Particolare del quadro ad olio di Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995
Anno XXVIII N. 4-5-6
Novembre 2013
Direttore responsabile
Virginio Mattoccia
Hanno collaborato
a questo numero:
Giampiero Toccaceli, Giancarlo Valentini, Alberto
Tornatora, Michele Cataluddi, Federica Aldrovandi,
Luigi Cioffi, Fr. Emanuele Costa, Alessio Guerra,
Maria Rebecca Sdoia, Raffaella Gandola, Alessandro
Cacciotti, Silvia Bagli, Giulia Gambarini, Letizia
Fallani, Maria Cleofe Della Valle, Veronica Palombo,
Iacopo Liberatori, Fiamma Berardi, Giulia Faranda,
Olivia Zangrilli, Valeria Ciancaloni, Alfonso Ussia,
Diletta Meneghello, Virginia Proietti, Bianca Barilla,
Costanza Pavone, Federico Antonini, Valentina
Villani, Fiamma Berardi, Elvira Scardaccione,
Veronica Polombo, Ernesto Michieli, Laura Mansi,
Emanuele Gagliardi, Beatrice Chiapponi
Fotografie
Daniele Luxardo, Virginio Mattoccia, Lucio Brizi,
Letizia Fallani, Emanuele Costa
Composizione, impaginazione
e prestampa
SATIZ TPM s.r.l.
SOMMARIO
Da oltre 60 anni, stampa e confezione riviste,
cataloghi, brochure, elenchi e fumetti ad alta
tiratura per i maggiori editori e cataloghisti
Italiani ed Europei.
PERIODICO GIOVANILE
DI CULTURA E SPORT
Primo Piano
Il Tesoro dei poveri
Dacci oggi il nostro zelo quotidiano
Ricordo di Fabrizio Fontana
Cultura
Autorizzazione n.242
del 9 maggio 1986
del Tribunale di Roma
www.rotosud.it
Sede operativa e stabilimento
Via F. Postiglione, 14 - 10024 Moncalieri (TO) - Centralino 011-64.75.111
Sede legale e stabilimento
Loc. Miole Le Campore snc - 67063 Oricola (AQ) - Centralino 0863-90.11
In copertina
Particolare del quadro ad olio di
Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995
Distributio gratuitamente presso il collegio
S. Giuseppe - Istituto De Merode
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Buon compleanno, Maestro Verdi!
“Un pericoloso covo dello spirito”
L’immagine del potere:
la Roma di Augusto
Tre domande di troppo, forse quattro
Intervista a Friedrich Nietzsche
Day By Day
Stampa
ROTOSUD Spa ORICOLA (AQ)
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Primo giorno di scuola:
“No, o nove?”
Visita al Campidoglio, ai Musei
Capitolini e incontro con il Sindaco
“Il dado dei Farnese”
La Bella e la Bestia:
una storia vera... più che mai
Due cuori e una passione
Un tuffo nelle meraviglie di Firenze
Alla Fattoria “Latte Sano”
Monaco tra Kartoffeln e Brezel
Principi e principesse per una giornata
Tutti a teatro
L’emozione di sentirsi vivi
Sto oltrepassando il cancello…
Il fascino caotico di Napoli e la città morta di Pompei
Ricordo di Federico Fellini
La magia di Praga
Al Convento di Sant’Andrea in Sabina Collevecchio
Il profumo dei limoni di Sorrento e la costola della balena
Visita alla mostra su Tiziano
Mastro Don Gesualdo
Sei diverso dal Sangiuseppino del 1994?
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Primo piano
LA COPERTINA
Il Tesoro dei poveri
di Gabriele D’Annunzio
Il tesoro dei poveri
Una fiaba natalizia
di d’Annunzio?
Non è falsa, ma
autentica
La copertina di questo numero di Time Out è il particolare di un quadro che
il pittore spoletino Giancarlo Valentini dipinse nel 1995 espressamente per
la copertina del numero natalizio di Time Out. Il pittore ha immaginato
il presepe dei poveri sulla scalinata del De Merode.
Una fiaba natalizia di d’Annunzio? La notizia non è una fiaba, ma una
certezza. La molteplice produzione letteraria di d’Annunzio comprende
anche cinque fiabe natalizie, pubblicate nel 1916 da Bideri, nella
antologia Parabole e Novelle e ripubblicate da Solfanelli nel 2007.
Il tesoro dei poveri è un gioiello che nasce dall’espressione popolare
“occhi di gatto”, metafora degli ultimi tizzoni del fuoco. E’ la più cristiana
della raccolta; la narrazione conserva l’aspetto naif di un mondo senza
tempo, di una antichità ideale. Il grande Vate non rimase insensibile
al calore e alla dolcezza natalizia. Il cristiano sostituisce solo l’ultima
parola, illusione, con realtà.
In occasione del 150° della nascita (1863) e 75° della morte (1938), di
d’Annunzio, Time Out propone alla lettura e alla riflessione natalizia
”Il tesoro dei poveri“.
Paul Klee
Il presepe sulla scalinata del De Merode , quadro di Giancarlo Valentini - Spoleto 1995
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Primo piano
Il Tesoro dei poveri
Racconta un poeta:
Il presepe nell’atrio della Scuola
anche del mangiare, è possedere quattro mura per ricoverarsi. Senza le quattro mura, l’uomo è come una bestia
errante.
E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una
sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro,
perché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel cammino e le scarpe quasi affondate nella cenere.
Come si lamentavano e tremavano sulla via maestra,
nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un
miagolio roco e dolce.
Era, in verità un gatto misero assai, misero quanto loro,
poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli
su la pelle.
S’egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle
sarebbe stata in miglior condizione.
Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo non
avrebbe aderito così strettamente alle ossa.
E s’egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo
sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliar topi e per
non rimaner così magro.
Ma, non avendo peli ed avendo invece la pelle su l’ossa,
egli era in verità un gatto assai meschinello.
I poverelli son buoni e s’aiutan fra loro.
I due nostri dunque raccolsero il gatto e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo
C’era una volta, non so più in quale terra, una coppia di
poverelli.
Ed erano questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.
Non avevano pane da mettere nella madia, né campo
per fabbricarvi casa.
Se avesser posseduto un campo, anche grande quanto un
fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricare casa.
Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la
madia.
E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in
un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto
trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.
Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane,
erano in verità assai tapini.
Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa.
Del pane ne avevano abbastanza per elemosina, e qualche volta avevano anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino.
Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo
secco o ragionar placidamente d’innanzi alla brace.
Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza
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che avevano avuto per elemosina.
Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata.
C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di
luna illuminò in un istante e poi sparve.
Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due
poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero
focolare che l’assenza di fuoco rendeva ancora più nero.
“Ah”! dissero, “se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto
freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!”
Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri assai.
D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino,
due bei carboni gialli come l’oro.
E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo
alla sua donna: “Senti che buon caldo?”
“Sento, sento,” rispose la vecchia.
E distese le palme aperte innanzi al fuoco.
“Soffiaci sopra,” ella soggiunse. “La brace farà la fiamma.”
“No,” disse l’uomo, “si consumerebbe troppo presto.”
E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei
due tizzoni lucenti.
Il presepe nel quadriportico del S. Giuseppe.
Quadro di Giampiero Toccaceli - Roma, 1994
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Primo piano
Il Tesoro dei poveri
I poverelli si contentan di poco e son felici. I nostri due si
rallegrarono, fin nell’intimo del cuore, del dono di Gesù
Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù.
Tutta la notte continuarono a favoleggiare, fin nell’intimo
del cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù.
Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi,
sicuri ormai d’essere protetti dal bambino Gesù, poiché i
due carboni brillavan sempre come due monete nuove e
non si consumavano mai.
E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il
povero gatto che li guardava dai suoi grandi occhi d’oro.
Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati che al baglior
di quegli occhi.
E il gatto disse: “Il tesoro dei poveri è l’illusione.”
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Primo piano
Dacci oggi il nostro
zelo quotidiano
“Considerate i fanciulli che Dio
vi ha affidato come i figli di Dio
stesso; abbiate per essi una cura
maggiore di quella che avreste per
i figli del Re”
di Alberto Tornatora
(De La Salle, Med. 133,2)
ricorda ai suoi maestri che la loro dedizione all’insegnamento è il frutto di una chiamata di Dio, è il
manifestarsi della dimensione religiosa di una vocazione personale per l’educazione umana e cristiana dei giovani, specialmente dei poveri.
Oggi, dal sentirsi portati all’insegnamento ad avere
la consapevolezza di essere chiamati da Dio (perché di questo si tratta!) per l’insegnamento, ce ne
passa. Non stiamo parlando allora di una vocazione laica all’insegnamento, che beninteso esiste ed
è validamente testimoniata anche da straordinari
insegnanti preparati e dediti all’educazione, ma di
un passo ulteriore, di una consapevole apertura al
trascendente , di una risposta positiva alla chiamata di Dio che, attraverso l’azione imperscrutabile
dello Spirito Santo, parla al cuore dell’educatore e
gli chiede di collaborare alla storia della salvezza
dell’umanità nelle forme e nei modi dell’insegnamento. Per ciascuno di noi insegnanti riconoscere
questa particolare vocazione significa predisporsi
ad accogliere la grazia di Dio che si manifesta nel
carisma educativo proprio dei lasalliani.
E’ sempre opportuno trovare ogni tanto una buona
occasione per fermarsi a riflettere, a ripensare le
motivazioni profonde del nostro strano mestiere di
insegnanti; per cercare di vedere sotto una nuova
luce tutte le nostre esperienze quotidiane e provare
a rimetterci in gioco come dovremmo fare quotidianamente per non rischiare di rimanere avvinti tra
quelle che vengono definite, con una enfasi molto
efficace, “le spire rassicuranti della consuetudine”;
spire che però, a lungo andare, riescono a soffocare anche le migliori intenzioni.
Innanzi tutto è bene chiarire i margini entro i quali si svolge la nostra riflessione: tra i presupposti
c’è quello che per essere, o meglio per provare ad
essere un buon insegnante ci si debba sentire portati per l’insegnamento o, quanto meno, si desideri
intensamente comunicare le proprie conoscenze, si
provi grande soddisfazione (e, senza tema di essere
smentito, direi perfino una sincera gioia) quando si
abbia l’impressione di esserci riusciti: questa è la
premessa necessaria per comprendere il passaggio
ulteriore, il salto che propone De La Salle quando
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Lezione di medicina Ruggiero da Frugardo
Lo Spirito Santo
Cosa si intende per spiritualità lasalliana?
I discepoli di San Giovanni Battista De La Salle
hanno ereditato da lui una peculiare tradizione
spirituale e si sforzano di incarnare questa tradizione nella loro vita, portando con sé la sua visione della missione educativa nella vita quotidiana.
La spiritualità del Fondatore è profondamente radicata nel Nuovo Testamento e si sviluppa a partire dalla convinzione che i suoi discepoli sono,
secondo le parole di San Paolo, gli “ambasciatori
di Cristo” per i loro allievi e che questi allievi a
loro volta sono la lettera che Cristo detta loro; è
la stessa lettera che ogni giorno i Fratelli scrivono
nei cuori dei loro allievi.
La spiritualità lasalliana si presenta come una spiritualità di relazione tra maestro ed allievo, una
spiritualità di mediazione tra l’opera di Dio e le
molteplici necessità degli uomini. Coloro i quali
si adoperano per viverla intensamente trovano in
essa non solo il modo per alimentare la loro relazione con Dio ma scoprono nella stessa anche
una potente fonte di energia per il bene dei propri
allievi; questa peculiare relazione con i loro allievi si rivela per gli educatori come una singolare
occasione di esperienza del sacro. Questa relazione particolarmente significativa tra maestri ed
allievi pone in rilievo l’originalità della spiritualità di La Salle. Ai suoi tempi essa si distingueva
in quanto non era solamente qualcosa da vivere
in contemplazione ed in silenzio tra le mura di
un chiostro (come era allora costume diffuso);
piuttosto rispondeva ai bisogni concreti dei poveri adattando diversi elementi della spiritualità
francese a lui contemporanea ed offrendo ai suoi
maestri un sistema che illustrava il mistero di un
Dio “presente” e attivo tra i giovani poveri che
popolavano le sue scuole.
Toccare i cuori
De La Salle ha detto ai suoi discepoli che esiste
una sorta di “indicatore” che mette in evidenza
come questa spiritualità abbia delle implicazioni
pratiche: il loro ministero è un servizio che “tocca
i cuori”. E’ questo l’aspetto centrale della spiri-
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Primo piano
Dacci oggi il nostro zelo quotidiano
tualità lasalliana perché concerne lo scopo stesso
dell’Istituto e la vocazione specifica dei lasalliani
ossia la salvezza dei loro alunni. Poiché questo
dono di toccare i cuori viene dallo Spirito di Dio
necessita di una rinnovata conversione quotidiana costantemente richiesta mediante la preghiera. Nella Meditazione per la festa di Pentecoste
(43,3) le parole del Fondatore sono chiare:
“Voi svolgete un lavoro che vi obbliga a toccare
i cuori: voi non potrete farlo se non attraverso lo
Spirito santo. Pregate Dio che vi conceda oggi la
stessa grazia che ha concesso ai Santi Apostoli e
che, dopo avervi riempito del suo Spirito per santificarvi, ve lo comunichi anche perché possiate
procurare la salvezza di altri.”
Una spiritualità per gli insegnanti
La spiritualità lasalliana è dunque evidentemente
una spiritualità che intende unire ed integrare la
missione evangelica di annunciare Cristo con la
missione professionale dell’insegnamento. Si tratta di abbandonare così la fuorviante dicotomia
tra attivo e contemplativo e quella tra professionale e spirituale. E’ una spiritualità per educatori,
per insegnanti, per chi deve formare il cuore e lo
spirito dei giovani, per tutti gli uomini e le donne
che si impegnano ad incarnare la realtà di Cristo
per i loro alunni.
E’ altresì una spiritualità che celebra la presenza
di Dio. Dio che è sempre attivo nel mondo, sempre creatore, che incessantemente ci dona la sua
parola, che è sempre impegnato a chiamarci. E’
un modo di vivere consapevolmente alla presenza di Dio che è presente nei maestri, negli alunni, nella relazione educativa che li unisce insieme
ed è presente là dove essi si trovano. In sostanza
la spiritualità lasalliana incarna nelle sue specifiche caratteristiche la via che è comune a tutte le
diverse forme di spiritualità cristiana e cioè l’esperienza dell’opera dello Spirito Santo.
La spiritualità lasalliana, che è manifestamente
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La scuola
L’Università
una spiritualità apostolica, è stata definita da Fr.
Michel Sauvage con un sintagma molto suggestivo : realismo mistico. Ciò che è percepito nello
spirito di Fede si trasforma in zelo per la missione. Dalla intuizione spirituale alla concreta attuazione quotidiana noi sappiamo che la realtà è
pervasa dallo Spirito.
Nel contesto della nostra comprensione attuale
della missione condivisa, ognuno di noi in quanto educatore lasalliano è invitato a coltivare la
coscienza della presenza di Dio nella sua vita
quotidiana esercitando il suo ministero educativo
con zelo.
incarna il carisma educativo nel quotidiano.
Mi viene da immaginare a tale riguardo che se
i lasalliani potessero personalizzare la preghiera di Gesù, alla luce del loro carisma educativo
dichiarandosi bisognosi di cibo spirituale, reciterebbero queste parole: “Dacci oggi il nostro zelo
quotidiano …”.
Una variante che, sono convinto, non suonerebbe irriguardosa alle orecchie del Fondatore e
allo spirito di fedeltà creativa che lo ha sempre
contraddistinto; chi ha dichiarato con un voto
eroico di essere disposto a chiedere l’elemosina e a vivere di solo pane pure di tenere fede
all’impegno educativo richiestogli da Dio, può
ben chiedere al Padre che non gli faccia mancare quel cibo spirituale che è nutrimento della
sua opera di ogni giorno. E comunque, per attenuare l’effetto straniante che questa “variante testuale” sicuramente provocherebbe, i lasalliani
potrebbero limitarsi a recitare mentalmente, senza timore di osare troppo, la parola zelo sovrapponendola alla richiesta del pane quotidiano. Lo
zelo dunque trova la sua origine nello Spirito di
Fede a cominciare dalla preghiera di richiesta
che vuole che lo zelo sia fonte e testimonianza
dell’azione dello spirito di Fede stesso: lo zelo
è appunto lo Spirito di Fede che agisce in noi e
attraverso di noi.
Una parola “chiave”
Ma che cosa è lo zelo? Il dizionario ci propone
una serie di sinonimi tra i quali attenzione, cura,
sollecitudine, premura, dedizione. Lo zelo è un
sentimento intenso, un affetto ardente, una forza
interiore che dinamizza tutta l’attività dei fratelli
e dei laici che ne condividono il carisma, la virtù
che caratterizza per eccellenza l’educatore cristiano, è secondo la descrizione che ne fa Fratel
Agathon Gonlieu una delle Dodici virtù del Buon
Maestro. Lo zelo dunque è il tratto essenziale della spiritualità dell’educatore lasalliano.
