trekk urbano a Napoli
La città porosa
A Napoli nulla avanza secondo linee nette
Novembre 2013
INDICE DELLE LETTURE
Napoli ..........................................................................................................5
Enrico de Nicola.........................................................................................16
Achille Lauro ..............................................................................................23
Maurizio Valenzi ........................................................................................24
Antonio Bassolino ......................................................................................26
Eduardo De Filippo - Napoli milionaria - Lettura di Giampaolo Incarnato ..29
Il porto - Gomorra .....................................................................................33
Le Quattro giornate di Napoli - Francesco Paolo Casavola .........................36
Massimo Troisi – San Gennaro de “La smorfia” – Lettura di Giampaolo
Incarnato ...................................................................................................38
La rivoluzione del 1799 - Eleonora Pimentel ..............................................43
Togliatti, la svolta di Salerno - Maurizio Valenzi .........................................50
QUESTO LIBRETTO È STATO REDATTO IN OCCASIONE DEL TREKKING URBANO DI
DICEMBRE 2013. I TESTI CHE DESCRIVONO I LUOGHI SONO TRATTI DA "NAPOLI - GUIDE TOURING"
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
SI PARTE DA VIA SAN PAOLO. SIAMO AL CENTRO DI NAPOLI. IL NOSTRO PERCORSO
INIZIA DAL CONVENTO DI SAN PAOLO MAGGIORE.
SAN GAETANO DA THIENE
Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato
con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava
così perché era nato a Gaeta. Laureatosi a Padova in materie giuridiche a soli
24 anni, si dedicò allo stato ecclesiastico, senza però farsi ordinare sacerdote,
(…). Trasferitosi a Roma nel 1506, divenne subito segretario particolare di
papa Giulio II (…).
Siamo nel periodo dello splendore rinascimentale (…); nel contempo però la
vita morale della curia papale, del popolo e del clero, a Roma come altrove,
non brillava certo per santità di costumi.
Gaetano non si lasciò abbagliare dallo splendore della corte pontificia, né si
scoraggiò per la miseria morale che vedeva (…) prese ad assistere gli ammalati
dell'ospedale di San Giacomo (…).
Nel settembre 1516 a 36 anni, accettò di essere ordinato sacerdote, ma solo a
Natale di quell'anno, volle celebrare la prima Messa nella Basilica di S. Maria
Maggiore. (…) Gaetano confidò che durante la celebrazione della Messa, gli
apparve la Madonna che gli depose tra le braccia il Bambino Gesù; per questo
egli è raffigurato nell'arte e nelle immagini devozionali con Gesù Bambino tra le
braccia.
Ritornato nel Veneto, nel 1520 fondò alla Giudecca in Venezia l'Ospedale
degli Incurabili. Instancabile nel suo ardore di apostolato e di aiuto verso gli
altri, ritornò a Roma e nel 1523 insieme ad altri tre compagni: Bonifacio de
Colli, Paolo Consiglieri, Giampiero Carafa (vescovo di Chieti, diventerà poi
papa con il nome di Paolo IV), chiese ed ottenne dal papa Clemente VII,
l'autorizzazione a fondare la "l'Ordine dei Chierici Regolari" detti poi Teatini,
con il compito specifico della vita in comune e del servizio di Dio verso gli altri
fratelli.
Il nome Teatini deriva dall'antico nome di Chieti (Theate), di cui uno dei
fondatori il Carafa, era vescovo. (…)
Le costituzioni dell'Ordine furono infatti emanate solo nel 1604. I suoi chierici
non devono possedere niente e non possono neanche chiedere l'elemosina,
devono accontentarsi di ciò che i fedeli spontaneamente offrono e di quanto
la Provvidenza manda ai suoi figli (…)
Nel 1527 avvenne il feroce 'Sacco di Roma' da parte dei mercenari
Lanzichenecchi, il papa Clemente VII della famiglia fiorentina de' Medici, fu
costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo (…).
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Anche S. Gaetano da Thiene, come tanti altri religiosi, fu seviziato dai
Lanzichenecchi e imprigionato nella Torre dell'Orologio in Vaticano; riuscito a
liberarsi si rifugiò a Venezia con i compagni dell'Istituzione.
Rimase nel Veneto fino al 1531, fondando, assistendo e consolidando tutte le
Case del nuovo Ordine con le annesse opere assistenziali; accolse l'invito del
celebre tipografo veneziano Paganino Paganini, affinché i Padri Teatini si
istruissero nella nuova e rivoluzionaria arte della stampa tipografica,
inventata nel 1438 dal tedesco Giovanni Gutenberg.
Nel 1533 per volere del papa Clemente VII, si trasferì insieme al suo
collaboratore il beato Giovanni Marinoni, nel Vicereame di Napoli, stabilendosi
prima all'Ospedale degli Incurabili, fondato in quel tempo dalla nobile
spagnola Maria Lorenza Longo, insieme ad un convento di suore di clausura,
dette 'le Trentatrè', istituzioni ancora oggi felicemente funzionanti; e poi nella
Basilica di S. Paolo Maggiore (…).
La sua attività multiforme si esplicherà a Napoli fino alla morte; fondò ospizi
per anziani, potenziò l'Ospedale degli Incurabili, fondò i Monti di Pietà, da cui
nel 1539 sorse il Banco di Napoli, il più grande Istituto bancario del
Mezzogiorno; suscitò nel popolo la frequenza assidua dei sacramenti, stette
loro vicino durante le carestie e le ricorrenti epidemie come il colera, che
flagellarono la città in quel periodo, peraltro agitata da sanguinosi tumulti.
Per ironia della sorte, fu proprio il teatino cofondatore Giampiero Carafa,
divenuto papa Paolo IV a permettere che nell'Inquisizione, imperante in quei
tempi, si usassero metodi diametralmente opposti allo spirito della
Congregazione teatina, essenzialmente mite, permissiva, rispettosa delle altre
idee. E quando le autorità civili vollero instaurare nel Viceregno di Napoli, il
tribunale dell'Inquisizione, il popolo napoletano (unico a farlo nella storia
triste dell'Inquisizione in Europa) si ribellò; la repressione spagnola fu violenta
e ben 250 napoletani vennero uccisi, per difendere un principio di libertà.
Gaetano in quel triste momento, fece di tutto per evitare il massacro e quando
si accorse che la sua voce non era ascoltata, offrì a Dio la sua vita in cambio
della pace; morì a Napoli il 7 agosto 1547 a 66 anni, consumato dagli stenti e
preoccupazioni e due mesi dopo la pace ritornò nella città partenopea. (…)
Nella piazza di fronte alla Basilica, come in altre zone di Napoli, vi è una grande
statua che lo raffigura; da secoli è stato nominato compatrono di Napoli. Il suo
è uno dei nomi più usati da imporre ai figli dei napoletani e di tutta la provincia.
(…) http://www.sanpaolomaggiore.it/basilica.html
Il senso ed il fine della nostra Comunità, nata nel 1524 e presente in Napoli dal
1533, è “Cercare senza affannarsi prima di tutto il Regno di Dio e la sua
giustizia”, animando il servizio alla Chiesa e alla società.
http://www.teatini.it
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
TREKKING URBANO
Il trekking urbano praticato da Arcoiris si fonda su una convinzione: camminare
in città si può e soprattutto può essere estremamente gratificante, in
particolare nelle città italiane così ricche di arte, cultura, bellezze, storia, … anzi
storie. Durante i nostri trekk ci piace guardare la città oltre i muri, i palazzi, i
monumenti, le strade, le piazze. Ci piace guardare oltre, ci piace cercare,
studiare, raccontare quell’intreccio di vite che hanno costruito e costruiscono
quello stupendo patrimonio sociale e culturale che sono i nostri centri urbani.
NAPOLI
(...) la metafora, comunemente usata, per definire Napoli è città porosa. La
metafora la si deve a Walter Benjamin: “Porosa come questa pietra è
l’architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e
scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove,
impreviste costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato, vengono rifiutati”.
Secondo Benjamin Napoli era unità di uomini e pietre, e nessuna forma (sia
essa sociale o architettonica) era «pensata per sempre». Napoli è soggetta a un
continuo divenire, un transitare da uno stato all’altro che è proprio il contrario
del «tutto concluso» (...)
Dire Napoli significava declinare concetti proprio in ragione della sua porosità:
alto e basso, friabile, verticale, orizzontale.
Napoli era accogliente, profonda, superficiale, cangiante. A Napoli nessuna
cosa procedeva in linea retta, anche gli incroci formavano angoli acuti o ottusi,
in ogni caso, non retti, ciò significava sia che potevi pensare a Napoli come
avamposto poroso del mediterraneo, cioè capace di filtrare (e purificare)
uomini e cose, sia che in città potevi passare anche con il semaforo rosso
perché l’incidenza degli angoli (acuti o ottusi) ti permetteva di controllare chi
veniva alla tua destra o sinistra.
(Antonio Pascale - http://temi.repubblica.it/limes/napoli-citta-porosa/12627)
Walter Bendix Schoenflies Benjamin (Berlino, 15 luglio 1892 – Portbou, 26
settembre 1940) è stato un filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore
tedesco.
Negli anni venti Benjamin scrive per giornali e riviste una serie di articolireportage sulle città dove, per varie ragioni, gli capita di soggiornare. Il
linguaggio metaforico aiuta Benjamin - analogamente alla struttura da lui
preferita: l'articolazione in brevi periodi - a dipingere le immagini di città come
miniature. Nella loro sintesi di lontananza e vicinanza, nella loro incantata
realtà, esse assomigliano a quei globi di vetro in cui la neve cade su un
paesaggio, che furono fra gli oggetti preferiti da Benjamin.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
USCIAMO A SINISTRA SU VIA DEI TRIBUNALI E RAGGIUNGIAMO PIAZZA SAN
GAETANO.
BASILICA DI SAN PAOLO MAGGIORE
La grande, doppia scalinata introduce con
effetto scenografico la chiesa. La facciata
della stessa ingloba il portico del tempio
romano dei Dioscuri. Infatti, in quest'area
si apriva il foro della Neapolis grecoromano, dove il luogo di culto antico
venne riutilizzato nelI'VlII secolo per
erigere una prima basilica volta a
celebrare la vittoria dei napoletani sui saraceni. A fine '500 la chiesa fu
drasticamente ristrutturata dai Teatini, vedendo nel 1688 il crollo
dell'ingresso romano (ne sono rimaste solo due colonne corinzie) e altre
ristrutturazioni nel - corso del XVII e XVIII secolo (nel 1773 fu rinnovata la
facciata). Alla decorazione dell'interno, a croce latina su tre navate,
parteciparono molti noti artisti napoletani; se purtroppo risultano danneggiati
gli affreschi del soffitto realizzati da Massimo Stanzione, da non perdere sono
quelli di Francesco Solimena (1689-90) nella sagrestia. Di particolare rilievo è
poi, nel transetto sinistro, la cappella Firrao, una delle più significative opere
barocche di Napoli, con splendidi marmi e, sull'altare, la Madonna con
Bambino di Giulio Mencaglia (1640).
SULLA PIAZZA AFFACCIA LA CHIESA DI SAN LORENZO MAGGIORE
CHIESA DI SAN LORENZO MAGGIORE
Già nel VI secolo c'era infatti in loco
una chiesetta, fatta costruire dal
vescovo Giovanni II. Nella seconda
metà del '200, per volere di Carlo I
d'Angiò, sui suoi resti i Francescani
innalzarono
la
loro
chiesa,
affidandone i lavori ad architetti
francesi. Il secolo dopo Carlo II
chiamò a finire il progetto alcune
maestranze locali (questo spiega la
mescolanza di due stili: il goticofrancese nell'abside e il gotico-francescano per il resto dell'edificio). Tra '600 e
700 la chiesa venne completamente rinnovata in forme barocche, che i
restauri condotti nell'800-'900 eliminarono a eccezione della facciata di
Ferdinando Sanfelice (1742), che ingloba il portate in marmo del '300.
All'interno, che mantiene la struttura dell'edificio medievale e sul cui
pavimento è stata tracciata la pianta della chiesa paleocristiana sulla base
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
delle sottostanti fondamenta scoperte durante i restauri, è subito evidente la
differenza tra la parte absidale più antica, influenzata dallo stile francese del
primo cantiere, e la navata, dove lavorarono gli architetti locali. Uno degli
a
ambienti più raffinati del '600 napoletano è la cappella Cacace (2 destra): per
le decorazioni in marmi commessi di Cosimo Fanzago, i busti di Andrea Bolgi e
la Madonna del Rosario e santi di Massimo Stanzione. Le pareti del transetto
destro conservano affreschi trecenteschi di Montano d'Arezzo. L'altare
maggiore fu realizzato da Giovanni da Nola nel 1530: lo ornano, fra l'altro tre
bassorilievi con storie di santi ambientate in Napoli. L'abside poligonale, con i
dieci pilastri e il parapetto che dividono l'area dell'altare dal retrostante
deambulatorio, è opera di un architetto francese della fine del XIII secolo. Delle
a
cappelle che scandiscono tale corridoio, la 1 spicca per gli affreschi giotteschi
(storie della Maddalena; 1295-1300 circa). Subito dopo si incontra il sepolcro
di Caterina d'Austria (prima moglie del duca di Calabria) di Tino di Camaino
a
(prima metà '300). Nella 2 sono affreschi (storie della Vergine; 1333-34) di un
altro giottesco. In fondo al transetto sinistro, il cappellone di S.Antonio fu
progettato da Cosimo Fanzago: presenta tele di Mattia Preti (1660 circa),
mentre sull'altare è un tavola del '400 su fondo oro di Leonardo da Besozzo.
Nelle cappelle della navata sinistra si susseguono altri sepolcri di famiglie
illustri, ma da segnalare è anche il Crocifisso in legno della seconda metà del
a
'300 nella 4 . Dal convento annesso alla chiesa si scende agli scavi archeologici,
che mostrano le stratificazioni della città greco-romana e altomedievale: vi si
riconosce il foro con il mercato del I secolo (macellum), al quale si sovrappose
la basilica paleocristiana. Il macellum insisteva a sua volta su una terrazza
semiartificiale volta a regolarizzare l'area del foro stesso. È visibile anche un
tratto di circa 60 m della strada su cui affaccia l'aerarium
BOCCACCIO E PETRARCA
1336: Il 30 marzo Giovanni Boccaccio incontra in San Lorenzo Maria d’Aquino,
figlia naturale di Roberto d’Angiò, la Fiammetta letteraria.
1343: Tra ottobre e dicembre Francesco Petrarca è ospite del convento.
SI IMBOCCA VIA DI SAN GREGORIO ARMENO.
Siamo in una delle strade più famose del centro storico di Napoli molto
suggestiva in qualsiasi periodo dell'anno nei giorni che precedono e seguono il
Natale vi accorre un fiume di gente da ogni parte della regione per acquistare
le ultime novità delI'anno statuine di presidenti, calciatori, personaggi famosi
oltre a quelle tradizionali dei pastori e della sacra famiglia. Uno sguardo
particolare merita il laboratorio dei Ferrigno a padre e figlio conosciuti in tutto
il mondo per le magnifiche creazioni in terracotta.
PRESEPE
Più di 700 anni legano Napoli a quella tradizione presepiale che l'ha resa nota
in tutto il mondo. Bisogna ritornare al '300 per vedere apparire in città il
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
primo presepe, riproduzione di quello vivente ideato da san Francesco
d'Assisi: spoglio ed essenziale, all'epoca poneva solo l'accento sulla povertà e
sul carattere sacro della Natività. Tale semplicità non durò però a lungo. Nel
'500 e nel '600 i napoletani cominciarono a sentire l'esigenza di esprimere la
propria arte creativa: fu così che alla Sacra famiglia si aggiunsero i pastori e i
Re Magi, e anche la scenografia dell'ambientazione si arricchì di qualche
elemento nuovo. Con l'arrivo del '700 non ci fu più dubbio: il presepe divenne
una vera a propria rappresentazione della realtà, e iniziò a popolarsi di
personaggi presi dalla strada (il macellaio, l'arrotino, la fruttivendola),
perdendo sempre di più il carattere religioso dei primi tempi.
LUNGO LA VIA SI AFFACCIA LA
CHIESA E CHIOSTRO DI SAN GREGORIO ARMENO
Una leggenda narra che la chiesa di San Gregorio Armeno fu edificata sulle
rovine del tempio di Cerere attorno al 930, nel luogo che avrebbe ospitato il
monastero fondato da Sant'Elena Imperatrice, madre dell'imperatore
Costantino.
Un’altra leggenda vuole la presenza in quest’area di un monastero di
monache basiliane, seguaci di santa Patrizia che vi si sarebbero stabilite dopo
la morte della santa, conservando le reliquie (il cranio e una tibia) di San
Gregorio Armeno, patriarca di Armenia dal 257 al 331. Nel 1009, in epoca
normanna, il monastero fu unificato a quello dedicato a San Pantaleone,
assumendo la regola benedettina.
Dopo il Concilio di Trento, a partire dal 1572, il complesso subì un profondo
rifacimento ad opera di Giovanni Vincenzo Della Monica e Giovan Battista
Cavagna, e la chiesa fu collocata al centro del convento. Ulteriori rifacimenti
furono poi apportati nel 1682 da Dionisio Lazzari. Solo nel 1864 le spoglie di
Santa Patrizia, veneratissima dai napoletani, soprattutto dalle donne, furono
traslate nella chiesa, a riprova della devozione per la vergine che naufragò sulle
coste della città dimorando nell'antico convento basiliano, dove sarebbe morta
il 13 agosto del 365.
E’ nella quinta cappella della chiesa, a destra della navata che si conservano le
reliquie della Santa, contenute in un pregevole reliquiario in oro e argento. Le
doti miracolose di Santa Patrizia, già note nel secolo XII per la liquefazione del
sangue, hanno fatto sì che ella fosse da sempre considerata e venerata quale
co-patrona della città.
L'interno della chiesa presenta una navata unica, con quattro cappelle laterali e
cinque arcate per ciascun lato, che termina con un'abside a pianta
rettangolare, sormontata da una semicupola decorata con “La gloria di San
Gregorio” di Luca Giordano. Il famoso pittore è autore anche dei dipinti delle
pareti del coro ligneo delle monache.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Ma di straordinaria bellezza è senza dubbio il chiostro del monastero, tra i più
belli e suggestivi che la città conserva, nel quale si affacciano gli alloggi a
terrazza delle monache, le Suore Corocifisse o di Santa Patrizia, che oggi vivono
confezionando ostie e vino bianco per la Messa, e grazie alla carità del popolo
napoletano che esse ricambiano prendendosi cura dei ragazzi difficili dando
loro istruzione, vitto e alloggio fino all’età della scuola media.
