i quaderni del Cineforum
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CINA: PRIMA E DOPO...
DI
GIORGIO DE GIORGIO
CINA: PRIMA E DOPO...
DI
GIORGIO DE GIORGIO
CINEFORUM DEL CIRCOLO
GENNAIO-FEBBRAIO
2014
S
INTRODUZIONE
apete chi è Xi Jinping? Se non vi viene in mente aspettate ancora un attimo e ci arriviamo subito.
Intanto eccoci alla terza rassegna sul Cinema cinese. Dopo Buongiorno Cina (2006) e Dalla Cina con
amore nell’anno successivo ecco ora, quasi in ritardo, Cina: prima e dopo…. Un ciclo forse riservato
più alla nazione che al suo cinema, ma neanche poi tanto vista la presentazione di film davvero importanti.
Cina, una nazione non solo tanto lontana geograficamente ma, ciò che può apparire anche assolutamente improvvido, ancor più lontana dalla consapevolezza della sua crescente importanza nelle vicende del mondo intero. Eppure Napoleone ci aveva avvertito, guardando un giorno il mappamondo: “La Cina: ecco un mostro
che dorme. Quando si risveglierà, la faccia del mondo sarà cambiata!”.
La rivoluzione comunista guidata da Mao Tse-tung ha avuto il sopravvento ed è nata nel 1949 la Repubblica
Popolare Cinese. Una data e una circostanza che può ben rappresentare il momento del risveglio che Napoleone
aveva presagito.
Ma forse c’è un’altra data che successivamente può essere diventata altrettanto significativa: 1976, la morte di
Mao, o meglio l’inizio del dopo-Mao. Da quell’anno infatti, con l’avvento di nuovi governanti e sia pure sempre
comunque in un quadro di un stretto controllo comunista, un popolo di oltre un miliardo di laboriosi lavoratori
ha avuto il via libera alla ricerca di un miglioramento della propria individuale condizione economica ed umana.
Il benessere, se non addirittura la ricchezza, sono diventati obiettivi personali leciti, purché perseguiti in stretta
osservanza al potere costituito. In pochi lustri il panorama del Paese è cambiato totalmente. Quale seguace di
Mao avrebbe potuto immaginare il progresso economico raggiunto oggi in così poco tempo. Mai il popolo cinese avrebbe potuto pensare di diventare la seconda potenza economica mondiale, e forse la prima… Eppure
serpeggia una forma di disagio. Ma di che cosa ci si può lamentare? Nella società cinese è forse scattata la sindrome del “si stava meglio quando si stava peggio”?
Vediamo dunque come ci raccontano la Cina d’oggi esperti osservatori occidentali.
“La Cina ha nostalgia di Mao. Metà dei cinesi lo dicono, gli altri lo pensano. Pochi ringraziano il giorno in
cui il fondatore della Repubblica è morto. Sono trascorsi trentaquattro anni e il mito del Grande Timoniere,
invece di tramontare come la stella di ogni dittatore, brilla sempre di più Nel mondo socialista è normale che
gli esclusi rimpiangano certezze e gioventù. La crescente mitologia di Mao Tse-tung è però un’eccezione: non
si nutre di anziani e di passato, ma di ragazzi e di presente. È l’attrazione irresistibile di un Paese che oggi è
l’opposto di quello creato dal leader comunista. Mentre la Cina sfreccia verso le Borse e il capitalismo, i
cinesi scoprono di sognare in realtà l’economia pianificata. Gli effetti di questo irrazionale struggimento, che
arriva a organizzare corsi universitari di management maoista, seguono le regole del business, ma non solo.
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Conferma che la Cina hi-tech dell’Expo di Shanghai non può ancora staccarsi dal cordone ombelicale che
segretamente la nutre, dentro la Città Proibita e sulle bancarelle. Botteghe di souvenir e centri commerciali
sono infatti invasi da t-shirt con il volto di Mao e spille con la stella rossa. Negozi alla moda e gallerie d’arte
espongono abiti e quadri con gli slogan della rivoluzione: ‘Solo il pensiero di Mao può salvare la Cina e il
mondo’. I ristoranti offrono menù con i suoi piatti preferiti e le librerie allestiscono sezioni dedicate al Libretto
Rosso. Nelle Università si aprono circoli maoisti, milioni di fan esaltano Mao nei forum online, ritratti e statue
riappaiono ovunque. A Pechino le repliche di Sogno rosso sono esaurite per due anni e gli spettatori rincasano
commossi ‘dalla solidarietà semplice della nostra epoca d’oro’. Per passare davanti alla mummia di Mao, su
piazza Tienanmen, si cuoce o si gela per ore e nessuno s’è mai sognato di spostarla dal cuore del Paese. In
Cina, ufficialmente, il comunismo non è crollato e la Guerra Fredda si è risolta nella repressione di Tienanmen.
Il restyling dall’alto di Mao, simile a un Che Guevara dell’Asia, svela però il sisma di una nazione che si
sveglia insoddisfatta.
L’allarme è leggibile anche sui giornali controllati dallo Stato. I richiami a non ‘cadere nell’errore di un’altra
rivoluzione a sinistra, equivocando lo spirito di Mao’, si moltiplicano. L’ala conservatrice del partito teme
che la ‘moda di Mao’, da ‘snobismo per capitalisti vintage’, diventi il treno di un reale ‘neocomunismo rivoluzionario cinese’. Troppi, dai neolaureati agli anziani senza pensione, dai migranti di ritorno agli ex contadini,
sentono che, pur sotto i riflettori, la pancia resta vuota. È tra queste masse di figli unici che monta la nostalgia
del Capo, fondendo gavette retrò, scioperi delocalizzati ed eco-scontri. Nessun cinese rimpiange la Grande
Depressione o l’incubo della Rivoluzione Culturale. I leader più sensibili sentono però che la bandiera di Mao
sventola contro di loro e che la ‘nuova nostalgia’, che pure blandiscono, contiene più rivoluzione che rimpianto.
Denuncia corruzione e privilegi del potere, contrapponendo ‘dignità e diritti di ieri’ a ‘umiliazione e ingiustizia
di oggi’. La libreria universitaria Terra dell’Utopia, che coltiva il culto del ‘padre di tutti i cinesi’, è passata
da 3 mila a 4 milioni di iscritti. I miliardari teenager, che di notte ballano al Lane Club, follia kitsch di Philippe
Starck, si divertono a indossare la divisa verde del Grande Timoniere, confondendo volgarità e finezza con
eccessi e privazioni. Ma se la Cina ha nostalgia di Mao e si inchina a suo nipote, chi la comanda inizia davvero
ad avere paura che ritorni uno Zedong”.
Giampaolo Visetti, La Repubblica, 3 agosto 2010
E ancora:
“Mao da alcuni anni registra un revival di ricordi ed ammirazione. Ironicamente, proprio mentre le sue teorie
sono state ormai soppiantate dal dirompente modello economico, la sua figura ritorna rassicurante. Non
viene celebrato il Presidente della Rivoluzione Culturale o del Grande Balzo in Avanti, ma il fondatore della
Repubblica Popolare, il Padre della Patria. E’ una figura saggia, un’ancora in un periodo di incertezza. La
Cina lamenta una mancanza di identità definita, anche al proprio interno. Il dibattito culturale si impernia
sulla natura della società cinese, per la prima volta così prospera ma senza la sicurezza dei propri ambiti filosofici. La figura politica che rappresenta meglio questa ‘Mao nostalgia’ e’ Bo Xi Lai, segretario del PCC
di Chongqing. Questa Municipalità e’ una megalopoli di 32 milioni di abitanti, un’enclave nella provincia
Shanghai nel 1949 (a sinistra) e nel 2013 (a destra)
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del Sichuan, il cuore agricolo della Cina. Sotto la
guida di Bo, Chongqing
ha conosciuto uno sviluppo economico ancora
più veloce di quello del
paese. Sono sorte nuove
industrie e moderni centri
di ricerca. Gli investimenti delle multinazionali
sono aumentati, attratti
da un costo del lavoro
molto ridotto rispetto alle
città della costa. Inoltre e’
stata sgominata, con
molta enfasi comunicativa, la criminalità organizzata che da anni
infestava la città con reati
Il nuovo Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping
comuni e corruzione.
Questi indubbi successi,
che sono valsi una forte popolarità, sono stati inseriti da Bo in una cornice di propaganda tratta dall’arsenale
maoista. I manifesti, le soap opera televisive, gli slogan riprendono i messaggi di una Cina ormai superata
ma ancora capace di creare suggestioni e consenso. E’ un invio a ritornare alla purezza rivoluzionaria, lontana
dalle disuguaglianze e dal disorientamento di oggi. Probabilmente questa manovra serve a fare crescere la
forza di Bo Xi Lai in vista del Congresso. Egli e’ infatti un frutto purissimo della Cina moderna. Figlio del più
grande economista cinese, Bo I Bo (caduto in disgrazia con Mao, riabilitato da Deng Xiao Ping),Bo rappresenta la società meno tradizionale. Ha dato prova di grande apertura politica quando era Ministro del Commercio e Sindaco di Da Lian, una delle città simbolo deisuccessi del paese. Avrebbe dunque tutti i requisiti
per porsi come simbolo di un paese che dimentica la povertà e il sottosviluppo. Con abilità incarna invece
l’interesse collettivo alla stabilità e alla difesa nazionale. La Cina ai suoi occhi appare così forte da potere rivalutare il proprio passato, senza doverlo nascondere per mostrare solo il futuro radioso. Sa di interpretare
un forte sentimento popolare nonché di buona parte della nomenklatura. E’ ancora infatti maggioritaria l’idea
che la Cina attuale non è la negazione ma la continuazione di quella precedente, affermatasi in una vicenda
storica dove gli strappi sbiadiscono rispetto alla linearità del progresso”.
