VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE 1 Proponiamo alle lettura (graduale) ed alla riflessione i documenti e le sintesi derivati dal VII Incontro mondiale delle famiglie, appena conclusosi a Milano, dove si è svolto dal 30 maggio al 2 giugno 2012. INDICE Pagina 1 2 5 7 7 8 9 9 12 12 13 15 24 25 26 34 41 50 57 63 63 66 69 71 73 75 77 79 Argomento VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE INDICE PROGRAMMA LA FIERA DELLA FAMIGLIA LIBRERIA DELLA FAMIGLIA - FAMILY BOOKSHOP CONGRESSO TEOLOGICO PASTORALE C ALENDARIO RELAZIONI CALENDARIO INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI RELAZIONI Accoglienza del card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano Cardinale Ennio Antonelli - Inaugurazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza S. Em. Card. Gianfranco RAVASI (Italia) II. La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo Prof. Luigino BRUNI Bagnasco: Le famiglie qui riunite saranno profezia per il mondo III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile) V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna) VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA) Conclusioni della plenaria del Congresso S. Em. Card. Ennio ANTONELLI INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI 1. La famiglia come risorsa della società - 1 Presentazione della ricerca sociologica. Con Pierpaolo DONATI, Francesco BELLETTI, Giovanna ROSSI. Modera Mons Carlos SIMON VAZQUEZ 2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche Comunicazione di Nuria CHINCHILLA (Spagna) + testimonianze: Miriam FILELLA (Spagna), Enzo ROSSI, José Jacinto IGLESIAS SOARES (Portogallo) 3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto Comunicazione di Josè Luis RESTAN (Spagna) + presentazione di Piercesare RIVOLTELLA e Norberto GONZALES GAITANO (Spagna) 4. Il fenomeno migratorio e la famiglia Comunicazioni di S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA (Filippine), S. Ecc. Mons Nicholas DIMARZIO (USA) + testimonianze: coniugi JUAREZ (Perù), coniugi GOMEZ (Filippine) 5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata Colloquio pubblico tra il Card. Philippe BARBARIN (Francia) e Ferruccio DE BORTOLI. Modera S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA 6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia Comunicazione di Sergio CICATELLI + testimonianze: coniugi KIRINCIC (Croazia), Coniugi BORGIA, José Antonio VEGA (Marocco) 7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro vola rotonda, Eugenia SCABINI, coniugi CASTILLO (Spagna), coniugi RENARD (Francia) 8.I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie 2 81 84 88 90 92 95 99 101 104 107 110 116 118 1197 122 124 128 Comunicazioni di Catherine WILEY (Irlanda), coniugi GILLINI, Gabriella BIADER, Hélène DURAND BALLIVET (Francia) 9. Libera professione e vita familiare - Varese Relazione dei coniugi ZAMAGNI, testimonianze di Burkhard LEFFERS (Germania), Javier ZANETTI (Argentina), Pierluigi MOLLA, coniugi SCARPOLINI. Modera Gianfranco FABI. 10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano Tavola rotonda con Alberto QUADRIO CURZIO , Esteban MOCTEZUMA (Messico), Andrea OLIVERO. Modera Sergio BELARDINELLI 11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia Comunicazione di Fulvio DE GIORGI Testimonianze dei coniugi SCARANO (Argentina), coniugi BARTHELEMY (Francia). Moderano i coniugi VOLPINI. 12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo Giovani in dialogo con S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI e Giuseppe DE RITA. Modera Nando PAGNONCELLI. 13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia Tavola rotonda con Irene LAUMENSKAITE (Lituania) , Carla GE, Enrica CHIAPPERO. Modera Maria Assunta ZANETTI 14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como Comunicazioni di Norberto TONINI e dei coniugi MAGATTI + testimonianze locali. Modera Marco DERIU 15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi Tavola rotonda con Paolo CIOCCA, Sergio MARELLI, Enrico Maria TACCHI. Modera Lorenzo MORELLI 16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano Tavola rotonda con Gian Carlo BLANGIARDO, Thomas HONG-SOON HAN (Corea del Sud), Paul DEMBINSKI (Svizzera). Modera Aldo BONOMI. 17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano Comunicazione Armando MONTEMARANO + testimonianze di Domitila CATARI TORRES (Bolivia) sr Innocenza GREGIS (Brasile), Nina KALUSKA (Ucraina). Modera Antonia PAOLUZZI 18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini Comunicazione di S. Ecc. Mons. Franco Giulio BRAMBILLA + Testimonianze di Santino STILLITANO, Valentina BONAFEDE, Abu John WANI (Sud Sudan). Modera Luciano MOIA. 19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio comunicazione di Enzo BIANCHI + testimonianze: coniugi SZNYTER (Polonia), coniugi SANCHEZ (Colombia), coniugi AGAGLIATI. Visita artistica Domenico SGUAITAMATTI. Modera Marco VERGOTTINI 20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica Comunicazione di Josè GRANADOS (Spagna) + testimonianze coniugi NEISER (Germania) e coniugi BENITEZ (Spagna). Modera Milena SANTERINI 21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del Commercio Tavola rotonda con Mons. Pietro SIGURANI, Mons Olinto BALLARINI (Zambia), don Roko GLASNOVIĆ(Croazia). Modera don Antonio TORRESIN. 22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano Tavola rotonda con i coniugi BOVANI, mons Carlo ROCCHETTA, coniugi HARDI (Ungheria). Moderano i coniugi COLZANI 23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio Tavola rotonda con Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, Alessandro D'AVENIA (ITA). Modera Emanuela CONFALONIERI 24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano Comunicazione di S. Ecc. Mons ADOUKONOU (Benin) + testimonianze: S. Ecc. Mons ANDARI (Libano) - coniugi BOTOLO (Rep Dem Congo), coniugi VASIK (Ucraina). Modera don Giancarlo QUADRI 25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale 3 129 131 133 135 137 140 144 Comunicazioni di don Eugenio ZANETTI e di Emanuele SCOTTI, testimonianza dei coniugi JONES (Irlanda) IL GIARDINO –IL CONGRESSO DEI RAGAZZI INCONTRO DEL PAPA CON LA CITTADINANZA CONCERTO AL TEATRO LA SALA IN ONORE DEL SANTO PADRE E DELLE DELEGAZIONI UFFICIALI DELL'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE INCONTRO DEL PAPA CON I CRESIMANDI ALLO STADIO MEAZZA DI SAN SIRO IL PAPA ALLE AUTORITÀ: "INSIEME A SERVIZIO DEL BENE COMUNE" IL DIALOGO TRA PAPA BENEDETTO XVI E LE FAMIGLIE DEL MONDO DURANTE LA FESTA DELLE TESTIMONIANZE LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 4 PROGRAMMA Domenica 27 maggio 11.00 - Duomo di Milano: Pontificale di Pentecoste presieduto dall'Arcivescovo di Milano cardinale Angelo Scola. Presenti i Volontari del VII Incontro Mondiale delle Famiglie MAGGIO Martedì 29 (Fieramilano city) • Fiera Internazionale della famiglia • Libreria della famiglie Accoglienza delle delegazioni e delle famiglie Inaugurazione della Fiera Internazionale della Famiglia (Fieramilano city) Dibattiti, testimonianze, tavole rotonde 15.00 I sessione 17.00 II sessione MAGGIO Mercoledì 30 S. Messa nelle Parrocchie (Fieramilano city) • Congresso teologico pastorale • Fiera Internazionale della famiglia • Libreria della famiglie Congresso 9.30 Cerimonia di apertura 10.00 I relazione 11.30 II relazione 13.00 pausa pranzo (A Milano e in altre diocesi lombarde) Incontri, dibattiti, testimonianze, tavole rotonde, workshops Cena presso le famiglie ospitanti o presso le Parrocchie MAGGIO Giovedì 31 S. Messa nelle Parrocchie (Fieramilano city) • Congresso teologico pastorale • Fiera Internazionale della famiglia • Libreria della famiglie Congresso 9.30 III relazione 11.00 IV relazione 13.00 pausa pranzo GIUGNO Venerdì 1 S. Messa nelle Parrocchie (Fieramilano city) • Congresso teologico pastorale • Fiera Internazionale della famiglia • Libreria della famiglie Congresso 9.30 V relazione 11.00 VI relazione 13.00 pausa pranzo (In diversi luoghi significativi di Milano) Incontri, dibattiti, testimonianze, tavole rotonde, workshops Nel pomeriggio cammino verso 'area dell'evento con il Papa h. 20.00 Concerto alla Scala riservato alle delegazioni Cena presso le famiglie ospitanti o presso le Parrocchie Cena presso il luogo degli eventi pomeridiani o presso le famiglie 5 GIUGNO Sabato 2 GIUGNO Domenica 3 Fiera Internazionale della famiglia • Libreria della famiglie Celebrazioni e incontri nelle Parrocchie o per movimenti o per specifici gruppi Dal tardo pomeriggio momento di accoglienza e preparazione all'Incontro con h. 10.00: S. Messa solenne presieduta da Benedetto XVI (Milano Parco Nord Aeroporto di Bresso) MAGGIO Martedì 29 MAGGIO Mercoledì 30 Accoglienza e festa a cura e presso le Parrocchie, Comunità Pastorali, gruppi, associazioni e movimenti ospitanti MAGGIO Giovedì 31 ospitanti o presso le parrocchie Momento di festa presso il luogo degli eventi pomeridiani o presso le parrocchie 6 GIUGNO Venerdì 1 GIUGNO Sabato 2 il Papa h. 21.30 Adorazione Eucaristica in Duomo e nelle principali Basiliche e Chiese della Diocesi A seguire Festa delle Testimonianze con Benedetto XVI (Milano Parco Nord Aeroporto di Bresso) GIUGNO Domenica 3 LA FIERA DELLA FAMIGLIA Una vetrina dedicata alle buone pratiche, alle idee nuove, al bene in opera a favore delle famiglie. È l’idea di fondo della Fiera internazionale della famiglia, manifestazione in programma a Milano dal 29 maggio al 2 giugno 2012, e parte integrante del VII Incontro mondiale delle famiglie, che attirerà a Milano centinaia di migliaia di persone e che sarà concluso dalla presenza di papa Benedetto XVI. La Fiera internazionale della famiglia è un’iniziativa - inedita in Italia - di incontro, scambio e visibilità per le associazioni e fondazioni del mondo ecclesiale e civile, per enti e aziende e per coloro che lavorano nel campo della famiglia. Un modo per rendere più evidente che la famiglia è un valore fondamentale per la società. La fiera si svolgerà presso il Mico - Milano congressi in viale Scarampo (Fieramilanocity - MM 1 Amendola o Lotto). Alla fiera, che sarà ad ingresso gratuito, sono previsti 50.000 visitatori. LIBRERIA DELLA FAMIGLIA - FAMILY BOOKSHOP La libreria della Famiglia, del Lavoro, della Festa Libreria ufficiale del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Centro congressi MiCo, Milano 29 maggio-2 giugno 2012. D'intesa con la Fondazione Milano Famiglie 2012, l'Associazione Sant'Anselmo realizza la libreria ufficiale che sarà allestita all'interno della Fiera internazionale della Famiglia. La prima libreria nazionale della famiglia Un grande panorama dei libri dell'editoria italiana sui temi della famiglia. Un'iniziativa di promozione della lettura rivolta a tutti. Sezioni: Maschio e femmina li creò: amore e famiglia nella Bibbia Magistero, teologia e catechesi sulla famiglia Il matrimonio cristiano - La visione cristiana della sessualità Essere padre e madre: famiglia ed educazione della persona Le dinamiche famigliari: rapporti di coppia, nonni, crisi e conflitti La famiglia e società: lavoro, volontariato, diritti, servizi e politiche dello Stato La famiglia nella letteratura La famiglia nelle arti figurative: pittura, scultura, architettura, cinema, fotografia La famiglia raccontata ai ragazzi 7 CONGRESSO TEOLOGICO PASTORALE 8 CALENDARIO RELAZIONI MERCOLEDÌ 30 MAGGIO 2012 Congresso Teologico Pastorale (MiCo - sessione plenaria) Rappresentazione di apertura con saluto dell'Arcivescovo di Milano Card. Angelo SCOLA, del Presidente del PCF Card. Ennio ANTONELLI e delle autorità civili. Presiede la sessione S. Em. il Card. Norberto RIVERA CARRERA (Arcivescovo di México) I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza S. Em. Card. Gianfranco RAVASI (Italia) II. La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo Prof. Luigino BRUNI GIOVEDI 31 MAGGIO 2012 III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile) VENERDI’ 1 GIUGNO 2012 V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna) VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA) Conclusioni della plenaria del Congresso S. Em. Card. Ennio ANTONELLI CALENDARIO INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI MERCOLEDÌ 30 MAGGIO 2012 (MiCo in simultanea su due sessioni: I Sessione 15.00 - 16.30, II Sessione 17.00 - 18.30) 1. La famiglia come risorsa della società - 1 Presentazione della ricerca sociologica. Con Pierpaolo DONATI, Francesco BELLETTI, Giovanna ROSSI. Modera Mons Carlos SIMON VAZQUEZ 1/bis. La famiglia come risorsa della società - 2 Dibattito con alcuni legislatori e politici internazionali sui risultati della ricerca. Modera Mons. Carlos SIMON VAZQUEZ 2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche Comunicazione di Nuria CHINCHILLA (Spagna) + testimonianze: Miriam FILELLA (Spagna), Enzo ROSSI, José Jacinto IGLESIAS SOARES (Portogallo) 3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto Comunicazione di Josè Luis RESTAN (Spagna) + presentazione di Piercesare RIVOLTELLA e Norberto GONZALES GAITANO (Spagna) 4. Il fenomeno migratorio e la famiglia Comunicazioni di S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA (Filippine), S. Ecc. Mons Nicholas DIMARZIO (USA) + testimonianze: coniugi JUAREZ (Perù), coniugi GOMEZ (Filippine) 5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata Colloquio pubblico tra il Card. Philippe BARBARIN (Francia) e Ferruccio DE BORTOLI. Modera S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA 9 6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia Comunicazione di Sergio CICATELLI + testimonianze: coniugi KIRINCIC (Croazia), Coniugi BORGIA, José Antonio VEGA (Marocco) 7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro vola rotonda, Eugenia SCABINI, coniugi CASTILLO (Spagna), coniugi RENARD (Francia) 8. I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie Comunicazioni di Catherine WILEY (Irlanda), coniugi GILLINI, Gabriella BIADER, Hélène DURAND BALLIVET (Francia) GIOVEDÌ 31 MAGGIO 2012 (dislocati nelle diocesi lombarde) 9. Libera professione e vita familiare - Varese Relazione dei coniugi ZAMAGNI, testimonianze di Burkhard LEFFERS (Germania), Javier ZANETTI (Argentina), Pierluigi MOLLA, coniugi SCARPOLINI. Modera Gianfranco FABI. 10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano Tavola rotonda con Alberto QUADRIO CURZIO , Esteban MOCTEZUMA (Messico), Andrea OLIVERO. Modera Sergio BELARDINELLI 11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia Comunicazione di Fulvio DE GIORGI Testimonianze dei coniugi SCARANO (Argentina), coniugi BARTHELEMY (Francia). Moderano i coniugi VOLPINI. 12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo Giovani in dialogo con S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI e Giuseppe DE RITA. Modera Nando PAGNONCELLI. 13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia Tavola rotonda con Irene LAUMENSKAITE (Lituania) , Carla GE, Enrica CHIAPPERO. Modera Maria Assunta ZANETTI 14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como Comunicazioni di Norberto TONINI e dei coniugi MAGATTI + testimonianze locali. Modera Marco DERIU 15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi Tavola rotonda con Paolo CIOCCA, Sergio MARELLI, Enrico Maria TACCHI. Modera Lorenzo MORELLI 16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano Tavola rotonda con Gian Carlo BLANGIARDO, Thomas HONG-SOON HAN (Corea del Sud), Paul DEMBINSKI (Svizzera). Modera Aldo BONOMI. 17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano Comunicazione Armando MONTEMARANO + testimonianze di Domitila CATARI TORRES (Bolivia) sr Innocenza GREGIS (Brasile), Nina KALUSKA (Ucraina). Modera Antonia PAOLUZZI 18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini Comunicazione di S. Ecc. Mons. Franco Giulio BRAMBILLA + Testimonianze di Santino STILLITANO, Valentina BONAFEDE, Abu John WANI (Sud Sudan). Modera Luciano MOIA. VENERDI’ 1 GIUGNO 2012 (dislocati nella città di Milano) 19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio comunicazione di Enzo BIANCHI + testimonianze: coniugi SZNYTER (Polonia), coniugi SANCHEZ (Colombia), coniugi AGAGLIATI. Visita artistica Domenico SGUAITAMATTI. Modera Marco VERGOTTINI 20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica Comunicazione di Josè GRANADOS (Spagna) + testimonianze coniugi NEISER (Germania) e coniugi BENITEZ (Spagna). Modera Milena SANTERINI 21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del Commercio Tavola rotonda con Mons. Pietro SIGURANI, Mons Olinto BALLARINI (Zambia), don Roko GLASNOVIĆ(Croazia). Modera don Antonio TORRESIN. 10 22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano Tavola rotonda con i coniugi BOVANI, mons Carlo ROCCHETTA, coniugi HARDI (Ungheria). Moderano i coniugi COLZANI 23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio Tavola rotonda con Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, Alessandro D'AVENIA (ITA). Modera Emanuela CONFALONIERI 24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano Comunicazione di S. Ecc. Mons ADOUKONOU (Benin) + testimonianze: S. Ecc. Mons ANDARI (Libano) - coniugi BOTOLO (Rep Dem Congo), coniugi VASIK (Ucraina). Modera don Giancarlo QUADRI 25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale Comunicazioni di don Eugenio ZANETTI e di Emanuele SCOTTI, testimonianza dei coniugi JONES (Irlanda) 11 RELAZIONI MERCOLEDI’ 30 MAGGIO 2012 Alle ore 9,30 l'avvio del Congresso internazionale teologico pastorale del VII Incontro mondiale delle famiglie. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, e il presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, il cardinale Ennio Antonelli hanno aperto questa mattina al Mico il Congresso internazionale teologico pastorale. Prima dei loro saluti ai cardinali, vescovi e laici che hanno riempito la sala Gold del centro fieristico, una sfilata di bandiere in omaggio al carattere internazionale dell’evento, quindi la preghiera delle famiglie recitata in italiano, francese, spagnolo e inglese, l’inno ufficiale dell’incontro e il padre nostro recitato in latino. Il cardinale Scola ha sottolineato la «generosità» e «l’ospitalità» di Milano. Si è soffermato sulla felice intuizione del titolo. «Famiglia, lavoro e festa legano tra loro gli aspetti principali della vita quotidiana di ogni persona». La famiglia, ha sottolineato Scola, è la prima scuola di comunione, il lavoro è l’ambito in cui si partecipa alla vita creatrice di Gesù. Tra l’uno e l’altro si inserisce il riposo, «spazio delle rigenerazione», che diventa festa, quando è un momento comunitario. Scola ha chiuso il suo intervento ricordando le popolazioni terremotate. «Già fra poco pregheremo per i morti di queste nuove scosse, per i loro cari e le loro famiglie». Ai terremotati dell’Emilia si è rivolto anche il cardinale Antonelli «Siamo una grande assemblea riunita in un clima di fraternità e gioia. Ma aleggia su di noi una nube di mestizia per il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna. Ai morti, ai feriti, a chi ha perso casa e lavoro va il nostro pensiero di solidarietà avvalorato dalla preghiera». Antonelli ha poi sottolineato il carattere internazionale dell’evento. «È un incontro mondiale perché le delegazioni provengono da i 5 continenti, i partecipanti da 150 paesi diversi». Congresso Internazionale Teologico Pastorale La famiglia: il lavoro e la festa Fiera Milano City, mercoledì 30 maggio 2012, ore 9,30 Accoglienza del card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano Eminenze ed Eccellenze Reverendissime, Carissimi amici, Milano, la diocesi ambrosiana e le diocesi lombarde vi accolgono e vi ringraziano di cuore per la vostra presenza. Generosa ed ospitale: da secoli questi aggettivi qualificano la vocazione della nostra città. Sono certo che in questi giorni lo potrete toccare con mano. Con felice intuizione il titolo del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, “La famiglia: il lavoro e la festa”, lega tra loro le dimensioni fondamentali della vita quotidiana di ogni persona, sempre in relazione con gli altri. La famiglia permette lo sviluppo delle differenze costitutive dell’umano: quella sessuale tra l’uomo e la donna e quella tra le generazioni (figli, padri, nonni). Per questo è la prima e insostituibile “scuola di comunione”. Il lavoro è l’ambito in cui ognuno racconta se stesso e “collabora”, con le proprie abilità e con la fatica, all’azione creatrice del Padre e a quella redentrice di Gesù. Nel rapporto famiglia/lavoro si innesta il riposo: favorisce l’equilibrio tra gli affetti e il lavoro perché si offre come spazio di rigenerazione. Il riposo è veramente tale quando sa diventare “festa”, cioè sosta gratuita, comunitaria e gioiosa. La vostra presenza, in un numero così consistente, in rappresentanza delle famiglie di circa 150 paesi dei diversi continenti, porta a Milano una ricchezza straordinaria di esperienza e di riflessione. La scelta della Chiesa di convocarci da tutto il mondo per riflettere sugli aspetti fondamentali dell’umana esperienza dice con chiarezza l’insostituibile risorsa che la famiglia costituisce per ogni persona e per l’intera società. Nello stesso tempo il lavoro del Congresso ci permetterà di cogliere il proprium della famiglia nelle variegate modalità culturali in cui essa si esprime. La mobilitazione massiccia delle comunità cristiane per questo Incontro internazionale, penso ai seimila volontari, alle migliaia di famiglie che vi stanno accogliendo, e al sostegno ricevuto dalle Vostre 12 Chiese, esprime la cura appassionata dei cristiani per la famiglia. Questa cura è in se stessa un contributo determinante per la società del presente e del futuro. È un contributo di civiltà, perché la famiglia costituisce il luogo appropriato della generazione e dell’educazione intesa come introduzione di tutta la persona a tutta la realtà. Milano mostra di aver ben compreso la grande portata del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Ne dà conferma, oltre al sorprendente numero di adesioni, la grande risonanza che sta avendo nella società civile ben documentata dal massiccio interesse dei mezzi di comunicazione. Per i cristiani la verità è vivente e personale: si chiama Gesù Cristo. Per questo la forma adeguata e convincente di conoscenza della verità è la testimonianza. I momenti di approfondita riflessione – assicurati dagli esimi relatori e dalla Vostra attiva partecipazione – saranno arricchiti dalla testimonianza reciproca che le numerose famiglie qui convenute sapranno scambiarsi durante i giorni di convivenza e, in particolare, nella Festa di sabato 2 giugno. Non mancheranno naturalmente preziose occasioni di preghiera – il Duomo, le chiese di Milano e di tutte le diocesi lombarde saranno aperte per l’Adorazione e per il Sacramento della Riconciliazione –, che troveranno coronamento nell’Eucaristia presieduta dal Santo Padre all’aeroporto di Bresso. Pregheremo per i morti del terremoto e per i loro cari, per le città e i paesi colpiti e troveremo forme di concreta solidarietà nei loro confronti. A tutti Voi, convenuti da ogni dove, volentieri apriamo il cuore, insieme con le porte della nostra Chiesa e della nostra città. Grazie! Il cardinale Ennio Antonelli, prima di leggere il testo che si trova di seguito, ha espresso la propria solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto Inaugurazione del VII Incontro Mondiale delle Famiglie Milano 30 maggio 2012 In spirito di fraternità e di amicizia, con grande gioia, inauguriamo il VII Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema “La famiglia: il lavoro e la festa”. L’incontro è mondiale, perché le persone partecipanti, le delegazioni ufficiali e le famiglie provengono dai cinque continenti, da circa centocinquanta paesi; e perché rappresentano tutte le famiglie del mondo, le tengono nel loro cuore, nella loro riflessione, nella loro preghiera, quelle credenti e quelle non credenti, quelle unite e quelle divise, quelle felici e quelle colpite dalla sofferenza. L’incontro, anche come evento, è di lavoro e di festa lungo tutta la sua durata. Nei primi tre giorni, durante il Congresso Internazionale teologico-pastorale, al quale diamo inizio questa mattina, prevale certamente il lavoro, anche per i ragazzi, i quali sono occupati in una serie di iniziative a doppia valenza, di gioco e di impegno formativo nello stesso tempo. Si ha comunque motivo vi ritenere che per tutti, anche per gli adulti, la fatica possa diventare piacevole, perché il programma è ampio, vario, dinamico e consente di fare scelte secondo le proprie preferenze. Invece gli ultimi due giorni, con la presenza del Santo Padre Benedetto XVI, sono propriamente giorni di grande festa, pur comportando per molte persone, organizzatori e operatori, anche un lavoro assai impegnativo. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia è profondamente grato all’Arcidiocesi di Milano per aver preso su di sé l’onere gravoso della preparazione, dell’organizzazione e della celebrazione di questo evento, a servizio della Chiesa universale. Saluta con un caloroso benvenuto i Cardinali, i Vescovi, le delegazioni ufficiali dei vari paesi, i sacerdoti, le famiglie, i relatori e tutti i partecipanti, specialmente quelli che vengono da lontano. Ringrazia le autorità, che con la loro presenza onorano questo evento ecclesiale e più generalmente le istituzioni civili che hanno collaborato e collaborano alla sua riuscita. Il tema dell’Incontro Mondiale, scelto dal Santo Padre Benedetto XVI, riguarda tre valori umani, che la Sacra Scrittura, subito fin dall’inizio, presenta come tre benedizioni di Dio. Tre benedizioni dunque collegate all’origine dell’uomo; tre doni originari, fondanti, permanenti, essenziali per le persone e per la società. Tre caratteristiche proprie della vita umana: solo l’uomo fa famiglia, perché egli solo è capace di amare gratuitamente; solo l’uomo lavora, perché egli solo è capace di ragionare, progettare, scegliere; solo l’uomo fa festa, perché egli solo sa compiacersi per la bellezza dell’essere, del vivere, del vivere insieme. Tre ambiti di comunicazione e di relazioni interumane, che concorrono a definire l’identità delle persone e a costruire la loro felicità. Tre dimensioni tra loro complementari e interdipendenti: la famiglia riceve sostegno dal lavoro e il lavoro riceve capitale umano dalla famiglia; la famiglia ha bisogno della festa per godere e intensificare la sua unità e la festa ha bisogno della famiglia e della comunità, perché non si può far festa da soli; il lavoro riceve motivazioni, energie e gioia dalla festa e la festa suppone il lavoro e in certa misura sempre lo 13 incorpora. La bellezza della vita ordinaria, il benessere esistenziale e anche quello economico dipendono dall’autenticità e dall’armonizzazione di questi tre ambiti della vita personale e sociale. L’attuale crisi, che non è solo economica, ma anche culturale, relazionale, religiosa, fa emergere un malessere che era latente da tempo; acuisce il desiderio e la domanda di valori autentici; provoca alla revisione delle dinamiche di mercato e degli stili di vita; invita a riconoscere il primato della persona e della solidarietà, delle buone relazioni e della collaborazione. Malgrado i pericoli che minacciano oggi la famiglia, il lavoro e la festa, questo Incontro Mondiale di Milano vuole offrire un messaggio di speranza: speranza fondata su molti fenomeni positivi che si riscontrano anche oggi, sulle aspirazioni e sulle energie inesauribili del cuore umano, sulla triplice benedizione di Dio, benedizione delle origini e perciò permanente, benedizione portata a compimento dal Signore Gesù Cristo, Salvatore di tutti gli uomini e di tutto ciò che è autenticamente umano. 14 I. La famiglia: tra opera della creazione e festa della salvezza S. Em. Card. Gianfranco RAVASI Biografia È il presidente del Pontificio consiglio per la Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra. Nato il 18 ottobre 1942 a Merate (Lc), è stato ordinato sacerdote della diocesi milanese il 28 giugno 1966. Il 29 settembre 2007 è stato consacrato arcivescovo dal Papa Benedetto XVI e creato Cardinale nel Concistoro del 20 novembre 2010. È stato Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano e docente di Esegesi dell’Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Titoli La sua vasta opera letteraria ammonta a circa centocinquanta volumi, riguardanti soprattutto argomenti biblici e scientifici. Tra questi vanno ricordate le edizioni curate e commentate dei Salmi, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici e di Qohelet. Molto noti al grande pubblico sono i libri Breve storia dell’anima (Mondadori, 2003), Ritorno alle virtù (Mondadori, 2005), Le porte del peccato (Mondadori, 2007), Le parole e i giorni. Nuovo Breviario Laico (Mondadori, 2008), 500 curiosità della fede (2009), Questioni di fede (2010), Le parole del mattino (2011). Il cardinale Ravasi collabora anche a giornali tra cui L’Osservatore Romano, Il Sole 24 Ore e Avvenire e conduce la rubrica domenicale Le frontiere dello Spirito su Canale 5. L'intervento del cardinale Gianfranco Ravasi al Congresso internazionale teologico pastorale LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE E FESTA DELLA SALVEZZA Card. Gianfranco RAVASI Non può restare nascosta una casa collocata sul crinale di un monte: parafrasando una celebre immagine del Discorso della Montagna (Mt 5,14), poniamo al centro della nostra riflessione un simbolo radicale nella stessa storia dell’umanità, la casa, un segno che s’affaccia bel 2092 volte col vocabolo ebraico bajit/bêt nell’Antico Testamento e 209 volte nel Nuovo Testamento sotto le parole analoghe oíkos e oikía, accompagnate da uno sciame di circa quaranta termini derivati. Dal crinale, dove svetta la casa simbolica che vogliamo delineare, si diramano due versanti che costituiscono il titolo stesso del nostro tema: da un lato, ecco l’alfa della creazione, che si distende lungo la traiettoria della storia; dall’altro lato, ascende il versante arduo dell’omega, ossia della festa piena della salvezza, l’escatologia, la meta attesa ove il “non ancora” della storia si trasformerà nell’“ora” perfetta della redenzione compiuta e la Gerusalemme terrena si muterà nella nuova Gerusalemme celeste. Le fondamenta della “casa”-famiglia Toda casa es un candelabro / donde arden con aislada llama las vidas. Forse questo verso era sbocciato nella mente del giovane Jorge Luis Borges, il famoso scrittore argentino, mentre ventiquattrenne passeggiava per una “strada ignota” della sua città, dato che la raccolta poetica s’intitola appunto Fervore a Buenos Aires (1923). Ed effettivamente le mura dei palazzi celano al loro interno tante fiamme “appartate” (aislada), cioè vite isolate nelle loro solitudini o nei loro drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle divisioni, benestanti o curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La “casa”, infatti, in molte lingue non è soltanto l’edificio di mattoni, di pietra e di cemento o la capanna o la tenda in cui si dimora (e la mancanza di una casa è un elemento drammatico di dispersione esistenziale), ma è anche chi vi abita, è il “casato” fatto di persone vive e di generazioni. Anzi, talora la “casa” per eccellenza è persino il tempio, residenza terrestre di Dio. Suggestivo, al riguardo, è il rimando di allusioni che regge l’oracolo del profeta Natan: al re Davide che vuole erigere una “casa” (bajit) al Signore, ossia un tempio in Gerusalemme, Dio replica affermando che sarà lui stesso a edificare per il re una “casa” (bajit), una discendenza familiare, quindi un “casato” che aprirà una storia destinata ad approdare al Messia (2Sam 7). La “casa” simbolica che stiamo per costruire partecipa di questa visione: è lo spazio che custodisce «l’intima comunione di vita e di amore…, la prima e vitale cellula della società», come il Concilio Vaticano II definisce la famiglia (GS 48; AA 11). È il segno dell’esistenza umana che si compie nella libera relazione interpersonale d’amore, come suggeriva lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel suo scritto Fancies versus Fads (1923): «La famiglia è il test della libertà umana perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé». Già Aristotele, nella sua Politica, considerava la famiglia come la struttura istituita dalla natura stessa per provvedere all’esistenza piena della persona. È spesso ripresa la nota che il famoso antropologo 15 Claude Lévi-Strauss ha posto nel cuore del suo saggio sulla famiglia nella raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia (1952): «La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli… è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Questa convinzione è sperimentalmente confermata anche nella società contemporanea, nonostante le apparenze contrarie, come si evince dalla quarta indagine degli “European Values Studies” (2009). Da essa risulta che l’84% dei cittadini europei (e il 91% degli italiani) considera fondamentale la famiglia e inaspettatamente 46 paesi su 47 la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti, prima ancora del lavoro, delle relazioni amicali, della religione e della politica. La “casa” è, perciò, un emblema vivo e vivente che attinge all’antropologia autentica, non solo religiosa, la quale vede nella creatura umana non una monade chiusa in sé stessa, ma una cellula in relazione con un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si espande. In pratica, come vedremo, l’umanità si rivela “duale”, dotata di una necessità strutturale di dialogo con l’altro. Ha, quindi, un suo fondo di verità l’enfatica intemerata che lo scrittore francese André Gide scagliava nella sua opera Nutrimenti terrestri (1897): «Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso della felicità!». Purtroppo, venendo meno alla sua vocazione sociale, la famiglia adotta spesso – soprattutto nella vicenda contemporanea – come emblema la porta blindata, così da rinchiudersi in se stessa, perdendo il suo respiro genuino, la sua identità primigenia, ignorando chi sta fuori di quella cortina di ferro protettiva che si tramuta in prigione. Andando oltre, dobbiamo ricordare che la “casa”-famiglia è anche, come si diceva, l’analogia per definire il tempio ove si raduna la famiglia che ha per padre Dio. È per questo che uno dei vocaboli per indicare il santuario di Sion è appunto bajit e nel Nuovo Testamento entra in scena la kat’oíkon ekklesía, l’ecclesia domestica, ove lo spazio vitale di una famiglia si può trasformare in sede dell’eucaristia, della presenza di Cristo assiso alla stessa mensa (1Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2; cf. LG 11). Indimenticabile è la scena dipinta dall’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Iniziamo, allora, a far sorgere la “casa” simbolica e vivente che sta su quella vetta dalla quale si dipartono i due versanti della felicità della creazione e della festa della salvezza. È necessario partire dalle fondamenta solide, gettate sulla roccia del monte (cf. Mt 7, 24-25). La base è ovviamente costituita dalla coppia che è la radice dalla quale si leva il tronco della famiglia. Non è possibile ora né è necessario definire questo fondamento attraverso una compiuta teologia nuziale. Ci accontenteremo di rimandare a un testo biblico che è l’incipit stesso delle Scritture e, quindi, della creazione. Esso è desunto da quella pagina che contiene il progetto che il Creatore ha accarezzato come suo ideale e che ha proposto alla libertà della creatura umana. Questo disegno primordiale emerge nel capitolo 2 della Genesi e si affida a una sorta di collana di perle lessicali ebraiche, che ora cercheremo di far brillare in modo essenziale davanti ai nostri occhi attraverso un settenario di termini. La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito dalle mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama infatti il Creatore (Gen 2,18). Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto (‘ezer) che gli corrispondesse» (2,20). Come ha cercato di rendere questo termine un esegeta, Jean-Louis Ska, ciò di cui ha bisogno l’uomo è «un allié qui soit son homologue». È, dunque, un aiuto vivo e personale, un alleato nel quale egli possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al grande Pascal – nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli occhi in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela. Ecco, allora, la seconda formula ke-negdô, tradotta di solito con un “simile” o “corrispondente” aiuto. In realtà, il suo significato di base suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità di sguardi a cui si accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel Dio che gli ha infuso il respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta le profondità dell’intimo» (Pr 20,27), lo ha insignito della libertà, collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza del bene e del male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che rivolgevano a lui il loro muso in attesa di ricevere un nome (Gen 2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice il Siracide (36,26), ma come meglio esclama la donna del Cantico dei cantici, un essere col quale è possibile comporre una piena reciprocità di donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3: 16 l’originale ebraico è musicalmente rimato e ritmato sul suono –ô– e –î– che denotano i due pronomi interpersonali, “lui” e “io”, dôdî lî wa’anî lô… ’anî ledodî wedodî lî). Passiamo, così, al terzo vocabolo che in questo caso è un simbolo: è quella “costola” sulla quale si sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”, che nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in cui Dio è protagonista rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di quell’azione divina ha luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel canto d’amore primigenio che verrà declinato nella storia in infinite forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Carne e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della persona nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della “costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non per nulla, in sumerico ti designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto termine che si intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne». È evidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo, è l’Uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia, definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq, “unirsi”, che letteralmente raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è vero che lo si adotta persino per descrivere l’unione mistica con Dio: «Il mio essere si tiene stretto (dabaq) a te», canta l’orante del Sal 63,9. Per questo san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo corpo…, ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Col verbo dabaq si ha, quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella sua celebrazione d’amore, di donazione totale della coppia. D’altro lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad) che definisce visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse alla componente successiva della “casa” che stiamo innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche il figlio che nascerà dai due e che porterà in sé, unendole, non solo geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi genitori. Possiamo, allora, concludere il disegno delle fondamenta della “casa”-famiglia con l’ultimo sguardo a questa coppia e al loro nome che ci presenta le ultime due parole: la donna «la si chiamerà ’isshah , perché da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro dignità radicale, ma differenti nella loro identità individuale: ’ish è l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine ma al femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi persone umane, pur nella diversità dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria, dialogica e complementare. La persona umana è, quindi, “duale” ed è così che realizza la sua autentica “identità”. Abbiamo, dunque, inanellato un settenario di vocaboli che reggono la base da cui sorge la famiglia, ossia la coppia: ‘ezer-aiuto indispensabile, che è ke-negdô, ci sta di fronte alla pari, simbolicamente raffigurato nella “costola”, cioè nella stessa componente strutturale dell’essere umano; l’uno e l’altra si abbracciano (dabaq), divenendo “una carne unica” (basar ’ehad) e recando i nomi uguali ma non identici di ’ish e di ’isshah. A suggello facciamo risuonare un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata». Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello trascendente ulteriore che l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32) e la teologia “sacramento”. In modo illuminante il teologo martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso: «Il matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel riquadro isolato della vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della catena di generazioni che Dio chiama al suo regno». Le pareti di pietre vive Quando san Pietro tratteggia «l’edificio spirituale» della comunità ecclesiale, descrive le sue ideali pareti come costituite da líthoi zóntes, «pietre vive», che s’aggregano attorno alla «pietra viva» fondamentale che è Cristo (1Pt 2,4-5). Raccogliamo questa simbologia e la applichiamo alla casa che stiamo innalzando, quella della famiglia. Anche nel Cantico dei cantici, che è per eccellenza il poema dell’amore, si leva un 17 “muro” al quale è appoggiato l’amato e questa parete è detta in ebraico kotel (Ct 2,9), che è lo stesso termine con cui oggi si denomina il muro del tempio di Gerusalemme davanti al quale l’Israele prega il Signore. Ebbene, quali sono le “pietre vive” che compongono le pareti della famiglia innalzandola verso l’alto, l’oltre, il futuro? Sono i figli. È curioso notare che, statisticamente parlando, la parola che ricorre più volte nell’Antico Testamento – al di là delle congiunzioni, gli articoli, le preposizioni e gli avverbi, e dopo il nome divino Jhwh (6828 volte) – è il vocabolo ben, “figlio”, che risuona per 4929 volte! Il legame di ben con la casa risulta diretto e intimo se si tiene conto che il verbo “costruire, edificare” in ebraico è banah, e la rappresentazione più incisiva di questo vincolo stretto è nella miniatura poetica del Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli (ben) avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha colma la faretra: non sarà umiliato quando verrà alla porta a trattare coi suoi nemici». Certamente il Salmo riflette una società di stampo agrario ove le braccia per il lavoro nei campi e negli scontri tribali erano decisive. La scena finale è tipicamente orientale: il padre, simile a uno sceicco, attorniato dalla sua folta e vigorosa prole, quasi fosse una guardia del corpo, incute timore quando si presenta alla porta davanti ai suoi avversari. Già nella Sapienza di Ani, un testo egizio del XIII secolo a.C., si leggeva: «L’uomo i cui figli sono numerosi è salutato rispettosamente e temuto a causa dei suoi figli». La pienezza della famiglia è tendenzialmente affidata alla discendenza. Tuttavia, per approfondire questo tema in chiave teologica, raccogliamo l’invito stesso di Cristo che spinge, per parlare della famiglia, a risalire ap’ archés, “in principio”, e ritorniamo alla Genesi, a un passo del primo racconto della creazione posto proprio in apertura alla Bibbia. Là si legge questa frase: «Dio creò l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e femmina li creò» (1,27). Lo schema del parallelismo tipico della letteratura semitica rivela che “immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato e accanto a lui si asside una compagna divina, come l’Ishtar-Astarte babilonese? Ovviamente no, sapendo con quanta nettezza la Bibbia rifiuti come idolatrica questa concezione diffusa tra gli indigeni Cananei della Terrasanta. Dio resta trascendente, ma è creatore e la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce) che raffigura il Dio creatore e salvatore. L’amore fecondo è, perciò, il simbolo della realtà intima di Dio e proprio per questo il racconto della Genesi, secondo la cosiddetta “Tradizione Sacerdotale”, è tutto scandito sulle sequenze genealogiche (1,28; 2,4; 9,1.7; 10; 17,2.16; 25,11; 28,3; 35, 9.11; 47,27; 48,3-4): la capacità di generare della coppia umana è la via sulla quale si snoda la storia della salvezza. Possiamo, anzi, dire che l’intera Bibbia è per molti versi un’ininterrotta storia di famiglie. È, però, da notare che, accanto all’“immagine” (selem), si parla anche di “somiglianza” (demût), un modo per sottolineare la non-identità totale fra divinità e umanità; esiste una distanza, marcata proprio da questo secondo vocabolo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (1,26). Il mistero di Dio ci trascende, ci precede e ci eccede. Sta di fatto, però, che la relazione generativa umana diverrà l’analogia illuminante per scoprire il mistero di Dio: fondamentale al riguardo è la visione trinitaria cristiana che introduce in Dio un Padre, un Figlio e lo Spirito d’amore. Dio-Trinità è comunione di amore e la famiglia ne è il riflesso vivente. E come i tre umani, uomo-donna-figlio, sono “una cosa sola”, così Padre-Figlio-Spirito sono un unico Dio. Le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate il 28 gennaio 1979, durante il suo viaggio apostolico in Messico, sono illuminanti: «Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina». L’analogia trinitaria, come è noto, ha poi una declinazione cristologico-ecclesiale da parte di san Paolo riguardo al “mistero” dell’unione nuziale (Ef 5,21-33). Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa familiare sono incise due epigrafi che delineano l’impegno vitale morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo alla pienezza del progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,27-28; 19,3-9). D’altro lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paternomaterna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la famiglia la cellula germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia, a partire dalle celebri “tavole domestiche” paoline (Ef 5,21-6,9; Col 3,18-4,1). 18 Le tre stanze della “casa”-famiglia Una casa è costituita da spazi diversi in cui si consuma l’esistenza dei suoi abitanti. Noi ora evochiamo tre locali simbolici e lo facciamo in modo molto essenziale, consapevoli in realtà che in essi si nascondono opere e giorni ora monotoni ora esaltanti. La prima è la stanza del dolore. Aveva ragione Tolstoj quando, nel suo celebre romanzo Anna Karenina, affermava che «le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo». La Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide col figlio Assalonne aspirante parricida, fino a giungere alle molteplici difficoltà che costellano quel mirabile racconto familiare che è il libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe abbandonato e isolato: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17). Lo stesso Gesù nasce all’interno di una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain o del padre dell’epilettico di un villaggio ai piedi del monte della Trasfigurazione. Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Lc 15,11-32) fino ai figli difficili dai comportamenti inspiegabili (Mt 21,28-31) o a quelli vittima di violenza (Mc 12,1-9). E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Gv 2,1-10; Mt 22,1-10), così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Lc 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, naturalmente giungendo fino ai nostri giorni quando le pareti domestiche registrano spesso la decostruzione dell’intero edificio familiare in una sorta di terremoto. La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della pornografia e via dicendo. Una lista di realtà che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e che rende la casa un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli che impongono continue riflessioni di natura culturale, sociale ed etica. Noi ci fermiamo qui, affidando ad altri questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi, uno spazio dai confini incerti che lo rendono contenitore di “mondovisioni” diverse, di veri e propri “multiversi” incontenibili. Accanto, però, troviamo subito un altro locale ove ferve l’opera umana, ma che, purtroppo, non di rado ai nostri giorni si fa deserto e sembra aprire le sue porte quasi automaticamente alla camera della sofferenza appena descritta. Parliamo, infatti, della stanza del lavoro. Nel progetto divino della creazione da cui siamo partiti l’uomo era invitato a “prendere possesso” (kabash) e a “governare” (radah) il creato, simbolicamente rappresentato come un giardino ricco, fertile e popoloso: «Riempite la terra, prendetene possesso e governate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1,28). Anzi, si ribadiva – usando in ebraico i verbi stessi del culto e dell’alleanza con Dio, ‘abad e shamar, “servire” e “osservare” – che «il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Dopo tutto, la stessa rappresentazione del Creatore è quella di un lavoratore che opera (bara’, “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana lavorativa di sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 13-16; Gb 10,8-11). Egli nella sua opera di creazione non è certo simile a un guerriero distruttore come si aveva, invece, nelle antiche cosmologie del Vicino Oriente. È in questa luce che il Salmista dipinge un delizioso interno familiare che ha al centro una festosa tavolata ove è assiso il padre che può nutrire se stesso, la sua sposa, comparata a una vite feconda, e i figli, vigorosi virgulti d’olivo, attraverso «la fatica delle sue mani» (Sal 128, 2-3). È una felicità che nasce dall’impegno pesante del lavoro (labor in latino è anche “travaglio”, come nel francese travail, e deriva dalla radice indoeuropea labh- che designa un “afferrare” per trasformare). È una serenità che dilaga anche nella società e nelle generazioni future: «Possa tu vedere il bene di Gerusalemme… Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!» (128, 5-6). Il lavoro, infatti, è un dono divino, come suggerisce il Salmo precedente, il 127, quello del padre e dei figli a cui abbiamo già accennato: «Se il Signore non vigila sulla città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la materfamilias il cui ritratto suggella il libro dei 19 Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da attirarsi la lode del marito e dei figli (31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto senza esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre la regola ferrea: «Chi non lavora neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At 18,3). Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti della natura, devastandola, sfruttandola egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa alienazione, segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del suolo (Gen 3,17-19) e dagli squilibri economicosociali contro i quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e Amos per giungere fino allo stesso Gesù (ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul Beauchamp, nella sua opera La legge di Dio: «O l’uomo adora Dio perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui stesso ad averlo fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui che ho fatto… L’idolatria colpisce il lavoro, come certe malattie colpiscono più alcuni organi che altri». La stanza della festa C’è, però, una terza e ultima camera della nostra “casa” simbolica: è la stanza della festa e della gioia familiare. Essa, come suggeriva il filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che «si apre verso l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi». E comunicare con l’esterno può essere complesso e faticoso perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la civiltà digitale con la sua rete che avvolge il globo, il fermento della scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come nel caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti diversi e il cosiddetto “meticciato” delle culture e via elencando. Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la festa della famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua identità cristiana in forma non aggressiva e integralistica, ma sappia anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo. Bisogna, quindi, ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa preparazione, come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: «Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa». Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro. A questo proposito è significativo ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa. L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per questo, il sabato è tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e “consacrato”: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (2,3), rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel tempo, scandito dall’eternità. L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel tempio/tempo eterno divino. Come scriveva il pensatore mistico ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), «per sei giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo. In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo». In questa linea è significativo registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la liberazione dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es 20,8-11 si celebra l’ingresso nel riposo perfetto ed eterno del settimo giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della 20 creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio. È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7 – 4,11). È per questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». È per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la Pasqua, è di sua natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscitaesodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra promessa che diventa un simbolo della patria celeste, come appare esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia dell’Apocalisse. È per questo, come si è già ricordato in apertura, che la celebrazione eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,1733). Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro figli. Già nell’antico Israele la famiglia era il luogo della catechesi: è ciò che brilla nel racconto della celebrazione pasquale e che sarà esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella “narrazione” dialogica che accompagna il rito pasquale. Anzi, il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi comandi» (78, 3-7). Pertanto, la festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli Ebrei, né è un mero week-end, ma è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile alla creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti e che è già pregustata nella liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (Ap 1,10). Possiamo, dunque, affermare con Benedetto XVI che «il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana». Queste parole del Papa, desunte dalla Lettera per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, riassumono la nostra visita ideale nella sala della festa che si apre nella casa simbolica che abbiamo descritto. Ricorrendo al celebre motto benedettino, possiamo dire che il labora dell’impegno feriale si deve aprire all’ora della liturgia festiva, conservando comunque l’unità dell’Ora et labora settimanale. La porta della “casa”-famiglia si spalanca, quindi, anche sull’altro versante del monte ove essa è posta, un versante illuminato dal sole dell’eternità e dell’infinito. Detto in altri termini, la stanza della festa ha davanti a sé una terrazza che s’affaccia sul cielo e sul futuro escatologico, quando tutte le tribù di Israele e «una moltitudine immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua staranno tutte in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolte in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9). Sarà, quindi, la liturgia perfetta, la festa eterna, il futuro definitivo che era prefigurato proprio dai figli che evocavano nella storia la novità, l’alterità, la continuità temporale, l’attesa, la progettualità. A quella “immortalità” affidata alle generazioni che si distendono nel tempo succede ora la vera e piena immortalità, la pasqua che non ha tramonto: «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà un unico giorno, solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà bisogno della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Mentre contempliamo la “casa”-famiglia che dovremmo erigere nella nostra storia sulla scia del desiderio che Dio ha espresso nelle Scritture, risuona un’ultima parola: è quella della speranza, virtù molto realistica, come affermava il poeta francese Charles Péguy che ad essa ha dedicato un poemetto, Il portico del mistero della seconda virtù (1911): «È sperare la cosa difficile / a voce bassa e vergognosamente. / E la cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione». Certo, è arduo edificare e tener salda questa casa, come ripeteva il grande Montaigne nei suoi Saggi, perché «governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno». Eppure, l’amore fiducioso e generoso può compiere miracoli. Persino un pessimista 21 come il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nella sua amara Casa di bambola (1879), non esitava a riconoscere – sia pure al negativo – che «la vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda solo sul principio dell’io ti do e tu mi dai». Cristo ha introdotto, invece, quest’altro principio: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Gv 15,13), varcando così la stessa legge, pur alta, dell’«amare il prossimo come se stessi». Immaginiamo, allora, di intuire in finale, in una stanza della nostra casa simbolica, quel delizioso quadretto che il Salmista ha abbozzato soltanto con 11 vocaboli in un testo composto di sole 30 parole ebraiche. È il Sal 131 che introduce nella famiglia e nella fede quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente ignorata, la tenerezza. Come accade altrove nella Bibbia (ad es. Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), il legame tra il fedele e il suo Signore è modellato sul rapporto genitoriale. Qui è la dolce e tenera intimità che intercorre tra una madre e il suo bambino. Non si tratta, però, di un neonato che, dopo essere stato allattato, dorme placido tra le braccia della sua mamma, bensì – come esplicita il vocabolo ebraico gamûl – è di scena un bimbo “svezzato” che s’attacca consapevolmente alla madre che lo porta sul dorso, in una relazione di intimità cosciente e non meramente biologica. Canta, dunque, il Salmista: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla; come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (131,2). In dissolvenza potremmo far scorrere un’altra scenetta parallela, quella di un padre profeta, Osea, il quale metteva in bocca a Dio padre questo soliloquio familiare che immaginiamo di intravedere anch’esso da una delle finestre della nostra “casa” simbolica: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Con quest’ultimo sguardo che intreccia fede e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che la Parola di Dio affida alle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205). BIBLIOGRAFIA AA.VV., La Casa, in “Parola, Spirito e Vita” n. 64, Dehoniane, Bologna 2011. AA.VV., La famiglia, in “Parola, Spirito e Vita” n. 14, Dehoniane, Bologna 1986. AA.VV., Matrimonio – Famiglia nella Bibbia, Borla, Roma 2005. 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La gratuità - ha spiegato Bruni - è un’arte che si apprende in famiglia: “uno dei compiti tipici della famiglia è proprio formare nelle persone l’etica del lavoro ben fatto semplicemente perché… le cose vanno fatte bene, perché esiste nelle cose una vocazione che va rispettata in sé, anche quando nessuno mi vede, mi applaude, mi punisce e mi premia”. Spogliata da fraintendimenti indebiti, la gratuità “è un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stesso, alla natura, alle cose, non per usarli utilitaristicamente, ma per riconoscerli nella loro alterità, rispettarli e servirli ed entrare in rapporto con loro”. Non si tratta però di contrapporre il dono al mercato, la gratuità al doveroso, “poiché esistono, invece, delle grandi aeree di complementarietà: il contratto può, e deve, sussidiare la reciprocità del dono”: è quanto avviene in molte esperienze di economia sociale e civile, dal commercio equo e solidale all’Economia di comunione (di cui Bruni è una delle “menti”). Gratuità significa dunque riconoscere che un comportamento va fatto perché è buono in sé, e non per la sua ricompensa o sanzione esterni. Questa idea-guida ha evidenti ripercussioni tanto in seno alla famiglia (no alla “paghetta” per i figli per non inquinare un rapporto che deve rimanere gratuito) quanto nel mondo del lavoro. Il salario, nella proposta di Bruni, va inteso come il giusto riconoscimento del lavoro svolto, ma non deve mai diventare incentivo, pena trasformare il denaro nell’unica motivazione del lavoro. E proprio questa una delle derive cui assistiamo oggi: “La cultura economica capitalistica dominante – ha denunciato con forza Bruni - sta operando una rivoluzione silenziosa ma di portata epocale su cui diciamo troppo poco anche come cristiani: il denaro è diventato il principale o unico perché del lavorare”. All’estremo opposto “non dobbiamo restare inermi e silenti di fronte ad un sistema economico-politico che remunera con stipendi milionari manager privati e pubblici, e lascia indigenti maestre e infermieri. E’ una questione di giustizia, e quindi politica, etica e spirituale”. Ecco perché occorre recuperare un’attenzione globale alla persona, in ogni ambito della vita. L’economia e il lavoro debbono riconciliarsi anche con la festa, che “non è capita dall’economia capitalistica per le stesse ragioni per le quali non comprende il vero dono”, essendo “essenzialmente una faccenda di gratuità e di relazioni”. “Le famiglie sanno quali grandi fallimenti produce un consumismo che riempie con le merci il vuoto dei rapporti”. Le relazioni umane vengono spesso sostituite oggi da gioco, lotterie, alcool, televisione, cibo… Ecco perché è tempo – ha concluso Bruni – di lanciare “una moratoria internazionale della pubblicità rivolta direttamente ai bambini”. 