A coloro che hanno ispirato
queste pagine
Flavio Violetto
La donna accanto
GME
© 2006 GME – Medimond s.r.l.
Via Maserati 5 – 40128 Bologna
Allestimento editoriale a cura di Gamma Graphic – Bologna
Stampato nel settembre 2006 da Editografica – Rastignano (Bo)
Indice
I
PROMESSE DIMENTICATE .................................. 7
II
ACQUA CHETA .................................................. 25
III
CLAUSOLE E POSTILLE ................................... 46
IV
LA
V
ARIA DI FAMIGLIA ............................................ 87
VI
A TEMPO DEBITO ........................................... 102
VII
VECCHI AMICI ................................................. 132
VIII
ANGELI ............................................................. 164
IX
VERTIGINI ......................................................... 183
X
ARRIVI E PARTENZE ....................................... 200
PROFEZIA ................................................... 63
PROMESSE DIMENTICATE
Padova
Collezionista no, è un termine troppo impegnativo, e non si può
dire che Salvatore collezionasse alcunché, ma conservare oggetti
significativi, ricordi di circostanze che riguardavano il suo lavoro, questo
sì, era carabiniere : carabiniere Floridia Salvatore, da poco promosso
brigadiere. Così, ad esempio, nell’armadio di casa teneva ben protetta dalla polvere una giacca di servizio. Non l’aveva più utilizzata
da quando il tessuto era stato forato durante un conflitto a fuoco. Nelle
fasi concitate dell’operazione lui non si era accorto di nulla, ma il
proiettile l’aveva sfiorato all’altezza dell’addome. Guardando i fori
ravvicinati, uno d’entrata e l’altro di uscita, si era chiesto come fosse stato possibile non rimanere ferito, convincendosi di aver avuto
una buona stella a proteggerlo in quel frangente.
In ufficio teneva la fotocopia della sua prima contravvenzione.
L’aveva sistemata sotto vetro in una di quelle cornici bell’e pronte,
inchiodata al muro, alle spalle della sua scrivania.
Sul tavolo poi, tra la tastiera del computer e il video, spostato di
lato in modo che non desse noia, teneva un piccolo pupazzo che aveva
suscitato qualche commento irriverente da parte dei colleghi.
Si trattava di una Tartaruga Ninjia*, eretta sulle zampe posteriori, la benda su un occhio a mo’ di corsaro, sei o sette centimetri di
pura plastica. Per evitare che sbadatamente qualcuno la gettasse nel
cestino, Floridia le aveva procurato un piedistallo importante, staccando il basamento di marmo di una vecchia targa di partecipazio*Tartarughe antropomorfe protagoniste di racconti per ragazzi.
8
La donna accanto
ne a un torneo assolutamente insignificante, e con del mastice universale vi aveva incollato il Ninjia.
Per quanto incomprensibile fosse agli occhi dei carabinieri della
caserma, che pure erano convinti di conoscerlo, quello era in assoluto il ricordo al quale Salvatore era più affezionato: guardava quella
plastica multicolore e, se voleva, poteva anche vederci il viso sorridente di un bambino. Che tenerezza.
Era successo una volta che erano in servizio, lui e il collega con
cui faceva coppia, appostati controluce in un punto dove agli automobilisti veniva spontaneo correre più del consentito.
Erano al termine della mattinata e di solito, a quell’ora, cercavano di non elevare contravvenzioni a quelli che, avendo i minuti contati,
se ne tornavano in fretta a casa per pranzo, in modo da essere nuovamente al lavoro entro le tredici e trenta. Lui e il collega stavano
già risalendo in macchina per andare pure loro a mangiare, quando avevano visto arrivare un’utilitaria con il tipico rumore di un motore
imballato.
“Ma che fa questo?” si era chiesto Floridia. Non che il conducente
andasse particolarmente veloce, semplicemente non cambiava le
marce: a sessanta o settanta chilometri orari l’auto doveva essere
ancora in seconda perché il motore cantava da soprano.
“Va bene – gli disse il collega che aveva scambiato con Salvatore un’occhiata eloquente – però questo è l’ultimo, d’accordo?”
Floridia aveva esposto la paletta scansandosi lesto per evitare di
correre rischi, e si era accostato all’auto fermatasi alcuni metri oltre,
nella piazzola.
“Dove va signora così di fretta?” aveva chiesto facendosi consegnare patente e libretto dalla conducente.
Quella gli aveva risposto in dialetto veneto stretto sicché lui, siciliano d’origine, non aveva ben afferrato il significato della frase.
“Ha visto che c’è il limite dei cinquanta in questo tratto?” aveva
aggiunto allora Salvatore.
Poiché la donna insisteva a non farsi capire, Floridia aveva passato i documenti al collega, originario della regione, e si era messo
a controllare il bollo, le targhe, l’usura dei pneumatici….
Sui sedili posteriori, trasformati in angolo giochi, vi erano due
bambini, presumibilmente fratello e sorella.
La donna accanto
9
“Quando ha conseguito la patente non le hanno insegnato a usare
le marce, signora?” le stava intanto chiedendo il collega.
Uno dei due piccoli si era affacciato al finestrino squadrando
Salvatore dalle scarpe alla visiera e dalla visiera alle scarpe, con una
smorfia di sorpresa mista a compiacimento. Il bambino aveva
sfoderato un ampio sorriso, stendendo il braccio nell’atto di offrirgli la tartaruga che reggeva in mano, e dopo un attimo di esitazione
Salvatore non poté fare a meno di afferrarla.
“Mi raccomando signora – concludeva nel frattempo l’altro –
moderi la velocità e si ricordi di cambiare marcia ogni tanto.”
Floridia aveva cercato gli occhi del collega per verificare a che punto
fosse, ma non aveva fatto in tempo a gettare il pupazzo nell’auto,
che la signora era già ripartita sgommando.
“Allora?” aveva domandato Salvatore colto alla sprovvista.
“Va di fretta perché se il marito torna a casa e non trova il pranzo pronto la picchia” gli aveva riferito il compagno. Quadretto
famigliare eloquente.
“E tu? Che ci fai con quel mostriciattolo?” gli aveva chiesto il collega
osservando divertito il pupazzo che Salvatore teneva in mano.
“Ne aveva tanti!….. Me l’ha regalato.” aveva risposto lui evasivo.
In un’altra occasione, gli era capitato di fermare una ragazza che
aveva appena conseguito la patente. Era alla guida di una vecchia
Golf nera: minigonne, cerchi in lega, pneumatici ribassati e fendinebbia
grossi come fotoelettriche. Quando la giovane aveva aperto la portiera per scendere, Salvatore era stato colpito da una musica dolce
e calda che veniva dalle calotte woofer e twitter. L’autovettura non
era sua, ancora, ma stava per ereditarla dal fratello che aveva approfittato della neopatentata in famiglia per comperare un’auto nuova
per sé. A breve avrebbero fatto il passaggio di proprietà.
Nel presentare patente e libretto la ragazza aveva fatto
inavvertitamente cadere a terra una foto tessera. A controllo terminato, Salvatore l’aveva salutata raccomandandole prudenza e chiedendole di chi fosse quella musica che stava ascoltando.
“Enya – aveva risposto – Enya la celtica*.”
*Enya: cantautrice new age.
10
La donna accanto
Non appena la ragazza si era allontanata, Salvatore aveva notato la foto a terra; l’aveva raccolta e messa in tasca. Dalla tasca era
finita quindi nel portamonete, con i suoi documenti di identità, e lì
era rimasta.
***
Quando Floridia non poteva udirli, i colleghi lo chiamavano Pongo.
Il soprannome non aveva niente a che vedere con l’idea di un
bonaccione, tutt’altro. Salvatore aveva un fisico prestante, solido e
asciutto, ben piantato. Carnagione olivastra, capelli neri ondulati,
sempre curati, occhi neri infossati; quando portava gli occhiali scuri sembrava un tipo poco raccomandabile.
Eppure quel soprannome gli si addiceva, nel senso di duro con
il cuore di plastilina. Era stato un collega che un giorno aveva notato come Salvatore cambiasse radicalmente atteggiamento a seconda di chi si trovava davanti.
“Con i tipi freddi e calcolatori Floridia diventa gelido e duro come
il granito – aveva osservato il sottufficiale della squadra. – Mi ricorda il pongo di mio figlio: se lo metti al caldo si scioglie, ma se lo esponi
al freddo diventa indeformabile, al massimo lo puoi tagliare. Salvatore
detto Pongo” aveva commentato infine scherzando, e traendo una
conclusione bislacca da un ragionamento plausibile.
Si sa che certi caratteri sono forti con i deboli e deboli con i forti;
ebbene, Salvatore aveva un cuore nobile e reagiva all’opposto. Lui
si irrigidiva con i forti e i superbi, difendeva le proprie scelte, lottava per far prevalere ciò che considerava più giusto, o comunque più
opportuno. Con i deboli e gli indifesi, al contrario, nascondeva il lato
volitivo e spigoloso del suo carattere per non spaventarli, per riuscire
a comprendere anche le loro ragioni e i loro punti di vista. Questo
non gli impediva di essere imparziale, non in senso assoluto beninteso, ma rispetto ai propri parametri di giudizio.
Onestà, poteva essere una delle caratteristiche appropriate per
descriverlo. Onesto verso se stesso e verso gli altri, mai cinico, sempre disponibile.
Salvatore era a conoscenza del curioso attributo che gli era stato
affibbiato, ma non se ne crucciava più di tanto. Quelle rare volte che
11
La donna accanto
aveva colto i colleghi in fragrante s’era fatto una risata assieme a loro.
Comunque, riguardo al comportamento di Floridia, gli altri non
sapevano proprio spiegarsi la tolleranza nei confronti dei ragazzi che
scorazzavano spericolati per le strade. Avrebbero immaginato che
proprio Salvatore, che figli non ne aveva, fosse perciò meno comprensivo e più severo con i monelli su due ruote, invece era più cauto
e accomodante di chi i figli li aveva.
Di certe cose i colleghi non sapevano darsi una spiegazione, ma
era perché non potevano immaginare che alcune delle caratteristiche più apprezzate in Salvatore erano il risultato di un lavoro di maglio
al quale la vita l’aveva sottoposto quand’era ancora giovane, lontano, nella sua Catania.
****
Il brigadiere Floridia Salvatore veniva da una giovinezza di ristrettezze, a tratti burrascosa come il mare di Sicilia, come le correnti
insidiose tra Scilla e Cariddi. Avrebbe anche potuto perdersi e perire tra i flutti, abbagliato dalle sirene che sempre incontra chi si inoltra nella vita.
Salvatore era il secondo di due fratelli, la famiglia povera, ma non
disperata: il padre manovale edile, la madre operaia a ore in una
stireria, un affitto popolare.
Raggiunta l’età per tenere in mano una cassetta di frutta, il giovane Salvatore si era adattato a lavori stagionali per guadagnare
qualcosa, per dare una mano in casa, come faceva suo fratello, e poter
uscire con qualche soldo in tasca la sera in piazzetta, dove si radunavano i coetanei.
Partecipava alla raccolta dell’uva e delle arance, a mezza giornata.
Uscito da scuola passava per casa, ma non pranzava a tavola, mangiava per strada, seduto in bicicletta come i corridori al giro d’Italia.
Solo che lui non faceva nessun giro, si fermava invece nelle campagne
attorno alla città. Andava e veniva come fanno gli autobus e, benché la zona variasse a seconda delle colture, lui andava, raccoglieva e poi tornava per la stessa strada.
Il sabato e la domenica lavorava a giornata intera. La paga però
non dipendeva da quante ore stava nei frutteti, bensì da quante cassette
12
La donna accanto
riusciva a mettere sul carretto trainato dai cavalli: un tanto a cassetta. L’uomo che conduceva i cavalli teneva il foglio con i nomi dei
braccianti, e a fianco del nome registrava ogni cassetta con una x,
sicché a fine giornata Salvatore si metteva in fila lungo i muriccioli
a secco per ricevere la paga dai tenutari, seduti sotto gli alberi con
le loro belle camicie bianche e asciutte.
Tra l’uva e le arance lui preferiva la raccolta dell’uva, perché non
serviva la scala. Non che temesse l’altezza o avesse difficoltà a stare
proteso sui rami. Era che lui una scala non poteva portarsela dietro,
e a dire il vero non ce l’aveva nemmeno. Perciò gli trattenevano una
percentuale su ogni cassetta di raccolto se usufruiva di una scala presa
a prestito sul posto.
E non c’era modo di fare altrimenti, perché quando uno appoggiava la cassetta vuota sotto un albero quello era suo e le arance mature
andavano staccate tutte, anche se pendevano dai rami più alti.
Poi, quando non c’era la frutta da raccogliere, dal banco di una
pasticceria lungomare Salvatore serviva gelati e granite ai turisti e alle
coppie che passeggiavano per godersi la brezza e lo spettacolo del
mare blu.
Tolti i soldi dati in casa, con il rimanente della paga Salvatore
fantasticava di comperarsi il motorino. Lui stava molto accorto a
maneggiare il denaro, non come certi tipi che spendevano a occhi
chiusi. Li incontrava intorno al bar della piazzetta dove si radunavano i ragazzi dell’ultimo quartiere ovest. Alcuni il motorino lo avevano già, e un ragazzo in particolare ne aveva sempre di nuovi e
sempre più belli.
Come facesse poi, Salvatore se lo chiedeva con un po’ di rabbia.
Veramente un serio dubbio sull’origine di quell’agiatezza gli era venuto,
anche perché a guardarlo bene, questo qui, gli pareva che non avesse
niente più di lui. Lo scrutava con gli occhi di chi sa quanto pesa una
cassetta d’uva, e diceva a se stesso che quello non poteva certo raccogliere più frutta di quanta ne raccoglieva lui.
Questo ragazzo si faceva chiamare Scheggia e stava sempre assieme a un altro soprannominato Denti, per via del labbro superiore piccolo e corto, insufficiente a chiudere bene la bocca, cosicché
si vedevano sempre gli incisivi anche quando stava zitto.
Motorino tirato a lucido, agghindati che parevano dei signorini,
La donna accanto
13
offrivano sempre da fumare a tutti e non erano mai sprovvisti di pezzi
grossi.
Una sera in piazzetta era arrivato solo Scheggia, senza Denti. Nel
gruppo nessuno vi aveva dedicato più di una battuta, tutti intenti a
fumare, a bere, a guardare le ragazze che giravano al largo sull’altro lato della piazza. Di punto in bianco era stato Scheggia a chiamare in disparte Salvatore, nell’ultimo tavolino in fondo che aveva
le sedie impolverate perché nessuno le usava mai. Semi nascosto dietro
grossi vasi in ghiaino lavato che ospitavano degli alberelli potati a
fungo, gli aveva chiesto se voleva lavorare per lui.
“Capisci – gli aveva spiegato appoggiandogli una mano sulla spalla
– Denti si è ritirato.”
“E perché si è ritirato?” aveva chiesto il giovane Floridia.
“Ecchennesò, mi ha piantato in asso” aveva aggiunto l’altro sogghignando e mostrando i denti.
“Io mica c’entro qualcosa?” Si era premurosamente informato
Salvatore mettendo le mani avanti.
“Nooo, ci mancherebbe. È un’offerta che ti faccio!”
“Ma scusa, tu continua col tuo lavoro, no?”
“È che per lavorare bene bisogna essere in due.”
“E che lavoro sarebbe?” aveva chiesto Floridia arrivando finalmente al dunque.
“Ti basta afferrare la borsetta e tirare” era stata la risposta telegrafica di Scheggia.
“E perché vieni a chiederlo proprio a me?”
“Questa è la tua occasione – si era prodigato il piccolo teppista.
– Aho! Questo mica è un lavoro da femminucce. È da un pezzo che
ti tengo d’occhio. Tu tieni le braccia forti ed è quello che serve!”
Salvatore era incredulo e spaventato, non sapeva cosa pensare.
“Allora si fa, d’accordo?” concluse Scheggia tendendo la mano
per suggellare il patto.
“No, aspetta. Non l’ho mai fatto, non me la sento; no, no, non
fa per me, chiedilo a qualcun altro, non me la sento.”
“Eeecché, per chi mi hai preso? – aveva replicato l’altro con un
tono da sceneggiata. – Aho! Il qui presente Scheggia ha pensato a
tutto! Vedrai, è facile e si guadagna bene. Facciamo delle prove prima,
così non ci sono problemi; vabbene?”
14
La donna accanto
Salvatore lo fissava perplesso.
“E per quanto vuoi continuare a spingere la bicicletta? Tu il
motorino lo vuoi, no?” continuava il teppistello pungendolo sul vivo.
Fu così che in cambio di una borsetta rubata nuova di zecca, Scheggia
aveva convinto la sorella di un amico a prestarsi per alcune simulazioni.
La ragazza, che s’era calata bene nella parte, aveva opposto resistenza per non farsela portare via, sicché era stata strattonata riportando un livido sul polso e sulla mano. Anche Salvatore per poco
non aveva perso l’equilibrio rischiando di cadere dal motorino.
“Devi aggrapparti a me – gli spiegava Scheggia. – Con una mano
ti aggrappi, così ti puoi sporgere di più e non corri il rischio di cadere, anche se lei non molla.”
In un certo senso anche quello era un lavoro stagionale perché
avrebbero puntato soltanto ai turisti, evitando accuratamente di
arrecare noie ai catanesi. La paga era più che generosa: con una sola
passata capitava di guadagnare quanto Salvatore riusciva a mettere assieme con tutta la raccolta delle arance.
Alcune precauzioni: Scheggia e Salvatore non si sarebbero mai
dati appuntamento nello stesso posto, ma avrebbero deciso, prima
di separarsi, dove trovarsi la volta successiva. Con la pioggia o con
le strade viscide l’attività era sospesa. Salvatore doveva procurarsi
dei guanti e un fazzoletto da alzare fin sotto gli occhi al momento
dell’azione. Non più di una passata a sera; si sarebbe fatto a metà
dei contanti, mentre gli oggetti di valore erano per Scheggia. Dopo
alcune settimane Salvatore aveva già messo da parte a sufficienza
per comperare un motorino dei migliori.
A casa non s’erano accorti di nulla. Lui rientrava entro le nove e
mezza, dieci di sera al massimo. Teneva i soldi nella camera che
condivideva col fratello, infilati nell’intercapedine dell’armadio, raccolti
in una mazzetta legata con un filo utile per recuperarli.
Ben presto, però, il mattoncino di banconote non passava più per
l’intercapedine, e Salvatore era stato costretto a iniziare una seconda mazzetta che nascondeva sotto il fondo della cassettiera. Era
inquieto.
Tuttavia il giovane Floridia si trovò di fronte un problema che
all’inizio non l’aveva neppure sfiorato: si era reso conto che non
La donna accanto
15
avrebbe potuto in nessun caso spendere quei soldi per acquistare il
motorino. Come l’avrebbe giustificato davanti ai genitori? La famiglia aveva difficoltà a far quadrare il bilancio di fine mese; era quanto
meno prevedibile che i suoi gli avrebbero chiesto dove avesse trovato tutto quel denaro. Cosa avrebbe risposto?
Venuto meno il miraggio del ciclomotore, a Salvatore era parso
chiaro che continuare a scippare diventava un rischio inutile. Li aveva
ben visti i vigili, i carabinieri e la polizia girare per la città nel tentativo di arginare la micro criminalità che danneggiava tutto l’indotto
del turismo.
“Con questa settimana io chiudo” aveva annunciato pertanto al
compagno una sera, mentre prendevano posizione all’angolo del
parcheggio, dietro la cattedrale. Per giorni aveva meditato sul modo
migliore di dirglielo, non era così semplice ritirarsi una volta entrati
nel giro.
“Breve e deciso”, si era ripromesso, pensando di comunicare la
novità in modo che Scheggia si trovasse di fronte al fatto compiuto.
A quella notizia il socio lo aveva guardato accigliato, con l’angolo della bocca contratto, acido come avesse succhiato del limone.
“I soldi per il motorino adesso li ho – aveva continuato Salvatore – e mi sono preso degli altri impegni; insomma per me basta così.”
“Ecché sarà mai! Sul più bello che hai imparato vuoi andartene?”
Aveva cercato di arginarlo Scheggia con l’aria di un imbonitore.
Negli istanti di silenzio seguenti, Salvatore si era illuso di essere
riuscito nell’intento. Ma si sbagliava.
Aveva visto la rabbia trattenuta a stento filtrare come uno spiffero dagli occhi di Scheggia che cercavano di intercettare i suoi per
stabilire un contatto stretto, un corpo a corpo visivo nel quale far valere
la prevaricazione sulle parole attentamente soppesate.
Poi, Scheggia aveva ripreso il discorso assumendo quel tono che
vuole imprimere soggezione.
“No! – aveva ringhiato. – Tu adesso non mi pianti così: finisci la
stagione … e poi ne riparliamo.”
La storia degli altri impegni Salvatore se l’era inventata per non
fare la figura di quello che non mantiene la parola e tradisce l’amico. Ma Scheggia non voleva sentire ragioni. Alla fine, siccome Sal-
16
La donna accanto
vatore era deciso a mollare, l’altro era giunto a minacciarlo, dicendogli che gli avrebbe fatto terra bruciata intorno, e che non avrebbe trovato più nessuno disposto a dargli retta.
Impressionato e intimorito da tanta aggressività, Floridia aveva
accettato di continuare, a patto che Scheggia si fosse cercato al più
presto un altro compagno.
****
Come un guscio in mezzo al mare, la vita può virare bruscamente
puntando verso una destinazione ignota. Guardandosi attorno,
apparentemente non cambia nulla: lo stesso cielo, le stesse onde; ma
la rotta nondimeno è mutata e l’approdo imprevisto verrà svelato
un giorno lontano.
Era una serata di metà settembre, temperatura gradevole, strade affollate, passeggiate sul lungomare, degustazione di gelati e granite.
“Eccola finalmente” – sibilò Scheggia sbavando leggermente da
un angolo della bocca.
La stavano seguendo da quasi un’ora, in attesa del momento
propizio per strapparle la borsetta. L’estenuante appostamento
itinerante aveva avuto l’effetto di montare al limite l’inquietudine di
Salvatore, tanto che non riusciva più a stare seduto sul sellino. Non
era mai capitato che Scheggia si intestardisse tanto per una in particolare. Ma questa ….. Questa non voleva proprio farsela scappare: tipo svedese, firmata, tacchi alti, calze a rete e un luccicare di gioielli!
Schiave alle caviglie e bracciali ai polsi. Tutto di lei gli diceva che la
borsetta portata con disinvoltura non era una grossa tasca di cuoio
decorato, ma una cassaforte.
“Lasciamola perdere, non vedi che ha sempre qualcuno che le
ronza intorno” tentò di dissuaderlo Salvatore.
“Dovrà pur tornare in albergo!” si intestardiva Scheggia.
Era l’imbrunire quando entrarono in azione. Il desiderio di mettere le mani su una preda ricca aveva indotto Scheggia ad assumersi
qualche rischio in più del solito, spingendolo ad agire anche se avevano
notato degli sbirri nei paraggi.
Si trovavano giusto a ridosso del centro storico: raggiunsero la donna
alle spalle percorrendo una via contromano e dopo averle strappato
La donna accanto
17
la borsetta scesero dal marciapiede come da un trampolino, costringendo un’auto in transito a sterzare bruscamente per evitarli finendo
la sua corsa contro un’altra che sopraggiungeva in senso contrario.
Proprio in quel momento sbucò una pattuglia di carabinieri i quali,
compiuta una spettacolare inversione di marcia, accesero il lampeggiante e diedero fiato alla sirena mettendosi all’inseguimento del
motorino.
Per seminare gli agenti, Scheggia si infilava spericolato nelle vie
pedonali, ma in uscita veniva intercettato da un altro mezzo di pubblica
sicurezza. Nella foga svoltò per il corso che dal centro porta verso il
lungomare. Lì era più difficile dileguarsi.
Stavano percorrendo alla massima velocità il viale in direzione
Ognina, quando furono affiancati da una volante che iniziò a stringerli di lato, per indurli a fermarsi. D’istinto, Scheggia scartò imboccando uno scivolo che conduceva a pochi metri di spiaggia protetta dal frangiflutti. Erano in trappola.
Abbandonato il motorino, i due erano balzati come molle sulla
massicciata. Salvatore, che per il panico stringeva ancora la borsetta, la scaraventò lontano, cercando scampo negli anfratti tra i blocchi di cemento. Tuttavia gli sbirri erano sopraggiunti con le torce sicché,
per non farsi prendere, i ragazzi erano dovuti entrare in acqua allontanandosi da riva.
Il signorino però, dopo pochi minuti di lamentazioni frammiste a
imprecazioni, era tornato a terra, dove i poliziotti lo aspettavano con
comodo. Salvatore invece non s’era dato per vinto e aveva iniziato a
nuotare verso il largo. I vestiti gli davano noia, ma pensò di non toglierli,
se voleva tornare a casa prima o poi. Invece si tolse le scarpe perché
lo tiravano verso il fondo: le sfilò e le lasciò scomparire nell’acqua scura.
Solo quando fu a un centinaio di metri da riva pensò di essere
momentaneamente al sicuro. Mentalmente, Salvatore stava cercando
di organizzare la propria sopravvivenza.
“E se quelli mi aspettano fino a domattina?” – pensava. – “Sarebbe meglio spostarsi e sgattaiolare in un’altra zona della città. Magari
a sud da dove faccio prima a tornare a casa.”
Allora si era messo a nuotare in direzione del molo di levante. Era
stanco ma non aveva scelta. L’orologio al polso si era fermato e non
sapeva più che ore fossero. Stava steso sul dorso a prendere fiato,
18
La donna accanto
quindi pinnava mani e braccia per qualche minuto e poi si riposava nuovamente.
Le massicciate non si vedevano, ma la posizione da terra era
indicata dalle luci del lungomare. L’acqua era fredda.
Improvvisamente si accorse di essere sulla traiettoria delle barche
che uscivano dal porto per la battuta di pesca e cominciò a dare di
braccia vigorosamente per evitare di essere travolto, come aveva visto
tante volte nei film.
“Nei film, però – recriminava mentalmente – sono sempre i cattivi a finire male.” Lui invece non era cattivo. I cattivi erano quelli
che lo stavano aspettando laggiù. Loro erano in tanti, mentre lui era
solo … Solo e stanco…
Guardò in alto e vide le nuvole illuminate dalla luna. Si fece
mezzanotte, poi le due, e poi ….
****
Non vedendolo rincasare, in famiglia si erano ovviamente agitati;
anche suo fratello perentoriamente spedito a letto dalle urla del padre.
Dopo un’angosciosa attesa, quando ormai era notte fonda, il papà
aveva deciso di uscire per le strade alla ricerca del figlio, mentre la
mamma Assunta, con il cuore in gola si era inginocchiata in preghiera
davanti al crocefisso appeso in cucina.
Quello era un momento di quelli che si vorrebbe non arrivassero mai, quando l’immaginazione galoppa frustata dalla paura, e alla
mente di un genitore tutto appare plausibile. Uno di quei momenti
in cui una madre può immaginare qualsiasi cosa, e subito dopo sperare
il contrario. Proprio quando l’angoscia la stava paralizzando, togliendole il polso e la lucidità, Assunta si decise ad appellarsi ai regni dove
credeva che tutto fosse possibile.
“Oh Gesù, Giuseppe, Maria! – aveva pregato ad alta voce, – fatemi la grazia che il figlio mio torni a casa sano e salvo. Se mi fate
questa grazia lo farò andare in processione per Sant’Agata* vestito
solo di sacco.”
*La processione che si tiene agli inizi di febbraio in onore di Sant’Agata, patrona
di Catania.
La donna accanto
19
Quel poco che conosceva delle promesse fatte a Dio, Assunta lo
aveva appreso in modo approssimativo dagli ex voto; perciò non era
pienamente consapevole di ciò che aveva fatto. Del voto sapeva
solamente che si trattava di un impegno giudicato adeguato a ciò che
si desidera ottenere da Sua Signoria.
Per quel sentimento di identificazione che vincola naturalmente
la madre al figlio, la donna aveva perciò frainteso il valore di sacrificio e di purificazione insito nella promessa. Non le era balenato
neppure per un istante l’opportunità di una qualsiasi rinuncia in prima
persona in cambio della grazia: magari diradare i rapporti col marito, oppure evitare i dolci, andare a messa ogni mattina, smetterla con
i pettegolezzi, essere più gentile in stireria.
Assunta il voto lo aveva fatto sul figlio in quanto, per suo tramite, sentiva di essere lei stessa a compierlo. Anzi, a suo giudizio, quella
promessa era tanto più preziosa in quanto infliggeva una penitenza alla pupilla stessa dei suoi occhi, quasi che la mortificazione del
figlio fosse, quella sì, la prova di una profonda rinuncia personale.
Certo si può chiedere una grazia per altri ma il favore, se così si
può dire, va sempre inteso come fatto a chi lo chiede, non a chi lo
riceve, e pertanto nell’espletamento del voto non è il caso di coinvolgere altri se non che se stessi. Ma questo Assunta non lo sapeva.
Fatto sta che, suo malgrado, a Salvatore sarebbe toccato essere
termine di scambio per qualcosa che certamente lo riguardava, ma
per la quale non aveva espresso alcuna richiesta. Il ragazzo avrebbe così conosciuto il lato dell’amore che viene facilmente indotto
all’errore, quello che induce a implorare: Dio ti prego, fa che non sia
mio figlio. Un amore fragile, comprensibilmente umano, così diverso
dall’Amore Perfetto davanti al quale tutti i figli sono uguali.
Ciò che tuttavia si sarebbe rivelato ancora più grave in seguito,
fu che nella dichiarazione di voto Assunta non aveva stabilito un lasso
temporale di validità; in altre parole non aveva specificato la durata del contratto. Non aveva detto: mio figlio andrà in processione per
Sant’Agata vestito solo di sacco per dieci anni; oppure fino all’età
di diciotto anni, o anche fino a quando prenderà moglie. No, aveva detto soltanto: lo farò andare in processione per Sant’Agata vestito di sacco.
Nell’antichità questa svista avrebbe potuto significare incorrere
20
La donna accanto
inevitabilmente nelle ire di un Dio lontano e terribile. Ma fortunatamente, da qualche tempo era in vigore la legge del Nuovo Testamento,
quella che pone al centro della normativa universale l’Amore che
accetta e valorizza tutto, quello che attraverso l’alchimia della vita
trasforma il piombo in oro, e la carne tremula nel tempio dello spirito.
Ma anche questo Assunta non lo sapeva. Per lei Dio era un’entità esigente e vendicativa. E sarebbe stato proprio per evitare le sue
ire che un giorno lei avrebbe preso il posto del figlio nella processione,
riconducendo l’adempimento del voto sui binari che gli sono propri. Forse proprio questo stava scritto nella sua via di consapevolezza.
Forse anche in questo stava l’alchimia predisposta per la sua vita.
Comunque sia, mentre la madre gettava le basi per un futuro
contrasto col figlio, e il padre girava come uno stornello per le vie di
Catania, l’unico pensiero di Salvatore era quello di arrivare vivo alla
sponda sud della città.
La luna era occultata dalle nuvole e si era fatto ancora più buio
quando l’aveva assalito la paura di addormentarsi e annegare. Pensò
che prima di perdere completamente le forze gli conveniva dirigersi verso riva, che poteva distare cinque, seicento metri, o forse un
chilometro. Aveva continuato a nuotare senza una precisa cognizione
del tempo. Il mare era calmo, l’acqua gli aveva intasato i condotti
uditivi rendendolo completamente sordo. Percepiva solo il pulsare
del proprio cuore, incassato nel corpo intirizzito e stremato.
Cominciava ad albeggiare quando finalmente era riuscito ad
aggrapparsi agli scogli e, barcollando, aveva guadagnato il marciapiede dirigendosi d’intuito verso la zona di casa.
Scalzo, con la maglietta e i pantaloni appiccicati sulla pelle, temeva
di destare sospetti. Aggirando gli incroci e le strade principali si era
diretto verso il suo quartiere percorrendo vie secondarie, facendo
appello alle ultime forze che gli erano rimaste.
In casa avevano appena terminato una colazione nervosa: solo
suo fratello era riuscito a mettere sotto i denti qualcosa di solido. I
genitori avevano deciso di denunciarne la scomparsa ai carabinieri.
Salvatore suonò il campanello proprio mentre suo padre stava
uscendo nuovamente, dopo la notte passata nell’inutile ricerca.
La donna accanto
21
Appoggiato al portoncino d’ingresso, il ragazzo attendeva lo scatto
della serratura che l’avrebbe definitivamente sottratto a quella avventura da incubo, ma lo scatto non fece in tempo ad arrivare poiché il portoncino si aprì inaspettatamente e lui si trovò davanti suo
padre, incredulo.
L’incredulità durò tuttavia solo un istante, il tempo di flettere il
braccio e sferrare un paio di ceffoni: il primo scaraventò Salvatore
a terra, mentre il secondo andò a vuoto, dato che il capofamiglia,
accecato da un impeto d’ira, non s’era accorto che il figlio stava già
accasciato come un pulcino contro il muro. Poi, senza proferire parola
e senza neanche voltarsi, l’uomo se ne andò al lavoro.
Subito dopo era arrivata la madre che, mentre tentava di rialzarlo,
alternava domande concitate a scoppi di pianto e ringraziamenti alla
Vergine Beata, a Gesù Santissimo e a Sant’Agata, che Dio la benedica.
Siccome Salvatore non riusciva a reggersi in piedi lei lo trascinò
fin sotto le scale, poi chiamò l’altro figlio perché l’aiutasse a portarlo di sopra. Gli tolsero i vestiti fradici e, avvolto in un accappatoio,
lo avevano infilato a letto; gli avevano chiesto come stava, ma Salvatore non sentiva più niente.
Poi Assunta tornò a tastarlo, per accertarsi che si stesse scaldando, ma sentendolo ancora gelido aveva messo sul fuoco dell’acqua
per inzupparvi degli asciugamani da stendere sulla schiena e sul torace,
finché lui rinvenne. Gli preparò del caffé d’orzo e poi del caffé vero.
Verso mezzogiorno Salvatore sembrava stare meglio, ma iniziò
a tossire, sempre più forte. Verso sera sputava catarro, era squassato
da una tosse violenta e faceva fatica a respirare.
Passò la notte in quelle condizioni. Gli avevano dato l’aspirina e
qualche altra pastiglia per l’influenza dell’anno prima, ma la mattina seguente invece di stare meglio stava peggio: aveva la febbre alta.
Allora si decisero a chiamare l’ambulanza per portarlo in ospedale.
Alle domande su cosa avesse e quali fossero le cause degli arti con
evidenti segni di stasi sanguigna, Assunta non aveva saputo rispondere. In effetti l’avevano visto fradicio, ma non potevano immaginare che fosse rimasto in ammollo per tante ore in acqua fredda. Lui
farneticava. Gli somministrarono dei sedativi e farmaci per stimolare la circolazione.
22
La donna accanto
Quella volta gli andò bene: la polmonite fu trattata con massicce dosi di antibiotico e nel giro di qualche giorno fu dimesso. Ma lo
spavento era stato grande.
****
Scheggia tenne la bocca chiusa. Gli agenti lo pressarono più volte
per avere il nome dell’altro, ma lui niente; essendo seriamente intenzionato a costruirsi una posizione solida nell’ambiente, il ragazzo aveva fin troppo presente la necessità di crearsi la fama di duro
affidabile, uno di quelli che se ti metti dalla sua parte puoi stare sicuro. Uno che la sorte degli amici se la prende a cuore, però esige
fedeltà e dedizione completa in cambio. Se l’era cavata con qualche
mese di carcere minorile dove aveva ritrovato l’amico Denti che stava
per uscire
Il giovane Floridia invece da quella storia era uscito pulito, anche
se per poco non ci rimaneva. Suo padre si rifiutò di sapere cosa gli
fosse successo, sua madre si accontentò di riaverlo sano.
A Salvatore, tuttavia, il conto da pagare per quella faccenda sarebbe arrivato in seguito, a rate inesorabili, anche quando egli si era
ormai scordato del debito.
****
Erano i primi giorni di febbraio quando, una sera, il giovane
Salvatore trovò un sacco di canapa steso sul proprio letto.
“Provalo, – gli disse la madre – che vedo come ti sta.”
Alla richiesta di una spiegazione, Assunta aveva tagliato corto
dicendo che era necessario ringraziare per la mano santa che lo aveva
protetto, e che lui doveva assolutamente partecipare alla processione
di Sant’Agata con quella tela addosso, e poco o nulla sotto. Ovviamente il ragazzo non era d’accordo, ma alla fine fu costretto a cedere perché più che una richiesta quello suonava come un ordine.
Tutto sommato, la sua prima volta in processione fu un’esperienza
come un’altra, trovandosi al centro di una scena alla quale aveva
sempre assistito da spettatore. Non faceva neppure freddo e Salvatore, nel folto di quelli che seguivano il baldacchino, si era svagato
La donna accanto
23
a osservare da vicino i partecipanti; il resto della cerimonia lo aveva lasciato indifferente, se non fosse stato per la ruvidità del sacco,
la fatica di reggere il candelone per tanto tempo e l’attenzione a evitare
le gocce di cera bollente.
L’anno seguente invece faceva freddo e la processione gli era
risultata penosa. Era accaduto inoltre che egli aveva iniziato a fare
il filo a una ragazza la quale, avendolo per caso visto sfilare come un
monaco, si era poi negata e non aveva più voluto saperne di lui.
Era quindi tornato alla carica con sua madre per cercare di evitare la processione l’anno successivo e questa volta l’aveva messa
giù dura, sicché Assunta era stata costretta a confidargli la faccenda del voto fatto la notte che era scomparso.
Lui ne era rimasto scioccato: voleva bene a sua madre e desiderava accontentarla, ma contemporaneamente rifiutava quel fardello che non sentiva suo. Provava un senso di ribellione verso il mondo.
Avrebbe voluto modificare una realtà che non apprezzava, che non
condivideva e che, per molti aspetti, non riusciva neppure a giustificare. Non era tanto la processione in sé a renderlo insofferente, ma
tutto quello che essa rappresentava, ivi comprese le condizioni in cui
lui e la sua famiglia vivevano. Si sentiva realmente erede di una
condizione infelice, di obblighi contratti contro la sua volontà e odiava
tutto ciò che rendeva possibile quello stato di cose.
Comunque, non essendo in grado di opporsi al mondo in cui
viveva, aveva finito con il convincersi che l’unica alternativa era
sottrarsi ad esso.
Per questo sognava di andarsene, gli fosse anche costato lasciarsi
alle spalle gli unici punti di riferimento che lo sorreggevano. Iniziò
quindi a elaborare fantasiosi piani di fuga per allontanarsi da un
ambiente che percepiva sempre più opprimente. Ma quei piani erano
destinati a rimanere inattuati finché non fosse arrivato un aiuto esterno.
Una volta conseguito il diploma di perito meccanico, l’occasione
propizia era giunta col servizio di leva: aveva già deciso che dopo i
dodici mesi obbligatori si sarebbe arruolato nell’arma dei Carabinieri.
Pensava così di trovare una nuova casa e un ambiente che potesse
surrogare in qualche modo la protezione che offre una famiglia.
“Mi raccomando! – aveva gridato la madre al telefono – fatti dare
la licenza per Sant’Agata.”
24
La donna accanto
“Vacci tu al posto mio” aveva risposto lui sbattendo giù il ricevitore.
La licenza per la processione non l’aveva chiesta, cosicché alla
sfilata era stata costretta ad andarci Assunta, e quella fu la prima di
una lunga serie di processioni: vestita di sacco, con il cero in mano.
D’altro canto, lei sentiva che quello era un ripiego adatto solo a
sviare le ire del Signore causate da una promessa non mantenuta.
Questo era il timore che l’avrebbe accompagnata finché avesse avuto
la forza di seguire il baldacchino. Dal semplice sentire religioso di
Assunta, scaturiva l’intuizione che un debito non onorato secondo
i patti avrebbe dovuto essere comunque pagato altrimenti.
25
La donna accanto
ACQUA CHETA
All’uniforme da carabiniere Salvatore doveva molto. L’ambiente dell’Arma era duro ed esigente, com’è logico che sia, ma soprattutto sano e per certi versi protettivo, quasi familiare, nel senso che
a fronte di ruoli ben definiti non vi erano questioni lasciate
all’improvvisazione e c’era sempre qualcuno che si occupava del buon
andamento generale. Da carabiniere, egli aveva anche potuto integrare
parzialmente la sua istruzione alquanto limitata e crescere professionalmente.
Indossare la divisa gli aveva offerto l’opportunità di uscire da una
condizione sociale di sostanziale emarginazione; in altre parole aveva
potuto immaginare un futuro per sé, e tentare di costruirlo. E questo è già molto per un uomo.
Ma c’era qualcosa di ancora più prezioso per la quale Salvatore
doveva molta gratitudine a quel capo di sartoria ben confezionato:
sua moglie. Se non fosse stato carabiniere probabilmente non l’avrebbe mai incontrata.
In quel periodo aveva per compagno un certo Guido, anch’egli
meridionale, comunque meno meridionale di lui in quanto veniva
da un piccolo paese del leccese. Salvatore lo prendeva in giro per
via del Tavoliere.
“In tutto il mondo la terra piatta si chiama pianura – declamava
divertito Salvatore ogni qualvolta c’era la possibilità di metterlo alla
berlina – ma attenti, non in Puglia! No, perché loro sono ‘dddippiù’:
loro hanno il Tavoliere.” E giù a ridere
“Ma stai zitto stai – replicava Guido – che in quanto a essere
‘dddippiù’ voi siciliani camminate almeno una spanna sopra a tutti.”
“Eppeffozza – si divertiva Salvy, (Guido era l’unico che aveva il
permesso di chiamarlo così) – noi sui tavolieri ci tagliamo il pane, il
26
La donna accanto
formaggio, ci affettiamo i salumi; voi invece ci costruite le case e le
città sui tavolieri. E che case e che città potranno mai essere quelle
costruite su un tavoliere!” E giù a sghignazzare.
Si trovavano bene a lavorare in coppia: Salvatore classe 1958 e
Guido classe ‘57, ma siccome Salvatore vantava qualche mese di
anzianità più dell’amico, a parità di grado era lui il capo pattuglia.
Con alcuni anni di esperienza maturati in giro per l’Italia non
paventavano di affrontare alcuna situazione si presentasse e avevano
accettato volentieri di svolgere del lavoro notturno extra, rispetto a
quanto previsto da contratto, perché così guadagnavano di più, e
per due scapoli come loro non c’erano problemi d’orario.
Una notte giunse la segnalazione di una rissa presso la discoteca
della zona. Al volante c’era Guido, che in quanto a pestare sull’acceleratore andava alla grande, tanto che Salvatore a volte lo riprendeva. Corsero come saette ma arrivarono sul posto quando il peggio era passato. Come spesso accade, la lite era scoppiata per dei
complimenti grassi alla bambola di qualcun altro. Gli amici degli uni
a dare man forte contro gli amici degli altri. E le ragazze a gridare, a
gesticolare, a dirgli di smetterla e a scansarsi quando rischiavano di
essere travolte. Il tragicomico era che i due buttafuori, invece di sedare gli animi, se le erano date l’un l’altro senza ritegno.
Nella foga i facinorosi avevano ammaccato un’auto in sosta. Calci
pugni e qualche colpo proibito, finché a uno scemo era venuta l’idea
di spaccare una bottiglia di birra per emulare i balordi del Bronxe,
quelli duri, sicché una delle tante teste calde, evidentemente il predestinato, era stato trasportato in ospedale in tutta fretta per tamponare
il sangue e per cucirgli addosso delle cerniere di punti.
Menare un ceffone o un pugno non è propriamente lo stesso che
cercare di svenare il prossimo con un’arma impropria come dei cocci
di vetro. La prima è una ragazzata, o uno sfogo sul quale, volendo,
si potrebbe sorvolare; nel secondo caso invece si passa dalle lesioni
personali al tentato omicidio. Quanti ne sono successi di fattacci iniziati
con uno spintone e terminati all’obitorio! In questi casi gli agenti in
pattuglia hanno l’ordine di non trascurare nulla e il permesso di usare
la mano pesante.
Le testimonianze da raccogliere per stabilire le responsabilità erano
molte, e il lavoro non poteva essere fatto tutto quella stessa notte.
La donna accanto
27
Alcune persone erano state sentite subito mentre altre, una volta date
le generalità, erano state invitate a presentarsi l’indomani presso la
stazione dei carabinieri per rilasciare la loro versione dei fatti.
Preso com’era dagli accertamenti, quella notte Salvatore non aveva
fatto molto caso a una certa ragazza, ma quando il giorno dopo lei
gli si sedette davanti per la deposizione, la saliva gli andò di traverso. Stava composta, rinunciando alla posa provocante e scontata delle
gambe accavallate. Non ne aveva assolutamente bisogno, considerata
l’ampia dotazione di cui disponeva per sedurre.
Confermate le generalità, Salvatore iniziò a porle alcune domande
di rito.
“Dunque, signorina Enza, come mai si trovava presso la discoteca Nouvel Accord ieri sera?”
“Ma allora le barzellette dicono la verità – pensò lei. – Per quale
motivo può andarci uno in discoteca?”
“Per un funerale” aveva risposto secca guardandolo diritto negli occhi, a muso duro.
Intuendo quale fosse il genere di carattere in cui si era imbattuto, Salvy aveva lasciato momentaneamente perdere le regole e si era
calato nello spirito che la situazione a suo parere esigeva.
“Ok” aveva commentato indifferente, prendendo per buona la
risposta e iniziando a digitare ad alta voce sulla tastiera della macchina da scrivere.
“Mi tro... vavo lì… per fare… il... funerale… al... mio… ragazzo
e… cercar… ne… un… altro…, virgola,… con… l’occa… sione.”
Alzando ogni tanto gli occhi dai tasti, Salvatore aveva notato che
il broncio della signorina si era disteso in una smorfia indefinibile.
“Ma come l’ha capito?”
“Me l’hai appena detto tu o sbaglio?” aveva azzardato lui saltando
dal lei al pronome più confidenziale. Sapeva benissimo che quel modo
di condurre la deposizione del testimone non era contemplato nelle procedure, ma stava seguendo l’intuito, una vibrazione fortissima
alla quale non riusciva a resistere.
“Ti ho detto che ero ad un funerale – aveva risposto la ragazza
adeguandosi al tu nello stile in cui discuterebbero nuora e suocera.
– Non ti ho detto che ne avevo le palle piene di quel…”
La signorina Enza si era interrotta bruscamente poiché la sala
28
La donna accanto
alquanto spoglia che li ospitava stava rimbombando per via del suo
tono di voce decisamente seccato. Quindi si ricompose, cercando
di recuperare un volume di conversazione normale.
“… insomma, non ti ho detto che mi stavo guardando intorno.”
“Agganciata!” pensò Salvatore trionfante in cuor suo.
“Beh – l’aveva ripresa lui travisando di proposito per calcare la
mano – comunque sia, la prossima volta che pensi di guardarti intorno vedi di non farlo in mezzo agli ubriachi per cortesia.”
“Vorresti dire che sono io la responsabile del putiferio che hanno combinato quei deficienti!?”
Era scattata protendendosi in avanti e poggiando la mano sul petto
come farebbe chi nega d’aver preso la marmellata mentre ancora si
sta leccando le dita. Salvatore si alzò dalla sedia girando attorno alla
scrivania per poterla osservare meglio, tutta intera. Mani e piedi perfetti,
gambe lunghissime. Per misurarle non ci sarebbero voluti centimetri e nemmeno pollici, ma tanti palmi aperti a sfiorarle e a mapparle
tutt’in tondo.
E poi i fianchi, tali e quali quelli di una dea che sfumavano su un
busto statuario, con lo sterno leggermente abbassato ad accentuare la cesura del decolleté, sguardo vivace e viso espressivo, anche
troppo, assediato da una selva di capelli ribelli castano chiaro.
Di lì a qualche giorno, quando finalmente avrebbe avuto di fronte
il corpo di lei senza alcun velo, Salvatore avrebbe notato che anche
i seni erano prossimi a un canone ideale: avevano la forma di una
coppa di cristallo, se non fosse stato per una lieve asimmetria, come
se il maestro vetraio avesse soffiato leggermente più del necessario,
senza porre l’usuale attenzione nel farli roteare mentre il vetro fuso
si raffreddava.
“Sì – disse con forza Floridia distogliendo infine lo sguardo da quelle
grazie – credo che sia colpa tua; anzi, sono certo che deve essere stato
a causa tua che è scoppiata la rissa. Comunque, siamo qui per accertare la verità. Ti sto a sentire: se hai qualcosa da dire a tua discolpa...”
Enza era frastornata, rapita dall’abilità con cui l’appuntato Floridia
la stava manipolando. Non le era mai capitato di sentirsi osservata
e scandagliata in quel modo: c’era una forza indicibile in quello sguardo, tanto che per un istante le era parso di avvertire realmente qualcosa
sfiorarla e ne era rimasta turbata.
29
La donna accanto
“Non preoccuparti – aveva aggiunto Salvatore vedendola interdetta – posso venirti incontro e rimediare alla noia funebre di ieri sera.”
Tanta sfrontatezza Enza non l’aveva mai riscontrata in nessun
ragazzo delle sue parti; era senza parole, estasiata, incredula di stare già al centro dei pensieri di quell’uomo. Doveva arrivare proprio
uno da fuori per farle provare certe sensazioni?
“Di dove sei?” gli chiese.
“Perché?” aveva indagato lui sospettoso.
“Prima di uscire con te potrò sapere almeno da dove vieni e dato
che ci siamo magari anche come ti chiami?”
****
Salvatore era un paio di centimetri più basso della sua ragazza e
quando lei metteva i tacchi lo scalino tra i due aumentava in maniera
imbarazzante, ma questo non lo disturbava affatto. Lui l’aveva trovata e lui se la sarebbe tenuta, con o senza tacchi.
“Tanto, scappare non mi scappi – le diceva – perché ti tengo con
tre mani vero piccola?” e ammiccava in segno di complicità.
Le nozze avevano coronato un fidanzamento di neanche due anni,
durante i quali Enza si era generosamente prodigata per vincere alcune
resistenze da parte dei genitori che non vedevano di buon occhio un
carabiniere siciliano. Tuttavia avevano presto dovuto soccombere
all’idea di uguaglianza tra gli uomini propugnata dalla figlia la quale, in tal modo, dava prova di aver fatta propria l’educazione liberalprogressista che suo padre e sua madre erano orgogliosi di averle
impartito.
Dava nell’occhio Enza, tanto che gli amici l’avevano incoraggiata
a partecipare a un concorso di bellezza. Quell’esperienza, tuttavia,
si era rivelata una parziale delusione: le avevano detto che con quella
faccia non avrebbe potuto andare lontano.
“Cos’ha la mia faccia che non va?” aveva chiesto mortificata.
C’era che i lineamenti del viso non erano armoniosi a sufficienza: zigomi troppo spigolosi e sporgenti su un viso nel complesso
tondeggiante, dorso del naso pronunciato, labbra sensibilmente più
sottili di quanto sarebbe stato desiderabile. Se a ciò si aggiungevano dei capelli un po’ troppo ricci e ribelli, il risultato era un aspetto
30
La donna accanto
da selvaggia, anche se aveva appena fatto la messa in piega e nonostante il trucco.
“Hai un viso troppo particolare – le avevano risposto. – Non sei
abbastanza dolce. Tu un uomo lo attrai ma lo intimorisci anche. Le
statistiche dicono che se mettiamo la tua faccia in mezzo ad altre, quelle
buone prenderanno un venticinque, trenta percento mentre tu, se
va bene, ne verrai fuori con un … molto meno insomma.”
A parziale consolazione, tuttavia, le dissero che se avessero potuto prenderlo a pezzi, il suo corpo se lo sarebbero spartito senza
problemi. In effetti, tramite l’agenzia del concorso Enza era stata
contattata in seguito per reclamizzare calze, costumi da bagno, reggiseni e mutandine. Poi le avevano proposto di prestarsi come controfigura in qualche inquadratura erotica, laddove non si scorgeva
il volto della protagonista. Ma di questo lei non aveva mai informato Salvatore, preferendo tranquillizzarlo con puntigliosi e dettagliati resoconti circa il buon esito dei servizi fotografici realizzati con
qualcosa addosso. Erano arrivate anche piccole parti in film di successo e dei soldini facili. La sua occupazione restava in ogni caso
l’impiegata contabile presso gli uffici di una catena di negozi di abbigliamento per marche rinomate.
Mentre i comuni mortali suoi colleghi avevano difficoltà a ottenere pochi giorni di permesso per ragioni personali, era la presidente
del consiglio di amministrazione in persona a informarsi quando Enza
avrebbe avuto l’impegno successivo per ingaggi pubblicitari e non
lesinava permessi, considerandoli trasferte pagate anziché assenze
da decurtare sullo stipendio.
La ragione dell’occhio di riguardo nei suoi confronti era semplice:
approfittando dell’aggancio mediatico, la ditta in cui lavorava Enza ne
aveva fatto un elemento indispensabile negli eventi più significativi di
public relation, come la presentazione della struttura aziendale ai produttori
(per spuntare prezzi di favore), l’inaugurazione di nuovi punti vendita,
in occasione dei cocktail con i fornitori, delle cene sociali di fine anno
con i dipendenti. In tali circostanze venivano preparate delle gigantografie,
tratte dalle campagne pubblicitarie in cui comparivano le grazie di Enza.
Poi, terminati gli impegni, le grandi foto venivano sistemate nel corridoio centrale degli uffici come dei quadri, a formare una curiosa raccolta
che si arricchiva di stagione in stagione.
La donna accanto
31
Tra i vari privilegi di cui Enza godeva in azienda, tuttavia, quello
che suscitava maggiore invidia tra gli impiegati era la stanzetta in cui
lavorava: c’era solo la sua scrivania, e per entrare si doveva bussare, come all’ufficio del direttore. Andava bene così e nessuno osava protestare apertamente: la signora Floridia era una buona carta
da giocare e per non farsela scappare l’azienda era disposta a concedere qualcosa in più dell’usuale.
Quando c’era Enza infatti, i dirigenti potevano stare certi dell’efficacia della comunicazione. Tutto sembrava più genuino; alcuni
dipendenti anziani le avevano confermato di non aver mai assistito
a tanta magnificenza nella gestione delle risorse del bilancio. In effetti l’immagine di Enza stimolava la fiducia, l’intraprendenza, e la
direzione opportunamente se ne serviva per trasmettere entusiasmo
al volano dell’Azienda.
Salvatore era orgoglioso della moglie, delle sue capacità e del suo
fascino; provava soddisfazione dalla sua compagnia, specialmente
in pubblico, perché la bellezza è sempre invidiata. Negava di essere
possessivo, ma Enza aveva un bel da fare per difendere i propri spazi
e per arginare la sua gelosia che si manifestava in raffiche di chi, dove,
quando. Allora lei gli parava davanti gli artigli per graffiarlo, anche
se faceva solo finta.
“Salvatore sei ridicolo – sdrammatizzava dosando parole rassicuranti e impennate d’orgoglio indipendentista. – È quel tizio che hai
conosciuto anche tu, ricordi?”
Lei aveva imparato che in presenza di suo marito non poteva
salutare uomini che lui non conoscesse; in quel caso avrebbe
dovuto prima presentarglieli. Quando era contrariata, o voleva
più attenzione per sé, era lei a stuzzicarlo con affermazioni del
tipo: i maschi hanno sempre meno tempo per insidiare le femmine degli altri. Se era stanca e non aveva voglia di ingaggiare
discussioni se ne usciva con stilettate del genere: potevi prenderti
una casalinga, caro mio; oppure: fammi pedinare se non ti fidi. Il
più delle volte, tuttavia, gli alterchi rimanevano nell’ambito del
gioco amoroso.
In una occasione, erano gli inizi di dicembre, Enza aveva chiesto a Salvatore di accompagnarla alla consueta cena di fine anno con
i dipendenti della ditta.
32
La donna accanto
“Che ci vengo a fare? – aveva obiettato lui. – Non ho niente a che
vedere con voi.”
“Gli altri però a volte si portano il marito o la moglie. Dai, Salvatore, fammi contenta; quando è ora di ballare mi tocca sentire certi
fiati! Almeno così sto in pace e ballo con te.”
