La scomparsa di Fabrizio
Da Magalli la storia
dell’elettrauto
«Ridatemi mio figlio»
L’appello a “I fatti vostri” di Antonio Pioli che rivela: «Simona era separata da un anno»
di DOMENICO GALATA’
GIOIA TAURO - «Ridatemi
mio figlio, vivo o morto».
Questa volta è arrivato dagli
schermi di Rai Due lo struggente appello di Antonio
Pioli, il padre di Fabrizio,
l’elettrauto di Gioia Tauro
sparito il 23 febbraio scorso,
presumibilmente vittima di
un “delitto d’onore” per la
sua relazione con Simona
Napoli, 24enne di Melicucco, coniugata e madre di un
bambino. Ad ospitare Pioli,
accompagnato dal giornalista de “Il Quotidiano della
Calabria”, Michele Inserra, è
stata la trasmissione “I Fatti
Vostri”, condotta da Giancarlo Magalli. Lo storico presentatore Rai ha introdotto
la vicenda di Fabrizio nella
parte conclusiva della trasmissione, abitualmente riservata ad importanti fatti
di cronaca. Difficile trattenere le lacrime per un padre
che da tre settimane ormai
non ha più notizie del proprio figlio: «Io penso sia stato ucciso - ha affermato Pioli
nel corso dell’intervista - nel
2012 non si può morire così,
per un donna, per amore».
Un amore di cui il padre di
Fabrizio era venuto a conoscenza pochi giorni prima
che si perdessero le tracce di
suo figlio: «finalmente mio
figlio ha trovato la donna
giusta», ha raccontato di
aver pensato Pioli. Quella
storia tra Fabrizio e la giovane ha invece avuto conseguenze che forse nemmeno i
protagonisti avrebbero immaginato. Antonio Pioli ha
ripercorso, con comprensibile commozione, il giorno
in cui la stessa Simona lo ha
chiamato per accertarsi che
Fabrizio fosse tornato a casa: «ho ricevuto una prima
telefonata in cui la ragazza
mi chiedeva se mio figlio fosse tornato. Le ho detto di no,
ma mi sono accorto che era
preoccupata. Poi ha richiamato un’altra volta e lì mi sono allarmato. Sono andato
in giro con un amico alla ricerca di Fabrizio, senza però
riuscire a trovarlo. La sera
ho ricevuto un’altra chiamata da Simona, che mi raccontava di aver visto mio figlio
litigare con un uomo».
Un contatto frequente,
quello tra Pioli e la ragazza
nel giorno della scomparsa
di Fabrizio. Contatti che pare non si siano del tutto interrotti. Quando Magalli gli
ha chiesto se la sentisse ancora, Pioli ha risposto con
un laconico «si, purtroppo la
sento ancora». A quanto pare sarebbe stata Simona stessa a raccontare al padre di
Fabrizio che nonostante fosse spostata era separata di
fatto dal marito da circa un
anno, come lo stesso Pioli ha
ribadito durante la trasmissione. Un periodo difficile
per la famiglia Pioli, che prima della vicenda di Fabrizio
ha dovuto fronteggiare la
perdita
della
mamma
dell’elettrauto, gravemente
ammalata: «davanti ad una
malattia riesci anche a trovare una ragione - ha affermato con gli occhi lucidi Pioli - ma per mio figlio non è la
stessa cosa. Erano innamorati, non si può morire in
questo modo. Ce lo facciano
ritrovare, vivo o morto. Ci dicano dov’è, andiamo noi a
prenderlo. Ci permettano di
dargli una degna sepoltura
Da sinistra:
Fabrizio Pioli
e il papà
Antonio;
ancora uno
struggente
appello in tv
per il giovane
scomparso
nello scorso
mese di
febbraio
|
in un luogo dove possiamo
andare a pregare». Antonio
Pioli si è detto convinto che il
destino di Fabrizio sia stato
deciso da più di due persone.
Per lui, qualcun altro, a parte il padre ed il fratello di Simona, principali accusati
dell’omicidio, ha contribuito
a fare perdere le tracce di suo
figlio. «Fabrizio era alto un
metro e novanta, una persona sola non poteva farcela ad
intimorirlo, e nemmeno in
due. Per me saranno stati alGIOIA TAURO – Di Fabrizio Pioli
meno cinque o sei». Magalli,
non si hanno più notizie dal 23
durante l’intervista, ha ricofebbraio scorso. Quel giorno, il
nosciuto come importante il
38enne elettrauto di Gioia Tauro,
fatto che una ragazza, specie
si è recato a Melicucco, paese dove
in Calabria, denunci il padre
viveva Simona e dove si erano dati
ed il fratello. Una situazione
appuntamento. Si erano conoche sta facendosi sempre più
sciuti su internet, come spesso aclargo, come ha avuto modo
cade a tanti giovani immersi
di ricordare Inserra: «E’il senell’era del digitale e dei social
gnale
che
network.
Da
qualcosa sta
quella conoscencambiando.
za era nata una
Altre donne
relazione che anhanno detto
dava avanti da
no alle logidue o tre mesi.
che del sanNon si sa se Fague, mettenbrizio
sapesse
dosi contro la
che Simona era
propria famisposata. Di certo,
glia e reclacome ha avuto
mando la promodo di racconpria libertà.
tare Antonio PioUna cosa per
li, lei aveva detto
nulla scontadi avere qualche
ta in una terra
anno in più dei
difficile come
suoi ventiquatla Calabria».
tro. Ma del suo
Un chiaro
matrimonio e del
riferimento
fatto che fosse
alle figure di
madre di un fiLea Garofalo,
glio pare non se
Maria Concetne sia mai parlata Cacciola e
to. A ricostruire
Giuseppina
quanto accaduto
Pesce.
Tre
quel giorno è stadonne
che
ta la stessa Simohanno avuto
na attraverso le
il coraggio di
dichiarazioni reribellarsi, di
se prima ai Caraandare contro
binieri di Gioiosa
il proprio sanIonica e poi ai
gue rimettenmagistrati della
doci la vita, coProcura
della
me successo a
Repubblica
di
Lea e Maria
Palmi che stanno
Concetta, o
coordinando le
aiutando a gli
indagini. I due
inquirenti a La fiaccolata di Melicucco per Fabrizio
giovani si sarebsvelare il mabero incontrati a
laffare praticato negli amcasa di lei. Poi, forse per il timore
bienti in cui sono cresciute,
di essere sorpresi, si sono allontacome sta facendo Giuseppinati, ognuno a bordo della prona Pesce nel processo “All
pria automobile. Qualcuno però,
Inside”.
ha seguito Pioli, riuscendo a blocResta ancora il mistero
carlo. Simona inizialmente ha
per l’oscura vicenda relativa
detto ai Carabinieri di averlo visto
ad un giovane e un amore
discutere animatamente con due
che è finito vittima, probabilpersone, di cui una armata di pimente, di una vendetta atrostola, senza però fornire dati certi
ce che ha scosso l’intera Casulle loro identità. Un racconto
labria.
IL GIALLO AMOROSO
|
Dal 23 febbraio nessuna traccia
Simona in una località protetta
Una fiaccolata tenuta a Melicucco per chiedere luce sulla scomparsa di Fabrizio
cambiato da lì a poco, quando la
ragazza ha indicato nel padre Antonio e nel fratello Domenico gli
individui che stavano avendo l’alterco con Fabrizio. Di questi attimi ha parlato anche Antonio Pioli
durante la sua partecipazione alla
trasmissione “I Fatti Vostri”: «tutto è successo vicino allo svincolo
della superstrada (a Melicucco
ndc). La ragazza ha raccontato di
aver visto il padre puntare la pistola a Fabrizio. Poi, quando ha visto avvicinarsi la figlia, avrebbe
puntato l’arma verso di lei. In quel
momento mio figlio deve essersi
ribellato. Qualcosa deve essere
successo».
Da quel giorno, Simona ha deciso di aderire al programma di protezione proposto dagli inquirenti,
andando a vivere in una località
segreta in cui è stata raggiunta
pochi giorni fa dal figlio di quattro anni. A pochissimi giorni di distanza dai fatti accaduti, il Gip del
Tribunale di Palmi ha convalidato
i fermi nei confronti del padre e
del fratello della Napoli, emettendo successivamente un’ordinanza di custodia cautelare in carcere
per i reati di omicidio e occultamento di cadavere. In cella, però,
ci è finito soltanto il più giovane
dei due, dal momento che il padre
di Simona ha fatto perdere le pro-
prie tracce dandosi alla latitanza.
Le ricerche di Fabrizio vanno
avanti da tre settimane. I Carabinieri della Compagnia di Gioia
Tauro, coadiuvati da unità cinofile e da elicotteri, stanno setacciando centimetro dopo centimetro le campagne che circondano
Melicucco e Rosarno, comuni che
hanno porzioni di territorio confinanti. L’idea è che Pioli possa essere stato sepolto lì, da qualche
parte, insieme alla Mini Cooper
nera con il tettuccio bianco con
cui si era recato a trovare Simona.
Qualche giorno fa i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Reggio
Calabria si sono calati in un pozzo
situato nelle campagne di Melicucco. Una cavità profonda sette
metri contenente circa cinquanta
centimetri d’acqua. Si pensava
che il corpo dei Fabrizio potesse
trovarsi lì dentro, ma le verifiche
hanno portato alla luce soltanto
la carcassa di un animale in decomposizione. Di Fabrizio Pioli,
nessuna traccia, e ai Carabinieri
non rimane altro che proseguire
a setacciare il territorio con l’intento di trovarlo, vivo o morto, e
riconsegnarlo alla sua famiglia e
ai suoi amici che da tre settimane
stanno soffrendo la sua mancanza.
do. ga.
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
Primo piano 9
Venerdì 16 marzo 2012
24 ore
Venerdì 16 marzo 2012
Spunta una lettera di un imprenditore che svelerebbe il caos del sistema appalti a Reggio Calabria
Ombre sulla gestione della Suap
Il documento datato prima dell’avvio dell’inchiesta “Ceralacca” della Finanza
di PASQUALE VIOLI
REGGIO CALABRIA Qualche luce e molte ombre
sulla Stazione unica appaltante della Provincia di
Reggio Calabria.
Dopo l'inchiesta della
magistratura "Ceralacca"
che ha svelato il trucchetto
dell'aggiudicazione degli
appalti da parte delle ditte
riconducibili al gruppo di
Giuseppe Bagalà, imprenditore di Gioia Tauro,
spunta una lettera agli atti
dell'Ente provinciale ed indirizzata al Presidente Giuseppe Raffa, in cui nell'agosto del 2011, ma riferendosi anche a periodi non proprio recentissimi, un altro
imprenditore della Piana
denunciava irregolarità
nella gestione delle gare e
nel "modus operandi" poco
trasparente per la custodia
delle buste di gara e per
l'aggiudicazione dei lavori.
Dalla missiva dell'imprenditore emergeva, già
prima dell'avvio delle indagini della Guardia di Finanza, un quadro desolante e poco credibile, quadro
poi confermato in pieno
dall'inchiesta delle Fiamme Gialle che ha portato al
fermo di nove persone. Un
presunto sistema di approssimazione che nella
lettera indirizzata a Raffa è
ben spiegato, e che nel tempo avrebbe fatto sì che ad
accaparrarsi gli appalti
nella Provincia di Reggio
Calabria siano state sempre le stesse ditte. E probabilmente basterebbe fare
uno screening attento per
verificare quanto scritto
dall'imprenditore. Ma non
finisce qui, a portare alla ribalta le ombre che gravano
La lettera dell’imprenditore della Piana di Gioia Tauro
sulla Stazione unica appaltante di Reggio Calabria,
ma anche del reale valore
della Sua regionale, ci pensano adesso le velate accuse dei tecnici e di alcuni addetti ai lavori che tra le altre
cose sottolineano come da
diversi anni, ad esempio, le
chiavi degli uffici, e della
cassaforte, passino di dirigente in dirigente, di dipendente in dipendente
senza che le serrature di
porte e cassetta di sicurezza vengano mai cambiate,
così che chi precedentemente ha lavorato presso la
Suap si ritrova in mano le
chiavi di ogni ingresso.
Assurdo sarebbe se davvero un usciere, come quello finito in manette nell'inchiesta "Ceralacca", avesse
a disposizione oltre che le
chiavi dell'ufficio della dirigente anche quelle della
cassaforte. Insomma un si-
stema che farebbe acqua da
tutte le parti probabilmente anche la carenza di personale chiamato a gestirlo.
Ma sono diversi gli interrogativi che si pongono sul
funzionamento e la trasparenza che dovrebbe garantire tanto la Suap quanto la
Sua regionale e che invece
non garantisce.
Ad esempio ci si chiede
perchè molti, quasi tutti i
piccoli comuni della Provincia reggina siano stati
chiamati, anche se non obbligati per legge, ad aderire alla Stazione unica appaltante, ma non vi abbia
ancora aderito il Comune
di Reggio Calabria (scelta
legittima e a norma di legge) capace da solo di produrre gare pari al 35% del
totale provinciale. Neppure gli appalti delle Aziende
sanitarie, di diritto di competenza della Stazione ap-
paltante regionale, di fatto
non vengono espletati alla
Sua che viene solo informata delle gare ma poi lascia
tutto in mano alle Asp per
carenza di personale. Stessa situazione per la Sorical,
ente misto partecipato dalla Regione. Insomma le finestre che restano aperte
sul "pacchetto trasparenza" sono diverse. Le stesse
che sono state messe nere
su bianco dall'imprenditore della Piana di Gioia Tauro che l'8 luglio del 2011 ha
inviato il suo sfogo-denuncia al Presidente della
Provincia Giuseppe Raffa. Un disegno di come, secondo chi partecipava ai
bandi di gara, le procedure
sarebbero state anomale e
falsate da atteggiamenti e
"modus operandi" poco
consoni e non a garanzia
della legalità.
E d'altronde anche nella
relazione sull'attività della
Sua Regionale del 2010, il
periodo della gestione di
Salvatore Boemi, alcune
carenze erano ben evidenziate dallo stesso comitato
di sorveglianza che scriveva come la «Sua nel 2010 ha
gestito meno dell'8% delle
gare che avrebbe dovuto
gestire per conto dei soggetti obbligati. Nella sanità, settore in cui la Sua aveva assunto la determinazione della gestione a regime delle procedure, quelle
effettivamente gesite sono
state meno del 10%». Insomma anche i numeri lasciano poco spazio alle interpretazioni visto che nell'ultima relazione si parlava di 22 procedure di gara
gestite dalla Sua regionale
su un totale di 800.
Forse bisognerebbe rivedere qualcosa.
Il consigliere provinciale precisa la sua posizione: «Ente senza produttività»
Fuda: «Non c’è trasparenza»
L’ex senatore: «Catanzaro e Cosenza senza uffici per le procedure»
REGGIO CALABRIA - «La Sua e la
Suap così come sono strutturate oggi
non sono garanzia di produttività,
trasparenza e legalità». Il consigliere
provinciale Pietro Fuda non ha dubbi, l'ente appaltante non funziona come dovrebbe o come era stato previsto. L'ex senatore, che si è visto citare
anche nelle carte dell'inchiesta della
Guardia di Finanza "Ceralacca" quale
politico, insieme a Giovanni Barone,
contrario alla Suap, e allora chiarisce
e anzi conferma la sua posizione.
«Non è una novità - dice Fuda - che
io abbia delle grosse riserve sulla utilità della Stazione unica appaltante
così come è strutturata, l'ho detto immediatamente al tempo dell'insediamento dell'attuale consiglio provinciale e lo ribadisco con forza oggi, abbiamo la necessità di accelerare, nella
trasparenza e nella legalità , la spesa.
Non abbiamo, invece, bisogno,invece
di procedure di accentramento, che
hanno il sapore del commissariamento, con il risultato di rallentare
notevolmente l'utilizzazione delle risorse, senza poter assicurare correttezza delle procedure e chiarezza nei
risultati. E quello che dico è nero su
bianco in diversi verbali di consiglio
oltre che in relazioni depositate in
Provincia».
Pietro Fuda non si tira indietro, richiama la relazione di Salvatore Boemi e porta avanti esempi concreti di
come la Suap abbia di fatto bloccato e
non il contrario molti lavori pubblici.
Per l'ex senatore un caso emblematico per la provincia di Reggio Calabria
è il ponte sul torrente Favazzina per il
quale dal 2008 sono disponibili 6 milioni di euro e non è stato ancora appaltato, L'inizio dell'attività politica
Pietro Fuda
ed amministrativa per realizzare
quest'opera risale al 2000 . «Ancora
una volta - sostiene il consigliere provinciale - assistiamo all'applicazione
di quel modello, tipicamente italiano,
dove il controllo è fine a se stesso, con
una centralizzazione delle decisioni ,
a discapito dei Comuni e degli altri
enti sottoposti, che non garantisce
affatto produttività , trasparenza e legalità».
Pietro Fuda parla di numeri, quelli
contenuti nella relazione sull'attività
della Sua del 2010 che indica come il
numero delle gare espletate oscilli intorno al 5% delle gare di competenza.
Il motivo di un trend tanto limitato
anche per l'ex senatore sembra essere
fondamentalmente riconducibile a
croniche carenze di personale. «Dob-
biamo essere credibili - ribadisce il
consigliere provinciale - se vogliamo
che i nostri cittadini ci prendano sul
serio. A livello provinciale la situazione presenta aspetti quasi paradossali: ci si attenderebbe una copertura
generale del territorio regionale attraverso le Suap, soprattutto in considerazione che si tratta delle procedure di gara interessanti i 409 Comuni calabresi e che, quindi, un'uniformità istituzionale parrebbe inevitabile. Com'è ampiamente noto non è così:
le stazioni uniche appaltanti provinciali operano a Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia, per cui rimangono al momento fuori: il territorio della Provincia di Catanzaro e, soprattutto , quello della Provincia di Cosenza, la più grande della Calabria come
dimensione demografica e come numero di Comuni facenti parte. Non c'è
chi non veda che si tratta di un'asimmetria non facilmente giustificabile
e che necessita di adeguati interventi
correttivi. Tra l'altro non esistono canoni amministrativi uniformi, o linee guida che dir si voglia, per l'attività delle tre stazioni operanti, per cui
anche il livello del contenzioso giurisdizionale sembra lievitare verso l'alto, rispetto al quale andrebbero pure
operate delle verifiche puntuali i ordine agli esiti delle liti che arrivano a
sentenza».
