anno 19 | numero 52/1 | 9 gennaio 2013 |  2,00
Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR
settimanale diretto da luigi amicone
Te Deum
Cristiane pakistane riunite
dopo una Messa a Islamabad
EDITORIALE
MENTRE TUTTO SEMBRA GRIGIO, POVERo, RABBIoso
Il bene grande di avere la vita che
ci è stata data. E di avere voi lettori
Q
uando si diceva che “il mattino ha l’oro in bocca” era anche il tempo in cui gli uomini
erano più forti e liberi di adesso. Fossero su uno spuntone d’acciaio di una impalcatura a cento metri da terra a tirar su, nel pieno della crisi del post ’29, l’Empire
State Building, o a sorseggiare il primo caffè in un bar di Napoli, gli uomini non apparivano così come certe volte appariamo noi allo specchio e ci sentiamo dire: sei vuoto, scontento, rabbioso. E poi, se proprio dobbiamo esprimere un pensiero, oggi che ciascuno di
noi sembra essere l’unico nato a posto, onesto, intelligente, giusto, e tutto il resto, diciamo, va un po’ così, se non è Casta, saranno i soliti furbi, confidiamo che la vita sia come
un indumento che esce dalla lavatrice ogni volta un po’ più ristretto. Più passa il tempo
e meno si capisce se l’importante è avere la salute o se basta la pensione. Ma anche così,
mentre un certo benessere ci si restringe addosso come una camicia di cotonina cinese, il
nostro mattino, ora illuminato da uno schermo e salutato da Google, ha questo oro nuovo, strano e angoscioso, di un travaglio grande e senza precedenti.
L’oro di un travaglio che non c’è in giro un euro. Che se hai ancora un lavoro te lo
tieni stretto stretto. Che se non l’hai mai saputo leggendo il sociologo David Riesman,
adesso lo sai cos’è sentirsi parte di una “folla solitaria”. Infine, con tutti questi guai
che incombono, per quanto angosciato, solitario, arrabbiato tu sia, ebbene, tu sai che
l’oro che hai è semplicemente questo: sei
L’Osservatore Romano
ancora vivo. (Colpisce che noi europei oconline su tempi.it
cidentali cominciamo solo nella presente
Con l’anno 2013, L’Osservatore
crisi a capire cos’è un orizzonte di indigenRomano sarà pubblicato su tempi.it.
za e di lotta per mantenere quel poco che
La nostra collaborazione non avrà più
si ha che hanno patito per quasi un secolo
quindi la forma di un semplice estrati nostri fratelli europei dell’Est: due o tre
to settimanale allegato alla rivista, ma
famiglie nello stesso appartamento asseproseguirà in rete consentendo ai lettori
gnato dal preposto organismo dello Stato;
registrati al nostro sito di scaricare gratuitamente l’edizione integrale e quotidiana
ospedali dove non sai se qualcuno impietodel giornale della Santa Sede.
sito si prenderà cura di te o ti lasceranno
mezzo morto in corsia; fiumi di retorica e
slogan su pace, lotta alla corruzione, uguaglianza, solidarietà… Insomma, finalmente anche l’Occidente europeo vira dai variegati colori al grigio uniforme, e come fa bene rileggere oggi i più grandi scrittori del secolo scorso – si chiamano Grossman, Milosz, Salamov – restando questi a noi pressoché
sconosciuti perché qui vigono ancora – ancora per poco – barzellette di scrittori e comici minculpop da 13 milioni e rotti di telespettatori).
In ogni modo, in una di queste mattine da uomini sdraiati in una vuota e ansiosa e
rabbiosa autosufficienza, può capitare di alzare lo sguardo su una striscia di carta appesa sul tinello da una buona decina d’anni. Dall’ingiallito, un po’ di polvere, macchioline
di post-it scollati e finiti sotto la lavastoviglie, salta fuori uno di quegli uomini lì, di altre
epoche, stranamente certi di portare con sé qualcosa che avrebbe attraversato il tempo.
E infatti leggi e sei già un passo davanti ai tuoi pensieri. «Ciò che tutti i giorni per noi
sarebbe limite – ci induce a riflettere Luigi Giussani – è destinato a diventare grande come lo sguardo della Madonna. Maria capiva che il contenuto di ogni azione umana sviluppa e realizza il disegno di un Altro: non il disegno del proprio cuore, ma del cuore di
Dio. I dolori, come la vita, certo non vi mancheranno, ma vivrete la vita come un cammino, anche quando il cammino sarà faticoso, sarà scoperta di un bene veramente grande».
Ecco, uno alza lo sguardo e capisce che il primo bene veramente grande è la vita che ci
è stata data. Il secondo, visto dal nostro
punto di vista che la vita ce la guadaIn una di queste mattine
gniamo facendo un giornale, è il bene
da uomini E DONNE sdraiati
grande di avere così cari e così affezioin una vuota autosufficienza nati lettori che, grazie a loro, grapuò capitare di incrociare
zie a te caro lettore, siamo ancora vivi. Te Deum laudamus.
Grossman, MIlosz, Giussani…
FOGLIETTO
La storia insegna.
A meno di una
catastrofe, è ozioso
parlare di un’Italia
fuori dall’Europa
N
on è immaginabile – a meno di
imprevedibili catastrofi – un
futuro dell’Italia fuori dall’Unione Europea o dalla Nato, o senza
rilevanti sbocchi sui mercati globali o
senza un ampio rapporto con la finanza
internazionale. È dunque ozioso parlare
di un’Italia priva di forti vincoli esterni.
D’altra parte il nostro stato unitario
nasce anche grazie alle baionette di
Napoleone III e a quelle fregate britanniche che accompagnarono i Mille da
Quarto a Marsala. Entrammo poi nel
macello della Prima Guerra Mondiale
grazie a una Parigi che manovrando
con la corte sabauda fece far fuori il
capo della maggioranza parlamentare
di allora, Giovanni Giolitti. Il nazionalismo di Benito Mussolini si accucciò
sotto i Panzer tedeschi. Mentre dopo
il 1945 non solo il Dipartimento di
Stato pesò assai come in tutti gli altri
paesi “sconfitti” nella Seconda Guerra
Mondiale, ma registrammo anche
un’influenza di Mosca, capitale del
movimento comunista internazionale,
in modo assolutamente superiore al
resto dell’Occidente. Il problema non è
dunque quello dei “vincoli esterni”: bensì se stare dentro “questi vincoli” come
i grandi statisti della nostra storia da
Camillo Benso di Cavour ad Alcide De
Gaspari, dai democristiani che ressero
l’Italia dopo De Gaspari (da Amintore
Fanfani, Aldo Moro e Giulio Andreotti)
fino a Bettino Craxi, oppure se farsi
governare da un qualche conte Firmian
impegnato a rispondere a una qualche
corte imperiale germanica. Lodovico Festa
Avviso ai lettori
Questo numero di Tempi resterà
in edicola due settimane. Il prossimo
numero uscirà dunque il 10 gennaio.
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SOMMARIO
06 ANGELO SCOLA per l’avvenimento di un inizio
N.
52/1
anno 19 | numero 52/1 | 9 gennaio 2013 |  2,00
in vendita abbinata obbligatoria gratuita con il giornale
settimanale diretto da luigi amicone
Te Deum
Cristiane pakistane riunite
dopo una Messa a Islamabad
LE ALTRE FIRME
12 MARINA CORRADI PER I TESORI DEL NOSTRO GIARDINO
10 ANTONIO SIMONE PER I MESI
IN CARCERE
26 FRED PERRI PER IL SOLITO BARNUM
Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 19 – N. 52/1 dal 27 dicembre 2012
al 9 gennaio 2013
DIRETTORE RESPONSABILE:
LUIGI AMICONE
REDAZIONE: Emanuele Boffi, Laura Borselli,
Mariapia Bruno, Rodolfo Casadei (inviato
speciale), Benedetta Frigerio, Massimo Giardina,
Caterina Giojelli, Daniele Guarneri, Elisabetta Longo,
Pietro Piccinini, Chiara Rizzo, Chiara Sirianni
40 MAURIZIO BEZZI PER QUELLE FACCE DA PRESEPE
SEGRETERIA DI REDAZIONE:
Elisabetta Iuliano
DIRETTORE EDITORIALE: Samuele Sanvito
PROGETTO GRAFICO:
Enrico Bagnoli, Francesco Camagna
UFFICIO GRAFICO:
Matteo Cattaneo (Art Director), Davide Viganò
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Foglietto
Lodovico Festa.............................3
Per ciò che Tu permetti
Roberto Formigoni......... 13
Per le mani di mia nonna
Annalisa Teggi.........................14
Perché perdere è meglio
Mattia Feltri................................. 15
Per le rotture di scatole
Costanza Miriano.............. 16
Per la Tua luce
Maria Rita O................................ 19
Per il gigante Benedetto
Luigi Negri........................................20
Per l’Anno della fede
Pippo Corigliano.................. 23
Perché non ho facebook
Giampiero Beltotto...... 25
Per quelli che Ti odiano
Renato Farina........................... 29
Per quegli incontri che
Davide Rondoni...................... 31
Per chi non si lamenta
Antonio Gurrado................ 32
Per noi prof. precari
Cecilia Carrettini............... 35
Per l’incontro incredibile
Alberto Caccaro.................. 36
Per i cristiani in Siria
Gian Micalessin..................... 38
Per la vita in Sudafrica
Lorella Beretta....................... 43
Per la casa americana
Andrea Mariani.................... 44
Per la Tua Misericordia
Aldo Trento................................... 47
Le nuove lettere di
Berlicche...............................................50
CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITà:
Editoriale Tempi Duri Srl
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pubblico (D.LEG. 196/2003 tutela dati personali).
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per l’avvenimento
di un inizio
Il cardinale Angelo Scola augura a tutti
«quell’attitudine che dice la grandezza dell’uomo:
la disposizione a lasciarsi cambiare. Il rapporto
con il Signore deve diventare il movente dell’agire».
Anche nella ricostruzione sociale e civica
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DI ANGELO SCOLA
| 9 gennaio 2013 |
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È
paradossale ma giunti alla fine di quest’an-
la parola che più mi impressiona è
“inizio”. Leggendo il prezioso libretto
di Guardini intitolato L’inizio imparai, molti anni fa, che l’unico angolo di
visuale con cui si può guardare il passato è l’insegnamento che da esso si può trarre nel presente per costruire il futuro. La fine di un anno, quindi, non può avere anzitutto il carattere di un bilancio ma è piuttosto l’occasione per trarre stimoli dalle
circostanze favorevoli o sfavorevoli, dai rapporti facili o difficili, in vista di quell’attitudine che dice della
grandezza dell’uomo: la disposizione a cambiare o,
meglio, a lasciarsi cambiare.
Per questo io non riesco a pensare ad un Te Deum
se non a partire dalla nascita nella carne del Dio che
si è fatto Bambino. La parola inizio si lega costitutivamente alla parola nascita: non a caso noi festeggiamo la nascita del Dio che si fa Bambino guardandola
oggi non come fenomeno del passato ma come l’inizio di un’avventura, il cui sbocco è quello della Passione, Morte, gloriosa Resurrezione di Gesù, capace
di dare direzione e senso alla storia.
no
Con la nascita del Redentore diventa possibile un
nuovo inizio, diventa possibile la rinascita personale
e perciò comunitaria.
Tutto ciò è molto pertinente alla situazione che
stiamo vivendo, sia nella Chiesa che nella realtà
sociale mondiale, europea e in modo particolare nel
nostro Paese, chiamato ad affrontare nei mesi a venire passaggi molto delicati.
Non posso ignorare la necessità che talune obiettive storture che abbiamo visto anche quest’anno
nei vari ambiti dell’umana attività – l’economia, la
finanza, la politica, la cultura, solo per citarne alcuni – vadano corrette.
Ma qual è la condizione per correggerle? Anzitutto sono io che devo cambiare – come diceva un
celebre gospel che cantavo da ragazzo – e in secondo luogo devo cambiare adesso, perché se non cambio ora e ricaccio il cambiamento nel futuro, questo
cambiamento non avverrà mai.
Cosa vuol dire in concreto? Significa che il rapporto con il Signore deve diventare il movente
dell’agire, la sostanza della mia fede: la riforma della Chiesa – ha detto Benedetto XVI – o sarà riforma
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IL TE DEUM DI ANGELO SCOLA BUON 2013
È
paradossale ma giunti alla fine di quest’anno la parola che più mi impressiona è “inizio”. Leggendo il prezioso libretto di Guardini intitolato L’inizio imparai, molti
anni fa, che l’unico angolo di visuale con cui si può guardare il passato è l’insegnamento che da esso si può trarre nel presente per costruire il futuro. La fine di
un anno, quindi, non può avere anzitutto il carattere di un bilancio ma è piuttosto l’occasione per trarre stimoli dalle circostanze favorevoli o sfavorevoli, dai
rapporti facili o difficili, in vista di quell’attitudine che dice della grandezza dell’uomo: la
disposizione a cambiare o, meglio, a lasciarsi cambiare.
Per questo io non riesco a pensare ad un Te Deum se non a partire dalla nascita nella carne del Dio che si è fatto Bambino. La parola inizio si lega costitutivamente alla parola nascita:
non a caso noi festeggiamo la nascita del Dio che si fa Bambino guardandola oggi non come
fenomeno del passato ma come l’inizio di un’avventura, il cui sbocco è quello della Passione,
Morte, gloriosa Resurrezione di Gesù, capace di dare direzione e senso alla storia.
Con la nascita del Redentore diventa possibile un nuovo inizio, diventa possibile la rinascita personale e perciò comunitaria.
Tutto ciò è molto pertinente alla situazione che stiamo vivendo, sia nella Chiesa che nella
realtà sociale mondiale, europea e in modo particolare nel nostro Paese, chiamato ad affrontare nei mesi a venire passaggi molto delicati.
Non posso ignorare la necessità che talune obiettive storture che abbiamo visto anche
quest’anno nei vari ambiti dell’umana attività – l’economia, la finanza, la politica, la cultura, solo per citarne
Occorre educarci all’amore che
alcuni – vadano corrette.
Ma qual è la condizione per correggerle? Anzitut- libera attraverso una pratica
to sono io che devo cambiare – come diceva un cele- del binomio carità-giustizia,
bre gospel che cantavo da ragazzo – e in secondo luo- e favorire un confronto libero
go devo cambiare adesso, perché se non cambio ora e e liberante tra visioni diverse
ricaccio il cambiamento nel futuro, questo cambiamendella realtà, senza pregiudizi
to non avverrà mai.
Cosa vuol dire in concreto? Significa che il rapporto
con il Signore deve diventare il movente dell’agire, la sostanza della mia fede: la riforma della Chiesa – ha detto Benedetto XVI – o sarà riforma della fede o non sarà. Anche come cittadino devo decidermi ad assumere in prima persona le virtù civiche necessarie alla costruzione
di una società veramente capace di amicizia civica.
Io credo che nella tradizione del nostro popolo, popolo di battezzati, fare riferimento alle
virtù teologali – fede, speranza e carità – e anche a quelle cardinali – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza – dica tutta la gamma di atteggiamenti stabili necessari al benessere della
persona, condizioni fondamentali per il rinnovamento sociale a cui tutti aspiriamo.
Come aiutarci a fare questo passo? Rinsaldando i legami che sentiamo convincenti per
noi. In secondo luogo guardando agli ambiti vitali nella nostra realtà milanese e non, sia
in campo ecclesiale che in campo civile in cui uomini e donne già vivono così e si prodigano per gli altri. Occorre educarci costantemente all’amore che libera attraverso una pratica del binomio carità-giustizia, e favorire un confronto libero e liberante tra visioni diverse
della realtà, senza pregiudizi, più capaci di ascolto, valorizzando quel grande bene pratico
di carattere politico che è l’essere insieme, evitando ogni partigianeria, comunicando e proponendo, nella libertà, tutto ciò che riteniamo essenziale, buono e decisivo per vivere adeguatamente ciò che ci attende.
Il mio augurio per l’anno che viene, quindi, è che la parola inizio si coniughi alla parola
nascita, affinché ne scaturisca un io consistente, cioè un io-in-relazione.
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BUON 2013
Te Deum laudamus
Per quei mesi
“nudo”
in carcere
Dentro ho discusso di giustizia, di amore e di
Dio più che in tutta la mia vita nella “società
civile”. Ringrazio per questi uomini, come me,
attendono un segno della misericordia presente
Q
risulta difficile staccare il ringra| DI ANTONIO SIMONE
ziamento da questo evento. Previsto e imprevisto, pieno di domande e
largo di risposte e poi il pensiero più triste: il tuo amico è ancora assurdamente in carcere. Che dire poi di quei ragazzi incontrati? Giovani, matti,
adulti, consumati dalla droga e da quel luogo, pieni di domande a cui nessuno
risponde e a cui da soli è ancor più difficile rispondere. Si è nudi in galera, tanto tempo per pensare, tanto tempo per capire da dove ricominciare, tanto tempo per vedere chi ti “vuole”, chi ti aspetta, da dove far partire una speranza. Di
uscire, di cambiare, di vivere in pace, di rivedere i tuoi cari, di tornare uomo libero sempre dentro un mondo di merda.
La foto nella pagina qui accanto,
Ecco cosa mi ricordo di più: il cammino durante
di Giorgio Mesghetz, è stata scattata
l’ora d’aria o nel corridoio del terzo raggio di San Vitnel carcere milanese di San Vittore per
tore. Dove per ore racconti e ascolti della tua vita e
la mostra “Libertà va cercando, ch’è sì cara.
di quella degli altri, come in un convento da cui non
Vigilando redimere”, esposta per la prima
puoi uscire e in cui cerchi ancora uno scopo per vivevolta all’edizione del Meeting del 2008
re, e non tutti ce la fanno, molti si uccidono, si fanno del male, si negano. Sembra incredibile ma ho di- e vivo nella propria storia. In carcere, come fuori, o
scusso più lì che in tutta la mia vita dell’Annuncio Dio prende il volto di una misericordia, di una spea Maria di Claudel, di amore e di misura, di dio e di ranza sperimentata, o il volto di una lotteria, della
Dio, ovviamente di giustizia e di espiazione. Ringra- sestina dell’enalotto: succede una volta su 600 miliozio perché quei colloqui i più li affrontavano “nudi” ni di casi, come l’aver giustizia, tanto vale maledirlo.
come raramente accade fuori fra la società cosiddet- E dentro la cella ha preso per me il volto di centinata civile dove ognuno parte più che vestito, spesso ia e centinaia di lettere ricevute da una compagnia
corazzato. Liberi di aprirsi, guardarsi dentro e dispo- eccezionale.
