info e contatti
telefono: 366.173.89.06
(tutti i giorni dalle 15.00 alle 20.00)
e-mail: [email protected]
sito web: www.savonascreenfestival.it
ingresso 3 euro
L’apertura dell’arena e delle biglietterie
avverrà alle 20.30
gli spettacoli avranno inizio
alle 21.30 circa
Anche quest’anno abbiamo deciso di proporre la rassegna Cinema
in Fortezza, tanto apprezzata da savonesi e turisti la scorsa estate,
che va a completare il Savona Screen Festival, manifestazione di
approfondimento sul mondo del piccolo e del grande schermo.
Non poteva mancare il Cinema nel ricco calendario di eventi della
Città di Savona con un programma trasversale e il costo del biglietto simbolico. Un Cinema per tutti. L’Arena di Piazza del Maschio
regalerà di nuovo quel fascino speciale dei film all’aperto, con la
brezza estiva e le stelle a farci compagnia, dove il tempo sembra
fermarsi tra il suono della proiezione e i rumori in sottofondo della
città. Un importante momento di aggregazione e cultura da vivere
tutti insieme. Vi aspettiamo.
Elisa Di Padova
Assessore alla Cultura, Eventi e Politiche Giovanili
Visto il gradimento della scorsa stagione, eccoci nuovamente
con voi. Nuovofilmstudio offre agli amici del Cinema e alla cittadinanza tutta un nuovo cartellone di proiezioni da gustare nella
splendida cornice della nostra fortezza. La numerosa partecipazione della scorsa estate ci ha confermato che siamo partiti
col piede giusto e ci auguriamo che la seconda edizione possa
rappresentare un ulteriore passo del cammino da percorrere insieme verso un cinema che apre il suo obiettivo sulla contemporaneità per meglio comprenderla. Abbiamo mantenuto la
formula dei diversi contenitori tematici che hanno soddisfatto il
gusto di tutti e abbiamo ampliato l’offerta riservata al pubblico
più giovane, con l’intento di garantire ai ragazzi -e non solo- la
giusta motivazione per ri/scoprire la magia dei film e ri/trovare
quelle emozioni e quel piacere che solo il cinema sa dare.
Santi Renato Allegra
Presidente del Nuovofilmstudio
Venerdì 2 agosto
Venerdì 9 agosto
Django unchained
Anna Karenina
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio,
Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Usa 2013, 165’
di Joe Wright
con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson,
Kelly Macdonald
Gran Bretagna 2012, 130’
Stati Uniti del Sud, alla vigilia della guerra civile.
Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor
King Schultz, su un carretto da dentista, è alla ricerca dei fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità e incassare la ricompensa. Per scovarli, libera
dalle catene lo schiavo Django, promettendogli
la libertà a missione completata. Tra i due uomini nasce così un sodalizio umano e professionale
che li conduce attraverso l’America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali
in fuga e della moglie di Django, venduta come
schiava a un crudele proprietario terriero...
Come “Bastardi senza gloria”, anche il nuovo film
di Quentin Tarantino nasce dalla pulsione rivoluzionaria di piegare la Storia, con la S maiuscola,
al volere del racconto del cinema. Stavolta Tarantino gioca in casa: l’orrore
contro cui scaglia i suoi personaggi è una delle radici della cultura americana, quella schiavitù repressa e accantonata dallo stesso cinema statunitense. In tal senso “Django unchained” è un’opera coraggiosa, consapevole di
lanciarsi contro un muro difficile da abbattere. Nonostante i riferimenti diretti,
il simbolico nome del protagonista, la colonna sonora piena di classici più
o meno noti tra cui, ovviamente, Morricone, “Django unchained” è molto
più che un mero omaggio allo spaghetti western. Il genere, notoriamente
influente sulla sua filmografia come pochi altri, è usato come piattaforma di
partenza per un film complesso, che mescola blaxploitation e mitologia nordica, affianca ironia e tragedia, violenza sanguinaria e comicità improvvisa
(alcuni momenti sembrano omaggiare “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di
Mel Brooks) con una scioltezza che non ha pari al mondo. “Django unchained” è l’ennesima conferma dell’inafferrabile vitalità di un fuoriclasse: con
una sceneggiatura e una messa in scena formidabili e un pugno di attori tutti
in stato di grazia, Quentin Tarantino ha caricato fino in cima la sua botte di
dinamite, realizzando un altro successo, un cinema impossibile che contiene
tutto il cinema possibile.
