Yacú un Griot racconta l’Africa Nera
Antonio Di Pietro
prefazione di Antonella Castelnuovo
narrazione di Emanuela Nava
À les enfants
de l’École Centre B
de Nouna
A cura di:
Istituto Comprensivo “F. Lippi” (Prato)
Provincia di Prato
Circoscrizione Prato-Nord
Consiag
Assesorato Pubblica Istruzione - Comune di Prato
Porto Franco - Regione Toscana
Casa dei Popoli di Coiano (Prato)
Ass. “Il Sicomoro” (Prato)
LudoCemea
Fotografie: Emiliano Cottini, Yacouba Dembelé e Antonio Di Pietro.
Un sentito ringraziamento a Giuseppina Cappellini che, con la sua grinta,
ci ha permesso di stampare questa documentazione.
Un ringraziamento alle insegnanti che hanno partecipato
al “Progetto Yacù”: Grazia Abbatiello, Emilia Anniballo, Anna Belliti,
Giuseppina Bovini, Nunzia Centenni, Maria Colomba Cereste, Clorinda Cuoco,
Anna De Furia, Gabriella Fauceglia, Valentina Gagliardi, Antonio Garganese,
Loretta Muratori, Paola Muratori, Anna Magliaro, Marisa Sica, Viggiani Giuseppina.
Un particolare ringraziamento da parte di Yacouba Dembelé al prof. Moretti
e al dott. Valeri dell’ospedale di Careggi (Firenze).
Tipografia Coppini, Firenze 2006
In copertina:
disegno fatto da un bambino, con l’indicazione
di creare una “cartolina” che riporti come immagine
il ricordo più bello del “Progetto Yacù”.
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PREFAZIONE
Una questione di metodo
Antonella Castelnuovo
Docente di Comunicazione Interculturale - Università di Siena
Scrivere una prefazione in un “diario” diretto ai bambini, significa anticipare un qualcosa che dia un valore in più alle aspettative promesse da un titolo ludico e ammiccante
come “Yacù. Un Griot racconta l’Africa Nera”.
Questo valore non può consistere in una “premessa”, bensì deve offrire un’ulteriore
“promessa”, un qualcosa di nuovo che il lettore non si aspetta, e che, in tal senso, può
essere letta come parte integrante del libro stesso ed in sintonia con esso. Tutto ciò si
basa sulla curiosità ed è con questa che mi impegno a stimolare il lettore.
Il volume si snoda con ritmo veloce e continui cambi di prospettiva (domande, racconti,
rievocazioni, musiche, giochi) che non sono solo racconti per i bambini, bensì prodotti
creati con loro e per loro. L’approccio è multidisciplinare e si attua su più livelli conoscitivi; i linguaggi pluriformi coinvolgono le diverse esperienze sensoriali del corpo e della
mente: l’ascolto, il movimento, la danza, la manualità, i simboli, ma anche le emozioni e
gli affetti, investendo tutti i processi che portano alla crescita e allo sviluppo infantile.
La prospettiva è di tipo interculturale: lo scambio continuo di riflessioni, domande, raffronti di vita, permettono il fluire significativo di esperienze che possono essere assimilate dalla mente infantile proprio perché vicine, ma anche paradossalmente lontane.
Lo scambio reciproco dei punti di vista e delle prospettive aiuta a capire se stessi attraverso l’altro che è diverso ma paritario e quindi anche profondamente simile a noi.
Educare all’interculturalità oggi, in Europa, significa, a mio avviso, lavorare contemporaneamente su un doppio binario: quello dell’alterità e dell’identità, della diversità e
della somiglianza, della vicinanza e della lontananza, poiché ogni identità si forma e si
rafforza attraverso la dinamica tra opposizioni e raffronti.
In questo senso il “diario” di Antonio Di Pietro aiuta a formare identità modulari e complesse, non rigide e assolute, aperte al raffronto e alla comparazione con l’altro, in senso
non stereotipato ed acritico, ma conoscitivo ed inquisitivo. In tal modo esso offre una
metodologia di lavoro ed un approccio didattico che diventano metafore dell’apprendimento poiché evoca immagini ed oggetti che si basano su strumenti della vita infantile
di tutti i giorni, stimolando la creatività, l’immaginazione ed il contatto con l’altro.
Il messaggio aggiuntivo della mia prefazione è racchiuso nel valore di questo metodo,
non esplicitato nella presente documentazione, ma che ho colto leggendo qua e là tra le
righe.
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Toscana, terra dei popoli e delle culture
Lanfranco Binni
Coordinatore del progetto “Porto Franco - Toscana, terra dei popoli e delle culture” della Regione Toscana
Il progetto “Yacù”, ideato e coordinato da Antonio Di Pietro, in collaborazione con
Yacouba Dembelé, s’inserisce a pieno merito all’interno del progetto “Porto Franco –
Regione Toscana”.
