VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
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Proponiamo alle lettura (graduale) ed alla riflessione i documenti e le sintesi derivati dal VII Incontro
mondiale delle famiglie, appena conclusosi a Milano, dove si è svolto dal 30 maggio al 2 giugno 2012.
INDICE
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Argomento
VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
INDICE
PROGRAMMA
LA FIERA DELLA FAMIGLIA
LIBRERIA DELLA FAMIGLIA - FAMILY BOOKSHOP
CONGRESSO TEOLOGICO PASTORALE
C ALENDARIO RELAZIONI
CALENDARIO INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI
RELAZIONI
Accoglienza del card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano
Cardinale Ennio Antonelli - Inaugurazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie
I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza
S. Em. Card. Gianfranco RAVASI (Italia)
II. La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo
Prof. Luigino BRUNI
Bagnasco: Le famiglie qui riunite saranno profezia per il mondo
III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede
S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI
IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà
Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile)
V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede
Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna)
VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore
S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA)
Conclusioni della plenaria del Congresso
S. Em. Card. Ennio ANTONELLI
INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI
1. La famiglia come risorsa della società - 1
Presentazione della ricerca sociologica. Con Pierpaolo DONATI, Francesco BELLETTI,
Giovanna ROSSI. Modera Mons Carlos SIMON VAZQUEZ
2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche
Comunicazione di Nuria CHINCHILLA (Spagna) + testimonianze: Miriam FILELLA (Spagna),
Enzo ROSSI, José Jacinto IGLESIAS SOARES (Portogallo)
3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto
Comunicazione di Josè Luis RESTAN (Spagna) + presentazione di Piercesare RIVOLTELLA e
Norberto GONZALES GAITANO (Spagna)
4. Il fenomeno migratorio e la famiglia
Comunicazioni di S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA (Filippine), S. Ecc. Mons Nicholas
DIMARZIO (USA) + testimonianze: coniugi JUAREZ (Perù), coniugi GOMEZ (Filippine)
5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata
Colloquio pubblico tra il Card. Philippe BARBARIN (Francia) e Ferruccio DE BORTOLI.
Modera S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA
6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia
Comunicazione di Sergio CICATELLI + testimonianze: coniugi KIRINCIC (Croazia), Coniugi
BORGIA, José Antonio VEGA (Marocco)
7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro
vola rotonda, Eugenia SCABINI, coniugi CASTILLO (Spagna), coniugi RENARD (Francia)
8.I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie
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Comunicazioni di Catherine WILEY (Irlanda), coniugi GILLINI, Gabriella BIADER, Hélène
DURAND BALLIVET (Francia)
9. Libera professione e vita familiare - Varese
Relazione dei coniugi ZAMAGNI, testimonianze di Burkhard LEFFERS (Germania), Javier
ZANETTI (Argentina), Pierluigi MOLLA, coniugi SCARPOLINI. Modera Gianfranco FABI.
10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano
Tavola rotonda con Alberto QUADRIO CURZIO , Esteban MOCTEZUMA (Messico), Andrea
OLIVERO. Modera Sergio BELARDINELLI
11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia
Comunicazione di Fulvio DE GIORGI Testimonianze dei coniugi SCARANO (Argentina),
coniugi BARTHELEMY (Francia). Moderano i coniugi VOLPINI.
12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo
Giovani in dialogo con S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI e Giuseppe DE RITA. Modera
Nando PAGNONCELLI.
13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia
Tavola rotonda con Irene LAUMENSKAITE (Lituania) , Carla GE, Enrica CHIAPPERO.
Modera Maria Assunta ZANETTI
14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como
Comunicazioni di Norberto TONINI e dei coniugi MAGATTI + testimonianze locali. Modera
Marco DERIU
15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi
Tavola rotonda con Paolo CIOCCA, Sergio MARELLI, Enrico Maria TACCHI. Modera Lorenzo
MORELLI
16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano
Tavola rotonda con Gian Carlo BLANGIARDO, Thomas HONG-SOON HAN (Corea del Sud),
Paul DEMBINSKI (Svizzera). Modera Aldo BONOMI.
17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano
Comunicazione Armando MONTEMARANO + testimonianze di Domitila CATARI TORRES
(Bolivia) sr Innocenza GREGIS (Brasile), Nina KALUSKA (Ucraina). Modera Antonia
PAOLUZZI
18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini
Comunicazione di S. Ecc. Mons. Franco Giulio BRAMBILLA + Testimonianze di Santino
STILLITANO, Valentina BONAFEDE, Abu John WANI (Sud Sudan). Modera Luciano MOIA.
19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio
comunicazione di Enzo BIANCHI + testimonianze: coniugi SZNYTER (Polonia), coniugi
SANCHEZ (Colombia), coniugi AGAGLIATI. Visita artistica Domenico SGUAITAMATTI.
Modera Marco VERGOTTINI
20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica
Comunicazione di Josè GRANADOS (Spagna) + testimonianze coniugi NEISER (Germania) e
coniugi BENITEZ (Spagna). Modera Milena SANTERINI
21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del
Commercio
Tavola rotonda con Mons. Pietro SIGURANI, Mons Olinto BALLARINI (Zambia), don Roko
GLASNOVIĆ(Croazia). Modera don Antonio TORRESIN.
22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano
Tavola rotonda con i coniugi BOVANI, mons Carlo ROCCHETTA, coniugi HARDI (Ungheria).
Moderano i coniugi COLZANI
23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio
Tavola rotonda con Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, Alessandro D'AVENIA (ITA).
Modera Emanuela CONFALONIERI
24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano
Comunicazione di S. Ecc. Mons ADOUKONOU (Benin) + testimonianze: S. Ecc. Mons
ANDARI (Libano) - coniugi BOTOLO (Rep Dem Congo), coniugi VASIK (Ucraina). Modera
don Giancarlo QUADRI
25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale
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Comunicazioni di don Eugenio ZANETTI e di Emanuele SCOTTI, testimonianza dei coniugi
JONES (Irlanda)
IL GIARDINO –IL CONGRESSO DEI RAGAZZI
INCONTRO DEL PAPA CON LA CITTADINANZA
CONCERTO AL TEATRO LA SALA IN ONORE DEL SANTO PADRE E DELLE
DELEGAZIONI UFFICIALI DELL'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
INCONTRO DEL PAPA CON I CRESIMANDI ALLO STADIO MEAZZA DI SAN SIRO
IL PAPA ALLE AUTORITÀ: "INSIEME A SERVIZIO DEL BENE COMUNE"
IL DIALOGO TRA PAPA BENEDETTO XVI E LE FAMIGLIE DEL MONDO
DURANTE LA FESTA DELLE TESTIMONIANZE
LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
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PROGRAMMA
Domenica 27 maggio
11.00 - Duomo di Milano: Pontificale di Pentecoste presieduto dall'Arcivescovo di
Milano cardinale Angelo Scola. Presenti i Volontari del VII Incontro Mondiale delle
Famiglie
MAGGIO
Martedì 29
(Fieramilano
city)
• Fiera
Internazionale
della famiglia
• Libreria della
famiglie
Accoglienza
delle
delegazioni e
delle famiglie
Inaugurazione
della Fiera
Internazionale
della Famiglia
(Fieramilano
city)
Dibattiti,
testimonianze,
tavole rotonde
15.00 I sessione
17.00 II
sessione
MAGGIO
Mercoledì 30
S. Messa nelle
Parrocchie
(Fieramilano
city)
• Congresso
teologico
pastorale
• Fiera
Internazionale
della famiglia
• Libreria della
famiglie
Congresso
9.30 Cerimonia
di apertura
10.00 I
relazione
11.30 II
relazione
13.00 pausa
pranzo
(A Milano e in
altre diocesi
lombarde)
Incontri,
dibattiti,
testimonianze,
tavole rotonde,
workshops
Cena presso le
famiglie
ospitanti o
presso le
Parrocchie
MAGGIO
Giovedì 31
S. Messa nelle
Parrocchie
(Fieramilano
city)
• Congresso
teologico
pastorale •
Fiera
Internazionale
della famiglia
• Libreria della
famiglie
Congresso
9.30 III
relazione
11.00 IV
relazione
13.00 pausa
pranzo
GIUGNO
Venerdì 1
S. Messa nelle
Parrocchie
(Fieramilano
city)
• Congresso
teologico
pastorale
• Fiera
Internazionale
della famiglia
• Libreria della
famiglie
Congresso
9.30 V
relazione
11.00 VI
relazione
13.00 pausa
pranzo
(In diversi
luoghi
significativi di
Milano)
Incontri,
dibattiti,
testimonianze,
tavole rotonde,
workshops
Nel pomeriggio
cammino verso
'area
dell'evento con
il Papa
h. 20.00
Concerto
alla Scala
riservato
alle delegazioni
Cena presso le
famiglie
ospitanti o
presso le
Parrocchie
Cena presso il
luogo degli
eventi
pomeridiani o
presso le
famiglie
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GIUGNO
Sabato 2
GIUGNO
Domenica 3
Fiera
Internazionale
della famiglia
• Libreria della
famiglie
Celebrazioni e
incontri nelle
Parrocchie o
per movimenti
o per specifici
gruppi
Dal tardo
pomeriggio
momento di
accoglienza e
preparazione
all'Incontro con
h. 10.00:
S. Messa
solenne
presieduta da
Benedetto XVI
(Milano Parco
Nord Aeroporto
di Bresso)
MAGGIO
Martedì 29
MAGGIO
Mercoledì 30
Accoglienza e
festa
a cura e presso
le Parrocchie,
Comunità
Pastorali,
gruppi,
associazioni e
movimenti
ospitanti
MAGGIO
Giovedì 31
ospitanti o
presso le
parrocchie
Momento di
festa presso il
luogo degli
eventi
pomeridiani o
presso le
parrocchie
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GIUGNO
Venerdì 1
GIUGNO
Sabato 2
il Papa
h. 21.30
Adorazione
Eucaristica in
Duomo e nelle
principali
Basiliche e
Chiese della
Diocesi
A seguire Festa
delle
Testimonianze
con Benedetto
XVI (Milano
Parco Nord
Aeroporto di
Bresso)
GIUGNO
Domenica 3
LA FIERA DELLA FAMIGLIA
Una vetrina dedicata alle buone pratiche, alle idee nuove, al bene in opera a
favore delle famiglie. È l’idea di fondo della Fiera internazionale della
famiglia, manifestazione in programma a Milano dal 29 maggio al 2 giugno
2012, e parte integrante del VII Incontro mondiale delle famiglie, che attirerà a
Milano centinaia di migliaia di persone e che sarà concluso dalla presenza di
papa Benedetto XVI.
La Fiera internazionale della famiglia è un’iniziativa - inedita in Italia - di
incontro, scambio e visibilità per le associazioni e fondazioni del mondo
ecclesiale e civile, per enti e aziende e per coloro che lavorano nel campo della
famiglia. Un modo per rendere più evidente che la famiglia è un valore
fondamentale per la società.
La fiera si svolgerà presso il Mico - Milano congressi in viale Scarampo
(Fieramilanocity - MM 1 Amendola o Lotto). Alla fiera, che sarà ad ingresso
gratuito, sono previsti 50.000 visitatori.
LIBRERIA DELLA FAMIGLIA - FAMILY BOOKSHOP
La libreria della Famiglia, del Lavoro, della Festa
Libreria ufficiale del VII Incontro Mondiale delle Famiglie.
Centro congressi MiCo, Milano 29 maggio-2 giugno 2012.
D'intesa con la Fondazione Milano Famiglie 2012, l'Associazione Sant'Anselmo realizza la libreria ufficiale
che sarà allestita all'interno della Fiera internazionale della Famiglia.
La prima libreria nazionale della famiglia
Un grande panorama dei libri dell'editoria italiana sui temi della famiglia.
Un'iniziativa di promozione della lettura rivolta a tutti.
Sezioni:
 Maschio e femmina li creò: amore e famiglia nella Bibbia
 Magistero, teologia e catechesi sulla famiglia
 Il matrimonio cristiano - La visione cristiana della sessualità
 Essere padre e madre: famiglia ed educazione della persona
 Le dinamiche famigliari: rapporti di coppia, nonni, crisi e conflitti
 La famiglia e società: lavoro, volontariato, diritti, servizi e politiche dello Stato
 La famiglia nella letteratura
 La famiglia nelle arti figurative: pittura, scultura, architettura, cinema, fotografia
 La famiglia raccontata ai ragazzi
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CONGRESSO TEOLOGICO PASTORALE
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CALENDARIO RELAZIONI
MERCOLEDÌ 30 MAGGIO 2012
Congresso Teologico Pastorale
(MiCo - sessione plenaria)
Rappresentazione di apertura con saluto dell'Arcivescovo di Milano Card. Angelo SCOLA, del Presidente
del PCF Card. Ennio ANTONELLI e delle autorità civili.
Presiede la sessione S. Em. il Card. Norberto RIVERA CARRERA (Arcivescovo di México)
 I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza
S. Em. Card. Gianfranco RAVASI (Italia)
 II. La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo
Prof. Luigino BRUNI
GIOVEDI 31 MAGGIO 2012
 III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede
S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI
 IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà
Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile)
VENERDI’ 1 GIUGNO 2012
 V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede
Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna)
 VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore
S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA)
 Conclusioni della plenaria del Congresso
S. Em. Card. Ennio ANTONELLI
CALENDARIO INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI
MERCOLEDÌ 30 MAGGIO 2012
(MiCo in simultanea su due sessioni: I Sessione 15.00 - 16.30, II Sessione 17.00 - 18.30)
 1. La famiglia come risorsa della società - 1
Presentazione della ricerca sociologica. Con Pierpaolo DONATI, Francesco BELLETTI, Giovanna
ROSSI. Modera Mons Carlos SIMON VAZQUEZ
 1/bis. La famiglia come risorsa della società - 2
Dibattito con alcuni legislatori e politici internazionali sui risultati della ricerca. Modera Mons.
Carlos SIMON VAZQUEZ
 2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche
Comunicazione di Nuria CHINCHILLA (Spagna) + testimonianze: Miriam FILELLA (Spagna),
Enzo ROSSI, José Jacinto IGLESIAS SOARES (Portogallo)
 3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto
Comunicazione di Josè Luis RESTAN (Spagna) + presentazione di Piercesare RIVOLTELLA e
Norberto GONZALES GAITANO (Spagna)
 4. Il fenomeno migratorio e la famiglia
Comunicazioni di S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA (Filippine), S. Ecc. Mons Nicholas DIMARZIO
(USA) + testimonianze: coniugi JUAREZ (Perù), coniugi GOMEZ (Filippine)
 5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata
Colloquio pubblico tra il Card. Philippe BARBARIN (Francia) e Ferruccio DE BORTOLI. Modera
S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA
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 6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia
Comunicazione di Sergio CICATELLI + testimonianze: coniugi KIRINCIC (Croazia), Coniugi
BORGIA, José Antonio VEGA (Marocco)
 7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro
vola rotonda, Eugenia SCABINI, coniugi CASTILLO (Spagna), coniugi RENARD (Francia)
 8. I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie
Comunicazioni di Catherine WILEY (Irlanda), coniugi GILLINI, Gabriella BIADER, Hélène
DURAND BALLIVET (Francia)
GIOVEDÌ 31 MAGGIO 2012
(dislocati nelle diocesi lombarde)
 9. Libera professione e vita familiare - Varese
Relazione dei coniugi ZAMAGNI, testimonianze di Burkhard LEFFERS (Germania), Javier
ZANETTI (Argentina), Pierluigi MOLLA, coniugi SCARPOLINI. Modera Gianfranco FABI.
 10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano
Tavola rotonda con Alberto QUADRIO CURZIO , Esteban MOCTEZUMA (Messico), Andrea
OLIVERO. Modera Sergio BELARDINELLI
 11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia
Comunicazione di Fulvio DE GIORGI Testimonianze dei coniugi SCARANO (Argentina), coniugi
BARTHELEMY (Francia). Moderano i coniugi VOLPINI.
 12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo
Giovani in dialogo con S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI e Giuseppe DE RITA. Modera
Nando PAGNONCELLI.
 13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia
Tavola rotonda con Irene LAUMENSKAITE (Lituania) , Carla GE, Enrica CHIAPPERO. Modera
Maria Assunta ZANETTI
 14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como
Comunicazioni di Norberto TONINI e dei coniugi MAGATTI + testimonianze locali. Modera Marco
DERIU
 15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi
Tavola rotonda con Paolo CIOCCA, Sergio MARELLI, Enrico Maria TACCHI. Modera Lorenzo
MORELLI
 16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano
Tavola rotonda con Gian Carlo BLANGIARDO, Thomas HONG-SOON HAN (Corea del Sud), Paul
DEMBINSKI (Svizzera). Modera Aldo BONOMI.
 17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano
Comunicazione Armando MONTEMARANO + testimonianze di Domitila CATARI TORRES
(Bolivia) sr Innocenza GREGIS (Brasile), Nina KALUSKA (Ucraina). Modera Antonia PAOLUZZI
 18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini
Comunicazione di S. Ecc. Mons. Franco Giulio BRAMBILLA + Testimonianze di Santino
STILLITANO, Valentina BONAFEDE, Abu John WANI (Sud Sudan). Modera Luciano MOIA.
VENERDI’ 1 GIUGNO 2012
(dislocati nella città di Milano)
 19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio
comunicazione di Enzo BIANCHI + testimonianze: coniugi SZNYTER (Polonia), coniugi
SANCHEZ (Colombia), coniugi AGAGLIATI. Visita artistica Domenico SGUAITAMATTI.
Modera Marco VERGOTTINI
 20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica
Comunicazione di Josè GRANADOS (Spagna) + testimonianze coniugi NEISER (Germania) e
coniugi BENITEZ (Spagna). Modera Milena SANTERINI
 21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del
Commercio
Tavola rotonda con Mons. Pietro SIGURANI, Mons Olinto BALLARINI (Zambia), don Roko
GLASNOVIĆ(Croazia). Modera don Antonio TORRESIN.
10
 22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano
Tavola rotonda con i coniugi BOVANI, mons Carlo ROCCHETTA, coniugi HARDI (Ungheria).
Moderano i coniugi COLZANI
 23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio
Tavola rotonda con Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, Alessandro D'AVENIA (ITA). Modera
Emanuela CONFALONIERI
 24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano
Comunicazione di S. Ecc. Mons ADOUKONOU (Benin) + testimonianze: S. Ecc. Mons ANDARI
(Libano) - coniugi BOTOLO (Rep Dem Congo), coniugi VASIK (Ucraina). Modera don Giancarlo
QUADRI
 25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale
Comunicazioni di don Eugenio ZANETTI e di Emanuele SCOTTI, testimonianza dei coniugi
JONES (Irlanda)
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RELAZIONI
MERCOLEDI’ 30 MAGGIO 2012
Alle ore 9,30 l'avvio del Congresso internazionale teologico pastorale del VII Incontro mondiale delle
famiglie.
L’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, e il presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, il
cardinale Ennio Antonelli hanno aperto questa mattina al Mico il Congresso internazionale teologico
pastorale. Prima dei loro saluti ai cardinali, vescovi e laici che hanno riempito la sala Gold del centro
fieristico, una sfilata di bandiere in omaggio al carattere internazionale dell’evento, quindi la preghiera delle
famiglie recitata in italiano, francese, spagnolo e inglese, l’inno ufficiale dell’incontro e il padre nostro
recitato in latino.
Il cardinale Scola ha sottolineato la «generosità» e «l’ospitalità» di Milano. Si è soffermato sulla felice
intuizione del titolo. «Famiglia, lavoro e festa legano tra loro gli aspetti principali della vita quotidiana di
ogni persona». La famiglia, ha sottolineato Scola, è la prima scuola di comunione, il lavoro è l’ambito in cui
si partecipa alla vita creatrice di Gesù. Tra l’uno e l’altro si inserisce il riposo, «spazio delle rigenerazione»,
che diventa festa, quando è un momento comunitario.
Scola ha chiuso il suo intervento ricordando le popolazioni terremotate. «Già fra poco pregheremo per i
morti di queste nuove scosse, per i loro cari e le loro famiglie».
Ai terremotati dell’Emilia si è rivolto anche il cardinale Antonelli «Siamo una grande assemblea riunita in un
clima di fraternità e gioia. Ma aleggia su di noi una nube di mestizia per il terremoto che ha colpito l’Emilia
Romagna. Ai morti, ai feriti, a chi ha perso casa e lavoro va il nostro pensiero di solidarietà avvalorato dalla
preghiera». Antonelli ha poi sottolineato il carattere internazionale dell’evento. «È un incontro mondiale
perché le delegazioni provengono da i 5 continenti, i partecipanti da 150 paesi diversi».
Congresso Internazionale Teologico Pastorale
La famiglia: il lavoro e la festa
Fiera Milano City, mercoledì 30 maggio 2012, ore 9,30
Accoglienza del card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano
Eminenze ed Eccellenze Reverendissime,
Carissimi amici,
Milano, la diocesi ambrosiana e le diocesi
lombarde vi accolgono e vi ringraziano di cuore per la vostra
presenza. Generosa ed ospitale: da secoli questi aggettivi
qualificano la vocazione della nostra città. Sono certo che in questi
giorni lo potrete toccare con mano.
Con felice intuizione il titolo del VII Incontro Mondiale delle
Famiglie, “La famiglia: il lavoro e la festa”, lega tra loro le
dimensioni fondamentali della vita quotidiana di ogni persona,
sempre in relazione con gli altri.
La famiglia permette lo sviluppo delle differenze costitutive
dell’umano: quella sessuale tra l’uomo e la donna e quella tra le
generazioni (figli, padri, nonni). Per questo è la prima e insostituibile “scuola di comunione”.
Il lavoro è l’ambito in cui ognuno racconta se stesso e “collabora”, con le proprie abilità e con la fatica,
all’azione creatrice del Padre e a quella redentrice di Gesù.
Nel rapporto famiglia/lavoro si innesta il riposo: favorisce l’equilibrio tra gli affetti e il lavoro perché
si offre come spazio di rigenerazione. Il riposo è veramente tale quando sa diventare “festa”, cioè sosta
gratuita, comunitaria e gioiosa.
La vostra presenza, in un numero così consistente, in rappresentanza delle famiglie di circa 150 paesi
dei diversi continenti, porta a Milano una ricchezza straordinaria di esperienza e di riflessione. La scelta della
Chiesa di convocarci da tutto il mondo per riflettere sugli aspetti fondamentali dell’umana esperienza dice
con chiarezza l’insostituibile risorsa che la famiglia costituisce per ogni persona e per l’intera società. Nello
stesso tempo il lavoro del Congresso ci permetterà di cogliere il proprium della famiglia nelle variegate
modalità culturali in cui essa si esprime.
La mobilitazione massiccia delle comunità cristiane per questo Incontro internazionale, penso ai
seimila volontari, alle migliaia di famiglie che vi stanno accogliendo, e al sostegno ricevuto dalle Vostre
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Chiese, esprime la cura appassionata dei cristiani per la famiglia. Questa cura è in se stessa un contributo
determinante per la società del presente e del futuro. È un contributo di civiltà, perché la famiglia costituisce
il luogo appropriato della generazione e dell’educazione intesa come introduzione di tutta la persona a tutta
la realtà.
Milano mostra di aver ben compreso la grande portata del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Ne dà
conferma, oltre al sorprendente numero di adesioni, la grande risonanza che sta avendo nella società civile
ben documentata dal massiccio interesse dei mezzi di comunicazione.
Per i cristiani la verità è vivente e personale: si chiama Gesù Cristo. Per questo la forma adeguata e
convincente di conoscenza della verità è la testimonianza. I momenti di approfondita riflessione – assicurati
dagli esimi relatori e dalla Vostra attiva partecipazione – saranno arricchiti dalla testimonianza reciproca che
le numerose famiglie qui convenute sapranno scambiarsi durante i giorni di convivenza e, in particolare,
nella Festa di sabato 2 giugno. Non mancheranno naturalmente preziose occasioni di preghiera – il Duomo,
le chiese di Milano e di tutte le diocesi lombarde saranno aperte per l’Adorazione e per il Sacramento della
Riconciliazione –, che troveranno coronamento nell’Eucaristia presieduta dal Santo Padre all’aeroporto di
Bresso. Pregheremo per i morti del terremoto e per i loro cari, per le città e i paesi colpiti e troveremo forme
di concreta solidarietà nei loro confronti.
A tutti Voi, convenuti da ogni dove, volentieri apriamo il cuore, insieme con le porte della nostra
Chiesa e della nostra città. Grazie!
Il cardinale Ennio Antonelli, prima di leggere il testo che si trova di seguito, ha espresso la propria
solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto
Inaugurazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie
Milano 30 maggio 2012
In spirito di fraternità e di amicizia, con grande gioia, inauguriamo il VII Incontro Mondiale delle Famiglie
sul tema “La famiglia: il lavoro e la festa”. L’incontro è mondiale, perché le persone
partecipanti, le delegazioni ufficiali e le famiglie provengono dai cinque continenti,
da circa centocinquanta paesi; e perché rappresentano tutte le famiglie del mondo, le
tengono nel loro cuore, nella loro riflessione, nella loro preghiera, quelle credenti e
quelle non credenti, quelle unite e quelle divise, quelle felici e quelle colpite dalla
sofferenza. L’incontro, anche come evento, è di lavoro e di festa lungo tutta la sua
durata. Nei primi tre giorni, durante il Congresso Internazionale teologico-pastorale,
al quale diamo inizio questa mattina, prevale certamente il lavoro, anche per i
ragazzi, i quali sono occupati in una serie di iniziative a doppia valenza, di gioco e di
impegno formativo nello stesso tempo. Si ha comunque motivo vi ritenere che per
tutti, anche per gli adulti, la fatica possa diventare piacevole, perché il programma è
ampio, vario, dinamico e consente di fare scelte secondo le proprie preferenze. Invece gli ultimi due giorni,
con la presenza del Santo Padre Benedetto XVI, sono propriamente giorni di grande festa, pur comportando
per molte persone, organizzatori e operatori, anche un lavoro assai impegnativo.
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia è profondamente grato all’Arcidiocesi di Milano per aver preso su di
sé l’onere gravoso della preparazione, dell’organizzazione e della celebrazione di questo evento, a servizio
della Chiesa universale. Saluta con un caloroso benvenuto i Cardinali, i Vescovi, le delegazioni ufficiali dei
vari paesi, i sacerdoti, le famiglie, i relatori e tutti i partecipanti, specialmente quelli che vengono da lontano.
Ringrazia le autorità, che con la loro presenza onorano questo evento ecclesiale e più generalmente le
istituzioni civili che hanno collaborato e collaborano alla sua riuscita.
Il tema dell’Incontro Mondiale, scelto dal Santo Padre Benedetto XVI, riguarda tre valori umani, che la
Sacra Scrittura, subito fin dall’inizio, presenta come tre benedizioni di Dio. Tre benedizioni dunque collegate
all’origine dell’uomo; tre doni originari, fondanti, permanenti, essenziali per le persone e per la società. Tre
caratteristiche proprie della vita umana: solo l’uomo fa famiglia, perché egli solo è capace di amare
gratuitamente; solo l’uomo lavora, perché egli solo è capace di ragionare, progettare, scegliere; solo l’uomo
fa festa, perché egli solo sa compiacersi per la bellezza dell’essere, del vivere, del vivere insieme. Tre ambiti
di comunicazione e di relazioni interumane, che concorrono a definire l’identità delle persone e a costruire la
loro felicità. Tre dimensioni tra loro complementari e interdipendenti: la famiglia riceve sostegno dal lavoro
e il lavoro riceve capitale umano dalla famiglia; la famiglia ha bisogno della festa per godere e intensificare
la sua unità e la festa ha bisogno della famiglia e della comunità, perché non si può far festa da soli; il lavoro
riceve motivazioni, energie e gioia dalla festa e la festa suppone il lavoro e in certa misura sempre lo
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incorpora. La bellezza della vita ordinaria, il benessere esistenziale e anche quello economico dipendono
dall’autenticità e dall’armonizzazione di questi tre ambiti della vita personale e sociale.
L’attuale crisi, che non è solo economica, ma anche culturale, relazionale, religiosa, fa emergere un
malessere che era latente da tempo; acuisce il desiderio e la domanda di valori autentici; provoca alla
revisione delle dinamiche di mercato e degli stili di vita; invita a riconoscere il primato della persona e della
solidarietà, delle buone relazioni e della collaborazione. Malgrado i pericoli che minacciano oggi la famiglia,
il lavoro e la festa, questo Incontro Mondiale di Milano vuole offrire un messaggio di speranza: speranza
fondata su molti fenomeni positivi che si riscontrano anche oggi, sulle aspirazioni e sulle energie inesauribili
del cuore umano, sulla triplice benedizione di Dio, benedizione delle origini e perciò permanente,
benedizione portata a compimento dal Signore Gesù Cristo, Salvatore di tutti gli uomini e di tutto ciò che è
autenticamente umano.
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I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza
S. Em. Card. Gianfranco RAVASI
Biografia
È il presidente del Pontificio consiglio per la Cultura e delle Pontificie Commissioni per i
Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra. Nato il 18 ottobre 1942 a Merate (Lc),
è stato ordinato sacerdote della diocesi milanese il 28 giugno 1966. Il 29 settembre 2007 è
stato consacrato arcivescovo dal Papa Benedetto XVI e creato Cardinale nel Concistoro del
20 novembre 2010. È stato Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano e docente di Esegesi
dell’Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.
Titoli
La sua vasta opera letteraria ammonta a circa centocinquanta volumi, riguardanti soprattutto argomenti
biblici e scientifici. Tra questi vanno ricordate le edizioni curate e commentate dei Salmi, del Libro di
Giobbe, del Cantico dei Cantici e di Qohelet. Molto noti al grande pubblico sono i libri Breve storia
dell’anima (Mondadori, 2003), Ritorno alle virtù (Mondadori, 2005), Le porte del peccato (Mondadori,
2007), Le parole e i giorni. Nuovo Breviario Laico (Mondadori, 2008), 500 curiosità della fede (2009),
Questioni di fede (2010), Le parole del mattino (2011). Il cardinale Ravasi collabora anche a giornali tra cui
L’Osservatore Romano, Il Sole 24 Ore e Avvenire e conduce la rubrica domenicale Le frontiere dello Spirito
su Canale 5.
L'intervento del cardinale Gianfranco Ravasi al Congresso internazionale teologico pastorale
LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE E FESTA DELLA SALVEZZA
Card. Gianfranco RAVASI
Non può restare nascosta una casa collocata sul crinale di un monte: parafrasando una celebre
immagine del Discorso della Montagna (Mt 5,14), poniamo al centro della nostra riflessione un simbolo
radicale nella stessa storia dell’umanità, la casa, un segno che s’affaccia bel 2092 volte col vocabolo ebraico
bajit/bêt nell’Antico Testamento e 209 volte nel Nuovo Testamento sotto le parole analoghe oíkos e oikía,
accompagnate da uno sciame di circa quaranta termini derivati. Dal crinale, dove svetta la casa simbolica che
vogliamo delineare, si diramano due versanti che costituiscono il titolo stesso del nostro tema: da un lato,
ecco l’alfa della creazione, che si distende lungo la traiettoria della storia; dall’altro lato, ascende il versante
arduo dell’omega, ossia della festa piena della salvezza, l’escatologia, la meta attesa ove il “non ancora”
della storia si trasformerà nell’“ora” perfetta della redenzione compiuta e la Gerusalemme terrena si muterà
nella nuova Gerusalemme celeste.
Le fondamenta della “casa”-famiglia
Toda casa es un candelabro / donde arden con aislada llama las vidas. Forse questo verso era
sbocciato nella mente del giovane Jorge Luis Borges, il famoso scrittore argentino, mentre ventiquattrenne
passeggiava per una “strada ignota” della sua città, dato che la raccolta poetica s’intitola appunto Fervore a
Buenos Aires (1923). Ed effettivamente le mura dei palazzi celano al loro interno tante fiamme “appartate”
(aislada), cioè vite isolate nelle loro solitudini o nei loro drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle
divisioni, benestanti o curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La “casa”, infatti, in molte
lingue non è soltanto l’edificio di mattoni, di pietra e di cemento o la capanna o la tenda in cui si dimora (e la
mancanza di una casa è un elemento drammatico di dispersione esistenziale), ma è anche chi vi abita, è il
“casato” fatto di persone vive e di generazioni. Anzi, talora la “casa” per eccellenza è persino il tempio,
residenza terrestre di Dio.
Suggestivo, al riguardo, è il rimando di allusioni che regge l’oracolo del profeta Natan: al re Davide
che vuole erigere una “casa” (bajit) al Signore, ossia un tempio in Gerusalemme, Dio replica affermando che
sarà lui stesso a edificare per il re una “casa” (bajit), una discendenza familiare, quindi un “casato” che aprirà
una storia destinata ad approdare al Messia (2Sam 7). La “casa” simbolica che stiamo per costruire partecipa
di questa visione: è lo spazio che custodisce «l’intima comunione di vita e di amore…, la prima e vitale
cellula della società», come il Concilio Vaticano II definisce la famiglia (GS 48; AA 11). È il segno
dell’esistenza umana che si compie nella libera relazione interpersonale d’amore, come suggeriva lo scrittore
inglese Gilbert K. Chesterton nel suo scritto Fancies versus Fads (1923): «La famiglia è il test della libertà
umana perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé».
Già Aristotele, nella sua Politica, considerava la famiglia come la struttura istituita dalla natura
stessa per provvedere all’esistenza piena della persona. È spesso ripresa la nota che il famoso antropologo
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Claude Lévi-Strauss ha posto nel cuore del suo saggio sulla famiglia nella raccolta Razza e storia e altri studi
di antropologia (1952): «La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo,
una donna e i loro figli… è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Questa
convinzione è sperimentalmente confermata anche nella società contemporanea, nonostante le apparenze
contrarie, come si evince dalla quarta indagine degli “European Values Studies” (2009). Da essa risulta che
l’84% dei cittadini europei (e il 91% degli italiani) considera fondamentale la famiglia e inaspettatamente 46
paesi su 47 la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti, prima ancora del lavoro, delle
relazioni amicali, della religione e della politica.
La “casa” è, perciò, un emblema vivo e vivente che attinge all’antropologia autentica, non solo
religiosa, la quale vede nella creatura umana non una monade chiusa in sé stessa, ma una cellula in relazione
con un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si espande. In pratica, come vedremo, l’umanità si
rivela “duale”, dotata di una necessità strutturale di dialogo con l’altro. Ha, quindi, un suo fondo di verità
l’enfatica intemerata che lo scrittore francese André Gide scagliava nella sua opera Nutrimenti terrestri
(1897): «Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso della felicità!». Purtroppo,
venendo meno alla sua vocazione sociale, la famiglia adotta spesso – soprattutto nella vicenda
contemporanea – come emblema la porta blindata, così da rinchiudersi in se stessa, perdendo il suo respiro
genuino, la sua identità primigenia, ignorando chi sta fuori di quella cortina di ferro protettiva che si tramuta
in prigione.
Andando oltre, dobbiamo ricordare che la “casa”-famiglia è anche, come si diceva, l’analogia per
definire il tempio ove si raduna la famiglia che ha per padre Dio. È per questo che uno dei vocaboli per
indicare il santuario di Sion è appunto bajit e nel Nuovo Testamento entra in scena la kat’oíkon ekklesía,
l’ecclesia domestica, ove lo spazio vitale di una famiglia si può trasformare in sede dell’eucaristia, della
presenza di Cristo assiso alla stessa mensa (1Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2; cf. LG 11).
Indimenticabile è la scena dipinta dall’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia
voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20).
Iniziamo, allora, a far sorgere la “casa” simbolica e vivente che sta su quella vetta dalla quale si
dipartono i due versanti della felicità della creazione e della festa della salvezza. È necessario partire dalle
fondamenta solide, gettate sulla roccia del monte (cf. Mt 7, 24-25). La base è ovviamente costituita dalla
coppia che è la radice dalla quale si leva il tronco della famiglia. Non è possibile ora né è necessario definire
questo fondamento attraverso una compiuta teologia nuziale. Ci accontenteremo di rimandare a un testo
biblico che è l’incipit stesso delle Scritture e, quindi, della creazione. Esso è desunto da quella pagina che
contiene il progetto che il Creatore ha accarezzato come suo ideale e che ha proposto alla libertà della
creatura umana. Questo disegno primordiale emerge nel capitolo 2 della Genesi e si affida a una sorta di
collana di perle lessicali ebraiche, che ora cercheremo di far brillare in modo essenziale davanti ai nostri
occhi attraverso un settenario di termini.
La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa
risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito dalle
mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è
bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama infatti il Creatore (Gen 2,18).
Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza
nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto (‘ezer) che gli corrispondesse» (2,20). Come ha
cercato di rendere questo termine un esegeta, Jean-Louis Ska, ciò di cui ha bisogno l’uomo è «un allié qui
soit son homologue». È, dunque, un aiuto vivo e personale, un alleato nel quale egli possa fissare gli occhi
negli occhi, anche in un dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al grande Pascal –
nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli
occhi in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela.
Ecco, allora, la seconda formula ke-negdô, tradotta di solito con un “simile” o “corrispondente”
aiuto. In realtà, il suo significato di base suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità
di sguardi a cui si accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel
Dio che gli ha infuso il respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta le profondità
dell’intimo» (Pr 20,27), lo ha insignito della libertà, collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza
del bene e del male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che rivolgevano a lui il loro
muso in attesa di ricevere un nome (Gen 2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo
dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice il Siracide (36,26), ma come meglio
esclama la donna del Cantico dei cantici, un essere col quale è possibile comporre una piena reciprocità di
donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3:
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l’originale ebraico è musicalmente rimato e ritmato sul suono –ô– e –î– che denotano i due pronomi
interpersonali, “lui” e “io”, dôdî lî wa’anî lô… ’anî ledodî wedodî lî).
Passiamo, così, al terzo vocabolo che in questo caso è un simbolo: è quella “costola” sulla quale si
sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”, che
nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in
cui Dio è protagonista rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di quell’azione divina ha
luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel canto d’amore primigenio che verrà declinato nella storia in
infinite forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Carne
e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della persona
nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della
“costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non per nulla, in sumerico ti
designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto
termine che si intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne».
È evidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo, è l’Uomo di
tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia,
definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq, “unirsi”, che
letteralmente raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è vero che lo si adotta
persino per descrivere l’unione mistica con Dio: «Il mio essere si tiene stretto (dabaq) a te», canta l’orante
del Sal 63,9. Per questo san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo
corpo…, ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Col verbo dabaq si ha,
quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella sua celebrazione d’amore, di donazione
totale della coppia. D’altro lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad) che definisce
visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse alla componente successiva della “casa” che stiamo
innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche il figlio che nascerà dai
due e che porterà in sé, unendole, non solo geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi
genitori.
Possiamo, allora, concludere il disegno delle fondamenta della “casa”-famiglia con l’ultimo sguardo
a questa coppia e al loro nome che ci presenta le ultime due parole: la donna «la si chiamerà ’isshah , perché
da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto
ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro dignità radicale, ma
differenti nella loro identità individuale: ’ish è l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine
ma al femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi persone umane, pur nella diversità
dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria,
dialogica e complementare. La persona umana è, quindi, “duale” ed è così che realizza la sua autentica
“identità”.
Abbiamo, dunque, inanellato un settenario di vocaboli che reggono la base da cui sorge la famiglia,
ossia la coppia: ‘ezer-aiuto indispensabile, che è ke-negdô, ci sta di fronte alla pari, simbolicamente
raffigurato nella “costola”, cioè nella stessa componente strutturale dell’essere umano; l’uno e l’altra si
abbracciano (dabaq), divenendo “una carne unica” (basar ’ehad) e recando i nomi uguali ma non identici di
’ish e di ’isshah. A suggello facciamo risuonare un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della
tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per
essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal
lato del cuore per essere amata». Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello
trascendente ulteriore che l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32) e la teologia “sacramento”. In modo
illuminante il teologo martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso: «Il
matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel
riquadro isolato della vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della catena di
generazioni che Dio chiama al suo regno».
Le pareti di pietre vive
Quando san Pietro tratteggia «l’edificio spirituale» della comunità ecclesiale, descrive le sue ideali
pareti come costituite da líthoi zóntes, «pietre vive», che s’aggregano attorno alla «pietra viva» fondamentale
che è Cristo (1Pt 2,4-5). Raccogliamo questa simbologia e la applichiamo alla casa che stiamo innalzando,
quella della famiglia. Anche nel Cantico dei cantici, che è per eccellenza il poema dell’amore, si leva un
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“muro” al quale è appoggiato l’amato e questa parete è detta in ebraico kotel (Ct 2,9), che è lo stesso termine
con cui oggi si denomina il muro del tempio di Gerusalemme davanti al quale l’Israele prega il Signore.
Ebbene, quali sono le “pietre vive” che compongono le pareti della famiglia innalzandola verso l’alto, l’oltre,
il futuro? Sono i figli. È curioso notare che, statisticamente parlando, la parola che ricorre più volte
nell’Antico Testamento – al di là delle congiunzioni, gli articoli, le preposizioni e gli avverbi, e dopo il nome
divino Jhwh (6828 volte) – è il vocabolo ben, “figlio”, che risuona per 4929 volte!
Il legame di ben con la casa risulta diretto e intimo se si tiene conto che il verbo “costruire, edificare”
in ebraico è banah, e la rappresentazione più incisiva di questo vincolo stretto è nella miniatura poetica del
Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del
Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i
figli (ben) avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha colma la faretra: non sarà umiliato quando verrà alla
porta a trattare coi suoi nemici». Certamente il Salmo riflette una società di stampo agrario ove le braccia per
il lavoro nei campi e negli scontri tribali erano decisive. La scena finale è tipicamente orientale: il padre,
simile a uno sceicco, attorniato dalla sua folta e vigorosa prole, quasi fosse una guardia del corpo, incute
timore quando si presenta alla porta davanti ai suoi avversari. Già nella Sapienza di Ani, un testo egizio del
XIII secolo a.C., si leggeva: «L’uomo i cui figli sono numerosi è salutato rispettosamente e temuto a causa
dei suoi figli». La pienezza della famiglia è tendenzialmente affidata alla discendenza.
Tuttavia, per approfondire questo tema in chiave teologica, raccogliamo l’invito stesso di Cristo che
spinge, per parlare della famiglia, a risalire ap’ archés, “in principio”, e ritorniamo alla Genesi, a un passo
del primo racconto della creazione posto proprio in apertura alla Bibbia. Là si legge questa frase: «Dio creò
l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e femmina li creò» (1,27). Lo schema del
parallelismo tipico della letteratura semitica rivela che “immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo
proprio la coppia “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato e accanto a lui si asside una compagna divina,
come l’Ishtar-Astarte babilonese? Ovviamente no, sapendo con quanta nettezza la Bibbia rifiuti come
idolatrica questa concezione diffusa tra gli indigeni Cananei della Terrasanta. Dio resta trascendente, ma è
creatore e la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un
segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce)
che raffigura il Dio creatore e salvatore.
L’amore fecondo è, perciò, il simbolo della realtà intima di Dio e proprio per questo il racconto della
Genesi, secondo la cosiddetta “Tradizione Sacerdotale”, è tutto scandito sulle sequenze genealogiche (1,28;
2,4; 9,1.7; 10; 17,2.16; 25,11; 28,3; 35, 9.11; 47,27; 48,3-4): la capacità di generare della coppia umana è la
via sulla quale si snoda la storia della salvezza. Possiamo, anzi, dire che l’intera Bibbia è per molti versi
un’ininterrotta storia di famiglie. È, però, da notare che, accanto all’“immagine” (selem), si parla anche di
“somiglianza” (demût), un modo per sottolineare la non-identità totale fra divinità e umanità; esiste una
distanza, marcata proprio da questo secondo vocabolo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la
nostra somiglianza» (1,26). Il mistero di Dio ci trascende, ci precede e ci eccede.
Sta di fatto, però, che la relazione generativa umana diverrà l’analogia illuminante per scoprire il
mistero di Dio: fondamentale al riguardo è la visione trinitaria cristiana che introduce in Dio un Padre, un
Figlio e lo Spirito d’amore. Dio-Trinità è comunione di amore e la famiglia ne è il riflesso vivente. E come i
tre umani, uomo-donna-figlio, sono “una cosa sola”, così Padre-Figlio-Spirito sono un unico Dio. Le parole
di Giovanni Paolo II, pronunciate il 28 gennaio 1979, durante il suo viaggio apostolico in Messico, sono
illuminanti: «Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento
che ci sono in lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella
famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina».
L’analogia trinitaria, come è noto, ha poi una declinazione cristologico-ecclesiale da parte di san Paolo
riguardo al “mistero” dell’unione nuziale (Ef 5,21-33).
Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa familiare sono incise due epigrafi
che delineano l’impegno vitale morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da
un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo
alla pienezza del progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,27-28; 19,3-9). D’altro
lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paternomaterna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la famiglia la cellula
germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in
tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia, a partire dalle celebri
“tavole domestiche” paoline (Ef 5,21-6,9; Col 3,18-4,1).
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Le tre stanze della “casa”-famiglia
Una casa è costituita da spazi diversi in cui si consuma l’esistenza dei suoi abitanti. Noi ora
evochiamo tre locali simbolici e lo facciamo in modo molto essenziale, consapevoli in realtà che in essi si
nascondono opere e giorni ora monotoni ora esaltanti. La prima è la stanza del dolore. Aveva ragione Tolstoj
quando, nel suo celebre romanzo Anna Karenina, affermava che «le famiglie felici si somigliano tutte; le
famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo». La Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla
brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo,
Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide col figlio Assalonne
aspirante parricida, fino a giungere alle molteplici difficoltà che costellano quel mirabile racconto familiare
che è il libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe abbandonato e isolato: «I miei fratelli si sono
allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie,
faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17). Lo stesso Gesù nasce all’interno di una famiglia di
profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte
nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain o del padre
dell’epilettico di un villaggio ai piedi del monte della Trasfigurazione.
Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che
s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle
sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Lc 15,11-32) fino ai figli difficili dai
comportamenti inspiegabili (Mt 21,28-31) o a quelli vittima di violenza (Mc 12,1-9). E si interessa anche di
nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Gv 2,1-10; Mt 22,1-10),
così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Lc 15,8-10). Si
potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, naturalmente giungendo fino ai
nostri giorni quando le pareti domestiche registrano spesso la decostruzione dell’intero edificio familiare in
una sorta di terremoto. La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti e così via si
allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di
rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale
e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della
pornografia e via dicendo.
Una lista di realtà che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e che rende la casa un qualcosa di
“liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli che impongono continue riflessioni di natura culturale,
sociale ed etica. Noi ci fermiamo qui, affidando ad altri questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli
interrogativi, uno spazio dai confini incerti che lo rendono contenitore di “mondovisioni” diverse, di veri e
propri “multiversi” incontenibili. Accanto, però, troviamo subito un altro locale ove ferve l’opera umana, ma
che, purtroppo, non di rado ai nostri giorni si fa deserto e sembra aprire le sue porte quasi automaticamente
alla camera della sofferenza appena descritta. Parliamo, infatti, della stanza del lavoro. Nel progetto divino
della creazione da cui siamo partiti l’uomo era invitato a “prendere possesso” (kabash) e a “governare”
(radah) il creato, simbolicamente rappresentato come un giardino ricco, fertile e popoloso: «Riempite la
terra, prendetene possesso e governate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia
sulla terra» (Gen 1,28).
Anzi, si ribadiva – usando in ebraico i verbi stessi del culto e dell’alleanza con Dio, ‘abad e shamar,
“servire” e “osservare” – che «il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo
coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Dopo tutto, la stessa rappresentazione del Creatore è
quella di un lavoratore che opera (bara’, “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana lavorativa di
sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un
vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 13-16; Gb 10,8-11). Egli
nella sua opera di creazione non è certo simile a un guerriero distruttore come si aveva, invece, nelle antiche
cosmologie del Vicino Oriente. È in questa luce che il Salmista dipinge un delizioso interno familiare che ha
al centro una festosa tavolata ove è assiso il padre che può nutrire se stesso, la sua sposa, comparata a una
vite feconda, e i figli, vigorosi virgulti d’olivo, attraverso «la fatica delle sue mani» (Sal 128, 2-3). È una
felicità che nasce dall’impegno pesante del lavoro (labor in latino è anche “travaglio”, come nel francese
travail, e deriva dalla radice indoeuropea labh- che designa un “afferrare” per trasformare).
È una serenità che dilaga anche nella società e nelle generazioni future: «Possa tu vedere il bene di
Gerusalemme… Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!» (128, 5-6). Il lavoro, infatti, è un dono divino, come
suggerisce il Salmo precedente, il 127, quello del padre e dei figli a cui abbiamo già accennato: «Se il
Signore non vigila sulla città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate
un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la materfamilias il cui ritratto suggella il libro dei
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Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da
attirarsi la lode del marito e dei figli (31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto
senza esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre la regola ferrea: «Chi non lavora
neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At 18,3).
Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come
si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a
giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto
stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si
era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea
sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla
solidità della “casa”-famiglia. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce
nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti della natura, devastandola, sfruttandola
egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa alienazione,
segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del suolo (Gen 3,17-19) e dagli squilibri economicosociali contro i quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e
Amos per giungere fino allo stesso Gesù (ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di
ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul Beauchamp, nella sua opera La legge di
Dio: «O l’uomo adora Dio perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui stesso ad averlo
fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui che ho fatto… L’idolatria colpisce il lavoro, come certe
malattie colpiscono più alcuni organi che altri».
La stanza della festa
C’è, però, una terza e ultima camera della nostra “casa” simbolica: è la stanza della festa e della
gioia familiare. Essa, come suggeriva il filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che «si apre verso
l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi». E comunicare con l’esterno può essere
complesso e faticoso perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la civiltà digitale con la
sua rete che avvolge il globo, il fermento della scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come
nel caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti diversi e il cosiddetto “meticciato”
delle culture e via elencando. Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la festa della
famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua identità cristiana in forma non aggressiva e
integralistica, ma sappia anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo. Bisogna, quindi,
ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa
preparazione, come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: «Se si
vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa».
Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro. A questo proposito è significativo
ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un
elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa. L’uomo è considerato il vertice della
creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/buona” (Gen
1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di
imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale,
spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa
ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno,
infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per
questo, il sabato è tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e “consacrato”: «Dio
benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (2,3), rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel
tempo, scandito dall’eternità.
L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel tempio/tempo eterno divino.
Come scriveva il pensatore mistico ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), «per sei
giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo.
In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della
creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo». In questa linea è
significativo registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa
sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la
liberazione dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es 20,8-11 si celebra l’ingresso
nel riposo perfetto ed eterno del settimo giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della
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creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che
strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio.
È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più
compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7 – 4,11). È per
questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il settimo giorno è il segno della
risurrezione e del mondo futuro». È per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la Pasqua, è di sua
natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscitaesodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra promessa che diventa
un simbolo della patria celeste, come appare esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia
dell’Apocalisse.
È per questo, come si è già ricordato in apertura, che la celebrazione eucaristica delle origini
cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,1733). Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro figli. Già nell’antico Israele la
famiglia era il luogo della catechesi: è ciò che brilla nel racconto della celebrazione pasquale e che sarà
esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella “narrazione” dialogica che accompagna il rito pasquale.
Anzi, il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri
ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni
gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in
Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli,
perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro
figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi
comandi» (78, 3-7).
Pertanto, la festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli
Ebrei, né è un mero week-end, ma è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile alla
creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti e che
è già pregustata nella liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (Ap 1,10). Possiamo, dunque,
affermare con Benedetto XVI che «il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie:
ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto
della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il
lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente
umana».
Queste parole del Papa, desunte dalla Lettera per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie,
riassumono la nostra visita ideale nella sala della festa che si apre nella casa simbolica che abbiamo descritto.
Ricorrendo al celebre motto benedettino, possiamo dire che il labora dell’impegno feriale si deve aprire
all’ora della liturgia festiva, conservando comunque l’unità dell’Ora et labora settimanale. La porta della
“casa”-famiglia si spalanca, quindi, anche sull’altro versante del monte ove essa è posta, un versante
illuminato dal sole dell’eternità e dell’infinito. Detto in altri termini, la stanza della festa ha davanti a sé una
terrazza che s’affaccia sul cielo e sul futuro escatologico, quando tutte le tribù di Israele e «una moltitudine
immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua staranno tutte in piedi davanti al trono e
davanti all’Agnello, avvolte in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9).
Sarà, quindi, la liturgia perfetta, la festa eterna, il futuro definitivo che era prefigurato proprio dai
figli che evocavano nella storia la novità, l’alterità, la continuità temporale, l’attesa, la progettualità. A quella
“immortalità” affidata alle generazioni che si distendono nel tempo succede ora la vera e piena immortalità,
la pasqua che non ha tramonto: «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà un unico giorno,
solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà
bisogno della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà
l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio
«asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le
cose di prima sono passate» (Ap 21,4).
Mentre contempliamo la “casa”-famiglia che dovremmo erigere nella nostra storia sulla scia del
desiderio che Dio ha espresso nelle Scritture, risuona un’ultima parola: è quella della speranza, virtù molto
realistica, come affermava il poeta francese Charles Péguy che ad essa ha dedicato un poemetto, Il portico
del mistero della seconda virtù (1911): «È sperare la cosa difficile / a voce bassa e vergognosamente. / E la
cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione». Certo, è arduo edificare e tener salda questa casa, come
ripeteva il grande Montaigne nei suoi Saggi, perché «governare una famiglia è poco meno difficile che
governare un regno». Eppure, l’amore fiducioso e generoso può compiere miracoli. Persino un pessimista
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come il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nella sua amara Casa di bambola (1879), non esitava a
riconoscere – sia pure al negativo – che «la vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda solo
sul principio dell’io ti do e tu mi dai». Cristo ha introdotto, invece, quest’altro principio: «Non c’è amore più
grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Gv 15,13), varcando così la stessa legge, pur alta,
dell’«amare il prossimo come se stessi».
Immaginiamo, allora, di intuire in finale, in una stanza della nostra casa simbolica, quel delizioso
quadretto che il Salmista ha abbozzato soltanto con 11 vocaboli in un testo composto di sole 30 parole
ebraiche. È il Sal 131 che introduce nella famiglia e nella fede quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente
ignorata, la tenerezza. Come accade altrove nella Bibbia (ad es. Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), il legame tra il
fedele e il suo Signore è modellato sul rapporto genitoriale. Qui è la dolce e tenera intimità che intercorre tra
una madre e il suo bambino. Non si tratta, però, di un neonato che, dopo essere stato allattato, dorme placido
tra le braccia della sua mamma, bensì – come esplicita il vocabolo ebraico gamûl – è di scena un bimbo
“svezzato” che s’attacca consapevolmente alla madre che lo porta sul dorso, in una relazione di intimità
cosciente e non meramente biologica.
Canta, dunque, il Salmista: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla; come un bimbo svezzato in
braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (131,2). In dissolvenza potremmo far
scorrere un’altra scenetta parallela, quella di un padre profeta, Osea, il quale metteva in bocca a Dio padre
questo soliloquio familiare che immaginiamo di intravedere anch’esso da una delle finestre della nostra
“casa” simbolica: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per
mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi solleva un bimbo alla sua
guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Con quest’ultimo sguardo che intreccia
fede e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che
la Parola di Dio affida alle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una comunione di
persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività
procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la
preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa
la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205).
BIBLIOGRAFIA
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Chiesa, a cura di G. Crepaldi e E. Colom, LAS, Roma 2005, pp. 301-334 (“Famiglia: dimensione sociale”).
RATZINGER J. – BENEDETTO XVI, Impariamo ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana, San
Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007.
22
ROCCHETTA C., Teologia della Famiglia, Dehoniane, Bologna 2011 (con ampia selezione bibliografica
nelle pp. 595-608).
SCOLA A., Il mistero nuziale. 1. Uomo e donna; 2. Matrimonio e famiglia, Mursia, Milano 1998 e 2000.
SKA J. L., La strada e la casa. Itinerari biblici, Dehoniane, Bologna 2001.
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TOSATO A., Il matrimonio nel giudaismo antico e nel Nuovo Testamento, Città Nuova, Roma 1976.
VIVALDELLI G. – ÉDART J.-B., Tra moglie e marito… Matrimonio e famiglia nella Bibbia, San Paolo,
Cinisello Balsamo (MI) 2010.
2
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WESTERMANN C., Genesis, Neukirchener Verlag, Neukirchen-Vluyn 1982.
30.05.2012 - 16:21 | Filippo Magni
23
II La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo
Prof. Luigino BRUNI
L'intervento del professor Luigino Bruni, coordinatore del progetto di Economia di comunione
“In una cultura dei consumi e della finanza che non capendo più il lavoro non riesce a
capire e a vivere neanche la festa - ha esordito il professor Luigino Bruni,
coordinatore del progetto di Economia di comunione - occorre tornare a rileggere la
famiglia il lavoro e la festa assieme”, alla luce di due parole-chiave - gratuità e dono che all’apparenza sembrano “totalmente altre” rispetto all’ambito economico.
La gratuità - ha spiegato Bruni - è un’arte che si apprende in famiglia: “uno dei compiti tipici della famiglia è
proprio formare nelle persone l’etica del lavoro ben fatto semplicemente perché… le cose vanno fatte bene,
perché esiste nelle cose una vocazione che va rispettata in sé, anche quando nessuno mi vede, mi applaude,
mi punisce e mi premia”. Spogliata da fraintendimenti indebiti, la gratuità “è un modo di agire e uno stile di
vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stesso, alla natura, alle cose, non per usarli utilitaristicamente,
ma per riconoscerli nella loro alterità, rispettarli e servirli ed entrare in rapporto con loro”. Non si tratta però
di contrapporre il dono al mercato, la gratuità al doveroso, “poiché esistono, invece, delle grandi aeree di
complementarietà: il contratto può, e deve, sussidiare la reciprocità del dono”: è quanto avviene in molte
esperienze di economia sociale e civile, dal commercio equo e solidale all’Economia di comunione (di cui
Bruni è una delle “menti”).
Gratuità significa dunque riconoscere che un comportamento va fatto perché è buono in sé, e non per la sua
ricompensa o sanzione esterni. Questa idea-guida ha evidenti ripercussioni tanto in seno alla famiglia (no alla
“paghetta” per i figli per non inquinare un rapporto che deve rimanere gratuito) quanto nel mondo del lavoro.
Il salario, nella proposta di Bruni, va inteso come il giusto riconoscimento del lavoro svolto, ma non deve
mai diventare incentivo, pena trasformare il denaro nell’unica motivazione del lavoro. E proprio questa una
delle derive cui assistiamo oggi: “La cultura economica capitalistica dominante – ha denunciato con forza
Bruni - sta operando una rivoluzione silenziosa ma di portata epocale su cui diciamo troppo poco anche
come cristiani: il denaro è diventato il principale o unico perché del lavorare”.
All’estremo opposto “non dobbiamo restare inermi e silenti di fronte ad un sistema economico-politico che
remunera con stipendi milionari manager privati e pubblici, e lascia indigenti maestre e infermieri. E’ una
questione di giustizia, e quindi politica, etica e spirituale”.
Ecco perché occorre recuperare un’attenzione globale alla persona, in ogni ambito della vita. L’economia e il
lavoro debbono riconciliarsi anche con la festa, che “non è capita dall’economia capitalistica per le stesse
ragioni per le quali non comprende il vero dono”, essendo “essenzialmente una faccenda di gratuità e di
relazioni”.
“Le famiglie sanno quali grandi fallimenti produce un consumismo che riempie con le merci il vuoto dei
rapporti”. Le relazioni umane vengono spesso sostituite oggi da gioco, lotterie, alcool, televisione, cibo…
Ecco perché è tempo – ha concluso Bruni – di lanciare “una moratoria internazionale della pubblicità rivolta
direttamente ai bambini”.
30.05.2012 - 16:34 | Ufficio stampa Family2012
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GIOVEDI 31 MAGGIO 2012
Bagnasco: Le famiglie qui riunite saranno profezia per il mondo
La Lectio divina dell'Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
Il cardinale Angelo Bagnasco ha avviato la seconda giornata del Congresso internazionale teologico
pastorale con la Lectio divina. Di seguito il testo dell'intervento.
Carissimi Fratelli e Sorelle
1.È motivo di gioia partecipare all’Incontro Mondiale delle Famiglie: ed è una grazia poter insieme
professare l’unica fede, lodare e pregare il Signore Gesù, incontrare il Santo Padre Benedetto XVI che ci
confermerà con la sua presenza e la sua parola.
Giunte da tutte le parti della Terra, le famiglie saranno in questi giorni una profezia per il mondo. Diranno
con la forza della testimonianza la gioia della vocazione al matrimonio e alla famiglia, diranno sui tetti che
la famiglia è il motore della vita, che è cuore pulsante e patrimonio dell’umanità. Sì, è patrimonio
ineguagliabile, l’unico che ci consente di proiettarci nel futuro in quanto permette di tenere insieme le
differenze dell’umano, quelle relative ai sessi e quelle relative all’età: è il grembo insostituibile in cui spunta
la vita, si afferma l’identità e la maturità delle persone, la loro progressiva apertura alla vita sociale; è la
prima scuola di fede.
Per questo, se la società distrae l’attenzione dalla famiglia, va anche contro se stessa perché indebolisce la
coesione, la serenità e il suo futuro. Ma non si tratta solamente di sostenere l’istituto famigliare, urge anche
ricuperare la “cultura della famiglia”, vale a dire un modo di pensare comune, dove la bellezza e la dignità
della famiglia naturale siano percepiti come il nucleo generatore dell’umano e del vivere insieme. Per questo
è unica e ineguagliabile.
E’ necessaria una cultura che guardi con particolare stima alla famiglia fondata sul matrimonio; che la
sostenga in ogni modo riconoscendola come la propria matrice più profonda e vitale. Essa ha le sue radici nel
cuore stesso di Dio Uno e Trino.
Gesù ha rivelato al mondo che Dio è uno e unico, ma non è solitudine: è comunione, Amore-Padre, AmoreFiglio, Amore-Spirito Santo. L’uomo porta in sé questa impronta, il segno della sua Origine. Per questo è
relazione e comunione, e la famiglia è la prima, fondamentale forma di vita sociale.
