CAVALERA, FABIO, Repubblica impopolare cinese
© 200X RCS Libri S.p.A.
Via Mecenate 91
20138 Milano
ISBN 978-88-452-6318-7
Prima edizione Bompiani novembre 2009
Introduzione
Della Cina conosciamo molto. Sappiamo qual è il suo ruolo
nell’economia e negli equilibri geo-politici mondiali. Non smettiamo di ricordare che il suo è un autoritarismo impermeabile alle
libertà politiche e civili. Siamo sbalorditi di fronte alla sua evoluzione. E siamo consapevoli che, sempre di più, il nostro futuro,
passa dalla crescita di questo straordinario paese-continente ricco
di contraddizioni e infi nite potenzialità.
C’è, però, un particolare che balza agli occhi dalle numerose discussioni e analisi che ci hanno appassionato e impegnato:
manca il “romanzo” di chi è stato ed è il protagonista dei primi
trent’anni del postmaoismo. Avventure personali e politiche avvolte dalla nebbia di un sistema che si fa sentire ma dice poco
degli attori principali.
Dei leader occidentali abbiamo una conoscenza profonda che
sconfi na fi no ai particolari più intimi. I leader del Celeste Impero
li vediamo in fotografia o in televisione ma ci sfuggono le trame
e i particolari delle loro vite, non riusciamo a mettere insieme i
tasselli di un mosaico, il potere cinese, che invece va indagato,
approfondito, studiato. È solo svelando e unendo singole storie e
profi li che riusciamo a comprendere meglio che cosa è avvenuto
in Cina e che cosa avverrà.
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Repubblica impopolare cinese
Con questo saggio cerco di aprire una nuova finestra. Chi è il
segretario del partito comunista, una “macchina da guerra” con
ottanta milioni di iscritti? E come lo è diventato? Da quale famiglia proviene? Quali sono i suoi divertimenti e quali suoi vizi? Chi
è il governatore della Banca Centrale e quali hobby lo appassionano? Quanto guadagna? Chi sono i decision-maker della società
cinese? Che cosa hanno studiato e quali difetti li accompagnano?
La Cina ha un’ “anomalia” fra le tante: è l’unico sistema che ha
già programmato e selezionato gli uomini ai quali spetteranno la
guida del governo e del partito addirittura fino a oltre il 2020. Chi
sono? Quali progetti hanno? E come avviene la scelta dei vertici
del paese?
Non è facile rispondere a tante domande ma provarci è una sfida utile e, forse, indispensabile. Lo stravolgimento avvenuto dopo
la morte di Mao non prescinde dalle figure della politica e della
economia che hanno edificato il miracolo: da Deng Xiaoping in
poi. Naturalmente sarebbe sbagliato sorvolare e tacere il contesto
e l’ambiente socio-culturale che hanno consentito la maturazione
di carriere e di successi. Il primo e il secondo capitolo rispondono a questa esigenza con uno sguardo al ruolo della Cina nelle
relazioni internazionali. Il terzo è la “celebrazione” di una data, il
13 dicembre 1978, sulla quale la pubblicistica sorvola ma che è la
pietra miliare dell’apertura e della Cina riformata. Quel giorno,
Deng Xiaoping fece un discorso al comitato centrale comunista:
una traccia scritta a mano, cinquecento ideogrammi che riposano
negli archivi della Repubblica Popolare, sconosciuti all’Occidente ma che ripresi e riletti a distanza di tanto tempo sono la più
efficace spiegazione del terremoto cinese. I capitoli successivi ricostruiscono i percorsi, le biografie, le anodottiche dei leader della politica (le quattro generazioni postmaoiste) e dell’economia.
Vi ho aggiunto il racconto dell’ascesa di un manager pubblico, ex
scienziato, simbolo della trasformazione culturale: un “patriota
comunista” che ha scoperto la globalizzazione e che ha un nuovo
“libretto rosso” sulla scrivania, titolo Dreams of my Father, autore
Barack Obama.
