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Seconda Università di Napoli
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea Triennale in Lettere
Letteratura italiana contemporanea
a.a. 2012-2013
Prof.ssa Caterina Verbaro
IL “SECOLO BREVE” DELLA LETTERATURA.
POETICHE, CANONE E STILI DEL NOVECENTO ITALIANO
DISPENSA ANTOLOGICA DI TESTI E DOCUMENTI
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Capotolo I – LA RIVOLUZIONE POETICA DEL PRIMO NOVECENTO (1909-1919)
GUIDO GOZZANO, Totò Merumeni (in I colloqui, 1911)
I.
Col suo giardino incolto, le sale vaste, i bei
balconi secentisti guarniti di verzura,
la villa sembra tolta da certi versi miei,
sembra la villa-tipo, del Libro di Lettura…
Pensa migliori giorni la villa triste, pensa
gaie brigate sotto gli alberi centenari,
banchetti illustri nella sala da pranzo immensa
e danze nel salone spoglio da gli antiquari.
Ma dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo,
Casa Rattazzi, Casa d’Azeglio, Casa Oddone,
s’arresta un’automobile fremendo e sobbalzando,
villosi forestieri picchiano la gorgòne.
S’ode un latrato e un passo, si schiude cautamente
la porta… In quel silenzio di chiostro e di caserma
vive Totò Merùmeni con una madre inferma,
una prozia canuta ed uno zio demente.
II.
Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,
molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,
scarso cervello, scarsa morale, spaventosa
chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro.
Non ricco, giunta l’ora di “vender parolette”
(il suo Petrarca!...) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l’esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.
Non è cattivo. Manda soccorso di danaro
al povero, all’amico un cesto di primizie;
non è cattivo. A lui ricorre lo scolaro
pel tema, l’emigrante per le commendatizie.
Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti,
non è cattivo. È il buono che derideva il Nietzsche
“…in verità derido l’inetto che si dice
buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”
Dopo lo studio grave, scende in giardino, gioca
coi suoi dolci compagni sull’erba che l’invita;
i suoi compagni sono: una ghiandaia rôca,
un micio, una bertuccia che ha nome Makakita…
III.
La Vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse
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ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.
Quando la casa dorme, la giovinetta scalza,
fresca come una prugna al gelo mattutino,
giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza
su lui che la possiede, beato e resupino…
IV.
Totò non può sentire. Un lento male indomo
inaridì le fonti prime del sentimento;
l’analisi e il sofisma fecero di quest’uomo
ciò che le fiamme fanno d’un edificio al vento.
Ma come le ruine che già seppero il fuoco
esprimono i giaggioli dai bei vividi fiori,
quell’anima riarsa esprime a poco a poco
una fiorita d’esili versi consolatori…
V.
Così Totò Merùmeni, dopo tristi vicende,
quasi è felice. Alterna l’indagine e la rima.
Chiuso in se stesso, medita, s’accresce, esplora, intende
la vita dello Spirito che non intese prima.
Perché la voce è poca, e l’arte prediletta
immensa, perché il Tempo – mentre ch’io parlo! – va,
Totò opra in disparte, sorride, e meglio aspetta.
E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.
ALDO PALAZZESCHI
Chi sono? (in Poemi, 1909)
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
“malinconia”.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgia”.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia..
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E lasciatemi divertire (in L’incendiario, 1910)
Tri, tri tri
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la… spazzatura
delle altre poesie,
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù,
U.
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Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
liii!
Qoooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con cosi poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc… Huiusc…
Huisciu… sciu sciu,
Sciukoku… Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate
in giapponese,
Abi, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
falala
eppoi lala…
e lala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
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Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
PIERO JAHIER, Dichiarazione (1916)
Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
- che non sa perché va a morire popolo che muore in guerra perché “mi vuol bene”
“per me” nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire.
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia.
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita
Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincerà a cantare.
GIUSEPPE UNGARETTI
Il Porto Sepolto, 1916
Vi arriva il poeta
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e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde.
Di queta poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Tramonto, 1916
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore
Stasera, 1916
Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia
La notte bella, 1916
Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle
Quale festa sorgiva
di cuore a nozze
Sono stato
uno stagno di buio
Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio
Ora sono ubriaco
d’universo
Da G. Debenedetti, Poesia italiana del Novecento, sull’antologia Poeti d’oggi (1900-1920) a cura
di Papini e Pancrazi:
«Era un’antologia che dava in qualche modo la stessa sensazione che può dare il rinascere della
vita democratica e poi parlamentare all’indomani della dittatura. Aveva escluso di proposito i tre
grandi capi, i tre dominatori della scena, che praticamente si erano trasmessi il predominio:
Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Era cominciata una letteratura senza capi, si sarebbe detto […]. La
letteratura della nuova Italia, quella dell’Italia uscita una dal Risorgimento, aveva preso una specie
di abitudine: quella di avere alla testa un primo poeta d’Italia […]. L’antologia dei Poeti d’oggi nel
1920 sembrava venisse soprattutto a dire che quel posto era vacante […]»
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Capitolo II - IL “RITORNO ALL’ORDINE” E LE VARIE FORME DI CLASSICISMO
a) VINCENZO CARDARELLI
Adolescente (in Prologhi, 1916)
Su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!
Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
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E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
b) UMBERTO SABA
La capra (in Coi miei occhi,1912)
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Trieste (1912)
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
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Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte e viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
c) EUGENIO MONTALE
Non chiederci la parola (in Ossi di seppia, 1925)
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Forse un mattino (in Ossi di seppia, 1925)
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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d) IL CANONE ERMETICO. TESTI E SAGGI
G. UNGARETTI, Dove la luce (in Sentimento del tempo, 1933)
Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.
Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d'ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.
Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov'è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d'oro.
L'ora costante, liberi d'età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.
SALVATORE QUASIMODO, Antico inverno (in Acqua e terre, 1930)
Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po' di sole, una raggera d'angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d'aria al mattino.
Del mio odore di uomo (in Erato e Apòllion, 1936)
Negli alberi uccisi
ululano gli inferni.
Dorme l'estate nel vergine miele,
il ramarro nell'infanzia di mostro.
Del mio odore di uomo
grazia all'aria degli angeli,
all'acqua mio cuore celeste
nel fertile buio di cellula.