2.Il brano evangelico, appena ascoltato, getta una luce sulla “sequela Christi”. Molti sono i doveri che la vita
della famiglia comporta e ai quali deve rispondere: il pane quotidiano, l'educazione dei figli, il lavoro, gioie
e prove. E' richiesto impegno e fatica, e si registrano successi e delusioni. La fede non ci esime dalle
responsabilità e dai pesi dell’esistenza, ma ci richiama ad alcune verità.
Innanzitutto, Gesù ci ricorda che non siamo mai soli: Egli ci parla del Padre. Il Signore non intende
provvedere agli uomini come fa con gli uccelli del cielo e con i gigli del campo, ma assicura ad ogni uomo di
stargli a fianco, di camminare con lui, di sostenerlo con il suo amore. E questo cambia l’orizzonte delle cose.
In secondo luogo, siamo sollecitati ad impegnarci con serietà ma senza dimenticare che esistono dei limiti
che nessuna fatica può superare, obiettivi che sono fuori della portata umana. Perdere il senso del limite ha
portato il mondo su strade sbagliate e dannose: il progresso, la libertà, la competizione, il consumo…senza
misura, prima o dopo si ritorcono contro l’uomo. In quel “non si può allungare la vita” , di cui parla il
Vangelo, è riassunta la saggezza e l’intelligenza delle cose.
Ma il testo riporta anche una parola che sembra una sentenza: “A ciascun giorno la sua pena”. Non viene
raccomandato il vivere alla giornata come stile di vita senza una opportuna previdenza, senza programmare
le cose per quanto possibile. Si tratta piuttosto di non affidare la nostra vita alla programmazione anziché a
Dio. Se è giusto e doveroso cercare di prevedere e di provvedere, è altrettanto necessaria la fiducia nel
Signore. Non tutto può essere catalogato nei nostri schemi e nei nostri tempi: dobbiamo essere pronti al
domani, ma sapendo che esso è nelle mani del Padre.
Infine, Gesù invita a cercare “anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. Se molti sono i beni a cui
dobbiamo pensare, non tutti hanno il medesimo valore: e il Signore ci chiede di avere sguardo e cuore
anzitutto per Lui. Egli ci ama ed è con noi, il suo amore vuole raggiungere ogni uomo, dilatarsi su tutta la
terra. Quando l’anima è raccolta in Lui - il Regno di Dio - allora può affrontare ogni responsabilità terrena: la
luce e la forza di Dio, la speranza affidabile che è Cristo, saranno con lei. E allora tutto diventa possibile e si
riempie di eterno.
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Filippo Magni
III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede
S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI
Biografia
Il Cardinale Dionigi Tettamanzi è arcivescovo emerito di Milano. È nato a Renate, in provincia di Milano, il
14 marzo 1934. Entrato all'età di undici anni nel seminario diocesano San Pietro di Seveso,
inizia gli studi, completati poi nel seminario di Venegono Inferiore. Lì frequenta anche i
corsi istituzionali di Teologia, fino alla Licenza ottenuta nel 1957. Il 28 giugno del 1957
viene ordinato sacerdote dall'allora Arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista
Montini, e pochi mesi dopo viene inviato al Pontificio Seminario Lombardo di Roma, dove
rimane per due anni, frequentando la Pontificia Università Gregoriana. Nel 1959 consegue
il dottorato in Sacra Teologia con una tesi su: «Il dovere dell'apostolato dei laici», fa poi rientro in diocesi di
Milano come professore di discipline teologiche ai chierici prefetti nei seminari di Masnago e di Seveso,
dove risiede fino all'autunno 1966. Trasferitosi presso il seminario maggiore di Venegono Inferiore, per oltre
vent'anni insegna Morale fondamentale e svolge i trattati del matrimonio e della penitenza sotto il profilo
dogmatico-morale. Nello stesso periodo, insegna Teologia pastorale a Milano presso l'Istituto Sacerdotale
Maria Immacolata e presso l'Istituto Regionale Lombardo di Pastorale. Inoltre tiene corsi di morale presso il
seminario teologico dei Comboniani a Venegono Superiore, l'Istituto Teologico Fiorentino e il Pime di
Milano. L'11 settembre 1987, la Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica chiama monsignor Dionigi
Tettamanzi a reggere il Pontificio Seminario Lombardo e Roma, dove rimane per un paio d'anni, durante i
quali, ha l'opportunità di tenere un corso di morale presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 1° luglio
1989 viene eletto Arcivescovo Metropolita di Ancona-Osimo e il 23 settembre riceve l’ordinazione
episcopale nel Duomo di Milano per l’imposizione delle mani e la preghiera del Cardinale Carlo Maria
Martini. Nel Giugno 1990 è eletto Presidente della Commissione episcopale della Cei per la famiglia. Il 14
marzo 1991 viene nominato Segretario generale della Cei. Il 20 aprile 1995 viene nominato da Giovanni
Paolo II arcivescovo metropolita di Genova. L'11 luglio 2002 viene nominato dal Santo Padre, Arcivescovo
Metropolita di Milano.Il 29 settembre 2002 fa l'ingresso solenne in Diocesi . Il 28 giugno 2011 è stato
nominato Amministratore apostolico della Chiesa ambrosiana. Dal 9 settembre 2011 è Arcivescovo emerito.
La relazione del Cardinale Dionigi Tettamanzi presentata oggi al Congresso Teologico Pastorale
Di seguito il testo integrale della relazione.
Introduzione
Inizio questa relazione su “La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede” raccogliendo l’invito
della Lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo
su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,1-2). I nostri occhi, dunque, siano
fissi sul volto di Cristo: sul volto di lui come “figlio del falegname” di Nazareth, di lui che – dice il Concilio
Vaticano II - “ha lavorato con mani d’uomo” (Gaudium et spes, 22).
Vogliamo così riscoprire la dimensione familiare del lavoro umano, grati al Santo Padre che con questo
Incontro Mondiale delle Famiglie ha posto esplicitamente alla nostra attenzione il soggetto famiglia in stretta
relazione con il lavoro e la festa. E questo volutamente, in un contesto in cui non è abituale mettere a tema il
rapporto tra la famiglia e il lavoro, mentre è diffusa la considerazione del rapporto tra la persona soltanto e il
suo lavoro, in seguito alla cultura post-moderna con il suo accento sull’individuo, sulla persona spogliata
delle sue relazioni, come se non esistessero o fossero realtà irrilevante.
L’esperienza però ci dice che tutti noi siamo frutto di molteplici relazioni, da quella che ci ha generato a
quelle che ci hanno fatto crescere. Di più: il nostro relazionarci nasce dal fatto che siamo stati creati per
amare, non per vivere da esseri chiusi in se stessi! Anche il nostro lavorare, allora, e il nostro riposare
entrano nella dinamica di una relazionalità di amore! Anche la società e la sua crescita umana sono legate sì
al lavoro, ma anzitutto all’amore e all’amore familiare, quello che unisce per sempre un uomo e una donna
in modo esclusivo, fecondo, fedele, e che trova nel Signore la sua sorgente, il suo sostegno! Siamo stati
creati da Dio, che è Trinità d’amore!
Rileviamo però come tutte queste realtà sono poste in discussione da un contesto fortemente centrato
sull’individuo e aspramente conflittuale: la famiglia è discussa; le relazioni anche; il lavoro genera spesso
divisioni e contrapposizioni, e l’umanizzazione da esso apportata rischia di intravvedersi sempre meno. In
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una prospettiva secolarizzata, famiglia e lavoro finiscono per essere considerati in un’ottica di pura utilità, di
ricerca del proprio individuale interesse.
Ma che cosa succede se a dominare è una logica di pura utilità? E come è possibile liberarsi da questa
logica?
Cerchiamo ora una risposta, riferendoci alla ragione e alla fede, in particolare alla Parola di Dio che nel
tempo trova la sua espressione nella dottrina sociale della Chiesa e che a tutti noi rivolge il suo dono di
grazia e il suo appello alla responsabilità nell’ethos del nostro vivere quotidiano.
Sono questi i tre momenti della nostra relazione.
La testimonianza della Parola di Dio: famiglia e lavoro, segni della benedizione di Dio
Del lavoro ci parla la Bibbia sin dall’inizio, presentandoci Dio come il Creatore onnipotente che plasma
l’uomo a sua immagine e lo invita a lavorare la terra e a custodire il giardino dell’Eden (cfr. Gn 1,26ss.;
2,15). Eccone il contenuto nel commento del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “Alla prima
coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (cfr. Gen
1,28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi, tuttavia, non deve essere dispotico e dissennato; al
contrario, egli deve ‘coltivare e custodire’ (cfr. Gen 2,15) i beni creati da Dio: beni che l’uomo non ha creato,
ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità” (n. 255).
Questo messaggio iniziale della Bibbia avrà il suo sviluppo nelle epoche successive della storia e troverà la
sua rivelazione piena nel Nuovo Testamento con il messaggio di Gesù e dei suoi Apostoli e la sua
permanente ripresentazione nella vita della Chiesa.
Desidero ora soffermarmi su due quadri biblici: quello della benedizione di Dio e quello del comandamento
del Sabato. Ci aiuteranno a cogliere il disegno del Signore, dunque la grazia e la responsabilità di vivere il
rapporto famiglia-lavoro in pienezza di umanità e come via alla santità.
La benedizione del Salmo 128
La benedizione di Dio è descritta in particolare dal Salmo 128, con queste parole:
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Dalla fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Pace su Israele!
Ecco: il Salmo parte da una benedizione che canta la felicità della vita familiare in un quadro che dipinge la
sposa nell’intimità della casa, presenta il valore e insieme la fatica del lavoro dell’uomo, parla della gioia
della mensa arricchita dai figli.
Tutto è posto sotto il segno della benedizione divina, perché è “dal principio” che il Creatore ha pensato
all’umanità come alla relazione vivente di uomo e donna, chiamati insieme a “dominare” la creazione (cfr
Gn 1,26-28). Il riconoscimento poi di questo disegno è la benedizione umana come risposta libera al piano di
Dio, una risposta che inneggia alla bellezza dell’amore familiare e condivide i beni prodotti con il lavoro,
continuando nella solidarietà l’opera creatrice del Signore.
Così la gioia dell’essere famiglia e la dimensione del lavoro sono tanto armonizzate tra loro da formare un
tutt’uno. Certo il Salmo intende cantare l’amore familiare. Nello stesso tempo però il lavoro appare come
realtà espressiva e parte integrante di questo amore. Amare e lavorare, assieme al fare festa, sono davvero
gli elementi essenziali di una vita familiare. Senza queste realtà non vi sarebbe umanità, né famiglia, né vita,
né sviluppo di un mondo nuovo, umanizzato e perennemente migliorato dall’amore e dal “dominio” umano.
Certo le immagini di famiglia e di lavoro presenti nel Salmo presuppongono un ambiente sociale molto
diverso dal nostro: vi troviamo una visione monogamica indiscussa, la presenza di molti figli, i ruoli
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familiari semplificati (il padre che lavora per procacciarsi il sostentamento; la madre che nascosta sta
nell’intimità della casa; i figli a tavola pieni di appetito e di gioia), il mangiare insieme come simbolo
dell’unità familiare.
Le immagini poi della vite e dell’olivo suggeriscono subito esuberanza per i figli che crescono e fecondità
per la madre. In particolare, la vite esprime la gioia dell’amore; e insieme ci parla della benedizione di Dio
che crea la fecondità.
Le immagini però, in un orizzonte più ampio, rimandano alla grande famiglia d’Israele. In realtà il Salmo
sfocia su Gerusalemme, la capitale ovvero la madre, e su Israele ovvero Giacobbe, il padre delle dodici tribù.
E così la relazione familiare del marito con la madre e con i figli si allarga sino a comprendere la relazione
del singolo figlio di Israele con la madre Gerusalemme e il padre Israele. In tal modo la benedizione
promessa passa dalla lunga vita del singolo al benessere della capitale e alla pace di tutto Israele.
Lavoro e riposo nel comandamento del Sabato
Una seconda prospettiva biblica è data dal comandamento del Sabato (cfr. Dt 5,12-15; Es 20,8-11), che
riguarda sì il riposo ma secondo una formulazione che dà senso anche al lavoro e che pone il tutto in
un’ottica familiare.
Come ogni altro comandamento, anche il Sabato si situa nella logica dell’alleanza tra Dio e il popolo. Il
comandamento infatti è donato a Israele, non gli è imposto (cfr. Dt 5,33); comporta però la risposta libera al
cammino proposto da Dio che l’ha liberato. Ora è precisamente con il riposo settimanale del Sabato che
l’umanità può anticipare il realizzarsi della piena libertà quale si avrà con il settimo giorno di Dio, la meta
ultima verso cui l’intera creazione è in cammino.
È la famiglia come tale che deve osservare il riposo del Sabato, ricordando la liberazione dalla schiavitù
d’Egitto e anticipando nel tempo umano il settimo giorno di Dio. Vivere il sabato è una caparra della
promessa di Dio che benedice il lavoro dell’uomo e ne anticipa il compimento: in tal modo il riposo
sabbatico è segno reale della liberazione dal lavoro come faticosità, come schiavitù, pura alienazione, “non
senso”.
Ma non è la sua capacità di homo faber a redimere i limiti e i pesi della temporalità, bensì la partecipazione
al riposo di Dio: è, dunque, la sua dimensione di homo religiosus, in quanto anticipa la meta del settimo
giorno di Dio. In esso, nella comunione con Dio, egli troverà la sovrabbondante pienezza della sua dignità.
Per concludere, l’umanità non è finalizzata al lavoro, ma al Sabato; l’umanità intesa non come singolo
individuo, ma come famiglia: spetta infatti al capofamiglia indire l’osservanza del Sabato. E quel “non farai
alcun lavoro, nè tu, né tuo figlio, ecc.” dice anche di rapporti sociali profondamente mutati dal Sabato. Il
tempo del lavoro, infatti, inevitabilmente differenzia e divide; quando invece si riposa e si fa festa, le stesse
disuguaglianze sociali appaiono attenuate: si familiarizza, si condivide, si comunica. Ancora una volta, il
culto riferito a Dio e la liberazione delle persone e delle loro relazioni vanno nella stessa direzione. Sì,
abbiamo bisogno – e oggi ancora più di ieri – di un tempo di festa vissuto da tutta la famiglia, perché esso è
importante, è indispensabile sotto il profilo sociale ed educativo.
2. La Parola della Chiesa: Famiglia e lavoro, edificazione della societa’ e umanizzazione del mondo
A partire dalla benedizione originaria di Dio che promuove il lavoro umano vogliamo ora addentrarci nel
percorso suscitato dalla fede cristiana nella storia.
1.La dottrina sociale della Chiesa
È un percorso che attraversa l’intera vicenda storica della Chiesa e che trova il suo punto più significativo
nella dottrina sociale: una dottrina che non inizia con la Rerum novarum di Leone XIII ma con la prima
comunità apostolica, sicchè tale dottrina si salda con la Sacra Scrittura e qui ritrova le sue radici, il suo
dinamismo, il suo costante criterio: “la coerenza con la fede in Cristo e con il suo vangelo di salvezza”.
È stato, in particolare, l’esplodere della “questione sociale” - ovvero del conflitto tra capitale e lavoro nel
contesto dell’industrializzazione – a far sorgere, come risposta, una vera e propria “dottrina sociale della
Chiesa” nella forma specifica che oggi conosciamo e che è venuta elaborando ‘princìpi di riflessione, criteri
di giudizio e direttive di azione’ per creare poi le condizioni affinché “le comunità cristiane” potessero via
via “individuare – con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i vescovi responsabili, e in dialogo
con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le scelte e gli impegni che conviene
prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie
in molti casi” (Octogesima adveniens, n.4).
Dovremmo ora seguire le tappe dello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, in particolare in tema di
rapporto famiglia-lavoro. Ma si aprirebbe qui un campo quanto mai ampio di studio e di analisi dei diversi
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interventi sociali del magistero. D’altra parte solo con uno sguardo complessivo si potrebbe cogliere il peso
reale e l’energia profetica della dottrina sociale della Chiesa, vedendo cioè come le comunità cristiane hanno
saputo lasciarsi sfidare dalle varie problematiche sociali, intercettandole in continuità, in parte lasciandosi
condizionare dalle situazioni del tempo e in parte dimostrando lungimiranza e apertura alla novità,
accogliendo e rispettando le esigenze della razionalità umana e insieme ispirandosi e consegnandosi agli
ideali evangelici.
Mi vedo costretto a toccare rapidamente qualche aspetto del magistero sociale di Benedetto XVI.
2.L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI
Il magistero sociale di papa Benedetto XVI viene inaugurato dalla prima enciclica Deus caritas est (2005),
che ci offre la prospettiva unitaria da cui possiamo traguardare il suo intero insegnamento. Infatti tutte le
realtà – in specie la vita familiare, il lavoro, la festa -- sono unificate, trasfigurate e portate a compimento
dall’amore di Dio, diventando esse stesse opere di amore, testimonianza di vera carità. Come scrive il Papa,
“L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta” (n.28).
E proprio alla ricerca di una verità piena per l’intera vita sociale è dedicata la Caritas in veritate (2009).
Partendo dalla consapevolezza che “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende
fratelli” (n. 19), l’enciclica sottolinea come suo filo conduttore e provocatore l’esigenza di uno sviluppo
umano integrale, capace di far crescere armonicamente tutte le dimensioni costitutive dell’uomo: personali,
relazionali, sociali, culturali, spirituali. E anima profonda di questo sviluppo è la carità che, purificata e
guidata dalla verità, “dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo” ed è “il principio
non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni:
rapporti sociali, economici, politici” (n. 2).
Di qui il concetto originale di fondo: l’economia e la vita sociale devono essere plasmate dallo spirito del
dono, dalla logica del disinteresse, della comunione, della fraternità, della solidarietà, della gratuità (cfr. n.
38). Troviamo qui quello che definirei il novum dell’enciclica sociale di Benedetto XVI, un novum in un
certo senso “profetico” in quanto a tutti lancia un coraggioso “appello” e pone una grande “sfida”, come
emerge nel capitolo terzo dell’enciclica (cfr. nn. 34-42).
Di questo capitolo riascoltiamo il limpido e denso incipit: “La carità nella verità pone l’uomo davanti alla
stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non
riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistente. L’essere umano è fatto
per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza… Essendo dono di Dio assolutamente
gratuito, la carità irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di
giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra
stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti… Perchè dono
ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità. Unifica gli uomini secondo
modalità in cui non ci sono barriere né confini… L’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre
ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore” (n. 34).
La gratuità nell’ambito economico e sociale
Queste affermazioni fondamentali trovano una specifica applicazione anche nell’ambito economico e
sociale, e quindi anche in riferimento alla famiglia e al suo lavoro. Del resto è la stessa esperienza umana a
dirci che non è affatto vero che siano il massimo profitto e la massima utilità economica a muovere l’agire
dell’uomo: la vera e più esplosiva motivazione è la carità, con l’energia che ha di suscitare e sostenere
relazioni nuove, fraterne appunto, in ogni famiglia, in ogni impresa e nell’intera grande famiglia umana!
Nessun equivoco però: la logica della gratuità non implica che in economia si possa comprare e vendere
gratis, senza prezzo o senza corrispettivo; implica invece che si lavori e si realizzino scambi e investimenti
in modo pienamente rispettoso dell’uomo, quindi - non ultimi - dei suoi legami familiari e sociali! Gratuità
significa far sì che la persona umana sia posta al vertice di ogni scelta economica, politica, sociale;
comporta che nessun essere umano sia strumentalizzato ad altre logiche che non siano la piena realizzazione,
sua e dell’umanità intera! Una simile gratuità non può rimanere racchiusa in alcuni ambiti dell’attività
economica – quali ad esempio le associazioni, gli enti con finalità mutualistica o cooperativa, i soggetti non
profit in genere –, quasi potessero esistere altri campi in cui l’unica regola è quella del massimo profitto o del
massimo tornaconto individuale! Viceversa, la gratuità è dimensione vera e necessaria dell’intero agire
sociale ed economico, se intesa come dimensione qualitativa delle relazioni, interpersonali e sociali.
La famiglia scuola di socialità: possibilità e minacce
Ma ecco un interrogativo ineludibile: la gratuità dove trova le sue sorgenti più vive e originali? La risposta
è: nella famiglia, che tramite il proprio lavoro si configura come luogo caratteristico in cui è quotidianamente
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possibile apprendere il linguaggio della gratuità! La famiglia è il soggetto esemplare in grado di praticare e
di comunicare questo linguaggio all’intera vita sociale, economica e politica: diviene così, prima e più che
ogni altro soggetto, la scuola di socialità che educa alla gratuità tutti, compreso chi domani avrà
responsabilità in qualsiasi campo della vita sociale.
Per questo la famiglia deve essere intesa non solo come ambiente affettivo in cui si vive la prossimità, ma
anche come vero e proprio punto di partenza di una società rinnovata, capace di vivere la gratuità
nell’ambito di tutte le relazioni sociali!
Si deve tuttavia riconoscere che la piccola ma vera società quale è la famiglia, proprio nel lavoro – come
normale ma prezioso contributo allo sviluppo dell’intera vita sociale -, è sempre più minacciata.
Nel suo sorgere, anzitutto. Infatti, quando “l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei
processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica”, ci si trova conseguentemente di fronte a
“forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso
anche quello verso il matrimonio” (n. 25).
In tal senso la precarietà strutturale, in cui i giovani si trovano a vivere in molte parti del mondo, costituisce
di fatto una pesante ipoteca sul futuro delle famiglie e, di riflesso, della società. Il che provoca un innegabile
danno sotto il profilo economico, poichè la crisi demografica si traduce anche in problema economico.
Così pure anche lungo l’intero arco di vita la famiglia si trova spesso minacciata e in profondità. Come
scrive il Papa: “L'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza
pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti
sofferenze sul piano psicologico e spirituale” (n.25). In questa linea preoccupa gravemente la disoccupazione
giovanile, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel suo ultimo rapporto, risulta in crescita
dell’80% nei Paesi sviluppati e di due terzi nei Paesi emergenti: dati, questi, che interpellano con forza la
società, in particolare chi ha responsabilità politiche ed economiche.
Anche la povertà minaccia pesantemente la vita di molte famiglie della terra, con il risultato di una grave
violazione della dignità del lavoro umano. Pure lo sviluppo demografico non può essere compromesso con il
falso pretesto di considerarlo causa di povertà.
Infine, circa la prospettiva di fede secondo cui considerare il rapporto famiglia-lavoro, la Caritas in veritate
ci offre un contributo prezioso già con la sua impostazione profondamente antropologica e superlativamente
teologica. Del resto è la caritas il principio, il dinamismo, la forza, il fine, lo stile dell’agire umano: e questo
per ogni persona – singola o comunità – e in ogni ambito di vita, lavoro compreso.
Elementi di “spiritualità” del lavoro ritroviamo poi nelle ripetute affermazioni sull’inscindibile rapporto tra
giustizia e carità.
Senza dimenticare la mirabile “conclusione” dell’enciclica: “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le mani
alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità,
caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò
anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto
riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle
esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla
Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e
di pace” (n.79).
3.L’Ethos del Lavoro umano: una nuova Luce dalla vita di Nazareth
La prospettiva di fede circa il rapporto famiglia-lavoro racchiude anche una dimensione etica, ossia un
aspetto di grazia e di responsabilità di cui sono segnate, secondo il disegno di Dio e le esigenze più profonde
del cuore umano, le realtà della famiglia e del lavoro.
Ora l’ethos della famiglia in rapporto al lavoro si radica nel logos, ossia nella verità e nel senso che Dio ha
stampato nell’uomo e che questi è chiamato a conoscere e riconoscere alla luce della ragione e della fede. È
un ethos dinamico che sollecita l’uomo a ordinarsi liberamente e responsabilmente al telos, ossia al destino,
alla mèta di un compimento che è la gloria di Dio e la santità della persona umana.
L’ethos dunque non è freno né ostacolo, ma spinta a realizzare in modo sempre più pieno la vera umanità
della persona in se stessa e con gli altri. È sorgente di quelle virtù che custodiscono e sviluppano i valori più
alti di giustizia, solidarietà, gratuità, generosità in ogni ambito della vita, in specie in quello della famiglia e
del lavoro.
Sono due in particolare i momenti etici fondamentali nella relazione famiglia-lavoro. Il primo è quello di
favorire la “cultura” del lavoro, la conoscenza adeguata e il cordiale “riconoscimento” dei valori e delle
esigenze - dei diritti e dei doveri - implicati nel rapporto famiglia-lavoro. Il secondo è quello di una concreta
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assunzione di libertà responsabile nel vivere le realtà della famiglia, del lavoro e della loro reciproca
implicazione.
Questi due momenti etici sono sfidati oggi da diverse forme di complessità e di fragilità che coinvolgono,
talvolta drammaticamente, la realtà della famiglia e del lavoro, specie nel loro vicendevole rapporto. Per
questo si rende sempre più urgente un grande rilancio della responsabilità educativa: da parte della
famiglia, della scuola, della società civile e della comunità cristiana. Come a dire che la prima questione
posta dal lavoro oggi è quella culturale, quella cioè del suo vero “senso” per la persona, la famiglia, le
comunità, la società.
A questo ethos vorrei riservare alcune rapide riflessioni riprendendo lo sguardo rivolto a Cristo come “figlio
del falegname” nella sua vita a Nazareth: uno sguardo che s’inserisce nell’icona di questo Incontro Mondiale
delle Famiglie, uno sguardo che ci apre alla risposta vera e valida circa il posto e il senso del lavoro nella
nostra vita, in particolare nella vita di famiglia.
1. La normalità del lavoro nella vita d'ogni giorno
È un Gesù “normale” quello che troviamo a Nazareth, un uomo comune a tutti gli altri. Ed elemento
essenziale per lui è il suo lavoro con Giuseppe. Gesù lavora con un uomo "giusto", umile, nascosto, dedito
alla sua famiglia. Lavora, giorno dopo giorno, per trent'anni: tanti e sempre uguali! Qui la normalità coincide
con la quotidianità, con quanto comporta di ripetitività, stanchezza, fatica, sacrificio, impegno. E all'insegna
del senso del dovere!
E che tipo di lavoro compie Gesù a Nazareth? Lavoro di falegname o fabbro che sia, è pur sempre il suo un
lavoro manuale. Ci insegna che ogni lavoro, anche quello manuale e il più umile e il più stressante, ha
dignità umana, in quanto rimanda alla persona coinvolta nel lavoro, in obbedienza alla volontà originaria del
Creatore.
Emergono subito non pochi interrogativi sulla "filosofia" del lavoro: qual è il giudizio che comunemente
viene dato sul lavoro? Conta di più il lavoro - cioè il tipo di lavoro - o la persona che lavora? E allora non si
devono forse denunciare discriminazioni inaccettabili, perché oltre i limiti della giustizia, anche nell'ambito
della retribuzione economica e delle pensioni? Certo, c'è una giustizia "distributiva", ma, proprio perché
"giustizia", ha dei limiti, oltrepassati i quali si trasforma in un’ingiustizia scandalosa, che suona insulto alla
povertà di tante persone e ancor più alla dignità di quanti percepiscono retribuzioni evidentemente fuori
misura. Questo vale nel campo privato e soprattutto quando è in questione il danaro pubblico, di tutti e per
tutti. Forse che il tempo, le forze fisiche e psichiche, le responsabilità dell'ultimo lavoratore valgono di meno
del tempo, delle forze e delle responsabilità di un alto dirigente di finanzia o di industria o di governo o di
partito o di sport? Mi chiedo: le cosiddette leggi del mercato - che danno molto a qualcuno perché la sua
attività movimenta enormi capitali a beneficio di molti – non devono forse essere, loro stesse, regolate?
Regolate perchè il mercato sia per l'uomo e non l'uomo per il mercato!
2. Il lavoro e la vita in famiglia
Gesù è al suo paese, a Nazareth. Ed è con Maria, la madre, e con Giuseppe, il padre putativo e insieme il
"maestro" di lavoro e, con gli anni, anche il "compagno" della fatica d'ogni giorno. Un lavoro che si svolge in
famiglia: anche questo è ricco d'insegnamento per noi. Infatti, il dato "sociologico" del lavoro in famiglia,
peraltro così modificato nell'esperienza storico-sociale-culturale con il variare dei tempi, si pone pur sempre
come dato "paradigmatico", in quanto fa emergere la questione sempre attuale del rapporto lavoro-famiglia.
Questo rapporto può esprimersi con due interrogativi generali.
Il primo: senza lavoro, quale famiglia è possibile? In realtà, non c'è famiglia senza lavoro! Non è possibile
costituirla o - se costituita - non è possibile farla crescere nei valori e secondo le esigenze ad essa peculiari.
La questione non è solo economica, perchè il lavoro è inserimento attivo nel tessuto della società, è
partecipazione responsabile all’edificazione della città: se ne viene esclusa, la famiglia è come mutilata,
emarginata, deturpata da una ferita che può portarla a vergognarsi, a nascondersi, a prediligere sentieri male
illuminati e trascurare gli spazi aperti e luminosi in cui la gente si incontra, intesse relazioni, entra in una vita
di comunione.
S’inserisce qui anche il fenomeno delle migrazioni con i contraccolpi problematici o negativi, non solo sulla
famiglia migrante costretta a lasciare il proprio Paese, ma anche sul “lavoro temporaneo” specie con l’attività
di cura (badanti, colf, ecc.) di cui l’Europa è beneficiata grazie, soprattutto, alla presenza di donne che
provengono dalle Filippine, dal Sudamerica, dall’Est e che hanno lasciato marito e figli pur di riuscire a
guadagnare il necessario. E il costo sociale di tutto questo può non interrogarci?
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Il secondo interrogativo: senza famiglia, quale lavoro è possibile? Sì, non c'è lavoro senza famiglia!
L'esperienza infatti ci dice che la famiglia è il luogo educativo primario anche per il lavoro. Se manca
un’adeguata educazione al lavoro, viene ostacolata la necessaria maturazione dei figli, con il rischio di non
esporli al lavoro con le sue difficoltà e di spingerli comunque al lavoro, anche se non corrisponde alle reali
situazioni dei figli o non ne valorizza le capacità o viene scelto esclusivamente per il reddito o la notorietà.
Altro obiettivo da raggiungere è una conciliazione, meglio un’armonizzazione, direi una alleanza positiva,
tra la vita di lavoro e la vita di famiglia: nei ritmi di tempo (oggi sempre più frenetici) e nelle condizioni di
vita e di lavoro (si pensi al prolungarsi delle percorrenze per recarsi sui luoghi di lavoro). Urge allora trovare
strumenti adeguati per migliorare il rapporto tra tempi della vita familiare e tempi del lavoro. Una questione,
questa, che investe soprattutto l’universo femminile, che oggi porta il grosso del peso della cura dei figli:
pensiamo ai contratti part-time, ai congedi parentali e a tutte quelle forme che permettano una sana
flessibilità a tutela del lavoratore e della sua famiglia.
È evidente che il realizzarsi di una simile alleanza esige un'opera insieme formativa e politico-sindacale: da
un lato chi lavora deve essere educato a non "sacrificare" i valori più profondi della vita familiare con un
impegno lavorativo esclusivo e totalizzante, che non conosce né feste né pause, che nega nei fatti ogni
momento di riflessione, di vita familiare e di dono di sé; dall’altro lato chi è impegnato nella politica e nel
sindacato deve saper obbedire a logiche non solo di "efficienza economica", ma anche di "efficacia umana",
come la coltivazione di rapporti interpersonali più significativi nell'ambito della famiglia e del più ampio
tessuto sociale.
3. Il lavoro al servizio del "villaggio" di Nazareth
Gesù svolge il suo lavoro nella casa di Nazareth, dunque in un villaggio, ma anche per il villaggio e con tutta
probabilità per altri villaggi ancora. Questo accenno ci rimanda alla dimensione sociale del lavoro. Così lo
spazio familiare si dilata e diviene spazio comunitario più vasto, mediante l'ampliarsi dei rapporti
interpersonali: parole queste di estrema semplicità ma che oggi assumono proporzioni enormemente
amplificate con il fenomeno della globalizzazione.
E qui sorge l'esigenza di fare dei luoghi di lavoro non solo uno spazio geografico o fisico nel quale ci si
trova, né un campo di rivendicazioni reciproche, anche se giuste, né un’area di dura conflittualità, ma una
comunità di persone: una comunità cioè dove le persone vengono non solo rispettate nella loro dignità ma
anche valorizzate nelle loro molteplici e diverse risorse e potenzialità. È questa, com’è noto, la precisa
prospettiva proposta dalla dottrina sociale della Chiesa; ma è questa anche un'esigenza umana, naturale e
razionale, di cui sono oggi consapevoli le stesse scienze economiche più moderne.
Oggi però la dimensione sociale presenta contenuti, caratteristiche e problematiche inedite, quali la
globalizzazione e i nuovi rapporti tra lavoro e lavoratore e tra gli stessi lavoratori. Ciò esige che la sfida per
la solidarietà e i diritti sia affrontata in un’ottica necessariamente globale: la vita e la salute – ad esempio di un operaio cinese valgono tanto quanto quelle di un italiano. Ed è evidente che impegnarsi per il rispetto
dei diritti di un lavoratore italiano non è in contrasto con l’impegno a favore di “delocalizzazioni
responsabili” delle nostre aziende al di fuori dei confini nazionali.
È necessario oggi vivere un più spiccato senso sociale e rilanciare con più forza il valore della solidarietà. Il
senso sociale chiede, anzitutto, che si coltivi una profonda parentela tra diritti e doveri, rivendicando i primi
e insieme assumendo responsabilmente i secondi. Quanto poi alla solidarietà, il rilancio dovrà muoversi
secondo centri concentrici: dall'interno della propria azienda (nei riguardi dei compagni di lavoro, specie in
momenti di disagio, di difficoltà, di crisi aziendali) al circuito delle diverse aziende di una determinata città o
territorio o settore e, infine, in rapporto al “sistema”Paese, attraverso una vera e propria "politica del
lavoro". Questa, in realtà è chiamata a fare della solidarietà non un semplice e sia pur nobile sentimento
etico, ma un principio originario e strutturale della crescita globale e organica dell'economia di un Paese, e di
questa nella più grande economia del mondo, casa comune di tutta l'umanità.
4. Gesù salvatore del mondo mediante il lavoro
La fede ci assicura che Gesù Cristo, crocifisso e risorto, è il salvatore del mondo, l'unico salvatore! Ma
questa stessa fede ci apre allo stupore, perché Gesù Cristo è l'unico e universale salvatore anche mediante il
suo lavoro quotidiano a Nazareth. È veramente sorprendente per noi sapere che il Salvatore del mondo ha
fatto sbocciare la salvezza proprio qui, al banco del falegname, tra le mura o nei dintorni della piccola casa di
Nazareth. Solo dopo trent'anni rivedremo il Signore altrove, cioè sulle strade della Palestina e sulla Croce. Lo
ripeto: ha fatto sbocciare la salvezza con il lavoro delle sue mani: altrove ci sarà la parola che davanti a tutti
annuncia la "lieta notizia", mentre qui tutto è nascondimento e silenzio; altrove ci saranno i gesti miracolosi,
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mentre qui l'unico "miracolo" è quello di un lavoro che fa "vivere": fa vivere chi lavora e gli altri ai quali il
lavoro è destinato.
Sì, è la fatica umana di Cristo Salvatore che “redime” e "santifica" il lavoro, ed insieme lo rende
"santificante". E questo vale non solo per lui, ma anche per noi. È nuovamente la fede cristiana a dirci che il
nostro lavoro è una reale condivisione del lavoro stesso di Gesù Cristo. Per questo anche il nostro lavoro,
con la grazia del Signore Gesù, diventa luogo di salvezza e di santificazione per noi e per gli altri.
Di qui il doveroso interrogativo: abbiamo noi la consapevolezza della novità cristiana presente e operante
nel nostro lavoro? Crediamo veramente che è anche nel lavoro e attraverso il lavoro delle nostre giornate che
noi ci salviamo e ci santifichiamo?
In realtà, c'è una condizione indispensabile per avere limpida questa consapevolezza e salda questa fede: è
l'amore al silenzio del cuore e al colloquio della preghiera. A sua volta sarà questa preghiera a sostenerci nel
testimoniare la novità cristiana del lavoro dentro il nostro vissuto quotidiano, che in gran parte è dato dal
lavoro: una testimonianza dai lineamenti tipici della vita di Nazareth, che è fatta di semplicità, normalità ed
essenzialità; che non ricorre a nessuna "predica" e a nessun "proselitismo"; che non ha bisogno di segni
distintivi o speciali; che rifugge da tutto ciò che può urtare sensibilità diverse dalla nostra; che non scade in
qualche forma di pietismo. Basta il dovere, il dovere compiuto nel migliore dei modi!
Senza dire che la vita di grazia dei lavoratori - questa meravigliosa “inabitazione” di Dio, Trinità santissima,
nella nostra anima - rappresenta la più preziosa ricchezza spirituale che noi offriamo, anche se a loro
insaputa, ai nostri compagni di lavoro: e non solo a loro.
È questo il lievito evangelico, nascosto quanto efficace, che fermenta l'impasto dell'ambiente di lavoro e che
contribuisce al vero "bene comune" di cui ha grande bisogno la nostra società.
+ Dionigi card. Tettamanzi
Milano, 31 maggio 2012
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IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà
Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile)
Biografia
Pedro Morandé Court è professore di sociologia presso l'Università Cattolica del Cile e dal 1995 Preside
della Facoltà di Scienze Sociali. È membro della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali e consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e del Pontificio Consiglio
della Cultura. È nato a Santiago del Cile nell’agosto 1948. Ha studiato sociologia presso
l'Università Cattolica del Cile e ha svolto un dottorato in sociologia presso l'Università di
Erlangen-Norimberga, Germania Ovest, nel 1979.
Titoli
Tra i libri pubblicati possono essere menzionati "Cultura e modernizzazione in America Latina" (1983),
"Chiesa e cultura in America Latina" (1989), "Persona, matrimonio e famiglia" (1994), "Famiglia e Società"
(1999), "L'America Latina: Identità e futuro" (2007).
Abstract
Il Magistero pontificio ha insegnato che il lavoro è l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo o
donna, se è un lavoro remunerato come volontario, espressione della solidarietà all'interno della famiglia e
della società civile. In primo luogo è la fonte di sostegno e cura della comunità familiare. In secondo luogo è
la via per sviluppare i talenti e doni di Dio, la costruzione reciproca della vita della famiglia e della comunità
di appartenenza. Attualmente ci sono due priorità da evidenziare: l'inserimento delle donne nell’istruzione e
al mercato del lavoro - rivoluzione sociale del ventesimo secolo - e la transizione dalla produzione
industriale nell'era postindustriale, dove la dinamicità del settore produttivo si è spostato nei servizi e il
lavoro riflette l'innovazione, la creatività e l’intelligenza che hanno migliorato notevolmente i loro prodotti.
Società di oggi richiede uno standard di qualità del lavoro umano che non dipende solo dalla tecnologia, ma
sempre più dalla qualità umana e la profondità con cui viene permesso all’intelligenza di intervenire sulla
realtà in tutte le sue dimensioni. La precarietà del lavoro può essere superata solo con la qualificazione
continua dei soggetti professionali.
L'intervento di Pedro Morandè Court, professore di sociologia presso l'Università Cattolica del Cile
Di seguito l'intervento integrale.
Il beato Giovanni Paolo II scrisse nella Centesimus Annus: “La prima e fondamentale struttura a favore
dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno
alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in
concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé
da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le
sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile
destino” (n39). In queste frasi viene sintetizzato in modo eccezionale ciò che significa il lavoro per la
famiglia. Da una parte, certamente procurare il sostentamento materiale della vita, senza il quale non può
esserci sviluppo umano. Ma ancor più fondamentale è educare i figli nella verità e nel bene, amarli in modo
che possano scoprire la dignità con cui sono stati chiamati all’esistenza dal Creatore, educarli alla conquista
della loro libertà interiore per affrontare umanamente il loro destino unico e irripetibile.
Tutta l’evidenza empirica, oggi, rispetto all’educazione e all’origine delle disuguaglianze sociali, indica che
l’educazione dei bambini nei primi anni di vita è decisiva per il loro sviluppo posteriore, generandosi
precisamente in questa fase dello sviluppo umano, la maggiore distanza sociale tra chi ha ricevuto attenzione,
accoglienza e stimoli emozionali nei confronti delle loro abilità cognitive e chi non l’ha ricevuta. La scuola
non è capace di correggere posteriormente ciò che i genitori e la famiglia non hanno fatto a suo tempo. Per
questo, la relazione tra famiglia e lavoro non è estrinseca, ma intrinseca, non è un peso che la società impone
alle persone e alle famiglie, ma è piuttosto il risultato della dignità co-creatrice che ha voluto dare agli esseri
umani il disegno divino sulla creazione.
Il magistero sociale della Chiesa ci ha insegnato che tutta l’attività umana appartiene all’ambito del lavoro.
Non solo quella che viene remunerata dalla società, ma anche, quella che si offre gratuitamente come un
dono alle altre persone e alla comunità a cui si appartiene. Tutte le persone lavorano sempre più di quanto
siano retribuite economicamente. Se questo vale per tutti gli ambiti della vita sociale, a maggior ragione si
applica alla famiglia, che gratuitamente ci insegna molti aspetti essenziali della vita, come per esempio, a
controllare il nostro corpo, i suoi movimenti, il suo ritmo. Ci insegna anche il sempre complesso linguaggio
materno, con le differenze e sottigliezze tra la fattualità degli eventi dell’attività umana e le ipotesi relative
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alla sua possibilità passata e futura. In famiglia impariamo anche la moralità degli atti umani e ad assumere
la responsabilità rispetto alla dignità della nostra condotta sia in relazione a noi stessi che in relazione al
prossimo. In essa, impariamo a condividere anche la stima per la saggezza, per i beni spirituali che abbiamo
ricevuto come doni di chi ci ha preceduto nell’esistenza e, in special modo, il dono della fede. Per tutto ciò, il
magistero sociale della Chiesa ci ha insegnato che il lavoro non ha solo una dimensione oggettiva in quanto
produce beni commerciabili e intercambiabili, che costruiscono il tessuto sociale, tanto a livello locale, come
regionale e mondiale, ma anche una dimensione soggettiva, non commerciabile, che costruisce la nostra
propria persona e che stimola la crescita della libertà per offrirsi agli altri, con rispetto e dignità.
Il lavoro appartiene al dinamismo della libertà e della creatività umana per mezzo delle quali trasformiamo il
mondo per soddisfare le necessità delle persone. Senza questa soddisfazione non potrebbe esserci una
convivenza pacifica e giusta tra i popoli. Tuttavia questa soddisfazione dei bisogni non si ottiene solamente
attraverso l’acquisizione di beni di consumo commerciabili. Certamente, per la la maggior parte delle
persone, il lavoro remunerato è la principale fonte delle loro entrate per sostenere se stessi e la propria
famiglia. Ciò nonostante, il lavoro eccede la sua retribuzione per l’amore con cui si realizza, per la libertà
che si mette in gioco, per l’innovazione e la creatività che propone. Il lavoro è la risposta effettiva che gli
esseri umani danno al dono della vita e a tutti gli altri doni che ricevono dai loro antenati, dai loro
progenitori, dalle loro famiglie, dai loro maestri. È un elemento essenziale della reciprocità dei vincoli
sociali, a partire dai quali si produce una convivenza pacifica tra le persone, si genera fiducia, desideri di
cooperazione e aiuto reciproco. In una parola, il lavoro aiuta le persone a scoprire la propria vita come
vocazione, come quella esortazione che ricevono dagli altri a sviluppare i loro talenti, le loro virtù, la
pienezza della loro libertà.
Queste considerazioni preliminari sono molto importanti per le novità che presenta il lavoro nella nostra
epoca. Vorrei menzionare, in primo luogo, che viviamo in una società che alcuni scienziati sociali
denominano “postindustriale” questo significa che dinamismo creatore dell’economia e della società nel suo
insieme si è trasferito dalla produzione su grande scala che le presone e le macchine realizzavano
nell’industria, alla conoscienza, all’innovazione tecnologica, alle comunicazioni, al settore dei servizi. “Se un
tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari
e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza
che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di
intuire e soddisfare il bisogno dell'altro” dice la Centesimus annus (n 32).
Questa trasformazione ha cambiato molto profondamente le relazioni del lavoro e la sua relazione con la
famiglia. Anche se l’espressione non è completamente soddisfacente, la famiglia si è trasformata in un
fattore essenziale nella formazione del “capitale umano”. Già abbiamo menzionato l’importanza
dell’educazione nei primi anni dell’infanzia. A questa poi si aggiunge il desiderio di sapere, di progredire, di
servire gli altri e la società nel suo insieme. Le fonti della conoscenza e dell’informazione sono sempre più a
disposizione delle persone. Tuttavia il desiderio di acquisire questo sapere, di farlo proprio, d’intraprendere a
partire da questo, un lavoro creativo al servizio del bene comune, dipende dalla libertà di ognuno e dalla
perseverenza con cui si pratica la autoformazione continua. Vale a dire, ha bisogno della comprensione della
vita umana come vocazione e questo può percepirsi solo nella comunione con le altre persone; ed è proprio
la famiglia la maggior e più frequente esperienza di comunione che sperimentano le persone.
Questi cambiamenti sociali rappresentano nuove opportunità per la famiglia e per la società, però anche
nuovi rischi che mettono in evidenza la sua precarietà.
Prima di fare un bilancio di questi ultimi, vorrei completare l’elenco dei nuovi avvenimenti, che è necessario
considerare. Dunque, il secondo fattore sociale determinante della nostra epoca è stato l’inserimento della
donna nel mercato del lavoro remunerato che è stato possibile nel contesto sopra descritto, per il suo accesso
previo all’educazione, inclusa l’educazione superiore.
Mi sembra che questa sia stata la rivoluzione sociale più importante del XX secolo. Si tratta di una processo
ancora in corso, con importanti ritardi nei paesi emergenti e nei paesi sottosviluppati, dove mancano ancora
grandi inversioni nell’ambito educativo. Con tutto ciò, sembra essere un processo irreversibile che ha
cambiato sostanzialmete le relazioni del lavoro e anche il volto degli spazi pubblici della società. All’inizio,
si sono aperti timidamente posti di lavoro per lavori tipicamente femminili. Invece nel suo decorso,
l’incorporazione della donna al mercato del lavoro comprende già tutti gli ambiti sociali, inclusi quelli che
prima erano considerati tipicamente maschili, come le miniere, le costruzioni, la ricerca scientifica, le forze
armate, la polizia e molti altri. Anche nell’esercizio del potere politico le donne hanno mostrato abilità e
talenti che permettono loro di competere vantaggiosamente con gli uomini.
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L’ingresso della donna nel mondo del lavoro salariato non ha significato solamente un riconoscimento del
valore sociale della condizione femminile come tale, piuttosto ha significato una profonda redifinizione dei
ruoli sociali influendo sulla società nel suo insieme.
Innanzi tutto ha aiutato alla crescita economica potendo la società disporre di un maggior numero di risorse
umane qualificate e di maggior varietà di specializzazioni. La donna ha qualità naturali e abilità sociali che
non necessariamente devono competere con quelle maschili, quanto piuttosto completarle. Le aziende, da
parte loro, hanno dovuto organizzarsi e disporre di servizi che prima non avevano. Le leggi sociali hanno
dovuto riconoscere l’estensione per maternità per la donna, e anche per la cura dei figli minori d’età quando
si ammalano. Si sono dovuti creare asili nido nei luoghi di lavoro secondo determinate condizioni, istituire il
lavoro part time e aumentare la flessibilità lavorativa. Giuridicamente si è dovuto riconoscere la capacità
delle donne per amministrare i beni e, nel caso delle donne sposate, per amministrarli con i rispettivi coniugi.
Per la famiglia un secondo stipendio ha significato il rafforzamento del suo potere d’acquisto e la sua
capacità di investire, che non sempre ha significato anche un maggior consumo, ma anche un risparmio e
inversione. La situazione di questo aspetto è molto distinta nelle differenti regioni del mondo conformemente
al grado di sviluppo sociale dei paesi. Ciò nonostante, in generale, possiamo affermare che ha aiutato alla
progressiva scomparsa del proletariato e all’incremento dei ceti medi con aspettative di mobilità sociale
ascendente. Le famiglie cominciano a spendere meno in alimenti e di più in dotazioni per la casa,
particolarmente di alta tecnologia, e anche in automobili, in vacanze, viaggi e uso del tempo libero.
D’altra parte, però, le donne hanno dovuto assumere, almeno durante un periodo di transizione che ancora
non è terminato, il doppio lavoro della loro professione e dei lavori domestici. La ridefinizione dei ruoli
all’interno della famiglia non è stata semplice. Gli uomini hanno dovuto assumere, almeno parzialmente,
lavori domestici, occupandosi della cura e della salute dei figli e della loro educazione. Abituati a essere gli
unici sostenitori della famiglia, si sono dovuti abituare all’idea che le loro coniugi possono avere entrate
superiori ai propri o assumere incarichi di leadership e di responsabilità di gerarchia superiore, e questo ha
ferito, a volte, la loro auto stima. Tuttavia forse, la cosa più importante, è che hanno dovuto accettare che le
loro mogli sono economicamente autosufficienti e che l’antica dipendenza dalla casa deve essere rieducata
accettando, riconoscendo e valorizzando la loro libertà di esercitare la propria professione o mestiere e per
realizzare il proprio progetto di vita.
Le opportunità introdotte nella famiglia da questa ridefinizioni dei ruoli ha una relazione essenzialmente con
la qualità della vita, non solo materiale, ma anche spirituale. Per le coppie sposate ha significato un
approfondimento della loro relazione di reciprocità e complementarietà, comprendendo che i talenti di
entrambi devono condividersi in una vita costruita quotidianamente in comune. Per i padri ha significato
anche un avvicinamento alla realtà dei figli, preoccupandosi della loro cura e della loro educazione: ciò ha
sviluppato un vincolo emozionale normalmente sconosciuto in precedenza.
Questi cambiamenti, però, hanno portato anche nuovi rischi che hanno mostrato la precarietà della vita
matrimoniale. In primo luogo, hanno fatto del matrimonio una relazione più personalizzata e, quindi molto
più esigente, con la conseguenza di una maggior frequenza di rotture matrimoniali quando le relazioni sono
immature e unilaterali. Se si produce una rottura della convivenza, nella maggior parte dei casi la tutela dei
figli è affidata alla madre, generando così in essi l’esperienza del “padre assente”, che è diventata una vera
cultura nella nostra epoca. I figli educati in assenza di padre, a loro volta, rimangono infantili e immaturi,
retro-alimentando il circolo delle rotture matrimoniali, specialmente, in età giovane e con pochi anni di
convivenza. Tutti i fattori menzionati sono strettamente vincolati e si rafforzano tra sé, in modo tale che i
matrimoni e le famiglie dovranno imparare a controllare i rischi di rottura della convivenza accentuando la
donazione reciproca, la fiducia nella vocazione umana di ogni membro della famiglia, il rispetto della dignità
inalienabile di tuti i membri e la qualità spirituale della cultura che vanno forgiando in comune.
Anche gli scienziati sociali hanno osservato altri rischi vincolati all’educazione di livello superiore della
donna e al suo inserimento nel mercato del lavoro, quali il rinvio dell’età in cui contrarre matrimonio dopo
aver terminato gli studi, il rinvio della nascita del primo figlio fino a che la coppia si senta sicura della loro
relazione, la formazione di famiglie piccole e la distanza tra le nascite quando ci sono più figli. In termini
estremi, questo può significare che la donna veda la natalità prima come un problema che come una
benedizione di Dio che dona la vita al matrimonio e la pone sotto la sua cura per la sua crescita ed
educazione. Forse però il rischio più importante per il matrimonio e la famiglia è che i metodi
anticoncezionali attualmente in uso, tanto preventivi come i così chiamati di “metodi di emergenza”, lasciano
la decisione della concezione unilateralmente in mano alla donna se ella così decide, potendo questa
situazione generare sfiducia nei coniugi che disconoscono i procedimenti usati effettivamente dalle loro
mogli. Questo non si applica solamente nel caso di interruzione di una gravidanza, ma anche quando la si
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desideri. Per esempio, nel caso delle madri adolescenti, la ricerca empirica più recente ha dimostrato che
queste madri desideravano tenere i figli per consolidare la loro situazione di vita all’interno della loro
famiglia d’origine, senza che importasse più di tanto chi fosse il padre il quale, normalmente risulta essere un
uomo maturo di età abbastanza superiore dell’adolescente.
Infine, nel caso del continente latinoamericano, si deve considerare l’alta proporzione dei figli nati fuori del
matrimonio. Anche se non si conoscono ancora tutti i fattori in gioco, questo si spiega, in parte, grazie alla
tradizione storica di una società nata originalmente dall’incrocio di razze, in parte, dalla diminuzione dei
matrimonio e dall’incremento del divorzio tra coloro che lo hanno celebrato. La convivenza consensuale
degli uomini e delle donne che non contraggono matrimonio sta diventando una pratica abituale,
specialmente tra i giovani e la società ha smesso di considerare questa condotta negativamente piuttosto l’ha
legittimata.
Come si può valutare, i rischi introdotti da questa nuova posizione della donna nella società possono essere
abbastanza gravi e frequenti, se si paragonano con quelli delle epoche passate. Questa precarietà, però,
dimostrata dalla vita coniugale e familiare non deve oscurare le enormi opportunità aperte alla famiglia tanto
nella gioia di un miglior standard di vita, di una educazione più attenta e di un lavoro più creativo e
produttivo che accresce la interdipendenza sociale, la reciprocità e la collaborazione congiunta al bene
comune. Affinché queste opportunità vengano rafforzate, è indispensabile creare una cultura del lavoro
attenta alle nuove caratteristiche dell’era “post industriale”. La semantica, a volte dominante, è erede ancora
della condizione del lavoro manuale dell’epoca dell’industrializzazione e dell’introduzione delle macchine,
che enfatizza la fatica del lavoro e la bassa remunerazione ottenuta in cambio. Di preferenza si associava
questa cultura al lavoro maschile. Queste condizioni sono tuttavia cambiate nell’attualità. Così come il beato
Giovanni Paolo II ha rinnovato profondamente la teologia del matrimonio e della famiglia nell’interpretare l’
“immagine e la somiglianza di Dio” dell’essere umano, partendo dalla complementarietà dell’uomo e della
donna e del dono reciproco della loro umanità, così questo principio teologico-antropologico dovrebbe
estendersi all’ambito della cultura del lavoro, perché la partecipazione congiunta dell’uomo e della donna
nella formazione del “capitale umano” avanzato, nel disegno e prestazione dei servizi alla persona e dei suoi
bisogni, nella costruzione dell’immagine delle organizzazioni e del buon clima lavorativo, risulta attualmente
indissociabile.
Alcune aziende hanno già cominciato a “interiorizzare” queste nuove condizioni e si sforzano di creare
condizioni di lavoro per la donna che rendano compatibile il suo doppio ruolo di lavoratrice e di madre che
ha la cura de i propri figli. C’è però, ancora tanto da fare, specialmente affinché le società considerino come
priorità i nuovi problemi pratici generati dall’inserimento della donna nel mondo del lavoro remunerato. La
possibilità del lavoro a distanza, favorito dalla comunicazione elettronica, genera condizioni
tecnologicamente sufficienti per risolvere alcune di queste situazioni. Ciò nonostante, questo esige da parte
dei lavoratori, uomini e donne, un’amministrazione più razionale del tempo che si distribuisce tra casa e
lavoro e attualmente anche il tempo dedicato all’educazione continua e la costante attualizzazione che esige
la velocità dell’innovazione tecnologica. Anche se esiste una formazione di base del “capitale umano” che si
estende per tutta la vita, la conoscenza ha bisogno di un costante perfezionamento e attualizzazione, esigendo
a sua volta, tempo dedicato a questo compito. Alcune aziende realizzano tutto ciò da sé stesse, ma in molti
casi, affidano questo servizio a esterni e i lavoratori devono raggiungere altri luoghi, a volte lontani, per fare
formazione. Per le famiglie questo rappresenta, senza dubbio, un sacrificio che i loro membri possono
assumere felicemente se si è riusciti a costruire un’esperienza di comunione sufficientemente forte da poter
comprendere le necessità generate dalle fonti di lavoro. Quando manca quest’esperienza, i membri della
famiglia generano sentimenti di risentimento e recriminazione reciproca che minano la convivenza,
mettendola a rischio di distruzione.
La situazione prima descritta può essere aggravata anche nei casi in cui esistano persone anziane con
malattie croniche o che non possono più auto gestirsi. Sappiamo che, almeno nel caso del mondo
occidentale, la popolazione sta invecchiando rapidamente. Naturalmente, ci sono importanti differenze nel
ritmo di questo invecchiamento a seconda dei paesi e delle regioni, ma il processo di transizione demografica
è di portata mondiale e, come ben sanno i demografi, c’è bisogno di secoli per rinvertirlo. Tradizionalmente
sono state le donne coloro che hanno assunto le cure palliative degli anziani, sia che si trovino in casa sia in
case specializzate che si dedicano alla loro cura. Che sia in modo diretto o indiretto, però, queste cure
palliative finiscono per influire sulla famiglia completa, a causa delle risorse economiche impegnate, del
tempo di dedizione e dell’affetto e rispetto dovuto alle persone che soffrono questa situazione.
La crescita della speranza di vita al nascere, tanto negli uomini quanto nelle donne, anche se nel caso di
queste ultime raggiunga ancora più anni, pone una nuova sfida sociale rispetto al mantenimento delle fonti
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del lavoro per gli adulti di maggiore etá. Negli ultimi anni abbiamo assistito a discussioni, in quasi tutti i
paesti rispetto all’etá del pensionamento e alla tensione tra l’alta disoccupazione giovanile e il desiderio di
rimanere più anni nel lavoro delle persone in buono stato di salute. Alcuni di questi adulti vivono soli e
l’abbandono del lavoro non solo diminuisce sostanzialmente le loro entrate, ma deteriora anche la loro
autostima e si sentono in situazione di abbandono. D’altra parte, non tutte le famiglie sono in condizioni di
farsi carico degli adulti, in una età in cui le spese mediche sono più costose crescono i premi delle
assicurazioni sulla salute. Manca ancora molta immaginazione sociale per generare impieghi adeguati a
queste persone, che tengano conto della loro esperienza e anche delle loro condizioni particolari di gestione
del tempo e di resistenza alla fatica. In sostanza, sarà senza dubbio uno dei problemi sociali più acuti del
nostro secolo quando l’effetto della transizione demografica si completata. In diversi paesi si è cercata una
soluzione nel turismo degli adulti degli anziani, però sono molti quelli che non possono permettersi questo
lusso e hanno bisogno di mantenere una fonte d’ingresso tramite il lavoro. Se il lavoro realizzato è stato,
inoltre, creativo e innovatore, con un’alta componente della vita intellettuale, e se si è sperimentato come
vocazione, risulta indispensabile che la società faccia uno sforzo per mantenere la vita lavorativa nel
contesto dell’attuale speranza di vita, che supera di molto l’attuale età di pensionamento, ereditata dalle
condizioni del passato.
Dopo aver analizzato alcuni problemi sociali specifici che creano sfide particolari per la società e le
famiglie, vorrei fare un bilancio più globale sulle opportunità e precarietà che la nostra epoca presenta alla
famiglia e al lavoro. Durante il secolo XIX il lavoro è stato considerato essenzialmente come “forza lavoro”,
concetto che implica che tutti gli esseri umani sono relativamente equivalenti sul piano lavorativo. Con
l’introduzione della catena di montaggio, anche se ha richiesto una maggiore specializzazione e
dimestichezza, la direzione del processo di lavoro non rimaneva nelle mani del lavoratore, ma era condotta
dal ritmo della macchina. Questo è cambiato completamente nell’era “post industriale”, in cui la catena di
montaggio si è robottizzata completamente e si chiede ora ai lavoratori di interagire con le macchine
intelligenti e sviluppare abilità molteplici, che non si limitino all’orizzonte cognitivo, ma che includano
anche “abilità sociali”, come la capacità di lavorare in team interdisciplinari, capacità d’iniziativa e
leadership, collaborare con la creazione di un buon clima lavorativo, pensare alla soddisfazione delle
necessità dei clienti, gestire data-base e generare informazione. Lo sguardo sul lavoro non si limita, di
conseguenza, a quello che succede all’interno della fabbrica, ma esige alzare lo sguardo verso la sviluppo
d’insieme della società, verso le sue richieste e bisogni. In poche parole, si richiede disponibiltà costante
verso i clienti e consumatori, competenza, efficienza e cortesia o amabilità nella presentazione dei servizi che
si sollecitano. Per questo si usa dire attualmente che il “capitale umano” richiesto include anche “capitale
sociale”, come capacità di lavorare in ampie reti di collaborazione e “capitale culturale”, come la capacità di
costante attualizzazione delle conoscenze e di sviluppo delle più raffinate abilità personali che includono
una più acuta percezione, un miglior dominio del linguaggio, sia del proprio, come anche delle lingue
straniere, una maggiore tolleranza alla frustrazione quando non si raggiungono i risultati sperati e una
maggiore perseveranza per ricominciare il cammino. Per così dire, il lavoro si è fatto sempre più sociale. Se
prima si focalizzava verso l’appropriazione e domino della natura, l’ esigenza attuale dell’uomo è
l’aggregazione del valore ai prodotti del lavoro e ai servizi tanto per l’opportunità o per la qualità delle
relazioni sociali che rende possibili.
Questo spiega, in buona misura, perché il lavoro sia sparito, in un certo senso, dal vocabolario e dalla
semantica contemporanea, ad eccezione di quando sopravviene la disoccupazione. Il lavoro coincide ora con
l’attività umana stessa, qualsiasi essa sia, se è capace di aggregare valore alle relazioni sociali. Si è separato
anche dallo stesso concetto di necessità che si impiegava per la razionalizzazione dell’attività economica
durante il XIX secolo, dato che le società e le persone producono e consumano ora molto di più di quello di
cui hanno bisogno. Per qualcuno, il vincolo tra lavoro e aggregazione di valore conduce inesorabilmente al
predominio di una mentalità economicista. Effettivamente, può verificarsi questa distorsione. Non c’è nessun
bisogno però, che questo avvenga nel contesto della società attuale. Un buon esempio di questo è l’industria
del turismo, che è fiorita con i nuovi mezzi di trasporto e comunicazione e che definisce i prezzi sulla base
della qualità dell’attenzione alle persone. Potremmo anche menzionare l’industria dell’educazione, la quale
si è effettivamente industrializzata sul piano mondiale, che fissa i suoi prezzi per la qualità delle risorse
umane di cui dispone e per la qualità dei risultati ottenuti per chi si sottomette ad essa. Il vincolo tra lavoro e
aggregazione di valore non rimane limitata ai prodotti di consumo, ma si estende ai beni spirituali della
società, che si producono esclusivamente per la cooperazione sociale e solidale tra le persone.