“Ma se a ballare faccio ridere! Non ti importa della figura che ti
farò fare?” Obiettivamente, a vederlo in pista Salvatore non era un
granché in fatto di scioltezza ed eleganza, ma questo passava in
secondo piano rispetto alla capacità di attirare e coinvolgere che i
due avevano. Nel corso della serata si era formato una sorta di sciame
ondeggiante attorno a loro. I Floridia stavano a tavola? Bene, iniziavano le risate, le battute di spirito, e la bonomia dilagava attirando i convitati dagli altri tavoli; solo per salutare, tanto per ascoltare
un lazzo, giusto per conoscere l’uomo di Enza. I Floridia stavano in
pista? Ottimo, nel volgere di qualche istante altri si aggregavano e
si sorridevano a vicenda, cercando traiettorie indipendenti che finivano
col diventare orbite attorno a loro; giusto per condividere, per osservarli abbracciati da vicino. I Floridia si dirigevano verso il guardaroba?
“Non potete andarvene proprio adesso – le diceva il direttore
marketing. – Enza se te ne vai lo prendo come uno sgarbo personale.”
“Ma è tardi – rispondeva lei senza dar peso all’amichevole ricatto – e domani Salvatore va al lavoro presto; non come noi che possiamo arrivare in ufficio alle otto e mezza.”
Enza e Salvatore non erano una coppia usuale: non lo erano stati
da fidanzati e non lo furono nemmeno da sposati, almeno per un
certo periodo.
Erano cercati e apprezzati in un’ampia cerchia di conoscenze. Un
amico aveva trovato un paragone ardito ma illuminante, affermando
che nella maggior parte dei casi uno più uno fa due. Eccezionalmente
la somma potrebbe dare anche tre e tuttavia, guardando Enza e
Salvatore, lui si era reso conto che esisteva un’altra possibilità: undici.
I coniugi Floridia erano ben voluti per via della loro forza vitale
e non potendo essere come loro, gli altri cercavano quanto meno di
imitarli. Non si può dire che facessero moda né tendenza ma, all’interno delle mode e delle tendenze, per chi li conosceva costituiva-
La donna accanto
33
no un punto di riferimento. Nei loro confronti erano tutti per lo più
ben disposti e se sbagliavano non si trattava di errori ma di vezzi.
La realtà era che quei due avevano una carica e un’intesa sessuale fuori dal comune. Erano dei privilegiati, dei signori favoriti dalla
chimica e dalla fisiologia, simili a meccanismi segnatempo in grado
di sincronizzarsi a piacimento secondo l’orario indicato dal partner.
Le loro effusioni amorose erano grovigli istintivi in cui la forma veniva franta, potenziata, ricomposta, ma restava sempre riconoscibile;
dove l’atto acquisiva un significato assoluto e ogni gesto generava
sicurezza. Quella sicurezza di cui si nutrivano l’un l’altro e che trasmettevano a tutti quelli con i quali entravano in contatto.
“Non saprei – diceva una cara amica di Enza – è come se la forza dell’una si alimentasse della forza dell’altro in un crescendo
esponenziale. Quando sono insieme si crea attorno a loro un non
so che di potente e coinvolgente.”
I primi anni di matrimonio avrebbero potuto a buon diritto essere
definiti fulgenti, indimenticabili e irripetibili. I giorni scorrevano gratificanti per Enza e sereni per Salvatore. In quegli anni egli era riuscito a porre le basi per la carriera distinguendosi per le capacità
professionali, oltre che per il coraggio e la forza d’animo che davano una marcia in più alla squadra di cui faceva parte. Benché allora fosse ancora soltanto un appuntato scelto, era chiaro ai superiori che si trattava di un elemento di spicco.
La benedizione era durata per circa un decennio, il che è molto
più di quanto potrebbe sperare chi non sia mai riuscito a scorgere
una buona stella dietro la maschera cangiante degli eventi quotidiani.
Eppure, dieci anni possono essere un tempo breve per chi invece aveva
creduto che bastassero capacità e volontà per sfuggire alla sorte volubile
e imperscrutabile.
La tempesta aveva avuto inizio lentamente, in maniera pressoché impercettibile, tanto che Enza e Salvatore non se ne accorsero.
E poi, … poi, quando se ne avvidero era ormai troppo tardi.
La differenza tra la fortuna e la mala sorte può essere una traccia invisibile, come quella che separa la miseria di un naufrago dalle opportunità che lo attendono sulla terra.
Per Salvatore ed Enza lo spartiacque tra un passato esaltante e
un futuro denso di preoccupazioni fu letteralmente segnato da una
34
La donna accanto
questione di poco peso, quanto può pesare ad esempio un cartoccio di affettato acquistato al supermercato sotto casa. Sì, quella traccia
invisibile fu una questione di grammi: pochi, indisciplinati, stupidi
grammi di adipe in sosta vietata sulle curve più pericolose, sui tratti
più belli e panoramici di quel tripudio di rotondità, di quei saliscendi
esaltanti scolpiti nel corpo di Enza.
Il primo segnale del cambiamento arrivò dall’agenzia pubblicitaria:
Enza veniva convocata in media ogni sei, sette mesi per l’aggiornamento del suo book fotografico; gli operatori del settore dovevano
proporre ai clienti foto scrupolosamente recenti delle modelle che
avevano a disposizione.
Stava arrivando la bella stagione e per cenare fuori una sera d’aprile,
con la temperatura insolitamente gradevole e le giornate più lunghe,
Enza voleva indossare uno dei suoi vestitini decisamente accattivanti.
Solo che al momento di chiudere la cerniera si era accorta di dover
trattenere leggermente il respiro. Per chiudersi si chiudeva, ma osservandosi allo specchio aveva notato un rigonfiamento laddove il
vestito attillato, a finte scaglie di rettile, lasciava apparire il morbido
incarnato roseo. C’era più volume dentro di quanto potesse starcene comodamente e quello in eccesso era spinto oltre il bordo rigido
a doppia cucitura.
Fosse stata un’altra, probabilmente non ci avrebbe fatto un gran
caso: era comunque una linea invidiabile, come si dice, da metterci la firma. Ma non per Enza. Aveva riposto il tessuto simil-rettile
adattandosi a un completino sobrio.
Quella sera aveva parlato poco a tavola. Ogni tanto, conversando con gli amici, Salvatore la osservava notando qualcosa di insolito. Enza lasciava sul piatto buona parte delle portate e inoltre …
niente grissini che solitamente si divertiva a rosicchiare come un criceto.
Ad un certo punto due amiche, tra quelle che la conoscevano
meglio, si erano lanciate un’occhiata che i maschi non avrebbero mai
saputo interpretare, nemmeno Salvatore; ma Enza e le altre sì. Il
significato di quel messaggio al limite della telepatia era più o meno
il seguente: è iniziato il conto alla rovescia.
Il mattino seguente, mentre percorreva il corridoio che portava
agli uffici, Enza aveva gettato lo sguardo sulle gigantografie di spot
pubblicitari: le aveva viste per tanto tempo. Quelle immagini erano
La donna accanto
35
diventate per lei una insostituibile fonte di sicurezza in quanto delineavano i confini del suo essere in mezzo agli altri e lei, in quei confini, si trovava decisamente a suo agio. Ma quella mattina non era
la stessa cosa.
Si era sforzata di ricordare quando fosse stata l’ultima volta che
aveva aggiornato le foto in agenzia sicché, giunta alla scrivania, aveva
cercato l’agenda dell’anno precedente incastrata sul fondo dell’ultimo cassetto e l’aveva sfogliata velocemente. Erano passati quasi
otto mesi. Tempo di scaraventare l’agenda nel cestino e aveva già
il telefono in mano.
Il capo fotografo responsabile dell’agenzia non c’era, avrebbe
dovuto telefonare più tardi. Più tardi era impegnato in riunione e le
avevano chiesto cortesemente di richiamare nel pomeriggio. Nel
pomeriggio era assente per un impegno improvviso e a malincuore
l’avevano invitata a riprovare l’indomani. Il giorno dopo l’avevano
assicurata che l’avrebbero richiamata loro quando fosse stato disponibile.
“Richiamare un cazzo! – aveva gridato ingoiando quasi il ricevitore – me lo passi subito, tanto sono sicura che è là.”
“Cosa c’è Enza? – sentì chiedere dall’altra parte del telefono – mi
dicono che c’è un problema ma conoscendoti credo che abbiano
capito male.”
“Il problema lo hai tu con quelle stronze che pensano che io sia
scema. È da ieri che cerco di parlarti, ma non ho mai avuto tante
difficoltà, neanche col Presidente della Repubblica!”
“Sei la solita, la migliore. Come stai?”
“Come vuoi che stia! Come una che è stata scaricata ecco come sto.”
“Senti Enza, abbiamo avuto parecchio da fare, neanche il tempo per andare al cesso…”
“Da fare con le altre evidentemente perché io non ho più sentito niente!”
“Non metterla così…”
“E come dovrei metterla? Eh già forse non è questione di metterla ma di mettersi. E come dovrei mettermi?”
“Dai Enza, ti ripeto che è stato solo una questione di tempo…”
“Non te l’ho mai data questa è la questione. Ma ho fatto bene.
Anche ci fossi stata mi avresti scaricata lo stesso.”
36
La donna accanto
“Ti chiamo io entro la prossima settimana, così vediamo cosa fare,
ok?”
“Non strozzarti, mi raccomando, non voglio averti sulla coscienza!”
Si pentì subito del modo in cui l’aveva aggredito. “Gli anni passano per tutti” si era detta “evidentemente hanno a disposizione merce
migliore.” Si ripromise che se non l’avesse chiamata lui, lo avrebbe
richiamato lei. “In fondo” pensava “si può fare da modella anche per
altri prodotti: gonne, pantaloni, tailleur, tute da ginnastica.” Ma si
ritraeva subito da quei pensieri domandandosi avvilita se aveva senso
iniziare a lottare per obiettivi del genere? Aveva senso mendicare il
gusto del pane azzimo quando per anni aveva pasteggiato a crostacei
e Cartizze?
Enza non peccava certo d’ingenuità: fin dall’inizio era stata consapevole che quel lavoretto piacevole non avrebbe potuto durare in
eterno; ma la fine della corsa era arrivata così in fretta… e giunta al
dunque non era disposta a rassegnarsi all’evidenza. In ogni caso aveva
posato per poche foto ancora e poi, alla scadenza dei contratti, era
calato il sipario.
Nel frattempo c’era stato un discreto turnover all’interno dell’azienda in cui lavorava. Un buon numero di colleghi se n’erano andati,
tutto il settore della moda era in fermento, sicché alcuni dipendenti
erano passati alla concorrenza e altri avevano semplicemente abbandonato a causa degli ultimi bilanci poco brillanti che non lasciavano presagire anni sereni a venire. Anche il direttore vendite aveva
cambiato cavallo per trovare nuovi stimoli e porsi più ambiziosi traguardi commerciali.
Il rapporto amichevole e privilegiato di Enza con la proprietà era
immutato: la presidente del consiglio di amministrazione, detentrice
della quota di maggioranza relativa, la vedeva sempre volentieri
quando passava in sede, ma non aveva voce in capitolo nell’organizzazione del lavoro, quello spettava ai direttori di settore.
Sulle gigantografie degli spot pubblicitari aveva iniziato a depositarsi una patina che nessuna donna delle pulizie sarebbe mai stata in grado di rimuovere.
Alla direzione era apparsa chiara e urgente la necessità di snellire l’organigramma e rinnovare l’immagine stessa dell’Azienda per
La donna accanto
37
sfruttare altri canali, altre entrature, per conquistare nuovi clienti, per
blindare il rapporto con i fornitori migliori e distanziare la concorrenza
laddove possibile.
In occasione della cena sociale di fine anno era toccato al Direttore Generale in persona trasmettere con un lungo discorso le nuove linee guida lungo le quali la società avrebbe cercato ulteriore
sviluppo e nuovi spazi di mercato. L’azienda avrebbe tentato l’impossibile pur di sopravvivere e le nuove parole d’ordine lanciate sulla
platea dei convitati erano state: niente protagonismi, ma sinergie e
gioco di squadra.
L’accenno alla fine dei protagonismi era suonato come una campana a morto per Enza; tant’è vero che qualcuno si era girato a
guardare proprio lei, anche se nel discorso del direttore ce n’era per
tutti.
Il sette gennaio, rientrata al lavoro, la signora Floridia aveva trovato che un’ala dell’edificio era stata separata con un muro per essere ceduta a un’altra società; le gigantografie erano scomparse e le
pareti ritinteggiate per uniformare la tonalità dei muri. Al loro posto
vi erano piccoli quadretti con le foto dei punti vendita più prestigiosi.
E purtroppo non era l’unica novità: il suo piccolo ma personale ufficio, era stato trasformato in saletta ricevimento ospiti, con tanto di
distributore automatico di bevande e caffè. La sua scrivania era finita tra le altre, posta nella sala che fino a dicembre era stata adibita a mensa. Avrebbe dovuto accomodarsi in seconda fila, la terza da
sinistra. Per pranzare i dipendenti potevano usufruire di buoni pasto da utilizzare presso il self service del centro commerciale, a pochi chilometri di distanza.
A mano a mano che arrivavano gli impiegati, nell’ex sala mensa
regnava un silenzio spettrale. L’inquadramento dei dipendenti era
rimasto lo stesso e nessuno ebbe motivo di lamentarsi, ma la sensazione era di essere diventati semplici numeri e di aver perso ognuno
quel po’ di specificità che aveva contribuito a dare grinta e carattere all’Azienda.
“Non dobbiamo meravigliarci – aveva detto un quadro intermedio
che forse era stato istruito in proposito con l’intento di sondare dall’interno lo stato d’animo degli impiegati. – È un periodo di forte
mutamento e non ci sono alternative: o cresciamo, oppure si ven-
38
La donna accanto
de o si chiude. Si stanno attrezzando tutti per ridurre i costi e investire con l’obiettivo di conquistare nuove quote di mercato. Credo
che sarà dura, dovremo stringere i denti.”
L’azienda fece quadrato e riuscì a rinnovarsi. Sperando di rimettersi
in gioco, da parte sua Enza aveva inflitto a se stessa una dieta ferrea che la costringeva poi a concentrare il cibo in pochi pasti per riuscire
a reggersi in piedi, l’esatto contrario di quanto avrebbe dovuto fare.
Avesse potuto cucirsi la bocca dello stomaco l’avrebbe fatto. Comunque, nonostante fosse riuscita a mantenere la taglia, certe sinuosità
se ne erano andate per sempre.
Ma non era solo una questione di curve: Enza era nervosa e irrequieta come non lo era mai stata, come se d’un tratto tutto ciò che
aveva fatto, per cui aveva lottato non contasse nulla e dovesse iniziare da capo. Le sembrava di essere sottoposta al vaglio di una giuria
che la esaminava per la prima volta e, soprattutto, di dover farlo senza
poter contare sulle attrattive fisiche che l’avevano tanto agevolata.
A dire il vero nessuno si aspettava da lei più di quanto può fare
un buon ragioniere, ed era proprio questo a renderla insofferente,
perché lei desiderava assolutamente dimostrare qualcosa di più. Ma
non c’era più spazio, non c’era più tempo, per nessuno; imperava
una nuova disciplina di gruppo fondata sul rendimento a ogni costo e sulla competizione esasperata che per via gerarchica pressava
tutti i dipendenti. Per molti anni lei si era abituata a uno spazio di
lavoro tutto suo, mentre ora era costretta a condividere i malumori
degli altri e a respirarne l’estro senza possibilità di sottrarsi ai commenti malevoli di coloro che l’avevano sempre vista come una privilegiata. Una volta rientrata nell’anonimato, tutti avevano l’occasione di scaricarle addosso le frustrazioni patite.
Enza si era battuta per difendersi, ma le difficoltà per lei erano
troppe: troppi ghigni, troppi colpi bassi accompagnati da occhiate
impietose e sorrisi ipocriti a cui non era abituata. Cercava di fare del
suo meglio, ma indebolita da una costante tensione aveva anche
iniziato a pensare che forse… cambiando lavoro… e dopo circa un
anno si decise a lasciare.
Nel frattempo, sperando di poter ricucire un rapporto con l’agenzia
pubblicitaria, era andata a mendicare un ingaggio qualsiasi cospargendosi il capo di cenere. Purché fosse, avrebbe accettato an-
La donna accanto
39
che i pantaloni, le camicette, i tailleur… così almeno credeva. Il responsabile, che aveva mandato a quel paese per telefono, l’aveva
costretta a quasi un’ora di anticamera prima di concederle tre minuti, per dirle poi che non c’era nessun servizio fotografico da fare.
“Lo sai Enza che noi si lavora solo a pelle – le aveva detto. – Proprio
per questo siamo al top. Però se vuoi ti do il nome di un amico che
fa cataloghi per grandi magazzini e centri commerciali. Trattano anche
tute, camicette, pantaloni e roba del genere…” Una pugnalata.
La testa le scoppiava. Bastava che ci fosse qualcuno che parlasse sottovoce nei paraggi, che subito Enza pensava stesse ridendo di
lei. D’un tratto l’armadio era rimpiccolito: ai capi che aveva sfoggiato
tante volte, quelli con il taglio da manichino, si aggiunsero rapidamente batterie di pantaloni, gonne, camicette e giacche che vestivano più comodamente. Sembrava che non riuscisse a trovare niente
che le stesse realmente bene. Quello che cercava di sicuro non c’era;
di certo le sarebbe stato più semplice rassegnarsi a suscitare meno
invidia femminile e ad attirare meno sguardi maschili.
La realtà era che Enza non stava ingrassando nel senso comune
del termine, stava solo perdendo le linee del corpo femminile nel fiore
degli anni; eppure questo la gettava nello sconforto. Per quanto
inverosimile e persino sciocco potesse sembrare, di punto in bianco si sentiva impresentabile. Era assillata dall’ansia di trovare un nuovo
ambiente lavorativo dove non l’avevano conosciuta per come era
e per quello che faceva prima, dove non avrebbero potuto ridere di
lei o commiserarla.
“Enza stai tranquilla – le diceva il marito – prenditi un periodo di
riposo. Non c’è nessuno che ti corre dietro e puoi decidere con calma cosa fare.”
Pareva essersi incrinato il rapporto di fiducia che Enza aveva con
se stessa; le sembrava che niente corrispondesse alle sue aspettative,
non perché lei si meritasse più degli altri, ma piuttosto perché non
corrispondeva a quanto lei desiderava dalla vita. In ogni caso nemmeno a Salvatore era chiaro cosa desiderasse veramente sua moglie.
Dopo parecchie settimane di sbandamento, Enza raccolse le idee
e si diede da fare per rimettersi sulla piazza. Essere e rimanere comunque una gran bella donna le spalancò subito porte alle quali altre
non avrebbero nemmeno osato bussare.
40
La donna accanto
Fu assunta come responsabile del personale per un franchising
del settore abbigliamento con una dozzina di punti vendita in provincia. Resistette cinque mesi. Poi assistente del capo ufficio acquisti del più importante grossista di calzature del Nord Est, nella zona
dell’interporto. Resistette un paio di mesi.
Quindi un vero e proprio colpo di fortuna: fu assunta alla ricezione
presso la sede provinciale della Camera di Commercio dell’Industria,
Agricoltura e Artigianato. Non iniziò neppure a lavorare, poiché spedì
un certificato di malattia e dopo qualche giorno, su pressione del
direttore del personale, presentò le dimissioni.
Più preoccupante ancora, tuttavia, pareva essere la scomparsa
di quella magia biochimica che conferiva al legame della coppia
un’energia straordinaria. Era cambiato qualcosa, e non erano soltanto i malumori e le preoccupazioni a influenzare negativamente
la vita a due. Non si trattava di un’eclisse momentanea. Si avvertiva uno slittamento profondo nel rapporto tra moglie e marito, un
mutamento che non riguardava il lavoro, né le amicizie né, tantomeno,
la considerazione che gli altri avevano dell’uno e dell’altra, ma riguardava direttamente Enza e Salvatore.
Una sera, dopo cena, lui stava dando una mano a sparecchiare
e, dovendo buttare dei sacchetti, si era stupito di vedere nel bidone
dell’immondizia un paio di confezioni di contraccettivi ancora sigillati.
“Penso che sia arrivato il momento di avere un figlio – gli aveva
detto lei anticipando la domanda che il marito stava per rivolgerle.”
Lui l’aveva guardata incredulo e l’aveva abbracciata.
“Brava – le aveva sussurrato – con questo lavoro batterai certamente i tuoi ultimi record di durata. Sono contento che ti sia venuto il desiderio. Sì, credo anch’io che sia arrivato il momento.”
Avevano sbrigato a mala pena la tavola, lasciando tutto il resto
come stava. Avvertivano l’urgenza di mettere in cantiere il nuovo
lavoro.
Per molte settimane furono sorretti dalla novità che avevano
pianificato. Si amarono intensamente col trasporto dei primi tempi. Trascorsero così alcuni mesi, quindi sei, poi un anno. D’improvviso
il tempo si era messo a correre all’impazzata, ed Enza precipitava in
un baratro al rallentatore. Nel tentativo di rimanere a galla, aveva
La donna accanto
41
accettato un lavoro come commessa a mezza giornata presso un
negozio di abbigliamento. La proposta era arrivata tramite la moglie di un amico di Salvatore, conosciuta alcuni anni prima a una delle
tante cene. Questa signora si era fatta un discreto giro come vetrinista, e per la ricerca di personale per i negozi di abbigliamento era
indubbiamente la più informata.
Enza aveva accettato solo su pressione del marito. Salvatore, infatti,
aveva notato che negli ultimi tempi Enza si era chiusa in se stessa,
come non era da lei. Restava giornate intere in casa, a fare cosa non
si sapeva. Quando c’era da uscire spesso si tirava indietro, si era fatta
ancora più pallida di quanto fosse la sua carnagione e pareva convalescente, quasi che il periodo di sfrenato entusiasmo e di attesa per
il concepimento di un figlio fosse stato una malattia.
Era preoccupato Salvatore, aveva la cattiva sensazione che la
situazione stesse per sfuggire loro di mano. In quelle condizioni tentare
di rientrare nel mondo del lavoro con mansioni di qualche responsabilità non sarebbe stato possibile. Per questo la convinse ad accettare
un ‘part time’ con funzioni elementari, ma pur sempre a contatto con
la gente.
Le prospettive per la vita a due non erano buone: Salvatore era
in grado di contrastare il logorio della routine quotidiana, ma Enza
non vi riusciva. Per mantenere vivo il suo interesse, sarebbe stato
necessario modificare sostanzialmente il menage familiare dodici volte
all’anno, oppure stabilire un obiettivo a lunga scadenza per il quale
lei fosse disposta a lavorare, a impegnarsi e sacrificarsi. Ad esempio
un figlio, appunto. Ma il figlio non arrivava.
Progressivamente Enza andava perdendo il gusto dell’indipendenza e dell’iniziativa, sicché era lui che doveva badare a tante faccende che lei non si sentiva di sbrigare. Stava rinunciando al dialogo, era spesso assente e si trascurava.
Salvatore era in difficoltà, disorientato, impreparato ad affrontare
una simile situazione. Quelle manifestazioni di Enza gli erano assolutamente sconosciute, non sapeva cosa fare per aiutare la moglie.
Aveva iniziato a guardarsi attorno cercando suggerimenti, consigli
e, perché no, anche qualche distrazione consolatoria. Ma aveva il
cuore stretto da un nodo d’amore e di pena.
“Può essere depressione – gli aveva detto un amico con il quale si
42
La donna accanto
era confidato. – È un malanno frequente al giorno d’oggi e non va
sottovalutato. Fossi in te consulterei un medico, voglio dire uno specialista.”
Dovendo convincere Enza a sottoporsi a una visita, Salvatore non
aveva trovato di meglio che sfruttare la preoccupazione per la sua
linea, presentandole la questione come l’opportunità di farsi fare una
dieta bilanciata personalizzata.
Il sospetto si era dimostrato fondato: era depressione purtroppo,
non grave, tuttavia la malattia era dentro di lei e avrebbe avuto tutto il tempo per divorarla.
“In questi casi – aveva spiegato a quattr’occhi il medico al brigadiere – trattandosi di un disturbo nelle fasi iniziali sarebbe consigliabile
andare cauti con i farmaci, anzi, ci sono degli ottimi prodotti pensati più per dare fiducia al paziente che per alterare la sua autonoma capacità di reazione. Non so se mi sono spiegato.
“Certo che s’è spiegato Dottore. Ed è sufficiente?” domandò
speranzoso Salvatore
“No, non è sufficiente. Ci vuole costante attenzione: mai far
mancare il dialogo. È necessario coinvolgere ma senza pretendere
di distrarre o minimizzare. No, attenzione! Il depresso non per questo è insensibile e si accorge se lo si vuole distrarre dal suo stato
sottintendendo che si tratta di una sciocchezza, quasi fosse una cosa
priva di fondamento. Il depresso sta male e bisogna rispettare il suo
stato di malessere. Bisogna fargli sentire che gli siamo vicini, che
comprendiamo la sua condizione e che desideriamo aiutarlo né più
né meno nella misura in cui è lui stesso che vuole stare meglio. Bisogna evitare di minimizzare, come pure di soffermarsi troppo sui
problemi, sui pensieri opprimenti, su tutto quanto può influire negativamente sul suo stato psichico.
“Più semplice a dirsi che a farsi” pensava avvilito Salvatore.
Avrebbe potuto stimolarla e coinvolgerla nei limiti di chi spesso è fuori
per lavoro sei giorni su sette, ed esce di casa la mattina per tornare
alla sera, spesso distrutto dalla stanchezza.
“Come si fa a coinvolgere in questi casi?” si chiedeva ascoltando lo specialista. Doveva coinvolgerla nelle grane quotidiane che
affrontava in ufficio o per le strade?
“Consiglierei di tenerla sotto osservazione con delle visite a cadenza mensile” concluse il medico.
La donna accanto
43
“D’accordo – convenne Salvatore – resta da vedere se lei vorrà.”
“Mi lasci solo qualche minuto con la signora.”
A Enza il medico disse che avrebbe senz’altro potuto avere grande
beneficio dalla dieta studiata su misura per lei e tuttavia i risultati
sarebbero stati migliori se fosse riuscita a superare il disturbo depressivo
che la affliggeva.
“Io depressa?” aveva esclamato Enza col fare di chi scopre in se
stessa un talento insospettato.
Le disse anche che le prospettive erano buone, poiché si trattava di una depressione in fase iniziale, ma non era una condizione
da sottovalutare. Perciò sarebbe stato consigliabile vedersi una volta
al mese.
Il primo a sottovalutare la questione fu, tuttavia, proprio il medico. Dal momento che gli mancava il tempo necessario per seguire
Enza regolarmente, l’aveva ben presto dirottata presso una collega
psicoterapeuta. Quest’ultima aveva convinto Enza a effettuare delle sedute settimanali per cercare la causa scatenante della depressione, utilizzando gli strumenti tradizionali della psicoanalisi. Non ci
volle molto ad individuare la causa scatenante.
Enza aveva intravisto sulla scrivania dello studio la foto del figlio
della dottoressa e non aveva più voluto saperne di sedute.
“Come può capirmi una che un figlio ce l’ha?” aveva gridato furiosa
a Salvatore.
Cercarono dunque una psicoterapeuta che non fosse madre e che
fosse disposta ad accettarla in terapia. La trovarono, ma era alle prime
armi. Enza non collaborava e si comportava come un mulo.
Salvatore tentava di convincerla. “Senti Enza, le sedute non servono a stabilire chi delle due è la più forte, questo lo capisci no?”
“Cosa vuoi che sappia quella smorfiosa!”
“Se è quella smorfiosa che non ti va, vuol dire che troveremo
un’altra, ok?” Un’altra non la si trovò.
Invece si trovò un altro, quello giusto: di qualche anno più giovane di Enza, tipo energico, bell’uomo, sicuro di sé ma non brusco,
anzi, dai modi gentili che la facevano sentire a suo agio. Quello che
diceva lui per Enza era Vangelo.
Lei raccontava tutto a Salvatore: il dottor Alberto ha detto così…
il dottor Alberto ha detto cosà. Salvatore era a conoscenza di tutto
44
La donna accanto
quello che il dottor Alberto diceva, chiedeva, consigliava. O meglio,
apprendeva ciò che Enza capiva tra tutto quello che accadeva durante le sedute.
In ogni caso sembrava che lei traesse beneficio dalla terapia e tanto
bastava a tranquillizzarlo: così almeno la moglie aveva l’occasione
per uscire di casa e c’era qualcuno qualificato che ne valutava lo stato
di salute.
****
Un giorno, mentre Salvatore era alle prese con le solite faccende, avvolto in una foschia di pensieri e di preoccupazioni, un’immagine
fulminea gli attraversò la mente, un ricordo lontano che non sospettava
fosse ancora reperibile dentro di sé.
Si rivide ragazzo in preda alle risate davanti a un fumetto che non
aveva nulla di speciale, ma evidentemente toccava una corda sensibile del suo animo: sciarpa al vento e occhiali da Barone Rosso,
nella vignetta Snoopy era in compagnia del piccolo amico
Woodstock*, entrambi a bordo di una moto-carrozzella (più carrozzella
che moto) che il bracchetto teneva per i brancoli, mentre dell’amico sprofondato sul sedile accanto si intravedevano solo gli occhi sbarrati
e i capelli arruffati. La moto-carrozzella era funambolicamente in bilico
sulla cuspide del tetto della cuccia, mentre un ventilatore garantiva
l’effetto brezza tipico del viaggio in moto.
Ancora, dopo oltre venticinque anni, Salvatore abbozzò un leggero sorriso. Si chiedeva dove stava la comicità della scena, forse in
quelle che erano le intenzioni più o meno dichiarate di Snoopy.
L’impegno acrobatico era la prova disarmante che lui stava facendo il massimo di ciò che era nelle sue possibilità, era il meglio che il
bracchetto sapeva offrire, anche se non era altro che una parodia.
Infatti il testo del fumetto diceva all’incirca:
Il rapporto a due è un precario equilibrio tra ciò che uno desidera e ciò che l’altro può dare.
*Snoopy, Woodstock : personaggi ideati da C.M. Shulz.
La donna accanto
45
Un presagio.
Quando, quello stesso giorno, un amico gli raccontò entusiasta
di una gita in nave e del soggiorno a Portorose*, in Slovenia, Salvatore pensò che poteva essere un’ottima occasione per passare un
fine settimana diverso dal solito assieme a Enza.
Strizzando l’occhiolino, l’amico gli aveva confidato di aver potuto
toccare con mano l’efficacia dell’organizzazione, ma siccome Salvatore
era preso da tutt’altri pensieri non aveva colto l’allusione piccante.
Si era limitato a chiedergli informazioni sull’agenzia che organizzava i fine settimana, ringraziandolo dell’ottimo suggerimento fornito.
*Portorose: località balneare nei pressi di Pirano, in Istria.
46
La donna accanto
CLAUSOLE E POSTILLE
La sede dell’agenzia turistica indicatagli dall’amico stava in un paio
di stanze al piano terra presso una villa veneta lungo la riviera del
Brenta.
Benché Salvatore si fosse già fatto un’idea di ciò che lo aspettava, rimase sorpreso dalla scarsità dell’ offerta: pacchetto limitato, tutto
compreso, non modificabile. Partenza il venerdì pomeriggio da
Venezia San Marco, arrivo in serata a Portorose (Slovenia), visita
guidata all’entroterra il sabato, shopping la domenica mattina e ritorno nel pomeriggio.
“Come si fa a fare shopping la domenica mattina?” – si era stupito Salvatore davanti al programma del viaggio.
“Non si preoccupi signor Floridia – gli rispose l’agente di viaggio
– i negozi effettuano orari in base alle esigenze dei turisti.”
“Semplice curiosità – si era sentito in dovere di precisare Salvatore. – Io e mia moglie cerchiamo uno svago rilassante e nello stesso tempo coinvolgente sa, dopo oltre tredici anni di matrimonio si
avverte la necessità di uscire dalla routine. Per cui vorrei avere la
certezza che la gita sarà interessante oltre che rilassante.”
L’uomo accennò un sì col capo, al quale seguirono lunghi attimi di silenzio. La sua faccia era una sfinge, per cui Salvatore si stava chiedendo se avesse davvero inteso ciò che aveva detto o non
avesse capito niente.
“Vi troverete bene – pronosticò. – Signor Floridia lei è un cliente
esigente, lo vedo, e mi rallegro che si sia rivolto a me. Lo dico sempre e lo ripeto: io non vendo miracoli, però ai miei affari ci tengo. Il
mio obiettivo è di soddisfare le vostre aspettative perché un cliente
soddisfatto, che magari parla bene di noi, è il modo migliore per essere
sicuri di continuare a lavorare, non so se mi comprende. Allora,
veniamo a noi: io non la conosco e può darsi che il fine settimana
La donna accanto
47
che le propongo sia quello che lei e la sua signora state cercando,
oppure anche no. Io però non posso correre il rischio di vedervi tornare
insoddisfatti. Come le dicevo avrei smesso da tempo questo lavoro
se i miei clienti non fossero più che soddisfatti. Dunque io desidero, forse più di lei, che voi vi troviate bene in ogni caso, e il meglio
che posso offrire è la clausola del soddisfatti o rimborsati, una specie di assicurazione sul gradimento.” Rimase in attesa di una reazione
da parte di Salvatore. Poi continuò: “Sarò sincero, oltre che al cliente
questa clausola fa comodo pure a me, perché mi toglie le castagne
dal fuoco: a quei rari clienti che non si trovano bene restituisco il costo
per intero tranne, naturalmente, la quota che riguarda l’assicurazione
infortuni, il pedaggio transfrontaliero e la clausola di gradimento.”
“E quanto viene questo gradimento?” s’informò Salvatore.
“Sono centonovantamila lire…. a persona.”
“Eh, però!” – Si lasciò sfuggire il brigadiere.
– Faccio quello che posso signor Floridia – concluse l’agente
mettendo mano alla penna per la compilazione della prenotazione.
– Mi creda, lei e la sua signora ne sarete contenti.”
Salvatore non sospettava che, in realtà, l’agenzia si avvaleva del
servizio di signori e signore che, a seconda delle esigenze, recitavano la parte dei single o delle coppie fasulle. Venivano infiltrati nelle
comitive ed avevano il compito di movimentare il viaggio e la permanenza in albergo creando intriganti situazioni di promiscuità.
Dovevano fare in modo che i partecipanti avessero di che commentare, supporre e magari godere. Anche questo serviva al buon nome
del tour, contribuiva ad alimentare voci sul giro, a stimolare la curiosità e ad attirare nuovi clienti.
Nella scelta per l’ingaggio, questi personaggi venivano attentamente assortiti per andare incontro alle esigenze di clienti d’ogni età.
Il requisito irrinunciabile minimo era che fossero insaziabili e non
schizzinosi. L’adescamento e le proposte non dovevano sollevare il
sospetto di essere forzate o provocate ad arte, ma dovevano sembrare piuttosto la naturale conseguenza dell’occasione che si presentava. Del tipo: “Guardi che normalmente io non sono così, ma sarà
quest’aria frizzante o forse la vostra simpatia oppure i freni inibitori
che si stanno allentando; insomma perché no? Perché non trasgredire per una volta?”
48
La donna accanto
****
Enza aveva accolto con favore la proposta avanzata dal marito,
attratta dalla prospettiva di trascorrere un paio di giorni di svago tra
mare e albergo. Si erano recati a Venezia in treno: usciti dalla stazione ferroviaria erano saliti sul vaporetto (senza vapore) diretto alle
Fondamenta di Piazza S. Marco e poi avevano raggiunto il pontile
d’imbarco a piedi.
La nave, che sfoggiava la scritta Turquoise sulle fiancate, era uno
shuttle di 50 metri circa, riadattato per il trasporto di comitive numerose. A dispetto del nome l’imbarcazione era completamente verniciata
di bianco e, a giudicare dagli strati di colore sovrapposti, non doveva essere di fabbricazione recente, anche se faceva una bella figura
ormeggiata di fronte al Palazzo Ducale.
Di turchese, nella barca c’erano solo alcune collane stile etno,
esposte in una vetrinetta di fianco alla scala che portava al secondo
ponte. Enza avrebbe voluto fermarsi ad ammirarle, ma la calca l’aveva
convinta a rinviare a un altro momento.
Tolta la passerella, la barca era scivolata lentamente verso il centro
della laguna. Salvatore ed Enza non avevano mai contemplato
Venezia dal mare e ne rimasero affascinati.
Oltre ai documenti per il viaggio e alla lista dei passeggeri, poco
prima della partenza erano salite sulla nave anche le clausole del
soddisfatti o rimborsati che rispondevano rispettivamente al nome
di Sonia e Mauro. Bei tipi.
Per quel viaggio, i due avevano ricevuto dall’agente istruzioni
precise che potevano essere sintetizzate in ‘scambio di coppia’. L’avevano già fatto più volte e di tutto il repertorio professionale, questo
dell’incrocio a quatto era il pezzo che li eccitava maggiormente poiché,
a prescindere da ogni altra considerazione, erano richieste elevate
capacità di improvvisazione.
Sonia e Mauro avevano tuttavia un canovaccio da seguire, provato e perfezionato, il quale consentiva di lavorare in scioltezza nelle
varie fasi dell’adescamento, consentendo loro di concentrare l’attenzione sui dettagli, quelle minuzie che spesso potevano fare la differenza. La scaletta prevedeva:
La donna accanto
49
1. Appostamento defilato per individuare la preda. (In questa fase
il personale di bordo dava una mano discreta per evitare che si
perdessero in estenuanti ricerche. In pratica, poco dopo la partenza, tramite i megafoni veniva chiesto ai signori tal dei tali di recarsi
presso la cabina del comandante in seconda con la scusa di un controllo sugli estremi dei documenti d’identità, dando così alle ‘clausole’ la possibilità di effettuare un primo contatto visivo).
2. Uno o più passaggi ravvicinati, a pochi centimetri e, se necessario, con uno sfioramento per fare in modo che l’altro ti noti.
3. Tempestivo abbordaggio non appena i bersagli si allontanano l’uno dall’altro per recarsi alla toilette, per andare a prendere un
drink o per ammirare le collane etno.
Nota : l’abbordaggio non deve essere simultaneo su entrambi,
poiché ciò susciterebbe sospetto. L’esperienza dimostra che si ottengono risultati migliori avvicinando da prima il maschio.
4. ….
Dunque, per prima si mosse Sonia, avvicinando Salvatore che
stava lasciando vagare lo sguardo pieno di ammirazione sulla distesa
verde blu, appoggiato alla fiancata di prua.
“Quanto ossigeno! – esordì lei gonfiando il petto e spalancando
le braccia per poi richiuderle su se stessa con un moto di tenerezza
– dà quasi il capogiro non trova?”
“Saremmo fatti per respirare sempre aria pura come questa –
convenne Salvatore. – Ma respirare aria pulita sta diventando un’eccezione!”
“È proprio vero, io avverto un senso di libertà… mi sembra di
ritrovare una parte dimenticata di me stessa. Non saprei… qualcosa di più vero, senz’altro più naturale e spontaneo.”
Enza sopraggiunse alle loro spalle e notò che i due si sfioravano
con i gomiti appoggiati sulla battagliola. Cercò subito gli occhi del
marito per comunicargli tutto il suo stupore.
“Ah eccoti qui – l’accolse Salvatore ben cogliendo il significato di
quell’occhiata – stavo condividendo con questa gentile signora le
ottime sensazioni che si provano qui, a non più di due ore dal caos
della città …. Che maleducato – si batté la fronte con la mano – mi
presento: Salvatore e lei è mia moglie Enza. Enza ti presento…”
50
La donna accanto
“Sonia, piacere.”
“Piacere, Enza.”
“Mauro!” – gridò improvvisamente Sonia all’indirizzo del compagno che si era sistemato di proposito sull’altro lato della barca, a
diversi metri di distanza. “Scusatemi – aggiunse poi – vado a recuperare il mio uomo, altrimenti penserà di essere in licenza e di poter distrarsi con la prima che capita.”
Il resto del viaggio i Floridia lo passarono a chiacchierare con quella
coppia.
“Simpatici – aveva commentato Salvatore mentre, dopo essere
sbarcati, si recavano all’albergo in pullman; e nel dire ciò osservava l’espressione di Enza per verificare se anche sua moglie fosse di
quel parere.
“Sì, simpatici – convenne lei. – E credo che anche noi lo siamo
per loro.”
Sostenere delle conversazioni completamente fasulle per ore
sarebbe sfibrante oltre che improponibile per chiunque. Mauro e Sonia,
pertanto, oltre che parlare del più e del meno raccontavano sé stessi con l’affabilità di chi è abituato a sovrapporre in modo plausibile
finzione e realtà.
Parlando del proprio lavoro, ad esempio, Mauro spiegava invece tutto del lavoro di suo padre, con un tale distacco che suscitava
l’ammirazione e lo stupore di Salvatore il quale, al contrario, era
emotivamente dentro nel proprio fino ai capelli.
Parlando della vita di coppia, Sonia esprimeva dei desideri che
erano la sintesi rivisitata e corretta di una decina di vite almeno.
“Desideri così lontani dalla nostra realtà, purtroppo, – aveva aggiunto
con gli occhi languidi.”
I monologhi di quei due erano sapientemente interrotti da domande
attentamente misurate, alle quali Salvatore ed Enza non avrebbero
potuto sottrarsi a meno di risultare sgarbati.
“Ma guarda, nemmeno noi abbiamo figli! – aveva esclamato Sonia
fingendosi sorpresa, ed effettivamente non ne avevano; ma questo
era solo un dettaglio tra i tanti, almeno per due come loro che stavano lavorando a uno scopo ben preciso. Se la risposta fosse stata:
sì, abbiamo uno, due figli così e così…, Sonia avrebbe avviato il nastro
della conversazione sulla storia dei figli di amici che conosceva bene,
La donna accanto
51
aggiungendo sia varianti provenienti dalla propria infanzia, sia problemi che sua sorella aveva avuto da ragazza, il tutto farcito con i
resoconti dei primi approcci amorosi degli adolescenti visti attraverso
gli occhi di Mauro che le aveva raccontato tutto dei suoi trascorsi.
Ma siccome i figli non c’erano, il nastro era stato avviato sulla storia
di altri carissimi amici che, pensa un po’: “…hanno avuto un figlio
quando lei ne aveva ben quarantatre di anni”.
Salvatore era stordito da tutta l’energia che Sonia sprizzava. Non
c’era più abituato da quando Enza s’era avvitata nella malinconica
strada della depressione, e in cuor suo un pizzico d’invidia per il signor Mauro la provava. Trovarsi accanto una donna così energica,
anche se non più giovanissima, suscitava in lui nostalgici desideri.
D’altra parte Enza si sentiva osservata e considerata da quel Mauro
come non succedeva ormai da tempo con Salvatore.
Il venerdì sera s’erano seduti in compagnia per la cena di benvenuto
in hotel; poi avevano trascorso assieme anche tutto il sabato e alla
sera si erano accomodati nuovamente allo stesso tavolo.
Salvatore ed Enza avevano trovato lusinghiera quell’improvvisa amichevole presenza: erano così carini, simpatici e caldi quei due;
a dire il vero Salvatore aveva dato più di un’occhiata da intenditore a Sonia.
…Nel corso della giornata poi, Sonia era sbadatamente entrata
in contatto con Salvatore che aveva percepito una scossa piacevole e stimolante. L’esuberanza di Sonia non era certo la sua unica dote
di fascino e a lui non sarebbe dispiaciuto se…
Sul palco del salone dei ricevimenti dell’albergo, un complesso
intratteneva i commensali con le canzoni d’amore e di passione più
note: la cantante aveva una splendida voce corposa che usciva da
un fisico prestante, coperto da un lungo abito, con spacco inguinale,
pieno di lustrini..
Dall’enorme lampadario in cristallo emanava uno sfavillio di riflessi, e la luce che sembrava provenire da ogni direzione non creava ombre. Condizioni ideali per mandare in fibrillazione i cuori.
“Che atmosfera da innamorati questa sera”, pensava Enza mentre
sorrideva a Mauro che gentilmente le stava versando dell’acqua. Poi
aveva stretto le spalle pensando a quando si era innamorata lei: si
ricordava di jeans, magliette fruit of the loom e palpitazioni in luo-
52
La donna accanto
ghi appartati… e rivedeva gli occhi, le mani, la divisa di quel giovane appuntato che sarebbe diventato suo marito.
Gli abiti e le cene erano arrivati dopo, per motivi di lavoro e per
tenere alta la considerazione che il suo uomo andava cercando di
fronte agli altri.
Lei si era innamorata di Salvatore per quella sensazione di sicurezza
che le trasmetteva. D’accordo l’emancipazione, ben venga la libertà,
evviva l’indipendenza; ma lei voleva appartenere a qualcuno. La lusingava
essere la donna di… La gratificava sapere che lui aveva bisogno di lei
al suo fianco per essere quello che era; e quanto più lui diventava forte,
tanto più lei si sentiva motivata a essere all’altezza.
“E adesso un grande successo Italiano in onore dei nostri graditi
ospiti” annunciò la cantante dal palco.
“Che strano…. come cambia la vita” pensò Enza emettendo un
sospiro tanto forte che Salvatore, intento ad ammirare la solista, si
era girato verso di lei chiedendole se si sentiva bene.
“Sì sì, sto bene – aveva risposto – un po’ stanca ma è tutto ok.”
…….
Tutti quanti sono degli eroi,
quando vogliono qualcosa beh,
lo chiedono, lo sai, a chi può sentirli
la cambio io la vita che, non ce le fa a cambiare me
bevi qualcosa, … cosa volevi
vuoi far l’amore con me?
…..
La cambio io la vita che, … non ce la fa a cambiare me
portami al mare, fammi sognare,
e dimmi che non vuoi morire …
……..
Bevi qualcosa, se non ti siedi
vuoi far l’amore con me?*
“È così difficile tirare somme… – considerava Enza seguendo il
filo del sentimento che l’aveva sorretta da quando aveva incontra*E dimmi che non vuoi morire: cantata da Patty Pravo
La donna accanto
53
to suo marito. – “Le ragioni del passato sembrano dissolversi davanti
alla forza del presente … Però anche questo presente così forte,
imperioso… già domani sarà passato…”.
Mauro e Sonia erano in dirittura d’arrivo. Nelle fasi conclusive la
loro azione diventava stringente: dovevano assestare il colpo decisivo. Si trovavano nella condizione di un venditore che vuole assolutamente vendere qualcosa a chi è entrato nel negozio solamente
per curiosare.
L’avventore in realtà non sa ancora che sta per acquistare, ma
bisogna indurlo a farlo prima che decida di uscire dal negozio. Cimentarsi in questa fase non è cosa da tutti. Bisogna riuscire a fare
quanto segue:
Far intendere che la vita sentimentale langue quando si avrebbe ancora così tanto da dare!
Far scivolare qualche chiara parola allusiva in modo da scavare
come una talpa negli strati della libido.
Mostrare disponibilità e gradimento. Meglio se si fa intendere di
essere caldi a sufficienza per lanciarsi nell’avventura.
Pertanto, con il gioco degli sguardi e delle allusioni, a cena si
completava il canovaccio standard della loro missione. A questo punto
il mestiere passava in secondo piano: il magnetismo negli occhi c’è
oppure non c’è, come anche la capacità di conturbare. È necessario saper trasferire all’altro quel genere di fluido immateriale che penetra
nel cervello, lo stimola e si diffonde ai gangli del sistema nervoso, alle
ghiandole endocrine, ai centri che regolano la pressione sanguigna,
i livelli ormonali, il respiro, il calore e la sudorazione.
L’attività mentale diretta e focalizzata su un unico pensiero può
coinvolgere emotivamente oltre ogni aspettativa. A Salvatore per
esempio pareva di essere tornato indietro di anni, quando bastava
uno sguardo volitivo e ammiccante per comprendere e trasmettere
senza equivoci il desiderio comune.
…Verificato che l’atmosfera era calda a sufficienza, Sonia e Mauro
si erano allontanati per qualche minuto con una scusa poco credibile, poiché doveva apparire chiaro che si trattava di una scusa.
Si erano allontanati rimanendo in vista di Enza e Salvatore. Uno
di fronte all’altro dando a intendere che stavano discutendo. Salvatore
ne seguiva i movimenti con la coda dell’occhio; il fluido che Sonia
54
La donna accanto
gli aveva trasmesso stava facendo effetto. Gli pareva possibile certo, gli sembrava fattibile, tanto sentiva quel desiderio aleggiare su di
loro e scorrere proditoriamente nelle vene a ogni respiro. Vedeva che
Mauro e Sonia stavano osservando lui ed Enza, gli pareva che stessero soppesando la loro capacità di farcela; ecco, poi stranamente
tornavano a discutere come se stessero decidendo se era o meno il
caso di proseguire.
“Certo che possiamo farcela!” gridava mentalmente Salvatore e
in cuor suo sperava di non aver inteso a sproposito il comportamento
dei due.
Quella schermaglia a distanza era voluta e studiata nei dettagli,
anche se in realtà Sonia e Mauro stavano decidendo chi, tra Salvatore ed Enza, era l’elemento prevalente nella coppia. Da questo
dipendeva la possibilità di coronare con successo l’impresa. In quel
caso non era difficile stabilire che l’elemento dominante era Salvatore. Tutto sommato i Floridia sembravano prede pronte a cadere
nella rete.
Enza osservava sgomenta il desiderio montare sul volto del marito. “Quella Sonia è un bel tipo, si vede che ti piace” gli disse sarcastica.
“Anche lui non è male però, ti pare?” replicò prontamente Salvatore.
Si sa che per i maschi è diverso… Oltretutto Salvatore stava lottando da tempo contro un tarlo che s’era annidato tra le circonvoluzioni
del cervello, da dove lo tormentava insistentemente con fastidiosi
morsi. Era un tarlo parlante, poiché mentre lo rodeva si prodigava
in spiegazioni, scusandosi che non era colpa sua se era costretto a
morderlo e che avrebbe smesso se solo lui, Salvatore, avesse lasciato
la moglie per rifarsi un’altra vita. Sicché non c’è da stupirsi se l’idea
di avere Sonia e di lasciare Enza, anche solo per una notte, suscitasse in lui un turbamento… diciamo gestibile.
Per gli uomini è diverso, si sa. Ma c’è forse una donna che lascerebbe spontaneamente il proprio uomo con un’altra?
“D’accordo” recriminava Enza tra sé, “sono mesi che non facciamo
l’amore; ma questa vacanza non avrebbe dovuto servire a riavvicinarci
anche fisicamente?”
Sonia e Mauro avevano concesso qualche altro istante alle loro
55
La donna accanto
ansie, tornando poi al tavolo con un sorriso che avrebbe potuto
ingannare anche il più lesto dei borseggiatori.
Si erano scambiati il posto in modo che Mauro fosse vicino a Enza
e Salvatore si trovasse a portata di mano di Sonia. Era stabilito che
si iniziasse insidiando palesemente il partner debole e pertanto toccò a Mauro fare la prima mossa: sfiorò la mano che Enza teneva
appoggiata sul tavolo e prima che lei potesse essere colta da dubbio le appoggiò saldamente sopra la sua.
Salvatore guardò prima quelle mani, una sull’altra, poi Enza e infine
Mauro. Quindi incrociò lo sguardo eccitato di Sonia, sussultando nel
vedere che in quegli occhi stavano già scorrendo i titoli di testa della loro notte d’amore.
Se, come sembrava probabile, Floridia avesse accettato la mano
dell’altro uomo su quella della sua donna, allora sarebbe toccato a
Sonia invitarlo ad allontanarsi per primo con lei.
“Salvatore – chiese sdolcinata Sonia posando lei la mano sul quella
di lui – andiamo a bere qualcosa in camera tua, ti va?”
Enza subiva gli avvenimenti spaesata, incapace di alimentare
qualsiasi moto di ribellione; si sentiva stanca, molto stanca, ed era
consapevole di aver già capitolato. Le era balenata l’idea che quella tresca potesse essere una cura per la loro condizione. Avrebbe
dunque finto di non sentire, avrebbe finto di non vedere; avrebbe
cercato di addormentarsi pregando che al risveglio le cose tra lei e
Salvatore potessero migliorare.
Salvatore fissò nuovamente Enza: lei appariva rassegnata e di
conseguenza l’ultima parola sarebbe toccata a lui, visto che ormai
le carte erano tutte sul tavolo. A quel punto poteva dire: sì, facciamo; oppure: no, scusami Sonia, dopo cena di solito esco a fare quattro
passi. Anche Mauro non staccava gli occhi dalle labbra di Salvatore, sospeso in attesa di quel monosillabo.
“Allora andiamo” – mormorò infine Salvatore sottraendosi allo
sguardo della moglie.
****
Sonia e Mauro avevano lavorato sodo per guadagnarsi il piacere di cui erano tanto ghiotti. Si erano dati un gran da fare, come
56
La donna accanto
potrebbero fare degli orsi per raggiungere il miele di un alveare.
Nella camera dei Floridia Sonia aveva cercato dapprima le mani
di Salvatore per stabilire subito quel contatto che assicura tranquillità. Poi aveva iniziato a sbottonargli la camicia: non tutta, bastavano i primi due bottoni, per fargli comprendere che intendeva fare sul
serio. Poi, mentre Salvatore provvedeva da sé, lei si era tolta il vestito
stendendosi sul letto con addosso solo l’intimo. Quando Salvatore
le si sedette accanto, lei gli porse la gola gettando la testa all’indietro, oltre il bordo del letto.
Sonia si serviva di quell’atto di sottomissione per ricondurre il gioco
erotico nelle mani dell’uomo, dato che era stata lei a prendere l’iniziativa fino a quel momento. Istintivamente ne conosceva il significato recondito, sapeva che da un lato quel genere di invito stimola
nel maschio un senso di possesso totale, di presa violenta sfogata
trasformando l’impulso a divorare il corpo femminile nella violenza della penetrazione. E sapeva che, d’altro canto, quel gesto di
abbandono stimola nel maschio il desiderio di proteggere e di rassicurare chi gli mostra tanta fiducia, stimola l’impegno a ricompensare colei che si mette nelle sue mani, offrendole in cambio tenerezza,
carezze affettuose e accondiscendenza nei gesti più intimi.
“Mostrami cosa sai fare” pareva dirgli Sonia torcendosi in quel
modo. Teneva gli occhi socchiusi e tutto il suo corpo accompagnava docile il fluire dei desideri e delle suggestioni.
Mauro invece, dopo aver quasi trascinato Enza in camera, l’aveva
fatta accomodare sulla poltroncina offrendole poche gocce di whisky
in un bicchiere da spumante. Questo accorgimento l’aveva imparato da un amico dal quale aveva appreso altri trucchi del mestiere.
Mentre le porgeva il bicchiere praticamente vuoto, Mauro era consapevole di offrire a Enza un distillato d’astuzia e gentilezza, adatto
a confondere lo spirito femminile quel tanto da renderlo volontariamente flessibile allo scopo.
Enza lo aveva accettato, anche se di malavoglia: “La quantità è
assolutamente insufficiente per darmi alla testa” si era rassicurata osservando
il calice tra le dita. Ma cominciava a mancarle l’aria e per fuggire la vista
del letto era uscita sul terrazzino rinfrescato dalla brezza notturna. Fissava
inebetita il cielo e il mare fusi in un abbraccio oscuro: non le sembravano
grandi abbastanza per contenere l’angoscia che l’opprimeva.
La donna accanto
57
Lui le aveva abbassato una spallina e l’aveva baciata sulla guancia
sfiorandole il lobo dell’orecchio con la punta del naso.
“Devo fare tutto io? – le chiese sorprendendola per il tono assolutamente rilassato e scanzonato.
“No, certo che no” rispose Enza assente.
Mauro l’aveva stretta a sé strusciando il ventre sul suo e baciandola ripetutamente sul collo; poi le aveva chiesto di girarsi per sganciare
il reggiseno. Accarezzandole i capelli le aveva sfiorato i seni e il costato, quindi le aveva cinto i fianchi e passando ai margini dell’inguine aveva diretto le mani all’interno delle cosce.
Avviluppata dalla gestualità amatoria, Enza si era sentita penetrare dall’odore estraneo e sfrontato che emanava dalla pelle dell’uomo. Era l’odore di chi non conosceva la sua fragilità, l’odore di uno
a cui non poteva importare nulla della sua profonda tristezza e sofferenza.