ALFONSO GATTO, Alba a Sorrento (in Morto ai paesi, 1937)
Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
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prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
portava il vento uno slancio di polle rosate:
i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
per strada le ruote dei primi carri, i fanali
tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
fresco delle persiane; lungo i cancelli
il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.
MARIO LUZI, Avorio (in Avvento notturno, 1940)
Parla il cipresso equinoziale, oscuro
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d'Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l'orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell'aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.
E. MONTALE
La speranza di pure rivederti (in Le occasioni, 1939)
La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;
e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:
(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).
Dai Mottetti (in Le occasioni, 1939)
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
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l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
L’ombra della magnolia… (in La bufera e altro, 1956)
L’ombra della magnolia giapponese
si sfoltisce or che i bocci paonazzi
sono caduti. Vibra intermittente
in vetta una cicala. Non è più
il tempo dell’unìsono vocale,
Clizia, il tempo del nume illimitato
che divora e rinsangua i suoi fedeli.
Spendersi era più facile, morire
al primo batter d’ale, al primo incontro
col nemico, un trastullo. Comincia ora
la via più dura: ma non te consunta
dal sole e radicata, e pure morbida
cesena che sorvoli alta le fredde
banchine del tuo fiume, - non te fragile
fuggitiva cui zenit nadir cancro
capricorno rimasero indistinti
perché la guerra fosse in te e in chi adora
su te le stimme del tuo Sposo, flette
il brivido del gelo… Gli altri arretrano
e piegano. La lima che sottile
incide tacerà, la vuota scorza
di chi cantava sarà presto polvere
di vetro sotto i piedi, l’ombra è livida, è l’autunno, è l’inverno, è l’oltrecielo
che ti conduce e in cui mi getto, cèfalo
saltato in secco al novilunio.
Addio.
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Capitolo III – LA RINASCITA DEL ROMANZO (1919-1929)
Italo Svevo, da La Coscienza di Zeno, 1923
Prefazione
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s'intende, sa
dove piazzare l'antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio
paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era
vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l'autobiografia fosse un buon preludio
alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati
maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi
di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch'io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che
ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante
sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch'egli ha qui accumulate!...
DOTTOR S.
Giacomo Debenedetti, da Il romanzo del Novecento, 1971
Facciamo conto che tutto il mondo, quale si presenta nella visione naturalistica e quotidiana, sia un’immensa
assemblea di carcerieri che, pur nella loro ottusa ferocia, lasciano intuire di tener chiusa, dietro la loro crosta piatta,
sorda, coriacea, punitiva una palpitante, sofferente prigioniera, come un’anima che aneli di farci giungere, almeno
attraverso le sbarre, il suo gemito di condannata, il messaggio della sua bellezza e della sua pena ignorata. Cerca
almeno, come sogliono i reclusi nei penitenziari, di battere le nocche contro i muri che la chiudono, ma quei muri si
rifiutano di trasmettere il suono. Eppure qualcuno, senza forse volerlo né cercarlo, appunto perché ne era ignaro, ha
sentito una volta, ha sentito talvolta quel sommesso, attutito battere di nocche, quasi che per un gioco fortuito e
benigno delle condizioni atmosferiche, i muri refrattari del carcere siano diventati buoni conduttori del suono. Quel
qualcuno, da allora in poi, non avrà più tregua. Dietro ogni aspetto indovinerà la presenza della prigioniera: il suo
unico assillo, il solo compito che ormai potrà dare un senso alla sua vita, sarà di indurla a rivelarsi, a parlare, di
mettersi in grado di captare quella voce esile, quasi sovrumana, di là dal diaframma che lo separa da lei. Per tradurre
questa situazione in termini di storia del romanzo, dovremmo ripetere che il romanzo naturalista è quello che
racconta la storia dei carcerieri, il romanzo nuovo quello che registra le confessioni, i messaggi delle prigioniere. (RN,
1373-74)
Capitolo IV - LA RICERCA DI UNA “NUOVA CULTURA” (1945-1948)
SAGGI
ITALO CALVINO, Prefazione (1964) a Il sentiero dei nidi di ragno (1947)
Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi
racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato
anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la
nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo.
Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo
schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari
esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo
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depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche
una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda
allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del mio primo romanzo.
Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali
ancora incerte. L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva
un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da
raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava
la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che
riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli
sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna
nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore
universo di storie.
Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle
storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già
come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena
vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un
linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d’effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine
di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.
Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità dei
contenuti, non era lì la molla (forse l’aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d’animo collettivo, mi fa
dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto
chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane
scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che
cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di
essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali,
parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo
bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti
che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.
Il «neorealismo» per noi che cominciammo di lì, fu quello; e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce
un catalogo rappresentativo, nato com’è da quella acerba volontà di far letteratura che era proprio della «scuola».
Perché chi oggi ricorda il «neorealismo» soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da
parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione: in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto
massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come
trasformare in opera letteraria quel mondo che per noi era il mondo.
Il «neorealismo» non fu una scuola (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran
parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite
per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la
varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo».
Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di
verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli
scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo
stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante
dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi
tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio […]. Il mio paesaggio era
qualcosa di gelosamente mio (è di qui che potrei cominciare la prefazione: riducendo al minimo il cappello di
«autobiografia d'una generazione letteraria», entrando subito a parlare di quel che mi riguarda direttamente, forse
potrò evitare la genericità, l'approssimazione...), un paesaggio che nessuno aveva mai scritto davvero (Tranne Montale,
- sebbene egli fosse dell'altra Riviera, Montale che mi pareva di poter leggere quasi sempre in chiave di memoria locale,
nelle immagini e nel lessico). lo ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città - San Remo - cancellavo
polemicamente tutto il litorale turistico lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville - quasi vergognandomene;
cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi di garofani, preferivo le
«fasce» di vigna e d'oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m'inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su
dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cosi ero passato dal mare - sempre visto dall'alto, una striscia tra due
quinte di verde - alle valli tortuose delle Prealpi liguri.
19
Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a
qualcos'altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone. Il romanzo
che altrimenti mai sarei riuscito a scrivere, è qui. Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente
straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Città vecchia fin su ai boschi; era
l'inseguirsi e il nascondersi d'uomini armati; anche le ville, riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e
trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani, da quando erano diventati terreni allo scoperto,
pericolosi da attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell'aria. Fu da questa possibilità di situare storie umane
nei paesaggi che il «neorealismo»…
ELIO VITTORINI, da Una nuova cultura, in “Il Politecnico”, I, 1, 29 settembre 1945
[…] Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha
perduto e si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati: le macerie sono di
città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per il
quale è passato il progesso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mathausen,
Maidaneck,
Buchenwald,
Dakau.