30.05.2012 - 16:34 | Ufficio stampa Family2012 24 GIOVEDI 31 MAGGIO 2012 Bagnasco: Le famiglie qui riunite saranno profezia per il mondo La Lectio divina dell'Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Il cardinale Angelo Bagnasco ha avviato la seconda giornata del Congresso internazionale teologico pastorale con la Lectio divina. Di seguito il testo dell'intervento. Carissimi Fratelli e Sorelle 1.È motivo di gioia partecipare all’Incontro Mondiale delle Famiglie: ed è una grazia poter insieme professare l’unica fede, lodare e pregare il Signore Gesù, incontrare il Santo Padre Benedetto XVI che ci confermerà con la sua presenza e la sua parola. Giunte da tutte le parti della Terra, le famiglie saranno in questi giorni una profezia per il mondo. Diranno con la forza della testimonianza la gioia della vocazione al matrimonio e alla famiglia, diranno sui tetti che la famiglia è il motore della vita, che è cuore pulsante e patrimonio dell’umanità. Sì, è patrimonio ineguagliabile, l’unico che ci consente di proiettarci nel futuro in quanto permette di tenere insieme le differenze dell’umano, quelle relative ai sessi e quelle relative all’età: è il grembo insostituibile in cui spunta la vita, si afferma l’identità e la maturità delle persone, la loro progressiva apertura alla vita sociale; è la prima scuola di fede. Per questo, se la società distrae l’attenzione dalla famiglia, va anche contro se stessa perché indebolisce la coesione, la serenità e il suo futuro. Ma non si tratta solamente di sostenere l’istituto famigliare, urge anche ricuperare la “cultura della famiglia”, vale a dire un modo di pensare comune, dove la bellezza e la dignità della famiglia naturale siano percepiti come il nucleo generatore dell’umano e del vivere insieme. Per questo è unica e ineguagliabile. E’ necessaria una cultura che guardi con particolare stima alla famiglia fondata sul matrimonio; che la sostenga in ogni modo riconoscendola come la propria matrice più profonda e vitale. Essa ha le sue radici nel cuore stesso di Dio Uno e Trino. Gesù ha rivelato al mondo che Dio è uno e unico, ma non è solitudine: è comunione, Amore-Padre, AmoreFiglio, Amore-Spirito Santo. L’uomo porta in sé questa impronta, il segno della sua Origine. Per questo è relazione e comunione, e la famiglia è la prima, fondamentale forma di vita sociale. 2.Il brano evangelico, appena ascoltato, getta una luce sulla “sequela Christi”. Molti sono i doveri che la vita della famiglia comporta e ai quali deve rispondere: il pane quotidiano, l'educazione dei figli, il lavoro, gioie e prove. E' richiesto impegno e fatica, e si registrano successi e delusioni. La fede non ci esime dalle responsabilità e dai pesi dell’esistenza, ma ci richiama ad alcune verità. Innanzitutto, Gesù ci ricorda che non siamo mai soli: Egli ci parla del Padre. Il Signore non intende provvedere agli uomini come fa con gli uccelli del cielo e con i gigli del campo, ma assicura ad ogni uomo di stargli a fianco, di camminare con lui, di sostenerlo con il suo amore. E questo cambia l’orizzonte delle cose. In secondo luogo, siamo sollecitati ad impegnarci con serietà ma senza dimenticare che esistono dei limiti che nessuna fatica può superare, obiettivi che sono fuori della portata umana. Perdere il senso del limite ha portato il mondo su strade sbagliate e dannose: il progresso, la libertà, la competizione, il consumo…senza misura, prima o dopo si ritorcono contro l’uomo. In quel “non si può allungare la vita” , di cui parla il Vangelo, è riassunta la saggezza e l’intelligenza delle cose. Ma il testo riporta anche una parola che sembra una sentenza: “A ciascun giorno la sua pena”. Non viene raccomandato il vivere alla giornata come stile di vita senza una opportuna previdenza, senza programmare le cose per quanto possibile. Si tratta piuttosto di non affidare la nostra vita alla programmazione anziché a Dio. Se è giusto e doveroso cercare di prevedere e di provvedere, è altrettanto necessaria la fiducia nel Signore. Non tutto può essere catalogato nei nostri schemi e nei nostri tempi: dobbiamo essere pronti al domani, ma sapendo che esso è nelle mani del Padre. Infine, Gesù invita a cercare “anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. Se molti sono i beni a cui dobbiamo pensare, non tutti hanno il medesimo valore: e il Signore ci chiede di avere sguardo e cuore anzitutto per Lui. Egli ci ama ed è con noi, il suo amore vuole raggiungere ogni uomo, dilatarsi su tutta la terra. Quando l’anima è raccolta in Lui - il Regno di Dio - allora può affrontare ogni responsabilità terrena: la luce e la forza di Dio, la speranza affidabile che è Cristo, saranno con lei. E allora tutto diventa possibile e si riempie di eterno. 25 Filippo Magni III. La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede S. Em. Card. Dionigi TETTAMANZI Biografia Il Cardinale Dionigi Tettamanzi è arcivescovo emerito di Milano. È nato a Renate, in provincia di Milano, il 14 marzo 1934. Entrato all'età di undici anni nel seminario diocesano San Pietro di Seveso, inizia gli studi, completati poi nel seminario di Venegono Inferiore. Lì frequenta anche i corsi istituzionali di Teologia, fino alla Licenza ottenuta nel 1957. Il 28 giugno del 1957 viene ordinato sacerdote dall'allora Arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini, e pochi mesi dopo viene inviato al Pontificio Seminario Lombardo di Roma, dove rimane per due anni, frequentando la Pontificia Università Gregoriana. Nel 1959 consegue il dottorato in Sacra Teologia con una tesi su: «Il dovere dell'apostolato dei laici», fa poi rientro in diocesi di Milano come professore di discipline teologiche ai chierici prefetti nei seminari di Masnago e di Seveso, dove risiede fino all'autunno 1966. Trasferitosi presso il seminario maggiore di Venegono Inferiore, per oltre vent'anni insegna Morale fondamentale e svolge i trattati del matrimonio e della penitenza sotto il profilo dogmatico-morale. Nello stesso periodo, insegna Teologia pastorale a Milano presso l'Istituto Sacerdotale Maria Immacolata e presso l'Istituto Regionale Lombardo di Pastorale. Inoltre tiene corsi di morale presso il seminario teologico dei Comboniani a Venegono Superiore, l'Istituto Teologico Fiorentino e il Pime di Milano. L'11 settembre 1987, la Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica chiama monsignor Dionigi Tettamanzi a reggere il Pontificio Seminario Lombardo e Roma, dove rimane per un paio d'anni, durante i quali, ha l'opportunità di tenere un corso di morale presso la Pontificia Università Gregoriana. Il 1° luglio 1989 viene eletto Arcivescovo Metropolita di Ancona-Osimo e il 23 settembre riceve l’ordinazione episcopale nel Duomo di Milano per l’imposizione delle mani e la preghiera del Cardinale Carlo Maria Martini. Nel Giugno 1990 è eletto Presidente della Commissione episcopale della Cei per la famiglia. Il 14 marzo 1991 viene nominato Segretario generale della Cei. Il 20 aprile 1995 viene nominato da Giovanni Paolo II arcivescovo metropolita di Genova. L'11 luglio 2002 viene nominato dal Santo Padre, Arcivescovo Metropolita di Milano.Il 29 settembre 2002 fa l'ingresso solenne in Diocesi . Il 28 giugno 2011 è stato nominato Amministratore apostolico della Chiesa ambrosiana. Dal 9 settembre 2011 è Arcivescovo emerito. La relazione del Cardinale Dionigi Tettamanzi presentata oggi al Congresso Teologico Pastorale Di seguito il testo integrale della relazione. Introduzione Inizio questa relazione su “La famiglia e il lavoro oggi in una prospettiva di fede” raccogliendo l’invito della Lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,1-2). I nostri occhi, dunque, siano fissi sul volto di Cristo: sul volto di lui come “figlio del falegname” di Nazareth, di lui che – dice il Concilio Vaticano II - “ha lavorato con mani d’uomo” (Gaudium et spes, 22). Vogliamo così riscoprire la dimensione familiare del lavoro umano, grati al Santo Padre che con questo Incontro Mondiale delle Famiglie ha posto esplicitamente alla nostra attenzione il soggetto famiglia in stretta relazione con il lavoro e la festa. E questo volutamente, in un contesto in cui non è abituale mettere a tema il rapporto tra la famiglia e il lavoro, mentre è diffusa la considerazione del rapporto tra la persona soltanto e il suo lavoro, in seguito alla cultura post-moderna con il suo accento sull’individuo, sulla persona spogliata delle sue relazioni, come se non esistessero o fossero realtà irrilevante. L’esperienza però ci dice che tutti noi siamo frutto di molteplici relazioni, da quella che ci ha generato a quelle che ci hanno fatto crescere. Di più: il nostro relazionarci nasce dal fatto che siamo stati creati per amare, non per vivere da esseri chiusi in se stessi! Anche il nostro lavorare, allora, e il nostro riposare entrano nella dinamica di una relazionalità di amore! Anche la società e la sua crescita umana sono legate sì al lavoro, ma anzitutto all’amore e all’amore familiare, quello che unisce per sempre un uomo e una donna in modo esclusivo, fecondo, fedele, e che trova nel Signore la sua sorgente, il suo sostegno! Siamo stati creati da Dio, che è Trinità d’amore! Rileviamo però come tutte queste realtà sono poste in discussione da un contesto fortemente centrato sull’individuo e aspramente conflittuale: la famiglia è discussa; le relazioni anche; il lavoro genera spesso divisioni e contrapposizioni, e l’umanizzazione da esso apportata rischia di intravvedersi sempre meno. In 26 una prospettiva secolarizzata, famiglia e lavoro finiscono per essere considerati in un’ottica di pura utilità, di ricerca del proprio individuale interesse. Ma che cosa succede se a dominare è una logica di pura utilità? E come è possibile liberarsi da questa logica? Cerchiamo ora una risposta, riferendoci alla ragione e alla fede, in particolare alla Parola di Dio che nel tempo trova la sua espressione nella dottrina sociale della Chiesa e che a tutti noi rivolge il suo dono di grazia e il suo appello alla responsabilità nell’ethos del nostro vivere quotidiano. Sono questi i tre momenti della nostra relazione. La testimonianza della Parola di Dio: famiglia e lavoro, segni della benedizione di Dio Del lavoro ci parla la Bibbia sin dall’inizio, presentandoci Dio come il Creatore onnipotente che plasma l’uomo a sua immagine e lo invita a lavorare la terra e a custodire il giardino dell’Eden (cfr. Gn 1,26ss.; 2,15). Eccone il contenuto nel commento del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (cfr. Gen 1,28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi, tuttavia, non deve essere dispotico e dissennato; al contrario, egli deve ‘coltivare e custodire’ (cfr. Gen 2,15) i beni creati da Dio: beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità” (n. 255). Questo messaggio iniziale della Bibbia avrà il suo sviluppo nelle epoche successive della storia e troverà la sua rivelazione piena nel Nuovo Testamento con il messaggio di Gesù e dei suoi Apostoli e la sua permanente ripresentazione nella vita della Chiesa. Desidero ora soffermarmi su due quadri biblici: quello della benedizione di Dio e quello del comandamento del Sabato. Ci aiuteranno a cogliere il disegno del Signore, dunque la grazia e la responsabilità di vivere il rapporto famiglia-lavoro in pienezza di umanità e come via alla santità. La benedizione del Salmo 128 La benedizione di Dio è descritta in particolare dal Salmo 128, con queste parole: Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Dalla fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita! Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele! Ecco: il Salmo parte da una benedizione che canta la felicità della vita familiare in un quadro che dipinge la sposa nell’intimità della casa, presenta il valore e insieme la fatica del lavoro dell’uomo, parla della gioia della mensa arricchita dai figli. Tutto è posto sotto il segno della benedizione divina, perché è “dal principio” che il Creatore ha pensato all’umanità come alla relazione vivente di uomo e donna, chiamati insieme a “dominare” la creazione (cfr Gn 1,26-28). Il riconoscimento poi di questo disegno è la benedizione umana come risposta libera al piano di Dio, una risposta che inneggia alla bellezza dell’amore familiare e condivide i beni prodotti con il lavoro, continuando nella solidarietà l’opera creatrice del Signore. Così la gioia dell’essere famiglia e la dimensione del lavoro sono tanto armonizzate tra loro da formare un tutt’uno. Certo il Salmo intende cantare l’amore familiare. Nello stesso tempo però il lavoro appare come realtà espressiva e parte integrante di questo amore. Amare e lavorare, assieme al fare festa, sono davvero gli elementi essenziali di una vita familiare. Senza queste realtà non vi sarebbe umanità, né famiglia, né vita, né sviluppo di un mondo nuovo, umanizzato e perennemente migliorato dall’amore e dal “dominio” umano. Certo le immagini di famiglia e di lavoro presenti nel Salmo presuppongono un ambiente sociale molto diverso dal nostro: vi troviamo una visione monogamica indiscussa, la presenza di molti figli, i ruoli 27 familiari semplificati (il padre che lavora per procacciarsi il sostentamento; la madre che nascosta sta nell’intimità della casa; i figli a tavola pieni di appetito e di gioia), il mangiare insieme come simbolo dell’unità familiare. Le immagini poi della vite e dell’olivo suggeriscono subito esuberanza per i figli che crescono e fecondità per la madre. In particolare, la vite esprime la gioia dell’amore; e insieme ci parla della benedizione di Dio che crea la fecondità. Le immagini però, in un orizzonte più ampio, rimandano alla grande famiglia d’Israele. In realtà il Salmo sfocia su Gerusalemme, la capitale ovvero la madre, e su Israele ovvero Giacobbe, il padre delle dodici tribù. E così la relazione familiare del marito con la madre e con i figli si allarga sino a comprendere la relazione del singolo figlio di Israele con la madre Gerusalemme e il padre Israele. In tal modo la benedizione promessa passa dalla lunga vita del singolo al benessere della capitale e alla pace di tutto Israele. Lavoro e riposo nel comandamento del Sabato Una seconda prospettiva biblica è data dal comandamento del Sabato (cfr. Dt 5,12-15; Es 20,8-11), che riguarda sì il riposo ma secondo una formulazione che dà senso anche al lavoro e che pone il tutto in un’ottica familiare. Come ogni altro comandamento, anche il Sabato si situa nella logica dell’alleanza tra Dio e il popolo. Il comandamento infatti è donato a Israele, non gli è imposto (cfr. Dt 5,33); comporta però la risposta libera al cammino proposto da Dio che l’ha liberato. Ora è precisamente con il riposo settimanale del Sabato che l’umanità può anticipare il realizzarsi della piena libertà quale si avrà con il settimo giorno di Dio, la meta ultima verso cui l’intera creazione è in cammino. È la famiglia come tale che deve osservare il riposo del Sabato, ricordando la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e anticipando nel tempo umano il settimo giorno di Dio. Vivere il sabato è una caparra della promessa di Dio che benedice il lavoro dell’uomo e ne anticipa il compimento: in tal modo il riposo sabbatico è segno reale della liberazione dal lavoro come faticosità, come schiavitù, pura alienazione, “non senso”. Ma non è la sua capacità di homo faber a redimere i limiti e i pesi della temporalità, bensì la partecipazione al riposo di Dio: è, dunque, la sua dimensione di homo religiosus, in quanto anticipa la meta del settimo giorno di Dio. In esso, nella comunione con Dio, egli troverà la sovrabbondante pienezza della sua dignità. Per concludere, l’umanità non è finalizzata al lavoro, ma al Sabato; l’umanità intesa non come singolo individuo, ma come famiglia: spetta infatti al capofamiglia indire l’osservanza del Sabato. E quel “non farai alcun lavoro, nè tu, né tuo figlio, ecc.” dice anche di rapporti sociali profondamente mutati dal Sabato. Il tempo del lavoro, infatti, inevitabilmente differenzia e divide; quando invece si riposa e si fa festa, le stesse disuguaglianze sociali appaiono attenuate: si familiarizza, si condivide, si comunica. Ancora una volta, il culto riferito a Dio e la liberazione delle persone e delle loro relazioni vanno nella stessa direzione. Sì, abbiamo bisogno – e oggi ancora più di ieri – di un tempo di festa vissuto da tutta la famiglia, perché esso è importante, è indispensabile sotto il profilo sociale ed educativo. 2. La Parola della Chiesa: Famiglia e lavoro, edificazione della societa’ e umanizzazione del mondo A partire dalla benedizione originaria di Dio che promuove il lavoro umano vogliamo ora addentrarci nel percorso suscitato dalla fede cristiana nella storia. 1.La dottrina sociale della Chiesa È un percorso che attraversa l’intera vicenda storica della Chiesa e che trova il suo punto più significativo nella dottrina sociale: una dottrina che non inizia con la Rerum novarum di Leone XIII ma con la prima comunità apostolica, sicchè tale dottrina si salda con la Sacra Scrittura e qui ritrova le sue radici, il suo dinamismo, il suo costante criterio: “la coerenza con la fede in Cristo e con il suo vangelo di salvezza”. È stato, in particolare, l’esplodere della “questione sociale” - ovvero del conflitto tra capitale e lavoro nel contesto dell’industrializzazione – a far sorgere, come risposta, una vera e propria “dottrina sociale della Chiesa” nella forma specifica che oggi conosciamo e che è venuta elaborando ‘princìpi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione’ per creare poi le condizioni affinché “le comunità cristiane” potessero via via “individuare – con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà – le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi” (Octogesima adveniens, n.4). Dovremmo ora seguire le tappe dello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, in particolare in tema di rapporto famiglia-lavoro. Ma si aprirebbe qui un campo quanto mai ampio di studio e di analisi dei diversi 28 interventi sociali del magistero. D’altra parte solo con uno sguardo complessivo si potrebbe cogliere il peso reale e l’energia profetica della dottrina sociale della Chiesa, vedendo cioè come le comunità cristiane hanno saputo lasciarsi sfidare dalle varie problematiche sociali, intercettandole in continuità, in parte lasciandosi condizionare dalle situazioni del tempo e in parte dimostrando lungimiranza e apertura alla novità, accogliendo e rispettando le esigenze della razionalità umana e insieme ispirandosi e consegnandosi agli ideali evangelici. Mi vedo costretto a toccare rapidamente qualche aspetto del magistero sociale di Benedetto XVI. 2.L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI Il magistero sociale di papa Benedetto XVI viene inaugurato dalla prima enciclica Deus caritas est (2005), che ci offre la prospettiva unitaria da cui possiamo traguardare il suo intero insegnamento. Infatti tutte le realtà – in specie la vita familiare, il lavoro, la festa -- sono unificate, trasfigurate e portate a compimento dall’amore di Dio, diventando esse stesse opere di amore, testimonianza di vera carità. Come scrive il Papa, “L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta” (n.28). E proprio alla ricerca di una verità piena per l’intera vita sociale è dedicata la Caritas in veritate (2009). Partendo dalla consapevolezza che “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (n. 19), l’enciclica sottolinea come suo filo conduttore e provocatore l’esigenza di uno sviluppo umano integrale, capace di far crescere armonicamente tutte le dimensioni costitutive dell’uomo: personali, relazionali, sociali, culturali, spirituali. E anima profonda di questo sviluppo è la carità che, purificata e guidata dalla verità, “dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo” ed è “il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (n. 2). Di qui il concetto originale di fondo: l’economia e la vita sociale devono essere plasmate dallo spirito del dono, dalla logica del disinteresse, della comunione, della fraternità, della solidarietà, della gratuità (cfr. n. 38). Troviamo qui quello che definirei il novum dell’enciclica sociale di Benedetto XVI, un novum in un certo senso “profetico” in quanto a tutti lancia un coraggioso “appello” e pone una grande “sfida”, come emerge nel capitolo terzo dell’enciclica (cfr. nn. 34-42). Di questo capitolo riascoltiamo il limpido e denso incipit: “La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistente. L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza… Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, la carità irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti… Perchè dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità. Unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini… L’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore” (n. 34). La gratuità nell’ambito economico e sociale Queste affermazioni fondamentali trovano una specifica applicazione anche nell’ambito economico e sociale, e quindi anche in riferimento alla famiglia e al suo lavoro. Del resto è la stessa esperienza umana a dirci che non è affatto vero che siano il massimo profitto e la massima utilità economica a muovere l’agire dell’uomo: la vera e più esplosiva motivazione è la carità, con l’energia che ha di suscitare e sostenere relazioni nuove, fraterne appunto, in ogni famiglia, in ogni impresa e nell’intera grande famiglia umana! Nessun equivoco però: la logica della gratuità non implica che in economia si possa comprare e vendere gratis, senza prezzo o senza corrispettivo; implica invece che si lavori e si realizzino scambi e investimenti in modo pienamente rispettoso dell’uomo, quindi - non ultimi - dei suoi legami familiari e sociali! Gratuità significa far sì che la persona umana sia posta al vertice di ogni scelta economica, politica, sociale; comporta che nessun essere umano sia strumentalizzato ad altre logiche che non siano la piena realizzazione, sua e dell’umanità intera! Una simile gratuità non può rimanere racchiusa in alcuni ambiti dell’attività economica – quali ad esempio le associazioni, gli enti con finalità mutualistica o cooperativa, i soggetti non profit in genere –, quasi potessero esistere altri campi in cui l’unica regola è quella del massimo profitto o del massimo tornaconto individuale! Viceversa, la gratuità è dimensione vera e necessaria dell’intero agire sociale ed economico, se intesa come dimensione qualitativa delle relazioni, interpersonali e sociali. La famiglia scuola di socialità: possibilità e minacce Ma ecco un interrogativo ineludibile: la gratuità dove trova le sue sorgenti più vive e originali? La risposta è: nella famiglia, che tramite il proprio lavoro si configura come luogo caratteristico in cui è quotidianamente 29 possibile apprendere il linguaggio della gratuità! La famiglia è il soggetto esemplare in grado di praticare e di comunicare questo linguaggio all’intera vita sociale, economica e politica: diviene così, prima e più che ogni altro soggetto, la scuola di socialità che educa alla gratuità tutti, compreso chi domani avrà responsabilità in qualsiasi campo della vita sociale. Per questo la famiglia deve essere intesa non solo come ambiente affettivo in cui si vive la prossimità, ma anche come vero e proprio punto di partenza di una società rinnovata, capace di vivere la gratuità nell’ambito di tutte le relazioni sociali! Si deve tuttavia riconoscere che la piccola ma vera società quale è la famiglia, proprio nel lavoro – come normale ma prezioso contributo allo sviluppo dell’intera vita sociale -, è sempre più minacciata. Nel suo sorgere, anzitutto. Infatti, quando “l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica”, ci si trova conseguentemente di fronte a “forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio” (n. 25). In tal senso la precarietà strutturale, in cui i giovani si trovano a vivere in molte parti del mondo, costituisce di fatto una pesante ipoteca sul futuro delle famiglie e, di riflesso, della società. Il che provoca un innegabile danno sotto il profilo economico, poichè la crisi demografica si traduce anche in problema economico. Così pure anche lungo l’intero arco di vita la famiglia si trova spesso minacciata e in profondità. Come scrive il Papa: “L'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale” (n.25). In questa linea preoccupa gravemente la disoccupazione giovanile, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel suo ultimo rapporto, risulta in crescita dell’80% nei Paesi sviluppati e di due terzi nei Paesi emergenti: dati, questi, che interpellano con forza la società, in particolare chi ha responsabilità politiche ed economiche. Anche la povertà minaccia pesantemente la vita di molte famiglie della terra, con il risultato di una grave violazione della dignità del lavoro umano. Pure lo sviluppo demografico non può essere compromesso con il falso pretesto di considerarlo causa di povertà. Infine, circa la prospettiva di fede secondo cui considerare il rapporto famiglia-lavoro, la Caritas in veritate ci offre un contributo prezioso già con la sua impostazione profondamente antropologica e superlativamente teologica. Del resto è la caritas il principio, il dinamismo, la forza, il fine, lo stile dell’agire umano: e questo per ogni persona – singola o comunità – e in ogni ambito di vita, lavoro compreso. Elementi di “spiritualità” del lavoro ritroviamo poi nelle ripetute affermazioni sull’inscindibile rapporto tra giustizia e carità. Senza dimenticare la mirabile “conclusione” dell’enciclica: “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le mani alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace” (n.79). 3.L’Ethos del Lavoro umano: una nuova Luce dalla vita di Nazareth La prospettiva di fede circa il rapporto famiglia-lavoro racchiude anche una dimensione etica, ossia un aspetto di grazia e di responsabilità di cui sono segnate, secondo il disegno di Dio e le esigenze più profonde del cuore umano, le realtà della famiglia e del lavoro. Ora l’ethos della famiglia in rapporto al lavoro si radica nel logos, ossia nella verità e nel senso che Dio ha stampato nell’uomo e che questi è chiamato a conoscere e riconoscere alla luce della ragione e della fede. È un ethos dinamico che sollecita l’uomo a ordinarsi liberamente e responsabilmente al telos, ossia al destino, alla mèta di un compimento che è la gloria di Dio e la santità della persona umana. L’ethos dunque non è freno né ostacolo, ma spinta a realizzare in modo sempre più pieno la vera umanità della persona in se stessa e con gli altri. È sorgente di quelle virtù che custodiscono e sviluppano i valori più alti di giustizia, solidarietà, gratuità, generosità in ogni ambito della vita, in specie in quello della famiglia e del lavoro. Sono due in particolare i momenti etici fondamentali nella relazione famiglia-lavoro. Il primo è quello di favorire la “cultura” del lavoro, la conoscenza adeguata e il cordiale “riconoscimento” dei valori e delle esigenze - dei diritti e dei doveri - implicati nel rapporto famiglia-lavoro. Il secondo è quello di una concreta 30 assunzione di libertà responsabile nel vivere le realtà della famiglia, del lavoro e della loro reciproca implicazione. Questi due momenti etici sono sfidati oggi da diverse forme di complessità e di fragilità che coinvolgono, talvolta drammaticamente, la realtà della famiglia e del lavoro, specie nel loro vicendevole rapporto. Per questo si rende sempre più urgente un grande rilancio della responsabilità educativa: da parte della famiglia, della scuola, della società civile e della comunità cristiana. Come a dire che la prima questione posta dal lavoro oggi è quella culturale, quella cioè del suo vero “senso” per la persona, la famiglia, le comunità, la società. A questo ethos vorrei riservare alcune rapide riflessioni riprendendo lo sguardo rivolto a Cristo come “figlio del falegname” nella sua vita a Nazareth: uno sguardo che s’inserisce nell’icona di questo Incontro Mondiale delle Famiglie, uno sguardo che ci apre alla risposta vera e valida circa il posto e il senso del lavoro nella nostra vita, in particolare nella vita di famiglia. 1. La normalità del lavoro nella vita d'ogni giorno È un Gesù “normale” quello che troviamo a Nazareth, un uomo comune a tutti gli altri. Ed elemento essenziale per lui è il suo lavoro con Giuseppe. Gesù lavora con un uomo "giusto", umile, nascosto, dedito alla sua famiglia. Lavora, giorno dopo giorno, per trent'anni: tanti e sempre uguali! Qui la normalità coincide con la quotidianità, con quanto comporta di ripetitività, stanchezza, fatica, sacrificio, impegno. E all'insegna del senso del dovere! E che tipo di lavoro compie Gesù a Nazareth? Lavoro di falegname o fabbro che sia, è pur sempre il suo un lavoro manuale. Ci insegna che ogni lavoro, anche quello manuale e il più umile e il più stressante, ha dignità umana, in quanto rimanda alla persona coinvolta nel lavoro, in obbedienza alla volontà originaria del Creatore. Emergono subito non pochi interrogativi sulla "filosofia" del lavoro: qual è il giudizio che comunemente viene dato sul lavoro? Conta di più il lavoro - cioè il tipo di lavoro - o la persona che lavora? E allora non si devono forse denunciare discriminazioni inaccettabili, perché oltre i limiti della giustizia, anche nell'ambito della retribuzione economica e delle pensioni? Certo, c'è una giustizia "distributiva", ma, proprio perché "giustizia", ha dei limiti, oltrepassati i quali si trasforma in un’ingiustizia scandalosa, che suona insulto alla povertà di tante persone e ancor più alla dignità di quanti percepiscono retribuzioni evidentemente fuori misura. Questo vale nel campo privato e soprattutto quando è in questione il danaro pubblico, di tutti e per tutti. Forse che il tempo, le forze fisiche e psichiche, le responsabilità dell'ultimo lavoratore valgono di meno del tempo, delle forze e delle responsabilità di un alto dirigente di finanzia o di industria o di governo o di partito o di sport? Mi chiedo: le cosiddette leggi del mercato - che danno molto a qualcuno perché la sua attività movimenta enormi capitali a beneficio di molti – non devono forse essere, loro stesse, regolate? Regolate perchè il mercato sia per l'uomo e non l'uomo per il mercato! 2. Il lavoro e la vita in famiglia Gesù è al suo paese, a Nazareth. Ed è con Maria, la madre, e con Giuseppe, il padre putativo e insieme il "maestro" di lavoro e, con gli anni, anche il "compagno" della fatica d'ogni giorno. Un lavoro che si svolge in famiglia: anche questo è ricco d'insegnamento per noi. Infatti, il dato "sociologico" del lavoro in famiglia, peraltro così modificato nell'esperienza storico-sociale-culturale con il variare dei tempi, si pone pur sempre come dato "paradigmatico", in quanto fa emergere la questione sempre attuale del rapporto lavoro-famiglia. Questo rapporto può esprimersi con due interrogativi generali. Il primo: senza lavoro, quale famiglia è possibile? In realtà, non c'è famiglia senza lavoro! Non è possibile costituirla o - se costituita - non è possibile farla crescere nei valori e secondo le esigenze ad essa peculiari. La questione non è solo economica, perchè il lavoro è inserimento attivo nel tessuto della società, è partecipazione responsabile all’edificazione della città: se ne viene esclusa, la famiglia è come mutilata, emarginata, deturpata da una ferita che può portarla a vergognarsi, a nascondersi, a prediligere sentieri male illuminati e trascurare gli spazi aperti e luminosi in cui la gente si incontra, intesse relazioni, entra in una vita di comunione. S’inserisce qui anche il fenomeno delle migrazioni con i contraccolpi problematici o negativi, non solo sulla famiglia migrante costretta a lasciare il proprio Paese, ma anche sul “lavoro temporaneo” specie con l’attività di cura (badanti, colf, ecc.) di cui l’Europa è beneficiata grazie, soprattutto, alla presenza di donne che provengono dalle Filippine, dal Sudamerica, dall’Est e che hanno lasciato marito e figli pur di riuscire a guadagnare il necessario. E il costo sociale di tutto questo può non interrogarci? 31 Il secondo interrogativo: senza famiglia, quale lavoro è possibile? Sì, non c'è lavoro senza famiglia! L'esperienza infatti ci dice che la famiglia è il luogo educativo primario anche per il lavoro. Se manca un’adeguata educazione al lavoro, viene ostacolata la necessaria maturazione dei figli, con il rischio di non esporli al lavoro con le sue difficoltà e di spingerli comunque al lavoro, anche se non corrisponde alle reali situazioni dei figli o non ne valorizza le capacità o viene scelto esclusivamente per il reddito o la notorietà. Altro obiettivo da raggiungere è una conciliazione, meglio un’armonizzazione, direi una alleanza positiva, tra la vita di lavoro e la vita di famiglia: nei ritmi di tempo (oggi sempre più frenetici) e nelle condizioni di vita e di lavoro (si pensi al prolungarsi delle percorrenze per recarsi sui luoghi di lavoro). Urge allora trovare strumenti adeguati per migliorare il rapporto tra tempi della vita familiare e tempi del lavoro. Una questione, questa, che investe soprattutto l’universo femminile, che oggi porta il grosso del peso della cura dei figli: pensiamo ai contratti part-time, ai congedi parentali e a tutte quelle forme che permettano una sana flessibilità a tutela del lavoratore e della sua famiglia. È evidente che il realizzarsi di una simile alleanza esige un'opera insieme formativa e politico-sindacale: da un lato chi lavora deve essere educato a non "sacrificare" i valori più profondi della vita familiare con un impegno lavorativo esclusivo e totalizzante, che non conosce né feste né pause, che nega nei fatti ogni momento di riflessione, di vita familiare e di dono di sé; dall’altro lato chi è impegnato nella politica e nel sindacato deve saper obbedire a logiche non solo di "efficienza economica", ma anche di "efficacia umana", come la coltivazione di rapporti interpersonali più significativi nell'ambito della famiglia e del più ampio tessuto sociale. 3. Il lavoro al servizio del "villaggio" di Nazareth Gesù svolge il suo lavoro nella casa di Nazareth, dunque in un villaggio, ma anche per il villaggio e con tutta probabilità per altri villaggi ancora. Questo accenno ci rimanda alla dimensione sociale del lavoro. Così lo spazio familiare si dilata e diviene spazio comunitario più vasto, mediante l'ampliarsi dei rapporti interpersonali: parole queste di estrema semplicità ma che oggi assumono proporzioni enormemente amplificate con il fenomeno della globalizzazione. E qui sorge l'esigenza di fare dei luoghi di lavoro non solo uno spazio geografico o fisico nel quale ci si trova, né un campo di rivendicazioni reciproche, anche se giuste, né un’area di dura conflittualità, ma una comunità di persone: una comunità cioè dove le persone vengono non solo rispettate nella loro dignità ma anche valorizzate nelle loro molteplici e diverse risorse e potenzialità. È questa, com’è noto, la precisa prospettiva proposta dalla dottrina sociale della Chiesa; ma è questa anche un'esigenza umana, naturale e razionale, di cui sono oggi consapevoli le stesse scienze economiche più moderne. Oggi però la dimensione sociale presenta contenuti, caratteristiche e problematiche inedite, quali la globalizzazione e i nuovi rapporti tra lavoro e lavoratore e tra gli stessi lavoratori. Ciò esige che la sfida per la solidarietà e i diritti sia affrontata in un’ottica necessariamente globale: la vita e la salute – ad esempio di un operaio cinese valgono tanto quanto quelle di un italiano. Ed è evidente che impegnarsi per il rispetto dei diritti di un lavoratore italiano non è in contrasto con l’impegno a favore di “delocalizzazioni responsabili” delle nostre aziende al di fuori dei confini nazionali. È necessario oggi vivere un più spiccato senso sociale e rilanciare con più forza il valore della solidarietà. Il senso sociale chiede, anzitutto, che si coltivi una profonda parentela tra diritti e doveri, rivendicando i primi e insieme assumendo responsabilmente i secondi. Quanto poi alla solidarietà, il rilancio dovrà muoversi secondo centri concentrici: dall'interno della propria azienda (nei riguardi dei compagni di lavoro, specie in momenti di disagio, di difficoltà, di crisi aziendali) al circuito delle diverse aziende di una determinata città o territorio o settore e, infine, in rapporto al “sistema”Paese, attraverso una vera e propria "politica del lavoro". Questa, in realtà è chiamata a fare della solidarietà non un semplice e sia pur nobile sentimento etico, ma un principio originario e strutturale della crescita globale e organica dell'economia di un Paese, e di questa nella più grande economia del mondo, casa comune di tutta l'umanità. 4. Gesù salvatore del mondo mediante il lavoro La fede ci assicura che Gesù Cristo, crocifisso e risorto, è il salvatore del mondo, l'unico salvatore! Ma questa stessa fede ci apre allo stupore, perché Gesù Cristo è l'unico e universale salvatore anche mediante il suo lavoro quotidiano a Nazareth. È veramente sorprendente per noi sapere che il Salvatore del mondo ha fatto sbocciare la salvezza proprio qui, al banco del falegname, tra le mura o nei dintorni della piccola casa di Nazareth. Solo dopo trent'anni rivedremo il Signore altrove, cioè sulle strade della Palestina e sulla Croce. Lo ripeto: ha fatto sbocciare la salvezza con il lavoro delle sue mani: altrove ci sarà la parola che davanti a tutti annuncia la "lieta notizia", mentre qui tutto è nascondimento e silenzio; altrove ci saranno i gesti miracolosi, 32 mentre qui l'unico "miracolo" è quello di un lavoro che fa "vivere": fa vivere chi lavora e gli altri ai quali il lavoro è destinato. Sì, è la fatica umana di Cristo Salvatore che “redime” e "santifica" il lavoro, ed insieme lo rende "santificante". E questo vale non solo per lui, ma anche per noi. È nuovamente la fede cristiana a dirci che il nostro lavoro è una reale condivisione del lavoro stesso di Gesù Cristo. Per questo anche il nostro lavoro, con la grazia del Signore Gesù, diventa luogo di salvezza e di santificazione per noi e per gli altri. Di qui il doveroso interrogativo: abbiamo noi la consapevolezza della novità cristiana presente e operante nel nostro lavoro? Crediamo veramente che è anche nel lavoro e attraverso il lavoro delle nostre giornate che noi ci salviamo e ci santifichiamo? In realtà, c'è una condizione indispensabile per avere limpida questa consapevolezza e salda questa fede: è l'amore al silenzio del cuore e al colloquio della preghiera. A sua volta sarà questa preghiera a sostenerci nel testimoniare la novità cristiana del lavoro dentro il nostro vissuto quotidiano, che in gran parte è dato dal lavoro: una testimonianza dai lineamenti tipici della vita di Nazareth, che è fatta di semplicità, normalità ed essenzialità; che non ricorre a nessuna "predica" e a nessun "proselitismo"; che non ha bisogno di segni distintivi o speciali; che rifugge da tutto ciò che può urtare sensibilità diverse dalla nostra; che non scade in qualche forma di pietismo. Basta il dovere, il dovere compiuto nel migliore dei modi! Senza dire che la vita di grazia dei lavoratori - questa meravigliosa “inabitazione” di Dio, Trinità santissima, nella nostra anima - rappresenta la più preziosa ricchezza spirituale che noi offriamo, anche se a loro insaputa, ai nostri compagni di lavoro: e non solo a loro. È questo il lievito evangelico, nascosto quanto efficace, che fermenta l'impasto dell'ambiente di lavoro e che contribuisce al vero "bene comune" di cui ha grande bisogno la nostra società. + Dionigi card. Tettamanzi Milano, 31 maggio 2012 33 IV. La famiglia e il lavoro oggi: tra opportunità e precarietà Prof. Pedro MORANDÈ COURT (Cile) Biografia Pedro Morandé Court è professore di sociologia presso l'Università Cattolica del Cile e dal 1995 Preside della Facoltà di Scienze Sociali. È membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e del Pontificio Consiglio della Cultura. È nato a Santiago del Cile nell’agosto 1948. Ha studiato sociologia presso l'Università Cattolica del Cile e ha svolto un dottorato in sociologia presso l'Università di Erlangen-Norimberga, Germania Ovest, nel 1979. Titoli Tra i libri pubblicati possono essere menzionati "Cultura e modernizzazione in America Latina" (1983), "Chiesa e cultura in America Latina" (1989), "Persona, matrimonio e famiglia" (1994), "Famiglia e Società" (1999), "L'America Latina: Identità e futuro" (2007). Abstract Il Magistero pontificio ha insegnato che il lavoro è l'espressione della dignità essenziale di ogni uomo o donna, se è un lavoro remunerato come volontario, espressione della solidarietà all'interno della famiglia e della società civile. In primo luogo è la fonte di sostegno e cura della comunità familiare. In secondo luogo è la via per sviluppare i talenti e doni di Dio, la costruzione reciproca della vita della famiglia e della comunità di appartenenza. Attualmente ci sono due priorità da evidenziare: l'inserimento delle donne nell’istruzione e al mercato del lavoro - rivoluzione sociale del ventesimo secolo - e la transizione dalla produzione industriale nell'era postindustriale, dove la dinamicità del settore produttivo si è spostato nei servizi e il lavoro riflette l'innovazione, la creatività e l’intelligenza che hanno migliorato notevolmente i loro prodotti. Società di oggi richiede uno standard di qualità del lavoro umano che non dipende solo dalla tecnologia, ma sempre più dalla qualità umana e la profondità con cui viene permesso all’intelligenza di intervenire sulla realtà in tutte le sue dimensioni. La precarietà del lavoro può essere superata solo con la qualificazione continua dei soggetti professionali. L'intervento di Pedro Morandè Court, professore di sociologia presso l'Università Cattolica del Cile Di seguito l'intervento integrale. Il beato Giovanni Paolo II scrisse nella Centesimus Annus: “La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino” (n39). In queste frasi viene sintetizzato in modo eccezionale ciò che significa il lavoro per la famiglia. Da una parte, certamente procurare il sostentamento materiale della vita, senza il quale non può esserci sviluppo umano. Ma ancor più fondamentale è educare i figli nella verità e nel bene, amarli in modo che possano scoprire la dignità con cui sono stati chiamati all’esistenza dal Creatore, educarli alla conquista della loro libertà interiore per affrontare umanamente il loro destino unico e irripetibile. Tutta l’evidenza empirica, oggi, rispetto all’educazione e all’origine delle disuguaglianze sociali, indica che l’educazione dei bambini nei primi anni di vita è decisiva per il loro sviluppo posteriore, generandosi precisamente in questa fase dello sviluppo umano, la maggiore distanza sociale tra chi ha ricevuto attenzione, accoglienza e stimoli emozionali nei confronti delle loro abilità cognitive e chi non l’ha ricevuta. La scuola non è capace di correggere posteriormente ciò che i genitori e la famiglia non hanno fatto a suo tempo. Per questo, la relazione tra famiglia e lavoro non è estrinseca, ma intrinseca, non è un peso che la società impone alle persone e alle famiglie, ma è piuttosto il risultato della dignità co-creatrice che ha voluto dare agli esseri umani il disegno divino sulla creazione. Il magistero sociale della Chiesa ci ha insegnato che tutta l’attività umana appartiene all’ambito del lavoro. Non solo quella che viene remunerata dalla società, ma anche, quella che si offre gratuitamente come un dono alle altre persone e alla comunità a cui si appartiene. Tutte le persone lavorano sempre più di quanto siano retribuite economicamente. Se questo vale per tutti gli ambiti della vita sociale, a maggior ragione si applica alla famiglia, che gratuitamente ci insegna molti aspetti essenziali della vita, come per esempio, a controllare il nostro corpo, i suoi movimenti, il suo ritmo. Ci insegna anche il sempre complesso linguaggio materno, con le differenze e sottigliezze tra la fattualità degli eventi dell’attività umana e le ipotesi relative 34 alla sua possibilità passata e futura. In famiglia impariamo anche la moralità degli atti umani e ad assumere la responsabilità rispetto alla dignità della nostra condotta sia in relazione a noi stessi che in relazione al prossimo. In essa, impariamo a condividere anche la stima per la saggezza, per i beni spirituali che abbiamo ricevuto come doni di chi ci ha preceduto nell’esistenza e, in special modo, il dono della fede. Per tutto ciò, il magistero sociale della Chiesa ci ha insegnato che il lavoro non ha solo una dimensione oggettiva in quanto produce beni commerciabili e intercambiabili, che costruiscono il tessuto sociale, tanto a livello locale, come regionale e mondiale, ma anche una dimensione soggettiva, non commerciabile, che costruisce la nostra propria persona e che stimola la crescita della libertà per offrirsi agli altri, con rispetto e dignità. Il lavoro appartiene al dinamismo della libertà e della creatività umana per mezzo delle quali trasformiamo il mondo per soddisfare le necessità delle persone. Senza questa soddisfazione non potrebbe esserci una convivenza pacifica e giusta tra i popoli. Tuttavia questa soddisfazione dei bisogni non si ottiene solamente attraverso l’acquisizione di beni di consumo commerciabili. Certamente, per la la maggior parte delle persone, il lavoro remunerato è la principale fonte delle loro entrate per sostenere se stessi e la propria famiglia. Ciò nonostante, il lavoro eccede la sua retribuzione per l’amore con cui si realizza, per la libertà che si mette in gioco, per l’innovazione e la creatività che propone. Il lavoro è la risposta effettiva che gli esseri umani danno al dono della vita e a tutti gli altri doni che ricevono dai loro antenati, dai loro progenitori, dalle loro famiglie, dai loro maestri. È un elemento essenziale della reciprocità dei vincoli sociali, a partire dai quali si produce una convivenza pacifica tra le persone, si genera fiducia, desideri di cooperazione e aiuto reciproco. In una parola, il lavoro aiuta le persone a scoprire la propria vita come vocazione, come quella esortazione che ricevono dagli altri a sviluppare i loro talenti, le loro virtù, la pienezza della loro libertà. Queste considerazioni preliminari sono molto importanti per le novità che presenta il lavoro nella nostra epoca. Vorrei menzionare, in primo luogo, che viviamo in una società che alcuni scienziati sociali denominano “postindustriale” questo significa che dinamismo creatore dell’economia e della società nel suo insieme si è trasferito dalla produzione su grande scala che le presone e le macchine realizzavano nell’industria, alla conoscienza, all’innovazione tecnologica, alle comunicazioni, al settore dei servizi. “Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro” dice la Centesimus annus (n 32). Questa trasformazione ha cambiato molto profondamente le relazioni del lavoro e la sua relazione con la famiglia. Anche se l’espressione non è completamente soddisfacente, la famiglia si è trasformata in un fattore essenziale nella formazione del “capitale umano”. Già abbiamo menzionato l’importanza dell’educazione nei primi anni dell’infanzia. A questa poi si aggiunge il desiderio di sapere, di progredire, di servire gli altri e la società nel suo insieme. Le fonti della conoscenza e dell’informazione sono sempre più a disposizione delle persone. Tuttavia il desiderio di acquisire questo sapere, di farlo proprio, d’intraprendere a partire da questo, un lavoro creativo al servizio del bene comune, dipende dalla libertà di ognuno e dalla perseverenza con cui si pratica la autoformazione continua. Vale a dire, ha bisogno della comprensione della vita umana come vocazione e questo può percepirsi solo nella comunione con le altre persone; ed è proprio la famiglia la maggior e più frequente esperienza di comunione che sperimentano le persone. Questi cambiamenti sociali rappresentano nuove opportunità per la famiglia e per la società, però anche nuovi rischi che mettono in evidenza la sua precarietà. Prima di fare un bilancio di questi ultimi, vorrei completare l’elenco dei nuovi avvenimenti, che è necessario considerare. Dunque, il secondo fattore sociale determinante della nostra epoca è stato l’inserimento della donna nel mercato del lavoro remunerato che è stato possibile nel contesto sopra descritto, per il suo accesso previo all’educazione, inclusa l’educazione superiore. Mi sembra che questa sia stata la rivoluzione sociale più importante del XX secolo. Si tratta di una processo ancora in corso, con importanti ritardi nei paesi emergenti e nei paesi sottosviluppati, dove mancano ancora grandi inversioni nell’ambito educativo. Con tutto ciò, sembra essere un processo irreversibile che ha cambiato sostanzialmete le relazioni del lavoro e anche il volto degli spazi pubblici della società. All’inizio, si sono aperti timidamente posti di lavoro per lavori tipicamente femminili. Invece nel suo decorso, l’incorporazione della donna al mercato del lavoro comprende già tutti gli ambiti sociali, inclusi quelli che prima erano considerati tipicamente maschili, come le miniere, le costruzioni, la ricerca scientifica, le forze armate, la polizia e molti altri. Anche nell’esercizio del potere politico le donne hanno mostrato abilità e talenti che permettono loro di competere vantaggiosamente con gli uomini. 35 L’ingresso della donna nel mondo del lavoro salariato non ha significato solamente un riconoscimento del valore sociale della condizione femminile come tale, piuttosto ha significato una profonda redifinizione dei ruoli sociali influendo sulla società nel suo insieme. Innanzi tutto ha aiutato alla crescita economica potendo la società disporre di un maggior numero di risorse umane qualificate e di maggior varietà di specializzazioni. La donna ha qualità naturali e abilità sociali che non necessariamente devono competere con quelle maschili, quanto piuttosto completarle. Le aziende, da parte loro, hanno dovuto organizzarsi e disporre di servizi che prima non avevano. Le leggi sociali hanno dovuto riconoscere l’estensione per maternità per la donna, e anche per la cura dei figli minori d’età quando si ammalano. Si sono dovuti creare asili nido nei luoghi di lavoro secondo determinate condizioni, istituire il lavoro part time e aumentare la flessibilità lavorativa. Giuridicamente si è dovuto riconoscere la capacità delle donne per amministrare i beni e, nel caso delle donne sposate, per amministrarli con i rispettivi coniugi. Per la famiglia un secondo stipendio ha significato il rafforzamento del suo potere d’acquisto e la sua capacità di investire, che non sempre ha significato anche un maggior consumo, ma anche un risparmio e inversione. La situazione di questo aspetto è molto distinta nelle differenti regioni del mondo conformemente al grado di sviluppo sociale dei paesi. Ciò nonostante, in generale, possiamo affermare che ha aiutato alla progressiva scomparsa del proletariato e all’incremento dei ceti medi con aspettative di mobilità sociale ascendente. Le famiglie cominciano a spendere meno in alimenti e di più in dotazioni per la casa, particolarmente di alta tecnologia, e anche in automobili, in vacanze, viaggi e uso del tempo libero. D’altra parte, però, le donne hanno dovuto assumere, almeno durante un periodo di transizione che ancora non è terminato, il doppio lavoro della loro professione e dei lavori domestici. La ridefinizione dei ruoli all’interno della famiglia non è stata semplice. Gli uomini hanno dovuto assumere, almeno parzialmente, lavori domestici, occupandosi della cura e della salute dei figli e della loro educazione. Abituati a essere gli unici sostenitori della famiglia, si sono dovuti abituare all’idea che le loro coniugi possono avere entrate superiori ai propri o assumere incarichi di leadership e di responsabilità di gerarchia superiore, e questo ha ferito, a volte, la loro auto stima. Tuttavia forse, la cosa più importante, è che hanno dovuto accettare che le loro mogli sono economicamente autosufficienti e che l’antica dipendenza dalla casa deve essere rieducata accettando, riconoscendo e valorizzando la loro libertà di esercitare la propria professione o mestiere e per realizzare il proprio progetto di vita. Le opportunità introdotte nella famiglia da questa ridefinizioni dei ruoli ha una relazione essenzialmente con la qualità della vita, non solo materiale, ma anche spirituale. Per le coppie sposate ha significato un approfondimento della loro relazione di reciprocità e complementarietà, comprendendo che i talenti di entrambi devono condividersi in una vita costruita quotidianamente in comune. Per i padri ha significato anche un avvicinamento alla realtà dei figli, preoccupandosi della loro cura e della loro educazione: ciò ha sviluppato un vincolo emozionale normalmente sconosciuto in precedenza. Questi cambiamenti, però, hanno portato anche nuovi rischi che hanno mostrato la precarietà della vita matrimoniale. In primo luogo, hanno fatto del matrimonio una relazione più personalizzata e, quindi molto più esigente, con la conseguenza di una maggior frequenza di rotture matrimoniali quando le relazioni sono immature e unilaterali. Se si produce una rottura della convivenza, nella maggior parte dei casi la tutela dei figli è affidata alla madre, generando così in essi l’esperienza del “padre assente”, che è diventata una vera cultura nella nostra epoca. I figli educati in assenza di padre, a loro volta, rimangono infantili e immaturi, retro-alimentando il circolo delle rotture matrimoniali, specialmente, in età giovane e con pochi anni di convivenza. Tutti i fattori menzionati sono strettamente vincolati e si rafforzano tra sé, in modo tale che i matrimoni e le famiglie dovranno imparare a controllare i rischi di rottura della convivenza accentuando la donazione reciproca, la fiducia nella vocazione umana di ogni membro della famiglia, il rispetto della dignità inalienabile di tuti i membri e la qualità spirituale della cultura che vanno forgiando in comune. Anche gli scienziati sociali hanno osservato altri rischi vincolati all’educazione di livello superiore della donna e al suo inserimento nel mercato del lavoro, quali il rinvio dell’età in cui contrarre matrimonio dopo aver terminato gli studi, il rinvio della nascita del primo figlio fino a che la coppia si senta sicura della loro relazione, la formazione di famiglie piccole e la distanza tra le nascite quando ci sono più figli. In termini estremi, questo può significare che la donna veda la natalità prima come un problema che come una benedizione di Dio che dona la vita al matrimonio e la pone sotto la sua cura per la sua crescita ed educazione. Forse però il rischio più importante per il matrimonio e la famiglia è che i metodi anticoncezionali attualmente in uso, tanto preventivi come i così chiamati di “metodi di emergenza”, lasciano la decisione della concezione unilateralmente in mano alla donna se ella così decide, potendo questa situazione generare sfiducia nei coniugi che disconoscono i procedimenti usati effettivamente dalle loro mogli. Questo non si applica solamente nel caso di interruzione di una gravidanza, ma anche quando la si 36 desideri. Per esempio, nel caso delle madri adolescenti, la ricerca empirica più recente ha dimostrato che queste madri desideravano tenere i figli per consolidare la loro situazione di vita all’interno della loro famiglia d’origine, senza che importasse più di tanto chi fosse il padre il quale, normalmente risulta essere un uomo maturo di età abbastanza superiore dell’adolescente. Infine, nel caso del continente latinoamericano, si deve considerare l’alta proporzione dei figli nati fuori del matrimonio. Anche se non si conoscono ancora tutti i fattori in gioco, questo si spiega, in parte, grazie alla tradizione storica di una società nata originalmente dall’incrocio di razze, in parte, dalla diminuzione dei matrimonio e dall’incremento del divorzio tra coloro che lo hanno celebrato. La convivenza consensuale degli uomini e delle donne che non contraggono matrimonio sta diventando una pratica abituale, specialmente tra i giovani e la società ha smesso di considerare questa condotta negativamente piuttosto l’ha legittimata. Come si può valutare, i rischi introdotti da questa nuova posizione della donna nella società possono essere abbastanza gravi e frequenti, se si paragonano con quelli delle epoche passate. Questa precarietà, però, dimostrata dalla vita coniugale e familiare non deve oscurare le enormi opportunità aperte alla famiglia tanto nella gioia di un miglior standard di vita, di una educazione più attenta e di un lavoro più creativo e produttivo che accresce la interdipendenza sociale, la reciprocità e la collaborazione congiunta al bene comune. Affinché queste opportunità vengano rafforzate, è indispensabile creare una cultura del lavoro attenta alle nuove caratteristiche dell’era “post industriale”. La semantica, a volte dominante, è erede ancora della condizione del lavoro manuale dell’epoca dell’industrializzazione e dell’introduzione delle macchine, che enfatizza la fatica del lavoro e la bassa remunerazione ottenuta in cambio. Di preferenza si associava questa cultura al lavoro maschile. Queste condizioni sono tuttavia cambiate nell’attualità. Così come il beato Giovanni Paolo II ha rinnovato profondamente la teologia del matrimonio e della famiglia nell’interpretare l’ “immagine e la somiglianza di Dio” dell’essere umano, partendo dalla complementarietà dell’uomo e della donna e del dono reciproco della loro umanità, così questo principio teologico-antropologico dovrebbe estendersi all’ambito della cultura del lavoro, perché la partecipazione congiunta dell’uomo e della donna nella formazione del “capitale umano” avanzato, nel disegno e prestazione dei servizi alla persona e dei suoi bisogni, nella costruzione dell’immagine delle organizzazioni e del buon clima lavorativo, risulta attualmente indissociabile. Alcune aziende hanno già cominciato a “interiorizzare” queste nuove condizioni e si sforzano di creare condizioni di lavoro per la donna che rendano compatibile il suo doppio ruolo di lavoratrice e di madre che ha la cura de i propri figli. C’è però, ancora tanto da fare, specialmente affinché le società considerino come priorità i nuovi problemi pratici generati dall’inserimento della donna nel mondo del lavoro remunerato. La possibilità del lavoro a distanza, favorito dalla comunicazione elettronica, genera condizioni tecnologicamente sufficienti per risolvere alcune di queste situazioni. Ciò nonostante, questo esige da parte dei lavoratori, uomini e donne, un’amministrazione più razionale del tempo che si distribuisce tra casa e lavoro e attualmente anche il tempo dedicato all’educazione continua e la costante attualizzazione che esige la velocità dell’innovazione tecnologica. Anche se esiste una formazione di base del “capitale umano” che si estende per tutta la vita, la conoscenza ha bisogno di un costante perfezionamento e attualizzazione, esigendo a sua volta, tempo dedicato a questo compito. Alcune aziende realizzano tutto ciò da sé stesse, ma in molti casi, affidano questo servizio a esterni e i lavoratori devono raggiungere altri luoghi, a volte lontani, per fare formazione. Per le famiglie questo rappresenta, senza dubbio, un sacrificio che i loro membri possono assumere felicemente se si è riusciti a costruire un’esperienza di comunione sufficientemente forte da poter comprendere le necessità generate dalle fonti di lavoro. Quando manca quest’esperienza, i membri della famiglia generano sentimenti di risentimento e recriminazione reciproca che minano la convivenza, mettendola a rischio di distruzione. La situazione prima descritta può essere aggravata anche nei casi in cui esistano persone anziane con malattie croniche o che non possono più auto gestirsi. Sappiamo che, almeno nel caso del mondo occidentale, la popolazione sta invecchiando rapidamente. Naturalmente, ci sono importanti differenze nel ritmo di questo invecchiamento a seconda dei paesi e delle regioni, ma il processo di transizione demografica è di portata mondiale e, come ben sanno i demografi, c’è bisogno di secoli per rinvertirlo. Tradizionalmente sono state le donne coloro che hanno assunto le cure palliative degli anziani, sia che si trovino in casa sia in case specializzate che si dedicano alla loro cura. Che sia in modo diretto o indiretto, però, queste cure palliative finiscono per influire sulla famiglia completa, a causa delle risorse economiche impegnate, del tempo di dedizione e dell’affetto e rispetto dovuto alle persone che soffrono questa situazione. La crescita della speranza di vita al nascere, tanto negli uomini quanto nelle donne, anche se nel caso di queste ultime raggiunga ancora più anni, pone una nuova sfida sociale rispetto al mantenimento delle fonti 37 del lavoro per gli adulti di maggiore etá. Negli ultimi anni abbiamo assistito a discussioni, in quasi tutti i paesti rispetto all’etá del pensionamento e alla tensione tra l’alta disoccupazione giovanile e il desiderio di rimanere più anni nel lavoro delle persone in buono stato di salute. Alcuni di questi adulti vivono soli e l’abbandono del lavoro non solo diminuisce sostanzialmente le loro entrate, ma deteriora anche la loro autostima e si sentono in situazione di abbandono. D’altra parte, non tutte le famiglie sono in condizioni di farsi carico degli adulti, in una età in cui le spese mediche sono più costose crescono i premi delle assicurazioni sulla salute. Manca ancora molta immaginazione sociale per generare impieghi adeguati a queste persone, che tengano conto della loro esperienza e anche delle loro condizioni particolari di gestione del tempo e di resistenza alla fatica. In sostanza, sarà senza dubbio uno dei problemi sociali più acuti del nostro secolo quando l’effetto della transizione demografica si completata. In diversi paesi si è cercata una soluzione nel turismo degli adulti degli anziani, però sono molti quelli che non possono permettersi questo lusso e hanno bisogno di mantenere una fonte d’ingresso tramite il lavoro. Se il lavoro realizzato è stato, inoltre, creativo e innovatore, con un’alta componente della vita intellettuale, e se si è