Don Massimiliano Sabbadini
L’oratorio come spazio di evangelizzazione
Non sono riflessioni così, apprese sfogliando libri importanti sulla pastorale giovanile, ma l’oratorio è
un tutt’uno con la mia vicenda geografica. Mi prende, pulsa nelle vene della mia vocazione...
Consentitemi una premessa. Io provengo dalla terra ambrosiana dove l’oratorio è proprio nel DNA
delle comunità cristiane. Non si dà una parrocchia senza l’oratorio. Normalmente quando si costruisce
una nuova Chiesa subito la si pensa con annesse le opere parrocchiali, che si chiamano oratorio; questo
per motivi di storia, di secoli. In Lombardia stanno la metà degli oratori che sono in Italia. Abbiamo
fatto un recente censimento, quando si è costituito il forum degli oratori italiani, e di circa 6000 oratori,
sparsi a macchia di leopardo sul territorio nazionale, quasi 3000 sono in Lombardia. L’oratorio, per
me, è come l’aria che si respira... Quando i genitori vogliono rigorizzare i figli che non si comportano
bene, un castigo è: “non ti mando all’oratorio”: per dire quanto è comune la prassi che si va
all’oratorio. Mi è connaturale, quindi, guai se non parlassi dell’oratorio. Io sono entrato in seminario a
19 anni, dopo il liceo classico; pensavo di fare il giornalista, poi ho scoperto che c’era una buona
notizia che si poteva portare ed allora lì è cresciuta la mia vocazione; ma mentre mi spendevo
nell’oratorio parrocchiale alla periferia sud di Milano, facevo l’animatore della catechesi, un po’ lo
sport, mia mamma mi diceva: «Ma starai anche a dormire all’oratorio, non torni mai a casa».
L’oratorio per me è un’esperienza non solo collocata in orari precisi, in genere chi poi ci si butta ne
partecipa ampiamente. Da seminaristi, nella diocesi di Milano, molto tirocinio lo si fa visitando e
servendo gli oratori della diocesi. Per otto anni da prete novello sono stato in una parrocchia della
periferia nord di Milano, che forse conoscete per aver sentito parlare di viale Jenner, centro islamico
dove hanno rapito l’imam: ecco, quella è la parrocchia dove io ho servito per otto anni in un contesto
metropolitano piuttosto difficile; eppure lì c’era l’oratorio e si cercava di fare molte cose. Io ora ho
iniziato il dodicesimo anno come direttore della fondazione degli oratori milanesi, responsabile della
pastorale giovanile per la diocesi. È divisa in due parti, a Milano, la pastorale giovanile: una parte i
ragazzi dell’oratorio e una parte i giovani oltre i vent’anni. Io da dodici anni seguo questa e da sei anni
presiedo il forum degli oratori italiani, ho la sede a Roma. Vi dico questo per dirvi che l’oratorio è un
tutt’uno e io non riuscirò a raccontarvi l’oratorio perché in questi anni ne ho incontrati, visitati,
variamente serviti quasi seicento, di oratori, e non ce n’è uno uguale all’altro. Una cosa che subito
posso dirvi è questa: l’oratorio ha una connotazione, una caratteristica molto locale, cioè ogni
comunità cristiana si esprime attraverso l’oratorio e ogni comunità cristiana è sì riconducibile a
qualche cosa (che è anche il compito che cercherò di affrontare adesso), a delle linee comunicabili e
comuni, ma ha anche qualcosa di assolutamente particolare, originario, singolare, proprio come il
carattere di una persona: in qualche modo lo si può accennare, ma mai esplorare. Ecco: l’oratorio è
educazione in atto, esperienza sempre in divenire. Dall’esperienza che ho acquisito cercherò di
tracciarvi alcune riflessioni di carattere sapienziale, non scientifico, non dottrinale. Una prima parte
(l’avete sul foglio): una visione dall’esterno, dalla storia, dall’attualità dell’oratorio; una seconda parte,
invece: guardiamo dal di dentro l’oratorio: come, chi, con che cosa si fa l’oratorio. Vedremo poi se
risponde a quel titolo, come spazio di evangelizzazione.
Vi butto subito nella prima parte:
Tra storia e attualità. Intanto quando diciamo oratorio diciamo una parola che è sedimentata e ha
sprigionato pian piano una sua fragranza sino a superare il suo significato etimologico; sotto quel
termine vanno comunque esperienze diverse anche nella storia. Intanto il fatto che va oltre il suo
significato etimologico, così scherziamo anche un pochino: ve lo immaginate se un ragazzino in prima
media andasse a chiamare il suo coetaneo in bicicletta e gli dicesse: “Andiamo al pregatorio”: non
funzionerebbe tanto, vero? “Andiamo all’oratorio” funziona. Di per sé oratorio vuol dire pregatorio. E
a me ha colpito una cosa. Alla televisione, se avete in mente quando ci sono state le Olimpiadi
invernali, la cerimonia di chiusura. C’era questa grande cerimonia; ad un certo punto la banda
suonava le note di Azzurro. “Sembra quand’ero all’oratorio con tanto sole tanti anni fa, quelle
domeniche da solo in un cortile a passeggiar”: Celentano cantava così tanti anni fa; e a me ha colpito
che, intanto, era una cosa in mondovisione; le note erano di una canzone in cui si accennava
all’oratorio e si vedevano gli spettatori giapponesi che facevano andar le labbra al suono della canzone
Azzurro; quindi c’è qualcosa nell’immaginario collettivo, fa parte ormai del lessico che dall’Italia va nel
mondo, la parola oratorio. Però cosa ci sta dentro davvero è importante, perché talvolta sembra di dire
una cosa comune ed invece ci sono esperienze le più varie, le più diverse, anche connotazioni con
accentuazioni giustamente diversificate.
Intanto la storia: Sapete che prima di chiamarsi oratorio, San Carlo Borromeo nei tempi della
cosiddetta controriforma, avviò un grosso compito di sensibilizzazione delle comunità cristiane,
richiamando i preti e i vescovi a risiedere presso le loro comunità e a occuparsi dell’educazione delle
giovani generazioni; e inventò, affidandole a quella che poi divenne una congregazione religiosa, ma
vide da subito la partecipazione di molti laici (l’oratorio è da sempre il campo di apostolato di molti
laici, non esiste solo là dove ci sono i preti) affidò a Castellino da Castello (di cui c’è un ricordo nel
Duomo di Milano: entrando c’è una lapide che ricorda questo Vir insignis pietatis), che iniziò le scuole
della dottrina cristiana, che sono la preistoria degli oratori ambrosiani. Siamo nel 1500. Poi il Cardinal
Federigo, che fu uno dei successori di San Carlo, fece in modo che si diffondessero praticamente in
tutte le parrocchie. Quindi c’erano i prodromi di quello che poi si chiamò oratorio. San Giovanni
Bosco, nel 1800 - quindi siamo tre secoli dopo - prendendo il nome che San Filippo Neri nel 1500
aveva inventato, il nome oratorio, peraltro su una realtà diversa da quella che è l’oratorio che noi
conosciamo: l’oratorio di San Filippo Neri metteva insieme un aspetto diciamo così culturalespirituale e poi un’attenzione ai poveri. Fu però don Bosco che prese il nome oratorio da San Filippo,
che l’agiografia del tempo presentava come un santo molto allegro, e lui (tra gli ingredienti della sua
pedagogia c’era l’allegria) lo applicò a quella realtà sociale che aveva nelle scuole della dottrina
cristiana. Questo studio storico in realtà è di un salesiano, che mostra appunto come don Bosco
intrattenne un lungo carteggio con i direttori degli oratori di allora. C’erano già nella diocesi di Milano
don Serafino Allievi, don Luigi Bianchi… Il confronto dei regolamenti, il dare una struttura precisa
all’oratorio; e qui viene il grande pregio di don Bosco per cui tante volte lo si ritiene, e non a torto,
l’inventore dell’oratorio, perché prese una realtà preesistente ma la seppe rinnovare, reinterpretare in
tempi che cambiavano. La società di metà 1800 subiva rivoluzioni che non aveva vissuto per millenni,
per un millennio almeno: la rivoluzione industriale, la Torino che subiva l’immigrazione dalle
campagne di allora. Ecco, è lì dentro che don Bosco sa prendere una pedagogia, una sapienza
educativa che aveva appreso anche altrove, ma la traduce sui tempi nuovi. Questa cosa mi è cara per
dire che l’oratorio è un po’ sempre così, è fedele - qui sì - a don Bosco che sa cogliere il sentore dei
tempi, la pressione che nelle giovani generazioni manifesta i cambiamenti necessari e sa attuarli su un
portato tradizionale, su un tessuto che è quello dove la comunità cristiana educa i suoi figli - lo
vedremo tra poco - che non ha bisogno di essere inventato ogni volta ex novo, ma spesso ha bisogno
di essere rinnovato, di produrre nuove prospettive, nuove profezie.