Per dirla con una frase lo zelo è il modo in cui
si realizza, si attua, prende forma, insomma si
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Primo piano
Ricordo
di Fabrizio Fontana
di Michele Cataluddi
Il giorno 26 aprile 2013
è morto il giovane exalunno
Fabrizio Fontana.
Nel trigesimo la Famiglia e i Compagni
hanno voluto ricordarlo nella chiesa del
Collegio. Alla fine della cerimonia
diversi amici lo hanno ricordato
pubblicamente e partecipato
il loro dolore alla Famiglia.
Riportiamo l’intervento del compagno
di scuola Michele Cataluddi, insegnante
di storia e filosofia al S. Giuseppe,
e una piccola parte del ricordo
di Federica Aldrovandi
Fabrizio Fontana
Quando mi hanno chiesto se volessi dire qualcosa stasera, ho pensato di non sentirmela. Ma in questo luogo,
dove ci siamo conosciuti, dove abbiamo avuto gli stessi
maestri, dove oggi sono riuniti gli amici comuni, ho creduto toccasse a me. Perciò dovrete pazientare perché ho
scritto nel timore a un certo punto di potermi confondere.
Dovrei quindi parlarvi di Fabrizio, ma non so se ne sono
capace, a voi che lo conoscete. Potrei allora parlarvi di
me, di quello che provo. E subito mi viene alla mente, e
al cuore, la capacità che Fabrizio aveva di farti sentire
sempre al centro della sua attenzione, nel parlare, soprattutto nell’ascoltare, nel chiedere e informarsi con sincera
attenzione, vuoi per la sua raffinata educazione, o per il
suo spontaneo interesse nei confronti dell’altro, che faceva
sentire degno di stima, al quale domandava ogni volta di
insegnargli, di spiegargli, di raccontare; quasi con socratica ironia e autentica modestia, dalla quale trapelava poi
suo malgrado l’intelligenza profonda e acuta.
Potrei raccontarvi cento e più storie, aneddoti, di quando
e quanto siamo stati insieme, ma non lo farò, lasciando a
voi i vostri; magari per scambiarceli davanti a un bicchiere o una tazza di caffè. A noi piaceva così.
Ho usato il passato, e mi dà fastidio. Sono solito dire ai
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miei alunni che la mia fede nella parola di salvezza del
Cristo si fonda innanzi tutto sulle mie fragilità, sulle mie
paure. Ma tale debolezza diventa una forza, poiché
quanto più mi sento incapace di affrontare le prove della
vita, tanto più si consolida in me la certezza ogni giorno
di venire salvato, aiutato, sollevato dagli abissi aperti nella mia anima.
Trovo intollerabile pensare di dover rinunciare alle persone con le quali è venuto in essere un legame più forte
di ogni circostanza, un’appartenenza che a un certo momento si rivela data, non più scelta o voluta. Allora credo
che anche da questa separazione, la più difficile, ne usciremo, come trasformati, più uniti. A volte, nella solitudine,
magari mentre guido, mi trovo a parlare con Fabrizio,
con Valerio, a commentare un evento, a sorridere, come
nel nostro saluto. Ci siamo separati con un sorriso, per
dirci tutto e rivederci domani.
Fabrizio non avrebbe voluto lasciarci un fardello pesante di tristezza; allora continuiamo a vivere, cercando di
diventare persone migliori; questo si aspetta da noi, ed è
questo l’impegno per onorare la sua fiducia, il suo affetto,
la sua amicizia.
(Michele Cataluddi)
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“Io ho conosciuto Fabrizio qui tra le mura di
questa scuola più di vent’anni fa, ma ricordo
ancora tutto perfettamente. Già ai tempi del
liceo Fabrizio era diverso dagli altri. Con tutti
suoi difetti, che noi abbiamo potuto conoscere e amare, lui era migliore degli altri. E non
lo dico per elogiarlo come si fa in queste situazioni di solito, ma semplicemente perché
è la verità. La sua era un’intelligenza straordinaria, curiosa, aperta al confronto, attenta
al mondo esterno, mai presuntuosa, anche
quando era palesemente superiore rispetto al
suo interlocutore. La sua sensibilità e passione
erano davvero uniche. Fabri era ironico, divertente, provocatore, tagliente”.
(Federica Aldrovandi)
Cultura
Buon compleanno,
Testo di
Luigi Cioffi
Maestro Verdi!
Immagini e didascalie di
Fr. Emanuele Costa
“Verdi, il vecchio minatore che va
scavando, sicuro e infallibile, nel sottosuolo
dei sentimenti umani”
(O. Vergani, Il caro vecchio, in “Il Corriere della sera” 27 gennaio 1951)
Anno importante questo 2013 per la storia della musica, non fosse altro perché ricorre l’ anniversario della
nascita di Giuseppe Verdi, il ‘Beethoven italiano’ come
da più parti è stato definito; uno di quei musicisti che
hanno fatto la storia non solo della loro epoca ma anche
di quella successiva.
Giuseppe Verdi nacque infatti duecento anni fa e più
precisamente il 10 ottobre 1813 a Roncole di Busseto,
una piccola frazione della provincia di Parma.
Parlare di un personaggio tanto illustre, le cui opere,
oggi più che mai, ‘calcano’ le scene di tutti i teatri del
mondo non è impresa facile, soprattutto se si hanno tante cose da dire e poco spazio per poterle dire.
Pochi autori sono oggi più rappresentati di Verdi. Pochi
hanno così tanto diritto ad esserlo.
Testimone e protagonista d’eccezione del Risorgimento
e dell’Unità d’Italia, la sua vita fu intensa e ricca come la
stessa produzione musicale protrattasi ininterrottamente
per quasi un sessantennio; dagli esordi come operista a
soli ventisei anni, fino alle ultime composizioni realizzate
alla veneranda età di ottantacinqueanni.
Una produzione la sua, capace di sfidare le mode del
tempo, ma anche di raggiungere sempre altissimi traguardi qualitativi.
Compositore, politico, agricoltore, benefattore, Verdi
nacque nell’era del cavallo e morì in quella del motore
toccando con mano i più importanti progressi compiuti
dalla tecnica e dalla scienza.
I continui spostamenti in giro per il mondo, lo portarono
a contatto con i più illustri personaggi del mondo della
politica, dell’arte, della musica, della cultura più in generale: Mazzini, Manzoni, Garibaldi, Cavour, Carducci,
Rossini, tanto per citarne alcuni.
La sua fama legata quasi esclusivamente al mondo del
melodramma (per tutta la vita continuò a ripetere “Sono
soltanto un uomo di teatro”) - si alimentò grazie all’inna-
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Ritratto di Giuseppe Verdi, di Giovanni Boldini.
Il Maestro nasce a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813 da
una famiglia di modeste condizioni economiche. In una lettera
dimostrerà il suo attaccamento alla terra natia scrivendo:
«Sono stato, sono e sarò sempre un paesano delle Roncole».
Morirà a Milano il 27 gennaio 1901.
Margherita Barezzi moglie di Giuseppe Verdi. Ebbero due figli,
morti prematuramente, e anche Margherita morì giovanissima.
Verdi rimase comunque molto affezionato al papà di Margherita
(il “Signor Antonio”) che riconobbe il suo genio e lo sostenne
negli anni di studio a Milano. A lui dedicò il Macbeth “che io
amo a preferenza delle altre mie opere e che quindi stimo più
degno d’essere presentato a Lei”.
ta capacità di trasporre in musica i fermenti e i turbolenti
eventi che caratterizzarono il periodo risorgimentale e
di scrutare come un novello Diogene il cuore dell’uomo.
Il primo successo del giovane compositore bussetano
porta la data del 9 marzo 1842. Al Teatro alla Scala
di Milano va in scena Nabucco, opera in tre atti su testo di Temistocle Solera. È il terzo titolo che fiorisce in
poco tempo dalla mente del musicista. Verdi ha infatti
già composto Oberto Conte di San Bonifacio e un Giorno di Regno.
Dopo il fiasco di quest’ultimo titolo, il successo di Nabucco è trionfale. La storia incentrata attorno alla passione
amorosa di due giovani amanti, Ismaele e Fenena, s’intreccia con gli eventi storici che vedono il popolo assiro
guidato da Re Nabucodonosor contrapporsi agli Ebrei.
A contribuire al successo di quest’opera non solo un cast
vocale di prim’ordine ma soprattutto la potente energia
musicale sprigionata dalla partitura con quell’esplicito
appello politico intonato all’unisono dalla massa corale
sulle nostalgiche parole: “Va’ pensiero, sull’ali dorate…”.
La storia attorno alla quale ruota Nabucco o Nabucodonosor (secondo il titolo originale della partitura autografa
di Verdi), richiama alla mente le istanze di libertà del
popolo italiano desideroso di sottrarsi al giogo austriaco. È’ l’inizio dell’amore degli italiani per la sua musica.
Da quel momento il Coro del “Va’, pensiero” entra prepotentemente nella storia della musica e nei cuori del
popolo; il pubblico s’identifica con la sorte degli schiavi
ebrei, crede di scorgersi ritratto in quel gruppo di ebrei
piangenti sulle rive dell’Eufrate e di leggere nei versi di
Temistocle Solera, le ansie, le malinconie ma anche le
speranze, il prossimo riscatto di quella patria oppressa
“sì bella e perduta”.
Dopo i successi di Nabucco (1842), de I Lombardi alla
prima crociata (1843) e de La battaglia di Legnano (altra
importante opera a sfondo storico che nel 1849 tanto
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Cultura
Buon compleanno, Maestro Verdi!
Il Teatro alla Scala di Milano vide i primi
successi del Maestro Verdi (1842: trionfo
del Nabucco) che rimase sempre molto
legato a questo prestigioso tempio della
musica lirica
Le musiche popolari di Verdi si diffondono
in tutta Italia e danno un notevole
contributo al nostro Risorgimento. Sui muri
si scriveva “Viva VERDI”, acronimo per
inneggiare Vittorio Emanuele Re D’Italia
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aveva commosso il popolo italiano), Verdi abbandona il
filone patriottico, l’opera di tipo ‘corale’ o il melodramma storico che dir si voglia, dove i protagonisti sono
quasi sempre ‘annegati’ nell’urto con grandi masse corali e procede per una nuova strada, iniziando a porre
molta più attenzione alla psicologia dei personaggi e
alla sfera degli affetti privati.
È la fase che culminerà nei capolavori della cosiddetta
‘Trilogia popolare’: Rigoletto, Trovatore, Traviata.
Così “…dopo aver profuso tesori di generosa spontaneità” – ha scritto lo storico G. Pannain - “la musica di Verdi
abbandona la piazza e si fa arte”.
Cruciale la scelta dei soggetti; quelli estremi, Rigoletto e
La Traviata, affidati a Francesco Maria Piave, e il centrale Trovatore, imposto ad un Salvatore Cammarano titubante. Tutte opere caratterizzate dalla presenza di personaggi deformi in preda ad insanabili conflitti interiori.
È proprio in questi tre capolavori che va concretizzandosi la tipica vicenda morale da cui scaturiranno le
maggiori ispirazioni verdiane; il protagonista, snaturato
da enormi e smisurate passioni, che attraverso il dolore
riacquista la sua umanità.
È’ il caso di Rigoletto, un ripugnante buffone di corte
fermo nel suo desiderio di assecondare i desideri del
suo principe ma anche padre affettuoso che scoprirà
l’amore per la figlia solo a contatto con il dolore provocato dalla sua perdita. Oppure della zingara Azucena
nel Trovatore, furia vendicatrice e madre premurosa di
un figlio non suo, chiusa in una cieca volontà di vendetta
destinata a dissolversi a contatto con il dolore provocato
dalla condanna a morte del giovane Manrico.
Infine, il caso emblematico di Violetta, nella Traviata,
una cortigiana devota unicamente al piacere che scoprirà il vero amore della sua vita (Alfredo Germont) quando ormai sarà troppo tardi, in prossimità della fine della
sua breve esistenza.
Tutti personaggi, questi della ‘Trilogia popolare’, caratterizzati da evidenti deformità fisiche o morali ma che
grazie a particolari ed efficacissime logiche drammaturgico-teatrali trovano la forza di risollevarsi dalla loro
condizione e di riacquistare dignità ed umanità.
L’obiettivo di Verdi è dunque ormai chiaro. Tutti gli sforzi
sono ora mirati a mettere a nudo l’uomo, con le sue debolezze, le sue passioni snodate, i suoi drammi e i suoi affetti.
Francesco Maria Piave, buon poeta,
amico e librettista di Verdi.
A lui si devono capolavori quali:
Ernani (1844), Macbeth (1847), Rigoletto (1851),
La traviata (1853), La forza del destino (1862)
Giuseppina Strepponi, ex cantante lirica, per molti anni
amica di Verdi e dal 1859 sua seconda moglie.
Donna indipendente, affascinante, dotata di talento,
cultura e sensibilità, rimase vicina al Maestro con affetto
e venerazione fino alla morte, avvenuta nel 1897
17
Cultura
Buon compleanno, Maestro Verdi!
Ai funerali di Verdi (fine gennaio 1901) partecipa una grande folla, ma per sua volontà, non ci fu nessuno sfarzo e nemmeno musica.
La sua tomba fu collocata all’interno di quella che il Maestro riteneva la sua opera più bella: la “Casa di riposo per musicisti” a Milano.
“Quando si pronuncia il nome di Verdi tornano di colpo alla mente le grandi
vicende risorgimentali che fecero l’Italia politicamente unita
e che ebbero in Giuseppe Verdi e nella sua musica un impulso fortissimo…
Il suo nome, le note della sua musica divennero entusiasmanti e trascinanti
simboli popolari. Verdi è nato… in un’Italia che era, politicamente,
ancora un mosaico di Stati…Nel corso della sua vita… il nostro Paese ha
avuto una evoluzione della storia straordinaria. L’Italia in pochi decenni
è divenuta una sola Nazione, una sola Patria. Se ciò è stato possibile lo
dobbiamo al fatto che ci sono stati uomini come Verdi e c’è stata anche la
forza del suo linguaggio musicale che ha trascinato gli Italiani in quella
che possiamo considerare una splendida avventura…
E quindi il nostro riconoscerci in Verdi è ancora una prova di quanto
siano potenti in tutti noi il bisogno e il senso della nostra identità, il nostro
orgoglio di essere, di saperci, di sentirci Italiani…”
(Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione
dell’incontro con le Autorità e i cittadini della città di Parma. - Parma, 27/01/2001)
18
Per ognuno dei soggetti, per ognuna delle sue storie, il
compositore ricerca una ‘tinta’ caratteristica, un timbro
inconfondibile, ricorrendo spesso a soluzioni sperimentali sempre nuove e di grande efficacia.
Dopo la composizione de La Traviata, nel 1853, Verdi
si trasferisce a Parigi riducendo notevolmente la sua attività creativa. Ora sceglie i libretti con più calma, medita maggiormente, dirada il comporre. “Se avessi voluto
fare il mercante” – dirà più tardi – “nissuno mi avrebbe
impedito di scrivere dopo Traviata un’opera all’anno e
formarmi una fortuna maggiore di quella che ho”.
Scrive I Vespri Siciliani per l’Opéra di Parigi, dietro invito
ufficiale del governo francese in occasione dell’Esposizione Universale del 1855. È quindi la volta del Simon
Boccanegra, di Un Ballo in maschera, de La Forza del
Destino, un altro drammone pieno di cadaveri che il compositore rimaneggerà sette anni più tardi aggiungendovi
quella che notoriamente è considerata la sua più bella e
trascinante Sinfonia di apertura.
Legata ad un altro importante evento storico ovvero all’apertura del Canale di Suez, al Cairo, sarà Aida (1871),
il cui argomento scritto in versi da Antonio Ghislanzoni, darà a Verdi l’opportunità per realizzare un’opera
spettacolare quanto ad effetti, ma piuttosto carente sotto
il profilo della levatura drammatica dei personaggi. A
trasformare la partitura in uno dei più importanti successi
del ‘Cigno di Busseto’, gli ampi fiumi di musica, i numerosi interventi di danza e dei cori, le generose pennellate
di esotismo.
Proprio quando la carriera di Verdi pareva ormai conclusa e la vena artistica esaurita, ecco il Maestro riprendere
nuovamente in mano la penna per dar forma al sogno
della sua vita: misurarsi con l’ideale supremo del dramma, ovvero William Shakespeare.
Nasce così prima Otello, una tragedia in musica
poi Falstaff, una commedia, entrambe su libretto di
Arrigo Boito.
Ancora una volta alla ricerca delle forze misteriose che agitano sentimenti e passioni umane, Verdi
s’immerge così nell’Otello con tutte le sue energie,
rendendo il tema della gelosia oggetto di una scultorea e penetrante rappresentazione completamente
trasfusa nel linguaggio sonoro.
Ma Otello non è solo questo. E’ anche altro. È la riflessione di un uomo che ormai al tramonto di una vita intensa,
faticosa, piena di successi e passioni, medita sul significato della morte e si interroga. Emblematiche le parole
fatte pronunciare wa Jago nel secondo atto dell’opera:
“…La morte è il nulla. È vecchia fola il ciel…”.