L’abilità di Mauro avrebbe potuto far girare la testa più del whisky
a un’altra donna in cerca di emozioni, ma non a Enza, la quale non
stava cercando emozioni, ma stava invece tentando di non perdere il contatto con se stessa. Per non perdersi, lei doveva scoprire la
propria dimensione femminile al di là di tutto quello che lei aveva
sempre pensato di poter essere, oltre a ciò che il suo corpo poteva
rappresentare per gli altri.
Quell’odore la feriva: lo trovava asfissiante e insopportabile. Era
un aroma pungente che invece di liberarla per contrasto le ricordava troppe cose; le ricordava l’amoreggiare inutile e infruttuoso nel
quale si era dileggiata per tanto tempo.
Mentre Mauro la teneva, lei gli puntò una mano aperta sul petto
scostandolo fino ad averlo a tiro per un potente schiaffo a palmo pieno.
Il colpo era stato talmente forte e inaspettato che l’uomo quasi
cadde di schiena.
“Mi era sembrato che per te fosse ok – protestò lui dopo qualche
istante – comunque potevi semplicemente dirlo che non ne avevi
voglia.”
“Scusami, mi dispiace – si scusò Enza – ma ti sbagliavi. Io scendo” e si diresse verso la porta.
I corridoi e le sale erano deserti e anche al piano terra non c’era
pressoché nessuno della loro comitiva. Oltre le tende scostate, attra-
58
La donna accanto
verso il grande arco che dalla hall immetteva nella sala dei ricevimenti,
si vedevano gli orchestrali riporre gli strumenti in silenzio. Enza diede
un’occhiata di sfuggita, richiamata dal tramestio dei camerieri intenti
a liberare i tavoli: tintinnio di bicchieri, l’impatto secco delle posate
sui piatti, il suono rotondo delle tazzine, sobbalzi di un carrello spinto
oltre le porte della cucina.
Lo splendido lampadario era spento e i cristalli sfaccettati le parevano farfalle morte impigliate in ragnatele a mezz’aria. Alla luce
fredda proveniente dalle teorie di neon agli angoli, tra i muri e il soffitto,
i presenti le sembravano teatranti stanchi, comparse che non credono
alla bontà della rappresentazione che avevano contribuito a mettere in scena.
“Una commedia” pensò Enza. “È tutta una finzione.” Avvertì una
stretta, come se qualcosa le graffiasse il cuore.
“Ma dove sono finiti tutti?” chiese a un inserviente.
“Disko!” le rispose quello facendo cenno con l’indice verso il basso.
Enza si avvicinò alle scale che portavano ai locali sotterranei dai
quali si diffondevano ritmi e vibrazioni rock. Poi pensò che non intendeva farsi assordare in quel modo e desistette, preferendo andare
a sedersi su uno dei divani della hall, proprio vicino a un grande abatjour che irradiava una calda luce gialla.
Vedendola così stranita, un commesso si avvicinò chiedendole
in perfetto italiano se aveva bisogno di qualcosa.
Stava masticando amaro Enza, perché non si era perfettamente
resa conto di ciò che le era successo. Tutto così veloce… inatteso…
volgare. Certo che il pensiero di Salvatore di sopra con Sonia… una
certa rabbia la sentiva. Ma poi fu grande il suo stupore quando dal
vano ascensori vide arrivare Mauro assieme alla sua signora.
“Ciao, allora tutto bene?” le aveva chiesto Sonia sedendosi sulla poltroncina a fianco.
Enza guardò Mauro con aria interrogativa come per dire: ma come,
non le hai detto niente?
“Avete fatto presto – continuava Sonia con tono indagatore –
abbiamo ancora tutta la notte davanti!”
“Come mai anche lei è già qui?” si domandava intanto la signora Floridia.
“Dov’è mio marito?” chiese infine ad alta voce.
59
La donna accanto
“È rimasto in camera… non se la sentiva di scendere.”
“Bene – le interruppe Mauro avviandosi verso l’uscita – io esco
a fare quattro passi e a prendere una boccata d’aria.”
Sonia lo rincorse. “Aspettami caro vengo anch’io!” Zampettandogli
al fianco si girò verso Enza e aggiunse – ci vediamo più tardi o al
massimo domattina. Buona notte!”
“Buona notte” rispose Enza avviandosi mogia verso l’ascensore.
****
La porta della loro camera era socchiusa. Entrando, Enza vide
Salvatore steso sul letto a pancia in su, con il lenzuolo che ne copriva parzialmente le nudità.
“Cosa c’è Salvatore, cos’è successo?” Gli chiese con la voce leggermente alterata.
Senza neanche guardarla, gli occhi al soffitto, lui era scoppiato a
ridere e mentre rideva singhiozzava e si lamentava del dolore che al
minimo movimento avvertiva in tutto il basso schiena, zona lombare.
Era successo che l’alchimia dell’amore non funziona a comando
e davanti ai seni bianchi e palpitanti di Sonia Salvatore non era riuscito
a trovarsi la testa: c’era il corpo di Sonia e c’era il suo corpo, ma la
sua testa non c’era. Forse un movimento brusco, una corrente d’aria
a digestione già avviata o chissà cos’altro l’aveva paralizzato alla
schiena proprio quando stava per infilare la porticina.
La fitta gli aveva tolto il respiro costringendolo a scivolare dolorante
di fianco alla partner spaventata, e di lì non s’era più mosso.
“Meno male che non è un infarto” aveva commentato Sonia
emettendo un sospiro di sollievo. Poi gli aveva steso sopra un lembo di lenzuolo e si era rivestita.
“È la prima volta che mi capita una cosa del genere” aveva commentato Salvatore con imbarazzo. Sentiva di doversi scusare per averle
tolto la pietanza da sotto il naso dopo averne fatto tastare la consistenza.
“A me questo dice soltanto una cosa” – aveva decretato lei. Salvatore l’aveva guardata incuriosito.
“Che ami solo tua moglie e non permetti a te stesso di avere
60
La donna accanto
qualcun’altra che non sia lei” aveva spiegato Sonia con il tono di chi
non sbaglia mai in certe cose. – La invidio, è una donna fortunata.”
Disteso davanti a Enza, Salvatore aveva gli occhi lucidi, un po’
per il dolore e un po’ per la commozione. Sonia gli aveva detto
qualcosa che lui sospettava già, ma aveva dovuto andare fino a
Portorose e mettersi in quella situazione per sentirselo confermare
da un’estranea. Lui amava sua moglie e la rispettava. Come aveva
potuto anche solo pensare di sfogarsi con un’altra?
“Non ce l’hai fatta, eh?” mormorò Enza mentre gli sistemava il
lenzuolo.
“E a te … com’è andata?” osò chiedere lui guardandola nuovamente negli occhi.
“Buca” rispose lei dandogli un bacio sulla fronte.
Salvatore l’afferrò per le braccia stringendola a sé per rotolarvisi
sopra. Stava per dire qualcosa come: vieni qua che adesso ti consolo io, ma le parole gli si strozzarono a metà per l’ululato di dolore
che ogni movimento gli causava.
Enza scese nuovamente nella hall cercando l’inserviente che
parlava bene italiano. Non c’era. Allora chiese alla signorina della
reception se poteva trovare una farmacia aperta nei pressi.
Gentilissimi, quelli dell’albergo si erano offerti di accompagnarla con l’auto di servizio e nel giro di neanche venti minuti Enza era
di ritorno con un paio di creme antidolorifiche: una era un prodotto farmaceutico e l’altra una specie di balsamo di tigre per stiramenti,
contratture ecc.
“Vuoi contribuire all’estinzione delle tigri?” L’apostrofò Salvatore
cercando di simulare un rimprovero.
“Ma questo mica è fatto con i pezzi di tigre; si chiama balsamo di
tigre perché dopo averlo spalmato ti senti forte come un tigrotto.
Canfora, mentolo… – lesse sull’etichetta… – olio di garofano… Visto?
La tigre non c’è.”
Salvatore sogghignava nel vederla così presa dalla spiegazione.
“Mi stai prendendo in giro!? Adesso ti concio io!” scherzò burberamente
Enza girandolo sotto sopra come una cotoletta sulla padella.
Altre urla, le ultime: poi erano arrivate in soccorso le mani di Enza
a spalmare gli unguenti balsamici, e il sollievo non aveva tardato a
farsi sentire.
La donna accanto
61
Finirono col far l’amore: lei a cavalcioni, così lui stava meglio. Poi,
stremati, avevano passato la notte abbracciati come adolescenti.
La mattina seguente si alzarono tardi. Enza diede un’altra benefica spalmata e in qualche modo Salvatore riuscì a scendere. I tavoli
della colazione erano già stati sparecchiati sicché dovettero uscire alla
ricerca di un bar.
Di italiani dovevano girarne veramente tanti da quelle parti, perché
molti parlavano più o meno bene la lingua di Dante; si mangiava
all’italiana e si faceva colazione all’italiana. Il caffè poi era buonissimo.
Era già metà mattinata. Il programma prevedeva un pasto leggero
in albergo verso le dodici e trenta, per consentire di rientrare con calma
a Venezia nel pomeriggio.
“Niente shopping… – si rammaricava Enza borbottando, mentre raccoglieva col cucchiaino lo zucchero dalla tazzina.
Salvatore non aveva replicato, ma subito dopo l’accompagnò lungo
una promenade, davanti alla vetrina di un’oreficeria, perché si lustrasse gli occhi e indicasse qualcosa che le piaceva.
“Cosa succede? – chiese lei con un pizzico d’ironia. – Siamo sposati
e sono tua di diritto no? Non serve che mi fai un regalo per la notte
scorsa.”
Acquistarono un anello Cartier osservando il quale Enza aveva
emesso un mugolio d’ammirazione: era fatto come certi fiorellini di
campo, solo che al posto dei petali bianchi aveva una costellazione
di sfere e cabochon di corallo e ametista imperniate con borchie d’oro,
e nel centro una famigliola di brillanti.
Tornando verso l’albergo tutto sembrava più colorato. La giornata era splendida, la brezza dal mare rinfrescava la passeggiata e
la gente se ne stava tranquilla, chi in adorazione del gelato, chi a leggere
un giornale sulle panchine, chi a godersi semplicemente l’aria ed il
sole. Aiuole ben curate, profumo d’erba appena rasata, passerotti
a piluccare briciole presso i bambini, pigolare stridulo e voli acuti di
rondini a caccia d’insetti.
“Sta cambiando il tempo” osservò improvvisamente Salvatore.
“Come fai a saperlo?” chiese distrattamente lei, assorta ad ammirare quello splendore d’anello che s’era già messa al dito.
“Dagli insetti, a quest’ora del mattino dovrebbero stare tra la
62
La donna accanto
vegetazione, nelle siepi, sull’erba e i fiori; invece volano a diversi metri
d’altezza. Questo significa che la pressione atmosferica sta cambiando.
È in arrivo brutto tempo.”
“Come cambiano in fretta le cose” aveva pensato Enza stringendo
Salvatore sotto braccio e crogiolandosi al sole sotto il cielo azzurro.
Sì, purtroppo per loro le cose sarebbero presto volte al peggio: li
attendeva un periodo ancor più buio.
63
La donna accanto
LA PROFEZIA
Settembre 1998
Lo stato di salute di Enza era andato peggiorando notevolmente e nello strenuo tentativo di salvarla dalla completa deriva, Salvatore aveva dato fondo a ogni energia, scoprendo in sé risorse
insospettate. Ma a lungo andare, la costante apprensione per le
condizioni della moglie si stava ripercuotendo sul suo rendimento
professionale; se ne erano accorti un po’ tutti: non era più il Salvatore entusiasta che affrontava i problemi come una prua fende l’acqua.
Il brigadiere era in evidente difficoltà.
Gli pareva di non rilassarsi neppure durante il sonno, perché
terminata la fatica della giornata lavorativa iniziava lo stress all’interno delle mura domestiche.
Al mattino giungeva in ufficio sospirando, come un condannato
che non può sottrarsi a un destino ingiusto e spesso era soprappensiero.
La sera poi, al rientro in caserma, percorreva il corridoio in linoleum color muschio che conduceva agli uffici del primo piano senza alzare gli occhi. Rientrava alla base camminando cauto, quasi
sospettasse la presenza di qualche inciampo dissimulato tra il verde perfettamente rasato del pavimento. Oltrepassava la porta a vetri
e puntava alla sua scrivania, abbandonava a terra la ventiquattrore
e, rovesciando il berretto sul monitor del computer, si lasciava cadere sulla sedia. Passava le mani sul capo, dal viso alla nuca e dagli
occhi alle orecchie, come per rimuovere il velo di stanchezza che verso
sera ottundeva i sensi, impedendo alla vista di vedere, all’udito di
intendere, alla mente di governare lucida.
Allora, dopo qualche istante di raccoglimento, gli sembrava di
tornare a cogliere il senso delle parole dei carabinieri al lavoro nella
64
La donna accanto
stanza: erano i rumori di sempre. Gli stessi suoni, lo stesso brusio del
giorno prima, del mese e dell’anno prima: le solite cose. E, mentre
la penombra dei tardi pomeriggi padani dilagava all’esterno, oltre i
vetri protetti dalle inferiate sui quali si rifletteva la luce fredda dei neon
che faceva lacrimare gli occhi, anche la vista riprendeva a interpretare gli oggetti secondo il senso usuale, mettendo a fuoco il piano del
tavolo con tutto ciò che vi era sopra.
Una sera, con un palese sospiro d’insofferenza, il brigadiere afferrò un foglio formato A4 pizzicato sotto il piedino della tastiera davanti
al monitor.
“Cos’è questo?” domandò con tono assente, senza rivolgersi in
particolare a nessuno dei colleghi.
“L’ha inviato la questura” rispose l’appuntato terminalista della
postazione a fianco evitando di alzare gli occhi dal programma in cui
era impegnato.
“E che dobbiamo farci? – riprese Salvatore dopo averlo scorso
per qualche istante. – Certo che ci vuole del coraggio: lo vogliono
capire che con questi fogli volanti… non fatemi parlar male. Dov’è
l’intestazione? E la motivazione…
“A dire il vero – aggiunse l’appuntato che continuava imperterrito a lavorare sul terminale – circa mezz’ora dopo aver ricevuto il
fax è arrivata una telefonata. Dicevano che si tratta di un semplice
controllo, niente di pressante.”
“Complimenti! – sbottò Floridia stirando il collo a destra e a sinistra, avanti e indietro per scaricare la tensione. – Hanno telefonato
pure, della serie arrangiatevi. Poi, però, le pulci sui livelli di produttività vengono a farle a noi. Vabbeh! Guarda, ne ho già avute abbastanza per oggi e una comunicazione del genere non la prendo
nemmeno in considerazione. Se vuoi pensarci tu, fanne quello che
credi.”
Così dicendo, il brigadiere piegò in due il foglio e lo lanciò a mo’
di frisbee sulla scrivania del collega.
“Ci sono novità, qualcosa di urgente per domani?” aggiunse col
fare di chi ha già la testa altrove.
“No Salvatore – riferì l’appuntato distogliendosi dal lavoro e
guardando finalmente Floridia in volto – niente di urgente. Ci sarebbe
tuttavia il pacco delle contravvenzioni che cresce sempre di più: sarà
La donna accanto
65
un problema starci dietro se qualcuno non le inserisce a mano a mano
in anagrafica.”
“Leo, ancora con questa storia! Se non facciamo multe è una
tragedia e se ne facciamo è comunque un problema. Che ci posso
fare? Vedetevela tra di voi, datevi il cambio, fate un po’ per uno; ma
non ne voglio assolutamente più sentire parlare. Altro?”
“Ti ho messo nella cartella le pratiche della giornata, in visione
– aggiunse il subalterno. – Alcuni smarrimenti, patenti, documenti
d’identità e un cane; una denuncia per furto a domicilio, una tentata rapina, un paio di incidenti con sopralluogo e rilievi. Basta, mi
sembra che non ci sia altro. Ah no, c’è anche l’incartamento di uno
che si è sentito male dopo aver mangiato al ristorante e ha sporto
denuncia per somministrazione di cibi avariati. Mi sono permesso
di dare direttamente la pratica a Gigi, dato che domani è di passaggio al nucleo antisofisticazione.”
“Ben fatto Leo – commentò Salvatore mentre si alzava puntando le braccia sul tavolo. – L’hai compilata correttamente quella per
Gigi?… C’è tutto? Mi raccomando, precisione, completezza e ancora
precisione. Se c’è questo, il lavoro è già fatto a metà. Allora io vado,
ci vediamo domani; buona serata ragazzi” e calcandosi nuovamente
il cappello in testa, Floridia se ne andò chiudendosi la porta alle spalle.
“Ma è vero che Pongo non si fila più con la moglie? – chiese
sottovoce un appuntato
“Chi te l’ha detto?”– domandò un altro.
“Sono crisi passeggere – intervenne un terzo – come ce ne sono
sempre state da che mondo è mondo. Anche a me sono capitati dei
periodi no. Poi passa.”
“A me risulta che le cose non vanno più bene da un pezzo – aggiunse spavaldo quello che aveva iniziato il discorso. – D’altra parte, dopo quello che hanno passato non sarebbe da meravigliarsi.”
“Pettegolezzi, solo pettegolezzi – sentenziò il secondo. – In realtà siete invidiosi di sua moglie, brutti corvi neri, cosa sperate, che ve
ne lasci un assaggio?
“Certo che è proprio una bella donna. Come si fa a stancarsi di
una così?”
“E chi dice che s’è stancato? Magari ci puoi anche fare l’abitudine al bello, ma da questo a stancarsi…”
66
La donna accanto
“Quanti anni è che sono sposati?”
“Non so di preciso, credo una quindicina d’anni almeno.”
“L’ultima volta che l’ho incontrata mi è parsa un tantino sciupata, però.”
“Eh! Non è più una ragazzina! Riuscite a immaginarvela con
quindici o vent’anni di meno?”
“Da sballo, io me la ricordo!”
“Io non mi lamento sapete. A guardare mia moglie potrebbe anche
venire il dubbio che non appartenga alla stessa specie femminile; ma
è il sentimento e l’attaccamento che contano. Ci sono affezionato,
ne abbiamo passate tante aiutandoci a vicenda! E abbiamo fatto
un’infinità di cose assieme, oltre ai figli. Una vita. Basta mezza parola, un gesto per intendersi. Una può essere anche un gran pezzo
di … donna, però se non è quella che fa per te non riesci neanche a
starle vicino.”
“Ok – intervenne risoluto Leo – direi di finirla qui. Se Pongo ha
o non ha problemi con la moglie è un fatto che non ci riguarda, perciò
bando alle ciance.”
Mentre uno dopo l’altro i colleghi si avviavano verso casa, Leo
prese il fax che il brigadiere gli aveva lanciato sulla scrivania, lo stese per bene e lo passò allo scanner; pose l’intestazione al file e quindi
lo salvò su dischetto per archiviarlo ordinatamente, come faceva con
tutti i documenti da qualche tempo.
Prima di andarsene, mise nuovamente il foglio sulla scrivania di
Salvatore, non in vista, ma nascosto sotto un paio d’altri documenti
tenuti schiacciati da un grosso sasso che il brigadiere usava come
fermacarte. Non era la prima volta che rifilava al superiore qualcosa che l’aveva infastidito sulle prime. Di certo si guardava bene
dall’abusare di quell’espediente.
Sapeva che Pongo voleva essere informato di tutto il lavoro che
passava per l’ufficio e se lo prendeva anche a cuore. Solo che diventava
intrattabile quando riscontrava approssimazione e scarsa considerazione per il lavoro altrui. Dopo un po’ gli passava, ma questo rendeva
meno tranquillo il rapporto con i colleghi e serviva da stimolo per
lavorare meglio. Insomma, Salvatore era considerato un rompiscatole
ma non aveva tutti i torti e per questo lo sopportavano di buon grado.
67
La donna accanto
Mettere quel fax in cima alla pila di documenti no, sarebbe stato
troppo, ma due o tre fogli sotto sì, era la misura giusta. Leo era certo che in quel modo Pongo l’avrebbe ripreso in mano entro venerdì, magari in un momento di buon umore, e tanto bastava per conservare l’armonia in ufficio.
****
Quando, sfogliando il mucchietto sotto al sasso, si trovò tra le mani
il fax di pochi giorni prima, Floridia girò gli occhi verso Leo. Con la
coda dell’occhio, quello aveva seguito tutti i movimenti del superiore,
ma fece finta di non vedere e di essere completamente assorto in altre
cose.
“Leo?”
“Sì brigadiere?”
“Sai niente di questo fax che mi trovo tra le carte?”
“Quale fax brigadiere?”
“Questo! – gli rispose impaziente Salvatore con una smorfia
schifata, mostrando il foglio tenuto penzoloni tra due dita come fosse
un calzino sporco.
“Embeh?” commentò l’appuntato alzando le spalle.
“Come mai me lo ritrovo ancora qui?” insistette il superiore.
“E che ne so – rispose Leo – può essere che sia caduto per terra
e che la donna delle pulizie lo abbia poggiato sulla scrivania.”
Quando raccontava balle Leo sembrava un attore: talmente serio! Persino seccato di essere chiamato in causa, pareva offeso che
si potesse dubitare di lui; e risultava più che convincente.
“In effetti” pensò Salvatore “era plausibile che fosse andata così.
La donna delle pulizie l’aveva messo sulla sua scrivania perché quando
non si sa da dove viene qualcosa o quanto questa cosa sia importante,
di solito la si consegna al capo in modo che sia lui a decidere cosa farne.”
Il brigadiere rimase qualche istante in contemplazione del foglio:
vi era segnato un indirizzo che a prima vista doveva essere in zona
industriale. Il testo recitava semplicemente: ‘controllo’. Controllo di
che, questo non era scritto.
“Che t’hanno detto quando hanno telefonato quelli della questura?
domandò a Leo.
68
La donna accanto
“Hanno detto di passare a dare un’occhiata per vedere se c’è
qualcosa di sospetto – rispose l’appuntato – se ha l’aria di un posto
pulito o se c’è qualcosa che puzza.”
“Ho capito, ma pulito rispetto a cosa? – si sfogò Salvatore. – Droga,
contrabbando, riciclaggio, nero. Lo intendi anche tu che senza una
motivazione è come cercare l’ago in un pagliaio?”
“E io che ci posso fare?”
“Eh già, niente ci puoi fare; sarà mica il modo questo!” concluse
Floridia sistemando il fax tra gli altri fogli riposti nella ventiquattrore.
Uscito dal comando, salì sull’alfetta che lo stava attendendo a
motore acceso e fece cenno al carabiniere che si trovava alla guida
che potevano andare.
Il venerdì era solitamente dedicato a un giro in città per lo scambio di informazioni e di carteggi con i colleghi della Polizia municipale, della Polizia stradale, della Polizia penitenziaria, della Guardia
di Finanza, dei Vigili del Fuoco, della questura, insomma era il giorno
espressamente dedicato al coordinamento interforze.
Nonostante l’approssimarsi del fine settimana, quel mattino Salvatore era di pessimo umore. Si era levato dal letto con un pesante
senso di nausea accompagnato dall’impressione di aver sbagliato tutto
o quasi nella vita. Salutata la moglie rimasta a dormire, era uscito
di casa senza fare colazione e, mentre avviava l’auto per recarsi in
caserma, lui, che andava fiero dell’uniforme, era stato inaspettatamente colto dalla sensazione di indossare dei panni che non erano
della sua misura; di star vivendo una vita che non gli apparteneva,
anzi, di aver vissuto per buona parte una vita che non era nemmeno destinata a lui, ma a qualcun altro.
“Sarà la crisi dei quarant’anni” aveva pensato cercando di allontanare il pensiero sgradevole, ma sapeva benissimo che la questione era più seria. Intuitivamente sapeva di aver covato a lungo quella
sensazione come l’uovo di un cuculo che, una volta schiuso, reclama sempre più spazio per sé.
“È come un frutto” meditava “un frutto che matura fino a fracassarsi
dopo una breve caduta” lui avrebbe dovuto raccoglierlo, ma per un
motivo o per l’altro aveva lasciato perdere. Sapeva che stava maturando, ma quando finalmente era andato per coglierlo, pluff … solo
La donna accanto
69
vespe e mosche a ronzare sulla polpa spiaccicata. Avvertiva un peso
estraneo allo stomaco. E poi tutta quell’umidità, quell’afa. Non era
raro in quella stagione che la foschia riducesse la visibilità a non più
di due chilometri. Da quelle parti ti sentivi appiccicoso ancor prima
di esserti asciugato dall’acqua della doccia. Opprimente.
“Vuoi mettere l’aria che si respira a casa mia?” aria sempre nuova,
condita col profumo di salsedine che si spande per le vie della città,
attraversa i campi e a volte sale su in alto, sui fianchi del vulcano.
Anche il cielo di casa sua era un’altra cosa: niente da spartire con le
tinte affumicate del cielo di pianura.
“Strano” meditò Salvatore “sono passati così tanti anni da quando
ho pensato alla mia terra come a casa mia. Magari il malessere e i
pensieri inusuali vengono stimolati soltanto dallo stomaco in subbuglio.”
La notte precedente aveva dormito poco, dopo essere rincasato
tardi con la moglie di ritorno da una cena con alcuni colleghi e rispettive consorti.
Le pietanze erano state ottime, ma loro due avevano mangiato
di malavoglia perché la compagnia si era dimostrata inadatta, o meglio,
non più adatta, nonostante in passato avessero trovato piacevole
partecipare a feste e banchetti con gli amici e i conoscenti degli amici.
Per loro due evidentemente lo spirito conviviale e spensierato doveva essersi esaurito, poiché quelle presunte occasioni di svago offrivano per lo più solo sconforto e motivo di tristezza. Non si sentivano a loro agio e poi non c’era corrispondenza tra quello che loro
pensavano e i discorsi, gli umori, gli interessi degli altri. Anche per
questo lui ed Enza avevano diradato alquanto gli incontri mondani: per evitare di uscirne amareggiati, insoddisfatti, come svuotati
nonostante il buon cibo.
“Secondo te – chiese Salvatore rompendo il silenzio – cos’è una
prima botte?”
“Una prima botte? – ripeté l’appuntato al volante, prendendosi
qualche secondo per pensare mentre, nello sforzo di trovare la risposta
corretta, aveva sollevato il piede dall’acceleratore. – Immagino sia
un vino di prima qualità con caratteristiche particolari, magari la parte
migliore del raccolto, oppure quello che viene spillato per primo;
qualcosa del genere insomma.”
70
La donna accanto
“Bravo, è quello che pensavo anch’io.”
“Perché, non è così?” si stupì l’altro.
“Non è così, no. La prima botte non ha niente a che spartire con
il vino, tranne il contenitore, forse, che può essere una botte, ma a
questo punto potrebbe anche essere un barile, una tinozza o altri
recipienti del genere.”
“E allora cosa può essere?” si chiese l’appuntato incuriosito.
“La prima botte è un appostamento per la caccia. È una postazione in acqua per sparare alle anatre selvatiche quando sono in vista
della terraferma. Le botti scoperchiate vengono montate sulla sommità
di alti pali infissi sul fondo sabbioso in zone di passaggio migratorio.
In quel periodo i cacciatori si fanno accompagnare in barca presso
questi trespoli, quando è ancora buio, si accovacciano dentro e
aspettano l’alba, per sparare agli uccelli di passaggio.”
“E perché si chiama prima botte e non semplicemente botte?”
chiese l’appuntato che nel frattempo era tornato a pigiare sull’acceleratore.
“Perché ce ne sono tante disposte in batterie. Ovviamente quelle che stanno più avanti, verso il largo, consentono al cacciatore di
sparare per primo e di abbattere un maggior numero di uccelli.
Vengono affittate a prezzi variabili: ogni batteria ha un prezzo diverso.
Comunque prezzi elevati.”
“Mi scusi brigadiere, ma lei come la sa questa cosa?”
“L’ho saputa ieri sera, a cena con amici. A dire il vero ci siamo
portati appresso anche le mogli. Comunque, quando uno della Stradale mi ha fatto questa domanda ho risposto come te: distillato di
vinaccia, ho detto, oppure vino invecchiato di prima qualità.”
“Che gusto ci sarà – riprese l’appuntato scalando le marce a un
semaforo, – che gusto ci sarà a stare rannicchiati dentro una botte
per ammazzare delle anatre che se ne vanno spensierate per i fatti
loro?”
“Non lo so – rispose Salvatore stringendosi nelle spalle. – Mentre mi raccontava di queste strane battute di caccia a quello gli brillavano gli occhi. Ci leggevi la soddisfazione morbosa, la fatica e l’attesa
ricompensate dallo sfogo delle scariche di doppietta. Avresti dovuto vederlo: era infervorato come un ragazzino mentre raccontava,
e mimava come riusciva a ricaricare il fucile in cinque secondi; e poi
La donna accanto
71
via, bang bang altri due colpi. E così per una diecina di minuti.”
“E come fanno poi a recuperare le anatre?” si chiese il sottoposto.
“Con la barca – gli spiegò Salvatore. – Recuperarle per modo di
dire, perché è logico che non riescono a raccattarle tutte. Ne raccolgono
alcune e le altre le lasciano a marcire.”
“Non sapevo che fosse consentito un tipo di caccia così spietata” commentò dubbioso l’appuntato
“Non qui, ma nei paesi dell’Est sì, almeno stando a quello che ha
raccontato quel tale” precisò il brigadiere.
“Cosa ne dice brigadiere se saliamo in tangenziale, credo che
facciamo prima.”
“Fammi pensare, … va bene, però poi prendi la seconda uscita
e scendi in zona industriale che voglio togliermi una curiosità.” Così
dicendo, Floridia afferrò la cartellina delle pratiche dalla ventiquattrore e la sfogliò fino a trovare il fax della questura.
C’era un traffico pazzesco, come al solito: a passo di lumaca per
entrare in tangenziale e poi avanti adagio.
“Dobbiamo andare al civico 86 di Viale dei Ferrovieri” precisò
Floridia.
“Come sta sua moglie, brigadiere?” fu la strana sortita dell’appuntato che cadde sulla testa di Salvatore con l’effetto di un grosso chicco
di grandine sbucato da un mesto cielo autunnale.
Siccome il brigadiere tardava a rispondere, il collega si scusò
dicendo che non intendeva essere indiscreto, ma visto che era stato Floridia stesso a parlargliene in una occasione precedente … e dato
che erano spesso …
“No, non devi scusarti – l’interruppe il brigadiere. – Anzi, mi fa
piacere il tuo interessamento. Non è facile sai; a sentirli parlare …
voglio dire … chi non l’ha mai provato crede che sia sufficiente darsi
una mossa: prendi una pastiglia e trovati degli interessi, dicono. Però
ti assicuro che non è così. Quando c’è qualcosa che ti rode dentro e
non ti lascia un istante è una lotta spietata, non so neanche cosa è
meglio fare per aiutarla. Giorno per giorno non te ne accorgi, ma se
penso a com’era quattro o cinque anni fa, allora è tutto più chiaro:
mi rendo conto che sta scivolando, lentamente, e non vedo dove
purtroppo. Dio … cosa darei per … Starle vicino non basta… A volte
72
La donna accanto
ho l’impressione che sia addirittura peggio….Non lo so…. è andata bene per un po’ … ma ormai sembra che sia tutto inadeguato ….
inutile. Io stesso non mi sento all’altezza della situazione. Sarei disposto a fare qualsiasi cosa pur di tenerla …. fuori …”
“Posso immaginare – disse l’appuntato visibilmente imbarazzato per aver dato la stura a una conversazione penosa. – Non ho mai
vissuto una situazione del genere e sinceramente non saprei neanch’io … mi dispiace.”
Salvatore emise un sospiro di patimento, quindi tornò sul fax che
reggeva in mano. Avevano imboccato lo svincolo per l’area industriale. Gli pareva strano un incarico generico in quella zona: tutto
attorno c’erano fabbriche, capannoni in costruzione, centri commerciali, polifunzionali e il centro grossisti. Da sopra il cavalcavia si scorgevano in lontananza le pile di container accatastate presso l’interporto.
Solitamente, i controlli per le attività produttive erano di competenza
della tributaria, degli ispettori della previdenza, oppure
dell’antisofisticazione.
“Che numero ha detto brigadiere?”
“Ottantasei.”
“Qui l’ottantasei non c’è.”
Si erano bruscamente fermati nel mezzo della corsia, davanti alla
concessionaria Iveco, numero civico ottantotto. Un autotreno che
li seguiva fu costretto a frenare bruscamente per evitare di tamponarli e quindi, non appena la corsia di sinistra fu libera, proseguì
lasciando una scia di fumo nero che invase l’abitacolo entrando dai
finestrini semi aperti.
“Torna indietro, l’avremo oltrepassato – ordinò Floridia mentre rovistava nella tasca dei calzoni. – Scusa se non te ne offro
una – precisò mentre scartava una caramella balsamica – ma ho
solo questa.” L’appuntato inserì la retromarcia e avviò l’auto
contromano.
“Ma che fai?” lo rimproverò di soprassalto il brigadiere. L’altro
allora arrestò il veicolo e si rivolse a Floridia con l’aria di chi non riesce
a raccapezzarsi.
“Perché, che faccio?”
“Stai andando contromano! – gli gridò Salvatore. – Che ti devo
fare la contravvenzione?”
La donna accanto
73
“Brigadiere – protestò quello – mi ha detto di tornare indietro e
come diamine ci torno indietro!?”
“Certo che devi tornare indietro – ribadì Floridia – ma ovviamente
non in questo modo!”
L’appuntato allora riavviò l’auto percorrendo il viale fino alla prima
rotatoria, cinquecento metri più avanti, e si diresse in senso contrario raggiungendo il rondò dalla parte opposta, un altro chilometro
circa. Quindi si immise nuovamente sul viale dal lato dei civici pari
e dopo tre semafori si fermò davanti all’entrata su cui stava attaccata la targhetta bianca con inciso il numero ottantaquattro, una
legatoria industriale. Dell’ottantasei nessuna traccia.
“Va bene così?” chiese polemicamente il sottoposto.
“Com’è poi questa storia, – sbuffò Floridia senza curarsi del tono
risentito del collega. – Aspettami qui che scendo a controllare.”
Gli dissero che l’ottantasei stava oltre, dietro al parcheggio della
concessionaria; il passaggio era impossibile da individuare se non
si sapeva dove cercarlo. Imboccarono un viottolo e dopo una curva a gomito incontrarono un cancello scorrevole semi aperto, dietro il quale si stendeva un vastissimo prato cosparso di alberelli e, nel
mezzo, una casetta a un solo piano rialzato.
C’erano numerose autovetture parcheggiate sul cortile antistante la casa. L’appuntato non parcheggiò a fianco delle altre auto,
preferendo restare sul lato libero dello slargo, così come invitano a
fare in questi casi le raccomandazioni del manuale di addestramento.
A motore acceso, i due carabinieri diedero un’occhiata all’intorno, per capire dove fossero capitati. Nel mezzo del prato falciato di
fresco, di un colore verde intenso, il loro sguardo fu prima attratto
da una fontanella circondata da cespugli e alberi. L’acqua, zampillando dalla bocca di quattro delfini guizzanti rivolti verso i punti
cardinali, era raccolta in un primo bacile dal quale gorgogliava in una
seconda vasca più grande. Dal bordo del piazzale partiva una stradina
che conduceva su una collinetta, sulla cui sommità si scorgevano un
paio di panchine. Vi erano betulle disposte a semicerchio attorno al
piazzale e cespugli di varie piante ornamentali.
E poi angeli di ogni dimensione, ovunque, per lo più con le ali.
Erano statue poste su piedistalli nel mezzo del prato, oppure addossate
al tronco degli alberi, attorno alla fontana, lungo il viottolo, ai bordi
74
La donna accanto
del cortile, sui muriccioli, sopra al cancello, al lati della scala che
conduceva in casa. Sembravano fatti di cemento, o di gesso. Alcuni parevano di legno e altri, pochi, di colore scuro, erano chiaramente
di metallo. Sul tetto della casa ve ne era uno dorato: ali spiegate, vesti
gonfiate dal vento e una lunga trombetta da giudizio universale
accostata alle labbra.
L’appuntato spense il motore e si girò verso Salvatore il quale,
togliendosi gli occhiali scuri, gli lanciò un’occhiata altrettanto interdetta. Avevano l’espressione di un capitano di vascello e dell’ufficiale in seconda alla vista di un’isola sconosciuta alle carte nautiche.
“Che cerchiamo qui brigadiere?” chiese l’appuntato con un lieve rantolo di saliva stagnante mista a fuliggine.
“Non lo so, non lo so proprio. Tieni, leggi anche tu” gli rispose
Salvatore porgendogli il fax.
“Qui dice che necessita un controllo. Ma non dice a che proposito.”
“Eh già! – rincarò Floridia accentuando il tono sarcastico. – Cosa
dovremmo controllare in un posto del genere non ne ho idea. Forse che tutti gli angeli abbiano l’autorizzazione per volare?”
“Beh, noi ci siamo venuti, il controllo l’abbiamo fatto; quindi
possiamo anche andarcene. Lei che dice?”
“Eh no! – scattò Salvatore con piglio risoluto, quasi si trattasse di
raccogliere una sfida. – Io dico che adesso tu mi aspetti qui e io vado
dentro. Pura formalità, ovviamente … spero. Se vuoi fare quattro
passi accomodati pure. Leggi un po’ – aggiunse poi indicando col
dito il fax – ci dovrebbe essere il nome dell’intestatario lì da qualche
parte.”
“È Silvano Fiorini” scandì l’appuntato.
“Ok, faccio in un attimo” troncò Salvatore mentre scendeva
dall’Alfetta.
Preso il berretto dal cruscotto lo calcò in testa e fece un passo indietro
per chiudere la portiera, ma quasi inciampò su un grosso terranova
che gli si era avvicinato senza farsi notare. Dopo che gli ebbe calpestato una zampa, il cane si scostò di quel tanto che bastava per consentirgli la chiusura della portiera.
Salvatore lo squadrò: era un grosso cane sprovvisto di collare e
museruola. Gli si era accostato a non più di venti centimetri con gli
La donna accanto
75
occhi fissi verso un cespuglio a fianco dell’auto; stava lì senza degnare
l’uomo di uno sguardo. Tuttavia, non appena Salvatore si mosse verso
l’entrata dell’edificio, il terranova gli si mise a fianco al pari di un pastore
tedesco perfettamente addestrato. Floridia si arrestò e anche l’animale si fermò. Lui lo guardò di nuovo ma quello niente, teneva il muso
diritto. I due si diressero allora verso i gradini che conducevano all’ingresso sormontato da un bassorilievo colorato che riproduceva
gli amorini di Raffaello. Giunti davanti alla porta già aperta, il terranova
fece passare prima l’uomo e subito dopo riprese posizione al suo
fianco.
“Che comportamento strano” pensava Salvatore “sembra un
maggiordomo abituato a fare gli onori di casa. D’altra parte qui c’è
più di una cosa inconsueta : cancello e porta aperti, niente campanello … come un negozio, ma senza insegna”.
All’interno vi era un’ampia sala rettangolare abbellita con decorazioni floreali e stucchi geometrici alle pareti. Numerose persone
stavano sedute su due file, gli uni di fronte agli altri: uomini, donne,
giovani. Dalle finestre sul lato destro entrava la luce intensa del giorno
fatto, sicché chi dava le spalle alle imposte aveva il viso completamente in ombra mentre gli altri, seduti sulla fila opposta, avevano il
viso illuminato. Il pavimento a grossi riquadri ricordava una scacchiera
costruita per linee diagonali; un passo ocra, un passo blu, uno ocra,
uno blu…
Non sapendo dove andare o a chi rivolgersi, dopo un attimo di
esitazione Salvatore seguì il cane che si era messo a fargli strada
passando tra le due ali di persone. Solo allora Floridia si accorse della
porta sul fondo della sala. Stava quasi per bussare quando fu aperta dall’interno e apparve di spalle una donna in procinto di uscire.
Il brigadiere ebbe un tuffo al cuore e gli si bloccò il respiro. “Mia
moglie!?” sussultò.
Lo scossone fu tanto improvviso e violento che in un baleno gli
passò davanti il sunto della loro vita di coppia: l’incontro, l’impeto
passionale dei primi tempi, il matrimonio, la sicurezza di un rapporto
gratificante; quindi le preoccupazioni, i dubbi, la crisi subdola, la
solitudine impietosa, la resa.
Cosa ci faceva lì sua moglie? Com’era possibile che lui non ne
sapesse niente? Forse quello della questura era un messaggio ano-
76
La donna accanto
nimo che un amico gli aveva fatto pervenire per avvisarlo delle
frequentazioni insospettabili della sua donna!
Frazioni di secondo. Il sobbalzo viscerale si era istantaneamente
trasmesso ai muscoli del braccio ed egli già stava per afferrare sua
moglie per una spalla perché si girasse e gli desse delle spiegazioni,
quando lei, scostando il capo, rivelò il bambino che reggeva in braccio.
Mentre la madre si prodigava a salutare qualcuno dentro la stanza,
il piccolo, appoggiato al seno, gli abbozzò un sottile sorriso da cherubino. Lieve annuncio dal forte significato, quel sorriso. Il pargoletto
pareva voler rassicurare e infondere coraggio a chi sta per entrare
nella sala operatoria, dove mani esperte affonderanno il bisturi che
estirpa la causa del dolore.
Salvatore ebbe la sensazione che qualcosa lo stesse squassando.
Sua moglie non aveva un bambino, com’era vero che lui non aveva figli. Ma allora …! Eppure quei capelli castani, lunghi e crespi erano
proprio come … e anche la corporatura e la statura erano talmente
simili. Anche sua moglie aveva una camicetta come quella e i pantaloni erano come se ne vedono tanti. Com’era possibile?
La donna si accomiatò da colui che stava nella stanza. “Ciao
Silvano, grazie” disse, girandosi poi verso Salvatore che era rimasto impietrito.
“Mi scusi” aggiunse lei, trovandosi la strada sbarrata dall’uomo
in divisa.
Cercava un varco per uscire tra lui e il cane che gli era rimasto vicino.
“Mi scusi!” Ripeté la donna impennando il tono della voce e
guardandolo negli occhi imbambolati.
Lui si scosse, fece un passo indietro e lasciò passare. Salvatore
si sentiva mancare, gli sembrava di essere vuoto, come se gli stessero raschiando tutto da dentro per imbalsamarlo. Eppure i capelli
…la statura … erano sembrati gli stessi. Ma la voce no …. E nemmeno il viso. Il volto era diverso, più luminoso. Anche quello di sua
moglie era stato raggiante e luminoso un tempo.
“Avanti!” richiamò con tono deciso la persona nella stanza.
“Cosa sta succedendo?” si chiese Salvatore entrando. Il terranova
rimase fuori.
“Chiudi la porta per cortesia” disse un ometto dall’aspetto dimesso..
Mentre Floridia lasciava la maniglia della porta e si girava verso
La donna accanto
77
di lui, si rese conto d’avere la mente vuota o zeppa all’inverosimile
di una totale confusione, che è lo stesso.
Si trovò di fronte a un uomo di corporatura media, stempiato, con
i capelli bianchi, viso tondeggiante dai lineamenti accentuati, occhi
piccoli e infossati sotto folte sopracciglia.
L’ambiente era accogliente: una stanzetta in cui la luce del giorno entrava da una piccola finestra posta appena sotto al soffitto,
addobbata con tendine bianche ricamate; pedana, scrivania e lampada da tavolo accesa. All’illuminazione della stanza contribuiva anche
l’aureola di minute lampadine sul capo di una Madonna con Bambino posta su un piedistallo a fianco del tavolo. Pochi mobili accostati alle pareti e immagini sacre appese, ritratti di saggi e di santi.
Salvatore aveva la netta sensazione di trovarsi in presenza di colui
che stava cercando, ma per identificare il soggetto avrebbe dovuto
porre domande specifiche del tipo: “È lei il Signor Fiorini Silvano?”
Avrebbe dovuto chiedere età, professione, stato civile. Avrebbe dovuto
chiedere a quell’omino in blusa bianca e pantaloni marrone sbiadito
se quella era casa sua e quale attività svolgeva. Avrebbe dovuto farsi
spiegare chi erano e cosa ci facevano le persone sedute nella sala.
Avrebbe dovuto chiedergli…
“Ciao Salvatore come stai?” esordì affabilmente quell’uomo,
mentre il suo sguardo fissava vacuo un punto indefinito sopra la testa
dell’ospite. A quel saluto il brigadiere Floridia si sentì nudo.
“Come fa a conoscere il mio nome?” si domandò sbigottito.
“Hai aspettato molto fuori?” gli domandò ancora Silvano che aveva
abbassato lo sguardo su di lui e lo stava fissando diritto negli occhi.
“Aspettato?” ripeté sorpreso Salvatore. Solo allora si rese conto
di essere passato davanti alle persone che nella sala stavano palesemente in attesa del proprio turno. Così vestito, in divisa, nessuno
se l’era sentita di fargli notare la necessità di rispettare l’ordine d’arrivo.
D’altra parte, forse quelle persone avevano pensato che lui fosse lì
per lavoro, il che era vero; e chi lavora non ha forse sempre la precedenza?
“Gli altri, probabilmente, non erano in attesa per motivi di lavoro” pensava Salvatore. “E allora per quale motivo stavano aspettando?
Un colloquio, certo.”
“Scusami, voglio dire mi scusi… cioè scusatemi… – balbettò
78
La donna accanto
Salvatore – non sapevo… non avevo idea di com’è qui. Ma cosa…?”
“Non importa, può succedere – lo interruppe affabilmente Silvano.
– Allora cosa vuoi sapere?”
Salvatore cercò di raccogliere le idee. Non riusciva a credere
alle proprie orecchie. Che senso avevano le parole di quell’uomo?
Era a lui, Floridia, che spettava fare le domande, era lui che
doveva controllare che non vi fosse nulla di marcio in quel posto.
E invece…
“Cos’è che ti preoccupa?” lo incalzò nuovamente Silvano.
Allora, senza che potesse opporsi, due parole scaturirono dalla
bocca del brigadiere. Due parole che rappresentavano il mondo intero,
il suo mondo. Parole tanto grandi da riempire i suoi pensieri giorno e notte, senza lasciare spazio a nient’altro.
“Mia moglie” disse torcendo la bocca in una smorfia di dolore che
si propagò a tutto il viso, facendo inumidire gli occhi. Il Fiorini lo guardò
in silenzio.
La conversazione aveva imboccato una strada imprevista e inimmaginabile: era chiaro che Salvatore, nonostante il potere costituito che egli rappresentava attraverso l’uniforme d’ordinanza, non era
nella condizione di chiedere, né di esigere alcunché; come se fosse
entrato in un luogo regolato da leggi e ordinamenti alquanto diversi da quelli cui ci si deve sottomettere di solito.
Chiudendo la porta alle sue spalle, Salvatore si era sentito spogliato della corazza protettiva dell’uniforme, e aveva dovuto abbandonare i panni dell’autorità. Improvvisamente, egli sentì di non avere
più una posizione da difendere, ma solo una strada da percorrere;
sentì che non aveva più alcuna sponda da sottomettere, ma soltanto acque da navigare.
L’uno di fronte all’altro, Silvano e Salvatore parevano due naviganti che si incrociano fendendo le stesse onde. Chi dei due stesse remando sulla barca bianca e chi sulla barca nera non aveva
nessuna importanza in quel momento. L’impulso che il brigadiere
avvertì con chiarezza fu il desiderio, anzi la necessità, di condurre il
guscio della sua vita verso lidi migliori.
“Sono tanto preoccupato per mia moglie” ripeté Floridia dopo
un attimo di esitazione.
“Stai tranquillo” disse Silvano tendendo gli angoli della bocca in
La donna accanto
79
un sorriso impercettibile, mentre si avvicinava a lui con pochi, brevi passi.
Salvatore ebbe l’impulso di ritrarsi, poiché in quel piccolo uomo
sulla sessantina vedeva approssimarsi qualcosa che gli era sconosciuto.
Come poteva una persona tanto dimessa e mite trasmettergli un
rispetto e un timore simili?
Silvano lo avvicinò afferrandogli dolcemente un braccio sotto al
gomito. A Salvatore sembrava di voler riaprire la porta per allontanarsi, ma le gambe non gli rispondevano; si sentiva paralizzato. Lui,
che nei momenti critici era rapido nelle decisioni e sapeva portarle
a termine in qualsiasi condizione, lui non sapeva, lui non riusciva a
pensare quale fosse la cosa migliore da fare.
Istantaneamente comprese di essere stanco di dover sempre sapere cosa fare; comprese di essere stanco di decidere e che era arrivato il momento di deporre lo scudo e la spada. Decise di non opporsi
e di abbandonarsi nelle piccole mani di quell’uomo, perché tutto ciò
che desiderava era pace e serenità, quelle che mancavano da tanto
tempo nella sua vita e in quella di sua moglie.
Con l’altra mano Silvano gli toccò la fronte. Chiuse gli occhi per
un istante, quindi la stese sull’uniforme andando dal colletto verso
il basso e quando fu all’altezza dello stomaco si fermò, rimanendo
come in ascolto per alcuni istanti. Salvatore lo osservava assente, senza
capire.
“Non ti preoccupare – ripeté nuovamente Silvano. – Vedrai che
si risolverà. Non subito, perché ci vorrà un po’ di tempo, ma tua moglie
guarirà. Tu sforzati e fai del tuo meglio, ma senza farne una malattia tua. A volte l’aiuto viene da dove meno ce lo aspettiamo. Perciò
non chiudere le porte a niente. Abbi fede, perché si presenteranno
delle possibilità.”
Salvatore trasecolava all’ascolto di tali parole e avvertiva un’intensa vampata allo stomaco, dove Silvano teneva la mano. Era come
se un ferro caldo avesse bucato la divisa e stesse propagando il calore a tutta la zona. Poi Silvano si scostò mormorando qualcosa di
incomprensibile. Appena le mani di quell’uomo lo lasciarono, un
brivido percorse il corpo di Salvatore. Si sentiva strano: pareva che
qualcosa dentro di lui stesse rimestando quello che c’era per risolvere un cortocircuito che lo teneva inceppato.
80
La donna accanto
Si accorse che poteva muoversi nuovamente.
“Tienimi informato, se vuoi” lo congedò Silvano.
“Va bene” rispose meccanicamente il brigadiere senza neppure
cogliere il senso di quell’invito.
Nulla di ciò che stava accadendo sarebbe stato considerato veramente reale fuori da quella stanza. Tuttavia, lì dentro, ogni parola, ogni gesto sembravano avere un significato anche se, per il momento, a Salvatore quel significato sfuggiva.
Uscì dalla stanza lasciando la porta socchiusa e sostò un istante,
poiché stava provando un fortissimo senso di nausea e ottundimento.
Diede un’occhiata alle persone che attendevano pazientemente, la
prima della fila si alzò ed entrò a sua volta nella stanza richiudendo
la porta.
****
Floridia si sentiva male e aveva assoluto bisogno di un bagno.
Chiese a un signore se c’era una toilette disponibile e quello, prontamente, lo accompagnò lungo un corridoio indicandogliela.
Salvatore non riuscì nemmeno a ringraziarlo dacché dovette
precipitarsi sul lavabo iniziando a vomitare con spasimi e conati
violenti, tanto che inzaccherò l’uniforme. Tra le lacrime, a occhi
semichiusi, vide colare sulla ceramica candida i resti giallastri della
cena andatagli di traverso la sera precedente. La mano di quel Silvano,
evidentemente, gli era entrata dentro ad alleviare una digestione
completamente bloccata.
A renderla indigesta, la cena, non era stato certo il pensiero delle povere anatre selvatiche abbattute a fucilate e abbandonate agonizzanti in acqua. Ad averlo scombussolato era stato qualcosa di
diverso che riguardava lui e sua moglie da molto vicino.
Quando ci sono le mogli ad accompagnare i mariti, nelle serate
tra colleghi, i discorsi possono prendere vie diverse dal solito e può
capitare di ritrovarsi a governare emozioni più dolorose dei sassolini nelle scarpe di un maratoneta.
Tra le risate e le battute conviviali, le chiacchiere delle mogli erano
dunque finite inevitabilmente sui figli.
“Eccolo” pensava Salvatore piegato sul lavabo “quello deve proprio
La donna accanto
81
essere il risotto”, e mentalmente tornava ai dialoghi delle donne, veri
e propri stuzzichini preparati dalle consorti tra una portata e l’altra.
Era stata la moglie A, quella del Signor Prime Botti, a dare l’abbrivio
all’argomento prole. D’altra parte lei e suo marito erano nuovi nel
gruppo e non sapevano nulla di Salvatore ed Enza. Non che agli altri
importasse più di tanto, ma almeno chi li conosceva evitava certi
commenti. In ogni caso, quando la signora A aveva iniziato, tutte
l’avevano seguita senza alcuno scrupolo.
“Il mio è allergico quasi a tutto – aveva detto – l’ho portato da tre
specialisti, però, se metto assieme le tre liste delle cose che mi hanno raccomandato di evitare non gli rimane quasi niente da mangiare.”
Moglie B: “Fossi in te invece di cambiare dieta cambierei specialisti.
Ne basta uno purché sia di quelli che praticano veramente le discipline alternative. È la mentalità che è diversa. Un medico tradizionale avrà sempre un approccio da medicina classica. Ed è giusto che
sia così, è in quella che può dare il meglio di ciò che ha imparato.
Ma se vuoi qualcosa di alternativo mia cara devi andare da chi ha
fatto un’altra scuola.”
Moglie D: “Attenzione ai ciarlatani però!”
Moglie A : “Ti dico … un dramma! E questo no, e quest’altro
nemmeno. Cosa devo fare, gli ho chiesto, mica posso spendere mezzo
stipendio per comperare roba introvabile! Siete mai entrate in un
negozio di alimenti naturali? Beh, è come entrare dal gioielliere.”
Moglie B : “Secondo me quella non è la strada giusta e lo dimostra il fatto che se lo fosse non si dovrebbe mangiare quasi niente.
Ma dico, stiamo scherzando? No credimi, il problema sta da un’altra parte … si tratta di …”
Moglie C: “Tutto quello che volete, però trovo che siano cibi più
nutrienti e anche più digeribili. Guardate, io per il mio prendo solo
il meglio.”
Moglie D : “E fai bene. Ma non tutti possono spendere in quel
modo.”
Moglie C : “Secondo me basta dedicarvi un po’ più di tempo e
ovviamente imparare a scegliere.”
Moglie B (“B come Bastarda” ripensava Salvatore piegato a spurgare lo stomaco ) : “Quanto ha adesso il tuo?”
Moglie C : “Ha compiuto sei anni il mese scorso.”
82
La donna accanto
Moglie A : “Ah! Ma allora vai bene, non si fa più fatica a quell’età.
Ormai si arrangia no?”
Moglie C : “A essere sincera non posso lamentarmi, certi problemi
non li ho mai avuti; però adesso è veramente un’altra vita, quando
sono piccoli non sei mai padrona del tuo tempo.”
Moglie A : “Per non parlare dei sensi di colpa che ti fai venire se
solo li lasci a qualcuno per mezza giornata!”
Moglie B : “Credimi che questa è l’età migliore per goderseli. Poi
cominciano altre preoccupazioni. Sai, mia figlia ha già dei corteggiatori.
Non aver fretta! Le dico sempre, non fare l’errore che ha fatto tua
madre.”
Chino sul lavandino, Salvatore riusciva quasi a visualizzare i piatti
di portata: un primo antipasto di involtini ai gamberetti, un secondo antipasto di salmone affumicato, quindi risotto ai frutti di mare,
zuppa di pesce, grigliata mista con insalata verde, vino bianco a
volontà, macedonia, caffè e digestivo. L’odore del cibo era perfettamente omogeneizzato dall’acidità rabbiosa che aveva sentito dentro.
Moglie E (E come Enza ) : “No, noi non ne abbiamo…per il
momento.” L’aveva proferito con forza, come poteva, poverina, per
non lasciar intuire quanta sofferenza c’era sotto; perché si sa, alle donne
non par vero girare il dito nella piaga in questi casi. Aveva pronunciato quelle parole evitando accuratamente di incrociare gli occhi del
marito che le stava seduto di fronte, perché sapeva di aver mentito
aggiungendo quel ‘per il momento’. Entrambi sapevano che il
momento non sarebbe arrivato.
Moglie D (D come Stronza! E al pensiero Salvatore sentiva di
odiarla): “Eh sì! – aveva sentenziato – se ti metti a pensarci troppo
non li fai più. Sempre che non intervengano altri problemi. Sapete,
se ne sentono tante in giro …”
Enza non aveva replicato. Come avrebbe potuto spiegare in quali
termini stava la questione?