Alberto Forchielli, Presidente di Osservatorio Asia, Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2011
È da queste e altre osservazioni e commenti che è nato lo stimolo a individuare, finché possibile vista la non grande
disponibilità di film cinesi, l’umore e i sentimenti che il cinema ha registrato nel fluire del tempo, nella successione
dei decenni che hanno marcato i cambiamenti, prima e dopo…E così si svilupperà la nostra rassegna.
Ma è a questo punto che si innesta l’entrata in scena di Xi Jinping. Vi ricordate la domanda iniziale? Xi Jinping
è il nuovo neo-eletto presidente della Repubblica Popolare Cinese. Che ha annunciato importanti cambiamenti
nella società, quasi a mediare le posizioni del prima e dopo Mao. Riforme e iniziative attese forse dal mondo
intero si preannunciano grazie all’avvento del “Nuovo Timoniere” appena eletto. Avrà i dieci anni della durata
della sua carica per realizzare ciò che ha promesso. Quello che possiamo fare per ora è segnare il 2013 come
data per riferirci ad una nuova era.
“Secondo il nuovo sistema proposto, le coppie in cui uno dei due membri è figlio unico saranno autorizzate
ad avere due figli. I demografi hanno stimato che ciò permetterebbe a circa dieci milioni di coppie di avere un
secondo figlio. Ad oggi con questa legge sono state invece impedite quattrocento milioni di nascite. Barbara
Demick sul Los Angeles Times, riporta che i demografi sostengono che la legge abbia prodotto uno squilibrio
di genere; con una prevalenza di nascite di maschi rispetto alle femmine. Il basso tasso di natalità sta incominciando a mettere in pericolo la crescita economica della Cina. Si è creata una popolazione con un numero
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eccessivo di persone anziane e troppi pochi lavoratori. Secondo il censimento del 2010, in Cina il tasso di fertilità è di 1,18 figli per donna. Molto al di sotto del livello necessario per la popolazione a ricostituirsi. Ora
è quindi necessario aumentare il tasso di fertilità.
Queste sono due delle più importanti riforme annunciate dal documento del Terzo Plenum del Partito Comunista Cinese. Circa sessanta sono le altre riforme proposte dagli alti funzionari del partito, guidati dal presidente Xi Jinping. Il paese si adopererà per evitare di estorcere le confessioni con la tortura e l’abuso fisico. E
c’è la volontà di limitare i reati punibili con la pena di morte.
Si spera che questi cambiamenti possano portare ad una riduzione dell’abuso dei diritti umani. E che le politiche, che per decenni hanno controllato la vita dei cittadini, abbiano finalmente una fine. Seppur in ritardo
di molti anni”.
Ludovica Amici, Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2013
Ebbene, dei cambiamenti che si prefigurano e che si svilupperanno nel tempo ci occuperemo nella prossima
rassegna sul Cinema Cinese. Qualcosa come: Xi Jinping, prima e dopo…
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I FILM DELLA RASSEGNA
La strada verso casa
L’ultima imperatrice
Piccoli giocattoli
Primavera precoce al secondo mese lunare
Diciassette anni
Still Life
LA STRADA VERSO CASA
Wo de fu qin mu qin, 1999, di Zhang Yimou.
Interpreti e personaggi: Zhang Ziyi (Zhao Di - giovane), Yulian Zhao (Zhao
Di - anziana), Honglei Sun (Luo Yusheng), Hao Zheng (Luo Chang).
U
LA TRAMA
na ragazza di un villaggio e un giovane insegnante si innamorano, e la
morte di quest’ultimo molti anni dopo, porta il loro unico figlio dalla
città per il funerale. Il film inizia in bianco e nero nella Cina attuale,
quando il figlio, Luo Yusheng, ritorna al suo villaggio dalla città in cui studia,
dopo aver appreso della morte del padre. Sua madre, Zhao Di, insiste che sia
seguita la tradizione di trasportare la bara a piedi al loro villaggio sperduto,
cosicché lo spirito di suo marito ricorderà la via di casa. Il figlio, in veste di narratore, racconta la storia del
fidanzamento dei suoi genitori, così famosa da guadagnarsi lo status di leggenda nel villaggio. In tale racconto
si ha il passaggio dal bianco e nero a colori intensi. Suo padre, Luo Changyu, venne al villaggio come insegnante. Immediatamente, Zhao Di si infatua di lui e viceversa. Così comincia un corteggiamento che consiste
nello scambio di sguardi e occhiate tra i due. Sfortunatamente, il corteggiamento venne interrotto quando Luo
fu chiamato dal governo per ritornare in città. Zhao Di perde il suo cuore, e dopo averlo aspettato nella neve
per molto tempo, si ammalò gravemente, tanto da far pensare agli abitanti del villaggio che sarebbe morta.
Tuttavia, dopo aver sentito che il maestro è tornato furtivamente al villaggio, Zhao Di in lacrime, è corsa a
salutare il suo amato. Ancora, il loro amore non fu consumato per due anni perché l’insegnante fu portato via
dal villaggio per punizione, per aver lasciato il suo incarico in città senza permesso. Ritornando al presente,
e al bianco e nero, il figlio realizza come sia importante rispettare la tradizione per sua madre, e così cerca di
fare tutto il necessario per soddisfare il suo desiderio. Gli viene detto dal capo villaggio che potrebbe essere
difficile trovare abbastanza uomini validi per portare il padre a casa, dato che sono rimasti solo alcuni giovani
uomini nel villaggio. Il capo villaggio e il figlio concordano sul prezzo da pagare agli uomini. Dopo l’accordo,
sulla via di casa, più di cento persone si presentano per aiutare e portare a casa la bara dell’uomo, che è stato
il loro insegnante, durante varie generazioni nel villaggio. Il capo villaggio restituisce il denaro al figlio,
perché nessuno ha accettato il pagamento per fare quello che loro considerano essere un onore piuttosto che
un lavoro. La mattina seguente il figlio rinuncia di ritornare al suo lavoro in città, per esaudire il sogno di suo
padre di insegnare nella vecchia scuola, anche solo per un giorno, che è stata fondamentale per i suoi genitori
poiché si sono innamorati grazie ad essa, usando il libro di testo di suo padre che scrisse lui stesso.
IL REGISTA: ZHANG YIMOU (1951)
Dopo aver completato le riprese del film come fotografo ed
attore, - ed aver vinto grazie alla propria interpretazione il
premio come miglior attore al Tokyo International Film Festival - Zhang preparò il suo debutto dietro la macchina da
presa, Sorgo rosso (Hong gao liang) (1987). Il film catapultò
Zhang nell’Olimpo della cinematografia mondiale, ottenendo un grande successo di critica e l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. In Sorgo rosso si riconosce lo stile visuale
sontuoso nel narrare le vicende caratteristico dei primi lavori
di Zhang, tra i quali vanno menzionati Ju Dou (1989) e il celebre Lanterne rosse (Da hong deng long gao gao
gua) (1991), entrambi prodotti con capitali stranieri. La storia di Qiu Ju (Qiu Ju da guan si) (1992) segnò un
punto di svolta importante nella regia di Zhang, che decide di usare attori non professionisti insieme alla sua
collaboratrice fissa da lungo tempo Gong Li per ottenere un effetto neorealista nel raccontare le vicende della
popolazione cinese contro una crudele burocrazia. Dopo aver completato questo film, Zhang realizzò allora
Vivere! (Huozhe) (1994), un film basato sul celebre romanzo di Yu Hua, che offre uno spaccato epico della
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vita della popolazione ordinaria cinese. Al Festival di Cannes il protagonista Ge You vince il premio come miglior attore. Zhang completa questa fase della sua carriera con il film di gangster La triade di Shanghai (Yao
a yao yao dao waipo qiao) (1995). La maggior parte dei film di Zhang della metà degli anni novanta vedono
protagonista l’attrice cinese Gong Li, con la quale Zhang intrattenne una relazione sentimentale terminata proprio durante la produzione de La triade di Shanghai. Il suo film seguente, La strada verso casa (Wo de fu qin
mu qin) (1999), è un racconto romantico in forma di flash back che ruota attorno all’amore tra i genitori del
narratore. Il film vede anche il debutto di Zhang Ziyi, che poi collaborerà col regista in altre pellicole. Come
ne La storia di Qiu Ju, Zhang ritorna all’abitudine neorealista di impiegare attori non professionisti. In alcuni
casi arriva al punto di modificare addirittura i nomi della sceneggiatura per adattarli agli attori, come nel caso
di Non uno di meno (Yi ge dou bu neng shao). I progetti successivi di Zhang riguardano l’ambizioso film wuxia
Hero (Ying xiong) (2002), seguito al suo secondo film sulla vita in una città cinese moderna, La locanda della
felicità (Xingfu shiguang) (2000). All’epoca in cui è stato girato, Hero è diventato il più costoso film della
storia del cinema cinese, ed il più ambizioso progetto del regista. il film è uscito nelle sale in Occidente, però,
solo due anni dopo il suo rilascio in Cina, grazie alle insistenze del regista americano Quentin Tarantino, grande
estimatore di Zhang, che convinse la Miramax a distribuire la pellicola negli USA dopo l’uscita del suo Kill
Bill. Il film è stato uno dei pochi non in lingua inglese a raggiungere la vetta del box office americano. Due
anni dopo, Zhang ha voluto ripetere l’esperienza del wuxia, dichiarando, anzi, che Hero era solo un “esperimento”, quasi un esercizio di stile preparatorio al “vero” wuxia che avrebbe voluto realizzare. Nel 2004 esce
in tutto il mondo La foresta dei Pugnali Volanti (Shi mian mai fu), che ripete ed anzi aumenta il successo del
film precedente internazionalmente.
