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“L’ Inferno Verde” e
i Brasiliani a Genova
di Virgilio Zanolla
Cento anni fa, nell’aprile del 1908,
la Tipografia Bacigalupi di Genova
pubblicava in mille esemplari la prima
edizione di una raccolta di racconti
in lingua portoghese, opera di un fino
ad allora sconosciuto scrittore brasiliano,
Alberto Rangel: un libro rilegato,
composto di 343 pagine, corredato da 16 illustrazioni
di un artista rinomato come Arthur Lucas, e destinato
- almeno nel titolo - a godere di grande fortuna:
Inferno verde, scenas e scenários do Amazonas 1.
La stampa di questo volume (di cui, a mia cognizione, in
Italia esistono solo due copie: una della Biblioteca Universitaria di Genova e l’altra in quella Centrale di Firenze) fu
seguita con trepidazione dal suo stesso autore, presente in
quei giorni nella nostra città; il libro recava come prefazione un saggio del 1907 (il Preâmbulo) redatto appositamente
A fronte
La lussureggiante vegetazione dell’Amazzonia in un’incisione
ottocentesca. (Genova, Galleria San Lorenzo al Ducale).
da Euclides da Cunha (1869-1909), all’epoca lo scrittore
‘nuovo’ brasiliano di maggiore reputazione, legato a Rangel da antica amicizia: ciò che contribuì non poco alla notorietà dell’opera2.
Alberto do Rego Rangel (1871-1945), nativo di Recife, aveva conosciuto Euclides negli anni 1886-88, all’Escola Militar di Rio de Janeiro, dove entrambi s’erano formati, accanto ad altri personaggi di futuro spicco quali il maresciallo
Cândido Rondon, difensore dei diritti degl’indios, il politico e diplomatico Lauro Müller e il generale e storico Au-
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gusto Tasso Fragoso, che nel 1930, prima della dittatura
di Gétulio Vargas, avrebbe assunto per qualche mese la presidenza del Brasile. In seguito, Rangel ed Euclides s’erano tenuti in corrispondenza; e, tra il 30 dicembre 1904 e
il 7 aprile 1905, il primo aveva ospitato l’autore de Os sertões a Vila Glicínia, la casa che possedeva a Manaus, quando Euclides preparava la spedizione governativa di esplorazione e riconoscimento nell’Alto Purús. In quell’occasione, forse, era nata in Rangel l’idea dei racconti incentrati
sull’Amazzonia, terra che Euclides riteneva l’«ultimo capitolo della Genesi»3; due anni dopo, egli sottopose i testi al
suo celebre amico, e quest’ultimo, con entusiasmo, ne prefaziò il libro4.
In quel 1907, Rangel aveva lasciato il Brasile per recarsi
in Europa; e indirizzava all’amico a Rio de Janeiro diverse
lettere, che ci mostrano i suoi spostamenti: da Lisbona, dov’era sbarcato in giugno, in agosto si portò a Parigi, e il 16
ottobre lo troviamo a Milano; il 14 novembre è a Pegli, il
21 a Montecarlo, il 19 dicembre di nuovo a Parigi; ma nei
primi mesi del 1908 è ancora in Liguria, a Genova, per curare la pubblicazione del libro, a proposito della quale confessa alcune «difficoltà» (1° aprile, lettera da Pegli); in quel
mese visita anche Roma (14 aprile), Napoli (15) e Venezia (24): e dalla città lagunare scrive ad Euclides che le copie del libro «dovrebbero essere pronte a Genova». Prima
di rientrare in Francia, dove poi - tranne una parentesi in
patria nel 1912-13 - dimorerà fino al 1942, da Ventimiglia,
in data imprecisata - giugno o luglio, quasi certamente -
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Illustrazioni di Arthur Lucas per l’edizione originale
della raccolta di racconti “Inferno verde” di Alberto Rangel.
(Biblioteca Universitaria di Genova).
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Rangel avvisa l’amico d’aver lasciato Genova, da dove gli
aveva inviato per posta, «specialmente rilegato» per lui, un
esemplare del libro appena stampato5.
