Hotel House. In un palazzo il mondo. Confini sociali e uso quotidiano di uno spazio multietnico di Adriano Cancellieri 1. Mondominio Hotel House Le dolci colline all'orizzonte di fronte ai miei occhi, il mare dietro di me. In mezzo vedo ergersi sempre più nitidamente la Torre di Babele cruciforme chiamata Hotel House, un enorme condominio di 480 appartamenti distribuiti in sedici piani, che domina la parte Sud della città di Porto Recanati, nelle Marche. Una torre solitaria formata da due grossi parallelepipedi che si incrociano, circondata solo da campi e case di campagna abbandonate. Mi avvicino con la mia macchina, sono alla rotonda, svolto e mi ritrovo nel rettilineo senza uscita che porta al residence. Inizio a rallentare per avvicinarmi lentamente, scorgo i primi ambulanti che, con in mano e sulle spalle anelli, collane, occhiali e vestiti vari, si incamminano verso il mare. Presto tutti si incroceranno di nuovo lungo la spiaggia, per ore e ore, sulla sabbia, sotto il sole. Proseguo sino al parcheggio antistante il condominio, sterrato, disseminato di buche, con molte macchine più o meno di fortuna e piccoli mucchi d’immondizia sparsi qua e là. Uno spazio richiesto da anni dagli abitanti del condominio e finalmente realizzato solo da qualche mese dalla locale amministrazione comunale. Un parcheggio lasciato a metà, senza pavimentazione, consegnato già degradato e che è diventato, tra le altre cose, una sorta di officina a cielo aperto, dove alcuni immigrati aggiustano automobili, smontando e rimontando pezzi. A quest'ora le macchine parcheggiate non sono molte. Non vedo il camioncino di Nasrih1,, partito per andare a vendere nei mercati, neppure la macchina di Ousmane che oggi fa il turno di mattina in una delle fabbriche che costruiscono scarpe per l’economia della Terza Italia2. Non c’è la macchina di Mohammed che lavora come aiuto cuoco in un ristorante poco fuori dal centro, uno dei tanti luoghi che accendono le luci del salotto sul mare della riviera del Monte Conero3. Parcheggio la mia macchina, scendo e mi dirigo verso l’ingresso. Attraverso velocemente 1 Com’è consueto in questo tipo di lavori, tutti i nomi indicati nel testo sono di fantasia. La città di Porto Recanati, insieme a diversi altri comuni della provincia, fa parte di un'area in cui si trova un distretto della scarpa capace di attrarre una parte importante degli immigrati che vivono all’Hotel House. 3 Porto Recanati , che si autodefinisce 'il salotto sul mare', è una cittadina costiera e turistica sempre più integrata nel continuum di stazioni balneari e locali ricreativi che va da Ancona a Porto Recanati. 2 1 una delle quattro aree rettangolari create a piano terra dall’incrocio dei due enormi parallelepipedi che compongono l’Hotel House e mi ritrovo proprio sotto quella principale che porta all’ingresso del grande edificio. Sono subito rapito dal brulichio di persone e non so da che parte dirigere il mio sguardo. Di fronte a me vedo panchine e una decina di esercizi commerciali; la ‘piazzetta’ è viva: alla destra c'è il bar con il solito gruppo di giovani maghrebini appoggiati alle colonne del porticato a bere e chiacchierare; dentro intravedo dei giovani signori cinesi alle prese con un videopoker e alcuni che sembrano dell’Est Europa giocare a biliardo. Paff…quasi rischio di prendermi una pallonata in fronte. Vedo una fila di bambini che corrono all'impazzata inseguendo il pallone che è passato a pochi passi da me, una compagnia di diverse età, di diverse nazionalità, di diversi continenti, anche se, come sempre, non vedo bambine. Lancio lo sguardo fino in fondo alla piazzetta dove si trova l'entrata del condominio e la portineria e vedo uscire una fila ininterrotta di gente. Tra questi riconosco una coppia di Brescia che anche quest'anno è tornata a fare vacanza qua, asciugamano e ciabatte da mare, pronti ad andare in spiaggia4. Alzo lo sguardo e non vedo il cielo ma terrazze, vestiti stesi ad asciugare, parabole, gente affacciata, cani che abbaiano. La torre appare minacciosa e vitale, mi sembra di sentirla pulsare. (Nota etnografica, 14.07.2005). Questo è un breve racconto del ritmo normale di una giornata all’Hotel House di Porto Recanati, in provincia di Ancona (Marche). Un palazzone enorme, un ex-residence per vacanzieri in cui vivono più di 1500 persone (d’estate quasi 20005), il 90% delle quali di origine straniera: ben quaranta gruppi nazionali, sei dei quali con più di 100 residenti ciascuno. La concentrazione di immigrati in questo enorme condominio rappresenta un tipico esempio di una delle principali trasformazioni che contraddistinguono gli spazi urbani delle città, caratterizzati dalla crescente presenza di immigrati sia nei contesti abitativi, che nelle attività economiche e nei luoghi di ritrovo e di incontro. Insediamenti simili all’Hotel House sono presenti soprattutto in luoghi turistici trasformati in contesti urbani e di industrializzazione e 4 L’Hotel House nasce come luogo di villeggiatura, come condominio di appartamenti per seconde case al mare. Dopo quasi quaranta anni e una serie di complesse dinamiche demografiche (cfr. appendice n. 1), un centinaio di persone, tutte italiane, ancora utilizza il condominio secondo la sua funzione originaria. 5 Secondo i dati più attendibili, cioè quelli della portineria del palazzo, al 31.07.2007 la popolazione residente ammonterebbe a 1.403 unità. Tuttavia bisogna ricordare che si tratta di un condominio in cui si verifica un via vai incredibile di arrivi e di partenze e in cui è rilevante la presenza di popolazione priva di documenti o semplicemente 'ospite' che non figura neppure sui tabulati della portineria. Per di più bisogna aggiungere che durante il periodo estivo si verifica un forte incremento di presenze dovuto all’arrivo di un centinaio di villeggianti italiani (cfr. appendice n. 1) e di altrettanti senegalesi che arrivano per fare i venditori ambulanti nelle spiagge. 2 urbanizzazione diffusa, con forti fabbisogni di manodopera operaia nei settori terziari e industriali. Alcuni esempi sono rappresentati dai residence di Bovezzo o di Mozzano nel bresciano, dai molti alberghi prossimi alle stazioni delle grandi città italiane e da diverse situazioni costiere marchigiane (Lanzani 2003). Allo stesso tempo però l’Hotel House rappresenta un luogo piuttosto originale nel panorama italiano (e non solo), soprattutto per due caratteristiche: la prima è rappresentata dal fatto che si tratta di un condominio isolato, circondato solo da barriere naturali (principalmente campi) e da grandi infrastrutture (autostrada, strada statale e ferrovia); in secondo luogo per la sua dimensione e per la densità di popolazione che vi abita, che lo rende decisamente fuori scala rispetto ad una cittadina relativamente piccola come Porto Recanati (11.565 abitanti). L’Hotel House è un condominio che era stato concepito come un insieme di appartamenti per la vacanza al mare. Ed è stato un residence per vacanzieri, anche se solo in parte, per alcuni anni (cfr. appendice n. 1). Un enorme contenitore vuoto d’inverno e riempito a metà d’estate. Così all’inizio degli anni ’90, quando le ondate migratorie nella nostra penisola hanno iniziato ad assumere una storica rilevanza e quando l’economia della Terza Italia (di cui Porto Recanati fa parte) avanzava a gran voce la richiesta di manodopera non specializzata, si è presentato come luogo 'ideale' d’insediamento. L’Hotel House di Porto Recanati, oggi, è una città-condominio (un mondominio?) che è vista da tutti coloro che vivono nei dintorni come il ghetto, il luogo della paura, in cui trovano rifugio gli 'altri', quelli che non sono come noi. Luoghi come l’Hotel House, segregati spazialmente e caratterizzati da un fortissima concentrazione di minoranze stigmatizzate sono tradizionalmente rappresentati come ‘contenitori’ di povertà e aree di disorganizzazione sociale (Zorbaugh 1929); come qualcosa di negativo e perciò da abolire (Mantovani e SaintRaymond 1984; Van Kempen e Özüekren 1998). Quale sia il determinismo causale che sta dietro tale equazione non è però mai esplicitato ma sempre dato per scontato; si tratta di una sorta di scatola nera (black box – Gotham 2003; Small 2004) che attribuisce effetti sociali senza fare riferimento a quando, come e perché abbia luogo questa correlazione. Un funzionario del comune di Porto Recanati ha espresso con poche semplici parole questa causalità: “L’Hotel House si trova alla periferia del paese ed è diventato una sorta di rifugio per questi signori…e, di conseguenza, ha portato anche a problemi di carattere sociale e di ordine pubblico” (Funzionario Comune di Porto Recanati, italiano). Questa rappresentazione dominante nasconde una serie di determinismi etnici, economici e spaziali. In primis, infatti, si presuppone che l’etnicità sia uno degli indicatori della 3 deprivazione e si considera lo spazio solo come un fattore costrittivo6 (Gotham 2003), come una sorta di gabbia: separazione territoriale e coabitazione multietnica sembrano produrre in modo deterministico sempre lo stesso tipo di realtà sociale7. Così facendo si finisce per criticare ogni caso di concentrazione residenziale di minoranze, associando differenti, incomparabili situazioni: per dirla con La Cecla (1997) il termine ghetto per esempio viene usato come un grimaldello per diverse serrature, con il risultato di condannare qualunque ‘assembramento’ di minoranze. Le cronache quotidiane italiane offrono a questo proposito una conferma continua di questa rappresentazione stigmatizzante e omogeneizzante. Questa rappresentazione è supportata anche da coloro che, seguendo un determinismo questa volta di tipo economico considerano tutti i luoghi di concentrazione residenziale di minoranze come luoghi di esclusi, emarginati, poveri, sfruttati: alcuni autori hanno parlato a questo proposito di letteratura dell'esclusione. Ma in realtà questi luoghi sono molti diversi tra loro e anche al loro interno (e inoltre, differiscono nel corso del tempo) come è stato messo in luce da tutta una serie di importanti case studies. Mi riferisco in primis ai contributi pionieristici di Gans (1962), Suttles (1968), Pétonnet (1968) e Hannerz (1969) e a una serie di successivi e significativi lavori (Pétonnet 1979; Toubon e Messamah 1990; Maffi 1992; Anderson 1999; Small 2004). La nozione di 'esclusi' appare largamente approssimativa e finisce per fagocitare la diversità delle situazioni, dei percorsi. Per esempio all'interno di questi spazi le condizioni materiali sono fortemente eterogenee e l’Hotel House stesso è un luogo in cui non esistono di fatto situazioni di povertà estrema. Sono molte le famiglie e i singoli individui con difficoltà economiche ma non ho mai visto situazioni che potrei definire di povertà, se non in alcuni casi limitati. D’altronde in occasione della festa del montone sono stati proprio alcuni immigrati ad aver dichiarato che la parte dell’animale che andrebbe destinata ai poveri sarebbe stata convertita in denaro e donata in beneficenza ai loro paesi di origine per l’assenza di poveri all’Hotel House. La cosa interessante sta proprio qua. Come riconciliare la teoria che sottolinea come le condizioni strutturali che creano segregazione abbiano un impatto fondamentale su coloro che 6 Sembra inoltre che ad un certo tipo di architettura, come quella di alcuni grandi complessi residenziali come l’Hotel House, si finisce per attribuire forza criminogena. 7 Il dibattito su questi luoghi si è incentrato su alcuni concetti dominanti come 'cultura della povertà', 'underclass' e 'disorganizzazione sociale' che sembrano partire dall’assunto che nei contesti segregati in cui viene meno la socializzazione con la società esterna, in particolare con la classe media, si genera e si rinforza una vera e propria cultura specifica. Ma ciò non è affatto vero. Come ha mostrato Bourgois (1996) per es. ai giovani delle inner cities americane non è mancata affatto la socializzazione ai valori dominanti: essi non hanno affatto abbandonato il sogno americano. Anzi tutt’altro: essi inseguono freneticamente il sogno americano e l’economia illegale è l’unica via per arrivarci (senza perdere onore e rispetto). . 