DIOCESI DI CONCORDIA – PORDENONE
UFFICIO SCUOLA
AGGIORNAMENTO PER INSEGNANTI
DI RELIGIONE CATTOLICA
QUARTO INCONTRO
INS. VIDUS ROSIN STEFANO
SPILIMBERGO – PORTOGRUARO (A.S. 2010 – 2011)
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INDICAZIONI DIDATTICHE
Il corso d’aggiornamento “La figura della donna nella Bibbia” è dedicato alle figure femminili dell'Antico e del
Nuovo Testamento per offrire un supporto didattico per esplorare insieme agli alunni una dimensione, se non
sconosciuta, spesso trascurata nell'approccio alle Scritture. Questo corso -nell'offrire la possibilità di approfondire
l'insegnamento biblico attraverso un percorso tutto al femminile -rappresenta più in generale un invito a guardare (e
a far guardare) con occhi cristiani la donna e a riflettere sul significato del suo ruolo nella storia del cristianesimo,
dalle origini bibliche a oggi. Si tratta di un percorso che intende, in altre parole, mettere in luce la vocazione della
donna nel disegno divino e le peculiarità dell'esistenza al femminile sulla strada della salvezza. Contrariamente a
quanto si potrebbe pensare un po' distrattamente, il ruolo della donna nella Bibbia non é circoscritto esclusivamente
all'ambito della famiglia e della maternità, ma é poliedrico e multiforme. E’ spesso caratterizzato da coraggio,
autonomia, indipendenza e anticonformismo. Attraverso questi atteggiamenti, la donna si rivela non solo alleata di
Dio nel funzionamento del Creato, attraverso la maternità, ma anche complice e interprete del disegno divino verso
la salvezza.
E Dio creò l'essere umano a sua immagine: maschio e femmina li creò.
Secondo il racconto della creazione, Dio creò l'essere umano a sua immagine: maschio e femmina li creò (Gn 1,27).
Questa narrazione indica che uomo e donna sono creati da Dio uguali-ma-diversi: esiste una distinzione originaria
tra l'uomo e la donna, che é alla base della loro complementarietà. Questo aspetto é precisato nel secondo capitolo
della Genesi, in cui la creazione degli esseri umani viene narrata per esteso: Dio creò l'uomo e poi disse: Gli farò un
aiuto adatto a lui (Gn 2,18). L'espressione ebraica, donna: comunemente tradotta con “adatto a lui” o “simile a lui”
é kenegdò, significa, letteralmente di fronte a lui, oppure “contrapposto a lui”. Questa espressione mette sullo stesso
piano la dignità dell'uomo (ish) e della donna (ishà): sono creati uno di fronte all'altra per accogliersi e aiutarsi
reciprocamente, senza prevaricazioni in una dimensione di dialogo continuo che riguarda tutti gli aspetti
dell'esistenza. Altra cosa è la parità sul piano dei diritti e della dignità personale, che salvaguarda la diversità di
ciascuno, in un contesto di riconoscimento e di valorizzazione delle caratteristiche individuali. Diversità che può
essere biologica ma anche psicologica e caratteriale: in questo corso, incontreremo figure femminili molto diverse,
alcune riservate, altre coraggiose e spregiudicate, alcune dedite esclusivamente alla famiglia, altre protagoniste
della vita pubblica e politica. Le donne della Bibbia, pur nel contesto di una società antica, nella quale l'importanza
del capofamiglia-uomo era determinante per molti aspetti della vita quotidiana, dimostrano spesso di potersi e
sapersi assumere responsabilità importanti, non solo sul piano della vita privata, ma anche nella sfera della
collettività. Cosi, nell'antico Israele troviamo donne giudici (Debora), profetesse (Miriam), combattenti (Giuditta),
regine (Ester): donne che nel linguaggio moderno potremmo definire «emancipate», stimate dalla collettività e
capaci di assumere la leadership e di gestirla tanto quanto gli uomini. Ciò non toglie che esse non rinuncino mai a
preservare una dimensione femminile e rifuggano l'emulazione dei comportamenti maschili: sono donne che
insegnano come la diversità sia una ricchezza e come essa, seppure non possa mai andare a discapito della dignità
personale, debba essere custodita come un bene prezioso.
Maternità e intervento divino
Accanto alle figure di donne pubbliche, esistono nella Bibbia innumerevoli figure di donne il cui ruolo è
prevalentemente legato alla dimensione della maternità e della vita familiare. La maternità rimanda direttamente al
nome della prima donna: «L'uomo chiamò la sua donna con il nome di "Eva" (Vita) perché è la madre di tutti i
viventi» (Gn 3,20). Il diventare madre, nella Bibbia, è un evento al contempo naturale ed eccezionale: la fecondità
femminile è sempre presentata come un dono divino. La donna ha la capacità potenziale di far nascere un figlio, ma
perché questa capacità diventi una realtà effettiva, dev'essere accompagnata dalla benedizione del Signore. Questa
necessità del concorso divino nella procreazione umana è esemplificata in termini emblematici nelle storie delle
matriarche: Sara è sterile e vecchia, tanto che lei e Abramo ridono all'annuncio della sua prossima maternità,
eppure partorisce Isacco; Rebecca è sterile, ma partorisce Giacobbe ed Esaù; anche le maternità di Lia e Rachele e
delle schiave Zilpa e Bila sono segnate dal continuo intervento divino. Nel Nuovo Testamento, anche Elisabetta è
vecchia e sterile, eppure da lei nasce Giovannii. Le nascite miracolose, d'altra parte, accompagnano l'intera
narrazione biblica e non sono caratteristiche solo di donne importanti, che hanno ruoli particolari nella storia della
salvezza, come le matriarche o Rut, bisnonna del re Davide, e fino ad Elisabetta e Maria nel Nuovo Testamento.
Anche donne semplici, come Anna, la madre del profeta Samuele, o la donna di Sunem che ospita il profeta Eliseo,
hanno bisogno del concorso di Dio per avere un figlio, come" sottolineare che l'uomo e la donna non sono soli, nel
momento della procreazione, ma ogni nascita è un piccolo miracolo avvolto di mistero un dono dell'amore divino.
La Bibbia non narra di donne e uomini astratti, dotati esclusivamente di virtù e qualità positive, ma parla sempre di
persone concrete, con tutti i limiti, i difetti e le mancanze che ciascuno riscontra nella vita quotidiana. Così, Sara è
gelosa quando la schiava Agar partorisce Ismaele pur essendo stata lei stessa a darla in moglie ad Abramo perché
avesse un figlio; Miriam è invidiosa del fratello Mosè; Mikal è orgogliosa e disprezza il marito Davide, che pur
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essendo re si umilia davanti al Signore al cospetto di tutto il popolo. E come ci sono uomini malvagi, la narrazione
biblica racconta anche di donne esemplari pel la loro cattiveria: la moglie dell'egiziano Potifar accecata dalla
bramosia sessuale per Giuseppe figlio di Giacobbe, al punto da farlo condannare al carcere quando lui la rifiuta,
oppure la regina Gezabele, crudele e idolatra. Ma esistono anche casi opposti di donne che proteggono individui o
intere collettività dalla malvagità degli uomini, come le levatrici Sifra e Pua che disobbediscono al comando del
faraone e salvano i bambini ebrei maschi, invece di ucciderli al momento della nascita, oppure la prostituta Raab
che riconosce i piani del Signore e protegge gli esploratori Israeliti dai suoi stessi concittadini, o ancora Giuditta,
che sconfigge con uno stratagemma Oloferne, generale assiro inviato dal re Nabucodonosor per sottomettere e
distruggere gli Israeliti.
Gesù e le donne: interlocutrici privilegiate nel Nuovo Testamento
Un discorso particolare meritano le figure femminili del Nuovo Testamento: le donne che Gesù incontra, da Maria,
sua madre, alle donne più umili e semplici, che invocano da lui la guarigione da qualche male fisico o psichico (i
demoni) e fino ai personaggi delle sue parabole. L'incontro con Gesù è un incontro «liberatorio» non solo in termini
teologici, ma innanzitutto in termini fisici, culturali, politici e sociali: il fatto che egli restituisca alla donna
l'integrità fisica e psichica, la salute e la dignità, è un segno della liberazione teologica che avviene attraverso la
fede, è come un primo passo verso la salvezza. Anche il fatto di usare figure femminili per trasmettere la Buona
Novella, è emblematico di come Gesù, nel rapportarsi con le donne, intenda sempre ribadire quella pari dignità che
è stata data da Dio agli esseri umani al momento della creazione, e che le convenzioni sociali della società antica
avevano fortemente limitato, se non eliminato del tutto. Le donne dei Vangeli sono le prime a recepire la novità
della sua predicazione e a testimoniarla, facendo una piena e calorosa professione di fede: si pensi alla Samaritana
(Gv 4,1-42) e a Marta (Gv 11,20-44). Gesù intrattiene un rapporto privilegiato con le donne, che lo ricambiano con
la spontaneità e l'immediatezza della loro fede. Così, non è certamente un caso se le prime a incontrare Gesù risorto
sono proprio le donne: la loro capacità di ascolto, la sensibilità e la fiducia in lui e nella sua predicazione sono
premiate con un'attenzione speciale che fa di loro le prime testimoni oculari di quell'evento straordinario.
SARA
«Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di
fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una
discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può
contare». E tra costoro, ovviamente dopo il marito, il patriarca Abramo, ecco far capolino Sara, la vecchia madre di
Isacco. La Bibbia ci offre due varianti ebraiche del suo nome, Saray e Sarah, ma il significato è unico:
"principessà', anche perché essa «diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei» (Genesi 17,16). La sua storia,
iniziata col matrimonio con Abramo, è segnata da un incubo particolarmente grave in una società agricola, quello
della sterilità: non dar figli, e quindi braccia che lavorino, rende una moglie come un ramo secco. La promessa
divina di un figlio irrompe nella vita di questa donna triste anche se bellissima (12,10-20; 20), ma non ne toglie la
malinconia. Il suo inizialmente è un dubbio che non la rende, certo, eroina della fede. L’autore sacro della Genesi
evoca, infatti, il «riso» scettico di Sara, appena essa apprende la notizia che potrà generare: «Sara rise dentro di sé e
disse: Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!» (18,12). Si sa, però, come
la storia andò a finire: il vecchio Abramo riuscirà ancora a rendere incinta lei per la quale «era cessato ciò che
avviene regolarmente alle donne» (18,11), cioè lei ormai in menopausa. Alla fine ecco un bel bambino, nato da
Sara, chiamato con un nome ironico e simbolico, Isacco, che in ebraico significa: "il Signore ha riso!". Una sorta di
smentita vivente al «riso» dubbioso e incredulo della madre. Passeranno gli anni e anche Sara approderà alla
tomba. Una tomba nella grotta di Macpela presso Hebron e la Genesi descrive con vivacità l'acquisto di quello
spazio sepolcrale da parte di Abramo che deve ricorrere a un proprietario terriero locale ittita, Efron, per ottenere
una tomba di famiglia (capitolo 23). Ma Sara rimarrà viva nella storia ebraica come madre di Israele (Isaia 51,2) e,
per il cristianesimo, come la madre dei figli della fede e della promessa divina. Anzi, l'apostolo Paolo nella Lettera
ai Gàlati, comparandola ad Agar, la schiava che aveva generato ad Abramo un altro figlio, Ismaele, dipingerà Sara
come un simbolo della «Gerusalemme di lassù che è libera ed è la madre di tutti noi... Fratelli, noi non siamo figli
di una schiava, ma della donna libera» (vedi Galati 4,21-31).
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AGAR
Un'altra figura legata alla schiavitù, una donna dell'Antico Testamento, è Agar, serva egiziana che darà al patriarca
Abramo il primo suo figlio, Ismaele. La sua è una storia esaltante e amara al tempo stesso ed è narrata in due
racconti paralleli ma differenti nei capitoli 16 e 21 della Genesi. Secondo il diritto antico orientale, la schiava della
signora di un clan poteva sostituirsi a lei nella generazione di un figlio, qualora la moglie ufficiale del capo-clan
fosse sterile. È ciò che accade appunto a Sara, moglie di Abramo, e ad Agar, sua schiava. Costei può con orgoglio
partorire un figlio, Ismaele ("Dio ascoltà'), colui che la tradizione biblica vedrà come capostipite degli Ismaeliti
arabi (25,12-16). La stessa Agar portava il nome della capitale di un'immensa oasi nord-arabica, quella odierna di
al-Hasa, i cui abitanti anche nella Bibbia portano il nome di Agareni. Ben presto, però, la felicità di questa donna si
era incrinata. Era già accaduto mentre era incinta: Sara, gelosa della sicurezza orgogliosa della schiava feconda,
l'aveva sottoposta a maltrattamenti così da costringerla a fuggire nel deserto. Là, però, un angelo l'aveva invitata a
rientrare nell'accampamento di Abramo dove avrebbe partorito un figlio robusto come «un asino», cioè un asino
selvatico, e così lei aveva fatto (capitolo 16). Ma, nato Ismaele, anche a Sara Dio aveva concesso a sorpresa il dono
di un figlio, Isacco. Era, allora, scattata un'altra ragione di contesa, legata all'inimicizia tra i due ragazzi. Sara
aveva, così, ottenuto dal marito Abramo l'espulsione dal clan sia di Agar sia di suo figlio. Ancora una volta la
schiava era stata costretta a vagare nel deserto, questa volta però ancor più disperata perché vedeva profilarsi lo
spettro della morte per sete non solo per sé ma anche per il suo ragazzo. Il racconto della Genesi è molto intenso e
persino commovente. «Agar si smarri per il deserto di Bersabea. Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare.
Allora depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva:
Non voglio veder morire il fanciullo! Sedutasi di fronte, alzò la voce e pianse. Dio udì la voce del fanciullo e un
angelo di Dio chiamò Agar dal cielo .. .>>. Si ha, così, una svolta inattesa: all'improvviso appare ad Agar una
sorgente a cui i due si dissetano e da allora la loro esistenza sarà quella di nomadi nella steppa e Ismaele crescerà
come un forte tiratore d'arco e sposerà un donna egiziana, come lo era sua madre. San Paolo intesserà una
meditazione su Agar nella Lettera ai Galati (4,21-31) e paradossalmente la farà diventare la madre del giudaismo,
considerato come sottomesso alla Legge, in opposizione alla libertà della fede, incarnata da Sara, madre dei
credenti in Cristo.
REBECCA
La madre di Giacobbe-Israele, è Rebecca, figura quindi emblematica per il popolo ebraico. Il suo nome in ebraico è
Rivqah, divenuto nelle lingue occidentali Rebecca. Essa viveva nel "paese dei due fiumi", l'Aram Naharàim, ossia
la Mesopotamia settentrionale, ed era figlia di Betuèl, un nipote di Abramo, essendo figlio di suo fratello Nacoro
La storia di questa donna comincia nel capitolo 24 della Genesi allorché Abramo invia il suo maggiordomo Elièzer
proprio nella città dove risiedeva Betuèl per trovare una moglie adatta a suo figlio Isacco. Si trattava della prassi
secondo la quale i matrimoni dovevano avvenire nell’ambito dello stesso clan (l"'endogamia").
Il racconto avventuroso della spedizione di Elièzer raggiunge il suo esito: Rebecca si rivela una ragazza fine e
gentile; pur senza conoscerlo, offre da bere, alla sorgente della sua città, a Elièzer e ai suoi cammelli. La trattativa
va in porto agevolmente soprattutto per opera del fratello della donna, quel Làbano che entrerà in scena
successivamente anche nella storia del nipote Giacobbe. Questa prevalenza del fratello maggiore ha fatto pensare
agli studiosi che in quell'area vigesse una sorta di "fratriarcato". È, infatti, lui con la madre Milka a pronunciare su
Rebecca la benedizione di commiato: «Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la
porta dei suoi nemici» (24,60: «porta» sta per "casa' e "città"). Ed ecco, infine, l'incontro col futuro sposo; triste per
la morte della madre Sara, egli era uscito in campagna al tramonto per svagarsi. «Alzando gli occhi, vide venire i
cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello», velandosi il volto secondo l'uso
orientale, non essendo ancora sua moglie. A questo punto «Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di
sua madre Sarai si prese in moglie Rebecca e l'amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre» (24,63-67).
Isacco aveva allora quarant'anni. Dopo un periodo di sterilità, sua moglie generò due gemelli che già «si urtavano
nel suo seno», prefigurando il futuro di due discendenze ostili, anzi di due popoli nemici. Il primo a uscire dalla
madre fu Esaù- Edom, fulvo di pelo (tale è il significato del nome Edom, "rossiccio"), che in tal modo ottenne la
primogenitura, fondamentale per l'asse ereditario. L’altro neonato teneva con la sua manina il calcagno del fratello
e fu chiamato Giacobbe, in ebraico fa 'aqob, con allusione libera al vocabolo 'aqeb, "calcagno" (in realtà il nome
significa "Dio protegga"). Tutti ricordano la storia di questi due fratelli nemici e Rebecca ebbe una funzione
decisiva nel suo svolgimento. La sua simpatia andava, infatti, al figlio minore, un ragazzo intelligente e delicato,
ben diverso dal rude ~ corpulento Esaù. La lettura di quello stupendo capitolo 27 della Genesi è l'unica via per
ricostruire dal vivo la celebre storia della primogenitura carpita al vecchio padre Isacco da parte di Giacobbe, il
tutto con la complicità convinta della madre Rebecca. L’autore sacro non si attarda a giudicare il gesto scorretto
della madre e del figlio perché a lui preme esaltare il primato di Israele sugli Edomiti nella storia della salvezza, un
primato che curiosamente era passato attraverso il secondo, più debole, come spesso accadrà nelle misteriose scelte
di Dio.
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Alcune premesse
Dove cercare la storia nella Bibbia
Libro della Genesi dal capitolo 24 al capitolo 28.
Significato del nome
Il nome ebraico Rivqa, in italiano Rebecca, secondo
alcuni dev'essere ricondotto alla radice ebraica rbq
che significa "nutrire, satollare» e significherebbe
quindi "florida e satolla»; secondo altri deriva invece
da una radice che significa «legare, unire, aggiogare»
e significherebbe quindi «connessione», "una che
lega»; altri ancora ritengono invece che significhi
"affascinante», una che "avvince con le sue grazie».