È la stessa profonda riflessione che attraverserà l’ultimo
capolavoro di musica sacra del compositore; l’imponente Messa da Requiem, affresco sonoro di ineguagliabile
bellezza, distante da prospettive metafisiche e approdi
consolatori. L’opera non è una filosofica meditazione
sulla morte, bensì una virile confessione dell’uomo, con
le sue paure e le sue contraddizioni. È in fondo la caduta di tutte le illusioni terrene messe a nudo dalla spietata
realtà della morte, il confronto con la vita che inesorabilmente sfugge, quella stessa vita che si spegnerà a
Milano in una fredda notte del 27 gennaio 1900.
Autografo del Maestro Verdi
Arrigo Boito, geniale ed estroso poeta scapigliato, nonché
musicista di valore. Incontrò Verdi in tarda età, ne divenne
amico intimo per 15 anni e per lui preparò due libretti (tratti da
Shakespeare) che divennero gli ultimi capolavori lirici di Verdi:
Otello (187) Falstaff (1893).
19
Cultura
“Un pericoloso
covo dello spirito”
Tra le novità l’anno scolastico 2013-14
ha portato la gradita apertura pomeridiana
della Biblioteca demerodiana
I professori E. Salvatori, B. Pozzi, L. Dell’Omo,
P. Cantelmi, I. Carassai, durante la settimana,
dalle ore 14,15 alle ore 16,00, sono a disposizione per aiutare gli studenti a scegliere il
volume adatto alle loro esigenze fra i 60.000 di
argomento profano che possiede la biblioteca e
per guidarli nella ricerche e consultazioni.
Vedendo la biblioteca chiusa da molto tempo
qualcuno aveva creduto davvero che “fosse un
luogo di riposo, frequentato da qualche professore in religioso silenzio per non disturbare il
riposo”, come viene definita da Romarin nel “Di-
zionario semiserio della limgua italiana”.
La biblioteca non è un luogo di riposo, o un tempio inaccessibile, ma un luogo dove si conosce,
si confronta, si verifica, “un covo dello spirito”,
come sta scritto sopra il quadro della porta di
ingresso, perché la biblioteca conserva i frutti della libertà: i libri scritti da uomini pensanti
perché liberi. L’espressione in lingua tedesca, in
caratteri gotici “Le biblioteche sono un pericoloso
covo dello spirito” è un manifesto di Klaus Staeck
(1978), tratta dal “Resoconto annuale dell’Ispettorato generale delle Biblioteche” risulta veritiera
20
se riferita alla autirità dispotica. Il mite vecchietto, indaffarato nelle sue ricerche, sembra voler
replicare: “Il pericolo è tutto qui?”
Nonostante i moderni mezzi tecnologici la biblioteca resta il canale privilegiato, l’officina per
fare cultura, perché il libro lo puoi leggere, rileggere, meditare, annotare, sintetizzare, scarabocchiare, gettare, strappare, bruciare: esso è lo
strumento ideale per il lavoro intellettuale. Non
a caso, proprio nell’anno in cui il De Merode ha
introdotto l’uso generalizzato della LIM, del TABLET…. e di tanti altri mezzi didattici moderni,
ha riaperto agli Studenti e ai Genitori l’uso della
biblioteca.
Il nucleo originario della Biblioteca Demerodiana (2.000 volumi) deriva dal fondo De Merode di Palazzo Altemps: sono volumi preziosi di
agraria, biologia, chimica, fisica, matematica,
gli altri sono stati aggiunti negli anni.
La sistemazione attaule si deve al preside Fr. Leone Morelli (1969); l’aggiunta della quarta sala
al preside Fr. Osvaldo Tafaro (1987).
Per moltissimi anni responsabile, anzi “il bibliotecario” è stato Fr. Serafino Barbaglia: persona
colta, di fine sensibilità e gusto artistico, “gelosa
dei suoi tesori”, ma contemporaneamente felice
di partecipare la ricchezza della sua cultura e
quella che custodiva.
Attualmente la Biblioteca Demerodiana di compone di quattro sale con volumi di argomento
laico: Michelangelo, Dante, Galilei, Verdi e una
quinta di argomento religioso.
Chi vi entra la prima volta è colpito dalle numerose enciclopedie, dalle collane della UTET, dalle
collane complete dei classici latini e greci delle
Belles Lettres, della Havard Univetsiy e dai volumi della prestigiosa Bibliothèque della Pléiade.
Fra i suoi tesori Fr. Serafino si gloriava di avere la prima “Storia della letteratura italiana” del
Cavaliere Abate Girolamo Tiraboschi, del 1785,
testo su cui studiò anche il Foscolo; un volume
dell’edizione aldina delle operre di Catullo, Tibullo e Properzio, del 1562
Questo quadro si trova all’ingresso della Biblioteca Demerodiana;
vi è stato messo dal “bibliotecario” Fr. Serafino Barbaglia.
E’ un manifesto di Klaus Staeck (1978). Il motto, in bei caratteri
gotici, afferma: “Le biblioteche sono un pericoloso covo dello
spirito” ed è tratto dal “Resoconto annuale dell’Ispettorato
generale delle Biblioteche”. Ma il mite vecchietto, indaffarato
nelle sue ricerche, sembra voler replicare : “Il pericolo è tutto qui”?
(dal dépliant della Biblioteca Demerodiana, preparato
da Fr. Serafino Barbaglia)
21
Cultura
“Un pericoloso covo dello spirito”
Un nuovo manoscritto della Comedìa di Dante.
La Biblioteca Demerodiana si è arricchita di una nuova acquisizione.
Una copia manoscritta della Divina Commedia di Dante, opera
degli alunni del Triennio Scientifico della Sezione A
(coordinati dal Prof. Tornatora negli anni scolastici 2010 – 2013),
campeggia degnamente tra le numerose e preziose edizioni a stampa
presenti nella Biblioteca d’Istituto. Gli studenti, novelli amanuensi,
hanno copiato, miniato ed illustrato i canti del capolavoro dantesco
studiati e commentati nel corso dei tre anni di studio:
Edoardo Pistone è l’autore delle eleganti lettere che caratterizzano ogni
inizio canto e Alessandro Coia è l’artista cui si devono le ancora più
preziose illustrazioni originali che accompagnano l’opera.
Nella sala Galilei fra i volumi scientifici viene
conservato un atlante del corpo umano. Nel
2012 la prof. M. Pescarmona e il prof. M. Cilione, ammirati dalla quantità e dalla precisione
delle illustrazioni, ne hanno iniziato un esame
scientifico: speriamo che le loro scoperte ed emozioni presto siano partecipate.
V.M.
22
L’esperienza di paziente e accurata copiatura del poema sacro
“al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. XXV,2) ha permesso agli
studenti di apprezzare la dolce fatica dell’esercizio
di scrittura che richiede tempo e precisione, due dimensioni che ai nostri
giorni sembrano non godere di troppa fortuna.
23
Cultura
L’immagine del potere:
la Roma di Augusto
di Tiziana Daga
«O Sole che dai la vita, che con il carro
lucente mostri e celi il giorno, e che
vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai
vedere nulla più grande della città di
Roma [...] o dei, date buoni costumi
alla docile gioventù, o dei, concedete
alla vecchiaia una placida quiete, e
donate al popolo di Romolo potenza,
prole e ogni gloria»
(Orazio, Carmen Saeculare, 17 a.C.)
Il giorno 8 ottobre 2013 la professoressa Tiziana Daga con una lezione a 380 gradi di cultura antica
ha illustrato la figura di Augusto: nepos, pontifex, imperator, rex, divus…
Da pari suo Tiziana non solo ha mostrato il vero e il falso nelle statue e rappresentazioni di Augusto,
ma ha dato una completa presentazione del personaggio, non così “olimpico” come la letteratura lo
ha tramandato. La sapiente ricostruzione e sovrapposizione dei luoghi di ieri e di oggi di Roma ha
molto agevolato la comprensione e apprezzamento del cumulo di cultura e storia in luoghi frequentati
giornalmente. La prof. Daga ci ha gentilmente dato la sua conferenza, riprodotta in parte.
Nel pensare a questo incontro, contestualmente alla
mostra su Augusto di prossima apertura alle Scuderie
del Quirinale, ci siamo chiesti: da dove cominciare
per ricostruire le vicende di una città in cui una
millenaria storia ha lasciato ovunque
tracce indelebili e profonde cicatrici,
oltre ad evidenze monumentali
di straordinario valore storico
artistico?
Una storia che affonda le sue radici
nella leggenda, quando nell’VIII
sec. a.C. Romolo traccia la Roma
Quadrata sul Palatino. Ma di fatto Roma
per molti secoli dovette assomigliare
più ad un accampamento di pastori
e di profughi che ad una vera e
propria città.
Allora, quando Roma ha cominciato a prendere
una vera e propria forma secondo precise linee di
sviluppo, non dettate solamente dalle particolari,
favorevoli condizioni ambientali?
Perché una città abbia una forma occorre un
progetto e ciò implica una coscienza da
parte di chi la abita e soprattutto di chi
la governa.
Scrive Corrado Augias nell’Introduzione
ai “Segreti di Roma”: “Roma non sarà
mai la città dell’ordine, delle simmetrie,
del nitido svolgersi dei fatti secondo un
disegno, l’esito coerente di un progetto.
Se la storia degli uomini altro non è che
violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli
lo specchio di questa storia, capace
di riflettere con dolorosa fedeltà ogni
24
della sostanza, fatta di edifici monumentali e piazze
scenografiche nate dall’esigenza, di chi governa, di
raccogliere il maggior consenso popolare possibile.
Dietro le grandi facciate, ieri come oggi, spesso si
nascondono realtà diverse, in alcuni casi di degrado
e povertà.
Da dove cominciare quindi questa storia? Forse
proprio dalla Roma di Augusto, ovvero da quando
- con quasi un milione d’abitanti - la capitale
dell’Impero era già una vera e propria megalopoli.
Un dato questo che acquista oggi una più tangibile
evidenza se si tiene conto che l’intera popolazione
a quel tempo sotto il dominio romano ammontava a
circa sessanta milioni e che mediamente le città non
superavano i diecimila abitanti.
Nei quarantacinque anni in cui l’imperatore Cesare
Ottaviano Augusto fu indiscusso padrone della
dettaglio, compresi quelli dai quali si distoglierebbe
volentieri lo sguardo”.
E’ difficile non condividere la sostanza di questa
affermazione, soprattutto per chi come noi
quotidianamente s’imbatte nell’indolenza e nel
distratto e frainteso senso civico dei suoi concittadini,
o nell’ordinaria mancata manutenzione della città
da parte degli organismi preposti a tale funzione.
Ma forse all’origine di tutto questo c’è proprio la sua
storia, quella di una città che nasce come capitale
di un grande impero e che, dall’antichità all’età
moderna, dagli imperatori ai papi del Rinascimento,
è stata disegnata e organizzata secondo criteri più
estetici che funzionali.
In altri termini, una città che da Augusto in poi verrà
concepita soprattutto come espressione di un potere
politico forte, più preoccupato delle apparenze che
25
Cultura
L’immagine del potere: la Roma di Augusto
città, Roma conobbe un lungo periodo di pace e
prosperità che consentì l’attuazione di un primo
vero programma urbanistico, una sorta di vero e
proprio piano regolatore ante-litteram, destinato ad
orientarne il futuro sviluppo.
Le tappe salienti di questa storia mostrano come la
nascita dell’Urbe sia stata la concreta espressione
di un preciso disegno politico, teso ad identificare
Augusto ed i suoi futuri discendenti negli interpreti del
bene comune. Sarà lo stesso Augusto alla fine della
sua vita, nel Res Gestae Divi Augusti, a lasciare un
dettagliato resoconto delle imprese compiute durante
il suo regno. Al riguardo fondamentale appare la
frase iniziale, dove scrive:
“Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et
privata impensa comparavi, per quem rem publicam
a dominatione factionis oppressam in libertatem
vindicavi […]”.
Un incipit in cui c’è in nuce tutto il senso del programma
politico che ne connoterà l’ascesa e l’affermazione:
da quando appena diciannovenne, all’indomani
dell’assassinio di suo zio Giulio Cesare che l’aveva
nominato erede, era tornato a Roma deciso a
spendere il proprio denaro per formare un esercito
che restituisse “la libertà alla Repubblica dominata
e oppressa da una fazione”, pur di raccogliere
l’eredità politica di Cesare e succedergli nel governo
dello Stato romano, a quando - accentrate di fatto su
di sé tutte le cariche più importanti della Repubblica ne divenne il capo supremo dando inizio all’Impero.
Dopo essersi abilmente barcamenato nel periodo
delle guerre civili scoppiate all’indomani delle “fatali
idi di Marzo”, e dopo aver liquidato gradualmente
tutti i suoi maggiori avversari politici, nel 31 a.C. anno della battaglia di Azio che vede la definitiva
sconfitta del suo principale rivale Marco Antonio e
della regina d’Egitto Cleopatra – Ottaviano poteva
celebrare il suo trionfo e considerarsi il dominatore
incontrastato di quello che ormai era un Impero.
Infatti, pur mantenendo la forma repubblicana dello
stato, concentrò su di sé una serie di prerogative,
dalla podestà tribunizia a vita che riceve nel 23 a.C.
e che di fatto gli dà il diritto di veto e il controllo
delle assemblee dei tribuni del popolo, all’Imperium,
26
ovvero il potere di comandare l’esercito, alla massima
carica sacerdotale dello stato, quella di Pontefice
Massimo, nel 12 a.C..
Accanto a questi poteri effettivi riceve dal Senato
l’onorifico titolo di Augusto (colui che ha l’autorità
morale) e anche di Padre della Patria (2 a.C.).
Da questo momento in poi Roma si sarebbe trasformata
nella sontuosa e affascinante metropoli, ammirata
per secoli, e nella città di Mecenate, ispiratore di
una politica culturale che vedrà Tito Livio ed i versi
immortali di Ovidio, Orazio e Virgilio consegnare
alla storia e al mito la memoria dell’antica Roma.
Con la supervisione di Agrippa, amico fedele, genero
ed instancabile ideatore della nuova Urbs voluta da
Augusto, si diede il via alla costruzione di templi,
basiliche, acquedotti, strade, complessi termali come
quelli che lo stesso Agrippa nel 12 d.C. lasciò in
eredità al popolo romano nella zona di Campo
Marzio, una delle aree maggiormente interessate
dallo sviluppo edilizio e dal progetto d’ampliamento
della città. Politicamente la stessa inaugurazione
di ciascun tempio, teatro, portico, piazza divenne
l’occasione per esaltare le virtù del princeps e
nel tempo, quando si fece sempre più pressante il
problema della successione, fu l’occasione per
presentare al mondo un possibile erede che avrebbe
agito nel nome del bene comune.
Quasi in pendant alla frase iniziale del Res Gestae, nel
testamento finale di Augusto si dichiara che il princeps
aveva trovato una città di mattoni e l’aveva lasciata
di marmo, affermazione che riassume efficacemente
come il programma politico e di riorganizzazione
dello Stato dell’età augustea coincise con una intensa
attività urbanistica che avrebbe trasformato il volto
monumentale di Roma.
Così l’arte diventa parte integrante del rinnovamento
edilizio dell’età augustea ed espressione del
programma politico del princeps, sancendo la nascita
di un’arte pienamente romana capace di assorbire
e di rielaborare i modelli del classicismo greco e
di adeguarli ai fasti e alla politica autocelebrativa
dell’imperatore. Con Augusto si chiude un’epoca –
quella dei rustici padri della repubblica – e ha inizio
un nuovo capitolo della storia di Roma destinato a
lasciare su di essa un’impronta indelebile nei secoli
a venire.
(T.D.)
27
Cultura
Tre domande di troppo,
forse quattro
Le regole sono da rispettare
o no? I want to get away.
I want to fly away
di Alessio Guerra
(IV Classico B)
Mi hanno chiesto se le regole siano da rispettare
oppure no. Al che ho risposto: “Diamine, certo che
sono da rispettare, se le hanno fissate ci sarà un
motivo”. A quel punto mi hanno fatto notare: certe
regole possono essere sbagliate. E’ vero, qualcuno
potrebbe averle fatte male, erroneamente oppure
per proprio vantaggio personale. Ma poi dopo
averci pensato un po’ sopra ho realizzato: di solito
le regole sono concordate “insieme”, se poi se uno
se ne pente pianga se stesso.
Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo
con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica
domanda: “E se queste regole non fossero state
concordate insieme?” In quel momento mi sono
tornate in mente regole che non sono state proprio
fissate “insieme”. Ho pensato al divieto per gli Ebrei
da parte dei Romani di risiedere a Gerusalemme,
alla censura nel corso dei secoli, alle “misure”
utilizzate dal Santo Tribunale dell’Inquisizione, alle
Leggi Razziali del 1938, alla mancanza di libertà
di parola, di espressione e quasi di pensiero in
paesi come la Cina o dove è presente una qualsiasi
dittatura.
Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato
in una faccia perplessa. Mi hanno chiesto come
reagivo ai richiami dei miei genitori o dei miei
educatori. Al che ho risposto: “Sono una persona
tranquilla, mantengo sempre la calma”. A quel
punto mi hanno fatto notare: a volte capita a tutti
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di perdere le staffe. Ma poi dopo averci pensato un
po’ sopra ho realizzato: “No, a me non capita quasi
mai, soprattutto con i miei educatori”.
Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo
con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica
domanda: “Non hai mai subito un rimprovero
sbagliato?” In quel momento mi sono tornate in
mente tutte quelle volte che sono stato punito al
posto di qualcun altro o sono stato sgridato per
qualcosa che non avevo fatto. Molte di quelle volte
senza perdere la calma ho spiegato le mie ragioni.
Ma quando le mie ragioni inesorabilmente venivano
ignorate perdevo la calma. In quel momento avrei
potuto essere il William Foster di Un giorno di
ordinaria follia.
Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato in
una faccia perplessa.
Con la faccia perplessa ho iniziato a pensare: “E
se la giustizia non fosse una prerogativa assoluta
delle regole e di coloro che le fanno rispettare?”
Allora la mia faccia perplessa si è trasformata in una
faccia delusa. Mi hanno chiesto come giudicassi e
come spiegassi certi comportamenti trasgressivi e le
bravate di alcuni miei coetanei. Due domande prima
avrei risposto con un discorso moralista fatto di frasi
fatte, dando la colpa a questo schifo di società.
Purtroppo però mi sono state fatte due domande di
troppo. Forse tre.
Dunque ho realizzato come fosse composta questo
“schifo di società”. Proprio loro. Avevo capito che
non solo la giustizia non era una prerogativa assoluta
di quegli educatori e di quelle leggi, ma erano loro
stesse a plasmare una società che tende all’ignoranza
e all’omologazione, passando per la stupidità di
alcuni elementi che la compongono. La creano male
e facile da controllare, rendono i giovani uguali
tra loro, li rendono violenti, fanno loro credere di
rivoltarsi contro i loro creatori e infine li criticano con
falsi moralismi e li usano come capro espiatorio.
Allora la mia faccia delusa si è trasformata in una
faccia schifata. Mi hanno chiesto come sognassi
la mia famiglia di domani. Tre domande fa avrei
risposto “Come quella della Barilla oppure quella del
Mulino Bianco”. Purtroppo però mi sono state fatte
tre domande di troppo. Forse quattro.
Non spero che i miei figli siano diversi, spero solo che
capiscano la realtà e possano scegliere liberamente
se omologarsi o meno. Spero che possano cantare
“I want to get away, I want to fly away” non come
gli ipocriti che lo fanno per sentirsi alternativi, ma
perché capiscono la verità.
O forse no. Forse sarebbero più felici come i bambini
biondi, sorridenti e perfetti della pubblicità.
29
Cultura
Intervista a Friedrich Nietzsche
di M. Rebecca Sdoia
Incontrai il signor Nietzsche
a Torino, dove egli decise
di passare una parte
della sua vita, e ne approfittai
per fargli alcune domande:
Buongiorno signor Nietzsche, ha visto che bella
giornata quest’oggi?
Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono
postumi.
Tra le sue opere in quale si ritrova maggiormente?
Domanda quasi piacevole per le mie orecchie.
Ovviamente sono di parte, l’opera che amo di
più, che mi appartiene maggiormente è “Così
parlò Zarathustra”, questo lungo viaggio verso
l’eterno divenire. Io ne sono il protagonista?
Io sono il superuomo!
Che consigli darebbe ai giovani che verranno
dopo di lei?
Ai giovani che conosceranno questo mondo,
come me, consiglio di non aver paura dei propri
errori, io ad esempio amo gli uomini che cadono,
se non altro perché sono quelli che attraversano.
Consiglio di non temere di sognare in grande,
credo che tutte le cose che sono veramente grandi, a prima vista sembrano impossibili. E’ importante che voi abbiate in voi due principi fondamentali: la gratitudine e la purezza.
Come giudica questo nostro mondo?
La morale in Europa oggi è la morale del branco.
Dicono che lei sia amante della musica. E’ vero?
Non me lo chiedere. Poni le tue mani su un pianoforte. La vita senza musica non è vita.
Ha piani per il futuro?
Quanto più pensiamo a tutto quello che fu e che
sarà, tanto più pallido ci diventa quel che è ora.
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Lo guardai con ammirazione,
e lo portai con me
per tutta la vita.
Lui proseguì la sua passeggiata,
tenendo tra le mani
il “Principe” di Machiavelli,
opera da Nietzsche sempre amata.
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Day By Day
Primo giorno di scuola:
La parola di un “Grande” della Storia
Lettera di Abramo Lincoln al maestro
del figlio nel primo giorno di scuola
“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà
strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato
con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo
ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere
questa vita richiederà fede, amore e coraggio.
Dovrà imparare, lo so, che non tutti gli uomini sono
giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri.
Però gli insegni anche che per ogni delinquente, c’è
un eroe; che per ogni politico egoista c’è un leader
scrupoloso…
Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico, cerchi di
tenerlo lontano dall’invidia, se ci riesce, e gli insegni il
segreto di una risata discreta.
Gli faccia imparare subito che i bulli sono i primi ad
essere sconfitti…
Se può, gli trasmetta la meraviglia dei libri…
Ma gli lasci anche il tempo tranquillo per ponderare
l’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole
e dei fiori su una verde collina.
Gli insegni che a scuola è molto più onorevole sbagliare piuttosto che imbrogliare…
Gli insegni ad avere fiducia nelle proprie idee, anche
se tutti gli dicono che sta sbagliando…
Gli insegni ad essere gentile con le persone gentili e
rude con i rudi.
Cerchi di dare a mio figlio la forza per non seguire la
massa, anche se tutti saltano sul carro del vincitore…
Gli insegni a dare ascolto a tutti gli uomini, ma gli insegni anche a filtrare ciò che ascolta col setaccio della
verità, trattenendo solo il buono che vi passa attraverso.
Gli insegni, se può, come ridere quando è triste.
Gli insegni che non c’è vergogna nelle lacrime.
Gli insegni a schernire i cinici ed a guardarsi dall’eccessiva dolcezza.
Gli insegni a vendere la sua merce al miglior offerente,
ma a non dare mai un prezzo al proprio cuore e alla
propria anima.
Gli insegni a non dare ascolto alla gentaglia urlante e
ad alzarsi e combattere, se è nel giusto.
Lo tratti con gentilezza, ma non lo coccoli, perché solo
attraverso la prova del fuoco si fa un buon acciaio.
Lasci che abbia il coraggio di essere impaziente.
Lasci che abbia la pazienza per essere coraggioso.
Gli insegni sempre ad avere una sublime fiducia in sé
stesso, perché solo allora avrà una sublime fiducia nel
genere umano.
So che la richiesta è grande, ma veda cosa può fare…
E’ un così caro ragazzo mio figlio”.
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Il messaggio dell’amore,
la parola dei Genitori
La Famiglia e la Scuola
devono trasmettere
il messaggio dell’amore
Nella nostra scuola, come in tutti gli istituti di ispirazione cattolica, l’anno scolastico inizia con l’incontro del
popolo di Dio con il Cristo vivente.
E noi Genitori, parenti ed amici siamo qui per proclamare al mondo che non c’è cultura, non c’è formazione, non c’è sapere senza quella “sapienza del cuore”,
quel “cuore saggio”, che solo il Signore può donare a
noi e ai nostri Figli.
Nell’età della “globalizzazione”, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione ai valori evangelici che la
scuola, ci aiuterà a trasmettere, crediamo che la Comunità scolastica assieme alla Comunità familiare, debba
avere, la missione di testimoniare il messaggio della solidarietà, dell’onestà, della professionalità costruita sulla
lealtà e sulla fiducia, dell’amore, quale unica risposta
capace di risolvere i problemi concreti dell’uomo.
di Raffaella Fusco Gandola
(Presidente Giunta dei Genitori)
Come Presidente della Giunta dei Rappresentanti di
classe dei Genitori, unitamente alle mie Colleghe, che
ringrazio di vero cuore per la disponibilità e la passione che hanno caratterizzato il loro impegno, ho sperimentato l’apertura e la comprensione dei responsabili
della scuola, attenti ad offrire ai ragazzi un alto livello
formativo coniugato alla sensibilità educativa propria
del carisma dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
San Giovanni Battista De La Salle, infatti, insegna e
testimonia che l’educazione è sempre e in primo luogo
partecipazione responsabile e qualificata alla realizzazione dell’opera del Signore.
E’ con un sentimento di sincera gratitudine e di cordiale
affetto che, all’inizio di questo Anno Scolastico 20132014, formulo a tutti quanti voi i migliori auguri di un
buono e proficuo lavoro illuminato dal Santo di Reims.
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Day By Day
il messaggio dell’amore, la parola dei Genitori
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Day By Day
Primo giorno di scuola:
il saluto del Preside
Fatevi guidare dal desiderio
della scoperta
di Fr. Alessandro Cacciotti
E’ un giorno di festa: celebriamo il nostro ritorno a
scuola e ringraziamo il Signore della possibilità che ci
offre di incontrare ogni giorno tante persone con cui
lavorare insieme, con cui confrontarci, in un dialogo
aperto ma anche impegnativo ed esigente, con cui
vivere tante esperienze non solo culturali, ma anche di
vita, di affetti veri e di sentimenti duraturi. (….)
L’orgoglio con cui i più grandi accolgono i più piccoli in questo susseguirsi delle generazioni è il nostro
orgoglio e la nostra gratificazione per un lavoro educativo che sappiamo essere sempre più difficile. E’
come se i maturandi dicessero oggi ai ragazzi della
Prima, che hanno accompagnato all’altare: ecco vi introduciamo nello stesso percorso che stiamo per con-
cludere noi, perché sappiamo che sarà entusiasmante
per voi come lo è stato per noi; non sempre tutto sarà
facile, ma sappiate che qui noi ci stiamo bene, perché
ci sentiamo riconosciuti e realizzati come persone; da
qui deriva molta parte delle conoscenze che abbiamo
acquisito in questi anni; qui sono i nostri riferimenti
culturali e i valori in cui crediamo. Vogliamo lasciarli
a voi in eredità: vi trasmettiamo un dono prezioso,
che abbiamo ricevuto e che vogliamo che continui a
vivere attraverso di voi. (….)
Cari ragazzi, vi auguriamo di affrontare la fatica dello
studio con la consapevolezza della grande opportunità
che avete di poter diventare più grandi e più coscienti
di voi stessi e del mondo che è intorno a voi. E se tutto
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ciò costerà qualche sacrificio, sappiate che questo è il
vero segno che distingue ciò che vale di più, perché
i risultati che ci danno maggiore soddisfazione sono
quelli che ci siamo sudati e conquistati con le nostre
forze. Fatevi coinvolgere nel progetto educativo, anzi
siate protagonisti e interlocutori attivi della vostra formazione umana e culturale con un alto livello di condivisione, in cui esprimere le vostre speranze, i vostri
desideri, le vostre difficoltà. Poter imparare a scuola è
una grande fortuna: non si studia per dovere ma perché sappiamo che così si diventa persone migliori, più
ricche di umanità, più capaci di comprendere la realtà,
senza lasciarsi strumentalizzare dalle opinioni spesso
conformiste e spersonalizzanti in voga nella nostra so-
cietà. Fatevi guidare dal desiderio della scoperta: studiare è utile, serve per la vita, per realizzare i propri
sogni, ma è ancora qualcosa di più: è coltivare il nostro
essere più profondo, che attraverso la cultura riesce ad
apprezzare il bello, a riconoscere il vero e a scegliere il
giusto. Facciamo nostro l’appello che papa Francesco
ha rivolto tempo fa a un folto gruppo di studenti ad
essere magnanimi, cioè ad “avere il cuore grande, a
coltivare grandi ideali e il desiderio di realizzare grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede e proprio
per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte
le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone, fare le cose piccole di ogni giorno con il cuore
grande, aperto a Dio e agli altri”. (... )
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Day By Day
il saluto del Preside
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Day By Day
Primo giorno di scuola:
Ai bambini e Genitori
della Classe Prima Primaria
Il primo giorno è sempre ricco
di emozioni per tutti
Maestra Silvia Bagli
Vorrei porgere a tutti Voi il mio più sincero Benvenuto.
Non ci conosciamo ancora, ma posso raccontarVi
tutta l’Emozione e la concitazione impressa sui vostri volti.
Non saprei dire se ad essere più emozionati stamane in quest’aula siano i bimbi, i loro genitori o .....
la loro maestra. Eh si, perché non crediate che sia
“un salto” solo per voi: lo è anche per me! Provate
ad immaginare per un attimo di avere 20 figli, con
20 aspettative tanto diverse eppure tanto uguali.
Sapere che, soprattutto nei primi istanti, quei 40
occhi ti scruteranno, ti studieranno, impareranno ad
interpretare i tuoi movimenti, i tuoi intenti e avvertiranno i tuoi sentimenti. Da subito stabiliscono se
affidarti il loro cuore e tutti loro stessi. È proprio il
caso di dire che “la prima impressione fa la differenza”, o per lo meno può facilitare tanto la strada.
Immagino che i pensieri, i dubbi, le domande, si stiano
rincorrendo e accavallando nella vostra mente come
i cavalloni di un mare in tempesta; nell’accarezzare
con lo sguardo i vostri pulcini, sentite il vostro cuore
perdere o accelerare i battiti....”Ce la farà?”, “Si sentirà solo o smarrito?”, “Avvertirà la mia mancanza?”
“Penserà che l’ho abbandonato?”, “Mangerà?”....
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Regalatevi un minuto per tornare indietro al VOSTRO PRIMO GIORNO di scuola. Riportate alla
vostra mente i volti, i sapori, gli odori, le mani
sudate di quel giorno. Riassaporate quel gusto di
nuovo e di novità che vi ha accompagnati quella
mattina e nei giorni immediatamente a seguire. Ed
ora siate sinceri: nel vedere il nuovo ambiente, gli
“estranei”, la nuova maestra, e mamma e papà
che uscivano da quella porta, non avete provato
un po’ di sana paura? Dunque quello che noi tutti
proviamo è normale!
Siate saggi ed aiutate i vostri cuccioli mostrando un
atteggiamento positivo e propositivo. Sempre. Nel
tempo, non mancheranno i confronti tra di noi, talvolta anche duri. Ma ogni volta facciamo in modo
che non venga meno la fiducia reciproca e il comune intento di accompagnare vostro figlio in questo
percorso di crescita verso l’autonomia. Prima di essere la maestra, sono anch’io una mamma lavoratrice che prova le vostre stesse ansie. Confidate in
me e nella scuola che ci ospita: mi impegnerò a far
si che vostro figlio viva questo passaggio nel modo
più naturale possibile.
Grazie fin d’ora per la vostra collaborazione.
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Day By Day
ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria
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Day By Day
ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria
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Day By Day
ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria
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Day By Day
“No, o nove?”
di Giulia Gambarini
Precisione teutonica,
allegria italiana, babilonia
linguistica, civiltà classica
nella città di Berlino
Alexander Platz, è divenuta il nostro punto di ritrovo, dove
pranziamo e da cui partiamo per la
città di Berlino, a piedi.
Ragazzi e i professori alla stanchezza
za
aggiungiamo le specialità tedesche, pesanti per i nostri gusti italiani, ma indububbiamente buonissime. Il giorno seguente
ente
è la volta dell’isola dei musei, con stupore
pore
per i reperti antichi di varie culture, tra cui il
famosissimo busto di Nefertiti. Senza dubbio
il museo più bello è quello visitato nel pomeriggio, il “Pergamon Museum”, dove sono conservati i resti di monumentali opere architettoniche del
passato, come l’Ara di Pergamo, la porta del mercato di Mileto, oppure la porta di Ishtar, dell’antica
Babilonia. A cena siamo in un meraviglioso ristorante, sulla cima della Torre della Televisione, da
cui si gode di una vista su tutta la città. In quella
particolare occasione è dato libero sfogo alla simpatia, soprattutto ad opera di alcuni studenti che
hanno iniziato un divertente scambio di battute sia
con il professor Testa che con il personale del ristorante. Tra queste vale la pena ricordare quelle di
una nostra compagna che ha risposto al cameriere
che le chiedeva se volesse dell’altro dolce: “Nein,
ma in inglese” (ndr “no” in tedesco si pronuncia
pressappoco come “nove” in inglese). Esilarante è
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stato anche vederla
proporre al professor Testa (che più di tutti assecondava la sua
vena ironica) di farle da assistente ad uno spettacolo comico e sentirla ordinare ostinatamente l’acqua
in italiano mentre da dietro un’altra compagna, che
parla bene il tedesco, tentava di dare indicazioni al
cameriere. Giovedì è una giornata dedicata alla visita di una residenza reale a Charlottenburg, dove
abbiamo il piacere di assistere ad una divertentissima imitazione della pubblicità della “Nespresso”
da parte di una nostra amica che nutriva la speranza di assaggiare all’estero un espresso buono come
quello italiano. Venerdì, dopo una visita mattutina
ad una sinagoga, abbiamo occasione di stimolare
l’economia tedesca, passando facendo uno shopping quasi compulsivo nei negozi vicino Alexander
Platz.
Giulia Gambarini
(5° Classico B)
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Day By Day
Visita al Campidoglio,
ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco
La Classe II
Primaria B racconta
la sua visita al
Campidoglio con
immagini e testi
Gianni Alemanno, precedente sindaco di Roma; Ignazio Marino
attuale sindaco di Roma
LA PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO
Appena arriviamo in cima alla scalinata vediamo una piazza che ci sembra grande perché Michelangelo, che l’ha
progettata, ha messo due palazzi un po’ inclinati e un altro
di fronte. Così ha fatto una piazza a forma di trapezio.