Russia imperiale, 1874. Anna Karenina, bella ed energica moglie di Karenin, un ufficiale governativo di alto rango, ha quello che a San Pietroburgo tutti i suoi contemporanei aspirerebbero ad avere: una posizione sociale e una reputazione che
non potrebbero essere più alte. Durante un viaggio verso Mosca per raggiungere
e aiutare il fratello, impenitente fedifrago, Anna conosce l’affascinante ufficiale di
cavalleria Aleksej Vronskij, di cui si innamora perdutamente. Travolti dalla passione,
Anna e Aleksej vivranno una drammatica e travagliata storia d’amore, osteggiata
dalle convenzioni della società cui appartengono e che cambierà per sempre
la loro vita e quella di tutti coloro che li circondano...Dopo “Espiazione” e “Orgoglio e Pregiudizio”, film che le ha regalato una nomination all’Oscar e il successo
mondiale, Keira Knightley collabora per la terza volta con il regista Joe Wright nella
nuova e coraggiosa versione cinematografica di “Anna Karenina”, epica storia
d’amore tratta dal romanzo classico di Leo Tolstoy e adattata dal premio Oscar
Tom Stoppard (“Shakespeare in Love”). L’idea su cui si regge il film di Wright è che
la storia di “Anna Karenina” si possa considerare una specie di copione universale,
all’interno del quale non agiscono dei personaggi ma degli stati d’animo, dei sentimenti riconoscibili: l’Amore, il Tradimento, l’Onore, la Vendetta, la Colpa, eterni e
talmente ben definiti da poter essere messi in scena. Ecco allora che il luogo ideale
per raccontare in questo modo “Anna Karenina” non è più la “realtà” del cinema
ma piuttosto la “finzione” del teatro. E infatti nella prima scena le immagini posizionano lo spettatore in
platea, mentre il sipario di velluto si apre. Solamente
la magia della macchina da presa ogni tanto cancella le dimensioni del palcoscenico per aprire lo
sguardo oltre quelle quinte e quei fondali, giocando
tra illusione e realismo, tra artificio e verosimiglianza.
Wright riesce così a evocare le tante forme di rappresentazione, dal teatro delle marionette al circo,
dalla lanterna magica al cinema, balzando dall’una all’altra con grandissima libertà, rintracciando nei
più diversi generi il senso di una storia eterna. Non si
tratta di puro esercizio di stile, perché l’abbraccio tra
la vicenda e la sua rappresentazione, tra l’essenza
della prima e la forza della seconda, è avvincente.
Film vincitore di due premi Oscar 2013: miglior attore non protagonista a
Christoph Waltz e migliore sceneggiatura originale.
Film vincitore del premio Oscar 2013 per i migliori costumi
Venerdì 16 agosto
Venerdì 23 agosto
argo
Les Misérables
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Bryan Cranston
Usa 2012, 120’
di Tom Hooper
con Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway
Gran Bretagna 2013, 152’
Il 4 novembre 1979, mentre la rivoluzione iraniana
tocca l’apice, un gruppo di militanti fa incursione
nell’Ambasciata Usa in Tehran, portando via 52
ostaggi. In mezzo al caos però, sei americani riescono a fuggire e trovano rifugio a casa dell’Ambasciatore del Canada Ken Taylor. Ben sapendo
che si tratta solo di questione di tempo prima che
vengano rintracciati e probabilmente uccisi, Tony
Mendez, un agente della CIA specialista in azioni
d’infiltrazione, mette in piedi un piano rischioso per
farli scappare dal paese. Un piano così inverosimile
che potrebbe vedersi solo in un film...
