Hotel House. In un palazzo il mondo.
Confini sociali e uso quotidiano di uno spazio multietnico
di Adriano Cancellieri
1. Mondominio Hotel House
Le dolci colline all'orizzonte di fronte ai miei occhi, il mare dietro di me. In mezzo vedo
ergersi sempre più nitidamente la Torre di Babele cruciforme chiamata Hotel House, un
enorme condominio di 480 appartamenti distribuiti in sedici piani, che domina la parte Sud
della città di Porto Recanati, nelle Marche. Una torre solitaria formata da due grossi
parallelepipedi che si incrociano, circondata solo da campi e case di campagna
abbandonate.
Mi avvicino con la mia macchina, sono alla rotonda, svolto e mi ritrovo nel rettilineo senza
uscita che porta al residence. Inizio a rallentare per avvicinarmi lentamente, scorgo i primi
ambulanti che, con in mano e sulle spalle anelli, collane, occhiali e vestiti vari, si
incamminano verso il mare. Presto tutti si incroceranno di nuovo lungo la spiaggia, per ore e
ore, sulla sabbia, sotto il sole. Proseguo sino al parcheggio antistante il condominio, sterrato,
disseminato di buche, con molte macchine più o meno di fortuna e piccoli mucchi
d’immondizia sparsi qua e là. Uno spazio richiesto da anni dagli abitanti del condominio e
finalmente realizzato solo da qualche mese dalla locale amministrazione comunale. Un
parcheggio lasciato a metà, senza pavimentazione, consegnato già degradato e che è
diventato, tra le altre cose, una sorta di officina a cielo aperto, dove alcuni immigrati
aggiustano automobili, smontando e rimontando pezzi. A quest'ora le macchine parcheggiate
non sono molte. Non vedo il camioncino di Nasrih1,, partito per andare a vendere nei
mercati, neppure la macchina di Ousmane che oggi fa il turno di mattina in una delle
fabbriche che costruiscono scarpe per l’economia della Terza Italia2. Non c’è la macchina di
Mohammed che lavora come aiuto cuoco in un ristorante poco fuori dal centro, uno dei tanti
luoghi che accendono le luci del salotto sul mare della riviera del Monte Conero3.
Parcheggio la mia macchina, scendo e mi dirigo verso l’ingresso. Attraverso velocemente
1
Com’è consueto in questo tipo di lavori, tutti i nomi indicati nel testo sono di fantasia.
La città di Porto Recanati, insieme a diversi altri comuni della provincia, fa parte di un'area in cui si trova un distretto della
scarpa capace di attrarre una parte importante degli immigrati che vivono all’Hotel House.
3
Porto Recanati , che si autodefinisce 'il salotto sul mare', è una cittadina costiera e turistica sempre più integrata nel
continuum di stazioni balneari e locali ricreativi che va da Ancona a Porto Recanati.
2
1
una delle quattro aree rettangolari create a piano terra dall’incrocio dei due enormi
parallelepipedi che compongono l’Hotel House e mi ritrovo proprio sotto quella principale
che porta all’ingresso del grande edificio. Sono subito rapito dal brulichio di persone e non
so da che parte dirigere il mio sguardo. Di fronte a me vedo panchine e una decina di esercizi
commerciali; la ‘piazzetta’ è viva: alla destra c'è il bar con il solito gruppo di giovani
maghrebini appoggiati alle colonne del porticato a bere e chiacchierare; dentro intravedo dei
giovani signori cinesi alle prese con un videopoker e alcuni che sembrano dell’Est Europa
giocare a biliardo. Paff…quasi rischio di prendermi una pallonata in fronte. Vedo una fila di
bambini che corrono all'impazzata inseguendo il pallone che è passato a pochi passi da me,
una compagnia di diverse età, di diverse nazionalità, di diversi continenti, anche se, come
sempre, non vedo bambine. Lancio lo sguardo fino in fondo alla piazzetta dove si trova
l'entrata del condominio e la portineria e vedo uscire una fila ininterrotta di gente. Tra questi
riconosco una coppia di Brescia che anche quest'anno è tornata a fare vacanza qua,
asciugamano e ciabatte da mare, pronti ad andare in spiaggia4. Alzo lo sguardo e non vedo il
cielo ma terrazze, vestiti stesi ad asciugare, parabole, gente affacciata, cani che abbaiano. La
torre appare minacciosa e vitale, mi sembra di sentirla pulsare. (Nota etnografica,
14.07.2005).
Questo è un breve racconto del ritmo normale di una giornata all’Hotel House di Porto
Recanati, in provincia di Ancona (Marche). Un palazzone enorme, un ex-residence per
vacanzieri in cui vivono più di 1500 persone (d’estate quasi 20005), il 90% delle quali di
origine straniera: ben quaranta gruppi nazionali, sei dei quali con più di 100 residenti
ciascuno.
La concentrazione di immigrati in questo enorme condominio rappresenta un tipico esempio
di una delle principali trasformazioni che contraddistinguono gli spazi urbani delle città,
caratterizzati dalla crescente presenza di immigrati sia nei contesti abitativi, che nelle attività
economiche e nei luoghi di ritrovo e di incontro. Insediamenti simili all’Hotel House sono
presenti soprattutto in luoghi turistici trasformati in contesti urbani e di industrializzazione e
4
L’Hotel House nasce come luogo di villeggiatura, come condominio di appartamenti per seconde case al mare. Dopo quasi
quaranta anni e una serie di complesse dinamiche demografiche (cfr. appendice n. 1), un centinaio di persone, tutte italiane,
ancora utilizza il condominio secondo la sua funzione originaria.
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Secondo i dati più attendibili, cioè quelli della portineria del palazzo, al 31.07.2007 la popolazione residente ammonterebbe
a 1.403 unità. Tuttavia bisogna ricordare che si tratta di un condominio in cui si verifica un via vai incredibile di arrivi e di
partenze e in cui è rilevante la presenza di popolazione priva di documenti o semplicemente 'ospite' che non figura neppure
sui tabulati della portineria. Per di più bisogna aggiungere che durante il periodo estivo si verifica un forte incremento di
presenze dovuto all’arrivo di un centinaio di villeggianti italiani (cfr. appendice n. 1) e di altrettanti senegalesi che arrivano
per fare i venditori ambulanti nelle spiagge.
2
urbanizzazione diffusa, con forti fabbisogni di manodopera operaia nei settori terziari e
industriali. Alcuni esempi sono rappresentati dai residence di Bovezzo o di Mozzano nel
bresciano, dai molti alberghi prossimi alle stazioni delle grandi città italiane e da diverse
situazioni costiere marchigiane (Lanzani 2003).
Allo stesso tempo però l’Hotel House rappresenta un luogo piuttosto originale nel panorama
italiano (e non solo), soprattutto per due caratteristiche: la prima è rappresentata dal fatto che
si tratta di un condominio isolato, circondato solo da barriere naturali (principalmente campi)
e da grandi infrastrutture (autostrada, strada statale e ferrovia); in secondo luogo per la sua
dimensione e per la densità di popolazione che vi abita, che lo rende decisamente fuori scala
rispetto ad una cittadina relativamente piccola come Porto Recanati (11.565 abitanti).
L’Hotel House è un condominio che era stato concepito come un insieme di appartamenti per
la vacanza al mare. Ed è stato un residence per vacanzieri, anche se solo in parte, per alcuni
anni (cfr. appendice n. 1). Un enorme contenitore vuoto d’inverno e riempito a metà d’estate.
Così all’inizio degli anni ’90, quando le ondate migratorie nella nostra penisola hanno iniziato
ad assumere una storica rilevanza e quando l’economia della Terza Italia (di cui Porto
Recanati fa parte) avanzava a gran voce la richiesta di manodopera non specializzata, si è
presentato come luogo 'ideale' d’insediamento.
L’Hotel House di Porto Recanati, oggi, è una città-condominio (un mondominio?) che è vista
da tutti coloro che vivono nei dintorni come il ghetto, il luogo della paura, in cui trovano
rifugio gli 'altri', quelli che non sono come noi. Luoghi come l’Hotel House, segregati
spazialmente e caratterizzati da un fortissima concentrazione di minoranze stigmatizzate sono
tradizionalmente rappresentati come ‘contenitori’ di povertà e aree di disorganizzazione
sociale (Zorbaugh 1929); come qualcosa di negativo e perciò da abolire (Mantovani e SaintRaymond 1984; Van Kempen e Özüekren 1998). Quale sia il determinismo causale che sta
dietro tale equazione non è però mai esplicitato ma sempre dato per scontato; si tratta di una
sorta di scatola nera (black box – Gotham 2003; Small 2004) che attribuisce effetti sociali
senza fare riferimento a quando, come e perché abbia luogo questa correlazione. Un
funzionario del comune di Porto Recanati ha espresso con poche semplici parole questa
causalità: “L’Hotel House si trova alla periferia del paese ed è diventato una sorta di rifugio
per questi signori…e, di conseguenza, ha portato anche a problemi di carattere sociale e di
ordine pubblico” (Funzionario Comune di Porto Recanati, italiano).
Questa rappresentazione dominante nasconde una serie di determinismi etnici, economici e
spaziali. In primis, infatti, si presuppone che l’etnicità sia uno degli indicatori della
3
deprivazione e si considera lo spazio solo come un fattore costrittivo6 (Gotham 2003), come
una sorta di gabbia: separazione territoriale e coabitazione multietnica sembrano produrre in
modo deterministico sempre lo stesso tipo di realtà sociale7. Così facendo si finisce per
criticare ogni caso di concentrazione residenziale di minoranze, associando differenti,
incomparabili situazioni: per dirla con La Cecla (1997) il termine ghetto per esempio viene
usato come un grimaldello per diverse serrature, con il risultato di condannare qualunque
‘assembramento’ di minoranze. Le cronache quotidiane italiane offrono a questo proposito
una conferma continua di questa rappresentazione stigmatizzante e omogeneizzante.
Questa rappresentazione è supportata anche da coloro che, seguendo un determinismo questa
volta di tipo economico considerano tutti i luoghi di concentrazione residenziale di minoranze
come luoghi di esclusi, emarginati, poveri, sfruttati: alcuni autori hanno parlato a questo
proposito di letteratura dell'esclusione. Ma in realtà questi luoghi sono molti diversi tra loro e
anche al loro interno (e inoltre, differiscono nel corso del tempo) come è stato messo in luce
da tutta una serie di importanti case studies. Mi riferisco in primis ai contributi pionieristici di
Gans (1962), Suttles (1968), Pétonnet (1968) e Hannerz (1969) e a una serie di successivi e
significativi lavori (Pétonnet 1979; Toubon e Messamah 1990; Maffi 1992; Anderson 1999;
Small 2004).
La nozione di 'esclusi' appare largamente approssimativa e finisce per fagocitare la diversità
delle situazioni, dei percorsi. Per esempio all'interno di questi spazi le condizioni materiali
sono fortemente eterogenee e l’Hotel House stesso è un luogo in cui non esistono di fatto
situazioni di povertà estrema. Sono molte le famiglie e i singoli individui con difficoltà
economiche ma non ho mai visto situazioni che potrei definire di povertà, se non in alcuni
casi limitati. D’altronde in occasione della festa del montone sono stati proprio alcuni
immigrati ad aver dichiarato che la parte dell’animale che andrebbe destinata ai poveri
sarebbe stata convertita in denaro e donata in beneficenza ai loro paesi di origine per l’assenza
di poveri all’Hotel House.
La cosa interessante sta proprio qua. Come riconciliare la teoria che sottolinea come le
condizioni strutturali che creano segregazione abbiano un impatto fondamentale su coloro che
6
Sembra inoltre che ad un certo tipo di architettura, come quella di alcuni grandi complessi residenziali come l’Hotel House,
si finisce per attribuire forza criminogena.
7
Il dibattito su questi luoghi si è incentrato su alcuni concetti dominanti come 'cultura della povertà', 'underclass' e
'disorganizzazione sociale' che sembrano partire dall’assunto che nei contesti segregati in cui viene meno la socializzazione
con la società esterna, in particolare con la classe media, si genera e si rinforza una vera e propria cultura specifica. Ma ciò
non è affatto vero. Come ha mostrato Bourgois (1996) per es. ai giovani delle inner cities americane non è mancata affatto la
socializzazione ai valori dominanti: essi non hanno affatto abbandonato il sogno americano. Anzi tutt’altro: essi inseguono
freneticamente il sogno americano e l’economia illegale è l’unica via per arrivarci (senza perdere onore e rispetto). .
4
abitano questi luoghi “con il fatto che coloro che vivono le medesime condizioni manifestano
tali differenti risultati” (Small 2004, 11).
Questo non significa infatti cadere nel rischio opposto, quello cioè di rappresentare questi
luoghi attraverso una retorica che celebra la differenza in modo ingenuo e depoliticizzato e
che considera la vita in questi spazi come un’esperienza prevalentemente estetica, individuale
e ludica (Sennett 1992). Questo neo-romanticismo, un po' estetizzante e neo-coloniale, tende
ad enfatizzare l’eccentricità e le possibilità soggettive e non coglie come le relazioni sociali
sono sempre potentemente immerse in dinamiche di potere e di diseguale distribuzione di
risorse. Il rischio è in questo caso quello di trasformare questioni politiche in questioni
estetiche e spesso commerciali (Colombo 2002; Zukin 1995). Per riprendere Baudrillard
potremmo dire che si rischia di trasformare la realtà in pura immagine.