RICONOSCIMENTI
Festival di Berlino(2000): orso d’argento: Zhang Yimou
Fajr Film Festival (2000): Zhang Yimou
Florida Film Festival (2000): Zhang Yimou
Kinema Junpo Awards (2001): Zhang Yimou
IL LORO PARERE
Gran premio della giuria al FilmFest 2000 di Berlino, il film appartiene al secondo periodo del geniale cinquantenne regista cinese Zhang Yimou: dagli splendori della Cina storica ( Lanterne rosse, Sorgo rosso, Ju
Dou) alla cronaca socio-comico-sentimentale della Cina contemporanea ( La storia di Qiu Ju, Keep Cool) per
“servire il popolo” con il cinema…
Lietta Tornabuoni: La Stampa, 26 gennaio 2001
Nel 1999, dopo la morte del padre, Luo Yusheng (Honglei) torna al paese natio nella Cina del Nord dove la
madre Zhao Di (Yuelin) chiede che, secondo la tradizione, la salma sia trasportata dall’ospedale al paese in
spalla agli amici di tutta una vita. Lì Luo rievoca (reinventa?) la splendida diciottenne (Ziyi, anche protagonista
di La tigre e il dragone) che nel 1958 fu sua madre, capace – con energia, coraggio e dolcezza – di ribaltare
una condizione antica di subalternità femminile. Anche da vecchia, Zhao Di tesse per il morto un drappo vermiglio come aveva tessuto il suo amore per il giovane marito. Si arricchisce così la bella galleria di donne nel
cinema di Yimou, da Lanterne rosse in poi. In b/n (presente) e colori (passato), è un film “in cui il presente
cerca e trova se stesso nel passato, così riuscendo a immaginare una nuova apertura verso il futuro” (Roberto
Escobar). Scritto da Bao Shi, fu girato subito dopo Non uno di meno con la stessa troupe e nella stessa regione.
Orso d’Argento a Berlino.
Laura, Luisa e Morando Morandini: Il Morandini
Il film gemello di Non uno di meno girato anch’esso nel 1999, con la stessa troupe, nelle stesse regioni dello
Cina rurale. Ma non si potrebbero immaginare due film più diversi. Ironico, didattico, fortemente “politico”
Non uno di meno, Leone d’oro a Venezia 1999; lirico e spudoratamente poetico La strada verso casa, Orso
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d’argento a Berlino 2000. Un elemento in comune: la figura del maestro, centrale nello cultura e nello società
cinesi fin dai tempi di Confucio. Un po’ come nel Primo maestro di Konchalovsky, classico (troppo dimenticato) del cinema sovietico, assistiamo all’arrivo del primo insegnante in un villaggio sperduto dello Cina rivoluzionaria, nel 1958.[...]
Alberto Crespi: L’Unità, 30 gennaio 2001
Come già La storia di Qiu Ju e Non uno di meno è la storia di una donna coraggiosa e testarda, nonché una parabola sull’incontro/scontro fra modernità e tradizione. Zhang Yimou gira con stile ormai da virtuoso, grondante
primi piani (quasi tutti dedicati alla giovane, splendida Zhang Ziyi, protagonista anche di La tigre e il dragone)
e dissolvenze incrociate. L’accademia è appena un passo più in là, ma l’intensità e la semplicità della storia
d’amore sono tali da salvare il film in corner; e da renderlo un commovente, meraviglioso omaggio all’amore
che trionfa su tutto. Anche sulla Cina feudal-maoista, e scusate se è poco.
FilmTv.it
Luo Yusheng (Sun Honglei) ricorda, e dal bianco e nero nasce il colore. Quasi come al padre, anche a lui la
madre mostra il cammino che lo riporterà indietro, al tempo dell’infanzia e della prima giovinezza. Di lei,
infatti, sono i ricordi che ora lui stesso “ricorda” e anzi ricostruisce e reinventa, e che sullo schermo s’accendono
di luci.
Per quanto l’io narrante esplicito di La strada verso casa (Wo de fu qin mu qin, Cina 1999, 89’) sia Luo Yusheng,
la prospettiva dalla quale Zhang Yimou ne vede e ne mostra immagini, idee ed emozioni è nel suo fondo femminile.
[...]
Roberto Escobar: Il Sole-24 Ore, 28 gennaio 2001
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L’ULTIMA IMPERATRICE
Moot doi wong hau, 1986, di Chen Jialin - Sun Qingguo.
Interpreti e personaggi: Hua Zhang (Li Changhan), Jiang Wen (Pu Yi),
Liu Wei (Li Yueting), Pan Hong (Wan Rong), Fu Yiwei (Tan Yulin),
Zhu Yin (Wen Xiu).
L
LA TRAMA
a storia ha inizio nel 1922 con le nozze tra Pu Yi, l’imperatore cinese relegato nella Città Proibita, e Wan Rong. Si conclude vent’anni dopo con
la morte di Tan Yuling, concubina di Pu Yi. Con la sua scomparsa finisce
simbolicamente anche il periodo della monarchia in quella grande nazione.
IL REGISTA: CHEN JIALIN (1943)
È nato a Nanchino. Diplomato alla Beijing Film Academy nel 1965 come attore,
ha lavorato prima per il teatro come attore, aiuto regista e regista. È poi passato
al cinema (Il ritorno delle gru, L’ultima imperatrice) e successivamente alla televisione con serie Tv di grande successo.
RICONOSCIMENTI
Festival cinematografico di Damasco 1987:
- migliore attrice: Hong Pan.
Premi Golden Phoenix (Cina) 1987:
- migliore attrice: Hong Pan.
- migliore attrice: Yiwei Fu
IL LORO PARERE
Durante i caotici anni che vanno dal 1922 al 1942, tre donne vivono accanto all’ ormai deposto imperatore Pu
Yi. Il film affronta il triste epilogo di un’esistenza all’ insegna dei lussi e degli agi: la concubina Wenxiu viene
espulsa dal Palazzo imperiale e diventa una comune cittadina; l’imperatrice Wan Rong impazzisce e la concubina Tan Yulin soccombe con una morte assurda. Simbolicamente la prima scena è quella della sontuosa cerimonia di nozze di Wang Rong mentre nel finale si assiste alla sepoltura della sfortunata Yulin. Una
testimonianza sulla condizione femminile nella società feudale cinese, che utilizza le vicende di queste tre
donne come paradigma della violenza compiuta storicamente sulle donne.
cinematografo.it
Questo film costituisce una sorta di confutazione cinematografica al premiatissimo film di Bernardo Bertolucci
L’ultimo imperatore. Nell’opera di Bertolucci, l’ultimo detentore del trono Manchu, Pu Yi, è mostrato come
una vittima delle circostanze, e la crudeltà che a volte mostrava era direttamente imputabile alla sua educazione.
Allo stesso modo, è stato dimostrato che sia stato politicamente ingenuo in una misura incredibile. Nella confutazione cinese, Pu Yi e molti dei suoi compagni sono mostrati come esseri estremamente avidi disposti a
svendere il loro paese e i propri connazionali pur di avvantaggiarsene. Coloro che non erano avidi erano accecati
dalla tradizione e credevano il loro Imperatore non potesse sbagliare. Inoltre, Pu Yi viene mostrato come deliberatamente e consapevolmente crudele per un lungo periodo nei riguardi di sua moglie, di cui andava pazzo,
ma anche per le sue concubine. Anche se questo film (forse giustamente) getta dubbi sulla nobile Manchu
avendo una ragionevole pretesa pietosa (molto meno che qualsiasi richiesta legittima del regno di Cina), è
molto meno avvincente rispetto alla tragedia di gran lunga più cinematografica di Bertolucci.