Ruolo nella storia della salvezza Rebecca è moglie di
Isacco e madre di Esaù e Giacobbe. E’ la seconda
delle matriarche, una delle donne che sono all'origine
del popolo ebraico.
Tempi e luoghi
La storia di Rebecca si svolge agli albori della nascita
del popolo di Israele (gli storici datano la vita dei
patriarchi e delle matriarche tra il 1800 e il 1700 a.C.)
tra la Mesopotamia settentrionale e la terra di Canaan.
LA STORIA DI REBECCA
Rebecca è una ragazza bellissima, giovane, forte.
Appartiene alla stirpe di Abramo, perché suo padre è
Betuel, uno dei figli che Milca ha dato a Nacor, il
fratello di Abramo. Dopo la morte di Sara, Abramo,
ormai molto vecchio, ordina al suo servitore di
cercare una sposa per suo figlio: "Devi giurarmi, per
il Signore del cielo e della terra, che non farai sposare
a mio figlio una donna dei Cananei, una del popolo in
mezzo al quale ora abito. Andrai invece nella terra
dove sono nato e sceglierai fra i miei parenti una
moglie per mio figlio Isacco». Il servo, arrivato in
Mesopotamia, si ferma accanto al pozzo fuori dalla
città d'origine di Abramo e prega: "Signore, Dio del
mio padrone Abramo, mostrati buono con lui: fammi
oggi incontrare la persona giusta. Io mi fermo vicino
alla sorgente dove verranno le ragazze della città per
attingere l'acqua. Io dirò a una di esse: Per favore,
porgimi la tua anfora e fammi bere. Se risponderà:
"Bevi, anzi darò da bere anche ai tuoi cammelli", sia
lei quella che tu hai scelto per il tuo servo Isacco».
All'arrivo di Rebecca al pozzo, tutto accade secondo
la preghiera del servo, che dona alla ragazza dei
bracciali d'oro e si fa accompagnare alla casa di suo
padre. Là, il servitore racconta a Betuel e Labano, il
padre e il fratello di Rebecca, tutta la storia della
ragione del suo viaggio e chiede loro se siano disposti
a concedere Rebecca in sposa a Isacco. Allora Labano
e Betuel rispondono: "Se così vuole il Signore, noi
non possiamo dirti né sì né no. Ecco, Rebecca è qui
davanti a te. Prendila e va'! Diventi la moglie del
figlio del tuo padrone, secondo la volontà del
Signore». Il giorno dopo, il servo è pronto a partire,
mentre la famiglia della sposa cerca di trattenerla
ancora qualche giorno prima della partenza; quando
però chiedono alla ragazza: "Vuoi partire subito con
lui?", lei risponde: "Sì”. Così, dopo che Rebecca ha
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ricevuto la benedizione della sua famiglia, la carovana parte in direzione di Lacai-Roi dove abita Isacco. Una sera,
Isacco esce al tramonto per fare una passeggiata, alza gli occhi e vede i cammelli che si avvicinano. Anche Rebecca
alza lo sguardo, vede Isacco e, saputo che si tratta del suo sposo, si copre con il velo in segno di modestia. Il servo
racconta a Isacco tutto quello che è successo e allora Isacco conduce Rebecca alla tenda e la sposa. Isacco ha
quarant'anni quando prende in moglie Rebecca, ma la moglie è sterile e non può avere figli. Solo dopo vent'anni di
preghiere il Signore esaudisce Isacco, e Rebecca rimane incinta di due gemelli: il primo a nascere è Esaù, il
secondo Giacobbe. I due figli si scontrano già nel suo grembo e Rebecca si preoccupa, ma il Signore le dice che
entrambi daranno vita a due grandi nazioni, che saranno rivali e che il maggiore servirà il minore. Man mano che i
ragazzi crescono, si verifica una sorta di separazione interna alla famiglia: Isacco predilige Esaù, mentre Rebecca
predilige Giacobbe. Così, quando Isacco, in vecchiaia, dice a Esaù di volergli impartire la sua benedizione,
Rebecca gli manda Giacobbe travestito da Esaù, che ottiene così la benedizione paterna. Saputo poi che Esaù era in
collera con Giacobbe, Rebecca lo manda in Mesopotamia dal fratello Labano, per proteggerlo, ma soprattutto
perché, come aveva fatto suo padre prima di lui, prenda moglie tra la sua parentela. Esaù, invece, aveva sposato
delle donne hittite e questo aveva provocato profonda amarezza in Isacco e Rebecca. Così Giacobbe parte e la vita
di Rebecca si conclude, silenziosamente, dopo aver assicurato a Giacobbe il suo ruolo nella storia dell'elezione del
popolo ebraico.
Significato
La storia di Rebecca è la storia di una prescelta: è il Signore a indicare al servo di Abramo quale dev'essere la
moglie per Isacco. Rebecca accoglie con gioia il proprio destino e, quando i suoi parenti cercano di rimandarne la
partenza, preferisce partire immediatamente: non ha esitazioni e non vuole attendere oltre prima di incontrare il suo
sposo. Rebecca è una donna fortunata, perché Isacco l'ama, ma ciononostante le tocca una vita matrimoniale non
facile: è sterile e per vent'anni non avrà figli. Quando infine rimane incinta di Esaù e Giacobbe, i due fratelli si
dimostrano litigiosi già nel suo grembo. E anche dopo la nascita, i due gemelli sembrano quasi allontanare i
genitori. E l'ostilità tra i due figli si appianerà soltanto dopo molti anni, quando ormai Rebecca sarà morta, quasi
che fosse lei, con la sua predilezione per l'uno a scapito dell'altro, ad alimentare la rivalità. Rebecca infatti, dopo
essere stata scelta, col tempo diventa una donna che sceglie e, nella sua scelta, agisce in modo apparentemente
controverso, ricorrendo all'inganno: è lei a fare in modo che sia Giacobbe, e non Esaù, a ricevere la benedizione
paterna, memore forse delle parole che il Signore le rivolse quand'era incinta: «In te ci sono due nazioni. Da te
usciranno due popoli rivali: uno sarà più forte dell'altro, il maggiore servirà il minore». Come Sara prima di lei
aveva sancito la separazione tra Ismaele e Isacco, anche Rebecca sancisce la separazione tra Esaù e Giacobbe,
lasciando un segno tangibile nella storia del popolo ebraico.
Tradizione ebraica: Esaù e Giacobbe
La storia di Esaù e Giacobbe sembrerebbe, a prima vista, una storia che premia l'inganno: prima Giacobbe si fa
cedere i diritti di primogenitura da Esaù in cambio di un piatto di lenticchie, poi ottiene la benedizione paterna con
un trucco. Secondo la tradizione ebraica, Giacobbe era stato concepito per primo ed Esaù per secondo, quindi era a
Giacobbe che spettavano di diritto la primogenitura e la benedizione paterna. Questo è il significato della nascita
dei due gemelli, in cui Giacobbe esce per secondo tenendo il fratello Esaù per il calcagno. Sempre secondo le
interpretazioni rabbiniche, Esaù era un empio e Giacobbe un giusto. Anche la questione della primogenitura è
ricondotta al culto: era al primogenito che spettava di offrire sacrifici al Signore, ma Esaù, essendo empio, non lo
meritava e anzi ne aveva disprezzo.
LIA e RACHELE
Davanti a un pozzo nel deserto ci sono alcuni pastori della zona che attendono di essere tutti radunati per rimuovere
la grossa pietra che protegge la bocca del pozzo e così dissetare se stessi e il gregge. C'è là, però, anche uno
straniero che si ferma a parlare con loro. All'improvviso sopraggiunge una pastorella: il suo stesso nome è
"pastorale", perché si chiama Rachele, ossia "capretta". Il caso vuole che essa sia proprio una parente di quello
straniero il cui nome nella Bibbia sarà celebre, Giacobbe, il nipote di Abramo, che sta fuggendo dall'ira funesta di
suo fratello maggiore Esaù, a cui ha sottratto con un inganno i diritti della primogenitura. I suoi occhi s'incrociano
con quelli della ragazza ed è subito amore. Egli, allora, si fa riconoscere e con la forza sovrumana che sa dare
l'amore riesce da solo a rimuovere la pietra del pozzo per offrire l'acqua a quella pastorella e al suo gregge. Poi,
dopo aver pronunziato una frase che di per sé ha un doppio senso (<<Tu sei mio osso e mia carne», alludendo alla
parentela ma anche alla coppia che poi essi costituiranno, come si legge in Genesi 2,23), Giacobbe si reca in visita
al padre di lei già con l'intenzione di chiedergli la mano di questa ragazza «bella di forme e avvenente di aspetto».
Questo quadro di vita pastorale, narrato nel capitolo 29,14.17 della Genesi, sarà l'avvio di un'avventura piena di
colpi di scena che è bene leggere nel testo biblico. Giacobbe dovrà con molta fatica conquistarsi questa donna
perché il padre di lei, Làbano, fiutando l'affare, non solo imporrà al suo parente di sposare prima la figlia maggiore,
la brutta Lia «dagli occhi smorti», ma lo costringerà a lunghi anni di prestazioni lavorative prima di concedere a
Giacobbe anche la bella Rachele. Da entrambe queste donne nasceranno i capi delle varie tribù di Israele. Nel
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racconto della Genesi, che prosegue fino al capitolo 36, si avranno altre vicende di taglio pastorale, come quella
legata alle tradizioni nomadiche secondo la quale, se si pongono negli abbeveratoi del gregge rami con la corteccia
intagliata e quindi striati, si avrà nell'accoppiamento l'effetto di far partorire pecorelle col mantello chiazzato, a
causa di un influsso visivo-mimetico (30,37-42). La vita della bella Rachele finirà proprio in quegli spazi liberi ed
estesi dove si muovono i pastori. Sarà, infatti, nel deserto di Giuda, nei pressi di Betlemme, durante una marcia di
migrazione che la donna morirà dando alla luce un figlio molto caro a suo marito, Beniamino.
Dove cercare la storia nella Bibbia
Libro della Genesi dal capitolo 28 al capitolo 35.
Significato del nome
Il nome ebraico Leah, in italiano Lia, deriva dalla radice l'h, che significa "essere stanca, esausta, affaticata»; il
nome ebraico Rachel, in italiano Rachele, significa "pecora».
Ruolo nella storia della salvezza
Lia e Rachele sono le mogli di Giacobbe: i loro figli sono i capostipiti delle dodici tribù del popolo di Israele.
Tempi e luoghi
La storia di Lia e Rachele si svolge agli albori della nascita del popolo di Israele (gli storici datano la vita dei
patriarchi e delle matriarche tra il 1800 e il 1700 a.C.) tra la Mesopotamia settentrionale e la terra di Canaan.
LA STORIA DI LlA E RACHELE
Come Isacco prima di lui, Giacobbe viene mandato dai suoi genitori in Mesopotamia per prendere in moglie una
ragazza della famiglia di sua madre; Isacco e Rebecca sono infatti amareggiati perché Esaù ha preso in mogli delle
donne hittite e proibiscono a Giacobbe di fare altrettanto: "Non devi prenderti in moglie una donna di queste parti.
Va' dunque alla casa di Betuel, tuo nonno materno, e prendi in moglie una ragazza di là, una figlia di Labano,
fratello di tua madre». L'incontro tra Giacobbe e Rachele è descritto nella Bibbia come un amore a prima vista.
Giacobbe, giunto in Mesopotamia, si ferma a un pozzo dove si stanno radunando le greggi. Chiede di Labano e i
pastori gli rispondono: "Ecco sua figlia Rachele, sta arrivando qui con il suo gregge». Quando Giacobbe vede
Rachele si fa avanti, toglie la pietra che copre l'apertura del pozzo e abbevera il gregge, poi abbraccia Rachele e
piange di commozione. Giacobbe si innamora di Rachele, perciò dice a Labano: "Lavorerò per te sette anni per
sposare Rachele, la tua figlia minore". Labano infatti ha due figlie: Lia, la maggiore, ha lo sguardo spento, mentre
Rachele è di bell'aspetto. Dopo sette anni, il giorno delle nozze, al posto di Rachele Labano porta Lia da Giacobbe,
che scopre l’inganno del suocero solo al mattino. "Perché mi hai fatto questo?", chiede Giacobbe "Ho lavorato per
te come un servo per poter sposare Rachele. Perché mi hai ingannato?». Labano risponde: "In questo paese non c'è
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l'abitudine di dare in sposa la figlia più giovane se la maggiore non è sposata. Ma ti darò anche Rachele, se
lavorerai per me altri sette anni. Giacobbe lavora così quattordici anni per amore di Rachele, per poterla sposare, e
questo amore crea uno squilibrio tra le sorelle, che si contendono il marito e sono invidiose l'una dell'altra. Il
Signore è benevolo con Lia, la meno amata. che rimane ripetutamente incinta e partorisce Ruben, Simeone, Levi e
Giuda. Rachele, la più amata, non ha figli e si ingelosisce della sorella, cosi dà a Giacobbe la sua schiava Bila, per
poter avere un figlio per mezzo suo. Bila partorisce Dan e Neftali. Lia, a quel punto, dà a Giacobbe la sua schiava
Zilpa, che partorisce Gad e Aser. Poi Lia rimane di nuovo incinta tre volte e partorisce Issacar, Zabulon e una figlia
di nome Dina. Solo a questo punto Dio si ricorda di Rachele e le dà la possibilità di avere un figlio, Giuseppe.
Rachele è grata al Signore: «Dio mi ha liberato della mia umiliazione". Rachele aveva chiesto al Signore un altro
figlio, che arriva con un parto difficile. Mentre Rachele sta morendo, la levatrice le dice: «Anche questa volta è
maschio!". E Rachele, prima di morire, lo chiama Ben-Oni (Figlio del mio dolore), ma Giacobbe gli cambia nome
in Beniamino (Figlio della Felicità). Rachele muore e Giacobbe le costruisce un monumento sepolcrale: l'amore per
lei si riversa allora sui due figli Giuseppe e Beniamino, che Giacobbe tratta con un affetto particolare. Della morte
di Lia invece non abbiamo notizie, ma sappiamo che verrà seppellita nella grotta di Macpela, il luogo che era stato
acquistato da Abramo come tomba per sé e la sua famiglia.
Significato
Giacobbe lavora sette anni per sposare Rachele e, anche dopo che gli è stata data Lia con l'inganno non si rassegna
ma lavora altri sette anni pur di avere in moglie la sua amata, anzi, gli anni gli paiono pochi giorni, tanto l'ama.
L'amore tra Giacobbe e Rachele è causa di una frattura insanabile tra le sorelle, che resterà in eredità ai loro figli:
Giuseppe e Beniamino, i due figli che Rachele dà a Giacobbe, rimarranno i più amati, nonostante da Lia sia nato il
primogenito, Ruben, e altri cinque figli maschi. Così, la storia di Lia e Rachele è la storia difficile di una rivalità tra
sorelle, che si contendono l'amore del marito anche per mezzo dei figli. Le vite di entrambe sono sbilanciate
nell'amore per il marito, nel desiderio di dargli una discendenza numerosa e di compiacerlo. Eppure, se da un lato
la storia dell'amore di Giacobbe per Rachele lascia intravedere che un sentimento forte come l'amore tra due
persone può sbocciare in modo del tutto improvviso, dall'altro lato la storia di Lia insegna che l'amore coniugale è
qualcosa che si costruisce passo dopo passo, nella vita di ogni giorno. Lia e Rachele possono cosi assurgere a
emblemi delle due componenti necessarie a un matrimonio felice: l'innamoramento iniziale e l'amore quotidiano
che occorre alimentare ogni giorno e che richiede impegno, devozione e fedeltà quotidiane.
USI E COSTUMI: Le nozze
Secondo l'uso antico, non tocca ai giovani
decidere chi sposare, ma sono le famiglie a
decidere. Dopo una lunga contrattazione, si
stabilisce quale somma di denaro dev'essere
versata al padre della sposa; nel caso di
Giacobbe, al posto di un corrispettivo in
denaro si stabilisce un certo numero di anni
di lavoro. Ai tempi dei patriarchi, ma anche
del re Davide, la poligamia era diffusa presso
gli Israeliti anche se comunemente si ritiene
che la Torà prediliga la monogamia. Fu solo
nel secolo XI d.C. che il rabbino Gershom
ben Jehuda stabilì la monogamia per gli ebrei
ashkenaziti. Tra le comunità ebraiche
insediate nei paesi arabi, in particolare tra gli
ebrei yemeniti, la poligamia si è mantenuta
fino ai giorni nostri.
Un figlio dalla schiava
Come già era accaduto ad Abramo, cui Sara
aveva dato la schiava Agar per avere un
figlio, anche Rachele e Lia danno a
Giacobbe le schiave Bila e Zilpa per avere
figli tramite loro. Dal momento che essere
sterili era una disgrazia, l'uso mesopotamico
consentiva a una donna sterile di dare al
marito la propria schiava come concubina.
Se la schiava aveva dei figli, erano
considerati come figli della padrona.
8
DINA
«Ma dall'inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre..,e
i due diventeranno una carne sola». L’amore ma anche la violenza sono un po' il filo conduttore della storia di una
giovane donna, la cui vicenda amara è narrata nel capitolo 34 della Genesi. Il suo nome era Dina ed era la figlia che
il patriarca Giacobbe aveva avuto dalla prima moglie Lia. Il clan ebraico si era accampato nei pressi di Sichem, una
città posta nella regione centrale della Terrasanta, la futura Samaria. La ragazza si era voluta recare in città per
incontrare e conoscere qualche coetanea e divertirsi con lei. La notò, forse proprio perché straniera, il figlio del
principe della città, il cui nome era lo stesso di quello della città, Sichem. Fu un colpo di fulmine: si innamorò, la
corteggiò e riuscì a conquistarla. Ma, anche dopo l'atto sessuale, il suo desiderio era quello di sposarla. Giacobbe e i
fratelli di Dina, saputa la notizia, s'indignarono per quella che essi consideravano una violenza e una violazione
delle norme procedurali matrimoniali dell'antico Vicino Oriente. Nonostante la buona volontà del padre di Sichem
che aveva subito aperto il procedimento per legalizzare l'unione di suo figlio con Dina avviando una trattativa con
Giacobbe, i fratelli di Dina covavano in cuor loro il desiderio di vendicare quello che consideravano un affronto.