Con questo lavoro io mi ricollego, invece, alle considerazioni di Jacobs e Fincher (1998) che
invitano a rifuggire sia dai determinismi etnico, spaziali ed economici, che dalle visioni
estetiche e neo-romantiche e ad assumere, invece, una prospettiva che riformuli la dicotomia
tra aspetti culturali e aspetti economici in una political economy culturale delle identità e degli
spazi urbani. Una prospettiva che pone al centro la differenza come frutto dell’interazione tra
dinamiche di potere e dinamiche identitarie per le quali l’uso, l’appropriazione e il controllo
dello spazio, giocano un ruolo centrale.
Questi luoghi vanno perciò studiati in primis tenendo conto dei fattori contestuali, cioè
focalizzando l’attenzione sulla processualità delle relazioni tra gli attori sociali e, in
particolare, su come i processi di costruzione spaziale sono implicati nella mediazione
dell’interazione con l’alterità (Sibley 1995): lo spazio diventa così una sorta di prisma
attraverso cui analizzare i fenomeni sociali utilizzando. Assumere tale prospettiva non
significa collocare sullo sfondo e in secondo piano, le dimensioni macro strutturali in quanto
le dinamiche micro della vita quotidiana8 sono sempre immerse, seppur in gradi diversi, in
processi politici, discorsivi, sociali ed economici di larga scala che sono capaci di trasformare
e influenzare i vincoli e le risorse disponibili in ciascun specifico contesto. Ma le dinamiche
strutturali non determinano un esito univoco, non sono mai un ‘cerchio chiuso’9: come
abbiamo già avuto modo di rilevare, i casi di concentrazione residenziale di minoranze
stigmatizzate possono manifestarsi secondo modalità molto differenti, tutte frutto della
8
Con l’espressione vita quotidiana (Lebenswelt) intendo far riferimento all’enfasi, posta per prima dalla fenomenologia, sulla
descrizione dell’esperienza vissuta (Erlebnis), vale a dire sulla materialità dell’esistenza dei soggetti, sugli aspetti più
prossimi e ricorrenti (impregnati di emozioni, desideri, e paure), che nel loro complesso sorreggono l’impalcatura della vita
sociale.
9
Una visione troppo deterministica oltre ad apparire limitata da un punto di vista analitico, appare anche debole da un punto
di vista politico, in quanto non mira a rappresentare e a dare potere agli spazi di azione dei 'dominati' ma anzi ha come effetto
perverso quello di occultarli, di 'reprimerli'.
5
relazione ricorsiva tra vissuti relazionali, valore d’uso dei luoghi e dinamiche strutturali
(Gieryn 2000; Fine e Harrington 2006). Potremmo dire che i processi strutturali vengono
restituiti masticati e manipolati dagli attori sociali. Quindi il focus di attenzione è posto sulle
micropolitiche del contatto e dell’incontro sociale quotidiano (Amin 2002), cioè sui teatri in
cui le questioni più ‘alte’, teoriche e politiche, si costruiscono e si modificano
quotidianamente (Colombo 2007).
A tal fine ho utilizzato il metodo etnografico (cfr. nota metodologica) in quanto consente di
cogliere la pluralità dei frames cognitivi degli attori sociali e dei loro spazi di azione nella vita
quotidiana e di mettere in relazione (di triangolare) le pratiche discorsive e quelle non
discorsive. Il lavoro etnografico consiste, infatti, in un immersione profonda nel campo
conflittuale e processuale, dove per dirla alla Simmel, la vita prende quotidianamente forma.
2. La vita quotidiana in un condominio multietnico 'isolato dalla città'
Neanche stanotte ho sentito rumori, non so se sono io ad avere un sonno così pesante o i miei
2000 vicini di casa che durante la notte decidono tutti di volermi far riposare tranquillo.
Diego è già partito, oggi lavora proprio all’Hotel House per fare manutenzione ad uno degli
otto ascensori, arterie fondamentali per la regolare circolazione della vita del residence.
Ancora assonnato, come tutte le mattine mi affaccio al balcone e scorgo un Hotel House
semivuoto. Il cielo è azzurrissimo e l’aria già calda. Il campetto in cemento, unico spazio di
gioco per i bambini e i ragazzi, è deserto. Il cemento con il suo triste grigio domina il
paesaggio; ma ad uno sguardo più attento l’occhio va sugli altri balconi, esempi magistrali
della vitalità del luogo. In queste lunghe terrazze c’è di tutto, i panni stesi ad asciugare si
mescolano ad arnesi da cucina, a materassi per periodici ospiti, a biciclette. Ed ecco che in
una terrazza più lontana scorgo un ragazzo maghrebino intento a chinarsi e sollevarsi
ripetutamente, eseguendo i movimenti rituali del corpo per la preghiera della mattina e mi
viene in mente uno degli anziani abitanti italiani del residence che ho intervistato qualche
settimana fa che mi aveva raccontato un’esperienza simile:
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“Qualche volta sul balcone è incredibile vedere quando si genuflettono. Perché quando
uno lo vede in un documentario è preparato. Ma io vedo la gente che fa delle
genuflessioni per 20-30 minuti, ginocchi e rotule sul pavimento, nel balcone che poi
all’aperto, quand’è inverno...Se penso che cinque anni fa in un balcone molto vicino
vedevo una coppia di italiani, in versione integrale, abbracciati che stavano a prendere
il sole perché era una località di residenza estiva. Insomma ce ne corre di differenza. Il
tempo cancella. Il tempo trasforma, questo è un posto stranissimo dove anche domani
mattina qualche piccolo cambiamento lo vedremo” (Antonio, 65 anni, italiano,
residente).
Devo resistere alla tentazione di evadere con la mente e di aprire le svariate porte simboliche
che trapelano dalle centinaia di serrande socchiuse che si aprono sui balconi. Mi forzo a
rientrare in casa, senza neanche dare uno scorcio alla moschea, di fronte al campetto di
cemento.
Mi lavo e mi vesto velocemente e mi avvio per scendere al bar. Sto per chiudere la porta di
casa, quando dal fondo del corridoio vedo la signora Lena che sta rientrando in casa. Ci
salutiamo con un cenno cordiale, poi chiudo la porta e mi avvicino all’ascensore. Inizio a
sentire i primi rumori rumori e mi affianco ad un ragazzo pakistano, che anche lui aspetta di
scendere. Dopo un minuto di silenzio e di attesa, l’ascensore arriva, si aprono le porte e
entriamo. Lentamente entrambi scendiamo a terra. A metà discesa, ci fermiamo: entra un
signore senegalese, un po’ ‘strano’ che avevo incontrato ieri nel cortile e mi saluta
dicendomi : ‘Ciao fratello’. Lui ha in mano un libretto di preghiere con la foto della moschea
di Touba10 e una sorta di rosario11. Arriviamo presto a piano terra. Si aprono le porte
dell’ascensore e inizia il brusio di sottofondo che caratterizza il condominio: ora è lieve, alla
sera dopo il lavoro sarà quasi assordante. Intanto ognuno va per la sua strada, dopo questa
breve coabitazione forzata.
Io passo davanti alla portineria, tra la marea di cartelli e annunci vari che vi sono appesi, il
mio sguardo si posa su alcuni che parlano di appartamenti del condominio messi in vendita e
altri sulla presentazione di tre serate organizzate dall’associazione senegalese che si è
formata da poche settimane all’Hotel House. Serate di musica che si svolgeranno nei
prossimi giorni nell’auditorium della scuola media e nel lungomare della città. Faccio un
10
Touba è una città del Senegal fondata nel 1887 da Ahmadu Bamba profeta del muridismo, la principale confraternita
dell’Islam senegalese in Italia. Oggi, grazie alle rimesse degli immigrati all’estero, Touba è diventata la seconda città del
Senegal per grandezza e importanza economica.
11
Si tratta del cosiddetto tasbih usato per pronunciare i 99 nomi più belli di Dio.
7
cenno a Sandel, il portiere romeno, sempre molto taciturno ma cordiale. Esco finalmente dal
residence e mi ritrovo fuori, sotto la luce, nella piazzetta antistante, ora semideserta. Alcuni
negozi non sono ancora aperti, le panchine sono tutte vuote. Così mi avvicino stancamente al
bar. Entro e non vedo Paolo, il gestore di Salerno con il quale speravo di iniziare la giornata
prendendolo un po’ in giro sulla sua ‘fede’ calcistica milanista, ma sua cognata, con la quale
non riesco proprio a relazionarmi. Ordino il caffè e lascio che lei continui a parlare con una
signora romena: “Hai visto, hanno bocciato sia l’indulto che l’amnistia! Quando è ora di fare
le guerre, invece sono sempre d’accordo!”. So che il marito della signora romena è in
carcere, quindi capisco bene l’interesse per la questione. Me ne vado subito, un po’ più
sveglio di prima.
Ma non c'è gente in giro e decido di tornare su in casa. Mi stupisce sempre l’idea di una
‘città’ così densamente popolata e in questi momenti così silenziosa, ma l’Hotel House, in
alcune fasi della giornata, appare decisamente 'noioso'. Così mi rifugio in casa per un paio
d’ore, come quasi tutte le mattine e ripenso alle parole di un residente bangladese, Ali:
“Non so perché l’Hotel House è così famoso, non so per quale motivo tutti ne parlano.
E’ diventato famoso per l’altezza? per la grossezza? Per qualche altra cosa non lo so.
Per l’altezza va bene, per la grandezza pure va bene, però per l’altra cosa, sì, guarda
per me la verità…adesso come lo vedi a casa mia? Silenzio! Io sono qui, adesso non
c’è mio figlio, mia moglie, stanno in paese. Per me è una casa, per me è una casa, non
è niente altro” (Ali, 36 anni, bangladese, residente).
Dopo un paio di ore decido che è il momento di scendere e di vagare un po’ per il piano terra
dell’Hotel House in cerca di qualcuno con cui chiacchierare. Eccomi di nuovo nella piazzetta
antistante l’ingresso: in fondo davanti al bar si è composto il solito gruppetto di persone per
lo più maghrebine sedute nei tavolini esterni al bar, nelle cabine dei phone centers vedo
alcune persone intente a telefonare quando ecco che riconosco seduto su una delle panchine
il signor Angelo, uno degli ultimi vacanzieri, uno dei cosiddetti nostalgici del vecchio Hotel
House, luogo di villeggiatura. Dopo alcune parole sui suoi gravi problemi di salute, facciamo
un breve scambio di battute.
Angelo: Siamo rimasti sempre di meno!
Io: Chi?
Angelo: Gli italiani, stanno continuando a vendere…
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In effetti l’impressione guardandosi intorno è che l’anziano vacanziere di Milano sia il vero
straniero del condominio dei giovani lavoratori immigrati.
Saluto il signor Angelo perché con la coda dell’occhio vedo che in portineria è arrivato
Michele, il capo-portiere, una delle ‘biblioteche viventi’ del residence, dove vive da più di
venti anni. C'è anche Saber il muratore-tuttofare tunisino che si occupa delle riparazioni
condominiali.
Saber: “Michele per quell’appartamento come devo fare, io la parte del condominio l’ho
sistemata ma per il resto ha detto che ci pensa lui...hai sentito stanotte quei cinesi, che casino
che hanno fatto? Non so cosa prendevano a martellate, cavolo, ma come si fa! All’una di
notte! Questi fanno come gli pare, Michele, fagli vedere le foto di quello che cucinavano
l’altra sera….”
(Michele rivolto a me): “Ciao Adriano…vieni a vedere…guardate” e ci mostra al computer
alcune foto di una terrazza dove sopra una griglia sono in cottura degli ‘strani’ pesci.
Saber: “Facevano una puzza, ma cosa mangiano? Come si fa, portano un sacco di vassoi di
roba, cucinano e friggono di tutto…quelli che stanno sopra non possono neanche aprire le
finestre che rischiano di vomitare…”.
Saber se ne va poco dopo…un’altra riparazione lo attende. La gente continua ad entrare ed
uscire ininterrottamente dal residence…Vedo Fatou, una ragazza senegalese che conosco
bene, esco dalla portineria per salutarla.
Io: “Ciao Fatou, come va?”
Fatou: “Ciao, bene. E tu? Sto andando a telefonare…poi passa a casa, anzi stasera vieni a
mangiare!”
Io: “Non so se riesco oggi, però sono qua tutta la settimana e vi vengo a salutare,
sicuramente. Ciao Fatou. Saluta tutti gli altri”.
Fatou: “Ciao Adriano”. Sorride e se ne va.
Torno in portineria e nel frattempo era appena entrata una coppia di vacanzieri che non
avevo mai visto.
Michele: “Siete fuggiti da Milano? Quando vi fermate?”
La coppia di vacanzieri: “Siamo appena arrivati…ci fermiamo fino a settembre”
E’ incredibile immaginare in un posto così una famiglia di milanesi che viene a fare vacanze
al mare…come ha sostenuto una residente rumena (Amanda, 30 anni) all’Hotel House “tutto
è possibile”.
