La stella che non c’è Gianni Amelio Sergio Castellito, Tai Ling, Angelo Costabile, Hiu Sun Ha, Catherine Sng, Enrico Vanigiani, Roberto Rossi, Wang Lin, Tang Xianbi, Xu Chungging Drammatico GENERE 104 min. - Colore DURATA Italia – Cina - 2006 PRODUZIONE Vincenzo Buonavolontà è stato a lungo responsabile della manutenzione di uno stabilimento siderurgico. Alla chiusura dell'impianto viene incaricato della vendita dell'altoforno ad un'azienda cinese, ma ben presto si rende conto di aver ceduto una macchina difettosa che in passato ha causato degli incidenti. Per rimediare al danno, Vincenzo parte alla volta di Shanghai dove, accompagnato dalla giovane interprete Liu Hua, cercherà di localizzare l'impianto per poter riparare la macchina con una nuova centralina idraulica TITOLO REGIA INTERPRETI "Il cinese ti fa lo sgambetto e poi aiuta a rialzarti", La stella che non c'è è liberamente ispirato al romanzo La dismissione di Ermanno Rea ed è edito in Italia da Rizzoli. Diretto e sceneggiato da Gianni Amelio, Le chiavi di casa, L’america, Il ladro di bambini, Porte aperte, I ragazzi di Via Panisperna, Colpire al cuore e interpretato da Sergio Castellitto, Il regista di matrimoni, Non ti muovere, Caterina va in città, Le grand bleu, Ricette d’amore, L’Ora di religione. Il film narra il viaggio in Cina di Vincenzo Buonavolontà, il responsabile della manutenzione di uno stabilimento siderurgico in chiusura. La vendita di un altoforno difettato ad un'azienda cinese lo costringe a partire per Shanghai, accompagnato dalla giovane interprete Liu Hua, Tai Ling. Con la sua interpretazione Sergio Castellitto vince il premio Francesco Pasinetti per la Miglior interpretazione maschile alla 63ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Critica: Vincenzo Buonavolontà (Sergio Castellitto), così si chiama il protagonista di La stella che non c’è (Italia, Francia, Svizzera e Singapore, 2006, 104’). Nel suo cognome c’è la sua storia. C’è il suo passato di immigrato, 30 e più anni fa, quando il cammino della speranza di milioni di italiani andava dal Sud al Nord, dalla miseria di terre contadine alle fabbriche di Torino, Milano, Genova. E c’è, in quel tenero, solidissimo cognome, anche il suo presente. E di nuovo in viaggio, Vincenzo, ma adesso attraverso una Cina che forse gli ricorda le periferie operaie della giovinezza, colme di bambini, di fumo, di panni stesi ad asciugare. E sempre, ora come allora, lo guida la sua buona volontà, la sua dignità che porta in sé la memoria antica del lavoro, del saper fare, del voler fare. Non è solo un pretesto narrativo, quello che spinge Vincenzo fino allo Yangtze e oltre. Il piccolo pezzo di altoforno che porta con sé, avvolto in un foglio di carta, certo non è “proporzionato” alla sua decisione di partire, e di perdersi in un mondo del tutto sconosciuto. Non lo è in senso narrativo stretto, realistico. Lo è invece per il valore. ,In quella centralina tirata a lucido, e rinforzata con un perno d’acciaio speciale, c’è la sua vita, c’è il valore della sua vita. Era, quel valore, ben dentro la massa imponente dell’altoforno. Lì, in quella macchina titanica e insieme fragile, stavano il suo lavoro, il suo saper fare, il suo voler fare. E ancora ci stanno, ancora adesso che da Genova l’alto-forno è stato spostato dall’altra parte del mondo, in una città di cui fatica a pronunciare il nome. Alle sue spalle Vincenzo non ha solo la sua storia personale. Ne ha anche una di classe, come lui stesso avrebbe detto una volta. E infatti, nel frastuono di megalopoli colme di grattacieli o nella miseria di bambini costretti a pulire squallidi capannoni industriali, ancora gli viene da ricordare “il compagno Deng”. Lo fa di sfuggita, e con ironia, rivolgendosi alla giovane Lin Hua (Ling Tai). E però basta quel cenno, per intuire la distanza che lo separa non tanto dall’Italia, quanto dalla sua coscienza di 30 e più anni fa, e anche dalle sue illusioni d’allora (quanto agli italiani, dice sarcastico a Ling Tai, mi basterebbe che fossero «un po’ meno arroganti, un po’ meno cialtroni... che avessero un po’ più di rispetto»). Non è più classe, non è più “massa”, Vincenzo. Ora è se stesso, solo se stesso. Lo è in una solitudine che all’inizio di La stella che non c’è minaccia di ridurre a niente persino l’altoforno, con l’enorme corpo nero abbandonato, senza più una “storia” che lo faccia essere quel che è. Anche Vincenzo non ha più una Storia che lo contenga, che gli dia senso. E però non è un vinto con lo sguardo rivolto all’indietro. Al contrario, è ben