All’inizio, dopo sposati, lei non aveva proprio voluto saperne di
figli. L’aveva detto subito a Salvatore strappandogli l’impegno a
rispettare quella scelta, sicché lui, per amore suo e di quieto vivere,
aveva accettato perché era sicuro che col tempo lei avrebbe cambiato
idea. D’altra parte erano entrambi molto presi dal lavoro e un figlio
avrebbe comunque comportato diversi sacrifici.
La donna accanto
83
Per molti anni l’argomento era stato accuratamente evitato.
Quando si imbattevano nei figli degli altri, i loro occhi si cercavano
e mentre lo sguardo di Enza diceva a Salvatore: “Ok, so che sarà così
anche per noi, ma non adesso… non ancora”, lo sguardo di Salvatore diceva ad Enza: “Sappi che non appena cambi idea per me va
bene”.
Enza stava zitta e incassava i discorsi delle altre rinunciando a
raccontare la realtà dal suo punto di vista. Per anni si era convinta
che quella mancanza voluta fosse solo temporanea, si era illusa di
poter essere lei a stabilire quand’era il momento di porvi termine; e
quando finalmente aveva deciso di avere un figlio, quello non era
arrivato.
Avrebbe potuto raccontare che nei primi tempi, secondo i medici,
pareva che non ci fossero ostacoli insormontabili, e che le difficoltà
a concepire venivano probabilmente da un uso troppo prolungato
e disinvolto di contraccettivi.
Avrebbe dovuto informare che a un certo punto aveva anche
rischiato di morire, vedendo svanire per sempre la possibilità di essere
madre.
Di quante cose avrebbe voluto parlare per guadagnarsi almeno
un briciolo di compassione dalle altre femmine che l’avevano già
marchiata come l’esemplare sterile del gruppo.
Da quelle difficoltà inoltre era uscito incrinato il rapporto con suo
marito. Lei sapeva che intimamente lui le imputava quella come una
colpa. Salvatore ne soffriva quanto e forse più di lei; soffriva per l’assenza di un figlio e penava per le condizioni della moglie. Enza s’era
presa il lusso di soccombere a poco a poco al problema, lui quel lusso
non poteva permetterselo, e in apparenza se n’era fatta una ragione.
Ovviamente Salvatore non sentiva la forza della maternità che
spinge, reclama con violenza le proprie ragioni e che si manifesta
dapprima con un sussulto dentro le viscere della donna, poi inizia
a parlare e se rimane inascoltata finisce col gridare dando in escandescenze.
Ecco, ‘escandescenze’, era per l’appunto il livello a cui era giunto
il desiderio di maternità in Enza. Quando piombava in quello stato, a Salvatore non restava che indossare la tuta protettiva. Il senti-
84
La donna accanto
mento che provavano l’uno per l’altra a volte non era sufficiente ad
attenuare quel malessere.
Con l’acuirsi del problema spesso Enza lasciava il marito all’asciutto,
sì insomma, non lo facevano per molte settimane. Salvatore comprendeva i suoi stati d’animo, il desiderio di isolarsi per proteggersi
in qualche modo, ma nondimeno era preoccupato. Anche per lui il
rapporto risultava, se non proprio menomato, certamente sovrastato
da un pensiero fisso, da un forte senso di privazione così difficile da
allontanare anche nei momenti di maggiore intimità. Continuare a
essere coppia, così come lo erano stati, risultava sempre più penoso.
Moglie B : “Mi ricordo quella volta, avrà avuto quattro o cinque
anni: stavo salutando un’amica che aveva da poco avuto un bellissimo maschietto. Ti piacerebbe avere un fratellino, Eva? le domandai.
Sì, ma non così piccolo, mi aveva risposto. E perché no? Perché
altrimenti non possiamo giocare.”
Moglie D : “Povera piccola!”
Moglie B : “Dopo qualche anno però il fratellino è arrivato. Allora le andava bene che fosse piccolo e come se lo coccolava!”
Moglie A : “Che cara!”
Enza se n’era rimasta in silenzio, tranquilla. Attenendosi al consiglio dello psicanalista presso il quale era in cura, aveva assunto un
paio di compresse come ormai faceva sempre quando c’era da stare in mezzo agli altri. Li chiamano ansiolitici, che è un modo per non
dire psicofarmaci. Più che rilassata, Enza appariva rassegnata e assente, ma questo non le impediva di provare un forte disagio.
Che ne sapeva lei di latte in polvere, di pappette e carrozzine? Lei
non sapeva niente di capricci, di vaccinazioni, di asili nido, né di zaini
pesanti, ne di scoliosi. Non aveva aneddoti da raccontare, lei. Che
ne poteva sapere di insegnanti incapaci di valorizzare il proprio tesoro, di compagni prepotenti, di competizione tra fratellini? Cosa
avrebbe potuto dire? Ogni parola le giungeva come uno schiaffo
accompagnato da una risata beffarda.
Salvatore s’era sforzato di sorridere ai colleghi e alle mogli. Ma
quei discorsi, tutti i commenti e le risate, si erano trasformati in fiele
allegramente sparso sulle portate che i camerieri si prodigavano a
85
La donna accanto
servire; sicché lui, senza accorgersene, s’era messo a masticare interminabilmente i cibi nel tentativo di rendere digeribili delle conversazioni che gli risultavano incredibilmente amare.
****
“Brigadiere!” Salvatore sentì bussare con forza alla porta del bagno.
Era l’appuntato che, non vedendolo più tornare, era entrato in casa
e ne aveva seguite le tracce fino a lì.
“Cosa succede?” rispose Salvatore raschiandosi la gola.
“Tutto a posto brigadiere?” chiese il subalterno con la voce che
tradiva una leggera apprensione.
“Affermativo – rispose seccamente Floridia. – Aspettami fuori che
tra un attimo ho finito.”
Vedendolo arrivare, l’appuntato era sul punto di accendere il
motore, ma invece di salire subito in auto, il brigadiere si avviò a fare
quattro passi per la stradina che attraverso il prato saliva la collinetta
e quando fu in cima si sedette sulla panchina, una di quelle in ghisa, stile vecchia Londra con i riccioli, le foglie stilizzate e i listelli di
legno verniciato di scuro.
Salvatore si sentiva meglio: gli pareva d’essersi liberato d’un rospo che teneva le gambe puntate sul fondo del camino esofageo,
all’imboccatura dello stomaco. Si rilassò e, in quella positiva condizione
ritrovata, si mise a osservare le sculture angeliche sparse all’intorno.
Le ali degli angeli erano tutte invariabilmente aperte, come se stessero per alzarsi in volo, oppure come se avessero appena messo i piedi
a terra. Si vedevano anche angeli senza ali e tuttavia non c’era un
solo angelo con le ali piegate, quasi che non fosse contemplata la
possibilità che un’ala sia a riposo sulla spalla. In effetti, quelli dovevano essere proprio tutti angeli a giudicare dall’aspetto: ben fatti e
assolutamente normali, ma con i volti, gli sguardi e le movenze
angeliche, appunto.
“Perché mai alcuni angeli hanno le ali ed altri no?” Si chiese il
brigadiere. Sollevò gli occhi oltre i muri di cinta in cemento, al di sopra
delle coperture dei capannoni, ma non si vedeva niente a causa della
foschia.
“Deve essere un’impresa notevole per un angelo scendere di lassù
86
La donna accanto
e atterrare con una visibilità così scarsa” pensava surrealmente. Era
un pensiero nuovo quello, di un tipo che non aveva mai fatto. Si
sentiva così …leggero! “Che strano” pensò “anzi, buffo.”
Una specie di contentezza prese a rincuorarlo mentre la bocca si
distese in un sorriso impercettibile.
Gettando uno sguardo all’orologio, Salvatore si accorse che s’erano
già mangiati un bel pezzo di mattinata. Scese in fretta la collinetta e
salendo in auto trovò l’appuntato appisolato.
“Tutto bene?”chiese allora con tono vagamente burbero al subalterno.
“Signorsì” rispose l’altro di soprassalto mentre avviava nuovamente
il motore.
Abituato com’era ad assecondare l’umore del brigadiere, l’appuntato rispettò il silenzio del superiore che s’era fatto pensieroso. Salvatore stava infatti analizzando mentalmente quell’esperienza insolita.
Troppe cose non gli tornavano, a partire dall’acume innaturale, o
perlomeno veramente inusuale del Fiorini.
“Un Santone” pensò “un veggente… e che veggente!” “Abbi fede
che tua moglie guarirà” gli aveva detto. Ma se non sapeva nemmeno quale fosse la malattia! O forse sì. Forse lo sapeva, come sapeva
il suo nome senza averlo mai incontrato prima. Forse Silvano sapeva
altre cose di lui, mentre, evidentemente, era proprio lui, Salvatore,
il diretto interessato a non saper nulla di quanto avrebbe potuto essergli
utile. Ma com’era possibile? Una cosa del genere non era neppure
ipotizzabile.
Eppure aveva ben visto quante persone aspettavano d’entrare a
colloquio.
E poi, soprattutto, cosa c’entrava il fax della questura con un tipo
del genere? Perché era stato chiesto un sopralluogo?
“Usciamo dalla tangenziale brigadiere?” chiese l’appuntato in attesa
di nuove istruzioni.
“Come? … Ah già, scusami – rispose Floridia richiamando alla
mente l’agenda della giornata. – Allora vediamo … sì, prendi alla prima
uscita, prossima fermata Ufficio della Motorizzazione Civile.”
Quel giorno mancarono a un paio di appuntamenti, ma Salvatore non se ne diede pena perché aveva la netta sensazione di aver
scoperto qualcosa di importante per sé e per la sua donna.
87
La donna accanto
ARIA DI FAMIGLIA
Rispetto al nulla desolato che spesso lo accoglieva al rientro dal
lavoro, tornando a casa quel venerdì sera Salvatore trovò ad aspettarlo
una signora cena. Sul tavolo di cucina, oltre al pane secco tagliato
a pezzi, c’erano uova sode e insalata. Enza era di umore mediocre,
intenta a rosicchiare una fetta biscottata, accoccolata su una sedia
impagliata davanti alla TV con l’audio al minimo. Salvatore la baciò sulla fronte e si sedette accanto a lei.
“Com’è andata oggi Enza?” le chiese con dolcezza, sussurrando
in modo da non farla sembrare una domanda ma il proseguimento
del dialogo interrotto al mattino quando, salutandola, le aveva augurato buona giornata.
“Come vuoi che sia andata – disse lei ricambiando il bacio. – È
andata come sempre. Come ieri… come domani.”
“Sei uscita o sei rimasta tutto il giorno qui?” volle sapere Salvatore mentre l’accarezzava sulle spalle.
“Sono scesa al supermercato per comperare qualcosa, non c’era
quasi più niente in frigo.”
“Brava, così si fa.”
Poi il brigadiere mise mano a saliera, oliera e si accomodò a tavola. Mangiò lentamente per non gonfiare lo stomaco già stressato
dalle preoccupazioni, con gli occhi che andavano dal piatto alla moglie
ipnotizzata davanti alla TV.
La persona che vedeva di spalle, la donna che aveva accanto, stava
diventando sempre meno ‘moglie’, pensava. Ma cosa mai stava
diventando? Cosa avrebbe potuto rappresentare Enza in quelle
condizioni? E lui avrebbe saputo accettare un futuro che pareva
incunearsi per la via della solitudine e dell’amarezza?
In effetti, giorno dopo giorno lui si era adattato a quella situazione di semi infermità, rassegnato a perdere uno stile di vita sul quale
88
La donna accanto
aveva fatto affidamento per molto tempo. Ma se le cose fossero ulteriormente peggiorate?
Salvatore avvertì una stretta al cuore e tornò mentalmente all’incontro avuto quel mattino con Silvano, aggrappandosi alle sue parole come all’ultima cima lanciata verso chi sta sospeso sul baratro.
“Non scartare nessuna possibilità” – gli aveva detto rassicurandolo. – Abbi fede, guarirà.”
“Eccolo il domani che vorrei per noi due” pensava Salvatore mentre
la vibrazione del verbo guarire declinato al futuro si spandeva nella
sua mente con l’effetto di un calmante.
Tra un boccone e l’altro si ricordò del vortice di immagini e sensazioni che l’avevano sopraffatto in casa di Silvano, davanti alla donna
che aveva scambiato per sua moglie. Fulmineamente aveva rivisto
tutta la propria vita con Enza, accompagnata da tanti piccoli dettagli che avrebbe creduto di non poter mai ricordare a distanza di anni.
Erano tutti lì, presenti, con la stessa carica emotiva del momento in
cui erano stati vissuti.
Quello tuttavia non era stato un vedere vero e proprio, quanto
piuttosto un lampo nella testa, quasi che la frizione generata dalle
immagini che si accalcavano per emergere alla coscienza avesse
generato una luce abbagliante che racchiudeva in sé tutti i colori e
i suoni della loro vita a due.
“Com’era mai possibile – si chiedeva – che tanto vissuto potesse concentrarsi nella percezione di un istante?”
“Dov’è l’album con le foto del nostro matrimonio?” domandò
perentoriamente alla moglie dopo aver bevuto l’ultimo sorso di vino
rimasto nel bicchiere.
Girandosi verso di lui, Enza sgranò gli occhi dando l’impressione di non aver inteso o quanto meno di voler sentire la domanda
una seconda volta, tanto quella richiesta le sembrava insolita. Sembrava volere dire: “Ho capito bene?”
“Sai dove sono le foto del nostro matrimonio?” ripeté Salvatore.
“Dovrebbero essere di là – rispose lei sforzandosi di ricordare dove
le avesse viste l’ultima volta – in un cassetto del mobile … della libreria …”
“Dove di preciso?” gridò lui che già stava rovistando nella stanza accanto.
La donna accanto
89
“Aspetta, aspetta, cos’è tutta questa furia!” Gli fece eco la moglie
strascicando le ciabatte appresso allo sbattere di ante e cassetti.
“Bastava che mi dicessi esattamente… ”
“Eccole!” – lo interruppe Enza –
“Tu sei bravo solo a fare disordine…!” – e gli porse l’album delle nozze che dal giorno del matrimonio doveva essere stato sfogliato due o tre volte al massimo.
Salvatore si rilassò sul divano rosso zebrato blu e, alzati i piedi sul
tavolino basso, iniziò a sfogliare.
Dapprima Enza era tornata ad appollaiarsi sulla sedia, sbirciandolo incredula con la coda dell’occhio, ma dopo qualche minuto era
andata ad accoccolarsi accanto a lui, con le ginocchia sotto al mento e i piedi coperti da un cuscino.
“Ti spiace ricominciare da capo?” gli chiese scostandosi i capelli
crespi dagli occhi.
“Sfoglia tu” le suggerì lui mentre con una mano chiudeva l’album
e con l’altro braccio le cingeva le spalle.
Si erano sposati nell’ ottobre del 1984. Per la cerimonia, Enza aveva
scelto un abito senza strascico, sia perché non le piaceva l’idea di tirarsi
dietro metri di tessuto a raccattare polvere e sporco, sia perché lo
giudicava poco adatto alla categoria delle donne moderne cui sentiva di appartenere, quelle che desiderano andare oltre i ruoli stereotipati.
“Questa non me la ricordavo proprio” esordì lui indicando l’immagine di Enza di fronte alla casa paterna: vestito di raso madreperla,
guanti bianchi, capelli ribelli raccolti a chignon, orecchini pendenti
d’opale.
“Gli occhi sono rimasti gli stessi” soggiunse poi guardando la sua
donna.
“Tutto il resto no?” protestò lei risentita.
Alle spalle della sposa, nella foto, si scorgeva la modesta casa di
periferia dalla quale Enza stava uscendo per sempre, un angolino
di verde e, dietro di lei, i genitori.
Enza proveniva da una famiglia piccolo borghese; il padre affascinato dal pensiero liberale, la madre impegnata a far valere i benefici conquistati dalle donne con la lotta per la completa parità dei
sessi. Enza era la primogenita ma i genitori, nonostante le idee avan-
90
La donna accanto
zate, avrebbero preferito un maschio. Arrivò lei e il nome Enzo, che
avevano scelto per l’erede, fu modificato in Enza. Suo fratello Pietro era nato due anni dopo.
Enza era stata una splendida bambina, estroversa, dal carattere
amabile, che suscitava un’immediata simpatia. Aveva un’evidente
capacità di compiacere e di capire cosa gli altri si aspettavano da lei.
Crescendo si era trovata a rivaleggiare con il fratello, entrambi al
centro degli screzi tra i genitori. La madre riversava su di lei le ansie
e le aspettative dell’universo femminile, quell’universo che non
avrebbe mai più accettato di essere semplicemente l’altra metà del
cielo, ed aveva condensato la propria filosofia di vita in questa convinzione: noi donne abbiamo la capacità e la possibilità di raggiungere il cinquantuno per cento della torta e prenderci ciò che per tanto
tempo ci è stato ingiustamente negato.
Questa sentenza veniva sovente espressa a tavola sicché, nel
pronunciarla, la madre guardava il figlio Pietro come a dirgli: “Almeno tu non seguirai l’esempio esecrando degli altri maschi!”
Suo padre d’altro canto era impegnato a educare il figlio secondo l’esempio dell’uomo compiuto, capace di farsi strada nella vita
senza dover rinunciare ai sani principi che si impegnava a trasmettergli a parole e con l’esempio. Secondo lui, le donne entravano nel
grande gioco degli equilibri della vita solo in quanto compagne
dell’uomo e perché non se ne poteva fare a meno in ogni caso.
In questo modo, Enza era giudicata dalla madre secondo ciò che
riusciva a realizzare, per quanto riusciva a farsi valere, mentre il padre
la coccolava per la sua bellezza e per i suoi modi intriganti.
Si era iscritta all’istituto di ragioneria seguendo il consiglio di papà,
secondo il quale quel diploma avrebbe potuto essere speso senza
difficoltà al momento di cercare lavoro.
A diciassette anni aveva sciolto le briglie dell’amore e della passione giovanile donandosi fiduciosa a un coetaneo; parole in codice, appuntamenti improvvisati, incontri clandestini… e prima esperienza amara, molto. Sì, perché dopo un po’ si era trovata incinta.
Preso dal panico, il ragazzo ne aveva parlato ai genitori, i quali
gli avevano proibito di rivederla: lui doveva pensare al proprio futuro e non era il caso di cercare altre storie. Rimasta sola, lei si era
confidata con la madre, dalla quale aveva ricevuto una memorabi-
La donna accanto
91
le tirata d’orecchie per non essere stata sufficientemente accorta. Si
era presa della stupida per giorni e giorni, fintanto che non fu accompagnata alla chetichella in ospedale: anche lei aveva il proprio futuro cui pensare.
Benché tutto si fosse risolto nel migliore dei modi, Enza era stata
profondamente scossa da quella vicenda che aveva coinvolto così
intimamente il suo corpo. Non era tanto il pensiero di eliminare una
creatura in formazione che l’aveva turbata, quanto piuttosto il senso di umiliazione patito per essere stata sopravanzata da un evento
indifferente alla sua volontà, qualcosa a cui lei non aveva accordato alcun permesso. L’aveva vissuto come un oltraggio alla propria
indipendenza, tanto che da allora non aveva più smesso di usare
contraccettivi.
Di quella storia non era stato messo al corrente nessuno, né il padre
né il fratello avevano mai saputo nulla, e in seguito lei non ne aveva mai parlato con nessun altro; non con suo marito, e nemmeno
con lo psicoterapeuta che l’avrebbe presa in cura molti anni dopo.
“Cara Enza – sospirò a mezza voce Salvatore puntando il dito su
una foto che lo ritraeva in primo piano in chiesa – neanch’io sono
più lo stesso, ti pare?”
“Qui mi stavi aspettando, non è vero?” riprese lei indicandolo a
fianco degli sgabelli sotto l’altare.
“Certo che ti stavo aspettando, sei arrivata in ritardo non ti ricordi?”
Salvatore la rivide entrare in chiesa e percorrere la navata centrale accompagnata dal padre. Eccoli finalmente insieme, l’uno accanto all’altra, inquadrati tra due splendide composizioni floreali.
Tra i testimoni scelti da Enza c’era una sua ex compagna di ragioneria, già sposata, con un figlio. Salvatore l’aveva chiesto a un
caro amico, anch’egli affiancato dalla moglie, quel tal Guido, collega e compagno di tante avventure.
Ecco lo scambio degli anelli. E il sorriso soddisfatto del parroco.
Poi una panoramica degli invitati accomodati sulle prime panche in
una chiesa semivuota.
Nonostante fossero stati mandati molti inviti, i partecipanti alle
nozze erano risultati meno numerosi del previsto. Dalla parte di Salvatore erano saliti in pochi dalla Sicilia, vuoi per la distanza, vuoi per
il costo del viaggio e del pernottamento: una ventina di persone sol-
92
La donna accanto
tanto. Altrettanti erano gli invitati dalla parte di Enza. Per fortuna che
molti conoscenti di lei avevano voluto essere presenti alla cerimonia del sì.
I genitori di Salvatore Enza li aveva già conosciuti durante l’estate
precedente, quando aveva accompagnato il fidanzato nella consueta
visita di mezza estate a Catania. I Floridia erano rimasti impressionati dalla sua bellezza, tant’è vero che l’avevano formalmente abbracciata rinunciando alla usuale espansività, limitandosi a stringerle
la mano e a baciarla sulle guance. Lei li aveva trovati goffi e grezzi;
il padre di Salvatore le aveva porto la mano con delicatezza per timore di arrecarle danno, ed effettivamente aveva delle mani che
parevano morse. Al contrario di lui, che era di poche parole, alla madre
di Salvatore, Assunta, piaceva tanto parlare, ma era un chiacchierare inconsistente, frivolo o almeno a Enza era parso tale. La vedeva così lontana, anni luce, dall’ideale di donna di cui si era nutrita
lei.
Eppure, pensava Enza rivedendo le foto, da quando era parso
evidente che lei non sarebbe stata in grado di concepire un figlio, aveva
suo malgrado dovuto rivedere il giudizio iniziale così poco lusinghiero
sulla madre di Salvatore. Aveva dovuto riconoscere innanzitutto la
sua forza d’animo nel sostenere una vita di sostanziale solitudine, la
capacità di far andare avanti le cose pur non disponendo della cosiddetta mentalità moderna o vincente, né tanto meno di alcuna
coscienza femminista. Enza aveva apprezzato la capacità di Assunta di tenerle compagnia prendendo a pretesto qualsiasi argomento,
la disponibilità ad ascoltare gli altri e a prodigarsi per quanto poteva. Certo, le pareva curioso che una persona così ignorante potesse disporre di tante qualità.
“Sembrano nuvole di piccole comete” commentò Salvatore davanti alla foto di loro due sotto una pioggia di riso.
Eccoli da soli sui gradini della chiesa.
Poi insieme ai testimoni.
Prima con la famiglia di lei.
Poi con la famiglia di lui.
Quindi entrambe le famiglie riunite.
“Com’era giovane anche il fratello di Enza!” rimuginava tra sé
Salvatore mentre osservava tutti quei volti.
La donna accanto
93
Può dare i brividi conoscere nei dettagli la storia delle persone
quando le si vede nelle foto di molti anni prima: allora appare nella
sua tremenda ineluttabilità ciò che tanto facilmente si afferma come
principio di verità inoppugnabile, e cioè che non si sa mai cosa possa
riservare il futuro.
“Detto nella quotidianità – pensava Salvatore – questa affermazione appare scontata, ma davanti ai sorrisi fiduciosi di un tempo ti
rendi conto di quanto bugiarda può essere la vita. Essa è l’invitato
d’onore a ogni banchetto ma, a differenza degli altri che presentano i loro regali, lei porta doni che verranno aperti solo in futuro.
Naturalmente ti aspetti di trovarci sempre qualcosa di piacevole nei
pacchetti e d’altra parte non c’è nessuna scatola d’oro da scegliere,
come non c’è nessuna scatola nera da scartare: è indifferente preferirne una piuttosto che un’altra, come le date sul calendario. Le
confezioni vanno aperte una alla volta, ma dentro non c’è sempre
quello che vorresti”. Com’erano fiduciosi Pietro, il fratello di Enza
e sua moglie! Chi l’avrebbe detto allora? Lei era già incinta e di lì a
pochi mesi avrebbe dato alla luce un maschietto. Come immaginare che sarebbero stati colpiti tanto duramente in seguito?”
Salvatore andava con i ricordi ai contrasti che aveva avuto con
Pietro. Rimpiangeva di non aver potuto sottrarsi a quel dispendio
di energie profuse per cucire un rapporto di parentela che anziché
rafforzarsi si sfaldava ineluttabilmente giorno dopo giorno. Tante volte
avrebbe voluto evitare Pier, percorrendo strade che non li avrebbero
mai fatti incontrare; ma il destino aveva disposto diversamente: lui
era il fratello di sua moglie ed Enza era molto attaccata a sua cognata.
I primi tempi, dopo sposati, lui ed Enza erano andati ad abitare
fuori mano, in un appartamento che non era un gran che, ma per il
quale pagavano un affitto modesto. Nondimeno, una volta ammobiliata di nuovo, l’abitazione era risultata più che accogliente.
Dopo qualche anno, però, Salvatore e Pier si erano trasferiti,
diventando così vicini di casa, in una bifamiliare che i genitori di Enza
erano riusciti a portare al grezzo con i sacrifici di una vita. Salvatore
ed Enza vi avevano investito i loro risparmi terminando le finiture e
integrando il mobilio che già possedevano.
Quando si pensa ai meridionali trasferiti al nord, si diceva
melanconico Salvatore, si immaginano ostacoli d’ogni sorta da su-
94
La donna accanto
perare. Ma le difficoltà non sono necessariamente il lavoro, la casa,
l’inserimento nella vita sociale. Personalmente, lui quei problemi non
li aveva mai avuti: il suo cruccio era sempre stato Pier, con la sua
avversione irrazionale per ogni uniforme, e il suo aperto disprezzo
per chiunque la indossasse.
Per giustificarlo, Enza gli aveva raccontato che fin da ragazzo aveva
dato problemi di insofferenza a indossare il grembiule di scuola. A
dire il vero, i primi segnali del suo disagio erano stati sottovalutati
se non proprio ignorati dai genitori, ma non appena la vita aveva
iniziato a stuzzicare Pietro con le inevitabili difficoltà, il suo lato oscuro
si era manifestato in modo sempre più evidente, indicando l’esistenza
di un malessere psichico.
Di primo acchito, Pietro sembrava solo bizzarro, ma la sua eccentricità fuori luogo dopo un po’ risultava inquietante: si percepivano
in lui strani fermenti, come se dai suoi pensieri potessero improvvisamente proliferare affermazioni viscide come serpenti.
Il suo atteggiamento era un misto tra l’ingenua lotta di classe usata
a sproposito e un irragionevole desiderio di anarchia. Per lui, chiunque
indossasse una divisa si rendeva strumento del potere oppressivo
arroccato nelle istituzioni.
Quando se n’era presentata l’occasione, Salvatore ed Enza avevano cercato di stemperare questa ostilità facendo osservare a Pier
che la convivenza nella società contemporanea, e forse anche evoluta,
presuppone una struttura specializzata, un’organizzazione che permetta di contrastare il lato del carattere umano che naturalmente
propende al disordine; non esiste, infatti, società in senso proprio senza
organizzazione collettiva.
Qualche volta Salvatore si era sforzato di raccontargli la fatica quotidiana
del suo lavoro: gli aveva detto che quando un carabiniere esce di pattuglia
certamente non colloca al centro dei propri pensieri il cosiddetto potere
di cui sarebbe il servitore, ma si preoccupa di svolgere al meglio le proprie
mansioni. Gli aveva fatto notare quanti fossero morti nell’adempimento
del dovere e che coloro che portano la divisa hanno un ruolo fondamentale
nella coesione dell’ordine sociale, nella conservazione del principio d’autorità
senza il quale non sarebbe possibile neppure prendere il pane dal fornaio
dando in cambio un pezzetto di carta o dei tondini di metallo. Macché,
tutto inutile!
La donna accanto
95
In effetti Pietro aveva contribuito in modo sostanziale a rovinargli la vita. Quello che a un certo punto aveva spinto Salvatore al limite della sopportazione era la constatazione che, nonostante vi fossero
le premesse per una pacifica convivenza, suo cognato dava l’idea
di perseguire coscientemente un piano per vivere in discordia. In
qualche modo, Pier aveva deciso che Salvatore era un nemico giurato.
Il contrasto era arrivato a tal punto che al compleanno del nipotino
andava solo Enza, mentre Salvatore faceva in modo di non essere
disponibile, inventando turni che non c’erano e rincasando a cose
fatte.
Pietro faceva l’agente di commercio e, nonostante fosse sulla strada
ogni santo giorno, era un automobilista modello: rispettava i limiti
di velocità, usava la cintura, teneva le distanze di sicurezza, parcheggiava a dovere. Eppure una volta all’anno una contravvenzione non
poteva evitarla neppure lui. Quando ciò accadeva seguivano settimane di odio palpabile che filtrava attraverso il muro che divideva
le due abitazioni.
Dopo una contravvenzione ci voleva molto tempo perché la tensione scemasse, e mesi per riuscire a scambiarsi un saluto. Poi, sul
più bello, quando la situazione sembrava normalizzata, arrivava
un’altra occasione di discordia.
“Io impiego due giorni a guadagnare i soldi che quelli mi rubano per una sciocchezza” lo si sentiva gridare forsennato di là del muro,
mentre la moglie, Giusy, lo invitava a calmarsi. Diceva proprio così:
rubare.
“Come vanno le ragnatele?” chiedeva a bruciapelo a Salvatore
incontrandolo di sfuggita.
Quelli come Salvatore, Pier li paragonava a dei ragni che tessono tele per catturare i poveri insetti mentre volano di fiore in fiore a
procurarsi il nettare giornaliero. Piccoli ragni neri che lavorano per
il potere del grande ragno.
Di sicuro Pier era psichicamente disturbato e se non avesse avuto
Salvatore sotto mano chissà in che modo avrebbe scaricato il suo
malessere su qualcun altro. Può darsi che la divisa da carabiniere fosse
solo una scusa.
Dalle pagine dell’album emersero le foto scattate nell’incantevole
96
La donna accanto
parco di una villa scelta da loro e da altre coppie per le foto romantiche. Un tripudio di verde esausto, di tonalità pastello, giallo e rossiccio
del primo autunno, caldo e melanconico. Erano tra le immagini più
belle e suggestive di tutta quella giornata memorabile.
Ecco la Signora Busnardo in Floridia, sul viale centrale che saluta un’altra neo sposa (con strascico).
Enza ricordava che con i tacchi particolarmente alti si sprofondava
per metà nel letto di ghiaino, tanto che Salvatore dovette aiutarla a
uscirne.
“Ti ricordi? Era talmente scomodo camminare che a un certo punto
mi sono tolta le scarpe.” Si era rivolta al marito, ma vedendolo assorto in altri pensieri aggiunse: “A cosa stai pensando?”
“Seguivo il filo dei ricordi e le storie di tante vite che si intrecciano in queste istantanee. Alcune di queste vite rimangono in contatto, altre si allontanano per sempre, altre ancora si incontrano di tanto
in tanto. A dirti il vero Enza … sento tanta, tanta malinconia.
“Perché hai voluto rivederle? Mettiamo via se vuoi” bisbigliò Enza
mentre seguitava a sfogliare.
“Ormai abbiamo finito, poche pagine ancora; e poi chissà per
quanto non le riprenderemo più in mano.”
“Perché hai voluto vederle allora?”
“Non so esattamente perché, ho come la sensazione di dover
cercare qualcosa di noi… non so dirti… ma deve esserci un domani diverso per te e per me da qualche parte; non è possibile che la
vita ci abbia voltato definitivamente le spalle. Però non so proprio
dove cercare. Forse… così mi è venuto il pensiero delle foto … per
questo, Enza.”
Lei lo guardò intensamente socchiudendo gli occhi dai quali stillarono due lacrime.
Nelle ultime pagine trovarono anche la cartolina con veduta
panoramica di Parigi, dove avevano trascorso una settimana in luna
di miele.
“Cosa resta? – pensò d’un tratto Salvatore quasi sopraffatto da
quell’ondata di ricordi. – Cosa resta dell’entusiasmo dello sposo e
della sposa così sorridenti, fiduciosi?” Perché… non c’era dubbio che
quelli delle foto erano proprio lui ed Enza! Due figure sulle quali
stentava a sovrapporre se stesso e la compagna.
La donna accanto
97
Questo pensiero ne richiamò presto un altro, intenso e doloroso. La strada di Enza a quel punto poteva anche sembrare segnata:
era lei l’ammalata che avrebbe seguito il corso del proprio destino.
Ma la sua strada invece dove lo conduceva? Cosa restava per lui di
quegli slanci e di quell’entusiasmo?
Giunti all’ultima pagina dell’album trovarono un foglietto sistemato
al posto di una foto. Né Enza né Salvatore ricordavano cosa fosse,
ma mentre lui iniziava a leggere ciò che vi era scritto, sovvennero loro
le parole pronunciate dal sacerdote che aveva celebrato il matrimonio, parole che a quel tempo li avevano davvero colpiti, anche perché nel pronunciarle durante il sermone, il celebrante aveva bruscamente cambiato tono, ponendo insistentemente lo sguardo su di loro.
Chi cerca di migliorare i propri limiti e difetti è naturalmente portato
a minimizzare i difetti degli altri, ad accettarli e a superarli. Così deve
essere nel matrimonio, quando si vuole fare di due cuori un solo cuore.
Amare significa non lasciarsi allontanare da questo compito. Amare significa non credere ciecamente alla bellezza e ai piaceri. Chi si
lascia abbagliare e crede che quelli siano l’essenza del matrimonio
è destinato alla delusione.
Quelle parole li avevano tanto sorpresi che alla fine della cerimonia,
attardati in sacrestia per la firma dei documenti, se le erano fatte
trascrivere di pugno dal sacerdote.
“Eccola lì, dunque – pensava Salvatore.– Dopo anni di illusioni
era giunto il tempo della delusione.”
Enza si rattristò a quella lettura, e guardò Salvatore perplessa,
desiderando comprendere quale fosse l’interpretazione da attribuire a quelle parole. Lui le accarezzò i capelli e la strinse a sé rassicurandola con un sorriso forzato, ma non disse nulla. Non le disse di
aver incontrato un tizio che gli aveva trasmesso fiducia e speranza,
profetizzando la sua guarigione. Sentiva che non era quello il momento, non ancora.
“Forse – pensava Salvatore – tornando dal sacerdote potremmo
ricevere una parola di conforto. Magari il prelato potrebbe suggerire un modo per uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo.”
“Cosa ne dici Enza se torniamo dal parroco che ci ha sposati a
raccontargli come stanno andando le cose? Chissà che non sappia
aiutarci o darci dei consigli.
98
La donna accanto
“E come potrebbe? A meno che non faccia miracoli!… Ma allora non sarebbe parroco…”
Quella notte Salvatore ebbe il sonno agitato da sogni inconsueti. Si svegliò più volte ed Enza, che era avvezza all’insonnia, andò
in cucina tornandosene con due bicchieri d’acqua; prese un ansiolitico
per sé e ne offrì uno a Salvatore.
Negli ultimi tempi, col venir meno dei motivi di interesse comune, il dialogo coniugale si era progressivamente inaridito, come se
entrambi non riuscissero a liberarsi dal rimpianto per i bei giorni e
temessero di trasmettere all’altro solo le preoccupazioni e la tristezza che riempivano le loro giornate.
“No… no grazie – rispose lui gentile – non è niente, adesso mi
riaddormento subito.”
Invece restò sveglio per oltre mezz’ora, quanto ci volle perché i
tranquillanti facessero effetto a Enza. Restarono entrambi in silenzio a meditare e immaginare l’uno i pensieri dell’altro attraverso il
respiro e i sospiri.
****
Salvatore trascorse diversi giorni molto indaffarato, riuscendo a
concedersi una relativa calma interiore, quella di chi desidera davvero confidare nell’esistenza di una speranza. Poi la routine e le
preoccupazioni fiaccarono nel brigadiere il germoglio della fiducia,
lasciando spazio da prima alla titubanza e poi allo sconforto. Il morale era tornato basso, prostrato dal dubbio che la via d’uscita annunciata, qualunque essa fosse, avrebbe potuto essere troppo lontana rispetto alle forze disponibili.
Presero il sopravvento gli automatismi di pensiero ormai consolidati, quelli sui quali Salvatore Floridia poteva contare per la sopravvivenza di ogni giorno. Tornò allora prepotentemente anche quel
primo interrogativo che Salvatore non era riuscito a chiarire recandosi al n° 86 di Viale dei Ferrovieri.
“Perché la questura aveva chiesto un sopralluogo presso l’abitazione di Silvano Fiorini?”
Il brigadiere sapeva che ogni comunicazione interforze, per quanto
scarna, doveva riportare un codice alfanumerico di protocollo. Con
La donna accanto
99
quello egli contava di risalire al motivo della segnalazione. Era certo di aver conservato il fax nella valigetta, ma fu colto dallo scoramento quando, rovistando tra le carte e ispezionando le tasche interne, si accorse che il fax non c’era.
Gli venne il sospetto di averlo lasciato nell’auto di servizio, che
magari fosse scivolato inavvertitamente dietro il sedile. Nel frattempo
però, l’auto era stata mandata al lavaggio per essere ripulita dentro
e fuori. Interrogò dunque il preposto chiedendo se per caso avesse
trovato qualcosa. Quello gli riferì che non aveva trovato niente e che
in ogni caso, terminata la pulizia, qualsiasi cosa ci sia nelle auto viene
rimessa esattamente dov’era prima.
Floridia si rodeva rifiutando l’idea di averlo perso. Poteva anche
darsi che fosse rimasto in ufficio e che fosse stato sbadatamente infilato
in qualche faldone.
“Ragazzi per caso vi è passato per le mani il mio fax, quello arrivato dalla questura circa tre settimane fa?”
“Senti senti – si stupì Leo ad alta voce – hai fatto una pantomima
perché non ne volevi sapere e adesso è diventato addirittura il tuo fax?”
“Eh cosa vuoi! – scherzò Salvatore – le cose cambiano e a volte
cambiano senza preavviso.”
Il collega lo fissò con aria di sufficienza, poi andò a prendere il
dischetto dall’archivio e mise a ballare le dita sulla tastiera. Spalancò alcune imposte che davano su paesaggi esotici, avviò la stampante
e dopo una manciata di secondi porse il foglio a Salvatore.
“Grazie – gli disse Floridia afferrandolo avidamente – sei in credito.”
Dalla questura, subito qualcuno gli confermò telefonicamente quello che lui già sapeva: si trattava di un non meglio specificato controllo,
come certamente risultava dal loro terminale video. Ma dato che lui
insisteva a saperne di più, il funzionario andò a recuperare il cartaceo,
e quando finalmente fu di ritorno gli riferì che effettivamente c’era
un altro fax allegato a quello che lui aveva ricevuto, pervenuto dai
colleghi di Graz, in Austria. Era redatto in tedesco, non più di una
dozzina di righe e tuttavia, avendo il carattere di una semplice nota
informativa, non era stato ritenuto necessario tradurla. L’avevano
girato direttamente ai Carabinieri riportando solo l’indirizzo corrispondente a una certa utenza telefonica.
100
La donna accanto
A Salvatore stavano già uscendo i fumi dalle orecchie, ma si sforzò
di mantenere la calma. Comunicò che da parte loro era già stato
eseguito un primo controllo, ma che non era stato possibile redigere un rapporto attendibile in mancanza di un qualsiasi elemento di
raffronto. Per questo era necessario prendere immediatamente visione
dell’originale in Tedesco: si sarebbe incaricato lui di farlo tradurre.
Posata la cornetta del telefono Salvatore afferrò una seggiola, vi
si sedette fronte schiena e si mise ad attendere accanto alla macchina del fax con l’aria di chi sta aspettando che passi il cadavere del
nemico. A dire il vero, con i gomiti appoggiati allo schienale, avesse avuto anche la sigaretta in bocca sarebbe parso un cabarettista.
Di sicuro con quel fare insolito si guadagnò un’occhiata incredula
da parte dei colleghi.
Dopo qualche minuto il fax arrivò, sbavato, con le righe per il lungo
e tutto nero nella parte alta, dove stava l’intestazione dell’ufficio
competente di Graz.
“Poco male”, pensò il brigadiere, “l’importante è che sia leggibile
il testo”. Provò a dare un’occhiata, anche se lui il Tedesco non lo
conosceva. Una parola soltanto riuscì a capire. E che parola! Kinder,
che in Italiano richiama alla mente merendine varie, ma in Tedesco
significa bambino.
Telefonò immediatamente presso l’azienda in cui fino a pochi anni
prima aveva lavorato la moglie chiedendo di una certa Mary. Erano rimasti in contatto anche se, da quando Enza se n’era andata, non
avevano più avuto molte occasioni per vedersi. Era il momento di
riallacciare rapporti e chiederle il favore di tradurre il testo tedesco.
Scambio di convenevoli, scambio di fax e dopo neanche mezz’ora
Floridia aveva sulla sua scrivania la traduzione scritta a mano nella
metà inferiore del foglio originale con una scrittura tondeggiante,
ordinata, comprensibile.
“È una soddisfazione avere a che fare con gente così” esclamò il
brigadiere mentre iniziava a scorrere la traduzione.
****
In un tamponamento senza gravi conseguenze sulla statale Vienna
Graz, nei pressi di Hartberg, era rimasta coinvolta un’autovettura con
La donna accanto
101
targa italiana sulla quale viaggiavano tre persone (due adulti e un
bambino). Prima di condurre gli occupanti presso il pronto soccorso di Graz per accertamenti, la Polizia stradale ne aveva verificate
le generalità: l’uomo e la donna erano risultati coniugi, mentre il minore
aveva documenti che riportavano cognome e domicilio diversi rispetto
a quello degli adulti.
All’interno del documento di identità del ragazzo vi era inoltre un
appunto con un numero di telefono. Alla richiesta di spiegazioni, i
coniugi avevano asserito trattarsi del figlio di amici. A una prima
verifica, tuttavia, era risultato che il numero di telefono in possesso
del giovane non era relativo ai genitori, né apparteneva agli
accompagnatori. In ogni caso si invitavano i colleghi italiani a effettuare
un controllo presso l’indirizzo relativo a quel numero telefonico.
Seguiva il numero dell’utenza Telecom. Salvatore terminò la lettura sbuffando.
“Allora, cos’era?” domandò Leo, incuriosito più dal comportamento di Floridia che dalla storia del fax.
“Pigrizia, la solita, cara, vecchia, inossidabile pigrizia.”
102
La donna accanto
A TEMPO DEBITO
Il parroco che aveva celebrato il loro matrimonio non svolgeva
più servizio attivo. Al compimento dei sessant’anni d’età aveva ottenuto di ritirarsi presso un convitto gestito dalla curia sulle prime
pendici dei monti a ovest di Vicenza. Il giovane sacerdote che l’aveva
sostituito fu molto gentile con i Floridia. Li fece accomodare in
canonica, lesse con attenzione il foglio che avevano portato con sé
assieme all’album delle foto, e ascoltò con interesse il motivo della
visita. Per incoraggiarli disse loro che le parole trascritte circa quindici anni prima dal vecchio curato erano parole senza tempo, parole
eterne che lui avrebbe volentieri fatte proprie, aggiungendole al
sermone per gli sposalizi da celebrare in seguito. Inoltre aggiunse che
loro due erano fortunati, oltre che bravi, poiché nonostante le difficoltà riuscivano a tenere saldo il vincolo del matrimonio.
“Non disperate – aveva detto il prete guardando Enza. – Le vite
sono tutte diverse l’una dall’altra, proprio come non vi sono due
persone uguali. Il Signore ci conosce singolarmente, nel profondo
del cuore e per ognuno traccia la via adatta. È necessario accettare
la via assegnata superando le difficoltà, perché al termine del nostro
cammino potremo godere di un’eterna ricompensa.
A Salvatore tali parole fecero piacere, anche se le trovò alquanto generiche. A Enza, invece, quell’esortazione ad accettare la via
prescritta non piacque per niente: lei continuava a desiderare un figlio,
non le interessava percorrere vie assegnate.
“Si erano dati da fare in ogni modo per soddisfare un desiderio
legittimo; cosa pensare delle tante analisi cui si erano sottoposti?”
s’era chiesta ascoltando il prete. “Facevano parte anche quelle della via assegnata oppure ne stavano fuori? Perché a quel punto loro
due avrebbero potuto anche starsene a casa invece di prendersi il
disturbo di girare per ambulatori.”
La donna accanto
103
In ogni caso, prima di accomiatarsi, il brigadiere si fece indicare
la località dove avrebbero potuto trovare il vecchio parroco.
Salvatore convinse Enza a non demordere e senza frapporre
indugio si rimisero in auto per incontrare in giornata il loro curato.
All’ora di pranzo sostarono presso una trattoria, quindi si addentrarono fra colline che stanno tra i torrenti dell’Agno e del Chiampo:
un fazzoletto di montagnole coperte da boschi decidui e colture semi
abbandonate, tutto fuor che selvagge, percorse da un dedalo di
stradine che rendono accessibile ogni cocuzzolo e ogni avvallamento.
Giunsero in un paesino pressoché disabitato. Case vecchie, porte
e finestre sprangate, intonaci scrostati, cumuli di terriccio ed erbacce ovunque, anche sui tetti. All’intorno pareva che la natura fosse
in lento movimento per riappropriarsi degli spazi che nel corso dei
secoli le erano stati sottratti dall’uomo.
Solo nella piazza si notavano dei segni di vita: una bicicletta appoggiata a un palo (senza catena antifurto), due anziani seduti sui
gradini antistanti un palazzo che doveva essere stato il municipio.
L’atmosfera desolata era comunque attenuata dalla visione della
vegetazione splendida e rilassante.
Avendo come riferimento l’unico campanile del luogo, i coniugi
Floridia trovarono subito la via che conduceva alla chiesa che, a
giudicare dalle dimensioni, era stata costruita per una comunità
davvero numerosa.
Lasciata l’auto, Salvatore ed Enza si avviarono per un vialetto
lastricato che dal piazzale antistante la chiesa conduceva al convitto, annesso alla canonica, sul dosso del colle, appena sopra al borgo. Il passaggio attraversava un praticello d’erba sottilissima, tra vetusti
cespugli di lauro, siepi di bosso e grandi rosai piegati ad arco.
All’inserviente che aprì la porta chiesero se era possibile parlare
con il parroco tal dei tali; quello non disse né sì, né no, ma li pregò
di attendere, facendoli accomodare in una saletta dagli arredi consunti e dall’atmosfera stantia
Nell’anziano che dopo qualche minuto andò loro incontro riconobbero a mala pena l’energico sacerdote che ricordavano. Seppero
così che aveva lasciato anzitempo la parrocchia per motivi di salute. A causa di una malattia a decorso lento, ma inesorabile, era stato inoltre obbligato a servirsi di occhiali sempre più spessi.
104
La donna accanto
Salvatore ed Enza gli presentarono ugualmente l’album delle foto
e così, nel rivedersi assieme a loro, il vecchio sacerdote si commosse, dovette soffiarsi il naso e asciugarsi gli occhi.
“Eh – sospirò – gli anni passano e il mio tempo se ne va. Foto come
queste rappresentano la vita per un prete come me. Vedete che ormai
sono ridotto all’inattività …. mi è rimasta la preghiera …. ma ditemi, qual è la ragione che vi ha portati fin qui?
Questa volta fu Enza a prendere la parola: aver visto l’uomo,
piuttosto che il prete, così mal ridotto ma sereno e ben disposto nei
loro confronti, l’aveva stimolata a essere meno formale e a cercare
un contatto più profondo rispetto a quanto era accaduto alcune ore
prima con l’altro sacerdote.
Gli confidò che non avrebbero potuto avere figli, sicché stava
venendo meno il collante tra loro due, la ragione per continuare a
mantenere fede all’impegno assunto insieme. Gli raccontò della
depressione, della progressiva emarginazione dalla vita sociale; che
nonostante lei fosse consapevole di ciò che le stava accadendo, non
riusciva a contrastare la deriva …
“Vedete figlioli – iniziò il prelato dando l’impressione di compiere
uno sforzo considerevole per tessere la trama del discorso. – Se avessi
venti oppure trent’anni di meno, probabilmente vi direi che le amare
esperienze che vi stanno mettendo alla prova sono il volere di Dio
…. che solo Lui ne conosce il motivo e che a voi non resta che accettare di buon grado la sorte che vi è riservata … nella convinzione che alla fine verrete ricompensati per la fede e la perseveranza.
E tuttavia …” La pausa di riflessione si protrasse come se egli stesse cercando delle parole equilibrate, per non oltrepassare il segno.
“ … tuttavia, oggi sto maturando una convinzione diversa; certo la
vita spesso è molto dura, per non dire crudele, ma mi chiedo se è
utile considerare tutto questo solo come facente parte di un volere
superiore, di un disegno supremo. Badate che non sto mettendo in
dubbio il ruolo dell’Assoluto; la Sua infinita conoscenza, misericordia e il suo infinito amore, certo che no!... Piuttosto mi domando se
non sia opportuno interpretare le contrarietà dell’esistenza come sproni
a ricercare vie alternative.”
Enza si era voltata verso Salvatore con la faccia di chi sta seguendo
il discorso in un dialetto scomparso.
105
La donna accanto
Anche Salvatore aveva avuto qualche difficoltà a recepire coerentemente quelle parole. Comunque, tra tante era riuscito a isolarne
tre che gli ricordavano qualcosa, anche se al momento non avrebbe saputo dire esattamente cosa.
“Cercare vie alternative? – chiese dunque Floridia al parroco. –
Cosa vuol dire?”
“Eh! Cosa vuol dire! …. Io non ho la verità in tasca. – Gli rispose il prelato. – È la sola cosa di cui sono certo: nessuno ha in tasca
la verità. … Per cui …. siamo tutti destinati a un’unica meta, ma per
arrivarci si possono percorrere molte strade, sapete. Può darsi che
la vostra si discosti da quella percorsa dai più. Nondimeno è un strada
… vogliamo chiamarlo sentiero? D’accordo, ma anche un sentiero
porta da qualche parte.”
“Mi scusi – intervenne Salvatore scambiando un’occhiata
interlocutoria con Enza, la quale iniziava a dare segni di insofferenza. – Ma dovrebbe essere più chiaro perché stentiamo a capire.”
“Voglio dire – riprese il vecchio parroco – che la vostra non è una
condizione tragica: non dovete considerarvi infelici o destinati all’infelicità perché non riuscite ad avere figli. Tu ragazza mia non disperare. Vedi dove ti porta la disperazione? La disperazione non risolve nulla, anzi peggiora la situazione. E infatti sei ammalata. Però devi
avere fede, sì perché sono convinto che poi ti sentirai meglio. … Sì,
ne verrai fuori vedrai” aggiunse come se avesse cercato il dato della conferma in un blocchetto appunti sfogliato mentalmente.
Prima di salutarlo, Salvatore staccò una foto dall’album, una in
cui erano loro tre e la donò al sacerdote che non finiva più di ringraziarli.
****
“E come sarebbe questo sentiero?” Chiese Enza al marito sulla
via del ritorno.
“Non ne ho idea Enza, ne so quanto te.”
“Ma dimmi qualcosa di quello che hai capito, qualcosa che abbia un senso per noi …. adesso. Dio mio ho la testa che mi scoppia.
…. Voglio urlare!! …. Voglio spaccare tutto!! Cosa vuol dire cercare vie diverse? Per arrivare dove? Dove porta il mio sentiero?”
106
La donna accanto
Le parole del prelato l’avevano irritata perché si era resa conto
che per continuare a vivere avrebbe dovuto affidarsi a qualcosa a
cui aveva creduto di non dover mai ricorrere. Prese un calmante di
quelli che teneva sempre a portata di mano, come le aveva consigliato il medico.
“Come quando tolgono la corrente di sera” pensava “e al buio
si cercano fiammiferi e candele.”
Il prete le aveva fatto intendere che dovevano esserci senz’altro
fiammiferi e candele da qualche parte dentro di lei, ma Enza non
sapeva dove cercarli, perché non le era mai capitato di usarli.
Tuttavia, ora non c’era alternativa: avrebbe dovuto confidare nella
flebile luce di uno stoppino per rompere le tenebre che la avvolgevano; non le restava che mettere un piede dietro l’altro e, se necessario, andare a tentoni per imboccare la sua via, il suo sentiero.
Nonostante le urla della moglie, Salvatore era fiducioso, messa
alle strette era successo altre volte che lei si alterasse fino a oltrepassare il limite della ragionevolezza, scatenando una tempesta. Di solito,
però, Enza riusciva a ricavarne lo spunto per il passo successivo.
“Speriamo che sia così anche stavolta” pensava Salvatore. Perché
quella volta la situazione appariva realmente senza via d’uscita.
“Non lasciarmi Salvatore – mormorò Enza tra le lacrime – non
lasciarmi adesso.” Le urla si erano trasformate in un lamento
supplichevole.
Salvatore accostò l’auto e l’abbracciò per rassicurarla.
“Come ti vengono certe idee? – le disse teneramente, asciugandole il viso con un fazzoletto di carta e cercando di trattenere le lacrime che stavano sgorgando anche dai suoi occhi.
“Me lo prometti?”
“Te lo prometto.”
“Qualsiasi cosa accada?”
“Certo … calmati adesso.”
Spossata per la tensione, Enza si era addormentata con il capo
abbandonato tra il poggiatesta e il montante della portiera.
Salvatore procedeva lentamente per non svegliarla, mentre ripensava alle parole che aveva udite dal parroco. Si era reso conto che
esse gli ricordavano ciò che aveva predetto Silvano Fiorini più di un
mese prima. Anche il veggente gli aveva detto di non precludersi strade
La donna accanto
107
alternative, mostrandosi fiducioso circa la guarigione di Enza.
Però Silvano era stato più diretto, Salvatore ne era rimasto davvero impressionato. Senz’altro il prete si era espresso saggiamente,
ma il Fiorini gli aveva dato prova di conoscenze che vanno oltre la
saggezza. Non l’aveva forse chiamato per nome senza averlo mai
incontrato? Al prelato erano servite le foto per ricordare vagamente la cerimonia del matrimonio.
Il confronto che Floridia andava effettuando mentalmente tra i
due lo indusse a una serie di considerazioni a proposito del veggente.
Per quanto lo riguardava, egli aveva sempre avuto un’idea piuttosto vaga e semplicistica dei cosiddetti santoni. Se li era immaginati
alla stregua dei chiromanti, di chi predice il futuro, la fortuna e gli amori.
Dopo aver sganciato un centone, e molte volte anche di più, conviene non farsi più vedere dagli indovini, almeno fino a quando non
si sia avverata la predizione. In quel caso si può anche tornare a ringraziarli; se però la predizione non si avvera … “Ma evidentemente” pensava il brigadiere, “c’erano i maghi e c’erano i santoni. Evidentemente c’erano i santoni e c’erano i veggenti. E poi c’erano
veggenti e veggenti. “E poi …”
Innanzitutto il Fiorini non gli aveva chiesto una lira. E ti pare poco!
Ma forse non gli aveva chiesto denaro perché si era presentato in
divisa? No, …aveva avuto l’impressione che fosse così con tutti. Gli
aveva persino detto: ‘tienimi informato se vorrai’. In altre parole l’aveva
invitato a tornare. Se uno lo fa per denaro, che senso ha chiedere a
un carabiniere di tornare, sapendo che non gli si potrà estorcere un
centesimo?
“Ma tornare quando? – si arrovellava Salvatore – E poi, a dirgli
cosa? Devo forse aspettare che la situazione muti in modo evidente? E devo farmi vivo se le cose mutano in meglio o in peggio; o in
entrambi i casi?”
Al presente, per quanto poteva giudicare, la situazione non si era
modificata in modo significativo. Si sentiva un po’più fiducioso è vero,
ma Enza non stava meglio e nemmeno era peggiorata. D’altra parte era passato appena un mese dall’incontro fortuito con quell’uomo. Già, poco più di un mese. A ben pensarci era proprio da quel
primo incontro con il Fiorini che lui non aveva più dormito sonni
tranquilli. Aveva iniziato a svegliarsi la notte sotto l’impressione di
108
La donna accanto
sogni strani. Soprattutto uno che si ripeteva in maniera ossessiva.