“Porto Franco” è uno strumento di apertura della Toscana alle pratiche interculturali sui
terreni del confronto di genere, del confronto tra generazioni, dell’incontro e del confronto tra nativi e migranti. “Toscana, terra dei popoli e delle culture”, promosso e coordinato dalla Regione, si sta oggi evolvendo come progetto di sviluppo delle potenzialità
umane.
In generale, la “poetica” multidimensionale del progetto “Porto Franco” ricerca l’incontro tra persone, linguaggi, esperienze che normalmente non comunicano. La pratica di
attraversamento della complessità, nello spazio e nel tempo, propone una concezione
dinamica e in continua trasformazione delle “identità” delle persone e dei territori. Sul
tessuto sempre più ordinario e stabile delle attività sviluppate dai quasi 100 “Centri
Interculturali” che fanno parte della rete promossa dal progetto, programmate dai tavoli
di coordinamento provinciali, si innestano progetti speciali di rilevanza regionale, nazionale e internazionale, promossi direttamente dalla Regione Toscana. È un processo complesso e innovativo, difficile, sperimentale, che richiede una continua rielaborazione
delle esperienze necessariamente “diverse”, sulle frontiere più ardue della cultura contemporanea nel suo difficile confronto con la complessità della globalizzazione, delle
migrazioni, dei nuovi linguaggi della comunicazione. Eppure l’esperienza dei primi cinque anni di “Porto Franco” ci dice che la Toscana intende operare attivamente su questo
terreno, per costruirsi come territorio sempre più consapevole e civile.
Per più motivi “Porto Franco” ha voluto sostenere il “Progetto Yacù” e promuovere questa poetica documentazione.
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Il “Progetto Yacù”
Luciana Bigagli
Coodinatrice Centri Interculturali Porto Franco - Prato
A Prato, l’idea progettuale di un’apertura della Toscana al confronto multiculturale e
interculturale, tra generi, generazioni e persone, si è trasformata in un processo reale. Le
politiche territoriali pratesi sono centrate sulla convinzione che la diversità sia un valore
fondamentale per la crescita della persona e per lo sviluppo di una cittadinanza attiva.
Valorizzare le diversità significa sviluppare strategie di conoscenza e di confronto che
investono la società nella sua complessa realtà, dalla scuola alla sanità, dall’urbanistica
all’arte contemporanea, fino ad arrivare alla quotidianità.
In tutta la Toscana, ben duecento Comuni hanno aderito al progetto “Porto Franco” creando più di cento “Centri Interculturali”. A Prato, all’interno di questa rete, sono nati
due centri interculturali: la “Casa dei Popoli” di Coiano ed “Il Sicomoro” di Tobbiana.
Ambedue stanno sviluppando un’attività progettuale comune, rivolgendo l’ambito d’intervento anche nelle scuole, ai bambini, alle famiglie, agli insegnanti, attraverso incontri, feste, dibattiti, laboratori e formazione.
Fra le iniziative dei centri interculturali pratesi, le proposte di Antonio Di Pietro hanno
ricevuto molto interesse. I suoi progetti (dall’animazione in piazza ai laboratori musicali
nelle scuole, dalla formazione di educatori all’incontro con i genitori) sono stati sempre
più richiesti da adulti e bambini. Dopo alcuni anni di queste esperienze, è nata la sfida di
proporre il “Progetto Yacù”.
Il “Progetto Yacù” è cresciuto con la voglia di far lavorare insieme un Griot dell’Africa
e un esperto di cultura ludica e musicale della tradizione europea. Un incontro per dare
la possibilità ai bambini di confrontarsi in modo attivo con due “cantastorie metropolitani”: Yacouba Dembelè e Antonio Di Pietro. Il “Progetto Yacù” è nato con l’intenzione di
facilitare una comune comprensione, un interesse verso l’incontro di culture e una valorizzazione delle diversità.
Possiamo affermare, da quello che abbiamo ascoltato dalla voce dei bambini, dai commenti dei genitori e dalle riflessioni delle insegnanti coinvolte, che gli obiettivi progettuali siano stati ampiamente raggiunti. Ne sono prova le parole e le immagini di questa
documentazione che aprono nuovi ed ottimistici spiragli nella direzione di un futuro
diverso.
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Il senso del narrare
Giuseppina Cappellini
Insegnante - Coordinatrice “Progetto Intercultura” Scuola Elementare Ciliani di Prato
L’arrivo nella scuola di alunni provenienti da varie nazioni del mondo ha “costretto”
molti fra noi insegnanti ad interrogarsi sul significato di questa presenza e, più in generale, sul senso da dare al vasto concetto d’intercultura in relazione al nostro ruolo di
educatori.
La dimensione progettuale è divenuta essenziale: seria, condivisa, continuativa nel
tempo che comprendesse attività significative, non sporadiche né folcloristiche. La
scuola non può accettare l’indifferenza, deve dare l’opportunità ad ognuno di poter
emergere con dignità, di poter riconoscere il valore delle proprie origini e di potersi
esprimere.