In altre parole una chiara presa di
posizione politica che l’ex senatore
vuole portare avanti senza però cadere in facili strumentalizzazioni. Carte e dati alla mano il consigliere provinciale spiega e ribadisce che il sistema appalti in Calabria va riformato
nell’interesse di tutti.
p. v.
LA MISSIVA
Ha chiesto aiuto a Raffa
«Le buste di gara sparse
per gli uffici e sui divani»
REGGIO CALABRIA - «I mo adesso a parlare della
giudizi positivi sulla Suap stesura dei bandi di gara.
Dagli ultimi mesi del
provengono da chi non vive lo snervante, confusio- 2010 ad oggi sono state innario e tortuoso svolgi- serite , modificate e reinsemento delle gare di appalto rite ancora, in modo incoepresso l'ufficio di Reggio rente e sconclusionato,
Calabria». E' uno dei primi clausole vincolanti per la
passaggi della lettera che partecipazione alle gare.
l'imprenditore di Gioia Faccio qualche esempio,
documentabile:
Tauro ha scritto al presi- sempre
dente Giuseppe Raffa. «Il Viene inserito un limite di
modo di operare - continua anomalia delle offerte pari
la missiva - come si eviden- al 15% oltre il quale bisozia in seguito, e tutt'altro gnava presentare con l'ofche sinonimo di celerità, ferta una scheda giustifiuniformità e diciamolo pu- cativa ( Benissimo!); Viene
re, di trasparenza e lascia prescritto il divieto di chiumolti dubbi ed incertezze e sura delle buste con ceracomunque denota l'assolu- lacca a pena di esclusione.
ta mancanza, voluta o no, In effetti non viene esclusa
alcuna offerta presentata
di organizzazione.
Non mi soffermo molto in modo difforme ( Inspiesui dubbi ma sottolineerò gabile !!); Viene abolito il lifatti concreti , documenta- mite di anomalia di cui al
bili e verificabili. Le gare di punto 1 ( Ci chiediamo il
appalto sono programma- perché); Viene abolito il dite dalla Suap secondo un vieto di cui al punto 2; Viecalendario ed orari dalla ne ripristinato il limite di
stessa preposti e indicati anomalia ma la percentuapubblicamente ( scadenza le è sempre diversa (?); Viene abolita la predella presentasentazione in
zione, data ed
sede di gara delorario della gala scheda giura in seduta pubstificativa per i
blica). Succede
ribassi superioche quasi mai
re al limite di
viene rispettato
anomalia ( ? ).
l'orario di aperSignor Presitura di gara, aldente, questa è
cune volte nemorganizzaziomeno il giorno e
ne? E' traspaassolutamente
renza? E' celerimai , anche se
tà? E' attività
avviate con bumeritevole di
ste aperte, si
encomio? E' inconcludono lo
tegerrima e lostesso giorno
devole operosiprefissato ma Giuseppe Raffa
tà del personale
passano parecchi giorni e addirittura set- addetto ? E' una struttura
timane. In Questo enorme che funziona? No ! assolulasso di tempo, le buste con tamente no!...Le faccio un
le offerte, aperte e no, resta- esempio di efficienza e trano in giro, dentro occasio- sparenza, di cui si può facilnali contenitori, per gli uf- mente accertare. L'Anas
fici Suap. Questo sistema Spa Ufficio per l'Autostradi incertezza ha scoraggia- da Sa-Rc con sede a Cosento la partecipazione delle za ( Quindi in Calabria e
imprese alle sedute di gara non al Nord ) prescrive la
le quali devono fare avanti scadenza della presentae indietro per chilometri e zione delle offerte ( anche a
lasciare altri impegni di la- mano) entro le ore 10 di un
voro per poi sentirsi dire determinato giorno , dopo
che la gara è rinviata, per un'ora e quindi alle 11 dello
un motivo o per l'altro, ad stesso giorno la Commisaltra ora e poi ad altro gior- sione inizia le operazioni di
no e poi ad altro giorno an- gara che completa nello
stesso giorno con l'aggiucora e così via.
Quindi il risultato è che dicazione provvisoria. Si
quasi mai si ha la possibili- tratta di gare con spesso
tà di partecipare alle sedute più di cento partecipanti e
se non trovandosi per mero con più gare per tornata.
caso e per altri motivi coin- Nei rarissimi casi in cui si
cidenti con lo svolgimento ravvede l'impossibilità di
delle gare o a tanche delle concludere le operazioni
loro battute. Quando anco- nello stesso giorno la gara
ra alcune imprese avevano viene rinviata, non viene
un po' di fiato per protesta- aperta alcuna busta e le
re le risposte erano sempre stesse vengono custodite
le stesse : il R.U.P. arriva in in cassaforte video controlritardo ; la Dirigente è in lata e ad apertura controlquesto momento impegna- lata.
Spero abbia trovato il
ta o arriva in ritardo o non
arriva per niente; dobbia- tempo di leggere personalmo sospendere per altri im- mente queste righe scritte
pegni ; siamo in pochi e il la- semplicemente nel tentativoro è tanto; manca questo vo , sicuramente non vano ,
o manca quello; è successo di poter vedere efficiente e
questo o è successo quello. trasparente una struttura
Presidente , faccia gentil- che non tutti imprenditori
mente una riflessione: per decenni abbiamo auQuesta, così com'è e con tali spicato ma che così come vicomportamenti, è una sta e vissuta direttamente,
struttura che funziona e sino al momento , non sodche ispira fiducia nella ga- disfa assolutamente la tanranzia delle regole?Andia- to agognata trasparenza».
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
14 Calabria
24 ore
Venerdì 16 marzo 2012
Giovane universitario massacrato in un tunnel a Catanzaro. La famiglia: «Non è una sentenza esemplare»
Condannati i killer di Carnevale
Inflitti in Assise 21 anni e 3 mesi a Berlingieri e 10 anni a Passalacqua
di AMALIA FEROLETO
CATANZARO - Sono le 19,15
(le Idi di marzo) quando il presidente della Corte di Assise,
Giuseppe Neri (a latere il giudice Domenico Commodaro),
entra nell’aula bunker con i
giudici popolari al piano terra del palazzo di Giustizia di
Catanzaro. Dopo otto ore di
Camera di Consiglio legge il
dispositivo di sentenza, che
condanna i due imputati rom
di concorso in omicidio pluriaggravato dello studente
universitario Massimiliano
Citriniti, 24 anni, accoltellato
per uno scherzo di Carnevale
il 22 febbraio 2009, nel tunnel
del centro commerciale “Le
Fornaci”a Catanzaro Lido.
Ma non è la sentenza esemplare che ci si aspettava per
un delitto efferato che ha destato commozione e indignazione intutta lacittà capoluogo. La morte di un giovane accerchiato dai rom e poi accoltellato. Ventuno anni e tre
mesi di reclusione (riconosciute le attenuanti generiche) a Cosimo Berlingieri 45
anni. Dieci anni invece
all’atro imputato Gianluca
Passalacqua 24 anni (concesse attenuanti generiche). Entrambi sono interdetti in perpetuo dai pubblici uffici.
Inoltre, gli imputati sono
stati condannati in solido tra
loro a risarcire il danno alle
costituenti parti civili, il papà
Francesco Citriniti, la mamma Maria Cavigliano e il fratello Giuseppe Citriniti, da liquidarsi in separata sede al
pagamento provvisionale pari a 100mila euro ciascuno a
padre e madre e 50mila al fratello Giuseppe. Eancora i due
imputati sono stati condannati a rifondere le spese sostenute dalle parti civili che liquida per 11.250 euro.
Il pm Simona Rossi invece
al termine della requisitoria
aveva chiesto per entrambi
gli imputati una sentenza
esemplare, due ergastoli.
Berlingieri e Passalacqua
erano difesi dagli avvocati
Salvatore Staiano e Gregorio
Viscomi. L’avvocato di parte
civile era Francesco Gambardella.
Per l’omicidio Citriniti è
stato già condannato il figlio
minore di Berlingieri. Pena
confermata dalla Cassazione. Amareggiati i familiari di
Massimilianoper lasentenza
«Ci aspettavamo qualcosa di
esemplare - dice papà Francesco - mio figlio era uno studente modello, un futuro ingegnere. E quella sera si è trovato lì per sbaglio ed ha perso
la vita. Ormai i rom la fanno
Cosimo Berlingieri
Gianluca Passalacqua
Il pm Simona Rossi
Massimiliano Citriniti in una foto di famiglia
da padrone nel quartiere dove viviamo ed hanno preso il
sopravvento».
«È stato l’ennesimo contentino - aggiunge quasi tra le lacrime il fratello di massimiliano, Giuseppe alla fine di
una lunga e snervante attesa
- è l’ennesimo premio ai rom e
così è stato vanificato la mole
di lavorodella Procura.Le vede quante carte? Noi cittadini
siamo piccoli e non possiamo
difenderci contro i soprusi.
Siamo disarmati davanti alla
legge che non premia i cittadini per bene. Quello che
manca è la certezza della pena».
Decine e decine di udienze
per un processo difficile che
in tre anni ha visto sfilare tanti testimoni, e diverse perizie
tecniche per ricostruire quel
drammatico pomeriggio del
22 febbraio 2009 anche con
l’ausilio della registrazione
fatta dalla telecamera del
Centro commerciale, alle
18,15.
Il pm Simona Rossi aveva
rigettato in toto la linea degli
avvocati difensori, che sostenevano la tesi della legittima
difesa. Al punto che proprio
nelle ultime fasi del processo
la difesa aveva trovato un teste oculare, una guardia giurata che avrebbe visto Citriniti prima del delitto con uno
stiletto che poi lo ha ucciso,
tanto che gli avrebbe chiesto
«cosa ci fai con quel coltellino?». Tesi questa, fortemente
contestata dal pm e anche
dall’avvocato di parte civile.
Anche perchè, tra l’altro,
c’era un’altra testimone,
Alessia Cacia, che in aula ha
ricostruito l’identikit del presunto killer di massimiliano,
sui 50 anni che il pomeriggio
del delitto è stato visto uscire
dal Centro commerciale gridando “l’ammazzavi, l’ammazzaviemo tornueammazzu l’atri». Descrizione che,
per l’accusa, corrispondeva
in pieno a quella dell’imputato Cosimo Berlingieri.
La volontà manifestata dall’organismo è legata alle difficoltà di collegamento ferroviario e aereo
Beni confiscati, Agenzia a rischio
La sede centrale potrebbe essere trasferita da Reggio Calabria a Roma o Palermo
CATANZARO – La difficile situazione dei trasporti in Calabria mette a rischio anche la permanenza della sede
centrale dell’Agenzia nazionale per i
beni confiscati alla criminalità organizzata. Nella relazione sull'attività
svolta nel 2011 dall’organismo, infatti, oltre che alla carenza di organico (30 uomini sono assolutamente
inadeguati a fronte dei molteplici
compiti, complessi e delicati, che il legislatore ha voluto assegnarle), si fa
anche riferimento alla volontà di trasferire la sede principale, «in considerazione delle oggettive difficoltà di
collegamento, ferroviario e aereo»,
da Reggio Calabria a Roma, o, in via
subordinata, a Palermo.
«Un'ipotesi che non ci convince e
che contrasterò fortemente», avverte
il Governatore Giuseppe Scopelliti,
che, dopo avere «sposato da sindaco
l'idea di istituire a Reggio Calabria la
sede dell'Agenzia», aveva dovuto lot-
tare contro le molte pressioni che ci
furono per destinarla in altra città.
«Ma vincemmo quella battaglia»,
chiosa orgoglioso, ricordando anche
che l'idea fu avallata dal Governo Berlusconi e in città venne il ministro
Maroni per l'inaugurazione della se.
«Le difficoltà di collegamento con Reggio, così come erano esistenti prima,
lo sono tutt'ora. Per questo
ribadiamo un forte no al
trasferimento», conclude
il Governatore, seguito a
ruota dal sindaco di Reggio Calabria, Demetrio
Arena. Il qual parla di
«una spoliazione gratuita e non tollerabile per la Calabria», in quanto
«verrebbe a mancare un simbolo forte
della lotta contro la criminalità organizzata proprio nel momento di maggior sforzo dello Stato. La scelta di
Reggio quale sede, fu decisa - aggiun-
ge - nell'ottica di lanciare un segnale
di presenza dello Stato. Scegliere di
spostare l'Agenzia, per condizioni “di
oggettiva difficoltà di collegamento
ferroviario e aereo”, sarebbe un segnale di resa di fronte a difficoltà e
ostacoli che penalizzano quotidianamente i nostri cittadini.
Piuttosto - ha aggiunto il
sindaco Arena - sarebbe
opportuno cogliere questa occasione perché l'isolamento con cui dobbiamo
convivere cessi una volta
per tutte».
Arena, infine, spiega di
essere stato investito dal
direttore, prefetto Caruso, circa l'esigenza di reperire locali più idonei allo
svolgimento delle funzioni istituzionali dell'Agenzia, «e l'Amministrazione comunale - puntualizza il primo
cittadino - è impegnata proprio a soddisfare tale richiesta».
Scopelliti pronto
a contrastare
la decisione
Sequestro della Guardia di Finanza a Cittanova. Denunciato il commerciante che li importava dalla Cina
Centomila oggetti con falso marchio di Thun
CITTANOVA - È un colpo importante
nella lotta alla contraffazione quello
messoa segnoieridallaGuardia diFinanza della Compagnia di Palmi. Circa 100mila riproduzioni, tanto perfette quanto illegali, di oggetti raffiguranti forme e disegni di cui è titolare la
“Thun”, nota azienda produttrice di
oggettistica per la casa, sono state sequestrate all'interno di un capannone
a Cittanova. Un risultato giunto al termine di un'attività investigativa finalizzata alla prevenzione e alla repressione della diffusione del fenomeno
della contraffazione delle merci ed alla loro commercializzazione.
Una persona, responsabile della
strutturaincuisi trovavanoifalsioggetti (finita anch'essa sotto sequestro), è stata segnalata all'autorità
giudiziaria. Tanto per cambiare, la
merce era proveniente dalla Cina, paese sempre più all'avanguardia nell'opera di contraffazione delle merci da
introdurre illegalmente sul mercato.
I pezzi “copiati” si trovavano all'interno di numerosi scatoloni, nascosti tra
confezioni di prodotti contenenti oggettistica legalmente commercializzata. Gli oggetti sequestrati, prodotti
e commercializzati in violazione del
diritto di proprietà industriale ed intellettuale, sono copie dei modelli originali e vengono venduti a prezzi decisamente inferiori a quelli imposti dall'azienda produttrice. Iriscontri investigativi, eseguiti anche attraverso
perizie da parte di personale specializzato, hanno confermato che si trattava di oggetti che riprendevano gli
stessi soggetti, nelle stesse posizioni,
conlestesse soluzioniartistiche,stilistiche e gli stessi richiami simbolici e
concettuali, che in maniera inequivocabile sono riconducibili alla “Thun”.
L'operazione è il frutto di un continuo impegno della Guardia di Finanza a tutela della concorrenza e del mer-
I finanzieri
con parte
del materiale
sequestrato
nel capannone
di Cittanova
cato e testimonia il costante presidio
economico-finanziario esercitato dal
Corpo con l'obiettivo di arginare il dilagante fenomeno della contraffazione. Tante volte in passato, specie nei
container parcheggiati nel porto di
Gioia Tauro, numerosi prodotti, come
scarpe, giocattoli e addirittura profilattici, sono finiti nella rete della di Finanza, sempre attenta ad impedire
che oggetti costruiti con materiali
non sicuri finiscano in mano agli
ignari consumatori.
do. ga.
L’inaugurazione dell’Agenzia
Blitz a Vibo Valentia
“Santabarbara”
trovata nella casa
di un magazziniere
VIBO VALENTIA - Una vera
e propria fabbrica clandestina di armi è stata scoperta e
smantellata dagli uomini
della compagnia carabinieri
di Vibo Valentia la scorsa
notte nella frazione Conidoni di Briatico.
La scoperta è avvenuta
nell’abitazione di Domenico
Landro, magazziniere di 50
anni, incensurato. La sua
casa era stata trasformata in
una vera e propria “Santabarbara” e la quantità di munizioni, proiettili e polvere
da sparo presente era tale
che alcune casse di munizioni erano stipate addirittura
sotto il letto dell’anziana madre dell’uomo. Ai carabinieri è servita tutta la notte per
inventariare l’arsenale rinvenuto nell’appartamento.
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
16 Calabria
Calabria 17
I pentiti: «La partita Locri-Crotone del 1997 venduta in accordo tra alcuni dirigenti e giocatori»
La C2 in cambio di 400 milioni
Il collaboratore: «Puntarono una pistola in bocca a un calciatore di Napoli»
di PASQUALE VIOLI
SIDERNO - «La partita Locri-Crotone per salire in C2
fu venduta per 400 milioni». Il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano
ricorda a distanza di due
anni nomi, fatti e circostanze
che nel 1997
portarono alla
combine tra il
Locri calcio e il
Crotone durante lo spareggio del 1997 per salire in serie C2.
E il pentito, fratellastro
di Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio
del 2005, in video collegamento ha raccontato davanti ai giudici del Tribunale di Locri di come alcuni
dirigenti e giocatori si sarebbero messi d'accordo
per "incartare" il match decisivo di quel campionato.
«A riferirmi come andarono le cose fu Guido Brusaferri, uno dei vertici della
famiglia Cordì di Locri. Loro, i Cordì erano molto interessati alla squadra di calcio, so che Enzo metteva dei
soldi. Ma quella volta Enzo
forse non sapeva niente,
anche se mi sembra difficile che si facesse un accordo
così senza che tutta la famiglia sapesse. Comunque
nello stadio di Locri campeggiava uno striscione
“Contrada Calvi vi guarda”
che era il segno dell'attenzione della famiglia verso
la squadra».
