l’intervista Miracoli e paradossi di Maurizio dodici 16 dodici 17 De Santis La cattedra e gli spartiti Il racconto di una vita accende i colori del buio C antautore, paroliere, scrittore, professore. Roberto Vecchioni è nato a Milano nel giugno del ’43 da genitori napoletani. E’ sposato con la scrittrice Daria Colombo, ha quattro figli e vive nel capoluogo lombardo. Nel 1968 si laurea in Lettere antiche all’Università Cattolica e vi resterà ancora per due anni come assistente di Storia delle religioni. Prosegue poi per trent’anni la sua attività d’insegnante di greco, latino, italiano e storia in vari licei classici di Milano e di Brescia. Il suo esordio in ambito musicale è negli Anni Sessanta, quando scrive canzoni per artisti affermati come Ornella Vanoni. Dieci anni più tardi esce il primo album “Parabola” che contiene uno degli evergreen del professore: Luci a San Siro che, nell’ultimo lavoro “I colori del buio” si avvale anche della voce, splendida, di Mina. Nel 1973 partecipa al Festival di Sanremo e nel 1974 gli viene attribuito il premio della critica discografica per “Il re non si diverte”. Il successo di pubblico arriva poco dopo con Samarcanda (1977), cui fanno seguito una serie di album e di raccolte che raggiungono otto milioni di fans. E poi, ancora, Voglio una donna, Di rabbia e di stelle, In Cantus fino alla vittoria di Sanremo (2011) con Chiamami ancora amore, la canzone che dà il titolo all’album. Infine, I colori del buio, una sorta di antologia ufficiale con i brani scelti personalmente dal professore cercando di mettere insieme tre anime musicali diverse solo in apparenza: la sinfonica, la cantautorale e quella jazz. Il must è Luci a San Siro in duetto con Mina. P roteggere i sogni per non buttarsi via. Già, ma il libretto delle istruzioni dov’è? Da ragazzini ci hanno insegnato che studiare è cosa buona e giusta, perché anche così si onora il padre e la madre. Poi pure la famiglia s’è dissolta in un amen perché quando la vita picchia duro, hai un mutuo da pagare, l’azienda ti dà un calcio nel sedere e il padrone di casa scampanella alla porta il pragmatismo ci mette una pezza e tura la falla. Sta zitto e ingoia il boccone amaro senza troppe storie. E il “ci sono cose più importanti cui pensare” ti rimbomba nella testa e nell’anima. Ci hanno detto che il sacrificio paga sempre, il lavoro è un diritto. Ora, invece, vogliono farci credere che per creare lavoro è necessario togliere ancora un po’ di diritti ai lavoratori. E fa niente se il merito resta, oggi come allora, una variabile im- dodici 18 pazzita. Ad avercela un’opportunità per risolvere l’equazione. Vota antonio, vota antonio… contrordine compagni, mani tese e pugni chiusi, mani pulite e pugni in manette, mani sporche di sangue e pugni di rabbia, mani in tasca e portafogli vuoti, mi consenta, mazzette e lenzuola, culone inchiavabili, orgette e olgettine, fasci di rose e da collezione, comunisti, ex comunisti, post comunisti e ravanelli sbiaditi ma radical chic, le rovesciate di bonimba svendute da giocatori fantozzi: aridatece i cattivi maestri. Almeno ci hanno messo la faccia e pagato con la pelle la responsabilità di un ideale, di una generazione che rimodulò il confine tra autorità e autorevolezza, che lottava per difendere il valore delle proprie, legittime ambizioni. Parlava, urlava ed era ascoltata. Potevi essere social senza un network dietro al quale nasconderti. La Padania non esisteva (non esiste e mai esisterà), ai leghisti nemmeno avevano tagliato la coda. La rivoluzione culturale non era folklore e nemmeno egoismo di una minoranza, ma apparteneva, da Nord a Sud, a un popolo e alla sua identità collettiva. Proteggere i sogni per non buttarsi via. «Ingenuamente pensavo di dover occuparmi solo di cultura: scusate, mi sbagliavo. Quello che sono, l’artista, il giocoliere di sogni e di parole, vorrei regalarlo ancora a Napoli». Le parole in epigrafe sono di Roberto Vecchioni che ha scelto la sua pagina Facebook per annunciare le dimissioni dalla presidenza del Forum