Per concludere questo excursus storico: una delle cose per cui nella diocesi di Milano l’oratorio, come
dicevo prima, fa parte del DNA è l’impegno generoso e in prima persona dei vescovi milanesi, anche
dei santi vescovi milanesi: il beato Cardinale Ferrari, il beato Cardinale Schuster spesero pagine e
tempo e parole e passione per l’oratorio. È famosa la frase del beato Cardinale Ferrari, che diceva che
2
non avrebbe ordinato sacerdote un giovane seminarista che non fosse disposto a terminare la
domenica sera con un po’ di febbre per aver sudato e essersi sgolato nell’impegno insieme ai ragazzi
all’oratorio. Quindi diventava un criterio di discernimento di quello che nell’impegno ministeriale i
preti avrebbero dovuto spendere. Se non vi dispiace ho qui un manoscritto dell’allora arcivescovo
Giovanni Battista Montini, che quand’era a Milano scriveva tutto di suo pugno. Sono raccolti volumi
degli interventi che faceva. Questo manoscritto l’ho appeso dietro la mia scrivania nell’ufficio della
Fondazione Oratori Milanesi perché sono sei paginette bellissime in cui lui scrive di suo pugno
concludendole con un decalogo degli oratori piuttosto famoso e preceduto da pagine bellissime,
squisite. Ve ne do solo qualche cenno per dire come s’era applicato a comprendere la realtà degli
oratori, lui che da giovanissimo prete - lui che voleva diventare benedettino, sentiva una vocazione
più monastica che non sacerdotale, poi la salute non glielo permise - da giovanissimo prete fu subito
catapultato alla Segreteria di Stato dove non credo che facesse proprio l’oratorio, però poi aveva
quest’animo capace di intuire cosa avveniva. Sentite cosa dice a un certo punto. Scrive un messaggio
che da allora in poi gli arcivescovi di Milano fanno tutti gli anni, il messaggio per la festa d’apertura
degli oratori. Se andate sul sito della diocesi di Milano, vedete in questi giorni quello del cardinale
Tettamanzi. Lui dice (siamo nel 1958): “Tra qualche giorno i nostri oratori, i nostri cari oratori,
riprenderanno vita, ricominceranno le iscrizioni dei fanciulli, i cortili si riempiranno della loro lieta
vivacità, la bella famiglia dell’adolescenza parrocchiale sarà di nuovo riunita. Noi vediamo queste
folle gioiose di ragazzi; guardiamo, come li avessimo davanti, queste mille teste innocenti e
capricciose. Cerchiamo i loro occhi inquieti e scintillanti... Giovinezza di Dio! Con quale cuore la
benediciamo! L’oratorio riprende. Vorremmo essere presenti ad ogni singola riapertura dei nostri
oratori parrocchiali, in mezzo al parroco e al coadiutore, per dire ancora una volta quando sia bello un
oratorio, come sia indispensabile, e come debba raccogliere tutti, tutti i ragazzi della parrocchia... Anzi
come debba essere duplice, maschile e femminile. (Nella diocesi di Milano tuttora gli oratori sono di
più delle parrocchie, perché in qualche parrocchia resiste sia l’oratorio maschile che quello femminile,
e sono mille e duecento gli oratori della diocesi di Milano) con i suoi capi, con le sue divisioni in classi,
con le sue scuole di catechismo e le sue lezioni regolari, ben fatte, interessanti e vivaci, con i suoi libri,
le sue prove, i suoi premi; e come deve essere scuola: scuola necessaria, dicevamo, di dottrina
cristiana, scuola di preghiera e di culto, scuola di amicizia e di prima socialità cristiana, scuola di
onestà e di bontà; e poi come deve essere palestra di gioco piacevole e sano, moderno e disciplinato, e
di divertimento rivolto alla formazione dello spirito; e deve essere sentiero verso la vita, verso la
scuola, verso l’officina, verso i problemi giovanili, verso i problemi morali e sociali, verso la
formazione forte e viva del cristiano e del cittadino esemplare. Quante cose!” E continua così per tre o
quattro pagine. Magari omaggio Sua Eccellenza di questo libretto. Io trovo sempre emozione quando
leggo le pagine di Montini, che contribuì non poco alla fondazione dell’ANSPI, c’è qui don Luciano
dell’ANSPI, Associazione Nazionale San Paolo Italia. Quel San Paolo credo si debba anche a Paolo VI,
che allora benedisse gli inizi di questa gloriosa associazione in Italia dell’oratorio.
Quindi c’è l’oratorio nella sua radice storica, però secondo modalità diverse. Se vogliamo ricondurre…
Io ho provato a scrivervi una definizione - però è difficile dare una definizione di oratorio - questa
nella storia si è prodotta: “la ricerca e l’istituzione di efficacia educativa (non solo intenzione
velleitaria di educazione), permanente (che dura nel tempo) nella comunità cristiana, attraverso lo
stretto abbinamento tra catechesi e intrattenimento, con spiccato carattere interclassista e
accostamento di grandi masse”. Detto in altro modo: gli oratori sono sempre stati per tutti e di tutti;
hanno realizzato realmente la partecipazione piuttosto popolare, dove venivano meno gli steccati
sociali che in anni addietro erano invece forti vincoli nell’educazione delle nuove generazioni. Sempre
catechesi e intrattenimento e comunità cristiana; ma lo vedremo un po’ più avanti. Sullo scenario di
oggi questa definizione dell’oratorio, una tradizione che si rinnova oggi. “Oggi” è la parola chiave
3
dell’oratorio. Quando si è costituito il forum delle oratori italiani, una delle prime cose che abbiamo
concordato con la Conferenza Episcopale Italiana… Il forum degli oratori è il dialogo sostenuto e
promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana senza esserne un ufficio vero e proprio, perché così
consente una maggior partecipazione dal basso delle realtà di oratorio. Ma concordammo con il
segretario della CEI, Monsignor Vettori, di dedicare una giornata dell’anno alla sensibilizzazione
riguardo agli oratori. Lui mi disse subito: «Don Massimiliano, non fare la giornata nazionale degli
oratori, perché ci son già quelle del quotidiano cattolico, dell’università cattolica… dopo i parroci
pensano che bisogna raccogliere le offerte anche per la giornata degli oratori». Molto schietto. Infatti
non abbiamo inventato una giornata nazionale ma un giorno sì: è il 26 maggio, è il giorno di San
Filippo Neri, che si intitola ogni anno Oggioratorio, tutto attaccato... Facemmo una conferenza alla
RAI, qualche anno fa, per lanciare l’iniziativa.