Al centro del chiostro, immerso in un profumato giardino di aranci e mandarini,
si taglia una splendida fontana di controversia attribuzione, affiancata da due
statue raffiguranti il Cristo e la Samaritana, opere scultoree di Matteo
Bottiglieri.
Lo sconosciuto costruttore della struttura idrica della fontana, stupefacente
per l’epoca poiché i getti d’acqua cambiavano colore a seconda della pressione
del flusso e dell’ora in cui la si ammirava, introdusse anche delfini ed altri
animali marini, maschere, ecc. tutte figure intrecciate, elemento degno del
barocco napoletano.
Dal chiostro si accede a due cappelle, in una delle quali si conserva una tela di
autore ignoto che raffigura L'Adorazione della Vergine. Nell'altra, la Cappella
dell'Idria (unico reperto del convento medievale, sebbene ridecorato nel XVIII
secolo), sono presenti diciotto dipinti di Paolo De Matteis sulla Vita di Maria.
Sull'altare maggiore, inoltre, campeggia l'icona orientale della Madonna
dell'Idria.
Sulla sinistra dell'ingresso si accede al Coro delle monache e da qui al
cosiddetto Corridoio delle monache, attraverso il quale le fanciulle che
prendevano i voti portavano in dote opere d'arte quale segno di devozione.
Sempre in uno degli ambienti interni, c'è una chicca del complesso, e cioè il
"Salottino della Badessa” in puro stile rococò, dove appunto le Badesse del
monastero, le sole che potevano violare il voto di clausura stretta, solevano
ricevere ospiti e personalità di riguardo.
(http://www.napolipost.com)
ALL'INCROCIO CON SAN BIAGIO DEI LIBRAI SI GIRA A DESTRA. SI SUPERA A
SINISTRA LA CAPPELLA DEL SACRO MONTE DI PIETÀ
In fondo all’ampio cortile del seicentesco palazzo Carafa, si erge, uno dei primi
banchi pubblici napoletani, nato alla fine del ‘500, allo scopo di elargire
prestiti senza fini di lucro. Il
complesso, edificato su progetto
dell’architetto
romano
G.B.Lavagna, oggi è sede del Banco
di Napoli. Sulla facciata tardorinascimentale
le
iscrizioni
dichiarano programmaticamente gli
intenti dell'istituzione, avvalorati
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
dall'iconografia delle sculture di Michelangelo Naccherino (La Pietà) e Pietro
Bernini (la Sicurtà e la Carità), entrambe datate al 1601. L'interno, a navata
unica, è decorato con affreschi disposti in cornici di stucco dorato realizzati da
Belisario Corenzio, Luigi Rodriguez e Battistello Caracciolo. Molte le opere
ospitate, perfettamente integrate col gusto tardo manieristico dell’ambiente:
sugli altari la Resurrezione di Girolamo Imparato (ultimato da Fabrizio
Santafede) e l'Assunta di Ippolito Borghese; nella sacrestia si ammira il
Monumento del Cardinale Ottavio Acquaviva di Cosimo Fanzago e la Carità
eseguita da Giuseppe Bonito.
POCO PIÙ AVANTI SULLA DESTRA SI INCONTRA LA SCALINATA DELLA CHIESA SAN
NICOLA A NILO
Nel XVII secolo, un droghiere, Sabato Anella, incominciò a raccogliere i
fanciulli rimasti orfani dei genitori a
seguito della sanguinosa rivoluzione di
Masaniello del 1647, per condurli
ordinatamente a chiedere l’elemosina
nelle strade della città. In un primo
momento, questi fanciulli trovarono
riparo in una casa di proprietà dello stesso
Anella nei pressi del Sedile di Porto.
Successivamente, il viceré Conte di Onate,
impietosito dalla vista di questi mesti
cortei, intercedette presso il marchese de'
Mari il quale donò il suo palazzo, accanto
al quale fu costruita una piccola chiesa,
per accogliere i fanciulli poveri e
bisognosi.
Nacque così l’orfanotrofio ed annesso
oratorio di San Nicola a Nilo, dedicato al
Santo patrono di Bari, che ospitò prima
giovani orfane e monache di clausura dopo.
Nel 1705, cresciuto il numero degli ospiti ed incrementate le donazioni dei
cittadini all’orfanotrofio, si procedette alla ristrutturazione dell’edificio e si
costruì l’attuale chiesa, su disegno dell’architetto napoletano Giuseppe
Lucchese.
Alla chiesa si accede per mezzo di un elegante scalone barocco in piperno a
doppia rampa. La localizzazione è particolarmente scenografica, sottolineata
dalla presenza delle grandi finestre ai lati dell’ingresso della chiesa e dalle cui
grate le monache di clausura potevano osservare la vita che si svolgeva nella
strada senza essere a loro volta viste.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
La facciata è tripartita, nella parte inferiore, da due colonne corinzie collocate
ai lati del portale e staccate dalla parete e, nella parte superiore, caratterizzata
da due lesene in corrispondenza delle colonne sottostanti.
Ai due lati della doppia rampa di scala curva, vi sono due "bassi" occupati da
botteghe sin dal 1706 come si evince da due lapidi murate sui rispettivi
ingressi e che sottolineano, pertanto, che la giurisdizione religiosa inizia dalla
sommità delle scale.(…)
L’interno della chiesa, per l'esiguità dello spazio utilizzabile, è a pianta centrale
circolare delimitata da otto colonne corinzie suddivise da altrettanti spazi. Una
volta a botte copre l’ingresso, l’altare maggiore e le due cappelle laterali
mentre gli altri spazi, di cui quattro vuoti, ospitano per i restanti quattro, delle
nicchie con modeste statue degli Evangelisti.
Sull’altare maggiore era posta una tela di Luca Giordano, datata 1658 (oggi nel
Museo Civico del Maschio Angioini), raffigurante l’estasi di San Nicola di Bari
nell’atto di proteggere gli orfani.
(http://www.corpodinapoli.it)
SI PROSEGUE FINO AL PALAZZO DIOMEDE CARAFA.
Il Palazzo Carafa (o Diomede Carafa, e
successivamente Carafa Santangelo) è un palazzo del
XV secolo, situato nella via di Spaccanapoli. Il palazzo
venne fondato nel XV secolo e restaurato a metà del
medesimo secolo come riportato nell’epigrafe in
latino datata 1466: “In honorem optimi regis, et
nobilissimae patriae Diomedes Carafa, comes
Matalune MCCCCLXVI”. Secondo il Chiarini, che
riprese notizie di Bernardo De Dominici, il progetto fu
affidato a Masuccio Secondo e lo scopo della
residenza era quello di ospitare i reperti dell’antichità
rinvenuti nella città. Tuttavia, nell’attribuire la
progettazione del palazzo, vengono avanzate altre teorie: infatti è sicuro che
Angelo Aniello Fiore, scultore e architetto, lavorò con i Carafa per lungo tempo
e realizzò un sepolcro alla famiglia nella chiesa di San Domenico.
La parte più interessante del palazzo è la Testa di Cavallo trovata, secondo
alcuni, nella zona della Guglia di San Gennaro, mentre per altri la statua
bronzea fu donata da Nerone al pubblico napoletano per le sue delizie e
ritrovata in qualche scavo quattrocentesco; tuttavia la teoria più accreditata è
quella che sia stata donata da Lorenzo de’ Medici a Diomede Carafa che la
collocò nel cortile dove rimase fino al 1809, quando l’ultimo principe Carafa di
Colubrano la donò al Museo Archeologico Nazionale, sostituendo l’originale
con una copia in terracotta.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
SUBITO DOPO, ALL’ESTERNO DEL BAR NILO SI TROVA L’ALTARE DEDICATO A
MARADONA. SULLA DESTRA SI APRE LARGO CORPO DI NAPOLI,
Il "Corpo di Napoli"
Nella Napoli greco-romana si stabilirono nell'area fra Mezzocannone ed il
primo tratto di Via San Biagio dei Librai, numerosi egizi (provenienti da
Alessandria d'Egitto).
Le colonie erano formate da ceti sociali differenti tra loro (viaggiatori,
mercanti, schiavi, ecc.) e i napoletani non si dimostrarono avversi a questo
popolo, anzi, le colonie vennero soprannominate le "nilesi", in onore del vasto
fiume egiziano. Gli Alessandrini decisero così di erigere un tempio dedicato ad
Iside con una statua che ricordasse la loro terra natia (la Statua del Dio Nilo,
detta "Corpo di Napoli").
La statua, dopo il crollo dell'Impero Romano andò perduta. Durante i lavori di
fondazione del Seggio del Nilo, fu scoperta e recuperata, ma senza la testa che
fu "ricostruita" in seguito.
Fu poi collocata dove si trova ancora oggi; nella prima metà del Seicento e poi
nel Settecento fu consolidata ad opera della Corporazione degli Edili.
La mancanza della testa e la presenza di bambini che si aggrappano al petto
del corpo disteso in atto di allattarsi, per lungo tempo ha fatto pensare che la
statua rappresentasse una donna.
Successivamente si sono accertate le fattezze di un uomo in età avanzata e,
quindi, il riconoscimento della rappresentazione del Dio Fiume Nilo.
In seguito, sono state trafugate la testa della sfinge, sulla quale si appoggia il
bracci sinistro del Nilo e quella del coccodrillo ai piedi della statua.
Innanzi a questo monumento, ci fu un tumulto fra il popolo, i nobili dei Seggi
del Nilo e di Capuana ed il clero nel 1646, anno precedente la rivolta di
Masaniello, che è passato nella memoria storica popolare.
Era usanza per le celebrazioni di San Gennaro che nobili dei Seggi ospitassero
nella loro sede il capo argenteo di San Gennaro che, prelevato dal Duomo, in
processione veniva portato al Seggio dove veniva esposto in attesa della
processione con il Vescovo che recava le ampolle con il sangue.
Il 5 maggio del 1646, quando i delegati del Seggio di Capuana che dovevano
custodire le reliquie si recarono al Duomo per il ritiro delle stesse, si videro
negare la cosa se non in possesso di un atto formale firmato dal Cardinale
Ascanio Filomarino. Scoppiò una lite di competenze, ma le reliquie rimasero in
Duomo.
Quando la processione guidata dal Cardinale, con le reliquie, giunse al Corpo di
Napoli, i delegati del seggio di Capuana, fermarono il corteo volendo
consegnare la protesta al cardinale. Questi rifiutò dichiarando che le reliquie
appartenevano alla Chiesa e che non le avrebbe consegnate. Il popolo presente
si ribellò, urlando che le reliquie del santo appartengono alla Città e non alla
Chiesa.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Ne nacque un tumulto nel corso del quale don Peppe Carafa scagliò un calcio
al cardinale e nel fuggi fuggi che ne seguì il cardinale fu posto in salvo dalla
Guardie in un vicino palazzo mentre le reliquie furono trasportate nella chiesa
di Sant'Angelo a Nilo dove avvenne il miracolo della liquefazione.
L'anno successivo, con la rivolta di Masaniello, mutarono i rapporti e, durante
una lite don Peppe Carafa fu accoltellato a morte da un macellaio. Il popolo
che questa volta parteggiava per la Chiesa, punì il gesto dell'anno precedente,
mozzando il piede "sacrilego" del nobile napoletano, dopo che era stato
decapitato e appeso alle forche per ordine di Masaniello.
(http://www.corpodinapoli.it)
POCO PIU' AVANTI GIUNGIAMO A PIAZZA SAN NILO.
Prende nome dalla statua del Nilo di età ellenistica ritrovata in loco e collocata
su basamento nell'adiacente largo Corpo di Napoli. La piazza fu sede dei Seggio
di Nilo di cui resti sono forse nel loggiato inglobato in S. Maria dei Pignatelli,
cappella gentilizia che sotto la veste settecentesca conserva tracce gotiche;
nell'interno pregevole cappella con paramento marmoreo del '500. All'inizio di
via Nilo al N. 26 è il palazzo del Panormita poi Capace Galeota (stemma nella
volta dell'androne) tra i più importanti e meglio conservati dell'architettura del
'500 a Napoli.
SUL LATO SINISTRO PROSPETTA LA FACCIATA ROSSO/GRIGIA DELLA CHIESA DI
SANT’ANGELO A NILO
Questa chiesa viene definita anche cappella Brancaccio. Infatti a erigere
questo luogo di culto fu, nel 1385, il cardinale Rinaldo Brancaccio, anche se il
suo aspetto attuale è dovuto agli interventi dei 1709. Questi furono davvero
radicali, poiché del precedente luogo di culto resta giusto il portale
goticocatalano sulla facciata di via Mezzocannone. In compenso, l'interno,
costituito da un unico ambiente con due cappelle laterali, è un altro angolo di
Toscana, per via del monumento funebre del cardinale Rinaldo Brancaccio,
eseguito da Michelozzo e Donatello a Pisa nel 1426-28 e inviato qui via mare,
che occupa la cappella a destra dell'altare maggiore; il rilievo dell'Assunta è
l'unica parte che sicuramente venne realizzata da Donatello. Notevole anche, a
sinistra dell'altare maggiore, il sepolcro dei cardinali Francesco e Stefano
Brancaccio, di Bartolomeo e Pietro Ghetti.
IN BREVE SIAMO A PIAZZA SAN DOMENICO MAGGIORE
Una delle piazze napoletane più suggestive con la guglia al centro e i resti delle
mura greche, è certamente PIAZZA S. DOMENICO MAGGIORE. Il suo aspetto è
frutto di una serie di interventi iniziati nel '400 (all'epoca degli aragonesi era
uno dei fulcri di Napoli) e proseguiti sino all'800. Al centro si staglia la guglia
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
dedicata a san Domenico, voluta a furor di popolo durante la peste del 1656
come voto al santo per scampare all'epidemia fu iniziata nel 1658 da Francesco
Antonio Picchiatti, ma terminata solo nel 1737 da Domenico Antonio Vaccaro,
adorna questo obelisco una miriade di medaglioni di sante e santi domenicani oltre agli stemmi del viceré e della città - mentre in cima, naturalmente, svetta
la statua di san Domenico. Tre lati della piazza sono delimitati da importanti
edifici Palazzo Petrucci (n. 3) fu costruito a inizi '400 (ne rimangono il portale
rinascimentale e il cortile porticato in stile catalano), rifatto dopo il terremoto
del 1456 e ancora rimaneggiato a fine '600. Di meta '500 è (n. 9) il palazzo di
Sangro di Sansevero, al pari di palazzo Saluzzo di Corigliano (n. 12) che peraltro
fu ristrutturato dopo il terremoto del 1688, e sia ampliato sia rimaneggiato
nell'800. Al n. 17 infine, palazzo di Sangro di Casacalenda venne iniziato verso
meta '700 da Mario Gioffredo e finito da Luigi Vanvitelli. L'abside che troneggia
su tutto appartiene alla chiesa di S Domenico Maggiore.
CHIESA DI S DOMENICO MAGGIORE.
Fu il luogo di culto della sede principale dei Domenicani nel regno di Napoli, e
dove pregarono Tommaso d'Aquino e importanti umanisti, la chiesa, fatta
costruire da Carlo II d'Angiò nel 1283-1324 inglobando la più antica chiesa di S
Angelo a Morfisa che divenne una cappella laterale. Del tempio cristiano si
vede, da piazza S. Domenico, la parte absidale, con un portale in marmo del
'500 purtroppo alterato dai restauri. La facciata, che rivela chiaramente le varie
fasi di rimaneggiamento, dà su un cortile tra due cappelle rinascimentali si apre
un portico, barocco al pari dei campanile che si alza sulla destra dell'edificio.
Nell'interno ampio e articolato, molti elementi gotici sono andati perduti con i
restauri barocchi del '600, ma è altrettanto vero che l'aspetto goticheggiante
è anche frutto di tocchi aggiunti a metà '800 dalla ristrutturazione
storicizzante di Federico Travaglino, che tra stucchi lucidi e dorati inglobò le
sculture del '300. Subito a destra si apre la rinascimentale cappella Saluzzo,
con il sepolcro del generale Filippo Saluzzo (XIX secolo) singolare per la
a
composizione di armi belliche che lo sormonta. La 2 cappella della navata
destra è ammantata da preziosi affreschi giotteschi di Pietro Cavallini (primi
a
del '300). La 6 introduce al cappellone del Crocifisso, dedicato a san Tommaso
d'Aquino; sull'altare, una riproduzione fotografica raffigura il Crocifisso del Xlll
secolo che secondo la tradizione gli avrebbe parlato, intorno, le tombe Carafa
presentano sculture del XV-XVIll secolo. La più piccola cappella Carafa di Ruvo
è una delle opere più raffinate del Rinascimento napoletano, opera di
Tommaso Malvito, è impreziosita nella cupola da affreschi (1511 circa) di
Pedro Fernandez. Nel presbiterio, spiccano il monumentale altare maggiore a
intarsi marmorei di Cosimo Fanzago e il candelabro pasquale del 1585, che
riutilizza figure delle Virtù della bottega di Tino di Camaino. Lungo la navata
a
sinistra, fermiamoci nella 1 cappella per l'altare di S Maria ad Nives di
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
a
Giovanni da Nola (1536), e nella 5 per il sepolcro di Bernardino Rota di
Giovanni Domenico d'Auria (1569-71), nella quale le personificazioni del Tevere
e dell'Arno simboleggiano l'italiano e il latino, lingue usate dal Rota nelle sue
poesie. La sagrestia, affrescata nella volta da Francesco Solimena, presenta
lungo il ballatoio un elemento atipico: 45 casse con le spoglie di personaggi
della corte aragonese.
CONTINUIAMO SU VIA B. CROCE.
Un bel portale barocco rende riconoscibile il tardocinquecentesco palazzo
Carafa della Spina (N 45) mentre iI palazzo Venezia ( N 19) fu invece sede
degli ambasciatori della Serenissima dal 1412 alla caduta della Repubblica
Infine il trecentesco palazzo Filomarino della Rocca (N 12), costruito nel '300
ma rimaneggiato dapprima nel '600 e poi nel successivo (a quest'epoca cui
risale il portale di Ferdinando Sanfelice) qui visse e morì il filosofo e storico
Benedetto Croce, che nel 1947 vi fondò I'Istituto italiano per gli Studi storia.
FONDAZIONE CROCE
Fu un sentimento profondo quello che legò fino alla sua morte Benedetto
Croce, abruzzese di nascita (era infatti nato a Pescasseroli), alla città di Napoli,
nella quale studiò e si formò. L'Istituto italiano per gli Studi storici da lui
fondato nacque con l'intento di approfondire la conoscenza di quel rapporto
che legava la storia e le scienze filosofiche della logica, dell'etica, del diritto,
dell'economia e della politica, scienze che definivano gli ideali umani e di cui lo
storico era portavoce. La ricca biblioteca annessa all'istituto conserva migliaia
di prestigiosi volumi sull'argomento.