Ci sono voluti tre lungometraggi perché Ben Affleck, attore dal curriculum altalenante, venisse
finalmente preso sul serio come uno dei più interessanti registi americani in attività. Senza il suo ingombrante passato, gli eccezionali primi due titoli da lui diretti (“Gone baby gone” e “The town”) sarebbero
bastati e avanzati a chiunque, ma con questo film Affleck ha voluto dimostrare
ancora più chiaramente di essere in grado di lavorare in modo straordinario anche al di fuori di territori più vicini al genere. Quella di “Argo” è una delle meno
verosimili e più folli tra le storie vere portate sullo schermo: costruito con compattezza e grande senso dello spettacolo, il film ha il raro dono dell’immediatezza
e lavora instancabilmente sul ritmo del racconto, esercitando una poderosa
morsa narrativa sullo spettatore. Che sappiate o meno come è andata a finire,
“Argo” è uno dei thriller più tesi e appassionanti degli ultimi anni, nondimeno il
regista e attore californiano prende le distanze dalla cupezza dei suoi precedenti lavori, affiancando alla drammaticità del contesto un umorismo efficace
che funziona da boccaglio per l’ossigeno. Intorno a questo eccitante equilibrio
tra i toni c’è molto altro, una confezione favolosa (dalla fotografia di Rodrigo
Prieto alle musiche di Alexandre Desplat) e un cast di impressionante ricchezza
in cui Affleck si inserisce come protagonista, senza mai rubare la scena al suo
stesso film. Il suo è un ruolo eroico eppure in qualche modo smorzato da una
pacatezza malinconica: l’interpretazione migliore della sua carriera.
Film vincitore di tre premi Oscar 2013: miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio.
Tolone, 1815. Jean Valjean viene condannato a diciannove inverni di lavori
forzati per aver rubato un pezzo di pane nel disperato tentativo di provvedere alla sorella e ai nipoti. Rilasciato a seguito di un’amnistia prova a
ricostruirsi una dignità nel mondo. Valjean, grazie al lascito e alla carità di
un probo cardinale, il ricco signor Madeleine, decide di cambiare il suo
destino, assumendo il nome di Monsieur Madeleine. Tutto sembra andare
per il meglio, grazie anche alla presenza della giovane Cosette, la figlia
dell’operaia Fantine che Valjean ha preso con sé. Tuttavia, l’arrivo sul posto
dell’ispettore di polizia Javert, che era stato secondino a Tolone, cambierà
ancora una volta la sua vita...Dopo essere stato oggetto di culto per decenni, con 60 milioni di spettatori, tradotto in 22 lingue dalla sua prima nel
1985, il musical ispirato al capolavoro di Victor Hugo arriva sullo schermo
diretto dal regista de “Il discorso del Re” Tom Hooper. L’autore britannico
sceglie la via dell’opera vera e propria, dove tutto è cantato dal vivo da
un cast importante in cui si fronteggiano Hugh Jackman e Russel Crowe,
affiancati da indimenticabili figure femminili, tra cui il premio Oscar Anne
Hathaway. Hooper non è regista da respiro epico e visionario, si adagia su
scene sontuose e costumi, restando fedele a sé
stesso e al proprio modo di intendere il cinema.
È prima di tutto un solido narratore, un cineasta
attento ai minimi dettagli, poco incline all’eccessiva spettacolarità. Attraverso la sua impeccabile ricostruzione che rispetta la “teatralità”
dell’opera, il cinema può mettersi in mostra,
mentre, all’interno delle splendide scenografie,
gli interpreti, tutti psicologicamente ben delineati, si muovono cantando in presa diretta. Il
musical più longevo nella storia del West End,
scritto da Alain Boublil, musicato da Claude Michel Schönberg e portato al successo da Cameron Mackintosh, dopo la scena conquista il
cinema, dando origine ad un’opera ricca ed
emozionante.
Film vincitore di tre premi Oscar 2013: miglior attrice non protagonista a Anne
Hathaway, missaggio sonoro, trucco e acconciature.
Giovedì 1 agosto
Giovedì 8 agosto
La rivoluzione (im)possibile
No - I giorni dell’arcobaleno (No)
La
La grande
grande bellezza
bellezza
di Pablo Larrain
con Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers
Cile 2012, 110’
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka
Italia/Francia 2013, 150’
Dame dell’alta società, parvenu, politici, criminali d’alto bordo, giornalisti,
attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti tessono
trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ci sono dentro
tutti. Jep Gambardella, 65 anni, scrittore e giornalista, dolente e disincantato,
gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, assiste a questa sfilata di
un’umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. E lì dietro, Roma, in estate, bellissima e indifferente...Parlare della bellezza di Roma è articolare una
clamorosa ovvietà. Farlo come ha fatto Paolo Sorrentino, anatomizzando, indagando le ambiguità, è un altro discorso. Sorrentino la esplora attraverso un
personaggio enigmatico, affascinante e malinconico: Jep Gambardella ha
scritto un unico romanzo acclamato decenni prima, e poi ha vissuto di rendita, immergendosi con raro zelo e determinazione nella vita dell’alta società
capitolina. Ma quando rimane solo, sulla sua scenografica terrazza affacciata sul Colosseo, Jep si
lascia lambire dalle onde del ricordo; un amore
perduto chissà come, la grande bellezza tanto
desiderata e ricercata fuggita per sempre. A unificare e definire, assieme al sottile viaggio emotivo
del protagonista interpretato dal solito immenso
Toni Servillo, c’è la personalità ingombrante di
Sorrentino, ancora una volta accentratore, onnipresente intelligenza critica, che tesse un affresco
impossibile e ingovernabile, commovente e fulgido. Il lucido progetto e l’umorismo del regista napoletano emergono gradualmente dal caos del
suo lavoro, dalla sua opulenta sfrontatezza, dalla
sua frammentaria stravaganza. Ma basterebbe
solamente il suo sguardo visionario e senza paura su Roma a rendere “La
grande bellezza” un film impressionante, ipnotico e maestoso. Lo squallore e
la gloria della Città Eterna.
