Fedor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e Castigo
PARTE PRIMA
1
All'inizio di un luglio caldissimo, sul far della sera, un giovane
uscì dallo stambugio che aveva in affitto nel vicolo S., scese
nella strada e lentamente, quasi esitando, si avviò verso il ponte
di K. Ebbe la fortuna di non incontrare per le scale la padrona
di casa. Il suo stambugio si trovava proprio sotto il tetto di un
edificio alto cinque piani, e sembrava più un armadio che una
stanza. La padrona di casa che gli affittava quel buco, vitto e
servizi compresi, abitava una rampa di scale più giù, in un
appartamentino indipendente, e ogni volta, per uscire in strada,
egli era costretto a passare davanti alla cucina della padrona,
che teneva quasi sempre spalancata la porta sulle scale. Ogni
volta che passava davanti a quella porta, il giovane provava
una sensazione vaga e invincibile di paura, e poiché se ne
vergognava, faceva una smorfia di stizza. Era sempre in
arretrato con l'affitto, e temeva di imbattersi nella padrona.
Non che fosse timido e vile a quel punto, tutt'altro; ma da un
po' di tempo attraversava uno stato di irritabilità e di tensione
molto vicino all'ipocondria. Si era talmente chiuso in se stesso
e isolato dal resto del mondo che la sola idea di incontrare
qualcuno - non solo la padrona, ma chiunque - lo metteva in
agitazione. Era afflitto dalla miseria; eppure persino le
ristrettezze, negli ultimi tempi, non gli pesavano più. Aveva
smesso del tutto di occuparsi dei problemi quotidiani, ed era
ben deciso a continuare così. In fondo, non aveva affatto paura
della padrona, qualsiasi cosa potesse macchinare contro di lui.
Ma essere fermato sulle scale, costretto ad ascoltare ogni sorta
di assurdità su stupidaggini di cui non gli importava un bel
niente, le insistenze perché pagasse l'affitto, tutte le minacce e
le querimonie che lo obbligavano a destreggiarsi, a scusarsi, a
mentire - ebbene, no: meglio sgattaiolare in qualche modo giù
per le scale e svignarsela senza farsi vedere da nessuno.
Questa volta, però, il timore di incontrare la sua creditrice
riuscì ancora a stupirlo, una volta che fu nella strada.
«In che razza di pasticcio sto andando a cacciarmi, e poi guarda
di che sciocchezze ho paura!» rifletté con uno strano sorriso.
«Mmh... già... All'uomo passa tutto per le mani, e tutto si lascia
scappare per pura vigliaccheria... Questa è una verità
assiomatica... Che strano ! Cos'è che fa più paura alla gente?
Una nuova iniziativa, una parola nuova... Ma io chiacchiero
troppo. E proprio perché chiacchiero non concludo niente.
Però, in fondo, si può dire anche che chiacchiero tanto perché
non concludo niente.
È solo da un mese che ho imparato a dar voce ai miei pensieri,
standomene disteso in un angolo per giorni e giorni... a
annaspare col cervello. Be', e adesso perché sto andando là?
Sono davvero capace di fare questo? Ed è forse una cosa seria,
questa? Non è seria per niente. Mi gingillo così, tanto per dar
sfogo alla fantasia; un modo come un altro per distrarsi! Ma sì,
forse non è altro che questo: un modo per distrarsi!»
Fuori faceva un caldo da morire. In più, c'era una gran calca;
dappertutto impalcature, mattoni, calcina, polvere, e quel
particolare tanfo estivo, così familiare a ogni pietroburghese
che non abbia i mezzi per affittare una casa in campagna. Tutto
ciò, di colpo, diede sgradevolmente sui nervi al giovane, che
già li aveva abbastanza tesi per conto suo.
L'insopportabile puzzo delle bettole, particolarmente numerose
in quella parte della città, e gli ubriachi che - benché fosse un
giorno feriale - continuavano a venirgli tra i piedi, aggiunsero
gli ultimi tocchi alle ripugnanti, squallide tinte del quadro. Un
accentuato senso di fastidio passò per un attimo sul volto del
giovane, che era decisamente bello con i suoi lineamenti fini, i
magnifici occhi scuri e i bei capelli castani, ed era esile e
snello, di statura superiore alla media. Ma ben presto egli cadde
in una profonda meditazione, anzi, per essere più precisi, in
una specie di torpore, e proseguì senza più badare a quanto lo
circondava, e addirittura senza volerlo vedere. Solo di tanto in
tanto borbottava qualcosa tra sé, per quel vezzo di monologare
che egli stesso si era riconosciuto poco prima. In quel
momento, poi, era conscio del fatto che i suoi pensieri a volte si
ingarbugliavano, e anche di essere molto debole: erano già due
giorni che non toccava quasi cibo.
Era vestito tanto male che un altro, anche abituato a queste
cose, ci avrebbe pensato due volte prima di uscire per strada in
pieno giorno con addosso simili stracci. È vero che in quel
rione era molto difficile che qualcuno si meravigliasse per il
modo di vestire di qualcun altro. La vicinanza della Sennàja, il
gran numero di bettole e il fatto che la popolazione fosse
composta essenzialmente di operai e di artigiani, che
s'ammassavano in quelle vie e in quei vicoli del centro di
Pietroburgo, animavano il paesaggio di tipi tali, che nessun
incontro poteva più apparire strano o sorprendente. Nell'animo
del giovane, comunque, s'era già accumulato tanto amaro
disprezzo che, a dispetto della sua giovanile ombrosità, non si
vergognava affatto di ostentare i suoi cenci nella strada. Certo
sarebbe stato diverso se si fosse imbattuto in qualche suo
conoscente o compagno d'un tempo, persone con le quali, di
regola, evitava d'incontrarsi... Tuttavia, quando un ubriaco che
veniva portato, chissà dove e chissà perché, sopra un enorme
carro trainato da un gigantesco cavallo da tiro, passando gli
gridò all'improvviso: «Ehi, tu, cappellone tedesco!» - e si mise
a berciare additandolo, il giovane si fermò di colpo afferrandosi
convulsamente il cappello. Era un cappello alto e rotondo, alla
Zimmerman, tutto liso, rossastro per l'usura, crivellato di buchi
e cosparso di macchie, senza più falde e ammaccato da un lato
nel modo più indecente. Non la vergogna, ma un sentimento
assai diverso, simile addirittura allo sgomento, s'impadronì di
lui.
Peggio di così non potrebbe andare! Ecco, una sciocchezza
come questa, una qualsiasi inezia può guastare tutto il mio
progetto! Sì, un cappello troppo vistoso... È ridicolo, e quindi
lo si nota... Con i miei stracci occorre assolutamente un
berretto, magari una vecchia frittella, non questa mostruosità.
Nessuno porta roba simile, lo si nota a un chilometro di
distanza, e non lo si dimentica... Il più grave è che se ne
ricorderanno, ed eccoti già un indizio. Qui bisogna passare
inosservati più che si può... i piccoli particolari contano più di
tutto!... Sono proprio i piccoli particolari, di solito, a rovinare
ogni cosa...»
Non aveva molto da camminare; sapeva perfino quanti passi
c'erano dal portone di casa: esattamente settecentotrenta. Li
aveva contati, un giorno ch'era in preda più di sempre alle sue
fantasticherie. Non ci credeva ancora molto, allora, a sogni del
genere, e si limitava a eccitarsi con la loro audacia mostruosa
ma lusinghiera; adesso, trascorso un mese, vedeva le cose in un
altro modo, e nonostante tutta l'ironia con cui criticava,
parlando a se stesso, la propria impotenza e indecisione, si era
abituato persino a considerare quella fantasticheria mostruosa
come un'azione, in certo modo, già da compiere, pur
continuando a non aver fiducia in se stesso. In quel momento
stava andando addirittura a fare una «prova» della sua impresa,
e a ogni passo la sua agitazione aumentava.
Con una stretta al cuore, e scosso da un tremito nervoso, si
avvicinò a un enorme fabbricato, che dava da un lato su uno
stretto canale e dall'altro sulla via. L'edificio era composto di
piccoli appartamenti, popolati da ogni specie di artigiani, sarti e
falegnami, nonché da cuoche, tedeschi di vario tipo, ragazze
che vivevano per conto proprio, piccoli impiegati e via
dicendo. Era un continuo sgattaiolare, un continuo andirivieni
di gente attraverso i due portoni e nei due cortili dell'edificio. I
portinai erano tre o quattro; il giovane fu molto contento di non
incontrarne nessuno, e dal portone sgusciò subito via
inosservato verso destra, dove c'era la scala. Una scala buia e
stretta, ma lui sapeva già ch'era così, lo aveva già studiato, e la
cosa gli andava a genio: in quel buio, anche lo sguardo più
indiscreto non era pericoloso. «Se ho già tanta paura adesso,
cosa sarà mai se un giorno dovessi effettivamente passare
all'azione?...» pensò involontariamente, avvicinandosi al quarto
piano. Qui gli sbarrarono la strada alcuni soldati in congedo,
improvvisatisi facchini, occupati a trasportare mobili fuori da
un appartamento. Egli sapeva che in quell'appartamento viveva
un tedesco - un impiegato - con la sua famiglia: «Il tedesco sta
andando via, e quindi, al quarto piano, su questa scala e su
questo pianerottolo, per un certo periodo, di appartamenti
occupati rimarrà soltanto quello della vecchia. È una buona
cosa... non si sa mai...» egli pensò di nuovo, e suonò alla porta
della vecchia. Il campanello tintinnò debolmente, come se
fosse di latta e non di ottone: in case del genere, in
appartamentini come quello, ci sono quasi sempre dei
campanelli così. Egli ne aveva già dimenticato il suono, e
adesso fu come se quel tintinnio particolare gli ricordasse e gli
ripresentasse con chiarezza qualcosa... Fu preso addirittura da
un tremito; a tal punto, ormai, erano indeboliti i suoi nervi.
Dopo un po', si aprì un sottile spiraglio: l'inquilina osservava il
nuovo venuto con palese diffidenza; di lei si scorgevano
soltanto gli occhietti, che luccicavano nel buio. Ma, visto che
sul pianerottolo c'era molta gente si rassicurò e aprì la porta del
tutto. Il giovane oltrepassò la soglia entrando in un'anticamera
buia, separata con un tramezzo da una minuscola cucina. La
vecchia gli stava davanti in silenzio, fissandolo con aria
interrogativa. Era una vecchietta minuta e rinsecchita, sui
sessant'anni, con due occhietti penetranti e cattivi e un piccolo
naso appuntito. Non aveva niente in capo. I capelli color
stoppa, appena brizzolati, erano abbondantemente spalmati di
grasso. Sul collo lungo e sottile, simile a una zampa di gallina,
era attorcigliato un informe straccetto di flanella, e sulle spalle,
nonostante il caldo, le ballava un giubbetto di pelo, tutto logoro
e ingiallito. La vecchietta tossiva e gemeva a ogni istante. Il
giovane doveva averla guardata in qualche modo speciale,
perché negli occhi di lei tornò a balenare la diffidenza di prima.
«Raskòlnikov, studente; sono stato da voi un mese fa,» si
affrettò a mormorare il giovane con un mezzo inchino,
ricordandosi che doveva mostrarsi più amabile.
«Ricordo, bàtjuška, ricordo bene che siete venuto,» disse la
vecchietta con voce chiara, senza staccare gli occhi
interrogativi dal viso del giovane.
«E così... sono qui di nuovo per un altro affaruccio...» continuò
Raskòlnikov, un po' confuso e stupito da tanta diffidenza.
«Del resto, può darsi che lei sia sempre così, solo che l'altra
volta non me n'ero accorto,» pensò, sentendosi a disagio.
La vecchia rimase qualche istante senza parlare, quasi
meditando, poi si fece da parte e, indicando al visitatore l'uscio
che dava in una stanza, disse:
«Entrate, bàtjuška.»
Quando il giovane entrò, la stanza, non molto ampia,
tappezzata di giallo, con gerani e tendine di mussola alle
finestre, era in quel momento tutta illuminata dai bagliori del
tramonto. «Anche allora, dunque, il sole splenderà così!...»
fu il pensiero che passò come per caso nella mente di
Raskòlnikov; ed egli abbracciò con una rapida occhiata tutta la
stanza, per poterne, all'occorrenza, studiare e rammentare la
disposizione. Ma non c'era nulla di particolare. Le suppellettili,
tutte molto vecchie e di legno giallo, si riducevano a un divano
dall'enorme schienale di legno convesso, un tavolo ovale
davanti al divano, una pettiniera con un piccolo specchio
addossata al muro tra le due finestre, alcune sedie lungo le
pareti e due o tre stampe da pochi soldi, incorniciate di giallo,
raffiguranti fanciulle tedesche circondate da uccellini. Tutto
qui. In un angolo, davanti a una piccola icona, ardeva una
lampada. Tutto era molto pulito: sia i mobili sia i pavimenti
luccicavano; ogni cosa brillava.
«Opera di Lizavèta!» pensò il giovane. In tutto l'appartamento
non si sarebbe trovato un solo granello di polvere. «È in casa
delle vedove vecchie e cattive che c'è sempre tanta pulizia,»
continuò a pensare Raskòlnikov, e lanciò un'occhiata curiosa
verso la tenda di cotonina che nascondeva l'uscio attraverso il
quale si accedeva a una seconda, minuscola camera, dove si
trovavano il letto e il cassettone della vecchia e dove egli non
aveva ancora mai gettato lo sguardo. L'intero appartamento era
costituito da queste due stanze.
«Che cosa volete?» disse in tono burbero la vecchietta,
entrando nella stanza e piantandosi, come prima, proprio
davanti a lui, per poterlo guardare dritto in faccia.
«Ho portato qualcosa in pegno, ecco qua!» ed egli cavò di tasca
un vecchio e piatto orologio d'argento. Sulla calotta era inciso
un globo. La catenella era d'acciaio.
«Ma è già scaduto il pegno dell'altra volta. Il mese è finito da
due giorni.»
«Vi pagherò gli interessi per un altro mese; abbiate pazienza.»
«Questo poi lo deciderò io, bàtjuška, se avere pazienza o
vendere subito il vostro oggetto.»
«E quanto mi date per l'orologio, Alëna Ivànovna?»
«Mi portate sempre cianfrusaglie senza valore. L'altra volta,
per l'anellino, ho tirato fuori due biglietti, ma si può averlo
nuovo dal gioielliere per un rublo e mezzo.»
«Datemi quattro rubli, lo riscatterò, è di mio padre. Presto
riceverò dei soldi.»
«Un rublo e mezzo, e gli interessi anticipati, se vi va.»
«Come?... Un rublo e mezzo!» esclamò il giovane.
«Se non vi va...» E la vecchia gli porse l'orologio. Il giovane lo
prese, arrabbiato al punto che già voleva andar via; ma cambiò
idea, ricordando che non aveva altro posto dove andare e che
non era venuto lì solo per il pegno.
«Date qua!» disse con voce sgarbata.
La vecchia infilò le mani in tasca per cercare le chiavi e andò
nell'altra camera, al di là della tenda. Rimasto solo in mezzo
alla stanza, il giovane tendeva l'orecchio e rifletteva. Sentì
aprire il comò. «Dev'essere il primo cassetto,»
pensava. «Lei, dunque, tiene le chiavi nella tasca di destra...
tutte in un mazzo, con un anello di acciaio... E una delle chiavi
è più grossa di tutte le altre, almeno tre volte tanto, ed è
dentata; non può essere del cassettone... Quindi dev'esserci
anche un forziere, o un baule... Interessante... tutti i bauli hanno
delle chiavi così... Ma come è schifoso tutto ciò...»
La vecchia tornò.
«Ecco, bàtjuška: calcolando dieci copeche al mese per rublo,
per un rublo e mezzo dovete pagare quindici copeche; un mese
anticipato. Poi, per i due rubli dell'altra volta, facendo lo stesso
conto, mi dovete dare venti copeche. In tutto, quindi,
trentacinque copeche. Vi restano da ricevere, per il vostro
orologio, un rublo e quindici copeche. Eccoli qua.»
«Ma come! Soltanto un rublo e quindici copeche, adesso!»
«Proprio così.»
Il giovane non stette a discutere e prese il denaro. Guardava la
vecchia e non si decideva ad andarsene, come se volesse dire o
fare ancora qualcosa, ma non sapesse, lui per primo, che cosa
precisamente...
«Forse, Alëna Ivànovna, tra pochi giorni vi porterò ancora un
oggetto... d'argento... Un bell'oggetto, un portasigarette...
appena me lo ridarà un amico...» Si confuse e tacque.
«Ne parleremo quando l'avrete, bàtjuška. »
«Vi saluto... E voi ve ne state sempre sola in casa, vostra
sorella non c'è?» domandò nella maniera più disinvolta
possibile, passando nell'anticamera.
«E a voi, bàtjuška, che ve ne importa di lei?»
«Dicevo così, tanto per dire... e voi, subito... Vi saluto, Alëna
Ivànovna!»
Quando uscì, Raskòlnikov era molto turbato, e il suo
turbamento non faceva che crescere. Mentre scendeva le scale,
si fermò perfino parecchie volte come colpito all'improvviso da
qualche pensiero. E infine, ormai in strada, esclamò:
«Oh Dio! Com'è schifoso tutto ciò! Possibile, possibile che io...
No, è assurdo, una vera assurdità!» aggiunse in tono risoluto.
«Come ho potuto mettermi in testa un'idea così orrenda! Di che
infamie è capace il mio cuore, però! È lurido, schifoso, abietto,
abietto! E pensare che per tutto un mese...»
Ma non riusciva a esprimere appieno il suo turbamento né a
parole, né con le esclamazioni. Quel senso di infinito disgusto,
che aveva cominciato a opprimere e assillare il suo cuore fin
dal momento in cui si stava semplicemente recando dalla
vecchia, aveva ora preso tali proporzioni, si era svelato a tal
punto, ch'egli non sapeva più come sfuggire alla propria
angoscia. Camminava sul marciapiede come un ubriaco, senza
accorgersi dei passanti, urtandoli; e quando tornò in sé era già
nella via successiva. Si guardò intorno e s'accorse di essere
vicino a una bettola, in cui si entrava dal marciapiede,
scendendo una scala fino a un interrato. Dalla porta, proprio in
quell'istante, uscivano due ubriachi, che sostenendosi
vicendevolmente e insultandosi risalivano sulla strada. Senza
pensarci due volte, Raskòlnikov si precipitò giù. Non era mai
entrato in una bettola, ma adesso gli girava la testa, e una sete
ardente lo torturava. Gli venne voglia di bere della birra fredda,
tanto più che attribuiva la sua improvvisa debolezza anche al
fatto di essere affamato. Si accomodò in un angolo scuro e
sporco, davanti a un tavolino appiccicoso, chiese della birra e
mandò giù avidamente il primo bicchiere. Subito si sentì
sollevato e gli si chiarirono le idee. «Sono tutte sciocchezze,»
si disse fiducioso, «non era il caso di agitarsi! Un semplice
disturbo fisico! Basta un bicchiere di birra, un pezzo di
biscotto, e subito, in un attimo, la mente si fortifica, si
schiariscono le idee, si rinsaldano i propositi! Puah, come tutto
questo è meschino!...» Nonostante la smorfia di disprezzo che
aveva appena dedicato a se stesso, aveva già l'aria allegra,
come se si fosse improvvisamente liberato da qualche orribile
fardello, e poté guardare con occhio amichevole i presenti.
Però, perfino in quell'istante, aveva la vaga sensazione che tutta
quella mostra di ottimismo fosse piuttosto insana.
Nella bettola, a quell'ora, di gente ce n'era poca. Dopo i due
ubriachi nei quali s'era imbattuto sulla scala, era uscita, tutta in
una volta, un'intera brigata di cinque uomini, con una ragazza e
un'armonica. Usciti loro, ci furono silenzio e vuoto. Erano
rimasti: un tale dall'aspetto di piccolo borghese - già brillo, ma
senza esagerazione - seduto davanti alla sua birra; il suo
compagno, grasso, enorme, con una gran palandrana e la barba
canuta, sbronzo a dovere, che sonnecchiava sulla panca e che
ogni tanto, all'improvviso, cominciava come in dormiveglia a
far schioccare le dita, ad allargare le braccia e a sobbalzare con
la parte superiore del corpo senza alzarsi dalla panca,
canticchiando una grulleria di cui si sforzava di ricordare i
versi, come ad esempio:
Accarezzò la moglie per un anno intero,
accarezzò la moglie per un a-anno inte-ero...
O di colpo, svegliandosi di nuovo:
Per la Podjàèeskaja s'avviò,
la sua antica fiamma vi incontrò...
Ma nessuno condivideva la sua felicità; il suo taciturno
compagno osservava tutti quegli scatti con ostilità e diffidenza.
C'era inoltre un terzo individuo, il cui aspetto faceva pensare a
un funzionario a riposo. Sedeva in disparte, davanti al suo
bicchiere, dal quale beveva un sorso di tanto in tanto
guardandosi attorno. Anche lui sembrava in preda a una certa
agitazione.
2
Raskòlnikov non era avvezzo alla folla, anzi, come si è già
detto, rifuggiva da qualsiasi compagnia, soprattutto negli ultimi
tempi. Ma ora, d'un tratto, qualcosa lo spingeva verso il suo
prossimo. Era come se dentro di lui avvenisse qualcosa di
nuovo; provava una specie di sete di esseri umani. Dopo un
mese intero di assorta malinconia e di tetra eccitazione era così
stanco che desiderava respirare, almeno per un istante, in un
mondo diverso, comunque esso fosse; e nonostante tutto il
sudiciume dell'ambiente, si tratteneva con piacere nella bettola.
Il padrone dell'esercizio stava in un'altra stanza, ma veniva
spesso in quella principale, scendendovi chissà da dove per
certi gradini; la prima cosa che si vedeva, allora, erano i suoi
eleganti stivali ingrassati, con grandi risvolti rossi.
Indossava una poddëvka e un panciotto di raso nero, unto e
bisunto; non aveva cravatta, e tutto il suo volto era spalmato
d'olio come una serratura di ferro. Dietro il banco stavano un
monello sui quattordici anni e un altro più giovane, che serviva
gli avventori. V'erano cetrioli affettati, biscotti neri e pesce
tagliato a pezzettini; da tutto emanava un pessimo odore.
Mancava l'aria, tanto che non era possibile resistere a lungo
seduti, e tutto era talmente saturo di afrore vinoso che
sembrava di potersi ubriacare in cinque minuti soltanto
respirando.
Capita, a volte, di incontrare persone sconosciute, alle quali
cominciamo a interessarci sin dal primo sguardo, tutto d'un
colpo, prima di scambiare una sola parola. Proprio
un'impressione del genere produsse su Raskòlnikov il cliente
che sedeva un po' in disparte e somigliava a un funzionario a
riposo. Il giovane, in seguito, ritornò parecchie volte su quella
prima impressione, e l'attribuì perfino a un presentimento. Egli
continuava a volger lo sguardo verso il funzionario,
naturalmente anche perché questi, a sua volta, lo guardava fisso
e si vedeva che aveva una gran voglia di attaccar discorso.
Quanto agli altri ch'eran presenti nella bettola, senza escludere
il padrone, il funzionario li guardava con uno sguardo
d'abitudine, o forse di noia, ma anche con un'ombra di
altezzoso disdegno, come persone di condizione e levatura
inferiori, con cui non sarebbe stato possibile parlare di niente.
Era un uomo che aveva già passato la cinquantina, di media
statura e di complessione robusta, brizzolato e con una vasta
calvizie; il volto, gonfio a causa della costante ubriachezza, era
giallo, quasi verdastro, e sotto le palpebre enfiate luccicavano
due occhietti arrossati, stretti come spiragli ma vivacissimi. In
lui v'era qualcosa di molto strano; nel suo sguardo brillava,
oserei dire, una specie di fervore - non privo, forse, di senso e
di intelligenza -, ma balenava anche, nello stesso tempo, la luce
della follia. Indossava un vecchio frak nero, tutto sbrindellato e
ormai senza bottoni. Uno soltanto restava ancora attaccato,
chissà come, ed egli lo teneva allacciato, nell'intento,
evidentemente, di non rinunciare alle convenienze. Dal
panciotto di cotone sporgeva un pettino di camicia tutto
gualcito, sudicio e sbrodolato. Non portava la barba alla
maniera dei funzionari, ma il volto non era stato rasato da
tempo, tanto che cominciava a spuntarvi un pelo setoloso e
grigiastro. Anche nei suoi modi, per la verità, vi era qualche
traccia della sostenutezza burocratica. Tuttavia sembrava in
preda all'inquietudine, si arruffava i capelli, e a momenti, nella
sua malinconia, si puntellava il capo con ambo le mani,
posando i gomiti sdruciti sulla tavola bagnata e appiccicosa.
Finalmente, guardò dritto in faccia Raskòlnikov e disse con
voce alta e ferma:
«E così, mio illustrissimo signore, potrei osare di avere con voi
una conversazione come si deve? Anche se non avete un
aspetto imponente, la mia esperienza riconosce in voi un uomo
istruito e non adusato al bere. Ho sempre rispettato l'istruzione,
non disgiunta dalle effusioni del cuore. Sappiate inoltre che
sono consigliere titolare. Marmelàdov, questo è il mio
cognome; consigliere titolare. Oserò chiedervi: siete mai stato
funzionario?»
«No, sono studente...» rispose il giovane, abbastanza colpito
sia dal particolare tono lambiccato del discorso, sia dal modo
così diretto, a bruciapelo, con cui era stato interpellato.
Nonostante il suo recente, fugace desiderio di avere in ogni
modo contatti con la gente, alla prima parola effettivamente
rivoltagli aveva riprovato di colpo il suo consueto, sgradevole
sentimento di irritazione e repulsione verso qualsiasi estraneo
che sfiorasse o tentasse di sfiorare la sua intimità.
«Studente, quindi, o forse ex studente?» esclamò il funzionario
«Proprio come pensavo! L'esperienza, egregio signore, una
lunga esperienza!» e in segno di vanto si toccò con un dito la
fronte. «Siete stato studente o avete frequentato una facoltà di
studi! Ma permettete...» Si tirò su barcollando, prese il vassoio,
il bicchiere e si sedette, piuttosto di traverso, al tavolo del
giovane. Era brillo, ma parlava con eloquenza e vivacità,
confondendosi solo di tanto in tanto in certi punti e
dilungandosi un po'. Si gettò su Raskòlnikov con una specie di
avidità, come se non avesse parlato a nessuno per un mese
intero.