Quando si parla di Cina non si deve mai dimenticare che rimane
irrisolta la questione dei diritti umani e che migliaia di cittadini su-
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biscono il carcere, le torture e le violenze solo perché si oppongono
pacificamente ai soprusi e alle ingiustizie. Ecco perchè ho concluso
ricostruendo il caso di una coppia che è l’emblema della battaglia
per la libertà. Anche questi due giovani, marito e moglie, sono leader di una Cina, un’altra Cina, che esiste.
1.
Il Principe
C’era una volta il libretto rosso
I nuovi dirigenti cinesi governano abilmente le leve del potere.
Sono tecnocrati colti e preparati: difendono con mano pesante
lo status quo politico e promuovono con successo il capitalismo
“made in China”. Sono la sintesi, interessante, di molte qualità e
di un grande difetto: sanno essere rassicuranti e affidabili, popolari e populisti ma se un soffio di vento minaccia la stabilità
del sistema, fondata sull’assolutismo del partito (ex) comunista,
aprono i laogai, i campi di lavoro forzato, e con i carri armati reprimono gli oppositori. La macchia di sangue in Tiananmen non
è cancellata.
Nel 1949 la vecchia guardia rivoluzionaria conquistò le masse
contadine, trovò linfa nelle élite intellettuali e si insediò a Pechino.
Le generazioni che si sono avvicendate in seguito, gli allievi della
vecchia guardia, hanno inventato il “socialismo di mercato”, una
sottigliezza ideologico-semantica che congela le origini e abbraccia il modello economico borghese. Con questa copertura intellettuale hanno sostenuto la svolta riformista, formalmente, senza
abiurare il passato. Un vero miracolo del pensiero e della retorica.
Un ossimoro intelligente. La falce e il martello marciano a braccetto con il plusvalore, il profitto, la rendita finanziaria: un capolavo-
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Repubblica impopolare cinese
ro di contraddizione. I risultati che hanno ottenuto sono, in ogni
caso, efficaci e meritano il massimo della considerazione.
La falce e il martello, simboli di solidarietà fra oppressi e di lotta di classe, in verità nel cuore dei cinesi non esistono da tempo e
forse non sono neppure mai esistiti: sono stati soppiantati da aspirazioni assai terrene e dalla “concorrenziale corsa al Dio Denaro”,
come dice il maggiore fi losofo contemporaneo della Repubblica
Popolare, l’esteta Li Zehou.
La scelta è irreversibile. I successori delGrande Timonierehanno
consolidato relazioni con gli esponenti più importanti della politica, dell’industria e della finanza in tutti i continenti: l’internazionalismo proletario e il terzomondismo, cavalli di battaglia del marxismo-leninismo e del maoismo, sono finiti in soffitta (non mandati
al macero), sostituiti dalla convinta partecipazione alle logiche che
stimolano i commerci, che assicurano l’accesso alle materie prime
e la conquista dei mercati, che pompano risorse valutarie, infine
che consentono di movimentare e di investire montagne di capitali.
Erano dei guerriglieri poverissimi, hanno modernizzato la Cina,
l’hanno ribaltata e resuscitata, sposando la globalizzazione: sono
il Principe del terzo millennio, un governante illuminato e astuto,
cinico e paternalista, suadente e furbo, conservatore e progressista,
comunista senza essere più comunista, capitalista negando di esserlo. Hanno tante maschere e le indossano con straordinaria disinvoltura. Si trovano a loro agio con i dittatori della Birmania, della
Corea del Nord, del Sudan e altrettanto lo sono quando negoziano con le democrazie. Chi è questo Principe? Chi sono questi leader capaci di suscitare sentimenti contrastanti di ammirazione e di
paura, di rispetto e di irritazione?
