Particolare del quadro ad olio di Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995 Anno XXVIII N. 4-5-6 Novembre 2013 Direttore responsabile Virginio Mattoccia Hanno collaborato a questo numero: Giampiero Toccaceli, Giancarlo Valentini, Alberto Tornatora, Michele Cataluddi, Federica Aldrovandi, Luigi Cioffi, Fr. Emanuele Costa, Alessio Guerra, Maria Rebecca Sdoia, Raffaella Gandola, Alessandro Cacciotti, Silvia Bagli, Giulia Gambarini, Letizia Fallani, Maria Cleofe Della Valle, Veronica Palombo, Iacopo Liberatori, Fiamma Berardi, Giulia Faranda, Olivia Zangrilli, Valeria Ciancaloni, Alfonso Ussia, Diletta Meneghello, Virginia Proietti, Bianca Barilla, Costanza Pavone, Federico Antonini, Valentina Villani, Fiamma Berardi, Elvira Scardaccione, Veronica Polombo, Ernesto Michieli, Laura Mansi, Emanuele Gagliardi, Beatrice Chiapponi Fotografie Daniele Luxardo, Virginio Mattoccia, Lucio Brizi, Letizia Fallani, Emanuele Costa Composizione, impaginazione e prestampa SATIZ TPM s.r.l. SOMMARIO Da oltre 60 anni, stampa e confezione riviste, cataloghi, brochure, elenchi e fumetti ad alta tiratura per i maggiori editori e cataloghisti Italiani ed Europei. PERIODICO GIOVANILE DI CULTURA E SPORT Primo Piano Il Tesoro dei poveri Dacci oggi il nostro zelo quotidiano Ricordo di Fabrizio Fontana Cultura Autorizzazione n.242 del 9 maggio 1986 del Tribunale di Roma www.rotosud.it Sede operativa e stabilimento Via F. Postiglione, 14 - 10024 Moncalieri (TO) - Centralino 011-64.75.111 Sede legale e stabilimento Loc. Miole Le Campore snc - 67063 Oricola (AQ) - Centralino 0863-90.11 In copertina Particolare del quadro ad olio di Giancarlo Valentini, il presepe al De Merode, 1995 Distributio gratuitamente presso il collegio S. Giuseppe - Istituto De Merode 14 Buon compleanno, Maestro Verdi! “Un pericoloso covo dello spirito” L’immagine del potere: la Roma di Augusto Tre domande di troppo, forse quattro Intervista a Friedrich Nietzsche Day By Day Stampa ROTOSUD Spa ORICOLA (AQ) 2 Primo giorno di scuola: “No, o nove?” Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco “Il dado dei Farnese” La Bella e la Bestia: una storia vera... più che mai Due cuori e una passione Un tuffo nelle meraviglie di Firenze Alla Fattoria “Latte Sano” Monaco tra Kartoffeln e Brezel Principi e principesse per una giornata Tutti a teatro L’emozione di sentirsi vivi Sto oltrepassando il cancello… Il fascino caotico di Napoli e la città morta di Pompei Ricordo di Federico Fellini La magia di Praga Al Convento di Sant’Andrea in Sabina Collevecchio Il profumo dei limoni di Sorrento e la costola della balena Visita alla mostra su Tiziano Mastro Don Gesualdo Sei diverso dal Sangiuseppino del 1994? 32 Primo piano LA COPERTINA Il Tesoro dei poveri di Gabriele D’Annunzio Il tesoro dei poveri Una fiaba natalizia di d’Annunzio? Non è falsa, ma autentica La copertina di questo numero di Time Out è il particolare di un quadro che il pittore spoletino Giancarlo Valentini dipinse nel 1995 espressamente per la copertina del numero natalizio di Time Out. Il pittore ha immaginato il presepe dei poveri sulla scalinata del De Merode. Una fiaba natalizia di d’Annunzio? La notizia non è una fiaba, ma una certezza. La molteplice produzione letteraria di d’Annunzio comprende anche cinque fiabe natalizie, pubblicate nel 1916 da Bideri, nella antologia Parabole e Novelle e ripubblicate da Solfanelli nel 2007. Il tesoro dei poveri è un gioiello che nasce dall’espressione popolare “occhi di gatto”, metafora degli ultimi tizzoni del fuoco. E’ la più cristiana della raccolta; la narrazione conserva l’aspetto naif di un mondo senza tempo, di una antichità ideale. Il grande Vate non rimase insensibile al calore e alla dolcezza natalizia. Il cristiano sostituisce solo l’ultima parola, illusione, con realtà. In occasione del 150° della nascita (1863) e 75° della morte (1938), di d’Annunzio, Time Out propone alla lettura e alla riflessione natalizia ”Il tesoro dei poveri“. Paul Klee Il presepe sulla scalinata del De Merode , quadro di Giancarlo Valentini - Spoleto 1995 2 3 Primo piano Il Tesoro dei poveri Racconta un poeta: Il presepe nell’atrio della Scuola anche del mangiare, è possedere quattro mura per ricoverarsi. Senza le quattro mura, l’uomo è come una bestia errante. E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel cammino e le scarpe quasi affondate nella cenere. Come si lamentavano e tremavano sulla via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolio roco e dolce. Era, in verità un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle. S’egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in miglior condizione. Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo non avrebbe aderito così strettamente alle ossa. E s’egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner così magro. Ma, non avendo peli ed avendo invece la pelle su l’ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello. I poverelli son buoni e s’aiutan fra loro. I due nostri dunque raccolsero il gatto e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo C’era una volta, non so più in quale terra, una coppia di poverelli. Ed erano questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla. Non avevano pane da mettere nella madia, né campo per fabbricarvi casa. Se avesser posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricare casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola. Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini. Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina, e qualche volta avevano anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino. Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco o ragionar placidamente d’innanzi alla brace. Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza 4 che avevano avuto per elemosina. Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata. C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò in un istante e poi sparve. Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero focolare che l’assenza di fuoco rendeva ancora più nero. “Ah”! dissero, “se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!” Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri assai. D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l’oro. E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna: “Senti che buon caldo?” “Sento, sento,” rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. “Soffiaci sopra,” ella soggiunse. “La brace farà la fiamma.” “No,” disse l’uomo, “si consumerebbe troppo presto.” E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti. Il presepe nel quadriportico del S. Giuseppe. Quadro di Giampiero Toccaceli - Roma, 1994 5 Primo piano Il Tesoro dei poveri I poverelli si contentan di poco e son felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo del cuore, del dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù. Tutta la notte continuarono a favoleggiare, fin nell’intimo del cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù. Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d’essere protetti dal bambino Gesù, poiché i due carboni brillavan sempre come due monete nuove e non si consumavano mai. E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava dai suoi grandi occhi d’oro. Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati che al baglior di quegli occhi. E il gatto disse: “Il tesoro dei poveri è l’illusione.” 6 7 Primo piano Dacci oggi il nostro zelo quotidiano “Considerate i fanciulli che Dio vi ha affidato come i figli di Dio stesso; abbiate per essi una cura maggiore di quella che avreste per i figli del Re” di Alberto Tornatora (De La Salle, Med. 133,2) ricorda ai suoi maestri che la loro dedizione all’insegnamento è il frutto di una chiamata di Dio, è il manifestarsi della dimensione religiosa di una vocazione personale per l’educazione umana e cristiana dei giovani, specialmente dei poveri. Oggi, dal sentirsi portati all’insegnamento ad avere la consapevolezza di essere chiamati da Dio (perché di questo si tratta!) per l’insegnamento, ce ne passa. Non stiamo parlando allora di una vocazione laica all’insegnamento, che beninteso esiste ed è validamente testimoniata anche da straordinari insegnanti preparati e dediti all’educazione, ma di un passo ulteriore, di una consapevole apertura al trascendente , di una risposta positiva alla chiamata di Dio che, attraverso l’azione imperscrutabile dello Spirito Santo, parla al cuore dell’educatore e gli chiede di collaborare alla storia della salvezza dell’umanità nelle forme e nei modi dell’insegnamento. Per ciascuno di noi insegnanti riconoscere questa particolare vocazione significa predisporsi ad accogliere la grazia di Dio che si manifesta nel carisma educativo proprio dei lasalliani. E’ sempre opportuno trovare ogni tanto una buona occasione per fermarsi a riflettere, a ripensare le motivazioni profonde del nostro strano mestiere di insegnanti; per cercare di vedere sotto una nuova luce tutte le nostre esperienze quotidiane e provare a rimetterci in gioco come dovremmo fare quotidianamente per non rischiare di rimanere avvinti tra quelle che vengono definite, con una enfasi molto efficace, “le spire rassicuranti della consuetudine”; spire che però, a lungo andare, riescono a soffocare anche le migliori intenzioni. Innanzi tutto è bene chiarire i margini entro i quali si svolge la nostra riflessione: tra i presupposti c’è quello che per essere, o meglio per provare ad essere un buon insegnante ci si debba sentire portati per l’insegnamento o, quanto meno, si desideri intensamente comunicare le proprie conoscenze, si provi grande soddisfazione (e, senza tema di essere smentito, direi perfino una sincera gioia) quando si abbia l’impressione di esserci riusciti: questa è la premessa necessaria per comprendere il passaggio ulteriore, il salto che propone De La Salle quando 8 Lezione di medicina Ruggiero da Frugardo Lo Spirito Santo Cosa si intende per spiritualità lasalliana? I discepoli di San Giovanni Battista De La Salle hanno ereditato da lui una peculiare tradizione spirituale e si sforzano di incarnare questa tradizione nella loro vita, portando con sé la sua visione della missione educativa nella vita quotidiana. La spiritualità del Fondatore è profondamente radicata nel Nuovo Testamento e si sviluppa a partire dalla convinzione che i suoi discepoli sono, secondo le parole di San Paolo, gli “ambasciatori di Cristo” per i loro allievi e che questi allievi a loro volta sono la lettera che Cristo detta loro; è la stessa lettera che ogni giorno i Fratelli scrivono nei cuori dei loro allievi. La spiritualità lasalliana si presenta come una spiritualità di relazione tra maestro ed allievo, una spiritualità di mediazione tra l’opera di Dio e le molteplici necessità degli uomini. Coloro i quali si adoperano per viverla intensamente trovano in essa non solo il modo per alimentare la loro relazione con Dio ma scoprono nella stessa anche una potente fonte di energia per il bene dei propri allievi; questa peculiare relazione con i loro allievi si rivela per gli educatori come una singolare occasione di esperienza del sacro. Questa relazione particolarmente significativa tra maestri ed allievi pone in rilievo l’originalità della spiritualità di La Salle. Ai suoi tempi essa si distingueva in quanto non era solamente qualcosa da vivere in contemplazione ed in silenzio tra le mura di un chiostro (come era allora costume diffuso); piuttosto rispondeva ai bisogni concreti dei poveri adattando diversi elementi della spiritualità francese a lui contemporanea ed offrendo ai suoi maestri un sistema che illustrava il mistero di un Dio “presente” e attivo tra i giovani poveri che popolavano le sue scuole. Toccare i cuori De La Salle ha detto ai suoi discepoli che esiste una sorta di “indicatore” che mette in evidenza come questa spiritualità abbia delle implicazioni pratiche: il loro ministero è un servizio che “tocca i cuori”. E’ questo l’aspetto centrale della spiri- 9 Primo piano Dacci oggi il nostro zelo quotidiano tualità lasalliana perché concerne lo scopo stesso dell’Istituto e la vocazione specifica dei lasalliani ossia la salvezza dei loro alunni. Poiché questo dono di toccare i cuori viene dallo Spirito di Dio necessita di una rinnovata conversione quotidiana costantemente richiesta mediante la preghiera. Nella Meditazione per la festa di Pentecoste (43,3) le parole del Fondatore sono chiare: “Voi svolgete un lavoro che vi obbliga a toccare i cuori: voi non potrete farlo se non attraverso lo Spirito santo. Pregate Dio che vi conceda oggi la stessa grazia che ha concesso ai Santi Apostoli e che, dopo avervi riempito del suo Spirito per santificarvi, ve lo comunichi anche perché possiate procurare la salvezza di altri.” Una spiritualità per gli insegnanti La spiritualità lasalliana è dunque evidentemente una spiritualità che intende unire ed integrare la missione evangelica di annunciare Cristo con la missione professionale dell’insegnamento. Si tratta di abbandonare così la fuorviante dicotomia tra attivo e contemplativo e quella tra professionale e spirituale. E’ una spiritualità per educatori, per insegnanti, per chi deve formare il cuore e lo spirito dei giovani, per tutti gli uomini e le donne che si impegnano ad incarnare la realtà di Cristo per i loro alunni. E’ altresì una spiritualità che celebra la presenza di Dio. Dio che è sempre attivo nel mondo, sempre creatore, che incessantemente ci dona la sua parola, che è sempre impegnato a chiamarci. E’ un modo di vivere consapevolmente alla presenza di Dio che è presente nei maestri, negli alunni, nella relazione educativa che li unisce insieme ed è presente là dove essi si trovano. In sostanza la spiritualità lasalliana incarna nelle sue specifiche caratteristiche la via che è comune a tutte le diverse forme di spiritualità cristiana e cioè l’esperienza dell’opera dello Spirito Santo. La spiritualità lasalliana, che è manifestamente 10 La scuola L’Università una spiritualità apostolica, è stata definita da Fr. Michel Sauvage con un sintagma molto suggestivo : realismo mistico. Ciò che è percepito nello spirito di Fede si trasforma in zelo per la missione. Dalla intuizione spirituale alla concreta attuazione quotidiana noi sappiamo che la realtà è pervasa dallo Spirito. Nel contesto della nostra comprensione attuale della missione condivisa, ognuno di noi in quanto educatore lasalliano è invitato a coltivare la coscienza della presenza di Dio nella sua vita quotidiana esercitando il suo ministero educativo con zelo. incarna il carisma educativo nel quotidiano. Mi viene da immaginare a tale riguardo che se i lasalliani potessero personalizzare la preghiera di Gesù, alla luce del loro carisma educativo dichiarandosi bisognosi di cibo spirituale, reciterebbero queste parole: “Dacci oggi il nostro zelo quotidiano …”. Una variante che, sono convinto, non suonerebbe irriguardosa alle orecchie del Fondatore e allo spirito di fedeltà creativa che lo ha sempre contraddistinto; chi ha dichiarato con un voto eroico di essere disposto a chiedere l’elemosina e a vivere di solo pane pure di tenere fede all’impegno educativo richiestogli da Dio, può ben chiedere al Padre che non gli faccia mancare quel cibo spirituale che è nutrimento della sua opera di ogni giorno. E comunque, per attenuare l’effetto straniante che questa “variante testuale” sicuramente provocherebbe, i lasalliani potrebbero limitarsi a recitare mentalmente, senza timore di osare troppo, la parola zelo sovrapponendola alla richiesta del pane quotidiano. Lo zelo dunque trova la sua origine nello Spirito di Fede a cominciare dalla preghiera di richiesta che vuole che lo zelo sia fonte e testimonianza dell’azione dello spirito di Fede stesso: lo zelo è appunto lo Spirito di Fede che agisce in noi e attraverso di noi. Una parola “chiave” Ma che cosa è lo zelo? Il dizionario ci propone una serie di sinonimi tra i quali attenzione, cura, sollecitudine, premura, dedizione. Lo zelo è un sentimento intenso, un affetto ardente, una forza interiore che dinamizza tutta l’attività dei fratelli e dei laici che ne condividono il carisma, la virtù che caratterizza per eccellenza l’educatore cristiano, è secondo la descrizione che ne fa Fratel Agathon Gonlieu una delle Dodici virtù del Buon Maestro. Lo zelo dunque è il tratto essenziale della spiritualità dell’educatore lasalliano. Per dirla con una frase lo zelo è il