sperimentato come vocazione, risulta indispensabile che la società faccia uno sforzo per mantenere la vita lavorativa nel contesto dell’attuale speranza di vita, che supera di molto l’attuale età di pensionamento, ereditata dalle condizioni del passato. Dopo aver analizzato alcuni problemi sociali specifici che creano sfide particolari per la società e le famiglie, vorrei fare un bilancio più globale sulle opportunità e precarietà che la nostra epoca presenta alla famiglia e al lavoro. Durante il secolo XIX il lavoro è stato considerato essenzialmente come “forza lavoro”, concetto che implica che tutti gli esseri umani sono relativamente equivalenti sul piano lavorativo. Con l’introduzione della catena di montaggio, anche se ha richiesto una maggiore specializzazione e dimestichezza, la direzione del processo di lavoro non rimaneva nelle mani del lavoratore, ma era condotta dal ritmo della macchina. Questo è cambiato completamente nell’era “post industriale”, in cui la catena di montaggio si è robottizzata completamente e si chiede ora ai lavoratori di interagire con le macchine intelligenti e sviluppare abilità molteplici, che non si limitino all’orizzonte cognitivo, ma che includano anche “abilità sociali”, come la capacità di lavorare in team interdisciplinari, capacità d’iniziativa e leadership, collaborare con la creazione di un buon clima lavorativo, pensare alla soddisfazione delle necessità dei clienti, gestire data-base e generare informazione. Lo sguardo sul lavoro non si limita, di conseguenza, a quello che succede all’interno della fabbrica, ma esige alzare lo sguardo verso la sviluppo d’insieme della società, verso le sue richieste e bisogni. In poche parole, si richiede disponibiltà costante verso i clienti e consumatori, competenza, efficienza e cortesia o amabilità nella presentazione dei servizi che si sollecitano. Per questo si usa dire attualmente che il “capitale umano” richiesto include anche “capitale sociale”, come capacità di lavorare in ampie reti di collaborazione e “capitale culturale”, come la capacità di costante attualizzazione delle conoscenze e di sviluppo delle più raffinate abilità personali che includono una più acuta percezione, un miglior dominio del linguaggio, sia del proprio, come anche delle lingue straniere, una maggiore tolleranza alla frustrazione quando non si raggiungono i risultati sperati e una maggiore perseveranza per ricominciare il cammino. Per così dire, il lavoro si è fatto sempre più sociale. Se prima si focalizzava verso l’appropriazione e domino della natura, l’ esigenza attuale dell’uomo è l’aggregazione del valore ai prodotti del lavoro e ai servizi tanto per l’opportunità o per la qualità delle relazioni sociali che rende possibili. Questo spiega, in buona misura, perché il lavoro sia sparito, in un certo senso, dal vocabolario e dalla semantica contemporanea, ad eccezione di quando sopravviene la disoccupazione. Il lavoro coincide ora con l’attività umana stessa, qualsiasi essa sia, se è capace di aggregare valore alle relazioni sociali. Si è separato anche dallo stesso concetto di necessità che si impiegava per la razionalizzazione dell’attività economica durante il XIX secolo, dato che le società e le persone producono e consumano ora molto di più di quello di cui hanno bisogno. Per qualcuno, il vincolo tra lavoro e aggregazione di valore conduce inesorabilmente al predominio di una mentalità economicista. Effettivamente, può verificarsi questa distorsione. Non c’è nessun bisogno però, che questo avvenga nel contesto della società attuale. Un buon esempio di questo è l’industria del turismo, che è fiorita con i nuovi mezzi di trasporto e comunicazione e che definisce i prezzi sulla base della qualità dell’attenzione alle persone. Potremmo anche menzionare l’industria dell’educazione, la quale si è effettivamente industrializzata sul piano mondiale, che fissa i suoi prezzi per la qualità delle risorse umane di cui dispone e per la qualità dei risultati ottenuti per chi si sottomette ad essa. Il vincolo tra lavoro e aggregazione di valore non rimane limitata ai prodotti di consumo, ma si estende ai beni spirituali della società, che si producono esclusivamente per la cooperazione sociale e solidale tra le persone. Penso che questo contesto sociale dell’evoluzione del lavoro rappresenti una grande opportunità per la famiglia, dato che essa stessa è la gran formatrice delle persone, specialmente nella loro prima infanzia. La 38 scuola, l’università e i mezzi di comunicazione potranno offrire in seguito conoscenze e informazioni, ma le attitudini verso la conoscenza e l’informazione, la curiosità intellettuale, il lasciarsi provocare intellettualmente ed emozionalmente dalla realtà, la commozione davanti a tutto quello che esiste, particolarmente verso gli altri esseri umani, sono virtù che si alimentano della libertà interiore, che non è ne sarà mai un prodotto dell’industria, ma che nasce dell’esperienza di comunione vissuta con altri e che comincia certamente nel seno della famiglia. Anche nel caso delle famiglie distrutte a causa dell’infedeltà, dell’indifferenza o della violenza è possibile trovare le orme originarie di una esperienza di comunione rotta. La formazione della personalità e del carattere è intimamente legata alla coscienza del fatto che solamente possiamo venire all’esistenza in virtù dei nostri progenitori e che essi, dei loro, in un lungo e delicato filo ontogenetico che risale alla misteriosa origine della vita umana, fino al Creatore. Questa coscienza non è solo né primariamente biologica, come di fatto è spiegato spesso in modo unilaterale, ma prima di tutto antropologica e sociale. Nasciamo da una relazione tra uomini e donne, nasciamo da una comunione, e prendiamo coscienza di essa abitando nel linguaggio che ci hanno dato, che si sostiene, a sua volta, in questa misteriosa convivenza di coloro che parlano questa lingua. Che il lavoro sia identificato nell’attualità con tutta l’attività e comunicazione umana, simultaneamente materiale e spirituale, mondana e trascendente, se essa crea l’aspettativa di aggregazione di valore, mi sembra una grande conquista storica-evolutiva della realtà sociale, in cui la famiglia ha un luogo di risalto. Sorge allora la domanda: perché avendo condizioni sociali così favorevoli la famiglia si presenta come un’istituzione svalutata e, in alcuni contesti sociali, come quello europea, come un’istituzione sulla soglia dell’estinzione? Una situazione come questa, richiede, certamente, molteplici spiegazioni. Vorrei suggerirne alcune. In primo luogo, molte delle funzioni che prima svolgeva la famiglia sono oggi realizzate da altre istituzioni, come per esempio, il sistema scolastico, che accoglie i bambini molto presto per collocarli nella realtà sociale nella sua complessità e multipolarità. Questo ha portato, in vari casi, a far sì che i genitori depositino i proprio figli nel sistema scolastico, affinché facciano di essi quello che in casa non sono riusciti o non hanno voluto realizzare. In secondo luogo, la comunione di persone nel seno della famiglia non si considera un’esperienza spontanea e connaturale, ma sono entrate in competizione le reti sociali e la comunicazione virtuale che ogni membro della famiglia, specialmente i più giovani, abbiano le loro proprie reti di comunicazione che li valorizzano e legittimano nella società. Si dà il caso di famiglie che coabitano nello stesso luogo e, non ostante, ogni membro costruisce la sua rete di comunicazioni indipendentemente dal resto dei membri della famiglia. L’essere riuniti sotto lo stesso tetto non significa più frequenza di interazione e compresenza nelle interazioni. In terzo luogo, le nuove esigenze di individuazione e personalizzazione fanno sì che la famiglia debba sviluppare un intorno (contorno) culturale complesso e ricco in virtù e beni culturali che difficilmente riesce a realizzare, e tuttavia, per esigenze del lavoro, il tempo dedicato alla famiglia si concepisce solamente come tempo di riposo e ozio e non come l’occasione di un’esperienza educativa per tutti i membri. Quando ciò accade, è facile ridurre la convivenza familiare all’espressione di affetti reciproci, perdendo di vista l’orizzonte più esteso della vocazione umana ad essere persona e a soddisfare tutte le esigenze di bene, verità e bellezza che si annidano nel cuore umano. La relazione tra famiglia e lavoro nell’attualità richiede, in base a tutto quanto abbiamo detto, un nuovo orizzonte culturale. Non si tratta più di ottenere le entrate necessarie per la sopravvivenza e lo sviluppo, sia attraverso il tradizionale padre provvidente o, oggi, delle varie entrate apportate dai membri della famiglia, specialmente le donne che lavorano. Non è neanche sufficiente la relazione emozionale di attaccamento e riconoscimento di appartenenza a un tessuto sociale costruito quotidianamente dalla relazione quotidiana faccia a faccia dei diversi membri della famiglia. Ancora più insufficiente risulta, tuttavia la ristrettezza demografica prodotta dalla riduzione delle famiglie e dalla riduzione risultante dei vincoli di parentela. Così come la Chiesa, nel Concilio Vaticano II, ha definito le famiglia come chiesa domestica, per indicare che in essa si realizzava la profondità del senso della comunione ecclesiale, dal punto di vista sociale manca definire la famiglia come il luogo della vita e del lavoro, della formazione del capitale umano integrale che le persone offrono alla società per ottenere la convivenza pacifica e il bene comune di tutte le persone. C’è bisogno che la famiglia apprezzi, come segnala Benedetto XVI, che “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera. L'amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace”(Caritas in veritate n.1). Ciononostante, a questa esortazione va incontro l’immensa disuguaglianza sociale tra le famiglie che si è fatta più evidente nel contesto di una società organizzata sull’aggregazione del valore. Quando si trattava di soddisfare i bisogni elementari delle persone nell’ambito dell’alimentazione, la casa e l’abbigliamento, le 39 differenze sociali avevano una misura più specifica e limitata. Trattandosi però dell’aggregazione di valore, le differenze sociali si sono acutizzate, specialmente per la mancanza di sviluppo del capitale umano nel seno della famiglia. Si tratta di un fenomeno mondiale che non influisce solamente i paesi poveri e emergenti, ma anche le società più sviluppate. Anche quando esistono politiche destinate a soddisfare l’uguaglianza delle opportunità, praticamente in tutti i paesi, gli incentivi economici e monetari non si sono dimostrati sufficienti per invertire la disuguaglianza. D’altra parte, i cambiamenti nella struttura demografica delle società occidentali hanno posto severe restrizioni alla capacità degli Stati di assicurare il benestare delle famiglie. Certamente le nuove tecnologie delle comunicazioni aiutano a mettere a disposizione di molte persone la conoscenza e l’informazione rilevante per il loro sviluppo. Il problema, però, nella società attuale non è la scarsità di informazione, ma il suo eccesso, che implica procedimenti e criteri di selezione che solo possono darsi in una persona educata con capacità di discernere e può favorire lo sviluppo dei suoi talenti e della sua vocazione. Siamo in presenza di una vera “emergenza educativa”, come l’ha chiamata il Papa, ed essa solo potrà risolversi con una rinnovata solidarietà inter-generazionale tra le persone, che donano sapienza e esperienza ai più giovani per aiutarli nella conquista della propria libertà interiore e nella scoperta della propria vita come vocazione. Se questa è stata sempre la principale sfida del lavoro nel seno della famiglia, il contesto sociale odierno le conferisce una drammaticità e un’urgenza molto più accentuate. La “carità nella verità” è il criterio ermeneutico che il magistero pontificio ci offre oggi per rinnovare la comunione nel seno delle famiglie e per orientare il lavoro umano allo sviluppo integrale delle persone. 31.05.2012 - 12:19 | Filippo Magni 40 VENERDI’ 1 GIUGNO 2012 V. La famiglia e la festa tra antropologia e fede Prof.ssa Blanca CASTILLA (Spagna) Biografia Blanca Castilla de Cortázar Larrea insegna presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Madrid. È nata a Vitoria, in Spagna. Dottore in Teologia presso l'Università di Navarra (1981) e in Filosofia presso la Universidad Complutense de Madrid (1994). Master in Antropologia in quest'ultima dell'Università (1993). È stata docente di antropologia ed etica in diversi istituti della Universidad Complutense. Ha collaborato frequentemente con numerose università americane e spagnole per la didattica, la ricerca e guidando tesi di dottorato. Ha studiato vari autori: Gabriel Marcel, Tommaso d'Aquino, Xavier Zubiri, Ludwig Feuerbach, Karol Wojtyla ed è specializzata in questioni di Antropologia di genere. Dal 2001-2005 è stato Segretario Generale della Reale Accademia dei Dottori Spagna e Direttore della rivista Anales. Attualmente è la segretaria della sezione I: Teologia Titoli È autrice di oltre 60 articoli su riviste e libri in collaborazione. Ha scritto la prefazione al libro di Giovanni Paolo II “Maschio e femmina. Teologia del Corpo I”, Palabra, Madrid, sesta ed. 2005. È autrice inoltre delle seguenti pubblicazioni. - ¿Fue creado el varón antes que la mujer? Reflexiones en torno a la Antropología de la Creación, Rialp, Madrid 2005. - La antropología de Feuerbach y sus claves, Eiunsa, Barcelona 1999. Persona y género. Ser varón, ser mujer, ed. Universitarias Internacionales, Barcelona 1997. - El Espíritu Santo en la Trinidad y su imagen humana. Discurso de Ingreso en la Real Academia de Doctores en 1997. Noción de Persona en Xavier Zubiri. Una aproximación al género, ed. Rialp, Madrid 1996. - Persona femenina, persona masculina, en Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia, 2ª ed. Rialp, Madrid 2004. - Las coordenadas de la estructuración del 'yo'. Compromiso y Fidelidad en Gabriel Marcel, en Cuadernos de Anuario Filosófico, Universidad de Navarra, Pamplona 1994, 2ªed. 1999. - La complementariedad varón-mujer. Nuevas hipótesis, en Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia, ed. Rialp, Madrid 2004, 3ªed. ampliada. Blanca Castilla: La famiglia e la festa tra antropologia e fede LA FAMIGLIA E LA FESTA: tra antropologia e fede Blanca Castilla de Cortázar Desidererei incominciare con quelle parole che il libro dei Proverbi mette sulle labbra della Saggezza quando accompagna Jahvé nella Creazione dell’Universo: “Allora io stavo lavorando con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante; dilettandomi sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo.” (Prov. 8,30-31). Come si capisce, il Dio dell’Antico Testamento non è un Dio solitario, lo accompagna la Saggezza, in cui la tradizione di Antiochia insieme con il resto della tradizione orientale riconosce lo Spirito Santo come diverso dal Logos, mentre invece la tradizione occidentale non la differenzia dal Verbo, in ogni caso si tratta di un’altra Persona co-eterna. Questo testo dei Proverbi permette di esprimere con parole umane qualcosa dell’intimità dell’Amore di Dio, che intreccia lavoro e gioco, tenerezza, novità e sorpresa, così la Saggezza lavora insieme a Lui nella Creazione – come appare nella Sistina, dipinta da Michelangelo – facendogli compiacere, essendo la sua allegria ogni giorno un gioco per tutto il tempo con il globo e con i figli di Adamo, che sono anche le sue delizie. Queste relazioni personali ricordano il modo suggestivo e originale in cui Giovanni Paolo II parla dell’intimità divina, parole che ha ricordato pure il Card. Ravasi: “Nel suo mistero più profondo, dice il Papa, Dio non è solitudine, ma una famiglia, dal momento che ha in sé la paternità, la filiazione e l'essenza stessa della famiglia che è amore. Questo amore, nella famiglia divina – afferma – è lo Spirito Santo” 1 1 JUAN PABLO II, Homilía, 28-I-79. 41 Da parte sua, il Messia che mangiava e beveva alle nozze come quella di Cana e accettava con piacere di mangiare nelle case di coloro che lo invitavano – Zaccheo, Simone il Fariseo, Matteo, Pietro ei suoi amici di Betania -, descrive in diverse occasioni il Regno dei Cieli come una casa di Famiglia, la casa del Padre nella quale ci sono diverse dimore e nella quale si celebra una gran festa con banchetti, dove si partecipa vestiti a festa e, in compagnia di famigliari e amici, condividendo la buona tavola e il migliore dei vini. In definitiva, l’incontrarsi e lo stare con i propri cari, il giocare e il gioire con loro, sono gli ingredienti rivelati per parlare oggi della Famiglia e della festa, guardando alla Famiglia di Nazareth che – definita da Gerson “trinità della terra” – è la migliore immagine dell’Intimità divina. I. LA GIOIA DI FESTEGGIARE È stato notato negli ultimi decenni, che l’uomo moderno ha guadagnato “il tempo libero”, però ha perso il senso della festa. Alcuni romanzi (“Momo”) descrivono la fretta interiore ed esteriore dell’uomo delle grandi città, intrappolato dallo stress, correndo sempre e guardando l’orologio. Nessuno mai disponibile, con cui si possa parlare – sempre attaccato al cellulare – a mala pena guarda ciò che lo circonda se non è per comprarlo. Imprigionato da questo modo di vivere, l’essere umano solo trova vuoto, lavora forse molto – ha tante cose da fare, però non sa sognare, né godere, nè perché nè per chi lavora se non per sé stesso, corre però non sa verso dove e se i suoi progetti falliscono il suo crollo è totale. Pensando alla Festa, mi sono ricordato la risposta di uno dei miei insegnati quando ringraziandolo – terminati i miei studi – per quanto ero stata bene durante le sue lezioni, di come avevo assaporato le cose che capivo, mi disse: “Signorina, è che conoscere è una festa.” Festeggiare, quindi, è stare dove uno si sente bene, lì dove si condivide in abbondanza ciò che piace a tutti. È una festa stare con il Papa, forse proprio per questo siamo qui. Sarà una Festa il Cielo, per questo vogliamo essere salvati, e veniamo qui per imparare che pure la nostra famiglia può essere una festa, più quotidiana e accessibile, che ci allieta i giorni e ci prepara per le grandi feste che ci aspettano, come quella che vivremo – o stiamo vivendo – qui. II. PRESUPPOSTI ANTROPOLOGICI DELLA FAMIGLIA Viviamo in un momento in cui sembra conveniente “ripensare” la famiglia per riscoprire con nuove luci il dono di essere strutturalmente esseri famigliari, di essere parte di una genealogia e di poter costruire ogni giorno la propria famiglia. Ricordiamo, allora, alcuni dei suoi fondamenti: 1. La Persona “un dono”, “capace di donare” Ogni persona è un dono, in primo luogo per se stessa. È ovvio che nessuno decide di venire al mondo, sebbene non sia vero che è gettato in essa. Dopo l’esistenzialismo una antropologia realista riconosce che ciascun essere umano nasce e si fa ed è così tanto quello che riceve che ciascuno è molto di più di quello che sa di sé stesso – “se conoscessi il dono di Dio”, diceva Gesù alla Samaritana -, da allora non ha perso validità né difficoltà la millenaria leggenda del Tempio di Delfi: “Conosci te stesso”2 La persona è un dono per sé stessa e un dono perché sia SUO. Quindi l’essere auto-proprietaria della propria realtà sia una profonda e certa descrizione di quello che è essere una persona (Zubiri) *. Questa auto-proprietaria porta al fatto che nessuno – tranne Dio -, ha diritti su un’altra persona tranne nel caso in cui non sia essa a donarsi. Come nessuno ha “diritto” ad avere un figlio, per esempio, perché il figlio pure è un dono per i genitori. Ciascuna persona riceve e riceve molto: riceve dal Creatore il suo essere personale, che la rende unica e irripetibile, i suoi genitori gli trasmettono la natura umana – corpo e mente -, con l’eredità genetica, e 2 "Nosce te ipsum". “Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei.” (Traduzione latina della massima greca scritta sul Tempio di Apollo (Delfi). Questa scritta, messa dai sette saggi sul frontespizio del tempio di Delfi, è un classico del pensiero greco. 42 al nascere prematuramente si delinea dal punto di vista culturale attraverso l’attenzione dei famigliari, l’educazione e le possibilità al suo contorno, che pure gli sono date. Tutte le possibilità vengono prima del proprio agire liberamente. A differenza degli animali, l’essere umano è capace di avere. La natura umana, a differenza degli altri esseri del Cosmo è capace di abitudini, e sebbene abbia proprie leggi non è completamente programmata. Per questa ragione le loro strutture universali, come il bisogno di cibo o riposo, o la capacità di parlare o di famiglia - come dice Levi Strauss, si sviluppano culturalmente. Zubiri ha detto che l'uomo ha un'essenza aperta, molte delle sue qualità le acquisisce per autodeterminazione, che si caratterizza per la capacità di AVERE. L'uomo ha nel suo corpo e nella sua mente, non solo vestiti e beni materiali, ma anche abilità fisiche, manuali, atletiche, ecc., che diventano più profonde nella psiche, con le abitudini intellettuali e morali. Ma c’è di più, in quanto PERSONA l’essere umano è capace di DARE (Polo) e di darsi. La persona, essere libero e intelligente a radice, è fatta per amare liberamente - "perchè sí" dicono da dove vengo io; per questo può DARE gratuitamente rendendo come proprio il bene di un altro. 2. La Persona “centro” e “incontro” Questa capacità a DARE pone in evidenzia due dimensioni inseparabili, sebbene differenti della struttura della sua intimità. Da un lato la persona, ciascuna, è un essere con valore in sé, l'unico essere dell'universo, - dice il Concilio Vaticano II -, che Dio abbia amato per se stesso (GS, 22). In secondo luogo, la persona è un essere relazionale, aperto, non solo nella sua essenza, abbiamo detto, ma nel suo stesso ESSERE, con una relazione di origine – la filiazione – e con una di apertura ad essere sposa, che la costituiscono. Il Concilio esprime ciò affermando che "solo raggiunge la sua pienezza nel dono sincero di sé agli altri" (GS, 22). Lungo tutta la storia del pensiero, fino al XX secolo, la nozione di persona for giata nel siglo IV - ha dato vita a animati dibattiti accademici, ma ha avuto poco peso antropologico: basterebbe ricordare che ogni teoria politica della modernità si basa sull'individuo, non si tratta della persona. E essere un individuo non è esattamente la stessa cosa che essere una persona. Un individuo può essere isolato e una persona è un essere strutturalmente relazionale. Prendendo alcune preziose intuizioni, Kant sostiene che la persona è un Fine in sé, di conseguenza mai deve essere trattata come un mezzo ma sempre come Fine. Ma essendo ogni persona un Fine in sé, - e entriamo già nella seconda caratteristica della struttura personale che, dall’altra parte, non implica una limitazione, - tuttavia non è un fine per sè; il fine di una persona sta sempre in un'altra persona: alla quale va incontro o alla quale apre la porta. Questo perché la persona è fatta per la donazione, per l’amore. Solo quando si vive per un altro è quando si raggiunge la pienezza, che consiste esattamente nell'aver imparato ad amare. Questo vivere per un altro non è un segno di limitazione, diceva, perché è parte dell'immagine di Dio dal momento che anche le Persone divine vivono ciascuna per le altre due. Certamente, una persona da sola sarebbe una disgrazia, come affermava Leonardo Polo, perché non avrebbe con chi comunicare, a chi donarsi. Quindi la persona può essere descritta anche come "incontro" (Rof Carvallo) con un'altra persona che si rende presente, che si può amare e da cui si può essere corrisposti. Tuttavia, né in Dio né nell’uomo, la persona è solo relazione. In Dio, la Teologia descrive la persona divina come un rapporto sussistente, cioè una relazione con un valore in sé, sebbene la caratteristica propria di una relazione sia quella di essere rivolta verso gli altri. Qualcosa di simile si può dire della persona umana, perché la sua capacità di relazione è intrinsecamente legata al suo essere, in cui si trova il suo "centro". L’Essere della persona non è un Essere a se stante, come quello del Cosmo, ma un ESSERE-CON (Heidegger) o un ESSERE-PER (Levinas) o una co-esistenza (Polo). L'apertura relazionale si trova nel fatto stesso di ESSERE persona. 43 E seppure ogni uomo nasce prematuramente, indifeso e dipendente in tutto, il processo verso la maturità consiste nel raggiungimento dell'indipendenza a tutti i livelli: fisico, mentale, professionale, economico e sociale. Questa capacità di dare valore a se stesso, è la condizione per poter vivere in maniera inter-dipendente (Covey), formando e costruendo la propria famiglia. Potremmo riassumere, quindi, queste due dimensioni della persona come "centro" e "incontro". Centro sussistente e relazionalmente aperto all'incontro con l'altro. 3. L’“unità dei due” e l’apertura al “tre” La persona è figlio e, fosse anche solo per questo, già ha una struttura familiare nella sua costituzione intrinseca. Ma essere persona ed essere famiglia è molto più di essere figlio (altrimenti saremmo dei viziati). La persona, oltre a essere figlio ha anche una struttura coniugale - è un uomo o una donna, e può amare come un padre o come una madre. Ed è ovvio che la famiglia, oltre che il figlio ha bisogno di un padre e di una madre. La famiglia ha una struttura triangolare, composta da relazioni costitutive in cui ciascuna persona si plasma rispetto alle altre due: quindi, non ci può essere un figlio senza un padre e una madre, né una madre senza un padre e un figlio, né un padre senza un figlio e una madre. Tuttavia, le cose non sono così semplici, perché sia l'essere uomo sia l’essere donna viene prima del loro essere padre o madre. Dall’altro lato, la famiglia è costituita in modo triadico in un altro senso, così come lo descrive il cardinale Scola - pastore di questa diocesi -, che l’ha rappresentata come "mistero nuziale", distinguendo tre momenti: 1. La differenza sessuale uomo - donna, 2. L’Amore personale tra di loro, e 3. La fecondità. La verità è che gli esseri umani sono creati a sua immagine e somiglianza di Dio. Racconta la Genesi (1:26-27) che Dio creò l'uomo, li creò uomo e donna. È importante considerare questo singolare e plurale allo stesso tempo, - lo creò, li creò - e da notare che nel plasmare a sua immagine non fa l’uomo trio, come è Egli stesso nella sua intimità, ma come due. Due che in se stessi si completano mutualmente diventando uno. Questa "unione dei due", accoglie la pluralità e rispetta la differenza. È di più ognuna nella propria differenza è l'affermazione dell'altra. Lo dice il libro dell’Ecclesiastico lodando le opere di Dio: "Io faccio le mie opere perfette. Tutte sono doppie, una di fronte all'altra. Lui non ha fatto nulla di imperfetto. Una conferma la bontà dell’altra." (Eclo 42, 24-25) Questo stare faccia a faccia, come il testo ebraico della Genesi (2,18) afferma, significa tra le altre cose che la condizione sessuata è espressa nel corpo, la mascolinità di per sé richiama la femminilità e la femminilità di per sé fa riferimento alla mascolinità. Dall'antropologia Julián Marías, un altro filosofo spagnolo, dice che la differenza tra uomo e donna è relazionale, come ad esempio le mani, che trovandosi una di fronte all'altra si possono legare come in un abbraccio. Pertanto, nel creare l'essere umano, uno e plurale al tempo stesso si potrebbe dire che Dio sta plasmando un’immagine della sua Unità plurale. Giovanni Paolo II ha messo in rilievo, al di là delle celebri negazioni del passato *, che la pienezza dell’imago Dei non si trova tanto in ogni persona isolata - uomo o donna -, ma nell’"unione dei due", nella comunione di persone che vivono tra loro, in modo che questa "unione dei due" sia un’immagine dell'unità della trinità divina. La donazione disinteressata che forma parte dell’unione dal momento che è corrisposta diventa reciprocità. Tuttavia, l'amore reciproco è possibile tra due persone, indipendentemente dal loro sesso, però, nell'amore e nell'unione tra un uomo e una donna c'è anche una complementarietà particolare. Secondo la sua nuova antropologia, Papa Wojtyla dice nel 1995, dando una nuova svolta a questo problema, che tra l'uomo e la donna ciò che è reciproco è la complementarietà, allora "la donna è il completamento dell’uomo, come l’uomo è il completamento della donna: uomo e donna sono tra loro complementari "(n.7). Continua indicando che questa complementarietà non si riferisce solo all’ambito dell’AGIRE, ma soprattutto all'ESSERE, concludendo uomo e donna "sono complementari non solo biologicamente e psicologicamente, ma, soprattutto, dal punto di vista ontologico" essendo l'”Unione dei due” una "uni-dualità relazionale complementare" (n.8). 44 Con queste espressioni, che richiedono uno sviluppo successivo, Karol Wojtyla sta dando una forma filosofica a questioni che conosce bene come poeta. I poeti, infatti, indagano meglio di chiunque altro l’essere e il suo significato. Un poeta spagnolo, scrittore di canzoni, descrive l'amore tra l'uomo e la donna come qualcosa di intangibile e profondo tra TU e IO, come un luogo dove sentire la voce, un perdonarmi TU e un comprenderti IO. Inoltre, e soprattutto, canta “all’unità dei due”. Descrive l'Amore dicendo che è un frutto per DUE, un ombrello per DUE o una storia scritta per DUE o creare un mondo tra i DUE (Buber). E in una canzone alla tentazione confessa: "Non c'è menzogna in una cosa trasparente, bella e fragile come è l'amore. Non la chiami viltà. Ci sono cose nella vita che sono solo per DUE, solo DUE. " In ogni caso nemmeno il Due è sufficiente per essere famiglia. L'unità del due si esplica nel tempo, aprendosi al "tre", vale a dire, alla fecondità, all’abbondanza. La mascolinità e la femminilità, quando mettono insieme le loro risorse in un obiettivo comune, si potenziano e insieme sono in grado di ottenere ciò che non possono fare ciascuno di essi separatamente. Nell’arte, nello sport, nella cultura, nel lavoro, nella costruzione della storia, in famiglia. È plastico e visivo, per esempio, nel pattinaggio artistico a coppie, che - oltre al fatto di fare la stessa cosa in maniera sincronizzata -, quando ciascuno mette in campo la propria caratteristica peculiare, lui la forza, lei la flessibilità, sono capaci di sorprendere con le loro possibilità. La reciprocità e la complementarità insieme conferiscono una forza espansiva, capace di novità come nel caso della vita. Ciascuna persona è il nuovo (Polo), qualcuno che prima non c’era e ne tornerà ad avere qualcuno come lui, una nuova libertà che irrompe e potrebbe cambiare il corso della storia (Arendt). Per cui bene, nella famiglia, i genitori - con l'aiuto di Dio, come riconosce Eva quando ha il suo primo figlio * - sono procreatori, creatori della vita. La famiglia, che ha la sua origine nell’unione dei due ed è in maniera costitutiva aperta AL TRE, ha la forza di irradiare dall'interno, essendo culla e fonte di vita. Questa feconda apertura al “tre” è narrata anche nel primo capitolo della Genesi quando Dio, benedice i nostri progenitori, Adamo ed Eva, dicendo: "Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela". Interessante notare in questo versetto che sappiamo a memoria, che Dio affida ad entrambi un duplice compito comune: la famiglia e il dominio del mondo, creare e curare la vita e costruire la storia. In questi due compiti, inseparabili, l'uomo e la donna sono co-protagonisti, sia nella sfera privata e sia in quella pubblica. L'esperienza storica mostra che nel corso dei secoli quando è stato separato l’ambito pubblico da quella privato, assegnandone uno a ciascuno dei sessi: "Public man, private woman” riassume Elshtain, entrambi gli spazi risultano unilaterali e squilibrati. Nella famiglia è frequente l'assenza del padre – “Fatherless America” si intitola un suo recente saggio, allorché l'ambiente lavorativo risulta eccessivamente competitivo e gerarchizzato, diceva il relatore Bruni, aspettando il "genio" della donna – come avrebbe detto Karol Wojtyla -* per renderlo abitabile. L'uomo e la donna sono due modi diversi di fare lo stesso, così l'attività umana in ogni campo, in qualsiasi ambito, affinché risulti completa ha bisogno della collaborazione delle risorse di entrambi, per questo sono così fecondi i gruppi dove lavorano insieme uomini e donne. D'altra parte, sia la maternità che la paternità sono fondamentalmente un'attività dello spirito che ha ora un compito in sospeso e necessario per costruire una "famiglia con un padre e una cultura con una madre" *. III. ESPERIENZA DELLA FESTA Passiamo ora a descrivere alcuni aspetti della Festa. In primo luogo, vivere la Fesra richiede di sviluppare la forsa dello spirito – ristabilirla lì dove si è persa -, imparando a esercitare l’intelligenza e la libertà nell’amore della verità e del bene. 1. L‘amore della verità e del bene La Festa suppone l’esercizio dell’intelligenza nella sua dinamica della ricerca della verità. 45 “Conoscere è una festa”, diceva il mio professore. E richiede anche l’esercizio della libertà nel raggiungimento del bene. Nell’errore e nella menzogna la festa dura poco. Se la festa non è vera, ritorna odio, amarezza o rivalsa. Uno finisce per sentirsi male, sentendosi a disagio, invece di godere e vivvere bene. L’ambiente delle società opulente, con il loro eccesso di beni materiali provoca malattie – obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari -, abitudini non sane – cattiva alimentazione, sedentarietà,...-, e rende difficile il vero senso della Festa, fomentando la passività, l’individualismo, consumismo, la noia, la tendenza al facile e ai piaceri con effetti collaterali. E’ indicativo che se si cercano in Internet informazioni sulla Festa la possibilità che offre, oltre al ballo, è l’alcool nelle sua distinte varietà: birra, champagne, coktail, margarita, vino o vodka – letteralmente -. L’abbondanza, che è buona, i soldi, i beni materiali e la tecnica, strumenti per raggiungere il fine, se si trasformano nel fine debilitano la persona, la corrompono. Se i bambini vedono solamente molte ore di Tv, che è passiva e invade i sensi, frena la loro immaginazione, annulla la loro creatività, fomenta la la sedentarietà e non poche volte ruba loro l’infanzia, impedendo loro di spaventarsi con ammirazione davanti alla scoperta dell’origine della vita, imponendo loro rozzamente una informazione decontestualizzata e a volte perversa. La tecnologia, che suppone progresso, a secondo come si utilizza, - TV, cellulari, videogiochi, computers, internet, chat, ...-, fomenta l’isolamento provocando, per esempio, che i giovani abbiano poche conversazioni e che si generino dipendenze malsane. La ricerca della verità, tuttavia, l’educazione del desiderio, la scelta dei beni più elevati sebbene sia arduo conseguirli, richiede abitudini positive che diano forma alla capacità di bene e di verità. Potremmo dire che non solo apprendere è una Festa ma che essere in Festa anche si apprende. 2. Le emozioni della Festa. In quel apprendimento, appaiono come in cascata sentimenti insospettati emozioni più profonde – di altro livello, di altra generazione -, che i puramente psicosomatici, che ratificano e incrementano a loro volta l’amore delle verità: è l’affettività che manifesta le possibilità del cuore umano. Va osservato, in primo luogo, la capacità dell’ammirazione, che ha le sue radici nell’intelligenza e nella libertà, e che unisce verità e bellezza. Ammirare – l’arma dei poeti e dei filosofi attenti alla realtà -, è il miglior modo di apprendere. L’ammirazione tra i sessi opposti, per esempio, è il miglior antidoto al maschilismo e al femminismo egualitario che manipola il genere. Ammirare la bellezza della Natura è una festa, e chiedere alle persone, contemplarle, porta all’amore personale: un atto della volontà che si bea della verità dell’altro, che è la sua realtà personale. La persona si ammira e si ama per se stessa. Da parte sua, l’amore personale porta con sè la gioia. La gioia è più che un piacere, è un affetto spirituale che non conosce l’edonista, il quale sente piacere a cui però risulta impossibile godere nella contemplazione “di un bottiglione di birra”. La birra, in ogni caso, accompagna alla gioia però in alcun modo ne è una causa. La gioia che suppone l’amore verso una persona, che si ammira è accompagnata da un altro sentimento positivo, sicuramente uno dei più importanti, che si sappia: il rispetto. Si rispetta quando si vede dentro a ciascuna persona quello per cui è superiore a noi, quando si avverte non solo quello che è ma anche quello che potrebbe essere. Questo risprtto genera fiducia. Potremmo parlare anche di gratitudine di che riconosce di essere in debito per tutti i doni ricevuti. L’attitudine alla gratitudine si manifesta nel rendere proprio quanto ricevuto, coltivere questi talenti e farli corrispondere al ricevuto. Infine, l’ammirazione, punto di partenza di tutte queste insospettate emozioni, si apre all’esperienza più nobile dell’essere umano: l’adorazione – ammirazione che si dirige verso la Verità, al bene più ammirabile -. L’adorazione viene ad essere, quindi. Il punto culminante della Festa. 46 3. Tempo della Festa Parte dell’emozione della Festa è desiderarla, aspettarla e prepararla. Diciamo che essere in Festa si apprende, in altre parole la Festa non si improvvisa come non si improvvisa avere amici. L’amicizia devi crearla, così la Festa, per la quale è imprescindibile l’incontro con l’altro. Lz Quintàs, altro pensatore spagnolo, afferma che “dove c’è incontro c’è allegria e c’è festa”. Una descrizione della creazione dei legamo personali la fa Saint-Exupéry nel sostanzioso tra il Piccolo Principe, che viene sulla Terra a cercare amici e la solitaria volpe che anche li desidera avere e chiede che la “addomestichi”: “ se mi addomestichi avremo bisogno l’uno dell’altro – gli dice – . Sarai per me unico nel mondo. E io sarò per te unico nel mondo (...). Mi annoio un poco, però se mi addomestichi, la mia vita si riempirà di sole. Conoscerò il runore dei tuoi passi che sarà diverso da quello degli altri, chiamandomi fuori dalla tana, come una musica. Solo si conoscono le cose che si addomesticano – chiarisce la volpe -. Gli uomini non hanno più il tempo di conoscere nulla. Comprano cose fatte dai mercanti. Però non esistono mercanti di amici. Se vuoi un amico, addomesticami!”. Quando il Piccolo Principe chiede istruzioni, la volpe gli dice di essere paziente facendo riferimento al luogo ad al tempo. “Ti sentirai all’inizio un pò lontano da me (...). Ti guarderò do sbieco e non dirai nulla (...) Però ogni giorno potrai sederti sempre più vicino (...). Preparare la festa è fissare il luogo , la data e l’ora. Conoscere il momento e aspettarlo è fonte di emozioni. E’ un ingrediente per creare legami che uniscono le persone che diventano parte della nostra vita. Nel Piccolo Principe, si parla in questo senso della necessità dei riti per preparare il cuore. I rirti fanno riferimento al tempo: “se vieni, per esempio, alle quattro del pomeriggio – gli dice -, comincerò ad essere felice dalle tre. Quanto più avanza l’ora, più felice mi sentirò. Alle quattro sarò agitato e inquieto; scoprirò il prezzo della felicità! Però se venissi a qualsiasi ora, mai saprò a che ora preparare il mio cuore.... I riti sono necessari”. “E cos’è un rito?”, domanda il Piccolo Principe. “E’ qualcosa troppo dimenticato – disse la volpe -. E’ quello che rende un giorno differente dagli altri; un’ora dalle altre ore”. E racconta come esempi: “Tra i cacciatori c’è un rito. Il giovedì ballano con le ragazze del popolo. Il giovedì è, quindi, un giorno meraviglioso. Vado a passeggiare fino alla vigna. Se i cacciatori non ballassero in un giorno fisso, tutti i giorni apparirebbero ed io non avrei vacanze”. (c. XXI). La Festa è un momento, un giorno speciale. Prepararla suppone sforzo, che è ricompensato dall’allegria gioiosa o serena, a seconda dei momenti che riempie il cuore di pace. IV. LA FAMIGLIA, LUOGO PER LA FESTA Il focolare della famiglia è il luogo dove si nasce, dove si sta, dove si gioca, dove si torna, dove si muore, però per andare alla Casa dove si vive e si ama per sempre. La famiglia trasmette l’aria della famiglia, un modo di vivere, qualcosa intangibile che per essere atria – spirito -, si respira e si impara senza rendersi conto. Vorrei soffermarmi ora su alcuni modi di come vivere in famiglia, caratteristiche dell’Amore descritte nel libro deo Proverbi: la Saggezza ha i suoi piaceri nello stare con i figli degli uomini e gioca con l’orbe, sempre in presenza di Jhavè. 1. L’importanza dell’essere Prima di tutto la Saggezza “è”, quello che mette in rilievo è che “l’incontro” con l’altro necessita cura. E come il tempo sembra un bene scarso nell’agitato mondo nel quale viviamo, è preciso delimitare momenti per l’incontro, tempo per stare insieme, tempo per la convivenza. 47 Condividere la tavola –almeno una volta al giorno-, è un momento importante che ha benefici persino per la salute, in quanto i bambini apprendono a nutrirsi sanamente. La tavola e la tovaglia permettono di cambiare impressione del giorno e conoscere uno dell’altro. In una pellicola di Bruce Willis “Storia di noi” – racconto di una crisi matrimoniale e dell’iter fino al suo superamento-, genitori e figli cenano insieme ogni giorno e ciascuno racconta – con più o meno sincerità -, il meglio e il peggio della sua giornata condividendo così gioie e dolori. Essere suppone anche –ne abbianmo già parlato-, condividere i lavori domestrici, gli incarichi, portare insieme il peso del focolare. Essere è cogliere le necessità reali di ciascuno per risolverle o almeno accompagnarle. E parlando del tempo l’importante è la qualità più che la quantità. Non è perchè si sta molto tempo vicini che ci si fa compagnia. Si può stare vicini, sebbene fisicamente si sia lontani, se si sta pensando nell’altro e condividendo gli stessi interessi e sogni. Se si sente il bisogno della quotidianità, nei giorno festivi è tempo di allargare la tavola e stare insieme, non è sufficiente parlare, si può anche cantare. Provengo da una terra – i Paesi Baschi -, dove la gente è famosa per il buon palato, per il cibo, il bere e la buona voce per cantare. E’ certo che con l’allegria che il vino porta al cuore è tradizione lì cantare a tavola, sempre le stesse canzoni. E questo lascia un riposo indimenticabile. 2. Condividere hobbies Si rendono felice gli altri conoscendone i loro gusti, fomentando i loro hobbies, cercando per ciascuno l’hobby più adeguato alle sue capacità o necessità (ricordo una madre che a un figlio inquieto e rissoso, che aveva buon orecchio -, lo mise a suonare il clarinetto affinchè sfogasse lì le sue energie restanti invece di litigare e picchiare i suoi fratelli. E un altro che era anche un pò passivo fisicamente, lo incoraggiò a montare a cavallo per renderlo dinamico. Tuttavia, per rendere più agile l’adolescenza ad un altro, decise di condividere con lui la musica e decisi di imparare anche lei a suonare il piano). Se unisci le forze, condividere le passioni è un buon modo di compenetrarsi e potersi aiutare nei momenti duri della vita. 3. Giocare con gli altri e praticare il buon umore Vicino alla Saggezza non c’è la noia, perchè il suo ingegno sorprende, fa ridere, rompe la monotonia se ci fosse, al suo lato c’è felicità, diversione e riposo. La Saggezza diletta Dio e gli uomini, sta bene tra loro perchè li vuole, tutti come sono. E tutti stanno bene vicino a Lei, perchè si sanno conosciuti e voluti. Prima di tutto la Saggezza sa giocare. Il gioco, come tutta l’attività ludica, è un’attività libera, non necessaria, nella quale non si cerca nienete di più che star bene, però mediante esso si impara a vivere, a relativizzare i successi e gli insuccessi, perchè nel gioco non si vince nè si perde niente di vitale. Nel gioco ogni successo è incoraggiato e allo stesso tempo prematuro. Essendoci molti modi di giocare, uno importante è raccontare favole ai piccoli, sebbene siano sempre le stesse. E insieme al gioco e al buon umore, quello di cui faceva grazia Tommaso Moro quando chiedeva al Signore: - Dammi una buona digestione e naturalmente qualcosa da digerire. - Dammi un anima che non conosce tristezza, non permettere che prenda troppo sul serio quella cosa tanto invadente che si chiama “io”. - Dammi il senso dell’umore. Concedimi il dono di comprendere uno scherzo, di capire una barzelletta per trarre un pò di felictà dalla vita e poterla regalare agli altri. 48 V. LA FESTA, DOVE IL TEMPO SI UNISCE ALL’ETERNITA’ La Festa è un giorno speciale, diceva Saint Exupery, o forse ciò che fa di ogni giorno una Festa. Però ci sono giorni speciali in cui uno si ferma a dedicarsi di più a quello che da senso agli altri. Un giorno dove c’è posto per la contemplazione, l’adorazione, la gratitudine, come è la Domenica che è prpriamente un “rito”. Un giorno per andare a Messa, tempo nel quale si ferma il tempo per unirsi con l’eternità. Milano ha esempi per illustrare il detto della mia terra: “La Festa si riconosce per la Messa e per la Mensa”, come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, famosa in tutto il mondo. Tante grazie 49 VI. "Santificare la festa": la famiglia nel giorno del Signore S. Em. Card. Sean O'MALLEY (USA) Biografia Il cardinale Seán Patrick O'Malley, è l’arcivescovo di Boston (Usa). È membro della Congregazione per il Clero e membro della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. È membro della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti. Attualmente è Presidente della commissione Attività Pro-Vita, della commissione per il Clero, Vita Consacrata e le Vocazioni, della Sottocommissione per la Chiesa in Africa e la sottocommissione per la Chiesa in America Latina. È anche consulente della commissione per le migrazioni. È nato a Lakewood, Ohio, 29 giugno 1944. Dal 1969 al 1973 ha studiato all’Università Cattolica d'America dove ha conseguito il Master in Educazione Religiosa e il Dottorato in Letteratura spagnola e portoghese. È entrato nell’ordine dei frati Cappuccini dove ha professato i voti il 14 luglio 1965. È stato ordinato sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini il 29 agosto 1970. Dal 1970 al 1984 è stato direttore del Centro Cattolico di Washington DC. Ordinato vescovo coadiutore di St. Thomas nelle Isole Vergini, nel 1984 e divenne vescovo ordinario in seguito al pensionamento del suo predecessore nel 1985. 11 agosto 1992 è stato trasferito come il vescovo di Fall River, Massachusetts. Il 19 ottobre 2002 è stato nominato vescovo di Palm Beach. Infine è diventato arcivescovo di Boston il 30 luglio 2003. Creato Cardinale il 24 marzo 2006 da papa Bendetto XVI. Il Santo Padre ha nominato il Cardinale Seán come membro della Congregazione per il Clero e membro della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, nel maggio del 2006. Ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione di Catholic Relief Services e l'associazione per lo sviluppo dell'Università Cattolica del Portogallo. Nel 1998 il Santo Padre ha nominato il cardinale Seán all'Assemblea speciale per l'Oceania del Sinodo dei Vescovi. Ha servito come Visitatore Apostolico per i seminari in America Centrale e nei Caraibi. Santificare la Festa: la Famiglia nel Giorno del Signore Card O'Malley: Santificare la Festa. La Famiglia nel Giorno del Signore Nel periodo in cui frequentavo il seminario, il nostro Provinciale, Padre Victor, scrisse una lettera a Roma nella quale annunciava che la nostra missione in Portorico stava fiorendo e che la nostra Provincia era pronta ad assumersi una seconda missione e di volere la piu’ difficile missione del mondo. La risposta arrivo’ alla velocita’ di un fulmine: ci venne comunicato che avremmo dovuto aprire una missione nelle Terre Alte di Papua Nuova Guinea. Il Padre Guardiano, Fermin Schmidt, del Collegio dei Cappuccini di Washington, divenne il primo vescovo ed alcuni frati lo raggiunsero fra cui tre dei miei compagni di classe. Quando i nostri frati arrivarono in aereo, atterrando nel mezzo di un campo, vennero immediatamente circondati dalla curiosita’ degli indigeni – che non avevano mai visto un europeo o un aeroplano. La prima domanda rivolta loro fu se l’aeroplano era maschio o femmina. Nel caso fosse femmina se era possibile avere un uovo. Molti anni dopo, un giovane frate, che io avevo ordinato e che lavorava in Papua Nuova Guinea, venne a visitarmi mentre trascorreva un periodo di riposo in patria. Aveva bellissime fotografie di indigeni sorridenti, con ossi nel naso, piume nei capelli e poco altro indosso. Orgogliosamente il frate annuncio’: “Questo e’ il mio consiglio parrocchiale.” Ne fui particolarmente colpito perche’ ero reduce da un incontro con uno dei miei parroci in cui mi era stato riferito che i parrocchiani non erano pronti per un consiglio parrocchiale. Sono certo che se il Padre Provinciale mandasse oggi la lettera a Roma chiedendo la missione piu’ difficile, la risposta sarebbe non Papua Nuova Guinea, ma Stati Uniti D’America. Pensiamo alla Giornata della Gioventu’, a Colonia, dove Papa Benedetto si e` rivolto ai Vescovi tedeschi riuniti nel seminario parlando della sua terra natale, la Germania, come “terra di missione”. La stessa cosa ugualmente accade in molti paesi dell’occidente dove il secolarismo e la decristianizzazione stanno guadagnando terreno. Dobbiamo trovare nuovi modi di annunciare il vangelo al mondo contemporaneo, proclamando nuovamente Cristo e ponendo le basi della fede. Come ha detto Papa Benedetto: “Non siamo qui solo per il ‘gregge esistente.’ Dobbiamo essere una chiesa missionaria.” Il nostro compito e’ di trasformare “consumatori” in discepoli e maestri. Abbiamo bisogno di formare uomini e donne che diano testimonianza di fede, non di programmi di protezione dei testimoni. Come hanno scritto i vescovi americani nel documento Go Make Disciples (Andate e formate discepoli): “Ogni cattolico puo’ essere un ministro di accoglienza, riconciliazione e comprensione per coloro che hanno smesso di praticare la fede.” 50 Nel nuovo millennio, l’ordinaria amministrazione non e’ piu’ sufficiente. Dobbiamo diventare una squadra di missionari, passando dalla semplice amministrazione alla missione. Dobbiamo chiederci: “Cosa significa vivere in una cultura non-credente; una cultura che non e’nemmeno cosciente della propria incredulita’ perche’ ancora vive dei residui della civilta’ cristiana?” Come Hauerwas ha ben espresso: “La chiesa esiste oggi come una straniera, una colonia di avventurosi in una societa’miscredente. In quanto societa’ miscredente, la cultura occidentale e’ priva del senso del cammino, dell’avventura perche’ le manca molto piu’ che la fiducia in un orizzonte sempre piu’ ridotto all’autoconservazione e all’espressione di sé.” Essere un fedele discepolo di Gesu’ Cristo nella Chiesa Cattolica e’ molto di piu’ che un viaggio immaginario. E’un modo di vivere insieme; la persona intera e’ coinvolta nel processo. L’educazione a questo cammino deve essere percio’esperienziale, personale, coinvolgente e vivificante. Impariamo ad essere discepoli come impariamo una lingua, cioe’ facendo parte di una comunita’ che parla quella lingua. I giovani cattolici devono essere guidati dalla fede di chi e’ intorno, coetanei o adulti cattolici che stanno facendo lo stesso cammino. Il Terzo Comandamento Quando ero vescovo nelle West Indies, sull’isola dove io vivevo, esisteva la piu’ antica sinagoga dell’emisfero occidentale. Era stata costruita da ebrei sefarditi in quelle che allora erano le Indie Occidentali danesi. Sono stato invitato dal rabbino a visitare la sinagoga. Era una bella costruzione, tipica delle vecchie Indie Occidentali, con il pavimento di sabbia bianca. Nell’arca c’era un antico e magnifico rotolo della Torah. Mentre camminavo nella sinagoga mi sono imbattuto in un libro di preghiere che casualmente si apri’ su un’antica e bellissima preghiera ebraica che inizia con le parole “Piu’ di quanto Israele abbia conservato il Sabato, il Sabato ha conservato Israele.” Sono rimasto stupito e mi sono detto: lo stesso e’ vero per noi della Nuova Alleanza. Piu’ di quanto noi abbiamo mantenuto l’obbligo della messa domenicale, essa ha mantenuto noi come popolo focalizzato su Dio, unito agli altri, con un senso di missione. Ho partecipato di recente ad una cena di beneficienza, cosa che i vescovi fanno abbastanza regolarmente, e che contribuisce abbondantemente alla nostra circonferenza. In questa particolare occasione, il preside di una delle scuole superiori cattoliche locali riceveva una onorificienza. Nel suo discorso di accettazione ci disse: “Sono cresciuto in una famiglia dove andare a messa la domenica era piu’ o meno un’opzione come il respirare.” La dichiarazione trovo’ immediatamente riscontro fra i partecipanti perche’ credo che molti tra noi potessero identificarsi in quelle parole. Non si trattava di una questione di genitori autoritari o di pressione sociale, era piuttosto la convinzione di quanto importante fosse l’eucarestia domenicale per la nostra identita’ e la nostra sopravvivenza. Nella sua prima apologia rivolta all’Imperatore Antonino e al Senato di Roma, San Giustino descrive orgogliosamente la pratica cristiana dell’assemblea domenicale. Quando durante la persecuzione di Diocleziano le assemblee eucaristiche erano bandite con il massimo rigore, molti hanno trovato il coraggio di sfidare il decreto imperiale accettando di morire piuttosto che rinunciare al banchetto eucaristico. Uno di questi cristiani coraggiosi ci ha lasciato una risposta che e’ stata frequentemente citata. Fu chiesto ad Emerito, che aveva confessato che i cristiani si erano riuniti in casa sua, perche’ avesse violato il comando dell’imperatore. Egli rispose: “Sine Dominico non possumus.” In altre parole, “Non possiamo vivere senza domenica.” Perdere la messa e’ come smettere di respirare, e’ la strada sicura per l’asfissia spirituale. Quando ero in seminario, ricordo di aver letto in un giornale un’intervista a Flannery O’Connor su cosa significasse essere cattolici nel sud degli Stati Uniti. C’erano pochi cattolici a quel tempo in quela zona, forse il tre per cento della popolazione, e c’erano molti pregiudizi contro di essi. In questa intervista Flannery O’Connor parla della sua migliore amica che era una ragazzina battista. Flannery la invitava spesso ad andare a messa con lei. Finalmente la ragazzina ebbe il permesso dalla madre di accompagnare Flannery alla messa della domenica. Flannery non vedeva l’ora che finisse la messa per poter chiedere all’amica: “Ti e’ piaciuta? ti e’ piaciuta?” Al che la ragazzina rispose: “WOW. Voi cattolici avete veramente qualcosa di speciale. La predica era cosi’ noiosa, la musica faceva schifo, il prete balbettava le preghiere in una lingua che nessuno poteva capire, e tutta quella gente era li’!” Evidentemente non erano li’per divertirsi. Sono sicuro che la maggior parte erano li’ perche’ “sine Dominico non potuerunt.” E perche’ Dio scrisse sulle tavole che diede a Mose’: “Ricordati di santificare il giorno del Signore.” L’Eucarestia La verita’ e’ che la Chiesa Cattolica e’ sorta intorno all’Eucarestia. Cristo ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me.” E da allora l’abbiamo fatto: celebrando l’Eucarestia, cambiando il pane e il vino nel Corpo e Sangue cosi’ che il Buon Pastore possa continuare a nutrire il suo gregge. Mi ha fatto piacere che 51 quest’anno la Giornata per le Missioni, abbia avuto, per caso, il Vangelo del grande comandamento dell’amore. Temo che spesso, quando pensiamo alla carita’ cristiana, pensiamo solo agli affamati, alla cura dei malati e anziani, al prendersi cura dei senza casa e dei poveri. Ma se veramente amiamo il nostro vicino, allo stesso modo ci dovremmo preoccupare di tutte quelle persone che sono spiritualmente senza una casa, spiritualmente affamate, spiritualmente in carcere e spiritualmente malate. La Chiesa esiste per evangelizzare, per annunciare la Buona Novella dell’amore di Dio e il desiderio di Dio che noi lo seguiamo come parte del suo popolo. Essere discepoli non e’ mai un “volo in solitaria” ma piuttosto un’avventura da vivere insieme. E al cuore di questa avventura c’e’ il banchetto eucaristico dove il Calvario e l’Ultima Cena diventano parte delle nostre vite e della nostra storia. Ero un giovane sacerdote quando il Kennedy Center fu inaugurato a Washington. Jackie Kennedy invito’ Leonard Bernstein a comporre una messa per l’inaugurazione. (Era una messa suonata e recitata dove il celebrante e’ il personaggio principale). Una scena in particolare fu motivo di molti commenti in quei giorni. Ad un certo punto il clima nella rappresentazione diventa molto emotivo e la crescente cacofonia dei cori interrompe l’elevazione del Corpo e del Sangue. Il celebrante, in una rabbia furiosa, scaglia il calice sul pavimento. Questa immagine della messa di Bernstein mi venne in mente quando stavo preparando un discorso per un raduno dei nostri giovani nel North End perche’ uno dei testi che stavo usando era il racconto del Vecchio Testamento quando Mose’ sale per la seconda volta sul Monte Sinai per ricevere i Comandamenti. Stava salendo per la seconda volta perche’ quando era sceso dal monte la prima volta e aveva trovato il popolo che adorava il vitello d’oro, Mose’ aveva scagliato le Tavole al suolo e le aveva rotte. Capii che Bernstein, un ebreo, aveva inserito questa immagine nella sua messa, e il celebrante, scagliando il calice al suolo era come Mose’ che scaglia le Tavole della Legge sul luogo dove il popolo di Dio sta adorando il vitello. Quando la gente non adora Dio, comincia ad adorare il vitello d’oro; comincia a trovare falsi dei, quali il denaro, il potere, il piacere. Se noi amiamo Dio con tutta la nostra mente, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra forza, e’ impensabile che voltiamo le spalle al suo comandamento: “Ricordati di santificare le feste.” In una societa’ cosi’ altamente individualistica, descritta nel libro del Prof. Putnam, Bowling Alone, dove generazione dopo generazione gli americani trascorrono sempre piu’ tempo da soli, mangiando da soli, vivendo soli, spendendo ore da soli di fronte alla televisione o al computer, in questo clima sociale, noi dobbiamo comunicare che discepolanza significa essere parte della famiglia di Gesu’, parte della comunita’. In una cultura che e’ assuefatta al divertimento, alcune chiese cristiane si sono trasformate in centri di divertimento. Nell’Eucarestia abbiamo qualcosa di ben piu’ importante del divertimento. Abbiamo l’amore portato agli estremi. Il nostro Dio ha fatto dono di se’ stesso a noi quando ci invita a lavare i piedi gli uni degli altri e a donare la nostra vita a Dio e agli altri. Ci preme molto avere le migliori prediche e la miglior musica per la liturgia. Tutti vogliamo che la messa sia celebrata con dignita’ e bellezza. Ci preme molto che la gente capisca il significato dei riti e la ricca storia della nostra tradizione. Ma tutto questo non e’ sufficiente. Abbiamo bisogno di insegnare alla gente come pregare, allora la messa avra’ senso. Allora cominceremo a penetrare il mistero. Senza l’Eucarestia della Domenica noi perdiamo la nostra identita’. Un metro per misurare il successo della nostra evangelizzazione e la formazione di nuove generazioni di discepoli, deve essere la fedelta’ dei nostri parrocchiani all’Eucarestia domenicale. Senza la forza che deriva dalla Parola di Dio, proclamata durante la messa, e la comunita’ derivante dall’Eucarestia e dalla testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, e’difficile immaginare come uno possa perseverare in una vita di discepolanza. La metafora della vite e dei tralci e’ molto adatta. Un tralcio tagliato dalla vite non sopravvive molto a lungo. Ed e’cosi’ nel mondo odierno dove i valori del Vangelo sono spesso respinti, dove la religione e’ trivializzata e l’essere politicamente corretti prevale persino sulla supremazia della coscienza. In una societa’ del genere solo quei cattolici che pregano e vanno a messa persevereranno nella loro vocazione quali discepoli di Gesu’ nella Chiesa Cattolica. Nell’imminente Anno della Fede ci auguriamo che le nostre parrocchie, cosi’ come altre comunita’ quali scuole e universita’, prendano seriamente in considerazione quale sia il modo migliore per auitare coloro che si sono allontanati dall’Eucarestia domenicale. Da giovane prete ho sempre sottolineato l’importanza del mangiare in famiglia. Guardo indietro alla mia infanzia e ricordo come ogni sera ci ritrovavamo, noi bambini, i miei genitori e mia nonna, che viveva con noi, per la cena serale. Era un momento di dare e ricevere. Ci si raccontava cose tristi e allegre successe durante il giorno, si condividevano idee e aspirazioni, ma sprattutto si condivideva l’un l’altro. La preghiera era sempre parte dell’equazione, rendere grazie prima di mangiare e spesso il rosario dopo cena. Come bambino c’erano molti posti dove avrei preferito essere: all’aperto a giocare, visitare un amico, o qualsiasi 52 altra cosa. E come si dice, il libro piu’ corto e’ il libro delle ricette irlandesi: fai bollire tutto e servi le patate di contorno. Tuttavia, guardando indietro, capisco che quelle cene con il clan degli O’Malley e’ dove abbiamo imparato la nostra identita’ e forgiato legami per la vita. Li’ abbiamo condiviso le nostre storie e le nostre storie personali erano intessute dentro la storia che stavamo condividendo insieme. Per la stessa ragione, la nostra celebrazione dell’Eucarestia, il sacrificio della Messa, e’, per noi cattolici, un pasto familiare. E’ li’ che noi facciamo esperienza dell’amore di Dio e impariamo la nostra identita’; chi siamo, perche’ siamo al mondo e che cosa fare della nostra vita. Non andare a messa e’ come smettere di respirare, respirare la vita del Corpo di Cristo. Nel vangelo, Gesu’ racconta la parabola dell’uomo che manda i suoi servi a chiamare gli invitati al banchetto di nozze. Non e` un compito facile; alcuni di loro vengono picchiati piuttosto rudemente. A volte dobbiamo vincere la nostra vanita’ e il rispetto umano e trovare il coraggio di dire a un amico o un conoscente: “Vuoi venire a messa con me domenica?” Credeteci o no, ci sono molte persone che aspettano solo un invito e non ti colpiscono sulla testa con un corpo contundente se li inviti. (Esempio Mark D.) La grande verita’ e’ che l’Eucarestia e’ il centro della nostra vita in quanto cattolici. Tutti noi dobbiamo fare di piu’ nelle nostre parrocchie e nelle nostre scuole affinche’ la gente si senta bene accolta, invitata e sostenuta nella fede. Dobbiamo aiutare la nostra gente a scoprire il grande tesoro dell’Eucarestia domenicale. Il nostro ideale e’ di rendere l’Eucarestia domenicale il nostro Sabato, una grande scuola di carita’, giustizia e pace. Come leggiamo nell’enciclica Dies Domini: “La presenza del Risorto in mezzo ai suoi si fa progetto di solidarietà, urgenza di rinnovamento interiore, spinta a cambiare le strutture di peccato in cui i singoli, le comunità, talvolta i popoli interi sono irretiti. Lungi dall'essere evasione, la domenica cristiana è piuttosto « profezia » inscritta nel tempo, profezia che obbliga i credenti a seguire le orme di Colui che è venuto «per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore.» Sappiamo che alcuni hanno scelto di non andare piu’ in chiesa perche’ sono stati feriti dalle azioni di qualcuno nella chiesa o per difficolta’ con l’insegnamento della Chiesa. Dal primo giorno come Arcivescovo e forse per il resto della mia vita, ho chiesto sempre perdono a tutti coloro che sono stati feriti dall’azione o dalla inerzia della gente e dai capi della chiesa. Non vogliamo che quelle esperienze diventino motivo di separazione dall’amore di Cristo e dalla nostra famiglia cattolica, o impedire ad alcuno di ricevere la grazia dei Sacramenti. L’Eucarestia e la Famiglia La celebrazione della messa, come la vita, ha dimensioni verticali e orizzontali. Questo affianca il grande comandamento che ci chiede di amare Dio e il nostro prossimo come noi stessi. La vita cristiana e’ un pellegrinaggio che compiamo con i nostri fratelli e sorelle in Cristo. Gesu’ ha dato l’esempio riunendo tutti gli Apostoli all’Ultima Cena invece di cenare sigolarmente con ciascuno di loro. Dio ha previsto dall’eternita’ che saremmo stati collocati in una particolare comunita’, in questo particolare momento e che la discepolanza fosse vissuta nell’amicizia e nella fraternita’ con coloro per cui e con cui preghiamo ogni domenica a Messa. La nostra presenza uno per l’altro e’ un simbolo della solidarieta’ e unita’ con Dio e con ciascuno di noi. E’ l’espressione piu’ completa della nostra identita’ cristiana. “Liturgia” significa “servizio da parte del/e in favore del popolo”. Il piu’ grande servizio che possiamo fare ogni domenica e’ adorare Dio e pregare per e con la nostra famiglia parrocchiale. Padre Patrick Peyton, il grande “Prete del Rosario”, ci istruisce dicendo che “La famiglia che prega insieme, sta insieme.” Egli chiedeva di pregare il rosario in famiglia ogni giorno. Allo stesso modo, io raccomando di partecipare e pregare alla messa domenicale insieme: questo rafforzera’ la vostra famiglia e vi fara’ affrontare le molte sfide del nostro tempo che spesso la lacerano. Durante il sacramento del Battesimo, ai genitori viene ricordato che essi sono chiamati ad essere i primi e migliori maestri dei loro figli nella fede. Sapendo che la messa e’ la preghiera centrale del cattolicesimo e che essa e’ la sorgente e il vertice della vita cristiana, quando partecipiamo alla messa con loro, insegnamo ai nostra figli e nipoti una delle lezioni piu’ importanti. La nostra fede: un patrimonio vivente per i nostri figli e nipoti I bambini guardano sempre i loro genitori e i loro nonni. Noi formiamo i nostri giovani nel modo in cui partecipiamo alla messa. I bambini che vedono i loro genitori arrivare in chiesa prima dell’inizio della messa per pregare , vorranno imitarli. I bambini che osservano i genitori e altri adulti ricevere l’Eucarestia con reverenza, realizzeranno piu’ facilmente che l’Eucarestia e’ veramente il Corpo e Sangue di Cristo. L’esempio dei genitori e’ una parte essenziale della preparazione per ricevere la Prima Comunione. I 53 bambini che sentono dai loro genitori quanto e perche’ essi amano la messa saranno meno portati a paragonare la messa con la televisione e considerarla “noiosa”. Un grande tributo durante una liturgia funebre e’ quando si descrive il defunto come qualcuno che non ha mai perso la messa domenicale e aveva un grande desiderio di ricevere l’Eucarestia ed essere parte della famiglia parrocchiale. Durante la mia adolescenza, la mia e altre famiglie della parrocchia andavano insieme a confessarsi il sabato e alla messa la domenica mattina. Dopo la messa, le famiglie allargate si trovavano insieme per un grande pranzo domenicale e per un po’ di relax. La celebrazione della domenica, il Giorno del Signore, era un’eredita’ tramandata di generazione in generazione. Era il tempo per costruire la famiglia di Cristo, la Chiesa, come pure la nostra famiglia. Oggi il ritmo della vita si e’ accelerato. La tecnologia permette al lavoro e altre responsiabilita’ di intromettersi nel tempo familiare. Sport giovanili, che un tempo si svolgevano in una preciso periodo dell’anno e non prevedevano nessuna gara di domenica, ora sono attivita’ che durano tutto l’anno, con giochi che cominciano fin dalle 7 del mattino della domenica. Veramente molte famiglie hanno un calendario piu’ pieno, piu’ febbrile di domenica che durante i giorni della settimana perche’ la domenica e’ diventata semplicemente parte di un fine settimana. Il Beato Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua lettera pastorale sul Giorno del Signore: “La pratica del «week-end», inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, e’ spesso caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca certo di elementi positivi nella misura in cui può contribuire, nel rispetto di valori autentici, allo sviluppo umano e al progresso della vita sociale nel suo insieme. Esso risponde non solo alla necessità del riposo, ma anche all'esigenza di «far festa» che è insita nell'essere umano. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro «fine settimana», può capitare che l'uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il «cielo». Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di «far festa». Ai discepoli di Cristo è comunque chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che dev'essere una vera santificazione del giorno del Signore, col «fine settimana», inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione.” Sant’Ignazio chiama i cristiani, gente che “vive secondo il Giorno del Signore” perche’ si riuniscono nel primo giorno della settimana, dopo il sabato ebraico, a celebrate la resurrezione di Cristo. Le loro vite sono rinnovate da questa sacra adorazione. Come Papa Benedetto dice: “La domenica non e’ solo una sospensione dalle attivita’ ordinarie, ma un tempo in cui i cristiani scoprono la forma eucaristica che la loro vita e’ chiamata ad avere.” Il modo con cui celebriamo la domenica determinera’ il modo con cui vivremo il resto della settimana ed e’ il marchio dell’identita’ cristiana di generazione in generazione. L’Eucarestia non e’ solamente qualcosa di simbolico. Gesu’ dice: “Io sono il pane disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivra’ in eterno; ...chi mangia il mio pane a beve il mio sangue avra’la vita eterna e... abitera’ in me e io in lui.” Udendo queste parole molti discepoli abbandonarono Gesu’, ma egli non li chiamo’ indietro dicendo “stavo scherzando” o “sono delle espressioni figurative.” Invece chiede agli apostoli se anche loro vogliono andarsene. San Pietro risponde a nome di tutti i discepoli fedeli: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” Le grazie e le intuizioni che Dio dona in ogni celebrazione della messa ci aiutano a vivere una vita piu’ felice, una vita piu’santa. Mentre ci prepariamo per la messa, abbiamo l’opportunita’ di pregare con confidenza che Cristo ci doni la grazia santificante. Quando arriviamo, possiamo chiedere a Dio di parlarci attraverso le letture, la musica, l’omelia e le preghiere e di mostrarci il modo con cui crescere per diventare di piu’ la persona che Dio aveva in mente quando ci ha creato. Una volta raggiunta quell’intuizione, possiamo pregare per il restante della messa chiedendo la grazia di metterla in pratica nel corso della settimana. L’Eucarestia ci da’ la forza di affrontare le sfide della vita e di essere consapevoli dell’amore di Dio per noi. Ogni domenica e’ una “piccola Pasqua” perche’ ribadisce la resurrezione, la vittoria di Gesu’ sulla morte. Questa e’ la vittoria piu’ significativa nella storia del mondo perche’ apre la posssibilita’ della vita eterna. Pensiamo per un momento al fatto che Dio ha amato ognuno di noi cosi’ tanto che si e’ incarnato - un essere umano – cosi’ che ha subito la morte sulla croce come sacrificio per i nostri peccati. Il nostro Dio ha fatto questo perche’ ha voluto che noi vivessimo con lui eternamente in cielo. La sua vittoria, attraverso il suo amore, e’ destinata a diventare anche la nostra vittoria. Negli ultimi dieci anni, i tifosi di Boston hanno avuto la buona sorte di celebrare la vittoria di molti campionati. Le parate per le vittorie sono stati delle adunate incredibili. Nessun tifoso americano puo’ negare 54 che Boston sappia come celebrare una vittoria. Non sarebbe bellissimo se si potesse dire lo stesso di noi per il modo con cui celebriamo la piu’ grande vittoria, la vittoria di Gesu’ sulla morte? Voi siete i primi maestri della fede per i vostri figli. La vostra piu’ profonda eredita’ nella vita sara’ di aiutare i vostri figli a conoscere Dio e, con la Sua grazia, andare in paradiso. Non e’ mai troppo tardi per rendere questo una priorita’ e chiedere l’aiuto di Dio. Il vostro esempio di fedelta’ alla messa domenicale, la preghiera e la moralita’ parlano piu’ eloquentemente dell’omelia di qualsiasi sacerdote. Quando dei bambini vedono che i genitori amano la messa domenicale anche loro crescerano amandola. Troppo spesso i genitori “vanno a messa per i bambini” e i bambini vanno perche’ “il papa’ e la mamma mi portano”. Esprimete ai vostri figli il vostro amore per Gesu’; la ragione per cui partecipate alla messa domenicale come famiglia e la ragione della loro istruzione nella fede a scuola o al catechismo e’ uno dei doni piu’ importanti che potete fare loro. Vi chiedo di vivere la domenica come Il Giorno del Signore, un giorno che include la Santa Messa, l’istruzione religiosa, attivita’ ricreative, la mensa famigliare, letture spirituali e opere di carita’. Vi raccomando di avere un ruolo atttivo nell’insegnamento della cetechesi per i vostri figli. E’ una grande occasione per manifestare la vostra fede e raccontare episodi di come i vostri genitori, membri della famiglia e amici vi hanno trasmesso la fede. Ai bambini piacciono i racconti e queste conversazioni possono essere parte della tradizione trasmessa alla prossima generazione. Introduceteli alla vita dei santi. In un tempo in cui la societa’ eleva velocemente uomini di spettacolo e campioni sportivi allo stato di “eroi”, farete un grande favore ai vostri figli condividendo con loro le storie di coloro che sono entrati nell’”eterno albo d’oro”. Rendete la preghiera parte naturale e regolare della vita famigliare. Pregate prima di andare a dormire, prima dei pasti e in situazioni difficili, per una malattia o per problemi famigliari. Chiedete ai vostri figli di pregare per voi, spiegate loro che Dio ama la preghiera dei bambini in modo speciale. L’educatore cattolico Jim Stenson, scrive che i bambini spesso hanno la percezione di non poter contribuire con grandi cose nella vita della famiglia, ma posssono imparare che le loro preghiere sono potenti davanti a Dio. Quando i vostri figli vedono che voi vivete la fede gioiosamente imparano un’importante lezione per la vita: che la preghiera e’ parte della vita adulta. Mostrate ai vostri figli, con il vostro esempio, il bisogno della misericordia di Dio, del perdono e dell’amore nel sacramento della penitenza. L’amore di Dio supera qualsiasi peccato abbiamo commesso. La confessione ci da’ la possibilita’ di premere il pulsante ed “azzerare” il conto nel nostro rapporto con Dio. E’ un sacramento particolarmente utile per gli adolescenti che attraversano anni molto difficili. Quando gli adolescenti vedono la confessione come un gesto normale per genitori e compagni, diventa un passo normale e utile nelle loro vite. Vorrei aggiungere una breve nota per i papa’. Studi di ricerca indicano che i bambini praticano la loro fede piu’ regolarmente quando vedono che il papa’ e la mamma la praticano insieme. Questi stessi studi indicano anche che e’ la pratica di fede del papa’ che aiuta di piu’ sia i ragazzi che le ragazze nel vedere la pratica della fede come un’attivita’ importante per gli adulti. Percio’, in modo particolare, chiedo a tutti i papa’ di essere fortemente impegnati nella formazione della fede e di prendere in considerazione di offrirsi come catechisti nei programmi di educazione religiosa. So bene che la fedelta’ alla visione della Chiesa sulla famiglia e’ difficile, particolarmente nella nostra cultura sempre piu’ secolarizzata. Voi e le vostre famiglie potete offrire alla societa’ una testimonianza potente del primato di Dio nella vostra vita. Gesu’ non ha promesso che le Sue vie sarebbero facili, ma ha promesso che avrebbe supplito della grazia necessaria per vivere la vostra vocazione. Domando a voi, padri e madri di giovani famiglie, di imitare Giosue’ e il popolo di Israele quando alla domanda se essi avrebbero servito il Signore o gli dei pagani, risposero: “...ma per me e la mia casa serviremo il Signore.”. L’Eucarestia ci prepara alla missione Per noi, ogni domenica e’ il Giorno della Resurrezione. In quella prima Pasqua, Gesu’ apparve a due discepoli sulla strada per Emmaus. I discepoli erano confusi, feriti, pieni di paura e di dubbi. Cercavano di capire cosa pensare della morte di Gesu’ e della tomba vuota. Parlavano di questi sviluppi con Gesu’ che loro non riconoscevano. Una volta raggiunto il villaggio hanno chiesto a Gesu’ di rimanere con loro. San Luca dice che quando arrivarono a Emmaus Gesu’ fece cenno di voler continuare il suo viaggio. Fu solo l’insistente invito dei due discepoli che porto’ Gesu’ al loro tavolo. Penso che questo sia un dettaglio importante di questo vangelo. Il Signore non si impone a noi; gli piace essere invitato nella nostre vite. Quando si sedettero per la cena, Gesu’ prese il pane, lo benedisse, lo spezzo’ e comincio’ a distribuirlo. A quel punto i discepoli riconobbero Gesu’. Improvvisamente Gesu’ sparisce, ma il pane resta. Allora i discepoli immediatamente ritornano a Gerusalemme per dire agli apostoli che Gesu’ e’ veramente risorto ed e’ apparso loro. 55 Anche noi viviamo in un tempo in cui la gente e’ confusa, ferita e piena di paura. Gesu’ vuole incontrarci nello stesso modo con cui ha incontrato i discepoli sulla via di Emmaus. Come loro, noi riconosceremo Gesu’ e lo incontreremo piu’ profondamente nello spezzare del pane alla Messa. L’Eucarestia e’ il compimento della promessa di Gesu’ di essere con noi fino alla fine del tempo. Prego perche’ il nostro amore per la Messa e lo stupore per l’Eucarestia aumentino cosi’ che i nostri cuori ardano in noi quando ascoltiamo la proclamazione delle Sacre Scritture e osserviamo lo spezzare del pane. Facciamo quello che i due discepoli sulla via di Emmaus hanno fatto. Affrettiamoci a dire al mondo che Cristo e’ vivo e che la nostra famiglia deve radunarsi alla tavola del Signore per fare esperienza dell’amore di Dio, per imparare la nostra identita’ e per compiere la nostra missione insieme, per dire al mondo: “Abbiamo visto il Signore e lo abbiamo riconosciuto allo spezzare del pane.” 56 Conclusioni della plenaria del Congresso S. Em. Card. Ennio ANTONELLI Biografia Il cardinale Ennio Antonelli è il Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. È nato a Todi il 18 novembre 1936. Ha frequentato le scuole medie e il ginnasio nel Seminario Vescovile di Todi, il liceo classico nel Pontificio Seminario regionale di Assisi. Trasferitosi a Roma, per desiderio del suo Vescovo, è stato alunno del Pontificio Seminario Romano Maggiore e ha compiuto gli studi di filosofia e di teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Ordinato Presbitero il 2 aprile 1960 è rientrato nella sua diocesi di Todi, dove ha svolto vari incarichi: Assistente Ecclesiastico diocesano dell’Associazione maestri cattolici, del Movimento maestri di Azione cattolica e del Gruppo laureati di Azione cattolica; Rettore del Seminario. Ha conseguito la laurea in lettere classiche nel 1966 presso l’Università di Perugia, quindi l’abilitazione all’insegnamento per la Storia dell’Arte e quella per la Filosofia e la Storia. Ha insegnato successivamente Lettere e Storia dell’Arte nel liceo classico e nell’Istituto d’Arte. Divenuto docente di teologia dogmatica presso l’Istituto Teologico di Assisi, ha insegnato questa disciplina dal 1968 al 1983. Nel frattempo ha insegnato nelle scuole di formazione teologica per laici in varie diocesi dell’Umbria. Ha inoltre svolto un’intensa attività pastorale a livello parrocchiale ed interparrocchiale facendo una riuscita esperienza di vita comune con altri confratelli sacerdoti. Il 29 agosto 1982 è stato ordinato Vescovo per la diocesi di Gubbio. Il 6 novembre 1988 è stato nominato Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. Nei sette anni di episcopato in questa nuova sede ha attuato una pastorale volta alla promozione del ruolo dei laici nella Chiesa attivando, in particolare, “Itinerari di formazione per gli operatori pastorali”, “Itinerari di formazione all’impegno sociale e politico”, Consigli Pastorali e Consigli per gli Affari Economici nelle parrocchie, Caritas parrocchiali, strutture ed esperienze di pastorale giovanile e vocazionale. Nell’ambito della Conferenza Episcopale Italiana è stato membro della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi, lavorando a lungo alla nuova redazione del Catechismo degli Adulti della Cei. Il 25 maggio 1995 è stato nominato dal Santo Padre Segretario Generale della Ccei per un quinquennio e poi di nuovo confermato il 25 maggio 2000. Il 21 marzo 2001 è stato nominato Arcivescovo di Firenze. il 21 ottobre 2003 è creato cardinale da Giovanni Paolo II. Il 7 giugno 2008 viene nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Card. Antonelli: le conclusioni del Congresso internazionale teologico pastorale Sintesi del Congresso Teologico Pastorale “La famiglia: il lavoro e la festa” Milano, 1 giugno 2012 1. Ringraziamento. Grazie di cuore agli organizzatori, ai vari operatori, ai volontari (gentilissimi) ai partecipanti, ai relatori, a coloro che hanno portato la loro testimonianza. Il Signore benedica e renda fruttuoso il vostro impegno e il vostro contributo. Benedica voi e le vostre famiglie. Il Congresso presenta un panorama vastissimo: tre sessioni plenarie, venticinque tra incontri, tavole rotonde e comunicazioni, ben centoquattro relatori. Mi limito a raccogliere e sottolineare alcuni elementi che mi sembrano particolarmente significativi. Non intendo parlare a nome del Congresso; ma a titolo personale, come un osservatore che ha cercato di essere attento. 2. Il Metodo. Il Congresso mette insieme riflessioni di carattere dottrinale, testimonianze su esperienze concrete, studio di dati sociologici empirici. Interpella con le idee e con i fatti. Indica così un metodo utile da seguire sia in ambito ecclesiale che in ambito civile. A riguardo sono emblematici due libri, pubblicati per iniziativa del Pontificio Consiglio per la Famiglia. “Famiglie vive”, una raccolta di esperienze di vita familiare cristiana e di pastorale delle famiglie per le famiglie. “La famiglia risorsa per la società”, una ricerca sociologica sul diverso contributo dato alla società da quattro diverse tipologie di famiglie, comparate tra loro. E’ auspicabile, in vista dell’evangelizzazione, non solo esporre con linguaggio appropriato la fede della Chiesa, ma anche raccogliere, discernere, comunicare esperienze concrete, capaci di interpellare con forza, di dare ispirazione, di infondere fiducia, indicando che l’ideale è non solo bello, ma anche realizzabile! 57 E’ salutare bonificare con figure esemplari (di persone sante e di famiglie veramente cristiane) l’immaginario della gente (specialmente dei ragazzi), inquinato da ingannevoli personaggi di successo nel mondo dello spettacolo, dello sport, dei media, dell’economia, della politica. Opportunamente, in occasione del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II incoraggiava i processi di beatificazione e canonizzazione riguardanti i laici e in particolare le coppie di sposi (cfr. Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, 37). A proposito, anche perché attinente ai temi del nostro Congresso, viene spontaneo ricordare Giuseppe Toniolo, beatificato recentemente, sposo e padre esemplare (sette figli), professore universitario di economia politica, promotore di associazioni cattoliche dei lavoratori, iniziatore delle settimane sociali dei cattolici italiani. In modo analogo, in ambito civile, per promuovere culturalmente, socialmente e politicamente l’identità e i diritti delle famiglie, sembra più efficace un’argomentazione che sappia mettere insieme la dottrina della Chiesa e i dati sociologici, scientificamente raccolti e interpretati, che la confermano. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia continuerà a proporre questo metodo alle Associazioni Familiari, alle Istituzioni culturali, ai cattolici impegnati. 3. La prospettiva antropologica. Nel Congresso il tema “La famiglia: il lavoro e la festa” è stato trattato in una prospettiva prevalentemente antropologica. Questa del resto era l’ispirazione che proveniva dal testo base della Genesi, sia riguardo alla famiglia: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 27); sia riguardo al lavoro: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra … Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 1, 28; 2, 15); sia riguardo alla festa: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò perché in esso aveva cessato ogni lavoro, che aveva fatto creando” (Gen 2, 3). Tre benedizioni, tre doni di Dio, tre dimensioni del vivere, che concorrono a formare l’identità, lo sviluppo e la felicità dell’uomo. Tre beni che si realizzano nella relazione con gli altri e con Dio, perché l’uomo creato a immagine di Dio che è Trinità d’amore, è un soggetto relazionale. Vive autenticamente e si perfeziona solo trascendendo se stesso, accogliendo la propria vita come dono e facendo dono della propria vita. Persona e società si appartengono reciprocamente. Gli altri non vanno guardati come rivali da sovrastare e utilizzare, ma come alleati con i quali aiutarsi, per crescere insieme. Non è lecito ridurli a strumento. Sono un bene in se stessi e meritano di essere rispettati, amati e valorizzati. L’attuale crisi, che preoccupa i popoli e i governanti, non è da considerare solo una crisi economica, ma anche, e più profondamente, una crisi antropologica e culturale. La cultura individualista, utilitarista, consumista, relativista pervade largamente il costume, la comunicazione mediatica, l’economia, la politica. L’individualismo significa enfatizzazione dei desideri e della libertà di scelta, autorealizzazione, auto gratificazione, esaltazione dei diritti ed estenuazione dei doveri, insofferenza dei legami familiari, sociali ed ecclesiali, ricerca del successo anche a danno degli altri, ammirazione e imitazione dei personaggi vincenti. L’utilitarismo suppone che l’uomo cerchi soltanto il proprio interesse o almeno che la società possa fondarsi sulla sola convergenza degli interessi, come affermava A. Smith “La società civile può esistere tra persone diverse … sulla base della considerazione dell’utilità individuale, senza alcuna forma di amore reciproco e di affetto” (Teoria dei sentimenti umani). Il mercato è governato dalla massimizzazione del proprio utile e dalla ricerca del massimo profitto a qualsiasi costo: l’unico obiettivo di un’azienda è quello di procurare utili sempre maggiori ai propri azionisti. La concorrenza, che in una certa misura è fisiologica, tende a diventare antagonismo e conflitto. I capitali finanziari preferiscono il guadagno speculativo all’investimento produttivo. Dal mercato la mentalità utilitarista e contrattuale si trasferisce ai rapporti interpersonali, che tendono a diventare strumentali. Il consumismo incentiva la corsa all’acquisto e al consumo dei beni materiali, anche di quelli illusori, rispondenti a bisogni indotti artificialmente; prospetta una felicità basata sulla quantità delle esperienze, delle sensazioni, impressioni, emozioni; preferisce l’effimero al duraturo, l’immediato al progetto orientato verso il futuro. Il relativismo è mancanza di valori condivisi in ambito culturale; appartenenza parziale alla Chiesa e privatizzazione della fede in ambito religioso; disorientamento nella babele delle opinioni; soggettivismo etico e assolutizzazione della coscienza; restringimento della ragione al solo campo scientifico e tecnico. In questo contesto culturale, in cui la persona è ridotta ad individuo, la società a gioco d’interessi, la felicità a piacere, la verità a opinione, anche la famiglia, il lavoro e la festa subiscono riduzioni e distorsioni. La famiglia si riduce a semplice coabitazione di individui nella stessa casa, secondo una molteplicità di modelli, stimati equivalenti tra loro; perciò si preferisce parlare di famiglie al plurale. 58 Nella convivenza si cerca la propria realizzazione e gratificazione secondo una logica negoziale; si apprezza solo la trama degli affetti, rigorosamente privata. Dal punto di vista economico, non si considera la famiglia un soggetto produttivo di capitale umano e di benefici per la società, ma solo un soggetto di consumi e perciò si tassano i redditi individuali, senza tener conto dei carichi familiari. Tale debolezza culturale, giuridica ed economica della famiglia si concretizza in una serie di fenomeni preoccupanti: calo di matrimoni, aumento di divorzi, di convivenze, di singles per scelta, calo delle nascite, aumento di figli nati fuori del matrimonio, disimpegno educativo, malessere esistenziale, abbandono di anziani, impoverimento economico dei divorziati. Il lavoro, in un mercato esasperatamente competitivo, rischia di ridursi a merce di scambio. La speculazione finanziaria prevarica nei confronti dell’economia reale e l’economia prevarica nei confronti delle persone, delle famiglie e dell’ambiente naturale. Le dolorose conseguenze sono le disuguaglianze di reddito, la forte disoccupazione, il contrasto tra i tempi e le esigenze del lavoro con quelli della famiglia. La festa a sua volta rischia di perdere i suoi profondi significati e il suo carattere familiare e comunitario; tende a diventare divertimento evasivo e dispersivo, a lasciare il posto al tempo libero individuale. Occorre allargare la visione dell’uomo da individuo a persona, cioè soggetto spirituale e corporeo, autocosciente e libero, singolare e irripetibile, relazionale e auto trascendente, chiamato ad amare gli altri come se stesso, a integrare l’eros nell’agape, a realizzarsi pienamente nel dono di sé agli altri e a Dio. Bisogna tenersi aperti al vero, al bene e al bello, senza chiudersi nell’utile, nell’interesse egoista, nella logica della negoziazione e del contratto. Tutte le dimensioni della vita devono essere plasmate dall’amore. Non solo nella famiglia e nella festa, ma anche nel lavoro e nell’economia deve prevalere la logica del dono, integrando utilità e gratuità, bene strumentale e bene voluto per se stesso. “Senza la gratuità – scrive Benedetto XVI – non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia” (Caritas in Veritate, 38). E’ possibile e vantaggioso produrre e scambiare beni e servizi in una dinamica di collaborazione, di rispetto, fiducia e aiuto reciproco. La ricerca di un ragionevole profitto è fisiologica e necessaria; ma trova la sua giustificazione etica solo in un’economia di sviluppo, orientata al bene comune. Solo curando la qualità delle relazioni e restituendo il primato all’amore e alla comunione, la famiglia, il lavoro e la festa potranno ritrovare la loro autenticità e armonizzazione. Per superare la crisi, sembra necessaria, a livello globale, una rivoluzione culturale, antropologica, prima che economica. 4. La famiglia La famiglia è un fenomeno universale nella storia del genere umano. A parte variazioni accidentali, ha una struttura permanente, costituita dal rapporto tra i due sessi, legame uomo-donna, e dal rapporto tra le due generazioni, legame genitori-figli. Anche oggi, secondo le indagini statistiche, la famiglia, costituita da una coppia stabile con figli, è al primo posto nelle aspirazioni della gente, seguita al secondo posto dal lavoro. Dalle indagini statistiche appare anche che le famiglie con due e più figli sono le più felici e anche le più vantaggiose per la società, a motivo del ricambio generazionale e per la qualità del capitale umano da esse formato. Purtroppo in vari paesi stanno diventando una minoranza, perché penalizzate dallo Stato e dal mercato. Un motivo in più per proporre con maggiore coraggio e insistenza tale modello, interpellando l’opinione pubblica, la politica e l’economia. I diversi modi di fare famiglia non sono equivalenti. La coppia stabile con figli (due o più) sviluppa una maggiore ricchezza di beni relazionali; perciò risulta essere la più felice, nonostante le difficoltà, e la più capace di produrre valore aggiunto per la società. La famiglia normale non è la famiglia del passato; ma è la famiglia del futuro, se vogliamo avere un futuro. La famiglia autentica comporta la donazione totale reciproca dei coniugi e la loro comune donazione ai figli mediante la procreazione, la cura e l’educazione. I coniugi diventano una sola carne nella vita comune, nell’amplesso coniugale, nella persona dei figli. Si sviluppano legami non solo affettivi, ma anche etici. Gli altri non sono soltanto un bene per me, ma innanzitutto un bene in se stessi. Hanno valore per se stessi, a prescindere dal loro aspetto e dalle loro capacità. Anzi le persone più deboli (bambini, anziani, malati, disabili) ricevono un’attenzione preferenziale e un’appropriata tutela. Diritti e doveri, gratificazione personale e impegno si compongono in armonia. Si trova la valorizzazione di ognuno nella comunione tra persone diverse e complementari. La famiglia è la prima scuola di umanità. Le dinamiche dell’identificazione affettiva e della gratuità che genera fiducia sostengono un processo continuo di educazione reciproca tra genitori e figli, coinvolgendo anche i nonni. Attraverso le relazioni interpersonali, la testimonianza vissuta, l’esperienza quotidiana, si trasmettono valori e conoscenze, si sviluppano virtù teologali e umane, virtù personali e sociali. Oggi, però, di fronte all’invadenza della comunicazione mediatica, occorre intensificare l’esperienza familiare, renderla 59 più significativa e bella. Occorre rafforzare la continuità educativa tra famiglia e scuola, attraverso la partecipazione alla elaborazione del progetto educativo o attraverso la reale libertà di scegliere la scuola. La scuola cattolica dovrebbe essere il partner privilegiato per le famiglie cattoliche. Di grande importanza sono anche gli incontri periodici, i gruppi e le comunità di famiglie; le reti di spiritualità, di amicizia e convivialità, di collaborazione e aiuto reciproco; le associazioni e i movimenti di formazione spirituale e di apostolato; le associazioni di impegno civile per tutelare l’identità e i diritti delle famiglie. 5. Famiglia e lavoro Numerose famiglie creano e gestiscono piccole imprese, importantissime nell’economia complessiva del loro paese. Tutte le famiglie svolgono un lavoro domestico che ha anch’esso grande importanza per il sistema economico, sebbene non sia contabilizzato nel P.I.L. (Prodotto Interno Lordo). Sempre più ambedue i coniugi sono impegnati sia nel lavoro domestico che in quello professionale e sono chiamati a trovare, di comune accordo, il giusto equilibrio e a ripartire equamente i pesi. Ma il contributo più specifico delle famiglie al sistema economico consiste nella formazione del capitale umano. Con la parola lavoro si indica l’attività umana in quanto produce beni materiali o immateriali utili a soddisfare i bisogni delle persone e a favorire il loro benessere. Oggi, in un’economia di sviluppo, qualsiasi attività può essere considerata lavoro, in quanto aggiunge valore alle relazioni umane, anche se non si producono merci (cfr. ad esempio l’educazione, l’istruzione, l’informazione, la ricerca scientifica, l’innovazione organizzativa o tecnologica, l’assistenza, il turismo, i servizi vari). Oggi, sempre più, fattore produttivo decisivo è l’uomo (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, 32); è l’uomo che discerne i bisogni dei clienti, raccoglie e gestisce le informazioni, organizza il processo produttivo e commerciale, lavora in collaborazione, interloquisce con le cosiddette “macchine intelligenti”, esercita la sua creatività e capacità innovativa. Il capitale umano è necessario per le imprese come il capitale finanziario e quello tecnologico. Per questo la famiglia sta diventando una risorsa sempre più importante dal punto di vista economico e sociale: non soltanto come soggetto di consumi, di risparmio, di ridistribuzione del reddito, ma anche come soggetto produttivo di capitale umano. La procreazione dei figli, futuri cittadini e futuri lavoratori, è un investimento a lunga scadenza, necessario alla riproduzione della società. La loro educazione, oltre che valore morale, ha valore anche per il funzionamento del sistema economico, che riceve grande giovamento dalle conoscenze e abilità trasmesse, dalle attitudini acquisite (ad es. attitudine allo studio e alla ricerca scientifica e tecnica), dalle virtù sociali maturate, come la gratuità, la fiducia, la solidarietà, la giustizia, il rispetto della legalità, la laboriosità, la collaborazione, la cura dell’ordine, il gusto del lavoro ben fatto, il rispetto dell’ambiente. La famiglia è “la prima scuola di lavoro per ogni uomo” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 10). Essa educa al lavoro con l’esempio dei genitori, l’influsso dei fratelli, la conversazione familiare, la visita ai luoghi di lavoro, l’accompagnamento nello studio, la condivisione di progetti ed attività. La famiglia è amica delle imprese. L’impegno eticamente responsabile dei lavoratori e degli imprenditori, da essa bene educati, spesso va oltre la rigida logica contrattuale e favorisce molto la crescita e il successo dell’impresa, specie sul lungo periodo. Nella misura in cui sa offrire un capitale umano di qualità, la famiglia diventa soggetto produttivo di valore economico per il sistema. Dovrebbe dunque essere tassata, tenendo conto sia dei redditi che delle persone a carico, un po’ come le imprese che vengono tassate sulla base dei guadagni al netto dei costi di produzione. Anzi, al di là dell’equità fiscale, dovrebbe essere sostenuta con un disegno organico di politica familiare che tuteli l’identità e i diritti della famiglia e preveda concreti provvedimenti da attuare progressivamente, a piccoli passi, secondo le possibilità (casa, occupazione, scuola, servizi, trasporti, ricongiungimenti familiari dei migranti, ecc.). L’obiettivo centrale e unificante dovrebbe essere il sostegno da dare alle relazioni che strutturano la famiglia e la rendono risorsa sociale: sostegno cioè alla stabilità della coppia e alla sua missione procreativa ed educativa. Le imprese da parte loro dovrebbero diventare più amiche delle famiglie sia per solidarietà umana che nel proprio stesso interesse. Dovrebbero innanzitutto mirare con ogni energia a creare occupazione, perché la mancanza di lavoro è un dramma, specialmente per i giovani, e impedisce la formazione delle famiglie e la loro missione procreativa ed educativa. Questo esige innovazione, produttività, collaborazione in ogni azienda, tra le aziende e tra i vari soggetti della vita sociale. Inoltre le imprese dovrebbero favorire il più possibile l’armonizzazione delle esigenze del lavoro con quelle della famiglia. A titolo esemplificativo, si possono ricordare alcune esperienze: flessibilità di orario, tempo parziale, telelavoro interattivo a domicilio, congedi di maternità, congedi parentali, asili nido aziendali. L’armonizzazione riguarda anche l’uomo 60 lavoratore, ma soprattutto la donna lavoratrice, che non deve essere costretta a scegliere tra maternità e lavoro professionale. Molte imprese, specialmente piccole imprese, creano, per affrontare la crisi, reti di collaborazione tra loro. Anche molte famiglie creano reti di amicizia e di aiuto reciproco, specialmente a scopo educativo e assistenziale. Le une e le altre confermano che la direzione giusta, verso cui si deve andare, è quella indicata da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Caritas in Veritate, la direzione della gratuità e della solidarietà. 6. La famiglia e la festa. Secondo la rivelazione biblica, Dio fa festa e offre la sua festa agli uomini. Le persone divine creano insieme il mondo e insieme gioiscono per la loro opera; lavorano sempre e sempre riposano nella pienezza del loro essere e agire. “(Così parla la divina Sapienza:) Quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Prov. 8, 29-31). “Egli (il Verbo) era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1, 2-3). “Gesù disse loro: il Padre agisce anche ora e anch’io agisco” ( Gv 5, 17). Il regno di Dio, senso di tutta la storia, è una grande festa di nozze, che inizia già adesso come in germe e avrà compimento perfetto nell’eternità. “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio” (Mt 22, 2). “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’agnello” (Ap 19, 9). Si trovano in sintonia con il disegno di Dio le principali caratteristiche della festa individuate dagli studi antropologici. La festa è un’esperienza comunitaria: non si può far festa da soli; ma soltanto insieme agli altri, in famiglia, nella comunità religiosa, nella comunità civile, nel gruppo di amici. La festa si ripete con una periodicità regolare: la domenica ogni settimana, le feste liturgiche ogni anno, poi gli anniversari, i compleanni, le ricorrenze civili. Essa ordinariamente si colloca in una tradizione, come in una corrente di vita che viene da lontano e va lontano, facendo memoria del passato e alimentando la speranza del futuro. Dà un senso di sicurezza e infonde nuove energie per affrontare la precarietà, la fatica e la sofferenza. La festa ha la nota distintiva della gratuità: ha valore per se stessa e non è strumentale in vista di qualche altro fine, a meno che non si tratti di un evento pubblicitario e promozionale, che però non è vera festa. Ci si rallegra per la vita, la famiglia, la comunità, il lavoro e altri beni. Si ammira il vero e il bello. Si è grati per i doni che riceviamo da Dio e dagli altri uomini, specialmente da quelli delle passate generazioni. Per noi cristiani la festa per eccellenza è la domenica, pasqua settimanale e anticipo nel tempo della festa eterna, giorno del Signore, della Chiesa e della famiglia. Oggi dobbiamo difenderla contro l’invadenza del mercato e la diffusione del lavoro no-stop. Dobbiamo però soprattutto santificarla con la partecipazione alla Messa, con il riposo e la dedicazione agli affetti familiari. Le famiglie cristiane della Nigeria e di altri paesi, che si recano in chiesa la domenica a rischio di cadere vittime di qualche attentato terrorista, rinnovano la testimonianza degli antichi martiri africani che dichiaravano davanti al giudice: “Noi senza la Messa della domenica non possiamo vivere”. A questi fratelli perseguitati va tutta la nostra solidarietà. Il miglior modo di manifestarla è però quello di imitare la loro fedeltà. La Messa è il centro della vita cristiana, personale e comunitaria. Il Signore Gesù, crocifisso, risorto e vivente per sempre, ci convoca e ci raduna in assemblea intorno a sé; ci rivolge la sua parola; si dona a noi nel segno del pane dato a mangiare e del vino dato a bere con lo stesso amore con cui è morto per noi; ci comunica il suo Santo Spirito, per unirci a sé e tra di noi; ci manda in missione a portare il suo amore a tutti; rafforza, in particolare, l’alleanza nuziale dei coniugi. Pretendere di essere cristiani senza la Messa è come voler essere cristiani senza Gesù Cristo. E’ illusorio voler costituire una famiglia cristiana senza la Messa della domenica. Quando è possibile, è bene che la famiglia vada a Messa tutta insieme. Il buon esempio dato dal padre di famiglia, secondo l’indagine statistica, sembra che abbia una forte incidenza positiva sulla futura pratica domenicale dei figli, una volta divenuti adulti. Alla Messa festiva bisogna associare la mensa festiva, il pranzo comune, come un rito della famiglia, una comunicazione affettiva, uno stare insieme gioioso. E’ inoltre auspicabile che il giorno di festa sia arricchito da altre esperienze umanamente e spiritualmente significative: gioco, attività formative, opere caritative, visite a parenti e amici, passeggio, contatto con la natura, attività culturali e artistiche. 61 La domenica, se è celebrata bene, conferisce senso e bellezza anche alla vita ordinaria; dilata la festa anche nei giorni feriali. Così la famiglia diventa luogo di gioia quotidiana, di buon umore, di giocosità, di attenzione e dedizione reciproca, di ricchezza relazionale e affettiva, di ragionevole sobrietà nei consumi. Il luogo di lavoro diventa ambiente di amicizia, di attività piena di senso e svolta con soddisfazione, qualche volta perfino di momenti festivi tra colleghi, per celebrare compleanni, anniversari di matrimonio, nascite di figli, avanzamenti di carriera. La partecipazione all’Eucaristia, dice Benedetto XVI, dà “forma eucaristica a tutta la vita” (Sacramentum Caritatis, 72); dà cioè la forma del ringraziamento, per essere stati amati, e del dono di sé fino al sacrificio, per contraccambiare l’amore. Ci aiuta a ricevere tutte le cose come doni e possibilità di bene, a vedere Dio in tutte le cose. Concludo con un auspicio pieno di speranza. La cultura individualista, utilitarista, consumista, relativista ha impoverito le relazioni umane e ha compromesso la fiducia tra le persone; ha provocato la crisi dell’economia, del lavoro e della famiglia. La riscoperta dell’uomo come soggetto essenzialmente relazionale e la cura per la buona qualità delle relazioni porteranno al superamento della crisi del lavoro e della famiglia. La crisi fa emergere il malessere latente da tempo e apre prospettive nuove. 62 INCONTRI, TAVOLE ROTONDE, COMUNICAZIONI MERCOLEDI’ 30 MAGGIO 1. La famiglia come risorsa della società - 1 Pierpaolo DONATI Biografia Nato a Budrio nel 1946 Pierpaolo Donati è un sociologo e filosofo italiano. Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna è coordinatore del Dottorato di ricerca in Sociologia ed è responsabile del Centro Studi di Politica Sociale e Sociologia Sanitaria (CEPOSS). Fondatore e direttore della Rivista “Sociologia e Politiche Sociali” (FrancoAngeli editore, Milano) ha ricoperto vari incarichi scientifici in commissioni governative e intergovernative, nonché in organismi come l'ISTAT, in organi di rappresentanza accademica (CNR, CUN) ed ha avviato Centri e networks di ricerca scientifica in diverse università italiane. Dopo aver fondato la Sezione di Politica sociale, nel triennio 19951998 è stato Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia. Ha ricevuto il riconoscimento dell'ONU come membro esperto distinto nel corso dell'Anno Internazionale della Famiglia (1994). Direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, dal 1997 è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e dal 2006 Accademico per la Sezione di Scienze Politiche e Sociali dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna. Titoli Nelle sue opere, Donati ha proposto e poi sviluppato – sia a livello teorico sia a livello di ricerca empirica – un nuovo paradigma scientifico, che è internazionalmente noto come ‘Sociologia relazionale' o ‘Teoria relazionale della società' (si veda: Building a Relational Theory of Society: A Sociological Journey, in Mathieu Deflem ed., Sociologists in a Global Age. Biographical Perspectives, Ashgate, Aldershot, 2007, pp. 159-174). Al suo attivo ha oltre 650 pubblicazioni, che constano di 88 volumi (monografie personali, curatele e rapporti di ricerca) e circa 570 saggi e articoli scientifici. Vari volumi e saggi sono stati tradotti in lingue straniere. Tra le pubblicazioni più recenti: Il paradigma relazionale nelle scienze sociali: le prospettive sociologiche, il Mulino, 2006; Repensar la sociedad. El enfoque relacional, Ediciones Internacionales Universitarias, Madrid, 2006; Família no século XXI: abordagem relacional, Sao Paulo, Brasil, 2008; Oltre il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza, Roma-Bari, 2008; Il capitale sociale degli italiani. Le radici familiari, comunitarie e associative del civismo, FrancoAngeli, 2008; La cura della famiglia e il mondo del lavoro. Un piano di politiche familiari, FrancoAngeli, 2008; Laicità: la ricerca dell'universale nelle differenze, il Mulino, 2008. Abstract A livello mondiale, il dibattito sulla famiglia è oggi centrato su una domanda di fondo: la famiglia è ancora una risorsa per la persona e per la società, oppure invece è una sopravvivenza del passato che ostacola l’emancipazione degli individui e l’avvento di una società più libera, ugualitaria, e felice? La relazione intende rispondere a questa domanda fondamentale con i risultati di una indagine originale, sia teorica sia empirica, oltremodo documentata. Nella prima parte dell'intervento Donati presenta e commenta le conoscenze disponibili a livello internazionale. La seconda parte presenta i risultati di una ricerca scientifica condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana in età compresa fra 30 e 55 anni (3500 interviste effettuate nel 2011). Nel complesso, l’indagine evidenzia che il distacco dalla famiglia normocostituita e la sua destrutturazione non migliorano la condizione esistenziale delle persone, semmai la peggiorano. La famiglia può essere articolata in molti e diversi modi di vita quotidiana, ma metterla in forse e depotenziarla significa far sì che le persone diventino soggetti deboli e passivi rispetto alla società, che deve assisterli, anziché essere attori/agenti che generano e rigenerano il capitale umano e sociale della stessa società. La ricerca che verrà esposta costituisce un viaggio dentro e attorno al genoma sociale della famiglia, alla (ri)scoperta delle ragioni per le quali la famiglia è, e rimane, la fonte e l’origine della società. Francesco BELLETTI Biografia Direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia: www.cisf.it), Presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari – Italia (www.forumfamiglie.org). Nato nel 1957 ad Assisi (Italia), laureato in Scienze Politiche, sposato, tre figli, vive e lavora a Milano. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia. 63 Titoli Autore di diversi volumi di ricerca e di articoli, su riviste specialistiche e divulgative. Tra i più recenti si segnalano: "Essere padri" (Edizioni San Paolo, 1.a ed. 2003), "Mai parlato così tanto di famiglia… tra Dico e Family Day" (Edizioni Paoline, 2008),"Ripartire dalla famiglia. Ambito educativo e risorsa" sociale (Edizioni Paoline, 2011). Giovanna ROSSI Biografia Giovanna Rossi, nata il 11/12/1944 ad Abbiategrasso (MI), è Professore ordinario di Sociologia della Famiglia e Direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia presso l’ Università Cattolica di Milano. E’ coordinatore del Research Network 13 “Sociology of Families and Intimate Lives” dell’ European Sociological Association e membro del CTS dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Titoli E’ autrice di numerose pubblicazioni sulla famiglia, sulle politiche sociali e sui servizi alla persona, sull’associazionismo familiare e le organizzazioni di volontariato. Abstract Nell’intervento saranno illustrati i risultati dell’indagine pubblicata in P. Donati (a cura di), "Famiglia risorsa della società", Il Mulino, Bologna, 2012, con specifico focus sulla relazione famiglia-lavoro. Nella ricerca si è inteso verificare empiricamente se, e a quali condizioni, la relazione famiglia-lavoro – come concretamente esperita nella vita quotidiana – possa essere considerata “virtuosa” e rendere la famiglia una risorsa per se stessa e per la società. Ciò implica innanzitutto una considerazione di tale relazione nell’ambito del processo di strutturazione dell’identità personale, di coppia, intergenerazionale e sociale. Ogni possibile forma di conciliazione comporta infatti innanzitutto un processo riflessivo e dialogico non secondario della persona e della coppia: se le decisioni sono condivise internamente all’ambito familiare e connesse alla possibilità di rapportarsi con altri soggetti (reti primarie e secondarie) consentono alla famiglia di essere fonte di benessere per se stessa e per la società. Mons Carlos SIMON VAZQUEZ Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia Carlos Simón Vázquez nació en Cáceres (España) y es sacerdote de la diócesis de Coria-Cáceres desde septiembre de1995. Licenciado en Medicina y Cirugía por la Universidad de Navarra en 1989 y Doctor en Teología por la Pontificia Universidad Lateranense de Roma en 2001. Ejerció la docencia en el Instituto Teológico S. Pedro de Alcántara de Cáceres como profesor de Teología Moral de la Persona y de la vida física así como de Teología Moral Social. Profesor titular en el Instituto de Ciencias Religiosas Nª Sra de Guadalupe de la provincia eclesiástica extremeña de las mismas materias anteriormente señaladas así como de Ética general y Educación en valores. Fue profesor invitado en el master de Bioética de la Sociedad Andaluza con sede en Córdoba. En Octubre de 2003 comenzó su labor de profesor invitado en la Facultad de Teología del Norte de España con sede en Burgos impartiendo la asignatura de Teología Moral de la Persona. Desde el curso 2005 se hizo cargo de la materia de Teología Moral Social. Autor de varios artículos y reseñas en revistas especializadas. Publicaciones:1) publicado su trabajo doctoral, Estudio histórico-crítico del concepto y término de Planificación Familiar por la Universidad Católica de Murcia, 2004; 2) En junio de 2006 publicación del Diccionario de Bioética (dir) en la editorial Monte Carmelo de Burgos. Agotada la primera edición, en imprenta la segunda edición del Diccionario de Bioética. Durante los años de su ministerio pastoral en su diócesis de origen además de Párroco fue Delegado Diocesano para la Pastoral de la Salud, así como Director del Secretariado para la Pastoral de la Salud de la Provincia Eclesiástica de Mérida-Badajoz en el quinquenio 2002-2007. El 9 de Febrero de 2008 el Santo Padre Benedicto XVI le nombró Sub-Secretario del Pontificio Consejo para la Familia. 64 Profesor invitado del Instituto Juan Pablo II Sede Central de Roma en el Master de Bioética donde en el curso 2008-2009 impartió el curso Naturaleza-Familia y Vida humana. Nombrado Capellán de Su Santidad el 18 de agosto de 2008. Sintesi La “famiglia normo-costituita”, intesa come unione fra uomo e donna uniti dal matrimonio con due o più figli, è quella che assicura più soddisfazione ai suoi componenti perché crea maggiore capitale umano e sociale. È questo il risultato della ricerca di Pierpaolo Donati “Famiglia risorsa della società” (Il Mulino, Bologna 2012), promossa dal Pontificio Consiglio per la famiglia e illustrata nella prima giornata del Congresso teologico pastorale. La ricerca, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana in età compresa fra 30 e 55 anni, spiega che la famiglia è una risorsa non solo per l’individuo ma anche per la società intera e non rappresenta un ostacolo all’emancipazione. Anche la religiosità accresce la solidarietà fra i membri della famiglia, così come con l’esterno. Dal VII Incontro mondiale delle famiglie di Milano Pierpaolo Donati lancia un messaggio: «Ripensare integralmente alle politiche familiari, che devono essere indirizzate soprattutto per la creazione della famiglia». La “famiglia normo-costituita” infatti oggi rappresenta la maggioranza di quelle esistenti, tuttavia il loro numero si sta restringendo mettendo a rischio la coesione sociale. «Se lo Stato e l’economia non ce la fanno è perché la famiglia non è messa in grado di funzionare», continua Donati, intervenuto alla tavola rotonda coordinata da monsignorCarlos Simón Vázquez, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Ancora, la ricerca smentisce i luoghi comuni della cultura postmoderna perché dai dati emerge che le aspettative della maggior parte delle persone sono quelle di una famiglia stabile, ancora oggi. «Il problema è quello di realizzare quest’ideale laddove la difficoltà consiste nel mancato riconoscimento della famiglia da parte dei governi - ha continuato Donati -, perché la famiglia non ha bisogno di carità oggi,bensì di equità». Francesco Belletti, direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia e presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, ha ricordato i benefici dell’associazionismo familiare, ecclesiale ma anche civile. «Ottenere politiche di sussidiarietà è più facile se le famiglie si mettono insieme. L’obiettivo è quello di fare valere i diritti delle famiglie in modo unitario e questa è una sfida per tutti noi, per la società e anche per la Chiesa». La famiglia, il lavoro e la festa è il tema di Family 2012. Ecco perché Giovanna Rossi, professore ordinario di Sociologia della famiglia e direttore del centro di Ateneo studi e ricerche sulla famiglia all’Università Cattolica di Milano, si è concentrata proprio sulla conciliazione fra famiglia e lavoro. «In Italia ne emerge una forte domanda soprattutto per dedicarsi alla cura dei figli. Una richiesta rivolta alle istituzioni pubbliche e alle autorità private. Ma a fronte di iniziative virtuose la strada da percorrere è ancora lunga e accidentata». LA FAMIGLIA COME RISORSA DELLA SOCIETA' (di Paolo Ferrario) Presentazione ricerca “Famiglia risorsa per la società”, realizzata dal Pontificio consiglio per la famiglia Relatori: Pierpaolo Donati, curatore della ricerca e docente di Sociologia della famiglia all’Università di Bologna Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari Giovanna Rossi, docente di Sociologia della famiglia all’Università Cattolica di Milano Investire sulla famiglia per uscire dalla crisi e costruire una società di più libera, giusta e solidale. È la “ricetta” che arriva dall’Incontro mondiale di Milano, corroborata dai dati della ricerca “Famiglia risorsa della società”. Non tutte le forme di famiglia sono, in egual misura, una risorsa sociale. Ma soltanto la famiglia normocostituita, formata da un uomo e una donna, uniti in matrimonio, con i loro figli rappresentano un valore aggiunto per il progresso sociale. Il problema è che la politica non ha ancora compreso qual è il genoma sociale della famiglia, che non è la sommatoria di due individualità, ma una moltiplicazione di energia decisiva per il benessere e la felicità della persona e, quindi, della società. Per questa ragione, l’appello che viene rilanciato anche dall’Incontro mondiale delle famiglie è di avere politiche familiari promozionali e non assistenziali, preventive e non soltanto riparatorie, sussidiarie e non sostitutive. Insomma, serve una politica che capisca che mettere risorse sulla famiglia è un investimento sul futuro e non un costo del passato. 65 2. La conciliazione di famiglia, lavoro e festa: alcune buone pratiche Nuria CHINCHILLA Biografia Direttore del dipartimento di Work and Family dello IESE Business School (scuola posizionata dal Financial Times al 2° posto al mondo nell’Open Executive Education). Autrice di numerosi libri, tra cui Work and Family in the World (2009) e Masters of our destiny, (Eunsa, 2008). Nello IESE ha indirizzato temi come la riscoperta dell’equilibrio tra lavoro famiglia e vita personale, sia per l’efficacia personale che per la competitività aziendale. E’ tra le 2 donne in Spagna nella lista "Top Ten Management”. Abstract Per affrontare il tema della conciliazione tra ambito professionale e ambito familiare è necessario considerare non solo realtà e vincoli aziendali e societari, ma puntare i riflettori anche sui lavoratori. Nessuna iniziativa istituzionale di conciliazione famiglia-lavoro, soprattutto se innovativa rispetto agli strumenti classici, può avere successo senza il coinvolgimento che le singole persone compiono su se stesse. “Artefici del nostro destino” stimola ognuno a cambiare prima di tutto se stesso, per cambiare anche l’ambiente circostante e creare il giusto equilibrio tra i «tempi professionali» e i «tempi di vita», con un approccio che si inserisce negli ormai ben sperimentati percorsi di coaching e di leadership personale. Oltre le teorie della responsabilità sociale verso i propri stakeholder, le aziende, come qualsiasi attività organizzata, devono progressivamente diventare parti consapevoli di sistemi più complessi, ma non per questo più rigidi, basati sulle logiche della costellazione del valore nelle quali le persone, siano esse clienti o a maggior ragione collaboratori, devono essere riconosciute come attori e non semplici risorse umane dalle quali acquisire alcune utilità. In questa prospettiva si tratta quindi di riconoscere e rafforzare il principio di sussidiarietà tra le famiglie, le aziende, i diversi soggetti della società civile e le istituzioni, sussidiarietà che in modo dinamico si adatta alla realtà complessiva di riferimento, pur rispettando le diverse prerogative di ciascuno. Miriam FILELLA Biografia Mirian Filella ricopre da anni il ruolo di Direttrice delle Risorse Umane presso Endesa SA, multinazionale spagnola specializzata nella generazione e distribuzione di energia elettrica, gas ed energie rinnovabili. Esperta nell’applicazione di tematiche di conciliazione famiglia - lavoro all’interno di Endesa SA a livello mondiale, ha partecipato come relatrice a diversi convegni su tale tematica. Come moglie e madre di due bambine ha sempre cercato di sensibilizzare personale e direzione sulle tematiche di conciliazione e di portare la propria esperienza personale all’interno della dimensione lavorativa. Enzo ROSSI Biografia Enzo Rossi, classe 1965, è il titolare de La Campofilone, azienda d’eccellenza nella produzione di pasta all’uovo della tradizione di Campofilone. Frequenta il Seminario Arcivescovile di Fermo, dove studia biologia, e compie gli studi superiori presso l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno. Dopo una lunga esperienza lavorativa presso l’azienda agricola di famiglia e come titolare di un mulino, Enzo Rossi decide di intraprendere l’avventura di imprenditore dell’azienda La Campofilone, attività che tuttora svolge con passione, dedizione e rispetto. Rispetto per il consumatore (vengono quotidianamente effettuati controlli sulle materie prime, ricerche e certificazioni sul prodotto finale, per verificarne e garantirne la salubrità); rispetto per l’ambiente (per la scelta di utilizzare uova da galline allevate a terra e salvaguardia delle foreste); rispetto per i propri collaboratori: nell’autunno del 2007 Enzo Rossi prova a vivere un mese con la paga di uno dei suoi operai, ma al 20 del mese i soldi sono già finiti e decide di aumentare lo stipendio a tutti i dipendenti. Un’esperienza che ha fatto e continua a far riflettere il mondo dell’imprenditoria italiana e che lascia un insegnamento 66 importante su un nuovo modo di fare imprese. Continuo è l’impegno di Enzo Rossi nel diffondere e a mettere a disposizione di tutti gli strumenti per conoscere i valori e la storia che stanno alla base della sua ottica imprenditoriale. Abstract Durante l'intervento Enzo Rossi svilupperà il tema della conciliazione tra impegno lavorativo e impegni familiari, tra etica e profitto, facendo riferimento alla propria esperienza (di vita e di lavoro) e ricordando la vicenda del 2007, quando, da imprenditore, si immedesimò nelle difficoltà quotidiane dei propri dipendenti, provando a vivere per un mese con il loro salario. José Jacinto IGLESIAS SOARES Biografia Nato a Luanda, in Angola, il 25 Giugno 1960, è membro del Consiglio di Amministrazione del Banco Comercial Portugues, S.A. Laureato in Legge alla Facolta’ di Giurisprudenza di Lisbona è stato assistente presso la Facolta’ di Giurisprudenza di Lisbona. In seguito ha conseguito un Master in Diritto Commerciale e d’Impresa, Universita’ Cattolica di Lisbona Programma di Direzione Aziendale, AESE, Master in Bilancio e Finanza, Universita’ Cattolica di Lisbona Abstract Soares partirà dall'esperienza personale focalizzando l'attenzione su famiglia e carriera e su come gestisce il tempo con i figli e la moglie. Soares parlerà dell'impatto che hanno le donne che lavorano sulla famiglia. Un tempo le mamme stavano a casa mentre i papa’ lavoravano tutto il giorno. Oggi questo sta cambiando dovunque. Una straordinaria competenza/capacita’ per bilanciare le responsabilita’ familiari e le responsabilita’ lavorative. La nostra responsabilita’ sociale. La responsabilita’ d’impresa. Come individui e imprese possono migliorare la vita dei genitori che lavorano e i loro percorsi professionali. (3 minuti) Famiglie e imprese sostengono gli Stati con le loro contribuzioni fiscali, pertanto le spese dei Governi devono essere controllate al fine di ottenere politiche familiari e assistenziali che assicurino l’equilibrio tra vita e lavoro. (3 minuti) Sintesi LA CONCILIAZIONE DI FAMIGLIA, LAVORO E FESTA: ALCUNE BUONE PRATICHE (di Viviana Daloiso) Conciliare famiglia, lavoro e festa? Si può fare. Parola dei partecipanti alla tavola rotonda dedicata al tema e moderata da Francesco Ognibene, che con le loro esperienze concrete hanno intrattenuto oltre un migliaio di partecipanti, per una sessione del Congresso “da record” in termini di numeri e di attenzione al dibattito. Ad aprire i lavori la professoressa Nuria Chinchilla, direttore del dipartimento di Lavoro e famiglia della prestigiosa Iese Business school, la scuola di specializzazione in Amministrazione d’Impresa dell’Università di Navarra con sede a Barcellona e a Madrid. Che della conciliazione non solo ha ricordato il ruolo fondamentale per il benessere della società (quest’ultimo si fonda sull’equilibrio tra le dimensioni di ogni essere umano in azienda e in famiglia), ma ha anche mostrato gli effettivi, straordinari risultati sul piano produttivo: in una ricerca condotta dallo Iese in 24 Paesi del mondo sul grado di “responsabilità familiare” delle politiche messe in atto dalle aziende, il risultato è che in quelle dove la conciliazione è attuata con successo l’impegno dei dipendenti è 3 volte superiore rispetto a quelle dove non esiste alcuna pratica di questo tipo, la soddisfazione 7 volte maggiore e la produttività aumenta mediamente del 19%. Numeri che un imprenditore come Enzo Rossi, al timone del colosso della pasta marchigiano Campofilone, conosce bene: almeno da quando, nel 2007, ha deciso di punto in bianco di aumentare di 200 euro netti lo stipendio dei suoi dipendenti sulla base di un’intuizione: quella che aiutandoli ad arrivare a fine mese, a concedersi un acquisto o una cena in più, magari a mettere da parte dei soldini per le vacanze o per il futuro dei propri figli, il clima in azienda potesse migliorare. Risultato? Molto di più. Non solo la Campofilone è diventata una grande famiglia, e la “casa” dove si festeggiano Natale, compleanni, lauree. L’azienda ha anche ottimizzato i suoi incassi, inaugurando un turn over tra dipendenti sempre più stimolati e responsabili e abbattendo completamente le spese per la comunicazione interna, la formazione, la sicurezza. Di più ancora: contagiando tutte le piccole e medie imprese locali, che oggi seguono il metodo “Rossi” creando realtà in cui famiglia e lavoro vanno a braccetto, col guadagno di tutti. E quello che nella Marche è avvenuto in piccolo, all’Endesa (colosso iberico dell’energia oggi acquisita da Enel) viene applicato su 78mila dipendenti, in 40 Paesi del mondo. A raccontarlo, una direttrice delle risorse 67 umane madre di due figlie, Miriam Filella, che slide dettagliate alla mano ha illustrato il “sogno” diventato realtà nella sua azienda: quello di un posto di lavoro dove il dipendente trova tutta l’assistenza sanitaria di cui ha bisogno, corsi di fitness e di inglese, servizio di spesa e shopping “a domicilio”, flessibilità assoluta nei tempi e nei modi di lavoro (ingressi posticipati e tempi ridotti nei primi tre anni di vita dei figli sia per le mamme che per i papà). E ancora sostegno economico, agevolazioni sui tassi per i mutui, piani pensioni ad hoc. Tutte misure che hanno portato il colosso a un benessere economico impensabile in tempi di crisi come i nostri. A dimostrazione che proprio innanzi alla crisi, forse, si è aperto lo spazio per una nuova imprenditorialità a misura di “persona”, in cui il curriculum “vitae” del lavoratore parli davvero della sua vita, delle sue esigenze, delle sue capacità e smetta di considerarlo solo come strumento e finché funziona. 