La scomparsa di Fabrizio Da Magalli la storia dell’elettrauto «Ridatemi mio figlio» L’appello a “I fatti vostri” di Antonio Pioli che rivela: «Simona era separata da un anno» di DOMENICO GALATA’ GIOIA TAURO - «Ridatemi mio figlio, vivo o morto». Questa volta è arrivato dagli schermi di Rai Due lo struggente appello di Antonio Pioli, il padre di Fabrizio, l’elettrauto di Gioia Tauro sparito il 23 febbraio scorso, presumibilmente vittima di un “delitto d’onore” per la sua relazione con Simona Napoli, 24enne di Melicucco, coniugata e madre di un bambino. Ad ospitare Pioli, accompagnato dal giornalista de “Il Quotidiano della Calabria”, Michele Inserra, è stata la trasmissione “I Fatti Vostri”, condotta da Giancarlo Magalli. Lo storico presentatore Rai ha introdotto la vicenda di Fabrizio nella parte conclusiva della trasmissione, abitualmente riservata ad importanti fatti di cronaca. Difficile trattenere le lacrime per un padre che da tre settimane ormai non ha più notizie del proprio figlio: «Io penso sia stato ucciso - ha affermato Pioli nel corso dell’intervista - nel 2012 non si può morire così, per un donna, per amore». Un amore di cui il padre di Fabrizio era venuto a conoscenza pochi giorni prima che si perdessero le tracce di suo figlio: «finalmente mio figlio ha trovato la donna giusta», ha raccontato di aver pensato Pioli. Quella storia tra Fabrizio e la giovane ha invece avuto conseguenze che forse nemmeno i protagonisti avrebbero immaginato. Antonio Pioli ha ripercorso, con comprensibile commozione, il giorno in cui la stessa Simona lo ha chiamato per accertarsi che Fabrizio fosse tornato a casa: «ho ricevuto una prima telefonata in cui la ragazza mi chiedeva se mio figlio fosse tornato. Le ho detto di no, ma mi sono accorto che era preoccupata. Poi ha richiamato un’altra volta e lì mi sono allarmato. Sono andato in giro con un amico alla ricerca di Fabrizio, senza però riuscire a trovarlo. La sera ho ricevuto un’altra chiamata da Simona, che mi raccontava di aver visto mio figlio litigare con un uomo». Un contatto frequente, quello tra Pioli e la ragazza nel giorno della scomparsa di Fabrizio. Contatti che pare non si siano del tutto interrotti. Quando Magalli gli ha chiesto se la sentisse ancora, Pioli ha risposto con un laconico «si, purtroppo la sento ancora». A quanto pare sarebbe stata Simona stessa a raccontare al padre di Fabrizio che nonostante fosse spostata era separata di fatto dal marito da circa un anno, come lo stesso Pioli ha ribadito durante la trasmissione. Un periodo difficile per la famiglia Pioli, che prima della vicenda di Fabrizio ha dovuto fronteggiare la perdita della mamma dell’elettrauto, gravemente ammalata: «davanti ad una malattia riesci anche a trovare una ragione - ha affermato con gli occhi lucidi Pioli - ma per mio figlio non è la stessa cosa. Erano innamorati, non si può morire in questo modo. Ce lo facciano ritrovare, vivo o morto. Ci dicano dov’è, andiamo noi a prenderlo. Ci permettano di dargli una degna sepoltura Da sinistra: Fabrizio Pioli e il papà Antonio; ancora uno struggente appello in tv per il giovane scomparso nello scorso mese di febbraio | in un luogo dove possiamo andare a pregare». Antonio Pioli si è detto convinto che il destino di Fabrizio sia stato deciso da più di due persone. Per lui, qualcun altro, a parte il padre ed il fratello di Simona, principali accusati dell’omicidio, ha contribuito a fare perdere le tracce di suo figlio. «Fabrizio era alto un metro e novanta, una persona sola non poteva farcela ad intimorirlo, e nemmeno in due. Per me saranno stati alGIOIA TAURO – Di Fabrizio Pioli meno cinque o sei». Magalli, non si hanno più notizie dal 23 durante l’intervista, ha ricofebbraio scorso. Quel giorno, il nosciuto come importante il 38enne elettrauto di Gioia Tauro, fatto che una ragazza, specie si è recato a Melicucco, paese dove in Calabria, denunci il padre viveva Simona e dove si erano dati ed il fratello. Una situazione appuntamento. Si erano conoche sta facendosi sempre più sciuti su internet, come spesso aclargo, come ha avuto modo cade a tanti giovani immersi di ricordare Inserra: «E’il senell’era del digitale e dei social gnale che network. Da qualcosa sta quella conoscencambiando. za era nata una Altre donne relazione che anhanno detto dava avanti da no alle logidue o tre mesi. che del sanNon si sa se Fague, mettenbrizio sapesse dosi contro la che Simona era propria famisposata. Di certo, glia e reclacome ha avuto mando la promodo di racconpria libertà. tare Antonio PioUna cosa per li, lei aveva detto nulla scontadi avere qualche ta in una terra anno in più dei difficile come suoi ventiquatla Calabria». tro. Ma del suo Un chiaro matrimonio e del riferimento fatto che fosse alle figure di madre di un fiLea Garofalo, glio pare non se Maria Concetne sia mai parlata Cacciola e to. A ricostruire Giuseppina quanto accaduto Pesce. Tre quel giorno è stadonne che ta la stessa Simohanno avuto na attraverso le il coraggio di dichiarazioni reribellarsi, di se prima ai Caraandare contro binieri di Gioiosa il proprio sanIonica e poi ai gue rimettenmagistrati della doci la vita, coProcura della me successo a Repubblica di Lea e Maria Palmi che stanno Concetta, o coordinando le aiutando a gli indagini. I due inquirenti a La fiaccolata di Melicucco per Fabrizio giovani si sarebsvelare il mabero incontrati a laffare praticato negli amcasa di lei. Poi, forse per il timore bienti in cui sono cresciute, di essere sorpresi, si sono allontacome sta facendo Giuseppinati, ognuno a bordo della prona Pesce nel processo “All pria automobile. Qualcuno però, Inside”. ha seguito Pioli, riuscendo a blocResta ancora il mistero carlo. Simona inizialmente ha per l’oscura vicenda relativa detto ai Carabinieri di averlo visto ad un giovane e un amore discutere animatamente con due che è finito vittima, probabilpersone, di cui una armata di pimente, di una vendetta atrostola, senza però fornire dati certi ce che ha scosso l’intera Casulle loro identità. Un racconto labria. IL GIALLO AMOROSO | Dal 23 febbraio nessuna traccia Simona in una località protetta Una fiaccolata tenuta a Melicucco per chiedere luce sulla scomparsa di Fabrizio cambiato da lì a poco, quando la ragazza ha indicato nel padre Antonio e nel fratello Domenico gli individui che stavano avendo l’alterco con Fabrizio. Di questi attimi ha parlato anche Antonio Pioli durante la sua partecipazione alla trasmissione “I Fatti Vostri”: «tutto è successo vicino allo svincolo della superstrada (a Melicucco ndc). La ragazza ha raccontato di aver visto il padre puntare la pistola a Fabrizio. Poi, quando ha visto avvicinarsi la figlia, avrebbe puntato l’arma verso di lei. In quel momento mio figlio deve essersi ribellato. Qualcosa deve essere successo». Da quel giorno, Simona ha deciso di aderire al programma di protezione proposto dagli inquirenti, andando a vivere in una località segreta in cui è stata raggiunta pochi giorni fa dal figlio di quattro anni. A pochissimi giorni di distanza dai fatti accaduti, il Gip del Tribunale di Palmi ha convalidato i fermi nei confronti del padre e del fratello della Napoli, emettendo successivamente un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati di omicidio e occultamento di cadavere. In cella, però, ci è finito soltanto il più giovane dei due, dal momento che il padre di Simona ha fatto perdere le pro- prie tracce dandosi alla latitanza. Le ricerche di Fabrizio vanno avanti da tre settimane. I Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, coadiuvati da unità cinofile e da elicotteri, stanno setacciando centimetro dopo centimetro le campagne che circondano Melicucco e Rosarno, comuni che hanno porzioni di territorio confinanti. L’idea è che Pioli possa essere stato sepolto lì, da qualche parte, insieme alla Mini Cooper nera con il tettuccio bianco con cui si era recato a trovare Simona. Qualche giorno fa i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Reggio Calabria si sono calati in un pozzo situato nelle campagne di Melicucco. Una cavità profonda sette metri contenente circa cinquanta centimetri d’acqua. Si pensava che il corpo dei Fabrizio potesse trovarsi lì dentro, ma le verifiche hanno portato alla luce soltanto la carcassa di un animale in decomposizione. Di Fabrizio Pioli, nessuna traccia, e ai Carabinieri non rimane altro che proseguire a setacciare il territorio con l’intento di trovarlo, vivo o morto, e riconsegnarlo alla sua famiglia e ai suoi amici che da tre settimane stanno soffrendo la sua mancanza. do. ga. E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro Primo piano 9 Venerdì 16 marzo 2012 24 ore Venerdì 16 marzo 2012 Spunta una lettera di un imprenditore che svelerebbe il caos del sistema appalti a Reggio Calabria Ombre sulla gestione della Suap Il documento datato prima dell’avvio dell’inchiesta “Ceralacca” della Finanza di PASQUALE VIOLI REGGIO CALABRIA Qualche luce e molte ombre sulla Stazione unica appaltante della Provincia di Reggio Calabria. Dopo l'inchiesta della magistratura "Ceralacca" che ha svelato il trucchetto dell'aggiudicazione degli appalti da parte delle ditte riconducibili al gruppo di Giuseppe Bagalà, imprenditore di Gioia Tauro, spunta una lettera agli atti dell'Ente provinciale ed indirizzata al Presidente Giuseppe Raffa, in cui nell'agosto del 2011, ma riferendosi anche a periodi non proprio recentissimi, un altro imprenditore della Piana denunciava irregolarità nella gestione delle gare e nel "modus operandi" poco trasparente per la custodia delle buste di gara e per l'aggiudicazione dei lavori. Dalla missiva dell'imprenditore emergeva, già prima dell'avvio delle indagini della Guardia di Finanza, un quadro desolante e poco credibile, quadro poi confermato in pieno dall'inchiesta delle Fiamme Gialle che ha portato al fermo di nove persone. Un presunto sistema di approssimazione che nella lettera indirizzata a Raffa è ben spiegato, e che nel tempo avrebbe fatto sì che ad accaparrarsi gli appalti nella Provincia di Reggio Calabria siano state sempre le stesse ditte. E probabilmente basterebbe fare uno screening attento per verificare quanto scritto dall'imprenditore. Ma non finisce qui, a portare alla ribalta le ombre che gravano La lettera dell’imprenditore della Piana di Gioia Tauro sulla Stazione unica appaltante di Reggio Calabria, ma anche del reale valore della Sua regionale, ci pensano adesso le velate accuse dei tecnici e di alcuni addetti ai lavori che tra le altre cose sottolineano come da diversi anni, ad esempio, le chiavi degli uffici, e della cassaforte, passino di dirigente in dirigente, di dipendente in dipendente senza che le serrature di porte e cassetta di sicurezza vengano mai cambiate, così che chi precedentemente ha lavorato presso la Suap si ritrova in mano le chiavi di ogni ingresso. Assurdo sarebbe se davvero un usciere, come quello finito in manette nell'inchiesta "Ceralacca", avesse a disposizione oltre che le chiavi dell'ufficio della dirigente anche quelle della cassaforte. Insomma un si- stema che farebbe acqua da tutte le parti probabilmente anche la carenza di personale chiamato a gestirlo. Ma sono diversi gli interrogativi che si pongono sul funzionamento e la trasparenza che dovrebbe garantire tanto la Suap quanto la Sua regionale e che invece non garantisce. Ad esempio ci si chiede perchè molti, quasi tutti i piccoli comuni della Provincia reggina siano stati chiamati, anche se non obbligati per legge, ad aderire alla Stazione unica appaltante, ma non vi abbia ancora aderito il Comune di Reggio Calabria (scelta legittima e a norma di legge) capace da solo di produrre gare pari al 35% del totale provinciale. Neppure gli appalti delle Aziende sanitarie, di diritto di competenza della Stazione ap- paltante regionale, di fatto non vengono espletati alla Sua che viene solo informata delle gare ma poi lascia tutto in mano alle Asp per carenza di personale. Stessa situazione per la Sorical, ente misto partecipato dalla Regione. Insomma le finestre che restano aperte sul "pacchetto trasparenza" sono diverse. Le stesse che sono state messe nere su bianco dall'imprenditore della Piana di Gioia Tauro che l'8 luglio del 2011 ha inviato il suo sfogo-denuncia al Presidente della Provincia Giuseppe Raffa. Un disegno di come, secondo chi partecipava ai bandi di gara, le procedure sarebbero state anomale e falsate da atteggiamenti e "modus operandi" poco consoni e non a garanzia della legalità. E d'altronde anche nella relazione sull'attività della Sua Regionale del 2010, il periodo della gestione di Salvatore Boemi, alcune carenze erano ben evidenziate dallo stesso comitato di sorveglianza che scriveva come la «Sua nel 2010 ha gestito meno dell'8% delle gare che avrebbe dovuto gestire per conto dei soggetti obbligati. Nella sanità, settore in cui la Sua aveva assunto la determinazione della gestione a regime delle procedure, quelle effettivamente gesite sono state meno del 10%». Insomma anche i numeri lasciano poco spazio alle interpretazioni visto che nell'ultima relazione si parlava di 22 procedure di gara gestite dalla Sua regionale su un totale di 800. Forse bisognerebbe rivedere qualcosa. Il consigliere provinciale precisa la sua posizione: «Ente senza produttività» Fuda: «Non c’è trasparenza» L’ex senatore: «Catanzaro e Cosenza senza uffici per le procedure» REGGIO CALABRIA - «La Sua e la Suap così come sono strutturate oggi non sono garanzia di produttività, trasparenza e legalità». Il consigliere provinciale Pietro Fuda non ha dubbi, l'ente appaltante non funziona come dovrebbe o come era stato previsto. L'ex senatore, che si è visto citare anche nelle carte dell'inchiesta della Guardia di Finanza "Ceralacca" quale politico, insieme a Giovanni Barone, contrario alla Suap, e allora chiarisce e anzi conferma la sua posizione. «Non è una novità - dice Fuda - che io abbia delle grosse riserve sulla utilità della Stazione unica appaltante così come è strutturata, l'ho detto immediatamente al tempo dell'insediamento dell'attuale consiglio provinciale e lo ribadisco con forza oggi, abbiamo la necessità di accelerare, nella trasparenza e nella legalità , la spesa. Non abbiamo, invece, bisogno,invece di procedure di accentramento, che hanno il sapore del commissariamento, con il risultato di rallentare notevolmente l'utilizzazione delle risorse, senza poter assicurare correttezza delle procedure e chiarezza nei risultati. E quello che dico è nero su bianco in diversi verbali di consiglio oltre che in relazioni depositate in Provincia». Pietro Fuda non si tira indietro, richiama la relazione di Salvatore Boemi e porta avanti esempi concreti di come la Suap abbia di fatto bloccato e non il contrario molti lavori pubblici. Per l'ex senatore un caso emblematico per la provincia di Reggio Calabria è il ponte sul torrente Favazzina per il quale dal 2008 sono disponibili 6 milioni di euro e non è stato ancora appaltato, L'inizio dell'attività politica Pietro Fuda ed amministrativa per realizzare quest'opera risale al 2000 . «Ancora una volta - sostiene il consigliere provinciale - assistiamo all'applicazione di quel modello, tipicamente italiano, dove il controllo è fine a se stesso, con una centralizzazione delle decisioni , a discapito dei Comuni e degli altri enti sottoposti, che non garantisce affatto produttività , trasparenza e legalità». Pietro Fuda parla di numeri, quelli contenuti nella relazione sull'attività della Sua del 2010 che indica come il numero delle gare espletate oscilli intorno al 5% delle gare di competenza. Il motivo di un trend tanto limitato anche per l'ex senatore sembra essere fondamentalmente riconducibile a croniche carenze di personale. «Dob- biamo essere credibili - ribadisce il consigliere provinciale - se vogliamo che i nostri cittadini ci prendano sul serio. A livello provinciale la situazione presenta aspetti quasi paradossali: ci si attenderebbe una copertura generale del territorio regionale attraverso le Suap, soprattutto in considerazione che si tratta delle procedure di gara interessanti i 409 Comuni calabresi e che, quindi, un'uniformità istituzionale parrebbe inevitabile. Com'è ampiamente noto non è così: le stazioni uniche appaltanti provinciali operano a Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia, per cui rimangono al momento fuori: il territorio della Provincia di Catanzaro e, soprattutto , quello della Provincia di Cosenza, la più grande della Calabria come dimensione demografica e come numero di Comuni facenti parte. Non c'è chi non veda che si tratta di un'asimmetria non facilmente giustificabile e che necessita di adeguati interventi correttivi. Tra l'altro non esistono canoni amministrativi uniformi, o linee guida che dir si voglia, per l'attività delle tre stazioni operanti, per