelli che si vorrebbe non arrivassero mai, quando l’immaginazione galoppa frustata dalla paura, e alla mente di un genitore tutto appare plausibile. Uno di quei momenti in cui una madre può immaginare qualsiasi cosa, e subito dopo sperare il contrario. Proprio quando l’angoscia la stava paralizzando, togliendole il polso e la lucidità, Assunta si decise ad appellarsi ai regni dove credeva che tutto fosse possibile. “Oh Gesù, Giuseppe, Maria! – aveva pregato ad alta voce, – fatemi la grazia che il figlio mio torni a casa sano e salvo. Se mi fate questa grazia lo farò andare in processione per Sant’Agata* vestito solo di sacco.” *La processione che si tiene agli inizi di febbraio in onore di Sant’Agata, patrona di Catania. La donna accanto 19 Quel poco che conosceva delle promesse fatte a Dio, Assunta lo aveva appreso in modo approssimativo dagli ex voto; perciò non era pienamente consapevole di ciò che aveva fatto. Del voto sapeva solamente che si trattava di un impegno giudicato adeguato a ciò che si desidera ottenere da Sua Signoria. Per quel sentimento di identificazione che vincola naturalmente la madre al figlio, la donna aveva perciò frainteso il valore di sacrificio e di purificazione insito nella promessa. Non le era balenato neppure per un istante l’opportunità di una qualsiasi rinuncia in prima persona in cambio della grazia: magari diradare i rapporti col marito, oppure evitare i dolci, andare a messa ogni mattina, smetterla con i pettegolezzi, essere più gentile in stireria. Assunta il voto lo aveva fatto sul figlio in quanto, per suo tramite, sentiva di essere lei stessa a compierlo. Anzi, a suo giudizio, quella promessa era tanto più preziosa in quanto infliggeva una penitenza alla pupilla stessa dei suoi occhi, quasi che la mortificazione del figlio fosse, quella sì, la prova di una profonda rinuncia personale. Certo si può chiedere una grazia per altri ma il favore, se così si può dire, va sempre inteso come fatto a chi lo chiede, non a chi lo riceve, e pertanto nell’espletamento del voto non è il caso di coinvolgere altri se non che se stessi. Ma questo Assunta non lo sapeva. Fatto sta che, suo malgrado, a Salvatore sarebbe toccato essere termine di scambio per qualcosa che certamente lo riguardava, ma per la quale non aveva espresso alcuna richiesta. Il ragazzo avrebbe così conosciuto il lato dell’amore che viene facilmente indotto all’errore, quello che induce a implorare: Dio ti prego, fa che non sia mio figlio. Un amore fragile, comprensibilmente umano, così diverso dall’Amore Perfetto davanti al quale tutti i figli sono uguali. Ciò che tuttavia si sarebbe rivelato ancora più grave in seguito, fu che nella dichiarazione di voto Assunta non aveva stabilito un lasso temporale di validità; in altre parole non aveva specificato la durata del contratto. Non aveva detto: mio figlio andrà in processione per Sant’Agata vestito solo di sacco per dieci anni; oppure fino all’età di diciotto anni, o anche fino a quando prenderà moglie. No, aveva detto soltanto: lo farò andare in processione per Sant’Agata vestito di sacco. Nell’antichità questa svista avrebbe potuto significare incorrere 20 La donna accanto inevitabilmente nelle ire di un Dio lontano e terribile. Ma fortunatamente, da qualche tempo era in vigore la legge del Nuovo Testamento, quella che pone al centro della normativa universale l’Amore che accetta e valorizza tutto, quello che attraverso l’alchimia della vita trasforma il piombo in oro, e la carne tremula nel tempio dello spirito. Ma anche questo Assunta non lo sapeva. Per lei Dio era un’entità esigente e vendicativa. E sarebbe stato proprio per evitare le sue ire che un giorno lei avrebbe preso il posto del figlio nella processione, riconducendo l’adempimento del voto sui binari che gli sono propri. Forse proprio questo stava scritto nella sua via di consapevolezza. Forse anche in questo stava l’alchimia predisposta per la sua vita. Comunque sia, mentre la madre gettava le basi per un futuro contrasto col figlio, e il padre girava come uno stornello per le vie di Catania, l’unico pensiero di Salvatore era quello di arrivare vivo alla sponda sud della città. La luna era occultata dalle nuvole e si era fatto ancora più buio quando l’aveva assalito la paura di addormentarsi e annegare. Pensò che prima di perdere completamente le forze gli conveniva dirigersi verso riva, che poteva distare cinque, seicento metri, o forse un chilometro. Aveva continuato a nuotare senza una precisa cognizione del tempo. Il mare era calmo, l’acqua gli aveva intasato i condotti uditivi rendendolo completamente sordo. Percepiva solo il pulsare del proprio cuore, incassato nel corpo intirizzito e stremato. Cominciava ad albeggiare quando finalmente era riuscito ad aggrapparsi agli scogli e, barcollando, aveva guadagnato il marciapiede dirigendosi d’intuito verso la zona di casa. Scalzo, con la maglietta e i pantaloni appiccicati sulla pelle, temeva di destare sospetti. Aggirando gli incroci e le strade principali si era diretto verso il suo quartiere percorrendo vie secondarie, facendo appello alle ultime forze che gli erano rimaste. In casa avevano appena terminato una colazione nervosa: solo suo fratello era riuscito a mettere sotto i denti qualcosa di solido. I genitori avevano deciso di denunciarne la scomparsa ai carabinieri. Salvatore suonò il campanello proprio mentre suo padre stava uscendo nuovamente, dopo la notte passata nell’inutile ricerca. La donna accanto 21 Appoggiato al portoncino d’ingresso, il ragazzo attendeva lo scatto della serratura che l’avrebbe definitivamente sottratto a quella avventura da incubo, ma lo scatto non fece in tempo ad arrivare poiché il portoncino si aprì inaspettatamente e lui si trovò davanti suo padre, incredulo. L’incredulità durò tuttavia solo un istante, il tempo di flettere il braccio e sferrare un paio di ceffoni: il primo scaraventò Salvatore a terra, mentre il secondo andò a vuoto, dato che il capofamiglia, accecato da un impeto d’ira, non s’era accorto che il figlio stava già accasciato come un pulcino contro il muro. Poi, senza proferire parola e senza neanche voltarsi, l’uomo se ne andò al lavoro. Subito dopo era arrivata la madre che, mentre tentava di rialzarlo, alternava domande concitate a scoppi di pianto e ringraziamenti alla Vergine Beata, a Gesù Santissimo e a Sant’Agata, che Dio la benedica. Siccome Salvatore non riusciva a reggersi in piedi lei lo trascinò fin sotto le scale, poi chiamò l’altro figlio perché l’aiutasse a portarlo di sopra. Gli tolsero i vestiti fradici e, avvolto in un accappatoio, lo avevano infilato a letto; gli avevano chiesto come stava, ma Salvatore non sentiva più niente. Poi Assunta tornò a tastarlo, per accertarsi che si stesse scaldando, ma sentendolo ancora gelido aveva messo sul fuoco dell’acqua per inzupparvi degli asciugamani da stendere sulla schiena e sul torace, finché lui rinvenne. Gli preparò del caffé d’orzo e poi del caffé vero. Verso mezzogiorno Salvatore sembrava stare meglio, ma iniziò a tossire, sempre più forte. Verso sera sputava catarro, era squassato da una tosse violenta e faceva fatica a respirare. Passò la notte in quelle condizioni. Gli avevano dato l’aspirina e qualche altra pastiglia per l’influenza dell’anno prima, ma la mattina seguente invece di stare meglio stava peggio: aveva la febbre alta. Allora si decisero a chiamare l’ambulanza per portarlo in ospedale. Alle domande su cosa avesse e quali fossero le cause degli arti con evidenti segni di stasi sanguigna, Assunta non aveva saputo rispondere. In effetti l’avevano visto fradicio, ma non potevano immaginare che fosse rimasto in ammollo per tante ore in acqua fredda. Lui farneticava. Gli somministrarono dei sedativi e farmaci per stimolare la circolazione. 22 La donna accanto Quella volta gli andò bene: la polmonite fu trattata con massicce dosi di antibiotico e nel giro di qualche giorno fu dimesso. Ma lo spavento era stato grande. **** Scheggia tenne la bocca chiusa. Gli agenti lo pressarono più volte per avere il nome dell’altro, ma lui niente; essendo seriamente intenzionato a costruirsi una posizione solida nell’ambiente, il ragazzo aveva fin troppo presente la necessità di crearsi la fama di duro affidabile, uno di quelli che se ti metti dalla sua parte puoi stare sicuro. Uno che la sorte degli amici se la prende a cuore, però esige fedeltà e dedizione completa in cambio. Se l’era cavata con qualche mese di carcere minorile dove aveva ritrovato l’amico Denti che stava per uscire Il giovane Floridia invece da quella storia era uscito pulito, anche se per poco non ci rimaneva. Suo padre si rifiutò di sapere cosa gli fosse successo, sua madre si accontentò di riaverlo sano. A Salvatore, tuttavia, il conto da pagare per quella faccenda sarebbe arrivato in seguito, a rate inesorabili, anche quando egli si era ormai scordato del debito. **** Erano i primi giorni di febbraio quando, una sera, il giovane Salvatore trovò un sacco di canapa steso sul proprio letto. “Provalo, – gli disse la madre – che vedo come ti sta.” Alla richiesta di una spiegazione, Assunta aveva tagliato corto dicendo che era necessario ringraziare per la mano santa che lo aveva protetto, e che lui doveva assolutamente partecipare alla processione di Sant’Agata con quella tela addosso, e poco o nulla sotto. Ovviamente il ragazzo non era d’accordo, ma alla fine fu costretto a cedere perché più che una richiesta quello suonava come un ordine. Tutto sommato, la sua prima volta in processione fu un’esperienza come un’altra, trovandosi al centro di una scena alla quale aveva sempre assistito da spettatore. Non faceva neppure freddo e Salvatore, nel folto di quelli che seguivano il baldacchino, si era svagato La donna accanto 23 a osservare da vicino i partecipanti; il resto della cerimonia lo aveva lasciato indifferente, se non fosse stato per la ruvidità del sacco, la fatica di reggere il candelone per tanto tempo e l’attenzione a evitare le gocce di cera bollente. L’anno seguente invece faceva freddo e la processione gli era risultata penosa. Era accaduto inoltre che egli aveva iniziato a fare il filo a una ragazza la quale, avendolo per caso visto sfilare come un monaco, si era poi negata e non aveva più voluto saperne di lui. Era quindi tornato alla carica con sua madre per cercare di evitare la processione l’anno successivo e questa volta l’aveva messa giù dura, sicché Assunta era stata costretta a confidargli la faccenda del voto fatto la notte che era scomparso. Lui ne era rimasto scioccato: voleva bene a sua madre e desiderava accontentarla, ma contemporaneamente rifiutava quel fardello che non sentiva suo. Provava un senso di ribellione verso il mondo. Avrebbe voluto modificare una realtà che non apprezzava, che non condivideva e che, per molti aspetti, non riusciva neppure a giustificare. Non era tanto la processione in sé a renderlo insofferente, ma tutto quello che essa rappresentava, ivi comprese le condizioni in cui lui e la sua famiglia vivevano. Si sentiva realmente erede di una condizione infelice, di obblighi contratti contro la sua volontà e odiava tutto ciò che rendeva possibile quello stato di cose. Comunque, non essendo in grado di opporsi al mondo in cui viveva, aveva finito con il convincersi che l’unica alternativa era sottrarsi ad esso. Per questo sognava di andarsene, gli fosse anche costato lasciarsi alle spalle gli unici punti di riferimento che lo sorreggevano. Iniziò quindi a elaborare fantasiosi piani di fuga per allontanarsi da un ambiente che percepiva sempre più opprimente. Ma quei piani erano destinati a rimanere inattuati finché non fosse arrivato un aiuto esterno. Una volta conseguito il diploma di perito meccanico, l’occasione propizia era giunta col servizio di leva: aveva già deciso che dopo i dodici mesi obbligatori si sarebbe arruolato nell’arma dei Carabinieri. Pensava così di trovare una nuova casa e un ambiente che potesse surrogare in qualche modo la protezione che offre una famiglia. “Mi raccomando! – aveva gridato la madre al telefono – fatti dare la licenza per Sant’Agata.” 24 La donna accanto “Vacci tu al posto mio” aveva risposto lui sbattendo giù il ricevitore. La licenza per la processione non l’aveva chiesta, cosicché alla sfilata era stata costretta ad andarci Assunta, e quella fu la prima di una lunga serie di processioni: vestita di sacco, con il cero in mano. D’altro canto, lei sentiva che quello era un ripiego adatto solo a sviare le ire del Signore causate da una promessa non mantenuta. Questo era il timore che l’avrebbe accompagnata finché avesse avuto la forza di seguire il baldacchino. Dal semplice sentire religioso di Assunta, scaturiva l’intuizione che un debito non onorato secondo i patti avrebbe dovuto essere comunque pagato altrimenti. 25 La donna accanto ACQUA CHETA All’uniforme da carabiniere Salvatore doveva molto. L’ambiente dell’Arma era duro ed esigente, com’è logico che sia, ma soprattutto sano e per certi versi protettivo, quasi familiare, nel senso che a fronte di ruoli ben definiti non vi erano questioni lasciate all’improvvisazione e c’era sempre qualcuno che si occupava del buon andamento generale. Da carabiniere, egli aveva anche potuto integrare parzialmente la sua istruzione alquanto limitata e crescere professionalmente. Indossare la divisa gli aveva offerto l’opportunità di uscire da una condizione sociale di sostanziale emarginazione; in altre parole aveva potuto immaginare un futuro per sé, e tentare di costruirlo. E questo è già molto per un uomo. Ma c’era qualcosa di ancora più prezioso per la quale Salvatore doveva molta gratitudine a quel capo di sartoria ben confezionato: sua moglie. Se non fosse stato carabiniere probabilmente non l’avrebbe mai incontrata. In quel periodo aveva per compagno un certo Guido, anch’egli meridionale, comunque meno meridionale di lui in quanto veniva da un piccolo paese del leccese. Salvatore lo prendeva in giro per via del Tavoliere. “In tutto il mondo la terra piatta si chiama pianura – declamava divertito Salvatore ogni qualvolta c’era la possibilità di metterlo alla berlina – ma attenti, non in Puglia! No, perché loro sono ‘dddippiù’: loro hanno il Tavoliere.” E giù a ridere “Ma stai zitto stai – replicava Guido – che in quanto a essere ‘dddippiù’ voi siciliani camminate almeno una spanna sopra a tutti.” “Eppeffozza – si divertiva Salvy, (Guido era l’unico che aveva il permesso di chiamarlo così) – noi sui tavolieri ci tagliamo il pane, il 26 La donna accanto formaggio, ci affettiamo i salumi; voi invece ci costruite le case e le città sui tavolieri. E che case e che città potranno mai essere quelle costruite su un tavoliere!” E giù a sghignazzare. Si trovavano bene a lavorare in coppia: Salvatore classe 1958 e Guido classe ‘57, ma siccome Salvatore vantava qualche mese di anzianità più dell’amico, a parità di grado era lui il capo pattuglia. Con alcuni anni di esperienza maturati in giro per l’Italia non paventavano di affrontare alcuna situazione si presentasse e avevano accettato volentieri di svolgere del lavoro notturno extra, rispetto a quanto previsto da contratto, perché così guadagnavano di più, e per due scapoli come loro non c’erano problemi d’orario. Una notte giunse la segnalazione di una rissa presso la discoteca della zona. Al volante c’era Guido, che in quanto a pestare sull’acceleratore andava alla grande, tanto che Salvatore a volte lo riprendeva. Corsero come saette ma arrivarono sul posto quando il peggio era passato. Come spesso accade, la lite era scoppiata per dei complimenti grassi alla bambola di qualcun altro. Gli amici degli uni a dare man forte contro gli amici degli altri. E le ragazze a gridare, a gesticolare, a dirgli di smetterla e a scansarsi quando rischiavano di essere travolte. Il tragicomico era che i due buttafuori, invece di sedare gli animi, se le erano date l’un l’altro senza ritegno. Nella foga i facinorosi avevano ammaccato un’auto in sosta. Calci pugni e qualche colpo proibito, finché a uno scemo era venuta l’idea di spaccare una bottiglia di birra per emulare i balordi del Bronxe, quelli duri, sicché una delle tante teste calde, evidentemente il predestinato, era stato trasportato in ospedale in tutta fretta per tamponare il sangue e per cucirgli addosso delle cerniere di punti. Menare un ceffone o un pugno non è propriamente lo stesso che cercare di svenare il prossimo con un’arma impropria come dei cocci di vetro. La prima è una ragazzata, o uno sfogo sul quale, volendo, si potrebbe sorvolare; nel secondo caso invece si passa dalle lesioni personali al tentato omicidio. Quanti ne sono successi di fattacci iniziati con uno spintone e terminati all’obitorio! In questi casi gli agenti in pattuglia hanno l’ordine di non trascurare nulla e il permesso di usare la mano pesante. Le testimonianze da raccogliere per stabilire le responsabilità erano molte, e il lavoro non poteva essere fatto tutto quella stessa notte. La donna accanto 27 Alcune persone erano state sentite subito mentre altre, una volta date le generalità, erano state invitate a presentarsi l’indomani presso la stazione dei carabinieri per rilasciare la loro versione dei fatti. Preso com’era dagli accertamenti, quella notte Salvatore non aveva fatto molto caso a una certa ragazza, ma quando il giorno dopo lei gli si sedette davanti per la deposizione, la saliva gli andò di traverso. Stava composta, rinunciando alla posa provocante e scontata delle gambe accavallate. Non ne aveva assolutamente bisogno, considerata l’ampia dotazione di cui disponeva per sedurre. Confermate le generalità, Salvatore iniziò a porle alcune domande di rito. “Dunque, signorina Enza, come mai si trovava presso la discoteca Nouvel Accord ieri sera?” “Ma allora le barzellette dicono la verità – pensò lei. – Per quale motivo può andarci uno in discoteca?” “Per un funerale” aveva risposto secca guardandolo diritto negli occhi, a muso duro. Intuendo quale fosse il genere di carattere in cui si era imbattuto, Salvy aveva lasciato momentaneamente perdere le regole e si era calato nello spirito che la situazione a suo parere esigeva. “Ok” aveva commentato indifferente, prendendo per buona la risposta e iniziando a digitare ad alta voce sulla tastiera della macchina da scrivere. “Mi tro... vavo lì… per fare… il... funerale… al... mio… ragazzo e… cercar… ne… un… altro…, virgola,… con… l’occa… sione.” Alzando ogni tanto gli occhi dai tasti, Salvatore aveva notato che il broncio della signorina si era disteso in una smorfia indefinibile. “Ma come l’ha capito?” “Me l’hai appena detto tu o sbaglio?” aveva azzardato lui saltando dal lei al pronome più confidenziale. Sapeva benissimo che quel modo di condurre la deposizione del testimone non era contemplato nelle procedure, ma stava seguendo l’intuito, una vibrazione fortissima alla quale non riusciva a resistere. “Ti ho detto che ero ad un funerale – aveva risposto la ragazza adeguandosi al tu nello stile in cui discuterebbero nuora e suocera. – Non ti ho detto che ne avevo le palle piene di quel…” La signorina Enza si era interrotta bruscamente poiché la sala 28 La donna accanto alquanto spoglia che li ospitava stava rimbombando per via del suo tono di voce decisamente seccato. Quindi si ricompose, cercando di recuperare un volume di conversazione normale. “… insomma, non ti ho detto che mi stavo guardando intorno.” “Agganciata!” pensò Salvatore trionfante in cuor suo. “Beh – l’aveva ripresa lui travisando di proposito per calcare la mano – comunque sia, la prossima volta che pensi di guardarti intorno vedi di non farlo in mezzo agli ubriachi per cortesia.” “Vorresti dire che sono io la responsabile del putiferio che hanno combinato quei deficienti!?” Era scattata protendendosi in avanti e poggiando la mano sul petto come farebbe chi nega d’aver preso la marmellata mentre ancora si sta leccando le dita. Salvatore si alzò dalla sedia girando attorno alla scrivania per poterla osservare meglio, tutta intera. Mani e piedi perfetti, gambe lunghissime. Per misurarle non ci sarebbero voluti centimetri e nemmeno pollici, ma tanti palmi aperti a sfiorarle e a mapparle tutt’in tondo. E poi i fianchi, tali e quali quelli di una dea che sfumavano su un busto statuario, con lo sterno leggermente abbassato ad accentuare la cesura del decolleté, sguardo vivace e viso espressivo, anche troppo, assediato da una selva di capelli ribelli castano chiaro. Di lì a qualche giorno, quando finalmente avrebbe avuto di fronte il corpo di lei senza alcun velo, Salvatore avrebbe notato che anche i seni erano prossimi a un canone ideale: avevano la forma di una coppa di cristallo, se non fosse stato per una lieve asimmetria, come se il maestro vetraio avesse soffiato leggermente più del necessario, senza porre l’usuale attenzione nel farli roteare mentre il vetro fuso si raffreddava. “Sì – disse con forza Floridia distogliendo infine lo sguardo da quelle grazie – credo che sia colpa tua; anzi, sono certo che deve essere stato a causa tua che è scoppiata la rissa. Comunque, siamo qui per accertare la verità. Ti sto a sentire: se hai qualcosa da dire a tua discolpa...” Enza era frastornata, rapita dall’abilità con cui l’appuntato Floridia la stava manipolando. Non le era mai capitato di sentirsi osservata e scandagliata in quel modo: c’era una forza indicibile in quello sguardo, tanto che per un istante le era parso di avvertire realmente qualcosa sfiorarla e ne era rimasta turbata. 29 La donna accanto “Non preoccuparti – aveva aggiunto Salvatore vedendola interdetta – posso venirti incontro e rimediare alla noia funebre di ieri sera.” Tanta sfrontatezza Enza non l’aveva mai riscontrata in nessun ragazzo delle sue parti; era senza parole, estasiata, incredula di stare già al centro dei pensieri di quell’uomo. Doveva arrivare proprio uno da fuori per farle provare certe sensazioni? “Di dove sei?” gli chiese. “Perché?” aveva indagato lui sospettoso. “Prima di uscire con te potrò sapere almeno da dove vieni e dato che ci siamo magari anche come ti chiami?” **** Salvatore era un paio di centimetri più basso della sua ragazza e quando lei metteva i tacchi lo scalino tra i due aumentava in maniera imbarazzante, ma questo non lo disturbava affatto. Lui l’aveva trovata e lui se la sarebbe tenuta, con o senza tacchi. “Tanto, scappare non mi scappi – le diceva – perché ti tengo con tre mani vero piccola?” e ammiccava in segno di complicità. Le nozze avevano coronato un fidanzamento di neanche due anni, durante i quali Enza si era generosamente prodigata per vincere alcune resistenze da parte dei genitori che non vedevano di buon occhio un carabiniere siciliano. Tuttavia avevano presto dovuto soccombere all’idea di uguaglianza tra gli uomini propugnata dalla figlia la quale, in tal modo, dava prova di aver fatta propria l’educazione liberalprogressista che suo padre e sua madre erano orgogliosi di averle impartito. Dava nell’occhio Enza, tanto che gli amici l’avevano incoraggiata a partecipare a un concorso di bellezza. Quell’esperienza, tuttavia, si era rivelata una parziale delusione: le avevano detto che con quella faccia non avrebbe potuto andare lontano. “Cos’ha la mia faccia che non va?” aveva chiesto mortificata. C’era che i lineamenti del viso non erano armoniosi a sufficienza: zigomi troppo spigolosi e sporgenti su un viso nel complesso tondeggiante, dorso del naso pronunciato, labbra sensibilmente più sottili di quanto sarebbe stato desiderabile. Se a ciò si aggiungevano dei capelli un po’ troppo ricci e ribelli, il risultato era un aspetto 30 La donna accanto da selvaggia, anche se aveva appena fatto la messa in piega e nonostante il trucco. “Hai un viso troppo particolare – le avevano risposto. – Non sei abbastanza dolce. Tu un uomo lo attrai ma lo intimorisci anche. Le statistiche dicono che se mettiamo la tua faccia in mezzo ad altre, quelle buone prenderanno un venticinque, trenta percento mentre tu, se va bene, ne verrai fuori con un … molto meno insomma.” A parziale consolazione, tuttavia, le dissero che se avessero potuto prenderlo a pezzi, il suo corpo se lo sarebbero spartito senza problemi. In effetti, tramite l’agenzia del concorso Enza era stata contattata in seguito per reclamizzare calze, costumi da bagno, reggiseni e mutandine. Poi le avevano proposto di prestarsi come controfigura in qualche inquadratura erotica, laddove non si scorgeva il volto della protagonista. Ma di questo lei non aveva mai informato Salvatore, preferendo tranquillizzarlo con puntigliosi e dettagliati resoconti circa il buon esito dei servizi fotografici realizzati con qualcosa addosso. Erano arrivate anche piccole parti in film di successo e dei soldini facili. La sua occupazione restava in ogni caso l’impiegata contabile presso gli uffici di una catena di negozi di abbigliamento per marche rinomate. Mentre i comuni mortali suoi colleghi avevano difficoltà a ottenere pochi giorni di permesso per ragioni personali, era la presidente del consiglio di amministrazione in persona a informarsi quando Enza avrebbe avuto l’impegno successivo per ingaggi pubblicitari e non lesinava permessi, considerandoli trasferte pagate anziché assenze da decurtare sullo stipendio. La ragione dell’occhio di riguardo nei suoi confronti era semplice: approfittando dell’aggancio mediatico, la ditta in cui lavorava Enza ne aveva fatto un elemento indispensabile negli eventi più significativi di public relation, come la presentazione della struttura aziendale ai produttori (per spuntare prezzi di favore), l’inaugurazione di nuovi punti vendita, in occasione dei cocktail con i fornitori, delle cene sociali di fine anno con i dipendenti. In tali circostanze venivano preparate delle gigantografie, tratte dalle campagne pubblicitarie in cui comparivano le grazie di Enza. Poi, terminati gli impegni, le grandi foto venivano sistemate nel corridoio centrale degli uffici come dei quadri, a formare una curiosa raccolta che si arricchiva di stagione in stagione. La donna accanto 31 Tra i vari privilegi di cui Enza godeva in azienda, tuttavia, quello che suscitava maggiore invidia tra gli impiegati era la stanzetta in cui lavorava: c’era solo la sua scrivania, e per entrare si doveva bussare, come all’ufficio del direttore. Andava bene così e nessuno osava protestare apertamente: la signora Floridia era una buona carta da giocare e per non farsela scappare l’azienda era disposta a concedere qualcosa in più dell’usuale. Quando c’era Enza infatti, i dirigenti potevano stare certi dell’efficacia della comunicazione. Tutto sembrava più genuino; alcuni dipendenti anziani le avevano confermato di non aver mai assistito a tanta magnificenza nella gestione delle risorse del bilancio. In effetti l’immagine di Enza stimolava la fiducia, l’intraprendenza, e la direzione opportunamente se ne serviva per trasmettere entusiasmo al volano dell’Azienda. Salvatore era orgoglioso della moglie, delle sue capacità e del suo fascino; provava soddisfazione dalla sua compagnia, specialmente in pubblico, perché la bellezza è sempre invidiata. Negava di essere possessivo, ma Enza aveva un bel da fare per difendere i propri spazi e per arginare la sua gelosia che si manifestava in raffiche di chi, dove, quando. Allora lei gli parava davanti gli artigli per graffiarlo, anche se faceva solo finta. “Salvatore sei ridicolo – sdrammatizzava dosando parole rassicuranti e impennate d’orgoglio indipendentista. – È quel tizio che hai conosciuto anche tu, ricordi?” Lei aveva imparato che in presenza di suo marito non poteva salutare uomini che lui non conoscesse; in quel caso avrebbe dovuto prima presentarglieli. Quando era contrariata, o voleva più attenzione per sé, era lei a stuzzicarlo con affermazioni del tipo: i maschi hanno sempre meno tempo per insidiare le femmine degli altri. Se era stanca e non aveva voglia di ingaggiare discussioni se ne usciva con stilettate del genere: potevi prenderti una casalinga, caro mio; oppure: fammi pedinare se non ti fidi. Il più delle volte, tuttavia, gli alterchi rimanevano nell’ambito del gioco amoroso. In una occasione, erano gli inizi di dicembre, Enza aveva chiesto a Salvatore di accompagnarla alla consueta cena di fine anno con i dipendenti della ditta. 32 La donna accanto “Che ci vengo a fare? – aveva obiettato lui. – Non ho niente a che vedere con voi.” “Gli altri però a volte si portano il marito o la moglie. Dai, Salvatore, fammi contenta; quando è ora di ballare mi tocca sentire certi fiati! Almeno così sto in pace e ballo con te.” “Ma se a ballare faccio ridere! Non ti importa della figura che ti farò fare?” Obiettivamente, a vederlo in pista Salvatore non era un granché in fatto di scioltezza ed eleganza, ma questo passava in secondo piano rispetto alla capacità di attirare e coinvolgere che i due avevano. Nel corso della serata si era formato una sorta di sciame ondeggiante attorno a loro. I Floridia stavano a tavola? Bene, iniziavano le risate, le battute di spirito, e la bonomia dilagava attirando i convitati dagli altri tavoli; solo per salutare, tanto per ascoltare un lazzo, giusto per conoscere l’uomo di Enza. I Floridia stavano in pista? Ottimo, nel volgere di qualche istante altri si aggregavano e si sorridevano a vicenda, cercando traiettorie indipendenti che finivano col diventare orbite attorno a loro; giusto per condividere, per osservarli abbracciati da vicino. I Floridia si dirigevano verso il guardaroba? “Non potete andarvene proprio adesso – le diceva il direttore marketing. – Enza se te ne vai lo prendo come uno sgarbo personale.” “Ma è tardi – rispondeva lei senza dar peso all’amichevole ricatto – e domani Salvatore va al lavoro presto; non come noi che possiamo arrivare in ufficio alle otto e mezza.” Enza e Salvatore non erano una coppia usuale: non lo erano stati da fidanzati e non lo furono nemmeno da sposati, almeno per un certo periodo. Erano cercati e apprezzati in un’ampia cerchia di conoscenze. Un amico aveva trovato un paragone ardito ma illuminante, affermando che nella maggior parte dei casi uno più uno fa due. Eccezionalmente la somma potrebbe dare anche tre e tuttavia, guardando Enza e Salvatore, lui si era reso conto che esisteva un’altra possibilità: undici. I coniugi Floridia erano ben voluti per via della loro forza vitale e non potendo essere come loro, gli altri cercavano quanto meno di imitarli. Non si può dire che facessero moda né tendenza ma, all’interno delle mode e delle tendenze, per chi li conosceva costituiva- La donna accanto 33 no un punto di riferimento. Nei loro confronti erano tutti per lo più ben disposti e se sbagliavano non si trattava di errori ma di vezzi. La realtà era che quei due avevano una carica e un’intesa sessuale fuori dal comune. Erano dei privilegiati, dei signori favoriti dalla chimica e dalla fisiologia, simili a meccanismi segnatempo in grado di sincronizzarsi a piacimento secondo l’orario indicato dal partner. Le loro effusioni amorose erano grovigli istintivi in cui la forma veniva franta, potenziata, ricomposta, ma restava sempre riconoscibile; dove l’atto acquisiva un significato assoluto e ogni gesto generava sicurezza. Quella sicurezza di cui si nutrivano l’un l’altro e che trasmettevano a tutti quelli con i quali entravano in contatto. “Non saprei – diceva una cara amica di Enza – è come se la forza dell’una si alimentasse della forza dell’altro in un crescendo esponenziale. Quando sono insieme si crea attorno a loro un non so che di potente e coinvolgente.” I primi anni di matrimonio avrebbero potuto a buon diritto essere definiti fulgenti, indimenticabili e irripetibili. I giorni scorrevano gratificanti per Enza e sereni per Salvatore. In quegli anni egli era riuscito a porre le basi per la carriera distinguendosi per le capacità professionali, oltre che per il coraggio e la forza d’animo che davano una marcia in più alla squadra di cui faceva parte. Benché allora fosse ancora soltanto un appuntato scelto, era chiaro ai superiori che si trattava di un elemento di spicco. La benedizione era durata per circa un decennio, il che è molto più di quanto potrebbe sperare chi non sia mai riuscito a scorgere una buona stella dietro la maschera cangiante degli eventi quotidiani. Eppure, dieci anni possono essere un tempo breve per chi invece aveva creduto che bastassero capacità e volontà per sfuggire alla sorte volubile e imperscrutabile. La tempesta aveva avuto inizio lentamente, in maniera pressoché impercettibile, tanto che Enza e Salvatore non se ne accorsero. E poi, … poi, quando se ne avvidero era ormai troppo tardi. La differenza tra la fortuna e la mala sorte può essere una traccia invisibile, come quella che separa la miseria di un naufrago dalle opportunità che lo attendono sulla terra. Per Salvatore ed Enza lo spartiacque tra un passato esaltante e un futuro denso di preoccupazioni fu letteralmente segnato da una 34 La donna accanto questione di poco peso, quanto può pesare ad esempio un cartoccio di affettato acquistato al supermercato sotto casa. Sì, quella traccia invisibile fu una questione di grammi: pochi, indisciplinati, stupidi grammi di adipe in sosta vietata sulle curve più pericolose, sui tratti più belli e panoramici di quel tripudio di rotondità, di quei saliscendi esaltanti scolpiti nel corpo di Enza. Il primo segnale del cambiamento arrivò dall’agenzia pubblicitaria: Enza veniva convocata in media ogni sei, sette mesi per l’aggiornamento del suo book fotografico; gli operatori del settore dovevano proporre ai clienti foto scrupolosamente recenti delle modelle che avevano a disposizione. Stava arrivando la bella stagione e per cenare fuori una sera d’aprile, con la temperatura insolitamente gradevole e le giornate più lunghe, Enza voleva indossare uno dei suoi vestitini decisamente accattivanti. Solo che al momento di chiudere la cerniera si era accorta di dover trattenere leggermente il respiro. Per chiudersi si chiudeva, ma osservandosi allo specchio aveva notato un rigonfiamento laddove il vestito attillato, a finte scaglie di rettile, lasciava apparire il morbido incarnato roseo. C’era più volume dentro di quanto potesse starcene comodamente e quello in eccesso era spinto oltre il bordo rigido a doppia cucitura. Fosse stata un’altra, probabilmente non ci avrebbe fatto un gran caso: era comunque una linea invidiabile, come si dice, da metterci la firma. Ma non per Enza. Aveva riposto il tessuto simil-rettile adattandosi a un completino sobrio. Quella sera aveva parlato poco a tavola. Ogni tanto, conversando con gli amici, Salvatore la osservava notando qualcosa di insolito. Enza lasciava sul piatto buona parte delle portate e inoltre … niente grissini che solitamente si divertiva a rosicchiare come un criceto. Ad un certo punto due amiche, tra quelle che la conoscevano meglio, si erano lanciate un’occhiata che i maschi non avrebbero mai saputo interpretare, nemmeno Salvatore; ma Enza e le altre sì. Il significato di quel messaggio al limite della telepatia era più o meno il seguente: è iniziato il conto alla rovescia. Il mattino seguente, mentre percorreva il corridoio che portava agli uffici, Enza aveva gettato lo sguardo sulle gigantografie di spot pubblicitari: le aveva viste per tanto tempo. Quelle immagini erano La donna accanto 35 diventate per lei una insostituibile fonte di sicurezza in quanto delineavano i confini del suo essere in mezzo agli altri e lei, in quei confini, si trovava decisamente a suo agio. Ma quella mattina non era la stessa cosa. Si era sforzata di ricordare quando fosse stata l’ultima volta che aveva aggiornato le foto in agenzia sicché, giunta alla scrivania, aveva cercato l’agenda dell’anno precedente incastrata sul fondo dell’ultimo cassetto e l’aveva sfogliata velocemente. Erano passati quasi otto mesi. Tempo di scaraventare l’agenda nel cestino e aveva già il telefono in mano. Il capo fotografo responsabile dell’agenzia non c’era, avrebbe dovuto telefonare più tardi. Più tardi era impegnato in riunione e le avevano chiesto cortesemente di richiamare nel pomeriggio. Nel pomeriggio era assente per un impegno improvviso e a malincuore l’avevano invitata a riprovare l’indomani. Il giorno dopo l’avevano assicurata che l’avrebbero richiamata loro quando fosse stato disponibile. “Richiamare un cazzo! – aveva gridato ingoiando quasi il ricevitore – me lo passi subito, tanto sono sicura che è là.” “Cosa c’è Enza? – sentì chiedere dall’altra parte del telefono – mi dicono che c’è un problema ma conoscendoti credo che abbiano capito male.” “Il problema lo hai tu con quelle stronze che pensano che io sia scema. È da ieri che cerco di parlarti, ma non ho mai avuto tante difficoltà, neanche col Presidente della Repubblica!” “Sei la solita, la migliore. Come stai?” “Come vuoi che stia! Come una che è stata scaricata ecco come sto.” “Senti Enza, abbiamo avuto parecchio da fare, neanche il tempo per andare al cesso…” “Da fare con le altre evidentemente perché io non ho più sentito niente!” “Non metterla così…” “E come dovrei metterla? Eh già forse non è questione di metterla ma di mettersi. E come dovrei mettermi?” “Dai Enza, ti ripeto che è stato solo una questione di tempo…” “Non te l’ho mai data questa è la questione. Ma ho fatto bene. Anche ci fossi stata mi avresti scaricata lo stesso.” 36 La donna accanto “Ti chiamo io entro la prossima settimana, così vediamo cosa fare, ok?” “Non strozzarti, mi raccomando, non voglio averti sulla coscienza!” Si pentì subito del modo in cui l’aveva aggredito. “Gli anni passano per tutti” si era detta “evidentemente hanno a disposizione merce migliore.” Si ripromise che se non l’avesse chiamata lui, lo avrebbe richiamato lei. “In fondo” pensava “si può fare da modella anche per altri prodotti: gonne, pantaloni, tailleur, tute da ginnastica.” Ma si ritraeva subito da quei pensieri domandandosi avvilita se aveva senso iniziare a lottare per obiettivi del genere? Aveva senso mendicare il gusto del pane azzimo quando per anni aveva pasteggiato a crostacei e Cartizze? Enza non peccava certo d’ingenuità: fin dall’inizio era stata consapevole che quel lavoretto piacevole non avrebbe potuto durare in eterno; ma la fine della corsa era arrivata così in fretta… e giunta al dunque non era disposta a rassegnarsi all’evidenza. In ogni caso aveva posato per poche foto ancora e poi, alla scadenza dei contratti, era calato il sipario. Nel frattempo c’era stato un discreto turnover all’interno dell’azienda in cui lavorava. Un buon numero di colleghi se n’erano andati, tutto il settore della moda era in fermento, sicché alcuni dipendenti erano passati alla concorrenza e altri avevano semplicemente abbandonato a causa degli ultimi bilanci poco brillanti che non lasciavano presagire anni sereni a venire. Anche il direttore vendite aveva cambiato cavallo per trovare nuovi stimoli e porsi più ambiziosi traguardi commerciali. Il rapporto amichevole e privilegiato di Enza con la proprietà era immutato: la presidente del consiglio di amministrazione, detentrice della quota di maggioranza relativa, la vedeva sempre volentieri quando passava in sede, ma non aveva voce in capitolo nell’organizzazione del lavoro, quello spettava ai direttori di settore. Sulle gigantografie degli spot pubblicitari aveva iniziato a depositarsi una patina che nessuna donna delle pulizie sarebbe mai stata in grado di rimuovere. Alla direzione era apparsa chiara e urgente la necessità di snellire l’organigramma e rinnovare l’immagine stessa dell’Azienda per La donna accanto 37 sfruttare altri canali, altre entrature, per conquistare nuovi clienti, per blindare il rapporto con i fornitori migliori e distanziare la concorrenza laddove possibile. In occasione della cena sociale di fine anno era toccato al Direttore Generale in persona trasmettere con un lungo discorso le nuove linee guida lungo le quali la società avrebbe cercato ulteriore sviluppo e nuovi spazi di mercato. L’azienda avrebbe tentato l’impossibile pur di sopravvivere e le nuove parole d’ordine lanciate sulla platea dei convitati erano state: niente protagonismi, ma sinergie e gioco di squadra. L’accenno alla fine dei protagonismi era suonato come una campana a morto per Enza; tant’è vero che qualcuno si era girato a guardare proprio lei, anche se nel discorso del direttore ce n’era per tutti. Il sette gennaio, rientrata al lavoro, la signora Floridia aveva trovato che un’ala dell’edificio era stata separata con un muro per essere ceduta a un’altra società; le gigantografie erano scomparse e le pareti ritinteggiate per uniformare la tonalità dei muri. Al loro posto vi erano piccoli quadretti con le foto dei punti vendita più prestigiosi. E purtroppo non era l’unica novità: il suo piccolo ma personale ufficio, era stato trasformato in saletta ricevimento ospiti, con tanto di distributore automatico di bevande e caffè. La sua scrivania era finita tra le altre, posta nella sala che fino a dicembre era stata adibita a mensa. Avrebbe dovuto accomodarsi in seconda fila, la terza da sinistra. Per pranzare i dipendenti potevano usufruire di buoni pasto da utilizzare presso il self service del centro commerciale, a pochi chilometri di distanza. A mano a mano che arrivavano gli impiegati, nell’ex sala mensa regnava un silenzio spettrale. L’inquadramento dei dipendenti era rimasto lo stesso e nessuno ebbe motivo di lamentarsi, ma la sensazione era di essere diventati semplici numeri e di aver perso ognuno quel po’ di specificità che aveva contribuito a dare grinta e carattere all’Azienda. “Non dobbiamo meravigliarci – aveva detto un quadro intermedio che forse era stato istruito in proposito con l’intento di sondare dall’interno lo stato d’animo degli impiegati. – È un periodo di forte mutamento e non ci sono alternative: o cresciamo, oppure si ven- 38 La donna accanto de o si chiude. Si stanno attrezzando tutti per ridurre i costi e investire con l’obiettivo di conquistare nuove quote di mercato. Credo che sarà dura, dovremo stringere i denti.” L’azienda fece quadrato e riuscì a rinnovarsi. Sperando di rimettersi in gioco, da parte sua Enza aveva inflitto a se stessa una dieta ferrea che la costringeva poi a concentrare il cibo in pochi pasti per riuscire a reggersi in piedi, l’esatto contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Avesse potuto cucirsi la bocca dello stomaco l’avrebbe fatto. Comunque, nonostante fosse riuscita a mantenere la taglia, certe sinuosità se ne erano andate per sempre. Ma non era solo una questione di curve: Enza era nervosa e irrequieta come non lo era mai stata, come se d’un tratto tutto ciò che aveva fatto, per cui aveva lottato non contasse nulla e dovesse iniziare da capo. Le sembrava di essere sottoposta al vaglio di una giuria che la esaminava per la prima volta e, soprattutto, di dover farlo senza poter contare sulle attrattive fisiche che l’avevano tanto agevolata. A dire il vero nessuno si aspettava da lei più di quanto può fare un buon ragioniere, ed era proprio questo a renderla insofferente, perché lei desiderava assolutamente dimostrare qualcosa di più. Ma non c’era più spazio, non c’era più tempo, per nessuno; imperava una nuova disciplina di gruppo fondata sul rendimento a ogni costo e sulla competizione esasperata che per via gerarchica pressava tutti i dipendenti. Per molti anni lei si era abituata a uno spazio di lavoro tutto suo, mentre ora era costretta a condividere i malumori degli altri e a respirarne l’estro senza possibilità di sottrarsi ai commenti malevoli di coloro che l’avevano sempre vista come una privilegiata. Una volta rientrata nell’anonimato, tutti avevano l’occasione di scaricarle addosso le frustrazioni patite. Enza si era battuta per difendersi, ma le difficoltà per lei erano troppe: troppi ghigni, troppi colpi bassi accompagnati da occhiate impietose e sorrisi ipocriti a cui non era abituata. Cercava di fare del suo meglio, ma indebolita da una costante tensione aveva anche iniziato a pensare che forse… cambiando lavoro… e dopo circa un anno si decise a lasciare. Nel frattempo, sperando di poter ricucire un rapporto con l’agenzia pubblicitaria, era andata a mendicare un ingaggio qualsiasi cospargendosi il capo di cenere. Purché fosse, avrebbe accettato an- La donna accanto 39 che i pantaloni, le camicette, i tailleur… così almeno credeva. Il responsabile, che aveva mandato a quel paese per telefono, l’aveva costretta a quasi un’ora di anticamera prima di concederle tre minuti, per dirle poi che non c’era nessun servizio fotografico da fare. “Lo sai Enza che noi si lavora solo a pelle – le aveva detto. – Proprio per questo siamo al top. Però se vuoi ti do il nome di un amico che fa cataloghi per grandi magazzini e centri commerciali. Trattano anche tute, camicette, pantaloni e roba del genere…” Una pugnalata. La testa le scoppiava. Bastava che ci fosse qualcuno che parlasse sottovoce nei paraggi, che subito Enza pensava stesse ridendo di lei. D’un tratto l’armadio era rimpiccolito: ai capi che aveva sfoggiato tante volte, quelli con il taglio da manichino, si aggiunsero rapidamente batterie di pantaloni, gonne, camicette e giacche che vestivano più comodamente. Sembrava che non riuscisse a trovare niente che le stesse realmente bene. Quello che cercava di sicuro non c’era; di certo le sarebbe stato più semplice rassegnarsi a suscitare meno invidia femminile e ad attirare meno sguardi maschili. La realtà era che Enza non stava ingrassando nel senso comune del termine, stava solo perdendo le linee del corpo femminile nel fiore degli anni; eppure questo la gettava nello sconforto. Per quanto inverosimile e persino sciocco potesse sembrare, di punto in bianco si sentiva impresentabile. Era assillata dall’ansia di trovare un nuovo ambiente lavorativo dove non l’avevano conosciuta per come era e per quello che faceva prima, dove non avrebbero potuto ridere di lei o commiserarla. “Enza stai tranquilla – le diceva il marito – prenditi un periodo di riposo. Non c’è nessuno che ti corre dietro e puoi decidere con calma cosa fare.” Pareva essersi incrinato il rapporto di fiducia che Enza aveva con se stessa; le sembrava che niente corrispondesse alle sue aspettative, non perché lei si meritasse più degli altri, ma piuttosto perché non corrispondeva a quanto lei desiderava dalla vita. In ogni caso nemmeno a Salvatore era chiaro cosa desiderasse veramente sua moglie. Dopo parecchie settimane di sbandamento, Enza raccolse le idee e si diede da fare per rimettersi sulla piazza. Essere e rimanere comunque una gran bella donna le spalancò subito porte alle quali altre non avrebbero nemmeno osato bussare. 