Film vincitore di quattro premi Oscar 2013: miglior regia, fotografia, colonna
sonora ed effetti speciali.
Pablo Larrain, che il pubblico italiano conosce
per i suoi precedenti “Tony Manero” e “Post
Mortem”, affronta in modo diretto una delle
svolte nodali della storia cilena recente. Larrain, per riprodurre il look visivo degli anni ‘80,
utilizza cineprese d’epoca a bassa definizione,
rendendo così il passaggio dal materiale di
repertorio alla ricostruzione cinematografica
inavvertibile. La ricostruzione mostra, attraverso il vissuto del protagonista, come la repressione fosse stata forte. Non manca però
anche di sottolineare come tra i sostenitori del
“no” non fossero pochi quelli che non avevano
compreso quanto fosse importante impostare
una campagna di comunicazione che parlasse di vita, di gioia, di speranza nel futuro e non di morte. È in questo
ambito che il personaggio impersonato con grande understatement
da Gael Garcia Bernal trova a muoversi, consapevole della difficoltà
di contribuire alla riuscita del cambiamento del proprio Paese partendo
dalle proprie basi di eccellente pubblicitario. Man mano che si avvicina
il giorno del referendum, e inaspettatamente crescono i consensi intorno alla vivace campagna del “no”, aumenta la pressione del regime
sugli oppositori. Tra scontri con la polizia e minacce più o meno velate
provenienti dal fronte del “si”, il film procede spedito verso l’epilogo grazie a una narrazione appassionante e a un montaggio superbo. Si può
far trionfare la democrazia con le stesse tecniche con cui si decreta il
successo di una bevanda? “No - I giorni dell’arcobaleno” racconta con
passione e intelligenza come un giovane creativo esperto di marketing
liberò il proprio paese da un’odiosa dittatura durata venticinque anni.
Film vincitore dell’Art Cinema Award 2012 alla Quinzaine
des Réalisateurs di Cannes
Giovedì 15 agosto
La bicicletta verde (Wadjda)
di Haifaa Al-Mansour
con Waad Mohammed, Abdullrahman Algohani, Reem Abdullah
Arabia Saudita/Germania 2012, 100’
Wadjda ha 10 anni, un carattere intraprendente e molti sogni. Troppi, probabilmente, per una
ragazzina nata e cresciuta in un sobborgo di
Riyad, capitale dell’Arabia Saudita. Insofferente
a tutte le limitazioni a cui le donne saudite sono
costantemente sottoposte, la bambina si mette
spesso nei guai a scuola, è mal vista dalla sua
insegnante ed è fonte di costante preoccupazione per la madre. Un giorno, una discussione
con l’amico Abdullah provoca in lei il desiderio
impellente di procurarsi una bicicletta per poterlo sfidare. Ma alle ragazze è proibito farsi vedere su un oggetto tradizionalmente maschile, si
ritrova quindi a dover escogitare un piano per
acquistarla senza che nessuno se ne accorga.
