Andrea Emiliani GUIDO RENI A FANO Il tema della presenza dei dipinti di Guido Reni a Fano, veri capolavori innovativi - a cominciare dalla Annunciazione - pone una serie di problemi di esaltante intelligenza artistica e nello stesso tempo di qualità umana e di storia civile, La Consegna delle Chiavi è un dipinto centrale nella storia italiana ed europea e il suo ritorno a Fano - di cui si deve essere grati - necessita di affrontare alcuni grandi problemi. Anzitutto esiste un tema fondamentale di riflessione sui rapporti tra le due Comunità Oratoriane, quella di Fano e quella di Bologna, impersonate nei due confratelli Ghisiglieri e Gabrielli, che prosegue una conoscenza che ha già fruttato alla comunità di san Pietro in Valle di Fano la bellissima, pressochè inedita Annunciazione ancora nel luogo originario. Soltanto nell’ultimo dopoguerra i dipinti fanesi sono saliti, con grande autorità, alla ribalta dell’attenzione pubblica e degli studi. L’iniziativa splendida della Fondazione fanese ha reso necessaria, per salutare l’evento di tanta importanza, di riassumere la conoscenza della vicenda dei dipinti, ad iniziare dalla loro nascita per finire all’attuale grand retour di queste tele che non avevano mai goduto della grande ammirazione che oggi è invece necessario loro assegnare, Testimoni già nel 1954 di questo evento, abbiamo cercato di illuminare in queste pagine, promosse e consentite dalla esemplare iniziativa, e tentato una visione più nitida di ciò che le opere fanesi, e specie la esemplare Consegna delle Chiavi, rappresentano. Specie nel quadro di una politica saggia e severa qual era stata quella del fanese Clemente VIII Aldobrandini, cui la vicenda artistica italiana è debitrice di eventi esemplari come l’appoggio assegnato, insieme all’Oratorio, all’opera precedente di Federico Barocci che fu l’uomo dell’iniziativa del terzo Ordine francescano, quello dei fratelli Cappuccini, che impegnarono umanità e senso della comunità nell’opera difficile del movimento di controriforma. Il “libretto” rappresentato da questo catalogo si avvale di alcuni saggi storici fondamentali tra i non molti - in fondo - che alle opere di Fano sono stati dedicati: a cominciare dall’impegno di sir Denis Mahon e di Cesare Gnudi che hanno guidato la Reni renaissance dopo la memorabile apertura di Roberto Longhi nel 1954. Unitamente alla Pala Olivieri, già nella Cattedrale di Pesaro e oggi in Vaticano, le Marche hanno motivato e posseduto le opere decisive degli anni 1620-30. Il metodo che ho tenuto nella costruzione di questa guida alla conoscenza e all’ammirazione di opere fondamentali è quello di affrontare in modo impegnato il contributo che al problema è venuto dal lavoro di Stephen Pepper e l’esemplare sistemazione storica e critica operata dall’amico Stéphane Loire nel suo Catalogo generale del Museo del Louvre, volume primo, dedicato per cominciare alla Scuola Bolognese nel 1996. Nella necessaria brevità di questa nota di apertura devo ricordare come, tra la eccezionale figura di Barocci e il sublime cammino di Reni, si debba collocare quasi a riepilogo delle loro doti la figura appassionata e coinvolgente di Simone Cantarini, il Pesarese, che ha dato la sua vita a queste aree culturali e al mito reale di bellezza rappresentato da Guido Reni. Un modo ineguagliabile per recuperare al mondo l’eredità della forma e dell’idea di Raffaello. La singolare indipendenza della città di Fano L’area fanese è la sola, nella regione metaurense e montefeltresca, che non incontrerà mai il moderno possesso politico della signoria montefeltresca ducale. Essa raggiunge direttamente dal luogo litoraneo malatestiano le mani della Chiesa, che vi istituisce un suo protettorato. Se sono evidenti le ra- Guido Reni, Consegna delle chiavi a San Pietro, Parigi, Musée du Louvre (già Fano Chiesa di San Pietro in Valle), olio su tela, cm 342x210, foto Archivio Villani 33 Guido Reni, Consegna delle chiavi a San Pietro, foto Archivio Villani, part. gioni politiche, che rivelano chiaro l’interesse della Chiesa a istituire in zona la tendenza alla prossima e futura rivendicazione con la devoluzione del 1631, altrettanto nitide sono le conseguenze culturali che prendono a rivelarsi alla foce del Metauro. Fano costituisce la porta più fortunata dei rapporti artistici e culturali a sud di Bologna. Il doppio deflusso della via Flaminia da Rimini a Roma conduce alla città anche un privilegio di comunicazioni che rivela i suoi vantaggi proprio nel momento in cui si affievolisce, con la vecchiaia e la morte di Federico Barocci, l’ultimo segno dell’antica cultura nata tra una tradizione illustre, una forte conoscenza ingegneresca e scientifica che crea un potere che ha sostituito degnamente il credito intellettuale di una agile potenza militare di alta quota. Del resto, la battaglia di Lepanto aveva, fin dal 1572, liberato di fatto la circolazione marittima dal pericolo turco e così ribaltato letteralmente il rapporto che un tempo vedeva privilegiato l’asse umbro- romagnolo -marchigiano di quota, premiando l’afflusso verso l’Adriatico e verso le sue più agevoli vie di comunicazione. In questi anni insomma prende corpo l’assetto sociale ed economico che dominerà il futuro. Il protettorato della Chiesa fu per Fano un luogo di afflussi artistici modernamente ispirati alle novità più alte della riforma naturalistica che precede il barocco romano. L’affidamento del Governatorato alla perizia della famiglia fiorentina degli Aldobrandini è una carta vincente che vide nella persona di Clemente VIII, un pontefice di notevole fermezza, il vincitore della battaglia per il dogma dell’Eucarestia e iniziatore della politica di rivendicazione dei frammenti rinascimentali già appartenenti al falso patrimonio di san Pietro. Ancora, proprio da Fano erano transitati i flussi - da un lato - della proposta di una controriforma non armata (low church) con 34 i nomi di Giulio Feltrio della Rovere, di Federico Borromeo, di Federico e Pier Fortunato Cesi, di Filippo Neri; e di conseguenza lo sviluppo del mondo dell’Oratorio, al quale appartiene la chiesa più rappresentativa di Fano, e cioè San Pietro in Valle. L’altro ordine responsabile di una impegnativa attività culturale, cui lo stesso Simone appartiene, è certo quello degli Agostiniani. Credo doveroso ripetere che l’altro flusso di valore culturale - nel quadro storico di un modello di “cristologia” permenenente - molto evidente era la nuova politica del terzo ordine francescano, quello dei fratelli Cappuccini che, nato e istituito con l’auspicio della principessa Cybo a Camerino (1535) aveva fatto del Metauro l’asse più forte e delle alte vallate del Montefeltro storico della sua attività severa e moderna. Un fenomeno, questo, la cui importanza sfugge talora alla sensibilità degli storici e che, al contrario, segna per decenni la rilevanza di un dibattito di ritorno dell’immensa qualità che era stata l’insostituibile novità della proposta francescana e del suo dilagare nel mondo occidentale. Per ciò che riguarda l’arte, questa stagione vive, nello stesso 1612, la piena coincidenza della morte dell’antico mondo montefeltresco e roveresco del Barocci con la nascita del giovane, sensibile innovatore, Simone Cantarini, nato a Pesaro in quell’anno, ma costantemente mobile nelle sue giovanili inquiete attività artistiche tra Pesaro e Fano. A questo argomento, questa fondazione, ha dedicato la manifestazione dello scorso anno in San Domenico, nell’estate 2012, della quale l’odierna è una sorta di prosecuzione. Il tema centrale, in realtà, è il ritratto del massimo protagonista della modernità secentesca il quale, Guido Reni, piuttosto che aderire all’ottimismo dell’anima ‘barocca’ in senso romano e dei Barberini, aderisce ad un ritorno di classicismo scientifico. Era nato così un “Apelle Clericale” come lo definiva Roberto Longhi nel 1954; e tuttavia il suo sogno artistico ha coperto l’Europa sul versante che non è stato quello di Annibale Carracci o di Poussin. Gli ultimi anni di Guido e della sua invenzione “di Paradiso”, sembrano condurre la sua mente e la sua problematica vita verso la convinzione di una lenta, inesorabile, profumata, “morte dell’arte”. La Consegna delle Chiavi a Pietro non a caso viene commissionata e messa in opera (insieme alla precedente Annunciazione) con senso speciale di ritorno così politico che culturale: qui infatti, come avverrà in Simone adolescente che osserva passionalmente l’opera, si ripropone la grande onda della riscoperta storica di Raffaello, la stessa che era stata GUIDO RENI A FANO quasi un secolo avanti riconfermata da Federico Barocci, nei termini religiosi della renovatio che prende corpo deliberatamente nella piena coscienza del passato. La città di Fano, ricca dei suoi rapporti esclusivi tra l’Italia della penisola e quella settentionale, sedimenta per tempo opere moderne quali quelle di Ludovico Carracci (1602), Carlo Bonone (forse 1612), Domenichino (1620?) per non dire di quel Giovan Francesco Guerrieri che fu considerato un ‘paria’ ma che possiede una sorta di mentalità narrativa manzoniana. Simone Cantarini ne rivela l’inquieta passione moderna. In uno spazio riservato, forse l’unico che non possiede opere del vecchio spirito di Federico Barocci, si colloca la seducente immagine di un classicismo neo raffaellesco che si esprime nel tramando messo in atto da Guido Reni, commessa patrocinata da moderni spiriti culturali come gli Oratoriani padre Ghisiglieri della Madonna di Galliera a Bologna e padre Girolamo Gabrielli di San Pietro in Valle a Fano. Mentre ne scrivo riemerge nella lontana memoria dell’agosto 1954, il giovane Ispettore del Louvre, Michel Laclotte, mentre toglie dalla cassa la grande tela che, dalla lontana Perpignan, egli aveva accompagnato fino a Bologna nell’occasione dell’esposizione di Guido Reni organizzata dalla Pinacoteca Nazionale nel Palazzo dell’Archiginnasio. Dopo questa data, la straordinaria Consegna è ritornata ad occupare il suo luogo affascinante nella Grande Galerie del Palazzo del Louvre, mentre alle sue spalle sotto il Pont Neuf “coule la Seine, et nos amours”. Non a caso un dovere moderno significativo (faut-il que t’en souvienne ricordava Guillaume Apollinaire) a non concludere una memoria ormai senza confini. Esiste, nella personalità di Simone Cantarini, che è l’artista emergente nello spazio dell’arte dell’area pesarese e del ducato di Urbino, una caratteristica che oggi si può meglio illuminare come fondamentale nel processo religioso e morale della ‘renovatio’, il movimento che caratterizza i nuovi e forti nuclei di riforma francescana, e ciò nella meditata propsta contenuta negli atti di formazione dell’ordine dei Cappuccini. In questo modello di metodo si forma un’intensa capacità culturale dell’artista di dare testimonianza di una storia. Questo modello rivela - con altre aperture alla nozione del tempo - che esiste la volontà di assegnare al passato un valore che riconduca la comunità alla coscienza del passato. Si può chiarire come questo modello si collochi nel quadro della rinnovata adesione alla “regola” di san Francesco, che è alla base iniziale del fecondo movimento di liberazione invocato in Umbria. È stata l’attività di Federico Barocci a condurre le sue ipotesi di lavoro, nate nello spirito di una condotta educativa che si chiarisce solo nella conoscenza della natura, verso la proposta di un rinnovato valore ricercato nell’assunzione di una mistica tesa alla riforma orientata, nel quadro della controriforma, a collocarsi nell’ambito della “low church” e della comunità popolare. E nell’azione politica e ideologica nata nell’intensità del cammino riformista del gruppo che inizialmente è auspicato dall’opera di Pio IV, il milanese Medici, composto, come abbiamo detto, da molti tra gli uomini di maggior presenza nel cammino del rinnovamento religioso e culturale, da Carlo Borromeo a Filippo Neri e, per ciò che riguarda il Montefeltro, dal giovanissimo arcivescovo Giulio Feltrio della Rovere. La elementare ma modernissima raccomandazione della tutela da assegnare alle ascendenze artistiche, chiaramente espressa già nelle prime istanze della regola francescana, e fortemente rinnovata nel Cinquecento, segna di sé un metodo di valore storico al comportamento di un artista nuovo come il Barocci che nella sua opera, fin dalle prime origini e negli anni ’60 del secolo, non manca mai di fondare la sua espressione su di una tessitura instan- Guido Reni, Consegna delle chiavi a San Pietro, foto Archivio Villani, part. 35 cabile di recuperi artistici che hanno alzato nella Rinascenza, la bella e inquieta stagione precedente. In questa espressione si inquadra un’attenzione memore dei massimi valori della pittura centro-italiana, a cominciare dall’opera di Raffaello, accanto alle costanti attenzioni che il Barocci và rivolgendo all’attività dei grandi pittori della generazione precedente. E che abbiano lavorato creativamente per lo più nelle sedi di tradizione e di progressivo rinnovamento francescano. Fra questi principalmente si collocano, ad esempio, lo stesso Tiziano, e ancor più il lombardo Lorenzo Lotto, nel corso della sua straordinaria vicenda marchigiana. Dalla quotidianità di Barocci prende corpo la piena visione riformata di Annibale e anche quella di Agostino e Ludovico Carracci. La conoscenza che Simone Cantarini basò, fin dal’inizio, sul modello della valutazione delle origini nasce, a nostro modo di vedere, dall’analisi che abbiamo visto prender corpo nel metodo baroccesco. Tramite quest’ultimo, il giovane Pesarese, si lega in modo profondo al culto sempre rinnovato del disegno di Raffaello perpetuato anche dall’opera grafica del Barocci. Il disegno del giovane nasce quasi interamente da questa componente che potrebbe definirsi del “grande ritorno” dei valori fondamentali del mondo moderno dopo le intellettuali astrazioni del Manierismo. Una cultura che, sotto molti aspetti, aveva immediatamente trovato espressione ed era stata divulgata nel Cortegiano, l’opera di Baldassar Castiglione, che nel 1528, aveva liberato alla stampa nel suo ultimo soggiorno spagnolo. Nella formazione del giovane Pesarese, di intelligenza problematica e modernamente complessa, emerge con efficacia una precoce conoscenza dell’opera di Guido Reni. Anzi, una conoscenza che si trasformerà in vera passione, così da costituire l’orientamento assoluto della sua stessa vita di artista, il faro d’ogni tensione artistica ed umana. È per questo che Simone, dopo una formazione locale ancora abbastanza misteriosa (ma improntata alla conoscenza dei grandi, da Raffaello a Barocci e a Reni) improntò la sua giovinezza nell’assoluta necessità di raggiungere piazza Maggiore a Bologna e di conoscere Guido Reni che vi abitava e lavorava. È questo il momento di ricordare che proprio alla comunità dei Filippini di Fano, e cioè a quella di San Pietro in Valle, il bolognese aveva destinato un dipinto di straordinaria qualità come la Consegna delle chiavi, (oggi per questa occasione tornata a Fano dalla Grande Galerie del Museo del Louvre) accanto alla bellissima Annunciazione della Vergine, opere che hanno un valore risolutivo nelle scelte culturali del giovane Pesarese. Questi dipinti, come nel 1630 la fondamentale Pala Olivieri, collocata nella Cattedrale di Pesaro - e oggi nella Pinacoteca Vaticana - nell’ordine delle scelte fondamentali del cuore del giovane Cantarini e assumono un valore risolutivo nelle scelte appassionate della sua giovinezza. Per l’artista, nato nel 1612, queste opere si collocano letteralmente alla base di una nuova formazione diversamente inspiegabile. Ad una evoluzione sentimentale, quella della “argentea”, che guiderà il suo mondo verso un impressionante sperimentalismo. Guido Reni, Consegna delle chiavi a San Pietro, foto Archivio Villani, part. Simone Cantarini, Studio per san Pietro, Milano, Pinacoteca di Brera. Gabinetto disegni e stampe 36 GUIDO RENI A FANO Come è testimoniato dallo stesso Carlo Cesare Malvasia, lo storico più sensibile in senso critico, coinvolto anche nelle vicende imminenti del Pesarese, è proprio dalla Pala Olivieri che decorre la decisione futura di portarsi a Bologna, per dedicare la sua ancora giovane e precoce attività di artista alla dedizione appassionata ed assoluta della persona di Guido Reni. L’ingresso del Cantarini nello studio del Reni, collocato nel pieno centro del potere di Bologna, e cioè nel Palazzo dei Banchi, davanti al Mercato di Mezzo e in faccia al Palazzo d’Accursio, sede del potere legatizio, aprirà la via alla matura personalità del giovane non ancora trentenne e, in brevissimo tempo, la libera alla crisi più aspra e orgogliosa. In capo a pochi mesi - siamo nel 1637 - il giovane Pesarese ha