DE NICOLA E CROCE
De Nicola fu un personaggio centrale della transizione tra fascismo e
Repubblica per quanto riguarda gli aspetti istituzionali: fu lui ad escogitare il
compromesso della luogotenenza e a convincere Vittorio Emanuele III a
cedere i propri poteri al figlio Umberto (...)
(...)In quel momento, il Paese si trovava in una fase di stallo: dopo l’armistizio e
la fuga a Brindisi, Vittorio Emanuele III, forte del sostegno degli alleati, si
opponeva alla prospettiva dell’abdicazione, mentre i partiti del Comitato di
liberazione nazionale rifiutavano di entrare nel governo Badoglio. La fine del
fascismo non coincideva pertanto con una ripresa della vita democratica del
paese. Per uscire dall’impasse, molti esponenti della vecchia classe dirigente
liberale esercitarono pressioni su Vittorio Emanuele III affinché lasciasse il
trono. In altre parole, si trattava di addossare a questi le colpe delle
compromissioni con il fascismo, in modo da salvare l’istituto monarchico.
Croce propose di escludere sia il Re che il principe Umberto e di istituire una
reggenza individuale o collettiva affinché il figlio di Umberto, il giovanissimo
Vittorio Emanuele (nato nel 1937) potesse «essere educato dalla nuova Italia
antifascista e democratica» ed accedere al trono. Tuttavia, il Re rifiutò questa
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
ipotesi per due ragioni: da un lato, interpretava la reggenza come uno
stratagemma escogitato da Carlo Sforza per liberarsi della Monarchia; da un
altro, non vi era alcun accordo sulla persona che avrebbe assunto la reggenza:
ai sensi dello Statuto, essa spettava al duca d’Aosta, ma ciò era improponibile a
causa dei legami di questi con il regime fascista.
Il 30 dicembre 1943, ebbe luogo un incontro tra Croce, De Nicola e Sforza a
casa di un comune amico, Renato Morelli. L’ex-presidente della Camera, che
aveva evidentemente riflettuto a lungo sulla questione, si disse contrario alla
reggenza, proponendo una luogotenenza di due o tre anni, «fino a quando il
popolo [potesse] essere consultato e [dare] il suo responso sulla forma
istituzionale da adottare». In passato, la luogotenenza era già stata adottata
più volte, specie in periodo di guerra: al fronte, il sovrano restava Re, ma i suoi
poteri erano concretamente esercitati da un luogotenente. Tale soluzione
avrebbe permesso a Vittorio Emanuele III di salvare le apparenze, evitando
l’abdicazione. Croce espresse i propri dubbi a De Nicola:
Gli ho poi fatto notare che la sua proposta mi sembrava più della
nostra dannosa all’istituto monarchico, perché ne colpisce la
radice, impedisce che da questa possa risorgere una rigenerata
monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova
Italia antifascista e liberale, e porta logicamente verso la
Repubblica […]; il Re stesso forse l’avverserebbe più di quella
dell’abdicazione, che ha già rifiutata.
Alessandro Giacone, «Enrico De Nicola e la transizione istituzionale tra
Monarchia e Repubblica (1944-1946)»
http://laboratoireitalien.revues.org/
ENRICO DE NICOLA
Alla nascente Repubblica il vecchio De Nicola seppe impartire una lezione di
stile e di dignità che non dovrebbe essere mai dimenticata. (...). Il gentiluomo,
da cui si sprigionava un senso di naturale aristocrazia, preferì rinunciare alle
sale del Quirinale e fissare la sua residenza in quel palazzo Giustiniani, che
avrebbe potuto rimarginare più facilmente le ferite del referendum e favorire
una conciliazione delle coscienze. In tutti gli atti, piccoli o grandi, della sua
presidenza provvisoria fu di esempio ai cittadini, di monito ai successori. Limitò
la casa civile e militare a pochi funzionari; rinunziò alle scelte personali dei
propri collaboratori attingendo dai ranghi dell'amministrazione; introdusse una
distinzione fra «privato» e «pubblico» che parve a taluni ostentata e
puntigliosa, ma che fu insegnamento per il paese. Quali esempi! Non volle mai
avvalersi della «franchigia di Stato» per rispondere alle lettere che fossero
indirizzate personalmente a Enrico De Nicola; pagò di tasca sua benzina e
autista per i pochi viaggi che compì da Roma a Napoli; non entrò una sola volta
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
nello scompartimento ferroviario riservato; aborrì dal fasto e dal cerimoniale,
sicuro di avere insé, nella sua dignità, una forza morale superiore a tutte le
pompe esteriori. Si è talvolta ironizzato, da parte degli spiriti sprovveduti, sulle
sue «manie». Si trattava, in realtà, di vere intransigenze dell'animo. Nutrito a
un'alta visione della vita, fedele ai grandi modelli del passato, non ammetteva
tutto ciò che fosse volgarità o improvvisazione. Alieno da ogni pompa e da ogni
retorica, incline a preferire i riposi di Torre del Greco alle pubbliche
magistrature, attribuiva alle questioni di «protocollo » e di «precedenza» quel
valore sostanziale che talvolta hanno, per alimentare in un popolo il rispetto dei
valori più intimi e profondi su cui riposa - e deve riposare - l'autorità (specie nei
regimi di democrazia). Per cui l'uomo che aveva sempre rifiutato tutti gli onori e
abbandonato tutte le cariche era capace di determinare vere tempeste se come
avvenne (...) in uno spettacolo di beneficenza al San Carlo di Napoli - gli era
riservata una poltroncina aggiunta, anzichè quella cui il suo rango gli dava
diritto. Chi l'ha conosciuto non potrà mai dimenticare il suo sorriso, la sua
conversazione ineguagliabile, la sua grande e naturale bontà. (...)
(prefazione di Giovanni Spadolini al volume “Enrico De Nicola, discorsi
parlamentari” edito dal Senato della Repubblica.)
SIAMO GIUNTI A PIAZZA DEL GESÙ NUOVO. SUBITO SULLA SINISTRA SI TROVA LA
BASILICA DI SANTA CHIARA.
BASILICA DI SANTA CHIARA
Fu una donna a convincere
Roberto d'Angiò a finanziare il
monastero di S. Chiara. Ai
primi del '300, infatti, Sancia di
Maiorca, sposato il re in
seconde
nozze,
rendeva
omaggio alla propria vocazione
religiosa sentita sin da giovane.
Ed è da siffatto mecenatismo
che è nato uno dei complessi
conventuali più belli di Napoli,
più volte abbellito sino al '700.
Il "pantheon dei re di Napoli"
potrebbe essere definita la chiesa, che, circondata da una recinzione dove si
apre un grande portale del '300, si presenta piuttosto austera. La facciata è
preceduta da un pronao a tre arcate; la centrale inquadra il portale principale in marmi rossi e gialli e con lo stemma di Sancia di Maiorca - che è il solo
elemento decorativo insieme al rosone. A sinistra della basilica si alza il
campanile, la cui parte inferiore risale al '300 mentre il resto venne rifatto nel
'600. Della drastica rivisitazione in stile barocco operata nel '700 non resta più
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
traccia nell'interno, che a seguito dei restauri dopo il bombardamento del
1943 si presenta come un unico grande ambiente circondato da cappelle,
unitario e semplice così come lo richiede una chiesa francescana: è un'ampia
sala rettangolare che si conclude in una parete piatta e nel coro delle monache.
Le cappelle, molto sporgenti dalla navata, contengono opere d'arte del '300 e
a
del '400, ricollocate qui dopo il restauro; spiccano: nella 6 destra il bassorilievo
con la Cattura di Cristo (prima metà del '300), della scuola dei fratelli Bertini;
nella successiva la Figura giacente della piccola Maria (era la figlia di Carlo duca
a
di Calabria) di Tino di Camaino; nell'8 , il sarcofago del piccolo Ludovico
Durazzo del fiorentino Pació Bertini (1344).
l monumenti principali restano comunque quelli posizionati nel presbiterio:
sulla destra, il sepolcro di Maria di Valois (seconda moglie del duca di Calabria;
1333-38) ancora di Tino di Camaino; e nell'abside le tombe reali, tra le quali
spicca il sepolcro di re Roberto (è il più grande monumento funebre del
Medioevo italiano) realizzato da Giovanni e Pacio Bertini (¡343-45); a fianco di
quest'ultimo è il sepolcro di Carlo duca di Calabria (1330-33) ancora del
Camaino e aiuti. Lungo il lato sinistro della navata, infine, merita segnalare
a
presso la 2 cappella un sarcofago greco del IV secolo a.C. A destra dell'altare
maggiore, attraverso la sagrestia che è arredata con preziosi armadi della fine
del '600 e affreschi della stessa epoca, si passa negli ambienti del convento. Per
prima cosa si apre alla vista il coro delle Monache, realizzato nella prima metà
del '300 da Leonardo di Vito; un tempo, sulle pareti di questa sala, che è uno
dei maggiori esempi del gotico napoletano, dominava un importante ciclo di
affreschi di Giotto: purtroppo andarono tutti perduti nel bombardamento,
tranne i frammenti del Compianto sul Cristo morto.
Museo
Giallo, verde e azzurro. Nel chiostro delle Clarisse -la cui struttura risale al '300
ma venne trasformata nel '700 in stile rococò da Domenico Antonio Vaccaro
inserendo i due viali - le r'tggiole (termine locale che indica le mattonelle in
maiolica) richiamano i colori del cielo, della vite e dei limoni che qui crescono:
opera di Giuseppe e Donato Massa, quelle sui sedili rappresentano paesaggi e
scene mitologiche e di costume, mentre festoni di frutta e fiori ornano i pilastri
ottagonali che reggono i pergolati. Il chiostro è il punto di forza del complesso
museale di S. Chiara, di cui è parte dal 1995 anche il Museo dell'Opera di S.
Chiara, allestito in alcuni ambienti che un tempo erano gli appartamenti delle
monache. Attraverso un percorso tra reperti archeologici e opere d'arte il
museo racconta le vicende costruttive e lo sviluppo storico-artistico della
cittadella francescana; vi sono esposti reperti provenienti dalla chiesa, dal
chiostro stesso e dal monastero, fra cui i materiali sopravvissuti all'incendio del
1943. La visita comincia con la Sala archeologica, dove i reperti (I-IV secolo)
recuperati durante gli scavi si accompagnano a parte dell'edifìcio termale
romano che continua anche all'esterno come parte dell'area archeologica
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Questo è il più complesso esempio di terme conosciuto a Napoli; i resti (l-ll
secolo) comprendono due settori: quello della grande piscina coperta e quello
degli ambienti termali, che qui si presentano nella classica ripartizione:
laconicum (bagni di aria calda), tepidarium (bagni di media temperatura; qui ne
sono documentati due) e frigidarium (bagni a temperature basse). Di nuovo
lungo il percorso museale, la sala della Storia illustra con una serie di pannelli
l'evoluzione storica e artistica del complesso; tra gli oggetti esposti spiccano i
fausti processionali di Roberto d'Angiò e di Sancia di Maiorca. Vanto della sala
dei Marmi sono alcuni dei pezzi di maggior interesse: ricordiamo il fregio con le
storie di S. Caterina di Giovanni e Pacio Bertini in origine sulla controfacciata
della basilica e i rilievi (Crocifissione e Visitazione) di Tino di Camaino. La sala
dei Reliquiari suggerisce con la collezione di paramenti sacri e reliquiari dei
'600 e '700 e alcuni busti in legno (spicca quello dell'Ecce Homo di Giovanni da
Nola) la ricchezza del monastero. Non poteva mancare, naturalmente, un
presepio: più di preciso alcuni pezzi della collezione di Ferdinando IV di
Borbone, che li commissionava ai più importanti scultori dell'epoca.
AL CENTRO DELLA PIAZZA
La guglia dell'Immacolata obelisco barocco che nel 1747 prese il posto - su
piazza del Gesù Nuovo - di un monumento equestre furono i Gesuiti a volerla in
uno dei punti in cui erano soliti predicare affidandone il progetto a Giuseppe
Genuino e la realizzazione a Giuseppe Di Fiore vi trovano spazio tutti gli
elementi e le figure tipiche delle feste religiose che si svolgevano nella piazza
sculture e rilievi rappresentano i santi dell'ordine ed episodi evangelici sulla
sommità e la statua dell’Immacolata in rame dorato decorata di fiori dai Vigili
del Fuoco in quanto loro patrona. E la chiesa di quell’ordine? E’ subito alle
spalle della guglia sulla sinistra teatro dello sposalizio fra Sophia Loren e
Marcello Mastroianni in Matrimonio all’italiana.
POCO PIÙ AVANTI SULLA SINISTRA LA CHIESA DI GESÙ NUOVO.
La facciata di questa chiesa pare più quella di un palazzo che di un luogo di
culto, con il rivestimento in bugnato a punta di diamante. E in effetti tale
prospetto è una delle poche parti rimaste del palazzo dei Sanseverino, principi
di Salerno, abbattuto per far posto al luogo di culto dei Gesuiti che venne
intrapreso nel 1584 e portato a termine nel 1601. Di fine '400 non è soltanto la
facciata, ma anche il portale al centro, mentre le colonne e la copertura
esterna furono aggiunte in occasione della costruzione della chiesa. Sin
dall'inizio tale luogo di culto prese il nome Gesù Nuovo per distinguerlo dalla
chiesa del Gesù Vecchio presso l'Università. L’interno a croce greca è uno degli
esempi più interessanti di barocco napoletano grazie anche ai restauri seguiti
al grave incendio nel 1639 e diretti da Cosimo Fanzago. Appena entrati, giratevi
subito verso la parete di ingresso, occupata dal grande affresco (Cacciata di
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Eliodoro dal tempio) di Francesco Solimena (1725), accompagnato da affreschi
seicenteschi. Percorrendo la navata centrale fino all'altezza della cupola
mediana, scoprirete sopra di voi gli affreschi della volta (sono di Paolo De
Matteis), ma soprattutto quelli alla base della cupola, con gli evangelisti
realizzati da Giovanni Lanfranco (1638). Sia i due bracci della chiesa sia le
cappelle ai lati della maggiore sono ricchi di opere dei più conosciuti
esponenti del barocco napoletano: piuttosto interessanti i busti-reliquiario in
legno dipinto, in parte di Domenico Di Nardo (1670 circa), in quella a sinistra;
merita più attenzione l'altare del braccio sinistro, opera del Fanzago che lo
progettò realizzando nel 1637-55, con l'aiuto di altri artisti, le statue di S.
Geremia (destra) e di Davide (sinistra), capaci di dare un grande senso del
movimento; sempre sull'altare, sono di Jusepe de Ribera le tele con le storie di
a
S. Ignazio. Per finire, sull'altare della 2 cappella sinistra è la Natività di
Girolamo Imparato.
SI IMBOCCA CALATA TRINITA’ MAGGIORE. SI SUPERA VIA MONTEOLIVETO NEI
PRESSI DELL’OMONIMA FONTANA E SI ARRIVA DI FRONTE ALLA CHIESA
SANT’ANNA DEI LOMBARDI.
CHIESA SANT’ANNA DEI LOMBARDI
E’ un pezzo di Firenze trapiantato nel cuore antico di Napoli questa chiesa, di
fondazione quattrocentesca (fu una delle più amate dalla corte aragonese) ma
cospicuamente trasformata nel '600 il suo primo nome era S Maria di
Monteoliveto in quanto era parte del convento dei frati Olivetani, ma per
essere stata concessa dopo il 1799 alla confraternita dei Lombardi, la cui poco
lontana chiesa - dedicata a sant'Anna - era ormai inagibile, cominciò a essere
chiamata S Anna dei Lombardi. Le opere toscane si concentrano nell'interno, a
una sola navata con cappelle laterali, dove - grazie agli intensi legami tra la
corte aragonese e quella dei Medici - si conservano i segni dell'intervento di
tali artisti d'importazione, fianco a fianco di opere altrettanto interessanti
provenienti direttamente da Firenze. Prima di passare in rassegna le cappelle,
però, guardate i due notevoli altari cinquecenteschi ai lati dell'ingresso quello
a destra (Ligorio) e di Giovanni da Nola, quello a sinistra (Del Pozzo) di
Girolamo Santacroce. La prima cappella dove sostare è la cappella Correale, il
cui altare accoglie il rilievo dell'Annunciazione (1489) di Benedetto da Marano.
a
Poi è la volta della 5 , impreziosita sull'altare da un S Cristoforo di Francesco
Solimena Al fondo del lato destro si apre l'oratorio del Santo Sepolcro o
cappella Orilia, composta da tre ambienti che sono coperti da una cupoletta
affrescata il pezzo forte è il gruppo in terracotta realizzato da Guido Mazzoni
alla fine del '400 e raffigurante la Pietà o Compianto sul Cristo morto (i
personaggi dell'episodio sacro sono al contempo ritratti di personaggi
contemporanei noti, come il re Alfonso II e gli umanisti Giovanni Pontano e
Jacopo Sannazaro), che occupa il più interno dei tre ambienti, ma importanti
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
sono anche gli affreschi cinquecenteschi sulle pareti del secondo. L'ex
refettorio degli Olivetani corrisponde alla Sagrestia vecchia, affrescata da
Giorgio Vasari nel 1544 e con stalli dalle splendide tarsie di inizi '500.
Un'occhiata all'altare maggiore seicentesco e ai retrostanti stalli lignei intagliati
e intarsiati un secolo prima, e si è pronti per un altro 'angolo di Toscana' la
a
cappella Tolosa (6 sinistra), che ricorda nelle linee la sagrestia della chiesa di S
Lorenzo nella città dei Medici e che si attribuisce a Giuliano da Marano, qui
chiaramente influenzato da Brunelleschi. Un vero e proprio 'clone' della
cappella del cardinale del Portogallo nella fiorentina chiesa di S Miniato al
Monte e, a destra dell'altare in controfacciata, la cappella Piccolomini, con la
tomba di Maria d'Aragona e, sull'altare, la pala (Adorazione dei pastori e i Ss
Giacomo e Giovanni) di Antonio Rossellino.
SI ARRIVA A PIAZZA CARITÀ.
Il largo della Carità era sin dai tempi antichi un famoso e brulicante mercato.
Dopo i moti del 1848 Ferdinando II, nel rifacimento di via Toledo, volle che nel
largo della Carità fosse eretto un monumento da dedicare alla Madonna della
Pace (mai collocato in questo luogo) per sancire la pacificazione riconquistata
dopo i duri scontri e le tensioni rivoluzionarie. Nel 1887 fu collocato un
monumento a Carlo Poerio, scolpito da Tommaso Solari nel 1877. Scavando nel
terreno per realizzare il monumento, furono ritrovate molte ossa umane,
probabilmente risalenti alla peste del 1656.
La statua fu rimossa nel 1939 e la piazza fu intitolata a Costanzo Ciano.