Abbiamo ritenuto importante coinvolgere i migranti adulti che potessero “narrare”, raccontare ai nostri alunni quali fossero le loro storie di vita, i loro giochi, le loro favole…
Narrare e raccontarsi, ascoltare e ascoltarsi formano l’identità di una persona. Lavorando in questa direzione abbiamo incrociato “Porto Franco”, “Il Sicomoro” e in particolare siamo entrati in contatto con Antonio e Yacù: due narratori-musicisti.
La narrazione attraverso parole, suoni, ritmi, sapori ha coinvolto particolarmente i nostri
alunni ed è nato un rapporto molto interessante che ha “costretto” anche gli adulti a
ripensarsi, a rivedere la propria storia, a valorizzarla per poterla raccontare e per poter
rispondere agli interrogativi non banali dei bambini. Dall’altra parte abbiamo assistito a
una crescita nei ragazzi italiani del desiderio di conoscenza rispetto a paesi e storie lontane da loro e del mutare l’atteggiamento da semplice curiosità verso Yacù al rispetto ed
al riconoscimento di valore.
E i numerosi bambini cinesi, pachistani, albanesi presenti nelle classi? Sono stati soprattutto loro a non rimanere indifferenti, si sono lasciati coinvolgere e molto gradualmente
hanno preso coraggio, si sono fatti avanti e, se pur fra mille insicurezze, hanno iniziato a
raccontarsi anche loro.
L’esperienza con Antonio e Yacù ha lasciato, dunque, una “impronta tattile”: l’indifferenza ha lasciato il posto alla “contaminazione” nel senso positivo e originario del termine. E’
stato lasciato un segno in ognuno di noi, ognuno è stato “toccato” se pur a livelli diversi e
con diversi effetti. In questo senso credo che le emozioni condivise anche con la scrittrice
Emanuela Nava stia a testimoniare la fecondità delle interazioni avvenute e ci dia un’ulteriore spinta per continuare a lavorare ancora in questa direzione.
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Un Griot incontra i bambini
Antonio Di Pietro
Referente nazionale LudoCemea – Università di Firenze
Questo libretto vuole essere un diario dedicato ai bambini ed alle insegnanti che hanno
partecipato al “Progetto Yacù”, una documentazione per chi avrebbe voluto affacciarsi
nelle classi per vedere ed ascoltare quanto svolto, una raccolta di giochi, canti e notizie
per chi vuole conoscere un frammento della cultura dell’Africa Nera.
Un libretto ambizioso, certo, ma forse proprio perché fatto con ostinata grinta e passione, frutto di una progettazione e di un’amicizia cresciuta nell’arco di tre anni. Il primo
anno di lavoro è stato centrato sul mettere a confronto due culture musicali: quella dell’Africa Nera e quella europea. In questo caso, una particolare attenzione è stata posta al
canto ed alla costruzione di strumenti musicali con materiali di riciclo. Durante il secondo anno lo “sfondo integratore” di riferimento è stato il “ritmo della vita”. In tale direzione, sono stati proposti alcuni rituali che scandiscono il passare del tempo fra Nouna
(un villaggio del Burkina Faso) e Prato (la città che ha accolto questo progetto). Il terzo
anno è stato caratterizzato dalla dimensione relazionale, a livello ludico e musicale.
Sono stati proposti giochi del Burkina Faso e dell’Italia, alcuni simili ed altri assai
diversi, così come sono stati insegnati alcuni balli tradizionali.
Nel corso di questi anni, i percorsi realizzati hanno avuto una progettazione tematica,
ma la vera caratteristica di quanto svolto è relativa al fatto che ogni incontro in ciascuna
classe è stato programmato a seguito delle domande che i bambini facevano sull’Africa.
Riflessioni che, per forza di cose, hanno offerto una particolare occasione per prendere
coscienza anche del proprio quotidiano, per valorizzare alcuni valori e per interessarsi
all’altro. Alcune di queste domande sono state riportate, come filo conduttore, nelle
pagine seguenti.
Il punto di partenza di ogni percorso è stato quello di lavorare sulla decostruzione di stereotipi, come ad esempio che «In Africa si muore di fame, si va vestiti scalzi, ci sono
mosche e leoni…». Il secondo passo è stato quello di non creare il “mito del buon selvaggio”, ovvero che «In Africa è tutto più tranquillo, sono tutti onesti, c’è il ritmo nel
sangue, si fa sempre festa…». C’è sempre una “via di mezzo” (interculturale?) e questa
è stata individuata attraverso giochi, balli, canti, attività espressive, musicali e manuali,
facendo interessanti chiacchierate con i bambini, guardando foto e video.
Sappiamo bene che “pensare” passa attraverso le emozioni e il corpo. Per questo, abbiamo proposto canti, giochi, balli, l’utilizzo di strumenti musicali, l’assaggio di tè e di
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“strumenti musicali” del Burkina Faso. Non tutto è stato immediato ed apprezzato allo
stesso modo, ma questo sta alla base dell’accettazione delle differenze e della sospensione del giudizio.