I racconti di Inferno verde - che significativamente, recano in epigrafe due versi, una battuta di Gonzalo nella Tempesta di Shakespeare: «Tutto ciò che turba, meraviglia, addolora e confonde, si ritrova qui» (atto V, scena 3ª e non
8ª come erroneamente indicato) - sono undici, e tutti ambientati in Amazzonia (O Tapará, Um conceito do Catolé,
“Terra cahida”, Hospitalidade, A decana dos muras, Um
homem bom, Obstinação, A teima da vida, Maiby, Pyrites,
Inferno verde); l’Amazzonia infatti, la più grande foresta del
mondo, non costituisce solo quinte e fondali dei racconti,
ma è ad un tempo - si può ben dire - il vero soggetto dell’opera. La terra descritta con sguardo naturalistico dallo scrittore è, sì, il più grande bacino idrografico del mondo, una
sorta d’immenso scrigno fitto di natura lussureggiante, di
piante singolari e inquietanti e di animali affascinanti e pericolosi, insomma quel formidabile ecosistema di cui oggi
tutti sappiamo, ma anche una sterminata «zona franca» popolata da disperati seringueiros (raccoglitori del lattice dell’Hevea brasiliensis, la pianta del caucciù) e da avidi seringalistas (proprietari di seringais, le piantagioni di Hevea),
Cartina con tracciato il percorso ispiratore del diario di viaggio
“Grande sertão: veredas” di Jõao Guimarães Rosa e copertina
del suo romanzo capolavoro.
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da sparute tribù di indios in estinzione, da banditi e da ogni
altra sorta di avventurieri: un mondo dove nella lotta per la
vita il pesce grosso mangia sempre il pesce piccolo, e la
natura vince sull’uomo: un «inferno verde», appunto.
Proprio in quegli anni, nel Norte brasiliano, il ciclo della
borracha (caucciù) si avviava alla brusca conclusione. Un
ciclo cominciato nel 1827, col modesto quantitativo di 31
tonnellate esportate, e cresciuto ad un ritmo vertiginoso
a partire dal 1839, quando, con la vulcanizzazione, l’impiego della gomma lattice divenne indispensabile per produrre una gran quantità di oggetti (dalle fasce elastiche
ai rulli da stampa, per finire coi pneumatici, che nel 1888
rivoluzionarono il concetto dei trasporti): 1.632 tonnellate esportate nel 1852, 7.730 nel ’75, 24.301 nel 1900,
42.000 nel 1912. Ma nel 1911, l’ingresso sul mercato del
caucciù prodotto dalle piantagioni asiatiche (ottenute grazie all’esportazione illegale, perpetrata nel 1876 da un botanico inglese, di 70.000 sementi dell’Hevea brasiliensis)
fece crollare i prezzi e mise in ginocchio la locale economia. I debiti contratti con le banche di Londra e con altri
istituti di credito ammontavano a un totale di un quarto
di miliardi in franchi oro: era la fine della Belle-époque
amazzonica; dall’oggi al domani, facoltosi seringalistas furono ridotti sul lastrico, e reagirono col suicidio o la pazzia; mentre la massa dei seringueiros sopravvissuti all’ignobile sfruttamento dei proprietari delle piantagioni, quasi da un giorno all’altro si vide priva di tutto, abbandonata in mezzo alla foresta amazzonica alla mercé della fa-
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me, delle malattie, delle bestie feroci e delle tribù indios
non civilizzate con le loro frecce avvelenate. Ma anche prima d’allora, la vita del seringueiro non era mai stata facile. Egli si alzava verso le quattro del mattino, mettendosi in cammino per raggiungere il luogo di lavoro, il seringal; qui doveva anzitutto incidere i tronchi col machete, e sistemare sotto gli intagli dei recipienti di metallo per
la raccolta del lattice; finita l’operazione, ripartiva dal primo albero per svuotare il lattice colato da ogni tronco in
un bidone, che, pieno, pesava spesso più di quindici chili. Nel pomeriggio, tornava infine presso la sua capanna,
e versava il lattice in un apposito contenitore (il bujão),
dove per ore, facendo girare una pala, sottoponeva il liquido ad affumicatura, raggrumandolo in pelas (bocce di
borracha) che, di notte, nelle poche ore di sonno che gli
riusciva di strappare, raffreddandosi si solidificavano, fino a raggiungere un peso dai venti ai quaranta chili.