Penso che questo contesto sociale dell’evoluzione del lavoro rappresenti una grande opportunità per la
famiglia, dato che essa stessa è la gran formatrice delle persone, specialmente nella loro prima infanzia. La
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scuola, l’università e i mezzi di comunicazione potranno offrire in seguito conoscenze e informazioni, ma le
attitudini verso la conoscenza e l’informazione, la curiosità intellettuale, il lasciarsi provocare
intellettualmente ed emozionalmente dalla realtà, la commozione davanti a tutto quello che esiste,
particolarmente verso gli altri esseri umani, sono virtù che si alimentano della libertà interiore, che non è ne
sarà mai un prodotto dell’industria, ma che nasce dell’esperienza di comunione vissuta con altri e che
comincia certamente nel seno della famiglia. Anche nel caso delle famiglie distrutte a causa dell’infedeltà,
dell’indifferenza o della violenza è possibile trovare le orme originarie di una esperienza di comunione rotta.
La formazione della personalità e del carattere è intimamente legata alla coscienza del fatto che solamente
possiamo venire all’esistenza in virtù dei nostri progenitori e che essi, dei loro, in un lungo e delicato filo
ontogenetico che risale alla misteriosa origine della vita umana, fino al Creatore. Questa coscienza non è solo
né primariamente biologica, come di fatto è spiegato spesso in modo unilaterale, ma prima di tutto
antropologica e sociale. Nasciamo da una relazione tra uomini e donne, nasciamo da una comunione, e
prendiamo coscienza di essa abitando nel linguaggio che ci hanno dato, che si sostiene, a sua volta, in questa
misteriosa convivenza di coloro che parlano questa lingua.
Che il lavoro sia identificato nell’attualità con tutta l’attività e comunicazione umana, simultaneamente
materiale e spirituale, mondana e trascendente, se essa crea l’aspettativa di aggregazione di valore, mi
sembra una grande conquista storica-evolutiva della realtà sociale, in cui la famiglia ha un luogo di risalto.
Sorge allora la domanda: perché avendo condizioni sociali così favorevoli la famiglia si presenta come
un’istituzione svalutata e, in alcuni contesti sociali, come quello europea, come un’istituzione sulla soglia
dell’estinzione? Una situazione come questa, richiede, certamente, molteplici spiegazioni. Vorrei suggerirne
alcune. In primo luogo, molte delle funzioni che prima svolgeva la famiglia sono oggi realizzate da altre
istituzioni, come per esempio, il sistema scolastico, che accoglie i bambini molto presto per collocarli nella
realtà sociale nella sua complessità e multipolarità. Questo ha portato, in vari casi, a far sì che i genitori
depositino i proprio figli nel sistema scolastico, affinché facciano di essi quello che in casa non sono riusciti
o non hanno voluto realizzare. In secondo luogo, la comunione di persone nel seno della famiglia non si
considera un’esperienza spontanea e connaturale, ma sono entrate in competizione le reti sociali e la
comunicazione virtuale che ogni membro della famiglia, specialmente i più giovani, abbiano le loro proprie
reti di comunicazione che li valorizzano e legittimano nella società. Si dà il caso di famiglie che coabitano
nello stesso luogo e, non ostante, ogni membro costruisce la sua rete di comunicazioni indipendentemente
dal resto dei membri della famiglia. L’essere riuniti sotto lo stesso tetto non significa più frequenza di
interazione e compresenza nelle interazioni. In terzo luogo, le nuove esigenze di individuazione e
personalizzazione fanno sì che la famiglia debba sviluppare un intorno (contorno) culturale complesso e
ricco in virtù e beni culturali che difficilmente riesce a realizzare, e tuttavia, per esigenze del lavoro, il tempo
dedicato alla famiglia si concepisce solamente come tempo di riposo e ozio e non come l’occasione di
un’esperienza educativa per tutti i membri. Quando ciò accade, è facile ridurre la convivenza familiare
all’espressione di affetti reciproci, perdendo di vista l’orizzonte più esteso della vocazione umana ad essere
persona e a soddisfare tutte le esigenze di bene, verità e bellezza che si annidano nel cuore umano.
La relazione tra famiglia e lavoro nell’attualità richiede, in base a tutto quanto abbiamo detto, un nuovo
orizzonte culturale. Non si tratta più di ottenere le entrate necessarie per la sopravvivenza e lo sviluppo, sia
attraverso il tradizionale padre provvidente o, oggi, delle varie entrate apportate dai membri della famiglia,
specialmente le donne che lavorano. Non è neanche sufficiente la relazione emozionale di attaccamento e
riconoscimento di appartenenza a un tessuto sociale costruito quotidianamente dalla relazione quotidiana
faccia a faccia dei diversi membri della famiglia. Ancora più insufficiente risulta, tuttavia la ristrettezza
demografica prodotta dalla riduzione delle famiglie e dalla riduzione risultante dei vincoli di parentela. Così
come la Chiesa, nel Concilio Vaticano II, ha definito le famiglia come chiesa domestica, per indicare che in
essa si realizzava la profondità del senso della comunione ecclesiale, dal punto di vista sociale manca
definire la famiglia come il luogo della vita e del lavoro, della formazione del capitale umano integrale che le
persone offrono alla società per ottenere la convivenza pacifica e il bene comune di tutte le persone. C’è
bisogno che la famiglia apprezzi, come segnala Benedetto XVI, che “La carità nella verità, di cui Gesù
Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale
forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — « caritas » — è una
forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e
della pace”(Caritas in veritate n.1).
Ciononostante, a questa esortazione va incontro l’immensa disuguaglianza sociale tra le famiglie che si è
fatta più evidente nel contesto di una società organizzata sull’aggregazione del valore. Quando si trattava di
soddisfare i bisogni elementari delle persone nell’ambito dell’alimentazione, la casa e l’abbigliamento, le
39
differenze sociali avevano una misura più specifica e limitata. Trattandosi però dell’aggregazione di valore,
le differenze sociali si sono acutizzate, specialmente per la mancanza di sviluppo del capitale umano nel seno
della famiglia. Si tratta di un fenomeno mondiale che non influisce solamente i paesi poveri e emergenti, ma
anche le società più sviluppate. Anche quando esistono politiche destinate a soddisfare l’uguaglianza delle
opportunità, praticamente in tutti i paesi, gli incentivi economici e monetari non si sono dimostrati sufficienti
per invertire la disuguaglianza. D’altra parte, i cambiamenti nella struttura demografica delle società
occidentali hanno posto severe restrizioni alla capacità degli Stati di assicurare il benestare delle famiglie.
Certamente le nuove tecnologie delle comunicazioni aiutano a mettere a disposizione di molte persone la
conoscenza e l’informazione rilevante per il loro sviluppo. Il problema, però, nella società attuale non è la
scarsità di informazione, ma il suo eccesso, che implica procedimenti e criteri di selezione che solo possono
darsi in una persona educata con capacità di discernere e può favorire lo sviluppo dei suoi talenti e della sua
vocazione. Siamo in presenza di una vera “emergenza educativa”, come l’ha chiamata il Papa, ed essa solo
potrà risolversi con una rinnovata solidarietà inter-generazionale tra le persone, che donano sapienza e
esperienza ai più giovani per aiutarli nella conquista della propria libertà interiore e nella scoperta della
propria vita come vocazione. Se questa è stata sempre la principale sfida del lavoro nel seno della famiglia, il
contesto sociale odierno le conferisce una drammaticità e un’urgenza molto più accentuate. La “carità nella
verità” è il criterio ermeneutico che il magistero pontificio ci offre oggi per rinnovare la comunione nel seno
delle famiglie e per orientare il lavoro umano allo sviluppo integrale delle persone.
31.05.2012 - 12:19 | Filippo Magni
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VENERDI’ 1 GIUGNO 2012
V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede
Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna)
Biografia
Blanca Castilla de Cortázar Larrea insegna presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Madrid. È nata a
Vitoria, in Spagna. Dottore in Teologia presso l'Università di Navarra (1981) e in Filosofia
presso la Universidad Complutense de Madrid (1994). Master in Antropologia in
quest'ultima dell'Università (1993). È stata docente di antropologia ed etica in diversi
istituti della Universidad Complutense. Ha collaborato frequentemente con numerose
università americane e spagnole per la didattica, la ricerca e guidando tesi di dottorato. Ha
studiato vari autori: Gabriel Marcel, Tommaso d'Aquino, Xavier Zubiri, Ludwig
Feuerbach, Karol Wojtyla ed è specializzata in questioni di Antropologia di genere. Dal
2001-2005 è stato Segretario Generale della Reale Accademia dei Dottori Spagna e Direttore della rivista
Anales. Attualmente è la segretaria della sezione I: Teologia
Titoli
È autrice di oltre 60 articoli su riviste e libri in collaborazione. Ha scritto la prefazione al libro di Giovanni
Paolo II “Maschio e femmina. Teologia del Corpo I”, Palabra, Madrid, sesta ed. 2005. È autrice inoltre delle
seguenti pubblicazioni. - ¿Fue creado el varón antes que la mujer? Reflexiones en torno a la Antropología de
la Creación, Rialp, Madrid 2005. - La antropología de Feuerbach y sus claves, Eiunsa, Barcelona 1999. Persona y género. Ser varón, ser mujer, ed. Universitarias Internacionales, Barcelona 1997. - El Espíritu
Santo en la Trinidad y su imagen humana. Discurso de Ingreso en la Real Academia de Doctores en 1997. Noción de Persona en Xavier Zubiri. Una aproximación al género, ed. Rialp, Madrid 1996. - Persona
femenina, persona masculina, en Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia, 2ª ed. Rialp, Madrid
2004. - Las coordenadas de la estructuración del 'yo'. Compromiso y Fidelidad en Gabriel Marcel, en
Cuadernos de Anuario Filosófico, Universidad de Navarra, Pamplona 1994, 2ªed. 1999. - La
complementariedad varón-mujer. Nuevas hipótesis, en Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia,
ed. Rialp, Madrid 2004, 3ªed. ampliada.
Blanca Castilla: La famiglia e la festa tra antropologia e fede
LA FAMIGLIA E LA FESTA:
tra antropologia e fede
Blanca Castilla de Cortázar
Desidererei incominciare con quelle parole che il libro dei Proverbi mette sulle labbra della Saggezza
quando accompagna Jahvé nella Creazione dell’Universo: “Allora io stavo lavorando con lui come
architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante; dilettandomi sul globo
terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo.” (Prov. 8,30-31).
Come si capisce, il Dio dell’Antico Testamento non è un Dio solitario, lo accompagna la Saggezza,
in cui la tradizione di Antiochia insieme con il resto della tradizione orientale riconosce lo Spirito Santo
come diverso dal Logos, mentre invece la tradizione occidentale non la differenzia dal Verbo, in ogni caso si
tratta di un’altra Persona co-eterna.
Questo testo dei Proverbi permette di esprimere con parole umane qualcosa dell’intimità dell’Amore
di Dio, che intreccia lavoro e gioco, tenerezza, novità e sorpresa, così la Saggezza lavora insieme a Lui nella
Creazione – come appare nella Sistina, dipinta da Michelangelo – facendogli compiacere, essendo la sua
allegria ogni giorno un gioco per tutto il tempo con il globo e con i figli di Adamo, che sono anche le sue
delizie. Queste relazioni personali ricordano il modo suggestivo e originale in cui Giovanni Paolo II parla
dell’intimità divina, parole che ha ricordato pure il Card. Ravasi: “Nel suo mistero più profondo, dice il Papa,
Dio non è solitudine, ma una famiglia, dal momento che ha in sé la paternità, la filiazione e l'essenza stessa
della famiglia che è amore. Questo amore, nella famiglia divina – afferma – è lo Spirito Santo” 1
1
JUAN PABLO II, Homilía, 28-I-79.
41
Da parte sua, il Messia che mangiava e beveva alle nozze come quella di Cana e accettava con
piacere di mangiare nelle case di coloro che lo invitavano – Zaccheo, Simone il Fariseo, Matteo, Pietro ei
suoi amici di Betania -, descrive in diverse occasioni il Regno dei Cieli come una casa di Famiglia, la casa
del Padre nella quale ci sono diverse dimore e nella quale si celebra una gran festa con banchetti, dove si
partecipa vestiti a festa e, in compagnia di famigliari e amici, condividendo la buona tavola e il migliore dei
vini.
In definitiva, l’incontrarsi e lo stare con i propri cari, il giocare e il gioire con loro, sono gli
ingredienti rivelati per parlare oggi della Famiglia e della festa, guardando alla Famiglia di Nazareth che –
definita da Gerson “trinità della terra” – è la migliore immagine dell’Intimità divina.
I.
LA GIOIA DI FESTEGGIARE
È stato notato negli ultimi decenni, che l’uomo moderno ha guadagnato “il tempo libero”, però ha
perso il senso della festa. Alcuni romanzi (“Momo”) descrivono la fretta interiore ed esteriore dell’uomo
delle grandi città, intrappolato dallo stress, correndo sempre e guardando l’orologio. Nessuno mai
disponibile, con cui si possa parlare – sempre attaccato al cellulare – a mala pena guarda ciò che lo circonda
se non è per comprarlo. Imprigionato da questo modo di vivere, l’essere umano solo trova vuoto, lavora forse molto – ha tante cose da fare, però non sa sognare, né godere, nè perché nè per chi lavora se non per sé
stesso, corre però non sa verso dove e se i suoi progetti falliscono il suo crollo è totale.
Pensando alla Festa, mi sono ricordato la risposta di uno dei miei insegnati quando ringraziandolo –
terminati i miei studi – per quanto ero stata bene durante le sue lezioni, di come avevo assaporato le cose che
capivo, mi disse: “Signorina, è che conoscere è una festa.”
Festeggiare, quindi, è stare dove uno si sente bene, lì dove si condivide in abbondanza ciò che piace
a tutti. È una festa stare con il Papa, forse proprio per questo siamo qui. Sarà una Festa il Cielo, per questo
vogliamo essere salvati, e veniamo qui per imparare che pure la nostra famiglia può essere una festa, più
quotidiana e accessibile, che ci allieta i giorni e ci prepara per le grandi feste che ci aspettano, come quella
che vivremo – o stiamo vivendo – qui.
II.
PRESUPPOSTI ANTROPOLOGICI DELLA FAMIGLIA
Viviamo in un momento in cui sembra conveniente “ripensare” la famiglia per riscoprire con nuove
luci il dono di essere strutturalmente esseri famigliari, di essere parte di una genealogia e di poter costruire
ogni giorno la propria famiglia. Ricordiamo, allora, alcuni dei suoi fondamenti:
1. La Persona “un dono”, “capace di donare”
Ogni persona è un dono, in primo luogo per se stessa. È ovvio che nessuno decide di venire al
mondo, sebbene non sia vero che è gettato in essa. Dopo l’esistenzialismo una antropologia realista riconosce
che ciascun essere umano nasce e si fa ed è così tanto quello che riceve che ciascuno è molto di più di quello
che sa di sé stesso – “se conoscessi il dono di Dio”, diceva Gesù alla Samaritana -, da allora non ha perso
validità né difficoltà la millenaria leggenda del Tempio di Delfi: “Conosci te stesso”2
La persona è un dono per sé stessa e un dono perché sia SUO. Quindi l’essere auto-proprietaria della
propria realtà sia una profonda e certa descrizione di quello che è essere una persona (Zubiri) *. Questa
auto-proprietaria porta al fatto che nessuno – tranne Dio -, ha diritti su un’altra persona tranne nel caso in cui
non sia essa a donarsi. Come nessuno ha “diritto” ad avere un figlio, per esempio, perché il figlio pure è un
dono per i genitori.
Ciascuna persona riceve e riceve molto: riceve dal Creatore il suo essere personale, che la rende
unica e irripetibile, i suoi genitori gli trasmettono la natura umana – corpo e mente -, con l’eredità genetica, e
2
"Nosce
te ipsum". “Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei.” (Traduzione latina della massima greca scritta
sul Tempio di Apollo (Delfi). Questa scritta, messa dai sette saggi sul frontespizio del tempio di Delfi, è un classico del
pensiero greco.
42
al nascere prematuramente si delinea dal punto di vista culturale attraverso l’attenzione dei famigliari,
l’educazione e le possibilità al suo contorno, che pure gli sono date. Tutte le possibilità vengono prima del
proprio agire liberamente.
A differenza degli animali, l’essere umano è capace di avere. La natura umana, a differenza degli
altri esseri del Cosmo è capace di abitudini, e sebbene abbia proprie leggi non è completamente
programmata. Per questa ragione le loro strutture universali, come il bisogno di cibo o riposo, o la capacità di
parlare o di famiglia - come dice Levi Strauss, si sviluppano culturalmente. Zubiri ha detto che l'uomo ha
un'essenza aperta, molte delle sue qualità le acquisisce per autodeterminazione, che si caratterizza per la
capacità di AVERE. L'uomo ha nel suo corpo e nella sua mente, non solo vestiti e beni materiali, ma anche
abilità fisiche, manuali, atletiche, ecc., che diventano più profonde nella psiche, con le abitudini intellettuali e
morali.
Ma c’è di più, in quanto PERSONA l’essere umano è capace di DARE (Polo) e di darsi. La persona,
essere libero e intelligente a radice, è fatta per amare liberamente - "perchè sí" dicono da dove vengo io; per
questo può DARE gratuitamente rendendo come proprio il bene di un altro.
2. La Persona “centro” e “incontro”
Questa capacità a DARE pone in evidenzia due dimensioni inseparabili, sebbene differenti della
struttura della sua intimità. Da un lato la persona, ciascuna, è un essere con valore in sé, l'unico essere
dell'universo, - dice il Concilio Vaticano II -, che Dio abbia amato per se stesso (GS, 22). In secondo luogo,
la persona è un essere relazionale, aperto, non solo nella sua essenza, abbiamo detto, ma nel suo stesso
ESSERE, con una relazione di origine – la filiazione – e con una di apertura ad essere sposa, che la
costituiscono. Il Concilio esprime ciò affermando che "solo raggiunge la sua pienezza nel dono sincero di sé
agli altri" (GS, 22).
Lungo tutta la storia del pensiero, fino al XX secolo, la nozione di persona for giata nel siglo IV - ha
dato vita a animati dibattiti accademici, ma ha avuto poco peso antropologico: basterebbe ricordare che ogni
teoria politica della modernità si basa sull'individuo, non si tratta della persona. E essere un individuo non è
esattamente la stessa cosa che essere una persona. Un individuo può essere isolato e una persona è un essere
strutturalmente relazionale.
Prendendo alcune preziose intuizioni, Kant sostiene che la persona è un Fine in sé, di conseguenza
mai deve essere trattata come un mezzo ma sempre come Fine. Ma essendo ogni persona un Fine in sé, - e
entriamo già nella seconda caratteristica della struttura personale che, dall’altra parte, non implica una
limitazione, - tuttavia non è un fine per sè; il fine di una persona sta sempre in un'altra persona: alla quale va
incontro o alla quale apre la porta. Questo perché la persona è fatta per la donazione, per l’amore. Solo
quando si vive per un altro è quando si raggiunge la pienezza, che consiste esattamente nell'aver imparato ad
amare.
Questo vivere per un altro non è un segno di limitazione, diceva, perché è parte dell'immagine di Dio
dal momento che anche le Persone divine vivono ciascuna per le altre due. Certamente, una persona da sola
sarebbe una disgrazia, come affermava Leonardo Polo, perché non avrebbe con chi comunicare, a chi
donarsi. Quindi la persona può essere descritta anche come "incontro" (Rof Carvallo) con un'altra persona
che si rende presente, che si può amare e da cui si può essere corrisposti.
Tuttavia, né in Dio né nell’uomo, la persona è solo relazione. In Dio, la Teologia descrive la persona
divina come un rapporto sussistente, cioè una relazione con un valore in sé, sebbene la caratteristica propria
di una relazione sia quella di essere rivolta verso gli altri. Qualcosa di simile si può dire della persona umana,
perché la sua capacità di relazione è intrinsecamente legata al suo essere, in cui si trova il suo "centro".
L’Essere della persona non è un Essere a se stante, come quello del Cosmo, ma un ESSERE-CON
(Heidegger) o un ESSERE-PER (Levinas) o una co-esistenza (Polo). L'apertura relazionale si trova nel fatto
stesso di ESSERE persona.
43
E seppure ogni uomo nasce prematuramente, indifeso e dipendente in tutto, il processo verso la
maturità consiste nel raggiungimento dell'indipendenza a tutti i livelli: fisico, mentale, professionale,
economico e sociale. Questa capacità di dare valore a se stesso, è la condizione per poter vivere in maniera
inter-dipendente (Covey), formando e costruendo la propria famiglia.
Potremmo riassumere, quindi, queste due dimensioni della persona come "centro" e "incontro".
Centro sussistente e relazionalmente aperto all'incontro con l'altro.
3. L’“unità dei due” e l’apertura al “tre”
La persona è figlio e, fosse anche solo per questo, già ha una struttura familiare nella sua costituzione
intrinseca. Ma essere persona ed essere famiglia è molto più di essere figlio (altrimenti saremmo dei viziati).
La persona, oltre a essere figlio ha anche una struttura coniugale - è un uomo o una donna, e può amare come
un padre o come una madre. Ed è ovvio che la famiglia, oltre che il figlio ha bisogno di un padre e di una
madre. La famiglia ha una struttura triangolare, composta da relazioni costitutive in cui ciascuna persona si
plasma rispetto alle altre due: quindi, non ci può essere un figlio senza un padre e una madre, né una madre
senza un padre e un figlio, né un padre senza un figlio e una madre.
Tuttavia, le cose non sono così semplici, perché sia l'essere uomo sia l’essere donna viene prima del
loro essere padre o madre. Dall’altro lato, la famiglia è costituita in modo triadico in un altro senso, così
come lo descrive il cardinale Scola - pastore di questa diocesi -, che l’ha rappresentata come "mistero
nuziale", distinguendo tre momenti: 1. La differenza sessuale uomo - donna, 2. L’Amore personale tra di
loro, e 3. La fecondità.
La verità è che gli esseri umani sono creati a sua immagine e somiglianza di Dio. Racconta la Genesi
(1:26-27) che Dio creò l'uomo, li creò uomo e donna. È importante considerare questo singolare e plurale
allo stesso tempo, - lo creò, li creò - e da notare che nel plasmare a sua immagine non fa l’uomo trio, come è
Egli stesso nella sua intimità, ma come due. Due che in se stessi si completano mutualmente diventando uno.
Questa "unione dei due", accoglie la pluralità e rispetta la differenza. È di più ognuna nella propria differenza
è l'affermazione dell'altra. Lo dice il libro dell’Ecclesiastico lodando le opere di Dio: "Io faccio le mie opere
perfette. Tutte sono doppie, una di fronte all'altra. Lui non ha fatto nulla di imperfetto. Una conferma la
bontà dell’altra." (Eclo 42, 24-25) Questo stare faccia a faccia, come il testo ebraico della Genesi (2,18)
afferma, significa tra le altre cose che la condizione sessuata è espressa nel corpo, la mascolinità di per sé
richiama la femminilità e la femminilità di per sé fa riferimento alla mascolinità.
Dall'antropologia Julián Marías, un altro filosofo spagnolo, dice che la differenza tra uomo e donna è
relazionale, come ad esempio le mani, che trovandosi una di fronte all'altra si possono legare come in un
abbraccio.
Pertanto, nel creare l'essere umano, uno e plurale al tempo stesso si potrebbe dire che Dio sta
plasmando un’immagine della sua Unità plurale. Giovanni Paolo II ha messo in rilievo, al di là delle celebri
negazioni del passato *, che la pienezza dell’imago Dei non si trova tanto in ogni persona isolata - uomo o
donna -, ma nell’"unione dei due", nella comunione di persone che vivono tra loro, in modo che questa
"unione dei due" sia un’immagine dell'unità della trinità divina.
La donazione disinteressata che forma parte dell’unione dal momento che è corrisposta diventa
reciprocità. Tuttavia, l'amore reciproco è possibile tra due persone, indipendentemente dal loro sesso, però,
nell'amore e nell'unione tra un uomo e una donna c'è anche una complementarietà particolare. Secondo la sua
nuova antropologia, Papa Wojtyla dice nel 1995, dando una nuova svolta a questo problema, che tra l'uomo e
la donna ciò che è reciproco è la complementarietà, allora "la donna è il completamento dell’uomo, come
l’uomo è il completamento della donna: uomo e donna sono tra loro complementari "(n.7). Continua
indicando che questa complementarietà non si riferisce solo all’ambito dell’AGIRE, ma soprattutto
all'ESSERE, concludendo uomo e donna "sono complementari non solo biologicamente e psicologicamente,
ma, soprattutto, dal punto di vista ontologico" essendo l'”Unione dei due” una "uni-dualità relazionale
complementare" (n.8).
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Con queste espressioni, che richiedono uno sviluppo successivo, Karol Wojtyla sta dando una forma
filosofica a questioni che conosce bene come poeta. I poeti, infatti, indagano meglio di chiunque altro
l’essere e il suo significato. Un poeta spagnolo, scrittore di canzoni, descrive l'amore tra l'uomo e la donna
come qualcosa di intangibile e profondo tra TU e IO, come un luogo dove sentire la voce, un perdonarmi TU
e un comprenderti IO. Inoltre, e soprattutto, canta “all’unità dei due”. Descrive l'Amore dicendo che è un
frutto per DUE, un ombrello per DUE o una storia scritta per DUE o creare un mondo tra i DUE (Buber). E
in una canzone alla tentazione confessa: "Non c'è menzogna in una cosa trasparente, bella e fragile come è
l'amore. Non la chiami viltà. Ci sono cose nella vita che sono solo per DUE, solo DUE. "
In ogni caso nemmeno il Due è sufficiente per essere famiglia. L'unità del due si esplica nel tempo,
aprendosi al "tre", vale a dire, alla fecondità, all’abbondanza. La mascolinità e la femminilità, quando
mettono insieme le loro risorse in un obiettivo comune, si potenziano e insieme sono in grado di ottenere ciò
che non possono fare ciascuno di essi separatamente. Nell’arte, nello sport, nella cultura, nel lavoro, nella
costruzione della storia, in famiglia.
È plastico e visivo, per esempio, nel pattinaggio artistico a coppie, che - oltre al fatto di fare la stessa
cosa in maniera sincronizzata -, quando ciascuno mette in campo la propria caratteristica peculiare, lui la
forza, lei la flessibilità, sono capaci di sorprendere con le loro possibilità.
La reciprocità e la complementarità insieme conferiscono una forza espansiva, capace di novità come
nel caso della vita. Ciascuna persona è il nuovo (Polo), qualcuno che prima non c’era e ne tornerà ad avere
qualcuno come lui, una nuova libertà che irrompe e potrebbe cambiare il corso della storia (Arendt). Per cui
bene, nella famiglia, i genitori - con l'aiuto di Dio, come riconosce Eva quando ha il suo primo figlio * - sono
procreatori, creatori della vita. La famiglia, che ha la sua origine nell’unione dei due ed è in maniera
costitutiva aperta AL TRE, ha la forza di irradiare dall'interno, essendo culla e fonte di vita.
Questa feconda apertura al “tre” è narrata anche nel primo capitolo della Genesi quando Dio,
benedice i nostri progenitori, Adamo ed Eva, dicendo: "Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra e
soggiogatela". Interessante notare in questo versetto che sappiamo a memoria, che Dio affida ad entrambi un
duplice compito comune: la famiglia e il dominio del mondo, creare e curare la vita e costruire la storia. In
questi due compiti, inseparabili, l'uomo e la donna sono co-protagonisti, sia nella sfera privata e sia in quella
pubblica.
L'esperienza storica mostra che nel corso dei secoli quando è stato separato l’ambito pubblico da
quella privato, assegnandone uno a ciascuno dei sessi: "Public man, private woman” riassume Elshtain,
entrambi gli spazi risultano unilaterali e squilibrati. Nella famiglia è frequente l'assenza del padre –
“Fatherless America” si intitola un suo recente saggio, allorché l'ambiente lavorativo risulta eccessivamente
competitivo e gerarchizzato, diceva il relatore Bruni, aspettando il "genio" della donna – come avrebbe detto
Karol Wojtyla -* per renderlo abitabile.
L'uomo e la donna sono due modi diversi di fare lo stesso, così l'attività umana in ogni campo, in
qualsiasi ambito, affinché risulti completa ha bisogno della collaborazione delle risorse di entrambi, per
questo sono così fecondi i gruppi dove lavorano insieme uomini e donne. D'altra parte, sia la maternità che la
paternità sono fondamentalmente un'attività dello spirito che ha ora un compito in sospeso e necessario per
costruire una "famiglia con un padre e una cultura con una madre" *.
III.
ESPERIENZA DELLA FESTA
Passiamo ora a descrivere alcuni aspetti della Festa. In primo luogo, vivere la Fesra richiede di
sviluppare la forsa dello spirito – ristabilirla lì dove si è persa -, imparando a esercitare l’intelligenza e la
libertà nell’amore della verità e del bene.
1. L‘amore della verità e del bene
La Festa suppone l’esercizio dell’intelligenza nella sua dinamica della ricerca della verità.
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“Conoscere è una festa”, diceva il mio professore. E richiede anche l’esercizio della libertà nel
raggiungimento del bene. Nell’errore e nella menzogna la festa dura poco. Se la festa non è vera, ritorna
odio, amarezza o rivalsa. Uno finisce per sentirsi male, sentendosi a disagio, invece di godere e vivvere bene.
L’ambiente delle società opulente, con il loro eccesso di beni materiali provoca malattie – obesità,
diabete tipo 2, malattie cardiovascolari -, abitudini non sane – cattiva alimentazione, sedentarietà,...-, e rende
difficile il vero senso della Festa, fomentando la passività, l’individualismo, consumismo, la noia, la
tendenza al facile e ai piaceri con effetti collaterali. E’ indicativo che se si cercano in Internet informazioni
sulla Festa la possibilità che offre, oltre al ballo, è l’alcool nelle sua distinte varietà: birra, champagne,
coktail, margarita, vino o vodka – letteralmente -.
L’abbondanza, che è buona, i soldi, i beni materiali e la tecnica, strumenti per raggiungere il fine, se
si trasformano nel fine debilitano la persona, la corrompono. Se i bambini vedono solamente molte ore di Tv,
che è passiva e invade i sensi, frena la loro immaginazione, annulla la loro creatività, fomenta la la
sedentarietà e non poche volte ruba loro l’infanzia, impedendo loro di spaventarsi con ammirazione davanti
alla scoperta dell’origine della vita, imponendo loro rozzamente una informazione decontestualizzata e a
volte perversa.
La tecnologia, che suppone progresso, a secondo come si utilizza, - TV, cellulari, videogiochi,
computers, internet, chat, ...-, fomenta l’isolamento provocando, per esempio, che i giovani abbiano poche
conversazioni e che si generino dipendenze malsane.
La ricerca della verità, tuttavia, l’educazione del desiderio, la scelta dei beni più elevati sebbene sia
arduo conseguirli, richiede abitudini positive che diano forma alla capacità di bene e di verità. Potremmo dire
che non solo apprendere è una Festa ma che essere in Festa anche si apprende.
2. Le emozioni della Festa.
In quel apprendimento, appaiono come in cascata sentimenti insospettati emozioni più profonde – di
altro livello, di altra generazione -, che i puramente psicosomatici, che ratificano e incrementano a loro volta
l’amore delle verità: è l’affettività che manifesta le possibilità del cuore umano.
Va osservato, in primo luogo, la capacità dell’ammirazione, che ha le sue radici nell’intelligenza e
nella libertà, e che unisce verità e bellezza. Ammirare – l’arma dei poeti e dei filosofi attenti alla realtà -, è il
miglior modo di apprendere. L’ammirazione tra i sessi opposti, per esempio, è il miglior antidoto al
maschilismo e al femminismo egualitario che manipola il genere.
Ammirare la bellezza della Natura è una festa, e chiedere alle persone, contemplarle, porta all’amore
personale: un atto della volontà che si bea della verità dell’altro, che è la sua realtà personale. La persona si
ammira e si ama per se stessa.
Da parte sua, l’amore personale porta con sè la gioia. La gioia è più che un piacere, è un affetto
spirituale che non conosce l’edonista, il quale sente piacere a cui però risulta impossibile godere nella
contemplazione “di un bottiglione di birra”. La birra, in ogni caso, accompagna alla gioia però in alcun modo
ne è una causa.
La gioia che suppone l’amore verso una persona, che si ammira è accompagnata da un altro
sentimento positivo, sicuramente uno dei più importanti, che si sappia: il rispetto. Si rispetta quando si vede
dentro a ciascuna persona quello per cui è superiore a noi, quando si avverte non solo quello che è ma anche
quello che potrebbe essere. Questo risprtto genera fiducia.
Potremmo parlare anche di gratitudine di che riconosce di essere in debito per tutti i doni ricevuti.
L’attitudine alla gratitudine si manifesta nel rendere proprio quanto ricevuto, coltivere questi talenti e farli
corrispondere al ricevuto.
Infine, l’ammirazione, punto di partenza di tutte queste insospettate emozioni, si apre all’esperienza
più nobile dell’essere umano: l’adorazione – ammirazione che si dirige verso la Verità, al bene più
ammirabile -. L’adorazione viene ad essere, quindi. Il punto culminante della Festa.
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3. Tempo della Festa
Parte dell’emozione della Festa è desiderarla, aspettarla e prepararla. Diciamo che essere in Festa si
apprende, in altre parole la Festa non si improvvisa come non si improvvisa avere amici. L’amicizia devi
crearla, così la Festa, per la quale è imprescindibile l’incontro con l’altro. Lz Quintàs, altro pensatore
spagnolo, afferma che “dove c’è incontro c’è allegria e c’è festa”.
Una descrizione della creazione dei legamo personali la fa Saint-Exupéry nel sostanzioso tra il
Piccolo Principe, che viene sulla Terra a cercare amici e la solitaria volpe che anche li desidera avere e
chiede che la “addomestichi”: “ se mi addomestichi avremo bisogno l’uno dell’altro – gli dice – . Sarai per
me unico nel mondo. E io sarò per te unico nel mondo (...). Mi annoio un poco, però se mi addomestichi, la
mia vita si riempirà di sole. Conoscerò il runore dei tuoi passi che sarà diverso da quello degli altri,
chiamandomi fuori dalla tana, come una musica. Solo si conoscono le cose che si addomesticano – chiarisce
la volpe -. Gli uomini non hanno più il tempo di conoscere nulla. Comprano cose fatte dai mercanti. Però non
esistono mercanti di amici. Se vuoi un amico, addomesticami!”.
Quando il Piccolo Principe chiede istruzioni, la volpe gli dice di essere paziente facendo riferimento
al luogo ad al tempo. “Ti sentirai all’inizio un pò lontano da me (...). Ti guarderò do sbieco e non dirai nulla
(...) Però ogni giorno potrai sederti sempre più vicino (...).
Preparare la festa è fissare il luogo , la data e l’ora. Conoscere il momento e aspettarlo è fonte di
emozioni. E’ un ingrediente per creare legami che uniscono le persone che diventano parte della nostra vita.
Nel Piccolo Principe, si parla in questo senso della necessità dei riti per preparare il cuore. I rirti fanno
riferimento al tempo: “se vieni, per esempio, alle quattro del pomeriggio – gli dice -, comincerò ad essere
felice dalle tre. Quanto più avanza l’ora, più felice mi sentirò. Alle quattro sarò agitato e inquieto; scoprirò il
prezzo della felicità! Però se venissi a qualsiasi ora, mai saprò a che ora preparare il mio cuore.... I riti sono
necessari”.
“E cos’è un rito?”, domanda il Piccolo Principe. “E’ qualcosa troppo dimenticato – disse la volpe -.
E’ quello che rende un giorno differente dagli altri; un’ora dalle altre ore”. E racconta come esempi: “Tra i
cacciatori c’è un rito. Il giovedì ballano con le ragazze del popolo. Il giovedì è, quindi, un giorno
meraviglioso. Vado a passeggiare fino alla vigna. Se i cacciatori non ballassero in un giorno fisso, tutti i
giorni apparirebbero ed io non avrei vacanze”. (c. XXI).
La Festa è un momento, un giorno speciale. Prepararla suppone sforzo, che è ricompensato
dall’allegria gioiosa o serena, a seconda dei momenti che riempie il cuore di pace.
IV.
LA FAMIGLIA, LUOGO PER LA FESTA
Il focolare della famiglia è il luogo dove si nasce, dove si sta, dove si gioca, dove si torna, dove si
muore, però per andare alla Casa dove si vive e si ama per sempre. La famiglia trasmette l’aria della
famiglia, un modo di vivere, qualcosa intangibile che per essere atria – spirito -, si respira e si impara senza
rendersi conto.
Vorrei soffermarmi ora su alcuni modi di come vivere in famiglia, caratteristiche dell’Amore descritte
nel libro deo Proverbi: la Saggezza ha i suoi piaceri nello stare con i figli degli uomini e gioca con l’orbe,
sempre in presenza di Jhavè.
1. L’importanza dell’essere
Prima di tutto la Saggezza “è”, quello che mette in rilievo è che “l’incontro” con l’altro necessita
cura. E come il tempo sembra un bene scarso nell’agitato mondo nel quale viviamo, è preciso delimitare
momenti per l’incontro, tempo per stare insieme, tempo per la convivenza.
47
Condividere la tavola –almeno una volta al giorno-, è un momento importante che ha benefici
persino per la salute, in quanto i bambini apprendono a nutrirsi sanamente. La tavola e la tovaglia permettono
di cambiare impressione del giorno e conoscere uno dell’altro. In una pellicola di Bruce Willis “Storia di
noi” – racconto di una crisi matrimoniale e dell’iter fino al suo superamento-, genitori e figli cenano insieme
ogni giorno e ciascuno racconta – con più o meno sincerità -, il meglio e il peggio della sua giornata
condividendo così gioie e dolori.
Essere suppone anche –ne abbianmo già parlato-, condividere i lavori domestrici, gli incarichi,
portare insieme il peso del focolare. Essere è cogliere le necessità reali di ciascuno per risolverle o almeno
accompagnarle. E parlando del tempo l’importante è la qualità più che la quantità. Non è perchè si sta molto
tempo vicini che ci si fa compagnia. Si può stare vicini, sebbene fisicamente si sia lontani, se si sta pensando
nell’altro e condividendo gli stessi interessi e sogni.
Se si sente il bisogno della quotidianità, nei giorno festivi è tempo di allargare la tavola e stare
insieme, non è sufficiente parlare, si può anche cantare. Provengo da una terra – i Paesi Baschi -, dove la
gente è famosa per il buon palato, per il cibo, il bere e la buona voce per cantare. E’ certo che con l’allegria
che il vino porta al cuore è tradizione lì cantare a tavola, sempre le stesse canzoni. E questo lascia un riposo
indimenticabile.
2. Condividere hobbies
Si rendono felice gli altri conoscendone i loro gusti, fomentando i loro hobbies, cercando per ciascuno
l’hobby più adeguato alle sue capacità o necessità (ricordo una madre che a un figlio inquieto e rissoso, che
aveva buon orecchio -, lo mise a suonare il clarinetto affinchè sfogasse lì le sue energie restanti invece di
litigare e picchiare i suoi fratelli. E un altro che era anche un pò passivo fisicamente, lo incoraggiò a montare
a cavallo per renderlo dinamico. Tuttavia, per rendere più agile l’adolescenza ad un altro, decise di
condividere con lui la musica e decisi di imparare anche lei a suonare il piano).
Se unisci le forze, condividere le passioni è un buon modo di compenetrarsi e potersi aiutare nei
momenti duri della vita.
3. Giocare con gli altri e praticare il buon umore
Vicino alla Saggezza non c’è la noia, perchè il suo ingegno sorprende, fa ridere, rompe la monotonia se
ci fosse, al suo lato c’è felicità, diversione e riposo. La Saggezza diletta Dio e gli uomini, sta bene tra loro
perchè li vuole, tutti come sono. E tutti stanno bene vicino a Lei, perchè si sanno conosciuti e voluti.
Prima di tutto la Saggezza sa giocare. Il gioco, come tutta l’attività ludica, è un’attività libera, non
necessaria, nella quale non si cerca nienete di più che star bene, però mediante esso si impara a vivere, a
relativizzare i successi e gli insuccessi, perchè nel gioco non si vince nè si perde niente di vitale. Nel gioco
ogni successo è incoraggiato e allo stesso tempo prematuro.
Essendoci molti modi di giocare, uno importante è raccontare favole ai piccoli, sebbene siano sempre le
stesse.
E insieme al gioco e al buon umore, quello di cui faceva grazia Tommaso Moro quando chiedeva al
Signore:
- Dammi una buona digestione e naturalmente qualcosa da digerire.
- Dammi un anima che non conosce tristezza, non permettere che prenda troppo sul serio quella cosa
tanto invadente che si chiama “io”.
- Dammi il senso dell’umore. Concedimi il dono di comprendere uno scherzo, di capire una barzelletta
per trarre un pò di felictà dalla vita e poterla regalare agli altri.
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V. LA FESTA, DOVE IL TEMPO SI UNISCE ALL’ETERNITA’
La Festa è un giorno speciale, diceva Saint Exupery, o forse ciò che fa di ogni giorno una Festa. Però
ci sono giorni speciali in cui uno si ferma a dedicarsi di più a quello che da senso agli altri. Un giorno dove
c’è posto per la contemplazione, l’adorazione, la gratitudine, come è la Domenica che è prpriamente un
“rito”.
Un giorno per andare a Messa, tempo nel quale si ferma il tempo per unirsi con l’eternità. Milano ha
esempi per illustrare il detto della mia terra: “La Festa si riconosce per la Messa e per la Mensa”, come
l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, famosa in tutto il mondo.
Tante grazie
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VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore
S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA)
Biografia
Il cardinale Seán Patrick O'Malley, è l’arcivescovo di Boston (Usa). È membro della Congregazione per il
Clero e membro della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita
Apostolica. È membro della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti. Attualmente
è Presidente della commissione Attività Pro-Vita, della commissione per il Clero, Vita
Consacrata e le Vocazioni, della Sottocommissione per la Chiesa in Africa e la
sottocommissione per la Chiesa in America Latina. È anche consulente della commissione
per le migrazioni. È nato a Lakewood, Ohio, 29 giugno 1944. Dal 1969 al 1973 ha studiato
all’Università Cattolica d'America dove ha conseguito il Master in Educazione Religiosa e il Dottorato in
Letteratura spagnola e portoghese. È entrato nell’ordine dei frati Cappuccini dove ha professato i voti il 14
luglio 1965. È stato ordinato sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini il 29 agosto 1970. Dal 1970
al 1984 è stato direttore del Centro Cattolico di Washington DC. Ordinato vescovo coadiutore di St. Thomas
nelle Isole Vergini, nel 1984 e divenne vescovo ordinario in seguito al pensionamento del suo predecessore
nel 1985. 11 agosto 1992 è stato trasferito come il vescovo di Fall River, Massachusetts. Il 19 ottobre 2002 è
stato nominato vescovo di Palm Beach. Infine è diventato arcivescovo di Boston il 30 luglio 2003. Creato
Cardinale il 24 marzo 2006 da papa Bendetto XVI. Il Santo Padre ha nominato il Cardinale Seán come
membro della Congregazione per il Clero e membro della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e
le Società di Vita Apostolica, nel maggio del 2006. Ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione di
Catholic Relief Services e l'associazione per lo sviluppo dell'Università Cattolica del Portogallo. Nel 1998 il
Santo Padre ha nominato il cardinale Seán all'Assemblea speciale per l'Oceania del Sinodo dei Vescovi. Ha
servito come Visitatore Apostolico per i seminari in America Centrale e nei Caraibi.
Santificare la Festa: la Famiglia nel Giorno del Signore
Card O'Malley: Santificare la Festa. La Famiglia nel Giorno del Signore
Nel periodo in cui frequentavo il seminario, il nostro Provinciale, Padre Victor, scrisse una lettera a Roma
nella quale annunciava che la nostra missione in Portorico stava fiorendo e che la nostra Provincia era pronta
ad assumersi una seconda missione e di volere la piu’ difficile missione del mondo. La risposta arrivo’ alla
velocita’ di un fulmine: ci venne comunicato che avremmo dovuto aprire una missione nelle Terre Alte di
Papua Nuova Guinea. Il Padre Guardiano, Fermin Schmidt, del Collegio dei Cappuccini di Washington,
divenne il primo vescovo ed alcuni frati lo raggiunsero fra cui tre dei miei compagni di classe. Quando i
nostri frati arrivarono in aereo, atterrando nel mezzo di un campo, vennero immediatamente circondati dalla
curiosita’ degli indigeni – che non avevano mai visto un europeo o un aeroplano. La prima domanda rivolta
loro fu se l’aeroplano era maschio o femmina. Nel caso fosse femmina se era possibile avere un uovo.
Molti anni dopo, un giovane frate, che io avevo ordinato e che lavorava in Papua Nuova Guinea, venne a
visitarmi mentre trascorreva un periodo di riposo in patria. Aveva bellissime fotografie di indigeni sorridenti,
con ossi nel naso, piume nei capelli e poco altro indosso. Orgogliosamente il frate annuncio’: “Questo e’ il
mio consiglio parrocchiale.” Ne fui particolarmente colpito perche’ ero reduce da un incontro con uno dei
miei parroci in cui mi era stato riferito che i parrocchiani non erano pronti per un consiglio parrocchiale.
Sono certo che se il Padre Provinciale mandasse oggi la lettera a Roma chiedendo la missione piu’ difficile,
la risposta sarebbe non Papua Nuova Guinea, ma Stati Uniti D’America.
Pensiamo alla Giornata della Gioventu’, a Colonia, dove Papa Benedetto si e` rivolto ai Vescovi tedeschi
riuniti nel seminario parlando della sua terra natale, la Germania, come “terra di missione”. La stessa cosa
ugualmente accade in molti paesi dell’occidente dove il secolarismo e la decristianizzazione stanno
guadagnando terreno.
Dobbiamo trovare nuovi modi di annunciare il vangelo al mondo contemporaneo, proclamando nuovamente
Cristo e ponendo le basi della fede. Come ha detto Papa Benedetto: “Non siamo qui solo per il ‘gregge
esistente.’ Dobbiamo essere una chiesa missionaria.”
Il nostro compito e’ di trasformare “consumatori” in discepoli e maestri. Abbiamo bisogno di formare
uomini e donne che diano testimonianza di fede, non di programmi di protezione dei testimoni. Come hanno
scritto i vescovi americani nel documento Go Make Disciples (Andate e formate discepoli): “Ogni cattolico
puo’ essere un ministro di accoglienza, riconciliazione e comprensione per coloro che hanno smesso di
praticare la fede.”
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Nel nuovo millennio, l’ordinaria amministrazione non e’ piu’ sufficiente. Dobbiamo diventare una squadra
di missionari, passando dalla semplice amministrazione alla missione. Dobbiamo chiederci: “Cosa significa
vivere in una cultura non-credente; una cultura che non e’nemmeno cosciente della propria incredulita’
perche’ ancora vive dei residui della civilta’ cristiana?” Come Hauerwas ha ben espresso: “La chiesa esiste
oggi come una straniera, una colonia di avventurosi in una societa’miscredente. In quanto societa’
miscredente, la cultura occidentale e’ priva del senso del cammino, dell’avventura perche’ le manca molto
piu’ che la fiducia in un orizzonte sempre piu’ ridotto all’autoconservazione e all’espressione di sé.”
Essere un fedele discepolo di Gesu’ Cristo nella Chiesa Cattolica e’ molto di piu’ che un viaggio
immaginario. E’un modo di vivere insieme; la persona intera e’ coinvolta nel processo. L’educazione a
questo cammino deve essere percio’esperienziale, personale, coinvolgente e vivificante. Impariamo ad essere
discepoli come impariamo una lingua, cioe’ facendo parte di una comunita’ che parla quella lingua. I giovani
cattolici devono essere guidati dalla fede di chi e’ intorno, coetanei o adulti cattolici che stanno facendo lo
stesso cammino.
Il Terzo Comandamento
Quando ero vescovo nelle West Indies, sull’isola dove io vivevo, esisteva la piu’ antica sinagoga
dell’emisfero occidentale. Era stata costruita da ebrei sefarditi in quelle che allora erano le Indie Occidentali
danesi. Sono stato invitato dal rabbino a visitare la sinagoga. Era una bella costruzione, tipica delle vecchie
Indie Occidentali, con il pavimento di sabbia bianca. Nell’arca c’era un antico e magnifico rotolo della
Torah. Mentre camminavo nella sinagoga mi sono imbattuto in un libro di preghiere che casualmente si apri’
su un’antica e bellissima preghiera ebraica che inizia con le parole “Piu’ di quanto Israele abbia conservato
il Sabato, il Sabato ha conservato Israele.” Sono rimasto stupito e mi sono detto: lo stesso e’ vero per noi
della Nuova Alleanza. Piu’ di quanto noi abbiamo mantenuto l’obbligo della messa domenicale, essa ha
mantenuto noi come popolo focalizzato su Dio, unito agli altri, con un senso di missione.
Ho partecipato di recente ad una cena di beneficienza, cosa che i vescovi fanno abbastanza regolarmente, e
che contribuisce abbondantemente alla nostra circonferenza. In questa particolare occasione, il preside di una
delle scuole superiori cattoliche locali riceveva una onorificienza. Nel suo discorso di accettazione ci disse:
“Sono cresciuto in una famiglia dove andare a messa la domenica era piu’ o meno un’opzione come il
respirare.” La dichiarazione trovo’ immediatamente riscontro fra i partecipanti perche’ credo che molti tra
noi potessero identificarsi in quelle parole. Non si trattava di una questione di genitori autoritari o di
pressione sociale, era piuttosto la convinzione di quanto importante fosse l’eucarestia domenicale per la
nostra identita’ e la nostra sopravvivenza. Nella sua prima apologia rivolta all’Imperatore Antonino e al
Senato di Roma, San Giustino descrive orgogliosamente la pratica cristiana dell’assemblea domenicale.
Quando durante la persecuzione di Diocleziano le assemblee eucaristiche erano bandite con il massimo
rigore, molti hanno trovato il coraggio di sfidare il decreto imperiale accettando di morire piuttosto che
rinunciare al banchetto eucaristico. Uno di questi cristiani coraggiosi ci ha lasciato una risposta che e’ stata
frequentemente citata. Fu chiesto ad Emerito, che aveva confessato che i cristiani si erano riuniti in casa sua,
perche’ avesse violato il comando dell’imperatore. Egli rispose: “Sine Dominico non possumus.” In altre
parole, “Non possiamo vivere senza domenica.” Perdere la messa e’ come smettere di respirare, e’ la strada
sicura per l’asfissia spirituale.
Quando ero in seminario, ricordo di aver letto in un giornale un’intervista a Flannery O’Connor su cosa
significasse essere cattolici nel sud degli Stati Uniti. C’erano pochi cattolici a quel tempo in quela zona, forse
il tre per cento della popolazione, e c’erano molti pregiudizi contro di essi. In questa intervista Flannery
O’Connor parla della sua migliore amica che era una ragazzina battista. Flannery la invitava spesso ad
andare a messa con lei. Finalmente la ragazzina ebbe il permesso dalla madre di accompagnare Flannery alla
messa della domenica. Flannery non vedeva l’ora che finisse la messa per poter chiedere all’amica: “Ti e’
piaciuta? ti e’ piaciuta?” Al che la ragazzina rispose: “WOW. Voi cattolici avete veramente qualcosa di
speciale. La predica era cosi’ noiosa, la musica faceva schifo, il prete balbettava le preghiere in una lingua
che nessuno poteva capire, e tutta quella gente era li’!” Evidentemente non erano li’per divertirsi. Sono
sicuro che la maggior parte erano li’ perche’ “sine Dominico non potuerunt.” E perche’ Dio scrisse sulle
tavole che diede a Mose’: “Ricordati di santificare il giorno del Signore.”
L’Eucarestia
La verita’ e’ che la Chiesa Cattolica e’ sorta intorno all’Eucarestia. Cristo ci ha comandato: “Fate questo in
memoria di me.” E da allora l’abbiamo fatto: celebrando l’Eucarestia, cambiando il pane e il vino nel Corpo
e Sangue cosi’ che il Buon Pastore possa continuare a nutrire il suo gregge. Mi ha fatto piacere che
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quest’anno la Giornata per le Missioni, abbia avuto, per caso, il Vangelo del grande comandamento
dell’amore. Temo che spesso, quando pensiamo alla carita’ cristiana, pensiamo solo agli affamati, alla cura
dei malati e anziani, al prendersi cura dei senza casa e dei poveri. Ma se veramente amiamo il nostro vicino,
allo stesso modo ci dovremmo preoccupare di tutte quelle persone che sono spiritualmente senza una casa,
spiritualmente affamate, spiritualmente in carcere e spiritualmente malate. La Chiesa esiste per
evangelizzare, per annunciare la Buona Novella dell’amore di Dio e il desiderio di Dio che noi lo seguiamo
come parte del suo popolo. Essere discepoli non e’ mai un “volo in solitaria” ma piuttosto un’avventura da
vivere insieme. E al cuore di questa avventura c’e’ il banchetto eucaristico dove il Calvario e l’Ultima Cena
diventano parte delle nostre vite e della nostra storia.
Ero un giovane sacerdote quando il Kennedy Center fu inaugurato a Washington. Jackie Kennedy invito’
Leonard Bernstein a comporre una messa per l’inaugurazione. (Era una messa suonata e recitata dove il
celebrante e’ il personaggio principale). Una scena in particolare fu motivo di molti commenti in quei giorni.
Ad un certo punto il clima nella rappresentazione diventa molto emotivo e la crescente cacofonia dei cori
interrompe l’elevazione del Corpo e del Sangue. Il celebrante, in una rabbia furiosa, scaglia il calice sul
pavimento.
Questa immagine della messa di Bernstein mi venne in mente quando stavo preparando un discorso per un
raduno dei nostri giovani nel North End perche’ uno dei testi che stavo usando era il racconto del Vecchio
Testamento quando Mose’ sale per la seconda volta sul Monte Sinai per ricevere i Comandamenti. Stava
salendo per la seconda volta perche’ quando era sceso dal monte la prima volta e aveva trovato il popolo che
adorava il vitello d’oro, Mose’ aveva scagliato le Tavole al suolo e le aveva rotte. Capii che Bernstein, un
ebreo, aveva inserito questa immagine nella sua messa, e il celebrante, scagliando il calice al suolo era come
Mose’ che scaglia le Tavole della Legge sul luogo dove il popolo di Dio sta adorando il vitello. Quando la
gente non adora Dio, comincia ad adorare il vitello d’oro; comincia a trovare falsi dei, quali il denaro, il
potere, il piacere. Se noi amiamo Dio con tutta la nostra mente, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra
forza, e’ impensabile che voltiamo le spalle al suo comandamento: “Ricordati di santificare le feste.”
In una societa’ cosi’ altamente individualistica, descritta nel libro del Prof. Putnam, Bowling Alone, dove
generazione dopo generazione gli americani trascorrono sempre piu’ tempo da soli, mangiando da soli,
vivendo soli, spendendo ore da soli di fronte alla televisione o al computer, in questo clima sociale, noi
dobbiamo comunicare che discepolanza significa essere parte della famiglia di Gesu’, parte della comunita’.
In una cultura che e’ assuefatta al divertimento, alcune chiese cristiane si sono trasformate in centri di
divertimento. Nell’Eucarestia abbiamo qualcosa di ben piu’ importante del divertimento. Abbiamo l’amore
portato agli estremi. Il nostro Dio ha fatto dono di se’ stesso a noi quando ci invita a lavare i piedi gli uni
degli altri e a donare la nostra vita a Dio e agli altri.
Ci preme molto avere le migliori prediche e la miglior musica per la liturgia. Tutti vogliamo che la messa sia
celebrata con dignita’ e bellezza. Ci preme molto che la gente capisca il significato dei riti e la ricca storia
della nostra tradizione. Ma tutto questo non e’ sufficiente. Abbiamo bisogno di insegnare alla gente come
pregare, allora la messa avra’ senso. Allora cominceremo a penetrare il mistero. Senza l’Eucarestia della
Domenica noi perdiamo la nostra identita’.
Un metro per misurare il successo della nostra evangelizzazione e la formazione di nuove generazioni di
discepoli, deve essere la fedelta’ dei nostri parrocchiani all’Eucarestia domenicale. Senza la forza che deriva
dalla Parola di Dio, proclamata durante la messa, e la comunita’ derivante dall’Eucarestia e dalla
testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, e’difficile immaginare come uno possa perseverare in una vita di
discepolanza. La metafora della vite e dei tralci e’ molto adatta. Un tralcio tagliato dalla vite non sopravvive
molto a lungo. Ed e’cosi’ nel mondo odierno dove i valori del Vangelo sono spesso respinti, dove la
religione e’ trivializzata e l’essere politicamente corretti prevale persino sulla supremazia della coscienza. In
una societa’ del genere solo quei cattolici che pregano e vanno a messa persevereranno nella loro vocazione
quali discepoli di Gesu’ nella Chiesa Cattolica.
Nell’imminente Anno della Fede ci auguriamo che le nostre parrocchie, cosi’ come altre comunita’ quali
scuole e universita’, prendano seriamente in considerazione quale sia il modo migliore per auitare coloro che
si sono allontanati dall’Eucarestia domenicale.
Da giovane prete ho sempre sottolineato l’importanza del mangiare in famiglia. Guardo indietro alla mia
infanzia e ricordo come ogni sera ci ritrovavamo, noi bambini, i miei genitori e mia nonna, che viveva con
noi, per la cena serale. Era un momento di dare e ricevere. Ci si raccontava cose tristi e allegre successe
durante il giorno, si condividevano idee e aspirazioni, ma sprattutto si condivideva l’un l’altro. La preghiera
era sempre parte dell’equazione, rendere grazie prima di mangiare e spesso il rosario dopo cena. Come
bambino c’erano molti posti dove avrei preferito essere: all’aperto a giocare, visitare un amico, o qualsiasi
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altra cosa. E come si dice, il libro piu’ corto e’ il libro delle ricette irlandesi: fai bollire tutto e servi le patate
di contorno. Tuttavia, guardando indietro, capisco che quelle cene con il clan degli O’Malley e’ dove
abbiamo imparato la nostra identita’ e forgiato legami per la vita. Li’ abbiamo condiviso le nostre storie e le
nostre storie personali erano intessute dentro la storia che stavamo condividendo insieme.
Per la stessa ragione, la nostra celebrazione dell’Eucarestia, il sacrificio della Messa, e’, per noi cattolici, un
pasto familiare. E’ li’ che noi facciamo esperienza dell’amore di Dio e impariamo la nostra identita’; chi
siamo, perche’ siamo al mondo e che cosa fare della nostra vita. Non andare a messa e’ come smettere di
respirare, respirare la vita del Corpo di Cristo. Nel vangelo, Gesu’ racconta la parabola dell’uomo che manda
i suoi servi a chiamare gli invitati al banchetto di nozze. Non e` un compito facile; alcuni di loro vengono
picchiati piuttosto rudemente. A volte dobbiamo vincere la nostra vanita’ e il rispetto umano e trovare il
coraggio di dire a un amico o un conoscente: “Vuoi venire a messa con me domenica?” Credeteci o no, ci
sono molte persone che aspettano solo un invito e non ti colpiscono sulla testa con un corpo contundente se li
inviti. (Esempio Mark D.)
La grande verita’ e’ che l’Eucarestia e’ il centro della nostra vita in quanto cattolici. Tutti noi dobbiamo fare
di piu’ nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole affinche’ la gente si senta bene accolta, invitata e
sostenuta nella fede. Dobbiamo aiutare la nostra gente a scoprire il grande tesoro dell’Eucarestia domenicale.
Il nostro ideale e’ di rendere l’Eucarestia domenicale il nostro Sabato, una grande scuola di carita’, giustizia
e pace. Come leggiamo nell’enciclica Dies Domini: “La presenza del Risorto in mezzo ai suoi si fa progetto
di solidarietà, urgenza di rinnovamento interiore, spinta a cambiare le strutture di peccato in cui i singoli, le
comunità, talvolta i popoli interi sono irretiti. Lungi dall'essere evasione, la domenica cristiana è piuttosto «
profezia » inscritta nel tempo, profezia che obbliga i credenti a seguire le orme di Colui che è venuto «per
annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per
rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore.»
Sappiamo che alcuni hanno scelto di non andare piu’ in chiesa perche’ sono stati feriti dalle azioni di
qualcuno nella chiesa o per difficolta’ con l’insegnamento della Chiesa. Dal primo giorno come Arcivescovo
e forse per il resto della mia vita, ho chiesto sempre perdono a tutti coloro che sono stati feriti dall’azione o
dalla inerzia della gente e dai capi della chiesa. Non vogliamo che quelle esperienze diventino motivo di
separazione dall’amore di Cristo e dalla nostra famiglia cattolica, o impedire ad alcuno di ricevere la grazia
dei Sacramenti.
L’Eucarestia e la Famiglia
La celebrazione della messa, come la vita, ha dimensioni verticali e orizzontali. Questo affianca il grande
comandamento che ci chiede di amare Dio e il nostro prossimo come noi stessi.
La vita cristiana e’ un pellegrinaggio che compiamo con i nostri fratelli e sorelle in Cristo. Gesu’ ha dato
l’esempio riunendo tutti gli Apostoli all’Ultima Cena invece di cenare sigolarmente con ciascuno di loro. Dio
ha previsto dall’eternita’ che saremmo stati collocati in una particolare comunita’, in questo particolare
momento e che la discepolanza fosse vissuta nell’amicizia e nella fraternita’ con coloro per cui e con cui
preghiamo ogni domenica a Messa. La nostra presenza uno per l’altro e’ un simbolo della solidarieta’ e
unita’ con Dio e con ciascuno di noi. E’ l’espressione piu’ completa della nostra identita’ cristiana.