«Illustrissimo signore,» cominciò quasi con solennità, «la
povertà non è vizio, ed è vero. So che anche l'ubriachezza non
è una virtù, ed è ancor più vero. Ma la miseria nera, egregio
signore, la miseria nera è un vizio. Nella povertà voi conservate
intatta la nobiltà dei vostri sentimenti innati, ma nella miseria
nera no, nessuno mai ci riesce.
Quando si è in miseria nera, non ti si butta nemmeno fuori a
bastonate, ma ti si spazza via da ogni consorzio umano con la
scopa, per aggravare l'offesa; ed è giusto, poiché nella miseria
nera io per primo sono pronto a offendere me stesso. Donde il
beveraggio! Illustrissimo signore, circa un mese fa il signor
Lebezjàtnikov ha picchiato la mia consorte, e la mia consorte
non è certo come me! Capite? Permettetemi inoltre di
domandarvi, così, anche a titolo di semplice curiosità: avete
mai pernottato sulla Neva, sui barconi da fieno?»
«No, non mi è mai capitato,» rispose Raskòlnikov. «Com'è?»
«Ebbene, io vengo da là, ed è già la quinta notte...»
Si riempì il bicchierino, bevve e si fece pensieroso.
Effettivamente, sul suo vestito e perfino tra i capelli, si
vedevano qua e là, impigliate, festuche di fieno. Era molto
probabile che da cinque giorni non si spogliasse e non si
lavasse. Le mani, in particolare, erano sporche, unte, arrossate,
con le unghie nere.
Le sue parole sembravano aver risvegliato l'attenzione
generale, sia pure stancamente. Dietro il banco i ragazzi si
misero a ridacchiare. Il padrone scese palesemente a bella posta
dal piano di sopra per ascoltare quel «mattacchione», e si
sedette un po' in disparte, sbadigliando pigramente, ma con aria
d'importanza. Si vedeva che Marmelàdov, lì, era conosciuto da
molto tempo. Ed era probabile che anche la sua tendenza al
discorrere lambiccato gli fosse venuta dalle frequenti
conversazioni in bettola con sconosciuti di vario genere. È
un'abitudine che per certi bevitori diventa una necessità,
soprattutto per quelli che in casa vengono trattati severamente e
comandati a bacchetta. Proprio a causa di ciò, quando sono in
compagnia di altri bevitori si sforzano, in un certo senso, di
guadagnarne il consenso e, se possibile, perfino il rispetto.
«Di' un po', mattacchione!» disse il padrone. «E perché non
lavori, perché non vai in ufficio, se sei funzionario?»
«Perché non vado in ufficio, illustrissimo signore,» ribatté
Marmelàdov, rivolgendosi esclusivamente a Raskòlnikov, quasi
fosse stato lui a chiederglielo, «perché non vado in ufficio? Ma
credete che non mi pianga il cuore per questo mio strisciare
infruttuoso? Quando un mese fa il signor Lebezjàtnikov
picchiò con le sue mani la mia consorte, e,io giacevo ubriaco
fradicio, credete che io non abbia sofferto? Scusate, giovanotto,
vi è mai capitato... ehm... anche solo di chiedere soldi in
prestito senza speranza?»
«Sì, mi è capitato... ma come sarebbe a dire senza speranza?»
«Cioè, del tutto senza speranza, sapendo già prima che non se
ne caverà niente. Ecco, ad esempio voi sapete già prima e con
assoluta certezza che quel certo individuo, quel
rispettabilissimo e utilissimo cittadino non vi darà un soldo per
niente al mondo; e perché poi, mi domando io, dovrebbe
darvene? Tanto, sa benissimo che non glieli restituirete.
Forse per compassione? Ma il signor Lebezjàtnikov, sempre al
corrente delle idee nuove, aveva già spiegato che oggigiorno la
compassione è perfino proibita dalla scienza, e che così si sta
già facendo in Inghilterra, dove c'è l'economia politica. Quindi,
domando io, perché mai dovrebbe darvene? Ebbene, sapendo
già prima che non vi darà nulla, voi nondimeno vi mettete in
cammino e...»
«Ma perché andarci?» interruppe Raskòlnikov.
«Perché non c'è nessun altro dal quale andare! Bisogna pure
che ogni uomo abbia qualche posto dove andare. Poiché ci
sono momenti in cui assolutamente bisogna andare da qualche
parte! Quando la mia unica figlia andò la prima volta a fare
quello che fanno le donne col biglietto giallo, anch'io andai...
Perché mia figlia vive col biglietto giallo...» egli aggiunse
come per inciso, guardando il giovane con una certa
inquietudine. «Non è nulla, egregio signore, non è nulla!»
s'affrettò, ma apparentemente con calma, a dichiarare, quando i
due ragazzi scoppiarono a ridere insieme dietro il banco e
perfino il padrone sorrise. «Non è nulla! Non mi confondo
certo per codesto crollar di capi, poiché tutti già sanno tutto, e
ogni segreto diviene palese; e non è con disprezzo, ma con
rassegnazione, che considero ciò. Sia pure ! Sia pure ! ‹Ecce
homo !› Scusate, giovanotto: potete voi... Ma no, per dirla con
più forza e in maniera più icastica: non: potete voi, ma: oserete
voi, nel volger lo sguardo a me in codesto istante, affermare
che non sono un porco?»
Il giovane non rispose parola.
«Ebbene,» riprese l'oratore in tono di grande serenità e perfino,
stavolta, con rafforzata dignità, lasciando che nel locale
cessassero le nuove risatine. «Ebbene io sarò un porco, ma lei è
una signora! Io ho l'aspetto di una bestia, mentre Katerìna
Ivànovna, la mia consorte, è persona istruita e figlia d'un
ufficiale dello Stato Maggiore. Sì, sì io sono un cialtrone, ma
lei ha un nobile cuore, e l'educazione l'ha riempita di nobili
sentimenti. Eppure... oh, se avesse avuto pietà di me!
Illustrissimo signore, illustrissimo signore, bisogna bene che ci
sia per ogni uomo almeno un posto in cui si abbia pietà di lui!
Katerìna Ivànovna, invece, benché magnanima, è ingiusta... E
benché io stesso comprenda che quando mi tira per i capelli
non lo fa per altro che per compassione, poiché (non provo
alcun disagio a ripeterlo) lei mi tira per i capelli, giovanotto,»
confermò in tono di raddoppiata dignità avendo nuovamente
udito il solito ridacchiare, «ma, Dio mio, se almeno una volta
lei... Ma no! No! Tutto ciò non serve a nulla, e non mette conto
parlarne! Non mette conto!... Poiché già più d'una volta
l'auspicio si è avverato, già più d'una volta mi hanno compatito,
e tuttavia... questa è la mia natura, sono un animale, e così sono
nato!»
«Altro che!» osservò sbadigliando il padrone.
Marmelàdov batté con aria decisa il pugno sulla tavola.
«Questa è la mia natura! Lo sapete, sapete voi, signor mio, che
mi sono bevuto perfino le sue calze? Non le scarpe, giacché
questo sarebbe ancora in certo qual modo nell'ordine delle
cose, ma le calze, le sue calze mi sono bevuto! E anche la sua
sciarpa di pelo di capra mi sono bevuto, che le avevano
regalato a suo tempo, ed era di sua proprietà, non mia; e
abitiamo in un freddo cantuccio, e quest'inverno lei s'è
raffreddata e ha cominciato a tossire: sangue, già. E abbiamo
tre figli piccoli, e Katerìna Ivànovna sfaccenda da mattina a
sera, strofina e fa il bucato e lava i piccini, abituata com'è alla
pulizia sin da bimba, e tutto con quel suo petto debole e la
predisposizione alla tubercolosi, e io tutte queste cose le sento.
Forse che non le sento? E quanto più bevo, tanto più le sento.
Proprio per questo bevo, perché in questo mio bere cerco
compassione e sentimento... Bevo perché voglio soffrire il
doppio!» E, come sopraffatto dalla disperazione, chinò la testa
sul tavolo.
«Giovanotto,»
proseguì, risollevandosi, «io leggo sul vostro viso qualcosa che
sembra tristezza. L'ho notata appena siete entrato e perciò mi
sono rivolto a voi. Poiché, nel raccontarvi la storia della mia
vita, non intendo mettermi in berlina davanti a questi scioperati
che anche così sanno già tutto, ma mi rivolgo a un uomo
sensibile e istruito. Sappiate dunque che la mia consorte è stata
educata in un istituto provinciale per fanciulle della nobiltà, e
che alla licenza ballò con lo scialle alla presenza del
governatore e di altri personaggi, per il che le diedero la
medaglia d'oro e un attestato di lode.
La medaglia... be', la medaglia l'abbiamo venduta... già da un
pezzo... ehm... mentre l'attestato di lode giace tuttora nel suo
baule, e ancora recentemente lei lo ha mostrato alla padrona di
casa. E benché abbia, con questa padrona, litigi a non finire,
tuttavia ha voluto far bella figura almeno davanti a qualcuno
parlando dei trascorsi giorni felici. E io non la condanno, non
la condanno, giacché questa è l'ultima cosa che le è rimasta dei
suoi ricordi, mentre tutto il resto è andato in polvere! Sì, sì; è
una signora impulsiva, fiera e inflessibile. Lava lei stessa il
pavimento e mangia pane nero, ma non ammette che le si
manchi di rispetto. Proprio per questo non ha voluto lasciar
correre la villania del signor Lebezjàtnikov, e quando, in
conseguenza di ciò, il signor Lebezjàtnikov l'ha picchiata, s'è
messa a letto non tanto per le botte ricevute, quanto per il
dispiacere. Io me la presi ch'era già vedova, con tre bambini,
uno più piccino dell'altro. Con il suo primo marito, un ufficiale
di fanteria, s'era sposata per amore, e insieme a lui era fuggita
dalla casa paterna. Lo amava alla follia, ma quello si buttò nel
gioco, finì sotto processo e in seguito a questo morì. Verso la
fine, la picchiava; e benché lei non glielo perdonasse, cosa che
so per certo e in base a documenti, ancor oggi lo ricorda con le
lacrime agli occhi e me lo rinfaccia, e io ne sono contento, ne
sono contento, perché almeno nei sogni lei si vede qualche
volta felice... Era rimasta, dopo, con tre bimbi in tenera età, in
un distretto lontano e selvaggio dove allora mi trovavo anch'io
e in uno stato di tale disperata miseria che io stesso, pur avendo
visto guai d'ogni sorta, non sono in grado di descriverlo.
Quanto ai parenti, nessuno volle saperne. E poi lei era troppo
fiera, troppo fiera... Allora, illustrissimo signore, allora io,
vedovo a mia volta, e avendo dalla mia prima moglie una figlia
quattordicenne, le offrii la mia mano, giacché non potevo
assistere a un simile strazio. Potete giudicare voi stesso a cosa
erano arrivate le sue sventure se lei, istruita e bene educata e di
buonissima famiglia, acconsentì a sposarmi! Tuttavia, mi
sposò! Piangendo e singhiozzando e torcendosi le mani, ma mi
sposò!
Perché non aveva dove andare. Capite, capite, illustrissimo
signore, che cosa vuol dire non aver più dove andare? No!
Questo voi non lo capite ancora... E per un anno intero io
adempii ai miei doveri coscienziosamente e santamente, senza
nemmeno toccare questo (indicò con il dito il mezzo litro),
poiché ho del sentimento. Ma anche così non riuscii a
compiacerla; e fu allora che perdetti il posto, e anche questo
non per colpa mia, ma per modificazione di organici, e allora sì
che lo toccai!... Sarà già un anno e mezzo che noi, dopo varie
peregrinazioni e innumerevoli traversie, siamo in questa
splendida capitale, adorna di numerosi monumenti. E qui avevo
trovato un posto... L'avevo trovato, e di nuovo l'ho perso.
Capite?... E questa volta l'ho perso per colpa mia, giacché la
mia natura è tornata fuori... E adesso abitiamo in un angolo di
stanza, nella casa di Amàlija Fëdòrovna Lippevechzel, ma di
che cosa viviamo, e con che cosa paghiamo l'affitto, davvero
non lo so. Oltre a noi ci abitano molti altri... Una vera Sodoma,
delle più schifose... ehm... proprio così... E nel frattempo anche
la mia figliola, avuta dal primo matrimonio, è cresciuta, e che
cosa ha sofferto, crescendo, dalla matrigna, di questo preferisco
non parlare. Perché anche se Katerìna Ivànovna è piena di
nobili sentimenti, è una signora impulsiva e irascibile, e ha
certi scatti... Già. Ma non vale la pena di ricordarlo!
Un'educazione, come potete immaginare, Sònja non l'ha
ricevuta. Avevo provato, quattro anni fa, a fare con lei un po' di
geografia e di storia universale, ma siccome io stesso non ero
ferrato, e nemmeno potevamo disporre di manuali decenti, dato
che anche i libri che avevamo... ehm... be', adesso non ci sono
più, così tutto quanto l'insegnamento finì ben presto. Ci
fermammo a Ciro di Persia. Poi, giunta a un'età più matura, ha
letto alcuni libri di contenuto romanzesco; anche di recente, un
libretto avuto dal signor Lebezjàtnikov, la Fisiologia di Lewis lo conoscete? -, l'ha letto con grande interesse e ce ne ha
perfino parlato un poco. La sua istruzione è tutta qui. E adesso,
mio illustrissimo signore, mi rivolgerò a voi, separatamente,
con una domanda di carattere privato: secondo voi, può una
fanciulla povera ma onesta guadagnare a sufficienza con un
lavoro onesto? Nemmeno a quindici copeche al giorno, mio
caro, riesce ad arrivare, se è onesta e non possiede doti
particolari, anche ammettendo che lavori indefessamente! E
perdipiù il consigliere di Stato Ivàn Ivànoviè Klòpštok - l'avete
mai sentito nominare? - non solo non le ha ancora dato i soldi
per avergli cucito mezza dozzina di camicie di tela d'Olanda,
ma l'ha perfino scacciata in malo modo, battendo i piedi e
gridandole un epiteto indecoroso, col pretesto che il collo delle
camicie non aveva la misura giusta ed era cucito storto. E
intanto i bambini hanno fame... E intanto Katerìna Ivànovna si
torce le mani e cammina su e giù per la stanza e le vengono le
macchie rosse sulle guance, come accade sempre con questa
malattia: ‹Così, brutta fannullona, te ne stai qui in casa con noi,
e mangi e bevi e ti godi il calduccio›; che cosa volete che beva
e che mangi poi, quando perfino i bimbi sono tre giorni che
non vedono un pezzo di pane! Io, quella volta, ero a letto... ma
sì, diciamolo pure, ubriaco fradicio, e sento la mia Sònja che
dice (non è tipo da ribattere, e ha una vocina tanto mansueta... è
biondina, col visetto sempre pallido, magrolino), sento che
dice: ‹Katerìna Ivànovna, possibile che io debba fare una cosa
simile?›
Ma Dàrja Fràncovna, una donna malvagia e ben nota alla
polizia, già per tre volte aveva chiesto informazioni per mezzo
della padrona di casa. ‹Perché,› risponde Katerìna Ivànovna,
tutta ironica, ‹che c'è da custodire? Bel tesoro davvero!› Voi
però non fatele colpa, non fatele colpa, illustrissimo signore,
non fatele colpa! Non è nel pieno possesso della ragione che
ciò fu detto, ma con i sensi sconvolti, sotto l'influsso della
malattia, e mentre i bimbi affamati piangevano, e inoltre fu
detto più per offendere che nel suo preciso significato... Perché
Katerìna Ivànovna ha un carattere così, e appena i bimbi
piangono, anche se piangono per fame, subito comincia a
picchiarli. E verso le sei vedo Sòneèka alzarsi, mettersi in capo
il fazzoletto, indossare la mantellina e uscire di casa, per
tornare poi verso le nove.
Appena rientrata, va dritta da Katerìna Ivànovna, e senza
parlare le mette davanti, sul tavolo, trenta rubli d'argento. Non
disse una sola parola, non guardò nessuno; prese il nostro
grande scialle verde di drap de dame (abbiamo uno scialle così,
di drap de dame, di cui ci serviamo tutti), se ne coprì
completamente la testa e il viso e si distese sul letto con la
faccia verso la parete; ma le sue piccole spalle e tutto il suo
corpo non facevano che sussultare... Io ero coricato come il
giorno prima, nel medesimo stato... E allora, giovanotto, allora,
subito dopo, vidi Katerìna Ivànovna avvicinarsi, anche lei
senza dire una sola parola, al lettuccio di Sòneèka, e passare
tutta la sera così in ginocchio accanto a lei; e le baciava i piedi,
non voleva alzarsi, e alla fine si addormentarono così tutte e
due insieme, abbracciate... tutte e due... Sì; e io ero a letto,
ubriaco.»
Marmelàdov tacque, come se la voce gli si fosse spezzata. Poi,
di colpo, si riempì rapidamente il bicchierino, bevve e si
raschiò la gola.
«Da allora, signore mio,» proseguì dopo una pausa, «da allora,
in seguito a un caso disgraziato e su denuncia di gente
malevola, cosa a cui ha contribuito in modo speciale Dàrja
Fràncovna, accampando il pretesto che qualcuno non le
avrebbe dimostrato il dovuto rispetto, da allora mia figlia,
Sònja Semënovna, è stata costretta a munirsi del biglietto giallo
e non ha più potuto, in conseguenza di ciò, rimanere con noi.
Anche la padrona, Amàlija Fëdòrovna, non lo volle permettere
(e sì che fu proprio lei la prima a tenere mano a Dàrja
Fràncovna), e anche il signor Lebezjàtnikov... ehm... Ecco,
proprio a causa di Sònja, egli ebbe quel tale scontro con
Katerìna Ivànovna. Dapprima lui stesso cercava di ottenere
quella tal cosa da Sòneèka, e a un tratto ecco che alza la cresta:
‹Come potrei io, persona così istruita, abitare nello stesso
appartamento con una di quelle?› Ma Katerìna Ivànovna non
gliela passò liscia, volle intervenire... con le conseguenze che
già sapete... Ora Sòneèka viene a trovarci sull'imbrunire, per lo
più, dà una mano a Katerìna Ivànovna, l'aiuta come può...
Quanto a lei, abita nell'appartamento del sarto Kapernaumov, a
pigione, e questo Kapernaumov è zoppo e balbuziente, e anche
tutta la sua numerosa famiglia è balbuziente. Perfino sua
moglie è balbuziente... Vivono tutti in una stanza, mentre Sònja
ne ha una sua a parte, con un tramezzo... ehm, già. Gente
poverissima e balbuziente... già. Un mattino, appena alzato, mi
misi addosso i miei stracci, alzai le mani al cielo e mi avviai da
Sua Eccellenza Ivàn Afanàseviè. Sua Eccellenza Ivàn
Afanàseviè; lo conoscete? No? Allora non conoscete un
sant'uomo! È come la cera... Come cera davanti al volto del
Signore; si strugge come la cera ! Gli venne perfino da
piangere, dopo essersi degnato d'ascoltare tutto. ‹Senti,› dice,
‹tu, Marmelàdov, già una volta sei venuto meno alle mie
aspettative... Ti faccio riassumere ancora una volta sotto la mia
responsabilità personale,› proprio così ha detto, ‹ricordalo! E
ora va' pure!› Io baciai la polvere sotto i suoi piedi,
mentalmente, giacché nella realtà egli non lo avrebbe
permesso, essendo un dignitario e una persona di idee politiche
moderne, oltre che istruito; tornai a casa, e appena ebbi detto
che ero stato ripreso in servizio e che avrei ricevuto uno
stipendio, santo Dio! che cosa non accadde allora...»
Marmelàdov si fermò di nuovo, in preda a una forte agitazione.
In quel momento entrò dalla strada un intero gruppo di
bevitori, già ubriachi fradici, e vicino all'entrata risuonarono le
note di un organino preso a nolo e la vocetta puerile, in falsetto,
d'un fanciullo sui sette anni, che cantava la canzone della
Piccola fattoria. Il locale si riempì di chiasso.
Il padrone e i garzoni si occuparono dei nuovi venuti,
Marmelàdov, senza badare a loro, riprese il suo racconto.
Doveva sentirsi già molto debole, ma quanto più l'alcool gli
saliva alla testa, tanto più diventava loquace. I ricordi del
recente successo in servizio sembravano averlo rianimato e
s'erano perfino rispecchiati sul suo volto, che appariva
raggiante.
Raskòlnikov ascoltava attentamente.
«Questo, signore mio, accadeva cinque settimane fa. Sì...
Appena l'hanno saputo loro due, Katerìna Ivànovna e Sòneèka,
santo Dio, è stato come se mi avessero assunto al regno dei
cieli. Prima, me ne stavo sdraiato come una bestia immonda, e
non piovevano che insulti! Adesso, invece, camminavano in
punta di piedi e cercavano di far star zitti i bimbi:
‹Semën Zachàryè si è stancato al lavoro, sta riposando, sst!›
Prima che andassi in ufficio mi davano il caffè, facevano
bollire la panna! Si misero a procurarsi della vera panna, mi
capite? E dove andarono a prendere, per darmi un'uniforme
decente, undici rubli e cinquanta copeche, davvero non lo
capisco... stivali, pettini di camicia di calicò veramente
magnifici, e l'uniforme di servizio, tutto della più splendida
qualità, con undici rubli e mezzo! Tornato il primo giorno
dall'ufficio, cosa non ti vedo? Katerìna Ivànovna aveva
preparato due piatti, minestra e poi carne salata con rafano,
cosa di cui, fino ad allora, non si era avuta nemmeno l'idea. Lei
di vestiti non ne ha... proprio neanche uno; eppure, quella
volta, sembrava che dovesse andare in visita, era tutta in
ghingheri, e non che avesse niente, ma lei, dal nulla, sa cavar
fuori tutto, così; si pettina, si mette un collettino fresco, delle
sopramaniche, e ne vien fuori una donna tutta diversa,
ringiovanita, imbellita. Sòneèka, la mia colombella, l'aiutava
soltanto con i denari, e ‹quanto a me›, diceva, ‹per un po', è
meglio che non capiti troppo spesso da voi, o caso mai
sull'imbrunire, perché nessuno mi veda›. Capite? Capite? Dopo
mangiato mi ritirai per schiacciare un sonnellino, e allora, ci
credereste? Katerìna Ivànovna non resse più: ancora una
settimana prima aveva litigato a morte con la padrona, con
Amàlija Fëdòrovna, e adesso l'invitò a prendere una tazza di
caffè. Se ne stettero sedute due ore a non far altro che
parlottare: ‹Adesso Semën Zachàryè ha ripreso servizio e
riceve lo stipendio, e si è presentato lui stesso da Sua
Eccellenza, e Sua Eccellenza in persona è uscito fuori e ha
ordinato a tutti gli altri d'aspettare, e ha accompagnato Semën
Zachàryè, sotto braccio, davanti a tutti, fino al suo studio.›
Capite?, capite?
‹Naturalmente io, ha detto, Semën Zachàryè, ben ricordo i
vostri meriti, e sebbene andiate soggetto a questa futile
debolezza, visto che ora mi fate una promessa, e tenuto conto
del fatto che senza di voi qui le cose vanno male (sentite, ma
sentite, dunque!), spero, ha detto, che manterrete la vostra
parola...› Ebbene, tutto questo, ve lo assicuro, se l'era inventato,
ma non per leggerezza, bensì semplicemente per vantarsi!
Anzi, lei stessa crede a tutto ciò, e si consola con i suoi sogni,
ve lo giuro! E io non la condanno; no, non la condanno
davvero!... Quando poi, sei giorni fa, le ho portato il mio primo
stipendio intatto - ventitré rubli e quaranta copeche - mi ha
chiamato tesoruccio: ‹Ah, tesoruccio mio! Tesoruccio mio!›; e
questo a quattr'occhi, capite? Be', francamente, che bellezza
può esserci in me, e che razza di marito sono io? Eppure, mi ha
pizzicato la guancia: ‹Che bel tesoruccio sei!› mi ha detto.»
Marmelàdov s'interruppe, voleva sorridere, ma ad un tratto
cominciò a sussultargli il mento. Però si trattenne.
Quella bettola, il suo aspetto indecoroso, le cinque notti
trascorse sui barconi da fieno, la bottiglia, e insieme
quell'amore morboso per la moglie e la famiglia sconcertavano
il suo compagno. Raskòlnikov ascoltava intento, ma con una
sensazione di dolore. Gli spiaceva di essere entrato là dentro.
«Illustrissimo signore, illustrissimo signore!» esclamò
Marmelàdov, dopo essersi ricomposto. «Signor mio, forse tutto
questo vi farà ridere, come gli altri, e io non faccio che
infastidirvi con la stupidità di tutti questi miserabili particolari
della mia vita domestica; ma il fatto è che a me non mi fanno
ridere! Poiché queste sono tutte cose che io sento... E tutta
quella celestiale giornata della mia vita e tutta quella sera io
stesso le trascorsi facendo castelli in aria: cioè, come avrei
sistemato tutto quanto, rimpannucciato i bimbi e procurato la
tranquillità a lei, e tolto la mia unica figlia dal disonore per
farla tornare in seno alla famiglia... E tante, tante altre cose... È
perdonabile, signor mio. Tuttavia, signor mio,»
Marmelàdov parve trasalire improvvisamente sollevò il capo e
fissò il suo ascoltatore bene in faccia, «il giorno seguente, dopo
tutto questo sognare (cioè precisamente cinque giorni fa), verso
sera, con un astuto inganno, come un ladro nella notte, io ho
rubato a Katerìna Ivànovna la chiave del suo baule, ho preso
ciò che restava dello stipendio che io stesso le avevo dato, non
ricordo più bene quanto fosse in tutto, ed ecco, guardatemi,
guardatemi tutti quanti! Sono cinque giorni che manco da casa,
e là mi stanno cercando, l'impiego è andato a rotoli la mia
uniforme è rimasta in una bettola presso il Ponte Egizio, e in
cambio ho preso questi panni... ed è tutto finito!»
Marmelàdov si batté un pugno in fronte, strinse i denti, chiuse
gli occhi e si appoggiò pesantemente con un gomito alla tavola.