raggiunto la felicità entrando nello studio e in modo stabile nell’intimità del grande Guido, ha ottenuto tramite questi la commessa di una pala d’altare nella chiesa del Forte Urbano, a Castelfranco, sulle rive del Panaro, dove lo Stato della Chiesa trova il suo confine con il dominio degli Este modenesi. La vicenda è per lui fatale. Alla richiesta consueta di un esame del lavoro, il maestro giunge con i suoi migliori assistenti per constatare il progresso della tela. La scena, come vedremo, è narrata da Carlo Cesare Malvasia e vede il giovane Simone attendere il maestro, che in breve tempo, dopo aver esaminato altre opere come un primario ospedaliero, osserva il quadro e suggerisce autorevolmente una correzione sul basso dell’opera, nella figura di un Apostolo nella Trasfigurazione del Signore 1. Ho già pubblicato i progetti grafici dell’artista e da essi risulta che il Reni vide un segno - con ogni probabilità - esplicito del ricordo del Barocci: e proprio di questo, forse, Guido eccessivamente chiedeva la variazione. La reazione di Simone fu irriflessiva quanto veloce: girò la tela verso il muro come per dimostrare la sua indipendenza di giudizio e volse le spalle al maestro. La drammatica scena, come un’azione teatrale, è narrata con efficacia da Carlo Cesare Malvasia e segna la precoce fine di un rapporto che si era appena inaugurato. A giudizio del Malvasia fu un atto di superbia a provocare l’incidente2. Personalmente credo che Simone avesse di se stesso una giusta reputazione e non volle rinunciare a far valere pubblicamente l’indiscutibile qualità dell’invenzione baroccesca. In poche ore, la fortuna del giovane ebbe fine. Lo sdegno del maestro infuriato fece gettare le poche cose del Cantarini fuori dall’atelier di via delle Pescherie a Bologna, condannando in tal modo il Pesarese ad una vita randagia, chiudendo la sua vita Simone Cantarini, Studio per Annunciazione, Rio de Janeiro, Biblioteca Nacional a Verona nel 1648 a soli trentasei anni. Testimone intelligente degli ultimi suoi anni fu un giovane intelligente, apprendista pittore, e cioè Lorenzo Pasinelli, che doveva ricordare le traversie e le brevi fortune del Pesarese a Bologna, dove aveva un povero studio vicino a Santa Maria Maggiore e la sua vita fu descritta nel Nuovo fregio di gloria a Felsina sempre pittrice, nella vita di Lorenzo Pasinelli, pittor bolognese, pubblicato a Bologna nel 1703 da Giovan Pietro Zanotti. La mediazione emulativa di Simone da Pesaro Simone Cantarini giungeva dalle Marche: e meglio sarebbe dire da quel lembo glorioso del territorio tra Romagna e Marca Anconetana che era stato dei Montefeltro prima, e che poi, negli anni di Giulio II, era stato consegnato ai Della Rovere. Pesaro divenne, grazie a costoro, la vera capitale del granducato, aumentando così la lontananza di Urbino, il suo malinconico tramonto nel profondo disagio della vicina devoluzione alla Chiesa romana (1631). Simone Cantarini, che fu detto il Pesarese in forza delle sue origini, giunse a Bologna già in possesso di una ben composta personalità d’artista e dotato 37 di strumenti operativi degni della sua fisionomia stilistica. Poiché era nato nel 1612, il conto degli anni della giovinezza, anche a volerlo tenere esiguo e far così risplendere - come era forse giusto - una bella precocità espressiva, non può che iniziare attorno al 1627 circa. Almeno quindici anni sono necessari ad una abilitazione ancorché precoce. Si è sempre continuato a ripetere che il suo arrivo a Bologna sarebbe avvenuto intorno al 1630 e quindi a vent’anni da poco suonati. Si può capire: la data si accomoda anche con le restrizioni dovute alla famosa pestilenza del 1630 e quindi alle sicure quarantene poste ai confini della grande città fino all’esaurimento della terribile epidemia. Inoltre, un itinerario cronologico di questo genere avrebbe il vantaggio intuitivo di accompagnare Simone fin dentro l’atelier di via delle Pescherie, affacciato sulla grande piazza Maggiore, mentre Guido iniziava a por mano alla pala commissionatagli dalla famiglia pesarese degli Olivieri e destinata alla cattedrale. Ci mancano tuttora gli elementi probanti di tipo documentario, ma lo stile potrebbe consentirci di procedere senza troppi margini di errore. Tra Fabriano, Fano e Pesaro s’è dilatata una commessa ricca e nuova, che può giustificare, proprio al suo centro, l’educazione precoce di Simone. Si tratta di una committenza che si colloca tra la cultura che discende nelle valli umbre, proveniente da Roma, il caravaggismo sentimentale in fuga; le propaggini concrete, seducenti, del gusto bolognese di Ludovico e del Bonone, a Fano; i sentimenti locali di una residua e mai spenta bellezza, specie quella che ancora emana dai disegni e dai bozzetti del Barocci. Questa ultima eredità scavalca davvero la trasmissione artigiana consueta. Simone sembra in tal modo non avere bisogno di maestri, il suo archetipo sta dapprima immerso nell’ombra baroccesca, favolosa, tutt’insieme manierista e già barocca, sentimentale e neoclassica, che continua a diffondersi, dall’alto di Urbino, grazie alle centinaia e centinaia di fogli lassù conservati. Un repertorio tale da confermare insieme la verità che afferma che generazione cresce su generazione: e da innovare insieme la fresca novità, così tipica del mondo emulativo barocco, che l’arte cresce sull’arte. Occorre però saldare Simone e per davvero, ai due capisaldi intrinseci, per intelletto e perfino per maniera, della sua espressione più direttamente reniana; ed essi sono senza dubbio la Pala Olivieri, oggi alla Vaticana, databile intorno al 1633-34 circa, e la formidabile Consegna delle chiavi che stava sull’altare maggiore di San Pietro in Valle a Fano e che probabilmente già vi era collocata, credo, intorno 38 al 1620-21. Rapinata dalle truppe napoleoniche quest’ultimo capolavoro reniano fu trascurato nella “recupera” dal Canova, forse perché già finita a Perpignan, ai piedi dei Pirenei. Oggi è un capolavoro esposto in modo permanente come sappiamo nella grande Galleria del Louvre. Non si può tuttavia chiamare imitazione, in nessun modo, quell’ammirazione che Cantarini muove nei confronti di quei due grandi dipinti. Essi sono tra i più alti raggiungimenti dell’idealismo moderno, dall’idea di Raffaello, versata politicamente ad affermare il primato di una venustà e di una grazia non più greche, e neppure latine, bensì cattoliche. Cantarini, infatti, non si modella su quell’antico tessuto, su quelle argentee astrazioni, e neppure sul modello degli arazzi vaticani, dei quali, nella consegna soprattutto, rivive il mito della natura come storia, come retorica di un eloquio alto e perfetto. Il Pesarese si forma su quell’esempio incomparabile saggiando l’impossibile e confidando in una materia più terrena. Guardando in Guido, egli placa la sua sete di qualità e di bellezza, tempra la perfezione delle fisionomie e degli atti, istituisce una metrica pausata e insieme agile. Non rinuncia, il giovane, alla seduzione ormai divenuta irresistibile, del naturalismo: ma, nel versarne il più naturale grado di verosimiglianza entro quelle forme tanto elette, gli avviene di unire uno spirito evanescente con una materia concreta, riconoscibile, dotata di peso specifico. L’azione combinata, una singolare congiuntura, restituisce un prodotto pittorico che non è più reniano, tanto meno è gentileschiano; che nel contempo si è allontanato dal naturalismo domestico del Guerrieri e continua a detenere del Barocci il profumo della grazia: la nevrosi di una grazia permanente, esemplare, alessandrina. In dipinti piuttosto iniziali nella sua carriera, come la paletta con l’Assunzione e Santi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, oppure la Guarigione del paralitico del presbiterio di San Pietro in Valle a Fano, tutti questi elementi si sono come stabilizzati, penetrati e infine naturalizzati. Ciò che consegue a questa opera, che è appunto di delicata emulazione inventiva, piuttosto che di banale copia, è letteralmente il “Ritratto”, a lungo invocato, dalla bellezza della natura; ovviamente di una natura composta, misurata, virtuosa e insieme appassionata. Difficile dire di dove Simone estragga quel gradi di rinnovata classicità, di rimatura sapiente e insieme spontanea, che fa delle sue Madonne, dei suoi Ritratti o delle Allegorie, composizioni complici, anche per