4 abitano questi luoghi “con il fatto che coloro che vivono le medesime condizioni manifestano tali differenti risultati” (Small 2004, 11). Questo non significa infatti cadere nel rischio opposto, quello cioè di rappresentare questi luoghi attraverso una retorica che celebra la differenza in modo ingenuo e depoliticizzato e che considera la vita in questi spazi come un’esperienza prevalentemente estetica, individuale e ludica (Sennett 1992). Questo neo-romanticismo, un po' estetizzante e neo-coloniale, tende ad enfatizzare l’eccentricità e le possibilità soggettive e non coglie come le relazioni sociali sono sempre potentemente immerse in dinamiche di potere e di diseguale distribuzione di risorse. Il rischio è in questo caso quello di trasformare questioni politiche in questioni estetiche e spesso commerciali (Colombo 2002; Zukin 1995). Per riprendere Baudrillard potremmo dire che si rischia di trasformare la realtà in pura immagine. Con questo lavoro io mi ricollego, invece, alle considerazioni di Jacobs e Fincher (1998) che invitano a rifuggire sia dai determinismi etnico, spaziali ed economici, che dalle visioni estetiche e neo-romantiche e ad assumere, invece, una prospettiva che riformuli la dicotomia tra aspetti culturali e aspetti economici in una political economy culturale delle identità e degli spazi urbani. Una prospettiva che pone al centro la differenza come frutto dell’interazione tra dinamiche di potere e dinamiche identitarie per le quali l’uso, l’appropriazione e il controllo dello spazio, giocano un ruolo centrale. Questi luoghi vanno perciò studiati in primis tenendo conto dei fattori contestuali, cioè focalizzando l’attenzione sulla processualità delle relazioni tra gli attori sociali e, in particolare, su come i processi di costruzione spaziale sono implicati nella mediazione dell’interazione con l’alterità (Sibley 1995): lo spazio diventa così una sorta di prisma attraverso cui analizzare i fenomeni sociali utilizzando. Assumere tale prospettiva non significa collocare sullo sfondo e in secondo piano, le dimensioni macro strutturali in quanto le dinamiche micro della vita quotidiana8 sono sempre immerse, seppur in gradi diversi, in processi politici, discorsivi, sociali ed economici di larga scala che sono capaci di trasformare e influenzare i vincoli e le risorse disponibili in ciascun specifico contesto. Ma le dinamiche strutturali non determinano un esito univoco, non sono mai un ‘cerchio chiuso’9: come abbiamo già avuto modo di rilevare, i casi di concentrazione residenziale di minoranze stigmatizzate possono manifestarsi secondo modalità molto differenti, tutte frutto della 8 Con l’espressione vita quotidiana (Lebenswelt) intendo far riferimento all’enfasi, posta per prima dalla fenomenologia, sulla descrizione dell’esperienza vissuta (Erlebnis), vale a dire sulla materialità dell’esistenza dei soggetti, sugli aspetti più prossimi e ricorrenti (impregnati di emozioni, desideri, e paure), che nel loro complesso sorreggono l’impalcatura della vita sociale. 9 Una visione troppo deterministica oltre ad apparire limitata da un punto di vista analitico, appare anche debole da un punto di vista politico, in quanto non mira a rappresentare e a dare potere agli spazi di azione dei 'dominati' ma anzi ha come effetto perverso quello di occultarli, di 'reprimerli'. 5 relazione ricorsiva tra vissuti relazionali, valore d’uso dei luoghi e dinamiche strutturali (Gieryn 2000; Fine e Harrington 2006). Potremmo dire che i processi strutturali vengono restituiti masticati e manipolati dagli attori sociali. Quindi il focus di attenzione è posto sulle micropolitiche del contatto e dell’incontro sociale quotidiano (Amin 2002), cioè sui teatri in cui le questioni più ‘alte’, teoriche e politiche, si costruiscono e si modificano quotidianamente (Colombo 2007). A tal fine ho utilizzato il metodo etnografico (cfr. nota metodologica) in quanto consente di cogliere la pluralità dei frames cognitivi degli attori sociali e dei loro spazi di azione nella vita quotidiana e di mettere in relazione (di triangolare) le pratiche discorsive e quelle non discorsive. Il lavoro etnografico consiste, infatti, in un immersione profonda nel campo conflittuale e processuale, dove per dirla alla Simmel, la vita prende quotidianamente forma. 2. La vita quotidiana in un condominio multietnico 'isolato dalla città' Neanche stanotte ho sentito rumori, non so se sono io ad avere un sonno così pesante o i miei 2000 vicini di casa che durante la notte decidono tutti di volermi far riposare tranquillo. Diego è già partito, oggi lavora proprio all’Hotel House per fare manutenzione ad uno degli otto ascensori, arterie fondamentali per la regolare circolazione della vita del residence. Ancora assonnato, come tutte le mattine mi affaccio al balcone e scorgo un Hotel House semivuoto. Il cielo è azzurrissimo e l’aria già calda. Il campetto in cemento, unico spazio di gioco per i bambini e i ragazzi, è deserto. Il cemento con il suo triste grigio domina il paesaggio; ma ad uno sguardo più attento l’occhio va sugli altri balconi, esempi magistrali della vitalità del luogo. In queste lunghe terrazze c’è di tutto, i panni stesi ad asciugare si mescolano ad arnesi da cucina, a materassi per periodici ospiti, a biciclette. Ed ecco che in una terrazza più lontana scorgo un ragazzo maghrebino intento a chinarsi e sollevarsi ripetutamente, eseguendo i movimenti rituali del corpo per la preghiera della mattina e mi viene in mente uno degli anziani abitanti italiani del residence che ho intervistato qualche settimana fa che mi aveva raccontato un’esperienza simile: 6 “Qualche volta sul balcone è incredibile vedere quando si genuflettono. Perché quando uno lo vede in un documentario è preparato. Ma io vedo la gente che fa delle genuflessioni per 20-30 minuti, ginocchi e rotule sul pavimento, nel balcone che poi all’aperto, quand’è inverno...Se penso che cinque anni fa in un balcone molto vicino vedevo una coppia di italiani, in versione integrale, abbracciati che stavano a prendere il sole perché era una località di residenza estiva. Insomma ce ne corre di differenza. Il tempo cancella. Il tempo trasforma, questo è un posto stranissimo dove anche domani mattina qualche piccolo cambiamento lo vedremo” (Antonio, 65 anni, italiano, residente). Devo resistere alla tentazione di evadere con la mente e di aprire le svariate porte simboliche che trapelano dalle centinaia di serrande socchiuse che si aprono sui balconi. Mi forzo a rientrare in casa, senza neanche dare uno scorcio alla moschea, di fronte al campetto di cemento. Mi lavo e mi vesto velocemente e mi avvio per scendere al bar. Sto per chiudere la porta di casa, quando dal fondo del corridoio vedo la signora Lena che sta rientrando in casa. Ci salutiamo con un cenno cordiale, poi chiudo la porta e mi avvicino all’ascensore. Inizio a sentire i primi rumori rumori e mi affianco ad un ragazzo pakistano, che anche lui aspetta di scendere. Dopo un minuto di silenzio e di attesa, l’ascensore arriva, si aprono le porte e entriamo. Lentamente entrambi scendiamo a terra. A metà discesa, ci fermiamo: entra un signore senegalese, un po’ ‘strano’ che avevo incontrato ieri nel cortile e mi saluta dicendomi : ‘Ciao fratello’. Lui ha in mano un libretto di preghiere con la foto della moschea di Touba10 e una sorta di rosario11. Arriviamo presto a piano terra. Si aprono le porte dell’ascensore e inizia il brusio di sottofondo che caratterizza il condominio: ora è lieve, alla sera dopo il lavoro sarà quasi assordante. Intanto ognuno va per la sua strada, dopo questa breve coabitazione forzata. Io passo davanti alla portineria, tra la marea di cartelli e annunci vari che vi sono appesi, il mio sguardo si posa su alcuni che parlano di appartamenti del condominio messi in vendita e altri sulla presentazione di tre serate organizzate dall’associazione senegalese che si è formata da poche settimane all’Hotel House. Serate di musica che si svolgeranno nei prossimi giorni nell’auditorium della scuola media e nel lungomare della città. Faccio un 10 Touba è una città del Senegal fondata nel 1887 da Ahmadu Bamba profeta del muridismo, la principale confraternita dell’Islam senegalese in Italia. Oggi, grazie alle rimesse degli immigrati all’estero, Touba è diventata la seconda città del Senegal per grandezza e importanza economica. 11 Si tratta del cosiddetto tasbih usato per pronunciare i 99 nomi più belli di Dio. 7 cenno a Sandel, il portiere romeno, sempre molto taciturno ma cordiale. Esco finalmente dal residence e mi ritrovo fuori, sotto la luce, nella piazzetta antistante, ora semideserta. Alcuni negozi non sono ancora aperti, le panchine sono tutte vuote. Così mi avvicino stancamente al bar. Entro e non vedo Paolo, il gestore di Salerno con il quale speravo di iniziare la giornata prendendolo un po’ in giro sulla sua ‘fede’ calcistica milanista, ma sua cognata, con la quale non riesco proprio a relazionarmi. Ordino il caffè e lascio che lei continui a parlare con una signora romena: “Hai visto, hanno bocciato sia l’indulto che l’amnistia! Quando è ora di fare le guerre, invece sono sempre d’accordo!”. So che il marito della signora romena è in carcere, quindi capisco bene l’interesse per la questione. Me ne vado subito, un po’ più sveglio di prima. Ma non c'è gente in giro e decido di tornare su in casa. Mi stupisce sempre l’idea di una ‘città’ così densamente popolata e in questi momenti così silenziosa, ma l’Hotel House, in alcune fasi della giornata, appare decisamente 'noioso'. Così mi rifugio in casa per un paio d’ore, come quasi tutte le mattine e ripenso alle parole di un residente bangladese, Ali: “Non so perché l’Hotel House è così famoso, non so per quale motivo tutti ne parlano. E’ diventato famoso per l’altezza? per la grossezza? Per qualche altra cosa non lo so. Per l’altezza va bene, per la grandezza pure va bene, però per l’altra cosa, sì, guarda per me la verità…adesso come lo vedi a casa mia? Silenzio! Io sono qui, adesso non c’è mio figlio, mia moglie, stanno in paese. Per me è una casa, per me è una casa, non è niente altro” (Ali, 36 anni, bangladese, residente). Dopo un paio di ore decido che è il momento di scendere e di vagare un po’ per il piano terra dell’Hotel House in cerca di qualcuno con cui chiacchierare. Eccomi di nuovo nella piazzetta antistante l’ingresso: in fondo davanti al bar si è composto il solito gruppetto di persone per lo più maghrebine sedute nei tavolini esterni al bar, nelle cabine dei phone centers vedo alcune persone intente a telefonare quando ecco che riconosco seduto su una delle panchine il signor Angelo, uno degli ultimi vacanzieri, uno dei cosiddetti nostalgici del vecchio Hotel House, luogo di villeggiatura. Dopo alcune parole sui suoi gravi problemi di salute, facciamo un breve scambio di battute. Angelo: Siamo rimasti sempre di meno! Io: Chi? Angelo: Gli italiani, stanno continuando a vendere… 8 In effetti l’impressione guardandosi intorno è che l’anziano vacanziere di Milano sia il vero straniero del condominio dei giovani lavoratori immigrati. Saluto il signor Angelo perché con la coda dell’occhio vedo che in portineria è arrivato Michele, il capo-portiere, una delle ‘biblioteche viventi’ del residence, dove vive da più di venti anni. C'è anche Saber il muratore-tuttofare tunisino che si occupa delle riparazioni condominiali. Saber: “Michele per quell’appartamento come devo fare, io la parte del condominio l’ho sistemata ma per il resto ha detto che ci pensa lui...hai sentito stanotte quei cinesi, che casino che hanno fatto? Non so cosa prendevano a martellate, cavolo, ma come si fa! All’una di notte! Questi fanno come gli pare, Michele, fagli vedere le foto di quello che cucinavano l’altra sera….” (Michele rivolto a me): “Ciao Adriano…vieni a vedere…guardate” e ci mostra al computer alcune foto di una terrazza dove sopra una griglia sono in cottura degli ‘strani’ pesci. Saber: “Facevano una puzza, ma cosa mangiano? Come si fa, portano un sacco di vassoi di roba, cucinano e friggono di tutto…quelli che stanno sopra non possono neanche aprire le finestre che rischiano di vomitare…”. Saber se ne va poco dopo…un’altra riparazione lo attende. La gente continua ad entrare ed uscire ininterrottamente dal residence…Vedo Fatou, una ragazza senegalese che conosco bene, esco dalla portineria per salutarla. Io: “Ciao Fatou, come va?” Fatou: “Ciao, bene. E tu? Sto andando a telefonare…poi passa a casa, anzi stasera vieni a mangiare!” Io: “Non so se riesco oggi, però sono qua tutta la settimana e vi vengo a salutare, sicuramente. Ciao Fatou. Saluta tutti gli altri”. Fatou: “Ciao Adriano”. Sorride e se ne va. Torno in portineria e nel frattempo era appena entrata una coppia di vacanzieri che non avevo mai visto. Michele: “Siete fuggiti da Milano? Quando vi fermate?” La coppia di vacanzieri: “Siamo appena arrivati…ci fermiamo fino a settembre” E’ incredibile immaginare in un posto così una famiglia di milanesi che viene a fare vacanze al mare…come ha sostenuto una residente rumena (Amanda, 30 anni) all’Hotel House “tutto è possibile”. Sto quasi per andare quando intravedo il cappello a falde larghe di Antonio, un’exvacanziere di 65 anni, diventato