Sto quasi per andare quando intravedo il cappello a falde larghe di Antonio, un’exvacanziere di 65 anni, diventato uno dei residenti ‘storici’. Faccio un cenno di saluto a
9
Michele, saluto Antonio che, come da copione dopo un breve saluto, alla domanda: come
va?, risponde come se avessi inteso chiedere come va l’Hotel House, iniziando il suo
‘riassunto delle puntate precedenti’, dimostrandosi cioè sempre interessato a tenermi
aggiornato sulla situazione del ‘suo’ Hotel House.
Antonio: “Adesso abbiamo costituito questo comitato, ci riuniamo tra due giorni. La comunità
del Bangladesh ha subito un paio di violenze di ordine materiale. Ci sono delle persone che in
qualche modo hanno dovuto versare del sangue, ma penso che ne abbiamo già parlato. Si è
temuto anche il peggio, a uno gli hanno rotto una bottiglia di olio in testa. Un altro si è
giocato l’arcata superiore dei denti con un bel pugno ricevuto solo perché voleva che
pagassero la merce che aveva venduto a tre persone che erano sicuramente tre malviventi,
stranieri, a quanto risulta trafficanti esterni che ci erano venuti a trovare. Non sappiamo bene
da dove provenissero… che vengono da fuori, non è il loro territorio, sono transeunti quindi
ad un certo punto che glie ne frega a loro. Poi se sono in uno stato di agitazione come a volte
succede…
Io: agitazione, intende, ebbrezza…
Antonio: Ebbrezza, o altre forme di delirio di potenza, che quella, quello lì è. Questi poi non è
che vanno tanto per le spicce. Per questo siamo un po’ in agitazione. Noi vogliamo la
tranquillità che questa gente vada un po’ a farsi impiccare altrove, insomma. Ci siamo
scocciati e anche tanto. Il fatto è che l’Hotel House per anni non è stato considerato un luogo
da difendere, questa è la verità, l’abbiamo capito.
L’autorità può essere stata anche
obiettivamente nella condizione di valutare a freddo che in fondo, essendo qui presente una
certa sacca di delinquenza anche stando alle opinioni espresse con troppa facilità, fosse
opportuno lasciarne operare degli altri. Adesso però si paga questo ristagno, perché dopo che
si sono stratificate queste presenze e non è poi così facile sradicarle. Però bisogna andarci giù
abbastanza decisi. Noi non è che possiamo fa niente più di tanto, però insomma dovevamo
presentare la nostra, rappresentare a chi di dovere.
Io: Quindi cosa avete fatto?
Antonio: Abbiamo dato vita ad un comitato è partito da Ali che ha contattato per conto suo
componenti dei sindacati e qualche operatore nel sociale. Il signor Ali poi mi ha prospettato
questa cosa. Abbiamo cercato di fare una riunione per trovare rappresentanti di tutte le etnie,
anche se molti ci tengono a dire che non rappresentano nessuno se non se stessi. Abbiamo
cercato anche di organizzare un comitato delle donne…stasera c’è la riunione se ti va di
venire…grazie a Stefania, quella ragazza che si occupa del sociale, diciamo, abbiamo cercato
di coinvolgere molte donne. Va beh adesso è proprio ora di andare. Ci vediamo allora se sei
10
qui?”.
Adriano: Sicuramente! Buona giornata.
E’ passata quasi un’oretta da quando sono sceso giù e mi rendo conto che devo ancora
comprare qualcosa per il pranzo se voglio placare la fame che nel frattempo si sta facendo
sentire. Per fortuna non devo fare che pochi passi per entrare sotto il loggiato dove, subito
dopo il phone center di Diallo (uno dei pochi senegalesi dallo sguardo ostile, quasi snob), mi
ritrovo dentro il minimarket di Khalid, commerciante pakistano che, all’Hotel House nel giro
di pochi anni, ha aperto una lavanderia a gettoni, un phone center e appunto un minimarket
che si affacciano tutti e tre nella piazzetta centrale dove si trova l’ingresso del condominio.
Entro e vedo subito il taciturno fratello di Khalid che saluto con un cenno rispettoso,
ricambiato. Scruto i primi scaffali e vedo le 'solite' code di gatto, spezie orientali e africane,
salse e cibi in polvere o in scatola provenienti da tutto il mondo, un freezer dove si trova solo
carne halal, cioè macellata con rito islamico. Non so ancora cosa prendere, chiedo una
baguette al banco del pane e ho finalmente un’illuminazione ‘originale’: prenderò della
pasta! Peccato solo che non posso prendermi una birra perché Khalid non vende prodotti
haram. Vorrà dire che andrò al minimarket dall’altra parte del condominio dove c’è quel
ragazzo bangladese che la vende. Con il mio bottino mi dirigo alla cassa quando vedo
Khalid. Ci salutiamo, gli chiedo come sta la moglie Natasha (italiana, convertita all’Islam) e
il figlioletto e gli accenno del comitato e inizio a raccontare un po’ delle cose che mi aveva
detto il colonnello quando un signore marocchino lì vicino si inserisce e inizia a dire la sua.
Yassine: riunioni, queste cose non servono a niente, tanto dell’Hotel House non gliene frega
niente a nessuno. Non cambia niente perché il comune ripulisce Porto Recanati per i turisti ma
dell’Hotel House non gli interessa!
La conversazione continua per un po' fino a quando Khalid è costretto a tornare al lavoro e
io allora decido di salutare e uscire dal supermarket. Pochi passi e vedo proprio Ali che
torna dal suo lavoro quotidiano come ambulante in uno dei mercati della zona e gli chiedo
subito del comitato. Lui mi conferma la versione di Antonio.
Ali: “Ultimamente quando hanno fatto quell’aggressività ai nostri connazionali io sono andato
di fronte al signor Antonio…con maniera dura diciamo…guarda mi dovete aiutare se no dopo
se succederà qualcosa qui io posso fermare questi ragazzi se date qualcosa…se no…perché
loro minacciato a noi, noi…quindi siete responsabili di questo palazzo, dovete
rispondere…Antonio è una persona che a me piace, parla sempre, una persona aperta, gli dico
le cose proprio in faccia, allora io, questo è il carattere mio, mi piace tanto, allora io sento a
lui come parte di italiano, quelli poco che è rimasti, molti sono andati via, perché ultimamente
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la situazione è brutto, adesso finalmente speriamo cambiare idea quelli che è rimasti, ecco, di
là, poi io ho rapporto con la Cgil quando lavoravo in fabbrica, coi sindacati avevo un rapporto
bellissimo” (Ali, 36 anni, bangladese, residente).
Ali deve lasciarmi, mi saluta e anch'io piuttosto affamato decido di correre verso il mio
appartamento, sperando di non incontrare più nessuno che conosco. Faccio in tempo a
notare che il via e vai dell’Hotel House è cresciuto. Stavolta faccio le scale, grigie, poco
curate, ma non abbandonate. Ad ogni piano dai vari corridoi arrivano odori di cucina che
sembrano essere impregnati alle pareti: spezie e aromi gradevoli, si mescolano ad odori lievi,
acri e a volte disgustosi. Ma ormai il mio naso si è abituato a questo strano intreccio, così
caratteristico del condominio.
[...]
Ho appena finito di mangiare e inizio a sentire le urla, le grida e i rumori che ormai mi sono
famigliari, apro la finestra e mi accomodo sul bancone: sono iniziati gli ‘allenamenti’ del
cricket. I ragazzi pakistani, tra cui riconosco Mukthar, sono indaffarati a gridare.
L’appartamento dove alloggio adesso, infatti, si affaccia verso il lato ovest, sul retro del
palazzo, e da qui a qualsiasi ora del giorno posso assistere ai giochi e sentire gli schiamazzi
incessanti nell’ex pista di pattinaggio. Questo piccolo e piuttosto brutto spazio di cemento, è
conteso da tutti i giovani e giovanissimi che vivono all’Hotel House…gli adolescenti
pakistani (e a volte bangladesi) che giocano a cricket, alcuni bangladesi che amano giocare a
badminton e da un gruppetto multietnico di bambini più piccoli che preferisce, invece,
giocare a calcio. Un segno evidente di questa contesa è rappresentata dal fatto che la
settimana scorsa è apparsa sul campetto una scritta eloquente: “only cricket”.
Nel
complesso è bello vedere quanto bambini e ragazzi si divertono pur avendo solamente quel
misero spazio disponibile, senza un prato né alberi, nemmeno una porta vera per giocare a
calcio. All’infuori del limitato spazio del campetto in cemento, i bambini e i ragazzi
dell’Hotel House cercano di utilizzare tutti gli spazi possibili, i corridoi dei piani, le aree a
piano terra, i parcheggi…ma l’impressione di tutti è che non si voglia dare loro spazio, come
mi hanno testimoniato nei giorni scorsi, Nader e Natasha,che stanno cercando entrambi di
crescere qui i loro figli.
“Qualche settimana fa siamo andati a chiedere al comune di fare mettere dei giochi,
hanno rifiutato perché qui è zona privata e noi non possiamo intervenire…ma lo
spazio c’è…tante volte veramente vedi i ragazzini, non hanno niente, giocano con il
12
pallone non sanno… è brutto. Invece se c’è un parco giochi, anche piccolo, qualche
adulto entra, li fai giocare, tu fai così, capito…un’oretta, mezz’oretta…” (Nader, 40
anni, tunisino, residente).
“La situazione qua per i bambini è terribile...per i bambini dovrebbe esserci...non c'è
un posto dove possono giocare...servirebbe un posto dove possono giocare sotto gli
occhi di tutti...ci vorrebbe non ti dico un parco qua davanti, nel senso che non possono
accadere loro qualcosa che bene o male c'è sempre qualcuno che li vede...” (Natasha,
33 anni, italiana, esercente non residente).
Intanto, a fianco del campetto, vedo passare alcune persone che si dirigono verso i negozietti
della zona (un minimarket bangladese e una pasticceria marocchina) e i primi movimenti da
e verso i due locali che da qualche anno ospitano la sala di preghiera per i musulmani del
condominio.
[...]
Sono ormai le 18,00: ho appena fatto le mie orette di riposo e posso re-immergermi nella
folla che si sta creando al piano terra dell’Hotel House. Esco, mi avvio all’ascensore e dopo
un minuto di attesa si aprono le porte e vedo tre persone, un maghrebino e due signori
senegalesi che parlano tra di loro e sembrano discutere di qualcosa legato alla religione
muride. Io entro e rimango in silenzio come il ragazzo maghrebino, mentre loro continuano a
parlare. L’ascensore arriva a terra, si aprono lentamente le porte ed ecco che di colpo ci
ritroviamo tutti e quattro in mezzo ad una cerimonia religiosa cattolica in occasione del mese
di maggio dedicato alla Madonna. Una trentina di persone impegnate a recitare il rosario e il
prete che guida la cerimonia nel corridoio a piano terra dietro gli ascensori. Vedo tutti
attenti ad ascoltare la predica del sacerdote, riconosco molti italiani, ma vedo anche un
ragazzo nigeriano. Mi guardo intorno un po’ spaesato per l’ennesimo salto cognitivo; gli
altri tre coinquilini dell’ascensore se ne sono già andati da un pezzo, altri stanno salendo di
nuovo sugli ascensori, il via vai riprende come se niente fosse, anzi non si è mai interrotto.
Penso che andrò a trovare Mukthar nel suo phone center e intanto ripenso a come ci siamo
conosciuti la settimana scorsa...quel giorno mentre ero in portineria, Michele mi ha
presentato Giampaolo un ragazzo che aveva fatto insegnamento di sostegno a diversi ragazzi
dell’Hotel House. Lui era con due amici che ho saputo essere degli attori che con lui fanno
uno spettacolo teatral-musicale sull’immigrazione italiana negli anni ’20 in America.
Giampaolo mi ha invitato a seguirlo perché stava andando a trovare dei suoi amici pakistani
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che hanno un negozio all’Hotel House. Io, come sempre in queste occasioni, ho accettato.
Così mi sono ritrovato d’improvviso dentro un phone center gestito da alcuni giovani
pakistani, dove ci sono otto cabine e dove si vendono un po’ di scarpe e di vestiti del loro
paese di origine. Alla cassa c’è un ragazzetto di nome Rahman, con due ciglia foltissime e
scure che quando vede arrivare noi due saluta Giampaolo cordialmente ma si mostra molto
timido. Nella stanza c’è anche il fratello Mukthar, decisamente più aperto e intraprendente e
iniziamo a parlare. Mentre noi chiacchieriamo, nella stanza c’è un televisore in cui scorrono
video musicali di musica indiana…Rahman ci racconta che lavora tutti i giorni dalle 7 alle
24, mentre Mukthar per ora va a scuola e quindi sta poco nel negozio…parliamo per un po’ e
poi ce ne andiamo tutti con la promessa di tornare nei prossimi giorni...
Ed ecco che oggi è arrivato il momento di tornare. Pochi passi dopo la portineria, prendo il
sottopassaggio che si trova alla mia sinistra e in pochi metri sono davanti al phone center.