Clarke Fountain, rovicorp.com
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“Ho vinto l’ Oscar cinese per la mia interpretazione di una borghese assegnata come operaia a una fabbrica
negli anni della Rivoluzione culturale in Il pozzo, racconta l’ attrice cinese Pan Hong. Ma sono soprattutto fiera
di aver concluso il film, che era dato come perduto dopo la morte del regista Li Jialin. Sì , è vero, di me hanno
soprattutto parlato come “Ultima imperatrice”, in contrapposizione al film di Bertolucci. Perché la risposta
della Cina al film The Last Emperor è stato Modai Hunghou di cui io sono stata la protagonista e dopo la
visione del quale anche Jean-Luc Godard mi offrì un film basato su una Garbo immaginaria, idealizzata. Ma
il progetto poi naufragò”… È arrivata anche la bella Pan Hong definita in patria, e dopo i molti premi conquistati tra i quali il Polifemo d’ argento a Taormina nel 1988, “la Garbo cinese”. Pan, nata nel 1955 a Shanghai,
è una donna dall’inconfondibile grazia e risponde con ironia, a chi le rammenta la definizione data di lei: “Le
vere Garbo della Cina sono state due attrici dive divine del muto, Hu Die e Ryuan Lingyu”.
Giovanna Grassi, Corriere della Sera, 14 dicembre 1993
L’ULTIMO IMPERATORE
LA VERSIONE DI BERNARDO BERTOLUCCI
Melodramma in due parti, è la storia vera di Pu Yi che nacque (1906) imperatore e
morì (1967) cittadino qualsiasi della Repubblica Popolare Cinese. Tragitto di un uomo
dall’onnipotenza alla normalità, dal buio della nevrosi alla luce della quotidianità, ma
anche parabola di un attore coatto, di qualcuno costretto – bambino dai compatrioti,
adulto dai giapponesi invasori – a recitare una parte che, in fondo, gli piace. Cinema
alla grande e talvolta grande cinema. Nella prima parte, la più operistica, bloccata
nella Città Proibita di Pechino, il regista deve aggirare le trappole del colossal in costume, nella seconda gli ostacoli rigidi della biografia. Il film più armonioso di B.B. e,
forse, con Piccolo Buddha, il più accademico. La voce di Lone è di Giancarlo Giannini.
9 premi Oscar: film, regista, sceneggiatura (con Mark Peploe e Enzo Ungari, basata
sulle memorie di Pu Yi e su quelle di Reginald Johnstone, il suo precettore scozzese),
fotografia (V. Storaro), montaggio (G. Cristiani), musica (Ryuichi Sakamoto, David
Byrne e Cong Su), scenografie (Ferdinando Scarfiotti, Osvaldo Desideri, Bruno Cesari), costumi (James Acheson),
sonoro (Bill Rowe, Ivan Sharrock). César in Francia (miglior film straniero) e Globo d’oro a New York (miglior film
dell’anno).
Laura, Luisa e Morando Morandini: Il Morandini
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PICCOLI GIOCATTOLI
Xiao Wanyi, 1933, di Yu Sun.
Interpreti e personaggi: Lingyu Ruan
(Sister Ye), Congmei Yuan (Yuan Pu), Li-li Li (Pearl)
S
LA TRAMA
orella Ye vive in un villaggio rurale, dove vive facendo giocattoli tradizionali con mezzi artigianali. Tutti gli abitanti del villaggio la stimano per la
sua mente creativa e le sono devoti. La tragedia però la colpisce quando
il marito muore improvvisamente. E mentre Ye si sta occupando di lui, suo figlio
bambino viene rapito e venduto a una ricca signora della città di Shanghai. Poco
dopo, il villaggio è distrutto durante un attacco tra i signori della guerra rivali, costringendo gli abitanti del
villaggio a trasferirsi in città con le loro povere cose, dove continuano a fare i giocattoli. Passano dieci anni,
e la figlia Zhu’er ne ha ora diciassette. E ‘diventata come sua madre una ideatrice di giocattoli. Ma intanto
la guerra e l’invasione ha colpito la nazione, e i giovani del villaggio animati da spirito patriottico accorrono
trovando la morte. Mentre porta il suo aiuto nelle retrovie dell’esercito, Zhu’er viene uccisa dai giapponesi.
La notte della vigilia, sorella Ye vestita di stracci, seduta sul bordo del marciapiede nella via principale di
Shanghai, cerca di vendere giocattoli a una folla festosa e indifferente. Un ricco ragazzo le compra dei giocattoli, ed è nientemeno che suo figlio vestito con la divisa da boyscout, ma lei non lo riconosce. Poi accende
uno razzo vagante, spaventando la gente intorno a lei, inducendoli a non ignorarla. Implora i cittadini sulla
Nanjing Road a combattere contro i giapponesi. Lentamente, cominciano ad ascoltarla e capire che è giusto.
IL REGISTA: SUN YU (1900 –1990)
Sun Yu, definito poetico e romantico, tuttavia da un’attenta lettura dei suoi
film, ci si rende conto di una forte passione tesa al dialogo con la realtà; diventa
famoso nei circoli cinematografici insieme allo slogan della “rinascita del cinema nazionale”. La produzione di Sun Yu non si discosta dalle tendenze principali del cinema cinese, caratterizzate da una maggior sfumatura di
individualismo e di umanitarismo. Nel 1930, il giovane regista dirige Sogno
primaverile nell’antica capitale. Un film ricco di carica espressiva, nel quale
riporta fedelmente sullo schermo la vera storia di un insegnante privato e la
sua degenerazione per aver aspirato alla vita politica. Il film definito forza rivoluzionaria della rinascita del cinema cinese, viene proiettato in tutte le grandi
città. Il successo dura dal 1932 fino al 1934, in questi due anni gira Rosa selvatica, Sangue di passione sul vulcano, L’alba, Piccoli giocattoli, La regina
dello sport e La strada, che ne definiscono lo stile caratteristico e ne consacrano la fama. Sun Yu non rinuncia
mai a un tono idealistico, l’inclinazione populista e l’ideologia riformista percorrono tutti i suoi film vengono
spesso accusati di mite romanticismo, prima dalla critica degli anni Trenta poi dalla censura degli anni Cinquanta. Tra il 1945 e il 1947 si reca in America per accompagnare la diffusione di un documentario propagandistico sulla guerra di resistenza cinese. Con La vita di Wu Xun richiede dal 1948 al 1950 la fine della
sceneggiatura, film biografico composto in due parti. Proiettato nel 1950 il film ha avuto un ottimo effetto
sulla società e viene descritto come un film “educativo”. La seconda parte del film viene molto criticata e nel
maggio del 1951 Sun trascorre uno stato di shock misto a rimorso e apprensione, nel giro di due anni il regista
si ammala d’ipertensione e ha un inizio per lui graduale di declino fisico. Dopo La vita di Wu Xun realizza
solo altre due opere: Sfidando onde e vento (1957) e La leggenda di Lu Ban (1958), queste ultime due pellicole
mostrano come l’accaduto non abbia attenuato l’efficacia di Sun Yu, tuttavia l’impressione di realtà è completamente svanita.
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IL LORO PARERE
Dramma nazionalista, e di grande impatto visivo, diretto dal grande maestro Sun Yu. Ruan Lingyu è una fabbricante di giocattoli in un villaggio dove l’estroversa figlia (una splendida e vivace Li Li-Li) si entusiasma
per la lotta contro il nemico giapponese. Un classico del cinema muto, caratterizzato da uno stile grandioso e
da una felice libertà dell’immaginazione.
DE, Mymovies.it, 14 ottobre 2010
Piccoli giocattoli è il dramma di Ye Xiuxiu, che inventa e costruisce giocattoli di argilla e bambù che il marito
vende nella città vicina, ma la cui vita è lacerata dalla guerra e dallo sfruttamento economico. Il film è interpretato da due dive dello schermo Ruan Lingyu e Li Li-Li, come madre e figlia che fuggono dal loro piccolo
villaggio devastato dalla guerra e si rifugiano a Shanghai. Un melodramma avvincente tipico del capolavori
isilenzios lanciato da Shangai Studios Lianhua.
Viennale.at
Piccoli giocattoli descrive la tragica esistenza di una produttrice di giocattoli (interpretata da Ruan Lingyu),
rimasta ormai vedova, arrivando anche a perdere i suoi due figli.
Il film è equilibrato da una vasta gamma di emozioni e da una splendida cinematografia.
Sun Yu è riuscito a creare una fuga dei sentimenti dalla realtà, attraverso un tiepido e tragico dramma. Piccoli
giocattoli racconta in modo silenzioso il dolore di una donna ordinaria, la cui vita viene lacerata dalla guerra
e dallo sfruttamento economico.
Il film è interpretato da due grandi dive cinesi - Li Li-Li e Ruan Lingyu, come figlia e madre che fuggono dal
paese per trasferirsi a Shanghai. Le interpretazioni di questo melodramma sono mozzafiato. Ruan Lingyu passa
da giovane donna ad anziana, impersonando una moglie forte e vivace nella prima parte, in seguito una donna
che sprofonda nel dolore per la perdita dei suoi amati figli e del marito; questo è un film lirico, tipico dei lavori
del “poeta-regista” Sun Yu.