Dare valore a una persona con la pelle nera (nelle diverse classi che abbiamo incontrato,
gli unici contatti che i ragazzi hanno avuto con gli africani è stato quello con i “vù cumprà”) è stato molto incoraggiante per i bambini pakistani, bulgari, cinesi, cileni, brasiliani, ecc. presenti in tutte le scuole coinvolte nel “Progetto Yacù”. Ascoltare i racconti di
un Griot, osservare il relativo interesse dei compagni e delle insegnanti verso un paese
sconosciuto, per alcuni bambini è stato uno stimolo per raccontarsi. Qualcuno ha raccontato com’è fatta la scuola in Cina, altri hanno ricordato le montagne medio-orientali,
qualcuno ha sfoggiato proverbi in dialetto salentino, altri ancora si sono sbilanciati in
canti e balli dell’Est-Europa.
Tutto ciò ha acquisito un “significato aggiunto” quando i racconti di Yacù sono diventati
un motivo per valorizzare anche la cultura d’appartenenza, quella italiana. Sono stati
proposti parallelismi fra racconti, giochi e canti della tradizione italiana e quella subsahariana. Un modo per fare multicultura e ricordare le radici dei bambini italiani.
Oltre al conoscere una cultura lontana, a fare un’esperienza “altra” ed allo scoprire le
proprie tradizioni, in un certo senso, la vera finalità di questo progetto è stata quella di
levare la cravatta all’insegnante europeo e mettere la maglietta al musicista africano. In
che senso? Riguardiamo il disegno riportato in copertina. Abbiamo un cerchio di bambini che si tengono per mano. Poi, c’è un “omino” calvo con occhiali e cravatta (e sarei
io) e un “personaggio nero” con treccine e a petto nudo (che sarebbe Yacù). Io non porto
la cravatta e Yacù non è mai stato a petto nudo nelle scuole! Che cosa significa tutto
questo?
Ripercorriamo la curiosità dei bambini, che delineano il percorso di lettura di questa
documentazione, per individuare possibili risposte, per sollevare nuove domande e per
abbattere qualche stereotipo.
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Chissà cos’hai sentito dire sull’Africa.
E forse hai voglia di sapere se sono vere certe cose.
Mi presento, sono un Griot, mi chiamo Yacouba Dembelé, ma tutti mi
chiamano Yacù. Cercherò di rispondere ad alcune domande su come si
vive a Nouna, il villaggio del Burkina Faso dove sono nato e cresciuto.
In molti paesi africani
i genitori danno il nome
ai bambini a seconda
di quello che prevedono
per il loro futuro. Yacouba
significa Giacobbe,
ma il mio vero nome
è Aladarì, cioè “Domandiamo
alla divinità”, perché alle divinità è stato affidato il mio destino.
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Il Burkina Faso
è un paese dell’Africa dell’Ovest.
La così detta Africa Nera.
Per raggiungere l’Africa Nera,
dall’Italia bisogna attraversare
il deserto del Sahara.
Il Sahara visto
dall’aereo.
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Le domande dei bambini sull’Africa
Lo sai quanto sono lunghi i coccodrilli?
Sono molto lunghi,
come una stanza
e ci vogliono cinque
cavalli per spostare
un solo coccodrillo.
Ci sono pesciolini
nell’acquario?
In Africa non c’è molta acqua…
a Nouna, il villaggio dove sono nato e cresciuto,
non ci sono acquari in casa. L’acqua la prendiamo dal pozzo.
Sicuramente in Africa
ci sono i leoni!
È vero. I leoni vivono nella foresta.
E quando una persona lo incontra
può fare due cose… o scappare
… o suonare la “Danza del leone”.
La “Danza del leone” è una musica
che fa addormentare i leoni.
È vero che si possono
incontrare le scimmie?
Le scimmie ci sono, però
cercano di non farsi vedere.
Le scimmie entrano nelle case
per rubare le cose da mangiare.
Per fortuna ci sono i cani
che fanno la guardia…
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E i serpenti velenosi… ci sono?
Certo, infatti i cacciatori quando vanno nella foresta portano
sempre con sé una “ pietra nera” che serve per guarire dal morso.
La pietra nera va strofinata sul morso del serpente velenoso.
Questa pietra assorbe il veleno. Poi, per depurarla dal veleno,
la pietra va messa nel latte di mucca e il latte diventa nero.
Dove si trova questa pietra nera? Come si fa a trovarla?
Anche Indiana Jones la cercava!
Nessuno sa dove si trova.
La pietra nera si tramanda di generazione in generazione,
quella che vendono al mercato è falsa.
Al mercato,
un medico mostra
una pietra nera…
ma falsa!
Allora, la pietra nera è una magia?
La pietra nera è una medicina naturale.
Comunque, in Africa ci sono numerose famiglie (etnie) di cacciatori
che fanno le magie: sanno far “sparire” e “apparire” le persone.
Anche i fabbri, fanno le magie. Possono mangiare il fuoco,
camminare sui carboni ardenti…
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Ci sono le strade, le piazze, le vie?