40 La donna accanto Fu assunta come responsabile del personale per un franchising del settore abbigliamento con una dozzina di punti vendita in provincia. Resistette cinque mesi. Poi assistente del capo ufficio acquisti del più importante grossista di calzature del Nord Est, nella zona dell’interporto. Resistette un paio di mesi. Quindi un vero e proprio colpo di fortuna: fu assunta alla ricezione presso la sede provinciale della Camera di Commercio dell’Industria, Agricoltura e Artigianato. Non iniziò neppure a lavorare, poiché spedì un certificato di malattia e dopo qualche giorno, su pressione del direttore del personale, presentò le dimissioni. Più preoccupante ancora, tuttavia, pareva essere la scomparsa di quella magia biochimica che conferiva al legame della coppia un’energia straordinaria. Era cambiato qualcosa, e non erano soltanto i malumori e le preoccupazioni a influenzare negativamente la vita a due. Non si trattava di un’eclisse momentanea. Si avvertiva uno slittamento profondo nel rapporto tra moglie e marito, un mutamento che non riguardava il lavoro, né le amicizie né, tantomeno, la considerazione che gli altri avevano dell’uno e dell’altra, ma riguardava direttamente Enza e Salvatore. Una sera, dopo cena, lui stava dando una mano a sparecchiare e, dovendo buttare dei sacchetti, si era stupito di vedere nel bidone dell’immondizia un paio di confezioni di contraccettivi ancora sigillati. “Penso che sia arrivato il momento di avere un figlio – gli aveva detto lei anticipando la domanda che il marito stava per rivolgerle.” Lui l’aveva guardata incredulo e l’aveva abbracciata. “Brava – le aveva sussurrato – con questo lavoro batterai certamente i tuoi ultimi record di durata. Sono contento che ti sia venuto il desiderio. Sì, credo anch’io che sia arrivato il momento.” Avevano sbrigato a mala pena la tavola, lasciando tutto il resto come stava. Avvertivano l’urgenza di mettere in cantiere il nuovo lavoro. Per molte settimane furono sorretti dalla novità che avevano pianificato. Si amarono intensamente col trasporto dei primi tempi. Trascorsero così alcuni mesi, quindi sei, poi un anno. D’improvviso il tempo si era messo a correre all’impazzata, ed Enza precipitava in un baratro al rallentatore. Nel tentativo di rimanere a galla, aveva La donna accanto 41 accettato un lavoro come commessa a mezza giornata presso un negozio di abbigliamento. La proposta era arrivata tramite la moglie di un amico di Salvatore, conosciuta alcuni anni prima a una delle tante cene. Questa signora si era fatta un discreto giro come vetrinista, e per la ricerca di personale per i negozi di abbigliamento era indubbiamente la più informata. Enza aveva accettato solo su pressione del marito. Salvatore, infatti, aveva notato che negli ultimi tempi Enza si era chiusa in se stessa, come non era da lei. Restava giornate intere in casa, a fare cosa non si sapeva. Quando c’era da uscire spesso si tirava indietro, si era fatta ancora più pallida di quanto fosse la sua carnagione e pareva convalescente, quasi che il periodo di sfrenato entusiasmo e di attesa per il concepimento di un figlio fosse stato una malattia. Era preoccupato Salvatore, aveva la cattiva sensazione che la situazione stesse per sfuggire loro di mano. In quelle condizioni tentare di rientrare nel mondo del lavoro con mansioni di qualche responsabilità non sarebbe stato possibile. Per questo la convinse ad accettare un ‘part time’ con funzioni elementari, ma pur sempre a contatto con la gente. Le prospettive per la vita a due non erano buone: Salvatore era in grado di contrastare il logorio della routine quotidiana, ma Enza non vi riusciva. Per mantenere vivo il suo interesse, sarebbe stato necessario modificare sostanzialmente il menage familiare dodici volte all’anno, oppure stabilire un obiettivo a lunga scadenza per il quale lei fosse disposta a lavorare, a impegnarsi e sacrificarsi. Ad esempio un figlio, appunto. Ma il figlio non arrivava. Progressivamente Enza andava perdendo il gusto dell’indipendenza e dell’iniziativa, sicché era lui che doveva badare a tante faccende che lei non si sentiva di sbrigare. Stava rinunciando al dialogo, era spesso assente e si trascurava. Salvatore era in difficoltà, disorientato, impreparato ad affrontare una simile situazione. Quelle manifestazioni di Enza gli erano assolutamente sconosciute, non sapeva cosa fare per aiutare la moglie. Aveva iniziato a guardarsi attorno cercando suggerimenti, consigli e, perché no, anche qualche distrazione consolatoria. Ma aveva il cuore stretto da un nodo d’amore e di pena. “Può essere depressione – gli aveva detto un amico con il quale si 42 La donna accanto era confidato. – È un malanno frequente al giorno d’oggi e non va sottovalutato. Fossi in te consulterei un medico, voglio dire uno specialista.” Dovendo convincere Enza a sottoporsi a una visita, Salvatore non aveva trovato di meglio che sfruttare la preoccupazione per la sua linea, presentandole la questione come l’opportunità di farsi fare una dieta bilanciata personalizzata. Il sospetto si era dimostrato fondato: era depressione purtroppo, non grave, tuttavia la malattia era dentro di lei e avrebbe avuto tutto il tempo per divorarla. “In questi casi – aveva spiegato a quattr’occhi il medico al brigadiere – trattandosi di un disturbo nelle fasi iniziali sarebbe consigliabile andare cauti con i farmaci, anzi, ci sono degli ottimi prodotti pensati più per dare fiducia al paziente che per alterare la sua autonoma capacità di reazione. Non so se mi sono spiegato. “Certo che s’è spiegato Dottore. Ed è sufficiente?” domandò speranzoso Salvatore “No, non è sufficiente. Ci vuole costante attenzione: mai far mancare il dialogo. È necessario coinvolgere ma senza pretendere di distrarre o minimizzare. No, attenzione! Il depresso non per questo è insensibile e si accorge se lo si vuole distrarre dal suo stato sottintendendo che si tratta di una sciocchezza, quasi fosse una cosa priva di fondamento. Il depresso sta male e bisogna rispettare il suo stato di malessere. Bisogna fargli sentire che gli siamo vicini, che comprendiamo la sua condizione e che desideriamo aiutarlo né più né meno nella misura in cui è lui stesso che vuole stare meglio. Bisogna evitare di minimizzare, come pure di soffermarsi troppo sui problemi, sui pensieri opprimenti, su tutto quanto può influire negativamente sul suo stato psichico. “Più semplice a dirsi che a farsi” pensava avvilito Salvatore. Avrebbe potuto stimolarla e coinvolgerla nei limiti di chi spesso è fuori per lavoro sei giorni su sette, ed esce di casa la mattina per tornare alla sera, spesso distrutto dalla stanchezza. “Come si fa a coinvolgere in questi casi?” si chiedeva ascoltando lo specialista. Doveva coinvolgerla nelle grane quotidiane che affrontava in ufficio o per le strade? “Consiglierei di tenerla sotto osservazione con delle visite a cadenza mensile” concluse il medico. La donna accanto 43 “D’accordo – convenne Salvatore – resta da vedere se lei vorrà.” “Mi lasci solo qualche minuto con la signora.” A Enza il medico disse che avrebbe senz’altro potuto avere grande beneficio dalla dieta studiata su misura per lei e tuttavia i risultati sarebbero stati migliori se fosse riuscita a superare il disturbo depressivo che la affliggeva. “Io depressa?” aveva esclamato Enza col fare di chi scopre in se stessa un talento insospettato. Le disse anche che le prospettive erano buone, poiché si trattava di una depressione in fase iniziale, ma non era una condizione da sottovalutare. Perciò sarebbe stato consigliabile vedersi una volta al mese. Il primo a sottovalutare la questione fu, tuttavia, proprio il medico. Dal momento che gli mancava il tempo necessario per seguire Enza regolarmente, l’aveva ben presto dirottata presso una collega psicoterapeuta. Quest’ultima aveva convinto Enza a effettuare delle sedute settimanali per cercare la causa scatenante della depressione, utilizzando gli strumenti tradizionali della psicoanalisi. Non ci volle molto ad individuare la causa scatenante. Enza aveva intravisto sulla scrivania dello studio la foto del figlio della dottoressa e non aveva più voluto saperne di sedute. “Come può capirmi una che un figlio ce l’ha?” aveva gridato furiosa a Salvatore. Cercarono dunque una psicoterapeuta che non fosse madre e che fosse disposta ad accettarla in terapia. La trovarono, ma era alle prime armi. Enza non collaborava e si comportava come un mulo. Salvatore tentava di convincerla. “Senti Enza, le sedute non servono a stabilire chi delle due è la più forte, questo lo capisci no?” “Cosa vuoi che sappia quella smorfiosa!” “Se è quella smorfiosa che non ti va, vuol dire che troveremo un’altra, ok?” Un’altra non la si trovò. Invece si trovò un altro, quello giusto: di qualche anno più giovane di Enza, tipo energico, bell’uomo, sicuro di sé ma non brusco, anzi, dai modi gentili che la facevano sentire a suo agio. Quello che diceva lui per Enza era Vangelo. Lei raccontava tutto a Salvatore: il dottor Alberto ha detto così… il dottor Alberto ha detto cosà. Salvatore era a conoscenza di tutto 44 La donna accanto quello che il dottor Alberto diceva, chiedeva, consigliava. O meglio, apprendeva ciò che Enza capiva tra tutto quello che accadeva durante le sedute. In ogni caso sembrava che lei traesse beneficio dalla terapia e tanto bastava a tranquillizzarlo: così almeno la moglie aveva l’occasione per uscire di casa e c’era qualcuno qualificato che ne valutava lo stato di salute. **** Un giorno, mentre Salvatore era alle prese con le solite faccende, avvolto in una foschia di pensieri e di preoccupazioni, un’immagine fulminea gli attraversò la mente, un ricordo lontano che non sospettava fosse ancora reperibile dentro di sé. Si rivide ragazzo in preda alle risate davanti a un fumetto che non aveva nulla di speciale, ma evidentemente toccava una corda sensibile del suo animo: sciarpa al vento e occhiali da Barone Rosso, nella vignetta Snoopy era in compagnia del piccolo amico Woodstock*, entrambi a bordo di una moto-carrozzella (più carrozzella che moto) che il bracchetto teneva per i brancoli, mentre dell’amico sprofondato sul sedile accanto si intravedevano solo gli occhi sbarrati e i capelli arruffati. La moto-carrozzella era funambolicamente in bilico sulla cuspide del tetto della cuccia, mentre un ventilatore garantiva l’effetto brezza tipico del viaggio in moto. Ancora, dopo oltre venticinque anni, Salvatore abbozzò un leggero sorriso. Si chiedeva dove stava la comicità della scena, forse in quelle che erano le intenzioni più o meno dichiarate di Snoopy. L’impegno acrobatico era la prova disarmante che lui stava facendo il massimo di ciò che era nelle sue possibilità, era il meglio che il bracchetto sapeva offrire, anche se non era altro che una parodia. Infatti il testo del fumetto diceva all’incirca: Il rapporto a due è un precario equilibrio tra ciò che uno desidera e ciò che l’altro può dare. *Snoopy, Woodstock : personaggi ideati da C.M. Shulz. La donna accanto 45 Un presagio. Quando, quello stesso giorno, un amico gli raccontò entusiasta di una gita in nave e del soggiorno a Portorose*, in Slovenia, Salvatore pensò che poteva essere un’ottima occasione per passare un fine settimana diverso dal solito assieme a Enza. Strizzando l’occhiolino, l’amico gli aveva confidato di aver potuto toccare con mano l’efficacia dell’organizzazione, ma siccome Salvatore era preso da tutt’altri pensieri non aveva colto l’allusione piccante. Si era limitato a chiedergli informazioni sull’agenzia che organizzava i fine settimana, ringraziandolo dell’ottimo suggerimento fornito. *Portorose: località balneare nei pressi di Pirano, in Istria. 46 La donna accanto CLAUSOLE E POSTILLE La sede dell’agenzia turistica indicatagli dall’amico stava in un paio di stanze al piano terra presso una villa veneta lungo la riviera del Brenta. Benché Salvatore si fosse già fatto un’idea di ciò che lo aspettava, rimase sorpreso dalla scarsità dell’ offerta: pacchetto limitato, tutto compreso, non modificabile. Partenza il venerdì pomeriggio da Venezia San Marco, arrivo in serata a Portorose (Slovenia), visita guidata all’entroterra il sabato, shopping la domenica mattina e ritorno nel pomeriggio. “Come si fa a fare shopping la domenica mattina?” – si era stupito Salvatore davanti al programma del viaggio. “Non si preoccupi signor Floridia – gli rispose l’agente di viaggio – i negozi effettuano orari in base alle esigenze dei turisti.” “Semplice curiosità – si era sentito in dovere di precisare Salvatore. – Io e mia moglie cerchiamo uno svago rilassante e nello stesso tempo coinvolgente sa, dopo oltre tredici anni di matrimonio si avverte la necessità di uscire dalla routine. Per cui vorrei avere la certezza che la gita sarà interessante oltre che rilassante.” L’uomo accennò un sì col capo, al quale seguirono lunghi attimi di silenzio. La sua faccia era una sfinge, per cui Salvatore si stava chiedendo se avesse davvero inteso ciò che aveva detto o non avesse capito niente. “Vi troverete bene – pronosticò. – Signor Floridia lei è un cliente esigente, lo vedo, e mi rallegro che si sia rivolto a me. Lo dico sempre e lo ripeto: io non vendo miracoli, però ai miei affari ci tengo. Il mio obiettivo è di soddisfare le vostre aspettative perché un cliente soddisfatto, che magari parla bene di noi, è il modo migliore per essere sicuri di continuare a lavorare, non so se mi comprende. Allora, veniamo a noi: io non la conosco e può darsi che il fine settimana La donna accanto 47 che le propongo sia quello che lei e la sua signora state cercando, oppure anche no. Io però non posso correre il rischio di vedervi tornare insoddisfatti. Come le dicevo avrei smesso da tempo questo lavoro se i miei clienti non fossero più che soddisfatti. Dunque io desidero, forse più di lei, che voi vi troviate bene in ogni caso, e il meglio che posso offrire è la clausola del soddisfatti o rimborsati, una specie di assicurazione sul gradimento.” Rimase in attesa di una reazione da parte di Salvatore. Poi continuò: “Sarò sincero, oltre che al cliente questa clausola fa comodo pure a me, perché mi toglie le castagne dal fuoco: a quei rari clienti che non si trovano bene restituisco il costo per intero tranne, naturalmente, la quota che riguarda l’assicurazione infortuni, il pedaggio transfrontaliero e la clausola di gradimento.” “E quanto viene questo gradimento?” s’informò Salvatore. “Sono centonovantamila lire…. a persona.” “Eh, però!” – Si lasciò sfuggire il brigadiere. – Faccio quello che posso signor Floridia – concluse l’agente mettendo mano alla penna per la compilazione della prenotazione. – Mi creda, lei e la sua signora ne sarete contenti.” Salvatore non sospettava che, in realtà, l’agenzia si avvaleva del servizio di signori e signore che, a seconda delle esigenze, recitavano la parte dei single o delle coppie fasulle. Venivano infiltrati nelle comitive ed avevano il compito di movimentare il viaggio e la permanenza in albergo creando intriganti situazioni di promiscuità. Dovevano fare in modo che i partecipanti avessero di che commentare, supporre e magari godere. Anche questo serviva al buon nome del tour, contribuiva ad alimentare voci sul giro, a stimolare la curiosità e ad attirare nuovi clienti. Nella scelta per l’ingaggio, questi personaggi venivano attentamente assortiti per andare incontro alle esigenze di clienti d’ogni età. Il requisito irrinunciabile minimo era che fossero insaziabili e non schizzinosi. L’adescamento e le proposte non dovevano sollevare il sospetto di essere forzate o provocate ad arte, ma dovevano sembrare piuttosto la naturale conseguenza dell’occasione che si presentava. Del tipo: “Guardi che normalmente io non sono così, ma sarà quest’aria frizzante o forse la vostra simpatia oppure i freni inibitori che si stanno allentando; insomma perché no? Perché non trasgredire per una volta?” 48 La donna accanto **** Enza aveva accolto con favore la proposta avanzata dal marito, attratta dalla prospettiva di trascorrere un paio di giorni di svago tra mare e albergo. Si erano recati a Venezia in treno: usciti dalla stazione ferroviaria erano saliti sul vaporetto (senza vapore) diretto alle Fondamenta di Piazza S. Marco e poi avevano raggiunto il pontile d’imbarco a piedi. La nave, che sfoggiava la scritta Turquoise sulle fiancate, era uno shuttle di 50 metri circa, riadattato per il trasporto di comitive numerose. A dispetto del nome l’imbarcazione era completamente verniciata di bianco e, a giudicare dagli strati di colore sovrapposti, non doveva essere di fabbricazione recente, anche se faceva una bella figura ormeggiata di fronte al Palazzo Ducale. Di turchese, nella barca c’erano solo alcune collane stile etno, esposte in una vetrinetta di fianco alla scala che portava al secondo ponte. Enza avrebbe voluto fermarsi ad ammirarle, ma la calca l’aveva convinta a rinviare a un altro momento. Tolta la passerella, la barca era scivolata lentamente verso il centro della laguna. Salvatore ed Enza non avevano mai contemplato Venezia dal mare e ne rimasero affascinati. Oltre ai documenti per il viaggio e alla lista dei passeggeri, poco prima della partenza erano salite sulla nave anche le clausole del soddisfatti o rimborsati che rispondevano rispettivamente al nome di Sonia e Mauro. Bei tipi. Per quel viaggio, i due avevano ricevuto dall’agente istruzioni precise che potevano essere sintetizzate in ‘scambio di coppia’. L’avevano già fatto più volte e di tutto il repertorio professionale, questo dell’incrocio a quatto era il pezzo che li eccitava maggiormente poiché, a prescindere da ogni altra considerazione, erano richieste elevate capacità di improvvisazione. Sonia e Mauro avevano tuttavia un canovaccio da seguire, provato e perfezionato, il quale consentiva di lavorare in scioltezza nelle varie fasi dell’adescamento, consentendo loro di concentrare l’attenzione sui dettagli, quelle minuzie che spesso potevano fare la differenza. La scaletta prevedeva: La donna accanto 49 1. Appostamento defilato per individuare la preda. (In questa fase il personale di bordo dava una mano discreta per evitare che si perdessero in estenuanti ricerche. In pratica, poco dopo la partenza, tramite i megafoni veniva chiesto ai signori tal dei tali di recarsi presso la cabina del comandante in seconda con la scusa di un controllo sugli estremi dei documenti d’identità, dando così alle ‘clausole’ la possibilità di effettuare un primo contatto visivo). 2. Uno o più passaggi ravvicinati, a pochi centimetri e, se necessario, con uno sfioramento per fare in modo che l’altro ti noti. 3. Tempestivo abbordaggio non appena i bersagli si allontanano l’uno dall’altro per recarsi alla toilette, per andare a prendere un drink o per ammirare le collane etno. Nota : l’abbordaggio non deve essere simultaneo su entrambi, poiché ciò susciterebbe sospetto. L’esperienza dimostra che si ottengono risultati migliori avvicinando da prima il maschio. 4. …. Dunque, per prima si mosse Sonia, avvicinando Salvatore che stava lasciando vagare lo sguardo pieno di ammirazione sulla distesa verde blu, appoggiato alla fiancata di prua. “Quanto ossigeno! – esordì lei gonfiando il petto e spalancando le braccia per poi richiuderle su se stessa con un moto di tenerezza – dà quasi il capogiro non trova?” “Saremmo fatti per respirare sempre aria pura come questa – convenne Salvatore. – Ma respirare aria pulita sta diventando un’eccezione!” “È proprio vero, io avverto un senso di libertà… mi sembra di ritrovare una parte dimenticata di me stessa. Non saprei… qualcosa di più vero, senz’altro più naturale e spontaneo.” Enza sopraggiunse alle loro spalle e notò che i due si sfioravano con i gomiti appoggiati sulla battagliola. Cercò subito gli occhi del marito per comunicargli tutto il suo stupore. “Ah eccoti qui – l’accolse Salvatore ben cogliendo il significato di quell’occhiata – stavo condividendo con questa gentile signora le ottime sensazioni che si provano qui, a non più di due ore dal caos della città …. Che maleducato – si batté la fronte con la mano – mi presento: Salvatore e lei è mia moglie Enza. Enza ti presento…” 50 La donna accanto “Sonia, piacere.” “Piacere, Enza.” “Mauro!” – gridò improvvisamente Sonia all’indirizzo del compagno che si era sistemato di proposito sull’altro lato della barca, a diversi metri di distanza. “Scusatemi – aggiunse poi – vado a recuperare il mio uomo, altrimenti penserà di essere in licenza e di poter distrarsi con la prima che capita.” Il resto del viaggio i Floridia lo passarono a chiacchierare con quella coppia. “Simpatici – aveva commentato Salvatore mentre, dopo essere sbarcati, si recavano all’albergo in pullman; e nel dire ciò osservava l’espressione di Enza per verificare se anche sua moglie fosse di quel parere. “Sì, simpatici – convenne lei. – E credo che anche noi lo siamo per loro.” Sostenere delle conversazioni completamente fasulle per ore sarebbe sfibrante oltre che improponibile per chiunque. Mauro e Sonia, pertanto, oltre che parlare del più e del meno raccontavano sé stessi con l’affabilità di chi è abituato a sovrapporre in modo plausibile finzione e realtà. Parlando del proprio lavoro, ad esempio, Mauro spiegava invece tutto del lavoro di suo padre, con un tale distacco che suscitava l’ammirazione e lo stupore di Salvatore il quale, al contrario, era emotivamente dentro nel proprio fino ai capelli. Parlando della vita di coppia, Sonia esprimeva dei desideri che erano la sintesi rivisitata e corretta di una decina di vite almeno. “Desideri così lontani dalla nostra realtà, purtroppo, – aveva aggiunto con gli occhi languidi.” I monologhi di quei due erano sapientemente interrotti da domande attentamente misurate, alle quali Salvatore ed Enza non avrebbero potuto sottrarsi a meno di risultare sgarbati. “Ma guarda, nemmeno noi abbiamo figli! – aveva esclamato Sonia fingendosi sorpresa, ed effettivamente non ne avevano; ma questo era solo un dettaglio tra i tanti, almeno per due come loro che stavano lavorando a uno scopo ben preciso. Se la risposta fosse stata: sì, abbiamo uno, due figli così e così…, Sonia avrebbe avviato il nastro della conversazione sulla storia dei figli di amici che conosceva bene, La donna accanto 51 aggiungendo sia varianti provenienti dalla propria infanzia, sia problemi che sua sorella aveva avuto da ragazza, il tutto farcito con i resoconti dei primi approcci amorosi degli adolescenti visti attraverso gli occhi di Mauro che le aveva raccontato tutto dei suoi trascorsi. Ma siccome i figli non c’erano, il nastro era stato avviato sulla storia di altri carissimi amici che, pensa un po’: “…hanno avuto un figlio quando lei ne aveva ben quarantatre di anni”. Salvatore era stordito da tutta l’energia che Sonia sprizzava. Non c’era più abituato da quando Enza s’era avvitata nella malinconica strada della depressione, e in cuor suo un pizzico d’invidia per il signor Mauro la provava. Trovarsi accanto una donna così energica, anche se non più giovanissima, suscitava in lui nostalgici desideri. D’altra parte Enza si sentiva osservata e considerata da quel Mauro come non succedeva ormai da tempo con Salvatore. Il venerdì sera s’erano seduti in compagnia per la cena di benvenuto in hotel; poi avevano trascorso assieme anche tutto il sabato e alla sera si erano accomodati nuovamente allo stesso tavolo. Salvatore ed Enza avevano trovato lusinghiera quell’improvvisa amichevole presenza: erano così carini, simpatici e caldi quei due; a dire il vero Salvatore aveva dato più di un’occhiata da intenditore a Sonia. …Nel corso della giornata poi, Sonia era sbadatamente entrata in contatto con Salvatore che aveva percepito una scossa piacevole e stimolante. L’esuberanza di Sonia non era certo la sua unica dote di fascino e a lui non sarebbe dispiaciuto se… Sul palco del salone dei ricevimenti dell’albergo, un complesso intratteneva i commensali con le canzoni d’amore e di passione più note: la cantante aveva una splendida voce corposa che usciva da un fisico prestante, coperto da un lungo abito, con spacco inguinale, pieno di lustrini.. Dall’enorme lampadario in cristallo emanava uno sfavillio di riflessi, e la luce che sembrava provenire da ogni direzione non creava ombre. Condizioni ideali per mandare in fibrillazione i cuori. “Che atmosfera da innamorati questa sera”, pensava Enza mentre sorrideva a Mauro che gentilmente le stava versando dell’acqua. Poi aveva stretto le spalle pensando a quando si era innamorata lei: si ricordava di jeans, magliette fruit of the loom e palpitazioni in luo- 52 La donna accanto ghi appartati… e rivedeva gli occhi, le mani, la divisa di quel giovane appuntato che sarebbe diventato suo marito. Gli abiti e le cene erano arrivati dopo, per motivi di lavoro e per tenere alta la considerazione che il suo uomo andava cercando di fronte agli altri. Lei si era innamorata di Salvatore per quella sensazione di sicurezza che le trasmetteva. D’accordo l’emancipazione, ben venga la libertà, evviva l’indipendenza; ma lei voleva appartenere a qualcuno. La lusingava essere la donna di… La gratificava sapere che lui aveva bisogno di lei al suo fianco per essere quello che era; e quanto più lui diventava forte, tanto più lei si sentiva motivata a essere all’altezza. “E adesso un grande successo Italiano in onore dei nostri graditi ospiti” annunciò la cantante dal palco. “Che strano…. come cambia la vita” pensò Enza emettendo un sospiro tanto forte che Salvatore, intento ad ammirare la solista, si era girato verso di lei chiedendole se si sentiva bene. “Sì sì, sto bene – aveva risposto – un po’ stanca ma è tutto ok.” ……. Tutti quanti sono degli eroi, quando vogliono qualcosa beh, lo chiedono, lo sai, a chi può sentirli la cambio io la vita che, non ce le fa a cambiare me bevi qualcosa, … cosa volevi vuoi far l’amore con me? ….. La cambio io la vita che, … non ce la fa a cambiare me portami al mare, fammi sognare, e dimmi che non vuoi morire … …….. Bevi qualcosa, se non ti siedi vuoi far l’amore con me?* “È così difficile tirare somme… – considerava Enza seguendo il filo del sentimento che l’aveva sorretta da quando aveva incontra*E dimmi che non vuoi morire: cantata da Patty Pravo La donna accanto 53 to suo marito. – “Le ragioni del passato sembrano dissolversi davanti alla forza del presente … Però anche questo presente così forte, imperioso… già domani sarà passato…”. Mauro e Sonia erano in dirittura d’arrivo. Nelle fasi conclusive la loro azione diventava stringente: dovevano assestare il colpo decisivo. Si trovavano nella condizione di un venditore che vuole assolutamente vendere qualcosa a chi è entrato nel negozio solamente per curiosare. L’avventore in realtà non sa ancora che sta per acquistare, ma bisogna indurlo a farlo prima che decida di uscire dal negozio. Cimentarsi in questa fase non è cosa da tutti. Bisogna riuscire a fare quanto segue: Far intendere che la vita sentimentale langue quando si avrebbe ancora così tanto da dare! Far scivolare qualche chiara parola allusiva in modo da scavare come una talpa negli strati della libido. Mostrare disponibilità e gradimento. Meglio se si fa intendere di essere caldi a sufficienza per lanciarsi nell’avventura. Pertanto, con il gioco degli sguardi e delle allusioni, a cena si completava il canovaccio standard della loro missione. A questo punto il mestiere passava in secondo piano: il magnetismo negli occhi c’è oppure non c’è, come anche la capacità di conturbare. È necessario saper trasferire all’altro quel genere di fluido immateriale che penetra nel cervello, lo stimola e si diffonde ai gangli del sistema nervoso, alle ghiandole endocrine, ai centri che regolano la pressione sanguigna, i livelli ormonali, il respiro, il calore e la sudorazione. L’attività mentale diretta e focalizzata su un unico pensiero può coinvolgere emotivamente oltre ogni aspettativa. A Salvatore per esempio pareva di essere tornato indietro di anni, quando bastava uno sguardo volitivo e ammiccante per comprendere e trasmettere senza equivoci il desiderio comune. …Verificato che l’atmosfera era calda a sufficienza, Sonia e Mauro si erano allontanati per qualche minuto con una scusa poco credibile, poiché doveva apparire chiaro che si trattava di una scusa. Si erano allontanati rimanendo in vista di Enza e Salvatore. Uno di fronte all’altro dando a intendere che stavano discutendo. Salvatore ne seguiva i movimenti con la coda dell’occhio; il fluido che Sonia 54 La donna accanto gli aveva trasmesso stava facendo effetto. Gli pareva possibile certo, gli sembrava fattibile, tanto sentiva quel desiderio aleggiare su di loro e scorrere proditoriamente nelle vene a ogni respiro. Vedeva che Mauro e Sonia stavano osservando lui ed Enza, gli pareva che stessero soppesando la loro capacità di farcela; ecco, poi stranamente tornavano a discutere come se stessero decidendo se era o meno il caso di proseguire. “Certo che possiamo farcela!” gridava mentalmente Salvatore e in cuor suo sperava di non aver inteso a sproposito il comportamento dei due. Quella schermaglia a distanza era voluta e studiata nei dettagli, anche se in realtà Sonia e Mauro stavano decidendo chi, tra Salvatore ed Enza, era l’elemento prevalente nella coppia. Da questo dipendeva la possibilità di coronare con successo l’impresa. In quel caso non era difficile stabilire che l’elemento dominante era Salvatore. Tutto sommato i Floridia sembravano prede pronte a cadere nella rete. Enza osservava sgomenta il desiderio montare sul volto del marito. “Quella Sonia è un bel tipo, si vede che ti piace” gli disse sarcastica. “Anche lui non è male però, ti pare?” replicò prontamente Salvatore. Si sa che per i maschi è diverso… Oltretutto Salvatore stava lottando da tempo contro un tarlo che s’era annidato tra le circonvoluzioni del cervello, da dove lo tormentava insistentemente con fastidiosi morsi. Era un tarlo parlante, poiché mentre lo rodeva si prodigava in spiegazioni, scusandosi che non era colpa sua se era costretto a morderlo e che avrebbe smesso se solo lui, Salvatore, avesse lasciato la moglie per rifarsi un’altra vita. Sicché non c’è da stupirsi se l’idea di avere Sonia e di lasciare Enza, anche solo per una notte, suscitasse in lui un turbamento… diciamo gestibile. Per gli uomini è diverso, si sa. Ma c’è forse una donna che lascerebbe spontaneamente il proprio uomo con un’altra? “D’accordo” recriminava Enza tra sé, “sono mesi che non facciamo l’amore; ma questa vacanza non avrebbe dovuto servire a riavvicinarci anche fisicamente?” Sonia e Mauro avevano concesso qualche altro istante alle loro 55 La donna accanto ansie, tornando poi al tavolo con un sorriso che avrebbe potuto ingannare anche il più lesto dei borseggiatori. Si erano scambiati il posto in modo che Mauro fosse vicino a Enza e Salvatore si trovasse a portata di mano di Sonia. Era stabilito che si iniziasse insidiando palesemente il partner debole e pertanto toccò a Mauro fare la prima mossa: sfiorò la mano che Enza teneva appoggiata sul tavolo e prima che lei potesse essere colta da dubbio le appoggiò saldamente sopra la sua. Salvatore guardò prima quelle mani, una sull’altra, poi Enza e infine Mauro. Quindi incrociò lo sguardo eccitato di Sonia, sussultando nel vedere che in quegli occhi stavano già scorrendo i titoli di testa della loro notte d’amore. Se, come sembrava probabile, Floridia avesse accettato la mano dell’altro uomo su quella della sua donna, allora sarebbe toccato a Sonia invitarlo ad allontanarsi per primo con lei. “Salvatore – chiese sdolcinata Sonia posando lei la mano sul quella di lui – andiamo a bere qualcosa in camera tua, ti va?” Enza subiva gli avvenimenti spaesata, incapace di alimentare qualsiasi moto di ribellione; si sentiva stanca, molto stanca, ed era consapevole di aver già capitolato. Le era balenata l’idea che quella tresca potesse essere una cura per la loro condizione. Avrebbe dunque finto di non sentire, avrebbe finto di non vedere; avrebbe cercato di addormentarsi pregando che al risveglio le cose tra lei e Salvatore potessero migliorare. Salvatore fissò nuovamente Enza: lei appariva rassegnata e di conseguenza l’ultima parola sarebbe toccata a lui, visto che ormai le carte erano tutte sul tavolo. A quel punto poteva dire: sì, facciamo; oppure: no, scusami Sonia, dopo cena di solito esco a fare quattro passi. Anche Mauro non staccava gli occhi dalle labbra di Salvatore, sospeso in attesa di quel monosillabo. “Allora andiamo” – mormorò infine Salvatore sottraendosi allo sguardo della moglie. **** Sonia e Mauro avevano lavorato sodo per guadagnarsi il piacere di cui erano tanto ghiotti. Si erano dati un gran da fare, come 56 La donna accanto potrebbero fare degli orsi per raggiungere il miele di un alveare. Nella camera dei Floridia Sonia aveva cercato dapprima le mani di Salvatore per stabilire subito quel contatto che assicura tranquillità. Poi aveva iniziato a sbottonargli la camicia: non tutta, bastavano i primi due bottoni, per fargli comprendere che intendeva fare sul serio. Poi, mentre Salvatore provvedeva da sé, lei si era tolta il vestito stendendosi sul letto con addosso solo l’intimo. Quando Salvatore le si sedette accanto, lei gli porse la gola gettando la testa all’indietro, oltre il bordo del letto. Sonia si serviva di quell’atto di sottomissione per ricondurre il gioco erotico nelle mani dell’uomo, dato che era stata lei a prendere l’iniziativa fino a quel momento. Istintivamente ne conosceva il significato recondito, sapeva che da un lato quel genere di invito stimola nel maschio un senso di possesso totale, di presa violenta sfogata trasformando l’impulso a divorare il corpo femminile nella violenza della penetrazione. E sapeva che, d’altro canto, quel gesto di abbandono stimola nel maschio il desiderio di proteggere e di rassicurare chi gli mostra tanta fiducia, stimola l’impegno a ricompensare colei che si mette nelle sue mani, offrendole in cambio tenerezza, carezze affettuose e accondiscendenza nei gesti più intimi. “Mostrami cosa sai fare” pareva dirgli Sonia torcendosi in quel modo. Teneva gli occhi socchiusi e tutto il suo corpo accompagnava docile il fluire dei desideri e delle suggestioni. Mauro invece, dopo aver quasi trascinato Enza in camera, l’aveva fatta accomodare sulla poltroncina offrendole poche gocce di whisky in un bicchiere da spumante. Questo accorgimento l’aveva imparato da un amico dal quale aveva appreso altri trucchi del mestiere. Mentre le porgeva il bicchiere praticamente vuoto, Mauro era consapevole di offrire a Enza un distillato d’astuzia e gentilezza, adatto a confondere lo spirito femminile quel tanto da renderlo volontariamente flessibile allo scopo. Enza lo aveva accettato, anche se di malavoglia: “La quantità è assolutamente insufficiente per darmi alla testa” si era rassicurata osservando il calice tra le dita. Ma cominciava a mancarle l’aria e per fuggire la vista del letto era uscita sul terrazzino rinfrescato dalla brezza notturna. Fissava inebetita il cielo e il mare fusi in un abbraccio oscuro: non le sembravano grandi abbastanza per contenere l’angoscia che l’opprimeva. La donna accanto 57 Lui le aveva abbassato una spallina e l’aveva baciata sulla guancia sfiorandole il lobo dell’orecchio con la punta del naso. “Devo fare tutto io? – le chiese sorprendendola per il tono assolutamente rilassato e scanzonato. “No, certo che no” rispose Enza assente. Mauro l’aveva stretta a sé strusciando il ventre sul suo e baciandola ripetutamente sul collo; poi le aveva chiesto di girarsi per sganciare il reggiseno. Accarezzandole i capelli le aveva sfiorato i seni e il costato, quindi le aveva cinto i fianchi e passando ai margini dell’inguine aveva diretto le mani all’interno delle cosce. Avviluppata dalla gestualità amatoria, Enza si era sentita penetrare dall’odore estraneo e sfrontato che emanava dalla pelle dell’uomo. Era l’odore di chi non conosceva la sua fragilità, l’odore di uno a cui non poteva importare nulla della sua profonda tristezza e sofferenza. L’abilità di Mauro avrebbe potuto far girare la testa più del whisky a un’altra donna in cerca di emozioni, ma non a Enza, la quale non stava cercando emozioni, ma stava invece tentando di non perdere il contatto con se stessa. Per non perdersi, lei doveva scoprire la propria dimensione femminile al di là di tutto quello che lei aveva sempre pensato di poter essere, oltre a ciò che il suo corpo poteva rappresentare per gli altri. Quell’odore la feriva: lo trovava asfissiante e insopportabile. Era un aroma pungente che invece di liberarla per contrasto le ricordava troppe cose; le ricordava l’amoreggiare inutile e infruttuoso nel quale si era dileggiata per tanto tempo. Mentre Mauro la teneva, lei gli puntò una mano aperta sul petto scostandolo fino ad averlo a tiro per un potente schiaffo a palmo pieno. Il colpo era stato talmente forte e inaspettato che l’uomo quasi cadde di schiena. “Mi era sembrato che per te fosse ok – protestò lui dopo qualche istante – comunque potevi semplicemente dirlo che non ne avevi voglia.” “Scusami, mi dispiace – si scusò Enza – ma ti sbagliavi. Io scendo” e si diresse verso la porta. I corridoi e le sale erano deserti e anche al piano terra non c’era pressoché nessuno della loro comitiva. Oltre le tende scostate, attra- 58 La donna accanto verso il grande arco che dalla hall immetteva nella sala dei ricevimenti, si vedevano gli orchestrali riporre gli strumenti in silenzio. Enza diede un’occhiata di sfuggita, richiamata dal tramestio dei camerieri intenti a liberare i tavoli: tintinnio di bicchieri, l’impatto secco delle posate sui piatti, il suono rotondo delle tazzine, sobbalzi di un carrello spinto oltre le porte della cucina. Lo splendido lampadario era spento e i cristalli sfaccettati le parevano farfalle morte impigliate in ragnatele a mezz’aria. Alla luce fredda proveniente dalle teorie di neon agli angoli, tra i muri e il soffitto, i presenti le sembravano teatranti stanchi, comparse che non credono alla bontà della rappresentazione che avevano contribuito a mettere in scena. “Una commedia” pensò Enza. “È tutta una finzione.” Avvertì una stretta, come se qualcosa le graffiasse il cuore. “Ma dove sono finiti tutti?” chiese a un inserviente. “Disko!” le rispose quello facendo cenno con l’indice verso il basso. Enza si avvicinò alle scale che portavano ai locali sotterranei dai quali si diffondevano ritmi e vibrazioni rock. Poi pensò che non intendeva farsi assordare in quel modo e desistette, preferendo andare a sedersi su uno dei divani della hall, proprio vicino a un grande abatjour che irradiava una calda luce gialla. Vedendola così stranita, un commesso si avvicinò chiedendole in perfetto italiano se aveva bisogno di qualcosa. Stava masticando amaro Enza, perché non si era perfettamente resa conto di ciò che le era successo. Tutto così veloce… inatteso… volgare. Certo che il pensiero di Salvatore di sopra con Sonia… una certa rabbia la sentiva. Ma poi fu grande il suo stupore quando dal vano ascensori vide arrivare Mauro assieme alla sua signora. “Ciao, allora tutto bene?” le aveva chiesto Sonia sedendosi sulla poltroncina a fianco. Enza guardò Mauro con aria interrogativa come per dire: ma come, non le hai detto niente? “Avete fatto presto – continuava Sonia con tono indagatore – abbiamo ancora tutta la notte davanti!” “Come mai anche lei è già qui?” si domandava intanto la signora Floridia. “Dov’è mio marito?” chiese infine ad alta voce. 59 La donna accanto “È rimasto in camera… non se la sentiva di scendere.” “Bene – le interruppe Mauro avviandosi verso l’uscita – io esco a fare quattro passi e a prendere una boccata d’aria.” Sonia lo rincorse. “Aspettami caro vengo anch’io!” Zampettandogli al fianco si girò verso Enza e aggiunse – ci vediamo più tardi o al massimo domattina. Buona notte!” “Buona notte” rispose Enza avviandosi mogia verso l’ascensore. **** La porta della loro camera era socchiusa. Entrando, Enza vide Salvatore steso sul letto a pancia in su, con il lenzuolo che ne copriva parzialmente le nudità. “Cosa c’è Salvatore, cos’è successo?” Gli chiese con la voce leggermente alterata. Senza neanche guardarla, gli occhi al soffitto, lui era scoppiato a ridere e mentre rideva singhiozzava e si lamentava del dolore che al minimo movimento avvertiva in tutto il basso schiena, zona lombare. Era successo che l’alchimia dell’amore non funziona a comando e davanti ai seni bianchi e palpitanti di Sonia Salvatore non era riuscito a trovarsi la testa: c’era il corpo di Sonia e c’era il suo corpo, ma la sua testa non c’era. Forse un movimento brusco, una corrente d’aria a digestione già avviata o chissà cos’altro l’aveva paralizzato alla schiena proprio quando stava per infilare la porticina. La fitta gli aveva tolto il respiro costringendolo a scivolare dolorante di fianco alla partner spaventata, e di lì non s’era più mosso. “Meno male che non è un infarto” aveva commentato Sonia emettendo un sospiro di sollievo. Poi gli aveva steso sopra un lembo di lenzuolo e si era rivestita. “È la prima volta che mi capita una cosa del genere” aveva commentato Salvatore con imbarazzo. Sentiva di doversi scusare per averle tolto la pietanza da sotto il naso dopo averne fatto tastare la consistenza. “A me questo dice soltanto una cosa” – aveva decretato lei. Salvatore l’aveva guardata incuriosito. “Che ami solo tua moglie e non permetti a te stesso di avere 60 La donna accanto qualcun’altra che non sia lei” aveva spiegato Sonia con il tono di chi non sbaglia mai in certe cose. – La invidio, è una donna fortunata.” Disteso davanti a Enza, Salvatore aveva gli occhi lucidi, un po’ per il dolore e un po’ per la commozione. Sonia gli aveva detto qualcosa che lui sospettava già, ma aveva dovuto andare fino a Portorose e mettersi in quella situazione per sentirselo confermare da un’estranea. Lui amava sua moglie e la rispettava. Come aveva potuto anche solo pensare di sfogarsi con un’altra? “Non ce l’hai fatta, eh?” mormorò Enza mentre gli sistemava il lenzuolo. “E a te … com’è andata?” osò chiedere lui guardandola nuovamente negli occhi. “Buca” rispose lei dandogli un bacio sulla fronte. Salvatore l’afferrò per le braccia stringendola a sé per rotolarvisi sopra. Stava per dire qualcosa come: vieni qua che adesso ti consolo io, ma le parole gli si strozzarono a metà per l’ululato di dolore che ogni movimento gli causava. Enza scese nuovamente nella hall cercando l’inserviente che parlava bene italiano. Non c’era. Allora chiese alla signorina della reception se poteva trovare una farmacia aperta nei pressi. Gentilissimi, quelli dell’albergo si erano offerti di accompagnarla con l’auto di servizio e nel giro di neanche venti minuti Enza era di ritorno con un paio di creme antidolorifiche: una era un prodotto farmaceutico e l’altra una specie di balsamo di tigre per stiramenti, contratture ecc. “Vuoi contribuire all’estinzione delle tigri?” L’apostrofò Salvatore cercando di simulare un rimprovero. “Ma questo mica è fatto con i pezzi di tigre; si chiama balsamo di tigre perché dopo averlo spalmato ti senti forte come un tigrotto. Canfora, mentolo… – lesse sull’etichetta… – olio di garofano… Visto? La tigre non c’è.” Salvatore sogghignava nel vederla così presa dalla spiegazione. “Mi stai prendendo in giro!? Adesso ti concio io!” scherzò burberamente Enza girandolo sotto sopra come una cotoletta sulla padella. Altre urla, le ultime: poi erano arrivate in soccorso le mani di Enza a spalmare gli unguenti balsamici, e il sollievo non aveva tardato a farsi sentire. La donna accanto 61 Finirono col far l’amore: lei a cavalcioni, così lui stava meglio. Poi, stremati, avevano passato la notte abbracciati come adolescenti. La mattina seguente si alzarono tardi. Enza diede un’altra benefica spalmata e in qualche modo Salvatore riuscì a scendere. I tavoli della colazione erano già stati sparecchiati sicché dovettero uscire alla ricerca di un bar. Di italiani dovevano girarne veramente tanti da quelle parti, perché molti parlavano più o meno bene la lingua di Dante; si mangiava all’italiana e si faceva colazione all’italiana. Il caffè poi era buonissimo. Era già metà mattinata. Il programma prevedeva un pasto leggero in albergo verso le dodici e trenta, per consentire di rientrare con calma a Venezia nel pomeriggio. “Niente shopping… – si rammaricava Enza borbottando, mentre raccoglieva col cucchiaino lo zucchero dalla tazzina. Salvatore non aveva replicato, ma subito dopo l’accompagnò lungo una promenade, davanti alla vetrina di un’oreficeria, perché si lustrasse gli occhi e indicasse qualcosa che le piaceva. “Cosa succede? – chiese lei con un pizzico d’ironia. – Siamo sposati e sono tua di diritto no? Non serve che mi fai un regalo per la notte scorsa.” Acquistarono un anello Cartier osservando il quale Enza aveva emesso un mugolio d’ammirazione: era fatto come certi fiorellini di campo, solo che al posto dei petali bianchi aveva una costellazione di sfere e cabochon di corallo e ametista imperniate con borchie d’oro, e nel centro una famigliola di brillanti. Tornando verso l’albergo tutto sembrava più colorato. La giornata era splendida, la brezza dal mare rinfrescava la passeggiata e la gente se ne stava tranquilla, chi in adorazione del gelato, chi a leggere un giornale sulle panchine, chi a godersi semplicemente l’aria ed il sole. Aiuole ben curate, profumo d’erba appena rasata, passerotti a piluccare briciole presso i bambini, pigolare stridulo e voli acuti di rondini a caccia d’insetti. “Sta cambiando il tempo” osservò improvvisamente Salvatore. “Come fai a saperlo?” chiese distrattamente lei, assorta ad ammirare quello splendore d’anello che s’era già messa al dito. “Dagli insetti, a quest’ora del mattino dovrebbero stare tra la 62 La donna accanto vegetazione, nelle siepi, sull’erba e i fiori; invece volano a diversi metri d’altezza. Questo significa che la pressione atmosferica sta cambiando. È in arrivo brutto tempo.” “Come cambiano in fretta le cose” aveva pensato Enza stringendo Salvatore sotto braccio e crogiolandosi al sole sotto il cielo azzurro. Sì, purtroppo per loro le cose sarebbero presto volte al peggio: li attendeva un periodo ancor più buio. 63 La donna accanto LA PROFEZIA Settembre 1998 Lo stato di salute di Enza era andato peggiorando notevolmente e nello strenuo tentativo di salvarla dalla completa deriva, Salvatore aveva dato fondo a ogni energia, scoprendo in sé risorse insospettate. Ma a lungo andare, la costante apprensione per le condizioni della moglie si stava ripercuotendo sul suo rendimento professionale; se ne erano accorti un po’ tutti: non era più il Salvatore entusiasta che affrontava i problemi come una prua fende l’acqua. Il brigadiere era in evidente difficoltà. Gli pareva di non rilassarsi neppure durante il sonno, perché terminata la fatica della giornata lavorativa iniziava lo stress all’interno delle mura domestiche. Al mattino giungeva in ufficio sospirando, come un condannato che non può sottrarsi a un destino ingiusto e spesso era soprappensiero. La sera poi, al rientro in caserma, percorreva il corridoio in linoleum color muschio che conduceva agli uffici del primo piano senza alzare gli occhi. Rientrava alla base camminando cauto, quasi sospettasse la presenza di qualche inciampo dissimulato tra il verde perfettamente rasato del pavimento. Oltrepassava la porta a vetri e puntava alla sua scrivania, abbandonava a terra la ventiquattrore e, rovesciando il berretto sul monitor del computer, si lasciava cadere sulla sedia. Passava le mani sul capo, dal viso alla nuca e dagli occhi alle orecchie, come per rimuovere il velo di stanchezza che verso sera ottundeva i sensi, impedendo alla vista di vedere, all’udito di intendere, alla mente di governare lucida. Allora, dopo qualche istante di raccoglimento, gli sembrava di tornare a cogliere il senso delle parole dei carabinieri al lavoro nella 64 La donna accanto stanza: erano i rumori di sempre. Gli stessi suoni, lo stesso brusio del giorno prima, del mese e dell’anno prima: le solite cose. E, mentre la penombra dei tardi pomeriggi padani dilagava all’esterno, oltre i vetri protetti dalle inferiate sui quali si rifletteva la luce fredda dei neon che faceva lacrimare gli occhi, anche la vista riprendeva a interpretare gli oggetti secondo il senso usuale, mettendo a fuoco il piano del tavolo con tutto ciò che vi era sopra. Una sera, con un palese sospiro d’insofferenza, il brigadiere afferrò un foglio formato A4 pizzicato sotto il piedino della tastiera davanti al monitor. “Cos’è questo?” domandò con tono assente, senza rivolgersi in particolare a nessuno dei colleghi. “L’ha inviato la questura” rispose l’appuntato terminalista della postazione a fianco evitando di alzare gli occhi dal programma in cui era impegnato. “E che dobbiamo farci? – riprese Salvatore dopo averlo scorso per qualche istante. – Certo che ci vuole del coraggio: lo vogliono capire che con questi fogli volanti… non fatemi parlar male. Dov’è l’intestazione? E la motivazione… “A dire il vero – aggiunse l’appuntato che continuava imperterrito a lavorare sul terminale – circa mezz’ora dopo aver ricevuto il fax è arrivata una telefonata. Dicevano che si tratta di un semplice controllo, niente di pressante.” “Complimenti! – sbottò Floridia stirando il collo a destra e a sinistra, avanti e indietro per scaricare la tensione. – Hanno telefonato pure, della serie arrangiatevi. Poi, però, le pulci sui livelli di produttività vengono a farle a noi. Vabbeh! Guarda, ne ho già avute abbastanza per oggi e una comunicazione del genere non la prendo nemmeno in considerazione. Se vuoi pensarci tu, fanne quello che credi.” Così dicendo, il brigadiere piegò in due il foglio e lo lanciò a mo’ di frisbee sulla scrivania del collega. “Ci sono novità, qualcosa di urgente per domani?” aggiunse col fare di chi ha già la testa altrove. “No Salvatore – riferì l’appuntato distogliendosi dal lavoro e guardando finalmente Floridia in volto – niente di urgente. Ci sarebbe tuttavia il pacco delle contravvenzioni che cresce sempre di più: sarà La donna accanto 65 un problema starci dietro se qualcuno non le inserisce a mano a mano in anagrafica.” “Leo, ancora con questa storia! Se non facciamo multe è una tragedia e se ne facciamo è comunque un problema. Che ci posso fare? Vedetevela tra di voi, datevi il cambio, fate un po’ per uno; ma non ne voglio assolutamente più sentire parlare. Altro?” “Ti ho messo nella cartella le pratiche della giornata, in visione – aggiunse il subalterno. – Alcuni smarrimenti, patenti, documenti d’identità e un cane; una denuncia per furto a domicilio, una tentata rapina, un paio di incidenti con sopralluogo e rilievi. Basta, mi sembra che non ci sia altro. Ah no, c’è anche l’incartamento di uno che si è sentito male dopo aver mangiato al ristorante e ha sporto denuncia per somministrazione di cibi avariati. Mi sono permesso di dare direttamente la pratica a Gigi, dato che domani è di passaggio al nucleo antisofisticazione.” “Ben fatto Leo – commentò Salvatore mentre si alzava puntando le braccia sul tavolo. – L’hai compilata correttamente quella per Gigi?… C’è tutto? Mi raccomando, precisione, completezza e ancora precisione. Se c’è questo, il lavoro è già fatto a metà. Allora io vado, ci vediamo domani; buona serata ragazzi” e calcandosi nuovamente il cappello in testa, Floridia se ne andò chiudendosi la porta alle spalle. “Ma è vero che Pongo non si fila più con la moglie? – chiese sottovoce un appuntato “Chi te l’ha detto?”– domandò un altro. “Sono crisi passeggere – intervenne un terzo – come ce ne sono sempre state da che mondo è mondo. Anche a me sono capitati dei periodi no. Poi passa.” “A me risulta che le cose non vanno più bene da un pezzo – aggiunse spavaldo quello che aveva iniziato il discorso. – D’altra parte, dopo quello che hanno passato non sarebbe da meravigliarsi.” “Pettegolezzi, solo pettegolezzi – sentenziò il secondo. – In realtà siete invidiosi di sua moglie, brutti corvi neri, cosa sperate, che ve ne lasci un assaggio? “Certo che è proprio una bella donna. Come si fa a stancarsi di una così?” “E chi dice che s’è stancato? Magari ci puoi anche fare l’abitudine al bello, ma da questo a stancarsi…” 66 La donna accanto “Quanti anni è che sono sposati?” “Non so di preciso, credo una quindicina d’anni almeno.” “L’ultima volta che l’ho incontrata mi è parsa un tantino sciupata, però.” “Eh! Non è più una ragazzina! Riuscite a immaginarvela con quindici o vent’anni di meno?” “Da sballo, io me la ricordo!” “Io non mi lamento sapete. A guardare mia moglie potrebbe anche venire il dubbio che non appartenga alla stessa specie femminile; ma è il sentimento e l’attaccamento che contano. Ci sono affezionato, ne abbiamo passate tante aiutandoci a vicenda! E abbiamo fatto un’infinità di cose assieme, oltre ai figli. Una vita. Basta mezza parola, un gesto per intendersi. Una può essere anche un gran pezzo di … donna, però se non è quella che fa per te non riesci neanche a starle vicino.” “Ok – intervenne risoluto Leo – direi di finirla qui. Se Pongo ha o non ha problemi con la moglie è un fatto che non ci riguarda, perciò bando alle ciance.” Mentre uno dopo l’altro i colleghi si avviavano verso casa, Leo prese il fax che il brigadiere gli aveva lanciato sulla scrivania, lo stese per bene e lo passò allo scanner; pose l’intestazione al file e quindi lo salvò su dischetto per archiviarlo ordinatamente, come faceva con tutti i documenti da qualche tempo. Prima di andarsene, mise nuovamente il foglio sulla scrivania di Salvatore, non in vista, ma nascosto sotto un paio d’altri documenti tenuti schiacciati da un grosso sasso che il brigadiere usava come fermacarte. Non era la prima volta che rifilava al superiore qualcosa che l’aveva infastidito sulle prime. Di certo si guardava bene dall’abusare di quell’espediente. Sapeva che Pongo voleva essere informato di tutto il lavoro che passava per l’ufficio e se lo prendeva anche a cuore. Solo che diventava intrattabile quando riscontrava approssimazione e scarsa considerazione per il lavoro altrui. Dopo un po’ gli passava, ma questo rendeva meno tranquillo il rapporto con i colleghi e serviva da stimolo per lavorare meglio. Insomma, Salvatore era considerato un rompiscatole ma non aveva tutti i torti e per questo lo sopportavano di buon grado. 