“Oggioratorio”, per dire che l’oratorio, lungi dall’essere una nostalgia del passato, un modo di
guardare ai tempi che furono, in cui eravamo, allora sì, capaci, e i ragazzi sì che venivano nelle nostre
parrocchie!, è un modo in cui diciamo che siamo sul presente e verso il futuro delle giovani
generazioni, che sempre vivono da oggi in avanti. Un bambino, un ragazzo, la sua famiglia pensano
oggi e domani. L’oratorio è da subito, nella sua definizione, una dichiarazione di prospettiva della
comunità cristiana che sta sull’oggi, che vuol dire - tra poco lo vedremo - anche saper sostenere,
affiancare, se è possibile aiutare, alcune grandi sfide che le giovani generazioni affrontano; e poi oggi
perché l’oratorio, se è attuale, ha come sua misura quella della vita quotidiana. L’oratorio, a differenza
di altre esperienze - importantissime - di pastorale giovanile, che sono un po’straordinarie (pensate
alla giornata mondiale della gioventù, che catalizza delle attenzioni, le lancia verso un evento e da lì
cerca qualche slancio, però è quell’evento eccezionale), invece l’oratorio è fatto giorno per giorno, è
quotidianità, perfino un po’ di grigiore quotidiano: l’oratorio sta anche laddove la vita è un po’ noiosa,
che è una delle sfide dei ragazzi oggi. Non è solo fare una cosa ogni tanto, che fa scaldare il sangue
nelle vene. Le emozioni le vanno a cercare; ma invece, laddove nello scorrere lento e quotidiano si
addomestica la noia, l’oratorio ci sta, perché la sua misura è il quotidiano, è il giorno che scorre dietro
un altro giorno, è una settimana dietro un’altra settimana. “Oggioratorio”: questa è già una delle
dichiarazioni di chi voglia fare oratorio.
Le situazioni oggi dove l’oratorio si trova incarnato… Non è l’isola che non c’è, l’oratorio, seconda
stella a destra poi la strada la trovi da te, c’è qualche genitore che crede questo, che se i ragazzi
vengono all’oratorio, magicamente vengono trasferiti come su un altro pianeta, dove automaticamente
tutto dovrebbe essere educato, tutto dovrebbe svolgersi perfettamente perché è l’oratorio. Quello è il
punto d’arrivo, naturalmente, ma non è l’isola che non c’è, perché l’oratorio si trova inserito e molto
connotato con i tratti del territorio di appartenenza e in tutte le sfide che fanno oggi la nuova
evangelizzazione. Ad esempio la parrocchia: tutto ciò che si dice della parrocchia. In gran parte gli
oratori del territorio nazionale sono oratori parrocchiali. Si danno anche esperienze non parrocchiali,
di associazioni oppure di oratori cittadini, uno per un intero centro urbano. Però tutto quello che si
dice della parrocchia e della nuova evangelizzazione vale per l’oratorio. Ad esempio l’universale
accesso per il divenire cristiano: sempre più nelle nostre parrocchie - cito una riflessione di don
Sequeri - “vengono persone che ci chiedono prodotti della fede: ‘dammi il battesimo, dammi i
sacramenti a mio figlio, dammi la processione’ e la nostra fatica evangelizzatrice è invece di offrire un
percorso; insieme a quel prodotto riuscire a far camminare. Pensate cosa vuol dire questo per
l’educazione umana e cristiana. È naturalmente un cammino: non possiamo pretendere che un
bambino sia già un cristiano adulto e quindi almeno concettualmente è già alluso l’itinerario, il
procedere. Pensate all’oratorio che non è l’unico strumento di pastorale giovanile, tanto che, citando
una ricerca che abbiamo fatto recentemente in Lombardia, pare non sia molto adatto per i giovani
4
sopra una certa età. In Lombardia l’oratorio è molto frequentato, fino al 65 - 70% della popolazione
giovanile di riferimento, da bambini e ragazzi sino alla seconda media. Diventa il 30%, il 25, di
adolescenti, giovani della scuola superiore, solo il 2%, 2, 5, dei giovani della popolazione di
riferimento sopra i 18 anni. E questo va capito, perché dichiara l’identità dell’oratorio, che
accompagna un pezzo del diventare grandi, non tutto; l’oratorio non è tutto e non può esserlo nella
pastorale giovanile di una comunità cristiana.
Quando si va a guardare ad esempio come è la condizione giovanile dall’adolescenza in avanti,
scopriamo che i giovani sono come dei “grandi”: non hanno più un’appartenenza locale, non stanno
più in un posto, si muovono fisicamente, perché frequentano l’Università in un centro, hanno la
fidanzata in un altro, il gruppo degli amici in un altro ancora, se fanno del volontariato magari
appartengono ad un altro gruppo ancora. Anche dal punto di vista della fede pizzicano qua e là,
cercano le più possibili esperienze, ma fanno fatica a mettere radici in una sola (le appartenenze
multiple, eccetera)... ed è così la condizione giovanile.
L’oratorio, invece, di sua natura è vicino a casa, è la comunità cristiana del paese dove abito, del
quartiere dove sono, quindi è chiaro che non va bene per il giovane che invece deve spaziare su mille
cose; va molto bene invece per i bambini, e ragazzi, per gli adolescenti che si preparino a quella che
abbiamo chiamata migrazione con un corredo che negli anni dell’oratorio hanno messo insieme: certi
valori, una certa moralità, il sentirsi e il sapersi accompagnati nella vita, alcuni sì, alcuni no. Se
l’oratorio mette nello zaino di un giovane, che poi parte per le sue esperienze, alcune di queste cose,
ha fatto molto; e a questo serve un oratorio.
E poi ancora: oggi c’è un rinnovato interesse sociale per l’oratorio. Si richiede, laddove l’oratorio
vogliamo farlo, anche una certa capacità di dialogo. Cioè l’oratorio non è un recinto solo al di qua
della sacrestia, ma è sempre, di sua natura, un dialogo con la realtà sociale in cui si trova oggi più
sollecitato. Vi cito alcune cose. L’8 maggio del 2002 sono stato chiamato in Parlamento. Sono andato a
tenere un’audizione alla Camera dei Deputati in vista di quella che poi, un anno dopo, è diventata una
legge nazionale sugli oratori. Il Parlamento ha promulgato una legge, e la cosa interessante è questa:
non per dire a quali norme devono rispondere gli oratori per essere parte del privato sociale, ma per il
riconoscimento della funzione sociale ed educativa degli oratori. Così si intitola la legge 206 del 1°
agosto 2003, una piccola legge, una pagina e mezza che, secondo l’articolo 17 della Costituzione,
rimanda alle regioni e da allora in poi (qualcuna anche prima) molte regioni hanno legiferato sugli
oratori in maniera opportuna, andando a riconoscere… Capite? Gli oratori già ci sono e agli occhi
dello Stato, che è necessariamente laico e, per la sua parte, collabora con la Chiesa per il bene comune,
riconosce che questo che le comunità cristiana fanno nella loro propria identità - non devono
camuffarsi da centro sociale, da punto di aggregazione - per quello che fanno sono riconosciuti dallo
Stato e quindi hanno anche diritto ad essere sostenuti, agevolati. Per esempio venne da quella legge lo
sgravio dell’ICI dalle pertinenze dedicate alle attività di oratorio degli spazi parrocchiali. Oppure
pensate agli organi di stampa che sempre più si interessano dell’oratorio: ci sono servizi… Oppure
pensate agli operatori sociali. Voi conoscete certamente assistenti sociali, scienze dell’educazione,
educatori professionali… Sempre più guardano all’oratorio con grande interesse perché si accorgono
che la vita delle giovani generazioni oggi è difficilmente inquadrabile negli schemi della struttura
pubblica. Dove anche si fa un centro giovanile, un pubblico ha degli standard più rigidi di quelli che
invece noi riusciamo a fare con gli oratori, che di loro natura hanno una duttilità e una mobilità.
Questi sistemi semistrutturati, li chiamano, come è l’oratorio - l’oratorio è strutturato perché ha orari,
disciplina e personalità, ma anche semistrutturato perché lascia anche libertà, perché comprende
anche il gioco libero. Don Bosco diceva: «Si dia ampia libertà di correre e schiamazzare». Ma non la
5
troverete mai, in una legge, questa cosa qua. Ecco questi sistemi semistrutturati sono un mito per gli
operatori sociali oggi, che invece sono vincolati da mille standard e non riescono a svilupparli.