20
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva
insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista dell’uomo ci aveva insegnato che era
sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è
stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzi tutto di questa “cosa” che ci insegnava la inviolabilità loro. Non è
anzitutto
di
questa
“cosa”
che
ci
insegnava
l’inviolabilità
loro?
Questa “cosa”, voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo,
cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, ecc., e che oggi fa massa
intorno ai nomi di Thomas Mannn e Benedetto Croce, Benda, Huitzinga, Dewey, Maritain, Bernanos e Una muro, Lin
Yutang
e
Santavana,
Valere,
Gilde
e
Berdiaey.
Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il
fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo,
non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?
Dubito che un paladino di questa cultura, alla quale anche noi apparteniamo, possa darci una risposta diversa da
quella che possiamo darci noi stessi; e non riconoscere con noi che l’insegnamento di questa cultura non ha avuto che
scarsa,
forse
nessuna,
influenza
civile
sugli
uomini.
Pure, ripetiamo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico: c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù
Cristo? Tutt’altro. Egli molta ne ha avuta. Ma è stata influenza, la sua, e di tutta la cultura fino ad oggi, che ha generato
mutamenti quasi solo nell’intelletto degli uomini, che generato e rigenerato dunque se stessa, e mai, o quasi mai,
rigenerato, dentro alle possibilità di fare, anche l’uomo. Pensiero greco, pensiero latino, pensiero cristiano di ogni
tempo, sembra non abbiano dato agli uomini che il modo di travestire o giustificare, o addirittura di render tecnica la
barbarie dei fatti loro. È qualità naturale della natura di non poter influire sui fatti degli uomini?
Io lo nego. Se quasi mai (salvo in periodi isolati e oggi nell’ U.R.S.S.) la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini
dipende solo dal modo in cui la cultura si è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato principi e valori,
ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società,
non ha condotto eserciti per la società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi principi e i suoi valori?
Dallo spettacolo di ciò che l’uomo soffre nella società. L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la
cultura
per
l’uomo
che
soffre?
Cerca
di
consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata sino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori
del fascismo. Nessuna forza sociale era “sua” in Italia o in Germania per impedire l’avvento al potere del fascismo, né
erano “suoi”i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l’avventura d’Etiopia, l’intervento
fascista in Spagna, l’ “Anschluss” o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non
siano forze della cultura e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano “suoi”?
La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è società perché ha in sé l’eterna rinuncia del
“dare a Cesare” e perché i suoi principi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed
efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che
sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le
scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre
che
si
trasformi
tutta
la
vecchia
cultura.
La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che
cosa significhi la mortificazione dell’impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada
che ancora ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? Io mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno
conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono
ragioni dell’idealismo o del cattolicismo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di
lottare
contro
la
fame
e
le
sofferenze?
Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell’”anima”. Mentre non voler occuparsi che dell’”anima”
lasciando a “Cesare”di occuparsi come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una funzione
intellettuale, e dar modo a “Cesare” (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere una funzione di dominio “sull’anima”
dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e non più di consolazione dell’uomo,
interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
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22
TESTI
Da Pietro Chiodi, Banditi
10 gennaio 1941. Sono stato richiamato e messo a disposizione di un corso allievi ufficiali, Cocito si è fatto operare di
appendicite pur di non continuare a prestare servizio. E' entusiasta della mia massima: Chi non è libero non ha Patria,
chi non ha Patria non ha doveri militari
23 gennaio 1943 Cocito è rientrato dalla Croazia. Passa il tempo leggendo molto. Mi confida di aver aderito al partito
comunista. Gli faccio qualche osservazione, ma è irremovibile Ad un tratto mi guarda stranamente dicendomi: - Sai
che a Mostar professori e allievi del Liceo sono tutti in montagna a fare i partigiani. Anche le ragazze ci sono andate.
Quello è un Liceo dove mi piacerebbe insegnare.
6 febbraio. Con mille intrighi Cocito è riuscito a farsi assegnare al deposito del 430 Reggimento Fanteria con sede in
Alba. Fa l'aiutante maggiore del colonnello che ha la mania dei discorsi. Cocito glieli prepara. Giorni fa uno finiva con
queste parole: « Eleviamo un pensiero reverente alla Maestà del Re Imperatore, fedele custode delle libertà
consacrate nello Statuto». Quello alle reclute cominciava invece così « La palingenesi della psiche del soldato: ecco lo
scopo che dobbiamo proporci».
26 luglio. Era quasi mezzanotte quando un tramestio insolito mi ha svegliato. Sento delle voci che gridano nella
strada. Mi alzo. Sono dei miei allievi che mi annunziano la caduta di Mussolini. Mezzo addormentato come sono credo
si tratti d'una allucinazione. Mi metto all'apparecchio radio. Una stazione francese ripete a intermittenza: «Mussolini a
dimissioné». Che succederà ora?
27 luglio. E't una magnifica giornata. Si respira a pieni polmoni. Sono al Liceo e guardo dalla vetrata il giardino. Non
mi ero mai accorto che il Liceo fosse cosi splendente e pieno di luce. Sento che è una piccola parte della mia Patria.
Quella parte in cui io sono chiamato a compiere il mio dovere verso di Lei. E la prima volta che mi accorgo di avere
una Patria come qualcosa di mio, di affidato, in parte, anche a me, alla mia intelligenza, al mio coraggio, al mio spirito
di sacrificio.
20 agosto. Stamane Cocito è venuto da me per riferirmi che una sollevazione popolare contro il governo Badoglio è
prevista imminente negli ambienti ben informati. Bisogna agire in seno all'esercito affinché i soldati facciano causa
comune col popolo. Alla sera, nei giardini della stazione, ci diamo convegno con alcuni ufficiali, sottufficiali e militari
della guarnigione di Alba. Prendiamo degli accordi e stabiliamo una linea di condotta per la tragica eventualità. Ci
sono però troppi fascisti fra gli ufficiali della guarnigione. Il colonnello è stato cambiato già da parecchio. Il nuovo è
debole ed irresoluto.