Ecco, io ringrazio per aver incontrato tutti quenibili a un confronto, a un giudizio, a un aiuto, desiderosi di una cosa sopra tutte le altre: il perdono, di sti carcerati, come me, centinaia di persone che
qualcuno che possa avere misericordia di quei corpi nell’esperienza di un dolore atroce pensano, guare anime decisamente messi male. Già convinti che dano, aspettano un segno. Grazie o Dio per avermi
tutte le volte che si è fatto da soli si è caduti: per que- permesso di esserlo per alcuni, senza volerlo, solo
perché “presente”, con l’educazione di una grande
sto si cerca, difficile andare più sotto.
Che spettacolo parlare a 40 gradi tra mura alte storia, quella di Cl, sopravvissuta all’idea che l’uo5 metri di Dio, dandogli coscientemente il volto di mo sia definito più dagli errori che fa che da una
quanto, conosciuto e sperimentato, è rimasto vero misericordia presente.
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uando si sta in carcere metà dell’anno
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BUON 2013
Te Deum laudamus
Per i tesori
del nostro
giardino
Quanta bellezza ha ricevuto nei secoli questa
Italia che oggi fa così paura. Una foto dal cielo
U
Black Marble
(foto a destra) è
un’immagine della
Terra di notte ad
altissima risoluzione
elaborata dalla
Nasa sulla base
dei dati raccolti
dal satellite Suomi
NPP nel corso
di 312 orbite
compiute tra aprile
e ottobre 2012
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n satellite della Nasa ha fotografato la Terra di notte nel corso di 312 orbi| DI MARINA CORRADI
te. Ne sono venuti 2,5 terabytes di immagini, poi rielaborati fino a comporre Black Marble, “marmo nero”: oceani neri e continenti blu, rischiarati dalle luci provenienti dalle aree più popolate, pare disegnino, sulla Terra,
delle costellazioni. Ora, se guardate l’Europa è evidente come la regione con le
macchie più brillanti e intense sia l’Italia: tutto il gran seno della pianura padana, e le aree urbane di Firenze, Roma e Napoli.
Se le luci corrispondono alla densità dell’abitato, all’affollarsi di paesi e città e fabbriche, che vuol dire che da noi si allarghi la costellazione più lucente?
Forse che qui si sono andati affollando nei secoli villaggi e città, e di generazione in generazione, in una terra buona, si sono moltiplicati i figli; e sulla penisola dalla forma bizzarra ci
si è stretti in tanti, così come d’estate la folla si addensa sulle spiagge più belle, o come le navate di una erba, si andò irradiando, e si depositò nei secoli nei
chiesa si riempiono, quando un prete parla al cuore. borghi, e forse dentro la terra stessa. E romani e etruAllora la foto dal cielo, fatta di profondo blu e di stel- schi e orde di barbari anche sanguinosamente si andale – stelle di Terra, se così si può dire – mi ha ricor- rono mescolando, e mischiando audacemente i geni
dato il sussulto che avverto quando, tornando da un di unni fulvi e di saraceni, e di biondi normanni. E ne
posto lontano, l’aereo si abbassa e tocca terra pesan- è venuto infine un popolo tendenzialmente generoso
temente – e io sono silenziosamente così contenta: di e accogliente. Per indole benevolo, non crudele.
essere tornata, e nata, in questo Paese.
Il mio Te Deum di questo 2012 è per questo PaeIn questo Paese, deposito di antichi tesori accu- se. E non è un caso se scopro questa gratitudine promulati nel corso del tempo in quello che, in confron- prio ora, in un finire d’anno in cui, per l’Italia, ho un
to alla vastità dei continenti, è un ben piccolo lembo po’ paura. Paura di uno smarrimento, di una amarezdi terra. La Cappella Sistina e piazza del Campo a Sie- za che sembra allargarsi. Di strane cecità e di coriana, Venezia e piazza Navona, il Cenacolo, e piazza dei cei egoismi. Di quelli che urlano che tutto fa schifo, e
Miracoli, tutti nel raggio di poche centinaia di chilo- che loro solo sono onesti – per la implicita propensiometri. Non è singolare questa distribuzione, non era ne alla violenza che questa affermazione presuppostatisticamente improbabile?
ne. Ho paura perfino di molta buona gente che dice:
E cosa, mi domando, ha agito nel tempo come un se questa è la scelta, perché votare? (E però è ancora
misterioso catalizzatore, per cui era l’Impero romano in fondo la questione farisaica di prima: il crederci
il centro del mondo, nell’anno zero della storia; così noi puri, noi a posto, e il mondo indegno).
che Pietro e Paolo necessariamente dovettero converUn po’ di paura per l’Italia. E come quando una
gere a Roma, caput mundi, infiammati dall’ansia di persona vicina si ammala, e di colpo scopriamo quanannunciare all’universo la notizia: Verbum caro fac- to ci è cara, così io ho scoperto ora quanto caro mi è
tum est. E da qui quella Parola, attecchendo come questo Paese. E quanto grata sono, di essere venuta
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al mondo qui. Grata di cosa, dirà qualcuno, di che,
stretti come siamo nella crisi, in odor di default,
in una democrazia che sembra rischiare lo sfascio?
Intanto, della bellezza. Di questo gran cielo di smalto sopra Milano, stamattina 12 dicembre: cielo lombardo che davvero è, quando è bello, «così splendido,
così in pace». Della barriera imponente di cime bianche all’orizzonte, esercito di roccia a difenderci dal
grande freddo del Nord. Sono grata delle pareti dolomitiche, perché ogni volta che torno lassù è un urto
al cuore, tanto potentemente mi interpellano le loro
guglie gotiche limate dal vento, dorate dal sole. Grata delle colline di Siena, che mi paiono onde di terra morbida, mare solidificato in un tempo primordiale. E l’Umbria, e Assisi, che con la sua basilica occupa nella penisola esattamente il posto del cuore. Sono
grata della geometria perfetta del colonnato del Bernini, e della grande cupola la cui verticale cade esattamente sulla tomba di Pietro. Del mio amato Caravaggio di San Luigi dei Francesi, del coro di San Rocco
a Venezia con i suoi mirabolanti Tintoretto. E piazza
dei Miracoli? E i colori di Giotto, come preziosi distillati della terra, nella cappella degli Scrovegni?
È davvero statisticamente improbabile la casualità, in questa distribuzione di tesori. Sembrerebbe
quasi una predilezione. E esserci nati dentro, e girare adagio in bici nella nebbia della Bassa, o camminare per la Maiella selvatica, intonsa, o sotto a un sole
cocente sbalordirsi della sontuosità barocca di Noto:
tutto mi sembra grazia. E la gente: i vecchi nei caffè
di certi paesi emiliani, e i mercati rionali, con frutta splendida e matura ben ordinata sui banchi, e la
indolente, irriverente saggezza dei romani, che mi fa
sempre sorridere?
Don Giussani scrisse questa sequenza: gratitudine, gratuità, letizia. La gratitudine per ciò che è dato
come punto sorgente di una gratuità verso l’altro,
che infine diventa uno sguardo da figlio lieto. Se ci
accadesse questo, anche poco, ma in tutti, non avrei
più, per questo Paese, paura.
Così che queste righe sono un grazie, e una preghiera. Grazie di questa terra, che mio padre Egisto,
tornando il 19 marzo 1943 dalla sacca del Don su una
tradotta con pochi sfiniti commilitoni superstiti, passato il Brennero riconobbe: l’Italia, scrisse, «ci apparve come uno straordinario meraviglioso giardino».
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Per tutto ciò
che Tu permetti,
comprese
le sofferenze
Grazie Signore per
quest’anno che mi
hai donato e per
tutto ciò che mi
hai dato da vivere.
Grazie anche per le
sofferenze, quelle di
tante persone a me
care e anche le mie
perché ciò che viene
da Te o che Tu permetti è comunque
indirizzato al bene.
Roberto Formigoni
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BUON 2013
Te Deum laudamus
Per le mani
di mia nonna
Le guerre. La ricostruzione. I campi. Anche solo
un orlo da rammendare. Aveva sempre qualcosa
da fare, Lucia. Con l’operosità santa del contadino
che sa vedere nel frutto della terra una promessa
S
Segui “Tremende
bazzecole”, il blog
di Annalisa Teggi
su tempi.it
14
| 9 gennaio 2013 |
| DI ANNALISA TEGGI
tavo già tra le sue braccia, a correre, poche ore dopo la mia nascita. Ero diventata tutta blu in viso perché stavo soffocando, come talvolta capita ai neonati, e mia nonna mi prese, mi immagino senza troppa delicatezza, dalle mani ancora incerte di mia madre e mi portò dai medici di corsa tra i corridoi
del reparto. Respirai bene di nuovo di lì a poco e da che l’ho conosciuta è sempre
stato così: lei ad affrettarsi in tutto, e tutta la nostra famiglia dietro a seguirla.
Mani e occhi svelti, classe 1914. Due guerre viste e attraversate, la seconda
soprattutto: di questioni politiche e militari sapeva poco o nulla se non che suo
marito era partito per la campagna d’Albania appena si erano sposati; quanto a
lei, i tedeschi in casa sua non ci avrebbero messo piede. Così diceva e così fu. Negli anni che vennero dopo
fu tra quelli che ricostruirono l’Italia, a forza di altra
fatica e sacrifici; lei che fin dai sei anni era stata abi- giorni di agonia come un soldato codardo che guartuata a portare al pascolo le mucche prima di anda- da tremando chi sta in prima linea. Imploravo che il
re a scuola. Contadina e donna di casa, premurosa tempo della sua sofferenza fosse breve, tenendole la
e solerte; era avvezza a lavorare bene e svelta. Svelta mano e le sue mani da grande lavoratrice conservasempre, quando stendeva la sfoglia per le tagliatelle vano la loro presa forte. A me pareva solo un tempo
e quando dava le carte a briscola, quando scaricava le di protratta disperazione, ma in lei non vedevo quecasse di frutta e quando piegava il bucato. Nel pensa- sto; la vedevo anche in questo caso estremo nel modo
re a questo anno che è trascorso, il mio ricordo va a lei in cui sempre l’ho conosciuta: alle prese con quel che
e più in particolare ai dieci giorni in cui le sono sta- c’era da fare – fosse anche solo respirare, con l’umilta accanto in ospedale quando qualche mese fa è mor- tà testarda che non conosce né timidezza né tiepita. Quella morte che spesso sopraggiunge improvvisa, dezza di modi.
non voluta, persino crudelmente anzitempo a lei ha
Il nome, si dice, è segno di ciò che ciascuno è, e lei
mostrato il suo volto forse meno consueto. La fatica era Lucia; ha tenuto la luce accesa nella sua casa infadella morte che s’annuncia eppure non viene.
ticabilmente fino in fondo, perché non c’è un tempo
Il suo corpo ne aveva già viste di tutti i colori negli in cui la vita è meno vita, finché la vita c’è. È stata opeultimi anni; ricoverandola in quest’ultima circostan- rosa fino alla fine. Paradossale, perché era fine luglio:
za, i medici avevano parlato di un quadro clinico ine- il tempo di vacanza per eccellenza. E il tempo delle
sorabilmente compromesso, si aspettavano che resi- ferie di solito vola, mentre in quella stanza d’ospedale
stesse per uno o due giorni o forse solo per qualche ogni minuto aveva un grande peso. Da mia nonna la
ora. Ma a lei che lo ha santificato nella fatica del lavo- parola vacanza non ricordo di averla mai sentita proro domestico quotidiano, il Signore ha chiesto una nunciare riferendola a sé; qualcosa da fare ce l’aveva
non meno impegnativa fatica anche nel momento sempre, fosse anche solo un orlo scucito da rammendella morte. Il corpo cedeva su tutti i fronti, eppure la dare. Mai con le mani in mano ed è morta nel giorno
vita non la lasciava. L’ho accompagnata in quei dieci in cui la Chiesa venera santa Marta di Betania. E chi
|
Un Miserere
dedicato a chi
ha imparato
a perdere
meglio di Marta poteva tenderle la mano per mostrarle il Solo per cui vale la pena affaccendarsi.
Ripensando a questo, intuisco che c’è un’operosità che è santa anche quando eccede per solerzia,
se è accesa di viva dedizione per ciò di cui ci si prende cura. Non è sollecitata dal solo egoismo o da pure
mire di guadagno; è l’intraprendenza genuina del
contadino che vede nel frutto della terra non solo un
profitto annuale o stagionale, ma una promessa che
rimane e si rinnova. È quella speranza di cui parlano le parole che recitiamo durante la liturgia eucaristica: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo;
dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo
a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna». La
tua opera, Signore, passa di mano in mano; dalla tua
mano alle nostre mani e di nuovo a te, perché il frutto buono della nostra fatica sia il segno che ti porgiamo come attesa di quella vita eterna che solo nelle
tue mani si compie.
Se penso a me, mi vedo sempre indaffarata, ma
non al modo in cui Marta era indaffarata sapendo di
ospitare il Salvatore. Di solito si associa al tempo della
fatica l’idea del sabato, lo sforzo a testa bassa in atte-
sa del premio che è la domenica. Ma è vero, invece,
che il tempo in cui noi viviamo ospita già la promessa che è entrata nel mondo la Domenica della Resurrezione. Noi siamo quelli che abitano il lunedì, tempo
di costruzione e impegno, ma segnato dall’annuncio
della Salvezza che c’è. Questo dà alla fatica la dignità
coraggiosa dello zelo, nella sua accezione migliore. Ed
è lunedì ogni tempo, quello della infervorata gioventù, quello della accesa maturità, quello della stanchezza serale, quello della sonnolenza mattutina. Anche
gli ultimi momenti, brevi o lunghi, di ciò che sembra
solo l’anticamera della fine. Ringrazio del tempo tutto di cui è fatto il qui della mia vita, ripetendo la preghiera contenuta nella poesia Augurio di Mario Luzi:
Per che dovremmo
lodarlo, questo
2012? Bisogna concentrarsi, mettere
su il Te Deum di
Charpentier. A me lo
disse mio padre, da
bambino: «Questo
è il Te Deum di
Charpentier». Per me
era la sigla dell’eurovisione Rai, prima
delle partite della
nazionale. Ha questo
andamento allegro
ed euforico, dall’inizio alla fine. Non
mi è mai piaciuto.
Preferisco il Miserere
di Allegri che
nonostante il nome
del compositore è
funereo e profondissimo. Più che un Te
Deum gli canterei il
Miserere al 2012. Se
lo merita. La cupezza
non è di per sé un
male. Poi mi sa che
glielo ricanteremo
al 2013 poiché
facciamo acqua
da tutte le parti e
questa è diventata
una stagione delle
nostre vite in cui
guardiamo al futuro
con preoccupazione.
Non ci eravamo abituati, vero? Ci sono
stati anni e decenni
in cui domani c’era
sempre qualcosa più
di ieri. Ci siamo liberati da questa prigionia dell’ottimismo.
Vincere spesso è un
disastro, perdere
diventa uno scampato pericolo. Imparare
a perdere è il dono
più bello che abbia
mai ricevuto.
Mattia Feltri
O miei giovani e forti,
miei vecchi un po’ svaniti,
dico, prego: sia grazia essere qui,
grazia anche l’implorare a mani giunte,
stare a labbra serrate, ad occhi bassi
come chi aspetta la sentenza.
Sia grazia essere qui,
nel giusto della vita,
nell’opera del mondo. Sia così.
|
| 9 gennaio 2013 |
15
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per le rotture
di scatole
Le telefonate importune, i capricci dei figli, il capo
che non ci valorizza, il sonno e il pollo bruciato.
Anche la macerazione delle faccende quotidiane,
se abbraciata per amore, ci fa felici e ci salva
P
Costanza Miriano
è giornalista del
Tg3 e collabora con
Avvenire e il Timone.
Sposata e madre
di quattro figli, è
diventata un caso
editoriale grazie al
successo clamoroso
e imprevedibile dei
suoi libri (Sposati
e sii sottomessa,
Vallecchi 2011, e
Sposati e muori per
lei, Sonzogno 2012)
nei quali racconta la
bellezza del matrimonio e della famiglia. Si definisce una
«cattolica fervente»
16
| 9 gennaio 2013 |
il portamento regale | DI COSTANZA MIRIANO
– provate voi a tenere una condotta da alto lignaggio quando, per dire,
una figlia divelle il tubo dello scarico in bagno facendo la lap dance e
allaga la stanza e i vostri piedi muniti di collant nuovi e miracolosamente non
bucati, sfoderati in via eccezionale per la riunione a scuola che dovrebbe iniziare dodici minuti fa – per quanto io dunque deponga spesso la compostezza
e la pacatezza che la mia condizione comporterebbe, c’è una cosa che non posso dimenticare. Noi siamo di stirpe regale. Nostro padre è Dio. Lui è il re dei re.
È re ma è padre. E non ha considerato un tesoro geloso la sua regalità, ma anzi
vuole farci come lui.
Noi, dunque, siamo principi, e da principi possiamo, dobbiamo attraversare le cose della vita, sapendo che tutto è nostro, perché chi lo ha creato è uno fine della vita avrò molte cose da rimproverarmi, ma
di famiglia, e in famiglia, si sa, tutto è di tutti (a parte una no, non me la rimprovererò: non rimpiangerò di
la Coca light, che è solo mia: con la scusa che ai bam- non avere apprezzato tutto quello che ho. Me stessa,
bini fa male riesco a preservarla, mentre per il resto intanto. Un corpo a cui alla fine mi sono affezionata,
da noi la proprietà privata, soprattutto dei genitori, e una mente che ancora regge, sebbene per far spazio
non esiste: la palette Black dahlia di Estée Lauder si a informazioni su tachipirina e denti da latte abbia
usa abitualmente per truccare la Barbie, per non par- dovuto rimuovere quelle quattro nozioni appiccicalare di iPad, iPod, iPhone e della riserva ex-segreta di te – evidentemente con lo sputo – in anni di studio.
cioccolatini per gli ospiti).