Di quella vita grama, i racconti di Inferno verde presentano incisivi ritratti. Come in “Terra cahida”, dove al caboclo
(meticcio di indio e bianco) José Cordulo, che con la moglie e i quattro figli torna a casa in barca, succede di non
trovare più l’abitazione, sparita a causa di un improvviso
smottamento. Cinque anni di fatiche gettati al vento: perché in Amazzonia la pretesa il «fondare in terra sarebbe
costruire sulle nuvole». O in Obstinação: qui il caboclo Gabriel, a cui l’arrogante latifondista Coronel Roberto ha strappato la terra grazie a disoneste modifiche sulle rispettive demarcazioni territoriali, decide comunque di non abbandonare la sua proprietà: e protesta col suicidio, seppellendovisi vivo; Roberto, il responsabile della sua morte, viene paragonato all’apuiseiro (Ficus frangifolia), un formidabile parassita tipico della foresta amazzonica, che uccide le piante
sulle quali attecchisce.
Maiby è il racconto più celebre della raccolta. In esso il seringueiro Sabino, strozzato dagli oneri contratti nei confronti
del tenente Marciano, padrone del seringal, cede la moglie, l’india Maiby, al collega Sérgio, che in cambio si accolla il suo debito con Marciano: ma quando Sérgio avvisa Marciano di non aver trovato in casa Maiby, il tenente,
presentendo qualche guaio, invia da Sabino un suo sottoposto, Zé Magro. Questi s’imbatte nel seringueiro che torna dal lavoro: e Sabino gli racconta d’aver trovato un albero
«mostruoso», che fornisce un’enorme quantità di lattice. Zé
Magro si reca sul posto, e scopre una scena raccapricciante:
la povera Maiby, ormai morta, è legata, nuda «come una
bizzarra orchidea» alla seringueira, con una dozzina di scodelle infilate nella carne che raccolgono il suo sangue quasi fosse del lattice per la borracha.
Uno dei pochi racconti ad avere una conclusione positiva
è Hospitalidade. Un viaggiatore (figura che, presente in altri tre racconti del libro, narra in prima persona), colto dal
calare della sera mentre col caboclo Manoel percorre in
barca il rio delle Amazzoni, è costretto a cercare un ricetto per pernottare lungo il fiume. Trova accoglienza in un
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Suggestive immagini della foresta
amazzonica e del Rio delle Amazzoni
(Archivio fotografico Grazia Neri)
e tavola botanica della pianta
e del frutto del caucciù.
(Galleria San Lorenzo al Ducale).
A fronte
Indios in un’incisione del xix sec.
(Galleria San Lorenzo al Ducale).
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luogo isolato, presso la modesta abitazione di un uomo dall’aspetto poco rassicurante, che gli si presenta come Flor
dos Santos. Il viaggiatore sa che questo nome qualifica un
temuto brigante pluriomicida: ma è tardi per fare marcia
indietro. Di notte, mentre, coricato nella sua amaca, cerca di prendere sonno, lo scorge infatti avvicinarsi con un
coltello... Avrà tuttavia modo di rendersi conto che, come
il migliore degli anfitrioni, «il reprobo» Flor dos Santos nella sua casa «era un patriarca».
Pyrites è una sorta di dramma a tre personaggi, che ha per
tema la stolidità umana. Vicente Mucuin, un ingenuo seringueiro che discende il Rio Negro in battello, confida a
un suo conoscente di avere con sé un sacco carico di pietre lucenti; e quest’ultimo, attratto dal miraggio dell’oro, per
impossessarsene non esita a ucciderlo. Ma sbarcato a Manaus, un esperto gli rivela che quelle pietre lucenti non sono altro che piriti: l’uomo, dunque, ha ucciso per nulla; e
il suo inconsapevole interlocutore lo congeda con parole dove l’autore rispecchia il suo pensiero sul carattere dei brasiliani: «Il nostro vizio è quello di sognare incorreggibilmente
e contare solo sulla fortuna del caso».
In Rangel agiscono convinzioni a volte eccessivamente deterministe. In Teima da vida, il viaggiatore compara la sorte della figlia del suo ospite (una bimba colpita da encefalite fulminante, che piange e si lamenta senza requie, ma
resta fortemente aggrappata alla vita), a quella di un bravo lavorante portoghese colpito da una sorta di lebbra a una
gamba, che muore dopo una cauterizzazione. Un altro esempio è ne A decana dos muras: dove il narratore-viaggiatore percorre in canoa la zona del lago Saracá, abbacinato
dell’esuberante natura tropicale, quando s’imbatte in una
vecchia indigena seduta per terra, seminuda, enorme e orrenda: è un’india mura, una degli ultimi rappresentanti dell’antica e orgogliosa tribù ormai in procinto d’estinguersi.