Riconosco subito Rahman insieme ad altri ragazzi pakistani e bangladesi, li saluto e sono
tutti molto affettuosi con me, mi accolgono con entusiasmo, prendono le sedie per farmi
sedere…mi offrono da bere un succo…poco dopo arriva il padre di Rahman e Mukthar che
mi saluta…gli dico un po’ che sto facendo un lavoro per l’università e che sono amico di
Giampaolo e lui mi dice subito che Giampaolo è molto bravo e che ha fatto l’insegnante di
sostegno a Rahman e lui si trovava benissimo…dopo poco tempo ecco arrivare un signore
pakistano che inizia ad inserirsi nella conversazione e prova a parlare con me. Però parla
male l’italiano e lo mischia con alcune parole di urdu – la lingua nazionale del Pakistan –
(tanto che non appena si allontana dal negozio, Rahman e i suoi amici ridono e lo prendono
in giro). D’improvviso vedo uscire da una cabina Mukthar che mi dice: “Scusami ma stavo
parlando al telefono con un ragazzo del Senegal, un mio cliente…gliel’avevo detto che se non
mi telefonava quando andava in Senegal non l’avrei più fatto entrare nel negozio!”.
Quest’episodio mi ha fatto pensare che, ancora una volta il confine nazionale, non dev’essere
considerato in modo troppo rigido. Infatti da un lato tra connazionali non c’è sempre un forte
legame. D’altra parte luoghi come il phone center rappresentano anche occasioni di incontri
interetnici, seppur spesso superficiali.
Poco dopo vedo arrivare un ragazzo bangladese di nome Mahfuz. È stato strano assistere
alle discussioni tra Rahman e Mahfuz, perché quest'ultimo non capiva cosa diceva il primo ed
era sempre più imbarazzato mentre Rahman sembrava quasi sorridere. Come mi hanno poi
spiegato, Rahman insisteva a parlare in urdu, una delle lingue del Pakistan e ironizzava
dicendo che urdu e bangla sono simili ma Rahman capiva Mahfuz ma non viceversa.
Quest'ultimo che appunto non riusciva a capire, chiedeva di parlare in italiano.
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Questo negozio è un piccolo esempio degli intrecci linguistici che caratterizzano il
condominio: Mahfuz parla un po’ italiano e il bangla, Mukthar e Rahman parlano in urdu e
quando arriva il padre in pashtun, una lingua simile all’afghano che si parla nella regione
del Pakistan ai confini dell’Afghanistan, io che mi esprimo in inglese e italiano e la tv in
sottofondo in cui imperversano canzoni indiane. La lingua appare una sorta di prisma ideale
per analizzare l’intreccio di identità e di pratiche che si svolgono quotidianamente all’interno
dell’Hotel House. Infatti da un lato coabitano molteplici lingue nazionali, dall’altro si
sperimentano quotidianamente dei linguaggi trasversali come l’inglese, il francese, l’arabo e
soprattutto l’italiano. Anzi l'aspetto solo apparentemente strano è rappresentato dal fatto che
la multietnicità del luogo costringe a parlare l’italiano per comprendersi (anche se non serve
un ottimo italiano), in quanto unico vero canale che permette il dialogo con quasi tutti i
condomini.
D’altronde mentre parlo con i ragazzi pakistani davanti al loro phone center, in sottofondo,
sento un vociare continuo, decine di piccolissimi gruppetti di persone intente a chiacchierare
spesso formati come noi solo da poche persone, davanti i negozi, nella piazzetta o
all’imbocco del parcheggio. Si sentono boati, grida, ma soprattutto mille voci sovrapposte,
tante lingue diverse che sembra quasi di vedere incontrare e scontrarsi nell’aria.
Dopo un'oretta circa, saluto tutti e me ne vado. Sono decisamente stanco ma è ora di cena e
ho voglia di mangiare con Fatou e Mamadou…arrivo al quindicesimo piano, dovrei essere
ormai abituato ma questi corridoi sono sempre una sorta di labirinto…15A…lato corto, lato
lungo…gira a destra…gira a sinistra…alcuni corridoi sono bui…negli altri comunque la luce
sembra sempre un po’ soffusa…persone che vanno e vengono dall’ascensore verso gli
appartamenti…ed eccomi, finalmente, di fronte all’appartamento…suono il campanello e
dopo pochi secondi si affaccia Bamba che saluto con grande gioia…anche lui sembra felice
di vedermi…riconosco subito le immagini religiose alle pareti, il sottofondo di musica
senegalese con i suoi ritmi forsennati mischiati a musica dance…ci mettiamo subito sul
divano a guardare la tv che proietta video musicali…dopo pochi minuti dalla stanza esce
Aliou con il suo cappellino e maglietta da rapper e la maglietta del Milan…anch’egli saluta e
si mette a sedere con noi a guardare la tv e a chiacchierare…passano dieci minuti circa ed
ecco entrare in casa Fatou, insieme ad un’altra signora senegalese che non avevo mai
visto…Fatou sempre gentilissima con me…mi chiede come sto io, come sta mia madre (me lo
chiede sempre, pur non avendola mai incontrata)…va prima in camera e pochi minuti dopo
se ne va in cucina…l’amica, invece, si mette con noi sul divano e inizia a parlare con
Bamba…passano pochi minuti ed ecco arrivare anche Mamadou insieme ad altre due
15
persone…entra con merci di vario tipo…lui è un venditore ambulante…saluta con i suoi modi
più freddi ma comunque cordiali e anche loro si mettono a sedere e a parlare un
po’…l’amica di Fatou intanto se ne va…dalla cucina inizia ad arrivare l’odore della carne
speziata in cottura, Fatou è al lavoro…si avvicina l’ora di cena…altri senegalesi
arrivano…Bamba prepara il giornale a terra…e in breve tempo ci ritroviamo tutti a
mangiare insieme, sullo stesso grande piatto…ma continua il via vai…alcuni finiscono in
breve tempo di mangiare e ripartono...Anch'io sono abbastanza soddisfatto della mia
giornata e decido di andare, di chiudermi in stanza a riflettere sulla mia giornata normale
all'Hotel House (nota etnografica, 27.04.2006).
3. Cosa possiamo apprendere dal case study Hotel House
Ho trascorso lunghi periodi all’interno del condominio Hotel House iniziando prima a
conoscere alcuni residenti ed effettuando diverse interviste, poi man mano che la mia
presenza sul campo si faceva più prolungata, raccogliendo i miei dati con colloqui informali e
partecipando
alle interazioni quotidiane (cfr.
nota metodologica), partecipando
e
gradualmente imparando quello che Jane Jacobs ha definito il balletto quotidiano di un luogo.
L’Hotel House che si è presentato ai miei occhi di ricercatore è innanzitutto un luogo
liminale, un punto d’incontro tra esperienze differenti (Colombo e Navarini 1999),
caratterizzato da una continua esplorazione e un perpetuo sconfinamento. Un luogo di
multiculturalismo quotidiano (Colombo e Semi 2007), di intreccio continuo di lingue, di
tempi, di usi e costumi differenti.
Ciò che colpisce immediatamente della vita quotidiana all’Hotel House è che questi
continui 'sconfinamenti' non sfociano quasi mai in conflitti aperti. Caratteristica questa che
rende il condominio una sorta di 'palestra per la convivenza', un luogo cioè in cui apprendere
a gestire pacificamente gli incontri quotidiani in uno spazio multietnico. Coabitazione pacifica
non significa però fusione; infatti più che all’immagine del melting pot bisogna rifarsi a quella
del mosaico, in quanto tra le varie differenze la neutralizzazione dei conflitti passa prima di
tutto per un rispetto scrupoloso delle distanze. Il via vai frenetico e affrettato tende a produrre
una costruzione dello spazio sociale simile a quella di un campo da sci in cui gli atleti
compiono lo slalom. Negli spazi di transito la fanno da padrone disattenzione civile,
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indifferenza
e
cortese
estraniazione
(Goffman
1981).
Attraverso
continui
giochi
d’appropriazione e riappropriazione dei territori, contemporaneamente si ha una messa in
comune e una divisione dello spazio. Si creano dei micro-territori specifici e significativi che
non sono fissi e stabili, ma mutano di significato da un’ora a un’altra, di settimana in
settimana, da un certo periodo a uno successivo. A contare più che gli spazi, sono gli spazitempi (Massey 1992).
E' un luogo in cui i confini sociali tra gruppi nazionali sono forti e si riproducono
costantemente attraverso la riproduzione di forti stereotipi. Allo stesso tempo è un luogo in
cui si trovano ben venti esercizi commerciali, setting di incontri quotidiani che permettono di
scavalcare i confini nazionali dando vita a intrecci creativi fortemente significativi. Intrecci
che non riguardano solo la nazionalità, ma anche la classe sociale, il sesso, la religione, l’età,
la (sub)cultura (Gallissot, Kilani, Rivera 2001). Ma i fattori di contrapposizione e di
aggregazione quotidiana possono essere i più svariati. Un esempio è rappresentato dal calcio
che è una dimensione di grande peso per molti dei residenti (e in generale per una parte
importante degli immigrati che si sono insediati in Italia). Non a caso in occasione dei
mondiali di calcio il condominio è stao tutto un brulicare di bandiere, di tamburi e di tifosi in
fibrillazione. La complessità nazionale e la mescolanza delle identità del residence è stata
espressa una volta di più la sera della finale Italia-Francia. Gli immigrati che tifavano Italia si
sono radunati nel bar di Paolo, quelli che sostenevano la Francia (per molti l’ex-madrepatria),
nel bar gestito da due fratelli marocchini. Due bar vicini ma situati in due lati contrapposti
della struttura. L’Hotel House francese (o meglio francofono) che grida di gioia al gol della
Francia, l’Hotel House italiano che urla al pareggio dell'Italia. Inoltre alla fine della partita un
grande numero di immigrati, soprattutto senegalesi, si è riversato sulle strade di Porto
Recanati per festeggiare la vittoria del mondiale da parte dell’Italia.
Ciò che ha contribuito a mantenere un equilibrio tra le molteplici differenze presenti
all'Hotel House è stata anche la relativa facilità con cui i diversi gruppi hanno potuto
appropriarsi del territorio attraverso una 'marcatura' dello spazio pubblico e dei suoi edifici
(Simon 1997). Basti pensare al fatto che nel giro di pochissimi anni sono stati aperti nel piano
terra del condominio ben venti esercizi commerciali, gestiti da persone che appartengono ai
principali gruppi nazionali presenti nel residence e anche una moschea di discrete
dimensioni12. Va detto però che la caratteristica di questi spazi è di essere raramente
demarcati in modo 'esclusivo' da un punto di vista etnico.
12
All'Hotel House è stata aperta da pochi anni anche una moschea ottenuta dalla fusione di quattro locali
precedentemente adibiti a negozi. Va fatto notare che l'80% degli immigrati presenti nel residence viene da un
paese prevalentemente musulmano.
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Un aspetto determinante di tutto ciò è che all’Hotel House non esiste un gruppo
dominante o meglio i diversi gruppi hanno ciascuno un peso rilevante in determinati ambiti e
aspetti della vita sociale del condominio: questo comporta il fatto che ‘lasciare’ agli altri la
possibilità di ritagliarsi i propri spazi è l’unica condizione per poter fare altrettanto. Per dirla
con Toubon e Messamah (1990) la tolleranza è una virtù ‘interessata’ e il rispetto dell’altro è
un mezzo attivo per preservare la propria sfera personale. Il condominio fonda la propria
(attuale) identità proprio sulla diversità dei gruppi che lo abitano, sul fatto che per riprendere
la terminologia di Elias e Scotson (1965), il passaggio da outsider a insider qui è accelerato.
Le relazioni quotidiane tra gli abitanti dell'Hotel House mostrano come la prossimità
quotidiana con l’alterità non comporta in modo naturalistico né disorganizzazone né
convivenza
pacifica.
Occorre
superare
questa
doppia
(opposta)
semplificazione.
L’antropologo Frederik Barth (1994) è stato uno dei primi a sottolineare come il contatto non
ha per conseguenza il semplice superamento dei confini sociali ma piuttosto un’interazione
fatta di persistenza e ri-costruzione di differenze da un lato e di confronto e scambio
dall’altro. Questo vale anche in alcuni casi limite. Basti pensare per esempio al fatto che
all'Hotel House vive anche Noemi, una signora italiana leghista e fortemente razzista, che è
così raccontata dal signor Antonio:
“E' un soggetto molto interessante perché poi fra l’altro ha una cosa che non abbiamo
tutti. Non ha assolutamente peli sulla lingua e quello che gli deve dire glielo dice. E
glielo dice anche in modo piuttosto elettrico per cui uno penserebbe: ‘come fa a
sopravvivere ogni giorno?’.Perché lei poi aggredisce. Nel senso: è uno scriccioletto di
donna non è che sia un colosso ma non ha assolutamente nessuna remora. Quando
non le va bene una cosa si esprime anche in termini molto…icastici e andando oltre.