sentimento, con un pensiero superiore Abbiamo avanzato, prima, il nome del maggiore, GUIDO RENI A FANO forse, tra coloro che videro in Cantarini un maestro ritrovato: e questi fu Giuseppe Maria Crespi. C’è una parola, nello strumento critico, che vaga semanticamente tra le molte genericità, il “pittoresco”; che raccoglie anche il concetto della libertà emulativa nella quale Simone seppe trovare, allora, una sorta di bussola di orientamento e di sperimentazione, pronta a contrastare, ad attenuare colpi di vento e mutamenti eccessivi di rotta. Come s’è già detto, serviva allo scopo quel prezioso ineguagliabile gusto che Simone aveva di amare una natura nitida come cristallo (Gentileschi) e di scambiarla con il grande stile dell’eloquenza (Guido); di portare negli occhi l’infallibilità psicologica dell’ultimo manierismo della grazia spirituale (Barocci) e di immetterla nella vita espressiva della pittura. Questa memoria vivente si introdusse veloce come un battito di ciglia, tra sorrisi d’arcadia, verità domestiche e perfino delibazioni materiche, rapprese condotta da un pennello a dir poco virtuoso, pronto ad accalorarsi nell’espressione assoluta della materia toccata, elaborata, addensata e poi disciolta quasi fosse una sinopia del pensiero iniziale. Nel gusto pittoresco, Simone piantò il primo segnale di quella libertà che il confronto stesso gli aveva insegnato, quasi imposto. E questa era, del resto,una strada nuova che si snodava su un terreno già consueto e riprendeva alcuni aspetti di quello “studioso corso” dei Carracci di cui la medietà culturale della pittura bolognese s’era nutrita fino al pericolo, più che reale, dell’eclettismo. Alla base della poesia di Simone, tuttavia, e per quanto mobile si presenti di ora in ora l’indirizzo dei gusti e la dinamica culturale, resiste una condizione di base, la più forte, la più compatta che si esprime quando l’occasione commossa o è l’unione contenuta (affetto o ispirazione che sia) gli si propone alta,seducente e impegnativa: e questa tra natura e classicità. Tra la quotidianità dell’offerta naturale e un sentimento di elezione, di mentale amore verso l’intelligenza e il fascino della lingua illustre. Certo, sostare oggi al Louvre e guardare sull’alto della pala di Guido già nella chiesa di San Pietro in Valle, il cammeo nel quale le teste e le chiome degli apostoli, la loro dignità e bellezza, si collocano e si affrontano, memori appena di una condizione di metafisica assenza e però calati dentro il grande flusso della natura-storia che Raffaello aveva concepito negli arazzi; e mutamente dialogano come i filosofi dell’antica Grecia, mentre l’orizzonte è sovrastato dall’elegia striata del tramonto; sostare al Louvre, certo, serve a immaginare l’ardore impresso, interiore, tenace che doveva afferrare quel giovane che stava dedicando ogni sua forza a comprendere tutto giò che forse per tutti stava diventando incomprensibile. E che Simone doveva trovare la forza di tradurre, da questo angolo del Montefeltro, aperto alle novità del secolo come solo una cultura ormai moderna poteva consentire. Possiamo continuare a immaginare, quasi privi come siamo di notizie di qualche positiva ragione documentaria, l’arrivo di Simone nella piazza Maggiore di Bologna, e poi entro l’atelier stesso di Guido, aperto sulle finestre di palazzo dei Banchi, spalancate in faccia al potere legatizio, e tra il chiasso del mercato. Salivano le scale di Guido facchini e uomini di piazza, ortolani e sfaticati modelli: in quelle stanze essi si atteggiavano a profeti barbuti e canuti, si panneggiavano in stazzonature eloquenti, enfatici manti; gonfiavano muscoli come Ercoli di rozzo atletismo intesi a mimare sapienti suggerimenti, eternità morali, quasi fossero marmi ca- Guido Reni, Madonna in gloria coi santi Girolamo e Tommaso, Pinacoteca Vaticana 39 pitolini. Tra i sudori di Giacomone Barcollare e le bestemmie di Pirino Gallinaro, Guido aveva alzato un suo olimpo che trascendeva, in segno culturale, l’avvilimento dell’esistenza, costruiva l’esemplarità dell’idea. Questa virtù purificava il serale tracollo del più grande tra gli artisti del secolo classico, che il mattino ognuno vedeva risorgere da oscuri meandri. Negli stanzoni polverosi, dai quali spesso Guido doveva cacciare postulanti e mendichi, la tragedia si rivelava quotidiana. Il classicismo di Simone non può sostare a quelle quote, presto avviate ad un rogo esaltante. Deve individuare un metodo, già sperimentato nell’adolescenza che immaginiamo precocissima, e ritrovare così le seduzioni a volta a volta sperimentate sui quadri di Fano, su quella stessa Pala Olivieri già a Pesaro, che nella storia figurativa italiana sembra esprimere in se stessa vocazioni che vanno da Andrea Sacchi al Cantarini, appunto, come al Cignani e a Carlo Maratta. Ma allora, si deve arretrare ancora, stare alla forma chiusa, purissima, circolare, dell’Annunciazione di Fano; divagare tra quelle mute modularità ritmiche, trovare il momento della felicità espressiva, quello in cui l’altezza dei modelli si placa in una ritrovata pacatezza della vita. Certo, i brividi serici, le fisionomie erudite, quei profili intagliati, e poi l’aranciato panneggio del San Giacomo, quei libroni poggiati da Girolamo a terra, la pergamena che s’ammorbidisce, s’infeltrisce come la pelle di un animale, pronta alla natura in posa, s’affollano continuamente all’occhio interiore. E più ancora ritorna quella materia reniana che il pennello intride trasparente e nervosa rimossa costantemente dai pennelli con le setole corte in zigrinature e strapazzi lievi, come carta che si sbriciola, seta che rabbrividisce, acqua che si increspa: e che già in Guido allude a un disegno dipinto, oppure a un tessuto cromatico segnato con il corpo del pennello arido, fino a intravederne i segmenti in tratti veloci, fissare le luci e descrivere lumeggiamenti, riflessature, barbagli su quei corpi adusti, sui tronchi d’albero, sui cercini di chiome illustri, di parrucche e di pennacchi ornati. Quel classicismo umano di Simone è il suo lasciapassare futuro. Il sentimento dell’antico, che presto ha abbandonato in lui le vesti della moralità culturale, si è rifugiato nella natura chiara e netta, come in un idillio poetico e domestico, spesso dominato dalla misura della bellezza femminile, dall’ovale dei volti di donna, nobile commistione di onesta modestia e di antica, esemplare venustà della madre e dell’amante, delle ragazze che vestono come Sibille e Virtù e che prefigurano quel senso di teatro 40 alzato sui parchi, erto come la proda degli argini, sui quali reciteranno le loro malizie le domestiche Parche di Crespi. Palette come Santa Rita di Sant’Agostino a Pesaro, oppure detta di Santa Barbara, un tempo in San Cassiano di Pesaro, insieme con la Madonna della cintura oppure di San Tommaso - ambedue, oggi, al Museo Civico di Fano - mescolano appunto natura e convenzione: quel tanto di saporita convenzione che penetra attraverso arrivi studiati già da tempo, la pala di Ludovico Carracci nel duomo di Fano e ancora i quadri di Bonone, bellissimi, di San Paterniano nella stessa città. La Santa Barbara che abbiano citato s’affaccia alla storia proprio come un felice offerta ferrarese. C’è da domandarsi se regga, alla prova dei fatti, una data antelucana anche per il bellissimo Miracolo di San Pietro in San Pietro in Valle di Fano, il pantheon della qualità e della bellezza pittorica dell’intera regione mataurense in questi anni. Bisogna supporre che un consistente pendolarismo con Bologna fosse già iniziato e che le desunzioni dal corpo storico dell’esperienza reniana, addietrate almeno fino a toccare certi sentimenti che in Guido stesso, attorno al 1617 per intenderci, avevano riportato l’occhio e una certa commozione fino ai piedi di Ludovico Carracci. Si trattava di un’attenzione che, proprio nel guardare, rifuggiva dai pericoli dell’astrazione mentale già affacciatasi, per esempio, nell’Aurora Rospigliosi (1614); di un sentimento che tornava a circondarsi di più realistici affetti. Tutto il grande dipinto a cornu epistolae di San Pietro è un condensato, un florilegio di liriche fughe in avanti, e di consolidamenti di immagine quotidiana. Anni addietro non si conosceva a sufficienza questa cultura artistica posta a cerniera di una geografia mutevole, alle soglie della pianura padana, e a cavaliere di