La pietà umana sembrerebbe essere nelle mani di questi Piccoli giocattoli.
Asianworld.it
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PRIMAVERA PRECOCE AL SECONDO
MESE LUNARE
Zao Chun Er Yue, 1963, di Xie Tieli
Interpreti e personaggi: Dalolin Sun (Xiao Jianqiu), Fang Xie (Tao Lan),
Yunzhu Shangguan (Mrs. Wen)
L
LA TRAMA
a storia si svolge negli anni ‘20. Un intellettuale, un insegnante, arriva in
una piccola città per insegnare in una scuola. Nella città vive una vedova
il cui marito era amico dell’insegnante; questi mostra grande simpatia per
la vedova, ma nella società del tempo una vedova veniva considerata con poco rispetto. La sorella del direttore
della scuola si innamora dell’insegnante, e lui ricambia il sentimento. Ma l’insegnante deve scegliere fra
l’amore per la ragazza e la pietà e l’affetto per la vedova. L’uomo è incline a preferire la pietà, ma in quel
tempo la mentalità prevalente e l’opinione dei colleghi non consentono che lui manifesti il suo sentimento e lo
realizzi. Alla fine l’insegnante, decide di sposare la vedova anche per vincere la mentalità del tempo. Ma
quando lui ha preso la decisione la vedova si uccide, per lasciarlo libero.
IL REGISTA: XIE TIELI (1925)
Xie Tieli ha in L’uragano, Primavera precoce al secondo mese lunare e Haixia le
sue opere più rappresentative. L’uragano, adattamento del romanzo dallo stesso titolo di Lipo Zhou, raffigura la lotta feroce del Movimento Riforma Agraria in un
villaggio nella parte settentrionale di nord-est della Cina nel 1946. Xie ha realizzato un film dalla trama e ritmo forti, con protagonista Zhao Yulin, un contadino
vissuto durante il movimento Riforma Agraria.
Primavera precoce al secondo mese lunare è il veicolo per Xie per mostrare un
caldo umanitarismo pieno di sofferta partecipazione.
Haixia è stato prodotto durante la Rivoluzione Culturale. Con la vita dei pescatori
sulla costa sud-orientale nei primi anni 1960 come sfondo, il film ritrae un gruppo
di lavoratrici, le donne delle milizie, le donne dei pescatori e dei combattenti in difesa delle loro case e della madrepatria. Dal 1977, Xie Tieli ha diretto Il fiume torrenziale, Le stelle sono
stasera luminose, Bao e suo figlio.
Xie ha un’ottima padronanza delle varie tecniche di espressione artistica ed è in grado di mostrare i radicali
cambiamenti sociali di grande interesse storico. Ed è particolarmente bravo ad avvicinarsi ai suoi personaggi
per rivelarne i loro sentimenti e la loro visione del proprio tempo.
IL LORO PARERE
Dove ci porta il film Primavera precoce al secondo mese lunare? La sua grande bellezza plastica alla quale il
cinema cinese non ci aveva ancora abituato, la qualità della fotografia, impressionista, avrebbe potuto permettere a questo film di piazzarsi onorevolmente nelle più grandi competizioni internazionali. Tutto sfumature, si
distingue decisamente sulla produzione media per la profondità con la quale è trattata la psicologia dei personaggi, per l’estrema sensibilità che segna le caratterizzazioni e le immagini.
Cheng Wenzi, Il Quotidiano del Popolo, 15 settembre 1963
“Sulla soglia della primavera” è un veicolo per Xie per mostrare il suo talento e sviluppare il suo stile artistico.
Si tratta di un bel lavoro che mostra umanitarismo ed è pieno di bontà umana, un dramma pieno di suggestiva
poesia e di colore.
chinacolture.org
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L’oppressione subita dagli intellettuali in Cina è stata descritta in opere come quella di Zao Chun Yue e Tieli
Xie (Sulla soglia della primavera, 1963), basata su un romanzo di Shi Rou.
filmreference.com
(…) Sembrano essere quasi delle mere funzioni narrative, hanno funzione drammatica di fare esplodere il melodramma e turbare l’ordine sociale del piccolo villaggio pettegolo in cui tutto si svolge ma quando sono presi
nel vortice degli avvenimenti la loro angoscia reale li fa muovere li fa diventare personaggi vivi, veri e a questo
punto riescono a dare davvero ragione di quella che può esser stata davvero in quell’epoca verso la fine degli
anni ’20 la crisi degli intellettuali cinesi confrontati con la loro tradizionale futilità, con i loro pedagogismi
utopistici. Questo esplodere delle contraddizioni ci ricorda forse un po’ il grande melodramma cinematografico
occidentale, Sirk e i suoi melodrammi fiammeggianti, certi film di Rossellini. Certo Xie Tieli non può aver
visto né Sirk, né Rossellini. Quindi magari si potrebbe trattare a questo punto non tanto di frammenti di grande
cinema copiati ma di grande cinema tout court. Nel 1964 nel momento della sua uscita Primavera precoce al
secondo mese lunare ha incontrato un grande successo popolare ma subito dopo è stato immediatamente criticato, ha avuto delle noie con la gerarchia ufficiale e con la censura. È rimasto comunque in circolazione
perché si diceva che si doveva lasciare al pubblico la possibilità di capire da sé cosa era buono e cosa era
cattivo mentre alla fine dell’anno già cento riviste e quotidiani avevano pubblicato articoli di critica al film.
Dopo la Rivoluzione Culturale nella quale il film era continuato ad essere criticato, nel 1979 Primavera precoce
al secondo mese lunare è tornato sugli schermi cinesi. Finalmente arriva anche sugli schermi occidentali dopo
una brevissima presentazione al festival di Cannes. Speriamo che gli possa arridere lo stesso successo che gli
ha arriso in Cina al momento della sua riedizione.
Fuori orario, Rai 3
Gli attacchi che covavano sotto le ceneri all’uscita del film divennero pubblici quando apparve un articolo su
Il Quotidiano del Popolo il 15 settembre: “Dove ci porta Primavera precoce al secondo mese lunare? Gli autori
si rifacevano a una visione del passato: l’intellettuale descritto nel romanzo non era d’avanguardia al tempo
du Rou Shi, allora perché un tale personaggio nel 1964? Mao Zetung l’aveva affermato bene nel suo poema
Neve: (gli eroi del passato) sono stati portati via dal vento, il vero eroe va cercato nel presente”.
Anche lo studio di Pechino fu accusato; come ha potuto autorizzare un tale film, e destinare così tanto denaro
per girarlo?
Ma la conclusione non fu l’interdizione; al contrario si spinse il pubblico ad andare a vederlo, perché servisse
da lezione alle masse per elevare la loro capacità di vigilanza. Si trattava di segni premonitori della Rivoluzione
culturale… Il film passò nel dimenticatoio per quindici anni, e uscì di nuovo nel 1978 con grande successo. Fu
presentato al festival di Cannes nel 1979 nella sezione “Un certain regard”, e contribuì alla scoperta del cinema
cinese fino allora totalmente sconosciuto nel mondo.
Brigitte Duzan, 13 dicembre 2011
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DICIASSETTE ANNI
Guo nian hui jia, 1999, di Yuan Zhang)
Interpreti e personaggi: Lin Liu (Tao Lan), Bingbing Li (Cheng Jie),
Yeding Li (Tao Airong), Yun Li(Yu Xiaoqin)
T
LA TRAMA
ao Lan è finita in carcere perché in un eccesso d’ira ha ucciso la sorellastra con una bastonata. Sono passati diciassette anni e ora la ragazza,
uscita dal carcere, torna in licenza premio (è la notte di Capodanno), a
casa dai genitori. La accompagna una guardia carceraria che non se la sente di
lasciarla sola, visto che nessuno è venuta a prenderla fuori dal cancello del carcere. Il viaggio le fa scoprire che la Cina non è più la stessa e che la casa dove abitava con i suoi è stata demolita.
IL REGISTA: YUAN ZHANG (1963)
Regista e produttore di fama internazionale, con le sue opere di realismo urbano
è una delle voci più rappresentative del cinema cinese. Dopo gli studi di disegno
e pittura nel 1989 si diploma all’Accademia del cinema di Pechino e, in attesa del
permesso governativo per poter esercitare la professione di regista cinematografico, ufficialmente si dedica alla realizzazione di spot pubblicitari e video musicali
mentre e allo stesso tempo, clandestinamente, come altri suoi colleghi membri
della ‘Sesta Generazione’, dirige film illegali sprovvisti dell’autorizzazione dell’Ufficio del Cinema di Pechino. Nel 1992 ha prodotto e diretto il suo primo lungometraggio, Mother, Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Nantes. Il
suo secondo lungometraggio, Beijng Bastards è stato il primo film indipendente
della Cina dopo il 1949. Nel 1994 ha prodotto e diretto The Square, documentario-lungometraggio sul modo di usare piazza Tienanmen. L’anno seguente produce e dirige Sons, vincitore di
un Premio al Festival di Rotterdam. Nel 1996 ha diretto il suo quarto film, East Palace, West Palace. Nel 1998
ha diretto Crazy English. Nel 1999 a Venezia vince il premio per la miglior regia con il film Diciassette anni,
presentato come film di produzione italiana e poi messo in circolazione con il visto di Pechino, grazie ad alcuni
tagli della censura cinese. Dopo una decennale carriera e grazie al successo internazionale, finalmente può realizzare in patria film ‘legali’, ma, a causa dei temi trattati nei suoi film, resta sempre sgradito alla critica nazionale e mal tollerato dalle autorità cinesi. Nel 2006 realizza un altro film con la collaborazione italiana, La
guerra dei fiori rossi, vincitore del Prize of the Guild of German Art Cinemas alla 56ª Berlinale e del premio
Albacinema per la miglior regia alla V edizione dell’Alba International Film Festival (2006). Alla 63ª Mostra
Internazionale del Cinema di Venezia gli viene assegnato il premio Robert Bresson dalla direzione del Festival
Tertio Millennio dell’Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo, come regista che ha dato una
testimonianza significativa, per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale
della nostra vita.