L’unica soluzione sembra quella di partecipare alla gara di Corano indetta
dalla scuola, il cui primo premio è una somma in denaro...Presentato nella sezione “Orizzonti” all’ultima edizione del Festival di Venezia, “La bicicletta verde” rappresenta un’opera importante: quella di Haifaa Al-Mansour è infatti
la prima pellicola girata interamente nel regno saudita da una donna. Quello
che salta subito all’occhio del suo lavoro è il tono originale: la storia infatti, pur
nel suo realismo, resta il ritratto di una ragazzina che sogna e cerca, grazie a
un’inesausta fiducia nei suoi mezzi, di trovare il suo posto in una società che
le va stretta. La carta vincente del film è di fatto l’equilibrio tra una narrazione
che non fa sconti a un sistema profondamente misogino e patriarcale, e una
leggerezza che riesce a cogliere nell’umanità dei personaggi una speranza
di evoluzione e cambiamento. La straordinaria interpretazione della esordiente Waad Mohammed, sguardo vispo e ironico, occhi aperti e sempre
curiosi sul mondo, fa il resto. Attraverso la bici il suo personaggio punta a
raggiungere la “parità”, quella a cui realmente aspira, nei confronti del suo
amico Abdullah. Parità che quest’ultimo incoraggia e stimola. Dal rapporto
tra i due ragazzini passa la semplice ma concreta speranza di cambiamento
della regista. Senza illusioni o facili ottimismi, ma con la consapevolezza di un
percorso da fare, e della necessità di iniziarlo.
Al termine del film verrà proiettato il documentario
Sala
Sala d’attesa
d’attesa di Francesca Pesce Italia 2012, 57’
Domenica 28 luglio
Italiani e premiati - i David di Donatello 2013
La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore
con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks
Ita 2012, 124’
Virgil Oldman è un sessantenne antiquario, un genio eccentrico, esperto d’arte, apprezzato e conosciuto in tutto il mondo. La sua vita scorre al riparo dai
sentimenti fino a quando una giovane donna lo invita nella sua villa per effettuare una valutazione degli oggetti preziosi di cui vuole liberarsi. Virgil è
attratto da questa committente misteriosa, che non si presenta mai agli appuntamenti, fino al punto di scoprire il suo segreto. Sarà l’inizio di un rapporto
che sconvolgerà per sempre la sua esistenza...
Dopo “Baaria”, attraverso cui si erano cercati i fasti di
“Nuovo Cinema Paradiso”, Giuseppe Tornatore ritorna all’aspirazione apolide che aveva generato uno
dei suoi lavori più riusciti, “Una pura formalità”. Non è
una coincidenza che il suo piccolo film del 1994 venga oggi spesso citato: ne “La migliore offerta” troviamo infatti la stessa struttura da racconto breve che
utilizza le forme del thriller per dirigersi, attraverso una
sceneggiatura di ferro, verso un finale sorprendente.
Tornatore non fa che disseminare il suo lavoro di indizi,
sfidando lo spettatore a un gioco intelligente e raffinato in cui, da un certo punto in poi, entra in ballo una
sorta di reciproca complicità. La classe del film si vede
soprattutto nella chiusura, non perché sia perfetta,
ma perché il regista siciliano sa esporla con sapienza
e rigore, preferendo le immagini alla delucidazione letterale, e lasciando persino
un filo di ambiguità nell’efficace tocco finale. Un modo di fare assai poco italiano,
ovvero quello di non dare per scontato che lo spettatore sia uno sciocco. Lo stile
classico di Tornatore, poi, è pressoché irriconoscibile: i suoi barocchismi sono sostituiti da una messa in scena compatta, precisa, che rispecchia a tratti l’ossessività
del protagonista e che dà il giusto valore all’ottima performance di Geoffey Rush.
“La migliore offerta” è in definitiva una bella sorpresa, oltre che una rara eccezione:
una produzione tutta italiana con un’autentica indole internazionale. Insomma, un
buon esempio da seguire e un gradito ritorno.
Film vincitore di sei David di Donatello 2013: miglior film, regista, musicista,
scenografo, costumista e David giovani
Domenica 18 agosto
Giovedì 22 agosto
Viaggio sola
Viva la libertà
di Maria Sole Tognazzi
con Margherita Buy, Stefano Accorsi
Italia 2012, 85’
di Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi
Italia 2013, 94’
La quarantenne Irene è single, senza legami né
alcun desiderio di stabilità. Si sente libera, privilegiata e il suo unico impegno è il lavoro, una
professione che in molti sognerebbero di fare:
“ospite a sorpresa”, il temutissimo cliente in incognito che annota, valuta e giudica gli standard degli alberghi di lusso. Irene viaggia molto
ma quando torna a casa ha i suoi punti di riferimento: la sorella Silvia, sposata con figli, e l’ex
fidanzato Andrea, con cui ama condividere le
sue passioni, ma che ormai è come un fratello.
Tuttavia, l’incontro con l’antropologa Kate metterà in discussione le sue certezze...