uno dei residenti ‘storici’. Faccio un cenno di saluto a 9 Michele, saluto Antonio che, come da copione dopo un breve saluto, alla domanda: come va?, risponde come se avessi inteso chiedere come va l’Hotel House, iniziando il suo ‘riassunto delle puntate precedenti’, dimostrandosi cioè sempre interessato a tenermi aggiornato sulla situazione del ‘suo’ Hotel House. Antonio: “Adesso abbiamo costituito questo comitato, ci riuniamo tra due giorni. La comunità del Bangladesh ha subito un paio di violenze di ordine materiale. Ci sono delle persone che in qualche modo hanno dovuto versare del sangue, ma penso che ne abbiamo già parlato. Si è temuto anche il peggio, a uno gli hanno rotto una bottiglia di olio in testa. Un altro si è giocato l’arcata superiore dei denti con un bel pugno ricevuto solo perché voleva che pagassero la merce che aveva venduto a tre persone che erano sicuramente tre malviventi, stranieri, a quanto risulta trafficanti esterni che ci erano venuti a trovare. Non sappiamo bene da dove provenissero… che vengono da fuori, non è il loro territorio, sono transeunti quindi ad un certo punto che glie ne frega a loro. Poi se sono in uno stato di agitazione come a volte succede… Io: agitazione, intende, ebbrezza… Antonio: Ebbrezza, o altre forme di delirio di potenza, che quella, quello lì è. Questi poi non è che vanno tanto per le spicce. Per questo siamo un po’ in agitazione. Noi vogliamo la tranquillità che questa gente vada un po’ a farsi impiccare altrove, insomma. Ci siamo scocciati e anche tanto. Il fatto è che l’Hotel House per anni non è stato considerato un luogo da difendere, questa è la verità, l’abbiamo capito. L’autorità può essere stata anche obiettivamente nella condizione di valutare a freddo che in fondo, essendo qui presente una certa sacca di delinquenza anche stando alle opinioni espresse con troppa facilità, fosse opportuno lasciarne operare degli altri. Adesso però si paga questo ristagno, perché dopo che si sono stratificate queste presenze e non è poi così facile sradicarle. Però bisogna andarci giù abbastanza decisi. Noi non è che possiamo fa niente più di tanto, però insomma dovevamo presentare la nostra, rappresentare a chi di dovere. Io: Quindi cosa avete fatto? Antonio: Abbiamo dato vita ad un comitato è partito da Ali che ha contattato per conto suo componenti dei sindacati e qualche operatore nel sociale. Il signor Ali poi mi ha prospettato questa cosa. Abbiamo cercato di fare una riunione per trovare rappresentanti di tutte le etnie, anche se molti ci tengono a dire che non rappresentano nessuno se non se stessi. Abbiamo cercato anche di organizzare un comitato delle donne…stasera c’è la riunione se ti va di venire…grazie a Stefania, quella ragazza che si occupa del sociale, diciamo, abbiamo cercato di coinvolgere molte donne. Va beh adesso è proprio ora di andare. Ci vediamo allora se sei 10 qui?”. Adriano: Sicuramente! Buona giornata. E’ passata quasi un’oretta da quando sono sceso giù e mi rendo conto che devo ancora comprare qualcosa per il pranzo se voglio placare la fame che nel frattempo si sta facendo sentire. Per fortuna non devo fare che pochi passi per entrare sotto il loggiato dove, subito dopo il phone center di Diallo (uno dei pochi senegalesi dallo sguardo ostile, quasi snob), mi ritrovo dentro il minimarket di Khalid, commerciante pakistano che, all’Hotel House nel giro di pochi anni, ha aperto una lavanderia a gettoni, un phone center e appunto un minimarket che si affacciano tutti e tre nella piazzetta centrale dove si trova l’ingresso del condominio. Entro e vedo subito il taciturno fratello di Khalid che saluto con un cenno rispettoso, ricambiato. Scruto i primi scaffali e vedo le 'solite' code di gatto, spezie orientali e africane, salse e cibi in polvere o in scatola provenienti da tutto il mondo, un freezer dove si trova solo carne halal, cioè macellata con rito islamico. Non so ancora cosa prendere, chiedo una baguette al banco del pane e ho finalmente un’illuminazione ‘originale’: prenderò della pasta! Peccato solo che non posso prendermi una birra perché Khalid non vende prodotti haram. Vorrà dire che andrò al minimarket dall’altra parte del condominio dove c’è quel ragazzo bangladese che la vende. Con il mio bottino mi dirigo alla cassa quando vedo Khalid. Ci salutiamo, gli chiedo come sta la moglie Natasha (italiana, convertita all’Islam) e il figlioletto e gli accenno del comitato e inizio a raccontare un po’ delle cose che mi aveva detto il colonnello quando un signore marocchino lì vicino si inserisce e inizia a dire la sua. Yassine: riunioni, queste cose non servono a niente, tanto dell’Hotel House non gliene frega niente a nessuno. Non cambia niente perché il comune ripulisce Porto Recanati per i turisti ma dell’Hotel House non gli interessa! La conversazione continua per un po' fino a quando Khalid è costretto a tornare al lavoro e io allora decido di salutare e uscire dal supermarket. Pochi passi e vedo proprio Ali che torna dal suo lavoro quotidiano come ambulante in uno dei mercati della zona e gli chiedo subito del comitato. Lui mi conferma la versione di Antonio. Ali: “Ultimamente quando hanno fatto quell’aggressività ai nostri connazionali io sono andato di fronte al signor Antonio…con maniera dura diciamo…guarda mi dovete aiutare se no dopo se succederà qualcosa qui io posso fermare questi ragazzi se date qualcosa…se no…perché loro minacciato a noi, noi…quindi siete responsabili di questo palazzo, dovete rispondere…Antonio è una persona che a me piace, parla sempre, una persona aperta, gli dico le cose proprio in faccia, allora io, questo è il carattere mio, mi piace tanto, allora io sento a lui come parte di italiano, quelli poco che è rimasti, molti sono andati via, perché ultimamente 11 la situazione è brutto, adesso finalmente speriamo cambiare idea quelli che è rimasti, ecco, di là, poi io ho rapporto con la Cgil quando lavoravo in fabbrica, coi sindacati avevo un rapporto bellissimo” (Ali, 36 anni, bangladese, residente). Ali deve lasciarmi, mi saluta e anch'io piuttosto affamato decido di correre verso il mio appartamento, sperando di non incontrare più nessuno che conosco. Faccio in tempo a notare che il via e vai dell’Hotel House è cresciuto. Stavolta faccio le scale, grigie, poco curate, ma non abbandonate. Ad ogni piano dai vari corridoi arrivano odori di cucina che sembrano essere impregnati alle pareti: spezie e aromi gradevoli, si mescolano ad odori lievi, acri e a volte disgustosi. Ma ormai il mio naso si è abituato a questo strano intreccio, così caratteristico del condominio. [...] Ho appena finito di mangiare e inizio a sentire le urla, le grida e i rumori che ormai mi sono famigliari, apro la finestra e mi accomodo sul bancone: sono iniziati gli ‘allenamenti’ del cricket. I ragazzi pakistani, tra cui riconosco Mukthar, sono indaffarati a gridare. L’appartamento dove alloggio adesso, infatti, si affaccia verso il lato ovest, sul retro del palazzo, e da qui a qualsiasi ora del giorno posso assistere ai giochi e sentire gli schiamazzi incessanti nell’ex pista di pattinaggio. Questo piccolo e piuttosto brutto spazio di cemento, è conteso da tutti i giovani e giovanissimi che vivono all’Hotel House…gli adolescenti pakistani (e a volte bangladesi) che giocano a cricket, alcuni bangladesi che amano giocare a badminton e da un gruppetto multietnico di bambini più piccoli che preferisce, invece, giocare a calcio. Un segno evidente di questa contesa è rappresentata dal fatto che la settimana scorsa è apparsa sul campetto una scritta eloquente: “only cricket”. Nel complesso è bello vedere quanto bambini e ragazzi si divertono pur avendo solamente quel misero spazio disponibile, senza un prato né alberi, nemmeno una porta vera per giocare a calcio. All’infuori del limitato spazio del campetto in cemento, i bambini e i ragazzi dell’Hotel House cercano di utilizzare tutti gli spazi possibili, i corridoi dei piani, le aree a piano terra, i parcheggi…ma l’impressione di tutti è che non si voglia dare loro spazio, come mi hanno testimoniato nei giorni scorsi, Nader e Natasha,che stanno cercando entrambi di crescere qui i loro figli. “Qualche settimana fa siamo andati a chiedere al comune di fare mettere dei giochi, hanno rifiutato perché qui è zona privata e noi non possiamo intervenire…ma lo spazio c’è…tante volte veramente vedi i ragazzini, non hanno niente, giocano con il 12 pallone non sanno… è brutto. Invece se c’è un parco giochi, anche piccolo, qualche adulto entra, li fai giocare, tu fai così, capito…un’oretta, mezz’oretta…” (Nader, 40 anni, tunisino, residente). “La situazione qua per i bambini è terribile...per i bambini dovrebbe esserci...non c'è un posto dove possono giocare...servirebbe un posto dove possono giocare sotto gli occhi di tutti...ci vorrebbe non ti dico un parco qua davanti, nel senso che non possono accadere loro qualcosa che bene o male c'è sempre qualcuno che li vede...” (Natasha, 33 anni, italiana, esercente non residente). Intanto, a fianco del campetto, vedo passare alcune persone che si dirigono verso i negozietti della zona (un minimarket bangladese e una pasticceria marocchina) e i primi movimenti da e verso i due locali che da qualche anno ospitano la sala di preghiera per i musulmani del condominio. [...] Sono ormai le 18,00: ho appena fatto le mie orette di riposo e posso re-immergermi nella folla che si sta creando al piano terra dell’Hotel House. Esco, mi avvio all’ascensore e dopo un minuto di attesa si aprono le porte e vedo tre persone, un maghrebino e due signori senegalesi che parlano tra di loro e sembrano discutere di qualcosa legato alla religione muride. Io entro e rimango in silenzio come il ragazzo maghrebino, mentre loro continuano a parlare. L’ascensore arriva a terra, si aprono lentamente le porte ed ecco che di colpo ci ritroviamo tutti e quattro in mezzo ad una cerimonia religiosa cattolica in occasione del mese di maggio dedicato alla Madonna. Una trentina di persone impegnate a recitare il rosario e il prete che guida la cerimonia nel corridoio a piano terra dietro gli ascensori. Vedo tutti attenti ad ascoltare la predica del sacerdote, riconosco molti italiani, ma vedo anche un ragazzo nigeriano. Mi guardo intorno un po’ spaesato per l’ennesimo salto cognitivo; gli altri tre coinquilini dell’ascensore se ne sono già andati da un pezzo, altri stanno salendo di nuovo sugli ascensori, il via vai riprende come se niente fosse, anzi non si è mai interrotto. Penso che andrò a trovare Mukthar nel suo phone center e intanto ripenso a come ci siamo conosciuti la settimana scorsa...quel giorno mentre ero in portineria, Michele mi ha presentato Giampaolo un ragazzo che aveva fatto insegnamento di sostegno a diversi ragazzi dell’Hotel House. Lui era con due amici che ho saputo essere degli attori che con lui fanno uno spettacolo teatral-musicale sull’immigrazione italiana negli anni ’20 in America. Giampaolo mi ha invitato a seguirlo perché stava andando a trovare dei suoi amici pakistani 13 che hanno un negozio all’Hotel House. Io, come sempre in queste occasioni, ho accettato. Così mi sono ritrovato d’improvviso dentro un phone center gestito da alcuni giovani pakistani, dove ci sono otto cabine e dove si vendono un po’ di scarpe e di vestiti del loro paese di origine. Alla cassa c’è un ragazzetto di nome Rahman, con due ciglia foltissime e scure che quando vede arrivare noi due saluta Giampaolo cordialmente ma si mostra molto timido. Nella stanza c’è anche il fratello Mukthar, decisamente più aperto e intraprendente e iniziamo a parlare. Mentre noi chiacchieriamo, nella stanza c’è un televisore in cui scorrono video musicali di musica indiana…Rahman ci racconta che lavora tutti i giorni dalle 7 alle 24, mentre Mukthar per ora va a scuola e quindi sta poco nel negozio…parliamo per un po’ e poi ce ne andiamo tutti con la promessa di tornare nei prossimi giorni... Ed ecco che oggi è arrivato il momento di tornare. Pochi passi dopo la portineria, prendo il sottopassaggio che si trova alla mia sinistra e in pochi metri sono davanti al phone center. Riconosco subito Rahman insieme ad altri ragazzi pakistani e bangladesi, li saluto e sono tutti molto affettuosi con me, mi accolgono con entusiasmo, prendono le sedie per farmi sedere…mi offrono da bere un succo…poco dopo arriva il padre di Rahman e Mukthar che mi saluta…gli dico un po’ che sto facendo un lavoro per l’università e che sono amico di Giampaolo e lui mi dice subito che Giampaolo è molto bravo e che ha fatto l’insegnante di sostegno a Rahman e lui si trovava benissimo…dopo poco tempo ecco arrivare un signore pakistano che inizia ad inserirsi nella conversazione e prova a parlare con me. Però parla male l’italiano e lo mischia con alcune parole di urdu – la lingua nazionale del Pakistan – (tanto che non appena si allontana dal negozio, Rahman e i suoi amici ridono e lo prendono in giro). D’improvviso vedo uscire da una cabina Mukthar che mi dice: “Scusami ma stavo parlando al telefono con un ragazzo del Senegal, un mio cliente…gliel’avevo detto che se non mi telefonava quando andava in Senegal non l’avrei più fatto entrare nel negozio!”