La vista di quella figura gli ispira dolorose riflessioni: “Ma
quell’arpia idropica e nubile avrà avuto il suo aspetto elegante, simile alla flessuosità delle palme mauritia, i capelli neri e lucidi degli anus-corocas. I suoi occhi saranno stati due lagune, di notte, evocando palme di jará... La sua
voce avrà imitato il canto dell’ammaliato uirapurú. Avrà amato, disposto di un cuore ansioso, sognato... Adesso, abietto detrito di una razza degradata, la sua vita era più sem-
Pedro II del Brasile, detto il Magnanimo,
che fu a Genova nel 1873 e nel 1888.
(Archivio Fotografico Scala).
A fronte
Il drammaturgo Rubem Júlio Tavares
(a sinistra) e il compositore
Antônio Carlos Gomes (a destra).
Sotto
Una dedica autografa
di Rubem Tavares a Sabatino Lopez
e frontespizio del dramma
“A razão social”.
(Civico Museo Biblioteca dell’Attore,
Biblioteca Sabatino Lopez).
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plice. Né complicazioni sentimentali, né vertigini di pensieri.
Nel corpo obeso e raccapricciante, il cuore si limitava ad
essere una cassa di valvole avariate e la mente, l’alloggio
indispensabile d’una vaga coscienza”.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Inferno verde, l’ingegnere Souto, giunto dal Sul nell’Alto Juruá per effettua-
le risonanza: né il descrittivo Sombras n’água (vida e paisagens no Brasil equatorial) (Lipsia, 1913), né le Heliogravuras (1914), né le Quinzenas de campo e guerra (Tours,
1915), una sorta di memoriale sulla prima guerra mondiale;
né Quando o Brasil amanhecia (fantasia e passado) (Lisbona, 1919), memorie storiche e speculazioni sul tema
re alcuni rilievi topografici, s’immerge nella selvaggia foresta equatoriale, e sentendola ostile, pian piano si perde d’animo. Colpito da una forma malarica, finisce per morire di
febbri voltolandosi in un roseto quasi fosse S. Benedetto,
e mormorando nel deliquio: «- Inferno!... Inferno... verde!».
Paradossalmente, la memoria di questa raccolta di racconti,
opera molto citata e pochissimo letta, più ancora che nell’indiscussa qualità dei testi risiede proprio nella pregnanza
del titolo, ripreso dalla gran parte degli studiosi dell’Amazzonia fino a divenire una sorta di luogo comune. D’altronde, - certo anche a motivo di essere pubblicati all’estero - nessuno dei successivi libri di Rangel ebbe egua-
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del passato coloniale brasiliano; e neppure il Livro de figuras (Tours, 1921), un’interessante riflessione etica affidata a personaggi storici o letterari: filosofi, eroine, tiranni e politici; negli anni successivi, egli si proporrà anche
con alcune biografie e ricostruzioni storiche sull’epoca imperiale brasiliana.
Resterebbe da chiedersi come mai l’autore di Inferno verde decise di stampare il suo libro di racconti proprio a Genova. Motivi di natura economica, elevata considerazione
per la qualità delle tipografie locali, o più semplicemente
la circostanza? Una risposta potrà darla, forse, solo la lettura del carteggio tra Rangel ed Euclides da Cunha, conservato nel fondo dedicato a quest’ultimo scrittore nella Fundação Biblioteca Nacional di Rio de Janeiro.
Del resto, Rangel non fu certo l’unico brasiliano illustre a
soggiornare a Genova e in Liguria: e l’occasione è troppo
ghiotta per non dire qualcosa in proposito. Si comincia addirittura dal secondo Settecento, ovvero dall’epoca in cui il
Brasile era ancora una colonia del regno portoghese. Nel
1789, infatti, sbarcò all’ombra della Lanterna il carioca Antônio Pereira de Sousa Caldas (1762-1814), poeta, oratoIl poeta scrittore José Oswald de Souza Andrade e le copertine
dei suoi libri “Pau-Brasil” (poesie, 1926) e “Serafim Ponte
Grande” (romanzo, 1933). (Milano, Ibrit Istituto Brasile Italia).