Universale delle Culture. Cantautore, paroliere, scrittore, più semplicemente il professore che intona Pessoa, conquista Sanremo e Balla con le stelle. «La letteratura è una palestra di libertà. La poesia, una forma meravigliosa d’arte. La canzone, una forma popolare d’espressione». Da Chiamami ancora amore ai Co- dodici 19 DI RABBIA STELLE in cantus E DI i colori del buio chiamami ancora amore stranamore MONTECRISTO elisir samarcanda bei tempi ipertensione robinsonippopotami il re non si diverte lori del buio, l’ultimo album miscelato tra andate e ritorni nel tempo, gioie e dolori nel racconto di una vita. Poi s’è voltato mio padre e c’era tutta Napoli a salutare… Bella l’immagine da cartolina, peccato contrasti con la città reale: pittoresca ma poco vivibile. Le mie origini sono partenopee. Napoli ha avuto sempre tanti volti, speculari rispetto alla grande capacità di adattamento mostrata dal suo popolo nella storia. Non penso all’arte di arrangiarsi, piuttosto alla sua tradizione culturale affacciata sul Mediterraneo. Napoli come crocevia tra la mitteleuropa e i paesi del mare nostrum. Obiettivo pretenzioso. Da un lato il Nord che produce e va per conto suo, dall’altro il Meridione è sempre più depresso. La secessione agitata da Bossi è stata già fatta. La cosa peggiore dei leghisti è che si ritengono gli alfieri dodici 20 del Nord nonostante, al Nord, abbiano più o meno il dieci per cento dei voti presi su quel territorio. E dimenticano che la ricchezza del Nord è anche frutto del lavoro di tanta gente del Sud. I luoghi comuni leghisti non sono peggio dei luoghi comuni buonisti. Certo. Per me, però, c’è una categoria peggiore che esula dai luoghi comuni. E’ quella dei “me ne frego”. I bastardi sempre al sole… Puoi essere uno scippatore, una persona perbene e un lavoratore, un intellettuale e avere un’identità. Tutto, tranne quelli che stanno a guardare e non fanno niente per cambiare le cose. Indolenti, aspettano che se ne occupi qualcun altro. La vita scivola addosso e nemmeno se ne accorgono. Perché questa maledetta notte dovrà pur finire... Basterà riempirla di musica e parole? Intanto, proviamoci… Un tempo scuola e università erano anche luogo di fermento culturale. Oggi sia l’una sia l’altra hanno abdicato al ruolo formativo, lontane dalle esigenze delle nuove generazioni. Sono diventate grandi parcheggi, i ragazzi, spesso, appaiono disorientati perché gli sbocchi sono ristretti e li trovi ammucchiati nelle Facoltà. Tutto questo è successo perché molte scelte sono state fatte con faciloneria, trascurando l’aspetto economico, sociale e psicologico. Attualmente, l’istruzione ha un orizzonte limitato, almeno fino a quando non ci sarà un governo che abbia maggiore attenzione per questo settore della vita pubblica. Detto da un professore, è disarmante. I giovani che contano, quelli che hanno sale in zucca, conoscono bene il valore di un libro. Purtroppo, sono penalizzati perché non c’è riciclo sociale, le opportunità sono poche. Questo, però, non può essere un alibi. Aumenta l’antipolitica, prevale la rabbia ma questa volta non ci sono cattivi maestri e il tessuto socio-culturale è lacerato. E’ una generazione già al capolinea? Non al capolinea, semmai ferma e disorientata. Perché non importa dove arrivi, è il viaggio quello che conta. Anni fa lottavamo per conquistare la nostra libertà con la forza delle idee. Sapevamo bene quale fosse il valore del sacrificio in un’Italia che, allora, offriva molte più possibilità ai giovani. Sogna, ragazzo sogna dodici 21 Il sipario strappato La rivoluzione arancione è una nota stonata VEDI NAPOLI E POI… QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELLA PRESIDENZA DEL FORUM E’ passato un mese, il rumore delle polemiche sulla nomina e sul compenso che avrebbe percepito per la presidenza del Forum universale delle culture si sono dissolte assieme ai botti di Capodanno. Anzi, a spegnerle è stato il cantautore di origine partenopea. «Tornerò a fare il lanciatore di coltelli, che forse mi riesce meglio…». Il