modo in cui si realizza, si attua, prende forma, insomma si 11 Primo piano Ricordo di Fabrizio Fontana di Michele Cataluddi Il giorno 26 aprile 2013 è morto il giovane exalunno Fabrizio Fontana. Nel trigesimo la Famiglia e i Compagni hanno voluto ricordarlo nella chiesa del Collegio. Alla fine della cerimonia diversi amici lo hanno ricordato pubblicamente e partecipato il loro dolore alla Famiglia. Riportiamo l’intervento del compagno di scuola Michele Cataluddi, insegnante di storia e filosofia al S. Giuseppe, e una piccola parte del ricordo di Federica Aldrovandi Fabrizio Fontana Quando mi hanno chiesto se volessi dire qualcosa stasera, ho pensato di non sentirmela. Ma in questo luogo, dove ci siamo conosciuti, dove abbiamo avuto gli stessi maestri, dove oggi sono riuniti gli amici comuni, ho creduto toccasse a me. Perciò dovrete pazientare perché ho scritto nel timore a un certo punto di potermi confondere. Dovrei quindi parlarvi di Fabrizio, ma non so se ne sono capace, a voi che lo conoscete. Potrei allora parlarvi di me, di quello che provo. E subito mi viene alla mente, e al cuore, la capacità che Fabrizio aveva di farti sentire sempre al centro della sua attenzione, nel parlare, soprattutto nell’ascoltare, nel chiedere e informarsi con sincera attenzione, vuoi per la sua raffinata educazione, o per il suo spontaneo interesse nei confronti dell’altro, che faceva sentire degno di stima, al quale domandava ogni volta di insegnargli, di spiegargli, di raccontare; quasi con socratica ironia e autentica modestia, dalla quale trapelava poi suo malgrado l’intelligenza profonda e acuta. Potrei raccontarvi cento e più storie, aneddoti, di quando e quanto siamo stati insieme, ma non lo farò, lasciando a voi i vostri; magari per scambiarceli davanti a un bicchiere o una tazza di caffè. A noi piaceva così. Ho usato il passato, e mi dà fastidio. Sono solito dire ai 12 miei alunni che la mia fede nella parola di salvezza del Cristo si fonda innanzi tutto sulle mie fragilità, sulle mie paure. Ma tale debolezza diventa una forza, poiché quanto più mi sento incapace di affrontare le prove della vita, tanto più si consolida in me la certezza ogni giorno di venire salvato, aiutato, sollevato dagli abissi aperti nella mia anima. Trovo intollerabile pensare di dover rinunciare alle persone con le quali è venuto in essere un legame più forte di ogni circostanza, un’appartenenza che a un certo momento si rivela data, non più scelta o voluta. Allora credo che anche da questa separazione, la più difficile, ne usciremo, come trasformati, più uniti. A volte, nella solitudine, magari mentre guido, mi trovo a parlare con Fabrizio, con Valerio, a commentare un evento, a sorridere, come nel nostro saluto. Ci siamo separati con un sorriso, per dirci tutto e rivederci domani. Fabrizio non avrebbe voluto lasciarci un fardello pesante di tristezza; allora continuiamo a vivere, cercando di diventare persone migliori; questo si aspetta da noi, ed è questo l’impegno per onorare la sua fiducia, il suo affetto, la sua amicizia. (Michele Cataluddi) 13 “Io ho conosciuto Fabrizio qui tra le mura di questa scuola più di vent’anni fa, ma ricordo ancora tutto perfettamente. Già ai tempi del liceo Fabrizio era diverso dagli altri. Con tutti suoi difetti, che noi abbiamo potuto conoscere e amare, lui era migliore degli altri. E non lo dico per elogiarlo come si fa in queste situazioni di solito, ma semplicemente perché è la verità. La sua era un’intelligenza straordinaria, curiosa, aperta al confronto, attenta al mondo esterno, mai presuntuosa, anche quando era palesemente superiore rispetto al suo interlocutore. La sua sensibilità e passione erano davvero uniche. Fabri era ironico, divertente, provocatore, tagliente”. (Federica Aldrovandi) Cultura Buon compleanno, Testo di Luigi Cioffi Maestro Verdi! Immagini e didascalie di Fr. Emanuele Costa “Verdi, il vecchio minatore che va scavando, sicuro e infallibile, nel sottosuolo dei sentimenti umani” (O. Vergani, Il caro vecchio, in “Il Corriere della sera” 27 gennaio 1951) Anno importante questo 2013 per la storia della musica, non fosse altro perché ricorre l’ anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, il ‘Beethoven italiano’ come da più parti è stato definito; uno di quei musicisti che hanno fatto la storia non solo della loro epoca ma anche di quella successiva. Giuseppe Verdi nacque infatti duecento anni fa e più precisamente il 10 ottobre 1813 a Roncole di Busseto, una piccola frazione della provincia di Parma. Parlare di un personaggio tanto illustre, le cui opere, oggi più che mai, ‘calcano’ le scene di tutti i teatri del mondo non è impresa facile, soprattutto se si hanno tante cose da dire e poco spazio per poterle dire. Pochi autori sono oggi più rappresentati di Verdi. Pochi hanno così tanto diritto ad esserlo. Testimone e protagonista d’eccezione del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, la sua vita fu intensa e ricca come la stessa produzione musicale protrattasi ininterrottamente per quasi un sessantennio; dagli esordi come operista a soli ventisei anni, fino alle ultime composizioni realizzate alla veneranda età di ottantacinqueanni. Una produzione la sua, capace di sfidare le mode del tempo, ma anche di raggiungere sempre altissimi traguardi qualitativi. Compositore, politico, agricoltore, benefattore, Verdi nacque nell’era del cavallo e morì in quella del motore toccando con mano i più importanti progressi compiuti dalla tecnica e dalla scienza. I continui spostamenti in giro per il mondo, lo portarono a contatto con i più illustri personaggi del mondo della politica, dell’arte, della musica, della cultura più in generale: Mazzini, Manzoni, Garibaldi, Cavour, Carducci, Rossini, tanto per citarne alcuni. La sua fama legata quasi esclusivamente al mondo del melodramma (per tutta la vita continuò a ripetere “Sono soltanto un uomo di teatro”) - si alimentò grazie all’inna- 14 Ritratto di Giuseppe Verdi, di Giovanni Boldini. Il Maestro nasce a Roncole di Busseto il 10 ottobre 1813 da una famiglia di modeste condizioni economiche. In una lettera dimostrerà il suo attaccamento alla terra natia scrivendo: «Sono stato, sono e sarò sempre un paesano delle Roncole». Morirà a Milano il 27 gennaio 1901. Margherita Barezzi moglie di Giuseppe Verdi. Ebbero due figli, morti prematuramente, e anche Margherita morì giovanissima. Verdi rimase comunque molto affezionato al papà di Margherita (il “Signor Antonio”) che riconobbe il suo genio e lo sostenne negli anni di studio a Milano. A lui dedicò il Macbeth “che io amo a preferenza delle altre mie opere e che quindi stimo più degno d’essere presentato a Lei”. ta capacità di trasporre in musica i fermenti e i turbolenti eventi che caratterizzarono il periodo risorgimentale e di scrutare come un novello Diogene il cuore dell’uomo. Il primo successo del giovane compositore bussetano porta la data del 9 marzo 1842. Al Teatro alla Scala di Milano va in scena Nabucco, opera in tre atti su testo di Temistocle Solera. È il terzo titolo che fiorisce in poco tempo dalla mente del musicista. Verdi ha infatti già composto Oberto Conte di San Bonifacio e un Giorno di Regno. Dopo il fiasco di quest’ultimo titolo, il successo di Nabucco è trionfale. La storia incentrata attorno alla passione amorosa di due giovani amanti, Ismaele e Fenena, s’intreccia con gli eventi storici che vedono il popolo assiro guidato da Re Nabucodonosor contrapporsi agli Ebrei. A contribuire al successo di quest’opera non solo un cast vocale di prim’ordine ma soprattutto la potente energia musicale sprigionata dalla partitura con quell’esplicito appello politico intonato all’unisono dalla massa corale sulle nostalgiche parole: “Va’ pensiero, sull’ali dorate…”. La storia attorno alla quale ruota Nabucco o Nabucodonosor (secondo il titolo originale della partitura autografa di Verdi), richiama alla mente le istanze di libertà del popolo italiano desideroso di sottrarsi al giogo austriaco. È’ l’inizio dell’amore degli italiani per la sua musica. Da quel momento il Coro del “Va’, pensiero” entra prepotentemente nella storia della musica e nei cuori del popolo; il pubblico s’identifica con la sorte degli schiavi ebrei, crede di scorgersi ritratto in quel gruppo di ebrei piangenti sulle rive dell’Eufrate e di leggere nei versi di Temistocle Solera, le ansie, le malinconie ma anche le speranze, il prossimo riscatto di quella patria oppressa “sì bella e perduta”. Dopo i successi di Nabucco (1842), de I Lombardi alla prima crociata (1843) e de La battaglia di Legnano (altra importante opera a sfondo storico che nel 1849 tanto 15 Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Il Teatro alla Scala di Milano vide i primi successi del Maestro Verdi (1842: trionfo del Nabucco) che rimase sempre molto legato a questo prestigioso tempio della musica lirica Le musiche popolari di Verdi si diffondono in tutta Italia e danno un notevole contributo al nostro Risorgimento. Sui muri si scriveva “Viva VERDI”, acronimo per inneggiare Vittorio Emanuele Re D’Italia 16 aveva commosso il popolo italiano), Verdi abbandona il filone patriottico, l’opera di tipo ‘corale’ o il melodramma storico che dir si voglia, dove i protagonisti sono quasi sempre ‘annegati’ nell’urto con grandi masse corali e procede per una nuova strada, iniziando a porre molta più attenzione alla psicologia dei personaggi e alla sfera degli affetti privati. È la fase che culminerà nei capolavori della cosiddetta ‘Trilogia popolare’: Rigoletto, Trovatore, Traviata. Così “…dopo aver profuso tesori di generosa spontaneità” – ha scritto lo storico G. Pannain - “la musica di Verdi abbandona la piazza e si fa arte”. Cruciale la scelta dei soggetti; quelli estremi, Rigoletto e La Traviata, affidati a Francesco Maria Piave, e il centrale Trovatore, imposto ad un Salvatore Cammarano titubante. Tutte opere caratterizzate dalla presenza di personaggi deformi in preda ad insanabili conflitti interiori. È proprio in questi tre capolavori che va concretizzandosi la tipica vicenda morale da cui scaturiranno le maggiori ispirazioni verdiane; il protagonista, snaturato da enormi e smisurate passioni, che attraverso il dolore riacquista la sua umanità. È’ il caso di Rigoletto, un ripugnante buffone di corte fermo nel suo desiderio di assecondare i desideri del suo principe ma anche padre affettuoso che scoprirà l’amore per la figlia solo a contatto con il dolore provocato dalla sua perdita. Oppure della zingara Azucena nel Trovatore, furia vendicatrice e madre premurosa di un figlio non suo, chiusa in una cieca volontà di vendetta destinata a dissolversi a contatto con il dolore provocato dalla condanna a morte del giovane Manrico. Infine, il caso emblematico di Violetta, nella Traviata, una cortigiana devota unicamente al piacere che scoprirà il vero amore della sua vita (Alfredo Germont) quando ormai sarà troppo tardi, in prossimità della fine della sua breve esistenza. Tutti personaggi, questi della ‘Trilogia popolare’, caratterizzati da evidenti deformità fisiche o morali ma che grazie a particolari ed efficacissime logiche drammaturgico-teatrali trovano la forza di risollevarsi dalla loro condizione e di riacquistare dignità ed umanità. L’obiettivo di Verdi è dunque ormai chiaro. Tutti gli sforzi sono ora mirati a mettere a nudo l’uomo, con le sue debolezze, le sue passioni snodate, i suoi drammi e i suoi affetti. Francesco Maria Piave, buon poeta, amico e librettista di Verdi. A lui si devono capolavori quali: Ernani (1844), Macbeth (1847), Rigoletto (1851), La traviata (1853), La forza del destino (1862) Giuseppina Strepponi, ex cantante lirica, per molti anni amica di Verdi e dal 1859 sua seconda moglie. Donna indipendente, affascinante, dotata di talento, cultura e sensibilità, rimase vicina al Maestro con affetto e venerazione fino alla morte, avvenuta nel 1897 17 Cultura Buon compleanno, Maestro Verdi! Ai funerali di Verdi (fine gennaio 1901) partecipa una grande folla, ma per sua volontà, non ci fu nessuno sfarzo e nemmeno musica. La sua tomba fu collocata all’interno di quella che il Maestro riteneva la sua opera più bella: la “Casa di riposo per musicisti” a Milano. “Quando si pronuncia il nome di Verdi tornano di colpo alla mente le grandi vicende risorgimentali che fecero l’Italia politicamente unita e che ebbero in Giuseppe Verdi e nella sua musica un impulso fortissimo… Il suo nome, le note della sua musica divennero entusiasmanti e trascinanti simboli popolari. Verdi è nato… in un’Italia che era, politicamente, ancora un mosaico di Stati…Nel corso della sua vita… il nostro Paese ha avuto una evoluzione della storia straordinaria. L’Italia in pochi decenni è divenuta una sola Nazione, una sola Patria. Se ciò è stato possibile lo dobbiamo al fatto che ci sono stati uomini come Verdi e c’è stata anche la forza del suo linguaggio musicale che ha trascinato gli Italiani in quella che possiamo considerare una splendida avventura… E quindi il nostro riconoscerci in Verdi è ancora una prova di quanto siano potenti in tutti noi il bisogno e il senso della nostra identità, il nostro orgoglio di essere, di saperci, di sentirci Italiani…” (Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell’incontro con le Autorità e i cittadini della città di Parma. - Parma, 27/01/2001) 18 Per ognuno dei soggetti, per ognuna delle sue storie, il compositore ricerca una ‘tinta’ caratteristica, un timbro inconfondibile, ricorrendo spesso a soluzioni sperimentali sempre nuove e di grande efficacia. Dopo la composizione de La Traviata, nel 1853, Verdi si trasferisce a Parigi riducendo notevolmente la sua attività creativa. Ora sceglie i libretti con più calma, medita maggiormente, dirada il comporre. “Se avessi voluto fare il mercante” – dirà più tardi – “nissuno mi avrebbe impedito di scrivere dopo Traviata un’opera all’anno e formarmi una fortuna maggiore di quella che ho”. Scrive I Vespri Siciliani per l’Opéra di Parigi, dietro invito ufficiale del governo francese in occasione dell’Esposizione Universale del 1855. È quindi la volta del Simon Boccanegra, di Un Ballo in maschera, de La Forza del Destino, un altro drammone pieno di cadaveri che il compositore rimaneggerà sette anni più tardi aggiungendovi quella che notoriamente è considerata la sua più bella e trascinante Sinfonia di apertura. Legata ad un altro importante evento storico ovvero all’apertura del Canale di Suez, al Cairo, sarà Aida (1871), il cui argomento scritto in versi da Antonio Ghislanzoni, darà a Verdi l’opportunità per realizzare un’opera spettacolare quanto ad effetti, ma piuttosto carente sotto il profilo della levatura drammatica dei personaggi. A trasformare la partitura in uno dei più importanti successi del ‘Cigno di Busseto’, gli ampi fiumi di musica, i numerosi interventi di danza e dei cori, le generose pennellate di esotismo. Proprio quando la carriera di Verdi pareva ormai conclusa e la vena artistica esaurita, ecco il Maestro riprendere nuovamente in mano la penna per dar forma al sogno della sua vita: misurarsi con l’ideale supremo del dramma, ovvero William Shakespeare. Nasce così prima Otello, una tragedia in musica poi Falstaff, una commedia, entrambe su libretto di Arrigo Boito. Ancora una volta alla ricerca delle forze misteriose che agitano sentimenti e passioni umane, Verdi s’immerge così nell’Otello con tutte le sue energie, rendendo il tema della gelosia oggetto di una scultorea e penetrante rappresentazione completamente trasfusa nel linguaggio sonoro. Ma Otello non è solo questo. E’ anche altro. È la riflessione di un uomo che ormai al tramonto di una vita intensa, faticosa, piena di successi e passioni, medita sul significato della morte e si interroga. Emblematiche le parole fatte pronunciare wa Jago nel secondo atto dell’opera: “…La morte è il nulla. È vecchia fola il ciel…”. È la stessa profonda riflessione che attraverserà l’ultimo capolavoro di musica sacra del compositore; l’imponente Messa da Requiem, affresco sonoro di ineguagliabile bellezza, distante da prospettive metafisiche e approdi consolatori. L’opera non è una filosofica meditazione sulla morte, bensì una virile confessione dell’uomo, con le sue paure e le sue contraddizioni. È in fondo la caduta di tutte le illusioni terrene messe a nudo dalla spietata realtà della morte, il confronto con la vita che inesorabilmente sfugge, quella stessa vita che si spegnerà a Milano in una fredda notte del 27 gennaio 1900. Autografo del Maestro Verdi Arrigo Boito, geniale ed estroso poeta scapigliato, nonché musicista di valore. Incontrò Verdi in tarda età, ne divenne amico intimo per 15 anni e per lui preparò due libretti (tratti da Shakespeare) che divennero gli ultimi capolavori lirici di Verdi: Otello (187) Falstaff (1893). 