Ma dopo un minuto il suo volto si trasformò di colpo, ed egli
guardò Raskòlnikov con una specie di malizia simulata, di
artificiosa sfrontatezza, e disse ridendo:
«E oggi sono andato da Sònja e le ho chiesto dei soldi per la
spranghetta! Eh, eh, eh!»
«E te li ha dati?» gridò qualcuno dei nuovi venuti, mettendosi a
ridere a squarciagola.
«Ecco, questo mezzo litro è stato pagato con i suoi denari,»
disse Marmelàdov, rivolto sempre al solo Raskòlnikov. «Mi ha
portato trenta copeche, me le ha date con le sue mani, ed erano
le ultime, non aveva altro, l'ho visto io stesso... Non ha detto
nulla, mi ha solo guardato in silenzio. Non sulla terra, ma
lassù... si ha pietà degli uomini in questo modo, si piange per
loro e non li si rimprovera, no, non li si rimprovera! Ma fa
ancora più male, fa molto più male, quando non ti si
rimprovera!... Trenta copeche, proprio così. Eppure lei ne ha
bisogno, sapete ? Voi che ne dite, caro signore? Lei, adesso,
deve badare molto alla pulizia. E questa pulizia, del tutto
particolare, capite, costa denaro... Capite? E deve anche
comprare un po' di pomate, non può farne a meno; sottane
inamidate, scarpette scollate, così da mettere bene in mostra il
piedino quando deve attraversare una pozzanghera. Capite,
capite, signore mio, cosa significa questa pulizia? E io, io, suo
padre carnale, queste trenta copeche me le sono intascate per
andare a bere! E bevo! E me le sono bevute!... Be', chi potrà
aver pietà di uno come me? Vi pare? Avete pietà di me, voi,
signor mio, oppure no? Su, signore, parla: hai pietà di me o non
ce l'hai? Eh, eh, eh, eh!» Fece per versarsi da bere, ma il mezzo
litro era finito.
«E perché si dovrebbe aver pietà di te?» gridò il padrone, che si
trovava di nuovo vicino a loro.
Scoppiarono risate, e volò perfino qualche insulto. Ridevano e
lo ingiuriavano tutti, chi aveva sentito e chi no, semplicemente
a vedere la figura del funzionario a riposo.
«Pietà di me? Perché aver pietà di me?!» urlò d'un tratto
Marmelàdov, alzandosi con un braccio proteso, in preda a una
vera e propria ispirazione, come se non avesse aspettato altra
occasione che quelle parole. «Perché aver pietà, tu dici? Sì!
Perché aver pietà di me?! Crocifiggermi bisogna, inchiodarmi
sulla croce, altro che aver pietà di me! Ma crocifiggimi,
giudice, crocifiggimi, e dopo avermi crocifisso abbi pietà di
me! E allora io stesso verrò da te per essere messo in croce,
poiché non di letizia ho sete, ma di lacrime e dolore!... Credi
tu, oste, che questo tuo mezzo litro mi si sia tramutato in
dolcezza? Dolore, dolore cercavo in fondo ad esso, lacrime e
dolore, e l'ho assaporato, l'ho avuto; ma avrà pietà di noi colui
che di tutti ha avuto pietà, e che tutti e tutto ha compreso: egli è
l'unico, egli è il giudice. Verrà in quel giorno e chiederà: ‹Dov'è
la figlia che s'immolò per la sua matrigna malvagia e tisica, per
i teneri figli d'altri? Dov'è la figlia che ebbe pietà del padre suo
terreno, ubriacone impenitente, anziché aver orrore della sua
bestialità?› E dirà: ‹Vieni! Io ti ho già perdonato una volta... Ti
ho perdonato una volta... E anche ora ti vengono perdonati i
tuoi molti peccati, perché molto hai amato...› E perdonerà la
mia Sònja, la perdonerà, so bene che la perdonerà... L'ho
sentito nel mio cuore poco fa, quand'ero da lei!... E tutti
giudicherà e perdonerà, i buoni e i cattivi, i saggi e i mansueti...
E quando avrà finito con tutti, allora apostroferà anche noi:
‹Uscite,› dirà, ‹voi pure! Uscite, ubriaconi, uscite voi, deboli,
uscite voi, viziosi!› E noi usciremo tutti, senza vergognarci, e
staremo dinanzi a lui. Ed egli ci apostroferà: ‹Porci siete! Con
l'aspetto degli animali e con il loro stampo; però venite anche
voi!› E obietteranno i saggi, obietteranno le persone ricche di
buon senso:
‹Signore! Perché accogli costoro?› Ed egli risponderà: ‹Perché
li accolgo, o saggi, perché li accolgo, o voi ricchi di buon
senso? Perché non uno di loro se ne è mai creduto degno...› E
ci tenderà le sue mani, e noi vi accosteremo le labbra, e
piangeremo... e capiremo tutto! Allora capiremo tutto! Tutti
capiranno... anche Katerìna Ivànovna... anche lei capirà...
Signore, venga il regno tuo!»
Si abbandonò sulla panca, esausto e stremato, senza guardare
nessuno, profondamente assorto e quasi dimentico di quel che
lo circondava. Le sue parole avevano prodotto una certa
impressione; per un minuto regnò il silenzio, ma ben presto
risuonarono le risa e le ingiurie di prima:
«Ci ha giudicati!»
«Le spara grosse!»
«Ehi, funzionario dei miei stivali!»
E così via.
«Signore, andiamocene,» disse a un tratto Marmelàdov,
sollevando il capo e rivolgendosi a Raskòlnikov.
«Accompagnatemi... Casa Kozel, nel cortile. È tempo di
tornare... da Katerìna Ivànovna...»
Raskòlnikov avrebbe voluto andarsene già da un pezzo; quanto
a dargli aiuto, ci aveva già pensato da solo.
Marmelàdov si dimostrò molto più debole di gambe che di
lingua e s'appoggiò pesantemente al giovane. C'eran da fare
duecento-trecento passi. Turbamento e paura invadevano
sempre più l'ubriacone man mano che si avvicinava a casa.
«Non è di Katerìna Ivànovna che ho paura adesso,» mormorava
agitato, «e nemmeno del fatto che comincerà a tirarmi per i
capelli. Che volete che contino i capelli!... una sciocchezza, i
capelli! Ecco cosa dico io! È perfino meglio se mi tira i capelli,
non è di questo che ho paura. Io... ho paura dei suoi occhi;
degli occhi, sì... E ho paura anche delle sue macchie rosse sulle
guance... E poi... ho paura del suo respiro... Hai mai visto come
si respira con questa malattia...
quando ci si agita? E ho anche paura del pianto dei bambini...
Perché, se Sònja non gli ha portato da mangiare, allora... non so
davvero cosa succederà! Non so! Delle botte, invece, non ho
paura... Sappi, signor mio che le botte non solo non mi fanno
male, ma, anzi, io ne godo... Io stesso non posso farne a meno.
Meglio così. Che mi picchi, che si sfoghi... meglio così.. Ma
ecco la casa. La casa di Kozel. Un fabbro, un tedesco, un
riccone... Su, accompagnami!»
Entrarono dal cortile e salirono al quarto piano. Più si saliva e
più la scala diventava buia. Erano già quasi le undici, e benché
in quella stagione, a Pietroburgo, non sia mai notte del tutto, in
capo alle scale v'era una grande oscurità.
La porticina sporca di fumo in cima alla scala, proprio in cima,
era aperta. Un mozzicone di candela illuminava una stanza
poverissima, lunga una decina di passi; dall'ingresso la si
abbracciava tutta con uno sguardo. Ogni cosa era sparsa qua e
là in disordine, soprattutto i cenci dei bambini. Sul fondo, in un
angolo, era teso per traverso un lenzuolo pieno di buchi dietro
il quale, probabilmente, c'era un letto. Nella stanza c'erano in
tutto due sedie e un divano ricoperto d'un'incerata tutta a
strappi; di fronte, un vecchio tavolo da cucina, di pino non
verniciato e senza niente che lo coprisse.
Sull'orlo del tavolo, in un candeliere di ferro, finiva di ardere
un moccolo di sego. Marmelàdov, dunque, aveva una stanza
tutta per sé, e non un angolo di stanza; la sua camera, però, era
di passaggio. L'uscio che dava nei locali successivi - per non
chiamarli stabbi -, in cui si divideva l'appartamento di Amàlija
Lippevechzel, era socchiuso. Da dentro venivano chiasso e
grida. Si rideva. Pareva che stessero giocando a carte e
bevendo il tè. Giungevano, a ondate, le parole più triviali.
Raskòlnikov riconobbe subito Katerìna Ivànovna. Era una
donna terribilmente deperita, sottile, piuttosto alta e slanciata,
ancora con dei magnifici capelli biondo scuro, e con le guance
effettivamente macchiate di rosso. Andava su e giù per la sua
stanzetta con le braccia strette al seno, le labbra screpolate, il
respiro disuguale e rotto. Gli occhi luccicavano come per
febbre, ma lo sguardo era tagliente e fermo, e il suo volto
sconvolto dalla tisi faceva un'impressione di grande pena
nell'ultima luce del mozzicone di candela, che sul punto di
spegnersi lo rischiarava di bagliori. A Raskòlnikov parve che
fosse sulla trentina, ed evidentemente non adatta per
Marmelàdov... La donna non sentì né vide i due che entravano:
sembrava immersa in una specie di torpore, non sentiva e non
vedeva. Nella stanza si soffocava, ma lei non aveva aperto la
finestra; dalla scala veniva un gran puzzo, ma la porta che dava
sulla scala non era chiusa; dalle stanze interne, attraverso
l'uscio socchiuso, giungevano ondate di fumo di tabacco, ma
lei tossiva senza chiudere l'uscio. La bimba più piccola, sui sei
anni, dormiva seduta sul pavimento, raggomitolata e con la
testa affondata nel divano. Il ragazzo, che avrà avuto un anno
di più, tremava tutto e piangeva nell'angolo. Dovevano averlo
appena picchiato. La bambina più grandicella, sui nove anni,
alta e sottile come un fiammifero, con addosso nient'altro che
una misera camicia tutta strappata e una vecchia mantellina di
drap de dame gettata sulle spalle nude (dovevano avergliela
fatta almeno due anni prima, perché adesso non le copriva
nemmeno le ginocchia), stava in piedi nell'angolo accanto al
fratellino, cingendogli il collo con il suo braccio lungo e secco
come un fiammifero. Sembrava che cercasse di calmarlo, gli
sussurrava qualcosa, lo distraeva in tutti i modi perché non si
rimettesse a frignare, e nello stesso tempo seguiva timorosa i
movimenti della madre con i suoi occhi scuri grandi grandi,
che sembravano ancora più grandi in quel visetto smagrito e
sbigottito. Marmelàdov, senza entrare nella stanza, si mise in
ginocchio proprio sulla soglia, spingendo avanti Raskòlnikov.
La donna, alla vista di uno sconosciuto, gli si fermò davanti
con aria distratta, e tornando in sé per un istante parve
riflettere: «Che è venuto a fare qui?» Ma certo, dovette
pensare, egli era diretto alle altre stanze, dato che la loro era di
passaggio. Avendo deciso ch'era così, e senza più badargli, si
avvicinò alla porta d'ingresso per chiuderla, e d'un tratto,
vedendo suo marito prosternato proprio sulla soglia:
«Ah!» gridò furiosa «sei tornato! Galeotto! Mostro! E dove
sono i soldi? Quanto hai in tasca, fa' vedere! E anche il vestito
non è più quello! Dov'è il tuo? Dove sono i soldi? Parla!»
E si lanciò a perquisirlo. Marmelàdov allargò subito le braccia
dai due lati, obbediente e remissivo, in modo da facilitare la
perquisizione delle tasche. Non aveva più nemmeno una
copeca.
«Ma i soldi dove sono?» gridava lei. «Santo Dio, possibile che
tu ti sia bevuto tutto! C'erano ancora dodici rubli d'argento nel
baule!» e di colpo, nel suo furore, lo afferrò per i capelli e lo
trascinò nella stanza. Marmelàdov stesso aiutava i suoi sforzi,
strisciando docilmente dietro di lei sulle ginocchia.
«E questo è per me un godimento! E questo per me non è un
dolore ma un go-di-men-to, il-lu-stris-si-mo si-gno-re,» egli
gridava, squassato per i capelli, avendo perfino picchiato, una
volta, la fronte sul pavimento. La bambina che dormiva per
terra si svegliò e cominciò a piangere. Il ragazzo nell'angolo
non seppe trattenersi e cominciò a tremare, a gridare,
slanciandosi verso la sorella al colmo del terrore, quasi in preda
a un attacco. La bambina più grande, assonnata, tremava come
una foglia.
«Se li è bevuti! S'è bevuto tutto, tutto!» gridava disperata la
povera donna, «e anche il vestito non è più quello!
Muoiono di fame, muoiono di fame!» e, torcendosi le mani,
indicava i bambini. «Oh, vita tre volte maledetta! E voi, voi
non vi vergognate,» d'un tratto si scagliò contro Raskòlnikov,
«a venir qui dalla bettola? Hai bevuto con lui, eh? Anche tu hai
bevuto con lui! Fuori!»
Il giovane si affrettò ad andarsene, senza dire una sola parola.
Per di più, la porta interna si era spalancata, e s'erano affacciati
alcuni curiosi. Si protendevano facce spudorate e ridenti, con
sigarette e pipe, in papalina. Certi erano in vestaglia e certi
anche con la vestaglia completamente aperta, in indumenti
leggeri fino all'indecenza; qualcuno aveva le carte in mano.
Risero proprio di gusto quando Marmelàdov, trascinato per i
capelli, gridò che questo era per lui un godimento.
Cominciarono perfino a metter piede nella stanza; alla fine si
udì uno strillo rabbioso: era Amàlija Lippevechzel in persona,
che si faceva largo per metter ordine a modo suo e spaventare
per la centesima volta la povera donna con l'ordine ingiurioso
di sgombrare la camera l'indomani stesso. Nell'andarsene,
Raskòlnikov fece in tempo a ficcarsi la mano in tasca, raccolse
le poche monetine che trovò, il resto del rublo cambiato nella
bettola, e le depose inosservato sul davanzale del finestrino.
Poi, già sulla scala, cambiò idea, e stava per tornare.
«Che idiozia ho mai fatto,» pensò, «loro hanno Sònja, mentre
io ne ho bisogno per me.» Ma quando capì che riprendere
quelle monete era ormai impossibile e che comunque non le
avrebbe riprese, ebbe un gesto rassegnato e si avviò verso casa.
«Sònja ha bisogno anche lei delle sue pomate,» continuò a
riflettere, camminando per la strada e sorridendo
sarcasticamente, «costa quattrini quella pulizia... ehm! E poi lei
stessa, Sòneèka, oggi stesso potrebbe anche trovarsi
all'asciutto, perché è sempre una cosa aleatoria, la caccia ai
merli... La miniera d'oro ! E così tutti loro, senza i miei soldi,
domani potrebbero trovarsi a mani vuote.. Ah, questa Sònja!
Però, che pozzo son stati capaci di scavare! e come lo
sfruttano! Certo che lo sfruttano! E ci hanno fatto il callo.
Hanno pianto un po', ma ci hanno fatto il callo. A tutto finisce
per abituarsi, questa carogna che è l'uomo!»
S'immerse nei suoi pensieri.
«Però se avessi detto delle sciocchezze,» esclamò d'un tratto,
quasi senza volerlo, «se realmente l'uomo, tutto quanto in
generale, cioè tutto il genere umano, non fosse una carogna,
allora tutto il resto sono pregiudizi, soltanto paure che ci hanno
inculcato, e non esistono barriere di sorta, e così dev'essere...»
3
Il giorno seguente si svegliò che era già tardi, dopo un sonno
inquieto che non lo aveva riposato. Si svegliò bilioso,
irascibile, incattivito, e guardò con odio la sua tana. Era un
vero e proprio stabbio, lungo circa sei passi, estremamente
misero d'aspetto, con la sua tappezzeria giallastra e polverosa
che dappertutto si staccava dalle pareti, e talmente basso che un
uomo di una certa statura vi si sentiva a disagio, con
l'impressione di dover urtare da un momento all'altro il soffitto
col capo. I mobili erano consoni al locale: c'erano tre vecchie
sedie malandate, e, in un angolo, un tavolo verniciato su cui
giacevano alcuni libri e quaderni, da come erano polverosi, si
capiva che da un pezzo nessuna mano li aveva toccati; infine,
un sofà grande e goffo, che occupava quasi tutta una parete e,
per largo, la metà della stanza; una volta foderato di percalle,
adesso era a brandelli, e serviva da letto a Raskòlnikov. Spesso
egli vi si metteva a dormire così come capitava, senza svestirsi,
senza lenzuola, coprendosi con il suo vecchio malandato
mantello da studente e posando la testa su uno sparuto
cuscinetto, sotto il quale ficcava tutto quanto possedeva in fatto
di biancheria, pulita o sporca che fosse, perché il guanciale
risultasse un po' più alto. Davanti al sofà c'era un caminetto.
Sarebbe stato difficile lasciarsi andare più in basso e trascurarsi
più di così; ma a Raskòlnikov, dato il suo stato d'animo, tutto
questo faceva perfino piacere. Si era completamente appartato
da tutti, rinchiudendosi come una testuggine nel suo guscio, e
perfino il volto della domestica, che aveva l'incarico di servirlo
e che talvolta s'affacciava alla sua stanza, gli suscitava nausea e
una sorta di spasmi.
Accade così a certi monomaniaci, eccessivamente concentrati
su qualcosa. Già da due settimane la sua padrona aveva smesso
di mandargli il cibo, ed egli non aveva finora pensato ad avere
una spiegazione con lei e restava senza mangiare. Nastàsja,
cuoca e unica fantesca della padrona, in fondo era contenta di
questo stato d'animo dell'inquilino, e aveva smesso del tutto di
far ordine e di spazzare nella sua stanza, o al massimo
prendeva in mano la scopa una volta la settimana e come per
caso. Era stata lei, ora, a svegliarlo.
«Alzati, basta dormire!» gridò china su di lui «sono quasi le
dieci. Ti ho portato il tè; lo vuoi, un po' di tè? Devi aver la
pancia vuota...»
Raskòlnikov aprì gli occhi, sussultò e riconobbe Nastàsja.
«Il tè lo manda la padrona?» chiese, sollevandosi lentamente e
con aria malaticcia sul sofà.
«Che c'entra la padrona?»
Gli depose davanti la teiera incrinata, ch'era di sua proprietà,
col tè già usato più di una volta, e mise nella tazza due gialli
pezzetti di zucchero.
«Ecco, Nastàsja, ti prego, prendi,» diss'egli, dopo essersi
frugato in tasca (di nuovo aveva dormito vestito) e averne tolto
una manciatina di monete di rame, «scendi giù a comprarmi un
panino. E dal salumiere prendi almeno un po' di salame, di
quello a buon mercato.»
«Il panino te lo porto subito, ma non vorresti un po' di minestra
di cavolo, invece del salame? È una buona minestra, fatta ieri.
Te l'avevo messa da parte, ma sei tornato così tardi... È una
buona minestra.»
Quando la minestra fu portata ed egli cominciò a mangiarla,
Nastàsja si sedette accanto a lui sul sofà e si mise a
chiacchierare. Era una donna di campagna e una gran
chiacchierona.
«Praskòvja Pàvlovna vuol andare a reclamare contro di te alla
polizia,» gli disse.
Subito egli s'incupì.
«Alla polizia? Che cosa vuole?»
«Tu non paghi e nemmeno sloggi. Chiaro, che cosa vuole.»
«Solo questo mi ci mancava ancora, per tutti i diavoli
dell'inferno,» mormorò lui, stringendo i denti. «No, proprio
adesso no... non va assolutamente... È una scema,» aggiunse
forte. «Oggi andrò a trovarla e le parlerò.»
«Sarà una scema, proprio come me, ma tu, che sei un
intelligentone, perché te ne stai lì coricato come un sacco e non
ti dai da fare? Prima dicevi che andavi a dar lezioni ai bambini,
ma adesso perché non fai nulla?»
«Sì che faccio...» disse Raskòlnikov come di malavoglia e in
tono piuttosto brusco.
«Fai cosa?»
«Un lavoro...»
«Che lavoro?»
«Penso,» rispose lui serio serio, dopo un istante di silenzio.
Nastàsja esplose addirittura in una risata. Era una donna
ridanciana, e quando la facevano ridere rideva silenziosamente,
ondeggiando e tremolando in tutto il corpo, finché finiva per
sentirsi male.
«E hai pensato molti denari, di'?» riuscì finalmente a
chiedergli.
«Senza stivali non si può dar lezioni ai bambini. E poi, è roba
da sputarci sopra.»
«Meglio non sputare nel piatto.»
«Per le lezioni ai bambini pagano poche copeche. Che ci fai?»
proseguì lui sempre di malavoglia, come in risposta ai propri
pensieri.
«E tu cosa vorresti, tutto un capitale in una volta?»
Egli la fissò con aria strana.
«Proprio così, tutto un capitale,» rispose con voce ferma dopo
qualche istante.
«Be', vacci piano, se no mi spaventi... mi fai venire la
tremarella... Il panino te lo vado a prendere, oppure no?»
«Fa' come ti pare.»
«A proposito, dimenticavo! Ieri, mentre tu non c'eri, è arrivata
una lettera.»
«Una lettera? Per me! E di chi è?»
«Che ne so io di chi è... Ho dato tre copeche al postino. Me le
restituirai?»
«Ma portamela dunque, per l'amor di Dio, portamela!» gridò
Raskòlnikov tutto agitato.
Dopo un minuto la lettera comparve. Proprio così: era sua
madre, dalla provincia di R. Nel prenderla, Raskòlnikov
impallidì persino. Già da molto non riceveva lettere, ma adesso
c'era qualcosa in più, qualcosa che gli diede improvvisamente
una stretta al cuore.
«Nastàsja, per l'amor di Dio, vattene; eccoti le tue tre copeche,
ma, per l'amor di Dio, vattene subito!»
La lettera gli tremava fra le mani; non voleva aprirla davanti a
lei: voleva rimanere solo con quella lettera.
Quando Nastàsja se ne fu andata, portò rapidamente la busta
alle labbra e la baciò; poi stette a osservare ancora a lungo la
calligrafia dell'indirizzo, a lui ben nota e così cara, la
calligrafia, minuta e inclinata, di sua madre, che gli aveva
insegnato un tempo a leggere e a scrivere. Indugiava; sembrava
perfino che temesse qualcosa. Alla fine, l'aprì: una lettera
grossa, compatta, pesante: due grandi fogli di carta da lettere
coperti da una scrittura fitta fitta.
«Mio caro Ròdja,» scriveva sua madre, «sono già più di due
mesi che non parlo con te per lettera e questo mi ha fatto
soffrire; certe notti, a furia di pensare, non ho neanche dormito.
Ma tu, certamente, non mi vorrai accusare di questo
involontario silenzio. Tu sai quanto ti amo; io e Dunja abbiamo
te soltanto, tu sei il nostro tutto, la nostra unica speranza.
Cosa ho provato quando ho saputo che non avendo i mezzi per
mantenerti già da alcuni mesi avevi lasciato l'università, e che
non avevi più lezioni né altri mezzi per vivere! Ma come
potevo aiutarti, con i miei centoventi rubli di pensione all'anno?
I quindici rubli che ti ho mandato quattro mesi fa li ho presi in
prestito, come ben sai, sempre come anticipo sulla pensione,
dal nostro mercante di qui, Afanàsij Ivànoviè Vachrùšin. È una
brava persona ed era amico di tuo padre, ma avendogli ceduto
il diritto di riscuotere la pensione per conto mio, dovevo
aspettare finché il debito fosse pagato, cosa che è avvenuta
soltanto adesso, cosicché per tutto questo tempo non ti ho
potuto mandare niente. Adesso, però, grazie a Dio, credo di
poterti mandare di nuovo qualcosa; in generale, ora, possiamo
perfino dirci fortunati, cosa di cui mi affretto ad informarti.
Prima di tutto, indovineresti mai, caro Ròdja, che tua sorella
già da un mese e mezzo vive con me, e che anche in futuro non
ci separeremo? Grazie al cielo, le sue torture sono finite; ma ti
racconterò tutto per ordine, affinché tu sappia come sono
andate le cose e quali ti avevamo tenuto nascoste. Quando, due
mesi fa, mi scrivevi di aver sentito dire che Dùnja soffriva
molto a causa delle villanie subite in casa dei signori
Svidrigàjlov, e mi chiedevi spiegazioni precise, che cosa mai
avrei potuto scriverti in risposta? Se ti avessi scritto la verità,
tu, forse, avresti lasciato tutto, e - magari anche a piedi - saresti
venuto da noi, dato che conosco il tuo carattere e i tuoi
sentimenti e so che non avresti mai permesso che tua sorella
venisse insultata. Io stessa ero disperata, ma cosa potevo fare?
Allora nemmeno io conoscevo tutta la verità.
L'ostacolo principale, poi, era che Dùneèka, entrata in casa loro
l'anno scorso come governante, aveva preso in anticipo
addirittura cento rubli, con l'intesa che sarebbero stati trattenuti
un tanto al mese dallo stipendio, e quindi non poteva lasciare il
posto prima d'aver pagato tutto il debito. Questa somma
(adesso ti posso spiegare tutto, mio amatissimo Ròdja) l'aveva
presa più che altro per mandarti, l'anno scorso, i sessanta rubli,
di cui tu allora avevi tanto bisogno. Quella volta ti abbiamo
ingannato, scrivendoti che erano soldi risparmiati in
precedenza da Dùneèka, mentre non era così, ma adesso ti
comunico tutta la verità, perché adesso, per volontà del
Signore, tutto è improvvisamente cambiato in meglio, e perché
tu sappia come ti ama la tua Dùnja e che cuore meraviglioso è
il suo. In realtà, il signor Svidrigàjlov da principio la trattava in
modo molto grossolano, e a tavola le faceva delle sgarberie e la
scherniva... Ma non voglio insistere con questi particolari così
spiacevoli, per non agitarti inutilmente ora che tutto è finito.