“Liturgia” significa “servizio da parte del/e in favore del popolo”. Il piu’ grande servizio che possiamo fare
ogni domenica e’ adorare Dio e pregare per e con la nostra famiglia parrocchiale.
Padre Patrick Peyton, il grande “Prete del Rosario”, ci istruisce dicendo che “La famiglia che prega insieme,
sta insieme.” Egli chiedeva di pregare il rosario in famiglia ogni giorno. Allo stesso modo, io raccomando di
partecipare e pregare alla messa domenicale insieme: questo rafforzera’ la vostra famiglia e vi fara’
affrontare le molte sfide del nostro tempo che spesso la lacerano. Durante il sacramento del Battesimo, ai
genitori viene ricordato che essi sono chiamati ad essere i primi e migliori maestri dei loro figli nella fede.
Sapendo che la messa e’ la preghiera centrale del cattolicesimo e che essa e’ la sorgente e il vertice della vita
cristiana, quando partecipiamo alla messa con loro, insegnamo ai nostra figli e nipoti una delle lezioni piu’
importanti.
La nostra fede: un patrimonio vivente per i nostri figli e nipoti
I bambini guardano sempre i loro genitori e i loro nonni. Noi formiamo i nostri giovani nel modo in cui
partecipiamo alla messa. I bambini che vedono i loro genitori arrivare in chiesa prima dell’inizio della messa
per pregare , vorranno imitarli. I bambini che osservano i genitori e altri adulti ricevere l’Eucarestia con
reverenza, realizzeranno piu’ facilmente che l’Eucarestia e’ veramente il Corpo e Sangue di Cristo.
L’esempio dei genitori e’ una parte essenziale della preparazione per ricevere la Prima Comunione. I
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bambini che sentono dai loro genitori quanto e perche’ essi amano la messa saranno meno portati a
paragonare la messa con la televisione e considerarla “noiosa”.
Un grande tributo durante una liturgia funebre e’ quando si descrive il defunto come qualcuno che non ha
mai perso la messa domenicale e aveva un grande desiderio di ricevere l’Eucarestia ed essere parte della
famiglia parrocchiale. Durante la mia adolescenza, la mia e altre famiglie della parrocchia andavano insieme
a confessarsi il sabato e alla messa la domenica mattina. Dopo la messa, le famiglie allargate si trovavano
insieme per un grande pranzo domenicale e per un po’ di relax. La celebrazione della domenica, il Giorno
del Signore, era un’eredita’ tramandata di generazione in generazione. Era il tempo per costruire la famiglia
di Cristo, la Chiesa, come pure la nostra famiglia.
Oggi il ritmo della vita si e’ accelerato. La tecnologia permette al lavoro e altre responsiabilita’ di
intromettersi nel tempo familiare. Sport giovanili, che un tempo si svolgevano in una preciso periodo
dell’anno e non prevedevano nessuna gara di domenica, ora sono attivita’ che durano tutto l’anno, con giochi
che cominciano fin dalle 7 del mattino della domenica.
Veramente molte famiglie hanno un calendario piu’ pieno, piu’ febbrile di domenica che durante i giorni
della settimana perche’ la domenica e’ diventata semplicemente parte di un fine settimana. Il Beato Papa
Giovanni Paolo II ha scritto nella sua lettera pastorale sul Giorno del Signore: “La pratica del «week-end»,
inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, e’ spesso
caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in
genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca certo di elementi
positivi nella misura in cui può contribuire, nel rispetto di valori autentici, allo sviluppo umano e al progresso
della vita sociale nel suo insieme. Esso risponde non solo alla necessità del riposo, ma anche all'esigenza di
«far festa» che è insita nell'essere umano. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si
riduce a puro «fine settimana», può capitare che l'uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che
non gli consente più di vedere il «cielo». Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di
«far festa». Ai discepoli di Cristo è comunque chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che
dev'essere una vera santificazione del giorno del Signore, col «fine settimana», inteso fondamentalmente
come tempo di semplice riposo o di evasione.”
Sant’Ignazio chiama i cristiani, gente che “vive secondo il Giorno del Signore” perche’ si riuniscono nel
primo giorno della settimana, dopo il sabato ebraico, a celebrate la resurrezione di Cristo. Le loro vite sono
rinnovate da questa sacra adorazione. Come Papa Benedetto dice: “La domenica non e’ solo una sospensione
dalle attivita’ ordinarie, ma un tempo in cui i cristiani scoprono la forma eucaristica che la loro vita e’
chiamata ad avere.” Il modo con cui celebriamo la domenica determinera’ il modo con cui vivremo il resto
della settimana ed e’ il marchio dell’identita’ cristiana di generazione in generazione.
L’Eucarestia non e’ solamente qualcosa di simbolico. Gesu’ dice: “Io sono il pane disceso dal cielo; chi
mangia di questo pane vivra’ in eterno; ...chi mangia il mio pane a beve il mio sangue avra’la vita eterna e...
abitera’ in me e io in lui.” Udendo queste parole molti discepoli abbandonarono Gesu’, ma egli non li
chiamo’ indietro dicendo “stavo scherzando” o “sono delle espressioni figurative.” Invece chiede agli
apostoli se anche loro vogliono andarsene. San Pietro risponde a nome di tutti i discepoli fedeli: “Signore, da
chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Le grazie e le intuizioni che Dio dona in ogni celebrazione della
messa ci aiutano a vivere una vita piu’ felice, una vita piu’santa. Mentre ci prepariamo per la messa, abbiamo
l’opportunita’ di pregare con confidenza che Cristo ci doni la grazia santificante. Quando arriviamo,
possiamo chiedere a Dio di parlarci attraverso le letture, la musica, l’omelia e le preghiere e di mostrarci il
modo con cui crescere per diventare di piu’ la persona che Dio aveva in mente quando ci ha creato. Una
volta raggiunta quell’intuizione, possiamo pregare per il restante della messa chiedendo la grazia di metterla
in pratica nel corso della settimana.
L’Eucarestia ci da’ la forza di affrontare le sfide della vita e di essere consapevoli dell’amore di Dio per noi.
Ogni domenica e’ una “piccola Pasqua” perche’ ribadisce la resurrezione, la vittoria di Gesu’ sulla morte.
Questa e’ la vittoria piu’ significativa nella storia del mondo perche’ apre la posssibilita’ della vita eterna.
Pensiamo per un momento al fatto che Dio ha amato ognuno di noi cosi’ tanto che si e’ incarnato - un essere
umano – cosi’ che ha subito la morte sulla croce come sacrificio per i nostri peccati. Il nostro Dio ha fatto
questo perche’ ha voluto che noi vivessimo con lui eternamente in cielo. La sua vittoria, attraverso il suo
amore, e’ destinata a diventare anche la nostra vittoria.
Negli ultimi dieci anni, i tifosi di Boston hanno avuto la buona sorte di celebrare la vittoria di molti
campionati. Le parate per le vittorie sono stati delle adunate incredibili. Nessun tifoso americano puo’ negare
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che Boston sappia come celebrare una vittoria. Non sarebbe bellissimo se si potesse dire lo stesso di noi per
il modo con cui celebriamo la piu’ grande vittoria, la vittoria di Gesu’ sulla morte?
Voi siete i primi maestri della fede per i vostri figli. La vostra piu’ profonda eredita’ nella vita sara’ di aiutare
i vostri figli a conoscere Dio e, con la Sua grazia, andare in paradiso. Non e’ mai troppo tardi per rendere
questo una priorita’ e chiedere l’aiuto di Dio. Il vostro esempio di fedelta’ alla messa domenicale, la
preghiera e la moralita’ parlano piu’ eloquentemente dell’omelia di qualsiasi sacerdote. Quando dei bambini
vedono che i genitori amano la messa domenicale anche loro crescerano amandola. Troppo spesso i genitori
“vanno a messa per i bambini” e i bambini vanno perche’ “il papa’ e la mamma mi portano”. Esprimete ai
vostri figli il vostro amore per Gesu’; la ragione per cui partecipate alla messa domenicale come famiglia e la
ragione della loro istruzione nella fede a scuola o al catechismo e’ uno dei doni piu’ importanti che potete
fare loro. Vi chiedo di vivere la domenica come Il Giorno del Signore, un giorno che include la Santa Messa,
l’istruzione religiosa, attivita’ ricreative, la mensa famigliare, letture spirituali e opere di carita’.
Vi raccomando di avere un ruolo atttivo nell’insegnamento della cetechesi per i vostri figli. E’ una grande
occasione per manifestare la vostra fede e raccontare episodi di come i vostri genitori, membri della famiglia
e amici vi hanno trasmesso la fede. Ai bambini piacciono i racconti e queste conversazioni possono essere
parte della tradizione trasmessa alla prossima generazione. Introduceteli alla vita dei santi. In un tempo in
cui la societa’ eleva velocemente uomini di spettacolo e campioni sportivi allo stato di “eroi”, farete un
grande favore ai vostri figli condividendo con loro le storie di coloro che sono entrati nell’”eterno albo
d’oro”. Rendete la preghiera parte naturale e regolare della vita famigliare. Pregate prima di andare a
dormire, prima dei pasti e in situazioni difficili, per una malattia o per problemi famigliari. Chiedete ai vostri
figli di pregare per voi, spiegate loro che Dio ama la preghiera dei bambini in modo speciale. L’educatore
cattolico Jim Stenson, scrive che i bambini spesso hanno la percezione di non poter contribuire con grandi
cose nella vita della famiglia, ma posssono imparare che le loro preghiere sono potenti davanti a Dio.
Quando i vostri figli vedono che voi vivete la fede gioiosamente imparano un’importante lezione per la vita:
che la preghiera e’ parte della vita adulta.
Mostrate ai vostri figli, con il vostro esempio, il bisogno della misericordia di Dio, del perdono e dell’amore
nel sacramento della penitenza. L’amore di Dio supera qualsiasi peccato abbiamo commesso. La confessione
ci da’ la possibilita’ di premere il pulsante ed “azzerare” il conto nel nostro rapporto con Dio. E’ un
sacramento particolarmente utile per gli adolescenti che attraversano anni molto difficili. Quando gli
adolescenti vedono la confessione come un gesto normale per genitori e compagni, diventa un passo normale
e utile nelle loro vite.
Vorrei aggiungere una breve nota per i papa’. Studi di ricerca indicano che i bambini praticano la loro fede
piu’ regolarmente quando vedono che il papa’ e la mamma la praticano insieme. Questi stessi studi indicano
anche che e’ la pratica di fede del papa’ che aiuta di piu’ sia i ragazzi che le ragazze nel vedere la pratica
della fede come un’attivita’ importante per gli adulti. Percio’, in modo particolare, chiedo a tutti i papa’ di
essere fortemente impegnati nella formazione della fede e di prendere in considerazione di offrirsi come
catechisti nei programmi di educazione religiosa.
So bene che la fedelta’ alla visione della Chiesa sulla famiglia e’ difficile, particolarmente nella nostra
cultura sempre piu’ secolarizzata. Voi e le vostre famiglie potete offrire alla societa’ una testimonianza
potente del primato di Dio nella vostra vita. Gesu’ non ha promesso che le Sue vie sarebbero facili, ma ha
promesso che avrebbe supplito della grazia necessaria per vivere la vostra vocazione. Domando a voi, padri e
madri di giovani famiglie, di imitare Giosue’ e il popolo di Israele quando alla domanda se essi avrebbero
servito il Signore o gli dei pagani, risposero: “...ma per me e la mia casa serviremo il Signore.”.
L’Eucarestia ci prepara alla missione
Per noi, ogni domenica e’ il Giorno della Resurrezione. In quella prima Pasqua, Gesu’ apparve a due
discepoli sulla strada per Emmaus. I discepoli erano confusi, feriti, pieni di paura e di dubbi. Cercavano di
capire cosa pensare della morte di Gesu’ e della tomba vuota. Parlavano di questi sviluppi con Gesu’ che loro
non riconoscevano. Una volta raggiunto il villaggio hanno chiesto a Gesu’ di rimanere con loro. San Luca
dice che quando arrivarono a Emmaus Gesu’ fece cenno di voler continuare il suo viaggio. Fu solo
l’insistente invito dei due discepoli che porto’ Gesu’ al loro tavolo. Penso che questo sia un dettaglio
importante di questo vangelo. Il Signore non si impone a noi; gli piace essere invitato nella nostre vite.
Quando si sedettero per la cena, Gesu’ prese il pane, lo benedisse, lo spezzo’ e comincio’ a distribuirlo. A
quel punto i discepoli riconobbero Gesu’. Improvvisamente Gesu’ sparisce, ma il pane resta. Allora i
discepoli immediatamente ritornano a Gerusalemme per dire agli apostoli che Gesu’ e’ veramente risorto ed
e’ apparso loro.
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Anche noi viviamo in un tempo in cui la gente e’ confusa, ferita e piena di paura. Gesu’ vuole incontrarci
nello stesso modo con cui ha incontrato i discepoli sulla via di Emmaus. Come loro, noi riconosceremo
Gesu’ e lo incontreremo piu’ profondamente nello spezzare del pane alla Messa. L’Eucarestia e’ il
compimento della promessa di Gesu’ di essere con noi fino alla fine del tempo. Prego perche’ il nostro amore
per la Messa e lo stupore per l’Eucarestia aumentino cosi’ che i nostri cuori ardano in noi quando ascoltiamo
la proclamazione delle Sacre Scritture e osserviamo lo spezzare del pane. Facciamo quello che i due
discepoli sulla via di Emmaus hanno fatto. Affrettiamoci a dire al mondo che Cristo e’ vivo e che la nostra
famiglia deve radunarsi alla tavola del Signore per fare esperienza dell’amore di Dio, per imparare la nostra
identita’ e per compiere la nostra missione insieme, per dire al mondo: “Abbiamo visto il Signore e lo
abbiamo riconosciuto allo spezzare del pane.”
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Conclusioni della plenaria del Congresso
S. Em. Card. Ennio ANTONELLI
Biografia
Il cardinale Ennio Antonelli è il Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. È nato a Todi il 18
novembre 1936. Ha frequentato le scuole medie e il ginnasio nel Seminario Vescovile di
Todi, il liceo classico nel Pontificio Seminario regionale di Assisi. Trasferitosi a Roma, per
desiderio del suo Vescovo, è stato alunno del Pontificio Seminario Romano Maggiore e ha
compiuto gli studi di filosofia e di teologia presso la Pontificia Università Lateranense.
Ordinato Presbitero il 2 aprile 1960 è rientrato nella sua diocesi di Todi, dove ha svolto vari
incarichi: Assistente Ecclesiastico diocesano dell’Associazione maestri cattolici, del
Movimento maestri di Azione cattolica e del Gruppo laureati di Azione cattolica; Rettore del Seminario. Ha
conseguito la laurea in lettere classiche nel 1966 presso l’Università di Perugia, quindi l’abilitazione
all’insegnamento per la Storia dell’Arte e quella per la Filosofia e la Storia. Ha insegnato successivamente
Lettere e Storia dell’Arte nel liceo classico e nell’Istituto d’Arte. Divenuto docente di teologia dogmatica
presso l’Istituto Teologico di Assisi, ha insegnato questa disciplina dal 1968 al 1983. Nel frattempo ha
insegnato nelle scuole di formazione teologica per laici in varie diocesi dell’Umbria. Ha inoltre svolto
un’intensa attività pastorale a livello parrocchiale ed interparrocchiale facendo una riuscita esperienza di vita
comune con altri confratelli sacerdoti. Il 29 agosto 1982 è stato ordinato Vescovo per la diocesi di Gubbio. Il
6 novembre 1988 è stato nominato Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. Nei sette anni di episcopato in
questa nuova sede ha attuato una pastorale volta alla promozione del ruolo dei laici nella Chiesa attivando, in
particolare, “Itinerari di formazione per gli operatori pastorali”, “Itinerari di formazione all’impegno sociale
e politico”, Consigli Pastorali e Consigli per gli Affari Economici nelle parrocchie, Caritas parrocchiali,
strutture ed esperienze di pastorale giovanile e vocazionale. Nell’ambito della Conferenza Episcopale
Italiana è stato membro della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi, lavorando a
lungo alla nuova redazione del Catechismo degli Adulti della Cei. Il 25 maggio 1995 è stato nominato dal
Santo Padre Segretario Generale della Ccei per un quinquennio e poi di nuovo confermato il 25 maggio
2000. Il 21 marzo 2001 è stato nominato Arcivescovo di Firenze. il 21 ottobre 2003 è creato cardinale da
Giovanni Paolo II. Il 7 giugno 2008 viene nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Card. Antonelli: le conclusioni del Congresso internazionale teologico pastorale
Sintesi del Congresso Teologico Pastorale
“La famiglia: il lavoro e la festa”
Milano, 1 giugno 2012
1. Ringraziamento.
Grazie di cuore agli organizzatori, ai vari operatori, ai volontari (gentilissimi) ai partecipanti, ai relatori, a
coloro che hanno portato la loro testimonianza. Il Signore benedica e renda fruttuoso il vostro impegno e il
vostro contributo. Benedica voi e le vostre famiglie.
Il Congresso presenta un panorama vastissimo: tre sessioni plenarie, venticinque tra incontri, tavole rotonde
e comunicazioni, ben centoquattro relatori. Mi limito a raccogliere e sottolineare alcuni elementi che mi
sembrano particolarmente significativi. Non intendo parlare a nome del Congresso; ma a titolo personale,
come un osservatore che ha cercato di essere attento.
2. Il Metodo.
Il Congresso mette insieme riflessioni di carattere dottrinale, testimonianze su esperienze concrete, studio di
dati sociologici empirici. Interpella con le idee e con i fatti. Indica così un metodo utile da seguire sia in
ambito ecclesiale che in ambito civile. A riguardo sono emblematici due libri, pubblicati per iniziativa del
Pontificio Consiglio per la Famiglia. “Famiglie vive”, una raccolta di esperienze di vita familiare cristiana e
di pastorale delle famiglie per le famiglie. “La famiglia risorsa per la società”, una ricerca sociologica sul
diverso contributo dato alla società da quattro diverse tipologie di famiglie, comparate tra loro.
E’ auspicabile, in vista dell’evangelizzazione, non solo esporre con linguaggio appropriato la fede della
Chiesa, ma anche raccogliere, discernere, comunicare esperienze concrete, capaci di interpellare con forza, di
dare ispirazione, di infondere fiducia, indicando che l’ideale è non solo bello, ma anche realizzabile!
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E’ salutare bonificare con figure esemplari (di persone sante e di famiglie veramente cristiane) l’immaginario
della gente (specialmente dei ragazzi), inquinato da ingannevoli personaggi di successo nel mondo dello
spettacolo, dello sport, dei media, dell’economia, della politica. Opportunamente, in occasione del Grande
Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II incoraggiava i processi di beatificazione e canonizzazione riguardanti i
laici e in particolare le coppie di sposi (cfr. Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, 37). A proposito,
anche perché attinente ai temi del nostro Congresso, viene spontaneo ricordare Giuseppe Toniolo, beatificato
recentemente, sposo e padre esemplare (sette figli), professore universitario di economia politica, promotore
di associazioni cattoliche dei lavoratori, iniziatore delle settimane sociali dei cattolici italiani.
In modo analogo, in ambito civile, per promuovere culturalmente, socialmente e politicamente l’identità e i
diritti delle famiglie, sembra più efficace un’argomentazione che sappia mettere insieme la dottrina della
Chiesa e i dati sociologici, scientificamente raccolti e interpretati, che la confermano. Il Pontificio Consiglio
per la Famiglia continuerà a proporre questo metodo alle Associazioni Familiari, alle Istituzioni culturali, ai
cattolici impegnati.
3. La prospettiva antropologica.
Nel Congresso il tema “La famiglia: il lavoro e la festa” è stato trattato in una prospettiva prevalentemente
antropologica. Questa del resto era l’ispirazione che proveniva dal testo base della Genesi, sia riguardo alla
famiglia: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li
benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 27); sia riguardo al lavoro: “Riempite la terra e
soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla
terra … Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”
(Gen 1, 28; 2, 15); sia riguardo alla festa: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò perché in esso aveva
cessato ogni lavoro, che aveva fatto creando” (Gen 2, 3). Tre benedizioni, tre doni di Dio, tre dimensioni del
vivere, che concorrono a formare l’identità, lo sviluppo e la felicità dell’uomo. Tre beni che si realizzano
nella relazione con gli altri e con Dio, perché l’uomo creato a immagine di Dio che è Trinità d’amore, è un
soggetto relazionale. Vive autenticamente e si perfeziona solo trascendendo se stesso, accogliendo la propria
vita come dono e facendo dono della propria vita. Persona e società si appartengono reciprocamente. Gli altri
non vanno guardati come rivali da sovrastare e utilizzare, ma come alleati con i quali aiutarsi, per crescere
insieme. Non è lecito ridurli a strumento. Sono un bene in se stessi e meritano di essere rispettati, amati e
valorizzati.
L’attuale crisi, che preoccupa i popoli e i governanti, non è da considerare solo una crisi economica, ma
anche, e più profondamente, una crisi antropologica e culturale. La cultura individualista, utilitarista,
consumista, relativista pervade largamente il costume, la comunicazione mediatica, l’economia, la politica.
L’individualismo significa enfatizzazione dei desideri e della libertà di scelta, autorealizzazione, auto
gratificazione, esaltazione dei diritti ed estenuazione dei doveri, insofferenza dei legami familiari, sociali ed
ecclesiali, ricerca del successo anche a danno degli altri, ammirazione e imitazione dei personaggi vincenti.
L’utilitarismo suppone che l’uomo cerchi soltanto il proprio interesse o almeno che la società possa fondarsi
sulla sola convergenza degli interessi, come affermava A. Smith “La società civile può esistere tra persone
diverse … sulla base della considerazione dell’utilità individuale, senza alcuna forma di amore reciproco e di
affetto” (Teoria dei sentimenti umani). Il mercato è governato dalla massimizzazione del proprio utile e dalla
ricerca del massimo profitto a qualsiasi costo: l’unico obiettivo di un’azienda è quello di procurare utili
sempre maggiori ai propri azionisti. La concorrenza, che in una certa misura è fisiologica, tende a diventare
antagonismo e conflitto. I capitali finanziari preferiscono il guadagno speculativo all’investimento
produttivo. Dal mercato la mentalità utilitarista e contrattuale si trasferisce ai rapporti interpersonali, che
tendono a diventare strumentali.
Il consumismo incentiva la corsa all’acquisto e al consumo dei beni materiali, anche di quelli illusori,
rispondenti a bisogni indotti artificialmente; prospetta una felicità basata sulla quantità delle esperienze, delle
sensazioni, impressioni, emozioni; preferisce l’effimero al duraturo, l’immediato al progetto orientato verso
il futuro.
Il relativismo è mancanza di valori condivisi in ambito culturale; appartenenza parziale alla Chiesa e
privatizzazione della fede in ambito religioso; disorientamento nella babele delle opinioni; soggettivismo
etico e assolutizzazione della coscienza; restringimento della ragione al solo campo scientifico e tecnico.
In questo contesto culturale, in cui la persona è ridotta ad individuo, la società a gioco d’interessi, la felicità a
piacere, la verità a opinione, anche la famiglia, il lavoro e la festa subiscono riduzioni e distorsioni.
La famiglia si riduce a semplice coabitazione di individui nella stessa casa, secondo una molteplicità di
modelli, stimati equivalenti tra loro; perciò si preferisce parlare di famiglie al plurale.
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Nella convivenza si cerca la propria realizzazione e gratificazione secondo una logica negoziale; si apprezza
solo la trama degli affetti, rigorosamente privata. Dal punto di vista economico, non si considera la famiglia
un soggetto produttivo di capitale umano e di benefici per la società, ma solo un soggetto di consumi e perciò
si tassano i redditi individuali, senza tener conto dei carichi familiari. Tale debolezza culturale, giuridica ed
economica della famiglia si concretizza in una serie di fenomeni preoccupanti: calo di matrimoni, aumento di
divorzi, di convivenze, di singles per scelta, calo delle nascite, aumento di figli nati fuori del matrimonio,
disimpegno educativo, malessere esistenziale, abbandono di anziani, impoverimento economico dei
divorziati.
Il lavoro, in un mercato esasperatamente competitivo, rischia di ridursi a merce di scambio. La speculazione
finanziaria prevarica nei confronti dell’economia reale e l’economia prevarica nei confronti delle persone,
delle famiglie e dell’ambiente naturale. Le dolorose conseguenze sono le disuguaglianze di reddito, la forte
disoccupazione, il contrasto tra i tempi e le esigenze del lavoro con quelli della famiglia. La festa a sua volta
rischia di perdere i suoi profondi significati e il suo carattere familiare e comunitario; tende a diventare
divertimento evasivo e dispersivo, a lasciare il posto al tempo libero individuale.
Occorre allargare la visione dell’uomo da individuo a persona, cioè soggetto spirituale e corporeo,
autocosciente e libero, singolare e irripetibile, relazionale e auto trascendente, chiamato ad amare gli altri
come se stesso, a integrare l’eros nell’agape, a realizzarsi pienamente nel dono di sé agli altri e a Dio.
Bisogna tenersi aperti al vero, al bene e al bello, senza chiudersi nell’utile, nell’interesse egoista, nella logica
della negoziazione e del contratto. Tutte le dimensioni della vita devono essere plasmate dall’amore. Non
solo nella famiglia e nella festa, ma anche nel lavoro e nell’economia deve prevalere la logica del dono,
integrando utilità e gratuità, bene strumentale e bene voluto per se stesso. “Senza la gratuità – scrive
Benedetto XVI – non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia” (Caritas in Veritate, 38). E’ possibile e
vantaggioso produrre e scambiare beni e servizi in una dinamica di collaborazione, di rispetto, fiducia e aiuto
reciproco. La ricerca di un ragionevole profitto è fisiologica e necessaria; ma trova la sua giustificazione
etica solo in un’economia di sviluppo, orientata al bene comune. Solo curando la qualità delle relazioni e
restituendo il primato all’amore e alla comunione, la famiglia, il lavoro e la festa potranno ritrovare la loro
autenticità e armonizzazione. Per superare la crisi, sembra necessaria, a livello globale, una rivoluzione
culturale, antropologica, prima che economica.
4. La famiglia
La famiglia è un fenomeno universale nella storia del genere umano. A parte variazioni accidentali, ha una
struttura permanente, costituita dal rapporto tra i due sessi, legame uomo-donna, e dal rapporto tra le due
generazioni, legame genitori-figli. Anche oggi, secondo le indagini statistiche, la famiglia, costituita da una
coppia stabile con figli, è al primo posto nelle aspirazioni della gente, seguita al secondo posto dal lavoro.
Dalle indagini statistiche appare anche che le famiglie con due e più figli sono le più felici e anche le più
vantaggiose per la società, a motivo del ricambio generazionale e per la qualità del capitale umano da esse
formato. Purtroppo in vari paesi stanno diventando una minoranza, perché penalizzate dallo Stato e dal
mercato. Un motivo in più per proporre con maggiore coraggio e insistenza tale modello, interpellando
l’opinione pubblica, la politica e l’economia. I diversi modi di fare famiglia non sono equivalenti. La coppia
stabile con figli (due o più) sviluppa una maggiore ricchezza di beni relazionali; perciò risulta essere la più
felice, nonostante le difficoltà, e la più capace di produrre valore aggiunto per la società. La famiglia normale
non è la famiglia del passato; ma è la famiglia del futuro, se vogliamo avere un futuro.
La famiglia autentica comporta la donazione totale reciproca dei coniugi e la loro comune donazione ai figli
mediante la procreazione, la cura e l’educazione. I coniugi diventano una sola carne nella vita comune,
nell’amplesso coniugale, nella persona dei figli. Si sviluppano legami non solo affettivi, ma anche etici. Gli
altri non sono soltanto un bene per me, ma innanzitutto un bene in se stessi. Hanno valore per se stessi, a
prescindere dal loro aspetto e dalle loro capacità. Anzi le persone più deboli (bambini, anziani, malati,
disabili) ricevono un’attenzione preferenziale e un’appropriata tutela. Diritti e doveri, gratificazione
personale e impegno si compongono in armonia. Si trova la valorizzazione di ognuno nella comunione tra
persone diverse e complementari.
La famiglia è la prima scuola di umanità. Le dinamiche dell’identificazione affettiva e della gratuità che
genera fiducia sostengono un processo continuo di educazione reciproca tra genitori e figli, coinvolgendo
anche i nonni. Attraverso le relazioni interpersonali, la testimonianza vissuta, l’esperienza quotidiana, si
trasmettono valori e conoscenze, si sviluppano virtù teologali e umane, virtù personali e sociali. Oggi, però,
di fronte all’invadenza della comunicazione mediatica, occorre intensificare l’esperienza familiare, renderla
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più significativa e bella. Occorre rafforzare la continuità educativa tra famiglia e scuola, attraverso la
partecipazione alla elaborazione del progetto educativo o attraverso la reale libertà di scegliere la scuola. La
scuola cattolica dovrebbe essere il partner privilegiato per le famiglie cattoliche. Di grande importanza sono
anche gli incontri periodici, i gruppi e le comunità di famiglie; le reti di spiritualità, di amicizia e
convivialità, di collaborazione e aiuto reciproco; le associazioni e i movimenti di formazione spirituale e di
apostolato; le associazioni di impegno civile per tutelare l’identità e i diritti delle famiglie.
5. Famiglia e lavoro
Numerose famiglie creano e gestiscono piccole imprese, importantissime nell’economia complessiva del loro
paese. Tutte le famiglie svolgono un lavoro domestico che ha anch’esso grande importanza per il sistema
economico, sebbene non sia contabilizzato nel P.I.L. (Prodotto Interno Lordo). Sempre più ambedue i
coniugi sono impegnati sia nel lavoro domestico che in quello professionale e sono chiamati a trovare, di
comune accordo, il giusto equilibrio e a ripartire equamente i pesi.
Ma il contributo più specifico delle famiglie al sistema economico consiste nella formazione del capitale
umano.
Con la parola lavoro si indica l’attività umana in quanto produce beni materiali o immateriali utili a
soddisfare i bisogni delle persone e a favorire il loro benessere. Oggi, in un’economia di sviluppo, qualsiasi
attività può essere considerata lavoro, in quanto aggiunge valore alle relazioni umane, anche se non si
producono merci (cfr. ad esempio l’educazione, l’istruzione, l’informazione, la ricerca scientifica,
l’innovazione organizzativa o tecnologica, l’assistenza, il turismo, i servizi vari). Oggi, sempre più, fattore
produttivo decisivo è l’uomo (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 32); è l’uomo che discerne i bisogni
dei clienti, raccoglie e gestisce le informazioni, organizza il processo produttivo e commerciale, lavora in
collaborazione, interloquisce con le cosiddette “macchine intelligenti”, esercita la sua creatività e capacità
innovativa. Il capitale umano è necessario per le imprese come il capitale finanziario e quello tecnologico.
Per questo la famiglia sta diventando una risorsa sempre più importante dal punto di vista economico e
sociale: non soltanto come soggetto di consumi, di risparmio, di ridistribuzione del reddito, ma anche come
soggetto produttivo di capitale umano.
La procreazione dei figli, futuri cittadini e futuri lavoratori, è un investimento a lunga scadenza, necessario
alla riproduzione della società. La loro educazione, oltre che valore morale, ha valore anche per il
funzionamento del sistema economico, che riceve grande giovamento dalle conoscenze e abilità trasmesse,
dalle attitudini acquisite (ad es. attitudine allo studio e alla ricerca scientifica e tecnica), dalle virtù sociali
maturate, come la gratuità, la fiducia, la solidarietà, la giustizia, il rispetto della legalità, la laboriosità, la
collaborazione, la cura dell’ordine, il gusto del lavoro ben fatto, il rispetto dell’ambiente.
La famiglia è “la prima scuola di lavoro per ogni uomo” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 10). Essa
educa al lavoro con l’esempio dei genitori, l’influsso dei fratelli, la conversazione familiare, la visita ai
luoghi di lavoro, l’accompagnamento nello studio, la condivisione di progetti ed attività.
La famiglia è amica delle imprese. L’impegno eticamente responsabile dei lavoratori e degli imprenditori, da
essa bene educati, spesso va oltre la rigida logica contrattuale e favorisce molto la crescita e il successo
dell’impresa, specie sul lungo periodo. Nella misura in cui sa offrire un capitale umano di qualità, la famiglia
diventa soggetto produttivo di valore economico per il sistema. Dovrebbe dunque essere tassata, tenendo
conto sia dei redditi che delle persone a carico, un po’ come le imprese che vengono tassate sulla base dei
guadagni al netto dei costi di produzione. Anzi, al di là dell’equità fiscale, dovrebbe essere sostenuta con un
disegno organico di politica familiare che tuteli l’identità e i diritti della famiglia e preveda concreti
provvedimenti da attuare progressivamente, a piccoli passi, secondo le possibilità (casa, occupazione, scuola,
servizi, trasporti, ricongiungimenti familiari dei migranti, ecc.). L’obiettivo centrale e unificante dovrebbe
essere il sostegno da dare alle relazioni che strutturano la famiglia e la rendono risorsa sociale: sostegno cioè
alla stabilità della coppia e alla sua missione procreativa ed educativa.
Le imprese da parte loro dovrebbero diventare più amiche delle famiglie sia per solidarietà umana che nel
proprio stesso interesse. Dovrebbero innanzitutto mirare con ogni energia a creare occupazione, perché la
mancanza di lavoro è un dramma, specialmente per i giovani, e impedisce la formazione delle famiglie e la
loro missione procreativa ed educativa. Questo esige innovazione, produttività, collaborazione in ogni
azienda, tra le aziende e tra i vari soggetti della vita sociale. Inoltre le imprese dovrebbero favorire il più
possibile l’armonizzazione delle esigenze del lavoro con quelle della famiglia. A titolo esemplificativo, si
possono ricordare alcune esperienze: flessibilità di orario, tempo parziale, telelavoro interattivo a domicilio,
congedi di maternità, congedi parentali, asili nido aziendali. L’armonizzazione riguarda anche l’uomo
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lavoratore, ma soprattutto la donna lavoratrice, che non deve essere costretta a scegliere tra maternità e
lavoro professionale.
Molte imprese, specialmente piccole imprese, creano, per affrontare la crisi, reti di collaborazione tra loro.
Anche molte famiglie creano reti di amicizia e di aiuto reciproco, specialmente a scopo educativo e
assistenziale. Le une e le altre confermano che la direzione giusta, verso cui si deve andare, è quella indicata
da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Caritas in Veritate, la direzione della gratuità e della solidarietà.
6. La famiglia e la festa.
Secondo la rivelazione biblica, Dio fa festa e offre la sua festa agli uomini.
Le persone divine creano insieme il mondo e insieme gioiscono per la loro opera; lavorano sempre e sempre
riposano nella pienezza del loro essere e agire. “(Così parla la divina Sapienza:) Quando disponeva le
fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in
ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Prov. 8, 29-31). “Egli
(il Verbo) era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di
ciò che esiste” (Gv 1, 2-3). “Gesù disse loro: il Padre agisce anche ora e anch’io agisco” ( Gv 5, 17). Il regno
di Dio, senso di tutta la storia, è una grande festa di nozze, che inizia già adesso come in germe e avrà
compimento perfetto nell’eternità. “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo
figlio” (Mt 22, 2). “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’agnello” (Ap 19, 9).
Si trovano in sintonia con il disegno di Dio le principali caratteristiche della festa individuate dagli studi
antropologici.
La festa è un’esperienza comunitaria: non si può far festa da soli; ma soltanto insieme agli altri, in famiglia,
nella comunità religiosa, nella comunità civile, nel gruppo di amici.
La festa si ripete con una periodicità regolare: la domenica ogni settimana, le feste liturgiche ogni anno, poi
gli anniversari, i compleanni, le ricorrenze civili. Essa ordinariamente si colloca in una tradizione, come in
una corrente di vita che viene da lontano e va lontano, facendo memoria del passato e alimentando la
speranza del futuro. Dà un senso di sicurezza e infonde nuove energie per affrontare la precarietà, la fatica e
la sofferenza.
La festa ha la nota distintiva della gratuità: ha valore per se stessa e non è strumentale in vista di qualche
altro fine, a meno che non si tratti di un evento pubblicitario e promozionale, che però non è vera festa. Ci si
rallegra per la vita, la famiglia, la comunità, il lavoro e altri beni. Si ammira il vero e il bello. Si è grati per i
doni che riceviamo da Dio e dagli altri uomini, specialmente da quelli delle passate generazioni.
Per noi cristiani la festa per eccellenza è la domenica, pasqua settimanale e anticipo nel tempo della festa
eterna, giorno del Signore, della Chiesa e della famiglia. Oggi dobbiamo difenderla contro l’invadenza del
mercato e la diffusione del lavoro no-stop. Dobbiamo però soprattutto santificarla con la partecipazione alla
Messa, con il riposo e la dedicazione agli affetti familiari.
Le famiglie cristiane della Nigeria e di altri paesi, che si recano in chiesa la domenica a rischio di cadere
vittime di qualche attentato terrorista, rinnovano la testimonianza degli antichi martiri africani che
dichiaravano davanti al giudice: “Noi senza la Messa della domenica non possiamo vivere”. A questi fratelli
perseguitati va tutta la nostra solidarietà. Il miglior modo di manifestarla è però quello di imitare la loro
fedeltà.
La Messa è il centro della vita cristiana, personale e comunitaria. Il Signore Gesù, crocifisso, risorto e
vivente per sempre, ci convoca e ci raduna in assemblea intorno a sé; ci rivolge la sua parola; si dona a noi
nel segno del pane dato a mangiare e del vino dato a bere con lo stesso amore con cui è morto per noi; ci
comunica il suo Santo Spirito, per unirci a sé e tra di noi; ci manda in missione a portare il suo amore a tutti;
rafforza, in particolare, l’alleanza nuziale dei coniugi. Pretendere di essere cristiani senza la Messa è come
voler essere cristiani senza Gesù Cristo. E’ illusorio voler costituire una famiglia cristiana senza la Messa
della domenica.
Quando è possibile, è bene che la famiglia vada a Messa tutta insieme. Il buon esempio dato dal padre di
famiglia, secondo l’indagine statistica, sembra che abbia una forte incidenza positiva sulla futura pratica
domenicale dei figli, una volta divenuti adulti.
Alla Messa festiva bisogna associare la mensa festiva, il pranzo comune, come un rito della famiglia, una
comunicazione affettiva, uno stare insieme gioioso.
E’ inoltre auspicabile che il giorno di festa sia arricchito da altre esperienze umanamente e spiritualmente
significative: gioco, attività formative, opere caritative, visite a parenti e amici, passeggio, contatto con la
natura, attività culturali e artistiche.
61
La domenica, se è celebrata bene, conferisce senso e bellezza anche alla vita ordinaria; dilata la festa anche
nei giorni feriali. Così la famiglia diventa luogo di gioia quotidiana, di buon umore, di giocosità, di
attenzione e dedizione reciproca, di ricchezza relazionale e affettiva, di ragionevole sobrietà nei consumi. Il
luogo di lavoro diventa ambiente di amicizia, di attività piena di senso e svolta con soddisfazione, qualche
volta perfino di momenti festivi tra colleghi, per celebrare compleanni, anniversari di matrimonio, nascite di
figli, avanzamenti di carriera.
La partecipazione all’Eucaristia, dice Benedetto XVI, dà “forma eucaristica a tutta la vita” (Sacramentum
Caritatis, 72); dà cioè la forma del ringraziamento, per essere stati amati, e del dono di sé fino al sacrificio,
per contraccambiare l’amore. Ci aiuta a ricevere tutte le cose come doni e possibilità di bene, a vedere Dio in
tutte le cose.
Concludo con un auspicio pieno di speranza. La cultura individualista, utilitarista, consumista, relativista ha
impoverito le relazioni umane e ha compromesso la fiducia tra le persone; ha provocato la crisi
dell’economia, del lavoro e della famiglia. La riscoperta dell’uomo come soggetto essenzialmente
relazionale e la cura per la buona qualità delle relazioni porteranno al superamento della crisi del lavoro e
della famiglia. La crisi fa emergere il malessere latente da tempo e apre prospettive nuove.
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INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI
MERCOLEDI’ 30 MAGGIO
1. La famiglia come risorsa della società - 1
Pierpaolo DONATI
Biografia
Nato a Budrio nel 1946 Pierpaolo Donati è un sociologo e filosofo italiano. Professore ordinario di
Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna è coordinatore
del Dottorato di ricerca in Sociologia ed è responsabile del Centro Studi di Politica Sociale
e Sociologia Sanitaria (CEPOSS). Fondatore e direttore della Rivista “Sociologia e
Politiche Sociali” (FrancoAngeli editore, Milano) ha ricoperto vari incarichi scientifici in
commissioni governative e intergovernative, nonché in organismi come l'ISTAT, in organi
di rappresentanza accademica (CNR, CUN) ed ha avviato Centri e networks di ricerca
scientifica in diverse università italiane. Dopo aver fondato la Sezione di Politica sociale, nel triennio 19951998 è stato Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia. Ha ricevuto il riconoscimento dell'ONU
come membro esperto distinto nel corso dell'Anno Internazionale della Famiglia (1994). Direttore
dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, dal 1997 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali e dal 2006 Accademico per la Sezione di Scienze Politiche e Sociali dell'Accademia delle Scienze
dell'Istituto di Bologna.
Titoli
Nelle sue opere, Donati ha proposto e poi sviluppato – sia a livello teorico sia a livello di ricerca empirica –
un nuovo paradigma scientifico, che è internazionalmente noto come ‘Sociologia relazionale' o ‘Teoria
relazionale della società' (si veda: Building a Relational Theory of Society: A Sociological Journey, in
Mathieu Deflem ed., Sociologists in a Global Age. Biographical Perspectives, Ashgate, Aldershot, 2007, pp.
159-174). Al suo attivo ha oltre 650 pubblicazioni, che constano di 88 volumi (monografie personali,
curatele e rapporti di ricerca) e circa 570 saggi e articoli scientifici. Vari volumi e saggi sono stati tradotti in
lingue straniere. Tra le pubblicazioni più recenti: Il paradigma relazionale nelle scienze sociali: le prospettive
sociologiche, il Mulino, 2006; Repensar la sociedad. El enfoque relacional, Ediciones Internacionales
Universitarias, Madrid, 2006; Família no século XXI: abordagem relacional, Sao Paulo, Brasil, 2008; Oltre il
multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza, Roma-Bari, 2008; Il capitale
sociale degli italiani. Le radici familiari, comunitarie e associative del civismo, FrancoAngeli, 2008; La cura
della famiglia e il mondo del lavoro. Un piano di politiche familiari, FrancoAngeli, 2008; Laicità: la ricerca
dell'universale nelle differenze, il Mulino, 2008.
Abstract
A livello mondiale, il dibattito sulla famiglia è oggi centrato su una domanda di fondo: la famiglia è ancora
una risorsa per la persona e per la società, oppure invece è una sopravvivenza del passato che ostacola
l’emancipazione degli individui e l’avvento di una società più libera, ugualitaria, e felice? La relazione
intende rispondere a questa domanda fondamentale con i risultati di una indagine originale, sia teorica sia
empirica, oltremodo documentata. Nella prima parte dell'intervento Donati presenta e commenta le
conoscenze disponibili a livello internazionale. La seconda parte presenta i risultati di una ricerca scientifica
condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana in età compresa fra 30 e 55 anni (3500
interviste effettuate nel 2011). Nel complesso, l’indagine evidenzia che il distacco dalla famiglia normocostituita e la sua destrutturazione non migliorano la condizione esistenziale delle persone, semmai la
peggiorano. La famiglia può essere articolata in molti e diversi modi di vita quotidiana, ma metterla in forse
e depotenziarla significa far sì che le persone diventino soggetti deboli e passivi rispetto alla società, che
deve assisterli, anziché essere attori/agenti che generano e rigenerano il capitale umano e sociale della stessa
società. La ricerca che verrà esposta costituisce un viaggio dentro e attorno al genoma sociale della famiglia,
alla (ri)scoperta delle ragioni per le quali la famiglia è, e rimane, la fonte e l’origine della società.
Francesco BELLETTI
Biografia
Direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia: www.cisf.it), Presidente
nazionale del Forum delle associazioni familiari – Italia (www.forumfamiglie.org). Nato
nel 1957 ad Assisi (Italia), laureato in Scienze Politiche, sposato, tre figli, vive e lavora a
Milano. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia.
63
Titoli
Autore di diversi volumi di ricerca e di articoli, su riviste specialistiche e divulgative. Tra i più recenti si
segnalano: "Essere padri" (Edizioni San Paolo, 1.a ed. 2003), "Mai parlato così tanto di famiglia… tra Dico e
Family Day" (Edizioni Paoline, 2008),"Ripartire dalla famiglia. Ambito educativo e risorsa" sociale
(Edizioni Paoline, 2011).
Giovanna ROSSI
Biografia
Giovanna Rossi, nata il 11/12/1944 ad Abbiategrasso (MI), è Professore ordinario di Sociologia della
Famiglia e Direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia presso l’
Università Cattolica di Milano. E’ coordinatore del Research Network 13 “Sociology of
Families and Intimate Lives” dell’ European Sociological Association e membro del CTS
dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Titoli
E’ autrice di numerose pubblicazioni sulla famiglia, sulle politiche sociali e sui servizi alla
persona, sull’associazionismo familiare e le organizzazioni di volontariato.
Abstract
Nell’intervento saranno illustrati i risultati dell’indagine pubblicata in P. Donati (a cura di), "Famiglia risorsa
della società", Il Mulino, Bologna, 2012, con specifico focus sulla relazione famiglia-lavoro. Nella ricerca si
è inteso verificare empiricamente se, e a quali condizioni, la relazione famiglia-lavoro – come concretamente
esperita nella vita quotidiana – possa essere considerata “virtuosa” e rendere la famiglia una risorsa per se
stessa e per la società. Ciò implica innanzitutto una considerazione di tale relazione nell’ambito del processo
di strutturazione dell’identità personale, di coppia, intergenerazionale e sociale. Ogni possibile forma di
conciliazione comporta infatti innanzitutto un processo riflessivo e dialogico non secondario della persona e
della coppia: se le decisioni sono condivise internamente all’ambito familiare e connesse alla possibilità di
rapportarsi con altri soggetti (reti primarie e secondarie) consentono alla famiglia di essere fonte di benessere
per se stessa e per la società.
Mons Carlos SIMON VAZQUEZ
Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia
Carlos Simón Vázquez nació en Cáceres (España) y es sacerdote de la diócesis de
Coria-Cáceres desde septiembre de1995. Licenciado en Medicina y Cirugía por la
Universidad de Navarra en 1989 y Doctor en Teología por la Pontificia Universidad
Lateranense de Roma en 2001.
Ejerció la docencia en el Instituto Teológico S. Pedro de Alcántara de Cáceres como
profesor de Teología Moral de la Persona y de la vida física así como de Teología Moral Social. Profesor
titular en el Instituto de Ciencias Religiosas Nª Sra de Guadalupe de la provincia eclesiástica extremeña de
las mismas materias anteriormente señaladas así como de Ética general y Educación en valores. Fue profesor
invitado en el master de Bioética de la Sociedad Andaluza con sede en Córdoba. En Octubre de 2003
comenzó su labor de profesor invitado en la Facultad de Teología del Norte de España con sede en Burgos
impartiendo la asignatura de Teología Moral de la Persona. Desde el curso 2005 se hizo cargo de la materia
de Teología Moral Social. Autor de varios artículos y reseñas en revistas especializadas. Publicaciones:1)
publicado su trabajo doctoral, Estudio histórico-crítico del concepto y término de Planificación Familiar por
la Universidad Católica de Murcia, 2004; 2) En junio de 2006 publicación del Diccionario de Bioética (dir)
en la editorial Monte Carmelo de Burgos. Agotada la primera edición, en imprenta la segunda edición del
Diccionario de Bioética.
Durante los años de su ministerio pastoral en su diócesis de origen además de Párroco fue Delegado
Diocesano para la Pastoral de la Salud, así como Director del Secretariado para la Pastoral de la Salud de la
Provincia Eclesiástica de Mérida-Badajoz en el quinquenio 2002-2007.
El 9 de Febrero de 2008 el Santo Padre Benedicto XVI le nombró Sub-Secretario del Pontificio Consejo para
la Familia.
64
Profesor invitado del Instituto Juan Pablo II Sede Central de Roma en el Master de Bioética donde en el
curso 2008-2009 impartió el curso Naturaleza-Familia y Vida humana. Nombrado Capellán de Su Santidad
el 18 de agosto de 2008.
Sintesi
La “famiglia normo-costituita”, intesa come unione fra uomo e donna uniti dal matrimonio con due o più
figli, è quella che assicura più soddisfazione ai suoi componenti perché crea maggiore capitale umano e
sociale. È questo il risultato della ricerca di Pierpaolo Donati “Famiglia risorsa della società” (Il Mulino,
Bologna 2012), promossa dal Pontificio Consiglio per la famiglia e illustrata nella prima giornata del
Congresso teologico pastorale.
La ricerca, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana in età compresa fra 30 e 55
anni, spiega che la famiglia è una risorsa non solo per l’individuo ma anche per la società intera e non
rappresenta un ostacolo all’emancipazione. Anche la religiosità accresce la solidarietà fra i membri della
famiglia, così come con l’esterno.
Dal VII Incontro mondiale delle famiglie di Milano Pierpaolo Donati lancia un messaggio: «Ripensare
integralmente alle politiche familiari, che devono essere indirizzate soprattutto per la creazione della
famiglia». La “famiglia normo-costituita” infatti oggi rappresenta la maggioranza di quelle esistenti, tuttavia
il loro numero si sta restringendo mettendo a rischio la coesione sociale. «Se lo Stato e l’economia non ce la
fanno è perché la famiglia non è messa in grado di funzionare», continua Donati, intervenuto alla tavola
rotonda coordinata da monsignorCarlos Simón Vázquez, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la
Famiglia.
Ancora, la ricerca smentisce i luoghi comuni della cultura postmoderna perché dai dati emerge che le
aspettative della maggior parte delle persone sono quelle di una famiglia stabile, ancora oggi. «Il problema è
quello di realizzare quest’ideale laddove la difficoltà consiste nel mancato riconoscimento della famiglia da
parte dei governi - ha continuato Donati -, perché la famiglia non ha bisogno di carità oggi,bensì di equità».
Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia e presidente nazionale del Forum delle
associazioni familiari, ha ricordato i benefici dell’associazionismo familiare, ecclesiale ma anche civile.
«Ottenere politiche di sussidiarietà è più facile se le famiglie si mettono insieme. L’obiettivo è quello di fare
valere i diritti delle famiglie in modo unitario e questa è una sfida per tutti noi, per la società e anche per la
Chiesa».
La famiglia, il lavoro e la festa è il tema di Family 2012. Ecco perché Giovanna Rossi, professore ordinario
di Sociologia della famiglia e direttore del centro di Ateneo studi e ricerche sulla famiglia all’Università
Cattolica di Milano, si è concentrata proprio sulla conciliazione fra famiglia e lavoro. «In Italia ne emerge
una forte domanda soprattutto per dedicarsi alla cura dei figli. Una richiesta rivolta alle istituzioni pubbliche
e alle autorità private. Ma a fronte di iniziative virtuose la strada da percorrere è ancora lunga e accidentata».
LA FAMIGLIA COME RISORSA DELLA SOCIETA' (di Paolo Ferrario)
Presentazione ricerca “Famiglia risorsa per la società”, realizzata dal Pontificio consiglio per la famiglia
Relatori: Pierpaolo Donati, curatore della ricerca e docente di Sociologia della famiglia all’Università di
Bologna
Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari
Giovanna Rossi, docente di Sociologia della famiglia all’Università Cattolica di Milano
Investire sulla famiglia per uscire dalla crisi e costruire una società di più libera, giusta e solidale. È la
“ricetta” che arriva dall’Incontro mondiale di Milano, corroborata dai dati della ricerca “Famiglia risorsa
della società”. Non tutte le forme di famiglia sono, in egual misura, una risorsa sociale. Ma soltanto la
famiglia normocostituita, formata da un uomo e una donna, uniti in matrimonio, con i loro figli
rappresentano un valore aggiunto per il progresso sociale. Il problema è che la politica non ha ancora
compreso qual è il genoma sociale della famiglia, che non è la sommatoria di due individualità, ma una
moltiplicazione di energia decisiva per il benessere e la felicità della persona e, quindi, della società. Per
questa ragione, l’appello che viene rilanciato anche dall’Incontro mondiale delle famiglie è di avere politiche
familiari promozionali e non assistenziali, preventive e non soltanto riparatorie, sussidiarie e non sostitutive.
Insomma, serve una politica che capisca che mettere risorse sulla famiglia è un investimento sul futuro e non
un costo del passato.
65
2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche
Nuria CHINCHILLA
Biografia
Direttore del dipartimento di Work and Family dello IESE Business School (scuola posizionata dal Financial
Times al 2° posto al mondo nell’Open Executive Education). Autrice di numerosi libri, tra
cui Work and Family in the World (2009) e Masters of our destiny, (Eunsa, 2008). Nello
IESE ha indirizzato temi come la riscoperta dell’equilibrio tra lavoro famiglia e vita
personale, sia per l’efficacia personale che per la competitività aziendale. E’ tra le 2 donne
in Spagna nella lista "Top Ten Management”.
Abstract
Per affrontare il tema della conciliazione tra ambito professionale e ambito familiare è necessario considerare
non solo realtà e vincoli aziendali e societari, ma puntare i riflettori anche sui lavoratori. Nessuna iniziativa
istituzionale di conciliazione famiglia-lavoro, soprattutto se innovativa rispetto agli strumenti classici, può
avere successo senza il coinvolgimento che le singole persone compiono su se stesse. “Artefici del nostro
destino” stimola ognuno a cambiare prima di tutto se stesso, per cambiare anche l’ambiente circostante e
creare il giusto equilibrio tra i «tempi professionali» e i «tempi di vita», con un approccio che si inserisce
negli ormai ben sperimentati percorsi di coaching e di leadership personale. Oltre le teorie della
responsabilità sociale verso i propri stakeholder, le aziende, come qualsiasi attività organizzata, devono
progressivamente diventare parti consapevoli di sistemi più complessi, ma non per questo più rigidi, basati
sulle logiche della costellazione del valore nelle quali le persone, siano esse clienti o a maggior ragione
collaboratori, devono essere riconosciute come attori e non semplici risorse umane dalle quali acquisire
alcune utilità. In questa prospettiva si tratta quindi di riconoscere e rafforzare il principio di sussidiarietà tra
le famiglie, le aziende, i diversi soggetti della società civile e le istituzioni, sussidiarietà che in modo
dinamico si adatta alla realtà complessiva di riferimento, pur rispettando le diverse prerogative di ciascuno.
Miriam FILELLA
Biografia
Mirian Filella ricopre da anni il ruolo di Direttrice delle Risorse Umane
presso Endesa SA, multinazionale spagnola specializzata nella generazione
e distribuzione di energia elettrica, gas ed energie rinnovabili. Esperta
nell’applicazione di tematiche di conciliazione famiglia - lavoro all’interno
di Endesa SA a livello mondiale, ha partecipato come relatrice a diversi
convegni su tale tematica. Come moglie e madre di due bambine ha
sempre cercato di sensibilizzare personale e direzione sulle tematiche di conciliazione e di portare la propria
esperienza personale all’interno della dimensione lavorativa.
Enzo ROSSI
Biografia
Enzo Rossi, classe 1965, è il titolare de La Campofilone, azienda d’eccellenza nella produzione di pasta
all’uovo della tradizione di Campofilone. Frequenta il Seminario
Arcivescovile di Fermo, dove studia biologia, e compie gli studi superiori
presso l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno. Dopo una lunga
esperienza lavorativa presso l’azienda agricola di famiglia e come titolare
di un mulino, Enzo Rossi decide di intraprendere l’avventura di
imprenditore dell’azienda La Campofilone, attività che tuttora svolge con
passione, dedizione e rispetto. Rispetto per il consumatore (vengono
quotidianamente effettuati controlli sulle materie prime, ricerche e
certificazioni sul prodotto finale, per verificarne e garantirne la salubrità); rispetto per l’ambiente (per la
scelta di utilizzare uova da galline allevate a terra e salvaguardia delle foreste); rispetto per i propri
collaboratori: nell’autunno del 2007 Enzo Rossi prova a vivere un mese con la paga di uno dei suoi operai,
ma al 20 del mese i soldi sono già finiti e decide di aumentare lo stipendio a tutti i dipendenti. Un’esperienza
che ha fatto e continua a far riflettere il mondo dell’imprenditoria italiana e che lascia un insegnamento
66
importante su un nuovo modo di fare imprese. Continuo è l’impegno di Enzo Rossi nel diffondere e a
mettere a disposizione di tutti gli strumenti per conoscere i valori e la storia che stanno alla base della sua
ottica imprenditoriale.
Abstract
Durante l'intervento Enzo Rossi svilupperà il tema della conciliazione tra impegno lavorativo e impegni
familiari, tra etica e profitto, facendo riferimento alla propria esperienza (di vita e di lavoro) e ricordando la
vicenda del 2007, quando, da imprenditore, si immedesimò nelle difficoltà quotidiane dei propri dipendenti,
provando a vivere per un mese con il loro salario.
José Jacinto IGLESIAS SOARES
Biografia
Nato a Luanda, in Angola, il 25 Giugno 1960, è membro del Consiglio di Amministrazione
del Banco Comercial Portugues, S.A. Laureato in Legge alla Facolta’ di Giurisprudenza di
Lisbona è stato assistente presso la Facolta’ di Giurisprudenza di Lisbona. In seguito ha
conseguito un Master in Diritto Commerciale e d’Impresa, Universita’ Cattolica di Lisbona
Programma di Direzione Aziendale, AESE, Master in Bilancio e Finanza, Universita’
Cattolica di Lisbona
Abstract
Soares partirà dall'esperienza personale focalizzando l'attenzione su famiglia e carriera e su come gestisce il
tempo con i figli e la moglie. Soares parlerà dell'impatto che hanno le donne che lavorano sulla famiglia. Un
tempo le mamme stavano a casa mentre i papa’ lavoravano tutto il giorno. Oggi questo sta cambiando
dovunque. Una straordinaria competenza/capacita’ per bilanciare le responsabilita’ familiari e le
responsabilita’ lavorative. La nostra responsabilita’ sociale. La responsabilita’ d’impresa. Come individui e
imprese possono migliorare la vita dei genitori che lavorano e i loro percorsi professionali. (3 minuti)
Famiglie e imprese sostengono gli Stati con le loro contribuzioni fiscali, pertanto le spese dei Governi
devono essere controllate al fine di ottenere politiche familiari e assistenziali che assicurino l’equilibrio tra
vita e lavoro. (3 minuti)
Sintesi
LA CONCILIAZIONE DI FAMIGLIA, LAVORO E FESTA: ALCUNE BUONE PRATICHE (di Viviana
Daloiso)
Conciliare famiglia, lavoro e festa? Si può fare. Parola dei partecipanti alla tavola rotonda dedicata al tema e
moderata da Francesco Ognibene, che con le loro esperienze concrete hanno intrattenuto oltre un migliaio di
partecipanti, per una sessione del Congresso “da record” in termini di numeri e di attenzione al dibattito.
Ad aprire i lavori la professoressa Nuria Chinchilla, direttore del dipartimento di Lavoro e famiglia della
prestigiosa Iese Business school, la scuola di specializzazione in Amministrazione d’Impresa dell’Università
di Navarra con sede a Barcellona e a Madrid. Che della conciliazione non solo ha ricordato il ruolo
fondamentale per il benessere della società (quest’ultimo si fonda sull’equilibrio tra le dimensioni di ogni
essere umano in azienda e in famiglia), ma ha anche mostrato gli effettivi, straordinari risultati sul piano
produttivo: in una ricerca condotta dallo Iese in 24 Paesi del mondo sul grado di “responsabilità familiare”
delle politiche messe in atto dalle aziende, il risultato è che in quelle dove la conciliazione è attuata con
successo l’impegno dei dipendenti è 3 volte superiore rispetto a quelle dove non esiste alcuna pratica di
questo tipo, la soddisfazione 7 volte maggiore e la produttività aumenta mediamente del 19%.
Numeri che un imprenditore come Enzo Rossi, al timone del colosso della pasta marchigiano Campofilone,
conosce bene: almeno da quando, nel 2007, ha deciso di punto in bianco di aumentare di 200 euro netti lo
stipendio dei suoi dipendenti sulla base di un’intuizione: quella che aiutandoli ad arrivare a fine mese, a
concedersi un acquisto o una cena in più, magari a mettere da parte dei soldini per le vacanze o per il futuro
dei propri figli, il clima in azienda potesse migliorare. Risultato? Molto di più. Non solo la Campofilone è
diventata una grande famiglia, e la “casa” dove si festeggiano Natale, compleanni, lauree. L’azienda ha
anche ottimizzato i suoi incassi, inaugurando un turn over tra dipendenti sempre più stimolati e responsabili e
abbattendo completamente le spese per la comunicazione interna, la formazione, la sicurezza. Di più ancora:
contagiando tutte le piccole e medie imprese locali, che oggi seguono il metodo “Rossi” creando realtà in cui
famiglia e lavoro vanno a braccetto, col guadagno di tutti.
E quello che nella Marche è avvenuto in piccolo, all’Endesa (colosso iberico dell’energia oggi acquisita da
Enel) viene applicato su 78mila dipendenti, in 40 Paesi del mondo. A raccontarlo, una direttrice delle risorse
67
umane madre di due figlie, Miriam Filella, che slide dettagliate alla mano ha illustrato il “sogno” diventato
realtà nella sua azienda: quello di un posto di lavoro dove il dipendente trova tutta l’assistenza sanitaria di
cui ha bisogno, corsi di fitness e di inglese, servizio di spesa e shopping “a domicilio”, flessibilità assoluta
nei tempi e nei modi di lavoro (ingressi posticipati e tempi ridotti nei primi tre anni di vita dei figli sia per le
mamme che per i papà). E ancora sostegno economico, agevolazioni sui tassi per i mutui, piani pensioni ad
hoc. Tutte misure che hanno portato il colosso a un benessere economico impensabile in tempi di crisi come i
nostri. A dimostrazione che proprio innanzi alla crisi, forse, si è aperto lo spazio per una nuova
imprenditorialità a misura di “persona”, in cui il curriculum “vitae” del lavoratore parli davvero della sua
vita, delle sue esigenze, delle sue capacità e smetta di considerarlo solo come strumento e finché funziona.