67 La donna accanto Mettere quel fax in cima alla pila di documenti no, sarebbe stato troppo, ma due o tre fogli sotto sì, era la misura giusta. Leo era certo che in quel modo Pongo l’avrebbe ripreso in mano entro venerdì, magari in un momento di buon umore, e tanto bastava per conservare l’armonia in ufficio. **** Quando, sfogliando il mucchietto sotto al sasso, si trovò tra le mani il fax di pochi giorni prima, Floridia girò gli occhi verso Leo. Con la coda dell’occhio, quello aveva seguito tutti i movimenti del superiore, ma fece finta di non vedere e di essere completamente assorto in altre cose. “Leo?” “Sì brigadiere?” “Sai niente di questo fax che mi trovo tra le carte?” “Quale fax brigadiere?” “Questo! – gli rispose impaziente Salvatore con una smorfia schifata, mostrando il foglio tenuto penzoloni tra due dita come fosse un calzino sporco. “Embeh?” commentò l’appuntato alzando le spalle. “Come mai me lo ritrovo ancora qui?” insistette il superiore. “E che ne so – rispose Leo – può essere che sia caduto per terra e che la donna delle pulizie lo abbia poggiato sulla scrivania.” Quando raccontava balle Leo sembrava un attore: talmente serio! Persino seccato di essere chiamato in causa, pareva offeso che si potesse dubitare di lui; e risultava più che convincente. “In effetti” pensò Salvatore “era plausibile che fosse andata così. La donna delle pulizie l’aveva messo sulla sua scrivania perché quando non si sa da dove viene qualcosa o quanto questa cosa sia importante, di solito la si consegna al capo in modo che sia lui a decidere cosa farne.” Il brigadiere rimase qualche istante in contemplazione del foglio: vi era segnato un indirizzo che a prima vista doveva essere in zona industriale. Il testo recitava semplicemente: ‘controllo’. Controllo di che, questo non era scritto. “Che t’hanno detto quando hanno telefonato quelli della questura? domandò a Leo. 68 La donna accanto “Hanno detto di passare a dare un’occhiata per vedere se c’è qualcosa di sospetto – rispose l’appuntato – se ha l’aria di un posto pulito o se c’è qualcosa che puzza.” “Ho capito, ma pulito rispetto a cosa? – si sfogò Salvatore. – Droga, contrabbando, riciclaggio, nero. Lo intendi anche tu che senza una motivazione è come cercare l’ago in un pagliaio?” “E io che ci posso fare?” “Eh già, niente ci puoi fare; sarà mica il modo questo!” concluse Floridia sistemando il fax tra gli altri fogli riposti nella ventiquattrore. Uscito dal comando, salì sull’alfetta che lo stava attendendo a motore acceso e fece cenno al carabiniere che si trovava alla guida che potevano andare. Il venerdì era solitamente dedicato a un giro in città per lo scambio di informazioni e di carteggi con i colleghi della Polizia municipale, della Polizia stradale, della Polizia penitenziaria, della Guardia di Finanza, dei Vigili del Fuoco, della questura, insomma era il giorno espressamente dedicato al coordinamento interforze. Nonostante l’approssimarsi del fine settimana, quel mattino Salvatore era di pessimo umore. Si era levato dal letto con un pesante senso di nausea accompagnato dall’impressione di aver sbagliato tutto o quasi nella vita. Salutata la moglie rimasta a dormire, era uscito di casa senza fare colazione e, mentre avviava l’auto per recarsi in caserma, lui, che andava fiero dell’uniforme, era stato inaspettatamente colto dalla sensazione di indossare dei panni che non erano della sua misura; di star vivendo una vita che non gli apparteneva, anzi, di aver vissuto per buona parte una vita che non era nemmeno destinata a lui, ma a qualcun altro. “Sarà la crisi dei quarant’anni” aveva pensato cercando di allontanare il pensiero sgradevole, ma sapeva benissimo che la questione era più seria. Intuitivamente sapeva di aver covato a lungo quella sensazione come l’uovo di un cuculo che, una volta schiuso, reclama sempre più spazio per sé. “È come un frutto” meditava “un frutto che matura fino a fracassarsi dopo una breve caduta” lui avrebbe dovuto raccoglierlo, ma per un motivo o per l’altro aveva lasciato perdere. Sapeva che stava maturando, ma quando finalmente era andato per coglierlo, pluff … solo La donna accanto 69 vespe e mosche a ronzare sulla polpa spiaccicata. Avvertiva un peso estraneo allo stomaco. E poi tutta quell’umidità, quell’afa. Non era raro in quella stagione che la foschia riducesse la visibilità a non più di due chilometri. Da quelle parti ti sentivi appiccicoso ancor prima di esserti asciugato dall’acqua della doccia. Opprimente. “Vuoi mettere l’aria che si respira a casa mia?” aria sempre nuova, condita col profumo di salsedine che si spande per le vie della città, attraversa i campi e a volte sale su in alto, sui fianchi del vulcano. Anche il cielo di casa sua era un’altra cosa: niente da spartire con le tinte affumicate del cielo di pianura. “Strano” meditò Salvatore “sono passati così tanti anni da quando ho pensato alla mia terra come a casa mia. Magari il malessere e i pensieri inusuali vengono stimolati soltanto dallo stomaco in subbuglio.” La notte precedente aveva dormito poco, dopo essere rincasato tardi con la moglie di ritorno da una cena con alcuni colleghi e rispettive consorti. Le pietanze erano state ottime, ma loro due avevano mangiato di malavoglia perché la compagnia si era dimostrata inadatta, o meglio, non più adatta, nonostante in passato avessero trovato piacevole partecipare a feste e banchetti con gli amici e i conoscenti degli amici. Per loro due evidentemente lo spirito conviviale e spensierato doveva essersi esaurito, poiché quelle presunte occasioni di svago offrivano per lo più solo sconforto e motivo di tristezza. Non si sentivano a loro agio e poi non c’era corrispondenza tra quello che loro pensavano e i discorsi, gli umori, gli interessi degli altri. Anche per questo lui ed Enza avevano diradato alquanto gli incontri mondani: per evitare di uscirne amareggiati, insoddisfatti, come svuotati nonostante il buon cibo. “Secondo te – chiese Salvatore rompendo il silenzio – cos’è una prima botte?” “Una prima botte? – ripeté l’appuntato al volante, prendendosi qualche secondo per pensare mentre, nello sforzo di trovare la risposta corretta, aveva sollevato il piede dall’acceleratore. – Immagino sia un vino di prima qualità con caratteristiche particolari, magari la parte migliore del raccolto, oppure quello che viene spillato per primo; qualcosa del genere insomma.” 70 La donna accanto “Bravo, è quello che pensavo anch’io.” “Perché, non è così?” si stupì l’altro. “Non è così, no. La prima botte non ha niente a che spartire con il vino, tranne il contenitore, forse, che può essere una botte, ma a questo punto potrebbe anche essere un barile, una tinozza o altri recipienti del genere.” “E allora cosa può essere?” si chiese l’appuntato incuriosito. “La prima botte è un appostamento per la caccia. È una postazione in acqua per sparare alle anatre selvatiche quando sono in vista della terraferma. Le botti scoperchiate vengono montate sulla sommità di alti pali infissi sul fondo sabbioso in zone di passaggio migratorio. In quel periodo i cacciatori si fanno accompagnare in barca presso questi trespoli, quando è ancora buio, si accovacciano dentro e aspettano l’alba, per sparare agli uccelli di passaggio.” “E perché si chiama prima botte e non semplicemente botte?” chiese l’appuntato che nel frattempo era tornato a pigiare sull’acceleratore. “Perché ce ne sono tante disposte in batterie. Ovviamente quelle che stanno più avanti, verso il largo, consentono al cacciatore di sparare per primo e di abbattere un maggior numero di uccelli. Vengono affittate a prezzi variabili: ogni batteria ha un prezzo diverso. Comunque prezzi elevati.” “Mi scusi brigadiere, ma lei come la sa questa cosa?” “L’ho saputa ieri sera, a cena con amici. A dire il vero ci siamo portati appresso anche le mogli. Comunque, quando uno della Stradale mi ha fatto questa domanda ho risposto come te: distillato di vinaccia, ho detto, oppure vino invecchiato di prima qualità.” “Che gusto ci sarà – riprese l’appuntato scalando le marce a un semaforo, – che gusto ci sarà a stare rannicchiati dentro una botte per ammazzare delle anatre che se ne vanno spensierate per i fatti loro?” “Non lo so – rispose Salvatore stringendosi nelle spalle. – Mentre mi raccontava di queste strane battute di caccia a quello gli brillavano gli occhi. Ci leggevi la soddisfazione morbosa, la fatica e l’attesa ricompensate dallo sfogo delle scariche di doppietta. Avresti dovuto vederlo: era infervorato come un ragazzino mentre raccontava, e mimava come riusciva a ricaricare il fucile in cinque secondi; e poi La donna accanto 71 via, bang bang altri due colpi. E così per una diecina di minuti.” “E come fanno poi a recuperare le anatre?” si chiese il sottoposto. “Con la barca – gli spiegò Salvatore. – Recuperarle per modo di dire, perché è logico che non riescono a raccattarle tutte. Ne raccolgono alcune e le altre le lasciano a marcire.” “Non sapevo che fosse consentito un tipo di caccia così spietata” commentò dubbioso l’appuntato “Non qui, ma nei paesi dell’Est sì, almeno stando a quello che ha raccontato quel tale” precisò il brigadiere. “Cosa ne dice brigadiere se saliamo in tangenziale, credo che facciamo prima.” “Fammi pensare, … va bene, però poi prendi la seconda uscita e scendi in zona industriale che voglio togliermi una curiosità.” Così dicendo, Floridia afferrò la cartellina delle pratiche dalla ventiquattrore e la sfogliò fino a trovare il fax della questura. C’era un traffico pazzesco, come al solito: a passo di lumaca per entrare in tangenziale e poi avanti adagio. “Dobbiamo andare al civico 86 di Viale dei Ferrovieri” precisò Floridia. “Come sta sua moglie, brigadiere?” fu la strana sortita dell’appuntato che cadde sulla testa di Salvatore con l’effetto di un grosso chicco di grandine sbucato da un mesto cielo autunnale. Siccome il brigadiere tardava a rispondere, il collega si scusò dicendo che non intendeva essere indiscreto, ma visto che era stato Floridia stesso a parlargliene in una occasione precedente … e dato che erano spesso … “No, non devi scusarti – l’interruppe il brigadiere. – Anzi, mi fa piacere il tuo interessamento. Non è facile sai; a sentirli parlare … voglio dire … chi non l’ha mai provato crede che sia sufficiente darsi una mossa: prendi una pastiglia e trovati degli interessi, dicono. Però ti assicuro che non è così. Quando c’è qualcosa che ti rode dentro e non ti lascia un istante è una lotta spietata, non so neanche cosa è meglio fare per aiutarla. Giorno per giorno non te ne accorgi, ma se penso a com’era quattro o cinque anni fa, allora è tutto più chiaro: mi rendo conto che sta scivolando, lentamente, e non vedo dove purtroppo. Dio … cosa darei per … Starle vicino non basta… A volte 72 La donna accanto ho l’impressione che sia addirittura peggio….Non lo so…. è andata bene per un po’ … ma ormai sembra che sia tutto inadeguato …. inutile. Io stesso non mi sento all’altezza della situazione. Sarei disposto a fare qualsiasi cosa pur di tenerla …. fuori …” “Posso immaginare – disse l’appuntato visibilmente imbarazzato per aver dato la stura a una conversazione penosa. – Non ho mai vissuto una situazione del genere e sinceramente non saprei neanch’io … mi dispiace.” Salvatore emise un sospiro di patimento, quindi tornò sul fax che reggeva in mano. Avevano imboccato lo svincolo per l’area industriale. Gli pareva strano un incarico generico in quella zona: tutto attorno c’erano fabbriche, capannoni in costruzione, centri commerciali, polifunzionali e il centro grossisti. Da sopra il cavalcavia si scorgevano in lontananza le pile di container accatastate presso l’interporto. Solitamente, i controlli per le attività produttive erano di competenza della tributaria, degli ispettori della previdenza, oppure dell’antisofisticazione. “Che numero ha detto brigadiere?” “Ottantasei.” “Qui l’ottantasei non c’è.” Si erano bruscamente fermati nel mezzo della corsia, davanti alla concessionaria Iveco, numero civico ottantotto. Un autotreno che li seguiva fu costretto a frenare bruscamente per evitare di tamponarli e quindi, non appena la corsia di sinistra fu libera, proseguì lasciando una scia di fumo nero che invase l’abitacolo entrando dai finestrini semi aperti. “Torna indietro, l’avremo oltrepassato – ordinò Floridia mentre rovistava nella tasca dei calzoni. – Scusa se non te ne offro una – precisò mentre scartava una caramella balsamica – ma ho solo questa.” L’appuntato inserì la retromarcia e avviò l’auto contromano. “Ma che fai?” lo rimproverò di soprassalto il brigadiere. L’altro allora arrestò il veicolo e si rivolse a Floridia con l’aria di chi non riesce a raccapezzarsi. “Perché, che faccio?” “Stai andando contromano! – gli gridò Salvatore. – Che ti devo fare la contravvenzione?” La donna accanto 73 “Brigadiere – protestò quello – mi ha detto di tornare indietro e come diamine ci torno indietro!?” “Certo che devi tornare indietro – ribadì Floridia – ma ovviamente non in questo modo!” L’appuntato allora riavviò l’auto percorrendo il viale fino alla prima rotatoria, cinquecento metri più avanti, e si diresse in senso contrario raggiungendo il rondò dalla parte opposta, un altro chilometro circa. Quindi si immise nuovamente sul viale dal lato dei civici pari e dopo tre semafori si fermò davanti all’entrata su cui stava attaccata la targhetta bianca con inciso il numero ottantaquattro, una legatoria industriale. Dell’ottantasei nessuna traccia. “Va bene così?” chiese polemicamente il sottoposto. “Com’è poi questa storia, – sbuffò Floridia senza curarsi del tono risentito del collega. – Aspettami qui che scendo a controllare.” Gli dissero che l’ottantasei stava oltre, dietro al parcheggio della concessionaria; il passaggio era impossibile da individuare se non si sapeva dove cercarlo. Imboccarono un viottolo e dopo una curva a gomito incontrarono un cancello scorrevole semi aperto, dietro il quale si stendeva un vastissimo prato cosparso di alberelli e, nel mezzo, una casetta a un solo piano rialzato. C’erano numerose autovetture parcheggiate sul cortile antistante la casa. L’appuntato non parcheggiò a fianco delle altre auto, preferendo restare sul lato libero dello slargo, così come invitano a fare in questi casi le raccomandazioni del manuale di addestramento. A motore acceso, i due carabinieri diedero un’occhiata all’intorno, per capire dove fossero capitati. Nel mezzo del prato falciato di fresco, di un colore verde intenso, il loro sguardo fu prima attratto da una fontanella circondata da cespugli e alberi. L’acqua, zampillando dalla bocca di quattro delfini guizzanti rivolti verso i punti cardinali, era raccolta in un primo bacile dal quale gorgogliava in una seconda vasca più grande. Dal bordo del piazzale partiva una stradina che conduceva su una collinetta, sulla cui sommità si scorgevano un paio di panchine. Vi erano betulle disposte a semicerchio attorno al piazzale e cespugli di varie piante ornamentali. E poi angeli di ogni dimensione, ovunque, per lo più con le ali. Erano statue poste su piedistalli nel mezzo del prato, oppure addossate al tronco degli alberi, attorno alla fontana, lungo il viottolo, ai bordi 74 La donna accanto del cortile, sui muriccioli, sopra al cancello, al lati della scala che conduceva in casa. Sembravano fatti di cemento, o di gesso. Alcuni parevano di legno e altri, pochi, di colore scuro, erano chiaramente di metallo. Sul tetto della casa ve ne era uno dorato: ali spiegate, vesti gonfiate dal vento e una lunga trombetta da giudizio universale accostata alle labbra. L’appuntato spense il motore e si girò verso Salvatore il quale, togliendosi gli occhiali scuri, gli lanciò un’occhiata altrettanto interdetta. Avevano l’espressione di un capitano di vascello e dell’ufficiale in seconda alla vista di un’isola sconosciuta alle carte nautiche. “Che cerchiamo qui brigadiere?” chiese l’appuntato con un lieve rantolo di saliva stagnante mista a fuliggine. “Non lo so, non lo so proprio. Tieni, leggi anche tu” gli rispose Salvatore porgendogli il fax. “Qui dice che necessita un controllo. Ma non dice a che proposito.” “Eh già! – rincarò Floridia accentuando il tono sarcastico. – Cosa dovremmo controllare in un posto del genere non ne ho idea. Forse che tutti gli angeli abbiano l’autorizzazione per volare?” “Beh, noi ci siamo venuti, il controllo l’abbiamo fatto; quindi possiamo anche andarcene. Lei che dice?” “Eh no! – scattò Salvatore con piglio risoluto, quasi si trattasse di raccogliere una sfida. – Io dico che adesso tu mi aspetti qui e io vado dentro. Pura formalità, ovviamente … spero. Se vuoi fare quattro passi accomodati pure. Leggi un po’ – aggiunse poi indicando col dito il fax – ci dovrebbe essere il nome dell’intestatario lì da qualche parte.” “È Silvano Fiorini” scandì l’appuntato. “Ok, faccio in un attimo” troncò Salvatore mentre scendeva dall’Alfetta. Preso il berretto dal cruscotto lo calcò in testa e fece un passo indietro per chiudere la portiera, ma quasi inciampò su un grosso terranova che gli si era avvicinato senza farsi notare. Dopo che gli ebbe calpestato una zampa, il cane si scostò di quel tanto che bastava per consentirgli la chiusura della portiera. Salvatore lo squadrò: era un grosso cane sprovvisto di collare e museruola. Gli si era accostato a non più di venti centimetri con gli La donna accanto 75 occhi fissi verso un cespuglio a fianco dell’auto; stava lì senza degnare l’uomo di uno sguardo. Tuttavia, non appena Salvatore si mosse verso l’entrata dell’edificio, il terranova gli si mise a fianco al pari di un pastore tedesco perfettamente addestrato. Floridia si arrestò e anche l’animale si fermò. Lui lo guardò di nuovo ma quello niente, teneva il muso diritto. I due si diressero allora verso i gradini che conducevano all’ingresso sormontato da un bassorilievo colorato che riproduceva gli amorini di Raffaello. Giunti davanti alla porta già aperta, il terranova fece passare prima l’uomo e subito dopo riprese posizione al suo fianco. “Che comportamento strano” pensava Salvatore “sembra un maggiordomo abituato a fare gli onori di casa. D’altra parte qui c’è più di una cosa inconsueta : cancello e porta aperti, niente campanello … come un negozio, ma senza insegna”. All’interno vi era un’ampia sala rettangolare abbellita con decorazioni floreali e stucchi geometrici alle pareti. Numerose persone stavano sedute su due file, gli uni di fronte agli altri: uomini, donne, giovani. Dalle finestre sul lato destro entrava la luce intensa del giorno fatto, sicché chi dava le spalle alle imposte aveva il viso completamente in ombra mentre gli altri, seduti sulla fila opposta, avevano il viso illuminato. Il pavimento a grossi riquadri ricordava una scacchiera costruita per linee diagonali; un passo ocra, un passo blu, uno ocra, uno blu… Non sapendo dove andare o a chi rivolgersi, dopo un attimo di esitazione Salvatore seguì il cane che si era messo a fargli strada passando tra le due ali di persone. Solo allora Floridia si accorse della porta sul fondo della sala. Stava quasi per bussare quando fu aperta dall’interno e apparve di spalle una donna in procinto di uscire. Il brigadiere ebbe un tuffo al cuore e gli si bloccò il respiro. “Mia moglie!?” sussultò. Lo scossone fu tanto improvviso e violento che in un baleno gli passò davanti il sunto della loro vita di coppia: l’incontro, l’impeto passionale dei primi tempi, il matrimonio, la sicurezza di un rapporto gratificante; quindi le preoccupazioni, i dubbi, la crisi subdola, la solitudine impietosa, la resa. Cosa ci faceva lì sua moglie? Com’era possibile che lui non ne sapesse niente? Forse quello della questura era un messaggio ano- 76 La donna accanto nimo che un amico gli aveva fatto pervenire per avvisarlo delle frequentazioni insospettabili della sua donna! Frazioni di secondo. Il sobbalzo viscerale si era istantaneamente trasmesso ai muscoli del braccio ed egli già stava per afferrare sua moglie per una spalla perché si girasse e gli desse delle spiegazioni, quando lei, scostando il capo, rivelò il bambino che reggeva in braccio. Mentre la madre si prodigava a salutare qualcuno dentro la stanza, il piccolo, appoggiato al seno, gli abbozzò un sottile sorriso da cherubino. Lieve annuncio dal forte significato, quel sorriso. Il pargoletto pareva voler rassicurare e infondere coraggio a chi sta per entrare nella sala operatoria, dove mani esperte affonderanno il bisturi che estirpa la causa del dolore. Salvatore ebbe la sensazione che qualcosa lo stesse squassando. Sua moglie non aveva un bambino, com’era vero che lui non aveva figli. Ma allora …! Eppure quei capelli castani, lunghi e crespi erano proprio come … e anche la corporatura e la statura erano talmente simili. Anche sua moglie aveva una camicetta come quella e i pantaloni erano come se ne vedono tanti. Com’era possibile? La donna si accomiatò da colui che stava nella stanza. “Ciao Silvano, grazie” disse, girandosi poi verso Salvatore che era rimasto impietrito. “Mi scusi” aggiunse lei, trovandosi la strada sbarrata dall’uomo in divisa. Cercava un varco per uscire tra lui e il cane che gli era rimasto vicino. “Mi scusi!” Ripeté la donna impennando il tono della voce e guardandolo negli occhi imbambolati. Lui si scosse, fece un passo indietro e lasciò passare. Salvatore si sentiva mancare, gli sembrava di essere vuoto, come se gli stessero raschiando tutto da dentro per imbalsamarlo. Eppure i capelli …la statura … erano sembrati gli stessi. Ma la voce no …. E nemmeno il viso. Il volto era diverso, più luminoso. Anche quello di sua moglie era stato raggiante e luminoso un tempo. “Avanti!” richiamò con tono deciso la persona nella stanza. “Cosa sta succedendo?” si chiese Salvatore entrando. Il terranova rimase fuori. “Chiudi la porta per cortesia” disse un ometto dall’aspetto dimesso.. Mentre Floridia lasciava la maniglia della porta e si girava verso La donna accanto 77 di lui, si rese conto d’avere la mente vuota o zeppa all’inverosimile di una totale confusione, che è lo stesso. Si trovò di fronte a un uomo di corporatura media, stempiato, con i capelli bianchi, viso tondeggiante dai lineamenti accentuati, occhi piccoli e infossati sotto folte sopracciglia. L’ambiente era accogliente: una stanzetta in cui la luce del giorno entrava da una piccola finestra posta appena sotto al soffitto, addobbata con tendine bianche ricamate; pedana, scrivania e lampada da tavolo accesa. All’illuminazione della stanza contribuiva anche l’aureola di minute lampadine sul capo di una Madonna con Bambino posta su un piedistallo a fianco del tavolo. Pochi mobili accostati alle pareti e immagini sacre appese, ritratti di saggi e di santi. Salvatore aveva la netta sensazione di trovarsi in presenza di colui che stava cercando, ma per identificare il soggetto avrebbe dovuto porre domande specifiche del tipo: “È lei il Signor Fiorini Silvano?” Avrebbe dovuto chiedere età, professione, stato civile. Avrebbe dovuto chiedere a quell’omino in blusa bianca e pantaloni marrone sbiadito se quella era casa sua e quale attività svolgeva. Avrebbe dovuto farsi spiegare chi erano e cosa ci facevano le persone sedute nella sala. Avrebbe dovuto chiedergli… “Ciao Salvatore come stai?” esordì affabilmente quell’uomo, mentre il suo sguardo fissava vacuo un punto indefinito sopra la testa dell’ospite. A quel saluto il brigadiere Floridia si sentì nudo. “Come fa a conoscere il mio nome?” si domandò sbigottito. “Hai aspettato molto fuori?” gli domandò ancora Silvano che aveva abbassato lo sguardo su di lui e lo stava fissando diritto negli occhi. “Aspettato?” ripeté sorpreso Salvatore. Solo allora si rese conto di essere passato davanti alle persone che nella sala stavano palesemente in attesa del proprio turno. Così vestito, in divisa, nessuno se l’era sentita di fargli notare la necessità di rispettare l’ordine d’arrivo. D’altra parte, forse quelle persone avevano pensato che lui fosse lì per lavoro, il che era vero; e chi lavora non ha forse sempre la precedenza? “Gli altri, probabilmente, non erano in attesa per motivi di lavoro” pensava Salvatore. “E allora per quale motivo stavano aspettando? Un colloquio, certo.” “Scusami, voglio dire mi scusi… cioè scusatemi… – balbettò 78 La donna accanto Salvatore – non sapevo… non avevo idea di com’è qui. Ma cosa…?” “Non importa, può succedere – lo interruppe affabilmente Silvano. – Allora cosa vuoi sapere?” Salvatore cercò di raccogliere le idee. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Che senso avevano le parole di quell’uomo? Era a lui, Floridia, che spettava fare le domande, era lui che doveva controllare che non vi fosse nulla di marcio in quel posto. E invece… “Cos’è che ti preoccupa?” lo incalzò nuovamente Silvano. Allora, senza che potesse opporsi, due parole scaturirono dalla bocca del brigadiere. Due parole che rappresentavano il mondo intero, il suo mondo. Parole tanto grandi da riempire i suoi pensieri giorno e notte, senza lasciare spazio a nient’altro. “Mia moglie” disse torcendo la bocca in una smorfia di dolore che si propagò a tutto il viso, facendo inumidire gli occhi. Il Fiorini lo guardò in silenzio. La conversazione aveva imboccato una strada imprevista e inimmaginabile: era chiaro che Salvatore, nonostante il potere costituito che egli rappresentava attraverso l’uniforme d’ordinanza, non era nella condizione di chiedere, né di esigere alcunché; come se fosse entrato in un luogo regolato da leggi e ordinamenti alquanto diversi da quelli cui ci si deve sottomettere di solito. Chiudendo la porta alle sue spalle, Salvatore si era sentito spogliato della corazza protettiva dell’uniforme, e aveva dovuto abbandonare i panni dell’autorità. Improvvisamente, egli sentì di non avere più una posizione da difendere, ma solo una strada da percorrere; sentì che non aveva più alcuna sponda da sottomettere, ma soltanto acque da navigare. L’uno di fronte all’altro, Silvano e Salvatore parevano due naviganti che si incrociano fendendo le stesse onde. Chi dei due stesse remando sulla barca bianca e chi sulla barca nera non aveva nessuna importanza in quel momento. L’impulso che il brigadiere avvertì con chiarezza fu il desiderio, anzi la necessità, di condurre il guscio della sua vita verso lidi migliori. “Sono tanto preoccupato per mia moglie” ripeté Floridia dopo un attimo di esitazione. “Stai tranquillo” disse Silvano tendendo gli angoli della bocca in La donna accanto 79 un sorriso impercettibile, mentre si avvicinava a lui con pochi, brevi passi. Salvatore ebbe l’impulso di ritrarsi, poiché in quel piccolo uomo sulla sessantina vedeva approssimarsi qualcosa che gli era sconosciuto. Come poteva una persona tanto dimessa e mite trasmettergli un rispetto e un timore simili? Silvano lo avvicinò afferrandogli dolcemente un braccio sotto al gomito. A Salvatore sembrava di voler riaprire la porta per allontanarsi, ma le gambe non gli rispondevano; si sentiva paralizzato. Lui, che nei momenti critici era rapido nelle decisioni e sapeva portarle a termine in qualsiasi condizione, lui non sapeva, lui non riusciva a pensare quale fosse la cosa migliore da fare. Istantaneamente comprese di essere stanco di dover sempre sapere cosa fare; comprese di essere stanco di decidere e che era arrivato il momento di deporre lo scudo e la spada. Decise di non opporsi e di abbandonarsi nelle piccole mani di quell’uomo, perché tutto ciò che desiderava era pace e serenità, quelle che mancavano da tanto tempo nella sua vita e in quella di sua moglie. Con l’altra mano Silvano gli toccò la fronte. Chiuse gli occhi per un istante, quindi la stese sull’uniforme andando dal colletto verso il basso e quando fu all’altezza dello stomaco si fermò, rimanendo come in ascolto per alcuni istanti. Salvatore lo osservava assente, senza capire. “Non ti preoccupare – ripeté nuovamente Silvano. – Vedrai che si risolverà. Non subito, perché ci vorrà un po’ di tempo, ma tua moglie guarirà. Tu sforzati e fai del tuo meglio, ma senza farne una malattia tua. A volte l’aiuto viene da dove meno ce lo aspettiamo. Perciò non chiudere le porte a niente. Abbi fede, perché si presenteranno delle possibilità.” Salvatore trasecolava all’ascolto di tali parole e avvertiva un’intensa vampata allo stomaco, dove Silvano teneva la mano. Era come se un ferro caldo avesse bucato la divisa e stesse propagando il calore a tutta la zona. Poi Silvano si scostò mormorando qualcosa di incomprensibile. Appena le mani di quell’uomo lo lasciarono, un brivido percorse il corpo di Salvatore. Si sentiva strano: pareva che qualcosa dentro di lui stesse rimestando quello che c’era per risolvere un cortocircuito che lo teneva inceppato. 80 La donna accanto Si accorse che poteva muoversi nuovamente. “Tienimi informato, se vuoi” lo congedò Silvano. “Va bene” rispose meccanicamente il brigadiere senza neppure cogliere il senso di quell’invito. Nulla di ciò che stava accadendo sarebbe stato considerato veramente reale fuori da quella stanza. Tuttavia, lì dentro, ogni parola, ogni gesto sembravano avere un significato anche se, per il momento, a Salvatore quel significato sfuggiva. Uscì dalla stanza lasciando la porta socchiusa e sostò un istante, poiché stava provando un fortissimo senso di nausea e ottundimento. Diede un’occhiata alle persone che attendevano pazientemente, la prima della fila si alzò ed entrò a sua volta nella stanza richiudendo la porta. **** Floridia si sentiva male e aveva assoluto bisogno di un bagno. Chiese a un signore se c’era una toilette disponibile e quello, prontamente, lo accompagnò lungo un corridoio indicandogliela. Salvatore non riuscì nemmeno a ringraziarlo dacché dovette precipitarsi sul lavabo iniziando a vomitare con spasimi e conati violenti, tanto che inzaccherò l’uniforme. Tra le lacrime, a occhi semichiusi, vide colare sulla ceramica candida i resti giallastri della cena andatagli di traverso la sera precedente. La mano di quel Silvano, evidentemente, gli era entrata dentro ad alleviare una digestione completamente bloccata. A renderla indigesta, la cena, non era stato certo il pensiero delle povere anatre selvatiche abbattute a fucilate e abbandonate agonizzanti in acqua. Ad averlo scombussolato era stato qualcosa di diverso che riguardava lui e sua moglie da molto vicino. Quando ci sono le mogli ad accompagnare i mariti, nelle serate tra colleghi, i discorsi possono prendere vie diverse dal solito e può capitare di ritrovarsi a governare emozioni più dolorose dei sassolini nelle scarpe di un maratoneta. Tra le risate e le battute conviviali, le chiacchiere delle mogli erano dunque finite inevitabilmente sui figli. “Eccolo” pensava Salvatore piegato sul lavabo “quello deve proprio La donna accanto 81 essere il risotto”, e mentalmente tornava ai dialoghi delle donne, veri e propri stuzzichini preparati dalle consorti tra una portata e l’altra. Era stata la moglie A, quella del Signor Prime Botti, a dare l’abbrivio all’argomento prole. D’altra parte lei e suo marito erano nuovi nel gruppo e non sapevano nulla di Salvatore ed Enza. Non che agli altri importasse più di tanto, ma almeno chi li conosceva evitava certi commenti. In ogni caso, quando la signora A aveva iniziato, tutte l’avevano seguita senza alcuno scrupolo. “Il mio è allergico quasi a tutto – aveva detto – l’ho portato da tre specialisti, però, se metto assieme le tre liste delle cose che mi hanno raccomandato di evitare non gli rimane quasi niente da mangiare.” Moglie B: “Fossi in te invece di cambiare dieta cambierei specialisti. Ne basta uno purché sia di quelli che praticano veramente le discipline alternative. È la mentalità che è diversa. Un medico tradizionale avrà sempre un approccio da medicina classica. Ed è giusto che sia così, è in quella che può dare il meglio di ciò che ha imparato. Ma se vuoi qualcosa di alternativo mia cara devi andare da chi ha fatto un’altra scuola.” Moglie D: “Attenzione ai ciarlatani però!” Moglie A : “Ti dico … un dramma! E questo no, e quest’altro nemmeno. Cosa devo fare, gli ho chiesto, mica posso spendere mezzo stipendio per comperare roba introvabile! Siete mai entrate in un negozio di alimenti naturali? Beh, è come entrare dal gioielliere.” Moglie B : “Secondo me quella non è la strada giusta e lo dimostra il fatto che se lo fosse non si dovrebbe mangiare quasi niente. Ma dico, stiamo scherzando? No credimi, il problema sta da un’altra parte … si tratta di …” Moglie C: “Tutto quello che volete, però trovo che siano cibi più nutrienti e anche più digeribili. Guardate, io per il mio prendo solo il meglio.” Moglie D : “E fai bene. Ma non tutti possono spendere in quel modo.” Moglie C : “Secondo me basta dedicarvi un po’ più di tempo e ovviamente imparare a scegliere.” Moglie B (“B come Bastarda” ripensava Salvatore piegato a spurgare lo stomaco ) : “Quanto ha adesso il tuo?” Moglie C : “Ha compiuto sei anni il mese scorso.” 82 La donna accanto Moglie A : “Ah! Ma allora vai bene, non si fa più fatica a quell’età. Ormai si arrangia no?” Moglie C : “A essere sincera non posso lamentarmi, certi problemi non li ho mai avuti; però adesso è veramente un’altra vita, quando sono piccoli non sei mai padrona del tuo tempo.” Moglie A : “Per non parlare dei sensi di colpa che ti fai venire se solo li lasci a qualcuno per mezza giornata!” Moglie B : “Credimi che questa è l’età migliore per goderseli. Poi cominciano altre preoccupazioni. Sai, mia figlia ha già dei corteggiatori. Non aver fretta! Le dico sempre, non fare l’errore che ha fatto tua madre.” Chino sul lavandino, Salvatore riusciva quasi a visualizzare i piatti di portata: un primo antipasto di involtini ai gamberetti, un secondo antipasto di salmone affumicato, quindi risotto ai frutti di mare, zuppa di pesce, grigliata mista con insalata verde, vino bianco a volontà, macedonia, caffè e digestivo. L’odore del cibo era perfettamente omogeneizzato dall’acidità rabbiosa che aveva sentito dentro. Moglie E (E come Enza ) : “No, noi non ne abbiamo…per il momento.” L’aveva proferito con forza, come poteva, poverina, per non lasciar intuire quanta sofferenza c’era sotto; perché si sa, alle donne non par vero girare il dito nella piaga in questi casi. Aveva pronunciato quelle parole evitando accuratamente di incrociare gli occhi del marito che le stava seduto di fronte, perché sapeva di aver mentito aggiungendo quel ‘per il momento’. Entrambi sapevano che il momento non sarebbe arrivato. Moglie D (D come Stronza! E al pensiero Salvatore sentiva di odiarla): “Eh sì! – aveva sentenziato – se ti metti a pensarci troppo non li fai più. Sempre che non intervengano altri problemi. Sapete, se ne sentono tante in giro …” Enza non aveva replicato. Come avrebbe potuto spiegare in quali termini stava la questione? All’inizio, dopo sposati, lei non aveva proprio voluto saperne di figli. L’aveva detto subito a Salvatore strappandogli l’impegno a rispettare quella scelta, sicché lui, per amore suo e di quieto vivere, aveva accettato perché era sicuro che col tempo lei avrebbe cambiato idea. D’altra parte erano entrambi molto presi dal lavoro e un figlio avrebbe comunque comportato diversi sacrifici. La donna accanto 83 Per molti anni l’argomento era stato accuratamente evitato. Quando si imbattevano nei figli degli altri, i loro occhi si cercavano e mentre lo sguardo di Enza diceva a Salvatore: “Ok, so che sarà così anche per noi, ma non adesso… non ancora”, lo sguardo di Salvatore diceva ad Enza: “Sappi che non appena cambi idea per me va bene”. Enza stava zitta e incassava i discorsi delle altre rinunciando a raccontare la realtà dal suo punto di vista. Per anni si era convinta che quella mancanza voluta fosse solo temporanea, si era illusa di poter essere lei a stabilire quand’era il momento di porvi termine; e quando finalmente aveva deciso di avere un figlio, quello non era arrivato. Avrebbe potuto raccontare che nei primi tempi, secondo i medici, pareva che non ci fossero ostacoli insormontabili, e che le difficoltà a concepire venivano probabilmente da un uso troppo prolungato e disinvolto di contraccettivi. Avrebbe dovuto informare che a un certo punto aveva anche rischiato di morire, vedendo svanire per sempre la possibilità di essere madre. Di quante cose avrebbe voluto parlare per guadagnarsi almeno un briciolo di compassione dalle altre femmine che l’avevano già marchiata come l’esemplare sterile del gruppo. Da quelle difficoltà inoltre era uscito incrinato il rapporto con suo marito. Lei sapeva che intimamente lui le imputava quella come una colpa. Salvatore ne soffriva quanto e forse più di lei; soffriva per l’assenza di un figlio e penava per le condizioni della moglie. Enza s’era presa il lusso di soccombere a poco a poco al problema, lui quel lusso non poteva permetterselo, e in apparenza se n’era fatta una ragione. Ovviamente Salvatore non sentiva la forza della maternità che spinge, reclama con violenza le proprie ragioni e che si manifesta dapprima con un sussulto dentro le viscere della donna, poi inizia a parlare e se rimane inascoltata finisce col gridare dando in escandescenze. Ecco, ‘escandescenze’, era per l’appunto il livello a cui era giunto il desiderio di maternità in Enza. Quando piombava in quello stato, a Salvatore non restava che indossare la tuta protettiva. Il senti- 84 La donna accanto mento che provavano l’uno per l’altra a volte non era sufficiente ad attenuare quel malessere. Con l’acuirsi del problema spesso Enza lasciava il marito all’asciutto, sì insomma, non lo facevano per molte settimane. Salvatore comprendeva i suoi stati d’animo, il desiderio di isolarsi per proteggersi in qualche modo, ma nondimeno era preoccupato. Anche per lui il rapporto risultava, se non proprio menomato, certamente sovrastato da un pensiero fisso, da un forte senso di privazione così difficile da allontanare anche nei momenti di maggiore intimità. Continuare a essere coppia, così come lo erano stati, risultava sempre più penoso. Moglie B : “Mi ricordo quella volta, avrà avuto quattro o cinque anni: stavo salutando un’amica che aveva da poco avuto un bellissimo maschietto. Ti piacerebbe avere un fratellino, Eva? le domandai. Sì, ma non così piccolo, mi aveva risposto. E perché no? Perché altrimenti non possiamo giocare.” Moglie D : “Povera piccola!” Moglie B : “Dopo qualche anno però il fratellino è arrivato. Allora le andava bene che fosse piccolo e come se lo coccolava!” Moglie A : “Che cara!” Enza se n’era rimasta in silenzio, tranquilla. Attenendosi al consiglio dello psicanalista presso il quale era in cura, aveva assunto un paio di compresse come ormai faceva sempre quando c’era da stare in mezzo agli altri. Li chiamano ansiolitici, che è un modo per non dire psicofarmaci. Più che rilassata, Enza appariva rassegnata e assente, ma questo non le impediva di provare un forte disagio. Che ne sapeva lei di latte in polvere, di pappette e carrozzine? Lei non sapeva niente di capricci, di vaccinazioni, di asili nido, né di zaini pesanti, ne di scoliosi. Non aveva aneddoti da raccontare, lei. Che ne poteva sapere di insegnanti incapaci di valorizzare il proprio tesoro, di compagni prepotenti, di competizione tra fratellini? Cosa avrebbe potuto dire? Ogni parola le giungeva come uno schiaffo accompagnato da una risata beffarda. Salvatore s’era sforzato di sorridere ai colleghi e alle mogli. Ma quei discorsi, tutti i commenti e le risate, si erano trasformati in fiele allegramente sparso sulle portate che i camerieri si prodigavano a 85 La donna accanto servire; sicché lui, senza accorgersene, s’era messo a masticare interminabilmente i cibi nel tentativo di rendere digeribili delle conversazioni che gli risultavano incredibilmente amare. **** “Brigadiere!” Salvatore sentì bussare con forza alla porta del bagno. Era l’appuntato che, non vedendolo più tornare, era entrato in casa e ne aveva seguite le tracce fino a lì. “Cosa succede?” rispose Salvatore raschiandosi la gola. “Tutto a posto brigadiere?” chiese il subalterno con la voce che tradiva una leggera apprensione. “Affermativo – rispose seccamente Floridia. – Aspettami fuori che tra un attimo ho finito.” Vedendolo arrivare, l’appuntato era sul punto di accendere il motore, ma invece di salire subito in auto, il brigadiere si avviò a fare quattro passi per la stradina che attraverso il prato saliva la collinetta e quando fu in cima si sedette sulla panchina, una di quelle in ghisa, stile vecchia Londra con i riccioli, le foglie stilizzate e i listelli di legno verniciato di scuro. Salvatore si sentiva meglio: gli pareva d’essersi liberato d’un rospo che teneva le gambe puntate sul fondo del camino esofageo, all’imboccatura dello stomaco. Si rilassò e, in quella positiva condizione ritrovata, si mise a osservare le sculture angeliche sparse all’intorno. Le ali degli angeli erano tutte invariabilmente aperte, come se stessero per alzarsi in volo, oppure come se avessero appena messo i piedi a terra. Si vedevano anche angeli senza ali e tuttavia non c’era un solo angelo con le ali piegate, quasi che non fosse contemplata la possibilità che un’ala sia a riposo sulla spalla. In effetti, quelli dovevano essere proprio tutti angeli a giudicare dall’aspetto: ben fatti e assolutamente normali, ma con i volti, gli sguardi e le movenze angeliche, appunto. “Perché mai alcuni angeli hanno le ali ed altri no?” Si chiese il brigadiere. Sollevò gli occhi oltre i muri di cinta in cemento, al di sopra delle coperture dei capannoni, ma non si vedeva niente a causa della foschia. “Deve essere un’impresa notevole per un angelo scendere di lassù 86 La donna accanto e atterrare con una visibilità così scarsa” pensava surrealmente. Era un pensiero nuovo quello, di un tipo che non aveva mai fatto. Si sentiva così …leggero! “Che strano” pensò “anzi, buffo.” Una specie di contentezza prese a rincuorarlo mentre la bocca si distese in un sorriso impercettibile. Gettando uno sguardo all’orologio, Salvatore si accorse che s’erano già mangiati un bel pezzo di mattinata. Scese in fretta la collinetta e salendo in auto trovò l’appuntato appisolato. “Tutto bene?”chiese allora con tono vagamente burbero al subalterno. “Signorsì” rispose l’altro di soprassalto mentre avviava nuovamente il motore. Abituato com’era ad assecondare l’umore del brigadiere, l’appuntato rispettò il silenzio del superiore che s’era fatto pensieroso. Salvatore stava infatti analizzando mentalmente quell’esperienza insolita. Troppe cose non gli tornavano, a partire dall’acume innaturale, o perlomeno veramente inusuale del Fiorini. “Un Santone” pensò “un veggente… e che veggente!” “Abbi fede che tua moglie guarirà” gli aveva detto. Ma se non sapeva nemmeno quale fosse la malattia! O forse sì. Forse lo sapeva, come sapeva il suo nome senza averlo mai incontrato prima. Forse Silvano sapeva altre cose di lui, mentre, evidentemente, era proprio lui, Salvatore, il diretto interessato a non saper nulla di quanto avrebbe potuto essergli utile. Ma com’era possibile? Una cosa del genere non era neppure ipotizzabile. Eppure aveva ben visto quante persone aspettavano d’entrare a colloquio. E poi, soprattutto, cosa c’entrava il fax della questura con un tipo del genere? Perché era stato chiesto un sopralluogo? “Usciamo dalla tangenziale brigadiere?” chiese l’appuntato in attesa di nuove istruzioni. “Come? … Ah già, scusami – rispose Floridia richiamando alla mente l’agenda della giornata. – Allora vediamo … sì, prendi alla prima uscita, prossima fermata Ufficio della Motorizzazione Civile.” Quel giorno mancarono a un paio di appuntamenti, ma Salvatore non se ne diede pena perché aveva la netta sensazione di aver scoperto qualcosa di importante per sé e per la sua donna. 