Il Ventennio porta anche un grande vento di rinnovamento architettonico: la
piazza fu allargata verso est perdendo l'antica forma triangolare, furono
costruiti il palazzo dell'EAV e il palazzo dell’INA, entrambi di Marcello Canino.
Riottenuto l'antico nome nel dopoguerra la piazza fu adornata dal discusso
monumento a Salvo D'Acquisto, opera di stampo moderno della scultrice
napoletana Lidia Cottone, inaugurato nel 1971.
Alla fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta i grandi progetti per la
metropolitana e la nuova piazza è pronta nel 2011.
SI IMBOCCA A SINISTRA VIA CESARE BATTISTI FINO A PIAZZA MATTEOTTI E POI
ANCORA A SINISTRA SU VIA GUANTAI NUOVI.
COSÌ SI ARRIVA A PIAZZA MUNICIPIO.
Durante gli scavi per la realizzazione della linea I della metropolitana in piazza
del Municipio sono state recuperate addirittura tre navi romane di epoca
imperiale (I secolo) sepolte in un fondo di sabbia e fango che le ha conservate
fino a oggi in un ottimo stato due erano certamente adibite a trasporti
commerciali e secondo le ipotesi più accreditate facevano la spola fra Napoli e
Ostia, allora il porto di Roma, la terza, con la chiglia più bassa e la prua
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
verticale, si suppone fosse stata utilizzata per gli spostamenti interni al porto
partenopeo.
Centralissima e quasi accerchiata da alcuni dei monumenti più importanti della
città, PiAZZA DEL MUNICIPIO è sempre stata una delle più famose di Napoli, fin
da quando (1872) iniziarono i lavori per la sua apertura ampliando l'antico
largo Castello attraverso la demolizione della cinta bastionata di Castel
Nuovo. Per orientarvi dal centro della piazza, dando le spalle a via Medina, si
avranno a est iI mare e il molo Angioino, con all'orizzonte il cono del Vesuvio, a
ovest il palazzo S Giacomo, dietro il quale in lontananza si levano la certosa di S
Martino e castel S. Elmo, e a sud la mole del Castel Nuovo, al di là del quale
sorge il Palazzo Reale. La statua che si leva in mezzo alla piazza è il monumento
a Vittorio Emanuele II (XIX secolo), mentre l'edificio sul lato nord-est è il teatro
Mercadante, costruito da Francesco Securo nel 1778 e inaugurato l'anno dopo
con L'infedeltà fedele di Domenico Cimarosa. Il lato a monte, infine, è segnato
dal prospetto di palazzo S Giacomo.
PALAZZO S. GIACOMO sede del Municipio dal 1861 ma sotto i Borbone luogo
dove i reali accentrarono i loro ministeri, il nome, però, rimanda a un ospedale
eretto per i militari spagnoli, di cui oggi resta solo la chiesa di S. Giacomo degli
Spagnoli inglobata nella parte destra della facciata. Sul pianerottolo interno, la
cosiddetta “Marianna 'a capa 'e Napule” una testa tardoromana di donna in
marmo che fu portata qui perché secondo la tradizione rappresenta la sirena
Partenope legata a una popolare leggenda ed è considerata un simbolo della
città. La chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli e l'ospedale cui un tempo era
annessa furono costruiti nel 1540 per volere dei viceré Don Pedro de Toledo,
raccogliendo i fondi tra la nobiltà e le milizie spagnole e affidando il progetto
all'architetto di corte Ferdinando Manlio; le varie modifiche apportate nel XVIII
e XIX secolo culminarono nell'abbattimento degli edifici attorno alla chiesa
per l'edificazione di palazzo S. Giacomo (ecco perché il luogo di culto è privo di
facciata). Il punto di forza dell'interno a croce latina su tre navate scandite da
cappelle riguarda proprio il committente del luogo di culto stesso: dietro
l'altare maggiore si trova il sepolcro del viceré Pedro da Toledo e della
viceregina Maria Ossario Ponente, iniziato da Giovanni da Nola e aiuti intorno
al 1539 e sistemato qui nel 1570 dal figlio don Garcia: il modello di riferimento
sono i grandi sarcofagi di età tardoromana ed etruschi: dai primi fu presa la
tradizione di decorare i lati della cassa (scene e imprese del viceré stesso), dai
secondi l'usanza di raffigurare sul coperchio i due morti genuflessi.
TRE ESEMPI DI SINDACI
ACHILLE LAURO fu armatore e fondatore della Flotta Lauro, una delle più
potenti flotte italiane di tutti i tempi e tra le più importanti aziende del
Meridione, nonché di un vero e proprio impero finanziario.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Durante il ventennio fascista fu nominato consigliere nazionale della Camera
dei Fasci e delle Corporazioni, facilitato in questa operazione dalla famiglia
Ciano. Sempre in quel periodo ottenne la carica di presidente della squadra di
calcio del Napoli che fu per Lauro una enorme cassa di risonanza in grado di
diffondere ancor più il suo nome fra la gente.
Nel dopoguerra, dopo una iniziale adesione al movimento dell'Uomo
Qualunque, si avvicinò al movimento monarchico di Alfredo Covelli,
determinando con il suo apporto finanziario la nascita del Partito Nazionale
Monarchico (PNM). Ebbe grandi risultati nella carriera politica, grazie anche al
suo consigliere Raffaele Cafiero, autore di molti suoi discorsi pubblici. Fu
lungamente sindaco di Napoli, tanto amato quanto discusso. Durante il suo
mandato ebbe inizio la speculazione edilizia nella città di Napoli che fu
simbolicamente descritta nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi. Fu
anche editore del quotidiano napoletano Roma.
Come uomo politico fu dotato di grande carisma e addirittura "venerato" da
gran parte dei napoletani, tanto che nelle elezioni comunali del 1952 e 1956
riuscì ad arrivare fino a circa trecentomila preferenze. Nelle politiche del 1953
ottenne 680.000 preferenze alla Camera. Fondò nel 1954, da una scissione del
PNM, il Partito Monarchico Popolare, che portò nel 1958 diversi deputati al
Parlamento. Fu rieletto nel 1963. Nel 1968 lasciò il seggio al figlio Gioacchino
Lauro, che morì però prematuramente nel 1970. Nel 1972 Lauro aderì, insieme
alla maggioranza del partito, al Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale.
Con quel partito fu eletto quell'anno ancora una volta alla Camera e ancora nel
1976.
Nella tardissima età assistette ormai impotente al crollo finanziario della flotta
Lauro negli anni ottanta, con la nascita della Lauro Line, che sarà inglobata
nella MSC solo nel 1987.
ACHILLE LAURO
“secondo e più concreto motivo di gratitudine dei napoletani è la pazienza che
Lauro e il suo stato maggiore spendono nell'ascoltare e rimediare i guai della
povera gente. Egli tesse così le maglie di una innumerevole clientela che
riempie le scale e i corridoi di Palazzo San Giacomo, scambia il paternalismo del
sindaco con il socialismo della monarchia, e diventa PMP. Il Municipio è il
Governo, è lo Stato, è la Provvidenza. Ci vanno i disoccupati per cercare di
sistemarsi nei lavori edilizi e stradali. E Lauro, adatti o no, li sistema, perché la
fame non ha specializzazione. Poi c'è la folla dei senzatetto. E si sa che basta
una parola del sindaco per avere la casa. E Lauro accontenta tutti:
direttamente se può, facendosi sentire all'INA-Casa, ai cantieri di lavoro,
all'ufficio di collocamento.
(l’Espresso 9 ottobre 1955)
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
MAURIZIO VALENZI
Nasce a Tunisi il 16 novembre 1909, da una famiglia ebrea di origine livornese.
Si dedica alla pittura e dal 1930 al 1931 apre uno studio a Roma con l’amico
Antonio Corpora. Tra il 1935 e il 1936 aderisce con un gruppo di italiani al
Partito Comunista Tunisino. Nel 1937, all’epoca del governo del Fronte
Popolare, è a Parigi per collegare il gruppo dei comunisti tunisini al Centro
Estero del PCI e lavora nella redazione della “Voce degli Italiani” diretta da
Giuseppe Di Vittorio. Nel 1939 raggiungono Tunisi Giorgio Amendola e Velio
Spano. Nel novembre 1941 viene arrestato, torturato viene condannato
all’ergastolo dal regime fascista di Vichy e internato per un anno a Lambèse in
Algeria. Liberato dagli Alleati nel marzo 1943, viene inviato dal PCI a Napoli,
per preparare l’arrivo di Palmiro Togliatti dall’Unione Sovietica. Raggiunge la
città nel gennaio 1944. In via Broggia viene organizzato un appartamento per i
comunisti che arrivano da varie località. Là viene ospitato Togliatti e Maurizio
Valenzi vive da vicino quella che verrà chiamata la “Svolta di Salerno”.
Esperienza che ha raccontato nel libro “C’è Togliatti”, edito da Sellerio nel
1995. Nel 1952 viene eletto Consigliere provinciale. È senatore per tre
legislature dal 1953 al 1968. Il disegno e la pittura, mai completamente
abbandonate, vengono riprese dopo il 1968. Consigliere comunale di Napoli
dal 1970 al 1975, viene eletto Sindaco con una maggioranza relativa. La giunta
rimane al governo della città per anni grazie al consenso della cittadinanza e al
voto tecnico di altre forze politiche in occasione del bilancio. Viene confermato
Sindaco di Napoli fino al 1983, nel periodo del terrorismo e del terremoto. In
quegli anni è anche membro del Comitato Centrale del PCI. Dopo il terremoto
del 1980, in qualità di Sindaco, viene nominato Commissario Straordinario per
la Ricostruzione. Nel 1984 viene eletto al Parlamento Europeo dove resta in
carica
fino
al
1989.
Muore
il
23
giugno
del
2009.
(http://www.fondazionevalenzi.it/maurizio_valenzi.aspx)
MAURIZIO VALENZI
"Dopo tanti anni di“comandanti” , ”padrini”, ”compari”, ”boss” preceduti nei
secoli da altrettanti“comandanti”, “padrini”, ”boss”, “mammasantissima” e chi
più ne ha più ne metta, i quali per la sete di potere, l’avidità di guadagno e
forse anche per il famoso punto d’onore che spesso è solo puntiglio, hanno
coperto di piaghe questa nostra Napoli, si comincia a vedere il barlume di una
luce ancora fioca e ancora lontana, ma luce è. Al di là del fatto che sia sindaco
Maurizio Valenzi che come Galasso è persona stimabile e all’altezza del
compito, il vero fatto nuovo e importante è che dopo il risultato del referendum
e dopo le votazioni del 15 Giugno, tutti devono avere capito, ormai, che per
governare Napoli si devono fare i conti con i napoletani, i quali non intendono
più di essere trattati come una colonia o come un popolo di “chi ha avuto ha
avuto ” e di “leghiamo l’asino dove vuole il padrone “. Durante tutta la mia vita,
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
ogni volta che scrivevo una commedia denunciando il disagio della condizione
umana ingenerale e la tragedia della condizione inumana di Napoli, mi
sembrava di essere un pazzo visionario, e ho finito per sentirmi sfinito,
soverchiato. La sfiducia ti rende la lingua pesante e ti fa passare la voglia di
parlare. Non per paura, no : per sconforto. Oggi la voglia di parlare ,di
comunicare con questo popolo - perché è del popolo che io faccio parte - me
la sento tornare gorgogliante e vivace come quando avevo trent‘anni : la voglia
di comunicare con gli altri, di scambiarci un’idea, una speranza, un sogno, di
nuovo mi allarga i polmoni. E la prima cosa che la mia lingua vuole dire, vuol
dirla ai napoletani ed è questa :
«Concittadini miei,approfittiamo di questa occasione, forse unica, che ci si offre
per scrollarci di dosso il giogo del “ padrone “ che sa quali sono le promesse che
deve farci e sa anche come fare per non mantenerle. Di qualsiasi partito
facciate parte,qualunque idea circoli nel vostro cervello, prima di ogni altra
cosa pensiamo alla nostra città; Maurizio Valenzi eredita lutti, guai e dolori e
accetta questa pesante eredità: diamogli atto almeno di questo e diamogli
fiducia. Difendiamo il suo lavoro da chi di Napoli si è interessato e si interessa
soltanto per il proprio personale tornaconto trascurando le esigenze di un
popolo troppo a lungo paziente. Partecipiamo alla vita pubblica, al governo
della città. Secondo me, come stanno le cose a Napoli oggi, ogni bastone messo
tra le ruote, ogni boicottaggio, ogni tentativo di sostituire il proprio interesse
individuale a quello comune, diventa un crimine di guerra. E vorrei aggiungere
un’altra cosa : queste parole che oggi dico a proposito della elezione a sindaco
di Maurizio Valenzi - il quale ha tutte le carte in regola per coprire la carica
ricevuta - io le avrei dette anche per il professor Galasso o per qualsiasi altro
uomo che in buona fede, buona volontà e piena capacità si fosse accollato una
responsabilità come questa, che fa tremare solo a pensarci». Ecco, detto male e
in fretta, quello che volevo dire a voi, miei concittadini.
A Maurizio Valenzi i miei auguri più calorosi e la mia solidarietà."
Eduardo De Filippo.
(lettera scritta da Eduardo De Filippo in occasione dell'elezione a sindaco di
Maurizio Valenzi - Paese Sera 20 settembre1975.)
http://www.fondazionevalenzi.it/maurizio_valenzi.aspx
ANTONIO BASSOLINO
Esponente del Partito Comunista Italiano, del PDS e dei DS, aderisce al Partito
Democratico. È stato deputato, sindaco di Napoli dal 1993 al 2000, Ministro
del Lavoro nel primo governo D'Alema dal 1998 al 1999, è stato presidente
della Regione Campania dal 2000 al 2010.
Nel 1976 viene nominato segretario del PCI della Campania sino al 1983. Nel
frattempo, nel 1972 è immesso nel comitato centrale del partito.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Nel 1987 è eletto alla Camera. Al congresso di Rimini svolge un ruolo di
mediazione tra i sostenitori e gli avversari della transizione da PCI a PDS.
Nel 1992 è rieletto deputato. Nel 1993 il partito lo invia a Napoli come
commissario della federazione, travolta dagli scandali di tangentopoli e viene
candidato a sindaco. Supera il principale avversario, Alessandra Mussolini, al
ballottaggio del 5 dicembre 1993. Nel novembre 1997 viene rieletto con il
72,9% dei voti al primo turno.
Nell'ottobre 1998 Massimo d'Alema lo mette a capo del Ministero del lavoro,
ma nel giugno 1999, poche settimane dopo l'omicidio di Massimo D'Antona,
Bassolino decide di abbandonare il mandato di ministro e torna a Napoli.
Nel 2000 abbandona l'incarico di Sindaco e si candida alla presidenza della
Regione Campania. Viene eletto con la maggioranza assoluta dei voti (54,3%).
Viene rieletto presidente della giunta della Regione Campania, il 3 e 4 aprile
2005, con il 61,6% dei voti.
Il 31 luglio 2007 è stato richiesto il rinvio a giudizio dalla Procura della
Repubblica di Napoli per i presunti reati che avrebbe commesso durante il
periodo tra il 2000 e il 2004 come commissario straordinario per l'emergenza
rifiuti in Campania.
Il 4 novembre 2013, a seguito di ricorso in appello alla assoluzione per
prescrizione del 23 aprile 2012 nel processo sulla gestione del ciclo dei rifiuti a
Napoli e in Campania, gli viene concessa l'assoluzione con formula piena (per
alcuni capi perché il fatto non sussiste e per altri perché il fatto non costituisce
reato
ANTONIO BASSOLINO
«Dobbiamo insegnare ai napoletani a fermarsi al semaforo rosso» sarà il suo
slogan. Così intendendo un nuovo stile che voleva riportare il rigore, la legalità
e il rispetto delle regole, anche quelle più elementari. (…) Bassolino cercò di
imporre un nuovo stile soprattutto agli impiegati del comune. In una lettera ai
dipendenti scrisse chiaramente: «Con rigore e polso fermo valuterò l'operato di
ciascuno e di tutti, pronto a riconoscere i meriti e a perseguire iI lassismo e le
inadempienze ». Il nuovo sindaco anticipò per tutti l'orario di lavoro, e fu
sempre tra i primi ad arrivare e tra gli ultimi ad andar via. Nei primi mesi, la
Commissione disciplina, istituita dopo quattro anni di vacanza, esaminò oltre
mille casi di assenteisti e doppio-lavoristi. Vennero licenziate 42 persone,
sospese 150 e a 700 dipendenti si applicò la riduzione dello stipendio. Anche
quattro importanti capiservizio vennero sollevati dall'incarico. La prima
ordinanza di Bassolino fu la revoca di un incarico: riguardava il coordinatore
delle usl cittadine, inquisito per lo scandalo del latte ai colibatteri. Seguirono le
sospensioni dell'ingegnere capo del comune, del responsabile dell'Ufficio
strade, del ragioniere capo, tutti coinvolti in inchieste sugli appalti per i lavori
dei mondiali di calcio. Lo stato di dissesto del comune portò a istituire la
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
mobilità per 1.729 dipendenti in esubero. Si fece poi un'anagrafe degli appalti,
delle forniture e degli incarichi professionali. Si rinunziò all'auto blu per il
sindaco, per gli assessori e per i dirigenti. Bassolino provvide inoltre alla revoca
della rendita vitalizia assegnata dalle precedenti amministrazioni a qualche
migliaio di ex dipendenti. Nuovo fu l'atteggiamento anche nei confronti dei
tanti disoccupati che avevano in passato sfilato e avrebbero continuato a
sfilare. Bassolino dichiarò chiaramente di non presiedere l'ufficio di
collocamento: «Non è questo il mio compito. Come sindaco, posso e devo
lavorare per creare le condizioni affinché si affermi finalmente un'economia
sana a Napoli». (Luigi Musella - Napoli. Dall'Unità a oggi – ed. Carocci - pagg.
150-151)
SI PROSEGUE IN VIA GIUSEPPE VERDI, SI SVOLTA A SINISTRA SU VIA SANTA
BRIGIDA E DALL'ALTRO LATO DELLA STRADA SI TROVA CASTEL NUOVO.
CASTEL NUOVO
Nel 1279, Carlo d'Angiò, ritenendo poco adeguata e troppo lontana dal mare la
dimora di Castel Capuana, diede inizio ai lavori di Castel Nuovo che sorse sul
sito di un'antica chiesa francescana. Della fortificazione di epoca angioina e
delle sue forme gotiche, rimane oggi solo la Cappella Palatina ed alcuni
elementi decorativi. L'immagine attuale del castello è il risultato della
complessa stratificazione derivante dalle trasformazioni del periodo
aragonese e vicereale tra il 1509 ed il 1537, fino alla metà del '700 quando
iniziarono le demolizioni dei corpi cinquecenteschi e la realizzazione di strade
ed aiuole. Tra le parti più significative del castello: la Sala dei Baroni (sede delle
adunanze di Consiglio Comunale , dove Ferrante d'Aragona vi riunì e fece
arrestare i baroni che avevano congiurato contro il Regno), la Cappella Palatina
e l'Arco Aragonese del XV sec., fondamentale testimonianza del passaggio tra
cultura gotica e rinascimentale. Nel 1294 il castello fu teatro di uno degli
eventi rimasti famosi nella storia, definito da Dante "il grande rifiuto" di
Celestino V che non accettò l'incarico di Pontefice. Il conclave riunito nella sala
elesse il Cardinale Benedetto Caetani che assunse il nome di Bonifacio VIII.