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3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto
Josè Luis RESTAN
Biografia
Nato a Madrid nel 1958, è sposato ed ha 3 figli. Ingegnere civile e laureato in scienze dell'informazione, dal
1990 lavora nella catena COPE (Radio di proprietà della Conferenza episcopale Spagnola). È stato Direttore
dei programmi Socio-Religiosi e attualmente è il Direttore Editoriale e
vice Presidente. Nella COPE presenta quotidianamente il programma
"Lo Specchio sull'attualità della Chiesa", e il venerdì la trasmissione
radiofonica "La lanterna della Chiesa", analisi profonda dell'attualità
ecclesiale. Sul canale 13-televisión ha diretto i programmi "il Popolo in
cammino" e "la Chiesa in diretta".
Titoli
È autore dei libri "Il coraggio di credere" e di due volumi de "il diario di un pontificato".
Abstract
Nell'intervento Restan analizzerà le caratteristiche dominanti della cultura determinata dalla comunicazione
globale: individualismo e disgregazione, sostituzione educativa della famiglia, irreligiosità e avversione alla
Tradizione Cristiana, individualismo e statalismo. Ma nonostante tutto: ricerca della felicità e della libertà.
Inoltre verrà affrontata la pretesa dei media di "creare la realtà", applicata alla famiglia, e la possibilità di
“reinventare" la famiglia, definendo i suoi elementi di forma completamente autonoma e arbitraria. La
famiglia verrà poi sviluppata come ambito naturale di trasmissione e assimilazione della cultura di un
popolo. Spazio anche al rischio della sostituzione mediatica del ruolo educativo della famiglia e al dramma
dell'isolamento culturale degli individui. Infine Restan propporrà un cambio di prospettiva: i media possono
essere alleati della famiglia? Vi è la necessità di un'esperienza umana costituita all'interno delle famiglie,
comunità di famiglie come aiuto reciproco per valorizzare e interpretare i contenuti dei media. I media
dovranno rivedere i loro pregiudizi ideologici per avvicinarsi alla famiglia con spirito di apertura e desiderio
di comprensione.
Piercesare RIVOLTELLA
Biografia
Professore ordinario nel raggruppamento M-PED 03, presso l’Università Cattolica di Milano insegna
Didattica generale e Tecnologie dell'educazione. È direttore del CREMIT
(Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla
Tecnologia) e Presidente della SIREM (Società Italiana di Ricerca
sull'Educazione Mediale). Tre le sue aree di ricerca. L’area della Media
Education, al triplice livello: della ricognizione “sul campo” delle
sperimentazioni di educazione ai media (in particolare nella scuola e nelle
realtà associative); della riflessione teorica su oggetto, ambiti, metodi e
didattica della disciplina; della formazione degli operatori e della
progettazione/sperimentazione di proposte didattico-educative. L’area della
didattica multimediale e dell’e-learning; in particolare: lo studio dei
problemi della comunicazione nella cooperazione in rete; la
progettazione/gestione di esperienze di didattica on line; la valutazione di qualità dei processi. L'area dei
consumi mediali giovanili; in particolare lo studio degli stili cognitivi e delle pratiche sociali tra educazione
formale e informale. Dirige la rivista REM- Research on Education and Media e fa parte del comitato
scientifico di diverse riviste specializzate, in Italia e all'estero. Tiene corsi in diverse università italiane e
straniere. Ha pubblicato in Italia e all’estero oltre 30 libri, oltre 40 saggi in volume, oltre 100 articoli su
riviste scientifiche.
Titoli
Tra i suoi lavori principali: Teoria della comunicazione, La Scuola, Brescia 1998 (diploma di merito al IX
Premio Nazionale di Pedagogia e Didattica “Pescara”, 1998). Come Peter Pan. Media, educazione,
tecnologie oggi, GS, Santhià 1998. L’audiovisivo e la formazione. Metodi per l’analisi, CEDAM, Padova
1998. La scuola in rete. Problemi ed esperienze di cooperazione on line, GS, Santhià 1999. I rag@zzi del
Web, Vita e Pensiero, Milano 2001. Scuola in Rete e reti di scuole, ETAS Libri, Milano 2003.
Costruttivisimo e pragmatica della comunicazione on line. Didattica e socialità in Internet, Erickson, Trento
69
2003. Didattiche per l’e-learning (con Paolo Ardizzone), Carocci, Roma 2003. Media Education. Fondamenti
didattici e prospettive di ricerca, La Scuola, Brescia 2005. E-tutor. Profilo, metodi, strumenti, Carocci, Roma
2006. Screen Generation, Vita e Pensiero, Milano 2006. Digital Literacy. Tools and Methodologies for the
Information Society, IGI, Hershey 2008. Media e tecnologie per la didattica (con Paolo Ardizzone), Vita e
Pensiero, Milano 2008. Guinzaglio elettronico (con Daniela Brancati e Annamaria Ajello), Donzelli, Roma
2009. Tecnologie, formazione, professioni. Idee e tecniche per l'innovazione (con Alberto Cattaneo, eds.),
Unicopli, Milano 2010. A scuola con I media digitali (con Simona Ferrari, eds.), Vita e Pensiero, Milano
2010. Ontologia della comunicazione educativa, Vita e Pensiero, Milano 2010. Neurodidattica. Insegnare al
cervello che apprende, Raffaello Cortina, Milano 2012.
Norberto GONZALES GAITANO
Biografia
Professore Ordinario di Opinione Pubblica e docente di Etica della Comunicazione presso la Pontificia
Università della Santa Croce. Già professore di Etica della comunicazione presso
l’Università della Laguna (Spagna, 1990-1996) e docente di Etica giornalistica presso
l’Università di Navarra (Spagna, 1981-1990); Visiting Research Scholar di The University of
Chicago (2008-2009) e di The Catholic University of America (Washington, 1995).
Attualmente è anche Vicerettore per la comunicazione dell’Università della Santa Croce,
direttore del progetto di ricerca Famiglia e media (www.familyandmedia.eu) e Consultore
del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali.
Titoli
Autore di "Famiglia e media. Associazioni familiari e comunicazione" (2011); "Public Opinion and the
Catholic Church" (2010); "Famiglia e media. Il detto e il non detto" (2008); "Comunicazione e luoghi della
fede" (2000); "La interpretación y la narración periodísticas" (1997) e "El deber de respeto a la intimidad"
(1990).
Sintesi
FAMIGLIA E COMUNICAZIONE GLOBALE, IL BISOGNO DI UN CAMBIO DI RAPPORTO (di
Nicoletta Martinelli)
Si possono maneggiare i nuovi media utilizzando vecchi schemi? La risposta è scontata – no – e sconfortante
se non si è attrezzati per utilizzare approcci efficaci e all’avanguardia. Che fare quando i figli ti sorpassano
nell’uso della tecnologia, quando ovunque e in qualsiasi momento possono navigare in un mondo, quello del
web, in cui è facile finire inghiottiti dai flutti? «Meno controllo, più governo» risponde Piercesare Rivoltella.
Il che comporta un’educazione alla responsabilità. «Bisogna puntare alla responsabilizzazione e costruire
soluzioni negoziali condivise». Insomma, l’utilizzo dei nuovi media su base contrattuale, con un accordo tra
genitori e figli. Senza mai dimenticare che per governare proficuamente chi la tecnologia la usa
disinvoltamente, bisogna governare prima di tutto la tecnologia: no ai genitori analfabeti digitali. «Sono gli
adulti a dover discriminare cosa è buono e cosa è no e a trasmettere lo stesso criterio ai figli – interviene
Norberto Gonzales Gaitano – insegnando loro, per esempio, che c’è una grande differenza tra l’essere
connessi e l’essere in relazione. Tocca ai genitori spingere perché si privilegino quelle relazioni che creano
vincoli e legami e che è spesso inutile cercare su Facebook. Che crea rete ma non comunità»
70
4. Il fenomeno migratorio e la famiglia
S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA
S. E. Monsignor Gilbert A. Garcera, vescovo di Daet nelle Filippine
S. Ecc. Mons Nicholas DIMARZIO
Biografia
Prima sacerdote dell’Arcidiocesi di Newark, in seguito Vescovo di Camden e ora Vescovo di Brooklyn, ha
conseguito il Master in Servizi Sociali e il Dottorato in Ricerca e Politica Sociale, con ampia esperienza
nell'Azione Pastorale e Sociale di immigrati e rifugiati. Membro del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti; fondatore della Rete Cattolica
per l’Immigrazione Legale; ex-Presidente del Comitato di Migrazione della
USCCB e membro del consiglio della Catholic Relief Services; attualmente
Presidente del Consiglio al Centro per gli Studi sulla Migrazione e l'Istituto per la
Politica sulle Migrazioni; rappresentante per Stati Uniti alla Commissione Globale
sulla Migrazione Internazionale; e precedentemente nel consiglio della
Commissione Internazionale sulla Migrazione Cattolica.
Abstract
Nella presentazione e nel video verranno esplorate le esperienze vissute da famiglie messe alla prova come
immigrati. I due principali fattori che contribuiscono all’immigrazione sono il bisogno di un lavoro e la fuga
da situazioni pericolose. Entrambi portano stress alla famiglia, per la quale diventa una sfida la regolare
pratica della Fede Cristiana. I rappresentanti di queste famiglie porteranno la loro testimonianza di come
riescono a bilanciare il lavoro, che è parte delle loro vite, con la necessità di celebrare la vita famigliare in
diverse condizioni, specialmente per coloro che sono appena immigrati.
coniugi JUAREZ
Biografia
Figlio di Ismael Juàrez e Graciela Belaonia, è nato il 07-03- l954 a Changuillo de Nazca , Ica, in Perù. Ha
vissuto a Chorrillos (Lima, Perù) fino al gennaio del 1991. In Perù è stato impiegato
amministrativo al Dipartimento del Personale del IPSS “ Edgardo Rebagliatti Martins” .
Sposato con Carmen il 4 febbraio del l977 ha tre figli: Samayìn (24-07-77), SKy (07-1078), Angela (12-01-82). In Italia dal gennaio 1991 oggi lavora all’Istituto Europeo
Oncologico di Milano come tecnico nella sterilizzazione e frequenta l’ultimo anno di
formazione come candidato al Diaconato Permanente. Figlia di Diego Sànchez e Juliana
de Sànchez Carmen è nata il 07/10/ 57 a Miraflores (Lima, Perù). Laureata in Scienze dell'Educazione e
specializzata in Problemi dell’Apprendimento è stata dicente e direttrice del Centro Educativo Speciale N.12
a Chorrillos – dal 1983 al 1994. In Italia è stata baby sitter,colf e operatrice sociale- COOP COMIN. E'
Presidente dell'Associazione Culturale di Promozione Sociale “ LA MISERICORDIA “
Abstract
Il nostro progetto di emigrare iniziò quando la situazione politico-sociale ed economica del nostro paese si
faceva ogni giorno più difficile e i nostri sforzi per dare ai nostri figli sicurezza, educazione e una vita
dignitosa ci spinsero a prendere una decisione. Félix, lavorando nell’ I.P.S.S., rinunciò al suo lavoro e partì
per l’Italia il 5 gennaio 1991. Non avendo ottenuto il lavoro che gli era stato promesso, non avendo un posto
71
dove vivere e non conoscendo la lingua, rimase alcuni giorni a Roma e da lì si trasferì a Milano, dove trovò
un alloggio e iniziò a imparare l’italiano (le prime parole che imparò furono quelle delle preghiere e della
messa) e poco dopo trovò un lavoro. Nel 1995 la famiglia si ricongiunse, dopo aver superato lunghe pratiche
burocratiche; avendo vissuto il travaglio della migrazione, la relazione famigliare doveva essere ricostruita
da capo, in una società e in una cultura diverse; conoscere la lingua e integrarci nel lavoro, a scuola, nella
parrocchia e nella città, con l’aiuto di Dio, è stato il nostro interesse principale. Oggi Felix segue un
cammino di formazione per il diaconato permanente, Carmen è un’operatrice sociale.
coniugi GOMEZ
Biografia
Fernando Gomez, filippino, è nato il 2 giugno 1972 a Manila. Si è laureato alla facoltà di Scienze con
specializzazione in Biologia. Sposato con Maria Bernadette Vasco, ha due figli di nome
Ayra Mae, 17 anni, e Arvy Don, 14 anni. Nel suo Paese lavorava come rappresentante
medico presso una Società Farmaceutica Multinazionale. Vive a Milano ormai da 10 anni.
La moglie è in Italia da sei anni e i figli da quattro. Attualmente è dipendente in una
fabbrica. E' un membro attivo della Comunità “ Coppie per Cristo”, una comunità cattolica
di rinnovo familiare, che è una comunità accreditata dal Consiglio Vaticano. In questa
comunità svolge la funzione di capogruppo e, insieme ad altre coppie sposate, aiuta il
parroco della Parrocchia di San Lorenzo di Milano a diffondere il Vangelo e proclamare la Grandezza del
Signore alle famiglie.
Abstract
La Famiglia di Gesù, come le nostre e la mia famiglia, apparentemente simile a molte altre, è una famiglia di
migranti. Giuseppe, come padre, sentì il bisogno di decidere di partire con Maria, perché avvertì un pericolo
imminente per la sua famiglia, specialmente per Gesù Bambino, che li costrinse ad allontanarsi e ad
affrontare una via impervia. Così scrisse S. Matteo nel suo Vangelo (Matteo 2:13-14).
Sintesi
MIGRAZIONI: LE SFIDE E LE OPPORTUNITA' PER LE FAMIGLIE (di Matteo Liut)
La famiglia è la prima “vittima” del fenomeno migratorio, poiché i nuclei domestici dei migranti devono
affrontare numerose difficoltà, ma la famiglia è anche “il primo interlocutore con il governo di accoglienza
per l’estensione di nuove leggi”. E forse in Italia non si è ancora compresa la necessità di “nuove leggi per i
cittadini che non sono nati nel nostro Paese”. Queste parole di don Giancarlo Quadri, responsabile delle
pastorale dei migranti dell’arcidiocesi di Milano, ieri, nell’ambito del VII Incontro mondiale della famiglia
in corso nel capoluogo lombardo, hanno aperto il dibattito sul tema “Il fenomeno migratorio e la famiglia”.
Comunità migranti, comunità che accolgono
Una tavola rotonda che ha visto l’intervento di due vescovi: monsignor Gilbert Garcera, vescovo di Daet,
nelle Filippine, e monsignor Nicholas Di Marzio, vescovo di Brooklyn, a New York. Due voci che hanno
affrontato le sfide poste dalle migrazioni da due diversi punti di vista. Garcera, infatti, si è soffermato sui
problemi che i migranti e le loro famiglie devono affrontare, soprattutto davanti all’esperienza lacerante del
distacco dai propri cari. Una riflessione che si è soffermata sull’esperienza delle Filippine, Paese che conosce
un forte flusso migratorio verso l’estero. Di Marzio, vescovo di origini campane, ha voluto, invece, mettere
in primo piano, dal punto di vista delle comunità che accolgono i migranti, i criteri da realizzare per
un’integrazione efficace.
Due esperienze di migrazione
La tavola rotonda, infine, è stata animata dalle testimonianze di due famiglie di immigrati a Milano: i
peruviani Felix e Carmen Juarez e i filippini Fernando e Bernadette Gomez. Due esperienze diverse, ma
accomunate dal forte radicamento nell’educazione cristiana: un patrimonio, hanno raccontato le due
famiglie, che li hanno sorretti nelle difficoltà e aiutati a diventare protagonisti attivi nella pastorale
dell’arcidiocesi milanese.
72
5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata
Card. Philippe BARBARIN
Arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin è nato il 17 ottobre 1950 a
Rabat, in Marocco. Laureato in filosofia alla Sorbona di Parigi, nel 1973 è
entrato nel seminario dei Carmelitani. È stato ordinato sacerdote per la diocesi
di Crétell il 17 dicembre 1977. Nei primi anni di sacerdozio ha svolto il suo
ministero a stretto contatto con gli studenti liceali. È stato anche responsabile
diocesano per l'ecumenismo. Poi, dal 1994 al 1998, è stato sacerdote «fidei
donum» e docente di teologia presso il seminario di Fianarantsoa, in
Madagascar. Il 1 ottobre 1998 il Papa lo ha nominato vescovo di Moulins. È
stato consacrato il 22 novembre 1998. Il 16 luglio 2002 gli è stata affidata la
guida della sede arcivescovile di Lione. È stato creato cardinale da Wojtyla
durante il Concistoro del 21 ottobre 2003
Ferruccio DE BORTOLI
Di famiglia bellunese, si è laureato in giurisprudenza all'Università di Milano, esordisce nella professione
giornalistica nel 1973, come praticante, al Corriere dei
ragazzi. Lavora successivamente per il Corriere
d'Informazione (pomeridiano del Corriere), Corriere della
Sera, L'Europeo. Nel frattempo si laurea in Giurisprudenza
alla Statale di Milano.
Nel 1987 torna al Corriere della Sera come caporedattore
dell'economia. Nel 1993 Paolo Mieli lo promuove
vicedirettore e nel 1997 assume la guida del primo quotidiano
italiano.
Firma il giornale per sei anni intensi, caratterizzati tra l'altro
dalle morti di due grandi vecchi del giornalismo italiano,
Indro Montanelli e Tiziano Terzani, e dell'attentato mortale a Maria Grazia Cutuli, inviata in Afghanistan.
Durante la direzione gestisce le notizie relative agli attentati dell'11 settembre 2001, si reca a New York per
chiedere alla scrittrice fiorentina Oriana Fallaci di tornare a scrivere articoli dopo undici anni di silenzio. Il
29 settembre 2001 esce sul Corriere l'articolo «La rabbia e l'orgoglio», a cui seguirà l'omonimo libro edito da
Rizzoli. Nel 1999 de Bortoli è stato tra i primi giornalisti a pubblicare il proprio indirizzo di posta elettronica
in calce a un articolo..
De Bortoli lascia il quotidiano di via Solferino il 29 maggio 2003, ufficialmente per ragioni private; le
dimissioni, però suscitarono scalpore..
Il Sole 24 Ore [modifica]Successivamente, de Bortoli assume l'incarico di amministratore delegato di RCS
Libri, divisione di RCS MediaGroup. Torna al giornalismo con la direzione del Sole 24 Ore, dove la sua
nomina è fortemente voluta dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo.
Durante la campagna elettorale 2006 è stato il moderatore del convegno biennale di Confindustria tenutosi a
Vicenza ospitando i due candidati premier Romano Prodi e Silvio Berlusconi.
Il ritorno in Via Solferino [modifica]Il 9 marzo 2009 ha rifiutato la proposta di diventare presidente della
Rai, forse anche in vista del suo ventilato ritorno alla direzione del Corriere della Sera al posto nuovamente
di Paolo Mieli (i due si erano già avvicendati a via Solferino nel maggio del 1997), evento che si realizza con
la designazione da parte del Cda di Rcs il 30 marzo 2009. Si è insediato il 9 aprile 2009.
Il 22 aprile 2012 al teatro "La Nuova Fenice" di Osimo è stato insignito del Premio Renato Benedetto Fabrizi
in qualità di presidente della Fondazione Memoriale della Shoah.
73
S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA
Nato a Missaglia, arcidiocesi di Milano, il 30 giugno 1949; ordinato
presbitero il 7 giugno 1975;
eletto alla Chiesa titolare di Tullia e nominato ausiliare di Milano il 13
luglio 2007;
ordinato vescovo il 23 settembre 2007;
trasferito a Novara il 24 novembre 2011.
Attuali Incarichi Membro della Commissione Episcopale per la dottrina
della fede, l'annuncio e la catechesi
Presidente del Comitato per gli studi superiori di teologia e di scienze
religiose
Sintesi
Partendo da una citazione di Jean Vanier («Più la gente è povera, più ama festeggiare... Le società,
diventando ricche, hanno perso il senso della festa, smarrendo così il significato della tradizione»),
l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin, ha aperto il faccia a faccia con il direttore del Corriere
della Sera, Ferruccio De Bortoli, sul tema “Lavoro e festa: il caso dei Paesi a economia avanzata”. Facendo
riferimento alla sua esperienza missionaria in Madagascar, Barbarin ha messo in luce come la festa può
rafforzare fortemente il senso di appartenenza ad una famiglia o comunità.
De Bortoli ha interagito con il cardinale problematizzandola, mettendo in luce una contraddizione della
società attuale, segnata dalle nuove tecnologie, che vede «un’orgia di comunicazione e il deserto delle
relazioni umane»: di qui lecommunity virtuali, diffusissime ma anonime, di là le comunità delle persone in
carne ed ossa, nelle quali il dialogo autentico si fa ogni giorno più difficile.
Anche monsignor Franco Giulio Brambilla, nell’introdurre l’incontro, aveva messo in evidenza il rischio che
oggi la famiglia prediliga un modello di “casa-appartamento” nella quale si vive “appartati”, ripiegati sul
privato. Quanto al nesso festa-lavoro, il cardinale Barbarin ha evidenziato la necessità che alla persona siano
date opportunità, come nel caso della festa, per “aprirsi all’altrove”. «Quando si gioca ci si può dire tutto»,
ha aggiunto parafrasando un detto popolare. De Bortoli ha replicato evidenziando che «forse non riusciremo
a difendere la domenica» dall’avanzata della globalizzazione, ma ha aggiunto che «il grande antidoto è,
cristianamente, quella cultura dei legami e dei rapporti autentici che non può mai prescindere dalla centralità
della famiglia».
74
6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia
Sergio CICATELLI
Biografia
Nato a Roma nel 1954, è direttore del Centro Studi per la Scuola Cattolica della Conferenza episcopale
italiana. Dirigente scolastico e docente
docente presso l’Istituto Superiore di Scienze
Religiose della Pontificia Università Lateranense di Roma, ha pubblicato
numerosi libri ed articoli su tematiche pedagogiche e giuridiche, sul sistema
scolastico italiano e sulle problematiche relative all’insegnamento
all’insegn
della religione
cattolica.
Abstract
Negli ultimi decenni sono profondamente cambiati gli spazi e i tempi dedicati alle
relazioni perso-nali
perso nali (la festa) e alla produzione (il lavoro), tendendo a separarsi
sempre di più. Se è vero che si passa sempre più
più tempo fuori di casa per lavorare,
il tempo che rimane da trascorrere in casa e in famifami-glia può diventare, per
contrasto, un fecondo spazio di festa. Lo schema può valere anche per i figli che
vanno a scuola e che vivono il loro impegno scolastico come tempo del lavoro, separato e talvolta opposto a
quello della vita personale. La scuola cattolica adotta in genere un modello educativo che intende realizzare
la massima continuità con il progetto educativo della famiglia, superando così la separazione tra i due mondi.
Ma occorre verificare se le famiglie si rivolgono alla scuola cattolica per la sua maggiore disponibilità a
prendersi cura dei propri figli anche oltre il normale orario di lezione (quindi per una motivazione
prevalentemente economica o pratica)
pratic a) o se la scelta è dettata dalla volontà di recuperare l’unitarietà della vita
dei figli, solo apparentemente divisa tra scuola e famiglia ma effettivamente distribuita su un unico e
coerente percorso educativo.
coniugi KIRINCIC
Biografia
Zdravko Kirincic,
ncic, nato il 12 Agosto 1958 a Rijeka, in Croatia e elettrotecnico. Dopo la laurea ha lavorato
per un breve periodo al complesso
petrolchimico di Dina. Nel 1981 si è sposato
con Nela dalla quale ha avuto sei figli. Nel
1985 si sono trasferiti in America dove
do
hanno vissuto per 10 anni. Tornato in
Croatia nel 1996 ha incominciato a lavorare
come consulente per svariate aziende nel
mondo, con impieghi in Siria, Messico,
Italia, Corea del Sud, Giappone, Norvegia.
Attualmente sta lavorando con lNAGIP
come tecnico
o in un sito di esplorazione per l’estrazione di gas nel mare Adriatico settentrionale
Abstract
"Veniamo dalla Croazia e abbiamo sei figli. Il più grande ha 28 anni ed e’ sacerdote; Anna ha 25 anni e ha da
poco terminato l’università’’ e ora lavora come insegnante.
ins
Dominic e’ all’università
università; Daniel e Philip sono al
liceo mentre la più piccola Paulina fa ancora le elementari. Ci e’ stato chiesto di condividere la nostra
esperienza sull’impatto dell’educazione cattolica sul lavoro e sul tempo libero e la nostra
nostr testimonianza
riguarda la nostra esperienza con i nostri figli nel loro cammino attraverso la vita".
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Coniugi BORGIA
Biografia
Angela e Giulio Borgia sono i responsabili della famigliare pastorale della Diocesi di Grosseto. Nato a
Buenos Aires in Argentina nel 1959 Giulio è sposato con Angela, nata a Santiago del Cile nel 1962.
Abstract
“Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle
informazioni, ma lasciasse da parte la grande
domanda riguardo alla verità, soprattutto a
quella verità che può essere di guida nella
vita” . Abbiamo accolto con emozione la
richiesta di questa nostra testimonianza quale
contributo all’incontro mondiale delle
famiglie di Milano. Infatti la scelta della
scuola giusta per i nostri figli è stato un
grande tema di discussione tra di noi, fin dai
primi anni di matrimonio. Mia moglie
Angela, veniva da una felice esperienza presso il Villa Maria Academy di
Santiago del Cile, e le Scuole Pie Fiorentine a Firenze, mentre io avevo, come da tradizione di famiglia,
sempre frequentato scuole “rigorosamente” statali. Ambedue avevamo avuto una sensazione “positiva”
ognuno della propria esperienza. Il punto era dunque: cosa è importante e cosa è bene per i nostri figli? Così,
quando Francesco il nostro primo figlio fu in età scolare, ci trovammo davanti al bivio: statale o cattolica?
José Antonio VEGA
Antonio Vega, sacerdote salesiano e direttore del collegio Don Bosco a Kenitra.
Sintesi
SCUOLA: ALLEATA DELLA FAMIGLIA (di Enrico Lenzi)
Una scuola schiacciata dai tempi del lavoro. Eppure dovrebbe essere il "luogo della formazione" e, per
questo, il "tempo della festa". E in tutto questo la scuola cattolica è chiamata a evidenziare la missione di
"luogo della formazione" e il ruolo di "alleata" della famiglia in campo educativo. E' quanto hanno
sottolineato i relatori dell'incontro che il VII Incontro mondiale delle famiglie ha voluto dedicare proprio al
tema della scuola cattolica. E due famiglie , una croata e una italiana, hanno testimoniato come la scelta della
scuola cattolica per loro si è rivelata "una scelta vincente". "I nostri sei figli - raccontano i coniugi croati
Zdravko e Nela Kirincic - hanno trovato nella scuola cattolica una formazione completa, anche dal punto di
vista spirituale". Analogo discorso per i coniugi Giulio e Angela Borgia di Arezzo. "Abbiamo trovato nella
scuola cattolica un valido alleato nel nostro compito educativo". A testimoniare quanto sia importante il
ruolo della scuola cattolica è stato il gesuita padre José Antonio Vega direttore della scuola Don Bosco in
Marocco. "Le famiglie marocchine, tutte musulmane - racconta - scelgono le nostre scuole perché vedono in
noi una coerenza di pensiero e azione nel campo della fede". Un aspetto, sottolinea il professore Sergio
Cicatelli, direttore del Centro studi della scuola cattolica, che "in Italia sembra essere passato in secondo
piano nella scelta delle famiglie verso la scuola cattolica". Ma il valore della testimonianza e della funzione
formativa non viene meno.
76
7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro
Eugenia SCABINI
Biografia
Nata a Milano nel 1939, è Direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia (1979-2011) e
Preside della Facoltà di Psicologia (1999-2011) dell’Università Cattolica.
Presidente del Comitato Scientifico del CASRF e professore di Psicologia dei
legami familiari. Membro del Comitato per il Progetto Culturale della CEI,
Consultore del Pontificio Consiglio della Famiglia. Nel 2007 è dottore Honoris
Causa del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, medaglia d’oro conferita dal
Presidente della Repubblica come Benemerita della scienza, della cultura e
dell’arte.
Abstract
Nell’attuale contesto fortemente individualistico il lavoro viene concepito, in
particolare dai giovani che lentamente transitano verso la condizione adulta,
come uno dei principali ambiti di autorealizzazione. Essi chiedono che il lavoro
sia all’altezza delle loro aspettative e di poter scegliere quello che loro “piace”.
La dimensione auto-espressiva diventa così prevalente rispetto a quella relazionale, pro-sociale e di senso. La
famiglia ha il compito di aiutare i figli a comprendere che il lavoro è qualcosa di diverso da una pura forma
espressiva di autorealizzazione. La famiglia fa fare l’esperienza che non ci si può realizzare da sé ma che la
relazione con gli altri è essenziale per dar senso e sostanza alla propria vita. Questo modo di vedere va
trasferito anche nel modo di concepire la professione. Il lavoro fa parte della costruzione della propria
identità. Occorre aiutarli ad affrontare il lavoro come parte della propria vocazione, come elemento cruciale
della costruzione di una compiuta identità adulta nella quale la realizzazione di sé e l’acquisizione di
competenze professionali si esprima in un progetto familiare e sociale che sia capace di andare oltre sé.
coniugi CASTILLO
Abstract
In questa relazione si invitano i genitori a promuovere un lavoro educativo nella famiglia orientato alla
crescita personale dei figli, fin dalla precoce età. La famiglia è una scuola in cui si aiuta
ogni figlio a scoprire il senso profondo del lavoro umano, in quanto favorisce
l’umanizzazione dell’uomo e delle sue relazioni famigliari e sociali. Il lavoro è occasione e
mezzo per sviluppare capacità e crescere nella virtù umana e cristiana. Dai genitori ci si
aspetta che promuovano nei figli l’abitudine del lavoro, stimolandoli con il proprio
esempio di lavoro professionale ben fatto e con l’attitudine al servizio. È necessario che i
genitori favoriscano situazioni ed esperienze familiari di lavoro, relazionate con il lavoro domestico, lo
studio e i lavori occasionali durante il periodo delle vacanze. Allo stesso modo, spetta ai genitori aiutare i
figli a scoprire la propria “vocazione di vita”, parallelamente alla scoperta della propria “vocazione
cristiana”. Ciò favorisce il processo di maturazione vocazionale di ciascun figlio, aiutandolo a elaborare un
personale progetto di vita.
coniugi RENARD
Antoine Renard, président de la CNAFC, vient d'écrire à
Madame Marisol Touraine, ministre des Affaires sociales et
de la Santé, en charge de préparer et de mettre en œuvre la
politique du Gouvernement relative à la famille, à propos de
l'annonce de l'augmentation de 25 % de l'Allocation de
Rentrée Scolaire et de la confirmation à l'UNAF que cette
mesure serait financée par un abaissement du plafonnement
du Quotient Familial.
77
Sintesi
Padre Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di S. Antonio - moderatore della tavola rotonda su “Aiutare i
figli a scoprire il senso profondo del lavoro” nella seconda sessione pomeridiana - ricorda in apertura che
forse oggi, come ha scritto qualcuno, «l’educazione è finita», ma di certo è sfinita, dato l’assedio a cui è
sottoposta... In un periodo di bassa tensione educativa, anzi avocazionale, in cui non ci si rifà abitualmente
né all’altro, né all’Alto, oggi più che mai l’educatore è anzitutto un testimone. Come dice il cardinale Scola
nel recente Famiglia, risorsa decisiva (Edizioni Messaggero Padova 2012), non si può dire senza dirsi, né
dare senza darsi,
Il primo a intervenire è Gerardo Castillo Ceballos, docente di Pedagogia all’Università di Navarra, che
insieme alla moglie Julia Albarrán ha cresciuto 6 figlie e 22 nipoti. L’invito pressante è a superare la
mentalità utilitaristica della società di oggi, ricordando la totalità della persona richiamata da Giovanni Paolo
II che vale anche per la famiglia: una scuola in cui si aiuta ogni figlio a scoprire il senso profondo del lavoro,
che favorisce l’umanizzazione dell’uomo e delle sue relazioni famigliari e sociali. Il lavoro è anzi occasione
e mezzo per sviluppare le proprie capacità e crescere nelle virtù umane e cristiane. Dai genitori ci si aspetta
che promuovano nei figli l’abitudine del lavoro, stimolandoli con il proprio esempio e con l’attitudine al
servizio. Necessario quindi favorire situazioni ed esperienze di lavoro domestico, con studio e lavori
occasionali che aiutino a crescere. Allo stesso modo, spetta ai genitori aiutare i figli a scoprire la propria
vocazione “di vita”, parallela alla scoperta della vocazione cristiana.
Tocca poi a Antoine Renard - presidente delle Associations Familales Catholiques e della Fédération
Familiales Catholiques en Europe - ribadire insieme alla moglie Anna Isabelle quanto, nella società
competitiva di oggi, la gratuità e la disciplina vadano riscoperte da tutti e insegnate ai più giovani come
valori positivi per vivere una vita piena e liberante.
Chiude gli interventi Eugenia Scabini, a lungo direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia
e fino all’anno scorso preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano. Nota come già
l’inserire il termine “lavoro” nel titolo dell’Incontro mondiale delle Famiglie indica una sfida culturale su cui
non va abbassata la guardia.Già nell’enciclica Laborem Exercens (1981), Giovanni Paolo II descriveva la
famiglia come «prima scuola di lavoro» (n. 9), ed è vero: nelle mura domestiche s’impara a portare a termine
quello che si fa, dando a esso un esito, nonché a collaborare riconoscendosi responsabili di comuni ambienti
di vita. In famiglia si sperimenta che non ci si realizza da sé, ma che la relazione con gli altri è essenziale per
dar senso e sostanza alla propria vita: un modo di vedere e di pensare da trasferire anche nel concepire la
professione, pienamente parte della propria vocazione ed elemento cruciale nel costruire una compiuta
identità adulta.
Un secondo “giro di tavolo” tra i relatori - in cui si è tra l’altro notato come, più che di «piacere», è più
corretto parlare di «gusto» nel proprio lavoro - ha infine mostrato come l’e-ducare sia quindi ben più che
«tirar fuori» il progetto che ognuno di noi ha dentro, bensì anche un «nutrire» e un «condurre» che dà la
direzione per affrontare la realtà in modo positivo.
78
8. I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie
Catherine WILEY
Pilgrimage organiser invited to address Vatican Council A Co. Mayo grandmother who managed to attract
5,000 people to the first National Grandparents’ Pilgrimage in Knock Shrine, Co.
Mayo, last year has been invited to explain to a high-powered Vatican Council
just how – and why – she established the annual event.
Catherine Wiley Founder of the Catholic Grandparents Association
Catherine Wiley’s idea of hosting a pilgrimage for Irish grandparents came to
spectacular fruition last September, when the Basilica at Knock Shrine was filled
to overflowing. Now, in recognition of her achievement, the Castlebar native has
been invited to take part in a Plenary Session of the Pontifical Council for the
Family from April 3rd to 5th in Vatican City . The theme of the meeting will be
“Grandparents: Presence and Testimony in the Family
coniugi GILLINI
Biografia
Mariateresa Zattoni, nata a Maderno (Brescia) nel 1939, e Gilberto Gillini, nato a
Fusignano (Ravenna) nel 1940, vivono a Lecco, hanno avuto cinque figli e sette nipoti.
Sono entrambi consulenti formatori e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II
per Studi su Matrimonio e Famiglia, con una nomina come coppia per il corso: "Strumenti
per il Family Help".
Titoli
Hanno scritto numerosi testi sulle dinamiche coniugali e genitoriali con varie case editrici
italiane che sono stati tradotti in inglese, russo, spagnolo, portoghese e polacco. l'ultima pubblicazione si
intitola: "Nonni che fortuna!" (ed. Ancora)
Abstract
L'intervento dei coniugi Gillini verterà sul tema "I nonni e la trasmissione della fede". La coppia cercherà di
superare il concetto di supplenza oggi troppo disinvoltamente attribuito ai nonni rispetto alle nuove
generazioni. Dopo una rapidissima fenomenologia di queste supplenze, ci si inoltrerà nel proprium della
funzione dei nonni quanto testimoni della fede, servendoci della metafora del portiere (Mc 13,33-36) per
delineare l'insostituibile funzione dello "stare sulla soglia e vigilare" fino a che il Kyrios non torni; e da qui
parte il testimoniare un senso a tutti quelli che abitano nella casa. Si scopre allora la contiguità tra nonni e
nipoti nel linguaggio della fede, come esperienza del convergere sull'essenziale e come speranza non solo
dentro il tempo che passa, ma nel compito genitoriale, qui e ora.
Gabriella BIADER
Biografia
Nata a Milano nel 1936, è consulente coniugale e, sia a livello diocesano che nazionale, si è interessata, con
il marito, di pastorale familiare fin dagli anni ’70. Recentemente ha collaborato con la
Commissione arcivescovile per l’iniziazione cristiana della Diocesi di Milano.
Titoli
Autrice di diversi sussidi catechistici e libri per ragazzi, tra cui "Alla ricerca della
fede”,”Amore sì, amore no” ed. San Paolo) ha scritto testi per la pastorale battesimale:
“Battesimo sì, ma dopo?” – Biader, Noceti, (EDB Bo. 2005), “A piccoli passi “ - Biader,
Noceti, Spinelli (EDB Bo. 2007)
Abstract
La rinnovata catechesi per l'iniziazione cristiana avviata nella Diocesi di Milano dal Cardinale Dionigi.
Tettamanzi, ha richiesto un passaggio di mentalità non facile: dal consueto preparare alla celebrazione del
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Battesimo all’accompagnare in continuità i bambini nella loro crescita religiosa. Nelle parrocchie piccole,
équipes annunciano ai genitori il valore del sacramento per poi invitarli ad essere partecipi nella comunità
cristiana. Ai nonni vengono proposti momenti di incontro per valorizzare il loro apporto educativo a partire
dalla Parola e dal Catechismo “Lasciate che i bambini vengano a me”.
Hélène DURAND BALLIVET
Biografia
Nata nel 1941 a Neuilly-sur-Seine (Francia) è sposata con tre figli e un nipote.Laureata in Scienze Politiche
dal 1968 - 1996: Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) . In
seguito, fino al 2002, è stata Responsabile del progetto - Organizzazione mondiale contro
la tortura (OMCT) di Ginevra. Dal 2002 al 2009 è stata Segretario Generale - Centro
Cattolico Internazionale di Ginevra (ICCG). Dal 2005 al 2008 è stata Segretario della
Conferenza delle Organizzazioni Internazionali Cattoliche (CICO). Dal 2007 al 2010 è
stata membro del Gruppo di Lavoro del Forum per le Organizzazioni Internazionali di
ispirazione cattolica, istituita dalla Segreteria di Stato nel 2007. Dal 2010 al 2012 è stata Presidente - Centre
Catholique International di Ginevra (ICCG). Dal 2010: Presidente - Associazione Network Mondiale
Crescendo
Abstract
La disgregazione della famiglia cui stiamo assistendo ha portato all’allontanamento dei nonni e degli anziani.
Questo isolamento di cui soffrono anche i bambini, richiede una reazione morale per ricreare la solidarietà
del nucleo familiare. I nonni e gli anziani sono i testimoni della storia della famiglia, una storia di fede che si
desidera condividere: la famiglia costituisce questo spazio di vita dove, di generazione
Sintesi
Testimoni di fede e portatori di valori fondamentali nell’educazione di un bambino. Sono i nonni, ai quali
questo pomeriggio è stata dedicata la sessione del Congresso internazionale teologico pastorale dal titolo “I
nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie”.
Alla tavola rotonda, moderata dalla giornalista di Famiglia Cristiana Renata Maderna, sono intervenuti
Catherine Wiley, che ha fondato in Irlanda l’Associazione nonni cattolici, Maria Teresa e Gilberto Gillini,
consulenti e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia,
Gabriella Biader, consulente per l’iniziazione cristiana della Diocesi di Milano e Hélène Durand Ballivet,
presidente dell’Associazione Network mondiale Crescendo.
Dio chiama tutti i nonni cristiani a trasmettere la propria fede ai loro nipoti e a essere dei modelli per le
famiglie – spiega la Catherine Wiley -. Nel 2006 Benedetto XVI ha scritto la preghiera dei nonni e
auspichiamo voglia guidare nel 2013 il pellegrinaggio dei nonni a Roma».
I coniugi Gillini hanno invitato ad andare oltre al ruolo di supplenti spesso attribuito ai nonni che sono
invece «portieri della casa familiare lungo le generazioni, coloro che sorvegliano la porta che apre la casa sul
mondo». Secondo i Gillini, inoltre «la fede si trasmette principalmente per contagio e la crescita della propria
fede è condizione indispensabile per trasmetterla ai nipoti».
Gabriella Biader sottolinea come «la tenerezza dei nonni, anche verso un neonato, parla di Dio». «La
ricchezza di vita dei nonni, le loro abitudini e le tradizioni – continua - sono un filo che lega le generazioni».
Infine Helene Durand Ballivet ha posto l’accento su tutti gli anziani della famiglia pensando a zii e zie non
sposati che stanno accanto ai genitori. «I nonni e gli anziani sono un sostegno insostituibile delle
generazioni, testimoni del passato e trasmettitori di fede, pilastri per bambini e per le famiglie».
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GIOVEDI’ 31 MAGGIO
9. Libera professione e vita familiare - Varese
coniugi ZAMAGNI
Biografia
Vera Negri Zamagni è ordinario di Storia Economica
all’Università di Bologna, Direttrice della Scuola di
Formazione all’impegno politico e sociale della Diocesi di
Bologna e membro del Servizio Nazionale della CEI per gli
Istituti di Scienze Religiose e le Facoltà teologiche. Stefano
Zamagni è professore ordinario di Economia Politica all'
Università di Bologna, marito di Vera dalla quale ha avuto
due figli. I coniugi Zamagni sono nonni di quattro nipoti.
Abstract
Dopo aver esaminato i motivi che spiegano il grave ritardo legislativo registrato in Italia nei confronti della
famiglia, l'intervento dei coniugi Zamagni analizza i nuovi fondamenti necessari per superare tale ritardo,
identificandoli in tre punti fondamentali: 1) considerare la famiglia come soggetto economico dotato di una
propria identità; 2) superare il divario di genere nel mondo del lavoro; 3) ri-concettualizzare il sistema di
welfare. Solo con questo cambiamento culturale si potrà passare dalla conciliazione all’armonizzazione tra
lavoro e famiglia.
Burkhard LEFFERS
Presidente UNIAPAC
Burkhard is experienced in the international capital markets, after senior roles with
Commerzbank in Germany and France in bond origination, global relationship
management and corporate client business. He sits on several boards including the
supervisory board of the German – French Chamber of Commerce.
Javier ZANETTI
Biografia
Esterno destro infaticabile dell'F.C. Internazionale, sa difendere ed attaccare con
ottima disinvoltura. Nato il 10 agosto del 1973 è cresciuto nella zona portuale di
Buenos Aires, nel quartiere Dock Sud. Ancora bambino, e' riuscito a conciliare
l'impegno scolastico con quello lavorativo, aiutando il padre muratore senza
trascurare nel contempo la propria passione per il football. Ha tirato i primi calci
ad un pallone su un campo di periferia, della cui manutenzione si occupava
personalmente. Nel 1992, appena diciannovenne, ha conosciuto Paula, che sette
anni dopo sarebbe diventata sua moglie. Da lei ha avuto due figli e un terzo in
arrivo proprio nei giorni del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Oggi Paula
Zanetti, figlia di un docente universitario, si dedica con buoni risultati alla
fotografia, divertendosi ad immortalare da bordo campo Javier durante i match
casalinghi dell'Inter. Considera il momento piu' bello della propria carriera la
finale di coppa Uefa a Parigi vinta dai nerazzurri grazie anche ad un suo gol e il
suo modello di giocatore e' rappresentato da Lothar Matthaeus. Non si considera particolarmente
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scaramantico, ma quando entra in campo prima di ogni partita si fa un segno di croce, proprio come il suo
migliore amico ed ex compagno di squadra: Ivan Zamorano. Il suo sostegno per la Fundaciòn Pupi - che
assiste i bambini emarginati delle periferie argentine - si è rafforzato nella stagione 2003/04.
Pierluigi MOLLA
Biografia
Nato a Magenta il 9 novembre del 1956, dopo la Maturità Classica conseguita presso il Collegio San Carlo di
Milano,si è laureato in Economia all'Università Bocconi.Dottore Commercialista iscritto all’Ordine di
Milano. Socio fondatore nel 1986 di Iniziativa SpA,società di consulenza
aziendale e finanziaria e AD fino al 2001.Dal 2001 al 2010 è stato
partner di Ernst & Young nel dipartimento Corporate Finance. Fino al
2011 è stato membro del Consiglio Direttivo UCID sezione di Milano.
Membro del CdA di varie società,dal 2010 è nel Consiglio Direttivo
Associazione Alumni della Bocconi.
Abstract
Collegandosi al tema dell’Incontro Mondiale, l’intervento vuole
testimoniare come le radici della Santità di Gianna Beretta Molla si
trovano nel suo modo di concepire e vivere la famiglia, la sua
professione, l’impegno laicale e i momenti di festa. Anzitutto il contesto della famiglia dove Santa Gianna è
nata. Una famiglia molto numerosa semplice e laboriosa, capace di adattarsi alle necessità della vita
imponevano. Dall’esperienza vissuta da piccola, è scaturito il suo profondo desiderio di crearsi una sua
famiglia “veramente cristiana”. Un secondo aspetto delle radici della Santità di Santa Gianna, potremmo
individuarlo nella “santità professionale”, cioè nel lavoro vissuto come luogo di crescita umana e cristiana,
come modo per santificarsi. Un terzo aspetto può essere ricordato come “radice” della santità, si tratta della
missionarietà laicale di Santa Gianna: il suo impegno per il bene del prossimo non solo collegato al suo
lavoro di medico. Il tutto pervaso da una straordinaria gioia di vivere, che le faceva apprezzare i momenti di
svago, sport e festa come ricordava Lei stessa “Sorridere a tutti quelli che il Signore ci manda durante la
giornata”.
coniugi SCARPOLINI
Luisa Oneto e Silvio Scarpolini, primo tenore del coro della Scala lui,
attrice e regista lei, con i loro cinque figli, anch'essi tutti artisti
Gianfranco FABI
Biografia
Sessantaquattro anni, laureato in scienze politiche, indirizzo economico-internazionale, all'Università degli
studi di Milano, giornalista professionista dal 1974. Ha iniziato nel 1972 l'attività a "Il
Giornale del popolo" di Lugano e dal '79 è passato al Sole-24 Ore dove ha ricoperto vari
incarichi: prima alla redazione finanza, poi alla cultura, all'economia italiana, nella
caporedazione centrale. Dall'87 al '90 vice-direttore del settimanale Mondo Economico.
Dal '91 al luglio 2009 prima vice-direttore poi (dal 2004) vice-direttore vicario del Sole
24 Ore. Dall'ottobre 2008 al luglio 2010 direttore responsabile di Radio 24. Ora
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giornalista indipendente. Insegna economia per il giornalismo all’Università cattolica di Milano. Tra le
passioni la montagna, la moto, la bicicletta. Coniugato, due figli e (grazie a loro) otto nipoti.
Sintesi
«Professione e vita vanno tenuti in armonia»
Gli economisti Stefano Zamagni e la moglie Vera chiedono «imprese efficienti e produttive e insieme
famiglie unite»
È stato un vero e proprio inno alla famiglia e al lavoro, quello celebrato nella tappa varesina del Family, con
il congresso al De Filippi di giovedì 31 maggio, dedicato a “Libera professione e vita familiare”. Due poli
della stessa esistenza, quella dell’uomo e della donna, entrambi di grande valore, che vanno tenuti in costante
armonia e non “conciliati”, come ha tuonato l’economista Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna.
«Conciliare è una brutta parola - ha spiegato il professore, intervenuto al convegno con la moglie Vera,
anch’essa docente universitaria - perché presuppone un conflitto tra i due estremi; mentre per la nostra stessa
visione cristiana il lavoro è un grande valore per la persona, come pure la famiglia. Essi vanno dunque
armonizzati, come strumenti di una stessa orchestra; e chi oggi parla di crisi della famiglia in realtà la sta
cercando e la persegue subdolamente, cercando di adeguare i ritmi della vita domestica alle esigenze
dell’impresa e della finanza, decretando così la morte della famiglia stessa».
Nessuna contraddizione, dunque, ma l’esigenza prepotente di mutare linguaggio, partendo dalla
considerazione che l’istituzione familiare oggi è l’unica che regge, in un contesto di gravi attacchi di natura
culturale, economica e finanziaria. «Noi vogliamo - hanno concluso i due economisti intervenuti a Varese imprese efficienti e produttive e insieme famiglie unite, dove si possano vivere i valori fondamentali, dove si
trasmettano la logica della gratuità e del dono, che nessun mercato potrà mai produrre; la sfida è questa, da
lanciare proprio là (a Bruxelles) dove si dettano quelle “politiche di conciliazione” che invece rischiamo di
far morire la famiglia, e può essere vinta».
Una cornice di grande festa ha accolto i congressisti del Family, con il collegio arcivescovile varesino che ha
dato il massimo dal punto di vista organizzativo, assicurando agli ospiti tutto il necessario per i propri lavori.
Tutto era pronto per almeno ottocento persone - anche se ne è arrivata qualcuna in meno - con due sale
collegate in videoconferenza per la traduzione simultanea in lingua inglese e spagnola. Insieme a molti
italiani, erano presenti gruppi da Argentina, Uruguay, Venezuela, India, Cambogia, Francia, Inghilterra e
Spagna.
Nella sala Pigionatti, dopo l’intervista ai due economisti bolognesi, condotta dal giornalista Gianfranco Fabi,
si sono alternate numerose testimonianze. In video, ripresa qualche settimana fa alla Pinetina di Appiano
Gentile, quella di coniugi Zanetti, il capitano dell’Inter Javier e la moglie Paula; i due hanno raccontato il
valore della famiglia e le sfide che essa deve affrontare nell’educazione dei figli, in una società come quella
attuale e con un padre calciatore molto famoso, che non si fa però mai mancare il tempo per stare in famiglia.
Una famiglia molto speciale, dove lavoro e affetti si intrecciano quotidianamente, è poi quella di Luisa Oneto
e Silvio Scarpolini, primo tenore della Scala lui, attrice e regista lei, con i loro cinque figli, anch'essi tutti
artisti. La loro bella e animata testimonianza, tra versi recitati, canzoni e danza, ha lanciato sul Family un
grande messaggio positivo, riassunto dalla Oneto con le parole del Papa: «È la bellezza che salva la vita».
Da ultimo, per la prima volta tutti insieme sul palco, i tre figli di Gianna Beretta Molla, Pierluigi, Laura e
Gianna Emanuela, hanno raccontato la santità della mamma di Magenta, la cui vita è stata ripercorsa in un
video. «La mamma - ha detto il primogenito, ingegner Molla - era una donna moderna, grande e
appassionata professionista, che ci ha trasmesso il valore del lavoro e l’importanza di coniugare sempre la
concretezza con i grandi ideali».
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10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano
Alberto QUADRIO CURZIO
Biografia
Professore Emerito di Economia Politica presso l'Università Cattolica del S. Cuore di
Milano, Presidente della Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche e Vice
Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei. E’ stato Preside dal 1989 della
Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica del S. Cuore di Milano e
Direttore del Centro di Ricerche in Analisi Economica e Sviluppo Economico
Internazionale (CRANEC) dal 1977 fino al 2010 (attualmente Presidente del
Comitato Scientifico dello stesso). E’ stato Presidente dell'Istituto Lombardo
Accademia di Scienze e Lettere e Presidente della Società Italiana degli Economisti.
Direttore e co-fondatore della rivista di teoria ed analisi "Economia Politica. Journal
of Analytical and Institutional Economics ". È stato nominato per l'anno accademico
2010-2011 Distinguished Academic Visitor al Queens' College di Cambridge e Visiting Research Fellow al
Centre for financial analysis & Policy della Judge Business School (2010-2011). E' editorialista del Corriere
della Sera. Ha ricevuto 13 premi scientifici e la medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica per i
benemeriti della Scienza e della Cultura. E’ autore di molte pubblicazioni scientifiche, ha tenuto lezioni
presso molte università e ha partecipato come relatore a numerose conferenze e seminari in Italia e all'estero.
Abstract
La famiglia, dal punto di vista economico, svolge ruoli polifunzionali che la rendono un operatore unico.
Inoltre, essa crea fondamentali economie esterne a livello macroeconomico e pertanto merita politiche
economiche a suo favore. Ma non solo. Poiché la famiglia è il primo luogo naturale per la creazione
quantitativa e qualitativa della “conoscenza” ne segue che la politica istituzionale, economica e sociale
dovrebbe porsi il problema affinché tale ruolo della famiglia sia salvaguardato. Più analiticamente: a. la
famiglia è “scuola”, luogo di continuità per la formazione della conoscenza di quell'unico ed irripetibile
“fattore di produzione" che sono la persona e le persone, denominate nella letteratura “Capitale umano"; b. la
famiglia è “operatore” per il lavoro, dato che è capace di orientare sia le scelte formative che le scelte
professionali dei figli sul mercato del lavoro, ma anche l'efficace distribuzione del “tempo lavoro” dei suoi
componenti occupati; c. la famiglia è la “continuità” di molte imprese famigliari nelle quali si manifesta in
modo evidente la tipologia dello homo faber ovvero della familia faber, che cerca di realizzare nell’impresa
un’opera di creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità individuale tipica dello homo
oeconomicus; d. la famiglia è “assicuratore” nei rapporti con i ceti post-lavorativi, luogo di assistenza, casa
di fattiva riconoscenza per chi ha dato nelle sue precedenti età. Ma è anche dove è possibile utilizzare a
livelli adeguati la grande esperienza e le spesso ancor ampie energie dei ceti d'età post-lavorativa. La
famiglia è in tal senso un operatore economico unico giacché svolge quattro ruoli complessi nei confronti del
lavoro: formazione come scuola; utilizzo nella produzione diretta; fattore di continuità; riposo non inattivo.
In conclusione, il ruolo della famiglia è fortemente connotato e improntato ai principi di sussidiarietà (in
senso ampio) e solidarietà, anche e soprattutto nella valenza cristiana. La solidarietà è il perseguimento del
bene comune e ciò deve avvenire sempre più in forma dinamica e creativa, non in forma meramente o
prevalentemente redistributiva, che spesso declina nell’assistenzialismo. L’intrapresa e l’impresa sono
fondamenti irrinunciabili delle solidarietà. Ciò è quanto chiede anche la solidarietà intergenerazionale troppo
spesso sottovalutata. La famiglia, in termini di sussidiarietà, è il primo nucleo della società e contribuisce
allo sviluppo, che è ben maggiore della crescita, combinando sussidiarietà e solidarietà per la promozione
delle persone e delle comunità per portare ad un vero incivilimento ed oltre, a livelli più alti, verso un
umanesimo integrale.
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Esteban MOCTEZUMA
Biografia
Laureato in Economia e studi in Diritto alla UNAM, ha conseguito un Master in Economia Politica
all’università di Cambridge, in Inghilterra, e un Diploma sullo Sviluppo
Regionale a Tokio, in Giappone. Autore di importanti opere su Educazione,
Globalizzazione e Amministrazione Pubblica, fu Segretario del Governo,
Senatore e Segretario dello Sviluppo Sociale del Governo Messicano. Oggi è
a capo di una delle fondazioni più prestigiose e importanti del Messico:
Fondazione Azteca. È stato Professore del “Colegio de México”, Presidente
del Consiglio Direttivo dell’ Istituto Latinoamericano della Comunicazione
Educativa (ILCE), Direttore Generale del Programma sul Messico
all’Università di Los Angeles in California (UCLA), opinionista dei giornali
“Reforma”, “El Universal” e “Pulso de San Luis Potosí”, giornalista di
“Reporte Índigo”. Conferenziere di “Latin American Speakers nella
Repubblica Messicana, America e Europa” dal 2000. Capo del Dipartimento
di Affari Internazionali nella Segreteria della Presidenza (1975);
Vicedirettore dei Piani di Sviluppo Statale nella Segreteria di Programmazione e Bilancio (1979); Segretario
di Amministrazione nello Stato di Sinaloa (1987); Ufficiale Maggiore nella Segreteria di Programmazione e
Bilancio (1988-1992); Ufficiale Maggiore della Segreteria di Educazione Pubblica (1992-1993);
Sottosegretario di Pianificazione e Coordinamento Educativo della Segreteria di Educazione Pubblica (19931994); Segretario del Governo (1994-1995); Senatore della Repubblica (1997-2000); Segretario di Sviluppo
Sociale (1998-1999) e Presidente Esecutivo di “Fondazione Azteca” (dal 2002 ad oggi). È Membro, dal
2004, del Consiglio Direttivo della Fondazione Messicana per la Salute e Presidente del Patronato
dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica (2011). E' considerato uno dei politici che ha promosso il
cambiamento in Messico. Tra le attività: - FONAC (Fondo Nazionale di Risparmio Capitalizzabile per i
lavoratori al servizio dello Stato), - E' stato responsabile del processo di decentralizzazione educativa più
ambizioso nella storia del Messico (1992). - Venne incaricato di strumentare l’autonomia della Corte
Suprema di Giustizia della Nazione (1994). - Fu negoziatore del Patto dei Pini che, per la prima e unica volta
fino ad oggi nella storia del Messico, riuniva a firmare una riforma politica i rappresentanti di tutti i partiti
politici, insieme al Presidente della Repubblica (1995). - Fu l’unico Segretario di Stato a incontrarsi con il
sottocomandante Marcos e a gettare le basi per la pace (1995). - È stato il promotore di varie iniziative legali
per incorporare la piena adozione dei minori, per la creazione del servizio civile come professione e per
proibire la promozione dell’immagine dei funzionari con l’impiego di beni pubblici (1997). - Ha creato il
Consiglio Consultivo Cittadino per lo Sviluppo Sociale, nella Segreteria di Sviluppo Sociale (1998). - Ha
sviluppato il concetto della visione territoriale dello sviluppo (1998). -E' stato promotore del modello di lotta
contro la dispersione e l’emarginazione attraverso la costruzione di Città Rurali (2006). �Ha promosso il
sistema messicano di Orchestre Sinfoniche Infantili e Giovanili Speranza Azteca (2009). - E' stato il
responsabile della campagna “Ripuliamo il Nostro Messico” (2009).
Titoli
Ha pubblicato nel “Fondo di Cultura Economica” due importanti libri: “L’Educazione Pubblica di fronte alle
nuove realtà” e “Per un Governo con Risultati”.
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Andrea OLIVERO
Biografia
Da marzo 2006 è il Presidente nazionale delle ACLI. Nato a Cuneo nel 1970, laureato in Lettere classiche è
docente. Dopo un significativo percorso nell’ambito del volontariato e
dell’associazionismo cattolico, a partire dagli anni ’90 è entrato nel mondo delle
ACLI inizialmente presso le ACLI provinciali di Cuneo, dove è stato Presidente
provinciale e successivamente Presidente di Enaip Piemonte, principale ente
formativo della Regione. Dal 2004 ha rivestito la carica di Vicepresidente
nazionale delle ACLI, con delega al welfare e alle politiche sociali. Attualmente è
anche Presidente della FAI (Federazione ACLI internazionali), è componente del
CdA della Fondazione per il Sud, fa parte dell’Osservatorio nazionale
sull’Associazionismo promosso dal Ministero della Solidarietà sociale ed è
membro del Forum del Progetto culturale della CEI. È altresì Presidente di OSIS
Bepi Tomai, Osservatorio sull’Impresa sociale. La competenza maturata in questi
anni riguarda in particolare i temi della solidarietà sociale della tutela dei diritti,
sulla riforma del welfare, sull’educazione, sulla cooperazione internazionale. Dall’’11 dicembre 2008 è
Portavoce unico del Forum del Terzo Settore.
Sergio BELARDINELLI
Biografia
Nato a Sassoferrato (AN) il 5 marzo 1952, è sposato e ha due figli. Ha insegnato in diverse Università
italiane e straniere e attualmente è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e presidente del
Corso di Laurea Magistrale in “Mass Media e Politica” nella Facoltà di Scienze Politiche
“R. Ruffilli” dell’Università di Bologna, Sede di Forlì.
Titoli
Tra le sue pubblicazioni più recenti: "Bioetica tra natura e cultura", Cantagalli 2007;
"L’altro Illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità", Rubbettino 2009;
"Sillabario per la tarda modernità", Cantagalli 2012.
Sintesi
Famiglia e impresa: la sfida del “capitale umano”
Costruire capitale umano e sociale, non solo profitti economici. Su questo tema si è sviluppata la tavola
rotonda “Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo”, moderata da Sergio Belardinelli, ordinario di
Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna.
Ad aprire i lavori Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all'Università Cattolica di
Milano, che ha citato numeri eloquenti: le imprese familiari sono 3 milioni e mezzo su 4,3 nel nostro Paese,
oltre il 70 % del totale in Europa.
"L'impresa di famiglia cerca di realizzare un’opera di creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità
individuale” ha spiegato Quadrio Curzio, che sostiene la necessità di sostenere le associazioni familiari
perché attuano la democrazia partecipativa. In Italia, ad esempio, si sono unite nell'Aidaf, (Associazione
delle aziende familiari), che ha un corrispettivo a livello europeo.
Sulla stessa linea l'economista e politico messicano Esteban Moctezuma Barragán per il quale sono necessari
servizi adeguati per affrontare l'emergenza educativa creatasi col progressivo aumento delle donne che
lavorano. “Anche gli uomini devono partecipare alla formazione dei figli in famiglia” ha spiegato
Moctezuma. “Aziende, asili, un'attenta suddivisione delle vacanze: tutto deve mirare a rafforzare la vita
familiare, che ricompenserà l'intera società con pace e prosperità”.
Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori), ha ribadito la
necessità di una crescita qualitativa e non solo quantitativa per uscire dalla crisi. “La famiglia oggi è sempre
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più sola e indebitata, mente il lavoro diventa precario e scomposto, in una società disorientata che tende a
misurare tutto in termini economici”. Ecco perché la famiglia, anche in quanto impresa, può contribuire a
una svolta. “Bisogna che l'impresa attinga dalla famiglia la solidarietà che la caratterizza: comunanza di
risorse, logica dello scambio e del dono”.