Per terra ha disegnato tutti cerchi. In mezzo c’è la statua
di Marco Aurelio, ma è quella finta. La vera è in una sala.
Il Palazzo di fronte è quello del Comune, si chiama
Palazzo Senatorio e ha una torre con l’orologio e la
campana Patarina
(Filippo Zuzolo)
LA LUPA
Al centro di una sala c’è la statua della Lupa, simbolo
di Roma. Dopo qualche secolo ci hanno messo due gemellini, Romolo e Remo. La statua è di bronzo scuro, ha
le fauci aperte e il collo girato, lo sguardo feroce, con
gli occhi paurosi, come se voglia proteggere i suoi piccoli. Mi sembra un po’ secca e sembra impossibile che
non si mangi i bambini. Ma è brava, li allatta: i due
gemellini gli succhiano il latte dalle tette. Il pavimento
della sala è a mosaico e sembra un labirinto in 3D.
(Ascanio Di Pio e Lorenzo Caccia)
Il 1° marzo, alle 9.00, noi, bambini delle seconde della scuola primaria,
saliamo la cordonata del Campidoglio per un incontro emozionante:
nella sala di Giulio Cesare, il primo cittadino di Roma, Gianni Alemanno,
ci incontrerà per conoscerci e darci il suo saluto, sospendendo per un
momento gli importati e urgenti impegni di sindaco.
Inoltre avremo l’occasione di ammirare una delle piazze più belle del
mondo, la piazza del Campidoglio e, all’interno dei Musei Capitolini,
conoscere alcune opere dell’antica Roma
ATRIO DEI MUSEI CAPITOLINI
Appena entriamo nel cortile del museo, in un angolo, ci sono delle statue enormi. Sono di marmo.
Mi impressionano proprio perché sono proprio
enormi.
Ci sono due piedoni giganti, un dito gigante e uno
stinco gigante.
Ma c’è anche una faccia da gigante.
Mi dà una grande emozione vedere delle statue
veramente belle.
(Michele Di Rienzo e Leonardo Rullo)
BUSTO
DI COMMODO
L’imperatore Commodo
ha in testa una pelle di
leone e in mano la clava
come Ercole.
E’ di marmo. Ma è tagliato a metà. Sembra un
po’ addormentato ma è
molto forte e muscoloso.
(Filippo Parisi)
LO SPINARIO
In una sala con il pavimento tutto a quadretti, c’è
lo Spinario. E’ un bambino seduto, sta piegato, con
un piede sul ginocchio e cerca di togliere la spina
da questo piede.
E’ di bronzo; la bocca e i denti sono ancora colorati.
Io non ci riuscirei mai a fare quell’opera perfetta, la
statua mi piace molto perché la faccia è fatta così
bene che sembra quella di un umano vero, anche le
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Day By Day
Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco
dita e i particolari dei piedi piccoli sono fatte bene.
A me invece fa un po’ d’impressione perché penso
al dolore che aveva.
(Alessandro D’Amaro e Giulia Palombelli)
LA VERA STATUA DI MARCO AURELIO
All’interno del museo, protetta in una grande sala,
c’è la vera statua di Marco Aurelio a cavallo. E’ di
bronzo, di vari colori: marrone, argento e oro.
Quando la vedo sono molto emozionata: mi sembra cattivo perché è serio, ma non vuole fare del
male a nessuno, deve farsi vedere pieno di potere
e autorità.
Mi piace molto Marco Aurelio perché è dritto e fiero e fa il segno della pace, così il popolo romano
andava d’amore e d’accordo.
A me piace il cavallo perché è il mio animale preferito e questo è veramente scolpito bene: sembra
vero.
Sono davvero felice di vedere queste statue!
(Chiara Casonato e Emma Stravato)
LA TOMBA DELLA RAGAZZA
Dall’altro lato della sala c’è la tomba (il sarcofago)
di una ragazza.
E’ stata ritrovata durante gli scavi a piazza Cavour.
Lo scheletro è conservato benissimo. Accanto c’è una
bambolina che al polso ha una chiavetta. Questa
chiavetta apre un cofanetto che contiene: uno specchietto, dei gioielli d’oro e una corona, sempre d’oro.
La ragazza apparteneva ad una famiglia ricca.
Aveva forse vent’anni. Mi fa pena.
(Gianmarco Trimani)
PALAZZO SENATORIO
Entriamo nel Palazzo Senatorio, sede del Comune
di Roma e del suo Sindaco, attraverso l’ingresso
principale “di Sisto IV” dove sono entrati gli ospiti
illustri in visita a Roma: i papi Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI, la regina Elisabetta, Nelson Mandela, il presidente Bill Clinton…
LA SALA DELLE BANDIERE
Questa sala ha, alle pareti, tutte bandiere, quelle
dei 14 rioni di Roma e della Guardia Civica.
Al centro c’è un grande tavolo delle riunioni e il
“Libro d’oro” dove le persone importanti in visita,
mettono la firma.
Ci sono molte persone sedute intorno al tavolo: sono
gli assessori che discutono dei problemi della città.
Ci salutano l’assessore alla cultura e l’assessore al
traffico.
Michele chiede se possono risolvere il problema del
ristorante della sua famiglia. Rispondono di si, che
ci penseranno
(Sophia Angioli)
il Colosseo e, vicino, c’è casa mia.
Il Colosseo è una struttura degli antichi Romani; si
usava per far spettacoli di lotta. Ha circa 2000 anni
e adesso invece che usarlo per gli spettacoli ci si va
per visitarlo. Infatti è molto interessante e famoso.
(Ascanio Li Causi)
L’INCONTRO CON IL SINDACO
Arriviamo nella sala di Giulio Cesare.
In alto, c’è la statua di Giulio Cesare. E’ molto alta,
di marmo.
Il generale ha la corazza e i sandali. Ha la mano
alzata: comanda tutti.
Sulle pareti ci sono le bandiere e gli stemmi antichi
di Roma.
Qui il Sindaco incontra le persone importanti che lo
vengono a trovare.
Qui incontra anche noi!
Ancora non c’è. Lo aspettiamo con ansia, poi finalmente eccolo, arriva, tutto di corsa, ma sorridente.
Conosciamo il Sindaco Gianni Alemanno: siamo
molto, ma proprio molto felici.
Devo dire che è divertente e molto bravo: ci parla
di lui, dei problemi che deve risolvere, tipo quello
del traffico, della metropolitana…
Ci facciamo tante foto insieme, poi ci saluta sorridente e subito scappa via per i suoi impegni importanti.
(Valerio Broglio Montani e Gabriele Rosato)
VEDUTA SUL COLOSSEO
Da una finestra si vede il Foro Romano. In fondo c’è
SALUTIAMO IL SINDACO GIANNI ALEMMANNO
E AUGURIAMO BUON LAVORO AL NUOVO
SINDACO IGNAZIO MARINO
Maestra Letizia Fallani
e gli Alunni della Classe Primaria II B
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Day By Day
Visita al Campidoglio,
ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco
Notizie e curiosità
conosciute dalla classe
II Primaria B nella
visita al Campidoglio
Il Campidoglio una volta era sacro agli dei di Roma, meta dei cortei
trionfali dei generali vittoriosi, oggi sede del Sindaco e del Comune di
Roma, il Campidoglio, pur con il variare degli eventi e delle condizioni
storiche, è rimasto da millenni il nucleo fondamentale della vita romana.
Vi si giunge per la grande scalinata, detta Cordonata, fatta, su disegno di Michelangelo, nel 1536,
per l’ingresso trionfale dell’imperatore Carlo V. E’ costituita da scalini molto bassi chiamati cordoni, per
permettere anche ai cavalli di salirvi.
Ai piedi della cordonata ci sono due leoni antiche
statue egizie, trasformate in fontane nel 1588.
In occasione delle feste importanti questi leoni invece che acqua “sputavano vino…” perciò erano molto
simpatici ai cittadini romani!
Alla sommità ci sono due statue classiche: i Dioscuri,
Castore e Polluce (Dal Circo Flaminio) collocate contro la volontà di Michelangelo nel 1583 da Gregorio
XIII. Sisto V vi aggiunse i trofei di Mario e le statue di
Costantino e di suo figlio Costantino Cesare.
A sinistra della scalinata sorge la statua di bronzo di
Cola di Rienzo (1313-1354) opera del Masini. Poggia
su un piedistallo fatto di frammenti antichi per mostrare
come l’ultimo dei tribuni romani, figlio di un oste, avesse
cercato di ristabilire la Repubblica antica sulle rovine medievali dell’impero. La statua fu eretta nel 1887 sul posto
dove si riteneva che il tribuno fosse stato ucciso dal popolo.
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PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO
Nel 1536 quando l’imperatore Carlo V visitò Roma,
papa Paolo III Farnese si sentì così imbarazzato per
lo stato in cui si trovava il Campidoglio che chiese a
Michelangelo di preparare un progetto per pavimentare la piazza e rinnovare le facciate del Palazzo dei
Conservatori e del Palazzo Senatorio.
Michelangelo propose di costruire un terzo edificio
Il Palazzo Nuovo, così da formare una piazza a forma di trapezio abbellita da sculture classiche. I lavori
iniziarono nel 1546, ma andarono così a rilento che
si arrivò al XVII secolo rispettando in modo fedele il
progetto originario.
La sistemazione della piazza fu ultimata da Giacomo
della Porta e Girolamo Rainaldi.
La piazza è rivolta verso ovest e guarda a S. Pietro
dove c’è la cupola sempre di Michelangelo.
Il potere politico e il potere religioso, uno di fronte
all’altro, sono collegati
Il selciato trasforma la pianta a trapezio, con il disegno ovoidale.
La piazza è cinta su tre lati da palazzi in perfetto
equilibrio, mentre il quarto lato si apre come terrazza
panoramica sulla città.
Al centro della piazza il vecchio artista alzò su un
nuovo piedistallo la statua equestre di Marco
Aurelio (161-180), Creduta per secoli una raffigurazione del primo imperatore cristiano, Costantino, la
statua equestre sfuggì alla distruzione subita nel medioevo da numerose effigi d’imperatori pagani
La statua, completamente dorata, sorgeva al Laterano,
nella casa di Vero, avo di Marco Aurelio, dalla quale
Michelangelo la rimosse nel 1538. Dal 1997 al suo
posto troviamo una copia dell’originale, oggi conservato, dopo un lungo e delicato restauro, nel cortile
dell’adiacente Museo Capitolino.
Il Palazzo Senatorio, in fondo alla piazza, fu costruito sulle antiche rovine del Tabularium nel sec. XIII.
L’attuale facciata è opera di Girolamo Rinaldi su disegno di Giacomo della Porta.
La scala appartiene a Michelangelo. La fontana,
adornata da tre statue, il Tevere e il Nilo ai due lati
e la Roma trionfante al centro, fu aggiunta nel 1588
da Matteo di Castello. Il Palazzo Senatorio è la sede
del Comune.
Al centro del palazzo si erge la Torre Capitolina da dove si può ammirare una delle vedute più
suggestive di Roma. Fu eretta nel 1579 da Martino Longhi, in sostituzione di quella medioevale
distrutta da un fulmine nella quale era collocata la
famosa campana, chiamata la “Patarina” trofeo
di guerra sottratto ai Viterbesi nel 1200. Questa
storica campana viene fatta suonare il 21 Aprile,
ricorrenza del Natale di Roma e nel giorno dell’insediamento del Sindaco.
Entriamo nel Palazzo Senatorio attraverso l’ingresso
principale di Sisto IV, all’inizio della scala che porta
al primo piano c’è una targa che ricorda i dipendenti
comunali ebrei licenziati in seguito alle leggi razziali
del 1938.
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Day By Day
Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco
Sul lato sinistro della piazza si erge il Palazzo Nuovo
sede del Museo Capitolino, che contiene una ricchissima collezione di marmi classici, la più antica raccolta
pubblica del mondo (1471). Nel cortile del Palazzo,
all’interno del museo, vediamo fra le altre la statua di
Marforio, una delle “statue parlanti” di Roma, come
il più celebre Pasquino. Un largo scalone conduce
al primo piano. Nel centro della prima sala, giace il
Galata Morente, una replica di marmo della statua
di bronzo del monumento del re ellenistico Attalo I a
Pergamo (III sec. a.C.). Un gruppo marmoreo celeberrimo è quello di Amore e Psiche, che rappresenta
il casto bacio di due innamorati. Tra le moltissime altre opere d’arte è da segnalare il satiro in riposo, la
migliore copia di un originale di bronzo di Prassitele,
artista greco del IV secolo a.C. che ebbe prerogative
divine di tenera bellezza e grazia.
Di fronte al Museo Capitolino ecco il Palazzo dei Conservatori con un’infinità di tesori artistici, tra i quali basti ricordare la bella statua di bronzo dello “Spinario”
e il simbolo di Roma: la bronzea lupa capitolina.
La statua di Marco Aurelio è in bronzo dorato, e resta
qua e là ancora qualche traccia di doratura. Tra le
orecchie del cavallo c’ è… una civetta, anche se in
realtà non di civetta si tratta, ma solo del ciuffo della
criniera. Quando fu realizzata la copia della statua
equestre da esporre in Piazza del Campidoglio, i superstiziosi potevano temere che il gemello del Marco
Aurelio potesse splendere nella sua nuova doratura,
e quindi “scoprire in oro”, e far avverare la profezia.
L’antica leggenda popolare dice che la civetta canterà preannunciando la fine del mondo e volerà via
quando tutta la statua equestre di Marco Aurelio “scoprirà in oro”, cioè tornerà interamente in oro . Da qui
viene il modo di dire ormai non più usato “scoprì in
oro come Marcurelio”, ovvero “essere alla fine”.
La doratura della copia della statua equestre poteva
ottenersi solo usando mercurio, sostanza altamente
inquinante. Questa idea fu quindi scartata, così la civetta è ancora lì… e noi anche!
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Day By Day
“Il dado dei Farnese”
di Sofia Focolari
Ovunque andiamo,
ovunque guardiamo
l’Italia è sempre
affascinante, amata,
sorprendente
La ridente cittadina di Caprarola è immersa in un antico borgo medievale ed offre ai visitatori il magnifico
palazzo Farnese, posto sulla sommità della città.
Il progetto originario del palazzo si deve ad Antonio da Sangallo il Giovane, per incarico del cardinale Alessandro Farnese. Per la sua mole e forma il
palazzo era chiamato “Il dado dei Farnese” ed era
considerato una delle “Quattro meraviglie di Roma”.
Senza dubbio la parte della visita che ci ha affascinati maggiormente è stata la passeggiata per i magnifici giardini del palazzo, abbelliti da stupefacenti
fontane, che emettono rumori differenti a seconda del
materiale usato.
Un altro settore del palazzo molto gradito è stata la
sala del Mappamondo, ovvero una stanza ricca di
affreschi rappresentanti il mondo conosciuto a quell’epoca. Affascinante per i colori molto chiari e piacevoli
all’occhio di chi guarda.
Abbiamo avuto l’opportunità di compattarsi e conoscersi meglio, sia quelli del primo, che del secondo
scientifico, grazie alle professoresse Carassai, Di
Palma, Sorriga, che ci hanno lasciato il tempo libero.
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La Bella e la Bestia: una
storia vera... più che mai
In occasione delle feste
natalizie (12-16 dicembre
2013) il Quadriportico
mette in scena “La Bella e la
Bestia”. Chi sarà la Bella?
La Bella e la Bestia: chi non conosce la storia? Chi
non ha visto la versione animata Disney? A chi non
è scappata un lacrimuccia nella scena del ballo...?
Okay forse quello solo io.
Il punto è: sappiamo tutti cosa succede. Una bella
giovane spezza il maleficio che una strega ha
lanciato su un principe trasformandolo in un mostro.
La trama originale, infinitamente versatile,
ha poi subito diverse modifiche,
a seconda degli adattamenti
che ne sono stati fatti: prima
film, poi musical, poi film
moderno...
addirittura
qualcuno ne ha fatto
una serie televisiva
(di grande successo)
ambientata negli anni
Ottanta! Il motivo è il
semplicissimo concetto
di fondo della storia:
l’amore vince su ogni
male, va oltre ogni
apparenza... e conquista il
cuore di ogni spettatore.
Ma quello di cui ci interessa
parlare è il meraviglioso lavoro
che sta preparando il teatro della nostra
scuola, uno spettacolo a cui si stanno dedicando
con impegno tanti di noi, e che sono sicura non ci
deluderà, visto anche il successo dei precedenti.
La versione proposta dal Quadriportico segue
di Maria Cleofe Della Valle
sostanzialmente la trama del film della Disney e del
musical del teatro Brancaccio, con qualche piccola
modifica dove occorre. La regia è affidata alle mani
esperte di Riccardo Angalli e Fabio Cavalieri, mentre i
protagonisti, ovvero la nostra “Bella” e la nostra “Bestia”
sono Carlotta Fattori e Francesco Nenci, affiancati dal
“cattivo”, Gaston, interpretato da Antonio Russo.