2 settembre. Da alcuni giorni sono ad Acqui per una cura di fanghi. Nell'albergo c'è un comando di SS. Sono scese da
poco dal Brennero e ostentano indifferenza e disprezzo.
8 settembre. Alle sette di sera giungo a casa da una passeggiata in campagna e trovo tutto l'albergo in
subbuglio. Badoglio ha annunciato la pace ed ordinato di reagire ad eventuali attacchi dei tedeschi. Questi non si
sognano neppure di attaccare. In una stanza dell'albergo vanno e vengono ufficiali e portaordini, come se nulla fosse.
Mi stupisce l'indifferenza con cui alcuni ufficiali italiani vanno a coricarsi alla sera. Verso l'una il silenzio è rotto da
raffiche e da scoppi di bombe a mano. Poi un concitato andirivieni di pattuglioni e di autoblinde tedesche.
9 settembre. All'alba incomincia un forte cannoneggiamento. Mi dicono che i tedeschi hanno sorpreso nel sonno e
disarmato i soldati italiani in due caserme. Una terza resiste ancora ed è ora intensamente cannoneggiata. Decido di
partire subito per Alba. Le strade sono deserte. Mi si spezza il cuore vedendo gruppi di soldati sospinti come animali
dalle S 5. Alle i6 sono arrivato ad Alba. Tutto tranquillo. Vado subito in caserma. Trovo Cocito eccitatissimo. Assieme
ci rechiamo dal colonnello che informo di quanto ho vi-sto ad Acqui. Il colonnello non sa che fare. Cocito insiste per la
resistenza ad oltranza. Il colonnello si lascia indurre ad impartire degli ordini in questo senso. Esco e trovo un amico a
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cui racconto ciò che ho visto. Mi guarda incredulo e poi dice: - Ad Alba i tedeschi non vengono. Alba non ha nessuna
importanza.
10 settembre. Il colonnello ha telefonato a Cuneo ed ha deciso di non resistere. Ordina a tutti i soldati di rientrare in
caserma e non muoversi. Cocito corre da un posto di blocco all'altro ordinando ai soldati di fuggire sulle colline con le
armi. I tedeschi sono alle porte di Alba con alcuni carri pesanti. Entrano in città, occupano la caserma catturando
uomini e materiali. Cocito è fuggito all'ultimo momento sgusciando, con un furgoncino carico di armi, fra gli
automezzi tedeschi.
12 settembre. Un'atmosfera di sospensione e di terrore si è stesa su tutta la città. I negozi sono chiusi ed i viandanti
rari e frettolosi. Dalla caserma giungono ad intervalli delle raffiche. Quattro soldati vengono fucilati e sotterrati nel
letamaio. In lunghe file e scortati dalle SS i prigionieri vengono portati alla stazione e stipati nei carri bestiame. Uno
non ce la fa più' a camminare e invoca pietà. Viene abbattuto con una raffica nella schiena.
Nel pomeriggio si viene a sapere che la signora Rizzolio e Giovanni Ferrero sono riusciti a far breccia fra le SS
ottenendo di vettovagliare i tremila uomini ancora in caserma. Spumante e denari allargano sempre piu' la breccia. Il
numero delle evasioni ingigantisce. Per salvare la vita a cinque condannati a morte vengono fatte intervenire anche
delle ragazze. Rotto il ghiaccio, molti si prestano con viveri e denari.
Sangue e spumante si mescolano. Un contadino si è avvicinato ad una finestra per dare del pane a suo figlio ed è
stato freddato con una raffica. Un carro bestiame è fermo in stazione da sei ore sotto il sole. Ne escono grida sempre
più fioche che invocano aiuto. Finalmente due sacerdoti riescono ad ottenere che il carro sia spiombato. Ne vengono
estratti morti e moribondi. E' sera, quando spossato e abbattuto apro la radio.. Giovinezza.
25 settembre. Oggi nel pomeriggio sono arrivati ad Alba due militi fascisti in motocicletta. Hanno la camicia nera e sul
berretto un teschio. La gente li guarda con odio e disprezzo.
10 novembre. Ieri sera verso le undici ho sentito bussare forte alla porta dell'officina del mio padrone di casa. La
signora sale da me sconvolta. Ci affacciamo alla finestra ed una voce secca ordina di aprire. Scendiamo assieme.
Entrano tre uomini con giacche militari e pantaloni borghesi. A tracolla hanno delle armi automatiche. Sul petto spicca
una coccarda tricolore. Ritirano un pezzo di ricambio e se ne vanno. Hanno lasciato un buono in testa al quale sta
scritto: «Comando Partigiani delle Langhe ». Risalgo in casa, apro la finestra e guardo nella direzione in cui si sono
allontanati. Un leggero nevischio incomincia a cadere. Per terra si vedono delle orme che si perdono nel buio.
1
dicembre. Sono stati arrestati dai carabinieri parecchi familiari di giovani renitenti.
3 dicembre. Ieri sera un gruppo di giovani ha attaccato la caserma dei carabinieri con lancio di bombe. I familiari
detenuti sono stati rimessi in libertà.
5 dicembre. Nella notte sono stati arrestati una decina d'ostaggi. Due carabinieri sono venuti al Liceo per arrestare
Cocito. Per fortuna dall'8 settembre non si è più fatto vivo. Un maggiore giunto da Cuneo minaccia fuoco e fiamme.
Alcuni giovani sono portati in caserma con le mani in alto ed il mitra dietro la schiena. Ieri sera il maggiore ha detto in
un albergo: -Sistemata Alba, sistemerò le Langhe.
17 dicembre. La notizia si è diffusa fulminea nella città. Il maggiore dei carabinieri, il capitano, un
maresciallo ed un milite sono stati uccisi nelle Langhe. Il maggiore si recava a Cravanzana dove i partigiani avevano
disarmato i carabinieri. Per la strada la macchina è stata fermata da un giovane che ha chiesto le armi. Non si sa bene
come le cose siano andate. E però certo che ad un tratto il maggiore ha estratto la pistola colpendo a morte il
partigiano. Dai cespugli circostanti una nutrita serie di raffiche investiva la macchina freddando quanti erano a bordo.
20 dicembre. Nella cappella del cimitero ci sono le quattro salme dei carabinieri rivestite della grande uniforme.