poetiche tra loro dialettiche. Non sembra possibile che quello che s’interpretava al più, allora, come un pittore contadino, di temperamento romanticamente caravaggesco, quale appariva il Guerrieri, potesse convivere con il sublime dettato di Guido. Ecco, la ragione risiede intera nel mutamento che più volte ho creduto possibile, e che ritengo sempre più reale, intervenuto tra il metodo imitativo e la pittoresca qualità dinamica che l’emulazione non solo permetteva, ma addirittura sollecitava. Nella tradizione locale, il Cantarini trova la sua definizione biografica nelle parole di Carlo Cesare Malvasia che gli era amico e che in anni difficili per il Pesarese era venuto nelle Marche a conoscere le GUIDO RENI A FANO sue opere giovanili allo scopo di megli conoscere la vita del giovane. Nell’occasione incontrarono lo storico Gioseffo Montani che della tradizione locale aveva scritto un libro rimasto sconosciuto perché smarrito3. Nel 1678, preceduto da appunti che sono manoscritti nello Zibaldone, il conte Malvasia fece comunque dichiarazioni che sommariamente narrano alcuni episodi della vita del Pesarese che è bene conoscere4. “Tratto dunque il Cantarini da un potente genio, diedesi a disegnare, ancorché più volte sgridato e talora battuto dal genitore, che stimava leggerezze da fanciullo quei pochi segni ch’erano gran preludio d’ infinita gloria al suo nome. Primo suo direttore, e maestro dicono fosse Gian Giacomo Pandolfi, al quale appoggiollo, soggiungono, un religioso servita, fatto parziale del giusto desiderio, e buon talento del figlio”. […] “Giunta poi, e ricevuta in Pesaro con quell’applauso, e maraviglia si sa, certa tavola di Guido, non si può dire quanto restasse sovraffatto da questa nuova delicatezza, accompagnata da sì gran nobiltà di maniera; e come il Barbieri sulla tavola di Lodovico Carracci in Cento, così egli su questa dispose formare il suo stile. Disegnandola perciò più volte, e dipingendola, e trasformandosi in quel gusto, cercò di praticarlo da se in varie teste, e mezze figure, che mirabilmente gli riuscirono. Arrischiossi perciò a fare, con felice’ riuscita, su quel modo una gran tavola entro picciola Chiesa, che gli acquistò gran grido, laonde preso maggior animo, e via più invogliatosi, passossene a Fano, per proseguire lo stesso avanzamento sulle due tanto rinomate tavole del Duomo, del Cristo dante le chiavi a San Pietro e della Nunziata dell’istesso Guido, e da lui mirabilmente ricavate; che però gli fecero strada, dopo un lungo tempo, all’ottenimento d’uno almeno de’due quadri laterali al detto primo nella Cappella maggiore, ove rappresentando l’indemoniato liberato dal Principe degli. Apostoli, osservando il modo, e il maneggio di que’ duoi. [Cristo che dà le chiavi a san Pietro; Annunciazione di Guido Reni] così imitò quel carattere, che non fu sulle prime, e non vi è anche oggidì chi passando per quella città, e osservando quest’opra, non la giudichi della stessa mano, che colorì il San Pietro e la Nunziata suddetta.” E continua la sua narrazione che è ad evidenza permeata di molta precisione come solo può essere quella di un testimone presente ed attento, che ha partecipato allo svolgersi delle cose. E riprende nuovamente: “Ei solo non ne restò interamente appagato parendogli mancargli pur anche una certa grandezza e nobiltà guidesca, troppo picciolo egli, e ristretto di contorni che però stimò necessario trasferirsi a Bologna, sottomettersi al Reni, e dalla viva ed evidente operazione di esso apprendere quanto conosceva mancarli, onde potesse un giorno meritare quel nome, che già comunemente di lui colà cominciava a correre di un secondo Guido. Arrise, ancorché barbaramente, a questo suo pensiero la sorte, poiché, scorso il perìcolo di un archibugiata, da cui poco mancò non restasse colpito allontanossi ben tosto dall’odio universalmente concepitosi contro per quell’ alterigia, in che si era lasciato ingolfare da si reste lodi, e per le pronte occasioni di quelle licenze amorose, alle quali facevagli ampia strada la singolarità della virtù, che furono creduti i motivi di quella disgrazia sfuggita.”. La vita del giovane artista in questi mesi raggiunge l’apice della felicità per essere stato accolto tanto generosamente nell’atelier del maestro, il grande Guido di cui tutto il mondo parlava. “Trasferitosi dunque a Bologna, e introdottosi nella stanza di Guido, gli fu da quello assegnato nell’ultimo appartamento sopra camera appartata, contigua a due simili collaterali. una delle quali era già stata data al Fiammingo. l’ altra al Tedesco; poiché, fintosi egli debil scolare, e di pochi principi, male in arnese, e da niuno protetto, non fu giudicato abile per allora a quella conferenza, e intrinsichezza, che nelle stanze a basso, e dell’istesso Maestro veniva participata a’più provetti. Tale comunemente, e per lungo tempo fu egli creduto, nascondendo il più che poteva i suoi studi e le osservazioni, nè maggiormente faticando, che in fingersi umile tutto, e docile, e della più ben composta e maneggiabile pasta del mondo. Era perciò amato da tutti, desiderato in ogni conversazione, che sempre con graziosissimi discorsi, e con sali, benché alle volte mordaci, sapea mirabilmente condire. Sfuggiva egli solo le Accademie, che di notte tempo facevasi del nudo, scusandosi e dolendosi, non aver mai praticato simile studio, fosse, o che non si degnasse di quel secondo noviziato, o che non sì tosto volesse per que’ studiosi esercizi darsi a conoscere”. Le perfette capacità inventive che in Simone fin dall’adolescenza si evidenziano nella grafica, sostegno d’ogni forma immaginata ed osservata nella realtà, sempre adornata da una forma pienamente riformata, emergono in modo quasi misterioso e comunque complesso da chiarire. Non c’è nella sua vita e nelle sue testimonianze elemento alcuno - o quasi - che ci possa condurre alla conoscenza del 41 suo perfetto culto della forma ideale che era una studiosa eredità di Raffaello e subito dopo un frutto di quella volontà di nobile identificazione della verità umana e di una visione umanizzata che per molti anni quotidianamente era stata coltivata e diffusa dall’opera di Federico Barocci: “La verità è, che osservando in quella profittevole operazione gli altri, anzi procurando la più grata veduta che facesse il modello, giunto a casa, cercava di eseguirlo a mente in ischizzo, e applicandola con gran ripiego e giudicio ad un necessario nudo, compirne qualche storietta toccata di primi segni, come dal Giuseppe che nella prigione espone i sogni, nella nostra raccolta si vede, ove del modello, in quell’atto medesimo che veduto medesimo avea, si servì per uno di que’due prigioni posto nudo ne1 ceppi e disteso. Mostrando poi questi suoi pensieri a que’ compagni sotto pretesto di confidenza e di consiglio, non si può dire quanto restassero maravigliati di così bei principii, e veloce passata; non così Guido, che sì tosto n’ebbe veduto il primo, conobbe e concluse, esser costui maestro prima d’entrar nella scuola: aver nascosto il suo sapere, o per prendersi gioco d’ essi loro, o per potere, non osservato, osservare il suo stile e modo di operare. Non perciò punto commosso, o alterato, fece come Tiziano, che vedendo così spiritosi i disegni del Tintoretto scolare, punto da gelosia e timore, il fé ben tosto licenziare; anzi se gli affezionò di modo, massime per quella sua apparente modestia e umili tratti, che il fe’ calare a basso in compagnia degli altri, dandogli non solo ampia licenza di vedere e copiare quanto a lui fosse piaciuto, ma proponendolo per iscorta e guida agli altri, dichiarandoli molto inferiori a così buon Virtuoso. Solo si dolse con essolui, perché per tanto tempo avesse sepolto fra le tenebre quel valore, ch’ era degno della più bella luce, e avesse permesso, con tanto pregiudizio di se stesso, di non esser conosciuto e stimato al pari del ragionevole; al che rispose, come in faccia al sole ogni altro lume fassi un’ ombra, cosi nella scuola del Sig. Guido ogni gran Maestro tornar debil scolare: tanto piu verificarsi ciò in lui, che istradato a qualche buon principio, conosceva però e confessava, presso alle opre di tant’ uomo, esser molto lontano alla meta; e palesando qui, con gran destrezza e riserva, l’operato sino a quel tempo da lui nel paese non suo, conchiuse il tutto essergli riuscito in quella forma per una certa pratica, ardire