Ho un marito silenzioso ma solidissimo, che mi ama
Quando pensiamo a questo – il mondo è nostro, più di quanto meriti, e quattro figli che ancora ogni
noi siamo redenti, siamo figli del re, ma soprattutto sera, ogni singola sera da più di tredici anni, vado a
siamo amati infinitamente – come non gioire, come spiare nel letto di nascosto, mentre dormono, snifnon esultare, come non ringraziare dalla mattina fando alito e profumo di carne. E quando mio marialla sera? Dio ha chiamato noi, proprio noi, fatti così to torna tardi dal lavoro ogni volta la stessa scena: lo
come siamo, ci ha immaginati e sognati e amati dal aspetto e poi gli dico «corri, vieni a vedere una cosa
grembo della nostra mamma (sì, anche il mio naso meravigliosa», e cerco di portarlo in camera dei figli
gobbuto, pare: un giorno me lo faccio spiegare). Sia- ad ammirarli (non sempre mi riesce, a volte risponde
mo nati e non moriremo più.
che già li conosce e che preferirebbe riposare, visto
E allora non c’è che da ringraziare, dalla matti- che siamo nel cuore della notte e li rivedrà dopo cinna alla sera. Ogni giorno cantare il Te Deum, ogni que ore per portarli a scuola). Abbiamo di che vivere
giorno. Io, per quanto mi riguarda, chissà, forse alla dignitosamente, non troppo perché ci dimentichia|
er quanto io tenda a dismettere con una certa facilità
Per la piccola
Fiammetta che
si fa «a’babba»
mo di Dio, non troppo poco perché lo malediciamo,
come dice la Bibbia.
Ho tanti amici e tante persone care, spesso anche
compagni di cammino verso Dio, per cui ringrazio
Lui, per la fantasia con cui ha immaginato ognuno di
loro, mettendo in ognuno qualcosa di bello (e a volte di bellissimo).
E la cosa più immensa: posso mangiare anche
ogni giorno il corpo di Cristo, una cosa che a pensarci vengono i brividi. Posso pregare e andare in chiesa
senza essere sgozzata per questo, posso leggere libri
che mi parlino di Dio e altri che solo mi divertano,
posso correre tra le catacombe dell’Appia antica, sul
suolo bagnato dal sangue dei martiri, percorso da
Pietro e Paolo, e gioire non so se più, in quel momento, perché sono cristiana o perché sto correndo.
Il passo successivo, poi, è imparare a ringraziare anche delle croci, ma per quello ci stiamo attrezzando. Conosco persone che sanno farlo, e lo so, loro
sono un pezzo avanti rispetto a me. Perché il punto
del battesimo è imparare a far diminuire l’uomo, e
crescere Dio. E questo si fa passando dalla croce: chi
dopo una croce grossa, tutta insieme, e chi attraverso
le piccole croci quotidiane, la banalità, la mediocrità, insomma la parete aspra e scabrosa della vita normale. Viste da vicino le chiamiamo rotture di scatole,
questo purgatorio quotidiano, ma se uno allontana
lo sguardo si capisce che questa macerazione abbracciata per amore sta lavorando e lavorando bene, ci fa
felici e ci salva.
E allora quello che ci fa soffrire, ci scomoda, ci
disturba, quando cominciamo a capire che effetto
meraviglioso ha sulla nostra anima, ci diventa «più
caro dell’Eremo», come diceva san Francesco del
suo amato rifugio per la preghiera solitaria, spesso
abbandonato per stare in mezzo agli altri. Amare le
telefonate importune, i capricci dei figli, il capo che
non ci valorizza, una risposta brusca quando volevamo un complimento, un invito quando volevamo
la solitudine e la solitudine quando volevamo parlare, il freddo, il pollo che si brucia, il sonno, il nervosismo…
|
Guardo nella scatola
delle scarpe e ci
trovo il bambolotto,
guardo nel passeggino del bambolotto e ci trovo le
scarpe, avvolte in
un patello. Lei è in
piedi davanti allo
specchio, intenta a
spennellarsi la faccia
di blush. «Fiammetta
cosa stai facendo?».
«A’BABBA». «Ma
tu non hai la barba.
I maschi hanno la
barba, le femmine
no. Papà ha la
barba?». «GNO».
«Ah, ehm – estraggo
lo spazzolino dal
becco di un pinguino – e la mamma?».
«CÌ, MAMMA CÌ
BABBA», spennellandosi allegra.
«Ascolta, le femmine
usano il pennello per
truccarsi, i maschi
per fare la barba e
– c’è del pongo nella
lavatrice – i pittori
per dipingere». Inizia
a truccare il lavandino di «LOSSO».
Ho ancora un asso.
«Fiammetta, come
fa a fare la pipì il
tuo amico Pietro?».
«CO’MMANI»,
saltando giù dallo
sgabello per incappottarsi. «TAO TAO
PAPAO», saluta
Zanetti che solleva la
coppa al Bernabeu,
«TAO GEFÙ
MIMBO», saluta il
presepe. Usciamo e
ringrazio, perché so
che anche oggi, così
come da venti mesi,
nulla è in mano mia.
Caterina Giojelli
| 9 gennaio 2013 |
17
BUON 2013
O
Per le persone
che mi vogliono
così come sono
Ti ringrazio per la
fraternità di Cl: in un
mondo che misura,
lì sono voluta come
sono. Ugualmente
ringrazio i miei colleghi. Ringrazio per i
tanti amici dentro il
cui perdono mi sento
sostenuta, tanto che
anche nelle prove
prevale la gratitudine per la Tua presenza. Ringrazio per le
amicizie vecchie che,
vissute liberamente,
si sono fortificate
anche nelle discussioni. Ringrazio per
la fede operosa della
mamma: per le colazioni e le preghiere
della mattina. Per i
nipoti che mi aiutano
a tornare bambina.
Per chi stima il mio
lavoro valorizzando
e correggendo. E
per averne uno, di
lavoro, che mi permette pure di vedere
che nel mondo c’è
chi costruisce. Per i
nuovi incontri attraverso cui ti sei reso
più vicino. E per i
colleghi che, prima
conoscenti, sono
diventati compagni.
Per la caritativa,
che quando io vorrei
sistemare il mondo
mi ricorda che abbiamo bisogno prima di
Te. Per la presenza
della Madonna
che da Medjugorje
protende le braccia
nella compagnia
cristiana in cui mi
fa camminare. «Te
Deum laudamus»,
perché «non horruisti
Virginis uterum».
Benedetta Frigerio
e ho dormito, contrariamente alle mie abitudini, un po’ di più. Mi sono svegliata pensando di correre su per le scale e
cominciare in allegria la giornata guardando negli occhi il mio splendido nipotino di tre anni che, sguardo vispo, guance paffute, si apprestava a inzuppare nel
latte caldo e fumante i suoi amati biscotti. Le giornate, più o meno, iniziano sempre così: con un bel sorriso alla vita, con
un grazie Signore per questa vita che ha
il sorriso di questo bambino.
Grazie Signore per le fatiche che mi
dai, perché mi fanno amare le piccole cose. Grazie per i miei splendidi quattro figli, che sono ciò che di meglio nella vita
ho fatto. Grazie per il mio lavoro, perché
mi lascia donare ogni giorno, a chi sarà
il nostro futuro, quel che ho di buono da
dare. Grazie per lasciarmi sorridere ogni
volta che sento chi si prepara a un viaggio, a una vacanza, a uno “shopping” sfrenato, mentre io no.
E, volgendo lo sguardo a questo ultimo anno, grazie per mia suocera che, con
il suo Parkinson, è caduta ed è appesa a
una “vita-non vita”, come la chiamerebbe
la società moderna.
Chi oggi trova un senso in tutto ciò?
Chi può accettare di donare se stesso,
ogni spazio vivibile di una giornata al servizio di chi non ti può parlare, non può
mangiare, camminare, vestirsi da sé? Chi,
oggi, dà tutto se stesso in cambio magari di un solo sorriso o di uno sguardo che
ti sembra diverso da quello di ieri? È facile cadere nella disperazione e nel rifiuto
della vita se non si riconosce che in tutto
questo ci sia un senso.
Uscendo dal centro di riabilitazione
di Veruno (Fondazione Maugeri, quella di
cui negli ultimi mesi si è parlato solo in
modo scandalistico, ma che Dio benedica
chi l’ha fondata), dove ormai mia suocera
“vive”, c’è un bel viale alberato: ogni sera
di quest’estate che lo percorrevo, mi piaceva alzare gli occhi verso il cielo, guardarlo così azzurro e immenso, respirare
così profondamente che pareva svanire
la stanchezza della giornata e mi veniva
spontaneo dire “Grazie Signore per questo cielo”, e un sorriso allargava le mie
labbra quasi sentissi dirmi “Non sei sola”.
E col cuore più leggero tornavo a casa.
Grazie per mia cognata che, con tutta
la sua forza e la sua grande determinazione, è sempre presente nel farsi carico di
tante fatiche. Grazie per mio suocero che,
con i suoi ottant’anni, corre dietro a tutggi è il primo dicembre
Te Deum LAUDAMUS
Per la Tua luce
nei momenti
di disperazione
|
DI MARIA RITA O.
OGNI SERA QUEST’ESTATE,
Uscendo dal centro dove
mia suocera vive La sua
“VITA-NON VITA” DOPO
LA CADUTA, MI PIACEVA
PERCORRERE IL VIALE
ALBERATO GUARDANDO
il cielo, azzurro e immenso.
ERA COME SENTIRMI
DIRE “NON SEI SOLA”
ti noi cercando di rendersi sempre utile.
Grazie per la Vanda che, con i suoi settantacinque anni, in otto mesi non ha mai
abbandonato il Pierino, suo marito, che
la ricambia solo con uno sguardo. Grazie
per tutte le infermiere, il personale, i volontari che danno un senso a tante vite
che l’uomo moderno non riconosce più
come tali.
Grazie Signore per la tua Misericordia che ogni volta che mi dispero mi dona la luce. E grazie anche per mio marito
che, come dice sempre e forse ha ragione, è l’ultimo del quale mi metto al servizio. Grazie perché c’è e, tutto sommato,
mi sopporta!
|
| 9 gennaio 2013 |
19
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per il gigante
Benedetto
Così nella testimonianza «fortissima» del Papa
il rapporto con Gesù ritorna ad essere vita
e cultura. E scuote una Chiesa che corre il
pericolo di sottomettersi al criterio del mondo
Monsignor Luigi
Negri è vescovo
di San MarinoMontefeltro dal
2005 (nella foto,
l’abbraccio con
Benedetto XVI
durante il suo
viaggio apostolico
nella Repubblica del
Titano, 19 giugno
2011). Nell’ottobre
scorso è stato uno
dei pochi prelati
italiani convocati a
Roma dal Papa per il
Sinodo sulla “nuova
evangelizzazione per
la trasmissione della
fede cristiana”.
A inizio dicembre
è stato nominato
dal Santo Padre
arcivescovo della
diocesi di FerraraComacchio, dove si
insedierà a febbraio
20
| 9 gennaio 2013 |
|
Foto: L’Osservatore Romano
I
l Te Deum per un anno trascorso è come un dialogo profondo tra il cuore
| DI LUIGI NEGRI
nostro e quello di Dio. È guardando a Lui che vengono a galla le linee portanti delle sue grandezze, di nuove strade aperte e di nuovi cammini. Il primo grazie a Dio è per la presenza di Benedetto XVI, questo gigante mite e fortissimo che sostiene il cammino della Chiesa infondendole luce ed energia e quella
novità che rende il cristiano un uomo “grande”. Abbiamo imparato tutti i giorni
dalla grandezza del Papa. Ho avuto la straordinaria opportunità di stare al suo
fianco durante il recente Sinodo in cui la sua presenza, testimonianza e insegnamento ci hanno garantito l’azione dello Spirito Santo in quei giorni. Questa
sua gigantesca testimonianza diviene offerta per l’Anno della Fede in cui sarà ancora possibile, seguendo il
Papa, ritornare alla fede nella sua esperienza originale: incontro con Gesù Cristo, Figlio di Dio, che ci viene no potuto dire, come Asia Bibi: «Se tu mi condanni
incontro nel mistero della sua Chiesa e che ci coinvol- perché sono cristiana sono contenta». Bisogna pregage in un cammino di sequela di Lui che ci conduce più re molto perché la fede diventi cultura e concezione
vicino al cambiamento totale della vita: «Quello stupo- di vita e realtà che diventa impeto di comunicaziore di una vita rinnovata», di cui il beato Giovanni Pao- ne e missione ai nostri fratelli uomini. La debolezlo II continua ad essere immagine per il cristianesimo za della Chiesa incontra quella situazione di incondi ogni tempo e quindi anche del nostro.
sistenza che caratterizza la vita della società: l’individualismo consumista, il disprezzo di sé e dell’alLa violenza a cui ci stiamo abituando
tro se non riducibile a un nostro possesso, la tendenLa grandezza testimoniata dal Papa incontra una za ad ottenere sempre il massimo benessere possibiChiesa che in più occasioni ha dimostrato una debo- le. Tutto ciò fa della società un campo di violenza a
lezza che non è innanzitutto di carattere morale cui ci stiamo abituando senza accorgerci. La violen(debolezza che pure esiste, e di cui parlano e spar- za che va dal disgregamento della famiglia a quello
lano i mezzi di comunicazione sociale). La debolez- della società, dai suicidi e gli omicidi come soluzioza fondamentale della Chiesa nasce dal rifiuto, più ne ai problemi, alla manipolazione della vita fin dal
o meno consapevole, di ragionare e vivere secondo concepimento. Questo mondo, in cui la Chiesa di Dio
la cultura che nasce dalla fede. Jacques Maritain ave- è chiamata ad essere presente con quella carica di
va detto dopo il Concilio Vaticano II che il pericolo umanità nuova, sta vivendo una tragedia di propordella Chiesa era di inginocchiarsi di fronte al mon- zioni cosmiche, le cui vicende socio-politiche fanno
do. Siamo deboli perché il fondamento del nostro solo da contrappunto alla vastità del dramma in cui
agire e conoscere non è più la fede, ma il criterio il nostro popolo è chiamato a vivere.
E qui il Te Deum si fa preghiera sommessa e cerdel mondo. Questa mancanza di una cultura cristiana umile e certa è anche la ragione della mancanza ta che Dio ci conceda la sua protezione e renda in
di quel coraggio che ci è stato testimoniato dai mar- nostri fratelli uomini leali con loro stessi e capaci di
tiri cristiani che in Asia, Africa e Medio Oriente han- una rinnovata responsabilità umana.
|
| 9 gennaio 2013 |
21
BUON 2013
N
on ho dubbi: ringrazio il Signore
per l’Anno della fede che il Santo
Padre ha indetto. Tutta la vita di Joseph Ratzinger è come una freccia che ha
come bersaglio finale l’Anno della fede.
Da giovane esperto al Concilio Vaticano II
Ratzinger si era impegnato per avvicinare con la liturgia il popolo cristiano alla
fede e meritò l’appellativo di “progressista”. Quando tornò a casa dopo il Concilio si rese conto che le categorie marxiste
stavano entrando nelle aule di teologia:
la religione veniva ridotta a pratica politica. Alcuni studenti tedeschi di teologia
manifestavano gridando che la Croce di
Gesù era masochismo. Allora, senza polemiche clamorose, Ratzinger organizzò
un corso trasversale di cristianesimo per
gli studenti di teologia di tutti gli anni accademici e per chi volesse ascoltare. L’aula si affollò oltre misura e le lezioni vennero raccolte in un libro: Introduzione al
cristianesimo, che conobbe innumerevoli
edizioni e fu tradotto in tante lingue. Paolo VI scelse Ratzinger, il difensore della
fede, come vescovo di Monaco di Baviera
e Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Quegli anni furono caratterizzati dalla collaborazione fra il Papa e il cardinale
sul tema della fede (fra l’altro, il prefetto
Ratzinger curò l’edizione del nuovo Catechismo). L’attuale pontificato è in totale
continuità con quello di Giovanni Paolo.
Tante sono le pubblicazioni di Ratzinger
e tutte hanno un tratto comune: chiarezza di linguaggio, radicamento nella Sacra
Scrittura e uno spirito d’amore che trasforma la teologia in preghiera. Abbiamo
sotto mano le sue encicliche, così importanti, e i suoi libri su Gesù. L’ultimo dono
è il libro sull’infanzia di Gesù che c’introduce al Natale e ai Natali che verranno.
Non c’è occupazione più concreta
Qualcuno potrebbe dire che, in un momento di crisi economica e politica, parlare di fede e di Anno della fede è un’occupazione astratta. Non c’è occupazione
più concreta di questa. La crisi che viviamo non è dovuta a una congiuntura passeggera ma a una crisi di civiltà, a una crisi di cultura e, a ben guardare, a una crisi
di fede. Senza la visione cristiana, cattolica, dell’uomo il profitto diventa un idolo
e il potere una prepotenza. È una verità
lampante sotto gli occhi di tutti. E allora
che fare? Cominciare da me stesso. Se io
comincio a vivere di fede saprò trasmetterla perché la fede si comunica con fede.
Te Deum LAUDAMUS
Per l’Anno della fede,
la sola scialuppa che può
salvare la nostra civiltà
|
DI PIPPO CORIGLIANO
il regno di Gesù; ma proprio allora esso è
in pericolo: essi vogliono collegare il loro
potere col potere di Gesù, e proprio così
deformano il suo regno, lo minacciano».
Viene da ricordare De Gasperi che non
voleva chiamare il suo partito “Democrazia cristiana” per evitare il pericolo di cui
il Papa parla, ma cedette, data la gravità
della minaccia comunista. Ma, aggiunge
il Papa: «Oppure esso è sottoposto all’insistente persecuzione da parte dei dominatori che non tollerano alcun altro regno
e desiderano eliminare il re senza potere,
il cui potere misterioso, tuttavia, essi temono». Ed è la situazione in cui ci troviamo adesso: una persecuzione mediatica e
politica è in corso contro la Chiesa. È vero che non si deve legare una fazione politica o economica al nome della Chiesa o
di una sua istituzione, ma bisogna stare
attenti a non buttare via il bambino con
l’acqua sporca.
L’impegno dei cattolici in tutti i campi è necessario: essi non devono innalzare lo stendardo della ChieSenza la visione cristiana dell’uomo, sa ma nel loro cuore deve
essere presente il regno di
il profitto diventa un idolo e il
Gesù. Solo allora uscirepotere una prepotenza. È una verità
mo dai freddi venti di crilampante in questa epoca di crisi
si e di desolazione che spirano nel nostro mondo.
economica e di LIVORE anticattolicO
L’Anno della fede è l’àncora di salvezza, è
la scialuppa di salvataggio per l’Occidente e tutto il mondo. Eppure pochi ne parlano. Dov’è l’Anno della fede sui giornali,
in tv, sul web? Quasi non esiste. Ma non
ci facciamo ingannare dalle apparenze.