Enza sospirava nel dormiveglia, abbandonata sul sedile a fianco. Poteva essere che quel sogno fosse importante; chi poteva dirlo? Poteva essere che quel sogno avesse qualcosa a che vedere con
la loro situazione, oppure poteva essere l’occasione per mettere il
Fiorini alla prova. In fondo, sia lui che il curato gli avevano parlato
di strade alternative. Ma in cosa consistessero poi queste vie diverse non l’aveva capito. Da dove poteva iniziare la ricerca? Forse era
proprio questa la domanda da rivolgere al veggente: da dove iniziare?
Magari era il caso di tornare a parlarci, al più presto.
****
Nella sala d’attesa al piano rialzato della villetta in Viale dei Ferrovieri vi erano fin troppe persone in attesa. Suo malgrado, Salvatore fu assalito dallo sconforto poiché questa volta, sfruttando una
giornata di riposo infrasettimanale, s’era presentato in borghese e
avrebbe dovuto rispettare il turno d’arrivo, come tutti gli altri. A occhio
e croce a lui non sarebbe toccato prima di mezzogiorno o anche oltre.
Passeggiò nervosamente avanti e indietro per alcuni minuti, indeciso sul da farsi. Stava meditando di andarsene quando un signore
sulla settantina si alzò dalla sedia e gli si avvicinò.
“È la prima volta che vieni qui?” gli chiese tanto gentilmente che
Salvatore non fece neppure caso al tu.
“Praticamente sì” gli rispose Floridia. L’altro sbatté le palpebre
e si mise a fissarlo con sguardo interrogativo.
“Che vuol dire praticamente sì?” gli domandò interdetto.
Il brigadiere fece un rapido esame di coscienza, pensò che la volta
precedente era stato lì per ragioni di servizio, mentre in quel momento
ci si trovava per libera scelta. In effetti, quella era a buon diritto la
prima volta, perché nell’occasione precedente lui aveva soltanto
eseguito un controllo presso un generico indirizzo.
“Mi scusi – cercò di spiegare Salvatore – volevo dire sì, è la prima volta che vengo qui.”
“Bene, allora ti cederò volentieri il mio posto” fu la sorprendente risposta dell’altro.
Questa volta fu Salvatore a guardarlo con una smorfia di perplessità.
La donna accanto
109
“No, non preoccuparti – lo tranquillizzò l’uomo – sappiamo tutti
che non c’è mai abbastanza tempo…. solo che per Silvano il tempo bisogna pur trovarlo, è troppo importante.” Aveva parlato con
il tono di chi svela un segreto. “Siamo passati tutti per le stesse acque – continuò – io ormai ne sono uscito, a Dio piacendo, e il minimo che posso fare per ringraziare è favorire chi la strada non l’ha
ancora trovata. Ma puoi credermi se ti confermo che con la fede e il
consiglio di Silvano anche tu verrai a capo dei tuoi guai.”
Salvatore non credeva alle sue orecchie, in poche parole quello
sconosciuto gli aveva fatto il riassunto della sua condizione!
“Io posso aspettare – continuò l’uomo – mentre tu, che sei giovane, magari hai impegni più urgenti. Allora senti, il mio turno verrà tra cinque persone e potrai entrare al mio posto d’accordo?”
“Non so cosa dire – balbettò Floridia – la ringrazio, veramente è…”
L’altro lo interruppe: “Va bene, allora se non ti dispiace io torno a
sedermi.”
Dopo circa quaranta minuti Salvatore varcò per la seconda volta la soglia oltre la quale confidava di trovare l’indizio che poteva
condurlo verso una via d’uscita.
“Buongiorno, Silvano” esordì sforzandosi di essere quanto più
naturale possibile.
“Ciao Salvatore, come va?” gli chiese il veggente abbracciandolo
sorridente.
“Ho tanta confusione in testa …. cose completamente nuove per
me. Avrei tante domande da farti e non so nemmeno da dove cominciare.”
“Una alla volta.”
“Certo, una alla volta – ripeté Salvatore corrugando la fronte per
concentrarsi e fare ordine. – Allora senti: da quando ci siamo incontrati
ho iniziato a fare sogni strani, soprattutto uno. Mi sono anche procurato un manuale dei simboli, ma non sono venuto a capo di niente,
perché è riportato il significato dei singoli elementi: la donna, la città, il cavallo, il taxi, ma è chiaro anche a me che il senso del sogno
non può essere la somma dei singoli significati, voglio dire … “
“Sentiamo questo sogno” lo incoraggiò Silvano.
“Sono da solo – iniziò a raccontare Salvatore – sto viaggiando in
macchina, per lavoro sembra, ma ho intenzione di recarmi anche
110
La donna accanto
presso un negozio di articoli per animali: selle per cavalli, mangimi
per cani e gatti o cose del genere. Insomma me ne vado a zonzo per
la città senza seguire una logica. Percorro una strada, poi torno indietro, faccio il giro della piazza, quindi mi fermo, poi parto di nuovo. Questo dura per un bel po’. Dunque, a un certo momento mi
sembra di aver trovato il posto adatto per parcheggiare e proseguire a piedi. In realtà non so esattamente dove si trova il posto che sto
cercando. Intorno non c’è quasi nessuno; vedo una signora molto
appariscente al volante di un’auto con la portiera aperta. Mi avvicino chiedendole se sa indicarmi dove si trova il tal negozio. Con voce
suadente lei mi assicura che lo conosce bene e, anzi, gentilmente si
offre di accompagnarmi. Io sono lusingato e salgo con lei. L’auto è
una stupenda macchina sportiva. Appena ci avviamo, però, l’automobile non è più quella: al posto dell’autoradio compare il tassametro
e anche la signora cambia voce, non è più affabile, ma brusca. Subito dopo ci fermiamo, credo dopo aver fatto sì e no cinquanta metri.
Allora la donna mi indica il negozio che cercavo sull’altro lato della
piazza, a neanche cento metri da dove ho lasciato la mia auto. Ringrazio e faccio per scendere, ma quella mi afferra per un braccio e,
senza neanche guardare il tassametro, mi intima di pagare cinquanta
mila lire. Io inizio a protestare e per tutta risposta lei raddoppia: cento
mila lire. Le faccio notare che sarebbe stato sufficiente che mi avesse indicato il negozio e io ci sarei andato direttamente a piedi:
duecentomila, insiste. Poi mi sveglio, per fortuna … altrimenti penso
che la strozzerei.” Silvano accennò a un sorriso.
“Vedi – disse abbassando gli occhi socchiusi – questo sogno è un
grande dono che ti viene fatto, perché ti svela un arcano, vale a dire
una conoscenza utile. La conoscenza generalmente è sempre utile,
ma lo è soprattutto quando si è ancora in tempo per servirsene nel
corso della vita.” Salvatore pendeva dalle labbra di Silvano, proteso in avanti per non perdere nemmeno una sillaba di ciò che gli stava
dicendo.
“Un arcano” ripeté Floridia quasi desiderasse entrare in quella
parola.
“Sì, l’arcano delle azioni autosufficienti. Essere autosufficienti
significa poter contare sulle proprie forze per fare e ottenere ciò di
cui si ha bisogno. Per quanto ciò sia fattibile, nondimeno questa è
La donna accanto
111
sempre una condizione transitoria. Nel tuo sogno l’autosufficienza
è rappresentata dall’auto con cui gironzoli per la città. Nella vita,
l’autosufficienza si esprime invece nel corpo fisico e nelle sue capacità, nell’intelletto e nelle sue facoltà: oggi queste ci sono e puoi usarle,
ma domani possono anche non esserci e comunque un giorno certamente scompariranno. Ciò significa che, benché si possa fare affidamento su una certa cosa, già si sa che in futuro non sarà più così.
L’importante è fare ciò che è opportuno fare finché c’è la possibilità di farlo; solo allora si riesce ad arrivare dove è necessario, magari con un grande sforzo per superare delle costrizioni o delle limitazioni, ma ci si può riuscire. Se, però, si lascia passare la propria occasione, allora si sarà costretti ad appoggiarsi alla volontà e alle facoltà di altri: ecco qual’è il significato del taxi. In questo modo, approfittando dell’incapacità altrui, chiunque può chiedere uno sproposito in cambio di poco o niente,
“Non rinviare a domani quello che potresti fare oggi?”
“Esatto … quanta saggezza in questo proverbio. Ma vedi, qui non
è solo il fatto di non perdere tempo e fare più cose, perché magari il
tempo è denaro. No, qui si tratta di qualcosa di molto più importante;
il punto sta proprio nel riuscire a pensare e fare oggi con semplicità
ciò che un domani non potrai in nessun caso immaginare, né programmare, né tanto meno fare. E se, nonostante tutto, in futuro vorrai fare
a ogni costo quello che non hai fatto a tempo debito, ciò risulterà
innaturale, complicato, troppo costoso e richiederà energie spropositate. In altre parole, di sicuro non potrai ottenere ciò che desideri,
ma al contrario certamente perderai il tuo equilibrio interiore.”
“Ecco il perché della depressione di Enza!” bisbigliò Salvatore tra
sé.
Le parole di Silvano erano balenate nella mente del brigadiere
come un flash che rischiara per un istante i contorni del muro contro il quale lui e la moglie continuavano a sbattere.
“Vedi dove porta la mancanza di equilibrio? – continuò Silvano.
– Tu a un certo momento vorresti addirittura strozzarla.”
“Non può essere! Io le voglio bene.”
“Certo che le vuoi bene, ma se insistete a pensare e a desiderare
quello che non potete ottenere, quel desiderio vi manderà fuori
equilibrio, con questi risultati.”
112
La donna accanto
“Se fosse per me, il problema non ci sarebbe nemmeno” si schermì
Salvatore.
“Ne sei sicuro? – dubitò Silvano. – Se fosse veramente così tua
moglie non sarebbe nelle condizioni in cui si trova.”
“Insomma cosa devo fare?”
“Sforzati di perseverare.”
“Sforzarmi a perseverare… cosa?”
“Ti verrà suggerito a mano a mano” fu la risposta sibillina del Fiorini.
“Non c’è proprio verso” pensò il brigadiere “evidentemente queste
cose funzionano a modo loro … quali cose poi!?”
“Cerca di liberare la mente – aggiunse Silvano – pensa a sciogliere
prima di tutto i tuoi desideri e le tue paure. Vedrai che anche tua moglie
si sentirà meglio.”
“Vorrei domandarti un’altra cosa … – disse Salvatore sommessamente.
“Per oggi è meglio di no – lo interruppe Silvano. – Tieni presente quello che ti ho detto.”
E per quel mattino fu tutto.
****
Nei giorni successivi al brigadiere sembrava di essere accovacciato
sulla linea di partenza in attesa dello sparo che dà il via a una corsa. Era costantemente invischiato nella sensazione che fosse imminente qualcosa di fondamentale per se stesso e di conseguenza anche
per Enza. Gli pareva di essere sul punto di intuire ciò che pure non
riusciva a comprendere. Aveva l’impressione che da un momento
all’altro gli si sarebbe manifestato qualcosa, anche se non era certo
di riuscire a riconoscere quel segno.
Floridia non sapeva di essere già in movimento, di essere già
scattato dai blocchi di partenza; ma presto avrebbe imparato che quello
strano sentore, quel percepire qualcosa di incombente che non si
conosce e non si riesce a definire, è il segno inequivocabile che già
si sta correndo.
Avrebbe imparato che in quel genere di corsa non si odono spari,
perché ognuno parte quando se la sente o quando può; non ci
sono avversari da battere perché in palio c’è qualcosa che nessun
113
La donna accanto
altro vorrebbe al posto tuo. Non ci sono arbitri, né pubblico: solo
quella sensazione di rimestare nel cilindro misterioso delle infinite
possibilità. Può volerci del tempo per trovare l’equilibrio, per riuscire a orientarsi davanti a tutto questo, ma poi la ricerca diventa
irrinunciabile
Benché frastornato, Floridia aveva una certezza: era necessario
iniziare da qualche parte. Doveva scoprire il pulsante che avrebbe
permesso di rimettere in movimento la vita bloccata, la leva che gli
avrebbe consentito di togliere dalle secche il battello coniugale arenato.
“Da dove comincio?” era diventata la domanda ossessiva.
Questo pensiero fisso lo accompagnava per tutta la giornata. Aveva
la convinzione di dover imboccare una nuova via, come pure la
consapevolezza che per cambiare la sorte avversa non bastavano e
soprattutto non servivano i colpi di testa. Non era richiesto lo sprint
da centometrista e nemmeno una tecnica da maratoneti, questo lo
capiva. La questione era alzarsi ogni mattina, sorridere alla moglie
sofferente, apatica e augurarle buona giornata, poi salutarla alla sera
di ritorno dal lavoro, stanco, con lo stesso affetto e disponibilità. La
questione era sollevarsi al di sopra dell’orgoglio cacciato sotto i tacchi e sforzarsi di collaborare al lavoro con quelli che di collaborazione
non ne volevano sapere. Era la rinuncia a recriminare, a protestare, a opporsi a ciò che non lo soddisfaceva, anche quando era convinto di aver ragione.
****
Fortunatamente, può succedere che l’aiuto necessario giunga da
dove meno lo si aspetta: una frase colta di sfuggita, un’immagine cui
non si ha ancora fatto caso, un oggetto mimetizzato tra mille altri …
Curiosamente, accade che le manifestazioni della quotidianità divengono strumenti per la comprensione di qualcosa che va oltre l’ambito del quotidiano.
Ad esempio, il fermacarte di pietra lavica che Salvatore teneva
sulla scrivania: sembrava proprio un modellino di asteroide come
quelli che nei film di fantascienza minacciano di radere al suolo qualche
splendida metropoli terrestre. Al piccolo meteorite non badava nessuno, dacché faceva ormai parte a tutti gli effetti degli arredi dell’ufficio,
114
La donna accanto
al pari dei raccoglitori colorati, dell’attaccapanni o dei tappetini per
i mouse; anzi, per molti colleghi non sarebbe stato agevole ricordare se, tanti anni prima, in caserma fosse arrivato prima Floridia oppure
il sasso.
Infatti, un mattino come altri, quella pietra era comparsa sopra
un tavolo della sala equipaggi; Salvatore era appena stato trasferito a Padova, per cui i colleghi avevano pensato che quella doveva
per forza essere roba di quello nuovo. Per la maggior parte di loro il
sasso era stato il primo contatto con il neo arrivato, un biglietto da
visita oggetto di scherno per alcuni giorni. Poi più nessuno ci aveva
fatto caso.
Nessuno tranne Leo. Lui era rimasto affascinato dalla forma della
pietra, praticamente priva di superfici fratturate. Gli ricordava un’enorme frittella irregolare, bruciacchiata per la cottura in olio pesante, come
quello indigesto che usano certe bancarelle alle fiere.
“In un certo senso è proprio così – gli aveva spiegato Salvatore.
– Non è altro che un po’ di roccia debitamente insufflata che si raffredda mentre ballonzola giù per il pendio della montagna, una frittella
fatta con la pasta di vulcano.”
Leo aveva notato quanto il collega fosse affezionato a quel pezzo di lava e una volta, non sapendo più trattenersi, gli aveva chiesto cosa rappresentasse per lui. Salvatore, che a quel tempo si esprimeva in modo approssimativo, se la sbrigò dicendo che l’aveva
raccolto sull’Etna in compagnia della sua prima fidanzata, una volta che l’aveva accompagnata in vacanza dalle sue parti. La fidanzata poi era cambiata, mentre la pietra era rimasta. Ma era evidente che gli ricordava qualcosa a cui era affezionato, e non necessariamente la ragazza; magari la sua città, la sua terra dalla quale se
n’era partito da giovane.
A quel tempo Salvatore non sapeva neppure raccontare se stesso e non era in grado di esternare a parole la delicatezza di un legame affettivo; sì, perché probabilmente il sasso fermacarte rappresentava il passato dal quale traeva motivazione il suo presente. Lo rimirava
continuamente, perché non intendeva dimenticare chi era e da dove
veniva. Era un modo per comprendere il significato del suo essere
uomo del sud carabiniere al nord, per trovare un senso di appartenenza profondo che lo ancorasse alla vita e al lavoro cui si dedica-
La donna accanto
115
va con passione. Le scartoffie diventavano del tutto reali solo dopo
essere state assoggettate alla pressione della lava, quasi che quella
fosse il sigillo che conferiva a un generico documento la dimensione del qui, ora.
Un po’ per emulazione e un po’ per curiosità, Leo aveva chiesto
più volte a Salvatore di procuragli un frammento di Sicilia tale e quale,
una frittella di vulcano. Nonostante tornasse a Catania ogni estate
per salutare i genitori separati e il fratello, Salvatore non era mai riuscito
a ricordarsene in tempo utile per raccoglierne un pezzo. Gli sovveniva
quando lui e la moglie stavano effettuando il check-in per il ritorno
e, siccome erano passati anni da quando Leo aveva iniziato a chiedergli quel favore, la cosa stava diventando imbarazzante.
Un’estate quell’accumulo d’imbarazzo a livello sub cosciente fece
sì che Salvatore se ne ricordasse un po’ prima, in taxi, mentre si stava
recando all’aeroporto. Colto da sconforto per l’ennesima occasione mancata, Floridia aveva chiesto al tassista di fermarsi un attimo
in corrispondenza di un cantiere lungo la strada. Sceso dall’auto si
era avviato verso lo scavo ai margini della carreggiata, dov’era stato immediatamente raggiunto da un signore, forse il capo cantiere
il quale, vedendolo in divisa, lo aveva salutato con deferenza chiedendogli cosa stesse cercando.
“Nulla in particolare – gli aveva risposto tranquillamente Floridia
– solo un campione di roccia rappresentativo della zona. Ma non si
preoccupi – aveva aggiunto notando l’espressione incredula e sospettosa dell’interlocutore – lo trovo da me, grazie.”
Prima di andarsene, Salvatore aveva voluto scambiate poche
parole con gli operai che stavano posando una nuova linea per
sopperire alle fatiscenti tubature dell’acquedotto. Con tutto quanto
si diceva sul Continente, a proposito della grande sete della Sicilia
causata da sprechi e malaffare, chissà mai che le nuove condotte
fossero quelle buone!
“Che ci fai con quella pietra?” gli aveva chiesto la moglie quando era risalito in auto.
“Un collega d’ufficio vuole un pezzetto di Sicilia e io lo accontento.
Per caso abbiamo un sacchetto? Non vorrei sporcare la roba nella
borsa col terriccio.”
“Prenda maresciallo! – l’aveva generosamente apostrofato il tassista
116
La donna accanto
porgendogli un involto di carta da panettiere. – Non si preoccupi se
lo trova unto, c’era dentro la mia colazione.”
Prima di farne dono all’amico, Salvatore aveva lavato il sasso
ponendolo ad asciugare per bene. Leo dapprima lo aveva ringraziato ma subito dopo, osservando quel frammento di isola che reggeva tra le mani, non vi aveva trovato quello che si aspettava. Nonostante la sua capacità di fingere non era riuscito a nascondere la
delusione. Piuttosto, il tentativo di non urtare troppo la suscettibilità del superiore aveva avuto l’effetto di indurirgli i muscoli della faccia.
“Immaginavo che mi avresti portato qualcosa di simile a quello
che hai tu” aveva detto dissimulando malissimo la sua delusione.
“Non ti aspettavi che te lo portassi ancora caldo spero! – aveva
scherzato Salvatore cercando di sviare il discorso. – Non sono andato dentro al cratere, l’ho raccolto fuori – si giustificò.”
“Ho capito, ma quanto fuori?” aveva insistito Leo con piglio
polemico.
“È la colata che è differente, Leo – aveva spiegato il brigadiere
con noncuranza. – Altro posto, colata distinta e pertanto lava dall’aspetto diverso. Lo sai che il vulcano non sputa blocchi marcati CE!”
In quel modo i sassi fermacarte in ufficio erano diventati due, ma
da quel giorno non era più stata la stessa cosa. Dalla vista delle pietre Salvatore non traeva più la medesima, rassicurante sensazione
di cui aveva goduto contemplando la sua. Sembrava ci fosse qualcosa che lo disturbava. La lava sopra al suo tavolo continuava a
ricordargli la Sicilia solare giallo e arancio degli agrumeti, la terra verde
della pasta reale al pistacchio; ma il sasso dell’altro tavolo …?
****
Ora accadde che una mattina, arrivando in ufficio prima del solito, la sua attenzione fosse attratta proprio dal fermacarte sulla scrivania
di Leo, quello di una colata differente.
I colleghi dovevano ancora arrivare e nel silenzio della stanza
inanimata, dove solitamente era distratto dagli impegni e dai discorsi,
ebbe la vaga sensazione che il sasso friggesse; una specie di bisbiglio impercettibile. Non fece neppure in tempo ad aguzzare l’udito,
per verificare da dove provenisse realmente quel brusio, che i suoi
La donna accanto
117
pensieri entrarono in un groviglio di sensazioni fastidiose, mentre un
acufene gli iniettava nella mente un ritornello lamentoso e incessante:
Sicilia degli appalti e del malaffare… Sicilia degli appalti e del
malaffare… Sicilia degli…
“Santissimo Onnipotente!” sussultò tra sé avvertendo un brivido di timore. Era la prima volta che sentiva voci, se così si può dire,
e in ogni caso non gli era mai capitata una cosa del genere. Si sedette sulla seggiola cercando di restare calmo. Era turbato, non se
lo aspettava. Proprio non se lo aspettava che le prime avvisaglie del
cambiamento bussassero in quel modo alla sua porta. Dopo alcuni
istanti tuttavia il brusio cessò e anche la sensazione che l’aveva fatto rabbrividire scomparve.
Non se ne era mai reso conto prima, ma era proprio così. Salvatore aveva finalmente individuato un pensiero debole, ma costante e subdolo che gli toglieva serenità e gli inquinava l’aria stessa che
respirava. Come aveva potuto non accorgersene e lasciar passare
tanto tempo?
Era da un bel pezzo che quella pietra stava sulla scrivania accanto
alla sua e solo ora si rendeva conto che ogni volta che la guardava,
inconsciamente si innescava in lui un processo mefitico.
La pietra in sé non aveva ovviamente nessun potere, visto che
era solo un sasso, ma a lui serviva da catalizzatore per un processo
interiore in cui una parte sconosciuta di se stesso cercava di riconoscersi negli interrogativi che la vita gli stava ponendo. Dal coacervo
di intenzioni disattese, di cose mai dette, di costrizioni subite, fin dentro
alle recriminazioni inconfessabili, stava emergendo una entità autonoma dal suo stesso volere: quella entità era il suo ruolo nell’esistenza.
Salvatore si stava accorgendo di non essere consapevole del proprio
ruolo, si stava rendendo conto che c’era un altro se stesso che non
coincideva con quel Salvatore convinto di muoversi e agire seguendo
unicamente la volontà cosciente.
Per quale motivo d’un tratto si sentisse così non gli pareva una
cosa fondamentale, per il momento. Gli pareva importante invece
aver scoperto un pensiero nascosto che continuava ad aggredirlo.
Rivide la faccia delusa di Leo davanti al sasso che gli aveva regalato, così diverso da quell’altro.
Salvatore ebbe subito chiaro cosa fare. Non c’era tempo da per-
118
La donna accanto
dere. “Ti verrà suggerito mano a mano” gli aveva detto Silvano.
“Ma certo che è così! – gridò forte sbattendo la mano sulla scrivania mentre un collega apriva la porta.
“Ma allora, se è così è facile! – tornò a esclamare Floridia mentre saltava in piedi. – E allora … allora è addirittura fantastico!”
“Cos’è che è fantastico?” gli domandò il carabiniere che stava
arrivando in quel momento.
“Tutto, è tutto fantastico – gli rispose di slancio Salvatore che,
afferrato il telefono, stava componendo un numero. – Ma il punto
è che non me ne ero mai accorto.”
“Sono contento per te” commentò il collega sbadigliando.
Salvatore aveva lasciato passare anni prima di portare quella pietra
a Leo. Altri ne erano passati con quella pietra appresso come una
macina legata al collo. Adesso non era disposto a far passare un giorno,
ma che dico, neanche un minuto senza prendere in mano la situazione.
Era suonata l’ora del cambiamento:
“Buongiorno, ma’… Scusate se telefono così presto, tutto bene?…”
Alla madre chiese di recarsi sul vulcano e di procurargli un bel pezzo
di lava: era una questione della massima urgenza. La donna riusciva appena a formulare qualche domanda, tanta era la foga del figlio, ma non ebbe nemmeno il tempo di obiettare perché lui era di
fretta e le avrebbe spiegato tutta la storia in seguito.
“Oggi … dovete andarci oggi! …Domattina vi telefono nuovamente e vi dico cosa fare. Ora devo andare, sono al lavoro, vi lascio,
grazie ma’… Ancora grazie, vi voglio bene, ci sentiamo domattina.”
“Ottimo” pensò tra sé riponendo il ricevitore “questa è fatta, e una
alla volta le sistemeremo tutte.”
****
Assunta era semplicemente sconcertata dalla richiesta di Salvatore: le aveva addirittura messo fretta. Non sapendo come fare, aspettò
l’orario d’apertura dei negozi, uscì di casa e si diresse in fondo all’isolato presso la bottega del macellaio, il quale era tra le poche persone
che stavano ancora ad ascoltarla quando desiderava fare qualche
confidenza.
La donna accanto
119
Gli raccontò della strana telefonata del figlio, col tono rassegnato di chi ha visto cambiare tante cose attorno a sé.
“Capite, e che urgenza ci sarà mai?”
“Se vostro figlio ve l’ha chiesto con urgenza una ragione ci sarà.
– gli rispose il negoziante mentre sistemava le carni appena arrivate dal grossista. – D’altra parte, signora Assunta, siamo sinceri, mica
possiamo stare al passo con questo mondo che corre. Non abbiamo più l’età per capire ogni novità, tutte queste stramberie.”
“Ehvvabbè! Io mica mi lamento – replicò la donna – però non so
come fare. Il figlio mio ha detto che domattina mi richiama; e io dove
la trovo la pietra che vuole lui?”
“Dove la vuole trovare, sul vulcano no?”
“E come ci arrivo?”
Il macellaio si staccò dal banco puntando le mani sulle reni per
distendere la schiena. Poi squadrò la signora, neanche fosse stata la
prima volta che la vedeva, quasi a voler soppesare le sue capacità
di inoltrarsi sui sentieri della montagna.
“Io l’automobile non ce l’ho …. mai avuta, non ce la faccio ad
arrivare in bicicletta fino a là” si lamentava la donna.
“Ci sarebbe l’autobus …. quello per Nicolosi.”
In mancanza di alternative, Assunta si era incamminata per raggiungere la fermata più vicina: un paio di chilometri che le risultarono davvero faticosi. Acquistò il biglietto presso l’edicolante e aspettò
in piedi che giungesse l’autobus. Appena fuori Catania, incollò il naso
al finestrino e si mise a osservare il paesaggio che non aveva più rivisto
da …. Quant’era che non usciva dalla città? “Dunque vediamo”
ricordava tra sé “saranno forse dieci anni che non esco più dal paese. Possibile? … Così tanti?”
Doveva essere più o meno così, perché l’ultima volta era stato in
occasione di un viaggio a Palermo, per il battesimo del nipote e allora … erano più di dieci anni...
All’interno della vettura, dai finestrini aperti si spandeva l’odore dell’erba
lasciata a seccare e la sottile fragranza che veniva dai frutteti. La scia
di profumi le fece tornare alla mente gli anni spensierati della gioventù,
quando, seduta sul cannone della bicicletta del suo amoroso, usciva
dalla città affrontando un percorso cosparso di buche e sassi alla ricerca
del luogo in cui potere dare sfogo ai loro gesti d’amore.
120
La donna accanto
Al paese suo dicevano che la fuitina porta bene e, se dopo ci si
sposa, non ci si lascia più. Ma lei non se l’era sentita, d’altra parte
non ve n’era stato bisogno. Forse proprio per quello era rimasta sola?
Col senno di poi l’infastidiva l’impossibilità di verificare se le cose
sarebbero potute andare diversamente.
Uno straccio di motivo per fare qualcosa che si desidera lo si trova
sempre e così, chi per una ragione chi per un’altra, gli uomini della
sua vita si erano dileguati: Salvatore era stato il primo a partire, per
riscattarsi dall’emarginazione. Due anni dopo se ne era andato l’altro figlio, per emanciparsi; alla fine anche il marito l’aveva lasciata
per rigenerarsi, con una nemmeno tanto più giovane di lei.
Ognuno aveva trovato il suo straccio di motivo per lasciarla: un
futuro migliore, un lavoro, una donna, un’amante; mentre a lei non
era rimasta neppure la pezza per rattoppare gli strappi dell’amarezza. Per i figli avrebbe anche potuto farsene una ragione, ma non per
il marito. Che cosa avesse avuto l’altra più di lei …non riusciva a
spiegarselo e ignorava se lui fosse felice. Non si vedevano quasi mai
e quando si vedevano non si parlavano, per cui non sapeva se avesse
trovato quello di cui improvvisamente aveva sentito bisogno. Una
cosa però la sapeva: lei era la sua unica moglie, gli aveva dato due
figli. E come madre, poteva dare ai figli quello che nessuna altra donna
avrebbe mai potuto dare. Di questo era certa.
****
Al termine di una lunga serie di fermate, la corriera arrivò al capolinea mentre le campane di Nicolosi battevano le quattordici.
Assunta si stava dirigendo verso il bar tabaccheria che si trovava sul lato nord del piazzale, verso l’Etna maestoso, quando giunse
un altro pullman e nel giro di pochi istanti il piazzale pullulò di turisti. Allora lei si avvicinò ad alcuni di loro chiedendo se per caso erano
diretti sul vulcano.
Quei tipi dalle facce strane le risposero con deferenza, chinando
il capo con piccoli movimenti a scatti, come dei galletti, ma lei non
capì nulla di quello che le dissero. Poi, guardando meglio, adocchiò
uno che portava la faccia da siciliano verace.
“Mi scusi – gli domandò – siete diretti sul monte?”
121
La donna accanto
“Sì, facciamo una passeggiata” le rispose spigliato un giovane sui
venticinque anni che faceva da guida ai turisti.
“Guardi giovanotto, verrei anch’io se potessi, ma non ce la faccio. Me lo farebbe un piacere?”
“Se posso …. mi dica.”
“Se volesse raccogliere un pezzo di lava per il figlio mio che sta
al nord, dovrebbe essere un pezzo grosso e bello. Mi scusi se le reco
disturbo, ma questo sarebbe veramente un favore grande che mi fa.”
“D’accordo signora. Guardi, però, che non saremo di ritorno prima
di due o tre ore.”
“Non importa, aspetterò al bar, grazie.”
Al bar Assunta ordinò qualcosa, tanto per rompere il digiuno. Poi
si mise a osservare i tavoli, i posacenere, le sedie, il pavimento, i
manifesti, il box per le giocate del lotto, le schedine, il banco, le tazzine, i bicchieri, le bottiglie; scambio di sorrisi con i gestori del bar e
strenui tentativi di non cedere al sonno. Il soffitto, i tubi del neon, il
flipper, … il cestino, La Gazzetta dello Sport stropicciata … il cestino … il cestino … il …
****
Dopo alcuni pisoli fu svegliata dal brusio dell’orda di ritorno
dall’escursione: i turisti trovavano a mala pena posto nel locale. Chi
riusciva ad avvicinarsi al banco acquistava qualcosa per rifocillarsi,
altri spedivano cartoline dall’annessa tabaccheria.
“Ah è qui, signora” la chiamò il giovane capo comitiva estraendo dalla sacca un pezzo di lava della grandezza di un melone.
Lei lo prese tra le mani e lo ammirò bene, annusandolo. Sicuro,
era il profumo della pancia del vulcano, proprio come voleva suo
figlio. Un bambino le si avvicinò ridendo e indicando la grossa pietra, attirando così l’attenzione di molti dei presenti che si accodarono
alle risa del piccolo. Poi quello infilò la manina nella tasca dei
pantaloncini e ne tirò fuori un sassolino della dimensione di una
nocciola.
Anche gli altri mostrarono ognuno il proprio pezzetto di lava. Il
più grosso non era più grande di una noce.
Subito dopo Assunta si trovò circondata da uomini e donne che
122
La donna accanto
esibivano tutti il loro piccolo sasso di vulcano. Comparvero le macchine fotografiche e a turno molti vollero fotografare il gruppo con
nel mezzo l’anziana signora che coccolava in grembo il melone di lava.
Poi il ragazzino la salutò, i turisti sciamarono all’esterno, risalirono sugli autobus e se ne andarono. Lei aspettò che arrivasse un’altra corriera per tornare in città, ma l’ultima era già partita e per quel
giorno non ve ne sarebbero state altre. Allora i gestori si offrirono di
accompagnarla di lì a poco, visto che la giornata di lavoro era praticamente terminata e sarebbero tornati a Catania, dove anche loro
abitavano.
****
Il mattino seguente, Assunta stava gironzolando attorno al telefono quando questo squillò.
Salvatore non aveva nutrito alcun dubbio sul fatto che sua madre sarebbe riuscita nell’incarico che le aveva affidato; se ne rallegrò chiedendole di spedirgli immediatamente il sasso. Lei stentava
a capire cosa avrebbe dovuto fare, tanto l’idea di apporre il timbro
postale su una pietra esulava dal comune buon senso. Ma lui le spiegò
per filo e per segno come sistemare la cosa: nylon a bolle, nastro
adesivo e scatola di cartone; la consigliò di recarsi presso una cartoleria e di farsela fare lì la confezione, con il suo indirizzo di Padova scritto direttamente sulla scatola. Lui le avrebbe spedito un assegno
per rifonderla delle spesucce che aveva sostenuto e per ricompensarla del grande favore che gli stava facendo.
Andò bene, perché una decina di giorni dopo Salvatore ricevette il grosso lapillo e finalmente poté saldare il debito con Leo. Questi non fu per nulla stupito di vedersi consegnare il nuovo fermacarte;
si limitò a un plateale moto affermativo del capo mentre, sorridendo, guardava Salvatore con occhi sfavillanti, come a dirgli: ce n’è voluto
ma alla fine me l’hai portato!
Salvatore pensava che, dopo aver dato inizio a quel genere di
movimento interiore, fosse prevedibile e forse auspicabile che altre
faccende si assestassero, dato che l’approccio a un diverso modo di
sentire le cose può cambiare la visione a tanti scorci della vita.
Tuttavia, il brigadiere non immaginava che questo processo di
La donna accanto
123
mutamento si sarebbe riflesso molto a ritroso, coinvolgendo questioni
sempre più lontane nel tempo, cosicché fatti sepolti e dimenticati
avrebbero inaspettatamente rivisto la superficie.
In ogni caso, il suo rinnovato stato d’animo, determinato dall’aria
nuova che stava respirando, sembrava riflettersi positivamente su
Enza. Silvano era stato molto chiaro in proposito, invitandolo a vigilare sui pensieri e sui desideri, se voleva aiutare la moglie. Pertanto,
il giorno dopo le aveva regalato un mazzo di fiori con un biglietto:
‘non ho nulla da farmi perdonare, amore mio, ma voglio ricordarti
che sei la donna della mia vita’.
Enza sembrava reagire. Non grandi cose, ma un pizzico di disponibilità in più, uno spiraglio nell’atteggiamento di ostinato rifiuto e
isolamento; aveva ripreso a informarsi sul suo lavoro e a tavola il pane
rinsecchito da giorni aveva ceduto il posto a pagnotte mangiabili.
Una sera, mentre stavano davanti alla TV, Salvatore fu impressionato dalle immagini degli aborigeni che si bucano certe parti del
viso per farci passare spilloni, anelli, fili e quant’altro.
“Ci vuole un bel coraggio” commentò.
“Anche noi ci mettiamo orecchini e piercing” osservò Enza.
“Quelli però non lo fanno per moda o per gusto estetico; deve essere
qualcosa di più importante, che magari ha a che fare con la loro fede.”
“Perché, secondo te la moda non è una fede?”
“Allora bisognerebbe dedurre che qualsiasi cosa è fede, ma credo che ci sia una fede sacra e una profana: se percorro la navata di
una chiesa in ginocchio con dei sassolini attaccati sotto con un cerotto, evidentemente lo faccio per una fede sacra. Ma se mi ammacco
tutte le ginocchia stando accucciato dentro a una botte per sparare
alle anatre, questa può anche essere fede, ma non può certo essere
sacra.”
La mattina seguente, il primo pensiero che gli si rivelò fu la processione di Sant’Agata. Ebbe la netta sensazione di avervi realmente
partecipato in sogno, non come spettatore, ma come attore, quasi
che quella fosse stata la sua processione.
Sentiva stranamente sulla pelle un’irritazione come quella causata dallo sfregamento della canapa grezza, dacché nel sogno doveva
essere nudo sotto il sacco, e aveva ancora nel naso l’odore di fuliggine, le gambe e i piedi indolenziti, le mani calde per le gocce che vi
124
La donna accanto
colavano sopra dal cero che forse aveva retto per ore.
“Come mai tutto ad un tratto ritornava quella vecchia storia?” si
chiedeva Salvatore radendosi allo specchio.
Era pur vero che una volta all’anno un ricordo fugace andava alla
processione, quando gli capitava di passare davanti alla cattedrale,
di ritorno a Catania, ma quello era un pensiero diverso, come potrebbe esserlo nel caso di un turista, in quel ricordo infatti non c’era
traccia di coinvolgimento. Aveva dunque rimosso la vecchia faccenda
per tutto quel tempo? Evidentemente, il fatto di non avervi più pensato
non significava che non fosse rimasto qualcosa: la storia era stata
semplicemente relegata sotto chiave. Ma stava ancora lì. Anzi, a
pensarci bene, poteva essere che quello fosse realmente un altro
macigno che aveva trascinando con sé, senza saperlo.
Le sensazioni al risveglio erano state talmente vivide che decise
di tornare da Silvano per parlarne e avere un parere in proposito.
Ma non poteva rischiare di passare una mattinata ad aspettare il
proprio turno, non osando sperare in un’ulteriore favore come quello
avuto la volta precedente dall’anziano signore.
Recuperò il numero di telefono dell’abitazione del veggente e
chiamò per avere qualche indicazione. Rispose la segreteria telefonica, ma lui insistette più volte finché dall’altro capo qualcuno sollevò la cornetta.
Rispose un certo Giovanni, il quale lo invitò a presentarsi di buon’ora il lunedì mattina, perché avrebbe trovato meno gente.
****
“Silvano, cosa succede quando non si mantiene fede ad un voto?”
chiese Salvatore quando fu nuovamente a colloquio.
“Dipende, a volte il debito viene saldato alla fine, con gli interessi.
Altre volte invece l’impulso del voto si spegne da sé e sarebbe addirittura dannoso insistere. Perché me lo chiedi, hai rotto un voto?”
“Non proprio, io, cioè sì, io l’ho rotto, ma l’aveva fatto mia madre.” E gli raccontò brevemente la storia.
Gli raccontò tutto: dei furti, della notte in mare per sfuggire alla
cattura, del rischio che aveva corso con la polmonite, della promessa
fatta dalla madre. Gli raccontò di aver partecipato ad alcune proces-
La donna accanto
125
sioni, ma che a un certo momento non aveva più voluto saperne e
di aver costretto Assunta ad andarci al posto suo.
Era la prima volta che Floridia parlava di quei fatti. Non ne aveva mai discusso neppure con sua madre. E mentre narrava, sentiva il cuore alleggerirsi, non provando nessuna vergogna di quel se
stesso così lontano da ciò che sentiva di essere nel presente.
Da un lato Salvatore raccontava come fosse stata la storia di un
altro, dall’altro si sentiva pienamente coinvolto, perché quella storia in realtà era la sua; ed era proprio quel legame tra passato e presente che desiderava comprendere e mettere in luce, perché gli era
venuto anche il dubbio che le difficoltà che stava incontrando fossero in qualche modo legate a quella vecchia vicenda.
“Vedi – gli spiegò Silvano – questa storia che salta fuori adesso
è solo una opportunità per prendere coscienza di problemi che si
sarebbero presentati ugualmente. È l’occasione per affrontarli con
maggiore disponibilità; però, se tu ci credi, puoi anche considerare
i problemi di oggi come un prezzo da pagare per i furti e per la rottura del voto. In ogni caso fa lo stesso e la sostanza della questione
non cambia. Le difficoltà devi affrontarle con realismo per quello che
sono e per ciò che rappresentano oggi, non per quello che sei stato
una volta. In ogni caso sarebbe bene evitare di appesantire ulteriormente il fardello che grava sulla coscienza, quello è sempre un danno.”
“E allora, come mi devo comportare? Voglio dire, cosa posso fare?”
“Tu credi alla potenza del voto?”
“Sì … ci credo, sento che è vero” disse con sicurezza Salvatore.
“Allora dovresti vivere facendo conto di essere a servizio, cioè di
non essere più padrone in casa tua.”
“E cosa vuol dire?” mormorò Salvatore aggrottando la fronte, tanto
gli suonava astruso il concetto.
“Vuol dire che il debito accumulato è tanto ingente che per
estinguerlo ci vorrebbe di più di quanto sei in grado di dare. In
questo caso succede ciò che accadeva nell’antichità: se un debitore era insolvente, il creditore aveva il diritto di prendersi la sua vita
e di farlo suo schiavo.” La faccia di Salvatore si era fatta decisamente pallida. “Perciò – aggiunse Silvano – dovresti offrire la tua
vita, ma non la scatola vuota, il corpo. No! Dovresti dare quello
che di prezioso vi è contenuto dentro: i desideri, i pensieri, le tue
126
La donna accanto
speranze, gli affetti… tutto. In poche parole – proseguì Silvano
guardando Salvatore all’altezza del torace esattamente dove sotto
c’è il cuore – dovresti considerare di continuare a vivere non per
te stesso, ma per il Bene verso cui sei debitore, per l’Amore che ti
ha salvato quella notte.”
“Niente cilicio dunque” pensava Salvatore. “Niente mea culpa,
né confessione. Qualcosa di peggio forse. Oppure era qualcosa di
meglio? Schiavo!?”
L’idea dello schiavo tuttavia non lo turbava. In fondo, pensava,
siamo tutti schiavi inconsapevoli, tutti incatenati a doppia mandata, ciascuno avvinghiato al proprio palo. A lui era capitato di cadere nelle mani di … del Bene verso il quale era debitore … dell’Amore
che l’aveva salvato quella volta.
“No” si diceva Floridia uscendo dalla villetta “non era poi così male
il palo al quale si era trovato incatenato. Ma … schiavo? Proprio schiavo?!”
Nel cortile Salvatore salutò un ragazzo intento a raccogliere le foglie
accumulate qua e la dal vento.
“Buon giorno – ricambiò l’altro. – Sono Giovanni, dobbiamo
esserci sentiti qualche giorno fa per telefono. Allora, come va?
“Non posso dire che vada male – disse Salvatore mostrando di
gradire l’opportunità di scambiare qualche parola. – Anzi, dopo
aver parlato con Silvano sembra davvero che le cose abbiano un
altro sapore. Onestamente, però, trovo scomodo aspettare tanto
per avere un breve colloquio. Avrei molte cose da chiarire, ma il
tempo a disposizione non lo permette; mi rendo conto che non
posso pretendere di parlarci per ore, perché ci sono anche gli altri,
tuttavia …
“Se vuoi approfondire gli argomenti puoi venire agli incontri che
si tengono di domenica pomeriggio. Si parla liberamente di tutto, della
vita e dei suoi problemi.”
“A che ora?” chiese Salvatore interessato.
“Alle diciassette e trenta, lì sotto vedi? – gli indicò il giovane allungando il braccio. – Entri da dove c’è lo scivolo.”
Poiché la sua situazione familiare lo angustiava e il desiderio di
uscirne era grande, Salvatore si presentò all’incontro già la domenica successiva.
127
La donna accanto
****
La sala in cui si tenevano quelle specie di conferenze si trovava
al piano interrato dell’abitazione. L’accesso era dalla rampa che
conduceva all’autorimessa, con il basculante sostituito da una porta a soffietto in legno e vetro. L’ambiente era ampio e abbastanza
luminoso in quanto il piano era interrato solo per tre quarti e la parte
superiore delle finestre, che davano su bocche di lupo, raccoglieva
un po’ di luce diretta dall’esterno.
Per consentire una partecipazione sempre più allargata agli incontri,
alcuni muri che in origine separavano i vani erano stati abbattuti. Lo
si capiva dalle strette fasce di tonalità diversa che sul pavimento si
dipartivano dai pilastri portanti. La pavimentazione era di quelle a
piastrelle color amaranto, disposte a lisca di pesce, molto usata negli anni del dopoguerra per ambienti artigianali e locali di servizio.
Veramente, forse anche per effetto dei muri a calce bianchissima,
l’impressione era quella di trovarsi in un’officina.
Al brigadiere, quel luogo ricordava molto il laboratorio nel quale da
studente aveva fatto pratica di meccanica. L’ atmosfera della scuola
professionale gli era rimasta impressa chiara e nitida, tanto che in quel
luogo avvertì subito il richiamo a un’intera gamma di sensazioni e di
odori.
Vi erano decine di seggiole pieghevoli, disposte in file ordinate,
rivolte verso una pedana accostata al lato più corto dell’ambiente,
proprio sotto a una finestra. Sulla pedana stavano due sedie e una
sorta di leggio basso, nel mezzo.
Pochi riferimenti sacri alle pareti e uno splendido ficus Benjamin
a fianco della pedana. L’alberello sembrava appena trapiantato dal
vivaio, tanto era rigoglioso: doveva essere stato potato più volte in
altezza, a causa del soffitto, perché la dimensione del tronco era quella
di un albero alto almeno il doppio e la pianta occupava quindi uno
spazio piuttosto ampio. Un ambiente accogliente.
Vi erano già diverse persone sedute in attesa che iniziasse il dibattito. Dopo aver fatto un giro d’ispezione, Salvatore prese posto
a ridosso dell’entrata. Quella era la posizione migliore sia per osservare
i presenti sia per uscire, qualora fosse stato necessario; semplice
deformazione professionale.
128
La donna accanto
Non dovette aspettare molto per vedere la sala riempirsi. Alle
diciassette e venticinque comparve Giovanni, il giovane che l’aveva invitato a quell’incontro, il quale prese posto su una delle due sedie
collocate sulla pedana, quella di sinistra, dalla parte del Ficus Benjamin.
Per chi non ne era al corrente, ricordò che l’incontro avrebbe avuto come argomento : la cicala e la formica.
Floridia sorrise tra sé portando istintivamente la mano alla bocca, pensando che forse, questa volta, aveva esagerato. O almeno,
quegli incontri non facevano per lui. Tuttavia, per educazione e per
curiosità restò al proprio posto, considerando che, dopo essersi dato
la pena di essere presente, poteva dedicarvi un’ora del suo tempo.
Fu subito ricompensato per la buona volontà, perché dopo qualche
minuto comparve Silvano che andò ad accomodarsi a fianco di
Giovanni. Vedendolo, Salvatore sentì allargarsi il cuore e si predispose ad ascoltare con attenzione.
L’incontro iniziò alle diciassette e trenta esatte. Giovanni riassunse
il nocciolo della favola di Fedro. I protagonisti erano da un lato la
formica, previdente e indaffaratissima ad accumulare le scorte alimentari necessarie per superare la stagione fredda, e dall’altro la cicala
scialona e spensierata, che non si cura di nulla se non di godersi la
vita e cantare, ignara dei rigori invernali ai quali non riuscirà a sopravvivere.
Prese dapprima la parola una signora sulla settantina: parlava
forbita che pareva leggere da un’enciclopedia.
“Direi che a questa favola – iniziò – viene riconosciuto oramai un
valore puramente educativo e scarsamente narrativo, come d’altronde
per le altre favole di Fedro, …”
La donna si prodigò in un fluente eloquio sui significati palesi e
reconditi della favola, chiamando in causa il mondo naturale com’era
visto ai tempi di Fedro e ai giorni nostri; poi parlò della propria esperienza pluridecennale di educatrice, del comportamento dei ragazzi e di un sacco di altre cose. Insomma, fece scorrere una cascata di
parole per quasi cinque minuti, da cui i presenti uscirono sonnacchiosi,
oramai sdraiati più che seduti sulle loro sedie.
“ … e per il momento mi fermo qui” aveva concluso infine.
“Perché, avresti dell’altro da dire?” le aveva chiesto Silvano in tono
giocoso, suscitando una risata generale.
La donna accanto
129
Era intervenuto poi un signore di mezza età, per dire che non aveva
capito granché e per precisare che le cicale muoiono in autunno, non
in inverno.
Quindi un ragazzo aveva aggiunto che nonostante le cicale muoiano in autunno o in inverno, ve ne sono sempre delle altre l’estate
successiva, e che la loro specie non è estinta a causa di un comportamento criticabile dal nostro punto di vista.
Salvatore era positivamente impressionato dalla spontaneità con
cui le persone esprimevano i loro pareri e dall’attenzione che i presenti riservavano a tutti, indipendentemente da quello che dicevano.
Prendendo la parola, Silvano aveva detto che la cicala e la formica sono solo dei simboli per indicare comportamenti diversi, a volte
opposti che possono essere messi in atto da una stessa persona, la
quale prima dice una cosa, ma poi fa il contrario, provando un gran
gusto a giudicare gli altri e a dividere il mondo in buoni e cattivi …
Traendo spunto da queste riflessioni, un anziano aveva chiesto
con voce acuta, flebile e sibilante (forse per una operazione alla trachea
o alle corde vocali), che senso avesse il sacrificio e il duro lavoro visto
che sempre più spesso i mascalzoni la fanno franca.
Per tutta risposta Silvano gli aveva detto che se lui era onesto, lo
doveva essere per sé, non per essere diverso o migliore degli altri.
E nel caso si fosse presentato a bussare alla sua porta qualcuno non
abituato a comportarsi come si comportava lui, avrebbe anche potuto dirgli: se sei come me, allora posso anche darti qualcosa, ma se
non sei come me non mi va di darti un bel niente. Senza considerare, però, che se quello fosse stato come lui non sarebbe certo andato a bussare alla sua porta, dato che essendo simile era molto probabile che non avesse bisogno di aiuto, e sarebbe andato da qualcun
altro.
Il veggente aveva concluso dicendo che unificare cose diverse non
significa eliminare quello che non piace, non fa comodo, oppure non
è conforme; quella non si chiama unità, è un’altra cosa.
Salvatore si sentiva coinvolto dalla discussione. Era contento di
essere rimasto e si convinse che valeva la pena partecipare a quegli
incontri.
Il tutto durò un’ora e, prima di concludere, Giovanni aveva co-
130
La donna accanto
municato l’argomento che sarebbe stato trattato la volta seguente:
la nascita e la morte.
****
Enza di tanto in tanto chiedeva al marito dove andasse la domenica
pomeriggio. A dire il vero era stato lui che già dopo aver partecipato al primo incontro le aveva proposto di accompagnarlo alle riunioni.
Ma Salvatore era stato vago nella descrizione dei contenuti, cauto
nella spiegazione del perché intendesse andare proprio in un posto
del genere, titubante nel parlarle di Silvano e di quello che gli aveva detto a proposito della malattia di lei. Da un lato temeva di ferire la moglie adducendo a motivo il loro grande problema, dall’altro voleva evitare di alimentare vaghe speranze, dato che nemmeno lui aveva ben chiaro cosa avrebbero potuto ricavare di utile da
quelle conferenze.
Così, da quel poco che Salvatore poteva sapere e che le aveva
raccontato, Enza si era fatta l’idea che si trattasse di un circolo d’opinione, il ché non poteva essere di nessun interesse per una che non
riusciva a immaginare nemmeno un futuro per se stessa.
“Delle opinioni degli altri non so cosa farmene” aveva risposto
liquidando la faccenda senza possibilità di appello. Andasse pure lui,
Salvatore, lei voleva essere lasciata in pace.
Sicuramente, il brigadiere non aveva ancora compreso con chiarezza quale fosse il carattere dell’attività alla quale partecipava. Fraintendendo il proprio ruolo, si era immaginato di dover cercare nelle
riunioni le indicazioni che lo avrebbero guidato a trovare, chissà dove,
il rimedio per la malattia della moglie, la soluzione ai loro problemi.
Col trascorrere dei mesi, tuttavia, Floridia si era accorto di ottenere un certo beneficio dagli incontri: ne usciva frastornato per le tante
cose che apprendeva, è vero, ma provava anche un profondo e
duraturo senso di conforto. Partecipare a qualcosa che palesemente non aveva nessuna finalità prestabilita e nessuna utilità apparente,
determinava in lui un senso di appagamento mai provato prima.
Pertanto si era fatto strada in lui il pensiero che l’aiuto che immaginava di dover cercare per Enza potesse per il momento venire anche
solo da quella serenità che a tratti lui stesso stava sperimentando.
La donna accanto
131
Questa eventualità gli si presentava con chiarezza quando, facendo
ritorno a casa dalla riunione, avvertiva tutta la pesantezza che aleggiava
nelle stanze e confrontava la leggerezza del proprio stato d’animo con
quello che vedeva trasparire nella moglie. Si rendeva conto di tornare a casa diverso da come ne era uscito.
“Se qualcosa potesse aiutarci” si chiedeva dunque Floridia “da
dove può venire se non da Silvano e dagli incontri che egli promuove?
Dove altro potrei cercare?”
Salvatore aveva la sensazione di aver scoperto un piccolo varco
per cui passare; e così come l’esploratore mandato in avanscoperta
non se ne va, ma torna alla carovana per indicare la strada verso il
passaggio che ha individuato, allo stesso modo lui non doveva e non
poteva proseguire da solo. Avrebbe dovuto convincere Enza a seguirlo attraverso quel varco. Sua moglie doveva assolutamente diventare parte attiva nella ricerca della via che egli aveva intrapreso.
Quella era la nuova sfida che si trovava ad affrontare. Forse,
dall’esito di tale sfida sarebbe dipeso il futuro di entrambi.
132
La donna accanto
VECCHI AMICI
Luglio 2002, quattro anni dopo.
****
Guido si affrettò a guadagnare l’ombra del porticato mentre l’orologio della piazza iniziava a battere undici tocchi. Già a quell’ora il
sole rendeva insopportabile il calore che si diffondeva dai marmi e
dai mattoni del centro.
Insopportabile, ma non per tutti : due ragazzi gli sfrecciarono a
fianco in skate board, schivando poco oltre una nonnina che trasportava lemme la borsa della spesa. Quindi, trovandosi davanti un gruppo
di turisti che ingombravano completamente il passaggio, i due piegarono infilandosi tra le colonne e, sfruttando la leggera pendenza
della piazza, schizzarono sul gradino, evitarono una panchina costringendo due piccioni a levarsi in volo e scomparvero nel vicolo.
“Canaglie!” mugugnò Guido trasecolando per lo spavento. Con
il mal di testa da fastidio tutto.
Il signor Guido le pastiglie le prendeva, ma senza esagerare troppo.
Conoscendolo, il medico di famiglia gli aveva raccomandato di lasciare un intervallo di qualche ora tra la fine dell’effetto di una compressa e quella successiva, anche per valutare se il dolore scompariva spontaneamente.
“Dunque” pensava Guido “l’ultima l’ho presa alle tre di notte, e
alle otto era esaurito l’effetto. Perciò è quasi ora di riconciliarsi con
la vita ingollandone un’altra”.
Certo che tutto dà fastidio quando si ha mal di testa! Ma alcune
cose più di altre: il clangore delle campane ad esempio. Le vibrazioni
La donna accanto
133
di un rintocco non sono ancora terminate che già si sovrappone la
sbatacchiata successiva.
Sotto al portico Guido era al riparo dalle vampate di calore e dalla
luce accecante, ma il frastuono della campana c’era tutto, lui non
poteva nascondersi cercando riparo dietro a una colonna, perché
quello ci girava attorno.
“Per carità signore – supplicò una mendicante tendendogli la mano
semichiusa – da mangiare per mio bambino … Dio benedica.”
Stava accovacciata a pochi centimetri dall’ingresso dell’agenzia
di viaggi, infagottata nonostante il caldo, con una misera creatura
narcotizzata, riversa tra le pieghe della gonna nero sporco.
“Si assomigliano tutte queste mendicanti” considerava Guido
mentre, squadrandola, pensava a cosa dirle per farla sloggiare.
“Se non ti levi subito di qua, chiamo il vigile, hai capito? – la sgridò
bruscamente.