Per farla breve, benché fosse trattata con bontà e nobiltà da
Marfa Petròvna, consorte del signor Svidrigàjlov, e da tutti i
familiari, per Dùneèka la situazione era molto penosa,
soprattutto le volte che il signor Svidrigàjlov, secondo una
vecchia abitudine di quando era ufficiale, si trovava sotto
l'influsso di Bacco. Ma che cosa saltò fuori in seguito? Figurati
che quel bel tipo già da tempo aveva concepito una passione
per Dùnja, ma l'aveva tenuta nascosta sotto un'apparenza di
villania e di disprezzo nei suoi confronti. Forse, egli stesso
aveva orrore di se stesso e si vergognava, già avanti negli anni
e padre di famiglia, di nutrire speranze così frivole, ed era per
questo che senza volerlo se la prendeva con Dùnja. Oppure può
darsi che con la grossolanità dei modi e con gli scherni volesse
solo tener celata agli altri la verità. Alla fine, però, non ha più
saputo dominarsi, e ha osato fare esplicitamente a Dùnja una
proposta sporca, promettendole varie ricompense e persino che
avrebbe lasciato tutto e sarebbe partito con lei per un altro
villaggio o magari per l'estero. Ti puoi immaginare le
sofferenze di Dùnja! Lasciare subito il posto non le era
possibile, non soltanto a causa del debito, ma anche per
compassione verso Marfa Petròvna, per non metterla in
sospetto e, di conseguenza, far nascere la discordia in seno alla
famiglia. Senza contare che anche per Dùneèka sarebbe stato
inevitabilmente un grosso scandalo. E c'erano anche molti altri
motivi per cui Dùnja non poteva assolutamente strapparsi da
quella maledetta casa prima di sei settimane. Tu conosci Dùnja
e sai bene quant'è intelligente e ferma di carattere. Ha una
grande capacità di sopportazione, e anche nelle circostanze più
difficili sa trovare in sé la forza di non rinunciare a questa sua
qualità. Perfino a me non spiegò del tutto la situazione, per non
agitarmi, e sì che ci scambiavamo spesso le nostre notizie. Le
cose, poi, si risolsero in modo inatteso.
Marfa Petròvna udì per caso suo marito mentre supplicava
Dùneèka in giardino, e avendo capito tutto alla rovescia
incolpò lei, pensando che fosse sua la colpa di tutto. Si svolse
fra di loro, lì in giardino, una scenata orribile: Marfa Petròvna
arrivò al punto di colpire Dùnja; non voleva sentire ragioni, e
continuo a urlare per un'ora buona; alla fine ordinò che Dùnja
mi fosse riportata subito in città, su un semplice carro da
contadini, dove fece gettare tutta la sua roba, biancheria e abiti,
tutto così com'era, senza legarlo, alla rinfusa. Proprio allora
cominciò a piovere a dirotto, e Dùnja, umiliata e disonorata,
dovette percorrere con il contadino ben diciassette chilometri
su quel carro scoperto. Giudica tu, ora, che cosa avrei potuto
scriverti, in risposta alla tua lettera di due mesi fa, e di che cosa
avrei potuto parlarti... La verità è che ero disperata! Non osavo
scriverti come stavano le cose, perché tu ti saresti sentito molto
infelice, e sdegnato, e d'altronde che cosa avresti potuto fare, se
non, forse, rovinare te stesso? Senza contare che Dùneèka me
l'aveva proibito; e quanto a riempire la lettera di sciocchezze,
parlando del più e del meno mentre avevo tanto dolore
nell'anima, questo proprio non potevo farlo. Per un mese intero,
in città corsero pettegolezzi su questa storia. S'era al punto che
io e Dùnja non potevamo più nemmeno andare in chiesa, a
causa delle occhiate sprezzanti e dei mormorii dietro le spalle,
e della cosa si discorreva perfino ad alta voce in nostra
presenza. Tutti i nostri conoscenti s'erano allontanati da noi,
tutti avevano perfino smesso di salutarci, e io venni a sapere
con certezza che alcuni commessi scrivani volevano recarci
una vile offesa, insudiciando di catrame il portone della nostra
casa; e fu così che i padroni cominciarono a chiedere che
lasciassimo l'appartamento. La colpa di tutto ciò era di Marfa
Petròvna, che aveva trovato il tempo di accusare e di coprire di
fango Dùnja in tutte le case della città. Essa conosce tutti, qui
da noi, e durante quel mese non fece che venire in città, e
siccome è piuttosto chiacchierona e ama parlare delle sue
faccende private e soprattutto lamentarsi di suo marito con
chiunque le capita a tiro, cosa che è molto brutta, in poco
tempo aveva fatto circolare questa storia non solo in tutta la
città, ma nell'intero distretto. Io mi ammalai, mentre Dùneèka
fu più forte: avessi visto come riusciva a sopportare tutto, e per
di più a consolare e a incoraggiare me! È un vero angelo! Poi,
per misericordia divina, i nostri guai ebbero fine: il signor
Svidrigàjlov ci ripensò, si pentì e, probabilmente per
compassione di Dùnja, diede a Marfa Petròvna le prove piene e
palmari della completa innocenza di Dùneèka: una lettera per
Dùnja, prima che Marfa Petròvna li sorprendesse in giardino,
era stata costretta a scrivergli per evitare le spiegazioni a voce e
gli appuntamenti segreti su cui egli insisteva, e che poi, dopo la
partenza di Dùneèka, era rimasta nelle mani del signor
Svidrigàjlov. In questa lettera, lei gli rinfacciava vivacemente e
con profonda indignazione la bassezza della sua condotta nei
riguardi di Marfa Petròvna, gli ricordava il suo stato di padre di
famiglia e, infine, gli diceva che era veramente vile, da parte
sua, tormentare e far soffrire una fanciulla già così infelice e
indifesa. In una parola, caro Ròdja, era una lettera tanto nobile
e commovente che io singhiozzavo nel leggerla, e ancor oggi
non riesco a leggerla senza lacrime. Oltre a ciò, a scagionare
Dùnja vennero fuori, infine, anche le testimonianze dei servi,
che avevano visto e sapevano molto di più di quanto lo stesso
signor Svidrigàjlov non supponesse, come sempre accade in
questi casi. Marfa Petròvna rimase sbalordita e ‹uccisa una
seconda volta›, come lei stessa ci confessò; in compenso, si
persuase completamente dell'innocenza di Dùneèka, e subito il
giorno seguente, ch'era domenica, recatasi alla cattedrale, pregò
in ginocchio e piangendo la regina degli angeli perché le desse
la forza di sopportare questa nuova prova e di compiere tutto il
suo dovere. Poi, direttamente dalla cattedrale, senza passare in
nessun'altra casa, venne da noi, ci raccontò ogni cosa, pianse
amaramente di contrizione e abbracciò Dùnja, scongiurandola
di perdonarla. Quella stessa mattina, poi, senza il minimo
indugio, appena uscita da noi, andò di casa in casa, per l'intera
città, e dappertutto, versando lacrime, con le espressioni più
lusinghiere, ristabilì l'innocenza di Dùneèka e la nobiltà dei
suoi sentimenti e del suo comportamento. Come se non
bastasse, mostrava e leggeva ad alta voce a tutti la lettera scritta
da Dùneèka al signor Svidrigàjlov, permettendo perfino che se
ne facessero delle copie (ciò che mi parve un po' eccessivo).
Per alcuni giorni di fila fu costretta a fare il giro di tutte le case
della città, dato che certi conoscenti cominciavano ad
offendersi perché era stata data la precedenza ad altri; alla fine
si stabilirono dei turni, grazie ai quali in ogni casa la si
attendeva in anticipo, e tutti sapevano che quel determinato
giorno Marfa Petròvna avrebbe letto la lettera in quel
determinato posto, e ogni volta tornavano a riunirsi perfino
certi che avevano già sentito leggere la lettera in casa loro o in
qualche altra casa. Il mio parere è che molto, moltissimo di
tutto ciò poteva esser risparmiato; ma Marfa Petròvna è fatta
così. In questo modo, comunque, ha riabilitato completamente
l'onore di Dùneèka, e tutta l'infamia della faccenda è ricaduta.
indelebile marchio di vergogna, su suo marito, unico colpevole,
tanto che ho perfino pietà di lui; credo che anche lui sia stato
trattato in modo troppo severo. Dùnja è stata subito invitata a
dare lezioni in parecchie famiglie, ma io ho preferito rifiutare.
In generale, tutti hanno preso a trattarla con particolare rispetto.
E tutto ciò, in sostanza, ha contribuito a render possibile
quell'avvenimento inatteso per il quale posso dire che l'intero
nostro destino sta ora cambiando. Sappi, caro Ròdja, che Dùnja
ha trovato un fidanzato, il quale ha chiesto la sua mano, e che
lei ha già dato il suo consenso, cosa di cui mi affretto ad
informarti. E benché ciò sia stato deciso senza il tuo consiglio,
penso che tu non ne vorrai né a me, né a tua sorella; vedrai tu
stesso, da come si sono svolte le cose, che ci sarebbe stato
impossibile aspettare e rimandare tutto in attesa di una tua
risposta. Senza contare che non ti sarebbe stato possibile, da
lontano, dare un giudizio preciso. Avvenne dunque così. Pëtr
Petròviè Lùžin, che è già consigliere di corte, è un lontano
parente di Marfa Petròvna, la quale ha influito molto sulla
questione. Egli ha cominciato ad esprimere, tramite suo, il
desiderio di conoscerci; è stato accolto come si doveva, ha
preso il caffè con noi, e già il giorno dopo ci ha mandato una
lettera in cui avanzava, in termini molto cortesi, la sua proposta
di matrimonio, pregandoci di una risposta precisa e sollecita. È
un uomo d'affari molto occupato, e ora ha fretta di andare a
Pietroburgo, cosicché per lui ogni minuto è prezioso.
Dapprima, si capisce, siamo rimaste molto stupite, poiché tutto
si era svolto troppo rapidamente e all'improvviso. Abbiamo
passato il giorno intero a ragionare e a esaminare la faccenda. È
un uomo che dà affidamento e dispone di mezzi; ha due
impieghi, e possiede già un capitale proprio. È vero che ha già
quarantacinque anni, ma è di aspetto abbastanza gradevole, può
ancora piacere alle donne e in generale è un uomo molto
distinto e posato, soltanto un po' cupo e si direbbe quasi
altezzoso. Ma questa, forse, è solo apparenza, forse è così solo
a prima vista. Te ne avverto in anticipo, caro Ròdja, perché
quando ti incontrerai con lui a Pietroburgo, cosa che avverrà
prestissimo, tu non giudichi troppo presto e impulsivamente,
come sei solito fare, se lì per lì qualcosa in lui non ti andrà a
genio. Lo dico ad ogni buon conto, anche se sono certa che ti
farà buona impressione.
D'altronde, qualsiasi persona, per conoscerla, la si deve
avvicinare a poco a poco e con cautela, altrimenti si può cadere
in errore e in preconcetti che è molto difficile, dopo, cancellare
o correggere. Da molti indizi Pëtr Petròviè sembra una persona
estremamente rispettabile. Già durante la prima visita egli ha
dichiarato di essere un uomo positivo, ma che su molti
argomenti condivide, come egli stesso si è espresso, ‹le
convinzioni delle nostre nuove generazioni›, ed è nemico di
ogni pregiudizio. Ha detto anche parecchie altre cose, giacché
si direbbe che sia un po' vanitoso e che gli piaccia molto essere
ascoltato; ma anche questo non si può forse nemmeno
chiamare un vizio. Io, naturalmente, non ho capito molto, ma
Dùnja mi ha spiegato che pur non avendo una grande istruzione
è un uomo intelligente e, a quanto sembra, buono. Tu conosci il
carattere di tua sorella, Ròdja. È una ragazza ferma, assennata,
paziente e generosa, anche se il suo cuore, come credo di aver
capito, è ardente. Certo, né in lei né in lui può esserci un
particolare amore. Ma Dùnja, oltre ad essere una ragazza
intelligente, è anche una creatura angelica, e sentirà come suo
dovere fare la felicità di un marito che a sua volta abbia a cuore
la felicità di lei; cosa, quest'ultima, di cui per il momento non
abbiamo motivo di dubitare, sebbene la faccenda, lo ammetto,
sia stata combinata fin troppo alla svelta. Si tratta di un uomo
molto avveduto, e lui stesso si renderà conto che la sua felicità
coniugale sarà tanto più salda quanto più Dùneèka sarà felice
con lui. Quanto poi al pericolo che vi siano certe disparità di
carattere, certe, che so, vecchie abitudini, e perfino un certo
disaccordo nelle idee (cosa inevitabile perfino nei matrimoni
più riusciti), Dùneèka dice, in proposito, di avere una gran
fiducia in se stessa; che non è il caso di preoccuparsi, e che lei
è capace di tollerare molto, a condizione che i loro futuri
rapporti siano fondati sull'onestà e sulla giustizia. A tutta prima,
mettiamo, egli è sembrato anche a me un po' brusco; ma ciò
può anche dipendere da nient'altro che dal suo carattere molto
franco, anzi dev'essere senz'altro così. Ad esempio, durante la
sua seconda visita, quando già aveva avuto il consenso di
Dùnja, ha detto conversando che fin da prima, senza ancora
conoscere Dùnja, aveva deciso di sposare una ragazza onesta
ma senza dote, una che sapesse cosa vuol dire essere poveri;
infatti, com'egli ci spiegò, il marito non dev'essere obbligato in
niente a sua moglie, ed è bene che la moglie consideri il marito
come il suo benefattore. Ma devo dire che egli si espresse in
modo più delicato e tenero di quanto io abbia scritto; in effetti
ho dimenticato l'espressione precisa e ricordo soltanto l'idea,
senza contare che egli non lo disse con intenzione ma,
probabilmente, gli sfuggì detto nella foga del discorso; anzi, in
seguito cercò perfino di correggersi e di attenuare. A me parve
comunque un po' indelicato, e ne parlai, dopo, anche con
Dùnja. Ma Dùnja mi rispose, perfino con un certo dispetto, che
‹le parole non sono ancora fatti›, e questo è certamente vero.
Prima di decidersi, Dùneèka non ha dormito la notte intera, e
pensando che io invece dormissi si è alzata dal letto e ha
continuato a passeggiare tutta la notte su e giù per la stanza;
alla fine si è inginocchiata, e ha pregato a lungo e con fervore
davanti all'icona; poi, al mattino, mi disse che s'era decisa.
«Come ti ho già detto, Pëtr Petròviè sta per andare a
Pietroburgo dove ha degli affari importanti: vuole aprire lì uno
studio di avvocato. Già da molto tempo si occupa di ogni
specie di processi e di cause, e anche pochi giorni fa ha vinto
una grossa causa. Inoltre a Pietroburgo deve trattare una pratica
importante alla Corte Suprema. Io credo, caro Ròdja, che egli
possa essere molto utile anche a te sotto ogni aspetto; io e
Dùnja pensiamo che tu potresti cominciare senz'altro la tua
carriera a partire addirittura da oggi, e considerare il tuo futuro
come già chiaramente segnato. Oh, se questo si realizzasse!
Sarebbe una tale fortuna, che dovremmo considerarla una vera
e propria grazia dell'Onnipotente. Dùnja non pensa ad altro.
Abbiamo già osato dire qualche parola in proposito a Pëtr
Petròviè. Egli è rimasto piuttosto sulle sue, però ha detto che
certo, siccome non può fare a meno di un segretario,
preferirebbe naturalmente pagare lo stipendio a un parente che
a un estraneo, sempre che questo parente si dimostrasse
all'altezza del compito (come se tu potessi non esserlo!);
tuttavia ha espresso il dubbio che i tuoi studi universitari
possano non lasciarti il tempo per lavorare nel suo ufficio. Per
quella volta il discorso è finito lì, ma Dùnja ormai non pensa ad
altro. Da alcuni giorni è in preda a una specie di frenesia, e ha
preparato un intero progetto su come tu potrai diventare, in
seguito, il sostituto e perfino il socio di Pëtr Petròviè nel suo
lavoro legale, dato anche che sei iscritto alla facoltà di
giurisprudenza. Io, Ròdja, la penso proprio come lei e
condivido tutti i suoi progetti e le sue speranze, che mi
sembrano del tutto realizzabili; nonostante l'atteggiamento per
ora un po' evasivo di Pëtr Petròviè (spiegabilissimo, dato che
non ti conosce ancora), Dùnja è fermamente convinta che
grazie alla sua influenza sul suo futuro marito essa potrà
ottenere ogni cosa. Naturalmente siamo state molto attente a
non lasciarci sfuggire con Pëtr Petròviè una sola parola su
questi nostri progetti, soprattutto su quello che tu possa
diventare suo socio. È una persona pratica, e forse avrebbe
accolto con freddezza quelli che non gli sarebbero parsi altro
che sogni.
Io e Dùnja non gli abbiamo ancora accennato, per ora, neanche
alla nostra ferma speranza che egli ti aiuterà finanziariamente
finché sarai all'università; non gliene abbiamo parlato
soprattutto perché la cosa, in seguito, verrà da sola:
probabilmente, senza bisogno di parlargliene, sarà lui stesso a
proporlo (ci mancherebbe altro che non facesse questo per
Dùneèka), tanto più che tu potrai essergli molto utile nel suo
studio e ricevere il suo aiuto non come beneficenza, ma come
uno stipendio del tutto meritato. Ecco come Dùneèka vorrebbe
sistemare le cose, e io la penso né più né meno come lei.
Inoltre non gliene abbiamo ancora parlato perché desideravo
più d'ogni altra cosa che tu ti trovassi su un piede di parità con
lui in occasione del vostro prossimo incontro. Quando Dùnja
gli ha parlato di te con entusiasmo, egli ha replicato che
chiunque, prima che si possa giudicarlo, dev'essere visto di
persona e da vicino, e che egli si riservava di farsi un'opinione
su di te dopo averti conosciuto. Sai, mio amatissimo Ròdja, in
base a certe mie riflessioni (che del resto non riguardano affatto
Pëtr Petròviè, ma sono, forse, soltanto mie fantasie da povera,
vecchia donna), mi sono persuasa che dopo il loro matrimonio
io farò meglio a vivere da sola, e non insieme a loro. Sono
profondamente convinta che egli sarà tanto nobile e delicato da
invitarmi, proponendomi lui stesso di non restar separata da
mia figlia, e se non lo ha detto finora è certo perché la cosa si
sottintende da sé, senza bisogno di parlarne; ma io rifiuterò.
Nella vita, più d'una volta ho notato che le madri delle mogli
non vanno troppo a genio ai mariti, e io non solo non desidero
essere del minimo peso a nessuno, ma io stessa voglio essere
completamente libera, fintanto che ho un pezzo di pane per
campare e dei figli come te e Dùneèka. Se sarà possibile, verrò
ad abitare vicino a voi due, perché, Ròdja, in questa mia lettera,
la cosa più bella l'ho tenuta per ultima. Sappi, mio caro, che
forse molto presto ci ritroveremo tutti insieme, e ci
abbracceremo tutti e tre dopo quasi tre anni di separazione! È
già stato deciso con certezza che io e Dùnja partiremo per
Pietroburgo: non so ancora di preciso quando, ma senz'altro
prestissimo, forse addirittura entro una settimana. Tutto
dipende dalle possibilità di Pëtr Petròviè, il quale, non appena
si sarà un po' orientato a Pietroburgo, ce lo farà sapere subito.
Per certi suoi motivi, egli desidera affrettare al massimo la
celebrazione del matrimonio; se possibile, vorrebbe perfino che
avvenisse durante la settimana grassa, o altrimenti, data la
brevità del termine, subito dopo la quaresima. Oh, con che
felicità ti stringerò al mio cuore!
Dùnja è tutta emozionata al pensiero del prossimo incontro con
te, e una volta ha detto, scherzando, che anche solo per questo
sposerebbe Pëtr Petròviè. Non ti scrive nulla in questa lettera;
mi ha detto solo di comunicarti che ha tante di quelle cose da
dirti, ma tante, che non ha nemmeno il coraggio di prendere in
mano la penna, perché in poche righe non si fa in tempo a dir
nulla, e ci si rimane male e basta. E mi incarica anche di
abbracciarti forte e di mandarti un'infinità di baci.
Anche se forse prestissimo ci vedremo di persona, tuttavia tra
pochi giorni ti manderò del denaro, quanto più potrò. Ora che
tutti sanno del prossimo matrimonio di Dùneèka con Pëtr
Petròviè, anche il mio credito è aumentato, e sono certa che
Afanàsij Ivànoviè sarà disposto a darmi fino a settantacinque
rubli, in conto della mia pensione: così, forse, ti manderò un
venticinque rubli, o magari trenta. Te ne manderei anche di più,
ma devo pensare al nostro viaggio, e benché Pëtr Petròviè sia
stato così buono da assumersi una parte delle spese relative al
nostro trasferimento nella capitale, e si sia offerto, in
particolare, di far arrivare a sue spese (per mezzo di certi
conoscenti che ha costì) il nostro bagaglio personale e un
grosso baule, nondimeno dobbiamo tener presente che non
possiamo arrivare a Pietroburgo senza denaro, almeno quel
poco che servirà per i primi giorni. Del resto, abbiamo già
considerato con Dùneèka ogni particolare, ed è risultato che il
viaggio non costerà poi molto. Da qui fino alla ferrovia ci sono
appena novanta chilometri, e ad ogni buon conto, ci siamo già
messe d'accordo con un nostro conoscente che ha un calesse;
dopo di che, io e Dùneèka viaggeremo magnificamente in terza
classe. Così, forse troverò senz'altro il modo di mandarti non
venticinque, ma trenta rubli. Ma ora basta, ho riempito due
fogli interi e non c'è più posto: quanti avvenimenti s'erano
accumulati! Adesso, mio adorato Ròdja, ti abbraccio in attesa
del nostro prossimo incontro e ti mando la mia benedizione
materna. Ròdja, devi amare Dùneèka, la tua sorellina; devi
amarla così come ti ama lei che ti ama - sappilo smisuratamente, più di se stessa. Dùnja è un angelo, e tu,
Ròdja, sei tutto per noi: tutta la nostra speranza e la nostra
consolazione. Se tu sarai felice, lo saremo anche noi. Ròdja,
preghi il Signore come una volta, e credi sempre nella bontà
del nostro Creatore e Salvatore? Temo, in cuor mio, che tu ti
sia lasciato prendere dalla nuova incredulità adesso tanto di
moda. Se è così, prego per te. Ricorda, mio caro, come da
fanciullo, quando tuo padre era ancora vivo, balbettavi le tue
preghiere sulle mie ginocchia, e come eravamo tutti felici,
allora! Addio, o meglio arrivederci! Ti abbraccio forte forte e ti
bacio infinitamente.
Tua fino alla tomba
Pulchèrija Raskòlnikova»
Per quasi tutto il tempo che Raskòlnikov impiegò, sin dalle
prime righe, a leggere la lettera, sul suo viso scorrevano
lacrime; ma quando terminò il suo volto era pallido, contratto
da uno spasimo, e un sorriso penoso e cattivo gli serpeggiava
sulle labbra. Appoggiò il capo sul suo smilzo, logoro guanciale
e rifletté, rifletté a lungo. Il suo cuore batteva forte e i suoi
pensieri erano in tumulto. Alla fine si sentì mancare l'aria in
quello sgabuzzino giallo, così simile a un armadio o a un baule.
Il suo sguardo e i suoi pensieri avevano bisogno di aria libera.
Afferrò il cappello e uscì, senza alcun timore, stavolta, di
incontrare qualcuno per le scale: s'era dimenticato di tutto.
Prese lungo il V-j Prospèkt, in direzione del Vasìlevskij Òstrov,
quasi andasse per un affare urgente; ma, secondo il suo solito,
camminava senza vedere la strada, mormorando tra sé e perfino
parlando ad alta voce, con grande meraviglia dei passanti.
Molti lo scambiavano per un ubriaco.
4
La lettera di sua madre lo aveva messo a terra. Ma quanto al
punto più importante, al punto vitale, non era stato in dubbio
per un solo istante, neanche mentre leggeva la lettera. Il
nocciolo della questione era già risolto nella sua mente, una
volta per tutte: «Finché io sarò vivo questo matrimonio non si
farà; e al diavolo il signor Lùžin!»
«Eh sì, la cosa è chiara,» mormorava tra sé, sogghignando e
pregustando malignamente il successo della sua decisione.
«No, mammina, no, Dùneèka, non riuscirete a farmela!.. E poi
si scusano anche per non aver chiesto il mio consiglio, per aver
deciso tutto senza di me! Lo credo bene! Pensano che adesso,
orma; sia impossibile mandare tutto all'aria; ma la vedremo se è
possibile o no! Guarda un po' che razza di scappatoia: ‹Questo
Pëtr Petròviè è un uomo così affaccendato, ma così
affaccendato, che non può sposarsi altro che in sedia di posta, o
magari in treno.› No, Dùneèka, io vedo e so tutto; so benissimo
ciò di cui vuoi parlare a lungo con me; so anche cos'hai pensato
tutta quella notte, camminando su e giù per la stanza, e per che
cosa hai pregato la Madonna di Kazàn appesa sopra il letto
della mamma. È duro salire il Golgota. Già... E così, tutto è
deciso: voi, Avdòtja Romànovna, intendete sposare un uomo
pratico e razionale, in possesso di un suo capitale ( già in
possesso di un suo capitale, cosa ancor più seria e degna di
maggior rispetto), che ha due impieghi e simpatizza con le idee
delle nostre nuove generazioni (così scrive la mamma) e
sembra buono, come osserva la stessa Dùneèka. Questo
sembra, poi, è la cosa più bella! Così, Dùneèka si prepara a
sposare questo sembra!... Magnifico! Magnifico!
«Vorrei proprio sapere, però, per quale ragione la mamma mi
ha scritto quella frase a proposito delle ‹nuove generazioni›...
Solo per definire il personaggio, oppure con un secondo fine:
rabbonirmi nei confronti del signor Lùžin?