. Quest’episodio mi ha fatto pensare che, ancora una volta il confine nazionale, non dev’essere considerato in modo troppo rigido. Infatti da un lato tra connazionali non c’è sempre un forte legame. D’altra parte luoghi come il phone center rappresentano anche occasioni di incontri interetnici, seppur spesso superficiali. Poco dopo vedo arrivare un ragazzo bangladese di nome Mahfuz. È stato strano assistere alle discussioni tra Rahman e Mahfuz, perché quest'ultimo non capiva cosa diceva il primo ed era sempre più imbarazzato mentre Rahman sembrava quasi sorridere. Come mi hanno poi spiegato, Rahman insisteva a parlare in urdu, una delle lingue del Pakistan e ironizzava dicendo che urdu e bangla sono simili ma Rahman capiva Mahfuz ma non viceversa. Quest'ultimo che appunto non riusciva a capire, chiedeva di parlare in italiano. 14 Questo negozio è un piccolo esempio degli intrecci linguistici che caratterizzano il condominio: Mahfuz parla un po’ italiano e il bangla, Mukthar e Rahman parlano in urdu e quando arriva il padre in pashtun, una lingua simile all’afghano che si parla nella regione del Pakistan ai confini dell’Afghanistan, io che mi esprimo in inglese e italiano e la tv in sottofondo in cui imperversano canzoni indiane. La lingua appare una sorta di prisma ideale per analizzare l’intreccio di identità e di pratiche che si svolgono quotidianamente all’interno dell’Hotel House. Infatti da un lato coabitano molteplici lingue nazionali, dall’altro si sperimentano quotidianamente dei linguaggi trasversali come l’inglese, il francese, l’arabo e soprattutto l’italiano. Anzi l'aspetto solo apparentemente strano è rappresentato dal fatto che la multietnicità del luogo costringe a parlare l’italiano per comprendersi (anche se non serve un ottimo italiano), in quanto unico vero canale che permette il dialogo con quasi tutti i condomini. D’altronde mentre parlo con i ragazzi pakistani davanti al loro phone center, in sottofondo, sento un vociare continuo, decine di piccolissimi gruppetti di persone intente a chiacchierare spesso formati come noi solo da poche persone, davanti i negozi, nella piazzetta o all’imbocco del parcheggio. Si sentono boati, grida, ma soprattutto mille voci sovrapposte, tante lingue diverse che sembra quasi di vedere incontrare e scontrarsi nell’aria. Dopo un'oretta circa, saluto tutti e me ne vado. Sono decisamente stanco ma è ora di cena e ho voglia di mangiare con Fatou e Mamadou…arrivo al quindicesimo piano, dovrei essere ormai abituato ma questi corridoi sono sempre una sorta di labirinto…15A…lato corto, lato lungo…gira a destra…gira a sinistra…alcuni corridoi sono bui…negli altri comunque la luce sembra sempre un po’ soffusa…persone che vanno e vengono dall’ascensore verso gli appartamenti…ed eccomi, finalmente, di fronte all’appartamento…suono il campanello e dopo pochi secondi si affaccia Bamba che saluto con grande gioia…anche lui sembra felice di vedermi…riconosco subito le immagini religiose alle pareti, il sottofondo di musica senegalese con i suoi ritmi forsennati mischiati a musica dance…ci mettiamo subito sul divano a guardare la tv che proietta video musicali…dopo pochi minuti dalla stanza esce Aliou con il suo cappellino e maglietta da rapper e la maglietta del Milan…anch’egli saluta e si mette a sedere con noi a guardare la tv e a chiacchierare…passano dieci minuti circa ed ecco entrare in casa Fatou, insieme ad un’altra signora senegalese che non avevo mai visto…Fatou sempre gentilissima con me…mi chiede come sto io, come sta mia madre (me lo chiede sempre, pur non avendola mai incontrata)…va prima in camera e pochi minuti dopo se ne va in cucina…l’amica, invece, si mette con noi sul divano e inizia a parlare con Bamba…passano pochi minuti ed ecco arrivare anche Mamadou insieme ad altre due 15 persone…entra con merci di vario tipo…lui è un venditore ambulante…saluta con i suoi modi più freddi ma comunque cordiali e anche loro si mettono a sedere e a parlare un po’…l’amica di Fatou intanto se ne va…dalla cucina inizia ad arrivare l’odore della carne speziata in cottura, Fatou è al lavoro…si avvicina l’ora di cena…altri senegalesi arrivano…Bamba prepara il giornale a terra…e in breve tempo ci ritroviamo tutti a mangiare insieme, sullo stesso grande piatto…ma continua il via vai…alcuni finiscono in breve tempo di mangiare e ripartono...Anch'io sono abbastanza soddisfatto della mia giornata e decido di andare, di chiudermi in stanza a riflettere sulla mia giornata normale all'Hotel House (nota etnografica, 27.04.2006). 3. Cosa possiamo apprendere dal case study Hotel House Ho trascorso lunghi periodi all’interno del condominio Hotel House iniziando prima a conoscere alcuni residenti ed effettuando diverse interviste, poi man mano che la mia presenza sul campo si faceva più prolungata, raccogliendo i miei dati con colloqui informali e partecipando alle interazioni quotidiane (cfr. nota metodologica), partecipando e gradualmente imparando quello che Jane Jacobs ha definito il balletto quotidiano di un luogo. L’Hotel House che si è presentato ai miei occhi di ricercatore è innanzitutto un luogo liminale, un punto d’incontro tra esperienze differenti (Colombo e Navarini 1999), caratterizzato da una continua esplorazione e un perpetuo sconfinamento. Un luogo di multiculturalismo quotidiano (Colombo e Semi 2007), di intreccio continuo di lingue, di tempi, di usi e costumi differenti. Ciò che colpisce immediatamente della vita quotidiana all’Hotel House è che questi continui 'sconfinamenti' non sfociano quasi mai in conflitti aperti. Caratteristica questa che rende il condominio una sorta di 'palestra per la convivenza', un luogo cioè in cui apprendere a gestire pacificamente gli incontri quotidiani in uno spazio multietnico. Coabitazione pacifica non significa però fusione; infatti più che all’immagine del melting pot bisogna rifarsi a quella del mosaico, in quanto tra le varie differenze la neutralizzazione dei conflitti passa prima di tutto per un rispetto scrupoloso delle distanze. Il via vai frenetico e affrettato tende a produrre una costruzione dello spazio sociale simile a quella di un campo da sci in cui gli atleti compiono lo slalom. Negli spazi di transito la fanno da padrone disattenzione civile, 16 indifferenza e cortese estraniazione (Goffman 1981). Attraverso continui giochi d’appropriazione e riappropriazione dei territori, contemporaneamente si ha una messa in comune e una divisione dello spazio. Si creano dei micro-territori specifici e significativi che non sono fissi e stabili, ma mutano di significato da un’ora a un’altra, di settimana in settimana, da un certo periodo a uno successivo. A contare più che gli spazi, sono gli spazitempi (Massey 1992). E' un luogo in cui i confini sociali tra gruppi nazionali sono forti e si riproducono costantemente attraverso la riproduzione di forti stereotipi. Allo stesso tempo è un luogo in cui si trovano ben venti esercizi commerciali, setting di incontri quotidiani che permettono di scavalcare i confini nazionali dando vita a intrecci creativi fortemente significativi. Intrecci che non riguardano solo la nazionalità, ma anche la classe sociale, il sesso, la religione, l’età, la (sub)cultura (Gallissot, Kilani, Rivera 2001). Ma i fattori di contrapposizione e di aggregazione quotidiana possono essere i più svariati. Un esempio è rappresentato dal calcio che è una dimensione di grande peso per molti dei residenti (e in generale per una parte importante degli immigrati che si sono insediati in Italia). Non a caso in occasione dei mondiali di calcio il condominio è stao tutto un brulicare di bandiere, di tamburi e di tifosi in fibrillazione. La complessità nazionale e la mescolanza delle identità del residence è stata espressa una volta di più la sera della finale Italia-Francia. Gli immigrati che tifavano Italia si sono radunati nel bar di Paolo, quelli che sostenevano la Francia (per molti l’ex-madrepatria), nel bar gestito da due fratelli marocchini. Due bar vicini ma situati in due lati contrapposti della struttura. L’Hotel House francese (o meglio francofono) che grida di gioia al gol della Francia, l’Hotel House italiano che urla al pareggio dell'Italia. Inoltre alla fine della partita un grande numero di immigrati, soprattutto senegalesi, si è riversato sulle strade di Porto Recanati per festeggiare la vittoria del mondiale da parte dell’Italia. Ciò che ha contribuito a mantenere un equilibrio tra le molteplici differenze presenti all'Hotel House è stata anche la relativa facilità con cui i diversi gruppi hanno potuto appropriarsi del territorio attraverso una 'marcatura' dello spazio pubblico e dei suoi edifici (Simon 1997). Basti pensare al fatto che nel giro di pochissimi anni sono stati aperti nel piano terra del condominio ben venti esercizi commerciali, gestiti da persone che appartengono ai principali gruppi nazionali presenti nel residence e anche una moschea di discrete dimensioni12. Va detto però che la caratteristica di questi spazi è di essere raramente demarcati in modo 'esclusivo' da un punto di vista etnico. 12 All'Hotel House è stata aperta da pochi anni anche una moschea ottenuta dalla fusione di quattro locali precedentemente adibiti a negozi. Va fatto notare che l'80% degli immigrati presenti nel residence viene da un paese prevalentemente musulmano. 17 Un aspetto determinante di tutto ciò è che all’Hotel House non esiste un gruppo dominante o meglio i diversi gruppi hanno ciascuno un peso rilevante in determinati ambiti e aspetti della vita sociale del condominio: questo comporta il fatto che ‘lasciare’ agli altri la possibilità di ritagliarsi i propri spazi è l’unica condizione per poter fare altrettanto. Per dirla con Toubon e Messamah (1990) la tolleranza è una virtù ‘interessata’ e il rispetto dell’altro è un mezzo attivo per preservare la propria sfera personale. Il condominio fonda la propria (attuale) identità proprio sulla diversità dei gruppi che lo abitano, sul fatto che per riprendere la terminologia di Elias e Scotson (1965), il passaggio da outsider a insider qui è accelerato. Le relazioni quotidiane tra gli abitanti dell'Hotel House mostrano come la prossimità quotidiana con l’alterità non comporta in modo naturalistico né disorganizzazone né convivenza pacifica. Occorre superare questa doppia (opposta) semplificazione. L’antropologo Frederik Barth (1994) è stato uno dei primi a sottolineare come il contatto non ha per conseguenza il semplice superamento dei confini sociali ma piuttosto un’interazione fatta di persistenza e ri-costruzione di differenze da un lato e di confronto e scambio dall’altro. Questo vale anche in alcuni casi limite. Basti pensare per esempio al fatto che all'Hotel House vive anche Noemi, una signora italiana leghista e fortemente razzista, che è così raccontata dal signor Antonio: “E' un soggetto molto interessante perché poi fra l’altro ha una cosa che non abbiamo tutti. Non ha assolutamente peli sulla lingua e quello che gli deve dire glielo dice. E glielo dice anche in modo piuttosto elettrico per cui uno penserebbe: ‘come fa a sopravvivere ogni giorno?’.Perché lei poi aggredisce. Nel senso: è uno scriccioletto di donna non è che sia un colosso ma non ha assolutamente nessuna remora. Quando non le va bene una cosa si esprime anche in termini molto…icastici e andando oltre. Però per esempio siccome svolge anche attività sartoriale perché era disegnatrice, molto spesso i neri si presentano da lei per pantaloni e si fanno sistemare i vestiti, sì, sì. Poi è in ottimi rapporti con quelli che stanno sopra casa sua, nonostante le penetrazioni d’acqua. Perché se poi le persone le sono simpatiche....questo dimostra che bisogna conoscersi, le cose cambiano…non è un atteggiamento secco, però sicuramente è leghista, è l’unica che abbiamo qua dentro. C’è di tutto, noi siamo molto variegati in questo senso”. 