Così escogitarono un tranello. Imposero come condizione che Sichem e tutti i maggiorenni della città si
circoncidessero per avere, così, un'omogeneità culturale e religiosa con loro. Il principe Sichem accolse questa
proposta, convinse «quanti avevano accesso alla porta della sua città» -cioè i notabili e i guerrieri perché la «porta»
era il nostro municipio o palazzo comunale e di governo -a circoncidersi. È a questo punto che scatta la brutale
vendetta dei fratelli di Dina. Nel racconto biblico si legge: «Il terzo giorno, quando i Sichemiti erano sofferenti [per
il taglio della circoncisione], I due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, i fratelli di Dina, presero ciascuno la propria
spada, entrarono indisturbati nella città e uccisero tutti i maschi. Passarono così a fil di spada Camoe e suo figlio
Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem e si allontanarono. I figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e
saccheggiarono la città» (34,25-27). Giacobbe reagì a questa strage, consapevole che sarebbe scattata la ritorsione
da parte delle tribù collegate ai Sichemiti, e fu costretto a trasferirsi col suo clan altrove. Anche in punto di morte
ricorderà con asprezza la violenza di Simeone e Levi: «Strumenti di violenza sono i loro coltelli... Maledetta la loro
ira, perché violenta, e la loro collera perché crudele!» (Genesi 49,5-7). È curioso notare che Dina non dice una
parola, lei che pure era innamorata di Sichem: è questo il segno di quei tempi (ma non solo!) in cui il maschio
imperava e la donna era solo una suddita silenziosa e obbediente.
TAMAR
Nella Bibbia è raccontata la storia di due Tamar (in ebraico il nome significa "palma"). La prima è la nuora del
patriarca biblico Giuda, figlio di Giacobbe e della sua prima moglie Lia, capostipite della tribù da cui
discenderanno Davide e lo stesso Gesù. Questa prima Tamar biblica incarna il più acceso desiderio di maternità.
Riceve in nozze due mariti successivi, Er e Onan, figli di Giuda, ma entrambi muoiono senza lasciarla incinta e così
avere una discendenza e una memoria dopo la morte. Il suocero nicchia a concederle il terzo figlio nel timore quasi
che la nuora avesse in sé qualche potere mortifero. Tamar, allora, ricorre ad un espediente sconcertante, narrato nel
capitolo 38 della Genesi. Si finge prostituta e, senza farsi riconoscere, riesce ad attirare a sé il suocero Giuda, che la
mette incinta e la fa generare due gemelli, Peres e Zerach. Curiosa è la tecnica per assegnare la primogenitura:
«Durante il parto, uno di loro mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella
mano, dicendo: Questi è uscito per primo!». Ma ecco la sorpresa: «Ma poi questi ritirò la mano, ed ecco venne alla
luce suo fratello. Allora ella esclamò: Come ti sei aperto una breccia?» (38,28-29). La frase finale è un modo per
spiegare il nome del bambino: "Peres" significa "breccia". Tutto sommato, nonostante i lutti precedenti e i mezzi
poco ortodossi adottati, la storia di questa Tamar finisce bene, tant'è vero che entra nella genealogia di Davide
attraverso il primogenito Peres (Rut 4,18-22) e in quella di Gesù: «Giuda generò Fares [Peres] e Zara [Zerach] da
Tamar» (Matteo 1,3). Ben più drammatica è, invece, la sorte dell'altra Tamar, figlia di Davide e di una principessa
di nome Maaka. Bellissima, aveva fatto innamorare perdutamente un suo fratellastro, Amnon, il quale, fingendosi
malato, s'era fatto da lei accudire per piombarle addosso e violentarla brutalmente (si legga lo Straordinario ed
emozionante racconto del capitolo 13 del Secondo Libro di Samuele). Una volta violentata la donna, Amnon
«concepì verso di lei un odio grandissimo: l'odio verso di lei fu più grande dell'amore con cui lui l'aveva amata
prima» (13,15). Ma la vicenda non finirà qui, anzi, accenderà una serie di eventi che saranno tragici per Davide e il
suo stesso regno. Il fratello di Tamar, Assalonne, ucciderà Amnon il violentatore e, attraverso vari gradi, procederà
verso il progetto di un colpo di Stato che lo vedrà inizialmente trionfare, con la conseguente umiliazione di suo
padre Davide, ma che sfocerà nella sua fine violenta (capitoli 14-19). L’amore di Assalonne per la sorella infelice
sarà, comunque, attestato dal fatto che darà questo stesso nome a sua figlia Tamar (14,27), anch'essa donna
bellissima. Tamar sarà pure il nome di una città al confine meridionale del regno di Giuda, fortificata da Salomone
(I Re 9,18). Ma, nonostante tanta bellezza e la freschezza evocata dalla palma, il nome Tamar rimane il segno di
una storia amara e infame che vedrà infinite volte vittime le donne nei secoli.
9
SIPPORA - ZIPPORA
Mosè sta marciando nel deserto con gli Ebrei che hanno lasciato alle spalle la schiavitù. Camminare e vivere nelle
aspre solitudini del Sinai non è certo rose e fiori e ben presto gli Israeliti cominceranno a tormentare coi loro
lamenti Mosè (Esodo 16,2-15). Ecco, si immagini che Mosè, passando in mezzo a quegli spazi desolati, punteggiati
solo da qualche rara pianta capace di sopravvivere nell'aridità del deserto, ricordasse il suo primo soggiorno nel
Sinai. Allora era solo un principe egizio ribelle per amore del popolo delle sue origini, Israele. Ma in quel deserto
aveva incontrato anche l'amore di una donna di nome Sipporà, che in ebraico indica un "uccello" femmina, forse un
totem della sua tribù; ma si potrebbe fantasticare che, chiamandola, Mosè potesse, come gli innamorati di oggi,
dirle: «Passerotto mio». Certo è che egli l'aveva conosciuta in modo strano. Assetato, aveva raggiunto un pozzo nel
deserto di Madian, un'area posta forse verso l'attuale golfo di Aqaba. Là era giunta anche Sipporà col gregge del
padre, un sacerdote di cui la Bibbia ci dà due nomi, Reuèl e letro. Con lei c'erano le altre sue sei sorelle. Ma,
all'improvviso, ecco irrompere alcuni pastori che, con la prepotenza maschile, cacciano quelle donne dal pozzo.
Mosè con veemenza aveva preso le parti delle ragazze e le aveva aiutate ad attingere acqua. Tornate a casa, esse
avevano raccontato l'episodio al padre, che le aveva mandate a cercare quell'uomo che vagava solitario nel deserto,
per ospitarlo a casa sua e concedergli in moglie Sipporà. I due ebbero un figlio che Mosè volle chiamare Ghersom,
cioè "straniero qui", "forestiero in questo luogo", proprio come lo era anche suo padre (Esodo 2,16-22). Più tardi,
quando Mosè rientrò dall'Egitto e si presentò a capo delle tribù di Israele in marcia verso la terra promessa, Sipporà
gli venne incontro con suo padre Reuèl-Ietro. Fu in quell'occasione che, accanto a Ghersom, c'era il secondo figlio
di cui prima la Bibbia non aveva parlato, Elièzer, cioè "il mio Dio è l'aiuto" (Esodo 18,4). Quell'incontro fu gioioso
e prezioso per i consigli che il vecchio suocero seppe dare a Mosè sulla gestione del potere. Ma la figura di Sipporà
suscitò qualche imbarazzo e cattiveria in Maria e Aronne, sorella e fratello di Mosè, come si ricorda nel libro dei
Numeri (12,1) dove Sipporà è detta «etiope», forse a causa del colore della sua pelle e delle sue origini straniere. Di
lei è bene rievocare uno strano episodio che risale alle origini del suo matrimonio con Mosè. Il racconto biblico è
allusivo e oscuro, pieno di tensione: «Mentre Mosè era in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore lo affrontò
e cercò di farlo morire. Allora Sipporà, presa una selce tagliente, recise il prepuzio al figlio e con quello gli toccò i
piedi [cioè i genitali] e disse: Tu sei per me uno sposo di sangue. Allora il Signore si ritirò da lui. Ella aveva detto
"sposo di sangue" a motivo della circoncisione» (Esodo 4,24-26). Il rito della circoncisione che Sipporà pratica sul
figlio e la circoncisione simulata che compie sul marito placa l'ira divina: così sembra da interpretare questo
episodio enigmatico che vede Sipporà quasi come una sacerdotessa che celebra il rito tipico dell'aggregazione al
popolo ebraico per suo figlio e suo marito. Curiosamente ancor oggi in arabo "marito" e "circoncisione" sono
parole che derivano dalla stessa radice.
DEBORA
Dèbora, in ebraico "ape", forse in memoria di un simbolo totemico tribale. La sua vicenda eroica è narrata in due
versioni parallele, nel capitolo 4 del libro dei Giudici in prosa e nel capitolo 5 in una superba ode, una delle
espressioni più antiche della poesia ebraica. Siamo tra il XII e l'XI sec. a.C., Israele non è ancora uno Stato unitario.
Le tribù ebraiche residenti nel nord della Terrasanta sentono incombere il potere degli indigeni Cananei, che sono
organizzati in varie città-Stato. Una di esse,Asor, minaccia da vicino gli Israeliti dell'attuale Galilea. Il suo re, Iabin,
decide di armare un esercito di carri affidandolo al comando del generale Sìsara, convinto di poter facilmente
piegare le tribù ebraiche locali, il cui esercito, guidato dal generale Barak, è prevalentemente composto di fanteria
leggera. È a questo punto che entra in scena Dèbora, una "profetessa' che dava i suoi responsi oracolari sotto una
quercia sul monte Tabor, il colle che diverrà nella tradizione la sede della trasfigurazione di Cristo. Di fronte
all'inetto "giudice", cioè il governatore ebreo Samgar, e all'esitante Barak, questa donna convoca i combattenti di
Israele e, memore del sostegno del Signore del Sinai, il liberatore del popolo ebraico, lancia le truppe raccogliticce
ebraiche alla guerra per la libertà. Il grido di battaglia è ritmico: «Déstati, déstati, o Dèbora, déstati, déstati, intona
un canto!» (Giudici 5,12). Lo scontro non è descritto ma solo evocato nel suo esito clamoroso. Esso si svolge nella
piana dove scorre il torrente Kison: all'improvviso si scatena un temporale violento, il ruscello deborda e allaga la
pianura. L'evento atmosferico è drammatico per i carri del re di Asor: essi s'impantanano nel terreno molle, le ruote
girano su se stesse, i cavalli scalpitano invano, i soldati si danno alla fuga, lo stesso generale Sìsara è costretto a
riparare in un accampamento beduino e là troverà una fine atroce. La fanteria leggera ebraica riesce, invece, a
muoversi con maggior agilità e a trionfare, mentre sullo sfondo si erge non solo Dèbora, madre della patria, ma
anche il vero vincitore, il difensore degli oppressi, il Signore, colui che ha combattuto con le sue armi cosmiche,
quelle della tempesta e delle acque. Ecco l'inno di Dèbora -che sembra essere, sia pure con le radicali diversità da
Maria, una sorta di "Virgo potens" -nella strofa della battaglia: <Vennero i re, diedero battaglia, combatterono i re
di Canaan, / a Taanac, presso le acque di Meghiddo, / ma non riportarono bottino d'argento. / Dal cielo le stelle
diedero battaglia, / dalle loro orbite combatterono contro Sìsara. / Il torrente Kishon li travolse, / torrente impetuoso
fu il torrente Kison... / Anima mia, marcia con forza!» (5,19-21).
10
Dove cercare la storia nella Bibbia
Libro dei Giudici, capitoli 4 e 5.
Significato del nome li nome ebraico Dvorà, in italiano Debora. significa «ape». Il nome Yael, in italiano Giaele,
significa «stambecco». «capra di montagna».
Ruolo nella storia della salvezza
Debora e Giaele, come gli altri personaggi-chiave del libro dei Giudici. sono scelte da Dio per sconfiggere i nemici
del popolo di Israele e liberarlo dall'oppressione: sono testimoni viventi del patto inscindibile tra il Signore e il Suo
popolo.
Tempi e luoghi
In terra di Canaan, dopo la morte di Giosuè (1200 circa a.C.). Giosuè aveva guidato l'ingresso degli Israeliti nella
terra di Canaan dopo la morte di Mosè. Alla morte sua e delle persone della sua generazione, che avevano assistito
personalmente ai miracoli compiuti dal Signore durante gli anni trascorsi nel deserto. il popolo di Israele fu meno
fedele alla legge del Signore. Quando Egli mandava un giudice a guidare il popolo, questi rimaneva fedele. ma
quando il giudice moriva il popolo tornava a disobbedire. Così. periodicamente, gli Israeliti andavano contro la
volontà del Signore e venivano sconfitti dalle tribù cananee vicine. Ma non appena il popolo si ravvedeva e tornava
a invocare il Suo aiuto. il Signore sceglieva un giudice per liberare il popolo dall'oppressione e fargli da guida.
LA STORIA DI DEBORA E GIAELE
Dopo la morte di Ehud, uno dei giudici, gli Israeliti andarono di nuovo contro la volontà del Signore. allora Egli li
abbandonò nelle mani di Iabin, re di Azor, e del comandante del suo esercito Sisara, che per vent'anni oppressero
duramente Israele. A quel tempo la profetessa Debora. moglie di Lappidot, era giudice in Israele. Debora sedeva
sotto una palma, tra Rama e Bete, e amministrava la giustizia per il popolo. Un giorno mandò a chiamare Barak,
figlio di Abinoam, e gli riferì gli ordini del Signore: «Va' e prendi con te diecimila uomini delle tribù di Naftali e
Zabulon e portali con te sul monte Tabor. Il Signore attirerà Sisara. il comandante di Iabin, al torrente Kison con i
suoi carri e le sue truppe. e li farà cadere nelle vostre mani». Barak le rispose: «Se vieni anche tu, ci vado;
altrimenti no» e Debora ribatté: «Sì, verrò con te, ma questo non ti farà onore, perché il Signore darà Sisara in
mano a una donna». Così Debora si mise in marcia insieme a Barak e al suo esercito di diecimila uomini. Allora
Sisara si mise in marcia con il suo esercito e i suoi novecento carri da guerra per dare battaglia agli Israeliti, ma
Debora rassicurò Barak: «Su, coraggio. Il Signore combatte con te!». Gli Israeliti. guidati dal Signore, presero il
11
sopravvento sui soldati cananei che si diedero alla fuga. Anche
Sisara, il comandante fuggì a piedi abbandonando il suo carro da
guerra. Non lontano dal campo di battaglia stava l'accampamento
di Eber il Kenita: i Keniti erano la tribù del suocero di Mosè. La
moglie di Eber si chiamava Giaele. Sisara corse fino
all'accampamento e Giaele, vedendolo, gli andò incontro:
«Fermati! Fermati qui da me! Non avere paura». Lui entrò nella
tenda e le chiese dell'acqua, lei gli offri latte, lui le chiese di
tenerlo nascosto. Poi, siccome era molto stanco, si addormentò.
Allora Giaele tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un
martello e si avvicinò a Sisara senza fare rumore. Gli conficcò il
picchetto nella tempia piantandolo così forte che rimase piantato
per terra. Così Sisara passò dal sonno alla morte. Barak, che
inseguiva Sisara, arrivò anche lui all'accampamento di Eber,
allora Giaele lo condusse alla tenda: «Vieni, ti farò vedere
l'uomo che cerchi». Quel giorno i cananei furono duramente
sconfitti e al termine della battaglia Debora e Barak si misero a
cantare un inno di lode al Signore: «Voglio lodare il Signore,
voglio cantare inni al Signore, il Dio di Israele».
Significato
La sconfitta dei nemici di Israele in questa storia si deve a due
donne apparentemente lontane e opposte: Debora è una figura
pubblica importante, Giaele è una donna comune, che vive
appartata nella tenda del marito. Eppure, entrambe sono chiamate
a non tirarsi indietro: Debora accompagna Barak in battaglia e
Giaele uccide il comandante nemico trasformandosi anch'essa in
soldato per un giorno. Debora, profetessa e giudice, non esita ad
accompagnare Barak sul campo di battaglia, ergendosi anche a
condottiera militare. Però sappiamo anche che Debora è una
donna sposata, moglie di Lappidot: la narrazione biblica insegna,
con questo esempio antichissimo, che famiglia e impegno
lavorativo -che in questo caso particolare si configura come
impegno civile, sociale e politico -non sono in contraddizione,
neppure quando si tratti di un impegno di grande .responsabilità.
Debora è una donna forte, autorevole e carismatica e non solo
amministra la giustizia per un intero popolo, ma lo guida come
un capo di stato: la Bibbia insegna che ciò che conta per
ricoprire ruoli di responsabilità sono le qualità personali, non il
fatto di essere uomo o donna. Anche l'esempio di Giaele è
emblematico: ciascuno, anche una donna che conduce una vita
domestica riservata, può essere chiamata ad agire con
responsabilità civile e politica e a compiere scelte decisive per
la propria società.
Le leggi di Israele Amministrare la giustizia (Es 23,2-9; Lv
19,15; Dt 1,16-17) Per essere giudici in Israele occorre essere
istruiti e conoscere perfettamente la Torà, la legge di Dio, e la
sua interpretazione: è la Torà, infatti, che regola tutti i
comportamenti del popolo di Israele e che stabilisce le
punizioni per i trasgressori. La Torà insegna anche ai giudici i
criteri fondamentali cui devono sottostare: «È vostro compito
ascoltare la gente e risolvere con giustizia le questioni che uno
può avere sia con i propri connazionali sia con i forestieri che
abitano presso di voi». Il giudice dev'essere equo e imparziale,
senza avvantaggiare il debole o favorire il potente: «Non fate
preferenze nelle vostre decisioni: ascoltate tutti, più o meno
importanti, e non abbiate paura di nessuno, perché il vero
giudice è Dio. Quando ci sono cause troppo difficili per voi,
presentatele a me lo deciderò».