cui anche il livello del contenzioso giurisdizionale sembra lievitare verso l'alto, rispetto al quale andrebbero pure operate delle verifiche puntuali i ordine agli esiti delle liti che arrivano a sentenza». In altre parole una chiara presa di posizione politica che l’ex senatore vuole portare avanti senza però cadere in facili strumentalizzazioni. Carte e dati alla mano il consigliere provinciale spiega e ribadisce che il sistema appalti in Calabria va riformato nell’interesse di tutti. p. v. LA MISSIVA Ha chiesto aiuto a Raffa «Le buste di gara sparse per gli uffici e sui divani» REGGIO CALABRIA - «I mo adesso a parlare della giudizi positivi sulla Suap stesura dei bandi di gara. Dagli ultimi mesi del provengono da chi non vive lo snervante, confusio- 2010 ad oggi sono state innario e tortuoso svolgi- serite , modificate e reinsemento delle gare di appalto rite ancora, in modo incoepresso l'ufficio di Reggio rente e sconclusionato, Calabria». E' uno dei primi clausole vincolanti per la passaggi della lettera che partecipazione alle gare. l'imprenditore di Gioia Faccio qualche esempio, documentabile: Tauro ha scritto al presi- sempre dente Giuseppe Raffa. «Il Viene inserito un limite di modo di operare - continua anomalia delle offerte pari la missiva - come si eviden- al 15% oltre il quale bisozia in seguito, e tutt'altro gnava presentare con l'ofche sinonimo di celerità, ferta una scheda giustifiuniformità e diciamolo pu- cativa ( Benissimo!); Viene re, di trasparenza e lascia prescritto il divieto di chiumolti dubbi ed incertezze e sura delle buste con ceracomunque denota l'assolu- lacca a pena di esclusione. ta mancanza, voluta o no, In effetti non viene esclusa alcuna offerta presentata di organizzazione. Non mi soffermo molto in modo difforme ( Inspiesui dubbi ma sottolineerò gabile !!); Viene abolito il lifatti concreti , documenta- mite di anomalia di cui al bili e verificabili. Le gare di punto 1 ( Ci chiediamo il appalto sono programma- perché); Viene abolito il dite dalla Suap secondo un vieto di cui al punto 2; Viecalendario ed orari dalla ne ripristinato il limite di stessa preposti e indicati anomalia ma la percentuapubblicamente ( scadenza le è sempre diversa (?); Viene abolita la predella presentasentazione in zione, data ed sede di gara delorario della gala scheda giura in seduta pubstificativa per i blica). Succede ribassi superioche quasi mai re al limite di viene rispettato anomalia ( ? ). l'orario di aperSignor Presitura di gara, aldente, questa è cune volte nemorganizzaziomeno il giorno e ne? E' traspaassolutamente renza? E' celerimai , anche se tà? E' attività avviate con bumeritevole di ste aperte, si encomio? E' inconcludono lo tegerrima e lostesso giorno devole operosiprefissato ma Giuseppe Raffa tà del personale passano parecchi giorni e addirittura set- addetto ? E' una struttura timane. In Questo enorme che funziona? No ! assolulasso di tempo, le buste con tamente no!...Le faccio un le offerte, aperte e no, resta- esempio di efficienza e trano in giro, dentro occasio- sparenza, di cui si può facilnali contenitori, per gli uf- mente accertare. L'Anas fici Suap. Questo sistema Spa Ufficio per l'Autostradi incertezza ha scoraggia- da Sa-Rc con sede a Cosento la partecipazione delle za ( Quindi in Calabria e imprese alle sedute di gara non al Nord ) prescrive la le quali devono fare avanti scadenza della presentae indietro per chilometri e zione delle offerte ( anche a lasciare altri impegni di la- mano) entro le ore 10 di un voro per poi sentirsi dire determinato giorno , dopo che la gara è rinviata, per un'ora e quindi alle 11 dello un motivo o per l'altro, ad stesso giorno la Commisaltra ora e poi ad altro gior- sione inizia le operazioni di no e poi ad altro giorno an- gara che completa nello stesso giorno con l'aggiucora e così via. Quindi il risultato è che dicazione provvisoria. Si quasi mai si ha la possibili- tratta di gare con spesso tà di partecipare alle sedute più di cento partecipanti e se non trovandosi per mero con più gare per tornata. caso e per altri motivi coin- Nei rarissimi casi in cui si cidenti con lo svolgimento ravvede l'impossibilità di delle gare o a tanche delle concludere le operazioni loro battute. Quando anco- nello stesso giorno la gara ra alcune imprese avevano viene rinviata, non viene un po' di fiato per protesta- aperta alcuna busta e le re le risposte erano sempre stesse vengono custodite le stesse : il R.U.P. arriva in in cassaforte video controlritardo ; la Dirigente è in lata e ad apertura controlquesto momento impegna- lata. Spero abbia trovato il ta o arriva in ritardo o non arriva per niente; dobbia- tempo di leggere personalmo sospendere per altri im- mente queste righe scritte pegni ; siamo in pochi e il la- semplicemente nel tentativoro è tanto; manca questo vo , sicuramente non vano , o manca quello; è successo di poter vedere efficiente e questo o è successo quello. trasparente una struttura Presidente , faccia gentil- che non tutti imprenditori mente una riflessione: per decenni abbiamo auQuesta, così com'è e con tali spicato ma che così come vicomportamenti, è una sta e vissuta direttamente, struttura che funziona e sino al momento , non sodche ispira fiducia nella ga- disfa assolutamente la tanranzia delle regole?Andia- to agognata trasparenza». E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro 14 Calabria 24 ore Venerdì 16 marzo 2012 Giovane universitario massacrato in un tunnel a Catanzaro. La famiglia: «Non è una sentenza esemplare» Condannati i killer di Carnevale Inflitti in Assise 21 anni e 3 mesi a Berlingieri e 10 anni a Passalacqua di AMALIA FEROLETO CATANZARO - Sono le 19,15 (le Idi di marzo) quando il presidente della Corte di Assise, Giuseppe Neri (a latere il giudice Domenico Commodaro), entra nell’aula bunker con i giudici popolari al piano terra del palazzo di Giustizia di Catanzaro. Dopo otto ore di Camera di Consiglio legge il dispositivo di sentenza, che condanna i due imputati rom di concorso in omicidio pluriaggravato dello studente universitario Massimiliano Citriniti, 24 anni, accoltellato per uno scherzo di Carnevale il 22 febbraio 2009, nel tunnel del centro commerciale “Le Fornaci”a Catanzaro Lido. Ma non è la sentenza esemplare che ci si aspettava per un delitto efferato che ha destato commozione e indignazione intutta lacittà capoluogo. La morte di un giovane accerchiato dai rom e poi accoltellato. Ventuno anni e tre mesi di reclusione (riconosciute le attenuanti generiche) a Cosimo Berlingieri 45 anni. Dieci anni invece all’atro imputato Gianluca Passalacqua 24 anni (concesse attenuanti generiche). Entrambi sono interdetti in perpetuo dai pubblici uffici. Inoltre, gli imputati sono stati condannati in solido tra loro a risarcire il danno alle costituenti parti civili, il papà Francesco Citriniti, la mamma Maria Cavigliano e il fratello Giuseppe Citriniti, da liquidarsi in separata sede al pagamento provvisionale pari a 100mila euro ciascuno a padre e madre e 50mila al fratello Giuseppe. Eancora i due imputati sono stati condannati a rifondere le spese sostenute dalle parti civili che liquida per 11.250 euro. Il pm Simona Rossi invece al termine della requisitoria aveva chiesto per entrambi gli imputati una sentenza esemplare, due ergastoli. Berlingieri e Passalacqua erano difesi dagli avvocati Salvatore Staiano e Gregorio Viscomi. L’avvocato di parte civile era Francesco Gambardella. Per l’omicidio Citriniti è stato già condannato il figlio minore di Berlingieri. Pena confermata dalla Cassazione. Amareggiati i familiari di Massimilianoper lasentenza «Ci aspettavamo qualcosa di esemplare - dice papà Francesco - mio figlio era uno studente modello, un futuro ingegnere. E quella sera si è trovato lì per sbaglio ed ha perso la vita. Ormai i rom la fanno Cosimo Berlingieri Gianluca Passalacqua Il pm Simona Rossi Massimiliano Citriniti in una foto di famiglia da padrone nel quartiere dove viviamo ed hanno preso il sopravvento». «È stato l’ennesimo contentino - aggiunge quasi tra le lacrime il fratello di massimiliano, Giuseppe alla fine di una lunga e snervante attesa - è l’ennesimo premio ai rom e così è stato vanificato la mole di lavorodella Procura.Le vede quante carte? Noi cittadini siamo piccoli e non possiamo difenderci contro i soprusi. Siamo disarmati davanti alla legge che non premia i cittadini per bene. Quello che manca è la certezza della pena». Decine e decine di udienze per un processo difficile che in tre anni ha visto sfilare tanti testimoni, e diverse perizie tecniche per ricostruire quel drammatico pomeriggio del 22 febbraio 2009 anche con l’ausilio della registrazione fatta dalla telecamera del Centro commerciale, alle 18,15. Il pm Simona Rossi aveva rigettato in toto la linea degli avvocati difensori, che sostenevano la tesi della legittima difesa. Al punto che proprio nelle ultime fasi del processo la difesa aveva trovato un teste oculare, una guardia giurata che avrebbe visto Citriniti prima del delitto con uno stiletto che poi lo ha ucciso, tanto che gli avrebbe chiesto «cosa ci fai con quel coltellino?». Tesi questa, fortemente contestata dal pm e anche dall’avvocato di parte civile. Anche perchè, tra l’altro, c’era un’altra testimone, Alessia Cacia, che in aula ha ricostruito l’identikit del presunto killer di massimiliano, sui 50 anni che il pomeriggio del delitto è stato visto uscire dal Centro commerciale gridando “l’ammazzavi, l’ammazzaviemo tornueammazzu l’atri». Descrizione che, per l’accusa, corrispondeva in pieno a quella dell’imputato Cosimo Berlingieri. La volontà manifestata dall’organismo è legata alle difficoltà di collegamento ferroviario e aereo Beni confiscati, Agenzia a rischio La sede centrale potrebbe essere trasferita da Reggio Calabria a Roma o Palermo CATANZARO – La difficile situazione dei trasporti in Calabria mette a rischio anche la permanenza della sede centrale dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata. Nella relazione sull'attività svolta nel 2011 dall’organismo, infatti, oltre che alla carenza di organico (30 uomini sono assolutamente inadeguati a fronte dei molteplici compiti, complessi e delicati, che il legislatore ha voluto assegnarle), si fa anche riferimento alla volontà di trasferire la sede principale, «in considerazione delle oggettive difficoltà di collegamento, ferroviario e aereo», da Reggio Calabria a Roma, o, in via subordinata, a Palermo. «Un'ipotesi che non ci convince e che contrasterò fortemente», avverte il Governatore Giuseppe Scopelliti, che, dopo avere «sposato da sindaco l'idea di istituire a Reggio Calabria la sede dell'Agenzia», aveva dovuto lot- tare contro le molte pressioni che ci furono per destinarla in altra città. «Ma vincemmo quella battaglia», chiosa orgoglioso, ricordando anche che l'idea fu avallata dal Governo Berlusconi e in città venne il ministro Maroni per l'inaugurazione della se. «Le difficoltà di collegamento con Reggio, così come erano esistenti prima, lo sono tutt'ora. Per questo ribadiamo un forte no al trasferimento», conclude il Governatore, seguito a ruota dal sindaco di Reggio Calabria, Demetrio Arena. Il qual parla di «una spoliazione gratuita e non tollerabile per la Calabria», in quanto «verrebbe a mancare un simbolo forte della lotta contro la criminalità organizzata proprio nel momento di maggior sforzo dello Stato. La scelta di Reggio quale sede, fu decisa - aggiun- ge - nell'ottica di lanciare un segnale di presenza dello Stato. Scegliere di spostare l'Agenzia, per condizioni “di oggettiva difficoltà di collegamento ferroviario e aereo”, sarebbe un segnale di resa di fronte a difficoltà e ostacoli che penalizzano quotidianamente i nostri cittadini. Piuttosto - ha aggiunto il sindaco Arena - sarebbe opportuno cogliere questa occasione perché l'isolamento con cui dobbiamo convivere cessi una volta per tutte». Arena, infine, spiega di essere stato investito dal direttore, prefetto Caruso, circa l'esigenza di reperire locali più idonei allo svolgimento delle funzioni istituzionali dell'Agenzia, «e l'Amministrazione comunale - puntualizza il primo cittadino - è impegnata proprio a soddisfare tale richiesta». Scopelliti pronto a contrastare la decisione Sequestro della Guardia di Finanza a Cittanova. Denunciato il commerciante che li importava dalla Cina Centomila oggetti con falso marchio di Thun CITTANOVA - È un colpo importante nella lotta alla contraffazione quello messoa segnoieridallaGuardia diFinanza della Compagnia di Palmi. Circa 100mila riproduzioni, tanto perfette quanto illegali, di oggetti raffiguranti forme e disegni di cui è titolare la “Thun”, nota azienda produttrice di oggettistica per la casa, sono state sequestrate all'interno di un capannone a Cittanova. Un risultato giunto al termine di un'attività investigativa finalizzata alla prevenzione e alla repressione della diffusione del fenomeno della contraffazione delle merci ed alla loro commercializzazione. Una persona, responsabile della strutturaincuisi trovavanoifalsioggetti (finita anch'essa sotto sequestro), è stata segnalata all'autorità giudiziaria. Tanto per cambiare, la merce era proveniente dalla Cina, paese sempre più all'avanguardia nell'opera di contraffazione delle merci da introdurre illegalmente sul mercato. I pezzi “copiati” si trovavano all'interno di numerosi scatoloni, nascosti tra confezioni di prodotti contenenti oggettistica legalmente commercializzata. Gli oggetti sequestrati, prodotti e commercializzati in violazione del diritto di proprietà industriale ed intellettuale, sono copie dei modelli originali e vengono venduti a prezzi decisamente inferiori a quelli imposti dall'azienda produttrice. Iriscontri investigativi, eseguiti anche attraverso perizie da parte di personale specializzato, hanno confermato che si trattava di oggetti che riprendevano gli stessi soggetti, nelle stesse posizioni, conlestesse soluzioniartistiche,stilistiche e gli stessi richiami simbolici e concettuali, che in maniera inequivocabile sono riconducibili alla “Thun”. L'operazione è il frutto di un continuo impegno della Guardia di Finanza a tutela della concorrenza e del mer- I finanzieri con parte del materiale sequestrato nel capannone di Cittanova cato e testimonia il costante presidio economico-finanziario esercitato dal Corpo con l'obiettivo di arginare il dilagante fenomeno della contraffazione. Tante volte in passato, specie nei container parcheggiati nel porto di Gioia Tauro, numerosi prodotti, come scarpe, giocattoli e addirittura profilattici, sono finiti nella rete della di Finanza, sempre attenta ad impedire che oggetti costruiti con materiali non sicuri finiscano in mano agli ignari consumatori. do. ga. L’inaugurazione dell’Agenzia Blitz a Vibo Valentia “Santabarbara” trovata nella casa di un magazziniere VIBO VALENTIA - Una vera e propria fabbrica clandestina di armi è stata scoperta e smantellata dagli uomini della compagnia carabinieri di Vibo Valentia la scorsa notte nella frazione Conidoni di Briatico. La scoperta è avvenuta nell’abitazione di Domenico Landro, magazziniere di 50 anni, incensurato. La sua casa era stata trasformata in una vera e propria “Santabarbara” e la quantità di munizioni, proiettili e polvere da sparo presente era tale che alcune casse di munizioni erano stipate addirittura sotto il letto dell’anziana madre dell’uomo. Ai carabinieri è servita tutta la notte per inventariare l’arsenale rinvenuto nell’appartamento. E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro 16 Calabria Calabria 17 I pentiti: «La partita Locri-Crotone del 1997 venduta in accordo tra alcuni dirigenti e giocatori» La C2 in cambio di 400 milioni Il collaboratore: «Puntarono una pistola in bocca a un calciatore di Napoli» di PASQUALE VIOLI SIDERNO - «La partita Locri-Crotone per salire in C2 fu venduta per 400 milioni». Il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano ricorda a distanza di due anni nomi, fatti e circostanze che nel 1997 portarono alla combine tra il Locri calcio e il Crotone durante lo spareggio del 1997 per salire in serie C2. E il pentito, fratellastro di Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio del 2005, in video collegamento ha raccontato davanti ai giudici del Tribunale di Locri di come alcuni dirigenti e giocatori si sarebbero messi d'accordo per "incartare" il match decisivo di quel campionato. «A riferirmi come andarono le cose fu Guido Brusaferri, uno dei vertici della famiglia Cordì di Locri. Loro, i Cordì erano molto interessati alla squadra di calcio, so che Enzo metteva dei soldi. Ma quella volta Enzo forse non sapeva niente, anche se mi sembra difficile che si facesse un accordo così senza che tutta la famiglia sapesse. Comunque nello stadio di Locri campeggiava uno striscione “Contrada Calvi vi