Che furbe! ... E un'altra cosa vorrei sapere: fino a che punto
erano sincere tra di loro, quel giorno e quella notte, e anche in
seguito? Tutto è stato detto apertamente, tra di loro, oppure
hanno capito tutt'e due che, avendo la stessa cosa nel cuore e
nella mente, non era il caso di parlarne ad alta voce, col rischio
di lasciarsi sfuggire qualcosa di troppo? Probabilmente è stato
così, in parte, lo si capisce dalla lettera. Alla mamma lui è
parso un tipo rude, un po' rude, e quell'ingenua ha confidato
subito a Dùneèka questa sua impressione. L'altra, naturalmente,
si è infuriata, e ha risposto ‹con dispetto›. Lo credo bene! Chi
non andrebbe su tutte le furie, dal momento che la cosa è chiara
senza bisogno di tante domande ingenue e tutto è già stato
deciso, ed è perfettamente inutile tornarci su? Chissà poi
perché mi scrive: ‹ Ròdja, ama Dùneèka dato che lei ti ama più
di se stessa›; forse i rimorsi la tormentano già nell'intimo, per
aver acconsentito a sacrificare la figlia per il figlio. ‹Tu sei la
nostra speranza, sei tutto per noi!› Oh mamma, mamma!»
Il rovello montava in lui sempre più veemente, e se in quel
momento si fosse imbattuto nel signor Lùžin, probabilmente lo
avrebbe ucciso.
«Certo, è vero,» proseguì, seguendo il turbine dei pensieri che
gli vorticava nella mente, «è vero che ‹per conoscere una
persona bisogna avvicinarsi a lei per gradi e con cautela›, ma il
signor Lùžin lo si capisce benissimo anche così. Soprattutto ‹è
un uomo d'affari, e sembra buono›: scherziamo? Si è incaricato
dei bagagli, fa trasportare un grosso baule a sue spese! Come
potrebbe non essere buono! E loro intanto, la fidanzata e sua
madre, noleggiano un carro da contadini, e viaggiano al riparo
di una stuoia (ho viaggiato anch'io così!) Non c'è che dire! Una
bazzecola! Appena novanta chilometri, e poi ‹viaggeremo
magnificamente in terza classe› per altri mille. Ed è giusto: ad
ognuno, per così dire, quel che si merita; ma, e voi, signor
Lùžin, non dite nulla? È la vostra fidanzata... E non potete
certo ignorare che mia madre, se vuole procurarsi i soldi per il
viaggio, deve prenderli a prestito sulla sua pensione... Certo, si
tratta di un contratto bilaterale, di un accordo commerciale con
vantaggi reciproci e apporti corrispettivi, e quindi anche le
spese vanno divise a metà; pane e sale in comune, ma quanto al
tabacco, ciascuno per conto suo, come dice il proverbio. Anche
qui, però, il nostro uomo d'affari le ha corbellate un pochino: il
bagaglio, infatti, costa assai meno del loro viaggio, e forse
addirittura non gli costerà nulla. Possibile che quelle due non
vedano tutto ciò? O sarà che non vogliono vederlo? E sono
contente, loro, contente! A pensare che questi sono solo i
fiorellini; i veri frutti verranno dopo! Cos'è che conta infatti?
‹Non è l'avarizia, non è la tirchieria che conta, ma è il tono
generale.› Questo è già il tono di dopo il matrimonio, un
preavviso!... E la mamma, poi, se si dà alle spese pazze, con
che cosa arriverà a Pietroburgo? Con tre rubli, o con due
‹bigliettini›, come ha detto quella... quella vecchia... Già! E poi
con che cosa sperano di vivere a Pietroburgo? E come ha fatto,
lei, a indovinare sin d'ora che per certi motivi non potrà vivere
insieme con Dùneèka dopo il matrimonio, nemmeno all'inizio?
Quel caro uomo, probabilmente, si sarà lasciato sfuggire
qualche parola, si sarà fatto capire, anche se la mamma si
affretta a mettere avanti le mani: ‹Io stessa rifiuterò.› Ma allora,
in chi spera? Nei suoi centoventi rubli di pensione, da cui va
detratto il debito con Afanàsij Ivànoviè? Lei, laggiù, continua a
confezionare scialletti invernali e a ricamare sopramaniche,
rovinando quei suoi poveri occhi. Ma gli scialletti le daranno in
tutto altri venticinque rubli all'anno, da aggiungere ai
centoventi. Lo so: loro, malgrado tutto, sperano nella nobiltà
d'animo del signor Lùžin: ‹Sarà lui stesso ad offrirlo, me ne
pregherà.› Alla larga! attenzione al borsellino, con un tipo
simile! Succede sempre così a queste meravigliose anime
schilleriane: fino all'ultimo momento rivestono la gente con le
penne del pavone, fino all'ultimo momento si aspettano il bene
e non il male, e anche se intuiscono il rovescio della medaglia,
per niente al mondo vogliono parlarne chiaramente in anticipo;
il solo pensiero le fa inorridire; respingono la verità con tutt'e
due le mani, fino all'istante in cui l'individuo che hanno portato
alle stelle non le menerà definitivamente per il naso. Sarei
curioso di sapere se il signor Lùžin ha qualche onorificenza;
scommetto la testa che almeno l'ordine di Sant'Anna ce l'ha
all'occhiello, e se lo mette per andare a pranzo con gli
appaltatori e con i mercanti. Magari se lo metterà anche il
giorno delle nozze! Comunque sia, vada al diavolo!...
«Ancora ancora passi per la mamma, Dio la conservi, visto che
è fatta così; ma che dire di Dùneèka? Dùneèka, mia cara, io vi
conosco, e come! Avevate già vent'anni quando ci siamo visti
per l'ultima volta: il vostro carattere lo avevo già capito, io. La
mamma scrive che ‹Dùneèka può sopportare molto›. Lo
sapevo, questo, lo sapevo già due anni e mezzo fa, e sono due
anni e mezzo che ci penso, che penso esattamente a questo, al
fatto che ‹Dùneèka può sopportare molto›. Se può sopportare il
signor Svidrigàjlov, con tutto quello che consegue, vuol dire
che può sopportare davvero molto; e così, insieme alla
mamma, ha immaginato che si può sopportare anche il signor
Lùžin, con la sua teoria sui vantaggi delle mogli tolte dalla
miseria e beneficate dai loro mariti, spiattellata sin dalla prima
visita... D'accordo, ammettiamo che ‹gli sia sfuggita›,
nonostante sia un individuo razionale (cosicché, forse, non gli è
affatto sfuggita, ma era sua precisa intenzione, invece, spiegarsi
al più presto); ma Dùneèka, Dùneèka, dico? Lei l'uomo lo ha
già capito, ed è proprio con quell'uomo che dovrà vivere. Lei
che sarebbe disposta a mangiare soltanto pane nero e a berci
insieme dell'acqua, piuttosto che vendere la sua anima, e non è
certo disposta a dare in cambio la sua libertà interiore per un
po' di agi... non la darebbe in cambio per tutto lo Schleswig-
Holstein, figuriamoci poi per il signor Lùžin... No, Dùneèka
non era fatta così, per quel che ne so, e... no, non sarà certo
cambiata adesso!... Ma è chiaro, è tutto chiaro! son duri da
sopportare, gli Svidrigàjlov! È duro passare tutta la vita
trascinandosi da una provincia all'altra come istitutrice per
duecento rubli all'anno! Eppure, io so che mia sorella sarebbe
disposta a lavorare come una negra per un piantatore, o come
una lituana per un tedesco del Baltico, anziché avvilire il suo
spirito e il suo sentimento morale legandosi a un uomo che non
rispetta e con il quale non ha niente in comune: legarsi per
sempre in vista di un semplice tornaconto personale! E
nemmeno se il signor Lùžin fosse di purissimo oro e di
brillanti, nemmeno allora lei acconsentirebbe a diventare la sua
legittima concubina! Ma allora, perché acconsente? Dov'è il
trucco? Dov'è la spiegazione? È chiaro: non si venderebbe per
se stessa, per il suo benessere, e neanche per salvarsi dalla
morte! ma è pronta a vendersi per gli altri! Per le persone che
ama, che adora, sì che è pronta a vendersi! Eccolo, il trucco: a
vendersi per suo fratello, per sua madre! Tutto, venderebbe! In
questo caso, si può anche soffocare il nostro senso morale; si
può portare tutto al bazar: la libertà, la tranquillità, perfino la
coscienza: tutto. Addio, vita, purché queste creature da noi
tanto amate siano felici! E non basta: escogiteremo una
casistica tutta nostra, andremo a scuola dai gesuiti e magari, per
un po', ci tranquillizzeremo, riuscendo a convincerci che così
dev'essere, esattamente così, per un nobile scopo. Lei è fatta in
questo modo; è tutto chiaro come la luce del sole. È chiaro che
qui a essere in ballo è Rodiòn Romànoviè Raskòlnikov, e per
giunta in prima fila. Come no? Lei può fare la sua felicità,
mantenerlo all'università, associarlo a un'azienda, assicurare
tutto il suo avvenire; chissà che in seguito non diventi un
riccone, un uomo stimato e rispettato; e forse l'epilogo della
sua vita lo vedrà perfino famoso! E la madre? C'è di mezzo
Ròdja, il preziosissimo Ròdja, il primogenito! Per un
primogenito di questa fatta, come non sacrificare anche la
propria figlia? O diletti, ingiusti cuori! Come no! Saremmo
perfino capaci di accettare la sorte di Sòneèka, Sòneèka
Marmelàdova, la Sòneèka eterna, la Sòneèka che ci sarà finché
ci sarà il mondo! E il sacrificio, voi due, l'avete misurato in
tutta la sua portata? Sì? Ve la sentite? È utile? È ragionevole?
Lo sapete, Dùneèka, che la sorte di Sòneèka non è affatto
peggiore di quella che vi attende con il signor Lùžin? ‹Di
amore, qui, non ce ne può essere,› scrive la mamma. Ma se, a
parte l'amore, nemmeno il rispetto ci potesse essere? E se, al
contrario, ci fossero già la ripugnanza, il disprezzo, il disgusto?
E allora?... Allora succederà che dovremo, anche noi, ‹ badare
molto alla pulizia ›... Non è forse così? Lo capite, lo capite fino
in fondo, che cosa significa questa pulizia? Lo capite che la
pulizia con Lùžin è la stessa pulizia di Sòneèka, e forse anche
peggiore, più sordida, più abietta, perché voi, Dùneèka, in
fondo contate su un minimo di agi, mentre là si tratta
semplicemente di non morire di fame! ‹Costa cara, costa cara,
Dùneèka, questa pulizia!› E se poi vi mancheranno le forze? se
vi pentirete? Quanto dolore, quanta tristezza, quante
maledizioni e lacrime - tenute nascoste a tutti, dato che non
siete Marfa Petròvna? E che ne sarebbe, allora, della mamma?
Già adesso è inquieta, si strugge; ma allora, quando vedrà tutto
chiaramente? E di me che ne sarà? A me, infatti, non avete
pensato... Non voglio il vostro sacrificio, Dùneèka, non lo
voglio, cara, mamma! Fin ché sarò vivo, questo non accadrà,
non accadrà, non accadrà! Io non accetto!»
Ad un tratto trasalì, e si fermò.
«Non accadrà? E che cosa farai perché non accada? Lo
proibirai? E con che diritto? Che cosa puoi promettere loro, dal
canto tuo, per avere questo diritto? Di dedicare loro tutto il tuo
destino, tutto il tuo futuro, quando avrai finito l'università e
trovato un posto? Le abbiamo già sentite, queste cose, ma sono
bubbole. E intanto? Si tratta di decidere subito; lo capisci o no?
Che stai facendo, ora? Le sfrutti. Quei soldi, loro se li
procurano garantendoli con una pensione di cento rubli, e
tramite i signori Svidrigàjlov! In che modo le proteggerai dagli
Svidrigàjlov e da Afanàsij Ivànoviè Vachrùšin, tu, futuro
milionario, tu, Giove che disponi del loro fato? Ci penserai fra
dieci anni? Ma fra dieci anni tua madre sarà già divenuta cieca
a forza di confezionare scialletti, o magari a furia di lacrime; si
sarà ridotta al lumicino a forza di digiunare; e tua sorella?...
Coraggio, pensa un po' a quel che potrà essere di tua sorella di
qui a dieci anni, o nel corso di questi dieci anni. Lo indovini?»
Così egli si tormentava, assillandosi con tali domande e
trovandovi perfino una specie di voluttà. Del resto, tutte quelle
domande non erano nuove, improvvise, ma vecchie e dolenti.
Già da un pezzo avevano cominciato a tormentarlo e a
dilaniargli il cuore. Da moltissimo tempo era germinata in lui
tutta la tristezza che sentiva adesso, era cresciuta
accumulandosi, e negli ultimi tempi era maturata,
concentrandosi e assumendo l'aspetto di un orrendo, crudele e
fantastico problema, che torturava a fondo il suo cuore e il suo
cervello ed esigeva una soluzione. Adesso, poi, la lettera di sua
madre lo aveva colpito come un fulmine. Era evidente che non
era più possibile, ormai, torturarsi e soffrire passivamente,
accontentandosi solo di riflettere sull'insolubilità dei problemi,
ma occorreva assolutamente fare qualcosa, e subito, al più
presto. Occorreva ad ogni costo decidersi a far qualcosa,
oppure...
«Oppure, rinunciare addirittura alla vita!» esclamò ad un tratto
al colmo dell'esaltazione. «Piegarsi docilmente alla sorte così
com'è, una volta per tutte, soffocando ogni cosa dentro di sé,
rinunciando ad ogni diritto ad agire, a vivere e ad amare!»
«Lo capite, lo capite, egregio signore, cosa significa quando
non c'è più un posto dove andare?» gli tornò in mente a un
tratto la domanda rivoltagli da Marmelàdov il giorno prima.
«Già: perché ogni uomo deve pur avere un posto dove poter
andare...»
Improvvisamente sussultò: un pensiero, anch'esso del giorno
prima, gli era guizzato nel cervello come un baleno.
Ma non fu per questo che sussultò. Sapeva, infatti, o meglio
presentiva che esso sarebbe senz'altro arrivato, e già
l'attendeva; d'altronde, quel pensiero non era affatto del giorno
prima. La differenza era questa: un mese prima, anzi perfino il
giorno prima, si trattava solo di un sogno, mentre adesso...
Adesso si presentava, di colpo, non più come un sogno, ma
sotto un aspetto nuovo, minaccioso e del tutto sconosciuto, ed
egli, ad un tratto, se n'era reso cosciente... Sentì come un colpo
alla testa, e gli si oscurò la vista.
S'affrettò a guardarsi attorno, cercando qualcosa. Avrebbe
voluto sedersi e cercava una panca; stava camminando lungo il
K. boulevard. Vide una panchina più avanti, a un centinaio di
passi. Affrettò il passo più che poté; ma lungo il cammino gli
accadde un piccolo incidente, che per qualche minuto
concentrò tutta la sua attenzione.
Mentre cercava la panchina aveva notato, una ventina di passi
davanti a sé, una donna che camminava, ma lì per lì non le
aveva prestato la minima attenzione, come a tutti gli oggetti ai
quali era passato accanto fino a quel momento. Già più di una
volta, ad esempio, gli era capitato, arrivando a casa, di non
ricordare affatto le strade che aveva percorso, tanto che si era
ormai abituato ad andare in giro così. Ma in quella donna c'era
qualcosa di tanto strano, qualcosa che balzava subito agli
occhi, che la sua attenzione cominciò a concentrarsi su di lei,
dapprima a malincuore e quasi con dispetto, ma poi con sempre
più viva intensità. A un tratto volle capire cosa ci fosse in lei di
tanto strano. Innanzi tutto doveva essere una ragazza molto
giovane: camminava a testa nuda con quel gran caldo, non
aveva né guanti né ombrellino, e agitava le braccia in maniera
buffa. Portava un abituccio di seta leggera, indossato anch'esso
in un modo parecchio strano, appena abbottonato e dietro,
proprio all'inizio della gonna, all'altezza della vita, addirittura
strappato; un intero lembo di stoffa ne pendeva ballonzolando.
Uno scialletto era gettato sul collo nudo, ma sporgeva di lato e
un po' di sbieco. Per giunta, la ragazza camminava con passo
incerto, incespicando e perfino barcollando. Quell'incontro finì
con l'avvincere tutta l'attenzione di Raskòlnikov. Egli raggiunse
la ragazza proprio accanto alla panchina, mentre lei vi si
lasciava cadere sopra con tutto il peso, in un angolo,
arrovesciando il capo sulla spalliera e chiudendo gli occhi,
evidentemente per l'eccessiva stanchezza. Dopo averla scrutata,
egli capì subito: era ubriaca fradicia. Era uno spettacolo strano
e assurdo. Egli ebbe perfino il sospetto di sbagliarsi. Il visino
che vedeva davanti a sé era estremamente giovane, sui sedici o
forse soltanto sui quindici anni, minuto e grazioso con i suoi
capelli biondicci, ma tutto infiammato e come gonfio. Pareva
che la fanciulla non si rendesse più conto di nulla; aveva
accavallato le gambe, scoprendone molto più del conveniente e
da tutti gli indizi pareva ben poco consapevole di trovarsi per la
strada.
Raskòlnikov non si era seduto ma non intendeva andarsene, e
le rimaneva davanti perplesso. Di solito, quel boulevard era
poco frequentato; in quel momento, poi, tra l'una e le due, e
con tutto quel caldo, non c'era quasi nessuno.
Tuttavia, in disparte, a una quindicina di passi, sul margine del
boulevard, si era fermato un signore, che secondo ogni
evidenza avrebbe desiderato moltissimo avvicinarsi anche lui
alla fanciulla per qualche suo fine. Anche lui, probabilmente,
l'aveva vista da lontano e aveva pensato di raggiungerla, ma ne
era stato impedito da Raskòlnikov. Gli lanciava sguardi furiosi,
badando però a non farsene accorgere, e stava sulle spine in
attesa del suo turno, non appena quello straccione guastafeste
avesse levato le tende. La situazione era assai eloquente: il
signore era sulla trentina, robusto, grasso, bianco e rosso come
una mela, con labbra vermiglie e baffetti, e vestiva con molta
eleganza. Raskòlnikov si sentì invadere da una gran rabbia;
d'un tratto gli venne voglia di offendere in qualche modo quel
grasso vagheggino; si staccò per un attimo dalla fanciulla e si
avvicinò al signore.
«Ehi, voi, Svidrigàjlov! Che volete voi qui?» gli gridò,
stringendo i pugni e sogghignando con labbra schiumanti di
collera.
«Che significa ciò?» gli chiese severamente il signore,
aggrottando le sopracciglia con un'espressione di sprezzante
stupore.
«Fuori dai piedi, ecco cosa significa!»
«Come osi, canaglia!...»
E agitò il frustino. Raskòlnikov gli si scagliò addosso con i
pugni alzati, senza nemmeno pensare che quel tipo robusto
poteva benissimo tener testa anche a due come lui. Ma in
quell'istante qualcuno lo afferrò saldamente da dietro: fra loro
s'era intromessa una guardia.
«Basta, signori, non potete picchiarvi in luogo pubblico. E voi
cosa volete? Chi siete?» chiese in tono sostenuto a
Raskòlnikov, fissando i suoi stracci.
Raskòlnikov lo scrutò attentamente. Era un volto maschio e
soldatesco, con baffi e basette brizzolati e uno sguardo pieno di
buonsenso.
«Proprio di voi avevo bisogno,» esclamò Raskòlnikov,
afferrandogli una mano. «Io sono l'ex studente Raskòlnikov...
Lo dico anche per voi,» si rivolse al signore, «ma venite qui un
momento, voglio farvi vedere una cosa...»
E prendendo la guardia per un braccio, la trascinò verso la
panchina.
«Ecco, vedete? È completamente ubriaca; poco fa camminava
per il viale: chi sa chi è, però non sembra di quelle che lo fanno
per mestiere. La cosa più probabile è che l'abbiano fatta bere e
poi sedotta... Per la prima volta... Capite? E poi l'hanno lasciata
andar via così... Guardate come è strappato il suo abito,
guardate come lo indossa: qualcuno l'ha vestita, non è stata lei
a vestirsi, sono state mani goffe, maschili. Si vede. E adesso
guardate qui. Questo bellimbusto con cui stavo per venire alle
mani è uno sconosciuto, lo vedo per la prima volta; ma anche
lui l'aveva avvistata, strada facendo, ubriaca, fuori di sé, e
moriva dalla voglia di avvicinarsi e di acchiapparla al volo,
approfittando dello stato in cui si trova, per portarla chissà
dove... Potete esserne certo; mi potete credere, non mi sbaglio.
Ho visto coi miei occhi come la osservava e la seguiva; ma io
gliel'ho impedito; e adesso lui aspetta che me ne vada. Ecco, si
è allontanato un po', se ne sta lì e finge di arrotolare una
sigaretta. Non possiamo impedirglielo? Non potete fare in
modo di rimandarla a casa sua?»
La guardia aveva capito immediatamente, s'era resa conto di
tutto. Quanto al signore grasso, la faccenda era naturalmente
chiarissima; restava la ragazza. L'agente si chinò su di lei, per
esaminarla più da vicino, e una sincera compassione gli si
dipinse sul viso.
«Che pena mi fa!» disse, scuotendo il capo. «È ancora una
bambina... L'hanno sedotta, è evidente. Sentite, signorina,»
prese a dirle, «dove abitate?» La ragazza aprì gli occhi, stanchi
e imbambolati, fissò ottusamente quelli che la interrogavano e
con la mano fece un gesto infastidito.
«Sentite,» disse Raskòlnikov, «ecco qua (si frugò in tasca e ne
tirò fuori venti superstiti copeche), ecco qua, chiamate una
carrozza e dite al vetturino di portarla a casa. Purché si riesca a
sapere il suo indirizzo!»
«Signorina, ehi, signorina...» riprese a dire la guardia, dopo
aver accettato il denaro, «ora vi chiamo un vetturino e vi
accompagno io stesso. Dove volete che andiamo? Eh?... Dove
state di casa?»
«Ci risiamo!... Mica ti lasciano in pace!» mormorò la fanciulla,
e tornò a schermirsi con la mano.
«Ah, ah, che brutta cosa! Ah, che vergogna, signorina, proprio
una vergogna!» Egli scosse di nuovo il capo, con aria di
deplorazione mista a pietosa indignazione. «Però, che
problema!» fece rivolto a Raskòlnikov; e subito, senza farsi
accorgere, lo esaminò di nuovo da capo a piedi. Dovette
sembrargli strano anche lui: con quegli stracci addosso, dava
via del denaro!
«Era lontana da qui, quando l'avete trovata?» gli domandò.
«Ve l'ho detto: camminava davanti a me, barcollando, qui
lungo il viale. Appena arrivata alla panchina, vi si è lasciata
cadere di schianto.»
«Ah, che cose vergognose accadono adesso al mondo, santo
Dio! Così ingenua, semplice, e già ubriaca! L'hanno sedotta, è
chiaro! Ecco, anche il vestitino è tutto strappato... Ah, che
corruzione c'è in giro!... E forse è anche una di buona famiglia,
povera ma buona... Al giorno d'oggi ce n'è molte così.
Dall'aspetto, però, si direbbe delicata, sembra una signorina», e
si chinò un'altra volta su di lei.
Forse aveva anche lui una figlia così, di quelle «delicate, che
sembrano signorine» e imitano i modi delle fanciulle bene
educate, assimilando gli atteggiamenti di moda...
«L'importante,» si affannava a dire Raskòlnikov, «è di non
lasciarla nelle mani di quel porco! Chi sa cosa diavolo le
farebbe! Lo si vede benissimo cosa vuole; mica se ne va, quella
carogna!»
Raskòlnikov parlava forte e lo indicava apertamente con la
mano. L'altro sentì e stava per andare di nuovo in bestia; ma
cambiò idea, e dopo avergli gettato uno sguardo sprezzante, si
allontanò lentamente di altri dieci passi e si fermò.
«Non lasciargliela si può anche fare,» rispose il sottufficiale,
pensieroso. «Ma dovrebbe almeno dirci dove bisogna
accompagnarla, se no... Signorina, ehi, signorina!» e si chinò
nuovamente su di lei.
La ragazza, a un tratto, sbarrò gli occhi, li guardò con
attenzione come se avesse capito qualcosa, poi si alzò dalla
panchina e si avviò verso la direzione da cui era venuta.
«Puah!, brutti schifosi, mica ti lasciano in pace!» proferì,
schermendosi di nuovo con la mano. Si incamminò
rapidamente ma, come prima, ondeggiando parecchio. Il
bellimbusto la seguì, ma restando sull'altro lato del viale, senza
staccare gli occhi da lei.
«Non preoccupatevi, non gliela lascio,» dichiarò deciso il
baffone mettendosi alle loro calcagna.
«Eh, che corruzione c'è in giro!» ripeté ad alta voce con un
sospiro.
In quel momento fu come se qualcosa avesse punto
Raskòlnikov; in un baleno, parve del tutto sconvolto.
«Ehi, voi, sentite!» gridò al baffone.
Quello si voltò.
«Lasciate perdere! Che ve ne importa? Lasciate stare! Che se la
spassi pure! (e indicò il bellimbusto). A voi che ve ne
importa?»
La guardia non capiva, e lo guardava con gli occhi sbarrati.
Raskòlnikov si mise a ridere.
«Che roba!...» esclamò l'agente con un gesto stizzito, e si avviò
dietro al bellimbusto e alla ragazza, sicuro di aver a che fare
con un matto o anche peggio.
«Le mie venti copeche, però, se le è portate via,» pensò con
rabbia Raskòlnikov, rimasto solo. «Adesso piglierà dei soldi
anche da quell'altro e gli lascerà la ragazza, ecco come andrà a
finire.. Perché poi ho voluto ficcarmi in mezzo ad aiutare? Che
si divorino pure vivi l'un l'altro! Perché proprio io dovrei
aiutare? Ho il diritto, io, di aiutare? Che cosa c'entro? E che
diritto avevo di dar via quelle venti copeche? Erano forse
mie?»
A parte questo strano ragionamento, si sentiva molto depresso.
Si sedette sulla panchina rimasta vuota. I suoi pensieri
vagavano qua e là... In generale in quell'istante gli era difficile
pensare a qualsiasi cosa. Avrebbe voluto addormentarsi,
dimenticare tutto, e poi risvegliarsi e cominciare tutto da
capo...
«Povera bambina!» disse guardando l'angolo della panchina.
«Tornerà in sé, piangerà un poco, poi sua madre verrà a
saperlo... Prima la picchierà, poi la frusterà, provocandole
dolore e vergogna; e poi, forse, la butterà fuori di casa... E se
anche non lo farà, le Dàrje Fràncovne verranno a saperlo
ugualmente, e la mia bambina comincerà ad andare e venire da
un posto all'altro... Poi, dopo un po', l'ospedale: accade sempre
così a quelle che vivono con madri molto oneste, e fanno le
loro scappatelle di nascosto... E poi... poi di nuovo l'ospedale.