Castel Nuovo per distinguerlo dalle residenze reali che a fine '200 erano ormai
inadeguate E allora perché l'edificio viene anche chiamato Maschio angioino?
Eccolo spiegato. II mastio - o maschio — era iI nome con cui nel Medioevo si
indicava la parte più alta del castelli, e così la chiamavano i d'Angiò, anche
quel Carlo I che commissionò il fortilizio napoletano all'architetto francese
Pierre de Chaule quando, sconfitti gli svevi, salì al trono del regno trasferendo
la capitale da Palermo a Napoli. Di questa prima fortezza angioina — nella
quale il monarca peraltro non si trasferì mai perché morì prima di vederla
realizzata nel 1284 ma che divenne con i suoi successori il centro di cultura più
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
importante d'Italia (Roberto il Saggio, appassionato di arte e letteratura, vi
ospitò anche Giovanni Boccaccio, che tra queste mura scrisse il Decamerone)
- resta solo la Cappella palatina. Questo perché, danneggiata da guerre e
assedi, fu fatta ricostruire quasi completamente nel 1443 da Alfonso I
d'Aragona non solo per rendere più sicura la residenza reale, ma anche per
abbellirla con l'arco di trionfo, poi divenuto uno dei simboli della città. Nel '500
fu circondata da un recinto a bastioni e furono anche aperti fossati, nei
giardini. Il viceré Pedro de Toledo fece costruire il Palazzo vicereale, demolito
nel 1843, cui nel I secolo successivo fu affiancato un altro edificio, primo nucleo
del futuro Palazzo Reale. Tra il XVIII e il XIX secolo furono apportati altri
importanti cambiamenti fino alla demolizione delle fortificazioni
cinquecentesche tra il 1872 e il 1939. Fu allora che a Napoli cominciò a
diffondersi il nome 'Maschio angioino' perché si credeva che i lavori
avrebbero rimesso in luce il Castel Nuovo di epoca angioina del quale, come
detto, non era rimasto quasi nulla e che non aveva mai avuto funzioni difensive
tipiche di un maschio
SI PERCORRE VIA SAN CARLO.
TEATRO SAN CARLO
Un tempo, anche a Napoli succedeva che edifici pubblici venissero costruiti in
un batter d'occhio! Bastarono infatti solo otto mesi per terminare il teatro di
S. Carlo, inaugurato il 4 novembre 1737 giorno dell'onomastico del re che
l'aveva fatto costruire (Carlo III di Borbone; questo spiega la dedica a quel
santo). In tale giorno fu rappresentato l'Achille in Sciro del Metastasio, cui
seguirono le prime di molte famose opere liriche (Mosé e La Donna del Lago di
Gioacchino Rossini e la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti). Meno di
un secolo dopo, nel 1816, il teatro fu quasi completamente distrutto da un
incendio, ma fu presto ricostruito dall'architetto Antonio Niccolini, che già
aveva messo mano alla facciata. Da allora - e ancora oggi - ha un posto di primo
piano nel panorama della lirica internazionale. galleria Umberto I.
NAPOLI MILIONARIA
La commedia venne composta nel giro di poche settimane e fu messa in scena
per la prima volta il 15 marzo 1945 al Teatro di San Carlo
EDUARDO DE FILIPPO
Nato a Napoli il 24 maggio del 1900, figlio naturale dell'attore Eduardo
Scarpetta e di Luisa De Filippo, egli debutta nel 1904 come giapponesino ne "La
geisha", firmata da suo padre. Nel 1914, entra in pianta stabile nella compagnia
del fratellastro e vi rimane fino al 1920, anno in cui viene richiamato alle armi:
nel 1922, terminato il servizio militare, riprende a calcare con regolarità i
palcoscenici. Nel 1931, insieme ai fratelli Peppino e Titina, forma la compagnia
del "Teatro Umoristico I De Filippo", che durerà fino al 1944: in questo periodo,
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
egli licenzia come autore opere del valore di "Natale in casa Cupiello" (1931) e
"Chi è cchiù felice ‘e me?" (1932), mentre inizia una intensa attività
cinematografica con "Tre uomini in frack" (1932) di Mario Bonnard, seguito da
"Il cappello a tre punte" (1934) di Mario Camerini e "Quei due" (1935) di
Gennaro Righelli. Nel 1945, scrive "Napoli milionaria" e consuma una definitiva
rottura, per dissapori artistici, con Peppino; dipoi, egli dà vita alla Compagnia di
Eduardo, che rappresenta nel 1946 "Questi fantasmi" e di lì a poco, con esiti
trionfali, "Filumena Marturano", destinato a divenir cavallo di battaglia della
grande Titina. Seguono altri capi d'opera: "Le bugie con le gambe lunghe"
(1947), "La grande magia" (1948), "Le voci di dentro" (1948), "La paura numero
uno" (1951) vanno ad arricchire un repertorio sempre più fuori dell'ordinario,
mentre al cinema si succedono "Assunta Spina" (1948, di M. Mattoli), "Napoli
milionaria" (1950), "Filumena Marturano" (1951), "L'oro di Napoli" (1954, di V.
De Sica), "Fantasmi a Roma" (1960, di A. Pietrangeli). Nel 1958, viene
rappresentata a Mosca, con la regia di R. Simonov, "Filumena Marturano"; nel
1962, è la volta de "Il sindaco del rione Sanità". Nel 1964, egli scrive "L'arte
della commedia", che viene paragonata a "L'impromptu" di Molière; nel 1973
mette in scena "Gli esami non finiscono mai" e, nel medesimo anno, all'Old Vic
di Londra viene rappresentata "Sabato, domenica e lunedì", con la regia di
Franco Zeffirelli e l'interpretazione di Laurence Olivier. Nel novembre del 1980,
gli viene conferita la laurea in lettere honoris causa dall'Università di Roma e,
nel 1981, è nominato senatore a vita: nel 1984, Eduardo si spegne a Roma.
(http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=defilippo)
EDUARDO DE FILIPPO - NAPOLI MILIONARIA
LETTURA DI GIAMPAOLO INCARNATO
Gennaro (chiude il telaio a vetri e lentamente si avvicina alla donna. Non sa di
dove cominciare; guarda la camera della bimba ammalata e si decide)
Ama', nun saccio pecché, ma chella criatura ca sta llà dinto me fa penza' 'o
paese nuosto. Io so' turnato e me credevo 'e truva' 'a famiglia mia o distrutta o
a posto, onestamente. Ma pecché?... pecché io turnavo d' 'a guerra... Invece,
ccà nisciuno ne vo' sentere parla'. Quann'io turnaie 'a ll'ata guerra, chi me
chiammava 'a ccà, chi me chiammava 'a llà. Pe' sape', pe' sentere 'e fattarielle,
gli atti eroici...
Tant'è vero ca, quann'io nun tenevo cchiù che dicere, me ricordo ca, pe' m' 'e
lleva' 'a tuorno, dicevo buscìe, cuntavo pure cose ca nun erano succiese, o ca
erano succiese all'ati surdate... pecché era troppa 'a folla, 'a gente ca vuleva
sèntere... 'e guagliune...
(Rivivendo le scene di entusiasmo di allora)
'O surdato! 'Assance sèntere, conta! Fatelo bere! Il soldato italiano! Ma mo
pecché nun ne vonno sèntere parla'? Primma 'e tutto pecché nun è colpa toia,
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
'a guerra nun l'he' vuluta tu, e po' pecché 'e ccarte 'e mille lire fanno perdere 'a
capa... (Comprensivo)
Tu ll'he' accuminciate a vede' a poco 'a vota, po' cchiù assale, po' cientomila,
po' nu milione... E nun he' capito niente cchiù...
(Apre un tiretto del comò e prende due, tre pacchi di biglietti da mille di
occupazione. Li mostra ad Amalia)
Guarda ccà. A te t'hanno fatto impressione pecché ll'he' viste a ppoco 'a vota e
nun he' avuto 'o riempo 'e capi' chello ca capisco io ca so' turnato e ll'aggio
viste tutte nzieme... A me, vedenno tutta sta quantità 'e carte 'e mille lire me
pare nu scherzo, me pare na pazzia...
(Ora alla rinfusa fa scivolare i biglietti di banca sul tavolo sotto gli occhi della
moglie)
Tiene mente, Ama' : io 'e ttocco e nun me sbatte 'o core... E 'o core ha da
sbattere quanno se toccano 'e ccarte 'e mille lire...
(Pausa)
Che t'aggi' 'a di'? Si stevo cca, forse perdevo 'a capa pur'io... A mia figlia, ca
aieres-sera, vicino 'o lietto d' 'a sora, me cunfessaie tutte cosa, che aggi' 'a fa'?
'A piglio pe' nu vraccio, 'a metto mmiez' 'a strada e le dico: - Va fa' 'a
prostituta? - E quanta pate n'avesser' 'a caccia 'e figlie? E no sulo a Napule. Ma
dint' 'a tutte 'e paise d' 'o munno. A te ca nun he' saputo fa' 'a mamma, che
faccio, Ama', t'accido? Faccio 'a tragedia?
(Sempre più commosso, saggio)
E nun abbasta 'a tragedia ca sta scialanno pe' tutt' 'o munno, nun abbasta 'o
llutto ca purtammo nfaccia tutte quante... E Amedeo? Amedeo che va facenno
'o mariuolo?
Amalia trasale, fissa gli occhi nel vuoto. Le parole di Gennaro si trasformano in
immagini che si sovrappongono una dopo l'altra sul volto di lei. Gennaro
insiste.
Amedeo fa 'o mariuolo. Figlieto arrobba. E... forse sulo a isso nun ce aggia
penza', pecché ce sta chi ce penza...
(Il crollo totale di Amalia non gli sfugge, ne ha pietà)
Tu mo he' capito. E io aggio capito che aggi' 'a sta' ccà. Cchiù 'a famiglia se sta
perdenno e cchiu 'o pate 'e famiglia ha da piglia' 'a responsabilità.
(Ora il suo pensiero corre verso la pìccola inferma).
E se ognuno putesse guarda' 'a dint' 'a chella porta...
(mostra la prima a sinistra)
ogneduno se passaria 'a mano p' 'a cuscienza... Mo avim-m'aspetta', Ama'...
S'ha da aspetta'. Comme ha ditto 'o dottore? Deve passare la nottata.
(E lentamente si avvia verso il fondo per riaprire il telaio a vetri come per
rinnovare l'aria).
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
DI FRONTE SI TROVA LA GALLERIA UMBERTO
Un capolavoro di ferro e vetro, costruito in luogo di un isolato raso al suolo
dopo l'epidemia di colera del 1884. Questo è la galleria Umberto I, realizzata
nel quadro del programma di rinnovamento e modernizzazione della città
iniziato con l'Unità d'Italia attraverso un apposito concorso. Vincitore risultò il
progetto che prevedeva quattro ampi edifici collegati fra loro da una galleria
ideata dall'ingegnere Paolo Boubée. Tale passaggio, largo 15 m e alto 57, venne
realizzato tra il 1887 e il 1890, ed è reso luminosissimo, grazie alla copertura in
vetro ed elegante dai pavimenti a intarsi marmorei. È tutt'oggi gremita di caffè,
gli stessi che nel '900 erano frequentati da artisti, scrittori e musicisti, e ancora
oggi è uno dei luoghi dove darsi appuntamento assai amati dai napoletani.
VIA S CARLO TERMINA, POCO OLTRE L'INGRESSO ALLA GALLERIA UMBERTO I,
NELLA PICCOLA E IRREGOLARE PIAZZA TRIESTE E TRENTO. POCO OLTRE SI ARRIVA A
PIAZZA DEL PLEBISCITO
PIAZZA DEL PLEBISCITO, la più famosa della città, si apre ai piedi della collina di
Pizzofalcone, a fianco del caffè Gambrinus e di fronte al prospetto principale
del Palazzo Reale. Una semiellisse, progettata da Leopoldo La Peruta come
foro per volere di Gioacchino Murat, che è cinta da portico, in mezzo al quale
sorge la chiesa di S Francesco di Paola, si allunga su un lato, mentre su quello
opposto fanno capolino le statue di otto re del passato a ornare iI prospetto
ovest del Palazzo Reale, i lati minori, infine, sono chiusi da una parte dal
settecentesco palazzo Salerno e dall'altra dal palazzo della Prefettura, di un
secolo più tardo. Segnano iI centro della parte ellittica di questo spazio urbano
due statue equestri di Antonio Canova raffigurano rispettivamente Carlo di
Borbone (sinistra) e Ferdinando I (destra).
CHIESA DI S. FRANCESCO DI PAOLA
Re Ferdinando, cacciato dal trono a fine '700 dai francesi, pensò fosse utile
fare un voto: la costruzione di una chiesa qualora fosse tornato a essere
signore di Napoli. Così fu, e per questo il reale commissionò, al centro di un
colonnato neoclassico, la chiesa di S. Francesco di Paola, iniziata nel 1817 e
terminata nel 1846. Chiari i rimandi al romano Pantheon, che fu infatti preso a
modello: sia nel pronao ionico con timpano ornato agli angoli da statue, sia
nella pianta circolare dell'interno, scandita tutt'intorno da cappelle e
sormontata da una cupola imponente decorata da rosoni in pietra; tutte le
decorazioni sono neoclassiche, tranne l'altare maggiore seicentesco che si
trovava in origine nella chiesa dei Ss. Apostoli; alle spalle di quest'ultimo, una
grande tela di Vincenzo Camuccini celebra S. Francesco di Paola che resuscita il
giovane Alessandro (1830).
PALAZZO REALE
A Napoli si aspettava, nel '500, la visita del re di Spagna. In vista di tale evento
l’allora viceré fece costruire appositamente un Palazzo Reale che fosse degno
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
di Filippo III. Alla fine, il re non arrivò, ma Napoli ebbe comunque una
residenza grandiosa, realizzata da Domenico Fontana (1600- 1602) ma
ampliata ancora a metà 700. Abitata dal 1808 al 1815 da Gioacchino Murat e
da Carolina Bonaparte (a loro si devono l'arredamento e le decorazioni
neoclassiche, provenienti in buona parte dalle parigine Tuileries), dopo il 1837,
in seguito a un incendio, fu restaurata da Gaetano Genovese e vide l'aggiunta
di un'ala e di un nuovo prospetto verso il mare, con torretta belvedere. La
facciata principale, rivolta a piazza del Plebiscito, ha mantenuto i caratteri
originari, ma le arcate del portico furono murate a metà '700 per ragioni di
stabilità e trasformate in nicchie; fu Umberto I di Savoia a collocarvi, nel 1888,
le gigantesche statue dei più importanti re di Napoli (Ruggero il Normanno,
Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo,
Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia); al
centro della facciata sono ancora gli stemmi del re di Spagna Filippo IlI e del
viceré. All'interno si aprono ben tre cortili.
PERCORRENDO VIA CESARIO CONSOLE CI AFFACCIAMO SUL PORTO.
LA STORIA DEL PORTO
La fondazione di Napoli e del suo porto si colloca certamente nell'ambito della
colonizzazione greca; nel IX sec. a.C. un gruppo di navigatori di Rodi approdò
sulle sue coste e tra il VII e il VI sec. a.C. fu fondata la colonia greca sull’Acropoli
di Pizzofalcone.
Nel 475 d.C. gli abitanti di Cuma fondarono Neapolis (città nuova) nella parte
orientale della città originaria. Da scalo principalmente militare dell’epoca
greco-romana, il porto di Napoli si aprì sempre più ai traffici marittimi
assumendo importanza crescente.
Fu sotto la dominazione normanna che il porto conobbe un periodo di grande
splendore, tanto che nel 1164 entrò, unica tra le città marittime italiane, a far
parte della famosa Lega della Compagnia, detta delle “Città Anseatiche”. Fu per
Napoli e per il suo porto, quello della dominazione normanna, un periodo di
successi nel campo marittimo e dei traffici. Ma fu con l’avvento degli
Angioini, nella seconda metà del 1.200, in particolare sotto il regno di Carlo I
d’Angiò, che il porto si ampliò, si arricchì di nuovi edifici e la città divenne la
più popolosa e la più ammirata d’Europa. La fortificazione del porto e la
costruzione di magazzini, di depositi e di fabbriche continuò sotto la
dominazione aragonese ( 1400) e nel periodo del vicereame spagnolo.
Bisogna arrivare al regno dei Borboni ( 1700) per vedere il porto affermarsi
come uno dei più attrezzati, dei più forti a livello europeo e la città divenire
una delle grandi capitali europee insieme a Parigi e a Londra. Fu, difatti, sotto
i Borboni che l’Arsenale divenne un grande cantiere navale e che nel 1818, addì
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
27 settembre, la “Real Ferdiando I”, la prima nave a vapore del Mediterraneo,
fu varata.
Dopo il 1861 fu il declino. L’Unità d’Italia paradossalmente segnò
negativamente la storia del porto che vide diminuire i suoi traffici e ridurre le
sue attività. La ripresa arrivò ai primi del ‘900 grazie all’impegno di Francesco
Saverio Nitti e dell’Ammiraglio Augusto Witting.
Il fascismo, poi, puntò su Napoli come porto di collegamento con i
possedimenti coloniali e lo dotò di nuove infrastrutture e di nuovi edifici
come la Stazione Marittima, progettata nel 1932 dall’architetto Bazzani. Dopo
la seconda guerra mondiale, il porto di Napoli divenne teatro del terribile e
massiccio esodo di migliaia di italiani che da qui partirono per cercare fortuna
in America.
(http://www.porto.napoli.it/it/informazioni/storia.php)
IL PORTO - GOMORRA
Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse
galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla
gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di
scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra
le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal
container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti
raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi
che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro.
Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati
nei ristoranti, sotterrati negli orti d’intorno alle fabbriche, gettati nella bocca
del Vesuvio. Erano lì. Ne cadevano a decine dal container, con il nome
appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano
tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro città in Cina. Si
facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito
un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in
qualche pezzo di terra cinese.
Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e
continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita. Come se quella
maschera di mani gli concedesse più coraggio per raccontare. Aveva visto
cadere corpi e non aveva avuto bisogno neanche di lanciare l’allarme, di
avvertire qualcuno. Aveva soltanto fatto toccare terra al container, e decine di
persone comparse dal nulla avevano rimesso dentro tutti e con una pompa
ripulito i resti. Era così che andavano le cose. Non riusciva ancora a crederci,
sperava fosse un’allucinazione dovuta agli eccessivi straordinari. Chiuse le dita
coprendosi completamente il volto e continuò a parlare piagnucolando, ma non
riuscivo più a capirlo.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Tutto quello che esiste passa di qui. Qui dal porto di Napoli. Non v’è manufatto,
stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, martello, scarpa, cacciavite, bullone,
videogioco, giacca, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il
porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle
merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo avvicinandosi alla darsena come
cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare, ma al contrario
essere munte. Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello
che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a
definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile. Chiudendo gli occhi
appaiono kimono, la barba di Marco Polo e un calcio a mezz’aria di Bruce Lee.
In realtà quest’Oriente è allacciato al porto di Napoli come nessun altro luogo.
Qui l’Oriente non ha nulla di estremo. Il vicinissimo Oriente, il minimo Oriente
dovrebbe esser definito. Tutto quello che si produce in Cina viene sversato qui.
Come un secchiello pieno d’acqua girato in una buca di sabbia che con il solo
suo rovesciarsi erode ancor di più, allarga, scende in profondità. Il solo porto di
Napoli movimenta il 20 per cento del valore dell’import tessile dalla Cina, ma
oltre il 70 per cento della quantità del prodotto passa di qui. È una stranezza
complicata da comprendere, però le merci portano con sé magie rare, riescono
a essere non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai, a essere costose al
cliente pur essendo scadenti, a risultare di poco valore al fisco pur essendo
preziose. Il fatto è che il tessile ha parecchie categorie merceologiche, e basta
un tratto di penna sulla bolletta d’accompagnamento per abbattere
radicalmente i costi e l’IVA. Nel silenzio del buco nero del porto la struttura
molecolare delle cose sembra scomporsi, per poi riaggregarsi una volta uscita
dal perimetro della costa. La merce dal porto deve uscire subito. Tutto avviene
talmente velocemente che mentre si sta svolgendo, scompare. Come se nulla
fosse avvenuto, come se tutto fosse stato solo un gesto. Un viaggio inesistente,
un approdo falso, una nave fantasma, un carico evanescente. Come se non ci
fosse mai stato. Un’evaporazione. La merce deve arrivare nelle mani del
compratore senza lasciare la bava del percorso, deve arrivare nel suo
magazzino, subito, presto, prima che il tempo possa iniziare, il tempo che
potrebbe consentire un controllo. Quintali di merce si muovono come fossero
un pacco contrassegno che viene recapitato a mano dal postino a domicilio.
Nel porto di Napoli, nei suoi 1.336.000 metri quadri per 11,5 chilometri, il
tempo ha dilatazioni uniche. Ciò che fuori riuscirebbe a essere compiuto in
un’ora, nel porto di Napoli sembra accadere in poco più d’un minuto. La
lentezza proverbiale che nell’immaginario rende lentissimo ogni gesto di un
napoletano qui è cassata, smentita, negata. La dogana attiva il proprio
controllo in una dimensione temporale che le merci cinesi sforano.
Spietatamente veloci. Qui ogni minuto sembra ammazzato. Una strage di
minuti, un massacro di secondi rapiti dalle documentazioni, rincorsi dagli
acceleratori dei camion, spinti dalle gru, accompagnati dai muletti che
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
scompongono le interiora dei container. Nel porto di Napoli opera il più grande
armatore di Stato cinese, la COSCO, che possiede la terza flotta più grande al
mondo e ha preso in gestione il più grande terminal per container,
consorziandosi con la MSC, che possiede la seconda flotta più grande al mondo
con sede a Ginevra. Svizzeri e cinesi si sono consorziati e a Napoli hanno deciso
di investire la parte maggiore dei loro affari.
(Saviano - Gomorra - ed. Mondadori)
CONTINUIAMO IN VIA CESARIO CONSOLE FINO AL MONUMENTO DEDICATO ALLE
QUATTRO GIORNATE.
Una città sotto assedio, bersaglio dichiarato di tutti gli eserciti, degli alleati
come dei nazisti. Questa è Napoli nei suoi giorni più difficili, dopo l'armistizio
dell'8 settembre '43. La città vive ore drammatiche in attesa di una liberazione
che non sembra arrivare mai mentre si susseguono distruzioni su vasta scala,
rastrellamenti e deportazioni di civili da parte tedesca. E così, dal 28 settembre
al 1° ottobre 1943, i napoletani decidono di impugnare le armi e di combattere
strada per strada, vicolo per vicolo contro gli ex alleati divenuti a tutti gli effetti
occupanti. Alla fine, in più di trecento pagheranno questa scelta con la vita. Ma
il dramma di Napoli, in realtà, è cominciato pochi mesi dopo lo scoppio della
guerra, quella guerra che secondo la propaganda di regime avrebbe dovuto
concludersi in poche settimane. E invece, tra l'autunno del 1940 e la
primavera del 1944, Napoli subirà più di cento bombardamenti, da parte
dell'aviazione inglese, americana ma anche della Luftwaffe. Il più grave, il 4
dicembre del 1942, causa tremila morti, ma resta nella memoria collettiva
anche quello che provoca l'esplosione della nave militare Caterina Costa, i cui
resti vengono rinvenuti persino al Vomero, nella parte collinare della città.
All'indomani dell'armistizio del '43, dunque, molti napoletani hanno lasciato la
città, ma altrettanti sono rimasti, decisi a darsi un'organizzazione e ad opporsi
alle autorità tedesche che il 13 settembre li minacciano apertamente: 'ogni
soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte', recita un
bando della Wermacht. Dal 27 settembre inizia una vera e propria caccia
all'uomo, senza distinzione d'età: diciottomila persone sono fermate, portate
via, arrestate. I nazisti procedono anche alla distruzione sistematica delle
fabbriche e del porto. Poi, alla notizia dell'esecuzione spietata di un giovane
marinaio coinvolto nella resistenza, esplode la rivolta. In breve l'intera città è
in prima linea, si alzano le barricate in tutti i quartieri e per quattro giorni i
napoletani tengono duro fino a costringere i tedeschi alla resa. Poche ore
dopo, con l'arrivo degli americani, ha inizio il lungo e faticoso cammino verso la
normalità, tra cumuli di macerie, apocalittiche eruzioni del Vesuvio, mercato
nero, prostituzione ed epidemie, come quella di tifo petecchiale, che le
autorità americane sconfigerranno solo irrorando quintali di DDT su oltre
seicentomila napoletani.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI - FRANCESCO PAOLO
CASAVOLA
"L’insorgenza di una cittadinanza così organicamente eterogenea per ceti
sociali, istruzione, generazioni non è dovuta ad una improvvisa illuminazione
collettiva, che tiene luogo di un’assente direzione politico-militare. È stata forse
la paura dello sfollamento coatto di tutte le famiglie e delle retate dei maschi
ordinate dal colonnello Schöll, giunta sulla soglia della disperazione e dello
sdegno per la violenza dei soldati, che ha prodotto il coraggio del rifiuto. Come
non c’è nulla di più contagioso, tra i sentimenti umani, della paura, così nulla si
diffonde tanto rapidamente e infrenabilmente del coraggio nato dalla paura.
Va aggiunto che quella popolazione aveva attraversato 43 mesi di guerra
subendo centocinque bombardamenti aerei, piangendo ventitremila morti,
contando centomila vani di abitazione distrutti, soffrendo disagi infiniti negli
approvvigionamenti e nei servizi essenziali. Ed ora, estrema provocazione, i
tedeschi divenuti nemici corrono nelle strade con le loro autoblindo, sparando,
uccidendo, rastrellando gli uomini per deportarli altrove, nelle organizzazioni
del lavoro obbligatorio. Il loro comandante ne voleva trentamila di questi
uomini da lavoro. La collera collettiva di un popolo matura lenta nella
ingiustizia crescente, assorbita sempre con minore sopportazione. Un popolo
non si domina con il terrore se non per qualche giorno, poi lo si ha contro,
protagonista della lotta".
(http://www.apav.it/mat/tempolibero/cinemaematematica/guerrasocieta/le_
quattro_giornate_dinapoli.pdf)
SEMPRE SU VIA CESARIO CONSOLE ARRIVIAMO FINO AL LUNGOMARE.
ALL’ANGOLO C’È L’HOTEL EXCELSIOR UNA DELLE LOCATION DEI FILM DI MASSIMO
TROISI.
MASSIMO TROISI nasce a San Giorgio a Cremano (Napoli) il 19 febbraio 1953 e
muore a Ostia (Roma) il 4 giugno 1994. Formatosi, come molti comici del
cinema italiano della fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta,
attraverso il cabaret e la televisione, è stato uno dei più popolari attori
cinematografici partenopei, tanto che una parte della critica lo ha considerato
l'erede di Eduardo De Filippo fin dal folgorante esordio di Ricomincio da tre
(1981) da lui diretto e interpretato, che gli valse un David di Donatello e un
Orso d'argento come miglior attore e regista esordiente. Arrivato al successo
con il gruppo comico La smorfia formato con Lello Arena ed Enzo De Caro,
grazie anche alla trasmissione televisiva Non stop (seconda metà degli anni
Settanta), raggiunse la definitiva popolarità con la trasmissione Luna Park
(1979), che gli spianò la strada del cinema. Realizzò così Ricomincio da tre,
brillante storia di un giovane napoletano trasferitosi (non 'emigrato') a
Firenze, alle prese con i problemi relazionali e il disagio di fronte alle
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
responsabilità della sua generazione. Il film fu uno dei più grandi successi del
cinema italiano dei primi anni Ottanta e creò quel sottile e felice equilibrio,
tipico del cinema di T., tra accesa comicità e indolente malinconia. L'anno
dopo, per la serie televisiva Che fai ridi?, creò, quasi in sordina, Morto Troisi,
viva Troisi (1982), in cui filmava una sua prematura scomparsa, con tanto di
interviste ad amici e personaggi dello spettacolo e montaggio di brani di sue
partecipazioni a trasmissioni televisive. Ritornò quindi al cinema con Scusate il
ritardo (1983), il suo film forse più intimo, malinconico e a tratti crudele che
vede ancora T. protagonista nel ruolo di Vincenzo, un giovane disoccupato
napoletano mantenuto dalla famiglia che non riesce a uscire dalla sua apatia
quotidiana neanche grazie alla relazione con Anna (Giuliana De Sio). Nel 1984 si
divertì con Roberto Benigni a dirigere e interpretare un piacevolissimo
nonsense comico, Non ci resta che piangere, dove il 'disavventuroso' viaggio
nel tempo dei due protagonisti è al contempo puro divertissement e gioco
rocambolesco e folle, più vicino alla commedia dell'arte che alla commedia
all'italiana.
Dopo aver interpretato Hotel Colonial (1985) di Cinzia Th. Torrini, nel 1987
diresse e interpretò Le vie del Signore sono finite, ambientato durante il
fascismo, che, attraverso la vicenda di un portiere affetto da paralisi
psicosomatica, racconta ancora una volta l'amore vissuto come lancinante
dolore. Nel 1989 recitò in due film di Ettore Scola, Splendor e Che ora è?,
entrambi accanto a Marcello Mastroianni, mentre l'anno successivo ancora per
Scola interpretò un malinconico Pulcinella in Il viaggio di Capitan Fracassa.
Risale al 1991 il film forse più compiuto e complesso di T., Pensavo fosse
amore… invece era un calesse, riflessione dolceamara sui rapporti uomodonna alla fine del 20° sec., visti con la crudeltà e la dolcezza tipiche del suo
cinema. Seguì Il postino (1994), dal romanzo di Antonio Skármeta,
commovente mélo ambientato negli anni Cinquanta, fortemente voluto da T.
che ne fu l'interprete, al fianco di Philippe Noiret e dell'esordiente Maria Grazia
Cucinotta, e di cui firmò solo la sceneggiatura. (Federico Chiacchiari http://www.treccani.it/enciclopedia/massimo-troisi_%28Enciclopedia-delCinema%29/)
UNA POESIA DI BENIGNI PER MASSIMO TROISI
Non so cosa teneva dint' 'a capa
Intelligente, generoso, scaltro
per Lui non vale il detto che è del Papa
morto un Troisi non se ne fa un altro
Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce Tarantella
ciò che Moravia disse del poeta
io li ridico per un Pulcinella
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
La gioia di bagnarsi in quel diluvio
Di Jammè, 'O Saccio, 'Naggia, 'Lloc, 'Azz
era come parlare col Vesuvio
era come ascoltare del buon Jazz
"Non si capisce", urlavano sicuri
"questo Troisi se ne resti al sud".
Adesso lo capiscono i canguri
gli Indiani e i miliardari di Hollywood
Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino
e non m'ha mai parlato della Pizza
e non m'ha mai suonato il Mandolino
O Massimino, io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell'amato San Gennaro
http://www.italica.rai.it/scheda.php?scheda=troisi_benigni
MASSIMO TROISI – NAPOLI – LETTURA DI GIAMPAOLO
INCARNATO
Napoli (Mini atto unico)
Studio televisivo.
Massimo Troisi, da solo in scena.
MASSIMO: Vorrei approfittare del fatto che questo sketch è trasmesso in
eurovisione per mandare un saluto a tutti i lavoratori all’estero, un saluto... e in
particolar modo ai napoletani all’estero… essendo «La Smorfia» napoletana...
ai napoletani... e vorrei rassicurarli sulle condizioni di Napoli... chiste stanno
all’estero e nun sanno a Napoli come si sta, circolano tanti vvoce... «Napoli
accussì. .. », e invece no, stiamo benissimo... vorrei dire a tutti i napoletani
all’estero che stiamo bene... a Napoli tutto... industria, commercio tutto
florido... mai come questa volta stiamo andando veramente bene… tut...
(S’interrompe, guardandosi intorno) È finita l’eurovisione? Stiamo tra di noi?...
Vabbè... (Pausa, cambiando improvvisamente tono) noi a Napoli stammo
‘nguaiate, eh?.,. è meglio, no, tanto per precisare... chille stanno all’estero,
facciamoli lavorare tranquilli, e ccose... ma è meglio che tra di noi si sanno certi
ccose... stamme ‘nguaiate a Napoli... cioè, per esempio, ecco, ve pare mai
possibile che nel millenovecentosettantasette a me tocca ancora andare al
mercato nero? E na cosa che... non al mercato nero, quello che stava in tempo
di guerra, e ccose... no, cioè, proprio ‘o mercato niro spuorco senza ‘e me
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
lava’... È il problema dell’acqua... uno dei tanti problemi che ci sta a Napoli...
stu fatto ‘e ll’acqua ca... sì, chi sa chi è che è andato a dire in giro, dice: «il
napoletano non ce la fa più, sta con l’acqua alla gola»... immediatamente se so’
pigliate l’acqua... subito, ‘a primma cosa c’hanno pensato e fa’ pe’ ce aiuta’...
cioè, chesto però fa vede’ ca ce sta ‘a volontà, e ccose, di aiutarci questo ci fa
piacere... poi loro dicono: «vabbè, ma chille ‘o fatto ca nun scenne l’acqua e’
colpa degli acquedotti».. sì, dice che gli acquedotti so’ complicati, sono difficili
da usare... e questo è vero, sì, no... figuratevi, che a Napoli ce sta gente ca cu gli
acquedotti, invece ‘e ce bere, ce mangia... no pe’ cattiveria, proprio pecché nun
hanno capito ‘o meccanismo, e ccose... dice: «nuje abbiammo a mangia’»...
Però, ecco, ci danno i consigli... ce fanno senti’... questo è vero... ecco, per
esempio, hanno detto: «ci manca l’acqua, siamo d’accordo, bevete acqua della
salute... acqua minerale, che quella vi riporta pure dieci anni indietro »... sì, no,
ca poi, aggiunti a tutti gli anni indietro, che ci hanno sempre tenuti loro, no... a
Napoli si manca l’acqua n’atu pare ‘e juorne, turnamme n’ata vota tutte
quante creature... bambini... cioè, s’incontrano a Napoli:
(facendo il segno della stretta di mano e imitando il vagito dei neonati) «nguè,
nguè»... no, che poi uno può dire: «è buono stu fatto ‘e tornare bambini, ce ne
veniamo tutti quanti a Napoli, risparmiamo sulle cure per ringiovanire», e
ccose... e invece no... no, a Napoli non conviene neppure a tornare bambini...
no, e perché cu ‘a mortalità infantile ca ce sta a Napoli, sapite comme ve
vene?... Uno torna bambino... piglia... subito se more a Napoli... i bambini
subito moreno... cioè, ‘o bambino... invece ‘e dicere: «tu tiene tutta na vita
annanze», dice: « tu tiene tutta na morte annanze»... e infatti negli ospedali,
nelle case di maternità, cioè, accussi... nun se domanda cchiù: «dotto’, è
maschio o è femmena?»... si va e si dice: «dotto’, è maschio, è femmena o e
virus?»... Figuratevi che la signora che abita nel palazzo mio, no ?... ha
partorito nu virus ‘e sei chili e mezzo..; appena l’ha visto ha fatto: «è bello, ‘o
streptococco e mamma! »... Che, poi, tra l’altro, la mortalità infantile a Napoli
non è neppure na calamità... na disgrazia... no, quello è un preciso piano di
risanamento, voluto dalla Cassa da Morto per il Mezzogiorno... cioè, tutto
preventivato, così loro in questo modo aiutano pure ‘o fatto d’ ‘a
disoccupazione... diceno: « chiste morono creature»... Infatti... ‘A
disoccupazione pure è un grave problema a Napoli, che pure stanno cercando
di risolvere... di venirci incontro... stanno cercando di risolverlo con gli
investimenti... no, soltanto ca poi, la volontà ce l’hanno misa... però hanno visto
ca nu camion, eh... quante disocuppate ponno investi’ ?... Uno, dduie... chille so’
tante ‘e lloro... chille hanno ragione, diceno: «vuie site troppo, nuie ve vulimme
aiuta’, ma»... cioè, effettivamente, se in questo campo ci vogliono aiutare,
vogliono venirci incontro… na politica seria, e ccose... hann’ ‘a fa’ ‘e camion
cchiù gruosse... l’unica cosa ca, sì... comunque è arrivata na notizia positiva,
eh?... pe’ quanto riguarda la disoccupazione, sì, sì... dice che presto il governo...