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NOEMI
«Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io darò ascolto al suo
grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani».
Per due volte in questa frase, tratta dall’Esodo 22,21-27, risuona la parola "vedova", in ebraico 'almanah. Essa è
posta -come l'orfano -sotto la diretta tutela divina. Si legge, infatti, nel Salmo 68 (67),6 questa invocazione rivolta
al Signore: «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora». Vedove e orfani nella
società orientale antica erano senza go'el il "difensore" giuridico: Dio stesso entra, allora, in scena per tutelare
queste due categorie di persone. Ogni attentato nei loro confronti sarà, dunque, un delitto anche religioso, perché
coinvolgerà il Signore stesso. Ecco allora, una delle varie figure di vedove bibliche: anzi, nel Nuovo Testamento,
esse riceveranno un vero e proprio statuto ecclesiale (l Timoteo 5,3-16). Si tratta di Noemi, in ebraico Na'omi, "la
mia grazia, amabilità", una delle figure più intense di quel piccolo gioiello letterario e spirituale che è il libretto di
Rut. La sua è una storia di stenti e di povertà che inizia con un'emigrazione: suo marito Elimèlec, che risiede a
Betlemme coi suoi due figli maschi, è senza lavoro in un tempo di carestia; decide, allora, di varcare il Giordano e
di recarsi all'estero, nella regione di Moab. Ma la sorte si accanisce su questa famiglia: giunto in quella terra,
Elimèlec muore. Tuttavia c'è per la vedova Noemi il sostegno dei due figli, dai nomi che sono già tutto un
programma di sventure: l'uno si chiamava Maclon, "malato, debole" in ebraico, e l'altro Chilion, "debolezza". Sta di
fatto che, dopo essersi accasati con due donne moabite, entrambi muoiono, lasciando sole le tre vedove. A questo
punto Noemi sceglie di ritornare in patria, a Betlemme, inducendo le nuore a rimanere coi loro familiari. Ma, se
una di esse di nome Orpa opta per la sua famiglia d'origine, l'altra, Rut ("sazietà"), non ha esitazioni: «Non insistere
con me -dice alla suocera -perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e
dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò
anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi
separerà da te» (Rut 1,16-17).
È commovente questo amore filiale di una nuora nei confronti della suocera. Esso riceverà una benedizione divina.
Giunte a Betlemme, vivranno inizialmente di carità: infatti, secondo la prassi biblica, la spigolatura era un mezzo
per sopravvivere usufruendo della più o meno generosa liberalità dei proprietari terrieri durante la mietitura o la
vendemmia. Sarà Noemi a guidare con una certa astuzia femminile la nuora non solo a ottenere un po' di grano da
un ricco possidente. lontano parente di suo marito, un certo Booz, ma anche a istruirla sul modo per aprire un varco
nel suo cuore, fino a conquistarlo completamente in una scena notturna d' grande emozione e poesia. Non
mancheranno anche in questo caso ostacoli da superare, ma alla fine l'approdo della storia – che è bene leggere
integralmente nei quattro deliziosi capitoli del libro di Rut -è festoso. Rut sposa Booz e la scena finale è quella di
nonna Noemi che stringe tra le braccia il nipotino Obed, tra le congratulazioni delle donne betlemite: <<Noemi
prese il bambino e se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. E le vicine dissero: È’ nato un figlio a Noemi!» (4,1617). Questo bambino, stando alla genealogia finale del libretto di Rut, sarà il nonno del re Davide, che avrà quindi
come bisnonna una straniera, Rut la moabita.
RUT
Rut: il suo è un nome di difficile decifrazione; c'è chi vi scopre la radice ebraica di "vedere" e chi quella di
"riempire", mentre alcuni pensano sia una contrazione di re'ut, "compagna". Forse più suggestiva è l'ipotesi che
"Rut" derivi da rwh, "essere irrigato a sazietà" ("riempire" d'acqua) e, per metafora, "essere colmo di beni", uno dei
termini usati dai profeti per indicare la benedizione del Signore nei confronti del suo popolo. In realtà, Rut era una
straniera, originaria di Moab, e aveva sposato un emigrante ebreo, dal nome emblematico, Chilion, "consunzione":
egli, infatti, era morto presto. Rut, però, aveva deciso di seguire la suocera Noemi ("grazia, fascino") che, priva dei
figli (anche un altro figlio le era morto in giovane età), ritornava in miseria al suo villaggio d'origine, Betlemme. Là
Rut aveva vissuto una delicata vicenda d'amore con un ricco proprietario terriero, Booz ("forza"), che si era
invaghito di lei. L’incontro era avvenuto sullo sfondo di un'estate gioiosa, in mezzo ai campi nei quali Rut cercava
di spigolare così da assicurare la sopravvivenza a sé e a sua suocera Noemi. Tutto, però, si era complicato a causa
della parentela di Booz col primo marito di Rut: per la legge dellevirato (dal titolo levir, "cognato"), codificata
dalla Bibbia nel Deuteronomio (25, 5-10), c'era un altro parente più prossimo di Booz che aveva un diritto di
prelazione matrimoniale. C'è, dunque, un elemento di attesa e di ansia che, però, viene sciolto alla porta del
villaggio di Betlemme, luogo simile al nostro municipio. Quel parente accetta, attraverso un accordo, di lasciare il
passo a Booz. Così, la scena finale del delizioso libretto di Rut è quella della nonna Noemi che stringe felice tra le
braccia il piccolo Obed ("servo" del Signore), nato dal matrimonio finalmente concluso tra sua nuora e Booz. È
proprio a questo bambino che la storia di Rut, la straniera divenuta partecipe del popolo ebraico, ci vuole condurre.
Infatti, come indica la genealogia che suggella il libro, Obed fu il padre di lesse, colui che a Betlemme genererà il
futuro re Davide. Si comprende, allora, che il libro di Rut, la bisnonna di Davide, non vuole solo dipingere un
mirabile quadretto d'amore paesano, ma si presenta come un testo religioso, legato alla dinastia davidica e alla
speranza messianica. È per questo che Rut è una delle pochissime donne (quattro) inserite nella genealogia di Gesù
13
tracciata da Matteo in apertura al suo Vangelo (1,5), mentre il libro di Rut entrerà tra le cinque Meghillot, cioè i
"Rotoli", opere bibliche particolarmente care alla liturgia sinagogale (gli altri testi sono il Cantico, le Lamentazioni,
Qoèlet ed Ester). Il "rotolo" di Rut è letto nella festa di Pentecoste, forse per il fondale che suppone una delle sue
scene più intense ed emozionanti, quella dell'incontro notturno tra Rut e Booz, in occasione della mietitura e
dell'estate (capitolo 3).
Dove cercare la storia nella Bibbia
Libro di Rut.
Significato del nome Il nome Rut è di etimo incerto: alcuni studiosi ritengono che si tratti di un nome moabita,
altri lo ricollegano alla radice ebraica rwh, che significa irrorare, irrigare, ristorare -e in questo caso vorrebbe dire
«ristoro, conforto» -oppure alla radice r'h, che significa stare insieme, essere amici, e quindi significherebbe
«amicizia».
Ruolo nella storia della salvezza Il Libro di Rut racconta la storia di una donna straordinaria, che ha un ruolo
speciale nella storia della salvezza: è la bisnonna del re Davide e il suo nome compare nella genealogia di Gesù (Mt
1,5).
Tempi e luoghi
Nel paese di Moab e a Betlemme, al tempo dei Giudici (1100-1050 circa a.C.).
LA STORIA DI RUT
Rut è una giovane donna moabita che ha sposato un israelita: rimasta vedova, sceglie di rimanere insieme alla
suocera Noemi che vuole fare ritorno a Betlemme, sua città d'origine. Noemi cerca inutilmente di convincere Rut a
tornare, insieme alla cognata arpa, alla casa dei suoi genitori, dove avrebbe potuto sperare di trovare un nuovo
marito e quindi un nuovo benessere. Rut però vuole bene a Noemi e ha deciso di non abbandonarla: «Dove andrai
tu, verrò anch'io. Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove tu morirai, morirò anch'io e li
sarò sepolta: il Signore dovrà punirmi se ti lascerò». Noemi e Rut arrivano a Betlemme all'inizio della primavera, al
tempo della raccolta dell'orzo. Per procurarsi un po' di cibo, Rut va nei campi a raccogliere le spighe dimenticate
dai mietitori, come facevano a quel tempo le persone povere: Booz, il padrone del campo, si accorge di lei e chiede
ai mietitori informazioni sul suo conto. Saputo che si tratta della nuora di Noemi, le si rivolge con gentilezza; Booz
è parente di Elimelech, il marito defunto di Noemi, ed è rimasto colpito dalla devozione di Rut per la suocera: «Ho
saputo quello che hai fatto per tua suocera da quando è morto tuo marito. Hai lasciato tuo padre, tua madre e la tua
patria per venire in mezzo a un popolo sconosciuto. Ti ricompensi il Signore per quello che hai fatto. Il Signore Dio
d'Israele, nel quale hai avuto fiducia, ti dia una ricompensa altrettanto generosa». Booz invita Rut a mangiare con
gli altri mietitori e a tornare a raccogliere le spighe abbandonate nei suoi campi, poi ordina ai mietitori di non
infastidirla e di lasciar cadere apposta le spighe, perché lei possa raccoglierle. Tornata a casa, Rut mostra a Noemi
l'orzo che ha raccolto e le parla dell'incontro con Booz: «Dio benedica Booz! -esclama Noemi -Il Signore è sempre
fedele alle sue promesse, con i vivi e i morti». Poi Noemi spiega a Rut che, secondo la legge degli Israeliti, Booz 14
essendo un parente -è tenuto a prendersi cura di loro. Terminata la mietitura dell'orzo e del grano, Noemi si
preoccupa per il futuro di Rut e la invita a recarsi da Booz per invitarlo ad assumersi le sue responsabilità di
parente, secondo la legge di Israele. Rut, vestita e profumata, si reca sull'aia dove si festeggia la fine della mietitura;
al termine della festa, Rut si corica vicino a Booz come le ha suggerito Noemi. Svegliatosi di soprassalto, Booz
trasalisce; Rut gli spiega: «Sono Rut, la tua serva. Tu sei un parente stretto e per legge devi prenderti cura di me. Ti
chiedo di sposarmi». Booz è felice di questa richiesta: «Il Signore ti benedica! Ora più che mai ti mostri fedele alle
nostre tradizioni familiari». C'è però un parente più stretto di Booz, ed è necessario prima chiedere a lui se intende
fare fronte ai suoi obblighi oppure no. Il mattino dopo, Booz si reca alle porte della città e -alla presenza degli
anziani -ottiene dall'altro parente la rinuncia a esercitare il proprio diritto di liscattare la terra e di sposare Rut. Booz
e Rut si sposano e la loro unione viene benedetta dalla nascita di un figlio, Obed. Secondo la narrazione biblica,
Obed fu il padre di lesse, che fu padre di Davide.
Significato
La storia di Rut è una splendida storia di solidarietà al femminile tra due donne, nuora e suocera, rimaste sole,
senza uomini nella famiglia, che ai tempi della Bibbia erano la condizione indispensabile per garantire il
sostentamento familiare. Ma è allo stesso tempo una storia edificante, che ci fa capire quale sia il senso autentico
del messaggio biblico: la fedeltà a Dio e alle sue leggi conta più del luogo di origine e della condizione sociale. Il
Libro di Rut è la migliore testimonianza di quella protezione speciale che le leggi dell'antico Israele garantivano a
chi è povero e senza mezzi: l'orfano, la vedova, il forestiero (Dt 24,16-17; Dt 27,19). Rut, povera, vedova e
forestiera, grazie alla sua condotta virtuosa e alla sua fedeltà a Dio ottiene benessere, un nuovo marito e una
cittadinanza speciale nella storia di Israele, perché dalla sua discendenza si originerà la stirpe davidica, la stirpe di
Gesù.
Alimentazione: i cereali
I due cereali più importanti nell'agricoltura dell'antico Israele erano il grano e l'orzo. Le spighe tenere, appena
raccolte, venivano abbrustolite sul fuoco e poi i grani
si spezzettavano grossolanamente prima di essere
mangiati. I cereali macinati servivano per fabbricare il
pane, alimento base della vita quotidiana. Farina e
pane non erano solo essenziali per l'alimentazione, ma
anche per la vita religiosa, sotto forma di offerte per il
santuario.
Le leggi di Israele: la proprietà e la vendita della
terra (Lv 25.23-25)
Secondo la Torà, la terra appartiene a Dio e gli uomini
la abitano come stranieri. Ogni sette anni, nell'anno
del Giubileo, i terreni venduti tornavano ai vecchi
proprietari: l'acquisto di un terreno, in altre parole, era
solo un acquisto relativo ai raccolti e non poteva
durare più di sei anni. Se una famiglia si trovava in
difficoltà economiche e aveva una proprietà, i parenti
più prossimi avevano il diritto-dovere di comprarla,
secondo quanto si legge in Levitico 25,25: "Quando
uno dei vostri connazionali, caduto in miseria, sarà
obbligato a vendere qualcuno dei suoi terreni. dovrà
riscattarlo uno dei parenti più prossimi che ha il diritto
di riscatto».
Le leggi di Israele: la mietitura
(Lv 19.9-10: Dt 24.19-21)
Per garantire anche ai più sfortunati la possibilità di
procurarsi il cibo, la Torà stabilisce che qualcosa
rimanga sempre nei campi per i poveri, come si legge
in Levitico 19,9-10: "Quando mieterete, non taglierete le spighe che sono ai bordi dei vostri campi e non tornerete a
raccogliere le spighe rimaste sul campo. Non passerete neppure a raccogliere, nei vostri vigneti, i grappoli
dimenticati o gli acini caduti a terra. Li lascerete per i poveri e per gli stranieri».
Le leggi di Israele: il levirato
(Gn 35.6-8; Dt 25. 5-10)
Nell'antico Israele, se un uomo sposato moriva senza fìgli. uno dei fratelli aveva l'obbligo di prendere la vedova in
moglie: il primo figlio sarebbe stato considerato come un figlio del fratello morto, cosi non si sarebbe cancellata la
sua discendenza.
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MIKAL e ABIGAIL
Dove cercare la storia nella Bibbia
Mikal: Primo Libro di Samuele, capitoli 18,1730; 19,8-18; Secondo Libro di Samuele, capitolo 6,16-23. Abigail:
Primo Libro di Samuele, capitolo 25.
Significato del nome
Il significato del nome Mikal è incerto: secondo alcuni significa «ruscello»; altri ritengono che si tratti di una
forma femminile contratta del nome maschile Mikhaei, che significa «chi è come Dio?». Il nome Abigail è un
composto del termine ebraico av che significa «padre», e della radice ghilà che significa «gioia»: significa quindi
«mio padre è gioia».
Ruolo nella storia della salvezza
Mikal e Abigail sono entrambe mogli di Davide, re simbolo di Israele, dalla cui stirpe nascerà il Messia.
Tempi e luoghi
In terra di Canaan, tra il 1030 e il 970 a.C. circa, durante i regni di Saul e di Davide.
LA STORIA DI MIKAL E LA STORIA DI ABlGAIL.
Mikal, figlia del re Saul, si innamora del giovane Davide, comandante dell'esercito di suo padre. Saul, invidioso
dei successi di Davide e della benevolenza del popolo nei suoi confronti, teme di essere detronizzato e vorrebbe
ucciderlo. Saputo dell'amore di sua figlia, pensa di sfruttarlo a proprio vantaggio: «Offrirò Mikal come sposa a
Davide: me ne servirò come una trappola per farlo cadere in mano ai Filistei». In cambio dell'onore di diventare
genero del re, Saul chiede a Davide un dono inconsueto: «lo non pretendo il tradizionale pagamento in uso per le
nozze, voglio solo la prova dell'uccisione
di cento Filistei, voglio una vendetta contro i miei nemici». Ma Davide uccide duecento Filistei e ottiene Mikal in
moglie. Successivamente, proprio Mikal aiuta Davide a sfuggire a suo padre: «Se non riesci a metterti in salvo
stanotte, domattina ti uccideranno». Lo fa scendere giù dalla finestra e mette un fantoccio nel letto al suo posto,
dicendo che il marito è malato; quando Saul scopre l'inganno, Davide è già lontano. Alla morte di Saul, Davide
diventa re. Dopo aver conquistato Gerusalemme, si reca insieme a una moltitudine di gente festante a prendere
l'arca del Signore: il trasporto avviene tra grida di gioia e suoni di trombe; Davide danza con entusiasmo davanti al
Signore. Mikal, figlia di re e moglie di re, è una donna orgogliosa. Al vedere la danza del marito è scossa dal
disprezzo e dall'indignazione: «Bella figura ha fatto oggi il re di Israele: si è fatto vedere mezzo svestito anche dalle
serve dei suoi dipendenti come avrebbe fatto un uomo da nulla». Ma Davide ribatte: «Ho fatto festa in onore del
Signore che ha scelto me come capo di Israele, suo popolo, al posto di tuo padre o di un suo discendente. In onore
del Signore lo farò ancora. Anzi, personalmente mi umilierò e mi abbasserò ancora di più. Ma le serve di cui tu
parli sapranno mostrarmi rispetto». La narrazione biblica si conclude con un epilogo: Mikal figlia di Saul non ebbe
figli fino alla morte.
Davide conosce Abigail nel periodo del suo esilio, quando fugge da Saul che lo cerca per ucciderlo. Abigail è la
moglie bella e saggia di Nabal di Carmel, un uomo duro e cattivo (Nabal, in ebraico, significa stupido). Nabal
scaccia gli uomini di Davide che chiedevano di partecipare ai festeggiamenti in occasione della tosatura; Davide.
indignato, è pronto a mettere mano alla spada. Fortunatamente, un servo corre ad avvertire Abigail: ((Davide ha
mandato alcuni messaggeri dal deserto a fare gli auguri al nostro padrone, ma lui li ha trattati male. Eppure gli
uomini di Davide erano stati molto buoni con noi: nessun fastidio e nessun danno per tutto il tempo che siamo stati
a pascolare il gregge vicino a loro. Anzi, sono stati per noi una difesa. Pensaci tu e vedi che cosa fare, altrimenti
andrà a finire male per il padrone e per tutti noi». Senza dire niente al marito, Abigail carica gli asini con
abbondanti vettovaglie: "duecento pagnotte, due otri di vino, cinque pecore pronte da cucinare, un grosso sacco di
grano tostato, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi secchi», poi si avvia incontro a Davide.