19 Cultura “Un pericoloso covo dello spirito” Tra le novità l’anno scolastico 2013-14 ha portato la gradita apertura pomeridiana della Biblioteca demerodiana I professori E. Salvatori, B. Pozzi, L. Dell’Omo, P. Cantelmi, I. Carassai, durante la settimana, dalle ore 14,15 alle ore 16,00, sono a disposizione per aiutare gli studenti a scegliere il volume adatto alle loro esigenze fra i 60.000 di argomento profano che possiede la biblioteca e per guidarli nella ricerche e consultazioni. Vedendo la biblioteca chiusa da molto tempo qualcuno aveva creduto davvero che “fosse un luogo di riposo, frequentato da qualche professore in religioso silenzio per non disturbare il riposo”, come viene definita da Romarin nel “Di- zionario semiserio della limgua italiana”. La biblioteca non è un luogo di riposo, o un tempio inaccessibile, ma un luogo dove si conosce, si confronta, si verifica, “un covo dello spirito”, come sta scritto sopra il quadro della porta di ingresso, perché la biblioteca conserva i frutti della libertà: i libri scritti da uomini pensanti perché liberi. L’espressione in lingua tedesca, in caratteri gotici “Le biblioteche sono un pericoloso covo dello spirito” è un manifesto di Klaus Staeck (1978), tratta dal “Resoconto annuale dell’Ispettorato generale delle Biblioteche” risulta veritiera 20 se riferita alla autirità dispotica. Il mite vecchietto, indaffarato nelle sue ricerche, sembra voler replicare: “Il pericolo è tutto qui?” Nonostante i moderni mezzi tecnologici la biblioteca resta il canale privilegiato, l’officina per fare cultura, perché il libro lo puoi leggere, rileggere, meditare, annotare, sintetizzare, scarabocchiare, gettare, strappare, bruciare: esso è lo strumento ideale per il lavoro intellettuale. Non a caso, proprio nell’anno in cui il De Merode ha introdotto l’uso generalizzato della LIM, del TABLET…. e di tanti altri mezzi didattici moderni, ha riaperto agli Studenti e ai Genitori l’uso della biblioteca. Il nucleo originario della Biblioteca Demerodiana (2.000 volumi) deriva dal fondo De Merode di Palazzo Altemps: sono volumi preziosi di agraria, biologia, chimica, fisica, matematica, gli altri sono stati aggiunti negli anni. La sistemazione attaule si deve al preside Fr. Leone Morelli (1969); l’aggiunta della quarta sala al preside Fr. Osvaldo Tafaro (1987). Per moltissimi anni responsabile, anzi “il bibliotecario” è stato Fr. Serafino Barbaglia: persona colta, di fine sensibilità e gusto artistico, “gelosa dei suoi tesori”, ma contemporaneamente felice di partecipare la ricchezza della sua cultura e quella che custodiva. Attualmente la Biblioteca Demerodiana di compone di quattro sale con volumi di argomento laico: Michelangelo, Dante, Galilei, Verdi e una quinta di argomento religioso. Chi vi entra la prima volta è colpito dalle numerose enciclopedie, dalle collane della UTET, dalle collane complete dei classici latini e greci delle Belles Lettres, della Havard Univetsiy e dai volumi della prestigiosa Bibliothèque della Pléiade. Fra i suoi tesori Fr. Serafino si gloriava di avere la prima “Storia della letteratura italiana” del Cavaliere Abate Girolamo Tiraboschi, del 1785, testo su cui studiò anche il Foscolo; un volume dell’edizione aldina delle operre di Catullo, Tibullo e Properzio, del 1562 Questo quadro si trova all’ingresso della Biblioteca Demerodiana; vi è stato messo dal “bibliotecario” Fr. Serafino Barbaglia. E’ un manifesto di Klaus Staeck (1978). Il motto, in bei caratteri gotici, afferma: “Le biblioteche sono un pericoloso covo dello spirito” ed è tratto dal “Resoconto annuale dell’Ispettorato generale delle Biblioteche”. Ma il mite vecchietto, indaffarato nelle sue ricerche, sembra voler replicare : “Il pericolo è tutto qui”? (dal dépliant della Biblioteca Demerodiana, preparato da Fr. Serafino Barbaglia) 21 Cultura “Un pericoloso covo dello spirito” Un nuovo manoscritto della Comedìa di Dante. La Biblioteca Demerodiana si è arricchita di una nuova acquisizione. Una copia manoscritta della Divina Commedia di Dante, opera degli alunni del Triennio Scientifico della Sezione A (coordinati dal Prof. Tornatora negli anni scolastici 2010 – 2013), campeggia degnamente tra le numerose e preziose edizioni a stampa presenti nella Biblioteca d’Istituto. Gli studenti, novelli amanuensi, hanno copiato, miniato ed illustrato i canti del capolavoro dantesco studiati e commentati nel corso dei tre anni di studio: Edoardo Pistone è l’autore delle eleganti lettere che caratterizzano ogni inizio canto e Alessandro Coia è l’artista cui si devono le ancora più preziose illustrazioni originali che accompagnano l’opera. Nella sala Galilei fra i volumi scientifici viene conservato un atlante del corpo umano. Nel 2012 la prof. M. Pescarmona e il prof. M. Cilione, ammirati dalla quantità e dalla precisione delle illustrazioni, ne hanno iniziato un esame scientifico: speriamo che le loro scoperte ed emozioni presto siano partecipate. V.M. 22 L’esperienza di paziente e accurata copiatura del poema sacro “al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. XXV,2) ha permesso agli studenti di apprezzare la dolce fatica dell’esercizio di scrittura che richiede tempo e precisione, due dimensioni che ai nostri giorni sembrano non godere di troppa fortuna. 23 Cultura L’immagine del potere: la Roma di Augusto di Tiziana Daga «O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma [...] o dei, date buoni costumi alla docile gioventù, o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete, e donate al popolo di Romolo potenza, prole e ogni gloria» (Orazio, Carmen Saeculare, 17 a.C.) Il giorno 8 ottobre 2013 la professoressa Tiziana Daga con una lezione a 380 gradi di cultura antica ha illustrato la figura di Augusto: nepos, pontifex, imperator, rex, divus… Da pari suo Tiziana non solo ha mostrato il vero e il falso nelle statue e rappresentazioni di Augusto, ma ha dato una completa presentazione del personaggio, non così “olimpico” come la letteratura lo ha tramandato. La sapiente ricostruzione e sovrapposizione dei luoghi di ieri e di oggi di Roma ha molto agevolato la comprensione e apprezzamento del cumulo di cultura e storia in luoghi frequentati giornalmente. La prof. Daga ci ha gentilmente dato la sua conferenza, riprodotta in parte. Nel pensare a questo incontro, contestualmente alla mostra su Augusto di prossima apertura alle Scuderie del Quirinale, ci siamo chiesti: da dove cominciare per ricostruire le vicende di una città in cui una millenaria storia ha lasciato ovunque tracce indelebili e profonde cicatrici, oltre ad evidenze monumentali di straordinario valore storico artistico? Una storia che affonda le sue radici nella leggenda, quando nell’VIII sec. a.C. Romolo traccia la Roma Quadrata sul Palatino. Ma di fatto Roma per molti secoli dovette assomigliare più ad un accampamento di pastori e di profughi che ad una vera e propria città. Allora, quando Roma ha cominciato a prendere una vera e propria forma secondo precise linee di sviluppo, non dettate solamente dalle particolari, favorevoli condizioni ambientali? Perché una città abbia una forma occorre un progetto e ciò implica una coscienza da parte di chi la abita e soprattutto di chi la governa. Scrive Corrado Augias nell’Introduzione ai “Segreti di Roma”: “Roma non sarà mai la città dell’ordine, delle simmetrie, del nitido svolgersi dei fatti secondo un disegno, l’esito coerente di un progetto. Se la storia degli uomini altro non è che violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli lo specchio di questa storia, capace di riflettere con dolorosa fedeltà ogni 24 della sostanza, fatta di edifici monumentali e piazze scenografiche nate dall’esigenza, di chi governa, di raccogliere il maggior consenso popolare possibile. Dietro le grandi facciate, ieri come oggi, spesso si nascondono realtà diverse, in alcuni casi di degrado e povertà. Da dove cominciare quindi questa storia? Forse proprio dalla Roma di Augusto, ovvero da quando - con quasi un milione d’abitanti - la capitale dell’Impero era già una vera e propria megalopoli. Un dato questo che acquista oggi una più tangibile evidenza se si tiene conto che l’intera popolazione a quel tempo sotto il dominio romano ammontava a circa sessanta milioni e che mediamente le città non superavano i diecimila abitanti. Nei quarantacinque anni in cui l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto fu indiscusso padrone della dettaglio, compresi quelli dai quali si distoglierebbe volentieri lo sguardo”. E’ difficile non condividere la sostanza di questa affermazione, soprattutto per chi come noi quotidianamente s’imbatte nell’indolenza e nel distratto e frainteso senso civico dei suoi concittadini, o nell’ordinaria mancata manutenzione della città da parte degli organismi preposti a tale funzione. Ma forse all’origine di tutto questo c’è proprio la sua storia, quella di una città che nasce come capitale di un grande impero e che, dall’antichità all’età moderna, dagli imperatori ai papi del Rinascimento, è stata disegnata e organizzata secondo criteri più estetici che funzionali. In altri termini, una città che da Augusto in poi verrà concepita soprattutto come espressione di un potere politico forte, più preoccupato delle apparenze che 25 Cultura L’immagine del potere: la Roma di Augusto città, Roma conobbe un lungo periodo di pace e prosperità che consentì l’attuazione di un primo vero programma urbanistico, una sorta di vero e proprio piano regolatore ante-litteram, destinato ad orientarne il futuro sviluppo. Le tappe salienti di questa storia mostrano come la nascita dell’Urbe sia stata la concreta espressione di un preciso disegno politico, teso ad identificare Augusto ed i suoi futuri discendenti negli interpreti del bene comune. Sarà lo stesso Augusto alla fine della sua vita, nel Res Gestae Divi Augusti, a lasciare un dettagliato resoconto delle imprese compiute durante il suo regno. Al riguardo fondamentale appare la frase iniziale, dove scrive: “Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi […]”. Un incipit in cui c’è in nuce tutto il senso del programma politico che ne connoterà l’ascesa e l’affermazione: da quando appena diciannovenne, all’indomani dell’assassinio di suo zio Giulio Cesare che l’aveva nominato erede, era tornato a Roma deciso a spendere il proprio denaro per formare un esercito che restituisse “la libertà alla Repubblica dominata e oppressa da una fazione”, pur di raccogliere l’eredità politica di Cesare e succedergli nel governo dello Stato romano, a quando - accentrate di fatto su di sé tutte le cariche più importanti della Repubblica ne divenne il capo supremo dando inizio all’Impero. Dopo essersi abilmente barcamenato nel periodo delle guerre civili scoppiate all’indomani delle “fatali idi di Marzo”, e dopo aver liquidato gradualmente tutti i suoi maggiori avversari politici, nel 31 a.C. anno della battaglia di Azio che vede la definitiva sconfitta del suo principale rivale Marco Antonio e della regina d’Egitto Cleopatra – Ottaviano poteva celebrare il suo trionfo e considerarsi il dominatore incontrastato di quello che ormai era un Impero. Infatti, pur mantenendo la forma repubblicana dello stato, concentrò su di sé una serie di prerogative, dalla podestà tribunizia a vita che riceve nel 23 a.C. e che di fatto gli dà il diritto di veto e il controllo delle assemblee dei tribuni del popolo, all’Imperium, 26 ovvero il potere di comandare l’esercito, alla massima carica sacerdotale dello stato, quella di Pontefice Massimo, nel 12 a.C.. Accanto a questi poteri effettivi riceve dal Senato l’onorifico titolo di Augusto (colui che ha l’autorità morale) e anche di Padre della Patria (2 a.C.). Da questo momento in poi Roma si sarebbe trasformata nella sontuosa e affascinante metropoli, ammirata per secoli, e nella città di Mecenate, ispiratore di una politica culturale che vedrà Tito Livio ed i versi immortali di Ovidio, Orazio e Virgilio consegnare alla storia e al mito la memoria dell’antica Roma. Con la supervisione di Agrippa, amico fedele, genero ed instancabile ideatore della nuova Urbs voluta da Augusto, si diede il via alla costruzione di templi, basiliche, acquedotti, strade, complessi termali come quelli che lo stesso Agrippa nel 12 d.C. lasciò in eredità al popolo romano nella zona di Campo Marzio, una delle aree maggiormente interessate dallo sviluppo edilizio e dal progetto d’ampliamento della città. Politicamente la stessa inaugurazione di ciascun tempio, teatro, portico, piazza divenne l’occasione per esaltare le virtù del princeps e nel tempo, quando si fece sempre più pressante il problema della successione, fu l’occasione per presentare al mondo un possibile erede che avrebbe agito nel nome del bene comune. Quasi in pendant alla frase iniziale del Res Gestae, nel testamento finale di Augusto si dichiara che il princeps aveva trovato una città di mattoni e l’aveva lasciata di marmo, affermazione che riassume efficacemente come il programma politico e di riorganizzazione dello Stato dell’età augustea coincise con una intensa attività urbanistica che avrebbe trasformato il volto monumentale di Roma. Così l’arte diventa parte integrante del rinnovamento edilizio dell’età augustea ed espressione del programma politico del princeps, sancendo la nascita di un’arte pienamente romana capace di assorbire e di rielaborare i modelli del classicismo greco e di adeguarli ai fasti e alla politica autocelebrativa dell’imperatore. Con Augusto si chiude un’epoca – quella dei rustici padri della repubblica – e ha inizio un nuovo capitolo della storia di Roma destinato a lasciare su di essa un’impronta indelebile nei secoli a venire. (T.D.) 27 Cultura Tre domande di troppo, forse quattro Le regole sono da rispettare o no? I want to get away. I want to fly away di Alessio Guerra (IV Classico B) Mi hanno chiesto se le regole siano da rispettare oppure no. Al che ho risposto: “Diamine, certo che sono da rispettare, se le hanno fissate ci sarà un motivo”. A quel punto mi hanno fatto notare: certe regole possono essere sbagliate. E’ vero, qualcuno potrebbe averle fatte male, erroneamente oppure per proprio vantaggio personale. Ma poi dopo averci pensato un po’ sopra ho realizzato: di solito le regole sono concordate “insieme”, se poi se uno se ne pente pianga se stesso. Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica domanda: “E se queste regole non fossero state concordate insieme?” In quel momento mi sono tornate in mente regole che non sono state proprio fissate “insieme”. Ho pensato al divieto per gli Ebrei da parte dei Romani di risiedere a Gerusalemme, alla censura nel corso dei secoli, alle “misure” utilizzate dal Santo Tribunale dell’Inquisizione, alle Leggi Razziali del 1938, alla mancanza di libertà di parola, di espressione e quasi di pensiero in paesi come la Cina o dove è presente una qualsiasi dittatura. Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato in una faccia perplessa. Mi hanno chiesto come reagivo ai richiami dei miei genitori o dei miei educatori. Al che ho risposto: “Sono una persona tranquilla, mantengo sempre la calma”. A quel punto mi hanno fatto notare: a volte capita a tutti 28 di perdere le staffe. Ma poi dopo averci pensato un po’ sopra ho realizzato: “No, a me non capita quasi mai, soprattutto con i miei educatori”. Soddisfatto per la risposta data mi compiacevo con me stesso fin quando non è arrivata la fatidica domanda: “Non hai mai subito un rimprovero sbagliato?” In quel momento mi sono tornate in mente tutte quelle volte che sono stato punito al posto di qualcun altro o sono stato sgridato per qualcosa che non avevo fatto. Molte di quelle volte senza perdere la calma ho spiegato le mie ragioni. Ma quando le mie ragioni inesorabilmente venivano ignorate perdevo la calma. In quel momento avrei potuto essere il William Foster di Un giorno di ordinaria follia. Allora il mio ghigno soddisfatto si è trasformato in una faccia perplessa. Con la faccia perplessa ho iniziato a pensare: “E se la giustizia non fosse una prerogativa assoluta delle regole e di coloro che le fanno rispettare?” Allora la mia faccia perplessa si è trasformata in una faccia delusa. Mi hanno chiesto come giudicassi e come spiegassi certi comportamenti trasgressivi e le bravate di alcuni miei coetanei. Due domande prima avrei risposto con un discorso moralista fatto di frasi fatte, dando la colpa a questo schifo di società. Purtroppo però mi sono state fatte due domande di troppo. Forse tre. Dunque ho realizzato come fosse composta questo “schifo di società”. Proprio loro. Avevo capito che non solo la giustizia non era una prerogativa assoluta di quegli educatori e di quelle leggi, ma erano loro stesse a plasmare una società che tende all’ignoranza e all’omologazione, passando per la stupidità di alcuni elementi che la compongono. La creano male e facile da controllare, rendono i giovani uguali tra loro, li rendono violenti, fanno loro credere di rivoltarsi contro i loro creatori e infine li criticano con falsi moralismi e li usano come capro espiatorio. Allora la mia faccia delusa si è trasformata in una faccia schifata. Mi hanno chiesto come sognassi la mia famiglia di domani. Tre domande fa avrei risposto “Come quella della Barilla oppure quella del Mulino Bianco”. Purtroppo però mi sono state fatte tre domande di troppo. Forse quattro. Non spero che i miei figli siano diversi, spero solo che capiscano la realtà e possano scegliere liberamente se omologarsi o meno. Spero che possano cantare “I want to get away, I want to fly away” non come gli ipocriti che lo fanno per sentirsi alternativi, ma perché capiscono la verità. O forse no. Forse sarebbero più felici come i bambini biondi, sorridenti e perfetti della pubblicità. 29 Cultura Intervista a Friedrich Nietzsche di M. Rebecca Sdoia Incontrai il signor Nietzsche a Torino, dove egli decise di passare una parte della sua vita, e ne approfittai per fargli alcune domande: Buongiorno signor Nietzsche, ha visto che bella giornata quest’oggi? Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi. Tra le sue opere in quale si ritrova maggiormente? Domanda quasi piacevole per le mie orecchie. Ovviamente sono di parte, l’opera che amo di più, che mi appartiene maggiormente è “Così parlò Zarathustra”, questo lungo viaggio verso l’eterno divenire. Io ne sono il protagonista? Io sono il superuomo! Che consigli darebbe ai giovani che verranno dopo di lei? Ai giovani che conosceranno questo mondo, come me, consiglio di non aver paura dei propri errori, io ad esempio amo gli uomini che cadono, se non altro perché sono quelli che attraversano. Consiglio di non temere di sognare in grande, credo che tutte le cose che sono veramente grandi, a prima vista sembrano impossibili. E’ importante che voi abbiate in voi due principi fondamentali: la gratitudine e la purezza. Come giudica questo nostro mondo? La morale in Europa oggi è la morale del branco. Dicono che lei sia amante della musica. E’ vero? Non me lo chiedere. Poni le tue mani su un pianoforte. La vita senza musica non è vita. Ha piani per il futuro? Quanto più pensiamo a tutto quello che fu e che sarà, tanto più pallido ci diventa quel che è ora. 30 Lo guardai con ammirazione, e lo portai con me per tutta la vita. Lui proseguì la sua passeggiata, tenendo tra le mani il “Principe” di Machiavelli, opera da Nietzsche sempre amata. 31 Day By Day Primo giorno di scuola: La parola di un “Grande” della Storia Lettera di Abramo Lincoln al maestro del figlio nel primo giorno di scuola “Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà fede, amore e coraggio. Dovrà imparare, lo so, che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Però gli insegni anche che per ogni delinquente, c’è un eroe; che per ogni politico egoista c’è un leader scrupoloso… Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico, cerchi di tenerlo lontano dall’invidia, se ci riesce, e gli insegni il segreto di una risata discreta. Gli faccia imparare subito che i bulli sono i primi ad essere sconfitti… Se può, gli trasmetta la meraviglia dei libri… Ma gli lasci anche il tempo tranquillo per ponderare l’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina. Gli insegni che a scuola è molto più onorevole sbagliare piuttosto che imbrogliare… Gli insegni ad avere fiducia nelle proprie idee, anche se tutti gli dicono che sta sbagliando… Gli insegni ad essere gentile con le persone gentili e rude con i rudi. Cerchi di dare a mio figlio la forza per non seguire la massa, anche se tutti saltano sul carro del vincitore… Gli insegni a dare ascolto a tutti gli uomini, ma gli insegni anche a filtrare ciò che ascolta col setaccio della verità, trattenendo solo il buono che vi passa attraverso. Gli insegni, se può, come ridere quando è triste. Gli insegni che non c’è vergogna nelle lacrime. Gli insegni a schernire i cinici ed a guardarsi dall’eccessiva dolcezza. Gli insegni a vendere la sua merce al miglior offerente, ma a non dare mai un prezzo al proprio cuore e alla propria anima. Gli insegni a non dare ascolto alla gentaglia urlante e ad alzarsi e combattere, se è nel giusto. Lo tratti con gentilezza, ma non lo coccoli, perché solo attraverso la prova del fuoco si fa un buon acciaio. Lasci che abbia il coraggio di essere impaziente. Lasci che abbia la pazienza per essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere una sublime fiducia in sé stesso, perché solo allora avrà una sublime fiducia nel genere umano. So che la richiesta è grande, ma veda cosa può fare… E’ un così caro ragazzo mio figlio”. 32 Il messaggio dell’amore, la parola dei Genitori La Famiglia e la Scuola devono trasmettere il messaggio dell’amore Nella nostra scuola, come in tutti gli istituti di ispirazione cattolica, l’anno scolastico inizia con l’incontro del popolo di Dio con il Cristo vivente. E noi Genitori, parenti ed amici siamo qui per proclamare al mondo che non c’è cultura, non c’è formazione, non c’è sapere senza quella “sapienza del cuore”, quel “cuore saggio”, che solo il Signore può donare a noi e ai nostri Figli. Nell’età della “globalizzazione”, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione ai valori evangelici che la scuola, ci aiuterà a trasmettere, crediamo che la Comunità scolastica assieme alla Comunità familiare, debba avere, la missione di testimoniare il messaggio della solidarietà, dell’onestà, della professionalità costruita sulla lealtà e sulla fiducia, dell’amore, quale unica risposta capace di risolvere i problemi concreti dell’uomo. di Raffaella Fusco Gandola (Presidente Giunta dei Genitori) Come Presidente della Giunta dei Rappresentanti di classe dei Genitori, unitamente alle mie Colleghe, che ringrazio di vero cuore per la disponibilità e la passione che hanno caratterizzato il loro impegno, ho sperimentato l’apertura e la comprensione dei responsabili della scuola, attenti ad offrire ai ragazzi un alto livello formativo coniugato alla sensibilità educativa propria del carisma dei Fratelli delle Scuole Cristiane. San Giovanni Battista De La Salle, infatti, insegna e testimonia che l’educazione è sempre e in primo luogo partecipazione responsabile e qualificata alla realizzazione dell’opera del Signore. E’ con un sentimento di sincera gratitudine e di cordiale affetto che, all’inizio di questo Anno Scolastico 20132014, formulo a tutti quanti voi i migliori auguri di un buono e proficuo lavoro illuminato dal Santo di Reims. 33 Day By Day il messaggio dell’amore, la parola dei Genitori 34 35 Day By Day Primo giorno di scuola: il saluto del Preside Fatevi guidare dal desiderio della scoperta di Fr. Alessandro Cacciotti E’ un giorno di festa: celebriamo il nostro ritorno a scuola e ringraziamo il Signore della possibilità che ci offre di incontrare ogni giorno tante persone con cui lavorare insieme, con cui confrontarci, in un dialogo aperto ma anche impegnativo ed esigente, con cui vivere tante esperienze non solo culturali, ma anche di vita, di affetti veri e di sentimenti duraturi. (….) L’orgoglio con cui i più grandi accolgono i più piccoli in questo susseguirsi delle generazioni è il nostro orgoglio e la nostra gratificazione per un lavoro educativo che sappiamo essere sempre più difficile. E’ come se i maturandi dicessero oggi ai ragazzi della Prima, che hanno accompagnato all’altare: ecco vi introduciamo nello stesso percorso che stiamo per con- cludere noi, perché sappiamo che sarà entusiasmante per voi come lo è stato per noi; non sempre tutto sarà facile, ma sappiate che qui noi ci stiamo bene, perché ci sentiamo riconosciuti e realizzati come persone; da qui deriva molta parte delle conoscenze che abbiamo acquisito in questi anni; qui sono i nostri riferimenti culturali e i valori in cui crediamo. Vogliamo lasciarli a voi in eredità: vi trasmettiamo un dono prezioso, che abbiamo ricevuto e che vogliamo che continui a vivere attraverso di voi. (….) Cari ragazzi, vi auguriamo di affrontare la fatica dello studio con la consapevolezza della grande opportunità che avete di poter diventare più grandi e più coscienti di voi stessi e del mondo che è intorno a voi. E se tutto 36 ciò costerà qualche sacrificio, sappiate che questo è il vero segno che distingue ciò che vale di più, perché i risultati che ci danno maggiore soddisfazione sono quelli che ci siamo sudati e conquistati con le nostre forze. Fatevi coinvolgere nel progetto educativo, anzi siate protagonisti e interlocutori attivi della vostra formazione umana e culturale con un alto livello di condivisione, in cui esprimere le vostre speranze, i vostri desideri, le vostre difficoltà. Poter imparare a scuola è una grande fortuna: non si studia per dovere ma perché sappiamo che così si diventa persone migliori, più ricche di umanità, più capaci di comprendere la realtà, senza lasciarsi strumentalizzare dalle opinioni spesso conformiste e spersonalizzanti in voga nella nostra so- cietà. Fatevi guidare dal desiderio della scoperta: studiare è utile, serve per la vita, per realizzare i propri sogni, ma è ancora qualcosa di più: è coltivare il nostro essere più profondo, che attraverso la cultura riesce ad apprezzare il bello, a riconoscere il vero e a scegliere il giusto. Facciamo nostro l’appello che papa Francesco ha rivolto tempo fa a un folto gruppo di studenti ad essere magnanimi, cioè ad “avere il cuore grande, a coltivare grandi ideali e il desiderio di realizzare grandi cose per rispondere a ciò che Dio ci chiede e proprio per questo compiere bene le cose di ogni giorno, tutte le azioni quotidiane, gli impegni, gli incontri con le persone, fare le cose piccole di ogni giorno con il cuore grande, aperto a Dio e agli altri”. (... ) 37 Day By Day il saluto del Preside 38 39 Day By Day Primo giorno di scuola: Ai bambini e Genitori della Classe Prima Primaria Il primo giorno è sempre ricco di emozioni per tutti Maestra Silvia Bagli Vorrei porgere a tutti Voi il mio più sincero Benvenuto. Non ci conosciamo ancora, ma posso raccontarVi tutta l’Emozione e la concitazione impressa sui vostri volti. Non saprei dire se ad essere più emozionati stamane in quest’aula siano i bimbi, i loro genitori o ..... la loro maestra. Eh si, perché non crediate che sia “un salto” solo per voi: lo è anche per me! Provate ad immaginare per un attimo di avere 20 figli, con 20 aspettative tanto diverse eppure tanto uguali. Sapere che, soprattutto nei primi istanti, quei 40 occhi ti scruteranno, ti studieranno, impareranno ad interpretare i tuoi movimenti, i tuoi intenti e avvertiranno i tuoi sentimenti. Da subito stabiliscono se affidarti il loro cuore e tutti loro stessi. È proprio il caso di dire che “la prima impressione fa la differenza”, o per lo meno può facilitare tanto la strada. Immagino che i pensieri, i dubbi, le domande, si stiano rincorrendo e accavallando nella vostra mente come i cavalloni di un mare in tempesta; nell’accarezzare con lo sguardo i vostri pulcini, sentite il vostro cuore perdere o accelerare i battiti....”Ce la farà?”, “Si sentirà solo o smarrito?”, “Avvertirà la mia mancanza?” “Penserà che l’ho abbandonato?”, “Mangerà?”.... 40 Regalatevi un minuto per tornare indietro al VOSTRO PRIMO GIORNO di scuola. Riportate alla vostra mente i volti, i sapori, gli odori, le mani sudate di quel giorno. Riassaporate quel gusto di nuovo e di novità che vi ha accompagnati quella mattina e nei giorni immediatamente a seguire. Ed ora siate sinceri: nel vedere il nuovo ambiente, gli “estranei”, la nuova maestra, e mamma e papà che uscivano da quella porta, non avete provato un po’ di sana paura? Dunque quello che noi tutti proviamo è normale! Siate saggi ed aiutate i vostri cuccioli mostrando un atteggiamento positivo e propositivo. Sempre. Nel tempo, non mancheranno i confronti tra di noi, talvolta anche duri. Ma ogni volta facciamo in modo che non venga meno la fiducia reciproca e il comune intento di accompagnare vostro figlio in questo percorso di crescita verso l’autonomia. Prima di essere la maestra, sono anch’io una mamma lavoratrice che prova le vostre stesse ansie. Confidate in me e nella scuola che ci ospita: mi impegnerò a far si che vostro figlio viva questo passaggio nel modo più naturale possibile. Grazie fin d’ora per la vostra collaborazione. 41 Day By Day ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria 42 43 Day By Day ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria 44 45 Day By Day ai Bambini e Genitori della Classe Prima Primaria 46 47 Day By Day “No, o nove?” di Giulia Gambarini Precisione teutonica, allegria italiana, babilonia linguistica, civiltà classica nella città di Berlino Alexander Platz, è divenuta il nostro punto di ritrovo, dove pranziamo e da cui partiamo per la città di Berlino, a piedi. Ragazzi e i professori alla stanchezza za aggiungiamo le specialità tedesche, pesanti per i nostri gusti italiani, ma indububbiamente buonissime. Il giorno seguente ente è la volta dell’isola dei musei, con stupore pore per i reperti antichi di varie culture, tra cui il famosissimo busto di Nefertiti. Senza dubbio il museo più bello è quello visitato nel pomeriggio, il “Pergamon Museum”, dove sono conservati i resti di monumentali opere architettoniche del passato, come l’Ara di Pergamo, la porta del mercato di Mileto, oppure la porta di Ishtar, dell’antica Babilonia. A cena siamo in un meraviglioso ristorante, sulla cima della Torre della Televisione, da cui si gode di una vista su tutta la città. In quella particolare occasione è dato libero sfogo alla simpatia, soprattutto ad opera di alcuni studenti che hanno iniziato un divertente scambio di battute sia con il professor Testa che con il personale del ristorante. Tra queste vale la pena ricordare quelle di una nostra compagna che ha risposto al cameriere che le chiedeva se volesse dell’altro dolce: “Nein, ma in inglese” (ndr “no” in tedesco si pronuncia pressappoco come “nove” in inglese). Esilarante è 48 stato anche vederla proporre al professor Testa (che più di tutti assecondava la sua vena ironica) di farle da assistente ad uno spettacolo comico e sentirla ordinare ostinatamente l’acqua in italiano mentre da dietro un’altra compagna, che parla bene il tedesco, tentava di dare indicazioni al cameriere. Giovedì è una giornata dedicata alla visita di una residenza reale a Charlottenburg, dove abbiamo il piacere di assistere ad una divertentissima imitazione della pubblicità della “Nespresso” da parte di una nostra amica che nutriva la speranza di assaggiare all’estero un espresso buono come quello italiano. Venerdì, dopo una visita mattutina ad una sinagoga, abbiamo occasione di stimolare l’economia tedesca, passando facendo uno shopping quasi compulsivo nei negozi vicino Alexander Platz. Giulia Gambarini (5° Classico B) 49 Day By Day Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco La Classe II Primaria B racconta la sua visita al Campidoglio con immagini e testi Gianni Alemanno, precedente sindaco di Roma; Ignazio Marino attuale sindaco di Roma LA PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO Appena arriviamo in cima alla scalinata vediamo una piazza che ci sembra grande perché Michelangelo, che l’ha progettata, ha messo due palazzi un po’ inclinati e un altro di fronte. Così ha fatto una piazza a forma di trapezio. Per terra ha disegnato tutti cerchi. In mezzo c’è la statua di Marco Aurelio, ma è quella finta. La vera è in una sala. Il Palazzo di fronte è quello del Comune, si chiama Palazzo Senatorio e ha una torre con l’orologio e la campana Patarina (Filippo