87 La donna accanto ARIA DI FAMIGLIA Rispetto al nulla desolato che spesso lo accoglieva al rientro dal lavoro, tornando a casa quel venerdì sera Salvatore trovò ad aspettarlo una signora cena. Sul tavolo di cucina, oltre al pane secco tagliato a pezzi, c’erano uova sode e insalata. Enza era di umore mediocre, intenta a rosicchiare una fetta biscottata, accoccolata su una sedia impagliata davanti alla TV con l’audio al minimo. Salvatore la baciò sulla fronte e si sedette accanto a lei. “Com’è andata oggi Enza?” le chiese con dolcezza, sussurrando in modo da non farla sembrare una domanda ma il proseguimento del dialogo interrotto al mattino quando, salutandola, le aveva augurato buona giornata. “Come vuoi che sia andata – disse lei ricambiando il bacio. – È andata come sempre. Come ieri… come domani.” “Sei uscita o sei rimasta tutto il giorno qui?” volle sapere Salvatore mentre l’accarezzava sulle spalle. “Sono scesa al supermercato per comperare qualcosa, non c’era quasi più niente in frigo.” “Brava, così si fa.” Poi il brigadiere mise mano a saliera, oliera e si accomodò a tavola. Mangiò lentamente per non gonfiare lo stomaco già stressato dalle preoccupazioni, con gli occhi che andavano dal piatto alla moglie ipnotizzata davanti alla TV. La persona che vedeva di spalle, la donna che aveva accanto, stava diventando sempre meno ‘moglie’, pensava. Ma cosa mai stava diventando? Cosa avrebbe potuto rappresentare Enza in quelle condizioni? E lui avrebbe saputo accettare un futuro che pareva incunearsi per la via della solitudine e dell’amarezza? In effetti, giorno dopo giorno lui si era adattato a quella situazione di semi infermità, rassegnato a perdere uno stile di vita sul quale 88 La donna accanto aveva fatto affidamento per molto tempo. Ma se le cose fossero ulteriormente peggiorate? Salvatore avvertì una stretta al cuore e tornò mentalmente all’incontro avuto quel mattino con Silvano, aggrappandosi alle sue parole come all’ultima cima lanciata verso chi sta sospeso sul baratro. “Non scartare nessuna possibilità” – gli aveva detto rassicurandolo. – Abbi fede, guarirà.” “Eccolo il domani che vorrei per noi due” pensava Salvatore mentre la vibrazione del verbo guarire declinato al futuro si spandeva nella sua mente con l’effetto di un calmante. Tra un boccone e l’altro si ricordò del vortice di immagini e sensazioni che l’avevano sopraffatto in casa di Silvano, davanti alla donna che aveva scambiato per sua moglie. Fulmineamente aveva rivisto tutta la propria vita con Enza, accompagnata da tanti piccoli dettagli che avrebbe creduto di non poter mai ricordare a distanza di anni. Erano tutti lì, presenti, con la stessa carica emotiva del momento in cui erano stati vissuti. Quello tuttavia non era stato un vedere vero e proprio, quanto piuttosto un lampo nella testa, quasi che la frizione generata dalle immagini che si accalcavano per emergere alla coscienza avesse generato una luce abbagliante che racchiudeva in sé tutti i colori e i suoni della loro vita a due. “Com’era mai possibile – si chiedeva – che tanto vissuto potesse concentrarsi nella percezione di un istante?” “Dov’è l’album con le foto del nostro matrimonio?” domandò perentoriamente alla moglie dopo aver bevuto l’ultimo sorso di vino rimasto nel bicchiere. Girandosi verso di lui, Enza sgranò gli occhi dando l’impressione di non aver inteso o quanto meno di voler sentire la domanda una seconda volta, tanto quella richiesta le sembrava insolita. Sembrava volere dire: “Ho capito bene?” “Sai dove sono le foto del nostro matrimonio?” ripeté Salvatore. “Dovrebbero essere di là – rispose lei sforzandosi di ricordare dove le avesse viste l’ultima volta – in un cassetto del mobile … della libreria …” “Dove di preciso?” gridò lui che già stava rovistando nella stanza accanto. La donna accanto 89 “Aspetta, aspetta, cos’è tutta questa furia!” Gli fece eco la moglie strascicando le ciabatte appresso allo sbattere di ante e cassetti. “Bastava che mi dicessi esattamente… ” “Eccole!” – lo interruppe Enza – “Tu sei bravo solo a fare disordine…!” – e gli porse l’album delle nozze che dal giorno del matrimonio doveva essere stato sfogliato due o tre volte al massimo. Salvatore si rilassò sul divano rosso zebrato blu e, alzati i piedi sul tavolino basso, iniziò a sfogliare. Dapprima Enza era tornata ad appollaiarsi sulla sedia, sbirciandolo incredula con la coda dell’occhio, ma dopo qualche minuto era andata ad accoccolarsi accanto a lui, con le ginocchia sotto al mento e i piedi coperti da un cuscino. “Ti spiace ricominciare da capo?” gli chiese scostandosi i capelli crespi dagli occhi. “Sfoglia tu” le suggerì lui mentre con una mano chiudeva l’album e con l’altro braccio le cingeva le spalle. Si erano sposati nell’ ottobre del 1984. Per la cerimonia, Enza aveva scelto un abito senza strascico, sia perché non le piaceva l’idea di tirarsi dietro metri di tessuto a raccattare polvere e sporco, sia perché lo giudicava poco adatto alla categoria delle donne moderne cui sentiva di appartenere, quelle che desiderano andare oltre i ruoli stereotipati. “Questa non me la ricordavo proprio” esordì lui indicando l’immagine di Enza di fronte alla casa paterna: vestito di raso madreperla, guanti bianchi, capelli ribelli raccolti a chignon, orecchini pendenti d’opale. “Gli occhi sono rimasti gli stessi” soggiunse poi guardando la sua donna. “Tutto il resto no?” protestò lei risentita. Alle spalle della sposa, nella foto, si scorgeva la modesta casa di periferia dalla quale Enza stava uscendo per sempre, un angolino di verde e, dietro di lei, i genitori. Enza proveniva da una famiglia piccolo borghese; il padre affascinato dal pensiero liberale, la madre impegnata a far valere i benefici conquistati dalle donne con la lotta per la completa parità dei sessi. Enza era la primogenita ma i genitori, nonostante le idee avan- 90 La donna accanto zate, avrebbero preferito un maschio. Arrivò lei e il nome Enzo, che avevano scelto per l’erede, fu modificato in Enza. Suo fratello Pietro era nato due anni dopo. Enza era stata una splendida bambina, estroversa, dal carattere amabile, che suscitava un’immediata simpatia. Aveva un’evidente capacità di compiacere e di capire cosa gli altri si aspettavano da lei. Crescendo si era trovata a rivaleggiare con il fratello, entrambi al centro degli screzi tra i genitori. La madre riversava su di lei le ansie e le aspettative dell’universo femminile, quell’universo che non avrebbe mai più accettato di essere semplicemente l’altra metà del cielo, ed aveva condensato la propria filosofia di vita in questa convinzione: noi donne abbiamo la capacità e la possibilità di raggiungere il cinquantuno per cento della torta e prenderci ciò che per tanto tempo ci è stato ingiustamente negato. Questa sentenza veniva sovente espressa a tavola sicché, nel pronunciarla, la madre guardava il figlio Pietro come a dirgli: “Almeno tu non seguirai l’esempio esecrando degli altri maschi!” Suo padre d’altro canto era impegnato a educare il figlio secondo l’esempio dell’uomo compiuto, capace di farsi strada nella vita senza dover rinunciare ai sani principi che si impegnava a trasmettergli a parole e con l’esempio. Secondo lui, le donne entravano nel grande gioco degli equilibri della vita solo in quanto compagne dell’uomo e perché non se ne poteva fare a meno in ogni caso. In questo modo, Enza era giudicata dalla madre secondo ciò che riusciva a realizzare, per quanto riusciva a farsi valere, mentre il padre la coccolava per la sua bellezza e per i suoi modi intriganti. Si era iscritta all’istituto di ragioneria seguendo il consiglio di papà, secondo il quale quel diploma avrebbe potuto essere speso senza difficoltà al momento di cercare lavoro. A diciassette anni aveva sciolto le briglie dell’amore e della passione giovanile donandosi fiduciosa a un coetaneo; parole in codice, appuntamenti improvvisati, incontri clandestini… e prima esperienza amara, molto. Sì, perché dopo un po’ si era trovata incinta. Preso dal panico, il ragazzo ne aveva parlato ai genitori, i quali gli avevano proibito di rivederla: lui doveva pensare al proprio futuro e non era il caso di cercare altre storie. Rimasta sola, lei si era confidata con la madre, dalla quale aveva ricevuto una memorabi- La donna accanto 91 le tirata d’orecchie per non essere stata sufficientemente accorta. Si era presa della stupida per giorni e giorni, fintanto che non fu accompagnata alla chetichella in ospedale: anche lei aveva il proprio futuro cui pensare. Benché tutto si fosse risolto nel migliore dei modi, Enza era stata profondamente scossa da quella vicenda che aveva coinvolto così intimamente il suo corpo. Non era tanto il pensiero di eliminare una creatura in formazione che l’aveva turbata, quanto piuttosto il senso di umiliazione patito per essere stata sopravanzata da un evento indifferente alla sua volontà, qualcosa a cui lei non aveva accordato alcun permesso. L’aveva vissuto come un oltraggio alla propria indipendenza, tanto che da allora non aveva più smesso di usare contraccettivi. Di quella storia non era stato messo al corrente nessuno, né il padre né il fratello avevano mai saputo nulla, e in seguito lei non ne aveva mai parlato con nessun altro; non con suo marito, e nemmeno con lo psicoterapeuta che l’avrebbe presa in cura molti anni dopo. “Cara Enza – sospirò a mezza voce Salvatore puntando il dito su una foto che lo ritraeva in primo piano in chiesa – neanch’io sono più lo stesso, ti pare?” “Qui mi stavi aspettando, non è vero?” riprese lei indicandolo a fianco degli sgabelli sotto l’altare. “Certo che ti stavo aspettando, sei arrivata in ritardo non ti ricordi?” Salvatore la rivide entrare in chiesa e percorrere la navata centrale accompagnata dal padre. Eccoli finalmente insieme, l’uno accanto all’altra, inquadrati tra due splendide composizioni floreali. Tra i testimoni scelti da Enza c’era una sua ex compagna di ragioneria, già sposata, con un figlio. Salvatore l’aveva chiesto a un caro amico, anch’egli affiancato dalla moglie, quel tal Guido, collega e compagno di tante avventure. Ecco lo scambio degli anelli. E il sorriso soddisfatto del parroco. Poi una panoramica degli invitati accomodati sulle prime panche in una chiesa semivuota. Nonostante fossero stati mandati molti inviti, i partecipanti alle nozze erano risultati meno numerosi del previsto. Dalla parte di Salvatore erano saliti in pochi dalla Sicilia, vuoi per la distanza, vuoi per il costo del viaggio e del pernottamento: una ventina di persone sol- 92 La donna accanto tanto. Altrettanti erano gli invitati dalla parte di Enza. Per fortuna che molti conoscenti di lei avevano voluto essere presenti alla cerimonia del sì. I genitori di Salvatore Enza li aveva già conosciuti durante l’estate precedente, quando aveva accompagnato il fidanzato nella consueta visita di mezza estate a Catania. I Floridia erano rimasti impressionati dalla sua bellezza, tant’è vero che l’avevano formalmente abbracciata rinunciando alla usuale espansività, limitandosi a stringerle la mano e a baciarla sulle guance. Lei li aveva trovati goffi e grezzi; il padre di Salvatore le aveva porto la mano con delicatezza per timore di arrecarle danno, ed effettivamente aveva delle mani che parevano morse. Al contrario di lui, che era di poche parole, alla madre di Salvatore, Assunta, piaceva tanto parlare, ma era un chiacchierare inconsistente, frivolo o almeno a Enza era parso tale. La vedeva così lontana, anni luce, dall’ideale di donna di cui si era nutrita lei. Eppure, pensava Enza rivedendo le foto, da quando era parso evidente che lei non sarebbe stata in grado di concepire un figlio, aveva suo malgrado dovuto rivedere il giudizio iniziale così poco lusinghiero sulla madre di Salvatore. Aveva dovuto riconoscere innanzitutto la sua forza d’animo nel sostenere una vita di sostanziale solitudine, la capacità di far andare avanti le cose pur non disponendo della cosiddetta mentalità moderna o vincente, né tanto meno di alcuna coscienza femminista. Enza aveva apprezzato la capacità di Assunta di tenerle compagnia prendendo a pretesto qualsiasi argomento, la disponibilità ad ascoltare gli altri e a prodigarsi per quanto poteva. Certo, le pareva curioso che una persona così ignorante potesse disporre di tante qualità. “Sembrano nuvole di piccole comete” commentò Salvatore davanti alla foto di loro due sotto una pioggia di riso. Eccoli da soli sui gradini della chiesa. Poi insieme ai testimoni. Prima con la famiglia di lei. Poi con la famiglia di lui. Quindi entrambe le famiglie riunite. “Com’era giovane anche il fratello di Enza!” rimuginava tra sé Salvatore mentre osservava tutti quei volti. La donna accanto 93 Può dare i brividi conoscere nei dettagli la storia delle persone quando le si vede nelle foto di molti anni prima: allora appare nella sua tremenda ineluttabilità ciò che tanto facilmente si afferma come principio di verità inoppugnabile, e cioè che non si sa mai cosa possa riservare il futuro. “Detto nella quotidianità – pensava Salvatore – questa affermazione appare scontata, ma davanti ai sorrisi fiduciosi di un tempo ti rendi conto di quanto bugiarda può essere la vita. Essa è l’invitato d’onore a ogni banchetto ma, a differenza degli altri che presentano i loro regali, lei porta doni che verranno aperti solo in futuro. Naturalmente ti aspetti di trovarci sempre qualcosa di piacevole nei pacchetti e d’altra parte non c’è nessuna scatola d’oro da scegliere, come non c’è nessuna scatola nera da scartare: è indifferente preferirne una piuttosto che un’altra, come le date sul calendario. Le confezioni vanno aperte una alla volta, ma dentro non c’è sempre quello che vorresti”. Com’erano fiduciosi Pietro, il fratello di Enza e sua moglie! Chi l’avrebbe detto allora? Lei era già incinta e di lì a pochi mesi avrebbe dato alla luce un maschietto. Come immaginare che sarebbero stati colpiti tanto duramente in seguito?” Salvatore andava con i ricordi ai contrasti che aveva avuto con Pietro. Rimpiangeva di non aver potuto sottrarsi a quel dispendio di energie profuse per cucire un rapporto di parentela che anziché rafforzarsi si sfaldava ineluttabilmente giorno dopo giorno. Tante volte avrebbe voluto evitare Pier, percorrendo strade che non li avrebbero mai fatti incontrare; ma il destino aveva disposto diversamente: lui era il fratello di sua moglie ed Enza era molto attaccata a sua cognata. I primi tempi, dopo sposati, lui ed Enza erano andati ad abitare fuori mano, in un appartamento che non era un gran che, ma per il quale pagavano un affitto modesto. Nondimeno, una volta ammobiliata di nuovo, l’abitazione era risultata più che accogliente. Dopo qualche anno, però, Salvatore e Pier si erano trasferiti, diventando così vicini di casa, in una bifamiliare che i genitori di Enza erano riusciti a portare al grezzo con i sacrifici di una vita. Salvatore ed Enza vi avevano investito i loro risparmi terminando le finiture e integrando il mobilio che già possedevano. Quando si pensa ai meridionali trasferiti al nord, si diceva melanconico Salvatore, si immaginano ostacoli d’ogni sorta da su- 94 La donna accanto perare. Ma le difficoltà non sono necessariamente il lavoro, la casa, l’inserimento nella vita sociale. Personalmente, lui quei problemi non li aveva mai avuti: il suo cruccio era sempre stato Pier, con la sua avversione irrazionale per ogni uniforme, e il suo aperto disprezzo per chiunque la indossasse. Per giustificarlo, Enza gli aveva raccontato che fin da ragazzo aveva dato problemi di insofferenza a indossare il grembiule di scuola. A dire il vero, i primi segnali del suo disagio erano stati sottovalutati se non proprio ignorati dai genitori, ma non appena la vita aveva iniziato a stuzzicare Pietro con le inevitabili difficoltà, il suo lato oscuro si era manifestato in modo sempre più evidente, indicando l’esistenza di un malessere psichico. Di primo acchito, Pietro sembrava solo bizzarro, ma la sua eccentricità fuori luogo dopo un po’ risultava inquietante: si percepivano in lui strani fermenti, come se dai suoi pensieri potessero improvvisamente proliferare affermazioni viscide come serpenti. Il suo atteggiamento era un misto tra l’ingenua lotta di classe usata a sproposito e un irragionevole desiderio di anarchia. Per lui, chiunque indossasse una divisa si rendeva strumento del potere oppressivo arroccato nelle istituzioni. Quando se n’era presentata l’occasione, Salvatore ed Enza avevano cercato di stemperare questa ostilità facendo osservare a Pier che la convivenza nella società contemporanea, e forse anche evoluta, presuppone una struttura specializzata, un’organizzazione che permetta di contrastare il lato del carattere umano che naturalmente propende al disordine; non esiste, infatti, società in senso proprio senza organizzazione collettiva. Qualche volta Salvatore si era sforzato di raccontargli la fatica quotidiana del suo lavoro: gli aveva detto che quando un carabiniere esce di pattuglia certamente non colloca al centro dei propri pensieri il cosiddetto potere di cui sarebbe il servitore, ma si preoccupa di svolgere al meglio le proprie mansioni. Gli aveva fatto notare quanti fossero morti nell’adempimento del dovere e che coloro che portano la divisa hanno un ruolo fondamentale nella coesione dell’ordine sociale, nella conservazione del principio d’autorità senza il quale non sarebbe possibile neppure prendere il pane dal fornaio dando in cambio un pezzetto di carta o dei tondini di metallo. Macché, tutto inutile! La donna accanto 95 In effetti Pietro aveva contribuito in modo sostanziale a rovinargli la vita. Quello che a un certo punto aveva spinto Salvatore al limite della sopportazione era la constatazione che, nonostante vi fossero le premesse per una pacifica convivenza, suo cognato dava l’idea di perseguire coscientemente un piano per vivere in discordia. In qualche modo, Pier aveva deciso che Salvatore era un nemico giurato. Il contrasto era arrivato a tal punto che al compleanno del nipotino andava solo Enza, mentre Salvatore faceva in modo di non essere disponibile, inventando turni che non c’erano e rincasando a cose fatte. Pietro faceva l’agente di commercio e, nonostante fosse sulla strada ogni santo giorno, era un automobilista modello: rispettava i limiti di velocità, usava la cintura, teneva le distanze di sicurezza, parcheggiava a dovere. Eppure una volta all’anno una contravvenzione non poteva evitarla neppure lui. Quando ciò accadeva seguivano settimane di odio palpabile che filtrava attraverso il muro che divideva le due abitazioni. Dopo una contravvenzione ci voleva molto tempo perché la tensione scemasse, e mesi per riuscire a scambiarsi un saluto. Poi, sul più bello, quando la situazione sembrava normalizzata, arrivava un’altra occasione di discordia. “Io impiego due giorni a guadagnare i soldi che quelli mi rubano per una sciocchezza” lo si sentiva gridare forsennato di là del muro, mentre la moglie, Giusy, lo invitava a calmarsi. Diceva proprio così: rubare. “Come vanno le ragnatele?” chiedeva a bruciapelo a Salvatore incontrandolo di sfuggita. Quelli come Salvatore, Pier li paragonava a dei ragni che tessono tele per catturare i poveri insetti mentre volano di fiore in fiore a procurarsi il nettare giornaliero. Piccoli ragni neri che lavorano per il potere del grande ragno. Di sicuro Pier era psichicamente disturbato e se non avesse avuto Salvatore sotto mano chissà in che modo avrebbe scaricato il suo malessere su qualcun altro. Può darsi che la divisa da carabiniere fosse solo una scusa. Dalle pagine dell’album emersero le foto scattate nell’incantevole 96 La donna accanto parco di una villa scelta da loro e da altre coppie per le foto romantiche. Un tripudio di verde esausto, di tonalità pastello, giallo e rossiccio del primo autunno, caldo e melanconico. Erano tra le immagini più belle e suggestive di tutta quella giornata memorabile. Ecco la Signora Busnardo in Floridia, sul viale centrale che saluta un’altra neo sposa (con strascico). Enza ricordava che con i tacchi particolarmente alti si sprofondava per metà nel letto di ghiaino, tanto che Salvatore dovette aiutarla a uscirne. “Ti ricordi? Era talmente scomodo camminare che a un certo punto mi sono tolta le scarpe.” Si era rivolta al marito, ma vedendolo assorto in altri pensieri aggiunse: “A cosa stai pensando?” “Seguivo il filo dei ricordi e le storie di tante vite che si intrecciano in queste istantanee. Alcune di queste vite rimangono in contatto, altre si allontanano per sempre, altre ancora si incontrano di tanto in tanto. A dirti il vero Enza … sento tanta, tanta malinconia. “Perché hai voluto rivederle? Mettiamo via se vuoi” bisbigliò Enza mentre seguitava a sfogliare. “Ormai abbiamo finito, poche pagine ancora; e poi chissà per quanto non le riprenderemo più in mano.” “Perché hai voluto vederle allora?” “Non so esattamente perché, ho come la sensazione di dover cercare qualcosa di noi… non so dirti… ma deve esserci un domani diverso per te e per me da qualche parte; non è possibile che la vita ci abbia voltato definitivamente le spalle. Però non so proprio dove cercare. Forse… così mi è venuto il pensiero delle foto … per questo, Enza.” Lei lo guardò intensamente socchiudendo gli occhi dai quali stillarono due lacrime. Nelle ultime pagine trovarono anche la cartolina con veduta panoramica di Parigi, dove avevano trascorso una settimana in luna di miele. “Cosa resta? – pensò d’un tratto Salvatore quasi sopraffatto da quell’ondata di ricordi. – Cosa resta dell’entusiasmo dello sposo e della sposa così sorridenti, fiduciosi?” Perché… non c’era dubbio che quelli delle foto erano proprio lui ed Enza! Due figure sulle quali stentava a sovrapporre se stesso e la compagna. La donna accanto 97 Questo pensiero ne richiamò presto un altro, intenso e doloroso. La strada di Enza a quel punto poteva anche sembrare segnata: era lei l’ammalata che avrebbe seguito il corso del proprio destino. Ma la sua strada invece dove lo conduceva? Cosa restava per lui di quegli slanci e di quell’entusiasmo? Giunti all’ultima pagina dell’album trovarono un foglietto sistemato al posto di una foto. Né Enza né Salvatore ricordavano cosa fosse, ma mentre lui iniziava a leggere ciò che vi era scritto, sovvennero loro le parole pronunciate dal sacerdote che aveva celebrato il matrimonio, parole che a quel tempo li avevano davvero colpiti, anche perché nel pronunciarle durante il sermone, il celebrante aveva bruscamente cambiato tono, ponendo insistentemente lo sguardo su di loro. Chi cerca di migliorare i propri limiti e difetti è naturalmente portato a minimizzare i difetti degli altri, ad accettarli e a superarli. Così deve essere nel matrimonio, quando si vuole fare di due cuori un solo cuore. Amare significa non lasciarsi allontanare da questo compito. Amare significa non credere ciecamente alla bellezza e ai piaceri. Chi si lascia abbagliare e crede che quelli siano l’essenza del matrimonio è destinato alla delusione. Quelle parole li avevano tanto sorpresi che alla fine della cerimonia, attardati in sacrestia per la firma dei documenti, se le erano fatte trascrivere di pugno dal sacerdote. “Eccola lì, dunque – pensava Salvatore.– Dopo anni di illusioni era giunto il tempo della delusione.” Enza si rattristò a quella lettura, e guardò Salvatore perplessa, desiderando comprendere quale fosse l’interpretazione da attribuire a quelle parole. Lui le accarezzò i capelli e la strinse a sé rassicurandola con un sorriso forzato, ma non disse nulla. Non le disse di aver incontrato un tizio che gli aveva trasmesso fiducia e speranza, profetizzando la sua guarigione. Sentiva che non era quello il momento, non ancora. “Forse – pensava Salvatore – tornando dal sacerdote potremmo ricevere una parola di conforto. Magari il prelato potrebbe suggerire un modo per uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo.” “Cosa ne dici Enza se torniamo dal parroco che ci ha sposati a raccontargli come stanno andando le cose? Chissà che non sappia aiutarci o darci dei consigli. 98 La donna accanto “E come potrebbe? A meno che non faccia miracoli!… Ma allora non sarebbe parroco…” Quella notte Salvatore ebbe il sonno agitato da sogni inconsueti. Si svegliò più volte ed Enza, che era avvezza all’insonnia, andò in cucina tornandosene con due bicchieri d’acqua; prese un ansiolitico per sé e ne offrì uno a Salvatore. Negli ultimi tempi, col venir meno dei motivi di interesse comune, il dialogo coniugale si era progressivamente inaridito, come se entrambi non riuscissero a liberarsi dal rimpianto per i bei giorni e temessero di trasmettere all’altro solo le preoccupazioni e la tristezza che riempivano le loro giornate. “No… no grazie – rispose lui gentile – non è niente, adesso mi riaddormento subito.” Invece restò sveglio per oltre mezz’ora, quanto ci volle perché i tranquillanti facessero effetto a Enza. Restarono entrambi in silenzio a meditare e immaginare l’uno i pensieri dell’altro attraverso il respiro e i sospiri. **** Salvatore trascorse diversi giorni molto indaffarato, riuscendo a concedersi una relativa calma interiore, quella di chi desidera davvero confidare nell’esistenza di una speranza. Poi la routine e le preoccupazioni fiaccarono nel brigadiere il germoglio della fiducia, lasciando spazio da prima alla titubanza e poi allo sconforto. Il morale era tornato basso, prostrato dal dubbio che la via d’uscita annunciata, qualunque essa fosse, avrebbe potuto essere troppo lontana rispetto alle forze disponibili. Presero il sopravvento gli automatismi di pensiero ormai consolidati, quelli sui quali Salvatore Floridia poteva contare per la sopravvivenza di ogni giorno. Tornò allora prepotentemente anche quel primo interrogativo che Salvatore non era riuscito a chiarire recandosi al n° 86 di Viale dei Ferrovieri. “Perché la questura aveva chiesto un sopralluogo presso l’abitazione di Silvano Fiorini?” Il brigadiere sapeva che ogni comunicazione interforze, per quanto scarna, doveva riportare un codice alfanumerico di protocollo. Con La donna accanto 99 quello egli contava di risalire al motivo della segnalazione. Era certo di aver conservato il fax nella valigetta, ma fu colto dallo scoramento quando, rovistando tra le carte e ispezionando le tasche interne, si accorse che il fax non c’era. Gli venne il sospetto di averlo lasciato nell’auto di servizio, che magari fosse scivolato inavvertitamente dietro il sedile. Nel frattempo però, l’auto era stata mandata al lavaggio per essere ripulita dentro e fuori. Interrogò dunque il preposto chiedendo se per caso avesse trovato qualcosa. Quello gli riferì che non aveva trovato niente e che in ogni caso, terminata la pulizia, qualsiasi cosa ci sia nelle auto viene rimessa esattamente dov’era prima. Floridia si rodeva rifiutando l’idea di averlo perso. Poteva anche darsi che fosse rimasto in ufficio e che fosse stato sbadatamente infilato in qualche faldone. “Ragazzi per caso vi è passato per le mani il mio fax, quello arrivato dalla questura circa tre settimane fa?” “Senti senti – si stupì Leo ad alta voce – hai fatto una pantomima perché non ne volevi sapere e adesso è diventato addirittura il tuo fax?” “Eh cosa vuoi! – scherzò Salvatore – le cose cambiano e a volte cambiano senza preavviso.” Il collega lo fissò con aria di sufficienza, poi andò a prendere il dischetto dall’archivio e mise a ballare le dita sulla tastiera. Spalancò alcune imposte che davano su paesaggi esotici, avviò la stampante e dopo una manciata di secondi porse il foglio a Salvatore. “Grazie – gli disse Floridia afferrandolo avidamente – sei in credito.” Dalla questura, subito qualcuno gli confermò telefonicamente quello che lui già sapeva: si trattava di un non meglio specificato controllo, come certamente risultava dal loro terminale video. Ma dato che lui insisteva a saperne di più, il funzionario andò a recuperare il cartaceo, e quando finalmente fu di ritorno gli riferì che effettivamente c’era un altro fax allegato a quello che lui aveva ricevuto, pervenuto dai colleghi di Graz, in Austria. Era redatto in tedesco, non più di una dozzina di righe e tuttavia, avendo il carattere di una semplice nota informativa, non era stato ritenuto necessario tradurla. L’avevano girato direttamente ai Carabinieri riportando solo l’indirizzo corrispondente a una certa utenza telefonica. 100 La donna accanto A Salvatore stavano già uscendo i fumi dalle orecchie, ma si sforzò di mantenere la calma. Comunicò che da parte loro era già stato eseguito un primo controllo, ma che non era stato possibile redigere un rapporto attendibile in mancanza di un qualsiasi elemento di raffronto. Per questo era necessario prendere immediatamente visione dell’originale in Tedesco: si sarebbe incaricato lui di farlo tradurre. Posata la cornetta del telefono Salvatore afferrò una seggiola, vi si sedette fronte schiena e si mise ad attendere accanto alla macchina del fax con l’aria di chi sta aspettando che passi il cadavere del nemico. A dire il vero, con i gomiti appoggiati allo schienale, avesse avuto anche la sigaretta in bocca sarebbe parso un cabarettista. Di sicuro con quel fare insolito si guadagnò un’occhiata incredula da parte dei colleghi. Dopo qualche minuto il fax arrivò, sbavato, con le righe per il lungo e tutto nero nella parte alta, dove stava l’intestazione dell’ufficio competente di Graz. “Poco male”, pensò il brigadiere, “l’importante è che sia leggibile il testo”. Provò a dare un’occhiata, anche se lui il Tedesco non lo conosceva. Una parola soltanto riuscì a capire. E che parola! Kinder, che in Italiano richiama alla mente merendine varie, ma in Tedesco significa bambino. Telefonò immediatamente presso l’azienda in cui fino a pochi anni prima aveva lavorato la moglie chiedendo di una certa Mary. Erano rimasti in contatto anche se, da quando Enza se n’era andata, non avevano più avuto molte occasioni per vedersi. Era il momento di riallacciare rapporti e chiederle il favore di tradurre il testo tedesco. Scambio di convenevoli, scambio di fax e dopo neanche mezz’ora Floridia aveva sulla sua scrivania la traduzione scritta a mano nella metà inferiore del foglio originale con una scrittura tondeggiante, ordinata, comprensibile. “È una soddisfazione avere a che fare con gente così” esclamò il brigadiere mentre iniziava a scorrere la traduzione. **** In un tamponamento senza gravi conseguenze sulla statale Vienna Graz, nei pressi di Hartberg, era rimasta coinvolta un’autovettura con La donna accanto 101 targa italiana sulla quale viaggiavano tre persone (due adulti e un bambino). Prima di condurre gli occupanti presso il pronto soccorso di Graz per accertamenti, la Polizia stradale ne aveva verificate le generalità: l’uomo e la donna erano risultati coniugi, mentre il minore aveva documenti che riportavano cognome e domicilio diversi rispetto a quello degli adulti. All’interno del documento di identità del ragazzo vi era inoltre un appunto con un numero di telefono. Alla richiesta di spiegazioni, i coniugi avevano asserito trattarsi del figlio di amici. A una prima verifica, tuttavia, era risultato che il numero di telefono in possesso del giovane non era relativo ai genitori, né apparteneva agli accompagnatori. In ogni caso si invitavano i colleghi italiani a effettuare un controllo presso l’indirizzo relativo a quel numero telefonico. Seguiva il numero dell’utenza Telecom. Salvatore terminò la lettura sbuffando. “Allora, cos’era?” domandò Leo, incuriosito più dal comportamento di Floridia che dalla storia del fax. “Pigrizia, la solita, cara, vecchia, inossidabile pigrizia.” 102 La donna accanto A TEMPO DEBITO Il parroco che aveva celebrato il loro matrimonio non svolgeva più servizio attivo. Al compimento dei sessant’anni d’età aveva ottenuto di ritirarsi presso un convitto gestito dalla curia sulle prime pendici dei monti a ovest di Vicenza. Il giovane sacerdote che l’aveva sostituito fu molto gentile con i Floridia. Li fece accomodare in canonica, lesse con attenzione il foglio che avevano portato con sé assieme all’album delle foto, e ascoltò con interesse il motivo della visita. Per incoraggiarli disse loro che le parole trascritte circa quindici anni prima dal vecchio curato erano parole senza tempo, parole eterne che lui avrebbe volentieri fatte proprie, aggiungendole al sermone per gli sposalizi da celebrare in seguito. Inoltre aggiunse che loro due erano fortunati, oltre che bravi, poiché nonostante le difficoltà riuscivano a tenere saldo il vincolo del matrimonio. “Non disperate – aveva detto il prete guardando Enza. – Le vite sono tutte diverse l’una dall’altra, proprio come non vi sono due persone uguali. Il Signore ci conosce singolarmente, nel profondo del cuore e per ognuno traccia la via adatta. È necessario accettare la via assegnata superando le difficoltà, perché al termine del nostro cammino potremo godere di un’eterna ricompensa. A Salvatore tali parole fecero piacere, anche se le trovò alquanto generiche. A Enza, invece, quell’esortazione ad accettare la via prescritta non piacque per niente: lei continuava a desiderare un figlio, non le interessava percorrere vie assegnate. “Si erano dati da fare in ogni modo per soddisfare un desiderio legittimo; cosa pensare delle tante analisi cui si erano sottoposti?” s’era chiesta ascoltando il prete. “Facevano parte anche quelle della via assegnata oppure ne stavano fuori? Perché a quel punto loro due avrebbero potuto anche starsene a casa invece di prendersi il disturbo di girare per ambulatori.” La donna accanto 103 In ogni caso, prima di accomiatarsi, il brigadiere si fece indicare la località dove avrebbero potuto trovare il vecchio parroco. Salvatore convinse Enza a non demordere e senza frapporre indugio si rimisero in auto per incontrare in giornata il loro curato. All’ora di pranzo sostarono presso una trattoria, quindi si addentrarono fra colline che stanno tra i torrenti dell’Agno e del Chiampo: un fazzoletto di montagnole coperte da boschi decidui e colture semi abbandonate, tutto fuor che selvagge, percorse da un dedalo di stradine che rendono accessibile ogni cocuzzolo e ogni avvallamento. Giunsero in un paesino pressoché disabitato. Case vecchie, porte e finestre sprangate, intonaci scrostati, cumuli di terriccio ed erbacce ovunque, anche sui tetti. All’intorno pareva che la natura fosse in lento movimento per riappropriarsi degli spazi che nel corso dei secoli le erano stati sottratti dall’uomo. Solo nella piazza si notavano dei segni di vita: una bicicletta appoggiata a un palo (senza catena antifurto), due anziani seduti sui gradini antistanti un palazzo che doveva essere stato il municipio. L’atmosfera desolata era comunque attenuata dalla visione della vegetazione splendida e rilassante. Avendo come riferimento l’unico campanile del luogo, i coniugi Floridia trovarono subito la via che conduceva alla chiesa che, a giudicare dalle dimensioni, era stata costruita per una comunità davvero numerosa. Lasciata l’auto, Salvatore ed Enza si avviarono per un vialetto lastricato che dal piazzale antistante la chiesa conduceva al convitto, annesso alla canonica, sul dosso del colle, appena sopra al borgo. Il passaggio attraversava un praticello d’erba sottilissima, tra vetusti cespugli di lauro, siepi di bosso e grandi rosai piegati ad arco. All’inserviente che aprì la porta chiesero se era possibile parlare con il parroco tal dei tali; quello non disse né sì, né no, ma li pregò di attendere, facendoli accomodare in una saletta dagli arredi consunti e dall’atmosfera stantia Nell’anziano che dopo qualche minuto andò loro incontro riconobbero a mala pena l’energico sacerdote che ricordavano. Seppero così che aveva lasciato anzitempo la parrocchia per motivi di salute. A causa di una malattia a decorso lento, ma inesorabile, era stato inoltre obbligato a servirsi di occhiali sempre più spessi. 104 La donna accanto Salvatore ed Enza gli presentarono ugualmente l’album delle foto e così, nel rivedersi assieme a loro, il vecchio sacerdote si commosse, dovette soffiarsi il naso e asciugarsi gli occhi. “Eh – sospirò – gli anni passano e il mio tempo se ne va. Foto come queste rappresentano la vita per un prete come me. Vedete che ormai sono ridotto all’inattività …. mi è rimasta la preghiera …. ma ditemi, qual è la ragione che vi ha portati fin qui? Questa volta fu Enza a prendere la parola: aver visto l’uomo, piuttosto che il prete, così mal ridotto ma sereno e ben disposto nei loro confronti, l’aveva stimolata a essere meno formale e a cercare un contatto più profondo rispetto a quanto era accaduto alcune ore prima con l’altro sacerdote. Gli confidò che non avrebbero potuto avere figli, sicché stava venendo meno il collante tra loro due, la ragione per continuare a mantenere fede all’impegno assunto insieme. Gli raccontò della depressione, della progressiva emarginazione dalla vita sociale; che nonostante lei fosse consapevole di ciò che le stava accadendo, non riusciva a contrastare la deriva … “Vedete figlioli – iniziò il prelato dando l’impressione di compiere uno sforzo considerevole per tessere la trama del discorso. – Se avessi venti oppure trent’anni di meno, probabilmente vi direi che le amare esperienze che vi stanno mettendo alla prova sono il volere di Dio …. che solo Lui ne conosce il motivo e che a voi non resta che accettare di buon grado la sorte che vi è riservata … nella convinzione che alla fine verrete ricompensati per la fede e la perseveranza. E tuttavia …” La pausa di riflessione si protrasse come se egli stesse cercando delle parole equilibrate, per non oltrepassare il segno. “ … tuttavia, oggi sto maturando una convinzione diversa; certo la vita spesso è molto dura, per non dire crudele, ma mi chiedo se è utile considerare tutto questo solo come facente parte di un volere superiore, di un disegno supremo. Badate che non sto mettendo in dubbio il ruolo dell’Assoluto; la Sua infinita conoscenza, misericordia e il suo infinito amore, certo che no!... Piuttosto mi domando se non sia opportuno interpretare le contrarietà dell’esistenza come sproni a ricercare vie alternative.” Enza si era voltata verso Salvatore con la faccia di chi sta seguendo il discorso in un dialetto scomparso. 105 La donna accanto Anche Salvatore aveva avuto qualche difficoltà a recepire coerentemente quelle parole. Comunque, tra tante era riuscito a isolarne tre che gli ricordavano qualcosa, anche se al momento non avrebbe saputo dire esattamente cosa. “Cercare vie alternative? – chiese dunque Floridia al parroco. – Cosa vuol dire?” “Eh! Cosa vuol dire! …. Io non ho la verità in tasca. – Gli rispose il prelato. – È la sola cosa di cui sono certo: nessuno ha in tasca la verità. … Per cui …. siamo tutti destinati a un’unica meta, ma per arrivarci si possono percorrere molte strade, sapete. Può darsi che la vostra si discosti da quella percorsa dai più. Nondimeno è un strada … vogliamo chiamarlo sentiero? D’accordo, ma anche un sentiero porta da qualche parte.” “Mi scusi – intervenne Salvatore scambiando un’occhiata interlocutoria con Enza, la quale iniziava a dare segni di insofferenza. – Ma dovrebbe essere più chiaro perché stentiamo a capire.” “Voglio dire – riprese il vecchio parroco – che la vostra non è una condizione tragica: non dovete considerarvi infelici o destinati all’infelicità perché non riuscite ad avere figli. Tu ragazza mia non disperare. Vedi dove ti porta la disperazione? La disperazione non risolve nulla, anzi peggiora la situazione. E infatti sei ammalata. Però devi avere fede, sì perché sono convinto che poi ti sentirai meglio. … Sì, ne verrai fuori vedrai” aggiunse come se avesse cercato il dato della conferma in un blocchetto appunti sfogliato mentalmente. Prima di salutarlo, Salvatore staccò una foto dall’album, una in cui erano loro tre e la donò al sacerdote che non finiva più di ringraziarli. **** “E come sarebbe questo sentiero?” Chiese Enza al marito sulla via del ritorno. “Non ne ho idea Enza, ne so quanto te.” “Ma dimmi qualcosa di quello che hai capito, qualcosa che abbia un senso per noi …. adesso. Dio mio ho la testa che mi scoppia. …. Voglio urlare!! …. Voglio spaccare tutto!! Cosa vuol dire cercare vie diverse? Per arrivare dove? Dove porta il mio sentiero?” 106 La donna accanto Le parole del prelato l’avevano irritata perché si era resa conto che per continuare a vivere avrebbe dovuto affidarsi a qualcosa a cui aveva creduto di non dover mai ricorrere. Prese un calmante di quelli che teneva sempre a portata di mano, come le aveva consigliato il medico. “Come quando tolgono la corrente di sera” pensava “e al buio si cercano fiammiferi e candele.” Il prete le aveva fatto intendere che dovevano esserci senz’altro fiammiferi e candele da qualche parte dentro di lei, ma Enza non sapeva dove cercarli, perché non le era mai capitato di usarli. Tuttavia, ora non c’era alternativa: avrebbe dovuto confidare nella flebile luce di uno stoppino per rompere le tenebre che la avvolgevano; non le restava che mettere un piede dietro l’altro e, se necessario, andare a tentoni per imboccare la sua via, il suo sentiero. Nonostante le urla della moglie, Salvatore era fiducioso, messa alle strette era successo altre volte che lei si alterasse fino a oltrepassare il limite della ragionevolezza, scatenando una tempesta. Di solito, però, Enza riusciva a ricavarne lo spunto per il passo successivo. “Speriamo che sia così anche stavolta” pensava Salvatore. Perché quella volta la situazione appariva realmente senza via d’uscita. “Non lasciarmi Salvatore – mormorò Enza tra le lacrime – non lasciarmi adesso.” Le urla si erano trasformate in un lamento supplichevole. Salvatore accostò l’auto e l’abbracciò per rassicurarla. “Come ti vengono certe idee? – le disse teneramente, asciugandole il viso con un fazzoletto di carta e cercando di trattenere le lacrime che stavano sgorgando anche dai suoi occhi. “Me lo prometti?” “Te lo prometto.” “Qualsiasi cosa accada?” “Certo … calmati adesso.” Spossata per la tensione, Enza si era addormentata con il capo abbandonato tra il poggiatesta e il montante della portiera. Salvatore procedeva lentamente per non svegliarla, mentre ripensava alle parole che aveva udite dal parroco. Si era reso conto che esse gli ricordavano ciò che aveva predetto Silvano Fiorini più di un mese prima. Anche il veggente gli aveva detto di non precludersi strade La donna accanto 107 alternative, mostrandosi fiducioso circa la guarigione di Enza. Però Silvano era stato più diretto, Salvatore ne era rimasto davvero impressionato. Senz’altro il prete si era espresso saggiamente, ma il Fiorini gli aveva dato prova di conoscenze che vanno oltre la saggezza. Non l’aveva forse chiamato per nome senza averlo mai incontrato? Al prelato erano servite le foto per ricordare vagamente la cerimonia del matrimonio. Il confronto che Floridia andava effettuando mentalmente tra i due lo indusse a una serie di considerazioni a proposito del veggente. Per quanto lo riguardava, egli aveva sempre avuto un’idea piuttosto vaga e semplicistica dei cosiddetti santoni. Se li era immaginati alla stregua dei chiromanti, di chi predice il futuro, la fortuna e gli amori. Dopo aver sganciato un centone, e molte volte anche di più, conviene non farsi più vedere dagli indovini, almeno fino a quando non si sia avverata la predizione. In quel caso si può anche tornare a ringraziarli; se però la predizione non si avvera … “Ma evidentemente” pensava il brigadiere, “c’erano i maghi e c’erano i santoni. Evidentemente c’erano i santoni e c’erano i veggenti. E poi c’erano veggenti e veggenti. “E poi …” Innanzitutto il Fiorini non gli aveva chiesto una lira. E ti pare poco! Ma forse non gli aveva chiesto denaro perché si era presentato in divisa? No, …aveva avuto l’impressione che fosse così con tutti. Gli aveva persino detto: ‘tienimi informato se vorrai’. In altre parole l’aveva invitato a tornare. Se uno lo fa per denaro, che senso ha chiedere a un carabiniere di tornare, sapendo che non gli si potrà estorcere un centesimo? “Ma tornare quando? – si arrovellava Salvatore – E poi, a dirgli cosa? Devo forse aspettare che la situazione muti in modo evidente? E devo farmi vivo se le cose mutano in meglio o in peggio; o in entrambi i casi?” Al presente, per quanto poteva giudicare, la situazione non si era modificata in modo significativo. Si sentiva un po’più fiducioso è vero, ma Enza non stava meglio e nemmeno era peggiorata. D’altra parte era passato appena un mese dall’incontro fortuito con quell’uomo. Già, poco più di un mese. A ben pensarci era proprio da quel primo incontro con il Fiorini che lui non aveva più dormito sonni tranquilli. Aveva iniziato a svegliarsi la notte sotto l’impressione di 108 La donna accanto sogni strani. Soprattutto uno che si ripeteva in maniera ossessiva. Enza sospirava nel dormiveglia, abbandonata sul sedile a fianco. Poteva essere che quel sogno fosse importante; chi poteva dirlo? Poteva essere che quel sogno avesse qualcosa a che vedere con la loro situazione, oppure poteva essere l’occasione per mettere il Fiorini alla prova. In fondo, sia lui che il curato gli avevano parlato di strade alternative. Ma in cosa consistessero poi queste vie diverse non l’aveva capito. Da dove poteva iniziare la ricerca? Forse era proprio questa la domanda da rivolgere al veggente: da dove iniziare? Magari era il caso di tornare a parlarci, al più presto. **** Nella sala d’attesa al piano rialzato della villetta in Viale dei Ferrovieri vi erano fin troppe persone in attesa. Suo malgrado, Salvatore fu assalito dallo sconforto poiché questa volta, sfruttando una giornata di riposo infrasettimanale, s’era presentato in borghese e avrebbe dovuto rispettare il turno d’arrivo, come tutti gli altri. A occhio e croce a lui non sarebbe toccato prima di mezzogiorno o anche oltre. Passeggiò nervosamente avanti e indietro per alcuni minuti, indeciso sul da farsi. Stava meditando di andarsene quando un signore sulla settantina si alzò dalla sedia e gli si avvicinò. “È la prima volta che vieni qui?” gli chiese tanto gentilmente che Salvatore non fece neppure caso al tu. “Praticamente sì” gli rispose Floridia. L’altro sbatté le palpebre e si mise a fissarlo con sguardo interrogativo. “Che vuol dire praticamente sì?” gli domandò interdetto. Il brigadiere fece un rapido esame di coscienza, pensò che la volta precedente era stato lì per ragioni di servizio, mentre in quel momento ci si trovava per libera scelta. In effetti, quella era a buon diritto la prima volta, perché nell’occasione precedente lui aveva soltanto eseguito un controllo presso un generico indirizzo. “Mi scusi – cercò di spiegare Salvatore – volevo dire sì, è la prima volta che vengo qui.” “Bene, allora ti cederò volentieri il mio posto” fu la sorprendente risposta dell’altro. Questa volta fu Salvatore a guardarlo con una smorfia di perplessità. La donna accanto 109 “No, non preoccuparti – lo tranquillizzò l’uomo – sappiamo tutti che non c’è mai abbastanza tempo…. solo che per Silvano il tempo bisogna pur trovarlo, è troppo importante.” Aveva parlato con il tono di chi svela un segreto. “Siamo passati tutti per le stesse acque – continuò – io ormai ne sono uscito, a Dio piacendo, e il minimo che posso fare per ringraziare è favorire chi la strada non l’ha ancora trovata. Ma puoi credermi se ti confermo che con la fede e il consiglio di Silvano anche tu verrai a capo dei tuoi guai.” Salvatore non credeva alle sue orecchie, in poche parole quello sconosciuto gli aveva fatto il riassunto della sua condizione! “Io posso aspettare – continuò l’uomo – mentre tu, che sei giovane, magari hai impegni più urgenti. Allora senti, il mio turno verrà tra cinque persone e potrai entrare al mio posto d’accordo?” “Non so cosa dire – balbettò Floridia – la ringrazio, veramente è…” L’altro lo interruppe: “Va bene, allora se non ti dispiace io torno a sedermi.” Dopo circa quaranta minuti Salvatore varcò per la seconda volta la soglia oltre la quale confidava di trovare l’indizio che poteva condurlo verso una via d’uscita. “Buongiorno, Silvano” esordì sforzandosi di essere quanto più naturale possibile. “Ciao Salvatore, come va?” gli chiese il veggente abbracciandolo sorridente. “Ho tanta confusione in testa …. cose completamente nuove per me. Avrei tante domande da farti e non so nemmeno da dove cominciare.” “Una alla volta.” “Certo, una alla volta – ripeté Salvatore corrugando la fronte per concentrarsi e fare ordine. – Allora senti: da quando ci siamo incontrati ho iniziato a fare sogni strani, soprattutto uno. Mi sono anche procurato un manuale dei simboli, ma non sono venuto a capo di niente, perché è riportato il significato dei singoli elementi: la donna, la città, il cavallo, il taxi, ma è chiaro anche a me che il senso del sogno non può essere la somma dei singoli significati, voglio dire … “ “Sentiamo questo sogno” lo incoraggiò Silvano. “Sono da solo – iniziò a raccontare Salvatore – sto viaggiando in macchina, per lavoro sembra, ma ho intenzione di recarmi anche 110 La donna accanto presso un negozio di articoli per animali: selle per cavalli, mangimi per cani e gatti o cose del genere. Insomma me ne vado a zonzo per la città senza seguire una logica. Percorro una strada, poi torno indietro, faccio il giro della piazza, quindi mi fermo, poi parto di nuovo. Questo dura per un bel po’. Dunque, a un certo momento mi sembra di aver trovato il posto adatto per parcheggiare e proseguire a piedi. In realtà non so esattamente dove si trova il posto che sto cercando. Intorno non c’è quasi nessuno; vedo una signora molto appariscente al volante di un’auto con la portiera aperta. Mi avvicino chiedendole se sa indicarmi dove si trova il tal negozio. Con voce suadente lei mi assicura che lo conosce bene e, anzi, gentilmente si offre di accompagnarmi. Io sono lusingato e salgo con lei. L’auto è una stupenda macchina sportiva. Appena ci avviamo, però, l’automobile non è più quella: al posto dell’autoradio compare il tassametro e anche la signora cambia voce, non è più affabile, ma brusca. Subito dopo ci fermiamo, credo dopo aver fatto sì e no cinquanta metri. Allora la donna mi indica il negozio che cercavo sull’altro lato della piazza, a neanche cento metri da dove ho lasciato la mia auto. Ringrazio e faccio per scendere, ma quella mi afferra per un braccio e, senza neanche guardare il tassametro, mi intima di pagare cinquanta mila lire. Io inizio a protestare e per tutta risposta lei raddoppia: cento mila lire. Le faccio notare che sarebbe stato sufficiente che mi avesse indicato il negozio e io ci sarei andato direttamente a piedi: duecentomila, insiste. Poi mi sveglio, per fortuna … altrimenti penso che la strozzerei.” Silvano accennò a un sorriso. “Vedi – disse abbassando gli occhi socchiusi – questo sogno è un grande dono che ti viene fatto, perché ti svela un arcano, vale a dire una conoscenza utile. La conoscenza generalmente è sempre utile, ma lo è soprattutto quando si è ancora in tempo per servirsene nel corso della vita.” Salvatore pendeva dalle labbra di Silvano, proteso in avanti per non perdere nemmeno una sillaba di ciò che gli stava dicendo. “Un arcano” ripeté Floridia quasi desiderasse entrare in quella parola. “Sì, l’arcano delle azioni autosufficienti. Essere autosufficienti significa poter contare sulle proprie forze per fare e ottenere ciò di cui si ha bisogno. Per quanto ciò sia fattibile, nondimeno questa è La donna accanto 111 sempre una condizione transitoria. Nel tuo sogno l’autosufficienza è rappresentata dall’auto con cui gironzoli per la città. Nella vita, l’autosufficienza si esprime invece nel corpo fisico e nelle sue capacità, nell’intelletto e nelle sue facoltà: oggi queste ci sono e puoi usarle, ma domani possono anche non esserci e comunque un giorno certamente scompariranno. Ciò significa che, benché si possa fare affidamento su una certa cosa, già si sa che in futuro non sarà più così. L’importante è fare ciò che è opportuno fare finché c’è la possibilità di farlo; solo allora si riesce ad arrivare dove è necessario, magari con un grande sforzo per superare delle costrizioni o delle limitazioni, ma ci si può riuscire. Se, però, si lascia passare la propria occasione, allora si sarà costretti ad appoggiarsi alla volontà e alle facoltà di altri: ecco qual’è il significato del taxi. In questo modo, approfittando dell’incapacità altrui, chiunque può chiedere uno sproposito in cambio di poco o niente, “Non rinviare a domani quello che potresti fare oggi?” “Esatto … quanta saggezza in questo proverbio. Ma vedi, qui non è solo il fatto di non perdere tempo e fare più cose, perché magari il tempo è denaro. No, qui si tratta di qualcosa di molto più importante; il punto sta proprio nel riuscire a pensare e fare oggi con semplicità ciò che un domani non potrai in nessun caso immaginare, né programmare, né tanto meno fare. E se, nonostante tutto, in futuro vorrai fare a ogni costo quello che non hai fatto a tempo debito, ciò risulterà innaturale, complicato, troppo costoso e richiederà energie spropositate. In altre parole, di sicuro non potrai ottenere ciò che desideri, ma al contrario certamente perderai il tuo equilibrio interiore.” “Ecco il perché della depressione di Enza!” bisbigliò Salvatore tra sé. Le parole di Silvano erano balenate nella mente del brigadiere come un flash che rischiara per un istante i contorni del muro contro il quale lui e la moglie continuavano a sbattere. “Vedi dove porta la mancanza di equilibrio? – continuò Silvano. – Tu a un certo momento vorresti addirittura strozzarla.” “Non può essere! Io le voglio bene.” “Certo che le vuoi bene, ma se insistete a pensare e a desiderare quello che non potete ottenere, quel desiderio vi manderà fuori equilibrio, con questi risultati.” 