18 Uno degli aspetti più grotteschi è rappresentato dal fatto che la signora Noemi ha un figlio che è stato lungo tempo insieme ad una signora nigeriana che amava rivolgersi a lei chiamandola 'Mamma', facendola andare su tutte le furie! Possiamo dire che le relazioni all'Hotel House sono sempre caratterizzate, come diceva Simmel, da ambivalenza, da vicinanza e da lontananza. Questa tensione, tra la vicinanza e la distanza è qualcosa che all’Hotel House è profondamente vissuta piuttosto che risolta. La condivisione di cibo e musica per esempio rappresenta un confine basso e facile da scavalcare, un 'luogo comune', sia perché facilita l’incontro, sia perché offre degli stereotipi come primi appigli per un contatto (La Cecla 1997). Allo stesso tempo però musica e cibo, suoni e odori, rappresentano nelle relazioni di vicinato delle fonti di scontri quotidiani. “La cucina tunisina piace a tutti…ogni tanto facciamo il cous cous e lo portiamo giù…in moschea…no non per festa…piace a tutti, tutte le nazionalità lo mangiano, quelli del Bangladesh…mangiamo sui tappeti…è bello, è bello” (Saber, 42 anni, tunisino, residente). “Non so, non si possono chiamare problemi, cose naturali, per es. quello lì quando preparano da mangiare, c’è un odore, noi chiamiamo puzza, loro chiamano odore. Cosa cucinano non lo so? Vicino casa mia per esempio sono del Bangladesh, quando iniziano loro a cucinare è un grosso problema, non si può neanche respirare….è una cosa buonissima, quello che puzza di più lo fanno addirittura il sabato e la domenica, il sabato pomeriggio, loro dicono la cosa più buona…è la cosa più puzzolenta! Mi hanno invitato la settimana scorsa che hanno fatto un fidanzamento, si sono fidanzati due ragazzi del Bangladesh, mi hanno invitato per mangiare…loro perché mangiano con le mani, insalata sopra il riso…cioè da vomitare…un po’ ho mangiato, se no si offendono” (Saber, 42 anni, tunisino, residente). “I senegalesi quando cucinano... è tanto forte il mangiare che…un giorno sono uscito perché ho detto mi viene da vomitare. Il cous cous alla pecora è una cosa micidiale. Ma sai la puzza dei piedi? E’ niente a confronto. Poi quando fanno la griglia, fuori fanno anche le grigliate sul balcone, non si potrebbe penso in un condominio, io ho ritirato i panni erano bianchi sai come sono diventati? Però ecco, scene così, non è che alla fine… (Amanda, 30 anni, rumena, residente). Per mettere a fuoco più dettagliatamente la natura ambivalente delle relazioni di 19 coabitazione è interessante prendere in considerazione la minoranza italiana presente nel condominio, composta soprattutto (ma non esclusivamente) da anziani, da vacanzieri e da soggetti che hanno rapporti sentimentali con cittadini/e stranieri/e. Se è vero che molti di essi rimpiangono il vecchio Hotel House luogo di villeggiatura senza o con pochi stranieri e, rappresentato da alcuni come una sorta di paradiso terrestre, è altrettanto vero che sono tanti coloro che parlano del condominio come di un luogo d’incontro, un luogo in cui non ci si sente mai soli. Uno spazio da vivere contrapposto al proliferare di spazi astratti, standardizzati e puramente funzionali che contraddistinguono sempre di più l’età contemporanea (Sennet 1992; Lefebvre 1976). Quest’aspetto non può che apparire sorprendente per un habitat che, vista la sua conformazione urbanistica (palazzone 'razionale' e verticale isolato dal resto della città), sia per la popolazione eterogenea che lo abita, è solitamente rappresentato come uno spazio di anomia e di disorganizzazione sociale. Queste sono le parole di uno degli anziani italiani residenti: “A dire il vero io all’Hotel House mi trovo bene. Bene. Appunto su quella base lì: rispetta e sei rispettato… Poi da tutte le parti…tutto il mondo è paese. E’ tutto lì. Qui c’è compagnia, non sono uno che va fuori a far amicizie però se scendo, mi saluta uno, l’altro mi chiede, l’altro anche per la società…ti fanno sentire in mezzo alla gente, anziché essere il solito isolato…prima stavo nel Nord Italia, a Verbania. Bei posti, piove sempre. Fa molto freddo d’inverno, l’amicizia… siccome non sono un tipo che va a giocare a boccie, va a giocare a carte, sono un tipo che sta in casa. Così qui io mi trovo in mezzo alla gente. Pur standomene in casa mia. Quando esco c’è Tizio, Caio e Sempronio, per un motivo o per un altro, sei in mezzo, chiacchieri, fai…” (Giuseppe, 64 anni, italiano, residente). Ma per comprendere davvero cos’è l’Hotel House è indispensabile andare oltre una visione di esso come luogo chiuso, come microcosmo stabile e coerente e capire che oggi, sempre di più, i luoghi sono processuali e estroversi (Massey 1994) cioè in continuo mutamento per opera di nuovi intrecci con il contesto esterno. A questo proposito l’Hotel House si presenta come una sorta di nodo specializzato di un territorio reticolare, non solo per i residenti ma anche per i molti immigrati che usano questo spazio per effettuare scambi informali e commerci specializzati o trovare informazioni e occasioni di incontro (Lanzani 2003). Ma le possibilità di usare lo spazio come risorsa e di usufruire del fatto che oggi gli spostamenti e le comunicazioni sono sempre più agevoli e veloci, sono distribuite in modo 20 diseguale. Infatti per esempio molti immigrati che non sono in regola con il permesso di soggiorno non possono spostarsi con facilità e non possono lasciare l’Italia: spesso si trovano così bloccati all’Hotel House, che viene perciò vissuto più come un rifugio che come un punto specializzato di un reticolo. Dunque l’Hotel House ha dei confini decisamente porosi verso l’esterno in quanto è caratterizzato da un continuo andirivieni di gente che si dirige verso i luoghi di lavoro o verso altri luoghi in Italia e nel mondo dove si trovano amici e parenti; ma se si passa ad analizzare la relazione con il resto della città l’impressione immediata è quella di un confine decisamente molto più rigido. A disciplinare questa relazione sono attivi numerosi processi strutturali capaci di influenzare la cosiddetta political economy del luogo. Mi riferisco al mercato del lavoro segmentato che offre in abbondanza agli immigrati solo lavori di serie B, al mercato immobiliare che ha favorito la concentrazione residenziale degli immigrati e soprattutto la fuga degli italiani, ai mass-media locali che hanno potentemente contribuito alla diffusione e legittimazione di uno stigma fortissimo nei confronti di un luogo diventato il 'negativo della città' e alle istituzioni locali che hanno abbandonato totalmente l’Hotel House. Queste dinamiche strutturali hanno fatto sì che il condominio appaia a volte come una sorta di simbolo dell’integrazione subalterna dei migranti: inseriti nel mondo del lavoro, anche se in gran parte non qualificato ma esclusi dalla vita sociale, culturale e politica del contesto circostante. Tale isolamento e abbandono è rappresentato in modo emblematico dal fatto che non è previsto nessun servizio di trasporto pubblico (nonostante sia stato richiesto a gran voce dai residenti) e che il collegamento pedonale tra il condominio e la città è pericoloso e disagevole in quanto di dimensioni ridottissime ed ai limiti della carreggiata, in un tratto dove il traffico automobilistico è alquanto intenso. L’isolamento prodotto da queste dinamiche sociali favorisce il prevalere di due usi dello spazio Hotel House, cioè di due specifici sensi del luogo: il primo è l’Hotel House rifugio contro l’ostilità esterna, cartina di tornasole delle difficoltà di trovare spazio 'fuori'. Il secondo è l’Hotel House-zona franca, cioè uno spazio capace di attrarre chiunque voglia dedicarsi ad attività illegali e perciò di diventare anche la zona di scambio tra la città illegittima e quella legittima (Dal Lago e Quadrelli 2005), zona 'istituzionalmente' destinata alla distribuzione di stupefacenti e in parte minore di sesso a pagamento, sempre più richiesti. Parallelamente, soprattutto negli ultimi anni, alcune dinamiche sia 'endogene' che 'esogene' hanno controbilanciato questo sviluppo del condominio dando vita ad un quadro attuale decisamente complesso e in continuo divenire. In primis mi riferisco al fatto che 21 l’Hotel House, a differenza di altri contesti simili, si è nel tempo trasformato in luogo d’insediamento di famiglie (di immigrati) che hanno acquistato il proprio appartamento (in questo agevolati dal crollo del valore degli immobili conseguente alla fuga degli italiani). Questo radicamento di famiglie è stato favorito anche dal fatto che le abitazioni del condominio sono decisamente appetibili e di discrete dimensioni (60-65 mq). Come testimonia uno degli italiani residenti (Antonio): “gli appartamenti sono ben costruiti. Cioè per una famiglia con padre e madre e due figli ancora in età e senza troppi grilli per la testa è ancora validissima”. Questo fenomeno ha portato ad un maggiore responsabilità verso il luogo, come è ben testimoniato da un signore tunisino: “Ci sono tante famiglie, molti cominciano ad avere bambini, quasi nati tutti qui. L’età nostra, dico per i tunisini, è tra i 40 e i 35 anni, tutti più o meno abbiamo la stessa età, cominciamo ad essere abbastanza maturi, i figli stanno andando a scuola, una cosa seria è diventata… sì perché piano piano uno diventa più serio, più responsabile quando ha la famiglia. Prima quando ero solo, prima di sposare non gli importa niente di quel che fa l’altro, adesso sì, adesso perché guardo al futuro dei miei figli, non è che guardo me. Io faccio quello che faccio, non me ne frega. Non è che devo difendere me, io sono un guerriero, ma devo difendere i miei figli, per il futuro dei miei figli” (Saber, 42 anni, tunisino, residente). Possiamo dire che la crescente presenza di donne e bambini ha messo in luce in modo evidente la difficoltà di far coabitare logiche territoriali, sensi del luogo, molto differenti. Si è innescata infatti una vera e propria battaglia per lo spazio intrapresa da alcune famiglie di immigrati e da una parte degli italiani residenti di vecchia data, contro lo stigma subito come abitanti dell’Hotel House, ribaltato ora sulla minoranza interna 'deviante'. La battaglia, che è tuttora in corso, ha avuto tra gli esiti principali la costituzione di un comitato multietnico che è stato protagonista di una breve fase di mobilitazione che ha avuto lo scopo di chiedere alle istituzioni di non essere più abbandonati e di ricevere un sostegno nella lotta per la vivibilità degli spazi. Tutto ciò ha portato prima al confinamento delle pratiche di traffico di stupefacenti in un’area ben delimitata del condominio, dentro e davanti uno dei due bar del condominio, 'liberando' dopo anni la piazzetta antistante l’ingresso. Poi ha addirittura portato alla chiusura del bar stesso. Da ultimo va aggiunto che negli ultimi tempi si sta anche rafforzando l’impegno profuso da una serie di associazioni di volontariato che operano all’interno del condominio che hanno fatto ormai diventare (una piacevole) routine tutta una serie di corsi di lingua italiana, di attività di sostegno scolastico e di attività artistico-ricreative 22 che coinvolgono decine di bambini e di donne immigrate. Il risultato complessivo è quello di un deciso miglioramento della vivibilità del condominio; le vicende che ho qui velocemente tratteggiato rappresentano un significativo esempio di come si possano (in parte) fronteggiare anche dinamiche strutturali così forti come quelle indicate sopra. Di come anzi, a volte, l’essere comunemente assoggettati a dinamiche di esclusione possa creare un vissuto comune capace di unire e di mobilitare assieme, di permettere, cioè, di trasformare i discorsi dominanti in discorsi demotici, in risorse per l’azione (Baumann 1996). L’altra faccia della medaglia, però, di questa fase di radicamento degli immigrati e di rafforzamento di alcuni gruppi nazionali è quella della progressiva creazione di un’enclave sempre più autosufficiente, rafforzata dalla presenza di una realtà commerciale complessa e articolata, dall'apertura di un luogo di culto (una moschea) e da un lento ma crescente attivismo di gruppi e associazioni d’immigrati. Questi network sociali hanno favorito la riproduzione di un'appartenenza culturale, una maggior protezione socio-psicologica (per es. contro la discriminazione) e anche opportunità e vantaggi economici13. Ma quest'evoluzione nasconde anche alcuni rischi. In primis il rischio di trasformare l'Hotel House in un luogo caratterizzato da un forte controllo sociale sulle minoranze interne. Mi riferisco in particolare alle donne. Infatti l’Hotel House si presenta come un luogo a fortissima caratterizzazione maschile, non tanto perché gli abitanti del condominio sono per più del 70% uomini, quanto perché negli spazi di incontro le donne sono spesso assenti. Una larga maggioranza delle donne, specie quelle di alcuni gruppi nazionali come i pakistani e i bangladesi, sono rinchiuse negli appartamenti, così che i bar e altri spazi pubblici appaiono come delle vere e proprie 'case degli uomini'. Il quadro complessivo è, dunque, articolato e sfaccettato. Ma ciò che è emerso con tutta evidenza è il fatto che il problema da cui partire non è rappresentato tanto dalla concentrazione spaziale degli immigrati, quanto dalla relazione di tali luoghi con l’esterno. Come detto più volte, tali luoghi, infatti, non sono necessariamente spazi di povertà, né di 13 La presenza di questo tipo di enclave può permettere vantaggi competitivi da un punto di vista economico: supporto all’avvio di iniziative economiche autonome sia per i finanziamenti iniziali, che per l’utenza e la possibilità di trovare dipendenti leali e flessibili. Inoltre l’impresa etnica può fornire un canale per l’avanzamento sociale (Wilson e Portes 1980; Portes e Zhou 1993). I limiti economici dell’enclave sono però altrettanto noti: da un lato le attività degli immigrati fanno parte di settori relativamente marginali (quali la ristorazione e la vendita alimentare). Dall’altro, il livello di sfruttamento a cui viene sottoposta la forza lavoro è particolarmente elevato, sia sotto il profilo salariale, che sotto quello delle condizioni di lavoro (Lin 1998; Tarrius 1995). A questo proposito Sanders (2002) ha sottolineato che le enclave economiche, come altri sistemi guidati dal mercato, non generano solo ricchezza, ma generalmente anche stratificazione: i proprietari, infatti, beneficiano spesso dal partecipare in un’economia del genere, ma i dipendenti molto meno. Per questo non dovrebbero essere eccessivamente romanticizzate. 