Mentre lei scende in groppa all'asino sul fianco della collina, lui sale con i suoi uomini, finché non si trovano l'una
davanti all'altro. Davide è intenzionato a vendicarsi: "Che Dio mi punisca mille volte se lascerò in vita fino a
domattina un solo maschio della sua famiglia». Abigail, vedendolo, si getta ai suoi piedi: "La colpa è mia! Non far
caso al comportamento di quel poco di buono di mio marito, è stupido come il suo nome. È colpa mia se non ho
visto gli uomini che avevi mandato. Ma, com'è vero che il Signore vive e tu sei vivo, il Signore stesso ti ha
impedito di compiere un omicidio e di farti giustizia da te». Abigail offre i suoi doni a Davide che li accetta: "Sia
benedetto il Signore, Dio d'Israele, che oggi ti ha mandato a incontrarmi, E benedetta anche tu, perché con il tuo
buon senso mi hai impedito di uccidere e di farmi giustizia da solo». Abigail, il giorno successivo, racconta al
marito ciò che è successo: a Nabal prende un colpo al cuore e rimane immobile come un sasso; dopo dieci giorni
muore. Saputo della sua morte, Davide chiede in sposa Abigail. La narrazione biblica ci dice in seguito che a
Davide e Abigail nasce un figlio a Hebron: Kileab.
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Significato
Mikal è una donna piena d'amore e piena di orgoglio. Per
amore è disposta a sfidare il padre pur di proteggere
Davide, per orgoglio finisce per disprezzarlo. La virtù
maggiore di chi serve il Signore è proprio l'opposto
dell'orgoglio: l'umiltà. Di Mosè, il più grande profeta di
Israele, colui attraverso il quale Dio diede al popolo la
sua Legge, la Torà insegna che "era il più umile di tutti».
Anche Davide si inserisce in questa scia, riconoscendo
solo al Signore gli attributi dell'autentica regalità, davanti
alla quale inchinarsi e abbassarsi umilmente. Mikal, con
tutto il suo orgoglio, è una figura altera e sola: non avrà
figli a tenerle compagnia. Abigail, donna bella e saggia,
impedisce a Davide di lasciarsi trascinare dall'ira e farsi
giustizia da sé: nonostante le sue molte qualità positive e
la protezione divina, anche Davide è umano e può
sbagliare. In questa occasione, l'intelligenza e la
prontezza di una donna riescono a evitare a Davide di
macchiarsi di sangue innocente. Abigail è una figura
luminosa, ricca di autorevolezza: non è certamente una
donna sottomessa, nonostante abbia un marito duro e
prepotente. Anzi, proprio le sue virtù sono una garanzia
per tutti gli altri componenti della casa: è a lei che si
rivolge il servo per ovviare alla stoltezza del padrone. Abigail simboleggia tutte le virtù muliebri decantate in
Proverbi 31, 10: "Com'è difficile trovare una donna di carattere! Essa vale molto di più delle perle di corallo». Il
termine ebraico chail qui tradotto con "carattere" significa "forza, coraggio, valore»: dalla stessa radice deriva la
parola chaial, "soldato". Abigail, infatti, non solo è una perfetta padrona di casa, ma è una donna ferma e
coraggiosa, che non si lascia prendere dal panico di fronte al pericolo: affronta Davide con risolutezza e lo induce a
rendersi conto del grave sbaglio che sta per compiere. Interponendo le sue parole di riconciliazione tra
l'aggressività di due uomini, Abigail riesce ad avere la meglio. Le sue qualità sono riconosciute anche da Davide:
saputo della sua vedovanza, subito la chiede in moglie. Come in molte altre storie della Bibbia, anche in queste due
storie parallele la maternità è segno della benevolenza divina, della partecipazione del Signore alle vite umane:
Mikal, con tutto il suo orgoglio, rimane senza figli; Abigail, bella e saggia, dà alla luce Kileab.
Usi e costumi: le nozze
Secondo l'uso antico, non tocca ai giovani decidere chi sposare, ma sono le famiglie a decidere. Dopo una lunga
contrattazione, si stabilisce quale somma di denaro deve essere versata al padre della sposa. Ai tempi dei patriarchi
ma anche del re Davide, la poligamia era diffusa presso gli Israeliti, anche se comunemente si ritiene che la Torà
prediliga la monogamia. Fu solo nel secolo XI d.C. che il rabbino Gershom ben Judah stabili la monogamia per gli
ebrei ashkenaziti. Tra le comunità ebraiche insediate nei paesi arabi, in particolare tra gli ebrei yemeniti, la
poligamia si è mantenuta fino ai giorni nostri.
BETSABEA
Betsabea, la cui vicenda è narrata in due capitoli indimenticabili, 1'11 e il 12 del Secondo Libro di Samuele, un
testo tutto da leggersi, articolato in più atti. Il primo atto è dominato dal re Davide, affascinato dalla bellezza di
Betsabea nuda, moglie di un suo ufficiale, Uria, un Ittita naturalizzato ebreo. Davide convoca la donna e ha con lei
un rapporto adulterino. E lei gli manda poi una comunicazione lapidaria: "Sono incinta!». Questo comporterebbe
per la donna la pena di morte, essendo in stato di flagrante adulterio (suo marito è in guerra, all'estero, nell'assedio
dell'attuale Amman in Giordania). Si apre, così, il secondo atto che ha per attori Uria e Davide: questi cerca di
convincere il marito di Betsabea, in licenza militare, a sostare a casa sua, così da avere con lei rapporti sessuali e
giustificare in tal modo lo stato di sua moglie. Ma Uria rifiuta e Davide è costretto a eliminarlo. Siamo alla terza
scena, rapida e tragica: Uria porta al suo comandante in modo inconsapevole la sua condanna a morte. Davide,
infatti. gli ha consegnato l'ordine da recapitare al generale Ioab: in esso si raccomanda di esporre Uria in prima fila
così da farlo morire in guerra. Cosa che puntualmente si verifica. Arriva a corte l'atteso dispaccio: "Il tuo servo Uria
l'Ittita è morto». Per Davide questo risolve tutto: può finalmente sposare l'amata Betsabea, senza essere toccato dal
rimorso. Ma nel silenzio complice del popolo che teme il potere, si leva solitaria una voce, quella del profeta Natan.
Egli si presenta al re e gli narra una parabola essenziale, tracciata. con poche pennellate. È la storia di una violenza
perpetrata da un ricco su un povero cui è strappata l'unica pecorella. Davide reagisce emettendo una sentenza
durissima contro questo prepotente. È a questo punto che il profeta gli punta l'indice contro gridandogli: «Tu sei
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quell'uomo. Il re si è, quindi, inconsapevolmente autocondannato. Natan, allora, pronunzia un'aspra requisitoria
contro il sovrano, denunziando non solo il suo adulterio ma anche l'omicidio di Uria, sia pure perpetrato da altre
mani. Davide, ritornato alla sincerità della sua coscienza, confessa la sua colpa: «Ho peccato contro il Signore!», E
queste parole sono il punto di partenza del Salmo 51, il Miserere, che la tradizione metterà sulle labbra di Davide. Il
Signore perdona, ma non ignora la necessità dell'espiazione che avviene in una forma che a noi crea imbarazzo: il
figlio nato dalla relazione con Betsabea, nonostante le implorazioni di Davide, morirà. In realtà è questo un modo
per spiegare il dramma familiare della morte di quel neonato, legandolo al tema della giustizia divina.
ALCUNE PREMESSE: Dove cercare la storia della Bibbia
Secondo Libro di Samuele, capitoli Il,1-27 e
12,1-25; Primo Libro dei Re, capitoli 1,11-40 e 2,13-25.
Significato del nome Il nome ebraico Batsheva, in italiano Betsabea, può significare «figlia di sette» o «figlia del
giuramento>>.
Ruolo nella storia della salvezza
Betsabea è la madre di Salomone, che subentra a Davide sul trono di Israele; Betsabea è anche una delle quattro
donne menzionate dall'evangelista Matteo nella sua genealogja di Gesù (cf Mt 1,6).
Tempi e luoghi
A Gerusalemme, all'epoca del re Davide (1000 circa a.C.).
LA STORIA DI BETSABEA
Betsabea è la moglie di Uria l'lttita, un ufficiale dell'esercito del re Davide. Mentre l'esercito degli israeliti, al
comando di Ioab, è in guerra contro gli ammoniti e assedia la città di Rabba, Davide, rimasto a Gerusalemme,
passeggiando sul terrazzo della reggia scorge dall'alto una donna bellissima che fa il bagno in una casa vicina. Si
informa e gli riferiscono che si tratta di Betsabea. Affascinato, Davide la manda a chiamare e ha rapporti con lei.
Dal momento che Betsabea ha appena terminato i rituali di purificazione al termine del suo ciclo mensile, quando
scopre di essere rimasta incinta non ha dubbi: il padre del bambino è Davide. Davide allora ordina al suo
comandante Ioab di mandare Uria a combattere in prima linea, dove la mischia è più violenta, e poi di lasciarlo
solo, così che venga colpito a morte. Saputo della morte del marito, Betsabea si mette in lutto per lui. Al termine
del periodo di lutto, Davide la prende in moglie. Il Signore però non approva il comportamento di Davide; il
profeta Natan glielo riferisce: «Ascolta quel che ti dice il Signore Dio d'Israele: "Io ti ho consacrato re d'Israele e ti
ho liberato dagli attacchi di Saul. Ti ho fatto diventare capo del popolo d'Israele e di Giuda. Perché hai disprezzato
il Signore e hai fatto il male? Tu hai fatto morire in battaglia Uria l'ittita. Per prenderti in moglie la sua sposa, hai
agito in modo che Uria fosse ucciso dagli ammoniti. Poiché mi hai disprezzato e hai preso in moglie la sposa di
Uria l'Ittita, la tua famiglia sarà per sempre colpita da morti violente"... Davide riconosce il proprio peccato e si
pente; Natan replica: «Il Signore sarà indulgente con il tuo peccato: tu non morirai; tuttavia, poiché hai offeso
gravemente il Signore, il bambino che ti è nato morirà>>. Malgrado Davide digiuni e pianga per il figlio avuto da
Betsabea, dopo una settimana il bambino muore. Davide allora conforta Betsabea e ha da lei un altro figlio:
Salomone. Questa volta il bambino è caro al Signore, che lo fa sapere a Davide tramite il profeta Natan. Betsabea
non compare più nelle cronache del regno di Davide fino a quando il re non è molto vecchio e si apre il capitolo
della successione. Adonia, il maggiore dei figli di Davide, già si atteggia a futuro re. Ma non tutti sono dalla sua
parte. Il profeta Natan è tra coloro che osteggiano Adonia e si reca da Betsabea: <<Voglio darti un consiglio: se mi
ascolti potrai salvare la tua vita e quella di Salomone. Va' dal re Davide e digli: Ricordi, mio signore, quel che mi
avevi giurato? Mi avevi promesso che mio figlio Salomone avrebbe regnato dopo di te e ti avrebbe sostituito sul
trono. Perché allora Adonia si è fatto re?". Betsabea va dal re e fa quello che Natan le ha chiesto; subito dopo anche
Natan arriva a confermare le sue parole e Davide giura a Betsabea: «Com'è vero che il Signore è vivente e mi ha
salvato da tutti i pericoli, oggi stesso farò quel che ti ho promesso davanti al Signore, Dio d'Israele. Salomone è il
mio successore e sederà sul mio trono". Salomone è immediatamente consacrato re e, alla morte di Davide, sale sul
trono del padre e consolida il proprio potere. L'ultima apparizione di Betsabea è quando Adonia le chiede di
intercedere in suo favore presso Salomone per lasciargli sposare l'ultima concubina di suo padre, Abisag la
sunnamita. Betsabea si reca da Salomone: «Voglio chiederti un piccolo favore: non rifiutarmelo!". E Salomone
risponde: «Chiedi quello che vuoi, sarai accontentata". Ma quando Betsabea gli chiede di permettere ad Adonia di
sposare Abisag la sunnamita, Salomone reagisce con estrema durezza: "Perché mi chiedi solo di lasciargli sposare
Abisag? Già che ci sei, potresti chiedermi subito che gli ceda il regno! Che Dio mi punisca se Adonia non pagherà
con la vita questa sua pretesa!». Infatti, avere rapporti con la concubina di un re era come avanzare pretese sul
trono; così, Salomone ordina che Adonia sia messo a morte.
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Significato
Betsabea è una donna molto bella e, a quanto riferisce la Bibbia, osserva i comandamenti sia per quanto riguarda i
rituali di purificazione mensili sia riguardo al lutto. Ma è anche una donna ingenua, che si trova, suo malgrado,
invischiata nei meccanismi del potere, da cui rimane però sostanzialmente estranea. Lascia che siano gli uomini, di
volta in volta, a decidere per lei: prima Davide, che la prende al marito Uria, poi il profeta Natan, che si serve di lei
per contrastare le ambizioni di Adonia, e infine Adonia
stesso, che cerca il suo appoggio per rivendicare le sue
ambizioni sul trono con uno stratagemma. Se per un verso
colpisce l'ingenuità con cui Betsabea si rivolge a Salomone
intercedendo per Adonia, dall'altro il comportamento di
Betsabea mostra una donna che, nonostante tutti gli anni
trascorsi nel palazzo del potere, non ne ha compreso affatto
le logiche basate sulla forza e sull'inganno, sui sotterfugi e
le meschinità: una persona che, malgrado tutto, ha
mantenuto la propria purezza, non solo nel corpo ma anche
nel cuore.
USI E COSTUMI: Le leggi di Israele: impurità sessuali
della donna (Lv 15,19-32)
Tra le istruzioni su ciò che è puro e ciò che è impuro, il
Levitico include anche il ciclo mestruale femminile:
«Quando una donna ha le mestruazioni ed esce sangue dal
suo corpo, è impura per una settimana. Chi la tocca resta
impuro fino a sera. Ogni letto in cui si corica e ogni sedia
sulla quale siede, quando essa ha le mestruazioni, diventa
impura. Chi tocca questo letto o questa sedia deve lavarsi i
vestiti, fare un bagno e resterà impuro fino a sera». Una
donna è resa impura da qualsiasi perdita di sangue:
«Quando una donna ha perdite di sangue per parecchi
giorni al di fuori del tempo delle mestruazioni, e quando
esse si prolungano al di là del tempo normale, essa è
impura per tutto il tempo in cui dura il flusso, come durante
le mestruazioni». Per tornare pura, esiste un preciso rituale
di purificazione: «Quando il flusso è finito, la donna deve
aspettare una settimana per essere di nuovo pura. L'ottavo
giorno essa prende due tortore o due piccioni e li porta al
sacerdote, all'entrata della tenda dell'incontro. Il sacerdote
offre uno dei volatili in sacrificio per il perdono dei peccati
e l'altro in sacrificio completo. Così compie per la donna il
sacrificio di purificazione ed essa è purificata dal suo
flusso».
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LA REGINA DI SABA
«Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone,
con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro>>. Queste parole del Discorso della Montagna, introducono la
figura di Salomone, il creatore del regno unito di Israele, personaggio divenuto emblematico per la sua sapienza
politica e intellettuale. Cristo lo rappresenta nello splendore del suo abbigliamento regale. Ormai egli è diventato un
re noto a livello internazionale e a Gerusalemme, sede di varie ambasciate, giunge in visita di Stato di un
personaggio estero di alto profilo. Essa è definita come la regina di Saba e il suo ingresso in Gerusalemme col suo
corteo aveva lasciato a bocca aperta la folla che si accalcava per ammirarla: <<Arrivò a Gerusalemme con un
corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d’oro in grande quantità e di pietre preziose>> (1 Re 10,2).
La storia dell’arte cristiana si è lasciata conquistare da questa grandiosa parata. Indimenticabile è l’affresco di
Pietro della Francesca, nel ciclo della leggenda della Santa Croce, dipinto tra il 1452 e il 1459 nella chiesa di San
Francesco ad Arezzo: Salomone e la regina, in abiti sontuosi, s'incontrano su un fondale sfarzoso. Raffaello, invece,
nelle Logge Vaticane raffigura la regina che avanza verso Salomone, ormai canuto ma solenne, che le va incontro a
braccia aperte, mentre attorno i servi recano doni preziosi. Saba, in ebraico Sheba, non era l'Etiopia come
immaginerà la posteriore fantasia popolare, bensì uno Stato da collocare probabilmente nella parte sud-occidentale
della penisola arabica, corrispondente in pratica all'attuale Yemen. Si trattava, quindi, dei Sabei, spesso citati nella
Bibbia (per esempio, Giobbe 1,15; 6,19), una popolazione dedita ai commerci di spezie, oro e pietre preziose, nota
anche per le iscrizioni rinvenute nella loro capitale Mareb. Sta di fatto, però, che il testo biblico di 1 Re 10 cerca
soprattutto di dipingere quell'incontro come un dialogo tra sapienti con l'ovvia prevalenza di Salomone. Si ha, così,
l'occasione non solo di mostrare la connessione tra sapienza e politica, tipica della cosiddetta letteratura sapienziale
che in Salomone aveva un alfiere e un emblema, ma anche di celebrare il primato della sapienza ebraica.
Infatti nel suo discorso ufficiale la regina di Saba con enfasi loda, sì, la gestione del potere da parte del collega
Salomone ma alla fine conclude con una "benedizione" di chiara impronta religiosa, simile a una professione di
fede biblica: «Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te cosi da collocarti sul trono di Israele,
perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia» (10,9). Quasi un
millennio dopo, Gesù evocherà quell'evento di politica internazionale in chiave simbolica applicandolo a se stesso:
«La regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini
della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!» (Matteo 12,42).