certo di sé. Lo è per il suo lavoro durato una vita, che non è stato “alienato” (come forse egli stesso avrebbe detto, 30 e più anni fa). Con il proprio saper fare e voler fare ha costruito e curato se stesso, prima ancora che l’altoforno. Lo ha fatto con un rispetto per la macchina che è diventato rispetto di sé. E forte di questo rispetto, che e la sua ricchezza, ora può attraversare la Cina con le sue molte lingue incomprensibili, con la sua vastità imprevedibile. Non ha paure, Vincenzo. Non vede pericoli, dall’altra parte del mondo. Non ne vede di più che in Italia,dove forse si sente ugualmente straniero. Sa a chi deve consegnare la sua centralina, anche se non sa dove. Lo cerca nelle città dense di uomini e di donne e nel vuoto di spazi sconfinati, quel suo interlocutore. Non conta se, lungo il cammino, vede cose grandiose e terribili: miserie, sfruttamento, abbandono, e la conferma che ovunque esplode una forza che non tiene conto dei singoli, ma che tutti li gioca e li costringe. Insomma: cose che minacciano di ingigantire la sua solitudine, e di ridurre a niente il suo rispetto dì sé. È un viaggiatore coraggioso, in ogni caso. Lo è fin dalla giovinezza. E ora che ha passato i cinquanta anni è anche un viaggiatore accorto. Alla fine lo incontra, il suo interlocutore. E il solo che, in quel Paese enorme, riconosca il piccolo pezzo d’altoforno, con il perno d’acciaio speciale. I due parlano la stessa lingua, fatta non di parole ma di lavoro e intelligenza. Non importa che,poi, la centralina sia buttata in un angolo, tra vecchi pezzi di ferro arrugginito. Non importa perché Vincenzo Buonavolontà ha tenuto fede a se stesso. E ora, seduto con Ling Tai in una stazione ferroviaria perduta nel mezzo della Cina, quel suo cognome sembra alludere non più solo al suo passato e al suo presente, ma anche al suo futuro. E questa impressione è solo attenuata, non vinta, dal sorriso triste che i due hanno negli occhi. Roberto Escobar, ‘Il Sole-24 Ore’, 17 settembre 2006 Viaggio in Cina di un operaio «dismesso» per sostituire la centralina di un impianto, ma la materia del film di Amelio muta sotto i nostri occhi. Bravissimo, Castellitto offre la radiografia del cuore, conquista la sua tenerezza e guarda senza pregiudizi un altro mondo con l' aiuto di una cinese ragazza madre. Parte in camion la crisi esistenziale e la portata morale, tipica di Amelio, d' una ricerca intrisa di illusioni e delusioni: per ottenere altri valori piangere fa bene. Road movie doppio all' Antonioni con finale di speranza e un discorso che da concreto si fa, per magìa di cinema, astratto e interiore, come se il regista filmasse e firmasse con una dolcezza superiore alla sua media sguardi, silenzi, sospensioni di chi ha sprecato la vita e non lo sa. Tema classico, la voglia di paternità. E la stella che manca è l' innocenza, infatti forse è quella di un giocattolo. VOTO: 8,5 Maurizio Porro, ‘Il Corriere della Sera’, 15 settembre 2006 Nel romanzo di Ermanno Rea La dismissione (Bur) il protagonista si chiama Buonocore, nel film La stella che non c' è (incarnato con travolgente, viscerale partecipazione da un grande Sergio Castellitto) diventa Buonavolontà. Il cambiamento è significativo perché sullo schermo il regista Gianni Amelio celebra proprio l' ottimismo della volontà. Scrivendo il libro su ispirazione di un ex manutentore specializzato delle colate continue, Rea aveva allargato la cronaca dello smontaggio dell' Ilva di Bagnoli alla demotivazione personale di uno dei neodisoccupati. Nel film, che iniziando dove il libro finisce inventa un seguito, il protagonista ha patemi d' animo in omaggio alla missione che si è imposto. Ovvero quella di informare i cinesi, acquirenti dell' acciaieria, di un difetto grave che potrebbe comportare morti e feriti se non si adotta la soluzione da lui scoperta. Nell' ansia di consegnare la centralina modificata Buonavolontà non esita a prendere l' aereo per Shanghai, ma non basta perché nel frattempo l' impianto è passato di mano in mano e nella crescita selvaggia di un confuso panorama industriale è difficile ritrovarlo. Donde un viaggio da «road movie» che porta l' italiano, scortato dall' interprete Lin Hua (la deliziosa non attrice Tai Ling) con la quale nasce un pudico rapporto, sulle onde del Fiume Azzurro: da Wuhang all' inferno urbano di Chongquing, dal villaggio di Ci Qi Kou (dove la ragazza madre nasconde il suo segreto) fin dentro la Mongolia. A cavallo fra documentario e metafora, La stella che non c' è tenta di restaurare e giustificare il