Però per esempio siccome svolge anche attività sartoriale perché era disegnatrice,
molto spesso i neri si presentano da lei per pantaloni e si fanno sistemare i vestiti, sì,
sì. Poi è in ottimi rapporti con quelli che stanno sopra casa sua, nonostante le
penetrazioni d’acqua. Perché se poi le persone le sono simpatiche....questo dimostra
che bisogna conoscersi, le cose cambiano…non è un atteggiamento secco, però
sicuramente è leghista, è l’unica che abbiamo qua dentro. C’è di tutto, noi siamo
molto variegati in questo senso”.
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Uno degli aspetti più grotteschi è rappresentato dal fatto che la signora Noemi ha un figlio che
è stato lungo tempo insieme ad una signora nigeriana che amava rivolgersi a lei chiamandola
'Mamma', facendola andare su tutte le furie!
Possiamo dire che le relazioni all'Hotel House sono sempre caratterizzate, come diceva
Simmel, da ambivalenza, da vicinanza e da lontananza. Questa tensione, tra la vicinanza e la
distanza è qualcosa che all’Hotel House è profondamente vissuta piuttosto che risolta. La
condivisione di cibo e musica per esempio rappresenta un confine basso e facile da
scavalcare, un 'luogo comune', sia perché facilita l’incontro, sia perché offre degli stereotipi
come primi appigli per un contatto (La Cecla 1997). Allo stesso tempo però musica e cibo,
suoni e odori, rappresentano nelle relazioni di vicinato delle fonti di scontri quotidiani.
“La cucina tunisina piace a tutti…ogni tanto facciamo il cous cous e lo portiamo giù…in
moschea…no non per festa…piace a tutti, tutte le nazionalità lo mangiano, quelli del
Bangladesh…mangiamo sui tappeti…è bello, è bello” (Saber, 42 anni, tunisino, residente).
“Non so, non si possono chiamare problemi, cose naturali, per es. quello lì quando
preparano da mangiare, c’è un odore, noi chiamiamo puzza, loro chiamano odore. Cosa
cucinano non lo so? Vicino casa mia per esempio sono del Bangladesh, quando iniziano
loro a cucinare è un grosso problema, non si può neanche respirare….è una cosa
buonissima, quello che puzza di più lo fanno addirittura il sabato e la domenica, il
sabato pomeriggio, loro dicono la cosa più buona…è la cosa più puzzolenta! Mi hanno
invitato la settimana scorsa che hanno fatto un fidanzamento, si sono fidanzati due
ragazzi del Bangladesh, mi hanno invitato per mangiare…loro perché mangiano con le
mani, insalata sopra il riso…cioè da vomitare…un po’ ho mangiato, se no si offendono”
(Saber, 42 anni, tunisino, residente).
“I senegalesi quando cucinano... è tanto forte il mangiare che…un giorno sono uscito
perché ho detto mi viene da vomitare. Il cous cous alla pecora è una cosa micidiale. Ma
sai la puzza dei piedi? E’ niente a confronto. Poi quando fanno la griglia, fuori fanno
anche le grigliate sul balcone, non si potrebbe penso in un condominio, io ho ritirato i
panni erano bianchi sai come sono diventati? Però ecco, scene così, non è che alla fine…
(Amanda, 30 anni, rumena, residente).
Per mettere a fuoco più dettagliatamente la natura ambivalente delle relazioni di
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coabitazione è interessante prendere in considerazione la minoranza italiana presente nel
condominio, composta soprattutto (ma non esclusivamente) da anziani, da vacanzieri e da
soggetti che hanno rapporti sentimentali con cittadini/e stranieri/e. Se è vero che molti di essi
rimpiangono il vecchio Hotel House luogo di villeggiatura senza o con pochi stranieri e,
rappresentato da alcuni come una sorta di paradiso terrestre, è altrettanto vero che sono tanti
coloro che parlano del condominio come di un luogo d’incontro, un luogo in cui non ci si
sente mai soli. Uno spazio da vivere contrapposto al proliferare di spazi astratti, standardizzati
e puramente funzionali che contraddistinguono sempre di più l’età contemporanea (Sennet
1992; Lefebvre 1976). Quest’aspetto non può che apparire sorprendente per un habitat che,
vista la sua conformazione urbanistica (palazzone 'razionale' e verticale isolato dal resto della
città), sia per la popolazione eterogenea che lo abita, è solitamente rappresentato come uno
spazio di anomia e di disorganizzazione sociale. Queste sono le parole di uno degli anziani
italiani residenti:
“A dire il vero io all’Hotel House mi trovo bene. Bene. Appunto su quella base lì:
rispetta e sei rispettato… Poi da tutte le parti…tutto il mondo è paese. E’ tutto lì. Qui c’è
compagnia, non sono uno che va fuori a far amicizie però se scendo, mi saluta uno, l’altro
mi chiede, l’altro anche per la società…ti fanno sentire in mezzo alla gente, anziché
essere il solito isolato…prima stavo nel Nord Italia, a Verbania. Bei posti, piove sempre.
Fa molto freddo d’inverno, l’amicizia… siccome non sono un tipo che va a giocare a
boccie, va a giocare a carte, sono un tipo che sta in casa. Così qui io mi trovo in mezzo
alla gente. Pur standomene in casa mia. Quando esco c’è Tizio, Caio e Sempronio, per un
motivo o per un altro, sei in mezzo, chiacchieri, fai…” (Giuseppe, 64 anni, italiano,
residente).
Ma per comprendere davvero cos’è l’Hotel House è indispensabile andare oltre una
visione di esso come luogo chiuso, come microcosmo stabile e coerente e capire che oggi,
sempre di più, i luoghi sono processuali e estroversi (Massey 1994) cioè in continuo
mutamento per opera di nuovi intrecci con il contesto esterno. A questo proposito l’Hotel
House si presenta come una sorta di nodo specializzato di un territorio reticolare, non solo per
i residenti ma anche per i molti immigrati che usano questo spazio per effettuare scambi
informali e commerci specializzati o trovare informazioni e occasioni di incontro (Lanzani
2003). Ma le possibilità di usare lo spazio come risorsa e di usufruire del fatto che oggi gli
spostamenti e le comunicazioni sono sempre più agevoli e veloci, sono distribuite in modo
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diseguale. Infatti per esempio molti immigrati che non sono in regola con il permesso di
soggiorno non possono spostarsi con facilità e non possono lasciare l’Italia: spesso si trovano
così bloccati all’Hotel House, che viene perciò vissuto più come un rifugio che come un punto
specializzato di un reticolo.
Dunque l’Hotel House ha dei confini decisamente porosi verso l’esterno in quanto è
caratterizzato da un continuo andirivieni di gente che si dirige verso i luoghi di lavoro o verso
altri luoghi in Italia e nel mondo dove si trovano amici e parenti; ma se si passa ad analizzare
la relazione con il resto della città l’impressione immediata è quella di un confine decisamente
molto più rigido. A disciplinare questa relazione sono attivi numerosi processi strutturali
capaci di influenzare la cosiddetta political economy del luogo. Mi riferisco al mercato del
lavoro segmentato che offre in abbondanza agli immigrati solo lavori di serie B, al mercato
immobiliare che ha favorito la concentrazione residenziale degli immigrati e soprattutto la
fuga degli italiani, ai mass-media locali che hanno potentemente contribuito alla diffusione e
legittimazione di uno stigma fortissimo nei confronti di un luogo diventato il 'negativo della
città' e alle istituzioni locali che hanno abbandonato totalmente l’Hotel House. Queste
dinamiche strutturali hanno fatto sì che il condominio appaia a volte come una sorta di
simbolo dell’integrazione subalterna dei migranti: inseriti nel mondo del lavoro, anche se in
gran parte non qualificato ma esclusi dalla vita sociale, culturale e politica del contesto
circostante.
Tale isolamento e abbandono è rappresentato in modo emblematico dal fatto che non è
previsto nessun servizio di trasporto pubblico (nonostante sia stato richiesto a gran voce dai
residenti) e che il collegamento pedonale tra il condominio e la città è pericoloso e disagevole
in quanto di dimensioni ridottissime ed ai limiti della carreggiata, in un tratto dove il traffico
automobilistico è alquanto intenso. L’isolamento prodotto da queste dinamiche sociali
favorisce il prevalere di due usi dello spazio Hotel House, cioè di due specifici sensi del
luogo: il primo è l’Hotel House rifugio contro l’ostilità esterna, cartina di tornasole delle
difficoltà di trovare spazio 'fuori'. Il secondo è l’Hotel House-zona franca, cioè uno spazio
capace di attrarre chiunque voglia dedicarsi ad attività illegali e perciò di diventare anche la
zona di scambio tra la città illegittima e quella legittima (Dal Lago e Quadrelli 2005), zona
'istituzionalmente' destinata alla distribuzione di stupefacenti e in parte minore di sesso a
pagamento, sempre più richiesti.
Parallelamente, soprattutto negli ultimi anni, alcune dinamiche sia 'endogene' che
'esogene' hanno controbilanciato questo sviluppo del condominio dando vita ad un quadro
attuale decisamente complesso e in continuo divenire. In primis mi riferisco al fatto che
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l’Hotel House, a differenza di altri contesti simili, si è nel tempo trasformato in luogo
d’insediamento di famiglie (di immigrati) che hanno acquistato il proprio appartamento (in
questo agevolati dal crollo del valore degli immobili conseguente alla fuga degli italiani).
Questo radicamento di famiglie è stato favorito anche dal fatto che le abitazioni del
condominio sono decisamente appetibili e di discrete dimensioni (60-65 mq). Come
testimonia uno degli italiani residenti (Antonio): “gli appartamenti sono ben costruiti. Cioè
per una famiglia con padre e madre e due figli ancora in età e senza troppi grilli per la testa
è ancora validissima”. Questo fenomeno ha portato ad un maggiore responsabilità verso il
luogo, come è ben testimoniato da un signore tunisino:
“Ci sono tante famiglie, molti cominciano ad avere bambini, quasi nati tutti qui. L’età
nostra, dico per i tunisini, è tra i 40 e i 35 anni, tutti più o meno abbiamo la stessa età,
cominciamo ad essere abbastanza maturi, i figli stanno andando a scuola, una cosa seria è
diventata… sì perché piano piano uno diventa più serio, più responsabile quando ha la
famiglia. Prima quando ero solo, prima di sposare non gli importa niente di quel che fa
l’altro, adesso sì, adesso perché guardo al futuro dei miei figli, non è che guardo me. Io
faccio quello che faccio, non me ne frega. Non è che devo difendere me, io sono un guerriero,
ma devo difendere i miei figli, per il futuro dei miei figli” (Saber, 42 anni, tunisino, residente).
Possiamo dire che la crescente presenza di donne e bambini ha messo in luce in modo
evidente la difficoltà di far coabitare logiche territoriali, sensi del luogo, molto differenti. Si è
innescata infatti una vera e propria battaglia per lo spazio intrapresa da alcune famiglie di
immigrati e da una parte degli italiani residenti di vecchia data, contro lo stigma subito come
abitanti dell’Hotel House, ribaltato ora sulla minoranza interna 'deviante'. La battaglia, che è
tuttora in corso, ha avuto tra gli esiti principali la costituzione di un comitato multietnico che
è stato protagonista di una breve fase di mobilitazione che ha avuto lo scopo di chiedere alle
istituzioni di non essere più abbandonati e di ricevere un sostegno nella lotta per la vivibilità
degli spazi. Tutto ciò ha portato prima al confinamento delle pratiche di traffico di
stupefacenti in un’area ben delimitata del condominio, dentro e davanti uno dei due bar del
condominio, 'liberando' dopo anni la piazzetta antistante l’ingresso. Poi ha addirittura portato
alla chiusura del bar stesso. Da ultimo va aggiunto che negli ultimi tempi si sta anche
rafforzando l’impegno profuso da una serie di associazioni di volontariato che operano
all’interno del condominio che hanno fatto ormai diventare (una piacevole) routine tutta una
serie di corsi di lingua italiana, di attività di sostegno scolastico e di attività artistico-ricreative
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che coinvolgono decine di bambini e di donne immigrate.
Il risultato complessivo è quello di un deciso miglioramento della vivibilità del
condominio; le vicende che ho qui velocemente tratteggiato rappresentano un significativo
esempio di come si possano (in parte) fronteggiare anche dinamiche strutturali così forti come
quelle indicate sopra. Di come anzi, a volte, l’essere comunemente assoggettati a dinamiche
di esclusione possa creare un vissuto comune capace di unire e di mobilitare assieme, di
permettere, cioè, di trasformare i discorsi dominanti in discorsi demotici, in risorse per
l’azione (Baumann 1996).