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
il governo sempe ca se fa senti’... ha detto: «presto il napoletano non dovrà più
emigrare in Svizzera»... chesta è na cosa buona, ca... no, no ‘o governo italiano,
il governo svizzero l’ha detto... Ce stanno sti piccoli problemi che a Napoli
viviamo quotidianamente… accussi… ah, il problema della casa... il problema d’
‘a casa... a Napoli nun se trova cchiu’ casa... comunque loro diceno: «vabbè,
chello ce sta ‘o blocco d’ ‘e fitte, però»... è na parola... o napulitano s’è fissato
ca ‘o blocco d’ ‘e fitte è una malattia nuova... sì, e pecché chille va add’ ‘o
proprietario, domanda ‘o prezzo... appena sente ‘o fitto rimane bloccato... sta
nu sacco ‘e gente ricoverato ‘o spitale c’ ‘o blocco d’ ‘e fitte, eh... grave, na cosa
gravissima, na situazione... no, comunque, na cosa, io ho capito pure perché a
noi ci hanno sempre chiamato Mezzogiorno d’Italia, poi, eh?... sì, no, pe’ essere
sicure lloro, no?... che a qualunque ora scendevano al Sud se truvavano sempre
in orario pe’ ce mangia’ a coppa... dice. «chello è mezzogiorno, stamme in
orario»... Poi se n’escono, dice: «Vabbè, però chillo, ‘o napulitano, ‘o napulitano
rire, abballa, canta, è simpatico... tene ‘a musica ‘int’ ‘e vene…
(Pausa). E per forza, vuie ‘o sanghe ce l’ate zucato tutto quanto...
[1977]. Arena, Decaro, Troisi, La smorfia, Einaudi, 1997, pp. 27-30
SI RITORNA IN PIAZZA PLEBISCITO, LA SI ATTRAVERSA FINO A PIAZZA CAROLINA E
POI A VIA CHIAIA, PIAZZA TRIESTE E TRENTO E QUINDI VIA TOLEDO.
Fu voluta dal viceré Pedro Álvarez de Toledo nel 1536 su progetto degli architetti
regi Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa. La strada correva lungo la vecchia
cinta muraria occidentale di epoca aragonese che per le ampliazioni difensive
proprio di don Pedro fu resa obsoleta e quindi eliminata. Nel corso dei secoli la sua
fama è stata accresciuta tramite i viaggi del Grand Tour e di alcune citazioni nelle
canzoni napoletane. Tra gli anni trenta e la metà del XX secolo, una zona a oriente
della via è stata devastata dagli sventramenti per il "risanamento" del Rione Carità
(l'attuale zona dei Guantai Nuovi-via Cervantes) e la successiva costruzione (al posto
degli antichi palazzi) di edifici di volumetria eccezionale rispetto alla struttura viaria,
ben rappresentativi della speculazione edilizia avvenuta nel periodo
dell'amministrazione laurina. Dal 18 ottobre del 1870 al 1980 la strada si è
chiamata Via Roma in onore della neocapitale del Regno d'Italia. Fu il Sindaco Paolo
Emilio Imbriani a deliberarlo, decisione impopolare che suscitò numerose reazioni
contrarie, a cominciare da quella dello storico Bartolommeo Capasso che,
nonostante fosse dichiaratamente a favore dell’unità d’Italia, definì la scelta «una
denominazione che non ha guari, disconoscendosi la storia si è voluta in altro
mutare». In città si diffuse una strofetta che recitava: «Nu' ritto antico, e 'o
proverbio se noma,
rice: tutte 'e vie menano a Roma; Imbriani, 'a toja è molto
diversa, non mena a Roma ma mena a Aversa» (ad Aversa si trovava infatti la
prima struttura manicomiale in Italia, la Real Casa dei matti aperta nel 1813). La
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strada vede nel 2012 l'inaugurazione della stazione Toledo della Metropolitana di
Napoli.
SI RAGGIUNGE LA STAZIONE CENTRALE DELLA FUNICOLARE E SI SALE VERSO IL
VOMERO. USCITI DALLA STAZIONE DELLA FUNICOLARE A PIAZZA FUGA, SI
PERCORRE VIA CIMAROSA, SI GIRA A SINISTRA SU VIA MICHETTI, QUINDI A DESTRA
IN VIA MORGHEN E SUBITO DOPO SI IMBOCCA VIA LIGORIO PIRRO. E POI A
SINISTRA SU VIA CACCAVELLO.
IN FONDO ALLA STRADA SI GIRA A DESTRA SU VIA ANGELINI E SI RAGGIUNGE
L’INGRESSO DI CASTEL SANT’ELMO.
CASTEL S. ELMO Le prime notizie relative a Castel Sant'Elmo risalgono al 1275.
Nel 1329 Roberto d'Angiò affida l'incarico del suo ampliamento allo scultore e
architetto senese Tino di Camaino che trasforma l'edificio in un vero e proprio
palatium per il re e per la corte, a pianta quadrilatera, con due torri; nel 1348
viene definito nei documenti come castrum Sancti Erasmi, per la presenza in
quel luogo di una cappella dedicata a Sant'Erasmo.
Durante il viceregno spagnolo (1504-1707) il castello, chiamato Sant'Ermo e
poi Sant'Elmo viene trasformato in fortezza difensiva. La costruzione
dell'edificio nell'attuale configurazione, a pianta stellare, inizia nel 1537 e nel
1538 viene posta sul portale di ingresso l'epigrafe, sormontata dallo stemma di
Carlo V con l'aquila bicipite asburgica.
Nel 1547 Pietro Prato costruisce la chiesa, distrutta nel 1587 da un fulmine con
gli alloggi militari e la palazzina del castellano. Tra il 1599 ed il 1610 il castello è
interessato da lavori di restauro, opera di Domenico Fontana, nel cui ambito
viene riedificata la chiesa all'interno del piazzale, la dimora del castellano e il
ponte levatoio.
Divenne poi un carcere nel quale furono prigionieri, tra gli altri, il filosofo
Tommaso Campanella (dal 1604 al 1608) e Giovanna di Capua, principessa di
Conca, nel 1659. Nel 1647, durante la rivoluzione di Masaniello, vi si rifugiò il
viceré duca d'Arcos mentre il popolo invano cercava di impadronirsene. Il forte
bombardò la città e, grazie alla difesa organizzata dal castellano Martino
Galiano, resistette agli assalti del popolo.
Nel 1707 fu assediato dagli austriaci; nel 1734 dai Borbone. Al tempo della
Rivoluzione Francese il carcere ospitò alcuni patrioti filogiacobini. Durante i
moti del 1799 fu preso dal popolo e poi occupato dai repubblicani, che il 21
gennaio vi piantarono il primo albero della libertà e il 23 vi innalzarono la
bandiera della Repubblica Napoletana. Alla caduta della Repubblica vi furono
rinchiusi Giustino Fortunato, Domenico Cirillo, Francesco Pignatelli di Strongoli,
Giovanni Bausan, Giuseppe Logoteta, Luisa Sanfelice e molti altri. Durante il
Risorgimento ospitò il generale Pietro Colletta, Mariano d'Ayala, Carlo Poerio,
Silvio Spaventa. Fino all'inizio degli anni settanta del XX secolo fu adibito a
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
carcere militare. Dopo anni di lavoro per restaurarlo fu aperto al pubblico il 15
maggio 1988
MOTI DEL 1799 - ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL
La marchesa Eleonora De Fonseca Pimentel, noto e tragico personaggio storico,
che partecipò alla rivoluzione napoletana antiborbonica del 1799, salendo sul
patibolo insieme ad altri rivoluzionari giacobini. Donna di grande intelligenza e
vasta cultura, fine poetessa, ammirevole e dignitosa fin nell’ora della morte,
lodata già dai contemporanei, profondamente ammirata da Benedetto Croce,
che a lei dedicò numerose pagine, ancora oggi è fonte d’ispirazione per scrittori
ed autori teatrali affascinati dall’alto ingegno e dai suoi nobili ideali. Di nobile e
colta famiglia portoghese, i suoi genitori furono Clemente e Caterina Lopez;
nacque a Roma il 13 gennaio del 1752, ma si stabilì ben presto a Napoli, dove
ricevette un'educazione dotta ed accurata. A venticinque anni andò in sposa a
Pasquale Tria de Solis, un ufficiale dell'esercito napoletano del quale restò
vedova nel 1795; dalla loro unione nacque un bambino che morì a soli due
anni. A lui la Pimentel dedicò cinque sonetti, il più famoso dei quali è Sola fra i
miei pensier sovente i' seggio in cui, con accenti toccanti, espresse il suo dolore
di madre per la straziante perdita. Figura tipica di letterato settecentesco (la
poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano,
Vincenzo Cuoco), poetessa di grande valore, tanto da essere ammessa nel 1768
nell'Accademia dei Filateti con il nome di Epolnifenora Olcesamante, e poi a
quella dell'Arcadia col nome di Altidora Esperetusa, di gusto affine al
Metastasio, a sedici anni già conosceva il latino e il greco e componeva versi;
studiosa di scienze matematiche e fisiche, di filosofia, economia e diritto
pubblico, scrisse sull'abolizione della chinea e contro il feudalesimo, ed espose
persino progetti di riforme economiche. Giornalista di grande rigore, tenne a
battesimo la "Repubblica" e, quando a Napoli si formò la Repubblica
Partenopea, compose l'Inno alla libertà e, per cinque mesi, scrisse accesi
articoli in cui sferzava violentemente i borbonici sul giornale rivoluzionario
repubblicano il "Monitore Napoletano", documento di elevatezza morale, pur
se improntato a idealistica ingenuità e a qualche utopistica concezione nei
riguardi del popolo, da lei fondato con l’intento di conquistare la classe povera
alla causa progressista, in adesione alle nuove idee provenienti dalla Francia
che avevano infiammato anche gli animi degli aristocratici e dei ricchi borghesi,
contro i loro stessi interessi, anticipatori dell’idea di nazione unitaria e convinti
assertori dell’uguaglianza dei diritti dei cittadini e della necessità di educare la
plebe e di migliorarne le condizioni. Monarchica convinta, inizialmente esaltò i
sovrani napoletani Ferdinando IV e Maria Carolina (compose un sonetto in
lode del re, l'epitalamio Il tempio della gloria, per le loro nozze, ed altri sonetti
per celebrare le nascite di alcuni figli, che le valsero l'assegnazione di un
sussidio mensile) ma quando i reali, in seguito alla rivoluzione francese, da
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
riformisti si trasformarono in reazionari, abbracciò le idee repubblicane
francesi e divenne giacobina e, come riferisce il D'Ayala, nel dicembre del 1792
ricevette istruzioni sulla costituzione di società massoniche a sfondo
rivoluzionario. Tali attività non sfuggirono, però, alla polizia borbonica che,
sicura della sua partecipazione a riunioni segrete, la fece sorvegliare da spie
governative che la colsero in flagrante, trovando le prove della colpevolezza in
una sua corrispondenza epistolare con l'ambasciatore portoghese. E così nel
1798 fu arrestata e condotta nelle Carceri criminali della Vicaria, esattamente
nella prigione del Panaro, che raccoglieva tutti i criminali. Intanto ebbe inizio la
guerra contro la Francia, alla quale aderirono le truppe napoletane comandate
dal generale Mack, e il re Ferdinando IV si ritirò in Sicilia; Eleonora poté essere
liberata nel gennaio del 1799. Subito dopo, il generale Championnet attaccò
Napoli ma intanto già era nata la Repubblica Partenopea, al canto dell'Inno
della libertà da lei composto durante la prigionia; la Repubblica ebbe, però,
vita breve, ed anche Eleonora fu travolta dagli avvenimenti. Dopo la
capitolazione di Castel S. Elmo, mentre era in procinto di partire per la Francia,
fu arrestata dai borbonici travestita da ufficiale francese. Imprigionata, prima
nelle carceri della Vicaria e poi al Carmine, dove patì la fame, la sporcizia e
l'isolamento, processata frettolosamente, nonostante avesse come avvocati i
valenti Gaspare Vanvitelli e Girolamo Moles, fu riconosciuta rea di tradimento,
insieme ad altri illustri personaggi come Gennaro Serra, Giuliano Colonna e il
principe di Torella, e salì al patibolo il 20 agosto del 1799.
La coraggiosa donna, appellandosi ai suoi illustri natali, aveva chiesto di morire
di scure, anziché di laccio, ma questo privilegio non le venne accordato
perché non ritenuta di "nobiltà napoletana", e le fu pure negata la cordicella
con la quale lei avrebbe voluto legare l'orlo della sua veste, affinché non le si
aprisse quando il suo corpo sarebbe stato penzoloni sulla forca, e così il 20
agosto del 1799 fu condotta al patibolo in piazza Mercato tra la folla
sghignazzante. Tommaso Paradiso, il boia che aveva appena mozzato le teste
del Serra e del Colonna, esitò di fronte alla fiera Eleonora, ma la nobildonna gli
offrì il collo senza esitare, dopo aver pronunciato la frase latina riportata dal
Cuoco: Forsan et haec olim meminisse iuvabit ("Forse un giorno gioverà
ricordare tutto questo"). Per un giorno intero, spettacolo a beneficio del
popolo, il suo corpo rimase penzoloni in piazza Mercato, poi fu sepolto nella
chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.
LA RIVOLUZIONE DEL 1799 - ELEONORA PIMENTEL
Giugno 1799
'A signora 'onna Lionora
che cantava 'ncopp' 'o triato,
mo' abballa mmiez' 'o Mercato.
Viva 'o papa santo
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
ch'ha mannato 'e cannuncine
pe' caccià li giacubine.
Viva 'a forca 'e Mastu Dunato!
Sant'Antonio sia priato!
(Macabra satira napoletana scritta per la marchesa Eleonora De Fonseca
Pimentel)
SI GIUNGE AL MUSEO DI SAN MARTINO.
CERTOSA DI SAN MARTINO
Quando si parla del barocco a Napoli si pensa subito a due monumenti la
cappella del Tesoro di S Gennaro nel Duomo - in pieno centro storico - e la
certosa di S Martino, aggrappata alla collina del Vomero. II genio inquieto di
Cosimo Fanzago diresse i più grandi artisti napoletani del '600 nella
ristrutturazione di tale edificio, trasformando l'originaria costruzione gotica in
un vero capolavoro di architettura e decorazione barocca il convento, la chiesa
e i chiostri, anche per prestigio e posizione, formano un insieme eccezionale il
teatro ideale per il Museo nazionale, che documenta tutti gli aspetti della
storia e della società partenopea cosi come lo immaginò, già poco dopo il 1866,
l'archeologo Giuseppe Fiorelli
ESTERNO Sul piazzale antistante la certosa (quello da cui si gode la famosa
veduta su Spaccanapoli che taglia il centro storico), affaccia la chiesetta delle
Donne il sesso debole era accuratamente tenuto fuori dai limiti dell'eremo
(non aveva infatti il permesso di entrare negli ambienti della certosa), ma
poteva venire a pregare qui. A contraddistinguere la certosa, all'esterno, è solo
uno stucco seicentesco entrando dall'ingresso sulla destra ci si trova nel primo
cortile, dove prospetta la chiesa. La facciata conserva un pronao del '300, che il
Fanzago mascherò con una serhana, cioè con l'ingresso formato da un arco a
tutto sesto affiancato da due aperture sormontate da un architrave, vi si
vedono ancora gli archi gotici in tufo Al di là della cancellata m ferro battuto,
fermatevi a guardare i battenti intagliati agli inizi del '600 e i coevi affreschi
laterali (Persecuzione dei certosini in Inghilterra) di Micco Spadaro. Poi, fate un
bel respiro ed entrate CHIESA Il regista dello straordinario teatro barocco di
marmi, sculture e dipinti che e l'interno e Cosimo Fanzago, la cui personalità
domina tra il i 623 e il 1656 il cantiere del complesso, fucina di sperimentazione
ed elaborazione di novità poi riprese ovunque a Napoli e non solo Nella navata
unica con cappelle laterali, dove non resta praticamente più segno delle
decorazioni iniziate a fine '500 dal Dosio, si affolla una miriade di decorazioni in
marmo di sua mano i festoni di fiori e frutta, i fiori sulle colonne e quasi tutti i
putti sulle arcate delle cappelle, il pavimento in marmo e opera di fra'
Bonaventura Presti, in parte su precedenti intarsi del Fanzago stesso Fermatevi
subito a vedere, ai lati del portale, le tele di Jusepe de Ribera (Alose ed Efio) e,
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
sopra, la Deposizione di Massimo Stanzione tutte ricoprivano affreschi più
antichi con gli stessi soggetti opera del Cavalier d'Arpi- no e di Andrea Lillo, ora
a! Museo di S. Martino. Nel soffitto si intuisce il disegno gotico a crociere al di
sotto della geniale composizione di Giovanni Lanfranco (ascensione di Gesù); i
profeti nei triangoli delle cappelle sono di nuovo del Ribera. Anche le cappelle
custodiscono tesori, a partire dalle transenne del Fanzago. Dalla Ia destra, dove
'si sfidano' lo Stanzione (Madonna col Bambino e i Ss. Ugo e Antelmo) e Andrea
Vaccaro (S. Ugo fonda la chiesa di Lincoln e il santo risuscita un fanciullo
morto), si passa nella cappella del Rosario, quasi tutta di mano di Domenico
Antonio Vaccaro (si notino gli stucchi). Nella 3a non perdete le statue in marmo
della Fortezza e della Carità di Giuseppe Sanmartino, ma anche gli affreschi di
Paolo Finoglia nella volta e nelle lunette. Nella Ia sinistra, S. Gennaro guarda
dalla volta e dai lunettoni affrescati da Battistello Caracciolo (S. Gennaro in
a
gloria e storie di S. Gennaro). La 2 decorata con marmi dal Fanzago, ospita
a
affreschi e tele di Massimo Stanzione. La 3 regala ancora un soffitto del
Caracciolo (storie di Maria) e, alle pareti, tre tele (Assunta, Annunciazione, e
Visitazione) di Francesco De Mura. Il presbiterio è delimitato da una preziosa
balaustra in marmo e pietre dure disegnata da Nicola Tagliacozzi Canale; un
pavimento settecentesco in marmo precede l'altare maggiore, modello in
legno intagliato e dipinto su disegno di Francesco Solimena. Nel turbinio dei
dipinti che contraddistinguono l'abside, dal pavimento disegnato in parte dal
Fanzago e con elegante coro in legno coevo, spiccano la Natività di Guido Reni
(fondale), la Crocifissione di Giovanni Lanfranco (lunettone), l'Ultima cena di
Massimo Stanzione (parete destra) e la Lavanda dei piedi di nuovo del
Caracciolo (parete sinistra). Altri affreschi notevoli sono nella Sala capitolare
(ingresso sul lato destro dell'abside): nelle lunette sfilano i fondatori di ordini
religiosi di Paolo Finoglia, mentre alle pareti spiccano l'Apparizione della
Madonna che dà la regola a S Bruno di Simon Vouet, l'Adorazione dei Magi di
nuovo del Caracciolo e la Natività dello Stanzione. Dopo uno sguardo agli stalli
in legno intagliato del coro dei Conversi ('500), dalla sagrestia, arredata con
notevoli armadi di fine '500 intagliati e intarsiati (storie bibliche e
dell'Apocalisse), raggiungiamo la cappella del Tesoro: qui giganteggiano la
Deposizione di jusepe de Ribera (altare) e gli affreschi di Luca Giordano, sua
ultima e più perfetta fatica realizzata a 70 anni (spicca, nella volta, il Trionfo di
Giuditta, 1704). CHIOSTRI Porta la firma del Dosio il chiostro dei Procuratori,
nel quale si entra dal primo cortile. Un corridoio dove si riconoscono strutture
del '300 lo collega al Chiostro grande, letteralmente reinventato dal Fanzago
con te mezze lesene sulle colonne, i portali agli angoli dell'ambulacro, il
pavimento e le statue del loggiato, ma soprattutto con la balaustra del
cimiterino dei Monaci, in marmo con teschi e ossa scolpiti; 5 dei busti di santi
certosini sulle porte angolari sono suoi, 2 del Vaccaro (1709).