112 La donna accanto “Se fosse per me, il problema non ci sarebbe nemmeno” si schermì Salvatore. “Ne sei sicuro? – dubitò Silvano. – Se fosse veramente così tua moglie non sarebbe nelle condizioni in cui si trova.” “Insomma cosa devo fare?” “Sforzati di perseverare.” “Sforzarmi a perseverare… cosa?” “Ti verrà suggerito a mano a mano” fu la risposta sibillina del Fiorini. “Non c’è proprio verso” pensò il brigadiere “evidentemente queste cose funzionano a modo loro … quali cose poi!?” “Cerca di liberare la mente – aggiunse Silvano – pensa a sciogliere prima di tutto i tuoi desideri e le tue paure. Vedrai che anche tua moglie si sentirà meglio.” “Vorrei domandarti un’altra cosa … – disse Salvatore sommessamente. “Per oggi è meglio di no – lo interruppe Silvano. – Tieni presente quello che ti ho detto.” E per quel mattino fu tutto. **** Nei giorni successivi al brigadiere sembrava di essere accovacciato sulla linea di partenza in attesa dello sparo che dà il via a una corsa. Era costantemente invischiato nella sensazione che fosse imminente qualcosa di fondamentale per se stesso e di conseguenza anche per Enza. Gli pareva di essere sul punto di intuire ciò che pure non riusciva a comprendere. Aveva l’impressione che da un momento all’altro gli si sarebbe manifestato qualcosa, anche se non era certo di riuscire a riconoscere quel segno. Floridia non sapeva di essere già in movimento, di essere già scattato dai blocchi di partenza; ma presto avrebbe imparato che quello strano sentore, quel percepire qualcosa di incombente che non si conosce e non si riesce a definire, è il segno inequivocabile che già si sta correndo. Avrebbe imparato che in quel genere di corsa non si odono spari, perché ognuno parte quando se la sente o quando può; non ci sono avversari da battere perché in palio c’è qualcosa che nessun 113 La donna accanto altro vorrebbe al posto tuo. Non ci sono arbitri, né pubblico: solo quella sensazione di rimestare nel cilindro misterioso delle infinite possibilità. Può volerci del tempo per trovare l’equilibrio, per riuscire a orientarsi davanti a tutto questo, ma poi la ricerca diventa irrinunciabile Benché frastornato, Floridia aveva una certezza: era necessario iniziare da qualche parte. Doveva scoprire il pulsante che avrebbe permesso di rimettere in movimento la vita bloccata, la leva che gli avrebbe consentito di togliere dalle secche il battello coniugale arenato. “Da dove comincio?” era diventata la domanda ossessiva. Questo pensiero fisso lo accompagnava per tutta la giornata. Aveva la convinzione di dover imboccare una nuova via, come pure la consapevolezza che per cambiare la sorte avversa non bastavano e soprattutto non servivano i colpi di testa. Non era richiesto lo sprint da centometrista e nemmeno una tecnica da maratoneti, questo lo capiva. La questione era alzarsi ogni mattina, sorridere alla moglie sofferente, apatica e augurarle buona giornata, poi salutarla alla sera di ritorno dal lavoro, stanco, con lo stesso affetto e disponibilità. La questione era sollevarsi al di sopra dell’orgoglio cacciato sotto i tacchi e sforzarsi di collaborare al lavoro con quelli che di collaborazione non ne volevano sapere. Era la rinuncia a recriminare, a protestare, a opporsi a ciò che non lo soddisfaceva, anche quando era convinto di aver ragione. **** Fortunatamente, può succedere che l’aiuto necessario giunga da dove meno lo si aspetta: una frase colta di sfuggita, un’immagine cui non si ha ancora fatto caso, un oggetto mimetizzato tra mille altri … Curiosamente, accade che le manifestazioni della quotidianità divengono strumenti per la comprensione di qualcosa che va oltre l’ambito del quotidiano. Ad esempio, il fermacarte di pietra lavica che Salvatore teneva sulla scrivania: sembrava proprio un modellino di asteroide come quelli che nei film di fantascienza minacciano di radere al suolo qualche splendida metropoli terrestre. Al piccolo meteorite non badava nessuno, dacché faceva ormai parte a tutti gli effetti degli arredi dell’ufficio, 114 La donna accanto al pari dei raccoglitori colorati, dell’attaccapanni o dei tappetini per i mouse; anzi, per molti colleghi non sarebbe stato agevole ricordare se, tanti anni prima, in caserma fosse arrivato prima Floridia oppure il sasso. Infatti, un mattino come altri, quella pietra era comparsa sopra un tavolo della sala equipaggi; Salvatore era appena stato trasferito a Padova, per cui i colleghi avevano pensato che quella doveva per forza essere roba di quello nuovo. Per la maggior parte di loro il sasso era stato il primo contatto con il neo arrivato, un biglietto da visita oggetto di scherno per alcuni giorni. Poi più nessuno ci aveva fatto caso. Nessuno tranne Leo. Lui era rimasto affascinato dalla forma della pietra, praticamente priva di superfici fratturate. Gli ricordava un’enorme frittella irregolare, bruciacchiata per la cottura in olio pesante, come quello indigesto che usano certe bancarelle alle fiere. “In un certo senso è proprio così – gli aveva spiegato Salvatore. – Non è altro che un po’ di roccia debitamente insufflata che si raffredda mentre ballonzola giù per il pendio della montagna, una frittella fatta con la pasta di vulcano.” Leo aveva notato quanto il collega fosse affezionato a quel pezzo di lava e una volta, non sapendo più trattenersi, gli aveva chiesto cosa rappresentasse per lui. Salvatore, che a quel tempo si esprimeva in modo approssimativo, se la sbrigò dicendo che l’aveva raccolto sull’Etna in compagnia della sua prima fidanzata, una volta che l’aveva accompagnata in vacanza dalle sue parti. La fidanzata poi era cambiata, mentre la pietra era rimasta. Ma era evidente che gli ricordava qualcosa a cui era affezionato, e non necessariamente la ragazza; magari la sua città, la sua terra dalla quale se n’era partito da giovane. A quel tempo Salvatore non sapeva neppure raccontare se stesso e non era in grado di esternare a parole la delicatezza di un legame affettivo; sì, perché probabilmente il sasso fermacarte rappresentava il passato dal quale traeva motivazione il suo presente. Lo rimirava continuamente, perché non intendeva dimenticare chi era e da dove veniva. Era un modo per comprendere il significato del suo essere uomo del sud carabiniere al nord, per trovare un senso di appartenenza profondo che lo ancorasse alla vita e al lavoro cui si dedica- La donna accanto 115 va con passione. Le scartoffie diventavano del tutto reali solo dopo essere state assoggettate alla pressione della lava, quasi che quella fosse il sigillo che conferiva a un generico documento la dimensione del qui, ora. Un po’ per emulazione e un po’ per curiosità, Leo aveva chiesto più volte a Salvatore di procuragli un frammento di Sicilia tale e quale, una frittella di vulcano. Nonostante tornasse a Catania ogni estate per salutare i genitori separati e il fratello, Salvatore non era mai riuscito a ricordarsene in tempo utile per raccoglierne un pezzo. Gli sovveniva quando lui e la moglie stavano effettuando il check-in per il ritorno e, siccome erano passati anni da quando Leo aveva iniziato a chiedergli quel favore, la cosa stava diventando imbarazzante. Un’estate quell’accumulo d’imbarazzo a livello sub cosciente fece sì che Salvatore se ne ricordasse un po’ prima, in taxi, mentre si stava recando all’aeroporto. Colto da sconforto per l’ennesima occasione mancata, Floridia aveva chiesto al tassista di fermarsi un attimo in corrispondenza di un cantiere lungo la strada. Sceso dall’auto si era avviato verso lo scavo ai margini della carreggiata, dov’era stato immediatamente raggiunto da un signore, forse il capo cantiere il quale, vedendolo in divisa, lo aveva salutato con deferenza chiedendogli cosa stesse cercando. “Nulla in particolare – gli aveva risposto tranquillamente Floridia – solo un campione di roccia rappresentativo della zona. Ma non si preoccupi – aveva aggiunto notando l’espressione incredula e sospettosa dell’interlocutore – lo trovo da me, grazie.” Prima di andarsene, Salvatore aveva voluto scambiate poche parole con gli operai che stavano posando una nuova linea per sopperire alle fatiscenti tubature dell’acquedotto. Con tutto quanto si diceva sul Continente, a proposito della grande sete della Sicilia causata da sprechi e malaffare, chissà mai che le nuove condotte fossero quelle buone! “Che ci fai con quella pietra?” gli aveva chiesto la moglie quando era risalito in auto. “Un collega d’ufficio vuole un pezzetto di Sicilia e io lo accontento. Per caso abbiamo un sacchetto? Non vorrei sporcare la roba nella borsa col terriccio.” “Prenda maresciallo! – l’aveva generosamente apostrofato il tassista 116 La donna accanto porgendogli un involto di carta da panettiere. – Non si preoccupi se lo trova unto, c’era dentro la mia colazione.” Prima di farne dono all’amico, Salvatore aveva lavato il sasso ponendolo ad asciugare per bene. Leo dapprima lo aveva ringraziato ma subito dopo, osservando quel frammento di isola che reggeva tra le mani, non vi aveva trovato quello che si aspettava. Nonostante la sua capacità di fingere non era riuscito a nascondere la delusione. Piuttosto, il tentativo di non urtare troppo la suscettibilità del superiore aveva avuto l’effetto di indurirgli i muscoli della faccia. “Immaginavo che mi avresti portato qualcosa di simile a quello che hai tu” aveva detto dissimulando malissimo la sua delusione. “Non ti aspettavi che te lo portassi ancora caldo spero! – aveva scherzato Salvatore cercando di sviare il discorso. – Non sono andato dentro al cratere, l’ho raccolto fuori – si giustificò.” “Ho capito, ma quanto fuori?” aveva insistito Leo con piglio polemico. “È la colata che è differente, Leo – aveva spiegato il brigadiere con noncuranza. – Altro posto, colata distinta e pertanto lava dall’aspetto diverso. Lo sai che il vulcano non sputa blocchi marcati CE!” In quel modo i sassi fermacarte in ufficio erano diventati due, ma da quel giorno non era più stata la stessa cosa. Dalla vista delle pietre Salvatore non traeva più la medesima, rassicurante sensazione di cui aveva goduto contemplando la sua. Sembrava ci fosse qualcosa che lo disturbava. La lava sopra al suo tavolo continuava a ricordargli la Sicilia solare giallo e arancio degli agrumeti, la terra verde della pasta reale al pistacchio; ma il sasso dell’altro tavolo …? **** Ora accadde che una mattina, arrivando in ufficio prima del solito, la sua attenzione fosse attratta proprio dal fermacarte sulla scrivania di Leo, quello di una colata differente. I colleghi dovevano ancora arrivare e nel silenzio della stanza inanimata, dove solitamente era distratto dagli impegni e dai discorsi, ebbe la vaga sensazione che il sasso friggesse; una specie di bisbiglio impercettibile. Non fece neppure in tempo ad aguzzare l’udito, per verificare da dove provenisse realmente quel brusio, che i suoi La donna accanto 117 pensieri entrarono in un groviglio di sensazioni fastidiose, mentre un acufene gli iniettava nella mente un ritornello lamentoso e incessante: Sicilia degli appalti e del malaffare… Sicilia degli appalti e del malaffare… Sicilia degli… “Santissimo Onnipotente!” sussultò tra sé avvertendo un brivido di timore. Era la prima volta che sentiva voci, se così si può dire, e in ogni caso non gli era mai capitata una cosa del genere. Si sedette sulla seggiola cercando di restare calmo. Era turbato, non se lo aspettava. Proprio non se lo aspettava che le prime avvisaglie del cambiamento bussassero in quel modo alla sua porta. Dopo alcuni istanti tuttavia il brusio cessò e anche la sensazione che l’aveva fatto rabbrividire scomparve. Non se ne era mai reso conto prima, ma era proprio così. Salvatore aveva finalmente individuato un pensiero debole, ma costante e subdolo che gli toglieva serenità e gli inquinava l’aria stessa che respirava. Come aveva potuto non accorgersene e lasciar passare tanto tempo? Era da un bel pezzo che quella pietra stava sulla scrivania accanto alla sua e solo ora si rendeva conto che ogni volta che la guardava, inconsciamente si innescava in lui un processo mefitico. La pietra in sé non aveva ovviamente nessun potere, visto che era solo un sasso, ma a lui serviva da catalizzatore per un processo interiore in cui una parte sconosciuta di se stesso cercava di riconoscersi negli interrogativi che la vita gli stava ponendo. Dal coacervo di intenzioni disattese, di cose mai dette, di costrizioni subite, fin dentro alle recriminazioni inconfessabili, stava emergendo una entità autonoma dal suo stesso volere: quella entità era il suo ruolo nell’esistenza. Salvatore si stava accorgendo di non essere consapevole del proprio ruolo, si stava rendendo conto che c’era un altro se stesso che non coincideva con quel Salvatore convinto di muoversi e agire seguendo unicamente la volontà cosciente. Per quale motivo d’un tratto si sentisse così non gli pareva una cosa fondamentale, per il momento. Gli pareva importante invece aver scoperto un pensiero nascosto che continuava ad aggredirlo. Rivide la faccia delusa di Leo davanti al sasso che gli aveva regalato, così diverso da quell’altro. Salvatore ebbe subito chiaro cosa fare. Non c’era tempo da per- 118 La donna accanto dere. “Ti verrà suggerito mano a mano” gli aveva detto Silvano. “Ma certo che è così! – gridò forte sbattendo la mano sulla scrivania mentre un collega apriva la porta. “Ma allora, se è così è facile! – tornò a esclamare Floridia mentre saltava in piedi. – E allora … allora è addirittura fantastico!” “Cos’è che è fantastico?” gli domandò il carabiniere che stava arrivando in quel momento. “Tutto, è tutto fantastico – gli rispose di slancio Salvatore che, afferrato il telefono, stava componendo un numero. – Ma il punto è che non me ne ero mai accorto.” “Sono contento per te” commentò il collega sbadigliando. Salvatore aveva lasciato passare anni prima di portare quella pietra a Leo. Altri ne erano passati con quella pietra appresso come una macina legata al collo. Adesso non era disposto a far passare un giorno, ma che dico, neanche un minuto senza prendere in mano la situazione. Era suonata l’ora del cambiamento: “Buongiorno, ma’… Scusate se telefono così presto, tutto bene?…” Alla madre chiese di recarsi sul vulcano e di procurargli un bel pezzo di lava: era una questione della massima urgenza. La donna riusciva appena a formulare qualche domanda, tanta era la foga del figlio, ma non ebbe nemmeno il tempo di obiettare perché lui era di fretta e le avrebbe spiegato tutta la storia in seguito. “Oggi … dovete andarci oggi! …Domattina vi telefono nuovamente e vi dico cosa fare. Ora devo andare, sono al lavoro, vi lascio, grazie ma’… Ancora grazie, vi voglio bene, ci sentiamo domattina.” “Ottimo” pensò tra sé riponendo il ricevitore “questa è fatta, e una alla volta le sistemeremo tutte.” **** Assunta era semplicemente sconcertata dalla richiesta di Salvatore: le aveva addirittura messo fretta. Non sapendo come fare, aspettò l’orario d’apertura dei negozi, uscì di casa e si diresse in fondo all’isolato presso la bottega del macellaio, il quale era tra le poche persone che stavano ancora ad ascoltarla quando desiderava fare qualche confidenza. La donna accanto 119 Gli raccontò della strana telefonata del figlio, col tono rassegnato di chi ha visto cambiare tante cose attorno a sé. “Capite, e che urgenza ci sarà mai?” “Se vostro figlio ve l’ha chiesto con urgenza una ragione ci sarà. – gli rispose il negoziante mentre sistemava le carni appena arrivate dal grossista. – D’altra parte, signora Assunta, siamo sinceri, mica possiamo stare al passo con questo mondo che corre. Non abbiamo più l’età per capire ogni novità, tutte queste stramberie.” “Ehvvabbè! Io mica mi lamento – replicò la donna – però non so come fare. Il figlio mio ha detto che domattina mi richiama; e io dove la trovo la pietra che vuole lui?” “Dove la vuole trovare, sul vulcano no?” “E come ci arrivo?” Il macellaio si staccò dal banco puntando le mani sulle reni per distendere la schiena. Poi squadrò la signora, neanche fosse stata la prima volta che la vedeva, quasi a voler soppesare le sue capacità di inoltrarsi sui sentieri della montagna. “Io l’automobile non ce l’ho …. mai avuta, non ce la faccio ad arrivare in bicicletta fino a là” si lamentava la donna. “Ci sarebbe l’autobus …. quello per Nicolosi.” In mancanza di alternative, Assunta si era incamminata per raggiungere la fermata più vicina: un paio di chilometri che le risultarono davvero faticosi. Acquistò il biglietto presso l’edicolante e aspettò in piedi che giungesse l’autobus. Appena fuori Catania, incollò il naso al finestrino e si mise a osservare il paesaggio che non aveva più rivisto da …. Quant’era che non usciva dalla città? “Dunque vediamo” ricordava tra sé “saranno forse dieci anni che non esco più dal paese. Possibile? … Così tanti?” Doveva essere più o meno così, perché l’ultima volta era stato in occasione di un viaggio a Palermo, per il battesimo del nipote e allora … erano più di dieci anni... All’interno della vettura, dai finestrini aperti si spandeva l’odore dell’erba lasciata a seccare e la sottile fragranza che veniva dai frutteti. La scia di profumi le fece tornare alla mente gli anni spensierati della gioventù, quando, seduta sul cannone della bicicletta del suo amoroso, usciva dalla città affrontando un percorso cosparso di buche e sassi alla ricerca del luogo in cui potere dare sfogo ai loro gesti d’amore. 120 La donna accanto Al paese suo dicevano che la fuitina porta bene e, se dopo ci si sposa, non ci si lascia più. Ma lei non se l’era sentita, d’altra parte non ve n’era stato bisogno. Forse proprio per quello era rimasta sola? Col senno di poi l’infastidiva l’impossibilità di verificare se le cose sarebbero potute andare diversamente. Uno straccio di motivo per fare qualcosa che si desidera lo si trova sempre e così, chi per una ragione chi per un’altra, gli uomini della sua vita si erano dileguati: Salvatore era stato il primo a partire, per riscattarsi dall’emarginazione. Due anni dopo se ne era andato l’altro figlio, per emanciparsi; alla fine anche il marito l’aveva lasciata per rigenerarsi, con una nemmeno tanto più giovane di lei. Ognuno aveva trovato il suo straccio di motivo per lasciarla: un futuro migliore, un lavoro, una donna, un’amante; mentre a lei non era rimasta neppure la pezza per rattoppare gli strappi dell’amarezza. Per i figli avrebbe anche potuto farsene una ragione, ma non per il marito. Che cosa avesse avuto l’altra più di lei …non riusciva a spiegarselo e ignorava se lui fosse felice. Non si vedevano quasi mai e quando si vedevano non si parlavano, per cui non sapeva se avesse trovato quello di cui improvvisamente aveva sentito bisogno. Una cosa però la sapeva: lei era la sua unica moglie, gli aveva dato due figli. E come madre, poteva dare ai figli quello che nessuna altra donna avrebbe mai potuto dare. Di questo era certa. **** Al termine di una lunga serie di fermate, la corriera arrivò al capolinea mentre le campane di Nicolosi battevano le quattordici. Assunta si stava dirigendo verso il bar tabaccheria che si trovava sul lato nord del piazzale, verso l’Etna maestoso, quando giunse un altro pullman e nel giro di pochi istanti il piazzale pullulò di turisti. Allora lei si avvicinò ad alcuni di loro chiedendo se per caso erano diretti sul vulcano. Quei tipi dalle facce strane le risposero con deferenza, chinando il capo con piccoli movimenti a scatti, come dei galletti, ma lei non capì nulla di quello che le dissero. Poi, guardando meglio, adocchiò uno che portava la faccia da siciliano verace. “Mi scusi – gli domandò – siete diretti sul monte?” 121 La donna accanto “Sì, facciamo una passeggiata” le rispose spigliato un giovane sui venticinque anni che faceva da guida ai turisti. “Guardi giovanotto, verrei anch’io se potessi, ma non ce la faccio. Me lo farebbe un piacere?” “Se posso …. mi dica.” “Se volesse raccogliere un pezzo di lava per il figlio mio che sta al nord, dovrebbe essere un pezzo grosso e bello. Mi scusi se le reco disturbo, ma questo sarebbe veramente un favore grande che mi fa.” “D’accordo signora. Guardi, però, che non saremo di ritorno prima di due o tre ore.” “Non importa, aspetterò al bar, grazie.” Al bar Assunta ordinò qualcosa, tanto per rompere il digiuno. Poi si mise a osservare i tavoli, i posacenere, le sedie, il pavimento, i manifesti, il box per le giocate del lotto, le schedine, il banco, le tazzine, i bicchieri, le bottiglie; scambio di sorrisi con i gestori del bar e strenui tentativi di non cedere al sonno. Il soffitto, i tubi del neon, il flipper, … il cestino, La Gazzetta dello Sport stropicciata … il cestino … il cestino … il … **** Dopo alcuni pisoli fu svegliata dal brusio dell’orda di ritorno dall’escursione: i turisti trovavano a mala pena posto nel locale. Chi riusciva ad avvicinarsi al banco acquistava qualcosa per rifocillarsi, altri spedivano cartoline dall’annessa tabaccheria. “Ah è qui, signora” la chiamò il giovane capo comitiva estraendo dalla sacca un pezzo di lava della grandezza di un melone. Lei lo prese tra le mani e lo ammirò bene, annusandolo. Sicuro, era il profumo della pancia del vulcano, proprio come voleva suo figlio. Un bambino le si avvicinò ridendo e indicando la grossa pietra, attirando così l’attenzione di molti dei presenti che si accodarono alle risa del piccolo. Poi quello infilò la manina nella tasca dei pantaloncini e ne tirò fuori un sassolino della dimensione di una nocciola. Anche gli altri mostrarono ognuno il proprio pezzetto di lava. Il più grosso non era più grande di una noce. Subito dopo Assunta si trovò circondata da uomini e donne che 122 La donna accanto esibivano tutti il loro piccolo sasso di vulcano. Comparvero le macchine fotografiche e a turno molti vollero fotografare il gruppo con nel mezzo l’anziana signora che coccolava in grembo il melone di lava. Poi il ragazzino la salutò, i turisti sciamarono all’esterno, risalirono sugli autobus e se ne andarono. Lei aspettò che arrivasse un’altra corriera per tornare in città, ma l’ultima era già partita e per quel giorno non ve ne sarebbero state altre. Allora i gestori si offrirono di accompagnarla di lì a poco, visto che la giornata di lavoro era praticamente terminata e sarebbero tornati a Catania, dove anche loro abitavano. **** Il mattino seguente, Assunta stava gironzolando attorno al telefono quando questo squillò. Salvatore non aveva nutrito alcun dubbio sul fatto che sua madre sarebbe riuscita nell’incarico che le aveva affidato; se ne rallegrò chiedendole di spedirgli immediatamente il sasso. Lei stentava a capire cosa avrebbe dovuto fare, tanto l’idea di apporre il timbro postale su una pietra esulava dal comune buon senso. Ma lui le spiegò per filo e per segno come sistemare la cosa: nylon a bolle, nastro adesivo e scatola di cartone; la consigliò di recarsi presso una cartoleria e di farsela fare lì la confezione, con il suo indirizzo di Padova scritto direttamente sulla scatola. Lui le avrebbe spedito un assegno per rifonderla delle spesucce che aveva sostenuto e per ricompensarla del grande favore che gli stava facendo. Andò bene, perché una decina di giorni dopo Salvatore ricevette il grosso lapillo e finalmente poté saldare il debito con Leo. Questi non fu per nulla stupito di vedersi consegnare il nuovo fermacarte; si limitò a un plateale moto affermativo del capo mentre, sorridendo, guardava Salvatore con occhi sfavillanti, come a dirgli: ce n’è voluto ma alla fine me l’hai portato! Salvatore pensava che, dopo aver dato inizio a quel genere di movimento interiore, fosse prevedibile e forse auspicabile che altre faccende si assestassero, dato che l’approccio a un diverso modo di sentire le cose può cambiare la visione a tanti scorci della vita. Tuttavia, il brigadiere non immaginava che questo processo di La donna accanto 123 mutamento si sarebbe riflesso molto a ritroso, coinvolgendo questioni sempre più lontane nel tempo, cosicché fatti sepolti e dimenticati avrebbero inaspettatamente rivisto la superficie. In ogni caso, il suo rinnovato stato d’animo, determinato dall’aria nuova che stava respirando, sembrava riflettersi positivamente su Enza. Silvano era stato molto chiaro in proposito, invitandolo a vigilare sui pensieri e sui desideri, se voleva aiutare la moglie. Pertanto, il giorno dopo le aveva regalato un mazzo di fiori con un biglietto: ‘non ho nulla da farmi perdonare, amore mio, ma voglio ricordarti che sei la donna della mia vita’. Enza sembrava reagire. Non grandi cose, ma un pizzico di disponibilità in più, uno spiraglio nell’atteggiamento di ostinato rifiuto e isolamento; aveva ripreso a informarsi sul suo lavoro e a tavola il pane rinsecchito da giorni aveva ceduto il posto a pagnotte mangiabili. Una sera, mentre stavano davanti alla TV, Salvatore fu impressionato dalle immagini degli aborigeni che si bucano certe parti del viso per farci passare spilloni, anelli, fili e quant’altro. “Ci vuole un bel coraggio” commentò. “Anche noi ci mettiamo orecchini e piercing” osservò Enza. “Quelli però non lo fanno per moda o per gusto estetico; deve essere qualcosa di più importante, che magari ha a che fare con la loro fede.” “Perché, secondo te la moda non è una fede?” “Allora bisognerebbe dedurre che qualsiasi cosa è fede, ma credo che ci sia una fede sacra e una profana: se percorro la navata di una chiesa in ginocchio con dei sassolini attaccati sotto con un cerotto, evidentemente lo faccio per una fede sacra. Ma se mi ammacco tutte le ginocchia stando accucciato dentro a una botte per sparare alle anatre, questa può anche essere fede, ma non può certo essere sacra.” La mattina seguente, il primo pensiero che gli si rivelò fu la processione di Sant’Agata. Ebbe la netta sensazione di avervi realmente partecipato in sogno, non come spettatore, ma come attore, quasi che quella fosse stata la sua processione. Sentiva stranamente sulla pelle un’irritazione come quella causata dallo sfregamento della canapa grezza, dacché nel sogno doveva essere nudo sotto il sacco, e aveva ancora nel naso l’odore di fuliggine, le gambe e i piedi indolenziti, le mani calde per le gocce che vi 124 La donna accanto colavano sopra dal cero che forse aveva retto per ore. “Come mai tutto ad un tratto ritornava quella vecchia storia?” si chiedeva Salvatore radendosi allo specchio. Era pur vero che una volta all’anno un ricordo fugace andava alla processione, quando gli capitava di passare davanti alla cattedrale, di ritorno a Catania, ma quello era un pensiero diverso, come potrebbe esserlo nel caso di un turista, in quel ricordo infatti non c’era traccia di coinvolgimento. Aveva dunque rimosso la vecchia faccenda per tutto quel tempo? Evidentemente, il fatto di non avervi più pensato non significava che non fosse rimasto qualcosa: la storia era stata semplicemente relegata sotto chiave. Ma stava ancora lì. Anzi, a pensarci bene, poteva essere che quello fosse realmente un altro macigno che aveva trascinando con sé, senza saperlo. Le sensazioni al risveglio erano state talmente vivide che decise di tornare da Silvano per parlarne e avere un parere in proposito. Ma non poteva rischiare di passare una mattinata ad aspettare il proprio turno, non osando sperare in un’ulteriore favore come quello avuto la volta precedente dall’anziano signore. Recuperò il numero di telefono dell’abitazione del veggente e chiamò per avere qualche indicazione. Rispose la segreteria telefonica, ma lui insistette più volte finché dall’altro capo qualcuno sollevò la cornetta. Rispose un certo Giovanni, il quale lo invitò a presentarsi di buon’ora il lunedì mattina, perché avrebbe trovato meno gente. **** “Silvano, cosa succede quando non si mantiene fede ad un voto?” chiese Salvatore quando fu nuovamente a colloquio. “Dipende, a volte il debito viene saldato alla fine, con gli interessi. Altre volte invece l’impulso del voto si spegne da sé e sarebbe addirittura dannoso insistere. Perché me lo chiedi, hai rotto un voto?” “Non proprio, io, cioè sì, io l’ho rotto, ma l’aveva fatto mia madre.” E gli raccontò brevemente la storia. Gli raccontò tutto: dei furti, della notte in mare per sfuggire alla cattura, del rischio che aveva corso con la polmonite, della promessa fatta dalla madre. Gli raccontò di aver partecipato ad alcune proces- La donna accanto 125 sioni, ma che a un certo momento non aveva più voluto saperne e di aver costretto Assunta ad andarci al posto suo. Era la prima volta che Floridia parlava di quei fatti. Non ne aveva mai discusso neppure con sua madre. E mentre narrava, sentiva il cuore alleggerirsi, non provando nessuna vergogna di quel se stesso così lontano da ciò che sentiva di essere nel presente. Da un lato Salvatore raccontava come fosse stata la storia di un altro, dall’altro si sentiva pienamente coinvolto, perché quella storia in realtà era la sua; ed era proprio quel legame tra passato e presente che desiderava comprendere e mettere in luce, perché gli era venuto anche il dubbio che le difficoltà che stava incontrando fossero in qualche modo legate a quella vecchia vicenda. “Vedi – gli spiegò Silvano – questa storia che salta fuori adesso è solo una opportunità per prendere coscienza di problemi che si sarebbero presentati ugualmente. È l’occasione per affrontarli con maggiore disponibilità; però, se tu ci credi, puoi anche considerare i problemi di oggi come un prezzo da pagare per i furti e per la rottura del voto. In ogni caso fa lo stesso e la sostanza della questione non cambia. Le difficoltà devi affrontarle con realismo per quello che sono e per ciò che rappresentano oggi, non per quello che sei stato una volta. In ogni caso sarebbe bene evitare di appesantire ulteriormente il fardello che grava sulla coscienza, quello è sempre un danno.” “E allora, come mi devo comportare? Voglio dire, cosa posso fare?” “Tu credi alla potenza del voto?” “Sì … ci credo, sento che è vero” disse con sicurezza Salvatore. “Allora dovresti vivere facendo conto di essere a servizio, cioè di non essere più padrone in casa tua.” “E cosa vuol dire?” mormorò Salvatore aggrottando la fronte, tanto gli suonava astruso il concetto. “Vuol dire che il debito accumulato è tanto ingente che per estinguerlo ci vorrebbe di più di quanto sei in grado di dare. In questo caso succede ciò che accadeva nell’antichità: se un debitore era insolvente, il creditore aveva il diritto di prendersi la sua vita e di farlo suo schiavo.” La faccia di Salvatore si era fatta decisamente pallida. “Perciò – aggiunse Silvano – dovresti offrire la tua vita, ma non la scatola vuota, il corpo. No! Dovresti dare quello che di prezioso vi è contenuto dentro: i desideri, i pensieri, le tue 126 La donna accanto speranze, gli affetti… tutto. In poche parole – proseguì Silvano guardando Salvatore all’altezza del torace esattamente dove sotto c’è il cuore – dovresti considerare di continuare a vivere non per te stesso, ma per il Bene verso cui sei debitore, per l’Amore che ti ha salvato quella notte.” “Niente cilicio dunque” pensava Salvatore. “Niente mea culpa, né confessione. Qualcosa di peggio forse. Oppure era qualcosa di meglio? Schiavo!?” L’idea dello schiavo tuttavia non lo turbava. In fondo, pensava, siamo tutti schiavi inconsapevoli, tutti incatenati a doppia mandata, ciascuno avvinghiato al proprio palo. A lui era capitato di cadere nelle mani di … del Bene verso il quale era debitore … dell’Amore che l’aveva salvato quella volta. “No” si diceva Floridia uscendo dalla villetta “non era poi così male il palo al quale si era trovato incatenato. Ma … schiavo? Proprio schiavo?!” Nel cortile Salvatore salutò un ragazzo intento a raccogliere le foglie accumulate qua e la dal vento. “Buon giorno – ricambiò l’altro. – Sono Giovanni, dobbiamo esserci sentiti qualche giorno fa per telefono. Allora, come va? “Non posso dire che vada male – disse Salvatore mostrando di gradire l’opportunità di scambiare qualche parola. – Anzi, dopo aver parlato con Silvano sembra davvero che le cose abbiano un altro sapore. Onestamente, però, trovo scomodo aspettare tanto per avere un breve colloquio. Avrei molte cose da chiarire, ma il tempo a disposizione non lo permette; mi rendo conto che non posso pretendere di parlarci per ore, perché ci sono anche gli altri, tuttavia … “Se vuoi approfondire gli argomenti puoi venire agli incontri che si tengono di domenica pomeriggio. Si parla liberamente di tutto, della vita e dei suoi problemi.” “A che ora?” chiese Salvatore interessato. “Alle diciassette e trenta, lì sotto vedi? – gli indicò il giovane allungando il braccio. – Entri da dove c’è lo scivolo.” Poiché la sua situazione familiare lo angustiava e il desiderio di uscirne era grande, Salvatore si presentò all’incontro già la domenica successiva. 127 La donna accanto **** La sala in cui si tenevano quelle specie di conferenze si trovava al piano interrato dell’abitazione. L’accesso era dalla rampa che conduceva all’autorimessa, con il basculante sostituito da una porta a soffietto in legno e vetro. L’ambiente era ampio e abbastanza luminoso in quanto il piano era interrato solo per tre quarti e la parte superiore delle finestre, che davano su bocche di lupo, raccoglieva un po’ di luce diretta dall’esterno. Per consentire una partecipazione sempre più allargata agli incontri, alcuni muri che in origine separavano i vani erano stati abbattuti. Lo si capiva dalle strette fasce di tonalità diversa che sul pavimento si dipartivano dai pilastri portanti. La pavimentazione era di quelle a piastrelle color amaranto, disposte a lisca di pesce, molto usata negli anni del dopoguerra per ambienti artigianali e locali di servizio. Veramente, forse anche per effetto dei muri a calce bianchissima, l’impressione era quella di trovarsi in un’officina. Al brigadiere, quel luogo ricordava molto il laboratorio nel quale da studente aveva fatto pratica di meccanica. L’ atmosfera della scuola professionale gli era rimasta impressa chiara e nitida, tanto che in quel luogo avvertì subito il richiamo a un’intera gamma di sensazioni e di odori. Vi erano decine di seggiole pieghevoli, disposte in file ordinate, rivolte verso una pedana accostata al lato più corto dell’ambiente, proprio sotto a una finestra. Sulla pedana stavano due sedie e una sorta di leggio basso, nel mezzo. Pochi riferimenti sacri alle pareti e uno splendido ficus Benjamin a fianco della pedana. L’alberello sembrava appena trapiantato dal vivaio, tanto era rigoglioso: doveva essere stato potato più volte in altezza, a causa del soffitto, perché la dimensione del tronco era quella di un albero alto almeno il doppio e la pianta occupava quindi uno spazio piuttosto ampio. Un ambiente accogliente. Vi erano già diverse persone sedute in attesa che iniziasse il dibattito. Dopo aver fatto un giro d’ispezione, Salvatore prese posto a ridosso dell’entrata. Quella era la posizione migliore sia per osservare i presenti sia per uscire, qualora fosse stato necessario; semplice deformazione professionale. 128 La donna accanto Non dovette aspettare molto per vedere la sala riempirsi. Alle diciassette e venticinque comparve Giovanni, il giovane che l’aveva invitato a quell’incontro, il quale prese posto su una delle due sedie collocate sulla pedana, quella di sinistra, dalla parte del Ficus Benjamin. Per chi non ne era al corrente, ricordò che l’incontro avrebbe avuto come argomento : la cicala e la formica. Floridia sorrise tra sé portando istintivamente la mano alla bocca, pensando che forse, questa volta, aveva esagerato. O almeno, quegli incontri non facevano per lui. Tuttavia, per educazione e per curiosità restò al proprio posto, considerando che, dopo essersi dato la pena di essere presente, poteva dedicarvi un’ora del suo tempo. Fu subito ricompensato per la buona volontà, perché dopo qualche minuto comparve Silvano che andò ad accomodarsi a fianco di Giovanni. Vedendolo, Salvatore sentì allargarsi il cuore e si predispose ad ascoltare con attenzione. L’incontro iniziò alle diciassette e trenta esatte. Giovanni riassunse il nocciolo della favola di Fedro. I protagonisti erano da un lato la formica, previdente e indaffaratissima ad accumulare le scorte alimentari necessarie per superare la stagione fredda, e dall’altro la cicala scialona e spensierata, che non si cura di nulla se non di godersi la vita e cantare, ignara dei rigori invernali ai quali non riuscirà a sopravvivere. Prese dapprima la parola una signora sulla settantina: parlava forbita che pareva leggere da un’enciclopedia. “Direi che a questa favola – iniziò – viene riconosciuto oramai un valore puramente educativo e scarsamente narrativo, come d’altronde per le altre favole di Fedro, …” La donna si prodigò in un fluente eloquio sui significati palesi e reconditi della favola, chiamando in causa il mondo naturale com’era visto ai tempi di Fedro e ai giorni nostri; poi parlò della propria esperienza pluridecennale di educatrice, del comportamento dei ragazzi e di un sacco di altre cose. Insomma, fece scorrere una cascata di parole per quasi cinque minuti, da cui i presenti uscirono sonnacchiosi, oramai sdraiati più che seduti sulle loro sedie. “ … e per il momento mi fermo qui” aveva concluso infine. “Perché, avresti dell’altro da dire?” le aveva chiesto Silvano in tono giocoso, suscitando una risata generale. La donna accanto 129 Era intervenuto poi un signore di mezza età, per dire che non aveva capito granché e per precisare che le cicale muoiono in autunno, non in inverno. Quindi un ragazzo aveva aggiunto che nonostante le cicale muoiano in autunno o in inverno, ve ne sono sempre delle altre l’estate successiva, e che la loro specie non è estinta a causa di un comportamento criticabile dal nostro punto di vista. Salvatore era positivamente impressionato dalla spontaneità con cui le persone esprimevano i loro pareri e dall’attenzione che i presenti riservavano a tutti, indipendentemente da quello che dicevano. Prendendo la parola, Silvano aveva detto che la cicala e la formica sono solo dei simboli per indicare comportamenti diversi, a volte opposti che possono essere messi in atto da una stessa persona, la quale prima dice una cosa, ma poi fa il contrario, provando un gran gusto a giudicare gli altri e a dividere il mondo in buoni e cattivi … Traendo spunto da queste riflessioni, un anziano aveva chiesto con voce acuta, flebile e sibilante (forse per una operazione alla trachea o alle corde vocali), che senso avesse il sacrificio e il duro lavoro visto che sempre più spesso i mascalzoni la fanno franca. Per tutta risposta Silvano gli aveva detto che se lui era onesto, lo doveva essere per sé, non per essere diverso o migliore degli altri. E nel caso si fosse presentato a bussare alla sua porta qualcuno non abituato a comportarsi come si comportava lui, avrebbe anche potuto dirgli: se sei come me, allora posso anche darti qualcosa, ma se non sei come me non mi va di darti un bel niente. Senza considerare, però, che se quello fosse stato come lui non sarebbe certo andato a bussare alla sua porta, dato che essendo simile era molto probabile che non avesse bisogno di aiuto, e sarebbe andato da qualcun altro. Il veggente aveva concluso dicendo che unificare cose diverse non significa eliminare quello che non piace, non fa comodo, oppure non è conforme; quella non si chiama unità, è un’altra cosa. Salvatore si sentiva coinvolto dalla discussione. Era contento di essere rimasto e si convinse che valeva la pena partecipare a quegli incontri. Il tutto durò un’ora e, prima di concludere, Giovanni aveva co- 130 La donna accanto municato l’argomento che sarebbe stato trattato la volta seguente: la nascita e la morte. **** Enza di tanto in tanto chiedeva al marito dove andasse la domenica pomeriggio. A dire il vero era stato lui che già dopo aver partecipato al primo incontro le aveva proposto di accompagnarlo alle riunioni. Ma Salvatore era stato vago nella descrizione dei contenuti, cauto nella spiegazione del perché intendesse andare proprio in un posto del genere, titubante nel parlarle di Silvano e di quello che gli aveva detto a proposito della malattia di lei. Da un lato temeva di ferire la moglie adducendo a motivo il loro grande problema, dall’altro voleva evitare di alimentare vaghe speranze, dato che nemmeno lui aveva ben chiaro cosa avrebbero potuto ricavare di utile da quelle conferenze. Così, da quel poco che Salvatore poteva sapere e che le aveva raccontato, Enza si era fatta l’idea che si trattasse di un circolo d’opinione, il ché non poteva essere di nessun interesse per una che non riusciva a immaginare nemmeno un futuro per se stessa. “Delle opinioni degli altri non so cosa farmene” aveva risposto liquidando la faccenda senza possibilità di appello. Andasse pure lui, Salvatore, lei voleva essere lasciata in pace. Sicuramente, il brigadiere non aveva ancora compreso con chiarezza quale fosse il carattere dell’attività alla quale partecipava. Fraintendendo il proprio ruolo, si era immaginato di dover cercare nelle riunioni le indicazioni che lo avrebbero guidato a trovare, chissà dove, il rimedio per la malattia della moglie, la soluzione ai loro problemi. Col trascorrere dei mesi, tuttavia, Floridia si era accorto di ottenere un certo beneficio dagli incontri: ne usciva frastornato per le tante cose che apprendeva, è vero, ma provava anche un profondo e duraturo senso di conforto. Partecipare a qualcosa che palesemente non aveva nessuna finalità prestabilita e nessuna utilità apparente, determinava in lui un senso di appagamento mai provato prima. Pertanto si era fatto strada in lui il pensiero che l’aiuto che immaginava di dover cercare per Enza potesse per il momento venire anche solo da quella serenità che a tratti lui stesso stava sperimentando. La donna accanto 131 Questa eventualità gli si presentava con chiarezza quando, facendo ritorno a casa dalla riunione, avvertiva tutta la pesantezza che aleggiava nelle stanze e confrontava la leggerezza del proprio stato d’animo con quello che vedeva trasparire nella moglie. Si rendeva conto di tornare a casa diverso da come ne era uscito. “Se qualcosa potesse aiutarci” si chiedeva dunque Floridia “da dove può venire se non da Silvano e dagli incontri che egli promuove? Dove altro potrei cercare?” Salvatore aveva la sensazione di aver scoperto un piccolo varco per cui passare; e così come l’esploratore mandato in avanscoperta non se ne va, ma torna alla carovana per indicare la strada verso il passaggio che ha individuato, allo stesso modo lui non doveva e non poteva proseguire da solo. Avrebbe dovuto convincere Enza a seguirlo attraverso quel varco. Sua moglie doveva assolutamente diventare parte attiva nella ricerca della via che egli aveva intrapreso. Quella era la nuova sfida che si trovava ad affrontare. Forse, dall’esito di tale sfida sarebbe dipeso il futuro di entrambi. 132 La donna accanto VECCHI AMICI Luglio 2002, quattro anni dopo. **** Guido si affrettò a guadagnare l’ombra del porticato mentre l’orologio della piazza iniziava a battere undici tocchi. Già a quell’ora il sole rendeva insopportabile il calore che si diffondeva dai marmi e dai mattoni del centro. Insopportabile, ma non per tutti : due ragazzi gli sfrecciarono a fianco in skate board, schivando poco oltre una nonnina che trasportava lemme la borsa della spesa. Quindi, trovandosi davanti un gruppo di turisti che ingombravano completamente il passaggio, i due piegarono infilandosi tra le colonne e, sfruttando la leggera pendenza della piazza, schizzarono sul gradino, evitarono una panchina costringendo due piccioni a levarsi in volo e scomparvero nel vicolo. “Canaglie!” mugugnò Guido trasecolando per lo spavento. Con il mal di testa da fastidio tutto. Il signor Guido le pastiglie le prendeva, ma senza esagerare troppo. Conoscendolo, il medico di famiglia gli aveva raccomandato di lasciare un intervallo di qualche ora tra la fine dell’effetto di una compressa e quella successiva, anche per valutare se il dolore scompariva spontaneamente. “Dunque” pensava Guido “l’ultima l’ho presa alle tre di notte, e alle otto era esaurito l’effetto. Perciò è quasi ora di riconciliarsi con la vita ingollandone un’altra”. Certo che tutto dà fastidio quando si ha mal di testa! Ma alcune cose più di altre: il clangore delle campane ad esempio. Le vibrazioni La donna accanto 133 di un rintocco non sono ancora terminate che già si sovrappone la sbatacchiata successiva. Sotto al portico Guido era al riparo dalle vampate di calore e dalla luce accecante, ma il frastuono della campana c’era tutto, lui non poteva nascondersi cercando riparo dietro a una colonna, perché quello ci girava attorno. “Per carità signore – supplicò una mendicante tendendogli la mano semichiusa – da mangiare per mio bambino … Dio benedica.” Stava accovacciata a pochi centimetri dall’ingresso dell’agenzia di viaggi, infagottata nonostante il caldo, con una misera creatura narcotizzata, riversa tra le pieghe della gonna nero sporco. “Si assomigliano tutte queste mendicanti” considerava Guido mentre, squadrandola, pensava a cosa dirle per farla sloggiare. “Se non ti levi subito di qua, chiamo il vigile, hai capito? – la sgridò bruscamente. “Prego signore, mio bambino non mangia …” insistette lei sfoderando la tipica smorfia pietosa. “Ti ho detto che devi toglierti dalla vetrina, questa è proprietà privata. Vai da un’altra parte!” insistette Guido gesticolando come facevano i seminatori di una volta; il suo gesto però non intendeva spargere un bel niente, ma suggerire l’esistenza di un mondo intero a disposizione oltre la vetrina del suo negozio. La donna già stava replicando, ma lui non sentiva ciò che diceva perché si era trovato immerso nel gruppo di turisti che stavano passeggiando sotto il porticato. Camminando all’indietro, la guida della comitiva declamava ad alta voce la storia dell’edificio, sede del caffè storico della città, sicché le parole gridate si aggiungevano al brusio del gruppo e agli ultimi colpi del batacchio sul bronzo della campana. Das Café Pedrocchi… … Architekten Giuseppe Jappelli… und… Sulla piazza, nel frattempo, erano sopraggiunti nuovamente i due ragazzi, e al rollio degli skate si erano sommati i fischi di un vigile urbano, richiamato da una solerte signora, infastidita dall’indisciplinato scorrazzare dei monelli. “Devi andartene! – gridò nuovamente Guido. – Adesso chiamo il vigile…” Il vigile però si stava allontanando e tutto quel trambusto e l’agi- 134 La donna accanto tazione che l’aveva colto di soprassalto non facevano altro che intensificargli le fitte alla testa. “Cosa fatto io… prego signore … bambino…” biascicava l’accattona. Guido spinse la porta d’ingresso della sua agenzia viaggi, e chiudendola alle spalle gli parve di essere passato dall’inferno al purgatorio: aria condizionata, rumori esterni filtrati dai vetri blindati, luminosità sopportabile, un altro mondo. “Buon giorno signor Guido!” lo accolsero in coro le tre impiegate. “Buon giorno una mazza – rispose lui con il grugno. – Devo arrivare io, in queste condizioni che quasi non mi reggo in piedi, per sloggiare i pezzenti messi davanti alla porta. Che se per caso mi sogno di non passare di qua, quella resta lì tutto il giorno. Quante persone credete che si mettano a scavalcarla per entrare in negozio, eh? Possibile che a nessuna venga in mente di mandarla via, di chiamare un vigile. Non basta che il lavoro non gira, dobbiamo avere tra i piedi anche questi qua.” “Signor Guido – intervenne con distacco Paola, l’impiegata che lavorava da più anni in agenzia – in qualità di dipendenti non possiamo assumerci certe responsabilità.” “Ma di quali responsabilità cianci – la riprese Guido con sufficienza, sbuffando e portando una mano alla nuca dolorante, mentre pensava a una nuova sortita all’esterno per completare l’opera. – Basta uscire un attimo e farla spostare, con le buone o con le cattive, no!?” “Parlo delle eventuali conseguenze – spiegò la ragazza serafica. – Quella gente è vendicativa, se gli fai uno sgarbo se la legano al dito e te la fanno pagare prima o poi. Se la ricorda la discussione che ha avuto l’anno scorso con il mendicante zoppo …? Chi ci dice che la vetrina presa a colpi di mattone non sia stato il suo modo di vendicarsi per averlo mandato via in quel modo.” “Maledizione!” pensava Guido che, pur rovistando, non trovava le pastiglie nel cassetto. L’idea che i millequattrocento euro di danni per la vetrina fossero stati spesi per aver sparato poche parole addosso a quel tipo lo gettò nello sconforto. Invece di sentirsi appoggiato dalle dipendenti, aveva l’impressione di avere il peso dell’attività tutto sulle sue spalle. La donna accanto 135 “Io la pago pure” pensò guardando Paola di sbieco per un istante “ma questa mi vuole veramente male!” Stava con la testa reclinata su una spalla Guido, nel tentativo di alleviare il dolore, per rilassare i nervi e i muscoli dolenti; pareva un pupo siciliano con il filo della testa tagliato. “Eccola finalmente” borbottò estraendo dal caos del cassetto la scatolina magica. Spillò dell’acqua dalla tanica del distributore climatizzato e inghiottì un paio di compresse (il doppio della dose consigliata), poiché oltre a stare male fisicamente sentiva un nodo d’ansia salirgli alla gola e non vedeva l’ora di trovare sollievo. Già si sentiva meglio all’idea che avrebbero fatto effetto di lì a qualche minuto. “Però …. e se avesse ragione?” rimuginava nel frattempo. Afferrò la calcolatrice e divise i mille e quattrocento euro di danni per trecento sessantacinque, tanti sono i giorni dell’anno. Tre euro e ottanta centesimi. Dunque, quello era da considerare l’equivalente giornaliero di elemosina che, stando all’ipotesi di Paola, aveva già dovuto sborsare per rimediare al danno causato dalla vendetta. “Se però tolgo le festività e i mesi più freddi” calcolò Guido con ostinata precisione “in cui non ci sono accattoni in giro perché non si può star seduti all’addiaccio, allora l’importo sale di molto, circa sette euro.” Di quanto avrebbe potuto accontentarsi la signora accomodata lì fuori per andarsene? Quattro, cinque euro? Comunque, anche supponendo di sganciare pochi euro in elemosine a giorni alterni, ci sarebbero voluti anni per equiparare la spesa dei mille e quattrocento euro. Guido aprì nuovamente il cassetto cercando tra le monete e, afferrato un conio da due euro si precipitò fuori. Si guardò attorno, ma non trovò l’accattona con bambino. Andò fino all’angolo, per vedere se si fosse spostata davanti la vetrina di qualche altro negozio. Niente, volatilizzata. “Pazienza” pensò lanciando col pollice la moneta in aria e facendola roteare vorticosamente. “Questi benedetti euro non suonano. Vuoi mettere il motivetto che facevano le cinquanta e le cento lire? Tinnnng…. rinnnng ….Quello era il vero suono del denaro, quando pareva di avere in saccoccia i discendenti diretti del Ducato, del 136 La donna accanto Sesterzio …Si potrebbe dire” continuava a elucubrare Guido divertendosi a fare il filosofo “che il canto ora rassicurante e ora tremendo del denaro è ormai inciso nel cuore dell’uomo a partire dai famigerati trenta denari. Ma che denaro è se non puoi farlo tintinnare? Non si può neanche più dire denaro sonante. Questo è muto e …”. “Bon giono gabo” gli si rivolse una voce maschile, richiamandolo a piani dialettici decisamente più bassi. “No, non mi serve niente grazie” tagliò corto lui. “Gombra! Serve fazoleti, calzini, acendini ….. io no mangia, fame…” Poteva essere originario dell’Eritrea, del Gabon, del Congo, o della Costa d’Avorio (senza più avorio) ….. “Ma insomma – sbottò Guido – se ti dico che non mi serve niente! Mi vuoi obbligare a comperare? Se tu e tutti quanti gli altri vi ostinate a proporre roba che sapete già che non serve, allora è una copertura bella e buona, una scusa per chiedere un’offerta. Ti vergogni a chiedere la carità e mi vuoi anche prendere in giro?” Quello lo guardava senza capire bene. Però il tono del discorso lo capiva eccome, tanto che spalancò gli occhi facendo vedere la parte esterna del bulbo, quella cosparsa di capillari rossi. A Guido bastò la vista di quel reticolo scarlatto per soffocare istantaneamente in gola il resto della predica. Si ricordò della moneta muta da due euro che stringeva in pugno. Allora infilò la mano in tasca per fingere di prendere ciò che giaceva sul fondo, separandosi a malincuore da qualcosa di veramente suo, non da quello di cui aveva già deciso di disfarsi. Non vi fu contatto tra i due: uno protese aperto il palmo rosa segnato dalle linee nocciola della vita, e l’altro vi fece cadere dentro il metallo come fosse una goccia d’acqua. Il signor centr’Africa incassò senza neppure ringraziare, mentre Guido si rifugiò nuovamente al fresco dell’agenzia. “Ha telefonato suo figlio circa un’ora fa, – gli riferì Giulia, l’impiegata poco più che diciottenne che per qualche mese aveva fatto il filo al figlio del capo, anche se era di un paio d’anni più giovane di lei. Poi, resasi conto di quanto poco affidabile fosse, aveva lasciato perdere e si era trovata un altro. Guido avrebbe preferito che aves- La donna accanto 137 se continuato a stargli dietro, così, per avere la possibilità di tenere sotto controllo suo figlio con informazioni fresche. Ma quello mica era stupido, scapestrato sì, ma non scemo. “E che ha detto?” “Che farà tardi.” Fare tardi era un eufemismo che significava: oggi me ne sto per i fatti miei. “Tanto per cambiare” pensò Guido mentre iniziava a controllare le prenotazioni e i biglietti pronti per la consegna. Era molto scrupoloso e voleva avere personalmente il polso della situazione. In agenzia aveva adottato alcuni accorgimenti mutuati dall’esperienza nell’Arma dei Carabinieri; ad esempio, utilizzando tre casellari distinti per la gestione del servizio al cliente: casellario aziende, casellario tour operator, casellario residenziali. Ogni comparto funzionava come indicatore attendibile dell’andamento del mercato, a patto di valutare i dati nel contesto della stagionalità. Nel residenziale c’era un bel pacchetto di biglietti: Muhieddine, e consorte che volavano come ogni anno a Il Cairo, i fratelli Zhang in partenza per Pechino, da non confondere con quell’altro Zhang, titolare del ristorante cinese che va sempre a Canton e che sta sotto al casellario aziende. Poi la signora Hoffler, all’inseguimento delle ultime novità di vita ad Amsterdam, un gruppetto di americani della base Nato che tornavano a ossigenarsi per qualche giorno negli States. “Non c’è male dai” si rincuorò Guido. “Ah ecco: Floridia e moglie che vanno per parenti a Catania.” Sulle buste che contenevano i tagliandi di volo suddivisi per prenotazione, Guido esigeva che oltre al nome fosse sempre segnato in pennarello anche il numero dei biglietti contenuti. “Come mai Floridia ha tre biglietti, Paola?” “Non è la prima volta che ne prende tre, deve essere già successo anche l’anno scorso mi sembra.” “Chi è il terzo?” “Una certa Laura.” “E chi è “ “Che ne so? Floridia prenota per telefono e manda un collega a ritirarli.” 