Dopo “Le fate ignoranti” e “Saturno contro” il
grande ritorno della coppia Margherita Buy
e Stefano Accorsi, qui diretti dalla figlia d’arte Maria Sole Tognazzi: con
“Viaggio sola” il nostro cinema al femminile si apre finalmente alla tematica della libertà che, non negando certo spazio al romanticismo o alla
maternità, ha semplicemente concentrato la sua attenzione su una realtà
diversa anche se raramente visibile. In questo modo, le cosiddette donne
a metà, quelle prive di una fede nuziale o di un passeggino da spingere
orgogliose, hanno la possibilità di dimostrare tutta la loro interezza. Maria
Sole Tognazzi, dopo “Passato prossimo” e “L’uomo che ama”, si impegna
soprattutto nella costruzione di questo ritratto di donna così insolito nel cinema italiano, studiandolo in ogni dettaglio con maturità di racconto e di
linguaggio, pronta a testimoniare un talento ineccepibile nel disegno dei
caratteri e nei ritmi in cui i personaggi vengono coinvolti. “Viaggio sola”
riflette sulla vita sorridendo: le parole intimità e famiglia rappresentano,
senza alcun dubbio, concetti fondamentali, ma che ognuno è libero di
interpretare e applicare a proprio piacimento.
David di Donatello 2013 a Margherita Buy come migliore attrice protagonista
Il segretario del principale partito d’opposizione, Enrico Oliveri, è in crisi. I sondaggi per
l’imminente competizione elettorale lo danno perdente. Una notte, dopo l’ennesima
contestazione, l’uomo si dilegua. Mentre i colleghi politici sollevano illazioni, la moglie
Anna e Andrea Bottini, il collaboratore dell’onorevole, decidono di usare il fratello gemello di Oliveri, filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto
dello scomparso. Così, d’improvviso, un bel giorno, il segretario riappare sulla scena:
inizia a parlare una lingua diversa, poetica e lucida, che colpisce, sorprende, entusiasma le piazze...Garbo, leggerezza, intensità, sono queste le qualità di “Viva la libertà”
che in un giro di danza rivela le difficoltà della rappresentazione dell’uomo politico al
cinema. Roberto Andò realizza un film sul disagio del potere, lasciando passare indifferentemente il suo protagonista dalle recite di una tribuna politica al set. Il mestiere
è chiaramente lo stesso, identico il metodo attoriale, medesimo l’attore. Per questo
motivo non stupisce certo la scelta di Andò di rappresentare il nostro particolare momento storico attraverso una visione sognante, quasi teatrale, rendendola più fruibile
e perfino poetica attraverso il linguaggio cinematografico. Un film di attualità sociale
si trasforma improvvisamente in un’esperienza nuova, in grado di utilizzare le sfumature dell’ironia e della malinconia in ugual modo, mettendo in scena l’inganno delle
somiglianze. Pur non offrendo alcuna soluzione alle molte domande proposte, Andò
dirige perfettamente gli universi paralleli dei suoi personaggi, li struttura con attenzione, facendoli vivere entrambi di vita propria attraverso il ritrovamento di un candore
intellettuale finalmente possibile anche in politica. Quello che il regista ha deciso di
raccontare, prendendolo direttamente dalle pagine del suo romanzo “Il trono vuoto”,
è un sogno a occhi aperti, con tutta la briosa leggerezza del
gioco di specchi messo in scena da Toni Servillo. L’attore napoletano, certo non nuovo alla rappresentazione del potere,
questa volta lascia che la sua anima da teatrante lo guidi verso la rappresentazione del doppio, cercando e riuscendo a
trascinare in questa avventura intima e inusuale lo spettatore.
E la folla riscopre di avere ancora la passione per la politica.
Film vincitore di due David di Donatello 2013: miglior
sceneggiatura e migliore attore non protagonista a
Valerio Mastandrea.