23 criminalità, né di isolamento. E ciò vale soprattutto oggi che lo spazio, con sempre più facilità, può essere usato come risorsa. L’Hotel House rappresenta piuttosto la possibilità per gli immigrati di avere un proprio spazio, uno spazio in cui rielaborare la propria identità, un luogo di soglia che permette di riparare “sia dalla paura di essere assimilati che da quella di essere contaminati” (La Cecla 1997, 56). Ed è fondamentale riconoscere l’importanza per gli esseri umani di costruire uno spazio simbolico nel quale “sentirsi a casa” e nel quale organizzare e sostenere la propria rete economica e di relazioni (Paltrinieri 2006). Uno degli errori principali è perciò quello di partire dall’assunto che, dato che la concentrazione di immigrati è in sé un problema, per non favorire tale fenomeno si decide di non intervenire per migliorare le condizioni di vita dei residenti (come ha sempre sostenuto l’amministrazione comunale di Porto Recanati). Il risultato di questa non-politica è invece opposto: cioè finisce per favorire il degrado della zona e per far prevalere chi usa questo luogo come vuoto urbano. E molti residenti tra cui Ali ne sono ben consapevoli: “Me l’hanno detto tanti, che mi vogliono bene a me: ‘lascialo quel palazzo14, esci, vai da altra parte perché lo sappiamo tu sei una brava persona’. Però nessuno diceva: ‘guarda, andiamo con te insieme, cerchiamo di migliorare qualcosa’, nessuno diceva. Perché se abbandoni tu, abbandona l’altro, dopo cosa rimane qui, niente, rimangono tutti gli spacciatori, drogati, ladri”). L’abbandono delle istituzioni, inoltre, facilita la chiusura di questi luoghi anche in senso culturale: un esempio di questo ci viene dall’esperienza francese dove emerge con tutta evidenza come le organizzazioni islamiste stiano in parte occupando il vuoto lasciato da partiti e istituzioni. Infatti la reislamizzazione identitaria delle comunità immigrate si rivela “un antidoto non solo alla microcriminalità, la droga e il carcere ma anche alla marginalità sociale” (Guolo 2005). Non va dimenticato inoltre che la stigmatizzazione di questi luoghi diventa filtro percettivo anche per i residenti, che spesso reagiscono prendendo le distanze dal proprio luogo ripiegando nella sfera familiare; ciò vale soprattutto per coloro che hanno scarse possibilità economiche. Non a caso i residenti denunciano il loro quartiere proprio perché li stigmatizza piuttosto che perché non amano viverci (Avenel 2004). La questione decisiva appare oltre alla condizione delle donne, quella dei giovani migranti. Il fatto di sentire di non avere spazio e di vivere in un habitat che è percepito come abbandonato, alimenta un senso del luogo che porta con sé sfiducia, marginalità e forse 14 Questo brano di intervista ci ricorda anche che, il rischio di supportare politiche per la mobilità individuale invece di scegliere politiche per il miglioramento del quartiere, è quello di far sì che restino nel quartiere gli abitanti più problematici (Lagrange e Oberti 2005). 24 antagonismo. La stessa questione dell’inserimento lavorativo appare una bomba ad orologeria. Infatti è vero che gli immigrati dell'Hotel House sono per ora ben inseriti nel mercato del lavoro, fatto che distingue notevolmente il caso di studio da alcune banlieues francesi in cui vi sono tassi di disoccupazione elevatissimi (per non parlare dei ghetti afroamericani che sono stati rinominati 'iperghetti' proprio perché a tutte le altre forme di esclusione si è aggiunta anche quella lavorativa). Ma è altrettanto vero che notoriamente i figli degli immigrati, cresciuti in Italia, non accettano più i lavori di serie B dei padri e se si continua a rendere loro difficile entrare in altri segmenti lavorativi a causa della provenienza, appare terribilmente concreto il rischio di veder questi giovani cadere nella disoccupazione. Ed è ovvio che la disoccupazione rischia di diventare “un buco nero in espansione, che inghiotte tutte le logiche di integrazione” (Fitoussi, Laurent e Maurice 2004). Questa nuova sfida è resa emblematica anche dal fatto che i bambini fanno fatica a trovare spazio all'Hotel House: i pochi a loro dedicati sono fortemente contesi tra i diversi gruppi. Non resta loro che invadere e ri-significare altri spazi trovandosi non raramente a contatto con pratiche devianti. Non è un caso che se molti adulti mi hanno rappresentato un Hotel House ambivalente se non bello (“Dove trovi 65 etnie che vivono tranquille, io non ho mai visto. Io ho girato tutta l’Italia, solo all’Hotel House ho visto, tranquille veramente…tu basta che ti sposti a Bologna o ad Ancona e italiani tra di loro si scannano, figurati 65 etnie, più di 100 lingue diverse…la gente stanno bene” (Nader, 40 anni, tunisino, residente), il primo ragazzino con cui ho parlato, alla mia domanda: “Com'è l'Hotel House?” Mi ha risposto: “Fa schifo!”. In conclusione, quindi, possiamo dire che è importante agevolare gli attori che stanno cercando di fare del condominio un luogo di scambio all’interno e con l’esterno, rafforzare gli spazi di partecipazione, di mobilitazione collettiva e la costruzione di un’identità Hotel House che unisca tutti indipendentemente dal gruppo nazionale di provenienza. Occorre inoltre preservare e rafforzare la natura ambivalente di un luogo sia identitario che d’incontro, un luogo che garantisce sostegno e capitale sociale e che dall’altro permette a tutti di ritagliarsi un proprio spazio. L’Hotel House, infatti, è una sorta di grande paese (sviluppato in verticale) abitato da una popolazione più o meno fissa e stabile e da un’altra che cambia continuamente: una doppia caratteristica che da un lato assicura la rete tipica di un 'paese', dall’altro un tendenziale anonimato. Questa apparente ambivalenza è magistralmente rappresentata dal colpo d’occhio offerto dalla struttura del condomino e dalla popolazione residente viste in sovrapposizione: l’edificio, caratterizzato da un’architettura così regolare, così uguale a se stessa, dall’identica ripetizione di un numero di nuclei abitativi che sembra tendere all’infinito 25 in ogni direzione; la popolazione che manifesta la sua differenza in tutto, dalla pigmentazione della pelle, alla provenienza nazionale, dagli usi e dai costumi, dagli odori e dai suoni. Oggi il condominio è in una fase particolarmente decisiva di radicamento di famiglie, di donne e bambini. Gridare al degrado o alla non integrazione, dunque, senza prendere in considerazione le dinamiche che possano alimentarlo o fronteggiarlo non serve a nulla. E non serve neppure gridare alla marginalità e alla povertà. L’Hotel House rappresenta la possibilità per i migranti di diventare responsabili nei confronti del luogo, di iniziare cioè a rispondere (parola da cui deriva il termine responsabilità) e a interloquire con una propria voce (ambivalente). Ma cosa è e, soprattutto, cosa sarà resta una domanda aperta, la cui risposta dipende dalle battaglie che si giocano all’interno del condominio e da come le dinamiche strutturali, che ho sopra delineato, incideranno su di esse. Per comprendere e per agire in modo concreto su questo intreccio situato occorre smetterla di parlare di Hotel House e di ‘periferie’ come se fossero tutte uguali, facendo riferimento alla classica retorica del ghetto; e agire, invece, con interventi omeopatici, contestuali la cui scoperta non può prescindere dall'ascolto degli abitanti e soprattutto dall’analisi della loro relazione con i luoghi. 26 Appendice n. 1 – Hotel House: da resort per le vacanze a spazio per gli immigrati Hotel House – La moderna casa per le vacanze Questa enorme torre cruciforme costituita da 17 piani e alta 50 metri rappresenta tuttora un primato di grandezza nel panorama dell’edilizia per il turismo della riviera adriatica. Un ‘condominio alveare’ che nasce alla fine degli anni sessanta, in un periodo di grande crescita (e speculazione) edilizia in cui il trionfo del fordismo e del razionalismo era segnato in ambito urbanistico dal prevalere dei fautori del verticalismo, delle ingenti masse volumetriche e della linea retta ripetuta in modo ossessivo. L’Hotel House è stato ideato come una gigantesca torre per benestanti turisti estivi. In un’epoca in cui, grazie al diffondersi del modello automobilistico di mobilità sul territorio, la villeggiatura stava iniziando a diventare uno dei beni di consumo, si pensò ad un modo di offrire una vacanza ‘a casa propria’ (da qui il nome 'casa-albergo'), in una seconda casa specifica per le vacanze. “Concentrando i volumi, usando materiali nuovi ed al tempo stesso ad alto rendimento seguendo l’esempio dei grandi architetti del nostro tempo ho avuto l’onore […] di rivoluzionare il tradizionale andamento del mercato della ‘casa-vacanza’, sia per quanto riguarda il gusto, sia per quanto riguarda il prezzo, il primo ispirato a quanto hanno detto celebri urbanisti ed architetti, come Le Corbusier e Pier Luigi Nervi, il secondo incredibilmente basso grazie ad un calcolo delle quantità e ad una razionale progettazione” (Antonio Sperimenti, ideatore e costruttore dell’opera, tratto dal giornale “L’Hotel House”, numero unico della riviera adriatica, settembre 1968). Nel progetto erano previsti ristoranti, piscine, campi da tennis, giochi per bambini, tre ettari e mezzo di giardini e persino un laghetto artificiale. Inoltre al residence si sarebbe dovuto affiancare un altro stabile molto più basso, detto il “corpo avanzato”, che avrebbe dovuto ospitare un auditorium, una boutique, un ristorante, una discoteca e una sauna. Gli slogan pubblicitari dell’epoca mostrano chiaramente il target di quest’opera: “Appartamenti signorili e di esiguo costo” “Vivere tra mura domestiche con i servizi di un grande albergo” 27 La pergamena che sancì la fine dei lavori recava la scritta: “per il progresso delle civili genti marchigiane”, mentre i giornali locali dell’epoca intitolarono in modo eloquente: “L’Hotel House è un’opera che fa onore alla riviera”. Gli appartamenti vennero acquistati da persone di ceto medio-alto e da una piccola borghesia desiderosa di aumentare il proprio status, provenienti un po’ da tutta Italia in particolare dal Nord (Milano, Torino, Bergamo, Brescia), dal Lazio, dall’Umbria e dalle Marche stesse. Tra questi vi era addirittura un’importante famiglia della zona che aveva acquistato ben 16 appartamenti (l’intero primo piano), per alcuni anni utilizzati per ospitare turisti stranieri (austriaci), trasportati dal condominio al mare con un pittoresco pulmann ad hoc a forma di enorme barca. Gli attuali residenti più anziani amano ricordare quel periodo come un’età dell’oro: “Una volta qua c’erano dei personaggi…ancora due anni fa c’erano Piccinini capo redattore del Corriere della Sera, l’avvocato D’Alessio, giudice della Figc, mentre il giudice Mariani è morto solo l’anno scorso” (Marino, 71 anni, italiano, vacanziere). La fine del progetto originario: gli anni ’70-’80. Il residence si è rivelato, però, sin dai primissimi anni una grande occasione mancata: il condominio, infatti, accoglieva un brulicante numero di persone durante i mesi estivi per poi trasformarsi in un contenitore vuoto e rimbombante d’inverno. L’enorme caldaia rappresentava un po’ il simbolo del fallimento: scaldava 480 appartamenti, ma d’inverno