e gran studio, non già per ben possedere i fondamenti e termini dell’arte, come che sino allora trovato si fosse privo di buona direzione, senza comodità di vedere il nudo e valersi di rilievi; e mostrandogli fi42 nalmente, per confermazione di quanto diceva due quadretti molto spiritosi e belli, fatti già da lui sul gusto di Claudio, lo pregò d’insegnamenti e di correzione, supplicandolo altresì della sua protezione.” [...] “Con questi modi stabilitosi egli via più nell’affezione di tutta la scuola, e guadagnatosi gran credito fuori di essa in ogni altro, cominciarono a concorrere le commissioni; tanto più che il moderato prezzo (rispetto all’ alterato, ed esorbitante di Guido) era troppo grande allettamento a’ curiosi.” Cristo che consegna le chiavi a Pietro Il meno conosciuto dei tre grandi quadri d’altare di Guido Reni del Louvre è tuttavia il meglio documentato e insieme uno di quelli che l’erudizione recente ha accettato tra i più significativi dello sviluppo stilistico del pittore. Per molto tempo depositato lontano dal Louvre solo tardivamente il dipinto è stato preso in considerazione dagli specialisti. Se il Malvasia (1678) lo cita tra i capolavori della prima maniera del Reni, il Landon (1832) lo unisce alla seconda epoca della sua attività, una volta lasciata la maniera forte. Rivelato nell’occasione della mostra di Bologna del 1954 il quadro doveva divenire anche l’anno successivo l’oggetto di una lunga analisi critica di Gnudi e Cavalli con la collaborazione di Andrea Emiliani (1955). Questi autori proponevano la data 1618-20 in rapporto agli affreschi di Antonio Viviani detto il Sordo e con la sua composizione aveva potuto ispirarne l’invenzione nella volta della chiesa di San Pietro in Valle a Fano. Questo era un primo avvicinamento cronologico. Riesaminando i documenti pubblicati nel 1898 da Scipioni, sir Denis Mahon ha chiarito nel 1957 che il quadro sarebbe stato commissionato circa il 1620: in una lettera del 22 agosto indirizzata al padre Gerolamo Gabrielli il pittore indicava in effetti che si era “iniziata l’Annunciazione uno dei due quadri d’altare che gli erano stati commissionati per Fano” di cui egli annunciava il compimento un anno più tardi l’8 settembre 1621. Qualche giorno dopo, il 15 settembre, il corriere che aveva trasportato questa Annunciazione, che aveva portato il quadro in San Pietro in Valle, portava a Fano una lettera di Guido Reni nella quale l’artista comunicava di essere sul punto ormai di cominciare “l’altro dipinto con il Cristo e San Pietro” e che egli avrebbe fatto in modo “che si vedessero ugualmente gli altri apostoli” come il committente aveva sollecitato5. Infine in una terza lettera del 23 marzo 1622 Reni riconosceva di aver avuto un acconto per il quadro GUIDO RENI A FANO commissionato (Bottari e Ticozzi 1825) e Mahon ne deduceva che la Consegna delle chiavi dovrebbe essere stata eseguita negli anni 1622-1623. Senza contestare questi documenti Pepper nel 1979 ha obiettato che Reni ha talora lasciato molti anni passare tra la commissione e il compimento di certi suoi quadri d’altare ed ha proposto di datare quest’ultimo circa il 1635. Egli vi riconosceva “[...] una finezza e una precisione caratteristiche degli anni 1630 ma delle figure di un trattamento troppo aperto e troppo libero” per essere anteriori alla metà degli anni ’30. Più tardi egli arretrava leggermente la data dell’esecuzione agli anni 1633-34 (Pepper 1984) e più tardi all’inizio degli anni 1930 (Pepper 1986-87) e cioè in un momento in cui il Reni “[...] cessava di mettere in evidenza il modellato e il chiaroscuro e introduceva una maniera pittorica più luminosa, una maniera chiara nella quale le forme sono messe in valore dalle sottili variazioni tonali e dalle ombre più leggere”. Queste qualità sono evidenti nelle figure di Cristo e degli apostoli dietro di lui e gli angeli “[...] sono altri esempi della maniera argentata del pittore”. Nel frattempo Mahon (1985) giudicava che il quadro non potesse essere posteriore al Battesimo di Cristo di Vienna datato 1623 e la sua era un’impressione confortata dalla scoperta di una cronaca redatta e distesa nel 1711 dal padre Giacomo Ligi. Vi è infatti precisato che la Consegna delle chiavi fu ordinata dal commedator Francesco Marcolini e alzata sull’altare maggiore della chiesa di San Pietro in Valle nel settembre del 1626 e che la spesa corrispondente ammontava a 300 scudi romani6. Il soggetto è tratto dal vangelo di San Matteo (18-20) che narra come il Cristo elevando San Pietro al rango di primo apostolo affermò “Tu es Petrus”. Il tema non era particolarmente adatto per una chiesa di oratoriani ma dedicata a San Pietro. L’iconografia mostra che a partire dal Cinquecento San Pietro fu raffigurato inginocchiato in particolare in un famoso cartone di Raffaello per un arazzo dedicato alla Cappella Sistina (Victoria and Albert Museum) ma secondo Catherine Johnston (1971) esiste un disegno di Agostino Carracci conservato al Louvre (inv. 6314) con una composizione molto vicina a quella del Reni. La Consegna delle chiavi fu sormontata da un’opera di piccole dimensioni rappresentante l’Eterno benedicente eseguita nel 1627 (attribuita a Lucio Massari, oggi nella Pinacoteca Civica di Fano) mentre le decorazioni laterali della Cappella Marcolini ospitarono qualche anno più tardi le due grandi tele di formato quasi quadrato che illustrano anch’esse la missione di San Pietro, a sinistra un San Pietro che resuscita lo storpio di Simone Cantarini e a destra un San Pietro che resuscita Tabita di Matteo Loves allievo del Guercino. Le discussioni sulla data della Consegna delle chiavi mostrano bene il problema particolare rappresentato dal quadro con una composizione strettamente classica e un approccio pittorico sorprendente negli anni 1620. Malvasia non aveva esitato a collocarlo tra la Crocifissione di San Pietro (Roma Pinacoteca Vaticana), 1604-05, o la Pala dei Mendicanti (Bologna Pinacoteca Nazionale), 1616-17, forse per una analogia di composizione: sviluppate verticalmente, inquadrata da due solide colonne che si aprono su un paesaggio ed un cielo limpido. La composizione si conforma effettivamente la prototipo del grande quadro di chiesa diffuso a Bologna alla fine del Cinquecento. Con le figure monumentali ripartite secondo ritmi nobili il quadro “ricorda le solenni cadenze raffaellesche degli arazzi vaticani” (Gnudi e Cavalli 1955). Ma al fondo scuro e alla luce severa dell’Annunciazione già consegnata alla stessa chiesa nel 1621 la Consegna sostituisce la tavolozza ricca di luce e di un ricco cromatismo forse derivati da una nuova meditazione sul Veronese ma trasferita in una gamma più fredda (Degli Esposti 1988) con il bleu intenso del mantello del Cristo con il quale fanno eco la veste di San Pietro e il velo che ricopre le spalle di costui e ancora il mantello carminio dell’apostolo al centro. Perciò se la geometria rigorosa delle pieghe profondamente incise sottolinea il ritmo armonioso della costruzione qui si trova per la prima volta l’apparizione di quella maniera “argentea” del Reni della quale per molto tempo si son visti gli inizi solo nel famoso ex voto della peste del 1630 e che dà all’insieme delle forme un movimento sottile e impalpabile (Bologna Pinacoteca Nazionale). La Consegna delle chiavi è stata presto oggetto d’ammirazione degli artisti, dei viaggiatori che passavano a Fano. Malvasia nel 1688 ha insistito in particolare per la sua importanza nella formazione di Simone Cantarini7. Questi copia tanto bene ambedue i quadri d’altare del Reni in San Pietro in Valle che egli ottenne subito l’ordine del San Pietro che risana lo storpio della Cappella Marcolini di cui “quelli che passano in questa chiesa lo credono della stessa mano che ha dipinto la Consegna e l’Annunciazione”. Nel Settecento fu il soggetto di una stampa di Giovan Battista Bolognini e abbondantemente citato dai viaggiatori di passaggio a Fano. L’Abate di Saint-Non annotava “un Guide fort beau” all’altare maggiore come il Cassini nel 1778 ricordava il quadro che Lalande nel 1736 trovava “très froid et gris de couleur”. Sequestrato dai commissari della Repubblica fran43 Simone Cantarini, San Pietro risana lo storpio, Fano, Pinacoteca Civica, in deposito dalla Chiesa di San Pietro in Valle 44 GUIDO RENI A FANO cese per essere trasferito in Francia il quadro fu