Zuzolo) LA LUPA Al centro di una sala c’è la statua della Lupa, simbolo di Roma. Dopo qualche secolo ci hanno messo due gemellini, Romolo e Remo. La statua è di bronzo scuro, ha le fauci aperte e il collo girato, lo sguardo feroce, con gli occhi paurosi, come se voglia proteggere i suoi piccoli. Mi sembra un po’ secca e sembra impossibile che non si mangi i bambini. Ma è brava, li allatta: i due gemellini gli succhiano il latte dalle tette. Il pavimento della sala è a mosaico e sembra un labirinto in 3D. (Ascanio Di Pio e Lorenzo Caccia) Il 1° marzo, alle 9.00, noi, bambini delle seconde della scuola primaria, saliamo la cordonata del Campidoglio per un incontro emozionante: nella sala di Giulio Cesare, il primo cittadino di Roma, Gianni Alemanno, ci incontrerà per conoscerci e darci il suo saluto, sospendendo per un momento gli importati e urgenti impegni di sindaco. Inoltre avremo l’occasione di ammirare una delle piazze più belle del mondo, la piazza del Campidoglio e, all’interno dei Musei Capitolini, conoscere alcune opere dell’antica Roma ATRIO DEI MUSEI CAPITOLINI Appena entriamo nel cortile del museo, in un angolo, ci sono delle statue enormi. Sono di marmo. Mi impressionano proprio perché sono proprio enormi. Ci sono due piedoni giganti, un dito gigante e uno stinco gigante. Ma c’è anche una faccia da gigante. Mi dà una grande emozione vedere delle statue veramente belle. (Michele Di Rienzo e Leonardo Rullo) BUSTO DI COMMODO L’imperatore Commodo ha in testa una pelle di leone e in mano la clava come Ercole. E’ di marmo. Ma è tagliato a metà. Sembra un po’ addormentato ma è molto forte e muscoloso. (Filippo Parisi) LO SPINARIO In una sala con il pavimento tutto a quadretti, c’è lo Spinario. E’ un bambino seduto, sta piegato, con un piede sul ginocchio e cerca di togliere la spina da questo piede. E’ di bronzo; la bocca e i denti sono ancora colorati. Io non ci riuscirei mai a fare quell’opera perfetta, la statua mi piace molto perché la faccia è fatta così bene che sembra quella di un umano vero, anche le 50 51 Day By Day Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco dita e i particolari dei piedi piccoli sono fatte bene. A me invece fa un po’ d’impressione perché penso al dolore che aveva. (Alessandro D’Amaro e Giulia Palombelli) LA VERA STATUA DI MARCO AURELIO All’interno del museo, protetta in una grande sala, c’è la vera statua di Marco Aurelio a cavallo. E’ di bronzo, di vari colori: marrone, argento e oro. Quando la vedo sono molto emozionata: mi sembra cattivo perché è serio, ma non vuole fare del male a nessuno, deve farsi vedere pieno di potere e autorità. Mi piace molto Marco Aurelio perché è dritto e fiero e fa il segno della pace, così il popolo romano andava d’amore e d’accordo. A me piace il cavallo perché è il mio animale preferito e questo è veramente scolpito bene: sembra vero. Sono davvero felice di vedere queste statue! (Chiara Casonato e Emma Stravato) LA TOMBA DELLA RAGAZZA Dall’altro lato della sala c’è la tomba (il sarcofago) di una ragazza. E’ stata ritrovata durante gli scavi a piazza Cavour. Lo scheletro è conservato benissimo. Accanto c’è una bambolina che al polso ha una chiavetta. Questa chiavetta apre un cofanetto che contiene: uno specchietto, dei gioielli d’oro e una corona, sempre d’oro. La ragazza apparteneva ad una famiglia ricca. Aveva forse vent’anni. Mi fa pena. (Gianmarco Trimani) PALAZZO SENATORIO Entriamo nel Palazzo Senatorio, sede del Comune di Roma e del suo Sindaco, attraverso l’ingresso principale “di Sisto IV” dove sono entrati gli ospiti illustri in visita a Roma: i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la regina Elisabetta, Nelson Mandela, il presidente Bill Clinton… LA SALA DELLE BANDIERE Questa sala ha, alle pareti, tutte bandiere, quelle dei 14 rioni di Roma e della Guardia Civica. Al centro c’è un grande tavolo delle riunioni e il “Libro d’oro” dove le persone importanti in visita, mettono la firma. Ci sono molte persone sedute intorno al tavolo: sono gli assessori che discutono dei problemi della città. Ci salutano l’assessore alla cultura e l’assessore al traffico. Michele chiede se possono risolvere il problema del ristorante della sua famiglia. Rispondono di si, che ci penseranno (Sophia Angioli) il Colosseo e, vicino, c’è casa mia. Il Colosseo è una struttura degli antichi Romani; si usava per far spettacoli di lotta. Ha circa 2000 anni e adesso invece che usarlo per gli spettacoli ci si va per visitarlo. Infatti è molto interessante e famoso. (Ascanio Li Causi) L’INCONTRO CON IL SINDACO Arriviamo nella sala di Giulio Cesare. In alto, c’è la statua di Giulio Cesare. E’ molto alta, di marmo. Il generale ha la corazza e i sandali. Ha la mano alzata: comanda tutti. Sulle pareti ci sono le bandiere e gli stemmi antichi di Roma. Qui il Sindaco incontra le persone importanti che lo vengono a trovare. Qui incontra anche noi! Ancora non c’è. Lo aspettiamo con ansia, poi finalmente eccolo, arriva, tutto di corsa, ma sorridente. Conosciamo il Sindaco Gianni Alemanno: siamo molto, ma proprio molto felici. Devo dire che è divertente e molto bravo: ci parla di lui, dei problemi che deve risolvere, tipo quello del traffico, della metropolitana… Ci facciamo tante foto insieme, poi ci saluta sorridente e subito scappa via per i suoi impegni importanti. (Valerio Broglio Montani e Gabriele Rosato) VEDUTA SUL COLOSSEO Da una finestra si vede il Foro Romano. In fondo c’è SALUTIAMO IL SINDACO GIANNI ALEMMANNO E AUGURIAMO BUON LAVORO AL NUOVO SINDACO IGNAZIO MARINO Maestra Letizia Fallani e gli Alunni della Classe Primaria II B 52 53 Day By Day Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco Notizie e curiosità conosciute dalla classe II Primaria B nella visita al Campidoglio Il Campidoglio una volta era sacro agli dei di Roma, meta dei cortei trionfali dei generali vittoriosi, oggi sede del Sindaco e del Comune di Roma, il Campidoglio, pur con il variare degli eventi e delle condizioni storiche, è rimasto da millenni il nucleo fondamentale della vita romana. Vi si giunge per la grande scalinata, detta Cordonata, fatta, su disegno di Michelangelo, nel 1536, per l’ingresso trionfale dell’imperatore Carlo V. E’ costituita da scalini molto bassi chiamati cordoni, per permettere anche ai cavalli di salirvi. Ai piedi della cordonata ci sono due leoni antiche statue egizie, trasformate in fontane nel 1588. In occasione delle feste importanti questi leoni invece che acqua “sputavano vino…” perciò erano molto simpatici ai cittadini romani! Alla sommità ci sono due statue classiche: i Dioscuri, Castore e Polluce (Dal Circo Flaminio) collocate contro la volontà di Michelangelo nel 1583 da Gregorio XIII. Sisto V vi aggiunse i trofei di Mario e le statue di Costantino e di suo figlio Costantino Cesare. A sinistra della scalinata sorge la statua di bronzo di Cola di Rienzo (1313-1354) opera del Masini. Poggia su un piedistallo fatto di frammenti antichi per mostrare come l’ultimo dei tribuni romani, figlio di un oste, avesse cercato di ristabilire la Repubblica antica sulle rovine medievali dell’impero. La statua fu eretta nel 1887 sul posto dove si riteneva che il tribuno fosse stato ucciso dal popolo. 54 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO Nel 1536 quando l’imperatore Carlo V visitò Roma, papa Paolo III Farnese si sentì così imbarazzato per lo stato in cui si trovava il Campidoglio che chiese a Michelangelo di preparare un progetto per pavimentare la piazza e rinnovare le facciate del Palazzo dei Conservatori e del Palazzo Senatorio. Michelangelo propose di costruire un terzo edificio Il Palazzo Nuovo, così da formare una piazza a forma di trapezio abbellita da sculture classiche. I lavori iniziarono nel 1546, ma andarono così a rilento che si arrivò al XVII secolo rispettando in modo fedele il progetto originario. La sistemazione della piazza fu ultimata da Giacomo della Porta e Girolamo Rainaldi. La piazza è rivolta verso ovest e guarda a S. Pietro dove c’è la cupola sempre di Michelangelo. Il potere politico e il potere religioso, uno di fronte all’altro, sono collegati Il selciato trasforma la pianta a trapezio, con il disegno ovoidale. La piazza è cinta su tre lati da palazzi in perfetto equilibrio, mentre il quarto lato si apre come terrazza panoramica sulla città. Al centro della piazza il vecchio artista alzò su un nuovo piedistallo la statua equestre di Marco Aurelio (161-180), Creduta per secoli una raffigurazione del primo imperatore cristiano, Costantino, la statua equestre sfuggì alla distruzione subita nel medioevo da numerose effigi d’imperatori pagani La statua, completamente dorata, sorgeva al Laterano, nella casa di Vero, avo di Marco Aurelio, dalla quale Michelangelo la rimosse nel 1538. Dal 1997 al suo posto troviamo una copia dell’originale, oggi conservato, dopo un lungo e delicato restauro, nel cortile dell’adiacente Museo Capitolino. Il Palazzo Senatorio, in fondo alla piazza, fu costruito sulle antiche rovine del Tabularium nel sec. XIII. L’attuale facciata è opera di Girolamo Rinaldi su disegno di Giacomo della Porta. La scala appartiene a Michelangelo. La fontana, adornata da tre statue, il Tevere e il Nilo ai due lati e la Roma trionfante al centro, fu aggiunta nel 1588 da Matteo di Castello. Il Palazzo Senatorio è la sede del Comune. Al centro del palazzo si erge la Torre Capitolina da dove si può ammirare una delle vedute più suggestive di Roma. Fu eretta nel 1579 da Martino Longhi, in sostituzione di quella medioevale distrutta da un fulmine nella quale era collocata la famosa campana, chiamata la “Patarina” trofeo di guerra sottratto ai Viterbesi nel 1200. Questa storica campana viene fatta suonare il 21 Aprile, ricorrenza del Natale di Roma e nel giorno dell’insediamento del Sindaco. Entriamo nel Palazzo Senatorio attraverso l’ingresso principale di Sisto IV, all’inizio della scala che porta al primo piano c’è una targa che ricorda i dipendenti comunali ebrei licenziati in seguito alle leggi razziali del 1938. 55 Day By Day Visita al Campidoglio, ai Musei Capitolini e incontro con il Sindaco Sul lato sinistro della piazza si erge il Palazzo Nuovo sede del Museo Capitolino, che contiene una ricchissima collezione di marmi classici, la più antica raccolta pubblica del mondo (1471). Nel cortile del Palazzo, all’interno del museo, vediamo fra le altre la statua di Marforio, una delle “statue parlanti” di Roma, come il più celebre Pasquino. Un largo scalone conduce al primo piano. Nel centro della prima sala, giace il Galata Morente, una replica di marmo della statua di bronzo del monumento del re ellenistico Attalo I a Pergamo (III sec. a.C.). Un gruppo marmoreo celeberrimo è quello di Amore e Psiche, che rappresenta il casto bacio di due innamorati. Tra le moltissime altre opere d’arte è da segnalare il satiro in riposo, la migliore copia di un originale di bronzo di Prassitele, artista greco del IV secolo a.C. che ebbe prerogative divine di tenera bellezza e grazia. Di fronte al Museo Capitolino ecco il Palazzo dei Conservatori con un’infinità di tesori artistici, tra i quali basti ricordare la bella statua di bronzo dello “Spinario” e il simbolo di Roma: la bronzea lupa capitolina. La statua di Marco Aurelio è in bronzo dorato, e resta qua e là ancora qualche traccia di doratura. Tra le orecchie del cavallo c’ è… una civetta, anche se in realtà non di civetta si tratta, ma solo del ciuffo della criniera. Quando fu realizzata la copia della statua equestre da esporre in Piazza del Campidoglio, i superstiziosi potevano temere che il gemello del Marco Aurelio potesse splendere nella sua nuova doratura, e quindi “scoprire in oro”, e far avverare la profezia. L’antica leggenda popolare dice che la civetta canterà preannunciando la fine del mondo e volerà via quando tutta la statua equestre di Marco Aurelio “scoprirà in oro”, cioè tornerà interamente in oro . Da qui viene il modo di dire ormai non più usato “scoprì in oro come Marcurelio”, ovvero “essere alla fine”. La doratura della copia della statua equestre poteva ottenersi solo usando mercurio, sostanza altamente inquinante. Questa idea fu quindi scartata, così la civetta è ancora lì… e noi anche! 56 57 Day By Day “Il dado dei Farnese” di Sofia Focolari Ovunque andiamo, ovunque guardiamo l’Italia è sempre affascinante, amata, sorprendente La ridente cittadina di Caprarola è immersa in un antico borgo medievale ed offre ai visitatori il magnifico palazzo Farnese, posto sulla sommità della città. Il progetto originario del palazzo si deve ad Antonio da Sangallo il Giovane, per incarico del cardinale Alessandro Farnese. Per la sua mole e forma il palazzo era chiamato “Il dado dei Farnese” ed era considerato una delle “Quattro meraviglie di Roma”. Senza dubbio la parte della visita che ci ha affascinati maggiormente è stata la passeggiata per i magnifici giardini del palazzo, abbelliti da stupefacenti fontane, che emettono rumori differenti a seconda del materiale usato. Un altro settore del palazzo molto gradito è stata la sala del Mappamondo, ovvero una stanza ricca di affreschi rappresentanti il mondo conosciuto a quell’epoca. Affascinante per i colori molto chiari e piacevoli all’occhio di chi guarda. Abbiamo avuto l’opportunità di compattarsi e conoscersi meglio, sia quelli del primo, che del secondo scientifico, grazie alle professoresse Carassai, Di Palma, Sorriga, che ci hanno lasciato il tempo libero. 58 La Bella e la Bestia: una storia vera... più che mai In occasione delle feste natalizie (12-16 dicembre 2013) il Quadriportico mette in scena “La Bella e la Bestia”. Chi sarà la Bella? La Bella e la Bestia: chi non conosce la storia? Chi non ha visto la versione animata Disney? A chi non è scappata un lacrimuccia nella scena del ballo...? Okay forse quello solo io. Il punto è: sappiamo tutti cosa succede. Una bella giovane spezza il maleficio che una strega ha lanciato su un principe trasformandolo in un mostro. La trama originale, infinitamente versatile, ha poi subito diverse modifiche, a seconda degli adattamenti che ne sono stati fatti: prima film, poi musical, poi film moderno... addirittura qualcuno ne ha fatto una serie televisiva (di grande successo) ambientata negli anni Ottanta! Il motivo è il semplicissimo concetto di fondo della storia: l’amore vince su ogni male, va oltre ogni apparenza... e conquista il cuore di ogni spettatore. Ma quello di cui ci interessa parlare è il meraviglioso lavoro che sta preparando il teatro della nostra scuola, uno spettacolo a cui si stanno dedicando con impegno tanti di noi, e che sono sicura non ci deluderà, visto anche il successo dei precedenti. La versione proposta dal Quadriportico segue di Maria Cleofe Della Valle sostanzialmente la trama del film della Disney e del musical del teatro Brancaccio, con qualche piccola modifica dove occorre. La regia è affidata alle mani esperte di Riccardo Angalli e Fabio Cavalieri, mentre i protagonisti, ovvero la nostra “Bella” e la nostra “Bestia” sono Carlotta Fattori e Francesco Nenci, affiancati dal “cattivo”, Gaston, interpretato da Antonio Russo. Ma non solo loro: tanti altri personaggi come Lumière (Matteo Savaresi), Tockins (Dante Gandola), Maurice (Federico Merluzzi),... Se c’è una cosa che ho sempre ammirato, pur non facendone parte, e quasi invidiato, dell’attività teatrale, è la collaborazione che si forma tra attori, costumisti, attrezzisti, tecnici del suono, registi, aiutoregisti, corpo di ballo. Tutti insieme, ognuno è indispensabile, ognuno fa la sua parte – sul palcoscenico o meno – per raggiungere uno spettacolo a prova di pomodoro! La prima vi aspetta la sera del 12 Dicembre, con repliche fino al 16 Dicembre, nel teatro Alibert. Io so che andrò a vederli anche quest’anno... e voi? 59 Day By Day La Bella e la Bestia: una storia vera... più che mai Intervista Il teatro non è pieno quando entriamo, ma l’impegno è massimo, e tutti sono presi da qualcosa: chi ripassa le battute, chi sposta gli oggetti di scena: iniziamo a preoccuparci, sembra che nessuno abbia un secondo libero per qualche piccola domanda. Ma dopo giri e giri alla ricerca di qualcuno da poter intervistare, riusciamo a finalmente a “rapire” la nostra Belle, Carlotta. Come ti prepari per uno spettacolo? Carlotta: E’ difficile, perché è comunque un impegno che va rispettato e preso seriamente: per i protagonisti le prove sono quasi tutti i giorni, fino al pomeriggio... però il teatro è così: se è una cosa che ti piace davvero, e se riesci ad organizzarti, non diventa un problema. Alla fine passi delle ore piacevoli, stai con gli amici, e ti diverti. Questo ti sembra più duro rispetto agli spettacoli precedenti? Carlotta: Forse la difficoltà maggiore sono i costumi, perché la maggior parte dei personaggi è composta da oggetti animati... una cosa che prima non avevamo mai fatto. Per quanto riguarda invece il lavoro dietro le quinte, riusciamo miracolosamente a pescare (inizialmente contro la loro volontà) due attrezzisti, Umberto e Marco, e la professoressa Cornelli, coordinatrice. Prima di tutto una curiosità, gli oggetti di scena: è tutto fatto a mano? Marco: Sì, è tutto fatto a mano dagli attrezzisti e dalla professoressa Cornelli, che ci aiuta molto nel progetto del teatro. Inoltre, grazie anche all’aiuto di alcune madri, che hanno figli qua al San Giuseppe, che si alternano con dei turni particolari, riusciamo anche ad avere altri tipi di attrezzi di scena. Poi, con l’aiuto di associazioni esterne alla scuola, abbiamo avuto anche parte dei costumi. Cosa vi aspettate che succederà dietro le quinte durante lo spettacolo? Caos oppure filerà tutto liscio? Umberto: Tutte e due le cose. Marco: Se non c’è il caos, non c’è il divertimento! Umberto: Questo non è proprio vero... il caos ti deconcentra. Io preferisco essere più concentrato e avere il tempo di ragionare bene sulle cose. E’ complicato dover coordinare i ragazzi, fare in modo che si impegnino e vengano ad aiutare? Alessandra: Lavorano, lavorano. L’altra volta erano venuti tutti, oggi sono di meno, ma sono ragazzi di buona volontà e aiutano molto. Hanno inventiva, sono collaborativi e disponibili. è tutta un’esperienza nuova: per me, per loro. Vedremo i risultati soltanto la sera del 12. Umberto (ridendo): Vedremo se ci tireranno i pomodori! 