A fronte
Due immagini dello scrittore Jõao Guimarães Rosa, nel suo
studio e con la seconda moglie Aracy Moebius de Carvalho.
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re sacro e autore di pubblicazioni filosofiche, noto soprattutto per le idee giacobine, espresse in molte liriche d’intonazione preromantica, come la famosa Ode ao homem
natural (1785), ispirata dal pensiero di Rousseau; era diretto a Roma, dove avrebbe ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Egli rivide Genova l’anno seguente, e nell’entrare nel
golfo con la nave compose la piccola ode A Criação.
Già nel 1851 si ha notizia della presenza nella nostra città
di un console brasiliano, tale Ernesto Antônio de Souza Lecomte6. Negli anni 1874 e ’79 fu a Genova il compositore
paulista Antônio Carlos Gomes (Campinas, 1836-Belem do
Pará, 1896), il più illustre operista brasiliano dell’Ottocento; del suo O Guarany, dato alla Scala con grande successo nel 1870, un altro celebre frequentatore dei nostri lidi
come Giuseppe Verdi ebbe a dire: «Questo giovane comincia
dove io finisco»; il 21 marzo 1874 andava in scena al Carlo Felice, in prima mondiale, la sua opera Salvator Rosa,
dramma lirico in 4 atti su libretto di Antonio Ghislanzoni:
accolta con grandissimo esito. Un caso tutto particolare è
quello di un altro paulista di Campinas, il promettente mezzosoprano e contralto Maria Monteiro: nata nel 1870, Maria detta “Zica”, che era sposata al commerciante vogherese Ermenegildo Grandi, visse i suoi ultimi anni nella nostra città, dove morì appena ventottenne il 15 febbraio 1898,
a causa di un’infezione polmonare.
Verso il 1885 fu presente in città, esponendo alcune sue
opere, il pittore cileno naturalizzato brasiliano Henrique
Bernardelli (1857-1936), uno dei più significativi artisti
del Brasile a cavaliere tra Otto e Novecento. Tre anni dopo, diretto a Roma eppoi a Venezia, sbarcava nel nostro
porto un altro grande artista brasiliano, il pittore e dise-
Letteratura
gnatore fluminense Antônio Parreiras (1860-1937).
L’imperatore del Brasile, Pedro II de Bragança, visitò due
volte Genova: la prima nel 1873, la seconda nei giorni 24 aprile 1888. In quest’ultima occasione il sovrano, uomo mite e illuminato, amante e protettore delle arti (proprio lui aveva aiutato Gomes ed elargito alla Monteiro una
borsa di studio, consentendogli di studiare musica al Conservatorio di Milano), soggiornò con la consorte, l’imperatrice Teresa Cristina di Borbone, e col nipote principe
Pedro in un lussuoso appartamento dell’Hôtel Isotta, in
via Roma 7: dove il giorno 4 invitò a pranzo il compositore Carlos Gomes, giunto espressamente in treno da Milano; la sera si recò da lui, per prodursi in un’acclamata
esibizione privata, il violinista Camillo Sivori, l’allievo prediletto di Paganini; Sivori fu decorato da Pedro II, forse
con l’Ordem da Rosa. Nel corso del suo breve soggiorno,
dopo essersi concesso una toilette ai Bagni Santa Caterina l’imperatore visitò il cimitero di Staglieno, la cattedrale
di S. Lorenzo, l’Istituto dei Sordomuti e il Municipio.
Soprattutto interessante, nei decenni a cavaliere tra Otto e
Novecento, è la presenza a Genova dello scrittore mineiro
Rubem Júlio Tavares (1850? - post 1903), drammaturgo,
saggista, linguista, traduttore di opere teatrali dal francese
e dall’italiano; autore di drammi come A redempção da família (un prologo e tre atti, ante 1898), Razão social (tre
atti, 1900), Almas inquietas? (tre atti, 1902) e Sepulchro
de vivos (un atto, 1903), della farsa in un atto Embrulhadas de amôr (ante 1898), e della miscellanea Pelo teatro:
ensaios e chronica (1899), una raccolta di lucidi saggi, tre
dei quali sono dedicati rispettivamente agli attori Adelaide
Tessero, Eleonora Duse ed Ermete Zacconi. Tutti questi te-
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Jorge Amado e la moglie,
la scrittrice italo-brasiliana
Zélia Gattai.