I villaggi sono piccoli e per le strade si cammina a piedi.
Tutte le famiglie si conoscono…
basta chiedere per trovare qualcuno.
Inizio strada
di collegamento
fra due villaggi.
E come ci si
sposta da un
villaggio
all’altro?
A piedi,
a cavallo,
in bicicletta,
con il motorino,
con l’autobus…
ma vicino
al deserto
serve il cammello.
Le strade asfaltate
ci sono soltanto
nelle grandi città.
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Com’è fatta una casa?
Ci sono diversi tipi di case, moderne e tradizionali.
In città sono fatte con mattoni e un tetto di lamiera.
Le case dei villaggi sono costruite con mattoni fatti di terra e paglia.
Una volta costruita la casa, viene messo l’olio di karité sulle mura
esterne per far scivolare la pioggia.
E i villaggi vengono costruiti vicino a un pozzo… l’acqua è fonte
di vita per tutti i popoli.
Casa di una città di oggi.
Casa tradizionale dei Peul, etnia di pastori.
Villaggio ricostruito con creta
paglia e materiali di riciclo.
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Com’è fatta la cucina?
Utilizziamo tre pietre per fare
il fuoco. Oggi si costruiscono
cucine in fango perché permettono
di risparmiare la legna da bruciare.
La cucina è fuori dalla casa…
del resto, tutta la giornata
la passiamo all’aperto.
La casa è una stanza unica, con
alcuni letti per dormire la notte.
Se una casa è fatta da una sola stanza
per dormire, dove fate la pipì?
(Questa è una domanda che fa arrossire anche chi ha la pelle nera!)
La pipì la facciamo come tutti, però in un campo.
E se mentre fai pipì arriva un serpente?
Meno male che c’è la “pietra nera”!
Ma quanto è grande una casa?
Una casa è larga come un cerchio formato da venti bambini
che si tengono per mano. Dentro c’è un letto e un baule
dove mettere le cose più importanti. Le porte non sono
chiuse a chiave. I ladri sono rari e poi… non c’è molto da rubare.
Casa disegnata dai bambini,
dopo aver visto foto e video
di Nouna.
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Come fate a vivere in una casa così piccola?
Nelle case si dorme solamente. Gran parte della giornata
la passiamo all’aperto… fa molto caldo in Africa.
Infatti, i vestiti sono leggeri e… di cotone colorato.
In Africa si fanno ancora i colori naturali: il rosso si fa con
il gambo del miglio, il nero con il carbone, il blu da una polverina
prodotta da un insetto mentre si costruisce la propria casa.
Bambine vestite a festa durante
l’ultimo giorno di Ramadan (nono mese
lunare nel calendario musulmano).
Lavoro al telaio.
rr
gg
gg
Un modo per rifare stampe su vestiti
è quello di procurarsi
una patata, ritagliarla creando
diverse forme, inzupparla nel colore
e utilizzarla come timbro.
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Giocavi quando eri bambino?
Al ritorno da scuola si stava con la propria famiglia e si giocava
con tutto ciò che c’era a nostra disposizione.
Poi, si aspettava il fresco della sera per poter giocare in gruppo …
e tutto iniziava con una conta.
Nelle scuole del Burkina Faso,
ogni classe è formata da circa
ottanta bambini.
Bambini che giocano mentre
una mamma lava i panni.
Funé, sorella di Yacù, insegna
una conta di quando lei era bambina.
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Quali erano i tuoi giochi preferiti?
I giochi che preferivo erano tre.
Cocò
Si formano due file parallele a una distanza di circa 4 metri. Una fila è
composta da maschi e l’altra da femmine. Una bambina, estratta a sorte,
prende un foulard e lo lancia sopra la fila dei maschi. Il bambino a cui arriva il foulard inizia il gioco. I bambini cantano la prima parte del canto e le
femmine continuano con la seconda parte. Il bambino che inizia il gioco,
ballando, si avvia verso l’altra fila e sceglie una bambina a cui offrire il
foulard. Il gioco riprende con la bambina scelta che va verso la fila che ha
di fronte. In questo caso, la prima parte del canto è cantata dalle femmine,
mentre la seconda dai maschi.
Cocò ricorda molti giochi cantati della tradizione europea, come “Ho scelto la più bella” (Italia), “Mai più saremo buoni” (Francia), “Un mugnaio
bello e buono” (Inghilterra)…
Cocò
Prima parte: Cocò coco dalilà
(Caro/a, caro/a ti do fiducia)
Seconda parte: Sopana so bailelelelè (Salta, presentati e fai vedere come balli).
Un mugnaio bello e buono
Un mugnaio bello e buono, sempre solo abitò,
macinando ricco diventò.
Di grano e di farina, le sue mani riempì,
mentre macinava chi rapì?
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Guenghenì
E’ un gioco attraverso il quale si sfidano i villaggi limitrofi. Si gioca dopo un
mese dal termine della raccolta. Vincere a questo gioco è di buon auspicio,
perché significa aver avuto un ottimo e nutriente raccolto. Per giocarlo si
formano due file parallele (ognuna rappresenta un villaggio) con al centro
una pelle di iena imbottita d’erba secca, altrimenti si può utilizzare una palla.