60 61 Day By Day Due cuori e una passione Consiglio di Valentina Marchei, quattro volte campionessa italiana di pattinaggio artistico su ghiaccio: “Non smettere mai di sognare” Un tuffo nelle meraviglie di Firenze E’ faticoso seguire Taglietti e Fiorani lungo le strade di Firenze, ma divertente ed istruttivo di Veronica Palombo di Iacopo Liberatori Da due anni ormai pattino, e da quando ho iniziato, ho sempre desiderato poter incontrare Valentina Marchei. Quest’anno, finalmente, ci sono riuscita e l’ho anche intervistata. Valentina Marchei è stata per 4 volte campionessa italiana di pattinaggio artistico su ghiaccio. Quante ore pattini alla settimana? Esco la mattina alle 8.30 e ritorno a casa verso le 17.30, quindi, circa 6 o 7 ore al giorno. Perché hai iniziato a pattinare? Ho iniziato a pattinare per caso; io inizialmente facevo ginnastica, ritmica ma a metà anno la mia allenatrice se n’è dovuta andare, quindi ho dovuto smettere; avendo però già pagato la retta il centro sportivo ci ha detto di continuare con un altro sport. Potevo scegliere tra il nuoto o il pattinaggio. Il nuoto non l’ho neanche provato perché ho paura dell’acqua, quindi, ho deciso di iniziare a pattinare. È stato amore a prima vista. Se potessi tornare indietro cosa cambieresti della tua carriera? Forse spererei di avere meno infortuni perché tutti i miei infortuni sono arrivati quando stavo andando molto forte e quindi mi hanno bloccato un po’ in stagioni in cui potevo fare buoni risultati. Però non cambierei nient’altro perché ho viaggiato tanto. Cosa ti aspetti dal nuovo anno? Mi aspetto di vivere un’esperienza incredibile alle Olimpiadi: sono uno dei miei più grandi sogni, lo desidero da molto tempo perché mio papà le ha fatte, anche se, ha partecipato alla maratona. Io, quindi, sono cresciuta con l’idea di andare alle Olimpiadi, perché lui ci raccontava sempre che è un’ esperienza bellissima. Mio padre, però, non mi ha mai detto: “devi andarci”, mi ha sempre detto “Valentina, finché hai voglia di pattinare pattina, se poi non avrai più voglia non importa, l’importante è che capisci che lo sport è un’e- sperienza di vita, che lo sport ti aiuta ad essere forte anche nei momenti in cui ti fai male e non puoi pattinare per mesi. Lo sport è fare male una gara ed il giorno dopo tornare in pista e ripetere e ripetere, e magari farsi ancora male, ma ripetere e ripetere finché non raggiungi il tuo obbiettivo.” Le prime olimpiadi le potevo fare nel 2006, però, la federazione ha scelto una ragazza che aveva molta più esperienza di me, quindi, quelle le ho guardate in televisione. Nel 2010 potevo fare le mie seconde Olimpiadi ma, c’era solo un posto ancora libero ed hanno scelto un’altra pattinatrice. Quest’ultime, invece, le ho commentate per la televisione. Quest’anno, però, fortunatamente ci andrò. Come ti senti quando sei in pista? Quando sono in pista mi sento libera, padrona dei miei movimenti, posso fare quello che voglio. Il pattinaggio mi aiuta anche a voltare pagina da quello che mi succede al di fuori della pista. Il mio amore per il pattinaggio ogni anno aumenta. Cosa consigli alle aspiranti pattinatrici come me? Consiglio di avere un sogno e di metterci tutto quello che si ha per raggiungerlo. I sogni sono, così, a volte non li raggiungerai mai, a volte sono piccoli, come prendere una medaglia alle regionali. L’importante, però, è porsi sempre un obbiettivo e dare il massimo per raggiungerlo, perché anche se non lo raggiungerai mai sai che hai dato tutta te stessa e quindi non puoi rimpiangere niente. Questo consiglio lo da Valentina a te, Veronica, dico: sogna sempre anche in grande, non importa perché sono quei sogni che nei giorni in cui è brutto fuori e c’è la nebbia in pista quelli che ti fanno arrivare in pista con il sorriso perché sai che c’è un qualcosa lì, anche se è lontano che puoi raggiungere, perché l’importante è crederci. Finché hai passione, questa ti dà ancora più energia ed sempre la passione che ti fa migliorare ogni giorno. 62 L’aria che si respirava sembrava tutt’altro che primaverile e il tempo incerto ci ha accompagnato più o meno per quasi tutto il viaggio. Giunti a destinazione, però, tra lo stupore collettivo, la giornata sembrava addirittura proiettarci nel clima estivo. Ci siamo tuffati tra le meraviglie fiorentine: a Piazza del Duomo, dove abbiamo ammirato il Battistero di san Giovanni e il Campanile di Giotto. In seguito abbiamo potuto contemplare la meraviglia architettonica e artistica della Cattedrale di Santa Maria del Fiore; inoltre, chi ha voluto si è potuto avventurare nei cunicoli che conducono quasi all’apice della cupola del Duomo, scenario di un panorama mozzafiato. Attraversando la rinomata Via de’ Calzaiuoli, ci siamo recati in Piazza della Signoria, sede di altre monumentali opere. Qui, grazie anche all’accurata presentazione del luogo da parte di alcuni nostri compagni, in veste di Ciceroni, ci siamo potuti immergere nel pieno spirito medioevale e rinascimentale fiorentino, ammirando Palazzo Vecchio e le numerose sculture presenti. Quindi siamo giunti su Ponte Vecchio, una straordinaria struttura architettonica che domina il fiume Arno. Affamati quanto stanchi di camminare, abbiamo poi deciso di recarci al ristorante “ZaZà”, tipico della città. Da qui, come ultima tappa della nostra visita, dopo una lunga passeggiata per il centro fiorentino, siamo arrivati di fronte alla meravigliosa e imponente struttura gotica della Basilica di Santa Croce.Così, siamo ritornati al luogo dal quale era iniziata la nostra avventura nel capoluogo toscano, ovvero la stazione di Santa Maria Novella dove ci attendeva il treno che ci avrebbe riportato a Roma. Per il III e IV scientifico è stata una bella giornata, così per il prof. Gaetano Fiorani e la prof. Claudia Taglietti. 63 Day By Day Alla Fattoria “Latte Sano” Musica classica per le mucche di una fattoria alla avanguardia in Italia di Fiamma Berardi Le classi II media A e B si sono recate alla Fattoria Latte Sano Appena arrivate sono state accolte e hanno ascoltato attentamente la storia del luogo. Hanno scoperto che lì un tempo c’era una palude dove si annidava la zanzara anofele (che portava la malaria). Perciò le terre erano state abbandonate dalla famiglia Torlonia che le possedeva e, durante il Fascismo, Mussolini le fece bonificare. In seguito la proprietà passò ad un giovane straniero intraprendente. Egli trasformò alcuni casali in magazzini e vaccherie. Inoltre comprò anche delle mucche ed importò in Italia l’usanza di far ascoltare loro musica classica per far produrre più latte. Quindi creò una delle più avanzate e tecnologiche fattorie d’Italia. A quell’epoca i contenitori del latte erano in vetro, quindi delicati e scomodi. Così un inventore creò il tetrapak, cioè della carta plastificata completamente impermeabile. Questa venne prodotta prima a forma di triangolo e poi nel formato che tutti conosciamo perché ancora in circolazione. In seguito fu inventata anche la bottiglia di plastica più maneggevole e facile da trasportare. Dopo questa lunga ed interessante spiegazione le classi si sono rifocillate con una deliziosa ed abbondante colazione. In seguito si sono recate nel magazzino dove si fabbricano le bottiglie del latte che, prima di essere imbottigliato, viene sottoposto ad accurati esami e controlli batteriologici. Le classi separatamente sono entrate ed hanno osservato come da una capsula di plastica può nascere una bottiglia: grandi macchine all’avanguardia “riscaldano” le capsule e poi le adagiano in uno stampo a forma di bottiglia. Tutto questo avviene in un secondo e mezzo al massimo! Dopodiché le bottiglie di latte vengono riempite e chiuse con il tappo. Successivamente vengono attaccate le etichette, impresse le date di scadenza ed infine le bottiglie vengono posizionate in cassette da sedici. A questo punto tutto è pronto: i camion della fattoria partono e durante tutta la notte riforniscono bar, alberghi, supermercati... La gita è stata molto istruttiva, interessante e, in poche parole, non si potrà dimenticare! 64 Monaco tra Kartoffeln e Brezel Chi va in Germania tutto dimentica, su tutto ride, solo a Dachau piange e non dimentica Giulia Faranda (V sc. B) Assonnati e puntuali con il prof. Cosentino e il prof. Dell’Omo, carte d’imbarco alla mano e partenza dopo il cappuccino, a Fiumicino Ci avviamo per le strade di Monaco e prima di arrivare nella famosa Marienplatz, viviamo una esperienza quasi mistica: alcuni di noi vengono multati per avere attraversato sulle strisce della pista ciclabile con il rosso!!! Dopo avere pagato i 5€ al poliziotto in borghese, proseguiamo ed entriamo nella chiesa di San Michele, in stile rinascimentale che, come altri edifici sacri ci ricorda la nostra patria. Ammiriamo dall’esterno la Cattedrale Neues Rathaus con il famoso Glockenspiel, l’orologio meccanico dotato di carillon...; ci dirigiamo verso il classico ristorantino da turisti dove cucinano tutte le specialità e Vito, decide di ordinare due hamburger, che vengono serviti su un letto di spaghetti…, mentre, seduto accanto a lui Filippo, il nostro Pedro, si arrischia ordinando i wurstel bianchi tipici di Monaco. Dopo “l’abbuffata” la giornata non è ancora finita e così ci dirigiamo, rigorosamente a piedi, verso il Deutsches Museum, il più grande e antico museo di scienza e tecnologia del mondo dove, sono rimasta molto colpita da un aereo costruito in gran segreto dopo la divisione della Germania, da un ingegnere che voleva fuggire con la sua famiglia nella Germania dell’Ovest. Era riuscito a costruirlo, in legno, grazie ai pezzi di 2 moto per non dare nell’occhio e l’aveva reso più leggero e meno visibile rivestendolo di seta verde, ma purtroppo era stato denunciato da una vicina di casa che, a lavoro ultimato, gli aveva impedito la fuga con la moglie e i figli di 17, 16 e 6 anni. Partiamo alla ricerca di un pub che ci faccia vedere il partitone Bayer Monaco-Barcellona, ma solo alcuni coraggiosi riescono a entrare, mentre quasi tutti gli altri finiamo in una birreria a mangiare Kartoffeln e Crauti, tra gli urli del clamoroso 4-0! La guida che ci porta a Marstallplatz, tristemente famosa per essere il quartier generale di Hitler e successivamente godiamo della della Neue Pinakothek che, per nostra fortuna, mostra anche delle tele dell’antica pinacoteca, attualmente chiusa per una ristrutturazione. Dopo i famosi Girasoli di Van Gogh e capolavori di Géricault, Delacroix, e Monet decidiamo di andare nella più famosa birreria della città dell’imperatrice Sissi, la Hofbräuhaus. Costruita nel 1589, fu aperta al pubblico solo nel 1828 da Luigi I di Baviera, ma è nota nei libri di storia perché il 24 febbraio del 1920 Hitler vi tenne uno dei suoi primi comizi enunciando i 25 punti programmatici del Partito dei Lavoratori tedeschi , che poi divenne il NSDAP. Il giorno della Liberazione, gli alleati bombardarono la città e l’ edificio fu quasi del tutto distrutto, venne riaperto solo nel 1958 per l’ottocentesimo anniversario della città e ancora oggi si possono vedere i boccali sotto chiave, che, come da tradizione e per antico privilegio vengono tramandati di padre in figlio da generazioni. Sicuramente il momento più toccante del viaggio è stata la visita a Dachau, a 15 km dalla città, ieri campo di concentramento, oggi uno dei principali luoghi della memoria dell’ Olocausto. La sua straordinaria importanza sta nel fatto che è il primo campo, voluto da Hitler già nel 1933 dopo un mese dalla presa del potere, e per questo modello per i futuri campi di sterminio. Anche il giorno scelto per la sua visita è stato particolarmente significativo: il 25 aprile. Delle baracche, usate dagli Americani, che dopo avere liberato il campo, le avevano sfruttate per dare un tetto agli sfollati, oggi non rimane più nulla, solo la ricostruzione della prima, che con 3 stanzoni differenti mostra l’ evoluzione, anzi l’ involuzione, delle condizioni dei prigionieri che dopo aver letto la scritta sulla porta d’ ingresso “Il lavoro rende liberi ”, si vedevano sempre più ammassati gli uni agli altri. Nei letti del 1933 erano presenti anche delle pensiline dove si potevano appoggiare degli oggetti personali; nel 1945 invece non esistevano più divisioni nei letti a castello, ma solo lunghe tavole di legno con un po’ di pagliericcio. L’ultimo giorno, dopo la nottata “perché l’ultima sera tutti insieme”alcuni con “ il presidente” Cosentino vanno a vedere gli stabilimenti della BMW e il relativo museo con le macchine prodotte dal 1917 in poi; altri più comodamente si dedicano alla colazione e alle valigie; per tutti l’appuntamento è a Marienplatz: il Franz Josef Strauss International Airport, con un po’ di turbolenza, ci spedisce nella “Roma nostra”, per un bel piatto di spaghetti al pomodoro fresco e basilico. 65 Day By Day Principi e principesse per una giornata Il Castello Orsini di Nerola sembra tutto malandato, ma dentro è proprio principesco Tutti a teatro Il teatro è come una orchestra e una grande famiglia di Valeria Ciancaleoni di Veronica Palombo Accompagnati dai professori Taglianozzi, De Luca, Zongoli e Fiorelli, abbiamo fatto un gita al castello Orsini di Nerola con tutte le prime medie. Durante il viaggio è tutto un giro di cracker e grissini. Dopo la merenda, camminiamo per un’enorme salita, e, a breve, arriviamo davanti all’imponente castello. Mi ha colpito il fatto che lì ci fosse un hotel a cinque stelle (non vicino, proprio dentro!) e vedevamo vagare persone in costume! Più che altro però la guida ci ha detto molte cose sul castello, di cui, ammetto di non ricordarmi granché; l’unica cosa che ricordo è che tra le varie famiglie che sono abitate lì, c’erano anche gli Sciarra. Sciarra è il cognome di un mio ex compagno di classe: i suoi avi erano importanti allora! Dopo la spiegazione siamo entrati nel castello. All’inizio sembrava antico e un po’ malandato, niente in confronto alle sale che ci hanno fatto vedere poi: il primo salone era quello dei cavalieri e sembrava un ristorante, con tanti tavoli. L’attrazione principale era di sicuro il mostro dipinto sul soffitto: ovunque tu ti mettevi, lui ti guardava. La seconda era quella da pranzo, c’erano affreschi alle pareti, e la guida ci disse altre cose sul castello e su quella sala. Dopodiché entrammo nel salone principale, con tanti altri piccoli saloni intorno, ognuno con un nome. Alcuni erano rossi, alcuni blu, in uno c’era un forziere, nell’altro uno scrigno, ma con la serratura preziosa: solo cinque esemplari al mondo! Infine abbiamo visitato le sale della principessa di Nerola e siamo stati sul balcone che godeva di uno splendido panorama. Il resto della giornata l’abbiamo passato nei giardini del castello dove eravamo ospiti. Ci hanno offerto il pranzo, e abbiamo avuto ore e ore per giocare. Io ho conosciuto Stella, una ragazza della mia classe. Ho passato tutto il resto del tempo insieme a lei e ho saputo ogni suo segreto. Abbiamo trovato un albero che pensavamo fosse d’uva, invece no; abbiamo raccolto molti fiori e abbiamo visto una donna con una voce da uomo parlare al telefono..., per me era un agente segreto… Infine io ho giocato a “obbligo o verità” con un gruppetto di amici dei miei amici, anche se dopo un po’ è diventato noioso.Ecco la mia prima gita alle scuole medie. E’ andata bene? Direi di sì: ho conosciuto nuove persone, ho visto nuovi posti… Non è quello che si fa alle gite? E’ stato bello! 