Al termine del film verrà proiettato il documentario
LL’età
’età del
del ferro
ferro di Diego Scarponi Italia 2013, 77’
Domenica 4 agosto
Domenica 11 agosto
Non ho l’eta
l’età - dedicato ai piccoli, consigliato ai grandi
Ernest & Celestine (Ernest et Célestine)
Il grande e potente Oz (Oz: The Great and Powerful)
di Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner
con le voci di Claudio Bisio e Alba Rohrwacher
Francia 2012, 79’
di Sam Raimi
con James Franco, Mila Kunis, Rachel Weisz, Michelle Williams, Zach Braff
Usa 2013, 127’
Oscar Diggs è un mago dall’etica professionale alquanto dubbia che lavora
in un piccolo circo, illudendo spettatori e fanciulle con trucchetti da prestigiatore e promesse da marinaio. Saltato su una mongolfiera per sfuggire a un
rivale, si ritrova scaraventato da un tornado nel vibrante Regno di Oz. Oscar
pensa di aver vinto alla lotteria, finché non incontra le tre streghe Theodora,
Evanora e Glinda, che lo coinvolgono suo malgrado nelle epiche problematiche degli abitanti di quel fantastico universo. Attratto dal tesoro reale, dovrà
però scoprire chi è veramente buono o cattivo prima che sia troppo tardi...
È sicuramente un sentiero particolare quello che ha portato il regista statunitense Sam Raimi dal cinema indipendente alla Disney, ma il motivo è chiaro,
si chiama “cinefilia”: come “Hugo Cabret” di Scorsese anche “II grande e potente Oz” celebra la magia della settima arte, nonché il capolavoro del 1939
di Victor Fleming con Judy Garland, tratto dal classico della letteratura infantile scritto nel 1900 da L. Frank Baum. Ora la Disney
ne propone un prequel che al posto della piccola
Dorothy assume a protagonista il personaggio del
titolo. Come Fleming a suo tempo, anche Raimi
parte in bianco e nero nel formato 1.33, per poi
ingrandire lo schermo e colorarlo in tinte accese.
Il suo Oz, ossessionato dalle forme preistoriche del
cinema e dalla figura di Thomas Edison, è di fatto
un cinefilo ante litteram e l’intera sceneggiatura,
sia nello sviluppo narrativo che nei singoli dialoghi,
è costruito sull’abbinamento tra l’illusionismo e il
cinema stesso. Raimi si adegua senza problemi ai
canoni di un’opera tanto squisitamente disneyana nella concezione, quanto figlia dei suoi tempi
nella resa visiva: la sua messa in scena sembra
divertita e consapevole, offre immagini straripanti
e un ritmo incalzante grazie all’uso funzionale, autoironico e intelligente, di
tutti i mezzi che una produzione del genere mette a disposizione. “II grande
e potente Oz” è puro intrattenimento e, allo stesso tempo, una celebrazione
esplicita e ripetuta, senza traccia di snobismo, della più grande delle illusioni,
capace di fare di un piccolo uomo un grande e potente mago.
Nel mondo degli orsi è impossibile fare amicizia con un topolino. La diffidenza è ai massimi
livelli. Peraltro nel mondo sotterraneo dei topi
l’orso rappresenta il peggiore dei pericoli che
si possano incontrare. Nonostante questo, la
giovane Celestine, un’orfana con il desiderio
di diventare pittrice, sfugge al mondo opprimente dei topi e incontra l’orso Ernest, clown
e musicista. Cercando sostegno e conforto
l’uno nell’altra, Ernest e Celestine sfidano le
regole dei loro rispettivi mondi e scompigliano
così l’ordine stabilito...
All’origine di questo delizioso film di animazione ci sono i libri disegnati da Gabrielle Vincent, le avventure dell’orso Ernest e della topolina Célestine, nati all’inizio degli anni Ottanta e tradotti in molti paesi
del mondo. A questo più che efficace punto di partenza si aggiunge il
talento di uno dei più famosi scrittori francesi: Daniel Pennac. Non è facile trovare un’animazione così raffinata e al contempo capace di parlare sia al cuore che alla razionalità di adulti e bambini. Irresistibile con
le sue tonalità pastello, il film racconta dell’amicizia tra un orso musicista
e una topolina pittrice, e dell’incontro di due mondi assai diversi, capaci
di trovare, grazie a queste due poetiche creature, un punto di contatto.
Magnifico è l’uso dell’ormai rara animazione ad acquarello, realizzata
attraverso un minimalismo che tende a non riempire mai il quadro, lasciando spazi bianchi e incompleti, riempibili dall’immaginazione degli
spettatori, in un mondo che si costruisce col procedere della narrazione.