L’oratorio li rappresenta molto bene. Ci sono delle sfide che l’oratorio deve affrontare se vuol essere in
dialogo con questa realtà sociale e farsi sentire contemporaneo, attuale nella vita delle famiglie e dei
ragazzi. Ne cito alcuni. Se non guardiamo queste sfide ci illudiamo e pensiamo di riprodurre l’oratorio
solo come delle pagine (commoventi, magari) dei pastori che ci hanno preceduto ma che non girano
più nel tessuto ecclesiale ed educativo oggi. Guardiamole, queste sfide, solo per accenno.
Degiovanilizzazione: ci sono meno figli, calo delle nascite. Questa cosa vuol dire qualcosa per l’oratorio,
perché se arriva una persona della generazione di mio padre all’oratorio dov’ero io, alla Boviglia,
periferia nord di Milano, dice: “Eh, questi oratori, non riescono a fare più niente: guarda, non c’è
nessuno, pochi ragazzi!”. E non fa un rapido calcolo nella sua mente che quando andavo io al
catechismo, 35 anni fa, eravamo in 120 a fare la cresima in quella parrocchia, e adesso a fare la cresima
in quella parrocchia sono in 40. Vuol dire qualcosa, questo, eh? Forse da voi non è ancora tanto così,
ma il prodursi delle famiglie mononucleari con un solo figlio ha prodotto in realtà anche un
cambiamento di mentalità educativa. Se dapprima c’erano tanti ragazzi e alcune figure adulte che
erano immediatamente le figure educative, pensate se oggi non si è creato quasi l’inverso. Dove c’è un
ragazzo ci sono un mucchio di figure educative adulte. Dalla scuola elementare, dove non c’è la
maestra ma ci sono diversi apporti professionali, pensate le figure genitoriali. Laddove la famiglia ha
un solo figlio, i genitori si sono separati e si sono risposati, quel ragazzino ha: la mamma, il papà, il
compagno della mamma, poi i nonni sono sempre più presenti (e sono una grazia, eh?) però ci
pensate: sono adulti che sono lì attorno alla vita di quel bambino, e sono: i genitori del papà e della
mamma, e i genitori del compagno nuovo del papà e della mamma. Quante figure adulte ci sono
attorno a lui! E quindi è cambiato qualcosa nel costume educativo, di cui l’oratorio è parte.
Declericalizzazione: ho scoperto oggi che non è un problema che ha monsignor Mani, che ha tantissimi
preti. Nella diocesi di Milano ci sono 2000 preti, 2200, però su 5 milioni di abitanti. Però le vocazioni
sono molte di più, ho scoperto. Voi avete cinque ordinazioni, noi una ventina, ma andiamo indietro:
diventeranno 14, 13 su 5 milioni di abitanti e 1100 parrocchie. Declericalizzazione noi lo capiamo. Se in
passato si pensava l’oratorio laddove c’è un prete un po’eroe, che ha buone capacità, che sta con i
ragazzi, che coagula tutto attorno a sé, posso dimostrare (ma non sto qui adesso a sciorinare i dati) che
oggi sempre più non è così. Nella diocesi di Milano due parrocchie su tre non c’è il giovane prete che
spende il suo tempo per i ragazzi, eppure l’oratorio c’è. Con qualche fatica: laddove l’anno scorso
c’era il giovane prete, quest’anno non c’è più. Il Vescovo non ha potuto provvedere a questo. È vero
che laddove c’è il prete, lo si ritiene immediatamente il professionista, il regista. Anche laddove non
c’è il prete giovane che si occupa dei ragazzi all’oratorio, il prete, il parroco è fondamentale, il regista
è sempre lui; però sempre più attiverà una regia educativa più partecipata che restituisce, riconosce
un protagonismo laicale che nell’oratorio è tipico, è proprio. L’educazione è missione, ministero,
mestiere, qualche volta, anche di tanti laici: genitori, insegnanti, persone che sono proprio votate
all’educazione.
Le nuove povertà minorili. Le chiamano le baby gang: a me non piace perché suppone la criminalità e
invece spesso non è così. Aggregazioni di giovani minorenni che certo rubano, disprezzano,
picchiano… Succederà anche attorno alle vostre parrocchie, talvolta. Fanno incursioni, oppure
stazionano con i motorini lasciando poi imbrattato lo spazio dove stanno, dà un senso di sporco, di
disprezzo. Spesso mettono in difficoltà le comunità cristiane dove c’è l’oratorio, queste bande di
microviolenza minorile. Quando si va ad analizzarle un po’si scopre che dentro non ci sono veri e
propri disegni criminali, non è vera microcriminalità, ma è semplicemente l’affiorare di un grande
6
vuoto: un vuoto educativo e un vuoto di attività, ragazzi fannulloni che sono in giro a fare niente e
nessuno ha qualcosa da fargli fare e nessuno gli dice niente. Loro accumulano questo vuoto dentro che
per qualcuno esplode in violenza. Attenzione che delle nuove povertà minorili queste sono quelle che
si vedono; ce ne sono molte altre che non si vedono ma non fanno meno male. Pensate alle situazioni
che prendono poi la natura delle persone: le ragazze che si ammalano di anoressia e di bulimia e i
ragazzi che vanno in depressione. Quando uno si butta dal quarto piano ce ne accorgiamo, però cova
sempre di più, diciamo. Queste sono povertà: povertà esistenziale, relazionale, povertà affettiva,
povertà educativa. L’oratorio vuole stare sul fronte di queste cose. Non è che si può fare l’oratorio se
non ci fossero queste cose. No: ha qualcosa da dire, ha qualcosa da dare: relazioni, attività, significati,
valori, amicizie che sono una buona medicina rispetto a questi mali. Però rispetto a questi si deve
misurare, l’oratorio. E poi ancora io ho messo alcuni binomi e ve li leggo solo, per dire che fare
oratorio è una bella sfida e non è un programma che riesce da se’, perché bisogna tenere insieme
queste cose.
Popolarità e identità: non è che c’è l’oratorio solo perché c’è un campetto aperto a tutti; eppure, se la
comunità cristiana, che è titolare dell’oratorio, ci tiene alla sua identità ed educa i suoi figli e si
dichiara come comunità di fede nel fare l’oratorio, non è che lo fa chiudendo e facendo entrare solo
quelli bravi bravini che già ti garantiscono che risponderanno a tutte le domande del catechismo.
L’oratorio è sempre popolarità e identità insieme.
Esperienza spirituale: oratorio qui sì nella sua matrice etimologica: luogo della preghiera. Ci pensate
oggi quanti ragazzi hanno un anelito a ciò che è spirituale? Siamo in una stagione che grazie al cielo
ha lasciato alle spalle un certo materialismo che era anche nichilismo. Però se non trovano l’alfabeto, la
grammatica, le parole di ciò che è oltre, di ciò che è mistero, di ciò che è altro, cosa fanno? Vanno a
cercare le sette sataniche. Vanno a coltivare i percorsi musicali che li portano poi a idolatrare…
Capite? E queste cose sono il surrogato di un bisogno di spiritualità. L’oratorio nella sua natura invece
insegna a dare del tu a un Dio che ti da del tu, che ti chiama amico. Nell’oratorio ci si inginocchia
anche, si impara a pregare; e qualche volta i ragazzi fanno finta di fuggire perché il don li ha chiamati
per la preghiera in Chiesa; ma sanno che quello è l’oratorio, insieme al campetto di calcio, insieme al
teatro, insieme alle attività. Ecco: identità spirituale e sociale insieme, l’oratorio.
Aggregazione e dispersione. L’oratorio è comunitario. I ragazzi si trovano insieme, però è dispersione nel
senso che poi ciascuno avrà da affrontare e da maturare (anche grazie all’oratorio) il suo proprio
modo di interpretare la vita, di trovare la sua vocazione e di esprimerla in maniera compiuta.