Il percorso che hanno compiuto, il romanzo della loro formazione e la storia personale che li accompagna restano sullo sfondo,
avvolti nella nebbia. Di Obama e di Sarkozy, della Merkel e di
Berlusconi, dei premier occidentali condividiamo le informazioni,
persino i pettegolezzi, della scalata politica, della storia familiare,
dei programmi di governo. E lo stesso discorso vale per i decisionmaker dell’economia. È arduo interpretare le intricate vicende internazionali senza avere la minima conoscenza storica del Principe
che è alla guida del Dragone. Il miracolo non nasce da una magia
Il Principe
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ma dalla caparbietà di una leva di postmaoisti laureati e specializzati. Dietro alla maturazione della Cina vi sono uomini e non
fantasmi o mostri.
Nei primi trent’anni di isolamento e di caos permanente, la Repubblica Popolare si è annullata nella figura di Mao Zedong, il Presidente che è stato rispettato, amato e seguito per avere emancipato
il paese dal colonialismo. Ma, una volta superata l’oscura stagione
fondata sul culto della personalità, l’Impero di Mezzo ha selezionato una nuova classe dirigente all’altezza delle sfide contemporanee.
Un processo avvenuto a volte con strappi violenti (le epurazioni e
gli arresti del 1989), altre volte con passaggi indolori e sottotraccia,
al riparo dai mass media e dalla pubblica opinione, con dinamiche
inaccessibili, sempre e solo interne al partito comunista, che non
hanno mai coinvolto il popolo, anzi che lo hanno escluso sistematicamente ma che, alla fine, si sono dimostrate virtuose.
I leader che all’indomani della morte di Mao hanno governato il
paese hanno retto un doppio e violentissimo urto: quello della modernizzazione, con le ricadute industriali e sociali che ha implicato
(migrazioni, licenziamenti, riconversioni), e quello della globalizzazione, con la pesante incognita sull’adeguatezza intellettuale di
chi fino al momento della svolta avviata da Deng Xiaoping, aveva
avuto dimestichezza unicamente con i piani di collettivizzazione.
Passare dalle “Comuni popolari”, che umiliavano l’individuo, alla
“integrazione economica basata su una progressiva liberalizzazione del commercio internazionale di beni e servizi, capitale e lavoro” (prendiamo a prestito la definizione che Alberto Alesina e
Francesco Giavazzi danno della globalizzazione nel loro libro La
crisi) è come scalare l’Everest con le scarpe da ginnastica. L’impresa è riuscita.
Mao aveva sbarrato a doppia mandata la Cina. Gli eredi l’hanno
fatta tornare a quello che l’etimologia della parola cinese suggerisce: “Zhongguo”, ovvero, il centro dell’Universo. L’Europa ha
impiegato quasi un secolo per triplicare il suo reddito pro capite.
La Cina in tre decenni lo ha decuplicato.
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a) “AmeriCina”
A volte si corre il rischio di dipingere con eccessiva enfasi i protagonisti della scena internazionale ma se puntiamo il nostro sguardo
e le nostre attenzioni sugli uomini che hanno archiviato l’era maoista e ne valutiamo l’azione non possiamo che partire da una semplice constatazione: la Cina, alla fine degli anni settanta, era alla fame,
ferita dalla follia della Rivoluzione Culturale, prigioniera dei dogmi,
ostaggio di una gerontocrazia priva di prospettiva. Oggi, invece, la
Cina è, con gli Stati Uniti, il pilastro dell’economia e degli equilibri
geopolitici.
Il G8, dal 1975, è stato il tavolo attorno al quale i paesi ricchi hanno
convenuto le politiche globali ma oggi è diventato una formula inadeguata alla vastità del teatro d’azione e ai numerosi attori che vi recitano una parte. Il vertice di Pittsbourgh del settembre 2009 ne ha certificato il tramonto. Il G20, nato alla fine del 2008, supera gli antichi
equilibri, consente l’allargamento alle economie in via di sviluppo, è
il forum che raffredda le tensioni e valorizza le mediazioni. Il G2, o
“AmeriCina”, che ha preso forma e consistenza nel 2009, è qualcosa
di più: è, pensando al futuro, l’asse lungo il quale transiteranno gli
intrecci industriali, finanziari, commerciali e politici del pianeta. Washington e Pechino, pur con gli aggiustamenti necessari e gli ondeggiamenti inevitabili, polarizzeranno le strategie del consumo, della
produzione, della ricerca, della salvaguardia ambientale e della pace.