Dove cercare la storia nella Bibbia
Primo Libro dei Re, capitolo 10,1-10.13; Secondo Libro delle Cronache, capitolo 9,1-12.
Significato del nome
La tradizione biblica non ci ha tramandato il nome della regina di Saba.
Ruolo nella storia della salvezza
La regina di Saba, nelle parole evangeliche, assurge a esempio di chi, cercando la sapienza, impara a conoscere
Dio, fonte della vera sapienza: "Nel giorno del giudizio la regina del sud si alzerà a condannare questa gente: essa
infatti venne da molto lontano per ascoltare le sagge parole del re Salomone. Eppure, di fronte a voi c'è uno che è
più grande di Salomone!.. (Mt 12,42).
Tempi e luoghi
A Gerusalemme, all'epoca del re Salomone (950 circa a.C.).
LA STORIA DELLA REGINA DI SABA
La narrazione biblica sulla visita della regina di Saba al re Salomone a Gerusalemme si trova, pressoché identica,
nel primo libro dei Re e nel secondo libro delle Cronache. Nella sua semplicità, il racconto di questa regina che si
mette in viaggio dal suo lontano paese nella penisola arabica per incontrare Salomone, affascinata dai racconti sulla
sua saggezza, non ha bisogno di aggiunte o di modifiche: "La regina di Saba, udita la fama di Salomone, venne da
lui per mettere alla prova la sua sapienza con alcuni enigmi. Si recò a Gerusalemme accompagnata da un grande
corteo, con molti cammelli carichi di profumi, oro in abbondanza e pietre preziose. Andò da Salomone e lo
interrogò su tutti i problemi che la interessavano. Il re Salomone rispose a tutte le sue domande; non c'era niente
che non sapesse, poteva risolvere qualunque problema. La regina di Saba si rese conto della saggezza di Salomone,
vide il suo palazzo, i cibi della sua tavola, le abitudini dei suoi ministri, l'organizzazione dei suoi funzionari e le
loro divise, i maggiordomi e i sacrifici che Salomone offriva nel tempio. Di fronte a tutto questo, per l'ammirazione
restò senza parole. Allora disse al re Salomone: "Era proprio vero quel che avevo sentito dire nella mia terra su di
te e sulla tua saggezza! Io non potevo crederci, ma ora sono venuta e l'ho visto con i miei occhi. Non mi avevano
raccontato neppure metà di quello che vedo. La tua saggezza e la tua prosperità sono molto più grandi di quel che
mi era stato riferito. Beate le tue mogli e i tuoi funzionari, che stanno sempre qui con te e possono ascoltare i tuoi
discorsi pieni di saggezza! Sia benedetto il Signore, il tuo Dio, che ti ha voluto a capo d'Israele! II Signore ha
manifestato per Israele il suo amore senza fine quando ti ha fatto re perché tu mantenga la legge e la giustizia".
Poi la regina di Saba regalò a Salomone più di duecentotrenta quintali d'oro, una gran quantità di profumi e pietre
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preziose. Nessuno ha mai regalato tanti profumi quanti ne diede la regina a Salomone. Il re Salomone diede alla
regina di Saba tutto quel che lei desiderava; aggiunse anche altri regali, con la generosità che gli era propria. Poi la
regina di Saba fece ritorno alla sua terra con tutto il suo seguito".
Significato
La regina di Saba è una donna saggia, che certamente si trova in una situazione privilegiata rispetto alla stragrande
maggioranza delle donne dei suoi tempi, ma proprio in relazione ai suoi tempi ha sicuramente bisogno di
un'autorevolezza superiore a quella di un sovrano di sesso maschile per farsi rispettare e ubbidire dai suoi sudditi.
Desiderando acquisire una sapienza ancora maggiore, si mette in viaggio dal suo regno, che gli studiosi rintracciano
nell'odierno Yemen meridionale, per andare a Gerusalemme a incontrare Salomone, il re d'Israele, di cui si dice
che, oltre a essere molto ricco, sia anche estremamente saggio. Questa donna, certamente ricca e potente a sua
volta, ha l'umiltà sufficiente per ammettere che la vera sapienza si ottiene con una costante ricerca e, invece di
ostentare con soddisfazione quanto ha già raggiunto, si mette in cammino con l'obiettivo di accrescere le proprie
conoscenze attraverso l'incontro con Salomone. In questo senso, la regina di Saba è una figura estremamente
moderna: una donna che si mette in viaggio, consapevole che il perfezionamento interiore avviene attraverso il
costante interrogarsi, la capacità di confrontarsi e mettersi in discussione, di affrontare con umiltà le proprie
incertezze e i propri dubbi. L'accoglienza di Salomone non la delude: oltre a ricambiare i suoi doni con doni
almeno altrettanto ricchi, non si tira indietro davanti alle sue domande ma condivide con lei la propria saggezza, la
mette a parte della sua vita privata, della amministrazione del suo regno, ma anche e soprattutto della sua vita
religiosa. La regina di Saba loda allora Salomone, mostrando di avere compreso che L'origine della saggezza del re
d'Israele viene da Dio, dal suo porsi al servizio di Dio.
USI E COSTUMI: Le leggi di Israele: l'amore per lo straniero
Salomone, nel suo discorso per la consacrazione del tempio di Gerusalemme, prega il Signore di accogliere tutte le
preghiere che gli vengono rivolte, indipendentemente dal popolo di appartenenza: «Quando uno straniero, uno che
non appartiene al tuo popolo, verrà da una terra lontana a pregarti in questo luogo perché avrà sentito parlare della
tua gloria e delle grandi cose che hai fatto, tu, o Signore, ascoltalo dal cielo, dal luogo dove abiti. Esaudisci ogni
richiesta dello straniero. Così tutti i popoli della terra ti conosceranno, ti ubbidiranno come il popolo d'Israele e
sapranno che tu sei adorato in questo tempio che ho fatto costruire. (1 Re 8,41-43). Analogamente, secondo quanto
riferito dal profeta Isaia, il tempio del Signore «si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli".. (Is 56,7). Le
parole di Salomone e di Isaia fanno eco al comandamento della Torà sull'amore per lo straniero: «Quando uno
straniero si stabilirà nella vostra terra, non opprimetelo; al contrario, trattandolo come se fosse uno dei vostri
connazionali. dovete amarlo come voi stessi. Ricordatevi che anche voi siete stati stranieri in Egitto. (Lv 19,33-34).
GEZABELE
Alcune premesse
Dove cercare la storia nella Bibbia
Primo Libro dei Re, capitoli 16,29-33: 18,1-46: 19,1-3; 21,1-29; Secondo Libro dei Re, capitolo 9,22-37.
Significato del nome Il nome Izèvel, in italiano Gezabele, è probabilmente un nome di origine fenicia, che
significa «amante di Baal».
Ruolo nella storia della salvezza
Gezabele è una donna malvagia, che induce al!'idolatria il marito Acab, re d'Israele, stermina i profeti del Signore e
fa uccidere l'innocente Nabot per impossessarsi della sua vigna. Contrapposti alla coppia regnante sono le figure
dei profeti Elia ed Eliseo, che agiscono nel nome del Signore e non hanno paura di sfidare i potenti del loro tempo
per ristabilire l'osservanza della Torà e il culto del vero Dio.
Tempi e luoghi
Nel regno di Israele, tra 1'875 e 1'850 a.C. circa, durante i regni di Acab, Acazia, Ioram e Ieu, al tempo dei profeti
Elia ed Eliseo.
LA STORIA DI GEZABELE
Gezabele, figlia del re di Sidone Et-Baal, sposa il re di Israele Acab. Nella nuova patria porta con sé i propri dèi
fenici, Baal e Asera, e induce il marito a seguirne il culto: «nessuno fu così ostinato contro la volontà del Signore
come Acab, perché sua moglie lo istigava. Fece le cose più vergognose, adorò gli idoli». La regina Gezabele non
solo fa erigere insieme al marito un tempio per il dio Baal e un palo sacro per la dea Asera, ma perseguita chi segue
la volontà di Dio e fa uccidere i profeti del Signore: solo Elia sopravvive. Ma Elia, da solo, smaschera le centinaia
di falsi profeti di Baal e Asera al cospetto di tutto il popolo di Israele e li uccide. Venutolo a sapere, la regina
Gezabele si infuria e minaccia Elia di morte, costringendolo a fuggire. Il Signore, però, soccorre Elia, che riprende
la sua missione. Oltre ad essere idolatra, Gezabele è anche una donna di rara malvagità. che non esita a far uccidere
persone innocenti. Suo marito Acab vorrebbe acquistare una vigna da Nabot. un uomo della città di Izreel, che però
non vuole cedergliela perché l'ha ricevuta in eredità dai suoi antenati. Allora Gezabele scrive agli anziani della città
a nome del re: «Proclamate un giorno di digiuno, radunate la gente e fate sedere Nabot davanti a tutti. Poi fate
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venire due persone senza scrupoli ad accusare Nabot di aver maledetto Dio e il re. Alla fine conducetelo fuori città
e uccidetelo a sassate». Nessuno osa ribellarsi all'ordine della regina e Nabot viene ucciso, allora Gezabele dice al
marito: "Puoi andare a prendere possesso della vigna che Nabot si rifiutava di cederti: ormai è morto!». Acab si
reca alla vigna di Nabot, dove Elia lo raggiunge per ordine del Signore: «Va' dal re di Israele; lo troverai nella
vigna di Nabot della quale è andato a prendere possesso. Riferiscigli queste parole da parte mia: Tu hai ucciso un
uomo e ora vuoi impadronirti dei suoi beni?, e aggiungi: “I cani leccheranno il tuo sangue nello stesso posto dove
hanno leccato quello di Nabob”. Per bocca di Elia, il Signore parla anche a Gezabele: «Il suo corpo sarà divorato
dai cani nella città di Izreeln. Il tempo passa, a Elia succede Eliseo, mentre il re Acab muore e gli succede il figlio
Acazia, che muore anch'egli quasi subito senza figli. Il trono passa quindi a Ioram, fratello di Acazia, ma Eliseo
riceve dal Signore l'ordine di consacrare un nuovo re di Israele, Ieu, che uccide Ioram denunciando contestualmente
il peccato di sua madre: «Come fa ad andare bene finché tua madre Gezabele continua a prostituirsi ad altri dèi e a
far magie?», Saputo della morte di Ioram, Gezabele si rivolge a Ieu con parole prezzanti di sfida, ma i servi la
gettano giù dalla finestra del suo palazzo. Quando però vanno per seppellirla, non trovano più il corpo. I servi lo
riferiscono a Ieu, che dice: "Questo è proprio quel che il Signore ha annunciato per mezzo del suo servo Elia di
Tisbe: I cani divoreranno il corpo di Gezabele, nel territorio di lzreel. Lì. sul terreno, il suo corpo sarà come letame
sparso, al punto che nessuno potrà dire: Questa è Gezabele.
Significato
L'ebraismo considera idolatria, omicidio e incesto i tre peccati capitali: meglio il martirio e la morte, pur di non
trasgredire questi tre divieti. Gezabele incarna pertanto l'antitesi assoluta della morale ebraica: è idolatra, fa
spargere il sangue di un uomo innocente, stermina i profeti del Signore, è dedita alla prostituzione sacra, che rientra
nei rapporti sessuali illeciti, e alla magia. La morte di Nabot è inoltre collegata all'infrazione di altri due
comandamenti: quello che proibisce di testimoniare il falso e quello che vieta di desiderare ciò che appartiene ad un
altro. Il modo in cui Acab si impossessa della vigna di Nabot si può considerare una specie di furto. Gezabele è
quindi una figura completamente negativa, cui si contrappongono le figure di due grandi profeti, Elia ed Eliseo.
Mentre Gezabele simboleggia tutto ciò che la Torà proibisce ed è destinata a una fine ingloriosa, il profeta Elia si
erge a difesa della legge di Dio e del culto monoteista, e al termine della sua vita viene assunto in cielo.
Le leggi di Israele: idolatria
(Es 20,4-6; Dt 5,8-10. Cfr. Es 34,12-17; Lv 26,1; Dt4,15-20)
Il divieto di idolatria è sancito solennemente dal secondo comandamento del decalogo: "Non fabbricarti nessun
idolo e non farti nessuna immagine di quello che è in cielo, sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non devi adorare
né rendere culto a cose di questo genere". In altri punti della Torà, questo divieto è ribadito in termini perentori e
ulteriormente specificato: «Non dovete perdervi a fare statue che rappresentino un dio sotto forma di uomo o di
donna, e neppure sotto forma di un qualunque animale che vive sulla terra, o di un uccello che vola in cielo, o di
una bestia che striscia sul suolo, o di un pesce che vive nelle acque sotto la terra. Quando alzate gli occhi e vedete il
sole, la luna e le stelle, come schiere ordinate nei cieli, non dovete cedere alla tentazione di inginocchiarvi e di
venerare quelle cose.
Le leggi di Israele: omicidio
(Es 20,13; Dt 5,17. Cfr. Gn 9,5-6; Es 21,12-14; Lv 24,17; Nm 35,9-34)
Il divieto di omicidio è sancito solennemente dal quinto comandamento del decalogo: «Non uccidere». Questa
proibizione, espressa in termini assoluti, è generalmente interpretata come il divieto di spargere volontariamente
sangue innocente e si riallaccia al patto sancito da Dio con Noè e i suoi discendenti -e cioè con tutto il genere
umano -alla fine del diluvio: «Se sarà versato il sangue di un uomo, ossia la sua vita, io interverrò per punire:
punirò ogni animale che avrà ucciso un uomo e ogni uomo che avrà ucciso un altro uomo. Chi uccide un uomo
verrà ucciso dall'uomo, perché Dio ha fatto l'uomo a sua immagine». L'omicidio volontario, nell'antico Israele, era
punito con la pena di morte: «Chi colpisce volontariamente una persona e la uccide, deve essere messo a morte; chi
era accusato di omicidio, doveva comunque sottostare a un processo: «Non sarà messo a morte prima di comparire
in giudizio davanti alla comunità», e non poteva essere condannato se la sua responsabilità non era più che certa:
«L'omicida potrà essere condannato a morte solo su deposizione di più testimoni: la testimonianza di una sola
persona non sarà sufficiente. Chi uccideva una persona accidentalmente e involontariamente poteva scappare in una
città-rifugio e rimanervi fino alla morte del sommo sacerdote: dopo, poteva ritornare alle sue terre.
Le leggi di Israele: prostituzione sacra
(Dt 23,18-19)
La Torà stabilisce il divieto della prostituzione sacra, che era legata ai riti di fertilità pagani dei popoli cananei; tali
riti, infatti, avevano carattere sessuale e nei santuari era abituale la presenza di uomini e donne a disposizione di
coloro che vi si recavano per il culto: «Nessun Israelita, uomo o donna, deve darsi alla prostituzione sacra. Il denaro
guadagnato in questo modo non devono portarlo al tempio del Signore, vostro Dio, per adempiere un voto. Quel
che fanno è in realtà una vergogna per il Signore».
Le leggi di Israele: pratiche magiche (Dt 18,9-13)
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La Torà stabilisce il divieto di ricorrere a pratiche magiche: «Non imiterete le pratiche vergognose dei popoli
pagani: nessuno pratichi la divinazione o cerchi di indovinare il futuro, nessuno eserciti la magia, né faccia
incantesimi, o consulti spiriti e indovini; nessuno cerchi di interrogare i morti. Chiunque fa queste cose è
considerato dal Signore una vergogna».
SUSANNA
Protagonista e vittima di un’importante storia è una splendida donna ebrea, Susanna (è il nome di un fiore, tra
l'altro caro al Cantico dei cantici, da alcuni identificato con il giglio rosso, da altri con l'anemone o persino con il
loto). La storia è da leggere nel testo originale, il capitolo 13 del libro di Daniele, una pagina che ci è giunta solo
nella versione greca, un vero gioiello narrativo. La donna era felicemente sposata a un ricco ebreo di nome Ioakim,
il quale abitava in un palazzo circondato da un parco dove ospitava spesso incontri e pranzi con i suoi concittadini.
Tra questi invitati, due anziani magistrati (i giudici erano eletti per un mandato a tempo) si erano
appassionatamente invaghiti di Susanna, senza però confessare l'un l'altro questa cieca attrazione, fino al giorno in
cui si scoprirono insieme nel parco a spiare la donna nuda, mentre faceva il bagno nella piscina. La tentazione li
aveva travolti ed erano piombati sulla donna minacciandola di ricattarla: se non avesse ceduto alle loro voglie, essi
avrebbero testimoniato che un giovane era con lei ed era stata da loro sorpresa in flagranza di adulterio. Pur di non
tradire in nessun modo suo marito, Susanna si mise a urlare facendo accorrere i servi ma, così facendo, cadde nella
trappola ordita dai due perversi magistrati. Ormai per lei non poteva che aprirsi la via di un processo e la certezza
della lapidazione, considerata la qualità perversa dei due suoi giudici. È a questo punto che si ha un colpo di scena
con l'ingresso nel tribunale di un giovane, Daniele, il cui nome è già un programma, perché in ebraico significa
"Dio giudica'. Leggendo il racconto biblico,si può scoprire l'escamotage con cui egli riesce a sbugiardare i due
giudici accusatori e a riconsegnare la bella e casta Susanna alla sua famiglia nella pienezza della sua dignità. La
tentazione che acceca è, certo, un tema costante in tutte le culture, come lo è la prevaricazione nei confronti della
donna, che spesso diventa vittima non solo fisica attraverso lo stupro ma anche nel giudizio ipocrita dei
benpensanti. È in questa luce che la tradizione cristiana, che ha tanto amato la figura di Susanna anche nella storia
dell'arte, ha trasformato la sua vicenda in un simbolo dello stesso Cristo accusato e condannato ingiustamente. Il
tema della tentazione e della sua forza che travolge come un turbine anche l'anziano e la persona perbene rimane,
comunque, un monito per tutti, giovani e vecchi, persone colte e individui semplici.