guarda” che era il segno dell'attenzione della famiglia verso la squadra». Il collaboratore di giustizia poi inizia a fare riferimenti a precise situazioni: «Quella partita - ha riferito il pentito - fu venduta per 400 milioni, lo sapevano tutti, non ricordo se il presidente o il vice presidente D'Ettore sapesse, insieme a Ursino ad altri dirigenti e ad alcuni giocatori. Brusaferri mi disse anche che per sapere quali dei calciatori erano d'accordo con la combine qualcuno puntò la pistola in bocca ad un giocatore di Napoli, ma poi non so altro». Secondo il racconto di Domenico Oppedisano quindi il passaggio in serie C2 del Crotone nella stagione 1996-1997 fu il frutto di un accordo milionario con la famiglia Cordì di Locri. E a fare eco alle dichiarazioni di Oppedisano poco dopo, sempre in video collegamento, c'è stato un altro collaboratore di giustizia, Domenico Novella, anche lui ex appartenente alla famiglia Cordì e oggi pronto a fare nomi e cognomi. Anche Novella parla del bluff della partita tra il Locri e il Crotone. «Si sapeva - ha riferito Novella - che quella partita era stata venduta, a spartirsi i soldi da quello che ho saputo io furono D'Ettore e Ursino». Una circostanza confermata solo qualche giorno fa da un altro collaboratore di giustizia, Vincenzo Marino, che ha confermato l'accordo tra il Locri calcio e il Crotone per fare salire la squadra del presidente Vrenna in serie C2. «la squadra del Locri era di Vincenzo Cordì - ha riferito il collaboratore di giustizia - tanto è vero che gli ho dovuto mandare pure una ambasciata a Crotone io per vedere se la partita se l'avevano giocata quando gli ha dato due punti a tavolino». Secondo il collaboratore di giustizia una combine clamorosa ci fu tra Locri e Cro- tone nel 1997. «Si sono venduti la partita - ha detto Vincenzo Marino, uomo legato alle famiglie VrennaBonaventura di Cutro - un accordo in cambio di soldi, ma Enzo Cordì da quello che so io non sapeva chi si fosse venduto la partita». Tre pentiti e tre versioni che confermerebbero in pieno la combine della gara che si giocò il 10 maggio del 1997. Una partita che il Locri, che giocava in casa, avrebbe dovuto vincere per aggiudicarsi la promozione, Oppedisano «La famiglia Cordì aveva la società» invece l'incontro finì con un pari che consentì al Crotone di approdare in C2. All'epoca dei fatti tutti, sportivi e non, si meravigliarono del fatto che il Locri, nel “fortino” di casa sua non fosse riuscito a prendere i punti necessari per entrare nella storia. Oggi tre collaboratori di giustizia parlano di una gara decisa a tavolino in cambio di 400 milioni delle vecchie lire. Circostanze, quelle raccontate dai pentiti che ancora oggi sembrano essere al vaglio degli investigatori e della magistratura per verificare una storia fatta di ‘ndrangheta, minacce e business criminale. Reggio Calabria Labate torna ad aprile davanti al giudice Il pentito Domenico Oppedisano REGGIO CALABRIA – Il gup di Reggio Calabria Daniela Oliva ha rinviato al prossimo 26 aprile l’udienza preliminare in cui è imputato l’architetto Bruno Labate, accusato di appropriazione indebita per alcune somme percepite dal Comune di Reggio Calabria e disposte dall’allora dirigente dell’Ufficio finanze del Comune Orsola Fallara suicidatasi nel dicembre 2010. Il rinvio, secondo quanto reso noto dai difensori di Bruno Labate, gli avvocati Antonino Scimone e Pasquale Foti, è stata motivato da un’errata notifica e dalla concomitante astensione dal lavoro degli avvocati che si protrarrà fino al prossimo 23 marzo. I legali di Bruno Labate, nei giorni scorsi, hanno presentato al gup istanza di patteggiamento. «Sono stati messi a disposizione del Comune – hanno spiegato gli avvocati Antonino Scimone e Pasquale Foti – oltre 700 mila euro che costituiscono l’importo percepito da Labate oltre ad interessi e rivalutazione. Adesso speriamo di formalizzare un accordo con l’Ente riguardo al risarcimento del danno non patrimoniale, di immagine». In presenza di questo accordo, da parte della Procura non ci sarebbero opposizioni al patteggiamento». Pignatone a Palermo «Importante colpire l’area grigia» CATANZARO – «Gli imprenditori sono il tramite privilegiato tra i mafiosi e il resto della società. Questo è più accentuato in Sicilia e meno in Calabria, dove il tessuto produttivo è meno sviluppato». Lo ha detto Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, intervenuto al terzo incontro dei seminari promossi dalla fondazione Falcone insieme a Confindustria Sicilia e all’ateneo di Palermo e ieri dedicato al tema delle infiltrazioni mafiose nell’economia. «Non è con l’arresto di un boss potente o con una condanna eccellente che si risolve il problema mafia – ha aggiunto Pignatone – L'espressione suggestiva di 'area grigià indica quella zona, tra legale e illegale, nella quale si realizzano le collusioni, è il cuore centrale del fenomeno mafioso. Naturalmente la mafia è forte perchè quando vuole può ricorrere alla violenza, ma spesso non ne ha bisogno». Il procuratore Pignatone ha poi citato le dichiarazioni del pentito Antonino Giuffrè che, riferendosi alla rete di poteri e interessi economici, politici e mafiosi ha detto: «è l’unione tra questi interessi che fa la pericolosità». E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro 24 ore Venerdì 16 marzo 2012 Venerdì 16 marzo 2012 Il consigliere comunale del Pdl negli atti al vaglio del sostituto procuratore Stefano Musolino Indagine Aterp, spunta Eraclini Sotto la lente di ingrandimento le sollecitazioni per effettuare i lavori di CLAUDIO CORDOVA CI sarebbe anche il nome del consigliere comunale del Pdl, Giuseppe Eraclini, negli atti che la Procura ha inviato alla commissione d’accesso del Ministero dell’Interno che già da diverse settimane sta spulciando delibere e documenti di Palazzo San Giorgio per valutare se l’Amministrazione comunale sia stata effettivamente penetrata dalla ‘ndrangheta. Il nome di Eraclini, ex presidente della Circoscrizione di Sbarre, spunterebbe fuori nell’indagine curata dal sostituto procuratore Stefano Musolino che, il 24 febbraio scorso, ha portato a una ventina di perquisizioni personali e domiciliari per le attività dell’Aterp. Un’indagine, delegata agli uomini della Guardia di Finanza del Colonnello Cosimo Di Gesù, che vede indagati alcuni tecnici dell’Aterp, nonché i titolari di una decina aziende edili, aggiudicatarie di appalti per le residenze economiche e popolari. Reati pesanti quelli ipotizzati dal pm Musolino: anche se l’indagine è ancora in una fase iniziale, vi sono contestazioni che vanno dall’associazione mafiosa all’intestazione fraudolenta di valori, passando per lacorruzionee ilfalsoideologico. “Inchiesta concreta che potrà avere importanti sviluppi” trapela da fonti investigative. Un’indagine che è partita dall’analisi dei rapporti tra uno dei dipendenti dell’ente e il gestore di fatto di una ditta di Reggio Calabria, già condannato definitivamente per il reato di associazione mafiosa. Da qui la Guardia di Finanza sarebbe partita per attivare un’analisi complessiva degli appalti dell’Aterp che venivano assegnati in maniera diretta, attingendo ad un elenco in cui figurano una trentina di imprese. Per lo più si tratta di lavori di manutenzione che periodicamente vengono fatte su case popolari gestite dall’ente. manutenzioni e piccoli interventi che però sarebbero finite nelle mani di ditte che sarebbero state spinte da diversi funzionari. E proprio a questo punto spunterebbe il nome di Eraclini, che sarebbe intervenuto affinché alcuni lavori di manutenzione e ristrutturazione fossero effettuati con maggiore solerzia rispetto ad altri. Saranno gli accertamenti della magistratura e della Fiamme Gialle a chiarire se le azioni di Eraclini siano state messe in atto per poter poi contare su un bacino di voti più ampio al momento delle consultazioni elettorali e se in tali contesti si sia annidata la presenza delle cosche. Al momento, infatti, non risulta se il politico sia stato o meno iscritto nel registro degli indagati: l’indagine delle Fiamme Gialle, infatti, è ancora in una fase iniziale, visto che appena due settimane fa sono scattate le prime perquisizioni e che la documentazione sequestrata risulta ancora al vaglio degli inquirenti. Eraclini, ex Presidente della Circoscrizione di Sbarre, ma anche Consigliere Provinciale, da molti anni in politica, è stato eletto in Consiglio Comunale nel corso delle ultime consultazioni elettorali che hanno visto la vittoria di Demetrio Arena come sindaco di Reggio Calabria. Nel corso della propria lunga carriera, Eraclini ha costruito le proprie fortune elettorali nella zona sud della città. Nell’inchiesta funzionari e imprenditori A Tremulini Furto notturno in un circolo ricreativo Il consigliere comunale Giuseppe Eraclini e gli uffici del Cedir che ospitano la Procura reggina di GUGLIELMO RIZZICA IN CORTE D’APPELLO “Reset”: quattro assoluzioni, tre condanne QUATTRO assoluzioni, tre conferme di condanna e cinque rideterminazioni di pena. La Corte d’Appello ha emesso il giudizio di secondo grado per gli imputati del procedimento “Reset 2006” scaturito da un’operazione dei carabinieri che andò a colpire un’organizzazione dedita a furti, ricettazione, estorsioni e spaccio di droga. Gli assolti sono Caterina Jerardo (difesa dall’avvocato FrancescoCalabrese), Ignazio Vita, Ettore Bonocore (difeso dall’avvocato Nico D’Ascola) e Igor Dereyko. Confermate invece le condanne a un anno e quattro mesi per Natale Tripodi, a un anno e otto mesi per Giovanni Laganà (pena sospesa per entrambi) e a tre anni di reclusione per Giuseppe Laganà. Cospicue rideterminazioni di pena per Massimiliano Romeo che passa dai sette anni inflitti in primo grado ai tre anni disposti dalla Corte e Antonino Idotta, che dai sei anni e tre mesi di galera passa a due anni e dieci mesi.Alle rideterminazioni deidue, difesi dagli avvocati Michele e Antonino Priolo, si aggiungono poi quella di Demetrio Franco, che passa dai quattro anni e otto mesi del primo grado ai due anni di appello, e quella di Santo Paviglianiti, condannato a due annie dieci mesia fronte diuna pronuncia di primo grado di sei anni e tre mesi. “Sconto”anche per Enzo Bevilacqua, l’uomo punito con la pena più alta, che passa dai dodici anni e otto mesi inflitti in primo grado ai dieci anni e quattro mesi di galera. Il sostituto procuratore generale Danilo Riva, aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado, ad esclusione di Caterina Jerardo, per cui il magistrato aveva chiesto l’assoluzione. Il processo scaturisce dunque da un’operazione dei Carabinieri che scattò nel luglio 2009. A coordinare gli accertamenti fu il sostituto procuratore Giovanni Musarò: l’indagine smantellò una rete di spacciatori, gran parte di etnia rom per lo più stanziati nel campo nomadi di Melito Porto Salvo.Oltre alladroga, isoggetti coinvolti si sarebbero resi responsabili anche di furti e del classico “cavallo di ritorno”. cla. cor. Il decreto “Salva Italia” impone il tetto dei depositi per i risparmi al di sotto dei mille euro Ad aprile libretti al portatore addio Saverio Vespia (Adiconsum): «Gli utenti non sono stati informati dalle banche» di DOMENICO GRILLONE IL decreto cosiddetto “SalvaItalia” ha ridotto la somma depositabile sui libretti al portatore al di sotto di mille euro, secondo le nuove norme anti riciclaggio. Diventa obbligatorio quindi, ed anche a breve, entro il 31 marzo 2012, ridurre la somma depositata secondo la cifra decisa dal decreto o convertire il libretto in nominativo. A tal proposito la stessa legge si preoccupa di avvisare i cittadini nel passaggio in cui dice che “le banche e Poste italiane s.p.a. sono tenute a dare ampia diffusione e informazione a tale disposizione”. Sta andando davvero così? Sembra proprio di no, secondo quanto afferma Saverio Vespia, segretario generale dell’Adiconsum reggina. “Non ci risulta che ad oggi né le Poste Italiane e tantomeno gli Istituti bancari abbiano dato informazioni ai propri clienti possessori di tali libretti al portatore”. Informazioni che per Vespia, al contrario, “dovrebbero essere capillari per raggiungere tutti coloro che posseggono un saldo superiore a 1000 euro. evitando Soldi destinati al risparmio e il segretario Adiconsum Saverio Vespia quindi le sanzioni previste dalla stessa legge”. Sanzioni che rappresentano pure una bella batosta per gli inadempienti. Perchè sui libretti con depositi sopra quella cifra scatteranno, dal 1 aprile , sanzioni pari al saldo del libretto stesso, ovvero a quanto contenuto sul libretto, per depositi fino a tremila euro. C’è anche da aggiungere che, in ogni caso, chi trasferisce un libretto al portatore ha comunque una serie di obblighi da rispettare anche quando l'importo è inferiore ai 1.000 euro. In particolare devono essere comunicati entro 30 giorni dal trasferimento alla banca emittente i dati identificativi del cessionario e la data di trasferimento. Ma chi è che li usa ancora i libretti di deposito al portatore? “Li usano inquilini e locatori per depositarvi la cau- zione del contratto d’affitto – spiega Vespia - o i nonni per regalarli ai nipoti. Per esempio: Tommaso sta preparando il regalo per il nipote Alfredo che il 2 aprile compie diciotto anni. Un libretto di risparmio al portatore di 2.000 euro. Quando è al portatore, un libretto di risparmio diventa di proprietà di chi lo possiede. Lo metti in una busta e il regalo è bello e fatto. Che cosa rischia il si- L’intervento della polizia gnor Tommaso? Rischia di presentarsi alla festa di compleanno del 2 aprile con una busta con dentro nessun valore”. Altro esempio è il libretto al portatore custodito dal proprietario dell'immobile, utilizzato per far depositare all'affittuario una caparra (in genere pari a tre mesi di affitto e quindi superiore ai 1000 euro), quale garanzia per eventuali mancati pagamenti o danni provocati. “Ai proprietari sconsigliamo questo tipo di operatività sin da quando entrò in vigore la legge dell'equo canone (1978) che aboliva l'obbligo di versare le cauzioni sui libretti di deposito – sottolinea il rappresentante dell’Adiconsum - nonostante ciò, è rimasta in molti l'abitudine di ricorrere al libretto al portatore, anche se la percentuale complessiva è contenuta”. “Il consiglio – conclude Vespia - è di estinguere i libretti al portatore e di investire il contante in altre forme di risparmio meno onerose o in fideiussioni bancarie”. Alle Poste italiane ed agli istituti bancari invece, il compito, nel caso non l’avessero fatto, di avvisare immediatamente la clientela. FURTO nella notte tra mercoledi e giovedi nel quartiere di Tremulini. Nel mirino dei ladri il circolo ricreativo “Professore Donato Rione 1° Maggio”, con ubicazione tra le vie Benassai e Bruno Buozzi. Il criminale gesto è stato scoperto soltanto alle luci del giorno quando uno dei soci, nell’approssimarsi a compiere il consueto gesto di apertura del circolo, ha notato che la saracinesca d’ingresso era stata divelta. Sul posto si è portata una volante della Polizia di Stato e della Scientifica per effettuare i rilievi. Un furto commesso ai danni del circolo che ha suscitato sconcerto ed incredulità al presidente del club come ai tanti soci. Il circolo esiste nella zona da diversi anni ed è conosciuto da molta gente del rione per le attività ricreative svolte al suo interno. Tra gli usuali frequentatori risultano infatti confluire all’interno del club molta gente anziana, pensionati o persone che amano impegnare il tempo in qualche partita di biliardo ma anche, soprattutto nelle giornate della bella stagione, conversare di sport, cultura e altro magari consumando, in tutta semplicità, una bevanda fresca. E proprio delle bevande sono state asportate dai ladri penetrati nel circolo che insieme ad una macchina da caffè e una somma in danaro di circa 1.000 euro, che purtroppo si trovava all’interno del registratore di cassa, costituiscono il bottino del furto. Oltre al fatto criminale accaduto, i residenti si dimostrano molto spaventati per alcuni episodi successi qualche giorno prima, quando alcuni portoni di ingresso posti sulle vie sarebbero stati aperti con violenza come dimostrano i segni evidenti che gli stessi infissi recano vicino alle loro serrature. Non solo. In prossimità di alcuni citofoni si è notato inoltre come accanto ad alcuni nominativi sono stati incisi alcuni segni che richiamerebbero all’ormai tristemente conosciuto “alfabeto nomade” E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro 24 Reggio Reggio 25 Piana Gli affari in terra di Lombardia raccontati dal boss amico dei politici e dei magistrati reggini Tutti i business di Lampada «Un’unica operazione immobiliare su Reggio dal fallimento D’Agostino» SINDACO SCOMPARSO di CLAUDIO CORDOVA UNA società composta da un architetto, un