RICONOSCIMENTI
Fajr Film Festival (2001) :
migliore sceneggiatura: Hua Yu, Dai Ning, Wen Zhu.
Gijon International Film Festival (1999):
miglior regista: Yuan Zhang
Shanghai Film Critics Awards (2000):
regista esordiente: Yuan Zhang
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Singapore International Film Festival (2000):
- migliore regista asiatico: Yuan Zhang
- migliore attrice asiatica: Lin Liu e Bingbing Li.
Festival di Venezia (1999):
5 riconoscimenti: Yuan Zhang.
IL LORO PARERE
Ambientato in Cina, girato in Cina anche in una prigione e in un ospedale psichiatrico, interpretato da attori
cinesi, Diciassette anni ha la nazionalità italiana perché, mentre la censura cinese poneva ostacoli che soltanto
recentemente sono stati superati, la società coproduttrice italiana Fabrica di Luciano Benetton e Oliviero Toscani
e la cura di Marco Müller consentivano che il film venisse completato e poi presentato alla Mostra del cinema
di Venezia 1999, dove ha vinto un meritatissimo premio speciale per la regia. È un film molto bello, intenso,
tragico, capace di affrontare insieme un tema perenne come quello dei conflitti famigliari, e un tema contemporaneo come quello dell’immenso mutamento della Cina. Una piccola famiglia raccoglie un padre con la propria figlia e una madre con la propria figlia: i genitori, vedovi e risposatisi tra loro, istintivamente si schierano
dalla parte delle rispettive creature; le due sorellastre adolescenti non si somigliano, non si capiscono né si
amano, sono ostili e rivali. Senza volerlo, in un impeto d’ira una uccide l’altra con una bastonata, viene arrestata
e condannata al carcere. Dopo diciassette anni di prigione rieducativa, per buona condotta ha il permesso di
passare a casa il Capodanno. Ma tutto è cambiato: la ragazza ormai donna non ha desiderio di vedere la madre
che teme il suo ritorno né il padre adottivo che non ha dimenticato la propria figlia assassinata; nel quartiere
in ricostruzione, la sua casa di un tempo non esiste più; nella città irriconoscibile tutto le è estraneo, la irrita o
le fa paura. Soltanto l’aiuto di una militare della prigione permette alla piccola famiglia di ritrovarsi, di riprendere a parlarsi: ma faticosamente, dolorosamente, senza gioia e senza speranza del meglio. Il regista Zhang
Yuan, trentaseienne di Nanchino, ha molto talento, grande pudore, un forte senso della narrazione, e sa dirigere
gli attori ottenendo da loro una piena autenticità.
Lietta Tornabuoni, La Stampa, 31 marzo 2000
Provocazione: e se il cinese Diciasette anni fosse il titolo più “hollywoodiano” del week-end? Lo diciamo per
indurvi a vederlo, ma c’è un fondo di verità. La trama è melodramma allo stato puro: nella Hollywood anni
Trenta Joan Fontaine e Olivia de Havilland avrebbero interpretato le due sorelle (e sai le baruffe per decidere
quale delle due doveva ammazzare l’altra!) e Bette Davis la poliziotta. Le lacrime sono cercate con sottile furbizia, c’è persino un mezzo lieto fine. Insomma, Zhang Yuan sarà anche un cineasta alternativo e perseguitato
dalla censura, ma il fatto che si mantenga girando video rock per Mtv non è casuale rispetto ai più famosi
Zhang Yimou e Chen Kaige, fa un cinema nervoso, moderno, provocatorio, “occidentale”. Ciò non toglie che
Diciasette anni sia così cinese, che più cinese non si può: storia rigorosamente di donne, con un solo uomo (il
padre) afasico e autoritario, è un agghiacciante documento su un paese dove l’economia di mercato ha riportato
in auge l’infanticidio femminile. Una statistica ci dice che nel 1995, nella fascia d’età da 0 a 5 anni, c’erano in
Cina 118 maschi per ogni 100 femmine. E il segno di un mondo dove avere una figlia è una disgrazia, e i genitori di 17 anni ne hanno addirittura due, ciascuna da un precedente matrimonio. Così Tao Lan, figlia di
mamma, e Xiaoqin, figlia di papà, hanno ottimi motivi di non amarsi. E quando la seconda fa ingiustamente
accusare la prima del furto di 5 yuan, Tao Lan le dà una bastonata in testa e la manda al creatore. Diciassette
anni dopo, la troviamo in carcere: per buona condotta, ha ottenuto il permesso di passare capodanno a casa,
ma i genitori avranno voglia di vederla? E soprattutto, dove vivono i vecchi, in questa Cina simile a un enorme
cantiere? L’aiuta, nella ricerca, una poliziotta-angelo di nome Chen Jie, che pian piano diventa la vera protagonista, l’eroina di un mondo dove la gentilezza individuale può sconfiggere l’ottusità delle istituzioni. Fosse
questo, il “messaggio” che ha procurato a Diciasette anni tanti guai in patria? Comunque ora il film esce in
Cina e anche in Italia, paese che - attraverso la “Fabrica” di Benetton - l’ha coprodotto. Vedetelo, è la versione
mezza hollywoodiana e mezza neorealista di Lanterne rosse.
Alberto Crespi, L’Unità, 1 aprile 2000
Vietato in Cina, poi ammesso con tagli. Ma è un’eccezione, perché i film di Zhang Yuan sono sempre stati
censurati (li stampano in tre copie per un miliardo e mezzo di persone). In tandem con Non uno di meno di
19
Zhang Yimou alla Mostra di Venezia, questo però è un ritratto più crudo e in profondità della Cina contemporanea: l’estetica realistica che lo muove non cede alla poetica neorealistica del popolo positivo. In una famiglia
di operai poverissimi, una sorella accusa ingiustamente l’altra di aver sottratto poche lire. La reazione, durante
il litigio, conduce al delitto. Diciassette anni dopo assistiamo al ritorno a casa della figlia omicida, accompagnata
da una gentile secondina che fa da specchio del trauma familiare, un calvario emotivo scandito dalla risalita di
tutti verso il perdono. Più Dostoevski che Zavattini. E pazienza per alcuni schematismi di procedura. Il film è
nato davanti a una trasmissione televisiva con una scena commovente di alcuni detenuti che incontravano i
parenti. La Cina cerca redenzione?
Silvio Danese, Il Giorno, 1 aprile 2000
Per rappresentare uno dei temi centrali del cinema cinese, il conflitto fra tradizione e nuovo che avanza, il
regista indipendente Zhang Yuan (Bastardi a Pechino) ha scelto questa volta una parabola esemplare. Il suo
nuovo film, Gran Premio della giuria a Venezia, s’intitola Diciassette anni e diciassette sono gli anni trascorsi
in prigione dalla protagonista Tao Lan per avere ucciso, durante una lite in famiglia, la sorellastra che aveva
cercato d’incolparla di un furto. La storia è suddivisa in due tempi, separati da quei diciassette anni: il che consente a Zhang di mostrarci i radicali cambiamenti intervenuti nel modo di vita cinese durante la detenzione
della donna. Secondo lui ciò che è avvenuto è il trionfo dell’avidità e dell’egoismo: i quattrini sono diventati
l’oggetto del desiderio di ciascuno. Malgrado le dichiarazioni esplicite del regista in questo senso, nel film i
personaggi buoni non mancano. In particolare la guardia carceraria che si prende cura della detenuta, tanto
spaventata dal mondo esterno da preferire il carcere, è poco meno di una santa: le ritrova i genitori, aiuta la famiglia spezzata a ristabilire un contatto umano, guida la giovane omicida nel recupero della vita perduta. Sconfessato dal governo cinese, Diciassette anni è stato portato a termine con l’aiuto di Fabrica, l’istituto di
post-produzione della Benetton. Ancora convinte che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia, le autorità
non volevano che il film fosse presentato a Venezia (ma di recente lo hanno “riabilitato). Ma di quali panni
sporchi si preoccupavano, i cinesi? Diciassette anni è un film quasi edificante. Pur mostrando una società
povera e travagliata tra passato e presente, contiene un’opzione di fiducia enormemente ottimistica: è possibile
la redenzione attraverso il carcere (quale film occidentale potrebbe permettersi una affermazione del genere?)
a patto dell’impegno personale e del senso di umanità individuale. Dal punto di vista estetico, il merito maggiore
di Diciassette anni è il modo in cui riesce a mantenere l’equilibrio tra una sobrietà d’immagine quasi documentaristica e il rispetto delle leggi drammaturgiche del mélo. Un melodramma rigoroso e scarnificato, tanto
più efficace proprio per questo.