Lo Spirito Santo non procede con le statistiche, i sondaggi e i dati d’ascolto. La
sua via passa per una stalla e una mangiatoia. Invece è importante la mia fedeltà e anche questa è un dono da chiedere
allo Spirito Santo. Perciò la cosa da fare
più saggia e operativa è pregare e ancora
pregare. Da semplice cristiano lo chiedo
anche ai vescovi, ai pastori che ci guidano: invitateci alla preghiera, non parlate
di economia e di politica se non per difendere i poveri e i deboli. Per il resto parlate
di Gesù come fa il Papa.
Nel suo ultimo libro Benedetto XVI ricorda la frase di Gesù a Pilato: «Il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18,36). Il Papa
osserva: «A volte, nel corso della storia, i
potenti di questo mondo attraggono a sé
|
| 9 gennaio 2013 |
23
BUON NATALE E BUON 2013
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BUON 2013
N
ell’era del pensiero unico, con i gior-
nali che diuturnamente ci tengono informati sull’andamento dello spread, con l’incubo di Berlusconi che
ritorna, e con lo stesso Papa che per dar
retta a qualche monsignore vanesio si
mette a cinguettare pure lui, ciò per cui
alzare un vigoroso Te Deum compone un
elenco inesauribile di situazioni. Grazie,
Signore: anche per quest’anno ho evitato di aprirmi un profilo facebook; grazie, Signore: anche per quest’anno non
ho comprato i libri di Roberto Saviano;
grazie, Signore: anche per quest’anno ho
evitato tutte le puntate di Fabio Fazio su
Rai Tre.
Ma questi, se ci pensate bene, non sono i miracoli per uno che da sempre – come un domenicano nel Seicento – annusa
da lontano la minchiata di moda, perché
l’allenamento a sentirsi minoranza viene
da lontano. Quindi, alcun merito.
Più difficile, e quindi più meritevole, la mano pietosa dell’Onnipotente che
mi ha incoraggiato a tifare per tutte le
scelte quotidiane che non piacciono alla gente che piace. Anche quest’anno, infatti, mi sono tenuto lontano da tutte le
parrocchie che per la Santa Messa usano
chitarra sull’altare e chierichette. Anche
quest’anno ho evitato come la peste i preti impegnati contro la droga, contro la
mafia e contro il Papa. Anche quest’anno
termino il 31 dicembre non avendo mai
varcato il confine di una chiesa pensata
e costruita da architetti atei, quelli che
si fanno pagare lautamente la commessa dai chierici ma poi si vergognano e nascondono Gesù ai fedeli.
A pensarci bene, anche qui poco merito: son cose sulle quali mio nonno avrebbe chiuso la partita con un’alzata di spalle sotto il tabarro da vecchio contadino
pugliese quale era.
Dovrei ringraziare il Signore perché
anche quest’anno siamo sopravvissuti alla politica che si dimentica della città e
soprattutto dei cittadini, quella che per
capire il nostro Paese si affida alle inchieste di Report. Di sicuro, dovrei ringraziare la mano dell’Altissimo che non mi ha
messo – pur avendone l’età – nel gruppo
degli esodati, girone infernale che solo
un Professore poteva concepire.
Un grazie a Lui e ai suoi Angeli per
avermi dato una moglie sapiente che
d’estate non mi impone la Salerno-Reggio
Calabria per le ferie di famiglia. Un vero
saggio, poi, renderebbe grazie per avere
abbastanza salute da immaginare di non
Te Deum LAUDAMUS
Perché non ho aperto
un profilo facebook
|
DI GIAMPIERO BELTOTTO
Per il metallaro
che mi chiama
“Elisabbè”
“Elisabbè”. Ormai è
un anno che il mio
nome viene troncato
in questo modo,
da quel tizio con
accento pugliese che
mi hai messo sulla
strada. Scusa, ma
non ero stata chiara
quando ti avevo
chiesto di mandarmi
uno che avrebbe
capito quanto è esaltante Beethoven la
mattina presto, uno
che se avessi detto
Kafka mi avrebbe
risposto elencandone tutte le opere a
memoria? E invece
mi hai mandato una
sfida, sotto forma
di metallaro con più
fede in Zeman che
nell’alto dei cieli.
Sfida accettata. E
ora per me quell’“Elisabbè” suona bene
tanto quanto certe
scale di Beethoven.
Elisabetta Longo
segui il blog
“Un the con Alice”
su tempi.it
E NON SEGUO I PRETI IMPEGNATI CONTRO
IL PAPA, NON GUARDO FABIO FAZIO,
NON MI ABBEVERO AL FATTO QUOTIDIANO.
MERITO MIO? NO. È L’ONNIPOTENTE CHE MI
INCORAGGIA A TIFARE PER LE SCELTE CHE
NON PIACCIONO ALLA GENTE CHE PIACE
doversi curare da Roma in giù, per avere
già finito il liceo classico da cui sciocchi
e incompetenti vorrebbero eliminare il
greco e per aver fatto il servizio militare,
perché un tempo così papà si liberava di
noi con la certezza che da quel momento in poi si diventava adulti. Ma siccome
sono un po’ matto, il vero Te Deum lo alzo innanzitutto per i figli e poi per non
aver perso il gusto di stappare una bottiglia di buon vino tutte le volte che capita.
Per non aver dimenticato che il piacere è
quella scintilla divina che ci rende diversi dagli animali e da tutti quelli che masochisticamente ogni giorno si abbeverano
al Fatto quotidiano. Per avere, infine, la
scienza e la coscienza che la vite è la grande metafora della vita.
Giampiero Beltotto, giornalista con una
lunga esperienza in Rai, dagli inizi degli
anni Novanta si occupa di comunicazione
politica. Nello scorso ottobre ha pubblicato
per Marsilio Silenzio amico. La bellezza
della clausura al tempo di internet
|
| 9 gennaio 2013 |
25
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per il solito
Barnum
Sbugiardati gli apocalittici e i piedipulitisti, finito
il governo tecnico, riecco la Juve e gli arbitri
scarsi. Così i perdenti hanno ancora una scusa.
E il Berlusca ha di nuovo i pm alle calcagna
26
| 9 gennaio 2013 |
|
Foto: AP/LaPresse
T
| DI FRED PERRI
e Deum laudamus perché in fondo il governo dei tecnici è una cosa che in questo paese ce la meritiamo. Siamo 60 milioni di commissari tecnici, 60
milioni di tecnici della vita, 60 milioni con la tecnica giusta e pure la ricetta (in tutti i sensi, politica, economica e pure enogastronomica: 60 milioni di critici, tecnici enogastronomici), 60 milioni che se la cantano e se la suonano.
Te Deum laudamus perché l’unico commissario tecnico che riconosco è
Cesare Prandelli e ha fatto un buon lavoro. Siamo arrivati in finale agli Europei e l’unico errore è stato pensare di potercela giocare alla pari con la Spagna.
Te Deum laudamus per quel gruppo di giocatori brutti, sporchi e cattivi
che ha turbato i sonni dei moralisti-perbenisti-manettisti. L’Azzurro tenebra,
come un bel libro di Giovanni Arpino, a me è piaciuto anche per questo, perché non è piaciuto a loro.
Te Deum laudamus perché Mario Monti se n’è
andato. Un grand’uomo, non c’è dubbio, parla diverTe Deum laudamus per l’Olimpiade che è sempre
se lingue ed è laureato alla Bocconi, ma per risolvere i una bella esperienza, un tuffo nello sport meno noto,
problemi del Paese è venuto da me, ha messo la tassa una disintossicazione dal calcio.
sulla casa, ha diminuito gli sgravi per la famiglia e ha
Te Deum laudamus per la cerimonia d’apertura
abbassato la detraibilità dei mutui. Sono laureato in e di chiusura, un compendio della cultura anglo/pop
lettere, un reietto, ma fino a qua ci arrivavo anch’io. della quale ci siamo pasciuti noi ragazzi dei SevenPerò i tassisti non li ha schienati, come pure non c’è ties, dai Beatles ai Rolling Stones, da Dickens a James
riuscito Bersani che si avvia a governarci.
Bond (Oscar per la migliore interpretazione a sua
Te Deum laudamus perché è tornata la Juventus. Maestà la regina Elisabetta). Però il bello dell’OlimNo, non tifo per la Juve (BELIN VI DIFFIDO), però godo piade finisce qua. E pensare che molti dei soliti noti
come un riccio in piena copulazione per le rivoluzio- ne hanno parlato male. Il resto dell’organizzazione
ni smascherate. Pensavate di esservi liberati di Satana sì che faceva pena.
con un po’ di moralismo e un paio di manette. Invece
Te Deum laudamus per la Santa Waterpolo, come
Satana è di nuovo qui e voi, sperduti, non sapete fare la chiama un amico mio. Sport bello e duro, per
altro che tirare fuori un vecchio e frusto coro: “Sape- uomini veri. Sport che finisce alla sirena del quarte solo rubare”. Voi neanche questo.
to tempo. Un grande argento olimpico per i ragazzi
Te Deum laudamus anche se è tornato il Berlu- del Settebello. Mi fa incazzare che tutti facciano peasca. È stato un anno tranquillo, niente donnine, qual- na al rugby senza capire che la pallanuoto è meglio
che caso periferico di magistratura in politica (tanto e, soprattutto, spesso agguanta qualcosa. Perché va
per tenersi in esercizio). Adesso ci aspettano due mesi bene partecipare, ma ogni tanto vincere non fa male.
di retate, di Ruby e Minetti, di palazzi di giustizia, di
Te Deum laudamus perché ho passato due terEuropa che fa le battute. Insomma il solito Barnum.
zi della mia vita senza telefoni cellulari, senza pc e
Foto: AP/LaPresse
Perché sulla Tua
Grazia non fai
spending review
senza navigatori. Li ho passati in urfide cabine del
telefono, urlando a un dimafono sordo i miei articoli o bestemmiando perché non trovavo la strada. Adesso vedo questi che attaccano il Tom-Tom
per andare al supermercato all’angolo e mi viene
la malinconia.
Te Deum laudamus perché ho passato tre quarti della mia vita a scrivere lettere a penna e poi, per
un breve periodo a macchina, poi a imbustarle, a spedirle. Una mia amica, la Lella, un’artista, mi scriveva
splendide lettere sulle salviette di carta ruvide delle Ffss. Opere d’arte. Mia madre, Santa Donna, in un
momento di furia iconoclasta me le ha buttate via
insieme con tre Lacoste «perché erano lise». Ho pianto, per le lettere e per le magliette.
Te Deum laudamus perché mio figlio non è
come me. Non si accorge che nella sua squadretta
giocano i raccomandati (belin, Cl colpisce anche lì)
e che suo padre schiuma di rabbia per le scelte tecnico/tattiche dell’allenatore. È un ragazzo spogliatoio, puro e positivo. Grazie Signore che non l’hai fatto stronzo come me.
Te Deum laudamus per gli arbitri scarsi. C’erano prima e ci sono adesso. E sono sempre la scusa
migliore per i perdenti.
Te Deum laudamus perché è passato un altro
anno senza moviola in campo. Se tengono duro
ancora un po’, me ne andrò in pensione senza averci a che fare.
Te Deum laudamus però ogni anno che finisce mi
mette un po’ di angoscia e quest’anno il Capodanno
me lo faccio a casa. Ho invitato un po’ di amici. Se
vengono va bene. Altrimenti chi c’è, c’è e chi non c’è,
non c’è. La dispensa è piena.
Te Deum laudamus perché se state leggendo queste poche, sporche e inutili righe, allora vuol dire
che la fine del mondo non c’è stata e siamo ancora
qui. Grazie perché il 2013 comincerà come prima e
peggio di prima, con Grillo e Bersani, con Casini e
Maroni, con Di Pietro e Fini (magari no, c’ha l’1,5, ho
visto), con Zamparini e Cellino, con Malagò e Pagnozzi, con la Merkel e Obama, con Sanremo e San Siro.
Per cui, Te Deum laudamus e a tutti voi, bastardi,
buon anno. E fanculo i Maya.
|
Per ogni cosa Te,
Dio, dovrei lodare in
quest’anno critico e
sempre. Oggi però,
tra tutte, scelgo lo
spreco che fai della
Tua Grazia. Fossi
al tuo posto, a uno
come me avrei già
conficcato un fulmine nella fontanella
del cranio vedendo
lo sperpero che
quotidianamente
fa del tempo, degli
incontri e delle
circostanze avute
in regalo. Se non
una saetta, almeno
un bell’avviso con
ricevuta di ritorno;
tipo quei colpetti al
cuore che hanno il
prodigioso effetto
di ridare alle cose
la loro gerarchia e
mostrarne il giusto
valore. Tu invece no;
Tu non sembri misurare il merito della
mia risposta; Tu,
senza misura, ancora
mi offri giorni, volti e
occasioni per conoscerti e amarti.
Non rivedi la spesa
della tua Grazia e
non fai tagli lineari
alla tua presenza.
L’unica legge di
stabilità che conosci
è quella della gratuità infinita. Come
potrei non lodarti?
Speriamo che nessun pm si accorga
di tutte queste
utilità che metti
nella mia disponibilità altrimenti,
questa volta, finisci
dentro pure tu.
Franco Molon
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“Cerco un po’ di blu”
su tempi.it
| 9 gennaio 2013 |
27
BUON 2013
A
costo di catturarmi maledizioni o di
TE DEUM LAUDAMUS
essere sospettato di intelligenza
con il nemico, informo subito per
quale ragione rendo grazie a Dio: la cristianofobia. Essa significa letteralmente
paura dei cristiani. Ma io ritengo in realtà
debba essere più opportunamente definita Cristofobia, paura di Gesù. Timore della
sua bontà, terrore della sua misericordia, | DI RENATO FARINA
spavento del Suo bel volto.
Perché invece di aborrirla esalto la Cristofobia fino a ringraziarne l’Onnipotente? Ovvio: sono pazzo. Ma in questo caso
c’entra poco. Inoltre non è per masochismo, e neanche per la meschina motivazione (almeno spero…) che quest’odio pauroso in fondo lo pagano soprattutto gli
altri: fa versare la vita a cattolici ed evangelici di Pakistan, Nigeria, India, Indonesia; costringe alla perdita della patria i Cristofobia fa sanguinare in Asia e Medio
nostri fratelli di Iraq, Siria, Egitto ed Eri- Oriente ed Africa, e deve strozzare, imbatrea; invece in Europa non ci sono al mo- vagliare, mettere la maschera e deformare
mento rischi di sangue. Comodo ringra- il Papa, con lo scherno, l’oscenità, oppure
ziare per i patimenti del prossimo, caro con l’ostentato rispetto che è un modo per
furbetto della parrocchietta e del movi- imbalsamarlo dietro una teca.
In un miracoloso documento della Camentino – eppure… Eppure sono onesto,
almeno stavolta. Infatti in tutto il mondo mera dei deputati siamo riusciti quasi due
la cristianofobia coincide con la persecu- anni fa a lasciar votare all’unanimità quezione dei cristiani, cruenta fuori dall’Oc- ste parole profetiche: «Il termine “cristiacidente, dove presto però lo sarà, ma in- nofobia” è quello che descrive più comtanto schiaccia, mette sbarre, affonda nel piutamente questo fenomeno di portata
universale… Con questa espressione si vuonostro burro compiacente i suoi artigli.
Non sono neanche per un grammo le qualificare la peculiarità di una persecuimitatore di san Francesco che lodava so- zione che si manifesta in odio cruento in
rella nostra Morte corporale. Non sono all’ali persecutori con la loro violenza
tezza. Conosco bene il
sono testimoni. Almeno loro sanno
dolore tremendo dei noche Cristo è importante, merita
stri fratelli di Baghdad o
i
suoi
chiodi, e noi cristiani con Lui,
di Aleppo, ho incontrato
per
il
solo
fatto di essere battezzati,
i cattolici del Plateau nianche se peccatori, miscredenti,
geriano, per i quali andare a Messa è un appuntapessimi testimoni, però Suoi
mento con il sacrificio di
Cristo ma spesso anche con il loro. E sof- Paesi dove il cristianesimo è minoranza,
fro con loro. Tuttavia ringrazio Dio che la- ma trova fertile terreno anche in Occidenscia mano libera ai persecutori perché es- te da parte di chi vuole negare la pertinensi con la loro violenza sono dei testimoni. za pubblica della fede cristiana».
Pertinenza pubblica della fede cristiaAlmeno loro sanno che Cristo è importante, merita i suoi chiodi, e noi cristiani con na: non significa che il cristianesimo punLui, per il solo fatto di essere battezzati, ta a trasformarsi in religione civile o egeanche se peccatori, miscredenti, pessimi monica, ma a offrirsi come un agnello
nella radura della democrazia. Il grande
testimoni, però Suoi.
Viva la cristianofobia, viva i cristiano- Benedetto XVI nel Messaggio per la Giorfobi perché ci costringono a ripetere il no- nata mondiale della pace ha spiegato che
me di Cristo come qualche cosa che non la voce di questo agnello è un belato nienè una dottrina, un insieme di comanda- te affatto innocuo, dice amore e dice verimenti o di valori. Infatti la teoria, l’etica tà, ma chiede un sì, domanda di cambiae le idee non sanguinano, non si posso- re strada. La menzogna sull’uomo toglie
no torturare e neanche avvilire, invece la la pace agli uomini. Questione della vita
Per quelli che odiano
Te e i Tuoi amici
nascente e matrimoni omosessuali compresi. È stato trattato come un vecchio citrullo reazionario. Cristianofobia, anzi
Cristofobia all’assalto. Che fare?
Il male va circondato con il bene
Mi colpisce uno dei primo tweet dello
stesso Benedetto XVI, oltraggiato ma lui
va avanti: «Come vivere l’Anno della Fede? Dialogare con Gesù nella preghiera,
ascoltarlo nel Vangelo, incontrarlo in chi
ha bisogno». O quanto ha detto il vescovo
di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, nel
suo ingresso in cattedrale: «Occorre silenzio, occorre preghiera, occorrono compagni di viaggio». Il nostro compagno di
viaggio è il buon Gesù e sono i suoi amici,
e se ce ne dimenticassimo c’è la cristianofobia a svegliarci. Non c’è da rispondere
alla paura di Gesù con una paura uguale e contraria. A Bernadette, nel convento
di Nevers dopo le apparizioni di Lourdes,
domandarono nel 1870, mentre i prussiani protestanti invadevano la Francia,
se non li temesse, rispose: «Non ho paura dei prussiani ma dei cattivi cattolici».