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GIUDITTA
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio nè aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una
vedova... !>> (Luca). Al centro, dunque, ci sono una vedova e un uomo prevaricatore e prepotente. Sono queste
anche le componenti di un famoso libro biblico giunto a noi solo in greco, pur avendo forse una matrice ebraica o
aramaica: da un lato, c'è una giovane vedova affascinante di nome Giuditta, cioè "Giudeà', un nome ovviamente
simbolico; d'altro lato, si leva un generale corpulento e libidinoso, Oloferne, comandante in capo dell'esercito del re
babilonese Nabucodònosor (VI sec. a.c.), nonostante il suo nome sia persiano (fortunato). Noi, però, fisseremo la
nostra attenzione sull'eroina, Giuditta, che diverrà una vera "madre della patria" ebraica, come altre donne
dell'Antico Testamento: Dèbora ed Ester. La sua stessa città reca un nome emblematico, Betùlia, allusivo di Betel
("casa di Dio"), cioè "casa del Signore Dio", o forse anche "vergine", un titolo spesso attribuito a Israele. La
narrazione di questo libro anticotestamentario, dopo un lunghissimo antefatto (capitoli 1-7), è dominata da una
scena diventata popolare nella storia dell'arte: si pensi alla cruda e violenta Giuditta di Artemisia Gentileschi
(1597-morta dopo i1165l) o a quella, ambigua e sensuale, di Gustav Klimt (1862-1918). Conquistato con le arti
della seduzione Oloferne, sostenuta dalla preghiera e dalla sua incrollabile fede, Giuditta accetta di partecipare a un
festino nella tenda del generale. Lo fa ubriacare e poi, nella solitudine dell'alcova, con un colpo netto di scimitarra
(nell'originale si ha un termine greco di matrice persiana. akindkes, che indica una spada ricurva, simile a una falce)
gli stacca il capo. Si rivela, così, lo scopo ultimo del racconto: è l'esaltazione della protezione che il Signore riserva
agli oppressi, attraverso l'opera di una persona debole e ultima com'era considerata in Oriente una donna e
soprattutto una vedova, priva anche della tutela del marito. È probabile che, al di là del quadro storico fittizio
riconducibile al VI sec. a.C. e all'impero neobabilonese, l'opera rifletta l'epoca dei Maccabei (II sec. a.c.), allorché
su Israele si stendeva la dura oppressione dei siro-ellenisti. Certo è che la figura di Giuditta, bella, ricca, giusta e
fedele, si staglia in tutto il suo valore esemplare e il cantico finale che la esalta si trasforma in una vera e propria
meditazione lirica sulla sua azione dietro la quale si erge Dio, lasciando però spazio anche ai rigurgiti nazionalistici
(capitolo 16). Tra le varie acclamazioni che vengono riservate a questa donna nelle celebrazioni . trionfali
successive alla famosa notte ce ne è una che il cristianesimo ha poi adottato per esaltare Maria, la madre di Cristo:
«Tu sei gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto Israele, tu splendido onore della nostra gente. (15,9). È con
questa aureola gloriosa che Giuditta è passata alla storia. Nonostante le molteplici offerte matrimoniali, essa per
tutta la vita rimase vedova, fedele a suo marito Manasse, morto per un colpo di sole ancor giovane (8,3). Giuditta si
spense a centocinque anni e la casa d'Israele la pianse per sette giorni (16,23-24).
ESTER
«Ponete fine ai lamenti! Io mi farò avvocata presso mio Figlio... Non vi tormentate più, eliminate ogni paura: andrò
io, piena di grazia, da lui a parlargli». Si rivolge così Maria ad Adamo e a Eva nel secondo degli Inni sul Natale del
grande poeta siro-bizantino Romano il Melode (VI sec.). La madre di Cristo è raffigurata come colei che intercede,
l'«avvocata» dell'umanità sofferente e peccatrice. Ebbene, spesso la tradizione ha delineato questo profilo mariano
modellandolo sulla storia esemplare di un'eroina anticotestamentaria, Ester, la cui vicenda è narrata dall'omonimo
libro biblico, a noi giunto in una duplice redazione, l'ebraica e la greca, quest'ultima più ampia dell'altra. L’opera ha
come sfondo la corte persiana del re Assuero, cioè Serse, morto nel 465 a.C. Tuttavia essa fu composta
successivamente, forse nel II sec. a.c. e riflette un'epoca di persecuzioni sofferte dagli Ebrei disseminati nella
Diaspora. Il nome Ester è curioso perché potrebbe essere quello di Ishtar, la Venere orientale, così come il coprotagonista Mardocheo, suo zio, reca il nome del dio Marduk della religione babilonese. Potrebbe, però, derivare
anche dal persiano stareh, "stellà', vocabolo che ha dato origine al nostro termine "astro". In realtà Ester si
chiamava originariamente Adàssa, nome ebraico che significa "mirto". Orfana dei genitori, Ester-Adàssa era stata
adottata dallo zio Mardocheo. Nel racconto, pieno di colpi di scena, entrambi diverranno strumenti di salvezza nei
confronti del loro popolo sottoposto al rischio dello sterminio a causa delle macchinazioni ostili di un ministro del
re di Persia, Aman. Il tutto si svolge a Susa, nell'attuale Iran, metropoli persiana le cui gloriose rovine con
l'acropoli e il palazzo reale sono state messe in luce dagli archeologi. L’editto reale di sterminio degli Ebrei, da
mettere in esecuzione in una data determinata attraverso il ricorso alle "sorti" (Purìm), è alla fine cancellato per
intercessione di Ester, la stupenda ebrea che Assuero aveva posto al vertice del suo harem, scalzandovi Vasti, la
prima moglie. La finale del libro è dedicata, allora, al gioioso sbocco a sorpresa della vicenda: la data delle "sorti"
diventa l'occasione di una festa, quella appunto di Purim, ancor oggi celebrata in modo folcloristico dagli Ebrei e
per molti versi simile al nostro carnevale, sia pure sempre con un'impronta religiosa. L’intercessione decisiva di
Ester, applicata liberamente dal cristianesimo a Maria, è dunque il cuore della narrazione. Questa donna ebrea è
così cantata nel libro a lei intitolato: «La piccola sorgente che divenne un fiume, la luce che spuntò, il sole e l'acqua
copiosa: questo fiume è Ester. .. Sì, il Signore ha salvato il suo popolo, ci ha liberati da tutti questi mali; Dio ha
operato segni e prodigi grandi, quali non sono accaduti mai tra le nazioni» (dal capitolo l0 del testo greco di Ester).
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ANNA
Nell'antico santuario di Silo la folla si sta accalcando per una festa, forse quella autunnale delle Capanne, la
solennità della vendemmia. Il sacerdote-capo, Eli, controlla che tutto si svolga con compostezza. All'improvviso
nota una donna che, in disparte, prega muovendo le labbra ma senza emettere voce, come è prescritto per la
preghiera pubblica. La sua reazione è dura: egli sospetta che la festa dell'uva abbia avuto qualche conseguenza e
apostrofa la donna con asprezza. Le dice: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!». Ma quella
donna, profondamente infelice, gli replica: «No, mio Signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto vino né
altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (l Samuele 1,14-15). Protagonista di
questo piccolo dramma, che si svolge nell'XI sec. a.C., è Anna, un nome che in ebraico evoca il chinarsi amoroso e
"grazioso" di Dio sulla sua creatura. A prima vista questo nome sembra essere smentito dalla storia di chi lo porta:
Anna è la moglie sterile di Elkanà, un uomo delle montagne centrali della Terrasanta. In Oriente la donna sterile era
considerata un ramo secco e inutile ed è per questo che il dolore di Anna è così intenso, anche se suo marito non le
fa pesare questa sua situazione. E Anna è una sorta di simbolo dell'orante, tant'è vero che a lei deve anche uno
splendido cantico che è citato nel capitolo 2 del Primo Libro di Samuele. Sì, perché alla fine Dio si chinerà su
questa sua fedele e le donerà la grazia di un figlio, compiendo in tal modo il significato del nome "Annà'. L’inno di
ringraziamento intonato dalla donna è, in realtà, un salmo autonomo di taglio regale-messianico (in finale si esalta
il re e il Messia). Tuttavia ben s'adatta alla situazione di Anna il cui grembo sterile, simile a una tomba, è fatto
germogliare di vita: «La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. Il Signore fa morire e fa vivere,
scendere agli inferi e risalire» (versetti 5-6). Ma c'è di più. Questo cantico è stato definito il Magnificat dell'Antico
Testamento non solo per il suo avvio che lo rende simile al ben noto inno di Maria (<<Il mio cuore esulta nel
Signore...»), ma anche perché la madre di Gesù modellerà la sua preghiera di lode proprio su questo canto antico.
Si legga, perciò, subito dopo il salmo di Anna, il Magnificat di Maria (Luca 1,46-55) per scoprire questa
connessione. Forse è anche per questo che la tradizione cristiana ha attribuito alla madre di Maria il nome di Anna
(che si festeggia il 26 luglio). Il figlio della prima Anna sarà il grande profeta e sacerdote Samuele e il nome ''Annà'
sarà portato dalla moglie di Tobi e da una vedova di ottantaquattro anni che nel tempio di Gerusalemme accoglierà
il neonato Gesù (Luca 2,36-38). Diverrà anche un nome maschile perché in pratica Anna è in ebraico il diminutivo
di "Giovanni" e ''Ananià'. Così, si chiamerà Anna il sommo sacerdote coinvolto nel processo di Gesù, anche se non
più in carica (Giovanni 18,12-24).
Alcune premesse
Dove cercare la storia nella Bibbia
Primo Libro di Samuele, capitolo l e capitolo 2,111.18-21.
Significato del nome
II nome ebraico Chana, in italiano Anna, significa grazia.. o «graziosa».
Ruolo nella storia della salvezza
La nascita di Samuele si inserisce nel ciclo delle nascite miracolose» narrate dalla Bibbia. II profeta Samuele ha un
ruolo molto importante nella storia del popolo di Israele, perché segna la transizione dall'epoca dei Giudici
all'epoca dei Re.
Tempi e luoghi
In terra di Canaan, all'epoca dei Giudici (1100 circa a.C.).
LA STORIA DI ANNA
Anna è una delle due mogli di Elkana, un uomo della tribù di Efraim. La seconda moglie di Elkana, Peninna, ha
figli, mentre Anna non ne ha. Ogni anno, Elkana si reca con tutta la famiglia al santuario di Silo per adorare il
Signore: al termine del sacrificio, egli dà sempre a Peninna e a ciascuno dei suoi figli un pezzo dell'animale
sacrificato, ma per Anna riserva una parte speciale, perché l'ama molto, malgrado non abbia figli. Peninna, invece,
la umilia in continuazione, tormentandola per la sua sterilità. Così, ogni anno, per Anna la visita al santuario è un
momento particolarmente difficile. Un giorno, Anna è così triste che non vuole mangiare. Il marito le chiede:
«Anna, perché piangi e non vuoi mangiare? Perché sei così triste? Io, per te, non conto più di dieci figli?». Ma
Anna si alza e si allontana dal banchetto sacro, mettendosi a pregare. Piange, mentre prega, e fa una promessa
silenziosa al Signore: «Signore degli eserciti d'Israele, guarda la mia miseria. Ricordati di me che sono la tua serva,
non abbandonarmi! Se mi darai un figlio, ti prometto di consacrarlo per sempre al tuo servizio: i suoi capelli non
verranno mai tagliati». All'ingresso del santuario è seduto il sacerdote Eli che, vedendo Anna pregare in silenzio,
pensa che abbia bevuto troppo: "Per quanto tempo ancora sarai ubriaca? Vai a smaltire il tuo vino"," «Non ho
bevuto né vino né bevande forti; sono soltanto una donna infelice che ha aperto il cuore al Signore. Non
considerarmi una donna da poco: ho pregato così a lungo per la tristezza e l'umiliazione», risponde Anna. Va' in
pace! Che il Dio d'Israele ti conceda quel che gli hai domandato», risponde Eli. "E tu conserva un buon ricordo di
me», gli dice Anna. Ritornati a casa, Anna rimane incinta e, al tempo dovuto, dà alla luce un figlio: Samuele.
Quando Elkana si reca di nuovo al santuario, Anna non lo accompagna. Quando il bambino sarà svezzato, allora lo
porterò io al santuario e sarà presentato davanti al Signore; poi rimarrà là per sempre Il marito le risponde: "Fa'
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come ti sembra giusto... Dopo aver svezzato il bambino, Anna lo porta quindi al santuario e si rivolge a Eli, il
sacerdote: «Ti ricordi di me? Sono proprio quella donna che stava qui presso di te a pregare il Signore. Ho pregato
per avere questo figlio e il Signore mi ha ascoltato. Ora io voglio offrirlo al Signore: per tutta la vita apparterrà a
lui. Poi Anna prega di nuovo, con un lungo inno di ringraziamento a Dio: "Il Signore ha riempito il mio cuore di
gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono
piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Smettete di dire parole
superbe, basta con le frasi arroganti, perché il Signore è un Dio che sa tutto, egli giudica le azioni di ognuno. Egli
spezza l'arco dei forti, riveste i deboli di forza...
Dopo, Elkana e Anna tornano a casa loro a Rama, mentre Samuele rimane con Eli al santuario, per servire il
Signore sotto la sua guida. In seguito, ogni anno Anna torna al santuario con un piccolo mantello per Samuele fatto
da lei; il sacerdote Eli benedice Anna e il marito e dice a Elkana: "II Signore ti conceda di avere altri figli da questa
donna in cambio del bambino che gli avete consacrato... La narrazione biblica della storia di Anna si conclude con
un epilogo felice: dopo la nascita di Samuele, le nascono ancora tre figli e due figlie.
Significato
La storia di Anna è la storia di una donna che, pur avendo molti motivi di felicità, tra cui il profondo amore di suo
marito Elkana, è sopraffatta dalla tristezza e dall'umiliazione, perché non può avere figli. Nella propria debolezza,
malgrado !'incomprensione di suo marito, che pure le vuole bene, e le umiliazioni inflittele da Peninna e dal
sacerdote Eli, Anna confida nel Signore e si affida a lui nella preghiera. Il valore della preghiera è centrale in tutta
la sua storia. La nascita di Samuele ha non soltanto un carattere miracoloso, perché fino a quel momento sua madre
era stata sterile, ma è il frutto di un patto, di una complicità profonda tra Anna e Dio, un dialogo serrato. Dio
concede ad Anna un figlio che Anna, a sua volta, gli consacra e che avrà un ruolo importante nella vita del popolo
di Israele. Anna, in questo senso, è l'antitesi della madre possessiva: sa che quando si dà poi si riceve e, in cambio
del figlio offerto al Signore perché rimanga al suo servizio, il Signore la ricompensa con generosità, concedendole
di avere altri figli.
USI E COSTUMI
Le leggi di Israele: il nazireato (Nm 6,1-8)
Con la sua promessa di non tagliare mai i capelli al figlio, Anna consacra Samuele al servizio del Signore come
nazireo.
ELISABETTA
Tutta una folla s'accalcava attorno a quel rare ambulante, la cui voce squarciava il silenzio del deserto della Giudea.
Ai suoi piedi il Giordano scorreva veloce, prima di precipitare nel Mar Morto, il punto più basso della superficie
terrestre, a oltre 400 metri sotto il livello del mare. Il suo nome era Giovanni e il soprannome era "il Battista", cioè
“Il Battezzatore", proprio per il rito di purificazione che egli imponeva ai suoi seguaci nelle acque del fiume biblico
per eccellenza, il Giordano (il cui nome significa "colui che scende correndo" lungo la valle omonima). Da
Giovanni passiamo alla donna che l'aveva partorito. Il suo nome era solenne, lo stesso di quello della moglie di
Aronne, fratello di Mosè e capostipite del sacerdozio di Israele: Elisheba: cioè Elisabetta che in ebraico significava
"Dio ha giurato” o forse anche "Dio è pienezza" (a causa di sheba che, sempre in ebraico, è il numero 7 simbolo di
perfezione). Pure a lei, che era parente della madre di Gesù, Maria, era toccato il destino di sposare un sacerdote,
Zaccaria, anche perché essa discendeva genealogicamente proprio dal celebre Aronne. Ma quel matrimonio non era
stato del tutto felice. Gli anni passavano, la sua carne sfioriva come la vigoria di suo marito, e il suo grembo
rimaneva sterile. Nell'antico Israele restare senza figli, che ti ricordassero oltre la morte, era quasi una maledizione.
Ma le cose un giorno precipitarono. Il marito Zaccaria, durante il sacrificio vespertino dell'incenso a Gerusalemme,
aveva avuto una visione con un annunzio angelico sconcertante: «Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo
chiamerai Giovanni». Quella sera il marito era tornato a casa come colpito da un ictus: non riusciva più a parlare.
Ma a lei era accaduto qualcosa di ben più sorprendente: aveva sentito germogliare nel suo grembo sterile e ormai
vecchio una vita. Un giorno era venuta a trovarla la sua parente Maria, già incinta di Gesù, e il bambino di
Elisabetta aveva dato i segni della sua vita sussultando nel grembo: era come un salto di gioia, quasi sentisse che
vicino a lui c'era quel bambino che avrebbe segnato la sua vita.
Dal grembo sterile germoglia la vita
Lasciamo Elisabetta proprio così, in dolce attesa, forse in quel delizioso sobborgo di Gerusalemme di nome Ain
Karem ("la fonte della vignà'), dove la tradizione ha identificato la residenza della coppia e ha eretto anche un
santuario per ricordare quell'incontro tra le due donne. La storia di Elisabetta, intrecciata con quella del marito, che
dopo la nascita del figlio tornerà a parlare, e con quella di Giovanni, è narrata nel primo capitolo del Vangelo di
Luca ed è stata tante volte ricreata dalla storia dell'arte.