Il vino... le bettole... e ancora l'ospedale... Dopo due, tre anni
sarà un rudere, e in tutto avrà avuto diciotto o diciannove anni
da vivere... Non ne ho forse viste altre? E come avevano fatto a
diventare così? Tutte né più né meno che in questa maniera...
Puah! E sia! Così dev'essere, dicono. Una certa percentuale,
dicono, deve andarsene ogni anno... chissà dove, poi... al
diavolo, probabilmente, per dar sollievo a quelli che restano e
non esser loro d'impaccio. Una percentuale! Graziose, davvero,
queste loro parolette: così riposanti, così scientifiche. Una
percentuale, si è detto; dunque non è il caso di preoccuparsi. Se
fosse un'altra parola, be', allora... magari sarebbe più
inquietante.. E se anche Dùneèka, un giorno o l'altro, finisse
nella percentuale?... Se non in questa, in un'altra?...
«Ma dove sto andando?» pensò a un tratto. «Strano! Sarò bene
uscito per qualche motivo... Appena letta la lettera, sono uscito.
Per andare al Vasìlesvkij Òstrov, da Razumìchin: là dovevo
andare, adesso me lo ricordo... Ma a che scopo, tuttavia? E
come mai proprio adesso mi è venuta l'idea di andare da
Razumìchin? È straordinario.»
Si stupiva di sé. Razumìchin era un suo vecchio compagno
d'università. In realtà - e la cosa è curiosa - Raskòlnikov
all'università non aveva quasi amici, stava lontano da tutti, non
andava a casa di nessuno e difficilmente faceva venire
qualcuno in casa sua. D'altra parte, tutti avevano preso ben
presto a ignorarlo.
Non partecipava né alle riunioni comuni, né alle conversazioni,
né ai divertimenti, né ad altro. Studiava intensamente, senza
risparmiarsi, e per questo lo rispettavano, ma nessuno gli
voleva bene. Era molto povero, orgoglioso, in un certo suo
modo, sino all'alterigia, e poco comunicativo: come se avesse
qualcosa da nascondere. Alcuni compagni avevano
l'impressione ch'egli li considerasse come bambini, dall'alto in
basso, quasi li avesse sopravvanzati tutti sia per sviluppo sia
per conoscenze e convinzioni, e considerasse le loro idee e i
loro interessi qualcosa di inferiore.
Di Razumìchin, invece, chissà perché, era diventato amico; o
forse non proprio amico, ma con lui era più socievole, più
aperto. Del resto, era impossibile stabilire altri rapporti con
Razumìchin. Era un giovane straordinariamente allegro,
esuberante, buono sino al candore. Ma questo candore
nascondeva uno spirito profondo e uno spiccato senso di
dignità. I migliori fra i suoi compagni se ne rendevano conto, e
tutti lo amavano. Era tutt'altro che sciocco, anche se talvolta
poteva sembrare un sempliciotto. Si faceva notare per il suo
aspetto esteriore: era alto, magro, sempre mal rasato e nero di
capelli. Non di rado si cacciava in qualche rissa, e aveva fama
di essere molto forte. Una notte, in presenza d'altri compagni,
con un sol colpo aveva abbattuto un tutore dell'ordine alto
quasi due metri. Poteva bere senza fine, ma poteva anche non
bere affatto; qualche volta ne faceva delle grosse, anche oltre i
confini del lecito, ma poteva benissimo farne a meno.
Caratteristico di Razumìchin era anche il fatto che nessun
insuccesso lo turbava mai e nessuna circostanza avversa,
apparentemente, riusciva ad abbatterlo. Avrebbe potuto abitare
anche in cima a un tetto, sopportare una fame rabbiosa e un
freddo polare. Era molto povero e si manteneva completamente
da solo, procurandosi i soldi grazie a non si sa bene quali
lavori. Conosceva un'infinità di fonti alle quali attingere,
sempre lavorando, si capisce. Una volta, per tutto l'inverno,
non aveva scaldato la sua stanza, affermando che preferiva così
perché al freddo si dorme meglio. In quel periodo, anche lui era
stato costretto a lasciare l'università, ma non definitivamente; e
stava compiendo ogni sforzo per migliorare la situazione e
riprendere gli studi. Erano ormai quattro mesi che Raskòlnikov
non andava da lui; quanto a Razumìchin, non sapeva nemmeno
dove egli abitasse. Una volta, circa due mesi prima, s'erano
incontrati per la strada, ma Raskòlnikov s'era voltato dall'altra
parte, ed era perfino passato sul lato opposto per evitare che il
compagno lo vedesse. E Razumìchin, pur avendolo visto,
aveva tirato via, non volendo mettere a disagio l'amico.
5
«È vero, ancora poco tempo fa volevo chiedere del lavoro a
Razumìchin: che mi trovasse delle lezioni, o qualcos'altro,»
continuava a pensare Raskòlnikov. «Ma adesso, in che cosa mi
può aiutare? Supponiamo che mi trovi delle lezioni, e che sia
pronto a spartire con me anche la sua ultima copeca, sempre
che ce l'abbia, tanto da potermi comprare le scarpe e farmi
accomodare il vestito per andare alle lezioni... Già; e poi?...
Che cosa farò con quattro soldi in tasca? Come se fosse di
questo che ho bisogno, in questo momento! È proprio ridicolo
che mi sia venuto in mente di andare da Razumìchin...»
Comunque, aveva deciso di andare da Razumìchin; e la cosa lo
inquietava anche più di quanto non pensasse; cercava con
inquietudine qualche significato sinistro in quell'atto
apparentemente così normale.
«Possibile che io volessi sistemare ogni cosa con il solo
Razumìchin, e avessi trovato in lui la via d'uscita a tutto?» si
chiedeva meravigliato.
Rifletteva strofinandosi la fronte e, strano a dirsi, d'un tratto come a caso e quasi per conto suo - dopo una meditazione
molto lunga gli venne in mente un pensiero bizzarro.
«Mmh... da Razumìchin,» si disse all'improvviso con perfetta
calma, come per una decisione definitiva, «da Razumìchin ci
andrò, naturalmente... ma non adesso. Ci andrò... il giorno
dopo quella faccenda, quando quella faccenda sarà sistemata e
tutto andrà per un altro verso...»
Di colpo tornò in sé.
«Dopo quella faccenda!» esclamò, balzando su dalla panchina.
«Ma forse che ci sarà, quella faccenda? Ci sarà veramente?»
Lasciò la panchina e si allontanò quasi di corsa; voleva tornare
indietro, verso casa, ma all'improvviso si sentì nauseato all'idea
che proprio là, in quel buco, in quell'orribile specie di armadio,
tutta quella faccenda andava maturando già da più di un mese.
Così, si lasciò andare dove lo portavano le gambe.
Il suo tremito nervoso si era convertito in qualcosa di simile a
brividi di febbre; con tutto quel caldo, sentiva freddo. Con uno
sforzo quasi inconsapevole, per una specie di necessità
interiore, cominciò a osservare attentamente tutti gli oggetti
che gli capitavano sott'occhio, come cercando ad ogni costo di
distrarsi, ma riuscendovi male, tanto che ricadeva di continuo
nelle sue fantasticherie. Quando poi, con un tremito,
risollevava il capo e si guardava attorno, subito dimenticava a
cosa stesse pensando e perfino per dove fosse passato. In tal
modo attraversò l'intero Vasìlevskij Òstrov, sbucò sulla Piccola
Neva, oltrepassò il ponte e tornò sulle Isole. A tutta prima, il
verde e il fresco riuscirono graditi ai suoi occhi stanchi, abituati
alla polvere della città, alla calcina e agli edifici enormi,
opprimenti e asfissianti. Lì non c'erano né afa, né puzzo, né
bettole. Ma ben presto anche quelle sensazioni nuove,
piacevoli, divennero morbose e irritanti. Si fermò davanti a
qualche villa adorna di piante di varia specie; guardando oltre il
recinto scorgeva, in lontananza, sui balconi e sulle terrazze,
donne vestite con eleganza, e bambini che correvano in
giardino. Soprattutto lo interessavano i fiori, li osservò più a
lungo d'ogni altra cosa. Si imbatté anche in lussuose carrozze,
in cavalieri e amazzoni; li accompagnava con uno sguardo
curioso, ma si dimenticava di loro prima ancora che
scomparissero alla sua vista. Una volta si fermò e contò i soldi
che aveva in tasca; erano circa trenta copeche: «Venti le ho date
alla guardia, tre a Nastàsja per la lettera... Ieri, dunque, ho dato
ai Marmelàdov circa quarantasette copeche, o forse cinquanta,»
pensò, spinto da chissà quale motivo a questi calcoli; ma subito
dimenticò perfino perché s'era cavato quegli spiccioli di tasca.
Se ne ricordò poco dopo, quando, passando davanti a una
specie di taverna, sentì d'avere appetito. Vi entrò, vuotò un
bicchierino di vodka e cominciò a mangiare un tortello ripieno.
Finì di mangiarlo per la strada. Non beveva vodka da
moltissimo tempo e l'effetto fu istantaneo, benché ne avesse
bevuto soltanto un bicchierino. Si sentì d'un tratto le gambe
pesanti, e una forte sonnolenza.
Si avviò in direzione di casa sua; ma, arrivato al Petròvskij
Òstrov, si fermò completamente sfinito; lasciata la strada,
s'inoltrò fra i cespugli, cadde sull'erba e si addormentò
all'istante.
I sogni di un malato sono caratterizzati spesso da straordinario
rilievo, vividezza ed eccezionale somiglianza con la realtà.
L'evento è, a volte, mostruoso, ma l'ambiente e l'intero
processo della rappresentazione sono così verosimili e così
ricchi di sfumature, di particolari inattesi ma artisticamente
appropriati all'insieme, che chi sogna non saprebbe inventarli
da sveglio, nemmeno se fosse un artista della grandezza di
Puškin o di Turgenev. Questi sogni, poi - sogni morbosi -,
rimangono a lungo impressi nella memoria, e producono
un'impressione profonda su un organismo già scosso ed
eccitato.
Il sogno di Raskòlnikov fu spaventoso. Sognò la sua infanzia,
quando viveva ancora nella piccola città natale.
Ha sette anni e, in compagnia di suo padre, sta andando a
passeggio fuori città, in un giorno di festa, sul far della sera. Il
tempo è grigio, afoso, la località assolutamente identica a come
si è conservata nella sua memoria: anzi, nella memoria è molto
più scialba di come la rivede nel sogno. La piccola città sorge
come sul palmo di una mano, senza nemmeno un salcio
intorno; solo molto lontano, proprio dove s'incontrano la terra e
il cielo, nereggia un boschetto. A pochi passi dall'ultimo orto
della città c'è una bettola, una grossa bettola che ha sempre
suscitato in lui un'impressione sgradevolissima e perfino un
senso di paura quando passava lì vicino, andando a passeggio
col padre. Era sempre così gremita, e risonante di tante urla,
sghignazzi e bestemmie, di canti così rauchi e disgustosi, di
risse così frequenti; e intorno alla bettola andavano sempre a
zonzo tipi dalle grinte così ebbre e terribili... Nel vederle, egli
si stringeva al padre e tremava tutto. Di fianco alla bettola
passava la strada, una stradina di campagna sempre polverosa,
e quella polvere era sempre così nera. La strada procede
serpeggiando, poi, dopo trecento passi, si aggira sulla destra il
cimitero della città. In mezzo al cimitero sorge una chiesa in
muratura, con la cupola verde, dov'egli andava a messa, con
suo padre e sua madre, un paio di volte all'anno, quando si
celebrava l'ufficio funebre in memoria della nonna, morta tanto
tempo prima e che lui non aveva mai visto. Quelle volte si
portavano sempre dietro una kutjà sopra un piatto bianco,
avvolta in un tovagliolo, e la kutjà era di zucchero e riso e uva
secca composta in forma di croce. Egli amava quella chiesa e le
sue antiche icone, quasi tutte prive della parte metallica, e il
vecchio prete dalla testa tremolante. Accanto alla tomba della
nonna, coperta da una lastra, c'era anche la piccola tomba del
suo fratello minore, morto a soli sei mesi e che pure lui non
aveva conosciuto e non poteva ricordare; però gli avevano
detto che aveva avuto un fratellino, e ogni volta che visitava il
camposanto si faceva il segno della croce, con religiosa
devozione, sopra la piccola tomba e si chinava su di essa per
baciarla.
Ecco il sogno che fece: lui e suo padre camminano lungo la
strada che porta al cimitero e passano davanti alla bettola; egli
tiene il padre per mano e si volta timorosamente a guardare la
bettola. Una circostanza speciale attrae la sua attenzione;
sembra che là dentro, ora, ci sia una festa, con una folla di
mogli di piccoli commercianti e artigiani, tutte agghindate, e di
contadine con i loro mariti, e con ogni sorta di gentaglia. Sono
tutti ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all'ingresso della
bettola c'è un carro da contadino, uno strano carro; uno di quei
carri a cui si attaccano grossi cavalli da tiro e che servono al
trasporto di merci e botti di vino. A lui era sempre piaciuto
guardare quelle enormi bestie da tiro, con le loro lunghe
criniere e le loro zampe massicce, andarsene tranquille, con
passo cadenzato, tirandosi dietro un'intera montagna di roba
senza il minimo sforzo, come se con il carro dietro si sentissero
perfino più leggere. Ma ora, strano a dirsi, a un così pesante
carro era attaccata una piccola e magra rozza contadina, color
baio chiaro, una di quelle che - come spesso aveva visto - non
ce la fanno, a volte, a tirare un carico di legna o fieno,
specialmente se il carro affonda nel fango o in un solco della
strada; e i contadini le frustano con incredibile violenza, a volte
perfino sul muso e sugli occhi, e lui ne provava tanta ma tanta
pena, che per poco non piangeva, e la mamma, allora, doveva
allontanarlo dalla finestra. Ma ecco, improvvisamente, un gran
baccano: dalla bettola escono tra grida e canti, con le loro
balalajke, ubriachi fradici, contadini ben piantati dalle camicie
rosse e azzurre, il gabbano gettato sulle spalle: «Montate,
montate tutti !»
grida uno di loro, un giovane, con il collo taurino e il volto
carnoso, rosso come una carota. «Vi porto tutti a casa,
accomodatevi!» Ma subito echeggiano risate e proteste:
«Ma dove vuoi che ci porti questa vecchia rozza?»
«Tu, Mikòlka, sei diventato proprio matto! Attaccare un
cavalluccio così a un carro di questi!»
«Lo sapete, ragazzi, che questo cavallo avrà i suoi bravi
vent'anni?»
«Montate, vi porto tutti a casa!» grida di nuovo Mikòlka, e
saltando per primo sul carro afferra le redini e si erge a cassetta
in tutta la sua statura. «Il baio è andato via l'altro giorno con
Matvèj,» grida dal carro, «e questa cavallina, miei cari, mi fa
proprio morire: quasi quasi vorrei ammazzarla, tanto mangia il
mio frumento a sbafo. Su, sedetevi! La metterò al galoppo!
Vedrete come galopperà!» e piglia in mano la frusta,
accingendosi, tutto felice, a frustare la bestia.
«Ma sì, coraggio, montiamo!» sghignazzano dalla folla. «Lo
hai sentito, si andrà al galoppo!»
«Scommetto che saranno dieci anni che non galoppa più...»
«Ma adesso lo farà!»
«Dateci dentro, ragazzi, pigliate la frusta, pronti!»
«Via ! ... Frustatela !»
Tutti salgono sul carro di Mikòlka tra scherzi e risate. Sono già
saliti in sei, e c'è ancora posto. Pigliano con loro una contadina,
grassa e rubiconda. Ha una veste di cotonina rossa, una cuffia
con le perline di vetro e zoccoli ai piedi; schiaccia nocciole con
i denti ridacchiando. Anche tra la folla, intorno, si ride; e, del
resto, come non ridere? Una cavallina così malandata, mettersi
al galoppo con un simile peso! Subito due giovanottoni, sul
carro, afferrano la frusta per dare una mano a Mikòlka. Si sente
un «su-u!» La rozza ce la mette tutta ma, altro che galoppo!
riesce a malapena a spostare il carro, non fa che agitare le
zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste, che le
piovono addosso come una gragnola.
Sul carro e tra la folla raddoppiano le risate, ma Mikòlka si
arrabbia: tutto furioso, fa piovere sulla cavallina colpi sempre
più fitti, come se credesse davvero di farla partire al galoppo.
«Fatemi posto, ragazzi!» grida dalla folla un giovanotto che ci
ha preso particolarmente gusto.
«Monta! Montate tutti!» urla Mikòlka. «Vi deve portare tutti.
La frusterò a morte!» E frusta, frusta, e per la gran furia non sa
nemmeno più con che cosa picchiarla.
«Babbo, babbino,» grida il bambino al padre, «babbo, che cosa
fanno? Babbo, picchiano quel povero cavallino!»
«Andiamo, andiamo!» dice il padre, «sono ubriachi, se la
spassano, quelle carogne: andiamo via, non stare a guardare!»
E vorrebbe portarlo via, ma lui si strappa dalle sue braccia e,
fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma il povero cavallino,
ormai, è allo stremo. Ansima, si ferma, dà di nuovo uno
strattone e per poco non cade.
«Frustiamolo a morte!» grida Mikòlka, «non c'è altro da fare
L'ammazzerò!»
«Ma non sei cristiano, dunque, brutto animale?!» grida un
vecchio dalla folla.
«S'è mai visto che un cavalluccio così tiri un simile peso?»
aggiunge un altro.
«Lo farai fuori!» grida un terzo.
«Sono affari miei! È roba mia! Faccio quel che voglio!
Montate ancora! Montate tutti! Voglio vederlo galoppare e
basta!...»
A un tratto si leva una salva di risate che copre ogni altro
rumore: la cavallina non sopporta più quei colpi così fitti e,
impotente, comincia a scalciare. Perfino il vecchio non può
fare a meno di sorridere. Una bestia così malridotta, ecco che si
mette a sparar calci!
Due giovanotti della folla ti pigliano anch'essi una frusta per
uno e corrono presso la cavallina per frustarla sui fianchi: uno
da una parte, uno dall'altra.
«Dagli sul muso, sugli occhi, sugli occhi!» grida Mikòlka.
«Una canzone, ragazzi!» grida qualcuno sul carro fra il
consenso generale. Si leva nell'aria una canzone sfrenata,
accompagnata nei ritornelli da fischi e dal suono del
tamburello. La contadinotta schiaccia nocciole coi denti e
ridacchia sempre.
Il bambino accorre verso la cavallina, corre più avanti e vede
come la frustano sugli occhi, dritto sugli occhi! Allora piange:
il cuore gli si gonfia e colano le lacrime. Uno di quelli che si
accaniscono sulla bestia gli sfiora con la frusta il viso, ma lui
non sente; si torce le mani, grida, si slancia verso il vecchio con
i capelli e la barba bianca, che sta scuotendo il capo perché
disapprova tutto questo. Una donna lo prende per un braccio e
vuol condurlo via, ma lui si divincola e corre di nuovo verso la
cavallina, che è già ai suoi ultimi sforzi, eppure ancora una
volta si mette a scalciare.
«Che ti venga un colpo!» esclama Mikòlka, fuori di sé per la
rabbia. Getta la frusta, si china e tirata su dal fondo del carro
una lunga e grossa stanga, l'afferra con tutt'e due le mani e
l'alza a fatica sopra la bestia.
«Ora la fa in pezzi!» gridano intorno.
«L'ammazza!»
«È roba mia!» urla Mikòlka, e con tutto lo slancio di cui è
capace fa ricadere la stanga. Si sente un tonfo sordo.
«Frustatela, frustatela! Perché vi siete fermati?» si levano voci
dalla folla.
Mikòlka, intanto, brandisce un'altra volta la stanga, e un altro
colpo piomba sul dorso dell'infelice rozza che si accascia con
tutto il deretano, ma subito balza di nuovo sulle zampe e tira,
tira con le sue ultime forze ora di qua, ora di là, per smuovere il
carro. Ma da ogni lato le arrivano addosso sei fruste, mentre la
stanga si solleva e ricade per la terza volta, poi per la quarta,
con ritmo regolare, con slancio. Mikòlka è furioso perché non è
riuscito ad accopparla con un sol colpo.
«Ha la pelle dura!» gridano intorno.
«Adesso scommetto che cade, ragazzi! Adesso crepa!» grida
dalla folla uno che se la sta godendo un mondo.
«Ci vorrebbe la scure, altro che storie! Finirla con un colpo!»
grida un terzo.
«Che ti venga il cancro! Fate largo!» si mette a urlare come un
pazzo Mikòlka; getta via la stanga, si china di nuovo a cercare
nel carro e tira su una spranga di ferro. «Attenzione!» grida, e
molla con tutta la sua forza un gran colpo al suo povero
cavallino. Ecco, il colpo è partito; la bestia barcolla, si
accascia, fa come se volesse ancora tirare, ma la sbarra le
ricade sul dorso ed essa stramazza a terra, come se le avessero
tagliato tutte e quattro le zampe d'un sol colpo.
«Finitela!» grida Mikòlka, mentre balza giù dal carro,
completamente fuori di sé. Alcuni contadinotti, anch'essi rossi e
ubriachi, afferrano quel che gli capita sotto mano, fruste,
bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina ormai sul punto
di crepare. Mikòlka si mette di fianco e continua a menarle
inutilmente altri colpi sul dorso. La rozza allunga il muso,
emette un pesante sospiro e muore.
«L'ha proprio fatta fuori!» gridano nella folla.
«È roba mia!» urla Mikòlka, con la spranga in mano e gli occhi
iniettati di sangue. Sta lì, e sembra scontento di non aver più
nessuno da picchiare.
«Davvero non sei cristiano!» gridano numerose voci dalla
folla.
Il bambino, ormai, non sa più quello che fa. Gridando si fa
largo tra la folla, si avvicina alla bestia morta, ne cinge con le
braccia il muso insanguinato e la bacia, la bacia sugli occhi,
sulle labbra... Poi, d'un tratto, balza in piedi, e fuori di sé si
slancia con i piccoli pugni alzati contro Mikòlka. Proprio in
quel momento il padre, che già da un pezzo lo rincorre,
finalmente lo acchiappa e lo conduce via dalla folla.
«Andiamo! Andiamo!» gli dice, «andiamo a casa!»
«Babbo! Ma perché... hanno ammazzato il povero cavallino?»
domanda singhiozzando, mentre gli manca il respiro e dal petto
oppresso le parole gli escono come strida.
«Sono ubriachi, se la spassano, non è roba che ci riguarda,
andiamocene!» dice il padre. Il ragazzo lo abbraccia, ma il
petto gli si serra, gli si serra sempre di più, vorrebbe tirare il
fiato, gettare un grido, e si sveglia.
Si svegliò tutto sudato, con i capelli bagnati di sudore,
sentendosi soffocare, e si sollevò pieno di spavento.
«Grazie a Dio, era soltanto un sogno!» disse, sedendosi sotto
l'albero e tirando un profondo respiro. «Ma cosa mi piglia? Che
sia la febbre? Un sogno così schifoso!»
Si sentiva come rotto in tutto il corpo, e aveva nell'anima un
senso di buio e di torbido. Mise i gomiti sulle ginocchia e si
puntellò il capo con ambo le mani.
«Dio mio!» esclamò, «ma davvero io prenderò una scure, mi
metterò a colpirla sulla testa, le fracasserò il cranio?... E poi
scivolerò nel sangue tiepido, appiccicoso, per forzare la
serratura e rubare; e mi nasconderò tremando, tutto inondato di
sangue... con la scure... O Signore, è davvero possibile»
Nel dire così tremava come una foglia.
«Ma cosa mi è venuto in mente?» proseguì, risollevandosi
come in preda a profonda meraviglia. «Eppure sapevo
benissimo di non essere in grado di farlo... Ma allora, perché
mi sono tormentato fino a questo momento? Se ancora ieri,
dico ieri, quando andavo a compiere questa... questa prova,
ancora ieri ho capito perfettamente di non farcela... E allora,
perché adesso... ? Perché continuo ad avere dei dubbi? Se
proprio ieri, scendendo le scale, io, io stesso ho detto che è una
cosa vile, infame, bassa, bassa... e al solo pensarci da sveglio
mi è venuta la nausea e sono inorridito...
«No, non ce la farò, non ce la farò! Anche se tutti i miei calcoli
sono perfetti, e tutto ciò che ho deciso in questo mese è chiaro
come il giorno e giusto come la matematica! O Signore! Tanto,
non mi deciderò comunque a farlo! Non ce la farò, non ce la
farò!... Ma allora, perché fino a questo momento... ?»
Si alzò in piedi si guardò attorno smarrito, come
meravigliandosi d'essere lì, di trovarsi sul ponte T. Era pallido,
gli bruciavano gli occhi, si sentiva spossato in tutte le membra;
all'improvviso, tuttavia, gli parve di respirare più facilmente.
Sentì d'essersi liberato di quel tremendo fardello che lo aveva
oppresso così a lungo, e di avere d'un tratto l'anima leggera e in
pace. «Oh Signore!» pregava, «indicami la strada giusta, e io
rinuncerò a questo mio... a questo sogno maledetto!»
Nell'attraversare il ponte contemplava con un senso di calma e
di pace la Neva, il vivido tramonto rosso acceso del sole.
Nonostante la sua debolezza, non si sentiva nemmeno più
stanco. Come se nel suo cuore un bubbone, che era andato
maturando per tutto il mese, d'un tratto si fosse aperto. Libertà,
libertà! Era libero, ora, da quelle malie - dal sortilegio, dal
fascino, dall'ossessione!
Più tardi, quando gli capitava di ricordare quel tempo e tutto
ciò che gli era accaduto in quei giorni, minuto per minuto,
punto per punto, circostanza per circostanza, ogni volta lo
colmava di stupore superstizioso un fatto, che non era in sé
tanto straordinario, ma che sempre gli apparve, in seguito,
come una specie di preannuncio. E precisamente, non riusciva
in alcun modo a capire e a spiegarsi come mai lui, che era così
stanco, esausto, e avrebbe avuto tutte le ragioni per tornarsene
a casa dalla via più corta, vi era invece tornato passando dalla
piazza Sennàja, situata completamente fuori dalla sua strada.