Il collaboratore di giustizia poi inizia a fare riferimenti a precise situazioni:
«Quella partita - ha riferito
il pentito - fu venduta per
400 milioni, lo sapevano
tutti, non ricordo se il presidente o il vice presidente
D'Ettore sapesse, insieme a
Ursino ad altri dirigenti e
ad alcuni giocatori. Brusaferri mi disse anche che per
sapere quali dei calciatori
erano d'accordo con la combine qualcuno puntò la pistola in bocca ad un giocatore di Napoli, ma poi non
so altro». Secondo il racconto di Domenico Oppedisano quindi il passaggio in
serie C2 del Crotone nella
stagione 1996-1997 fu il
frutto di un accordo milionario con la famiglia Cordì
di Locri.
E a fare eco alle dichiarazioni di Oppedisano poco
dopo, sempre in video collegamento, c'è stato un altro
collaboratore di giustizia,
Domenico Novella, anche
lui ex appartenente alla famiglia Cordì e oggi pronto
a fare nomi e cognomi. Anche Novella parla del bluff
della partita tra il Locri e il
Crotone. «Si sapeva - ha riferito Novella - che quella
partita era stata venduta, a
spartirsi i soldi da quello
che ho saputo io furono
D'Ettore e Ursino».
Una circostanza confermata solo qualche giorno
fa da un altro collaboratore
di giustizia, Vincenzo Marino, che ha confermato
l'accordo tra il Locri calcio
e il Crotone per fare salire la
squadra del presidente
Vrenna in serie C2. «la
squadra del Locri era di
Vincenzo Cordì - ha riferito
il collaboratore di giustizia
- tanto è vero che gli ho dovuto mandare pure una
ambasciata a Crotone io per
vedere se la partita se l'avevano giocata quando gli ha
dato due punti a tavolino».
Secondo il collaboratore di
giustizia una combine clamorosa ci fu tra Locri e Cro-
tone nel 1997. «Si sono venduti la partita - ha detto
Vincenzo Marino, uomo legato alle famiglie VrennaBonaventura di Cutro - un
accordo in cambio di soldi,
ma Enzo Cordì
da quello che
so io non sapeva chi si fosse
venduto
la
partita». Tre
pentiti e tre
versioni che
confermerebbero in pieno la
combine della gara che si
giocò il 10 maggio del
1997.
Una partita che il Locri,
che giocava in casa, avrebbe dovuto vincere per aggiudicarsi la promozione,
Oppedisano
«La famiglia Cordì
aveva la società»
invece l'incontro finì con
un pari che consentì al Crotone di approdare in C2.
All'epoca dei fatti tutti,
sportivi e non, si meravigliarono del fatto che il Locri, nel “fortino” di casa sua
non fosse riuscito a prendere i punti necessari per
entrare nella storia. Oggi
tre collaboratori di giustizia parlano di una gara decisa a tavolino in cambio di
400 milioni delle vecchie lire.
Circostanze, quelle raccontate dai pentiti che ancora oggi sembrano essere
al vaglio degli investigatori e della magistratura per
verificare una storia fatta
di ‘ndrangheta, minacce e
business criminale.
Reggio Calabria
Labate torna
ad aprile
davanti
al giudice
Il pentito Domenico Oppedisano
REGGIO CALABRIA – Il
gup di Reggio Calabria
Daniela Oliva ha rinviato al prossimo 26 aprile
l’udienza preliminare in
cui è imputato l’architetto Bruno Labate, accusato di appropriazione
indebita per alcune somme percepite dal Comune di Reggio Calabria e
disposte dall’allora dirigente dell’Ufficio finanze del Comune Orsola
Fallara suicidatasi nel
dicembre 2010.
Il rinvio, secondo
quanto reso noto dai difensori di Bruno Labate,
gli avvocati Antonino
Scimone e Pasquale Foti, è stata motivato da
un’errata notifica e dalla concomitante astensione dal lavoro degli avvocati che si protrarrà
fino al prossimo 23 marzo.
I legali di Bruno Labate, nei giorni scorsi,
hanno presentato al gup
istanza di patteggiamento.
«Sono stati messi a disposizione del Comune –
hanno spiegato gli avvocati Antonino Scimone e
Pasquale Foti – oltre 700
mila euro che costituiscono l’importo percepito da Labate oltre ad interessi e rivalutazione.
Adesso speriamo di formalizzare un accordo
con l’Ente riguardo al risarcimento del danno
non patrimoniale, di immagine». In presenza di
questo accordo, da parte
della Procura non ci sarebbero opposizioni al
patteggiamento».
Pignatone a Palermo
«Importante colpire
l’area grigia»
CATANZARO – «Gli imprenditori sono il tramite privilegiato tra i mafiosi e il resto della società. Questo è più accentuato in Sicilia e meno in Calabria, dove il tessuto produttivo è meno sviluppato».
Lo ha detto Giuseppe Pignatone, procuratore capo di
Roma, intervenuto al terzo incontro dei seminari promossi
dalla fondazione Falcone insieme a Confindustria Sicilia
e all’ateneo di Palermo e ieri
dedicato al tema delle infiltrazioni mafiose nell’economia.
«Non è con l’arresto di un
boss potente o con una condanna eccellente che si risolve il problema mafia – ha aggiunto Pignatone – L'espressione suggestiva di 'area grigià indica quella zona, tra legale e illegale, nella quale si
realizzano le collusioni, è il
cuore centrale del fenomeno
mafioso. Naturalmente la
mafia è forte perchè quando
vuole può ricorrere alla violenza, ma spesso non ne ha bisogno».
Il procuratore Pignatone
ha poi citato le dichiarazioni
del pentito Antonino Giuffrè
che, riferendosi alla rete di poteri e interessi economici, politici e mafiosi ha detto: «è
l’unione tra questi interessi
che fa la pericolosità».
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
24 ore
Venerdì 16 marzo 2012
Venerdì 16 marzo 2012
Il consigliere comunale del Pdl negli atti al vaglio del sostituto procuratore Stefano Musolino
Indagine Aterp, spunta Eraclini
Sotto la lente di ingrandimento le sollecitazioni per effettuare i lavori
di CLAUDIO CORDOVA
CI sarebbe anche il nome del
consigliere comunale del
Pdl, Giuseppe Eraclini, negli
atti che la Procura ha inviato
alla commissione d’accesso
del Ministero dell’Interno
che già da diverse settimane
sta spulciando delibere e documenti di Palazzo San Giorgio per valutare se l’Amministrazione comunale sia stata
effettivamente
penetrata
dalla ‘ndrangheta.
Il nome di Eraclini, ex presidente della Circoscrizione
di Sbarre, spunterebbe fuori
nell’indagine curata dal sostituto procuratore Stefano
Musolino che, il 24 febbraio
scorso, ha portato a una ventina di perquisizioni personali e domiciliari
per le attività
dell’Aterp.
Un’indagine,
delegata agli uomini della Guardia di Finanza del
Colonnello Cosimo Di Gesù, che vede indagati alcuni
tecnici dell’Aterp, nonché i
titolari di una decina aziende
edili, aggiudicatarie di appalti per le residenze economiche e popolari. Reati pesanti quelli ipotizzati dal pm
Musolino: anche se l’indagine è ancora in una fase iniziale, vi sono contestazioni che
vanno dall’associazione mafiosa all’intestazione fraudolenta di valori, passando per
lacorruzionee ilfalsoideologico. “Inchiesta concreta che
potrà avere importanti sviluppi” trapela da fonti investigative. Un’indagine che è
partita dall’analisi dei rapporti tra uno dei dipendenti
dell’ente e il gestore di fatto di
una ditta di Reggio Calabria,
già condannato definitivamente per il reato di associazione mafiosa. Da qui la
Guardia di Finanza sarebbe
partita per attivare un’analisi complessiva degli appalti
dell’Aterp che venivano assegnati in maniera diretta,
attingendo ad un elenco in
cui figurano una trentina di
imprese. Per lo più si tratta di
lavori di manutenzione che
periodicamente
vengono
fatte su case popolari gestite
dall’ente. manutenzioni e
piccoli interventi che però
sarebbero finite nelle mani di
ditte che sarebbero state
spinte da diversi funzionari.
E proprio a questo punto
spunterebbe il nome di Eraclini, che sarebbe intervenuto affinché alcuni lavori di
manutenzione e ristrutturazione fossero effettuati con
maggiore solerzia rispetto
ad altri. Saranno gli accertamenti della magistratura e
della Fiamme Gialle a chiarire se le azioni di
Eraclini siano state messe in atto per
poter poi contare
su un bacino di voti
più ampio al momento delle consultazioni elettorali e se in tali contesti si sia annidata la presenza delle cosche.
Al momento, infatti, non risulta se il politico sia stato o
meno iscritto nel registro degli indagati: l’indagine delle
Fiamme Gialle, infatti, è ancora in una fase iniziale, visto che appena due settimane fa sono scattate le prime
perquisizioni e che la documentazione sequestrata risulta ancora al vaglio degli
inquirenti. Eraclini, ex Presidente della Circoscrizione
di Sbarre, ma anche Consigliere Provinciale, da molti
anni in politica, è stato eletto
in Consiglio Comunale nel
corso delle ultime consultazioni elettorali che hanno visto la vittoria di Demetrio
Arena come sindaco di Reggio Calabria. Nel corso della
propria lunga carriera, Eraclini ha costruito le proprie
fortune elettorali nella zona
sud della città.
Nell’inchiesta
funzionari
e imprenditori
A Tremulini
Furto
notturno
in un circolo
ricreativo
Il consigliere comunale Giuseppe Eraclini e gli uffici del Cedir che ospitano la Procura reggina
di GUGLIELMO RIZZICA
IN CORTE D’APPELLO
“Reset”: quattro assoluzioni, tre condanne
QUATTRO assoluzioni, tre conferme di condanna e cinque rideterminazioni di pena. La
Corte d’Appello ha emesso il giudizio di secondo grado per gli imputati del procedimento “Reset 2006” scaturito da un’operazione dei carabinieri che andò a colpire
un’organizzazione dedita a furti, ricettazione, estorsioni e spaccio di droga.
Gli assolti sono Caterina Jerardo (difesa
dall’avvocato FrancescoCalabrese), Ignazio
Vita, Ettore Bonocore (difeso dall’avvocato
Nico D’Ascola) e Igor Dereyko. Confermate
invece le condanne a un anno e quattro mesi
per Natale Tripodi, a un anno e otto mesi per
Giovanni Laganà (pena sospesa per entrambi) e a tre anni di reclusione per Giuseppe Laganà. Cospicue rideterminazioni di pena
per Massimiliano Romeo che passa dai sette
anni inflitti in primo grado ai tre anni disposti dalla Corte e Antonino Idotta, che dai sei
anni e tre mesi di galera passa a due anni e
dieci mesi.Alle rideterminazioni deidue, difesi dagli avvocati Michele e Antonino Priolo, si aggiungono poi quella di Demetrio
Franco, che passa dai quattro anni e otto mesi del primo grado ai due anni di appello, e
quella di Santo Paviglianiti, condannato a
due annie dieci mesia fronte diuna pronuncia di primo grado di sei anni e tre mesi.
“Sconto”anche per Enzo Bevilacqua, l’uomo punito con la pena più alta, che passa dai
dodici anni e otto mesi inflitti in primo grado
ai dieci anni e quattro mesi di galera.
Il sostituto procuratore generale Danilo
Riva, aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado, ad esclusione di Caterina Jerardo, per cui il magistrato aveva
chiesto l’assoluzione. Il processo scaturisce
dunque da un’operazione dei Carabinieri
che scattò nel luglio 2009. A coordinare gli
accertamenti fu il sostituto procuratore Giovanni Musarò: l’indagine smantellò una rete di spacciatori, gran parte di etnia rom per
lo più stanziati nel campo nomadi di Melito
Porto Salvo.Oltre alladroga, isoggetti coinvolti si sarebbero resi responsabili anche di
furti e del classico “cavallo di ritorno”.
cla. cor.
Il decreto “Salva Italia” impone il tetto dei depositi per i risparmi al di sotto dei mille euro
Ad aprile libretti al portatore addio
Saverio Vespia (Adiconsum): «Gli utenti non sono stati informati dalle banche»
di DOMENICO GRILLONE
IL decreto cosiddetto “SalvaItalia” ha ridotto la somma
depositabile sui libretti al
portatore al di sotto di mille
euro, secondo le nuove norme anti riciclaggio. Diventa
obbligatorio quindi, ed anche a breve, entro il 31 marzo
2012, ridurre la somma depositata secondo la cifra decisa dal decreto o convertire
il libretto in nominativo.
A tal proposito la stessa
legge si preoccupa di avvisare i cittadini nel passaggio
in cui dice che “le banche e
Poste italiane s.p.a. sono tenute a dare ampia diffusione
e informazione a tale disposizione”.
Sta andando davvero così?
Sembra proprio di no, secondo quanto afferma Saverio
Vespia, segretario generale
dell’Adiconsum reggina.
“Non ci risulta che ad oggi
né le Poste Italiane e tantomeno gli Istituti bancari abbiano dato informazioni ai
propri clienti possessori di
tali libretti al portatore”.
Informazioni che per Vespia, al contrario, “dovrebbero essere capillari per raggiungere tutti coloro che
posseggono un saldo superiore a 1000 euro. evitando
Soldi destinati al risparmio e il segretario Adiconsum Saverio Vespia
quindi le sanzioni previste
dalla stessa legge”. Sanzioni
che rappresentano pure una
bella batosta per gli inadempienti. Perchè sui libretti
con depositi sopra quella cifra scatteranno, dal 1 aprile ,
sanzioni pari al saldo del libretto stesso, ovvero a quanto contenuto sul libretto, per
depositi fino a tremila euro.
C’è anche da aggiungere
che, in ogni caso, chi trasferisce un libretto al portatore
ha comunque una serie di
obblighi da rispettare anche
quando l'importo è inferiore
ai 1.000 euro. In particolare
devono essere comunicati
entro 30 giorni dal trasferimento alla banca emittente i
dati identificativi del cessionario e la data di trasferimento.
Ma chi è che li usa ancora i
libretti di deposito al portatore? “Li usano inquilini e locatori per depositarvi la cau-
zione del contratto d’affitto –
spiega Vespia - o i nonni per
regalarli ai nipoti. Per esempio: Tommaso sta preparando il regalo per il nipote Alfredo che il 2 aprile compie
diciotto anni. Un libretto di
risparmio al portatore di
2.000 euro. Quando è al portatore, un libretto di risparmio diventa di proprietà di
chi lo possiede. Lo metti in
una busta e il regalo è bello e
fatto. Che cosa rischia il si-
L’intervento della polizia
gnor Tommaso? Rischia di
presentarsi alla festa di compleanno del 2 aprile con una
busta con dentro nessun valore”. Altro esempio è il libretto al portatore custodito
dal proprietario dell'immobile, utilizzato per far depositare all'affittuario una caparra (in genere pari a tre
mesi di affitto e quindi superiore ai 1000 euro), quale garanzia per eventuali mancati pagamenti o danni provocati. “Ai proprietari sconsigliamo questo tipo di operatività sin da quando entrò in
vigore la legge dell'equo canone (1978) che aboliva l'obbligo di versare le cauzioni
sui libretti di deposito – sottolinea il rappresentante
dell’Adiconsum - nonostante ciò, è rimasta in molti l'abitudine di ricorrere al libretto
al portatore, anche se la percentuale complessiva è contenuta”. “Il consiglio – conclude Vespia - è di estinguere i libretti al portatore e di
investire il contante in altre
forme di risparmio meno
onerose o in fideiussioni
bancarie”. Alle Poste italiane ed agli istituti bancari invece, il compito, nel caso non
l’avessero fatto, di avvisare
immediatamente la clientela.
FURTO nella notte tra
mercoledi e giovedi nel
quartiere di Tremulini.
Nel mirino dei ladri il circolo ricreativo “Professore Donato Rione 1°
Maggio”, con ubicazione
tra le vie Benassai e Bruno Buozzi.
Il criminale gesto è stato scoperto soltanto alle
luci del giorno quando
uno dei soci, nell’approssimarsi a compiere il
consueto gesto di apertura del circolo, ha notato che la saracinesca
d’ingresso era stata divelta. Sul posto si è portata una volante della Polizia di Stato e della Scientifica per effettuare i rilievi.
Un furto commesso ai
danni del circolo che ha
suscitato sconcerto ed
incredulità al presidente
del club come ai tanti soci. Il circolo esiste nella
zona da diversi anni ed è
conosciuto da molta gente del rione per le attività
ricreative svolte al suo
interno. Tra gli usuali
frequentatori risultano
infatti confluire all’interno del club molta gente anziana, pensionati o
persone che amano impegnare il tempo in qualche partita di biliardo ma
anche, soprattutto nelle
giornate della bella stagione, conversare di
sport, cultura e altro magari consumando, in tutta semplicità, una bevanda fresca.
E proprio delle bevande sono state asportate
dai ladri penetrati nel
circolo che insieme ad
una macchina da caffè e
una somma in danaro di
circa 1.000 euro, che
purtroppo si trovava
all’interno del registratore di cassa, costituiscono il bottino del furto.
Oltre al fatto criminale
accaduto, i residenti si
dimostrano molto spaventati per alcuni episodi successi qualche giorno prima, quando alcuni
portoni di ingresso posti
sulle vie sarebbero stati
aperti con violenza come
dimostrano i segni evidenti che gli stessi infissi
recano vicino alle loro
serrature. Non solo. In
prossimità di alcuni citofoni si è notato inoltre come accanto ad alcuni nominativi sono stati incisi
alcuni segni che richiamerebbero all’ormai tristemente conosciuto “alfabeto nomade”
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
24 Reggio
Reggio 25
Piana
Gli affari in terra di Lombardia raccontati dal boss amico dei politici e dei magistrati reggini
Tutti i business di Lampada
«Un’unica operazione immobiliare su Reggio dal fallimento D’Agostino»
SINDACO SCOMPARSO
di CLAUDIO CORDOVA
UNA società composta da un architetto,
un magistrato, un medico e dei presunti
mafiosi. Piuttosto variegata la compagine della Indres Immobiliare, che avrebbe
annoverato, tra soci noti e occulti, il presunto boss Giulio Lampada, l’architetto
Fabio Pullano, ma anche il medico Enzo
Giglio (cugino dell’omonimo magistrato
attualmente in carcere) e il giudice Giancarlo Giusti.