“Prego signore, mio bambino non mangia …” insistette lei
sfoderando la tipica smorfia pietosa.
“Ti ho detto che devi toglierti dalla vetrina, questa è proprietà
privata. Vai da un’altra parte!” insistette Guido gesticolando come
facevano i seminatori di una volta; il suo gesto però non intendeva
spargere un bel niente, ma suggerire l’esistenza di un mondo intero
a disposizione oltre la vetrina del suo negozio.
La donna già stava replicando, ma lui non sentiva ciò che diceva perché si era trovato immerso nel gruppo di turisti che stavano
passeggiando sotto il porticato. Camminando all’indietro, la guida
della comitiva declamava ad alta voce la storia dell’edificio, sede del
caffè storico della città, sicché le parole gridate si aggiungevano al
brusio del gruppo e agli ultimi colpi del batacchio sul bronzo della
campana.
Das Café Pedrocchi… … Architekten Giuseppe Jappelli… und…
Sulla piazza, nel frattempo, erano sopraggiunti nuovamente i due
ragazzi, e al rollio degli skate si erano sommati i fischi di un vigile
urbano, richiamato da una solerte signora, infastidita dall’indisciplinato
scorrazzare dei monelli.
“Devi andartene! – gridò nuovamente Guido. – Adesso chiamo
il vigile…”
Il vigile però si stava allontanando e tutto quel trambusto e l’agi-
134
La donna accanto
tazione che l’aveva colto di soprassalto non facevano altro che intensificargli le fitte alla testa.
“Cosa fatto io… prego signore … bambino…” biascicava l’accattona.
Guido spinse la porta d’ingresso della sua agenzia viaggi, e chiudendola alle spalle gli parve di essere passato dall’inferno al purgatorio: aria condizionata, rumori esterni filtrati dai vetri blindati, luminosità sopportabile, un altro mondo.
“Buon giorno signor Guido!” lo accolsero in coro le tre impiegate.
“Buon giorno una mazza – rispose lui con il grugno. – Devo arrivare io, in queste condizioni che quasi non mi reggo in piedi, per
sloggiare i pezzenti messi davanti alla porta. Che se per caso mi sogno
di non passare di qua, quella resta lì tutto il giorno. Quante persone
credete che si mettano a scavalcarla per entrare in negozio, eh?
Possibile che a nessuna venga in mente di mandarla via, di chiamare
un vigile. Non basta che il lavoro non gira, dobbiamo avere tra i piedi
anche questi qua.”
“Signor Guido – intervenne con distacco Paola, l’impiegata che
lavorava da più anni in agenzia – in qualità di dipendenti non possiamo assumerci certe responsabilità.”
“Ma di quali responsabilità cianci – la riprese Guido con sufficienza,
sbuffando e portando una mano alla nuca dolorante, mentre pensava a una nuova sortita all’esterno per completare l’opera. – Basta uscire un attimo e farla spostare, con le buone o con le cattive,
no!?”
“Parlo delle eventuali conseguenze – spiegò la ragazza serafica.
– Quella gente è vendicativa, se gli fai uno sgarbo se la legano al dito
e te la fanno pagare prima o poi. Se la ricorda la discussione che ha
avuto l’anno scorso con il mendicante zoppo …? Chi ci dice che la
vetrina presa a colpi di mattone non sia stato il suo modo di vendicarsi per averlo mandato via in quel modo.”
“Maledizione!” pensava Guido che, pur rovistando, non trovava le pastiglie nel cassetto. L’idea che i millequattrocento euro di danni
per la vetrina fossero stati spesi per aver sparato poche parole addosso a quel tipo lo gettò nello sconforto. Invece di sentirsi appoggiato dalle dipendenti, aveva l’impressione di avere il peso dell’attività tutto sulle sue spalle.
La donna accanto
135
“Io la pago pure” pensò guardando Paola di sbieco per un istante
“ma questa mi vuole veramente male!”
Stava con la testa reclinata su una spalla Guido, nel tentativo di
alleviare il dolore, per rilassare i nervi e i muscoli dolenti; pareva un
pupo siciliano con il filo della testa tagliato.
“Eccola finalmente” borbottò estraendo dal caos del cassetto la
scatolina magica. Spillò dell’acqua dalla tanica del distributore
climatizzato e inghiottì un paio di compresse (il doppio della dose
consigliata), poiché oltre a stare male fisicamente sentiva un nodo
d’ansia salirgli alla gola e non vedeva l’ora di trovare sollievo. Già
si sentiva meglio all’idea che avrebbero fatto effetto di lì a qualche
minuto.
“Però …. e se avesse ragione?” rimuginava nel frattempo. Afferrò
la calcolatrice e divise i mille e quattrocento euro di danni per trecento sessantacinque, tanti sono i giorni dell’anno. Tre euro e ottanta
centesimi.
Dunque, quello era da considerare l’equivalente giornaliero di
elemosina che, stando all’ipotesi di Paola, aveva già dovuto sborsare per rimediare al danno causato dalla vendetta.
“Se però tolgo le festività e i mesi più freddi” calcolò Guido con
ostinata precisione “in cui non ci sono accattoni in giro perché non
si può star seduti all’addiaccio, allora l’importo sale di molto, circa
sette euro.” Di quanto avrebbe potuto accontentarsi la signora accomodata lì fuori per andarsene? Quattro, cinque euro? Comunque,
anche supponendo di sganciare pochi euro in elemosine a giorni
alterni, ci sarebbero voluti anni per equiparare la spesa dei mille e
quattrocento euro.
Guido aprì nuovamente il cassetto cercando tra le monete e,
afferrato un conio da due euro si precipitò fuori. Si guardò attorno,
ma non trovò l’accattona con bambino. Andò fino all’angolo, per
vedere se si fosse spostata davanti la vetrina di qualche altro negozio. Niente, volatilizzata.
“Pazienza” pensò lanciando col pollice la moneta in aria e facendola
roteare vorticosamente. “Questi benedetti euro non suonano. Vuoi
mettere il motivetto che facevano le cinquanta e le cento lire?
Tinnnng…. rinnnng ….Quello era il vero suono del denaro, quando pareva di avere in saccoccia i discendenti diretti del Ducato, del
136
La donna accanto
Sesterzio …Si potrebbe dire” continuava a elucubrare Guido divertendosi a fare il filosofo “che il canto ora rassicurante e ora tremendo del denaro è ormai inciso nel cuore dell’uomo a partire dai
famigerati trenta denari. Ma che denaro è se non puoi farlo tintinnare? Non si può neanche più dire denaro sonante. Questo è muto
e …”.
“Bon giono gabo” gli si rivolse una voce maschile, richiamandolo
a piani dialettici decisamente più bassi.
“No, non mi serve niente grazie” tagliò corto lui.
“Gombra! Serve fazoleti, calzini, acendini ….. io no mangia,
fame…” Poteva essere originario dell’Eritrea, del Gabon, del Congo,
o della Costa d’Avorio (senza più avorio) …..
“Ma insomma – sbottò Guido – se ti dico che non mi serve niente! Mi vuoi obbligare a comperare? Se tu e tutti quanti gli altri vi ostinate
a proporre roba che sapete già che non serve, allora è una copertura bella e buona, una scusa per chiedere un’offerta. Ti vergogni a
chiedere la carità e mi vuoi anche prendere in giro?” Quello lo guardava senza capire bene. Però il tono del discorso lo capiva eccome,
tanto che spalancò gli occhi facendo vedere la parte esterna del bulbo,
quella cosparsa di capillari rossi.
A Guido bastò la vista di quel reticolo scarlatto per soffocare istantaneamente in gola il resto della predica. Si ricordò della moneta muta
da due euro che stringeva in pugno. Allora infilò la mano in tasca
per fingere di prendere ciò che giaceva sul fondo, separandosi a
malincuore da qualcosa di veramente suo, non da quello di cui aveva
già deciso di disfarsi.
Non vi fu contatto tra i due: uno protese aperto il palmo rosa
segnato dalle linee nocciola della vita, e l’altro vi fece cadere dentro il metallo come fosse una goccia d’acqua. Il signor centr’Africa
incassò senza neppure ringraziare, mentre Guido si rifugiò nuovamente al fresco dell’agenzia.
“Ha telefonato suo figlio circa un’ora fa, – gli riferì Giulia, l’impiegata poco più che diciottenne che per qualche mese aveva fatto
il filo al figlio del capo, anche se era di un paio d’anni più giovane
di lei.
Poi, resasi conto di quanto poco affidabile fosse, aveva lasciato
perdere e si era trovata un altro. Guido avrebbe preferito che aves-
La donna accanto
137
se continuato a stargli dietro, così, per avere la possibilità di tenere
sotto controllo suo figlio con informazioni fresche. Ma quello mica
era stupido, scapestrato sì, ma non scemo.
“E che ha detto?”
“Che farà tardi.”
Fare tardi era un eufemismo che significava: oggi me ne sto per
i fatti miei.
“Tanto per cambiare” pensò Guido mentre iniziava a controllare le prenotazioni e i biglietti pronti per la consegna. Era molto scrupoloso e voleva avere personalmente il polso della situazione. In
agenzia aveva adottato alcuni accorgimenti mutuati dall’esperienza nell’Arma dei Carabinieri; ad esempio, utilizzando tre casellari distinti
per la gestione del servizio al cliente: casellario aziende, casellario tour
operator, casellario residenziali. Ogni comparto funzionava come
indicatore attendibile dell’andamento del mercato, a patto di valutare i dati nel contesto della stagionalità.
Nel residenziale c’era un bel pacchetto di biglietti: Muhieddine,
e consorte che volavano come ogni anno a Il Cairo, i fratelli Zhang
in partenza per Pechino, da non confondere con quell’altro Zhang,
titolare del ristorante cinese che va sempre a Canton e che sta sotto
al casellario aziende. Poi la signora Hoffler, all’inseguimento delle
ultime novità di vita ad Amsterdam, un gruppetto di americani della base Nato che tornavano a ossigenarsi per qualche giorno negli
States.
“Non c’è male dai” si rincuorò Guido. “Ah ecco: Floridia e moglie che vanno per parenti a Catania.”
Sulle buste che contenevano i tagliandi di volo suddivisi per prenotazione, Guido esigeva che oltre al nome fosse sempre segnato
in pennarello anche il numero dei biglietti contenuti.
“Come mai Floridia ha tre biglietti, Paola?”
“Non è la prima volta che ne prende tre, deve essere già successo anche l’anno scorso mi sembra.”
“Chi è il terzo?”
“Una certa Laura.”
“E chi è “
“Che ne so? Floridia prenota per telefono e manda un collega a
ritirarli.”
138
La donna accanto
Guido estrasse i biglietti dalla busta per dare un’occhiata: Floridia
Salvatore, Busnardo Enza, De Biasi Laura.
“Questa poi” pensò. “Certo che tra un impegno e l’altro li ho
davvero trascurati gli amici. Passi pure per altri, ma Salvatore no.
Fianco a fianco per tanti anni a coprirsi le spalle l’un l’altro, a incoraggiarsi e a tenere duro nei momenti cattivi. Santi beati come passa il tempo!”
Davvero era così tanto che non vedeva più Salvatore?
Possibilissimo.E dire che proprio Salvy era stato uno dei primi nuovi
clienti che Guido era riuscito a portare in agenzia dopo averne assunto la direzione. Molti anni prima, la sua buona stella lo aveva
condotto tra le braccia di una ragazza di famiglia facoltosa: immobili in città e una delle più antiche e conosciute agenzie viaggi nel cuore
del centro storico, gestita dai genitori di lei che tuttavia stavano per
lasciare l’attività. L’occasione era troppo ghiotta, come si faceva a
chiudere gli occhi davanti a tanto ben di Dio?
Si erano sposati, lui aveva riposta nell’armadio la divisa chiudendola in un sacchetto con della canfora contro le tarme, ed era subentrato agli stanchi suoceri nella gestione dell’agenzia. Niente più problemi economici, altri ritmi di lavoro, libertà, la moglie a scuola a
insegnare. Aveva lasciato l’Arma per una vita più tranquilla; a malincuore però.
Come c’era rimasto male Salvatore, quando aveva visto Guido
andarsene! Anche se lo capiva. Forse, se avesse potuto anche lui,
Salvy, … ma la sua ragazza non era di famiglia ricca; benestante sì,
ma non tanto da consentirgli un cambiamento radicale di vita. Ma
forse no, perché Floridia era uno di quelli che la divisa dell’Arma ce
l’hanno nel dna. Guido alla fine si era consolato pensando che, se
anche Salvatore avesse avuto la possibilità di cambiare, nondimeno sarebbe rimasto.
Per qualche tempo non si erano persi di vista: troppe le storie
passate insieme. Ma poi gli impegni con il lavoro, il figlio di Guido
che iniziava a dare seri grattacapi … insomma con il passare degli
anni la frequentazione s’era allentata. Benvenuta questa Laura se
forniva l’occasione di riallacciare un’amicizia trascurata.
“Paola, trovami il numero di Floridia” chiese allora con il tono di
chi è abituato a dare ordini.
La donna accanto
139
“Dovrebbe essere qui, nel registro dati clienti” borbottò lei aprendo
un raccoglitore e andando sicura alla lettera effe.
“Grazie, sei un tesoro” disse lui sbirciandole il décolleté.
“Pronto, Floridia?”
“Mi scusi, cercavo Floridia … Ah, ho capito … grazie, buongiorno.”
“Non corrisponde” chiese Paola.
“Sono anni che non ha più questo numero, risponde un’altra
famiglia. Dai un’occhiata sull’elenco telefonico per favore; chi hai detto
che viene a prendere i biglietti?”
“Il signor Floridia manda un collega, non so chi è.”
“E come paga?” Domandò Guido ponendo nuovamente mano
al telefono.
“In contanti … No, non lo trovo sull’elenco.”
“Pronto Carabinieri? …Cerco l’appuntato Floridia… Va bene, il
brigadiere Salvatore Floridia, tanto meglio….È brigadiere adesso –
comunicò Guido rivolto alle ragazze. – E bravo Salvatore! Ah, certo, mi scusi, è l’Agenzia Viaggi Gulliver… Perché mi serve la firma
per il trattamento dei dati personali. … No, vede, in realtà è nostro
cliente da anni, ma non abbiamo avuto occasione di …. Mi lasci
almeno … Va bene, allora se può riferire che ha telefonato Guido
dell’agenzia viaggi, lui mi conosce bene. Se può passare agenzia a
ritirare personalmente i biglietti perché c’è il discorso sulla privacy
da sistemare, solo questo. Me lo può fare il favore?” Riattaccò il ricevitore commentando: “Quante storie, ragazzi!”
“Al servizio del cittadino, eh?” ridacchiò Giulia.
“La mia non è una critica. Sono stato carabiniere anch’io e so com’è;
dico solo che quando lasci andare il filo di qualcosa, poi è laborioso
riacciuffarlo. Con Floridia ci siamo persi di vista e avrei piacere di scambiare
quattro chiacchiere, ma spiegalo a quelli lì se sei capace!
Speriamo che gli riferiscano il messaggio. Altrimenti pazienza, che
vuoi che ti dica. Solo che adesso, quando hai detto che passerà a
prendere i biglietti? … Per quand’è il volo?”
“Il weekend della prossima settimana.”
“Oggi è mercoledì … e come si fa a sapere quando passerà di qua?
Se arriva che io non ci sono, prendete tempo con i moduli del trattamento dati, chiedetegli di aspettarmi un attimo e avvisatemi subito,
che se non sono fuori città, in dieci minuti al massimo sono qui, intesi?”
140
La donna accanto
****
Salvatore era di buon umore quel tardo pomeriggio in cui si recò
a ritirare personalmente i biglietti. Al termine dell’orario di lavoro aveva
chiesto al collega che stava al volante di effettuare una deviazione
prima di rientrare in caserma. Dai finestrini della gazzella entrava un
gradevole profumo proveniente dagli enormi tigli in fiore che fiancheggiavano il viale fin dentro il perimetro della zona a traffico limitato.
Una fragranza rilassante che gli ricordava il miele e la dolcezza dei
pendii delle colline dove qualche volta si era recato per una passeggiata
in compagnia di Enza e della piccola Laura.
“È una fortuna – commentò Salvatore rivolto al collega seduto
a fianco – è una fortuna poter entrare nel traffico limitato con l’auto
di servizio. Se non sei un autorizzato il centro è di una tale scomodità!”
Si fermarono ai bordi dell’area pedonale e Floridia chiese all’appuntato di aspettarlo: avrebbe fatto in un attimo perché doveva solo
ritirare dei biglietti e scarabocchiare una firma.
Come da istruzioni ricevute, le ragazze dell’agenzia lo trattennero giusto il tempo per consentire al signor Guido di arrivare.
“Ehi, chi si rivede! – esclamò Salvatore quando scorse l’amico.–
Continui a lavorare e non ti sei ancora dato alla bella vita?”
“Salvy! – lo salutò pomposamente Guido – come stai? Macché
bella vita del piffero! Ci tocca lavorare a noi, lavorare e tirare la carretta!
Ma si può sapere dove eri finito?”
“Ah! Perché tu, invece?” – replicò Salvatore.
“Ho saputo che hai cambiato casa, oppure hai soltanto cambiato telefono? Ti ho cercato al vecchio numero ma mi hanno risposto
altri.”
“Eh! – sospirò Floridia – quella è una storia che mi ha lasciato un
amaro in bocca che non ti dico.”
Ed effettivamente motivi di rammarico per quella vicenda ve ne
erano, non tanto per la casa in sé, ma per quello che ci stava dietro.
Il fratello di Enza, Pietro, e sua moglie, raccontò Salvatore, erano andati
ad abitare nell’altra porzione della villetta bifamiliare in cui già abitavano lui ed Enza, sicché le due coppie si erano trovate gomito a
gomito. All’inizio quella era parsa una cosa positiva.
“Ricordi quando ti raccontavo di quelle discussioni pazzesche con
La donna accanto
141
mio cognato? Quello era ancora poco, il peggio doveva ancora venire,
e purtroppo non è stata né colpa sua né colpa mia. Ma a causa della
disgrazia la situazione è degenerata e non mi è più stato possibile
rimanere in quella casa.”
“Quale disgrazia?” gli domandò Guido strabuzzando gli occhi.
“Ma dai! Possibile che non lo sai? I giornali ne hanno parlato per
mesi.”
“Ti giuro, non ne so niente” si scusò Guido.
“E beh, forse perché non avevi presente, o non ti ricordavi il
cognome di mia moglie.”
La tragedia si era abbattuta sulla famiglia di Pietro un giovedì
qualsiasi: all’uscita da scuola il figlio Samuele era nel mezzo della
confusione che fanno i ragazzini quando sembrano caprioli liberati
dopo giorni di gabbia. Fatto sta che Samuele si era trovato giù dal
marciapiede proprio mentre un disgraziato sopraggiungeva in auto
a velocità sostenuta. Era stato investito e sbattuto di lato, mentre la
macchina sbandava e terminava la corsa contro un muretto. Nonostante i soccorsi tempestivi il ragazzo non era riuscito a cavarsela. La
polizia e i carabinieri arrivati subito dopo l’incidente, avevano rilevato che il guidatore aveva dell’alcol nel sangue, appena sotto il limite consentito, per cui era stato accusato di omicidio colposo ed
eccesso di velocità, senza l’aggravante della guida in stato di ebbrezza.
Di lì a qualche tempo, l’avvocato dell’incriminato, professionista
in gamba, aveva avanzato richiesta di nuovi accertamenti autoptici
per verificare se la morte del ragazzo fosse dovuta alle ferite riportate dall’urto contro l’auto o non piuttosto dall’impatto con le barriere architettoniche, vale a dire i gradini, che secondo legge dovrebbero essere ridotte al minimo nelle immediate vicinanze di un luogo
pubblico, com’è una scuola. Un cavillo inverosimile, ma legittimo.
Infatti, nel presentare l’istanza, il legale aveva fatto leva sulla pochezza
dei danni causati all’auto dall’impatto col ragazzo, dal quale fatto si
poteva desumere che le ferite provocate dall’investitore potevano
anche non essere state determinanti per il decesso.
Nel frattempo erano trascorsi diversi mesi dai funerali e la vicenda
era stata ripresa più volte sulle pagine di cronaca locale. Infine, il giudice
aveva acconsentito a far riesumare la salma per una nuova autopsia. Uno strazio per la famiglia.
142
La donna accanto
Il giorno stesso della disgrazia Pietro si era scagliato contro Salvatore chiedendogli conto dell’accaduto. L’aveva insultato, lui e tutta
la sua schiatta, accusandoli di essere dei farabutti che tendono imboscate a chi supera il limite di pochi chilometri orari e lasciano gli
ubriachi liberi di ammazzare la gente per la strada.
“Le strappo io le vostre ragnatele! – aveva gridato contro Salvatore. – Vi lego e poi vi appendo tutti!!”
“Ma di che parli?! – si era difeso Floridia cercando di defilarsi.
“Siete come ragni che aspettano le mosche! – aveva inveito Pietro. – E cosa siamo noi per voi se non delle mosche, eh? È facile con
persone che corrono per sbarcare il lunario. Quando ci saranno più
beduini che italiani per le strade, allora vedremo come ve la caverete.”
La moglie di Pier, che di solito cercava di moderare i toni tra i
due, era ammutolita dal dolore, stravolta dalla disperazione
“Insomma – raccontò Salvy – già era difficile prima, ma dopo il
fatto era diventato impossibile. Pensa che per evitare storie cercavo di anticipare o posticipare l’entrata o l’uscita da casa per essere
certo di non incontrarlo: una iena. Credo che mi avrebbe visto volentieri morto. Tu cosa avresti fatto al posto mio?”
“Ah, Salvatore, che tristezza! Mi dispiace! Cosa vuoi che dica,
probabilmente avrei fatto anch’io quello che hai fatto tu. Adesso mi
viene in mente, sì è vero, sono andati avanti un bel pezzo con quel
caso.”
A malincuore, Salvatore aveva informato la moglie dell’opportunità di trasferirsi. Lei aveva cercato di convincerlo che col tempo
la situazione sarebbe tornata vivibile. Ma Salvatore conosceva troppo
bene l’odio che può covare nell’animo di un uomo, ne aveva timore e ne diffidava.
“Lo sai anche tu – disse rivolto a Guido. – In questi casi è necessario frapporre una distanza fisica tra l’astio che cova sotto la cenere e l’oggetto dell’odio. In quel caso l’oggetto dell’odio ero io; ne ho
viste troppe di storie finite male. Non è assolutamente vero che il tempo
guarisce e quando c’è del pus si deve pulire, altrimenti si sviluppa
la cancrena.”
Siccome Enza non intendeva dare credito ai suoi timori, senza dirle
niente Salvatore aveva cercato un appartamento in affitto. L’ave-
La donna accanto
143
va arredato alla meglio e una sera, al ritorno dal lavoro, aveva infilato le chiavi nella porta della nuova casa. Aveva subito telefonato
a Enza.
“Dove sei?” aveva chiesto lei.
“Sono a casa” aveva risposto lui con pacatezza.
“Dai Salvatore, non scherzare.”
“Non sto scherzando, sono a casa. Mi faccio una doccia e poi mi
infilo a letto, anche senza cena. Domattina devo alzarmi prima del
solito.”
“Ma cosa …?”
“Prendi carta e penna.”
“Salvatore cosa succede?” la voce di Enza aveva iniziato a tradire l’agitazione.
“Scrivi l’indirizzo della nostra nuova casa: Via Calle Antichetta 7/
B. Io sono qui, se vuoi venire anche tu mi fa più che piacere, come
puoi immaginare, ma se non vuoi raggiungermi me ne farò una
ragione” aveva detto con determinazione Salvatore.
“C’è modo di dormire comodi?”
“Come no! Ho acquistato un letto matrimoniale identico al nostro, nemmeno te ne accorgerai che è un altro. Dai Enza, non cambia niente! Anzi, cambia in meglio. Mi spiace per tuo fratello, ma non
voglio passare il resto della vita a sentirmi colpevole di concorso in
omicidio. Quello sta diventando paranoico … abbiamo già i nostri
problemi.”
Enza era rimasta imbambolata, davvero non si era resa conto di
quanto quella situazione pesasse al marito. Aveva raccolto poche cose
in una sacca e dopo circa venti minuti stava suonando il campanello
al numero 7/B di Via Calle Antichetta.
“Che nome curioso” aveva pensato “una calle. Mica siamo a
Venezia!”
L’appartamento era più piccolo del loro, ma di spazio ce n’era a
sufficienza e la tranquillità valeva bene qualche rinuncia.
Affittarono il vecchio appartamento, destinando il canone che ne
percepivano al pagamento che dovevano effettuare a loro volta,
concedendosi qualche piccolo sfizio con la differenza tra l’incassato e il versato.
“Credo che tu abbia agito per il meglio Salvatore – disse Guido
144
La donna accanto
che seguiva con attenzione il racconto dell’amico. – Senti, ti va di
prendere un aperitivo? Poi ti accompagno fino alla macchina.”
Salvatore accettò con entusiasmo, poi si batté la mano sulla fronte.
“Accidenti! Ho lasciato l’appuntato ad aspettarmi nella volante. Gli
ho detto che sarebbe stata una questione di cinque minuti e invece…” Guardò l’orologio e fece una smorfia desolata. “Adesso lo
chiamo e gli dico che può andare.”
“Certo, poi, se hai bisogno di un passaggio, ti posso accompagnare io fino a casa” propose Guido.
“Ecco i suoi biglietti signor Floridia – si intromise Paola porgendo i tagliandi. – Grazie per aver scelto la nostra agenzia, dovesse avere
altre necessità siamo a sua disposizione.”
****
Nonostante il sole stesse scomparendo dietro gli edifici, faceva
ancora molto caldo, un caldo umido e fastidioso..
“Come va la famiglia Guido? – chiese Salvy sedendosi a un tavolo all’aperto del bar – tua moglie e tuo figlio stanno bene?”
“Per stare bene stanno bene, sono altre le cose che non vanno.
Ma tu piuttosto, proprio niente? Nessun erede in arrivo?”
“Eh, Guido, Guido mio … ce l’avevamo quasi fatta sai” sospirò
Salvatore raschiandosi la gola, palesemente rattristato.
A quelle parole l’amico non ebbe il coraggio di chiedere altro, ma
lasciò che fosse l’ex collega a raccontare, se desiderava farlo. Era
bastata poco più di mezz’ora insieme per recuperare quello spirito
di fratellanza condiviso per anni: parlare tra loro era quasi come
dialogare con se stessi. Allora Salvatore lo informò di tante cose
accadute da quando non si erano più frequentati.
Al ritorno dal movimentato fine settimana in Slovenia, con quei
due scatenati di Sonia e Mauro, Enza e Salvatore erano galvanizzati,
euforici: avevano vissuto la vittoria sulla tentazione del tradimento
come una bella prova dell’amore che ancora nutrivano l’uno per l’altra.
Il lunedì successivo Enza aveva promesso a Salvatore che si
sarebbe impegnata nella dieta bilanciata e il marito l’aveva assicurata che, oltre che per il suo bene, a lui faceva piacere in ogni caso
avere accanto una donna attraente. Aveva aggiunto che si sarebbe
La donna accanto
145
dato da fare per organizzare qualche scampagnata in compagnia di
amici scelti e magari qualche cenetta.
Enza era rincuorata, rafforzata dalla certezza che Salvatore l’amava,
nonostante tutte le preoccupazioni che lei gli stava dando. Era convinta che sulle basi tenaci di quel nobile sentimento sarebbero riusciti a costruire qualcosa di nuovo, perché credeva di avere ancora
la possibilità di farlo. Meditava di sottoporsi all’inseminazione artificiale.
“Fanno i miracoli!” si era detta “Perché non ci ho pensato prima?”
Nella sua fantasia appariva tutto incredibilmente chiaro e semplice: bastava parlarne a Salvatore e stabilire una data, era sufficiente
perdere qualche giorno negli ambulatori, poi bastava far trascorrere nove mesi, quindi rimaneva la tribolazione del travaglio; sarebbe stata disposta anche a ore di sofferenza pur di poter sollevare tra
le braccia il figlio da mostrare a suo marito, ai parenti, a tutti.
Nella sua mente era così logico il percorso da intraprendere, non
c’era tempo da perdere. Doveva assolutamente parlarne con qualcuno, ma chi? Salvatore non sarebbe tornato prima di sera e lei non
poteva aspettare tanto. Sua madre.
Era salita sulla sua utilitaria dirigendosi verso la vecchia casa, dove
era cresciuta e dove abitavano ancora il papà e la mamma. Per restare in contatto, le due donne avevano usato prevalentemente il
telefono, anche se ultimamente meno di frequente rispetto al tempo in cui, sull’onda dei successi lavorativi, Enza faceva rapporto
cercando l’approvazione della madre la quale, dal canto suo, pareva un generale in attesa delle novità dal fronte, e si congratulava per
i risultati ottenuti senza poter immaginare il prezzo di quei successi
in termini di costi umani.
Questa volta Enza voleva parlarle di persona e dirle che le cose
erano cambiate, che il tempo stava tornando al bello, che lei avrebbe
marciato sicura verso l’obiettivo cogliendo alla fine la meritata vittoria. Voleva dirle che non si era sbagliata sul conto di sua figlia, che
la sua Enza era veramente la donna completa che si era prodigata
a crescere. Doveva assolutamente farle sapere che era solo questione
di mesi, e poi sarebbe passata per casa a salutare lei e suo padre con
un fagottino bianco da cui sbucano un paio di occhietti irrequieti.
146
La donna accanto
Impiegò oltre mezz’ora ad arrivare davanti al cancello.
Nel frattempo l’entusiasmo e la sicurezza che le erano divampati
dentro avevano già iniziato ad affievolirsi, sentiva soprattutto la stanchezza perché non era più abituata a guidare nel caos del traffico.
Parcheggiata l’auto alla meglio, si era fermata un istante, immaginando
la porta di casa aprirsi e la faccia meravigliata della madre. Probabilmente
le avrebbe detto: “Ciao Enza, che sorpresa! Qual buon vento?”
“Già” si chiedeva Enza “qual’era il buon vento che l’aveva sospinta fin lì?”
Poi la madre l’avrebbe probabilmente baciata sulla guancia,
facendola accomodare nel salottino al piano terra. Non si erano più
abbracciate dal giorno del matrimonio. Enza aveva abbracciato tante
amiche, qualche amico anche, ma non aveva più abbracciato sua
madre.
Avrebbe dovuto raccontarle qualche novità …Ma quali novità?
Che Salvatore l’amava? Invece, avrebbe voluto dirle che non era stato
un vento a spingerla fino a lei, non c’erano novità, ma un grande e
inconsolabile vuoto dentro; che desiderava essere abbracciata, che
voleva essere stretta dalle mani che l’avevano accolta in questo mondo,
voleva sentire di essere accettata anche da sconfitta, voleva sentire
di essere amata anche se temeva di averla delusa.
Aveva alzato una braccio per suonare il campanello, ma il dito
non aveva premuto il pulsante. Era rimasta sospesa, guardandosi le
mani, vuote. “Qual buon vento?”
Allora aveva volto gli occhi in alto, gemendo verso il cielo e, risalita in macchina, si era allontanata chiedendosi cosa diavolo le fosse
saltato in testa.
La forma delle cose, le auto, la strada i colori dei semafori, tutto
appariva deformato attraverso la lente delle lacrime. Aveva dovuto
accostare per calmarsi e asciugare le guance madide.
In quella zona c’era la bifamiliare in cui lei e Salvatore avevano
vissuto alcuni anni; qualche chilometro dopo passò davanti alla chiesa
dove avevano celebrato il funerale del piccolo Samuele e sentì il
bisogno di visitarne la tomba.
Non ricordava esattamente dove fosse sepolto, così chiese aiuto
a un operaio che stava caricando su un motocarro un cumulo di fiori
in putrefazione.
147
La donna accanto
“Non ne ho idea, signora” aveva risposto l’uomo cercando di
nascondere lo stupore per la domanda precisa che Enza gli aveva
rivolto, come se, lavorando per il camposanto, egli fosse tenuto a
conoscere per nome tutti gli inquilini.
“Se ricorda l’anno è più facile – aveva aggiunto l’operaio – perché sia le fosse che i loculi sono in ordine d’annata.”
La ricerca ebbe buon esito ed Enza sostò svuotata davanti alla foto
sorridente sulla lapide. Poi si era messa a vagare tra le sepolture
osservando i fiori finti, quelli secchi e quelli vivi, le croci e le forme
dei marmi, soffermandosi qua e là a leggere i nomi, le dediche, le
date di nascita e di morte. Sentiva un’attrazione provenire da certi
occhi incastonati nei volti immobili delle foto, volti di persone all’incirca
della sua stessa età. Era tutto molto inquietante.
“Dove sei stata, cos’è successo?” le chiese Salvatore che si era
seriamente preoccupato non trovandola al suo rientro. Aveva anche provato a chiamarla al cellulare, ma il telefonino s’era messo a
trillare sul divano.
Enza aveva farfugliato delle mezze risposte: era stata dai suoi, poi
al cimitero, quindi in centro a controllare chissà cosa presso un negozio. Non si era resa conto che fosse così tardi, e senza neppure
spogliarsi si buttò sfinita sul letto.
Salvatore trovava strano che a un tratto Enza trascorresse ore a
girare per la città. Dopo aver cenato da solo, al momento di coricarsi
aveva tolto le scarpe alla moglie infilandola sotto le lenzuola.
Ma già dal venerdì della stessa settimana lui si era reso conto che
c’era davvero qualcosa di serio che non andava. Enza era cupa in
volto, come avesse qualcosa di scuro all’interno, sotto la pelle, e aveva
iniziato a fare strani discorsi.
****
Strani discorsi sulla gente che si risposa dopo che il marito o la
moglie sono morti.
“Cosa dici Enza!? – le chiedeva Salvatore perplesso. – Certo, sono
cose tristi, si sa che possono capitare, ma non vedo che utilità può
avere parlarne adesso.”
“Ma supponiamo che io muoia, ti risposeresti?”
148
La donna accanto
“Come faccio a saperlo, lo stesso potrei chiederti io non ti pare?
E poi, cosa mi fai dire…”
“Rispondi e basta: se io dovessi morire ti risposeresti o no?”
Salvatore aveva iniziato ad avvertire brividi di tensione. Per esperienza sapeva che tale sensazione non gli aveva mai portato nulla
di buono; ma non poteva fare altro che continuare ad annaspare in
quel mare buio con una sola mano, perché con l’altra si sforzava di
tenere a galla Enza. Doveva continuare a nuotare senza pensare al
fondo scuro che stava sotto di loro, evitando di pensare che quell’oscurità poteva nascondere l’abisso dal quale non c’era ritorno.
Poi, dopo un paio di settimane Enza aveva iniziato a sentirsi
peggio. Era ancora più svogliata del solito, più che stanca pareva
spossata, desiderando tornarsene a letto subito dopo che s’era alzata. Nessuno dei sintomi tuttavia era tale da farle sospettare di essere incinta; d’altra parte, a forza di frustrazioni, quello era l’ultimo
dei pensieri che avrebbe potuto avere. Salvatore, nel frattempo, si
era preparato al peggio, dal suo punto di vista, vale a dire una consulenza psichiatrica.
Di lì a qualche giorno il malessere si era concentrato nell’addome, così avevano pensato a disturbi dovuti all’irregolarità del ciclo.
Nello stato confusionale in cui si trovava, Enza non si era curata di
avvisare il marito riguardo a delle perdite di sangue, da prima leggere, poi sempre più insistenti. Se ne era dovuto accorgere lui quando
una sera, tornato a casa, l’aveva trovata riversa sul tappeto del salotto con i pantaloni inzuppati. Aveva cercato di rianimarla, ma poiché
non dava segno di riprendersi ed era fredda, l’aveva trascinata in
ascensore, da quello all’ auto e quindi al pronto soccorso.
Era in coma, spedita d’urgenza in sala operatoria lasciando Salvatore a penare in attesa di sapere cosa le stava accadendo.
Dopo quasi tre ore era comparso il chirurgo con il volto scuro come
un temporale.
“Quanto aveva intenzione di aspettare ancora prima di portarcela” gli aveva chiesto con un ghigno poco amichevole, per nulla
intimorito dall’uniforme che Floridia non aveva neppure avuto il tempo
di togliersi. “Forse voleva veder scorrere il sangue a fiumi?”
“Mi scusi dottore – si era difeso Salvatore – sono rientrato stasera trovandola in quello stato, ma le assicuro che stamane, quan-
La donna accanto
149
do sono uscito di casa, non stava peggio degli altri giorni.”
“Almeno lo ammette: l’emorragia deve essere iniziata per lo meno
una settimana fa.”
“Mia moglie soffre di depressione, ma non ha mai avuto problemi di emorragie” aveva esclamato Floridia strabuzzando gli occhi.
“Parlo di una gravidanza, mio caro signore, non mi dica che non
ve ne eravate accorti.”
Salvatore pareva inebetito: si sentiva sprofondare in una voragine apertasi improvvisamente sotto i suoi piedi.
“Gravidanza extrauterina – era stata la precisazione dell’uomo in
camice – una su cento, ma purtroppo succede.”
“Che significa?” chiese Salvatore paonazzo.
“Significa che l’ovulo fecondato invece di scendere nell’utero si
impianta nella tuba. Qui inizia a crescere, ma siccome non c’è spazio preme le pareti del condotto, le deforma, infine lo fa scoppiare
causando una emorragia interna. Mi scusi lo sfogo – aveva aggiunto il chirurgo ritrovando un tono professionale – ma era un pezzo che
non mi capitava di vedere una emorragia di tali dimensioni. Mi creda,
ancora poche ore e sua moglie sarebbe morta dissanguata.”
Il brigadiere non si reggeva ed andò a sedersi con la testa tra le
mani; allo spavento di perdere improvvisamente Enza s’era aggiunta
quest’altra mazzata incomprensibile. … un figlio?!
“E adesso come sta?”
“È troppo presto per dirlo. Non voglio spaventarla, abbiamo
eseguito delle trasfusioni, ma in casi del genere la prudenza è d’obbligo.”
“E …voglio dire … il bambino?” balbettò ingenuamente Floridia,
incapace di accettare l’evidenza.
“Sta scherzando, spero! Abbiamo dovuto asportare l’ovaio, la tuba
e una porzione di utero! Senta adesso ho altro da fare, se ha bisogno di qualcosa può rivolgersi agli infermieri.”
Ci vollero molti giorni perché Enza si riprendesse. Con le dovute maniere la informarono che in seguito non avrebbe più potuto avere
figli. Ad assisterla si era prodigata la madre, la quale si era offerta anche
di riassettare la casa che stava andando a rotoli, nonostante la buona
volontà di Salvatore. Avrebbe continuato a dare una mano anche
dopo il ritorno di Enza a casa, se non fosse che la figlia mal soppor-
150
La donna accanto
tava la sua presenza. Non che le dispiacesse vedere la madre, ma
non ne gradiva l’ingerenza nelle faccende domestiche, a prescindere
dal fatto che lei stessa non avesse la voglia, né la forza per sbrigarle.
Grazie a quel moto viscerale che si manifesta tra consanguinei,
la signora Busnardo comunicava e faceva pesare alla figlia l’amarezza di dover assistere alla deriva della prole, dacché le toccava
raccogliere i cocci non solo della vita di Enza, ma anche quelli che
suo fratello Pietro stava frantumando con la moglie Giusy.
Enza sentiva pressante la delusione della madre e non appena
fu in grado di reggersi in piedi si fece consegnare la copia delle chiavi
di casa, che Salvatore aveva dato alla suocera, dicendole chiaramente
che si sarebbe arrangiata da sola. Poiché tuttavia non riusciva ad
arrangiarsi, alla fine Salvatore dovette ricorrere alle prestazioni di una
collaboratrice domestica.
La convalescenza fu difficile, soprattutto per le condizioni psicologiche di Enza che stava abbandonata sul divano per intere giornate, spaventata dalla prospettiva di tornare a lottare per una
quotidianità senza scopo, in un campo già cosparso di rovine. Nei
momenti di maggior sconforto arrivava a pensare che forse … se
Salvatore l’avesse lasciata andare …
In compenso, proprio Giusy, la cognata, aveva ripreso a frequentare assiduamente casa sua per sfuggire alle angherie del marito, dato
che le manie di persecuzione avevano fatto decisamente perdere a
Pietro il contatto con la realtà.
Dopo la morte del figlio e l’allontanamento di Salvatore ed Enza,
egli aveva diretto il suo malessere su Giusy, giungendo alle mani negli
ultimi tempi. Per questo sua moglie era spaventata.
“Non so proprio cosa consigliarti” le diceva Enza che pur bisognosa di conforto si trovava nella condizione di consolare l’amica,
più che la cognata.
Un giorno Salvatore aveva ricevuto una telefonata dalla moglie:
bisbigliava al punto che lui le chiese di alzare la voce perché non
riusciva a capire cosa stesse dicendo. Lei lo stava chiamando dal bagno
di casa e parlava piano per non farsi sentire da Pietro che stava litigando con la moglie. Pier si era fatto aprire con una scusa, e, una
volta in casa, aveva iniziato a dare i numeri accusando Enza e Salvatore di istigare Giusy contro di lui.
151
La donna accanto
Il brigadiere non era in grado di intervenire, ma fece in modo che
nel volgere di pochi minuti una pattuglia piombasse in casa sua
contestando a Pietro violazione di domicilio e molestie.
La situazione rimaneva pericolosamente grave e Floridia si convinse che era arrivato il momento di usare le maniere forti per evitare guai peggiori. Enza era contraria, trattandosi di suo fratello, ma
non sapeva cosa suggerire in alternativa, sicché Pier fu segnalato ai
servizi sociali e sua moglie Giusy fu istruita sul come sciogliere delle
polverine calmanti nelle pietanze senza destare sospetti.
Tutto quel trambusto si era sommato alle condizioni psichiche
già disastrose di Enza, obbligandola a incrementare notevolmente
l’assunzione di psicofarmaci. Altro che compressine che avrebbero
dovuto infonderle fiducia!
****
“Ti assicuro – confidò Salvatore all’amico Guido – perdere un figlio
ancora prima di averlo trovato è qualcosa di sconvolgente, e accorgerti
che quel figlio che cerchi e desideri in ogni modo mette a rischio la
vita della madre…. Sangue del tuo sangue …ancora non sai che c’è
…. non hai neppure pensato al nome … come possono succedere
cose del genere? Ancora oggi faccio fatica a farmene una ragione.”
Guido ascoltava Salvy in silenzio, stentando a riconoscere nel tono
del racconto il Floridia sicuro e determinato che ricordava: nella modulazione
delle parole, nello smarrimento della mente in pause oltre la logica, nello
sguardo assente era palpabile l’intera gamma dei tormenti e dei dubbi
che erano passati come un uragano nei pensieri di Salvatore. Avvertiva
tutta la forza di uno shock che separa per sempre le convinzioni di un
tempo da una nuova concezione della vita.
“Mi dispiace, accidenti se mi dispiace – disse Guido quando
Salvatore si interruppe emettendo un sospiro disarmante. – Veramente non ne sapevo niente. Ma perché non ti sei fatto vivo? Gli amici
servono anche a superare momenti difficili. Te ne ricordi, eh? Lo
dicevamo sempre quando eravamo nella fogna fino al collo. Io me
li ricordo quei momenti, quando non ce la facevo più te ne parlavo, tu mi urlavi addosso, mi facevi ragionare, mi incoraggiavi, finché trovavo la forza per andare avanti.”
152
La donna accanto
“Come vedi sono andato avanti lo stesso – gli rispose Salvy sommesso, stirando il volto in una smorfia di rammarico. – Comunque
hai ragione, avrei anche potuto chiamarti; ma non ero tanto io quello
che aveva bisogno di essere consolato e incoraggiato. Quello che mi
preoccupava erano le condizioni di Enza dopo una batosta del genere. Mi domandavo cosa ne sarebbe stato di lei… avevo paura di
non farcela a starle vicino.”
“Posso solo immaginare quanto deve essere stato duro. E adesso come sta Enza?”
“Fortunatamente le cose sono migliorate, ho incontrato una
persona eccezionale. Dire che ci ha dato una mano è poco, diciamo che ci ha praticamente salvati. Sarebbe un po’ lungo raccontarti,
ma credo che senza il suo aiuto saremmo affogati entrambi.”
“Se non hai fretta puoi anche raccontarmelo adesso. Anzi – propose
Guido – cosa ne dici se andiamo a mangiare qualcosa, tu e io. C’è
un localino qui dietro, roba leggera perché, come vedi, sto litigando con il peso.”
Floridia accettò di buon grado, pensando che nonostante i baci
e gli abbracci non era affatto scontato tornare a frequentarsi regolarmente come ai vecchi tempi.
“Senti Salvatore – continuò Guido cercando l’approccio conveniente per introdurre l’argomento. – Tu penserai che sono curioso,
ed è vero, lo sono sempre stato, ma non me ne faccio un cruccio,
mi conosci. No, il fatto è che casualmente ho visto i tre biglietti che
hai acquistato, uno per una certa Laura …”
“Laura De Biasi” lo interruppe Floridia.
Guido fissava Salvatore senza parlare, aspettandosi che fosse lui
a dirgli chi era Laura.
“Ah! Tu vorresti sapere?” chiese falsamente stupito Salvy.
Guido quasi sbavava dondolando affermativamente il capo.
“Come ti ho detto è una storia lunga, comunque, nonostante le
disgrazie abbiamo incontrato una persona che ci ha cambiato la vita.”
“Questa Laura, suppongo” intervenne l’amico scalpitando dalla voglia di conoscere quella novità.
“Hai ragione – confermò Floridia dopo un attimo di esitazione.
– Abbiamo incontrato non una, ma due persone che ci hanno cambiato la vita: questa Laura e un certo Silvano.
La donna accanto
153
“E dunque? Quanto vuoi farti pregare per parlare?” Incalzò Guido
che non stava più nella pelle, stupito e anche un po’ dispiaciuto della
reticenza di Floridia.
Salvatore, in effetti, era titubante perché aveva sempre protetto
quella storia come si farebbe con un tesoro, al sicuro da sguardi e
commenti indiscreti. Infatti, a parte i diretti interessati, nessun altro
era al corrente di come stavano veramente le cose.
“Ma per Guido, l’amico fidato” pensava il brigadiere “forse per
lui si poteva fare un’eccezione.”
Infine si decise: “Allora, apparentemente è successo per caso. Ho
incontrato questo Silvano e ho scoperto che è un veggente, uno di
quelli che ti chiamano per nome senza conoscerti e che solo a guardarti
sanno che problemi hai, tu e tua moglie…”
“Un santone” suggerì Guido.
“Non so se santone è la parola giusta – precisò Salvatore – lui si
fa chiamare semplicemente Silvano. Però è certamente dotato di
capacità straordinarie, eppure, credimi, è di una semplicità! Semplice
come non ho mai incontrato nessuno.
“E quanto costa questa semplicità?”
“Ma è proprio questo che ti dico: non mi è mai stato chiesto un
centesimo.”
“Forse, visto che ha tutte le capacità che dici, è venuto a sapere
che sei carabiniere – sentenziò Guido accentuando il tono polemico – e vuoi che venga a chiedere i soldi proprio a te?”
“Se è per questo l’ho conosciuto in servizio e pertanto ero in divisa.”
“Lo vedi che c’è qualcosa che non quadra!” insistette Guido.
“Guido, ascolta, non sono scemo, se chiedesse soldi me ne sarei accorto.”
“E allora che ci facevi in servizio da lui?”
“Accidenti – sospirò Floridia incassando il colpo basso – quanto
sono stato fortunato! Se me lo avessero raccontato probabilmente
non ci avrei creduto nemmeno io.”
“Salvatore! – si scusò Guido appoggiandogli saldamente una mano
sulla spalla – sia ben inteso che io ti credo, perché ti conosco. Ma so
pure che quella gente è furba. Quanto più sei in difficoltà, quanto
più senti il bisogno di aggrapparti a una speranza tanto più ne approfittano. Te lo dico perché ne ho conosciuti anch’io.
154
La donna accanto
“Ah sì, e come mai?”
“Perché non so più cosa fare con mio figlio, di studiare non ne
ha voglia, di lavorare nemmeno. Sta in giro, non si sa con chi e a
fare cosa. Abbiamo provato a non dargli più soldi, così s’è messo a
rubare. Capisci? Ru-ba-re! Deve ringraziare sua madre perché io gli
avrei spaccato le gambe… e sarebbe stato meglio, perché così almeno
se ne stava per un po’ fermo. Invece è sempre a spasso. Insomma,
ho tanta paura che ci sia cascato dentro: porta sempre le maniche
lunghe e non si fa toccare. Per me ha le braccia bucate, è così deperito. E pensare che potrebbe avere quello che vuole. Ma che ci devo
fare! Vuoi che ti dica la verità? Ho perfino pensato di denunciarlo.
Ma non servirebbe a niente. Se non fai qualcosa di grosso non te la
fanno neanche vedere la galera oggi. E poi, anche lo rinchiudessero chi vuoi che trovi là dentro?”
“Ne parli come fosse un criminale.”
“Perché lo è! E se non lo è ancora lo diventerà” proruppe Guido alzando la voce e controllandosi a stento.
“Prova a passare un po’ di tempo con lui” gli suggerì Salvatore.
“A fare che?”
“Stagli dietro – insistette Floridia – è ancora giovane, c’è tempo
per rimediare. Se non vuole seguirti lui, abbi la pazienza di seguirlo
tu. L’agenzia va avanti lo stesso anche se manchi per qualche mezza giornata, no? Problemi economici non ne hai, tua moglie lavora… lavora ancora tua moglie, sì?” L’altro annuì col capo. “E dunque? Chi vuoi che gli mostri la strada se non lo fai tu. Lo vuoi affidare agli assistenti sociali? A sedici, diciassette anni, quanti ne ha?”
“Diciassette” rispose Guido con un sospiro che esalava rabbia.
“Insomma – puntualizzò Salvatore riprendendo il filo del discorso – il tuo santone ti ha chiesto soldi.”
“Ma taci – disse Guido stizzito – e per combinare cosa poi?!”
“Ti avrà offerto un consiglio – tirò a indovinare Floridia – gli avrai
portato il ragazzo per farlo vedere, avrà pur fatto qualcosa.”
Ah, qualcosa l’ha ben fatta! – replicò l’amico. – Una fattura. Pensa
che avrebbe dovuto servire a creargli intorno un cerchio protettivo,
per isolarlo dalle cattive compagnie, roba da matti.”
“Davvero, proprio roba da non credere” pensava Salvatore ascoltandolo.
155
La donna accanto
E a questo proposito, Floridia andava con i ricordi a una vecchia
esperienza, molto sgradevole, dalla quale aveva appreso in merito
alle fatture più di quanto si possa fare con tanti discorsi o letture
esoteriche.
****
Si trovava di pattuglia, proprio con Guido. A quell’epoca provavano entrambi un certo gusto a far valere la forza che veniva dall’autorità: era un piacere sottile che garantiva soddisfazione al desiderio di riscatto che i due ragazzi del sud provavano nei confronti dei
nordici. Non si può dire che vessassero i malcapitati, assolutamente, poiché facevano semplicemente il loro dovere, ma gongolavano a vedere che ogni protesta, qualsiasi tentativo di resistenza andava a infrangersi miseramente contro lo scudo impenetrabile dell’uniforme. L’uniforme proteggeva nell’esercizio delle funzioni, ma
costituiva anche un vantaggio incolmabile su chiunque non avesse
nessuna divisa da esibire. Comunque, la vita mette tutti in riga, prima o poi.
Dunque, l’appostamento stava dando ottimi risultati: i due carabinieri erano particolarmente affezionati a quel luogo frequentato
anche da una gazza che, a intervalli regolari sorvolava radente la
vettura di servizio e planava a pochi metri di distanza.
Per gioco, Guido aveva preso l’abitudine di lasciare un piccolo
pegno alla gazza: dopo aver elevato la prima contravvenzione egli
appoggiava una moneta da cinquanta lire su un sasso, provando
spasso a vedere il volatile portarsela via stretta nel becco.
Tra le altre, era accaduto di fermare un’auto targata Livorno.
Abbassato il finestrino, il conducente si era rivolto a Floridia chiedendo
informazioni per raggiungere un paesino che stava abbastanza fuori
mano.
Salvatore l’aveva squadrato come a dirgli: ‘accànissciun’effésso’.
“Patente e libretto di circolazione” aveva tagliato corto.
“Mi scusi – aveva interrotto l’automobilista – sto girando da
mezz’ora e non riesco a trovare la strada.”
“Patente e libretto” aveva ripetuto Floridia.
“Va bene, va bene, adesso glieli do. Ecco patente … e libretto.”
156
La donna accanto
“Lei è in contravvenzione per eccesso di velocità” gli aveva contestato subito l’allora appuntato Floridia sciorinando la formula con
cadenza liturgica.
“Agente! – aveva protestato il toscano – guardi che l’eccesso di
velocità non c’è proprio, io me ne andavo piano perché sto cercando un’indicazione, mi sarei fermato ugualmente a chiedervi informazioni.”
“Se lei aveva intenzione di fermarsi non lo so; so che la velocità
era di molto oltre il limite consentito.”
Mentre l’appuntato Floridia metteva mano al modulo di contravvenzione, Guido aveva cercato di tenere calmo l’automobilista spiegandogli la strada che avrebbe dovuto percorrere per arrivare al
paesino che non riusciva a raggiungere.
Ma l’uomo ansimava, lanciando occhiate caustiche di rabbia, era
furibondo. E più che riprendersi i documenti, li aveva strappati dalle
mani di Salvatore.
Stranamente però, non se n’era subito, come fanno di solito gli
automobilisti dopo essere stati multati, con quel tipico atteggiamento
che vuol significare: non ne voglio sapere di voi, siete dei lebbrosi e
io ho cose più importanti da fare.
Vedendolo trafficare seduto al posto di guida pensavano che stesse
riponendo le carte e si aspettavano che ripartisse da un momento
all’altro. Floridia iniziava a essere nervoso.
“Se quello non si sposta – aveva osservato Guido – messo così
di traverso non c’è spazio per fare accostare degli altri.”
Erano indecisi sul da farsi. Era metà mattina e avrebbero fatto
in tempo a cambiare zona. Stavano risalendo sulla volante per allontanarsi, quando Salvatore si sentì chiamare.
“Signor agente, un attimo soltanto!” aveva strillato l’automobilista andando verso di loro. Teneva in mano qualcosa, un pezzo di
carta.
“Ecco, prenda – aveva aggiunto con un sorriso forzato quando
gli fu appresso. – Non vorrei mai pensasse che sono un maleducato. Lei ha dato qualcosa a me e io la devo assolutamente ricambiare.”
Proferite con la voce tesa come del filo di ferro che sta per spezzarsi, quelle parole taglienti erano risuonate nell’abitacolo della volante
157
La donna accanto
come un tuono, parendo provenire non dalla bocca di quell’individuo, ma dall’aria intorno. Salvatore aveva provato un brivido.
Qualcosa gli diceva di non afferrare il foglio che l’uomo gli stava
porgendo. Inserì la chiave d’accensione, mise in moto, ma quello
infilò dal finestrino il misterioso pezzo di carta.
Floridia non se ne era curato, aveva innestato la marcia ed era
partito lasciando l’altro immobile come una statuina in una nuvoletta di polvere.
“Quanta gentilezza!” aveva schiamazzato Guido afferrando il
cartoncino.
Pareva una cartolina postale. A destra, nello spazio riservato al
destinatario, riportava la dicitura: A colui che ha compilato il verbale
n° 9666.
A sinistra invece era scritto: Le auguro che il denaro che ha sottratto a me sia quello che le verrà a mancare sempre, oppure l’equivalente.
E non era finita. Sul retro, all’interno di un cerchio tracciato a penna,
era stilizzato un omino che reggeva in mano una paletta segnaletica. Sospeso sopra la sua testa vi era una specie di fagotto nero, mentre
di lato era riportato un numero che corrispondeva all’importo dell’ammenda comminata: 104.850.
Terminato di esaminare quella raccolta di sciocchezze, Guido era
scoppiato in una fragorosa risata, gettando il cartoncino sopra il
cruscotto. Anche Salvatore aveva riso, trascinato dall’allegria dell’amico, che ebbe l’effetto di stemperare la forte tensione, così improvvisa e inquietante.