Non che fosse un gran giro, ma era del tutto superfluo. Certo,
gli era successo altre decine di volte di tornare a casa senza
nemmeno ricordare le vie percorse; ma perché - doveva
domandarsi poi per sempre -, perché quell'incontro così
importante, così decisivo per lui, e insieme così estremamente
fortuito, lì in piazza Sennàja dove non aveva nessun motivo di
andare, perché quell'incontro proprio in quell'ora, in quel
minuto della sua vita, e proprio mentre lui era in quello stato
d'animo, e proprio nelle circostanze in cui poteva esercitare la
più decisiva, definitiva influenza sul suo destino? Come se lo
stesse aspettando lì, al varco, a bella posta!
Erano circa le nove quando attraversò la piazza Sennàja. Tutti i
venditori delle bancarelle, delle ceste, delle botteghe e delle
bottegucce, stavano chiudendo: riponevano la mercanzia e se
ne andavano a casa, esattamente come i loro clienti. Accanto
alle bettole seminterrate, nei sudici e puzzolenti cortili delle
case di piazza Sennàja, e ancor più accanto alle osterie, si
affollavano rivenduglioli e cenciaioli d'ogni specie.
Raskòlnikov, quando usciva senza una meta precisa, era attirato
soprattutto da quei luoghi e da tutti i vicoli adiacenti. Lì gli
stracci che indossava non attiravano la sprezzante attenzione
d'alcun passante; si poteva andare in giro vestiti in qualsiasi
modo senza scandalizzare nessuno. Proprio all'angolo del
vicolo K., un bottegaio e una contadina, sua moglie, tenevano
la loro merce disposta su due tavoli: filo da cucire, nastri,
fazzoletti di percalle ecc. Anche loro stavano preparandosi per
andare a casa, ma indugiavano discorrendo con una conoscente
che s'era avvicinata. Costei era Lizavèta Ivànovna, o
semplicemente, come tutti la chiamavano, Lizavèta, sorella
minore di quella tal vecchia Alëna Ivànovna, moglie di un
impiegato del registro e usuraia, dalla quale il giorno prima
Raskòlnikov era andato a impegnare l'orologio e a fare la sua
prova... Già da un pezzo egli sapeva tutto sul conto di questa
Lizavèta, e anche lei lo conosceva un poco. Era una zitella alta
e goffa, timida e buona, quasi un'idiota, sui trentacinque anni,
che viveva in casa della sorella in condizioni di vera e propria
schiavitù, lavorava per lei giorno e notte, tremava al suo
cospetto e si lasciava perfino picchiare. Ora se ne stava lì tutta
pensosa, con un fagotto in mano, davanti al bottegaio e alla
donna, ascoltandoli attentamente. I due le stavano spiegando
qualcosa con molto calore. Quando Raskòlnikov la vide, una
sensazione curiosa, simile a profondissima meraviglia,
s'impossessò di lui, benché in quell'incontro non vi fosse nulla
di così sorprendente.
«Voi, Lizavèta Ivànovna, dovreste decidere da sola,» diceva
forte il bottegaio. «Venite domani verso le sette. Ci saranno
anche gli altri.»
«Domani?» fece Lizavèta strascicando le parole, e riflettendo,
come se non sapesse decidersi.
«Che paura vi ha messo addosso quella Alëna Ivànovna!» prese
a cicalare la moglie del bottegaio, una donnetta vivace. «A
guardarvi, sembrate una bambina. Non è vostra sorella carnale,
è una sorellastra, eppure vi comanda a bacchetta.»
«Per questa volta, non dite niente a Alëna Ivànovna,» la
interruppe il marito. «Ecco il mio consiglio: venite a trovarci
senza avvertirla. È un buon affare. Poi, vostra sorella lo capirà
da sola.»
«Allora, devo proprio venire?»
«Domani alle sette; verrà anche qualcuno di loro; e decidete da
sola, questa volta.»
«Prenderemo il tè,» aggiunse la moglie.
«Va bene, verrò,» disse Lizavèta, e si mosse lentamente, come
se stesse ancora riflettendo.
Raskòlnikov era già passato oltre e non poté sentire altro. Era
passato in silenzio, inosservato, cercando di non perdere una
sola parola di quanto andavano dicendo. La sua meraviglia
iniziale s'era trasformata pian piano in orrore, come se un
brivido di freddo gli fosse sceso per la schiena. D'un tratto era
venuto a sapere, in modo del tutto fortuito e imprevisto, che il
giorno seguente, alle sette di sera precise, Lizavèta, sorella
della vecchia e unica persona che abitasse con lei, non si
sarebbe trovata a casa, e che dunque la vecchia, alle sette di
sera precise, sarebbe rimasta sola in casa. Per arrivare a casa
gli mancavano pochi passi. Quando entrò, si sentiva come un
condannato a morte. Non pensava a nulla, non era
assolutamente in grado di pensare, ma d'un tratto si sentì come
se avesse perso ogni libertà di ragionamento e ogni forza di
volontà e tutto si fosse deciso di colpo una volta per sempre.
Anche se avesse atteso per anni e anni l'occasione propizia, con
un piano ben preciso in mente, anche così non avrebbe mai
potuto contare su una circostanza più favorevole alla riuscita
del piano di quella che gli si offriva adesso.
Sarebbe stato ben difficile venire a sapere alla vigilia, con la
massima precisione e con il minimo rischio, senza nessuna
pericolosa domanda o investigazione, che il giorno dopo, a una
data ora, la vecchia alla cui vita si intendeva attentare sarebbe
rimasta in casa completamente sola.
6
In seguito, Raskòlnikov riuscì per caso a sapere perché il
bottegaio e la donna avevano invitato Lizavèta a casa loro. Si
trattava di una cosa normalissima, non c'era niente di speciale.
Una famiglia venuta da fuori e caduta in miseria vendeva
vestiti e altro, tutta roba da donna. Dato che vendere sul
mercato non conveniva, cercavano una rivenditrice, ed era
proprio questo il mestiere di Lizavèta: prendeva roba da
vendere su commissione e si dava da fare; aveva una clientela
numerosa perché era molto onesta e diceva subito l'ultimo
prezzo: una volta che l'aveva detto, era quello. Di solito parlava
poco e, come s'è detto, era estremamente sottomessa e
timorosa...
Ma Raskòlnikov, negli ultimi tempi, era diventato
superstizioso. Tracce di superstizione rimasero in lui, poi,
ancora per molto tempo, quasi indelebili. E in tutta quella
faccenda egli fu sempre incline a vedere un che di strano, di
misterioso, la presenza di certi particolari influssi e
coincidenze. Già durante l'inverno uno studente di sua
conoscenza, Pòkorev, che partiva per Charkòv, gli aveva
comunicato, parlando del più e del meno, l'indirizzo della
vecchia Alëna Ivànovna, nel caso che dovesse impegnare
qualche oggetto. Per molto tempo Raskòlnikov non c'era
andato, dato che in quel periodo aveva delle ripetizioni e
riusciva, in un modo o nell'altro, a sbarcare il lunario. Poi, un
mese e mezzo prima, si era ricordato di quell'indirizzo; aveva
due oggetti che potevano essere impegnati: il vecchio orologio
d'argento del padre e un piccolo anellino d'oro con tre pietruzze
rosse che gli aveva donato sua sorella, per ricordo, al momento
degli addii. Aveva deciso di impegnare l'anellino; una volta
arrivato dalla vecchia, subito sin dal primo sguardo, senza
ancora sapere nulla di preciso sul suo conto, aveva provato per
lei una ripugnanza invincibile. Ne aveva avuto due
«bigliettini»; e al ritorno, strada facendo, era entrato in una
trattoriuccia d'infimo ordine. Aveva ordinato del tè, s'era seduto
e subito s'era sprofondato nei pensieri. Una strana idea gli si
andava formando nella mente, come un pulcino nell'uovo, e lui
l'accarezzava con grande, grandissima curiosità.
Non lontani da lui a un altro tavolino, sedevano uno studente,
che egli non conosceva o di cui non si ricordava affatto, e un
giovane ufficiale. Dopo aver fatto una partita al biliardo,
s'erano messi a bere il tè. A un tratto udì lo studente parlare
all'ufficiale di un'usuraia, Alëna Ivànovna, vedova di un
segretario di collegio, e darne l'indirizzo. Il fatto sembrò a
Raskòlnikov piuttosto strano: egli ne veniva proprio ora, e qui
si parlava nuovamente di lei. Certo, un puro caso; ma ecco che
lui non riusciva a liberarsi da un'impressione singolare, ed ecco
che qualcuno sembrava far di tutto per accrescerla: lo studente,
a un tratto, aveva cominciato a riferire al suo compagno vari
particolari su questa Alëna Ivànovna.
«È in gamba, non c'è che dire, si riesce sempre ad avere
qualcosa da lei. È ricca come un ebreo, potrebbe anche darti
cinquemila rubli tutti in una volta, ma non disprezza nemmeno
un pegno da un rublo. Molti dei nostri sono passati per le sue
mani. Però è una vera strega...»
E s'era messo a raccontare quanto fosse cattiva, capricciosa, e
come bastasse il ritardo di un solo giorno nel riscatto del pegno
perché l'oggetto andasse perduto. Dava quattro volte meno del
prezzo reale dell'oggetto, e prendeva il cinque e perfino il sette
per cento di interesse al mese, e così via. Lo studente si era
messo a chiacchierare, e aveva finito col dire anche che la
vecchia aveva una sorella, Lizavèta, che lei, così piccola e
grama, picchiava continuamente e comandava a bacchetta,
come se fosse una bambina, mentre Lizavèta era alta a dir poco
un metro e ottanta...
«E anche lei è un vero fenomeno!» aveva esclamato lo
studente, mettendosi a ridere.
Così s'era messo a parlare di Lizavèta. Lo studente raccontava
di lei con un piacere tutto particolare e non faceva che ridere,
mentre l'ufficiale ascoltava con grande interesse, e aveva
pregato lo studente di mandargli questa Lizavèta per farle
rammendare la biancheria. Raskòlnikov non aveva perso una
sola parola di quanto avevano detto, e aveva saputo tutto:
Lizavèta era la sorella minore della vecchia, anzi una
sorellastra, figlia di un'altra madre, e aveva già trentacinque
anni. Lavorava per la vecchia giorno e notte, le faceva da cuoca
e da lavandaia, e inoltre cuciva indumenti che poi mettevano in
vendita, e andava perfino a lavare i pavimenti in casa altrui, e
ogni guadagno lo consegnava alla sorella. Non osava assumere
nessuna ordinazione e nessun lavoro senza l'autorizzazione
della vecchia. Questa aveva già fatto testamento, cosa che
Lizavèta sapeva, e a lei non sarebbe toccato nemmeno un
soldo, niente tranne le masserizie, le sedie e robetta del genere;
i soldi erano destinati tutti a un convento, situato nella
provincia di N., a eterno suffragio della sua anima. Quanto a
Lizavèta, figlia di piccoli mercanti e non di funzionari, era una
zitella terribilmente malfatta, di altissima statura, con certi
piedacci lunghi e un po' rivolti in fuori che teneva sempre
infilati dentro scarpe di pelle di capretto tutte scalcagnate.
Tuttavia, curava la pulizia personale. Ma la cosa più notevole,
che meravigliava e faceva ridere lo studente, era che Lizavèta
restava continuamente incinta...
«Ma non hai detto che è brutta come un mostro?» aveva
chiesto l'ufficiale.
«Be', è così scura di pelle che sembra un soldato travestito;
però, sai, non è affatto un mostro. Il viso e gli occhi sono dolci,
molto dolci. Prova ne sia che piace a tanti. È così tranquilla,
mite, docile, sottomessa, sempre pronta a tutto! E ha un
bellissimo sorriso.»
«Si direbbe che piace anche a te...» aveva osservato l'ufficiale
ridendo.
«Per la sua stranezza. Piuttosto, sai che ti dico? Io quella
maledetta vecchia l'ucciderei e la deruberei e, te lo assicuro,
senza il minimo rimorso,» aveva detto lo studente
accalorandosi.
Di nuovo l'ufficiale era scoppiato a ridere, mentre Raskòlnikov
trasaliva. Com'era strano tutto ciò!
«Senti, voglio farti una domanda seria,» aveva aggiunto lo
studente, infervorandosi sempre più. «Certo, io stavo
scherzando, ma pensa un po': da un lato, una vecchietta insulsa,
assurda, miserabile, cattiva, malata, che non è utile a nessuno,
anzi, è dannosa a molti, che non sa lei stessa perché vive, e che
comunque presto morirà. Capisci? Eh?»
«Capisco, capisco,» aveva risposto l'ufficiale, fissando
attentamente il suo infervorato compagno.
«E adesso sentimi bene. Dall'altro lato, abbiamo energie
giovani, fresche, che vanno in malora, così senza nessun
appoggio, a migliaia; e questo succede dappertutto! Cento,
mille opere e iniziative buone si potrebbero avviare e realizzare
con i soldi della vecchia, che invece li ha destinati a un
monastero! Centinaia, forse migliaia di esistenze indirizzate sul
giusto cammino; decine di famiglie salvate dalla miseria, dalla
disgregazione, dalla rovina, dalla corruzione, dalle malattie
veneree, e tutto col suo denaro. Ammazzala, prendi i suoi soldi
e poi, con essi, mettiti al servizio dell'umanità e della causa
comune: non credi che un piccolo delitto sarebbe compensato,
in questo modo, da migliaia di buone azioni? Per una sola vita,
migliaia di vite salvate dal marciume e dalla rovina. Una sola
morte, e cento vite in cambio: ma questa è matematica! Che
cosa conta, sulla bilancia collettiva, la vita di quella vecchietta
tisica, stupida e malvagia ? Non più della vita di un pidocchio,
di uno scarafaggio, anzi meno, perché la vecchia è dannosa.
Rovina la vita agli altri: giorni fa, per la rabbia, ha morsicato
un dito a Lizavèta; per poco non gliel'hanno dovuto amputare!»
«Certo è indegna di vivere,» aveva osservato l'ufficiale, «ma
qui entra in ballo la natura.»
«Eh, mio caro, la natura si può correggere e dirigere, se no
affonderemmo nei pregiudizi. Non ci sarebbe mai stato nessun
grand'uomo, se no... Si dice: ‹il dovere, la coscienza›; e io non
ho niente da dire contro il dovere e la coscienza, ma come li
intendiamo, noialtri? Aspetta, ti farò ancora una domanda.
Ascolta!»
«No, aspetta tu; te la farò io una domanda. Ascolta!»
«Va bene, ti ascolto.»
«Ecco, tu te ne stai qui a parlare e a predicare, ma dimmi un
po': tu stesso la uccideresti quella vecchia, oppure no.»
«Certo che no! Io parlo in nome della giustizia... Non si tratta
della mia persona...»
«Secondo me, invece, visto che tu non ne hai il coraggio, la
giustizia non c'entra affatto! Su, facciamo un'altra partita!»
Raskòlnikov era in uno stato di tremenda agitazione. Certo,
quelli erano discorsi assai comuni, già più d'una volta ne aveva
sentiti di simili, seppure in altre forme e su altri temi; discorsi e
pensieri assai comuni e frequenti fra i giovani.
Ma perché gli era capitato di sentire proprio in quel momento
un discorso simile, simili pensieri, proprio mentre stavano
germogliando nella sua mente?... esattamente gli stessi
pensieri? Perché proprio in quel momento, mentre lui si
portava dietro quell'embrione d'idea dalla casa della vecchia,
gli era capitato d'imbattersi in un discorso sulla stessa
persona?... La coincidenza gli parve sempre, in seguito, molto
strana. Quell'insignificante discorso di trattoria ebbe
un'influenza straordinaria su di lui per tutto il corso ulteriore
della vicenda: come se effettivamente ci fosse stata, in esso,
una specie di predeterminazione, di indicazione...
Tornato da piazza Sennàja, si gettò sul divano e vi rimase
un'ora intera senza muoversi. Intanto s'era fatto buio; non
aveva candele, né gli veniva in mente di accenderne. In seguito
non riuscì a ricordare: aveva pensato a qualcosa in tutto quel
tempo? Alla fine sentì di nuovo la febbre, accompagnata da
brividi, e si rese conto con sollievo che sul divano poteva anche
distendersi. Ben presto un sonno profondo calò su di lui come
una cappa di piombo.
Dormì straordinariamente a lungo e senza sogni. Nastàsja,
entrata da lui alle dieci della mattina dopo, riuscì a fatica a
svegliarlo a furia di scossoni. Gli aveva portato del tè e del
pane. Anche questa volta il tè era debole, e la teiera era sempre
quella di Nastàsja.
«Guardalo come dorme!» esclamò lei indignata. «Non fa altro
che dormire!»
Egli si sollevò con un certo sforzo. Gli doleva la testa; si alzò
in piedi, fece qualche passo per il suo stambugio e ricadde sul
divano.
«Di nuovo a dormire!» gridò Nastàsja. «Ma di', sei forse
malato?» Lui non rispose.
«Vuoi del tè?»
«Dopo,» mormorò a stento, chiudendo di nuovo gli occhi e
voltandosi verso la parete. Nastàsja rimase qualche istante a
osservarlo.
«Forse sei malato davvero,» disse, poi si volse e uscì.
Entrò nuovamente alle due, con la minestra, e lo trovò disteso
come prima. Il tè non era stato toccato. Nastàsja parve
addirittura offesa, e cominciò a scuoterlo con rabbia.
«Sempre a ronfare!» esclamò, guardandolo con disgusto. Egli
si sollevò e si mise a sedere, ma non disse nulla: fissava il
pavimento.
«Ma insomma, sei malato o no?» domandò Nastàsja e di nuovo
non ebbe risposta.
«Se almeno uscissi,» gli disse dopo un istante di silenzio, «a
prendere un po' d'aria... Mangerai, almeno?»
«Dopo. Adesso vattene!» proferì lui con voce fiera e con un
gesto infastidito.
Lei rimase lì ancora un po', guardandolo con compassione, poi
uscì.
Dopo pochi minuti, egli sollevò gli occhi e osservò a lungo il tè
e la minestra. Poi spezzò il pane, prese il cucchiaio e cominciò
a mangiare.
Mangiò poco e senza appetito, tre, quattro cucchiaiate in tutto,
inghiottite macchinalmente. Il mal di testa era diminuito. Dopo
aver mangiato tornò a stendersi sul divano, ma non riuscì più
ad addormentarsi: stava a giacere immobile, bocconi, col viso
affondato nel cuscino. Continuava a sognare, ed erano sempre
sogni strani: perlopiù gli sembrava di trovarsi in Africa, in
Egitto, in un'oasi. La carovana riposa, i cammelli sono
tranquillamente sdraiati; intorno crescono in cerchio le palme:
tutti stanno mangiando. Lui, invece, non fa che bere acqua,
direttamente da un ruscello, che scorre mormorando proprio lì,
di lato. E fa tanto fresco, con la fredda acqua azzurrina che
corre sulle pietre variopinte e su una sabbia pulita, dai riflessi
dorati... A un tratto, sentì chiaramente battere le ore. Sussultò,
si svegliò, alzò il capo, guardò dalla finestra, pensò che ora
potesse essere, e improvvisamente balzò in piedi, tornato del
tutto in sé, come se qualcuno lo avesse strappato dal divano. In
punta di piedi si avvicinò alla porta, la socchiuse pian piano e
tese l'orecchio verso il fondo della scala. Gli batteva
terribilmente il cuore. Ma sulla scala c'era un silenzio assoluto,
come se tutti fossero immersi nel sonno... Gli parve strano e
assurdo aver dormito come un sasso dal giorno prima e non
aver ancora fatto niente, preparato niente... E intanto, forse,
eran già suonate le sei... Improvvisamente s'impadronì di lui,
prendendo il posto del sonno e dell'intontimento, uno
straordinario, febbrile affanno, misto a smarrimento. D'altra
parte i preparativi da fare non erano poi molti. Concentrò tutte
le sue forze per pensare a ogni cosa e non tralasciare niente; il
cuore gli martellava in petto, tanto che provava difficoltà a
respirare. In primo luogo, occorreva fare un cappio e cucirlo al
cappotto: questione di un minuto. Frugò sotto il cuscino, e dalla
biancheria che aveva ficcato lì tirò fuori una camicia vecchia,
sporca, completamente a brandelli. Da quei brandelli strappò
una striscia larga circa quattro centimetri e lunga otto. Piegò la
striscia in due, si tolse di dosso il suo ampio soprabito estivo,
fatto di un tessuto di spesso, robusto cotone (non ne possedeva
altri) e prese a cucire i due capi della striscia sotto l'ascella
sinistra, dalla parte interna. Nel cucire le mani gli tremavano,
tuttavia riuscì a farcela, così che quando si rimise il soprabito,
dall'esterno non si vedeva nulla. L'ago e il filo li aveva già
preparati molto tempo prima: erano nel cassetto del tavolino,
avvolti in un pezzetto di carta. Quanto al cappio, si trattava di
una trovata ingegnosa e tutta sua: doveva servire a reggere la
scure. Non si poteva certo camminare per la strada con una
scure in mano. Anche nascondendola sotto il soprabito, la si
sarebbe pur sempre dovuta sostenere con una mano, cosa che
qualcuno avrebbe potuto notare. Così, invece, col cappio,
bastava infilarci la lama della scure ed essa sarebbe rimasta
appesa lì dentro, sotto l'ascella, per tutta la strada. Inoltre,
infilando la mano nella tasca laterale del soprabito avrebbe
potuto sostenere l'estremità del manico della scure perché non
ballonzolasse, e siccome il soprabito era molto ampio, un vero
sacco, nessuno avrebbe potuto notare che egli sorreggeva
qualcosa con la mano attraverso la tasca. Anche il cappio
l'aveva escogitato già due settimane prima.
Terminati questi preparativi, infilò le dita nell'angusto spazio
tra il suo divano alla turca e il pavimento, frugò nell'angolo di
sinistra e ne tirò fuori il pegno, che aveva preparato e aveva
nascosto lì già da un pezzo. Questo pegno, in verità, non era
affatto un pegno, ma una semplice tavoletta di legno, piallata
liscia, non più grande né più spessa di quanto avrebbe potuto
essere un portasigarette d'argento. L'aveva trovata per caso,
durante una delle sue passeggiate, in un cortile dove, dentro
una baracca, c'era non so che laboratorio. Alla tavoletta
aggiunse ancora una lamina di ferro liscia e sottile - doveva
essersi staccata da qualche oggetto - trovata anch'essa per la
strada. Sovrappose le due tavolette - quella di ferro era più
piccola di quella di legno -, le legò insieme solidamente, a
croce, con un filo, poi le avvolse in un foglio di carta bianca
pulito, con accurata eleganza, legandolo in modo che fosse
difficile sciogliere il nodo. Questo allo scopo di distrarre per un
po' l'attenzione della vecchia, quando avesse cominciato a darsi
da fare con l'involto, e poter così cogliere l'attimo giusto.
Quanto alla piastrina di ferro, era stata aggiunta per aumentare
il peso, perché la vecchia non indovinasse subito che
1'«oggetto» era di legno. Tutte queste cose le aveva nascoste
sotto il divano, in attesa del momento propizio.
Aveva appena preso in mano il «pegno» quando, a un tratto, in
qualche parte del cortile echeggiò una voce:
«Le sei son già passate da un pezzo.»
«Da un pezzo!... Dio mio!» pensò Raskòlnikov. Si lanciò verso
la porta e stette ad ascoltare; poi afferrò il cappello e cominciò
a scendere i tredici gradini, cautamente, silenziosamente, come
un gatto. Adesso veniva la parte più importante: rubare la scure
in cucina. Che quella cosa dovesse esser fatta con la scure,
l'aveva già deciso da molto. Possedeva un coltello a
serramanico, da giardiniere, ma sul coltello e soprattutto sulle
proprie forze non faceva affidamento, perciò aveva deciso, una
volta per tutte, di usare la scure. È interessante, a questo
proposito, considerare il carattere di tutte le decisioni
«definitive» già prese da Raskòlnikov. Avevano una strana
proprietà: non appena diventavano definitive, subito gli
sembravano assurde e mostruose. A dispetto dei suoi
tormentosi sforzi interiori, mai, nemmeno per un solo istante, si
era sentito del tutto convinto dell'attuabilità del suo progetto.
Anzi, se a un certo punto si fosse trovato ad aver esaminato e
definitivamente deciso tutto sino all'ultimo particolare, tutto
senza il minimo dubbio, proprio allora, forse, vi avrebbe
rinunciato come a qualcosa di assurdo, di mostruoso e
d'impossibile. Senonché, di punti insoluti e incerti ce n'era
ancora un'infinità. Dove trovare la scure era un'inezia che non
lo preoccupava affatto: non c'era nulla di più facile. Nastàsja,
infatti, specialmente di sera, usciva ogni momento: faceva una
corsa dai vicini, oppure al negozietto, sempre lasciando la porta
spalancata dietro di sé. La padrona bisticciava sempre con lei
per questa ragione. Così, non c'era che da entrare
silenziosamente in cucina, al momento opportuno, e prendere
la scure; poi, un'ora dopo, quando ogni cosa fosse già finita,
rientrare e rimetterla a posto. Qualche dubbio, tuttavia, non
mancava: un'ora dopo, tornando per rimettere a posto la scure,
forse avrebbe trovato Nastàsja, rientrata nel frattempo. In
questo caso avrebbe dovuto passare oltre, e aspettare che lei
uscisse di nuovo. E se, intanto, le fosse servita la scure, se
avesse cominciato a cercarla e magari si fosse messa a
gridare... ecco già un sospetto, o per lo meno la possibilità di
un sospetto.
Ma erano, questi, dettagli cui non aveva ancora nemmeno
cominciato a pensare. Del resto, gliene mancava il tempo.