L’altra faccia della medaglia, però, di questa fase di radicamento degli immigrati e di
rafforzamento di alcuni gruppi nazionali è quella della progressiva creazione di un’enclave
sempre più autosufficiente, rafforzata dalla presenza di una realtà commerciale complessa e
articolata, dall'apertura di un luogo di culto (una moschea) e da un lento ma crescente
attivismo di gruppi e associazioni d’immigrati. Questi network sociali hanno favorito la
riproduzione di un'appartenenza culturale, una maggior protezione socio-psicologica (per es.
contro la discriminazione) e anche opportunità e vantaggi economici13. Ma quest'evoluzione
nasconde anche alcuni rischi. In primis il rischio di trasformare l'Hotel House in un luogo
caratterizzato da un forte controllo sociale sulle minoranze interne. Mi riferisco in particolare
alle donne. Infatti l’Hotel House si presenta come un luogo a fortissima caratterizzazione
maschile, non tanto perché gli abitanti del condominio sono per più del 70% uomini, quanto
perché negli spazi di incontro le donne sono spesso assenti. Una larga maggioranza delle
donne, specie quelle di alcuni gruppi nazionali come i pakistani e i bangladesi, sono rinchiuse
negli appartamenti, così che i bar e altri spazi pubblici appaiono come delle vere e proprie
'case degli uomini'.
Il quadro complessivo è, dunque, articolato e sfaccettato. Ma ciò che è emerso con tutta
evidenza è il fatto che il problema da cui partire non è rappresentato tanto dalla
concentrazione spaziale degli immigrati, quanto dalla relazione di tali luoghi con l’esterno.
Come detto più volte, tali luoghi, infatti, non sono necessariamente spazi di povertà, né di
13
La presenza di questo tipo di enclave può permettere vantaggi competitivi da un punto di vista economico:
supporto all’avvio di iniziative economiche autonome sia per i finanziamenti iniziali, che per l’utenza e la
possibilità di trovare dipendenti leali e flessibili. Inoltre l’impresa etnica può fornire un canale per l’avanzamento
sociale (Wilson e Portes 1980; Portes e Zhou 1993). I limiti economici dell’enclave sono però altrettanto noti: da
un lato le attività degli immigrati fanno parte di settori relativamente marginali (quali la ristorazione e la vendita
alimentare). Dall’altro, il livello di sfruttamento a cui viene sottoposta la forza lavoro è particolarmente elevato,
sia sotto il profilo salariale, che sotto quello delle condizioni di lavoro (Lin 1998; Tarrius 1995). A questo
proposito Sanders (2002) ha sottolineato che le enclave economiche, come altri sistemi guidati dal mercato, non
generano solo ricchezza, ma generalmente anche stratificazione: i proprietari, infatti, beneficiano spesso dal
partecipare in un’economia del genere, ma i dipendenti molto meno. Per questo non dovrebbero essere
eccessivamente romanticizzate.
23
criminalità, né di isolamento. E ciò vale soprattutto oggi che lo spazio, con sempre più
facilità, può essere usato come risorsa. L’Hotel House rappresenta piuttosto la possibilità per
gli immigrati di avere un proprio spazio, uno spazio in cui rielaborare la propria identità, un
luogo di soglia che permette di riparare “sia dalla paura di essere assimilati che da quella di
essere contaminati” (La Cecla 1997, 56). Ed è fondamentale riconoscere l’importanza per gli
esseri umani di costruire uno spazio simbolico nel quale “sentirsi a casa” e nel quale
organizzare e sostenere la propria rete economica e di relazioni (Paltrinieri 2006).
Uno degli errori principali è perciò quello di partire dall’assunto che, dato che la
concentrazione di immigrati è in sé un problema, per non favorire tale fenomeno si decide di
non intervenire per migliorare le condizioni di vita dei residenti (come ha sempre sostenuto
l’amministrazione comunale di Porto Recanati). Il risultato di questa non-politica è invece
opposto: cioè finisce per favorire il degrado della zona e per far prevalere chi usa questo
luogo come vuoto urbano. E molti residenti tra cui Ali ne sono ben consapevoli:
“Me l’hanno detto tanti, che mi vogliono bene a me: ‘lascialo quel palazzo14, esci, vai da altra
parte perché lo sappiamo tu sei una brava persona’. Però nessuno diceva: ‘guarda, andiamo
con te insieme, cerchiamo di migliorare qualcosa’, nessuno diceva. Perché se abbandoni tu,
abbandona l’altro, dopo cosa rimane qui, niente, rimangono tutti gli spacciatori, drogati,
ladri”).
L’abbandono delle istituzioni, inoltre, facilita la chiusura di questi luoghi anche in senso
culturale: un esempio di questo ci viene dall’esperienza francese dove emerge con tutta
evidenza come le organizzazioni islamiste stiano in parte occupando il vuoto lasciato da
partiti e istituzioni. Infatti la reislamizzazione identitaria delle comunità immigrate si rivela
“un antidoto non solo alla microcriminalità, la droga e il carcere ma anche alla marginalità
sociale” (Guolo 2005).
Non va dimenticato inoltre che la stigmatizzazione di questi luoghi diventa filtro
percettivo anche per i residenti, che spesso reagiscono prendendo le distanze dal proprio
luogo ripiegando nella sfera familiare; ciò vale soprattutto per coloro che hanno scarse
possibilità economiche. Non a caso i residenti denunciano il loro quartiere proprio perché li
stigmatizza piuttosto che perché non amano viverci (Avenel 2004).
La questione decisiva appare oltre alla condizione delle donne, quella dei giovani
migranti. Il fatto di sentire di non avere spazio e di vivere in un habitat che è percepito come
abbandonato, alimenta un senso del luogo che porta con sé sfiducia, marginalità e forse
14
Questo brano di intervista ci ricorda anche che, il rischio di supportare politiche per la mobilità individuale
invece di scegliere politiche per il miglioramento del quartiere, è quello di far sì che restino nel quartiere gli
abitanti più problematici (Lagrange e Oberti 2005).
24
antagonismo. La stessa questione dell’inserimento lavorativo appare una bomba ad
orologeria. Infatti è vero che gli immigrati dell'Hotel House sono per ora ben inseriti nel
mercato del lavoro, fatto che distingue notevolmente il caso di studio da alcune banlieues
francesi in cui vi sono tassi di disoccupazione elevatissimi (per non parlare dei ghetti
afroamericani che sono stati rinominati 'iperghetti' proprio perché a tutte le altre forme di
esclusione si è aggiunta anche quella lavorativa). Ma è altrettanto vero che notoriamente i
figli degli immigrati, cresciuti in Italia, non accettano più i lavori di serie B dei padri e se si
continua a rendere loro difficile entrare in altri segmenti lavorativi a causa della provenienza,
appare terribilmente concreto il rischio di veder questi giovani cadere nella disoccupazione.
Ed è ovvio che la disoccupazione rischia di diventare “un buco nero in espansione, che
inghiotte tutte le logiche di integrazione” (Fitoussi, Laurent e Maurice 2004).
Questa nuova sfida è resa emblematica anche dal fatto che i bambini fanno fatica a trovare
spazio all'Hotel House: i pochi a loro dedicati sono fortemente contesi tra i diversi gruppi.
Non resta loro che invadere e ri-significare altri spazi trovandosi non raramente a contatto con
pratiche devianti. Non è un caso che se molti adulti mi hanno rappresentato un Hotel House
ambivalente se non bello (“Dove trovi 65 etnie che vivono tranquille, io non ho mai visto. Io
ho girato tutta l’Italia, solo all’Hotel House ho visto, tranquille veramente…tu basta che ti
sposti a Bologna o ad Ancona e italiani tra di loro si scannano, figurati 65 etnie, più di 100
lingue diverse…la gente stanno bene” (Nader, 40 anni, tunisino, residente), il primo ragazzino
con cui ho parlato, alla mia domanda: “Com'è l'Hotel House?” Mi ha risposto: “Fa schifo!”.
In conclusione, quindi, possiamo dire che è importante agevolare gli attori che stanno
cercando di fare del condominio un luogo di scambio all’interno e con l’esterno, rafforzare gli
spazi di partecipazione, di mobilitazione collettiva e la costruzione di un’identità Hotel House
che unisca tutti indipendentemente dal gruppo nazionale di provenienza. Occorre inoltre
preservare e rafforzare la natura ambivalente di un luogo sia identitario che d’incontro, un
luogo che garantisce sostegno e capitale sociale e che dall’altro permette a tutti di ritagliarsi
un proprio spazio. L’Hotel House, infatti, è una sorta di grande paese (sviluppato in verticale)
abitato da una popolazione più o meno fissa e stabile e da un’altra che cambia continuamente:
una doppia caratteristica che da un lato assicura la rete tipica di un 'paese', dall’altro un
tendenziale anonimato. Questa apparente ambivalenza è magistralmente rappresentata dal
colpo d’occhio offerto dalla struttura del condomino e dalla popolazione residente viste in
sovrapposizione: l’edificio, caratterizzato da un’architettura così regolare, così uguale a se
stessa, dall’identica ripetizione di un numero di nuclei abitativi che sembra tendere all’infinito
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in ogni direzione; la popolazione che manifesta la sua differenza in tutto, dalla pigmentazione
della pelle, alla provenienza nazionale, dagli usi e dai costumi, dagli odori e dai suoni.
Oggi il condominio è in una fase particolarmente decisiva di radicamento di famiglie, di
donne e bambini. Gridare al degrado o alla non integrazione, dunque, senza prendere in
considerazione le dinamiche che possano alimentarlo o fronteggiarlo non serve a nulla. E non
serve neppure gridare alla marginalità e alla povertà. L’Hotel House rappresenta la possibilità
per i migranti di diventare responsabili nei confronti del luogo, di iniziare cioè a rispondere
(parola da cui deriva il termine responsabilità) e a interloquire con una propria voce
(ambivalente). Ma cosa è e, soprattutto, cosa sarà resta una domanda aperta, la cui risposta
dipende dalle battaglie che si giocano all’interno del condominio e da come le dinamiche
strutturali, che ho sopra delineato, incideranno su di esse.
Per comprendere e per agire in modo concreto su questo intreccio situato occorre smetterla di
parlare di Hotel House e di ‘periferie’ come se fossero tutte uguali, facendo riferimento alla
classica retorica del ghetto; e agire, invece, con interventi omeopatici, contestuali la cui
scoperta non può prescindere dall'ascolto degli abitanti e soprattutto dall’analisi della loro
relazione con i luoghi.
26
Appendice n. 1 – Hotel House: da resort per le vacanze a spazio per gli immigrati
Hotel House – La moderna casa per le vacanze
Questa enorme torre cruciforme costituita da 17 piani e alta 50 metri rappresenta tuttora un
primato di grandezza nel panorama dell’edilizia per il turismo della riviera adriatica. Un
‘condominio alveare’ che nasce alla fine degli anni sessanta, in un periodo di grande crescita
(e speculazione) edilizia in cui il trionfo del fordismo e del razionalismo era segnato in ambito
urbanistico dal prevalere dei fautori del verticalismo, delle ingenti masse volumetriche e della
linea retta ripetuta in modo ossessivo. L’Hotel House è stato ideato come una gigantesca torre
per benestanti turisti estivi. In un’epoca in cui, grazie al diffondersi del modello
automobilistico di mobilità sul territorio, la villeggiatura stava iniziando a diventare uno dei
beni di consumo, si pensò ad un modo di offrire una vacanza ‘a casa propria’ (da qui il nome
'casa-albergo'), in una seconda casa specifica per le vacanze.
“Concentrando i volumi, usando materiali nuovi ed al tempo stesso ad alto rendimento
seguendo l’esempio dei grandi architetti del nostro tempo ho avuto l’onore […] di
rivoluzionare il tradizionale andamento del mercato della ‘casa-vacanza’, sia per quanto
riguarda il gusto, sia per quanto riguarda il prezzo, il primo ispirato a quanto hanno detto
celebri urbanisti ed architetti, come Le Corbusier e Pier Luigi Nervi, il secondo
incredibilmente basso grazie ad un calcolo delle quantità e ad una razionale progettazione”
(Antonio Sperimenti, ideatore e costruttore dell’opera, tratto dal giornale “L’Hotel House”,
numero unico della riviera adriatica, settembre 1968).
Nel progetto erano previsti ristoranti, piscine, campi da tennis, giochi per bambini, tre ettari e
mezzo di giardini e persino un laghetto artificiale. Inoltre al residence si sarebbe dovuto
affiancare un altro stabile molto più basso, detto il “corpo avanzato”, che avrebbe dovuto
ospitare un auditorium, una boutique, un ristorante, una discoteca e una sauna.
Gli slogan pubblicitari dell’epoca mostrano chiaramente il target di quest’opera:
“Appartamenti signorili e di esiguo costo”
“Vivere tra mura domestiche con i servizi di un grande albergo”
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La pergamena che sancì la fine dei lavori recava la scritta: “per il progresso delle civili genti
marchigiane”, mentre i giornali locali dell’epoca intitolarono in modo eloquente:
“L’Hotel House è un’opera che fa onore alla riviera”.
Gli appartamenti vennero acquistati da persone di ceto medio-alto e da una piccola borghesia
desiderosa di aumentare il proprio status, provenienti un po’ da tutta Italia in particolare dal
Nord (Milano, Torino, Bergamo, Brescia), dal Lazio, dall’Umbria e dalle Marche stesse. Tra
questi vi era addirittura un’importante famiglia della zona che aveva acquistato ben 16
appartamenti (l’intero primo piano), per alcuni anni utilizzati per ospitare turisti stranieri
(austriaci), trasportati dal condominio al mare con un pittoresco pulmann ad hoc a forma di
enorme barca. Gli attuali residenti più anziani amano ricordare quel periodo come un’età
dell’oro:
“Una volta qua c’erano dei personaggi…ancora due anni fa c’erano Piccinini capo redattore
del Corriere della Sera, l’avvocato D’Alessio, giudice della Figc, mentre il giudice Mariani è
morto solo l’anno scorso” (Marino, 71 anni, italiano, vacanziere).