A riferire la circostanza, nel corso di alcuni interrogatori resi al Gip di Milano,
Giuseppe Gennari, e al procuratore aggiunto Ilda Boccassini, è proprio il presunto boss Giulio Lampada, che ha ricordato le motivazioni che portarono alla costituzione della società: “Un’unica operazione immobiliare su Reggio Calabria,
quella del fallimento D’Agostino. Dove abbiamo partecipato, dietro suggerimento
dell’Architetto Fabio Pullano, che era il
perito se non ricordo male, sì il perito di tale fallimento, all’epoca avevamo presentato il 10% che corrispondeva a 27mila euro,
abbiamo partecipato a quest’asta. Durante l’asta il figlio di D’Agostino, che il papà
era deceduto, ci dice, mentre facevamo
l’asta ci dice “Ma vedete che è troppo quello che state offrendo voi per questo immobile”, perché non l’avevamo visto, ci fidavamo di quello che ci diceva l’architetto
Pullano, “vedete che è troppo l’importo
che voi state richiedendo”. Allora ci siamo
fermati, abbiamo rinunciato all’asta stessa e abbiamo perso anche i 27mila euro di cui
le sto dicendo in
un’unica operazione.
Questa è stata l’unica
operazione con la Indres Immobiliare che
noi abbiamo fatto”. Singolare, dunque, che
nella società vi fosse, a
dire di Lampada, il perito che curava il fallimento, ma, soprattutto, il giudice Giusti, il
togato che avrebbe banchettato e pernottato a
Milano con prostitute a
spese dei Lampada. A
dire di Giulio Lampada, sarebbe stato proprio lui a invitare Giusti a partecipare a
un’operazione in cui il
solo Lampada avrebbe
versato (e perso, a suo
dire) il denaro: “Dicevano che non ne avevano
nessuno
di
soldi.
Quando l’avremmo rivenduta io prendevo il
capitale e gli utili si diIl giudice Giglio
videvano”.
Un’unica operazione, a detta di Lampada. In realtà, secondo gli accertamenti dei
pm di Milano, la Indres si sarebbe aggiudicata ben cinque lotti di terreno venduti
all’asta, in territori reggini come Pellaro,
Ravagnese, San Gregorio, ma anche della
provincia a Favazzina di Scilla; “Io personalmente – ha detto Lampada in un interrogatorio del febbraio scorso – non ho mai
visto né i lotti né nulla a riguardo; c’è stato
l’architetto Fabio Pullano che a suo tempo
mi disse che c’era un ottimo affare a Reggio Calabra di questo fallimento D’Agostino”.
Sono soprattutto i soldi, dunque, ad animare le azioni di Lampada, considerato
un elemento di spicco della famiglia, emigrata oltre vent’anni fa da Reggio Calabria, ma da sempre rimasta legata alla potente cosca Condello. Nel corso dei vari interrogatori, infatti, Lampada ha anche
ammesso le elargizioni di denaro ai finanzieri Mongelli, Noto e Di Dio. Somme consegnate personalmente e direttamente a
Mongelli, arrestato nella medesima operazione in cui sono finiti in manette sia il
giudice Giglio, sia il politico Morelli. Somme che si aggiravano tra i quaranta e i sessantamila euro e che evidentemente sarebbero dovuti servire a far chiudere un
occhio nei frequenti controlli che le attività dei Lampada, egemoni nel settore dei
videogiochi nel milanese, subivano ciclicamente: “Ogni mese. Erano circa cinquanta, sessantamila euro, quarantamila euro, dipende, ogni mese. Il denaro lo
portavo il più delle volte io personalmente
e in altre occasioni c’era mio fratello che
veniva con me”.
Soldi che comunque Lampada avrebbe
elargito solo e soltanto a Mongelli: “Avevo
paura di loro perché mi avevano minacciato che mi chiudevano i bar e mi sequestravano i bar”.
«La Indres
si aggiudicò
ben cinque
lotti di terreno
venduti all’asta»
«Falcomatà mi
invitava al Comune»
SPUNTA anche il nome di Italo Falcomatà, il sindaco della “primavera
reggina” nei racconti, talvolta difficili da seguire, di Giulio Lampada.
Divaga spesso il presunto boss in
terra di Lombardia e nel corso dei vari interrogatori viene anche richiamato duramente, soprattutto dal
procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Ma parlando della definizione di
“colletti bianchi”, Lampada cita infatti il professore: “Mi è piaciuta da
piccolo la qualifica, avevo 18 anni,
con il sindaco Falcomatà, buonanima, avevo 18 anni che frequentavo
Palazzo San Giorgio, forse lui me
l’ha inculcata”.
Una citazione che Lampada incastra in mezzo a tante circostanze raccontate al Gip Giuseppe Gennari
nell’interrogatorio di garanzia.
Un personaggio, Falcomatà, che il
faccendiere legato alle cosche, Paolo
Martino, ha indicato, al cospetto dello stesso Gip Gennari, come un “un
amico”, ma anche Lampada ricorda
con grande affetto e a cui riconosce il
“merito” di aver instillato la passione per la politica: “Era il mio professore di scuola. A Reggio Calabria mi
invitava sempre al Comune di Reggio Calabria e là è nata la fantasia politica a me”.
cla. cor.
Pignatone e Boccassini, i magistrati che hanno firmato l’inchiesta
Il boss racconta il suo rapporto con la politica
Quei 50mila euro prestati
all’amico Franco Morelli
“IO sono sempre stato affascinato dalla politica e instaurare questi rapporti con gente politica, con gente che
gravitava nel mondo della politica e
accreditarmi nei rapporti con loro”.
Giulio Lampada giustifica così l’incontro presso il Cafè de Paris di Roma
(di proprietà del clan Alvaro di Sinopoli, ndr), al quale avrebbe partecipato anche il sindaco Gianni Alemanno.
E in effetti con la politica, Lampada
avrebbe avuto diversi rapporti. A cominciare dalla campagna elettorale
per le ultime consultazioni regionali,
in cui avrebbe discusso di voti anche
con l’onorevole Luigi Fedele, eletto in
Consiglio Regionale nei ranghi del
Popolo della Libertà. E’ lo stesso Lampada a giustificare così i propri incontri nella centralissima casa reggina
del giudice Enzo Giglio, coinvolto
nell’operazione sul finire del 2011. In-
contri che avrebbero avuto, come oggetto, sia la spasmodica richiesta di
notizie di Lampada, ossessionato dalle indagini sul proprio conto, ma anche “aperitivi” in cui avrebbe partecipato lo stesso Fedele.
Ma a destare particolare interesse
da parte degli inquirenti sono, soprattutto, i rapporti con il consigliere
regionale Franco Morelli, anch’egli
tratto in arresto alcuni mesi fa. Lampada gli avrebbe elargito 50mila euro
a mò di prestito: “Mi aveva chiesto
50mila euro, che ne aveva bisogno,
non sono entrato nel merito, avevo un
rapporto di amicizia con lui, che l’ho
conosciuto nel 2008 a Roma, in uno
dei miei viaggi a Roma, me l’aveva
presentato il dottor Enzo Giglio. A me
sin da piccolo mi è piaciuto ‘sto mondo, che oggi mi sono rovinato per il
mondo della politica, era una persona
che aveva… di primo piano a livello
politico, mi ha affascinato
come
persona ed è nato
un rapporto di
amicizia con il Morelli dal 2008, dal
2008 quando l’ho
conosciuto”.
Soldi che, rispondendo alle domande del pm Ilda Boccassini, Lampada
non aveva ancora ricevuto indietro,
né si era preoccupato di chiedere: “Io
lavoravo, i soldi non mi mancavano
perché bene o male col lavoro che facevamo si giravano tanti soldi, non sono
andato a pressarlo per restituirmi i
soldi, mi sono detto “Me li darà” […]
Per me era una consuetudine fare il
prestito ai bar, nell’occasione me li ha
chiesti Morelli, glieli ho dati anche al
Morelli sicuro che meli avrebbe ritornati, che me li ritornerà”.
cla. cor.
L’ex
consigliere
regionale
Franco
Morelli
coinvolto
nella
inchiesta
Inchiesta “Lancio”. Interrogatorio di garanzia per il gruppo al servizio del latitante
I fiancheggiatori di Condello davanti al gip
QUATTRO giudici per ascoltare i diciotto indagati dell’operazione “Lancio”,
con cui i Carabinieri sarebbero riusciti a
sgominare la rete dei fiancheggiatori
dell’ultimo grande latitante Domenico
Condello, detto “Micu u pacciu”.
Al cospetto dei Gip Tommasina Cotroneo, Domenico Santoro, Francesco Petrone e Cinzia Barillà sono sfilati gli
indagati
colpiti,
due giorni fa, dal
provvedimento di
fermo spiccato dai
sostituti procuratori della Dda Giuseppe Lombardo e
Rocco Cosentino.
Gran parte dei soggetti indagati hanno scelto di rispondere alle domande
Domenico Condello
dei Gip. Strategia comune, dunque, per i
condelliani che hanno respinto al mittente le accuse mosse da Dda e Ros dei Carabinieri.
A rispondere ai giudici sono stati, tra
gli altri, Giuseppa e Caterina Condello,
nonché Giuseppe e Giovanni Barillà,
quest’ultimo genero del boss Pasquale
Condello, “il Supremo”, già arrestato come favoreggiatore il 18 febbraio 2008,
quando Condello fu scovato dal Ros in
una casa del rione Pellaro. I quattro, assistiti dall’avvocato Antonio Managò,
hanno risposto nel corso dei rispettivi
interrogatori. Anche Francesco Genoese, Margherita Tegano, Demetrio Romeo e Mariangela Amato (tutti assistiti
dall’avvocato Francesco Calabrese) hanno scelto di spiegare la propria versione
dei fatti ai giudici che nella giornata di
oggi dovrebbero decidere se emettere
l’ordinanza di custodia cautelare o se di
sporre la scarcerazione. Anche i tre “vecchietti” Francesco Condello e Maddalena e Giuseppe Martino (anch’essi assistiti da Managò) hanno risposto ai giudici.
Un’indagine, quella della Dda reggina, che ha trovato una particolare accelerazione dopo che gli uomini del Ros del
Tenente Colonnello Stefano Russo scoprirono un covo ancora “caldo” di Domenico Condello nella zona di Catona, a poche decine di metri dalla celebra discoteca “Kalura”. Oltre ad aver smantellato la
rete di fiancheggiatori che, in questi anni, avrebbe coperto la lunga latitanza di
“Micu u pacciu”, le indagini avrebbero
permesso di svelare la fittizia intestazione del negozio “Pane, pizze e fantasia”,
che sarebbe stato gestito dal cartello
Condello-Imerti e che avrebbe rappresentato un centro nevralgico dell’attività delle famiglie di Archi.
cla. cor.
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
Venerdì 16 marzo 2012
Venerdì 16 marzo 2012
Il 27enne vittima della lupara bianca. Per la sua morte sono state condannate due persone
Si cerca ancora il corpo di Penna
Ruspe al lavoro a Stefanaconi per trovare i resti del giovane scomparso nel 2007
di GIANLUCA PRESTIA
QUALCHE giorni addietro
mamma Maria Cristina e papà
Domenico avevano lanciato
l’ennesimo accorato appello
allo Stato, affinché si attivasse
per ritrovare il corpo del loro
amato figlio, inghiottito dalla
lupara bianca nellautunno
del 2007. Quattro anni e mezzo sono passati dal quel 19 ottobre in cui di Michele Penna,
27enne del luogo, nominato
da poco segretario cittadino
dell’Udc, si perse ogni traccia.
Per quella sparizione i carabinieri arrestarono due giovani, Emilio Antonio Bartolotta,
condannato in primo grado a
25 anni e considerato l’esecutore materiale dell’omicidio, e
Andrea Foti, giudicato in Appello che lo ha ritenuto colpevole infliggendogli una pena
di 10 anni.
Ma in tutto questo tempo i
genitori del giovane di Stefanaconi non hanno mai smesso
di cercare il corpo del loro
amato figlio. In più occasioni,
infatti, si sono adoperati chiamando le ditte di movimento
terra per scavare nelle campagne circostanti il territorio comunale. E così è successo anche in questi giorni dove le ricerche, alle quali hanno supervisionato i rappresentanti
dell’Arma dei carabinieri, anche come ordine pubblico, si
sono estese in tre definite località: “San Sosti”, “Turri” e
“Galleria”, nei pressi del tracciato ferroviario. Territori in
collina o pianura, distanti diverse centinaia di metri dalla
strada principale e raggiungibili solo attraverso vie interpoderali. Centinaia di metri
cubi di terra spostati da escavatori e ruspe che però non
hanno portato all’esito sperato dai genitori del 27enne ucciso.Il corpodi MichelePenna
L’INCONTRO
Occupazione, legalità
e pragmatismo le linee
del Movimento Scopelliti
Escavatori e ruspe impegnati nelle ricerche del corpo di Michele Penna (a lato suo primo piano)
non si trova ed individuarlo in
un’area così estesa, che costeggia quella di Piscopio, frazione di Vibo, è come cercare
un ago inun pagliaio. Difficilmente individuabile se qualcuno non fornisce elementi
utili. Gli scavi, tuttavia, proseguiranno ancora. Padre e madre di Michele non si rassegnano, infatti, a trovare i resti
del loro caro. Da quasi cinque
anni attendono, ormai, di poter lasciare un fiore e piangere
sulla sua tomba.
L'accusa ha sostenuto che
Penna fu ucciso per punizione
perché aveva una relazione
con la moglie di un esponente
di spicco della cosca PetroloBartolotta, di cui egli stesso
avrebbe fatto parte. L’omicidio sarebbe stato compiuto
all’interno della Fiat Uno di
Andrea Foti. Su quell’auto Michele Penna è salito con l’intento di essere accompagnato
a casa. Ma quel giorno, secon-
do quanto emergeva nella
sentenza di primo grado della
condanna di Bartolotta, sulla
stessa auto, oltre al lavagista
sarebbero saliti anche quest’ultimo e Salvatore Foti (anch’egli scomparso), entrambi
sul sedile posteriore. Mentre
accanto al conducente (An-
drea Foti) sedeva Michele Penna che per via della sua statura (190 cm) aveva dovuto spingere indietro il sedile. E, come
detto, per l’accusa sarebbe stato proprio Bartolottaa premere il grilletto uccidendo il
27enne che svolgeva la professione di assicuratore
A vario titolo. Deciso dal gip Lupoli su richiesta del pm Sirgiovanni
Giudizio immediato per tre farmacisti
accusati di bancarotta, estorsione e altro
UN decreto di giudizio immediato è
stato emesso dal gip di Vibo Vlentia,
Gabriella Lupoli nei confronti di tre
persone, tutte farmacisti. La decisione del giudice, che ha fissato il processo per il 15 maggio davanti al tribunale collegiale, su analoga richiesta del sostituto procuratore della Repubblica, Michele Sirgiovanni, titolare dell'inchiesta.
Gli indagati sono Pasquale Antonio Purita di 51 anni e la moglie Carmelina Accorinti di 44, tutti e due residenti nel comune di Zambrone e che
si trovano entrambi agli arresti domiciliari. Il terzo indagato è Elio Paparatti di 66 anni, pure lui farmacista. Ai tre vengono contestati a vario
titolo i reati di bancarotta fraudolenta, falsità ideologica commessa da
privato in atto pubblico. Risulta altresì indagato Armando Rotondo, 39
anni, di Formia allo stato irreperibile
e la cui posizione è stata stralciata Secondo l'accusa i due coniugi, Purita e
Accorinti, dopo il fallimento della farmacia ubicata a Zambrone e di cui era
titolare il marito avrebbero distratto
risorse finanziarie e una consistente
parte del patrimonio immobiliare di
un'altra società per impedire ai creditori di farsi rivalere.
Nel contempo avrebbero ostacolato
l'attività del nuovo aggiudicatario
della loro ex-farmacia e ancora avrebbero continuato a detenere confezioni di medicinali vendibili esclusivamente dietro presentazione di ricetta
medica e prescrizioni mediche. In
particolare il solo Purita avrebbe distratto 135111,92 euro quale residua
liquidità al 31 dicembre 2008 (la farmacia è stata dichiarata fallita dal tribunale il 16/17 marzo 2010). Lo stes-
Pasquale Antonio Purita
so Purita in concorso con Carmelina
Accorinti avrebbe pure distratto una
consistente parte del patrimonio immobiliare di sua proprietà del valore
di 300mila euro circa, attraverso il
conferimento della società Aramoni
Geie, in assenza del corrispettivo, di
vari beni quali la parte di un fabbricato di sua proprietà e di metà di un altro immobile e di un terreno, tutti siti
a Zambrone.
Ancora Purita in concorso con la
moglie e con Paparatti, quest'ultimo
titolare di una farmacia a Tropea, sono accusati di aver sottratto e falsificato i libri e le scritture contabili relativi ai proventi dell'attività della farmacia, esercitata di fatto dopo la dichiarazione di fallimento.
Oltre a commettere queste altre
condotte illecite, portate alla luce dalle indagini della Guardia di Finanza,stando sempre all'accusa sulle base di indagini dei carabinieri, i coniugi Purita avrebbero fatto di tutto, attraverso minacce indirizzate nei confronti di Antonio Chindamo, a farlo
desistere dal suo interessamento alla
procedura fallimentare e minacce
anche nei confronti di quelle persone
interessate alla locazione degli immobili da destinare alla nuova attività. Minacce in pratica finalizzate a costringere Chindamo ad abbandonare
o cedere la farmacia che si era aggiudicata attraverso la procedura fallimentare.