desueto stupidissimo slogan «la Cina è vicina». In altri tempi, per una sfilata di immagini firmate di un Paese che l' aveva conquistato e commosso, Michelangelo Antonioni fu perseguitato come spia dell' imperialismo; e qui al Lido vedo ancora in giro qualche intellettuale nostrano che si associò alla condanna. Per cui viene spontaneo chiedersi: cosa diranno oggi i cinesi del film di Amelio? Dove a un amore almeno pari a quello di Antonioni corrisponde uno sguardo molto più spregiudicato sul degrado e il rischio della catastrofe. La stella che non c' è è la cronaca di una piccola epopea senza scopo (si veda dove finisce la famosa centralina ), ma è insieme una fiera elegia dell' orgoglio di fare bene il proprio lavoro pur consci di vivere in un' epoca dove la cosa addirittura disturba. Stupendamente fotografato da Luca Bigazzi, musicato da un ispirato Franco Piersanti che sa far cantare le fabbriche, evidente frutto della dedizione di una troupe in trasferta sposata alla disponibilità dei nativi, questo è un prezioso film da meditazione destinato senza dubbio a restare. Tullio Kezich, ‘Il Corriere della Sera’ , 6 settembre 2006 Gianni Amelio con il suo La stella che non c'è, primo dei due film italiani in concorso, accolto da otto minuti di applausi alle prime proiezioni, porta alla Mostra una Cina mai vista prima, soprattutto nei film cinesi: quella che il cinquantenne manutentore napoletano disoccupato Sergio Castellitto attraversa alla ricerca di una sua Shangri-La, di quella ormai per lui mitica acciaieria che ricostruita chissà dove con gli altiforni smantellati della Ilva di Bagnoli ormai chiusa, nasconde un difetto pericoloso, che solo lui crede di poter eliminare. Ispirato a "La dismissione" di Ermanno Rea, il film di Amelio ha commosso critica Internazionale e pubblico, e anche il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli che ieri mattina alle 8 si è messo in fila con gli spettatori trascinando anche il suo staff. «Lo volevo vedere a tutti i costi e non potevo aspettare la presentazione ufficiale perché alla festa della Margherita a Caorle mi attende un probabile incontro con Berlusconi (poi saltato, ndr)». Ha definito il film «possente, trascinante», e il regista lo ha ricambiato complimentandosi per la nuova legge sul cinema che gli pare perfetta. Vincenzo Buonavolontà (Castellitto) trova il suo Virgilio nella studentessa-interprete Liu Hua (l'esordiente ventenne Tai Ling) e con lei inizia un viaggio che è una discesa all'inferno nel cuore dell'immenso paese delle contraddizioni, comunista e consumista, ricchissimo e miserevole, all'avanguardia e retrogrado: dai lussuosi grattacieli di vetro di Shanghai con i suoi uffici eleganti, simbolo di una società opulenta, in treno sino alla città di Wuhan dove vivono 8 milioni di persone e ancora troneggiano gigantesche statue di Mao, lungo lo Yangsi sino a Chongqing, 13 milioni di abitanti, con gli spaventosi grattacieli da 70 piani dove s'ammassano anche l2mila inurbati in cerca di lavoro, in pullman al villaggio di Yinchuan, dove ancora i contadini sopravvivono coni loro piccoli commerci artigianali, in camion a Baotou dove finalmente Castellitto trova il gigante siderurgico costruito con i resti dell'acciaieria napoletana e riesce a consegnare il suo prezioso marchingegno: il viaggio è finito, e Castellitto, più bravo dei solito, che sino a quel momento ha mostrato un viso febbrile, chiuso, un po'folle, può finalmente sorridere e piangere. Chi è Vincenzo? «È uno di quei cinquantenni solitari che si ritrovano di colpo senza il lavoro cui hanno appassionatamente dedicato tutta la vita. Ha la tempra di certi capitani di ventura del passato che partivano verso l'ignoto, ma anche di un mio nonno semianalfabeta che a vent'anni partì da solo per l'Argentina e si costruì una nuova esistenza». Da ragazzo Amelio ha avuto la sua fase maoista e a Hong Kong dove era andato a girare la sua prima pubblicità, si comprò il Libretto Rosso, in cinese, per essere più rigoroso. La distruttiva rivoluzione culturale gli sembrava un'idea esaltante: se lui di origine contadina era diventato un intellettuale, perché gli intellettuali non dovevano diventare contadini? «Oggi la Cina è soffocata da un sistema burocratico duro, dittatoriale, su cui si è installato il peggio del capitalismo a scapito della vita dei lavoratori. Dovunque abbiamo girato i cieli erano grigi, nebbiosi, impenetrabili, a causa dell'inquinamento a livelli spaventosi. Abbiamo visto il sole solo quando abbiamo raggiunto la Mongolia interna. Tutta la