Alberto Quadrio Curzio
Tavola rotonda: 31 maggio, 15:oo. “Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo
La famiglia, dal punto di vista economico, svolge ruoli polifunzionali che la rendono un operatore unico.
Inoltre, essa crea fondamentali economie esterne a livello macroeconomico e pertanto merita politiche
economiche a suo favore. Ma non solo. Poiché la famiglia è il primo luogo naturale per la creazione
quantitativa e qualitativa della “conoscenza” ne segue che la politica istituzionale, economica e sociale
dovrebbe porsi il problema affinché tale ruolo della famiglia sia salvaguardato.
Più analiticamente:
a. la famiglia è “scuola”, luogo di continuità per la formazione della conoscenza di quell'unico ed irripetibile
“fattore di produzione" che sono la persona e le persone, denominate nella letteratura “Capitale umano";
b. la famiglia è “operatore” per il lavoro, dato che è capace di orientare sia le scelte formative che le scelte
professionali dei figli sul mercato del lavoro, ma anche l'efficace distribuzione del “tempo lavoro” dei suoi
componenti occupati;
c. la famiglia è la “continuità” di molte imprese famigliari nelle quali si manifesta in modo evidente la
tipologia dello homo faber ovvero della familia faber, che cerca di realizzare nell’impresa un’opera di
creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità individuale tipica dello homo oeconomicus;
d. la famiglia è “assicuratore” nei rapporti con i ceti post-lavorativi, luogo di assistenza, casa di fattiva
riconoscenza per chi ha dato nelle sue precedenti età. Ma è anche dove è possibile utilizzare a livelli adeguati
la grande esperienza e le spesso ancor ampie energie dei ceti d'età post-lavorativa.
La famiglia è in tal senso un operatore economico unico giacché svolge quattro ruoli complessi nei confronti
del lavoro: formazione come scuola; utilizzo nella produzione diretta; fattore di continuità; riposo non
inattivo.
In conclusione, il ruolo della famiglia è fortemente connotato e improntato ai principi di sussidiarietà (in
senso ampio) e solidarietà, anche e soprattutto nella valenza cristiana.
La solidarietà è il perseguimento del bene comune e ciò deve avvenire sempre più in forma dinamica e
creativa, non in forma meramente o prevalentemente redistributiva, che spesso declina nell’assistenzialismo.
L’intrapresa e l’impresa sono fondamenti irrinunciabili delle solidarietà. Ciò è quanto chiede anche la
solidarietà intergenerazionale troppo spesso sottovalutata. La famiglia, in termini di sussidiarietà, è il primo
nucleo della società e contribuisce allo sviluppo, che è ben maggiore della crescita, combinando sussidiarietà
e solidarietà per la promozione delle persone e delle comunità per portare ad un vero incivilimento ed oltre, a
livelli più alti, verso un umanesimo integrale.
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11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia
Fulvio DE GIORGI
docente di Storia della pedagogia presso l’Università di Modena e di Reggio Emilia
coniugi SCARANO
Abstract
Ecco i punti dell'intervento dei coniugi Scarano dall'Argentina: - - La Famiglia come un tempo privilegiato di
Dio. - Di fronte ai figli, la testimonianza del lavoro come un ambito felice e trascendente della vita, per il
quale Dio ci invita a realizzarci nella pienezza personale e sociale, costituisce la speranza dei nostri figli
nella vita sociale, consolida la loro vocazione personale e consolida le basi della “Civiltà dell’Amore”,
superando la meschina logica del beneficio personale come motivazione primordiale della vita. - La
comunità lavorativa come opportunità dell’amicizia in Cristo e celebrazione dell’incontro con il prossimo. Il lavoro nello sforzo e nella fatica che comporta, a partire da un senso di realizzazione personale e sociale.
coniugi BARTHELEMY
Biografia
Eric e Marielle Barthélemy sono sposati da 24 anni e sono genitori di sei figli di età compresa tra i 3 e i 22
anni. Marielle, nata il 6 luglio 1965 a Bordeaux (Francia), Consulente
Matrimoniale e Familiare, Istruttrice in
regolazione naturale delle nascite, è
impiegata nella Diocesi di Metz come
Responsabile del Centro Cattolico
Consulenza e di informazione Familiare.
Eric, nato il 2 aprile 1965 a Parigi
(Francia) è Direttore di Fidesco. Fidesco è
stato creato 30 anni fa dalla Comunità
Emmanuel. Il suo scopo è l'invio di volontari per progetti di servizio della Chiesa Cattolica, presso i più
poveri del mondo. Precedentemente è stato per 20 anni direttore delle risorse umane per l’industria francese.
Dal 2001 al 2003 sono stati, con tutta la famiglia, con Fidesco, in Benin (Cotonou) per costruire e partecipare
al lancio dell’Istituto Giovanni Paolo II per la coppia e la famiglia
Abstract
Constatando la frammentazione della nostra vita quotidiana in tanti momenti della giornata e in seguito alla
domanda di uno dei nostri figli "che cosa facciamo per gli altri? ", abbiamo voluto fare di Cristo il centro
della nostra vita. Così abbiamo capito che era giunto il momento di partire in missione, in famiglia, con
Fidesco (un’organizzazione di solidarietà Internazionale che invia volontari nei paesi dell'Africa), al fine di
mettere le nostre competenze al servizio dei più poveri in nome della nostra fede. Abbiamo iniziato dal 2001
al 2003 a Cotonou (Benin) per costruire e sostenere il lancio dell’Istituto Giovanni Paolo II per la coppia e la
famiglia. Questa missione era cruciale per la nostra famiglia: il nostro sguardo sull'altro è cambiato. C'è stato
un sempre maggior disinteresse verso il “denaro” e, allo stesso tempo, il desiderio di mettersi al servizio
della Chiesa. Dopo aver ripreso il suo lavoro di Direttore Risorse Umane per 5 anni, Eric si è dimesso per
diventare Direttore di Fidesco, su richiesta della Comunità Emmanuel. Al ritorno, Marielle ha seguito un
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corso per diventare consulente matrimoniale, ed è stata chiamata dal vescovo di Metz per lavorare per la
pastorale familiare nella diocesi. La testimonianza dei nostri figli maggiori e le loro scelte di vita, illustrano
quanto la scoperta dell'amore del Signore per ciascuno di noi, attraverso il servizio agli altri, ha trasformato
la nostra famiglia.
coniugi VOLPINI
Biografia
Sposati, con due figli, dal 2006 la coppia è Responsabile Internazionale
Movimento Equipes Notre Dame, “movimento laicale di formazione per
la spiritualità della coppia”.
Titoli
Insieme ad altri autori hanno pubblicato “Amore e matrimonio, End, Ldc
Roma 1997, “Storie di coppie, tracce di Dio”, EDB, Bologna, 1999,
“Camminare insieme”, EDB, Bologna, 2000, “Matrimoni in diretta”,
Effatà Ed., Torino, 2001, “Abitare la casa, abitare la vita”, EDB,
Bologna, 2002, “Abitare la città, narrare la vita”, EDB, Bologna 2006 “I
giorni di Dio”, EDB, Bologna 2009, dal 2006 collaborano con la pagina
di “spiritualità coniugale” del mensile “NOI” allegato al quotidiano Avvenire.
Sintesi
Una scuola di comunione antidoto all’individualismo
Quattrocentocinquanta persone hanno partecipato nella Cattedrale di Brescia alla sessione pomeridiana del
Congresso internazionale teologico pastorale. Carlo e Maria Volpini, responsabili internazionali del
movimento delle Equipes Notre Dame e moderatori del confronto a più voci sul tema “La santità familiare
nell’esperienza del lavoro”, hanno sottolineato la portata profetica del tema “La famiglia: il lavoro, la festa”.
A Fulvio De Giorgi, docente di Storia della pedagogia presso l’Università di Modena e di Reggio Emilia, è
stato affidato il compito di delineare i contesti attuali, segnati da molteplici ideologie che producono effetti
profondi su vissuti personali e familiari, a partire da quello della fede pesantemente messo alla prova.
«Proprio i legami coniugali e familiari, autentica scuola di comunione - ha sottolineato De Giorgi - possono
essere antidoto all’individualismo imperante».
Il passaggio dalla teoria alla prassi è venuto dalle testimonianze portate da Alejandro e Maria Rosa Scarano
(Argentina) e da Eric e Marielle Barthelemy (Francia). Due coppie per tanti aspetti diverse, accomunate,
però, dal tentativo di vivere in modo autentico, con un costante riferimento alla fede e al Vangelo, la
dimensione della santità familiare. Una santità “che non è completa e autentica se non si irradia anche nelle
altre dimensioni della vita, compresa quella del lavoro”. Un segnale di speranza che la famiglia, Chiesa
domestica, può offrire alla Chiesa universale.
89
12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo
S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI
Biografia
Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la
giustizia e la pace è Arcivescovo di Campobasso-Bojano.
Giuseppe DE RITA
Biografia
Nato a Roma il 27 luglio 1932, laureato in giurisprudenza è stato responsabile della sezione
sociologica della SVIMEZ dal 1958 al 1963. Cnsigliere delegato del CENSIS dal 1964 al
1974 è stato segretario generale della Fondazione CENSIS dal 1974 e Presidente dal 2007.
Presidente del Consiglio Nazionale dell’conomia e del Lavoro (CNEL) dal maggio 1989 al
maggio 2000, è Presidente di Edumond Le Monnier dal 1995. Il dottor De Rita svolge
inoltre una intensa attività pubblicistica ed è stato presente, in questi ultimi anni, come
relatore, ai più importanti convegni e dibattiti che hanno riguardato le condizioni e le linee
di sviluppo della società italiana.
Nando PAGNONCELLI
Biografia
Nato a Bergamo nel 1959, all’inizio del 1985 inizia l’attività di ricercatore in Abacus dove nel 1990 assume
la carica di Direttore Generale e nel 1996 viene nominato Amministratore Delegato. Nel gennaio 2004 entra
nel Gruppo Ipsos, fondando Ipsos Public Affairs, la divisione del gruppo che si
occupa delle ricerche sulla pubblica opinione. Nel 2006 viene nominato Presidente
e Amministratore Delegato di Ipsos Italia. È stato Presidente di Assirm
(l’Associazione che rappresenta le società del settore ricerche di mercato, sociali e
d’opinione). E’ consigliere di amministrazione di PUBBLICITA’ PROGRESSO. È
vice presidente di Cesvi (organizzazione non profit che si occupa di cooperazione e
sviluppo internazionale) e membro del comitato scientifico di Comieco e Symbola
(Fondazione per le qualità). Nel 2001 è stato membro della Commissione
Governativa per la comunicazione straordinaria sull’Euro. Dal 2004 insegna “Modelli e processi della
pubblica opinione” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 2005
è stato nominato membro del Nucleo di Valutazione di Ateneo dell’Università Cattolica di Milano. Dal 2009
è Direttore scientifico del Corso di Comunicazione Politica presso l’Università degli studi di Urbino. Ha
scritto numerosi articoli per quotidiani e settimanali nonché saggi sul tema dei sondaggi d’opinione e su
argomenti di attualità sociale
Sintesi
GIOVANI E FUTURO DEL LAVORO (di Alessandro Zaccuri)
90
Che guaio se la Net Generation diventasse la generazione dei Neet, e cioè quelli che non lavorano, non
studiano, non investono sulla formazione. In Italia rappresentano più del 22% della popolazione giovanile e
questo – sottolinea il presidente dell’Ipsos, Nando Pagnoncelli – è un dato sui cui riflettere. Se ne parla al
Centro Giovanni XXIII di Bergamo, nell’incontro su «Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro»
inserito nel percorso di Family 2012. Due i relatori, per due interventi che si intrecciano e si completano. Di
taglio letteralmente pastorale quello di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di CampobassoBoiano e presidente della Commissione episcopale per la giustizia, la pace, il lavoro e i problemi sociali. La
figura del pastore, ha spiegato, è immagine della sollecitudine che l’intera comunità deve alla condizione di
precariato di cui i giovani sono vittime. È poi toccato al sociologo Giuseppe De Rita ricostruire la genesi di
una crisi che la famiglia potrà contrastare solo tornando a ricordare che «la vita si insegna attraverso la vita».
91
13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia
Irene LAUMENSKAITE
Irene Laumenskaite, docente di sociologia a Vilnius (Lituania),
Carla GE
Biografia
Nata a Roma il 29 gennaio 1941, è stata, fino al 31 ottobre 2011 professore ordinario di Demografia. E' stata
presidente del Consiglio didattico del corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni
internazionali e direttore del Dipartimento di Statistica ed Economia applicate "L. Lenti" .
Titoli
E’ direttore della rivista “Il Politico”. Le sue pubblicazioni riguardano soprattutto i caratteri
evolutivi della popolazione della provincia di Pavia e della Lombardia nei secoli XVIIXIX; i mutamenti intervenuti nelle strutture familiari; i fattori della transizione della
fecondità in Italia.
Abstract
La letteratura contemporanea dedicata al tema della conciliazione tra lavoro e famiglia presenta due poli di
interesse che non possono passare inosservati: il lavoro è quello“femminile” e la famiglia sono “i figli” . In
altre parole il tema di discussione è sostanzialmente così sintetizzabile: il numero dei figli o la loro presenza
sono in alternativa alla partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Ma di fatto esiste una “vita
familiare” che non può essere ridotta alle incombenze connesse con la cura dei figli, o più genericamente con
la cura della casa. Ed esiste, più generalmente una “qualità” della vita familiare che non può essere
considerata garantita dalla condivisione di compiti domestici come non può essere considerata garantita da
una pur efficiente ed efficace rete di servizi educativi. Ci si può quindi chiedere quale vantaggio tragga la
qualità della vita vissuta in famiglia se il tempo liberato anziché riversato sulla famiglia medesima viene
dedicato all’attività lavorativa extra-domestica.
Enrica CHIAPPERO
Biografia
Nata a Rivoli il 19 ottobre 1959, è Professore di Economia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche
dell’Università di Pavia e dirige il Centro di Ricerca Internazionale Human Development,
Poverty and Capability, presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia.
Titoli
Tra le pubblicazioni curate più di recente “Sviluppo umano sostenibile e qualità della vita.
Modelli economici e politiche pubbliche” (Carocci, 2009) “Debating global society. Reach
and limits of the capability approach” (Fondazione Feltrinelli, 2009), “Gli spazi della
povertà. Strumenti di indagine e politiche di intervento (Bruno Mondadori, 2011), Politiche per uno sviluppo
umano sostenibile (Carocci, 2011).
92
Abstract
L’intervento propone una riflessione attorno ad alcune questioni, che pensiamo centrali e urgenti per la
nostra società e per le nostre famiglie, a cui però non sembra essere dedicata una sufficiente attenzione. Sono
tre, in particolare, i quesiti che si vogliono porre all’attenzione del pubblico: 1) Quanto “conta” il lavoro di
cura nella nostra società, qual è la sua consistenza, il suo valore economico e sociale? 2) Quale relazione
esiste (se esiste) tra lavoro di cura, occupazione femminile e calo demografico? 3) In che misura le
dinamiche economiche più recenti (in particolare, crisi economica e precarietà del lavoro,) influenzano le
scelte e il benessere (o il malessere) delle nostre famiglie? A partire da queste domande e dalle possibili
risposte che ad esse sono state date, seguiranno alcune brevi riflessioni sul ruolo delle politiche e delle azioni
a sostegno del lavoro di cura e della famiglia, e sulla centralità e sostenibilità del lavoro di cura nella nostra
società.
Maria Assunta ZANETTI
Biografia
Laureata in Filosofia nel 1984 presso l’Università di Pavia specializzata in Psicologia nel 1993 presso
l’Università di Pavia, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Psicologia
nel 1990 ed è attualmente Ricercatore presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia e ricopre gli insegnamenti presso il Corso di Laurea in
Psicologia dell’Università di Pavia. Ha collaborato a progetti di ricerca
con l’Istituto di Psicologia dell’Università di Pavia nell’ambito dello
sviluppo e dapprima come consulente per il centro di Orientamento
dell’Università e dal febbraio 2001 in qualità di delegato del rettore per
il settore PRE-universitario. Per il corso di laurea in Psicologia e per la
S.I.L.S.I.S- Scuola di specializzazione per insegnanti le sono stati
affidati gli insegnamenti di Psicologia dello Sviluppo del Linguaggio e
della comunicazione, di Psicologia dell’orientamento scolastico
professionale e di Psicologia dello Sviluppo. L'attività di ricerca svolta
durante il periodo del dottorato è stata svolta in parte presso il Max Planck-Institut für Psycholinguistik di
Nijmegen.
Sintesi
“E’ essenziale che le nostre società riconoscano e valorizzino l’importanza sul piano personale, economico e
sociale, del lavoro familiare”. La riflessione di Enrica Chiappero-Martinetti, docente di Politica economica
dell’Università di Pavia, riassume il tema al centro del convegno che si è svolto nel pomeriggio di giovedì 31
maggio al Teatro Fraschini di Pavia. L’incontro, organizzato dalla Diocesi pavese ed inserito nel programma
del VII Incontro mondiale delle famiglie, aveva come titolo “L’originalità del lavoro della donna tra
tradizione ed evoluzione”. La professoressa Chiappero-Martinetti ha ricordato che “il tempo destinato al
lavoro familiare è considerevole. In media, a livello europeo, impegna le donne per oltre 4 ore al giorno e gli
uomini per circa 2 ore e mezza. In Italia questa differenza è assai più marcata: guardando alle coppie in cui
entrambi i coniugi lavorano e la donna ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, le donne destinano a queste
attività 5 ore e 20 minuti al giorno mentre gli uomini poco più di due ore”. La professoressa Carla Ge Rondi,
che insegna Demografia all’Università di Pavia, si è soffermata sulla “conciliazione lavoro-famiglia”.
“L’Italia – ha spiegato la docente – ha un tasso di fecondità che, da almeno un quarto di secolo, oscilla tra
1,2-1,4 figli per donna. Nonostante questo, il tasso di occupazione delle donne italiane è inferiore a quello di
altri Paesi”. Irene Laumenskaite, docente di sociologia a Vilnius (Lituania), ha proposto una visione
antropologica del ruolo della donna nella famiglia e sul lavoro: “Bisogna superare – ha detto – l’idea di un
“labor” venduto sul mercato solo per garantire lo stipendio, e ritrovare un senso di solidarietà reciproca che
consenta di superare quell’individualismo che manda in crisi la famiglia”. In apertura di convegno
monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia, ha salutato i pellegrini presenti al Teatro Fraschini: “La
riflessione che facciamo oggi – ha affermato monsignor Giudici – ci aiuti a comprendere sempre meglio
93
quale è la condizione della donna, cuore pulsante di quel grande esperimento umano e sociale che è la
famiglia”.
Alessandro Repossi
Tema: “L’originalità del lavoro della donna tra tradizione ed evoluzione” - Enrica
Chiappero-Martinetti: "Lavoro di cura tra sostenibilità e tradizione".
Intervento
Quanto “conta” il lavoro domestico e di cura nella nostra società, qual è la sua consistenza e il suo valore
economico. Dove passa la linea di confine tra famiglia e mercato nella produzione di beni e servizi necessari
per il benessere e il sostentamento (non solo materiale) dei componenti della famiglia? E quale il
riconoscimento sociale per questo lavoro così speciale?
Ciascuno di noi, nella propria esperienza quotidiana, è ben consapevole della rilevanza personale, economica
e sociale del lavoro di cura: degli effetti che è in grado di produrre sul benessere degli individui, certamente
per coloro che lo ricevono ma anche per quanti lo offrono; del suo valore economico, seppur nella difficoltà
di stabilirne in maniera precisa la consistenza e di permetterne la sua contabilizzazione all’interno delle
grandezze economiche nazionali; della sua rilevanza sociale, in quanto attività che integra e spesso supplisce
l’assenza di adeguati servizi di cura, in particolare per i bambini e gli anziani. Trattandosi però di un lavoro
non remunerato che non transita attraverso il mercato, è in larga misura invisibile alle statistiche di
contabilità nazionale e anche il suo ruolo sociale non è adeguatamente riconosciuto o valorizzato.
Quanto “pesa” e quanto “conta” il lavoro familiare: alcune evidenze empiriche Il tempo destinato al lavoro
familiare (definizione che comprende il lavoro domestico, il lavoro di cura destinato ai figli e agli adulti della
famiglia, gli aiuti rivolti ad altri, tipicamente nipoti e genitori anziani) è però un tempo assai considerevole.
In media, a livello europeo (EU25) impegna le donne per oltre 4 ore al giorno (per esattezza 257 minuti) e gli
uomini per circa due ore e mezza (147 minuti). In Italia, questa differenza è più marcata: guardando alle
coppie in cui entrambi i coniugi lavorano e la donna ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, dunque in una
fase della vita in cui in genere è forte l’esigenza di conciliare partecipazione al mercato del lavoro e
responsabilità parentali, le donne destinano a queste attività 5 ore e 20 minuti al giorno mentre gli uomini
poco più di due ore. Questo carico maggiore, è solo in parte compensato dal minor tempo impegnato dalle
donne sul mercato del lavoro, dal momento che le donne lavoratrici hanno un carico di lavoro complessivo
(retribuito e non retribuito) superiore rispetto agli uomini (9 ore e mezza contro 8 ore e 13 minuti).
Un limite di queste cifre è che si tratta di medie che, come tali, nascondono situazioni assai differenti.
Tuttavia, queste cifre contribuiscono a spiegare perché, soprattutto nel nostro paese, il problema della
conciliazione dei tempi sia ancora in larga misura una questione femminile anche se la sua sostenibilità nel
tempo, in relazione alle trasformazioni demografiche, sociali ed economiche in atto, la rendono oggi, e ancor
più in prospettiva, una questione che riguarda l’intera società.
Se disponiamo di statistiche abbastanza accurate sulla distribuzione del tempo e dei carichi di cura, è assai
più difficile stabilirne la sua consistenza economica non essendovi una metrica, un prezzo o una
remunerazione per questo tipo di attività. I tentativi fatti per stimarne il valore utilizzano generalmente il
criterio del costo opportunità, cioè del salario netto a cui si rinuncia nel momento in cui si sostituisce il
lavoro per la famiglia al lavoro per il mercato, oppure il criterio della spesa necessaria per avvalersi di servizi
equivalenti. Un lavoro recente condotto in Europa (Giannelli et al 2010) ha mostrato che la ricchezza
prodotta annualmente in Italia sarebbe più grande rispetto a quella attuale in misura compresa fra il 18 e il
28% del PIL, a seconda di quale fra i due metodi si utilizza, mentre a livello europeo (EU25) il PIL
risulterebbe superiore rispettivamente del 20 e del 37% .
Non vi sono, infine, stime che possano dar conto del valore affettivo e relazionale del lavoro familiare, in
particolare di quella parte di tempo e di attenzioni destinata all’attività di cura, componente che rende i
servizi offerti dallo stato o acquistati sul mercato solo sostituiti assai imperfetti dei servizi di cura prestati
all’interno della famiglia.
Sostenibilità del lavoro di cura tra tradizione e trasformazione
Se è indubbia la rilevanza quantitativa e la centralità sociale del lavoro familiare, qualunque sia la metrica
che si voglia utilizzare, ciò che deve richiamare oggi la nostra attenzione è l’equilibrio possibile tra lavoro
pagato e lavoro non pagato e la sua sostenibilità nel tempo, in relazione alle trasformazioni demografiche,
sociali ed economiche in atto. Vi sono alcune tendenze in corso in Europa che devono farci riflettere e mi
limiterò qui a segnalarne quattro.
Un primo aspetto riguarda il rinvio progressivo da parte dei nostri giovani nel progetto di costruzione di
famiglia. La scelta di costituire una famiglia e di fare un figlio è evidentemente soggetta a vincoli biologici
94
ed è collegata ad una sequenza di altre scelte che la precedono: dal completamento di un percorso di studio
all’entrata nel mercato del lavoro, dalla ricerca di un’abitazione all’uscita dalla famiglia d’origine fino alla
scelta di formare una coppia stabile. Negli ultimi tre decenni i paesi occidentali hanno registrato uno
spostamento in avanti di tutti questi accadimenti ma, senza dubbio, la cosiddetta “sindrome da posticipazione
della transizione allo stato adulto” ha un’intensità molto superiore in Italia. Se in Europa solo un giovane su
tre, in età compresa tra 18-34 anni, vive ancora in famiglia, in Italia questo fenomeno interessa due giovani
su tre con una progressiva e costante tendenza all’aumento. Le ragioni sono note: studi che non finiscono
mai, difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, bassi salari, scarsa disponibilità ed eccessivo costo delle
abitazioni in affitto, mancanza di politiche a sostegno dei giovani e delle famiglie in formazione.
Un secondo aspetto riguarda l’investimento in capitale umano e le condizioni del mercato del lavoro: nel
nostro Paese oltre la metà delle ragazze fra 19 e 24 anni frequenta oggi l’università (i maschi sono poco al di
sopra del 40%) e la crescita è stata molto forte negli ultimi decenni (nel 1920, su 100 laureati, solo 15 erano
donne mentre nel 2010 erano quasi 60). Questo accresciuto investimento non trova però un mercato del
lavoro in grado di accoglierlo e valorizzarlo adeguatamente. In Italia, una donna su due oggi lavora, ma
l’occupazione femminile resta ancora largamente inferiore rispetto a quella maschile (73%), lontana rispetto
alla media europea dove quasi il 70% delle donne in età lavorativa è occupata (con punte superiori all’80%
nei paesi scandinavi), lontana da quello che era l’obiettivo di Lisbona (che prevedeva per il 2010 un tasso di
occupazione femminile pari al 60%) e verosimilmente anche dal traguardo previsto da Europa 2020 con il
75% di occupati fra le persone di età compresa tra 20 e 64 anni.
Un terzo aspetto si ricollega ancora al mercato del lavoro attraverso due elementi che tristemente distinguono
la situazione italiana rispetto a quella di altri paesi europei con cui vorremmo poterci confrontare. Mi
riferisco, in particolare, all’elevato tasso di disoccupazione giovanile (che si mostra ancor più sfavorevole nel
caso delle donne) e alla scarsa (o nulla) possibilità di scelta tra forme organizzative flessibili del lavoro che
potrebbero favorire la conciliazione famigliare, quali il tele-lavoro, le forme di parttime orizzontale o
verticale e il job sharing. L’80% delle donne italiane che oggi lavora, lavora full-time.
Un quarto e ultimo aspetto, riguarda la precarietà delle posizioni occupazionali che caratterizza il mercato
del lavoro in Italia negli anni più recenti, e che ha interessa in modo particolare i giovani, precarietà a cui
sempre di più si associano anche salari netti molto bassi. Come ci ricorda l’Istat nel Rapporto annuale sulla
situazione del Paese, lo stipendio medio di un cittadino italiano supera di poco 1200 euro (circa 1400 per un
uomo, un quarto in meno per le donne).
Quali le conseguenze e quali le azioni possibili?
Quali conseguenze possono avere queste trasformazioni sul fragile ma fondamentale equilibrio che si viene a
definire tra famiglia e mercato, un equilibrio che ruota attorno al ruolo della donna all’interno della famiglia
e sul mercato del lavoro e da cui viene a dipendere tanto il nostro benessere individuale quanto quello
sociale? Come sostenere questo equilibrio oggi e in prospettiva futura?
Se la cultura politica italiana ha tradizionalmente posto la famiglia al centro della società, a questa centralità
non sempre è corrisposto in passato un disegno coerente e adeguato di effettivo sostegno alla famiglia. Il
sistema di welfare ha finito per trasferire progressivamente sulle famiglie la risposta a molti bisogni di cura,
senza valorizzare adeguatamente il ruolo sociale o compensarne, almeno in parte, i costi.
D’altro canto, il modello familistico mediterraneo con le relazioni solidaristiche strette che, per fortuna,
ancora esistono tra genitori e figli lungo l’intero corso della vita, ha in larga misura svolto il ruolo di
ammortizzatore sociale e di camera di compensazione dei rischi e dei bisogni sociali, dando luogo ad un
modello di solidarietà femminile tutto interno alla famiglia (spesso realizzato attraverso una sorta di “patto”
tra donne) per quanto riguarda l’attività di cura.
Questo equilibrio risulta però sempre più fragile e difficile da sostenere oggi, anche alla luce delle
considerazioni fin qui espresse. Richiederebbe azioni di riforma del mercato del lavoro e del sistema del
welfare, complesse e finanziariamente onerose, tanto più difficili da realizzare oggi a causa della difficile
situazione economica e dei noti vincoli di finanza pubblica.
Riforme e politiche pubbliche, per quanto necessarie, non sono però di per sé sufficienti a trovare (o
ritrovare) un equilibrio stabile e sostenibile tra esigenze della famiglia, del mercato e della società. Occorre, a
mio avviso, un cambiamento di paradigma e di visione della famiglia e del suo ruolo all’interno della società,
una visione che riconosca tanto il valore intrinseco quanto quello strumentale del lavoro familiare e del
lavoro di cura. Concludo allora questo intervento delineando alcune possibili direzioni verso cui potrebbe
essere utile guardare.
95
In primo luogo, occorre accompagnare e sostenere maggiormente i giovani nella realizzazione dei loro
progetti di vita autonoma e familiare, aiutandoli ad assumere e a gestire le responsabilità parentali, senza
però sostituirci ad essi. Dobbiamo mostrarci solidali con loro aiutandoli a ricercare soluzioni che favoriscano
e permettano il bilanciamento tra le diverse sfere di vita (individuale, famigliare e professionale), mettendo
loro a disposizione le abitazioni necessarie ad affitti ragionevoli, favorendo, laddove possibile, una maggior
flessibilità di orario nei luoghi di lavoro, creando contesti urbani family-friendly attraverso una migliore
gestione dei tempi delle città e dei servizi, una maggior cura e offerta di spazi pubblici riservati alle giovani
famiglie, incoraggiando modelli di solidarietà e di rete a livello condominiale, di quartiere, di piccola
comunità che favoriscano le relazioni e il supporto reciproco tra le giovani famiglie e tra queste e le famiglie
più anziane, che possono mettere a disposizione il loro tempo e la loro esperienza.
In secondo luogo, occorre passare progressivamente dall’ottica della conciliazione, sostanzialmente
considerata oggi come una questione in larga misura femminile, a quella della condivisione delle
responsabilità familiari e del lavoro di cura all’interno della coppia, anche nell’interesse del mondo del
lavoro e della società nel suo complesso. E’ necessario che tanto le donne quanto gli uomini siano
consapevoli dell’importanza e dell’esigenza di un loro equo apporto al lavoro di cura e di gestione degli
spazi domestici, della necessità di condividere in egual misura la fatica ma anche la bellezza di questa
indispensabile e speciale forma di lavoro. E’ importante comprendere che il lavoro familiare non è tempo
residuale sottratto al lavoro per il mercato, ma è funzionale ad esso; non si limita a sostenere la famiglia ma
sostiene e rende possibile anche il lavoro remunerato, favorendo lo sviluppo e la crescita dei sistemi
economici. E’ essenziale, che le nostre società riconoscano e valorizzino l’importanza sul piano personale,
economico e sociale, del lavoro familiare. Nessuna società può reggersi senza di esso; favorire la ricerca di
un armonico e sostenibile bilanciamento tra esigenze domestiche, esigenze professionali e necessità sociali
non è una questione individuale o familiare ma investe, e sostiene, l’intera comunità.
Infine, occorre ritrovare e riconoscere il valore intrinseco delle relazioni, del tempo e delle attenzioni
dedicate a chi ci sta accanto. Dobbiamo ritornare a quel caring about menzionato dalla nostra relatrice, che
va al di là del valore strumentale del tempo e delle azioni e chiama in causa la nostra attenzione, le nostre
emozioni, il nostro coinvolgimento empatico verso i bisogni dell’altro; è un “prendersi cura di” che anche
quando si esprime nella nostra sfera privata ha un innegabile valore sociale e quando esce dalle mura
domestiche diventa fondamento del benessere (nel senso più pieno di well-being, cioè di “star bene”) per
l’intera comunità. Occasioni come questa che stiamo vivendo in questi giorni sono occasioni preziose per
riaffermare e sostenere questi principi e per riflettere insieme come realizzarli.
Riferimenti bibliografici
ISTAT (2011) La conciliazione tra lavoro e famiglia, Dicembre, Istat, Roma.
Giannelli G., Mangiavacchi L., Piccoli L. (2010), GDP and the value of family caretaking: how much does
Europe care?, IZA Discussion Paper n. 5046, Institute for the Study of Labor, Bonn
96
14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como
Norberto TONINI
Presidente Mondiale della Organizzazione Internazionale del Turismo Sociale
Tonini affronta nel suo libro “Etica & Turismo” il tema del turismo sociale, analizzando
gli effetti di un impatto devastante sul piano sociale ed economico e rimettendo al centro
l’uomo con i suoi valori di solidarietà, coesione e condivisione. “La sfida vera che
abbiamo davanti in questo millennio è favorire il passaggio dallo Sviluppo del Turismo ad
un Turismo dello Sviluppo” ha affermato il prof. Norberto Tonini – “l’obiettivo deve
essere, pertanto, quello di passare da una dimensione quantitativa ad una dimensione qualitativa del
turismo”.
coniugi MAGATTI
Biografia
Sposati dal 1985, hanno cinque figli. Chiara Giaccardi è professore ordinario di Sociologia e Antropologia
dei media presso la Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Mauro Magatti
è preside della Facoltà di Sociologia nella medesima Università.
Abstract
La riflessione toccherà brevemente tre punti: - il primo riguarda il valore
antropologico del turismo, collegato al tema della festa e della famiglia - il
secondo riguarda il valore economico del turismo familiare per il territorio, a
partire dalla esperienza della nostra città - il terzo propone alcune linee per ripensare il turismo non come
sfruttamento rapace del territorio, o pura azione di consumo, ma come ospitalità, che è una categoria della
reciprocità, nel segno del "coltivare e custodire".
Marco DERIU
Biografia
Nato a Sassari il 19 agosto del 1967 è giornalista professionista, docente universitario di
“Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa” (Università Cattolica di Brescia) e di
“Etica e deontologia dell’informazione” (Università Cattolica di Milano). Già Direttore
responsabile del settimanale cattolico “Il Resegone” di Lecco, collabora con l’agenzia SIR
e con alcune testate giornalistiche, lavora come Senior Editor in service di informazione e
di comunicazione. Si occupa di media, industria culturale televisione, teorie e tecniche
dell’informazione, Media Education. Insieme alla moglie Cristina e ai figli Giovanni e Chiara, ha aperto le
porte della sua famiglia all’esperienza dell’affido.
Titoli
- Finestre sul mondo. Luoghi e modi del viaggio in tv (con L. Ogna e G. Sibilla), Edizioni Eri-Rai, Roma
2001 SAGGI - Il "mezzobusto" del telegiornale: anchorman, testimone o cantastorie?, in G. Simonelli (a cura
di), Speciale Tg. Forme e contenuti del telegiornale, Interlinea, Novara 1997. Bibliografia critica ragionata in
Ibidem - Professione: conduttore, in G. Simonelli (a cura di), Speciale Tg. Forme e contenuti del
telegiornale. Terza edizione aggiornata, Interlinea, Novara 2001 - Il media educator in una comunità per
minori, in C. Ottaviano (a cura di), Mediare i media. Ruolo e competenze del media educator, Franco Angeli,
Milano 2001 - Il quotidiano ai raggi "X", in Il quotidiano in classe. Come leggere il giornale a scuola (a cura
dell’Osservatorio permanente giovani-editori), La Nuova Italia, Firenze 2001 - I media fra etica ed etichetta,
in AA. VV., Comunicare senza regole? Etica e media nella società, Medusa, Milano 2003 - L'etica
dell'informazione (con M. Villa), in Casetti, F., Colombo, F., Fumagalli, A. (a cura di), La realtà
dell'immaginario. I media fra semiotica e sociologia, Vita e Pensiero, Milano 2003 - L'informazione
televisiva: lo spettacolo del mondo, in Bettetini, G., Braga, P., Fumagalli, A. (a cura di), Le logiche della
televisione, Franco Angeli, Milano 2004 - Perché il giornale a scuola?, in Panarese P., Tumolo E., Piccoli
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inviati speciali. Leggere e scrivere il giornale in classe, Carocci, Roma 2005 - Quelli che... ci parlano. La
nuova identità del conduttore del Tg, in Simonelli G. (a cura di), Speciale Tg. Forme e tecniche del
giornalismo televisivo. Quarta edizione aggiornata, Carocci, Roma 2005
Abstract
Il titolo scelto per questa sessione contiene numerosi spunti di riflessione. Alla parola “turismo” segue subito
“accoglienza”, a sottolineare una sorta di ribaltamento concettuale: normalmente associamo l’idea del
turismo a percorsi o itinerari che ci portano “in visita” altrove, lontano dalla nostra dimora abituale. Qui,
invece, si evidenzia che, per poterci far accogliere nei luoghi in cui (eventualmente) ci rechiamo, dobbiamo
prima essere capaci di accogliere noi stessi chi bussa alla nostra porta. Un altro termine che riceve qui una
sottolineatura specifica è “cultura”, da intendere sia come possibilità di accrescere le proprie competenze
specifiche su qualcosa o su qualcuno attraverso un itinerario di viaggio, sia come elemento che ci porta ad
affermare – forzando un po’ il significato – che “se non è turismo culturale, non è turismo”. Il senso del
viaggio come elemento che può contribuire a valorizzare i momenti festivi in famiglia, logico approdo di
questa traccia, ci porta a interrogarci su quali siano le migliori condizioni per valorizzare questa forma di
conoscenza del mondo a livello di esperienza famigliare, utile non soltanto per conoscere cose nuove ma
anche per stringere ulteriormente i legami tra coniugi come tra genitori e figli.
Sintesi
« Un turismo nel segno di accoglienza e sobrietà»
Norberto Tonini, già presidente dell’Organizzazione internazionale del turismo sociale, ha aperto - oggi
pomeriggio a Como, presso l’auditorium del Pontificio Collegio Gallio – la tavola rotonda “Turismo tra
accoglienza, cultura e festa della famiglia”. L’ha fatto citando parole di Paolo VI e Giovanni Paolo II che quando esprimono la necessità di gestire responsabilmente i costi, usare con equità le risorse, distribuire le
ricchezze e creare solidarietà - si dimostrano attualissime. Tonini ha suggerito una ricetta per la costruzione
di un vero turismo di sviluppo: «Socialità, sostenibilità, solidarietà», criteri che si basano su «qualità e
collaborazione piuttosto che su quantità e sfruttamento».
Guardando all’attuale offerta turistica, Tonini ha rilevato come i pacchetti dei tour operator, pensati come
sono per le coppie, preferibilmente giovani e senza figli, male si «attagliano alle richieste della famiglia».
Ecco, allora, che cresce l’auto-organizzazione, con internet, per costruire un turismo che per la famiglia si
basa su «accoglienza e sobrietà» e vuole essere «occasione per ritrovarsi - ha concluso Tonini -, conoscere,
entrare in relazione con altre persone e culture, perché la vacanza non è tempo vuoto o edonisticamente
riservato al divertimento, ma tempo libero e liberante».
Significativa la testimonianza della famiglia Bongiolatti, titolare di un agriturismo in Valtellina (provincia di
Sondrio). «Nell’accogliere - hanno detto - ci preoccupiamo di testimoniare il nostro essere famiglia e la
nostra appartenenza a Cristo».
La chiusura è stata affidata ai coniugi Chiara e Mauro Magatti, sociologi e docenti universitari. «Il turismo hanno osservato - va declinato sotto tre aspetti: antropologico, perché ci rende più umani; economico,
considerata la capacità di muovere persone e capitali; etico, perché c'è una dimensione relazionale che va
valorizzata». Dalla riflessione è emersa anche una proposta concreta: «Attraverso la Chiesa creare una rete di
parrocchie e famiglie che, aprendosi all’accoglienza, favorisca la mobilità di chi, pur avendo poche risorse
materiali, ha diritto a conoscere e ad arricchirsi umanamente dall’incontro con l'alterità».
98
15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi
Paolo CIOCCA
Paolo Ciocca nel Comitato fiscale delle Nazioni Unite
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze comunica che il Capo del
Dipartimento per le Politiche Fiscali, Paolo Ciocca, è entrato a far parte del
nuovo Comitato di esperti sulla cooperazione internazionale in materia fiscale,
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Si tratta dell'organismo consultivo chiamato a pronunciarsi sulle questioni di
politica fiscale e di organizzazione delle amministrazioni fiscali, nonché a
esaminare i problemi di riequilibrio connessi alle differenze tra i sistemi fiscali
nazionali.
Il Comitato, composto di 25 membri, sostituisce il preesistente gruppo ad hoc di
esperti e resterà in carica per quattro anni.
Ciocca è il primo italiano che entra a fare parte dell'organismo fiscale dell'ONU
Sergio MARELLI
Biografia
Il dott. Sergio Marelli, nato a Como il 22 novembre 1957, laureato in Scienze Agrarie, è da sempre
impegnato nel mondo della cooperazione internazionale e delle ONG
(Organizzazioni non Governative).
Particolarmente rilevante è la sua esperienza quinquennale di Volontario
internazionale a Butezi (Burundi) nel progetto “Centro di Sviluppo Sociale
di Butezi” in qualità di responsabile dei settori agro – zootecnico e
commercializzazione alla quale hanno fatto seguito missioni di valutazione
e programmazione in oltre 35 Paesi in via di sviluppo.
Dal 1994 è Direttore Generale di Volontari nel mondo – FOCSIV
(Federazione di 57 Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) e, dal 2000, riveste la carica di
Presidente dell’Associazione delle ONG italiane (Associazione di 163 Ong).
È inoltre membro del Coordinamento Nazionale del Forum Permanente Terzo Settore; esperto nominato
nell’Osservatorio Associazioni di Promozione Sociale – Presidenza del Consiglio dei Ministri; membro del
Consiglio Direttivo del CeSPI, membro del Coordinamento del Focal Point italiano del Programma
Volontari delle Nazioni Unite; membro del Board of Directors della CIDSE (Coordinamento delle Agenzie
di Sviluppo delle Conferenze Episcopali Europee e Nord Americane); membro della Commissione
“Elaborazione di proposte per un codice di condotta internazionale sul diritto all’alimentazione” istituita
all’interno del Comitato Nazionale Italiano per il collegamento tra il Governo (Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali) e la FAO
Enrico Maria TACCHI
Biografia
Nato a Busto Arsizio l’8 dicembre 1951, insegna Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università
Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, dove dirige il Laris (Laboratorio di Ricerca
e Intervento Sociale). Fa parte degli organismi direttivi di “Scienza e Vita” di Varese e
del Consiglio Pastorale Decanale di Busto Arsizio.
Titoli
Tra le sue pubblicazioni: Ambiente e società. Le prospettive teoriche (a cura di), Roma
2011; La distanza sociale. Milano e i ghetti virtuali, Milano 2010; Sustainability.
Development and Environmental Risk (ed.), London 2005.
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Lorenzo MORELLI
PROFILO
Titolare dell'insegnamento di Biologia dei Microrganismi presso i Corsi di Laurea
Triennali in Scienze Agrarie (sede di Piacenza) e in Scienze e Tecnologie Alimentari
(sedi di Piacenza e Cremona) e del modulo "Biotecnologie Microbiche" nel Corso di
Laure Magistrale di Scienze e Tecnologie Agrarie.
Sintesi
È nell’Auditorium del Bipielle Center di Lodi che si sono riunite le delegazioni di congressisti provenienti da
molti Paesi del Mondo per assistere a una delle sessioni parallele del Congresso teologico pastorale.
L’evento, pensato per approfondire la riflessione proposta dalla Chiesa sui temi del VII Incontro Mondiale
delle Famiglie ha interessato diverse città lombarde dal 30 maggio al 1 giugno.
«Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato», è il tema a cui è stata
dedicata la convention lodigiana. Il professor Lorenzo Morelli, presidente della facoltà di agraria presso
l’Università Cattolica di Piacenza, ha coordinato una tavola rotonda in cui si sono alternati gli interventi di
Paolo Ciocca, segretario generale Ifad, Sergio Marelli, segretario generale Focsiv e Enrico Maria Tacchi,
docente di sociologia urbana all’Università Cattolica di Brescia.
Le relazioni, sono state suddivise in tre fasi corrispondenti ad altrettante tipologie economiche di cui si è
cercato di mettere in luce i punti di forza e debolezza: economia agricola, economia in trasformazione e
economia urbanizzata. «I problemi che affliggono i paesi rurali sono numerosi e spaziano dalla mancanza di
sicurezza alimentare, all’inadeguatezza delle infrastrutture, alla scarsità di risorse idriche, ai conflitti», questi,
secondo Ciocca, i presupposti su cui basare una prima analisi. «La priorità di intervento va alla tutela e
promozione della piccola proprietà agricola: l’economia infatti si può rilanciare solo partendo dal basso,
facilitando, ad esempio, l’accesso a mercati non solo locali e garantendo la disponibilità di microcredito e
credito rurale».
La complessità della situazione economica dei Paesi in via di sviluppo è stata invece presa in esame dal
professor Tacchi, che ha posto l’accento su fenomeni quali l’industrializzazione e globalizzazione, veri e
propri cancri per il settore agricolo: «Nelle economie in trasformazione la famiglia cessa di essere unità di
produzione e di consumo, gli spazi e i tempi dedicati alle relazioni si riducono e l’uomo sviluppa
un’attitudine a contabilizzare e mercificare ogni cosa, illudendosi di avere il pieno controllo della natura e
dunque di potersi sostituire a Dio».
Situazioni simili si riscontrano anche nelle economie dei paesi sviluppati il cui reddito è ormai quasi
esclusivamente basato sulla produzione industriale e terziaria. È proprio in queste aree che nasce, secondo i
relatori, la consapevolezza della necessità di una conciliazione tra sviluppo e compatibilità economica,
nonostante la strada da percorrere sia ancora lunga.
«Alla luce di quanto detto, dove possiamo allora trovare degli elementi di rassicurazione e speranza per il
futuro?» È Sergio Marelli a rispondere alla questione sollevata dal professor Morelli nelle battute conclusive
del convegno: «Sono due le strategie da perseguire se vogliamo sostenere uno sviluppo economico equo e
rispettoso del mondo agricolo: preoccuparci da subito delle diseguaglianze economiche a livello mondiale e
rimettere la famiglia al centro di qualsiasi politica sociale».
100
16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano
Gian Carlo BLANGIARDO
Biografia
Nato ad Arona nel 1948 è professore di Demografia e Direttore del Dipartimento di Statistica nell’Università
di Milano-Bicocca. E’ membro del Comitato per il Progetto Culturale C.E.I., del Gruppo
Esperti di Demografia della Commissione Europea, del CTS (Comitato Tecnico
Scientifico) dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, del Centro Studi e Ricerche sulla
Famiglia dell’Università Cattolica, della Fondazione ISMU e della Regione Lombardia. E’
impegnato in Commissioni e gruppi di lavoro in ambito ministeriale e regionale su temi di
carattere socio-demografico.
Titoli
Collabora con i quotidiani “Avvenire”, “L’Eco di Bergamo” “Il Sole 24 ore”.
Abstract
Nelle società del nostro tempo il valore della famiglia trova un riconoscimento indiscusso e universale. Essa
risulta, nelle dichiarazioni di principio, persino più importante del lavoro, ma alla prova dei fatti è costretta a
cedere terreno nelle grandi scelte del ciclo di vita -come quella di sposarsi o far nascere un figlio- quasi
sempre filtrate da valutazioni di ordine economico e lavorativo. Oggi un/una giovane, mentre è determinato
nel prospettare un suo ingresso nel mondo del lavoro, è generalmente meno sicuro di un suo coinvolgimento
nel ruolo – per quanto tuttora idealizzato- di coniuge e di genitore. La verità è che i progetti di formazione e
di sviluppo delle famiglie si scontrano con una realtà sociale che ha fortemente bisogno di capitale umano,
ma fa ben poco per sostenere la “fabbrica” in cui tale capitale viene prodotto e formato. Ciò è ancor più
evidente in ambito urbano: la città offre lavoro, ma allontana la famiglia che fornisce i lavoratori e, non a
caso, è destinata a perdere popolazione e a doverne gestire i problematici processi di invecchiamento.
Recuperare la centralità delle famiglie sembra dunque l’unica strategia per restituire alle società urbane
quella vitalità demografica da cui non può prescindere ogni progetto di sviluppo, doverosamente rispettoso
del ruolo e del valore dell’uomo.
Thomas HONG-SOON HAN
Biografia
Ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, è nato il 17 agosto 1943. È sposato ed ha tre figli. Laureato in
Economia presso l’Università Nazionale (Seoul, 1965), si è
specializzato in Scienze Sociali (Economia) presso la Pontificia
Università Gregoriana (Roma, 1971). È Dottore honoris causa in
Giurisprudenza presso l’Università Cattolica Fu Jen di Taiwan. È
stato: Docente in Economia presso l’Università Hankuk per gli
Studi Esteri (HUFS) a Seoul (1972-2008); Membro del Pontificio
Consiglio per i Laici (1984-2010); Uditore dei Sinodi dei Vescovi
(1987,1998, 2008); Delegato della Santa Sede alla 47a Sessione
delle Nazioni Unite presso la Commissione economica e sociale per
l’Asia ed il Pacifico (1991); Decano del Collegio di Economia e
Commercio della HUFS (1991-1993); Decano presso la Scuola dei
Laureati del Commercio Internazionale della HUFS (1993-1995);
Direttore dell’Istituto per gli Studi dell’Unione Europea presso la HUFS (1996-1997); Delegato della Santa
Sede alla 2a Conferenza Ministeriale della Comunità delle Democrazie (2002); Decano della Scuola dei
Laureati della HUFS (2002-2004); Delegato della Santa Sede alla 42a Sessione dell’Organizzazione
Consultiva e Legale per l’Asia e l’Africa (2003); Presidente del Consiglio dell’Apostolato dei Laici di Corea
(2006-2010); Membro del Collegio Internazionale dei Revisori della Prefettura degli Affari Economici della
Santa Sede (2008-2010).
Abstract
L’urbanizzazione e la globalizzazione stanno portando alla trasformazione radicale della struttura del lavoro
e al contempo alla trasformazione della fisionomia della famiglia nella società urbana. La femminilizzazione
101
della forza lavoro, in combinazione con l’informalizzazione del lavoro, rendono le donne più autonome. I
ruoli e le relazioni tra i sessi subiscono un notevole cambiamento e così anche il concetto di matrimonio. I
casi di divorzio aumentano come anche le famiglie con a capo la donna. La dimensione della famiglia si
riduce e la fertilità scende. La famiglia estesa si disintegra e pertanto la rete di sicurezza parentale si allenta.
D’altro lato gli uomini si sentono in declino. I bambini vengono sfruttati nel lavoro. Tutto ciò richiede che la
società intervenga con politiche adeguate a favore della promozione della famiglia. Anche la famiglia stessa
deve coinvolgersi per proteggere se stessa attraverso la partecipazione più attiva alla politica familiare. La
famiglia sana è la condizione necessaria per la felicità dell’essere umano e conduce allo sviluppo umano
come forza dinamica.
Paul DEMBINSKI
Biografia
Università di Friburgo, Svizzera
Docente all'Università di Friburgo, Paul Dembinski è inoltre Direttore
dell'Observatoire de la Finance di Ginevra. Insegna altresì alla Cardinal
Wyszynski University di Varsavia. Esperto di organizzazioni internazionali, è
autore di diverse pubblicazioni sui temi dell'internazionalizzazione delle
imprese, la competitività, l'etica e la finanza. Dembinski è fondatore ed editore
della rivista bilingue Finance & the Common Good/Bien Commun.
Aldo BONOMI
Biografia
Aldo Bonomi (Sondrio, 1950) è direttore dell’Istituto di ricerca Aaster e consulente del
Cnel. Fa inoltre parte dell’organismo internazionale di studiosi e imprenditori noto
come "gruppo di Lisbona".
La sua analisi sulle trasformazioni sociali in atto è concentrata in due volumi recenti: Il
trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene e Il capitalismo
molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia . Quest’ultimo, uscito nell’autunno del
1997, è stato per qualche settimana nella classifica dei primi dieci libri di saggistica.
Sintesi
L’importanza della “centralità delle famiglie nelle “società urbane”
Nel pomeriggio Gian Carlo Blangiardo, demografo, Hong-Soon Han, ambasciatore di Corea presso la Santa
Sede e suor Alessandra Smerilli, economista hanno messo a fuoco il rapporto e il ruolo della famiglia nella
città.
“Nelle società del nostro tempo il valore della famiglia trova un riconoscimento indiscusso e universale”. Lo
ha dimostrato con i dati di alcune indagini Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia e direttore del
Dipartimento di statistica dell’Università di Milano-Bicocca, intervenuto in un’altra delle sessioni di lavoro
del pomeriggio. Il docente ha sostenuto che la famiglia, “alla prova dei fatti, è costretta a cedere terreno nelle
grandi scelte del ciclo di vita - come quella di sposarsi o far nascere un figlio - quasi sempre filtrate da
valutazioni di ordine economico e lavorativo”. “La verità - ha aggiunto - è che i progetti di formazione e di
viluppo delle famiglie si scontrano con una realtà sociale che ha fortemente bisogno di capitale umano, ma fa
ben poco per sostenere la ‘fabbrica’ in cui tale capitale viene prodotto e formato”. Recuperare la “centralità
della famiglia” è ormai, dunque, “l’unica strategia per restituire alle società urbane quella vitalità
102
demografica da cui non può prescindere ogni progetto di sviluppo, doverosamente rispettoso del ruolo e del
valore dell’uomo”.
Famiglia in trasformazione. Per l’ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, Thomas Hong- Soon Han, è
necessario che “la società intervenga con politiche adeguate a favore della promozione della famiglia” e
“anche la famiglia stessa deve coinvolgersi per proteggere se stessa attraverso la partecipazione più attiva
alla politica familiare”. Questo perché “l’urbanizzazione e la globalizzazione stanno portando alla
trasformazione radicale della struttura del lavoro e, al contempo, alla trasformazione della fisionomia della
famiglia nella società urbana”. Il diplomatico ha notato che “la femminilizzazione della forza lavoro, in
combinazione con l’informatizzazione del lavoro, rendono le donne più autonome” e “i ruoli e le relazioni tra
i sessi subiscono un notevole cambiamento e così anche il concetto di matrimonio: i casi di divorzio
aumentano”.
“Riportare il femminile nei luoghi di lavoro”. L’economista suor Alessandra Smerilli ha notato, infine, che
“l’economia moderna ha espulso la gratuità e si è sviluppata l’idea che il contratto è un buon sostituto del
dono” e che “riportare il femminile nei luoghi di lavoro li renderebbe più umani”.
Dagli studi emerge infatti “come in media le donne sono più avverse al rischio, abilità fondamentale per
evitare i fallimenti” e si è visto “che esse sono più abili nel cooperare in gruppo per risolvere i problemi”.
103
17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano
Relatori
Armando MONTEMARANO
Biografia
Nato a Roma nel 1950, avvocato, è presidente dell’Associazione Italiana di Diritto Sociale. Docente nella
Scuola Superiore di Amministrazione Pubblica e degli Enti Locali Ceida, è autore
di numerose pubblicazioni. È membro del consiglio di amministrazione del Fondo
Edifici di Culto presso il Ministero dell'Interno.
Titoli
Tra i suoi libri: Princìpi generali di diritto sociale; Diritto penale del lavoro; I diritti
sindacali; Diritto familiare del lavoro; Diritti dell’uomo e proposta cristiana.
Abstract
Il lavoro familiare subordinato è caratterizzato dalla convivenza del lavoratore con
una famiglia diversa dalla propria famiglia naturale. Lo sviluppo industriale e
urbanistico, insieme all'accesso delle donne a compiti extracasalinghi, ha fatto
emergere, soprattutto nei Paesi ricchi, un tipo di lavoro domestico volto in
particolare alla cura dei familiari giovani, anziani o malati. Di fronte all'incapacità
degli Stati di sovvenire integralmente con servizi sociali alle necessità di cura di
questi familiari, cui un tempo faceva fronte essenzialmente la donna nel ruolo esclusivo di sposa e madre, si
è andato affermando sempre più il ricorso alla collaborazione nella famiglia di persone non consanguinee,
chiamate a provvedere alla cura di familiari non propri. Persone spesso provenienti da Paesi economicamente
meno fortunati, che danno vita ad imponenti fenomeni migratori, costituiti in gran parte da manodopera
femminile. Questi fenomeni si prestano a diverse considerazioni: - quale sia il sistema preferibile di relazione
tra Stato e famiglia relativamente alla cura delle persone: argomento particolare del più generale problema
del modello di stato sociale più adatto a sostenere la famiglia nei Paesi ad economia avanzata; - quale sia il
giusto trattamento normativo e retributivo da corrispondere a chi lavora nella famiglia, in quanto la povertà
nei Paesi d'origine, da cui costoro fuggono, e le loro difficoltà giuridiche e sociali nel far valere i propri diritti
nei Paesi di accoglienza pongono le premesse per lo sfruttamento di questi lavoratori; - per la famiglia
cristiana aumenta la difficoltà, ma si offre anche l'opportunità, di essere pienamente «Chiesa domestica»,
poiché la convivenza istituisce una famiglia anagrafica in cui devono ridursi a sintesi spesso differenti
inculturazioni evangeliche e talora anche fedi, ideologie e stili di vita difficilmente compatibili.
Domitila CATARI TORRES
Abstract
Domitila Catari Torres, boliviana, dalla sua importante e significativa esperienza sindacale,
ci parlerà del lavoro domestico ispirata dal proprio vissuto e dall’attuale realtà del mondo
latinoamericano, in particolare della Bolivia. Mostrerà quali sono le figure di riferimento
che collaborano ed operano a supporto della famiglia, assistenti familiari o colf consolidate
negli anni, o di nuova generazione, ufficialmente riconosciute, illustrandoci il valore e
concetto della famiglia in Bolivia e come venga abitualmente conciliato il rapporto
Famiglia-Lavoro.
Innocenza GREGIS
Biografia
Suor Innocenza Gregis, brasiliana, offre il proprio servizio presso l’Istituto delle Religiose
di Maria Immacolata che opera a livello internazionale a favore delle giovani e delle donne
bisognose.
Abstract
Suor Innocenza racconterà, con gli occhi di una Religiosa, appunto, l’impegno della Chiesa
a favore delle donne nel lavoro di collaborazione alla famiglia. Attraverso la sua preziosa
104
esperienza offre una testimonianza dell’impegno religioso nell’accoglienza e nella promozione di una società
migliore.
Nina KALUSKA
Abstract
Nina Kaluska, ucraina, attraverso la sua storia racconterà le difficoltà legate al distacco dalla propria
famiglia, dal proprio paese entrando a far parte di un diverso contesto familiare e sociale,
attraverso il lavoro domestico. Per noi Cristiani è importante il legame tra lavoro e festa
intesa, oltre che come riposo, come dimensione religiosa. La Signora Kaluska ci aiuterà a
comprendere come venga vissuto nel contesto familiare il rapporto di fede, anche nelle
diverse confessioni.
Antonia PAOLUZZI
Biografia
Nata Penna in Teverina, (Terni) nel 1954, risiede in Labico (RM). Con qualifica di Tecnico dei Servizi
Sociali, opera da oltre 25 anni nel settore dei servizi alla persona nella città di Roma. Dal
1996 sono presidente della cooperativa Famiglie- Anziani- Infanzia F.A.I. società
cooperativa sociale, Ente gestore accreditato per il Comune di Roma nei servizi alla
persona; dal 2011 Presidente Nazionale Api-Colf Associazione Professionale
Collaboratori Familiari, presso la quale sono membro del Consiglio Nazionale dal 1999.
Impegnata nel settore sociale, ha sempre seguito con interesse ogni occasione di incontro
formativo e culturale, partecipando attivamente a convegni seminari e conferenze. Ha
preso parte come relatore al Convegno residenziale “ Servizi per la III età: esperienze a
confronto” organizzato dalla Cooperativa Sociale FAI, alla Giornata Nazionale API – Colf ha parlato sul
tema “ Le nuove sfide per qualificare i collaboratori familiari”, mentre al seminario transazionale ha
relazionato all’incontro “Analisi dello stato dell’arte relativamente alla condizione dei lavoratori senior con
bassa qualifica e bassa scolarizzazione nei diversi paesi”.
Sintesi
Tavola rotonda – Comunicazioni giovedì 31 maggio 2012
Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf- Milano
Comunicazione avv. Armando Montemarano
Testimonianze :
Domitila CATARI TORRES (Bolivia;
L’esperienza delle diverse Nazioni mostra un panorama assai diversificato con cui le esigenze della famiglia
e del lavoro s’intrecciano. In questo contesto raccogliamo testimonianze preziose per l’arricchimento del
nostro patrimonio culturale. In tal senso chiediamo che, della Sua importante e significativa esperienza
Sindacale, ci racconti il lavoro domestico a partire dal Vostro vissuto e realtà attuali:
1) Nel mondo Latino/americano ed in particolare in Bolivia, quali sono le figure di riferimento che
collaborano ed operano a supporto della famiglia, assistenti familiari / colf…, consolidate negli anni, o di
nuova generazione, ufficialmente riconosciute.
2) Rispetto al mondo occidentale, come e per cosa si caratterizza in Bolivia la vita familiare, qual’ è il
concetto di famiglia; Come viene abitualmente conciliato il rapporto Famiglia- Lavoro.
Sr Innocenza GREGIS (Brasile);
“Il Lavoro di cura nella famiglia è l’occasione per accogliere nella Chiesa domestica, dalle culture spesso
diverse della colf e dei familiari, tutto ciò che esprime la ricchezza evangelica”.
1) Il suo Istituto Religioso opera a livello internazionale a sostegno delle giovani…, quale
esperienza/testimonianza ritiene significativa nell’ambito del Vostro impegno religioso; come si traduce
concretamente il Vostro operare nell’accoglienza.
105
2) “Poiché soprattutto la donna, deve fare la spola affannosa tra casa e lavoro, lavoro produttivo e lavoro
casalingo”, ci racconti con gli occhi di una Religiosa l’impegno della Chiesa a favore delle donne nel lavoro
di collaborazione alla famiglia.
Nina KALUSKA (Ucraina)
I fenomeni migratori che caratterizzano il nostro tempo, dimostrano che la famiglia della colf risiede spesso a
migliaia chilometri di distanza:
1) Come si vive il distacco dalla propria famiglia e dal proprio paese entrando, attraverso il lavoro
domestico, a far parte di un diverso contesto familiare e sociale.