Non si risponde al male con il male, in
una specie di scontro frontale. Il male va
circondato con il bene della gente comune come noi, con la carezza della madre
al bambino, con la visita di un ragazzo al
nonno, di don Aldo in Paraguay alle madri disperate, la ricerca di mia sorella imprenditrice per non far perdere il lavoro
ai dipendenti, Patrizia con i carcerati di
Como, le ragazze che per settimane hanno preparato le Tende di Natale e poi al
momento della vendita in piazza battevano i denti dal freddo ma sorridevano. La
cristianofobia ha invece le grandi zanne
cariate… Te Deum…
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| 9 gennaio 2013 |
29
BUON 2013
T
Deum… A Te Deum, cosa diciamo
Te Deum LAUDAMUS
guardandoti negli occhi, se possibile, ora che il tuo zoom di Natale e Fine Anno ci inquadra e squadra, nel
vuoto di una navata cattedrale o in chissà
che angolo buttati, e siamo soli ciascuno
di noi di fronte a Te Deum, Te Deus, o Te
cosa, che zoomi il nostro viso con il tuo
sguardo da tigre o radar, cosa sei che ci | DI DAVIDE RONDONI
premi in petto e chiami da tutte le parti,
dai disegni incantati degli alberi nel gelo, dalle vetrate in successione delle città
e anche dal niente, dal vuoto del nostro
stesso male che cola a fine anno nel fosso
nel canto o mugugno? Te Deum che ci deflagri a volte nella mente? E che mormori
in angoli oscuri, in visi di sfuggita, in tanti filamenti lievi fragili della vita…
Te Deum Domine, se sei davvero Tu
il Dominus, il Signore, che si ha da ringraziare – e sì si deve, pena diventar altrimenti ridicoli, presuntuosi, noiosissimi –
per ogni respiro e sospiro e per ogni bacio
e ferita dentro cui brucia ribrucia la vita;
ecco Te Deum, se Te sei Deus volevo dir- va la voce? O nella mente è già tutta sera,
ti anche da qui una cosa, e metterti una cresce solo il tormento… Se li ama come
bomba tra le mani: ti ringrazio per quelli me, che Deus è? Io glieli voglio lasciare,
che amo. E ora amali tu. Lo dico io, ma so stanotte, lasciarli a Lui che li ami come sa
che questo è un ringraziamento generale. fare. E certo prima, ma non solo, gli amoChe tutti fanno, quasi banale, se non fos- ri fondamentali – taluni amici, e lei e le
se che è questo amore fatale il tuo primo creature che mi fiatano accanto nelle colviolento e dolcissimo segno. Il tuo pegno. line sui crinali – ma anche quelli che stanE allora dico grazie per gli amori, sì, no agli incroci del vento – lo dico Deus,
quegl’incontri che m’han suscitato amo- perdonatemi – come angeli, come sorelre. Anche se non mi amano, o se non mi amano
Quelli arrivati come temporali.
più, anche se non so faE quelli nati come leggerissima edera
re ad amarli. Anche se ho
sui giorni. Io non so come fare.
potuto disfarli. Sì insomnessuno
sa come fare. E allora a Te
ma Deum, Deus, ascolta,
Deum,
se
sei
Deus, chiedo: ora amali Tu,
grazie per tutti gli amocome io non so nemmeno immaginare
ri, quelli dritti e quelli
sghembi, quelli che son
sorrisi eterni di ogni giorno e quelli che le. E poi anche gli amori da niente, laterasono solo un segno fuggevole d’eterno, li, quelli perduti in un andar via di fanatra le mani neanche un giorno… Quel- li. O gli amori da due lire, da smagar via
li che non ho fatto quasi in tempo a di- la mente. E pure i remoti, quelli forse là
re il nome ed erano già via, per i campi, nel tempo onice restati, come ombre o ime oltre la collina, perché ogni amore se è mobili pitture, delicate che fan tremare,
vero sconfina. Quelli arrivati addosso co- compagni di scuola, amici al mare…
me temporali. E quelli che sono nati come leggerissima edera sui giorni. Io non Stramiliardi di gesti non visti
so come fare. Secondo me, nessuno sa co- Per cos’altro ringraziare in questa epome fare. E allora a Te Deum, se sei Deus, ca che ci priva di tutto, buttandoci tutti chiedo – ora amali Tu, come io non so to addosso come ombra come niente. Per
nemmeno immaginare.
cosa altro alzare gridare Te Deum laudaI nomi, i nomi li sai. Non sei Deum, mus, se non per la primizia, la prima sanon sei Deus, se non li ami meglio di me. porita liquirizia dell’umano essere, che è
Si capisce la mia preghiera? Lo senti il appunto il fragile, il tremante amare, comio sbandato ringraziamento? Ti arri- me il metter germoglio, o timido belare
e
Per quegl’incontri che
m’han suscitato amore
di creatura che dice “io” e poi senza potere fermarsi, quasi proseguendo lo stesso balbettio o traccia profonda e atomica
neuronica dell’essere, dice “tu” – e cosa è,
questo affidare, donare, conoscere…
Te Deum per l’amore di cui siamo capaci e incapaci. Per il tuo brillare a volte in
fondo anche ai gesti ragazzescamente rapaci, come smisurata dedizione o sperdimento, per il tuo, Deus, essere stoffa unica della tessitura d’amore su amore, fino
a fare la storia, più di quel che può l’odio,
o la guerra. L’amore che rammaglia continuamente, segretamente il mondo, in
stramiliardi di gesti non visti, non notati da nessuno: manda un bacino con le dita, un sms con un love, gira il brodo con
il cucchiaio per chi nemmeno saluta, leva i capelli dagli occhi del piccolo prima della scuola, allaccia la camicia nello
specchio all’amante, tornisce una volta in
più il suo pezzo di mondo, lascia correre
l’offesa e ci spara sopra due cazzate, dice
buongiorno anche se non lo riceve, canta
al mattino anche se ha il magone, china
la testa di fronte al bene più grande che è
lei, mormora un requiem per chi non ne
ha, dice una parola che fa onda e non palude… L’amore che dà ritmo al mondo, e
fa la storia, anche insorgendo, altro che
le lotte e le rivoluzioni in nome delle idee
che la guastano e riguastano…
Te Deum, se sei Deus, ringrazio se ti
fai carico dei nostri amori così come dei
nostri peccati, se li ami come sai fare solo
tu. I nomi, tutti quei nomi li sai…
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| 9 gennaio 2013 |
31
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per chi sa
far fruttare
il talento
Si chiama Collegio Ghislieri e ospita gli studenti
migliori di Pavia. Duecento presunti “senza futuro”
che non si lamentano perché già vedono che i loro
studi non saranno inutili. Alla faccia dei sociologi
I
Segui “Qwerty”,
il blog di Antonio
Gurrado su tempi.it
32
| 9 gennaio 2013 |
| DI ANTONIO GURRADO
o non mi lamento. Questo scandalizza e mi si controbatte: “Ma come! Hai
trentadue anni, sei precario, guadagni così così, non sai che mestiere farai
fra dodici mesi, non hai una famiglia, non hai nemmeno una casa perché vivi in una camera in fitto in un collegio universitario. Avevi avuto l’occasionissima di scappare da questa nave dei folli che è l’Italia ma, dopo due anni
e mezzo a Oxford, anziché fingere di dimenticare progressivamente la tua lingua, hai scelto di continuare a lavorare nelle università ma tornando in Italia.
Sei come il protagonista del tal romanzo di Bernard Malamud, il giovane ricercatore che si trasferisce in un nuovo ateneo e quando i professori gli chiedono
se ha una foto della fidanzata nel portafoglio risponde che non ha nessuna foto, né la fidanzata, né il portafoglio. Fra le mani non stringi nulla se non il poterti sentire in diritto di scendere in strada a protesta- protesta contro il mio estratto conto. Senza dire che
re coi tuoi coetanei realizzati più o meno come te; e buona parte delle sommosse collettive contro il destiinvece niente, non solo tiri avanti ma ti metti pure a no cinico e baro mi sembra fondarsi su un’indebita
fischiettare tutto soddisfatto?”.
sopravvalutazione del proprio talento individuale.
Qui bisogna chiarirsi. Non vedo che senso avrebbe protestare contro la congiuntura economica sfavo- Non c’è solo la ragione estetica
revole perché sarebbe come protestare contro la pro- Non voglio però fare la fine del fariseo che ringraziapria data di nascita o contro il dovere, che ciascun va Dio perché non si sentiva come gli altri. Preferiuomo ha avuto in ogni tempo, di far fronte al desti- sco radicare la mia gratitudine nel ringraziamento
no collettivo: se a uno capita la guerra mondiale, se per qualcosa di concreto, visibile e tangibile: scelgo
la tiene; se gli capita la peste nera, se la tiene; mi è allora un enorme palazzo del Cinquecento che occucapitato lo spread, me lo tengo. Protestare contro il pa un isolato al centro di Pavia e che è stato casa mia
governo italiano non posso, perché tanto sarebbe val- per gli anni in cui ero studente ed è tornato a esserso restare in Inghilterra: sapevo già prima di tornar- lo quest’anno. Si chiama Collegio Ghislieri. È stato
ci che l’Italia è una repubblica fondata sulle vacche fondato nel 1567 da San Pio V con l’intento di favorimagre. Anziché protestare contro i tagli alla cultura re e premiare il profitto degli universitari e oggi ha
preferisco passare il tempo a escogitare una maniera lo stesso identico scopo, pertanto mi sembra ridutper meritare parte di quei pochi finanziamenti pub- tivo rinchiudermi in una gratitudine autistica: non
blici e convincere qualche privato a integrarli dal ringrazio tanto per l’estetica dell’edificio, benché mi
proprio salvadanaio; né mi sembrerebbe molto ele- piaccia abitare in un monumento, né per l’indiscutigante trasformare in protesta contro le banche una bile comodità dei pasti pronti, della camera lumino|
Perché i Maya
(e i media) hanno
sbagliato tutto
Ti ringrazio Dio
perché il calendario
Maya si è rivelato
solo un enorme errore di stampa. Niente
eruzioni solari, niente diluvi universali,
niente di niente. Mio
marito deve rassegnarsi: per il 2013 e
per gli anni a venire
mi vedrà ancora
al suo fianco, con
tanto di gatto nero
al seguito.
Paola D’Antuono
segui il blog
“Movieland”
su tempi.it
Perche nonmi
scapppa più
nanche un’refuso
Te Deum laudamurus
per quésto hanno
di laxvoro a Tiempi.
SPuero che duoPpo
i grandi risiltati del
2012, Giggio L’Amico
me rinovvi il contruatto pe ril 2013.
Il correttore
di bozze
Un istituto che funziona in
unA università che funziona
in una regione che funziona può
essere d’esempio in un PAESE
che potrebbe funzionare
ma preferisce lamentarsi
sa, della possibilità di alternare come mi pare silenzio e collettività così da poter vivere dei miei studi
senza andare alla deriva.
Ringrazio piuttosto per altri motivi. Anzitutto
perché ogni anno il Ghislieri ammette una quarantina di matricole selezionate sulla sola base del merito, alle quali vengono garantiti benefici logistici e
incentivi culturali in cambio dell’impegno: chi va
benissimo agli esami resta, chi va così così se ne va.
Dentro si trovano circa duecento ventenni, ragazzi
e ragazze di tutta Italia, che vivono direi felicemente e sembrano avere capito meglio di tutti i sociologi che, contingenza o non contingenza, i loro studi
non saranno inutili perché ne stanno raccogliendo i
frutti già adesso. Quando qualche prefica stride perché i ventenni degenerano e l’Italia non ha futuro,
penso a ciò che vedo ogni giorno: duecento ghisleriani che danno esami e ideano conferenze o dibattiti e organizzano gite e trovano pure il tempo per
divertirsi ed essere giovani e noncuranti. Se ragiono
sul fatto che non saranno mica gli unici duecento in
tutta la città né tanto meno in tutta la nazione, visto
che avranno coetanei di pari talento che magari trovano altre istituzioni disposte a favorirne la crescita intellettuale e umana, ecco che anziché frignare
sulla serva Italia di dolore ostello mi sento piuttosto
rassicurato riguardo all’avvenire in quanto il materiale umano decisamente non manca. È lì e sta buono in attesa di fiorire.
Inoltre mi consola sapere che il Ghislieri ha attraversato indenne i secoli. È stato il collegio di Goldoni, di Zanardelli, di Cesare Correnti, di padre Gemelli, di Contini, di Guido Rossi e di Franco Tatò, di Gian
Arturo Ferrari, dei ministri Forte, Rognoni e Vanoni; è sopravvissuto agli spagnoli, alla rivoluzione, a
Napoleone, agli austroungarici, a Mussolini e alla
Dc. Sopravvivrà anche a me, che posso limitarmi a
far notare una cosetta. Un istituto che funziona in
un’università che funziona in una regione che funziona può essere d’esempio, insieme a tante altre istituzioni di pari serietà e dedizione, in una nazione
che potrebbe funzionare ma preferisce lamentarsi.
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| 9 gennaio 2013 |
33
BUON 2013
M
sui famoTE DEUM LAUDAMUS
si precari della scuola. La mia avventura è una delle tante ma è
reale e, udite udite, bella. Ho deciso di insegnare a dodici anni. Non sapevo ancora
cosa e a chi, ma avrei fatto l’insegnante.
Dopo le medie ho deciso di iscrivermi al
liceo classico, ho amato il greco, la grammatica e la letteratura italiane, la fisica e
la matematica; ho avuto degli insegnanti
appassionati, dei maestri veri. A 24 anni
mi sono laureata in matematica. Ho avuto
il privilegio di iniziare a insegnare come
supplente in un liceo scientifico prima ancora di laurearmi. Questa prima esperienza mi ha confermato nella mia decisione:
era il mio lavoro. Un lavoro unico: insegnare ciò che amo, la matematica, e co- | DI CECILIA CARRETTINI
municare la mia passione ad altri. E non
solo. L’occasione di incontrare ragazzi e quello che domina è una certezza: dovunaccompagnarli per un breve tratto nel lo- que sarò, chiunque incontrerò, sarà per
me una grande occasione; anzi, l’occasioro cammino di studenti e di uomini.
Dopo otto anni di insegnamento nel ne. Sarà un grande anno. La storia di queprivato in diverse scuole ho deciso di en- sti anni me lo ha confermato.
trare nel vasto mondo della scuola statale e sono diventata così una precaria. Non Quei trenta volti che mi guardano
che prima non lo fossi, ma quando si par- A settembre dunque mi sono presentala di precari, non so perché, si pensa agli ta alle convocazioni. Le scuole disponibiinsegnanti delle scuole statali. In effetti le li non troppo lontane da casa non sono
dinamiche di assunzione sono alquanto molte, nessun liceo, solo istituti tecnici e
bizzarre se comparate a quelle del priva- professionali. Le scuole in lista sono nomi,
to. In sintesi: dopo la laurea è stato neces- vie, numeri. Non so altro se non qualche
sario frequentare per due anni la famosa voce di corridoio di altri insegnanti che
Ssis (scuola di specializzazione per l’inse- attendono con me. Io sono il numero sesgnamento secondario) e
sostenere in seguito l’esaTUTTI GLI ANNI ALUNNI DIVERSI IN SCUOLE
me di abilitazione. A queDIVERSE. L’ANSIA PER LA LISTA D’ATTESA
sto punto ho potuto iscriE LA BUROCRAZIA. E OGNI VOLTA BASTA
vermi a una graduatoria,
LA
PRIMA ORA IN CLASSE PER RISCOPRIRE
che viene aggiornata
CHE È QUESTO IL MESTIERE PIÙ BELLO
ogni due anni circa, nella quale ho un punteggio, calcolato in base ai titoli e agli anni santa. Mi sento un po’ come al banco fredi servizio. Insomma sono un numero. schi del supermercato. Però il banco si sta
Ogni settembre veniamo tutti convocati svuotando. Capita anche talvolta che uno
dal Provveditorato agli studi: c’è un elen- scelga una cattedra, si presenti a scuola e
co di scuole con dei posti disponibili e il la cattedra dichiarata sia inesistente. Sono
nostro elenco, di insegnanti disponibili. tesa. Mi chiamano e scelgo. Firmo. Il giorChiamati in ordine, ognuno sceglie l’isti- no dopo mi presento a scuola. L’edificio
tuto (o gli istituti) per quell’anno. In que- è enorme, un dedalo di scale, aule, corrigli istanti si decide dove sarò per tutto un doi. Nessuno mi sta aspettando. Vado in
anno scolastico. Confesso che i sentimen- segreteria, mi presento, mi fanno compiti che mi accompagnano in quei momenti lare circa dieci moduli. Sono passata dal
sono abbastanza travolgenti e contraddit- supermercato alle poste. Poi, dalla segretori: dalla preoccupazione di riuscire a ot- teria docenti mi mandano in quella amtenere un lavoro alla curiosità di scoprire ministrativa per altre pratiche e poi in
cosa ne sarà di me, dal desiderio di andare quella didattica dove mi assegnano le clasin un buon liceo a quello di cogliere la sfi- si e il mio orario. Non so che libri di teda di un malfamato istituto professiona- sto hanno, non so dove si trovano le aule,
le di periferia. Ma nonostante l’agitazione, non so che programmi hanno svolto l’aniti e leggende si narrano
Per la mia avventura
(stra)ordinaria
di insegnante precaria
no precedente. Così mi metto alla ricerca
di qualcuno che possa darmi una mano
e finalmente conosco un po’ di docenti e
di bidelli che mi aiutano a orientarmi in
questa giungla. Dopo due giorni inizia la
scuola. Entro in classe. Eccoli. I miei studenti. In quell’istante tutto il marasma
settembrino si quieta. In una frazione di
secondo riguardo ai giorni precedenti con
simpatia e alla burocrazia che mi attende con un sorriso. Quei trenta volti che
mi guardano con stupore, sfida, distrazione, curiosità, mi riportano alla bellezza
dell’avventura che mi attende: incontrarli attraverso le mie lezioni di matematica.
Attendo sulla soglia che tutti si alzino e
che ci sia silenzio. Entro, li saluto e mi presento. Leggo i loro nomi (non i cognomi) e
poi inizio la lezione. Parto con un problema concreto e interessante per introdurli
alla matematica. Durante l’ora mi rivolgo
a ciascuno di loro, chiamandoli per nome.
Al termine della prima ora con loro conosco tutti i loro nomi. Questo li spiazza.
Incontro le altre classi e mi innamoro subito di tutti i miei studenti. In particolare una classe mi conquista. È una
prima dell’indirizzo amministrativo. Già
dai primi giorni i miei colleghi ne parlano malissimo. Proprio per questo diventano i miei preferiti. Così mi offro per fare
la tutor della classe e mi accorgo di come
loro ricambino questa mia preferenza apparentemente immotivata. La più bella
preferenza, la più vera.