troupe prima o poi si è ammalata, di dissenteria e altro». Tre mesi di sopralluoghi, nove settimane di riprese, un tempo infinito per superare le vane commissioni di controllo, che noi chiameremmo di censura. «Non volevano che girassimo nelle acciaierie di Chongqing, che sono uno dei luoghi più spaventosi della terra, dove le donne fanno da mangiare tra i miasmi velenosi e i bambini scalzi e abbandonati girano tra i detriti dell'acciaio: poi abbiamo ottenuto il permesso, con i soliti angeli custodi gelidi che assistevano alle riprese. Con un trucco siamo riusciti a ricostruire queste scene ma temevamo che poi i vari controllori ci avrebbero chiesto, anzi consigliato gentilmente, di eliminarle. Invece quello strazio non ci ha colpiti per niente, si vede che ci sono abituati». Un altro momento sconvolgente dei film è quando Castellitto e la ragazza cinese s'inerpicano sulle scale del grattacielo slabbrato e cadente, vero brulicante alveare umano, in cui in ogni loculo vive una famiglia, c'è un laboratorio, si svolge un commercio, esercita una prostituta. Non hanno protestato? «Hanno insistito perché togliessimo la frase "hanno costruito grattacieli ma non gli ascensori", che offendeva il loro concetto di progresso. Però non l'abbiamo fatto e si sono rassegnati. Sono stati invece implacabili nel far togliere le mascherine antinquinamento alle comparse, perché davano un'immagine secondo loro offensiva della loro gloriosa industrializzazione. Poi sono riuscito a filmare le operaie vere che anche fuori dalla fabbrica non si tolgono la mascherina». Ovunque la macchina da presa riprende i meravigliosi bambini cinesi sempre soli, come abbandonati, e a un certo punto da un televisore, spunta una biondina di tre anni: « È Alma, la figlia del mio figlio adottivo albanese, che avevo scelto per interpretare "Lamerica". Si è sposato e ho finito per adottare tutta la sua famiglia, che è diventata la mia: sono appena nate due gemelline che ho lasciato inquieto nell'incubatrice in ospedale. Ma l'evento inaspettato che mi ha sconvolto la vita è un altro. Io ho fatto tutte le esperienze che volevo, non ho lasciato nulla d'intentato, ma desideravo un altro tipo di amore. E infatti mi sono innamorato come non mai della ragazzina cinese dei mio film, che come tanti attori ha un bisogno tattile verso il suo regista, e mi stava vicino, e mi toccava. Io mi sono avvicinato a lei con cautela, ma ho 61 anni, e Tal Lirig 21, è un vuoto di vita ed esperienze che neppure l'amore può colmare. Così ho deciso di fuggire e di limitarmi a fare il nonno e di far crescere le mie nipotine. Questa esperienza interrotta ha cambiato anche il mio modo di lavorare, mi ha fatto capire il valore della tenerezza, mi ha suscitato un senso più materno che paterno verso i personaggi, verso gli attori di questo mio ultimo film». Natalia Aspesi, ‘La Repubblica’, 6 settembre 2006 La stella che non c'è di Gianni Amelio, primo film italiano in concorso alla Mostra del cinema in cui per la prima volta il regista racconta «un amore che non uccide» e segue il viaggio straordinario d'un operaio italiano in Cina nel paesaggio industriale del Paese più nuovo e più antico, affronta temi contemporanei molto importanti: la Cina appunto, ricca e invadente (il tramonto dell' Occidente?); la fine dell'homo faber, di quel lavoro manuale ben fatto ritenuto inutile nel presente precario; la mescolanza necessaria di culture e identità; la divisione del mondo in penuria e consumo; il viaggio interiore. Bellissimo film, interpretato da Sergio Castellitto molto bravo e da Tai Ling. Grande impresa produttiva italo-franco-svizzera, preziosa occasione emotiva e culturale: sarà difficile dimenticare la Cina ferrigna delle acciaierie, immersa nella nebbia dell'inquinamento; le fabbriche dove la gente vive come in una casa, con le donne che cucinano, i bambini che giocano; l'italiano capace, tenace, innamorato, che dice alla fine dei viaggio: «È andato tutto bene. Sono stato fortunato». L'idea nasce da un libro, La dismissione di Ermanno Rea (edizioni Einaudi), cronaca romanzata del trauma napoletano al momento della chiusura dell'Ilva di Bagnoli, che dopo un secolo venne smantellata nel 1989 con la perdita di 13.000 posti di lavoro e i cui impianti, poco alla volta, vennero venduti alla Cina. Amelio parte dalla fine del libro. Immagina che l'operaio Vincenzo Buonavolontà, manutentore specializzato nei controlli delle macchine, sappia che l'altoforno in vendita non è in buone condizioni, e voglia ostinatamente trovarne il guasto perchè