Lo scopo era di porre il nuovo proprietario in una condizione di inoperatività che lo avrebbe dovuto costringere, secondo le loro intenzioni,
a desistere a proseguire nella sua attività. E questo, secondo quanto riferirono gli inquirenti, è provato dal
fatto che marito e moglie continuassero a detenere, nonostante la farmacia fosse già posta in vendita all'asta,
confezioni medicinali vendibili solo
dietro presentazione di ricetta e prescrizioni mediche.
Lo stesso Purita sarebbe stato sorpreso dai carabinieri mentre si recava nella farmacia di Paparatti a Tropea per depositare le ricette mediche
raccolte a Zambrone per poi distribuire i farmaci ricevuti agli intestatari
delle ricette.
Nel procedimento sono impegnati
gli avvocati Armando Veneto e Salvatore Pisani in difesa di Pasquale Antonio Purita e gli avvocati Sandro
D'Agostino e Giovanni Vecchio in difesa di Elio Paparatti.
r. v.
NEI giorni scorsi si è riu- coalizione di appartenennito il coordinamento za. Ai partiti tradizionali,
provinciale del Movimen- sarà lasciato il compito di
to Scopelliti. Un incontro affrontare le grandi tenel corso del quale i com- matiche politico-culturaponenti dello stesso han- li- ideologiche, al Movino ribadito il loro impe- mento l'impegno a lavogno ad applicare il prag- rare sul quotidiano, alle
matismo
nell'ammini- problematiche di ordine
strazione della cosa pub- pratico, ai problemi reali e
blica in quanto solo una diretti che attanagliano
visione fluida, movimen- giornalmente il singolo
tista, che va dritta ai pro- cittadino».
Ed allora, il Movimenblemi ed offre soluzioni
praticabili, riavvicinerà to, così concepito, andrà a
la gente riportando alla strutturarsi “facendo repolitica quanti oggi non te”, creando cioè le condisi riconoscono più in que- zioni per favorire lo scambio di esperienze e la collasto quadro di rapporti.
La riunione, non a caso, borazione fattiva e contiè stata convocata soltanto nua. Il tutto, secondo le
nella giornata di mercole- intenzioni degli iscritti,
dì in quanto si è voluto at- ponendosi come strada
tendere la conclusione del maestra l'impossibilità di
congresso provinciale del porsi in conflitto, per nesPdL ed il consolidamento sun motivo, innanzitutto
della nuova classe diri- con il PdL, a partire dal
gente scaturita da quei la- più semplice dei livelli lovori congressuali. «Que- cali.
Punti di riferimento insto - spiega il coordinatore provinciale Pippo Bo- derogabili saranno i giovani, i disoccunanno - perché
pati e, con loro,
il Movimento
il vasto mondo
Scopelliti, pur
femminile
e
essendo altro
quello tradiziodal PdL, è grupnale del mondo
po politicamensociale, con i
te contiguo e
quali instaurafortemente colre un dialogo
legato allo stescostante e proso, al quale ricoduttivo, in monosce la leaderdo da proiettaship nazionale
re il Movimennell'ambito del
to sulle tematicentrodestra».
che sociali di
Lo stesso Bopiù stringente
nanno, ha ricoattualità. Pronosciuto la leaprio per quedership al Pre- Pippo Bonanno
sto, la formasidente
della
Regione il quale, sebbene zione politica guarda con
quest'ultimo, «considera- interesse all'ipotesi che i
ta la statura politica ed i propri aderenti costituisuccessi che sta conse- scano in ogni paese assoguendo, va sempre più si- ciazioni politico-culturali
gnificativamente proiet- che siano in grado di apritandosi nel panorama na- re un dibattito «che, altrizionale, insieme a quella menti, langue da troppo
sua felice intuizione della tempo rivitalizzando l'imcreazione del Movimento pegno civico dei cittadicollegato che, dopo la se- ni».
Su un altro punto il Morie di dubbi iniziali oggi
ha trovato il giusto rico- vimento pone un'opzione
noscimento nel momento inderogabile, alla quale
in cui a livello nazionale si soprattutto gli amminiesalta il valore catalizzan- stratori dovranno attete delle rinominate “liste nersi senza deroga alcuna: la legalità. «Non saciviche”».
Alla presenza di ammi- ranno tollerate visioni sunistratori (consiglieri ed perficiali e di indifferenza
assessori) di diversi Co- riguardo a questa tematimuni del Vibonese, insie- ca - ha affermato ancora
me a tanti attivisti e tra Bonanno - e il controllo
questi non pochi dal si- dovrà essere severissimo,
gnificativo trascorso po- anche a costo di mettere a
litico, il coordinatore pro- repentaglio l'auspicato
vinciale ha tracciato un successo elettorale. La
bilancio del lusinghiero lotta alla criminalità ed al
percorso del Movimento malaffare dovrà essere
fino ad oggi. «La forza del un elemento distintivo e
Movimento Scopelliti - ha caratterizzante di ogni
affermato al riguardo - azione di quanti si riconosta proprio nella sua na- scono nel Movimento Scotura che, lontana dal mo- pelliti».
Ultimo punto trattato
dello-partito, garantisce
una strutturazione oriz- nel corso della riunione
zontale e non verticistica del coordinamento è stato
ed un bagaglio politico- quello relativo alla proculturale talmente elasti- grammazione di un magco da poter aprire le porte gior numero di incontri,
a quanti, non originari che saranno itineranti in
nella stessa area di cen- modo che ciascun Comutrodestra, possono avvici- ne della provincia sia a
narsi alle scelte strategi- turno coinvolto attivaco-amministrative che il mente. Proposta che ha
Movimento è in grado di ottenuto l’approvazione
compiere all'interno della unanime dei presenti.
E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro
22 Vibo
dal POLLINO
alloSTRETTO
Un match da 400 milioni di lire
VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 5
regionale
calabria
ora
quotidiano d’informazione
Visita
il nuovo sito
quotidiano d’informazione
regionale
Visita
il nuovo sito
di Calabria Ora
di Calabria Ora
www.calabriaora.it
www.calabriaora.it
Il superteste Oppedisano: tanto sborsò il Crotone per la partita con il Locri
LOCRI (RC)
Il big match Locri-Crotone deciso a tavolino dalle due società. Nel
maggio 1997, pochi giorni prima
della gara valevole per la promozione in serie C, il presidente del Locri,
Pasquale D’Ettore, e il direttore
sportivo dei pitagorici, Giuseppe
Ursino, negoziarono lo scontro diretto tra le due capoliste del girone
I e siglarono l’accordo per l’ultima
di campionato. Lo rivela il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano: «Per comprarsi la partita –
dice il superteste ai giudici – il Crotone sborsò 400 milioni di lire». Il
denaro della combine lo avrebbero
incassato un pregiudicato del clan
Cordì, Guido Brusaferri, e il patron
del Locri, Pasquale D’Ettore, svela
poi il pentito Domenico Novella.
L’ex picciotto è stato sentito nel
corso del processo “Shark”, scaturito da un blitz che ha spalancato le
porte del carcere agli uomini d’onore delle famiglie di Locri. Domenico Novella e Domenico Oppedisano
sono i cavalli di battaglia della Procura distrettuale di Reggio Calabria. I mafiosi di contrada Calvi
erano molto addentro alle vicende
pallonare e, secondo le indagini,
potevano contare su un manager fidato: Pasquale D’Ettore era la persona giusta per gestire il capitale
sporco riciclato nel Locri calcio.
In ogni partita, per incitare i propri beniamini, i boss esibivano uno
striscione. Per comunicare la loro
presenza allo stadio, i padrini scrivevano: «Contrada Calvi vi guarda», riferisce Oppedisano ai giudici. L’uomo è il fratellastro del boss
Vincenzo Cordì: «Non so se fosse
una messinscena, ma Enzo era all’oscuro di tutto. Una volta, per sapere chi tra i giocatori si era venduto la partita, infilò la pistola in boc-
ca a un calciatore del Locri, un napoletano. Me lo ha detto Guido
Brusaferri», ha dichiarato il teste.
Decide di collaborare con la giustizia nel maggio 2010, dopo che
due emissari dei clan gli chiedono
di presentarsi in aula per testimoniare il falso nell’ambito del processo per la morte del fratellastro Salvatore Cordì, ucciso nel maggio
2005 a Siderno. Due anni fa, in
gran segreto, l’ex gioielliere Domenico Oppedisano ha cominciato a
riempire verbali. «Ero molto legato a Salvatore, così non ho accettato», ha riferìto ai magistrati.
Ieri si è collegato in videoconferenza con il tribunale di Locri. Il
pubblico ministero, Antonio De
pi dell’organizzazione criminale»,
ha raccontato il pentito Domenico
Novella, alias “Piedone”. Dopo il
delitto Fortugno, il politico assassinato a Locri nel maggio 2005, è
stato arrestato
associazione
il boss cordì per
a delinquere di
stampo mafionon sapeva
so. Quando ha
Una volta
capito di essere
per sapere chi si
stato chiamato
in causa, ha iniera venduto la
a incontrapartita Enzo infilò ziato
re di nascosto i
la pistola in bocca a magistrati: «I
fratelli Tallura –
un calciatore
ha ribadito ieri
del Locri
ai giudici – erano prestanomi
della famiglia
Cordì. La loro ditta si è aggiudicata
gli appalti per le case popolari e ha
lavorato per la costruzione dell’ospizio». L’ex picciotto ha confesPARTITA COMPRATA Il tifo a Locri per Locri-Crotone.
sato che un giorno è stato chiamaA sinistra dall’alto, il direttore sportivo del Crotone Giuseppe Ursino
to dai suoi capi: «Mi dissero di lae il presidente del Locri Pasquale D’Ettore: Ursino avrebbe pagato,
sciare in pace la ditta Tedesco perD’Ettore avrebbe incassato assieme a un uomo del clan Cordì
ché interessava a loro. L’impresa ha
installato finestre e infissi alla scuoBernardo, lo ha chiamato a depor- correndo alla firma dell’ex moglie, la d’arte». Novella si è poi sofferre. Per salvaguardare la sua incolu- che lo ha denunciato. Per minare la mato sugli affari più redditizi del
mità, ha parlato da un sito protetto. sua credibilità, i legali gli hanno an- clan: «Vigilava su tutto. Le impreIl neocollaboratore di giustizia ha che posto alcune domande su Sal- se pagavano la protezione a Brusaaccusato autorevoli padrini, svela- vatore Salerno, il sicario della ferri e Dieni».
to segreti inconfessabili, elencato i ’ndrangheta ucciso a Siderno. Il
Il blitz denominato “Shark” scatnomi degli usurai: «I tassi d’inte- pluripregiudicato della famiglia ta all’alba del 16 settembre 2009.
resse che applicava Gerardo Gua- Commisso era uno strozzino: In manette finiscono pregiudicati
stella – racconta – erano nettamen- «Tempo addietro, gli chiesi soldi in della mafia di Locri. Gli usurai avete superiori a quelli applicati dagli prestito. Applicava il 5% mensile, vano imposto la regola del 10% sui
ma non l’ho denunciato», ha spie- prestiti a strozzo e ridotto sul lastrialtri».
Per i difensori degli imputati, il gato all’avvocato Maio.
co intere famiglie. Dice il collaborasuperteste non è attendibile. Dal
Nonostante arresti e processi, i tore di giustizia Novella: «Gerardo
controesame dell’avvocato Luca padrini di Locri avrebbero conti- Guastella è un noto usuraio. Per
Maio, il legale dell’ergastolano Sal- nuato a dettare legge e ad imporre sdebitarsi, l’imprenditore Francevatore Giuseppe Cordì, è emerso il pizzo per la protezione: dopo i sco Careri si è venduto terreni e cache l’uomo è coinvolto in un proce- vecchi padrini, sono arrivate le se».
dimento penale. Avrebbe vergato di nuove leve. «Guido Brusaferri e
ILARIO FILIPPONE
proprio pugno alcune cambiali ri- Salvatore Dieni sono gli attuali [email protected]
Sequestrati in un capannone
100mila oggetti “Thun” contraffatti
CITTANOVA (RC) Dopo
il maxisequestro di 100mila
pezzi effettuato ieri dalle
Fiamme gialle, il primo istinto è quello di andare a guardare l’etichetta al fondo della
statuetta “Thun” custodita
nel mobile di casa. Della serie: le vie del “taroccamento”
sono infinite. Secondo quanto appreso nella giornata di
ieri, infatti, i militari della
compagnia della Guardia di
finanza di Palmi, nell’ambito
dei quotidiani servizi di controllo economico del territorio disposti e coordinati dal
comando provinciale di Reggio Calabria, a seguito di
un’attività info-investigativa
finalizzata anche alla prevenzione e alla repressione della
diffusione del fenomeno del- L’uomo di cui non sono state
la contraffazione delle merci fornite le generalità, deteneva
ed alla loro commercializza- la merce all’interno di numezione, hanno individuato e rosi scatoloni nascondendo i
sottoposto a sequestro in un prodotti contraffatti all’intercapannone di Cittanova del- no di confezioni contenenti
l’oggettistica “Thun” contraf- oggettistica legalmente comfatta.
mercializzaL’operaI prodotti erano ta. Ciò ha repiù difficizione della
importati dalla so
le l’intervenFiamme gialto e il consele di Palmi ha
Cina e venduti
sepermesso di
a prezzi inferiori guente
questro degli
rinvenire
agli
originali
oggetti. Dai
quasi 100misuccessivi acla
oggetti,
raffiguranti forme e disegni la certamenti effettuati, i financui titolarità del marchio è zieri hanno constatato che gli
della società Altoatesina. Il stessi sono stati importati diresponsabile è stato segnala- rettamente dalla Cina dallo
to alla procura di Palmi, di- stesso responsabile dell’eserretta da Giuseppe Creazzo. cizio commerciale.
Gli oggetti sequestrati, prodotti e commercializzati in
violazione del diritto di proprietà industriale ed intellettuale, sono copie dei modelli
originali “Thun” e vengono
venduti a prezzi decisamente
inferiori a quelli imposti dall’azienda altoatesina.
I riscontri investigativi,
eseguiti anche attraverso perizie da parte di personale
specializzato, hanno confermato che si trattava di oggetti che riproducevano gli stessi soggetti, nelle stesse posizioni, con le stesse soluzioni
artistiche, stilistiche e gli stessi richiami simbolici e concettuali, univocabilmente riconducibili alla “Thun”. Tutto il
materiale contraffatto è stato
posto sottosequestro e il responsabile deferito all’autorità giudiziaria.
Il brillante risultato conseguito è il frutto di un continuo
impegno delle Fiamme gialle
a tutela della concorrenza e
del mercato e si aggiunge a
numerose operazioni già effettuate nel recente passato
nel territorio della Piana di
Gioia Tauro, che testimonia-
no il costante presidio economico-finanziario esercitato
dal Corpo su tutto il territorio con l’obiettivo di arginare
il dilagante fenomeno.
FRANCESCO ALTOMONTE
[email protected]
6
VENERDÌ 16 marzo 2012
D A L
REGGIO CALABRIA
Giacchino Campolo è stato
scarcerato. Al momento si
tratta solo di un provvedimento provvisorio, ma tutto
lascia immaginare che ben
difficilmente il re dei videopoker tornerà nuovamente in
cella. Glielo impedisce una situazione clinica che, da quel
che trapela, non è più compatibile con il regime carcerario.
A disporre l’uscita dal carcere
di Campolo è stata la prima
sezione della Corte d’appello
di Reggio Calabria, dove proprio ieri si è tenuta la prima
udienza del processo che lo
vede imputato con l’accusa di
estorsione aggravata dalle
modalità mafiose. Ma andiamo con ordine cercando di
riepilogare tutte le tappe che
hanno condotto alla provvisoria scarcerazione del re dei
videopoker ed al suo ricovero
in una struttura sanitaria specializzata.