Montano la guardia carabinieri e fascisti. In un angolo c'è un corpo denudato, con un colpo di pistola nel petto. Era un
ufficiale di Marina
18 agosto Arriviamo a Bandito; la macchina entra in un ampio cortile. Marco mi dice: - Stai tranquillo. Ce la caveremo
-. Cocito chiede del gabinetto. Quando ritorna mi dice: Dalla parte dei campi era aperto. Ho avuto la tentazione di
fuggire ma non l'ho fatto pensando che avrei lasciato voi nei guai. Sarebbe stato chiaro che non andavamo ad
arrenderci.
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Poco dopo si riparte verso Bra. Ci fa brutta impressione il fatto che siamo scortati da un altro automezzo. La
macchina entra nell'ampio cortile della caserma e si ferma innanzi agli uffici. Ci fanno scendere. L'ufficiale che ci ha
arrestati entra negli uffici e ne esce poco dopo con due marescialli della Gestapo: uno si chiama Max e parla
correntemente italiano. Ci si avvicinano e ci investono di insulti in tedesco. Max riassume: - Banditi! Per voi nessuna
pietà, corda e sapone.
L'altro si fa indicare Cocito e poi incomincia a colpirlo al viso a tutta forza. Cocito barcolla, cade si rialza> viene
colpito di nuovo. Ride. Viene colpito di nuovo
Un capitano delle SS> meridionale, piccolo con gli occhiali su un volto scimmiesco estrae la rivoltella e mi colpisce ai fianchi
sospingendomi verso il carcere. Camminiamo sempre incalzati da tedeschi e fascisti in gara a colpirci. Saliamo due
rampe di scale attraversiamo un corto corridoio sbarrato da un cancello e veniamo sospinti in uno stanzone per metà
coperto di paglia. Ci spogliano di tutto. Scarpe, calze, giacca, camicia. Un ufficiale fascista si rivolge a Cocito con occhi
pieni di odio e gli dice: Ah tu sei Cocito! Tu facevi propaganda antifascista anche nell'esercito nella scuola e perfino
sui treni. Tuo fratello è l'organizzatore della cellula comunista di Racconigi. Ti sistemeremo noi . Cocito risponde
freddamente: - Si', io sono comunista, ma mio fratello no; non si è mai occupato di politica -. L'altro ride e risponde: Vi sistemeremo tutti e due -. Finalmente escono e restiamo soli.
La pesante porta si chiude con un tonfo che ci si ripercuote nell'anima. A metà altezza c e uno spioncino dietro il
quale si intravvedono costantemente due occhi che ci fissano. Sono le Ss che guardano a vista la loro preda.
Incominciamo a parlare a bassa voce. Marco è il più ottimista. E convinto che il trucco riesca e che Schieppati ci
sostenga. La grande speranza è che la lettera diretta al CLN di Bra sia scivolata dietro la macchina senza esser stata
vista dalle Ss. Elio ha il volto disfatto. Probabilmente pensa ai cinque bambini che stasera lo aspetteranno invano. Io
penso a mia moglie ed ai miei vecchi genitori. Mi sento un'ondata di disperazione invadermi l'anima. Vorrei alzarmi,
afferrare le sbarre e scuoterle fino a spezzarle. Sono le due dopopranzo. E una giornata splendida. Dietro le sbarre si
profilano eteree le colline, le nostre colline. Mi sembra che un quadrato delle sbarre si allarghi miracolosamente per
lasciarmi uscire. Sono libero! Cammino verso casa.
La porta si è aperta brutalmente. Un ufficiale delle SS entra gridando: - Alzatevi banditi! - Ci alziamo lentamente.
Mi passo una mano sulla fronte e rientro in me. Ci guarda in volto uno ad uno e poi esce senza parlare. Ci sediamo di
nuovo. Nessuno parla più. Cocito è sdraiato e guarda verso il muro. Elio si tiene la testa fra le mani. Marco guarda
fisso oltre le sbarre.
Lino si è tirato il berretto sul volto, ed è sdraiato in un angolo.
Fuori si sentono voci tranquille di passanti e grida di bambini. Un terribile pensiero mi prende. Perché mi sono
impegnato in questa lotta? Perché sono qui quando tanti più sani e forti di me vivono tranquilli sfruttando la
situazione in ogni modo? Ripenso alla mia vita di studio, al mio lavoro su Heidegger interrotto. Perché ho
abbandonato tutto questo? Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri
vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice: - E meglio morire che sopportare questo -. Si è allora che ho deciso di.
gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto
vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste
belve. Una strana pace mi invade l'animo a questo pensiero. Ripeto dentro di me: «Non potevo vivere accettando
qualcosa di simile. Non sarei più stato degno di vivere»
Da ELIO VITTORINI, Uomini e no, 1945 (incipit)
L'inverno del '44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da unquarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia
non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il
giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l'inverno più mite che abbiamo
avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite.»
«Dal 1908?» diceva l'uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni.»
«Bene,» il libraio diceva. «Questo è l'inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908.»
Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta
Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908.
Splendeva il sole sulle macerie del '43; splendeva, ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina
nell'inverno, era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri; portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno,» il libraio gli disse.
«Buongiorno.»
«Che inverno, eh!»
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«Che inverno è?»
«È l'inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo.»
Si avvicinò l'uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?»
«Dal 1908,» disse il libraio. «Dal 1908.»
2
L'uomo che si era fermato a guardare i libri guardò l'aria, il cielo, vide il sole sui tranvai, vide un tranvai 27 che ripartiva
dalla fermata della Porta, e nella folla di cui era pieno vide, contro i vetri, il gomito e la spalla di una donna. Un grande
suono allora irruppe in lui; e spinse correndo la bicicletta, attraversò i binari, raggiunse la piazza. Il tranvai era già
lontano, percoteva di squilli il suo binario già oltre la fermata successiva, ma egli montò sulla bicicletta e lo rincorse.
Un pezzo corse, e mai rivide, nel nero della folla chiusa dentro il tranvai, il gomito e la spalla di una donna per i quali
correva. Pure sapeva di non essersi sbagliato, perdurava in lui il grande suono, e da ogni giornata ch'era stata,
settembre e ottobre, novembre e dicembre, uno splendore veniva a lui, e si univa a quello ch'era ora.
In piazza della Scala, la donna scese.
«Lo sapevo», le disse, «ch'eri tu.»