****
Seduto al tavolino del bar, davanti all’aperitivo rosso ed all’oliva infilzata con lo spillone di legno, Salvatore avrebbe voluto chiedere all’amico se si ricordava dell’episodio, ma pensò che non era
il caso di rivangare storie così negative.
Per quanto lo riguardava, sentiva di avere voltato pagina, di non
volere più accettare passivamente certi influssi o almeno, di cercare di sottrarsi alla loro attrazione. Frequentando assiduamente l’ambiente del veggente, Floridia aveva imparato che per superare i
158
La donna accanto
condizionamenti era importante la qualità del pensiero, poiché il
pensiero era in grado di anticipare e determinare. Controllare la
direzione del pensiero significava quindi influenzare profondamente
il corso della realtà.
Quella specie di cartolina aveva trovato poi posto tra le scartoffie.
Più volte lui era stato sul punto di gettarla, ma finiva sempre col riporla. “Maledetta la mania di conservare i ricordi più strambi”.
Quando, di tanto in tanto gli capitava tra le mani, si chiedeva
cosa potevano significare le parole: ‘oppure l’equivalente’. Era
una sorta di curioso enigma che sperava di poter comprendere un
giorno.
Da quella strana vicenda Salvatore aveva appreso che non c’è
mai un solo modo per conoscere qualcosa. A volte la realtà non è
ciò che sembra e quando essa si manifesta con strani effetti, questi
possono essere dovuti solamente alla luce usata per illuminare le cose:
basta sostituire pensiero alla parola luce e il gioco è fatto.
Un giorno, Enza si era recata in ospedale per effettuare controlli all’apparato genitale. Era già da qualche tempo che tentavano di
avere un figlio, ma senza successo. L’analisi a cui lui stesso si era
sottoposto aveva evidenziato che il seme era normalmente vitale, per
cui era toccato alla moglie rivolgersi a uno specialista per trovare una
soluzione a quello che si stava già profilando come un assillo
angosciante.
Le avevano detto che, apparentemente, era tutto nella norma,
tranne alcuni ispessimenti a livello della parete uterina. L’uso di
contraccettivi protratto per anni forse aveva alterato il delicato equilibrio
interno. Avevano aggiunto che, in teoria, quella doveva essere una
situazione reversibile, ammettendo però che ogni organismo ha i propri
tempi per ristabilire una completa funzionalità. E i tempi possono essere
anche piuttosto lunghi.
Perciò, dato che lei si stava approssimando alla boa dei quarant’anni le avevano consigliato di cautelarsi emotivamente, prendendo già
in considerazione la possibilità di non avere figli, oppure di tentare
cure specialistiche le quali, a onor del vero, non avrebbero in ogni
caso garantito un esito favorevole.
Enza aveva iniziato a piangere mentre lo raccontava al marito.
Gli aveva consegnato la ricevuta del ticket pagato allo sportello del
159
La donna accanto
day hospital perché, come spesa medica, poteva essere detratta
dall’imponibile per il versamento dell’imposta sui redditi.
Salvatore stava per archiviare la ricevuta senza neppure guardarla
quando gli passò davanti gli occhi la cifra dell’importo: lire 104.860
Per un istante gli era mancato il respiro, come stritolato da una
forza comparsa improvvisamente dal profondo. Gli occhi appannati
dal pianto, Enza non s’era accorta che il volto del marito era sbiancato, d’altra parte per lei quei numeri non significavano nulla. Ma
Salvatore ricordava. Aveva rovistato tra le carte per recuperare il
cartoncino e … dieci lire di differenza. Considerando che erano passati
degli anni, una simile coincidenza gli era sembrata incredibile … diabolica.
In seguito, Floridia si era anche chiesto se le cose avrebbero potuto
andare diversamente solo che lui avesse avuto l’accortezza di distruggere quel maleficio, ma trovare delle motivazioni razionali oppure
una sequenza di causa ed effetto nella casualità era l’approccio sbagliato, poiché i fatti che avevano condizionato la sua vita e quella di
sua moglie erano altri, certamente indipendenti dalla volontà maligna di un estraneo, chiunque esso fosse.
****
“Scusami se ho divagato – riprese Guido – stavamo parlando del
tuo santone e siamo finiti a discutere dei miei guai.”
“Sono i guai di tutti Guido – lo rassicurò Salvatore – ognuno ha
i propri, però posso dirti che Silvano, il mio santone, non ha fatto
fatture, non mi ha chiesto soldi, non mi ha neppure costretto a fare
cose strane. Semplicemente mi è stato a sentire e mi ha detto come
la pensava lui.”
“E i risultati?”
“I risultati sono venuti, anche se non sono di quelli che puoi
misurare facilmente. Non so come spiegarti, la vita comincia a cambiare un po’ alla volta, giorno dopo giorno, ti accorgi che sta cambiando, anche se si trasforma in un modo che non ti saresti aspettato, percorrendo vie sconosciute per cui, a un certo punto, ti rendi
conto di essere immerso in un oceano di possibilità. Voglio dire che
hai di fronte tante scelte, perché ogni parola, ogni respiro, ogni pen-
160
La donna accanto
siero, ogni azione sono come un incrocio. È una cosa enorme Guido, enorme. Io non lo sapevo, non potevo neppure immaginare.
Possibilità, capisci? Sempre.”
“Scusami ma non capisco” disse Guido esterrefatto.
“Hai presente quei documentari sulle foreste equatoriali – riprese allora il brigadiere – dove ti fanno vedere animali, insetti, piante
così strane, incredibili, che ti chiedi come possono mai esistere? Bene,
con la nostra vita è la stessa cosa: dentro di noi abbiamo le montagne, i fiumi, i boschi, il mare e tutti gli animali: abbiamo il leone e la
pecora, l’aquila e il passero, la cicala e la formica, la lucertola e la
mosca. Ma poi c’è anche tutto il resto, tutto quello che non conosciamo.
Tu conosci tutti gli animali e le piante della terra?”
“No … non li conosco” balbettò Guido disorientato.
“E tutti gli esseri che vivono nelle profondità del mare, li conosci?”
“No, non li conosco” ripeté l’amico visibilmente imbarazzato.
“E gli insetti che vivono tra il verde delle cime più alte?”
“Neanche quelli.”
“Eppure li hai tutti dentro di te” spiegò Salvy con l’aria di un
confidente.
Guido stava seguendo il discorso di Floridia con l’espressione di
una maschera da tragedia greca: la bocca storta semiaperta, le ciglia
come tavole da surf alla deriva, le narici dilatate come quelle di un
toro scalpitante, i muscoli mimici stiracchiati a mo’ di spaccata mal
riuscita.
“Allora – continuò Salvatore – se il mondo che vediamo al di fuori
di noi funziona perché tutti questi elementi e questi esseri interagiscono
naturalmente tra loro, noi, che siamo fatti con la stessa complessità, potremo funzionare altrettanto bene se diamo il giusto spazio e
la dovuta libertà a tutto quello che sta dentro di noi.”
“Vale a dire?” lo interruppe Guido.
“Vale a dire … vale a dire che se dentro tuo figlio c’è un branco
di sciacalli affamati allo sbando, faccio un esempio, eh! Non prendermi alla lettera, mi raccomando! Allora, se fosse così non puoi
pretendere semplicemente di eliminarli. Bisogna trovare il modo di
riportarli nel ruolo che loro compete, all’interno del loro ambiente.”
La donna accanto
161
“Questo posso immaginarlo anch’io – convenne Guido al quale
brillavano gli occhi per l’interesse. – E come si fa?”
“Bisogna seguirli per studiarne il comportamento: dapprima saranno diffidenti per la novità, ma poi si abitueranno alla tua presenza,
così potrai scoprire qual è il motivo per cui arrecano disturbo. Che
ne so, il territorio potrebbe essere insufficiente, oppure è la siccità.
Magari è venuta meno la gerarchia interna e la confusione persisterà finché non verrà stabilito un nuovo ordine.”
“Però! – esclamò Guido. – Bravo il tuo santone. E cos’altro ti ha
detto?”
“Quell’uomo è una miniera, credimi, una miniera a cielo aperto. Tu arrivi, carichi, te ne vai portando via quello che ti serve, quanto
vuoi. Nessuno ti chiede nulla, niente diritti, niente intermediari. Vai
e vieni liberamente, l’unica limitazione semmai è il bagagliaio.”
“Ciò nonostante, tu figli niente!” lo interruppe Guido malcelando
la diffidenza, quasi volesse dimostrare che nemmeno il santone di
Salvatore era in grado di fare miracoli.
Il brigadiere, tuttavia, non aveva raccolto la provocazione e se ne
stava in silenzio. Guido fu costretto ad addolcire il tono.
“Immagino che questa Laura l’abbiate adottata” chiese facendosi
decisamente più gentile.
“Adottata non è il termine che fa al caso nostro – lo corresse Salvy,
– però posso dirti che stiamo pensando seriamente a una adozione.
A dire il vero l’avevamo presa in considerazione anche in passato,
ma allora era una salita troppo ripida che non eravamo nelle condizioni di intraprendere. Ora fortunatamente sì.”
“Troppo ripida?”
“Intendo dire che la domanda di adozione viene accettata solo
se la famiglia rientra entro determinate caratteristiche: età, reddito,
condizioni di salute. Enza è stata in cura per diverso tempo da uno
psicanalista, era depressa e faceva uso di psicofarmaci. Non so dar
loro torto, sai. Per prima cosa ci hanno detto che i bambini non sono
giocattoli e non vengono mai affidati a coppie in difficoltà. Quando avevo fatto osservare che la depressione di Enza era dovuta proprio
alla mancanza di un figlio, mi hanno risposto che prima uno deve
rimettersi in carreggiata da sé e poi, nel caso, gli può essere affidato
un bambino. Spesso si tratta di bambini problematici che hanno
162
La donna accanto
difficoltà, superabili certo, ma non si può sommare il piccolo problema
dell’uno al piccolo problema dell’altra, perché sommando due piccoli problemi si ottiene un grande problema. In altre parole ci hanno fatto capire che la nostra richiesta assomigliava più a una domanda
di aiuto, mentre si supponeva che l’aiuto dovevamo darlo noi chiaro?”
“Chiaro sì, magari con la protesi a una gamba, ma i genitori devono
essere in grado di fare i genitori.”
“Tant’è vero – proseguì Salvatore – che tra le cose tenute in primaria considerazione c’è l’assunzione di responsabilità, cosa che nel
depresso è il primo anello del comportamento a saltare. C’è stato un
periodo in cui Enza non riusciva a mantenere fede a nessun tipo di
impegno.”
“Insomma, niente da fare?”
“Allora no, poi le cose sono cambiate, ora ci stiamo pensando con
più convinzione, credo anche con maggiore consapevolezza. Pare
che stiamo andando nella direzione giusta. Spero che quando presenteremo la domanda verrà accettata. Dipende principalmente da
Enza, perché io posso garantire la tranquillità economica, ma spetterebbe a lei il maggior impegno per seguire un bambino. Vedremo,
sembra che ne sia uscita. Da quando è arrivata Laura nella nostra
vita, le è tornata la voglia di fare.
“Insomma non me lo vuoi dire chi è questa Laura? – sbottò Guido
– Salvatore scusami, spero che non me ne vorrai se insisto … che
poi magari fai passare altrettanti anni prima di rivederci ancora.”
“Se è per questo puoi venire a trovarci tu, sono sicuro che Enza
ti rivedrà volentieri.”
“Senti Salvatore, sai, onestamente ti vedo bene, ma proprio bene:
rilassato, positivo. Vorrei che mi dicessi qualcosa di più di questo
santone; perché se è riuscito ad aiutare te ed Enza, vuoi mai che non
riesca a dare una mano anche a noi?”
“Fammi avvisare la mia signora che non sarò a casa per cena”
rispose Salvatore mentre già pestava sulla tastiera del cellulare.
Raccontò alla moglie del suo incontro con Guido e la avvertì che
si sarebbe fermato a cena con lui.
“Enza ti saluta, sei invitato a passare da noi una sera, quando vuoi.
Magari telefona prima, così ti facciamo conoscere Laura.”
“Benissimo! Non me lo farò ripetere vedrai – assicurò Guido vi-
La donna accanto
163
sibilmente soddisfatto. – Per mettere qualcosa sotto i denti pensavo a un locale tranquillo dietro Piazza delle Erbe, si mangia bene,
garantisco, e i prezzi sono giusti.”
“Io non mi preoccupo assolutamente dei prezzi, tanto hai detto
che offri tu.”
“Ma sentilo! Mannaggia, in questo non sei cambiato per niente,
eh?”
“Sei tu che hai sposato un’ereditiera” gli rinfacciò Floridia scherzosamente.
164
La donna accanto
ANGELI
Di cose da raccontare a Guido, Salvatore ne aveva davvero tante,
riguardo alla vita sua, di Enza, di Laura e di tutto quello che aveva
appreso frequentando la casa di Silvano Fiorini, come pure delle
amicizie che vi erano nate.
Salvatore non si sentiva più quello di una volta. Ovviamente
badava al contesto in cui si trovava, ma aveva imparato a considerare i fatti da altri punti di vista e, per cercare di comunicare questi
nuovi aspetti, stava acquisendo un modo di parlare più sfumato, in
cui il significato usuale delle parole veniva dilatato fino a descrivere
il lato sottile delle cose. Gli incontri della domenica pomeriggio guidati da Silvano si erano rivelati fondamentali in questo senso. Salvatore aveva deciso di partecipare alle conferenze regolarmente, e
accennando a qualcosa di interessante si era sforzato di coinvolgere anche Enza. Non si attendeva un’adesione entusiasta da parte della
moglie ma confidava che lei avrebbe gradito perlomeno stare in sua
compagnia.
Enza chiedeva spiegazioni, voleva chiarimenti su quei misteriosi incontri.
Avendo iniziato da poco a parteciparvi, Salvatore non era in grado
di fornire spiegazioni esaurienti, anche perché la sensazione positiva gli veniva dall’ambiente nel suo insieme, più che dal contenuto
dei discorsi. Preferiva parlare di ciò che lo aveva favorevolmente
impressionato e si era dilungato nella descrizione del luogo, sottolineando la semplicità delle persone che lo frequentavano; aveva
manifestato apprezzamento per la spontaneità degli interventi e stupore
per i discorsi di Silvano.
“È soprattutto per Silvano che varrebbe la pena che venissi anche tu Enza – aveva detto alla moglie. – È una persona eccezionale
con idee fuori dal comune.”
165
La donna accanto
“Non mi interessano le idee degli altri – aveva replicato lei – e meno
ancora le idee fuori dal comune. C’è sempre qualcuno che la sa più
lunga … ma io sono stufa.”
Salvatore non aveva insistito, ma in cuor suo sapeva che si sarebbero presentate occasioni per tornare sul tema.
****
“A volte – raccontava Salvatore all’amico – a volte uscivo scombussolato dalle conferenze, erano cose talmente nuove che oltrepassavano la mia visione della vita.”
Un giorno, al termine della riunione, Floridia stava indugiando
nella sala per cercare di fissare nella mente alcuni concetti, prima di
riaffacciarsi al mondo che lo avrebbe immediatamente distratto, riportandolo dentro al solito punto di vista, e fu avvicinato da Giovanni,
il figlio di Silvano.
“Allora? – aveva chiesto il giovane – cosa te ne pare? È già qualche mese che partecipi, se non vado errato, come ti trovi?”
“Mi trovo bene, ma mi sembra anche tutto così strano: immagino che ci sia molto da scoprire. A essere sinceri, però, non è che mi
sia tutto chiaro…. voglio dire, qual è il senso di stare insieme a parlare di cose del genere?”
“È vero, all’inizio può sfuggire il motivo di questo ritrovarsi, dello scambio di idee ed esperienze. Senti, mi viene in mente che c’è
un concerto di musica classica venerdì prossimo, è qui vicino, ad Arquà
Petrarca, nella chiesa, alle 21,00. Il posto è incantevole, vedrai, e la
musica è bella. Così magari riprendiamo il discorso. Adesso devo
andare, ci sono delle persone che mi stanno aspettando.”
“Ti ringrazio dell’invito – gli aveva risposto Salvatore – se posso
verrò volentieri. E poi vedo se riesco a portare mia moglie.”
Dapprima Enza aveva inscenato il suo pezzo forte, quello che le
riusciva meglio e che usava come preambolo a ogni discussione
propositiva, vale a dire: io, mulo. Ma poi aveva finito col cedere
all’insistenza del marito; in fin dei conti si trattava di passare una serata
diversa dalle solite, tra il verde dei colli Euganei e mura cariche di
storia, ad ascoltare note armoniose che distendono e rinfrancano lo
spirito.
166
La donna accanto
****
Dal pendio collinare, coperto da alberi d’ulivo e giuggiolo, scendevano folate d’aria fresca molto gradevole in quella calda serata
estiva.
I Floridia avevano percorso il selciato della lunga gradinata che
immette nel borgo medievale di Arquà e si erano diretti verso la chiesa
attraversando la piazza antistante
Il programma del concerto comprendeva spartiti di A. Corelli, W.A.
Mozart, J.S.Bach, A. Vivaldi, per violino, violoncello e clavicembalo. I brani erano preceduti da una breve presentazione fatta dagli stessi
musicisti, i quali ne illustravano gli elementi caratterizzanti a beneficio del pubblico.
La brezza che scendeva lungo la via principale del paese si infilava in chiesa attraverso la porta spalancata, contribuendo a rendere
gradevole l’atmosfera. Fuori, poche luci accese immerse nel silenzio. Enza appariva finalmente rilassata e ben disposta ad accettare
quello che le si presentava.
A concerto terminato, i Floridia si erano uniti al numero di coloro che indugiavano per un drink al bar, a lato della piazza. Furono
raggiunti da Giovanni che li salutò calorosamente.
“Che te ne pare?” aveva chiesto mentre si fregava le braccia lasciate scoperte dalla polo a maniche corte.
“Molto bello – gli aveva risposto Floridia – e il posto è splendido.”
“Allora, Salvatore, ti ricordi cosa ti dicevo l’ultima volta? – gli mostrò
il libretto del programma. – Guarda qui: Corelli è morto nel 1713,
Vivaldi è morto nel 1741, Mozart …
“E che vuol dire?” aveva troncato bruscamente Enza. Solo allora Salvatore si rese conto di non avere ancora presentato la moglie.
Rimediò prontamente e rivolse di nuovo il suo interesse alle parole
di Giovanni.
“Il fatto è che, mentre questi signori non esistono più da centinaia
d’anni, noi continuiamo ad apprezzare la loro musica, la sentiamo
vibrare dentro, ci emozioniamo, proprio come se fossero loro a suonarla per noi…”
Salvatore ascoltava attentamente senza riuscire a intuire dove quel
discorso andasse a parare, mentre Enza, dopo pochi secondi ave-
La donna accanto
167
va smesso di ascoltare e stava girando lo sguardo intorno, con i pensieri
rivolti altrove, probabilmente in un luogo che solo lei conosceva.
“… i giovani musicisti che hanno suonato questa sera sono uniti nello spirito di Corelli, in quello di Vivaldi e di Mozarti, che si manifestano attraverso i loro spartiti. Lo spirito di Vivaldi – aveva aggiunto Giovanni – è vivo perché ognuno di questi ragazzi mette a disposizione il proprio; e a quel punto, mentre loro suonano, non puoi
più distinguere l’uno dall’altro. L’autore è scomparso e tuttavia il suo
spirito aleggia nell’aria, lo percepisci nelle note della sua musica…”
Salvatore annuiva col capo, per far comprendere che afferrava
il ragionamento.
– … questo è solo un esempio – aveva precisato il giovane. – È
un esempio di linguaggio codificato. Ai nostri incontri si usano le parole
al posto delle note, ma è la stessa cosa. Ora, l’armonia tra il corpo,
l’anima e lo spirito crea delle vibrazioni: se queste vibrazioni sono
gradevoli e vengono emesse da più persone, allora ha luogo un
concerto. Si possono eseguire veri e propri concerti di sensazioni, di
pensieri e tramite le parole noi tentiamo di fare qualcosa del genere…”
Salvatore era affascinato dalla spiegazione di Giovanni. Ogni tanto
lanciava un’occhiata a Enza per osservarne le reazioni, sperando che
anche lei trovasse interessante la conversazione.
Il brigadiere aveva la sensazione che la cortina opaca che aveva
celato il senso stesso della sua vita negli ultimi anni iniziasse a diradarsi. Il grigio uniforme che lo circondava era sempre grigio, ma meno
scuro e denso.
“E su quale spartito si suona la melodia degli incontri?” chiese
incuriosito Salvatore
“Speravo che mi facessi questa domanda – gli aveva risposto
Giovanni. – Vuol dire che hai quasi capito. Ogni disciplina segue le
orme dei propri maestri, e di conseguenza noi seguiamo gli insegnamenti delle guide dello spirito, quelle che hanno tracciato la via per
l’evoluzione dell’uomo verso la realizzazione di un essere superiore. Cerchiamo di accordare noi stessi come degli strumenti, per riuscire a vibrare secondo le parole e gli insegnamenti di queste guide.”
“E ci riuscite?” gli aveva chiesto Floridia dopo un attimo di riflessione.
168
La donna accanto
“A volte sì, a volte no. Per quanto ci riguarda la valutazione dei
risultati è affidata solo a noi stessi, in base alle sensazioni interiori e
agli effetti sul nostro comportamento. Oggi puoi anche pensare di
andare al massimo ed esserne soddisfatto, ma domani ti accorgi che
si può sempre crescere. Per questo non c’è motivo di abbattersi,
semplicemente ci si rimbocca le maniche e si prova a far meglio.
Salvatore annuiva, mentre Enza non riusciva assolutamente a
seguire il discorso. Pensava di essere uscita semplicemente per ascoltare musica.
“Ancora un minuto e poi andiamo” aveva detto Floridia alla moglie
che iniziava a dare segni di insofferenza.
Giovanni si era reso conto della situazione e invitò Salvatore a non
farsi problemi, avrebbero avuto altre occasioni per proseguire il discorso.
Enza, allora, si era esibita in un ampio sbadiglio, coprendo l’antro con la mano, solo quando gli altri avevano già potuto valutare
l’ottimo stato della dentatura.
****
Salvatore aveva evitato di riprendere l’argomento con la moglie
il giorno dopo. Ma già domenica mattina aveva iniziato a sondare
nuovamente la disponibilità di Enza a partecipare all’incontro del
pomeriggio. Ormai gli appariva chiara la necessità di coinvolgerla
in quel lavoro di ricerca che lui aveva iniziato grazie a Silvano. La
sua speranza era che anche lei riuscisse a trovare un punto d’appoggio
che le consentisse di risollevarsi. Ma la disponibilità non c’era. C’era
invece un pregiudizio di inutilità a fare qualsiasi cosa che non fosse
dormire, mangiare, fissare la TV.
“Mi è sembrato che il concerto ti sia piaciuto” le aveva ricordato
lui. Ma Enza restava indifferente. “Dì la verità – continuava Salvatore – ti ho mai delusa in tutti questi anni?” Ma non gli riusciva di
sfondare la barriera dell’isolamento e dell’indolenza. Lei non lo
guardava neppure, gli occhi assenti, semichiusi. Avrebbe voluto dirgli
di no, che non l’aveva mai delusa, che si era sempre sentita protetta, amata, e che non le era mai mancato niente. Ma l’amarezza e lo
sconforto del presente stendeva sul passato un drappo che impediva la visione di ciò che realmente era stato.
La donna accanto
169
Quando discuteva per convincere Enza, Salvatore si rendeva conto
di essere fortemente condizionato dallo stato psichico della moglie.
In certi momenti smarriva la lucidità mentale, disorientato dai dubbi su ciò che era stato tra loro, su quello che avrebbe voluto fosse il
futuro e sulla via da percorrere nel presente.
“Ti dico che abbiamo la possibilità di uscirne – aveva ripetuto con
energia e convinzione cercando di smuovere Enza. – Non so esattamente come, ma sono sicuro che possiamo farcela!”
A lei pareva che l’infelicità del presente non potesse essere in nessun
caso mitigata nemmeno dalla speranza di una prospettiva migliore
per il futuro.
“E perché non lasciamo perdere invece? Il tempo sistemerà tutto.”
“Magnifico – aveva esclamato lui in tono di sfida – il tempo ci
sistemerà tutti e due per le feste… Enza guardami, stai intristendo
ogni giorno di più, non ti muovi nemmeno se non ti trascino io, stai
perdendo il contatto con la realtà, sei quasi nulla rispetto a quello che
eri, e io non me la sento di stare solo a guardare. Lo dico soprattutto per te, ma anche per me. Lo capisci questo no?”
“Hai paura di trovarti tra le mani un rudere, vero? aveva risposto lei velenosa. – Non c’è problema, sai. Sei libero. Vai!”
“Ma che discorsi! Cosa dici?! – l’aveva sgridata stizzito Salvatore
provando un moto di ribellione. – Pensi di fare la vittima adesso? Eh
no, mia cara! Sei ingiusta. Certo che sei ingiusta. Eh no! Voglio vederti
lottare come sto lottando io, credo che questo me lo devi.
“Io non ti devo un bel niente – l’aveva rintuzzato lei. – Così vediamo se dipende veramente da me. Vai, vai! Trovati pure un’altra
e mettila incinta.
“Enza, basta con queste scemenze! Non farmi peggiore di quello che sono. Già è difficile… il problema non è tuo o mio, il problema è nostro, intesi?”
“Appunto! L’hai detto, il problema!” aveva gridato lei a sua volta mentre le lacrime le rigavano il volto.
“Ma proviamoci almeno!”
“Sono stufa di provarci … e poi provare cosa? Vuoi risolvere il
problema a parole? Che ci vengo a fare a quelle … cosa diavolo serve
stare a sentire altre parole?”
170
La donna accanto
“Cristo, Enza! – aveva esclamato Salvatore mettendosi le mani
nei capelli. – Non ho la bacchetta magica, magari l’avessi. Fai tu una
proposta allora.”
“Non ci sono proposte da fare, lo vuoi capire o no?! Non c’è niente
da fare! Non c’è un bel niente da fare! Lasciami stare, lo vuoi capire?! … Lasciami stare!!”
Stava singhiozzando. Salvatore l’aveva abbracciata cercando di
calmarla; era rigida come una tavola, le braccia ripiegare sul petto,
quasi dovesse difendersi da qualcuno che voleva abusare di lei.
“Non può essere sempre tutto bianco o nero – le aveva sussurrato lui dolcemente. – Ci sarà pure qualcosa nel mezzo, o sbaglio?
Certo che un figlio nostro non lo avremo. Ma dovrei forse auto distruggermi per questo? Lo vedi che io sono ancora vivo? È perché
io voglio restare vivo… Anche tu sei viva, e hai il dovere di vivere,
non hai il diritto di auto distruggerti. Guarda cos’è capitato a tuo fratello,
come credi che dovrebbero sentirsi, lui e tua cognata? Lei un figlio
lo aveva, ma glielo hanno portato via e adesso non riesce più ad averne
nemmeno lei. Proviamo Enza, sforziamoci di accettare qualsiasi cosa
può aiutarci, anche se non potrà mai darci un figlio. Qualsiasi cosa
sarà comunque meglio di questo imbuto d’angoscia che ci sta trascinando ogni giorno più giù.”
****
Quel pomeriggio, nonostante tanto recalcitrare, Enza era finalmente
salita in auto per accompagnare Salvatore all’incontro domenicale,
e nemmeno la stranezza del luogo era valsa sulle prime a scuoterla,
già sbadigliava.
Erano arrivati all’ultimo momento, quando stavano iniziando e
pertanto non c’erano quasi più posti liberi a sedere, se non poche
seggiole nell’ultima fila, in un angolo, da dove si aveva una pessima visuale sulla sala. Il tema previsto per quel giorno era la Grazia.
Dopo l’intervento di alcuni presenti, aveva preso la parola Silvano
per illustrare i punti fermi essenziali per la comprensione della Grazia.
Aveva premesso, innanzitutto, che non è semplice saper riconoscere la Grazia: essa infatti viene spesso scambiata per qualcosa di
La donna accanto
171
diverso, poiché si è propensi a credere che essa sia portatrice di gioia,
fortuna, benessere, salute e bellezza; questo può anche essere, a patto
di comprendere il vero scopo di queste benedizioni. Molto spesso,
invece, la Grazia non è direttamente e immediatamente riconoscibile; di fatto essa non ha nome né etichetta e non sarebbe neppure
descrivibile di per sé, se non attraverso le sue manifestazioni e gli effetti
che determina tramite coloro che vogliono servirsene come aiuto per
la via della liberazione dalle angustie, dalle preoccupazioni, dalle
malattie.
Aveva sottolineato l’importanza di intendere la Grazia come
un’emanazione dello spirito di libertà che segue unicamente il proprio mandato, il quale consiste nel collaborare all’evoluzione verso
la perfezione. Questo è anche il motivo per cui essa si dona a chi è
consapevole di assumersi il carico di responsabilità che essa comporta. Ad esempio, aveva aggiunto, la Grazia opera secondo modalità e tempi che non coincidono quasi mai con ciò che ci si aspetta o si vorrebbe.
Proprio per queste ragioni, aveva detto, spesso la vera Grazia
rimane misconosciuta a favore di altre manifestazioni che apparentemente sembrano favorevoli, ma in realtà sono semi della divisione e, come tali, destinati a produrre guasti e dolore, prima o poi, com’è
nella natura della divisione.
Silvano aveva anche precisato che la Grazia non può in nessun
caso favorire alcuni a discapito di altri, poiché essa è al di sopra della
giustizia e della legge. La Grazia pertanto sorregge sia la giustizia che
la legge, ma le oltrepassa manifestandosi nella vera fede, qualunque
essa sia.
La via della Grazia è individuale, aveva concluso, come lo è la
vita di ognuno, e in questo sta la sua grandezza. Essa lascia piena
libertà: libertà di pensare, di volere, di agire.
Al termine della spiegazione nella sala regnava l’assoluto silenzio, tanto che ognuno poteva avvertire il proprio respiro.
Mentre un ragazzo stava per prendere la parola e commentare
quanto aveva udito, proprio in quel momento accadde qualcosa di
talmente insolito e per certi aspetti inquietante da fissarsi per sempre nella memoria dei presenti e costituire per molto tempo argomento
di discussione e confronto.
172
La donna accanto
Era accaduto che la pianta di Ficus Benjamin posta di fianco alla
pedana, sulla quale stavano seduti Silvano e Giovanni, iniziasse a
ondeggiare vistosamente e che le foglie vibrassero come sospinte da
un soffio di vento. Tutti nella sala erano trasaliti mentre la persona
che stava parlando in quel momento ammutolì.
I presenti fissavano l’alberello sbigottiti, e quando questo smise
di oscillare avevano rivolto gli sguardi interrogativi su Silvano, quindi
si erano guardati l’un l’altro per essere certi di aver assistito realmente
a ciò che anche altri avevano potuto osservare. Poiché, di certo, non
c’era stata nessuna corrente d’aria nella sala e nessuno aveva sfiorato o urtato l’albero.
Erano calati interminabili attimi di silenzio. L’aria era come addensata. Salvatore era rimasto interdetto. Enza, al contrario, non si
era accorta di niente, un po’ perché distratta dalla novità dell’ambiente e un po’ perché annoiata. Sentendo piombare d’improvviso il silenzio, tuttavia, anche lei aveva allungato il collo, guardando
ora Giovanni, seduto sul fondo della sala a fianco di Silvano, e ora
il marito, seduto accanto a lei.
“Ho capito” aveva sussurrato il veggente raccolto in se steso e
proteso di lato a capo chino.
Sembrava stesse tendendo l’orecchio alla sua sinistra, verso qualcuno presente lì a fianco e che questi gli stesse ponendo delle domande
o volesse delle informazioni.
“Sì, va bene” aveva aggiunto facendo un cenno affermativo col
capo.
Erano tutti esterrefatti, increduli di fronte a un simile comportamento, perché non c’era nessuno da quella parte, un bel niente, nulla.
Così, una palpabile inquietudine aveva pervaso l’assemblea,
derivante dal fatto che, affidandosi alla fisicità della vista, non si riusciva
a vedere nient’altro se non Silvano che confabulava a vuoto, per cui
si aveva l’impressione che il Fiorini stesse parlando con un fantasma,
come fanno i matti.
In realtà, se qualcuno dei presenti fosse stato in grado di utilizzare l’occhio dello spirito, o l’occhio del sottile, allora avrebbe potuto
davvero vedere qualcosa accanto a Silvano, una cosa simile ad un
plasma luminoso e scintillante: un angelo, l’angelo della consolazione.
Poi, come se la conversazione con quel qualcosa o qualcuno che
La donna accanto
173
non si vedeva stesse terminando, Silvano si era rivolto verso quel
niente, mormorando dei suoni che parvero un commiato incomprensibile anche a coloro che gli erano vicini, seduti in prima fila.
E infine, rivolgendosi ai presenti ad alta voce, lui aveva semplicemente chiesto:
“C’è un posto libero da qualche parte?”
Una ragazza, seduta di fianco ad Enza, poco prima se ne era andata
lasciando libero il suo posto. Salvatore aveva notato la sedia vuota, poiché nessuno l’aveva occupata, pensando forse che la giovane sarebbe presto rientrata.
“C’è un posto libero da qualche parte?” aveva chiesto nuovamente
il veggente.
Allora era toccato a Salvatore rompere l’indugio, adempiendo così,
a sua insaputa, al ruolo altamente simbolico assegnatogli.
“Qua in fondo c’è un posto vuoto” aveva detto con voce sicura,
cercando di non tradire l’emozione che gli agitava il cuore.
Molti si erano girati verso di lui per vedere cosa stesse succedendo, ma non c’era niente da vedere neppure lì, per cui avevano subito ricondotto lo sguardo su Silvano, che taceva.
Allora, con gli occhi dello spirito, i presenti avrebbero potuto
osservare l’Angelo della consolazione prendere commiato dal veggente
e, alzato lo sguardo sulla sala, dirigersi verso il posto lasciato libero,
sfiorando con le vesti di luce le persone al suo passaggio.
Avrebbero potuto vedere l’Angelo sostare di fronte a Enza ed
osservare il segno stabilito per indicare colei alla quale doveva portare la Grazia: il posto vuoto, simbolo di privazione e sofferenza psichica
ancor prima che fisica.
Con lo sguardo dello spirito, avrebbero visto l’Angelo della consolazione sedersi sulle ginocchia della donna, guardarla intensamente
con il volto sorridente, abbracciarla e avvicinare il viso al suo; quindi afferrare un lembo della veste di luce e sollevarlo sopra il capo.
Con la vista del sottile li si sarebbe potuti vedere scomparire entrambi per un istante. Un solo immenso istante.
Enza aveva sussultato spostandosi all’indietro e aveva afferrato
istintivamente Salvatore per la giacca, come se cercasse di reggersi
dallo scossone.
“Cosa c’è Enza? – le aveva chiesto lui. – Tutto bene?” Lei aveva
174
La donna accanto
esitato un attimo prima di rispondere. Pareva non rendersi conto di
dove si trovava esattamente.
“Bene – aveva sospirato flebile con l’accenno di un sorriso, – mi
sento bene, un po’ frastornata ma non è niente.”
“Continuiamo” aveva detto Silvano, intendendo così porre fine
alla pausa.
La persona che era stata interrotta aveva dunque ripreso la parola, ma solo per dire che aveva perso il filo di quello che stava dicendo, e in ogni caso riteneva più interessante avere qualche spiegazione a proposito di quello che si era visto.
Quello che è successo – aveva risposto il veggente guardando al
di sopra delle teste – non è necessario spiegarlo esattamente. Basti
sapere che c’è la possibilità di ricevere la Grazia nel modo più semplice e meno appariscente. La Grazia è tale perché si dona: è lei che
si offre; non sono le preghiere, né i sorrisi, né le belle parole ad attirarla. Certo, bisogna saperla accettare quando arriva e può arrivare
in qualsiasi momento, quando meno uno se lo aspetta.
Ecco, in questo momento tutti noi abbiamo ricevuto una Grazia:
qualcuno… più ammalato di altri, ha avuto una Grazia, diciamo
particolare. Ma anche tutti gli altri hanno ricevuto una Grazia. E quale?
Quella di vedere la fede all’opera, quella di poter constatare con i
propri occhi e poter credere senza dover dipendere dalle assicurazioni degli altri.
Se poi uno si ostinasse a dire: io ho visto soltanto una pianta
scuotersi e dondolare, non ho visto sfavillare lingue di fuoco, non
ho visto schiere di angeli con la spada scendere dal cielo, non ho udito
squilli di trombe celesti. E allora a cosa dovrei credere? Se uno dicesse: “Io credo soltanto a ciò che vedo e non posso credere a quello
che non vedo”, ecco, se nonostante tutto uno continuasse a pensarla
in questo modo, quello è un problema suo. Ma la Grazia c’è, ed è
sempre operante.
****
Terminato l’incontro si erano alzati tutti avviandosi verso l’uscita. Per consuetudine, prima di lasciare la sala ognuno riponeva la
propria sedia ripiegata in file ben ordinate. Si era creata la solita
La donna accanto
175
confusione: alcuni prendevano anche la sedia del vicino, così che
vi fossero meno persone accalcate a sistemarle. Nel trambusto, Enza
si era trovata nel mezzo di un gruppo sospinta verso l’uscita.
Era stato a quel punto che lei aveva avvertito qualcuno afferrarle la mano. Le era sembrato un tocco delicato e minuto; si trattava
infatti della piccola mano di una bambina la quale, cercando una stretta
rassicurante, l’aveva scambiata per sua madre.
Che fosse Enza o piuttosto la piccina a essere maggiormente
sorpresa da quell’inaspettato contatto sarebbe stato difficile stabilirlo.
Sta di fatto che dopo un istante i loro occhi si erano incontrati senza che nessuna delle due lasciasse la presa.
“Come ti chiami?” le aveva chiesto per prima la bambina.
“Enza e tu?”
“Laura” aveva risposto la piccola.
“Dov’è la mamma Laura?”
“È con mio fratello.”
“E dove sono?”
Laura si era guardata intorno, ma essendo piccola non poteva
spingere lo sguardo oltre le gambe di coloro che le stavano intorno.
“Ah, sei qui” aveva detto una signora rivolgendosi alla bambina.
“Buona sera sono …”
“Piacere, Judit” aveva risposto telegraficamente la mamma di
Laura senza neanche lasciar terminare la frase alla signora Floridia.
Quasi non la guardò nemmeno, perché l’altro figlio la stava chiamando
insistentemente tirandole la gonna.
“E adesso cosa c’è?” gli aveva chiesto prendendolo in braccio.
“Signore benedetto – sospirava – possibile che non si possa mai stare
un attimo tranquilli con voi?”
Il piccolo si stropicciava l’occhio con una mano e piagnucolava,
segno che forse aveva sonno. O forse voleva solo delle coccole, dopo
essere stato tranquillo per oltre un’ora ad ascoltare cose da grandi.
“Ora andiamo fuori così puoi giocare con Bianca, va bene?” aveva
detto Judit per farlo stare buono, indirizzandolo verso un festoso cane
Terranova.
“Mamma posso stare un po’ con Enza?” aveva chiesto Laura
sollevandosi sulle punte dei piedi. La madre aveva acconsentito, non
prima di avere fatto le scontate raccomandazioni.
176
La donna accanto
Così Enza era stata trascinata da Laura verso l’uscita. Con un cenno
del capo aveva fatto comprendere a Salvatore che si sarebbero visti fuori, lui le aveva risposto a gesti che si fermava un attimo a salutare Giovanni.
Laura ed Enza erano andate a sedersi su una panchina in giardino.
“Quanti fratelli hai, Laura?” chiese Enza.
“Ho un fratello e una sorella.”
“Dunque – ragionava la signora Floridia ad alta voce – il fratellino l’ho visto con la mamma e la sorellina è forse assieme al papà?”
“Sì, è a casa col papà” – aveva confermato la piccola che nel frattempo si era sistemata sulle sue ginocchia abbracciandola al collo.
Enza si era stupita della confidenza che Laura le accordava; si era
meravigliata di sentirsi a suo agio in quella situazione, così come aveva
sussultato accorgendosi di aver cinto con un braccio la bambina, mentre
con l’altra mano aveva iniziato ad accarezzare quel piccolo angelo.
L’aveva stretta forte a sé, percependo il calore del suo corpicino
entrare in lei come un fuoco che scioglie e fa scorrere la linfa vitale
in rigagnoli che ravvivano terre desolate, lungamente afflitte dall’arsura
e dall’abbandono.
In silenzio, socchiudendo gli occhi umidi, aveva immaginato che
avrebbe anche potuto andarsene così, per sempre, con lei tra le braccia.
L’aveva stretta con l’impeto del momento estremo, dell’ultimo istante
in cui sembra che l’esistenza si sveli e che tutto si compia.
Avvertendo la forza di quell’abbraccio disperato, Laura si era
scostata un pochino per fissare la donna con uno sguardo interrogativo, cosicché Enza era stata costretta a ricomporsi, ad allentare
la presa e ad asciugarsi le lacrime con il dorso della mano, mentre
tentava di abbozzare un sorriso. Poi, aveva cercato di riannodare il
filo del discorso interrotto dal soprassalto emotivo e, non sapendo
da dove trarre ispirazione, si era messa a osservare la bambina cercando lo spunto per il dialogo da quel piccolo mondo che le appariva così perfetto. E aveva iniziato dai sandali.
“Belli questi sandali rosa, te li sei scelti tu?”
“No, me li ha regalati lo zio per il mio compleanno.”
“Anche questa gonna è carina, ti sta proprio bene sai” aveva
aggiunto Enza con il tono di chi se ne intende.
La donna accanto
177
“Ne ho tante a casa. Questa è quella che mi sta meglio” aveva
replicato Laura con un fare da signorinella.
Enza le accarezzava i capelli castano chiaro, lunghi, morbidi e sottili
come seta, soffici come lei non li aveva mai avuti. Erano trattenuti
a lato da una forcina rosa ornata da brillantini, fatta per metà come
fauci di coccodrillo, e per metà a becco di fenicottero.
Accarezzava Laura dappertutto, Enza, osservandola estasiata, tanto
che la bambina aveva sgranato gli occhi chiedendo a suo modo il
motivo di tutto quell’ interesse. L’aveva fatto usando la delicatezza
e il tatto che molti adulti non avranno mai, neanche a novant’anni.
“Dov’è la tua bambina?” aveva chiesto con un filo di voce, quasi temesse di arrecare altro turbamento in quel viso già umido per il
pianto.
“Io non ho una bambina come te” aveva risposto Enza.
“Com’è la tua bambina?”
“No, voglio dire che non ho proprio nessuna bambina.”
“Allora hai un bambino!”
“No, amore, non ho neanche un bambino.”
“E perché no?
“Ci vorrebbe tanto tempo per raccontarti – aveva detto Enza
emettendo un profondo respiro. – Vieni sempre a queste conferenze, Laura?”
“La mamma mi porta ogni domenica. Una volta viene Giacomo,
e una volta viene Sara. Invece io ci vengo sempre.”
“Bene – aveva ripreso Enza – se la prossima domenica ci sei, magari
ti racconto la storia del mio bambino.”
“Ma se hai detto che non hai un bambino.”
“Ce l’avevo, ma adesso non c’è più.”
Nel frattempo, Salvatore era uscito e si stava guardando attorno
per ritrovarla. Le vide, accoccolate l’una all’altra sulla panchina a fianco
della fontana, e si era avviato lungo il viottolo per raggiungerle.
“Ciao” aveva salutato sedendosi accanto a loro.
“Ciao” aveva risposto la piccola.
“Lui è Salvatore, mio marito, …” aveva cominciato a spiegare
Enza, quando fu interrotta da un richiamo.
“È la mamma che ti chiama, sarà meglio che andiamo, cosa dici?”
Judit stava cercando Laura, perché la persona che aveva dato
178
La donna accanto
un passaggio a lei e ai figli era sul punto di andarsene e non voleva
restare appiedata.
Allora Salvatore si era offerto di accompagnarle lui, a casa, e anzi,
data l’ora, aveva proposto di andare a mangiare una pizza in compagnia prima di rincasare. Enza annuiva, e anche Judit sembrava
dell’idea, per non parlare di Laura che sprizzava entusiasmo.
****
“Sai Guido – confessò Salvatore mentre, al tavolo del ristorante, versava altro vino per sé e per l’amico – mi sono reso conto che
la malattia di Enza era anche la mia malattia. Diceva bene Silvano
quando mi raccomandava di tenere sotto controllo i pensieri, di
sgomberare il cuore da certi desideri.”
“Cioè?” chiese Guido.
“In effetti, mi sono accorto che anch’io ero deluso, amareggiato, forse più di Enza. Ero arrabbiato con il mondo perché mi sentivo tradito e non riuscivo ad accettare la condizione della nostra vita.
“Però tu non ti sei ammalato” osservò Guido.
“Non mi ero … ‘ancora’ ammalato – precisò Salvatore. – Probabilmente mia moglie, essendo più fragile e più esposta a certe pressioni in quanto donna, aveva manifestato la malattia prima di me.
Ma sono convinto che se le cose non fossero cambiate, prima o poi
mi sarei ammalato seriamente anch’io di qualcosa.”
“In sostanza, allora, cos’hai fatto?” gli domandò Guido.
“In pratica, ho dovuto rivedere l’idea che avevo di me stesso. Ho
riconsiderato la mia vita in prospettiva, cercando di trovare un significato a cose che parevano non averne, sulle quali non mi ero mai
soffermato a meditare; soprattutto quelle che non mi soddisfacevano. Accettare, soprattutto accettare. Ho dovuto accettare senza
oppormi. Tu mi conosci Guido e sai bene che non mi rassegno facilmente, ma questo forse vale per tutti. Come si fa ad accettare una
privazione o una sconfitta senza ribellarsi, senza lottare, senza provarci almeno? Però è assolutamente necessario, sai…. Silvano me
l’ha detto chiaramente : è meglio abituarsi un po’ alla volta all’accettazione della sconfitta, altrimenti alla fine sarà un tormento insostenibile. Rinuncia alla ribellione e impara ad accettare le sconfitte
179
La donna accanto
ora che puoi, perché lo spirito dell’accettazione ti renderà più forte
e libero di quanto tu possa immaginare. Insomma – continuò poi
Salvatore riprendendo il capo del discorso – già dopo la seconda
domenica da quando era avvenuto l’incontro con Laura, Enza aveva
iniziato a contare i giorni che mancavano alla domenica successiva.
E ti dirò di più: quando io ero di turno si recava da sola agli incontri, per cui doveva pure arrangiarsi con l’auto.”
****
Salvatore continuava a raccontare come, in pizzeria, poi, lei sembrava
rifiorire. Che differenza rispetto alla Enza tirata delle cene sofisticate
tra colleghi e rispettive consorti! Salvatore era disposto a offrire la pizza
a Laura e ai suoi tutte le domeniche pur di veder sorridere la moglie.
Per quanto sorprendente gli potesse sembrare, si era accorto che
l’effetto positivo della bambina sull’umore di Enza era duraturo più
delle sedute dallo psicanalista, tanto da convincersi che una mano
santa si fosse posata su di loro. Non era quello che aveva sperato?
Non era stato il suo pensiero fisso quello di trovare un aiuto, qualsiasi fosse stato?
Enza affrontava l’incontro domenicale, confidando di avere sempre
accanto Laura; necessariamente interagiva con chi stava attorno a
lei, ma si stancava molto in fretta.
Salvatore aveva fatto il possibile, innanzitutto, per conservare
l’equilibrio emotivo e vigilare affinché il cammino in cui si erano
addentrati non fosse smarrito per nessuna ragione.
Proprio il pensiero di rendere più stabile la frequentazione tra la
moglie e la bambina lo aveva spinto un giorno a confrontarsi con il
padre di Laura, il quale assisteva agli incontri in modo meno assiduo rispetto a Judit.
I De Biasi erano indigenti a motivo di una sfortunata serie di
circostanze che li avevano privati dell’aiuto delle rispettive famiglie
d’ origine e a causa, inoltre, di problemi fisici dovuti a un incidente,
che affliggevano il signor Ernesto De Biasi, impedendogli di svolgere
appieno il ruolo di capofamiglia. Era sua moglie la fonte principale
di reddito, ma con tre figli a carico e l’affitto da pagare erano spesso in grosse difficoltà.
180
La donna accanto
Judit prolungava gli orari di lavoro per guadagnare qualcosa di
più a discapito della presenza in famiglia; Ernesto stava in casa dove
riusciva a svolgere un lavoretto a cottimo, sbrigando qualche faccenda
domestica e badando ai figli.
Salvatore aveva constatato che il padre di Laura era una persona semplice e affabile. Perciò gli disse apertamente di cosa si trattava. Gli spiegò che, da quando aveva incontrato la piccola Laura, sua
moglie pareva aver iniziato a lasciarsi alle spalle certe angustie che
l’avevano afflitta negli ultimi anni. Si disse disposto a sostenere le spese
necessarie pur di consentire alle due di frequentarsi con regolarità,
sempre nei limiti consentiti dai rispettivi impegni familiari.
Il padre di Laura gli aveva risposto che lui e sua moglie si erano
ritrovati con più figli di quanti potessero mantenere decorosamente ed erano abituati a ricevere aiuti da chicchessia senza farne una
questione d’orgoglio. Insomma, accettava di buon grado perché in
quel caso loro ricevevano sì un aiuto, ma potevano dare ai Floridia
qualcosa di utile in cambio e non si sentivano pertanto soltanto
debitori.
“Vede signor Floridia – aveva aggiunto De Biasi – la questione
è che il mondo è veramente spartito male. Lei e sua moglie siete a
disagio perché vi manca l’affetto di un figlio, mentre noi siamo in
difficoltà perché non riusciamo a dare ai nostri tutto quello di cui
avrebbero bisogno. Che vuole che le dica, sono venuti e li abbiamo
accolti. Eviterei, tuttavia, per il momento di pianificare gli incontri
tra sua moglie e mia figlia. Da cosa nasce cosa. Se vanno d’accordo, se si trovano bene assieme, saranno loro a stabilire come e quando,
le sembra? Nella massima libertà, intendo. In ogni caso devo sentire anche il parere di mia moglie.
“Ovviamente, certo – aveva convenuto il brigadiere rincuorato.
– Per il momento è importante che non vi siano preclusioni, poi si
vedrà. Lei non sa quanto mi solleva sapere che siamo della stessa
opinione.
****
La cosa tuttavia non risultò assolutamente semplice perché, nonostante la lusinghiera dichiarazione d’intento del signor Ernesto, lui
La donna accanto
181
e la moglie nutrivano delle perplessità sul da farsi. Vi era indubbiamente la disponibilità a un aiuto reciproco ma, a parte la condivisione
delle riunioni domenicali, per il resto i Floridia erano degli emeriti
sconosciuti con i quali avevano trascorso qualche ora gradevole.
Ernesto temeva in particolare che Laura fosse oggetto di attenzioni eccessive e, chissà, anche morbose, da parte di una coppia che
non conosceva nulla dei bambini; Judit, dal canto suo, voleva essere sicura di avere per sé tutti e tre i figli nei momenti che riusciva
a dedicare alla famiglia e che non si creassero incomprensioni o gelosie
tra di loro.
I signori De Biasi non erano ancora riusciti a cogliere quel non so
che di straordinario già in atto tra Enza e la figliola. Con altri adulti,
egualmente sconosciuti, Laura non si comportava allo stesso modo,
non le brillavano gli occhi come quando stava assieme a Enza.
Alla domanda dei genitori, i quali volevano farsi un’idea di come
lei percepisse la signora Floridia, Laura aveva risposto che la trovava simpatica; loro si stupirono, perché fino a quel momento simpatica o antipatica lo era stata solo qualche amichetta di scuola, ma la
cosa finì lì.
In pizzeria, gli occhi delle due parevano bussole orientate l’una
sull’altra. A volte era la bambina ad avvicinarsi a Enza per sollecitarne l’attenzione, a volte era la donna a cercare il contatto per farle una carezza.
Per non risultare invadente, Salvatore aveva dapprima lasciato
cadere l’argomento, attendendo pazientemente che fossero i genitori di Laura ad affrontarlo nuovamente. Nel frattempo aveva sondato l’umore di Enza, la quale si era detta entusiasta alla prospettiva di frequentare la bambina nei giorni feriali, magari per aiutarla
nello studio.
Trascorse alcune settimane, tuttavia, visto che i De Biasi tergiversavano, Salvatore aveva deciso di rompere gli indugi proponendo
ai genitori di Laura l’aiuto della moglie per farle svolgere i compiti.
Effettivamente un po’ di tensione si era creata tra le due coppie,
tanto che fu Judit questa volta a prendere di petto la situazione. Per
eliminare ogni scrupolo, propose di chiedere un’opinione direttamente
a Silvano, suscitando le rimostranze del marito, secondo il quale non
si poteva ormai neanche più stabilire il menu delle feste comanda-
182
La donna accanto
te senza l’avvallo di Silvano. Per tutta risposta lei gli aveva ricordato che se non fosse stato per i consigli spassionati ricevuti da quell’uomo, già da tempo della loro famiglia non sarebbe rimasto altro
che il nome.
Al quesito se fosse saggio o quanto meno opportuno affidare Laura
a Enza per qualche pomeriggio, Silvano aveva risposto di sì, che
andava bene. Aveva inoltre invitato Judit ed Ernesto a vivere con
serenità quella esperienza, poiché sarebbe stata positiva per tutti.
Così, forti di questo appoggio, i genitori di Laura erano passati
dalla titubanza all’entusiasmo, spingendo la figlia verso l’amica e
incoraggiando gli incontri anche quando quest’ultima avrebbe preferito
starsene per conto proprio.
Bizzarrie dell’animo umano.
Dal canto suo, Laura non aveva mai perso la propria spontaneità:
non l’aveva persa quando sentiva il papà e la mamma discutere
animatamente dei Floridia, e neppure quando coglieva l’immagine
specchiata della loro apprensione nel nervosismo di Enza.
In ogni caso, a mano a mano che i Floridia e i De Biasi aumentavano la confidenza, la situazione era parsa stabilizzarsi nella reciproca stima.
Poiché l’aveva detto Silvano, del cui parere nutrivano fiducia
pressoché assoluta, in breve i genitori di Laura non frapposero nessun
ostacolo alla frequentazione sempre più stretta tra la figlia ed Enza,
frequentazione che andava ben oltre i compiti per casa.
183
La donna accanto
VERTIGINI
“Se le vedessi, Guido … e le vedrai – disse Salvatore rapito in una
sorta di contemplazione a distanza – in certi momenti Enza e Laura
mi sembrano davvero madre e figlia, in altri invece ho la sensazione di trovarmi davanti a due sorelle. È così strano … non so cosa sia
… A volte mi dico che non c’è niente da capire, ma solo da vivere.
Poi, però, non ne sono più tanto sicuro.”
****
Laura ed Enza parevano due persone che hanno ritrovato il piacere
della compagnia l’una dell’altra dopo un periodo di separazione:
sembravano agire in virtù di una frequentazione che in realtà non
c’era mai stata. I ruoli del bambino e dell’adulto risultavano sfumati e sovrapposti senza creare forzature.
Traspariva in Laura, che aveva sette anni, l’insolita attitudine a
percepire e a corrispondere alle gradazioni del dolore interiore come
potrebbe fare solo chi una vita intensa l’ha già vissuta. Intelligente
e dotata di un buono spirito d’osservazione, ella dimostrava né più
ne meno la sua età, ma con Enza era diversa. Con Enza la sua capacità di entrare in empatia era esaltata, come se prendesse veramente sotto braccio lo spirito ammalato della donna e stringesse al
suo piccolo petto di bambina le mani di Enza per scaldarle, per infondere coraggio e sicurezza.
D’altra parte Enza la coccolava specie quando suo padre non
poteva prestarle attenzione. Si metteva a sua disposizione per svolgere i compiti, le preparava il tè deteinato con i biscotti, oppure la
cioccolata.
Tra i sussidiari, i quaderni e le matite colorate Laura non si faceva nessuno scrupolo a chiedere aiuto, a pretendere anche, sbuffa-
184
La donna accanto
va per il carico di compiti e cercava di barare con gli esercizi. Eppure, più che trovare motivo di gratificazione nel supporto offerto alla
bambina, Enza si sentiva rafforzata e traeva fiducia proprio dal contatto
che si instaurava tra loro due. Con quel suo modo di fare delicato e
avvolgente la piccola sembrava bussare alle porte dietro le quali Enza
custodiva il suo fardello di dolore.