Relazioni significative: l’oratorio si propone come il posto dove qualcuno sta insieme a te (relazione,
appunto), facendo delle cose. Non è solo attività, l’oratorio, ma le attività sono in funzione delle
relazioni. Per fare questo, (tutti qualche volta ci lamentiamo) ci vogliono dei modelli educativi, delle
persone che sanno stare con i ragazzi, perché hanno qualcosa di buono da trasmettere mentre stanno
con i ragazzi. Invece, abbiamo tutta una crisi del mondo adulto che talvolta si aggroviglia su se stesso:
adolescenza di ritorno. Qui facciamo fatica chi intrattiene queste relazioni significative con i ragazzi.
Adulti credibili e protagonismo giovanile. Sigla finale di questa prima parte, la seconda è un po’più breve.
L’oratorio è un mistero, lo vedremo tra poco, di fede e passione educativa, all’incrocio tra Chiesa, casa,
scuola e strada. Se volete le coordinate, qualche volta i giornalisti richiedono: «Come è fatto un
oratorio?» Mettete insieme almeno quattro coordinate più una.
7
È un po’ Chiesa, l’oratorio, è la comunità cristiana: tu vedi l’oratorio che è vicino al campanile, ci sono
le strutture per i ragazzi ma vicino al campanile, almeno idealmente. È un po’ Chiesa.
È un po’ casa, perché ha a che fare con una familiarità di vita e poi perché ha alleanza con i genitori,
che sono i primi educatori.
È un po’ scuola, perché all’oratorio si impara, si ha qualcosa da trasmettere, da dare, facendo in modo
che i ragazzi lo esercitino: si impara, è apprendimento. È anche dialogo con le scuole, l’oratorio: se
vuole essere un vero soggetto educativo non può pensarsi da solo, deve pensare anche dove i ragazzi
vivono, che è a scuola.
Ed è un po’ strada: l’oratorio è il modo più accessibile, più popolare per dirsi della comunità cristiana
per i suoi ragazzi là dove loro passano, vicino alla loro vita anche informale.
Quattro più uno, perché l’oratorio è anche un mistero. Tra poco ci arriviamo. Vi ho portato, per
leggere invece un po’ dall’interno l’oratorio, - lo leggiamo e basta, senza commentarlo - un passo del
sinodo diocesano quarantasettesimo della diocesi di Milano. Come tutti i sinodi è carta costituzionale
della vita di una diocesi. È stato fatto nel 1995, quindi riflette un po’ la sintesi di ciò che la Chiesa a cui
appartengo, e anche l’esperienza di oratorio che più conosco, che è quella di Milano, ha codificato
rispetto all’oratorio, lasciandovi intuire anche delle prospettive, delle cose che sono scritte qui. Magari,
se volete, nel dibattito potranno emergere. Sono già in fase di rinnovo in realtà perché - come vi dicevo
prima - l’oratorio è sempre in movimento.
Questo è l’inizio di una costituzione del sinodo; ci sono poi 10 pagine del sinodo diocesano
sull’oratorio. Sul capitolo 11 (Oratorio e pastorale giovanile). “Strumento privilegiato e prioritario con
cui svolgere l’impegno educativo della parrocchia nei confronti di tutta la popolazione giovanile è
l’oratorio. Esso è una comunità che educa all’integrazione, fede, vita (è una comunità prima che un
luogo, prima che un posto, prima che una struttura) grazie al servizio di una comunità di educatori, in
comunione di responsabilità e di collaborazione con tutti gli adulti. Il metodo dell’oratorio, o il suo
stile, è quello dell’animazione, che consiste nel chiamare i ragazzi a partecipare a proposte educative
che partono dai loro interessi e dai loro bisogni (ragazzi protagonisti). La parrocchia non può esimersi
dal promuovere e organizzare l’oratorio (e qui sentite l’esperienza ambrosiana) e raccordare l’opera
svolta in esso con quella esercitata da associazioni, gruppi e movimenti. (E si dice la distinzione)
L’oratorio, infatti, ricerca ed accoglie ogni fanciullo, ragazzo, adolescente o giovane che vive
nell’ambito della parrocchia, mentre l’adesione ad associazioni, gruppi e movimenti riguarda solo una
parte della popolazione giovanile, che ne accetta le modalità e i cammini. (Cioè: associazioni, gruppi e
movimenti fanno la loro parte suscitando l’adesione, che però deve essere dichiarata, di qualcuno che
sceglie una parte. L’oratorio resta per tutti. Ha questa sua caratteristica).
I sottopunti li ho messi in chiave un po’ giornalistica, con molteplici double w. Sapete che i giornalisti
amano dire “what, who, where, when”, e così io ho messo “chi, che cosa, dove, come, quando”.
Proviamo a leggere che cos’è un progetto d’oratorio. Tradurre in sostanza questi principi sull’oratorio.
La prima cosa: chi fa l’oratorio? I giornali sempre lo chiedono: quanti e chi sono oggi quelli che
frequentano l’oratorio? Ed io ribalto sempre la prospettiva. La prima domanda da chiederci è: chi fa
l’oratorio. Il soggetto che educa chi. Non c’è soggetto senza il suo interlocutore, ma l’accento va posto
sul soggetto che educa. L’oratorio è una comunità che educa all’integrazione, fede, vita. Anzi mi
verrebbe da dire: è l’intera comunità cristiana. E qui viene quel tratto che ho detto prima, il mistero
dell’oratorio, la quinta dimensione: oltre che casa, chiesa, scuola e strada l’oratorio è un mistero.
L’oratorio, prima che un modo di rispondere alle esigenze delle giovani generazioni, prima che
affrontare i problemi che la società sente riguardo alla condizione giovanile, l’oratorio è Chiesa che si
scopre con stupore ogni volta raggiunta dalla fiducia di Dio che gli genera i suoi figli. E allora fa cento
cose per crescere questi figli e queste cento cose si possono chiamare oratorio. Ma, capite, prima c’è la
8
natura della comunità cristiana. San Cipriano, Padre del IV secolo, diceva: «Non ha Dio per Padre chi
non ha la Chiesa per madre». Ci pensiamo? Questo stupendo mistero, di Dio che per generare i suoi
figli ha bisogno di una Chiesa; e la Chiesa è questa: sono i miei parrocchiani con i loro difetti, con la
loro fatica a stare insieme, con la fatica a sopportarci ed a sopportarsi, questa gente che alle volte si fa
fatica a stimare. E invece no: Dio gli affida i suoi figli. Ogni volta che si celebra un battesimo, quel
fonte battesimale è il grembo fecondo di una Chiesa che è madre. E allora qual è quella Chiesa madre
che poi, generati dei figli, non se ne occupa? Ed occuparsi non significa solo vederli sopravvivere, ma
è cercare ogni opportunità, il meglio per crescerli. Oratorio è l’altro nome di una Chiesa che si
riconosce madre, raggiunta con stupore da un Dio che ha ancora fiducia in noi, che non si è ancora
stancato di generare con noi i suoi figli. E allora cerca di crescerli meglio che può, con tutto quello che
può e di più di quello che può. L’oratorio è sempre un po’ più in là di quello che si riesce, a tirare con
le somme, con i conti o con le forze che abbiamo, perché è appunto la dimensione materna, viscerale
dell’educazione che viene dal mistero di Dio. C’è un bel canto, sempre di Pierangelo Sequeri, che forse
fate in Chiesa a Pasqua. A me piace proprio per ricordare questa dimensione del mistero che si
traduce poi nell’educazione dell’oratorio: «E mi sorprende che dal profondo del tuo mistero, Dio, tu
mi abbia chiesto di condividere con te la gioia immensa di poter dare l’annunzio agli uomini, che tu
sei lieto di avere dei figli e che siamo noi». Qui dentro mi pare che c’è tutta l’intera comunità cristiana
che si riconosce con questa dimensione ecclesiale, spirituale e misterica che si traduce poi in pratica. E
qui dobbiamo concretizzare. Già: dire che tutta la Chiesa è così va bene, ma poi come si fa? Chi è che
lo fa l’oratorio? E, se non sono irriverente, dopo aver citato il mistero cito un esempio, per capire come
la comunità cristiana fa l’oratorio, perché sennò è un po’retorica. Tutta la parrocchia è coinvolta
nell’oratorio, ma poi non avviene. Io mi sono fatto quest’equazione nella mia mente (spero non sia
irriverente) che l’oratorio sta alla comunità cristiana come la nazionale di calcio alla società italiana.