colpo di scena l’ha regalato proprio Roberto Vecchioni che ha scelto di non guidare l’happening in programma a Napoli nel 2013. Un ruolo che lui stesso ha definito «controverso», come preannunciato sulla pagina Facebook personale e poi dichiarato ai media. «Tenterò di farmi scivolare addosso le chiacchiere, non risponderò e non commenterò tutte le critiche e le voci maligne che metto già in conto: sarà solo, come sempre, quello che faccio a parlare per me». Sipario strappato prim’ancora di cominciare: la politica degli annunci, ancora una volta, si rivela un bel ceffone sul muso per la città. Il copione s’è “scassato” e l’addio del professore è sembrato il naturale epilogo a un feeling finito in burrasca dopo la luna di miele della rivoluzione arancione. «Sarò presidente ma senza compenso». Così disse il professore e mise a tacere il chiacchiericcio sulla cifra (220 mila euro lordi) del suo ingaggio. Suo malgrado, finì al centro del dibattito politico. «Ho accettato l’incarico di presidente del Forum universale delle Culture 2013 - spiegò Vecchioni - perché nutro un sentimento di profondo amore per Napoli, perché a Napoli è iniziata una nuova ed entusiasmante stagione politica, perché il Forum sarà un’occasione per rilanciare la città e per consolidare l’unità del nostro Paese». Passo e chiudo, caso risolto. La classica tempesta in un bicchier d’acqua. Almeno così sembrava fino a pochi giorni dopo l’Epifania. «Per questo le polemiche sollevatasi fin dalla mia nomina e protrattesi in merito al mio compenso mi sono apparse ingiuste. In primis proprio per questo mio sentimento d’amore e di rispetto per Napoli e i suoi cittadini. Per superarle - ribadì - ho quindi deciso di accettare l’incarico senza compenso». Poi, l’addio annunciato sulla pagina del social network. Finito il tempo delle schermaglie politiche, adesso è il momento di mettersi al lavoro affinché la città non perda l’ennesima occasione per realizzare un progetto che non sia solo frutto di propaganda. Anche sulla pelle di chi ha costruito una carriera con la propria voce. SULLA PELLE DEL PROFESSORE Guai a smettere di sognare. Si diventa grandi sulla propria pelle, sulle proprie palle e su poche stelle in mezzo al Carnival quotidiano. Proprio così. Metaforicamente, eravamo pronti “a colpire a morte il padre” per ritagliare la nostra indipendenza, andare per la nostra strada. Affrancare il nostro processo di crescita. Padre, lasciamo tutto e andiamo via… L’uomo che si gioca il cielo a dadi appare più complice che nemico. Sì, è un po’ in controtendenza rispetto all’epoca ma in quel periodo mio padre mi era molto vicino. Anche lei è un genitore molto vicino alla prole: il brano inedito Un lungo addio è dedicato proprio a sua figlia; Le rose blu, quasi un simbolo della sofferenza. Nel primo c’è tanto affetto ma anche un po’ di cretineria dodici 22 maschile, come accade a tutti i padri che sono gelosi delle proprie figlie quando vanno via di casa. Nel secondo, la disperazione di un genitore che farebbe di tutto pur di non vedere soffrire i propri ragazzi. La preghiera a Dio, perché cancelli strazio e dolore, e l’uomo che abbandona il treno alla Stazione di Zimà. Perdonami, Signore, ma io scendo qua. Due approcci diversi alla Fede. Credo ci siano un’aldilà e il perdono estremo di Dio, che qualcosa esista e lo spirito non si esaurisca con la fine della vita. Ma è anche vero che siamo uomini e prima si risolvono le cose sulla terra. L’amore di Dio, infinitamente grande, e quello dell’uomo che ha paura di essere ridicolo nel manifestare le emozioni. Non dovremmo mai avere paura delle nostre emozioni. ROBERTO VECCHIONI Il cantautore, paroliere, scrittore e professore è tornato alla ribalta musicale con l’album I Colori del buio. Le polemiche scoppiate sulla presidenza del Forum universale delle Culture di Napoli hanno visto protagonista Vecchioni, suo malgrado. L’artista ha annunciato di recente, attraverso la pagina Facebook la decisione di rinunciare alla guida dell’evento in programma nel 2013 dodici 23