L’otto febbraio scorso gli
avvocati difensori di Gioacchino Campolo, Francesco
Calabrese e Giuseppe Marazzita, presentarono un’istanza
alla corte d’appello di Reggio
Calabria (Russo presidente,
Napoli e Pastore consiglieri)
con la quale chiesero che al
loro assistito potesse essere
revocata la misura di custodia cautelare in carcere, o che
gli venissero concessi gli arresti domiciliari. La richiesta
fu motivata dal fatto che
Campolo risulta affetto da diverse patologie che, a giudizio del collegio difensivo, con
la permanenza in carcere si
sarebbero aggravate a tal
punto da poter mettere a ri-
P O L L I N O
calabria
A L L O
S T R E T T O
Il re dei videopoker
è stato scarcerato
Provvedimento della Corte d’appello: Campolo è malato
è sorvegliato in
una casa di cura
I giudici
hanno accolto
la richiesta
dei difensori. Ma
il provvedimento
non è definitivo
Nella foto, Gioacchino
Campolo, detto il re dei
videopoker. L’uomo è
imputato per estorsione
aggravata dalle modalità
mafiose
schio anche la vita dell’imputato stesso. L’istanza, tra l’altro, presentava una serie di
valori che testimoniavano come Campolo non stesse per
nulla bene, con tanto di parere medico legale che suffragava questa tesi. Il 16 febbraio
scorso la Corte dispose il conferimento di un incarico peritale, al fine di stabilire se le
condizioni di salute del detenuto fossero o meno compatibili con il regime di custodia
cautelare in carcere. Dopo soli cinque giorni, il perito rice-
vette l’incarico ed il 27 febbraio scorso concluse nel senso
che le condizioni di Campolo
«non sono compatibili con il
regime di restrizione carceraria». Procedura vuole, però,
che anche la procura generale esprima un proprio parere
circa l’istanza presentata dagli avvocati difensori di Campolo. Ed il pg ha espresso valutazione favorevole in relazione alla custodia presso
un’idonea struttura penitenziaria sanitaria. Tuttavia ancora non è stata detta una pa-
rola definitiva sulla vicenda
per un motivo semplicissimo:
i magistrati di piazza Castello
hanno ritenuto di dover chiedere al perito una integrazione peritale per stabilire se la
patologia di cui è affetto Campolo sia o meno curabile all’interno di una struttura sanitaria penitenziaria. Ciò si è
scontrato però con un dato:
non è stata ancora stabilita
con certezza tale patologia. È
per questo che la Corte ha disposto «il ricovero provvisorio di Gioacchino Campolo,
«Siamo scappati da Ginecologia»
Lamezia, il padre di una 19enne: in 4 giorni non l’hanno operata
LAMEZIA TERME (CZ) «Sono stato umiliato come cittadino. Voglio raccontare quello che è accaduto a mia figlia, alla mia famiglia, perché questa cosa non
accada anche ad altri cittadini». Il signor
F.T. di Francavilla Angitola (Vv), giovedì
scorso – dopo mille traversie – ha preso
sua figlia, E.T, 19 anni, ricoverata nel reparto di Ginecologia dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, e l’ha
portata via. «Non ho voluto firmare nessuna cartella di dimissioni – racconta l’uomo – perché io sono stato costretto ad andare via a causa dell’abbandono e del disinteresse con cui siamo stati trattati al- L’ospedale di Lamezia Terme
l’interno di quel reparto». La ragazza, racconta F.T., venerdì scorso, nove marzo, sacrificio. Giorni di assenza dal lavoro e di
era stata ricoverata in Ginecologia prove- attesa, senza risposte, in ospedale. Sera di
nendo dal pronto soccorso, a causa di una giorno 12, dopo l’ennesimo rimandare le
cisti ovarica solida che le causava fortissi- dimissioni, il signor F.T. chiede di poter
mi dolori al fianco sinistro. I farmaci non parlare con qualcuno. Finalmente lo riceve una dottoressa che,
bastano, leniscono il dovedendolo alterato, chielore per un po’ ma poi
La ragazza era
de, racconta lui: «se può
tutto ricomincia. Una
stata ricoverata
fare un’ecografia». Dalvolta ricoverata, però, la
l’analisi risulta che la ragiovane viene tenuta in in preda ai dolori
gazza va «assolutissimastallo. Da giorno 9 a giorper
una
cisti
mente operata».
no 12 marzo non viene
ovarica
solida
Siamo al terzo giorno
presa nessuna decisione.
giorno di ricovero. Si gaUn paio di volte si parla
di dimetterla ma poi i forti dolori impedi- rantisce al padre che l’operazione verrà
scono di lasciarla andare. Intanto i geni- eseguita il giorno successivo, quindi per la
tori le stanno vicini, il padre, operaio, re- ragazza comincia il digiuno previsto. Disponsabile di 40 persone nell’azienda in giuno e niente farmaci: «Per l’intera giorcui lavora, ha dovuto prendere diversi nata di attesa dell’operazione – continua
giorni di permesso e la cosa gli è costata il padre – nonostante avesse dolori non le
viene permesso di assumere farmaci».
Dopo ore di attesa, alle 16.30 del quarto
giorno di ricovero, i genitori vengono a
sapere che l’intervento non verrà eseguito. «Esausto, stanco e alterato chiedo spiegazione per l’ennesima volta». Altra ecografia, stessa diagnosi: va operata. Stessa
promessa: la operiamo domani, con la
promessa di inserirla come urgenza. Di
nuovo digiuno, di nuovo attesa. Quinto
giorno. Alle 14.30, racconta F.T., «una paziente del reparto ci riferisce di aver visto
la dottoressa che doveva operare mia figlia
andare via». Ormai esasperato, il padre si
precipita in infermeria. Il reparto di Ginecologia da parecchio tempo, anni ormai, manca di un primario. Manca quella che il presidente del consiglio regionale, Francesco Talarico, definisce una “figura apicale”, e che da tanto tempo viene
promesso che verrà nominata. Manca, di
conseguenza, un piano di lavoro, organizzazione e disciplina. Però il signor F.T.
non ci sta: «C’è bisogno di una delega per
essere una persona umana? Per avere attenzione per le persone?». Alla fine del
quinto giorno, nonostante le rassicurazioni del facente funzioni, scopre che sua figlia non verrà operata.
«L’ho portata via – racconta – ora cercheremo una struttura più idonea, in cui
ci sia meno disorganizzazione, più responsabilità e più attenzione per “tutti” i
pazienti».
ALESSIA TRUZZOLILLO
[email protected]
per il tempo necessario, presso un’idonea struttura del
servizio sanitario nazionale ai
fini diagnostici».
Ma chi pensa che il re dei
videopoker potrà starsene
tranquillo ed indisturbato si
sbaglia di grosso: la Corte
d’appello ha infatti predisposto un servizio di piantonamento stabile nei riguardi del
detenuto in considerazione
delle «eccezionali ragioni
cautelari sottese al provvedimento restrittivo in corso
d’esecuzione». È ormai noto,
ora
infatti, che Gioacchino Campolo è stato condannato a ben
18 anni di reclusione con l’accusa di estorsione aggravata
dall’aver agevolato la ’ndrangheta. Il re dei videopoker, infatti, secondo l’accusa, attraverso la collaborazione di importanti esponenti della criminalità organizzata, quali il
defunto boss Mario Audino e
Gaetano Andrea Zindato,
boss emergente della cosca
Libri-Zindato-Borgheto, dominante sul “locale” Modena
di Reggio Calabria, avrebbe
compiuto una serie di atti
estorsivi con l’obiettivo d’imporre il noleggio dei propri
apparecchi da gioco ai titolari degli esercizi commerciali
presenti sul territorio di influenza della cosca egemone,
compiendo anche atti di concorrenza sleale, che gli hanno
consentito di raggiungere un
vero e proprio monopolio nel
settore dei videopoker nella
città di Reggio Calabria e provincia.
Insomma, si tratta di un
uomo che la Dda ritiene sia
collegato ai più potenti casati
mafiosi e che con essi abbia
stretto degli accordi per raggiungere una posizione di
monopolio sul mercato. Un
uomo che, come lui stesso ha
riferito, la stessa ’ndrangheta
voleva uccidere. Un uomo
che però – lo dicono le perizie
– oggi sta male e che pare non
sia più in grado di rimanere
in cella. Solo dopo le analisi,
tuttavia, i giudici d’appello
scioglieranno la riserva in
merito alla sua definitiva
scarcerazione.
CONSOLATO MINNITI
[email protected]
50enne arrestato a briatico
Sotto al letto della madre
nascondeva un arsenale
BRIATICO (VV) Aveva in casa una vera e propria fabbrica artigianale di
armi con annessa una santabarbara: un uomo, Domenico Landro, di 50 anni, incensurato, è stato arrestato dai carabinieri a
Briatico, nel vibonese, per
detenzione di arma clandestina, detenzione abusiva
di munizioni da guerra e
non.
Nell’abitazione di Landro, i militari, nel corso di
una perquisizione, hanno
scoperto casse di munizioni, proiettili e polvere da
sparo, in parte addirittura
nascoste sotto il letto dell’anziana madre dell’uomo,
in una quantità tale che se
il materiale fosse esploso
avrebbe distrutto l'intero
edificio. Ai militari è servi-
ta un'intera notte per fare
l'inventario del materiale
ritrovato: un fucile a canne
mozze e con matricola
abrasa; proiettili da guerra
7.62; 4.500 proiettili da
caccia di vari calibri; 62
proiettili 30.06; oltre
2.000 ogive di vari calibri
12, 16, 20, 7.65 e 357 magnum; 55 proiettili 7.65; oltre 500 bossoli pronti per
la ricarica; 30 chili di polvere da sparo; oltre 190
chili di piombo per fucile
da caccia e un kit completo
per la ricarica dei proiettili.
Un arsenale impressionante, hanno riferito i carabinieri, con postazione di
ricarica delle munizioni,
che avrebbe potuto rifornire il mercato clandestino
della provincia e oltre.
7
VENERDÌ 16 marzo 2012
D A L
P O L L I N O
calabria
A L L O
S T R E T T O
ora
L’esercito delle aziende “irregolari”
Su 8486 imprese controllate, la metà non rispetta la legge. I dati del 2011
COSENZA
Metà delle aziende calabresi
controllate dalle Direzioni territoriali del lavoro in tutta la regione
sono irregolari. È il risultato delle
verifiche ispettive del 2011, che la
Direzione regionale del lavoro ha
reso noto ieri. L’attività è stata accompagnata dai carabinieri del
Nucleo ispettorato lavoro. Le
ispezioni hanno riguardato 8.486
aziende in diversi settori produttivi, dall’agricoltura all’edilizia, al
commercio e fino al terziario. Sono 4.717 quelle trovate non in regola con le leggi poste a tutela del
lavoro. In un periodo in cui si parla di riforma del mercato del lavoro e di sicurezza certo i dati rilevati non sono confortanti. Anche il rapporto tra le posizioni regolari e irregolari dei lavoratori
impiegati nelle attività ispezionate fa emergere una nota negativa.
Su 20.963 posizioni lavorative verificate sono stati accertati 10.224
lavoratori irregolari, di cui 4.171
totalmente in nero. Per le attività
in cui sono state accertate violazioni gravi con l’utilizzo di lavoratori in nero superiori al venti per
NEL MIRINO Le anziende edili: su 3.738 lavoratori ben 937 sono risultati in nero
cento del totale dei lavoratori presenti sul luogo del lavoro è stata
disposta la sospensione dell’attività imprenditoriale. Sono cinquanta i provvedimenti adottati in tutta la regione. Maglia nera alla provincia di Reggio Calabria con venti casi gravi accertati, segue la provincia di Catanzaro con 14 aziende sospese e Cosenza con 12 casi;
tre attività sospese a Crotone e
una sola a Vibo Valentia.
Anche le ispezioni per verificare la sicurezza sui luoghi di lavoro
hanno riscontrato numerose violazioni: 3.226 segnalazioni in
1.574 aziende. Cioè in media più
di una contestazione per ogni attività imprenditoriale. Uno dei
settori maggiormente tenuti sott’occhio è quello dell’edilizia. Sono
state sottoposte ad accertamento
1.574 aziende e sono state verificate le posizioni di 3.738 lavoratori.
Di questi ultimi, 937 sono risultati in nero e quindi privi di ogni tutela. L’esito di questa attività ha
comportato recuperi per le casse
dello Stato pari a circa un milione
e mezzo di euro per sanzioni in
materia di lavoro e circa 180mila
euro per contributi evasi. L’azione
ispettiva ha consentito di recupe-
rare denaro per rimpinguare le
casse dello Stato. Nel complesso
sono stati recuperati venti milioni di euro circa.
In settori diversi dall’edilizia sono state sospese altre 65 aziende
per violazioni al Testo unico in
materia di sicurezza sui luoghi di
lavoro che ha comportato la riscossione di cinque milioni di euro e la maxisanzione relativa all’impiego di lavoratori in nero, olPresentato
tre a 73.500 euro
il dossier
relativi a sanzioni
aggiuntive per la
della Direzione
revoca della soregionale
spensione della
del lavoro
stessa attività imprenditoriale. Le
violazioni amministrative alle varie leggi in materia di lavoro accertate ammontano a 5.331 e hanno comportato sanzioni amministrative pari a circa quattro milioni e mezzo di euro.
Nel corso degli accertamenti,
infine, è stato possibile rilevare
l’impiego irregolare di 56 minori
e 42 lavoratori extracomunitari
clandestini.
a. i.
Monasterace, scioperano
le coltivatrici di pomodori
LOCRI (RC) Vertenza massimo di 102 giornate al“Florinnova”, capitolo due. A l’anno, a una paga di 30 euro al
distanza di meno di un mese dì. Fra loro c’è gente che camdal primo sciopero del 17 feb- pa solo grazie al posto che ricobraio scorso, le coltivatrici di pre dentro queste serre. Ci sopomodori sono tornate a pre- no perfino intere famiglie, masidiare i cancelli della ditta di rito e moglie, che innaffiano e
Monasterace. La trattativa sin- danno di zappa nelle piantadacale finalizzata ad avviare il gioni di contrada Campomarpiano di rientro sui salari ar- zo.
Dopo diversi tentativi falliretrati, per una somma totale
di 170mila euro, non ha sorti- ti, Nazaire e Passarelli ricevoto esito positivo. E, dunque, da no la stampa. Loro dicono che
ieri le operaie hanno deciso di le casse della società sono in
rosso perché i
incrociare le
clienti non
braccia.
Negli ultimi
saldano e gli
Intanto, il
2
anni
istituti bancasegretario
non hanno
ri non fanno
provinciale
credito. Dicodella
Flairicevono uno
no addirittura
Cgil, Domenistipendio pieno
che pure loro
co Mandaraavanzano dei
no, ha già
preso contatti con la Direzione soldi. A luglio passato c’è stato
del lavoro di Reggio Calabria. un cambio di coltura: dai criL’ufficio ha risposto che entro santemi si è passati ai pomostamani darà comunicazione dori. I due soci confermano
della data fissata per un tavo- che a tavolino la manovra funlo che vedrà di fronte i sindaca- zionava. A quanto pare, però,
ti confederati Cgil-Cisl-Uil, facendo i conti con la terra e
una rappresentanza delle coi prodotti da vendere, il nuomaestranze e il sindaco della vo piano industriale stenta a
città, Maria Carmela Lanzetta decollare. E, ora, alla “Florinda un lato e dall’altro i mana- nova” rischiano tutti: dai capi
ger dell’azienda, Olivier Nazai- ai dipendenti.
A Monasterace la questione
re e Antonio Passarelli.
La rabbia delle signore è è sentita e anche la politica se
tantissima. Perché negli ultimi ne prende carico. Per martedì
due anni, non hanno mai rice- prossimo alle ore 15 è convocavuto un stipendio pieno ma so- to un consiglio comunale aperlamente acconti di poche cen- to per discutere della faccenda
tinaia di euro. Da gennaio a og- e capire quali contromisure
gi, solo 150 sono stati gli euro prendere. Il suolo su cui sorge
pro-capite percepiti. Si tratta la “Florinnova” è stato assedi novanta braccianti stagio- gnano in comodato d’uso granali, che lavorano fino a un tuito per 99 anni proprio dal
Comune. Già altre volte, il sindaco Lanzetta ha reso noto di
difendere le lavoratrici e di aiutarle a costituirsi in cooperativa se la ditta dovesse fallire.
ANGELO NIZZA
[email protected]
la sentenza in appello
Omicidio Citriniti, Berlingieri condannato a 21 anni
Catanzaro, dieci anni a Passalacqua. I genitori della vittima: il verdetto non rende giustizia
Massimiliano Citriniti
Il 21enne è stato
accoltellato a
morte a seguito
di uno scherzo
di Carnevale
CATANZARO Nove ore di camera di
consiglio e poi il verdetto. Ventun’anni e tre
mesi per Cosimo Berlingeri, dieci anni per
Gianluca Passalacqua, accusati dell’omicidio di Massimiliano Citriniti, il giovane universitario di 24 anni, accoltellato a morte il
22 febbraio 2009 al Centro commerciale “Le
Fornaci”, nel quartiere marinaro del capoluogo. La Corte di Assise di Catanzaro presidente Giuseppe Neri a latere Domenico
Commodoro ha condannato entrambi a risarcire le parti civili per un’ammontare da liquidarsi in separata sede. Saranno tenuti
inoltre a pagare una provvisionale pari a
100mila euro ciascuno nei confronti dei genitori di Massimiliano e 50mila euro nei
confronti di Giuseppe Citriniti, il fratello di
Massimiliano. Pene di gran lunga inferiori
rispetto a quelle invocate dal pm Simona
Rossi che aveva chiesto il carcere a vita per
entrambi. Con l’aggravante dei futili motivi
al termine di una lunga requisitoria in cui
aveva ricostruito momento per momento le
fasi di quel drammatico giorno.
«Mi aspettavo una condanna esemplare,
l’ergastolo. Mio figlio quella sera si trovava lì
per sbaglio. Sarebbe dovuto partire per l’uni-
versità, per un ritardo ha perso la vita. Sarebbe stato un futuro ingegnere, non si può lavare questa storia con una spugna, questa
gente grazie a questa sentenza potrà continuare a bagliare». Atterrito il padre di Massimiliano Citriniti, Francesco, pietrificato dopo la lettura di una sentenza «che non rende affatto giustizia». Così come agghiaccianti sono state le parole pronunciate dal fratello dela vittima Francesco: «La giustizia ha
regalato l’ennesimo premio, vanificando il
lavoro della Procura. Siamo disarmati rispetto a questa legge, non ci resta che appellarci a Dio, se ci ascolta. Ci hanno distrutto la vita, hanno fatto scoppiare una bomba nella nostra vita. Una sentenza diversa
non sarebbe stata di auto a noi, Massimiliano non ce lo restituisce più nessuno, ma
sarebbe servita alla società».
La Corte ha dato novanta giorni per il
deposito delle motivazioni della sentenza,
solo allora si capirà quanto abbiano influito le arringhe difensive nella determinazione delle condanne e il perché dell’esclusione delle aggravanti.
GABRIELLA PASSARIELLO
[email protected]
VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 11
l’ora di Reggio
tel. 0965 324336-814947 - fax 0965 300790 - mail [email protected] - indirizzo via Nino Bixio, 34
AMBULANZE - BLITZ NAS
INCARICHI SATI
Triolo e Aragona
«Da noi nessuna
irregolarità»
SALINE JONICHE
I professionisti:
«Indignati da
quelle parole»
> pagina 12
Riqualificazione
Dalla Provincia
80mila euro
> pagina 13
Alla sbarra diversi soggetti accusati di spaccio e furto
messo il fatto. In primo grado il Tribunale di Reggio Calabria lo aveva condannato a
quattro anni e due mesi.
Inoltre gli aveva intimato di
lasciare il territorio italiano
per effetto dell’espulsione. La
sentenza d’appello revoca
anche questo provvedimento. Massimiliano Romeo, che
in primo grado era stato condannato a sette anni di reclusione, è stato assolto per un
capo di imputazione mentre
per un altro la pena è stata rideterminata in tre anni più
diecimila euro di multa.
Grosso sconto di pena anche
per Antonino Idotta e Santo
san ferdinando
locride
Rigassificatore
«Si tratta qui»
Alla Florinnova
Sit-in di protesta
L
e trattative per
tutto ciò che riguarda il rigassificatore «si faranno qui a San Ferdinando». La
notizia la dà Domenico Madafferi, appuntandosi sulla
giacca i galloni di una vittoria
politica.