Ma non solo loro: tanti altri
personaggi
come
Lumière
(Matteo Savaresi), Tockins
(Dante Gandola), Maurice
(Federico Merluzzi),...
Se c’è una cosa
che
ho
sempre
ammirato, pur non
facendone parte,
e quasi invidiato,
dell’attività teatrale,
è la collaborazione
che si forma tra
attori,
costumisti,
attrezzisti, tecnici del
suono, registi, aiutoregisti, corpo di ballo.
Tutti insieme, ognuno è
indispensabile, ognuno fa la sua
parte – sul palcoscenico o meno – per
raggiungere uno spettacolo a prova di pomodoro!
La prima vi aspetta la sera del 12 Dicembre, con
repliche fino al 16 Dicembre, nel teatro Alibert. Io so
che andrò a vederli anche quest’anno... e voi?
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Day By Day
La Bella e la Bestia: una storia vera... più che mai
Intervista
Il teatro non è pieno quando entriamo, ma l’impegno
è massimo, e tutti sono presi
da qualcosa: chi ripassa le
battute, chi sposta gli oggetti
di scena: iniziamo a preoccuparci, sembra che nessuno abbia un secondo
libero per qualche piccola domanda. Ma dopo
giri e giri alla ricerca di qualcuno da poter intervistare, riusciamo a finalmente a “rapire” la
nostra Belle, Carlotta.
Come ti prepari per uno spettacolo?
Carlotta: E’ difficile, perché è comunque un impegno che va rispettato e preso seriamente: per i
protagonisti le prove sono quasi tutti i giorni, fino
al pomeriggio... però il teatro è così: se è una
cosa che ti piace davvero, e se riesci ad organizzarti, non diventa un problema. Alla fine passi
delle ore piacevoli, stai con gli amici, e ti diverti.
Questo ti sembra più duro rispetto agli
spettacoli precedenti?
Carlotta: Forse la difficoltà maggiore sono i costumi, perché la maggior parte dei personaggi
è composta da oggetti animati... una cosa che
prima non avevamo mai fatto.
Per quanto riguarda invece il lavoro dietro le
quinte, riusciamo miracolosamente a pescare (inizialmente contro la loro volontà) due attrezzisti,
Umberto e Marco, e la professoressa Cornelli,
coordinatrice.
Prima di tutto una curiosità, gli oggetti di
scena: è tutto fatto a mano?
Marco: Sì, è tutto fatto a mano dagli attrezzisti
e dalla professoressa Cornelli, che ci aiuta molto nel progetto del teatro. Inoltre, grazie anche
all’aiuto di alcune madri, che hanno figli qua
al San Giuseppe, che si alternano con dei turni
particolari, riusciamo anche ad avere altri tipi
di attrezzi di scena. Poi, con l’aiuto di associazioni esterne alla scuola, abbiamo avuto anche
parte dei costumi.
Cosa vi aspettate che succederà dietro le
quinte durante lo spettacolo? Caos oppure filerà tutto liscio?
Umberto: Tutte e due le cose.
Marco: Se non c’è il caos, non c’è il divertimento!
Umberto: Questo non è proprio vero... il caos ti
deconcentra. Io preferisco essere più concentrato e avere il tempo di ragionare bene sulle cose.
E’ complicato dover coordinare i ragazzi,
fare in modo che si impegnino e vengano
ad aiutare?
Alessandra: Lavorano, lavorano. L’altra volta erano venuti tutti, oggi sono di meno, ma sono ragazzi di buona volontà e aiutano molto. Hanno
inventiva, sono collaborativi e disponibili. è tutta
un’esperienza nuova: per me, per loro. Vedremo
i risultati soltanto la sera del 12.
Umberto (ridendo): Vedremo se ci tireranno i pomodori!
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Day By Day
Due cuori
e una passione
Consiglio di Valentina
Marchei, quattro volte
campionessa italiana di
pattinaggio artistico su
ghiaccio: “Non smettere
mai di sognare”
Un tuffo nelle
meraviglie di Firenze
E’ faticoso seguire
Taglietti e Fiorani lungo
le strade di Firenze,
ma divertente ed istruttivo
di Veronica Palombo
di Iacopo Liberatori
Da due anni ormai pattino, e da quando ho iniziato, ho
sempre desiderato poter incontrare Valentina Marchei.
Quest’anno, finalmente, ci sono riuscita e l’ho anche intervistata. Valentina Marchei è stata per 4 volte campionessa italiana di pattinaggio artistico su ghiaccio.
Quante ore pattini alla settimana?
Esco la mattina alle 8.30 e ritorno a casa verso le 17.30,
quindi, circa 6 o 7 ore al giorno.
Perché hai iniziato a pattinare?
Ho iniziato a pattinare per caso; io inizialmente facevo
ginnastica, ritmica ma a metà anno la mia allenatrice se
n’è dovuta andare, quindi ho dovuto smettere; avendo
però già pagato la retta il centro sportivo ci ha detto di
continuare con un altro sport. Potevo scegliere tra il nuoto
o il pattinaggio. Il nuoto non l’ho neanche provato perché
ho paura dell’acqua, quindi, ho deciso di iniziare a pattinare. È stato amore a prima vista.
Se potessi tornare indietro cosa cambieresti della
tua carriera?
Forse spererei di avere meno infortuni perché tutti i miei infortuni sono arrivati quando stavo andando molto forte e
quindi mi hanno bloccato un po’ in stagioni in cui potevo
fare buoni risultati. Però non cambierei nient’altro perché
ho viaggiato tanto.
Cosa ti aspetti dal nuovo anno?
Mi aspetto di vivere un’esperienza incredibile alle Olimpiadi: sono uno dei miei più grandi sogni, lo desidero da molto
tempo perché mio papà le ha fatte, anche se, ha partecipato
alla maratona. Io, quindi, sono cresciuta con l’idea di andare alle Olimpiadi, perché lui ci raccontava sempre che è
un’ esperienza bellissima. Mio padre, però, non mi ha mai
detto: “devi andarci”, mi ha sempre detto “Valentina, finché
hai voglia di pattinare pattina, se poi non avrai più voglia
non importa, l’importante è che capisci che lo sport è un’e-
sperienza di vita, che lo sport ti aiuta ad essere forte anche
nei momenti in cui ti fai male e non puoi pattinare per mesi.
Lo sport è fare male una gara ed il giorno dopo tornare in
pista e ripetere e ripetere, e magari farsi ancora male, ma
ripetere e ripetere finché non raggiungi il tuo obbiettivo.”
Le prime olimpiadi le potevo fare nel 2006, però, la federazione ha scelto una ragazza che aveva molta più esperienza di me, quindi, quelle le ho guardate in televisione.
Nel 2010 potevo fare le mie seconde Olimpiadi ma, c’era solo un posto ancora libero ed hanno scelto un’altra
pattinatrice. Quest’ultime, invece, le ho commentate per
la televisione. Quest’anno, però, fortunatamente ci andrò.
Come ti senti quando sei in pista?
Quando sono in pista mi sento libera, padrona dei miei
movimenti, posso fare quello che voglio. Il pattinaggio mi
aiuta anche a voltare pagina da quello che mi succede
al di fuori della pista. Il mio amore per il pattinaggio ogni
anno aumenta.
Cosa consigli alle aspiranti pattinatrici come me?
Consiglio di avere un sogno e di metterci tutto quello che
si ha per raggiungerlo. I sogni sono, così, a volte non li
raggiungerai mai, a volte sono piccoli, come prendere
una medaglia alle regionali. L’importante, però, è porsi
sempre un obbiettivo e dare il massimo per raggiungerlo,
perché anche se non lo raggiungerai mai sai che hai dato
tutta te stessa e quindi non puoi rimpiangere niente. Questo consiglio lo da Valentina a te, Veronica, dico: sogna
sempre anche in grande, non importa perché sono quei
sogni che nei giorni in cui è brutto fuori e c’è la nebbia
in pista quelli che ti fanno arrivare in pista con il sorriso
perché sai che c’è un qualcosa lì, anche se è lontano che
puoi raggiungere, perché l’importante è crederci. Finché
hai passione, questa ti dà ancora più energia ed sempre
la passione che ti fa migliorare ogni giorno.
62
L’aria che si respirava sembrava tutt’altro che primaverile e il tempo incerto ci ha accompagnato più o
meno per quasi tutto il viaggio. Giunti a destinazione,
però, tra lo stupore collettivo, la giornata sembrava
addirittura proiettarci nel clima estivo. Ci siamo tuffati tra le meraviglie fiorentine: a
Piazza del Duomo, dove abbiamo
ammirato il Battistero di san Giovanni e il Campanile di Giotto. In
seguito abbiamo potuto contemplare la meraviglia architettonica
e artistica della Cattedrale di Santa Maria del Fiore; inoltre, chi ha
voluto si è potuto avventurare nei
cunicoli che conducono quasi all’apice della cupola
del Duomo, scenario di un panorama mozzafiato. Attraversando la rinomata Via de’ Calzaiuoli, ci siamo
recati in Piazza della Signoria, sede di altre monumentali opere. Qui, grazie anche all’accurata presentazione del luogo da parte di alcuni nostri compagni,
in veste di Ciceroni, ci siamo potuti immergere nel
pieno spirito medioevale e rinascimentale fiorentino,
ammirando Palazzo Vecchio e le numerose sculture
presenti. Quindi siamo giunti su Ponte Vecchio, una
straordinaria struttura architettonica che domina il fiume Arno. Affamati quanto stanchi
di camminare, abbiamo poi deciso
di recarci al ristorante “ZaZà”, tipico della città. Da qui, come ultima
tappa della nostra visita, dopo una
lunga passeggiata per il centro fiorentino, siamo arrivati di fronte alla
meravigliosa e imponente struttura
gotica della Basilica di Santa Croce.Così, siamo ritornati al luogo dal quale era iniziata la nostra avventura nel capoluogo toscano, ovvero
la stazione di Santa Maria Novella dove ci attendeva
il treno che ci avrebbe riportato a Roma. Per il III e IV
scientifico è stata una bella giornata, così per il prof.
Gaetano Fiorani e la prof. Claudia Taglietti.
63
Day By Day
Alla Fattoria
“Latte Sano”
Musica classica per
le mucche di una fattoria alla
avanguardia in Italia
di Fiamma Berardi
Le classi II media A e B
si sono recate alla Fattoria Latte Sano
Appena arrivate sono state accolte e hanno ascoltato attentamente la storia del luogo.
Hanno scoperto che lì un tempo c’era una palude dove
si annidava la zanzara anofele (che portava la malaria).
Perciò le terre erano state abbandonate dalla famiglia Torlonia che le possedeva e, durante il Fascismo, Mussolini le
fece bonificare.
In seguito la proprietà passò ad un giovane straniero intraprendente. Egli trasformò alcuni casali in magazzini e
vaccherie. Inoltre comprò anche delle mucche ed importò
in Italia l’usanza di far ascoltare loro musica classica per
far produrre più latte. Quindi creò una delle più avanzate
e tecnologiche fattorie d’Italia.
A quell’epoca i contenitori del latte erano in vetro, quindi delicati e scomodi. Così un inventore creò il tetrapak,
cioè della carta plastificata completamente impermeabile.
Questa venne prodotta prima a forma di triangolo e poi
nel formato che tutti conosciamo perché ancora in circolazione. In seguito fu inventata anche la bottiglia di plastica
più maneggevole e facile da trasportare.
Dopo questa lunga ed interessante spiegazione le classi
si sono rifocillate con una deliziosa ed abbondante colazione. In seguito si sono recate nel magazzino dove si
fabbricano le bottiglie del latte che, prima di essere imbottigliato, viene sottoposto ad accurati esami e controlli
batteriologici.
Le classi separatamente sono entrate ed hanno osservato
come da una capsula di plastica può nascere una bottiglia:
grandi macchine all’avanguardia “riscaldano” le capsule
e poi le adagiano in uno stampo a forma di bottiglia. Tutto
questo avviene in un secondo e mezzo al massimo!
Dopodiché le bottiglie di latte vengono riempite e chiuse
con il tappo. Successivamente vengono attaccate le etichette, impresse le date di scadenza ed infine le bottiglie
vengono posizionate in cassette da sedici.
A questo punto tutto è pronto: i camion della fattoria partono e durante tutta la notte riforniscono bar, alberghi, supermercati...
La gita è stata molto istruttiva, interessante e, in poche parole, non si potrà dimenticare!
64
Monaco
tra Kartoffeln e Brezel
Chi va in Germania tutto
dimentica, su tutto ride,
solo a Dachau piange
e non dimentica
Giulia Faranda (V sc. B)
Assonnati e puntuali con il prof. Cosentino e il prof. Dell’Omo, carte
d’imbarco alla mano e partenza dopo il cappuccino, a Fiumicino
Ci avviamo per le strade di Monaco e prima di arrivare nella famosa Marienplatz, viviamo una esperienza quasi mistica: alcuni di noi
vengono multati per avere attraversato sulle strisce della pista ciclabile con il rosso!!! Dopo avere pagato i 5€ al poliziotto in borghese, proseguiamo ed entriamo nella chiesa di San Michele, in stile
rinascimentale che, come altri edifici sacri ci ricorda la nostra patria.
Ammiriamo dall’esterno la Cattedrale Neues Rathaus con il famoso
Glockenspiel, l’orologio meccanico dotato di carillon...; ci dirigiamo
verso il classico ristorantino da turisti dove cucinano tutte le specialità
e Vito, decide di ordinare due hamburger, che vengono serviti su
un letto di spaghetti…, mentre, seduto accanto a lui Filippo, il nostro
Pedro, si arrischia ordinando i wurstel bianchi tipici di Monaco.
Dopo “l’abbuffata” la giornata non è ancora finita e così ci dirigiamo, rigorosamente a piedi, verso il Deutsches Museum, il più grande e antico museo di scienza e tecnologia del mondo dove, sono
rimasta molto colpita da un aereo costruito in gran segreto dopo la
divisione della Germania, da un ingegnere che voleva fuggire con
la sua famiglia nella Germania dell’Ovest. Era riuscito a costruirlo,
in legno, grazie ai pezzi di 2 moto per non dare nell’occhio e l’aveva reso più leggero e meno visibile rivestendolo di seta verde, ma
purtroppo era stato denunciato da una vicina
di casa che, a lavoro ultimato, gli aveva impedito la fuga con la moglie e i figli di 17,
16 e 6 anni. Partiamo alla ricerca di un pub
che ci faccia vedere il partitone Bayer Monaco-Barcellona, ma solo alcuni coraggiosi
riescono a entrare, mentre quasi tutti gli altri
finiamo in una birreria a mangiare Kartoffeln
e Crauti, tra gli urli del clamoroso 4-0!
La guida che ci porta a Marstallplatz, tristemente famosa per essere il quartier generale di Hitler e successivamente godiamo
della della Neue Pinakothek che, per nostra
fortuna, mostra anche delle tele dell’antica
pinacoteca, attualmente chiusa per una ristrutturazione. Dopo i famosi Girasoli di Van
Gogh e capolavori di Géricault, Delacroix,
e Monet decidiamo di andare nella più famosa birreria della città dell’imperatrice Sissi,
la Hofbräuhaus. Costruita nel 1589, fu aperta al pubblico solo nel
1828 da Luigi I di Baviera, ma è nota nei libri di storia perché il 24
febbraio del 1920 Hitler vi tenne uno dei suoi primi comizi enunciando i 25 punti programmatici del Partito dei Lavoratori tedeschi
, che poi divenne il NSDAP. Il giorno della Liberazione, gli alleati
bombardarono la città e l’ edificio fu quasi del tutto distrutto, venne
riaperto solo nel 1958 per l’ottocentesimo anniversario della città e
ancora oggi si possono vedere i boccali sotto chiave, che, come da
tradizione e per antico privilegio vengono tramandati di padre in
figlio da generazioni.
Sicuramente il momento più toccante del viaggio è stata la visita a
Dachau, a 15 km dalla città, ieri campo di concentramento, oggi
uno dei principali luoghi della memoria dell’ Olocausto. La sua straordinaria importanza sta nel fatto che è il primo campo, voluto da
Hitler già nel 1933 dopo un mese dalla presa del potere, e per
questo modello per i futuri campi di sterminio. Anche il giorno scelto
per la sua visita è stato particolarmente significativo: il 25 aprile.
Delle baracche, usate dagli Americani, che dopo avere liberato il
campo, le avevano sfruttate per dare un tetto agli sfollati, oggi non
rimane più nulla, solo la ricostruzione della prima, che con 3 stanzoni
differenti mostra l’ evoluzione, anzi l’ involuzione, delle condizioni
dei prigionieri che dopo aver letto la scritta sulla porta d’ ingresso “Il
lavoro rende liberi ”, si vedevano sempre più
ammassati gli uni agli altri.
Nei letti del 1933 erano presenti anche delle
pensiline dove si potevano appoggiare degli
oggetti personali; nel 1945 invece non esistevano più divisioni nei letti a castello, ma solo
lunghe tavole di legno con un po’ di pagliericcio.