138 La donna accanto Guido estrasse i biglietti dalla busta per dare un’occhiata: Floridia Salvatore, Busnardo Enza, De Biasi Laura. “Questa poi” pensò. “Certo che tra un impegno e l’altro li ho davvero trascurati gli amici. Passi pure per altri, ma Salvatore no. Fianco a fianco per tanti anni a coprirsi le spalle l’un l’altro, a incoraggiarsi e a tenere duro nei momenti cattivi. Santi beati come passa il tempo!” Davvero era così tanto che non vedeva più Salvatore? Possibilissimo.E dire che proprio Salvy era stato uno dei primi nuovi clienti che Guido era riuscito a portare in agenzia dopo averne assunto la direzione. Molti anni prima, la sua buona stella lo aveva condotto tra le braccia di una ragazza di famiglia facoltosa: immobili in città e una delle più antiche e conosciute agenzie viaggi nel cuore del centro storico, gestita dai genitori di lei che tuttavia stavano per lasciare l’attività. L’occasione era troppo ghiotta, come si faceva a chiudere gli occhi davanti a tanto ben di Dio? Si erano sposati, lui aveva riposta nell’armadio la divisa chiudendola in un sacchetto con della canfora contro le tarme, ed era subentrato agli stanchi suoceri nella gestione dell’agenzia. Niente più problemi economici, altri ritmi di lavoro, libertà, la moglie a scuola a insegnare. Aveva lasciato l’Arma per una vita più tranquilla; a malincuore però. Come c’era rimasto male Salvatore, quando aveva visto Guido andarsene! Anche se lo capiva. Forse, se avesse potuto anche lui, Salvy, … ma la sua ragazza non era di famiglia ricca; benestante sì, ma non tanto da consentirgli un cambiamento radicale di vita. Ma forse no, perché Floridia era uno di quelli che la divisa dell’Arma ce l’hanno nel dna. Guido alla fine si era consolato pensando che, se anche Salvatore avesse avuto la possibilità di cambiare, nondimeno sarebbe rimasto. Per qualche tempo non si erano persi di vista: troppe le storie passate insieme. Ma poi gli impegni con il lavoro, il figlio di Guido che iniziava a dare seri grattacapi … insomma con il passare degli anni la frequentazione s’era allentata. Benvenuta questa Laura se forniva l’occasione di riallacciare un’amicizia trascurata. “Paola, trovami il numero di Floridia” chiese allora con il tono di chi è abituato a dare ordini. La donna accanto 139 “Dovrebbe essere qui, nel registro dati clienti” borbottò lei aprendo un raccoglitore e andando sicura alla lettera effe. “Grazie, sei un tesoro” disse lui sbirciandole il décolleté. “Pronto, Floridia?” “Mi scusi, cercavo Floridia … Ah, ho capito … grazie, buongiorno.” “Non corrisponde” chiese Paola. “Sono anni che non ha più questo numero, risponde un’altra famiglia. Dai un’occhiata sull’elenco telefonico per favore; chi hai detto che viene a prendere i biglietti?” “Il signor Floridia manda un collega, non so chi è.” “E come paga?” Domandò Guido ponendo nuovamente mano al telefono. “In contanti … No, non lo trovo sull’elenco.” “Pronto Carabinieri? …Cerco l’appuntato Floridia… Va bene, il brigadiere Salvatore Floridia, tanto meglio….È brigadiere adesso – comunicò Guido rivolto alle ragazze. – E bravo Salvatore! Ah, certo, mi scusi, è l’Agenzia Viaggi Gulliver… Perché mi serve la firma per il trattamento dei dati personali. … No, vede, in realtà è nostro cliente da anni, ma non abbiamo avuto occasione di …. Mi lasci almeno … Va bene, allora se può riferire che ha telefonato Guido dell’agenzia viaggi, lui mi conosce bene. Se può passare agenzia a ritirare personalmente i biglietti perché c’è il discorso sulla privacy da sistemare, solo questo. Me lo può fare il favore?” Riattaccò il ricevitore commentando: “Quante storie, ragazzi!” “Al servizio del cittadino, eh?” ridacchiò Giulia. “La mia non è una critica. Sono stato carabiniere anch’io e so com’è; dico solo che quando lasci andare il filo di qualcosa, poi è laborioso riacciuffarlo. Con Floridia ci siamo persi di vista e avrei piacere di scambiare quattro chiacchiere, ma spiegalo a quelli lì se sei capace! Speriamo che gli riferiscano il messaggio. Altrimenti pazienza, che vuoi che ti dica. Solo che adesso, quando hai detto che passerà a prendere i biglietti? … Per quand’è il volo?” “Il weekend della prossima settimana.” “Oggi è mercoledì … e come si fa a sapere quando passerà di qua? Se arriva che io non ci sono, prendete tempo con i moduli del trattamento dati, chiedetegli di aspettarmi un attimo e avvisatemi subito, che se non sono fuori città, in dieci minuti al massimo sono qui, intesi?” 140 La donna accanto **** Salvatore era di buon umore quel tardo pomeriggio in cui si recò a ritirare personalmente i biglietti. Al termine dell’orario di lavoro aveva chiesto al collega che stava al volante di effettuare una deviazione prima di rientrare in caserma. Dai finestrini della gazzella entrava un gradevole profumo proveniente dagli enormi tigli in fiore che fiancheggiavano il viale fin dentro il perimetro della zona a traffico limitato. Una fragranza rilassante che gli ricordava il miele e la dolcezza dei pendii delle colline dove qualche volta si era recato per una passeggiata in compagnia di Enza e della piccola Laura. “È una fortuna – commentò Salvatore rivolto al collega seduto a fianco – è una fortuna poter entrare nel traffico limitato con l’auto di servizio. Se non sei un autorizzato il centro è di una tale scomodità!” Si fermarono ai bordi dell’area pedonale e Floridia chiese all’appuntato di aspettarlo: avrebbe fatto in un attimo perché doveva solo ritirare dei biglietti e scarabocchiare una firma. Come da istruzioni ricevute, le ragazze dell’agenzia lo trattennero giusto il tempo per consentire al signor Guido di arrivare. “Ehi, chi si rivede! – esclamò Salvatore quando scorse l’amico.– Continui a lavorare e non ti sei ancora dato alla bella vita?” “Salvy! – lo salutò pomposamente Guido – come stai? Macché bella vita del piffero! Ci tocca lavorare a noi, lavorare e tirare la carretta! Ma si può sapere dove eri finito?” “Ah! Perché tu, invece?” – replicò Salvatore. “Ho saputo che hai cambiato casa, oppure hai soltanto cambiato telefono? Ti ho cercato al vecchio numero ma mi hanno risposto altri.” “Eh! – sospirò Floridia – quella è una storia che mi ha lasciato un amaro in bocca che non ti dico.” Ed effettivamente motivi di rammarico per quella vicenda ve ne erano, non tanto per la casa in sé, ma per quello che ci stava dietro. Il fratello di Enza, Pietro, e sua moglie, raccontò Salvatore, erano andati ad abitare nell’altra porzione della villetta bifamiliare in cui già abitavano lui ed Enza, sicché le due coppie si erano trovate gomito a gomito. All’inizio quella era parsa una cosa positiva. “Ricordi quando ti raccontavo di quelle discussioni pazzesche con La donna accanto 141 mio cognato? Quello era ancora poco, il peggio doveva ancora venire, e purtroppo non è stata né colpa sua né colpa mia. Ma a causa della disgrazia la situazione è degenerata e non mi è più stato possibile rimanere in quella casa.” “Quale disgrazia?” gli domandò Guido strabuzzando gli occhi. “Ma dai! Possibile che non lo sai? I giornali ne hanno parlato per mesi.” “Ti giuro, non ne so niente” si scusò Guido. “E beh, forse perché non avevi presente, o non ti ricordavi il cognome di mia moglie.” La tragedia si era abbattuta sulla famiglia di Pietro un giovedì qualsiasi: all’uscita da scuola il figlio Samuele era nel mezzo della confusione che fanno i ragazzini quando sembrano caprioli liberati dopo giorni di gabbia. Fatto sta che Samuele si era trovato giù dal marciapiede proprio mentre un disgraziato sopraggiungeva in auto a velocità sostenuta. Era stato investito e sbattuto di lato, mentre la macchina sbandava e terminava la corsa contro un muretto. Nonostante i soccorsi tempestivi il ragazzo non era riuscito a cavarsela. La polizia e i carabinieri arrivati subito dopo l’incidente, avevano rilevato che il guidatore aveva dell’alcol nel sangue, appena sotto il limite consentito, per cui era stato accusato di omicidio colposo ed eccesso di velocità, senza l’aggravante della guida in stato di ebbrezza. Di lì a qualche tempo, l’avvocato dell’incriminato, professionista in gamba, aveva avanzato richiesta di nuovi accertamenti autoptici per verificare se la morte del ragazzo fosse dovuta alle ferite riportate dall’urto contro l’auto o non piuttosto dall’impatto con le barriere architettoniche, vale a dire i gradini, che secondo legge dovrebbero essere ridotte al minimo nelle immediate vicinanze di un luogo pubblico, com’è una scuola. Un cavillo inverosimile, ma legittimo. Infatti, nel presentare l’istanza, il legale aveva fatto leva sulla pochezza dei danni causati all’auto dall’impatto col ragazzo, dal quale fatto si poteva desumere che le ferite provocate dall’investitore potevano anche non essere state determinanti per il decesso. Nel frattempo erano trascorsi diversi mesi dai funerali e la vicenda era stata ripresa più volte sulle pagine di cronaca locale. Infine, il giudice aveva acconsentito a far riesumare la salma per una nuova autopsia. Uno strazio per la famiglia. 142 La donna accanto Il giorno stesso della disgrazia Pietro si era scagliato contro Salvatore chiedendogli conto dell’accaduto. L’aveva insultato, lui e tutta la sua schiatta, accusandoli di essere dei farabutti che tendono imboscate a chi supera il limite di pochi chilometri orari e lasciano gli ubriachi liberi di ammazzare la gente per la strada. “Le strappo io le vostre ragnatele! – aveva gridato contro Salvatore. – Vi lego e poi vi appendo tutti!!” “Ma di che parli?! – si era difeso Floridia cercando di defilarsi. “Siete come ragni che aspettano le mosche! – aveva inveito Pietro. – E cosa siamo noi per voi se non delle mosche, eh? È facile con persone che corrono per sbarcare il lunario. Quando ci saranno più beduini che italiani per le strade, allora vedremo come ve la caverete.” La moglie di Pier, che di solito cercava di moderare i toni tra i due, era ammutolita dal dolore, stravolta dalla disperazione “Insomma – raccontò Salvy – già era difficile prima, ma dopo il fatto era diventato impossibile. Pensa che per evitare storie cercavo di anticipare o posticipare l’entrata o l’uscita da casa per essere certo di non incontrarlo: una iena. Credo che mi avrebbe visto volentieri morto. Tu cosa avresti fatto al posto mio?” “Ah, Salvatore, che tristezza! Mi dispiace! Cosa vuoi che dica, probabilmente avrei fatto anch’io quello che hai fatto tu. Adesso mi viene in mente, sì è vero, sono andati avanti un bel pezzo con quel caso.” A malincuore, Salvatore aveva informato la moglie dell’opportunità di trasferirsi. Lei aveva cercato di convincerlo che col tempo la situazione sarebbe tornata vivibile. Ma Salvatore conosceva troppo bene l’odio che può covare nell’animo di un uomo, ne aveva timore e ne diffidava. “Lo sai anche tu – disse rivolto a Guido. – In questi casi è necessario frapporre una distanza fisica tra l’astio che cova sotto la cenere e l’oggetto dell’odio. In quel caso l’oggetto dell’odio ero io; ne ho viste troppe di storie finite male. Non è assolutamente vero che il tempo guarisce e quando c’è del pus si deve pulire, altrimenti si sviluppa la cancrena.” Siccome Enza non intendeva dare credito ai suoi timori, senza dirle niente Salvatore aveva cercato un appartamento in affitto. L’ave- La donna accanto 143 va arredato alla meglio e una sera, al ritorno dal lavoro, aveva infilato le chiavi nella porta della nuova casa. Aveva subito telefonato a Enza. “Dove sei?” aveva chiesto lei. “Sono a casa” aveva risposto lui con pacatezza. “Dai Salvatore, non scherzare.” “Non sto scherzando, sono a casa. Mi faccio una doccia e poi mi infilo a letto, anche senza cena. Domattina devo alzarmi prima del solito.” “Ma cosa …?” “Prendi carta e penna.” “Salvatore cosa succede?” la voce di Enza aveva iniziato a tradire l’agitazione. “Scrivi l’indirizzo della nostra nuova casa: Via Calle Antichetta 7/ B. Io sono qui, se vuoi venire anche tu mi fa più che piacere, come puoi immaginare, ma se non vuoi raggiungermi me ne farò una ragione” aveva detto con determinazione Salvatore. “C’è modo di dormire comodi?” “Come no! Ho acquistato un letto matrimoniale identico al nostro, nemmeno te ne accorgerai che è un altro. Dai Enza, non cambia niente! Anzi, cambia in meglio. Mi spiace per tuo fratello, ma non voglio passare il resto della vita a sentirmi colpevole di concorso in omicidio. Quello sta diventando paranoico … abbiamo già i nostri problemi.” Enza era rimasta imbambolata, davvero non si era resa conto di quanto quella situazione pesasse al marito. Aveva raccolto poche cose in una sacca e dopo circa venti minuti stava suonando il campanello al numero 7/B di Via Calle Antichetta. “Che nome curioso” aveva pensato “una calle. Mica siamo a Venezia!” L’appartamento era più piccolo del loro, ma di spazio ce n’era a sufficienza e la tranquillità valeva bene qualche rinuncia. Affittarono il vecchio appartamento, destinando il canone che ne percepivano al pagamento che dovevano effettuare a loro volta, concedendosi qualche piccolo sfizio con la differenza tra l’incassato e il versato. “Credo che tu abbia agito per il meglio Salvatore – disse Guido 144 La donna accanto che seguiva con attenzione il racconto dell’amico. – Senti, ti va di prendere un aperitivo? Poi ti accompagno fino alla macchina.” Salvatore accettò con entusiasmo, poi si batté la mano sulla fronte. “Accidenti! Ho lasciato l’appuntato ad aspettarmi nella volante. Gli ho detto che sarebbe stata una questione di cinque minuti e invece…” Guardò l’orologio e fece una smorfia desolata. “Adesso lo chiamo e gli dico che può andare.” “Certo, poi, se hai bisogno di un passaggio, ti posso accompagnare io fino a casa” propose Guido. “Ecco i suoi biglietti signor Floridia – si intromise Paola porgendo i tagliandi. – Grazie per aver scelto la nostra agenzia, dovesse avere altre necessità siamo a sua disposizione.” **** Nonostante il sole stesse scomparendo dietro gli edifici, faceva ancora molto caldo, un caldo umido e fastidioso.. “Come va la famiglia Guido? – chiese Salvy sedendosi a un tavolo all’aperto del bar – tua moglie e tuo figlio stanno bene?” “Per stare bene stanno bene, sono altre le cose che non vanno. Ma tu piuttosto, proprio niente? Nessun erede in arrivo?” “Eh, Guido, Guido mio … ce l’avevamo quasi fatta sai” sospirò Salvatore raschiandosi la gola, palesemente rattristato. A quelle parole l’amico non ebbe il coraggio di chiedere altro, ma lasciò che fosse l’ex collega a raccontare, se desiderava farlo. Era bastata poco più di mezz’ora insieme per recuperare quello spirito di fratellanza condiviso per anni: parlare tra loro era quasi come dialogare con se stessi. Allora Salvatore lo informò di tante cose accadute da quando non si erano più frequentati. Al ritorno dal movimentato fine settimana in Slovenia, con quei due scatenati di Sonia e Mauro, Enza e Salvatore erano galvanizzati, euforici: avevano vissuto la vittoria sulla tentazione del tradimento come una bella prova dell’amore che ancora nutrivano l’uno per l’altra. Il lunedì successivo Enza aveva promesso a Salvatore che si sarebbe impegnata nella dieta bilanciata e il marito l’aveva assicurata che, oltre che per il suo bene, a lui faceva piacere in ogni caso avere accanto una donna attraente. Aveva aggiunto che si sarebbe La donna accanto 145 dato da fare per organizzare qualche scampagnata in compagnia di amici scelti e magari qualche cenetta. Enza era rincuorata, rafforzata dalla certezza che Salvatore l’amava, nonostante tutte le preoccupazioni che lei gli stava dando. Era convinta che sulle basi tenaci di quel nobile sentimento sarebbero riusciti a costruire qualcosa di nuovo, perché credeva di avere ancora la possibilità di farlo. Meditava di sottoporsi all’inseminazione artificiale. “Fanno i miracoli!” si era detta “Perché non ci ho pensato prima?” Nella sua fantasia appariva tutto incredibilmente chiaro e semplice: bastava parlarne a Salvatore e stabilire una data, era sufficiente perdere qualche giorno negli ambulatori, poi bastava far trascorrere nove mesi, quindi rimaneva la tribolazione del travaglio; sarebbe stata disposta anche a ore di sofferenza pur di poter sollevare tra le braccia il figlio da mostrare a suo marito, ai parenti, a tutti. Nella sua mente era così logico il percorso da intraprendere, non c’era tempo da perdere. Doveva assolutamente parlarne con qualcuno, ma chi? Salvatore non sarebbe tornato prima di sera e lei non poteva aspettare tanto. Sua madre. Era salita sulla sua utilitaria dirigendosi verso la vecchia casa, dove era cresciuta e dove abitavano ancora il papà e la mamma. Per restare in contatto, le due donne avevano usato prevalentemente il telefono, anche se ultimamente meno di frequente rispetto al tempo in cui, sull’onda dei successi lavorativi, Enza faceva rapporto cercando l’approvazione della madre la quale, dal canto suo, pareva un generale in attesa delle novità dal fronte, e si congratulava per i risultati ottenuti senza poter immaginare il prezzo di quei successi in termini di costi umani. Questa volta Enza voleva parlarle di persona e dirle che le cose erano cambiate, che il tempo stava tornando al bello, che lei avrebbe marciato sicura verso l’obiettivo cogliendo alla fine la meritata vittoria. Voleva dirle che non si era sbagliata sul conto di sua figlia, che la sua Enza era veramente la donna completa che si era prodigata a crescere. Doveva assolutamente farle sapere che era solo questione di mesi, e poi sarebbe passata per casa a salutare lei e suo padre con un fagottino bianco da cui sbucano un paio di occhietti irrequieti. 146 La donna accanto Impiegò oltre mezz’ora ad arrivare davanti al cancello. Nel frattempo l’entusiasmo e la sicurezza che le erano divampati dentro avevano già iniziato ad affievolirsi, sentiva soprattutto la stanchezza perché non era più abituata a guidare nel caos del traffico. Parcheggiata l’auto alla meglio, si era fermata un istante, immaginando la porta di casa aprirsi e la faccia meravigliata della madre. Probabilmente le avrebbe detto: “Ciao Enza, che sorpresa! Qual buon vento?” “Già” si chiedeva Enza “qual’era il buon vento che l’aveva sospinta fin lì?” Poi la madre l’avrebbe probabilmente baciata sulla guancia, facendola accomodare nel salottino al piano terra. Non si erano più abbracciate dal giorno del matrimonio. Enza aveva abbracciato tante amiche, qualche amico anche, ma non aveva più abbracciato sua madre. Avrebbe dovuto raccontarle qualche novità …Ma quali novità? Che Salvatore l’amava? Invece, avrebbe voluto dirle che non era stato un vento a spingerla fino a lei, non c’erano novità, ma un grande e inconsolabile vuoto dentro; che desiderava essere abbracciata, che voleva essere stretta dalle mani che l’avevano accolta in questo mondo, voleva sentire di essere accettata anche da sconfitta, voleva sentire di essere amata anche se temeva di averla delusa. Aveva alzato una braccio per suonare il campanello, ma il dito non aveva premuto il pulsante. Era rimasta sospesa, guardandosi le mani, vuote. “Qual buon vento?” Allora aveva volto gli occhi in alto, gemendo verso il cielo e, risalita in macchina, si era allontanata chiedendosi cosa diavolo le fosse saltato in testa. La forma delle cose, le auto, la strada i colori dei semafori, tutto appariva deformato attraverso la lente delle lacrime. Aveva dovuto accostare per calmarsi e asciugare le guance madide. In quella zona c’era la bifamiliare in cui lei e Salvatore avevano vissuto alcuni anni; qualche chilometro dopo passò davanti alla chiesa dove avevano celebrato il funerale del piccolo Samuele e sentì il bisogno di visitarne la tomba. Non ricordava esattamente dove fosse sepolto, così chiese aiuto a un operaio che stava caricando su un motocarro un cumulo di fiori in putrefazione. 147 La donna accanto “Non ne ho idea, signora” aveva risposto l’uomo cercando di nascondere lo stupore per la domanda precisa che Enza gli aveva rivolto, come se, lavorando per il camposanto, egli fosse tenuto a conoscere per nome tutti gli inquilini. “Se ricorda l’anno è più facile – aveva aggiunto l’operaio – perché sia le fosse che i loculi sono in ordine d’annata.” La ricerca ebbe buon esito ed Enza sostò svuotata davanti alla foto sorridente sulla lapide. Poi si era messa a vagare tra le sepolture osservando i fiori finti, quelli secchi e quelli vivi, le croci e le forme dei marmi, soffermandosi qua e là a leggere i nomi, le dediche, le date di nascita e di morte. Sentiva un’attrazione provenire da certi occhi incastonati nei volti immobili delle foto, volti di persone all’incirca della sua stessa età. Era tutto molto inquietante. “Dove sei stata, cos’è successo?” le chiese Salvatore che si era seriamente preoccupato non trovandola al suo rientro. Aveva anche provato a chiamarla al cellulare, ma il telefonino s’era messo a trillare sul divano. Enza aveva farfugliato delle mezze risposte: era stata dai suoi, poi al cimitero, quindi in centro a controllare chissà cosa presso un negozio. Non si era resa conto che fosse così tardi, e senza neppure spogliarsi si buttò sfinita sul letto. Salvatore trovava strano che a un tratto Enza trascorresse ore a girare per la città. Dopo aver cenato da solo, al momento di coricarsi aveva tolto le scarpe alla moglie infilandola sotto le lenzuola. Ma già dal venerdì della stessa settimana lui si era reso conto che c’era davvero qualcosa di serio che non andava. Enza era cupa in volto, come avesse qualcosa di scuro all’interno, sotto la pelle, e aveva iniziato a fare strani discorsi. **** Strani discorsi sulla gente che si risposa dopo che il marito o la moglie sono morti. “Cosa dici Enza!? – le chiedeva Salvatore perplesso. – Certo, sono cose tristi, si sa che possono capitare, ma non vedo che utilità può avere parlarne adesso.” “Ma supponiamo che io muoia, ti risposeresti?” 148 La donna accanto “Come faccio a saperlo, lo stesso potrei chiederti io non ti pare? E poi, cosa mi fai dire…” “Rispondi e basta: se io dovessi morire ti risposeresti o no?” Salvatore aveva iniziato ad avvertire brividi di tensione. Per esperienza sapeva che tale sensazione non gli aveva mai portato nulla di buono; ma non poteva fare altro che continuare ad annaspare in quel mare buio con una sola mano, perché con l’altra si sforzava di tenere a galla Enza. Doveva continuare a nuotare senza pensare al fondo scuro che stava sotto di loro, evitando di pensare che quell’oscurità poteva nascondere l’abisso dal quale non c’era ritorno. Poi, dopo un paio di settimane Enza aveva iniziato a sentirsi peggio. Era ancora più svogliata del solito, più che stanca pareva spossata, desiderando tornarsene a letto subito dopo che s’era alzata. Nessuno dei sintomi tuttavia era tale da farle sospettare di essere incinta; d’altra parte, a forza di frustrazioni, quello era l’ultimo dei pensieri che avrebbe potuto avere. Salvatore, nel frattempo, si era preparato al peggio, dal suo punto di vista, vale a dire una consulenza psichiatrica. Di lì a qualche giorno il malessere si era concentrato nell’addome, così avevano pensato a disturbi dovuti all’irregolarità del ciclo. Nello stato confusionale in cui si trovava, Enza non si era curata di avvisare il marito riguardo a delle perdite di sangue, da prima leggere, poi sempre più insistenti. Se ne era dovuto accorgere lui quando una sera, tornato a casa, l’aveva trovata riversa sul tappeto del salotto con i pantaloni inzuppati. Aveva cercato di rianimarla, ma poiché non dava segno di riprendersi ed era fredda, l’aveva trascinata in ascensore, da quello all’ auto e quindi al pronto soccorso. Era in coma, spedita d’urgenza in sala operatoria lasciando Salvatore a penare in attesa di sapere cosa le stava accadendo. Dopo quasi tre ore era comparso il chirurgo con il volto scuro come un temporale. “Quanto aveva intenzione di aspettare ancora prima di portarcela” gli aveva chiesto con un ghigno poco amichevole, per nulla intimorito dall’uniforme che Floridia non aveva neppure avuto il tempo di togliersi. “Forse voleva veder scorrere il sangue a fiumi?” “Mi scusi dottore – si era difeso Salvatore – sono rientrato stasera trovandola in quello stato, ma le assicuro che stamane, quan- La donna accanto 149 do sono uscito di casa, non stava peggio degli altri giorni.” “Almeno lo ammette: l’emorragia deve essere iniziata per lo meno una settimana fa.” “Mia moglie soffre di depressione, ma non ha mai avuto problemi di emorragie” aveva esclamato Floridia strabuzzando gli occhi. “Parlo di una gravidanza, mio caro signore, non mi dica che non ve ne eravate accorti.” Salvatore pareva inebetito: si sentiva sprofondare in una voragine apertasi improvvisamente sotto i suoi piedi. “Gravidanza extrauterina – era stata la precisazione dell’uomo in camice – una su cento, ma purtroppo succede.” “Che significa?” chiese Salvatore paonazzo. “Significa che l’ovulo fecondato invece di scendere nell’utero si impianta nella tuba. Qui inizia a crescere, ma siccome non c’è spazio preme le pareti del condotto, le deforma, infine lo fa scoppiare causando una emorragia interna. Mi scusi lo sfogo – aveva aggiunto il chirurgo ritrovando un tono professionale – ma era un pezzo che non mi capitava di vedere una emorragia di tali dimensioni. Mi creda, ancora poche ore e sua moglie sarebbe morta dissanguata.” Il brigadiere non si reggeva ed andò a sedersi con la testa tra le mani; allo spavento di perdere improvvisamente Enza s’era aggiunta quest’altra mazzata incomprensibile. … un figlio?! “E adesso come sta?” “È troppo presto per dirlo. Non voglio spaventarla, abbiamo eseguito delle trasfusioni, ma in casi del genere la prudenza è d’obbligo.” “E …voglio dire … il bambino?” balbettò ingenuamente Floridia, incapace di accettare l’evidenza. “Sta scherzando, spero! Abbiamo dovuto asportare l’ovaio, la tuba e una porzione di utero! Senta adesso ho altro da fare, se ha bisogno di qualcosa può rivolgersi agli infermieri.” Ci vollero molti giorni perché Enza si riprendesse. Con le dovute maniere la informarono che in seguito non avrebbe più potuto avere figli. Ad assisterla si era prodigata la madre, la quale si era offerta anche di riassettare la casa che stava andando a rotoli, nonostante la buona volontà di Salvatore. Avrebbe continuato a dare una mano anche dopo il ritorno di Enza a casa, se non fosse che la figlia mal soppor- 150 La donna accanto tava la sua presenza. Non che le dispiacesse vedere la madre, ma non ne gradiva l’ingerenza nelle faccende domestiche, a prescindere dal fatto che lei stessa non avesse la voglia, né la forza per sbrigarle. Grazie a quel moto viscerale che si manifesta tra consanguinei, la signora Busnardo comunicava e faceva pesare alla figlia l’amarezza di dover assistere alla deriva della prole, dacché le toccava raccogliere i cocci non solo della vita di Enza, ma anche quelli che suo fratello Pietro stava frantumando con la moglie Giusy. Enza sentiva pressante la delusione della madre e non appena fu in grado di reggersi in piedi si fece consegnare la copia delle chiavi di casa, che Salvatore aveva dato alla suocera, dicendole chiaramente che si sarebbe arrangiata da sola. Poiché tuttavia non riusciva ad arrangiarsi, alla fine Salvatore dovette ricorrere alle prestazioni di una collaboratrice domestica. La convalescenza fu difficile, soprattutto per le condizioni psicologiche di Enza che stava abbandonata sul divano per intere giornate, spaventata dalla prospettiva di tornare a lottare per una quotidianità senza scopo, in un campo già cosparso di rovine. Nei momenti di maggior sconforto arrivava a pensare che forse … se Salvatore l’avesse lasciata andare … In compenso, proprio Giusy, la cognata, aveva ripreso a frequentare assiduamente casa sua per sfuggire alle angherie del marito, dato che le manie di persecuzione avevano fatto decisamente perdere a Pietro il contatto con la realtà. Dopo la morte del figlio e l’allontanamento di Salvatore ed Enza, egli aveva diretto il suo malessere su Giusy, giungendo alle mani negli ultimi tempi. Per questo sua moglie era spaventata. “Non so proprio cosa consigliarti” le diceva Enza che pur bisognosa di conforto si trovava nella condizione di consolare l’amica, più che la cognata. Un giorno Salvatore aveva ricevuto una telefonata dalla moglie: bisbigliava al punto che lui le chiese di alzare la voce perché non riusciva a capire cosa stesse dicendo. Lei lo stava chiamando dal bagno di casa e parlava piano per non farsi sentire da Pietro che stava litigando con la moglie. Pier si era fatto aprire con una scusa, e, una volta in casa, aveva iniziato a dare i numeri accusando Enza e Salvatore di istigare Giusy contro di lui. 151 La donna accanto Il brigadiere non era in grado di intervenire, ma fece in modo che nel volgere di pochi minuti una pattuglia piombasse in casa sua contestando a Pietro violazione di domicilio e molestie. La situazione rimaneva pericolosamente grave e Floridia si convinse che era arrivato il momento di usare le maniere forti per evitare guai peggiori. Enza era contraria, trattandosi di suo fratello, ma non sapeva cosa suggerire in alternativa, sicché Pier fu segnalato ai servizi sociali e sua moglie Giusy fu istruita sul come sciogliere delle polverine calmanti nelle pietanze senza destare sospetti. Tutto quel trambusto si era sommato alle condizioni psichiche già disastrose di Enza, obbligandola a incrementare notevolmente l’assunzione di psicofarmaci. Altro che compressine che avrebbero dovuto infonderle fiducia! **** “Ti assicuro – confidò Salvatore all’amico Guido – perdere un figlio ancora prima di averlo trovato è qualcosa di sconvolgente, e accorgerti che quel figlio che cerchi e desideri in ogni modo mette a rischio la vita della madre…. Sangue del tuo sangue …ancora non sai che c’è …. non hai neppure pensato al nome … come possono succedere cose del genere? Ancora oggi faccio fatica a farmene una ragione.” Guido ascoltava Salvy in silenzio, stentando a riconoscere nel tono del racconto il Floridia sicuro e determinato che ricordava: nella modulazione delle parole, nello smarrimento della mente in pause oltre la logica, nello sguardo assente era palpabile l’intera gamma dei tormenti e dei dubbi che erano passati come un uragano nei pensieri di Salvatore. Avvertiva tutta la forza di uno shock che separa per sempre le convinzioni di un tempo da una nuova concezione della vita. “Mi dispiace, accidenti se mi dispiace – disse Guido quando Salvatore si interruppe emettendo un sospiro disarmante. – Veramente non ne sapevo niente. Ma perché non ti sei fatto vivo? Gli amici servono anche a superare momenti difficili. Te ne ricordi, eh? Lo dicevamo sempre quando eravamo nella fogna fino al collo. Io me li ricordo quei momenti, quando non ce la facevo più te ne parlavo, tu mi urlavi addosso, mi facevi ragionare, mi incoraggiavi, finché trovavo la forza per andare avanti.” 152 La donna accanto “Come vedi sono andato avanti lo stesso – gli rispose Salvy sommesso, stirando il volto in una smorfia di rammarico. – Comunque hai ragione, avrei anche potuto chiamarti; ma non ero tanto io quello che aveva bisogno di essere consolato e incoraggiato. Quello che mi preoccupava erano le condizioni di Enza dopo una batosta del genere. Mi domandavo cosa ne sarebbe stato di lei… avevo paura di non farcela a starle vicino.” “Posso solo immaginare quanto deve essere stato duro. E adesso come sta Enza?” “Fortunatamente le cose sono migliorate, ho incontrato una persona eccezionale. Dire che ci ha dato una mano è poco, diciamo che ci ha praticamente salvati. Sarebbe un po’ lungo raccontarti, ma credo che senza il suo aiuto saremmo affogati entrambi.” “Se non hai fretta puoi anche raccontarmelo adesso. Anzi – propose Guido – cosa ne dici se andiamo a mangiare qualcosa, tu e io. C’è un localino qui dietro, roba leggera perché, come vedi, sto litigando con il peso.” Floridia accettò di buon grado, pensando che nonostante i baci e gli abbracci non era affatto scontato tornare a frequentarsi regolarmente come ai vecchi tempi. “Senti Salvatore – continuò Guido cercando l’approccio conveniente per introdurre l’argomento. – Tu penserai che sono curioso, ed è vero, lo sono sempre stato, ma non me ne faccio un cruccio, mi conosci. No, il fatto è che casualmente ho visto i tre biglietti che hai acquistato, uno per una certa Laura …” “Laura De Biasi” lo interruppe Floridia. Guido fissava Salvatore senza parlare, aspettandosi che fosse lui a dirgli chi era Laura. “Ah! Tu vorresti sapere?” chiese falsamente stupito Salvy. Guido quasi sbavava dondolando affermativamente il capo. “Come ti ho detto è una storia lunga, comunque, nonostante le disgrazie abbiamo incontrato una persona che ci ha cambiato la vita.” “Questa Laura, suppongo” intervenne l’amico scalpitando dalla voglia di conoscere quella novità. “Hai ragione – confermò Floridia dopo un attimo di esitazione. – Abbiamo incontrato non una, ma due persone che ci hanno cambiato la vita: questa Laura e un certo Silvano. La donna accanto 153 “E dunque? Quanto vuoi farti pregare per parlare?” Incalzò Guido che non stava più nella pelle, stupito e anche un po’ dispiaciuto della reticenza di Floridia. Salvatore, in effetti, era titubante perché aveva sempre protetto quella storia come si farebbe con un tesoro, al sicuro da sguardi e commenti indiscreti. Infatti, a parte i diretti interessati, nessun altro era al corrente di come stavano veramente le cose. “Ma per Guido, l’amico fidato” pensava il brigadiere “forse per lui si poteva fare un’eccezione.” Infine si decise: “Allora, apparentemente è successo per caso. Ho incontrato questo Silvano e ho scoperto che è un veggente, uno di quelli che ti chiamano per nome senza conoscerti e che solo a guardarti sanno che problemi hai, tu e tua moglie…” “Un santone” suggerì Guido. “Non so se santone è la parola giusta – precisò Salvatore – lui si fa chiamare semplicemente Silvano. Però è certamente dotato di capacità straordinarie, eppure, credimi, è di una semplicità! Semplice come non ho mai incontrato nessuno. “E quanto costa questa semplicità?” “Ma è proprio questo che ti dico: non mi è mai stato chiesto un centesimo.” “Forse, visto che ha tutte le capacità che dici, è venuto a sapere che sei carabiniere – sentenziò Guido accentuando il tono polemico – e vuoi che venga a chiedere i soldi proprio a te?” “Se è per questo l’ho conosciuto in servizio e pertanto ero in divisa.” “Lo vedi che c’è qualcosa che non quadra!” insistette Guido. “Guido, ascolta, non sono scemo, se chiedesse soldi me ne sarei accorto.” “E allora che ci facevi in servizio da lui?” “Accidenti – sospirò Floridia incassando il colpo basso – quanto sono stato fortunato! Se me lo avessero raccontato probabilmente non ci avrei creduto nemmeno io.” “Salvatore! – si scusò Guido appoggiandogli saldamente una mano sulla spalla – sia ben inteso che io ti credo, perché ti conosco. Ma so pure che quella gente è furba. Quanto più sei in difficoltà, quanto più senti il bisogno di aggrapparti a una speranza tanto più ne approfittano. Te lo dico perché ne ho conosciuti anch’io. 154 La donna accanto “Ah sì, e come mai?” “Perché non so più cosa fare con mio figlio, di studiare non ne ha voglia, di lavorare nemmeno. Sta in giro, non si sa con chi e a fare cosa. Abbiamo provato a non dargli più soldi, così s’è messo a rubare. Capisci? Ru-ba-re! Deve ringraziare sua madre perché io gli avrei spaccato le gambe… e sarebbe stato meglio, perché così almeno se ne stava per un po’ fermo. Invece è sempre a spasso. Insomma, ho tanta paura che ci sia cascato dentro: porta sempre le maniche lunghe e non si fa toccare. Per me ha le braccia bucate, è così deperito. E pensare che potrebbe avere quello che vuole. Ma che ci devo fare! Vuoi che ti dica la verità? Ho perfino pensato di denunciarlo. Ma non servirebbe a niente. Se non fai qualcosa di grosso non te la fanno neanche vedere la galera oggi. E poi, anche lo rinchiudessero chi vuoi che trovi là dentro?” “Ne parli come fosse un criminale.” “Perché lo è! E se non lo è ancora lo diventerà” proruppe Guido alzando la voce e controllandosi a stento. “Prova a passare un po’ di tempo con lui” gli suggerì Salvatore. “A fare che?” “Stagli dietro – insistette Floridia – è ancora giovane, c’è tempo per rimediare. Se non vuole seguirti lui, abbi la pazienza di seguirlo tu. L’agenzia va avanti lo stesso anche se manchi per qualche mezza giornata, no? Problemi economici non ne hai, tua moglie lavora… lavora ancora tua moglie, sì?” L’altro annuì col capo. “E dunque? Chi vuoi che gli mostri la strada se non lo fai tu. Lo vuoi affidare agli assistenti sociali? A sedici, diciassette anni, quanti ne ha?” “Diciassette” rispose Guido con un sospiro che esalava rabbia. “Insomma – puntualizzò Salvatore riprendendo il filo del discorso – il tuo santone ti ha chiesto soldi.” “Ma taci – disse Guido stizzito – e per combinare cosa poi?!” “Ti avrà offerto un consiglio – tirò a indovinare Floridia – gli avrai portato il ragazzo per farlo vedere, avrà pur fatto qualcosa.” Ah, qualcosa l’ha ben fatta! – replicò l’amico. – Una fattura. Pensa che avrebbe dovuto servire a creargli intorno un cerchio protettivo, per isolarlo dalle cattive compagnie, roba da matti.” “Davvero, proprio roba da non credere” pensava Salvatore ascoltandolo. 155 La donna accanto E a questo proposito, Floridia andava con i ricordi a una vecchia esperienza, molto sgradevole, dalla quale aveva appreso in merito alle fatture più di quanto si possa fare con tanti discorsi o letture esoteriche. **** Si trovava di pattuglia, proprio con Guido. A quell’epoca provavano entrambi un certo gusto a far valere la forza che veniva dall’autorità: era un piacere sottile che garantiva soddisfazione al desiderio di riscatto che i due ragazzi del sud provavano nei confronti dei nordici. Non si può dire che vessassero i malcapitati, assolutamente, poiché facevano semplicemente il loro dovere, ma gongolavano a vedere che ogni protesta, qualsiasi tentativo di resistenza andava a infrangersi miseramente contro lo scudo impenetrabile dell’uniforme. L’uniforme proteggeva nell’esercizio delle funzioni, ma costituiva anche un vantaggio incolmabile su chiunque non avesse nessuna divisa da esibire. Comunque, la vita mette tutti in riga, prima o poi. Dunque, l’appostamento stava dando ottimi risultati: i due carabinieri erano particolarmente affezionati a quel luogo frequentato anche da una gazza che, a intervalli regolari sorvolava radente la vettura di servizio e planava a pochi metri di distanza. Per gioco, Guido aveva preso l’abitudine di lasciare un piccolo pegno alla gazza: dopo aver elevato la prima contravvenzione egli appoggiava una moneta da cinquanta lire su un sasso, provando spasso a vedere il volatile portarsela via stretta nel becco. Tra le altre, era accaduto di fermare un’auto targata Livorno. Abbassato il finestrino, il conducente si era rivolto a Floridia chiedendo informazioni per raggiungere un paesino che stava abbastanza fuori mano. Salvatore l’aveva squadrato come a dirgli: ‘accànissciun’effésso’. “Patente e libretto di circolazione” aveva tagliato corto. “Mi scusi – aveva interrotto l’automobilista – sto girando da mezz’ora e non riesco a trovare la strada.” “Patente e libretto” aveva ripetuto Floridia. “Va bene, va bene, adesso glieli do. Ecco patente … e libretto.” 156 La donna accanto “Lei è in contravvenzione per eccesso di velocità” gli aveva contestato subito l’allora appuntato Floridia sciorinando la formula con cadenza liturgica. “Agente! – aveva protestato il toscano – guardi che l’eccesso di velocità non c’è proprio, io me ne andavo piano perché sto cercando un’indicazione, mi sarei fermato ugualmente a chiedervi informazioni.” “Se lei aveva intenzione di fermarsi non lo so; so che la velocità era di molto oltre il limite consentito.” Mentre l’appuntato Floridia metteva mano al modulo di contravvenzione, Guido aveva cercato di tenere calmo l’automobilista spiegandogli la strada che avrebbe dovuto percorrere per arrivare al paesino che non riusciva a raggiungere. Ma l’uomo ansimava, lanciando occhiate caustiche di rabbia, era furibondo. E più che riprendersi i documenti, li aveva strappati dalle mani di Salvatore. Stranamente però, non se n’era subito, come fanno di solito gli automobilisti dopo essere stati multati, con quel tipico atteggiamento che vuol significare: non ne voglio sapere di voi, siete dei lebbrosi e io ho cose più importanti da fare. Vedendolo trafficare seduto al posto di guida pensavano che stesse riponendo le carte e si aspettavano che ripartisse da un momento all’altro. Floridia iniziava a essere nervoso. “Se quello non si sposta – aveva osservato Guido – messo così di traverso non c’è spazio per fare accostare degli altri.” Erano indecisi sul da farsi. Era metà mattina e avrebbero fatto in tempo a cambiare zona. Stavano risalendo sulla volante per allontanarsi, quando Salvatore si sentì chiamare. “Signor agente, un attimo soltanto!” aveva strillato l’automobilista andando verso di loro. Teneva in mano qualcosa, un pezzo di carta. “Ecco, prenda – aveva aggiunto con un sorriso forzato quando gli fu appresso. – Non vorrei mai pensasse che sono un maleducato. Lei ha dato qualcosa a me e io la devo assolutamente ricambiare.” Proferite con la voce tesa come del filo di ferro che sta per spezzarsi, quelle parole taglienti erano risuonate nell’abitacolo della volante 157 La donna accanto come un tuono, parendo provenire non dalla bocca di quell’individuo, ma dall’aria intorno. Salvatore aveva provato un brivido. Qualcosa gli diceva di non afferrare il foglio che l’uomo gli stava porgendo. Inserì la chiave d’accensione, mise in moto, ma quello infilò dal finestrino il misterioso pezzo di carta. Floridia non se ne era curato, aveva innestato la marcia ed era partito lasciando l’altro immobile come una statuina in una nuvoletta di polvere. “Quanta gentilezza!” aveva schiamazzato Guido afferrando il cartoncino. Pareva una cartolina postale. A destra, nello spazio riservato al destinatario, riportava la dicitura: A colui che ha compilato il verbale n° 9666. A sinistra invece era scritto: Le auguro che il denaro che ha sottratto a me sia quello che le verrà a mancare sempre, oppure l’equivalente. E non era finita. Sul retro, all’interno di un cerchio tracciato a penna, era stilizzato un omino che reggeva in mano una paletta segnaletica. Sospeso sopra la sua testa vi era una specie di fagotto nero, mentre di lato era riportato un numero che corrispondeva all’importo dell’ammenda comminata: 104.850. Terminato di esaminare quella raccolta di sciocchezze, Guido era scoppiato in una fragorosa risata, gettando il cartoncino sopra il cruscotto. Anche Salvatore aveva riso, trascinato dall’allegria dell’amico, che ebbe l’effetto di stemperare la forte tensione, così improvvisa e inquietante. **** Seduto al tavolino del bar, davanti all’aperitivo rosso ed all’oliva infilzata con lo spillone di legno, Salvatore avrebbe voluto chiedere all’amico se si ricordava dell’episodio, ma pensò che non era il caso di rivangare storie così negative. Per quanto lo riguardava, sentiva di avere voltato pagina, di non volere più accettare passivamente certi influssi o almeno, di cercare di sottrarsi alla loro attrazione. Frequentando assiduamente l’ambiente del veggente, Floridia aveva imparato che per superare i 158 La donna accanto condizionamenti era importante la qualità del pensiero, poiché il pensiero era in grado di anticipare e determinare. Controllare la direzione del pensiero significava quindi influenzare profondamente il corso della realtà. Quella specie di cartolina aveva trovato poi posto tra le scartoffie. Più volte lui era stato sul punto di gettarla, ma finiva sempre col riporla. “Maledetta la mania di conservare i ricordi più strambi”. Quando, di tanto in tanto gli capitava tra le mani, si chiedeva cosa potevano significare le parole: ‘oppure l’equivalente’. Era una sorta di curioso enigma che sperava di poter comprendere un giorno. Da quella strana vicenda Salvatore aveva appreso che non c’è mai un solo modo per conoscere qualcosa. A volte la realtà non è ciò che sembra e quando essa si manifesta con strani effetti, questi possono essere dovuti solamente alla luce usata per illuminare le cose: basta sostituire pensiero alla parola luce e il gioco è fatto. Un giorno, Enza si era recata in ospedale per effettuare controlli all’apparato genitale. Era già da qualche tempo che tentavano di avere un figlio, ma senza successo. L’analisi a cui lui stesso si era sottoposto aveva evidenziato che il seme era normalmente vitale, per cui era toccato alla moglie rivolgersi a uno specialista per trovare una soluzione a quello che si stava già profilando come un assillo angosciante. Le avevano detto che, apparentemente, era tutto nella norma, tranne alcuni ispessimenti a livello della parete uterina. L’uso di contraccettivi protratto per anni forse aveva alterato il delicato equilibrio interno. Avevano aggiunto che, in teoria, quella doveva essere una situazione reversibile, ammettendo però che ogni organismo ha i propri tempi per ristabilire una completa funzionalità. E i tempi possono essere anche piuttosto lunghi. Perciò, dato che lei si stava approssimando alla boa dei quarant’anni le avevano consigliato di cautelarsi emotivamente, prendendo già in considerazione la possibilità di non avere figli, oppure di tentare cure specialistiche le quali, a onor del vero, non avrebbero in ogni caso garantito un esito favorevole. Enza aveva iniziato a piangere mentre lo raccontava al marito. Gli aveva consegnato la ricevuta del ticket pagato allo sportello del 159 La donna accanto day hospital perché, come spesa medica, poteva essere detratta dall’imponibile per il versamento dell’imposta sui redditi. Salvatore stava per archiviare la ricevuta senza neppure guardarla quando gli passò davanti gli occhi la cifra dell’importo: lire 104.860 Per un istante gli era mancato il respiro, come stritolato da una forza comparsa improvvisamente dal profondo. Gli occhi appannati dal pianto, Enza non s’era accorta che il volto del marito era sbiancato, d’altra parte per lei quei numeri non significavano nulla. Ma Salvatore ricordava. Aveva rovistato tra le carte per recuperare il cartoncino e … dieci lire di differenza. Considerando che erano passati degli anni, una simile coincidenza gli era sembrata incredibile … diabolica. In seguito, Floridia si era anche chiesto se le cose avrebbero potuto andare diversamente solo che lui avesse avuto l’accortezza di distruggere quel maleficio, ma trovare delle motivazioni razionali oppure una sequenza di causa ed effetto nella casualità era l’approccio sbagliato, poiché i fatti che avevano condizionato la sua vita e quella di sua moglie erano altri, certamente indipendenti dalla volontà maligna di un estraneo, chiunque esso fosse. **** “Scusami se ho divagato – riprese Guido – stavamo parlando del tuo santone e siamo finiti a discutere dei miei guai.” “Sono i guai di tutti Guido – lo rassicurò Salvatore – ognuno ha i propri, però posso dirti che Silvano, il mio santone, non ha fatto fatture, non mi ha chiesto soldi, non mi ha neppure costretto a fare cose strane. Semplicemente mi è stato a sentire e mi ha detto come la pensava lui.” “E i risultati?” “I risultati sono venuti, anche se non sono di quelli che puoi misurare facilmente. Non so come spiegarti, la vita comincia a cambiare un po’ alla volta, giorno dopo giorno, ti accorgi che sta cambiando, anche se si trasforma in un modo che non ti saresti aspettato, percorrendo vie sconosciute per cui, a un certo punto, ti rendi conto di essere immerso in un oceano di possibilità. Voglio dire che hai di fronte tante scelte, perché ogni parola, ogni respiro, ogni pen- 160 La donna accanto siero, ogni azione sono come un incrocio. È una cosa enorme Guido, enorme. Io non lo sapevo, non potevo neppure immaginare. Possibilità, capisci? Sempre.” “Scusami ma non capisco” disse Guido esterrefatto. “Hai presente quei documentari sulle foreste equatoriali – riprese allora il brigadiere – dove ti fanno vedere animali, insetti, piante così strane, incredibili, che ti chiedi come possono mai esistere? Bene, con la nostra vita è la stessa cosa: dentro di noi abbiamo le montagne, i fiumi, i boschi, il mare e tutti gli animali: abbiamo il leone e la pecora, l’aquila e il passero, la cicala e la formica, la lucertola e la mosca. Ma poi c’è anche tutto il resto, tutto quello che non conosciamo. Tu conosci tutti gli animali e le piante della terra?” “No … non li conosco” balbettò Guido disorientato. “E tutti gli esseri che vivono nelle profondità del mare, li conosci?” “No, non li conosco” ripeté l’amico visibilmente imbarazzato. “E gli insetti che vivono tra il verde delle cime più alte?” “Neanche quelli.” “Eppure li hai tutti dentro di te” spiegò Salvy con l’aria di un confidente. Guido stava seguendo il discorso di Floridia con l’espressione di una maschera da tragedia greca: la bocca storta semiaperta, le ciglia come tavole da surf alla deriva, le narici dilatate come quelle di un toro scalpitante, i muscoli mimici stiracchiati a mo’ di spaccata mal riuscita. “Allora – continuò Salvatore – se il mondo che vediamo al di fuori di noi funziona perché tutti questi elementi e questi esseri interagiscono naturalmente tra loro, noi, che siamo fatti con la stessa complessità, potremo funzionare altrettanto bene se diamo il giusto spazio e la dovuta libertà a tutto quello che sta dentro di noi.” “Vale a dire?” lo interruppe Guido. “Vale a dire … vale a dire che se dentro tuo figlio c’è un branco di sciacalli affamati allo sbando, faccio un esempio, eh! Non prendermi alla lettera, mi raccomando! Allora, se fosse così non puoi pretendere semplicemente di eliminarli. Bisogna trovare il modo di riportarli nel ruolo che loro compete, all’interno del loro ambiente.” La donna accanto 161 “Questo posso immaginarlo anch’io – convenne Guido al quale brillavano gli occhi per l’interesse. – E come si fa?” “Bisogna seguirli per studiarne il comportamento: dapprima saranno diffidenti per la novità, ma poi si abitueranno alla tua presenza, così potrai scoprire qual è il motivo per cui arrecano disturbo. Che ne so, il territorio potrebbe essere insufficiente, oppure è la siccità. Magari è venuta meno la gerarchia interna e la confusione persisterà finché non verrà stabilito un nuovo ordine.” “Però! – esclamò Guido. – Bravo il tuo santone. E cos’altro ti ha detto?” “Quell’uomo è una miniera, credimi, una miniera a cielo aperto. Tu arrivi, carichi, te ne vai portando via quello che ti serve, quanto vuoi. Nessuno ti chiede nulla, niente diritti, niente intermediari. Vai e vieni liberamente, l’unica limitazione semmai è il bagagliaio.” “Ciò nonostante, tu figli niente!” lo interruppe Guido malcelando la diffidenza, quasi volesse dimostrare che nemmeno il santone di Salvatore era in grado di fare miracoli. Il brigadiere, tuttavia, non aveva raccolto la provocazione e se ne stava in silenzio. Guido fu costretto ad addolcire il tono. “Immagino che questa Laura l’abbiate adottata” chiese facendosi decisamente più gentile. “Adottata non è il termine che fa al caso nostro – lo corresse Salvy, – però posso dirti che stiamo pensando seriamente a una adozione. A dire il vero l’avevamo presa in considerazione anche in passato, ma allora era una salita troppo ripida che non eravamo nelle condizioni di intraprendere. Ora fortunatamente sì.” “Troppo ripida?” “Intendo dire che la domanda di adozione viene accettata solo se la famiglia rientra entro determinate caratteristiche: età, reddito, condizioni di salute. Enza è stata in cura per diverso tempo da uno psicanalista, era depressa e faceva uso di psicofarmaci. Non so dar loro torto, sai. Per prima cosa ci hanno detto che i bambini non sono giocattoli e non vengono mai affidati a coppie in difficoltà. Quando avevo fatto osservare che la depressione di Enza era dovuta proprio alla mancanza di un figlio, mi hanno risposto che prima uno deve rimettersi in carreggiata da sé e poi, nel caso, gli può essere affidato un bambino. Spesso si tratta di bambini problematici che hanno 162 La donna accanto difficoltà, superabili certo, ma non si può sommare il piccolo problema dell’uno al piccolo problema dell’altra, perché sommando due piccoli problemi si ottiene un grande problema. In altre parole ci hanno fatto capire che la nostra richiesta assomigliava più a una domanda di aiuto, mentre si supponeva che l’aiuto dovevamo darlo noi chiaro?” “Chiaro sì, magari con la protesi a una gamba, ma i genitori devono essere in grado di fare i genitori.” “Tant’è vero – proseguì Salvatore – che tra le cose tenute in primaria considerazione c’è l’assunzione di responsabilità, cosa che nel depresso è il primo anello del comportamento a saltare. C’è stato un periodo in cui Enza non riusciva a mantenere fede a nessun tipo di impegno.” “Insomma, niente da fare?” “Allora no, poi le cose sono cambiate, ora ci stiamo pensando con più convinzione, credo anche con maggiore consapevolezza. Pare che stiamo andando nella direzione giusta. Spero che quando presenteremo la domanda verrà accettata. Dipende principalmente da Enza, perché io posso garantire la tranquillità economica, ma spetterebbe a lei il maggior impegno per seguire un bambino. Vedremo, sembra che ne sia uscita. Da quando è arrivata Laura nella nostra vita, le è tornata la voglia di fare. “Insomma non me lo vuoi dire chi è questa Laura? – sbottò Guido – Salvatore scusami, spero che non me ne vorrai se insisto … che poi magari fai passare altrettanti anni prima di rivederci ancora.” “Se è per questo puoi venire a trovarci tu, sono sicuro che Enza ti rivedrà volentieri.” “Senti Salvatore, sai, onestamente ti vedo bene, ma proprio bene: rilassato, positivo. Vorrei che mi dicessi qualcosa di più di questo santone; perché se è riuscito ad aiutare te ed Enza, vuoi mai che non riesca a dare una mano anche a noi?” “Fammi avvisare la mia signora che non sarò a casa per cena” rispose Salvatore mentre già pestava sulla tastiera del cellulare. Raccontò alla moglie del suo incontro con Guido e la avvertì che si sarebbe fermato a cena con lui. “Enza ti saluta, sei invitato a passare da noi una sera, quando vuoi. Magari telefona prima, così ti facciamo conoscere Laura.” “Benissimo! Non me lo farò ripetere vedrai – assicurò Guido vi- La donna accanto 163 sibilmente soddisfatto. – Per mettere qualcosa sotto i denti pensavo a un locale tranquillo dietro Piazza delle Erbe, si mangia bene, garantisco, e i prezzi sono giusti.” “Io non mi preoccupo assolutamente dei prezzi, tanto hai detto che offri tu.” “Ma sentilo! Mannaggia, in questo non sei cambiato per niente, eh?” “Sei tu che hai sposato un’ereditiera” gli rinfacciò Floridia scherzosamente. 