“Ernest & Celestine” è la conferma della vitalità dell’animazione francese, figlia della grande tradizione delle bande dessinée, albi a fumetti
che hanno negli scaffali delle librerie transalpine un posto d’onore. Una
storia che cattura, che si fa amare per la sua intelligente semplicità.
domenica 25 agosto
Kiki - consegne a domicilio (Majo no Takkyuubin)
I documentari
di Hayao Miyazaki
Giappone 1989, 102’
Kiki è una giovane strega. Come da tradizione, al
compimento del tredicesimo anno di età, viene
allontanata da casa per un anno di apprendistato che le servirà per imparare a cavarsela da
sola. In compagnia dell’inseparabile gatto nero
parlante Jiji, la ragazzina arriva nella città di Koriko dove inizia a guadagnarsi da vivere facendo
consegne a domicilio a cavallo della sua scopa
di saggina. Superate le difficoltà iniziali, grazie ai
suoi poteri magici e alla conoscenza di persone
che la fanno sentire a casa, Kiki riesce a rendersi indipendente. Ma nella vita, si sa, le sorprese
sono sempre dietro l’angolo…
Liberamente tratto dal romanzo omonimo di Eiko
Kadono, “Kiki - consegne a domicilio”, quarto film
dello Studio Ghibli, è uno dei capolavori assoluti di Hayao Miyazaki (Leone
d’oro a una carriera costellata di tantissimi successi), un’opera di un roccioso rigore etico e formale. “Kiki” è un grande film d’avventura, ma non bisogna commettere l’errore di pensare che la magia dell’umanissima protagonista conduca in territori fantasy: la storia della piccola strega che va via di
casa per svolgere il suo tirocinio e impara il valore del lavoro, del sacrificio e
dell’amicizia, sullo sfondo del contrasto tra l’intimità della provincia e il caos
della grande città, è appassionante e universale, non teme il confronto con
i modelli e regala molte emozioni. Vi si trovano tutti i luoghi dell’immaginario
cari all’autore, in particolare l’ambientazione di sapore europeo: la città di
Koriko, coerente fusione di Stoccolma, Parigi, Lisbona, San Francisco e Milano, è un arazzo abitabile dall’immaginazione di chiunque. Su questo sfondo
agisce una protagonista delineata con una precisione psicologica incredibile. Un’eroina che dietro la sua apparenza fiabesca nasconde un’anima di
concreto realismo. Un costante inno alla figura femminile, della quale Miyazaki non ha bisogno di negare la grazia per celebrare la forza. Questo non
è un cartone davanti al quale parcheggiare i figli perché ogni adulto può
riconoscersi nell’epica quotidianità dell’amabile Kiki, Non è difficile.
All’interno della rassegna cinematografica Nuovofilmstudio ha il piacere di presentare due documentari realizzati da giovani autori savonesi.
Francesca Pesce e Diego Scarponi raccontano spaccati di Savona.
GIOVEDÌ 15 AGOSTO - dopo la proiezione del film “La bicicletta verde”
Sala d’attesa
d’attesa
Sala
di Francesca Pesce
Italia 2012, 57’
Nel maggio 2011 sbarcano a Lampedusa 24.000 persone provenienti
dalla Libia in fuga dalla guerra. Nasce un emergenza a cui l’Italia risponde attivando servizi d’accoglienza ma non garantendo loro un documento di soggiorno. 40 dei rifugiati sono ospitati ad Albisola e Savona.
La regista attraverso le loro storie tocca i temi del viaggio e dell’attesa.
Nel quadro socio-politico la vita sospesa di chi cerca di riempire il vuoto
dato dall’impossibilità di progettare il proprio futuro e dal senso di impotenza del non poter agire. Si aprono così voragini cariche di pensieri e
aspettative spesso tradite.
GIOVEDÌ 22 AGOSTO - dopo la proiezione del film “Viva la libertà”
’età del
del ferro
ferro
LL’età
di Diego Scarponi
Italia 2013, 77’
L’età del Ferro narra un territorio e la sua fabbrica più importante, l’Ilva.
L’acciaieria, nei suoi centocinquantanni di storia, ha cambiato più volte
nome ma non ha mai mutato la propria valenza e la propria personalità, restando il fulcro della vita cittadina. Lo stabilimento era situato nel
cuore della città, tra il mare e l’antica darsena. Ora, lo stabilimento è
scomparso, letteralmente, senza lasciare traccia: oggi la Fabbrica rappresenta un fantasma, un rimosso che va riscoperto e preso ancora una
volta in considerazione. L’Ilva è una storia. l’Ilva è un ricordo. L’Ilva è un
esempio evolutivo di un intero continente.
Scarica

Untitled - Savona Screen Festival