Al «Via!», due giocatori corrono a prendere la palla. Chi la prende deve portarla nel proprio campo. Il giocatore che non ha la palla si cimenta contro
l’avversario, per levargliela di mano e portarla nel proprio campo. Chi porta
la palla dalla sua parte fa conquistare un punto alla propria squadra. Vince la
squadra che riesce a portare più volte la palla nel proprio campo.
Guenghenì
Una vera e propria prova di forza.
Yokoromansà
I giocatori indossano una maschera e tengono in mano due bastoni per
rappresentare un animale.
Il gioco, cantato e danzato, si sviluppa in tre fasi: A) camminata in cerchio
battendo a tempo i legni; B) ballo imitando un animale a quattro zampe;
C) ballo-lotta (senza toccarsi) fra due persone che si muovono come l’animale rappresentato dalla propria maschera.
Yokoromansa
Il testo (impossibile da trascrivere) narra:
«È arrivato un animale feroce e bisogna
mettersi al riparo (A). Facciamogli vedere
come può ballare un animale (B).
Gli animali forti si sono incontrati…
inizia la lotta! (C)».
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Oltre a questi quali giochi facevi con i tuoi amici?
Si facevano giochi con le pedine sulla sabbia o su un tavoliere;
poi, si giocava anche a Awelé e Wali.
In alcuni villaggi l’Awelé è un gioco sacro, riservato ai sacerdoti durante il
giorno e alle divinità quando è notte.
Lo scopo di questo gioco non è proprio eliminare l’altro, ma lasciare
all’avversario la possibilità di continuare la sfida.
Per giocare occorre muovere i semi da una buchetta all’altra. Chiedere
all’avversario di far rivedere la mossa rischia di offenderlo, perché nell’Africa Nera “barare” è quasi inconcepibile.
Awelé ricostruito
con le scatole delle uova.
Il Wali (molto simile a Filetto) si può ricostruire con cartoncino, spiedini e colla.
Ceci, fave secche, sassolini,
conchiglie sono ottime pedine.
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… e con i tuoi genitori?
Per noi bambini era un “gioco” anche stare accanto agli adulti
mentre facevano il tè.
Per fare il tè occorre una preparazione ben precisa…
e senza utilizzare il cucchiaino!
Il tè è la prima cosa che s’inizia a preparare quando arriva un ospite.
I bambini vanno a cercare legnetti per accendere il fuoco, la mamma
prepara il vassoio, il papà accende il fuoco e prepara il tè.
Si preparano due teiere, di cui una piena d’acqua che si mette
sul fuoco. Quando bolle l’acqua si aggiunge tè verde
(un bicchierino). Poi, si mescola il tè da una teiera all’altra
(per eliminare le bolle d’aria e assicurarsi un tè forte) e si aggiunge
zucchero di canna (un bicchierino).
Quando il papà valuta che il tè è pronto, si inizia ad offrirlo
al più anziano. Il primo tè, forte e amaro, lo bevono gli uomini.
Il secondo tè, leggero e delicato, spetta alle donne.
Il terzo tè, dolce e soave, è riservato ai bambini.
Un assaggio
che incuriosisce.
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Il tè africano ha un sapore strano. Può far male?
Bere “questo” tè fa molto bene: aiuta anche a digerire il riso,
il miglio, il pollo, il mais, il tho (una specie di polenta)…
I piatti africani sono “armonici”. Chi cucina mescola i sapori
dei vari ingredienti per creare un piatto unico con un sapore
uniforme. Proprio come accade in un’orchestra: diversi
strumenti musicali (gli ingredienti) suonano per creare
un “brano unico” (una pietanza squisita).
Preparazione del tho e del pollo.
Ce le avete le pentole, i piatti…?
Gran parte degli utensili, come pentole, tazze, mestoli, sono fatti
con la calebasse: una specie di grande zucca che serve anche
a costruire strumenti musicali.
Calebasse con miglio (che scivola sulla mano),
arachidi, semi di zucca, carrube.
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Quali strumenti suonate?
Il Djambé (tamburo) è lo strumento più conosciuto. Poi c’è la Kora,
la Sanza e tanti tipi di sonagli che guardacaso sono costruiti
con la calebasse.
Kora, appartiene alla famiglia delle arpe-liuto, è costituita da una zucca semisferica ricoperta di pelle di
capra attraversata da un manico sul quale sono
fissate circa venti corde.
Un’orchestra formata da soli
strumenti di zucca (calebasse).
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A parte il Djambé… quali altri strumenti ci sono in Burkina Faso?
C’è il Balafon, un antico xilofono in legno, che viene utilizzato
per accompagnare la danza e il canto.
Il Tamà, è un tamburo che parla la nostra lingua.
Con questo strumento, quando ero in un campo a giocare,
mio padre mi chiamava per farmi ritornare a casa.