2) Per noi Cristiani è importante il legame tra il lavoro e la festa intesa, oltre che come riposo, come
dimensione religiosa. Come vive nella sua esperienza di lavoro, o come crede venga vissuto nel contesto
familiare il rapporto di fede, anche nelle diverse confessioni.
106
18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini
S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA
Abstract
Il tema non si riduce solo alla parabola della nascita, crescita e vita adulta della persona disabile nella vita
familiare. Deve mettersi in relazione con le altre presenze sociali che stanno
accanto alla famiglia: la comunità cristiana, la scuola e il mondo del lavoro, la
società e le strutture socioassistenziali. Ancora di più occorre che la famiglia con la
persona disabile (bimbo, adolescente, giovane adulto, anziano) stia in profonda
relazione con altre famiglie con figli cosiddetti normali. L’esperienza di tanti anni
di movimento di famiglie con figli/adulti disabili insieme con famiglie di figli
normodotati, racconta che tutto questo è un grande patrimonio di umanità per tutti,
per gli uni e per gli altri. Anzi è un “piccolo laboratorio” di vita cristiana ed
ecclesiale e persino di vita civile e sociale. Il tema è svolto in due momenti. La
sfida della “seconda” generazione nell’età evolutiva pone la seguente domanda: come affrontare i primi passi
dell’evento traumatico e drammatico della nascita di un vita martoriata, offesa, ferita nel corpo e nello
spirito? “Traumatico” perché s’abbatte su una vita di coppia, sul suo sogno, sul suo progetto, mutandone
totalmente la direzione e sottoponendola a un cammino non solo di profonda riprogettazione della vita
quotidiana e dell’orizzonte di senso, ma a una “ridefinizione” del rapporto di coppia. “Drammatico” perche
rimette in gioco le relazioni familiari e i ruoli genitoriali, oppure li sconvolge, li scompiglia fino agli esiti più
estremi del rifiuto e dell’abbandono. Il secondo momento svolge il tema della disabilità nella vita adulta che
passa per la cruna dell’ago della sua crisi più forte. Occorre osservare i fenomeni che avvengono nell’età
adulta del disabile, come si trasformano e quali problemi nuovi pongono alla famiglia con la presenza di una
disabilità che ha ormai ha raggiunto la maggiore età, ma resta in maniera più o meno grave non autonoma,
sia sotto il profilo fisico che psichico e relazionale. Quali problemi nuovi insorgono? La seconda parte
dell’intervento si dedica a delineare alcune “pratiche” di integrazione per questa stagione dell’esistenza, nel
concorso di famiglia, comunità cristiana e forme sociali di impiego.
Santino STILLITANO
Biografia
Campione europeo di Ice sledge Hockey
Abstract
"Prima che campione mondiale io mi sento persona, in modo “diverso” forse rispetto a
molti di voi e di chi incontro nella mia vita, ma pienamente persona e in quanto tale
capace di ricevere e di donare Amore, di vivere e di dare un senso pieno alla mia vita,
alle sue vittorie e alle sue sconfitte".
Valentina BONAFEDE
Biografia
Nata a Erba (CO) il 29 dicembre 1974, laureata in Scienze dell’Educazione all'Università Cattolica di Milano
nel 2002, opera presso OVCI la Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la
Cooperazione Internazionale). Si interessa alle tematiche dei diritti dei bambini, della
valorizzazione dell’interculturalità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche,
culturali e linguistiche. Dal 2004 è consacrata nell’Istituto secolare Piccole Apostole della
Carità di don Luigi Monza.
107
Abu John WANI
Biografia
Abu John Wani Loro Omer è nato nel 1962. Appartiene alla Tribù di Bari, una delle più grandi tribù della
Regione dell’Equatoria, nel Sud Sudan. Sposato con Sabina ha sei figli.
Insegnante di arabo nella scuola elementare della Diocesi è accolito dal
1995, prepara i catecumeni, insegna catechismo ed è attivo all'interno
dell'Arcidiocesi di Juba.
Abstract
OVCI-La Nostra Famiglia (Usratuna) è una ONG italiana fondata per
implementare programmi di promozione umana, sociale, di salute e
tecnica per i cittadini di paesi in via di sviluppo, sostenendo la loro istruzione e autosufficienza,
concentrandosi in particolar modo su bambini disabili e i loro genitori. In collaborazione con l’Associazione
italiana La Nostra Famiglia, OVCI-La Nostra Famiglia può offrire un alto livello del servizio di
riabilitazione, un’istruzione qualificata e un sostegno costante alla famiglia. OVCI-La Nostra Famiglia è
presente a Juba dal 1983 con un progetto chiamato “Centro di Riabilitazione per Bambini Disabili”, con un
reparto di fisioterapia, logopedia e servizi di terapia occupazionale. C’è anche un asilo per bambini disabili
per dar loro le competenze di base per affrontare meglio la scuola elementare. Usratuna “Centro di Cure
Primarie” garantisce un servizio sanitario di base, un programma specializzato per “Cure per Madre &
Figlio” e un servizio particolare per la diagnosi e il trattamento dell’epilessia, l’unico in tutto il paese.
Luciano MOIA
caporedattore presso Avvenire
Sintesi
Famiglia, lavoro e mondo della disabilità: noi ci siamo!
600 partecipanti e 90 famiglie da tutta Italia, Brasile, Ecuador e Sud Sudan: riflessioni e festa al VII Incontro
Mondiale delle Famiglie nella sua tappa di Bosisio Parini.
“La famiglia con un figlio disabile è un laboratorio di vita cristiana ed ecclesiale e di vita civile e sociale”:
queste le parole di Mons. Franco Giulio Brambilla all’incontro “Famiglia, lavoro e mondo della disabilità”,
che si è tenuto oggi presso la sede de La Nostra Famiglia di Bosisio Parini nell’ambito del VII Incontro
Mondiale delle Famiglie.
All’incontro erano presenti 600 partecipanti e 90 famiglie provenienti da tutta Italia, Brasile, Ecuador e Sud
Sudan: ad organizzare ed animare il tutto 60 volontari, aiutati da 60 studenti de La Nostra Famiglia di
Bosisio.
La presidente de La Nostra Famiglia Alda Pellegri, insieme col moderatore Luciano Moia, giornalista di
Avvenire, hanno aperto i lavori: “Trovo straordinariamente efficace una frase dell'arcivescovo di
Campobasso G.Maria Bregantini – afferma Luciano Moia – che ci esorta a fare delle ferite della vita delle
feritoie di speranza, dalle quali è possibile scorgere prospettive diverse, dimensioni di cui non si sospettava
l'esistenza, piani che si ricompongono in un quadro di rinnovata armonia”.
Jean Vanier, carismatico fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità "L'Arca" e "Fede e Luce" - dedicate alle persone con disabilità, in una videointervista ricorda che “Nel 1960,
quando ho iniziato, ero inorridito da quello che avevo visto negli istituti, negli ospedali psichiatrici, dove le
108
persone con disabilità erano semplicemente “piazzate”. Da qualche parte, nel profondo del mio cuore, ho
iniziato a pensare che stessero chiedendo giustizia, perché ogni persona, per quanto grave sia il suo handicap,
ha qualcosa da offrire a questo mondo. Vedete, le persone con disabilità mostrano, svelano la vulnerabilità
del nostro corpo, del nostro essere: siamo fragili, per cui dobbiamo imparare a riconoscere i nostri doni, ma
anche ad accettare la nostra vulnerabilità”.
Mons. Franco Giulio Brambilla, grande amico de La Nostra Famiglia, ha sottolineato che l’esperienza di
tanti anni di movimento di famiglie con figli disabili insieme con famiglie con figli normodotati è un
patrimonio di umanità per tutti: “Ho visto storie tragiche che mi hanno fatto piangere, ma ho visto storie
stupende e struggenti di fronte alle quali – l’ho detto il giorno della mia ordinazione episcopale – mi
vergogno di essere un prete mediocre”. Nella comunità cristiana non si può essere veramente uomini senza i
deboli, senza i poveri, senza i piccoli. La sfida dell’età evolutiva ci interroga su come affrontare i primi passi
dell’evento traumatico e drammatico della nascita di un vita ferita nel corpo e nello spirito, mentre la
disabilità nella vita adulta passa per la cruna dell’ago della sua crisi più forte, con nuovi problemi: “L’età
adulta del disabile può diventare l’età dimenticata anche dalla comunità cristiana. Dobbiamo tornare in prima
linea – conclude il Vescovo di Novara - e dire a questa società che noi ci siamo! Ci siamo per cambiare il
mondo o, almeno, il nostro modo di vivere nello spazio della relazione familiare, della maniera di abitare il
mondo e di umanizzare il tempo”.
E’ stata quindi la volta di Santino Stillitano, portiere della Nazionale di ice sledge hockey affetto da agenesia
della gamba destra: “Qualcuno ci chiama campioni della vita: per noi i limiti fisici non sono impedimento a
esprimerci come persone. E di questa condizione ringrazio il Signore e chi mi sta vicino e mi aiuta a vivere
felice”.
“Il dolore, il limite sono un grande mistero: un assurdo per la natura umana che aspira alla gioia, ma
trampolino di lancio verso la maturazione di sé a livelli alti”: queste le parole di Valentina Bonafede,
consacrata secolare con disabilità fisica. Valentina ritiene la sua una condizione esistenziale positiva, che non
ha impedito la pienezza della sua vita, tanto che oggi opera presso OVCI la Nostra Famiglia e si interessa dei
diritti dei bambini, della valorizzazione dell’interculturalità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche,
culturali e linguistiche.
Ha chiuso i lavori Abu John Wani Loro Omer, insegnante di arabo nella scuola elementare della Diocesi di
Juba, che per questa occasione è uscito per la prima volta dal suo Paese. John Wani ha spiegato cosa vuol
dire combattere una mentalità che vede la disabilità come una vergogna e ha illustrato il lavoro di OVCI nel
Sud Sudan. In questo Paese le cause più frequenti di disabilità provengono da 30 anni di guerra e sono le
mine anti-uomo, la scarsa capacità immunitaria, un sistema sanitario inadeguato e la povertà diffusa. “La
disabilità – sottolinea John Wani – è ancora qualcosa da nascondere all’interno delle mura domestiche”. In
questo contesto opera OVCI La Nostra Famiglia, presente a Juba dal 1983 con un reparto di fisioterapia,
logopedia, servizi di terapia occupazionale, un asilo per bambini disabili e un servizio per il trattamento
dell’epilessia, l’unico in tutto il Paese.
E’ stato quindi il momento della festa, con le esibizioni del coro “Manos Blancas” del Friuli Venezia Giulia:
il nome si riferisce ai guantini bianchi indossati dagli artisti in erba, tutti bimbi sordomuti, che hanno cantato
con il linguaggio dei segni integrandosi con il coro “Pi.Al.Ca.” di Tabiago (LC). Gli 80 bambini sul palco
hanno commosso ed entusiasmato tutti.
Ora grande attesa per l’incontro di Papa Benedetto XVI con le famiglie e la Festa delle Testimonianze, che si
terrà la sera del 2 giugno, al quale sono stati invitati Maria Pia e Roberto Zanchini, delegati per i gruppi di
spiritualità familiare “La Nostra Famiglia – una famiglia di famiglie”.
Seguirà il 3 giugno la Santa Messa solenne presieduta da Benedetto XVI a Milano Parco Nord: da La Nostra
Famiglia di Bosisio Parini e Castiglione Olona partiranno 6 pullman, per un totale di 300 persone.
109
VENERDI’ 1 GIUGNO
19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio
Enzo BIANCHI
Biografia
Nato a Castel Boglione (AT) in Monferrato il 3 marzo 1943, dopo gli studi alla Facoltà di Economia e
Commercio dell’Università di Torino, alla fine del 1965 si è recato a Bose, una frazione
abbandonata del Comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio
a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, ha scritto la
regola della comunità. È a tutt’oggi priore della comunità la quale conta ormai
un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità ed è presente,
oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (BR) e Assisi (PG). Nel 1983
ha fondato la casa editrice Edizioni Qiqajon che pubblica testi di spiritualità biblica,
patristica, liturgica e monastica. Nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha
conferito la laurea honoris causa in “Storia della Chiesa”. Nell’agosto 2003 ha fatto
parte della delegazione inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca per portare al
Patriarca Alessio II l’icona della Madre di Dio di Kazań. Nell’ottobre 2008 ha partecipato al Sinodo dei
Vescovi sulla Parola di Dio come “esperto”.
Abstract
Liturgia eucaristica, giorno del Signore, comunità cristiana radunata: queste tre realtà in dialogo tra loro
costituiscono la manifestazione per eccellenza della chiesa di Dio. In un mondo spesso segnato da divisioni e
rivalità, i cristiani compiono settimanalmente un gesto forte e profetico: si ritrovano nello stesso giorno e
nello stesso luogo per riconoscersi fratelli e sorelle, appartenenti a uno stesso corpo, il corpo di Cristo, e per
celebrare insieme la loro fede. Al cuore di questi elementi che fondano la “differenza cristiana” si inserisce la
famiglia, cellula primordiale della comunità cristiana, che nel giorno di domenica è convocata da Dio per
vivere con consapevolezza l’eucaristia. Nel rendere grazie al Signore insieme a tutta la comunità ogni
famiglia può riscoprire la sua verità di comunione e trovare la forza per affrontare le sfide che giorno dopo
giorno la attendono. Il grande dono che dall’assemblea eucaristica si riverbera sulla famiglia è quello di una
vita piena e gioiosa. Ecco perché ogni domenica dovrebbe essere vissuta, nella famiglia e tra le famiglie,
come un’occasione di incontro e condivisione, come tempo per rinsaldare quelle relazioni d’amore che
costituiscono il vero senso dell’esistenza cristiana.
coniugi SZNYTER
Biografia
Abbiamo entrambi 39 anni. Abbiamo ricevuto il sacramento del
matrimonio nel 1997. Viviamo a Ostroleka. Abbiamo quattro figli:
Bartek (12 anni), Julia (10), Simon (7) e Milena (4). Entrambi
lavoriamo. Jola è un’educatrice speciale e logopedista. Lavora con
bambini che hanno problemi di apprendimento. Rafal è un ingegnere e
lavora in una centrale elettrica. Dal 1998 abbiamo iniziato una crescita
spirituale nella comunità della Domestic Church (il ramo della famiglia
del Movimento Light-Life). Grazie al carisma di questo movimento
entriamo in una comunione sempre più profonda con Dio; come coppia
stiamo diventando sempre più una sola entità, e come famiglia cerchiamo costantemente di adempiere alla
nostra relazione con amore.
110
coniugi SANCHEZ
Biografia
Marlene Cristina García e Fabio Sánchez Corredor abitano a Bogotà, sono sposati e hanno due figli. Marlene
è professionista in Commercio Internazionale e con Fabio guida e coordina gli
Incontri di Rinnovamento Matrimoniale, le missioni, una
scuola per genitori, laboratori e interventi nelle riunioni
per coppie, incontri pre.matrimoniali e coordinano il
Congresso regionale sul Matrimonio.
Abstract
Quando abbiamo iniziato la nostra relazione da fidanzati
nel maggio del 1981, desiderando conoscerci e
condividere spazi e tempi, ci siamo resi conto che
entrambi professavamo la stesa fede cattolica. Da quel
momento l’Eucarestia è stata parte integrante delle nostre attività domenicali, nelle
quali entrambi cercavamo l'incontro personale con Cristo e allo stesso tempo gli chiedevamo di sapere se la
sua volontà era che formassimo una famiglia. Dopo cinque anni di fidanzamento abbiamo deciso che era
arrivato il momento di sposarci, molti ci consigliarono di andare a convivere o al massimo di sposarci
civilmente, però noi sapevamo che l’unico modo di unire le nostre vite era grazie al sacramento del
Matrimonio e così il 12 dicembre 1986 abbiamo felicemente realizzato un sogno con la benedizione di Dio.
A partire da quel momento entrambi abbiamo iniziato a lottare per rafforzarci come coppia, sia
professionalmente che economicamente. L’Eucarestia continuava ad essere parte delle nostre attività
domenicali ma assistevamo alla Messa più per tradizione che per convinzione. L’arrivo del nostro primo
figlio ha significato grandi decisioni, una delle quali era se Marlén avesse dovuto continuare a lavorare o se
fosse stata a casa per prendersi cura del nostro bambino. Dopo un lungo periodo di dibattito abbiamo deciso
che Marlén sarebbe rimasta a casa assumendomi io il mantenimento economico della famiglia. E' stata una
delle decisioni più sagge che abbiamo preso anche se ha portato con sé una serie di inconvenienti: Volevamo
mantenere il nostro standard di vita e le lunghe giornate di lavoro iniziavano ad allontanarci come coppia,
non parlavamo più e il tempo che passavamo insieme era condiviso con le nostre famiglie di origine. Ci
stavamo dimenticando di noi due. Quando abbiamo avuto il nostro secondo figlio, alcuni amici di Marlen ci
sono venuti a far visita e ci hanno invitato a un Incontro di Rinnovazione Matrimoniale. Abbiamo accettato,
ma non eravamo particolarmente ben disposto. A partire da quel momento, però, il Signore ha iniziato a
mettere accanto a noi persone, coppie di sposi, sacerdoti che hanno risvegliato in noi l’interesse per
conoscere il piano di Dio per l’uomo e la donna. Siamo stati chiamati a servire e da lì abbiamo iniziato un
cammino di evangelizzazione insieme a molti fratelli nella fede. L’Eucarestia, i gruppi di preghiera, l’ascolto
di coppie sono stati l’ambiente dove i nostri figli sono cresciuti e dove con molto amore gli mostriamo il
meraviglioso amore di Dio come pure, crescendo come coppia, il dono meraviglioso di essere genitori. A
partire dal momento dell’Incontro di Rinnovazione Matrimoniale, l’Eucarestia ha smesso di essere una
semplice attività domenicale convertendosi in un’esperienza vivificante, dove la nostra Santa Madre Chiesa
ci mostra l’amore di nostro Padre Dio per l’umanità, la vita, la passione e la morte di Gesù Cristo, come
nostro unico Salvatore e il Cammino per arrivare al Padre e l’amore dello Spirito Santo che rinnova e
vivifica chi lo riceve. L’Eucarestia è la comunione con Cristo che si offre come alimento con il suo corpo e il
suo sangue che nutre la nostra vita personale, di coppia e di famiglia. Oggi giorno noi ci sentiamo chiamati
da Cristo, come Lui aveva chiamato i suoi discepoli a condividere il suo disegno e a insegnarci la scrittura e
a proclamare alle famiglie la Buona Notizia dell’Amore Coniugale. Per noi l’Eucarestia è un miracolo di
amore, di donazione e di comunione con la Chiesa, Corpo di Cristo, che orienta illumina e santifica. Quando
partecipiamo all’Eucarestia sperimentiamo l’alleanza che Dio Padre ha voluto stabilire con il suo popolo,
questa Alleanza ci ricorda il giorno del nostro matrimonio in cui ci siamo promessi di strare insieme per tutta
la vita e ci permette di vivere la nostra relazione di coppia come un rapporto di comunione, di esclusività e di
donazione completa.
coniugi AGAGLIATI
Biografia
111
Ci siamo conosciuti nel 1976, quando Anna aveva 16 anni, Giorgio 18. Eravamo impegnati in due parrocchie
vicine, e un’attività comune ci ha fatti incontrare. Da quel momento abbiamo proseguito
insieme anche l’impegno, operando nella stessa comunità (quella di Giorgio): Anna ha
fondato e guidato per molti anni un gruppo di animazione per ragazzi handicappati ed è
stata catechista del ciclo dell’iniziazione; Giorgio si è sempre occupato di pastorale
giovanile e animazione. Ci siamo sposati il 9 aprile 1983. Nel 1992 è nata la nostra
prima figlia, Irene, nel 1996 il secondo figlio, Paolo, proprio quando Giorgio iniziava la
Scuola di formazione al Diaconato Permanente. Il 18 novembre 2001 Giorgio è stato
ordinato Diacono dall’allora Arcivescovo di Torino, Card. Severino Poletto. Fino al 2007 ha servito nella
parrocchia di residenza (San Vincenzo de’ Paoli in Torino), ed è poi stato trasferito nella parrocchia
Madonna della Divina Provvidenza (Torino), dove è responsabile della pastorale giovanile e dell’Oratorio.
E’ anche membro dell’équipe del Servizio Diocesano per il Catecumenato. Fa parte come membro eletto
dell’organismo di coordinamento che coadiuva il Delegato Arcivescovile per il Diaconato della Diocesi di
Torino. E’ membro del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Comunità del Diaconato in Italia e
della Redazione della rivista “Il diaconato in Italia”. Anna ha operato nella Conferenza di San Vincenzo de’
Paoli della parrocchia d’origine fino al 2011, quando è divenuta catechista per la preparazione degli adulti
alla Cresima nella parrocchia dove opera Giorgio.
Abstract
Nella nostra storia di coppia e di famiglia un profondo cambiamento anche nel vivere il giorno del Signore
interviene con l’ordinazione di Giorgio a diacono permanente. Eravamo da sempre una coppia e poi una
famiglia che “santificava la festa”. Con il diaconato abbiamo però riscoperto e rifondato il senso della festa
in noi soprattutto in due dimensioni: a. da quella “fonte e culmine” provenivano sia la nostra vocazione
matrimoniale, sia quella di Giorgio al ministero b. come diacono Giorgio è diventato “ministro della festa”
per tutta la comunità. E’ un arricchimento spirituale, ma comporta anche disagi e conseguenze pratiche nella
vita festiva della famiglia: a. ogni domenica mattina – e talvolta per l’intera giornata – Giorgio vive la festa
“lavorando”, sia pur nella vigna del Signore. b. nella celebrazione il diacono è sull’altare, “separato” dalla
famiglia. Due momenti della celebrazione in cui il diacono, “ministro della soglia e del ponte”, la sua sposa e
i suoi figli specialmente possono significare il legame tra servizio alla comunità e vita familiare: a. il segno
di pace: il diacono sposato scende dall’altare e lo scambia con la sposa e i figli; diventa così “segno nel
segno” b. la distribuzione della comunione: i familiari vengono a ricevere da lui il Corpo di Cristo, che
fortifica tutti loro per la vita familiare e feriale. La Messa prosegue idealmente nella mensa familiare della
domenica, dove si ricompongono anche i diversi filoni di impegno dei membri della famiglia nella comunità:
Giorgio diacono, Anna catechista per i cresimandi adulti, entrambi i figli animatori nell’oratorio della
parrocchia
Domenico SGUAITAMATTI
Biografia
Nasce ad Abbiategrasso il 10 agosto del 1953. Ordinato Sacerdote a Milano nel 1977, consegue il
“baccalaureato” nel settembre 1977 presso il Seminario Maggiore di Vengono Inferiore.
Nel giugno del 1980 ottiene il diploma di “Maestro d’Arte” presso la Scuola d’Arte
Beato Angelico di Milano. Il 25 ottobre del 1985 presso la “Nuova Accademia di Belle
Arti Manualità e Progetto” (NABA) di Milano raggiunge il diploma / laurea con
specializzazione in pittura, vetrate e mosaico. Dal 1977 al 1994 è Vicario Pastorale
presso la Parrocchia di S. Gottardo al Corso di Milano. Dal 1994 risiede presso il
Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano dove svolge il compito di educatore e di insegnante di Storia
dell’Arte nei Licei Classico e Scientifico. Dal 1990 al 2000 è membro della Commissione di Arte Sacra della
diocesi. Dal settembre del 2007, viene incaricato dall’ Arcivescovo, presso la Curia, a svolgere un ruolo di
collaboratore presso l’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi con particolare attenzione alla valorizzazione
di questi ultimi in ambito teologico, catechetico e pastorale. E’ consigliere della Fondazione S. Ambrogio
che gestisce il Museo Diocesano di Milano. Cura il percorso iconografico che accompagna il Nuovo
Lezionario Ambrosiano recentemente promulgato e posto in uso nella Diocesi di Milano. In qualità di
esperto d'arte ha fatto parte della ristretta commissione, voluta dal Card. Dionigi Tettamanzi, per la
realizzazione del Nuovo Evangeliario Ambrosiano. Nell’ambito dell’ufficio organizza e gestisce corsi di
formazione “Arte, Fede, Cultura” rivolti ad operatori pastorali, guide turistiche, insegnanti e persone sensibili
all’arte. Collabora con i suoi scritti a varie pubblicazioni che trattano il medesimo tema. E’ chiamato in
112
diversi ambiti a tenere momenti culturali e di riflessione che hanno come spunto e filo conduttore l’arte. Dal
2010 è membro del Capitolo della Cattedrale di Milano in qualità di canonico onorario.
Marco VERGOTTINI
Biografia
Teologo laico è sposato e ha 4 figli. Docente di Introduzione alla teologia e Storia della
teologia contemporanea presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale. Dal 1984
al 2002 Segretario del Consiglio Pastorale Diocesano durante l'episcopato del card.
C.M. Martini. Socio fondatore di "Aquila e Priscilla", cooperativa dei responsabili laici
di oratorio, attiva da 15 anni sul territorio della Diocesi di Milano. Dal 2003 al 2011
Vicepresidente dell'Associazione Teologica Italiana. Dal 2008 Responsabile della
Segreteria delle Scuole per operatori pastorali della Diocesi ambrosiana. Ha pubblicato
diversi saggi sulla teologia contemporanea, sul Concilio Vaticano II e sulla teologia dei
laici. Attualmente è coordinatore del sito-web: www.vivailconcilio.it
Sintesi
«L’Eucaristia della famiglia nel giorno del Signore»
Enzo Bianchi, priore di Bose, invita a recuperare l’importanza della domenica come momento di
condivisione e comunione, a partire dalla Messa. Ad avvalorare la sua riflessione, la testimonianza di
tre famiglie diverse.
Nella splendida cornice della basilica di S. Ambrogio, nel centro di Milano, anticipato dall’ascolto di alcune
tra le più famose melodie ambrosiane, eseguite dai Coristi dell’Angelo, questo pomeriggio si è svolto
l’incontro con Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose. Tema di questa sessione del
Congresso internazionale teologico-pastorale era “L’Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore”.
Dopo una breve premessa sull’importanza della famiglia quale «realtà caratterizzata da relazioni di amore» e
quale «ambiente privilegiato nella trasmissione della fede», ovvero, «chiesa domestica», Bianchi si è
soffermato sul rapporto tra famiglia e giorno del Signore, il cui fulcro è rappresentato dall’Eucaristia.
«La famiglia deve dare ancora oggi la stessa testimonianza dei primi cristiani - ha detto con voce ferma e
decisa il priore di Bose - cioè che senza domenica non possiamo vivere».
Ma cosa significa, nella frantumata società di oggi, in cui le relazioni umane sono sempre più precarie e la
comunicazione è quasi esclusivamente virtuale, vivere la domenica come famiglia? «In primo luogo ritmare
insieme sinfonicamente il tempo - suggerisce Bianchi - per vivere la famiglia come uno spazio di relazioni
all’interno e all’esterno, a partire da quel giorno privilegiato che è la domenica». Inoltre non bisogna
trascurare l’importanza della condivisione della pratica domenicale, «altrimenti - continua Bianchi l’Eucaristia rischia di essere vissuta solo individualmente come precetto da soddisfare».
Solo alla luce di questo radicamento nella famiglia la pratica cristiana della domenica può essere considerata
profetica: «Non è un miracolo - tuona il monaco - che, seppur in numero minoritario, milioni di uomini e
donne su tutta la terra, nello stesso giorno, facciano gesti di condivisione, cantino la stessa speranza, si
esercitino nella stessa carità?».
E il miracolo si fa testimonianza nelle parole dei coniugi Sznyter, giunti a Milano dalla Polonia con i loro 4
figli. Papà Rafal racconta che per fare in modo che ogni domenica sia vissuta davvero come un giorno
speciale, cercano di sbrigare tutte le faccende negli altri giorni della settimana, inoltre, per prepararsi bene
alla Messa, hanno l’abitudine di leggere e commentare insieme il Vangelo, così che anche i bambini possano
coglierne meglio il significato.
La storia dei coniugi colombiani Sanchez ha invece evidenziato come anche all’interno di una famiglia
cristiana ci possano essere momenti di difficoltà o crisi di coppia e come si possa ritrovare nell’Eucaristia «la
fonte della grazia che santifica la relazione matrimoniale» e in Gesù «la sorgente della carità e del perdono».
L’ultima testimonianza è stata quella della famiglia di un diacono permanente, Giorgio Agagliati. «Con
l’ordinazione - ha raccontato la moglie Anna - nella nostra storia di coppia e di famiglia è intervenuto un
profondo cambiamento, anche nel vivere il giorno del Signore, ma che col tempo ci ha portati a riscoprire e
rifondare in noi il senso della festa. Inoltre anche in questa, come in molte altre dimensioni della vita,
abbiamo riscontrato la sinergia dell’azione della Grazia del matrimonio e dell’ordine».
113
20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica
Josè GRANADOS
Biografia
Sacerdote religioso dei Discepoli dei Cuori di Gesù e Maria. Professore stabile di Teologia
del Matrimonio e la Famiglia e Vice Preside presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II,
Sezione Centrale; insegna come professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana.
Dal 2004 al 2009 ha insegnato alla sezione statunitense del Pontificio Istituto Giovanni
Paolo II presso la Catholic University of America a Washington, DC. Ha conseguito il
Dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, Roma (Premio Bellarmino).
Egli è anche Laureato in Ingegneria Industriale presso l’Universidad Pontificia de Comillas (ICAI), Madrid.
Titoli
Tra le sue publiccazioni, Signos en la carne: El matrimonio y los otros sacramentos, Monte Carmelo, Burgos
2011; La carne si fa amore. Il corpo, cardine della storia della salvezza, Cantagalli, Siena 2010; Teología de
los misterios de la vida de Jesús: ensayo de una cristología soteriológica, Sígueme, Salamanca 2009; Called
to Love. Approaching John Paul II’s Theology of the Body, DoubleDay, New York 2009 (con Carl A.
Anderson); Betania: una casa para el amigo. Pilares de espiritualidad familiar, Monte Carmelo, Burgos 2010
(con José Noriega); Los misterios de la vida de Cristo en Justino Mártir, Analecta Gregoriana 2005.
coniugi NEISER
Biografia
Elisabeth e Bernhard Neiser sono Direttori dell’Istituto internazionale delle Famiglie di Schönstatt. Elisabeth
Neiser è nata il 13 ottobre 1959 a Vallendar, insegna lettere e
religione al liceo e parla tedesco, inglese e spagnolo. Bernhard
Neiser è nato iil 18 luglio 1958 a Niedermendig ed è laureato in
Economia e Commercio. Sono sposati dal 1984 e hanno tre figli:
Johannes ,17 anni, Teresa 23 anni, Christine 26 anni.
Abstract
Festeggiare il Giorno del Signore in famiglia significa
innanzitutto che padre e madre si trovano in un rapporto vivo con
Cristo. Nel modo in cui l’amore coniugale tra uomo e donna
vuole essere curato, rinnovato e approfondito, così è anche con il rapporto con Cristo, il terzo nel nostro
legame coniugale. Nel movimento di Schönstatt abbiamo fatto esperienza che questo riesce bene, se nella
nostra casa viene istituito per Cristo e Sua Madre un luogo santo. Noi chiamiamo questo luogo il nostro
“Santuario casalingo”. Qui la fede diventa vita. Questo luogo determina l’atmosfera in casa ed invita i nostri
figli all’incontro con Dio. Il Giorno del Signore, la domenica, è così la continuazione della fede vissuta nella
comunità e con la comunità. A seconda dell’età dei figli, questo “crescere” nella comunità presenta sfide
differenti. Particolari feste come battesimo, matrimonio e nozze d’argento sono circostanze eccezionali per
far prendere parte sia la comunità, sia parenti e amici che spesso non sono più credenti, agli ambiti più
profondi della nostra vita spirituale. In un tempo nel quale si attribuisce particolare attenzione all’evento,
all’avvenimento, queste diventano opportunità per poter testimoniare la gioia e la pace interiore che viene
dalla fede.
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coniugi BENITEZ
Biografia
Rafael e Paloma Benítez hanno 19 figli e da 40 anni sono membri del Cammino Neocatecumenale. Da 28
anni sono catechisti itineranti nelle diocesi di Granada, Guadix-Baza
e Málaga, nel sud della Spagna. Rafael è nato il 6 marzo del 1957.
Paloma è nata il 26 febbraio del 1954.
Milena SANTERINI
Biografia
Professore ordinario di Pedagogia nella Facoltà di Scienze della Formazione
dell’Università Cattolica del S.Cuore di Milano. E’ Direttrice del Centro di Ricerca
sulle Relazioni Interculturali e Coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze della
Formazione Primaria. Si occupa di formazione delle famiglie e degli insegnanti, in
particolare per quanto riguarda il dialogo tra le culture e l’integrazione degli
immigrati. Nell’ambito della Comunità di S.Egidio, in cui è impegnata fin dagli inizi,
segue i progetti educativi per l’infanzia e le attività di promozione delle adozioni
internazionali nel mondo.
Abstract
Il mondo contemporaneo invita e sfida i cristiani a vivere insieme, e riscoprire nella famiglia la nostra radice
spirituale. I riti e i gesti, che uniscono la famiglia e mettono in dialogo le generazioni, ne mostrano la realtà
profonda di luogo della gratuità (in una società del consumo) dell’accoglienza (in una terra inospitale) e della
preghiera (nelle città che spesso non sanno domandare grazia a Dio). I gesti del gratuito mostrano la
misericordia di Dio che dona senza chiedere in cambio; il Padre è il modello della generosità verso tutti e in
particolare i poveri, espressa attraverso l’abbraccio, il dono, la festa. I gesti dell’accoglienza mostrano che
ogni vita, anche la più debole (bambini, anziani, disabili, malati) è preziosa agli occhi di Dio. Accogliendo
degli estranei, facendosi famiglia dei senza famiglia, molti hanno fatto esperienza di accogliere degli angeli
(Ebr 13,2) che li hanno ravvicinati a Dio, che hanno rivelato loro il sogno di Dio per l’intera umanità: una
famiglia senza confini. Il gesto della preghiera e i riti della tradizione fanno ritrovare il senso di essere figli e
fratelli, alla ricerca di grazia e perdono.
Sintesi
Riflessioni, testimonianze, filmati e musica: questi i linguaggi scelti per affrontare il tema “Celebrare la festa
in famiglia. Riti è gesti dell’esperienza familiare” all’Università Cattolica di Milano. Milena Santerini,
docente di Pedagogia nell’ateneo, ha introdotto i lavori. «Il mondo contemporano invita e sfida i cristiani a
vivere insieme e scoprire nella famiglia la nostra radice spirituale. I riti e i gesti, che uniscono la famiglia e
mettono in relazione le generazioni, ne mostrano la realtà profonda di gratuità (in una società del consumo),
dell’accoglienza (in una terra inospitale) e della preghiera (nelle città che spesso non sanno domandare grazia
a Dio).
E proprio i gesti gratuiti mostrano la misericordia di Dio che dona senza chiedere in cambio e a maggior
ragione quelli di accoglienza nei confronti delle categorie più deboli: bambini, anziani, disabili e malati.
Inoltre il «gesto della preghiera e i riti della tradizione fanno ritrovare il senso di essere figli e fratelli».
Per José Granados, sacerdote religioso, docente di Teologia del matrimonio e della famiglia, luogo
privilegiato dello stare insieme e fare festa è appunto la famiglia, «anche se occorre imparare e insegnare a
festeggiare». Ma è l’Eucaristia che sa «illuminare tutti i riti e i gesti della vita familiare» che a loro volta
«preparano la famiglia all’Eucaristia».
115
Festa e lavoro però vanno tenuti insieme. «La festa - continua - ci insegnerà a umanizzare il lavoro, non solo
perché guadagneremo forze per affrontarlo, ma anche perché capiremo il suo significato più profondo e
conosceremo il cuore di chi lo anima».
Tanti gesti importanti sono possibili in famiglia. Lo confermano le due coppie invitate a portare la loro
testimonianza. Elisabeth e Bernhard Neiser, tedeschi, sposati da 25 anni e con tre figli adottivi di 24, 21 e 16
anni. Hanno educato i loro figli nella fede con l’esempio e hanno imparato a trasferire alcuni elementi della
Messa nella vita quotidiana: ringraziamento, perdono, richiesta, condivisione del pasto, lode e benedizione.
Anche Rafael e Paloma Benitez Cervera, spagnoli, con 19 figli (di cui 10 sposati e uno in seminario), vivono
con intensità il rapporto con Dio attraverso il cammino catecumenale iniziato 40 anni fa. Ogni domenica
mattina celebrano le lodi in casa leggendo la Parola di Dio, commentandola insieme e cantando. Dopo le
prime difficoltà nel matrimonio hanno imparato ad affidarsi a Dio e la loro vita è cambiata.
A fare da cornice nel pomeriggio anche immagini familiari dal mondo ebraio e islamico a conferma che riti,
gesti e condivisione sono comuni a tutte le culture, tradizioni e religioni.
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21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del Commercio
Mons. Pietro SIGURANI
Biografia
Nato a Roma nel 1936 e ordinato Sacerdote nel 1960, è parroco della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo
a Roma. Laureato in Teologia con la Tesi “I segni sacramentali nel Vangelo di
Giovanni” è responsabile “Migrantes” della Diocesi
Diocesi di Roma e del Lazio. E’
esperto in Ecumenismo e dialogo con l’Islam.
Abstract
Il tema famiglia e festa e’ legato alla nuova evangelizzazione e la proposta
cristiana va liberata da sovrastrutture che soffocano. L’annuncio cristiano è
“una lieta notizia
notizi per i poveri” (is. 61,1-2):
2): se l’evangelizzazione non crea
stupore e rabbia per la sua forza liberatoria da legalismi e ritualismi vuoti non può nascere alcuna festa (lc.
4,14-30).
Mons Olinto BALLARINI
Mons.
Biografia
Nato a Milano il 27 luglio 1959, è stato ordinato presbitero a Milano dall’Arcivescovo Carlo
Maria Martini nel 1985. Prima destinazione Parrocchia S. Maria Regina a Pioltello (Mi), in
seguito è stato vicario Fidei Donum in Zambia nell’ Arcidiocesi di Lusaka. Rientrato in
Italia è stato assegnato
segnato alla Parrocchia Santi Pietro e Paolo e San Benedetto ad Opera (Mi).
E’ membro del Consiglio Presbiterale Diocesano.
don Roko GLASNOVIC
Biografia
Nato il 2 luglio 1978 a Sibenik-Croazia,
Sibenik Croazia, dopo l’ordinazione sacerdotale ha preso la licenza
in Teologia
logia pastorale. Oggi è responsabile per la pastorale familiare nella diocesi di
Sibenik.
don Antonio TORRESIN
Vicario parrocchiale a San Gabriele in Mater Dei, a Milano, nel complicato
quartiere di via Padova
Sintesi
Nelle famiglie si intrecciano
cciano feste con significati diversi, ricorrenze, eventi di rilievo, momenti di gioiosa
condivisione: la famiglia è per tutti i suoi componenti l’ambito naturale del tempo della festa.
«L’esistere di una famiglia è un segno di speranza nel mondo di relazioni
relazio ni fragili, che si frantumano»: don
Antonio Torresin, prete milanese, ha così introdotto la tavola rotonda sulla Domenica della famiglia, tenutasi
presso l’Unione del Commercio di Milano: tempo della comunione e della missione che si è articolata in tre
117
esperienze pastorali di vita cristiana. I grandi temi teologici hanno trovato quindi riscontro nelle esperienze
concrete di comunità di fede.
A cominciare dalle piccole comunità cristiane della Zambia, di cui ha portato testimonianza don Olinto
Ballarini (che in quel Paese africano ha svolto alcuni anni di missione pastorale), dove costituiscono la forza
vitale della Chiesa locale. Sono la “chiesa del vicinato”, dove si esercita la carità fraterna come fondamento
della vita di fede.
Nonostante la tendenza dei giorni d’oggi che va trasformando la domenica da festa della famiglia attorno
all’eucaristia a tempo rivolto al divertimento, allo sport o ad altre incombenze, ci sono famiglie che non
cedono a tale stile e, come ha testimoniato don Roko Glasnovic, prete croato, vivono la domenica come
giorno di Dio, partecipando alla Messa, impegnandosi nella catechesi e in opere di carità verso i più deboli e
sofferenti: «Ne deriva una nuova idea di relazioni familiari e personali animate dallo Spirito Santo» .
Per i cristiani la festa è principalmente la domenica come Pasqua settimanale e la celebrazione parrocchiale
può essere una vera festa familiare. «Deve però avere una sua personalità - suggerisce don Pietro Sigurani,
responsabile dei “Migrantes” della diocesi di Roma e del Lazio - che deriva dalla vita di coloro che la
celebrano e va contrassegnata dallo spirito di accoglienza espresso nel rapporto personale che dovrebbe
crescere di domenica in domenica». Con l’accoglienza, l’amore e la conoscenza reciproca, cresce anche la
festa della famiglia di Dio che è una famiglia di famiglie che si disperdono nel mondo come testimoni e
missionari dell’amore di Dio verso tutti.
118
22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano
coniugi BOVANI
Biografia
Maria Grazia e Umberto Bovani hanno tre figli e sono entrambi insegnanti (lui di Lettere, lei di Disegno e
Storia dell’Arte). Vivono dal 1998 presso il Santuario di S. Antonio in Boves (Cuneo), una
struttura che hanno avuto in comodato nel 1997 da Mons. Carlo Aliprandi, Vescovo di
Cuneo. Lì propongono corsi di spiritualità per coppie e famiglie ispirandosi alla spiritualità
e alla pedagogia degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Dal 2004 sono formatori
presso i Corsi estivi per famiglie di Selva di Valgardena nella casa dei Padri Gesuiti.
Umberto dal 2001 al 2007 è stato Presidente nazionale dell’Associazione Comunità di vita
cristiana (C.V.X.) associazione laicale ignaziana. Dal 2011 Umberto è referente per i Gesuiti d’Italia del
settore famiglia.
Abstract
I punti dell'intervento: - Dove trova origine l’attesa di spiritualità nella vita di coppia e nella famiglia,
attraverso quali forme oggi si esprime, cosa fare per accoglierla e alimentarla senza stravolgerla? - Alcuni
semplici e fondamentali elementi che contraddistinguono la ricerca spirituale familiare: la forma plurale
come elemento primario; relazioni educative nella complessità di diversi piani esistenziali (il rapporto
genitori-figli come opportunità di crescita spirituale)- - Cosa ci ha insegnato in questi anni l’esperienza del
Centro di spiritualità domestica dove viviamo. La ricerca di una modalità per proporre dei percorsi ispirati
all’impianto degli Esercizi spirituali di S. Ignazio, partendo dall’esperienza e dalla competenza che la vita ci
dà.
Mons Carlo ROCCHETTA
Biografia
Docente di sacramentaria alla Pontificia Università Gregoriana di Roma , alla Facoltà Teologica di Firenze e
alla Pontificia Università del Laterano, è socio fondatore della Società Italiana
per la Ricerca Teologica (SIRT), e dell’Accademia Internazionale di
Spiritualità Matrimoniale (INTAMS) con sede a Bruxelles. Direttore del corso
di teologia sistematica delle Edizioni Dehoniane di Bologna, ha pubblicato
numerosi contributi in riviste scientifiche e Dizioniari. Ad un certo punto del
suo impegno di docente, ha sentito il desiderio di dedicarsi totalmente alla
famiglia e in particolare alle coppie in crisi e ai loro figli, ai coniugi soli e
separati. E’ stata un’esigenza interiore profonda, come una vocazione nella
vocazione, che lo ha portato a lasciare la cattedra e gli altri impegni a livello
nazionale per dedicarsi totalmente a questa missione. Le ultime opere nascono, infatti, dall’attività come
guida spirituale del Centro Familiare “Casa della Tenerezza”, con sede Perugia-Città della Pieve, che si
occupa dell’accoglienza delle coppie in difficoltà, della formazione alla vita delle nozze e dello studio sulla
teologia del matrimonio e della famiglia.
Titoli
Tra le sue numerose opere si possono ricordare, per EDB: I Sacramenti delle fede, 2 vol.; Sacramentaria
fondamentale; Il sacramento della coppia; Teologia della tenerezza; Viaggio nella tenerezza nuziale; Elogio
del litigio di coppia; Gesù medico degli sposi; Le stagioni dell’amore; vite riconciliate; Teologia della
famiglia.
Abstract
Il “Centro Familiare Casa della Tenerezza”, con sede a Perugia-Città della Pieve, si è costituito come
comunità di vita e di servizio, con un proprio libro di vita approvato, in via definitiva, a livello diocesano.
Come comunità di vita, il Centro è formato da 9 coppie (con 29 figli), due laiche consacrate e un presbitero. I
componenti della comunità s’impegnano con il 10% del loro stipendio per le spese della Casa e i servizi
offerti alle centinaia di coppie e giovani che la frequentano. Come comunità di servizio, il Centro si orienta a
quattro diakonie fondamentali: 1°. Accoglienza e sostegno degli sposi in difficoltà, dei coniugi soli e dei loro
figli. 2°. Formazione degli operatori pastorali, dei fidanzati, degli sposi e dei genitori. 3°. Investigazione
teologica sul matrimonio, la famiglia, la genitorialità, con pubblicazioni e seminari di studio. 4°. Farsi scuola
di tenerezza nella Chiesa e nel mondo. Vi sono forti momenti comunitari (giornalieri, settimanali, mensile,
119
annuali), ma i componenti vivono in strutture abitative proprie. La ricerca di un’equilibrata armonizzazione
tra l’autonomia di ogni famiglia/singolo e la scelta del sentirsi comunità di vita e di servizio rappresenta la
sfida decisiva a cui la Casa intende rispondere con una concreta testimonianza di vita. L’impegno lavorativo
viene vissuto come cooperazione al piano del Creatore e all’avvento della redenzione di Cristo, e come
forma di responsabilità comunitaria e collaborazione al Regno di Dio. Il modello a cui la comunità s‘ispira è
quello della santa famiglia di Nazareth, con l’anelito a realizzare un’effettiva unità di vita tra contemplazione
orante e operatività amante.
coniugi HARDI
Biografia
Ferenc Hardi (21 ottobre 1963, Budapest) e Orsi Szabó (7 dicembre 1973, Gyöngyös) sono sposati dal 1994
e hanno 4 figli. Ferenc è stato insegnante di lingua e letteratura francese all’Università
Cattolica Pázmány Péter di Piliscsaba (Ungheria). Orsi è educatrice specializzata e ha
lavorato a Budapest con le famiglie e i bambini in difficoltà sociale e scolare. Dal 1999,
vivono con i loro figli a Taizè, rispondendo all’invito di fratello Roger ad andare ad aiutare
la Comunità nei compiti pratici legati all’accoglienza dei giovani. Lui è responsabile di due
cucine che forniscono 1 milione di pasti caldi all’anno per i pellegrini che arrivano sulla
collina di Taizè. Lei è responsabile dell’inquadramento di giovani volontari che lavorano in bottega. Insieme,
si occupano dell’accoglienza e dell’animazione delle famiglie che arrivano a Taizè.
Abstract
Porteranno la testimonianza di una famiglia ungherese che vive nel villaggio di Taizè in Francia da 13 anni,
dopo aver risposto all’invito di fratello Roger ad andare ad aiutare la Comunità di Taizè nei compiti pratici
legati all’accoglienza dei giovani. Attraverso la loro vita famigliare sono immersi nella vita quotidiana delle
persone della regione, ma il loro impegno a fianco della Comunità costituisce per loro un richiamo
quotidiano a dividere la loro preghiera e la loro vocazione ad accogliere.
coniugi COLZANI
Biografia
Francesca Dossi (Rovereto –TN– 1960) e Alfonso Colzani (Mariano Comense –CO– 1959), sono sposati da
26 anni, hanno quattro figli, e abitano a Inverigo (CO).Sono entrambi Licenziati in
Teologia (rispettivamente, morale e fondamentale) presso la Facoltà teologica dell’Italia
Settentrionale (MI). Dal marzo 2009 sono Responsabili del Servizio per la Famiglia della
Diocesi di Milano.
Titoli
Autori di diversi contributi pubblicati, si segnalano di Francesca Dossi, "Passaggio fra le
acque", Glossa, Milano 2005; di Alfonso Colzani, "Su alcuni luoghi comuni attorno al matrimonio cristiano",
«La rivista del clero italiano», LXXXVI (2005), pp. 842-853.
Abstract
La spiritualità familiare ha ormai una storia significativa. Originata dalle esperienze pionieristiche degli anni
’30 e ’40 si è poi diffusa grazie all’impulso dato alla teologia del matrimonio dal Concilio Vaticano II e dal
beato Giovanni Paolo II. Essa si è poi diffusa grazie al contributo di importanti movimenti internazionali,
ricordiamo solo le Èquipes Notre Dame, fondate nel 1938 dal padre Caffarel (diffuse in oltre 50 paesi), poi, il
più recente, Incontro Matrimoniale (Marriage Encounter) negli anni’60, ma già conosciuto in oltre 100 paesi.
Al suo fondamento sta la convinzione che la pienezza della vita cristiana (la ‘perfezione’) possono e devono
essere vissute non nonostante il matrimonio, ma mediante e nel matrimonio. I primi tentativi erano segnati da
astrattezza e deduttivismo, ricavando dalla teologia e dalla morale una dottrina spirituale che si sovrapponeva
all’esperienza matrimoniale. In realtà solo la vita quotidiana, storica, degli sposi, quindi la loro esperienza
cristiana nel matrimonio può portare a dare volto a una spiritualità coniugale. Tener conto della diversità
delle situazioni storiche, psicologiche, sociali è elemento ineliminabile di ogni esperienza cristiana. La
spiritualità può e deve aiutare le famiglie a comprendersi, a leggere cristianamente la propria situazione, ma
sempre e anzitutto a partire dal vissuto degli sposi cristiani, e poi anche grazie al contatto fecondo con
l’esperienza spirituale dei religiosi/e e dei presbiteri.
120
Sintesi
Il bisogno di spiritualità, proprio di ogni persona, nella famiglia trova un luogo dove esprimersi ed avere
risposte in maniera peculiare ed originale. Per molto tempo la vita spirituale è stata considerata - certo, più
nei “luoghi comuni” che nell’esistenza concreta dei santi - qualcosa di riservato alla categoria dei consacrati.
Ma negli ultimi decenni la spiritualità familiare viene vista sempre più come un modo normale di
santificazione nel matrimonio, il quale non è la “serie B” della vita cristiana.
Sono questi - seppur in sintesi - i binari lungo i quali si sono sviluppate le riflessioni della tavola rotonda
tenutasi presso la basilica di San Simpliciano, dal titolo “La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure ed
esperienze”.
Nella antichissima chiesa romanica - risalente ai tempi di Ambrogio, - il vescovo di Novara, Franco Giulio
Brambilla (già ausiliare di Milano), ha accolto gli oltre duecento convegnisti, interessati alle esperienze
previste, introdotte da Francesca Dossi e Alfonso Colzani, i coniugi responsabili della Pastorale familiare
ambrosiana.
La prima testimonianza è stata quella di monsignor Carlo Rocchetta, responsabile del “Centro familiare Casa
della Tenerezza”, con sede a Perugia-Città della Pieve. «Nella nostra comunità - ha spiegato - le coppie (9
con 29figli), le consacrate ed il sacerdote emettono il particolare “voto di tenerezza”».
È seguito l’intervento dei coniugi di origine ungherese Orsi Szabó e Ferenc Hardi, che da tredici anni vivono
- con le loro tre figlie - presso la comunità monastica di Taizé. Ricordano quello che scrisse frère Roger: «Il
sì del matrimonio, come quello del celibato per il vangelo, vi mette su uno spartiacque».
Infine i coniugi Maria Grazia ed Umberto Bovani hanno parlato della loro attività presso il Santuario di
Sant’Antonio a Boves (Cuneo). «Il mondo degli affetti è la base del nostro accostarci all’esperienza umana hanno detto fra l’altro -. Siamo convinti che la famiglia ha bisogno anzitutto della libertà di poter contare su
sé stessa».
121
23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio
Gustavo PIETROPOLLI CHARMET
Biografia
Nato a Venezia il 28/06/1938. Psicanalista e psichiatra già Docente all’Università di Milano Bicocca e
Primario dei servizi psichiatrici di Milano. Socio e Docente Scuola di Specializzazione
Istituto Minotauro, Milano, Presidente Centro Aiuto alla Famiglia, Milano.
Titoli
Tra le pubblicazioni: Adolescienza. Manuale per genitori e figli sull'orlo di una crisi di
nervi, San Paolo, Milano, 2010, Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi,
Laterza, Roma 2009, Non è colpa delle mamme, Mondadori, Milano 2006, Un nuovo
padre. Il rapporto padre e figlio nell'adolescenza, Mondadori, Milano 1995.
Abstract
La società del narcisismo spinge i giovani verso la ricerca di livelli elevati di visibilità e
successo personale. Tali mete sono più facilmente perseguibili attraverso la sottoscrizione di una marcata
dipendenza dalle relazioni di gruppo con i coetanei. Ciò fa sì che il tempo libero sia prevalentemente gestito
dalle iniziative del gruppo spontaneo dei pari età difficilmente contenibile nell’ambito dell’associazionismo
giovanile. L’appartenenza alla famiglia è attualmente caratterizzata da un marcato bisogno affettivo di
rispecchiamento e calore a scapito del vincolo etico e della partecipazione motivata ai riti e alle cerimonie
della festa. Appare necessario verificare come la tendenza al familismo morale possa dare più spazio alla
elaborazione dei valori etici e alla condivisione della dimensione del sacro.
Alessandro D'AVENIA
Biografia
Uno scrittore e insegnante perdutamente innamorato della realtà. Ama insegnare. Ama scrivere. E cerca il
paradiso impastato nella polvere della vita quotidiana e nel cuore delle persone che
incontra. Nasce a Palermo in una serena notte di maggio (2 maggio del 1977) e le prime
cose che vede e sente sono i colori e i profumi della sua città e terra, Palermo e la Sicilia,
che non lo lasceranno mai più. Cresce in una famiglia folle. Sì perché folli sono i suoi
genitori che decidono di mettere al mondo ben sei figli (tre ragazzi e tre principesse),
trasformando la casa in una specie di manicomio in cui ci si diverte molto e sembra che
ciascuno stia facendo una cosa diversa, quando in realtà tutti stanno facendo la stessa cosa, come nei film di
Frank Capra. Suo padre è un dentista (per questo non ne ha mai avuto paura) e sua mamma una mamma che
ricorda alla perfezione greco e latino e si occupa di scuola ed educazione. Il 90% delle cose che c’è da sapere
sulla vita le impara vivendo con questa tribù
Titoli
Bianca come il latte, rossa come il sangue, Mondadori (pubblicato il 18 paesi), Cose che nessuno sa,
Mondadori.
Abstract
L'intervento verterà sulla vera dimensione dell'otium. Se un adulto non sa coltivarla per sé, non può
pretendere che lo faccia un giovane. Diceva Platone che gli dei condannarono l'uomo al lavoro e per
compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l'uomo ricevesse in quelle occasioni la
luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui
salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari
della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere.
Emanuela CONFALONIERI
Biografia
Psicologa, professore associato di psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso la Facoltà di Psicologia
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Abstract
122
La tavola rotonda – rivolta a giovani, educatori, animatori, genitori, insegnanti a
diverso titolo coinvolti e interessati con il mondo degli adolescenti e dei giovani
adulti - prevede la presentazione di alcuni video progettati e realizzati da
adolescenti a cui è stato chiesto di liberamente interpretare e tradurre in immagini
quello che per loro è “tempo libero” e “festa”. Sulla base di queste sollecitazioni i
relatori invitati rifletteranno a partire dal loro punto di vista (psicologico,
narrativo ed educativo, personale) sul tema, individuano specificità e particolarità
del vivere la festa e il tempo libero da parte di adolescenti e giovani,
evidenziando quali bisogni e desideri spingono a realizzare modalità diverse di
divertimento e momenti comuni e condivisi fra giovani, non dimenticando le
occasioni di crescita che certe modalità più comunitarie dello stare insieme possono contribuire a sostenere.
Sintesi
«Fino a quando sono piccoli i bambini sono tenerissimi (“Mamma ti voglio bene, voglio stare sempre con te,
non ti abbandonerò mai…”). E poi, ad un certo punto, come d’improvviso, cambia tutto: “Che cosa vuoi
dalla mia vita? Che cosa facevi tu alla mia età?”». L’incontro su adolescenti e giovani tra festa e tempo
libero presso il Centro Diocesano in via Sant’Antonio inizia con la proiezione di tre video, tra cui uno
spezzone di uno spettacolo di Fiorello che dipinge in poche battute il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
I video sono stati realizzati dal liceo linguistico Manzoni, dai giovani residenti nel collegio universitario San
Paolo e dall’oratorio di Casorate Primo e introducono la discussione tra lo psichiatra Gustavo Pietrapolli
Charmet e lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia, moderata dalla docente di psicologia Emanuela
Confalonieri.
Il professor Charmet sottolinea nella sua relazione l’interessante dinamica che si crea tra il gruppo dei “pari”
e la famiglia: «Il gruppo di amici, anche nella celebrazione della festa, acquista un valore crescente nella
vita, nella ritualità della vita degli adolescenti. Che cosa può fare la famiglia per controbilanciare la
trasformazione del tempo libero solamente in tempo del divertimento? Che alleanza educativa è possibile
costruire per rinsaldare l’alleanza tra la festa del gruppo dei pari e la festa della famiglia in senso stretto?».
D’Avenia prosegue la riflessione partendo dal mondo degli studenti per arrivare agli adulti: «Per diventare
adulti è necessario “adolescere”, che significa portare a pieno compimento ciò che già c’è. E il processo non
si ferma neppure nell’adulto: non per essere adolescenti di ritorno, ma perché nessuno come i ragazzi ha
conservato il desiderio». E lo scrittore continua poi ricordando che «lo studio è il lavoro dei ragazzi. Come
gli adulti nel lavoro coltivano loro stessi, così i ragazzi non devono studiare per l’interrogazione, ma per
l’amore del sapere».
D’Avenia continua poi citando la Gaudium et Spes (67): «Sappiamo per fede che l'uomo, offrendo a Dio il
proprio lavoro, si associa all'opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima
dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth.». Lo scrittore conclude rievocando il miracolo delle nozze
di Cana: «Dopo 30 anni di lavoro, Gesù inizia la sua vita pubblica ad una festa dove è andato con la propria
famiglia. Mancava però il vino, quindi questo significa che tutti erano già un po’ “brilli”. Ma come? La gente
era già ubriaca e lui “porta” ancora vino? Forse Gesù con quel miracolo viene a dirci che la gioia non finisce,
e non solo nell’aldilà, ma anche nell’aldiqua».
123
24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano
S. Ecc. Mons ADOUKONOU
Teologo, allievo del professor Ratzinger a Ratisbona, Ha fondato in Benin il
movimento “Sillon Noir”, “Solco Nero”, per l’inculturazione del Vangelo.
Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura
Biografia
Vescovo della diocesi patriarcale Maronita di Jounieh-Liban è dal 2008 Presidente della Commissione
Episcopale per la famiglia in Libano nell’assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in
Libano.
Abstract
L’intervento si dividerà in due grandi parti: la prima esamina il senso della festa dal punto
di vista antropologico e socio-religioso. La seconda è una dimostrazione audiovisiva della
celebrazione della festa nel contesto della famiglia libanese. L'uomo moderno è spesso così
preso dal lavoro, dalle preoccupazioni economiche e dalla vita da essere portato a dimenticare o a perdere il
senso della festa a scapito delle tradizioni religiose e sociali e dell’eredità ancestrale. Celebrare la festa è
anzitutto riallacciare con tutto un patrimonio culturale e religioso. E’ un ritornare alle fonti della nostra
famiglia, della nostra comunità e della nostra civiltà. E’ manifestare la nostra fedeltà alla nostra identità. La
festa nella famiglia libanese – in senso stretto e allargato - , ovvero il circolo familiare, è il luogo della
comunione e della condivisione, di pienezza famigliare, di vivere i valori religiosi e sociali, di mettere in
pratica la condivisione, l’accoglienza e l’ospitalità. Questa si esprime nel vissuto: il giorno del Signore, le
feste religiose e inter-religiose, le feste stagionali locali e nazionali nella gioia e nella convivialità.
coniugi BOTOLO
Biografia
Leon BOTOLO MAGOZA, nato il 5 Agosto 1949, a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo è
Deputato Onorario, Docente e Direttore d’Impresa. Marie Valentine KISANGA
SOSAWE, nata il 15 agosto 1955 a Mushie (Repubblica Democratica del Congo) è
infermiera e casalinga. Sposati da 37 anni hanno 5 figli. E' stata la coppia iniziatrice della
Comunità della Famiglia Cristiana (CFC): un’associazione privata di fedeli, che vive
l'armonia e la felicità coniugale attraverso la preghiera e diversi percorsi di formazione
umana. Attualmente l'associazione conta dieci mila coppie e quasi 50.000 bambini di tutte
le età nella Repubblica Democratica del Congo, in Africa (Repubblica del Congo, Sud Africa, Gabon) e in
Europa (Belgio e ltalia).
Abstract
Inizialmente l'associazione si occupava solo delle coppie, mentre in seguito è stata sviluppata un’attenzione
particolare sull’esistenza dei bambini per i quali è stata creata una sottostruttura di inquadramento, con
attività adatte alla loro psicologia e alla loro spiritualità. Tuttavia, una volta all’anno, la prima domenica del
mese di agosto, ai genitori viene chiesto di rinunciare ai loro impegni, alle preoccupazioni quotidiane di
lavoro, per dedicarsi un giorno intero esclusivamente ai loro bambini. Si tratta di un giorno di festa,
finanziato dai genitori, ma organizzato completamente dai bambini. Nel corso della giornata, i genitori e i
figli iniziano con una preghiera comunitaria in una messa animata dai bambini. Poi, si svolgono varie
124
competizioni sportive che vedono confrontarsi i figli contro i genitori. Il tutto termina con un abbondante
pranzo offerto da gruppi di famiglie.
coniugi VASIK
Biografia
Ucraina, nata nel 1963 a Lutovisko provincia di Lviv, Mariva è laurata in economia e ha lavorato come
responsabile del personale e del settore contabilità in un’azienda agricola.