magistrato, un medico e dei presunti mafiosi. Piuttosto variegata la compagine della Indres Immobiliare, che avrebbe annoverato, tra soci noti e occulti, il presunto boss Giulio Lampada, l’architetto Fabio Pullano, ma anche il medico Enzo Giglio (cugino dell’omonimo magistrato attualmente in carcere) e il giudice Giancarlo Giusti. A riferire la circostanza, nel corso di alcuni interrogatori resi al Gip di Milano, Giuseppe Gennari, e al procuratore aggiunto Ilda Boccassini, è proprio il presunto boss Giulio Lampada, che ha ricordato le motivazioni che portarono alla costituzione della società: “Un’unica operazione immobiliare su Reggio Calabria, quella del fallimento D’Agostino. Dove abbiamo partecipato, dietro suggerimento dell’Architetto Fabio Pullano, che era il perito se non ricordo male, sì il perito di tale fallimento, all’epoca avevamo presentato il 10% che corrispondeva a 27mila euro, abbiamo partecipato a quest’asta. Durante l’asta il figlio di D’Agostino, che il papà era deceduto, ci dice, mentre facevamo l’asta ci dice “Ma vedete che è troppo quello che state offrendo voi per questo immobile”, perché non l’avevamo visto, ci fidavamo di quello che ci diceva l’architetto Pullano, “vedete che è troppo l’importo che voi state richiedendo”. Allora ci siamo fermati, abbiamo rinunciato all’asta stessa e abbiamo perso anche i 27mila euro di cui le sto dicendo in un’unica operazione. Questa è stata l’unica operazione con la Indres Immobiliare che noi abbiamo fatto”. Singolare, dunque, che nella società vi fosse, a dire di Lampada, il perito che curava il fallimento, ma, soprattutto, il giudice Giusti, il togato che avrebbe banchettato e pernottato a Milano con prostitute a spese dei Lampada. A dire di Giulio Lampada, sarebbe stato proprio lui a invitare Giusti a partecipare a un’operazione in cui il solo Lampada avrebbe versato (e perso, a suo dire) il denaro: “Dicevano che non ne avevano nessuno di soldi. Quando l’avremmo rivenduta io prendevo il capitale e gli utili si diIl giudice Giglio videvano”. Un’unica operazione, a detta di Lampada. In realtà, secondo gli accertamenti dei pm di Milano, la Indres si sarebbe aggiudicata ben cinque lotti di terreno venduti all’asta, in territori reggini come Pellaro, Ravagnese, San Gregorio, ma anche della provincia a Favazzina di Scilla; “Io personalmente – ha detto Lampada in un interrogatorio del febbraio scorso – non ho mai visto né i lotti né nulla a riguardo; c’è stato l’architetto Fabio Pullano che a suo tempo mi disse che c’era un ottimo affare a Reggio Calabra di questo fallimento D’Agostino”. Sono soprattutto i soldi, dunque, ad animare le azioni di Lampada, considerato un elemento di spicco della famiglia, emigrata oltre vent’anni fa da Reggio Calabria, ma da sempre rimasta legata alla potente cosca Condello. Nel corso dei vari interrogatori, infatti, Lampada ha anche ammesso le elargizioni di denaro ai finanzieri Mongelli, Noto e Di Dio. Somme consegnate personalmente e direttamente a Mongelli, arrestato nella medesima operazione in cui sono finiti in manette sia il giudice Giglio, sia il politico Morelli. Somme che si aggiravano tra i quaranta e i sessantamila euro e che evidentemente sarebbero dovuti servire a far chiudere un occhio nei frequenti controlli che le attività dei Lampada, egemoni nel settore dei videogiochi nel milanese, subivano ciclicamente: “Ogni mese. Erano circa cinquanta, sessantamila euro, quarantamila euro, dipende, ogni mese. Il denaro lo portavo il più delle volte io personalmente e in altre occasioni c’era mio fratello che veniva con me”. Soldi che comunque Lampada avrebbe elargito solo e soltanto a Mongelli: “Avevo paura di loro perché mi avevano minacciato che mi chiudevano i bar e mi sequestravano i bar”. «La Indres si aggiudicò ben cinque lotti di terreno venduti all’asta» «Falcomatà mi invitava al Comune» SPUNTA anche il nome di Italo Falcomatà, il sindaco della “primavera reggina” nei racconti, talvolta difficili da seguire, di Giulio Lampada. Divaga spesso il presunto boss in terra di Lombardia e nel corso dei vari interrogatori viene anche richiamato duramente, soprattutto dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Ma parlando della definizione di “colletti bianchi”, Lampada cita infatti il professore: “Mi è piaciuta da piccolo la qualifica, avevo 18 anni, con il sindaco Falcomatà, buonanima, avevo 18 anni che frequentavo Palazzo San Giorgio, forse lui me l’ha inculcata”. Una citazione che Lampada incastra in mezzo a tante circostanze raccontate al Gip Giuseppe Gennari nell’interrogatorio di garanzia. Un personaggio, Falcomatà, che il faccendiere legato alle cosche, Paolo Martino, ha indicato, al cospetto dello stesso Gip Gennari, come un “un amico”, ma anche Lampada ricorda con grande affetto e a cui riconosce il “merito” di aver instillato la passione per la politica: “Era il mio professore di scuola. A Reggio Calabria mi invitava sempre al Comune di Reggio Calabria e là è nata la fantasia politica a me”. cla. cor. Pignatone e Boccassini, i magistrati che hanno firmato l’inchiesta Il boss racconta il suo rapporto con la politica Quei 50mila euro prestati all’amico Franco Morelli “IO sono sempre stato affascinato dalla politica e instaurare questi rapporti con gente politica, con gente che gravitava nel mondo della politica e accreditarmi nei rapporti con loro”. Giulio Lampada giustifica così l’incontro presso il Cafè de Paris di Roma (di proprietà del clan Alvaro di Sinopoli, ndr), al quale avrebbe partecipato anche il sindaco Gianni Alemanno. E in effetti con la politica, Lampada avrebbe avuto diversi rapporti. A cominciare dalla campagna elettorale per le ultime consultazioni regionali, in cui avrebbe discusso di voti anche con l’onorevole Luigi Fedele, eletto in Consiglio Regionale nei ranghi del Popolo della Libertà. E’ lo stesso Lampada a giustificare così i propri incontri nella centralissima casa reggina del giudice Enzo Giglio, coinvolto nell’operazione sul finire del 2011. In- contri che avrebbero avuto, come oggetto, sia la spasmodica richiesta di notizie di Lampada, ossessionato dalle indagini sul proprio conto, ma anche “aperitivi” in cui avrebbe partecipato lo stesso Fedele. Ma a destare particolare interesse da parte degli inquirenti sono, soprattutto, i rapporti con il consigliere regionale Franco Morelli, anch’egli tratto in arresto alcuni mesi fa. Lampada gli avrebbe elargito 50mila euro a mò di prestito: “Mi aveva chiesto 50mila euro, che ne aveva bisogno, non sono entrato nel merito, avevo un rapporto di amicizia con lui, che l’ho conosciuto nel 2008 a Roma, in uno dei miei viaggi a Roma, me l’aveva presentato il dottor Enzo Giglio. A me sin da piccolo mi è piaciuto ‘sto mondo, che oggi mi sono rovinato per il mondo della politica, era una persona che aveva… di primo piano a livello politico, mi ha affascinato come persona ed è nato un rapporto di amicizia con il Morelli dal 2008, dal 2008 quando l’ho conosciuto”. Soldi che, rispondendo alle domande del pm Ilda Boccassini, Lampada non aveva ancora ricevuto indietro, né si era preoccupato di chiedere: “Io lavoravo, i soldi non mi mancavano perché bene o male col lavoro che facevamo si giravano tanti soldi, non sono andato a pressarlo per restituirmi i soldi, mi sono detto “Me li darà” […] Per me era una consuetudine fare il prestito ai bar, nell’occasione me li ha chiesti Morelli, glieli ho dati anche al Morelli sicuro che meli avrebbe ritornati, che me li ritornerà”. cla. cor. L’ex consigliere regionale Franco Morelli coinvolto nella inchiesta Inchiesta “Lancio”. Interrogatorio di garanzia per il gruppo al servizio del latitante I fiancheggiatori di Condello davanti al gip QUATTRO giudici per ascoltare i diciotto indagati dell’operazione “Lancio”, con cui i Carabinieri sarebbero riusciti a sgominare la rete dei fiancheggiatori dell’ultimo grande latitante Domenico Condello, detto “Micu u pacciu”. Al cospetto dei Gip Tommasina Cotroneo, Domenico Santoro, Francesco Petrone e Cinzia Barillà sono sfilati gli indagati colpiti, due giorni fa, dal provvedimento di fermo spiccato dai sostituti procuratori della Dda Giuseppe Lombardo e Rocco Cosentino. Gran parte dei soggetti indagati hanno scelto di rispondere alle domande Domenico Condello dei Gip. Strategia comune, dunque, per i condelliani che hanno respinto al mittente le accuse mosse da Dda e Ros dei Carabinieri. A rispondere ai giudici sono stati, tra gli altri, Giuseppa e Caterina Condello, nonché Giuseppe e Giovanni Barillà, quest’ultimo genero del boss Pasquale Condello, “il Supremo”, già arrestato come favoreggiatore il 18 febbraio 2008, quando Condello fu scovato dal Ros in una casa del rione Pellaro. I quattro, assistiti dall’avvocato Antonio Managò, hanno risposto nel corso dei rispettivi interrogatori. Anche Francesco Genoese, Margherita Tegano, Demetrio Romeo e Mariangela Amato (tutti assistiti dall’avvocato Francesco Calabrese) hanno scelto di spiegare la propria versione dei fatti ai giudici che nella giornata di oggi dovrebbero decidere se emettere l’ordinanza di custodia cautelare o se di sporre la scarcerazione. Anche i tre “vecchietti” Francesco Condello e Maddalena e Giuseppe Martino (anch’essi assistiti da Managò) hanno risposto ai giudici. Un’indagine, quella della Dda reggina, che ha trovato una particolare accelerazione dopo che gli uomini del Ros del Tenente Colonnello Stefano Russo scoprirono un covo ancora “caldo” di Domenico Condello nella zona di Catona, a poche decine di metri dalla celebra discoteca “Kalura”. Oltre ad aver smantellato la rete di fiancheggiatori che, in questi anni, avrebbe coperto la lunga latitanza di “Micu u pacciu”, le indagini avrebbero permesso di svelare la fittizia intestazione del negozio “Pane, pizze e fantasia”, che sarebbe stato gestito dal cartello Condello-Imerti e che avrebbe rappresentato un centro nevralgico dell’attività delle famiglie di Archi. cla. cor. E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro Venerdì 16 marzo 2012 Venerdì 16 marzo 2012 Il 27enne vittima della lupara bianca. Per la sua morte sono state condannate due persone Si cerca ancora il corpo di Penna Ruspe al lavoro a Stefanaconi per trovare i resti del giovane scomparso nel 2007 di GIANLUCA PRESTIA QUALCHE giorni addietro mamma Maria Cristina e papà Domenico avevano lanciato l’ennesimo accorato appello allo Stato, affinché si attivasse per ritrovare il corpo del loro amato figlio, inghiottito dalla lupara bianca nellautunno del 2007. Quattro anni e mezzo sono passati dal quel 19 ottobre in cui di Michele Penna, 27enne del luogo, nominato da poco segretario cittadino dell’Udc, si perse ogni traccia. Per quella sparizione i carabinieri arrestarono due giovani, Emilio Antonio Bartolotta, condannato in primo grado a 25 anni e considerato l’esecutore materiale dell’omicidio, e Andrea Foti, giudicato in Appello che lo ha ritenuto colpevole infliggendogli una pena di 10 anni. Ma in tutto questo tempo i genitori del giovane di Stefanaconi non hanno mai smesso di cercare il corpo del loro amato figlio. In più occasioni, infatti, si sono adoperati chiamando le ditte di movimento terra per scavare nelle campagne circostanti il territorio comunale. E così è successo anche in questi giorni dove le ricerche, alle quali hanno supervisionato i rappresentanti dell’Arma dei carabinieri, anche come ordine pubblico, si sono estese in tre definite località: “San Sosti”, “Turri” e “Galleria”, nei pressi del tracciato ferroviario. Territori in collina o pianura, distanti diverse centinaia di metri dalla strada principale e raggiungibili solo attraverso vie interpoderali. Centinaia di metri cubi di terra spostati da escavatori e ruspe che però non hanno portato all’esito sperato dai genitori del 27enne ucciso.Il corpodi MichelePenna L’INCONTRO Occupazione, legalità e pragmatismo le linee del Movimento Scopelliti Escavatori e ruspe impegnati nelle ricerche del corpo di Michele Penna (a lato suo primo piano) non si trova ed individuarlo in un’area così estesa, che costeggia quella di Piscopio, frazione di Vibo, è come cercare un ago inun pagliaio. Difficilmente individuabile se qualcuno non fornisce elementi utili. Gli scavi, tuttavia, proseguiranno ancora. Padre e madre di Michele non si rassegnano, infatti, a trovare i resti del loro caro. Da quasi cinque anni attendono, ormai, di poter lasciare un fiore e piangere sulla sua tomba. L'accusa ha sostenuto che Penna fu ucciso per punizione perché aveva una relazione con la moglie di un esponente di spicco della cosca PetroloBartolotta, di cui egli stesso avrebbe fatto parte. L’omicidio sarebbe stato compiuto all’interno della Fiat Uno di Andrea Foti. Su quell’auto Michele Penna è salito con l’intento di essere accompagnato a casa. Ma quel giorno, secon- do quanto emergeva nella sentenza di primo grado della condanna di Bartolotta, sulla stessa auto, oltre al lavagista sarebbero saliti anche quest’ultimo e Salvatore Foti (anch’egli scomparso), entrambi sul sedile posteriore. Mentre accanto al conducente (An- drea Foti) sedeva Michele Penna che per via della sua statura (190 cm) aveva dovuto spingere indietro il sedile. E, come detto, per l’accusa sarebbe stato proprio Bartolottaa premere il grilletto uccidendo il 27enne che svolgeva la professione di assicuratore A vario titolo. Deciso dal gip Lupoli su richiesta del pm Sirgiovanni Giudizio immediato per tre farmacisti accusati di bancarotta, estorsione e altro UN decreto di giudizio immediato è stato emesso dal gip di Vibo Vlentia, Gabriella Lupoli nei confronti di tre persone, tutte farmacisti. La decisione del giudice, che ha fissato il processo per il 15 maggio davanti al tribunale collegiale, su analoga richiesta del sostituto procuratore della Repubblica, Michele Sirgiovanni, titolare dell'inchiesta. Gli indagati sono Pasquale Antonio Purita di 51 anni e la moglie Carmelina Accorinti di 44, tutti e due residenti nel comune di Zambrone e che si trovano entrambi agli arresti domiciliari. Il terzo indagato è Elio Paparatti di 66 anni, pure lui farmacista. Ai tre vengono contestati a vario titolo i reati di bancarotta fraudolenta, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico. Risulta altresì indagato Armando Rotondo, 39 anni, di Formia allo stato irreperibile e la cui posizione è stata stralciata Secondo l'accusa i due coniugi, Purita e Accorinti, dopo il fallimento della farmacia ubicata a Zambrone e di cui era titolare il marito avrebbero distratto risorse finanziarie e una consistente parte del patrimonio immobiliare di un'altra società per impedire ai creditori di farsi rivalere. Nel contempo avrebbero ostacolato l'attività del nuovo aggiudicatario della loro ex-farmacia e ancora avrebbero continuato a detenere confezioni di medicinali vendibili esclusivamente dietro presentazione di ricetta medica e prescrizioni mediche. In particolare il solo Purita avrebbe distratto 135111,92 euro quale residua liquidità al 31 dicembre 2008 (la farmacia è stata dichiarata fallita dal tribunale il 16/17 marzo 2010). Lo stes- Pasquale Antonio Purita so Purita in concorso con Carmelina Accorinti avrebbe pure distratto una consistente parte del patrimonio immobiliare di sua proprietà del valore di 300mila euro circa, attraverso il conferimento della società Aramoni Geie, in assenza del corrispettivo, di vari beni quali la parte di un fabbricato di sua proprietà e di metà di un altro immobile e di un terreno, tutti siti a Zambrone. Ancora Purita in concorso con la moglie e con Paparatti, quest'ultimo titolare di una farmacia a Tropea, sono accusati di aver sottratto e falsificato i libri e le scritture contabili relativi ai proventi dell'attività della farmacia, esercitata di fatto dopo la dichiarazione di fallimento. Oltre a commettere queste altre condotte illecite, portate alla luce dalle indagini della Guardia di Finanza,stando sempre all'accusa sulle base di indagini dei carabinieri, i coniugi Purita avrebbero fatto di tutto, attraverso minacce indirizzate nei confronti di Antonio Chindamo, a farlo desistere dal suo interessamento alla procedura fallimentare e minacce anche nei confronti di quelle persone interessate alla locazione degli immobili da destinare alla nuova attività. Minacce in pratica finalizzate a costringere Chindamo ad abbandonare o cedere la farmacia che si era aggiudicata attraverso la procedura fallimentare. Lo scopo era di porre il nuovo proprietario in una condizione di inoperatività che lo avrebbe dovuto costringere, secondo le loro intenzioni, a desistere a proseguire nella sua attività. E questo, secondo quanto riferirono gli inquirenti, è provato dal fatto che marito e moglie continuassero a detenere, nonostante la farmacia fosse già posta in vendita all'asta, confezioni medicinali vendibili solo dietro