68 3. Famiglia e comunicazione globale, il bisogno di un cambio di rapporto Josè Luis RESTAN Biografia Nato a Madrid nel 1958, è sposato ed ha 3 figli. Ingegnere civile e laureato in scienze dell'informazione, dal 1990 lavora nella catena COPE (Radio di proprietà della Conferenza episcopale Spagnola). È stato Direttore dei programmi Socio-Religiosi e attualmente è il Direttore Editoriale e vice Presidente. Nella COPE presenta quotidianamente il programma "Lo Specchio sull'attualità della Chiesa", e il venerdì la trasmissione radiofonica "La lanterna della Chiesa", analisi profonda dell'attualità ecclesiale. Sul canale 13-televisión ha diretto i programmi "il Popolo in cammino" e "la Chiesa in diretta". Titoli È autore dei libri "Il coraggio di credere" e di due volumi de "il diario di un pontificato". Abstract Nell'intervento Restan analizzerà le caratteristiche dominanti della cultura determinata dalla comunicazione globale: individualismo e disgregazione, sostituzione educativa della famiglia, irreligiosità e avversione alla Tradizione Cristiana, individualismo e statalismo. Ma nonostante tutto: ricerca della felicità e della libertà. Inoltre verrà affrontata la pretesa dei media di "creare la realtà", applicata alla famiglia, e la possibilità di “reinventare" la famiglia, definendo i suoi elementi di forma completamente autonoma e arbitraria. La famiglia verrà poi sviluppata come ambito naturale di trasmissione e assimilazione della cultura di un popolo. Spazio anche al rischio della sostituzione mediatica del ruolo educativo della famiglia e al dramma dell'isolamento culturale degli individui. Infine Restan propporrà un cambio di prospettiva: i media possono essere alleati della famiglia? Vi è la necessità di un'esperienza umana costituita all'interno delle famiglie, comunità di famiglie come aiuto reciproco per valorizzare e interpretare i contenuti dei media. I media dovranno rivedere i loro pregiudizi ideologici per avvicinarsi alla famiglia con spirito di apertura e desiderio di comprensione. Piercesare RIVOLTELLA Biografia Professore ordinario nel raggruppamento M-PED 03, presso l’Università Cattolica di Milano insegna Didattica generale e Tecnologie dell'educazione. È direttore del CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia) e Presidente della SIREM (Società Italiana di Ricerca sull'Educazione Mediale). Tre le sue aree di ricerca. L’area della Media Education, al triplice livello: della ricognizione “sul campo” delle sperimentazioni di educazione ai media (in particolare nella scuola e nelle realtà associative); della riflessione teorica su oggetto, ambiti, metodi e didattica della disciplina; della formazione degli operatori e della progettazione/sperimentazione di proposte didattico-educative. L’area della didattica multimediale e dell’e-learning; in particolare: lo studio dei problemi della comunicazione nella cooperazione in rete; la progettazione/gestione di esperienze di didattica on line; la valutazione di qualità dei processi. L'area dei consumi mediali giovanili; in particolare lo studio degli stili cognitivi e delle pratiche sociali tra educazione formale e informale. Dirige la rivista REM- Research on Education and Media e fa parte del comitato scientifico di diverse riviste specializzate, in Italia e all'estero. Tiene corsi in diverse università italiane e straniere. Ha pubblicato in Italia e all’estero oltre 30 libri, oltre 40 saggi in volume, oltre 100 articoli su riviste scientifiche. Titoli Tra i suoi lavori principali: Teoria della comunicazione, La Scuola, Brescia 1998 (diploma di merito al IX Premio Nazionale di Pedagogia e Didattica “Pescara”, 1998). Come Peter Pan. Media, educazione, tecnologie oggi, GS, Santhià 1998. L’audiovisivo e la formazione. Metodi per l’analisi, CEDAM, Padova 1998. La scuola in rete. Problemi ed esperienze di cooperazione on line, GS, Santhià 1999. I rag@zzi del Web, Vita e Pensiero, Milano 2001. Scuola in Rete e reti di scuole, ETAS Libri, Milano 2003. Costruttivisimo e pragmatica della comunicazione on line. Didattica e socialità in Internet, Erickson, Trento 69 2003. Didattiche per l’e-learning (con Paolo Ardizzone), Carocci, Roma 2003. Media Education. Fondamenti didattici e prospettive di ricerca, La Scuola, Brescia 2005. E-tutor. Profilo, metodi, strumenti, Carocci, Roma 2006. Screen Generation, Vita e Pensiero, Milano 2006. Digital Literacy. Tools and Methodologies for the Information Society, IGI, Hershey 2008. Media e tecnologie per la didattica (con Paolo Ardizzone), Vita e Pensiero, Milano 2008. Guinzaglio elettronico (con Daniela Brancati e Annamaria Ajello), Donzelli, Roma 2009. Tecnologie, formazione, professioni. Idee e tecniche per l'innovazione (con Alberto Cattaneo, eds.), Unicopli, Milano 2010. A scuola con I media digitali (con Simona Ferrari, eds.), Vita e Pensiero, Milano 2010. Ontologia della comunicazione educativa, Vita e Pensiero, Milano 2010. Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende, Raffaello Cortina, Milano 2012. Norberto GONZALES GAITANO Biografia Professore Ordinario di Opinione Pubblica e docente di Etica della Comunicazione presso la Pontificia Università della Santa Croce. Già professore di Etica della comunicazione presso l’Università della Laguna (Spagna, 1990-1996) e docente di Etica giornalistica presso l’Università di Navarra (Spagna, 1981-1990); Visiting Research Scholar di The University of Chicago (2008-2009) e di The Catholic University of America (Washington, 1995). Attualmente è anche Vicerettore per la comunicazione dell’Università della Santa Croce, direttore del progetto di ricerca Famiglia e media (www.familyandmedia.eu) e Consultore del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali. Titoli Autore di "Famiglia e media. Associazioni familiari e comunicazione" (2011); "Public Opinion and the Catholic Church" (2010); "Famiglia e media. Il detto e il non detto" (2008); "Comunicazione e luoghi della fede" (2000); "La interpretación y la narración periodísticas" (1997) e "El deber de respeto a la intimidad" (1990). Sintesi FAMIGLIA E COMUNICAZIONE GLOBALE, IL BISOGNO DI UN CAMBIO DI RAPPORTO (di Nicoletta Martinelli) Si possono maneggiare i nuovi media utilizzando vecchi schemi? La risposta è scontata – no – e sconfortante se non si è attrezzati per utilizzare approcci efficaci e all’avanguardia. Che fare quando i figli ti sorpassano nell’uso della tecnologia, quando ovunque e in qualsiasi momento possono navigare in un mondo, quello del web, in cui è facile finire inghiottiti dai flutti? «Meno controllo, più governo» risponde Piercesare Rivoltella. Il che comporta un’educazione alla responsabilità. «Bisogna puntare alla responsabilizzazione e costruire soluzioni negoziali condivise». Insomma, l’utilizzo dei nuovi media su base contrattuale, con un accordo tra genitori e figli. Senza mai dimenticare che per governare proficuamente chi la tecnologia la usa disinvoltamente, bisogna governare prima di tutto la tecnologia: no ai genitori analfabeti digitali. «Sono gli adulti a dover discriminare cosa è buono e cosa è no e a trasmettere lo stesso criterio ai figli – interviene Norberto Gonzales Gaitano – insegnando loro, per esempio, che c’è una grande differenza tra l’essere connessi e l’essere in relazione. Tocca ai genitori spingere perché si privilegino quelle relazioni che creano vincoli e legami e che è spesso inutile cercare su Facebook. Che crea rete ma non comunità» 70 4. Il fenomeno migratorio e la famiglia S. Ecc. Mons Gilbert GARCERA S. E. Monsignor Gilbert A. Garcera, vescovo di Daet nelle Filippine S. Ecc. Mons Nicholas DIMARZIO Biografia Prima sacerdote dell’Arcidiocesi di Newark, in seguito Vescovo di Camden e ora Vescovo di Brooklyn, ha conseguito il Master in Servizi Sociali e il Dottorato in Ricerca e Politica Sociale, con ampia esperienza nell'Azione Pastorale e Sociale di immigrati e rifugiati. Membro del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti; fondatore della Rete Cattolica per l’Immigrazione Legale; ex-Presidente del Comitato di Migrazione della USCCB e membro del consiglio della Catholic Relief Services; attualmente Presidente del Consiglio al Centro per gli Studi sulla Migrazione e l'Istituto per la Politica sulle Migrazioni; rappresentante per Stati Uniti alla Commissione Globale sulla Migrazione Internazionale; e precedentemente nel consiglio della Commissione Internazionale sulla Migrazione Cattolica. Abstract Nella presentazione e nel video verranno esplorate le esperienze vissute da famiglie messe alla prova come immigrati. I due principali fattori che contribuiscono all’immigrazione sono il bisogno di un lavoro e la fuga da situazioni pericolose. Entrambi portano stress alla famiglia, per la quale diventa una sfida la regolare pratica della Fede Cristiana. I rappresentanti di queste famiglie porteranno la loro testimonianza di come riescono a bilanciare il lavoro, che è parte delle loro vite, con la necessità di celebrare la vita famigliare in diverse condizioni, specialmente per coloro che sono appena immigrati. coniugi JUAREZ Biografia Figlio di Ismael Juàrez e Graciela Belaonia, è nato il 07-03- l954 a Changuillo de Nazca , Ica, in Perù. Ha vissuto a Chorrillos (Lima, Perù) fino al gennaio del 1991. In Perù è stato impiegato amministrativo al Dipartimento del Personale del IPSS “ Edgardo Rebagliatti Martins” . Sposato con Carmen il 4 febbraio del l977 ha tre figli: Samayìn (24-07-77), SKy (07-1078), Angela (12-01-82). In Italia dal gennaio 1991 oggi lavora all’Istituto Europeo Oncologico di Milano come tecnico nella sterilizzazione e frequenta l’ultimo anno di formazione come candidato al Diaconato Permanente. Figlia di Diego Sànchez e Juliana de Sànchez Carmen è nata il 07/10/ 57 a Miraflores (Lima, Perù). Laureata in Scienze dell'Educazione e specializzata in Problemi dell’Apprendimento è stata dicente e direttrice del Centro Educativo Speciale N.12 a Chorrillos – dal 1983 al 1994. In Italia è stata baby sitter,colf e operatrice sociale- COOP COMIN. E' Presidente dell'Associazione Culturale di Promozione Sociale “ LA MISERICORDIA “ Abstract Il nostro progetto di emigrare iniziò quando la situazione politico-sociale ed economica del nostro paese si faceva ogni giorno più difficile e i nostri sforzi per dare ai nostri figli sicurezza, educazione e una vita dignitosa ci spinsero a prendere una decisione. Félix, lavorando nell’ I.P.S.S., rinunciò al suo lavoro e partì per l’Italia il 5 gennaio 1991. Non avendo ottenuto il lavoro che gli era stato promesso, non avendo un posto 71 dove vivere e non conoscendo la lingua, rimase alcuni giorni a Roma e da lì si trasferì a Milano, dove trovò un alloggio e iniziò a imparare l’italiano (le prime parole che imparò furono quelle delle preghiere e della messa) e poco dopo trovò un lavoro. Nel 1995 la famiglia si ricongiunse, dopo aver superato lunghe pratiche burocratiche; avendo vissuto il travaglio della migrazione, la relazione famigliare doveva essere ricostruita da capo, in una società e in una cultura diverse; conoscere la lingua e integrarci nel lavoro, a scuola, nella parrocchia e nella città, con l’aiuto di Dio, è stato il nostro interesse principale. Oggi Felix segue un cammino di formazione per il diaconato permanente, Carmen è un’operatrice sociale. coniugi GOMEZ Biografia Fernando Gomez, filippino, è nato il 2 giugno 1972 a Manila. Si è laureato alla facoltà di Scienze con specializzazione in Biologia. Sposato con Maria Bernadette Vasco, ha due figli di nome Ayra Mae, 17 anni, e Arvy Don, 14 anni. Nel suo Paese lavorava come rappresentante medico presso una Società Farmaceutica Multinazionale. Vive a Milano ormai da 10 anni. La moglie è in Italia da sei anni e i figli da quattro. Attualmente è dipendente in una fabbrica. E' un membro attivo della Comunità “ Coppie per Cristo”, una comunità cattolica di rinnovo familiare, che è una comunità accreditata dal Consiglio Vaticano. In questa comunità svolge la funzione di capogruppo e, insieme ad altre coppie sposate, aiuta il parroco della Parrocchia di San Lorenzo di Milano a diffondere il Vangelo e proclamare la Grandezza del Signore alle famiglie. Abstract La Famiglia di Gesù, come le nostre e la mia famiglia, apparentemente simile a molte altre, è una famiglia di migranti. Giuseppe, come padre, sentì il bisogno di decidere di partire con Maria, perché avvertì un pericolo imminente per la sua famiglia, specialmente per Gesù Bambino, che li costrinse ad allontanarsi e ad affrontare una via impervia. Così scrisse S. Matteo nel suo Vangelo (Matteo 2:13-14). Sintesi MIGRAZIONI: LE SFIDE E LE OPPORTUNITA' PER LE FAMIGLIE (di Matteo Liut) La famiglia è la prima “vittima” del fenomeno migratorio, poiché i nuclei domestici dei migranti devono affrontare numerose difficoltà, ma la famiglia è anche “il primo interlocutore con il governo di accoglienza per l’estensione di nuove leggi”. E forse in Italia non si è ancora compresa la necessità di “nuove leggi per i cittadini che non sono nati nel nostro Paese”. Queste parole di don Giancarlo Quadri, responsabile delle pastorale dei migranti dell’arcidiocesi di Milano, ieri, nell’ambito del VII Incontro mondiale della famiglia in corso nel capoluogo lombardo, hanno aperto il dibattito sul tema “Il fenomeno migratorio e la famiglia”. Comunità migranti, comunità che accolgono Una tavola rotonda che ha visto l’intervento di due vescovi: monsignor Gilbert Garcera, vescovo di Daet, nelle Filippine, e monsignor Nicholas Di Marzio, vescovo di Brooklyn, a New York. Due voci che hanno affrontato le sfide poste dalle migrazioni da due diversi punti di vista. Garcera, infatti, si è soffermato sui problemi che i migranti e le loro famiglie devono affrontare, soprattutto davanti all’esperienza lacerante del distacco dai propri cari. Una riflessione che si è soffermata sull’esperienza delle Filippine, Paese che conosce un forte flusso migratorio verso l’estero. Di Marzio, vescovo di origini campane, ha voluto, invece, mettere in primo piano, dal punto di vista delle comunità che accolgono i migranti, i criteri da realizzare per un’integrazione efficace. Due esperienze di migrazione La tavola rotonda, infine, è stata animata dalle testimonianze di due famiglie di immigrati a Milano: i peruviani Felix e Carmen Juarez e i filippini Fernando e Bernadette Gomez. Due esperienze diverse, ma accomunate dal forte radicamento nell’educazione cristiana: un patrimonio, hanno raccontato le due famiglie, che li hanno sorretti nelle difficoltà e aiutati a diventare protagonisti attivi nella pastorale dell’arcidiocesi milanese. 72 5. Lavoro e festa. Il caso dei paesi a economia avanzata Card. Philippe BARBARIN Arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin è nato il 17 ottobre 1950 a Rabat, in Marocco. Laureato in filosofia alla Sorbona di Parigi, nel 1973 è entrato nel seminario dei Carmelitani. È stato ordinato sacerdote per la diocesi di Crétell il 17 dicembre 1977. Nei primi anni di sacerdozio ha svolto il suo ministero a stretto contatto con gli studenti liceali. È stato anche responsabile diocesano per l'ecumenismo. Poi, dal 1994 al 1998, è stato sacerdote «fidei donum» e docente di teologia presso il seminario di Fianarantsoa, in Madagascar. Il 1 ottobre 1998 il Papa lo ha nominato vescovo di Moulins. È stato consacrato il 22 novembre 1998. Il 16 luglio 2002 gli è stata affidata la guida della sede arcivescovile di Lione. È stato creato cardinale da Wojtyla durante il Concistoro del 21 ottobre 2003 Ferruccio DE BORTOLI Di famiglia bellunese, si è laureato in giurisprudenza all'Università di Milano, esordisce nella professione giornalistica nel 1973, come praticante, al Corriere dei ragazzi. Lavora successivamente per il Corriere d'Informazione (pomeridiano del Corriere), Corriere della Sera, L'Europeo. Nel frattempo si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel 1987 torna al Corriere della Sera come caporedattore dell'economia. Nel 1993 Paolo Mieli lo promuove vicedirettore e nel 1997 assume la guida del primo quotidiano italiano. Firma il giornale per sei anni intensi, caratterizzati tra l'altro dalle morti di due grandi vecchi del giornalismo italiano, Indro Montanelli e Tiziano Terzani, e dell'attentato mortale a Maria Grazia Cutuli, inviata in Afghanistan. Durante la direzione gestisce le notizie relative agli attentati dell'11 settembre 2001, si reca a New York per chiedere alla scrittrice fiorentina Oriana Fallaci di tornare a scrivere articoli dopo undici anni di silenzio. Il 29 settembre 2001 esce sul Corriere l'articolo «La rabbia e l'orgoglio», a cui seguirà l'omonimo libro edito da Rizzoli. Nel 1999 de Bortoli è stato tra i primi giornalisti a pubblicare il proprio indirizzo di posta elettronica in calce a un articolo.. De Bortoli lascia il quotidiano di via Solferino il 29 maggio 2003, ufficialmente per ragioni private; le dimissioni, però suscitarono scalpore.. Il Sole 24 Ore [modifica]Successivamente, de Bortoli assume l'incarico di amministratore delegato di RCS Libri, divisione di RCS MediaGroup. Torna al giornalismo con la direzione del Sole 24 Ore, dove la sua nomina è fortemente voluta dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Durante la campagna elettorale 2006 è stato il moderatore del convegno biennale di Confindustria tenutosi a Vicenza ospitando i due candidati premier Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Il ritorno in Via Solferino [modifica]Il 9 marzo 2009 ha rifiutato la proposta di diventare presidente della Rai, forse anche in vista del suo ventilato ritorno alla direzione del Corriere della Sera al posto nuovamente di Paolo Mieli (i due si erano già avvicendati a via Solferino nel maggio del 1997), evento che si realizza con la designazione da parte del Cda di Rcs il 30 marzo 2009. Si è insediato il 9 aprile 2009. Il 22 aprile 2012 al teatro "La Nuova Fenice" di Osimo è stato insignito del Premio Renato Benedetto Fabrizi in qualità di presidente della Fondazione Memoriale della Shoah. 73 S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA Nato a Missaglia, arcidiocesi di Milano, il 30 giugno 1949; ordinato presbitero il 7 giugno 1975; eletto alla Chiesa titolare di Tullia e nominato ausiliare di Milano il 13 luglio 2007; ordinato vescovo il 23 settembre 2007; trasferito a Novara il 24 novembre 2011. Attuali Incarichi Membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi Presidente del Comitato per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose Sintesi Partendo da una citazione di Jean Vanier («Più la gente è povera, più ama festeggiare... Le società, diventando ricche, hanno perso il senso della festa, smarrendo così il significato della tradizione»), l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin, ha aperto il faccia a faccia con il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, sul tema “Lavoro e festa: il caso dei Paesi a economia avanzata”. Facendo riferimento alla sua esperienza missionaria in Madagascar, Barbarin ha messo in luce come la festa può rafforzare fortemente il senso di appartenenza ad una famiglia o comunità. De Bortoli ha interagito con il cardinale problematizzandola, mettendo in luce una contraddizione della società attuale, segnata dalle nuove tecnologie, che vede «un’orgia di comunicazione e il deserto delle relazioni umane»: di qui lecommunity virtuali, diffusissime ma anonime, di là le comunità delle persone in carne ed ossa, nelle quali il dialogo autentico si fa ogni giorno più difficile. Anche monsignor Franco Giulio Brambilla, nell’introdurre l’incontro, aveva messo in evidenza il rischio che oggi la famiglia prediliga un modello di “casa-appartamento” nella quale si vive “appartati”, ripiegati sul privato. Quanto al nesso festa-lavoro, il cardinale Barbarin ha evidenziato la necessità che alla persona siano date opportunità, come nel caso della festa, per “aprirsi all’altrove”. «Quando si gioca ci si può dire tutto», ha aggiunto parafrasando un detto popolare. De Bortoli ha replicato evidenziando che «forse non riusciremo a difendere la domenica» dall’avanzata della globalizzazione, ma ha aggiunto che «il grande antidoto è, cristianamente, quella cultura dei legami e dei rapporti autentici che non può mai prescindere dalla centralità della famiglia». 74 6. Tempo del lavoro e tempo della festa: scuola cattolica e famiglia Sergio CICATELLI Biografia Nato a Roma nel 1954, è direttore del Centro Studi per la Scuola Cattolica della Conferenza episcopale italiana. Dirigente scolastico e docente docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Pontificia Università Lateranense di Roma, ha pubblicato numerosi libri ed articoli su tematiche pedagogiche e giuridiche, sul sistema scolastico italiano e sulle problematiche relative all’insegnamento all’insegn della religione cattolica. Abstract Negli ultimi decenni sono profondamente cambiati gli spazi e i tempi dedicati alle relazioni perso-nali perso nali (la festa) e alla produzione (il lavoro), tendendo a separarsi sempre di più. Se è vero che si passa sempre più più tempo fuori di casa per lavorare, il tempo che rimane da trascorrere in casa e in famifami-glia può diventare, per contrasto, un fecondo spazio di festa. Lo schema può valere anche per i figli che vanno a scuola e che vivono il loro impegno scolastico come tempo del lavoro, separato e talvolta opposto a quello della vita personale. La scuola cattolica adotta in genere un modello educativo che intende realizzare la massima continuità con il progetto educativo della famiglia, superando così la separazione tra i due mondi. Ma occorre verificare se le famiglie si rivolgono alla scuola cattolica per la sua maggiore disponibilità a prendersi cura dei propri figli anche oltre il normale orario di lezione (quindi per una motivazione prevalentemente economica o pratica) pratic a) o se la scelta è dettata dalla volontà di recuperare l’unitarietà della vita dei figli, solo apparentemente divisa tra scuola e famiglia ma effettivamente distribuita su un unico e coerente percorso educativo. coniugi KIRINCIC Biografia Zdravko Kirincic, ncic, nato il 12 Agosto 1958 a Rijeka, in Croatia e elettrotecnico. Dopo la laurea ha lavorato per un breve periodo al complesso petrolchimico di Dina. Nel 1981 si è sposato con Nela dalla quale ha avuto sei figli. Nel 1985 si sono trasferiti in America dove do hanno vissuto per 10 anni. Tornato in Croatia nel 1996 ha incominciato a lavorare come consulente per svariate aziende nel mondo, con impieghi in Siria, Messico, Italia, Corea del Sud, Giappone, Norvegia. Attualmente sta lavorando con lNAGIP come tecnico o in un sito di esplorazione per l’estrazione di gas nel mare Adriatico settentrionale Abstract "Veniamo dalla Croazia e abbiamo sei figli. Il più grande ha 28 anni ed e’ sacerdote; Anna ha 25 anni e ha da poco terminato l’università’’ e ora lavora come insegnante. ins Dominic e’ all’università università; Daniel e Philip sono al liceo mentre la più piccola Paulina fa ancora le elementari. Ci e’ stato chiesto di condividere la nostra esperienza sull’impatto dell’educazione cattolica sul lavoro e sul tempo libero e la nostra nostr testimonianza riguarda la nostra esperienza con i nostri figli nel loro cammino attraverso la vita". 75 Coniugi BORGIA Biografia Angela e Giulio Borgia sono i responsabili della famigliare pastorale della Diocesi di Grosseto. Nato a Buenos Aires in Argentina nel 1959 Giulio è sposato con Angela, nata a Santiago del Cile nel 1962. Abstract “Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita” . Abbiamo accolto con emozione la richiesta di questa nostra testimonianza quale contributo all’incontro mondiale delle famiglie di Milano. Infatti la scelta della scuola giusta per i nostri figli è stato un grande tema di discussione tra di noi, fin dai primi anni di matrimonio. Mia moglie Angela, veniva da una felice esperienza presso il Villa Maria Academy di Santiago del Cile, e le Scuole Pie Fiorentine a Firenze, mentre io avevo, come da tradizione di famiglia, sempre frequentato scuole “rigorosamente” statali. Ambedue avevamo avuto una sensazione “positiva” ognuno della propria esperienza. Il punto era dunque: cosa è importante e cosa è bene per i nostri figli? Così, quando Francesco il nostro primo figlio fu in età scolare, ci trovammo davanti al bivio: statale o cattolica? José Antonio VEGA Antonio Vega, sacerdote salesiano e direttore del collegio Don Bosco a Kenitra. Sintesi SCUOLA: ALLEATA DELLA FAMIGLIA (di Enrico Lenzi) Una scuola schiacciata dai tempi del lavoro. Eppure dovrebbe essere il "luogo della formazione" e, per questo, il "tempo della festa". E in tutto questo la scuola cattolica è chiamata a evidenziare la missione di "luogo della formazione" e il ruolo di "alleata" della famiglia in campo educativo. E' quanto hanno sottolineato i relatori dell'incontro che il VII Incontro mondiale delle famiglie ha voluto dedicare proprio al tema della scuola cattolica. E due famiglie , una croata e una italiana, hanno testimoniato come la scelta della scuola cattolica per loro si è rivelata "una scelta vincente". "I nostri sei figli - raccontano i coniugi croati Zdravko e Nela Kirincic - hanno trovato nella scuola cattolica una formazione completa, anche dal punto di vista spirituale". Analogo discorso per i coniugi Giulio e Angela Borgia di Arezzo. "Abbiamo trovato nella scuola cattolica un valido alleato nel nostro compito educativo". A testimoniare quanto sia importante il ruolo della scuola cattolica è stato il gesuita padre José Antonio Vega direttore della scuola Don Bosco in Marocco. "Le famiglie marocchine, tutte musulmane - racconta - scelgono le nostre scuole perché vedono in noi una coerenza di pensiero e azione nel campo della fede". Un aspetto, sottolinea il professore Sergio Cicatelli, direttore del Centro studi della scuola cattolica, che "in Italia sembra essere passato in secondo piano nella scelta delle famiglie verso la scuola cattolica". Ma il valore della testimonianza e della funzione formativa non viene meno. 76 7. Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro Eugenia SCABINI Biografia Nata a Milano nel 1939, è Direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia (1979-2011) e Preside della Facoltà di Psicologia (1999-2011) dell’Università Cattolica. Presidente del Comitato Scientifico del CASRF e professore di Psicologia dei legami familiari. Membro del Comitato per il Progetto Culturale della CEI, Consultore del Pontificio Consiglio della Famiglia. Nel 2007 è dottore Honoris Causa del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, medaglia d’oro conferita dal Presidente della Repubblica come Benemerita della scienza, della cultura e dell’arte. Abstract Nell’attuale contesto fortemente individualistico il lavoro viene concepito, in particolare dai giovani che lentamente transitano verso la condizione adulta, come uno dei principali ambiti di autorealizzazione. Essi chiedono che il lavoro sia all’altezza delle loro aspettative e di poter scegliere quello che loro “piace”. La dimensione auto-espressiva diventa così prevalente rispetto a quella relazionale, pro-sociale e di senso. La famiglia ha il compito di aiutare i figli a comprendere che il lavoro è qualcosa di diverso da una pura forma espressiva di autorealizzazione. La famiglia fa fare l’esperienza che non ci si può realizzare da sé ma che la relazione con gli altri è essenziale per dar senso e sostanza alla propria vita. Questo modo di vedere va trasferito anche nel modo di concepire la professione. Il lavoro fa parte della costruzione della propria identità. Occorre aiutarli ad affrontare il lavoro come parte della propria vocazione, come elemento cruciale della costruzione di una compiuta identità adulta nella quale la realizzazione di sé e l’acquisizione di competenze professionali si esprima in un progetto familiare e sociale che sia capace di andare oltre sé. coniugi CASTILLO Abstract In questa relazione si invitano i genitori a promuovere un lavoro educativo nella famiglia orientato alla crescita personale dei figli, fin dalla precoce età. La famiglia è una scuola in cui si aiuta ogni figlio a scoprire il senso profondo del lavoro umano, in quanto favorisce l’umanizzazione dell’uomo e delle sue relazioni famigliari e sociali. Il lavoro è occasione e mezzo per sviluppare capacità e crescere nella virtù umana e cristiana. Dai genitori ci si aspetta che promuovano nei figli l’abitudine del lavoro, stimolandoli con il proprio esempio di lavoro professionale ben fatto e con l’attitudine al servizio. È necessario che i genitori favoriscano situazioni ed esperienze familiari di lavoro, relazionate con il lavoro domestico, lo studio e i lavori occasionali durante il periodo delle vacanze. Allo stesso modo, spetta ai genitori aiutare i figli a scoprire la propria “vocazione di vita”, parallelamente alla scoperta della propria “vocazione cristiana”. Ciò favorisce il processo di maturazione vocazionale di ciascun figlio, aiutandolo a elaborare un personale progetto di vita. coniugi RENARD Antoine Renard, président de la CNAFC, vient d'écrire à Madame Marisol Touraine, ministre des Affaires sociales et de la Santé, en charge de préparer et de mettre en œuvre la politique du Gouvernement relative à la famille, à propos de l'annonce de l'augmentation de 25 % de l'Allocation de Rentrée Scolaire et de la confirmation à l'UNAF que cette mesure serait financée par un abaissement du plafonnement du Quotient Familial. 77 Sintesi Padre Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di S. Antonio - moderatore della tavola rotonda su “Aiutare i figli a scoprire il senso profondo del lavoro” nella seconda sessione pomeridiana - ricorda in apertura che forse oggi, come ha scritto qualcuno, «l’educazione è finita», ma di certo è sfinita, dato l’assedio a cui è sottoposta... In un periodo di bassa tensione educativa, anzi avocazionale, in cui non ci si rifà abitualmente né all’altro, né all’Alto, oggi più che mai l’educatore è anzitutto un testimone. Come dice il cardinale Scola nel recente Famiglia, risorsa decisiva (Edizioni Messaggero Padova 2012), non si può dire senza dirsi, né dare senza darsi, Il primo a intervenire è Gerardo Castillo Ceballos, docente di Pedagogia all’Università di Navarra, che insieme alla moglie Julia Albarrán ha cresciuto 6 figlie e 22 nipoti. L’invito pressante è a superare la mentalità utilitaristica della società di oggi, ricordando la totalità della persona richiamata da Giovanni Paolo II che vale anche per la famiglia: una scuola in cui si aiuta ogni figlio a scoprire il senso profondo del lavoro, che favorisce l’umanizzazione dell’uomo e delle sue relazioni famigliari e sociali. Il lavoro è anzi occasione e mezzo per sviluppare le proprie capacità e crescere nelle virtù umane e cristiane. Dai genitori ci si aspetta che promuovano nei figli l’abitudine del lavoro, stimolandoli con il proprio esempio e con l’attitudine al servizio. Necessario quindi favorire situazioni ed esperienze di lavoro domestico, con studio e lavori occasionali che aiutino a crescere. Allo stesso modo, spetta ai genitori aiutare i figli a scoprire la propria vocazione “di vita”, parallela alla scoperta della vocazione cristiana. Tocca poi a Antoine Renard - presidente delle Associations Familales Catholiques e della Fédération Familiales Catholiques en Europe - ribadire insieme alla moglie Anna Isabelle quanto, nella società competitiva di oggi, la gratuità e la disciplina vadano riscoperte da tutti e insegnate ai più giovani come valori positivi per vivere una vita piena e liberante. Chiude gli interventi Eugenia Scabini, a lungo direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia e fino all’anno scorso preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano. Nota come già l’inserire il termine “lavoro” nel titolo dell’Incontro mondiale delle Famiglie indica una sfida culturale su cui non va abbassata la guardia.Già nell’enciclica Laborem Exercens (1981), Giovanni Paolo II descriveva la famiglia come «prima scuola di lavoro» (n. 9), ed è vero: nelle mura domestiche s’impara a portare a termine quello che si fa, dando a esso un esito, nonché a collaborare riconoscendosi responsabili di comuni ambienti di vita. In famiglia si sperimenta che non ci si realizza da sé, ma che la relazione con gli altri è essenziale per dar senso e sostanza alla propria vita: un modo di vedere e di pensare da trasferire anche nel concepire la professione, pienamente parte della propria vocazione ed elemento cruciale nel costruire una compiuta identità adulta. Un secondo “giro di tavolo” tra i relatori - in cui si è tra l’altro notato come, più che di «piacere», è più corretto parlare di «gusto» nel proprio lavoro - ha infine mostrato come l’e-ducare sia quindi ben più che «tirar fuori» il progetto che ognuno di noi ha dentro, bensì anche un «nutrire» e un «condurre» che dà la direzione per affrontare la realtà in modo positivo. 78 8. I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie Catherine WILEY Pilgrimage organiser invited to address Vatican Council A Co. Mayo grandmother who managed to attract 5,000 people to the first National Grandparents’ Pilgrimage in Knock Shrine, Co. Mayo, last year has been invited to explain to a high-powered Vatican Council just how – and why – she established the annual event. Catherine Wiley Founder of the Catholic Grandparents Association Catherine Wiley’s idea of hosting a pilgrimage for Irish grandparents came to spectacular fruition last September, when the Basilica at Knock Shrine was filled to overflowing. Now, in recognition of her achievement, the Castlebar native has been invited to take part in a Plenary Session of the Pontifical Council for the Family from April 3rd to 5th in Vatican City . The theme of the meeting will be “Grandparents: Presence and Testimony in the Family coniugi GILLINI Biografia Mariateresa Zattoni, nata a Maderno (Brescia) nel 1939, e Gilberto Gillini, nato a Fusignano (Ravenna) nel 1940, vivono a Lecco, hanno avuto cinque figli e sette nipoti. Sono entrambi consulenti formatori e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, con una nomina come coppia per il corso: "Strumenti per il Family Help". Titoli Hanno scritto numerosi testi sulle dinamiche coniugali e genitoriali con varie case editrici italiane che sono stati tradotti in inglese, russo, spagnolo, portoghese e polacco. l'ultima pubblicazione si intitola: "Nonni che fortuna!" (ed. Ancora) Abstract L'intervento dei coniugi Gillini verterà sul tema "I nonni e la trasmissione della fede". La coppia cercherà di superare il concetto di supplenza oggi troppo disinvoltamente attribuito ai nonni rispetto alle nuove generazioni. Dopo una rapidissima fenomenologia di queste supplenze, ci si inoltrerà nel proprium della funzione dei nonni quanto testimoni della fede, servendoci della metafora del portiere (Mc 13,33-36) per delineare l'insostituibile funzione dello "stare sulla soglia e vigilare" fino a che il Kyrios non torni; e da qui parte il testimoniare un senso a tutti quelli che abitano nella casa. Si scopre allora la contiguità tra nonni e nipoti nel linguaggio della fede, come esperienza del convergere sull'essenziale e come speranza non solo dentro il tempo che passa, ma nel compito genitoriale, qui e ora. Gabriella BIADER Biografia Nata a Milano nel 1936, è consulente coniugale e, sia a livello diocesano che nazionale, si è interessata, con il marito, di pastorale familiare fin dagli anni ’70. Recentemente ha collaborato con la Commissione arcivescovile per l’iniziazione cristiana della Diocesi di Milano. Titoli Autrice di diversi sussidi catechistici e libri per ragazzi, tra cui "Alla ricerca della fede”,”Amore sì, amore no” ed. San Paolo) ha scritto testi per la pastorale battesimale: “Battesimo sì, ma dopo?” – Biader, Noceti, (EDB Bo. 2005), “A piccoli passi “ - Biader, Noceti, Spinelli (EDB Bo. 2007) Abstract La rinnovata catechesi per l'iniziazione cristiana avviata nella Diocesi di Milano dal Cardinale Dionigi. Tettamanzi, ha richiesto un passaggio di mentalità non facile: dal consueto preparare alla celebrazione del 79 Battesimo all’accompagnare in continuità i bambini nella loro crescita religiosa. Nelle parrocchie piccole, équipes annunciano ai genitori il valore del sacramento per poi invitarli ad essere partecipi nella comunità cristiana. Ai nonni vengono proposti momenti di incontro per valorizzare il loro apporto educativo a partire dalla Parola e dal Catechismo “Lasciate che i bambini vengano a me”. Hélène DURAND BALLIVET Biografia Nata nel 1941 a Neuilly-sur-Seine (Francia) è sposata con tre figli e un nipote.Laureata in Scienze Politiche dal 1968 - 1996: Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) . In seguito, fino al 2002, è stata Responsabile del progetto - Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) di Ginevra. Dal 2002 al 2009 è stata Segretario Generale - Centro Cattolico Internazionale di Ginevra (ICCG). Dal 2005 al 2008 è stata Segretario della Conferenza delle Organizzazioni Internazionali Cattoliche (CICO). Dal 2007 al 2010 è stata membro del Gruppo di Lavoro del Forum per le Organizzazioni Internazionali di ispirazione cattolica, istituita dalla Segreteria di Stato nel 2007. Dal 2010 al 2012 è stata Presidente - Centre Catholique International di Ginevra (ICCG). Dal 2010: Presidente - Associazione Network Mondiale Crescendo Abstract La disgregazione della famiglia cui stiamo assistendo ha portato all’allontanamento dei nonni e degli anziani. Questo isolamento di cui soffrono anche i bambini, richiede una reazione morale per ricreare la solidarietà del nucleo familiare. I nonni e gli anziani sono i testimoni della storia della famiglia, una storia di fede che si desidera condividere: la famiglia costituisce questo spazio di vita dove, di generazione Sintesi Testimoni di fede e portatori di valori fondamentali nell’educazione di un bambino. Sono i nonni, ai quali questo pomeriggio è stata dedicata la sessione del Congresso internazionale teologico pastorale dal titolo “I nonni e gli anziani: testimoni di fede e sostegno pratico per le giovani famiglie”. Alla tavola rotonda, moderata dalla giornalista di Famiglia Cristiana Renata Maderna, sono intervenuti Catherine Wiley, che ha fondato in Irlanda l’Associazione nonni cattolici, Maria Teresa e Gilberto Gillini, consulenti e docenti presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su matrimonio e famiglia, Gabriella Biader, consulente per l’iniziazione cristiana della Diocesi di Milano e Hélène Durand Ballivet, presidente dell’Associazione Network mondiale Crescendo. Dio chiama tutti i nonni cristiani a trasmettere la propria fede ai loro nipoti e a essere dei modelli per le famiglie – spiega la Catherine Wiley -. Nel 2006 Benedetto XVI ha scritto la preghiera dei nonni e auspichiamo voglia guidare nel 2013 il pellegrinaggio dei nonni a Roma». I coniugi Gillini hanno invitato ad andare oltre al ruolo di supplenti spesso attribuito ai nonni che sono invece «portieri della casa familiare lungo le generazioni, coloro che sorvegliano la porta che apre la casa sul mondo». Secondo i Gillini, inoltre «la fede si trasmette principalmente per contagio e la crescita della propria fede è condizione indispensabile per trasmetterla ai nipoti». Gabriella Biader sottolinea come «la tenerezza dei nonni, anche verso un neonato, parla di Dio». «La ricchezza di vita dei nonni, le loro abitudini e le tradizioni – continua - sono un filo che lega le generazioni». Infine Helene Durand Ballivet ha posto l’accento su tutti gli anziani della famiglia pensando a zii e zie non sposati che stanno accanto ai genitori. «I nonni e gli anziani sono un sostegno insostituibile delle generazioni, testimoni del passato e trasmettitori di fede, pilastri per bambini e per le famiglie». 80 GIOVEDI’ 31 MAGGIO 9. Libera professione e vita familiare - Varese coniugi ZAMAGNI Biografia Vera Negri Zamagni è ordinario di Storia Economica all’Università di Bologna, Direttrice della Scuola di Formazione all’impegno politico e sociale della Diocesi di Bologna e membro del Servizio Nazionale della CEI per gli Istituti di Scienze Religiose e le Facoltà teologiche. Stefano Zamagni è professore ordinario di Economia Politica all' Università di Bologna, marito di Vera dalla quale ha avuto due figli. I coniugi Zamagni sono nonni di quattro nipoti. Abstract Dopo aver esaminato i motivi che spiegano il grave ritardo legislativo registrato in Italia nei confronti della famiglia, l'intervento dei coniugi Zamagni analizza i nuovi fondamenti necessari per superare tale ritardo, identificandoli in tre punti fondamentali: 1) considerare la famiglia come soggetto economico dotato di una propria identità; 2) superare il divario di genere nel mondo del lavoro; 3) ri-concettualizzare il sistema di welfare. Solo con questo cambiamento culturale si potrà passare dalla conciliazione all’armonizzazione tra lavoro e famiglia. Burkhard LEFFERS Presidente UNIAPAC Burkhard is experienced in the international capital markets, after senior roles with Commerzbank in Germany and France in bond origination, global relationship management and corporate client business. He sits on several boards including the supervisory board of the German – French Chamber of Commerce. Javier ZANETTI Biografia Esterno destro infaticabile dell'F.C. Internazionale, sa difendere ed attaccare con ottima disinvoltura. Nato il 10 agosto del 1973 è cresciuto nella zona portuale di Buenos Aires, nel quartiere Dock Sud. Ancora bambino, e' riuscito a conciliare l'impegno scolastico con quello lavorativo, aiutando il padre muratore senza trascurare nel contempo la propria passione per il football. Ha tirato i primi calci ad un pallone su un campo di periferia, della cui manutenzione si occupava personalmente. Nel 1992, appena diciannovenne, ha conosciuto Paula, che sette anni dopo sarebbe diventata sua moglie. Da lei ha avuto due figli e un terzo in arrivo proprio nei giorni del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Oggi Paula Zanetti, figlia di un docente universitario, si dedica con buoni risultati alla fotografia, divertendosi ad immortalare da bordo campo Javier durante i match casalinghi dell'Inter. Considera il momento piu' bello della propria carriera la finale di coppa Uefa a Parigi vinta dai nerazzurri grazie anche ad un suo gol e il suo modello di giocatore e' rappresentato da Lothar Matthaeus. Non si considera particolarmente 81 scaramantico, ma quando entra in campo prima di ogni partita si fa un segno di croce, proprio come il suo migliore amico ed ex compagno di squadra: Ivan Zamorano. Il suo sostegno per la Fundaciòn Pupi - che assiste i bambini emarginati delle periferie argentine - si è rafforzato nella stagione 2003/04. Pierluigi MOLLA Biografia Nato a Magenta il 9 novembre del 1956, dopo la Maturità Classica conseguita presso il Collegio San Carlo di Milano,si è laureato in Economia all'Università Bocconi.Dottore Commercialista iscritto all’Ordine di Milano. Socio fondatore nel 1986 di Iniziativa SpA,società di consulenza aziendale e finanziaria e AD fino al 2001.Dal 2001 al 2010 è stato partner di Ernst & Young nel dipartimento Corporate Finance. Fino al 2011 è stato membro del Consiglio Direttivo UCID sezione di Milano. Membro del CdA di varie società,dal 2010 è nel Consiglio Direttivo Associazione Alumni della Bocconi. Abstract Collegandosi al tema dell’Incontro Mondiale, l’intervento vuole testimoniare come le radici della Santità di Gianna Beretta Molla si trovano nel suo modo di concepire e vivere la famiglia, la sua professione, l’impegno laicale e i momenti di festa. Anzitutto il contesto della famiglia dove Santa Gianna è nata. Una famiglia molto numerosa semplice e laboriosa, capace di adattarsi alle necessità della vita imponevano. Dall’esperienza vissuta da piccola, è scaturito il suo profondo desiderio di crearsi una sua famiglia “veramente cristiana”. Un secondo aspetto delle radici della Santità di Santa Gianna, potremmo individuarlo nella “santità professionale”, cioè nel lavoro vissuto come luogo di crescita umana e cristiana, come modo per santificarsi. Un terzo aspetto può essere ricordato come “radice” della santità, si tratta della missionarietà laicale di Santa Gianna: il suo impegno per il bene del prossimo non solo collegato al suo lavoro di medico. Il tutto pervaso da una straordinaria gioia di vivere, che le faceva apprezzare i momenti di svago, sport e festa come ricordava Lei stessa “Sorridere a tutti quelli che il Signore ci manda durante la giornata”. coniugi SCARPOLINI Luisa Oneto e Silvio Scarpolini, primo tenore del coro della Scala lui, attrice e regista lei, con i loro cinque figli, anch'essi tutti artisti Gianfranco FABI Biografia Sessantaquattro anni, laureato in scienze politiche, indirizzo economico-internazionale, all'Università degli studi di Milano, giornalista professionista dal 1974. Ha iniziato nel 1972 l'attività a "Il Giornale del popolo" di Lugano e dal '79 è passato al Sole-24 Ore dove ha ricoperto vari incarichi: prima alla redazione finanza, poi alla cultura, all'economia italiana, nella caporedazione centrale. Dall'87 al '90 vice-direttore del settimanale Mondo Economico. Dal '91 al luglio 2009 prima vice-direttore poi (dal 2004) vice-direttore vicario del Sole 24 Ore. Dall'ottobre 2008 al luglio 2010 direttore responsabile di Radio 24. Ora 82 giornalista indipendente. Insegna economia per il giornalismo all’Università cattolica di Milano. Tra le passioni la montagna, la moto, la bicicletta. Coniugato, due figli e (grazie a loro) otto nipoti. Sintesi «Professione e vita vanno tenuti in armonia» Gli economisti Stefano Zamagni e la moglie Vera chiedono «imprese efficienti e produttive e insieme famiglie unite» È stato un vero e proprio inno alla famiglia e al lavoro, quello celebrato nella tappa varesina del Family, con il congresso al De Filippi di giovedì 31 maggio, dedicato a “Libera professione e vita familiare”. Due poli della stessa esistenza, quella dell’uomo e della donna, entrambi di grande valore, che vanno tenuti in costante armonia e non “conciliati”, come ha tuonato l’economista Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna. «Conciliare è una brutta parola - ha spiegato il professore, intervenuto al convegno con la moglie Vera, anch’essa docente universitaria - perché presuppone un conflitto tra i due estremi; mentre per la nostra stessa visione cristiana il lavoro è un grande valore per la persona, come pure la famiglia. Essi vanno dunque armonizzati, come strumenti di una stessa orchestra; e chi oggi parla di crisi della famiglia in realtà la sta cercando e la persegue subdolamente, cercando di adeguare i ritmi della vita domestica alle esigenze dell’impresa e della finanza, decretando così la morte della famiglia stessa». Nessuna contraddizione, dunque, ma l’esigenza prepotente di mutare linguaggio, partendo dalla considerazione che l’istituzione familiare oggi è l’unica che regge, in un contesto di gravi attacchi di natura culturale, economica e finanziaria. «Noi vogliamo - hanno concluso i due economisti intervenuti a Varese imprese efficienti e produttive e insieme famiglie unite, dove si possano vivere i valori fondamentali, dove si trasmettano la logica della gratuità e del dono, che nessun mercato potrà mai produrre; la sfida è questa, da lanciare proprio là (a Bruxelles) dove si dettano quelle “politiche di conciliazione” che invece rischiamo di far morire la famiglia, e può essere vinta». Una cornice di grande festa ha accolto i congressisti del Family, con il collegio arcivescovile varesino che ha dato il massimo dal punto di vista organizzativo, assicurando agli ospiti tutto il necessario per i propri lavori. Tutto era pronto per almeno ottocento persone - anche se ne è arrivata qualcuna in meno - con due sale collegate in videoconferenza per la traduzione simultanea in lingua inglese e spagnola. Insieme a molti italiani, erano presenti gruppi da Argentina, Uruguay, Venezuela, India, Cambogia, Francia, Inghilterra e Spagna. Nella sala Pigionatti, dopo l’intervista ai due economisti bolognesi, condotta dal giornalista Gianfranco Fabi, si sono alternate numerose testimonianze. In video, ripresa qualche settimana fa alla Pinetina di Appiano Gentile, quella di coniugi Zanetti, il capitano dell’Inter Javier e la moglie Paula; i due hanno raccontato il valore della famiglia e le sfide che essa deve affrontare nell’educazione dei figli, in una società come quella attuale e con un padre calciatore molto famoso, che non si fa però mai mancare il tempo per stare in famiglia. Una famiglia molto speciale, dove lavoro e affetti si intrecciano quotidianamente, è poi quella di Luisa Oneto e Silvio Scarpolini, primo tenore della Scala lui, attrice e regista lei, con i loro cinque figli, anch'essi tutti artisti. La loro bella e animata testimonianza, tra versi recitati, canzoni e danza, ha lanciato sul Family un grande messaggio positivo, riassunto dalla Oneto con le parole del Papa: «È la bellezza che salva la vita». Da ultimo, per la prima volta tutti insieme sul palco, i tre figli di Gianna Beretta Molla, Pierluigi, Laura e Gianna Emanuela, hanno raccontato la santità della mamma di Magenta, la cui vita è stata ripercorsa in un video. «La mamma - ha detto il primogenito, ingegner Molla - era una donna moderna, grande e appassionata professionista, che ci ha trasmesso il valore del lavoro e l’importanza di coniugare sempre la concretezza con i grandi ideali». 83 10. Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo - Milano Alberto QUADRIO CURZIO Biografia Professore Emerito di Economia Politica presso l'Università Cattolica del S. Cuore di Milano, Presidente della Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche e Vice Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei. E’ stato Preside dal 1989 della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica del S. Cuore di Milano e Direttore del Centro di Ricerche in Analisi Economica e Sviluppo Economico Internazionale (CRANEC) dal 1977 fino al 2010 (attualmente Presidente del Comitato Scientifico dello stesso). E’ stato Presidente dell'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e Presidente della Società Italiana degli Economisti. Direttore e co-fondatore della rivista di teoria ed analisi "Economia Politica. Journal of Analytical and Institutional Economics ". È stato nominato per l'anno accademico 2010-2011 Distinguished Academic Visitor al Queens' College di Cambridge e Visiting Research Fellow al Centre for financial analysis & Policy della Judge Business School (2010-2011). E' editorialista del Corriere della Sera. Ha ricevuto 13 premi scientifici e la medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica per i benemeriti della Scienza e della Cultura. E’ autore di molte pubblicazioni scientifiche, ha tenuto lezioni presso molte università e ha partecipato come relatore a numerose conferenze e seminari in Italia e all'estero. Abstract La famiglia, dal punto di vista economico, svolge ruoli polifunzionali che la rendono un operatore unico. Inoltre, essa crea fondamentali economie esterne a livello macroeconomico e pertanto merita politiche economiche a suo favore. Ma non solo. Poiché la famiglia è il primo luogo naturale per la creazione quantitativa e qualitativa della “conoscenza” ne segue che la politica istituzionale, economica e sociale dovrebbe porsi il problema affinché tale ruolo della famiglia sia salvaguardato. Più analiticamente: a. la famiglia è “scuola”, luogo di continuità per la formazione della conoscenza di quell'unico ed irripetibile “fattore di produzione" che sono la persona e le persone, denominate nella letteratura “Capitale umano"; b. la famiglia è “operatore” per il lavoro, dato che è capace di orientare sia le scelte formative che le scelte professionali dei figli sul mercato del lavoro, ma anche l'efficace distribuzione del “tempo lavoro” dei suoi componenti occupati; c. la famiglia è la “continuità” di molte imprese famigliari nelle quali si manifesta in modo evidente la tipologia dello homo faber ovvero della familia faber, che cerca di realizzare nell’impresa un’opera di creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità individuale tipica dello homo oeconomicus; d. la famiglia è “assicuratore” nei rapporti con i ceti post-lavorativi, luogo di assistenza, casa di fattiva riconoscenza per chi ha dato nelle sue precedenti età. Ma è anche dove è possibile utilizzare a livelli adeguati la grande esperienza e le spesso ancor ampie energie dei ceti d'età post-lavorativa. La famiglia è in tal senso un operatore economico unico giacché svolge quattro ruoli complessi nei confronti del lavoro: formazione come scuola; utilizzo nella produzione diretta; fattore di continuità; riposo non inattivo. In conclusione, il ruolo della famiglia è fortemente connotato e improntato ai principi di sussidiarietà (in senso ampio) e solidarietà, anche e soprattutto nella valenza cristiana. La solidarietà è il perseguimento del bene comune e ciò deve avvenire sempre più in forma dinamica e creativa, non in forma meramente o prevalentemente redistributiva, che spesso declina nell’assistenzialismo. L’intrapresa e l’impresa sono fondamenti irrinunciabili delle solidarietà. Ciò è quanto chiede anche la solidarietà intergenerazionale troppo spesso sottovalutata. La famiglia, in termini di sussidiarietà, è il primo nucleo della società e contribuisce allo sviluppo, che è ben maggiore della crescita, combinando sussidiarietà e solidarietà per la promozione delle persone e delle comunità per portare ad un vero incivilimento ed oltre, a livelli più alti, verso un umanesimo integrale. 84 Esteban MOCTEZUMA Biografia Laureato in Economia e studi in Diritto alla UNAM, ha conseguito un Master in Economia Politica all’università di Cambridge, in Inghilterra, e un Diploma sullo Sviluppo Regionale a Tokio, in Giappone. Autore di importanti opere su Educazione, Globalizzazione e Amministrazione Pubblica, fu Segretario del Governo, Senatore e Segretario dello Sviluppo Sociale del Governo Messicano. Oggi è a capo di una delle fondazioni più prestigiose e importanti del Messico: Fondazione Azteca. È stato Professore del “Colegio de México”, Presidente del Consiglio Direttivo dell’ Istituto Latinoamericano della Comunicazione Educativa (ILCE), Direttore Generale del Programma sul Messico all’Università di Los Angeles in California (UCLA), opinionista dei giornali “Reforma”, “El Universal” e “Pulso de San Luis Potosí”, giornalista di “Reporte Índigo”. Conferenziere di “Latin American Speakers nella Repubblica Messicana, America e Europa” dal 2000. Capo del Dipartimento di Affari Internazionali nella Segreteria della Presidenza (1975); Vicedirettore dei Piani di Sviluppo Statale nella Segreteria di Programmazione e Bilancio (1979); Segretario di Amministrazione nello Stato di Sinaloa (1987); Ufficiale Maggiore nella Segreteria di Programmazione e Bilancio (1988-1992); Ufficiale Maggiore della Segreteria di Educazione Pubblica (1992-1993); Sottosegretario di Pianificazione e Coordinamento Educativo della Segreteria di Educazione Pubblica (19931994); Segretario del Governo (1994-1995); Senatore della Repubblica (1997-2000); Segretario di Sviluppo Sociale (1998-1999) e Presidente Esecutivo di “Fondazione Azteca” (dal 2002 ad oggi). È Membro, dal 2004, del Consiglio Direttivo della Fondazione Messicana per la Salute e Presidente del Patronato dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica (2011). E' considerato uno dei politici che ha promosso il cambiamento in Messico. Tra le attività: - FONAC (Fondo Nazionale di Risparmio Capitalizzabile per i lavoratori al servizio dello Stato), - E' stato responsabile del processo di decentralizzazione educativa più ambizioso nella storia del Messico (1992). - Venne incaricato di strumentare l’autonomia della Corte Suprema di Giustizia della Nazione (1994). - Fu negoziatore del Patto dei Pini che, per la prima e unica volta fino ad oggi nella storia del Messico, riuniva a firmare una riforma politica i rappresentanti di tutti i partiti politici, insieme al Presidente della Repubblica (1995). - Fu l’unico Segretario di Stato a incontrarsi con il sottocomandante Marcos e a gettare le basi per la pace (1995). - È stato il promotore di varie iniziative legali per incorporare la piena adozione dei minori, per la creazione del servizio civile come professione e per proibire la promozione dell’immagine dei funzionari con l’impiego di beni pubblici (1997). - Ha creato il Consiglio Consultivo Cittadino per lo Sviluppo Sociale, nella Segreteria di Sviluppo Sociale (1998). - Ha sviluppato il concetto della visione territoriale dello sviluppo (1998). -E' stato promotore del modello di lotta contro la dispersione e l’emarginazione attraverso la costruzione di Città Rurali (2006). �Ha promosso il sistema messicano di Orchestre Sinfoniche Infantili e Giovanili Speranza Azteca (2009). - E' stato il responsabile della campagna “Ripuliamo il Nostro Messico” (2009). Titoli Ha pubblicato nel “Fondo di Cultura Economica” due importanti libri: “L’Educazione Pubblica di fronte alle nuove realtà” e “Per un Governo con Risultati”. 85 Andrea OLIVERO Biografia Da marzo 2006 è il Presidente nazionale delle ACLI. Nato a Cuneo nel 1970, laureato in Lettere classiche è docente. Dopo un significativo percorso nell’ambito del volontariato e dell’associazionismo cattolico, a partire dagli anni ’90 è entrato nel mondo delle ACLI inizialmente presso le ACLI provinciali di Cuneo, dove è stato Presidente provinciale e successivamente Presidente di Enaip Piemonte, principale ente formativo della Regione. Dal 2004 ha rivestito la carica di Vicepresidente nazionale delle ACLI, con delega al welfare e alle politiche sociali. Attualmente è anche Presidente della FAI (Federazione ACLI internazionali), è componente del CdA della Fondazione per il Sud, fa parte dell’Osservatorio nazionale sull’Associazionismo promosso dal Ministero della Solidarietà sociale ed è membro del Forum del Progetto culturale della CEI. È altresì Presidente di OSIS Bepi Tomai, Osservatorio sull’Impresa sociale. La competenza maturata in questi anni riguarda in particolare i temi della solidarietà sociale della tutela dei diritti, sulla riforma del welfare, sull’educazione, sulla cooperazione internazionale. Dall’’11 dicembre 2008 è Portavoce unico del Forum del Terzo Settore. Sergio BELARDINELLI Biografia Nato a Sassoferrato (AN) il 5 marzo 1952, è sposato e ha due figli. Ha insegnato in diverse Università italiane e straniere e attualmente è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e presidente del Corso di Laurea Magistrale in “Mass Media e Politica” nella Facoltà di Scienze Politiche “R. Ruffilli” dell’Università di Bologna, Sede di Forlì. Titoli Tra le sue pubblicazioni più recenti: "Bioetica tra natura e cultura", Cantagalli 2007; "L’altro Illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità", Rubbettino 2009; "Sillabario per la tarda modernità", Cantagalli 2012. Sintesi Famiglia e impresa: la sfida del “capitale umano” Costruire capitale umano e sociale, non solo profitti economici. Su questo tema si è sviluppata la tavola rotonda “Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo”, moderata da Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna. Ad aprire i lavori Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all'Università Cattolica di Milano, che ha citato numeri eloquenti: le imprese familiari sono 3 milioni e mezzo su 4,3 nel nostro Paese, oltre il 70 % del totale in Europa. "L'impresa di famiglia cerca di realizzare un’opera di creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità individuale” ha spiegato Quadrio Curzio, che sostiene la necessità di sostenere le associazioni familiari perché attuano la democrazia partecipativa. In Italia, ad esempio, si sono unite nell'Aidaf, (Associazione delle aziende familiari), che ha un corrispettivo a livello europeo. Sulla stessa linea l'economista e politico messicano Esteban Moctezuma Barragán per il quale sono necessari servizi adeguati per affrontare l'emergenza educativa creatasi col progressivo aumento delle donne che lavorano. “Anche gli uomini devono partecipare alla formazione dei figli in famiglia” ha spiegato Moctezuma. “Aziende, asili, un'attenta suddivisione delle vacanze: tutto deve mirare a rafforzare la vita familiare, che ricompenserà l'intera società con pace e prosperità”. Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori), ha ribadito la necessità di una crescita qualitativa e non solo quantitativa per uscire dalla crisi. “La famiglia oggi è sempre 86 più sola e indebitata, mente il lavoro diventa precario e scomposto, in una società disorientata che tende a misurare tutto in termini economici”. Ecco perché la famiglia, anche in quanto impresa, può contribuire a una svolta. “Bisogna che l'impresa attinga dalla famiglia la solidarietà che la caratterizza: comunanza di risorse, logica dello scambio e del dono”. Alberto Quadrio Curzio Tavola rotonda: 31 maggio, 15:oo. “Famiglia e impresa: la solidarietà per lo sviluppo La famiglia, dal punto di vista economico, svolge ruoli polifunzionali che la rendono un operatore unico. Inoltre, essa crea fondamentali economie esterne a livello macroeconomico e pertanto merita politiche economiche a suo favore. Ma non solo. Poiché la famiglia è il primo luogo naturale per la creazione quantitativa e qualitativa della “conoscenza” ne segue che la politica istituzionale, economica e sociale dovrebbe porsi il problema affinché tale ruolo della famiglia sia salvaguardato. Più analiticamente: a. la famiglia è “scuola”, luogo di continuità per la formazione della conoscenza di quell'unico ed irripetibile “fattore di produzione" che sono la persona e le persone, denominate nella letteratura “Capitale umano"; b. la famiglia è “operatore” per il lavoro, dato che è capace di orientare sia le scelte formative che le scelte professionali dei figli sul mercato del lavoro, ma anche l'efficace distribuzione del “tempo lavoro” dei suoi componenti occupati; c. la famiglia è la “continuità” di molte imprese famigliari nelle quali si manifesta in modo evidente la tipologia dello homo faber ovvero della familia faber, che cerca di realizzare nell’impresa un’opera di creazione comunitaria non finalizzata alla mera utilità individuale tipica dello homo oeconomicus; d. la famiglia è “assicuratore” nei rapporti con i ceti post-lavorativi, luogo di assistenza, casa di fattiva riconoscenza per chi ha dato nelle sue precedenti età. Ma è anche dove è possibile utilizzare a livelli adeguati la grande esperienza e le spesso ancor ampie energie dei ceti d'età post-lavorativa. La famiglia è in tal senso un operatore economico unico giacché svolge quattro ruoli complessi nei confronti del lavoro: formazione come scuola; utilizzo nella produzione diretta; fattore di continuità; riposo non inattivo. In conclusione, il ruolo della famiglia è fortemente connotato e improntato ai principi di sussidiarietà (in senso ampio) e solidarietà, anche e soprattutto nella valenza cristiana. La solidarietà è il perseguimento del bene comune e ciò deve avvenire sempre più in forma dinamica e creativa, non in forma meramente o prevalentemente redistributiva, che spesso declina nell’assistenzialismo. L’intrapresa e l’impresa sono fondamenti irrinunciabili delle solidarietà. Ciò è quanto chiede anche la solidarietà intergenerazionale troppo spesso sottovalutata. La famiglia, in termini di sussidiarietà, è il primo nucleo della società e contribuisce allo sviluppo, che è ben maggiore della crescita, combinando sussidiarietà e solidarietà per la promozione delle persone e delle comunità per portare ad un vero incivilimento ed oltre, a livelli più alti, verso un umanesimo integrale. 87 11. La santità familiare nell'esperienza del lavoro - Brescia Fulvio DE GIORGI docente di Storia della pedagogia presso l’Università di Modena e di Reggio Emilia coniugi SCARANO Abstract Ecco i punti dell'intervento dei coniugi Scarano dall'Argentina: - - La Famiglia come un tempo privilegiato di Dio. - Di fronte ai figli, la testimonianza del lavoro come un ambito felice e trascendente della vita, per il quale Dio ci invita a realizzarci nella pienezza personale e sociale, costituisce la speranza dei nostri figli nella vita sociale, consolida la loro vocazione personale e consolida le basi della “Civiltà dell’Amore”, superando la meschina logica del beneficio personale come motivazione primordiale della vita. - La comunità lavorativa come opportunità dell’amicizia in Cristo e celebrazione dell’incontro con il prossimo. Il lavoro nello sforzo e nella fatica che comporta, a partire da un senso di realizzazione personale e sociale. coniugi BARTHELEMY Biografia Eric e Marielle Barthélemy sono sposati da 24 anni e sono genitori di sei figli di età compresa tra i 3 e i 22 anni. Marielle, nata il 6 luglio 1965 a Bordeaux (Francia), Consulente Matrimoniale e Familiare, Istruttrice in regolazione naturale delle nascite, è impiegata nella Diocesi di Metz come Responsabile del Centro Cattolico Consulenza e di informazione Familiare. Eric, nato il 2 aprile 1965 a Parigi (Francia) è Direttore di Fidesco. Fidesco è stato creato 30 anni fa dalla Comunità Emmanuel. Il suo scopo è l'invio di volontari per progetti di servizio della Chiesa Cattolica, presso i più poveri del mondo. Precedentemente è stato per 20 anni direttore delle risorse umane per l’industria francese. Dal 2001 al 2003 sono stati, con tutta la famiglia, con Fidesco, in Benin (Cotonou) per costruire e partecipare al lancio dell’Istituto Giovanni Paolo II per la coppia e la famiglia Abstract Constatando la frammentazione della nostra vita quotidiana in tanti momenti della giornata e in seguito alla domanda di uno dei nostri figli "che cosa facciamo per gli altri? ", abbiamo voluto fare di Cristo il centro della nostra vita. Così abbiamo capito che era giunto il momento di partire in missione, in famiglia, con Fidesco (un’organizzazione di solidarietà Internazionale che invia volontari nei paesi dell'Africa), al fine di mettere le nostre competenze al servizio dei più poveri in nome della nostra fede. Abbiamo iniziato dal 2001 al 2003 a Cotonou (Benin) per costruire e sostenere il lancio dell’Istituto Giovanni Paolo II per la coppia e la famiglia. Questa missione era cruciale per la nostra famiglia: il nostro sguardo sull'altro è cambiato. C'è stato un sempre maggior disinteresse verso il “denaro” e, allo stesso tempo, il desiderio di mettersi al servizio della Chiesa. Dopo aver ripreso il suo lavoro di Direttore Risorse Umane per 5 anni, Eric si è dimesso per diventare Direttore di Fidesco, su richiesta della Comunità Emmanuel. Al ritorno, Marielle ha seguito un 88 corso per diventare consulente matrimoniale, ed è stata chiamata dal vescovo di Metz per lavorare per la pastorale familiare nella diocesi. La testimonianza dei nostri figli maggiori e le loro scelte di vita, illustrano quanto la scoperta dell'amore del Signore per ciascuno di noi, attraverso il servizio agli altri, ha trasformato la nostra famiglia. coniugi VOLPINI Biografia Sposati, con due figli, dal 2006 la coppia è Responsabile Internazionale Movimento Equipes Notre Dame, “movimento laicale di formazione per la spiritualità della coppia”. Titoli Insieme ad altri autori hanno pubblicato “Amore e matrimonio, End, Ldc Roma 1997, “Storie di coppie, tracce di Dio”, EDB, Bologna, 1999, “Camminare insieme”, EDB, Bologna, 2000, “Matrimoni in diretta”, Effatà Ed., Torino, 2001, “Abitare la casa, abitare la vita”, EDB, Bologna, 2002, “Abitare la città, narrare la vita”, EDB, Bologna 2006 “I giorni di Dio”, EDB, Bologna 2009, dal 2006 collaborano con la pagina di “spiritualità coniugale” del mensile “NOI” allegato al quotidiano Avvenire. Sintesi Una scuola di comunione antidoto all’individualismo Quattrocentocinquanta persone hanno partecipato nella Cattedrale di Brescia alla sessione pomeridiana del Congresso internazionale teologico pastorale. Carlo e Maria Volpini, responsabili internazionali del movimento delle Equipes Notre Dame e moderatori del confronto a più voci sul tema “La santità familiare nell’esperienza del lavoro”, hanno sottolineato la portata profetica del tema “La famiglia: il lavoro, la festa”. A Fulvio De Giorgi, docente di Storia della pedagogia presso l’Università di Modena e di Reggio Emilia, è stato affidato il compito di delineare i contesti attuali, segnati da molteplici ideologie che producono effetti profondi su vissuti personali e familiari, a partire da quello della fede pesantemente messo alla prova. «Proprio i legami coniugali e familiari, autentica scuola di comunione - ha sottolineato De Giorgi - possono essere antidoto all’individualismo imperante». Il passaggio dalla teoria alla prassi è venuto dalle testimonianze portate da Alejandro e Maria Rosa Scarano (Argentina) e da Eric e Marielle Barthelemy (Francia). Due coppie per tanti aspetti diverse, accomunate, però, dal tentativo di vivere in modo autentico, con un costante riferimento alla fede e al Vangelo, la dimensione della santità familiare. Una santità “che non è completa e autentica se non si irradia anche nelle altre dimensioni della vita, compresa quella del lavoro”. Un segnale di speranza che la famiglia, Chiesa domestica, può offrire alla Chiesa universale. 89 12. Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro - Bergamo S. Ecc. Mons Giancarlo BREGANTINI Biografia Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace è Arcivescovo di Campobasso-Bojano. Giuseppe DE RITA Biografia Nato a Roma il 27 luglio 1932, laureato in giurisprudenza è stato responsabile della sezione sociologica della SVIMEZ dal 1958 al 1963. Cnsigliere delegato del CENSIS dal 1964 al 1974 è stato segretario generale della Fondazione CENSIS dal 1974 e Presidente dal 2007. Presidente del Consiglio Nazionale dell’conomia e del Lavoro (CNEL) dal maggio 1989 al maggio 2000, è Presidente di Edumond Le Monnier dal 1995. Il dottor De Rita svolge inoltre una intensa attività pubblicistica ed è stato presente, in questi ultimi anni, come relatore, ai più importanti convegni e dibattiti che hanno riguardato le condizioni e le linee di sviluppo della società italiana. Nando PAGNONCELLI Biografia Nato a Bergamo nel 1959, all’inizio del 1985 inizia l’attività di ricercatore in Abacus dove nel 1990 assume la carica di Direttore Generale e nel 1996 viene nominato Amministratore Delegato. Nel gennaio 2004 entra nel Gruppo Ipsos, fondando Ipsos Public Affairs, la divisione del gruppo che si occupa delle ricerche sulla pubblica opinione. Nel 2006 viene nominato Presidente e Amministratore Delegato di Ipsos Italia. È stato Presidente di Assirm (l’Associazione che rappresenta le società del settore ricerche di mercato, sociali e d’opinione). E’ consigliere di amministrazione di PUBBLICITA’ PROGRESSO. È vice presidente di Cesvi (organizzazione non profit che si occupa di cooperazione e sviluppo internazionale) e membro del comitato scientifico di Comieco e Symbola (Fondazione per le qualità). Nel 2001 è stato membro della Commissione Governativa per la comunicazione straordinaria sull’Euro. Dal 2004 insegna “Modelli e processi della pubblica opinione” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nel 2005 è stato nominato membro del Nucleo di Valutazione di Ateneo dell’Università Cattolica di Milano. Dal 2009 è Direttore scientifico del Corso di Comunicazione Politica presso l’Università degli studi di Urbino. Ha scritto numerosi articoli per quotidiani e settimanali nonché saggi sul tema dei sondaggi d’opinione e su argomenti di attualità sociale Sintesi GIOVANI E FUTURO DEL LAVORO (di Alessandro Zaccuri) 90 Che guaio se la Net Generation diventasse la generazione dei Neet, e cioè quelli che non lavorano, non studiano, non investono sulla formazione. In Italia rappresentano più del 22% della popolazione giovanile e questo – sottolinea il presidente dell’Ipsos, Nando Pagnoncelli – è un dato sui cui riflettere. Se ne parla al Centro Giovanni XXIII di Bergamo, nell’incontro su «Progetto di vita dei giovani e futuro del lavoro» inserito nel percorso di Family 2012. Due i relatori, per due interventi che si intrecciano e si completano. Di taglio letteralmente pastorale quello di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di CampobassoBoiano e presidente della Commissione episcopale per la giustizia, la pace, il lavoro e i problemi sociali. La figura del pastore, ha spiegato, è immagine della sollecitudine che l’intera comunità deve alla condizione di precariato di cui i giovani sono vittime. È poi toccato al sociologo Giuseppe De Rita ricostruire la genesi di una crisi che la famiglia potrà contrastare solo tornando a ricordare che «la vita si insegna attraverso la vita». 91 13. L'originalità del lavoro della donna fra tradizione ed evoluzione - Pavia Irene LAUMENSKAITE Irene Laumenskaite, docente di sociologia a Vilnius (Lituania), Carla GE Biografia Nata a Roma il 29 gennaio 1941, è stata, fino al 31 ottobre 2011 professore ordinario di Demografia. E' stata presidente del Consiglio didattico del corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di Statistica ed Economia applicate "L. Lenti" . Titoli E’ direttore della rivista “Il Politico”. Le sue pubblicazioni riguardano soprattutto i caratteri evolutivi della popolazione della provincia di Pavia e della Lombardia nei secoli XVIIXIX; i mutamenti intervenuti nelle strutture familiari; i fattori della transizione della fecondità in Italia. Abstract La letteratura contemporanea dedicata al tema della conciliazione tra lavoro e famiglia presenta due poli di interesse che non possono passare inosservati: il lavoro è quello“femminile” e la famiglia sono “i figli” . In altre parole il tema di discussione è sostanzialmente così sintetizzabile: il numero dei figli o la loro presenza sono in alternativa alla partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Ma di fatto esiste una “vita familiare” che non può essere ridotta alle incombenze connesse con la cura dei figli, o più genericamente con la cura della casa. Ed esiste, più generalmente una “qualità” della vita familiare che non può essere considerata garantita dalla condivisione di compiti domestici come non può essere considerata garantita da una pur efficiente ed efficace rete di servizi educativi. Ci si può quindi chiedere quale vantaggio tragga la qualità della vita vissuta in famiglia se il tempo liberato anziché riversato sulla famiglia medesima viene dedicato all’attività lavorativa extra-domestica. Enrica CHIAPPERO Biografia Nata a Rivoli il 19 ottobre 1959, è Professore di Economia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia e dirige il Centro di Ricerca Internazionale Human Development, Poverty and Capability, presso l’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia. Titoli Tra le pubblicazioni curate più di recente “Sviluppo umano sostenibile e qualità della vita. Modelli economici e politiche pubbliche” (Carocci, 2009) “Debating global society. Reach and limits of the capability approach” (Fondazione Feltrinelli, 2009), “Gli spazi della povertà. Strumenti di indagine e politiche di intervento (Bruno Mondadori, 2011), Politiche per uno sviluppo umano sostenibile (Carocci, 2011). 92 Abstract L’intervento propone una riflessione attorno ad alcune questioni, che pensiamo centrali e urgenti per la nostra società e per le nostre famiglie, a cui però non sembra essere dedicata una sufficiente attenzione. Sono tre, in particolare, i quesiti che si vogliono porre all’attenzione del pubblico: 1) Quanto “conta” il lavoro di cura nella nostra società, qual è la sua consistenza, il suo valore economico e sociale? 2) Quale relazione esiste (se esiste) tra lavoro di cura, occupazione femminile e calo demografico? 3) In che misura le dinamiche economiche più recenti (in particolare, crisi economica e precarietà del lavoro,) influenzano le scelte e il benessere (o il malessere) delle nostre famiglie? A partire da queste domande e dalle possibili risposte che ad esse sono state date, seguiranno alcune brevi riflessioni sul ruolo delle politiche e delle azioni a sostegno del lavoro di cura e della famiglia, e sulla centralità e sostenibilità del lavoro di cura nella nostra società. Maria Assunta ZANETTI Biografia Laureata in Filosofia nel 1984 presso l’Università di Pavia specializzata in Psicologia nel 1993 presso l’Università di Pavia, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Psicologia nel 1990 ed è attualmente Ricercatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia e ricopre gli insegnamenti presso il Corso di Laurea in Psicologia dell’Università di Pavia. Ha collaborato a progetti di ricerca con l’Istituto di Psicologia dell’Università di Pavia nell’ambito dello sviluppo e dapprima come consulente per il centro di Orientamento dell’Università e dal febbraio 2001 in qualità di delegato del rettore per il settore PRE-universitario. Per il corso di laurea in Psicologia e per la S.I.L.S.I.S- Scuola di specializzazione per insegnanti le sono stati affidati gli insegnamenti di Psicologia dello Sviluppo del Linguaggio e della comunicazione, di Psicologia dell’orientamento scolastico professionale e di Psicologia dello Sviluppo. L'attività di ricerca svolta durante il periodo del dottorato è stata svolta in parte presso il Max Planck-Institut für Psycholinguistik di Nijmegen. Sintesi “E’ essenziale che le nostre società riconoscano e valorizzino l’importanza sul piano personale, economico e sociale, del lavoro familiare”. La riflessione di Enrica Chiappero-Martinetti, docente di Politica economica dell’Università di Pavia, riassume il tema al centro del convegno che si è svolto nel pomeriggio di giovedì 31 maggio al Teatro Fraschini di Pavia. L’incontro, organizzato dalla Diocesi pavese ed inserito nel programma del VII Incontro mondiale delle famiglie, aveva come titolo “L’originalità del lavoro della donna tra tradizione ed evoluzione”. La professoressa Chiappero-Martinetti ha ricordato che “il tempo destinato al lavoro familiare è considerevole. In media, a livello europeo, impegna le donne per oltre 4 ore al giorno e gli uomini per circa 2 ore e mezza. In Italia questa differenza è assai più marcata: guardando alle coppie in cui entrambi i coniugi lavorano e la donna ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, le donne destinano a queste attività 5 ore e 20 minuti al giorno mentre gli uomini poco più di due ore”. La professoressa Carla Ge Rondi, che insegna Demografia all’Università di Pavia, si è soffermata sulla “conciliazione lavoro-famiglia”. “L’Italia – ha spiegato la docente – ha un tasso di fecondità che, da almeno un quarto di secolo, oscilla tra 1,2-1,4 figli per donna. Nonostante questo, il tasso di occupazione delle donne italiane è inferiore a quello di altri Paesi”. Irene Laumenskaite, docente di sociologia a Vilnius (Lituania), ha proposto una visione antropologica del ruolo della donna nella famiglia e sul lavoro: “Bisogna superare – ha detto – l’idea di un “labor” venduto sul mercato solo per garantire lo stipendio, e ritrovare un senso di solidarietà reciproca che consenta di superare quell’individualismo che manda in crisi la famiglia”. In apertura di convegno monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia, ha salutato i pellegrini presenti al Teatro Fraschini: “La riflessione che facciamo oggi – ha affermato monsignor Giudici – ci aiuti a comprendere sempre meglio 93 quale è la condizione della donna, cuore pulsante di quel grande esperimento umano e sociale che è la famiglia”. Alessandro Repossi Tema: “L’originalità del lavoro della donna tra tradizione ed evoluzione” - Enrica Chiappero-Martinetti: "Lavoro di cura tra sostenibilità e tradizione". Intervento Quanto “conta” il lavoro domestico e di cura nella nostra società, qual è la sua consistenza e il suo valore economico. Dove passa la linea di confine tra famiglia e mercato nella produzione di beni e servizi necessari per il benessere e il sostentamento (non solo materiale) dei componenti della famiglia? E quale il riconoscimento sociale per questo lavoro così speciale? Ciascuno di noi, nella propria esperienza quotidiana, è ben consapevole della rilevanza personale, economica e sociale del lavoro di cura: degli effetti che è in grado di produrre sul benessere degli individui, certamente per coloro che lo ricevono ma anche per quanti lo offrono; del suo valore economico, seppur nella difficoltà di stabilirne in maniera precisa la consistenza e di permetterne la sua contabilizzazione all’interno delle grandezze economiche nazionali; della sua rilevanza sociale, in quanto attività che integra e spesso supplisce l’assenza di adeguati servizi di cura, in particolare per i bambini e gli anziani. Trattandosi però di un lavoro non remunerato che non transita attraverso il mercato, è in larga misura invisibile alle statistiche di contabilità nazionale e anche il suo ruolo sociale non è adeguatamente riconosciuto o valorizzato. Quanto “pesa” e quanto “conta” il lavoro familiare: alcune evidenze empiriche Il tempo destinato al lavoro familiare (definizione che comprende il lavoro domestico, il lavoro di cura destinato ai figli e agli adulti della famiglia, gli aiuti rivolti ad altri, tipicamente nipoti e genitori anziani) è però un tempo assai considerevole. In media, a livello europeo (EU25) impegna le donne per oltre 4 ore al giorno (per esattezza 257 minuti) e gli uomini per circa due ore e mezza (147 minuti). In Italia, questa differenza è più marcata: guardando alle coppie in cui entrambi i coniugi lavorano e la donna ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, dunque in una fase della vita in cui in genere è forte l’esigenza di conciliare partecipazione al mercato del lavoro e responsabilità parentali, le donne destinano a queste attività 5 ore e 20 minuti al giorno mentre gli uomini poco più di due ore. Questo carico maggiore, è solo in parte compensato dal minor tempo impegnato dalle donne sul mercato del lavoro, dal momento che le donne lavoratrici hanno un carico di lavoro complessivo (retribuito e non retribuito) superiore rispetto agli uomini (9 ore e mezza contro 8 ore e 13 minuti). Un limite di queste cifre è che si tratta di medie che, come tali, nascondono situazioni assai differenti. Tuttavia, queste cifre contribuiscono a spiegare perché, soprattutto nel nostro paese, il problema della conciliazione dei tempi sia ancora in larga misura una questione femminile anche se la sua sostenibilità nel tempo, in relazione alle trasformazioni demografiche, sociali ed economiche in atto, la rendono oggi, e ancor più in prospettiva, una questione che riguarda l’intera società. Se disponiamo di statistiche abbastanza accurate sulla distribuzione del tempo e dei carichi di cura, è assai più difficile stabilirne la sua consistenza economica non essendovi una metrica, un prezzo o una remunerazione per questo tipo di attività. I tentativi fatti per stimarne il valore utilizzano generalmente il criterio del costo opportunità, cioè del salario netto a cui si rinuncia nel momento in cui si sostituisce il lavoro per la famiglia al lavoro per il mercato, oppure il criterio della spesa necessaria per avvalersi di servizi equivalenti. Un lavoro recente condotto in Europa (Giannelli et al 2010) ha mostrato che la ricchezza prodotta annualmente in Italia sarebbe più grande rispetto a quella attuale in misura compresa fra il 18 e il 28% del PIL, a seconda di quale fra i due metodi si utilizza, mentre a livello europeo (EU25) il PIL risulterebbe superiore rispettivamente del 20 e del 37% . Non vi sono, infine, stime che possano dar conto del valore affettivo e relazionale del lavoro familiare, in particolare di quella parte di tempo e di attenzioni destinata all’attività di cura, componente che rende i servizi offerti dallo stato o acquistati sul mercato solo sostituiti assai imperfetti dei servizi di cura prestati all’interno della famiglia. Sostenibilità del lavoro di cura tra tradizione e trasformazione Se è indubbia la rilevanza quantitativa e la centralità sociale del lavoro familiare, qualunque sia la metrica che si voglia utilizzare, ciò che deve richiamare oggi la nostra attenzione è l’equilibrio possibile tra lavoro pagato e lavoro non pagato e la sua sostenibilità nel tempo, in relazione alle trasformazioni demografiche, sociali ed economiche in atto. Vi sono alcune tendenze in corso in Europa che devono farci riflettere e mi limiterò qui a segnalarne quattro. Un primo aspetto riguarda il rinvio progressivo da parte dei nostri giovani nel progetto di costruzione di famiglia. La scelta di costituire una famiglia e di fare un figlio è evidentemente soggetta a vincoli biologici 94 ed è collegata ad una sequenza di altre scelte che la precedono: dal completamento di un percorso di studio all’entrata nel mercato del lavoro, dalla ricerca di un’abitazione all’uscita dalla famiglia d’origine fino alla scelta di formare una coppia stabile. Negli ultimi tre decenni i paesi occidentali hanno registrato uno spostamento in avanti di tutti questi accadimenti ma, senza dubbio, la cosiddetta “sindrome da posticipazione della transizione allo stato adulto” ha un’intensità molto superiore in Italia. Se in Europa solo un giovane su tre, in età compresa tra 18-34 anni, vive ancora in famiglia, in Italia questo fenomeno interessa due giovani su tre con una progressiva e costante tendenza all’aumento. Le ragioni sono note: studi che non finiscono mai, difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, bassi salari, scarsa disponibilità ed eccessivo costo delle abitazioni in affitto, mancanza di politiche a sostegno dei giovani e delle famiglie in formazione. Un secondo aspetto riguarda l’investimento in capitale umano e le condizioni del mercato del lavoro: nel nostro Paese oltre la metà delle ragazze fra 19 e 24 anni frequenta oggi l’università (i maschi sono poco al di sopra del 40%) e la crescita è stata molto forte negli ultimi decenni (nel 1920, su 100 laureati, solo 15 erano donne mentre nel 2010 erano quasi 60). Questo accresciuto investimento non trova però un mercato del lavoro in grado di accoglierlo e valorizzarlo adeguatamente. In Italia, una donna su due oggi lavora, ma l’occupazione femminile resta ancora largamente inferiore rispetto a quella maschile (73%), lontana rispetto alla media europea dove quasi il 70% delle donne in età lavorativa è occupata (con punte superiori all’80% nei paesi scandinavi), lontana da quello che era l’obiettivo di Lisbona (che prevedeva per il 2010 un tasso di occupazione femminile pari al 60%) e verosimilmente anche dal traguardo previsto da Europa 2020 con il 75% di occupati fra le persone di età compresa tra 20 e 64 anni. Un terzo aspetto si ricollega ancora al mercato del lavoro attraverso due elementi che tristemente distinguono la situazione italiana rispetto a quella di altri paesi europei con cui vorremmo poterci confrontare. Mi riferisco, in particolare, all’elevato tasso di disoccupazione giovanile (che si mostra ancor più sfavorevole nel caso delle donne) e alla scarsa (o nulla) possibilità di scelta tra forme organizzative flessibili del lavoro che potrebbero favorire la conciliazione famigliare, quali il tele-lavoro, le forme di parttime orizzontale o verticale e il job sharing. L’80% delle donne italiane che oggi lavora, lavora full-time. Un quarto e ultimo aspetto, riguarda la precarietà delle posizioni occupazionali che caratterizza il mercato del lavoro in Italia negli anni più recenti, e che ha interessa in modo particolare i giovani, precarietà a cui sempre di più si associano anche salari netti molto bassi. Come ci ricorda l’Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, lo stipendio medio di un cittadino italiano supera di poco 1200 euro (circa 1400 per un uomo, un quarto in meno per le donne). Quali le conseguenze e quali le azioni possibili? Quali conseguenze possono avere queste trasformazioni sul fragile ma fondamentale equilibrio che si viene a definire tra famiglia e mercato, un equilibrio che ruota attorno al ruolo della donna all’interno della famiglia e sul mercato del lavoro e da cui viene a dipendere tanto il nostro benessere individuale quanto quello sociale? Come sostenere questo equilibrio oggi e in prospettiva futura? Se la cultura politica italiana ha tradizionalmente posto la famiglia al centro della società, a questa centralità non sempre è corrisposto in passato un disegno coerente e adeguato di effettivo sostegno alla famiglia. Il sistema di welfare ha finito per trasferire progressivamente sulle famiglie la risposta a molti bisogni di cura, senza valorizzare adeguatamente il ruolo sociale o compensarne, almeno in parte, i costi. D’altro canto, il modello familistico mediterraneo con le relazioni solidaristiche strette che, per fortuna, ancora esistono tra genitori e figli lungo l’intero corso della vita, ha in larga misura svolto il ruolo di ammortizzatore sociale e di camera di compensazione dei rischi e dei bisogni sociali, dando luogo ad un modello di solidarietà femminile tutto interno alla famiglia (spesso realizzato attraverso una sorta di “patto” tra donne) per quanto riguarda l’attività di cura. Questo equilibrio risulta però sempre più fragile e difficile da sostenere oggi, anche alla luce delle considerazioni fin qui espresse. Richiederebbe azioni di riforma del mercato del lavoro e del sistema del welfare, complesse e finanziariamente onerose, tanto più difficili da realizzare oggi a causa della difficile situazione economica e dei noti vincoli di finanza pubblica. Riforme e politiche pubbliche, per quanto necessarie, non sono però di per sé sufficienti a trovare (o ritrovare) un equilibrio stabile e sostenibile tra esigenze della famiglia, del mercato e della società. Occorre, a mio avviso, un cambiamento di paradigma e di visione della famiglia e del suo ruolo all’interno della società, una visione che riconosca tanto il valore intrinseco quanto quello strumentale del lavoro familiare e del lavoro di cura. Concludo allora questo intervento delineando alcune possibili direzioni verso cui potrebbe essere utile guardare. 95 In primo luogo, occorre accompagnare e sostenere maggiormente i giovani nella realizzazione dei loro progetti di vita autonoma e familiare, aiutandoli ad assumere e a gestire le responsabilità parentali, senza però sostituirci ad essi. Dobbiamo mostrarci solidali con loro aiutandoli a ricercare soluzioni che favoriscano e permettano il bilanciamento tra le diverse sfere di vita (individuale, famigliare e professionale), mettendo loro a disposizione le abitazioni necessarie ad affitti ragionevoli, favorendo, laddove possibile, una maggior flessibilità di orario nei luoghi di lavoro, creando contesti urbani family-friendly attraverso una migliore gestione dei tempi delle città e dei servizi, una maggior cura e offerta di spazi pubblici riservati alle giovani famiglie, incoraggiando modelli di solidarietà e di rete a livello condominiale, di quartiere, di piccola comunità che favoriscano le relazioni e il supporto reciproco tra le giovani famiglie e tra queste e le famiglie più anziane, che possono mettere a disposizione il loro tempo e la loro esperienza. In secondo luogo, occorre passare progressivamente dall’ottica della conciliazione, sostanzialmente considerata oggi come una questione in larga misura femminile, a quella della condivisione delle responsabilità familiari e del lavoro di cura all’interno della coppia, anche nell’interesse del mondo del lavoro e della società nel suo complesso. E’ necessario che tanto le donne quanto gli uomini siano consapevoli dell’importanza e dell’esigenza di un loro equo apporto al lavoro di cura e di gestione degli spazi domestici, della necessità di condividere in egual misura la fatica ma anche la bellezza di questa indispensabile e speciale forma di lavoro. E’ importante comprendere che il lavoro familiare non è tempo residuale sottratto al lavoro per il mercato, ma è funzionale ad esso; non si limita a sostenere la famiglia ma sostiene e rende possibile anche il lavoro remunerato, favorendo lo sviluppo e la crescita dei sistemi economici. E’ essenziale, che le nostre società riconoscano e valorizzino l’importanza sul piano personale, economico e sociale, del lavoro familiare. Nessuna società può reggersi senza di esso; favorire la ricerca di un armonico e sostenibile bilanciamento tra esigenze domestiche, esigenze professionali e necessità sociali non è una questione individuale o familiare ma investe, e sostiene, l’intera comunità. Infine, occorre ritrovare e riconoscere il valore intrinseco delle relazioni, del tempo e delle attenzioni dedicate a chi ci sta accanto. Dobbiamo ritornare a quel caring about menzionato dalla nostra relatrice, che va al di là del valore strumentale del tempo e delle azioni e chiama in causa la nostra attenzione, le nostre emozioni, il nostro coinvolgimento empatico verso i bisogni dell’altro; è un “prendersi cura di” che anche quando si esprime nella nostra sfera privata ha un innegabile valore sociale e quando esce dalle mura domestiche diventa fondamento del benessere (nel senso più pieno di well-being, cioè di “star bene”) per l’intera comunità. Occasioni come questa che stiamo vivendo in questi giorni sono occasioni preziose per riaffermare e sostenere questi principi e per riflettere insieme come realizzarli. Riferimenti bibliografici ISTAT (2011) La conciliazione tra lavoro e famiglia, Dicembre, Istat, Roma. Giannelli G., Mangiavacchi L., Piccoli L. (2010), GDP and the value of family caretaking: how much does Europe care?, IZA Discussion Paper n. 5046, Institute for the Study of Labor, Bonn 96 14. Il turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia - Como Norberto TONINI Presidente Mondiale della Organizzazione Internazionale del Turismo Sociale Tonini affronta nel suo libro “Etica & Turismo” il tema del turismo sociale, analizzando gli effetti di un impatto devastante sul piano sociale ed economico e rimettendo al centro l’uomo con i suoi valori di solidarietà, coesione e condivisione. “La sfida vera che abbiamo davanti in questo millennio è favorire il passaggio dallo Sviluppo del Turismo ad un Turismo dello Sviluppo” ha affermato il prof. Norberto Tonini – “l’obiettivo deve essere, pertanto, quello di passare da una dimensione quantitativa ad una dimensione qualitativa del turismo”. coniugi MAGATTI Biografia Sposati dal 1985, hanno cinque figli. Chiara Giaccardi è professore ordinario di Sociologia e Antropologia dei media presso la Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Mauro Magatti è preside della Facoltà di Sociologia nella medesima Università. Abstract La riflessione toccherà brevemente tre punti: - il primo riguarda il valore antropologico del turismo, collegato al tema della festa e della famiglia - il secondo riguarda il valore economico del turismo familiare per il territorio, a partire dalla esperienza della nostra città - il terzo propone alcune linee per ripensare il turismo non come sfruttamento rapace del territorio, o pura azione di consumo, ma come ospitalità, che è una categoria della reciprocità, nel segno del "coltivare e custodire". Marco DERIU Biografia Nato a Sassari il 19 agosto del 1967 è giornalista professionista, docente universitario di “Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa” (Università Cattolica di Brescia) e di “Etica e deontologia dell’informazione” (Università Cattolica di Milano). Già Direttore responsabile del settimanale cattolico “Il Resegone” di Lecco, collabora con l’agenzia SIR e con alcune testate giornalistiche, lavora come Senior Editor in service di informazione e di comunicazione. Si occupa di media, industria culturale televisione, teorie e tecniche dell’informazione, Media Education. Insieme alla moglie Cristina e ai figli Giovanni e Chiara, ha aperto le porte della sua famiglia all’esperienza dell’affido. Titoli - Finestre sul mondo. Luoghi e modi del viaggio in tv (con L. Ogna e G. Sibilla), Edizioni Eri-Rai, Roma 2001 SAGGI - Il "mezzobusto" del telegiornale: anchorman, testimone o cantastorie?, in G. Simonelli (a cura di), Speciale Tg. Forme e contenuti del telegiornale, Interlinea, Novara 1997. Bibliografia critica ragionata in Ibidem - Professione: conduttore, in G. Simonelli (a cura di), Speciale Tg. Forme e contenuti del telegiornale. Terza edizione aggiornata, Interlinea, Novara 2001 - Il media educator in una comunità per minori, in C. Ottaviano (a cura di), Mediare i media. Ruolo e competenze del media educator, Franco Angeli, Milano 2001 - Il quotidiano ai raggi "X", in Il quotidiano in classe. Come leggere il giornale a scuola (a cura dell’Osservatorio permanente giovani-editori), La Nuova Italia, Firenze 2001 - I media fra etica ed etichetta, in AA. VV., Comunicare senza regole? Etica e media nella società, Medusa, Milano 2003 - L'etica dell'informazione (con M. Villa), in Casetti, F., Colombo, F., Fumagalli, A. (a cura di), La realtà dell'immaginario. I media fra semiotica e sociologia, Vita e Pensiero, Milano 2003 - L'informazione televisiva: lo spettacolo del mondo, in Bettetini, G., Braga, P., Fumagalli, A. (a cura di), Le logiche della televisione, Franco Angeli, Milano 2004 - Perché il giornale a scuola?, in Panarese P., Tumolo E., Piccoli 97 inviati speciali. Leggere e scrivere il giornale in classe, Carocci, Roma 2005 - Quelli che... ci parlano. La nuova identità del conduttore del Tg, in Simonelli G. (a cura di), Speciale Tg. Forme e tecniche del giornalismo televisivo. Quarta edizione aggiornata, Carocci, Roma 2005 Abstract Il titolo scelto per questa sessione contiene numerosi spunti di riflessione. Alla parola “turismo” segue subito “accoglienza”, a sottolineare una sorta di ribaltamento concettuale: normalmente associamo l’idea del turismo a percorsi o itinerari che ci portano “in visita” altrove, lontano dalla nostra dimora abituale. Qui, invece, si evidenzia che, per poterci far accogliere nei luoghi in cui (eventualmente) ci rechiamo, dobbiamo prima essere capaci di accogliere noi stessi chi bussa alla nostra porta. Un altro termine che riceve qui una sottolineatura specifica è “cultura”, da intendere sia come possibilità di accrescere le proprie competenze specifiche su qualcosa o su qualcuno attraverso un itinerario di viaggio, sia come elemento che ci porta ad affermare – forzando un po’ il significato – che “se non è turismo culturale, non è turismo”. Il senso del viaggio come elemento che può contribuire a valorizzare i momenti festivi in famiglia, logico approdo di questa traccia, ci porta a interrogarci su quali siano le migliori condizioni per valorizzare questa forma di conoscenza del mondo a livello di esperienza famigliare, utile non soltanto per conoscere cose nuove ma anche per stringere ulteriormente i legami tra coniugi come tra genitori e figli. Sintesi « Un turismo nel segno di accoglienza e sobrietà» Norberto Tonini, già presidente dell’Organizzazione internazionale del turismo sociale, ha aperto - oggi pomeriggio a Como, presso l’auditorium del Pontificio Collegio Gallio – la tavola rotonda “Turismo tra accoglienza, cultura e festa della famiglia”. L’ha fatto citando parole di Paolo VI e Giovanni Paolo II che quando esprimono la necessità di gestire responsabilmente i costi, usare con equità le risorse, distribuire le ricchezze e creare solidarietà - si dimostrano attualissime. Tonini ha suggerito una ricetta per la costruzione di un vero turismo di sviluppo: «Socialità, sostenibilità, solidarietà», criteri che si basano su «qualità e collaborazione piuttosto che su quantità e sfruttamento». Guardando all’attuale offerta turistica, Tonini ha rilevato come i pacchetti dei tour operator, pensati come sono per le coppie, preferibilmente giovani e senza figli, male si «attagliano alle richieste della famiglia». Ecco, allora, che cresce l’auto-organizzazione, con internet, per costruire un turismo che per la famiglia si basa su «accoglienza e sobrietà» e vuole essere «occasione per ritrovarsi - ha concluso Tonini -, conoscere, entrare in relazione con altre persone e culture, perché la vacanza non è tempo vuoto o edonisticamente riservato al divertimento, ma tempo libero e liberante». Significativa la testimonianza della famiglia Bongiolatti, titolare di un agriturismo in Valtellina (provincia di Sondrio). «Nell’accogliere - hanno detto - ci preoccupiamo di testimoniare il nostro essere famiglia e la nostra appartenenza a Cristo». La chiusura è stata affidata ai coniugi Chiara e Mauro Magatti, sociologi e docenti universitari. «Il turismo hanno osservato - va declinato sotto tre aspetti: antropologico, perché ci rende più umani; economico, considerata la capacità di muovere persone e capitali; etico, perché c'è una dimensione relazionale che va valorizzata». Dalla riflessione è emersa anche una proposta concreta: «Attraverso la Chiesa creare una rete di parrocchie e famiglie che, aprendosi all’accoglienza, favorisca la mobilità di chi, pur avendo poche risorse materiali, ha diritto a conoscere e ad arricchirsi umanamente dall’incontro con l'alterità». 98 15. Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato - Lodi Paolo CIOCCA Paolo Ciocca nel Comitato fiscale delle Nazioni Unite Il Ministero dell'Economia e delle Finanze comunica che il Capo del Dipartimento per le Politiche Fiscali, Paolo Ciocca, è entrato a far parte del nuovo Comitato di esperti sulla cooperazione internazionale in materia fiscale, dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Si tratta dell'organismo consultivo chiamato a pronunciarsi sulle questioni di politica fiscale e di organizzazione delle amministrazioni fiscali, nonché a esaminare i problemi di riequilibrio connessi alle differenze tra i sistemi fiscali nazionali. Il Comitato, composto di 25 membri, sostituisce il preesistente gruppo ad hoc di esperti e resterà in carica per quattro anni. Ciocca è il primo italiano che entra a fare parte dell'organismo fiscale dell'ONU Sergio MARELLI Biografia Il dott. Sergio Marelli, nato a Como il 22 novembre 1957, laureato in Scienze Agrarie, è da sempre impegnato nel mondo della cooperazione internazionale e delle ONG (Organizzazioni non Governative). Particolarmente rilevante è la sua esperienza quinquennale di Volontario internazionale a Butezi (Burundi) nel progetto “Centro di Sviluppo Sociale di Butezi” in qualità di responsabile dei settori agro – zootecnico e commercializzazione alla quale hanno fatto seguito missioni di valutazione e programmazione in oltre 35 Paesi in via di sviluppo. Dal 1994 è Direttore Generale di Volontari nel mondo – FOCSIV (Federazione di 57 Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) e, dal 2000, riveste la carica di Presidente dell’Associazione delle ONG italiane (Associazione di 163 Ong). È inoltre membro del Coordinamento Nazionale del Forum Permanente Terzo Settore; esperto nominato nell’Osservatorio Associazioni di Promozione Sociale – Presidenza del Consiglio dei Ministri; membro del Consiglio Direttivo del CeSPI, membro del Coordinamento del Focal Point italiano del Programma Volontari delle Nazioni Unite; membro del Board of Directors della CIDSE (Coordinamento delle Agenzie di Sviluppo delle Conferenze Episcopali Europee e Nord Americane); membro della Commissione “Elaborazione di proposte per un codice di condotta internazionale sul diritto all’alimentazione” istituita all’interno del Comitato Nazionale Italiano per il collegamento tra il Governo (Ministero delle Politiche Agricole e Forestali) e la FAO Enrico Maria TACCHI Biografia Nato a Busto Arsizio l’8 dicembre 1951, insegna Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, dove dirige il Laris (Laboratorio di Ricerca e Intervento Sociale). Fa parte degli organismi direttivi di “Scienza e Vita” di Varese e del Consiglio Pastorale Decanale di Busto Arsizio. Titoli Tra le sue pubblicazioni: Ambiente e società. Le prospettive teoriche (a cura di), Roma 2011; La distanza sociale. Milano e i ghetti virtuali, Milano 2010; Sustainability. Development and Environmental Risk (ed.), London 2005. 99 Lorenzo MORELLI PROFILO Titolare dell'insegnamento di Biologia dei Microrganismi presso i Corsi di Laurea Triennali in Scienze Agrarie (sede di Piacenza) e in Scienze e Tecnologie Alimentari (sedi di Piacenza e Cremona) e del modulo "Biotecnologie Microbiche" nel Corso di Laure Magistrale di Scienze e Tecnologie Agrarie. Sintesi È nell’Auditorium del Bipielle Center di Lodi che si sono riunite le delegazioni di congressisti provenienti da molti Paesi del Mondo per assistere a una delle sessioni parallele del Congresso teologico pastorale. L’evento, pensato per approfondire la riflessione proposta dalla Chiesa sui temi del VII Incontro Mondiale delle Famiglie ha interessato diverse città lombarde dal 30 maggio al 1 giugno. «Famiglie rurali: le nuove sfide del lavoro agricolo e la responsabilità per il creato», è il tema a cui è stata dedicata la convention lodigiana. Il professor Lorenzo Morelli, presidente della facoltà di agraria presso l’Università Cattolica di Piacenza, ha coordinato una tavola rotonda in cui si sono alternati gli interventi di Paolo Ciocca, segretario generale Ifad, Sergio Marelli, segretario generale Focsiv e Enrico Maria Tacchi, docente di sociologia urbana all’Università Cattolica di Brescia. Le relazioni, sono state suddivise in tre fasi corrispondenti ad altrettante tipologie economiche di cui si è cercato di mettere in luce i punti di forza e debolezza: economia agricola, economia in trasformazione e economia urbanizzata. «I problemi che affliggono i paesi rurali sono numerosi e spaziano dalla mancanza di sicurezza alimentare, all’inadeguatezza delle infrastrutture, alla scarsità di risorse idriche, ai conflitti», questi, secondo Ciocca, i presupposti su cui basare una prima analisi. «La priorità di intervento va alla tutela e promozione della piccola proprietà agricola: l’economia infatti si può rilanciare solo partendo dal basso, facilitando, ad esempio, l’accesso a mercati non solo locali e garantendo la disponibilità di microcredito e credito rurale». La complessità della situazione economica dei Paesi in via di sviluppo è stata invece presa in esame dal professor Tacchi, che ha posto l’accento su fenomeni quali l’industrializzazione e globalizzazione, veri e propri cancri per il settore agricolo: «Nelle economie in trasformazione la famiglia cessa di essere unità di produzione e di consumo, gli spazi e i tempi dedicati alle relazioni si riducono e l’uomo sviluppa un’attitudine a contabilizzare e mercificare ogni cosa, illudendosi di avere il pieno controllo della natura e dunque di potersi sostituire a Dio». Situazioni simili si riscontrano anche nelle economie dei paesi sviluppati il cui reddito è ormai quasi esclusivamente basato sulla produzione industriale e terziaria. È proprio in queste aree che nasce, secondo i relatori, la consapevolezza della necessità di una conciliazione tra sviluppo e compatibilità economica, nonostante la strada da percorrere sia ancora lunga. «Alla luce di quanto detto, dove possiamo allora trovare degli elementi di rassicurazione e speranza per il futuro?» È Sergio Marelli a rispondere alla questione sollevata dal professor Morelli nelle battute conclusive del convegno: «Sono due le strategie da perseguire se vogliamo sostenere uno sviluppo economico equo e rispettoso del mondo agricolo: preoccuparci da subito delle diseguaglianze economiche a livello mondiale e rimettere la famiglia al centro di qualsiasi politica sociale». 100 16. Il lavoro nella società urbana e la famiglia - Milano Gian Carlo BLANGIARDO Biografia Nato ad Arona nel 1948 è professore di Demografia e Direttore del Dipartimento di Statistica nell’Università di Milano-Bicocca. E’ membro del Comitato per il Progetto Culturale C.E.I., del Gruppo Esperti di Demografia della Commissione Europea, del CTS (Comitato Tecnico Scientifico) dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia, del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica, della Fondazione ISMU e della Regione Lombardia. E’ impegnato in Commissioni e gruppi di lavoro in ambito ministeriale e regionale su temi di carattere socio-demografico. Titoli Collabora con i quotidiani “Avvenire”, “L’Eco di Bergamo” “Il Sole 24 ore”. Abstract Nelle società del nostro tempo il valore della famiglia trova un riconoscimento indiscusso e universale. Essa risulta, nelle dichiarazioni di principio, persino più importante del lavoro, ma alla prova dei fatti è costretta a cedere terreno nelle grandi scelte del ciclo di vita -come quella di sposarsi o far nascere un figlio- quasi sempre filtrate da valutazioni di ordine economico e lavorativo. Oggi un/una giovane, mentre è determinato nel prospettare un suo ingresso nel mondo del lavoro, è generalmente meno sicuro di un suo coinvolgimento nel ruolo – per quanto tuttora idealizzato- di coniuge e di genitore. La verità è che i progetti di formazione e di sviluppo delle famiglie si scontrano con una realtà sociale che ha fortemente bisogno di capitale umano, ma fa ben poco per sostenere la “fabbrica” in cui tale capitale viene prodotto e formato. Ciò è ancor più evidente in ambito urbano: la città offre lavoro, ma allontana la famiglia che fornisce i lavoratori e, non a caso, è destinata a perdere popolazione e a doverne gestire i problematici processi di invecchiamento. Recuperare la centralità delle famiglie sembra dunque l’unica strategia per restituire alle società urbane quella vitalità demografica da cui non può prescindere ogni progetto di sviluppo, doverosamente rispettoso del ruolo e del valore dell’uomo. Thomas HONG-SOON HAN Biografia Ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, è nato il 17 agosto 1943. È sposato ed ha tre figli. Laureato in Economia presso l’Università Nazionale (Seoul, 1965), si è specializzato in Scienze Sociali (Economia) presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma, 1971). È Dottore honoris causa in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica Fu Jen di Taiwan. È stato: Docente in Economia presso l’Università Hankuk per gli Studi Esteri (HUFS) a Seoul (1972-2008); Membro del Pontificio Consiglio per i Laici (1984-2010); Uditore dei Sinodi dei Vescovi (1987,1998, 2008); Delegato della Santa Sede alla 47a Sessione delle Nazioni Unite presso la Commissione economica e sociale per l’Asia ed il Pacifico (1991); Decano del Collegio di Economia e Commercio della HUFS (1991-1993); Decano presso la Scuola dei Laureati del Commercio Internazionale della HUFS (1993-1995); Direttore dell’Istituto per gli Studi dell’Unione Europea presso la HUFS (1996-1997); Delegato della Santa Sede alla 2a Conferenza Ministeriale della Comunità delle Democrazie (2002); Decano della Scuola dei Laureati della HUFS (2002-2004); Delegato della Santa Sede alla 42a Sessione dell’Organizzazione Consultiva e Legale per l’Asia e l’Africa (2003); Presidente del Consiglio dell’Apostolato dei Laici di Corea (2006-2010); Membro del Collegio Internazionale dei Revisori della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede (2008-2010). Abstract L’urbanizzazione e la globalizzazione stanno portando alla trasformazione radicale della struttura del lavoro e al contempo alla trasformazione della fisionomia della famiglia nella società urbana. La femminilizzazione 101 della forza lavoro, in combinazione con l’informalizzazione del lavoro, rendono le donne più autonome. I ruoli e le relazioni tra i sessi subiscono un notevole cambiamento e così anche il concetto di matrimonio. I casi di divorzio aumentano come anche le famiglie con a capo la donna. La dimensione della famiglia si riduce e la fertilità scende. La famiglia estesa si disintegra e pertanto la rete di sicurezza parentale si allenta. D’altro lato gli uomini si sentono in declino. I bambini vengono sfruttati nel lavoro. Tutto ciò richiede che la società intervenga con politiche adeguate a favore della promozione della famiglia. Anche la famiglia stessa deve coinvolgersi per proteggere se stessa attraverso la partecipazione più attiva alla politica familiare. La famiglia sana è la condizione necessaria per la felicità dell’essere umano e conduce allo sviluppo umano come forza dinamica. Paul DEMBINSKI Biografia Università di Friburgo, Svizzera Docente all'Università di Friburgo, Paul Dembinski è inoltre Direttore dell'Observatoire de la Finance di Ginevra. Insegna altresì alla Cardinal Wyszynski University di Varsavia. Esperto di organizzazioni internazionali, è autore di diverse pubblicazioni sui temi dell'internazionalizzazione delle imprese, la competitività, l'etica e la finanza. Dembinski è fondatore ed editore della rivista bilingue Finance & the Common Good/Bien Commun. Aldo BONOMI Biografia Aldo Bonomi (Sondrio, 1950) è direttore dell’Istituto di ricerca Aaster e consulente del Cnel. Fa inoltre parte dell’organismo internazionale di studiosi e imprenditori noto come "gruppo di Lisbona". La sua analisi sulle trasformazioni sociali in atto è concentrata in due volumi recenti: Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene e Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia . Quest’ultimo, uscito nell’autunno del 1997, è stato per qualche settimana nella classifica dei primi dieci libri di saggistica. Sintesi L’importanza della “centralità delle famiglie nelle “società urbane” Nel pomeriggio Gian Carlo Blangiardo, demografo, Hong-Soon Han, ambasciatore di Corea presso la Santa Sede e suor Alessandra Smerilli, economista hanno messo a fuoco il rapporto e il ruolo della famiglia nella città. “Nelle società del nostro tempo il valore della famiglia trova un riconoscimento indiscusso e universale”. Lo ha dimostrato con i dati di alcune indagini Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia e direttore del Dipartimento di statistica dell’Università di Milano-Bicocca, intervenuto in un’altra delle sessioni di lavoro del pomeriggio. Il docente ha sostenuto che la famiglia, “alla prova dei fatti, è costretta a cedere terreno nelle grandi scelte del ciclo di vita - come quella di sposarsi o far nascere un figlio - quasi sempre filtrate da valutazioni di ordine economico e lavorativo”. “La verità - ha aggiunto - è che i progetti di formazione e di viluppo delle famiglie si scontrano con una realtà sociale che ha fortemente bisogno di capitale umano, ma fa ben poco per sostenere la ‘fabbrica’ in cui tale capitale viene prodotto e formato”. Recuperare la “centralità della famiglia” è ormai, dunque, “l’unica strategia per restituire alle società urbane quella vitalità 102 demografica da cui non può prescindere ogni progetto di sviluppo, doverosamente rispettoso del ruolo e del valore dell’uomo”. Famiglia in trasformazione. Per l’ambasciatore di Corea presso la Santa Sede, Thomas Hong- Soon Han, è necessario che “la società intervenga con politiche adeguate a favore della promozione della famiglia” e “anche la famiglia stessa deve coinvolgersi per proteggere se stessa attraverso la partecipazione più attiva alla politica familiare”. Questo perché “l’urbanizzazione e la globalizzazione stanno portando alla trasformazione radicale della struttura del lavoro e, al contempo, alla trasformazione della fisionomia della famiglia nella società urbana”. Il diplomatico ha notato che “la femminilizzazione della forza lavoro, in combinazione con l’informatizzazione del lavoro, rendono le donne più autonome” e “i ruoli e le relazioni tra i sessi subiscono un notevole cambiamento e così anche il concetto di matrimonio: i casi di divorzio aumentano”. “Riportare il femminile nei luoghi di lavoro”. L’economista suor Alessandra Smerilli ha notato, infine, che “l’economia moderna ha espulso la gratuità e si è sviluppata l’idea che il contratto è un buon sostituto del dono” e che “riportare il femminile nei luoghi di lavoro li renderebbe più umani”. Dagli studi emerge infatti “come in media le donne sono più avverse al rischio, abilità fondamentale per evitare i fallimenti” e si è visto “che esse sono più abili nel cooperare in gruppo per risolvere i problemi”. 103 17. Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf - Milano Relatori Armando MONTEMARANO Biografia Nato a Roma nel 1950, avvocato, è presidente dell’Associazione Italiana di Diritto Sociale. Docente nella Scuola Superiore di Amministrazione Pubblica e degli Enti Locali Ceida, è autore di numerose pubblicazioni. È membro del consiglio di amministrazione del Fondo Edifici di Culto presso il Ministero dell'Interno. Titoli Tra i suoi libri: Princìpi generali di diritto sociale; Diritto penale del lavoro; I diritti sindacali; Diritto familiare del lavoro; Diritti dell’uomo e proposta cristiana. Abstract Il lavoro familiare subordinato è caratterizzato dalla convivenza del lavoratore con una famiglia diversa dalla propria famiglia naturale. Lo sviluppo industriale e urbanistico, insieme all'accesso delle donne a compiti extracasalinghi, ha fatto emergere, soprattutto nei Paesi ricchi, un tipo di lavoro domestico volto in particolare alla cura dei familiari giovani, anziani o malati. Di fronte all'incapacità degli Stati di sovvenire integralmente con servizi sociali alle necessità di cura di questi familiari, cui un tempo faceva fronte essenzialmente la donna nel ruolo esclusivo di sposa e madre, si è andato affermando sempre più il ricorso alla collaborazione nella famiglia di persone non consanguinee, chiamate a provvedere alla cura di familiari non propri. Persone spesso provenienti da Paesi economicamente meno fortunati, che danno vita ad imponenti fenomeni migratori, costituiti in gran parte da manodopera femminile. Questi fenomeni si prestano a diverse considerazioni: - quale sia il sistema preferibile di relazione tra Stato e famiglia relativamente alla cura delle persone: argomento particolare del più generale problema del modello di stato sociale più adatto a sostenere la famiglia nei Paesi ad economia avanzata; - quale sia il giusto trattamento normativo e retributivo da corrispondere a chi lavora nella famiglia, in quanto la povertà nei Paesi d'origine, da cui costoro fuggono, e le loro difficoltà giuridiche e sociali nel far valere i propri diritti nei Paesi di accoglienza pongono le premesse per lo sfruttamento di questi lavoratori; - per la famiglia cristiana aumenta la difficoltà, ma si offre anche l'opportunità, di essere pienamente «Chiesa domestica», poiché la convivenza istituisce una famiglia anagrafica in cui devono ridursi a sintesi spesso differenti inculturazioni evangeliche e talora anche fedi, ideologie e stili di vita difficilmente compatibili. Domitila CATARI TORRES Abstract Domitila Catari Torres, boliviana, dalla sua importante e significativa esperienza sindacale, ci parlerà del lavoro domestico ispirata dal proprio vissuto e dall’attuale realtà del mondo latinoamericano, in particolare della Bolivia. Mostrerà quali sono le figure di riferimento che collaborano ed operano a supporto della famiglia, assistenti familiari o colf consolidate negli anni, o di nuova generazione, ufficialmente riconosciute, illustrandoci il valore e concetto della famiglia in Bolivia e come venga abitualmente conciliato il rapporto Famiglia-Lavoro. Innocenza GREGIS Biografia Suor Innocenza Gregis, brasiliana, offre il proprio servizio presso l’Istituto delle Religiose di Maria Immacolata che opera a livello internazionale a favore delle giovani e delle donne bisognose. Abstract Suor Innocenza racconterà, con gli occhi di una Religiosa, appunto, l’impegno della Chiesa a favore delle donne nel lavoro di collaborazione alla famiglia. Attraverso la sua preziosa 104 esperienza offre una testimonianza dell’impegno religioso nell’accoglienza e nella promozione di una società migliore. Nina KALUSKA Abstract Nina Kaluska, ucraina, attraverso la sua storia racconterà le difficoltà legate al distacco dalla propria famiglia, dal proprio paese entrando a far parte di un diverso contesto familiare e sociale, attraverso il lavoro domestico. Per noi Cristiani è importante il legame tra lavoro e festa intesa, oltre che come riposo, come dimensione religiosa. La Signora Kaluska ci aiuterà a comprendere come venga vissuto nel contesto familiare il rapporto di fede, anche nelle diverse confessioni. Antonia PAOLUZZI Biografia Nata Penna in Teverina, (Terni) nel 1954, risiede in Labico (RM). Con qualifica di Tecnico dei Servizi Sociali, opera da oltre 25 anni nel settore dei servizi alla persona nella città di Roma. Dal 1996 sono presidente della cooperativa Famiglie- Anziani- Infanzia F.A.I. società cooperativa sociale, Ente gestore accreditato per il Comune di Roma nei servizi alla persona; dal 2011 Presidente Nazionale Api-Colf Associazione Professionale Collaboratori Familiari, presso la quale sono membro del Consiglio Nazionale dal 1999. Impegnata nel settore sociale, ha sempre seguito con interesse ogni occasione di incontro formativo e culturale, partecipando attivamente a convegni seminari e conferenze. Ha preso parte come relatore al Convegno residenziale “ Servizi per la III età: esperienze a confronto” organizzato dalla Cooperativa Sociale FAI, alla Giornata Nazionale API – Colf ha parlato sul tema “ Le nuove sfide per qualificare i collaboratori familiari”, mentre al seminario transazionale ha relazionato all’incontro “Analisi dello stato dell’arte relativamente alla condizione dei lavoratori senior con bassa qualifica e bassa scolarizzazione nei diversi paesi”. Sintesi Tavola rotonda – Comunicazioni giovedì 31 maggio 2012 Figure di collaborazione alla famiglia: assistenti familiari, colf- Milano Comunicazione avv. Armando Montemarano Testimonianze : Domitila CATARI TORRES (Bolivia; L’esperienza delle diverse Nazioni mostra un panorama assai diversificato con cui le esigenze della famiglia e del lavoro s’intrecciano. In questo contesto raccogliamo testimonianze preziose per l’arricchimento del nostro patrimonio culturale. In tal senso chiediamo che, della Sua importante e significativa esperienza Sindacale, ci racconti il lavoro domestico a partire dal Vostro vissuto e realtà attuali: 1) Nel mondo Latino/americano ed in particolare in Bolivia, quali sono le figure di riferimento che collaborano ed operano a supporto della famiglia, assistenti familiari / colf…, consolidate negli anni, o di nuova generazione, ufficialmente riconosciute. 