Roberto Nepoti, La Repubblica, 2 aprile 2000
20
STILL LIFE
Sanxia Haoren, 2006, di Zhang Ke Jia
Interpreti e personaggi : Tao Zhao (Shen Hong), Zhou Lan (Huang Mao), Samming Han (Sammin), Lizhen Ma (Missy Ma).
A
LA TRAMA
l posto del villaggio di Fengjie ora c’è la grande diga delle Tre Gole. Il
villaggio è stato sommerso, il nuovo quartiere è ancora in costruzione. Ci
sono cose da salvare e cose da lasciare indietro. Han Sanming, un minatore, si reca a Fengjie in cerca della ex moglie che non vede da sedici anni. Anche
Shen Hong, un’infermiera, arriva a Fengjie per cercare il marito che non torna
a casa da due anni.
IL REGISTA: ZHANG KE JIA (1970)
Nasce nel paesino di Fenyang (Shanxi) e a 21 anni già pubblica
il suo primo romanzo. Due anni dopo entra in una accademia
cinematografica, successivamente fonda un gruppo di cinema
sperimentale con il quale lavora a due film che vengono premiati. Nel 1997 riceve il diploma dell’accademia e lavora sul
suo primo lungometraggio Xiaowu, premiato al Festival di Berlino. Questo film verrà censurato dal governo cinese perché rappresenta in modo duro la realtà cinese di quei tempi. Comunque
questo film fu un grande successo commerciale, e da qui iniziò
un sodalizio artistico con Takeshi Kitano che gli permise di realizzare il suo secondo lungometraggio: Zhantai (Platform), premiato al Festival di Venezia. Nel 2002 vince il
Festival internazionale di Marsiglia con il film In Public. Successivamente vince nel 2006 a Venezia con Still
Life. È nelle sale italiane il suo ultimo film, Il tocco del peccato.
RICONOSCIMENTI
Asian Film Awards (2007):
migliore regia: Jia Zhang-Ke.
Durban International Film Festival (2007):
migliore regia: Jia Zhang-Ke.
Festival di Venezia (2006):
Leone d’oro: Jia Zhang-Ke.
Los Angeles Film Critics Association Awards (2008):
- regista migliore film straniero: Jia Zhang-Ke
- migliore fotografia: Nelson Lu Lik-wai
IL LORO PARERE
L’allegoria, come è noto, è la descrizione di una realtà che allude a un’altra realtà, non direttamente nominata.
In Still Life (il film vincitore del Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia) il regista Jia Zhang-Ke racconta
in effetti una realtà particolare e concreta: vale a dire la distruzione dell’antica città di Fengije, in vista della
costruzione di una diga, per la quale finirà interamente sommersa. Intorno all’evento, l’autore raccoglie alcuni
episodi e alcune notazioni di vita, in genere verosimili: i parenti degli abitanti sfollati che vanno alla ricerca
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dei loro congiunti; i vecchi che non vogliono abbandonare le loro case e vi sono obbligati anche con la violenza;
le inefficienze degli uffici pubblici nella gestione dell’impresa, e così via. Ma descrivendo questo spaccato di
vita, che avrebbe potuto dar luogo a una specie di documentario o a un film neorealista, Zhang-Ke ha anche
l’accortezza di sfumare i contorni dei fatti, di esasperare alcune tinte (il motivo delle demolizioni delle case),
di introdurre elementi surreali o stravaganti, misteriosamente simbolici (una costruzione moderna che si innalza
in volo come un’astronave, un equilibrista che cammina sul filo sospeso tra due palazzi). Così un quadro di
vita realistico si trasforma in una visione: ci lascia l’impressione di trovarci di fronte a una specie di anti inferno,
dove le anime dannate sono traghettate verso una pena che non conoscono, ma alla quale sembrano già rassegnate. Privi di una vera abitazione, ammassati in antri diroccati, gli uomini si danno a traffici clandestini (fra
i quali, la compravendita delle donne), si abbandonano alla violenza, si rallegrano dei modesti proventi delle
loro malversazioni, come i cellulari, orgogliosamente esibiti come segni di modernità. A questa umanità da
sottosuolo, presiedono i grandi ingegneri, dall’alto delle loro belle terrazze panoramiche. L’originalità e il fascino del film sono in uno sguardo che, osservando in modo vivo e intelligente i dati della realtà, li manipola
quel tanto necessario perché significhino qualcosa di più ampio della loro letteralità. Certamente, Zhang-Ke,
parlando della valle del fiume Yangtze, ha voluto raccontarci la Cina contemporanea: il disorientamento dei
suoi abitanti tra il passato e la modernità, la violenza di uno Stato che, per la realizzazione dei propri programmi,
non esita schiacciare i diritti degli individui, il contrasto fra l’immagine propagandistica della realtà e il malessere e la corruzione diffusi, le nette, anche se denegate, differenze di classe.
Gianfranco Cercone, Cinemasessanta, aprile-settembre 2007
Still life, incredibile per bellezza visiva e forza argomentativa, coglie in pieno un momento cruciale dello sviluppo cinese, mostrandone l’aspetto feroce. Operai poveri, costretti a demolire le case dei loro avi, segnate
dagli “untori” governativi con avvisi in rosso. (...)
Dario Zonta, L’Unità
Due tristi storie d’amore e lontananza. Nel villaggio di Fengjie, luogo desolato e sommerso dall’acqua a causa
della costruzione della diga delle Tre Gole, Han Sanming è un uomo che giunge con l’obiettivo di ritrovare la
figlia che non ha mai visto, ma si ritrova a lavorare come demolitore per potersi permettere il soggiorno. Shen
Hong invece è un’infermiera alla ricerca del marito (ingegnere a Fengjie) che non vede da due anni e sul quale
scoprirà verità poco piacevoli che la porteranno a un’importante scelta di vita.
Due tristi storie d’amore narrate con uno stile essenziale e minimalista fanno da contrappunto a uno spaccato
sulla realtà sociale della Cina odierna, ritratta dal regista cinese di Dong (documentario presentato a Venezia
nella sezione Orizzonti) attraverso i toni spenti e opachi di un paesaggio grigio e umido, specchio delle due
anime inquiete protagoniste del film.
In questo scenario arido, quasi apocalittico, ritratto dal regista con timore e sentita partecipazione attraverso
una macchina da presa delicata e spesso immobile, si consumano due storie sommesse, sussurrate e silenziose.
La camera segue il tono emotivo, sempre contenuto, della vicenda, accordandosi ai sentimenti di due protagonisti che mai urlano il proprio dolore; ma l’impressione che deriva da queste immagini suggestive e poetiche
(come quella finale che ritrae un equilibrista sospeso sullo sfondo di uno scenario desolato) è di generale e diffusa freddezza. Freddezza che, insieme all’acqua che ha sommerso il villaggio di Fengjie, pare aver investito
il cuore dei suoi abitanti e dei due visitatori.
Chiara Renda, MyMovies, 2011
(…) Come per ogni film proveniente da regime autoritario (ma oramai anche dall’America bushiana), sempre
si rende presente una piccola o grande, comunque sterile, polemica sul tasso di critica sociopolitica rilevabile
nella pellicola con conseguente domanda: è pro o contro? A parte la volontà di ridurre complesse scelte di un
percorso poetico-registico non tanto alla politica, ma alla cronaca politica spicciola in nome di un sentire militante ancora più spicciolo e arido, la domanda è mal posta: infatti il vero quesito è se emerga dalla regia di
Jia Zhang-Ke uno sguardo sfaccettato, anche ferocemente critico sulla Cina (la splendida scena del ponte che
si illumina, allegoria del ridicolo nazionalistico di regime, potente eppure appena accennata), pur nell’assenza
di simboli espliciti, impossibili in certi contesti dove il rischio è come minimo di non lavorare. La risposta è
si, la critica c’è, ben dissimulata ma anche presente, amara, perfino divertita. Ma d’altronde queste polemiche,
è bene dirlo, molto spesso, nascondono un vuoto interpretativo, lo stesso vuoto che impedisce alla quotidiani22
stica nazionale di capire come un cineasta come Eastwood riesca a costruire un trattato sull’assurdo bellico
senza ricorrere alla pamphlettistica più stanca. E giù con le solite domande: ma Eastwood è di destra, di sinistra,
di centro? Speriamo che in questo caso, di polemiche simili, ce ne siano il meno possibile e si veda il contenuto
poetico, quindi politico, del lavoro di Jia. Nell’ottica di chi scrive è più che sufficiente.