subito rimpiazzato da una copia di mano di Carlo Magini (1720-1806). Il commento che gli consacrò Landon poco dopo il suo arrivo a Parigi dimostra che il quadro fu subito apprezzato: “[...] non occorre ricercare rigorosamente in questa bella opera né la forza dell’espressione nè la severità dello stile che distinguono Raffaello, Poussin o Domenichino e qualche altro maestro di quest’ordine; ma questo brano trattato insieme con bellezza e gravità, merita elogi anche sotto altri rapporti ed è degno di interessare gli amatori più esigenti. Si può dire, senza esagerare, che questo quadro è ammirevole per la finezza e la soavità del tono, la grazia e la finezza del pennello; i panneggi sono l’esecuzione più pura, le teste e le barbe e i capelli sono tinti con una meravigliosa facilità e l’effetto generale è insieme dolce, fermo, brillante e armonioso”. Nella seconda metà dell’Ottocento la Consegna delle chiavi era oggetto di molte commissioni di copia nella amministrazione delle Belle Arti destinate in particolare alle cappelle delle prigioni! Si trova annotato da Charles Eastlake (1883) un commento assai meno dolce cha fa presagire lo sfavore critico del quale quest’opera capitale sarà ormai vittima: “le figure sono disposte secondo le norme accademiche ma la qualità del quadro è debole e la tavolozza che comprende giustapposizioni di rosa pallido e di blu oltremare, è semplicemente detestabile”. re di Simone che un giorno gli dichiarò la propria personale preferenza e predilezione per la tela con la Beata Michelina nella chiesa di san Francesco a Pesaro che era stata collocata nel 1596. Carlo Cesare Malvasia era dello stesso parere, ma soprattutto amava l’Annunciata di san Pietro, della quale “io senti dirgli ch’era la più bella tavola del mondo”. Era stata inviata da Guido Reni verso la fine del settembre dell’anno 1621 allo scopo di ornare l’altare della cappella Gabrielli, la prima a sinistra entrando dall’ingresso maggiore della chiesa oratoriana. La costruzione dell’edificio incominciò a partire dall’anno 1610 esattamente per la concessione di un dono da parte del confratello dell’Oratorio Girolamo Gabrielli. La chiesa, terminata per la costruzione al grezzo l’anno 1617, mancando tuttavia la parte delle rifiniture e delle opere d’arte, fu inaugurata l’anno 1627. Precedentemente alla commissione dell’Annunciazione del bolognese Reni, si era provveduto agli stucchi del romano Pietro Solaro, che aveva già eseguito gli stucchi della Cappella Nolfi nella chiesa della Cattedrale poi affrescata dal Domenichino, quindi alla decorazione della volta di San Pietro in Valle9. Riprendendo un’osservazione di Richard Spear (1989) sull’importante pentimento visibile nella parte superiore che mostra una doppia arcata, Pepper (1990) si è domandato se le teste del Cristo e di alcuni apostoli non avessero potuto essere modificate nel montaggio dell’opera che tanto la loro esecuzione gli parevano veramente unirsi allo stile degli anni ’30. Poco leggibile l’immagine ottenuta dalla radioscopia effettuata ha confermato l’importanza della ripresa degli elementi di architettura della parte superiore senza tuttavia permettere di precisare un loro esatto tracciato. Si può notare la presenza di pentimenti nella posizione della mano del Cristo in quella del suo piede sinistro e anche nella testa di San Pietro che inizialmente guardava più decisamente verso l’altro. Il supporto di origine del quadro è un tessuto di armure sergée con la forma di chevron irregolari e di una densità di tredici per undici fili per centimetro quadrato (esame del 1996)8. Si tratta della sua prima opera di commissione nelle Marche; Carlo Cesare Malvasia narrava il pare- Simone Cantarini, Studio per san Pietro che risuscita Tabita, Roma Galleria Nazionale, Gabinetto Disegni e Stampe 45 Non si conoscevano documenti che illuminassero la vicenda dei dipinti, ma ora dopo le ricerche ispirate da Sir Denis Mahon, nella Biblioteca Comunale Federiciana di Fano è stato possibile reperire che in un manoscritto del 1711 la seguente notizia “il Sig. Commendatore Francesco Marcolini [...] fece lavorare da Guido Reni la tavola di mezo rappresentante un Cristo che da le chiavi à S. Pietro [...] e l’assettò sul telaro nel mese di settembre 1626”10. La data può porre un termine ante quem per la cronologia dell’opera in questione11. Cesare Gnudi e Giancarlo Cavalli12 seguendo l’indicazione fornita dallo storico e biografo Malvasia che l’asserisce nelle opere della “prima maniera” di Guido13, datarono la Consegna intorno al 1618, mentre sir Denis Mahon (1957) e Andrea Emiliani (1959) ne posticipano l’esecuzione, anche per le connessioni con il Battesimo di Vienna, al 1622- 23. Infine Stephen Pepper, pur accettando che la composizione potesse essere stata ideata prima, la considera opera già dell’inizio degli anni ’3014. Si tratta ad evidenza di un quadro assai “difficile” da interpretare, poiché lo stesso Guido mantiene un metro compositivo rigorosamente classicista, ma al contempo usa un tessuto pittorico non consueto agli anni ’20: la struttura della composizione sembra in consonanza con altre opere quali il già citato Battesimo di Vienna, mentre il colore perde le tonalità morbide e dorate e scopre un’intensa meditazione sul cromatismo di Paolo Veronese sebbene risolto in chiave più fredda. Ora dunque per la prima volta si può individuare - come alcuni hanno fatto anticipatamente - la cosiddetta maniera ‘argentea’ di Guido che di solito e a maggior ragione si faceva partire dal celebre Pallione della Peste (Bologna, Pinacoteca Nazionale). In realtà sorregge la composizione l’ideale classico fatalmente apparso sull’orizzonte culturale del Reni. Ciò che muove il sentimento è in maniera evidente la memoria di Raffaello, che ha rivelato al mondo l’ideale potenza della meditazione sull’ Antico. Nella costruzione di questa pala emerge la perfetta conoscenza dei cartoni per gli arazzi oggi conservati nelle Collezioni Reali di Londra: da quelli deriva anche la possibilità di comporre le teste degli Apostoli l’una a fianco l’altra con la gloriosa finezza di un cammeo. Quanto al decoro del panneggiamento del principe degli Apostoli esso trova un alimento negli arazzi di mano di Raffaello di Londra e più precisamente nella famosa composizione della Consegna delle chiavi a San Pietro, e nei numerosi disegni che portano a quel cartone. 46 L’Annunciazione di Fano Il dipinto, commissionato a Reni da padre Girolamo Gabrielli dei padri filippini appare nella Chiesa di San Pietro in Valle a Fano, insieme ad un’altra tela raffigurante la Consegna delle chiavi a S. Pietro. La cronologia esecutiva nelle due opere è stata approfondita ripercorsa e studiata dunque da Sir Denis Mahon15 basandosi su alcune lettere inviate dall’artista al committente (pubblicate nel repertorio Bottari Ticozzi vedi nota 7) dalle quali si evince che l’Annunciazione fu iniziata nel 1620 e spedita a Fano entro il settembre 1621. Siamo all’incirca negli stessi anni di altri due importanti pale d’altare, quali il Cristo al Calvario (Monaco, Staatsgalerie) e la Vergine con il Bambino in trono e tre Santi (Dresda, Gemäldegalerie), e gli inizi di questo secondo decennio del secolo sembrano segnare un progressivo distacco dalla maniera “morbida e pastosa” che aveva caratterizzato almeno una parte della produzione dell’artista nel biennio immediatamente precedente, in favore di una accentuazione della tridimensionalità nel modellato delle figure16 e di effetti luministici più nettamente chiaroscurali e drammatici. In particolare, da notare nell’Annunciazione “l’uso di ombre nette per far risaltare, ad esempio, il volume della testa della Vergine”17, tecnica usata in modo pressoché identico anche nella citata opera di Dresda, mentre il forte sentimento religioso che caratterizza questa pala d’altare evidenzia chiaramente la naturale affinità dell’artista con la migliore pittura bolognese controriformata, da Bartolomeo Cesi allo stesso Ludovico Carracci. Altre volte Guido si cimentò nella realizzazione di opere sul tema dell’Annunciazione: negli anni ’10 ’11 nella Cappella dell’Annunziata del Palazzo del Quirinale a Roma, nel 1628-29 nel dipinto commissionato dalla Marchesa Alvitreti per la Cappella nella chiesa di Santa Maria della Carità di Ascoli Piceno (oggi nella Pinacoteca de quella città) e tra il 163132 nella pala oggi