Ebbene sì, ogni anno ricomincio (così)
con studenti diversi in scuole diverse. Sono una precaria. E quest’anno, come del
resto ogni anno, ringrazio il buon Dio per
la grazia che mi è concessa: faccio un lavoro che amo e di cui non mi stanco mai.
|
| 9 gennaio 2013 |
35
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per il bambino
che cammina
sulle acque
Da un incredibile incontro in Cambogia un nuovo
compito missionario. Riconoscere nel reale il
Mistero di Cristo che si muove sopra-la-natura.
A Phnom Penh come su un aereo per Bruxelles
L
Padre Alberto
Caccaro, ordinato
sacerdote nel 1995,
è stato missionario
in Cambogia per
11 anni. Nel 2011
è tornato a Milano
per dirigere il Centro
missionario del
Pontificio Istituto
Missioni Estere
(Pime). A settembre
ha pubblicato Cento
specie di amori
(Lindau), dove
racconta della sua
missione a Prey
Veng, piccolo capoluogo di provincia
100 chilometri a est
di Phnom Penh dove
nessuno aveva mai
visto un prete cattolico prima di lui
36
| 9 gennaio 2013 |
| DI Alberto caccaro
a Cambogia è tutta in un bambino che cammina sulle acque. Avrà avuto sette, forse otto anni, ritto in piedi, sulle acque di un grande bacino a lato della strada. Lo vidi da lontano e mi avvicinai, incredulo, mentre lui continuava a
muoversi sull’acqua increspata da una leggera brezza pomeridiana. Incuriosito
dall’insolita scena, lo chiamai. A un certo punto mi accorsi che sotto i suoi piedi, tra l’ondeggiare delle acque, qualcos’altro si muoveva. Capii che il bambino
stava in piedi sul dorso di un bufalo completamente immerso, quasi invisibile. Il bufalo si stava rinfrescando, mentre il bambino si divertiva ritto sul dorso
dell’animale a fior d’acqua e si accingeva a tuffarsi. Da lontano non vidi che un
bambino camminare sulle acque…
In Cambogia vi sono migliaia di questi bambini.
Il loro lavoro è prendersi cura dei bufali, così preziosi nel trascinare l’aratro o il carro di famiglia. Anche più. E avrei dovuto – direbbe Flannery O’Connor –
se sono piccoli di statura, dai cinque anni in su, rie- rendere giustizia all’universo visibile suggerendone
scono ad arrampicarsi sul bufalo e lo accompagna- uno invisibile, soprannaturale, che potesse custodire
no al pascolo, tutti i giorni. Spesso, però, questi sem- il mistero di ciò che man mano incontravo. Come un
plici lavori domestici sono la causa del loro abbando- appello rivolto ai miei occhi, a quanto mondo potesno scolastico. Bastano un periodo di siccità, un raccol- sero contenere e a quanta parte avrei avuto nella vita
to andato male, una malattia fuori programma, l’arri- di chi incontravo. L’avrei capito pian piano.
vo di un figlio in più, e il bilancio familiare va in cortocircuito. Occorre quindi stare a casa da scuola e ren- L’intuizione di Somnang
dersi utili come si può. Non ci sono più i soldi, nem- La Cambogia mi rivelava così «la propedeutica primeno per un quaderno, perché servono al fratellino ma alla vita spirituale»: «Imparare a vedere, abituare
minore, non il secondo, ma il quarto o il quinto che, l’occhio alla pacatezza, alla pazienza, al lasciar-veniappena nato, è già malato.
re-al-sé (delle cose)» (F. Nietzsche, Crepuscolo degli
La Cambogia ha così legato per sempre la mia fede idoli). Ma non ero in un’aula universitaria! Attraverallo sguardo. Credere è aprire gli occhi e penetrare il savo tutti i giorni risaie a perdita d’occhio, con polreale fino a intuirne la trama divina. Sentivo una sor- vere, capanne, acquitrini e bufali! Eppure cercavo,
ta di chiamata provenire da ciò che incontravo e vede- come Heidegger, l’«originario», ciò che è «anteriore»
vo: nella natura avrei dovuto intuire la sopran-natu- e viene prima di tutto. Lì ha fatto capolino la Grazia
ra. Come quel bimbo che camminando sulle acque, con la spinta, solo Sua, alla comunione: il destino dei
non procedeva contro, ma sopra-la-natura. Tutti i san- bambini che camminavano sulle acque mi riguarti giorni, il reale che mi si presentava, reclamava di dava. Perché «Dio è quaggiù tra paludi e acquitrini
|
Per i figli che ci
sono e quelli che
non ci sono più
DURANTE UN VOLO la mia nipotina ha chiesto alla mamma di poter finalmente rivedere i nonni in cielo. Ma prima che LEI potesse rispondere, Il fratellInO Riccardo precisava: «Easyjet vola troppo
basso, i nonni non si vedono perché sono nel cielo più in alto»
(…) in un luogo appartato/ Dove mai si è posato uno
sguardo importante» (P. Kavanagh). Si andava delineando la missione che Lui mi affidava: il dono e l’urgenza di uno sguardo capace di impreziosire il reale
e di ritrovarvi il Mistero di Cristo che viene come un
tempo, camminando sulle acque. Capii che la missione ha un unico obiettivo: annunciare che tra Dio e
ogni uomo vi è una mistica somiglianza. Come quel
bimbo e Gesù. Entrambi figli, entrambi in cammino
sulle acque, entrambi sopra-la-natura. Per la verità,
quel bimbo e la meditazione che ne seguì mi offrirono le parole giuste per spiegare anche il mistero
del mio celibato. Sempre, ovunque, al mercato o nel
mezzo di un viaggio, mi rivolgevano la domanda circa la mia condizione di uomo senza moglie e senza
figli. E spesso, pur spiegando, non capivano. Come
avrei potuto resistere al corpo e spingermi oltre? Il
mio celibato sembrava ai loro occhi qualcosa contro-la-natura perché ad ogni latitudine, per esperienza, la natura spinge, preme, vuole la sua parte. Capii
quindi che potevo utilizzare la lingua khmer sugge-
rendo un’altra prospettiva: l’uomo non deve camminare contro, ma oltre, sopra-la-natura accogliendone
prima tutti i limiti.
Anche Somnang, ultimo anno di scuola elementare, che di fronte alla parola del profeta «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni
burrone sarà riempito (…); le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate», mi confidava: «Padre, posso solo spianare la strada che dal mio
papà arriva alla mia mamma, perché lui è sempre
ubriaco e fuori di casa, mentre la mamma…». Anche
lui cammina sulle acque di una famiglia instabile.
Oppure la mia nipotina Chiara che, dopo aver perso i nonni ai quali era molto legata, ha avuto l’avventura di volare a Bruxelles. Durante il volo ha chiesto
alla mamma di poter finalmente rivedere i nonni in
cielo. Ma prima che mia sorella Paola potesse rispondere, da dietro la voce del fratellino Riccardo, di qualche anno più grande, precisava che «Easyjet vola
troppo basso e i nonni non si vedono perché sono nel
cielo più in alto» dove le nuvole sono più grandi e forse, aggiungo io, più ospitali.
Non v’è quindi differenza fra questi bimbi e questi
mondi, se non di latitudine, ma la tensione a camminare oltre-la-natura è la medesima. Per questo mi fermo qui. E affido a pochi versi il compito di uno sguardo ultimo che sappia cogliere la trama di Dio «dove
mai si è posato uno sguardo importante». Scrive M.
Gualtieri: «Forse sono i bambini a sostenere il mondo/
e gli animali, i cuccioli d’ogni specie./ C’è tanta gioia dentro quei corpi piccoli/ tanta di quella preghiera, forse sono i bambini/ i fiori l’acqua, le cose fatte
da due mani,/ la quiete di una casa, robe di niente».
|
Per lo spazio
nell’armadio, per gli
attaccapanni piccoli,
i calzini minuscoli.
Per la crema all’ossido di zinco e la
terrificante e salvifica pompetta per
aspirare i “mucci”
dal naso. Per l’amido di riso, i saponi
neutri e le paperelle
galleggianti. Perché
dentro casa ogni
oggetto non parla
più soltanto di se
stesso. Per il battesimo. Un tempo,
ha detto il prete
quel pomeriggio di
giugno, alla domanda
“cosa chiedete per
vostro figlio?”, i genitori rispondevano:
“la vita eterna”. Mi
è tornata in mente
quella frase nello
smarrimento per
quei bambini del
Connecticut strappati alle loro mamme
e ai loro babbi. Te
Deum laudamus. Per
Anna. Per i bambini
che sono arrivati, per
quelli che non arrivano, per quelli che
se ne sono andati e
non basterà una vita
a capire perché. Te
Deum laudamus. Non
lasciarci orfani.
Laura Borselli
| 9 gennaio 2013 |
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BUON 2013
Te Deum laudamus
Perché ora
so cos’è
la primavera
Da tempo i cristiani in Siria denunciano l’anima
fanatica islamista dei “ribelli” anti Assad. Ma le
loro voci e il loro sangue si scontrano con il tifo
dell’Occidente per le rivolte contro il regime
L
| DI GIAN MICALESSIN
a verità è il primo caduto di ogni guerra. La battuta può sembrare inflazionata, banale, ma in Siria – quest’anno – ho capito che al peggio non c’è
limite. Trent’anni in mezzo alle guerre non mi avevano ancora portato al
centro di un capolavoro propagandistico di tale portata.
Ci sono andato a settembre. Da tempo quella guerra civile mi suonava strana, incomprensibile. Per mesi avevo osservato il lento ripetersi di cortei, sparatorie e uccisioni seguiti dall’inesorabile moltiplicazione delle vittime. All’inizio lo schema sembrava chiaro. Una rivolta popolare da una parte e, dall’altra,
la bieca reazione di un regime incapace di riformarsi e dialogare con l’opposizione. In quello schema perfetto con il dittatore cattivo da una parte e i rivoluzionari buoni dall’altra c’era
però un’anomalia. Chi aveva subìto la repressione ed
era finito in galera per mano del regime non stava o dagli alawiti definiti – a torto o ragione – la setcon i nuovi oppositori, non ci parlava, si guardava ta al comando. Le voci sono rimaste fuori dal coro.
bene da stringerci accordi. Preferiva sperare nel dia- «Noi cristiani – mi ripeteva il vicario greco melchilogo, invitava a rifiutare soluzioni venute dall’este- ta di Aleppo Ignace Dick – non siamo amici del regiro. Dunque i tradizionali nemici di Bashar Assad se me, ma per noi rappresenta l’ultima diga davanne stavano da parte. Osservavano perplessi le proces- ti all’avanzata dei fondamentalisti islamici con cui
sioni del venerdì islamico chiuse dalle immagini di voi occidentali sembrate aver stretto alleanza. Penun rituale massacro al termine del quale non si capi- sate veramente che la soluzione ai nostri problemi
va mai chi avesse sparato contro chi. Quei dissidenti possa arrivare da chi combatte in Libia, Afghaniincalliti, ma attenti, invitavano a diffidare di un’op- stan, o Iraq?».
posizione con gli uffici a Doha e Istanbul. E all’entuAd Aleppo ascoltavo anche la mesta rassegnaziosiasmo occidentale contrapponevano le statistiche ne del vescovo caldeo Antoine Audo, allibito di fronche dimostravano come assieme alle dimostrazioni te a un’Europa perduta nelle sue beghe economie ai morti crescessero gli attentati suicidi, le auto- che, sorda e disinteressata al dramma dei cristiani di
bomba, le stragi insensate simili a quelle già viste in Siria. A Homs ho guardato disorientato le madri criIraq. Eppure quelle voci fuori dal coro continuavano stiane ringraziare l’esercito per aver liberato i quara sembrarmi stonate, inaffidabili.
tieri dove i ribelli avevano distrutto la chiesa, minacCosì a settembre sono andato in Siria. Ho evita- ciato di far saltare la scuola con i loro figli dentro.
to i ribelli, non ho ascoltato il governo. Ho seguito A Damasco ho incontrato padre Hanna Jallouf, parla traccia dei cristiani, comunità antica, ma distante roco dei cristiani della zona dell’Oronte al confine
dai gruppi del regime accusati di flirtare con l’Iran con la Turchia. L’ho ascoltato mentre mi descriveva i
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| 9 gennaio 2013 |
|
Nella foto, ribelli
siriani recitano
la preghiera del
pomeriggio ad
Aleppo, durante
gli scontri con
l’esercito del regime
di Bashar Assad
Per la donna
che ha vinto
la mia pigrizia
ribelli, illustrava il loro fanatismo, descriveva i massacri di soldati, gli sgozzamenti, le decapitazioni di
massa, le teste esibite come pubblici trofei. Ma quelle voci continuano a restare fuori dal coro. Continuano a scontrarsi con il plaudente consenso riconosciuto da Washington, Parigi e Londra a una rivolta venduta come il naturale seguito delle primavere arabe.
Una logica già vista in Tunisia, Egitto e Libia
Oggi sappiamo che persino le premesse erano false. A Tunisi quelli di Ennahda, il cosiddetto partita islamista “moderato” vincitore delle elezioni, si
preparano a cancellare dalla costituzione il concetto di eguaglianza tra uomo e donna per sostituirlo
con quello di complementarietà. In Egitto il presidente Mohamed Morsi e i Fratelli Musulmani stanno approvando la prima costituzione basata sulla
sharia e sul Corano. In Libia l’uccisione dell’ambasciatore americano durante l’anniversario dell’11
settembre è avvenuta per mano di milizie islamiche appoggiate dal Qatar e dall’Arabia Saudita, i
due alleati a cui Washington, Parigi e Londra hanno delegato la gestione dei gruppi armati incaricati
di deporre Muhammar Gheddafi.
In Siria tutto sembra seguire la stessa logica. Le
forze più forti militarmente sono – ormai è ufficiale – i gruppi jihadisti come Jabhat al Nusra (Fronte della Vittoria), formati da veterani dell’Iraq, dello Yemen e dell’Afghanistan armati da Qatar, Arabia Saudita e Turchia. Washington, Londra e Parigi
lo sanno, ma poco cambia. Il riconoscimento ufficiale dell’opposizione da parte degli Stati Uniti, di molti paesi europei e della stessa Italia è notizia di questi
giorni. A questo punto qualsiasi possibilità di soluzione diplomatica del conflitto è esclusa. A Bashar
Assad, al suo governo, alla minoranza alawita, ma
anche ai cristiani e ai tanti sunniti che non credono
alle promesse di libertà dei gruppi islamisti non è
più concesso né discutere, né proporre alternative. Il
loro tempo è scaduto. Al pari di Gheddafi e dei suoi,
possono solo scegliere tra la resa, la morte o la fuga.
Per la gioia dell’Europa e di tutti noi occidentali.
|
Ti ringrazio, Signore,
perché quest’anno
sei entrato con prepotenza nella mia
vita vincendo la mia
pigrizia, consigliandomi di portare fuori
la spazzatura quando traboccava dal
bidone, invitandomi a
sistemare il termosifone quando faceva
più rumore delle
cascate del Niagara,
incoraggiandomi a
riordinare i vestiti
in camera quando
ammucchiati sulla
sedia formavano una
pila alta fino al soffitto, convincendomi
a pulire per terra
quando i gatti di
polvere diventavano
così grossi che prendevano a miagolare.
Sì, insomma, mi sono
sposato e Ti ringrazio per chi mi hai
messo accanto.
Leone Grotti
segui il blog
“The East is read”
su tempi.it
| 9 gennaio 2013 |
39
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per quelle
facce da
presepe
Il regalo più bello è vedere i ragazzi di strada
di Yaoundé rinascere nell’abbraccio di Dio che
si fa compagno del loro cammino. Attraverso
l’amicizia con gli educatori del Centro Edimar
D
Padre Maurizio
Bezzi, missionario
del Pime, si dedica
da oltre vent’anni
agli mboko, i ragazzi
di strada di Yaoundé,
Camerun, dal 2002
dirige il Centro diurno Edimar, dove tutti
i giorni si prende
cura di 160-170 adolescenti e giovani che
vivono alla giornata
40
| 9 gennaio 2013 |
| DI MAURIZIO BEZZI
a un missionario che negli ultimi ventuno anni si è dedicato ai ragazzi di strada di Yaoundé (Camerun) ci si aspetta che ringrazi Dio per tutto l’amore
che ha avuto la grazia di dare e di ricevere per così tanto tempo dentro
a questa esperienza. E invece no, il mio primo ringraziamento è per la gente
che il Padreterno mi ha messo vicino, per il gruppo di amici quasi tutti africani
con cui condivido questa avventura. In particolare per Mireille, un vero pilastro
della nostra esperienza educativa, che anche tanti italiani conoscono avendola
incontrata al Meeting di Rimini. Sì, sottolineo che si tratta di un’opera educativa prima che assistenziale, anche se i ragazzi hanno bisogno costantemente di
medicine e di igiene, cose che trovano al Centro Edimar, aperto ogni giorno dalle 10 alle 18, insieme alle
occasioni di svago e di formazione come la scuola di
alfabetizzazione pomeridiana. Ma soprattutto trova- ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesiono noi, trovano la proposta stabile della nostra amici- ne a Lui la realizzazione piena della nostra umanità.
zia, quella che c’è fra noi e quella aperta a loro.
(…) Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci
Come gruppo di educatori, siamo consapevoli di chiede attraverso le circostanze della vita».
essere chiamati a essere testimoni dell’avvenimento che ha preso la nostra vita: il “sì” di Maria, il Ver- La cosa più difficile è lasciarsi amare
bo che si fa carne, Dio che si fa uomo tra gli uomi- Dando uno sguardo a tutti gli anni trascorsi qui non
ni. Questa storia si conferma una bella avventura, posso che confermare la grandezza di queste intuiun’amicizia che da quel “sì” non fa che dilatarsi e zioni. È la possibilità reale di un abbraccio sincero a
trasformare l’umanità di ragazzi sui quali nessuno un’umanità che si dava per finita e che invece, come
scommetterebbe un centesimo. Pensando alla nostra per Zaccheo e tanti altri, rifiorisce a partire da uno
esperienza in questo ambito così problematico mi sguardo diverso. È bello vedere qualcuno rinascere:
viene in mente quel che Benedetto XVI ha detto della vederlo prendere una coscienza nuova di sé, vederrelazione educativa, definendola «l’incontro tra due lo addolorato per il male fatto a sé e agli altri e desilibertà». E pensando a tutte le difficoltà che abbiamo deroso di ritrovare un cammino verso Dio e verso gli
incontrato, sia per creare l’opera che per gestirla, non uomini attraverso il sacramento della riconciliazioposso non ricordare quello che ha scritto nel suo mes- ne. Oppure vedere chi ripercorre la sua storia carisaggio all’ultimo Meeting: «Ogni cosa, ogni rapporto, ca di sofferenza (sentirsi abbandonato dalla famiglia,
ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua dormire all’aperto, anche sugli alberi…) concludenragione ultima nell’essere occasione di rapporto con do che la sofferenza non è stata per il nulla, ma che
l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e tutto questo ha un senso ed è una scuola di vita. E,
|
Per i padri e
i maestri che
ci metti davanti
magari, gli viene anche una gran voglia di imparare
a leggere e scrivere.