Balafon, costruito con tavolette di legno (Yorokò)
e zucche come casse di risonanza.
Viene suonato con battenti di legno ricoperti di
caucciù.
Djambé, tamburo a calice in legno (Lenghé) e pelle di capra.
Si suona con le mani.
Yacù che suona il Tamà.
Il Tamà è un piccolo tamburo
a clessidra con pelle di pitone.
Si tiene sotto un braccio e si suona
con un battente a forma di punto
interrogativo.
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E tu cosa suoni?
Io suono il flauto (Flé) così come mio nonno.
Mio nonno suonava per far ballare le maschere.
Io ho imparato a suonare il flauto ascoltandolo per tutta
la mia infanzia.
E’ così che ho imparato a suonare…
è quello che avviene nelle famiglie dei Griot.
Suoni altri strumenti?
Io e tutti i miei fratelli, già da quando
eravamo molto piccoli,
si suonavano le prime cose che si
trovavano: barattoli, legni…
Flé, il “flauto dei pastori” costruito con una canna di
fiume (Tambié) senza nodi interni.
Bambini di famiglia Griot (Coulibaly)
che suonano strumenti di riciclo.
Per suonare un ritmo bastano legni
ricavati da manici di scopa.
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Quali strumenti musicali si possono costruire con materiali di riciclo?
Quando i colonizzatori portarono in America gli africani,
questi non avendo calebasse a disposizione… si ricostruirono
i propri strumenti con oggetti di uso quotidiano.
Molti strumenti musicali si possono costruire con i materiali
di riciclo. Così tanti che è possibile creare una piccola orchestra…
e suonare per la «Fiera di Mastr’André»!
Zufolo:
un tubo
forato (l’imboccatura)
e un pezzetto di
busta di
plastica
legata ad
una estremità.
Dialogo fra zufolo e tamburo.
… Aramiré Aramiré. Alla Fiera di Mastr’Andrè!
(gioco popolare italiano).
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Come si dice musica nella tua lingua?
Può sembrare strano, ma nella mia lingua non esiste la parola
musica e neanche danza. Al massimo si dice un qualcosa del tipo
“andiamo a suonare” (folì) o “facciamo una danza” (don).
Nella musica africana, il ballerino è un
direttore d’orchestra. I musicisti suonano interpretando i suoi movimenti.
I passi della danza africana s’ispirano alla
raccolta dei frutti, al lavoro agricolo… ogni
passo è una “frase gestuale”, ha un preciso
significato, racconta un momento della vita
quotidiana.
I balli italiani sono un po’ diversi!
Ci si tiene molto per mano… e ci si abbraccia spesso!
Braccetto durante la “Vinchia”, ballo collettivo dell’Appennino Tosco-Emiliano.
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Quindi, durante il giorno andavi a scuola, giocavi, suonavi, aiutavi
i tuoi genitori…
E prima di andare a letto mio nonno e mia nonna raccontavano
a me, ai miei fratelli e ai miei cugini (la mia è una famiglia
numerosa!) una storia come questa…
Emanuela Nava racconta una storia,
mentre Yacù suona la Kora.
IL BAMBINO CHE NON SAPEVA RISPETTARE LA IENA
(Narrazione di Emanuela Nava)
Tanto tempo fa il Padre delle Cose creò gli
uomini e gli animali.
Agli uomini e agli animali disse:
- Andate e riproducetevi.
Ai bambini e ai cuccioli disse:
- Rispettate tutti: esseri umani e animali.
E chi è più vecchio di voi, chiamatelo mamma e
papà.
Così i bambini, quando incontravano la Iena (la
Iena s’incontra sempre per strada), dicevano:
«Na Niwulà» che significa «Ciao Mamma».
Ma c’era un bambino che non voleva ubbidire e
diceva: «Surugù Ifò», che significa «Ciao Iena».
Allora un giorno la Iena lo mangiò.
I genitori del bambino, non vedendo tornare a
casa il figlio, andarono dalla Iena e le chiesero:
«Surugù, tu che sai tutto, sai forse dov’è nostro
figlio?»
Ma la Iena rise e rispose solo con un canto:
Kurunì Kurunì Kurunì… Baba Kurunì…
Allora i genitori corsero a chiamare i cacciatori.
I cacciatori vennero e ammazzarono la Iena.
Ma quando tornarono al villaggio, non sembravano contenti.
Si recarono sotto il baobab, dove le donne e gli
uomini li stavano aspettando.
«Abbiamo ucciso la Iena!», esclamarono.
«Ditelo ai vostri figli, ma dite loro anche che chi
non sa rispettare i Vecchi, non può diventare
grande».
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Che cos’è il baobab?
Il baobab è un albero. È molto rispettato, perché fa un frutto
(a forma di zucca) commestibile, perché con le foglie si può
fare una salsa e perché, anticamente, le cavità nel suo tronco
erano utilizzate come case.
Il baobab fiorisce dopo la stagione
delle piogge (che corrisponde
all’estate europea). Questo albero è
alto sino a 20 metri e il tronco può
raggiungere 8 metri di diametro.