presentazione di ricetta e prescrizioni mediche. Lo stesso Purita sarebbe stato sorpreso dai carabinieri mentre si recava nella farmacia di Paparatti a Tropea per depositare le ricette mediche raccolte a Zambrone per poi distribuire i farmaci ricevuti agli intestatari delle ricette. Nel procedimento sono impegnati gli avvocati Armando Veneto e Salvatore Pisani in difesa di Pasquale Antonio Purita e gli avvocati Sandro D'Agostino e Giovanni Vecchio in difesa di Elio Paparatti. r. v. NEI giorni scorsi si è riu- coalizione di appartenennito il coordinamento za. Ai partiti tradizionali, provinciale del Movimen- sarà lasciato il compito di to Scopelliti. Un incontro affrontare le grandi tenel corso del quale i com- matiche politico-culturaponenti dello stesso han- li- ideologiche, al Movino ribadito il loro impe- mento l'impegno a lavogno ad applicare il prag- rare sul quotidiano, alle matismo nell'ammini- problematiche di ordine strazione della cosa pub- pratico, ai problemi reali e blica in quanto solo una diretti che attanagliano visione fluida, movimen- giornalmente il singolo tista, che va dritta ai pro- cittadino». Ed allora, il Movimenblemi ed offre soluzioni praticabili, riavvicinerà to, così concepito, andrà a la gente riportando alla strutturarsi “facendo repolitica quanti oggi non te”, creando cioè le condisi riconoscono più in que- zioni per favorire lo scambio di esperienze e la collasto quadro di rapporti. La riunione, non a caso, borazione fattiva e contiè stata convocata soltanto nua. Il tutto, secondo le nella giornata di mercole- intenzioni degli iscritti, dì in quanto si è voluto at- ponendosi come strada tendere la conclusione del maestra l'impossibilità di congresso provinciale del porsi in conflitto, per nesPdL ed il consolidamento sun motivo, innanzitutto della nuova classe diri- con il PdL, a partire dal gente scaturita da quei la- più semplice dei livelli lovori congressuali. «Que- cali. Punti di riferimento insto - spiega il coordinatore provinciale Pippo Bo- derogabili saranno i giovani, i disoccunanno - perché pati e, con loro, il Movimento il vasto mondo Scopelliti, pur femminile e essendo altro quello tradiziodal PdL, è grupnale del mondo po politicamensociale, con i te contiguo e quali instaurafortemente colre un dialogo legato allo stescostante e proso, al quale ricoduttivo, in monosce la leaderdo da proiettaship nazionale re il Movimennell'ambito del to sulle tematicentrodestra». che sociali di Lo stesso Bopiù stringente nanno, ha ricoattualità. Pronosciuto la leaprio per quedership al Pre- Pippo Bonanno sto, la formasidente della Regione il quale, sebbene zione politica guarda con quest'ultimo, «considera- interesse all'ipotesi che i ta la statura politica ed i propri aderenti costituisuccessi che sta conse- scano in ogni paese assoguendo, va sempre più si- ciazioni politico-culturali gnificativamente proiet- che siano in grado di apritandosi nel panorama na- re un dibattito «che, altrizionale, insieme a quella menti, langue da troppo sua felice intuizione della tempo rivitalizzando l'imcreazione del Movimento pegno civico dei cittadicollegato che, dopo la se- ni». Su un altro punto il Morie di dubbi iniziali oggi ha trovato il giusto rico- vimento pone un'opzione noscimento nel momento inderogabile, alla quale in cui a livello nazionale si soprattutto gli amminiesalta il valore catalizzan- stratori dovranno attete delle rinominate “liste nersi senza deroga alcuna: la legalità. «Non saciviche”». Alla presenza di ammi- ranno tollerate visioni sunistratori (consiglieri ed perficiali e di indifferenza assessori) di diversi Co- riguardo a questa tematimuni del Vibonese, insie- ca - ha affermato ancora me a tanti attivisti e tra Bonanno - e il controllo questi non pochi dal si- dovrà essere severissimo, gnificativo trascorso po- anche a costo di mettere a litico, il coordinatore pro- repentaglio l'auspicato vinciale ha tracciato un successo elettorale. La bilancio del lusinghiero lotta alla criminalità ed al percorso del Movimento malaffare dovrà essere fino ad oggi. «La forza del un elemento distintivo e Movimento Scopelliti - ha caratterizzante di ogni affermato al riguardo - azione di quanti si riconosta proprio nella sua na- scono nel Movimento Scotura che, lontana dal mo- pelliti». Ultimo punto trattato dello-partito, garantisce una strutturazione oriz- nel corso della riunione zontale e non verticistica del coordinamento è stato ed un bagaglio politico- quello relativo alla proculturale talmente elasti- grammazione di un magco da poter aprire le porte gior numero di incontri, a quanti, non originari che saranno itineranti in nella stessa area di cen- modo che ciascun Comutrodestra, possono avvici- ne della provincia sia a narsi alle scelte strategi- turno coinvolto attivaco-amministrative che il mente. Proposta che ha Movimento è in grado di ottenuto l’approvazione compiere all'interno della unanime dei presenti. E' vietata la riproduzione, la traduzione, l'adattamento totale o parziale di questo giornale, dei suoi articoli o di parte di essi con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilms, registrazioni o altro 22 Vibo dal POLLINO alloSTRETTO Un match da 400 milioni di lire VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 5 regionale calabria ora quotidiano d’informazione Visita il nuovo sito quotidiano d’informazione regionale Visita il nuovo sito di Calabria Ora di Calabria Ora www.calabriaora.it www.calabriaora.it Il superteste Oppedisano: tanto sborsò il Crotone per la partita con il Locri LOCRI (RC) Il big match Locri-Crotone deciso a tavolino dalle due società. Nel maggio 1997, pochi giorni prima della gara valevole per la promozione in serie C, il presidente del Locri, Pasquale D’Ettore, e il direttore sportivo dei pitagorici, Giuseppe Ursino, negoziarono lo scontro diretto tra le due capoliste del girone I e siglarono l’accordo per l’ultima di campionato. Lo rivela il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano: «Per comprarsi la partita – dice il superteste ai giudici – il Crotone sborsò 400 milioni di lire». Il denaro della combine lo avrebbero incassato un pregiudicato del clan Cordì, Guido Brusaferri, e il patron del Locri, Pasquale D’Ettore, svela poi il pentito Domenico Novella. L’ex picciotto è stato sentito nel corso del processo “Shark”, scaturito da un blitz che ha spalancato le porte del carcere agli uomini d’onore delle famiglie di Locri. Domenico Novella e Domenico Oppedisano sono i cavalli di battaglia della Procura distrettuale di Reggio Calabria. I mafiosi di contrada Calvi erano molto addentro alle vicende pallonare e, secondo le indagini, potevano contare su un manager fidato: Pasquale D’Ettore era la persona giusta per gestire il capitale sporco riciclato nel Locri calcio. In ogni partita, per incitare i propri beniamini, i boss esibivano uno striscione. Per comunicare la loro presenza allo stadio, i padrini scrivevano: «Contrada Calvi vi guarda», riferisce Oppedisano ai giudici. L’uomo è il fratellastro del boss Vincenzo Cordì: «Non so se fosse una messinscena, ma Enzo era all’oscuro di tutto. Una volta, per sapere chi tra i giocatori si era venduto la partita, infilò la pistola in boc- ca a un calciatore del Locri, un napoletano. Me lo ha detto Guido Brusaferri», ha dichiarato il teste. Decide di collaborare con la giustizia nel maggio 2010, dopo che due emissari dei clan gli chiedono di presentarsi in aula per testimoniare il falso nell’ambito del processo per la morte del fratellastro Salvatore Cordì, ucciso nel maggio 2005 a Siderno. Due anni fa, in gran segreto, l’ex gioielliere Domenico Oppedisano ha cominciato a riempire verbali. «Ero molto legato a Salvatore, così non ho accettato», ha riferìto ai magistrati. Ieri si è collegato in videoconferenza con il tribunale di Locri. Il pubblico ministero, Antonio De pi dell’organizzazione criminale», ha raccontato il pentito Domenico Novella, alias “Piedone”. Dopo il delitto Fortugno, il politico assassinato a Locri nel maggio 2005, è stato arrestato associazione il boss cordì per a delinquere di stampo mafionon sapeva so. Quando ha Una volta capito di essere per sapere chi si stato chiamato in causa, ha iniera venduto la a incontrapartita Enzo infilò ziato re di nascosto i la pistola in bocca a magistrati: «I fratelli Tallura – un calciatore ha ribadito ieri del Locri ai giudici – erano prestanomi della famiglia Cordì. La loro ditta si è aggiudicata gli appalti per le case popolari e ha lavorato per la costruzione dell’ospizio». L’ex picciotto ha confesPARTITA COMPRATA Il tifo a Locri per Locri-Crotone. sato che un giorno è stato chiamaA sinistra dall’alto, il direttore sportivo del Crotone Giuseppe Ursino to dai suoi capi: «Mi dissero di lae il presidente del Locri Pasquale D’Ettore: Ursino avrebbe pagato, sciare in pace la ditta Tedesco perD’Ettore avrebbe incassato assieme a un uomo del clan Cordì ché interessava a loro. L’impresa ha installato finestre e infissi alla scuoBernardo, lo ha chiamato a depor- correndo alla firma dell’ex moglie, la d’arte». Novella si è poi sofferre. Per salvaguardare la sua incolu- che lo ha denunciato. Per minare la mato sugli affari più redditizi del mità, ha parlato da un sito protetto. sua credibilità, i legali gli hanno an- clan: «Vigilava su tutto. Le impreIl neocollaboratore di giustizia ha che posto alcune domande su Sal- se pagavano la protezione a Brusaaccusato autorevoli padrini, svela- vatore Salerno, il sicario della ferri e Dieni». to segreti inconfessabili, elencato i ’ndrangheta ucciso a Siderno. Il Il blitz denominato “Shark” scatnomi degli usurai: «I tassi d’inte- pluripregiudicato della famiglia ta all’alba del 16 settembre 2009. resse che applicava Gerardo Gua- Commisso era uno strozzino: In manette finiscono pregiudicati stella – racconta – erano nettamen- «Tempo addietro, gli chiesi soldi in della mafia di Locri. Gli usurai avete superiori a quelli applicati dagli prestito. Applicava il 5% mensile, vano imposto la regola del 10% sui ma non l’ho denunciato», ha spie- prestiti a strozzo e ridotto sul lastrialtri». Per i difensori degli imputati, il gato all’avvocato Maio. co intere famiglie. Dice il collaborasuperteste non è attendibile. Dal Nonostante arresti e processi, i tore di giustizia Novella: «Gerardo controesame dell’avvocato Luca padrini di Locri avrebbero conti- Guastella è un noto usuraio. Per Maio, il legale dell’ergastolano Sal- nuato a dettare legge e ad imporre sdebitarsi, l’imprenditore Francevatore Giuseppe Cordì, è emerso il pizzo per la protezione: dopo i sco Careri si è venduto terreni e cache l’uomo è coinvolto in un proce- vecchi padrini, sono arrivate le se». dimento penale. Avrebbe vergato di nuove leve. «Guido Brusaferri e ILARIO FILIPPONE proprio pugno alcune cambiali ri- Salvatore Dieni sono gli attuali [email protected] Sequestrati in un capannone 100mila oggetti “Thun” contraffatti CITTANOVA (RC) Dopo il maxisequestro di 100mila pezzi effettuato ieri dalle Fiamme gialle, il primo istinto è quello di andare a guardare l’etichetta al fondo della statuetta “Thun” custodita nel mobile di casa. Della serie: le vie del “taroccamento” sono infinite. Secondo quanto appreso nella giornata di ieri, infatti, i militari della compagnia della Guardia di finanza di Palmi, nell’ambito dei quotidiani servizi di controllo economico del territorio disposti e coordinati dal comando provinciale di Reggio Calabria, a seguito di un’attività info-investigativa finalizzata anche alla prevenzione e alla repressione della diffusione del fenomeno del- L’uomo di cui non sono state la contraffazione delle merci fornite le generalità, deteneva ed alla loro commercializza- la merce all’interno di numezione, hanno individuato e rosi scatoloni nascondendo i sottoposto a sequestro in un prodotti contraffatti all’intercapannone di Cittanova del- no di confezioni contenenti l’oggettistica “Thun” contraf- oggettistica legalmente comfatta. mercializzaL’operaI prodotti erano ta. Ciò ha repiù difficizione della importati dalla so le l’intervenFiamme gialto e il consele di Palmi ha Cina e venduti sepermesso di a prezzi inferiori guente questro degli rinvenire agli originali oggetti. Dai quasi 100misuccessivi acla oggetti, raffiguranti forme e disegni la certamenti effettuati, i financui titolarità del marchio è zieri hanno constatato che gli della società Altoatesina. Il stessi sono stati importati diresponsabile è stato segnala- rettamente dalla Cina dallo to alla procura di Palmi, di- stesso responsabile dell’eserretta da Giuseppe Creazzo. cizio commerciale. Gli oggetti sequestrati, prodotti e commercializzati in violazione del diritto di proprietà industriale ed intellettuale, sono copie dei modelli originali “Thun” e vengono venduti a prezzi decisamente inferiori a quelli imposti dall’azienda altoatesina. I riscontri investigativi, eseguiti anche attraverso perizie da parte di personale specializzato, hanno confermato che si trattava di oggetti che riproducevano gli stessi soggetti, nelle stesse posizioni, con le stesse soluzioni artistiche, stilistiche e gli stessi richiami simbolici e concettuali, univocabilmente riconducibili alla “Thun”. Tutto il materiale contraffatto è stato posto sottosequestro e il responsabile deferito all’autorità giudiziaria. Il brillante risultato conseguito è il frutto di un continuo impegno delle Fiamme gialle a tutela della concorrenza e del mercato e si aggiunge a numerose operazioni già effettuate nel recente passato nel territorio della Piana di Gioia Tauro, che testimonia- no il costante presidio economico-finanziario esercitato dal Corpo su tutto il territorio con l’obiettivo di arginare il dilagante fenomeno. FRANCESCO ALTOMONTE [email protected] 6 VENERDÌ 16 marzo 2012 D A L REGGIO CALABRIA Giacchino Campolo è stato scarcerato. Al momento si tratta solo di un provvedimento provvisorio, ma tutto lascia immaginare che ben difficilmente il re dei videopoker tornerà nuovamente in cella. Glielo impedisce una situazione clinica che, da quel che trapela, non è più compatibile con il regime carcerario. A disporre l’uscita dal carcere di Campolo è stata la prima sezione della Corte d’appello di Reggio Calabria, dove proprio ieri si è tenuta la prima udienza del processo che lo vede imputato con l’accusa di estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Ma andiamo con ordine cercando di riepilogare tutte le tappe che hanno condotto alla provvisoria scarcerazione del re dei videopoker ed al suo ricovero in una struttura sanitaria specializzata. L’otto febbraio scorso gli avvocati difensori di Gioacchino Campolo, Francesco Calabrese e Giuseppe Marazzita, presentarono un’istanza alla corte d’appello di Reggio Calabria (Russo presidente, Napoli e Pastore consiglieri) con la quale chiesero che al loro assistito potesse essere revocata la misura di custodia cautelare in carcere, o che gli venissero concessi gli arresti domiciliari. La richiesta fu motivata dal fatto che Campolo risulta affetto da diverse patologie che, a giudizio del collegio difensivo, con la permanenza in carcere si sarebbero aggravate a tal punto da poter mettere a ri- P O L L I N O calabria A L L O S T R E T T O Il re dei videopoker è stato scarcerato Provvedimento della Corte d’appello: Campolo è malato è sorvegliato in una casa di cura I giudici hanno accolto la richiesta dei difensori. Ma il provvedimento non è definitivo Nella foto, Gioacchino Campolo, detto il re dei videopoker. L’uomo è imputato per estorsione aggravata dalle modalità mafiose schio anche la vita dell’imputato stesso. L’istanza, tra l’altro, presentava una serie di valori che testimoniavano come Campolo non stesse per nulla bene, con tanto di parere medico legale che suffragava questa tesi. Il 16 febbraio scorso la Corte dispose il conferimento di un incarico peritale, al fine di stabilire se le condizioni di salute del detenuto fossero o meno compatibili con il regime di custodia cautelare in carcere. Dopo soli cinque giorni, il perito rice- vette l’incarico ed il 27 febbraio scorso concluse nel senso che le condizioni di Campolo «non sono compatibili con il regime di restrizione carceraria». Procedura vuole, però, che anche la procura generale esprima un proprio parere circa l’istanza presentata dagli avvocati difensori di Campolo. Ed il pg ha espresso valutazione favorevole in relazione alla custodia presso un’idonea struttura penitenziaria sanitaria. Tuttavia ancora non è stata detta una pa- rola definitiva sulla vicenda per un motivo semplicissimo: i magistrati di piazza Castello hanno ritenuto di dover chiedere al perito una integrazione peritale per stabilire se la patologia di cui è affetto Campolo sia o meno curabile all’interno di una struttura sanitaria penitenziaria. Ciò si è scontrato però