non succedano, come è già accaduto, incidenti gravi agli operai. Scopre il difetto dell'impianto quando i cinesi sono già ripartiti. Vola a Shanghai per consegnare di persona la centralina idraulica modificata, ma l'azienda cinese che aveva comperato l'impianto lo ha già rivenduto ad altri. Comincia così il viaggio in una Cina sconosciuta, accompagnato da una ragazza ventenne studentessa di italiano: da Shanghai a Wuhang a Chongqing seguendo il corso dello Yang- tze, del grande Fiume Azzurro. Da tempo non si trovavano in un film un protagonista operaio e una riflessione così rilevante su quella bravura manuale segno di identità orgogliosa e della centralità dell'uomo nell'universo delle macchine. Come sempre, come nell'Albania de Lamerica, nella Torino Anni Cinquanta di Così ridevano, nella Berlino de Le chiavi di casa, Gianni Amelio cerca altrove l'Italia che non c'è più: «In Cina non sono andato per scoprire la Cina, sono andato per capire meglio un operaio italiano». Ma il linguaggio internazionale del lavoro non aiuta più a capirsi. Tra la folla perenne e mobile, le grandi statue color terra di Mao, i paesaggi simili a disegni delicati, le città repentine («Fino a cinque anni fa, qui non c'era nemmeno un negozio di alimentari»), la Mongolia spopolata, i giudizi («Certo che pure qui le cose non vanno tanto bene»), il pezzo meccanico salvifico e indispensabile di cui i cinesi non hanno compreso la necessità, finisce tra i rifiuti: ma l'operaio italiano non lo sa. Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 6 settembre 2006 La stella che non c'è di Gianni Amelio - ieri in concorso alla Mostra di Venezia - ha dignità formale. Gli manca la ragion d'essere. L'inseguimento di un metallurgico del «suo» stabilimento siderurgico, venduto alla Cina, aveva un senso nel romanzo La dismissione di Ermanno Rea (Rizzoli), ma l'ha perso nella sceneggiatura del film di Amelio che vi si ispira. Lo spettatore medio si chiederà dunque perché il metallurgico (Sergio Castellitto) s'agiti tanto per portare in Cina un ingranaggio; perché non lavori; dove trovi i soldi per un viaggio così costoso e insensato... Solo lo spettatore d'età e colto intuirà che il metallurgico è ferito nell'onore come nostalgico, come reduce della ora quasi estinta classe operaia. Il suo viaggio nello spazio è soprattutto un viaggio nel tempo, in cerca del suo passato. Ma se la Cina ha ancora tanti operai, costoro sono solo una classe sociologica, non politica. Oggi l'operaio cinese ragiona come ieri ragionava l'operaio emiliano (toscano, umbro. ..): vuole lasciare la fabbrica, salvo diventarne padrone... Ignorando questo antefatto, La stella che non c'è pare la versione triste di Fumo di Londra, pare un Fumo di Pechino, con Castellitto a smaniare come un Sordi triste. Se nel film ci fossero eventi di rilievo, la carenza di movente, salvo la follia, del protagonista si noterebbe meno. Ma Amelio mostra una Cina grigia, periferica, quotidiana e la fa fotografare a Luca Bigazzi con toni smorti, nonostante la luce estiva. Amelio è come il suo metallurgico: ha più nostalgie che idee e manca di nerbo. Non osa scagliare un'invettiva contro chi ha rinnegato tutto. E il «politicamente corretto», infimo surrogato del marxismo, gli impedisce perfino d'esaltare la rinata grandezza della Cina. Perché Amelio s'è posto la questione, come appare fin dal titolo, che allude al simbolismo della bandiera cinese, dove la stella grande è la patria e le quattro piccole rappresentano gli operai, i braccianti, i militari e la borghesia nazionale. Nel discorso che Amelio affida a Castellitto tutto però si riduce ai sentimenti che dovrebbero animare i popoli, un buonismo fuori luogo ovunque e fuori luogo due volte in Cina. Ma Amelio avrebbe ancora un modo per salvare il film: tornare al montaggio e chiuderlo quando l'operaio cinese getta l'ingranaggio che Castellitto ha recapitato con tanta, non richiesta fatica. Dichiarazione di fallimento del personaggio che eviterebbe quello del film. Un viaggio strano, se non insensato, in Oriente è al centro anche dell'altro film in concorso ieri, L'intouchable di Benôit Jacquot, con Isild Le Besco nel ruolo di un'attrice francese che parte per l'India per guardare, non per conoscere, il padre di cui ha appena appreso l'esistenza, un insegnante ma anche un «intoccabile». Perché lo fa? Viene il sospetto che anche qui, come nel film di Amelio, il viaggio serva solo a rendere appena appena spettacolare il disagio del personaggio, che ama recitare Brecht, ma che con Brecht farebbe la