sti furono stampati localmente: dalla Tipo-Litografia Pietro
Pellas o dalla Tipografia dei Sordomuti. Tavares infatti è documentato in città dal 1890 ad almeno il 1903, domiciliato prima in via SS. Giacomo e Filippo 35, poi in via Mameli
31. Dalla nostra anagrafe, dove non risultano né il suo atto di matrimonio né quello di morte, apprendo anche che
era sposato con Virginia Corte Real ed ebbe almeno due
figli, nati entrambi a Genova: Renata (1° marzo 1893-ivi,
20 gennaio ’95) ed Osvaldo (14 febbraio ’97); in questi atti egli risulta nato nel 1850 o ’52 e «impiegato al ministero brasiliano»7: dunque era un membro del consolato.
Tavares era amico di Sabatino Lopez, il drammaturgo allora critico teatrale de “Il Secolo XIX”, del quale nel 1900
tradusse in portoghese il dramma L’intrusa (tra l’altro, tradusse anche I disonesti di Rovetta); e dell’allora console
portoghese a Genova Joaquim de Araújo. Fuori di Genova, altri suoi amici furono il poeta azzorriano Roberto de
Mesquita, il saggista e politico portoghese Teófilo Braga,
e, tra i suoi connazionali, gli scrittori Valentim Magalhães,
Gentil Homem da Almeida Braga e Rui Barbosa (a quest’ultimo, politico e giureconsulto d’intelligenza finissima
e grande erudizione, che aveva conosciuto nel 1889 collaborando con lui al carioca “Diário de Noticias”, donò un
prezioso esemplare dell’Orlando furioso illustrato da Gustavo
Doré); mentre con un altro noto scrittore, Coelho Neto, che
lo chiamò «rinnegato brasiliano», fu in fiera polemica. Oggi pochissimo noto anche in Brasile8, Tavares meriterebbe
ben altra attenzione: non solo per la cifra di drammaturgo
e saggista, ma altresì per la sua particolarissima posizione
38
di ‘ponte’ tra la cultura brasiliana e quella europea.
Un breve soggiorno è quello del pittore paulistano Aldo Cláudio Felipe Bonadei (1906-74), sbarcato in città il 12 maggio 1930, proveniente da Santos, per studiare in Italia.
Nel 1948, toccheranno Genova prima Zélia Gattai (São Paulo, 1916) col figlio João Jorge, poi il compagno Jorge Amado (Salvador de Bahia, 1912-2001); per la futura autrice
di Anarquista, graças a Deus! l’incontro con la nostra città
segna un ideale riallacciamento col proprio passato: quando, per un curioso gioco del destino, suo padre Ernesto e
i suoi nonni paterni, Francesco Arnaldo e Argia Gattai, toscani e anarchici, e sua madre Angelina e i nonni materni, Eugenio e Pina Da Col, veneti e cattolici, partirono, senza conoscersi, proprio dal porto di Genova diretti come emigranti in Brasile, sulla stessa nave, la “Città di Roma” (ma
- diversamente da quanto afferma la scrittrice nel libro Città di Roma - in date diverse: i Da Col il 20 febbraio 1890,
i Gattai il 10 marzo 1891).