La fine del progetto originario: gli anni ’70-’80.
Il residence si è rivelato, però, sin dai primissimi anni una grande occasione mancata: il
condominio, infatti, accoglieva un brulicante numero di persone durante i mesi estivi per poi
trasformarsi in un contenitore vuoto e rimbombante d’inverno. L’enorme caldaia
rappresentava un po’ il simbolo del fallimento: scaldava 480 appartamenti, ma d’inverno ne
erano occupati solo 60/70. Gli stessi esercizi pubblici che erano stati realizzati a piano terra
del residence (una pizzeria, un ristorante, una macelleria, un bar, una parrucchieria, un
negozio di alimentari, un negozio di frutta e verdura, una pescheria, una lavanderia e un
negozio di elettrodomestici) non potevano sopravvivere al lungo periodo di 'letargo'.
Nel giugno del 1972 il terremoto nella vicina città di Ancona spinse le autorità del capoluogo
marchigiano a riversare un folto numero di senzatetto negli appartamenti dell’Hotel House
che non erano abitati. Un punto di svolta decisivo si ebbe nel giugno del 1973 quando la ditta
Sperimenti che costruì l’opera dichiarò il suo fallimento; questo diede inizio al grave tracollo.
Di lì a poco, per motivi ancora misteriosi, Antonio Sperimenti, capo-progettista e titolare della
ditta costruttrice, si tolse la vita:
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“Il condominio era nato come un residence estivo, di alto livello, poi ci fu il fallimento, 35
anni fa…tutti questi palazzi così grandi, c’è sempre qualcuno che tira a fallire perché…non
lo so. I costruttori con tutte le buone volontà vengono messi in mezzo e poi succedono anche
le tragedie perché sembra che poi certe promesse di costruire anche da altre parti non sono
state mantenute…costruttori che hanno un certo giro di amicizie spendono anche del loro,
promettendo di avere la piscina, il campo da tennis, i servizi.
Ma è morto tutto, si è
ammazzato anche il costruttore” (amministratore del condominio dal 2003, italiano, non
residente).
Con il fallimento della ditta l’Hotel House si smembrò: il 'corpo avanzato' venne finito in
fretta e venduto e finì per essere trasformato in un residence a sé stante, separato dall'Hotel
House da una recinzione. Venne ceduta anche l’area del parcheggio che, per diritto di
prelazione, venne acquistata da alcuni condomini che formarono una cooperativa privata che
tuttora gestisce la zona:
“Addirittura hanno venduto anche il parcheggio, il parcheggio che doveva essere un servizio
del palazzo…E’ stato venduto anche il parcheggio. Si è formata una società chiamata Garden
House. Durante il fallimento il giudice ha creato un disastro, per 100 anni, per 200 anni, ha
diviso il palazzo, adesso ci sono difficoltà di gestione, di rapporti, tutto. E’ un disastro”
(amministratore del condominio dal 2003, italiano, non residente).
Le condizioni igieniche peggiorarono, i lavori di manutenzione erano insufficienti a
mantenere lo status di lusso inizialmente auspicato e, naturalmente, a seguito della repentina
diminuzione delle vendite, i prezzi subirono il primo tracollo. Da questo momento in poi il
progetto visionario del Gran Resort via via si spegne. La disponibilità di appartamenti (specie
d’inverno) portò al consolidamento all’Hotel House di un insediamento di popolazioni
provvisorie: il residence venne scelto come domicilio coatto per alcuni collaboratori di
giustizia, come residenza temporanea di molti ufficiali dell’aeronautica che lavoravano al
radar di Potenza Picena (circa 70-75) e di alcuni sottufficiali della finanza che frequentavano
la vicina “Scuola di Perfezionamento Sottufficiali” di Loreto:
“Fino a 4-5 anni fa prendevano ancora in affitto dei sottufficiali dell’aeronautica, che eran
venuti a fare il corso. Quando andavano all’agenzia volevano molti soldi così tanti mi
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telefonavano e prendevano l’appartamento qui in affitto per tre o quattro mesi perché
facevano il corso, perché l’aeronautica a Loreto l’hanno ampliata ed è diventata anche come
scuola, tanti si appoggiavano qui tre o quattro mesi con la famiglia, la moglie andava al
mare” (Michele, 42 anni, italiano, portiere e residente).
Il luogo divenne un’ideale insediamento per coloro che cercavano un alloggio dignitoso pur
senza avere troppe risorse:
“Nello specifico considerando anche da un punto di vista economico le mie possibilità per
l’acquisto, non andare in affitto da nessuna parte, non volevo essere affittuario e non essendo
Rockfeller, ho pensato ad una cosa…non ho pensato ad una forma riduttiva di abitazione, ma
nello stesso tempo non ho famiglia, sono solo, ho fatto una considerazione di carattere
generale. A me poi non pare di averla fatta sulla negativa questa scelta, per me è positiva. Il
posto è ridente, un appartamento di 60 metri mi andava bene, ricordavo tempi un po’ più
retrodatati in cui amici miei erano vissuti qua e io li ero venuti a trovare…è anche una
questione di flashback, ripeto non mi sono pentito di aver fatto l’appartamento” (Antonio,
65 anni, italiano, residente, ex- colonnello dell'aeronautica).
Non passò molto tempo che il luogo fu scelto anche da alcuni gestori dei molti nights della
zona come alloggio per sistemare alcune 'ballerine'. Il via vai continuo di veri e propri pulmini
dal condominio verso i locali della zona finì per attrarre alcuni clienti; tanto che in
quell’epoca il palazzo era anche definito brutalmente da alcuni 'il palazzo delle puttane':
“All'epoca c'erano le entraineuse e poi queste poverette andavano ad una certa ora di sotto a
comprare qualche cosa per mangiare perché poi la sera dopo dovevano andare al lavoro.
Perché di qui partiva uno scuolabus, lo chiamavo io così non era proprio...di pulmini
Mercedes che i datori di lavoro, proprietari di appartamenti metteva a loro disposizione per
portarli a lavorare: alle 21,45 partivano le lavoratrici dello spettacolo...però la mattina
potevano andare un attimo al bar e certi avventori da fuori venivano per l'opportunità di fare
certi incontri. Ecco perché la zona...quelle invece erano persone che lavoravano e qua non
potevano fare alcunché. E le riportavano indietro. Se avessero cercato di portare qualcuno su
e il portiere avesse visto...il giorno dopo sarebbero partite perché le cambiavano ogni 15
giorni. Prevalentemente Est Europa, ma ci sono state varie storie, ma anche Nord Europa,
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c'era un po' di tutto. Però l'Est...perché erano gli anni delle russe, ungheresi...” (Antonio, 65
anni, italiano, residente).
Se in un primo momento l’esistenza del condominio fu mal accettata dalla popolazione in
quanto simbolo di uno sviluppo urbanistico non consono al paese, in un secondo tempo
l’introduzione silenziosa quanto evidente di questa nuova popolazione portò i cittadini di
Porto Recanati a considerare l’Hotel House come un luogo sempre più estraneo al territorio e
alla comunità. La sua autoreferenzialità sbandierata dai giornali dell’epoca unita alla sua
conformazione, così ben protetta, destinata originariamente a dividere una situazione
provinciale e medio-borghese (la realtà di Porto Recanati) da un’illusione lussuosamente
imbellettata, ha generato nell’immaginario collettivo la rappresentazione di un luogo
totalmente “altro”. Un luogo di passaggio, dove non si sa cosa succede, né chi ci passa. E quel
poco che si sa si riferisce sempre a questioni di ordine pubblico. Basti pensare che, nel corso
del tempo, la struttura è stata anche usata come rifugio da alcuni gruppi di rapinatori e
addirittura da una cellula delle Brigate Rosse (quando è stato arrestato Renato Curcio sembra
che avesse addosso la mappa del condominio). Si capisce così come, già molto tempo prima
dell’arrivo dei migranti, il residence fosse già socialmente stigmatizzato (se non addirittura
mitizzato).
L’Hotel House è stato dunque per Porto Recanati sempre un luogo 'altro', sin dalla nascita e in
quanto tale si può dire che sia stata la destinazione 'naturale' per la popolazione immigrata che
è oggi percepita come la principale forma di alterità, anche perché l’affitto di un appartamento
all’Hotel House richiedeva esborsi decisamente più bassi di quelli richiesti nelle altre parti
della città, che è una delle più care dell’intero centro Italia.
L’arrivo degli immigrati: gli anni ‘90
All’inizio degli anni ’90 i vacanzieri di lunga data rinunciarono gradualmente alla loro
vacanza a Porto Recanati e le agenzie immobiliari, che gestivano gli appartamenti per conto
dei proprietari, registrarono i primi arrivi di immigrati:
“A poco a poco la gente ha cominciato a vendere, poi c’è stato un po’ il disamore per la
zona perché tutti i centri balneari hanno subito una grossa botta per la concorrenza
dell’estero, per es. inizialmente della Jugoslavia e poi perché dopo due, tre, quattro anni
della stessa località, serena, ma un po’ noiosa, la gente comincia a dire: ‘io là al mare non ci
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voglio più andare’ e via di seguito…i proprietari che erano soprattutto del Nord e che non
usavano le case d’inverno, durante il periodo invernale le lasciavano agli stranieri. Poi piano
gli stranieri sono aumentati poi hanno cominciato magari alcuni del Nord non venivano e
continuavano a mantenere la proprietà dell’immobile, l’hanno affittato tutto l’anno e quindi è
cominciata così l’escalation, poi addirittura sono stati venduti perché ormai ovviamente non
potendo più venire in vacanza lì perché considerata zona rossa, no? Pericolosa…quindi non
venire in vacanza lì, tenersi un appartamento che comunque non usi…ovviamente lo vendi!”
(avvocato, 37 anni, italiano, non residente).
Le dinamiche e le forti speculazioni del mercato immobiliare, la naturale rete di solidarietà tra
connazionali e in parte anche una decisa volontà politica hanno reso velocissimo questo
processo di sostituzione demografica. La fuga degli italiani produsse il tracollo dei prezzi e la
palla fu presa al balzo da alcuni investitori, i quali tuttora trovano molto conveniente, dopo
aver comprato a basso prezzo diversi appartamenti, affittarli a più persone, ricavandone così
una notevole rendita. Così il residence divenne un luogo di crescente insediamento della
popolazione migrante che ha finito per diventare largamente maggioritaria.
Qui mi interessa sottolineare come tale processo di avvicendamento, non è affatto così
'naturale' come di solito viene rappresentato. Infatti esso è stato in realtà fortemente favorito e
accelerato dalle agenzie immobiliari che hanno tratto consistenti guadagni dalla creazione di
un mercato delle case specifico per gli immigrati. D’altronde il meccanismo è abbastanza
comune e noto:
- prima si favorisce la vendita di appartamenti da parte degli italiani spesso provocando 'paure
etniche' nei proprietari e negli affittuari per avvantaggiarsi dalla caduta dei prezzi (Krase
1996);
- poi si affittano gli appartamenti agli immigrati a prezzi esorbitanti o si vendono agli stessi ad
un prezzo almeno raddoppiato rispetto a quello d’acquisto. Per fare questo gli agenti
immobiliari si prodigano inoltre per evitare che gli immigrati prendano in affitto case in altre
aree (si parla a questo proposito di steering): quando un immigrato viene da un agente
immobiliare, tendenzialmente, questo lo conduce in un’area già popolata da altri immigrati
(Gottdiener e Hutchinson 2000).
La concentrazione residenziale degli immigrati in un condominio isolato sembra, infatti,
inquietare molto meno e dare meno fastidio che vedere un popolazione straniera ‘invadere’ i
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quartieri storici della città, costituire la clientela privilegiata se non esclusiva di sempre più
numerosi locali ed esercizi commerciali, stazionare nei parchi cittadini e nelle piazze:
“C’è un interesse forte da parte del Comune a tenere tutta questa gente qui inglobata, qui
ammassata…questo qui è un paese intero! Se si dovesse un attimo propagare per tutta Porto
Recanati, qui veramente sarebbe un’invasione![…] allora voglio dire…c’è tanta ipocrisia e
in realtà fa comodo a tutti… poi, guarda, più si va avanti e più penso che è destinato a essere
proprio così...” (Raffaella, 20 anni, italiana, residente).
“In realtà Porto Recanati non vuole che questa rarità si venga a conoscenza. Tu capisci
anche perché, perché Porto Recanati è una località turistica dove fondamentalmente è stato
ricostruito tutto nuovo, gli appartamenti costano l’ira di Dio, è bellina comunque, se la cosa
viene pubblicizzata, forse la località turistica qualcuno la cambia” (avvocato non residente,
37 anni, italiana).