66 Dopo il successo dell’anno scorso, lo spettacolo “My fair lady” torna al Teatro Sistina. Questa volta sono andata ad intervistare i due protagonisti: Vittoria Belvedere, che interpreta Eliza Doolitle e Luca Ward, che recita nel ruolo del Professor Higgins. “My fair lady” narra la storia della Cenerentola moderna; una fioraia povera che vive in mezzo alla strada e che attraverso una scommessa riesce a realizzare il suo sogno di entrare nell’altra società. E’ stato impegnativo organizzare questo spettacolo? V: È stato molto impegnativo, abbiamo fatto quasi 4 settimane di prove, mentre, di solito in un semplice spettacolo teatrale i giorni di prova sono circa 2 settimane. È stato impegnativo perché è uno spettacolo completo: si canta, si balla e si recita, in più siamo 23 fra tutti, quindi riuscire a trovare il posto per far provare tutti non è facile. L: Sì, perché questo spettacolo all’interno non ha soltanto la prosa, ma ha canzoni dal vivo con le basi musicali e non con l’orchestra, e la differenza tra l’orchestra e la base musicale è che la prima se vai fuori tempo ti segue e ti riprende, mentre la seconda se vai fuori se ne va, quindi bisogna stare sempre concentrati. Ti sei ispirato al film per interpretare il tuo personaggio? V: Devo essere sincera “My fair lady” non l’avevo mai visto, sapevo perfettamente di cosa trattava e ovviamente quando Massimo Romeo Piparo, che è il regista, mi ha chiamato e se un’attrice non sa bene di cosa si sta parlando è meglio che si ispiri ad un altro personaggio e quindi io mi sono ispirata un po’ alla protagonista del film, anche se poi ogni attore 67 gioca a renderlo sempre più suo il personaggio. L: No! Il film resta il film, è un capolavoro ed è indiscutibile. Io porto in scena un Higgins che è mio, non è né di Rex Harrison né di nessun altro, è di Luca Ward. Ti ritrovi nel personaggio? V: Non ho dovuto faticare molto per interpretare Eliza Doolitle un po’ per la mia fisicità, un p’ per i miei lineamenti. Diciamo che ero già a metà strada. L: Assolutamente no! Perché Higgins è un uomo che detesta le donne, che le vede come una iattura, io nella mia vita non ho mai pensato questo, perché ho sempre condiviso la mia vita a due e sono convinto che in due si è più forti. Com’è il tuo rapporto con gli altri attori? V: Il nostro rapporto è molto speciale perché siamo tutti allo stesso livello, non c’è distinzione, mentre, questo purtroppo spesso accade. Tra me e Luca Ward non ci sono “prime donne”. Lavoriamo tutti, fatichiamo tutti per uno stesso scopo, quello di fare un bello spettacolo. L: Ottimo! Questa è una compagnia che non ha “prime donne”. A noi interessa solo una cosa fare un bello spettacolo. Qual’ è stata la scena più divertente da interpretare? V: Per me quando lei cerca di darsi un tono, arriva per la prima volta a casa del professor Higgins e vuole fare la donna vissuta ed un minimo intelligente, quando però sbaglia tutto e parla grammaticalmente in un modo scorretto. L: Sicuramente le scene dove faccio lezione a lei sono le parti più comiche durante le quali ci divertiamo un po’ tutti. Day By Day L’emozione di sentirsi vivi Sto oltrepassando il cancello… di Alfonso Ussia Spaccanapoli, Scaturchio, Quartieri Spagnoli: questa è la vera Napoli di Olivia Zangrilli Il programma prevedeva la visita del Museo Paleontologico e Napoli Sotterranea, ma la città è riuscita ad offrici molto di più. Alla Stazione Centrale di Napoli, ci ha dato il benvenuto un tempo meraviglioso e con coraggio abbiamo iniziato la nostra attraversata della città. Siamo arrivati presso la sede dell’Università di Federico II che ospita il Museo Paleontologico. Non abbiamo avuto l’opportunità di visitarlo subito. Però la sorte ci ha sorriso poiché nell’attesa abbiamo attraversato “Spaccanapoli” (strada caratteristica che divide il centro storico in due esatte metà) e percorrendola siamo giunti al Chiostro di Santa Chiara, vistato la Chiesa di Gesù Nuovo e mangiato le sfogliatelle da Scaturchio. Finalmente abbiamo visitato il museo accompagnati da una simpatica guida che ci ha mostrato uno scheletro di Tirannosaurus Rex e numerosi fossili. Attraversando i Quartieri Spagnoli siamo arrivati alla famosa Pizzeria Brandi dove abbiamo assaggiato la desideratissima pizza napoletana, accompagnata da una frittura mista e mozzarella di bufala. Un tipico signore napoletano: capelli bianchi e dentro un’energia inesauribile, tra un aneddoto e l’altro ci ha accompagnato fino al cuore di Napoli, ben quaranta metri sottoterra, negli acquedotti che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno ospitato gli abitanti della città che sfuggivano dalla guerra. Abbiamo camminato per i cunicoli scavati dall’uomo, e scoperto tanti segreti che potrete sapere soltanto visitando quel luogo magico. Credevamo di aver quasi finito la visita quando la guida ci ha sorpreso con un esperimento: restare in totale buio e silenzio per qualche minuto in modo da riuscire a sentire il rumore del nostro stesso corpo, in quegli istanti ci siamo accesi tutti di una grande emozione. Una lunga corsa verso la stazione è stata l’ultima fatica ed emozione. 68 La rigida distinzione tra scuola Elementare, Media e Liceo è caduta Nel linguaggio demerodiano-sangiuseppino “oltrepassare il cancello” significa passare dalla Scuola Media (S. Giuseppe) al De Merode (Liceo Classico o Scientifico). Talvolta, come certe mamme per tenere buoni i figli chiamo l’Orco, così alcuni insegnanti per spronare i ragazzi della Scuola Media a studiare, evocano terribili mostri travestiti da professori del Liceo (oltre il cancello), felici di esigere tutta la Divina Commedia a memoria e più felici quando al primo della classe affibbiano una serie di due. Non è così. Oltrepassare il cancello è fare una scelta oculata e allargare l’orizzonte di 360 gradi in ogni settore. Vi siete mai chiesti che cosa sarebbe successo dopo la terza media? Avete mai riflettuto sul tipo di percorso che vorreste (o avreste voluto) affrontare? Se la risposta è Sì, non preoccupatevi: è normalissimo che si inizi a pensare “con la propria testa”, soprattutto in un’età in cui si verificano importanti cambiamenti a livello fisico e, soprattutto, psicologico. Durante la scuola media gli studenti affrontano una fase della vita molto delicata: il periodo in cui si passa da “fanciulli” a “ragazzi”. La scuola Secondaria Superiore (detta più semplicemente “Liceo”) permette il consolidamento di tutte le nozioni apprese dall’inizio del percorso formativo dello studente. Vi chiedereste probabilmente perché ricominciare la grammatica dall’articolo e dall’aggettivo o la matematica dai numeri. La risposta è semplicissima, e non è un caso che i professori vi facciano (o vi abbiano fatto) un piccolo ripasso dei concetti appresi in quinta elementare: essi sono le fondamenta di un palazzo che si costruirà, mattone per mattone (o in questo caso, regola dopo regola) durante i cinque anni del Liceo. Quindi, se l’anno prossimo vi troverete a 69 studiare i Sumeri e i Babilonesi, non scoraggiatevi… Ma la questione più importante, la domanda che tutti si pongono, il grattacapo di ogni studente è… Classico o Scientifico? Questo argomento potrebbe sembrare ovvio: se sono bravo in matematica, faccio lo scientifico; se non mi piace la matematica, vado al classico… Ragionamento assolutamente sbaliato. Il punto sta nel fatto che questi luoghi comuni vengono raccontati in giro per banalizzare la situazione. Ma la scelta del giusto percorso di studi per l’alunno è importantissima, poiché determinerà in modo consistente il futuro dello studente. Il Liceo Classico è consigliato principalmente a chi preferisce uno studio approfondito delle materie umanistiche, ad esempio le lingue antiche, il Latino e il Greco. Alcune persone potrebbero dire che queste due lingue servono poco nella vita, e le definiscono “lingue morte”. Il Latino e il Greco sono invece lingue vivissime, attive in tutte le parole che noi citiamo in italiano. Inoltre, la conoscenza delle lingue antiche permette un notevole miglioramento delle capacità cognitive, acquisendo un metodo di concepire i fatti in modo più analitico e preciso. Il liceo Scientifico predilige un metodo di studio costituito maggiormente da applicazioni pratiche e, come dice il nome, le materie scientifiche sono presenti in quantità maggiore (e con un programma più ampio). La scelta è comunque molto soggettiva, e non fatevi influenzare da fattori esterni. Questi consigli possono essere utili se siete indecisi sulla strada da prendere nel vostro futuro, ma non dimenticate che spetterà a voi decidere per la vostra vita, e nessuno vi potrà influenzare nella scelta. Day By Day Il fascino caotico di Napoli e la città morta di Pompei Ricordo di Federico Fellini Quanto è buono il garum! Non vi dico come si fa! Venti anni fa moriva Federico Fellini, la cui vita è tutto un film di Diletta Meneghello e Virginia Proietti di Valentina Villani Pompei è una delle più belle meraviglie della nostra bella Italia. Prima di arrivarci abbiamo conosciuto il caos e fascino di Napoli, le tipiche stradine di Sorrento, che donano uno stile pittoresco; l’affacciarsi sul mare rende questo luogo accogliente e unico. A Pompei la guida ha catturato la nostra attenzione, condividendo tutti gli aspetti importanti della storia di questa incantevole città sotterrata. Nel 79 d.C. fu vittima di una forte eruzione del Vesuvio che la ricoprì di cenere; per questo noi la chiamiamo la “città sotterranea”. Gli storici hanno individuato questa data grazie ad una lettera di Plinio il Giovane. Nella cenere solidificata vennero ritrovati degli spazi vuoti che corrispondevano ad alcuni corpi umani; riempiti questi di gesso, ci offrono oggi i calchi esatti delle vittime. Pompei era strutturata come una vera e propria città moderna: vi erano le case dei più abbienti, che prevalevano su quelle dei più poveri; i ricchi tendevano ad avere anche più di una casa. Il foro era il centro culturale, religioso, politico ed economico della città, come l’agorà per i Greci. Qui vi erano molte botteghe e officine, difatti il commercio a Pompei era molto attivo. Uno dei prodotti maggiormente esportati era il garum, condimento di origine orientale, che si ricavava lasciando fermentare gli intestini dei pesci, trasformati in una sorta di crema. Altrettanto rilevante nell’attività commerciale era l’esportazione del vino. Arrivati in fretta e furia a Napoli abbiamo preso a volo il “Freccia Rossa” e in un’ora circa siamo arrivati alla Stazione Termini. Questa gita è stata un bella esperienza perché ci ha fatto partecipare attivamente a ciò che viene studiato sui libri, inoltre ha contribuito a creare un clima gioioso fra le classi tramite la condivisione di una giornata particolare anche con i nostri insegnanti. Speriamo di poter vivere un’avventura di questo tipo anche il prossimo anno! 70 Sono già passati vent’anni da quel 31 ottobre del ’93,quando Federico Fellini moriva a causa di un ictus al Policlinico di Roma. Una vita intensa la sua: innumerevoli viaggi, che termineranno sempre con il ritorno all’amata città Eterna, nella sua casa di via Margutta, un amore giovanile nato per caso, che lo accompagnerà lungo tutta la vita e amicizie intramontabili, soprattutto nel mondo del cinema. Fellini, nato a Rimini nel gennaio del ’20, si trasferisce a Roma ancora molto giovane, dove frequenta il Liceo Classico “Giulio Cesare”. Ancora non diplomato inizia la collaborazione con la rivista satirica “Marc’Aurelio” con cui può esprimere la sua abilità nel disegno come vignettista, in redazione farà importanti conoscenze che gli permetteranno una prima collaborazione in radio. È proprio in radio che avviene uno degli incontri più importanti della sua vita: lì infatti conosce Giulia Masina, la quale nove mesi più tardi diventa sua inseparabile compagna di vita. Giulietta (come più tardi sarà nominata da Federico) sostiene il marito per tutta la vita, è l’inizio di una meravigliosa storia d’amore, riassunta in una frase di Fellini stesso: ”Il nostro primo incontro non me lo ricordo perché in realtà io sono nato il giorno in cui ho visto Giulietta per la prima volta”, risposta, oltre che romantica, decisamente scaltra. Nel 1952 la prima grande esperienza alla regia con “Lo Sceicco Bianco” che vede come protagonista Alberto Sordi. Comincia allora uno straordinario percorso lavorativo a cui seguiranno film come “I Vitelloni” ,”La Strada” ,”La Dolce Vita” e così via. È in questo periodo che raggiunge il massimo della fama e grazie a questi film sarà ricordato da celebrità del cinema come Woody Allen e Carlo Verdone. Il primo, dopo la morte 71 del regista, ammette di aver preso ispirazione dalle sue opere per alcuni film, come “Manhattan” e “Celebrity” e Verdone nella sua autobiografia “La casa sopra i portici ”ricorda le telefonate con Federico riguardo suggerimenti e idee per le scenografie, telefonate avvenute al sorgere del sole a causa di un disturbo condiviso: l’insonnia. Sempre negli anni ’50 conosce quello che diventerà uno dei suoi migliori amici, Ettore Scola, anch’egli regista. È stato proprio quest’ultimo, infatti, a presentare alla 70 Mostra del Cinema di Venezia ta un film-documentario sulla vita del suo amico u FFederico, in occasione del ventennale della sua morte. Scritto insieme alle figlie, Paola e su Silvia Scola, ”Che strano chiamarsi FederiS cco!” è stato girato nel Teatro 5 di Cinecittà, molto caro a entrambi i registi. Un’opera in m ccui sono mescolati pezzi di film, materiale di repertorio e interviste, con due giovani prore tagonisti: Ettore e Federico. Come sfondo la redazione del “Marc’Aurelio” , i bar che frequentavano insieme e i lunghi girovagare per Roma, fondamentali per Federico come antidoto all’insonnia e fonte d’ispirazione. Il film è stato proiettato alla presenza del Presidente Napolitano ,il quale in un’intervista, ha citato il suo film preferito di Fellini (“Amarcord”)e ha ammesso di essersi emozionato durante la proiezione. Scola infine ha definito così la sua creazione:” È un album di ricordi, la raccolta di tanti momenti di vita. Un’opera sincera e a me molto cara”. Un degno omaggio a Fellini è ciò che questo film, sicuramente, rappresenta ma anche un’impresa difficile, ovvero quella di raccontare la vita di qualcuno, andando a scavare nei ricordi e nell’anima di questa persona. Qualcuno disse “Nulla si sa, tutto s’immagina”. Day By Day La magia di Praga Praga ti rimane nel cuore e nella mente, ti affascina con l’arte, la cultura, la lunga e gloriosa storia di Federico Antonini Sono tante le immagini di Praga che tornano e ritornano nella mente, attimi che non abbandonano la memoria di noi viaggiatori. Stampata davanti agli occhi c’è l’immensa piazza dedicata a S. Venceslao, il santo protettore della perla della Repubblica Ceca. In questa piazza, lunga più di 400 metri, oltre a negozi e prati curatissimi, vi è un memoriale di due giovanissime vittime del comunismo, Jan Palach (1948-1969) e Jan Zajic (1950-1969), che immolarono i loro corpi (si definivano “torce”) per lanciare un messaggio a tutta l’umanità, che avesse bene impresso cosa significhi vivere sotto un regime totalitario. Un grido che ancora riecheggia nelle strade di tutto il mondo, un appello alla giustizia che non deve rimanere inascoltato. A circa 10 minuti di cammino da S.Venceslao si arriva alla vastissima Piazza dell’Orologio. Gotico, Art Noveau, Arte Moderna, Rinascimentale, Barocca, tutti stili architettonici che ornano i palazzi praghesi e che rendono la città unica nel suo genere. Senza le sue torri (quella dell’Orologio per esempio ), senza le sue chiese splendidamente decorate da affreschi , senza la sua tipica atmosfera, la capitale ceca non sarebbe come la conosciamo. A proposito di torri , due sono quelle che svettano vistosamente: la Torre delle Polveri, usata nel Medioevo per stivare le polveri da sparo e la torre del Castello di Praga (ex sede della famiglia reale, oggi sede del Capo di Stato) ; gigantesca, bellissima, ornata di splendide trame gotiche, dotata di splendida vista sull’intera città, ma forse un po’ troppo lontana dal centro! Vale la pena attraversare metà Praga per questa meraviglia? Senza ombra di dubbio, sì. Per arrivare al Castello, situato vicinissimo alla Cattedrale di San Vito, si deve attraversare un pezzo di storia: il ponte Carlo IV, costruito in pietra per ordine dell’omonimo imperatore per collegare le due parti di Praga divise dal fiume Moldava, di cui ricordiamo il bellissimo gruppo di statue risalenti al 1700 situate ai lati, le tante volte in cui purtroppo fu distrutto da inondazioni, e le dimensioni notevoli, che si attestano a circa 20 metri di larghezza media e 510 m di lunghezza. Degno di nota è anche il Cimitero Ebraico, situato nell’omonimo quartiere , che rappresenta uno dei più importanti e preziosi monumenti ebraici nel mondo. Se qualcuno dovesse chiederci come si mangia a Praga, rispondiamo che complessivamente si mangia molto bene e si possono degustare minestre, carni e secondi gustosissimi. Con tutta certezza posso dire che la capitale Ceca è veramente un gioiello e anche Franz Kafka, illustre scrittore nato a Praga, rimase colpito da questa città che incanta e rapisce per la sua bellezza e non viene facilmente dimenticata. A chi mi ha domandato: “Torneresti a Praga ?”, colgo l’occasione per rispondere: “Subito!”