fame; e che si paga il viaggio con un film erotico. Anche con Jacquot siamo dunque alla nostalgia per un modo di lavorare diverso da quello oggi prevalente. Ma anche lo spettatore indifferente ai problemi d'identità e adattamento troverà una ragione per lo sguardo, che il film di Amelio non gli darebbe: infatti Isild Le Besco si offre spesso nella sua integrale, giunonica bellezza di ventenne. Se la censura non interverrà, c'è abbastanza da giustificare il costo del biglietto e un'ora e un quarto - un'ora bastava - di film. Maurizio Cabona, ‘Il Giornale’ , 6 settembre 2006 Nella corsa verso il Leone d'oro, l'Italia parte col piede giusto. La Mostra ha accolto con molti applausi, dopo una prima proiezione per la stampa decisamente tiepida, La stella che non c'è , il film di Gianni Amelio ambientato in Cina e interpretato da Sergio Castellitto. Come Nuovomondo di Crialese che passa in gara domani e ha per protagonisti i nostri emigranti nell'America di fine Ottocento, anche La stella che non c'è racconta la scoperta di un universo lontano, sconosciuto, carico d'incognite. Ma nel momento in cui la globalizzazione costringe l'Occidente a confrontarsi, curioso e preoccupato, con il gigante Cina e le sue ricadute economiche sul resto del Pianeta, Amelio sceglie di raccontare la collisione tra i due mondi attraverso i sentimenti: l'umanità azzera differenze e diffidenze. Il risultato è un film essenziale, rigoroso, emozionante che a qualcuno potrà sembrare povero d'azione ma è denso di significati e immagini indimenticabili. Dominato da Castellitto, straordinario nel rendere la moralità operaia, lo sguardo carico di stupore e di umiltà, l'arte di arrangiarsi tutta italiana del suo personaggio. Liberamente ispirato al romanzo di Ermanno Rea La dismissione (edizioni Bur), La stella che non c'è ha per protagonista un ex operaio che intraprende un viaggio un po' folle all'altro capo del mondo per sostituire il pezzo difettoso dell'altoforno che la sua fabbrica ha venduto ai cinesi. Il nome, Vincenzo Buonavolontà, è tutto un programma: l'uomo, animato da un senso del dovere desueto e utopistico, attraversa la Cina da una città all'altra, seguendo la via del Fiume Azzurro fino alla Mongolia, per individuare l'acciaieria alla quale consegnare il macchinario riparato. Il viaggio è più importante della possibilità concreta di portare a termine la missione e ad accompagnare Buonavolontà è una giovane cinese che gli fa da interprete e gli svelerà il volto nascosto del Paese e i segreti della sua vita: l'attrice debuttante Tai Ling, molto espressiva, regge bene il confronto con Castellitto. L'incontro tra le rispettive solitudini dei protagonisti sarà l'epilogo della storia. Amelio ci mostra una Cina rurale tutt'altro che turistica, mai vista al cinema: niente città sempre più caotiche e occidentalizzate ma il Paese duro e desolato delle campagne, dei fiumi, dei villaggi arcaici, i grattacieli senza ascensori, i camion scassati, le case sovraffollate dove le macchine per cucire non si fermano mai, i bambini allevati dalla collettività patriarcale. Filtrata dallo sguardo di chi la scopre, la Cina di La stella che non c'è (nelle sale da oggi distribuito da RaiCinema coproduttricre con Cattleya) risulta più emozionante di quella dei registi doc passati, per una singolare coincidenza, proprio ieri alla Mostra: Zhang Yuan, vincitore del premio Bresson, e Jia Zhank-Ke autore di Still life , il concorrente a sorpresa. Gloria Satta, ‘Il Messaggero’ , 6 settembre 2006 Primo dei due titoli che si giocano l'onore dell'Italia nel concorso, La stella che non c'è è un film garbato e sommesso che esplora la Cina contemporanea parlando anche di noi. Il compito che si è assegnato Gianni Amelio non era, in effetti, dei più semplici: partire da un romanzo-inchiesta di successo («La dismissione»), abbandonarlo subito nel segno di un personaggio reinventato, filmare in lungo e in largo l'immensità cinese senza sfociare nel documentario, censire i costi umani del nuovo superpotere nell'economia del mondo, ritrovare un senso d'antica saggezza nel confronto tra il donchisciotte italiano e l'enigmatica ragazza-interprete che gli si affianca. L'impressione che se ne ricava è quella di una storia quasi «in fieri», fluida e svariante fin quando, appunto, si esprime nel tocco e nell'abbozzo, nel flash lirico e nel guizzo del dialogo; ma poi svaporata e impalpabile quando l'oscuro malessere dell'approccio dovrebbe secernere una riflessione densa o anche un empito liberatorio. Per dirla tutta, la prova del