Una sera mi telefona un ragazzo dicendomi che
passando davanti alla prigione aveva visto un detenuto incatenato: ha pensato al male fatto quando viveva
da sbandato e alla grazia ricevuta di poter guardare
ora alla vita in un altro modo. Ma nulla di tutto ciò
accade meccanicamente, e neanche imponendo un
regolamento. «Sento quanto è difficile per me lasciarmi amare», diceva un giorno un ragazzo, con il quale spesso serve molta pazienza da parte nostra. Credo però che uno dei più bei regali di questi anni l’abbiamo ricevuto da un ragazzo che dopo moltissimo
tempo è ritornato in famiglia dove continua la scuola
iniziata al Centro Edimar. Ci ha scritto ringraziandoci perché «mi avete educato alla libertà… ora in famiglia mi sento libero». Noi non gli abbiamo mai fatto discorsi sull’argomento: è una conclusione che ha
tratto lui guardandoci.
Mi chiedono spesso di pregare per loro, ma non
in modo collettivo: «Devi aver ben presente i nostri
volti», mi dicono. Sì, in questi anni è esplosa una
domanda di rapporto personale, che va dal chiedere
di potersi confessare alla richiesta «vienimi a trovare
lì dove lavoro», oppure «incontra mio padre, incontra mia madre».
Vorrei proprio che tutti i ragazzi che incontriamo trovassero un posto nel Presepe. Perché il cuore di ognuno di loro desidera essere abbracciato dal
mistero di Dio entrato nella storia per farsi compagno del nostro cammino. Sono sicuro che Edimar, il
ragazzo di una favela brasiliana che fu ucciso perché
si era convertito e non accettava più gli ordini della
gang e che dà il nome al nostro centro, ci aiuta dal
Cielo. E credo che sorrida come sorridono i passeggeri alla stazione ferroviaria qui di fronte, quando i
nostri ragazzi gli fanno da facchini e intanto cantano Sul paion, la canzone degli alpini che gli abbiamo
insegnato. E credo che si commuova quando li sente
cantare un’altra delle canzoni che abbiamo insegnato: «Noi non sappiamo chi era, noi non sappiamo chi
fu, ma si faceva chiamare Gesù».
|
Grazie, o Dio, per i
nostri padri, tutte
le nostre madri,
gli amici veri e i
maestri che ci hai
messo davanti agli
occhi nel cammino al
Destino. Ma grazie
in particolare per i
miei padri e maestri.
Quanto ai padri
penso al mio, Enrico,
al suo, Paolo, a don
Giussani, Carrón e
Papa Benedetto XVI.
Quanto ai maestri,
beh… non c’è spazio
per tutti. Così come
anche per gli amici.
Mi permetto di ricordare simbolicamente
le mie maestre
delle elementari,
Elisabetta, e delle
medie, Anna. Tra
gli amici, Stefano
e Francesco. Una
menzione d’obbligo
spetta pure a mia
madre e mia sorella:
Eugenia e Clara.
Grazie anche a loro.
Grazie, perché è
attraverso tutte
queste persone
che Tu mi offri la
possibilità di essere
continuamente
introdotto alla realtà, attraverso quel
sommo bene fatto di
segni e convivenza
che è l’educazione.
Portandomi ogni
giorno al cuore della
meravigliosa e sempre nuova esperienza
che è l’essere figli.
Matteo Rigamonti
| 9 gennaio 2013 |
41
BUON 2013
Q
tutti i benedetti giorTe Deum LAUDAMUS
ni, un Natale senza maniche e in
ciabatte: i bianchi anche a piedi nudi, barefoot, un po’ perché fa moda un po’
perché è un’antica tradizione. Le nere con
i soliti turbanti ora più colorati che mai e
anche l’ombrello che, nelle lunghe camminate di chi non ha la macchina, le ripari dal sole a picco sulle loro teste non più
ricce: quelle che non se li tirano violentando la natura e bruciando chiome robuste come le loro spalle, in questa stagione
raccolgono le migliaia di capelli in tesissime treccine che fanno così passare l’aria.
Qua e là qualche luce natalizia quasi sempre spenta, dato che il sole sembra non
tramontare mai. Vaghi accenni di decorazioni sulle vetrine, niente presepi nelle ca- | DI LORELLA BERETTA
se né finti babbi natali aggrappati su pareti lisce che nemmeno una controfigura in vacanza – e grazie perché non si smetaccetterebbe di affrontare. Le chiese men te mai di imparare.
che meno, spoglie come sempre in un paGrazie perché questo 2012 sembrava
ese protestante, anglicano e animista per essere iniziato davvero male, sulla pittoeccellenza. Lo spirito del Natale ti aggredi- resca Route 62 fumante per la calura estisce come un ladro dietro l’angolo quando va del primo di gennaio e a terra quello
inevitabilmente entri in uno dei numero- scricciolo – fucsia dai nastrini sui capelsi, moderni, futuristi centri commerciali: li ricci ricci ai sandali di un numero più
Jingle Bells suona di sottofondo in mille grande dei suoi piedini: spam. Di corsa da
versioni diverse, mentre cammini tra pini un lato all’altro della strada, da quello in
silvestri ricoperti di palline colorate e lu- ombra all’altro tremendamente assolacine made in China, fiocchi sbarlucicanti to dove stavano a fare l’autostop la mame bambole multietniche e multinazionali, ma con la sorellina, di un anno maggiomacchinine e poi tanti giocattoli da usare re: un frammento di secondo, il nostro
in spiaggia, regali per chi si ama e pensie- fuoristrada, la frenata, lo spigolo destro,
ri per chi mal si sopporta.
Il Te Deum è la lode di
UNA FRAMMENTO DI SECONDO: IL NOSTRO
fine dell’anno e per storia
FUORISTRADA, LA FRENATA. SPAM. E
e abitudine la fine dell’anQUELLO
SCRICcIOLO A TERRA, IN LACRIME.
no è neve o comunque
POI
LA
POLIZIA,
L’OSPEDALE E LA BARACCA
freddo barbino, il naso
DI
MAMMA
TINA.
CHE RINGRAZIA. «NESSUN
ghiacciato e un lungo e
ALTRO SI SAREBBE NEPPURE FERMATO»
datato piumino: allora la
prima cosa per la quale
mi viene da ringraziare è di essere qui, in spam. Dio! Tutti a correre verso di lei grimezzo a queste querce gigantesche, a geo- dando preghiere in un silenzio da panico
metrici filari di viti che si stagliano su ter- rotto dai singhiozzi della piccola. È viva!
re di tutte le variazioni del rosso.
La madre – che l’avrà partorita quando
ancora con l’uniforme andava in una delPaura sulla Route 62
le scuole del moderno Sudafrica – la prenGrazie per i colleghi-amici che mi ricor- de in braccio, la stringe. All’arrivo del podano che è finito anche quest’anno e che liziotto tiriamo un sospiro di sollievo, ma
è il momento di ringraziare. Grazie per lui constata che la macchina è intera e la
gli amici di sempre che mi ringraziano e bambina viva, o forse il contrario, e se ne
che ringrazio. Grazie per gli amici nuovi va, con la pelle nera lucidata dal sudore
che mi sorridono e a modo loro festeggia- avvolta nella divisa blu. Ci lascia lì ancor
no con me Natale e il nuovo anno a veni- più sgomenti a pregare di nuovo, questa
re. Grazie perché mi chiedono come sto e volta rivolti a quel giovane viso, perché
posso rispondere bene. Grazie per avermi non proceda con il lungo viaggio appefatto superare i momenti difficili – ché na iniziato per tornare dalla famiglia di
cambiare emisfero non è (sempre) essere origine, a 500 chilometri da lì: l’autostop
uaranta gradi
Per uno spaventoso
incidente sudafricano
finito in un sorriso
per un passaggio che in un’ora la porti a
un treno sul quale viaggiare pressati per
sette ore almeno. Partire da queste parti
è sopravvivere, altro che morire: non c’è
spazio per le frasi da cioccolatini. Andare via è importante per lei e anche per
le due bambine, una attaccata alla camicia, l’altra in braccio con la testa appesantita da un sonno improvviso. Stai a spiegarle il pericolo, stai a convincerla che ce
la portiamo noi, piuttosto, dove deve andare, ma che prima è urgente l’ospedale.
Miracolosamente cede e carichiamo una
valigia rosa alta più delle sue figlie, cinque sacchetti della spesa carichi di ogni
cosa, tre coperte e una borsa con il cibo
del viaggio. Nel piccolo ospedale sono efficienti, mettono Evelyn sotto esame e la
tengono in osservazione fino al giorno
dopo: accompagniamo la sua mamma,
Tina, e la sorellina nel punto da cui erano partite poche ore prima. È un gioco
dell’oca che devono ricominciare da una
strada in salita e polverosa e una baracca di latta dalla quale esce un uomo giovane, da noi lo chiamerebbero subito ragazzo, che forse è il padre forse no. Anzi
speriamo di no, visto il disinteresse con
il quale accoglie il racconto dell’accaduto. Tina è triste, e s’intuisce il perché. Ma
si illumina di un sorriso abbagliante per
ringraziare la nostra caparbietà e senza
giudizio ma assertiva, implacabile, aggiunge: «Nessun altro si sarebbe neppure
fermato». Allora grazie, grazie per avermi
insegnato la Carità Cristiana.
Dopo l’esperienza da giornalista a Radio
Popolare, Lorella Beretta si è trasferita a
Stellenbosch, in Sudafrica, dove organizza
soggiorni linguistici nella Rainbow Nation
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| 9 gennaio 2013 |
43
BUON 2013
Te Deum laudamus
Per la mia
grande casa
americana
Un lavoro avvincente nella terra delle opportunità.
Un popolo intero su cui contare. E quel cartello da
battaglia per riscoprire la vocazione di famiglia.
La bella epopea di una “tribù” italiana negli States
S
Andrea Mariani,
44 anni, è un medico
specializzato in ostetricia e ginecologia.
Ha fatto ricerca
all’estero studiando
in particolare il
cancro dell’utero.
Brianzolo di Carate,
attualmente vive
con la moglie
Raffaella e i quattro
figli Letizia, Pietro,
Giovanni e Giacomo
a Rochester,
Minnesota, dove
lavora presso il
reparto di chirurgia
oncologica ginecologica della Mayo
Clinic, uno degli
ospedali più grandi
del Nord America,
tra le maggiori
strutture mediche
no profit del mondo
(conta circa 42 mila
dipendenti)
44
| 9 gennaio 2013 |
| DA ROCHESTER, MN, USA
ono appena uscito di casa, viaggio verso l’aeroporto, in una fredda mattina
ANDREA MARIANI
di dicembre. Il cielo è limpido. L’aria mi raffredda il volto. Ringrazio di
essere vivo. Di avere gli occhi per vedere e i polmoni per respirare. Poi ringrazio di avere delle scarpe ai miei piedi e un cappotto che mi ripara. Ringrazio
per questo cielo stellato e per la luna piena. Infinite cose per cui ringraziare e
normalmente dimenticate e date per scontate…
Mentre viaggio in macchina, penso alla persona per cui più sono grato: mia
moglie Raffaella. Che mi è vicina e mi accompagna nel cammino della vita.
Poco fa l’ho lasciata in casa, appena sveglia, che già preparava il latte per Giacomino. Raffaella, mia salvezza e richiamo alla realtà.
Raffaella, che mi ha seguito anche in momenti difficili. Che mi ha accompagnato anche quando vedevo
solo me stesso. Raffaella, mia vocazione. Mani, occhi ci a scuola che si dicono omosessuali; il tentativo di
e cuore del Signore.
comprendere insieme che la nostra posizione non è
Poi ringrazio per i miei cari figli, dono e anche “contro” gli omosessuali, ma “per” la famiglia. Penresponsabilità. Li ho lasciati che ancora dormivano (a so poi al cartello che abbiamo esposto di fronte a casa
parte Giacomino, che già cominciava a frignare). Leti- nostra, per dire a tutti il nostro “sì” alla vocazione di
zia, che si prepara ad andare al college. Ama il teatro, famiglia fatta da uomo e donna, dono e responsabila musica, scrivere e sta diventando adulta. Pietro, che lità. Sorrido… I cartelli come il nostro erano rari in
sta entrando nell’adolescenza, con tutte le sue diffi- mezzo a tanti altri che dicevano il contrario. Ringracoltà e bellezze. Giovanni, ancora un bambino, ma zio per la battaglia culturale che ha aiutato me, Rafche a volte ci stupisce per le sue osservazioni profon- faella e i figli a non dare per scontato il nostro rapporde. Giacomo, che comincia a parlottare, imita i fratel- to di coppia e la nostra famiglia, dono e non pretesa.
li maggiori, come una scimmietta.
Guido lungo una strada dritta, che taglia a metà
Penso alla famiglia che ho lasciato a casa. Mi vie- due campi coltivati, piatti e infiniti, ora induriti dal
ne in mente la discussione pubblica che è avvenuta freddo. Ringrazio per questa nazione immensa dove
qui in Minnesota. Recentemente è stato celebrato un ora vivo, l’America. Per avermi dato una possibilità
referendum per limitare la definizione di famiglia grande di esprimermi nel mio lavoro. Sono grato per i
a un “rapporto uomo-donna”. Purtroppo ha vinto il miei capi. Per la loro saggezza e l’attenzione a ognuno
“no”, per pochi punti percentuali. Durante la campa- di noi. Sono grato per il mio lavoro e per aver incongna elettorale, siamo stati chiamati a prendere posi- trato dei maestri. In particolare, sono grato a K.C.P.,
zione sull’argomento, sia nell’ambiente di lavoro che mio “mentor”, ora in pensione. Anni fa sono partito
a casa. Ricordo la discussione con Letizia, che ha ami- per l’America per fare ricerca medica, pieno di speran|
Qui sopra, il cartello
esposto dai Mariani
a Rochester in
occasione del
referendum
in difesa del
matrimonio
uomo-donna,
celebrato nel
Minnesota in
concomitanza
con le presidenziali
e vinto dal fronte
favorevole
alle nozze gay
za di poter costruire qualcosa di utile al mondo e di
poter imparare il mio lavoro di chirurgo. A quel tempo balbettavo un inglese scarso e a malapena riuscivo
a tenere in tensione un nodo chirurgico. K.C.P. ha visto
in me cose che io nemmeno immaginavo e mi ha guidato nel lavoro su una strada allora a me sconosciuta.
La gente che desidera il bene
Sono stanco, dopo una giornata di sala operatoria.
Penso ai volti delle pazienti che ho operato. Grazie per
questo mio lavoro di medico, continuo richiamo alla
realtà della vita, al limite, alla sofferenza e alla morte.
L’incontro con il malato tiene desta la domanda di un
senso e il desiderio di condividerla. Penso poi con gratitudine ai miei amici e colleghi in ospedale, che sono
con me in cammino. Tim, Allen, Tom e Dennis hanno
cominciato qualche anno fa a incontrarsi periodicamente, per accompagnarsi nella vita e nel lavoro. Molti altri si sono uniti a loro. Io li ho incontrati circa 2
anni fa. Ero rimasto colpito dalla loro unità, dal desiderio di aiutarsi a vicenda, di andare a fondo del senso della vita. Ora ci aiutiamo a giudicare il nostro lavoro, alla luce della nostra amicizia e della cultura e della visione dell’uomo portata dal cristianesimo.
Ogni volta che cerchiamo il bene, consciamente o
inconsciamente, cerchiamo Dio e partecipiamo alla
costruzione della Sua opera. Sono grato per tutte le
volte che in ospedale incontro persone (medici, infermieri e pazienti) che desiderano il bene. Le riconosco
dai gesti, dai volti, dai dettagli del loro agire. Alcuni
di questi incontri durano pochi istanti, altri diventano compagni di strada. Quando posso, questi incontri
“me li porto a casa”. Li racconto alla famiglia o li invi-
to a cena, così che Raffaella e i bimbi ne possano partecipare. I figli hanno bisogno di vedere i segni della
presenza di Dio nel mondo. Hanno bisogno di certezze in una società ambigua. Quanto è importante avere un popolo che ci accompagni!
Mentre guido, diretto verso l’aeroporto, penso
ai momenti difficili che abbiamo passato quest’anno. Momenti di solitudine e fatica. Ringrazio poiché
questi momenti ci hanno spinto a chiedere aiuto.
Quest’anno abbiamo viaggiato, volando per tanti e
tanti chilometri, con tutta la tribù, per incontrare gli
amici. Siamo volati a Washington, a Boston e a Chicago. Poi abbiamo attraversato l’oceano, per andare in
Italia. Alcuni amici hanno percorso a loro volta tanta
strada per venire a trovarci. Grazie, Signore, per aver
visitato la nostra casa.
Don Giussani e il movimento
Ringrazio per i miei genitori, che mi hanno donato
la vita e una crescita cristiana cattolica. Grande dono,
non scontato. Ancora più evidente in un mondo multiculturale e privo di certezze. Ringrazio poi di aver
conosciuto don Giussani e il movimento di Comunione e Liberazione, che ha dato per noi un volto concreto alla faccia di Cristo. Ci ha suscitato l’inquietudine per cercarLo e ci ha insegnato a riconoscere i barlumi dei tratti del Suo volto anche in terra straniera.
Ci ha donato una casa in cui riposare, un popolo a
cui appartenere, una roccia ferma su cui poggiare. Ci
ha dato un luogo di bene e di perdono da indicare ai
nostri figli. Ci ha dato una ragione per ridere, per piangere, per vivere, per soffrire e per morire e ci ha donato una letizia e una bellezza da raccontare al mondo.