Nel 2002, dopo il fallimento dell’impresa dove lavorava si è trasferita in
Italia dove si è occupata dell’assistenza di anziani e bambini. Da otto anni
lavora in una scuola materna come bidella. Orest Vasik, ucraino, è nato nel
1962 a Bukovo, in provincia di Lviv e nel 1991 si è laureato in veterinaria.
Vicedirettore di un’azienda agricola, nel 2008, dopo lunga pratica di
ricongiungimento famigliare, è arrivato in Italia dove ha iniziato a lavorare
in una cooperativa di pulizie. Da tre anni lavora in ospedale come
centralinista. Sposati dal 1984, i Vasik hanno due figli: Luba, di 27 anni, Vitali di 25 anni. Entrambi sono
sposati e hanno regalato a Mariva e Orest due nipotini: Aleksandr (6 anni e mezzo) e Kristina (3 anni).
Abstract
Sei giorni per lavorare, e un giorno per festeggiare. La domenica appartiene a Dio. La famiglia ucraina
festeggia la domenica come tutte le famiglie cristiane di tutto il mondo: la Santa messa, il pranzo insieme e
poi ognuno è libero far ciò che vuole.
don Giancarlo QUADRI
Biografia
Nato a Vaprio d’Adda il 25/04/1944 e ordinato prete nel 1969 è stato vicario
parrocchiale a Pero (MI) dal 1970 al 1982. Missionario fidei donum in Zambia,
dal 1983 al 1988 e cappellano (per la Migrantes) degli italiani a Birmingham
(Gran Bretagna) dal 1989 al 1992 è stato responsabile della chiesa cattolica
‘Cristo re’ di Casablanca (Marocco), dal 1993 al 1996. Collaboratore della
Segreteria per gli Esteri della Diocesi di Milano dal 1996 al 2000, oggi è
responsabile della Capellania Generale dei Migranti della Diocesi di Milano e
responsabile dell’ufficio per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano.
Sintesi
Nella bella sede della basilica di Santo Stefano si tiene l’incontro “Famiglia e festa nei diversi Paesi del
mondo”, moderato da don Giancarlo Quadri della pastorale dei migranti della diocesi di Milano.
Apre le “danze” mons. Barthélemy Adoukonou (dal Benin), segretario del Pontificio Consiglio della Cultura,
secondo cui «l’odierna amputazione della dimensione religiosa dalla vita quotidiana non può non avere come
conseguenza una visione anch’essa tronca della famiglia. Stretta nella morsa di un mondo iper-meccanizzato
e paradossalmente attratta dal divertimento eccessivo, questa non sa più come comportarsi in rapporto al
lavoro e alla festa. L’apertura all’esperienza delle altre culture, dove il riferirsi a Dio e al divino è costante,
permette di rinnovare la base della riflessione antiropologica sulla famiglia».
Poi è mons. Antoine-Nabil Andari, vescovo in Libano, che – salutato il card. Leonardo Sandri, prefetto della
Congregazioneper le Chiese Orientali, seduto in prima fila - ha ricordato come la festa in famiglia
«costituisce una struttura antropologica, sia essa sacra o profana: la festa è occasione di slegarsi o sbarazzarsi
del proprio passato e formulare auguri per il futuro». Perfino i funerali diventano «festa della speranza», con
le condoglianze prolungate anche per due o tre giorni «in solidarietà profonda e comunione fraterna autentica
da parte di tutta la comunità sociale ed ecclesiale».
Dopo alcune danze di ragazzi e adolescenti della comunità milanese dello Sri Lanka, vestiti in abiti
tradizionali e accompagnati dal battito di mani ritmico degli oltre 200 presenti - i coniugi Léon e MarieValentine Botolo della Communauté Famille Chrétienne nella Repubblica Democratica del Congo hanno
presentato le attività della loro associazione «di preghiera e di vita» dall’ottobre 1984.
Infine, i coniugi Orest e Mariya Vasik della comunità ucraina meneghina hanno trasmesso la loro esperienza
nelle maggiori feste cristiane: «Il detto ”Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” in Ucraina non funziona.
Anche la Pasqua si festeggia in famiglia, tra parenti e amici».
125
25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale
don Eugenio ZANETTI
Biografia
Nato a Osio Sotto (Bg) nel 1958 e ordinato sacerdote nella diocesi di Bergamo nel 1982 è
laureato in Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana. Oggi è Vicario
giudiziale della diocesi di Bergamo, Patrono stabile nel Tribunale Ecclesiastico Regionale
Lombardo (Milano), insegnante di Diritto canonico e di Matrimonio nel Seminario
diocesano di Bergamo, Responsabile del gruppo diocesano di Bergamo “La Casa”
(accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o
risposate).
Titoli
- La nozione di «laico» nel dibattito preconciliare. Alle radici di una svolta significativa e problematica,
PUG, Roma 1998; - Dopo l’inverno - Testimonianze, domande e messaggi di separati, divorziati o risposati
che vivono nella Chiesa, Ed. Ancora, Milano 2005.
Abstract
Fra le fatiche che una famiglia incontra nell’ambito del lavoro si collocano oggi anche le ferite provenienti
da una divisione: per chi o per che cosa lavorare se il progetto più importante della mia vita è venuto meno?
D’altra parte, quasi beffardamente, incalzano più urgenti esigenze economiche: un nuovo alloggio, il
mantenimento del coniuge (se richiesto), gli alimenti per i figli (se presenti), la gestione di un’eventuale
nuova famiglia … Bisogna assolutamente tener stretto il posto di lavoro, anzi magari trovare una seconda
occupazione. Come far sì che tutto questo non faccia cadere nel baratro dello stress o della disperazione? E’
possibile recuperare il senso di un lavoro che comunque mi fa sentire vivo, che mi fa crescere in una nuova e
più profonda oblatività per gli altri (i figli in primis), che mi fa riscoprire la bellezza di collaborare con un
Dio che non mi toglie mai la sua fiducia? E dopo il lavoro c’è la festa in famiglia, o meglio … ci dovrebbe
essere: per chi è separato, la domenica non è il giorno dell’intimità maggiore col proprio coniuge, ma spesso
il giorno di maggior solitudine; se ci sono figli, una domenica sono con uno e l’altra con l’altro, e così il
Natale, la Pasqua, le vacanze… La festa dovrebbe essere il momento in cui serenamente si lancia uno
sguardo sulla propria vita per fare memoria delle sue buone radici e compiacersi per i suoi felici sviluppi. Ma
per una famiglia divisa il silenzio del giorno di festa può far invece rimbombare il suono cupo di una
sofferenza grande e di una lacerazione profonda. Anche quando la separazione è stata una via necessaria per
evitare mali maggiori, ciononostante lascia un vuoto, un’amarezza grande. Come recuperare la speranza?
Come tornare a riconoscere le cose belle della vita e a dire grazie, a fare Eucarestia, a fare Pasqua? La
comunità cristiana è chiamata oggi ad essere vicina a queste famiglie dal cuore ferito per aiutarle a ridare un
senso buono al loro lavoro e a ritrovare la gioia di far festa abbracciate dalla più grande famiglia del Signore!
Emanuele SCOTTI
Biografia
Nato a Genova nel 1965 è vicepresidente dell’Associazione Famiglie Separate Cristiane. Socio fondatore
dell’Associazione Separati Fedeli è membro della Consulta Nazionale
Pastorale Familiare in qualità di rappresentante per le persone separate.
Abstract
Per la persona separata, la festa è spesso un momento di particolare difficoltà.
Lo è sul piano personale, perché può accentuare il senso di solitudine,
accrescere il senso di fallimento e perché spinge o costringe a rimodulare il
proprio tempo, a uscire da una routine di lavoro e impegno quotidiano nelle
quali a volte ci si rifugia (ciò può essere uno stimolo positivo, ma anche
motivo di angoscia). La festa acuisce la sofferenza della privazione degli affetti
familiari, o anche laddove è possibile trascorrere alcuni momenti coi figli, il
ricordo e il confronto col "prima" suscita sempre sofferenza, disagio psicologico, ansie e insicurezza, perché
alimenta l'angoscia del confronto con gli “altri”, quelli che hanno una famiglia unita. Sul piano dei rapporti
con l'altro genitore, la festa, può essere fonte di nuove tensioni o del riacutizzarsi di conflitti. Ciò può
aggravarsi nel caso di nuove unioni, in quanto le nuove figure, a torto o a ragione, sono percepite in una
126
posizione di particolare favore rispetto ai rapporti coi figli, che si vedono minacciati dalla nuova presenza.
Inoltre, costringe a rivedere equilibri e compromessi faticosamente raggiunti. Per la comunità, perché è
un'altra delle tante situazioni nelle quali non si sa come comportarsi, né se la persona è sola, né se è
riaccompagnata. Sul piano del lavoro, la persona separata può subire condizionamenti e dover effettuare
rinunce. In molti casi può trattarsi di scelte consapevoli e responsabili, seppur talora sofferte, motivate dalla
volontà di stare più vicino ai figli, essere vicino e presente nei loro momenti quotidiani. Altre volte, può
invece trattarsi di scelte obbligate dettate dal cambio di residenza, dalle difficoltà economiche intervenute,
oppure ancora, indotte dalle nuove esigenze in termini di orari, spostamenti e disponibilità di tempo. Si
riporteranno frasi, immagini, brevi flash di testimonianze di persone separate raccolte in gruppi di ascolto e
condivisione sui temi della festa e del lavoro. Si esporranno in forma sintetica, infine, i risultati di
un’indagine conoscitiva condotta a livello nazionale e in alcuni paesi europei ed extraeuropei sulle iniziative
ecclesiali di accoglienza e sostegno per le persone separate, presentandone in forma grafica le caratteristiche
salienti, gli strumenti e gli obiettivi.
coniugi JONES
Abstract
Il matrimonio attraversa molte fasi: Innamoramento, Disillusione, Sofferenza e Rinascita. Le abbiamo
vissute tutte diverse volte durante i nostri 45 anni di matrimonio. Condivideremo con voi un momento
davvero infelice che abbiamo vissuto tra il 1993 e il 2005 e cosa, ci ha
aiutati ad uscirne. Malattie gravi, il pensionamento, trasferimenti per
vari paesi, la separazione dai nostri figli ormai adulti e il diventare
nonni ci hanno sopraffatti. Eravamo arrabbiati e non riuscivamo ad
ascoltar, lasciarci amare e durante il nostro matrimonio abbiamo vissuto
momenti di profonda tristezza. Avevamo eretto una facciata da
coraggiosi, ma i nostri cuori erano freddi e di pietra. Siamo stati invitati
a partecipare al programma del Ministero di Retrouvaille, ma abbiamo
accettato con molta riluttanza. Quell’esperienza è stata un punto di
svolta: abbiamo iniziato a perdonarci e fidarci nuovamente a vicenda, ad ascoltarci senza incolparci o
reagire. Volevamo solo ascoltarci l’un l’altro. Retrouvaille è stato un regalo del Signore, un dono di speranza
e liberazione dalla sofferenza. Ci sono stati dati gli strumenti per ricostruire il nostro matrimonio. La
preghiera è servita a concentrarci sui nostri cambiamenti e ad accettare l’altro. È stata una rinascita lenta e
costante alla gioia di amare e di essere amati, che continua grazie a Dio.
Sintesi
Erano circa un centinaio le persone che questo pomeriggio hanno partecipato al congresso “Separati,
divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa”, svoltosi presso l'Università degli Studi di Milano. Molti
dei partecipanti hanno scelto di assistere all'incontro perché in prima persona hanno vissuto situazioni
dolorose di separazione o divorzio.
Il congresso si è aperto con le testimonianze di quattro persone che, come Maria Grazia (lasciata dal marito
dopo 25 anni di matrimonio), hanno affrontato la separazione o il divorzio. Il primo a raccontare la sua
esperienza è stato Andrè, un uomo che ha dovuto crescere i figli da solo. La seconda testimonianza riportata
è stata quella della signora Louisette, la quale, dopo il divorzio, ha deciso di offrire il suo aiuto alle coppie
che stanno vivendo il periodo della separazione. È stato poi il momento di Vittorio, un uomo che per motivi
economici è costretto a vivere nella Casa per padri separati di Rho. Infine ha raccontato la sua esperienza
Giorgio, il quale, dopo il divorzio, ha scelto di risposarsi civilmente.
In seguito a queste toccanti testimonianze, don Eugenio Zanetti, vicario giudiziale della diocesi di Bergamo,
ha cercato di spiegare come la strada della fede sia l'unica via per uscire dal dolore che le separazioni portano
con sé. «Bisogna innanzitutto vedere il lavoro come un dono per sé e per gli altri, non solo come strumento
per guadagnare – ha spiegato don Zanetti -. È normale lavorare di più dopo una separazione, ma se si segue
la fede, lavorare di più diventa un modo per vivere di amore». Riferendosi invece ai momenti di festa, che
per le persone separate possono significare dolore e solitudine, don Zanetti ha invitato tutti i partecipanti a
condividere queste occasioni con la comunità cristiana.
L'intervento successivo è stato quello di Emanuele Scotti, vicepresidente dell’Associazione Famiglie
Separate Cristiane, che ha esposto i risultati di un’indagine condotta a livello nazionale ed internazionale
127
sulle iniziative ecclesiali di sostegno per le persone separate. «Seppur molto diverse tra loro, queste iniziative
hanno un comune denominatore – ha concluso il dottor Scotti –: fare in modo che chi conosce il dolore della
separazione possa essere aiutato a riconoscere la forza della fede».
Al termine del congresso sono intervenuti, infine, i coniugi Jones che, durante un momento di crisi, hanno
partecipato al programma del Ministero di Retrouvaille e sono così riusciti a ritrovarsi e a trascorrere insieme
il 45° anniversario di matrimonio.
128
IL GIARDINO –IL CONGRESSO DEI RAGAZZI
Alla fiera di Milano, durante il VII incontro mondiale delle famiglie, saranno protagonisti anche i figli dei
congressisti che, provenendo dai diversi continenti, cercheranno di far crescere UN GIARDINO nel centro
della metropoli. I figli, parte viva della famiglia, affiancheranno i loro genitori nel tentativo di dare respiro
alto al loro essere famiglia. A queste giovani generazioni è chiesto di sognare e costruire percorsi capaci di
trasformare il mondo. Questo a partire da radici solide che affondano in un tessuto familiare capace di
trasmettere identitàe nello stesso tempo apertura a ciò che ciascuno è chiamato ad essere.
Proprio i temi dell'identità, della relazione che chiede una reciprocità da vivere nella mitezza, della
responsabilità come dell'amore segneranno le ATTIVITÀ LUDICHE che scandiranno le diverse giornate. Il
GIARDINO, con un esplicito rimando al tema della creazione e della resurrezione, è�metafora della
famiglia chiamata a COLTIVARE E CUSTODIRE con cura la vita in tutte le sue forme e luogo di una
grande FESTA: anche grazie al contributo dei figli, le famiglie saranno in grado di abitare il mondo e di
umanizzare il tempo. Aperti ad un futuro che, nel fare memoria, sa dare valore all'oggi.
Tutto questo sarà visibile a Milano con i colori del mondo e con l'obiettivo ambizioso di contagiare anche gli
adulti.
Il congresso dei ragazzi sarà inaugurato all'insegna della musica e della danza.
Quindi, con una attenzione diversificata alle diverse FASCE DI ETÀ, inizierà un grande GIOCO
caratterizzato da fiori, animali, storie, colori, rumori, sapori, oggetti,movimenti e immagini. Spazi interni ed
esterni della fiera di Milano vedranno la realizzazione di un vero e proprio giardino nel quale sarà possibile
accogliere, costruire, narrare, liberare, conoscere e pregare.
Il tutto guardando alle famiglie che qui converranno. Più di 100 animatori si stanno preparando.
MERCOLEDÌ 30 MAGGIO Fieramilanocity (mattina e pomeriggio)
GIOVEDÌ 31 MAGGIO Fieramilanocity (mattina) - dislocati nelle diocesi lombarde e in parte in
Fieramilanocity (pomeriggio)
VENERDÌ 1 GIUGNO Fieramilanocity (mattina) - in diverse sedi nella città di Milano (pomeriggio)
NEL POMERIGGIO I RAGAZZI E LE LORO FAMIGLIE SONO INVITATE
ALL’ACCOGLIENZA DEL PAPA IN PIAZZA DUOMO ALLE ORE 17.30
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Programma Congresso dei ragazzi
MERCOLEDÌ 30 MAGGIO
Fieramilanocity
IL GIARDINO DOVE
RICONOSCERSI
9.30-10.00
Inaugurazione Congresso dei ragazzi
- una famiglia milanese
accoglie i ragazzi
- scuola di danza del Teatro Oscar
- augurio di tre vescovi europeo,
africano, america latina
Spazio agorà
10.00-12.30
Attività divisi per fasce d'età
Salette amber e brown 1°piano
area ludica esterna
GIOVEDI 31 MAGGIO
Fieramilanocity
IL GIARDINO DA CUSTODIRE
12.30
Consegna figli ai genitori
Salette amber e brown 1°piano
12.30
Consegna figli ai genitori
Salette amber e brown 1°piano
15.00
Accoglienza figli nelle fasce d’età
Salette amber e brown 1°piano
I figli seguiranno i genitori presso le
sedi dislocate in diverse città
lombarde (Varese, Brescia, Bergamo,
Pavia, Como, Lodi, Bosisio Parini) o
presso il MiCo Trasporto da
Fieramilanocity a cura
dell'organizzazione
9.30-10.00
Accoglienza
- piccolo coro S. Maria Ausiliatrice
- una famiglia africana parla ai
ragazzi
Spazio agorà
10.00-12.30
Attività divisi per fasce d'età
Salette amber e brown 1°piano
area ludica esterna
15.00-18-15
Attività divisi per fasce d'età
Salette amber e brown 1°piano
area ludica esterna
18.15-18.30
Consegna figli ai genitori
Salette amber e brown 1°piano
VENERDÌ 1 GIUGNO
Fieramilanocity
IL GIARDINO DELLA
FESTA
9.30-10.00
Accoglienza
- una famiglia dell’america
latina parla ai ragazzi
area ludica interna
10.00-12.00
Attività divisi per fasce d'età
Salette amber e brown
1°piano
area ludica esterna
12.00-12.30
Conclusione del Congresso dei
Ragazzi
- momenti di dialogo con dei
campioni dello sport
Spazio agorà
12.30
Consegna figli ai genitori
area ludica eSterna
I figli seguiranno i genitori
presso le sedi dislocate in
luoghi significativi di Milano
17.30
Genitori e figli partecipano
all'accoglienza del Papa
piazza duomo
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INCONTRO DEL PAPA CON LA CITTADINANZA
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Piazza Duomo, Milano
Signor Sindaco,
Distinte Autorità,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle dell’Arcidiocesi di Milano!
Saluto cordialmente tutti voi qui convenuti così
numerosi, come pure quanti seguono questo
evento attraverso la radio e la televisione. Grazie
per la vostra calorosa accoglienza! Ringrazio il
Signor Sindaco per le cortesi espressioni di
benvenuto che mi ha indirizzato a nome della
comunità civica. Saluto con deferenza il
Rappresentante del Governo, il Presidente della
Regione, il Presidente della Provincia, nonché gli
altri rappresentanti delle Istituzioni civili e
militari, ed esprimo il mio apprezzamento per la
collaborazione offerta per i diversi momenti di
questa visita. E grazie a lei, Eminenza, per il
cordiale saluto!
Sono molto lieto di essere oggi in mezzo a voi e ringrazio Dio, che mi offre l’opportunità di visitare la vostra
illustre Città. Il mio primo incontro con i Milanesi avviene in questa Piazza del Duomo, cuore di Milano,
dove sorge l’imponente monumento simbolo della Città. Con la sua selva di guglie esso invita a guardare in
alto, a Dio. Proprio tale slancio verso il cielo ha
sempre caratterizzato Milano e le ha permesso nel
tempo di rispondere con frutto alla sua vocazione:
essere un crocevia – Mediolanum – di popoli e di
culture. La città ha così saputo coniugare
sapientemente l’orgoglio per la propria identità con la
capacità di accogliere ogni contributo positivo che,
nel corso della storia, le veniva offerto. Ancora oggi,
Milano è chiamata a riscoprire questo suo ruolo
positivo, foriero di sviluppo e di pace per tutta
l’Italia. Il mio «grazie» cordiale va, ancora una volta,
al Pastore di questa Arcidiocesi, il Cardinale Angelo
Scola, per l’accoglienza e le parole che mi ha rivolto
a nome dell’intera Comunità diocesana; con lui saluto i Vescovi Ausiliari e chi lo ha preceduto su questa
gloriosa e antica Cattedra, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e il Cardinale Carlo Maria Martini.
Rivolgo un particolare saluto ai rappresentanti delle famiglie - provenienti da tutto il mondo - che
partecipano al VII Incontro Mondiale. Un pensiero affettuoso indirizzo poi a quanti hanno bisogno di aiuto e
di conforto, e sono afflitti da varie preoccupazioni: alle persone sole o in difficoltà, ai disoccupati, agli
ammalati, ai carcerati, a quanti sono privi di una casa o dell’indispensabile per vivere una vita dignitosa. Non
manchi a nessuno di questi nostri fratelli e sorelle l’interessamento solidale e costante della collettività. A
tale proposito, mi compiaccio di quanto la Diocesi di Milano ha fatto e continua a fare per andare incontro
concretamente alle necessità delle famiglie più colpite dalla crisi economico-finanziaria, e per essersi attivata
subito, assieme all’intera Chiesa e società civile in Italia, per soccorrere le popolazioni terremotate
dell’Emilia Romagna, che sono nel nostro cuore e nelle nostre preghiere e per le quali invito, ancora una
volta, ad una generosa solidarietà.
Il VII Incontro Mondiale delle Famiglie mi offre la gradita occasione di visitare la vostra Città e di rinnovare
i vincoli stretti e costanti che legano la comunità ambrosiana alla Chiesa di Roma e al Successore di Pietro.
Come è noto, sant’Ambrogio proveniva da una famiglia romana e ha mantenuto sempre vivo il suo legame
131
con la Città Eterna e con la Chiesa di Roma, manifestando ed elogiando il primato del Vescovo che la
presiede. In Pietro – egli afferma – «c’è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina» (De
virginitate, 16, 105); e ancora la nota dichiarazione: «Dove c’è Pietro, là c’è la Chiesa» (Explanatio Psalmi
40, 30, 5). La saggezza pastorale e il magistero di Ambrogio sull’ortodossia della fede e sulla vita cristiana
lasceranno un’impronta indelebile nella Chiesa universale e, in particolare, segneranno la Chiesa di Milano,
che non ha mai cessato di coltivarne la memoria e di conservarne lo spirito. La Chiesa ambrosiana,
custodendo le prerogative del suo rito e le espressioni proprie dell’unica fede, è chiamata a vivere in
pienezza la cattolicità della Chiesa una, a testimoniarla e a contribuire ad arricchirla.
Il profondo senso ecclesiale e il sincero affetto di comunione con il Successore di Pietro, fanno parte della
ricchezza e dell’identità della vostra Chiesa lungo tutto il suo cammino, e si manifestano in modo luminoso
nelle figure dei grandi Pastori che l’hanno guidata. Anzitutto san Carlo Borromeo: figlio della vostra terra.
Egli fu, come disse il Servo di Dio Paolo VI, «un plasmatore della coscienza e del costume del popolo»
(Discorso ai Milanesi, 18 marzo 1968); e lo fu soprattutto con l’applicazione ampia, tenace e rigorosa delle
riforme tridentine, con la creazione di istituzioni rinnovatrici, a cominciare dai Seminari, e con la sua
sconfinata carità pastorale radicata in una profonda unione con Dio, accompagnata da una esemplare
austerità di vita. Ma, insieme con i santi Ambrogio e Carlo, desidero ricordare altri eccellenti Pastori più
vicini a noi, che hanno impreziosito con la santità e la dottrina la Chiesa di Milano: il beato Cardinale
Andrea Carlo Ferrari, apostolo della catechesi e degli oratori e promotore del rinnovamento sociale in senso
cristiano; il beato Alfredo Ildefonso Schuster, il «Cardinale della preghiera», Pastore infaticabile, fino alla
consumazione totale di se stesso per i suoi fedeli. Inoltre, desidero ricordare due Arcivescovi di Milano che
divennero Pontefici: Achille Ratti, Papa Pio XI; alla sua determinazione si deve la positiva conclusione della
Questione Romana e la costituzione dello Stato della Città del Vaticano; e il Servo di Dio Giovanni Battista
Montini, Paolo VI, buono e sapiente, che, con mano esperta, seppe guidare e portare ad esito felice il
Concilio Vaticano II. Nella Chiesa ambrosiana sono maturati inoltre alcuni frutti spirituali particolarmente
significativi per il nostro tempo. Tra tutti voglio oggi ricordare, proprio pensando alle famiglie, santa Gianna
Beretta Molla, sposa e madre, donna impegnata nell’ambito ecclesiale e civile, che fece splendere la bellezza
e la gioia della fede, della speranza e della carità.
Cari amici, la vostra storia è ricchissima di cultura e di fede. Tale ricchezza ha innervato l’arte, la musica, la
letteratura, la cultura, l’industria, la politica, lo sport, le iniziative di solidarietà di Milano e dell’intera
Arcidiocesi. Spetta ora a voi, eredi di un glorioso passato e di un patrimonio spirituale di inestimabile valore,
impegnarvi per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Voi ben sapete
quanto sia urgente immettere nell’attuale contesto culturale il lievito evangelico. La fede in Gesù Cristo,
morto e risorto per noi, vivente in mezzo a noi, deve animare tutto il tessuto della vita, personale e
comunitaria, pubblica e privata, privata e pubblica, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a
partire dalla famiglia, che va riscoperta quale patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una
vera e stabile cultura in favore dell’uomo. La singolare identità di Milano non la deve isolare né separare,
chiudendola in se stessa. Al contrario, conservando la linfa delle sue radici e i tratti caratteristici della sua
storia, essa è chiamata a guardare al futuro con speranza, coltivando un legame intimo e propulsivo con la
vita di tutta l’Italia e dell’Europa. Nella chiara distinzione dei ruoli e delle finalità, la Milano positivamente
“laica” e la Milano della fede sono chiamate a concorrere al bene comune.
Cari fratelli e sorelle, grazie ancora per la vostra accoglienza! Vi affido alla protezione della Vergine Maria,
che dalla più alta guglia del Duomo maternamente veglia giorno e notte su questa Città. A tutti voi, che
stringo in un grande abbraccio, dono la mia affettuosa Benedizione. Grazie!
132
CONCERTO AL TEATRO LA SALA IN ONORE DEL SANTO PADRE E DELLE DELEGAZIONI
UFFICIALI DELL'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Teatro alla Scala di Milano
Signori Cardinali,
Illustri Autorità,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
Care Delegazioni del VII Incontro Mondiale delle
Famiglie!
In questo luogo storico vorrei innanzitutto ricordare un
evento: era l’11 maggio del 1946 e Arturo Toscanini
alzò la bacchetta per dirigere un concerto memorabile
nella Scala ricostruita dopo gli orrori della guerra.
Narrano che il grande Maestro appena giunto qui a
Milano si recò subito in questo Teatro e al centro della
sala cominciò a battere le mani per provare se era stata
mantenuta intatta la proverbiale acustica e sentendo che
era perfetta esclamò: «E’ la Scala, è sempre la mia
Scala!». In queste parole, «E’ la Scala!», è racchiuso il
senso di questo luogo, tempio dell’Opera, punto di
riferimento musicale e culturale non solo per Milano e
per l’Italia, ma per tutto il mondo. E la Scala è legata a
Milano in modo profondo, è una delle sue glorie più
grandi e ho voluto ricordare quel maggio del 1946
perché la ricostruzione della Scala fu un segno di
speranza per la ripresa della vita dell’intera Città dopo
le distruzioni della Guerra. Per me allora è un onore
essere qui con tutti voi e avere vissuto, con questo
splendido concerto, un momento di elevazione dell’animo. Ringrazio il Sindaco, Avvocato Giuliano Pisapia,
il Sovrintendente, Dott. Stéphane Lissner, anche per aver introdotto questa serata, ma soprattutto l’Orchestra
e il Coro del Teatro alla Scala, i quattro Solisti e il maestro Daniel Barenboim per l’intensa e coinvolgente
interpretazione di uno dei capolavori assoluti della storia della musica. La gestazione della Nona Sinfonia di
Ludwig van Beethoven fu lunga e complessa, ma fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento,
si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa.
Beethoven pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio tradizionale della Sinfonia classica, fa
percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si
conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le
famose parole «O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi», parole che, in un certo
senso, «voltano pagina» e introducono il tema principale dell’Inno alla Gioia. E’ una visione ideale di
umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore
reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana
quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo,
ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di
là di ogni barriera e convinzione.
Su questo concerto, che doveva essere una festa gioiosa in occasione di questo incontro di persone
provenienti da quasi tutte le nazioni del mondo, vi è l’ombra del sisma che ha portato grande sofferenza su
tanti abitanti del nostro Paese. Le parole riprese dall’Inno alla gioia di Schiller suonano come vuote per noi,
anzi, sembrano non vere. Non proviamo affatto le scintille divine dell’Elisio. Non siamo ebbri di fuoco, ma
piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha
133
tolto casa e dimora a tanti. Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare
discutibile. Il buon padre è solo sopra il cielo stellato? La sua bontà non arriva giù fino a noi? Noi cerchiamo
un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza.
In quest’ora, le parole di Beethoven, «Amici, non questi toni …», le vorremmo quasi riferire proprio a quelle
di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una
fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle
sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti. Dopo questo concerto molti andranno all’adorazione
eucaristica – al Dio che si è messo nelle nostre sofferenze e continua a farlo. Al Dio che soffre con noi e per
noi e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell’altro e di trasformarla in
amore. Proprio a ciò ci sentiamo chiamati da questo concerto.
Grazie, allora, ancora una volta all’Orchestra e al Coro del Teatro alla Scala, ai Solisti e a quanti hanno reso
possibile questo evento. Grazie al Maestro Daniel Barenboim anche perché con la scelta della Nona Sinfonia
di Beethoven ci permette di lanciare un messaggio con la musica che affermi il valore fondamentale della
solidarietà, della fraternità e della pace. E mi pare che questo messaggio sia prezioso anche per la famiglia,
perché è in famiglia che si sperimenta per la prima volta come la persona umana non sia creata per vivere
chiusa in se stessa, ma in relazione con gli altri; è in famiglia che si comprende come la realizzazione di sé
non sta nel mettersi al centro, guidati dall’egoismo, ma nel donarsi; è in famiglia che si inizia ad accendere
nel cuore la luce della pace perché illumini questo nostro mondo. E grazie a tutti voi per il momento che
abbiamo vissuto assieme. Grazie di cuore!
134
INCONTRO DEL PAPA CON I CRESIMANDI ALLO STADIO MEAZZA DI SAN SIRO
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Stadio "Meazza", San Siro
Cari ragazzi e ragazze!
E’ una grande gioia per me potervi incontrare durante la mia visita alla vostra Città. In questo famoso stadio
di calcio, oggi i protagonisti siete voi! Saluto il vostro
Arcivescovo, il Cardinale Angelo Scola, e lo
ringrazio per le parole che mi ha rivolto. Grazie
anche a Don Samuele Marelli. Saluto il vostro amico
che, a nome di tutti voi, mi ha rivolto il benvenuto.
Sono lieto di salutare i Vicari episcopali che, a nome
dell’Arcivescovo, vi hanno amministrato o
amministreranno la Cresima. Un grazie particolare
alla Fondazione Oratori Milanesi che ha organizzato
questo incontro, ai vostri sacerdoti, a tutti i catechisti,
agli educatori, ai padrini e alle madrine, e a quanti
nelle singole comunità parrocchiali si sono fatti vostri
compagni di viaggio e vi hanno testimoniato la fede
in Gesù morto e risorto, e vivo.
Voi, cari ragazzi, vi state preparando a ricevere il
Sacramento della Cresima, oppure l’avete ricevuto da poco. So che avete compiuto un bel percorso
formativo, chiamato quest’anno «Lo spettacolo dello Spirito». Aiutati da questo itinerario, con diverse tappe,
avete imparato a riconoscere le cose stupende che lo Spirito Santo ha fatto e fa nella vostra vita e in tutti
coloro che dicono «sì» al Vangelo di Gesù Cristo. Avete scoperto il grande valore del Battesimo, il primo dei
Sacramenti, la porta d’ingresso alla vita cristiana. Voi lo avete ricevuto grazie ai vostri genitori, che insieme
ai padrini, a nome vostro hanno professato il Credo e si sono impegnati a educarvi nella fede. Questa è stata
per voi – come anche per me, tanto tempo fa! – una grazia immensa. Da quel momento, rinati dall’acqua e
dallo Spirito Santo, siete entrati a far parte della famiglia dei figli di Dio, siete diventati cristiani, membri
della Chiesa.
Ora siete cresciuti, e potete voi stessi dire il vostro personale «sì» a Dio, un «sì» libero e consapevole. Il
sacramento della Cresima conferma il Battesimo ed effonde su di voi con abbondanza lo Spirito Santo. Voi
stessi ora, pieni di gratitudine, avete la possibilità di accogliere i suoi grandi doni che vi aiutano, nel
cammino della vita, a diventare testimoni fedeli e coraggiosi di Gesù. I doni dello Spirito sono realtà
stupende, che vi permettono di formarvi come cristiani, di vivere il Vangelo e di essere membri attivi della
comunità. Ricordo brevemente questi doni, dei quali già ci parla il profeta Isaia e poi Gesù:
– il primo dono è la sapienza, che vi fa scoprire quanto è buono e grande il Signore e, come dice la parola,
rende la vostra vita piena di sapore, perché siate, come diceva Gesù, «sale della terra»;
– poi il dono dell’intelletto, così che possiate comprendere in profondità la Parola di Dio e la verità della
fede;
– quindi il dono del consiglio, che vi guiderà alla scoperta del progetto di Dio sulla vostra vita, vita di
ognuno di voi;
– il dono della fortezza, per vincere le tentazioni del male e fare sempre il bene, anche quando costa
sacrificio;
– viene poi il dono della scienza, non scienza nel senso tecnico, come è insegnata all'Università, ma scienza
nel senso più profondo che insegna a trovare nel creato i segni le impronte di Dio, a capire come Dio parla in
ogni tempo e parla a me, e ad animare con il Vangelo il lavoro di ogni giorno; capire che c’è una profondità e
capire questa profondità e così dare sapore al lavoro, anche quello difficile;
– un altro dono è quello della pietà, che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è
nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà
fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo
progetto;
- il settimo e ultimo dono è il timore di Dio - abbiamo parlato prima della paura -; timore di Dio non indica
paura, ma sentire per Lui un profondo rispetto, il rispetto della volontà di Dio che è il vero disegno della mia
135
vita ed è la strada attraverso la quale la vita personale e comunitaria può essere buona; e oggi, con tutte le
crisi che vi sono nel mondo, vediamo come sia importante che ognuno rispetti questa volontà di Dio
impressa nei nostri cuori e secondo la quale dobbiamo vivere; e così questo timore di Dio è desiderio di fare
il bene, di fare la verità, di fare la volontà di Dio.
Cari ragazzi e ragazze, tutta la vita cristiana è un cammino, è come percorrere un sentiero che sale su un
monte - quindi non è sempre facile, ma salire su un monte è una cosa bellissima - in compagnia di Gesù; con
questi doni preziosi la vostra amicizia con Lui diventerà ancora più vera e più stretta. Essa si alimenta
continuamente con il sacramento dell’Eucaristia, nel quale riceviamo il suo Corpo e il suo Sangue. Per
questo vi invito a partecipare sempre con gioia e fedeltà alla Messa domenicale, quando tutta la comunità si
riunisce insieme a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e prendere parte al Sacrificio eucaristico. E
accostatevi anche al Sacramento della Penitenza, alla Confessione: è un’incontro con Gesù che perdona i
nostri peccati e ci aiuta a compiere il bene; ricevere il dono, ricominciare di nuovo è un grande dono nella
vita, sapere che sono libero, che posso ricominciare, che tutto è perdonato. Non manchi poi la vostra
preghiera personale di ogni giorno. Imparate a dialogare con il Signore, confidatevi con Lui, ditegli le gioie e
le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno per il vostro cammino.
Cari amici, voi siete fortunati perché nelle vostre parrocchie ci sono gli oratori, un grande dono della Diocesi
di Milano. L’oratorio, come dice la parola, è un luogo dove si prega, ma anche dove si sta insieme nella gioia
della fede, si fa catechesi, si gioca, si organizzano attività di servizio e di altro genere, si impara a vivere,
direi. Siate frequentatori assidui del vostro oratorio, per maturare sempre più nella conoscenza e nella
sequela del Signore! Questi sette doni dello Spirito Santo crescono proprio in questa comunità dove si
esercita la vita nella verità, con Dio. In famiglia, siate obbedienti ai genitori, ascoltate le indicazioni che vi
danno, per crescere come Gesù «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52). Infine,
non siate pigri, ma ragazzi e giovani impegnati, in particolare nello studio, in vista della vita futura: è il
vostro dovere quotidiano e una grande opportunità che avete per crescere e per preparare il futuro. Siate
disponibili e generosi verso gli altri, vincendo la tentazione di mettere al centro voi stessi, perché l’egoismo è
nemico della vera gioia. Se gustate adesso la bellezza di far parte della comunità di Gesù, potrete anche voi
dare il vostro contributo per farla crescere e saprete invitare gli altri a farne parte. Permettetemi anche di
dirvi che il Signore ogni giorno, anche oggi, qui, vi chiama a cose grandi. Siate aperti a quello che vi
suggerisce e se vi chiama a seguirlo sulla via del sacerdozio o della vita consacrata, non ditegli di no!
Sarebbe una pigrizia sbagliata! Gesù vi riempirà il cuore per tutta la vita!
Cari ragazzi, care ragazze, vi dico con forza: tendete ad alti ideali: tutti possono arrivare ad una alta misura,
non solo alcuni! Siate santi! Ma è possibile essere santi alla vostra età? Vi rispondo: certamente! Lo dice
anche sant’Ambrogio, grande Santo della vostra Città, in una sua opera, dove scrive: «Ogni età è matura per
Cristo» (De virginitate, 40). E soprattutto lo dimostra la testimonianza di tanti Santi vostri coetanei, come
Domenico Savio, o Maria Goretti. La santità è la via normale del cristiano: non è riservata a pochi eletti, ma
è aperta a tutti. Naturalmente, con la luce e la forza dello Spirito Santo, che non ci mancherà se estendiamo le
nostre mani e apriamo il nostro cuore! E con la guida di nostra Madre. Chi è nostra Madre? E’ la Madre di
Gesù, Maria. A lei Gesù ci ha affidati tutti, prima di morire sulla croce. La Vergine Maria custodisca allora
sempre la bellezza del vostro «sì» a Gesù, suo Figlio, il grande e fedele Amico della vostra vita. Così sia!
136
IL PAPA ALLE AUTORITÀ: "INSIEME A SERVIZIO DEL BENE COMUNE"
"La politica è profondamente nobilitata» quando è animata dalla volontà di dedicarsi «al bene dei
cittadini», afferma Benedetto XVI, e quindi diventa «una elevata forma di carità"
In una Sala del trono gremita, al primo piano dell’appartamento episcopale, il Santo Padre oggi pomeriggio accompagnato dal seguito papale e con al fianco il cardinale Tarcisio Bertone - ha ricevuto politici lombardi
e
numerosi
esponenti
del
mondo
imprenditoriale, economico e accademico,
rivolgendo loro un discorso breve e intenso,
ispirato alla figura di sant’Ambrogio. Ha
introdotto l’incontro il cardinale Angelo
Scola, sottolineando come «la variegata
società milanese è ben consapevole di poter
trovare nei cristiani una risorsa di umanità
disponibile al confronto franco, forse
qualche volta scomodo».
Erano presenti i presidenti della Regione
Lombardia Roberto Formigoni, il presidente
della Provincia Guido Podestà, il sindaco di
Milano Giuliano Pisapia. Con loro i
presidenti delle Province il cui territorio è
compreso dalla diocesi di Milano (Varese, Como, Lecco, Bergamo) e i sindaci dei Comuni limitrofi
all’aeroporto di Bresso.
«Saggezza, buon senso e autorevolezza»: queste le virtù di sant’Ambrogio, patrono dell’Arcidiocesi, che il
Papa ha additato ai politici, insieme alla capacità di «superare contrasti e ricomporre divisioni».
Giustizia e amore per la libertà sono le qualità-base dei politici autentici, ha continuato il Papa: una libertà
che «implica la responsabilità», che «non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso
che il potere civile deve garantire».
Sulla scia dell’intervento di saluto in piazza Duomo, Papa Ratzinger è tornato ad auspicare collaborazione tra
potere politico e Chiesa, nel rispetto della laicità dello Stato, chiedendo alle autorità di «assicurare la libertà
affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel
contesto delle leggi che mirano al bene di tutti».
Alla base del bene comune, infatti - ha ribadito il Papa - non può che esserci la dignità dell’uomo: «lo Stato è
a servizio e a tutela della persona e del suo ben essere nei suoi molteplici aspetti», a cominciare – ha
puntualizzato Benedetto XVI - «dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata
soppressione», perché «nessun uomo è padrone di un altro uomo».
Non solo: il Papa è tornato a richiamare come «la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano
essere in particolare a servizio della famiglia (…) fondata sul matrimonio e aperta alla vita», e, sulla base di
questo, «il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli»: ne deriva che «non si
rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione», non per ragioni confessionali,
bensì «per il bene comune dell’intera società».
Quanto alla Chiesa, ha offerto e tuttora può offrire un apporto prezioso alla società «con la sua esperienza, la
sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo». Una
tradizione che «continua a dare frutti, anzi: «l’operosità dei cristiani lombardi in tali ambiti è assai viva e
forse ancora più significativa che in passato», come frutto gratuito dell’«esperienza totalizzante della loro
fede». Proprio la gratuità – parola risuonata ripetutamente in questo VII Incontro mondiale delle famiglie - è
ciò di cui abbiamo «nel tempo di crisi che stiamo attraversando», per il quale non bastano le pur «coraggiose
scelte tecnico-politiche».
Prima dell’incontro con le autorità, Benedetto XVI aveva avuto un breve ma intenso faccia a faccia col
cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002.
*°*°*°
INCONTRO CON LE AUTORITÀ
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
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Sala del Trono dell’Arcivescovado di Milano
Sabato, 2 giugno 2012
Illustri Signori!
Vi sono sinceramente grato per questo incontro, che rivela i vostri sentimenti di rispetto e di stima verso la
Sede Apostolica e, in pari tempo, consente a me, in qualità di Pastore della Chiesa Universale, di esprimere a
voi apprezzamento per l’opera solerte e benemerita che non cessate di promuovere per un sempre maggiore
benessere civile, sociale ed economico delle laboriose popolazioni milanesi e lombarde. Grazie al Cardinale
Angelo Scola che ha introdotto questo momento. Nel rivolgere il mio deferente e cordiale saluto a voi, il mio
pensiero corre a colui che è stato vostro illustre predecessore, sant’Ambrogio, governatore – consularis –
delle province della Liguria e dell’Aemilia, con sede nella città imperiale di Milano, luogo di transito e di
riferimento – diremmo oggi – europeo. Prima di essere eletto, in modo inaspettato e assolutamente contro il
suo volere perché si sentiva impreparato, Vescovo di Mediolanum, egli ne era stato il responsabile
dell’ordine pubblico e vi aveva amministrato la giustizia. Mi sembrano significative le parole con cui il
prefetto Probo lo invitò come consularis a Milano; gli disse, infatti: «Va’ e amministra non come un giudice,
ma come un vescovo». Ed egli fu effettivamente un governatore equilibrato e illuminato che seppe affrontare
con saggezza, buon senso e autorevolezza le questioni, sapendo superare contrasti e ricomporre divisioni.
Vorrei proprio soffermarmi brevemente su alcuni principi, che egli seguiva e che sono tuttora preziosi per
quanti sono chiamati a reggere la cosa pubblica.
Nel suo commento al Vangelo di Luca, sant’Ambrogio ricorda che «l’istituzione del potere deriva così bene
da Dio, che colui che lo esercita è lui stesso ministro di Dio» (Expositio Evangelii secundum Lucam, IV, 29).
Tali parole potrebbero sembrare strane agli uomini del terzo millennio, eppure esse indicano chiaramente una
verità centrale sulla persona umana, che è solido fondamento della convivenza sociale: nessun potere
dell’uomo può considerarsi divino, quindi nessun uomo è padrone di un altro uomo. Ambrogio lo ricorderà
coraggiosamente all’imperatore scrivendogli: «Anche tu, o augusto imperatore, sei un uomo» (Epistula
51,11).
Un altro elemento possiamo ricavare dall’insegnamento di sant’Ambrogio. La prima qualità di chi governa è
la giustizia, virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera. Eppure essa non
basta. Ambrogio le accompagna un’altra qualità: l’amore per la libertà, che egli considera elemento
discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi, poiché, come si legge in un’altra sua lettera, «i buoni
amano la libertà, i reprobi amano la servitù» (Epistula 40, 2). La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un
diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire. Tuttavia, libertà non significa arbitrio
del singolo, ma implica piuttosto la responsabilità di ciascuno. Si trova qui uno dei principali elementi della
laicità dello Stato: assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune,
sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti.
D’altra parte, nella misura in cui viene superata la concezione di uno Stato confessionale, appare chiaro, in
ogni caso, che le sue leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale, che è fondamento di
un ordine adeguato alla dignità della persona umana, superando una concezione meramente positivista dalla
quale non possono derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico (cfr Discorso al
Parlamento Tedesco, 22 settembre 2011). Lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo «ben essere»
nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata
soppressione. Ognuno può allora vedere come la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano
essere in particolare a servizio della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, e altresì riconoscere
il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da
loro giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di
educazione per il bene comune dell’intera società.
In questo esistere dello Stato per i cittadini, appare preziosa una costruttiva collaborazione con la Chiesa,
senza dubbio non per una confusione delle finalità e dei ruoli diversi e distinti del potere civile e della stessa
Chiesa, ma per l’apporto che questa ha offerto e tuttora può offrire alla società con la sua esperienza, la sua
dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo. Basti
pensare alla splendida schiera dei Santi della carità, della scuola e della cultura, della cura degli infermi ed
emarginati, serviti e amati come si serve e si ama il Signore. Questa tradizione continua a dare frutti:
l’operosità dei cristiani lombardi in tali ambiti è assai viva e forse ancora più significativa che in passato. Le
comunità cristiane promuovono queste azioni non tanto per supplenza, ma piuttosto come gratuita
sovrabbondanza della carità di Cristo e dell’esperienza totalizzante della loro fede. Il tempo di crisi che
stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche, di gratuità, come ho avuto
138
modo di ricordare: «La “città dell'uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e
ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione» (Enc. Caritas in veritate, 6).
Possiamo raccogliere un ultimo prezioso invito da sant’Ambrogio, la cui figura solenne e ammonitrice è
intessuta nel gonfalone della Città di Milano. A quanti vogliono collaborare al governo e all’amministrazione
pubblica, sant'Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera De officiis egli afferma: «Quello che fa
l’amore, non potrà mai farlo la paura. Niente è così utile come farsi amare» (II, 29). D’altra parte, la ragione
che, a sua volta, muove e stimola la vostra operosa e laboriosa presenza nei vari ambiti della vita pubblica
non può che essere la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini, e quindi una chiara espressione e un evidente
segno di amore. Così, la politica è profondamente nobilitata, diventando una elevata forma di carità.
Illustri Signori! Accogliete queste mie semplici considerazioni come segno della mia profonda stima per le
istituzioni che servite e per la vostra importante opera. Vi assista, in questo vostro compito, la continua
protezione del Cielo, della quale vuole essere pegno ed auspicio la Benedizione Apostolica che imparto a
voi, ai vostri collaboratori e alle vostre famiglie. Grazie.
139
IL DIALOGO TRA PAPA BENEDETTO XVI E LE FAMIGLIE DEL MONDO DURANTE LA
FESTA DELLE TESTIMONIANZE
1. CAT TIEN (bambina dal Vietnam): Ciao, Papa. Sono Cat Tien, vengo dal Vietnam. Ho sette anni e ti
voglio presentare la mia famiglia. Lui è il mio papà, Dan e la mia mamma si chiama Tao, e lui è il mio
fratellino Binh. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…
SANTO PADRE: Grazie, carissima, e ai
genitori: grazie di cuore. Allora, hai
chiesto come sono i ricordi della mia
famiglia: sarebbero tanti! Volevo dire
solo poche cose. Il punto essenziale per
la famiglia era per noi sempre la
domenica, ma la domenica cominciava
già il sabato pomeriggio. Il padre ci
diceva le letture, le letture della
domenica, da un libro molto diffuso in
quel tempo in Germania, dove erano
anche spiegati i testi. Così cominciava la
domenica: entravamo già nella liturgia,
in atmosfera di gioia. Il giorno dopo
andavamo a Messa. Io sono di casa
vicino a Salisburgo, quindi abbiamo
avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il
cielo. E poi a casa era importante, naturalmente, il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: mio
fratello è un grande musicista, ha fatto delle composizioni già da ragazzo per noi tutti, così tutta la famiglia
cantava. Il papà suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili. Poi, naturalmente, abbiamo fatto
insieme viaggi, camminate; eravamo vicino ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto
bella: avventure, giochi eccetera. In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze
comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della
povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così
si potevano superare e sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto importante: che
anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella
certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei
fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il
tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore
eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso
spero di andare «a casa», andando verso l’«altra parte del mondo».
2. SERGE RAZAFINBONY E FARA ANDRIANOMBONANA (Coppia di fidanzati dal Madagascar):
SERGE: Santità, siamo Fara e Serge, e veniamo dal Madagascar. Ci siamo conosciuti a Firenze dove stiamo
studiando, io ingegneria e lei economia. Siamo fidanzati da quattro anni e non appena laureati sogniamo di
tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione. FARA: I
modelli famigliari che dominano l'Occidente non ci convincono, ma siamo consci che anche molti
tradizionalismi della nostra Africa vadano in qualche modo superati. Ci sentiamo fatti l'uno per l'altro; per
questo vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo anche che ogni aspetto della nostra vita sia
orientato dai valori del Vangelo. Ma parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni altra ci
attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre»...
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza. La mia preghiera vi accompagna in questo
cammino di fidanzamento e spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia «per sempre».
Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il «mariage coutumier» dell’Africa e il
140
matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un altro modello di
matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava
di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera. Si cercava l’uno per l’altro da
parte del clan, sperando che fossero adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi
ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così. Ma poi,
dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più
basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e
quindi matrimonio. In quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che
l’amore di per sé garantisse il «sempre», perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del
tempo: è «per sempre». Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non
sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio
dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come
ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di
discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e
volontà. Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi», «Sei deciso». Cioè:
l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello
del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue
capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia vita». Io penso
spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve
venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi
realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è
importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia,
la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiglie che
si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli
amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a voi!
3. FAMIGLIA PALEOLOGOS (Famiglia greca)
NIKOS: Kalispera! Siamo la famiglia Paleologos. Veniamo da Atene. Mi chiamo Nikos e lei è mia moglie
Pania. E loro sono i nostri due figli, Pavlos e Lydia. Anni fa con altri due soci, investendo tutto ciò che
avevamo, abbiamo avviato una piccola società di informatica. Al sopravvenire dell'attuale durissima crisi
economica, i clienti sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti.
Riusciamo a malapena a pagare gli stipendi dei due dipendenti, e a noi soci rimane pochissimo: così che, per
mantenere le nostre famiglie, ogni giorno che passa resta sempre meno. La nostra situazione è una tra le
tante, fra milioni di altre. In città la gente gira a testa bassa; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la
speranza. PANIA: Anche noi, pur continuando a credere nella provvidenza, facciamo fatica a pensare ad un
futuro per i nostri figli. Ci sono giorni e notti, Santo Padre, nei quali viene da chiedersi come fare a non
perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta questa gente, a queste persone e famiglie senza più
prospettive?
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza che ha colpito il mio cuore e il cuore di noi
tutti. Che cosa possiamo rispondere? Le parole sono insufficienti. Dovremmo fare qualcosa di concreto e
tutti soffriamo del fatto che siamo incapaci di fare qualcosa di concreto. Parliamo prima della politica: mi
sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non
possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si
capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini. Poi,
naturalmente, i singoli soffrono e devono accettare, spesso senza possibilità di difendersi, la situazione
com’è. Tuttavia, possiamo anche qui dire: cerchiamo che ognuno faccia il suo possibile, pensi a sé, alla
famiglia, agli altri, con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare
avanti. Terzo punto: che cosa possiamo fare noi? Questa è la mia questione, in questo momento. Io penso che
forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie, potrebbero aiutare. Noi abbiamo in Europa, adesso,
una rete di gemellaggi, ma sono scambi culturali, certo molto buoni e molto utili, ma forse ci vogliono
gemellaggi in altro senso: che realmente una famiglia dell’Occidente, dell’Italia, della Germania, della
Francia… assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città: che
realmente assumano responsabilità, aiutino in senso concreto. E siate sicuri: io e tanti altri preghiamo per voi,
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e questo pregare non è solo dire parole, ma apre il cuore a Dio e così crea anche creatività nel trovare
soluzioni. Speriamo che il Signore ci aiuti, che il Signore vi aiuti sempre! Grazie.
4. FAMIGLIA RERRIE (Famiglia statunitense)
JAY: Viviamo vicino a New York. Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile. Lei è
mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno. E questi sono i nostri sei figli, che hanno dai 2 ai 12 anni. Da
qui può ben immaginare, Santità, che la nostra vita, è fatta di perenni corse contro il tempo, di affanni, di
incastri molto complicati... Anche da noi, negli Stati Uniti, una delle priorità assolute è mantenere il posto di
lavoro, e per farlo non bisogna badare agli orari, e spesso a rimetterci sono proprio le relazioni famigliari.
ANNA: Certo non sempre è facile... L'impressione, Santità, è che le istituzioni e le imprese non facilitano la
conciliazione dei tempi di lavoro coi tempi della famiglia. Santità, immaginiamo che anche per lei non sia
facile conciliare i suoi infiniti impegni con il riposo. Ha qualche consiglio per aiutarci a ritrovare questa
necessaria armonia? Nel vortice di tanti stimoli imposti dalla società contemporanea, come aiutare le
famiglie a vivere la festa secondo il cuore di Dio?
SANTO PADRE: Grande questione, e penso di capire questo dilemma tra due priorità: la priorità del posto
di lavoro è fondamentale, e la priorità della famiglia. E come riconciliare le due priorità. Posso solo cercare
di dare qualche consiglio. Il primo punto: ci sono imprese che permettono quasi qualche extra per le famiglie
– il giorno del compleanno, eccetera – e vedono che concedere un po’ di libertà, alla fine va bene anche per
l’impresa, perché rafforza l’amore per il lavoro, per il posto di lavoro. Quindi, vorrei qui invitare i datori di
lavoro a pensare alla famiglia, a pensare anche ad aiutare affinché le due priorità possano essere conciliate.
Secondo punto: mi sembra che si debba naturalmente cercare una certa creatività, e questo non è sempre
facile. Ma almeno, ogni giorno portare qualche elemento di gioia nella famiglia, di attenzione, qualche
rinuncia alla propria volontà per essere insieme famiglia, e di accettare e superare le notti, le oscurità delle
quali si è parlato anche prima, e pensare a questo grande bene che è la famiglia e così, anche nella grande
premura di dare qualcosa di buono ogni giorno, trovare una riconciliazione delle due priorità. E finalmente,
c’è la domenica, la festa: spero che sia osservata in America, la domenica. E quindi, mi sembra molto
importante la domenica, giorno del Signore e, proprio in quanto tale, anche “giorno dell’uomo”, perché
siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione, l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti
siano liberi. In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio. E così penso che
difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per
l’uomo. Auguri a voi! Grazie.
5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)
MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali
continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo
già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di
coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo
riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione, qualcosa di duraturo, anche per i figli che
nascono dalla nuova unione. MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero
riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono
esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è
coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta.
Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali
parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?
SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario.
Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati
risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è
grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di
questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin
dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il
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matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E
poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono
vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di
fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non
possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa.
Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote,
con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è
anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione
con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente
uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere
una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza
è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del
Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella
comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente
interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono
nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.
SALUTO AI TERREMOTATI
SANTO PADRE: Cari amici, voi sapete che noi sentiamo profondamente il vostro dolore, la vostra
sofferenza; e, soprattutto, io prego ogni giorno che finalmente finisca questo terremoto. Noi tutti vogliamo
collaborare per aiutarvi: siate sicuri che non vi dimentichiamo, che facciamo ognuno il possibile per aiutarvi
– la Caritas, tutte le organizzazioni della Chiesa, lo Stato, le diverse comunità – ognuno di noi vuole aiutarvi,
sia spiritualmente nella nostra preghiera, nella nostra vicinanza di cuore, sia materialmente e prego
insistentemente per voi. Dio vi aiuti, ci aiuti tutti! Auguri a voi, il Signore vi benedica!
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LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Parco di Bresso
Solennità della Santissima Trinità
Venerati Fratelli,
Illustri Autorità,
Cari fratelli e sorelle!
E’ un grande momento di gioia e di comunione
quello che viviamo questa mattina, celebrando
il Sacrificio eucaristico. Una grande assemblea,
riunita con il Successore di Pietro, formata da
fedeli provenienti da molte nazioni. Essa offre
un’immagine espressiva della Chiesa, una e
universale, fondata da Cristo e frutto di quella
missione, che, come abbiamo ascoltato nel
Vangelo, Gesù ha affidato ai suoi Apostoli:
andare e fare discepoli tutti i popoli,
«battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo» (Mt 28,18-19). Saluto
con affetto e riconoscenza il Cardinale Angelo
Scola, Arcivescovo di Milano, e il Cardinale
Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio
Consiglio per la Famiglia, principali artefici di
questo VII Incontro Mondiale delle Famiglie,
come pure i loro Collaboratori, i Vescovi Ausiliari di Milano e tutti gli altri Presuli. Sono lieto di salutare
tutte le Autorità presenti. E il mio abbraccio caloroso va oggi soprattutto a voi, care famiglie! Grazie della
vostra partecipazione!
Nella seconda Lettura, l’apostolo Paolo ci ha ricordato che nel Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo,
il quale ci unisce a Cristo come fratelli e ci relaziona al Padre come figli, così che possiamo gridare: «Abbà!
Padre!» (cfr Rm 8,15.17). In quel momento ci è stato donato un germe di vita nuova, divina, da far crescere
fino al compimento definitivo nella
gloria celeste; siamo diventati membri
della Chiesa, la famiglia di Dio,
«sacrarium Trinitatis» – la definisce
sant’Ambrogio –, «popolo che – come
insegna il Concilio Vaticano II –
deriva la sua unità dall’unità del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo»
(Cost. Lumen gentium, 4). La
solennità liturgica della Santissima
Trinità, che oggi celebriamo, ci invita
a contemplare questo mistero, ma ci
spinge anche all’impegno di vivere la
comunione con Dio e tra noi sul
modello di quella trinitaria. Siamo
chiamati ad accogliere e trasmettere
concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze,
imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una
parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di
riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma direi per «irradiazione», con
la forza dell’amore vissuto.
Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia,
fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a
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immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e
moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche
con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero
reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana
l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate
qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi,
perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’
fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e
nell’educazione attenta e sapiente. E’ fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e
insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità,
la solidarietà, la cooperazione. Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica,
trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e
sostenendoli nella fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un rapporto di profondo affetto e
di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per
crescere nell’amore.
Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù Cristo, che ha elevato il matrimonio a
Sacramento. Cari sposi, con uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo amore
sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un amore fedele e totale. Se sapete accogliere
questo dono, rinnovando ogni giorno, con fede, il vostro «sì», con la forza che viene dalla grazia del
Sacramento, anche la vostra famiglia vivrà dell’amore di Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret.
Care famiglie, chiedete spesso, nella preghiera, l’aiuto della Vergine Maria e di san Giuseppe, perché vi
insegnino ad accogliere l’amore di Dio come essi lo hanno accolto. La vostra vocazione non è facile da
vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente
trasformare il cosmo, il mondo. Davanti a voi avete la testimonianza di tante famiglie, che indicano le vie per
crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il
dialogo, rispettare il punto di vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper
perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli
orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili nella società civile.
Sono tutti elementi che costruiscono la famiglia. Viveteli con coraggio, certi che, nella misura in cui, con il
sostegno della grazia divina, vivrete l’amore reciproco e verso tutti, diventerete un Vangelo vivo, una vera
Chiesa domestica (cfr Esort. ap. Familiaris consortio, 49). Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che,
pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di
fallimento e di separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio
a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di
accoglienza e vicinanza.
Nel libro della Genesi, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la
indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione della Sacra Scrittura, possiamo
leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il
lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che
devono compiere con lo stesso amore del Creatore. Noi vediamo che, nelle moderne teorie economiche,
prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la
stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto
quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società giusta,
perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi,
disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e
familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale.
Un ultimo elemento. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa. Il racconto
della creazione si conclude con queste parole: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che
aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo
consacrò» (Gen 2,2-3). Per noi cristiani, il giorno di festa è la Domenica, giorno del Signore, Pasqua
settimanale. E’ il giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola e del
Sacrificio Eucaristico, come stiamo facendo noi oggi, per nutrirci di Lui, entrare nel suo amore e vivere del
suo amore. E’ il giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la
natura, gioco, sport. E’ il giorno della famiglia, nel quale vivere assieme il senso della festa, dell’incontro,
della condivisione, anche nella partecipazione alla Santa Messa. Care famiglie, pur nei ritmi serrati della
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nostra epoca, non perdete il senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la
gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio.
Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico
equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la paternità e la
maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano. In questo privilegiate
sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per
distruggere. Occorre educarsi a credere, prima di tutto in famiglia, nell’amore autentico, quello che viene da
Dio e ci unisce a Lui e proprio per questo «ci trasforma in un Noi, che supera le nostre divisioni e ci fa
diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15,28)» (Enc. Deus caritas est,
18). Amen.
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VII incontro famiglie - CISL Belluno Treviso