protagonista Sergio Castellitto ci sembra un gradino al di sopra del peso specifico del film: ancora straordinario nella sua eloquenza minimalistica e nella sua comunicativa (apparentemente) rilassata, il nostro grande attore s'identifica senza incertezze nella figura dell'operaio in crisi morale e materiale che persegue una missione alquanto squinternata. Vincenzo Buonavolontà (si poteva fare a meno di questa strizzatina d'occhio) è, infatti, l'ex «manutentore» di un'acciaieria in disarmo acquistata dai cinesi: convinto che l'altoforno sia penalizzato da un piccolo quanto pericolosissimo difetto, non ci pensa due volte a volare a Shanghai per consegnare la centralina idraulica modificata di persona. Siccome, però, l'azienda che ha comprato l'impianto lo ha già rivenduto ad altri e nessuno sa o vuole dire dove sia finito, il protagonista chiede aiuto alla ventenne studentessa d'italiano Liu e intraprende un viaggio da una città all'altra, da una regione all'altra, prima seguendo la direttrice del Fiume Azzurro e poi perdendosi fino ai confini della Mongolia. Il percorso, naturalmente iniziatico, cerca di avvicinare a poco a poco il reale al metafisico, ma il bilancio narrativo risulta per forza di cose generico e i ragionamenti, le emozioni, le confusioni di Vincenzo restano bloccate come in surplace all'interno delle singole e pur apprezzabili sequenze. Qualcuno citerà Antonioni - più Chung Kuo-Cina che Professione: reporter -, ma in questo caso Amelio appare un regista del tutto diverso, portato ad accarezzare con sentita tenerezza i corpi ed i paesaggi e, in fondo, a disagio nell'evocare il pathos segreto delle situazioni. L'indubbia forza morale del viandante forse destinata a fondersi con un sentimento d'amore - non aiuta a scalare la montagna della Cina comunista/capitalista, ma, al massimo, ci fa intravedere i suoi insospettati, insondabili, ambivalenti contrafforti. Che ci convivano sacche di povertà spaventose, rampantismo industriale e deliziosi frugoletti, insomma, «La stella che non c'è» riesce a raccontarlo senza enfasi: quello che manca, però, e gli impedisce di volare molto in alto è un contrappunto psicologico forte, una corposa traiettoria drammaturgica, un «riscatto» meno telecomandato dell'italiano-brava-gente che nel finale s'abbandona a un pianto irrefrenabile. Valerio Caprara, ‘Il Mattino’ , 6 settembre 2006 Il cinema italiano esordisce a questa Mostra con un grande film, La stella che non c'è, firmato da un grandissimo autore, Gianni Amelio. Una cronaca realistica, ma anche una riflessione, filtrata quasi attraverso l'intimismo, su un personaggio che vede sconfitta una sua ostinatissima ossessione dalla scoperta di valori più quieti, come quelli espressi dai bambini. Lo spunto, ad Amelio è stato suggerito dalle ultime pagine di un romanzo di Ermanno Rea, «La dismissione», di cui ha cambiato il nome del protagonista da Buoncuore a Buonavolontà, lasciandogli quella professione di tecnico che, nel testo originale, l'aveva condotto a sovrintendere alla dismissione di una grande acciaieria (in Rea quella di Bagnoli) venduta pezzo a pezzo a un'industria cinese. Se non che, al momento di questa dismissione, il tecnico si accorge che, in uno dei più importanti macchinari, c'era una centralina difettosa, con possibili conseguenze funeste dopo. Così, appassionatamente legato da una vita a quei macchinari, non esita ad andare in Cina a proprie spese per mettere sull'avviso i nuovi acquirenti riparando lui stesso il guasto. Presto però, pur sostenuto da una interprete, si perde in quel Paese immenso, e a lui del tutto estraneo, nella inutile ricerca, all'inizio, di quella fabbrica dove dovrebbe riparare il difetto. Con la sorpresa, amara quando la troverà, che i cinesi vi avevano già posto riparo, ma con la constatazione, positiva, che quell'odissea sterminata gli aveva dato una coscienza nuova e non più solo tecnicistica, alimentata dalla scoperta che, date le limitazioni imposte in Cina alle nascite dei bambini, a quella bandiera dove le cinque stelle simboleggiano tanti giusti principi, manca quella di una umanità reale. Questo percorso psicologico Amelio l'ha svolto in due momenti paralleli ma strettamente intrecciati. Uno, il viaggio in una Cina ora supermoderna, ora rurale, ora costellata di bellezze naturali, cui la fotografia splendida di Luca Bigazzi dà risalti magnifici superando, nella descrizione del quotidiano nelle città, perfino quella di Zhang Yimou nella «Storia di Qui Ju». L'altro, tessendo di fili sottilissimi il rapporto via via