L’attualità ci aiuta, da questo punto di vista. La nazionale di calcio: anche quelli che la nazionale di
calcio non gli interessa niente, se però ci sono i mondiali, se andiamo in finale tutti sono tifosi, non è
così? Così mi pare per l’oratorio. C’è un livello in cui tutti devono sentirsi coinvolti, anche quelli che
non vanno in Chiesa. Infatti spesso è così. In nome dell’oratorio si riesce a coinvolgere un po’ anche i
vicini di casa, anche quelli un po’indifferenti. Quando sono andato in Parlamento, mi ricordo che il
dibattito... Io ero andato prima a parlare con Monsignor Nicora, che era il presidente degli affari
politici della CEI, allora, che con quel fare scettico come ha lui mi aveva detto: «don Massimiliano, tu
avrai la prima delusione della tua vita». Magari ne avevo già avuto qualcun’altra, ma... «Perché
nessuno ti ascolterà» Ed invece no. Io ho visto, con stupore, che siccome si parlava di oratorio, anche
in Parlamento avevano tutti da dire qualcosa, dall’estrema destra all’estrema sinistra; e la legge è
uscita poi a larghissima maggioranza, con 17 astenuti e quattro contrari. E anche ricordo allora - chi
era? - la figlia di Cossutta, che penso fosse tra gli astenuti se non tra i contrari, però non aveva detto
niente contro l’oratorio, «perché quello che fa è importantissimo, un valore sociale, però io sono per
una legge più laica, sulla laicità dello Stato ecc.».
Capite? Tutti devono sentirsi in qualche modo tifosi dell’oratorio, però è come la nazionale: non
bastano i tifosi, poi ci vuole una squadra che gioca e che gioca bene. Allora: tutta la parrocchia
coinvolta per avere simpatia nei confronti dell’impresa dell’oratorio; quando si va per la benedizione
nelle famiglie, ad esempio, far sentire a tutti che si può fare qualcosa di bene per gli oratori. Dove io
ero in parrocchia, c’erano delle grosse aziende, ad esempio la Fernet Branca, la Face Standard, e
andava il mio parroco a benedire. Non so perché non mandava me, ma voi che siete dei parroci lo
sapete, perché tornava con l’assegnino del dottor Squinzi, ad esempio, che è il patron della Mapei, che
il suo milioncino per l’oratorio l’aveva dato. Ecco, questi magari in Chiesa non si vedevano mai, ma
era un modo di fare il tifo per l’oratorio. Poi però ci vuole la squadra. Protagonisti dell’oratorio sono i
ragazzi. Un bell’oratorio fa sentire ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, che è cosa loro, che gli spazi
9
sono loro, che possono muoversi. Naturalmente non in maniera anarchica: secondo un modo di
partecipare che anzi suscita nei ragazzi la responsabilità. Detto in un altro modo: se i ragazzi arrivano
all’oratorio e vedono sempre i loro genitori, non ci vengono più. È una cosa che deve aiutare i loro
genitori, ma non semplicemente trasferire la vita familiare e domestica in parrocchia. È di aiuto se è
un’altra cosa, ad esempio dove i ragazzi sono un po’ più liberi rispetto ai genitori. Poi noi abbiamo
tutto un patto d’onore con i genitori: magari poi lo esploriamo. Protagonisti i ragazzi: protagonisti se
sentono che andando all’oratorio non c’è solo un’attività che fanno, ma piano piano c’è qualcuno da
incontrare, c’è qualcosa che parla alla tua vita. Senti che sono in gioco gli elementi più decisivi della
tua vita: gli affetti, le parole grandi della vita che anche per i ragazzi sono i soldi, la vita e la morte,
l’amore, il sesso, la comunità, la giustizia. Queste cose qui. I ragazzi sentono se l’oratorio respira con
queste cose, e allora ci giocano la loro vita, si sentono in gioco, non sono parcheggiati all’oratorio.
Però, come la nazionale, non basta neanche la squadra per vincere. Voi sapete che sono di Milano; a
Milano c’è una squadra di calcio che pur avendo una bella squadra non vince mai. Non basta la bella
squadra per vincere: ci vogliono i tifosi, ci vuole la squadra, ci vuole un nucleo dirigente capace. C’è
un oratorio se in una parrocchia, tutti si coinvolgono, i ragazzi si sentono protagonisti, ma c’è
qualcuno - che poi sono persone che impegnano il loro volontariato nel campo educativo e che dicono
al parroco: «Io ci sono, c’è bisogno? » E uno fa il catechista, e uno fa l’educatore degli adolescenti e gli
organizza le esperienze estive e li accompagna nelle imprese piccole o grandi di carità, e un altro fa
l’allenatore e mette in piedi il G.P.S. o il C.S.I., o le ACLI nel suo oratorio, e un altro si occupa del
teatro, e un altro di mantenere le strutture: cioè persone che ci stanno. Guardate che quando si parla di
volontariato tutti battiamo le mani. C’è chi si impegna nell’assistenza alle persone sole o nella sanità,
oppure chi tiene aperti i musei. Ma chi spende tempo, fatica, pazienza per stare con i ragazzi... qui ci
vuole un applauso a non finire, facciamolo sentire che siamo grati alle persone che si spendono per
fare l’oratorio, perché l’oratorio è un’impresa di volontariato educativo. Può essere, o no, anche
sostenuto da qualche apporto professionale. Magari su questo poi potremo approfondire.
Chi educa? L’abbiamo sentito prima dalle parole di Montini: educa tutti, è rivolto a tutti. Se è rivolto a
tutti, vuol dire che l’oratorio non fa mai una cosa sola, a differenza dei gruppi, delle associazioni e dei
movimenti. Si apre a diverse prospettive: alle attività del tempo libero, alle attività formative, a degli
spazi informali. Qualcuno si appassiona alla sua vita perché comincia a tirare quattro calci al pallone
ed invece un altro… Non dimentichiamolo: nell’oratorio ci sono dei ragazzini che il Vangelo lo
masticano meglio di me. Io preparavo le prediche con i chierichetti al sabato pomeriggio, al mio
oratorio, ed avevano delle intuizioni, mi restituivano delle parole del Vangelo come io non me l’ero
ancora immaginate. Ecco: l’oratorio è avere direzioni diverse, porte aperte un po’ ovunque. Mi viene
un’immagine che c’è nel libro dell’Apocalisse quando si cita la Gerusalemme celeste. che ha dodici
porte: vuol dire che puoi entrare da punti diversi. Tutti poi convergono verso un tesoro. Certo
l’oratorio ha il suo segreto e il suo nocciolo vitale è il Vangelo di Gesù Cristo, cioè che i ragazzi
incontrino che Gesù è vivo e che ci propone di vivere come lui. Però può venire incominciando a
giocare a calcio oppure, se sa già dire bene le preghiere, preghiamo anche insieme; non una cosa senza
l’altra, ma le cose fatte bene perché convergano. E questo è anche il punto che ho messo sotto.
Che cosa fa allora l’oratorio? Fa tante cose, perché è educazione globale. Don Bosco diceva: «Buoni
cristiani, onesti cittadini». Lasciava intendere, direi, un’educazione umana e cristiana. Oggi sentiamo
sempre di più - credo anche frutto di una buona antropologia in cui siamo cresciuti - che non c’è mai
quell’e di mezzo. L’educazione umana è cristiana e se è cristiana è umana, ecco il tutto. Però poi
dobbiamo declinarlo secondo programmi, progetti, attività varie che convergano. C’è un episodio
della vita di don Bosco che ci tengo a citare. È importante perché lo cita lui, lo scrive nelle sue
memorie molti anni dopo che è capitato quest’episodio; e riconosce che in quell’episodio c’è già il
10
nocciolo di quello che sarebbe diventato l’oratorio di don Bosco. È un episodio apparentemente
banale, ma secondo me c’è dentro ancora la mentalità, lo sguardo per capire che cosa fare all’oratorio.