L’ultimo giorno, dopo la nottata “perché l’ultima sera tutti insieme”alcuni con “ il presidente” Cosentino vanno a vedere gli stabilimenti
della BMW e il relativo museo con le macchine prodotte dal 1917 in poi; altri più comodamente si dedicano alla colazione e alle valigie; per tutti l’appuntamento è a Marienplatz:
il Franz Josef Strauss International Airport, con
un po’ di turbolenza, ci spedisce nella “Roma
nostra”, per un bel piatto di spaghetti al pomodoro fresco e basilico.
65
Day By Day
Principi e principesse
per una giornata
Il Castello Orsini di Nerola
sembra tutto malandato,
ma dentro è proprio
principesco
Tutti
a teatro
Il teatro è come
una orchestra e una
grande famiglia
di Valeria Ciancaleoni
di Veronica Palombo
Accompagnati dai professori Taglianozzi, De Luca,
Zongoli e Fiorelli, abbiamo fatto un gita al castello
Orsini di Nerola con tutte le prime medie. Durante
il viaggio è tutto un giro di cracker e grissini. Dopo
la merenda, camminiamo per un’enorme salita, e, a
breve, arriviamo davanti all’imponente castello. Mi ha
colpito il fatto che lì ci fosse un hotel a cinque stelle (non vicino, proprio dentro!) e vedevamo vagare
persone in costume! Più che altro però la guida ci ha
detto molte cose sul castello, di cui, ammetto di non
ricordarmi granché; l’unica cosa che ricordo è che tra
le varie famiglie che sono abitate lì, c’erano anche gli
Sciarra. Sciarra è il cognome di un mio ex compagno
di classe: i suoi avi erano importanti allora!
Dopo la spiegazione siamo entrati nel castello. All’inizio sembrava antico e un po’ malandato, niente
in confronto alle sale che ci hanno fatto vedere poi:
il primo salone era quello dei cavalieri e sembrava
un ristorante, con tanti tavoli. L’attrazione principale
era di sicuro il mostro dipinto sul soffitto: ovunque tu
ti mettevi, lui ti guardava. La seconda era quella da
pranzo, c’erano affreschi alle pareti, e la guida ci disse altre cose sul castello e su quella sala. Dopodiché
entrammo nel salone principale, con tanti altri piccoli
saloni intorno, ognuno con un nome. Alcuni erano rossi, alcuni blu, in uno c’era un forziere, nell’altro uno
scrigno, ma con la serratura preziosa: solo cinque
esemplari al mondo!
Infine abbiamo visitato le sale della principessa di
Nerola e siamo stati sul balcone che godeva di uno
splendido panorama.
Il resto della giornata l’abbiamo passato nei giardini
del castello dove eravamo ospiti. Ci hanno offerto il
pranzo, e abbiamo avuto ore e ore per giocare. Io ho
conosciuto Stella, una ragazza della mia classe. Ho
passato tutto il resto del tempo insieme a lei e ho saputo ogni suo segreto. Abbiamo trovato un albero che
pensavamo fosse d’uva, invece no; abbiamo raccolto
molti fiori e abbiamo visto una donna con una voce
da uomo parlare al telefono..., per me era un agente
segreto… Infine io ho giocato a “obbligo o verità”
con un gruppetto di amici dei miei amici, anche se
dopo un po’ è diventato noioso.Ecco la mia prima
gita alle scuole medie. E’ andata bene? Direi di sì: ho
conosciuto nuove persone, ho visto nuovi posti… Non
è quello che si fa alle gite? E’ stato bello!
66
Dopo il successo dell’anno scorso, lo spettacolo “My
fair lady” torna al Teatro Sistina. Questa volta sono
andata ad intervistare i due protagonisti: Vittoria Belvedere, che interpreta Eliza Doolitle e Luca Ward, che
recita nel ruolo del Professor Higgins.
“My fair lady” narra la storia della Cenerentola moderna; una fioraia povera che vive in mezzo alla strada e che attraverso una scommessa riesce a realizzare
il suo sogno di entrare nell’altra società.
E’ stato impegnativo organizzare questo spettacolo?
V: È stato molto impegnativo, abbiamo fatto quasi 4
settimane di prove, mentre, di solito in un semplice
spettacolo teatrale i giorni di prova sono circa 2 settimane. È stato impegnativo perché è uno spettacolo
completo: si canta, si balla e si recita, in più siamo
23 fra tutti, quindi riuscire a trovare il posto per far
provare tutti non è facile.
L: Sì, perché questo spettacolo all’interno non ha soltanto la prosa, ma ha canzoni dal vivo con le basi musicali
e non con l’orchestra, e la differenza tra l’orchestra e la
base musicale è che la prima se vai fuori tempo ti segue
e ti riprende, mentre la seconda se vai fuori se ne va,
quindi bisogna stare sempre concentrati.
Ti sei ispirato al film per interpretare il tuo personaggio?
V: Devo essere sincera “My fair lady” non l’avevo
mai visto, sapevo perfettamente di cosa trattava e
ovviamente quando Massimo Romeo Piparo, che è il
regista, mi ha chiamato e se un’attrice non sa bene
di cosa si sta parlando è meglio che si ispiri ad un
altro personaggio e quindi io mi sono ispirata un po’
alla protagonista del film, anche se poi ogni attore
67
gioca a renderlo sempre più suo il personaggio.
L: No! Il film resta il film, è un capolavoro ed è indiscutibile. Io porto in scena un Higgins che è mio, non è
né di Rex Harrison né di nessun altro, è di Luca Ward.
Ti ritrovi nel personaggio?
V: Non ho dovuto faticare molto per interpretare Eliza
Doolitle un po’ per la mia fisicità, un p’ per i miei lineamenti. Diciamo che ero già a metà strada.
L: Assolutamente no! Perché Higgins è un uomo che
detesta le donne, che le vede come una iattura, io
nella mia vita non ho mai pensato questo, perché ho
sempre condiviso la mia vita a due e sono convinto
che in due si è più forti.
Com’è il tuo rapporto con gli altri attori?
V: Il nostro rapporto è molto speciale perché siamo tutti
allo stesso livello, non c’è distinzione, mentre, questo
purtroppo spesso accade. Tra me e Luca Ward non
ci sono “prime donne”. Lavoriamo tutti, fatichiamo tutti
per uno stesso scopo, quello di fare un bello spettacolo.
L: Ottimo! Questa è una compagnia che non ha “prime donne”. A noi interessa solo una cosa fare un bello spettacolo.
Qual’ è stata la scena più divertente da interpretare?
V: Per me quando lei cerca di darsi un tono, arriva per
la prima volta a casa del professor Higgins e vuole
fare la donna vissuta ed un minimo intelligente, quando però sbaglia tutto e parla grammaticalmente in un
modo scorretto.
L: Sicuramente le scene dove faccio lezione a lei sono
le parti più comiche durante le quali ci divertiamo un
po’ tutti.
Day By Day
L’emozione
di sentirsi vivi
Sto oltrepassando
il cancello…
di Alfonso Ussia
Spaccanapoli, Scaturchio,
Quartieri Spagnoli:
questa è la vera Napoli
di Olivia Zangrilli
Il programma prevedeva la visita del Museo Paleontologico e Napoli Sotterranea, ma la città è riuscita
ad offrici molto di più.
Alla Stazione Centrale di Napoli, ci ha dato il benvenuto un tempo meraviglioso e con coraggio abbiamo
iniziato la nostra attraversata della città. Siamo arrivati presso la sede dell’Università di Federico II che
ospita il Museo Paleontologico. Non abbiamo avuto
l’opportunità di visitarlo subito. Però la sorte ci ha sorriso poiché nell’attesa abbiamo attraversato “Spaccanapoli” (strada caratteristica che divide il centro storico in due esatte metà) e percorrendola siamo giunti
al Chiostro di Santa Chiara, vistato la Chiesa di Gesù
Nuovo e mangiato le sfogliatelle da Scaturchio. Finalmente abbiamo visitato il museo accompagnati da
una simpatica guida che ci ha mostrato uno scheletro
di Tirannosaurus Rex e numerosi fossili. Attraversando
i Quartieri Spagnoli siamo arrivati alla famosa Pizzeria Brandi dove abbiamo assaggiato la desideratissima pizza napoletana, accompagnata da una frittura
mista e mozzarella di bufala. Un tipico signore napoletano: capelli bianchi e dentro un’energia inesauribile, tra un aneddoto e l’altro ci ha accompagnato
fino al cuore di Napoli, ben quaranta metri sottoterra, negli acquedotti che durante la Seconda Guerra
Mondiale hanno ospitato gli abitanti della città che
sfuggivano dalla guerra. Abbiamo camminato per i
cunicoli scavati dall’uomo, e scoperto tanti segreti che
potrete sapere soltanto visitando quel luogo magico.
Credevamo di aver quasi finito la visita quando la
guida ci ha sorpreso con un esperimento: restare in
totale buio e silenzio per qualche minuto in modo da
riuscire a sentire il rumore del nostro stesso corpo,
in quegli istanti ci siamo accesi tutti di una grande
emozione. Una lunga corsa verso la stazione è stata
l’ultima fatica ed emozione.
68
La rigida distinzione tra scuola
Elementare, Media e Liceo è caduta
Nel linguaggio demerodiano-sangiuseppino “oltrepassare il cancello” significa passare dalla Scuola Media (S.
Giuseppe) al De Merode (Liceo Classico o Scientifico).
Talvolta, come certe mamme per tenere buoni i figli chiamo l’Orco, così alcuni insegnanti per spronare i ragazzi
della Scuola Media a studiare, evocano terribili mostri
travestiti da professori del Liceo (oltre il cancello), felici di
esigere tutta la Divina Commedia a memoria e più felici
quando al primo della classe affibbiano una serie di due.
Non è così. Oltrepassare il cancello è fare una scelta oculata e allargare l’orizzonte di 360 gradi in ogni settore.
Vi siete mai chiesti che cosa sarebbe successo dopo la
terza media? Avete mai riflettuto sul tipo
di percorso che vorreste (o avreste voluto) affrontare? Se la risposta è Sì, non
preoccupatevi: è normalissimo che si
inizi a pensare “con la propria testa”,
soprattutto in un’età in cui si verificano
importanti cambiamenti a livello fisico
e, soprattutto, psicologico.
Durante la scuola media gli studenti
affrontano una fase della vita molto delicata: il periodo in cui si passa da “fanciulli” a “ragazzi”. La scuola Secondaria Superiore (detta più semplicemente
“Liceo”) permette il consolidamento di
tutte le nozioni apprese dall’inizio del
percorso formativo dello studente. Vi
chiedereste probabilmente perché ricominciare la grammatica dall’articolo e dall’aggettivo o la matematica dai
numeri.
La risposta è semplicissima, e non è un caso che i professori vi facciano (o vi abbiano fatto) un piccolo ripasso dei
concetti appresi in quinta elementare: essi sono le fondamenta di un palazzo che si costruirà, mattone per mattone
(o in questo caso, regola dopo regola) durante i cinque
anni del Liceo. Quindi, se l’anno prossimo vi troverete a
69
studiare i Sumeri e i Babilonesi, non scoraggiatevi…
Ma la questione più importante, la domanda che tutti
si pongono, il grattacapo di ogni studente è… Classico o Scientifico?
Questo argomento potrebbe sembrare ovvio: se sono
bravo in matematica, faccio lo scientifico; se non mi piace la matematica, vado al classico…
Ragionamento assolutamente sbaliato.
Il punto sta nel fatto che questi luoghi comuni vengono
raccontati in giro per banalizzare la situazione. Ma la
scelta del giusto percorso di studi per l’alunno è importantissima, poiché determinerà in modo consistente il futuro
dello studente.
Il Liceo Classico è consigliato principalmente a chi preferisce uno studio approfondito delle materie umanistiche, ad
esempio le lingue antiche, il Latino e il
Greco. Alcune persone potrebbero dire
che queste due lingue servono poco nella vita, e le definiscono “lingue morte”.
Il Latino e il Greco sono invece lingue
vivissime, attive in tutte le parole che noi
citiamo in italiano. Inoltre, la conoscenza
delle lingue antiche permette un notevole
miglioramento delle capacità cognitive,
acquisendo un metodo di concepire i fatti in modo più analitico e preciso.
Il liceo Scientifico predilige un metodo
di studio costituito maggiormente da applicazioni pratiche e, come dice il nome, le materie scientifiche sono
presenti in quantità maggiore (e con un programma più
ampio). La scelta è comunque molto soggettiva, e non
fatevi influenzare da fattori esterni.
Questi consigli possono essere utili se siete indecisi sulla
strada da prendere nel vostro futuro, ma non dimenticate
che spetterà a voi decidere per la vostra vita, e nessuno
vi potrà influenzare nella scelta.
Day By Day
Il fascino caotico di Napoli
e la città morta di Pompei
Ricordo
di Federico Fellini
Quanto è buono
il garum!
Non vi dico come si fa!
Venti anni fa moriva
Federico Fellini, la cui vita
è tutto un film
di Diletta Meneghello
e Virginia Proietti
di Valentina Villani
Pompei è una delle più belle meraviglie della nostra
bella Italia. Prima di arrivarci abbiamo conosciuto il
caos e fascino di Napoli, le tipiche stradine di Sorrento, che donano uno stile pittoresco; l’affacciarsi
sul mare rende questo luogo accogliente e unico. A
Pompei la guida ha catturato la nostra attenzione,
condividendo tutti gli aspetti importanti della storia di
questa incantevole città sotterrata.
Nel 79 d.C. fu vittima di una forte eruzione del Vesuvio che la ricoprì di cenere; per questo noi la chiamiamo la “città sotterranea”. Gli storici hanno individuato
questa data grazie ad una lettera di Plinio il Giovane.
Nella cenere solidificata vennero ritrovati degli spazi
vuoti che corrispondevano ad alcuni corpi umani; riempiti questi di gesso, ci offrono oggi i calchi esatti
delle vittime.
Pompei era strutturata come una vera e propria città
moderna: vi erano le case dei più abbienti, che prevalevano su quelle dei più poveri; i ricchi tendevano
ad avere anche più di una casa. Il foro era il centro
culturale, religioso, politico ed economico della città,
come l’agorà per i Greci. Qui vi erano molte botteghe
e officine, difatti il commercio a Pompei era molto attivo. Uno dei prodotti maggiormente esportati era il garum, condimento di origine orientale, che si ricavava
lasciando fermentare gli intestini dei pesci, trasformati
in una sorta di crema. Altrettanto rilevante nell’attività
commerciale era l’esportazione del vino.
Arrivati in fretta e furia a Napoli abbiamo preso a
volo il “Freccia Rossa” e in un’ora circa siamo arrivati
alla Stazione Termini.
Questa gita è stata un bella esperienza perché ci ha fatto partecipare attivamente a ciò che viene studiato sui libri, inoltre ha contribuito a creare un clima gioioso fra le
classi tramite la condivisione di una giornata particolare
anche con i nostri insegnanti. Speriamo di poter vivere
un’avventura di questo tipo anche il prossimo anno!
70
Sono già passati vent’anni da quel 31 ottobre del ’93,quando Federico Fellini moriva a causa di un ictus al Policlinico di
Roma. Una vita intensa la sua: innumerevoli viaggi, che termineranno sempre con il ritorno all’amata città Eterna, nella sua
casa di via Margutta, un amore giovanile nato per caso, che
lo accompagnerà lungo tutta la vita e amicizie intramontabili,
soprattutto nel mondo del cinema. Fellini, nato a Rimini nel
gennaio del ’20, si trasferisce a Roma ancora molto giovane, dove frequenta il Liceo Classico “Giulio
Cesare”. Ancora non diplomato inizia la collaborazione con la rivista satirica “Marc’Aurelio” con cui può esprimere la sua abilità nel
disegno come vignettista, in redazione farà
importanti conoscenze che gli permetteranno
una prima collaborazione in radio. È proprio
in radio che avviene uno degli incontri più importanti della sua vita: lì infatti conosce Giulia
Masina, la quale nove mesi più tardi diventa sua inseparabile
compagna di vita. Giulietta (come più tardi sarà nominata da
Federico) sostiene il marito per tutta la vita, è l’inizio di una
meravigliosa storia d’amore, riassunta in una frase di Fellini
stesso: ”Il nostro primo incontro non me lo ricordo perché in realtà io sono nato il giorno in cui ho visto Giulietta per la prima
volta”, risposta, oltre che romantica, decisamente scaltra. Nel
1952 la prima grande esperienza alla regia con “Lo Sceicco
Bianco” che vede come protagonista Alberto Sordi. Comincia
allora uno straordinario percorso lavorativo a cui seguiranno
film come “I Vitelloni” ,”La Strada” ,”La Dolce Vita” e così via.