con un dato: non è stata ancora stabilita con certezza tale patologia. È per questo che la Corte ha disposto «il ricovero provvisorio di Gioacchino Campolo, «Siamo scappati da Ginecologia» Lamezia, il padre di una 19enne: in 4 giorni non l’hanno operata LAMEZIA TERME (CZ) «Sono stato umiliato come cittadino. Voglio raccontare quello che è accaduto a mia figlia, alla mia famiglia, perché questa cosa non accada anche ad altri cittadini». Il signor F.T. di Francavilla Angitola (Vv), giovedì scorso – dopo mille traversie – ha preso sua figlia, E.T, 19 anni, ricoverata nel reparto di Ginecologia dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, e l’ha portata via. «Non ho voluto firmare nessuna cartella di dimissioni – racconta l’uomo – perché io sono stato costretto ad andare via a causa dell’abbandono e del disinteresse con cui siamo stati trattati al- L’ospedale di Lamezia Terme l’interno di quel reparto». La ragazza, racconta F.T., venerdì scorso, nove marzo, sacrificio. Giorni di assenza dal lavoro e di era stata ricoverata in Ginecologia prove- attesa, senza risposte, in ospedale. Sera di nendo dal pronto soccorso, a causa di una giorno 12, dopo l’ennesimo rimandare le cisti ovarica solida che le causava fortissi- dimissioni, il signor F.T. chiede di poter mi dolori al fianco sinistro. I farmaci non parlare con qualcuno. Finalmente lo riceve una dottoressa che, bastano, leniscono il dovedendolo alterato, chielore per un po’ ma poi La ragazza era de, racconta lui: «se può tutto ricomincia. Una stata ricoverata fare un’ecografia». Dalvolta ricoverata, però, la l’analisi risulta che la ragiovane viene tenuta in in preda ai dolori gazza va «assolutissimastallo. Da giorno 9 a giorper una cisti mente operata». no 12 marzo non viene ovarica solida Siamo al terzo giorno presa nessuna decisione. giorno di ricovero. Si gaUn paio di volte si parla di dimetterla ma poi i forti dolori impedi- rantisce al padre che l’operazione verrà scono di lasciarla andare. Intanto i geni- eseguita il giorno successivo, quindi per la tori le stanno vicini, il padre, operaio, re- ragazza comincia il digiuno previsto. Disponsabile di 40 persone nell’azienda in giuno e niente farmaci: «Per l’intera giorcui lavora, ha dovuto prendere diversi nata di attesa dell’operazione – continua giorni di permesso e la cosa gli è costata il padre – nonostante avesse dolori non le viene permesso di assumere farmaci». Dopo ore di attesa, alle 16.30 del quarto giorno di ricovero, i genitori vengono a sapere che l’intervento non verrà eseguito. «Esausto, stanco e alterato chiedo spiegazione per l’ennesima volta». Altra ecografia, stessa diagnosi: va operata. Stessa promessa: la operiamo domani, con la promessa di inserirla come urgenza. Di nuovo digiuno, di nuovo attesa. Quinto giorno. Alle 14.30, racconta F.T., «una paziente del reparto ci riferisce di aver visto la dottoressa che doveva operare mia figlia andare via». Ormai esasperato, il padre si precipita in infermeria. Il reparto di Ginecologia da parecchio tempo, anni ormai, manca di un primario. Manca quella che il presidente del consiglio regionale, Francesco Talarico, definisce una “figura apicale”, e che da tanto tempo viene promesso che verrà nominata. Manca, di conseguenza, un piano di lavoro, organizzazione e disciplina. Però il signor F.T. non ci sta: «C’è bisogno di una delega per essere una persona umana? Per avere attenzione per le persone?». Alla fine del quinto giorno, nonostante le rassicurazioni del facente funzioni, scopre che sua figlia non verrà operata. «L’ho portata via – racconta – ora cercheremo una struttura più idonea, in cui ci sia meno disorganizzazione, più responsabilità e più attenzione per “tutti” i pazienti». ALESSIA TRUZZOLILLO [email protected] per il tempo necessario, presso un’idonea struttura del servizio sanitario nazionale ai fini diagnostici». Ma chi pensa che il re dei videopoker potrà starsene tranquillo ed indisturbato si sbaglia di grosso: la Corte d’appello ha infatti predisposto un servizio di piantonamento stabile nei riguardi del detenuto in considerazione delle «eccezionali ragioni cautelari sottese al provvedimento restrittivo in corso d’esecuzione». È ormai noto, ora infatti, che Gioacchino Campolo è stato condannato a ben 18 anni di reclusione con l’accusa di estorsione aggravata dall’aver agevolato la ’ndrangheta. Il re dei videopoker, infatti, secondo l’accusa, attraverso la collaborazione di importanti esponenti della criminalità organizzata, quali il defunto boss Mario Audino e Gaetano Andrea Zindato, boss emergente della cosca Libri-Zindato-Borgheto, dominante sul “locale” Modena di Reggio Calabria, avrebbe compiuto una serie di atti estorsivi con l’obiettivo d’imporre il noleggio dei propri apparecchi da gioco ai titolari degli esercizi commerciali presenti sul territorio di influenza della cosca egemone, compiendo anche atti di concorrenza sleale, che gli hanno consentito di raggiungere un vero e proprio monopolio nel settore dei videopoker nella città di Reggio Calabria e provincia. Insomma, si tratta di un uomo che la Dda ritiene sia collegato ai più potenti casati mafiosi e che con essi abbia stretto degli accordi per raggiungere una posizione di monopolio sul mercato. Un uomo che, come lui stesso ha riferito, la stessa ’ndrangheta voleva uccidere. Un uomo che però – lo dicono le perizie – oggi sta male e che pare non sia più in grado di rimanere in cella. Solo dopo le analisi, tuttavia, i giudici d’appello scioglieranno la riserva in merito alla sua definitiva scarcerazione. CONSOLATO MINNITI [email protected] 50enne arrestato a briatico Sotto al letto della madre nascondeva un arsenale BRIATICO (VV) Aveva in casa una vera e propria fabbrica artigianale di armi con annessa una santabarbara: un uomo, Domenico Landro, di 50 anni, incensurato, è stato arrestato dai carabinieri a Briatico, nel vibonese, per detenzione di arma clandestina, detenzione abusiva di munizioni da guerra e non. Nell’abitazione di Landro, i militari, nel corso di una perquisizione, hanno scoperto casse di munizioni, proiettili e polvere da sparo, in parte addirittura nascoste sotto il letto dell’anziana madre dell’uomo, in una quantità tale che se il materiale fosse esploso avrebbe distrutto l'intero edificio. Ai militari è servi- ta un'intera notte per fare l'inventario del materiale ritrovato: un fucile a canne mozze e con matricola abrasa; proiettili da guerra 7.62; 4.500 proiettili da caccia di vari calibri; 62 proiettili 30.06; oltre 2.000 ogive di vari calibri 12, 16, 20, 7.65 e 357 magnum; 55 proiettili 7.65; oltre 500 bossoli pronti per la ricarica; 30 chili di polvere da sparo; oltre 190 chili di piombo per fucile da caccia e un kit completo per la ricarica dei proiettili. Un arsenale impressionante, hanno riferito i carabinieri, con postazione di ricarica delle munizioni, che avrebbe potuto rifornire il mercato clandestino della provincia e oltre. 7 VENERDÌ 16 marzo 2012 D A L P O L L I N O calabria A L L O S T R E T T O ora L’esercito delle aziende “irregolari” Su 8486 imprese controllate, la metà non rispetta la legge. I dati del 2011 COSENZA Metà delle aziende calabresi controllate dalle Direzioni territoriali del lavoro in tutta la regione sono irregolari. È il risultato delle verifiche ispettive del 2011, che la Direzione regionale del lavoro ha reso noto ieri. L’attività è stata accompagnata dai carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro. Le ispezioni hanno riguardato 8.486 aziende in diversi settori produttivi, dall’agricoltura all’edilizia, al commercio e fino al terziario. Sono 4.717 quelle trovate non in regola con le leggi poste a tutela del lavoro. In un periodo in cui si parla di riforma del mercato del lavoro e di sicurezza certo i dati rilevati non sono confortanti. Anche il rapporto tra le posizioni regolari e irregolari dei lavoratori impiegati nelle attività ispezionate fa emergere una nota negativa. Su 20.963 posizioni lavorative verificate sono stati accertati 10.224 lavoratori irregolari, di cui 4.171 totalmente in nero. Per le attività in cui sono state accertate violazioni gravi con l’utilizzo di lavoratori in nero superiori al venti per NEL MIRINO Le anziende edili: su 3.738 lavoratori ben 937 sono risultati in nero cento del totale dei lavoratori presenti sul luogo del lavoro è stata disposta la sospensione dell’attività imprenditoriale. Sono cinquanta i provvedimenti adottati in tutta la regione. Maglia nera alla provincia di Reggio Calabria con venti casi gravi accertati, segue la provincia di Catanzaro con 14 aziende sospese e Cosenza con 12 casi; tre attività sospese a Crotone e una sola a Vibo Valentia. Anche le ispezioni per verificare la sicurezza sui luoghi di lavoro hanno riscontrato numerose violazioni: 3.226 segnalazioni in 1.574 aziende. Cioè in media più di una contestazione per ogni attività imprenditoriale. Uno dei settori maggiormente tenuti sott’occhio è quello dell’edilizia. Sono state sottoposte ad accertamento 1.574 aziende e sono state verificate le posizioni di 3.738 lavoratori. Di questi ultimi, 937 sono risultati in nero e quindi privi di ogni tutela. L’esito di questa attività ha comportato recuperi per le casse dello Stato pari a circa un milione e mezzo di euro per sanzioni in materia di lavoro e circa 180mila euro per contributi evasi. L’azione ispettiva ha consentito di recupe- rare denaro per rimpinguare le casse dello Stato. Nel complesso sono stati recuperati venti milioni di euro circa. In settori diversi dall’edilizia sono state sospese altre 65 aziende per violazioni al Testo unico in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro che ha comportato la riscossione di cinque milioni di euro e la maxisanzione relativa all’impiego di lavoratori in nero, olPresentato tre a 73.500 euro il dossier relativi a sanzioni aggiuntive per la della Direzione revoca della soregionale spensione della del lavoro stessa attività imprenditoriale. Le violazioni amministrative alle varie leggi in materia di lavoro accertate ammontano a 5.331 e hanno comportato sanzioni amministrative pari a circa quattro milioni e mezzo di euro. Nel corso degli accertamenti, infine, è stato possibile rilevare l’impiego irregolare di 56 minori e 42 lavoratori extracomunitari clandestini. a. i. Monasterace, scioperano le coltivatrici di pomodori LOCRI (RC) Vertenza massimo di 102 giornate al“Florinnova”, capitolo due. A l’anno, a una paga di 30 euro al distanza di meno di un mese dì. Fra loro c’è gente che camdal primo sciopero del 17 feb- pa solo grazie al posto che ricobraio scorso, le coltivatrici di pre dentro queste serre. Ci sopomodori sono tornate a pre- no perfino intere famiglie, masidiare i cancelli della ditta di rito e moglie, che innaffiano e Monasterace. La trattativa sin- danno di zappa nelle piantadacale finalizzata ad avviare il gioni di contrada Campomarpiano di rientro sui salari ar- zo. Dopo diversi tentativi falliretrati, per una somma totale di 170mila euro, non ha sorti- ti, Nazaire e Passarelli ricevoto esito positivo. E, dunque, da no la stampa. Loro dicono che ieri le operaie hanno deciso di le casse della società sono in rosso perché i incrociare le clienti non braccia. Negli ultimi saldano e gli Intanto, il 2 anni istituti bancasegretario non hanno ri non fanno provinciale credito. Dicodella Flairicevono uno no addirittura Cgil, Domenistipendio pieno che pure loro co Mandaraavanzano dei no, ha già preso contatti con la Direzione soldi. A luglio passato c’è stato del lavoro di Reggio Calabria. un cambio di coltura: dai criL’ufficio ha risposto che entro santemi si è passati ai pomostamani darà comunicazione dori. I due soci confermano della data fissata per un tavo- che a tavolino la manovra funlo che vedrà di fronte i sindaca- zionava. A quanto pare, però, ti confederati Cgil-Cisl-Uil, facendo i conti con la terra e una rappresentanza delle coi prodotti da vendere, il nuomaestranze e il sindaco della vo piano industriale stenta a città, Maria Carmela Lanzetta decollare. E, ora, alla “Florinda un lato e dall’altro i mana- nova” rischiano tutti: dai capi ger dell’azienda, Olivier Nazai- ai dipendenti. A Monasterace la questione re e Antonio Passarelli. La rabbia delle signore è è sentita e anche la politica se tantissima. Perché negli ultimi ne prende carico. Per martedì due anni, non hanno mai rice- prossimo alle ore 15 è convocavuto un stipendio pieno ma so- to un consiglio comunale aperlamente acconti di poche cen- to per discutere della faccenda tinaia di euro. Da gennaio a og- e capire quali contromisure gi, solo 150 sono stati gli euro prendere. Il suolo su cui sorge pro-capite percepiti. Si tratta la “Florinnova” è stato assedi novanta braccianti stagio- gnano in comodato d’uso granali, che lavorano fino a un tuito per 99 anni proprio dal Comune. Già altre volte, il sindaco Lanzetta ha reso noto di difendere le lavoratrici e di aiutarle a costituirsi in cooperativa se la ditta dovesse fallire. ANGELO NIZZA [email protected] la sentenza in appello Omicidio Citriniti, Berlingieri condannato a 21 anni Catanzaro, dieci anni a Passalacqua. I genitori della vittima: il verdetto non rende giustizia Massimiliano Citriniti Il 21enne è stato accoltellato a morte a seguito di uno scherzo di Carnevale CATANZARO Nove ore di camera di consiglio e poi il verdetto. Ventun’anni e tre mesi per Cosimo Berlingeri, dieci anni per Gianluca Passalacqua, accusati dell’omicidio di Massimiliano Citriniti, il giovane universitario di 24 anni, accoltellato a morte il 22 febbraio 2009 al Centro commerciale “Le Fornaci”, nel quartiere marinaro del capoluogo. La Corte di Assise di Catanzaro presidente Giuseppe Neri a latere Domenico Commodoro ha condannato entrambi a risarcire le parti civili per un’ammontare da liquidarsi in separata sede. Saranno tenuti inoltre a pagare una provvisionale pari a 100mila euro ciascuno nei confronti dei genitori di Massimiliano e 50mila euro nei confronti di Giuseppe Citriniti, il fratello di Massimiliano. Pene di gran lunga inferiori rispetto a quelle invocate dal pm Simona Rossi che aveva chiesto il carcere a vita per entrambi. Con l’aggravante dei futili motivi al termine di una lunga requisitoria in cui aveva ricostruito momento per momento le fasi di quel drammatico giorno. «Mi aspettavo una condanna esemplare, l’ergastolo. Mio figlio quella sera si trovava lì per sbaglio. Sarebbe dovuto partire per l’uni- versità, per un ritardo ha perso la vita. Sarebbe stato un futuro ingegnere, non si può lavare questa storia con una spugna, questa gente grazie a questa sentenza potrà continuare a bagliare». Atterrito il padre di Massimiliano Citriniti, Francesco, pietrificato dopo la lettura di una sentenza «che non rende affatto giustizia». Così come agghiaccianti sono state le parole pronunciate dal fratello dela vittima Francesco: «La giustizia ha regalato l’ennesimo premio, vanificando il lavoro della Procura. Siamo disarmati rispetto a questa legge, non ci resta che appellarci a Dio, se ci ascolta. Ci hanno distrutto la vita, hanno fatto scoppiare una bomba nella nostra vita. Una sentenza diversa non sarebbe stata di auto a noi, Massimiliano non ce lo restituisce più nessuno, ma sarebbe servita alla società». La Corte ha dato novanta giorni per il deposito delle motivazioni della sentenza, solo allora si capirà quanto abbiano influito le arringhe difensive nella determinazione delle condanne e il perché dell’esclusione delle aggravanti. GABRIELLA PASSARIELLO [email protected] VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 11 l’ora di Reggio tel. 0965 324336-814947 - fax 0965 300790 - mail [email protected] - indirizzo via Nino Bixio, 34 AMBULANZE - BLITZ NAS INCARICHI SATI Triolo e Aragona «Da noi nessuna irregolarità» SALINE JONICHE I professionisti: «Indignati da quelle parole» > pagina 12 Riqualificazione Dalla Provincia 80mila euro > pagina 13 Alla sbarra diversi soggetti accusati di spaccio e furto messo il fatto. In primo grado il Tribunale di Reggio Calabria lo aveva condannato a quattro anni e due mesi. Inoltre gli aveva intimato di lasciare il territorio italiano per effetto dell’espulsione. La sentenza d’appello revoca anche questo provvedimento. Massimiliano Romeo, che in primo grado era stato condannato a sette anni di reclusione, è stato assolto per un capo di imputazione mentre per un altro la pena è stata rideterminata in tre anni più diecimila euro di multa. Grosso sconto di pena anche per Antonino Idotta e Santo san ferdinando locride Rigassificatore «Si tratta qui» Alla Florinnova Sit-in di protesta L e trattative per tutto ciò che riguarda il rigassificatore «si faranno qui a San Ferdinando». La notizia la dà Domenico Madafferi, appuntandosi sulla giacca i galloni di una vittoria politica. Non arretra il