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Perché mi hai
tolto dalla
bambagia
L’anno scorso, appena dopo la laurea,
entravo nella redazione di Tempi carico
di sogni e con poche
speranze. Sono
cinico di natura,
perdonatemi. In ogni
caso, lavorare qui mi
ha confermato che il
mondo sta andando
a scatafascio. L’Italia
in testa. E noi, quattro gatti, a segnare,
per come la vedevamo, una via d’uscita
che lasciasse pochi
lividi. Risultato: tante
ferite, lievi riuscite e
spesso parecchia frustrazione. Quindi Te
Deum laudo perché,
se mi avessi preservato nella bambagia
della soddisfazione,
non avrei trovato nei
miei poveri colleghi
questi buoni e resistenti commilitoni.
Quindi, grazie.
Daniele Ciacci
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45
BUON 2013
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua
grande misericordia cancella la mia iniquità./ Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio
peccato rendimi puro./ Sì, le mie iniquità io
le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi./ (…) Ma tu gradisci la sincerità nel mio
intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza./ Aspergimi con rami d’issòpo e sarò
puro; lavami e sarò più bianco della neve.
C
ari amici, in questo fine anno desidero
esclusivamente parlare della Misericordia di Dio, del suo più bel dono.
Per questo metto come premessa alle mie
parole il salmo 50. È il cantico alla carità,
alla gratuità di Dio verso ognuno di noi.
L’autore di questo grido lo conosciamo tutti, come conosciamo il peccato col quale
macchiò la sua vita. Il re David un giorno
perse la testa a causa di una bella donna e
arrivò fino a favorire la morte del marito
per impadronirsi di lei. Tuttavia, una volta realizzato il suo progetto dovette fare i
conti con Natan, il profeta, che gli rinfacciò la sua grave responsabilità e la punizione di Dio. David riconobbe il suo peccato
e il salmo 50 è il frutto di questa coscienza. Guardando la mia vita, presto avrò 66
anni, rimango sempre più commosso e
colmo di pace per l’infinita pazienza con
la quale il Signore mi porta per mano in
ogni momento. Non mi ha mai abbandonato, neanche quando ho fatto di tutto per
allontanarmi dalla Sua Presenza, seguendo ideologie o falsi infiniti. Quante volte
ho tentato di fuggire da Lui ma me lo sono
sempre trovato davanti! L’uomo nasce peccatore perché figlio di Adamo ed Eva. Gesù
non è venuto al mondo per fare una passeggiata, ma per salvarci dal peccato, per
restituirci la grazia persa. Cristo è la risposta di Dio al peccato dell’uomo.
Una certezza contro i diffamatori
Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce nome di Gesù. A volte dico a me stesso:
sì, il paradiso terrestre sarà stato qualcosa
di infinitamente meraviglioso, ma quanto
più bello, benché riempia di dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa
c’è di più grande, di più commovente del
fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il giorno di Natale nel presepe, lo
vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in
particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo nei
miei figli che soffrono. San Paolo afferma:
«Dove abbonda il peccato sovrabbonda la
grazia». La grazia per la quale l’uomo affer-
Te Deum LAUDAMUS
Per la Tua Misericordia
che supera le nostre colpe
e le calunnie dei nemici
|
DI ALDO TRENTO
rato da Cristo è cosciente e sperimenta la
bellezza di quello che afferma il cantico di
Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha
chiamato, fin dal grembo di mia madre ha
pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel pensiero
di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono.
Mentre oggi tutti ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti
per il regno dei cieli, Dio mi ha voluto, mi
ha scelto per essere quello che gli specialisti non avrebbero ritenuto idoneo per me.
Spesso dico che se dovessi entrare oggi in
seminario non mi accetterebbero perché
sarei un caso patologico. Invece la modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo
non ha niente a che vedere con i criteri del
mondo moderno.
O Gesù! Come vorrei che fosse la Tua
misericordia a guidarci tutti. Durante questo anno ho sofferto sulla mia carne e sulla carne di un amico sacerdote un po’ di
quello che Tu hai sofferto davanti a Pilato
e a coloro che ti accusavano. Non c’è stato
giorno senza sentire il peso delle calunnie,
della diffamazione. E la tentazione della ribellione è stata grande. Tuttavia, guardandoti, sostenuti da alcuni amici, abbiamo
scelto il silenzio, obbedendo alle circostanze così come si presentavano. Tutte le volte che vado alla Clinica Ti vedo, Gesù, in
ogni viso, e questa certezza mi dà l’energia
per andare avanti, specialmente in questo momento in cui il mio amico non sta
più fisicamente condividendo il cammino.
Quando mi inginocchio e do un bacio a un
malato di Aids, la cui vita è stata disordinata, non mi fermo davanti al fatto che sia
un travestito o che l’omosessuale abbia al
suo fianco il proprio compagno, bensì vedo in ognuno il Tuo viso, o Gesù! Molti si
scandalizzano quando dico queste cose,
tuttavia, come Tu ci hai detto nel capitolo
25 di Matteo, questa è la verità. Come è verità che anche chi ha violato uno dei miei
figli ed è in carcere è il Tuo viso, o Gesù!
Questa è l’unica certezza che mi permette di vivere con letizia la mia vita quotidiana, una vita completamente dedita a chi è
niente o è materiale inutile per il mondo.
Basta così poco
O Gesù, alla fine di quest’anno ti chiedo
perdono per i miei peccati. Chiederti perdono significa abbracciare tutte le persone che hanno sofferto ingiustizie, hanno
conosciuto il dramma della prigione. Che
bella la consolazione che deriva dalla certezza che tutti possono condannarmi e
giustamente (esistono il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio), ma tuttavia Dio non
si dimentica mai dei suoi figli. Ai miei pazienti terminali che non parlano o parlano solo guaraní, chiedo se sono pentiti dei
loro peccati e loro alzano il pollice a conferma e allora do loro l’assoluzione…
In fondo basta così poco per essere
abbracciati dalla infinita Misericordia di
Dio. Auguro a ognuno di voi di sperimentare la bellezza di questa Misericordia,
confessandosi ogni settimana, perché il
sacramento della penitenza è l’unico che
può essere ricevuto in ogni momento. Se
Dio nella mia vita ha fatto quello che ha
fatto, è stato grazie al mio sì al sacramento della penitenza. La compagnia stessa,
quella compagnia che ci rimanda al Destino, è impossibile senza vivere intensamente questo sacramento. «In te, Domine,
speravi; non confundar in aeternum».
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| 9 gennaio 2013 |
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LA ROSA DEI TEMPI
PERSONA DELL’ANNO SPECIAL
Il calendario farlocco dell’apocalisse
D’accordo, a questo punto sarà superfluo dirlo, e non saremo certo i
primi a farlo notare. Fatto sta che, a oggi, il mondo non è finito. Armageddon armageddon, armageddon un cappero. Ma potevamo, in
questo spazio dedicato alle person of the year di Tempi, esimerci dal
menzionare il tormentone del calendario Maya che secondo gli allocchi avrebbe individuato
OPS Tecmicanente, none’ unf also .Ma io glielanel 21 dicembre 2012 la
vevo deto, a GIAcobbO , qullo che fa voiager, du
data dell’apocalisse? No
non prendelro poprio alla leettra. Com’uncque
che non potevamo. Per
omria al frittata èh fatTA . E quì lo ametun anno ci hanno ammorto:: unpò e colpa mia. mA provateci voi
bato con questa bufala,
a coreggerere le botse del cAlendaio
c’è gente che si è letteraldei maya, o astechi, come cachio s
mente rovinata per prechamano. Con tuti cuei nomi aspararsi al giorno del giu8surdi come atAualpa, Monndizio. E invece il dannato
tezumolo, melghìbsom . INcalendario era un falso.
soma. Un’casino. Poi vai
a capire se cera scritto
2012 o 7012. Mah.
La minaccia sempreverde dello spread
Benché non sia una persona, anche lo spread è di certo una person of the year.
Come tutti ormai hanno avuto modo di vedere, infatti, lo spread è una trovata ottima per tutte le stagioni. Con le sue simpatiche fibrillazioni a capocchia,
è il deterrente ideale per ogni occasione. Oggi è, poniamo, 315, ma domani potrebbe benissimo schizzare a 450. A 500. Magari a mille. Quindi bada a
quel che fai, o s’impenna lo spread. È come il babau per i bambini: non richiede spiegazioni ulteriori. «Mammina, perche
UTILE Lo spread può servire in politica: no al
devo andare a letto
ritorno di Berlusconi o sale il differenziale. Ma
presto?». «Perché se
anche: no a un governo Bersani, altrimenti veno arriva lo spread e ti
di che scoppole in borsa. Però si può usare con
mozza l’orecchio».
profitto in molti altri campi. A casa: cara, stasera devo proprio vedere la partita o mi s’ingrossa lo spread. Sul tram: vecchia babbiona,
cedimi il posto, è questione di spread. A scuola: prof, ieri non ho studiato perché dovevo tenere a bada lo spread. Pure noi cattolici integralisti potremmo utilmente impiegarlo nelle
nostre crociate: convertiti, sciocco laicista, se
no quando muori diventi un punto di spread.
P
ECONOMIA
AP
TA
N
U
Le sorprese del codice stradale
Grandi emozioni ci ha regalato in questo 2012 il codice
della strada. E per il 2013 già promette novità anche più
scoppiettanti. Multe aumentate, obbligo di gomme da neve, anzi di catene, anzi tutte e due, anzi gomme no, catene sì, boh, non si capisce niente (e mica potete pretenderle da noi le notizie). Ma soprattutto una cosa ci riempie il
cuore di gioia: le emergenze che riguardano gli animali ora
sono importanti come quelle degli uomini. A metà dicembre, infatti, è stato pubbliEMERGENZA Salve signor vigile, non mi guardi
cato in Gazzetta ufficiacon quella faccia lì, sono cosciente di aver bruciato
le il decreto che equipara
il semaforo rosso. L’ho fatto apposta. Sa, un paio di
gli animali feriti alle persogiorni fa mi sono accorto di avere inavvertitamente
ne, obbligandoci a soccorinvestito una farfalla. La vede lì, tutta bella spiatrere le bestiole investite e
tellata sul parabrezza? Ecco, stavo giusto correndo
consentendone il trasporto
dal veterinario per vedere se per caso non si riesca
dal veterinario ignorando il
ancora a salvarle la vita. Vado di fretta, è un’emerrosso ai semafori.
genza. Perciò, se lei ora mi fa il verbale e nel frattempo quella mi tira le cuoia, io la denuncio.
DI
48
| 9 gennaio 2013 |
|
NT
E
M
RI
TT
O
I
La Costituzione
più bella del mondo
MERAVIGLIA Apro gli occhi e ti penso – ciccicciccicì! –
ed ho in mente cheee-eee-eee:
Alla Regione del Friuli-Venezia Giulia, di cui all’art. 116,
si applicano provvisoriamente le norme generali del Titolo
V della parte seconda, ferma
restando la tutela delle minoranze linguistiche in conformità con l’art. 6…
Eh? Come? No, scusate, è che
quando uno è di buon umore
non c’è niente di meglio che rilassarsi canticchiando sotto
la doccia il numero X delle Disposizioni transitorie e finali
della Costituzione. Sono le Disposizioni più belle del mondo.
Il 2012 è stato l’anno del risveglio civile degli artisti. Sommo esempio di
questa nuova presa di coscienza è
stato senz’altro il riappassionarsi di
tanti di loro a quel gran pezzo della
nostra identità che è la Costituzione.
Ha cominciato Claudio Baglioni, musicando per Repubblica alcuni brani della Carta, poi è arrivato 11, il
disco in cui Shel Shapiro mixa i primi articoli della Costituzione con melodie
sperimentali. Senza
scordare il grande show tv di
Benigni.
AR
TE
SPORT
Mandorlini rieducato al giuoco corretto
Per la sezione ginnica la person of the year è l’allenatore dell’Hellas Verona Andrea Mandorlini. Alla vigilia del match con il Livorno, a ottobre, Mandorlini aveva rivendicato l’inimicizia nei confronti dei livornesi, per poi presentarsi in campo dicendo «io odio Livorno»; dopodiché aveva festeggiato
il secondo gol dei suoi alzando il dito medio verso gli spalti. È stato squalificato. Ma non solo. La DiscipliTG Salve, mi chiamo Andrea Mandornare di Coverciano gli ha comlini e sono la versione temporanea pominato una punizione inedita:
liticamente corretta di me stesso. Non
per 7 turni dovrà dichiarare in
dico parolacce, non esulto, non scomogni intervista di «credere fermetto e non accetto biscotti manco
mamente nel rispetto dei valori
sportivi e della funzione di unifi- a colazione. Credo nei valori sportivi
eccetera, perciò come Cecchi Paone
cazione sociale del calcio».
penso che Montolivo sia metrosexual
e abbia tutto il diritto di esserlo, sebbene somigli un poco a Centofanti. Infine, ho capito di aver sbagliato quel
giorno a Livorno. Io non odio i livornesi: odio i livornesi e anche le livornesi.
E li odio ugualmente se sono gay.
Obama uomo dell’anno
ieri oggi e forever
PO
A
IC
T
LI
imperdibile
godibile
inutile
fetido
Non poteva mancare Barack Obama, che
inanella un successo via l’altro. Dopo la rielezione, eccolo di nuovo nominato persona dell’anno dal Time. È giusto così. Bush
era un guerrafondaio estremista furfante cacciapalle, mentre Barack commuove
il mondo con la sua bontà, che
i giornali tipo Repubblica non
IDEE Ecco altre idee per nuovi “scatti rubati”
mancano mai di farci ammiradel nostro piccolo Gandhi: Obama che ferma i
re pubblicando meravigliose focarriarmati a Tienanmen, Obama che parla con
to di Obama che gioca con una
i passerotti, Obama che aiuta le vecchie ad atbimba nello studio ovale, Obatraversare la strada, Obama che fa dolcetto o
ma che bacia teneramente Mischerzetto, Obama che cavalca un delfino, Obachelle, Obama che finge di esma che insegna a volare a Dumbo. Infine, la più
sere preso dalla ragnatela di un
edificante: Obama che manda i simpatici droni a
bimbo travestito da spiderman.
salutare con un chiassoso Pum Pum una remota
regione del Pakistan, e sotto la gente che scherzosamente esplode in mille brandelli di amicizia.
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| 9 gennaio 2013 |
49
LE NUOVE LETTERE
DI BERLICCHE
UN FATTO CONTRO CUI NOI DIAVOLI SIAMO IMPOTENTI
Un altro anno infernale e quelli
ancora non si arrendono alla “fine”
M
Malacoda, finisce un anno e
non c’è niente per cui ringraziare, almeno da parte nostra. Non che ci siano mancate le soddisfazioni in questo 2012,
tra terremoti, guerre, scandali, omicidi efferati, processi vaticani, stragi di civili, attentati alle chiese, inondazioni, aborti, infanticidi, crisi economica, povertà, tradimenti, menzogne.
In questi dodici mesi non c’è stata brutta possibilità che gli uomini si siano lasciati sfuggire,
con un particolare accanimento
sui cristiani, perseguitati a vario Chi Lo conosce parla di un’esperienza normalE, “un
modo in 123 paesi del mondo. incontro”. Ma qualcosa è cambiato, anzi qualcuno.
Non è una novità, è una tenden- Chi lo vede riapre ogni partita data per persa
za in crescita dal 2000. Si manifesta in forme più marchiane, come le bombe in za di Spagna. Mi ero dimenticato che quel
Nigeria, o più sofisticate, come l’eliminazione giorno ci va anche il Papa. E lì ho capito la vadel Natale dalle agende dell’Unione Europea nità dei miei sforzi. Benedetto XVI parlava del
(è successo anni fa), o come l’obbligo di assi- «momento decisivo per il destino dell’umanicurazione sanitaria per aborto e contraccezio- tà». E spiegava che «è avvolto da un grande sine ai dipendenti di scuole e ospedali cattolici lenzio». Diceva che «è un avvenimento che, se
nell’America obamiana spacciato per Welfa- accadesse ai nostri tempi, non lascerebbe tracre State. Eppure vedrai che anche nelle chie- cia nei giornali e nelle riviste». Ecco perché me
se nigeriane ancora rimaste in piedi, piuttosto lo sono perso.
«Il momento in cui Dio si fece uomo», diceche nella cattedrale di New York, questa strana razza di uomini e donne («etnia sui generis» va questo tedesco che sembra saperne una in
la definì Paolo VI) il 31 dicembre si troverà per più di noi, «è un mistero che accade nel silenzio». Ok, nessuno se n’è accorto, ma il fatto in
ringraziare Dio dell’anno passato.
Per fermare la bile che mi monta da secoli sé avrà avuto le caratteristiche della notizia, se
a ogni capodanno, ho deciso di cercarne la ra- un giornalista fosse stato presente ne avrebbe
gione profonda. Ho compulsato annuari, fre- riconosciuto l’eccezionalità. No, neanche quequentato emeroteche, sfogliato migliaia di sto. Chi conosce il fatto parla di un’esperienprime pagine, passato alla moviola telegior- za normalissima, “un incontro”. E, infatti, rinali e talk show. Nulla. Nulla che valga la pe- badisce il Papa, «l’incontro tra il messaggero
na. Sì, certo, ogni tanto qualche successo più divino e la Vergine Immacolata passa del tutto
o meno clamoroso: la caduta del muro di Ber- inosservato: nessuno sa, nessuno ne parla». Ma
lino, una legge 40 in Italia, un sì ai crocefissi qualcosa è cambiato, anzi qualcuno. Chi lo venei luoghi pubblici in Europa, un no alle noz- de riapre ogni partita data per persa.
È questo, caro nipote, il fatto contro cui
ze gay in California… ma niente di così stabile
e duraturo che spieghi perché una madre, do- siamo impotenti: non c’è cattiveria o situaziopo aver seppellito il figlio ucciso da una bom- ne tragica e dolorosa che riesca a sigillare il
cuore con la parola “fine”. Il giorno che chiuba, si alzi in piedi e intoni il Te Deum.
Nell’era della comunicazione globale, deremo quest’infinità nella tomba potremo
quando tutto viene immediatamente diffuso dire di aver vinto. Ma quell’uomo la sua tome conosciuto nel mondo non ho trovavo rispo- ba l’ha scoperchiata e gira, vivo, per il mondo.
Anche se i giornali non se ne accorgono. Ma
sta a questa assurdità.
Poi, l’8 dicembre sono andato a Roma. andasse al diavolo!
Shopping in via dei Condotti e puntata a piaz- Tuo affezionatissimo zio Berlicche
50
| 9 gennaio 2013 |
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io caro
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