È in questo periodo che raggiunge il massimo della fama e
grazie a questi film sarà ricordato da celebrità del cinema
come Woody Allen e Carlo Verdone. Il primo, dopo la morte
71
del regista, ammette di aver preso ispirazione dalle sue opere
per alcuni film, come “Manhattan” e “Celebrity” e Verdone
nella sua autobiografia “La casa sopra i portici ”ricorda le telefonate con Federico riguardo suggerimenti e idee per le scenografie, telefonate avvenute al sorgere del sole a causa di un
disturbo condiviso: l’insonnia. Sempre negli anni ’50 conosce
quello che diventerà uno dei suoi migliori amici, Ettore Scola,
anch’egli regista. È stato proprio quest’ultimo, infatti, a presentare alla 70 Mostra del Cinema di Venezia
ta
un film-documentario sulla vita del suo amico
u
FFederico, in occasione del ventennale della
sua morte. Scritto insieme alle figlie, Paola e
su
Silvia Scola, ”Che strano chiamarsi FederiS
cco!” è stato girato nel Teatro 5 di Cinecittà,
molto caro a entrambi i registi. Un’opera in
m
ccui sono mescolati pezzi di film, materiale di
repertorio e interviste, con due giovani prore
tagonisti: Ettore e Federico. Come sfondo la redazione del
“Marc’Aurelio” , i bar che frequentavano insieme e i lunghi
girovagare per Roma, fondamentali per Federico come antidoto all’insonnia e fonte d’ispirazione. Il film è stato proiettato
alla presenza del Presidente Napolitano ,il quale in un’intervista, ha citato il suo film preferito di Fellini (“Amarcord”)e ha
ammesso di essersi emozionato durante la proiezione. Scola
infine ha definito così la sua creazione:” È un album di ricordi,
la raccolta di tanti momenti di vita. Un’opera sincera e a me
molto cara”. Un degno omaggio a Fellini è ciò che questo
film, sicuramente, rappresenta ma anche un’impresa difficile,
ovvero quella di raccontare la vita di qualcuno, andando a
scavare nei ricordi e nell’anima di questa persona. Qualcuno
disse “Nulla si sa, tutto s’immagina”.
Day By Day
La magia di Praga
Praga ti rimane nel cuore
e nella mente, ti affascina
con l’arte, la cultura,
la lunga e gloriosa storia
di Federico Antonini
Sono tante le immagini di Praga che tornano e ritornano
nella mente, attimi che non abbandonano la memoria di
noi viaggiatori.
Stampata davanti agli occhi c’è l’immensa piazza dedicata a S. Venceslao, il santo protettore della perla
della Repubblica Ceca. In questa piazza, lunga più
di 400 metri, oltre a negozi e prati curatissimi, vi è un
memoriale di due giovanissime vittime del comunismo,
Jan Palach (1948-1969) e Jan Zajic (1950-1969),
che immolarono i loro corpi (si
definivano “torce”) per lanciare
un messaggio a tutta l’umanità,
che avesse bene impresso cosa
significhi vivere sotto un regime
totalitario. Un grido che ancora
riecheggia nelle strade di tutto il
mondo, un appello alla giustizia
che non deve rimanere inascoltato. A circa 10 minuti di cammino
da S.Venceslao si arriva alla vastissima Piazza dell’Orologio. Gotico, Art Noveau, Arte
Moderna, Rinascimentale, Barocca, tutti stili architettonici che ornano i palazzi praghesi e che rendono la città
unica nel suo genere. Senza le sue torri (quella dell’Orologio per esempio ), senza le sue chiese splendidamente
decorate da affreschi , senza la sua tipica atmosfera, la
capitale ceca non sarebbe come la conosciamo. A proposito di torri , due sono quelle che svettano vistosamente: la Torre delle Polveri, usata nel Medioevo per stivare
le polveri da sparo e la torre del Castello di Praga (ex
sede della famiglia reale, oggi sede del Capo di Stato)
; gigantesca, bellissima, ornata di splendide trame gotiche, dotata di splendida vista sull’intera città, ma forse
un po’ troppo lontana dal centro! Vale la pena attraversare metà Praga per questa meraviglia? Senza ombra
di dubbio, sì. Per arrivare al Castello, situato vicinissimo
alla Cattedrale di San Vito, si deve attraversare un pezzo di storia: il ponte Carlo IV, costruito in pietra per ordine dell’omonimo imperatore per collegare le due parti di
Praga divise dal fiume Moldava, di cui ricordiamo il bellissimo gruppo di statue risalenti
al 1700 situate ai lati, le tante volte in cui purtroppo fu distrutto da
inondazioni, e le dimensioni notevoli, che si attestano a circa 20
metri di larghezza media e 510
m di lunghezza. Degno di nota è
anche il Cimitero Ebraico, situato
nell’omonimo quartiere , che rappresenta uno dei più importanti
e preziosi monumenti ebraici nel
mondo. Se qualcuno dovesse chiederci come si mangia
a Praga, rispondiamo che complessivamente si mangia
molto bene e si possono degustare minestre, carni e secondi gustosissimi. Con tutta certezza posso dire che la
capitale Ceca è veramente un gioiello e anche Franz
Kafka, illustre scrittore nato a Praga, rimase colpito da
questa città che incanta e rapisce per la sua bellezza e
non viene facilmente dimenticata. A chi mi ha domandato: “Torneresti a Praga ?”, colgo l’occasione per rispondere: “Subito!”.
Praga : un “must” del turismo europeo”.
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Day By Day
Al Convento di Sant’Andrea
in Sabina Collevecchio
I profumi, i sapori,
le visioni
della campagna
Il profumo dei limoni di Sorrento
e la costola della balena
Conoscete
la costola della balena
di S. Antonino?
di Fiamma Berardi
e Lorenzo Poma (I Media)
di Bianca Barilla
e Costanza Pavone
Un interessantissimo approfondimento sui mille odori e
profumi della natura presso il Convento Sant’Andrea in
Sabina Collevecchio per classi prime
Siamo in mezzo al verde e subito mille odori ci assalgono, circondati da un paesaggio mozzafiato.
Siamo accolti da una signora molto simpatica e dopo,
un’abbondante merenda, iniziamo a fare dei biscotti
con sapori particolarissimi.
Finito questo meraviglioso laboratorio ci cimentiamo in
una passeggiata dove possiamo ammirare i profumi e i
colori della natura.
Terminata questa stupenda escursione siamo guidati in
un enorme refettorio dove pranziamo tutti insieme.
Dopo il pranzo usciamo e ci scateniamo in un invitante
prato verde che fa quasi venir voglia di rotolarsi e correre
da tutte le parti, tutto questo sotto lo sguardo preoccupatissimo delle professoresse che si mettono le mani tra i capelli per ogni nostro movimento spericolato. Poi, euforici,
iniziamo il laboratorio di erboristeria, la sala è piena di
oggetti strani con cui avremo lavorato. Nell’aula accanto,
una signora che sembrava un chimico all’opera, si cimen-
ta nella separazione del vino e delle erbe profumate per
iniziare il processo per produrre l’enolito digestivo.
Un’altra pausa nel prato verde è seguita da un’abbondante merenda.
Presto arriva il momento di salutare tutti e di fare ritorno
a Roma.
Siamo stati tutto il tempo a contatto con la natura, imparando sfiziose curiosità sui profumi e i fiori, inoltre è stata
una grande opportunità per apprezzare quello che ci
offre Madre Natura e per conoscerci meglio.
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Dopo un estenuante viaggio in treno ed in pullman, il tutto accompagnato dalla musica e dalle chiacchiere, siamo arrivati a Sorrento, ridente località della Campania.
Qui ci siamo goduti il sole e la brezza marina mentre,
accompagnati da una guida appassionante, scoprivamo
i piccoli angoli di paradiso della cittadina. Tutto parte dalla strada principale, corso Italia, che si collega all’antica
strada romana di via San Cesareo, oggi disseminata di
negozi di prodotti tipici.
Abbiamo visitato il chiostro di san Francesco, il sedile
Dominova (i cui affreschi di epoca rinascimentale furono
ispirati dall’arte classica, riscoperta grazie agli scavi di
Ercolano e Pompei) e la chiesa di sant’Antonino, in cui è
conservata una costola di balena, in ricordo del celebre
miracolo del Santo: si narra che liberò un ragazzo dalla
bocca di questo cetaceo traendolo fuori sano e salvo.
Così, allietati dal profumo dei limoni, dai colori sgargianti
delle bottiglie di limoncello, dall’odore di cuoio nelle botteghe dei calzolai e soprattutto dall’attrazione dei gelatai
che offrivano più di trenta gusti, abbiamo camminato fino
alla villa comunale, che si affaccia sullo splendido mare di
Capri, dominato dall’imponente Vesuvio.
Dopo questa visita alla città natale di Torquato Tasso, abbiamo lasciato da parte l’interesse per la cultura classica
per dedicarci alla cultura culinaria, in un pranzo ineguagliabile per qualità e quantità, seguito dalla follia di alcuni
compagni che hanno avuto persino il coraggio di mangiare, in aggiunta al dessert, gelati dai sei euro in su!
Ripreso il viaggio in autobus, rallentati dai malesseri di
vari compagni che avevano esagerato durante il pranzo,
siamo arrivati all’ingresso dell’antica città immutata di
Pompei. Grande una volta e mezzo lo stato del Vaticano,
dalla pianta a forma di pesce, si erge ai piedi del Vesuvio.
Nonostante il brutto tempo e la pessima gestione del sito
archeologico, Pompei riesce a comunicare la propria eternità attraverso le pietre che una volta venivano calpestate
con noncuranza dalle grandi personalità del tempo, come
il poeta e filosofo Lucrezio e il beato Bartolo Longo.
La data dell’eruzione del Vesuvio risale al 79, mentre il
mese è incerto poiché Plinio il giovane, in una lettera, descrive una catastrofe avvenuta ad Agosto, mentre i calchi
ci raccontano un’altra storia: gli abiti pesanti degli uomini
trovati nelle terme ci suggeriscono che la sventura avvenne
ad Ottobre.
Pompei ha una struttura molto simile a quella di una città
moderna, costituita da quartieri e vie, luoghi di raduno e
di ristoro.
Questa gita è stata per noi la prova concreta che il passato è strettamente legato al presente e che quindi lo studio della storia antica può aiutarci a comprendere anche
quella moderna.
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Day By Day
Visita alla mostra
su Tiziano
di Elvira Scardaccione
(2 Media A)
Non sempre capita
di capire quello che si va
a vedere; questa volta
l’abbiamo capito
Mastro
Don Gesualdo
A teatro con la scuola
per completare,
approfondire, vivere
di di Laura Mansi
Sono con noi i professori Scammacca De Luca. Quando siamo arrivati abbiamo aspettato un po’ la guida; in
quel momento abbiamo parlato con i proff. sulla mostra
e sul Tiziano. La guida per prima cosa ci ha mostrato e
commentato una delle opere più rivoluzionarie del pittore veneziano, “Il martirio di San Lorenzo”, seguito a
ruota dall’autoritratto conservato al museo El Prado di
Madrid. Da subito abbiamo notato la capacità dell’artista di trasmettere allo spettatore i sentimenti della persona ritratta: in quel dipinto Tiziano anziano si dipinge
come un uomo saggio e ben vestito. Le sale due e tre
le abbiamo visitate fermandoci su alcuni dipinti che la
guida ci ha spiegato per farci meglio apprezzare l’arte
di Tiziano, il suo modo di distendere le figure, il senso
del colore e il suo significato, la novità del Rinascimento
veneziano rispetto a quello fiorentino e altri concetti molto importanti, espressi in modo chiaro e semplice. Una
delle opere più belle tra tutte quelle viste è un crocifisso
custodito nell’imponente palazzo dell’Escorial, in cui i
colori dell’ambiente che circonda Cristo, cupi e tendenti
al marrone, esprimono l’angoscia e il dramma della scena. Questo aspetto è nuovo rispetto alla pittura dell’epoca. L’Annunciazione è un’altra delle più riuscite opere
di Tiziano, ma la guida ci ha spiegato la sua novità:
Tiziano sceglie di rappresentare il momento successivo
all’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele, la Madonna
ha un volto disteso e già sereno, non ha più lo stupore
che invece si vede in altre Annunciazioni. Quando siamo passati nella sala sei, la guida ci ha mostrato alcuni
dei ritratti più illustri di Tiziano, cioè di personaggi illustri
della sua epoca: Carlo V in una situazione quotidiana
di relax, con il suo cane preferito e senza la armatura
e le armi; il collega Giulio Romano; Ranuccio Farnese
e tanti altri. Tra le ultime che abbiamo visto, l’opera “La
punizione di Marsia” è moderna per la tecnica pittorica:
la resa del colore è più veloce, meno dettagliata, anticipando lo stile impressionista. Dopo l’ultimo dipinto , un
autoritratto giovanile, abbiamo lasciato in fretta il museo
e siamo tornati a scuola appena in tempo per il pranzo.
La mostra è stata davvero bellissima, abbiamo fatto
molte foto della classe ma soprattutto abbiamo capito
quello che siamo andati a vedere. A parte le parole
della guida, che ci hanno aiutato, anche quelle della
nostra professoressa di arte, ci hanno aiutato a capire
questo bravissimo pittore.
76
Siamo oltre un centinaio quelli che abbiamo aderito alla iniziativa di andare a teatro con la scuola e abbiamo iniziato
con Mastro Don Gesualdo.
La regia è stata di Guglielmo Ferro che ha dedicato la rappresentazione al padre, Turi Ferro, che nel 1967 interpretò
con successo Mastro-don Gesualdo.
A vestire i panni che furono del grande attore catanese è
stato un altro bravissimo siciliano doc, Ernesto Guarneri.
La storia messa in scena è quella di un ex muratore, che con
la sua tenace laboriosità è riuscito ad arricchirsi. Egli, dopo
aver raggiunto un’importante posizione economica mira ad
elevarsi socialmente e decide di sposare Bianca Trao, una
nobile decaduta che ha avuto una relazione amorosa con il
cugino Rubiera ed è stata da lui lasciata.
Il matrimonio con Bianca non porta a Mastro-don Gesualdo la
sperata soddisfazione, perché, ora che è diventato “don”, si
sente escluso non solo dalla gente del mondo dal quale proviene, ma anche dal mondo aristocratico, che considerandolo
un intruso, lo tratta con distacco. Egli porta nei due titoli che
precedono il nome “Mastro-don Gesualdo” il suo dramma:
per la gente del popolo da cui proviene è diventato un “don”,
un signore quindi, e perciò appartiene a un altro mondo; per
gli aristocratici rimane il “mastro” di sempre, e quindi è un
estraneo al loro mondo. Anche lui, quindi, un “vinto”. Inoltre,
non sentendosi amato e rispettato né da sua moglie né da
sua figlia Isabella, che è in realtà nata dalla relazione di Bianca con suo cugino, prova un gran dolore. Egli, che ignorava
tutto ciò, fa educare la figlia in un collegio di nobili e la vizia
accontentandola in tutti i suoi desideri. Infatti, non riuscendo a
instaurare nessuna relazione umana con lei, il suo rapporto
è basato unicamente sugli aspetti materiali. Nonostante ciò,
quando Isabella si innamora del cugino Corrado La Gurna,
non ritenendo il matrimonio fra i due opportuno, la fa sposare
ad un nobile palermitano. Infine Mastro-don Gesualdo, dopo
essersi ammalato gravemente , va ad abitare a Palermo,nel
palazzo della figlia, dove assiste allo scempio di tutte le sue
ricchezze e dove muore solo e abbandonato da tutti.
L’opera teatrale a cui abbiamo assistito ci ha raccontato la
solitudine di un uomo che ha impostato la sua vita dando
importanza esclusivamente agli aspetti materiali, alla “roba”.
Una vita apparentemente appagata dal successo economico
ma fallita sul piano degli affetti e dei rapporti umani.
La prima scena ci porta dentro questo dramma da “resa dei
conti”: Gesualdo, malato gravemente, è lasciato morire da
solo. Addirittura i camerieri, quando li chiama nel momento
di bisogno, fanno finta di non sentirlo.
Gesualdo, durante la sua vita, ha avuto come unico obiettivo
l’accumulo della ricchezza. Non è stato capace di creare legami con gli altri, autentici rapporti umani. Non è stato rispettato
dal mondo da cui proveniva e verso il quale aveva comunque
dimostrato un certo distacco (penso a quando rinuncia ad aiutare i suoi due figli naturali) e non è stato mai accettato dal
mondo aristocratico di cui per vanità voleva entrare far parte.
Significativa è stata la scena della contrattazione avvenuta
per l’acquisto di alcuni poderi: Gesualdo era soddisfatto e
compiaciuto di poter alzare il prezzo quasi a significare che
valeva di più degli altri nobili che partecipavano all’asta.
L’opera di Verga risulta quanto mai attuale perché il concetto
di “roba” che è stato rappresentato è lo stesso che caratterizza il mondo in cui viviamo, spesso spinto, nelle sue frenetiche
attività, da un estremo materialismo dove i sentimenti non
trovano più posto.
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Day By Day
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Questa statua in bronzo rappresenta la “paternità”, si trova a……………
……………………………………................................................................................
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Che cosa è?
“Alt altim, - bas bassin, fato de pietra, - coert de lin”.
E’………………………...................................................................................................................................
Chi è?
Vola, ppi l’aria vola, senza martieddu e senza cazzola mi sa fari palazzi a prova.
E’………………………...................................................................................................................................
Caccia all’errore
L’articolo del maestro Luigi Cioffi contiene volutamente una data errata.
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La data errata è………………………..................... la data corretta è……………………….........................
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Gli auguri natalizi di Time Out del 1991 nella interpretazione di Emanuele Gagliardi. Vi trovi i volti
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di Time Out della tua classe, entro il 25 dicembre 2013.
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Dicembre 2013 n. 4 e 5 - San Giuseppe