Era l’8 dicembre 1841. Don Bosco, giovane prete, scendeva in Chiesa per celebrare la messa al mattino
alle sei, nella chiesa di San Francesco a Torino, festa dell’Immacolata. E nota subito una situazione
strana, perché un ragazzo sui 15 anni che nessuno aveva mai visto prima si era introdotto in Chiesa e
il sacrista, pensando che fosse un ladruncolo, perché allora a Torino ne giravano parecchi, (era tempo
di immigrazione) voleva cacciarlo fuori dalla Chiesa. Per la verità il sacrista gli aveva anche detto: «Sei
venuto qui per servire la messa?» Quello non aveva saputo rispondere niente ed allora si era fatto
l’idea che era un ladro da cacciar fuori. La cosa strana è che il ragazzo non fuggiva fuori dalla Chiesa
ma scappava dentro, perciò era una scena anche un po’comica, perché il sacrista aveva in mano la
pertica per spegnere le candele e cercava di batterla sulla schiena dei questo ragazzotto che fuggiva
nel perimetro interno. Le vecchiette della prima messa del mattino erano lì un po’ terrorizzate. Arriva
don Bosco (sono parole sue che scrive nelle sue memorie). Per prima cosa lui richiama il sacrista (e già
questa era una cosa un po’ rivoluzionaria): «Comolli (così si chiamava) cosa fa?» «Cosa fa lei, don
Bosco? Vada a prepararsi che qui ci penso io!» «Cosa fa, le ho detto. Lo lasci stare. Non vede che è un
mio amico e che devo parlargli?» Dentro questo c’è già gran parte di quello che è l’oratorio. L’oratorio
è un modo di far sentire (ma realmente far sentire, eh? Don Bosco dirà: «Non basta che i giovani siano
amati, bisogna che sappiano di essere amati.») far sentire che siamo amici alle giovani generazioni. «È
un mio amico» dice don Bosco, senza paura di perderci la faccia; e non lo aveva mai visto prima; e
forse quello davvero era un ladruncolo, e forse davvero ci aveva in tasca i soldi delle offerte per
fuggire via. Ma don Bosco rischia. Ecco: l’oratorio è un modo di rischiare, in termini di fiducia, nei
confronti dei ragazzi, dei bambini, dei giovani, delle giovani generazioni. È far sentire che dove c’è la
Chiesa, la comunità cristiana, dove si parla di Dio e dei santi c’è qualcosa di buono per te, ti sono amico.
«È un mio amico e devo parlargli». Quindi non basta dirlo. Quel qualcosa da dire... Infatti il sacrista
sospettoso tiene d’occhio comunque questo ragazzo che però dopo la messa va in sacrestia a
intrattenere un piccolo dialogo con don Bosco. Ci sono dei ritratti che fanno vedere questo dialogo.
Don Bosco che toglie la pianeta ed intanto parla con questo ragazzotto: «Come ti chiami?»
«Bartolomeo» «E poi?» «Garelli». Piccola, banale attenzione: nell’oratorio ti si chiama con il tuo nome.
Tu sei quello che sei, non il soprannome, non il cognome, non le categorie sociologiche. All’oratorio
non incontriamo la condizione giovanile, non incontriamo la gioventù, non incontriamo gli
adolescenti di oggi, ma incontriamo Bartolomeo Garelli. «E tuo padre?» «Non l’ho più.» «Tua madre?»
«Non l’ho più.» Orfano. «Di dove sei?» «Di Asti». Asti e Torino allora era come lo Sri Lanka, e Cagliari
oggi. Quindi era un immigrato. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» «Che mestiere fai?» «Il muratore,
ma qui non ho trovato.» Disoccupato. Era venuto dalla campagna a cercare fortuna, ma non ne aveva
trovato. Ma don Bosco gli dice: «Ma sei andato al catechismo?» E glielo chiedeva perché voleva capire
se era capitato lì perché forse da dove era partito il prete gli aveva detto: «Vai a Torino, cerca una
Chiesa, cerca un prete.» Invece aveva trovato il legno del sacrista, prima, e questo dovrebbe farci
riflettere sulla nostra comunità. Invece don Bosco gli chiede: «Sei andato al catechismo?» e quello
diventa tutto rosso e dice: «Non ci vado più!» «Perché?» «Mi vergogno.» Era un ragazzotto semplice,
si vede che i bambini del catechismo l’avevano messo un po’ in difficoltà. Era in disagio anche dal
punto di vista della comunità cristiana. E don Bosco gli dice: «Sai leggere? Sai scrivere?» Si chiude
tutto nelle spalle e allora don Bosco dice: «Mi avvicinai all’orecchio e gli dissi: “Ma sai fischiare?”
“Eh?” scoppiò a ridere. Era quello che volevo. “Sì, fischiare” gli dissi, e zufolammo insieme.» La
vedete la scena? Siamo nel 1800, in Chiesa; le vecchiette avranno detto: “Cosa gli insegnano in
seminario a questi giovani preti! A fischiare in Chiesa con un monello! Non c’è più religione... dove
andremo a finire!” E invece don Bosco scrive questa cosa per far capire a noi che l’oratorio è ancora
così: fiducia nei confronti delle giovani generazioni e trovare il punto di attacco. “In ogni giovane scriverà più avanti - havvi un punto di accesso al bene”. C’è un punto di accesso al bene. Bisogna
11
trovarlo! L’oratorio è questo. Facciamo cento cose, giochiamo al calciobalilla o facciamo il coretto per
cantare, o facciamo le rappresentazioni, per vedere dov’è il punto di accesso al bene dove ti trovi tu. E
don Bosco dice: «Zufolammo insieme. Poi mi inginocchiai e feci il segno della Santa Croce e vidi che
lui non lo sapeva fare molto bene. Con molta amorevolezza glielo insegnai.» Capite com’è l’oratorio?
Dal punto in cui ti trovi subito ti mette sotto la presenza di Dio; e se tu sei un po’ incapace, incomincio
da dove sei, con molta amorevolezza. È tutto il progetto educativo di don Bosco. “Glielo insegnai”:
incomincia. C’è sempre un punto di partenza e l’oratorio è una rinnovata fiducia che educare si può,
se però si parte dal punto in cui ti trovi tu, non aspetto che tu arrivi dove sono io. E allora mi chino su
di te se sei un bambino piccolo e mi faccio grande se devo giocare con te alla lotta, ma per portarti poi
a quel segno della croce fatto bene, cioè a riconoscere con gratitudine che la vita cristiana è gioia, è
ritmo e pulsa nella tua vita. Don Bosco, per la verità, dice anche, poi: «Poi recitai l’Ave Maria» e credo
che a quella avemaria recitata allora con fede si debbano le copiose grazie che la Madonna da allora in
poi ha fatto piovere sulla preziosa istituzione dell’oratorio. Poi saluta il ragazzo e dice: «Ma senti, ti
andrebbe di imparare a leggere un po’, a leggere e scrivere ?» «Se qualcuno mi insegna...» «E anche un
po’ di catechismo?» «Si» «Allora vieni domani che incominciamo.» E quand’è sulla porta lo richiama e
gli dice: «Mi raccomando, non venire da solo, porta qualcuno dei tuoi compagni d’avventura.» E il
ragazzo tutto contento torna il pomeriggio stesso, non l’indomani. Insieme a lui c’erano due: uno si
chiamava Giuseppe Buzzetti, era di Milano. (Vedete, ci entriamo sempre noi milanesi!) Era nato
l’oratorio. E ancora oggi l’oratorio è questa fiducia che prende un punto di partenza e poi facciamo
quello che c’è da fare. Educazione umana e cristiana insieme.