ne erano occupati solo 60/70. Gli stessi esercizi pubblici che erano stati realizzati a piano terra del residence (una pizzeria, un ristorante, una macelleria, un bar, una parrucchieria, un negozio di alimentari, un negozio di frutta e verdura, una pescheria, una lavanderia e un negozio di elettrodomestici) non potevano sopravvivere al lungo periodo di 'letargo'. Nel giugno del 1972 il terremoto nella vicina città di Ancona spinse le autorità del capoluogo marchigiano a riversare un folto numero di senzatetto negli appartamenti dell’Hotel House che non erano abitati. Un punto di svolta decisivo si ebbe nel giugno del 1973 quando la ditta Sperimenti che costruì l’opera dichiarò il suo fallimento; questo diede inizio al grave tracollo. Di lì a poco, per motivi ancora misteriosi, Antonio Sperimenti, capo-progettista e titolare della ditta costruttrice, si tolse la vita: 28 “Il condominio era nato come un residence estivo, di alto livello, poi ci fu il fallimento, 35 anni fa…tutti questi palazzi così grandi, c’è sempre qualcuno che tira a fallire perché…non lo so. I costruttori con tutte le buone volontà vengono messi in mezzo e poi succedono anche le tragedie perché sembra che poi certe promesse di costruire anche da altre parti non sono state mantenute…costruttori che hanno un certo giro di amicizie spendono anche del loro, promettendo di avere la piscina, il campo da tennis, i servizi. Ma è morto tutto, si è ammazzato anche il costruttore” (amministratore del condominio dal 2003, italiano, non residente). Con il fallimento della ditta l’Hotel House si smembrò: il 'corpo avanzato' venne finito in fretta e venduto e finì per essere trasformato in un residence a sé stante, separato dall'Hotel House da una recinzione. Venne ceduta anche l’area del parcheggio che, per diritto di prelazione, venne acquistata da alcuni condomini che formarono una cooperativa privata che tuttora gestisce la zona: “Addirittura hanno venduto anche il parcheggio, il parcheggio che doveva essere un servizio del palazzo…E’ stato venduto anche il parcheggio. Si è formata una società chiamata Garden House. Durante il fallimento il giudice ha creato un disastro, per 100 anni, per 200 anni, ha diviso il palazzo, adesso ci sono difficoltà di gestione, di rapporti, tutto. E’ un disastro” (amministratore del condominio dal 2003, italiano, non residente). Le condizioni igieniche peggiorarono, i lavori di manutenzione erano insufficienti a mantenere lo status di lusso inizialmente auspicato e, naturalmente, a seguito della repentina diminuzione delle vendite, i prezzi subirono il primo tracollo. Da questo momento in poi il progetto visionario del Gran Resort via via si spegne. La disponibilità di appartamenti (specie d’inverno) portò al consolidamento all’Hotel House di un insediamento di popolazioni provvisorie: il residence venne scelto come domicilio coatto per alcuni collaboratori di giustizia, come residenza temporanea di molti ufficiali dell’aeronautica che lavoravano al radar di Potenza Picena (circa 70-75) e di alcuni sottufficiali della finanza che frequentavano la vicina “Scuola di Perfezionamento Sottufficiali” di Loreto: “Fino a 4-5 anni fa prendevano ancora in affitto dei sottufficiali dell’aeronautica, che eran venuti a fare il corso. Quando andavano all’agenzia volevano molti soldi così tanti mi 29 telefonavano e prendevano l’appartamento qui in affitto per tre o quattro mesi perché facevano il corso, perché l’aeronautica a Loreto l’hanno ampliata ed è diventata anche come scuola, tanti si appoggiavano qui tre o quattro mesi con la famiglia, la moglie andava al mare” (Michele, 42 anni, italiano, portiere e residente). Il luogo divenne un’ideale insediamento per coloro che cercavano un alloggio dignitoso pur senza avere troppe risorse: “Nello specifico considerando anche da un punto di vista economico le mie possibilità per l’acquisto, non andare in affitto da nessuna parte, non volevo essere affittuario e non essendo Rockfeller, ho pensato ad una cosa…non ho pensato ad una forma riduttiva di abitazione, ma nello stesso tempo non ho famiglia, sono solo, ho fatto una considerazione di carattere generale. A me poi non pare di averla fatta sulla negativa questa scelta, per me è positiva. Il posto è ridente, un appartamento di 60 metri mi andava bene, ricordavo tempi un po’ più retrodatati in cui amici miei erano vissuti qua e io li ero venuti a trovare…è anche una questione di flashback, ripeto non mi sono pentito di aver fatto l’appartamento” (Antonio, 65 anni, italiano, residente, ex- colonnello dell'aeronautica). Non passò molto tempo che il luogo fu scelto anche da alcuni gestori dei molti nights della zona come alloggio per sistemare alcune 'ballerine'. Il via vai continuo di veri e propri pulmini dal condominio verso i locali della zona finì per attrarre alcuni clienti; tanto che in quell’epoca il palazzo era anche definito brutalmente da alcuni 'il palazzo delle puttane': “All'epoca c'erano le entraineuse e poi queste poverette andavano ad una certa ora di sotto a comprare qualche cosa per mangiare perché poi la sera dopo dovevano andare al lavoro. Perché di qui partiva uno scuolabus, lo chiamavo io così non era proprio...di pulmini Mercedes che i datori di lavoro, proprietari di appartamenti metteva a loro disposizione per portarli a lavorare: alle 21,45 partivano le lavoratrici dello spettacolo...però la mattina potevano andare un attimo al bar e certi avventori da fuori venivano per l'opportunità di fare certi incontri. Ecco perché la zona...quelle invece erano persone che lavoravano e qua non potevano fare alcunché. E le riportavano indietro. Se avessero cercato di portare qualcuno su e il portiere avesse visto...il giorno dopo sarebbero partite perché le cambiavano ogni 15 giorni. Prevalentemente Est Europa, ma ci sono state varie storie, ma anche Nord Europa, 30 c'era un po' di tutto. Però l'Est...perché erano gli anni delle russe, ungheresi...” (Antonio, 65 anni, italiano, residente). Se in un primo momento l’esistenza del condominio fu mal accettata dalla popolazione in quanto simbolo di uno sviluppo urbanistico non consono al paese, in un secondo tempo l’introduzione silenziosa quanto evidente di questa nuova popolazione portò i cittadini di Porto Recanati a considerare l’Hotel House come un luogo sempre più estraneo al territorio e alla comunità. La sua autoreferenzialità sbandierata dai giornali dell’epoca unita alla sua conformazione, così ben protetta, destinata originariamente a dividere una situazione provinciale e medio-borghese (la realtà di Porto Recanati) da un’illusione lussuosamente imbellettata, ha generato nell’immaginario collettivo la rappresentazione di un luogo totalmente “altro”. Un luogo di passaggio, dove non si sa cosa succede, né chi ci passa. E quel poco che si sa si riferisce sempre a questioni di ordine pubblico. Basti pensare che, nel corso del tempo, la struttura è stata anche usata come rifugio da alcuni gruppi di rapinatori e addirittura da una cellula delle Brigate Rosse (quando è stato arrestato Renato Curcio sembra che avesse addosso la mappa del condominio). Si capisce così come, già molto tempo prima dell’arrivo dei migranti, il residence fosse già socialmente stigmatizzato (se non addirittura mitizzato). L’Hotel House è stato dunque per Porto Recanati sempre un luogo 'altro', sin dalla nascita e in quanto tale si può dire che sia stata la destinazione 'naturale' per la popolazione immigrata che è oggi percepita come la principale forma di alterità, anche perché l’affitto di un appartamento all’Hotel House richiedeva esborsi decisamente più bassi di quelli richiesti nelle altre parti della città, che è una delle più care dell’intero centro Italia. L’arrivo degli immigrati: gli anni ‘90 All’inizio degli anni ’90 i vacanzieri di lunga data rinunciarono gradualmente alla loro vacanza a Porto Recanati e le agenzie immobiliari, che gestivano gli appartamenti per conto dei proprietari, registrarono i primi arrivi di immigrati: “A poco a poco la gente ha cominciato a vendere, poi c’è stato un po’ il disamore per la zona perché tutti i centri balneari hanno subito una grossa botta per la concorrenza dell’estero, per es. inizialmente della Jugoslavia e poi perché dopo due, tre, quattro anni della stessa località, serena, ma un po’ noiosa, la gente comincia a dire: ‘io là al mare non ci 31 voglio più andare’ e via di seguito…i proprietari che erano soprattutto del Nord e che non usavano le case d’inverno, durante il periodo invernale le lasciavano agli stranieri. Poi piano gli stranieri sono aumentati poi hanno cominciato magari alcuni del Nord non venivano e continuavano a mantenere la proprietà dell’immobile, l’hanno affittato tutto l’anno e quindi è cominciata così l’escalation, poi addirittura sono stati venduti perché ormai ovviamente non potendo più venire in vacanza lì perché considerata zona rossa, no? Pericolosa…quindi non venire in vacanza lì, tenersi un appartamento che comunque non usi…ovviamente lo vendi!” (avvocato, 37 anni, italiano, non residente). Le dinamiche e le forti speculazioni del mercato immobiliare, la naturale rete di solidarietà tra connazionali e in parte anche una decisa volontà politica hanno reso velocissimo questo processo di sostituzione demografica. La fuga degli italiani produsse il tracollo dei prezzi e la palla fu presa al balzo da alcuni investitori, i quali tuttora trovano molto conveniente, dopo aver comprato a basso prezzo diversi appartamenti, affittarli a più persone, ricavandone così una notevole rendita. Così il residence divenne un luogo di crescente insediamento della popolazione migrante che ha finito per diventare largamente maggioritaria. Qui mi interessa sottolineare come tale processo di avvicendamento, non è affatto così 'naturale' come di solito viene rappresentato. Infatti esso è stato in realtà fortemente favorito e accelerato dalle agenzie immobiliari che hanno tratto consistenti guadagni dalla creazione di un mercato delle case specifico per gli immigrati. D’altronde il meccanismo è abbastanza comune e noto: - prima si favorisce la vendita di appartamenti da parte degli italiani spesso provocando 'paure etniche' nei proprietari e negli affittuari per avvantaggiarsi dalla caduta dei prezzi (Krase 1996); - poi si affittano gli appartamenti agli immigrati a prezzi esorbitanti o si vendono agli stessi ad un prezzo almeno raddoppiato rispetto a quello d’acquisto. Per fare questo gli agenti immobiliari si prodigano inoltre per evitare che gli immigrati prendano in affitto case in altre aree (si parla a questo proposito di steering): quando un immigrato viene da un agente immobiliare, tendenzialmente, questo lo conduce in un’area già popolata da altri immigrati (Gottdiener e Hutchinson 2000). La concentrazione residenziale degli immigrati in un condominio isolato sembra, infatti, inquietare molto meno e dare meno fastidio che vedere un popolazione straniera ‘invadere’ i 32 quartieri storici della città, costituire la clientela privilegiata se non esclusiva di sempre più numerosi locali ed esercizi commerciali, stazionare nei parchi cittadini e nelle piazze: “C’è un interesse forte da parte del Comune a tenere tutta questa gente qui inglobata, qui ammassata…questo qui è un paese intero! Se si dovesse un attimo propagare per tutta Porto Recanati, qui veramente sarebbe un’invasione![…] allora voglio dire…c’è tanta ipocrisia e in realtà fa comodo a tutti… poi, guarda, più si va avanti e più penso che è destinato a essere proprio così...” (Raffaella, 20 anni, italiana, residente). “In realtà Porto Recanati non vuole che questa rarità si venga a conoscenza. Tu capisci anche perché, perché Porto Recanati è una località turistica dove fondamentalmente è stato ricostruito tutto nuovo, gli appartamenti costano l’ira di Dio, è bellina comunque, se la cosa viene pubblicizzata, forse la località turistica qualcuno la cambia” (avvocato non residente, 37 anni, italiana). L’insediamento degli immigrati: i primi anni del 21° secolo Negli ultimissimi anni, a partire circa dal 2002-2003 è iniziata l’ennesima nuova fase di vita del condominio: sempre più immigrati hanno scelto di acquistare il proprio appartamento spesso come scelta di radicamento, molto più spesso a causa dei prezzi sempre più elevati degli affitti. Così nel giro di pochi anni, al ritmo di circa 50 vendite l’anno, si è avuto un passaggio di proprietà da italiani a stranieri di più della metà degli appartamenti. Questa nuova fase è sancita anche dall’aumento del valore immobiliare degli appartamenti: se fino al 1999-2000 un appartamento costava solo 25-30 mila euro. Oggi 'grazie' alla forte domanda degli immigrati e alla speculazione di alcuni investitori, per