sindaco del piccolo comune portuale, anzi rilancia. > a pagina 21 P Paviglianiti, entrambi condannati a sei anni e tre mesi in primo grado. La Corte d’appello ha rideterminato la pena in due anni e dieci mesi di reclusione e novemila euro di multa. Franco Demetrio, che avrebbe dovuto scontare la pena di quattro anni e otto mesi, è stato invece condannato in secondo grado a due anni di reclusione e cinquemila euro di multa. Tiene sostanzialmente l’accusa nei confronti di Enzo Bevilacqua, che in primo grado era stato accolto a dodici anni e otto mesi di reclusione. La Corte d’ap- rimo giorno di protesta per le operaie della Florinnova che ieri hanno presidiato i cancelli dell’azienda dalle 6,30 del mattino. Le donne non hanno intenzione di mollare la presa fino a quando i manager non troveranno una soluzione per pagare gli stipendi. L’ultima busta paga risale a maggio 2011. > a pagina 30 La spiaggia deturpata dalle fogne > pagina 19 “Reset 2006”, in appello pene ridotte e assoluzioni Sconti di pena e qualche assoluzione al secondo grado del processo “Reset 2006”. Gli imputati erano stati arrestati dai carabinieri nel luglio 2009 ed erano accusati di spaccio di sostanze stupefacenti e furti di automobili finalizzati alle estorsioni (cosiddetti cavalli di ritorno) nell’area grecanica. L’indagine era stata svolta dagli investigatori della Compagnia di Melito Porto Salvo. La sentenza di primo grado era stata emessa dal Tribunale di Reggio Calabria l’11 gennaio 2011. Ieri la Corte d’appello di Reggio Calabria ha assolto Caterina Ierardo dal reato per il quale era stata condannata in primo grado (un anno) per non avere commesso il fatto. Assoluzione anche per Ignazio Vita (condannato a sei anni e tre mesi in primo grado) «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato». Anche Ettore Eugenio Buonocore è stato assolto, con la formula «perché il fatto non sussiste», in primo grado aveva rimediato una condanna a un anno e sei mesi di reclusione. Lo straniero Ihor Dereyko è stato assolto per non avere com- BAGNARA pello ha abbassato la pena a dieci anni e quattro mesi di reclusione oltre a 2.200 euro di multa. I giudici di piazza Castello hanno inoltre disposto la revoca della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Massimiliano Romeo, Franco Demetrio, Antonino Idotta e Santo Paviglianiti. La sentenza di primo grado rimane confermata per Giuseppe Laganà (tre anni), Giovanni Laganà (un anno e otto mesi), Natale Tripodi (un anno e quattro mesi) che sono stati condannati dal giudice al pagamento delle spese processuali per il giudizio di secondo grado. La Corte d’appello ha indicato in novanta giorni i termini per il deposito delle motivazioni, durante i quali ha disposto la sospensione dei termini di custodia cautelare. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Francesco Calabrese, Saro Errante, Francesco Albanese, Azzarà, Nino e Michele Priolo, Giuseppe Putortì, Demetrio Pratticò. ANNALIA INCORONATO [email protected] > pagina 20 archi-astrea Astensione dei legali Processo a fine marzo E’ slittato al prossimo 24 marzo il processo “ArchiAstrea” che vede alla sbarra alcuni presunti esponenti del clan Tegano, nonché dei soggetti accusati di intestazione fittizia di quote societarie. Nella giornata di ieri vi è stato un rinvio immediato a causa dell’astensione dei legali difensivi proclamata già da diverso tempo. Ecco allora che l’udienza è durata lo spazio necessario al congelamento dei termini di custodia cautelare in carcere e poi si è arrivati al rinvio al prossimo 24 marzo. Con la riunificazione delle due operazio- ni, il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo ha voluto porre l’accento sui numerosi interessi da parte della consorteria mafiosa dei Tegano, che sarebbe riuscita non solo a conservare un forte potere sul territorio di Archi e della città di Reggio Calabria, ma anche di infiltrarsi nella compagine sociale della Multiservizi. Secondo le indagini, infatti, una parte del capitale del socio privato era di proprietà di soggetti di fatto riconducibili alla consorteria mafiosa che opera nella zona nord di Reggio Calabria. stazione lido Ha un malore sul treno Muore dipendente Fs Sale sul treno, come ogni giorno e lì vi trova la morte. Grave lutto nella giornata di ieri nei pressi della stazione “Lido” di Reggio Calabria, dove un uomo - del quale non sono state rese note le generalità - è stato colto da un malore che non gli ha lasciato scampo. Secondo quanto ricostruito, infatti, la vittima sarebbe un dipendente delle ferrovie e, una volta salito sul treno, avrebbe accusato il malore che è apparso subito molto grave. A nulla sono valsi i soccorsi prontamente giunti sul posto. Per l’uomo non c’è stato nulla da fare. Il treno era il regionale diretto a Cosenza e si è immediatamente fermo, senza poi riprendere più la sua corsa. Dopo gli accertamenti il traffico è tornato alla normalità. fiancheggiatori di condello Quasi tutti rispondono al gip Attesa per oggi la convalida del fermo Per la stragrande maggioranza hanno risposto alle domande del gip. Si è tenuta ieri l’udienza di convalida dei fermi emessi dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Lancio” che ha portato in cella decine di presunti fiancheggiatori del boss latitante Domenico Condello. Hanno respinto tutte le accuse a loro mosse: Demetrio Romeo, Margherita Tegano, Mariangela Amato, Francesco Genovese, Giuseppina Condello, Francesco Condello, Giovanni Barillà, Giuseppe Barillà, Cosimo Morabito, Caterina Condello, Vittorio Pedullà e Roberto Richihi. Coloro i quali si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, invece, sono stati: Massimiliano Richihi, Maddalena Marino e Giuseppe Marino. Tutti quelli che hanno risposto al- le domande del gip si sono dichiarati completamente estranei rispetto agli addebiti contestati. Vittorio Pedullà, difeso dagli avvocati Pitasi e Singarella) ha spiegato che l’aver accompagnato Tegano e Condello è stato episodio unico e del tutto casuale, e che questo non deve essere motivo per determinare situazioni alle quali Pedullà si dice completamente estraneo. Nel corso degli interrogatori sono intervenuti, tra gli altri, anche gli avvocati: Marco Panella (sostituto processuale dell’avvocato Nico D’Ascola), Giuseppe Alvaro (sostituto processuale dell’avvocato Antonio Managò), Francesco Albanese, Umberto Abate, Sabina Aloi, Francesco Calabrese, Ugo Singarella, Basilio Pitasi, Michele Albanese. Ad interrogare tutti i soggetti sottoposti a fermo sono stati ben 4 gip, ovvero Petrone, Barillà, Cotroneo e Santoro. La decisione sull’eventuale convalida è attesa per la mattinata di oggi, quando si saprà se il provvedimento emesso dalla Dda reggerà al vaglio del gip, anche con contestuale emissione di misura cautelare, o se invece qualcuno sarà scarcerato immediatamente. Con l’operazione “Lancio”, infatti, i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria e del Ros hanno smantellato la rete di fiancheggiatori che permetteva a Domenico Condello “u pacciu” di poter proseguire la propria latitanza senza particolari problemi. Gli investigatori sono convinti di essere ad un passo dalla cattura del fuggitivo, anche perché hanno praticamente azzerato tutta la struttura che gli assicurava assistenza. Nel corso delle operazioni, tra l’altro, è stato rinvenuto anche un bunker ancora “caldo”. c. m. 33 VENERDÌ 16 marzo 2012 calabria ora L O C R I D E il concorso On line il bando per il premio “Città di Siderno” Pubblicato il bando di concorso della nona edizione del premio letterario città di Siderno “Armando la Torre”. La scadenza è fissata il 31 maggio. Lo si può scaricare dal sito web www.premioletterariosiderno.it. Due le novità emerse ieri pomeriggio durante la conferenza stampa, tenutasi nella sala del consiglio comunale. La prima: ogni autore potrà partecipare con una sola opera. La seconda: ogni casa editrice potrà inviare un solo titolo di narrativa e uno solo di saggistica. Il vincitore, il migliore autore individuato a giudizio insindacabile dalla giuria presieduta Walter Pedullà, unico per narrativa e saggistica, sarà premiato con una targa più 2mila euro. Gli altri finalisti, da tre a quattro, riceveranno una pergamena più 500 euro. Al tavolo di ieri erano presenti, oltre al presidente Aldo De Leo, anche Ugo Mollica, il sindaco Riccardo Ritorto e i suo vice, Pietro Sgarlato. Tra gli altri hanno preso la parola Filippo Todaro dell’ufficio stampa comunale e il professore Enzo D’Agostino, vincitore dell’edizione 2005 nella sezione saggistica col volume “Da Locri a Gerace”, edito da Rubettino. Il premio è patrocinato dal Comune, dalla provincia di Reggio e dalla regione Calabria. Fiduciosi gli organizzatori che hanno ricevuto il pieno appoggio dell’amministrazione Ritorto il quale ha affermato: «Vi incoraggio ad andare avanti perché questa è una manifestazione importante per la nostra comunità». Durante l’ultimo concorso, ha trionfato il giornalista Rai Franco Di Mare con “Non chiedere perché”, uscito presso Rizzoli. (an. ni.) Oppedisano: «Salvatore Salerno era un usuraio» beni confiscati L’idea di Laganà: «Affidiamoli alle Coop under 35» Shark, il collaboratore di giustizia cita il defunto sicario LOCRI Il sicario del clan Commisso, Salvatore Salerno, il pregiudicato morto ammazzato a Siderno il 22 ottobre del 2006, era uno strozzino. Lo riferisce in aula il collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano, nel corso dell’ultima udienza del processo “Shark” che si sta celebrando in primo grado presso il tribunale di Locri. «Tempo addietro gli chiesi dei soldi in prestito. Applicava il 5 percento mensile, ma non l’ho mai denunciato». Così afferma il testimone. Salerno, secondo un prima ricostruzione, venne ucciso per ordine della stessa famiglia di ‘ndrangheta di cui faceva parte perché ritenuto il capo degli scissionisti. Stava per traghettare nelle fila della ‘ndrina rivale, quella dei Costa. Tanto emerge dalle indagini e dagli argomenti discussi durante il processo sul delitto Congiusta. Salerno è stato assassinato mentre percorreva a cavallo una strada di contrada Donisi. rivelazioni scottanti Oppedisano ha dichiarato di aver chiesto soldi in prestito a Salerno che applicava il 5% mensile Salvatore Salerno e Domenico Oppedisano “Shark”, dall’inglese “squalo”, è il nome convenzionale assegnato all’inchiesta che sfociò nel blitz del settembre 2009 e che fece luce sulla squadra di usurai della mala Locri. Gli arresti furono 25. Decimata la cosca dei Cordì. Le misure di custodia cautelare in carcere furono eseguite in maniera congiunta dai militari dei carabinieri e dagli agenti della po- lizia di stato, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio. Contestato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alla commissione di altri reati. Rapine, estorsioni, usura, esercizio abusivo del credito, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi. Dalla deposizione di Domenico Oppedisano salta fuori, dunque, che il profilo di Salvatore Salerno non era soltanto quello di un pericoloso e temuto killer della mafia, ma anche quello di uno che prestava denaro a strozzo. Sembrerebbe che anche lui fosse un “squalo”. Ma è ovvio che nulla ha a che fare con “Shark”, poiché il tipo agiva su un territorio diverso e, per di più, già ucciso diversi anni prima che scoppiasse il caso sul giro di usura che ha mandato in rovina alcune famiglie di Locri. ANGELO NIZZA [email protected] il furto Rubano una Smart: arrestati due giovani Bovalino, i ladri, originari di Platì, sorpresi a trainare l’auto Probabilmente speravano di passare semplicemente per degli automobilisti rimasti in panne ma il loro atteggiamento li ha traditi e sono stati arrestati. Due giovani uomini originari di Platì, di cui al momento non si conoscono le generalità, sono dunque stati sorpresi dai carabinieri del gruppo territoriale di Locri diretti dal tenente Nico Blanco e coordinati dal tenente Lorenzo Provenzano mentre erano attendi nel trainare una Smart.Il tutto è avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì a Bovalino. I due giovani uomini originari di Plati, avevano preso di mira la Smart di proprietà di una giovane ragazza del luogo. Probabilmente avevano progettato tutto nei minimi particolari ma non hanno però fatto i conti con una pattuglia di militari dell’arma dei Carabinieri di Bovalino in servizio di controllo che insospettitesi dei due strani automobilisti li ha prima fermati e una volta constatato che l’auto era da poco stata rubata per i due, sono subito scattate le manette ai polsi. Annalisa Costanzo Una messa per ricordare Tony Silipo Domani pomeriggio alle 16, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Martone, verrà celebrata una santa messa per ricordare Tony Silipo, l’ex ministro della Pubblica istruzione deceduto sabato scorso a Toronto dopo una lunga malattia. La funzione rè stata voluta dai parenti dello stesso Silipo, che risiedono nel paese della vallata del Torbido e sarà presieduta dal parroco padre Raffaele Vaccaro. il ricordo CRONACA Pazzano, un anno senza Raffaele Torello Romeo, per i medici è morte naturale Il 14 marzo dello scorso anno la misteriosa morte del 25enne muratore Sono ancora vive le sirene dei Vigili del Fuoco nel mentre fendevano la vallata dello Stilaro il 14 marzo dello scorso anno: era ormai caduta la sera ed erano parse strane quelle roteanti luci blu che si dirigevano verso Pazzano. Ma la voce diffusasi nelle prime ore del pomeriggio trovava praticamente conferma nella morte di Raffaele Torello (nella foto), 25enne, muratore, avvenuta a seguito di una caduta di oltre 60 metri in un burrone, nei pressi di monte Stella. Sono ancora tanti i dubbi che albergano nella mente Approvato dalla Camera un ordine del giorno, presentato dalla deputata del Pd Maria Grazia Laganà Fortugno (nella foto), che impegna il governo ad assumere tutte le iniziative necessarie per assegnare in via prioritaria i beni confiscati alla criminalità organizzata ai cittadini che risiedono nelle località in cui gli immobili sono ubicati. L'atto parlamentare è rivolto principalmente alla Locride, che finora non ha potuto «esprimere le grandi e naturali potenzialità di sviluppo turistico, da coniugare con la presenza di piccole e medie imprese, proprio per l'assenza di forti investimenti infrastrutturali, che hanno fin qui escluso la stessa area dai grandi circuiti nazionali e internazionali». Secondo la parlamentare di Locri, «l'approvazione di questo provvedimento costituisce un importante punto di partenza per puntare sullo sviluppo del comparto turistico, che ancora oggi rappresenta il principale strumento in grado di fungere da volano per l'economia del territorio. In questo senso prosegue - si può pensare di concedere agli operatori del settore turistico gli immobili individuati dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati, vista la possibilità di assegnarli in via preferenziale alle cooperative o consorzi di cooperative sociali di giovani di età inferiore ai 35 anni». di tutti coloro che conoscevano Raffaele. In primis quell’ora “buco” da mezzogiorno all’una, quando aveva staccato dal lavoro per andare a casa per il pranzo, salvo rimanere d’intesa con coloro i quali stava lavorando che si sarebbero rivisti dopo un’ora. A casa per il pranzo Raffaele non ci andrà mai quel lunedì e la madre, la signora Bruna, sapendo delle abitudini metodiche del figlio, comincia a preoccuparsi. E con lei il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici, che iniziano a darsi da fare andando alla ricerca di questo ragazzo sempre allegro. Si arriva nei pressi dell’eremo di monte Stella. Là davanti ci si parano degli strapiombi. In fondo ad uno di questi si scorge il corpo esanime di Raffaele. Una folla di curiosi si assiepa in quel luogo, facendo le prime congetture, come quella sulla macchina, una Fiat Panda ferma lì, con le chiavi inserite e a qualche metro dal punto in cui poi il giovane è caduto. Ma come? Possibile che un ragazzo così solare sia andato a togliersi la vita in quel modo? Sono in pochissimi a crederci soprattutto quando, alle prime ore dell’alba di martedì 15, Raffaele viene riportato su senza strappi sul giubbotto che vestiva e con quei lividi sul collo. Antonio Baldari Marcello Romeo è morto per cause naturali. E’ quanto stabilito ieri dopo l’autopsia sul corpo del 39enne di Benestare, deceduto sabato scorso e trovato senza vita sul pavimento della propria stanza dalla madre. Ad eseguire l’autopsia presso l’ospedale di Locri il medico legale Pietro Tarzia. L’esame, dunque, conferma le prime ipotesi, anche se vista la giovane età i medici vogliono fare un esame approfondito, per escludere definitivamente qualsiasi altra ipotesi. VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 