164 La donna accanto ANGELI Di cose da raccontare a Guido, Salvatore ne aveva davvero tante, riguardo alla vita sua, di Enza, di Laura e di tutto quello che aveva appreso frequentando la casa di Silvano Fiorini, come pure delle amicizie che vi erano nate. Salvatore non si sentiva più quello di una volta. Ovviamente badava al contesto in cui si trovava, ma aveva imparato a considerare i fatti da altri punti di vista e, per cercare di comunicare questi nuovi aspetti, stava acquisendo un modo di parlare più sfumato, in cui il significato usuale delle parole veniva dilatato fino a descrivere il lato sottile delle cose. Gli incontri della domenica pomeriggio guidati da Silvano si erano rivelati fondamentali in questo senso. Salvatore aveva deciso di partecipare alle conferenze regolarmente, e accennando a qualcosa di interessante si era sforzato di coinvolgere anche Enza. Non si attendeva un’adesione entusiasta da parte della moglie ma confidava che lei avrebbe gradito perlomeno stare in sua compagnia. Enza chiedeva spiegazioni, voleva chiarimenti su quei misteriosi incontri. Avendo iniziato da poco a parteciparvi, Salvatore non era in grado di fornire spiegazioni esaurienti, anche perché la sensazione positiva gli veniva dall’ambiente nel suo insieme, più che dal contenuto dei discorsi. Preferiva parlare di ciò che lo aveva favorevolmente impressionato e si era dilungato nella descrizione del luogo, sottolineando la semplicità delle persone che lo frequentavano; aveva manifestato apprezzamento per la spontaneità degli interventi e stupore per i discorsi di Silvano. “È soprattutto per Silvano che varrebbe la pena che venissi anche tu Enza – aveva detto alla moglie. – È una persona eccezionale con idee fuori dal comune.” 165 La donna accanto “Non mi interessano le idee degli altri – aveva replicato lei – e meno ancora le idee fuori dal comune. C’è sempre qualcuno che la sa più lunga … ma io sono stufa.” Salvatore non aveva insistito, ma in cuor suo sapeva che si sarebbero presentate occasioni per tornare sul tema. **** “A volte – raccontava Salvatore all’amico – a volte uscivo scombussolato dalle conferenze, erano cose talmente nuove che oltrepassavano la mia visione della vita.” Un giorno, al termine della riunione, Floridia stava indugiando nella sala per cercare di fissare nella mente alcuni concetti, prima di riaffacciarsi al mondo che lo avrebbe immediatamente distratto, riportandolo dentro al solito punto di vista, e fu avvicinato da Giovanni, il figlio di Silvano. “Allora? – aveva chiesto il giovane – cosa te ne pare? È già qualche mese che partecipi, se non vado errato, come ti trovi?” “Mi trovo bene, ma mi sembra anche tutto così strano: immagino che ci sia molto da scoprire. A essere sinceri, però, non è che mi sia tutto chiaro…. voglio dire, qual è il senso di stare insieme a parlare di cose del genere?” “È vero, all’inizio può sfuggire il motivo di questo ritrovarsi, dello scambio di idee ed esperienze. Senti, mi viene in mente che c’è un concerto di musica classica venerdì prossimo, è qui vicino, ad Arquà Petrarca, nella chiesa, alle 21,00. Il posto è incantevole, vedrai, e la musica è bella. Così magari riprendiamo il discorso. Adesso devo andare, ci sono delle persone che mi stanno aspettando.” “Ti ringrazio dell’invito – gli aveva risposto Salvatore – se posso verrò volentieri. E poi vedo se riesco a portare mia moglie.” Dapprima Enza aveva inscenato il suo pezzo forte, quello che le riusciva meglio e che usava come preambolo a ogni discussione propositiva, vale a dire: io, mulo. Ma poi aveva finito col cedere all’insistenza del marito; in fin dei conti si trattava di passare una serata diversa dalle solite, tra il verde dei colli Euganei e mura cariche di storia, ad ascoltare note armoniose che distendono e rinfrancano lo spirito. 166 La donna accanto **** Dal pendio collinare, coperto da alberi d’ulivo e giuggiolo, scendevano folate d’aria fresca molto gradevole in quella calda serata estiva. I Floridia avevano percorso il selciato della lunga gradinata che immette nel borgo medievale di Arquà e si erano diretti verso la chiesa attraversando la piazza antistante Il programma del concerto comprendeva spartiti di A. Corelli, W.A. Mozart, J.S.Bach, A. Vivaldi, per violino, violoncello e clavicembalo. I brani erano preceduti da una breve presentazione fatta dagli stessi musicisti, i quali ne illustravano gli elementi caratterizzanti a beneficio del pubblico. La brezza che scendeva lungo la via principale del paese si infilava in chiesa attraverso la porta spalancata, contribuendo a rendere gradevole l’atmosfera. Fuori, poche luci accese immerse nel silenzio. Enza appariva finalmente rilassata e ben disposta ad accettare quello che le si presentava. A concerto terminato, i Floridia si erano uniti al numero di coloro che indugiavano per un drink al bar, a lato della piazza. Furono raggiunti da Giovanni che li salutò calorosamente. “Che te ne pare?” aveva chiesto mentre si fregava le braccia lasciate scoperte dalla polo a maniche corte. “Molto bello – gli aveva risposto Floridia – e il posto è splendido.” “Allora, Salvatore, ti ricordi cosa ti dicevo l’ultima volta? – gli mostrò il libretto del programma. – Guarda qui: Corelli è morto nel 1713, Vivaldi è morto nel 1741, Mozart … “E che vuol dire?” aveva troncato bruscamente Enza. Solo allora Salvatore si rese conto di non avere ancora presentato la moglie. Rimediò prontamente e rivolse di nuovo il suo interesse alle parole di Giovanni. “Il fatto è che, mentre questi signori non esistono più da centinaia d’anni, noi continuiamo ad apprezzare la loro musica, la sentiamo vibrare dentro, ci emozioniamo, proprio come se fossero loro a suonarla per noi…” Salvatore ascoltava attentamente senza riuscire a intuire dove quel discorso andasse a parare, mentre Enza, dopo pochi secondi ave- La donna accanto 167 va smesso di ascoltare e stava girando lo sguardo intorno, con i pensieri rivolti altrove, probabilmente in un luogo che solo lei conosceva. “… i giovani musicisti che hanno suonato questa sera sono uniti nello spirito di Corelli, in quello di Vivaldi e di Mozarti, che si manifestano attraverso i loro spartiti. Lo spirito di Vivaldi – aveva aggiunto Giovanni – è vivo perché ognuno di questi ragazzi mette a disposizione il proprio; e a quel punto, mentre loro suonano, non puoi più distinguere l’uno dall’altro. L’autore è scomparso e tuttavia il suo spirito aleggia nell’aria, lo percepisci nelle note della sua musica…” Salvatore annuiva col capo, per far comprendere che afferrava il ragionamento. – … questo è solo un esempio – aveva precisato il giovane. – È un esempio di linguaggio codificato. Ai nostri incontri si usano le parole al posto delle note, ma è la stessa cosa. Ora, l’armonia tra il corpo, l’anima e lo spirito crea delle vibrazioni: se queste vibrazioni sono gradevoli e vengono emesse da più persone, allora ha luogo un concerto. Si possono eseguire veri e propri concerti di sensazioni, di pensieri e tramite le parole noi tentiamo di fare qualcosa del genere…” Salvatore era affascinato dalla spiegazione di Giovanni. Ogni tanto lanciava un’occhiata a Enza per osservarne le reazioni, sperando che anche lei trovasse interessante la conversazione. Il brigadiere aveva la sensazione che la cortina opaca che aveva celato il senso stesso della sua vita negli ultimi anni iniziasse a diradarsi. Il grigio uniforme che lo circondava era sempre grigio, ma meno scuro e denso. “E su quale spartito si suona la melodia degli incontri?” chiese incuriosito Salvatore “Speravo che mi facessi questa domanda – gli aveva risposto Giovanni. – Vuol dire che hai quasi capito. Ogni disciplina segue le orme dei propri maestri, e di conseguenza noi seguiamo gli insegnamenti delle guide dello spirito, quelle che hanno tracciato la via per l’evoluzione dell’uomo verso la realizzazione di un essere superiore. Cerchiamo di accordare noi stessi come degli strumenti, per riuscire a vibrare secondo le parole e gli insegnamenti di queste guide.” “E ci riuscite?” gli aveva chiesto Floridia dopo un attimo di riflessione. 168 La donna accanto “A volte sì, a volte no. Per quanto ci riguarda la valutazione dei risultati è affidata solo a noi stessi, in base alle sensazioni interiori e agli effetti sul nostro comportamento. Oggi puoi anche pensare di andare al massimo ed esserne soddisfatto, ma domani ti accorgi che si può sempre crescere. Per questo non c’è motivo di abbattersi, semplicemente ci si rimbocca le maniche e si prova a far meglio. Salvatore annuiva, mentre Enza non riusciva assolutamente a seguire il discorso. Pensava di essere uscita semplicemente per ascoltare musica. “Ancora un minuto e poi andiamo” aveva detto Floridia alla moglie che iniziava a dare segni di insofferenza. Giovanni si era reso conto della situazione e invitò Salvatore a non farsi problemi, avrebbero avuto altre occasioni per proseguire il discorso. Enza, allora, si era esibita in un ampio sbadiglio, coprendo l’antro con la mano, solo quando gli altri avevano già potuto valutare l’ottimo stato della dentatura. **** Salvatore aveva evitato di riprendere l’argomento con la moglie il giorno dopo. Ma già domenica mattina aveva iniziato a sondare nuovamente la disponibilità di Enza a partecipare all’incontro del pomeriggio. Ormai gli appariva chiara la necessità di coinvolgerla in quel lavoro di ricerca che lui aveva iniziato grazie a Silvano. La sua speranza era che anche lei riuscisse a trovare un punto d’appoggio che le consentisse di risollevarsi. Ma la disponibilità non c’era. C’era invece un pregiudizio di inutilità a fare qualsiasi cosa che non fosse dormire, mangiare, fissare la TV. “Mi è sembrato che il concerto ti sia piaciuto” le aveva ricordato lui. Ma Enza restava indifferente. “Dì la verità – continuava Salvatore – ti ho mai delusa in tutti questi anni?” Ma non gli riusciva di sfondare la barriera dell’isolamento e dell’indolenza. Lei non lo guardava neppure, gli occhi assenti, semichiusi. Avrebbe voluto dirgli di no, che non l’aveva mai delusa, che si era sempre sentita protetta, amata, e che non le era mai mancato niente. Ma l’amarezza e lo sconforto del presente stendeva sul passato un drappo che impediva la visione di ciò che realmente era stato. La donna accanto 169 Quando discuteva per convincere Enza, Salvatore si rendeva conto di essere fortemente condizionato dallo stato psichico della moglie. In certi momenti smarriva la lucidità mentale, disorientato dai dubbi su ciò che era stato tra loro, su quello che avrebbe voluto fosse il futuro e sulla via da percorrere nel presente. “Ti dico che abbiamo la possibilità di uscirne – aveva ripetuto con energia e convinzione cercando di smuovere Enza. – Non so esattamente come, ma sono sicuro che possiamo farcela!” A lei pareva che l’infelicità del presente non potesse essere in nessun caso mitigata nemmeno dalla speranza di una prospettiva migliore per il futuro. “E perché non lasciamo perdere invece? Il tempo sistemerà tutto.” “Magnifico – aveva esclamato lui in tono di sfida – il tempo ci sistemerà tutti e due per le feste… Enza guardami, stai intristendo ogni giorno di più, non ti muovi nemmeno se non ti trascino io, stai perdendo il contatto con la realtà, sei quasi nulla rispetto a quello che eri, e io non me la sento di stare solo a guardare. Lo dico soprattutto per te, ma anche per me. Lo capisci questo no?” “Hai paura di trovarti tra le mani un rudere, vero? aveva risposto lei velenosa. – Non c’è problema, sai. Sei libero. Vai!” “Ma che discorsi! Cosa dici?! – l’aveva sgridata stizzito Salvatore provando un moto di ribellione. – Pensi di fare la vittima adesso? Eh no, mia cara! Sei ingiusta. Certo che sei ingiusta. Eh no! Voglio vederti lottare come sto lottando io, credo che questo me lo devi. “Io non ti devo un bel niente – l’aveva rintuzzato lei. – Così vediamo se dipende veramente da me. Vai, vai! Trovati pure un’altra e mettila incinta. “Enza, basta con queste scemenze! Non farmi peggiore di quello che sono. Già è difficile… il problema non è tuo o mio, il problema è nostro, intesi?” “Appunto! L’hai detto, il problema!” aveva gridato lei a sua volta mentre le lacrime le rigavano il volto. “Ma proviamoci almeno!” “Sono stufa di provarci … e poi provare cosa? Vuoi risolvere il problema a parole? Che ci vengo a fare a quelle … cosa diavolo serve stare a sentire altre parole?” 170 La donna accanto “Cristo, Enza! – aveva esclamato Salvatore mettendosi le mani nei capelli. – Non ho la bacchetta magica, magari l’avessi. Fai tu una proposta allora.” “Non ci sono proposte da fare, lo vuoi capire o no?! Non c’è niente da fare! Non c’è un bel niente da fare! Lasciami stare, lo vuoi capire?! … Lasciami stare!!” Stava singhiozzando. Salvatore l’aveva abbracciata cercando di calmarla; era rigida come una tavola, le braccia ripiegare sul petto, quasi dovesse difendersi da qualcuno che voleva abusare di lei. “Non può essere sempre tutto bianco o nero – le aveva sussurrato lui dolcemente. – Ci sarà pure qualcosa nel mezzo, o sbaglio? Certo che un figlio nostro non lo avremo. Ma dovrei forse auto distruggermi per questo? Lo vedi che io sono ancora vivo? È perché io voglio restare vivo… Anche tu sei viva, e hai il dovere di vivere, non hai il diritto di auto distruggerti. Guarda cos’è capitato a tuo fratello, come credi che dovrebbero sentirsi, lui e tua cognata? Lei un figlio lo aveva, ma glielo hanno portato via e adesso non riesce più ad averne nemmeno lei. Proviamo Enza, sforziamoci di accettare qualsiasi cosa può aiutarci, anche se non potrà mai darci un figlio. Qualsiasi cosa sarà comunque meglio di questo imbuto d’angoscia che ci sta trascinando ogni giorno più giù.” **** Quel pomeriggio, nonostante tanto recalcitrare, Enza era finalmente salita in auto per accompagnare Salvatore all’incontro domenicale, e nemmeno la stranezza del luogo era valsa sulle prime a scuoterla, già sbadigliava. Erano arrivati all’ultimo momento, quando stavano iniziando e pertanto non c’erano quasi più posti liberi a sedere, se non poche seggiole nell’ultima fila, in un angolo, da dove si aveva una pessima visuale sulla sala. Il tema previsto per quel giorno era la Grazia. Dopo l’intervento di alcuni presenti, aveva preso la parola Silvano per illustrare i punti fermi essenziali per la comprensione della Grazia. Aveva premesso, innanzitutto, che non è semplice saper riconoscere la Grazia: essa infatti viene spesso scambiata per qualcosa di La donna accanto 171 diverso, poiché si è propensi a credere che essa sia portatrice di gioia, fortuna, benessere, salute e bellezza; questo può anche essere, a patto di comprendere il vero scopo di queste benedizioni. Molto spesso, invece, la Grazia non è direttamente e immediatamente riconoscibile; di fatto essa non ha nome né etichetta e non sarebbe neppure descrivibile di per sé, se non attraverso le sue manifestazioni e gli effetti che determina tramite coloro che vogliono servirsene come aiuto per la via della liberazione dalle angustie, dalle preoccupazioni, dalle malattie. Aveva sottolineato l’importanza di intendere la Grazia come un’emanazione dello spirito di libertà che segue unicamente il proprio mandato, il quale consiste nel collaborare all’evoluzione verso la perfezione. Questo è anche il motivo per cui essa si dona a chi è consapevole di assumersi il carico di responsabilità che essa comporta. Ad esempio, aveva aggiunto, la Grazia opera secondo modalità e tempi che non coincidono quasi mai con ciò che ci si aspetta o si vorrebbe. Proprio per queste ragioni, aveva detto, spesso la vera Grazia rimane misconosciuta a favore di altre manifestazioni che apparentemente sembrano favorevoli, ma in realtà sono semi della divisione e, come tali, destinati a produrre guasti e dolore, prima o poi, com’è nella natura della divisione. Silvano aveva anche precisato che la Grazia non può in nessun caso favorire alcuni a discapito di altri, poiché essa è al di sopra della giustizia e della legge. La Grazia pertanto sorregge sia la giustizia che la legge, ma le oltrepassa manifestandosi nella vera fede, qualunque essa sia. La via della Grazia è individuale, aveva concluso, come lo è la vita di ognuno, e in questo sta la sua grandezza. Essa lascia piena libertà: libertà di pensare, di volere, di agire. Al termine della spiegazione nella sala regnava l’assoluto silenzio, tanto che ognuno poteva avvertire il proprio respiro. Mentre un ragazzo stava per prendere la parola e commentare quanto aveva udito, proprio in quel momento accadde qualcosa di talmente insolito e per certi aspetti inquietante da fissarsi per sempre nella memoria dei presenti e costituire per molto tempo argomento di discussione e confronto. 172 La donna accanto Era accaduto che la pianta di Ficus Benjamin posta di fianco alla pedana, sulla quale stavano seduti Silvano e Giovanni, iniziasse a ondeggiare vistosamente e che le foglie vibrassero come sospinte da un soffio di vento. Tutti nella sala erano trasaliti mentre la persona che stava parlando in quel momento ammutolì. I presenti fissavano l’alberello sbigottiti, e quando questo smise di oscillare avevano rivolto gli sguardi interrogativi su Silvano, quindi si erano guardati l’un l’altro per essere certi di aver assistito realmente a ciò che anche altri avevano potuto osservare. Poiché, di certo, non c’era stata nessuna corrente d’aria nella sala e nessuno aveva sfiorato o urtato l’albero. Erano calati interminabili attimi di silenzio. L’aria era come addensata. Salvatore era rimasto interdetto. Enza, al contrario, non si era accorta di niente, un po’ perché distratta dalla novità dell’ambiente e un po’ perché annoiata. Sentendo piombare d’improvviso il silenzio, tuttavia, anche lei aveva allungato il collo, guardando ora Giovanni, seduto sul fondo della sala a fianco di Silvano, e ora il marito, seduto accanto a lei. “Ho capito” aveva sussurrato il veggente raccolto in se steso e proteso di lato a capo chino. Sembrava stesse tendendo l’orecchio alla sua sinistra, verso qualcuno presente lì a fianco e che questi gli stesse ponendo delle domande o volesse delle informazioni. “Sì, va bene” aveva aggiunto facendo un cenno affermativo col capo. Erano tutti esterrefatti, increduli di fronte a un simile comportamento, perché non c’era nessuno da quella parte, un bel niente, nulla. Così, una palpabile inquietudine aveva pervaso l’assemblea, derivante dal fatto che, affidandosi alla fisicità della vista, non si riusciva a vedere nient’altro se non Silvano che confabulava a vuoto, per cui si aveva l’impressione che il Fiorini stesse parlando con un fantasma, come fanno i matti. In realtà, se qualcuno dei presenti fosse stato in grado di utilizzare l’occhio dello spirito, o l’occhio del sottile, allora avrebbe potuto davvero vedere qualcosa accanto a Silvano, una cosa simile ad un plasma luminoso e scintillante: un angelo, l’angelo della consolazione. Poi, come se la conversazione con quel qualcosa o qualcuno che La donna accanto 173 non si vedeva stesse terminando, Silvano si era rivolto verso quel niente, mormorando dei suoni che parvero un commiato incomprensibile anche a coloro che gli erano vicini, seduti in prima fila. E infine, rivolgendosi ai presenti ad alta voce, lui aveva semplicemente chiesto: “C’è un posto libero da qualche parte?” Una ragazza, seduta di fianco ad Enza, poco prima se ne era andata lasciando libero il suo posto. Salvatore aveva notato la sedia vuota, poiché nessuno l’aveva occupata, pensando forse che la giovane sarebbe presto rientrata. “C’è un posto libero da qualche parte?” aveva chiesto nuovamente il veggente. Allora era toccato a Salvatore rompere l’indugio, adempiendo così, a sua insaputa, al ruolo altamente simbolico assegnatogli. “Qua in fondo c’è un posto vuoto” aveva detto con voce sicura, cercando di non tradire l’emozione che gli agitava il cuore. Molti si erano girati verso di lui per vedere cosa stesse succedendo, ma non c’era niente da vedere neppure lì, per cui avevano subito ricondotto lo sguardo su Silvano, che taceva. Allora, con gli occhi dello spirito, i presenti avrebbero potuto osservare l’Angelo della consolazione prendere commiato dal veggente e, alzato lo sguardo sulla sala, dirigersi verso il posto lasciato libero, sfiorando con le vesti di luce le persone al suo passaggio. Avrebbero potuto vedere l’Angelo sostare di fronte a Enza ed osservare il segno stabilito per indicare colei alla quale doveva portare la Grazia: il posto vuoto, simbolo di privazione e sofferenza psichica ancor prima che fisica. Con lo sguardo dello spirito, avrebbero visto l’Angelo della consolazione sedersi sulle ginocchia della donna, guardarla intensamente con il volto sorridente, abbracciarla e avvicinare il viso al suo; quindi afferrare un lembo della veste di luce e sollevarlo sopra il capo. Con la vista del sottile li si sarebbe potuti vedere scomparire entrambi per un istante. Un solo immenso istante. Enza aveva sussultato spostandosi all’indietro e aveva afferrato istintivamente Salvatore per la giacca, come se cercasse di reggersi dallo scossone. “Cosa c’è Enza? – le aveva chiesto lui. – Tutto bene?” Lei aveva 174 La donna accanto esitato un attimo prima di rispondere. Pareva non rendersi conto di dove si trovava esattamente. “Bene – aveva sospirato flebile con l’accenno di un sorriso, – mi sento bene, un po’ frastornata ma non è niente.” “Continuiamo” aveva detto Silvano, intendendo così porre fine alla pausa. La persona che era stata interrotta aveva dunque ripreso la parola, ma solo per dire che aveva perso il filo di quello che stava dicendo, e in ogni caso riteneva più interessante avere qualche spiegazione a proposito di quello che si era visto. Quello che è successo – aveva risposto il veggente guardando al di sopra delle teste – non è necessario spiegarlo esattamente. Basti sapere che c’è la possibilità di ricevere la Grazia nel modo più semplice e meno appariscente. La Grazia è tale perché si dona: è lei che si offre; non sono le preghiere, né i sorrisi, né le belle parole ad attirarla. Certo, bisogna saperla accettare quando arriva e può arrivare in qualsiasi momento, quando meno uno se lo aspetta. Ecco, in questo momento tutti noi abbiamo ricevuto una Grazia: qualcuno… più ammalato di altri, ha avuto una Grazia, diciamo particolare. Ma anche tutti gli altri hanno ricevuto una Grazia. E quale? Quella di vedere la fede all’opera, quella di poter constatare con i propri occhi e poter credere senza dover dipendere dalle assicurazioni degli altri. Se poi uno si ostinasse a dire: io ho visto soltanto una pianta scuotersi e dondolare, non ho visto sfavillare lingue di fuoco, non ho visto schiere di angeli con la spada scendere dal cielo, non ho udito squilli di trombe celesti. E allora a cosa dovrei credere? Se uno dicesse: “Io credo soltanto a ciò che vedo e non posso credere a quello che non vedo”, ecco, se nonostante tutto uno continuasse a pensarla in questo modo, quello è un problema suo. Ma la Grazia c’è, ed è sempre operante. **** Terminato l’incontro si erano alzati tutti avviandosi verso l’uscita. Per consuetudine, prima di lasciare la sala ognuno riponeva la propria sedia ripiegata in file ben ordinate. Si era creata la solita La donna accanto 175 confusione: alcuni prendevano anche la sedia del vicino, così che vi fossero meno persone accalcate a sistemarle. Nel trambusto, Enza si era trovata nel mezzo di un gruppo sospinta verso l’uscita. Era stato a quel punto che lei aveva avvertito qualcuno afferrarle la mano. Le era sembrato un tocco delicato e minuto; si trattava infatti della piccola mano di una bambina la quale, cercando una stretta rassicurante, l’aveva scambiata per sua madre. Che fosse Enza o piuttosto la piccina a essere maggiormente sorpresa da quell’inaspettato contatto sarebbe stato difficile stabilirlo. Sta di fatto che dopo un istante i loro occhi si erano incontrati senza che nessuna delle due lasciasse la presa. “Come ti chiami?” le aveva chiesto per prima la bambina. “Enza e tu?” “Laura” aveva risposto la piccola. “Dov’è la mamma Laura?” “È con mio fratello.” “E dove sono?” Laura si era guardata intorno, ma essendo piccola non poteva spingere lo sguardo oltre le gambe di coloro che le stavano intorno. “Ah, sei qui” aveva detto una signora rivolgendosi alla bambina. “Buona sera sono …” “Piacere, Judit” aveva risposto telegraficamente la mamma di Laura senza neanche lasciar terminare la frase alla signora Floridia. Quasi non la guardò nemmeno, perché l’altro figlio la stava chiamando insistentemente tirandole la gonna. “E adesso cosa c’è?” gli aveva chiesto prendendolo in braccio. “Signore benedetto – sospirava – possibile che non si possa mai stare un attimo tranquilli con voi?” Il piccolo si stropicciava l’occhio con una mano e piagnucolava, segno che forse aveva sonno. O forse voleva solo delle coccole, dopo essere stato tranquillo per oltre un’ora ad ascoltare cose da grandi. “Ora andiamo fuori così puoi giocare con Bianca, va bene?” aveva detto Judit per farlo stare buono, indirizzandolo verso un festoso cane Terranova. “Mamma posso stare un po’ con Enza?” aveva chiesto Laura sollevandosi sulle punte dei piedi. La madre aveva acconsentito, non prima di avere fatto le scontate raccomandazioni. 176 La donna accanto Così Enza era stata trascinata da Laura verso l’uscita. Con un cenno del capo aveva fatto comprendere a Salvatore che si sarebbero visti fuori, lui le aveva risposto a gesti che si fermava un attimo a salutare Giovanni. Laura ed Enza erano andate a sedersi su una panchina in giardino. “Quanti fratelli hai, Laura?” chiese Enza. “Ho un fratello e una sorella.” “Dunque – ragionava la signora Floridia ad alta voce – il fratellino l’ho visto con la mamma e la sorellina è forse assieme al papà?” “Sì, è a casa col papà” – aveva confermato la piccola che nel frattempo si era sistemata sulle sue ginocchia abbracciandola al collo. Enza si era stupita della confidenza che Laura le accordava; si era meravigliata di sentirsi a suo agio in quella situazione, così come aveva sussultato accorgendosi di aver cinto con un braccio la bambina, mentre con l’altra mano aveva iniziato ad accarezzare quel piccolo angelo. L’aveva stretta forte a sé, percependo il calore del suo corpicino entrare in lei come un fuoco che scioglie e fa scorrere la linfa vitale in rigagnoli che ravvivano terre desolate, lungamente afflitte dall’arsura e dall’abbandono. In silenzio, socchiudendo gli occhi umidi, aveva immaginato che avrebbe anche potuto andarsene così, per sempre, con lei tra le braccia. L’aveva stretta con l’impeto del momento estremo, dell’ultimo istante in cui sembra che l’esistenza si sveli e che tutto si compia. Avvertendo la forza di quell’abbraccio disperato, Laura si era scostata un pochino per fissare la donna con uno sguardo interrogativo, cosicché Enza era stata costretta a ricomporsi, ad allentare la presa e ad asciugarsi le lacrime con il dorso della mano, mentre tentava di abbozzare un sorriso. Poi, aveva cercato di riannodare il filo del discorso interrotto dal soprassalto emotivo e, non sapendo da dove trarre ispirazione, si era messa a osservare la bambina cercando lo spunto per il dialogo da quel piccolo mondo che le appariva così perfetto. E aveva iniziato dai sandali. “Belli questi sandali rosa, te li sei scelti tu?” “No, me li ha regalati lo zio per il mio compleanno.” “Anche questa gonna è carina, ti sta proprio bene sai” aveva aggiunto Enza con il tono di chi se ne intende. La donna accanto 177 “Ne ho tante a casa. Questa è quella che mi sta meglio” aveva replicato Laura con un fare da signorinella. Enza le accarezzava i capelli castano chiaro, lunghi, morbidi e sottili come seta, soffici come lei non li aveva mai avuti. Erano trattenuti a lato da una forcina rosa ornata da brillantini, fatta per metà come fauci di coccodrillo, e per metà a becco di fenicottero. Accarezzava Laura dappertutto, Enza, osservandola estasiata, tanto che la bambina aveva sgranato gli occhi chiedendo a suo modo il motivo di tutto quell’ interesse. L’aveva fatto usando la delicatezza e il tatto che molti adulti non avranno mai, neanche a novant’anni. “Dov’è la tua bambina?” aveva chiesto con un filo di voce, quasi temesse di arrecare altro turbamento in quel viso già umido per il pianto. “Io non ho una bambina come te” aveva risposto Enza. “Com’è la tua bambina?” “No, voglio dire che non ho proprio nessuna bambina.” “Allora hai un bambino!” “No, amore, non ho neanche un bambino.” “E perché no? “Ci vorrebbe tanto tempo per raccontarti – aveva detto Enza emettendo un profondo respiro. – Vieni sempre a queste conferenze, Laura?” “La mamma mi porta ogni domenica. Una volta viene Giacomo, e una volta viene Sara. Invece io ci vengo sempre.” “Bene – aveva ripreso Enza – se la prossima domenica ci sei, magari ti racconto la storia del mio bambino.” “Ma se hai detto che non hai un bambino.” “Ce l’avevo, ma adesso non c’è più.” Nel frattempo, Salvatore era uscito e si stava guardando attorno per ritrovarla. Le vide, accoccolate l’una all’altra sulla panchina a fianco della fontana, e si era avviato lungo il viottolo per raggiungerle. “Ciao” aveva salutato sedendosi accanto a loro. “Ciao” aveva risposto la piccola. “Lui è Salvatore, mio marito, …” aveva cominciato a spiegare Enza, quando fu interrotta da un richiamo. “È la mamma che ti chiama, sarà meglio che andiamo, cosa dici?” Judit stava cercando Laura, perché la persona che aveva dato 178 La donna accanto un passaggio a lei e ai figli era sul punto di andarsene e non voleva restare appiedata. Allora Salvatore si era offerto di accompagnarle lui, a casa, e anzi, data l’ora, aveva proposto di andare a mangiare una pizza in compagnia prima di rincasare. Enza annuiva, e anche Judit sembrava dell’idea, per non parlare di Laura che sprizzava entusiasmo. **** “Sai Guido – confessò Salvatore mentre, al tavolo del ristorante, versava altro vino per sé e per l’amico – mi sono reso conto che la malattia di Enza era anche la mia malattia. Diceva bene Silvano quando mi raccomandava di tenere sotto controllo i pensieri, di sgomberare il cuore da certi desideri.” “Cioè?” chiese Guido. “In effetti, mi sono accorto che anch’io ero deluso, amareggiato, forse più di Enza. Ero arrabbiato con il mondo perché mi sentivo tradito e non riuscivo ad accettare la condizione della nostra vita. “Però tu non ti sei ammalato” osservò Guido. “Non mi ero … ‘ancora’ ammalato – precisò Salvatore. – Probabilmente mia moglie, essendo più fragile e più esposta a certe pressioni in quanto donna, aveva manifestato la malattia prima di me. Ma sono convinto che se le cose non fossero cambiate, prima o poi mi sarei ammalato seriamente anch’io di qualcosa.” “In sostanza, allora, cos’hai fatto?” gli domandò Guido. “In pratica, ho dovuto rivedere l’idea che avevo di me stesso. Ho riconsiderato la mia vita in prospettiva, cercando di trovare un significato a cose che parevano non averne, sulle quali non mi ero mai soffermato a meditare; soprattutto quelle che non mi soddisfacevano. Accettare, soprattutto accettare. Ho dovuto accettare senza oppormi. Tu mi conosci Guido e sai bene che non mi rassegno facilmente, ma questo forse vale per tutti. Come si fa ad accettare una privazione o una sconfitta senza ribellarsi, senza lottare, senza provarci almeno? Però è assolutamente necessario, sai…. Silvano me l’ha detto chiaramente : è meglio abituarsi un po’ alla volta all’accettazione della sconfitta, altrimenti alla fine sarà un tormento insostenibile. Rinuncia alla ribellione e impara ad accettare le sconfitte 179 La donna accanto ora che puoi, perché lo spirito dell’accettazione ti renderà più forte e libero di quanto tu possa immaginare. Insomma – continuò poi Salvatore riprendendo il capo del discorso – già dopo la seconda domenica da quando era avvenuto l’incontro con Laura, Enza aveva iniziato a contare i giorni che mancavano alla domenica successiva. E ti dirò di più: quando io ero di turno si recava da sola agli incontri, per cui doveva pure arrangiarsi con l’auto.” **** Salvatore continuava a raccontare come, in pizzeria, poi, lei sembrava rifiorire. Che differenza rispetto alla Enza tirata delle cene sofisticate tra colleghi e rispettive consorti! Salvatore era disposto a offrire la pizza a Laura e ai suoi tutte le domeniche pur di veder sorridere la moglie. Per quanto sorprendente gli potesse sembrare, si era accorto che l’effetto positivo della bambina sull’umore di Enza era duraturo più delle sedute dallo psicanalista, tanto da convincersi che una mano santa si fosse posata su di loro. Non era quello che aveva sperato? Non era stato il suo pensiero fisso quello di trovare un aiuto, qualsiasi fosse stato? Enza affrontava l’incontro domenicale, confidando di avere sempre accanto Laura; necessariamente interagiva con chi stava attorno a lei, ma si stancava molto in fretta. Salvatore aveva fatto il possibile, innanzitutto, per conservare l’equilibrio emotivo e vigilare affinché il cammino in cui si erano addentrati non fosse smarrito per nessuna ragione. Proprio il pensiero di rendere più stabile la frequentazione tra la moglie e la bambina lo aveva spinto un giorno a confrontarsi con il padre di Laura, il quale assisteva agli incontri in modo meno assiduo rispetto a Judit. I De Biasi erano indigenti a motivo di una sfortunata serie di circostanze che li avevano privati dell’aiuto delle rispettive famiglie d’ origine e a causa, inoltre, di problemi fisici dovuti a un incidente, che affliggevano il signor Ernesto De Biasi, impedendogli di svolgere appieno il ruolo di capofamiglia. Era sua moglie la fonte principale di reddito, ma con tre figli a carico e l’affitto da pagare erano spesso in grosse difficoltà. 180 La donna accanto Judit prolungava gli orari di lavoro per guadagnare qualcosa di più a discapito della presenza in famiglia; Ernesto stava in casa dove riusciva a svolgere un lavoretto a cottimo, sbrigando qualche faccenda domestica e badando ai figli. Salvatore aveva constatato che il padre di Laura era una persona semplice e affabile. Perciò gli disse apertamente di cosa si trattava. Gli spiegò che, da quando aveva incontrato la piccola Laura, sua moglie pareva aver iniziato a lasciarsi alle spalle certe angustie che l’avevano afflitta negli ultimi anni. Si disse disposto a sostenere le spese necessarie pur di consentire alle due di frequentarsi con regolarità, sempre nei limiti consentiti dai rispettivi impegni familiari. Il padre di Laura gli aveva risposto che lui e sua moglie si erano ritrovati con più figli di quanti potessero mantenere decorosamente ed erano abituati a ricevere aiuti da chicchessia senza farne una questione d’orgoglio. Insomma, accettava di buon grado perché in quel caso loro ricevevano sì un aiuto, ma potevano dare ai Floridia qualcosa di utile in cambio e non si sentivano pertanto soltanto debitori. “Vede signor Floridia – aveva aggiunto De Biasi – la questione è che il mondo è veramente spartito male. Lei e sua moglie siete a disagio perché vi manca l’affetto di un figlio, mentre noi siamo in difficoltà perché non riusciamo a dare ai nostri tutto quello di cui avrebbero bisogno. Che vuole che le dica, sono venuti e li abbiamo accolti. Eviterei, tuttavia, per il momento di pianificare gli incontri tra sua moglie e mia figlia. Da cosa nasce cosa. Se vanno d’accordo, se si trovano bene assieme, saranno loro a stabilire come e quando, le sembra? Nella massima libertà, intendo. In ogni caso devo sentire anche il parere di mia moglie. “Ovviamente, certo – aveva convenuto il brigadiere rincuorato. – Per il momento è importante che non vi siano preclusioni, poi si vedrà. Lei non sa quanto mi solleva sapere che siamo della stessa opinione. **** La cosa tuttavia non risultò assolutamente semplice perché, nonostante la lusinghiera dichiarazione d’intento del signor Ernesto, lui La donna accanto 181 e la moglie nutrivano delle perplessità sul da farsi. Vi era indubbiamente la disponibilità a un aiuto reciproco ma, a parte la condivisione delle riunioni domenicali, per il resto i Floridia erano degli emeriti sconosciuti con i quali avevano trascorso qualche ora gradevole. Ernesto temeva in particolare che Laura fosse oggetto di attenzioni eccessive e, chissà, anche morbose, da parte di una coppia che non conosceva nulla dei bambini; Judit, dal canto suo, voleva essere sicura di avere per sé tutti e tre i figli nei momenti che riusciva a dedicare alla famiglia e che non si creassero incomprensioni o gelosie tra di loro. I signori De Biasi non erano ancora riusciti a cogliere quel non so che di straordinario già in atto tra Enza e la figliola. Con altri adulti, egualmente sconosciuti, Laura non si comportava allo stesso modo, non le brillavano gli occhi come quando stava assieme a Enza. Alla domanda dei genitori, i quali volevano farsi un’idea di come lei percepisse la signora Floridia, Laura aveva risposto che la trovava simpatica; loro si stupirono, perché fino a quel momento simpatica o antipatica lo era stata solo qualche amichetta di scuola, ma la cosa finì lì. In pizzeria, gli occhi delle due parevano bussole orientate l’una sull’altra. A volte era la bambina ad avvicinarsi a Enza per sollecitarne l’attenzione, a volte era la donna a cercare il contatto per farle una carezza. Per non risultare invadente, Salvatore aveva dapprima lasciato cadere l’argomento, attendendo pazientemente che fossero i genitori di Laura ad affrontarlo nuovamente. Nel frattempo aveva sondato l’umore di Enza, la quale si era detta entusiasta alla prospettiva di frequentare la bambina nei giorni feriali, magari per aiutarla nello studio. Trascorse alcune settimane, tuttavia, visto che i De Biasi tergiversavano, Salvatore aveva deciso di rompere gli indugi proponendo ai genitori di Laura l’aiuto della moglie per farle svolgere i compiti. Effettivamente un po’ di tensione si era creata tra le due coppie, tanto che fu Judit questa volta a prendere di petto la situazione. Per eliminare ogni scrupolo, propose di chiedere un’opinione direttamente a Silvano, suscitando le rimostranze del marito, secondo il quale non si poteva ormai neanche più stabilire il menu delle feste comanda- 182 La donna accanto te senza l’avvallo di Silvano. Per tutta risposta lei gli aveva ricordato che se non fosse stato per i consigli spassionati ricevuti da quell’uomo, già da tempo della loro famiglia non sarebbe rimasto altro che il nome. Al quesito se fosse saggio o quanto meno opportuno affidare Laura a Enza per qualche pomeriggio, Silvano aveva risposto di sì, che andava bene. Aveva inoltre invitato Judit ed Ernesto a vivere con serenità quella esperienza, poiché sarebbe stata positiva per tutti. Così, forti di questo appoggio, i genitori di Laura erano passati dalla titubanza all’entusiasmo, spingendo la figlia verso l’amica e incoraggiando gli incontri anche quando quest’ultima avrebbe preferito starsene per conto proprio. Bizzarrie dell’animo umano. Dal canto suo, Laura non aveva mai perso la propria spontaneità: non l’aveva persa quando sentiva il papà e la mamma discutere animatamente dei Floridia, e neppure quando coglieva l’immagine specchiata della loro apprensione nel nervosismo di Enza. In ogni caso, a mano a mano che i Floridia e i De Biasi aumentavano la confidenza, la situazione era parsa stabilizzarsi nella reciproca stima. Poiché l’aveva detto Silvano, del cui parere nutrivano fiducia pressoché assoluta, in breve i genitori di Laura non frapposero nessun ostacolo alla frequentazione sempre più stretta tra la figlia ed Enza, frequentazione che andava ben oltre i compiti per casa. 183 La donna accanto VERTIGINI “Se le vedessi, Guido … e le vedrai – disse Salvatore rapito in una sorta di contemplazione a distanza – in certi momenti Enza e Laura mi sembrano davvero madre e figlia, in altri invece ho la sensazione di trovarmi davanti a due sorelle. È così strano … non so cosa sia … A volte mi dico che non c’è niente da capire, ma solo da vivere. Poi, però, non ne sono più tanto sicuro.” **** Laura ed Enza parevano due persone che hanno ritrovato il piacere della compagnia l’una dell’altra dopo un periodo di separazione: sembravano agire in virtù di una frequentazione che in realtà non c’era mai stata. I ruoli del bambino e dell’adulto risultavano sfumati e sovrapposti senza creare forzature. Traspariva in Laura, che aveva sette anni, l’insolita attitudine a percepire e a corrispondere alle gradazioni del dolore interiore come potrebbe fare solo chi una vita intensa l’ha già vissuta. Intelligente e dotata di un buono spirito d’osservazione, ella dimostrava né più ne meno la sua età, ma con Enza era diversa. Con Enza la sua capacità di entrare in empatia era esaltata, come se prendesse veramente sotto braccio lo spirito ammalato della donna e stringesse al suo piccolo petto di bambina le mani di Enza per scaldarle, per infondere coraggio e sicurezza. D’altra parte Enza la coccolava specie quando suo padre non poteva prestarle attenzione. Si metteva a sua disposizione per svolgere i compiti, le preparava il tè deteinato con i biscotti, oppure la cioccolata. Tra i sussidiari, i quaderni e le matite colorate Laura non si faceva nessuno scrupolo a chiedere aiuto, a pretendere anche, sbuffa- 184 La donna accanto va per il carico di compiti e cercava di barare con gli esercizi. Eppure, più che trovare motivo di gratificazione nel supporto offerto alla bambina, Enza si sentiva rafforzata e traeva fiducia proprio dal contatto che si instaurava tra loro due. Con quel suo modo di fare delicato e avvolgente la piccola sembrava bussare alle porte dietro le quali Enza custodiva il suo fardello di dolore. Vicino alla bambina, Enza era dimentica di se stessa: da un lato concentrava la propria attenzione su di lei, dall’altro, in questo modo, stranamente pareva essere in grado di osservare le cose con più obiettività, come se in quei momenti venisse rimosso il velo di sofferenza che la opprimeva e che deformava tutto ai suoi occhi. Essendo a conoscenza delle difficoltà economiche dei De Biasi, Enza accompagnava qualche volta Laura ad acquistare ciò che maggiormente le serviva: un paio di scarpe, un nuovo zainetto, un cappottino elegante. All’inizio Salvatore aveva evitato di mettersi tra loro due, temendo di alterare il rapporto esclusivo che s’era creato. Inoltre, Laura ed Enza si frequentavano per lo più di pomeriggio, quando lui era al lavoro. A volte era Enza a recarsi a casa dei De Biasi, dove si intratteneva anche con il padre di lei o con Judit se era tornata dal lavoro. A volte era uno dei due genitori ad accompagnare la bambina da Enza, che la riaccompagnava poi a casa, a meno che non fosse troppo stanca per mettersi in strada di sera, nel qual caso era Salvatore a farlo. Dopo qualche tempo, inoltre, per una questione di orari, la bambina aveva iniziato a cenare presso i Floridia quasi tutti i martedì. In seguito c’erano state alcune uscite domenicali, a vedere dei film per ragazzi, il palio della città, per una gita a Venezia o una passeggiata sui colli … Laura era contenta, Enza sembrava riscoprire la vita, Salvatore sentiva allentarsi la morsa d’angoscia che gli aveva stretto il cuore per tanto tempo. Una sera, mentre stavano a passeggio per le vie del centro, i tre avevano sostato davanti alla vetrina di un negozio d’abbigliamento. Salvatore si era messo a osservare l’immagine riflessa dal grande cristallo antisfondamento: mamma, papà e figlioletta al centro, stretti per mano. Nitida e dettagliata più di una foto, quella visione raccoglieva tutti i simboli della loro vita: oltre la vetrina, le croci e le 185 La donna accanto delizie del lavoro che tanta soddisfazione e amarezza aveva procurato a Enza; al di qua, nel trambusto della città, il destino di Salvatore e nel mezzo Laura, la figlia che avrebbero desiderato. “Una vera famiglia” aveva pensato Salvatore. “Perché non portiamo Laura con noi a Catania la prossima estate?” aveva proposto rivolgendosi alla moglie. Enza si aprì in un sorriso: “Buona idea, basta che a lei vada bene e che i suoi genitori siano d’accordo. Vero, Laura?” Laura li guardava stupita. “Dov’è Catania?” “Lontano – aveva spiegato Enza con fare da professoressa. – Non ti ricordi? L’abbiamo studiata in geografia: è in Sicilia.” “È vero! Vicino al vulcano …” “Che si chiama Et …?” “Etna” aveva risposto sicura Laura. A Salvatore erano luccicati gli occhi. **** Enza adorava Laura e aveva una grande ammirazione per Judit, alla quale il rapporto sempre più stretto tra la figlia e l’amica non creava nessun disturbo. Judit era al corrente dei problemi di Enza, ma non era affatto preoccupata che si potessero ripercuotere sulla figlia, anzi, si mostrava fiduciosa perché, parlando con Enza, non aveva avuto assolutamente l’impressione di trovarsi di fronte a una squilibrata, ma piuttosto a una persona provata che stava cercando il proprio equilibrio. D’altra parte apprezzava sinceramente l’aiuto, anche economico, che riceveva dai Floridia. Un rapporto d’amicizia particolare. La signora Floridia ammirava la signora De Biasi come donna e come madre, in grado di districarsi tra gli impegni del lavoro senza