Non arretra il sindaco del
piccolo comune portuale, anzi rilancia.
> a pagina 21
P
Paviglianiti, entrambi condannati a sei anni e tre mesi
in primo grado.
La Corte d’appello ha rideterminato la pena in due anni e dieci mesi di reclusione e
novemila euro di multa.
Franco Demetrio, che avrebbe dovuto scontare la pena di
quattro anni e otto mesi, è
stato invece condannato in
secondo grado a due anni di
reclusione e cinquemila euro
di multa. Tiene sostanzialmente l’accusa nei confronti
di Enzo Bevilacqua, che in
primo grado era stato accolto a dodici anni e otto mesi
di reclusione. La Corte d’ap-
rimo giorno di protesta per le operaie
della Florinnova che ieri hanno
presidiato i cancelli dell’azienda dalle 6,30 del mattino. Le
donne non hanno intenzione
di mollare la presa fino a quando i manager non troveranno
una soluzione per pagare gli
stipendi. L’ultima busta paga
risale a maggio 2011.
> a pagina 30
La spiaggia
deturpata
dalle fogne
> pagina 19
“Reset 2006”, in appello
pene ridotte e assoluzioni
Sconti di pena e qualche
assoluzione al secondo grado
del processo “Reset 2006”.
Gli imputati erano stati arrestati dai carabinieri nel luglio
2009 ed erano accusati di
spaccio di sostanze stupefacenti e furti di automobili finalizzati alle estorsioni (cosiddetti cavalli di ritorno)
nell’area grecanica. L’indagine era stata svolta dagli investigatori della Compagnia di
Melito Porto Salvo. La sentenza di primo grado era stata emessa dal Tribunale di
Reggio Calabria l’11 gennaio
2011. Ieri la Corte d’appello
di Reggio Calabria ha assolto
Caterina Ierardo dal reato
per il quale era stata condannata in primo grado (un anno) per non avere commesso
il fatto. Assoluzione anche
per Ignazio Vita (condannato a sei anni e tre mesi in primo grado) «perché il fatto
non è previsto dalla legge come reato». Anche Ettore Eugenio Buonocore è stato assolto, con la formula «perché
il fatto non sussiste», in primo grado aveva rimediato
una condanna a un anno e sei
mesi di reclusione. Lo straniero Ihor Dereyko è stato
assolto per non avere com-
BAGNARA
pello ha abbassato la pena a
dieci anni e quattro mesi di
reclusione oltre a 2.200 euro
di multa.
I giudici di piazza Castello
hanno inoltre disposto la revoca della pena accessoria
dell’interdizione dai pubblici
uffici nei confronti di Massimiliano Romeo, Franco Demetrio, Antonino Idotta e
Santo Paviglianiti. La sentenza di primo grado rimane
confermata per Giuseppe Laganà (tre anni), Giovanni Laganà (un anno e otto mesi),
Natale Tripodi (un anno e
quattro mesi) che sono stati
condannati dal giudice al pagamento delle spese processuali per il giudizio di secondo grado. La Corte d’appello
ha indicato in novanta giorni
i termini per il deposito delle
motivazioni, durante i quali
ha disposto la sospensione
dei termini di custodia cautelare.
Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Francesco Calabrese, Saro Errante,
Francesco Albanese, Azzarà,
Nino e Michele Priolo, Giuseppe Putortì, Demetrio
Pratticò.
ANNALIA INCORONATO
[email protected]
> pagina 20
archi-astrea
Astensione dei legali
Processo a fine marzo
E’ slittato al prossimo 24
marzo il processo “ArchiAstrea” che vede alla sbarra
alcuni presunti esponenti del
clan Tegano, nonché dei soggetti accusati di intestazione
fittizia di quote societarie.
Nella giornata di ieri vi è stato un rinvio immediato a
causa dell’astensione dei legali difensivi proclamata già
da diverso tempo. Ecco allora che l’udienza è durata lo
spazio necessario al congelamento dei termini di custodia cautelare in carcere e poi
si è arrivati al rinvio al prossimo 24 marzo. Con la riunificazione delle due operazio-
ni, il sostituto procuratore
Giuseppe Lombardo ha voluto porre l’accento sui numerosi interessi da parte della consorteria mafiosa dei
Tegano, che sarebbe riuscita
non solo a conservare un forte potere sul territorio di Archi e della città di Reggio Calabria, ma anche di infiltrarsi nella compagine sociale
della Multiservizi. Secondo
le indagini, infatti, una parte
del capitale del socio privato
era di proprietà di soggetti di
fatto riconducibili alla consorteria mafiosa che opera
nella zona nord di Reggio
Calabria.
stazione lido
Ha un malore sul treno
Muore dipendente Fs
Sale sul treno, come ogni
giorno e lì vi trova la morte.
Grave lutto nella giornata di
ieri nei pressi della stazione
“Lido” di Reggio Calabria,
dove un uomo - del quale
non sono state rese note le
generalità - è stato colto da
un malore che non gli ha lasciato scampo. Secondo
quanto ricostruito, infatti, la
vittima sarebbe un dipendente delle ferrovie e, una
volta salito sul treno, avrebbe accusato il malore che è
apparso subito molto grave.
A nulla sono valsi i soccorsi
prontamente giunti sul posto. Per l’uomo non c’è stato
nulla da fare. Il treno era il
regionale diretto a Cosenza
e si è immediatamente fermo, senza poi riprendere
più la sua corsa. Dopo gli accertamenti il traffico è tornato alla normalità.
fiancheggiatori di condello
Quasi tutti rispondono al gip
Attesa per oggi la convalida del fermo
Per la stragrande maggioranza hanno risposto alle domande del gip. Si è
tenuta ieri l’udienza di convalida dei
fermi emessi dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Lancio” che ha portato in cella decine di
presunti fiancheggiatori del boss latitante Domenico Condello. Hanno respinto tutte le accuse a loro mosse: Demetrio Romeo, Margherita Tegano,
Mariangela Amato, Francesco Genovese, Giuseppina Condello, Francesco
Condello, Giovanni Barillà, Giuseppe
Barillà, Cosimo Morabito, Caterina
Condello, Vittorio Pedullà e Roberto
Richihi. Coloro i quali si sono avvalsi
della facoltà di non rispondere, invece,
sono stati: Massimiliano Richihi,
Maddalena Marino e Giuseppe Marino. Tutti quelli che hanno risposto al-
le domande del gip si sono dichiarati
completamente estranei rispetto agli
addebiti contestati. Vittorio Pedullà,
difeso dagli avvocati Pitasi e Singarella) ha spiegato che l’aver accompagnato Tegano e Condello è stato episodio
unico e del tutto casuale, e che questo
non deve essere motivo per determinare situazioni alle quali Pedullà si dice completamente estraneo. Nel corso
degli interrogatori sono intervenuti,
tra gli altri, anche gli avvocati: Marco
Panella (sostituto processuale dell’avvocato Nico D’Ascola), Giuseppe Alvaro (sostituto processuale dell’avvocato Antonio Managò), Francesco Albanese, Umberto Abate, Sabina Aloi,
Francesco Calabrese, Ugo Singarella,
Basilio Pitasi, Michele Albanese. Ad
interrogare tutti i soggetti sottoposti a
fermo sono stati ben 4 gip, ovvero Petrone, Barillà, Cotroneo e Santoro. La
decisione sull’eventuale convalida è attesa per la mattinata di oggi, quando si
saprà se il provvedimento emesso dalla Dda reggerà al vaglio del gip, anche
con contestuale emissione di misura
cautelare, o se invece qualcuno sarà
scarcerato immediatamente.
Con l’operazione “Lancio”, infatti, i
carabinieri del comando provinciale
di Reggio Calabria e del Ros hanno
smantellato la rete di fiancheggiatori
che permetteva a Domenico Condello
“u pacciu” di poter proseguire la propria latitanza senza particolari problemi. Gli investigatori sono convinti di
essere ad un passo dalla cattura del
fuggitivo, anche perché hanno praticamente azzerato tutta la struttura che
gli assicurava assistenza. Nel corso delle operazioni, tra l’altro, è stato rinvenuto anche un bunker ancora “caldo”.
c. m.
33
VENERDÌ 16 marzo 2012
calabria
ora
L O C R I D E
il concorso
On line il bando
per il premio
“Città di Siderno”
Pubblicato il bando di
concorso della nona edizione del premio letterario città di Siderno “Armando la Torre”. La scadenza è fissata il 31 maggio. Lo si può scaricare dal
sito web www.premioletterariosiderno.it. Due le
novità emerse ieri pomeriggio durante la conferenza stampa, tenutasi
nella sala del consiglio comunale. La prima: ogni
autore potrà partecipare
con una sola opera. La seconda: ogni casa editrice
potrà inviare un solo titolo di narrativa e uno solo
di saggistica. Il vincitore,
il migliore autore individuato a giudizio insindacabile dalla giuria presieduta Walter Pedullà, unico per narrativa e saggistica, sarà premiato con una
targa più 2mila euro. Gli
altri finalisti, da tre a quattro, riceveranno una pergamena più 500 euro. Al
tavolo di ieri erano presenti, oltre al presidente
Aldo De Leo, anche Ugo
Mollica, il sindaco Riccardo Ritorto e i suo vice, Pietro Sgarlato. Tra gli altri
hanno preso la parola Filippo Todaro dell’ufficio
stampa comunale e il professore Enzo D’Agostino,
vincitore dell’edizione
2005 nella sezione saggistica col volume “Da Locri a Gerace”, edito da Rubettino. Il premio è patrocinato dal Comune, dalla
provincia di Reggio e dalla regione Calabria. Fiduciosi gli organizzatori che
hanno ricevuto il pieno
appoggio dell’amministrazione Ritorto il quale
ha affermato: «Vi incoraggio ad andare avanti
perché questa è una manifestazione importante
per la nostra comunità».
Durante l’ultimo concorso, ha trionfato il giornalista Rai Franco Di Mare
con “Non chiedere perché”, uscito presso Rizzoli. (an. ni.)
Oppedisano: «Salvatore
Salerno era un usuraio»
beni confiscati
L’idea di Laganà:
«Affidiamoli alle
Coop under 35»
Shark, il collaboratore di giustizia cita il defunto sicario
LOCRI
Il sicario del clan Commisso, Salvatore Salerno, il pregiudicato morto ammazzato a
Siderno il 22 ottobre del 2006,
era uno strozzino. Lo riferisce
in aula il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano,
nel corso dell’ultima udienza
del processo “Shark” che si sta
celebrando in primo grado
presso il tribunale di Locri.
«Tempo addietro gli chiesi
dei soldi in prestito. Applicava il 5 percento mensile, ma
non l’ho mai denunciato». Così afferma il testimone. Salerno, secondo un prima ricostruzione, venne ucciso per ordine della stessa famiglia di
‘ndrangheta di cui faceva parte perché ritenuto il capo degli
scissionisti. Stava per traghettare nelle fila della ‘ndrina rivale, quella dei Costa. Tanto
emerge dalle indagini e dagli
argomenti discussi durante il
processo sul delitto Congiusta.
Salerno è stato assassinato
mentre percorreva a cavallo
una strada di contrada Donisi.
rivelazioni
scottanti
Oppedisano ha
dichiarato di aver
chiesto soldi in
prestito a Salerno
che applicava il
5% mensile
Salvatore Salerno e Domenico Oppedisano
“Shark”, dall’inglese “squalo”,
è il nome convenzionale assegnato all’inchiesta che sfociò
nel blitz del settembre 2009 e
che fece luce sulla squadra di
usurai della mala Locri. Gli arresti furono 25. Decimata la
cosca dei Cordì. Le misure di
custodia cautelare in carcere
furono eseguite in maniera
congiunta dai militari dei carabinieri e dagli agenti della po-
lizia di stato, coordinati dalla
Direzione distrettuale antimafia di Reggio. Contestato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alla commissione di altri
reati. Rapine, estorsioni, usura, esercizio abusivo del credito, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi.
Dalla deposizione di Domenico Oppedisano salta fuori,
dunque, che il profilo di Salvatore Salerno non era soltanto
quello di un pericoloso e temuto killer della mafia, ma anche
quello di uno che prestava denaro a strozzo. Sembrerebbe
che anche lui fosse un “squalo”. Ma è ovvio che nulla ha a
che fare con “Shark”, poiché il
tipo agiva su un territorio diverso e, per di più, già ucciso
diversi anni prima che scoppiasse il caso sul giro di usura
che ha mandato in rovina alcune famiglie di Locri.
ANGELO NIZZA
[email protected]
il furto
Rubano una Smart: arrestati due giovani
Bovalino, i ladri, originari di Platì, sorpresi a trainare l’auto
Probabilmente speravano
di passare semplicemente per
degli automobilisti rimasti in
panne ma il loro atteggiamento li ha traditi e sono stati arrestati. Due giovani uomini originari di Platì, di cui
al momento non si conoscono
le generalità, sono dunque
stati sorpresi dai carabinieri
del gruppo territoriale di Locri diretti dal tenente Nico
Blanco e coordinati dal tenente Lorenzo
Provenzano mentre erano attendi nel trainare una Smart.Il tutto è avvenuto nella
notte tra mercoledì e giovedì a Bovalino. I
due giovani uomini originari
di Plati, avevano preso di mira la Smart di proprietà di una
giovane ragazza del luogo.
Probabilmente avevano progettato tutto nei minimi particolari ma non hanno però fatto i conti con una pattuglia di
militari dell’arma dei Carabinieri di Bovalino in servizio di
controllo che insospettitesi
dei due strani automobilisti li
ha prima fermati e una volta constatato che
l’auto era da poco stata rubata per i due, sono subito scattate le manette ai polsi.
Annalisa Costanzo
Una messa
per ricordare
Tony Silipo
Domani pomeriggio alle 16, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Martone, verrà celebrata una
santa messa per ricordare Tony Silipo, l’ex ministro della Pubblica istruzione deceduto sabato
scorso a Toronto dopo
una lunga malattia. La
funzione rè stata voluta
dai parenti dello stesso
Silipo, che risiedono nel
paese della vallata del
Torbido e sarà presieduta
dal parroco padre Raffaele Vaccaro.
il ricordo
CRONACA
Pazzano, un anno senza Raffaele Torello
Romeo, per i medici
è morte naturale
Il 14 marzo dello scorso anno la misteriosa morte del 25enne muratore
Sono ancora vive le sirene dei
Vigili del Fuoco nel mentre fendevano la vallata dello Stilaro il 14
marzo dello scorso anno: era ormai caduta la sera ed erano parse
strane quelle roteanti luci blu che
si dirigevano verso Pazzano. Ma
la voce diffusasi nelle prime ore
del pomeriggio trovava praticamente conferma nella morte di
Raffaele Torello (nella foto),
25enne, muratore, avvenuta a seguito di una caduta di oltre 60
metri in un burrone, nei pressi di
monte Stella. Sono ancora tanti i
dubbi che albergano nella mente
Approvato dalla Camera un ordine del giorno,
presentato dalla deputata
del Pd Maria Grazia Laganà Fortugno (nella foto),
che impegna il governo ad
assumere tutte le iniziative necessarie per assegnare in via prioritaria i beni
confiscati alla criminalità
organizzata ai cittadini
che risiedono nelle località in cui gli immobili sono
ubicati. L'atto parlamentare è rivolto principalmente alla Locride, che finora non ha potuto
«esprimere le grandi e naturali potenzialità di sviluppo turistico, da coniugare con la presenza di
piccole e medie imprese,
proprio per l'assenza di
forti investimenti infrastrutturali, che hanno fin
qui escluso la stessa area
dai grandi circuiti nazionali e internazionali». Secondo la parlamentare di
Locri, «l'approvazione di
questo provvedimento costituisce un importante
punto di partenza per
puntare sullo sviluppo del
comparto turistico, che
ancora oggi rappresenta il
principale strumento in
grado di fungere da volano per l'economia del territorio. In questo senso prosegue - si può pensare
di concedere agli operatori del settore turistico gli
immobili individuati dall'Agenzia nazionale per i
beni confiscati, vista la
possibilità di assegnarli in
via preferenziale alle cooperative o consorzi di cooperative sociali di giovani
di età inferiore ai 35 anni».
di tutti coloro che conoscevano
Raffaele. In primis quell’ora “buco” da mezzogiorno all’una, quando aveva staccato dal lavoro per
andare a casa per il pranzo, salvo
rimanere d’intesa con coloro i
quali stava lavorando che si sarebbero rivisti dopo un’ora. A casa per il pranzo Raffaele non ci
andrà mai quel lunedì e la madre,
la signora Bruna, sapendo delle
abitudini metodiche del figlio, comincia a preoccuparsi.
E con lei il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici, che iniziano a
darsi da fare andando alla ricerca
di questo ragazzo sempre allegro.
Si arriva nei pressi dell’eremo di
monte Stella.
Là davanti ci si parano degli
strapiombi. In fondo ad uno di
questi si scorge il corpo esanime
di Raffaele.
Una folla di curiosi si assiepa in
quel luogo, facendo le prime congetture, come quella sulla macchina, una Fiat Panda ferma lì, con le
chiavi inserite e a qualche metro
dal punto in cui poi il giovane è
caduto. Ma come? Possibile che
un ragazzo così solare sia andato
a togliersi la vita in quel modo?
Sono in pochissimi a crederci
soprattutto quando, alle prime
ore dell’alba di martedì 15, Raffaele viene riportato su senza
strappi sul giubbotto che vestiva
e con quei lividi sul collo.
Antonio Baldari
Marcello Romeo è morto
per cause naturali. E’ quanto
stabilito ieri dopo l’autopsia sul
corpo del 39enne di Benestare,
deceduto sabato scorso e
trovato senza vita sul pavimento
della propria stanza dalla madre.
Ad eseguire l’autopsia presso
l’ospedale di Locri il medico
legale Pietro Tarzia. L’esame,
dunque, conferma le prime
ipotesi, anche se vista la giovane
età i medici vogliono fare un
esame approfondito, per
escludere definitivamente
qualsiasi altra ipotesi.
VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 29
l’ora di Paola
Redazione viale Ippocrate (ex Madonna della Grazie) - Telefono e fax 0982583503 - Mail: [email protected]
SANITÀ & FARMACIE
EMERGENZA
tel. 0982/5811
tel. 0982/581224
tel. 0982/581410
tel. 0982/581286
tel. 0982/587316
tel. 0982/612439
tel.0982/582276
ospedale civile
pronto soccorso
guardia medica
centro trasfusionale
farmacia Arrigucci
farmacia Cilento
farmacia Sganga
carabinieri
commissariato
polizia stradale
polizia municipale
guardia di finanza
corpo forestale
vigili del fuoco
croce rossa italiana
tel. 0982/582301
tel. 0982/622311
tel. 0982/622211
tel. 0982/582622
tel. 0982/613477
tel. 0982/582516
tel. 0982/582519
tel. 0982/613553
COMUNE
(112)
(113)
(117)
(1515)
(115)
centralino
ufficio tributi
bibioteca comunale
ufficio relazioni pubblico
ufficio presidenza consiglio
ufficio affari generali
ufficio contenzioso
tel. 0982/58001
tel. 0982/5800301
tel.0982/580307
tel. 0982/5800314
tel. 0982/5800212
tel. 0982/5800218
tel. 0982/5800207
Festa, revocata la delibera
Le indagini sul clan Muto. Il sindaco ringrazia Procura e carabinieri
PAOLA
Alla luce delle investigazioni avviate dagli uomini dell’Arma diretti dal capitano
Luca Acquotti, su delega della locale procura della Repubblica, l’amministrazione
comunale ha revocato in autotutela la delibera di giunta esecutiva n°41 dell’1 marzo 2012 (e annessa convenzione) con cui
veniva data in affidamento a una società
esterna l’intera gestione della festa civile
del patrono San Francesco di Paola.
Gli inquirenti vogliono infatti vederci
chiaro sull’incarico di affidamento ad un
soggetto giuridico il cui amministratore
è sospettato (e accusato) di essere un “prestanome” del clan Muto di Cetraro. E l’al- Il sindaco Roberto Perrotta
tro ieri, all’esito della visita dei carabinieri in Municipio al fine di chiedere lumi su Paola”. “La decisione - ha spiegato l’amquell’incarico e acquisire tutta la docu- ministrazione Perrotta - è scaturita dagli
mentazione di merito, l’amministrazione accertamenti in corso e dagli approfondicomunale ha convocato d’urgenza tecni- menti anche formali sugli atti in relazione al protocollo di legalici e politici per verificare
tà condiviso dal Comune
le carte e assumere deterAdottato
di Paola e dalla Prefettuminazioni in autotutela.
il
protocollo
ra di Cosenza, con il quaIn virtù di ciò, l’Amminile, per assicurare un più
strazione comunale ha redi legalità
alto livello di trasparenso noto, il giorno successottoscritto con
za, è stato deciso di acsivo, d’aver provveduto
la Prefettura
quisire la certificazione
“autonomamente alla reantimafia per tutti gli imvoca della convenzione
sottoscritta” con tale società in data 13 pegna di spesa superiori a 50 mila euro”.
marzo 2012. avente ad oggetto: “Conven- Il sindaco Roberto Perrotta, dal canto suo,
zione relativa alla organizzazione dei fe- ha dichiarato quanto di seguito: «Pur
steggiamenti civili relativi alla festa Patro- avendo consapevole fiducia sulla qualità
nale del Santo Patrono San Francesco di delle procedure adottate, ci piace tenere
nel giusto e doveroso conto la meritoria
azione compiuta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, alle quali rinnoviamo
la nostra stima e la nostra gratitudine e,
proprio in ossequio a tali sentimenti, al fine di evitare possibili turbamenti del sereno svolgimento dei solenni festeggiamenti del 4 maggio, l’amministrazione comunale in autotutela ha proceduto alla
revoca». Gli uffici comunali, ad ogni modo, si erano determinati in assoluta buona fede, alla luce di una richiesta di affidamento incarico con annesso articolato e
ricco programma (...depositato dai privati alla sezione format della Siae). E, comunque, v’è da aggiungere che sul caso
specifico la legge non prevede l’elaborazione di alcun bando pubblico. Nella convenzione, inoltre, era stato specificato:
“...La Società è obbligata a presentare entro e non oltre il 31.3.2012 programma
definitivo di attuazione della progettualità di che trattasi, da sottoporre all'approvazione dell'Amministrazione che esprimerà in merito il proprio gradimento. Tale approvazione di programma risulta
fondamentale per la realizzazione del progetto. In mancanza la presente convenzione risulta nulla e si procederà alla revoca della stessa”. Nulla era dunque definito. Ma l’indagine degli inquirenti sull’affidamento dell’incarico, unitamente ai tempi ormai ristretti, ha fatto sì che il Comune si determinasse in autotutela al fine di
non inficiare l’organizzazione dell’evento.
Guido Scarpino
Reliquie del Santo a Bologna
Una sala della chiesa dell’Assunta porterà il nome del taumaturgo
Una sala della chiesa di S. Maria Assunta di Bologna sarà intitolata a San
Francesco di Paola. Si tratta di una chiesa di Borgo Panigale. A portare avanti
questa inziativa è stato Antonio Manes,
emigrato paolano in Emilia Romagna.
L’impegno di Manes nasce circa otto
anni fa quando, a seguito di lavori di ristrutturazione della cappella, sono state rinvenute alcune reliquie di San
Francesco. I resti del mantello del santo sono autentici e certificati da due bolle, rispettivamente del 1754 e del 1800.
Le reliquie sono esposte in via Marco
Emilio Lepido 58, a Borgo Panigale. Si
aggiunge così un altro tassello alla vita
di Francesco di Paola. Una vita che è
animata dal miracolo sin dalla nascita.
Trascorso appena un mese dalla nascita si ammala gravemente all'occhio sinistro, ma ne guarisce miracolosamente per intercessione dello stesso santo,
festa/2
Legge regionale approvata
In arrivo 150mila euro
Approvata la legge regionale sull’Istituzionalizzazione della festa di San
Francesco. La Regione
Calabria con l’impegno
assunto in Commissione
è autorizzata ad erogare
annualmente il contributo di 150mila euro finalizzato al finanziamento di
specifiche articolazioni
del programma complessivo delle manifestazioni.
La proposta di legge era
stata presentata dal consigliere regionale Rosario
Mirabelli. Piccola diatriba
sulla paternità della proposta di legge. Mirabelli
sostiene di averla presentata prima del collega
Geppino Caputo. Il sindaco di Paola, Roberto Perrotta e l’assessore al Ramo, Josè Grupillo hanno
espresso viva soddisfazione per l’approvazione della legge e l’impegno di Rosario Mirabelli Il via libera è arrivato nella seduta
di ieri. La Regione Calabria in tal modo diventa
interprete dei valori e dei
sentimenti della tradizione religiosa e popolare dei
calabresi, residenti ed
emigrati ed in coerenza
con i principi fondamentali del proprio statuto, e
promuove in occasione
delle celebrazioni annuali, una serie di manifestazioni ed iniziative, quali
mostre, convegni, studi e
ricerche che illustrino la
figura e l'opera di San
Francesco di Paola, Patro-
Rosario Mirabelli
no della Calabria e dei
marinai d’Italia. Le manifestazioni possono essere
realizzate, oltre che nella
sede naturale del territorio paolano, nei comuni di
Paterno Calabro, Corigliano Calabro, Spezzano
Sila, paesi nei quali, San
Francesco ha costruito direttamente i conventi o
negli altri luoghi d’Italia o
del mondo per specifici
avvenimenti raccontati
nella biografia del Santo
e/o per manifestazioni di
fede consolidatesi nel
tempo. Ogni iniziativa sarà, ovviamente, concordata con il comitato per le
celebrazioni con sede istituzionale nel Comune di
Paola. Il Comitato è nominato con decreto del
presidente della giunta
regionale. L’amministrazione comunale di Paola
entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge,
provvederà a fornire adeguata e rappresentativa
sede al Comitato.
auguriauguri
Una reliquia e la bolla
cui la mamma fa voto di vestirlo dell'abito votivo e di tenerlo per un anno in
un convento francescano più vicino a
Paola. Nel 1429 è accompagnato dai genitori a San Marco Argentano tra i Mi-
nori Conventuali per adempiere la promessa, ivi opera il primo miracolo quello dei carboni accesi. Da lì il suo cammino lo porterà a difendere i deboli e gli
oppressi in tutta Europa.
I migliori auguri per
la piccola Rebecca
Curcio che oggi compie
un anno. Un abbraccio
da zio Vincenzo, zia Consuelo e dai cuginetti Gioia e Salvatore
auguriauguri
VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 11
l’ora di Catanzaro
tel. 0961 702056 - fax 0961 480161 - mail: [email protected] - indirizzo: via Corso Mazzini 164
OPERE
POLITICA
Confronto sulla
cultura, partecipano
solo due candidati
> pagina 13
L’APPELLO
Stadio, spuntano
i nuovi progetti
per la struttura
> pagina 14
«Chi ha ammazzato
Massimiliano
meritava l’ergastolo»
Delitto Citriniti: il padre critica le condanne
21 anni per Berlingeri e 10 a Passalacqua
«Mi aspettavo una condanna esemplare, l’ergastolo. Mio
figlio quella sera si trovava lì
per sbaglio. Sarebbe dovuto
partire per l’università, per un
ritardo ha perso la vita. Sarebbe stato un futuro ingegnere,
non si può lavare questa storia
con una spugna, questa gente
grazie a questa sentenza potrà continuare a bagliare, almeno che si facciano quanto
gli è stato inflitto». Atterrito il
padre di Massimiliano Citriniti, il giovane universitario di
24 anni, accoltellato a morte il
22 febbraio 2009 al Centro
commerciale “Le Fornaci”.
Pietrificato dopo la lettura della sentenza sull’omicidio di
suo figlio pronunciata dalla
Corte di Assise, presidente
Giuseppe Neri, a latere Domenico Commodoro dopo nove
9 ore di camera di consiglio.
Un verdetto che ai familiari
della vittima ha lasciato l’amaro in bocca. Ventun’anni e tre
mesi per Cosimo Berlingeri,
dieci anni per Gianluca Passalacqua, interdetti dai pubblici uffici e condannati a risarcire le parti civili per
un’ammontare da liquidarsi
in separata sede. Entrambi saranno tenuti a pagare una
provvisionale pari a 100mila
euro ciascuno nei confronti
dei genitori di Massimiliano e
50mila euro nei confronti di
Giuseppe Citriniti, fratello
della vittima.
«La giustizia ha regalato
l’ennesimo premio, vanificando il lavoro della Procura».
Parole dure quelle pronunciate dal fratello di Massimiliano, Giuseppe . «Siamo disarmati rispetto a questa legge,
nemmeno , non ci resta che
appellarci a Dio, se ci ascolta.
Ci hanno distrutto la vita,
hanno fatto scoppire una
bomba nella nostra vita. Una
sentenza diversa non sarebbe
stata di auto a noi, Massimiliano non ce lo restituisce più
nessuno, ma una pena esemplare sarebbe servita alla so-
VERDETTO
Il luogo in cui
Berlingeri e
Passalacqua
avrebbero
ucciso il
giovane
universitario
Massimiliano
Citriniti (nella
foto in alto).
Per questo
delitto è già
stato
condannato
un minorenne
con sentenza
passata in
giudicato
i famigliari
della vittima
Nessuna condanna
eclatante. La
giustizia ha
regalato l’ennesimo
premio
alla criminalità
cietà. Se non esistono risposte
certe ad un caso così eclatante, allora è meglio fare le valigie e andare via da Catanzaro».
Un verdetto diverso rispetto a quello che avrebbe voluto
il pm Simona Rossi che aveva
invocato il carcere a vita per
Cosimo Berlingeri, 43 anni, e
per Gianluca Passalacqua,23
anni. Il pm aveva chiesto l’ergastolo per i due uomini con
l’aggravante dei futili motivi al
termine di una lunga requisitoria in cui ha ricostruito momento per momento le fasi di
quel drammatico giorno, facendo riferimento alle dichiarazioni rese in fase di indagini da Danilo Sinopoli e Mario
Cappellano, nipoti del Berlingeri, contrastanti con quelle
del dibattimento. Gianluca
Passalacqua non si trovava
fuori dall’esercizio commerciale al momento del delitto,
non se ne andò, come riferì in
Assise il teste Cappellano, con
i suoi lunghi silenzi e con i suoi
troppi non ricordo: «Passalacqua ha partecipato attivamente all’omicidio, lui era lì». Tra
la vittima e il minorenne sarebbe iniziata una lite verbale,
secondo quanto ha dichiarato
lo stesso Cappellano, degenerata poi in uno scontro fisico.
Poi i ricordi del teste si erano fatti confusi, aveva ritrattato le versioni risultanti in atti nei verbali, a tal punto che il
pm lo aveva esortato a dire la
verità
per
non incorrere
nel reato di
falsa testimonianza. Il teste aveva dichiarato in un
primo momento di essere andato
via dopo la lite tra la vittima e il minorenne M. P. e
di non sapere
cosa poi tra i
due fosse successo, per ret-
LAMEZIA TERME
Ledda chiede
la Soprintendenza
nel capoluogo
> pagina 16
tificare quanto pronunciato
subito dopo: «sono rimasto fino alla fine, avevo detto di essermene andato, solo perché
avevo paura di ritorsioni da
parte dei parenti di Citriniti».
Di fronte alle domande incalzanti del pm, Cappellano aveva continuato rendendo dichiarazioni contraddittorie e
in aula si era deciso di non
continuare con le domande
acquisendo i precedenti verbali delle sue dichiarazioni. E
c’è la testimonianza di un altro
testimone, ad inchiodare, secondo il pm il Berlingeri: «il
teste Alessia Cacia ha riconosciuto Berlingeri come l’autore del reato». Non regge l’ipotesi difensiva della legittima
difesa per il pubblico ministero:«Massimiliano è stato immobilizzato», come non regge
per l’avvocato di parte civile
Francesco Gambardella: «lo
tenevano in due e l’altro lo colpiva al cuore», facendo esplicito riferimento a M. P. il minorenne, ritenuto l’esecutore
materiale del delitto, già condannato a dieci anni di reclusione con sentenza definitiva
della Cassazione. Secondo
l’accusa, Citriniti sarebbe stato ammazzato a seguito di un
banale scherzo fatto con della
schiuma spruzzata in faccia ad
un minorenne rom, che
avrebbe dato vita ad una lite
iniziata dentro al centro commerciale, e ripresa all’esterno
più tardi, dove il 24enne è stato ucciso, dopo essere stato
bloccato da diverse persone
che lo hanno aggredito.
Tra queste persone, secondo la Procura, ci sarebbero
stati Berlingieri e Passalacqua,
rinviati a giudizio il 10 febbraio 2010. A poche ore dal delitto le indagini condussero i poliziotti della Squadra mobile
proprio a casa di Cosimo Berlingieri, dove la moglie di quest’ultimo affidò loro il figlio
minorenne, ammettendo subito che era stato coinvolto
nello scontro avvenuto alle
“Fornaci”.
Gabriella Passariello
Sequestrata
discarica abusiva
a Nocera Terinese
> pagina 20
durante il processo
Quanto ha influito la difesa
nel determinare la condanna?
La Corte di Assise ha dato novanta giorni per depositare
le motivazioni della sentenza. Solo allora si capirà quanto
siano state determinanti le arringhe difensive rese in udienza dai legali Gregorio Viscomi e Salvatore Staiano nella pronuncia del verdetto della Corte che ha spazzato via in capo
agli imputati le aggravanti a loro carico. Staiano aveva chiesto la riapertura del dibattimento per acquisire le dichiarazioni di una testimone oculare presente sul luogo dell’omicidio. Il legale, durante l’arringa aveva parlato di una donna,
una guardia giurata, che avrebbe visto Citriniti prima del delitto, accorgendosi che proprio la giovane vittima avrebbe
avuto con se, lo stiletto che poi lo ha ucciso, tanto da chiedergli addirittura «cosa ci fai con quel coltellino?». Una versione che contrasta con quella dell’accusa, aprendo la strada all’ipotesi che proprio il giovane universitario abbia scatenato
l’aggressione nella quale, poi, ha avuto la peggio. Staiano ha
definito quella di Citriniti, una “provocazione imponente”.
Ma le contestazioni del penalista sono andate oltre, facendo
riferimento alle consulenze tecniche «poco credibili» e alle
dichiarazioni dell’imputato minorenne già condannato per
l’omicidio, che ha definito non credibile sollecitando l’invio
degli atti relativi alle sue dichiarazioni alla Procura per i minorenni per falsa testimonianza. Il legale ha concluso con
una richiesta di rinnovare l’istruttoria dibattimentale e in seconda battuta l’assoluzione degli imputati o in caso di condanna l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi con la
concessione di tutte le attenuanti del caso. Per l’assoluzione
di Berlingieri ha insistito anche l’avvocato Gregorio Viscomi,
il quale ha sostenuto l’insussistenza di prove a carico degli imputati, evidenziando le contraddizioni tra quanto dichiarato
dai testi in fase di indagini rispetto alla fase dibattimentale.
Ha contestato alcuni elementi di indagine, ed in particolare
ha sottolineato che sarebbero state effettuate delle ricognizioni anomale mostrando ai vari testimoni tranne la sola Rosa Lucia Cavigliano - non
un gruppo di più uomini nel quale riconoscere chi avevano visto sul luogo dei fatti, ma
unicamente gli imputati singolarmente. Viscomi ha inoltre evidenziato le discrasie che
si sono avute fra le dichiarazioni rese dai testimoni in fase di indagini ed in seguito in sede di dibattimento, asserendo che se la pubblica accusa poteva al limite sostenere che
Berlingieri e Passalacqua erano presenti alle
Fornaci il giorno del delitto non avrebbe potuto certamente dimostrare che vi presero
parte. L’avvocato aveva concluso l’arringa
chiedendo l’assoluzione di Berlingieri o in
subordine, che l’accusa per lui fosse derubricata in quella di omicidio preterintenzionale.
ga. pa.
Scarica

Scarica il documento