. Praga : un “must” del turismo europeo”. 72 73 Day By Day Al Convento di Sant’Andrea in Sabina Collevecchio I profumi, i sapori, le visioni della campagna Il profumo dei limoni di Sorrento e la costola della balena Conoscete la costola della balena di S. Antonino? di Fiamma Berardi e Lorenzo Poma (I Media) di Bianca Barilla e Costanza Pavone Un interessantissimo approfondimento sui mille odori e profumi della natura presso il Convento Sant’Andrea in Sabina Collevecchio per classi prime Siamo in mezzo al verde e subito mille odori ci assalgono, circondati da un paesaggio mozzafiato. Siamo accolti da una signora molto simpatica e dopo, un’abbondante merenda, iniziamo a fare dei biscotti con sapori particolarissimi. Finito questo meraviglioso laboratorio ci cimentiamo in una passeggiata dove possiamo ammirare i profumi e i colori della natura. Terminata questa stupenda escursione siamo guidati in un enorme refettorio dove pranziamo tutti insieme. Dopo il pranzo usciamo e ci scateniamo in un invitante prato verde che fa quasi venir voglia di rotolarsi e correre da tutte le parti, tutto questo sotto lo sguardo preoccupatissimo delle professoresse che si mettono le mani tra i capelli per ogni nostro movimento spericolato. Poi, euforici, iniziamo il laboratorio di erboristeria, la sala è piena di oggetti strani con cui avremo lavorato. Nell’aula accanto, una signora che sembrava un chimico all’opera, si cimen- ta nella separazione del vino e delle erbe profumate per iniziare il processo per produrre l’enolito digestivo. Un’altra pausa nel prato verde è seguita da un’abbondante merenda. Presto arriva il momento di salutare tutti e di fare ritorno a Roma. Siamo stati tutto il tempo a contatto con la natura, imparando sfiziose curiosità sui profumi e i fiori, inoltre è stata una grande opportunità per apprezzare quello che ci offre Madre Natura e per conoscerci meglio. 74 Dopo un estenuante viaggio in treno ed in pullman, il tutto accompagnato dalla musica e dalle chiacchiere, siamo arrivati a Sorrento, ridente località della Campania. Qui ci siamo goduti il sole e la brezza marina mentre, accompagnati da una guida appassionante, scoprivamo i piccoli angoli di paradiso della cittadina. Tutto parte dalla strada principale, corso Italia, che si collega all’antica strada romana di via San Cesareo, oggi disseminata di negozi di prodotti tipici. Abbiamo visitato il chiostro di san Francesco, il sedile Dominova (i cui affreschi di epoca rinascimentale furono ispirati dall’arte classica, riscoperta grazie agli scavi di Ercolano e Pompei) e la chiesa di sant’Antonino, in cui è conservata una costola di balena, in ricordo del celebre miracolo del Santo: si narra che liberò un ragazzo dalla bocca di questo cetaceo traendolo fuori sano e salvo. Così, allietati dal profumo dei limoni, dai colori sgargianti delle bottiglie di limoncello, dall’odore di cuoio nelle botteghe dei calzolai e soprattutto dall’attrazione dei gelatai che offrivano più di trenta gusti, abbiamo camminato fino alla villa comunale, che si affaccia sullo splendido mare di Capri, dominato dall’imponente Vesuvio. Dopo questa visita alla città natale di Torquato Tasso, abbiamo lasciato da parte l’interesse per la cultura classica per dedicarci alla cultura culinaria, in un pranzo ineguagliabile per qualità e quantità, seguito dalla follia di alcuni compagni che hanno avuto persino il coraggio di mangiare, in aggiunta al dessert, gelati dai sei euro in su! Ripreso il viaggio in autobus, rallentati dai malesseri di vari compagni che avevano esagerato durante il pranzo, siamo arrivati all’ingresso dell’antica città immutata di Pompei. Grande una volta e mezzo lo stato del Vaticano, dalla pianta a forma di pesce, si erge ai piedi del Vesuvio. Nonostante il brutto tempo e la pessima gestione del sito archeologico, Pompei riesce a comunicare la propria eternità attraverso le pietre che una volta venivano calpestate con noncuranza dalle grandi personalità del tempo, come il poeta e filosofo Lucrezio e il beato Bartolo Longo. La data dell’eruzione del Vesuvio risale al 79, mentre il mese è incerto poiché Plinio il giovane, in una lettera, descrive una catastrofe avvenuta ad Agosto, mentre i calchi ci raccontano un’altra storia: gli abiti pesanti degli uomini trovati nelle terme ci suggeriscono che la sventura avvenne ad Ottobre. Pompei ha una struttura molto simile a quella di una città moderna, costituita da quartieri e vie, luoghi di raduno e di ristoro. Questa gita è stata per noi la prova concreta che il passato è strettamente legato al presente e che quindi lo studio della storia antica può aiutarci a comprendere anche quella moderna. 75 Day By Day Visita alla mostra su Tiziano di Elvira Scardaccione (2 Media A) Non sempre capita di capire quello che si va a vedere; questa volta l’abbiamo capito Mastro Don Gesualdo A teatro con la scuola per completare, approfondire, vivere di di Laura Mansi Sono con noi i professori Scammacca De Luca. Quando siamo arrivati abbiamo aspettato un po’ la guida; in quel momento abbiamo parlato con i proff. sulla mostra e sul Tiziano. La guida per prima cosa ci ha mostrato e commentato una delle opere più rivoluzionarie del pittore veneziano, “Il martirio di San Lorenzo”, seguito a ruota dall’autoritratto conservato al museo El Prado di Madrid. Da subito abbiamo notato la capacità dell’artista di trasmettere allo spettatore i sentimenti della persona ritratta: in quel dipinto Tiziano anziano si dipinge come un uomo saggio e ben vestito. Le sale due e tre le abbiamo visitate fermandoci su alcuni dipinti che la guida ci ha spiegato per farci meglio apprezzare l’arte di Tiziano, il suo modo di distendere le figure, il senso del colore e il suo significato, la novità del Rinascimento veneziano rispetto a quello fiorentino e altri concetti molto importanti, espressi in modo chiaro e semplice. Una delle opere più belle tra tutte quelle viste è un crocifisso custodito nell’imponente palazzo dell’Escorial, in cui i colori dell’ambiente che circonda Cristo, cupi e tendenti al marrone, esprimono l’angoscia e il dramma della scena. Questo aspetto è nuovo rispetto alla pittura dell’epoca. L’Annunciazione è un’altra delle più riuscite opere di Tiziano, ma la guida ci ha spiegato la sua novità: Tiziano sceglie di rappresentare il momento successivo all’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele, la Madonna ha un volto disteso e già sereno, non ha più lo stupore che invece si vede in altre Annunciazioni. Quando siamo passati nella sala sei, la guida ci ha mostrato alcuni dei ritratti più illustri di Tiziano, cioè di personaggi illustri della sua epoca: Carlo V in una situazione quotidiana di relax, con il suo cane preferito e senza la armatura e le armi; il collega Giulio Romano; Ranuccio Farnese e tanti altri. Tra le ultime che abbiamo visto, l’opera “La punizione di Marsia” è moderna per la tecnica pittorica: la resa del colore è più veloce, meno dettagliata, anticipando lo stile impressionista. Dopo l’ultimo dipinto , un autoritratto giovanile, abbiamo lasciato in fretta il museo e siamo tornati a scuola appena in tempo per il pranzo. La mostra è stata davvero bellissima, abbiamo fatto molte foto della classe ma soprattutto abbiamo capito quello che siamo andati a vedere. A parte le parole della guida, che ci hanno aiutato, anche quelle della nostra professoressa di arte, ci hanno aiutato a capire questo bravissimo pittore. 76 Siamo oltre un centinaio quelli che abbiamo aderito alla iniziativa di andare a teatro con la scuola e abbiamo iniziato con Mastro Don Gesualdo. La regia è stata di Guglielmo Ferro che ha dedicato la rappresentazione al padre, Turi Ferro, che nel 1967 interpretò con successo Mastro-don Gesualdo. A vestire i panni che furono del grande attore catanese è stato un altro bravissimo siciliano doc, Ernesto Guarneri. La storia messa in scena è quella di un ex muratore, che con la sua tenace laboriosità è riuscito ad arricchirsi. Egli, dopo aver raggiunto un’importante posizione economica mira ad elevarsi socialmente e decide di sposare Bianca Trao, una nobile decaduta che ha avuto una relazione amorosa con il cugino Rubiera ed è stata da lui lasciata. Il matrimonio con Bianca non porta a Mastro-don Gesualdo la sperata soddisfazione, perché, ora che è diventato “don”, si sente escluso non solo dalla gente del mondo dal quale proviene, ma anche dal mondo aristocratico, che considerandolo un intruso, lo tratta con distacco. Egli porta nei due titoli che precedono il nome “Mastro-don Gesualdo” il suo dramma: per la gente del popolo da cui proviene è diventato un “don”, un signore quindi, e perciò appartiene a un altro mondo; per gli aristocratici rimane il “mastro” di sempre, e quindi è un estraneo al loro mondo. Anche lui, quindi, un “vinto”. Inoltre, non sentendosi amato e rispettato né da sua moglie né da sua figlia Isabella, che è in realtà nata dalla relazione di Bianca con suo cugino, prova un gran dolore. Egli, che ignorava tutto ciò, fa educare la figlia in un collegio di nobili e la vizia accontentandola in tutti i suoi desideri. Infatti, non riuscendo a instaurare nessuna relazione umana con lei, il suo rapporto è basato unicamente sugli aspetti materiali. Nonostante ciò, quando Isabella si innamora del cugino Corrado La Gurna, non ritenendo il matrimonio fra i due opportuno, la fa sposare ad un nobile palermitano. Infine Mastro-don Gesualdo, dopo essersi ammalato gravemente , va ad abitare a Palermo,nel palazzo della figlia, dove assiste allo scempio di tutte le sue ricchezze e dove muore solo e abbandonato da tutti. L’opera teatrale a cui abbiamo assistito ci ha raccontato la solitudine di un uomo che ha impostato la sua vita dando importanza esclusivamente agli aspetti materiali, alla “roba”. Una vita apparentemente appagata dal successo economico ma fallita sul piano degli affetti e dei rapporti umani. La prima scena ci porta dentro questo dramma da “resa dei conti”: Gesualdo, malato gravemente, è lasciato morire da solo. Addirittura i camerieri, quando li chiama nel momento di bisogno, fanno finta di non sentirlo. Gesualdo, durante la sua vita, ha avuto come unico obiettivo l’accumulo della ricchezza. Non è stato capace di creare legami con gli altri, autentici rapporti umani. Non è stato rispettato dal mondo da cui proveniva e verso il quale aveva comunque dimostrato un certo distacco (penso a quando rinuncia ad aiutare i suoi due figli naturali) e non è stato mai accettato dal mondo aristocratico di cui per vanità voleva entrare far parte. Significativa è stata la scena della contrattazione avvenuta per l’acquisto di alcuni poderi: Gesualdo era soddisfatto e compiaciuto di poter alzare il prezzo quasi a significare che valeva di più degli altri nobili che partecipavano all’asta. L’opera di Verga risulta quanto mai attuale perché il concetto di “roba” che è stato rappresentato è lo stesso che caratterizza il mondo in cui viviamo, spesso spinto, nelle sue frenetiche attività, da un estremo materialismo dove i sentimenti non trovano più posto. 77 Day By Day Sei diverso dal Sangiuseppino del 1994? (Da Time Out del 1994) Rispondi alle domande di questa pagina e consegnala al tuo prof. coordinatore di classe, o alla prof. Beatrice Chiapponi, o al corrispondente di Time Out nella classe, entro il 25.12.2013. Se hai risposto bene a tutte le domande dalla redazione di Time Out ti verrà consegnato un buono libri della casa editrice Newton Compton. Time out ringrazia sentitamente il dott. Vittorio Avanzini, presidente della casa editrice Newton Compton. Cognome ............................................. Lo sapevi? La statua riprodotta a fianco è conosciuta come la ………………………................................................................................................; si trova a………………………….............................................................................; Questa statua di S. Giovanni Battista De La Salle si trova nel cortile del S. Giuseppe-De Merode di Roma: l’originale di trova nella basilica di… ……………………....................................................................................................; L’autore è (nome e cognome) …………………………............................................ Questa statua in bronzo rappresenta la “paternità”, si trova a…………… ……………………………………................................................................................ ..............................................................................................................................; Che cosa è? “Alt altim, - bas bassin, fato de pietra, - coert de lin”. E’………………………................................................................................................................................... Chi è? Vola, ppi l’aria vola, senza martieddu e senza cazzola mi sa fari palazzi a prova. E’………………………................................................................................................................................... Caccia all’errore L’articolo del maestro Luigi Cioffi contiene volutamente una data errata. 78 ✂ La data errata è………………………..................... la data corretta è………………………......................... 79 Chi è? Gli auguri natalizi di Time Out del 1991 nella interpretazione di Emanuele Gagliardi. Vi trovi i volti noti della scuola o della cronaca. Se ne riconosci almeno 10 hai diritto a ricevere un libro delle edizioni Newton Compton. Ritaglia la pagina e consegnala al prof. coordinatore, o alla prof. Beatrice Chiapponi, o al responsabile di Time Out della tua classe, entro il 25 dicembre 2013. 1 ...................................................2 ...................................................3 ................................................... 4 ...................................................5 ...................................................6 ................................................... 7 ...................................................8 ...................................................9 ................................................... 10 ...............................................11 .................................................12 ................................................... 13 ...............................................14 .................................................15 ................................................... 16 ............................................................................................................................................................. Time Out ringrazia sentitamente il dott. Vittorio Avanzini, presidente della casa editrice Newton Compton. ✂ Cognome e nome……………………………….