far mancare l’affetto alla famiglia. Nel giro di breve tempo, la mamma di Laura era diventata per lei un punto di riferimento, una specie di modello comportamentale cui aspirare, a prescindere dal fatto di avere o non avere figli. I discorsi che Enza coglieva a malapena durante gli incontri domenicali diventavano più interessanti se era Judit a riprenderli, a filtrarli attraverso la propria esperienza di vita. 186 La donna accanto Judit riproponeva a Enza gli argomenti utilizzando altri esempi, adattandosi ai tempi di assimilazione dell’amica, e quando il boccone risultava comunque troppo grosso, o duro, lo masticava prima lei, perché non soffocasse. A poco a poco, tra le due donne erano nate le confidenze. Judit raccontava a Enza le soddisfazioni, ma anche le preoccupazioni, che i figli portano in dote. Le confidava le incomprensioni con il marito che, con gli anni e nonostante il legame della prole, non s’erano assolutamente risolte, ma erano diventate invece una costante a cui fare necessariamente l’abitudine. Enza, dal canto suo, parlava a Judit dei timori che le agitavano i giorni e le notti, dei fantasmi che la scuotevano profondamente, privandola della serenità e della gioia di vivere che non ricordava più, ma che dopo tutto sperava di recuperare. Era accaduto così che Enza aprisse il cuore a Judit, laddove l’accesso non era stato consentito a nessun altro. Ciò che non aveva mai confidato nemmeno al marito, Enza lo raccontò alla madre di Laura. Non si era chiesta se fosse opportuno metterla a parte di quel vecchio segreto per il quale a volte avvertiva un peso sbattere nella testa fino a trovare la via per scendere nel cuore, farla sobbalzare e poi torcersi nel ventre. Enza non aveva neppure mai sentito la necessità di comunicare quel fatto in confessione, tanto considerava intima la questione : cosa avrebbe mai potuto aggiungere o togliere un estraneo? Ma era stanca di tenere soltanto per sé quel fardello, talmente piccolo, eppure così pesante, come un seme trattenuto fra le dita per un tempo estenuante. Finalmente aveva trovato un luogo dove lasciarlo cadere. Un giorno, quindi, Enza informò Judit dell’aborto a diciassette anni. Le disse che da quando si era accorta di non riuscire ad avere un figlio, s’era trovata a convivere con la sensazione che quella possibilità le fosse negata come punizione per quanto aveva fatto. Secondo lei non le sarebbe mai stato concesso di essere madre perché, quando se n’era presentata l’occasione, l’aveva rifiutata come un fastidio. “Non è detto che sia così – l’aveva confortata subito Judit. – Molte donne non sono in grado di concepire pur non avendo mai abortito volontariamente. Se fosse come dici, quella che tu chiami punizione sarebbe insensata per chi non ha mai fatto nulla.” La donna accanto 187 Com’era semplice e disarmante nella sua logica, Judit! “Io però la sento come una punizione.” “E chi ti starebbe punendo?” Corrugata la fronte, a quel quesito Enza andava scrutando il volto dell’amica, come se avesse bisogno di afferrare completamente il senso di una questione che non le risultava immediatamente comprensibile. Quindi, intuendo che l’altra stava aspettando una indicazione, con tanto di nome e cognome, si era concentrata un istante per cercare un riferimento preciso sul quale appiccicare la responsabilità del verdetto e della punizione. “Chi?” aveva ripetuto Judit sorridendole. Il viso di Enza si era disteso in un sorrisino desolato per l’esito negativo della ricerca. “Lo vedi? È il tuo senso di colpa che ti punisce, anzi il senso di colpa è per se stesso la punizione. “Ma io non sento nessun senso di colpa – se n’era uscita Enza toccandosi il petto con la punta delle dita. – Io avverto una ribellione qui dentro, la necessità di gridare all’ingiustizia.” “Ti sembra di dover sottostare ad un destino troppo pesante?” “Certo! Mi sembra di pagare una pena spropositata.” “Enza ascoltami – le aveva detto allora Judit con tono amabile, quasi materno – non voglio contraddirti, per carità, nessuno ti impedisce di credere che sia così, ma il fatto è che non c’è nessun giudice e nessun tribunale al di fuori di noi stessi. D’altra parte, senti: cosa dovrebbe mai dire chi viene ammazzato mentre se ne va tranquillo per la sua strada sapendo di non aver fatto niente di male? Chi gli ha inflitto la morte non è un giudice sovrannaturale troppo severo o sbadato; no, è un essere umano come te e come me, come tuo marito, o il mio, qualcuno che ha deciso di sparare, di accoltellare, di far esplodere. Dio non c’entra niente in queste faccende. Sono storie fatte di uomini, solo di uomini, dall’inizio alla fine.” “Vedi Enza – aveva proseguito poi la signora De Biasi mentre osservava la reazione alle sue parole – quel giudice in realtà sei tu: prima ti capita di eliminare qualcuno e poi ti lamenti della libertà in nome della quale hai potuto fare quello che hai voluto, e in nome della quale ovviamente anche gli altri possono fare ciò che vogliono. “Ma io non volevo eliminare proprio nessuno” aveva protestato Enza. 188 La donna accanto “Lo spero bene. Neanche chi va a fare una rapina parte con l’intenzione di eliminare qualcuno: ha in mente solo i soldi.” Quel paragone disorientava Enza, visibilmente perplessa e corrucciata. “Possibile che il suo comportamento fosse in qualche modo anche solo avvicinabile a una cosa del genere?” In fin dei conti, quel vecchio incidente era stato causato dall’inesperienza nei primi approcci con l’altro sesso. Come poteva essere che vi fosse attribuita tanta gravità?” Poiché lo stupore traspariva dagli occhi dell’amica, Judit allora aveva aggiunto: “Adesso forse non riesci a capire, hai appena iniziato un percorso che ti condurrà ad apprendere conoscenze dimenticate. Ma credimi che un po’ alla volta ti verrà più chiaro. E allora la rabbia e la ribellione che senti dentro si scioglieranno come ghiaccio al sole e il senso di colpa si trasformerà in tolleranza e accettazione, innanzitutto per te stessa, per la tua vita e per quello che sei. In realtà questa è la formula per la mutazione di ogni cosa in energia d’Amore. Per quanto pesante e traumatica sia, qualsiasi esperienza può essere trasformata e l’energia che se ne ricava può venire utilizzata nel migliore dei modi secondo il grado di consapevolezza raggiunto.” Il tono era rassicurante e, stranamente, ora Judit non guardava la signora Floridia mentre parlava, ma fissava la tovaglia sul tavolo al quale erano sedute, come se stesse traendo ispirazione dall’intreccio del tessuto. La sua non era una spiegazione, perché sembrava parlare a sé, non ad altri; pareva voler ricordare soprattutto a se stessa il motivo ultimo del proprio percorso di conoscenza. “Tu come sei arrivata da Silvano, Judit?” aveva chiesto Enza che era impressionata dalla padronanza con cui la madre di Laura affrontava certi argomenti a lei sconosciuti. In cuor suo si stava chiedendo quanto tempo le sarebbe stato necessario per assomigliarle. “Non riuscivo a trovare chi mi aiutasse a stare meglio – aveva iniziato a raccontare Judit. – Avevo provato un po’ di tutto, cercando anche molto lontano e, quando ormai mi ero rassegnata, un’amica alla quale avevo confidato il mio stato mi ha parlato di Silvano. “ Eri ammalata?” “Sì, si può dire che fossi ammalata. Ma non era una malattia di quelle tradizionali.” La donna accanto 189 “E cos’era allora?” “Per molti anni ho provato sensazioni d’angoscia inspiegabili. In realtà non c’era niente che mi minacciasse e nonostante le difficoltà che dovevo superare in famiglia avevo una vita normale, voglio dire una vita che non era poi tanto diversa da quella della maggior parte della gente. Succedeva senza preavviso, soprattutto di sera; mi pareva di stare all’interno di un grande nero vuoto, senza poter decidere da che parte muovermi. Mi sentivo impotente. Ero condensata in un unico punto: tutta me stessa in uno spazio infinitamente piccolo che racchiudeva il mio passato il presente e il futuro. Eppure quel punto non era niente, un nulla che mi paralizzava. Avvertivo un senso di nausea molto forte e mi chiedevo come potevo provare sensazioni tanto intense pur essendo così insignificante. Mi domandavo come un nulla potesse sentire un vuoto incolmabile. Poi arrivava una pressione tremenda su tutto il corpo, come se qualcosa volesse far scoppiare quel minuscolo granello con tutto quello che c’era dentro: il buio, il silenzio, tanta tristezza, solitudine e paura. Avevo chiesto il parere di alcuni specialisti, secondo i quali non avevo assolutamente niente, sanissima. Finché, come ti dicevo, non ho trovato Silvano, il quale mi ha detto che si trattava di vertigini.” “Vertigini?” disse incredula Enza. “Vertigini della terza dimensione. È una specie di timore che ti prende quando stai imparando a fare qualcosa di nuovo, che non è propriamente pericoloso, ma può essere comunque molto impegnativo. Allora hai paura, innanzi tutto perché sai che, una volta familiarizzato con quella nuova capacità, per prima cosa ti sentirai un po’ più sola, almeno fino a quando non avrai incontrato chi sta percorrendo la tua stessa strada, non so se mi spiego.” Una smorfia di Enza stava ad indicare che la spiegazione non era sufficiente. “Come quando impari a fare roccia: dapprima ti vengono i brividi a pensare che sarai da sola, appesa lassù, a confrontarti con la parete. Poi, col tempo, trovi dei compagni più esperti che ti danno una mano. Insomma, sono vertigini dovute alla crescita, causate dal passaggio da uno stato a un altro, da una gradino a quello successivo che si trova ovviamente più in alto. 190 La donna accanto “Ma cosa significa terza dimensione?” le aveva chiesto ancora Enza. “Si riferisce alle diverse parti di cui siamo fatti, ed è la prima delle dimensioni del sottile: le comuni vertigini, quelle dovute alla percezione dello spazio tramite gli organi di senso, sono invece della seconda dimensione. “E poi, sei stata meglio?” “Sì, un po’ alla volta. Da Silvano ho trovato chi aveva già avuto problemi del genere, persone positive in ogni caso. Ho trovato dei compagni di cordata e per prima è svanita la solitudine. Poi, in meno di un anno sono scomparse anche le altre sensazioni sgradevoli.” “Però! C’è voluto così tanto?” “Quando si pone mano a certe cose è meglio prepararsi a non aver fretta. Comunque non è detto che sia così per tutti. A volte puoi iniziare a sentirti meglio molto presto.” “È vero – aveva convenuto Enza. – A me è capitato così: ho cominciato a stare meglio subito, da quando ho conosciuto Laura. Ed effettivamente mi stupisco di come sia successo.” “È perché la malattia, qualsiasi malattia, ha una struttura tripartita – aveva spiegato Judit – tripartita come ogni altra cosa. Quindi, siccome anche la malattia è fatta di corpo, di anima e di spirito, non si può mai guarire veramente se non si curano tutte e tre le componenti.” “Allora, – aveva arguito Enza, – suppongo che io continuavo a stare male nonostante le cure, perché le medicine non possono alleviare un disturbo in tutte e tre le parti, e per cominciare a guarire veramente ho dovuto incontrare Laura.” “Esatto – aveva confermato Judit annuendo appena. – Mi hai raccontato che prendi degli ansiolitici che fanno bene al corpo, più o meno; poi hai l’amore di tuo marito che è ottimo per l’anima. Ma ti mancava la medicina per lo spirito che hai trovato in Laura. Anche se lo spirito non si riesce a vederlo, tuttavia si può avere un’idea delle condizioni in cui si trova considerando gli effetti che ha sulle altre parti, che sono più facili da osservare.” “Dio mio come siamo fatti! – aveva detto Enza sospirando. – È così semplice, eppure così difficile.” “Sì, è così difficile, eppure così semplice.” 191 La donna accanto Sbirciando l’amica, Enza aveva cercato di capire il motivo per cui aveva invertito l’ordine della sua affermazione e dopo un istante aveva iniziato a ridere. “Vedi – aveva aggiunto la mamma di Laura emulando il sorriso della signora Floridia – la chiave sta sempre nella semplicità.” **** Dopo qualche tempo, la madre e la cognata di Enza erano venute a conoscenza della presenza di Laura in casa sua. Un giorno era squillato il telefono mentre Enza era impegnata in bagno, e aveva gridato a Laura di rispondere. “E tu chi sei?” aveva chiesto la madre di Enza udendo la voce sconosciuta di una bambina all’altro capo. “Laura” aveva risposto docilmente la bambina. A questo punto, la signora avrebbe dovuto ricorrere a domande più dettagliate per avere un’informazione attendibile, del tipo: che cosa ci fai in casa di mia figlia, oppure : Laura chi? Ma la sorpresa era tale che non seppe cos’altro dire se non chiedere di Enza. “Chi è questa Laura?” aveva poi domandato alla figlia. “È la bambina di amici, le do una mano a studiare” aveva risposto evasiva Enza. In cuor suo sapeva che in realtà avrebbe dovuto dire: è una figlia che ho preso a prestito. “Brava – l’incoraggiò la madre – non sapevo che avessi iniziato a dare lezioni private, d’altra parte te la cavavi bene a scuola e sarebbe un peccato lasciare completamente perdere.” Poi fu la volta di Giusy a sapere della bambina. Lei era rimasta l’unica amica che mostrasse un reale interesse per la sua salute. Un pomeriggio, passando a salutare Enza, la cognata le aveva trovate entrambe alle prese con un problemino di matematica. Si era accomodata sul divano fintanto che Enza non si fosse liberata. Giusy era sorpresa, ma visibilmente contenta: osservava Laura, poi Enza e poi nuovamente Laura cercando di comprendere cosa fosse quella novità. Avvertiva qualcosa di indefinibile nel modo di fare assolutamente tranquillo di entrambe, una specie di complicità insondabile. In effetti l’aria di casa non era più la stessa: i pensieri cupi e pe- 192 La donna accanto santi che avevano impregnato le stanze erano stati dissipati, sostituiti da qualcosa di più leggero. A turno, sua madre e Giusy telefonavano più spesso, infittendo le visite e portando sempre qualcosa da mangiare in compagnia; persino il padre di Enza era andato a farle visita una volta. Inaspettatamente, un paio di vecchie conoscenze si erano fatte sentire chiedendo di ritrovarsi, magari per un aperitivo. “E perché no!” aveva risposto Enza dissimulando saggiamente il suo vero pensiero: “vedremo…”. **** “È così strano quello che mi racconti Salvy” – commentò Guido distogliendo per un attimo gli occhi dall’amico e sollevando le mani dal tavolo per far posto al piatto che il cameriere gli stava servendo. “Lo so – gli rispose Floridia. – Anch’io ho trovato insolito il modo in cui si sono svolte le cose. Suppongo che ci sia una spiegazione, anche se non so qual è di preciso. Magari un’idea, quella sì … comunque … sinceramente non mi importa che sembri strano; quello che mi interessa è che sia vero, com’è vero che adesso sono qui.” **** Trascorsi molti mesi di speranza per la prospettiva aperta grazie all’opera di Silvano e alle nuove amicizie, a Salvatore ed Enza era venuto spontaneo tentare di fare il punto della loro situazione. Dopo anni di travagliata navigazione a vista, privi di qualsiasi riferimento, la capacità di accettare e dare un senso alle proprie vicende personali era di grande sollievo. A mano a mano che le condizioni di Enza miglioravano, i Floridia intuivano la possibilità di tornare a una condizione di normalità, recuperando il valore progettuale della vita a due. Salvatore non si era mai del tutto convinto che la depressione della moglie fosse stata inevitabile, imputando a se stesso parte della responsabilità di quanto era accaduto: gli era rimasto il dubbio di averci dormito sopra, di non essere stato abbastanza accorto da anticipare gli avvenimenti e capire cosa stava accadendo in modo da riuscire a porvi rimedio. La donna accanto 193 Per questo, quando si era reso conto che avevano imboccato una via che li avrebbe portati fuori dal tunnel, aveva cercato di accelerare gli eventi e favorire il processo di guarigione. Aveva concertato con il medico un calendario per privare progressivamente Enza degli psicofarmaci; lei era d’accordo, collaborò, e nel giro di dodici mesi disse addio alle pasticche. Poi, quando una sera l’aveva vista sfogliare serena una rivista di moda, Salvatore si era deciso a parlare lui per primo. Aspettò che arrivasse ai tre quarti del chilogrammo e passa di cellulosa patinata, dove solitamente iniziano gli indumenti da bambino e gli accessori. “Adesso possiamo iniziare a pensarci seriamente” aveva detto sorridendo. Lei aveva alzato la testa girandosi a scrutarlo in volto, con un’espressione via via più luminosa. “Non oso pensarci.” “Sarà comunque una faccenda lunga, avrai tutto il tempo di abituarti all’idea. Ma già vedo che non hai nessuna difficoltà con Laura.” “Laura è come una parte di me … non so se con un altro potrà essere la stessa cosa.” “Anche Laura si trova bene con te, spero davvero che continuerete a vedervi volentieri. Comunque vada non siamo obbligati Enza, dicevo solo che ormai stai bene e possiamo pensare ad adottare un figlio nostro.” “Come cambiano le cose”, meditava Enza, tra sé, per paura che, esternando le sue remore e i suoi dubbi, Salvatore potesse fraintenderla. “Qualche anno fa avrei fatto una follia pur di poter avere un figlio e oggi, che si intravede la possibilità di realizzare il sogno, ne ho quasi timore”. “Ma questo lo deciderai tu, se e quando vorrai” la tranquillizzava Salvatore. E pensava: “Come mai questa titubanza?” Enza sentiva di desiderarlo, ma si rendeva conto che non era lo stesso desiderio che aveva provato in passato. Laura le stava dimostrando che un figlio non è assolutamente qualcosa in aggiunta, ma un ingrediente che si impasta trasformando il sapore della vita in qualcosa di diverso. 194 La donna accanto “Ecco, forse era proprio quello che non avevo sospettato …”. “Penso che potrò farcela Salvatore – disse sospirando profondamente. – Sì, penso proprio che potremo farcela.” **** La presenza di Laura aveva indotto Enza ad affrontare anche le faccende domestiche con rinnovato slancio: c’era decisamente meno polvere in giro e più ordine. Quando la bambina si fermava a cena la tavola veniva imbandita con una mensa ricca perché, con la scusa dello sviluppo, Enza comperava un po’ di tutto. Laura chiedeva il permesso di condividere qualche dolcetto e le leccornie con i fratelli ed Enza le preparava un cestino da portare a casa. A tavola bastava un accenno perché la conversazione si avviasse, in quanto Enza e Salvatore si sentivano a loro agio con la bambina, che non li inibiva neppure quando parlavano di faccende personali: discorrevano della giornata, del lavoro, dei compiti di Laura, del cibo, degli incontri domenicali … La piccola non esigeva molta attenzione per sé: presentava le sue richieste, poneva le sue domande e se doveva aspettare per qualsiasi motivo, guardava la TV oppure, se aveva terminati i compiti, si appartava sul divano a leggere Topolino. Quel minimo di serenità ritrovata faceva bene anche all’amore: Enza si svegliava ancora di notte, ma sul comodino era rimasto solo il bicchiere dell’acqua, senza psicofarmaci; e allora, preferiva avvicinarsi a Salvatore per vedere se fosse disposto alle coccole. La signora Floridia era tornata a cercare un lavoro che la occupasse solo il mattino, trovandolo proprio nel negozio in cui aveva già lavoricchiato per qualche tempo alcuni anni prima. Se in negozio le capitava di rivolgere la parola a un bambino, lo faceva parlando nel modo in cui comunicava con gli adulti. Certo, semplificando e addolcendo, ma evitava quel cinguettio forzato tutto femminile che stordisce e fa torto ai piccoli. “Non sembri più la stessa persona” le aveva detto la titolare, riferendosi evidentemente non all’aspetto fisico. Era l’atteggiamento con cui Enza affrontava il lavoro che era mutato: non erano le mansioni 195 La donna accanto in se stesse ad avere un valore più o meno rilevante, ma era il modo in cui lei le svolgeva a conferirvi interesse. L’apprezzamento nei suoi riguardi si concretizzò nella richiesta di lavorare a giornata intera. Lei tuttavia acconsentì solo per un paio di pomeriggi la settimana, poiché non voleva assolutamente rinunciare alla compagnia di Laura. In negozio le avevano affidato il compito di trattare con i rappresentanti, di controllare la qualità della merce e di andare periodicamente in giro per la città a raccogliere informazioni sui prezzi dei concorrenti. In un paio di occasioni era tornata anche presso l’azienda in cui era stata impiegata per più di quattordici anni. Aveva incontrato qualche vecchia conoscenza, ‘ciao come stai, che piacere vederti, cosa fai di bello adesso…’, aveva percorso il corridoio su cui erano state appese le sue gigantografie senza provare nessun rimpianto, ma solo una fugace, leggera vibrazione tellurica che indica la profondità negli strati del vissuto. Ricordava di aver trascorso molto tempo in quell’ambiente, momenti felici, a volte esaltanti: ecco la saletta adibita a suo personale ufficio, ora con la moquette amaranto consunta e macchiata, il distributore automatico polveroso e il cestino colmo di bicchieri di plastica incrostati di fondi e di zucchero. “Non è che mi si sia indurito il cuore – aveva confidato a un’amica che non vedeva da tanto tempo – al contrario; solo che il cuore adesso batte per qualcosa di diverso. Non so come spiegarti, è come se prima mi entusiasmassi per le cose esteriori, mentre adesso mi entusiasmo al pensiero della vita che c’è dentro.” **** Erano tre o quattro giorni che una grande busta color argilla stava sulla credenza, a fianco della bilancia. Salvatore l’aveva appoggiata lì ed Enza, per una ragione o per un’altra, non aveva ancora curiosato. D’altra parte, se ci fosse stato qualcosa che la riguardava, Salvatore glielo avrebbe detto. Eppure … “Così tranquillo, Salvatore!” pensava Enza. “Di un buon umore incrollabile, come nei momenti migliori.” Il compito di sbirciare le fu facilitato dal fatto che la busta non era 196 La donna accanto chiusa: conteneva dei moduli. A Enza erano venute le palpitazioni quando si accorse che si trattava di quelli per la presentazione della domanda di adozione. Sapeva, ma non se lo aspettava così. Aveva scorso velocemente pagine fitte di caselle e riquadri. Ecco, quella doveva essere la lista dei documenti da allegare e poi c’era la sezione redditi. Ebbe la sensazione che da sola non ce l’avrebbe mai fatta a compilare quella domanda. Non che avesse qualche incertezza rispetto ai contenuti formali dei moduli, erano ben altre le cose che non si sarebbe sentita di affrontare. Tuttavia, voleva dare subito a Salvatore un segno di apprezzamento per quel gesto e per la delicatezza con cui aveva lasciato che fosse lei a prendere simbolicamente in consegna un eventuale futuro a tre. Enza volle che fossero immediatamente chiare le sue intenzioni. Perciò nell’intestazione aveva scritto in stampatello i cognomi e i nomi di entrambi: Floridia Salvatore, Busnardo Enza in Floridia. “Tra qualche giorno” aveva pensato poi la signora Busnardo “ tra qualche giorno aggiungerò l’indirizzo e poi ancora i dati personali; prima i miei che li conosco a memoria, e poi quelli di Salvatore, ma deve esserci anche lui perché non vorrei mai sbagliare. Anzi, per non fare pasticci sarebbe meglio fare una fotocopia di tutto e usarla come malacopia, così se sbaglio Salvatore non deve procurarsi altri moduli.” **** Salvatore premette tra le dita un pezzetto di mollica di pane facendone dei piccoli frammenti che disseminò attorno al piatto, tra il bicchiere suo e quello di Guido. Intendeva illustrargli una certa idea di passato, per fargli comprendere meglio come, per lui, fosse stato necessario tornare sulle proprie idee e sulle proprie scelte, non per stravolgerle, anche perché ciò che è fatto resta fatto, ma per trasformarle da peso morto a fattore di spinta. “Il punto è – fu la considerazione di Salvatore – il punto è stabilire qual’è la direzione di questa spinta, perché è chiaro che non posso servirmi del passato per giustificare semplicemente il presente: così facendo rinuncerei al movimento, e in sostanza mi precluderei l’accesso a nuove opportunità.” La donna accanto 197 “E allora?” incalzò Guido. Quando non riusciva a districarsi con parole sue, Salvatore attingeva a tutto quanto aveva inteso da Silvano e dagli altri amici. “Hai presente la storia dei sassolini di Pollicino?” gli aveva detto Ernesto, il padre di Laura, una sera che Floridia, dopo aver accompagnato a casa la bambina, s’era intrattenuto a conversare su un argomento che gli era risultato particolarmente ostico. Si era discusso del modo in cui le persone possono evolversi, distinguendo tra esperienza ed esistenza, tra punto di partenza e punto d’arrivo. “I sassolini di Pollicino?” aveva ripetuto Salvatore dubbioso. “Si tratta di una traccia da seguire – aveva spiegato Ernesto. – La si chiama evoluzione, ma il termine è riduttivo. In realtà per capire ciò che accade bisogna immaginare qualcosa che si muove contemporaneamente in due direzioni opposte. La relatività però non c’entra nulla, è molto più semplice: immagina di partire da un luogo e di viaggiare disseminando dei sassolini per indicare dove sei passato. Dopo un bel po’ di tempo può venirti il desiderio di tornare al punto di partenza. Solo che, fatto qualche passo indietro, ti rendi conto di non ricordare più la strada; per fortuna che hai lasciato delle tracce. Ma bisogna comunque cercare le pietruzze, perché nel frattempo sono state coperte dall’erba, spostate dall’acqua, ecc. Potresti anche andare a naso, come si dice, ma rischi di allontanarti invece che avvicinarti alla meta. Ora, il fatto è che, mentre cerchi i sassolini che hai lasciato cadere, in realtà non stai disfacendo il lavoro che avevi compiuto seminandoli come segnale. È un’ulteriore esperienza che ti fa scoprire aspetti diversi dei luoghi in cui eri già passato. All’andata avevi altri pensieri ed eri animato da obiettivi differenti; magari andavi di fretta per arrivare dove volevi e certe cose non avevi neppure avuto il tempo di notarle. Al ritorno, però, tutto cambia, a cominciare dalla prospettiva stessa del paesaggio. Sei impegnato a trovare la traccia giusta per non sbagliare strada e diventi un grande osservatore, aguzzi l’intuito, stimoli la memoria. Ecco, mentre ti avvii verso casa aggiungi esperienza che completa l’esistenza, non rinneghi assolutamente quello che hai fatto durante l’andata. In questo senso vai avanti, anche se in realtà stai tornando al punto di partenza. 198 La donna accanto **** L’effetto delle conversazioni con i De Biasi e gli altri si rifletteva positivamente nel dialogo tra Enza e Salvatore. A poco a poco si resero conto che era inevitabile cercare di ridefinire i contorni del loro rapporto coniugale alla luce delle difficoltà che avevano affrontato e che in parte stavano superando. Non fu facile. Nella moglie Salvatore non trovava più gli atteggiamenti estrosi che, a contatto con le proprie asperità, avevano fornito l’energia necessaria ad alimentare il loro ménage pirotecnico. A dire il vero Enza non era più stata la stessa da quando era uscita dal coma conseguente all’emorragia: forse, al di là del deperimento fisico, quello era stato il vero inizio di un radicale cambiamento. Enza ne parlava raramente, ma a volte accennava a vaghe sensazioni provate in tale circostanza; qualcosa che sentiva esserle rimasto dentro da quell’inquietante contatto con la morte. In seguito a quel fatto, improvvisamente era scomparsa l’ossessione per l’aspetto esteriore, e anche il suo interesse per il cibo non aveva più niente del contrastato amore ed odio di prima. Soprattutto, sembrava esserci poco o niente in grado di coinvolgerla veramente, come se lei stesse sperimentando l’estensione accidentale di una vita già finita, già conclusa. Provava distacco per tutto e, a momenti, quando le emozioni si riaffacciavano imperiose, allora sembrava schiantare sotto un peso che non era in grado di reggere. Proprio quando Enza aveva perso l’interesse per la vita, Laura era entrata nella sua a rammentarle che comunque sia, ogni vita è troppo preziosa per essere abbandonata. Anche Salvatore appariva diverso a Enza: visibilmente provato, suo marito le sembrava meno sicuro di sé, sempre orgoglioso e cocciuto, ma possibilista, nel senso che contemplava la possibilità di sbagliarsi. Di questo e di altre cose Enza e Salvatore discutevano nei momenti di intimità. Con la mente rivolta alla bambina e al loro futuro, si scambiavano impressioni, confrontando ciò che ognuno aveva colto dalle proprie esperienze. Sorreggendosi a vicenda, cercavano sogni e slanci che pensavano di aver accantonati definitivamente. La donna accanto 199 Fu in quel modo che alla fine riuscirono a raccontarsi, l’un l’altro, tutto di se stessi: Salvatore, raccontò alla moglie ciò che aveva confidato a Silvano, ed Enza raccontò al marito ciò che aveva confidato a Judit, provando entrambi una complicità nuova, matura, molto diversa da quella favorita dall’attrazione fisica. 200 La donna accanto ARRIVI E PARTENZE “Pago io il conto” si offrì sorridendo Salvatore, mentre il cameriere stava servendo i due caffé rigorosamente ristretti. “No, lascia stare, offro io …” protestò Guido. “È che parlare con te mi ha fatto bene. Mi rendo conto che c’è motivo di festeggiare. Anzi, magari organizzeremo qualcosa a casa, giusto quei tre quattro a cui teniamo di più… “ “D’accordo, ma per oggi offro io.” Erano gli ultimi avventori rimasti nel locale. La cena era stata gradevole, sia per i sapori delicati della cucina veneta addomesticata al gusto dei forestieri, sia per il racconto di Salvatore che aveva conferito un non so che di particolare a ogni boccone. “Era ora che ti gratificassero con una promozione – aggiunse poi enfaticamente Guido, cambiando argomento e dimostrando così di apprezzare le mostrine cucite sulla giacca dell’amico. “L’importante è andare avanti – gli rispose Floridia serafico, mentre sorseggiava il liquido nero non zuccherato. – Sai Guido, non è per la gratifica in sé, ma per l’opportunità di lavorare diversamente, di migliorare le competenze e ovviamente di confrontarti con responsabilità maggiori.” “Beh, Salvy, è quello che volevo dire, anche se tu l’hai espresso meglio. E poi, il gradino successivo?” “Dovrebbe essere per l’anno prossimo, se non intervengono difficoltà contingenti: brigadiere maggiore, è una differenza poco più che formale, ma da lì si deve passare!” “Eh, lo sapevo io che tu l’arma ce l’hai nel sangue! – sentenziò Guido, con un pizzico di adulazione. – Caspita, ti invidio sai, hai tenuto duro, ma adesso raccogli.” “Ma cosa vuoi raccogliere, Guido!” lo contraddisse platealmente Salvatore. La donna accanto 201 L’amico si fece alquanto serio assumendo l’aria interrogativa di chi non si raccapezza nel gioco al quale ha dato inizio. “Sono dettagli Guido – continuò Floridia dopo aver allontanato la tazzina – sono dettagli insignificanti. Secondo te queste gratifiche compensano una vita di lavoro? O meglio, compensano o giustificano una vita? Vorrai scherzare spero. Il lavoro è lavoro ed è importante, non ci piove; ma dico, guardiamoci anche attorno: il lavoro è un fine oppure è un mezzo? E se è un mezzo, allora il fine qual’è?” Un Salvatore così puntuale e analitico Guido non se lo ricordava proprio. “Accidenti quanta acqua è passata sotto i ponti” pensava. “Il tempo trascorso non era poi così lungo, ma l’acqua era tanta, quella sì, come accade durante le alluvioni che cambiano il paesaggio dei fiumi, dei pendii, e dei borghi.” Guido fissava Salvatore perplesso e anche un po’ intimorito, perché si rendeva conto che, se desiderava frequentare nuovamente l’amico, avrebbe dovuto confrontarsi con quel suo nuovo modo di pensare e di discorrere che lui non conosceva. Certo, il passato, tutto il tempo vissuto insieme era importante, era una garanzia, ma non era sufficiente, anzi, da come parlava, Salvatore pareva persino voler mettere in discussione certi fatti. “Scusami – disse affabilmente il brigadiere che probabilmente leggeva negli occhi dell’amico una incomprensione dovuta alle esperienze degli ultimi anni. – Scusami Guido, non intendevo essere scortese. Sicuramente mi fa piacere fare un passo in avanti, ma con questo non si esaurisce tutto quello che sono io, quello che sento di essere dentro. Vedi, mi sono accorto che non avevo le idee chiare su cosa significasse vivere. Ecco, guarda – aggiunse poi mettendo mano al portafogli – mi sono segnato questa frase, aspetta che deve essere qui da qualche parte, è talmente illuminante che la tengo sempre con me.” Estrasse una strisciolina di carta stropicciata e lesse: Non è possibile sperimentare contemporaneamente tutte le dimensioni della vita. “La nostra vita è come una pentola – continuò Salvatore – puoi metterci dentro un po’ di questo e un po’ di quello ma presto, molto presto, arrivi a riempirla e poi basta, stop, non ci sta altro. Allora il punto è: cosa c’hai messo dentro? C’hai messo dentro lavoro e carriera? Passioni? Avventura? Dissolutezza, egoismo, amore, affetto? 202 La donna accanto Fede? Perché il punto è: tu, vale a dire tu Guido, credi di essere esattamente quello che c’è nella pentola, oppure senti di avere anche qualcosa di diverso, che non corrisponde?” Poi guardò negli occhi l’amico e gli chiese a bruciapelo: “Cosa c’è dentro la tua pentola Guido?” La domanda ebbe l’effetto di un grosso petardo che esplode tra le mani: Guido era palesemente in difficoltà. Cose troppo strane per lui. Probabilmente non era neanche l’ora più indicata per proseguire la conversazione, perché s’era fatto tardi. Guido si scusò per aver trattenuto l’amico tanto a lungo; ma riconobbe che ciò che gli aveva raccontato era interessante.” “Anzi – chiese a Floridia – dammi l’indirizzo del santone che voglio andare a parlarci anch’io.” Salvatore scrisse su una bustina di zucchero indirizzo e numero di telefono. “Ti conviene essere sul posto di buonora – gli consigliò – c’è sempre tanta gente.” Si alzarono e uscirono: fuori dal locale l’aria risultava quasi fresca. Passeggiarono chiacchierando del più e del meno, per le strade semideserte, fino all’auto di Guido che diede un passaggio all’amico. “Allora, siamo intesi – gli disse Floridia quando furono davanti a casa – il mio numero adesso ce l’hai; in questi giorni magari no perché siamo in partenza, ma dopo puoi passare quando vuoi, ci farà un gran piacere.” “Va bene Salvy – lo salutò Guido – ti auguro buon viaggio. Salutami Enza e dalle un bacio da parte mia, sulla guancia, eh!” **** Nei giorni seguenti Guido informò la moglie dell’ intenzione di recarsi dal santone tal dei tali e che per farlo avrebbe dovuto essere da quell’uomo la mattina presto, il che lo obbligava ad alzarsi a un orario insolito. Sua moglie non si scompose per nulla, ma volle saperne qualcosina in più, vista l’esperienza negativa avuta in precedenza. Guido, per- La donna accanto 203 tanto, non poté far altro che ripetere in modo molto, forse troppo, approssimativo quello che gli aveva riferito Salvy. Si sarebbe aspettato che le informazioni fornite alla consorte fossero sufficienti a suscitarne l’interesse o a incuriosirla quanto meno; ma si sbagliava. Personalmente, Guido era favorevole a interpellare un altro santone, perché Floridia gli aveva trasmesso il sunto di una esperienza provata in prima persona. Ma la sua buona disposizione non doveva necessariamente suscitare qualcosa di analogo nella moglie, per sentito dire. “Facciamo così – suggerì Guido per vincere lo scetticismo di lei – intanto faccio un giro a vedere come stanno realmente le cose e poi ti so dire meglio, va bene?” “No che non va bene – rispose la donna. – Facciamo che io vengo con te, così posso guardarlo in faccia questo santone. Tu sei un tordo e credi a tutto quello che ti raccontano. Vediamo cos’ha da raccontare a me che sono sua madre e poi ne riparliamo, va bene?” “Per me va bene – replicò lui remissivo – se siamo in due tanto meglio. Per me va bene, certo che va bene e perché non dovrebbe.” Fu così che si recarono entrambi in Viale dei ferrovieri n°86. Nel cortile della villetta notarono un grosso cane terranova al guinzaglio di un bambino che a mala pena gli arrivava al muso. Il cane seguiva ciondoloni il piccolo umano che scorrazzava libero. Improvvisamente l’animale si bloccò, cosicché il bambino, che non aveva lasciato la presa, cadde strattonato. Non un gemito, né una lacrima. Poi il terranova si rimise in marcia e stavolta fu il bambino a seguirlo, benché il guinzaglio lui lo avesse ancora in mano. “Che posto strano” pensò Guido guardandosi intorno. Cosa ci faceva un’oasi di tranquillità del genere in piena zona industriale? L’erba era verde come quella che cresceva sui depliant che teneva in agenzia. Solo che le foto dei depliant erano ritoccate, lui lo sapeva bene, mentre l’erba che aveva davanti era davvero di quel colore. Si avvicinò a una delle statue angeliche osservandone le fattezze e le finiture: sulle ali risaltavano le impronte delle singole piume. Il volto sorridente, lo sguardo che trasmetteva pace, una tunica per vestito, piedi scalzi. Vedendo tutti quegli angeli, Guido pensò che il mondo in cui viveva non era poi il peggiore che gli potesse capita- 204 La donna accanto re: infatti, se il mondo fosse stato simile a quella rappresentazione angelica, lui avrebbe dovuto cambiare mestiere perché si sarebbero venduti ben pochi biglietti aerei. “Per essere un bel posto è bello, niente da dire” pensava per contro la moglie ammirando il luogo “ma se questo non chiede soldi potrei anche farmi suora”. Si decisero a entrare. Guido fu colpito dalla scarsità di arredi e dalla mancanza di oggetti che non fossero strettamente funzionali alla presenza delle persone in attesa: un grande portaombrelli, sedie, un pacchettino di fotocopie appoggiato su un tavolino tondo, una composizione arborea in un vaso a mezza luna accostato alla parete. Quando fu il loro turno, si alzarono dirigendosi gagliardi verso la porta lasciata socchiusa. Guido aveva notato che il tempo di permanenza all’interno della stanzetta era di dieci minuti al massimo, per cui stava riassumendo mentalmente la questione da esporre al santone riguardo la penosa situazione del figlio scapestrato. S’era preparato una scaletta delle cose da dire, dei consigli da chiedere, e con la mano controllò se aveva nella tasca della giacca un foglio e la penna su cui appuntare eventuali indicazioni ricevute. Ma una volta entrato, afferrando la maniglia della porta per chiudersela alle spalle ebbe un tuffo al cuore, poiché si rese conto di non ricordare assolutamente cosa aveva intenzione di chiedere. La sua mente era occupata soltanto da due enormi parole: nostro figlio. Sapeva soltanto di trovarsi lì per lui, quello gli importava, altro non riusciva a connettere. “Lascia parlare me” – bisbigliò la moglie. **** Proprio non si saprebbe come chiamarli certi posti a sedere nelle sale d’aspetto: sono panchine? Oppure poltrone, o semplicemente sedili, o sedute? Era stata Laura a scegliere dove accomodarsi per aspettare l’imbarco, così i Floridia e la piccola De Biasi si erano sistemati nella fila di poltroncine rigide in PVC, monoscocca, ergonomiche, con tela- La donna accanto 205 io in acciaio tubolare a ridosso della vetrata che dava sulla pista dell’aeroporto Marco Polo. “Che bello!” esclamò Enza guardando i riflessi della laguna di Venezia in lontananza, oltre le piste di decollo ed atterraggio. “È davvero una giornata magnifica” convenne Salvatore. Nel giro di pochi minuti la sala d’aspetto si riempì di passeggeri in partenza: famiglie, comitive, coppie. Un signore allampanato, dall’accento anglosassone, chiese il permesso di sedersi nel posto libero accanto a Salvatore; trafficava con un pacchettino di cartoline appena acquistate. Dopo aver appiccicato i francobolli con la saliva, quello si mise a scrivere indirizzi e saluti, senza neanche guardare quale spediva a chi. Quando ebbe terminato le girò sottosopra, cosicché Floridia si avvide che erano tutte uguali, raffiguranti gli angioletti di Raffaello. Poiché gliene era avanzata una, il signore la porse a Salvatore, facendo cenno di volerla regalare a Laura. “Dì grazie” fu l’invito di Salvatore mentre passava la cartolina alla bambina. “Let’s give the angels to an angel!” disse quell’uomo sorridendo. Salvatore abbozzò un segno di apprezzamento anche se, dato il livello meno che basso del suo Inglese, non era riuscito ad afferrare il significato del commento. “Certo che se avessimo le ali si farebbe prima” pensò Floridia. “Sarebbe anche più bello: planare a bassa quota su Firenze, su Roma e Napoli, quindi due o tre giri sopra il vulcano e poi giù, direttamente davanti a casa.” L’anglosassone evidentemente si aspettava qualcosa in più di un sorriso, perché si mise a fissare Salvatore perso nei suoi pensieri. Forse aveva sperato di poter iniziare una conversazione. Ma Floridia non era in grado di sostenerla e per evitare balbettii imbarazzati teneva gli occhi sui pantaloni di jeans leggermente sbiaditi che Enza si era ostinata a fargli acquistare. In realtà, da quando aveva cominciato a muoversi in compagnia di Laura, Salvatore aveva smesso di indossare la divisa, se non era in servizio. Senza l’uniforme si sentiva più prossimo all’idea di un padre vero e proprio come spesso si illudeva di essere. 206 La donna accanto Laura era concentrata nella lettura delle avventure di zio Paperone alle prese con i pirati. Enza si guardava in giro accarezzandole i capelli. Aveva in una mano gli angeli di carta dell’inglese e l’altra infilata tra i capelli di un angelo vero. Enza si sentiva rilassata. I colori della laguna, la luce intensa e la presenza di tante persone esaltavano una sensazione di appagamento profondo. Si stava riconciliando con la vita e con il mondo. Era il secondo anno che tornavano in Sicilia con Laura, ma le pareva di averla avuta con sé da sempre. Provava un senso di gratitudine per tutto e per tutti. Non sapeva e non voleva pensare più al dolore e alla solitudine della malattia; la sentiva come un ricordo vivo, ma lontano. Nei momenti di quiete lasciava galoppare la mente… Salvatore le aveva raccontato della profezia fatta dal Fiorini alcuni anni prima. Anche per questo i pensieri di Enza indulgiavano spesso su ciò che stava apprendendo alla scuola di Silvano, grazie anche a Judit, a suo marito e ad altri. Eppure, tra tante cose ve ne erano alcune che le provocavano un senso di rifiuto: non solo non le accettava, ma non riusciva neanche a starle a sentire con serenità. Come donna che aspirava a essere madre, anche se adottiva, Enza era rimasta turbata più volte dalle affermazioni che aveva udito durante gli incontri. Non riusciva a far quadrare i suoi conti personali con quell’ambiente, peraltro assolutamente cordiale: da un lato provava gratitudine verso Silvano e gli altri, per il fatto di stare meglio e di essere praticamente guarita; dall’altro quelle stesse persone che l’avevano aiutata se ne uscivano con affermazioni che la disorientavano. Una volta aveva espresso questa sua perplessità, precisamente riguardo l’affermazione secondo cui il mondo in cui viviamo è il regno delle tenebre. “È il regno delle tenebre perché qui si nasce ciechi – aveva spiegato Silvano. – Qui nasciamo tutti ciechi e moriamo ciechi. Crescendo si dovrebbe imparare a conoscere la luce, la Vera Luce. Ma la luce che conosciamo noi in realtà è una luce falsa. Ad esempio, se fosse Vera Luce un genitore dovrebbe sapere che tipo di figlio sta per mettere al mondo: se è maschio oppure femmina, se sarà alto o basso di La donna accanto 207 statura, bruno o biondo, sano oppure già oppresso da qualche malattia, ecc. Ma tutto questo è avvolto nella tenebra. Ecco: noi proveniamo dalla tenebra, viviamo nella tenebra e alla fine torniamo nella tenebra. Di quello che sta fuori dalla dimensione della nascita e della morte non conosciamo nulla” aveva concluso. Nonostante questo, Enza era consapevole che l’esperienza presso quel gruppo era largamente positiva. Si era resa conto di quanto semplice fosse in fin dei conti il rimedio che l’aveva aiutata a guarire, restituendola alla vita. Comunque, la semplicità le appariva in tutta la sua disarmante efficacia solo a posteriori, quando lei stessa era riuscita a farne la premessa di ogni ulteriore considerazione. Catturata nel turbine della vita, Enza era riuscita ad avviluppare la sua in un groviglio inestricabile, per dipanare il quale la semplicità si era rivelata non solo l’unico strumento idoneo, ma anche la misura per riuscire a progredire in seguito senza auto distruggersi. Dallo sconvolgimento di quegli anni, che aveva avuto l’effetto di rovesciarla come un calzino, s’era salvato molto poco delle idee e dei convincimenti che pensava le appartenessero. Paradossalmente, nonostante avesse dovuto riconsiderare l’immagine che aveva di sé, non si sentiva per nulla sminuita, ma valorizzata in un modo che non aveva mai sperimentato; non si sentiva assolutamente più povera, ma al contrario, le sembrava di essere entrata a condividere una eredità sconfinata, come se, dopo aver lasciato l’angusto recinto delle false sicurezze che l’avevano tradita, le fosse consentito di spaziare e cogliere molto di più dalla vita. In questo si sentiva confortata e partecipe di quanto era successo anche a Salvatore, poiché aveva notato che il travaglio interiore dal quale stava uscendo suo marito, ne aveva messo in luce un carattere decisamente più completo rispetto a quello a cui era abituata. Gli anni delle delusioni e della malattia avevano davvero creato una frattura tra quella che era stata la loro vita a due e quella che avrebbe potuto essere la loro vita a tre: come una febbre alta, dopo la quale ci si sente momentaneamente indeboliti, ma pronti a riprendere il cammino con una nuova visione delle cose. Dalla tempesta, Salvatore era uscito come un nocchiero fradicio che ispeziona la nave danneggiata e confida di poterla condurre in porto. E la nave non era Enza, ma la vita di coppia. 208 La donna accanto Enza provava un senso di stupore misto a vergogna pensando all’atteggiamento che per tanto tempo aveva avuto nei confronti dei figli. Non se ne era mai interessata realmente, non aveva mai saputo cosa significassero. Concepimento, maternità, figlio, per lei erano solo parole, gusci vuoti, perché in realtà nella sua vita c’era stato posto solo per una parte di se stessa. Intendeva un figlio come il coronamento della sua personalità. “Ma non è così! – rimuginava Enza – A quel punto era preferibile la procreazione incosciente, quella istintiva e senza pregiudizi; ma cercare un figlio per compensare le frustrazioni no, quello davvero era sbagliato. In condizioni simili, probabilmente sarei stata una pessima madre. Forse….forse le cose sono andate così per evitare guai peggiori.” Di certo, la rinuncia obbligata a un figlio biologico può essere dura, molto dura da accettare. Ma più si approfondiscono gli scopi dell’esistenza e più tale rinuncia perde il sapore del fallimento senza appello. “No, non mi sento proprio una fallita. Come dicono i generali? Ah sì, per vincere una guerra si può anche perdere una battaglia. E poi, non era anche l’opinione del vecchio parroco? Anche un sentiero porta da qualche parte. Ok, adesso siamo su un sentiero, perciò andiamo avanti, ci sono tanti paesaggi da esplorare.” Se ne partiva a cuor leggero Enza, certamente più leggero dell’anno prima, quando era ancora disturbata da qualche malessere, tormentata dalle incertezze, dal dubbio di non riuscire a reggere per una settimana l’impegno con Laura, nonostante la voglia di farcela. Ad attenderli, sapeva che avrebbero trovato l’amore di Assunta. Quanto si era sbagliata sul suo conto! Fin dalla prima volta la madre di Salvatore li aveva accolti in casa abbracciandoli ad uno ad uno; essendo bassa di statura Assunta arrivava al seno di Enza, cosicché lei aveva dovuto chinarsi per contraccambiare i baci sulle guance. Da subito Assunta aveva trattato Laura al pari di una nipote, mettendosi a completa disposizione quando Enza era stanca e sentiva il bisogno di estraniarsi, offrendo con semplicità tutto quello che aveva, senza mai pretendere di prevaricare il ruolo che Enza aveva nei confronti della bambina. Enza badava a Laura, La donna accanto 209 Assunta badava a Enza, e Laura trasmetteva a entrambe una riconoscenza speciale, non espressa a parole, ma con il suo modo di fare affettuoso. Enza e Salvatore dormivano nella cameretta che era stata di Salvatore e suo fratello dove, tranne i materassi, era rimasto tutto uguale: il lampadario liberty, l’armadio e i comò scompagnati. Per Laura avevano sistemato un comodo lettino pieghevole nella stanzetta a fianco della cucina. Salvatore era andato a trovare suo padre e poi suo fratello a Palermo, ma lo aveva fatto da solo, preferendo lasciare la moglie e la bambina in compagnia della madre, oppure a godersi il sole e il mare al Lido. Le aveva poi accompagnate sul vulcano, fin dove la strada è interrotta dalle colate laviche che se la sono mangiata. Quest’anno, invece, avevano intenzione di visitare Siracusa. Enza era felice, sapeva che li aspettava una settimana intensa. Accarezzando i capelli di Laura pensava, però, che non avrebbe potuto averla così per molto ancora. Stavano annunciando il volo per Catania chiedendo ai signori passeggeri di presentarsi al cancello d’imbarco. Se ne partiva tranquilla la signora Floridia, pensando ai moduli dell’adozione debitamente compilati, con tutti i certificati allegati, pronti per essere consegnati. Prima di uscire di casa li aveva riposti lei in un cassetto della credenza, infilandoli sotto la copertina dell’ album del matrimonio. Mancavano solo le loro due firme e la data. “Allora, andiamo?” disse Enza chiamando a raccolta la famiglia. Alzandosi dalla panchina, i Floridia salutarono l’anglosassone ringraziandolo ancora per la cartolina che aveva regalato a Laura. “Venice’s really wonderfull*” sorrise loro quell’uomo mentre scrutava sul volto della figlia i tratti somiglianti ai genitori. “Yes” gli rispose Enza che in quanto a inglese non era gran che, ma più di Salvatore sì. *Venezia è davvero meravigliosa. 210 La donna accanto “La meraviglia sta ovunque” pensò lei prendendo per mano Laura “e io ho impiegato così tanto ad accorgermene! Ma adesso lo so. Niente e nessuno potrà mai portarmi via questa consapevolezza”. “Yes, – ripeté la signora Floridia – Venice’s really wonderfull. È stupenda, vero Laura?” “Sì, stupendissima!”