C’è ancora da registrare, almeno, tra il 21 e il 30 gennaio
1965, la 5ª edizione del convegno internazionale “Terzo Mondo e Comunità Mondiale” con l’annesso Congresso Internacional de Escritores Latino-Americanos, tenutosi nella grande sala del Palazzo della Fiera; appuntamenti di grandissimo prestigio, che se anche da noi passarono quasi inosservati9, meriterebbero d’essere studiati con grande attenzione. Essi ebbero infatti il merito di riunire all’ombra della Lanterna una serie davvero incredibile di grandi personalità della cultura: tra cui il nostro Giuseppe Ungaretti (18881970), il sociologo e antropologo francese Roger Bastide
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(1898-1974), lo scrittore e diplomatico guatemalteco Miguel Angel Asturias (1899-1974), Premio Nobel per la Letteratura nel 1967, il poeta messicano Carlos Pellicer (18991977), il poeta spagnolo Rafael Alberti (1902-99), lo scrittore e artista plastico argentino Ernesto Sábato (1911), il
filosofo surrealista francese Roger Callois (1913-78), il poeta della Martinica Aymé Cesaire (1913), l’etnologo e regista francese Jean Rouch (1917-2004), il poeta e scrittore
cubano Roberto Fernández Retamar (1930), il critico e regista argentino Raymundo Gleyzer (1941-76), il poeta, saggista e sceneggiatore argentino Fernando Birri (1925), i registi cubani Santiago Álvarez (1919-98) e Tomás Gutiérrez
Alea (1928-96), la scrittrice e regista franco-argentina Nelly
Kaplan (1934), l’attore e regista croato Rudolf Sremec (190899), lo scrittore senegalese Alioune Diop (1910-80), lo scrittore franco-beniniano Olymphe Bhêly Quenum (1928), il
filosofo keniota Henry Odera Oruka (1944-95), e il regista
senegalese Blaise Senghor (1932-76). La ‘pattuglia’ brasiliana includeva nomi davvero formidabili: il poeta Murilo Mendes (1901-75), lo scrittore João Guimarães Rosa (1908-67),
oggi riconosciuto come il maggiore narratore brasiliano del
Novecento, il poeta e saggista Antônio Candido (1918), i
registi cinematografici Nelson Pereira dos Santos (1928),
Leon Hirszmann (1937-87), Glauber Rocha (1938-81), David Neves (1938-94) e Cacá Diegues (1940), il diplomatico e produttore Arnaldo Carrilho (1937). In tale occasione,
con la «dichiarazione di Genova», venne fondata la prima
Società di Scrittori Latinoamericani, che ebbe i suoi presidenti in Rosa ed Asturias.
Voglio concludere questa breve rassegna con alcune frasi
di un messaggio inviatomi il 16 marzo 2007 dalla professoressa Lizir Arcanjo Álves dell’Universidade Católica di Salvador, scrittrice e ricercatrice, membro dell’Instituto Geográfico e Historico da Bahia, alla quale devo il cortese invio di un testo di difficile reperimento durante la preparazione del mio libro sulla narrativa brasiliana. La signora Lizir, che fu compagna di vita del giornalista, critico e deputato soteropolitano Jorge Calmon, rispose così al ringraziamento che le espressi: «Va in cambio del piacere che ebbi nel conoscere la sua città - Genova - nel 2004, quando
vi passai qualche giorno, andando e tornando da una crociera nel Mediterraneo. // Amai la città, a dispetto di averla conosciuta in una settimana di molta pioggia e di aver
potuto uscir poco dall’albergo, perché mio marito era convalescente da una pneumonia. Vedendo la mia frustrazione di non poter fare tutte le visite ai luoghi importanti, egli
mi promise di portarmi un’altra volta lì. Purtroppo, morì negli ultimi giorni di dicembre, e io non so se avrò il coraggio
di tornare a Genova, tanti sarebbero i ricordi di lui. Ma custodirò sempre nella memoria quei giorni di pioggia e freddo trascorsi lì».
La nostra città, e l’odissea dei nostri emigranti diretti nel Sul
del Brasile sono presenti nel bel romanzo A Cocanha (2000)
dello scrittore gaúcho José Clemente Pozenato (1938). Ma
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non solo il capoluogo, l’intera Liguria ha lasciato tracce nell’opera dei brasiliani di talento che vi hanno soggiornato.
Basti citare il poeta e scrittore José Oswald de Souza Andrade (São Paulo, 1890-1954), uno dei padri del modernismo: che nel 1923, durante il breve soggiorno a Chiavari con la pittrice Tarsila do Amaral, allora sua compagna e
poi seconda moglie, dette come cognome al protagonista
del suo romanzo Memórias sentimentais de João Miramar
(primo esempio di prosa modernista brasiliana, pubblicato nel 1924 a São Paulo), il nome della locanda in cui soggiornavano, la Pensione Miramare in corso Valparaiso, tuttora attiva come albergo.