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ERODIADE E SALOME’
Sono molti i personaggi che hanno segnato la biografia di Giovanni Battista, a partire da sua madre Elisabetta e dal
padre Zaccaria, e quindi la vicenda della sua nascita. Ora è il momento di accostarci alla sua fine tragica che,
secondo lo storico giudaico Giuseppe Flavio, di pochi anni posteriore a Giovanni, si sarebbe consumata nella
fortezza di Macheronte (dal greco mdchaira, "pugnale, spada"), situata su un'altura di 700 metri che incombe sulla
riva orientale del Mar Morto (Antichità Giudaiche XVIII, 5). Il martirio del precursore di Cristo, descritto in modo
vivido soprattutto da Marco (6,17-29), vede la presenza decisiva -oltre che del re Erode Antipa, figlio di Erode il
Grande -di due donne. La prima è Erodìade, nipote di Erode il Grande, andata sposa a un suo zio, Filippo, che però
aveva lasciato, dopo aver avuto da lui una figlia, Salome. Si era, così, legata a un altro zio, quell'Erode Antipa che
era fratellastro del primo marito Filippo e che entra in scena durante il fatale banchetto. Antipa aveva rispetto nei
confronti del Battista, verso il quale nutriva odio e venerazione insieme. Egli, infatti, da un lato lo detestava perché
senza imbarazzi o esitazioni gli gridava: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello» (6,18). D'altro lato,
però, egli «temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell'ascoltarlo restava molto
perplesso' tuttavia lo ascoltava volentieri» (6,20). La sua convivente Erodìade non si rassegnava a sentire quella
voce fastidiosa che le ricordava il suo adulterio e avrebbe voluto cancellare per sempre quella presenza
provocatrice. L’occasione fu appunto quella del banchetto ufficiale e del successo riscosso come danzatrice dalla
sua giovane figlia Salome. Di fronte al giuramento del re di concederle in premio quanto lei desiderasse fosse
anche la metà del suo regno di Galilea e Perea, la donna, istigata dalla madre, pronunziò la fatidica richiesta: <<La
testa di Giovanni il Battista» (6,24-25). Ma quella testa che, quand'era sul collo di Giovanni, risuonava come un
monito, quando fu sul vassoio continuò a essere una realtà altrettanto viva e forte. Il martirio del Battista è entrato,
infatti, nella storia dell'arte con una straordinaria incidenza, divenendo il simbolo delle vittime del potere ingiusto.
Si pensi al dramma Salomè (1893) dello scrittore inglese Oscar Wilde, messo in musica da Richard Strauss nel 190
l e illustrato dai disegni di Aubrey Beardsley. Non si vorrebbe solo ricordare che gli scavi condotti tra il 1968 e il
1982 da alcuni francescani archeologi hanno messo in luce quanto rimane della reggia-fortezza di Macheronte.
Nella sua planimetria è stato identificato anche il triclinio di 25 x 9,50 metri, diviso in due sale da un arco a pilastri.
La prima sala, rettangolare, poteva essere destinata ai maschi e quella quadrata, più piccola, alle donne. Si
spiegherebbe, così, quasi dal vivo un dato del racconto di Marco: «Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò...
Ella uscì e disse alla madre: Che cosa devo chiedere?... E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta...». In
quello spazio che ora è solo avvolto dal sole e dal vento del deserto si consumava la fine drammatica di Giovanni
Battista, colui del quale Cristo aveva detto: «Fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il
Battista» (Matteo Il, Il).
LA SAMARITANA
Il pozzo è profondo oggi 35 metri ed è incastonato nella cripta di una basilica che non fu mai completata. Alla fine
dell'Ottocento, infatti, il patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme aveva progettato la costruzione di una grande
chiesa attorno a quel pozzo, come avevano fatto in passato i crociati; ma la prima guerra mondiale fermò i lavori
per cui rimasero solo le mura perimetrali. Stiamo parlando del "Pozzo di Giacobbe", come lo chiama il Vangelo di
Giovanni, o del "Pozzo della Samaritana", come lo indicano i pellegrini. Ed è proprio su questa donna anonima che
si vuole porre l’attenzione: di lei si sa solo quello che l'evangelista ci narra. Era un caldo mezzogiorno; lei veniva
dal villaggio di Sicar (oggi 'Ascar) e aveva incrociato davanti a quel pozzo Gesù seduto per terra, stanco e assetato.
Cinque matrimoni alle spalle e una convivenza: una storia sentimentale piuttosto turbolenta aveva reso questa
donna sbrigativa e senza tanti riguardi. Era così fiorito subito un dialogo, senza le ritrosie e le riserve che una
società patriarcale com'era quella dell'antico Vicino Oriente supponeva nei rapporti pubblici tra i due sessi.
Una ritrosia che, peraltro, lo stesso Gesù non coltivava, se è vero che spesso era accompagnato da discepole che lo
seguivano, contravvenendo la prassi e lo stile di comportamento dei maestri giudaici. Ma c'era qualcosa di più: lei
non era solo una donna e per di più dal passato burrascoso, era anche una samaritana. Ora, è noto che in Samaria
era presente una comunità molto circoscritta di discendenti dei coloni assiri, miscelati agli Ebrei, che avevano
occupato quella regione dopo la distruzione della sontuosa città di Samaria a opera delle armate del re di Assiria
Sargon II nel 721 a.C. Tra l'altro quella comunità sopravvive ancor oggi in numero esiguo, nella città di Nablus,
nota per gli scontri spesso sanguinosi che ancor oggi oppongono Ebrei e Palestinesi.
La donna era, quindi, una "diversa" in senso etnico e religioso, tant'è vero che essa stessa si stupisce che Gesù la
interpelli perché -nota Giovanni -«i Giudei non hanno rapporti con i Samaritani» (4,9) e uno degli insulti peggiori
che riceverà Gesù dai suoi avversari sarà proprio questo: «Tu sei un Samaritano e un indemoniato» (Giovanni
8,48). Si intuisce, così, la forza dirompente del comportamento di Cristo che non solo non esita a dialogare a lungo
e in profondità (il capitolo 4 è tutto da meditare con attenzione) con una samaritana, ma che poi giungerà al punto
da proporre come emblema da imitare proprio un uomo di Samaria, nella celebre parabola del Vangelo di Luca
10,30-37). L’esito di quell'incontro è noto: abbandonata la brocca, ignorata la sete, la samaritana corre al suo
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villaggio sconvolgendo la placida routine orientale con un annunzio ancora sospeso ma ormai aperto: «Venite a
vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (4,29).
Essa, poi, rientrerà nell'anonimato; ma quell'incontro, che aveva cambiato la sua vita, l'avrebbe fatta rivivere nei
secoli.
MARTA
Ed ecco le sorelle di Lazzaro: la tanto maltrattata Marta tratteggiata da Luca accanto alla sorella (tanto esaltata)
Maria (10,38-42). In aramaico quel nome significa "signora, padrona"; quasi certamente è la sorella maggiore non
solo perché si comporta da "padrona di casa' gestendo le funzioni dell'ospitalità, ma anche perché l’evangelista fa
notare che la casa è sua: «Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò». La scena di Gesù
ospite in quella residenza è stata amata dall’arte: penso a Vehizquez e a una sua tela del 1618 ora a Londra, a
Vermeer (1653, a Edimburgo), a Overbeck (1815, a Berlino).
Lo scrittore francese Paul Claudel nel dramma Lo scambio (894) chiamerà proprio Marta la protagonista, una
donna tutta dedita alla famiglia e agli impegni quotidiani. La scrittrice inglese contemporanea Antonia Byatt la
recupera come figura esemplare nel racconto Cristo nella casa di Marta e Maria. Sì, perché forse questa donna è
stata sostanzialmente disprezzata per il suo impegno concreto, opposto a quello più spirituale e "intellettuale" della
sorella minore Maria. L’interpretazione tradizionale, infatti, vedeva nel brano di Luca il contrasto tra la vita
contemplativa, esaltata e privilegiata, incarnata da Maria, e quella attiva, rappresentata da Marta, con la prevalenza
della prima a discapito della seconda (ma Gesù non era forse anche lui un attivo). In realtà, la scena ha un altro
significato che ha il suo cuore nella frase che Gesù rivolge a questa donna, frase che ha qualche increspatura nella
trasmissione che i vari codici antichi hanno compiuto del testo evangelico. Noi la proponiamo nella forma più
coerente e attendibile: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria
ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (10,41-42). Maria era prima raffigurata in ascolto della parola di
Cristo. Essa era, quindi, il ritratto del vero discepolo che, in qualsiasi contesto, tiene sempre fissa la realtà
necessaria e fondamentale del legame con Dio.
Il limite di Marta, allora, non è nel fatto che era una lavoratrice ma -come osserva Gesù -che era tutta assorbita
dalle troppe cose, era tutta presa dall'esteriorità. Non è, dunque, il lavoro in sé che allontana da Dio e dallo spirito,
ma l'alienazione in esso, l'esserne totalmente catturati, senza tenere più aperto un canale di comunicazione con Dio,
col mistero, con lo Spirito. Questo può accadere non solo a chi lavora materialmente ma anche a chi è forse in un
monastero, eppure la sua mente è travolta e coinvolta in mille pensieri e distrazioni. Anche Marta, pur continuando
a essere la buona padrona di casa, attenta e servizievole nei confronti del suo ospite, potrà "ascoltare la Parola'
interiore. Non per nulla sarà lei, in occasione della morte del fratello Lazzaro, a pronunziare una splendida
professione di fede: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Giovanni Il,27).
MARIA DI MAGDALA
È una storia strana quella di Maria, la discepola di Gesù originaria di Màgdala, un villaggio di pescatori sul lago di
Tiberìade, centro commerciale ittico denominato in greco Tarichea, cioè "pesce salato". La sua figura fu, infatti,
sottoposta a una serie di equivoci. Noi vorremmo partire proprio da quell'alba primaverile evocata da un brano del
Vangelo di Giovanni che la liturgia di Pasqua ci propone, sia pure parzialmente (20,1-18). Maria è davanti al
sepolcro dove poche ore prima era stato deposto il corpo esanime di Gesù. Paradossale è l'equivoco in cui cade la
donna che scambia quel Gesù, ritornato a nuova vita e presente davanti a lei, col custode dell'area cimiteriale.
Come è potuto accadere questo inganno? La risposta è nella natura stessa dell'evento pasquale che incide nella
storia ma è al tempo stesso un atto soprannaturale, misterioso, trascendente. Per "riconoscere" il Risorto non
bastano gli occhi del volto e neppure aver camminato con lui e ascoltato i suoi discorsi sulle piazze palestinesi o
cenato con lui. È necessario uno sguardo profondo, un canale di conoscenza superiore. Infatti Maria "riconosce"
Gesù quando la chiama per nome e gli occhi della sua anima si aprono ed esclama «in ebraico Rabbunì, che
significa: Maestro!» (20,16) e, così, riceve la missione di essere testimone della risurrezione: «Va' dai miei fratelli e
di' loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Maria di Màgdala, allora, andò ad annunciare ai
discepoli: Ho visto il Signore! e anche ciò che le aveva detto» (20,17-18).
Maria di Màgdala era entrata in scena nei Vangeli per la prima volta come una delle donne che assistevano Gesù e i
suoi discepoli coi loro beni. In quell'occasione si era aggiunta una precisazione piuttosto forte: «Da lei erano usciti
sette demòni» (Luca 8,1-3). proprio su quest'ultima notizia si è consumato un altro equivoco. Di per sé,
l'espressione poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva
colpito la donna e da cui Gesù l'aveva liberata. Ma la tradizione, ripetuta mille volte nella storia dell'arte e
perdurante fino ai nostri giorni, ha fatto di Maria una prostituta e questo solo perché nella pagina evangelica
precedente -il capitolo 7 di Luca -si narra la storia della conversione di un'anonima « peccatrice nota in quella
[innominata] città», colei che aveva cosparso di olio profumato i piedi di Gesù, ospite in casa di un notabile fariseo,
li aveva bagnati con le sue lacrime e aveva li asciugati coi suoi capelli.
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Ora, questo stesso gesto verrà ripetuto nei confronti di Gesù da un'altra Maria, la sorella di Marta e Lazzaro
(Giovanni 12, 1-8). E, così, si consumerà un ulteriore equivoco Maria di Màgdala, confusa da alcune tradizioni
popolari con Maria di Betània, dopo, essere stata confusa con la prostituta di Galilea. Ma non era ancora finita la
deformazione del volto di questa donna. Alcuni testi apocrifi cristiani composti in Egitto attorno al III secolo
identificano Maria di Màgdala persino con Maria, la madre di Gesù!
E lentamente la sua trasformazione è tale che essa diventa un simbolo, ossia un'immagine della sapienza divina che
esce dalla bocca di Cristo. È per questo -e non per maliziose allusioni a cui saremmo tentati di credere a una lettura
superficiale -che il Vangelo apocrifo di Filippo dice che Gesù «amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava
sulla bocca>>. Nella Bibbia, infatti, si dice che «la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo>> (Siracide 24,3).
Strano destino quello di Maria di Magdala, abbassata a prostituta ed elevata a Sapienza divina! Per fortuna l'unico
che la chiamò per nome e la riconobbe fu proprio Gesù, il suo Maestro, il Rabbunì, in quel mattino di Pasqua.
LIDIA
A prima vista può sembrare una notazione di taglio antifemminista, propria della cultura orientale di impronta
maschilista (ma anche il mondo greco-romano al riguardo non scherzava!). In un brano degli Atti degli Apostoli si
ha la descrizione del successo che la predicazione di Paolo e di Bàrnaba registra tra i pagani nella città di Antiòchia
di Pisìdia, nell'attuale Turchia centrale. Poi, però, Luca annota: «I Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i
notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio»
(13,50).
Ora, nella vicenda missionaria di Paolo le cose non andarono sempre così. Anzi, spesso le donne furono ardenti
sostenitrici della nuova fede. Ecco un personaggio femminile minore degli Atti degli Apostoli che risponde proprio
a questa caratteristica. Si tratta di una certa Lidia, una donna d'affari della città greca di Filippi in Macedonia. Là,
infatti, nacque la prima comunità cristiana europea, dopo che l'Apostolo a Tròade, nell'attuale Turchia, aveva avuto
la visione notturna di un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!» (16,9).
Così, salpando da Tròade, era approdato a Filippi e, dopo una sosta di alcuni giorni, di sabato si era recato fuori
delle porte della città lungo un fiume: là, infatti, si radunavano gli Ebrei locali, che, non avendo una sinagoga,
pregavano sulle rive di quel fiume così da avere a disposizione l'acqua per le abluzioni rituali. Li Paolo, com'era
suo costume, si rivolse proprio a costoro. «Ad ascoltare c'era anche una donna di nome Lidia, commerciante di
porpora della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo»
(16,14).
Lidia portava un nome comune allora diffuso; era quello di una regione dell'Asia Minore, famosa per la sua
prosperità (suo re era stato Creso!). Era una convertita all'ebraismo dal paganesimo: tale, infatti, è il valore della
formula usata da Luca «credente in Dio». Era originaria di una città dell'Asia Minore, Tiàtira, situata sul fiume
Lico, famosa per le sue industrie di trattamento della porpora: la corporazione dei tintori di quel centro è attestata
da molte iscrizioni venute alla luce. Alla comunità cristiana di quella città era indirizzata una delle sette lettere
dell'Apocalisse (2,18-29).
Anche Lidia apparteneva a quella corporazione di operatori commerciali che trattavano la porpora rossa e viola, ma
si era trasferita poi a Filippi. La sua vita fu mutata proprio da quell'incontro. Scrive Luca negli Atti: «Dopo essere
stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e
rimanete nella mia casa. E ci costrinse ad accettare» (16,15). E, anche dopo la carcerazione che Paolo col suo
collaboratore Sila dovette subire a Filippi, la casa di Lidia rimase sempre aperta, divenendo una sorta di chiesa
domestica dove i cristiani filippesi, tanto cari all'Apostolo, si riunivano in fraternità e in preghiera (16,40).
TABITA
C’è anche un'altra figura minore: siamo a Giaffa, antica città della costa palestinese, ora diventata una specie di
città-satellite o di sobborgo antico e grazioso della moderna Tel Aviv. Qui viveva una cristiana di nome Tabità, un
vocabolo che in aramaico significa "gazzellà' e che è tradotto da Luca nella sua seconda opera, gli Atti, col greco
Dorcas. La gazzella parola che deriva dall'arabo ghazzal è uno degli animali simbolici cari al Cantico dei cantici
(2,9.17; 4,5; 7,4; 8,14). Tabità-Dorcas era una donna generosa, caritatevole, solidale con tutti coloro che erano in
necessità. È per questo che, quando muore e viene allestita la camera ardente al piano superiore della sua
abitazione, è tutto un accorrere di donne vedove o povere in lacrime. Anche san Pietro, subito informato del
decesso e accorso a visitare la salma, è accolto da «tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i
mantelli che Dorcas confezionava quando era fra loro. È a questo punto che si fa strada in Pietro una decisione
ardita: perché non invocare l’aiuto di Cristo, che aveva risuscitato dai morti non solo Lazzaro o il figlio della
vedova di Nain ma anche la figlia dodicenne del capo della sinagoga di Cafarnao, Giairo, così che anche Tabita sia
ridonata alla comunità cristiana di Giaffa.
«Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: Tabità, àlzati! Ed ella aprì gli occhi,
vide Pietro e si mise a sedere. Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò
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loro viva. La cosa fu risaputa in tutta Giaffa e, molti cedettero nel Signore>> (9,40-42). Naturalmente è il Maestro,
cioè Cristo, la vera sorgente della guarigione o della vita ridonata, secondo i casi diversi dei miracoli compiuti dagli
apostoli. Nell'episodio di Tabità il pensiero corre sia all'episodio della figlia di Giàiro sia a quello del figlio della
vedova di Nain. Nel primo caso si ricorda esplicitamente che Gesù, «giunto alla casa, non permise a nessuno di
entrare», mentre fuori «tutti piangevano e facevano il lamento». Poi prendendole la mano, «disse ad alta voce:
Fanciulla, alzati!» (Luca 8,51-54). Anche al giovane morto di Nain Gesù dice: «Ragazzo, dico a te, alzati!» (7,14).
Pietro, dunque, ripete gesti e parole di Cristo ed è per questo che il suo atto è una proclamazione della potenza
salvatrice del Risorto. Come è noto, la scena della risurrezione di Tabità sarà dipinta da Masolino da Panicale
all'interno di quello straordinario complesso di affreschi su san Pietro che Masaccio porterà poi a compimento nella
cappella Brancacci di Santa Maria del Carmine a Firenze (1425).
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