Hai mai visto una iena?
No, però ne ho sentito parlare.
In Africa ci sono molte fiabe
con le iene.
La iena, nelle storie dell’Africa Nera, ha un ruolo che
ricorda quello del lupo. La iena è spesso un’antagonista, è ingorda e punita per la sua crudeltà. In più,
nelle favole africane, la iena è destinata alle beffe e
agli scherzi.
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E se una storia non bastava per farvi addormentare?
Mio nonno ci cantava una canzone.
Una delle mie canzoni preferite era “Dià Nanà”
… e il canto dice “La gioia è arrivata”.
Dià nanà
Dià nani lé
Dia oh
Dià nanà
Dià nani lé
Oppure “Denko”, una ninna nanna che le mamme cantano il giorno
del battesimo dei figli.
Denko, denko (L’importanza del figlio)
Ayo korafogna (Parliamone!)
Mika fisa denko (Che cosa può essere più importante di un figlio)
Ayo kora fogna (Fatemelo vedere!)
Sono strane le parole del Burkina Faso!
Nell’Africa dell’Ovest, dove io sono nato, ci sono più di
100 lingue… io ne capisco soltanto quattro: Julà, Bambarà, Boabà,
Boamù. Nel mio villaggio si parla Julà.
In Julà, come si dice “grazie”?
Anicé.
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BIBLIOGRAFIA
Di Pietro A., Culture ludiche a confronto: il duello, in: “Educazione interculturale”, Erickson, Trento, vol. 3, n°1, gennaio 2005
Lelli S. - Russo P., Laboratori interculturali. La voce del Griot, Centro Interculturale Comune di Pontassieve - Biblioteca di Pace Firenze - Cultura della Pace,
Firenze 2001
Grosléziat C., All’ombra del Baobab. L’Africa Nera in 30 filastrocche, Mondadori, Milano 2003
Leydi R., L’altra musica. Etnomusicologia, Giunti, Firenze 1991
Moccitto M., Mother Africa e i suoi figli ribelli, Teoria, Roma-Napoli 1995
Nava E., La bambina strisce e punti, Salani Gl’istrici, Firenze 2004
Nava E., I neri tamburi, Hablò, Milano 2005
Radin P., Fiabe africane, Einaudi, Torino 1955
Ruiller J., Homme de coleur, Bilboquet, U.E. 1999
Tadjo V., Tamburi parlanti, Giannino Stoppani, Bologna 2005
DISCOGRAFIA
Farafina, Faso Denou, Realworld, Olanda 1993
Famille Dembelé, Ayra yo. La danse des jeunes griots, Amiata Records, Italia
1996
Koko du Burkina Faso, Balafon & tambours d’Afrique, Sunset, Francia 1992
FILMOGRAFIA
L’autre école, di Joanny Nissi Traoré (Burkina Faso, 1986)
Kirikù e la strega Karabà, di Michel Ocelot (Belgio/Francia, 1998)
Kirikù e gli animali selavaggi, di Bénédicte Galup e Michel Ocelot (Francia,
2005)
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Antonio Di Pietro, pedagogista ludico-musicale, si occupa di animazione educativa e di formazione. Ha diverse pubblicazioni al suo attivo (con La meridiana,
Carocci, Erickson) e collabora alla rivista “La Vita Scolastica” (Giunti) per l’area
delle attività espressive, di cui è coordinatore tecnico. E’ referente nazionale del
“LudoCemea - Gruppo di ricerca e azione dei CEMEA italiani”, membro del
gruppo “Jeux et Pratiques Ludiques” dei CEMÉA francesi e cultore della materia
presso la cattedra di “Metodologia del gioco” all’Università di Firenze.
Hanno collaborato
– LUCIANA BIGAGLI, coordinatrice Centri Interculturali Porto Franco – Prato.
– LANFRANCO BINNI, coordinatore del progetto “Porto Franco - Toscana, terra dei
popoli e delle culture” della Regione Toscana.
– GIUSEPPINA CAPPELLINI, insegnante elementare, si occupa del coordinamento
del “Progetto intercultura” nella Scuola Elementare Ciliani di Prato.
– ANTONELLA CASTELNUOVO, collabora con la Federazione italiania CEMEA,
docente di Comunicazione Interculturale - Università di Siena.
– EMILIANO COTTINI, laureato in Scienze Politiche, attualmente vive in Costa
d’Avorio e si occupa di cooperazione internazionale con il Gruppo Abele di
Torino.
– YACOUBA DEMBELÉ, nato in Burkina Faso e di famiglia Griot. Incaricato dal
Ministero della Cultura della Costa d’Avorio, suona in tutto il mondo come
rappresentante dell’Africa occidentale
– EMANUELA NAVA, scrittrice per l’infanzia ha collaborato alla trasmissione
"L’albero azzurro" (Rai Uno) ed ha pubblicato sul tema dell’Africa.
[email protected]
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Yacù. Un Griot racconta l`Africa Nera