29 l’ora di Paola Redazione viale Ippocrate (ex Madonna della Grazie) - Telefono e fax 0982583503 - Mail: [email protected] SANITÀ & FARMACIE EMERGENZA tel. 0982/5811 tel. 0982/581224 tel. 0982/581410 tel. 0982/581286 tel. 0982/587316 tel. 0982/612439 tel.0982/582276 ospedale civile pronto soccorso guardia medica centro trasfusionale farmacia Arrigucci farmacia Cilento farmacia Sganga carabinieri commissariato polizia stradale polizia municipale guardia di finanza corpo forestale vigili del fuoco croce rossa italiana tel. 0982/582301 tel. 0982/622311 tel. 0982/622211 tel. 0982/582622 tel. 0982/613477 tel. 0982/582516 tel. 0982/582519 tel. 0982/613553 COMUNE (112) (113) (117) (1515) (115) centralino ufficio tributi bibioteca comunale ufficio relazioni pubblico ufficio presidenza consiglio ufficio affari generali ufficio contenzioso tel. 0982/58001 tel. 0982/5800301 tel.0982/580307 tel. 0982/5800314 tel. 0982/5800212 tel. 0982/5800218 tel. 0982/5800207 Festa, revocata la delibera Le indagini sul clan Muto. Il sindaco ringrazia Procura e carabinieri PAOLA Alla luce delle investigazioni avviate dagli uomini dell’Arma diretti dal capitano Luca Acquotti, su delega della locale procura della Repubblica, l’amministrazione comunale ha revocato in autotutela la delibera di giunta esecutiva n°41 dell’1 marzo 2012 (e annessa convenzione) con cui veniva data in affidamento a una società esterna l’intera gestione della festa civile del patrono San Francesco di Paola. Gli inquirenti vogliono infatti vederci chiaro sull’incarico di affidamento ad un soggetto giuridico il cui amministratore è sospettato (e accusato) di essere un “prestanome” del clan Muto di Cetraro. E l’al- Il sindaco Roberto Perrotta tro ieri, all’esito della visita dei carabinieri in Municipio al fine di chiedere lumi su Paola”. “La decisione - ha spiegato l’amquell’incarico e acquisire tutta la docu- ministrazione Perrotta - è scaturita dagli mentazione di merito, l’amministrazione accertamenti in corso e dagli approfondicomunale ha convocato d’urgenza tecni- menti anche formali sugli atti in relazione al protocollo di legalici e politici per verificare tà condiviso dal Comune le carte e assumere deterAdottato di Paola e dalla Prefettuminazioni in autotutela. il protocollo ra di Cosenza, con il quaIn virtù di ciò, l’Amminile, per assicurare un più strazione comunale ha redi legalità alto livello di trasparenso noto, il giorno successottoscritto con za, è stato deciso di acsivo, d’aver provveduto la Prefettura quisire la certificazione “autonomamente alla reantimafia per tutti gli imvoca della convenzione sottoscritta” con tale società in data 13 pegna di spesa superiori a 50 mila euro”. marzo 2012. avente ad oggetto: “Conven- Il sindaco Roberto Perrotta, dal canto suo, zione relativa alla organizzazione dei fe- ha dichiarato quanto di seguito: «Pur steggiamenti civili relativi alla festa Patro- avendo consapevole fiducia sulla qualità nale del Santo Patrono San Francesco di delle procedure adottate, ci piace tenere nel giusto e doveroso conto la meritoria azione compiuta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, alle quali rinnoviamo la nostra stima e la nostra gratitudine e, proprio in ossequio a tali sentimenti, al fine di evitare possibili turbamenti del sereno svolgimento dei solenni festeggiamenti del 4 maggio, l’amministrazione comunale in autotutela ha proceduto alla revoca». Gli uffici comunali, ad ogni modo, si erano determinati in assoluta buona fede, alla luce di una richiesta di affidamento incarico con annesso articolato e ricco programma (...depositato dai privati alla sezione format della Siae). E, comunque, v’è da aggiungere che sul caso specifico la legge non prevede l’elaborazione di alcun bando pubblico. Nella convenzione, inoltre, era stato specificato: “...La Società è obbligata a presentare entro e non oltre il 31.3.2012 programma definitivo di attuazione della progettualità di che trattasi, da sottoporre all'approvazione dell'Amministrazione che esprimerà in merito il proprio gradimento. Tale approvazione di programma risulta fondamentale per la realizzazione del progetto. In mancanza la presente convenzione risulta nulla e si procederà alla revoca della stessa”. Nulla era dunque definito. Ma l’indagine degli inquirenti sull’affidamento dell’incarico, unitamente ai tempi ormai ristretti, ha fatto sì che il Comune si determinasse in autotutela al fine di non inficiare l’organizzazione dell’evento. Guido Scarpino Reliquie del Santo a Bologna Una sala della chiesa dell’Assunta porterà il nome del taumaturgo Una sala della chiesa di S. Maria Assunta di Bologna sarà intitolata a San Francesco di Paola. Si tratta di una chiesa di Borgo Panigale. A portare avanti questa inziativa è stato Antonio Manes, emigrato paolano in Emilia Romagna. L’impegno di Manes nasce circa otto anni fa quando, a seguito di lavori di ristrutturazione della cappella, sono state rinvenute alcune reliquie di San Francesco. I resti del mantello del santo sono autentici e certificati da due bolle, rispettivamente del 1754 e del 1800. Le reliquie sono esposte in via Marco Emilio Lepido 58, a Borgo Panigale. Si aggiunge così un altro tassello alla vita di Francesco di Paola. Una vita che è animata dal miracolo sin dalla nascita. Trascorso appena un mese dalla nascita si ammala gravemente all'occhio sinistro, ma ne guarisce miracolosamente per intercessione dello stesso santo, festa/2 Legge regionale approvata In arrivo 150mila euro Approvata la legge regionale sull’Istituzionalizzazione della festa di San Francesco. La Regione Calabria con l’impegno assunto in Commissione è autorizzata ad erogare annualmente il contributo di 150mila euro finalizzato al finanziamento di specifiche articolazioni del programma complessivo delle manifestazioni. La proposta di legge era stata presentata dal consigliere regionale Rosario Mirabelli. Piccola diatriba sulla paternità della proposta di legge. Mirabelli sostiene di averla presentata prima del collega Geppino Caputo. Il sindaco di Paola, Roberto Perrotta e l’assessore al Ramo, Josè Grupillo hanno espresso viva soddisfazione per l’approvazione della legge e l’impegno di Rosario Mirabelli Il via libera è arrivato nella seduta di ieri. La Regione Calabria in tal modo diventa interprete dei valori e dei sentimenti della tradizione religiosa e popolare dei calabresi, residenti ed emigrati ed in coerenza con i principi fondamentali del proprio statuto, e promuove in occasione delle celebrazioni annuali, una serie di manifestazioni ed iniziative, quali mostre, convegni, studi e ricerche che illustrino la figura e l'opera di San Francesco di Paola, Patro- Rosario Mirabelli no della Calabria e dei marinai d’Italia. Le manifestazioni possono essere realizzate, oltre che nella sede naturale del territorio paolano, nei comuni di Paterno Calabro, Corigliano Calabro, Spezzano Sila, paesi nei quali, San Francesco ha costruito direttamente i conventi o negli altri luoghi d’Italia o del mondo per specifici avvenimenti raccontati nella biografia del Santo e/o per manifestazioni di fede consolidatesi nel tempo. Ogni iniziativa sarà, ovviamente, concordata con il comitato per le celebrazioni con sede istituzionale nel Comune di Paola. Il Comitato è nominato con decreto del presidente della giunta regionale. L’amministrazione comunale di Paola entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, provvederà a fornire adeguata e rappresentativa sede al Comitato. auguriauguri Una reliquia e la bolla cui la mamma fa voto di vestirlo dell'abito votivo e di tenerlo per un anno in un convento francescano più vicino a Paola. Nel 1429 è accompagnato dai genitori a San Marco Argentano tra i Mi- nori Conventuali per adempiere la promessa, ivi opera il primo miracolo quello dei carboni accesi. Da lì il suo cammino lo porterà a difendere i deboli e gli oppressi in tutta Europa. I migliori auguri per la piccola Rebecca Curcio che oggi compie un anno. Un abbraccio da zio Vincenzo, zia Consuelo e dai cuginetti Gioia e Salvatore auguriauguri VENERDÌ 16 marzo 2012 PAGINA 11 l’ora di Catanzaro tel. 0961 702056 - fax 0961 480161 - mail: [email protected] - indirizzo: via Corso Mazzini 164 OPERE POLITICA Confronto sulla cultura, partecipano solo due candidati > pagina 13 L’APPELLO Stadio, spuntano i nuovi progetti per la struttura > pagina 14 «Chi ha ammazzato Massimiliano meritava l’ergastolo» Delitto Citriniti: il padre critica le condanne 21 anni per Berlingeri e 10 a Passalacqua «Mi aspettavo una condanna esemplare, l’ergastolo. Mio figlio quella sera si trovava lì per sbaglio. Sarebbe dovuto partire per l’università, per un ritardo ha perso la vita. Sarebbe stato un futuro ingegnere, non si può lavare questa storia con una spugna, questa gente grazie a questa sentenza potrà continuare a bagliare, almeno che si facciano quanto gli è stato inflitto». Atterrito il padre di Massimiliano Citriniti, il giovane universitario di 24 anni, accoltellato a morte il 22 febbraio 2009 al Centro commerciale “Le Fornaci”. Pietrificato dopo la lettura della sentenza sull’omicidio di suo figlio pronunciata dalla Corte di Assise, presidente Giuseppe Neri, a latere Domenico Commodoro dopo nove 9 ore di camera di consiglio. Un verdetto che ai familiari della vittima ha lasciato l’amaro in bocca. Ventun’anni e tre mesi per Cosimo Berlingeri, dieci anni per Gianluca Passalacqua, interdetti dai pubblici uffici e condannati a risarcire le parti civili per un’ammontare da liquidarsi in separata sede. Entrambi saranno tenuti a pagare una provvisionale pari a 100mila euro ciascuno nei confronti dei genitori di Massimiliano e 50mila euro nei confronti di Giuseppe Citriniti, fratello della vittima. «La giustizia ha regalato l’ennesimo premio, vanificando il lavoro della Procura». Parole dure quelle pronunciate dal fratello di Massimiliano, Giuseppe . «Siamo disarmati rispetto a questa legge, nemmeno , non ci resta che appellarci a Dio, se ci ascolta. Ci hanno distrutto la vita, hanno fatto scoppire una bomba nella nostra vita. Una sentenza diversa non sarebbe stata di auto a noi, Massimiliano non ce lo restituisce più nessuno, ma una pena esemplare sarebbe servita alla so- VERDETTO Il luogo in cui Berlingeri e Passalacqua avrebbero ucciso il giovane universitario Massimiliano Citriniti (nella foto in alto). Per questo delitto è già stato condannato un minorenne con sentenza passata in giudicato i famigliari della vittima Nessuna condanna eclatante. La giustizia ha regalato l’ennesimo premio alla criminalità cietà. Se non esistono risposte certe ad un caso così eclatante, allora è meglio fare le valigie e andare via da Catanzaro». Un verdetto diverso rispetto a quello che avrebbe voluto il pm Simona Rossi che aveva invocato il carcere a vita per Cosimo Berlingeri, 43 anni, e per Gianluca Passalacqua,23 anni. Il pm aveva chiesto l’ergastolo per i due uomini con l’aggravante dei futili motivi al termine di una lunga requisitoria in cui ha ricostruito momento per momento le fasi di quel drammatico giorno, facendo riferimento alle dichiarazioni rese in fase di indagini da Danilo Sinopoli e Mario Cappellano, nipoti del Berlingeri, contrastanti con quelle del dibattimento. Gianluca Passalacqua non si trovava fuori dall’esercizio commerciale al momento del delitto, non se ne andò, come riferì in Assise il teste Cappellano, con i suoi lunghi silenzi e con i suoi troppi non ricordo: «Passalacqua ha partecipato attivamente all’omicidio, lui era lì». Tra la vittima e il minorenne sarebbe iniziata una lite verbale, secondo quanto ha dichiarato lo stesso Cappellano, degenerata poi in uno scontro fisico. Poi i ricordi del teste si erano fatti confusi, aveva ritrattato le versioni risultanti in atti nei verbali, a tal punto che il pm lo aveva esortato a dire la verità per non incorrere nel reato di falsa testimonianza. Il teste aveva dichiarato in un primo momento di essere andato via dopo la lite tra la vittima e il minorenne M. P. e di non sapere cosa poi tra i due fosse successo, per ret- LAMEZIA TERME Ledda chiede la Soprintendenza nel capoluogo > pagina 16 tificare quanto pronunciato subito dopo: «sono rimasto fino alla fine, avevo detto di essermene andato, solo perché avevo paura di ritorsioni da parte dei parenti di Citriniti». Di fronte alle domande incalzanti del pm, Cappellano aveva continuato rendendo dichiarazioni contraddittorie e in aula si era deciso di non continuare con le domande acquisendo i precedenti verbali delle sue dichiarazioni. E c’è la testimonianza di un altro testimone, ad inchiodare, secondo il pm il Berlingeri: «il teste Alessia Cacia ha riconosciuto Berlingeri come l’autore del reato». Non regge l’ipotesi difensiva della legittima difesa per il pubblico ministero:«Massimiliano è stato immobilizzato», come non regge per l’avvocato di parte civile Francesco Gambardella: «lo tenevano in due e l’altro lo colpiva al cuore», facendo esplicito riferimento a M. P. il minorenne, ritenuto l’esecutore materiale del delitto, già condannato a dieci anni di reclusione con sentenza definitiva della Cassazione. Secondo l’accusa, Citriniti sarebbe stato ammazzato a seguito di un banale scherzo fatto con della schiuma spruzzata in faccia ad un minorenne rom, che avrebbe dato vita ad una lite iniziata dentro al centro commerciale, e ripresa all’esterno più tardi, dove il 24enne è stato ucciso, dopo essere stato bloccato da diverse persone che lo hanno aggredito. Tra queste persone, secondo la Procura, ci sarebbero stati Berlingieri e Passalacqua, rinviati a giudizio il 10 febbraio 2010. A poche ore dal delitto le indagini condussero i poliziotti della Squadra mobile proprio a casa di Cosimo Berlingieri, dove la moglie di quest’ultimo affidò loro il figlio minorenne, ammettendo subito che era stato coinvolto nello scontro avvenuto alle “Fornaci”. Gabriella Passariello Sequestrata discarica abusiva a Nocera Terinese > pagina 20 durante il processo Quanto ha influito la difesa nel determinare la condanna? La Corte di Assise ha dato novanta giorni per depositare le motivazioni della sentenza. Solo allora si capirà quanto siano state determinanti le arringhe difensive rese in udienza dai legali Gregorio Viscomi e Salvatore Staiano nella pronuncia del verdetto della Corte che ha spazzato via in capo agli imputati le aggravanti a loro carico. Staiano aveva chiesto la riapertura del dibattimento per acquisire le dichiarazioni di una testimone oculare presente sul luogo dell’omicidio. Il legale, durante l’arringa aveva parlato di una donna, una guardia giurata, che avrebbe visto Citriniti prima del delitto, accorgendosi che proprio la giovane vittima avrebbe avuto con se, lo stiletto che poi lo ha ucciso, tanto da chiedergli addirittura «cosa ci fai con quel coltellino?». Una versione che contrasta con quella dell’accusa, aprendo la strada all’ipotesi che proprio il giovane universitario abbia scatenato l’aggressione nella quale, poi, ha avuto la peggio. Staiano ha definito quella di Citriniti, una “provocazione imponente”. Ma le contestazioni del penalista sono andate oltre, facendo riferimento alle consulenze tecniche «poco credibili» e alle dichiarazioni dell’imputato minorenne già condannato per l’omicidio, che ha definito non credibile sollecitando l’invio degli atti relativi alle sue dichiarazioni alla Procura per i minorenni per falsa testimonianza. Il legale ha concluso con una richiesta di rinnovare l’istruttoria dibattimentale e in seconda battuta l’assoluzione degli imputati o in caso di condanna l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi con la concessione di tutte le attenuanti del caso. Per l’assoluzione di Berlingieri ha insistito anche l’avvocato Gregorio Viscomi, il quale ha sostenuto l’insussistenza di prove a carico degli imputati, evidenziando le contraddizioni tra quanto dichiarato dai testi in fase di indagini rispetto alla fase dibattimentale. Ha contestato alcuni elementi di indagine, ed in particolare ha sottolineato che sarebbero state effettuate delle ricognizioni anomale mostrando ai vari testimoni tranne la sola Rosa Lucia Cavigliano - non un gruppo di più uomini nel quale riconoscere chi avevano visto sul luogo dei fatti, ma unicamente gli imputati singolarmente. Viscomi ha inoltre evidenziato le discrasie che si sono avute fra le dichiarazioni rese dai testimoni in fase di indagini ed in seguito in sede di dibattimento, asserendo che se la pubblica accusa poteva al limite sostenere che Berlingieri e Passalacqua erano presenti alle Fornaci il giorno del delitto non avrebbe potuto certamente dimostrare che vi presero parte. L’avvocato aveva concluso l’arringa chiedendo l’assoluzione di Berlingieri o in subordine, che l’accusa per lui fosse derubricata in quella di omicidio preterintenzionale. ga. pa.