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Storia della Certosa e del Museo
Per la realizzazione della Certosa di San Martino fu chiamato l'architetto e
scultore senese Tino di Camaino, già famoso per il Duomo di Pisa, e
capomaestro della corte angioina. Alla morte di Tino l'incarico di architetto del
complesso di San Martino passò ad Attanasio Primario. Dell'impianto originario
restano i grandiosi sotterranei gotici. Rappresentano una notevole opera
d'ingegneria necessaria a sostenere l'edificio e a costituirne il basamento lungo
le pendici scoscese della collina. Dalla ricerca iconografica e da rilievi ed
osservazioni effettuate sulle strutture dei sotterranei, risulta verosimile
l'ipotesi che il progetto di Tino di Camaino, abbia inglobato preesistenti
strutture di tipo difensivo dell'antico castello di Belforte.
Nel 1581, si avvia un grandioso progetto di ampliamento della Certosa,
affidato all'architetto Giovanni Antonio Dosio, destinato a trasformarne il
severo aspetto gotico nell'attuale preziosa e raffinata veste barocca. Il
crescente numero dei monaci impose una radicale ristrutturazione del
Chiostro Grande: si realizzarono nuove celle, e fu rivisto l'intero sistema idrico.
Il promotore di questa nuova e spettacolare veste della Certosa di San Martino
è il priore Severo Turboli, in carica dall'ultimo ventennio del Cinquecento fino
al 1607. I lavori avviati sotto la direzione di Dosio, vengono proseguiti da
Giovan Giacomo di Conforto, che realizzerà la monumentale cisterna del
chiostro.
Il 6 settembre 1623 inizia la collaborazione con il cantiere di San Martino
dell'architetto Cosimo Fanzago, che, tra alterne vicende, durerà fino al 1656.
Nato a Clusone (vicino Bergamo) nel 1591, Cosimo Fanzago giunge a Napoli nel
1606. Pur rispettando l'originaria impostazione di stile rinascimentale toscano
di Dosio, Fanzago connoterà con il segno inconfondibile della prepotente
personalità ogni luogo del monastero. Il primo contratto stipulato con i
certosini incarica Fanzago del completamento del Chiostro Grande che, ad
eccezione del cimitero e del pavimento, viene ultimato nel 1631. Cosimo
diviene ben presto responsabile dell'intero cantiere e decide di mantenere i
contratti con gli stessi pittori, scultori e artigiani già collaboratori di Dosio e di
Conforto: sostanzialmente prosegue, sia pure imponendo la propria cifra
artistica, il progetto di ampliamento del monastero e di ammodernamento
degli spazi monumentali. Interviene infatti nella chiesa, negli ambienti annessi
e negli appartamenti del Priore e del Vicario, avviando una serie di opere
rimaste incompiute e spesso riutilizzate altrove.
L'opera di Fanzago si caratterizza per una straordinaria attività decorativa. La
carenza, infatti, di marmi a Napoli comportava la necessità di importare marmi
antichi di scavo da Roma, bianchi da Carrara, bardigli e broccatelli dalla
Spagna, neri dal Belgio, breccia dalla Francia e infinite altre qualità per
comporre il caleidoscopico universo vegetale riprodotto con la raffinata tecnica
del commesso marmoreo. Un mondo figurativo tipicamente napoletano che
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
deriva, tuttavia, da esperienze di matrice toscana e riceve nuova linfa e
originalità dal genio di Fanzago. Cosimo trasforma le tradizionali decorazioni
geometriche in apparati composti da fogliami, frutti, volute stilizzate, cui gli
effetti cromatici e volumetrici, conferiscono un carattere di realismo e
sensualità eccezionali. San Martino diviene così, negli anni '20 e '30 del
Seicento, un luogo di eccellenza della sperimentazione dell'ornato dell'epoca.
Tutta la decorazione della chiesa ne è un esempio, con gli splendidi rosoni di
bardiglio che ornano i pilastri della navata, tutti diversi tra loro o gli intarsi
marmorei delle lesene e i putti in chiave degli arconi delle cappelle.
Nel 1636 Fanzago è incaricato di occuparsi dei lavori per la facciata della
chiesa, avviati nel 1616 dal 'piperniere' Tommaso Gaudioso: nel 1650 propone
ai monaci un progetto diverso ma tale da riutilizzare la struttura già realizzata.
La variante prevede che i mezzi pilastri dell'arco mediano siano demoliti e la
crociera centrale dell'atrio sia sostenuta da quattro colonne di verde antico. I
padri ritengono queste ultime staticamente insufficienti a reggere il carico della
volta e interpretano il tutto come un tentativo di raggiro. Fanzago elabora
quindi per il pronao una soluzione architettonica che preserva le strutture
trecentesche - ben visibili attraverso gli occhi - rivestendole esternamente
con il prezioso apparato marmoreo.
Al momento di lasciare la Certosa Fanzago riutilizza parte dei marmi già
realizzati e non completa tutti i lavori in corso. Intorno al 1723, al regio
Ingegnere e architetto della Certosa Andrea Canale subentra il figlio Nicola
Tagliacozzi Canale, più noto come incisore e creatore di apparati scenici.
Comunemente definito architetto-scenografo, Nicola occupa un posto di
assoluto rilievo nell'ambito della raffinata cultura settecentesca per quel che
attiene la sperimentazione del gusto in termini di decorazione e di integrazione
tra ornato e struttura architettonica. Partecipa di quella densa e fervente
espressione artistica che va sotto il nome di rococò e che si manifesta con una
perfetta sintesi tra pittura, scultura e architettura
Il complesso subisce danni durante la rivoluzione del 1799 ed è occupato dai
francesi. Il re ordina la soppressione per i certosini sospettati di simpatie
repubblicane, ma alla fine acconsente alla reintegrazione. Revocata la
soppressione, i monaci rientrano a San Martino nel 1804. Quando gli ultimi
monaci abbandonano la Certosa, nel 1812 il complesso viene occupato dai
militari come Casa degli Invalidi di Guerra, fino al 1831, quando viene
nuovamente abbandonato per restauri urgenti. Nel 1836 un esiguo gruppo di
monaci torna a stabilirsi a San Martino per riuscirne poi definitivamente.
Soppressi gli Ordini religiosi e divenuta proprietà dello Stato, la Certosa viene
destinata nel 1866 a museo per volontà di Giuseppe Fiorelli, annessa al Museo
Nazionale come sezione staccata ed aperta al pubblico nel 1867.
(http://www.polomusealenapoli.beniculturali.it/museo_sm/museo_sm_2.html)
SI SCENDE PER LA SCALINATA FINO A CORSO VITTORIO EMANUELE.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
SULLA DESTRA SI IMBOCCA LA SCALA MONTESANTO E SI ARRIVA ALL’INGRESSO DELLA
FUNICOLARE.
In PIAZZA MONTESANTO si trovano le stazione della ferrovia Cumana e della
funicolare di Montesanto
SI IMBOCCA VIA PORTAMEDINA.
VIA DI PORTAMEDINA prende il nome da una porta del 1640 fatta erigere da
Cosimo Fanzago e demolita nel 1873. Qui vedrete un via vai di gente che affolla
la piazza: sono i napoletani che ogni giorno utilizzano tali linee di trasporto
pubblico per raggiungere vuoi la zona flegrea vuoi il Vomero, oppure donne
cariche di sacchetti di frutta e verdura appena 'conquistati' dopo aver
sgomitato tra le bancarelle del popolare mercato della Pignasecca
SI PROSEGUE SU VIA FORNO VECCHIO FINO A RAGGIUNGERE PIAZZA 7 SETTEMBRE.
PALAZZO DORIA D'ANGRI
È famoso perché dal suo balcone, il 7 settembre I860, Garibaldi si affacciò per
proclamare l'annessione delle Due Sicilie al regno d'Italia il PALAZZO DORIA
D'ANGRI, il cui progetto, commissionato nella seconda metà del 700, fu
realizzato da Carlo Vanvitelli, al celebre architetto si devono non solo la
facciata elegante in marmo bianco, ma anche le decorazioni settecentesche
degli interni, in parte ancora visibili (nella volta della galleria, Trionfo di Lamba
Doria di Fedele Fischetti). Un fianco di questo palazzo guarda alla chiesa dello
Spinto Santo.
POCO PIÙ AVANTI SULLA DESTRA SI INCROCIA VIA CISTERNA DELL’OLIO. QUI SI TROVA IL
CINEMA MODERNISSIMO. IN QUESTO CINEMA TOGLIATTI FECE IL DISCORSO DELLA SVOLTA
DI SALERNO.
La cosiddetta "svolta di Salerno", avvenuta nell'aprile del 1944, prende il
nome da una iniziativa di Palmiro Togliatti, su impulso dell'Unione Sovietica,
finalizzata a trovare un compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e
Badoglio, che consentisse la formazione di un governo di unità nazionale al
quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel
Comitato di Liberazione Nazionale, accantonando quindi temporaneamente la
questione istituzionale.
Il 27 marzo, Togliatti, dopo esser transitato per Il Cairo ed Algeri, sbarcò a
Napoli.
Il primo governo politico post-fascista (governo Badoglio II), con la
partecipazione dei sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, PCI
compreso, si formò a Salerno, il 22 aprile 1944. Salerno rimase sede
dell'esecutivo fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
Togliatti sa quel che vuole. E’ tornato da Mosca ed ha ripreso in mano la
direzione del partito avendo in mente un processo al termine del quale sia non
la dittatura del proletariato, non una variante all'italiana del modello sovietico,
ma niente di più (e non è dir poco) d'un regime democratico e progressivo, una
buona repubblica parlamentare. Lo ha detto senza giri di parole al
«Modernissimo di Napoli l'11 aprile 1944, appena dopo lo sbarco, ai quadri
del partito che forse, almeno nella componente più radicale, s'aspettavano
discorsi diversi: «L'obiettivo che noi proporremo al popolo italiano di
realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia un regime democratico
e progressivo. Questo vuol dire che noi non proporremo affatto un regime il
quale si basi sull'esistenza e sul dominio di un solo partito. In una parola,
nell'Italia democratica e progressiva vi dovranno essere e vi saranno diversi
partiti corrispondenti alle diverse correnti ideali e di interessi esistenti nella
popolazione italiana" Altro che scatto insurrezionale e repubblica dei Soviet. In
un modo, se possibile, ancora più esplicito, Togliatti ha aggiunto: «Oggi non si
pone agli operai italiani il problema di fare ciò che è stato fatto in Russia. Anche
uno sviluppo della riflessione avviata già da Gramsci (la guerra di posizione in
luogo della guerra di movimento); ma non soltanto questo. Le cose del mondo
vanno in un senso prevedibile, e realismo comanda di tenerne conto. Scriverà
Gastone Manacorda: «Togliatti era troppo abituato ad esaminare le situazioni
da un osservatorio internazionale come il Comintern, per non tener conto di
ciò che cominciava ad apparire ormai chiaro ad ogni osservatore politico: che,
cioè, I'Italia non era semplicemente un paese temporaneamente occupato
dalle truppe anglo-americane, ma anche un paese vinto assegnato alla zona
d'influenza occidentale. Il che portava alcune decisive conseguenze politiche
per quanto riguardava la nazione italiana e il suo avvenire e per quanto
riguardava la posizione che avrebbe assunto in essa il Pci. Si doveva scartare
infatti, anzi attivamente impedire, la trasformazione della rivoluzione
antifascista in rivoluzione socialista e mantenere invece la prospettiva di una
repubblica democratica parlamentare. Ma per questo fine occorre che il Pci
muti composizione e cultura, divenga partito di massa e di governo, dunque
nuovo, molto cambiato da com'era (piccola avanguardia chiusa). Togliatti vi
insisterà in tutte le occasioni. 24 settembre 1944: «Prima di tutto, e questo è
l'essenziale, partito nuovo è un partito della classe operaia e del popolo il quale
non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita
del paese con una attività positiva e costruttiva [ . . . ] . La classe operaia,
abbandonata la posizione unicamente d'opposizione e di critica che tenne nel
passato, intende oggi assumere essa stessa, accanto alle altre forze
conseguentemente democratiche, una funzione dirigente nella lotta per la
liberazione del paese e per la costruzione di un regime democratico"
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
3 ottobre 1944: «Ecco perché noi diciamo ai vecchi compagni, i quali avrebbero
la tendenza a rimanere un piccolo gruppo, il gruppo di coloro che sono rimasti
puri, fedeli agli ideali ed al pensiero, noi diciamo loro: voi sbagliate, voi sarete
un gruppo dirigente a misura che sarete capaci di fare del nostro partito un
grande partito di massa, una grande organizzazione la quale abbia nelle proprie
file tutti gli elementi necessari per stabilire dei contatti con tutte le categorie
del popolo italiano. Maggio 1945: <Non possiamo essere un partito di pochi ma
buoni, dobbiamo accogliere nelle nostre file gli elementi che accettano il
nostro programma. Riassumerà bene Giuseppe Mammarella: .<Scartata la
rivoluzione, la conquista del potere attraverso il metodo democratico
richiedeva una base di consenso più larga di quella del proletariato. Da ciò
un'opera di proselitismo chiaramente indirizzata a rassicurare le classi medie.
TOGLIATTI, LA SVOLTA DI SALERNO - MAURIZIO VALENZI
Alla vigilia del discorso al Modernissimo abbiamo un problema minimo, fra i
molti assillanti, che tuttavia dovremo pur. risolvere: Togliatti ha un unico
vestito grigio, pieno di borse, segnato da qualche macchiolina, impresentabile.
Il sarto Carrà, sollecitato da Paolo Ricci, ha promesso un doppiopetto blu
nuovo, ma sicuramente non farà in tempo. E allora? Marroni e io scendiamo in
strada con quell'abito grigio avvolto in un giornale, alla ricerca di una qualsiasi
tintoria che funzioni.
Invano. A due passi dalla federazione siamo avvicinati da un ometto anziano e
male in arnese, con una cicatrice sul cranio pelato come una boccia di bigliardo.
«Sono un compagno» dice «vi ho seguiti, so dove abitate. Dovete far pulire il
vestito di Togliatti? Se volete ci penso io». È uno sfregio alle nostre illusioni di
segretezza e di sicurezza, ma tanto vale tentare. Lo sconosciuto se ne va.
Togliatti passa tutta la giornata in casa, pantaloni sgualciti. e maglione a
scacchi, a completare e a ritoccare il discorso.
E' l'11 aprile, manca sempre meno all'appuntamento al Modernissimo, e
dell'ometto nessuna notizia. L'attesa di Togliatti si fa nervosa. Per guadagnare
tempo, forse per sottolineare la nostra insipienza, si è spogliato e vaga per le
stanze in mutande. «Non preoccuparti, sta per arrivare» ripetiamo; ma non
sappiamo chi sia e dove abiti. Finalmente lo sconosciuto compare con il vestito
lindo piegato su un braccio. Che sollievo. Cerchiamo un modo di sdebitarci. «Mi
basta una stretta di mano del compagno Ercoli». La scena è curiosa, spezza la
tensione dell'attesa: Togliatti, seminudo, porge sorridendo la mano al singolare
lavandaio che ora ha un nome, anzi un soprannome: Capatosta.
(Maurizio Valenzi - C'é Togliatti - Sellerio editore - pagg. 87-88)
POCO PIÙ AVANTI SI ARRIVA A PIAZZA DANTE
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PIAZZA DANTE. Un tempo si chiamava largo del Mercatello, perché fin dal 1588
ospitava il mercato cittadino, ma prese il nome attuale dal grande monumento
di Dante Alighieri che si erge al centro dalla seconda metà dell'800 e deve il
recupero ai lavori per la costruzione della metropolitana che si sono conclusi
nel 2002. L'attuale aspetto d'insieme di questo spazio risale, però, al 700 e
porta la firma di Luigi Vanvitelli. Fu infatti il celebre architetto a realizzare,
inglobando alcune preesistenze, l'imponente edificio semicircolare su due piani
noto come foro Carolino (1757-65), in onore di Carlo di Borbone che gli aveva
commissionato la ristrutturazione della piazza: le virtù del re sono esaltate
dalle 26 statue lungo il profilo del foro, mentre nella nicchia centrale avrebbe
dovuto andare una statua del monarca a cavallo, mai però realizzata. Al suo
posto venne aperto l'ingresso al Convitto nazionale Vittorio Emanuele II
fondato nel 1768 come istituto dei Gesuiti e ribattezzato nel 1829 Collegio dei
Nobili, quando nel 1860 Garibaldi entrò a Napoli e prese il potere in nome di
Vittorio Emanuele II, abolì l'ordine religioso, gli espropriò i beni e ne dedicò
l'edificio all'allora re d'Italia. La struttura è ben più antica del '700 corrisponde
infatti al convento di S Sebastiano, fondato in epoca costantiniana (IV secolo) e
poi ampliato attorno a due chiostri (quello piccolo è una rara testimonianza in
città di romanico e gotico). Conclude la quinta della piazza, opposta al foro
Carolino, la chiesa di S. Domenico Soriano, iniziata nel '600 sulla
cinquecentesca chiesetta di S Maria della Salute, nel transetto sinistro è la tela
(Madonna del Rosario) di Luca Giordano (1690).
Poco a nord di piazza Dante si apre la famosa PORT'ALBA un tempo chiamata
Sciuscelfa che venne costruita all'epoca dei viceré come ingresso abusivo
ristrutturata attorno al 1625 resa ufficiale dal viceré Duca d'Alba (fu allora che
prese il nome attuale) e inglobata nella seconda meta del 700 nella costruzione
del foro Carolino sulla cima e ornata da una statua di san Gaetano che prima si
trovava sulla porta dello Spinto Santo. Oggi quando si parla di Port’Alba si
intende tutta I’area intorno piena di negozi e di banchetti di libri nuovi e usati.
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La città porosa - a Napoli nulla avanza secondo linee nette
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