L’insediamento degli immigrati: i primi anni del 21° secolo
Negli ultimissimi anni, a partire circa dal 2002-2003 è iniziata l’ennesima nuova fase di vita
del condominio: sempre più immigrati hanno scelto di acquistare il proprio appartamento
spesso come scelta di radicamento, molto più spesso a causa dei prezzi sempre più elevati
degli affitti. Così nel giro di pochi anni, al ritmo di circa 50 vendite l’anno, si è avuto un
passaggio di proprietà da italiani a stranieri di più della metà degli appartamenti. Questa
nuova fase è sancita anche dall’aumento del valore immobiliare degli appartamenti: se fino al
1999-2000 un appartamento costava solo 25-30 mila euro. Oggi 'grazie' alla forte domanda
degli immigrati e alla speculazione di alcuni investitori, per un appartamento occorre pagare
non meno di 80.000 euro:
“Adesso siamo in un’ulteriore fase, ed è la fase delle famiglie, della seconda ondata
migratoria, della seconda fase della migrazione, cioè dei lavoratori che hanno portato con sé
le proprie famiglie dal paese di origine, che cominciano ad acquistare. Perché comunque nel
paese costiero il mercato degli affitti diventa chiaramente esorbitante, allora, piuttosto che
andare a pagare un affitto di 500-600 euro mensili, preferiscono accendere un mutuo e
comprarsi…pertanto rispetto a qualche anno fa, dove la situazione era di fatto incontrollata,
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adesso nel momento in cui c’è una proprietà, e quindi persone che hanno deciso di rimanere
lì in modo permanente o che…viene fuori una sorta di controllo maggiore. E quindi le cose
sono tra virgolette un po’ migliorate. Parliamo di un fenomeno che sta avvenendo da qualche
anno questa parte e soprattutto per famiglie di immigrati che provengono dall’Asia, dal
Bangladesh, soprattutto, più che da Tunisia, Marocco” (Responsabile dei Servizi Sociali del
Comune di Porto Recanati).
Secondo le ultime statistiche disponibili (31.07.2007) gli immigrati hanno già acquistato più
della metà degli appartamenti che nella quasi totalità dei casi sono ormai abitati tutto l’anno.
Infine va sottolineato come la fuga degli italiani sembra che si sia arrestata o fortemente
attenuata. Ma oggi gli italiani che si trovano ad abitare la torre (per scelta o per necessità) di
certo non rispecchiano più gli elevati target socio-economici dei loro predecessori:
“Ci sono pochi nuclei familiari, condomini che vivono soli o in coppia al massimo e sono
affezionati, non hanno intenzione di andare via, hanno il loro modo di vivere e non trovano
disturbo nella vita con gli extracomunitari o con la presenza di queste altre realtà, un po’ di
ordine sociale difficile. Per esempio che non hanno figli, se non hanno figli non hanno
nemmeno paura di lasciarli giocare sotto e quindi di conseguenza rimangono
tranquillamente. Chi ha il nucleo familiare invece tutto bello tranquillo non ci sta. E quindi
sono pochi gli italiani sono pochi. La proprietà è ancora molto italiana, tutte persone che
affittano logicamente” (Amministratore del condominio dal 2003, italiano, non residente).
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Nota metodologica
Il metodo etnografico nasce in antropologia tra ‘800 e ‘900 e si afferma con Malinowski e
Radcliffe-Brown in contrapposizione a chi faceva antropologia ‘da tavolino’. In Italia tale
metodo si sviluppò grazie soprattutto al napoletano Ernesto De Martino che studiò i guaritori,
i fenomeni di possessione e trance dei ‘tarantati’ e l’esorcismo. Tutti questi autori erano
preoccupati di comprendere l’ ‘altro’, il diverso, di prendere parte in prima persona ai riti e
alle cerimonie, di vivere come loro per comprendere i loro codici interpretativi, la loro
‘cultura’. In sociologia (ma anche in altre discipline come la geografia umana) il metodo
etnografico, che si è affermato con la scuola di Chicago, riscuote oggi un crescente interesse.
Come sottolinea Marzano (2002) quello etnografico è lo strumento più sensibile per registrare
i mutamenti intervenuti nell’esperienza concreta delle persone. Infatti durante un lavoro
etnografico il ricercatore instaura un rapporto diretto con gli attori sociali, soggiornando per
un periodo prolungato, con lo scopo di osservare e descrivere pratiche discorsive e non,
interagendo e partecipando ai loro rituali quotidiani.
La tecnica etnografica consiste, dunque, in un’immersione profonda dove il fenomeno da
analizzare si manifesta e consente perciò:
•
di cercare di penetrare le costrizioni e gli spazi di azione nella vita quotidiana;
•
di acquisire il punto di vista degli attori e condividerne le pratiche e le
rappresentazioni per metterle tra loro in relazione (poiché non vi è sempre
corrispondenza fra comportamento pragmatico e modello ideale);
•
di comprendere come il campo di ricerca è sempre conflittuale, processuale (a questa
processualità si aggiunge anche la mia presenza) e perciò un buon lavoro etnografico
è sensibile a processi, conflitti, trasformazion;
•
di essere aperto alla serendipity, alla scoperta, allo stupore, alla comprensione di
fenomeni sconosciuti;
•
di utilizzare tutti i sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) e perciò di raccogliere dati
anche sotto forma di immagini, rumori, odori e gusti.
La ricerca etnografica oggi si trova nella fase che è stata chiamata da alcuni fine della
“dottrina dell’immacolata percezione” o “fine dell’innocenza” (Van Maanen 1995). La
cosiddetta 'svolta riflessiva', infatti, ha comportato la presa d’atto dei limiti che avevano
caratterizzato le etnografie naturaliste o realiste. Fino a 15-20 anni fa la realtà e la sua
documentazione apparivano all’epoca come date per scontate, prevaleva in altre parole una
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sorta di realismo ingenuo. Oggi, invece, è ormai condiviso il fatto che ogni “osservazione sia
sempre intervento” (Melucci 1998, 298) e che gli 'oggetti' con cui ci mettiamo in relazione
interagiscono con noi. Per riprendere le parole di Melucci (1998, 26) “l’osservazione è un tipo
particolare di relazione sociale che interviene comunque nel campo e lo modifica. Perciò non
occorre porsi l’obiettivo di modificare il meno possibile il campo di osservazione ma quello di
rendere ciò il più possibile esplicito (Gobo 2001), sviluppando la propria riflessività. Ed è
“soltanto introducendo nella nostra pratica una capacità di metacomunicare sulla pratica
stessa che noi spostiamo via via il confine di questa artificialità e la rendiamo un po’ meno
opaca” (Melucci 1998, 308). Per fare questo la distanza tra ricercatore e attore sociale
dev’essere considerata “come una fonte di apprendimento e di nuova conoscenza” (Ranci
1998, 49) e occorre valorizzare questa relazione “nella sua dimensione di confronto tra attori
sociali portatori di visioni diverse della realtà” (ibidem).
Il mio lavoro di ricerca è iniziato nell’ottobre 2004 e si è protratto per circa due anni fino al
settembre/ottobre 2006. Una volta che ho individuato come terreno di ricerca lo spazio sociale
del condominio, ho cercato di reperire qualche informazione preliminare attraverso lo studio
della rassegna stampa e soprattutto attraverso alcune interviste con soggetti che avevano
quotidianamente a che fare con la struttura: in particolare un avvocato che ha tra i suoi clienti
moltissimi residenti e il responsabile dei Servizi Sociali del comune di Porto Recanati. Il
primo contatto interno è stato, invece, il portiere storico dell’Hotel House, il signor Michele.
Lo stesso giorno ho intervistato anche l’amministratore del condominio. Pochi giorni dopo ho
avuto la fortuna di assistere alla proiezione di un film documentario sull’Hotel House che era
stato realizzato durante i sei mesi precedenti da un giovane documentarista. Quella è stata
l’occasione da un lato di avere un primo sguardo approfondito sul residence e dall’altro di
conoscere diversi testimoni privilegiati che 'ruotano' intorno a quella struttura.
Pochi giorni dopo la prima intervista e la proiezione del film, il portiere mi ha fatto conoscere
un residente italiano che vive lì da 15 anni, il signor Antonio, che si è rivelato poi il principale
informatore per i mesi a venire, quello con cui ho fatto i più lunghi, interessanti e intensi
colloqui informali. Un soggetto che rientra perfettamente nella “problematica figura dell’
‘informatore’ ” definita così da Clifford (1997, trad. it. 1999, 29): “moltissimi di questi
interlocutori – individui complessi, che vengono fatti solitamente parlare per raccogliere
conoscenze ‘culturali’ – rivelano di possedere le loro personali propensioni ‘etnografiche’,
nonché interessanti storie di viaggio”.
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Infine grazie al giovane antropologo che ha realizzato il film-documentario sono venuto a
contatto con un gruppo di senegalesi che vive nel condominio: in particolare una signora ha
accolto la mia domanda di ospitalità e mi ha fatto dormire nel suo appartamento insieme ad
alcuni suoi connazionali per diversi mesi. Questa è stata la mia prima base d’appoggio stabile
all’Hotel House.
Dopo diversi mesi (ottobre 2005) ho trovato invece una sistemazione decisamente più stabile,
vale a dire una stanzetta all’interno dell’appartamento di un ragazzo di Ercolani (Na) che
svolge la mansione di ascensorista all’interno del condominio. Questa nuova sistemazione mi
ha permesso di avere a mia disposizione uno spazio di riflessione decisamente più ampio e
autonomo.
All’inizio ho cercato di prediligere lo strumento dell’intervista semi-strutturata. Poi ho
gradualmente finito per lasciarmi coinvolgere soprattutto dalle dinamiche quotidiane. In
particolare nella prima fase ho cercato di adeguarmi soprattutto allo stile di vita dei senegalesi
e con loro ho partecipato ai pasti collettivi a terra con le mani e all’affollamento delle loro
stanze, alle loro lunghe chiacchierate, alla visione di film e video di musica senegalese, ai loro
pasti collettivi. Mi hanno mostrato le loro foto, i video di alcune feste tenute in Senegal, i
programmi della tv senegalese e ho scoperto un’idolatria per Youssou N’dour. Ovviamente in
questi casi la barriera rappresentata dalla lingua ha rappresentato un ostacolo importante,
anche se molti parlavano italiano piuttosto bene e quasi tutti parlavano francese.
Nella prima fase della ricerca altri setting che ho trovato 'fecondi' e significativi sono stati il
principale supermercato dove transitano individui di tutti i gruppi nazionali e dove ho
conosciuto diverse persone, la portineria (altro straordinario luogo di passaggio), uno dei due
bar e in generale la piazzetta antistante l’ingresso. Inoltre, nel corso della ricerca ho sempre
cercato di prendere contatto con tutti coloro che sapevo stessero lavorando direttamente o
indirettamente per l’Hotel House. Mi riferisco ad una serie di studenti e di studiosi, ad
un’insegnante che tiene un corso di italiano per adulti, ad una professoressa che fa sostegno a
bambini immigrati, al responsabile e ad alcuni operatori della rete di associazioni di
volontariato che operano all’Hotel House, al sindaco e al vice-sindaco della città, ad alcuni
politici, a giornalisti e a sindacalisti.
In una seconda fase del mio lavoro di ricerca ho iniziato a ritagliarmi una crescente libertà
d’azione all’interno del condominio 'emancipandomi' sempre più dai miei principali
informatori e allargando notevolmente la mia cerchia di relazioni. Ogni periodo di
osservazione partecipante ha comportato la conoscenza di persone e la condivisione di
situazioni nuove. Ho condiviso le dinamiche dei ragazzi che stanno crescendo nel
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condominio, le dinamiche che avvengono in un paio di phone centers di proprietà di due
famiglie pakistane, ho conosciuto e avuto lunghi colloqui informali con molti italiani
vacanzieri e con diversi italiani residenti da lungo tempo, ho fatto osservazione partecipante
con diversi ragazzi senegalesi, 'individualisti' in rotta con la tradizione comunitaria
senegalese, ho partecipato insieme ai residenti alle manifestazioni che hanno scandito la fase
di mobilitazione e di protesta contro l’abbandono dell’area da parte delle istituzioni, ho
conosciuto diversi ragazzi e signori del Bangladesh che mi hanno invitato più volte a
mangiare con loro, ho ricostruito la storia del condominio attraverso documenti e
testimonianze, ho fatto intensa e continuata osservazione partecipante in occasione delle due
principali feste musulmane, vale a dire il Ramadan e la festa del montone (l’Ayd),
partecipando a cerimonie rituali e più in generale religiose (l’uccisione del montone e la
preghiera collettiva in moschea) e condividendo i momenti di festa e cibo collettivo.
Nel corso di questo lungo periodo la mia presenza sul campo è stata frammentata ma
continua, fatta di periodi brevi (un paio di giorni) e più lunghi (10-12). Per quanto riguarda gli
strumenti di ricerca adottati ho cercato di avvicinarmi ad una sorta di 'universalismo
metodologico', fatto di osservazione partecipante, interviste strutturate e non, raccolta di storie
di vita, interviste con testimoni privilegiati, raccolta di documenti cartacei e non (atti pubblici,
stampa, documentari, fotografie).
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Hotel House. In un palazzo il mondo. Confini sociali e