al Louvre. La grande pala seguita da Reni è la prima commissione pubblica del pittore bolognese nelle Marche; fu amata a tal punto da Simone Cantarini da essere da lui definita “la più bella tavola del mondo”. Carlo Cesare Malvasia racconta che Simone Cantarini gli espresse un giorno la propria personale graduatoria di preferenze in termini di maestri e di opere: “sua diletta pittura […] fu la Beata Michelina” del Barocci nella chiesa di San Francesco a Pesaro del 1606, ma soprattutto egli amò “[…] la Nunziata in Fano [di Reni], sopra la quale io sentì GUIDO RENI A FANO della volta, da parte di un pittore urbinate, Antonio Viviani detto il Sordo, che completò i lavori verso il 1620. Guido Reni, Annunciazione, Fano, Pinacoteca Civica dirgli, ch’era la più bella tavola del mondo”. Il dipinto era stato inviato da Guido Reni a Fano verso la fine del 1621 per decorare l’altare della cappella Gabrielli, la prima a sinistra entrando dall’ingresso principale della chiesa oratoriana di San Pietro in Valle. La costruzione dell’edificio iniziò a partire dal 1610, proprio in forza di una cospicua elargizione da parte della confratello filippino Girolamo della famiglia; la chiesa venne terminata per la parte muraria (tranne la cupola) nel 1617, ma a tale data ancora mancava la maggior parte delle opere pittoriche, della decorazione plastica, nonché della facciata che, a tutt’oggi, rimasta priva del progettato rivestimento; fu consacrata nel maggio 1627. Precedentemente la commissione a Reni dell’Annunciazione, si era provveduto agli stucchi, affidati al romano Pietro Solaro nel 1619, lo stesso che si era trattenuto in città per decorare nella cattedrale la cappella Nolfi poi affrescata dal Domenichino, e quindi alla decorazione a fresco, entro le cornici Papa Clemente VIII Aldobrandini e Guido Reni I rapporti con Guido Reni non erano d’altronde recenti, se si pensa che alla fine del secolo precedente, nel 1598, papa Clemente VIII della famiglia Aldobrandini, nato a Fano, aveva deciso di recuperare il falso patrimonio di san Pietro e di entrare in possesso di Ferrara. Nell’antica città estense, alla morte di Alfonso IV, mancando una successione diretta del famoso Signore della città, il tentativo fu quello di passare il potere al bastardo don Cesare D’Este. E la cosa fu fatta fallire con la mediazione di Lucrezia d’Este consorte ripudiata di Francesco Maria II della Rovere nel 1571 - anno della battaglia di Lepanto alla quale partecipò. Come si vede un altro legame, del resto assai famoso e cantato anche dal poeta Torquato Tasso, negli anni del suo soggiorno urbinate. A devoluzione di Ferrara terminata, Clemente VIII decise di passare - per il ritorno a Roma - nel possesso di Bologna, anch’esso recuperato al dominio della Chiesa romana. I grandi festeggiamenti che accolsero il pontefice al suo ingresso alla porta di Galliera nella primavera dell’anno successivo, il 1599, ebbero una sorta di ‘regista’ nella figura di un giovane pittore, Guido Reni, che allora contava appena 24 anni ma che già si avviava fuori dall’influenza dei Carracci e soprattutto di Ludovico. Il giovane così preparò per l’accoglienza trionfale e l’ingresso del lungo corteo papale che entrava nella città dalla porta di Galliera e procedeva lungo la bellissima strada che, una volta svoltato l’angolo di via della Madonna di Galliera, si incontrava con un punto significativo delle feste della cerimonia del ‘dominio’ e cioè l’antica Cattedrale romanica dedicata a san Pietro. Nel piccolo vademecum in cui, in forma quasi moderna, il giovane pittore aveva inciso alcuni aspetti della città, la festa dell’accoglienza si concludeva nella piazza di san Petronio. Vale la pena di osservare la leggerezza e la grazia delle piccole incisioni nelle quali si evidenziano le caratteristiche della città, come fino ad allora avevano fatto solo gli incisori fiamminghi, veri specialisti della figurazione urbana, oppure Agostino Carracci. Clemente VIII Aldobrandini, dopo aver dunque conversato anche con Guido Reni, ripartì per Roma con tutto il suo corteo. E a grandi tappe dovette riguadagnare il Vaticano per le piogge che aggredirono la città di Roma proprio il giorno di Natale 1599. Pochi giorni avanti le feste del famoso Giubi47 leo e le celebrazioni dell’Anno Santo. Qualche settimana più avanti, all’ingresso nel nuovo secolo, il giovane pittore raggiunse la città e il Vaticano per affrontare un nuovo lavoro che si attuò sotto la protezione delle suore di santa Cecilia in Trastevere. I rapporti si intensificarono fino alla morte del pontefice severo che chiese all’artista una visione neo cristiana, dettando i termini d’una pittura senza eloquenza barocca. A lui successe Paolo III della famiglia dei Borghese assai più aperta verso il mondo del classicismo. L’impegnatissima relazione che in questo catalogo è stata consegnata da Claudio Giardini sarà nell’informazione completata dalla prossima pubblicazione degli inventari di ‘requisizione’ di età napoleonica, redatti a cura di Gilberte Emile-Male e a me offerti gentilmente nell’occasione delle mie conversazioni al College de France di Parigi, nel 1996. 48 GUIDO RENI A FANO Note 1 Ho ritrovato il quadro, anni addietro, nell’ufficio del cardinal Achille Silvestrini nel Palazzo della Cancelleria a Roma (oggi esposto nella Pinacoteca Vaticana) e così venni a scoprire che fu papa Clemente XI, Albani, urbinate, a far condurre la tela a Roma. La frattura tra gli artisti è stata oggetto della mia evocazione nell’estate 2012, nell’occasione dell’esposizione rievocativa che la Fondazione celebrò nella bella sede di San Domenico a Fano. 2 C.C. Malvasia, Felsina pittrice. Vite de’ pittori bolognesi, 1678, II, p. 381. 145-146 e D.S. Pepper, in Nell’età di Correggio e dei Carracci. Pittura in Emilia dei secoli XVI e XVII, cat. della mostra a cura di A. Emiliani, J. Carter Brown, P. de Montebello, Bologna 1986, p. 517. 15D. Mahon, Some suggestions for Reni’s chronology in “The Burlington Magazine”, 652, IC, 1957, p. 240 16Cfr. D. S. Pepper, cit., 1986. 17Ibidem. 3 G. Montani, Vite de Pittori Pesaresi e di tutto lo Stato di Urbino, manoscritto ricordato dal Malvasia a pag. 382 e perduto. Ma cfr. Julius von Schlosser, Die Kunstliteratur, Wien 1924, ed. cons. Firenze 1956, pag.597. 4 C.C. Malvasia, Vite de Pittori Bolognesi, Bologna 1678, (vol.II, ed. 1841, II, pp. 372-373). 5 Come in questo catalogo ottimamente e molto positivo informa il contributo esemplare di Rodolfo Battistini; cfr., pp. 60 e segg. 6 G. Ligi, Congregazione dell’Oratorio di Fano, ms. Federici/76, Sez. I, 1711-1714, Fano, Biblioteca Federiciana, p. 54. 7 Molte e epregevoli citazioni sono presenti anche in questo catalogo, nel saggio di Daniele Benati, cfr., pp. 22 e segg. L’influenza di questo quadro è stata egualmente evocata dal Bernini nella sua Consegna delle chiavi in San Pietro a Roma (1633-1646) e da altri come Claude Vignon, Carlo Cignani e Jean Restout (La Consegna delle chiavi di Orléans del 1638, oppure lo stesso soggetto come afferma Jean Pierre Cuzin nel Museo di Belle Arti di Marsiglia, 1988-89). Il repertorio Bottari Ticozzi (1825, VIII, pp. 33-34) pubblica due lettere di Guido al committente, dalle quali si evince che nel 1621 l’Annunciazione era già completata e che nell’anno seguente l’artista si sarebbe sforzato di portare a termine anche la Consegna “sperando far cosa meglio della prima”. 8Bourchardt-Birbaumer (1991) ha avvicinato la composizione di un bassorilievo che mostra imperatori romani che fanno sacrifici (Roma Palazzo dei Conservatori) e insieme Anna Colombi Ferretti (1986) ha osservato che l’atto del Cristo è quasi esattamente identico al Cristo che appare a sua madre, un tempo a Dresda (Gemäldegalerie), commissionato nel 1621 e consegnato nel 1622 (distrutto dalla guerra). 9 Cfr. A. Emiliani in Mostra di Guido Reni, a cura di C. Gnudi e G. Cavalli, catalogo della mostra, Bologna 1954, cat. 14, p. 56. 10G. Ligi, cit.. 11Ulteriori ricerche di Giuseppina Boiani Tombari che con ottime precisazioni e nuove informazioni compaiono in questo catalogo alle pp. 72 e segg., sono servite a chiarire chi fosse il Francesco Marcolini citato e quale rapporto avesse con il Padre Gabrielli. 12C. Gnudi e G. Cavalli, Guido Reni, a cura di, Firenze 1955, p. 49. 13C.C. Malvasia, cit., p. 37. 14D.S. Pepper, Guido Reni, Oxford e New York 1984, n. 125., pp. 49