S. QUASIMODO, Alle fronde dei salici (in Con il piede straniero sopra il cuore, 1946)
E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Capitolo V
CRISI DEL NEOREALISMO E RICERCA DI NUOVI LINGUAGGI (1950-1960)
a) IL DIBATTITO SULLA NARRATIVA
CARLO EMILIO GADDA, Un’opinione sul neorealismo, 1951
Le mie naturali tendenze, la mia infanzia, i miei sogni, le mie speranze, il mio disinganno sono stati, o sono,
quelli di un romantico: di un romantico preso a calci dal destino, e dunque dalla realtà. è ovvio ch’io abbia
chiesto e chieda al romanzo, al dramma, e perfino alla cronaca, alla «memoria», quel tanto di fascinoso
mistero o di appassionata pittura dei costumi e delle anime che soli potevano aiutarmi a perseverare nella
lettura; una probabilità e una improbabilità bilanciate nella mia ansia di lettore, e finalmente precipiti verso
una soluzione, una liberazione impreveduta… E poi, cose, oggetti, eventi, non mi valgono per sé, chiusi
nell’involucro di una loro pelle individua, sfericamente contornati nei loro apparenti confini (Spinoza
direbbe modi): mi valgono in una aspettazione, in una attesa di ciò che seguirà, o in un richiamo di quanto li
ha preceduti e determinati. Mi sembra che aspettazione o mistero non emani dalla catena crudamente
obiettivante della cronaca neorealista. Nella «poetica del neorealismo», quale mi si è rivelata da alcuni
esempi, direi che ogni fatto, ogni quadro è (cioè riesce ad essere) nudo nocciolo, è (cioè riesce ad essere)
grano di un rosario dove tutti i grani sono giustapposti ed eguali di fronte all’urgenza espressiva. Enumerati
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in serie, infilati in una filza, questi fatti avvicinati così per «asindeton» non vengono coordinati in una
consecuzione che valga a più profondamente motivarli, a disporli in una architettura, quella che essi
realmente ebbero… Direi che la poetica neorealistica riesce a un racconto astrutturale, granulare.
C’è poi da credere che i temi e le figure più vivamente presenti ai neorealisti sono soltanto una parte dei
temi, dei motivi, dei «personaggi» che la realtà ci propone. Le figure, talora, diventano simboli: e io aborro
dal personaggio-simbolo, come aborro dal personaggio-araldo. Perfino nella storia storiografata amo che
l’araldo si nasconda sotto la ricca e multiforme natura di un uomo. La virtù pura mi irrita… sento
tremendamente le ragioni del suo contrario.
E il modo con cui i neorealisti trattano i loro termini è, di preferenza, quello di un umore tetro e talora
dispettoso come di chi rivendichi qualcosa da qualcheduno e attenda giustizia, di chi si senta offeso,
irritato. Tutti ci sentiamo offesi, irritati da alcunché… Allora la polemica aperta, la diatriba, il grido, l’ingiuria
sono preferibili ai termini pseudo-narrativi di una supposta obbiettività… Sbaglierò…
Altra impressione che io ho ricevuto dai pochi esempi delibati è quella di una tremenda serietà del referto:
ne risulta al racconto quel tono asseverativo che non ammette replica, e che sbandisce a priori le
meravigliose ambiguità di ogni umana cognizione… l’ambiguità, l’incertezza, il «può darsi ch’io sbagli», il
«può darsi che da un altro punto di vista le cose stiano altrimenti», a cui pure devono tanta parte del loro
incanto le pagine di certi grandi moralisti, di certi grandi romanzieri… Nell’inferno dantesco si incontrano
uomini che credevamo in paradiso: e nel purgatorio, avviati al paradiso, uomini che credevamo
sicuramente all’inferno.
Un lettore di Kant non può credere in una realtà obbiettivata, isolata, sospesa nel vuoto; ma della realtà, o
piuttosto del fenomeno, ha il senso come di una parvenza caleidoscopica dietro cui si nasconda un «quid»
più vero, più sottilmente operante, come dietro il quadrante dell’orologio si nasconde il suo segreto
macchinismo. Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo al romanzo che
dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un
mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto… Il fatto in sé, l’oggetto in sé, non è che il morto corpo della
realtà, il residuo fecale della storia… Scusa tanto.
Vorrei, dunque, che la poetica dei neorealisti si integrasse di una dimensione noumenica, che in alcuni casi
da me considerati sembra alquanto difettarle.
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b) IL DIBATTITO SULLA POESIA
PIER PAOLO PASOLINI, La libertà stilistica, in “Officina”, 1957
C'è stato un periodo di questa nostra storia in cui l'unica libertà rimasta pareva essere la libertà
stilistica: il che implicava passività sul fronte esterno e attività sul fronte interno. Ma è chiaro che
non poteva trattarsi che di una libertà illusoria, se, in realtà, l'involuzione antidemocratica fascista
era effetto della stessa decadenza dell'ideologia borghese, liberale e romantica, che aveva portato
all'involuzione letteraria di una ricerca stilistica a se, di un formalismo riempito solo della propria
coscienza estetica. L'elusività, tipica via di resistenza passiva alle coazioni della realtà, assumeva
così la forma dell'assolutezza stilistica. [...] Ma in quella libertà non c'era né scelta né sofferenza:
ed era atta a far operare su una sola direzione, quella interiore: in ciò la costrizione di quella
libertà era rigorosa. Non c'era spiraglio per riuscirne, neanche per concepire una diversa direzione.
Tutta la lingua - forse per la prima volta nella storia della letteratura italiana - era in sincronia, nei
suoi vari generi: la fissazione linguistica era perfetta. Soltanto che la sincronia tra prosa e poesia
era stata raggiunta portando tutta la lingua al livello della poesia, e la prosa non era più possibile.