2) Rispetto al mondo occidentale, come e per cosa si caratterizza in Bolivia la vita familiare, qual’ è il concetto di famiglia; Come viene abitualmente conciliato il rapporto Famiglia- Lavoro. Sr Innocenza GREGIS (Brasile); “Il Lavoro di cura nella famiglia è l’occasione per accogliere nella Chiesa domestica, dalle culture spesso diverse della colf e dei familiari, tutto ciò che esprime la ricchezza evangelica”. 1) Il suo Istituto Religioso opera a livello internazionale a sostegno delle giovani…, quale esperienza/testimonianza ritiene significativa nell’ambito del Vostro impegno religioso; come si traduce concretamente il Vostro operare nell’accoglienza. 105 2) “Poiché soprattutto la donna, deve fare la spola affannosa tra casa e lavoro, lavoro produttivo e lavoro casalingo”, ci racconti con gli occhi di una Religiosa l’impegno della Chiesa a favore delle donne nel lavoro di collaborazione alla famiglia. Nina KALUSKA (Ucraina) I fenomeni migratori che caratterizzano il nostro tempo, dimostrano che la famiglia della colf risiede spesso a migliaia chilometri di distanza: 1) Come si vive il distacco dalla propria famiglia e dal proprio paese entrando, attraverso il lavoro domestico, a far parte di un diverso contesto familiare e sociale. 2) Per noi Cristiani è importante il legame tra il lavoro e la festa intesa, oltre che come riposo, come dimensione religiosa. Come vive nella sua esperienza di lavoro, o come crede venga vissuto nel contesto familiare il rapporto di fede, anche nelle diverse confessioni. 106 18. Famiglia, lavoro e mondo della disabilità - Bosisio Parini S. E. Mons Franco Giulio BRAMBILLA Abstract Il tema non si riduce solo alla parabola della nascita, crescita e vita adulta della persona disabile nella vita familiare. Deve mettersi in relazione con le altre presenze sociali che stanno accanto alla famiglia: la comunità cristiana, la scuola e il mondo del lavoro, la società e le strutture socioassistenziali. Ancora di più occorre che la famiglia con la persona disabile (bimbo, adolescente, giovane adulto, anziano) stia in profonda relazione con altre famiglie con figli cosiddetti normali. L’esperienza di tanti anni di movimento di famiglie con figli/adulti disabili insieme con famiglie di figli normodotati, racconta che tutto questo è un grande patrimonio di umanità per tutti, per gli uni e per gli altri. Anzi è un “piccolo laboratorio” di vita cristiana ed ecclesiale e persino di vita civile e sociale. Il tema è svolto in due momenti. La sfida della “seconda” generazione nell’età evolutiva pone la seguente domanda: come affrontare i primi passi dell’evento traumatico e drammatico della nascita di un vita martoriata, offesa, ferita nel corpo e nello spirito? “Traumatico” perché s’abbatte su una vita di coppia, sul suo sogno, sul suo progetto, mutandone totalmente la direzione e sottoponendola a un cammino non solo di profonda riprogettazione della vita quotidiana e dell’orizzonte di senso, ma a una “ridefinizione” del rapporto di coppia. “Drammatico” perche rimette in gioco le relazioni familiari e i ruoli genitoriali, oppure li sconvolge, li scompiglia fino agli esiti più estremi del rifiuto e dell’abbandono. Il secondo momento svolge il tema della disabilità nella vita adulta che passa per la cruna dell’ago della sua crisi più forte. Occorre osservare i fenomeni che avvengono nell’età adulta del disabile, come si trasformano e quali problemi nuovi pongono alla famiglia con la presenza di una disabilità che ha ormai ha raggiunto la maggiore età, ma resta in maniera più o meno grave non autonoma, sia sotto il profilo fisico che psichico e relazionale. Quali problemi nuovi insorgono? La seconda parte dell’intervento si dedica a delineare alcune “pratiche” di integrazione per questa stagione dell’esistenza, nel concorso di famiglia, comunità cristiana e forme sociali di impiego. Santino STILLITANO Biografia Campione europeo di Ice sledge Hockey Abstract "Prima che campione mondiale io mi sento persona, in modo “diverso” forse rispetto a molti di voi e di chi incontro nella mia vita, ma pienamente persona e in quanto tale capace di ricevere e di donare Amore, di vivere e di dare un senso pieno alla mia vita, alle sue vittorie e alle sue sconfitte". Valentina BONAFEDE Biografia Nata a Erba (CO) il 29 dicembre 1974, laureata in Scienze dell’Educazione all'Università Cattolica di Milano nel 2002, opera presso OVCI la Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale). Si interessa alle tematiche dei diritti dei bambini, della valorizzazione dell’interculturalità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche, culturali e linguistiche. Dal 2004 è consacrata nell’Istituto secolare Piccole Apostole della Carità di don Luigi Monza. 107 Abu John WANI Biografia Abu John Wani Loro Omer è nato nel 1962. Appartiene alla Tribù di Bari, una delle più grandi tribù della Regione dell’Equatoria, nel Sud Sudan. Sposato con Sabina ha sei figli. Insegnante di arabo nella scuola elementare della Diocesi è accolito dal 1995, prepara i catecumeni, insegna catechismo ed è attivo all'interno dell'Arcidiocesi di Juba. Abstract OVCI-La Nostra Famiglia (Usratuna) è una ONG italiana fondata per implementare programmi di promozione umana, sociale, di salute e tecnica per i cittadini di paesi in via di sviluppo, sostenendo la loro istruzione e autosufficienza, concentrandosi in particolar modo su bambini disabili e i loro genitori. In collaborazione con l’Associazione italiana La Nostra Famiglia, OVCI-La Nostra Famiglia può offrire un alto livello del servizio di riabilitazione, un’istruzione qualificata e un sostegno costante alla famiglia. OVCI-La Nostra Famiglia è presente a Juba dal 1983 con un progetto chiamato “Centro di Riabilitazione per Bambini Disabili”, con un reparto di fisioterapia, logopedia e servizi di terapia occupazionale. C’è anche un asilo per bambini disabili per dar loro le competenze di base per affrontare meglio la scuola elementare. Usratuna “Centro di Cure Primarie” garantisce un servizio sanitario di base, un programma specializzato per “Cure per Madre & Figlio” e un servizio particolare per la diagnosi e il trattamento dell’epilessia, l’unico in tutto il paese. Luciano MOIA caporedattore presso Avvenire Sintesi Famiglia, lavoro e mondo della disabilità: noi ci siamo! 600 partecipanti e 90 famiglie da tutta Italia, Brasile, Ecuador e Sud Sudan: riflessioni e festa al VII Incontro Mondiale delle Famiglie nella sua tappa di Bosisio Parini. “La famiglia con un figlio disabile è un laboratorio di vita cristiana ed ecclesiale e di vita civile e sociale”: queste le parole di Mons. Franco Giulio Brambilla all’incontro “Famiglia, lavoro e mondo della disabilità”, che si è tenuto oggi presso la sede de La Nostra Famiglia di Bosisio Parini nell’ambito del VII Incontro Mondiale delle Famiglie. All’incontro erano presenti 600 partecipanti e 90 famiglie provenienti da tutta Italia, Brasile, Ecuador e Sud Sudan: ad organizzare ed animare il tutto 60 volontari, aiutati da 60 studenti de La Nostra Famiglia di Bosisio. La presidente de La Nostra Famiglia Alda Pellegri, insieme col moderatore Luciano Moia, giornalista di Avvenire, hanno aperto i lavori: “Trovo straordinariamente efficace una frase dell'arcivescovo di Campobasso G.Maria Bregantini – afferma Luciano Moia – che ci esorta a fare delle ferite della vita delle feritoie di speranza, dalle quali è possibile scorgere prospettive diverse, dimensioni di cui non si sospettava l'esistenza, piani che si ricompongono in un quadro di rinnovata armonia”. Jean Vanier, carismatico fondatore di due importanti organizzazioni internazionali basate sulla comunità "L'Arca" e "Fede e Luce" - dedicate alle persone con disabilità, in una videointervista ricorda che “Nel 1960, quando ho iniziato, ero inorridito da quello che avevo visto negli istituti, negli ospedali psichiatrici, dove le 108 persone con disabilità erano semplicemente “piazzate”. Da qualche parte, nel profondo del mio cuore, ho iniziato a pensare che stessero chiedendo giustizia, perché ogni persona, per quanto grave sia il suo handicap, ha qualcosa da offrire a questo mondo. Vedete, le persone con disabilità mostrano, svelano la vulnerabilità del nostro corpo, del nostro essere: siamo fragili, per cui dobbiamo imparare a riconoscere i nostri doni, ma anche ad accettare la nostra vulnerabilità”. Mons. Franco Giulio Brambilla, grande amico de La Nostra Famiglia, ha sottolineato che l’esperienza di tanti anni di movimento di famiglie con figli disabili insieme con famiglie con figli normodotati è un patrimonio di umanità per tutti: “Ho visto storie tragiche che mi hanno fatto piangere, ma ho visto storie stupende e struggenti di fronte alle quali – l’ho detto il giorno della mia ordinazione episcopale – mi vergogno di essere un prete mediocre”. Nella comunità cristiana non si può essere veramente uomini senza i deboli, senza i poveri, senza i piccoli. La sfida dell’età evolutiva ci interroga su come affrontare i primi passi dell’evento traumatico e drammatico della nascita di un vita ferita nel corpo e nello spirito, mentre la disabilità nella vita adulta passa per la cruna dell’ago della sua crisi più forte, con nuovi problemi: “L’età adulta del disabile può diventare l’età dimenticata anche dalla comunità cristiana. Dobbiamo tornare in prima linea – conclude il Vescovo di Novara - e dire a questa società che noi ci siamo! Ci siamo per cambiare il mondo o, almeno, il nostro modo di vivere nello spazio della relazione familiare, della maniera di abitare il mondo e di umanizzare il tempo”. E’ stata quindi la volta di Santino Stillitano, portiere della Nazionale di ice sledge hockey affetto da agenesia della gamba destra: “Qualcuno ci chiama campioni della vita: per noi i limiti fisici non sono impedimento a esprimerci come persone. E di questa condizione ringrazio il Signore e chi mi sta vicino e mi aiuta a vivere felice”. “Il dolore, il limite sono un grande mistero: un assurdo per la natura umana che aspira alla gioia, ma trampolino di lancio verso la maturazione di sé a livelli alti”: queste le parole di Valentina Bonafede, consacrata secolare con disabilità fisica. Valentina ritiene la sua una condizione esistenziale positiva, che non ha impedito la pienezza della sua vita, tanto che oggi opera presso OVCI la Nostra Famiglia e si interessa dei diritti dei bambini, della valorizzazione dell’interculturalità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche, culturali e linguistiche. Ha chiuso i lavori Abu John Wani Loro Omer, insegnante di arabo nella scuola elementare della Diocesi di Juba, che per questa occasione è uscito per la prima volta dal suo Paese. John Wani ha spiegato cosa vuol dire combattere una mentalità che vede la disabilità come una vergogna e ha illustrato il lavoro di OVCI nel Sud Sudan. In questo Paese le cause più frequenti di disabilità provengono da 30 anni di guerra e sono le mine anti-uomo, la scarsa capacità immunitaria, un sistema sanitario inadeguato e la povertà diffusa. “La disabilità – sottolinea John Wani – è ancora qualcosa da nascondere all’interno delle mura domestiche”. In questo contesto opera OVCI La Nostra Famiglia, presente a Juba dal 1983 con un reparto di fisioterapia, logopedia, servizi di terapia occupazionale, un asilo per bambini disabili e un servizio per il trattamento dell’epilessia, l’unico in tutto il Paese. E’ stato quindi il momento della festa, con le esibizioni del coro “Manos Blancas” del Friuli Venezia Giulia: il nome si riferisce ai guantini bianchi indossati dagli artisti in erba, tutti bimbi sordomuti, che hanno cantato con il linguaggio dei segni integrandosi con il coro “Pi.Al.Ca.” di Tabiago (LC). Gli 80 bambini sul palco hanno commosso ed entusiasmato tutti. Ora grande attesa per l’incontro di Papa Benedetto XVI con le famiglie e la Festa delle Testimonianze, che si terrà la sera del 2 giugno, al quale sono stati invitati Maria Pia e Roberto Zanchini, delegati per i gruppi di spiritualità familiare “La Nostra Famiglia – una famiglia di famiglie”. Seguirà il 3 giugno la Santa Messa solenne presieduta da Benedetto XVI a Milano Parco Nord: da La Nostra Famiglia di Bosisio Parini e Castiglione Olona partiranno 6 pullman, per un totale di 300 persone. 109 VENERDI’ 1 GIUGNO 19. L'Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore - S. Ambrogio Enzo BIANCHI Biografia Nato a Castel Boglione (AT) in Monferrato il 3 marzo 1943, dopo gli studi alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, alla fine del 1965 si è recato a Bose, una frazione abbandonata del Comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, ha scritto la regola della comunità. È a tutt’oggi priore della comunità la quale conta ormai un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (BR) e Assisi (PG). Nel 1983 ha fondato la casa editrice Edizioni Qiqajon che pubblica testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. Nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in “Storia della Chiesa”. Nell’agosto 2003 ha fatto parte della delegazione inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca per portare al Patriarca Alessio II l’icona della Madre di Dio di Kazań. Nell’ottobre 2008 ha partecipato al Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio come “esperto”. Abstract Liturgia eucaristica, giorno del Signore, comunità cristiana radunata: queste tre realtà in dialogo tra loro costituiscono la manifestazione per eccellenza della chiesa di Dio. In un mondo spesso segnato da divisioni e rivalità, i cristiani compiono settimanalmente un gesto forte e profetico: si ritrovano nello stesso giorno e nello stesso luogo per riconoscersi fratelli e sorelle, appartenenti a uno stesso corpo, il corpo di Cristo, e per celebrare insieme la loro fede. Al cuore di questi elementi che fondano la “differenza cristiana” si inserisce la famiglia, cellula primordiale della comunità cristiana, che nel giorno di domenica è convocata da Dio per vivere con consapevolezza l’eucaristia. Nel rendere grazie al Signore insieme a tutta la comunità ogni famiglia può riscoprire la sua verità di comunione e trovare la forza per affrontare le sfide che giorno dopo giorno la attendono. Il grande dono che dall’assemblea eucaristica si riverbera sulla famiglia è quello di una vita piena e gioiosa. Ecco perché ogni domenica dovrebbe essere vissuta, nella famiglia e tra le famiglie, come un’occasione di incontro e condivisione, come tempo per rinsaldare quelle relazioni d’amore che costituiscono il vero senso dell’esistenza cristiana. coniugi SZNYTER Biografia Abbiamo entrambi 39 anni. Abbiamo ricevuto il sacramento del matrimonio nel 1997. Viviamo a Ostroleka. Abbiamo quattro figli: Bartek (12 anni), Julia (10), Simon (7) e Milena (4). Entrambi lavoriamo. Jola è un’educatrice speciale e logopedista. Lavora con bambini che hanno problemi di apprendimento. Rafal è un ingegnere e lavora in una centrale elettrica. Dal 1998 abbiamo iniziato una crescita spirituale nella comunità della Domestic Church (il ramo della famiglia del Movimento Light-Life). Grazie al carisma di questo movimento entriamo in una comunione sempre più profonda con Dio; come coppia stiamo diventando sempre più una sola entità, e come famiglia cerchiamo costantemente di adempiere alla nostra relazione con amore. 110 coniugi SANCHEZ Biografia Marlene Cristina García e Fabio Sánchez Corredor abitano a Bogotà, sono sposati e hanno due figli. Marlene è professionista in Commercio Internazionale e con Fabio guida e coordina gli Incontri di Rinnovamento Matrimoniale, le missioni, una scuola per genitori, laboratori e interventi nelle riunioni per coppie, incontri pre.matrimoniali e coordinano il Congresso regionale sul Matrimonio. Abstract Quando abbiamo iniziato la nostra relazione da fidanzati nel maggio del 1981, desiderando conoscerci e condividere spazi e tempi, ci siamo resi conto che entrambi professavamo la stesa fede cattolica. Da quel momento l’Eucarestia è stata parte integrante delle nostre attività domenicali, nelle quali entrambi cercavamo l'incontro personale con Cristo e allo stesso tempo gli chiedevamo di sapere se la sua volontà era che formassimo una famiglia. Dopo cinque anni di fidanzamento abbiamo deciso che era arrivato il momento di sposarci, molti ci consigliarono di andare a convivere o al massimo di sposarci civilmente, però noi sapevamo che l’unico modo di unire le nostre vite era grazie al sacramento del Matrimonio e così il 12 dicembre 1986 abbiamo felicemente realizzato un sogno con la benedizione di Dio. A partire da quel momento entrambi abbiamo iniziato a lottare per rafforzarci come coppia, sia professionalmente che economicamente. L’Eucarestia continuava ad essere parte delle nostre attività domenicali ma assistevamo alla Messa più per tradizione che per convinzione. L’arrivo del nostro primo figlio ha significato grandi decisioni, una delle quali era se Marlén avesse dovuto continuare a lavorare o se fosse stata a casa per prendersi cura del nostro bambino. Dopo un lungo periodo di dibattito abbiamo deciso che Marlén sarebbe rimasta a casa assumendomi io il mantenimento economico della famiglia. E' stata una delle decisioni più sagge che abbiamo preso anche se ha portato con sé una serie di inconvenienti: Volevamo mantenere il nostro standard di vita e le lunghe giornate di lavoro iniziavano ad allontanarci come coppia, non parlavamo più e il tempo che passavamo insieme era condiviso con le nostre famiglie di origine. Ci stavamo dimenticando di noi due. Quando abbiamo avuto il nostro secondo figlio, alcuni amici di Marlen ci sono venuti a far visita e ci hanno invitato a un Incontro di Rinnovazione Matrimoniale. Abbiamo accettato, ma non eravamo particolarmente ben disposto. A partire da quel momento, però, il Signore ha iniziato a mettere accanto a noi persone, coppie di sposi, sacerdoti che hanno risvegliato in noi l’interesse per conoscere il piano di Dio per l’uomo e la donna. Siamo stati chiamati a servire e da lì abbiamo iniziato un cammino di evangelizzazione insieme a molti fratelli nella fede. L’Eucarestia, i gruppi di preghiera, l’ascolto di coppie sono stati l’ambiente dove i nostri figli sono cresciuti e dove con molto amore gli mostriamo il meraviglioso amore di Dio come pure, crescendo come coppia, il dono meraviglioso di essere genitori. A partire dal momento dell’Incontro di Rinnovazione Matrimoniale, l’Eucarestia ha smesso di essere una semplice attività domenicale convertendosi in un’esperienza vivificante, dove la nostra Santa Madre Chiesa ci mostra l’amore di nostro Padre Dio per l’umanità, la vita, la passione e la morte di Gesù Cristo, come nostro unico Salvatore e il Cammino per arrivare al Padre e l’amore dello Spirito Santo che rinnova e vivifica chi lo riceve. L’Eucarestia è la comunione con Cristo che si offre come alimento con il suo corpo e il suo sangue che nutre la nostra vita personale, di coppia e di famiglia. Oggi giorno noi ci sentiamo chiamati da Cristo, come Lui aveva chiamato i suoi discepoli a condividere il suo disegno e a insegnarci la scrittura e a proclamare alle famiglie la Buona Notizia dell’Amore Coniugale. Per noi l’Eucarestia è un miracolo di amore, di donazione e di comunione con la Chiesa, Corpo di Cristo, che orienta illumina e santifica. Quando partecipiamo all’Eucarestia sperimentiamo l’alleanza che Dio Padre ha voluto stabilire con il suo popolo, questa Alleanza ci ricorda il giorno del nostro matrimonio in cui ci siamo promessi di strare insieme per tutta la vita e ci permette di vivere la nostra relazione di coppia come un rapporto di comunione, di esclusività e di donazione completa. coniugi AGAGLIATI Biografia 111 Ci siamo conosciuti nel 1976, quando Anna aveva 16 anni, Giorgio 18. Eravamo impegnati in due parrocchie vicine, e un’attività comune ci ha fatti incontrare. Da quel momento abbiamo proseguito insieme anche l’impegno, operando nella stessa comunità (quella di Giorgio): Anna ha fondato e guidato per molti anni un gruppo di animazione per ragazzi handicappati ed è stata catechista del ciclo dell’iniziazione; Giorgio si è sempre occupato di pastorale giovanile e animazione. Ci siamo sposati il 9 aprile 1983. Nel 1992 è nata la nostra prima figlia, Irene, nel 1996 il secondo figlio, Paolo, proprio quando Giorgio iniziava la Scuola di formazione al Diaconato Permanente. Il 18 novembre 2001 Giorgio è stato ordinato Diacono dall’allora Arcivescovo di Torino, Card. Severino Poletto. Fino al 2007 ha servito nella parrocchia di residenza (San Vincenzo de’ Paoli in Torino), ed è poi stato trasferito nella parrocchia Madonna della Divina Provvidenza (Torino), dove è responsabile della pastorale giovanile e dell’Oratorio. E’ anche membro dell’équipe del Servizio Diocesano per il Catecumenato. Fa parte come membro eletto dell’organismo di coordinamento che coadiuva il Delegato Arcivescovile per il Diaconato della Diocesi di Torino. E’ membro del Consiglio direttivo nazionale dell’Associazione Comunità del Diaconato in Italia e della Redazione della rivista “Il diaconato in Italia”. Anna ha operato nella Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli della parrocchia d’origine fino al 2011, quando è divenuta catechista per la preparazione degli adulti alla Cresima nella parrocchia dove opera Giorgio. Abstract Nella nostra storia di coppia e di famiglia un profondo cambiamento anche nel vivere il giorno del Signore interviene con l’ordinazione di Giorgio a diacono permanente. Eravamo da sempre una coppia e poi una famiglia che “santificava la festa”. Con il diaconato abbiamo però riscoperto e rifondato il senso della festa in noi soprattutto in due dimensioni: a. da quella “fonte e culmine” provenivano sia la nostra vocazione matrimoniale, sia quella di Giorgio al ministero b. come diacono Giorgio è diventato “ministro della festa” per tutta la comunità. E’ un arricchimento spirituale, ma comporta anche disagi e conseguenze pratiche nella vita festiva della famiglia: a. ogni domenica mattina – e talvolta per l’intera giornata – Giorgio vive la festa “lavorando”, sia pur nella vigna del Signore. b. nella celebrazione il diacono è sull’altare, “separato” dalla famiglia. Due momenti della celebrazione in cui il diacono, “ministro della soglia e del ponte”, la sua sposa e i suoi figli specialmente possono significare il legame tra servizio alla comunità e vita familiare: a. il segno di pace: il diacono sposato scende dall’altare e lo scambia con la sposa e i figli; diventa così “segno nel segno” b. la distribuzione della comunione: i familiari vengono a ricevere da lui il Corpo di Cristo, che fortifica tutti loro per la vita familiare e feriale. La Messa prosegue idealmente nella mensa familiare della domenica, dove si ricompongono anche i diversi filoni di impegno dei membri della famiglia nella comunità: Giorgio diacono, Anna catechista per i cresimandi adulti, entrambi i figli animatori nell’oratorio della parrocchia Domenico SGUAITAMATTI Biografia Nasce ad Abbiategrasso il 10 agosto del 1953. Ordinato Sacerdote a Milano nel 1977, consegue il “baccalaureato” nel settembre 1977 presso il Seminario Maggiore di Vengono Inferiore. Nel giugno del 1980 ottiene il diploma di “Maestro d’Arte” presso la Scuola d’Arte Beato Angelico di Milano. Il 25 ottobre del 1985 presso la “Nuova Accademia di Belle Arti Manualità e Progetto” (NABA) di Milano raggiunge il diploma / laurea con specializzazione in pittura, vetrate e mosaico. Dal 1977 al 1994 è Vicario Pastorale presso la Parrocchia di S. Gottardo al Corso di Milano. Dal 1994 risiede presso il Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano dove svolge il compito di educatore e di insegnante di Storia dell’Arte nei Licei Classico e Scientifico. Dal 1990 al 2000 è membro della Commissione di Arte Sacra della diocesi. Dal settembre del 2007, viene incaricato dall’ Arcivescovo, presso la Curia, a svolgere un ruolo di collaboratore presso l’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi con particolare attenzione alla valorizzazione di questi ultimi in ambito teologico, catechetico e pastorale. E’ consigliere della Fondazione S. Ambrogio che gestisce il Museo Diocesano di Milano. Cura il percorso iconografico che accompagna il Nuovo Lezionario Ambrosiano recentemente promulgato e posto in uso nella Diocesi di Milano. In qualità di esperto d'arte ha fatto parte della ristretta commissione, voluta dal Card. Dionigi Tettamanzi, per la realizzazione del Nuovo Evangeliario Ambrosiano. Nell’ambito dell’ufficio organizza e gestisce corsi di formazione “Arte, Fede, Cultura” rivolti ad operatori pastorali, guide turistiche, insegnanti e persone sensibili all’arte. Collabora con i suoi scritti a varie pubblicazioni che trattano il medesimo tema. E’ chiamato in 112 diversi ambiti a tenere momenti culturali e di riflessione che hanno come spunto e filo conduttore l’arte. Dal 2010 è membro del Capitolo della Cattedrale di Milano in qualità di canonico onorario. Marco VERGOTTINI Biografia Teologo laico è sposato e ha 4 figli. Docente di Introduzione alla teologia e Storia della teologia contemporanea presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale. Dal 1984 al 2002 Segretario del Consiglio Pastorale Diocesano durante l'episcopato del card. C.M. Martini. Socio fondatore di "Aquila e Priscilla", cooperativa dei responsabili laici di oratorio, attiva da 15 anni sul territorio della Diocesi di Milano. Dal 2003 al 2011 Vicepresidente dell'Associazione Teologica Italiana. Dal 2008 Responsabile della Segreteria delle Scuole per operatori pastorali della Diocesi ambrosiana. Ha pubblicato diversi saggi sulla teologia contemporanea, sul Concilio Vaticano II e sulla teologia dei laici. Attualmente è coordinatore del sito-web: www.vivailconcilio.it Sintesi «L’Eucaristia della famiglia nel giorno del Signore» Enzo Bianchi, priore di Bose, invita a recuperare l’importanza della domenica come momento di condivisione e comunione, a partire dalla Messa. Ad avvalorare la sua riflessione, la testimonianza di tre famiglie diverse. Nella splendida cornice della basilica di S. Ambrogio, nel centro di Milano, anticipato dall’ascolto di alcune tra le più famose melodie ambrosiane, eseguite dai Coristi dell’Angelo, questo pomeriggio si è svolto l’incontro con Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose. Tema di questa sessione del Congresso internazionale teologico-pastorale era “L’Eucaristia della famiglia nel Giorno del Signore”. Dopo una breve premessa sull’importanza della famiglia quale «realtà caratterizzata da relazioni di amore» e quale «ambiente privilegiato nella trasmissione della fede», ovvero, «chiesa domestica», Bianchi si è soffermato sul rapporto tra famiglia e giorno del Signore, il cui fulcro è rappresentato dall’Eucaristia. «La famiglia deve dare ancora oggi la stessa testimonianza dei primi cristiani - ha detto con voce ferma e decisa il priore di Bose - cioè che senza domenica non possiamo vivere». Ma cosa significa, nella frantumata società di oggi, in cui le relazioni umane sono sempre più precarie e la comunicazione è quasi esclusivamente virtuale, vivere la domenica come famiglia? «In primo luogo ritmare insieme sinfonicamente il tempo - suggerisce Bianchi - per vivere la famiglia come uno spazio di relazioni all’interno e all’esterno, a partire da quel giorno privilegiato che è la domenica». Inoltre non bisogna trascurare l’importanza della condivisione della pratica domenicale, «altrimenti - continua Bianchi l’Eucaristia rischia di essere vissuta solo individualmente come precetto da soddisfare». Solo alla luce di questo radicamento nella famiglia la pratica cristiana della domenica può essere considerata profetica: «Non è un miracolo - tuona il monaco - che, seppur in numero minoritario, milioni di uomini e donne su tutta la terra, nello stesso giorno, facciano gesti di condivisione, cantino la stessa speranza, si esercitino nella stessa carità?». E il miracolo si fa testimonianza nelle parole dei coniugi Sznyter, giunti a Milano dalla Polonia con i loro 4 figli. Papà Rafal racconta che per fare in modo che ogni domenica sia vissuta davvero come un giorno speciale, cercano di sbrigare tutte le faccende negli altri giorni della settimana, inoltre, per prepararsi bene alla Messa, hanno l’abitudine di leggere e commentare insieme il Vangelo, così che anche i bambini possano coglierne meglio il significato. La storia dei coniugi colombiani Sanchez ha invece evidenziato come anche all’interno di una famiglia cristiana ci possano essere momenti di difficoltà o crisi di coppia e come si possa ritrovare nell’Eucaristia «la fonte della grazia che santifica la relazione matrimoniale» e in Gesù «la sorgente della carità e del perdono». L’ultima testimonianza è stata quella della famiglia di un diacono permanente, Giorgio Agagliati. «Con l’ordinazione - ha raccontato la moglie Anna - nella nostra storia di coppia e di famiglia è intervenuto un profondo cambiamento, anche nel vivere il giorno del Signore, ma che col tempo ci ha portati a riscoprire e rifondare in noi il senso della festa. Inoltre anche in questa, come in molte altre dimensioni della vita, abbiamo riscontrato la sinergia dell’azione della Grazia del matrimonio e dell’ordine». 113 20. Celebrare la festa in famiglia: riti e gesti nell'esperienza familiare - Università Cattolica Josè GRANADOS Biografia Sacerdote religioso dei Discepoli dei Cuori di Gesù e Maria. Professore stabile di Teologia del Matrimonio e la Famiglia e Vice Preside presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, Sezione Centrale; insegna come professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana. Dal 2004 al 2009 ha insegnato alla sezione statunitense del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Catholic University of America a Washington, DC. Ha conseguito il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, Roma (Premio Bellarmino). Egli è anche Laureato in Ingegneria Industriale presso l’Universidad Pontificia de Comillas (ICAI), Madrid. Titoli Tra le sue publiccazioni, Signos en la carne: El matrimonio y los otros sacramentos, Monte Carmelo, Burgos 2011; La carne si fa amore. Il corpo, cardine della storia della salvezza, Cantagalli, Siena 2010; Teología de los misterios de la vida de Jesús: ensayo de una cristología soteriológica, Sígueme, Salamanca 2009; Called to Love. Approaching John Paul II’s Theology of the Body, DoubleDay, New York 2009 (con Carl A. Anderson); Betania: una casa para el amigo. Pilares de espiritualidad familiar, Monte Carmelo, Burgos 2010 (con José Noriega); Los misterios de la vida de Cristo en Justino Mártir, Analecta Gregoriana 2005. coniugi NEISER Biografia Elisabeth e Bernhard Neiser sono Direttori dell’Istituto internazionale delle Famiglie di Schönstatt. Elisabeth Neiser è nata il 13 ottobre 1959 a Vallendar, insegna lettere e religione al liceo e parla tedesco, inglese e spagnolo. Bernhard Neiser è nato iil 18 luglio 1958 a Niedermendig ed è laureato in Economia e Commercio. Sono sposati dal 1984 e hanno tre figli: Johannes ,17 anni, Teresa 23 anni, Christine 26 anni. Abstract Festeggiare il Giorno del Signore in famiglia significa innanzitutto che padre e madre si trovano in un rapporto vivo con Cristo. Nel modo in cui l’amore coniugale tra uomo e donna vuole essere curato, rinnovato e approfondito, così è anche con il rapporto con Cristo, il terzo nel nostro legame coniugale. Nel movimento di Schönstatt abbiamo fatto esperienza che questo riesce bene, se nella nostra casa viene istituito per Cristo e Sua Madre un luogo santo. Noi chiamiamo questo luogo il nostro “Santuario casalingo”. Qui la fede diventa vita. Questo luogo determina l’atmosfera in casa ed invita i nostri figli all’incontro con Dio. Il Giorno del Signore, la domenica, è così la continuazione della fede vissuta nella comunità e con la comunità. A seconda dell’età dei figli, questo “crescere” nella comunità presenta sfide differenti. Particolari feste come battesimo, matrimonio e nozze d’argento sono circostanze eccezionali per far prendere parte sia la comunità, sia parenti e amici che spesso non sono più credenti, agli ambiti più profondi della nostra vita spirituale. In un tempo nel quale si attribuisce particolare attenzione all’evento, all’avvenimento, queste diventano opportunità per poter testimoniare la gioia e la pace interiore che viene dalla fede. 114 coniugi BENITEZ Biografia Rafael e Paloma Benítez hanno 19 figli e da 40 anni sono membri del Cammino Neocatecumenale. Da 28 anni sono catechisti itineranti nelle diocesi di Granada, Guadix-Baza e Málaga, nel sud della Spagna. Rafael è nato il 6 marzo del 1957. Paloma è nata il 26 febbraio del 1954. Milena SANTERINI Biografia Professore ordinario di Pedagogia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del S.Cuore di Milano. E’ Direttrice del Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali e Coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria. Si occupa di formazione delle famiglie e degli insegnanti, in particolare per quanto riguarda il dialogo tra le culture e l’integrazione degli immigrati. Nell’ambito della Comunità di S.Egidio, in cui è impegnata fin dagli inizi, segue i progetti educativi per l’infanzia e le attività di promozione delle adozioni internazionali nel mondo. Abstract Il mondo contemporaneo invita e sfida i cristiani a vivere insieme, e riscoprire nella famiglia la nostra radice spirituale. I riti e i gesti, che uniscono la famiglia e mettono in dialogo le generazioni, ne mostrano la realtà profonda di luogo della gratuità (in una società del consumo) dell’accoglienza (in una terra inospitale) e della preghiera (nelle città che spesso non sanno domandare grazia a Dio). I gesti del gratuito mostrano la misericordia di Dio che dona senza chiedere in cambio; il Padre è il modello della generosità verso tutti e in particolare i poveri, espressa attraverso l’abbraccio, il dono, la festa. I gesti dell’accoglienza mostrano che ogni vita, anche la più debole (bambini, anziani, disabili, malati) è preziosa agli occhi di Dio. Accogliendo degli estranei, facendosi famiglia dei senza famiglia, molti hanno fatto esperienza di accogliere degli angeli (Ebr 13,2) che li hanno ravvicinati a Dio, che hanno rivelato loro il sogno di Dio per l’intera umanità: una famiglia senza confini. Il gesto della preghiera e i riti della tradizione fanno ritrovare il senso di essere figli e fratelli, alla ricerca di grazia e perdono. Sintesi Riflessioni, testimonianze, filmati e musica: questi i linguaggi scelti per affrontare il tema “Celebrare la festa in famiglia. Riti è gesti dell’esperienza familiare” all’Università Cattolica di Milano. Milena Santerini, docente di Pedagogia nell’ateneo, ha introdotto i lavori. «Il mondo contemporano invita e sfida i cristiani a vivere insieme e scoprire nella famiglia la nostra radice spirituale. I riti e i gesti, che uniscono la famiglia e mettono in relazione le generazioni, ne mostrano la realtà profonda di gratuità (in una società del consumo), dell’accoglienza (in una terra inospitale) e della preghiera (nelle città che spesso non sanno domandare grazia a Dio). E proprio i gesti gratuiti mostrano la misericordia di Dio che dona senza chiedere in cambio e a maggior ragione quelli di accoglienza nei confronti delle categorie più deboli: bambini, anziani, disabili e malati. Inoltre il «gesto della preghiera e i riti della tradizione fanno ritrovare il senso di essere figli e fratelli». Per José Granados, sacerdote religioso, docente di Teologia del matrimonio e della famiglia, luogo privilegiato dello stare insieme e fare festa è appunto la famiglia, «anche se occorre imparare e insegnare a festeggiare». Ma è l’Eucaristia che sa «illuminare tutti i riti e i gesti della vita familiare» che a loro volta «preparano la famiglia all’Eucaristia». 115 Festa e lavoro però vanno tenuti insieme. «La festa - continua - ci insegnerà a umanizzare il lavoro, non solo perché guadagneremo forze per affrontarlo, ma anche perché capiremo il suo significato più profondo e conosceremo il cuore di chi lo anima». Tanti gesti importanti sono possibili in famiglia. Lo confermano le due coppie invitate a portare la loro testimonianza. Elisabeth e Bernhard Neiser, tedeschi, sposati da 25 anni e con tre figli adottivi di 24, 21 e 16 anni. Hanno educato i loro figli nella fede con l’esempio e hanno imparato a trasferire alcuni elementi della Messa nella vita quotidiana: ringraziamento, perdono, richiesta, condivisione del pasto, lode e benedizione. Anche Rafael e Paloma Benitez Cervera, spagnoli, con 19 figli (di cui 10 sposati e uno in seminario), vivono con intensità il rapporto con Dio attraverso il cammino catecumenale iniziato 40 anni fa. Ogni domenica mattina celebrano le lodi in casa leggendo la Parola di Dio, commentandola insieme e cantando. Dopo le prime difficoltà nel matrimonio hanno imparato ad affidarsi a Dio e la loro vita è cambiata. A fare da cornice nel pomeriggio anche immagini familiari dal mondo ebraio e islamico a conferma che riti, gesti e condivisione sono comuni a tutte le culture, tradizioni e religioni. 116 21. La domenica della famiglia: tempo della comunione e della missione - Unione del Commercio Mons. Pietro SIGURANI Biografia Nato a Roma nel 1936 e ordinato Sacerdote nel 1960, è parroco della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo a Roma. Laureato in Teologia con la Tesi “I segni sacramentali nel Vangelo di Giovanni” è responsabile “Migrantes” della Diocesi Diocesi di Roma e del Lazio. E’ esperto in Ecumenismo e dialogo con l’Islam. Abstract Il tema famiglia e festa e’ legato alla nuova evangelizzazione e la proposta cristiana va liberata da sovrastrutture che soffocano. L’annuncio cristiano è “una lieta notizia notizi per i poveri” (is. 61,1-2): 2): se l’evangelizzazione non crea stupore e rabbia per la sua forza liberatoria da legalismi e ritualismi vuoti non può nascere alcuna festa (lc. 4,14-30). Mons Olinto BALLARINI Mons. Biografia Nato a Milano il 27 luglio 1959, è stato ordinato presbitero a Milano dall’Arcivescovo Carlo Maria Martini nel 1985. Prima destinazione Parrocchia S. Maria Regina a Pioltello (Mi), in seguito è stato vicario Fidei Donum in Zambia nell’ Arcidiocesi di Lusaka. Rientrato in Italia è stato assegnato segnato alla Parrocchia Santi Pietro e Paolo e San Benedetto ad Opera (Mi). E’ membro del Consiglio Presbiterale Diocesano. don Roko GLASNOVIC Biografia Nato il 2 luglio 1978 a Sibenik-Croazia, Sibenik Croazia, dopo l’ordinazione sacerdotale ha preso la licenza in Teologia logia pastorale. Oggi è responsabile per la pastorale familiare nella diocesi di Sibenik. don Antonio TORRESIN Vicario parrocchiale a San Gabriele in Mater Dei, a Milano, nel complicato quartiere di via Padova Sintesi Nelle famiglie si intrecciano cciano feste con significati diversi, ricorrenze, eventi di rilievo, momenti di gioiosa condivisione: la famiglia è per tutti i suoi componenti l’ambito naturale del tempo della festa. «L’esistere di una famiglia è un segno di speranza nel mondo di relazioni relazio ni fragili, che si frantumano»: don Antonio Torresin, prete milanese, ha così introdotto la tavola rotonda sulla Domenica della famiglia, tenutasi presso l’Unione del Commercio di Milano: tempo della comunione e della missione che si è articolata in tre 117 esperienze pastorali di vita cristiana. I grandi temi teologici hanno trovato quindi riscontro nelle esperienze concrete di comunità di fede. A cominciare dalle piccole comunità cristiane della Zambia, di cui ha portato testimonianza don Olinto Ballarini (che in quel Paese africano ha svolto alcuni anni di missione pastorale), dove costituiscono la forza vitale della Chiesa locale. Sono la “chiesa del vicinato”, dove si esercita la carità fraterna come fondamento della vita di fede. Nonostante la tendenza dei giorni d’oggi che va trasformando la domenica da festa della famiglia attorno all’eucaristia a tempo rivolto al divertimento, allo sport o ad altre incombenze, ci sono famiglie che non cedono a tale stile e, come ha testimoniato don Roko Glasnovic, prete croato, vivono la domenica come giorno di Dio, partecipando alla Messa, impegnandosi nella catechesi e in opere di carità verso i più deboli e sofferenti: «Ne deriva una nuova idea di relazioni familiari e personali animate dallo Spirito Santo» . Per i cristiani la festa è principalmente la domenica come Pasqua settimanale e la celebrazione parrocchiale può essere una vera festa familiare. «Deve però avere una sua personalità - suggerisce don Pietro Sigurani, responsabile dei “Migrantes” della diocesi di Roma e del Lazio - che deriva dalla vita di coloro che la celebrano e va contrassegnata dallo spirito di accoglienza espresso nel rapporto personale che dovrebbe crescere di domenica in domenica». Con l’accoglienza, l’amore e la conoscenza reciproca, cresce anche la festa della famiglia di Dio che è una famiglia di famiglie che si disperdono nel mondo come testimoni e missionari dell’amore di Dio verso tutti. 118 22. La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure e esperienze - S. Simpliciano coniugi BOVANI Biografia Maria Grazia e Umberto Bovani hanno tre figli e sono entrambi insegnanti (lui di Lettere, lei di Disegno e Storia dell’Arte). Vivono dal 1998 presso il Santuario di S. Antonio in Boves (Cuneo), una struttura che hanno avuto in comodato nel 1997 da Mons. Carlo Aliprandi, Vescovo di Cuneo. Lì propongono corsi di spiritualità per coppie e famiglie ispirandosi alla spiritualità e alla pedagogia degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Dal 2004 sono formatori presso i Corsi estivi per famiglie di Selva di Valgardena nella casa dei Padri Gesuiti. Umberto dal 2001 al 2007 è stato Presidente nazionale dell’Associazione Comunità di vita cristiana (C.V.X.) associazione laicale ignaziana. Dal 2011 Umberto è referente per i Gesuiti d’Italia del settore famiglia. Abstract I punti dell'intervento: - Dove trova origine l’attesa di spiritualità nella vita di coppia e nella famiglia, attraverso quali forme oggi si esprime, cosa fare per accoglierla e alimentarla senza stravolgerla? - Alcuni semplici e fondamentali elementi che contraddistinguono la ricerca spirituale familiare: la forma plurale come elemento primario; relazioni educative nella complessità di diversi piani esistenziali (il rapporto genitori-figli come opportunità di crescita spirituale)- - Cosa ci ha insegnato in questi anni l’esperienza del Centro di spiritualità domestica dove viviamo. La ricerca di una modalità per proporre dei percorsi ispirati all’impianto degli Esercizi spirituali di S. Ignazio, partendo dall’esperienza e dalla competenza che la vita ci dà. Mons Carlo ROCCHETTA Biografia Docente di sacramentaria alla Pontificia Università Gregoriana di Roma , alla Facoltà Teologica di Firenze e alla Pontificia Università del Laterano, è socio fondatore della Società Italiana per la Ricerca Teologica (SIRT), e dell’Accademia Internazionale di Spiritualità Matrimoniale (INTAMS) con sede a Bruxelles. Direttore del corso di teologia sistematica delle Edizioni Dehoniane di Bologna, ha pubblicato numerosi contributi in riviste scientifiche e Dizioniari. Ad un certo punto del suo impegno di docente, ha sentito il desiderio di dedicarsi totalmente alla famiglia e in particolare alle coppie in crisi e ai loro figli, ai coniugi soli e separati. E’ stata un’esigenza interiore profonda, come una vocazione nella vocazione, che lo ha portato a lasciare la cattedra e gli altri impegni a livello nazionale per dedicarsi totalmente a questa missione. Le ultime opere nascono, infatti, dall’attività come guida spirituale del Centro Familiare “Casa della Tenerezza”, con sede Perugia-Città della Pieve, che si occupa dell’accoglienza delle coppie in difficoltà, della formazione alla vita delle nozze e dello studio sulla teologia del matrimonio e della famiglia. Titoli Tra le sue numerose opere si possono ricordare, per EDB: I Sacramenti delle fede, 2 vol.; Sacramentaria fondamentale; Il sacramento della coppia; Teologia della tenerezza; Viaggio nella tenerezza nuziale; Elogio del litigio di coppia; Gesù medico degli sposi; Le stagioni dell’amore; vite riconciliate; Teologia della famiglia. Abstract Il “Centro Familiare Casa della Tenerezza”, con sede a Perugia-Città della Pieve, si è costituito come comunità di vita e di servizio, con un proprio libro di vita approvato, in via definitiva, a livello diocesano. Come comunità di vita, il Centro è formato da 9 coppie (con 29 figli), due laiche consacrate e un presbitero. I componenti della comunità s’impegnano con il 10% del loro stipendio per le spese della Casa e i servizi offerti alle centinaia di coppie e giovani che la frequentano. Come comunità di servizio, il Centro si orienta a quattro diakonie fondamentali: 1°. Accoglienza e sostegno degli sposi in difficoltà, dei coniugi soli e dei loro figli. 2°. Formazione degli operatori pastorali, dei fidanzati, degli sposi e dei genitori. 3°. Investigazione teologica sul matrimonio, la famiglia, la genitorialità, con pubblicazioni e seminari di studio. 4°. Farsi scuola di tenerezza nella Chiesa e nel mondo. Vi sono forti momenti comunitari (giornalieri, settimanali, mensile, 119 annuali), ma i componenti vivono in strutture abitative proprie. La ricerca di un’equilibrata armonizzazione tra l’autonomia di ogni famiglia/singolo e la scelta del sentirsi comunità di vita e di servizio rappresenta la sfida decisiva a cui la Casa intende rispondere con una concreta testimonianza di vita. L’impegno lavorativo viene vissuto come cooperazione al piano del Creatore e all’avvento della redenzione di Cristo, e come forma di responsabilità comunitaria e collaborazione al Regno di Dio. Il modello a cui la comunità s‘ispira è quello della santa famiglia di Nazareth, con l’anelito a realizzare un’effettiva unità di vita tra contemplazione orante e operatività amante. coniugi HARDI Biografia Ferenc Hardi (21 ottobre 1963, Budapest) e Orsi Szabó (7 dicembre 1973, Gyöngyös) sono sposati dal 1994 e hanno 4 figli. Ferenc è stato insegnante di lingua e letteratura francese all’Università Cattolica Pázmány Péter di Piliscsaba (Ungheria). Orsi è educatrice specializzata e ha lavorato a Budapest con le famiglie e i bambini in difficoltà sociale e scolare. Dal 1999, vivono con i loro figli a Taizè, rispondendo all’invito di fratello Roger ad andare ad aiutare la Comunità nei compiti pratici legati all’accoglienza dei giovani. Lui è responsabile di due cucine che forniscono 1 milione di pasti caldi all’anno per i pellegrini che arrivano sulla collina di Taizè. Lei è responsabile dell’inquadramento di giovani volontari che lavorano in bottega. Insieme, si occupano dell’accoglienza e dell’animazione delle famiglie che arrivano a Taizè. Abstract Porteranno la testimonianza di una famiglia ungherese che vive nel villaggio di Taizè in Francia da 13 anni, dopo aver risposto all’invito di fratello Roger ad andare ad aiutare la Comunità di Taizè nei compiti pratici legati all’accoglienza dei giovani. Attraverso la loro vita famigliare sono immersi nella vita quotidiana delle persone della regione, ma il loro impegno a fianco della Comunità costituisce per loro un richiamo quotidiano a dividere la loro preghiera e la loro vocazione ad accogliere. coniugi COLZANI Biografia Francesca Dossi (Rovereto –TN– 1960) e Alfonso Colzani (Mariano Comense –CO– 1959), sono sposati da 26 anni, hanno quattro figli, e abitano a Inverigo (CO).Sono entrambi Licenziati in Teologia (rispettivamente, morale e fondamentale) presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale (MI). Dal marzo 2009 sono Responsabili del Servizio per la Famiglia della Diocesi di Milano. Titoli Autori di diversi contributi pubblicati, si segnalano di Francesca Dossi, "Passaggio fra le acque", Glossa, Milano 2005; di Alfonso Colzani, "Su alcuni luoghi comuni attorno al matrimonio cristiano", «La rivista del clero italiano», LXXXVI (2005), pp. 842-853. Abstract La spiritualità familiare ha ormai una storia significativa. Originata dalle esperienze pionieristiche degli anni ’30 e ’40 si è poi diffusa grazie all’impulso dato alla teologia del matrimonio dal Concilio Vaticano II e dal beato Giovanni Paolo II. Essa si è poi diffusa grazie al contributo di importanti movimenti internazionali, ricordiamo solo le Èquipes Notre Dame, fondate nel 1938 dal padre Caffarel (diffuse in oltre 50 paesi), poi, il più recente, Incontro Matrimoniale (Marriage Encounter) negli anni’60, ma già conosciuto in oltre 100 paesi. Al suo fondamento sta la convinzione che la pienezza della vita cristiana (la ‘perfezione’) possono e devono essere vissute non nonostante il matrimonio, ma mediante e nel matrimonio. I primi tentativi erano segnati da astrattezza e deduttivismo, ricavando dalla teologia e dalla morale una dottrina spirituale che si sovrapponeva all’esperienza matrimoniale. In realtà solo la vita quotidiana, storica, degli sposi, quindi la loro esperienza cristiana nel matrimonio può portare a dare volto a una spiritualità coniugale. Tener conto della diversità delle situazioni storiche, psicologiche, sociali è elemento ineliminabile di ogni esperienza cristiana. La spiritualità può e deve aiutare le famiglie a comprendersi, a leggere cristianamente la propria situazione, ma sempre e anzitutto a partire dal vissuto degli sposi cristiani, e poi anche grazie al contatto fecondo con l’esperienza spirituale dei religiosi/e e dei presbiteri. 120 Sintesi Il bisogno di spiritualità, proprio di ogni persona, nella famiglia trova un luogo dove esprimersi ed avere risposte in maniera peculiare ed originale. Per molto tempo la vita spirituale è stata considerata - certo, più nei “luoghi comuni” che nell’esistenza concreta dei santi - qualcosa di riservato alla categoria dei consacrati. Ma negli ultimi decenni la spiritualità familiare viene vista sempre più come un modo normale di santificazione nel matrimonio, il quale non è la “serie B” della vita cristiana. Sono questi - seppur in sintesi - i binari lungo i quali si sono sviluppate le riflessioni della tavola rotonda tenutasi presso la basilica di San Simpliciano, dal titolo “La famiglia e il bisogno di spiritualità: figure ed esperienze”. Nella antichissima chiesa romanica - risalente ai tempi di Ambrogio, - il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla (già ausiliare di Milano), ha accolto gli oltre duecento convegnisti, interessati alle esperienze previste, introdotte da Francesca Dossi e Alfonso Colzani, i coniugi responsabili della Pastorale familiare ambrosiana. La prima testimonianza è stata quella di monsignor Carlo Rocchetta, responsabile del “Centro familiare Casa della Tenerezza”, con sede a Perugia-Città della Pieve. «Nella nostra comunità - ha spiegato - le coppie (9 con 29figli), le consacrate ed il sacerdote emettono il particolare “voto di tenerezza”». È seguito l’intervento dei coniugi di origine ungherese Orsi Szabó e Ferenc Hardi, che da tredici anni vivono - con le loro tre figlie - presso la comunità monastica di Taizé. Ricordano quello che scrisse frère Roger: «Il sì del matrimonio, come quello del celibato per il vangelo, vi mette su uno spartiacque». Infine i coniugi Maria Grazia ed Umberto Bovani hanno parlato della loro attività presso il Santuario di Sant’Antonio a Boves (Cuneo). «Il mondo degli affetti è la base del nostro accostarci all’esperienza umana hanno detto fra l’altro -. Siamo convinti che la famiglia ha bisogno anzitutto della libertà di poter contare su sé stessa». 121 23. Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero - S. Antonio Gustavo PIETROPOLLI CHARMET Biografia Nato a Venezia il 28/06/1938. Psicanalista e psichiatra già Docente all’Università di Milano Bicocca e Primario dei servizi psichiatrici di Milano. Socio e Docente Scuola di Specializzazione Istituto Minotauro, Milano, Presidente Centro Aiuto alla Famiglia, Milano. Titoli Tra le pubblicazioni: Adolescienza. Manuale per genitori e figli sull'orlo di una crisi di nervi, San Paolo, Milano, 2010, Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi, Laterza, Roma 2009, Non è colpa delle mamme, Mondadori, Milano 2006, Un nuovo padre. Il rapporto padre e figlio nell'adolescenza, Mondadori, Milano 1995. Abstract La società del narcisismo spinge i giovani verso la ricerca di livelli elevati di visibilità e successo personale. Tali mete sono più facilmente perseguibili attraverso la sottoscrizione di una marcata dipendenza dalle relazioni di gruppo con i coetanei. Ciò fa sì che il tempo libero sia prevalentemente gestito dalle iniziative del gruppo spontaneo dei pari età difficilmente contenibile nell’ambito dell’associazionismo giovanile. L’appartenenza alla famiglia è attualmente caratterizzata da un marcato bisogno affettivo di rispecchiamento e calore a scapito del vincolo etico e della partecipazione motivata ai riti e alle cerimonie della festa. Appare necessario verificare come la tendenza al familismo morale possa dare più spazio alla elaborazione dei valori etici e alla condivisione della dimensione del sacro. Alessandro D'AVENIA Biografia Uno scrittore e insegnante perdutamente innamorato della realtà. Ama insegnare. Ama scrivere. E cerca il paradiso impastato nella polvere della vita quotidiana e nel cuore delle persone che incontra. Nasce a Palermo in una serena notte di maggio (2 maggio del 1977) e le prime cose che vede e sente sono i colori e i profumi della sua città e terra, Palermo e la Sicilia, che non lo lasceranno mai più. Cresce in una famiglia folle. Sì perché folli sono i suoi genitori che decidono di mettere al mondo ben sei figli (tre ragazzi e tre principesse), trasformando la casa in una specie di manicomio in cui ci si diverte molto e sembra che ciascuno stia facendo una cosa diversa, quando in realtà tutti stanno facendo la stessa cosa, come nei film di Frank Capra. Suo padre è un dentista (per questo non ne ha mai avuto paura) e sua mamma una mamma che ricorda alla perfezione greco e latino e si occupa di scuola ed educazione. Il 90% delle cose che c’è da sapere sulla vita le impara vivendo con questa tribù Titoli Bianca come il latte, rossa come il sangue, Mondadori (pubblicato il 18 paesi), Cose che nessuno sa, Mondadori. Abstract L'intervento verterà sulla vera dimensione dell'otium. Se un adulto non sa coltivarla per sé, non può pretendere che lo faccia un giovane. Diceva Platone che gli dei condannarono l'uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l'uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere. Emanuela CONFALONIERI Biografia Psicologa, professore associato di psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Abstract 122 La tavola rotonda – rivolta a giovani, educatori, animatori, genitori, insegnanti a diverso titolo coinvolti e interessati con il mondo degli adolescenti e dei giovani adulti - prevede la presentazione di alcuni video progettati e realizzati da adolescenti a cui è stato chiesto di liberamente interpretare e tradurre in immagini quello che per loro è “tempo libero” e “festa”. Sulla base di queste sollecitazioni i relatori invitati rifletteranno a partire dal loro punto di vista (psicologico, narrativo ed educativo, personale) sul tema, individuano specificità e particolarità del vivere la festa e il tempo libero da parte di adolescenti e giovani, evidenziando quali bisogni e desideri spingono a realizzare modalità diverse di divertimento e momenti comuni e condivisi fra giovani, non dimenticando le occasioni di crescita che certe modalità più comunitarie dello stare insieme possono contribuire a sostenere. Sintesi «Fino a quando sono piccoli i bambini sono tenerissimi (“Mamma ti voglio bene, voglio stare sempre con te, non ti abbandonerò mai…”). E poi, ad un certo punto, come d’improvviso, cambia tutto: “Che cosa vuoi dalla mia vita? Che cosa facevi tu alla mia età?”». L’incontro su adolescenti e giovani tra festa e tempo libero presso il Centro Diocesano in via Sant’Antonio inizia con la proiezione di tre video, tra cui uno spezzone di uno spettacolo di Fiorello che dipinge in poche battute il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. I video sono stati realizzati dal liceo linguistico Manzoni, dai giovani residenti nel collegio universitario San Paolo e dall’oratorio di Casorate Primo e introducono la discussione tra lo psichiatra Gustavo Pietrapolli Charmet e lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia, moderata dalla docente di psicologia Emanuela Confalonieri. Il professor Charmet sottolinea nella sua relazione l’interessante dinamica che si crea tra il gruppo dei “pari” e la famiglia: «Il gruppo di amici, anche nella celebrazione della festa, acquista un valore crescente nella vita, nella ritualità della vita degli adolescenti. Che cosa può fare la famiglia per controbilanciare la trasformazione del tempo libero solamente in tempo del divertimento? Che alleanza educativa è possibile costruire per rinsaldare l’alleanza tra la festa del gruppo dei pari e la festa della famiglia in senso stretto?». D’Avenia prosegue la riflessione partendo dal mondo degli studenti per arrivare agli adulti: «Per diventare adulti è necessario “adolescere”, che significa portare a pieno compimento ciò che già c’è. E il processo non si ferma neppure nell’adulto: non per essere adolescenti di ritorno, ma perché nessuno come i ragazzi ha conservato il desiderio». E lo scrittore continua poi ricordando che «lo studio è il lavoro dei ragazzi. Come gli adulti nel lavoro coltivano loro stessi, così i ragazzi non devono studiare per l’interrogazione, ma per l’amore del sapere». D’Avenia continua poi citando la Gaudium et Spes (67): «Sappiamo per fede che l'uomo, offrendo a Dio il proprio lavoro, si associa all'opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth.». Lo scrittore conclude rievocando il miracolo delle nozze di Cana: «Dopo 30 anni di lavoro, Gesù inizia la sua vita pubblica ad una festa dove è andato con la propria famiglia. Mancava però il vino, quindi questo significa che tutti erano già un po’ “brilli”. Ma come? La gente era già ubriaca e lui “porta” ancora vino? Forse Gesù con quel miracolo viene a dirci che la gioia non finisce, e non solo nell’aldilà, ma anche nell’aldiqua». 123 24. Famiglia e festa nei diversi paesi del mondo - S. Stefano S. Ecc. Mons ADOUKONOU Teologo, allievo del professor Ratzinger a Ratisbona, Ha fondato in Benin il movimento “Sillon Noir”, “Solco Nero”, per l’inculturazione del Vangelo. Segretario del Pontificio Consiglio della Cultura Biografia Vescovo della diocesi patriarcale Maronita di Jounieh-Liban è dal 2008 Presidente della Commissione Episcopale per la famiglia in Libano nell’assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano. Abstract L’intervento si dividerà in due grandi parti: la prima esamina il senso della festa dal punto di vista antropologico e socio-religioso. La seconda è una dimostrazione audiovisiva della celebrazione della festa nel contesto della famiglia libanese. L'uomo moderno è spesso così preso dal lavoro, dalle preoccupazioni economiche e dalla vita da essere portato a dimenticare o a perdere il senso della festa a scapito delle tradizioni religiose e sociali e dell’eredità ancestrale. Celebrare la festa è anzitutto riallacciare con tutto un patrimonio culturale e religioso. E’ un ritornare alle fonti della nostra famiglia, della nostra comunità e della nostra civiltà. E’ manifestare la nostra fedeltà alla nostra identità. La festa nella famiglia libanese – in senso stretto e allargato - , ovvero il circolo familiare, è il luogo della comunione e della condivisione, di pienezza famigliare, di vivere i valori religiosi e sociali, di mettere in pratica la condivisione, l’accoglienza e l’ospitalità. Questa si esprime nel vissuto: il giorno del Signore, le feste religiose e inter-religiose, le feste stagionali locali e nazionali nella gioia e nella convivialità. coniugi BOTOLO Biografia Leon BOTOLO MAGOZA, nato il 5 Agosto 1949, a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo è Deputato Onorario, Docente e Direttore d’Impresa. Marie Valentine KISANGA SOSAWE, nata il 15 agosto 1955 a Mushie (Repubblica Democratica del Congo) è infermiera e casalinga. Sposati da 37 anni hanno 5 figli. E' stata la coppia iniziatrice della Comunità della Famiglia Cristiana (CFC): un’associazione privata di fedeli, che vive l'armonia e la felicità coniugale attraverso la preghiera e diversi percorsi di formazione umana. Attualmente l'associazione conta dieci mila coppie e quasi 50.000 bambini di tutte le età nella Repubblica Democratica del Congo, in Africa (Repubblica del Congo, Sud Africa, Gabon) e in Europa (Belgio e ltalia). Abstract Inizialmente l'associazione si occupava solo delle coppie, mentre in seguito è stata sviluppata un’attenzione particolare sull’esistenza dei bambini per i quali è stata creata una sottostruttura di inquadramento, con attività adatte alla loro psicologia e alla loro spiritualità. Tuttavia, una volta all’anno, la prima domenica del mese di agosto, ai genitori viene chiesto di rinunciare ai loro impegni, alle preoccupazioni quotidiane di lavoro, per dedicarsi un giorno intero esclusivamente ai loro bambini. Si tratta di un giorno di festa, finanziato dai genitori, ma organizzato completamente dai bambini. Nel corso della giornata, i genitori e i figli iniziano con una preghiera comunitaria in una messa animata dai bambini. Poi, si svolgono varie 124 competizioni sportive che vedono confrontarsi i figli contro i genitori. Il tutto termina con un abbondante pranzo offerto da gruppi di famiglie. coniugi VASIK Biografia Ucraina, nata nel 1963 a Lutovisko provincia di Lviv, Mariva è laurata in economia e ha lavorato come responsabile del personale e del settore contabilità in un’azienda agricola. Nel 2002, dopo il fallimento dell’impresa dove lavorava si è trasferita in Italia dove si è occupata dell’assistenza di anziani e bambini. Da otto anni lavora in una scuola materna come bidella. Orest Vasik, ucraino, è nato nel 1962 a Bukovo, in provincia di Lviv e nel 1991 si è laureato in veterinaria. Vicedirettore di un’azienda agricola, nel 2008, dopo lunga pratica di ricongiungimento famigliare, è arrivato in Italia dove ha iniziato a lavorare in una cooperativa di pulizie. Da tre anni lavora in ospedale come centralinista. Sposati dal 1984, i Vasik hanno due figli: Luba, di 27 anni, Vitali di 25 anni. Entrambi sono sposati e hanno regalato a Mariva e Orest due nipotini: Aleksandr (6 anni e mezzo) e Kristina (3 anni). Abstract Sei giorni per lavorare, e un giorno per festeggiare. La domenica appartiene a Dio. La famiglia ucraina festeggia la domenica come tutte le famiglie cristiane di tutto il mondo: la Santa messa, il pranzo insieme e poi ognuno è libero far ciò che vuole. don Giancarlo QUADRI Biografia Nato a Vaprio d’Adda il 25/04/1944 e ordinato prete nel 1969 è stato vicario parrocchiale a Pero (MI) dal 1970 al 1982. Missionario fidei donum in Zambia, dal 1983 al 1988 e cappellano (per la Migrantes) degli italiani a Birmingham (Gran Bretagna) dal 1989 al 1992 è stato responsabile della chiesa cattolica ‘Cristo re’ di Casablanca (Marocco), dal 1993 al 1996. Collaboratore della Segreteria per gli Esteri della Diocesi di Milano dal 1996 al 2000, oggi è responsabile della Capellania Generale dei Migranti della Diocesi di Milano e responsabile dell’ufficio per la Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano. Sintesi Nella bella sede della basilica di Santo Stefano si tiene l’incontro “Famiglia e festa nei diversi Paesi del mondo”, moderato da don Giancarlo Quadri della pastorale dei migranti della diocesi di Milano. Apre le “danze” mons. Barthélemy Adoukonou (dal Benin), segretario del Pontificio Consiglio della Cultura, secondo cui «l’odierna amputazione della dimensione religiosa dalla vita quotidiana non può non avere come conseguenza una visione anch’essa tronca della famiglia. Stretta nella morsa di un mondo iper-meccanizzato e paradossalmente attratta dal divertimento eccessivo, questa non sa più come comportarsi in rapporto al lavoro e alla festa. L’apertura all’esperienza delle altre culture, dove il riferirsi a Dio e al divino è costante, permette di rinnovare la base della riflessione antiropologica sulla famiglia». Poi è mons. Antoine-Nabil Andari, vescovo in Libano, che – salutato il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazioneper le Chiese Orientali, seduto in prima fila - ha ricordato come la festa in famiglia «costituisce una struttura antropologica, sia essa sacra o profana: la festa è occasione di slegarsi o sbarazzarsi del proprio passato e formulare auguri per il futuro». Perfino i funerali diventano «festa della speranza», con le condoglianze prolungate anche per due o tre giorni «in solidarietà profonda e comunione fraterna autentica da parte di tutta la comunità sociale ed ecclesiale». Dopo alcune danze di ragazzi e adolescenti della comunità milanese dello Sri Lanka, vestiti in abiti tradizionali e accompagnati dal battito di mani ritmico degli oltre 200 presenti - i coniugi Léon e MarieValentine Botolo della Communauté Famille Chrétienne nella Repubblica Democratica del Congo hanno presentato le attività della loro associazione «di preghiera e di vita» dall’ottobre 1984. Infine, i coniugi Orest e Mariya Vasik della comunità ucraina meneghina hanno trasmesso la loro esperienza nelle maggiori feste cristiane: «Il detto ”Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” in Ucraina non funziona. Anche la Pasqua si festeggia in famiglia, tra parenti e amici». 