Note
Per la redazione della prima parte di questo testo, dedicata al libro
di Rangel, mi sono avvalso del paragrafo Il «paradiso» di Euclides e
l’«inferno» di Rangel tratto dal mio libro La brasiliana svelata. Storia
mai raccontata della più grande narrativa del Sud America (1870-1922);
Roma, Robin, 2007; V, 9, pp. 691-715. In esso riporto, tradotto integralmente, anche un racconto della raccolta, Hospitalidade (Ospitalità).
2
Sull’amicizia tra i due scrittori vedi: FRANCISCO VENÂNCIO FILHO,
Euclides e Alberto Rangel, in “Gazeta do Rio Pardo”, São José do Rio
Pardo, 9-14 abril 1957. FÉLIX PACHECO, Dois egressos da farda: o
sr. Euclides da Cunha e o sr. Alberto Rangel (1909); in ALBERTO RANGEL et al, Por protesto e adoração. In memoriam de Euclydes da Cunha; São José do Rio Pardo, Grêmio Euclides da Cunha, 1919. AMÉLIA FRANZOLIN TREVISAN, Alberto Rangel e São José do Rio Pardo
- o culto euclidiano; in: http://64.233.183.104/search?q=cache:sT8ESizEp9IJ: www.oswaldogalotti.com.br/materias/read
3
Nella prefazione ad ALBERTO RANGEL, Inferno verde, scenas e scenários do Amazonas; Genova, Tipografia Bacigalupi, 1908, pp. 3-21.
4
Ne fa fede, tra l’altro, un messaggio autografo da Rio de Janeiro,
diretto da Euclides a Rangel, probabilmente nel 1907, dove il primo
elogiava la raccolta dell’amico giudicando il suo successo «inevitabile» (fondo Euclides da Cunha, Fundação Biblioteca Nacional di Rio
de Janeiro]. L’illuminante Preâmbulo di Euclides nel 1986 è stato inserito nel libro EUCLIDES DA CUNHA, Um paraíso perdido (organização de Leandro Tocantins); Rio de Janeiro, José Olympio, 1986;
che riunisce gli scritti dell’autore dedicati all’Amazzonia.
5
Notizie tratte dalle 23 lettere di Rangel dirette ad Euclides presenti
nella corrispondenza di quest’ultimo conservata nel fondo Euclides
da Cunha alla Fundação Biblioteca Nacional di Rio de Janeiro.
6
A versão oficial: Circulares do Ministério dos Negócios Estrangeiros
1815-1870, in “Cadernos do CHDD” [Centro de História e Documentação Diplomática], anno III, n° 4, Brasília, 1° semestre 2004, pp. 7358; p. 132. Vedilo in: www.funag.gov.br/BDPE/CHD4%20certo.pdf
7
L’incertezza sull’anno di nascita si deve al fatto che nell’atto di nascita della figlia Renata (1/3/1893), Tavares è detto «di anni 41», mentre in quello del figlio Osvaldo (14/2/1897) è detto «di anni 47». Peraltro, al 1850 fa riferimento anche Mário Ribeiro Martins nel suo prezioso Dicionário Bio-Bibliografico Regional do Brasil, un tempo consultabile anche sul web nel sito dell’Usina de Letras. Per la ricerca
anagrafica in loco, ringrazio della squisita cortesia la signora Giovanna Fadda dello Stato Civile di Genova.
8
Ne trovo memoria - una sparuta citazione - solo in WILSON MARTINS, História da inteligência brasileira; São Paulo, Editora CultrixEDUSP, 1976-77; vol. V, 123.
9
Va soprattutto a onore di Mauro Manciotti averne dato notizia in quattro articoli apparsi sul “Secolo XIX” nei giorni 26 (p. 5), 29 (p. 3), 30
(p. 3) e 31 gennaio 1965 (p. 5). Manciotti tuttavia, per quanto non
lesinasse sui nomi, non citò la presenza di Ernesto Sábato, Giuseppe Ungaretti, Murilo Mendes, Antônio Candido e Guimarães Rosa; quest’ultimo, nell’occasione, rilasciò al giornalista e critico tedesco Günther Lorentz una rara, incisiva e celebre intervista (Literatura deve ser
vida, um diálogo de Günther W. Lorenz e João Guimarães Rosa, apparsa in Exposição do novo livro alemão no Brasil, 1971, pp. 321 e
323); che oggi si può leggere integralmente sul web nel sito:
www.vermelho.org.br/museu/principios/default.asp?cod_not=942.
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