sempre più diretto fra il protagonista e la sua interprete, madre segreta di un bambino che ha dovuto tener nascosto e che finirà per essere la molla del ripensamento psicologico dell'altro, venuto per riparare una acciaieria e pronto, invece, alla fine, ad occuparsi del semplice giocattolo di quel bambino. Facendo confluire questi due momenti, con il commento delle musiche, sempre suggestive di Franco Piersanti, ingemmate da cori cinesi, in un lunghissimo primo piano del protagonista, prima deluso fino alle lacrime, poi virilmente pacificato e mutato. Sublima questo primo piano, preceduto comunque da altri di vitalità quasi pari, l'interpretazione superba di Sergio Castellitto, mai così intenso, mai così vibrante, mai così fortemente segnato. Al suo fianco, in cifre più semplici, l'esordiente cinese Tai Ling. Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’ , 6 settembre 2006 La stella che non c'è di Gianni Amelio, primo film italiano in concorso a Venezia, si ispira ad alcune righe del romanzo di Ermanno Rea La dismissione: quelle in cui Vincenzo Bonocore, tecnico delle acciaierie di Bagnoli incaricato di smontare la fabbrica per consegnarla agli acquirenti cinesi, viene invitato dai cinesi stessi... in Cina!, per seguire i suoi altiforni e continuare ad accudirli. La differenza (di contenuto, di tono, di stile) tra libro e film è tutta lì: Vincenzo Bonocore non va in Cina perché a Bagnoli ha una moglie, una famiglia, una memoria - di classe, e individuale - consolidata; Vincenzo Bonavolontà (un bravissimo Sergio Castellitto) invece ci va, e non perché i cinesi l'abbiano invitato, al contrario: ci va perché l'altoforno ha un difetto e solo lui sa come aggiustano. Da un lato, quindi, Vincenzo Bonavolontà va in Cina perché in Italia non ha nulla che lo trattenga, nemmeno quella struggente identificazione con la fabbrica sventrata. Dall'altro, Vincenzo Bonavolontà è ancora più testardo e integerrimo che nel libro: anche se nemmeno i cinesi sanno più dov'è finito quell'altoforno, lui è pronto a girare mezza Asia per trovarla e per consegnare la centralina che nel frattempo ha costruito con le sue mani. Lo accompagna, nel viaggio, la giovane interprete Liu Hua (Tal Ling, anche lei bravissima) che con Vincenzo fa davvero una buffa coppia: incazzosa e scostante quanto lui, ha alle spalle un'università andata maluccio, vari lavori perduti e un figlio forse non voluto che vive con la nonna. Non parla nemmeno granché l'italiano, ma per Vincenzo è un'ancora indispensabile: e come nei western o nelle commedie hollywoodiane che ad Amelio piacciono tanto, i due che inizialmente non si pigliano finiranno per capirsi... Il paragone con La dismissione è importante per chiarire che, nonostante le aspettative giornalistiche, La stella che non c'è non è un film sull'identità operaia negata, né un reportage sulla nuova Cina e sulla sua aggressività economica. È un film su un uomo che cerca se stesso: ma a differenza del Kim Rossi Stuart di Le chiavi di casa, o dell'Enrico Lo Verso di Lamerica, lo fa per scelta, e non perché la vita lo costringe. Amelio si identifica nel suo sguardo: esattamente come Vincenzo, non ha ricette da fornirci per capire la Cina, perché esattamente come Vincenzo è come se la stesse vedendo per la prima volta, e noi con lui. Ieri Amelio ci ha detto una cosa che, ci crediate o no, ci ha fatto capire il film: «Vorrei tanto fosse la mia opera prima». È facile essere d'accordo con lui: il film ha la freschezza e la verginità degli esordi, arricchite da una sapienza visiva che ha pochi eguali, grazie anche alla consueta bravura dell'operatore Luca Bigazzi. Lungo il viaggio si compiono letteralmente delle «epifanie», dei momenti in cui basta inquadrare qualcosa (un grumo di grattacieli, una città fluviale nella nebbia, una stazione ferroviaria con alcuni miliardi di persone, una casa-alveare che è anche una manifattura tessile) per trovarsi la «nuova Cina» spiattellata davanti agli occhi. E delle opere prime, La stella che non c'è ha anche qualche (voluta?) ingenuità, perché spesso ci si domanda come diavolo è possibile che Vincenzo arrivi in Cina, incontri Liu e trovi tutto ciò che cerca senza mai smarrirsi, né smarrire la buona volontà che lo anima. II fatto è che quella «buona volontà» è dentro di lui, fin dal cognome quasi fiabesco: e alla fin fine il film è proprio una fiaba, con Liu nel ruolo del «donatore» che aiuta l'eroe a compiere l'impresa e a riconciliarsi con se stesso. Alberto Crespi, ‘L'Unità’, 6 settembre 2006 (a cura di Enzo Piersigilli)