Con essi, la vecchia Europa, l’Africa (nuova terra di conquista cinese),
l’Asia, l’America del Sud (fortissimo partner emergente del Dragone),
l’Oceania, i poveri e i ricchi si misureranno. I giochi sono riaperti.
La Cina studia da superpotenza. La sua economia è ancora un
terzo di quella americana, ha fame di tecnologie avanzate e il sistema burocratico è un cappio al collo ma, dal Duemila in poi, ha
scavalcato, in termini di PIL, Italia, Inghilterra, Francia e Germania, e ora sta per mettere la freccia sul Giappone. Traguardo storico. Ciò, inevitabilmente, la eleva a interlocutore di prima fila di
Washington.
Le due sponde del Pacifico hanno validissime ragioni per costruire un ponte che le unisca al di là della loro concorrenzialità. Una
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su tutte: Pechino ha in tasca 1000 miliardi di dollari di crediti nei
confronti di Washington ed è il primo investitore in obbligazioni e
titoli del tesoro americani. Gli Stati Uniti non possono perdere per
strada la liquidità cinese. Ma la Cina, se gli Stati Uniti dovessero
trovarsi con il motore in panne, vedrebbe evaporare i suoi investimenti: una catastrofe. Debitore e creditore hanno bisogno di sostenersi reciprocamente.
Il G2 è un matrimonio non d’amore ma di reciproche opportunità, che va oltre la diffidenza. Una conferma? Nell’aprile del 2009
a Londra, alla vigilia dei lavori del G20, il presidente cinese Hu
Jintao ha salutato con queste parole il presidente americano Obama, che incontrava per la prima volta: “Se due persone sono sulla
stessa barca devono remare assieme e di buona lena per arrivare
all’approdo”. Washington e Pechino, come poi sottolineato anche
dal ministro degli esteri cinese, Dai Bingguo, all’inizio del summit
Usa-Cina del luglio 2009, hanno “ampie differenze nella cultura,
nella ideologia e nel sistema sociale ma i nostri interessi sono profondamente incrociati”. Le due capitali, ha sintetizzato Obama,
“condividono le responsabilità per il XXI secolo”.
Le divergenze non sono cancellate: gli Stati Uniti temono la crescita militare e l’espansionismo commerciale cinese, la Cina rifiuta
le ingerenze nella propria politica interna, non si sente garantita
dalle fluttuazioni del dollaro e dalla instabilità finanziaria americana. Washington vuole che Pechino consumi di più, Pechino
chiede a Washington più rigore nei conti pubblici e nella difesa di
quei mille miliardi di titoli Usa nei quali ha scommesso.
Diritti umani, democrazia, tolleranza, rispetto per le minoranze
etniche e per le confessioni religiose sono questioni fondamentali,
esse continueranno a determinare frizioni ma il G2 è il marchio
del XXI secolo: una superpotenza e un’aspirante superpotenza si
stanno cooptando – certo con parecchi ostacoli da aggirare lungo
la rotta – per aggiustare gli ingranaggi del sistema globale.
Nel 1978, da che la svolta cinese ha preso sostanza e corpo, il
mondo ruotava attorno agli Stati Uniti e all’Unione Sovietica, i due
blocchi. Ora ruota attorno al G2. Forse, non è lontano il giorno in
cui si porrà seriamente la questione di affiancare il dollaro con lo
yuan come valuta di riferimento degli scambi. “Lo status di mone-
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