Neanche quella prosa che fosse un "momento" della poesia. La storia non esisteva più: e il mondo
interiore era in definitiva una prigione. Dentro questa istituzione stilistica che prevedeva anche anzi, soprattutto -la libertà stilistica, non c'era dunque soluzione di continuità per le invenzioni: era
comodo, rallegrante, fertile restarci: con la garanzia, secondo la frase di D' Annunzio citata da
Contini - a proposito del Carducci bolognese stilista di chiose -che lo "stile" possiede una sua,
interna e ineffabile, "resistente virtù vitale". Ciononostante ci abbiamo rinunciato. La stessa
passione che ci aveva fatto adottare con violenza faziosa e ingenua le istituzioni stilistiche che
imponevano libere esperimentazioni inventive, ci fa ora adottare una problematica morale, per cui
il mondo che era stato, prima, pura fonte di sensazioni espresse attraverso una raziocinante e
squisita irrazionalità, è divenuto, ora, oggetto di conoscenza se non filosofica, ideologica: e
impone, dunque, esperimentazioni stilistiche di tipo radicalmente nuovo. Si capisce: facendo
questo, siamo usciti da una posizione sicura […] e abbiamo rischiato tutte le contingenze e le
volgarità che la lotta con l'espressione di un mondo attuale e problematico trascina con sé.
Malgrado questa rinuncia, dunque, alla sicurezza di un mondo stilistico maturo, raffinato e anche
drammatico - nell'interno dell'anima - (e di cui del resto non possiamo cessare di restare
usufruttuari), nessuna delle ideologie "ufficiali" attraverso cui interpretare la "vita di relazione", e
magari metterla in rapporto con la vita interiore, ci possiede. È un'indipendenza che costa
terribilmente cara: quanto vorremmo, come si usa dire, avere scelto. La base laica e crociata,
acquisita attraverso una violenta lotta contro l'irrazionale e il dogmatico, che persistono in ogni
natura ferita e facilmente in preda all'angoscia, non è che una base per pentimenti, ricadute,
esaltazioni: l'adozione della filosofia marxista è dovuta in origine a un impeto sentimentale e
moralistico, ed è perciò continuamente permeabile all'insorgere dello spirito religioso e,
naturalmente,
cattolico,
ch'essa
presupponeva
ecc.
ecc.
Nello "sperimentare" dunque, che riconosciamo nostro […] persiste un momento contraddittorio e
negativo: ossia un atteggiamento indeciso; problematico e drammatico, coincidente con quella
indipendenza ideologica cui si accennava, che richiede il continuo, doloroso sforzo del mantenersi
all'altezza di un'attualità non posseduta ideologicamente, come può essere per un cattolico, un
comunista o un liberale: e questo, poi, implica una certa gradualità di quello sperimentare, un
certo
eccesso,
comunque:
l'attitudine
sperimentalistica
sopravvissuta.
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Ma vi incide anche un momento positivo, ossia l'identificazione dello sperimentare con l'inventare:
con l'annessa opposizione critica e ideologica agli istituti precedenti, ossia un'operazione culturale
idealmente
precedente
l'operazionepoetica.
Da tutto questo si possono trarre due corollari, meglio incidenti nel nostro discorso:
1. Anche lo stile è una forma di possesso, o, come usa dire la terminologia marxista, un privilegio,
con la tipica mancanza di coscienza del fatto che caratterizza ogni possesso o privilegio materiale
acquisito per appartenenza a una classe dominante (nella specie dominante ideologicamente:
attraverso le sue filosofie, dalla rivoluzione francese allo storicismo, e, per quel che meglio ci
riguarda, all'irrazionalismo che è l'aspetto letterario, squisito, di quella mancanza di coscienza o
riflessione
del
proprio
privilegio
culturale
e
stilistico).
2. Poiché, nell'incosciente erede di istituti sociali, filosofici o stilistici, il mondo si era ridotto a
oggetto di poesia, e quindi di un' apparentemente sconfinata libertà linguistica, è chiaro che in
seguito alla crisi, e alla rinuncia di quel mondo pieno e concluso - avanzante, all'infinito, solo sul
fronte interiore - la lingua che era stata portata tutta al livello della poesia, tende ad essere
abbassata tutta al livello della prosa, ossia del razionale, del logico, dello storico, con l'implicazione
di
una
ricerca
stilistica
esattamente
opposta
a
quella
precedente.
Ne deriva una, probabilmente imprevista, riadozione di modi stilistici pre-novecenteschi, o
tradizionali nel senso corrente del termine, in quanto rientrati ormai naturalmente nei confini del
linguaggio
razionale,
logico,
storico,
se
non
addirittura
strumentale.
Tali modi stilistici tradizionali si rendono dunque mezzi di uno sperimentare che, nella coscienza
ideologica, è assolutamente, invece, antitradizionalista: tale da mettere, con violenza, per
definizione, in discussione la struttura e la sovrastruttura dello stato, e da condannarne, con atto
probabilmente tendenzioso e passionale, tutta la tradizione, che, dal Rinascimento alla
Controriforma al Romanticismo, ne ha seguito l'involuzione sociale o politica, fino al fascismo e
alle
condizioni
attuali.
[…]
Lo sperimentalismo stilistico, dunque, che non può non caratterizzarci, non ha nulla a che fare con
lo sperimentalismo novecentesco - inane e aprioristica ricerca di novità collaudate - ma,
persistendo in esso quel tanto di filologico, di scientifico o comune cosciente, che la parallela
ricerca "non poetica" comporta, esso presuppone una lotta innovatrice non nello stile ma nella
cultura, nello spirito. La libertà di ricerca che esso richiede consiste soprattutto nella coscienza che
lo stile in quanto istituto e oggetto di vocazione, non è un "privilegio di classe": e che, dunque,
come ogni libertà, è senza fine dolorosa, incerta, senza garanzie, angosciante.
30
Capitolo VI
LO SPERIMENTALISMO E LA STAGIONE DELLA NEOAVANGUARDIA (1961-1969)
TESTI
AMELIA ROSSELLI, da La libellula. Panegirico della libertà, 1958
Io non so se tra il sorriso della verde estate
e la tua verde differenza vi sia una differenza
io non so se io rimo per incanto o per travagliata
pena. Io non so se rimo per incanto e per ragione
e non so se tu lo sai ch’io rimo interamente
per te. Troppo sole ha imbevuto il mare nella
sua prigionia tranquilla, dove il fiorame del
mare non vuole mettere mano ai bastimenti affondati.
L’alba si muove a grigiori lontana. Io non so
se tra le pallide rocce io incontravo lo sguardo,
io non so se tra le monotone grida incontravo
il tuo sguardo, io non so se tra la montagna
e il mare, esiste pure un fiume. Io non so se
tra la costa e il deserto rinviene un fiume accostato,
io non so se tra la bruma tu t’accosti. Io non
so se tu cadi o tu tremi, tu non sai se io piango
o dispero, tu non sai se io rido o dispero. Io
non so se tra le pallide rocce il tuo sorriso.