Come educare, e vado a concludere. Attenzione che l’oratorio per fare questo non è ingenuo. Ha
bisogno di modalità. Ad esempio, l’oratorio non è mai l’impresa solitaria, eroica, di qualche titanico
imprenditore dell’educazione, che sia il prete, o la suora, o quel papà là che sono loro che ci credono.
Non funziona così. Anche don Bosco da subito si è circondato di cooperatori. L’oratorio si fa insieme.
Perché in qualche modo, mentre fa delle cose, l’oratorio è testimonianza di una comunità cristiana.
Laddove insieme siamo convocati alla Mensa, insieme andiamo in Paradiso o no, e nessuno ci arriva
se non in virtù dell’appartenenza a un popolo, a una Chiesa.
Per fare insieme l’oratorio, volevo dire anche, vi sono cose e anime diverse: bisogna scrivere un
progetto. Bisogna avere qualche momento di incontro, ci vuole una cabina di regia, si fa un consiglio
dell’oratorio, si fa un progetto educativo dell’oratorio. Ricordo il cardinale Martini che intervenne a un
convegno che avevo organizzato al forum sul progetto educativo dell’oratorio, lui che aveva chiesto
alla diocesi di Milano di stendere il progetto educativo proprio dopo l’anno centenario di don Bosco, a
tutte le realtà aveva detto: «Fate tante cose, ma provate anche a metterle per iscritto», che è solo un
modo di prendere coscienza e migliorare quello che si fa. Il progetto educativo non vuol dire che dopo
bastano le pagine scritte, però è come viaggiare con una cartina in mano o senza. L’importante è
viaggiare, ma se hai la cartina ti orienti meglio. Ecco: nell’educazione, che poi vuol dire: un conto i
bambini, un conto le bambine, un conto gli adolescenti e un conto quelli delle medie, un conto i loro
genitori, un conto le attività sportive e un conto quelle spirituali... Capite che bisogna stendere un
progetto. Il cardinal Martini, nell’introdurre il tema del progetto educativo, disse: «Guardate che oggi
si parla tanto di pastorale d’insieme - credo che anche a Cagliari se ne discuta - e l’oratorio è sempre
stato un ambito di pastorale d’insieme, perché non c’è una cosa sola ma ci sono diverse responsabilità,
titolarità, apporti convergenti, sinfonici, mi piacerebbe dire. Il cardinal Tettamanzi (così non faccio
torto all’arcivescovo di Milano) ha scritto una lettera ai bambini, l’anno scorso, intitolata: “Sinfonia del
presepe”, in cui cercava di spiegare come appunto la vita cristiana è note diverse ma tutte insieme.
12
Dove educare: In questo insieme non dimentichiamoci di coinvolgere i genitori. Però se volete
approfondiamo. Quando diciamo i genitori dei ragazzi: l’oratorio si propone come un’alleanza con i
genitori, però anche qui non bisogna generalizzare perché alcuni genitori hanno bisogno di un pronto
soccorso, sono persone che fanno fatica a vivere, non è che possiamo pretendere che vengano ad
aiutarci. Altri verranno ad aiutarci, altri ancora sono semplicemente un po’ nel grigiore, non si vedono
bene, vanno un po’ stanati. Però l’oratorio non si propone senza i genitori dei ragazzi.
Dove educare: l’oratorio è anche - vedete che ci sono arrivato alla fine, però - degli ambienti, delle
strutture (vedete che ci sono arrivato), dei soldi da amministrare; e per fare questo è bene affidarsi un
po’ anche agli uffici diocesani, all’esperienza consolidata delle associazioni, dove ci sono, che sanno
come gestire: quali leggi, quali norme. Però, attenzione che non si parte da questo punto. Diverse
volte, da quando esiste il forum degli oratori italiani, ricevo richieste di aiuto: “Devo iniziare un
oratorio, come faccio a trovare i finanziamenti?” Poi si trovano anche, ma non è il punto di partenza. Il
punto di partenza è quella comunità che educa. Allora si aprono cento strade anche per i
finanziamenti. Se volete parleremo anche di questo.
Quando educare: l’oratorio è anche un calendario, ha dei tempi. È educativo. Non è senza regole, senza
ritmo. Perché è educativo, oggi ce lo insegnano tutti i pedagogisti, non è l’assenza delle regole ma il
suo contrario. Certo un calendario che sia armonico, che non sia oppressivo. Oggi spesso i nostri
ragazzi hanno una vita affannata. L’oratorio si presta invece anche come respiro, come libertà, come
gratuità.
Ultima cosa, una suggestione: può darsi che l’oratorio sia da sognare perché non c’è, o meglio non c’è
ancora; eppure vi assicuro che anche dove c’è da secoli è continuamente da sognare, l’oratorio. In
diocesi di Milano abbiamo avviato un percorso per rinnovare la mentalità degli oratori e a un certo
punto abbiamo chiesto, dopo una ricerca che abbiamo fatto con gli scienziati, a tutti gli oratori di
stendere un sogno sugli oratori, invece... No, ma guardate un po’ più in là di quello che vi sembra
possibile, praticabile, o necessario. Se deve essere di più, che cos’è? Perché mi pare che il sogno ci
ricorda che l’oratorio è nel cuore di Dio, che Lui sogna, cioè vede oltre, ha una vision molto più lunga,
molto più profonda di quello che il povero sguardo di noi educatori sa sulla vita dei ragazzi e dei
giovani. E a mostrarcelo Dio, uno dei suoi miracoli a don Bosco, (che io trovo sempre come grande
fonte di ispirazione, per il ministero oratoriano) ha fatto un miracolo. Non don Bosco ha fatto un
miracolo, eh? Don Bosco ne ha fatti tanti, simpatici, anche famosi. Lui sapeva, aveva i sogni e leggeva
nella vita delle persone, ma un miracolo l’ha avuto lui, don Bosco, e Dio gliel’ha fatto attraverso i suoi
ragazzi. Forse dopo neanche una decina d’anni dalla fondazione dell’oratorio don Bosco si ammalò
gravemente, gravissimamente, tanto che i medici lo davano per spacciato: aveva una forma di tisi
polmonare e non c’era verso, non avrebbe potuto guarire. Si era sparsa la voce che era ormai morente.
I ragazzi del suo oratorio, che allora nella Torino del 1800 erano ragazzi che lavoravano e che
venivano sfruttati nel lavoro: passavano 12, 14, 16 ore come muratori, si sono passati la voce e hanno
detto: «No, dobbiamo salvare don Bosco» e si mettevano in ginocchio davanti alla Madonna, usciti dal
lavoro, tutta la notte, e chi scriveva dei propositi, dicendo: “Non berrò più un goccio d’acqua, finché
don Bosco non si salva”: è proprio la generosità. E la cosa fu che don Bosco dormì per 36 ore di seguito
e al risveglio, con grande stupore dei medici, non aveva più niente. Certo, una grande debolezza, che
raccomandò che facesse una convalescenza tornando al suo paese, ai Becchi, nelle colline di Asti; e
però era guarito grazie al miracolo che i suoi ragazzi gli avevano fatto. E allora vi dedico e ci dedico,
se ci appassiona un po,’ la vicenda dell’oratorio, quello che don Bosco disse al suo ritorno. Si fece
mandare innanzi tutto i biglietti dei ragazzi, modificando i loro propositi in cose più praticabili, però
commosso dalla generosità con cui avevano strappato un miracolo per lui. Ecco, io credo che anche
noi possiamo sentire come la vita dei ragazzi è quella in cui il Signore ha fiducia, in cui fa brillare e
13
sentire la bellezza dei sacramenti con cui li alimenta, della vita stessa che gli ha donato e che può
essere un miracolo per le nostre comunità cristiane. Ci venga da dire come don Bosco a loro, al ritorno:
«Siete tutti ladri, ragazzi miei, mi avete rubato il cuore, ma da ora in poi questo mio cuore batterà per
voi. » Grazie.
Cagliari, 28 settembre 2006-10-19
14
Scarica

Don Massimiliano Sabbadini