un appartamento occorre pagare non meno di 80.000 euro: “Adesso siamo in un’ulteriore fase, ed è la fase delle famiglie, della seconda ondata migratoria, della seconda fase della migrazione, cioè dei lavoratori che hanno portato con sé le proprie famiglie dal paese di origine, che cominciano ad acquistare. Perché comunque nel paese costiero il mercato degli affitti diventa chiaramente esorbitante, allora, piuttosto che andare a pagare un affitto di 500-600 euro mensili, preferiscono accendere un mutuo e comprarsi…pertanto rispetto a qualche anno fa, dove la situazione era di fatto incontrollata, 33 adesso nel momento in cui c’è una proprietà, e quindi persone che hanno deciso di rimanere lì in modo permanente o che…viene fuori una sorta di controllo maggiore. E quindi le cose sono tra virgolette un po’ migliorate. Parliamo di un fenomeno che sta avvenendo da qualche anno questa parte e soprattutto per famiglie di immigrati che provengono dall’Asia, dal Bangladesh, soprattutto, più che da Tunisia, Marocco” (Responsabile dei Servizi Sociali del Comune di Porto Recanati). Secondo le ultime statistiche disponibili (31.07.2007) gli immigrati hanno già acquistato più della metà degli appartamenti che nella quasi totalità dei casi sono ormai abitati tutto l’anno. Infine va sottolineato come la fuga degli italiani sembra che si sia arrestata o fortemente attenuata. Ma oggi gli italiani che si trovano ad abitare la torre (per scelta o per necessità) di certo non rispecchiano più gli elevati target socio-economici dei loro predecessori: “Ci sono pochi nuclei familiari, condomini che vivono soli o in coppia al massimo e sono affezionati, non hanno intenzione di andare via, hanno il loro modo di vivere e non trovano disturbo nella vita con gli extracomunitari o con la presenza di queste altre realtà, un po’ di ordine sociale difficile. Per esempio che non hanno figli, se non hanno figli non hanno nemmeno paura di lasciarli giocare sotto e quindi di conseguenza rimangono tranquillamente. Chi ha il nucleo familiare invece tutto bello tranquillo non ci sta. E quindi sono pochi gli italiani sono pochi. La proprietà è ancora molto italiana, tutte persone che affittano logicamente” (Amministratore del condominio dal 2003, italiano, non residente). 34 Nota metodologica Il metodo etnografico nasce in antropologia tra ‘800 e ‘900 e si afferma con Malinowski e Radcliffe-Brown in contrapposizione a chi faceva antropologia ‘da tavolino’. In Italia tale metodo si sviluppò grazie soprattutto al napoletano Ernesto De Martino che studiò i guaritori, i fenomeni di possessione e trance dei ‘tarantati’ e l’esorcismo. Tutti questi autori erano preoccupati di comprendere l’ ‘altro’, il diverso, di prendere parte in prima persona ai riti e alle cerimonie, di vivere come loro per comprendere i loro codici interpretativi, la loro ‘cultura’. In sociologia (ma anche in altre discipline come la geografia umana) il metodo etnografico, che si è affermato con la scuola di Chicago, riscuote oggi un crescente interesse. Come sottolinea Marzano (2002) quello etnografico è lo strumento più sensibile per registrare i mutamenti intervenuti nell’esperienza concreta delle persone. Infatti durante un lavoro etnografico il ricercatore instaura un rapporto diretto con gli attori sociali, soggiornando per un periodo prolungato, con lo scopo di osservare e descrivere pratiche discorsive e non, interagendo e partecipando ai loro rituali quotidiani. La tecnica etnografica consiste, dunque, in un’immersione profonda dove il fenomeno da analizzare si manifesta e consente perciò: • di cercare di penetrare le costrizioni e gli spazi di azione nella vita quotidiana; • di acquisire il punto di vista degli attori e condividerne le pratiche e le rappresentazioni per metterle tra loro in relazione (poiché non vi è sempre corrispondenza fra comportamento pragmatico e modello ideale); • di comprendere come il campo di ricerca è sempre conflittuale, processuale (a questa processualità si aggiunge anche la mia presenza) e perciò un buon lavoro etnografico è sensibile a processi, conflitti, trasformazion; • di essere aperto alla serendipity, alla scoperta, allo stupore, alla comprensione di fenomeni sconosciuti; • di utilizzare tutti i sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) e perciò di raccogliere dati anche sotto forma di immagini, rumori, odori e gusti. La ricerca etnografica oggi si trova nella fase che è stata chiamata da alcuni fine della “dottrina dell’immacolata percezione” o “fine dell’innocenza” (Van Maanen 1995). La cosiddetta 'svolta riflessiva', infatti, ha comportato la presa d’atto dei limiti che avevano caratterizzato le etnografie naturaliste o realiste. Fino a 15-20 anni fa la realtà e la sua documentazione apparivano all’epoca come date per scontate, prevaleva in altre parole una 35 sorta di realismo ingenuo. Oggi, invece, è ormai condiviso il fatto che ogni “osservazione sia sempre intervento” (Melucci 1998, 298) e che gli 'oggetti' con cui ci mettiamo in relazione interagiscono con noi. Per riprendere le parole di Melucci (1998, 26) “l’osservazione è un tipo particolare di relazione sociale che interviene comunque nel campo e lo modifica. Perciò non occorre porsi l’obiettivo di modificare il meno possibile il campo di osservazione ma quello di rendere ciò il più possibile esplicito (Gobo 2001), sviluppando la propria riflessività. Ed è “soltanto introducendo nella nostra pratica una capacità di metacomunicare sulla pratica stessa che noi spostiamo via via il confine di questa artificialità e la rendiamo un po’ meno opaca” (Melucci 1998, 308). Per fare questo la distanza tra ricercatore e attore sociale dev’essere considerata “come una fonte di apprendimento e di nuova conoscenza” (Ranci 1998, 49) e occorre valorizzare questa relazione “nella sua dimensione di confronto tra attori sociali portatori di visioni diverse della realtà” (ibidem). Il mio lavoro di ricerca è iniziato nell’ottobre 2004 e si è protratto per circa due anni fino al settembre/ottobre 2006. Una volta che ho individuato come terreno di ricerca lo spazio sociale del condominio, ho cercato di reperire qualche informazione preliminare attraverso lo studio della rassegna stampa e soprattutto attraverso alcune interviste con soggetti che avevano quotidianamente a che fare con la struttura: in particolare un avvocato che ha tra i suoi clienti moltissimi residenti e il responsabile dei Servizi Sociali del comune di Porto Recanati. Il primo contatto interno è stato, invece, il portiere storico dell’Hotel House, il signor Michele. Lo stesso giorno ho intervistato anche l’amministratore del condominio. Pochi giorni dopo ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione di un film documentario sull’Hotel House che era stato realizzato durante i sei mesi precedenti da un giovane documentarista. Quella è stata l’occasione da un lato di avere un primo sguardo approfondito sul residence e dall’altro di conoscere diversi testimoni privilegiati che 'ruotano' intorno a quella struttura. Pochi giorni dopo la prima intervista e la proiezione del film, il portiere mi ha fatto conoscere un residente italiano che vive lì da 15 anni, il signor Antonio, che si è rivelato poi il principale informatore per i mesi a venire, quello con cui ho fatto i più lunghi, interessanti e intensi colloqui informali. Un soggetto che rientra perfettamente nella “problematica figura dell’ ‘informatore’ ” definita così da Clifford (1997, trad. it. 1999, 29): “moltissimi di questi interlocutori – individui complessi, che vengono fatti solitamente parlare per raccogliere conoscenze ‘culturali’ – rivelano di possedere le loro personali propensioni ‘etnografiche’, nonché interessanti storie di viaggio”. 36 Infine grazie al giovane antropologo che ha realizzato il film-documentario sono venuto a contatto con un gruppo di senegalesi che vive nel condominio: in particolare una signora ha accolto la mia domanda di ospitalità e mi ha fatto dormire nel suo appartamento insieme ad alcuni suoi connazionali per diversi mesi. Questa è stata la mia prima base d’appoggio stabile all’Hotel House. Dopo diversi mesi (ottobre 2005) ho trovato invece una sistemazione decisamente più stabile, vale a dire una stanzetta all’interno dell’appartamento di un ragazzo di Ercolani (Na) che svolge la mansione di ascensorista all’interno del condominio. Questa nuova sistemazione mi ha permesso di avere a mia disposizione uno spazio di riflessione decisamente più ampio e autonomo. All’inizio ho cercato di prediligere lo strumento dell’intervista semi-strutturata. Poi ho gradualmente finito per lasciarmi coinvolgere soprattutto dalle dinamiche quotidiane. In particolare nella prima fase ho cercato di adeguarmi soprattutto allo stile di vita dei senegalesi e con loro ho partecipato ai pasti collettivi a terra con le mani e all’affollamento delle loro stanze, alle loro lunghe chiacchierate, alla visione di film e video di musica senegalese, ai loro pasti collettivi. Mi hanno mostrato le loro foto, i video di alcune feste tenute in Senegal, i programmi della tv senegalese e ho scoperto un’idolatria per Youssou N’dour. Ovviamente in questi casi la barriera rappresentata dalla lingua ha rappresentato un ostacolo importante, anche se molti parlavano italiano piuttosto bene e quasi tutti parlavano francese. Nella prima fase della ricerca altri setting che ho trovato 'fecondi' e significativi sono stati il principale supermercato dove transitano individui di tutti i gruppi nazionali e dove ho conosciuto diverse persone, la portineria (altro straordinario luogo di passaggio), uno dei due bar e in generale la piazzetta antistante l’ingresso. Inoltre, nel corso della ricerca ho sempre cercato di prendere contatto con tutti coloro che sapevo stessero lavorando direttamente o indirettamente per l’Hotel House. Mi riferisco ad una serie di studenti e di studiosi, ad un’insegnante che tiene un corso di italiano per adulti, ad una professoressa che fa sostegno a bambini immigrati, al responsabile e ad alcuni operatori della rete di associazioni di volontariato che operano all’Hotel House, al sindaco e al vice-sindaco della città, ad alcuni politici, a giornalisti e a sindacalisti. In una seconda fase del mio lavoro di ricerca ho iniziato a ritagliarmi una crescente libertà d’azione all’interno del condominio 'emancipandomi' sempre più dai miei principali informatori e allargando notevolmente la mia cerchia di relazioni. Ogni periodo di osservazione partecipante ha comportato la conoscenza di persone e la condivisione di situazioni nuove. Ho condiviso le dinamiche dei ragazzi che stanno crescendo nel 37 condominio, le dinamiche che avvengono in un paio di phone centers di proprietà di due famiglie pakistane, ho conosciuto e avuto lunghi colloqui informali con molti italiani vacanzieri e con diversi italiani residenti da lungo tempo, ho fatto osservazione partecipante con diversi ragazzi senegalesi, 'individualisti' in rotta con la tradizione comunitaria senegalese, ho partecipato insieme ai residenti alle manifestazioni che hanno scandito la fase di mobilitazione e di protesta contro l’abbandono dell’area da parte delle istituzioni, ho conosciuto diversi ragazzi e signori del Bangladesh che mi hanno invitato più volte a mangiare con loro, ho ricostruito la storia del condominio attraverso documenti e testimonianze, ho fatto intensa e continuata osservazione partecipante in occasione delle due principali feste musulmane, vale a dire il Ramadan e la festa del montone (l’Ayd), partecipando a cerimonie rituali e più in generale religiose (l’uccisione del montone e la preghiera collettiva in moschea) e condividendo i momenti di festa e cibo collettivo. Nel corso di questo lungo periodo la mia presenza sul campo è stata frammentata ma continua, fatta di periodi brevi (un paio di giorni) e più lunghi (10-12). Per quanto riguarda gli strumenti di ricerca adottati ho cercato di avvicinarmi ad una sorta di 'universalismo metodologico', fatto di osservazione partecipante, interviste strutturate e non, raccolta di storie di vita, interviste con testimoni privilegiati, raccolta di documenti cartacei e non (atti pubblici, stampa, documentari, fotografie). 38 Riferimenti bibliografici Amin, A. 2002, «Ethnicity and the multicultural city: living with diversity», in Environment and Planning A, 34, 6, pp. 959-980. Anderson E. 1999. Code of the Street. New York: Norton. Avenel, C. 2004. Sociologie des quartiers sensibles. Paris : Armand Colin. Barth, F. 1994, «I gruppi etnici e i loro confini (1969)», in V. Maher (a cura di), Questioni di eticità, Torino, Rosenberg & Sellier. 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