Vicino alla bambina, Enza era dimentica di se stessa: da un lato
concentrava la propria attenzione su di lei, dall’altro, in questo modo,
stranamente pareva essere in grado di osservare le cose con più
obiettività, come se in quei momenti venisse rimosso il velo di sofferenza che la opprimeva e che deformava tutto ai suoi occhi.
Essendo a conoscenza delle difficoltà economiche dei De Biasi,
Enza accompagnava qualche volta Laura ad acquistare ciò che
maggiormente le serviva: un paio di scarpe, un nuovo zainetto, un
cappottino elegante.
All’inizio Salvatore aveva evitato di mettersi tra loro due, temendo
di alterare il rapporto esclusivo che s’era creato. Inoltre, Laura ed Enza
si frequentavano per lo più di pomeriggio, quando lui era al lavoro. A volte era Enza a recarsi a casa dei De Biasi, dove si intratteneva anche con il padre di lei o con Judit se era tornata dal lavoro. A
volte era uno dei due genitori ad accompagnare la bambina da Enza,
che la riaccompagnava poi a casa, a meno che non fosse troppo stanca
per mettersi in strada di sera, nel qual caso era Salvatore a farlo.
Dopo qualche tempo, inoltre, per una questione di orari, la bambina aveva iniziato a cenare presso i Floridia quasi tutti i martedì. In
seguito c’erano state alcune uscite domenicali, a vedere dei film per
ragazzi, il palio della città, per una gita a Venezia o una passeggiata
sui colli …
Laura era contenta, Enza sembrava riscoprire la vita, Salvatore
sentiva allentarsi la morsa d’angoscia che gli aveva stretto il cuore
per tanto tempo.
Una sera, mentre stavano a passeggio per le vie del centro, i tre
avevano sostato davanti alla vetrina di un negozio d’abbigliamento. Salvatore si era messo a osservare l’immagine riflessa dal grande cristallo antisfondamento: mamma, papà e figlioletta al centro,
stretti per mano. Nitida e dettagliata più di una foto, quella visione
raccoglieva tutti i simboli della loro vita: oltre la vetrina, le croci e le
185
La donna accanto
delizie del lavoro che tanta soddisfazione e amarezza aveva procurato a Enza; al di qua, nel trambusto della città, il destino di Salvatore e nel mezzo Laura, la figlia che avrebbero desiderato. “Una vera
famiglia” aveva pensato Salvatore.
“Perché non portiamo Laura con noi a Catania la prossima estate?”
aveva proposto rivolgendosi alla moglie.
Enza si aprì in un sorriso: “Buona idea, basta che a lei vada bene
e che i suoi genitori siano d’accordo. Vero, Laura?” Laura li guardava stupita.
“Dov’è Catania?”
“Lontano – aveva spiegato Enza con fare da professoressa. – Non
ti ricordi? L’abbiamo studiata in geografia: è in Sicilia.”
“È vero! Vicino al vulcano …”
“Che si chiama Et …?”
“Etna” aveva risposto sicura Laura. A Salvatore erano luccicati
gli occhi.
****
Enza adorava Laura e aveva una grande ammirazione per Judit,
alla quale il rapporto sempre più stretto tra la figlia e l’amica non creava
nessun disturbo. Judit era al corrente dei problemi di Enza, ma non
era affatto preoccupata che si potessero ripercuotere sulla figlia, anzi,
si mostrava fiduciosa perché, parlando con Enza, non aveva avuto
assolutamente l’impressione di trovarsi di fronte a una squilibrata,
ma piuttosto a una persona provata che stava cercando il proprio
equilibrio. D’altra parte apprezzava sinceramente l’aiuto, anche
economico, che riceveva dai Floridia. Un rapporto d’amicizia particolare.
La signora Floridia ammirava la signora De Biasi come donna e
come madre, in grado di districarsi tra gli impegni del lavoro senza
far mancare l’affetto alla famiglia. Nel giro di breve tempo, la mamma di Laura era diventata per lei un punto di riferimento, una specie di modello comportamentale cui aspirare, a prescindere dal fatto di avere o non avere figli. I discorsi che Enza coglieva a malapena durante gli incontri domenicali diventavano più interessanti se era
Judit a riprenderli, a filtrarli attraverso la propria esperienza di vita.
186
La donna accanto
Judit riproponeva a Enza gli argomenti utilizzando altri esempi,
adattandosi ai tempi di assimilazione dell’amica, e quando il boccone risultava comunque troppo grosso, o duro, lo masticava prima lei, perché non soffocasse.
A poco a poco, tra le due donne erano nate le confidenze. Judit
raccontava a Enza le soddisfazioni, ma anche le preoccupazioni, che
i figli portano in dote. Le confidava le incomprensioni con il marito
che, con gli anni e nonostante il legame della prole, non s’erano
assolutamente risolte, ma erano diventate invece una costante a cui
fare necessariamente l’abitudine.
Enza, dal canto suo, parlava a Judit dei timori che le agitavano
i giorni e le notti, dei fantasmi che la scuotevano profondamente,
privandola della serenità e della gioia di vivere che non ricordava più,
ma che dopo tutto sperava di recuperare.
Era accaduto così che Enza aprisse il cuore a Judit, laddove l’accesso non era stato consentito a nessun altro. Ciò che non aveva mai
confidato nemmeno al marito, Enza lo raccontò alla madre di Laura. Non si era chiesta se fosse opportuno metterla a parte di quel
vecchio segreto per il quale a volte avvertiva un peso sbattere nella
testa fino a trovare la via per scendere nel cuore, farla sobbalzare e
poi torcersi nel ventre. Enza non aveva neppure mai sentito la necessità di comunicare quel fatto in confessione, tanto considerava
intima la questione : cosa avrebbe mai potuto aggiungere o togliere un estraneo? Ma era stanca di tenere soltanto per sé quel fardello, talmente piccolo, eppure così pesante, come un seme trattenuto
fra le dita per un tempo estenuante. Finalmente aveva trovato un luogo
dove lasciarlo cadere.
Un giorno, quindi, Enza informò Judit dell’aborto a diciassette anni.
Le disse che da quando si era accorta di non riuscire ad avere un figlio,
s’era trovata a convivere con la sensazione che quella possibilità le
fosse negata come punizione per quanto aveva fatto. Secondo lei non
le sarebbe mai stato concesso di essere madre perché, quando se n’era
presentata l’occasione, l’aveva rifiutata come un fastidio.
“Non è detto che sia così – l’aveva confortata subito Judit. – Molte
donne non sono in grado di concepire pur non avendo mai abortito volontariamente. Se fosse come dici, quella che tu chiami punizione sarebbe insensata per chi non ha mai fatto nulla.”
La donna accanto
187
Com’era semplice e disarmante nella sua logica, Judit!
“Io però la sento come una punizione.”
“E chi ti starebbe punendo?”
Corrugata la fronte, a quel quesito Enza andava scrutando il volto
dell’amica, come se avesse bisogno di afferrare completamente il senso
di una questione che non le risultava immediatamente comprensibile. Quindi, intuendo che l’altra stava aspettando una indicazione,
con tanto di nome e cognome, si era concentrata un istante per cercare
un riferimento preciso sul quale appiccicare la responsabilità del
verdetto e della punizione.
“Chi?” aveva ripetuto Judit sorridendole. Il viso di Enza si era
disteso in un sorrisino desolato per l’esito negativo della ricerca.
“Lo vedi? È il tuo senso di colpa che ti punisce, anzi il senso di
colpa è per se stesso la punizione.
“Ma io non sento nessun senso di colpa – se n’era uscita Enza
toccandosi il petto con la punta delle dita. – Io avverto una ribellione qui dentro, la necessità di gridare all’ingiustizia.”
“Ti sembra di dover sottostare ad un destino troppo pesante?”
“Certo! Mi sembra di pagare una pena spropositata.”
“Enza ascoltami – le aveva detto allora Judit con tono amabile,
quasi materno – non voglio contraddirti, per carità, nessuno ti impedisce di credere che sia così, ma il fatto è che non c’è nessun giudice e nessun tribunale al di fuori di noi stessi. D’altra parte, senti:
cosa dovrebbe mai dire chi viene ammazzato mentre se ne va tranquillo per la sua strada sapendo di non aver fatto niente di male? Chi
gli ha inflitto la morte non è un giudice sovrannaturale troppo severo
o sbadato; no, è un essere umano come te e come me, come tuo
marito, o il mio, qualcuno che ha deciso di sparare, di accoltellare,
di far esplodere. Dio non c’entra niente in queste faccende. Sono storie
fatte di uomini, solo di uomini, dall’inizio alla fine.”
“Vedi Enza – aveva proseguito poi la signora De Biasi mentre
osservava la reazione alle sue parole – quel giudice in realtà sei tu:
prima ti capita di eliminare qualcuno e poi ti lamenti della libertà in
nome della quale hai potuto fare quello che hai voluto, e in nome della
quale ovviamente anche gli altri possono fare ciò che vogliono.
“Ma io non volevo eliminare proprio nessuno” aveva protestato Enza.
188
La donna accanto
“Lo spero bene. Neanche chi va a fare una rapina parte con l’intenzione di eliminare qualcuno: ha in mente solo i soldi.”
Quel paragone disorientava Enza, visibilmente perplessa e
corrucciata. “Possibile che il suo comportamento fosse in qualche
modo anche solo avvicinabile a una cosa del genere?” In fin dei conti,
quel vecchio incidente era stato causato dall’inesperienza nei primi
approcci con l’altro sesso. Come poteva essere che vi fosse attribuita tanta gravità?”
Poiché lo stupore traspariva dagli occhi dell’amica, Judit allora
aveva aggiunto: “Adesso forse non riesci a capire, hai appena iniziato un percorso che ti condurrà ad apprendere conoscenze dimenticate. Ma credimi che un po’ alla volta ti verrà più chiaro. E allora
la rabbia e la ribellione che senti dentro si scioglieranno come ghiaccio
al sole e il senso di colpa si trasformerà in tolleranza e accettazione,
innanzitutto per te stessa, per la tua vita e per quello che sei.
In realtà questa è la formula per la mutazione di ogni cosa in energia
d’Amore. Per quanto pesante e traumatica sia, qualsiasi esperienza può essere trasformata e l’energia che se ne ricava può venire
utilizzata nel migliore dei modi secondo il grado di consapevolezza
raggiunto.”
Il tono era rassicurante e, stranamente, ora Judit non guardava
la signora Floridia mentre parlava, ma fissava la tovaglia sul tavolo
al quale erano sedute, come se stesse traendo ispirazione dall’intreccio
del tessuto. La sua non era una spiegazione, perché sembrava parlare a sé, non ad altri; pareva voler ricordare soprattutto a se stessa
il motivo ultimo del proprio percorso di conoscenza.
“Tu come sei arrivata da Silvano, Judit?” aveva chiesto Enza che
era impressionata dalla padronanza con cui la madre di Laura affrontava certi argomenti a lei sconosciuti. In cuor suo si stava chiedendo quanto tempo le sarebbe stato necessario per assomigliarle.
“Non riuscivo a trovare chi mi aiutasse a stare meglio – aveva
iniziato a raccontare Judit. – Avevo provato un po’ di tutto, cercando anche molto lontano e, quando ormai mi ero rassegnata, un’amica
alla quale avevo confidato il mio stato mi ha parlato di Silvano.
“ Eri ammalata?”
“Sì, si può dire che fossi ammalata. Ma non era una malattia di
quelle tradizionali.”
La donna accanto
189
“E cos’era allora?”
“Per molti anni ho provato sensazioni d’angoscia inspiegabili.
In realtà non c’era niente che mi minacciasse e nonostante le
difficoltà che dovevo superare in famiglia avevo una vita normale,
voglio dire una vita che non era poi tanto diversa da quella della
maggior parte della gente. Succedeva senza preavviso, soprattutto
di sera; mi pareva di stare all’interno di un grande nero vuoto,
senza poter decidere da che parte muovermi. Mi sentivo impotente. Ero condensata in un unico punto: tutta me stessa in uno
spazio infinitamente piccolo che racchiudeva il mio passato il presente e il futuro. Eppure quel punto non era niente, un nulla che
mi paralizzava. Avvertivo un senso di nausea molto forte e mi
chiedevo come potevo provare sensazioni tanto intense pur essendo così insignificante. Mi domandavo come un nulla potesse
sentire un vuoto incolmabile. Poi arrivava una pressione tremenda su tutto il corpo, come se qualcosa volesse far scoppiare quel
minuscolo granello con tutto quello che c’era dentro: il buio, il
silenzio, tanta tristezza, solitudine e paura. Avevo chiesto il parere
di alcuni specialisti, secondo i quali non avevo assolutamente
niente, sanissima. Finché, come ti dicevo, non ho trovato Silvano,
il quale mi ha detto che si trattava di vertigini.”
“Vertigini?” disse incredula Enza.
“Vertigini della terza dimensione. È una specie di timore che ti
prende quando stai imparando a fare qualcosa di nuovo, che non
è propriamente pericoloso, ma può essere comunque molto impegnativo. Allora hai paura, innanzi tutto perché sai che, una volta
familiarizzato con quella nuova capacità, per prima cosa ti sentirai
un po’ più sola, almeno fino a quando non avrai incontrato chi sta
percorrendo la tua stessa strada, non so se mi spiego.”
Una smorfia di Enza stava ad indicare che la spiegazione non era
sufficiente.
“Come quando impari a fare roccia: dapprima ti vengono i brividi a pensare che sarai da sola, appesa lassù, a confrontarti con la
parete. Poi, col tempo, trovi dei compagni più esperti che ti danno
una mano. Insomma, sono vertigini dovute alla crescita, causate dal
passaggio da uno stato a un altro, da una gradino a quello successivo che si trova ovviamente più in alto.
190
La donna accanto
“Ma cosa significa terza dimensione?” le aveva chiesto ancora Enza.
“Si riferisce alle diverse parti di cui siamo fatti, ed è la prima delle dimensioni del sottile: le comuni vertigini, quelle dovute alla percezione dello spazio tramite gli organi di senso, sono invece della
seconda dimensione.
“E poi, sei stata meglio?”
“Sì, un po’ alla volta. Da Silvano ho trovato chi aveva già avuto
problemi del genere, persone positive in ogni caso. Ho trovato dei
compagni di cordata e per prima è svanita la solitudine. Poi, in meno
di un anno sono scomparse anche le altre sensazioni sgradevoli.”
“Però! C’è voluto così tanto?”
“Quando si pone mano a certe cose è meglio prepararsi a non
aver fretta. Comunque non è detto che sia così per tutti. A volte puoi
iniziare a sentirti meglio molto presto.”
“È vero – aveva convenuto Enza. – A me è capitato così: ho
cominciato a stare meglio subito, da quando ho conosciuto Laura.
Ed effettivamente mi stupisco di come sia successo.”
“È perché la malattia, qualsiasi malattia, ha una struttura tripartita
– aveva spiegato Judit – tripartita come ogni altra cosa. Quindi, siccome anche la malattia è fatta di corpo, di anima e di spirito, non
si può mai guarire veramente se non si curano tutte e tre le componenti.”
“Allora, – aveva arguito Enza, – suppongo che io continuavo a
stare male nonostante le cure, perché le medicine non possono alleviare un disturbo in tutte e tre le parti, e per cominciare a guarire
veramente ho dovuto incontrare Laura.”
“Esatto – aveva confermato Judit annuendo appena. – Mi hai
raccontato che prendi degli ansiolitici che fanno bene al corpo,
più o meno; poi hai l’amore di tuo marito che è ottimo per l’anima. Ma ti mancava la medicina per lo spirito che hai trovato in
Laura.
Anche se lo spirito non si riesce a vederlo, tuttavia si può avere
un’idea delle condizioni in cui si trova considerando gli effetti che ha
sulle altre parti, che sono più facili da osservare.”
“Dio mio come siamo fatti! – aveva detto Enza sospirando. – È
così semplice, eppure così difficile.”
“Sì, è così difficile, eppure così semplice.”
191
La donna accanto
Sbirciando l’amica, Enza aveva cercato di capire il motivo per
cui aveva invertito l’ordine della sua affermazione e dopo un istante aveva iniziato a ridere.
“Vedi – aveva aggiunto la mamma di Laura emulando il sorriso
della signora Floridia – la chiave sta sempre nella semplicità.”
****
Dopo qualche tempo, la madre e la cognata di Enza erano venute a conoscenza della presenza di Laura in casa sua.
Un giorno era squillato il telefono mentre Enza era impegnata in
bagno, e aveva gridato a Laura di rispondere.
“E tu chi sei?” aveva chiesto la madre di Enza udendo la voce
sconosciuta di una bambina all’altro capo.
“Laura” aveva risposto docilmente la bambina.
A questo punto, la signora avrebbe dovuto ricorrere a domande
più dettagliate per avere un’informazione attendibile, del tipo: che
cosa ci fai in casa di mia figlia, oppure : Laura chi? Ma la sorpresa
era tale che non seppe cos’altro dire se non chiedere di Enza.
“Chi è questa Laura?” aveva poi domandato alla figlia.
“È la bambina di amici, le do una mano a studiare” aveva risposto
evasiva Enza. In cuor suo sapeva che in realtà avrebbe dovuto dire:
è una figlia che ho preso a prestito.
“Brava – l’incoraggiò la madre – non sapevo che avessi iniziato
a dare lezioni private, d’altra parte te la cavavi bene a scuola e sarebbe un peccato lasciare completamente perdere.”
Poi fu la volta di Giusy a sapere della bambina. Lei era rimasta
l’unica amica che mostrasse un reale interesse per la sua salute. Un
pomeriggio, passando a salutare Enza, la cognata le aveva trovate
entrambe alle prese con un problemino di matematica. Si era accomodata sul divano fintanto che Enza non si fosse liberata.
Giusy era sorpresa, ma visibilmente contenta: osservava Laura,
poi Enza e poi nuovamente Laura cercando di comprendere cosa
fosse quella novità. Avvertiva qualcosa di indefinibile nel modo di
fare assolutamente tranquillo di entrambe, una specie di complicità insondabile.
In effetti l’aria di casa non era più la stessa: i pensieri cupi e pe-
192
La donna accanto
santi che avevano impregnato le stanze erano stati dissipati, sostituiti da qualcosa di più leggero. A turno, sua madre e Giusy telefonavano più spesso, infittendo le visite e portando sempre qualcosa
da mangiare in compagnia; persino il padre di Enza era andato a farle
visita una volta.
Inaspettatamente, un paio di vecchie conoscenze si erano fatte
sentire chiedendo di ritrovarsi, magari per un aperitivo.
“E perché no!” aveva risposto Enza dissimulando saggiamente
il suo vero pensiero: “vedremo…”.
****
“È così strano quello che mi racconti Salvy” – commentò Guido
distogliendo per un attimo gli occhi dall’amico e sollevando le mani
dal tavolo per far posto al piatto che il cameriere gli stava servendo.
“Lo so – gli rispose Floridia. – Anch’io ho trovato insolito il modo
in cui si sono svolte le cose. Suppongo che ci sia una spiegazione,
anche se non so qual è di preciso. Magari un’idea, quella sì … comunque … sinceramente non mi importa che sembri strano; quello che mi interessa è che sia vero, com’è vero che adesso sono qui.”
****
Trascorsi molti mesi di speranza per la prospettiva aperta grazie
all’opera di Silvano e alle nuove amicizie, a Salvatore ed Enza era
venuto spontaneo tentare di fare il punto della loro situazione. Dopo
anni di travagliata navigazione a vista, privi di qualsiasi riferimento,
la capacità di accettare e dare un senso alle proprie vicende personali
era di grande sollievo. A mano a mano che le condizioni di Enza
miglioravano, i Floridia intuivano la possibilità di tornare a una condizione di normalità, recuperando il valore progettuale della vita a due.
Salvatore non si era mai del tutto convinto che la depressione della
moglie fosse stata inevitabile, imputando a se stesso parte della responsabilità di quanto era accaduto: gli era rimasto il dubbio di averci
dormito sopra, di non essere stato abbastanza accorto da anticipare gli avvenimenti e capire cosa stava accadendo in modo da riuscire
a porvi rimedio.
La donna accanto
193
Per questo, quando si era reso conto che avevano imboccato una
via che li avrebbe portati fuori dal tunnel, aveva cercato di accelerare gli eventi e favorire il processo di guarigione. Aveva concertato con il medico un calendario per privare progressivamente Enza
degli psicofarmaci; lei era d’accordo, collaborò, e nel giro di dodici
mesi disse addio alle pasticche.
Poi, quando una sera l’aveva vista sfogliare serena una rivista di
moda, Salvatore si era deciso a parlare lui per primo. Aspettò che
arrivasse ai tre quarti del chilogrammo e passa di cellulosa patinata,
dove solitamente iniziano gli indumenti da bambino e gli accessori.
“Adesso possiamo iniziare a pensarci seriamente” aveva detto
sorridendo.
Lei aveva alzato la testa girandosi a scrutarlo in volto, con un’espressione via via più luminosa.
“Non oso pensarci.”
“Sarà comunque una faccenda lunga, avrai tutto il tempo di
abituarti all’idea. Ma già vedo che non hai nessuna difficoltà con
Laura.”
“Laura è come una parte di me … non so se con un altro potrà
essere la stessa cosa.”
“Anche Laura si trova bene con te, spero davvero che continuerete a vedervi volentieri. Comunque vada non siamo obbligati Enza,
dicevo solo che ormai stai bene e possiamo pensare ad adottare un
figlio nostro.”
“Come cambiano le cose”, meditava Enza, tra sé, per paura che,
esternando le sue remore e i suoi dubbi, Salvatore potesse fraintenderla.
“Qualche anno fa avrei fatto una follia pur di poter avere un figlio e oggi, che si intravede la possibilità di realizzare il sogno, ne ho
quasi timore”.
“Ma questo lo deciderai tu, se e quando vorrai” la tranquillizzava Salvatore. E pensava: “Come mai questa titubanza?”
Enza sentiva di desiderarlo, ma si rendeva conto che non era lo
stesso desiderio che aveva provato in passato. Laura le stava dimostrando che un figlio non è assolutamente qualcosa in aggiunta, ma
un ingrediente che si impasta trasformando il sapore della vita in
qualcosa di diverso.
194
La donna accanto
“Ecco, forse era proprio quello che non avevo sospettato …”.
“Penso che potrò farcela Salvatore – disse sospirando profondamente. – Sì, penso proprio che potremo farcela.”
****
La presenza di Laura aveva indotto Enza ad affrontare anche le
faccende domestiche con rinnovato slancio: c’era decisamente meno
polvere in giro e più ordine. Quando la bambina si fermava a cena
la tavola veniva imbandita con una mensa ricca perché, con la scusa dello sviluppo, Enza comperava un po’ di tutto.
Laura chiedeva il permesso di condividere qualche dolcetto e le
leccornie con i fratelli ed Enza le preparava un cestino da portare a
casa.
A tavola bastava un accenno perché la conversazione si avviasse, in quanto Enza e Salvatore si sentivano a loro agio con la bambina, che non li inibiva neppure quando parlavano di faccende
personali: discorrevano della giornata, del lavoro, dei compiti di Laura,
del cibo, degli incontri domenicali …
La piccola non esigeva molta attenzione per sé: presentava le sue
richieste, poneva le sue domande e se doveva aspettare per qualsiasi motivo, guardava la TV oppure, se aveva terminati i compiti, si
appartava sul divano a leggere Topolino.
Quel minimo di serenità ritrovata faceva bene anche all’amore:
Enza si svegliava ancora di notte, ma sul comodino era rimasto solo
il bicchiere dell’acqua, senza psicofarmaci; e allora, preferiva avvicinarsi a Salvatore per vedere se fosse disposto alle coccole.
La signora Floridia era tornata a cercare un lavoro che la occupasse solo il mattino, trovandolo proprio nel negozio in cui aveva
già lavoricchiato per qualche tempo alcuni anni prima.
Se in negozio le capitava di rivolgere la parola a un bambino, lo
faceva parlando nel modo in cui comunicava con gli adulti. Certo,
semplificando e addolcendo, ma evitava quel cinguettio forzato tutto
femminile che stordisce e fa torto ai piccoli.
“Non sembri più la stessa persona” le aveva detto la titolare, riferendosi evidentemente non all’aspetto fisico. Era l’atteggiamento
con cui Enza affrontava il lavoro che era mutato: non erano le mansioni
195
La donna accanto
in se stesse ad avere un valore più o meno rilevante, ma era il modo
in cui lei le svolgeva a conferirvi interesse.
L’apprezzamento nei suoi riguardi si concretizzò nella richiesta di
lavorare a giornata intera. Lei tuttavia acconsentì solo per un paio
di pomeriggi la settimana, poiché non voleva assolutamente rinunciare alla compagnia di Laura. In negozio le avevano affidato il compito
di trattare con i rappresentanti, di controllare la qualità della merce
e di andare periodicamente in giro per la città a raccogliere informazioni
sui prezzi dei concorrenti.
In un paio di occasioni era tornata anche presso l’azienda in cui
era stata impiegata per più di quattordici anni. Aveva incontrato
qualche vecchia conoscenza, ‘ciao come stai, che piacere vederti, cosa
fai di bello adesso…’, aveva percorso il corridoio su cui erano state
appese le sue gigantografie senza provare nessun rimpianto, ma solo
una fugace, leggera vibrazione tellurica che indica la profondità negli
strati del vissuto.
Ricordava di aver trascorso molto tempo in quell’ambiente,
momenti felici, a volte esaltanti: ecco la saletta adibita a suo personale ufficio, ora con la moquette amaranto consunta e macchiata,
il distributore automatico polveroso e il cestino colmo di bicchieri di
plastica incrostati di fondi e di zucchero.
“Non è che mi si sia indurito il cuore – aveva confidato a un’amica
che non vedeva da tanto tempo – al contrario; solo che il cuore adesso
batte per qualcosa di diverso. Non so come spiegarti, è come se prima
mi entusiasmassi per le cose esteriori, mentre adesso mi entusiasmo
al pensiero della vita che c’è dentro.”
****
Erano tre o quattro giorni che una grande busta color argilla stava sulla credenza, a fianco della bilancia. Salvatore l’aveva appoggiata lì ed Enza, per una ragione o per un’altra, non aveva ancora
curiosato. D’altra parte, se ci fosse stato qualcosa che la riguardava, Salvatore glielo avrebbe detto. Eppure …
“Così tranquillo, Salvatore!” pensava Enza. “Di un buon umore
incrollabile, come nei momenti migliori.”
Il compito di sbirciare le fu facilitato dal fatto che la busta non era
196
La donna accanto
chiusa: conteneva dei moduli. A Enza erano venute le palpitazioni
quando si accorse che si trattava di quelli per la presentazione della
domanda di adozione. Sapeva, ma non se lo aspettava così.
Aveva scorso velocemente pagine fitte di caselle e riquadri. Ecco,
quella doveva essere la lista dei documenti da allegare e poi c’era
la sezione redditi.
Ebbe la sensazione che da sola non ce l’avrebbe mai fatta a
compilare quella domanda. Non che avesse qualche incertezza rispetto ai contenuti formali dei moduli, erano ben altre le cose che
non si sarebbe sentita di affrontare. Tuttavia, voleva dare subito a
Salvatore un segno di apprezzamento per quel gesto e per la delicatezza con cui aveva lasciato che fosse lei a prendere simbolicamente
in consegna un eventuale futuro a tre.
Enza volle che fossero immediatamente chiare le sue intenzioni. Perciò nell’intestazione aveva scritto in stampatello i cognomi e
i nomi di entrambi: Floridia Salvatore, Busnardo Enza in Floridia.
“Tra qualche giorno” aveva pensato poi la signora Busnardo “ tra
qualche giorno aggiungerò l’indirizzo e poi ancora i dati personali; prima
i miei che li conosco a memoria, e poi quelli di Salvatore, ma deve esserci
anche lui perché non vorrei mai sbagliare. Anzi, per non fare pasticci sarebbe meglio fare una fotocopia di tutto e usarla come malacopia,
così se sbaglio Salvatore non deve procurarsi altri moduli.”
****
Salvatore premette tra le dita un pezzetto di mollica di pane facendone dei piccoli frammenti che disseminò attorno al piatto, tra
il bicchiere suo e quello di Guido. Intendeva illustrargli una certa idea
di passato, per fargli comprendere meglio come, per lui, fosse stato
necessario tornare sulle proprie idee e sulle proprie scelte, non per
stravolgerle, anche perché ciò che è fatto resta fatto, ma per trasformarle da peso morto a fattore di spinta.
“Il punto è – fu la considerazione di Salvatore – il punto è stabilire qual’è la direzione di questa spinta, perché è chiaro che non posso
servirmi del passato per giustificare semplicemente il presente: così
facendo rinuncerei al movimento, e in sostanza mi precluderei l’accesso
a nuove opportunità.”
La donna accanto
197
“E allora?” incalzò Guido.
Quando non riusciva a districarsi con parole sue, Salvatore
attingeva a tutto quanto aveva inteso da Silvano e dagli altri amici.
“Hai presente la storia dei sassolini di Pollicino?” gli aveva detto
Ernesto, il padre di Laura, una sera che Floridia, dopo aver accompagnato a casa la bambina, s’era intrattenuto a conversare su un
argomento che gli era risultato particolarmente ostico.
Si era discusso del modo in cui le persone possono evolversi,
distinguendo tra esperienza ed esistenza, tra punto di partenza e punto
d’arrivo.
“I sassolini di Pollicino?” aveva ripetuto Salvatore dubbioso.
“Si tratta di una traccia da seguire – aveva spiegato Ernesto. – La
si chiama evoluzione, ma il termine è riduttivo. In realtà per capire
ciò che accade bisogna immaginare qualcosa che si muove contemporaneamente in due direzioni opposte. La relatività però non c’entra
nulla, è molto più semplice: immagina di partire da un luogo e di
viaggiare disseminando dei sassolini per indicare dove sei passato.
Dopo un bel po’ di tempo può venirti il desiderio di tornare al punto di partenza. Solo che, fatto qualche passo indietro, ti rendi conto
di non ricordare più la strada; per fortuna che hai lasciato delle tracce.
Ma bisogna comunque cercare le pietruzze, perché nel frattempo sono
state coperte dall’erba, spostate dall’acqua, ecc. Potresti anche andare a naso, come si dice, ma rischi di allontanarti invece che avvicinarti alla meta. Ora, il fatto è che, mentre cerchi i sassolini che hai
lasciato cadere, in realtà non stai disfacendo il lavoro che avevi
compiuto seminandoli come segnale. È un’ulteriore esperienza che
ti fa scoprire aspetti diversi dei luoghi in cui eri già passato. All’andata avevi altri pensieri ed eri animato da obiettivi differenti; magari
andavi di fretta per arrivare dove volevi e certe cose non avevi neppure
avuto il tempo di notarle. Al ritorno, però, tutto cambia, a cominciare
dalla prospettiva stessa del paesaggio. Sei impegnato a trovare la
traccia giusta per non sbagliare strada e diventi un grande osservatore, aguzzi l’intuito, stimoli la memoria.
Ecco, mentre ti avvii verso casa aggiungi esperienza che completa
l’esistenza, non rinneghi assolutamente quello che hai fatto durante l’andata. In questo senso vai avanti, anche se in realtà stai tornando
al punto di partenza.
198
La donna accanto
****
L’effetto delle conversazioni con i De Biasi e gli altri si rifletteva
positivamente nel dialogo tra Enza e Salvatore. A poco a poco si resero
conto che era inevitabile cercare di ridefinire i contorni del loro rapporto
coniugale alla luce delle difficoltà che avevano affrontato e che in parte
stavano superando. Non fu facile.
Nella moglie Salvatore non trovava più gli atteggiamenti estrosi
che, a contatto con le proprie asperità, avevano fornito l’energia
necessaria ad alimentare il loro ménage pirotecnico. A dire il vero
Enza non era più stata la stessa da quando era uscita dal coma conseguente all’emorragia: forse, al di là del deperimento fisico, quello
era stato il vero inizio di un radicale cambiamento.
Enza ne parlava raramente, ma a volte accennava a vaghe sensazioni provate in tale circostanza; qualcosa che sentiva esserle rimasto dentro da quell’inquietante contatto con la morte. In seguito
a quel fatto, improvvisamente era scomparsa l’ossessione per l’aspetto
esteriore, e anche il suo interesse per il cibo non aveva più niente del
contrastato amore ed odio di prima. Soprattutto, sembrava esserci
poco o niente in grado di coinvolgerla veramente, come se lei stesse sperimentando l’estensione accidentale di una vita già finita, già
conclusa.
Provava distacco per tutto e, a momenti, quando le emozioni si
riaffacciavano imperiose, allora sembrava schiantare sotto un peso
che non era in grado di reggere.
Proprio quando Enza aveva perso l’interesse per la vita, Laura
era entrata nella sua a rammentarle che comunque sia, ogni vita è
troppo preziosa per essere abbandonata.
Anche Salvatore appariva diverso a Enza: visibilmente provato,
suo marito le sembrava meno sicuro di sé, sempre orgoglioso e cocciuto, ma possibilista, nel senso che contemplava la possibilità di sbagliarsi.
Di questo e di altre cose Enza e Salvatore discutevano nei momenti di intimità. Con la mente rivolta alla bambina e al loro futuro, si scambiavano impressioni, confrontando ciò che ognuno aveva colto dalle proprie esperienze. Sorreggendosi a vicenda, cercavano sogni e slanci che pensavano di aver accantonati definitivamente.
La donna accanto
199
Fu in quel modo che alla fine riuscirono a raccontarsi, l’un l’altro, tutto di se stessi: Salvatore, raccontò alla moglie ciò che aveva
confidato a Silvano, ed Enza raccontò al marito ciò che aveva confidato a Judit, provando entrambi una complicità nuova, matura,
molto diversa da quella favorita dall’attrazione fisica.
200
La donna accanto
ARRIVI E PARTENZE
“Pago io il conto” si offrì sorridendo Salvatore, mentre il cameriere
stava servendo i due caffé rigorosamente ristretti.
“No, lascia stare, offro io …” protestò Guido.
“È che parlare con te mi ha fatto bene. Mi rendo conto che c’è
motivo di festeggiare. Anzi, magari organizzeremo qualcosa a casa,
giusto quei tre quattro a cui teniamo di più… “
“D’accordo, ma per oggi offro io.”
Erano gli ultimi avventori rimasti nel locale. La cena era stata
gradevole, sia per i sapori delicati della cucina veneta addomesticata
al gusto dei forestieri, sia per il racconto di Salvatore che aveva conferito
un non so che di particolare a ogni boccone.
“Era ora che ti gratificassero con una promozione – aggiunse poi
enfaticamente Guido, cambiando argomento e dimostrando così di
apprezzare le mostrine cucite sulla giacca dell’amico.
“L’importante è andare avanti – gli rispose Floridia serafico, mentre
sorseggiava il liquido nero non zuccherato. – Sai Guido, non è per
la gratifica in sé, ma per l’opportunità di lavorare diversamente, di
migliorare le competenze e ovviamente di confrontarti con responsabilità maggiori.”
“Beh, Salvy, è quello che volevo dire, anche se tu l’hai espresso
meglio. E poi, il gradino successivo?”
“Dovrebbe essere per l’anno prossimo, se non intervengono difficoltà contingenti: brigadiere maggiore, è una differenza poco più
che formale, ma da lì si deve passare!”
“Eh, lo sapevo io che tu l’arma ce l’hai nel sangue! – sentenziò
Guido, con un pizzico di adulazione. – Caspita, ti invidio sai, hai tenuto
duro, ma adesso raccogli.”
“Ma cosa vuoi raccogliere, Guido!” lo contraddisse platealmente
Salvatore.
La donna accanto
201
L’amico si fece alquanto serio assumendo l’aria interrogativa di
chi non si raccapezza nel gioco al quale ha dato inizio.
“Sono dettagli Guido – continuò Floridia dopo aver allontanato
la tazzina – sono dettagli insignificanti. Secondo te queste gratifiche
compensano una vita di lavoro? O meglio, compensano o giustificano una vita? Vorrai scherzare spero. Il lavoro è lavoro ed è importante, non ci piove; ma dico, guardiamoci anche attorno: il lavoro
è un fine oppure è un mezzo? E se è un mezzo, allora il fine qual’è?”
Un Salvatore così puntuale e analitico Guido non se lo ricordava proprio. “Accidenti quanta acqua è passata sotto i ponti” pensava.
“Il tempo trascorso non era poi così lungo, ma l’acqua era tanta, quella
sì, come accade durante le alluvioni che cambiano il paesaggio dei
fiumi, dei pendii, e dei borghi.”
Guido fissava Salvatore perplesso e anche un po’ intimorito,
perché si rendeva conto che, se desiderava frequentare nuovamente
l’amico, avrebbe dovuto confrontarsi con quel suo nuovo modo di
pensare e di discorrere che lui non conosceva. Certo, il passato, tutto
il tempo vissuto insieme era importante, era una garanzia, ma non
era sufficiente, anzi, da come parlava, Salvatore pareva persino voler
mettere in discussione certi fatti.
“Scusami – disse affabilmente il brigadiere che probabilmente
leggeva negli occhi dell’amico una incomprensione dovuta alle esperienze degli ultimi anni. – Scusami Guido, non intendevo essere
scortese. Sicuramente mi fa piacere fare un passo in avanti, ma con
questo non si esaurisce tutto quello che sono io, quello che sento di
essere dentro. Vedi, mi sono accorto che non avevo le idee chiare
su cosa significasse vivere. Ecco, guarda – aggiunse poi mettendo
mano al portafogli – mi sono segnato questa frase, aspetta che deve
essere qui da qualche parte, è talmente illuminante che la tengo sempre
con me.” Estrasse una strisciolina di carta stropicciata e lesse:
Non è possibile sperimentare contemporaneamente tutte le dimensioni della vita.
“La nostra vita è come una pentola – continuò Salvatore – puoi
metterci dentro un po’ di questo e un po’ di quello ma presto, molto presto, arrivi a riempirla e poi basta, stop, non ci sta altro. Allora
il punto è: cosa c’hai messo dentro? C’hai messo dentro lavoro e
carriera? Passioni? Avventura? Dissolutezza, egoismo, amore, affetto?
202
La donna accanto
Fede? Perché il punto è: tu, vale a dire tu Guido, credi di essere
esattamente quello che c’è nella pentola, oppure senti di avere anche qualcosa di diverso, che non corrisponde?” Poi guardò negli occhi
l’amico e gli chiese a bruciapelo:
“Cosa c’è dentro la tua pentola Guido?”
La domanda ebbe l’effetto di un grosso petardo che esplode tra
le mani:
Guido era palesemente in difficoltà. Cose troppo strane per lui.
Probabilmente non era neanche l’ora più indicata per proseguire la
conversazione, perché s’era fatto tardi. Guido si scusò per aver trattenuto l’amico tanto a lungo; ma riconobbe che ciò che gli aveva
raccontato era interessante.”
“Anzi – chiese a Floridia – dammi l’indirizzo del santone che voglio
andare a parlarci anch’io.”
Salvatore scrisse su una bustina di zucchero indirizzo e numero
di telefono.
“Ti conviene essere sul posto di buonora – gli consigliò – c’è sempre
tanta gente.”
Si alzarono e uscirono: fuori dal locale l’aria risultava quasi fresca. Passeggiarono chiacchierando del più e del meno, per le strade semideserte, fino all’auto di Guido che diede un passaggio all’amico.
“Allora, siamo intesi – gli disse Floridia quando furono davanti
a casa – il mio numero adesso ce l’hai; in questi giorni magari no perché
siamo in partenza, ma dopo puoi passare quando vuoi, ci farà un
gran piacere.”
“Va bene Salvy – lo salutò Guido – ti auguro buon viaggio. Salutami Enza e dalle un bacio da parte mia, sulla guancia, eh!”
****
Nei giorni seguenti Guido informò la moglie dell’ intenzione di
recarsi dal santone tal dei tali e che per farlo avrebbe dovuto essere
da quell’uomo la mattina presto, il che lo obbligava ad alzarsi a un
orario insolito.
Sua moglie non si scompose per nulla, ma volle saperne qualcosina
in più, vista l’esperienza negativa avuta in precedenza. Guido, per-
La donna accanto
203
tanto, non poté far altro che ripetere in modo molto, forse troppo,
approssimativo quello che gli aveva riferito Salvy.
Si sarebbe aspettato che le informazioni fornite alla consorte fossero
sufficienti a suscitarne l’interesse o a incuriosirla quanto meno; ma
si sbagliava. Personalmente, Guido era favorevole a interpellare un
altro santone, perché Floridia gli aveva trasmesso il sunto di una
esperienza provata in prima persona. Ma la sua buona disposizione non doveva necessariamente suscitare qualcosa di analogo nella moglie, per sentito dire.
“Facciamo così – suggerì Guido per vincere lo scetticismo di lei
– intanto faccio un giro a vedere come stanno realmente le cose e
poi ti so dire meglio, va bene?”
“No che non va bene – rispose la donna. – Facciamo che io vengo
con te, così posso guardarlo in faccia questo santone. Tu sei un tordo e credi a tutto quello che ti raccontano. Vediamo cos’ha da raccontare a me che sono sua madre e poi ne riparliamo, va bene?”
“Per me va bene – replicò lui remissivo – se siamo in due tanto
meglio. Per me va bene, certo che va bene e perché non dovrebbe.”
Fu così che si recarono entrambi in Viale dei ferrovieri n°86. Nel
cortile della villetta notarono un grosso cane terranova al guinzaglio
di un bambino che a mala pena gli arrivava al muso. Il cane seguiva ciondoloni il piccolo umano che scorrazzava libero. Improvvisamente l’animale si bloccò, cosicché il bambino, che non aveva lasciato la presa, cadde strattonato. Non un gemito, né una lacrima.
Poi il terranova si rimise in marcia e stavolta fu il bambino a seguirlo, benché il guinzaglio lui lo avesse ancora in mano.
“Che posto strano” pensò Guido guardandosi intorno. Cosa ci
faceva un’oasi di tranquillità del genere in piena zona industriale?
L’erba era verde come quella che cresceva sui depliant che teneva
in agenzia. Solo che le foto dei depliant erano ritoccate, lui lo sapeva bene, mentre l’erba che aveva davanti era davvero di quel colore.
Si avvicinò a una delle statue angeliche osservandone le fattezze
e le finiture: sulle ali risaltavano le impronte delle singole piume. Il
volto sorridente, lo sguardo che trasmetteva pace, una tunica per
vestito, piedi scalzi. Vedendo tutti quegli angeli, Guido pensò che il
mondo in cui viveva non era poi il peggiore che gli potesse capita-
204
La donna accanto
re: infatti, se il mondo fosse stato simile a quella rappresentazione
angelica, lui avrebbe dovuto cambiare mestiere perché si sarebbero venduti ben pochi biglietti aerei.
“Per essere un bel posto è bello, niente da dire” pensava per contro
la moglie ammirando il luogo “ma se questo non chiede soldi potrei anche farmi suora”.
Si decisero a entrare. Guido fu colpito dalla scarsità di arredi e dalla
mancanza di oggetti che non fossero strettamente funzionali alla
presenza delle persone in attesa: un grande portaombrelli, sedie, un
pacchettino di fotocopie appoggiato su un tavolino tondo, una composizione arborea in un vaso a mezza luna accostato alla parete.
Quando fu il loro turno, si alzarono dirigendosi gagliardi verso la
porta lasciata socchiusa.
Guido aveva notato che il tempo di permanenza all’interno della stanzetta era di dieci minuti al massimo, per cui stava riassumendo mentalmente la questione da esporre al santone riguardo la penosa situazione del figlio scapestrato.
S’era preparato una scaletta delle cose da dire, dei consigli da
chiedere, e con la mano controllò se aveva nella tasca della giacca
un foglio e la penna su cui appuntare eventuali indicazioni ricevute.
Ma una volta entrato, afferrando la maniglia della porta per
chiudersela alle spalle ebbe un tuffo al cuore, poiché si rese conto
di non ricordare assolutamente cosa aveva intenzione di chiedere.
La sua mente era occupata soltanto da due enormi parole: nostro
figlio. Sapeva soltanto di trovarsi lì per lui, quello gli importava, altro non riusciva a connettere.
“Lascia parlare me” – bisbigliò la moglie.
****
Proprio non si saprebbe come chiamarli certi posti a sedere nelle sale d’aspetto: sono panchine? Oppure poltrone, o semplicemente
sedili, o sedute?
Era stata Laura a scegliere dove accomodarsi per aspettare l’imbarco, così i Floridia e la piccola De Biasi si erano sistemati nella fila
di poltroncine rigide in PVC, monoscocca, ergonomiche, con tela-
La donna accanto
205
io in acciaio tubolare a ridosso della vetrata che dava sulla pista
dell’aeroporto Marco Polo.
“Che bello!” esclamò Enza guardando i riflessi della laguna di
Venezia in lontananza, oltre le piste di decollo ed atterraggio.
“È davvero una giornata magnifica” convenne Salvatore.
Nel giro di pochi minuti la sala d’aspetto si riempì di passeggeri
in partenza: famiglie, comitive, coppie. Un signore allampanato,
dall’accento anglosassone, chiese il permesso di sedersi nel posto libero
accanto a Salvatore; trafficava con un pacchettino di cartoline appena acquistate.
Dopo aver appiccicato i francobolli con la saliva, quello si mise
a scrivere indirizzi e saluti, senza neanche guardare quale spediva a
chi.
Quando ebbe terminato le girò sottosopra, cosicché Floridia si
avvide che erano tutte uguali, raffiguranti gli angioletti di Raffaello.
Poiché gliene era avanzata una, il signore la porse a Salvatore,
facendo cenno di volerla regalare a Laura.
“Dì grazie” fu l’invito di Salvatore mentre passava la cartolina alla
bambina.
“Let’s give the angels to an angel!” disse quell’uomo sorridendo.
Salvatore abbozzò un segno di apprezzamento anche se, dato il
livello meno che basso del suo Inglese, non era riuscito ad afferrare
il significato del commento.
“Certo che se avessimo le ali si farebbe prima” pensò Floridia.
“Sarebbe anche più bello: planare a bassa quota su Firenze, su Roma
e Napoli, quindi due o tre giri sopra il vulcano e poi giù, direttamente
davanti a casa.”
L’anglosassone evidentemente si aspettava qualcosa in più di un
sorriso, perché si mise a fissare Salvatore perso nei suoi pensieri. Forse
aveva sperato di poter iniziare una conversazione. Ma Floridia non
era in grado di sostenerla e per evitare balbettii imbarazzati teneva
gli occhi sui pantaloni di jeans leggermente sbiaditi che Enza si era
ostinata a fargli acquistare.
In realtà, da quando aveva cominciato a muoversi in compagnia
di Laura, Salvatore aveva smesso di indossare la divisa, se non era
in servizio. Senza l’uniforme si sentiva più prossimo all’idea di un padre
vero e proprio come spesso si illudeva di essere.
206
La donna accanto
Laura era concentrata nella lettura delle avventure di zio Paperone
alle prese con i pirati. Enza si guardava in giro accarezzandole i capelli. Aveva in una mano gli angeli di carta dell’inglese e l’altra infilata tra i capelli di un angelo vero. Enza si sentiva rilassata. I colori
della laguna, la luce intensa e la presenza di tante persone esaltavano
una sensazione di appagamento profondo. Si stava riconciliando con
la vita e con il mondo.
Era il secondo anno che tornavano in Sicilia con Laura, ma le
pareva di averla avuta con sé da sempre. Provava un senso di
gratitudine per tutto e per tutti. Non sapeva e non voleva pensare
più al dolore e alla solitudine della malattia; la sentiva come un
ricordo vivo, ma lontano. Nei momenti di quiete lasciava galoppare la mente…
Salvatore le aveva raccontato della profezia fatta dal Fiorini alcuni anni prima. Anche per questo i pensieri di Enza indulgiavano
spesso su ciò che stava apprendendo alla scuola di Silvano, grazie
anche a Judit, a suo marito e ad altri. Eppure, tra tante cose ve ne
erano alcune che le provocavano un senso di rifiuto: non solo non
le accettava, ma non riusciva neanche a starle a sentire con serenità.
Come donna che aspirava a essere madre, anche se adottiva, Enza
era rimasta turbata più volte dalle affermazioni che aveva udito durante
gli incontri. Non riusciva a far quadrare i suoi conti personali con
quell’ambiente, peraltro assolutamente cordiale: da un lato provava gratitudine verso Silvano e gli altri, per il fatto di stare meglio e
di essere praticamente guarita; dall’altro quelle stesse persone che
l’avevano aiutata se ne uscivano con affermazioni che la disorientavano.
Una volta aveva espresso questa sua perplessità, precisamente
riguardo l’affermazione secondo cui il mondo in cui viviamo è il regno
delle tenebre.
“È il regno delle tenebre perché qui si nasce ciechi – aveva spiegato Silvano. – Qui nasciamo tutti ciechi e moriamo ciechi. Crescendo
si dovrebbe imparare a conoscere la luce, la Vera Luce. Ma la luce
che conosciamo noi in realtà è una luce falsa. Ad esempio, se fosse
Vera Luce un genitore dovrebbe sapere che tipo di figlio sta per mettere
al mondo: se è maschio oppure femmina, se sarà alto o basso di
La donna accanto
207
statura, bruno o biondo, sano oppure già oppresso da qualche
malattia, ecc. Ma tutto questo è avvolto nella tenebra. Ecco: noi
proveniamo dalla tenebra, viviamo nella tenebra e alla fine torniamo nella tenebra. Di quello che sta fuori dalla dimensione della nascita
e della morte non conosciamo nulla” aveva concluso.
Nonostante questo, Enza era consapevole che l’esperienza presso
quel gruppo era largamente positiva. Si era resa conto di quanto
semplice fosse in fin dei conti il rimedio che l’aveva aiutata a guarire, restituendola alla vita. Comunque, la semplicità le appariva in tutta
la sua disarmante efficacia solo a posteriori, quando lei stessa era
riuscita a farne la premessa di ogni ulteriore considerazione.
Catturata nel turbine della vita, Enza era riuscita ad avviluppare
la sua in un groviglio inestricabile, per dipanare il quale la semplicità si era rivelata non solo l’unico strumento idoneo, ma anche la misura
per riuscire a progredire in seguito senza auto distruggersi.
Dallo sconvolgimento di quegli anni, che aveva avuto l’effetto
di rovesciarla come un calzino, s’era salvato molto poco delle idee
e dei convincimenti che pensava le appartenessero.
Paradossalmente, nonostante avesse dovuto riconsiderare l’immagine che aveva di sé, non si sentiva per nulla sminuita, ma valorizzata in un modo che non aveva mai sperimentato; non si sentiva
assolutamente più povera, ma al contrario, le sembrava di essere
entrata a condividere una eredità sconfinata, come se, dopo aver
lasciato l’angusto recinto delle false sicurezze che l’avevano tradita,
le fosse consentito di spaziare e cogliere molto di più dalla vita.
In questo si sentiva confortata e partecipe di quanto era successo
anche a Salvatore, poiché aveva notato che il travaglio interiore dal
quale stava uscendo suo marito, ne aveva messo in luce un carattere decisamente più completo rispetto a quello a cui era abituata.
Gli anni delle delusioni e della malattia avevano davvero creato
una frattura tra quella che era stata la loro vita a due e quella che
avrebbe potuto essere la loro vita a tre: come una febbre alta, dopo
la quale ci si sente momentaneamente indeboliti, ma pronti a riprendere il cammino con una nuova visione delle cose.
Dalla tempesta, Salvatore era uscito come un nocchiero fradicio
che ispeziona la nave danneggiata e confida di poterla condurre in
porto. E la nave non era Enza, ma la vita di coppia.
208
La donna accanto
Enza provava un senso di stupore misto a vergogna pensando
all’atteggiamento che per tanto tempo aveva avuto nei confronti dei
figli.
Non se ne era mai interessata realmente, non aveva mai saputo
cosa significassero. Concepimento, maternità, figlio, per lei erano solo
parole, gusci vuoti, perché in realtà nella sua vita c’era stato posto
solo per una parte di se stessa. Intendeva un figlio come il coronamento della sua personalità.
“Ma non è così! – rimuginava Enza – A quel punto era preferibile
la procreazione incosciente, quella istintiva e senza pregiudizi; ma
cercare un figlio per compensare le frustrazioni no, quello davvero
era sbagliato. In condizioni simili, probabilmente sarei stata una
pessima madre. Forse….forse le cose sono andate così per evitare
guai peggiori.”
Di certo, la rinuncia obbligata a un figlio biologico può essere dura,
molto dura da accettare. Ma più si approfondiscono gli scopi dell’esistenza e più tale rinuncia perde il sapore del fallimento senza appello.
“No, non mi sento proprio una fallita. Come dicono i generali?
Ah sì, per vincere una guerra si può anche perdere una battaglia. E
poi, non era anche l’opinione del vecchio parroco? Anche un sentiero porta da qualche parte. Ok, adesso siamo su un sentiero, perciò andiamo avanti, ci sono tanti paesaggi da esplorare.”
Se ne partiva a cuor leggero Enza, certamente più leggero dell’anno
prima, quando era ancora disturbata da qualche malessere, tormentata
dalle incertezze, dal dubbio di non riuscire a reggere per una settimana l’impegno con Laura, nonostante la voglia di farcela.
Ad attenderli, sapeva che avrebbero trovato l’amore di Assunta.
Quanto si era sbagliata sul suo conto!
Fin dalla prima volta la madre di Salvatore li aveva accolti in casa
abbracciandoli ad uno ad uno; essendo bassa di statura Assunta
arrivava al seno di Enza, cosicché lei aveva dovuto chinarsi per
contraccambiare i baci sulle guance.
Da subito Assunta aveva trattato Laura al pari di una nipote,
mettendosi a completa disposizione quando Enza era stanca e
sentiva il bisogno di estraniarsi, offrendo con semplicità tutto quello che aveva, senza mai pretendere di prevaricare il ruolo che
Enza aveva nei confronti della bambina. Enza badava a Laura,
La donna accanto
209
Assunta badava a Enza, e Laura trasmetteva a entrambe una riconoscenza speciale, non espressa a parole, ma con il suo modo di
fare affettuoso.
Enza e Salvatore dormivano nella cameretta che era stata di
Salvatore e suo fratello dove, tranne i materassi, era rimasto tutto
uguale: il lampadario liberty, l’armadio e i comò scompagnati. Per
Laura avevano sistemato un comodo lettino pieghevole nella stanzetta
a fianco della cucina.
Salvatore era andato a trovare suo padre e poi suo fratello a
Palermo, ma lo aveva fatto da solo, preferendo lasciare la moglie e
la bambina in compagnia della madre, oppure a godersi il sole e il
mare al Lido.
Le aveva poi accompagnate sul vulcano, fin dove la strada è interrotta dalle colate laviche che se la sono mangiata.
Quest’anno, invece, avevano intenzione di visitare Siracusa. Enza
era felice, sapeva che li aspettava una settimana intensa. Accarezzando i capelli di Laura pensava, però, che non avrebbe potuto averla
così per molto ancora.
Stavano annunciando il volo per Catania chiedendo ai signori
passeggeri di presentarsi al cancello d’imbarco.
Se ne partiva tranquilla la signora Floridia, pensando ai moduli
dell’adozione debitamente compilati, con tutti i certificati allegati, pronti
per essere consegnati.
Prima di uscire di casa li aveva riposti lei in un cassetto della credenza, infilandoli sotto la copertina dell’ album del matrimonio.
Mancavano solo le loro due firme e la data.
“Allora, andiamo?” disse Enza chiamando a raccolta la famiglia.
Alzandosi dalla panchina, i Floridia salutarono l’anglosassone
ringraziandolo ancora per la cartolina che aveva regalato a Laura.
“Venice’s really wonderfull*” sorrise loro quell’uomo mentre
scrutava sul volto della figlia i tratti somiglianti ai genitori.
“Yes” gli rispose Enza che in quanto a inglese non era gran che,
ma più di Salvatore sì.
*Venezia è davvero meravigliosa.
210
La donna accanto
“La meraviglia sta ovunque” pensò lei prendendo per mano Laura
“e io ho impiegato così tanto ad accorgermene! Ma adesso lo so. Niente
e nessuno potrà mai portarmi via questa consapevolezza”.
“Yes, – ripeté la signora Floridia – Venice’s really wonderfull. È
stupenda, vero Laura?”
“Sì, stupendissima!”
Scarica

A coloro che hanno ispirato queste pagine