ELIO PAGLIARANI, da La ragazza Carla (1963)
I, 1
Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lí buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
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può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
I, 8
Studiava senza voglia, ma studiava
a casa si sa bene che un purgante
va preso, e a tempo debito, però
chissà cosa voleva; intanto Angelo
doveva andare a prenderla all’uscita
In Germania lavoravano nei campi
le ragazze, con zappe e con forconi
e tu che cosa aspetti?
Allora si fa avanti e l’accompagna Piero
che fa stenografia perché non vuole
fare il ciclista col padre, un impiego
gli piace di più, porta gli occhiali
A Piero piace il calcio e non lo gioca
mai o troppo poco e forse c’è qualcosa
che gli torce il tronco nel suo sviluppo
e non prende le cose come vengono e senz’armi
e all’insaputa di sé si mette in lotta con l’ambiente.
I, 9
Ma quei due
hanno avuto poche sere per parlare
la prima fu d’impaccio
la seconda
che risero ragazzi per un tale
che parlava da solo d’una bomba
e un altro poco
altro che bomba, all’incrocio di via Meda
la circolare lo piglia sotto e se non era svelto
il tranviere
urli, sfoghi pittoreschi e qualcheduno
pronto a far capannello, al raduno
scappano i cani, si tormenta il pizzetto
il bravo ometto ebete e la dentiera.
[…]
Ecco ti rendo
i due sciocchi ragazzi che si trovano
a casa tutto fatto, il piatto pronto
Non ti dico risparmiali
colpisci, vita ferro città pedagogia
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I Germani di Tacito nel fiume
li buttano nel fiume appena nati
la gente che s’incontra alle serali.
II, 1
Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all'ombra del Duomo
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
qui tutto il mondo...
è certo che sarà orgogliosa.
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il signor Praték è molto
esigente - amore al lavoro è amore all'ambiente - così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
S'è lavata nel bagno e poi nel letto
s'è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c'era tutta
come la sera prima - pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Tira il collo all'indietro ed ecco tutto.
EDOARDO SANGUINETI, da Purgatorio de l’Inferno, 1964
11
oh (disse): se scrivi una poesia per me; oh (disse): se scrivi,
devi metterci che ti aspettavo a Gap, che piangevo, che piangevo tanto;
se davvero scrivi per me (disse): oh devi metterci che anche il mio fratello
Alessandro piangeva, che ti aspettava, che piangeva tanto: e che io ho dormito,
quella notte, in albergo;
devi scrivere (disse): oh devi scrivere che a Pompei
sono tutti morti;
che i fascisti sono cattivi;
che i numeri non finiscono mai…
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SAGGI
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INDICE
Capitolo I – La rivoluzione poetica del primo Novecento (1909-1919)
Gozzano, Totò Merumeni …………
….............................p. 2
Palazzeschi, Chi sono……………………………………………………….p.3
E lasciatemi divertire…………………………………..p. 4
Jahier, Dichiarazione ……………………………….…………………….p. 6
Ungaretti, Il porto sepolto………………………………………………p. 6
Tramonto……………………………………………………….p. 7
Stasera ………………………………………………………….p. 7
La notte bella ………………………………………………..p. 7
Debenedetti, da Poesia italiana del Novecento………………p.7
Capitolo II- Il “ritorno all’ordine” e le varie forme di classicismo (anni ’20-‘30)
a) Cardarelli, Adolescente………………………………………………….p. 8
b) Saba, La capra………………………………………………………………p. 9
Trieste …………………………………………………………….…..p. 9
c) Montale, Non chiederci la parola …………..……………….…….p. 10
Forse un mattino …………… ………………………….….p. 10
d) Il canone ermetico. Testi e saggi
Ungaretti, Dove la luce………………………………………………….p. 11
Quasimodo, Antico inverno…………………………………………..p. 11
Del mio odore di uomo………………………………..p. 11
Gatto, Alba a Sorrento………………………………………….……….p. 11
Luzi, Avorio……………………………………………………………..……p. 12
Montale, La speranza di pure riverderti………………………..p. 12
Ti libero la fronte dai ghiaccioli………………….….p. 12
L’ombra della magnolia…………………………………..p. 13
Bo, da Letteratura come vita……………………………………….p. 14
Montale, Parliamo dell’ermetismo………………………………p. 16
Capitolo III – La rinascita del romanzo (1919-1929)
Italo Svevo, da La coscienza di Zeno…………………………….p. 17
Giacomo Debenedetti, da Il romanzo del Novecento……p. 17
Capitolo IV - La ricerca di una “nuova cultura” (1945-1948)
SAGGI
Calvino, dalla Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno…..p. 17
Pavese, Ritorno all’uomo……………………………………………….p. 19
Vittorini, Una nuova cultura…………………………………………..p. 19
Editoriale di “Società”, 4, 1945………………………………….…..p. 21
TESTI
Chiodi, Banditi……………………………………………………………....p. 22
Vittorini, Uomini e no…………………………………………………….p. 24
Quasimodo, Alle fronde dei salici ………………………………….p. 25
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Capitolo V – Crisi del Neorealismo e ricerca di nuovi linguaggi (1950-1960)
IL DIBATTITO SULLA NARRATIVA
Gadda, Un’opinione sul neorealismo…………………………………………….p. 25
Calvino, Il midollo del leone………………………………………………………….p. 27
IL DIBATTITO SULLA POESIA
Pasolini, La libertà stilistica…………………………………………………………..p. 28
Capitolo VI – Lo sperimentalismo e la stagione della Neoavanguardia (1961-1969)
TESTI
Rosselli, da La libellula. Panegirico della libertà………………………………p. 30
Pagliarani, da La ragazza Carla……………………………………………………….p. 30
Sanguineti, da Purgatorio de l’Inferno…………………………………………….p. 32
Celati, da Comiche………………………………………………………………………….p. 33
SAGGI
Giuliani, dall’Introduzione a I Novissimi. Poesie per gli anni Sessanta…p. 35
Balestrini, Linguaggio e opposizione……………………………………………………p. 37
Calvino, Il mare dell’oggettività…………………………………………………………..p. 38
Guglielmi, Il nuovo realismo………………………………………………………………..p. 39
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Nuova dispensa antologica - Dipartimento di Lettere e Beni