Francesco Rosetti: offscreen.it
Bella sorpresa il “film sorpresa” del concorso. «Nessuno dovrebbe dimenticare il proprio passato» dice un personaggio di Still life del cinese Jia Zhang-Ke, offrendo la chiave del film. (...) Sembra davvero di rivedere
qualcosa dell’Italia tra dopoguerra e ricostruzione, qualcosa del cinema italiano tra neorealismo e commedia
del boom. Un mondo crolla ma tutto è possibile, nella corsa all’avidità e al cinismo ma anche nella costruzione
di nuovi valori.
Paolo D’Agostini, La Repubblica
Entrato in gara alla Mostra di Venezia quasi clandestinamente sotto l’etichetta di «film sorpresa», Still Life di
Jie Zhang-Ke ne è uscito vincitore davvero a sorpresa (ma non tanto, considerata la strategia filocinese del direttore Marco Müller), strappando il Leone a concorrenti più meritevoli. Si tratta comunque di una pellicola
interessante, soprattutto per il realismo dell’ambientazione (...)
Alessandra Levantesi, La Stampa
(…) La storia di Han Sanming, un minatore dello Shanxi, che si reca a Fengjie in cerca del ex moglie che non
vede da 16 anni e dell’infermiera Shen Hong, alla ricerca del marito che non torna a casa da due anni, servono
ad analizzare l’impatto che la costruzione della diga delle Tre Gole ha avuto sulla popolazione del vecchio villaggio di Fengjie, in parte già sommerso, anche se entrambi sono alla ricerca di una persona cara, le loro vite
e la loro ricerca sono profondamente diverse.
Gli oggetti inanimati (still life), che caratterizzano i capitoli in cui è diviso il film, simboleggiano la possibilità
di socializzazione con le altre persone; evidenziano come Han Sanming, povero straniero, venga emarginato
e rifiutati i liquori e le sigarette che lui offre, mentre Shen Hong, non offre nulla agli altri, ma tiene per sé il
the che ha trovato.
L’integrazione di Han viene attraverso il dono di una caramella e da quel momento troverà una grande solidarietà tra i suoi compagni di lavoro, tanto che andrà via con loro, mentre Sheng andrà via sola.
I due protagonisti rappresentano, anche, i due aspetti della nuova Cina: quella che rimane ancorata al passato,
che sarà sommersa come lo è stata la città, rappresentata da Han (“Come si può dimenticare la nostra storia?”)
e Shen che invece si lascia tutto alle spalle, compreso il marito.
Spiazzano, in un film così ancorato alla realtà, quasi uno studio etnografico, gli elementi extraterrestri che il
regista ha voluto inserire.
Elisa Giulidori, Filmup.com
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PICCOLO GLOSSARIO
CINESE LINGUA GLOBALE
Il cinese nel 2015 diventerà l’idioma più studiato del pianeta. Ha già superato l’inglese e
per i top manager è ormai indispensabile. Pechino finanzia mille scuole in tutto il mondo.
E c’è chi va in Asia per studiare gli ideogrammi Mandarino contro inglese. Oriente e Occidente non si fronteggiano solo sui mercati finanziari e nella corsa al riarmo. La Cina acquista i debiti di Europa e Stati Uniti, domina il commercio, si prepara a sostituire euro e dollaro con lo
yuan, prossima valuta mondiale di riserva, ma prima di tutto punta a conquistare la comunicazione del secolo.
Dieci anni fa nessuno avrebbe immaginato che il putonghua avrebbe superato la Grande Muraglia. Nel 2011,
senza che nessuno se ne accorgesse, l’ennesimo primato è battuto: dall’inizio di ottobre il cosiddetto cinese è
la lingua che il maggior numero di stranieri ha iniziato a studiare. Un boom senza precedenti, per quantità e
rapidità. Nel 2000 erano poco più di due milioni i non cinesi che tentavano di imparare gli ideogrammi del
mandarino. Oggi sono 50 milioni e la domanda è talmente forte che scuole e università si scoprono spiazzate. La Cina diventa la seconda potenza economica del pianeta e il “cinese” è già la prima potenza linguistica.
È la madrelingua di 850 milioni di individui e altri 190 milioni lo parlano perfettamente come secondo
idioma, pari al 70% dei cinesi. L’inglese, che ha dominato l’ultimo secolo, è compreso oggi da 340 milioni
di madrelingua, oltre che da 510 milioni di non anglofoni.
Giampaolo Visetti, La Repubblica, 19 ottobre 2011, da Pechino
LINGYU RUAN
La famosa protagonista di Piccoli giocattoli nacque nel 1910 da una famiglia operaia; il padre
morì quando Ruan era ancora piccola e la madre sostenne la famiglia lavorando come donna
di servizio per la casa di Zhang. La ragazza ne sposò il figlio, ma presto i due si separarono.
Diventata attrice, interpretò diversi film, ultimo dei quali fu Donne nuove, nel 1935. Nello
stesso anno, l’8 marzo, giornata internazionale della donna, si suicidò. Lo scalpore della notizia scosse Shanghai e l’intero mondo del cinema; al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.
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MARCO MÜLLER
Dall’inizio degli anni ottanta comincia a lavorare per il cinema, prima come critico cinematografico, poi come autore e sceneggiatore per vari documentari Rai. Tra la fine degli anni
settanta e l’inizio degli anni ottanta inizia la sua collaborazione con vari festival cinematografici europei. Nel 1982 crea e dirige “Ombre elettriche”, primo festival cinematografico
della città di Torino incentrato sulla storia del cinema cinese, successivamente diviene responsabile del Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, diventando poi direttore
artistico del festival dal 1986 al 1989. Dal 1980 al 1994 collabora inoltre con la Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica di Venezia, curando la selezione dei film asiatici. All’inizio degli anni novanta fino
la 2000 lavora come direttore artistico del Festival internazionale del film di Locarno, rinnovando radicalmente il festival con l’introduzione, accanto ai film in concorso, di retrospettive e dibattiti. Müller inizia la
nuova attività di produttore cinematografico, producendo cortometraggi e lungometraggi per vari registi internazionali. Tra le pellicole da lui prodotte vi sono Viaggio verso il sole di Yesim Ustaoglu, Moloch di Aleksandr Sokurov e No Man’s Land di Danis Tanovic, quest’ultimo vincitore dell’Oscar 2002 per il miglior film
straniero. Per Zhang Yuan ha prodotto Diciassette anni e La guerra dei fiori rossi. Nel 2004 viene nominato
responsabile del Settore Cinema della Fondazione La Biennale di Venezia e direttore artistico della Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica.
STILL LIFE
Nel campo della pittura il termine inglese “Still life” si può tradurre in italiano con
“natura morta” cioè una raffigurazione pittorica di oggetti inanimati (fiori, frutta, ortaggi, selvaggina, oggetti d’uso). Nel campo della fotografia questo termine è stato ripreso per descrivere la tecnica fotografica di qualsiasi oggetto inanimato.
TRE GOLE
La diga delle Tre Gole è una diga per la produzione di energia idroelettrica costruita
sul Fiume Azzurro, nella provincia di Hubei, e rappresenta l’impianto con la maggiore
capacità di produzione idroelettrica mai realizzato. Completata il 20 maggio 2006, la
diga fa parte di un più vasto complesso ad essa annesso, che è stato interamente ultimato nel 2009. Secondo affermazioni ufficiali del governo cinese, la realizzazione
dell’opera sarebbe stata necessaria per il contenimento del rischio di inondazioni nella
parte meridionale del paese, per rendere navigabile l’alto corso del fiume Yangtze e
per produrre energia elettrica. Il progetto è stato, fin dal principio, contestato dalle associazioni ambientaliste
per l’elevato impatto ambientale e per l’elevato numero di persone sfollate. Per la creazione del bacino sono
stati sommersi più di 1300 siti archeologici e molti centri urbani che hanno comportato il trasferimento di
circa 1,4 milioni di abitanti (sono 116 le località finite direttamente sott’acqua). Le autorità cinesi prevedono
il trasferimento di almeno altri quattro milioni di persone dalla zona delle Tre Gole nel periodo 2008-2023.
Molte specie animali e vegetali sono scomparse o scompariranno a causa della distruzione degli habitat in
cui vivono a causa dell’inquinamento provocato dalle industrie locali e dall’eccessivo traffico navale. Un
esempio è dato dal lipote, un delfino d’acqua dolce che popolava le acque del fiume Yangtze, dichiarato
estinto nel 2006, ma avvistato nuovamente il 30 agosto 2007.
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INDICE
Introduzione.......................................................................................................................................................3
I film della rassegna...........................................................................................................................................7
La strada verso casa...............................................................................................................................9
L’ultima imperatrice.............................................................................................................................12
L’ultimo imperatore. La versione di Bernardo Bertolucci.......................................................13
Piccoli giocattoli...................................................................................................................................14
Primavera precoce al secondo mese lunare..........................................................................................16
Diciassette anni....................................................................................................................................18
Still Life................................................................................................................................................21
Piccolo glossario..............................................................................................................................................25
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cina: prima e dopo... - Cineforum del Circolo