125 25. Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa - Università Statale don Eugenio ZANETTI Biografia Nato a Osio Sotto (Bg) nel 1958 e ordinato sacerdote nella diocesi di Bergamo nel 1982 è laureato in Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana. Oggi è Vicario giudiziale della diocesi di Bergamo, Patrono stabile nel Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo (Milano), insegnante di Diritto canonico e di Matrimonio nel Seminario diocesano di Bergamo, Responsabile del gruppo diocesano di Bergamo “La Casa” (accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o risposate). Titoli - La nozione di «laico» nel dibattito preconciliare. Alle radici di una svolta significativa e problematica, PUG, Roma 1998; - Dopo l’inverno - Testimonianze, domande e messaggi di separati, divorziati o risposati che vivono nella Chiesa, Ed. Ancora, Milano 2005. Abstract Fra le fatiche che una famiglia incontra nell’ambito del lavoro si collocano oggi anche le ferite provenienti da una divisione: per chi o per che cosa lavorare se il progetto più importante della mia vita è venuto meno? D’altra parte, quasi beffardamente, incalzano più urgenti esigenze economiche: un nuovo alloggio, il mantenimento del coniuge (se richiesto), gli alimenti per i figli (se presenti), la gestione di un’eventuale nuova famiglia … Bisogna assolutamente tener stretto il posto di lavoro, anzi magari trovare una seconda occupazione. Come far sì che tutto questo non faccia cadere nel baratro dello stress o della disperazione? E’ possibile recuperare il senso di un lavoro che comunque mi fa sentire vivo, che mi fa crescere in una nuova e più profonda oblatività per gli altri (i figli in primis), che mi fa riscoprire la bellezza di collaborare con un Dio che non mi toglie mai la sua fiducia? E dopo il lavoro c’è la festa in famiglia, o meglio … ci dovrebbe essere: per chi è separato, la domenica non è il giorno dell’intimità maggiore col proprio coniuge, ma spesso il giorno di maggior solitudine; se ci sono figli, una domenica sono con uno e l’altra con l’altro, e così il Natale, la Pasqua, le vacanze… La festa dovrebbe essere il momento in cui serenamente si lancia uno sguardo sulla propria vita per fare memoria delle sue buone radici e compiacersi per i suoi felici sviluppi. Ma per una famiglia divisa il silenzio del giorno di festa può far invece rimbombare il suono cupo di una sofferenza grande e di una lacerazione profonda. Anche quando la separazione è stata una via necessaria per evitare mali maggiori, ciononostante lascia un vuoto, un’amarezza grande. Come recuperare la speranza? Come tornare a riconoscere le cose belle della vita e a dire grazie, a fare Eucarestia, a fare Pasqua? La comunità cristiana è chiamata oggi ad essere vicina a queste famiglie dal cuore ferito per aiutarle a ridare un senso buono al loro lavoro e a ritrovare la gioia di far festa abbracciate dalla più grande famiglia del Signore! Emanuele SCOTTI Biografia Nato a Genova nel 1965 è vicepresidente dell’Associazione Famiglie Separate Cristiane. Socio fondatore dell’Associazione Separati Fedeli è membro della Consulta Nazionale Pastorale Familiare in qualità di rappresentante per le persone separate. Abstract Per la persona separata, la festa è spesso un momento di particolare difficoltà. Lo è sul piano personale, perché può accentuare il senso di solitudine, accrescere il senso di fallimento e perché spinge o costringe a rimodulare il proprio tempo, a uscire da una routine di lavoro e impegno quotidiano nelle quali a volte ci si rifugia (ciò può essere uno stimolo positivo, ma anche motivo di angoscia). La festa acuisce la sofferenza della privazione degli affetti familiari, o anche laddove è possibile trascorrere alcuni momenti coi figli, il ricordo e il confronto col "prima" suscita sempre sofferenza, disagio psicologico, ansie e insicurezza, perché alimenta l'angoscia del confronto con gli “altri”, quelli che hanno una famiglia unita. Sul piano dei rapporti con l'altro genitore, la festa, può essere fonte di nuove tensioni o del riacutizzarsi di conflitti. Ciò può aggravarsi nel caso di nuove unioni, in quanto le nuove figure, a torto o a ragione, sono percepite in una 126 posizione di particolare favore rispetto ai rapporti coi figli, che si vedono minacciati dalla nuova presenza. Inoltre, costringe a rivedere equilibri e compromessi faticosamente raggiunti. Per la comunità, perché è un'altra delle tante situazioni nelle quali non si sa come comportarsi, né se la persona è sola, né se è riaccompagnata. Sul piano del lavoro, la persona separata può subire condizionamenti e dover effettuare rinunce. In molti casi può trattarsi di scelte consapevoli e responsabili, seppur talora sofferte, motivate dalla volontà di stare più vicino ai figli, essere vicino e presente nei loro momenti quotidiani. Altre volte, può invece trattarsi di scelte obbligate dettate dal cambio di residenza, dalle difficoltà economiche intervenute, oppure ancora, indotte dalle nuove esigenze in termini di orari, spostamenti e disponibilità di tempo. Si riporteranno frasi, immagini, brevi flash di testimonianze di persone separate raccolte in gruppi di ascolto e condivisione sui temi della festa e del lavoro. Si esporranno in forma sintetica, infine, i risultati di un’indagine conoscitiva condotta a livello nazionale e in alcuni paesi europei ed extraeuropei sulle iniziative ecclesiali di accoglienza e sostegno per le persone separate, presentandone in forma grafica le caratteristiche salienti, gli strumenti e gli obiettivi. coniugi JONES Abstract Il matrimonio attraversa molte fasi: Innamoramento, Disillusione, Sofferenza e Rinascita. Le abbiamo vissute tutte diverse volte durante i nostri 45 anni di matrimonio. Condivideremo con voi un momento davvero infelice che abbiamo vissuto tra il 1993 e il 2005 e cosa, ci ha aiutati ad uscirne. Malattie gravi, il pensionamento, trasferimenti per vari paesi, la separazione dai nostri figli ormai adulti e il diventare nonni ci hanno sopraffatti. Eravamo arrabbiati e non riuscivamo ad ascoltar, lasciarci amare e durante il nostro matrimonio abbiamo vissuto momenti di profonda tristezza. Avevamo eretto una facciata da coraggiosi, ma i nostri cuori erano freddi e di pietra. Siamo stati invitati a partecipare al programma del Ministero di Retrouvaille, ma abbiamo accettato con molta riluttanza. Quell’esperienza è stata un punto di svolta: abbiamo iniziato a perdonarci e fidarci nuovamente a vicenda, ad ascoltarci senza incolparci o reagire. Volevamo solo ascoltarci l’un l’altro. Retrouvaille è stato un regalo del Signore, un dono di speranza e liberazione dalla sofferenza. Ci sono stati dati gli strumenti per ricostruire il nostro matrimonio. La preghiera è servita a concentrarci sui nostri cambiamenti e ad accettare l’altro. È stata una rinascita lenta e costante alla gioia di amare e di essere amati, che continua grazie a Dio. Sintesi Erano circa un centinaio le persone che questo pomeriggio hanno partecipato al congresso “Separati, divorziati, risposati civilmente tra lavoro e festa”, svoltosi presso l'Università degli Studi di Milano. Molti dei partecipanti hanno scelto di assistere all'incontro perché in prima persona hanno vissuto situazioni dolorose di separazione o divorzio. Il congresso si è aperto con le testimonianze di quattro persone che, come Maria Grazia (lasciata dal marito dopo 25 anni di matrimonio), hanno affrontato la separazione o il divorzio. Il primo a raccontare la sua esperienza è stato Andrè, un uomo che ha dovuto crescere i figli da solo. La seconda testimonianza riportata è stata quella della signora Louisette, la quale, dopo il divorzio, ha deciso di offrire il suo aiuto alle coppie che stanno vivendo il periodo della separazione. È stato poi il momento di Vittorio, un uomo che per motivi economici è costretto a vivere nella Casa per padri separati di Rho. Infine ha raccontato la sua esperienza Giorgio, il quale, dopo il divorzio, ha scelto di risposarsi civilmente. In seguito a queste toccanti testimonianze, don Eugenio Zanetti, vicario giudiziale della diocesi di Bergamo, ha cercato di spiegare come la strada della fede sia l'unica via per uscire dal dolore che le separazioni portano con sé. «Bisogna innanzitutto vedere il lavoro come un dono per sé e per gli altri, non solo come strumento per guadagnare – ha spiegato don Zanetti -. È normale lavorare di più dopo una separazione, ma se si segue la fede, lavorare di più diventa un modo per vivere di amore». Riferendosi invece ai momenti di festa, che per le persone separate possono significare dolore e solitudine, don Zanetti ha invitato tutti i partecipanti a condividere queste occasioni con la comunità cristiana. L'intervento successivo è stato quello di Emanuele Scotti, vicepresidente dell’Associazione Famiglie Separate Cristiane, che ha esposto i risultati di un’indagine condotta a livello nazionale ed internazionale 127 sulle iniziative ecclesiali di sostegno per le persone separate. «Seppur molto diverse tra loro, queste iniziative hanno un comune denominatore – ha concluso il dottor Scotti –: fare in modo che chi conosce il dolore della separazione possa essere aiutato a riconoscere la forza della fede». Al termine del congresso sono intervenuti, infine, i coniugi Jones che, durante un momento di crisi, hanno partecipato al programma del Ministero di Retrouvaille e sono così riusciti a ritrovarsi e a trascorrere insieme il 45° anniversario di matrimonio. 128 IL GIARDINO –IL CONGRESSO DEI RAGAZZI Alla fiera di Milano, durante il VII incontro mondiale delle famiglie, saranno protagonisti anche i figli dei congressisti che, provenendo dai diversi continenti, cercheranno di far crescere UN GIARDINO nel centro della metropoli. I figli, parte viva della famiglia, affiancheranno i loro genitori nel tentativo di dare respiro alto al loro essere famiglia. A queste giovani generazioni è chiesto di sognare e costruire percorsi capaci di trasformare il mondo. Questo a partire da radici solide che affondano in un tessuto familiare capace di trasmettere identitàe nello stesso tempo apertura a ciò che ciascuno è chiamato ad essere. Proprio i temi dell'identità, della relazione che chiede una reciprocità da vivere nella mitezza, della responsabilità come dell'amore segneranno le ATTIVITÀ LUDICHE che scandiranno le diverse giornate. Il GIARDINO, con un esplicito rimando al tema della creazione e della resurrezione, è�metafora della famiglia chiamata a COLTIVARE E CUSTODIRE con cura la vita in tutte le sue forme e luogo di una grande FESTA: anche grazie al contributo dei figli, le famiglie saranno in grado di abitare il mondo e di umanizzare il tempo. Aperti ad un futuro che, nel fare memoria, sa dare valore all'oggi. Tutto questo sarà visibile a Milano con i colori del mondo e con l'obiettivo ambizioso di contagiare anche gli adulti. Il congresso dei ragazzi sarà inaugurato all'insegna della musica e della danza. Quindi, con una attenzione diversificata alle diverse FASCE DI ETÀ, inizierà un grande GIOCO caratterizzato da fiori, animali, storie, colori, rumori, sapori, oggetti,movimenti e immagini. Spazi interni ed esterni della fiera di Milano vedranno la realizzazione di un vero e proprio giardino nel quale sarà possibile accogliere, costruire, narrare, liberare, conoscere e pregare. Il tutto guardando alle famiglie che qui converranno. Più di 100 animatori si stanno preparando. MERCOLEDÌ 30 MAGGIO Fieramilanocity (mattina e pomeriggio) GIOVEDÌ 31 MAGGIO Fieramilanocity (mattina) - dislocati nelle diocesi lombarde e in parte in Fieramilanocity (pomeriggio) VENERDÌ 1 GIUGNO Fieramilanocity (mattina) - in diverse sedi nella città di Milano (pomeriggio) NEL POMERIGGIO I RAGAZZI E LE LORO FAMIGLIE SONO INVITATE ALL’ACCOGLIENZA DEL PAPA IN PIAZZA DUOMO ALLE ORE 17.30 129 Programma Congresso dei ragazzi MERCOLEDÌ 30 MAGGIO Fieramilanocity IL GIARDINO DOVE RICONOSCERSI 9.30-10.00 Inaugurazione Congresso dei ragazzi - una famiglia milanese accoglie i ragazzi - scuola di danza del Teatro Oscar - augurio di tre vescovi europeo, africano, america latina Spazio agorà 10.00-12.30 Attività divisi per fasce d'età Salette amber e brown 1°piano area ludica esterna GIOVEDI 31 MAGGIO Fieramilanocity IL GIARDINO DA CUSTODIRE 12.30 Consegna figli ai genitori Salette amber e brown 1°piano 12.30 Consegna figli ai genitori Salette amber e brown 1°piano 15.00 Accoglienza figli nelle fasce d’età Salette amber e brown 1°piano I figli seguiranno i genitori presso le sedi dislocate in diverse città lombarde (Varese, Brescia, Bergamo, Pavia, Como, Lodi, Bosisio Parini) o presso il MiCo Trasporto da Fieramilanocity a cura dell'organizzazione 9.30-10.00 Accoglienza - piccolo coro S. Maria Ausiliatrice - una famiglia africana parla ai ragazzi Spazio agorà 10.00-12.30 Attività divisi per fasce d'età Salette amber e brown 1°piano area ludica esterna 15.00-18-15 Attività divisi per fasce d'età Salette amber e brown 1°piano area ludica esterna 18.15-18.30 Consegna figli ai genitori Salette amber e brown 1°piano VENERDÌ 1 GIUGNO Fieramilanocity IL GIARDINO DELLA FESTA 9.30-10.00 Accoglienza - una famiglia dell’america latina parla ai ragazzi area ludica interna 10.00-12.00 Attività divisi per fasce d'età Salette amber e brown 1°piano area ludica esterna 12.00-12.30 Conclusione del Congresso dei Ragazzi - momenti di dialogo con dei campioni dello sport Spazio agorà 12.30 Consegna figli ai genitori area ludica eSterna I figli seguiranno i genitori presso le sedi dislocate in luoghi significativi di Milano 17.30 Genitori e figli partecipano all'accoglienza del Papa piazza duomo 130 INCONTRO DEL PAPA CON LA CITTADINANZA DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Piazza Duomo, Milano Signor Sindaco, Distinte Autorità, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel sacerdozio, Cari fratelli e sorelle dell’Arcidiocesi di Milano! Saluto cordialmente tutti voi qui convenuti così numerosi, come pure quanti seguono questo evento attraverso la radio e la televisione. Grazie per la vostra calorosa accoglienza! Ringrazio il Signor Sindaco per le cortesi espressioni di benvenuto che mi ha indirizzato a nome della comunità civica. Saluto con deferenza il Rappresentante del Governo, il Presidente della Regione, il Presidente della Provincia, nonché gli altri rappresentanti delle Istituzioni civili e militari, ed esprimo il mio apprezzamento per la collaborazione offerta per i diversi momenti di questa visita. E grazie a lei, Eminenza, per il cordiale saluto! Sono molto lieto di essere oggi in mezzo a voi e ringrazio Dio, che mi offre l’opportunità di visitare la vostra illustre Città. Il mio primo incontro con i Milanesi avviene in questa Piazza del Duomo, cuore di Milano, dove sorge l’imponente monumento simbolo della Città. Con la sua selva di guglie esso invita a guardare in alto, a Dio. Proprio tale slancio verso il cielo ha sempre caratterizzato Milano e le ha permesso nel tempo di rispondere con frutto alla sua vocazione: essere un crocevia – Mediolanum – di popoli e di culture. La città ha così saputo coniugare sapientemente l’orgoglio per la propria identità con la capacità di accogliere ogni contributo positivo che, nel corso della storia, le veniva offerto. Ancora oggi, Milano è chiamata a riscoprire questo suo ruolo positivo, foriero di sviluppo e di pace per tutta l’Italia. Il mio «grazie» cordiale va, ancora una volta, al Pastore di questa Arcidiocesi, il Cardinale Angelo Scola, per l’accoglienza e le parole che mi ha rivolto a nome dell’intera Comunità diocesana; con lui saluto i Vescovi Ausiliari e chi lo ha preceduto su questa gloriosa e antica Cattedra, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e il Cardinale Carlo Maria Martini. Rivolgo un particolare saluto ai rappresentanti delle famiglie - provenienti da tutto il mondo - che partecipano al VII Incontro Mondiale. Un pensiero affettuoso indirizzo poi a quanti hanno bisogno di aiuto e di conforto, e sono afflitti da varie preoccupazioni: alle persone sole o in difficoltà, ai disoccupati, agli ammalati, ai carcerati, a quanti sono privi di una casa o dell’indispensabile per vivere una vita dignitosa. Non manchi a nessuno di questi nostri fratelli e sorelle l’interessamento solidale e costante della collettività. A tale proposito, mi compiaccio di quanto la Diocesi di Milano ha fatto e continua a fare per andare incontro concretamente alle necessità delle famiglie più colpite dalla crisi economico-finanziaria, e per essersi attivata subito, assieme all’intera Chiesa e società civile in Italia, per soccorrere le popolazioni terremotate dell’Emilia Romagna, che sono nel nostro cuore e nelle nostre preghiere e per le quali invito, ancora una volta, ad una generosa solidarietà. Il VII Incontro Mondiale delle Famiglie mi offre la gradita occasione di visitare la vostra Città e di rinnovare i vincoli stretti e costanti che legano la comunità ambrosiana alla Chiesa di Roma e al Successore di Pietro. Come è noto, sant’Ambrogio proveniva da una famiglia romana e ha mantenuto sempre vivo il suo legame 131 con la Città Eterna e con la Chiesa di Roma, manifestando ed elogiando il primato del Vescovo che la presiede. In Pietro – egli afferma – «c’è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina» (De virginitate, 16, 105); e ancora la nota dichiarazione: «Dove c’è Pietro, là c’è la Chiesa» (Explanatio Psalmi 40, 30, 5). La saggezza pastorale e il magistero di Ambrogio sull’ortodossia della fede e sulla vita cristiana lasceranno un’impronta indelebile nella Chiesa universale e, in particolare, segneranno la Chiesa di Milano, che non ha mai cessato di coltivarne la memoria e di conservarne lo spirito. La Chiesa ambrosiana, custodendo le prerogative del suo rito e le espressioni proprie dell’unica fede, è chiamata a vivere in pienezza la cattolicità della Chiesa una, a testimoniarla e a contribuire ad arricchirla. Il profondo senso ecclesiale e il sincero affetto di comunione con il Successore di Pietro, fanno parte della ricchezza e dell’identità della vostra Chiesa lungo tutto il suo cammino, e si manifestano in modo luminoso nelle figure dei grandi Pastori che l’hanno guidata. Anzitutto san Carlo Borromeo: figlio della vostra terra. Egli fu, come disse il Servo di Dio Paolo VI, «un plasmatore della coscienza e del costume del popolo» (Discorso ai Milanesi, 18 marzo 1968); e lo fu soprattutto con l’applicazione ampia, tenace e rigorosa delle riforme tridentine, con la creazione di istituzioni rinnovatrici, a cominciare dai Seminari, e con la sua sconfinata carità pastorale radicata in una profonda unione con Dio, accompagnata da una esemplare austerità di vita. Ma, insieme con i santi Ambrogio e Carlo, desidero ricordare altri eccellenti Pastori più vicini a noi, che hanno impreziosito con la santità e la dottrina la Chiesa di Milano: il beato Cardinale Andrea Carlo Ferrari, apostolo della catechesi e degli oratori e promotore del rinnovamento sociale in senso cristiano; il beato Alfredo Ildefonso Schuster, il «Cardinale della preghiera», Pastore infaticabile, fino alla consumazione totale di se stesso per i suoi fedeli. Inoltre, desidero ricordare due Arcivescovi di Milano che divennero Pontefici: Achille Ratti, Papa Pio XI; alla sua determinazione si deve la positiva conclusione della Questione Romana e la costituzione dello Stato della Città del Vaticano; e il Servo di Dio Giovanni Battista Montini, Paolo VI, buono e sapiente, che, con mano esperta, seppe guidare e portare ad esito felice il Concilio Vaticano II. Nella Chiesa ambrosiana sono maturati inoltre alcuni frutti spirituali particolarmente significativi per il nostro tempo. Tra tutti voglio oggi ricordare, proprio pensando alle famiglie, santa Gianna Beretta Molla, sposa e madre, donna impegnata nell’ambito ecclesiale e civile, che fece splendere la bellezza e la gioia della fede, della speranza e della carità. Cari amici, la vostra storia è ricchissima di cultura e di fede. Tale ricchezza ha innervato l’arte, la musica, la letteratura, la cultura, l’industria, la politica, lo sport, le iniziative di solidarietà di Milano e dell’intera Arcidiocesi. Spetta ora a voi, eredi di un glorioso passato e di un patrimonio spirituale di inestimabile valore, impegnarvi per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Voi ben sapete quanto sia urgente immettere nell’attuale contesto culturale il lievito evangelico. La fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, vivente in mezzo a noi, deve animare tutto il tessuto della vita, personale e comunitaria, pubblica e privata, privata e pubblica, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a partire dalla famiglia, che va riscoperta quale patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore dell’uomo. La singolare identità di Milano non la deve isolare né separare, chiudendola in se stessa. Al contrario, conservando la linfa delle sue radici e i tratti caratteristici della sua storia, essa è chiamata a guardare al futuro con speranza, coltivando un legame intimo e propulsivo con la vita di tutta l’Italia e dell’Europa. Nella chiara distinzione dei ruoli e delle finalità, la Milano positivamente “laica” e la Milano della fede sono chiamate a concorrere al bene comune. Cari fratelli e sorelle, grazie ancora per la vostra accoglienza! Vi affido alla protezione della Vergine Maria, che dalla più alta guglia del Duomo maternamente veglia giorno e notte su questa Città. A tutti voi, che stringo in un grande abbraccio, dono la mia affettuosa Benedizione. Grazie! 132 CONCERTO AL TEATRO LA SALA IN ONORE DEL SANTO PADRE E DELLE DELEGAZIONI UFFICIALI DELL'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Teatro alla Scala di Milano Signori Cardinali, Illustri Autorità, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, Care Delegazioni del VII Incontro Mondiale delle Famiglie! In questo luogo storico vorrei innanzitutto ricordare un evento: era l’11 maggio del 1946 e Arturo Toscanini alzò la bacchetta per dirigere un concerto memorabile nella Scala ricostruita dopo gli orrori della guerra. Narrano che il grande Maestro appena giunto qui a Milano si recò subito in questo Teatro e al centro della sala cominciò a battere le mani per provare se era stata mantenuta intatta la proverbiale acustica e sentendo che era perfetta esclamò: «E’ la Scala, è sempre la mia Scala!». In queste parole, «E’ la Scala!», è racchiuso il senso di questo luogo, tempio dell’Opera, punto di riferimento musicale e culturale non solo per Milano e per l’Italia, ma per tutto il mondo. E la Scala è legata a Milano in modo profondo, è una delle sue glorie più grandi e ho voluto ricordare quel maggio del 1946 perché la ricostruzione della Scala fu un segno di speranza per la ripresa della vita dell’intera Città dopo le distruzioni della Guerra. Per me allora è un onore essere qui con tutti voi e avere vissuto, con questo splendido concerto, un momento di elevazione dell’animo. Ringrazio il Sindaco, Avvocato Giuliano Pisapia, il Sovrintendente, Dott. Stéphane Lissner, anche per aver introdotto questa serata, ma soprattutto l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala, i quattro Solisti e il maestro Daniel Barenboim per l’intensa e coinvolgente interpretazione di uno dei capolavori assoluti della storia della musica. La gestazione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven fu lunga e complessa, ma fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento, si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa. Beethoven pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio tradizionale della Sinfonia classica, fa percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le famose parole «O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi», parole che, in un certo senso, «voltano pagina» e introducono il tema principale dell’Inno alla Gioia. E’ una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione. Su questo concerto, che doveva essere una festa gioiosa in occasione di questo incontro di persone provenienti da quasi tutte le nazioni del mondo, vi è l’ombra del sisma che ha portato grande sofferenza su tanti abitanti del nostro Paese. Le parole riprese dall’Inno alla gioia di Schiller suonano come vuote per noi, anzi, sembrano non vere. Non proviamo affatto le scintille divine dell’Elisio. Non siamo ebbri di fuoco, ma piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha 133 tolto casa e dimora a tanti. Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare discutibile. Il buon padre è solo sopra il cielo stellato? La sua bontà non arriva giù fino a noi? Noi cerchiamo un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza. In quest’ora, le parole di Beethoven, «Amici, non questi toni …», le vorremmo quasi riferire proprio a quelle di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti. Dopo questo concerto molti andranno all’adorazione eucaristica – al Dio che si è messo nelle nostre sofferenze e continua a farlo. Al Dio che soffre con noi e per noi e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell’altro e di trasformarla in amore. Proprio a ciò ci sentiamo chiamati da questo concerto. Grazie, allora, ancora una volta all’Orchestra e al Coro del Teatro alla Scala, ai Solisti e a quanti hanno reso possibile questo evento. Grazie al Maestro Daniel Barenboim anche perché con la scelta della Nona Sinfonia di Beethoven ci permette di lanciare un messaggio con la musica che affermi il valore fondamentale della solidarietà, della fraternità e della pace. E mi pare che questo messaggio sia prezioso anche per la famiglia, perché è in famiglia che si sperimenta per la prima volta come la persona umana non sia creata per vivere chiusa in se stessa, ma in relazione con gli altri; è in famiglia che si comprende come la realizzazione di sé non sta nel mettersi al centro, guidati dall’egoismo, ma nel donarsi; è in famiglia che si inizia ad accendere nel cuore la luce della pace perché illumini questo nostro mondo. E grazie a tutti voi per il momento che abbiamo vissuto assieme. Grazie di cuore! 134 INCONTRO DEL PAPA CON I CRESIMANDI ALLO STADIO MEAZZA DI SAN SIRO DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Stadio "Meazza", San Siro Cari ragazzi e ragazze! E’ una grande gioia per me potervi incontrare durante la mia visita alla vostra Città. In questo famoso stadio di calcio, oggi i protagonisti siete voi! Saluto il vostro Arcivescovo, il Cardinale Angelo Scola, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto. Grazie anche a Don Samuele Marelli. Saluto il vostro amico che, a nome di tutti voi, mi ha rivolto il benvenuto. Sono lieto di salutare i Vicari episcopali che, a nome dell’Arcivescovo, vi hanno amministrato o amministreranno la Cresima. Un grazie particolare alla Fondazione Oratori Milanesi che ha organizzato questo incontro, ai vostri sacerdoti, a tutti i catechisti, agli educatori, ai padrini e alle madrine, e a quanti nelle singole comunità parrocchiali si sono fatti vostri compagni di viaggio e vi hanno testimoniato la fede in Gesù morto e risorto, e vivo. Voi, cari ragazzi, vi state preparando a ricevere il Sacramento della Cresima, oppure l’avete ricevuto da poco. So che avete compiuto un bel percorso formativo, chiamato quest’anno «Lo spettacolo dello Spirito». Aiutati da questo itinerario, con diverse tappe, avete imparato a riconoscere le cose stupende che lo Spirito Santo ha fatto e fa nella vostra vita e in tutti coloro che dicono «sì» al Vangelo di Gesù Cristo. Avete scoperto il grande valore del Battesimo, il primo dei Sacramenti, la porta d’ingresso alla vita cristiana. Voi lo avete ricevuto grazie ai vostri genitori, che insieme ai padrini, a nome vostro hanno professato il Credo e si sono impegnati a educarvi nella fede. Questa è stata per voi – come anche per me, tanto tempo fa! – una grazia immensa. Da quel momento, rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, siete entrati a far parte della famiglia dei figli di Dio, siete diventati cristiani, membri della Chiesa. Ora siete cresciuti, e potete voi stessi dire il vostro personale «sì» a Dio, un «sì» libero e consapevole. Il sacramento della Cresima conferma il Battesimo ed effonde su di voi con abbondanza lo Spirito Santo. Voi stessi ora, pieni di gratitudine, avete la possibilità di accogliere i suoi grandi doni che vi aiutano, nel cammino della vita, a diventare testimoni fedeli e coraggiosi di Gesù. I doni dello Spirito sono realtà stupende, che vi permettono di formarvi come cristiani, di vivere il Vangelo e di essere membri attivi della comunità. Ricordo brevemente questi doni, dei quali già ci parla il profeta Isaia e poi Gesù: – il primo dono è la sapienza, che vi fa scoprire quanto è buono e grande il Signore e, come dice la parola, rende la vostra vita piena di sapore, perché siate, come diceva Gesù, «sale della terra»; – poi il dono dell’intelletto, così che possiate comprendere in profondità la Parola di Dio e la verità della fede; – quindi il dono del consiglio, che vi guiderà alla scoperta del progetto di Dio sulla vostra vita, vita di ognuno di voi; – il dono della fortezza, per vincere le tentazioni del male e fare sempre il bene, anche quando costa sacrificio; – viene poi il dono della scienza, non scienza nel senso tecnico, come è insegnata all'Università, ma scienza nel senso più profondo che insegna a trovare nel creato i segni le impronte di Dio, a capire come Dio parla in ogni tempo e parla a me, e ad animare con il Vangelo il lavoro di ogni giorno; capire che c’è una profondità e capire questa profondità e così dare sapore al lavoro, anche quello difficile; – un altro dono è quello della pietà, che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto; - il settimo e ultimo dono è il timore di Dio - abbiamo parlato prima della paura -; timore di Dio non indica paura, ma sentire per Lui un profondo rispetto, il rispetto della volontà di Dio che è il vero disegno della mia 135 vita ed è la strada attraverso la quale la vita personale e comunitaria può essere buona; e oggi, con tutte le crisi che vi sono nel mondo, vediamo come sia importante che ognuno rispetti questa volontà di Dio impressa nei nostri cuori e secondo la quale dobbiamo vivere; e così questo timore di Dio è desiderio di fare il bene, di fare la verità, di fare la volontà di Dio. Cari ragazzi e ragazze, tutta la vita cristiana è un cammino, è come percorrere un sentiero che sale su un monte - quindi non è sempre facile, ma salire su un monte è una cosa bellissima - in compagnia di Gesù; con questi doni preziosi la vostra amicizia con Lui diventerà ancora più vera e più stretta. Essa si alimenta continuamente con il sacramento dell’Eucaristia, nel quale riceviamo il suo Corpo e il suo Sangue. Per questo vi invito a partecipare sempre con gioia e fedeltà alla Messa domenicale, quando tutta la comunità si riunisce insieme a pregare, ad ascoltare la Parola di Dio e prendere parte al Sacrificio eucaristico. E accostatevi anche al Sacramento della Penitenza, alla Confessione: è un’incontro con Gesù che perdona i nostri peccati e ci aiuta a compiere il bene; ricevere il dono, ricominciare di nuovo è un grande dono nella vita, sapere che sono libero, che posso ricominciare, che tutto è perdonato. Non manchi poi la vostra preghiera personale di ogni giorno. Imparate a dialogare con il Signore, confidatevi con Lui, ditegli le gioie e le preoccupazioni, e chiedete luce e sostegno per il vostro cammino. Cari amici, voi siete fortunati perché nelle vostre parrocchie ci sono gli oratori, un grande dono della Diocesi di Milano. L’oratorio, come dice la parola, è un luogo dove si prega, ma anche dove si sta insieme nella gioia della fede, si fa catechesi, si gioca, si organizzano attività di servizio e di altro genere, si impara a vivere, direi. Siate frequentatori assidui del vostro oratorio, per maturare sempre più nella conoscenza e nella sequela del Signore! Questi sette doni dello Spirito Santo crescono proprio in questa comunità dove si esercita la vita nella verità, con Dio. In famiglia, siate obbedienti ai genitori, ascoltate le indicazioni che vi danno, per crescere come Gesù «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52). Infine, non siate pigri, ma ragazzi e giovani impegnati, in particolare nello studio, in vista della vita futura: è il vostro dovere quotidiano e una grande opportunità che avete per crescere e per preparare il futuro. Siate disponibili e generosi verso gli altri, vincendo la tentazione di mettere al centro voi stessi, perché l’egoismo è nemico della vera gioia. Se gustate adesso la bellezza di far parte della comunità di Gesù, potrete anche voi dare il vostro contributo per farla crescere e saprete invitare gli altri a farne parte. Permettetemi anche di dirvi che il Signore ogni giorno, anche oggi, qui, vi chiama a cose grandi. Siate aperti a quello che vi suggerisce e se vi chiama a seguirlo sulla via del sacerdozio o della vita consacrata, non ditegli di no! Sarebbe una pigrizia sbagliata! Gesù vi riempirà il cuore per tutta la vita! Cari ragazzi, care ragazze, vi dico con forza: tendete ad alti ideali: tutti possono arrivare ad una alta misura, non solo alcuni! Siate santi! Ma è possibile essere santi alla vostra età? Vi rispondo: certamente! Lo dice anche sant’Ambrogio, grande Santo della vostra Città, in una sua opera, dove scrive: «Ogni età è matura per Cristo» (De virginitate, 40). E soprattutto lo dimostra la testimonianza di tanti Santi vostri coetanei, come Domenico Savio, o Maria Goretti. La santità è la via normale del cristiano: non è riservata a pochi eletti, ma è aperta a tutti. Naturalmente, con la luce e la forza dello Spirito Santo, che non ci mancherà se estendiamo le nostre mani e apriamo il nostro cuore! E con la guida di nostra Madre. Chi è nostra Madre? E’ la Madre di Gesù, Maria. A lei Gesù ci ha affidati tutti, prima di morire sulla croce. La Vergine Maria custodisca allora sempre la bellezza del vostro «sì» a Gesù, suo Figlio, il grande e fedele Amico della vostra vita. Così sia! 136 IL PAPA ALLE AUTORITÀ: "INSIEME A SERVIZIO DEL BENE COMUNE" "La politica è profondamente nobilitata» quando è animata dalla volontà di dedicarsi «al bene dei cittadini», afferma Benedetto XVI, e quindi diventa «una elevata forma di carità" In una Sala del trono gremita, al primo piano dell’appartamento episcopale, il Santo Padre oggi pomeriggio accompagnato dal seguito papale e con al fianco il cardinale Tarcisio Bertone - ha ricevuto politici lombardi e numerosi esponenti del mondo imprenditoriale, economico e accademico, rivolgendo loro un discorso breve e intenso, ispirato alla figura di sant’Ambrogio. Ha introdotto l’incontro il cardinale Angelo Scola, sottolineando come «la variegata società milanese è ben consapevole di poter trovare nei cristiani una risorsa di umanità disponibile al confronto franco, forse qualche volta scomodo». Erano presenti i presidenti della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il presidente della Provincia Guido Podestà, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Con loro i presidenti delle Province il cui territorio è compreso dalla diocesi di Milano (Varese, Como, Lecco, Bergamo) e i sindaci dei Comuni limitrofi all’aeroporto di Bresso. «Saggezza, buon senso e autorevolezza»: queste le virtù di sant’Ambrogio, patrono dell’Arcidiocesi, che il Papa ha additato ai politici, insieme alla capacità di «superare contrasti e ricomporre divisioni». Giustizia e amore per la libertà sono le qualità-base dei politici autentici, ha continuato il Papa: una libertà che «implica la responsabilità», che «non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire». Sulla scia dell’intervento di saluto in piazza Duomo, Papa Ratzinger è tornato ad auspicare collaborazione tra potere politico e Chiesa, nel rispetto della laicità dello Stato, chiedendo alle autorità di «assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti». Alla base del bene comune, infatti - ha ribadito il Papa - non può che esserci la dignità dell’uomo: «lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo ben essere nei suoi molteplici aspetti», a cominciare – ha puntualizzato Benedetto XVI - «dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione», perché «nessun uomo è padrone di un altro uomo». Non solo: il Papa è tornato a richiamare come «la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano essere in particolare a servizio della famiglia (…) fondata sul matrimonio e aperta alla vita», e, sulla base di questo, «il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli»: ne deriva che «non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione», non per ragioni confessionali, bensì «per il bene comune dell’intera società». Quanto alla Chiesa, ha offerto e tuttora può offrire un apporto prezioso alla società «con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo». Una tradizione che «continua a dare frutti, anzi: «l’operosità dei cristiani lombardi in tali ambiti è assai viva e forse ancora più significativa che in passato», come frutto gratuito dell’«esperienza totalizzante della loro fede». Proprio la gratuità – parola risuonata ripetutamente in questo VII Incontro mondiale delle famiglie - è ciò di cui abbiamo «nel tempo di crisi che stiamo attraversando», per il quale non bastano le pur «coraggiose scelte tecnico-politiche». Prima dell’incontro con le autorità, Benedetto XVI aveva avuto un breve ma intenso faccia a faccia col cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002. *°*°*° INCONTRO CON LE AUTORITÀ DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 137 Sala del Trono dell’Arcivescovado di Milano Sabato, 2 giugno 2012 Illustri Signori! Vi sono sinceramente grato per questo incontro, che rivela i vostri sentimenti di rispetto e di stima verso la Sede Apostolica e, in pari tempo, consente a me, in qualità di Pastore della Chiesa Universale, di esprimere a voi apprezzamento per l’opera solerte e benemerita che non cessate di promuovere per un sempre maggiore benessere civile, sociale ed economico delle laboriose popolazioni milanesi e lombarde. Grazie al Cardinale Angelo Scola che ha introdotto questo momento. Nel rivolgere il mio deferente e cordiale saluto a voi, il mio pensiero corre a colui che è stato vostro illustre predecessore, sant’Ambrogio, governatore – consularis – delle province della Liguria e dell’Aemilia, con sede nella città imperiale di Milano, luogo di transito e di riferimento – diremmo oggi – europeo. Prima di essere eletto, in modo inaspettato e assolutamente contro il suo volere perché si sentiva impreparato, Vescovo di Mediolanum, egli ne era stato il responsabile dell’ordine pubblico e vi aveva amministrato la giustizia. Mi sembrano significative le parole con cui il prefetto Probo lo invitò come consularis a Milano; gli disse, infatti: «Va’ e amministra non come un giudice, ma come un vescovo». Ed egli fu effettivamente un governatore equilibrato e illuminato che seppe affrontare con saggezza, buon senso e autorevolezza le questioni, sapendo superare contrasti e ricomporre divisioni. Vorrei proprio soffermarmi brevemente su alcuni principi, che egli seguiva e che sono tuttora preziosi per quanti sono chiamati a reggere la cosa pubblica. Nel suo commento al Vangelo di Luca, sant’Ambrogio ricorda che «l’istituzione del potere deriva così bene da Dio, che colui che lo esercita è lui stesso ministro di Dio» (Expositio Evangelii secundum Lucam, IV, 29). Tali parole potrebbero sembrare strane agli uomini del terzo millennio, eppure esse indicano chiaramente una verità centrale sulla persona umana, che è solido fondamento della convivenza sociale: nessun potere dell’uomo può considerarsi divino, quindi nessun uomo è padrone di un altro uomo. Ambrogio lo ricorderà coraggiosamente all’imperatore scrivendogli: «Anche tu, o augusto imperatore, sei un uomo» (Epistula 51,11). Un altro elemento possiamo ricavare dall’insegnamento di sant’Ambrogio. La prima qualità di chi governa è la giustizia, virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera. Eppure essa non basta. Ambrogio le accompagna un’altra qualità: l’amore per la libertà, che egli considera elemento discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi, poiché, come si legge in un’altra sua lettera, «i buoni amano la libertà, i reprobi amano la servitù» (Epistula 40, 2). La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire. Tuttavia, libertà non significa arbitrio del singolo, ma implica piuttosto la responsabilità di ciascuno. Si trova qui uno dei principali elementi della laicità dello Stato: assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti. D’altra parte, nella misura in cui viene superata la concezione di uno Stato confessionale, appare chiaro, in ogni caso, che le sue leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale, che è fondamento di un ordine adeguato alla dignità della persona umana, superando una concezione meramente positivista dalla quale non possono derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico (cfr Discorso al Parlamento Tedesco, 22 settembre 2011). Lo Stato è a servizio e a tutela della persona e del suo «ben essere» nei suoi molteplici aspetti, a cominciare dal diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione. Ognuno può allora vedere come la legislazione e l’opera delle istituzioni statuali debbano essere in particolare a servizio della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, e altresì riconoscere il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società. In questo esistere dello Stato per i cittadini, appare preziosa una costruttiva collaborazione con la Chiesa, senza dubbio non per una confusione delle finalità e dei ruoli diversi e distinti del potere civile e della stessa Chiesa, ma per l’apporto che questa ha offerto e tuttora può offrire alla società con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo. Basti pensare alla splendida schiera dei Santi della carità, della scuola e della cultura, della cura degli infermi ed emarginati, serviti e amati come si serve e si ama il Signore. Questa tradizione continua a dare frutti: l’operosità dei cristiani lombardi in tali ambiti è assai viva e forse ancora più significativa che in passato. Le comunità cristiane promuovono queste azioni non tanto per supplenza, ma piuttosto come gratuita sovrabbondanza della carità di Cristo e dell’esperienza totalizzante della loro fede. Il tempo di crisi che stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche, di gratuità, come ho avuto 138 modo di ricordare: «La “città dell'uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione» (Enc. Caritas in veritate, 6). Possiamo raccogliere un ultimo prezioso invito da sant’Ambrogio, la cui figura solenne e ammonitrice è intessuta nel gonfalone della Città di Milano. A quanti vogliono collaborare al governo e all’amministrazione pubblica, sant'Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera De officiis egli afferma: «Quello che fa l’amore, non potrà mai farlo la paura. Niente è così utile come farsi amare» (II, 29). D’altra parte, la ragione che, a sua volta, muove e stimola la vostra operosa e laboriosa presenza nei vari ambiti della vita pubblica non può che essere la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini, e quindi una chiara espressione e un evidente segno di amore. Così, la politica è profondamente nobilitata, diventando una elevata forma di carità. Illustri Signori! Accogliete queste mie semplici considerazioni come segno della mia profonda stima per le istituzioni che servite e per la vostra importante opera. Vi assista, in questo vostro compito, la continua protezione del Cielo, della quale vuole essere pegno ed auspicio la Benedizione Apostolica che imparto a voi, ai vostri collaboratori e alle vostre famiglie. Grazie. 139 IL DIALOGO TRA PAPA BENEDETTO XVI E LE FAMIGLIE DEL MONDO DURANTE LA FESTA DELLE TESTIMONIANZE 1. CAT TIEN (bambina dal Vietnam): Ciao, Papa. Sono Cat Tien, vengo dal Vietnam. Ho sette anni e ti voglio presentare la mia famiglia. Lui è il mio papà, Dan e la mia mamma si chiama Tao, e lui è il mio fratellino Binh. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me… SANTO PADRE: Grazie, carissima, e ai genitori: grazie di cuore. Allora, hai chiesto come sono i ricordi della mia famiglia: sarebbero tanti! Volevo dire solo poche cose. Il punto essenziale per la famiglia era per noi sempre la domenica, ma la domenica cominciava già il sabato pomeriggio. Il padre ci diceva le letture, le letture della domenica, da un libro molto diffuso in quel tempo in Germania, dove erano anche spiegati i testi. Così cominciava la domenica: entravamo già nella liturgia, in atmosfera di gioia. Il giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo. E poi a casa era importante, naturalmente, il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: mio fratello è un grande musicista, ha fatto delle composizioni già da ragazzo per noi tutti, così tutta la famiglia cantava. Il papà suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili. Poi, naturalmente, abbiamo fatto insieme viaggi, camminate; eravamo vicino ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto bella: avventure, giochi eccetera. In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, con tante esperienze comuni, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare «a casa», andando verso l’«altra parte del mondo». 2. SERGE RAZAFINBONY E FARA ANDRIANOMBONANA (Coppia di fidanzati dal Madagascar): SERGE: Santità, siamo Fara e Serge, e veniamo dal Madagascar. Ci siamo conosciuti a Firenze dove stiamo studiando, io ingegneria e lei economia. Siamo fidanzati da quattro anni e non appena laureati sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione. FARA: I modelli famigliari che dominano l'Occidente non ci convincono, ma siamo consci che anche molti tradizionalismi della nostra Africa vadano in qualche modo superati. Ci sentiamo fatti l'uno per l'altro; per questo vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo anche che ogni aspetto della nostra vita sia orientato dai valori del Vangelo. Ma parlando di matrimonio, Santità, c'è una parola che più d'ogni altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre»... SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza. La mia preghiera vi accompagna in questo cammino di fidanzamento e spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia «per sempre». Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il «mariage coutumier» dell’Africa e il 140 matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un altro modello di matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera. Si cercava l’uno per l’altro da parte del clan, sperando che fossero adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così. Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio. In quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il «sempre», perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è «per sempre». Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà. Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi», «Sei deciso». Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia vita». Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a voi! 3. FAMIGLIA PALEOLOGOS (Famiglia greca) NIKOS: Kalispera! Siamo la famiglia Paleologos. Veniamo da Atene. Mi chiamo Nikos e lei è mia moglie Pania. E loro sono i nostri due figli, Pavlos e Lydia. Anni fa con altri due soci, investendo tutto ciò che avevamo, abbiamo avviato una piccola società di informatica. Al sopravvenire dell'attuale durissima crisi economica, i clienti sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti. Riusciamo a malapena a pagare gli stipendi dei due dipendenti, e a noi soci rimane pochissimo: così che, per mantenere le nostre famiglie, ogni giorno che passa resta sempre meno. La nostra situazione è una tra le tante, fra milioni di altre. In città la gente gira a testa bassa; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza. PANIA: Anche noi, pur continuando a credere nella provvidenza, facciamo fatica a pensare ad un futuro per i nostri figli. Ci sono giorni e notti, Santo Padre, nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza. Cosa può dire la Chiesa a tutta questa gente, a queste persone e famiglie senza più prospettive? SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza che ha colpito il mio cuore e il cuore di noi tutti. Che cosa possiamo rispondere? Le parole sono insufficienti. Dovremmo fare qualcosa di concreto e tutti soffriamo del fatto che siamo incapaci di fare qualcosa di concreto. Parliamo prima della politica: mi sembra che dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini. Poi, naturalmente, i singoli soffrono e devono accettare, spesso senza possibilità di difendersi, la situazione com’è. Tuttavia, possiamo anche qui dire: cerchiamo che ognuno faccia il suo possibile, pensi a sé, alla famiglia, agli altri, con grande senso di responsabilità, sapendo che i sacrifici sono necessari per andare avanti. Terzo punto: che cosa possiamo fare noi? Questa è la mia questione, in questo momento. Io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie, potrebbero aiutare. Noi abbiamo in Europa, adesso, una rete di gemellaggi, ma sono scambi culturali, certo molto buoni e molto utili, ma forse ci vogliono gemellaggi in altro senso: che realmente una famiglia dell’Occidente, dell’Italia, della Germania, della Francia… assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città: che realmente assumano responsabilità, aiutino in senso concreto. E siate sicuri: io e tanti altri preghiamo per voi, 141 e questo pregare non è solo dire parole, ma apre il cuore a Dio e così crea anche creatività nel trovare soluzioni. Speriamo che il Signore ci aiuti, che il Signore vi aiuti sempre! Grazie. 4. FAMIGLIA RERRIE (Famiglia statunitense) JAY: Viviamo vicino a New York. Mi chiamo Jay, sono di origine giamaicana e faccio il contabile. Lei è mia moglie Anna ed è insegnante di sostegno. E questi sono i nostri sei figli, che hanno dai 2 ai 12 anni. Da qui può ben immaginare, Santità, che la nostra vita, è fatta di perenni corse contro il tempo, di affanni, di incastri molto complicati... Anche da noi, negli Stati Uniti, una delle priorità assolute è mantenere il posto di lavoro, e per farlo non bisogna badare agli orari, e spesso a rimetterci sono proprio le relazioni famigliari. ANNA: Certo non sempre è facile... L'impressione, Santità, è che le istituzioni e le imprese non facilitano la conciliazione dei tempi di lavoro coi tempi della famiglia. Santità, immaginiamo che anche per lei non sia facile conciliare i suoi infiniti impegni con il riposo. Ha qualche consiglio per aiutarci a ritrovare questa necessaria armonia? Nel vortice di tanti stimoli imposti dalla società contemporanea, come aiutare le famiglie a vivere la festa secondo il cuore di Dio? SANTO PADRE: Grande questione, e penso di capire questo dilemma tra due priorità: la priorità del posto di lavoro è fondamentale, e la priorità della famiglia. E come riconciliare le due priorità. Posso solo cercare di dare qualche consiglio. Il primo punto: ci sono imprese che permettono quasi qualche extra per le famiglie – il giorno del compleanno, eccetera – e vedono che concedere un po’ di libertà, alla fine va bene anche per l’impresa, perché rafforza l’amore per il lavoro, per il posto di lavoro. Quindi, vorrei qui invitare i datori di lavoro a pensare alla famiglia, a pensare anche ad aiutare affinché le due priorità possano essere conciliate. Secondo punto: mi sembra che si debba naturalmente cercare una certa creatività, e questo non è sempre facile. Ma almeno, ogni giorno portare qualche elemento di gioia nella famiglia, di attenzione, qualche rinuncia alla propria volontà per essere insieme famiglia, e di accettare e superare le notti, le oscurità delle quali si è parlato anche prima, e pensare a questo grande bene che è la famiglia e così, anche nella grande premura di dare qualcosa di buono ogni giorno, trovare una riconciliazione delle due priorità. E finalmente, c’è la domenica, la festa: spero che sia osservata in America, la domenica. E quindi, mi sembra molto importante la domenica, giorno del Signore e, proprio in quanto tale, anche “giorno dell’uomo”, perché siamo liberi. Questa era, nel racconto della Creazione, l’intenzione originale del Creatore: che un giorno tutti siano liberi. In questa libertà dell’uno per l’altro, per se stessi, si è liberi per Dio. E così penso che difendiamo la libertà dell’uomo, difendendo la domenica e le feste come giorni di Dio e così giorni per l’uomo. Auguri a voi! Grazie. 5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre) MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione, qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione. MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta. Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro? SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il 142 matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno. SALUTO AI TERREMOTATI SANTO PADRE: Cari amici, voi sapete che noi sentiamo profondamente il vostro dolore, la vostra sofferenza; e, soprattutto, io prego ogni giorno che finalmente finisca questo terremoto. Noi tutti vogliamo collaborare per aiutarvi: siate sicuri che non vi dimentichiamo, che facciamo ognuno il possibile per aiutarvi – la Caritas, tutte le organizzazioni della Chiesa, lo Stato, le diverse comunità – ognuno di noi vuole aiutarvi, sia spiritualmente nella nostra preghiera, nella nostra vicinanza di cuore, sia materialmente e prego insistentemente per voi. Dio vi aiuti, ci aiuti tutti! Auguri a voi, il Signore vi benedica! 143 LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Parco di Bresso Solennità della Santissima Trinità Venerati Fratelli, Illustri Autorità, Cari fratelli e sorelle! E’ un grande momento di gioia e di comunione quello che viviamo questa mattina, celebrando il Sacrificio eucaristico. Una grande assemblea, riunita con il Successore di Pietro, formata da fedeli provenienti da molte nazioni. Essa offre un’immagine espressiva della Chiesa, una e universale, fondata da Cristo e frutto di quella missione, che, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Gesù ha affidato ai suoi Apostoli: andare e fare discepoli tutti i popoli, «battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,18-19). Saluto con affetto e riconoscenza il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, e il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, principali artefici di questo VII Incontro Mondiale delle Famiglie, come pure i loro Collaboratori, i Vescovi Ausiliari di Milano e tutti gli altri Presuli. Sono lieto di salutare tutte le Autorità presenti. E il mio abbraccio caloroso va oggi soprattutto a voi, care famiglie! Grazie della vostra partecipazione! Nella seconda Lettura, l’apostolo Paolo ci ha ricordato che nel Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, il quale ci unisce a Cristo come fratelli e ci relaziona al Padre come figli, così che possiamo gridare: «Abbà! Padre!» (cfr Rm 8,15.17). In quel momento ci è stato donato un germe di vita nuova, divina, da far crescere fino al compimento definitivo nella gloria celeste; siamo diventati membri della Chiesa, la famiglia di Dio, «sacrarium Trinitatis» – la definisce sant’Ambrogio –, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Cost. Lumen gentium, 4). La solennità liturgica della Santissima Trinità, che oggi celebriamo, ci invita a contemplare questo mistero, ma ci spinge anche all’impegno di vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria. Siamo chiamati ad accogliere e trasmettere concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma direi per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto. Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a 144 immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’ fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. E’ fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione. Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nella fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un rapporto di profondo affetto e di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per crescere nell’amore. Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù Cristo, che ha elevato il matrimonio a Sacramento. Cari sposi, con uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo amore sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un amore fedele e totale. Se sapete accogliere questo dono, rinnovando ogni giorno, con fede, il vostro «sì», con la forza che viene dalla grazia del Sacramento, anche la vostra famiglia vivrà dell’amore di Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret. Care famiglie, chiedete spesso, nella preghiera, l’aiuto della Vergine Maria e di san Giuseppe, perché vi insegnino ad accogliere l’amore di Dio come essi lo hanno accolto. La vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo. Davanti a voi avete la testimonianza di tante famiglie, che indicano le vie per crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il dialogo, rispettare il punto di vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili nella società civile. Sono tutti elementi che costruiscono la famiglia. Viveteli con coraggio, certi che, nella misura in cui, con il sostegno della grazia divina, vivrete l’amore reciproco e verso tutti, diventerete un Vangelo vivo, una vera Chiesa domestica (cfr Esort. ap. Familiaris consortio, 49). Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza. Nel libro della Genesi, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione della Sacra Scrittura, possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore. Noi vediamo che, nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale. Un ultimo elemento. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa. Il racconto della creazione si conclude con queste parole: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2,2-3). Per noi cristiani, il giorno di festa è la Domenica, giorno del Signore, Pasqua settimanale. E’ il giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola e del Sacrificio Eucaristico, come stiamo facendo noi oggi, per nutrirci di Lui, entrare nel suo amore e vivere del suo amore. E’ il giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport. E’ il giorno della famiglia, nel quale vivere assieme il senso della festa, dell’incontro, della condivisione, anche nella partecipazione alla Santa Messa. Care famiglie, pur nei ritmi serrati della 145 nostra epoca, non perdete il senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio. Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano. In questo privilegiate sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere. Occorre educarsi a credere, prima di tutto in famiglia, nell’amore autentico, quello che viene da Dio e ci unisce a Lui e proprio per questo «ci trasforma in un Noi, che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15,28)» (Enc. Deus caritas est, 18). Amen. 146