Pensava all'essenziale, e rimandava le minuzie al momento in
cui si fosse veramente convinto. Cosa che non sembrava affatto
possibile. Così credeva, almeno. Non riusciva nemmeno a
immaginare, per esempio, che un bel giorno avrebbe smesso di
pensarci su, si sarebbe alzato e così, semplicemente, sarebbe
andato là... Perfino la sua recente prova (cioè la visita fatta allo
scopo di esaminare definitivamente il posto) egli aveva provato
a farla, tutt'altro che sul serio, ma solo così, per fare:
«Coraggio, invece di fantasticare tanto, facciamo questa
prova!» E aveva resistito ben poco: ci aveva sputato su ed era
fuggito, furioso contro se stesso. Eppure il problema morale
l'aveva già analizzato, si sarebbe detto, e persino risolto: la sua
casistica s'era affilata come un rasoio, ed egli stesso non
riusciva più a trovare, dentro di sé, obiezioni coscienti.
Tuttavia, al limite, finiva per non credere neanche a se stesso, e
s'ostinava a cercare nuove obiezioni, alla disperata, come
costretto e spinto a farlo da qualcuno. Ma poi, il giorno prima,
il sopraggiungere improvviso della decisione finale aveva agito
su di lui in maniera quasi del tutto meccanica: come se lo
avessero preso per mano e trascinato irresistibilmente,
ciecamente, con forza soprannaturale, senza dargli modo di
obiettare più nulla. Come se un lembo del suo vestito si fosse
impigliato nella ruota d'una macchina, ed egli stesso avesse
cominciato ad esservi tirato dentro.
Dapprincipio - già da molto tempo, ormai - si era posto una
domanda: perché quasi tutti i delitti vengono a galla e si
scoprono così facilmente, e perché quasi tutti i criminali
lasciano dietro di sé tracce così visibili? Le conclusioni alle
quali, a poco a poco, era giunto erano molteplici e bizzarre.
Secondo lui, la ragione principale non consisteva tanto nella
impossibilità materiale di celare il delitto, quanto nello stesso
delinquente, il quale - e questo valeva quasi per tutti - al
momento del crimine subisce una specie di indebolimento della
volontà e dell'intelletto che vengono invasi da una puerile e
fantastica leggerezza; e questo proprio nel momento in cui
assennatezza e prudenza sono più che mai necessarie.
Raskòlnikov era convinto che questo ottenebramento della
ragione e questa paralisi della volontà s'impadroniscono
dell'uomo come una malattia, si sviluppano gradualmente e
raggiungono il loro acme poco prima che venga commesso il
delitto; persistono nel tempo necessario al suo compimento e
anche un po' di più, a seconda degli individui, dopo di che
passano, come passa qualsiasi altra malattia. Quanto alla
domanda: è la malattia a causare il delitto, oppure è il delitto
che, per sua particolare natura, è sempre accompagnato da
quella specie di malattia? - non si sentiva ancora in grado di
rispondervi.
Stabilite queste premesse, aveva deciso che, per quanto
riguardava lui personalmente, nella faccenda non avrebbero
potuto verificarsi sconvolgimenti morbosi di quella specie; che
egli avrebbe conservato la ragione e la volontà del tutto
inalterate durante l'intera esecuzione del suo progetto: e questo
per il semplice motivo che il suo «non era un delitto»...
Tralasciamo tutto il processo mentale attraverso il quale era
arrivato a questa conclusione; già così, abbiamo precorso fin
troppo gli eventi... Aggiungeremo solo che le difficoltà
puramente materiali dell'impresa rivestivano, nella sua mente,
un'importanza del tutto secondaria. «Basta conservare il
dominio completo della volontà e della ragione e, a suo tempo,
saranno tutte superate, via via che mi si porrà davanti ogni
singolo particolare dell'impresa...» Tuttavia, il momento in cui
l'impresa doveva mettersi in moto non veniva mai. A niente
egli credeva così poco come alle sue decisioni definitive; in
effetti, quando il momento venne, tutto si svolse in modo
completamente diverso, quasi fortuito e addirittura inaspettato.
Per una circostanza apparentemente trascurabile venne a
trovarsi subito, prima ancora d'essere arrivato in fondo alla
scala, in una specie di vicolo cieco. Giunto all'altezza della
cucina della padrona di casa, che come sempre aveva la porta
spalancata, sbirciò dentro cautamente per un rapido esame
preventivo: anche se non c'era Nastàsja, poteva darsi che, per
caso, ci fosse la stessa padrona; e comunque, se non c'era, era
necessario assicurarsi che fosse ben chiuso l'uscio della sua
stanza, in modo che lei non potesse vederlo mentre prendeva la
scure. Ma quale fu la sua meraviglia quando, di colpo,
s'accorse che Nastàsja non solo questa volta era in casa, in
cucina, ma per di più era anche intenta a lavorare: stava
togliendo della biancheria da una cesta e la stendeva su una
corda! Vedendolo, interruppe il suo lavoro, si volse verso di lui
e lo seguì con lo sguardo mentre passava. Egli distolse il suo
sguardo e finse di ignorarla. Ma l'impresa, ormai, era fallita!
Niente scure! La sua costernazione non avrebbe potuto esser
più grande.
«Che cosa mai mi faceva credere,» pensava avvicinandosi al
portone, «che cosa mai mi faceva credere che lei, in quel
momento, non sarebbe stata in casa? Perché, dunque, ne ero
così sicuro?» Si sentiva distrutto, quasi umiliato.
Avrebbe voluto ridere di se stesso, per rabbia... Si sentiva
ribollire dentro. Una collera sorda, bestiale.
Si fermò, incerto, sotto il portone. Uscire per la strada, far finta
di passeggiare, questo davvero non gli andava; tornare a casa,
peggio ancora. «Che occasione perduta per sempre!» mormorò,
restando lì senza scopo sotto il portone, proprio di fronte allo
stanzino buio del portinaio che aveva, anch'esso, la porta
aperta. A un tratto sussultò. Lì nello stanzino del portinaio, a
due passi da lui, sotto una panca, sulla destra, un luccichio
aveva attirato il suo sguardo... Si guardò attorno: nessuno. In
punta di piedi s'avvicinò alla portineria, e a bassa voce chiamò
il portinaio. «Ecco: non c'è!
Però potrebbe essere vicino in cortile, perché la porta è
spalancata.» Si precipitò sulla scure (era proprio una scure), la
trasse da sotto la panca, dove era stata abbandonata tra due
pezzi di legno; e lì sul posto, senza uscire dallo stanzino, la
assicurò al cappio, ficcò le mani in tasca, poi lasciò la
portineria; nessuno lo aveva visto! «Se non t'aiuta il cervello, ti
aiuta il diavolo,» pensò, con uno strano sorriso. Quel ch'era
successo lo aveva straordinariamente rinfrancato.
Ora camminava per la strada tranquillo e senza affrettarsi, con
aria posata, per non destare sospetti. Guardava poco i passanti,
anzi cercava di non guardarli affatto e di passare più
inosservato che poteva. A questo punto si ricordò del suo
cappello. «Dio mio! L'altro ieri avevo i soldi, e non ho pensato
a cambiarlo con un berretto!» Un'imprecazione gli salì alle
labbra.
Gettata casualmente un'occhiata in una botteguccia, vide che
l'orologio a muro segnava già le sette e dieci.
Doveva affrettarsi; però, nello stesso tempo, era necessario
arrivare alla casa da un'altra parte, facendo un giro... In passato,
quando aveva cercato di immaginare come tutto questo si
sarebbe svolto, qualche volta aveva pensato che avrebbe
provato una gran paura. Adesso, invece, non ne aveva molta;
anzi, non ne aveva affatto. Si distraeva per fino - anche se
sempre per brevi momenti - in certi pensieri che non
c'entravano affatto. Passando davanti al parco Jussupov, si
trovò a pensare come sarebbe stato bello che ci fossero delle
fontane con lo zampillo molto alto, e a come avrebbero
piacevolmente rinfrescato l'aria in tutte le piazze. Poi iniziò un
intero ragionamento sul fatto che se il Giardino d'Estate si fosse
esteso a tutto il Campo di Marte, unendosi magari al giardino
del palazzo Michàjlovskij, sarebbe stata una cosa magnifica e
utilissima per tutta la città. A questo punto si pose un quesito
interessante: perché in tutte le grandi città l'uomo, non per pura
necessità, ma per una specie di curiosa inclinazione, è portato a
vivere e a stabilirsi prevalentemente in quelle parti della città
dove non esistono né giardini né fontane, dove regnano il
fango, la puzza e ogni genere di porcherie. Per associazione di
idee pensò alle sue passeggiate in piazza Sennàja, e di colpo
tornò in sé. «Che cose assurde!» si disse. «Meglio non pensare
a nulla!»
«Ecco, dev'essere così che i condannati portati al patibolo si
aggrappano con il pensiero a tutto ciò che incontrano lungo il
cammino,» gli balenò per la mente, ma fu solo un baleno, un
pensiero guizzante che egli stesso si affrettò a spegnere...
Ma eccolo già quasi arrivato, ecco la casa, ecco anche il
portone. Da qualche parte, un orologio batté improvvisamente
un colpo. «Già le sette e mezzo? Possibile? Non può essere,
andrà avanti!»
Per sua fortuna, al portone gli andò di nuovo tutto liscio. Non
solo, ma neanche a farlo apposta, proprio in quell'istante
entrava dinanzi a lui un enorme carico di fieno, che lo nascose
completamente mentre attraversava l'androne, e non appena il
carro fu entrato nel cortile egli sgusciò in un baleno verso
destra. Là, dall'altra parte del carro, si udivano parecchie voci
gridare e discutere, ma nessuno si accorse di lui e nessuno gli si
parò dinanzi. Numerose finestre, che davano sull'enorme
cortile quadrato, in quel momento erano aperte, ma egli non
sollevò il capo: non ne aveva la forza. La scala che portava
all'appartamento della vecchia era subito lì, a destra del
portone. Eccolo già sulla scala...
Riprendendo fiato, si mise una mano sul cuore in tumulto, e ne
approfittò per tastare e dare ancora una volta un'aggiustatina
alla scure; poi cominciò a salire la scala cautamente e senza far
rumore, tendendo ogni momento l'orecchio. Ma anche la scala,
a quell'ora, era deserta; tutte le porte erano chiuse ed egli non
incontrò nessuno. Al secondo piano, è vero, l'uscio di un
appartamento vuoto era spalancato, e dentro stavano lavorando
degli imbianchini, ma anche quelli non fecero caso a lui. Egli
sostò qualche istante riflettendo, poi proseguì. «Certo sarebbe
stato meglio che non ci fossero; però, sopra di loro, ci sono altri
due piani.»
Ma ecco anche il quarto piano, ecco la porta, ecco
l'appartamento di fronte, quello vuoto. Al terzo piano, a
giudicare dalle apparenze, l'appartamento immediatamente
sottostante quello della vecchia era vuoto anch'esso: il biglietto
da visita, fissato alla porta con dei chiodini, era stato tolto:
partiti!... Si sentiva soffocare. Per un attimo si chiese:
«E se me ne andassi?» Ma non si diede risposta, e cominciò a
tendere l'udito verso l'appartamento della vecchia: silenzio di
tomba. Poi si pose di nuovo in ascolto verso il basso, verso la
scala; ascoltò a lungo, attentamente... Poi, guardatosi attorno
per l'ultima volta, si riassettò, e tastò ancora una volta la scure
dentro al cappio. «Non sarò pallido... molto pallido?» pensava.
«Non avrò l'aria agitata? Lei è diffidente.. Non sarebbe meglio
aspettare... finché il cuore non la smette di far così?...»
Ma il cuore non la smetteva, come a far apposta, martellava
sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte...
Raskòlnikov non resse più: allungò lentamente la mano verso il
campanello e suonò. Dopo mezzo minuto suonò di nuovo, un
po' più forte.
Nessuna risposta. Suonare ancora era inutile, e non sarebbe
parso normale. Sicuramente la vecchia si trovava in casa, ma
era sospettosa e sola. Egli conosceva, almeno in parte, le sue
abitudini... Ancora una volta appoggiò l'orecchio alla porta... O
che i suoi sensi si fossero molto acuiti (cosa difficilmente
supponibile), o che davvero i rumori giungessero molto distinti,
fatto sta che d'un tratto egli percepì come il cauto muoversi di
una mano presso la maniglia dell'uscio e un fruscio di vesti
contro la porta. Una persona, invisibile, era ferma accanto alla
serratura e, proprio come lui lì fuori, ascoltava da dentro,
trattenendo il respiro e, probabilmente, appoggiando essa pure
l'orecchio alla porta...
Egli si mosse a bella posta e borbottò qualcosa a voce piuttosto
alta, per far vedere che non si nascondeva; poi suonò per la
terza volta, ma piano, pacatamente, senza dar segno di
impazienza. Ricordandosene, in seguito, con perfetta chiarezza
- quell'istante gli restò impresso per sempre nella memoria non riusciva a capire da dove gli fosse venuta tutta quella
scaltrezza, tanto più che la sua mente pareva a tratti offuscarsi,
e non sentiva quasi più il suo corpo... Un istante dopo, sentì che
stavano aprendo.
7
Come l'altra volta, la porta si socchiuse lasciando apparire un
piccolo spiraglio, e di nuovo due occhi pungenti e sospettosi lo
fissarono dal buio. A questo punto Raskòlnikov si smarrì, e per
poco non commise un grave errore.
Temendo che la vecchia si spaventasse nel vedersi sola con lui,
e poco fiducioso che il suo aspetto le facesse cambiare idea,
egli afferrò la porta e la tirò verso di sé, perché alla vecchia non
venisse l'idea di chiudersi dentro di nuovo.
Vedendo ciò, lei non tirò la porta nel senso opposto, verso di
sé, ma nemmeno lasciò andare la maniglia, tanto che egli per
poco non la trascinò fuori, sulla scala, aggrappata al battente.
Vedendo poi che in questo modo lei bloccava la porta
impedendogli di entrare, le andò direttamente addosso. Quella
balzò da un lato, spaventata, fu lì lì per dire qualcosa, ma
sembrò che non ci riuscisse, e lo guardava a occhi sbarrati.
«Buongiorno, Alëna Ivànovna,» cominciò a dire lui con la
maggior disinvoltura possibile, ma la voce non gli obbedì, si
spezzò e prese a tremare, «io vi... vi ho portato un oggetto... ma
è meglio che andiamo di qua... verso la luce...»
e, scostatala, senza attendere l'invito, entrò nella stanza. La
vecchia gli corse dietro; le si era sciolta la lingua.
«Ma cosa volete?... Chi siete e che cosa cercate?»
«Ma come, Alëna Ivànovna... sono un vostro conoscente...
Raskòlnikov... ecco, vi ho portato un pegno, come vi avevo
detto l'altro giorno...» e intanto le tendeva il pacchetto.
La vecchia stava già per guardare l'oggetto, ma a un tratto
cambiò idea e fissò dritto negli occhi l'intruso. Lo fissava
attentamente, con espressione cattiva e sospettosa. Trascorse
così circa un minuto; gli parve perfino di scorgere negli occhi
di lei una specie di scherno, come se avesse già indovinato
tutto. Raskòlnikov si sentiva smarrire, sentiva di avere quasi
paura, tanto che se lei avesse continuato a fissarlo così un altro
mezzo minuto, sarebbe scappato via.
«Ma che avete da guardarmi così? Non mi riconoscete, forse?»
disse a un tratto, arrabbiandosi anche lui. «Se volete,
prendetelo, se no andrò da qualcun altro; non ho tempo da
perdere, io.»
Non aveva nemmeno pensato di dire così, gli era venuto di
colpo, spontaneamente.
La vecchia si riscosse, come se il tono deciso del suo visitatore
l'avesse rianimata.
«Ma, bàtjuška, perché arrivate così all'improvviso?... E questo
cos'è?» domandò, guardando il pacchetto.
«Un portasigarette d'argento: ve l'avevo già detto l'altra volta.»
Lei tese la mano.
«Ma perché siete così pallido? E vi tremano le mani! Avete
forse fatto un bagno freddo, bàtjuška?»
«È la febbre,» rispose lui bruscamente. «Si capisce che si è
pallidi... quando non si ha niente da mangiare,» aggiunse,
pronunciando a stento le parole. Di nuovo si sentiva venir
meno le forze. Ma la risposta suonò verosimile; la vecchia
prese in mano il pacchetto.
«Che cos'è?» domandò, dopo aver scrutato ancora una volta
Raskòlnikov, e soppesando l'involto sulla mano.
«Un oggetto, un portasigarette... d'argento... Guardatelo.»
«Non si direbbe che è d'argento... e ci avete messo intorno tanta
di quella carta...»
Cercando di slegare la cordicella, e voltandosi verso la finestra,
verso la luce (tutte le finestre di casa erano chiuse, nonostante
l'aria cattiva), lei si scostò completamente da lui, per pochi
secondi, e gli girò la schiena. Raskòlnikov sbottonò il soprabito
e liberò la scure dal cappio, ma non la tirò ancora fuori del
tutto, continuò a sorreggerla, con la mano destra, sotto il
soprabito. Si sentiva le mani estremamente deboli, e gli
sembrava che s'intorpidissero e s'irrigidissero sempre di più.
Temeva che la scure gli sfuggisse di mano e cadesse a terra... A
un tratto, fu colto da una specie di capogiro.
«Ma guarda come l'ha legato!» esclamò con dispetto la
vecchia, e fece per girarsi dalla sua parte.
Non c'era più un istante da perdere. Liberò completamente la
scure, la brandì con tutt'e due le mani e rendendosi appena
conto di ciò che faceva, quasi senza sforzo, quasi
macchinalmente, la lasciò cadere sulla testa della vecchia col
rovescio della lama. Aveva agito senza metterci forza, ma
appena ebbe lasciato cadere la scure, subito sentì che la forza
gli nasceva dentro.
Come sempre, la vecchia era spettinata. I capelli chiari,
brizzolati e radi, unti, al solito, abbondantemente di grasso,
erano attorcigliati in una treccina a coda di topo, e raccolti da
un frammento di pettine di corno che le sporgeva sulla nuca. Il
colpo la prese proprio in cima al cranio, anche a causa della sua
bassa statura. Gettò un grido, ma molto fievole, e s'accasciò di
colpo sul pavimento, avendo fatto appena in tempo a portarsi le
mani alla testa.
In una mano continuava a stringere il «pegno». Allora la colpì
con tutta la sua forza, una volta e poi un'altra ancora, sempre
col rovescio della scure, e sempre sul cocuzzolo; il sangue
sgorgò come da un bicchiere rovesciato e il corpo cadde,
stramazzò supino. Egli si tirò indietro per lasciarlo cadere e
subito si chinò sul viso di lei: era già morta. Gli occhi, sbarrati,
sembravano sul punto di schizzar fuori, e la fronte e tutto il
volto erano stravolti e deformati dallo spasimo.
Egli posò la scure sul pavimento, accanto alla morta, e
immediatamente le ficcò una mano in tasca cercando di non
sporcarsi col sangue che continuava a fluire: la tasca destra,
quella dalla quale, la volta prima, lei aveva tirato fuori le
chiavi. Era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali,
obnubilazioni e capogiri eran cessati, però gli tremavano
ancora le mani. In seguito ricordò quanto era stato preciso e
guardingo, attento sempre a non sporcarsi... Le chiavi le trovò
subito; tutte, come quella volta, erano in un solo mazzo, appese
a un unico anello d'acciaio. Subito, tenendole in mano, corse
nella stanza da letto. Era una camera molto piccola, con un
enorme stipo pieno di icone. A ridosso dell'altra parete c'era un
gran letto, pulitissimo, con una coperta di seta imbottita.
Contro la terza parete c'era il comò; appena udì tintinnare le
chiavi, fu preso da una specie di convulsione. Di nuovo provò
il desiderio improvviso di lasciar perdere tutto e di andar via.
Ma fu soltanto un attimo; era troppo tardi per ritirarsi. Stava
perfino sorridendo di se stesso quando, a un tratto, lo colpì un
altro pensiero inquietante. Ebbe la sensazione improvvisa che
la vecchia potesse ancora esser viva e potesse, magari, tornare
in sé. Lasciando le chiavi accanto al comò, corse indietro verso
il corpo della vecchia, afferrò la scure e la brandì ancora una
volta sopra la sua testa; tuttavia non la calò. Non c'era alcun
dubbio: era morta. Chinatosi a esaminarla più da vicino, vide
con chiarezza che il cranio era fracassato e perfino un po'
distorto da un lato. Fu lì lì per toccarlo col dito, ma ritrasse la
mano; era evidente anche così. Intanto il sangue aveva formato
una pozza. D'un tratto notò che sul collo della vecchia c'era una
cordicella; diede uno strattone, ma era robusta e non si
rompeva; per di più era imbevuta di sangue. Provò a sfilarla dal
seno, ma c'era qualcosa che lo impediva. Nella sua impazienza,
fece per brandire un'altra volta la scure e recidere la cordicella
lì sul corpo, con un colpo dall'alto, ma poi gli mancò il
coraggio e faticosamente, sporcando le mani e la lama, dopo
aver armeggiato per un paio di minuti riuscì a tagliare la
cordicella, senza toccare il corpo con la scure, e a portar via
tutto: non s'era sbagliato, c'era un borsellino. Alla cordicella
erano appese due croci, una di legno di cipresso e una di rame,
e una piccola immagine di smalto; ma insieme era appeso
anche un borsellino scamosciato, bisunto, con la cerniera e un
anellino d'acciaio. Il borsellino era pieno zeppo; Raskòlnikov
se lo ficcò in tasca senza esaminarne il contenuto, le croci le
gettò sul petto della vecchia e, presa questa volta con sé anche
la scure, tornò di corsa nella stanza da letto.
Aveva una fretta tremenda, afferrò le chiavi e riprese ad
armeggiare, ma sempre senza fortuna: non entravano nelle
toppe. Le mani non gli tremavano poi tanto, eppure continuava
a sbagliare: anche se, ad esempio, vedeva che la chiave non era
quella, che non andava, la ficcava dentro egualmente. A un
tratto si ricordò di una cosa, e capì che quella chiave grande,
con l'ingegno dentato, che ballonzolava insieme alle altre
chiavicine, non doveva assolutamente essere quella del comò
(come già gli era venuto in mente la prima volta), bensì di
qualche forziere, e che forse proprio in questo forziere stava
nascosto tutto quanto. Subito, abbandonato il comò, si infilò
sotto il letto, sapendo che di solito è lì che le vecchie tengono i
forzieri. Proprio così: c'era un bauletto piuttosto grande, lungo
un po' meno di un metro, con il coperchio ricurvo ricoperto di
marocchino rosso e imbullettato con tante piccole borchie
d'acciaio. La chiave dentata girò subito bene e aprì. Sopra,
coperto da un lenzuolo bianco, c'era un pellicciotto di lepre
foderato di rosso; sotto c'era un abito di seta, poi uno scialle, e
più giù, sino al fondo, sembrava non ci fossero che stracci. Per
un attimo fu lì lì per asciugarsi le mani, imbrattate di sangue,
nella fodera rossa. «La stoffa è rossa, sul rosso il sangue si
vedrà meno,» si trovò a pensare, ma poi, di colpo, tornò in sé:
«Dio! Non starò diventando pazzo?» pensò spaventato.
Ma appena smosse gli stracci, subito, da sotto il pellicciotto,
sgusciò fuori un orologio d'oro. Egli cominciò a mettere tutto a
soqquadro. In effetti, agli stracci erano mischiati degli oggetti
d'oro-probabilmente tutti pegni, non scaduti o già scaduti:
braccialetti, catenelle, orecchini, spille ecc. Alcuni erano riposti
in astucci, altri semplicemente impacchettati in carta da
giornale, ma con gran cura, in fogli doppi, e legati tutt'attorno
con dei cordoncini.
Immediatamente cominciò a riempirsi le tasche dei calzoni e
del- soprabito, senza esaminare né aprire i pacchetti e gli
astucci; ma non ebbe il tempo di raccogliere gran che... A un
tratto, sentì camminare nella stanza dove giaceva la vecchia. Si
fermò e rimase immobile, come morto. Ma tutto era silenzio,
dunque gli era solo sembrato. Ma all'improvviso udì
nettamente un lieve grido, come se qualcuno avesse emesso un
gemito soffocato per poi azzittirsi. Di nuovo silenzio di tomba,
per un minuto o due. Lui restava accovacciato vicino al baule e
attendeva, respirando appena; poi d'un tratto balzò in piedi,
afferrò la scure e uscì di corsa dalla stanza da letto.
In mezzo alla camera c'era Lizavèta, con un grosso fagotto in
mano, e tutta bianca come un cencio lavato; come se non
avesse la forza di gridare, guardava impietrita la sorella uccisa.
Appena lo vide sbucare di corsa si mise a tremare come una
foglia, di un tremito fitto fitto, mentre il volto le si contraeva
convulsamente; sollevò un braccio e fece per aprire la bocca,
ma non gridò; lentamente, a ritroso, cominciò ad allontanarsi
da lui verso un angolo, e intanto lo guardava fisso; ma non
gridava, come se non avesse più fiato in corpo. Egli si slanciò
su di lei con la scure: le labbra le si storsero pietosamente come
quelle dei bimbi molto piccoli, quando hanno paura di qualcosa
e fissano l'oggetto che li impaurisce, sul punto di urlare. E
quella povera Lizavèta era così semplice e sconvolta e
terrorizzata a morte, che non alzò nemmeno le mani per
difendersi il volto, sebbene in quell'istante fosse quello il gesto
ovvio e naturale, dato che la scure era proprio sul suo volto. Si
limitò a sollevare appena appena la mano sinistra, che era
libera, ma non sino alla faccia: la protese lentamente verso di
lui, come per respingerlo. Il colpo, assestato di taglio, le finì
proprio sul cranio spaccando tutta la parte superiore della
fronte quasi fino al cocuzzolo. Lei stramazzò di colpo.
Raskòlnikov per poco non si smarrì completamente, afferrò il
fagotto di lei, ma subito lo buttò via e corse in anticamera.
I1 terrore lo invadeva sempre di più, soprattutto dopo questo
secondo assassinio, del tutto imprevisto. Voleva fuggire da lì al
più presto. E se in quel momento fosse stato in grado di vedere
le cose e di ragionare con più chiarezza, se appena fosse stato
in grado di comprendere tutte le difficoltà della sua situazione,
quanto essa fosse disperata, mostruosa e assurda, e insieme
quanti ostacoli, e forse misfatti, gli restavano ancora da
superare e perpetrare prima di strapparsi da lì e arrivare fino a
casa, molto probabilmente avrebbe piantato tutto e sarebbe
andato subito a costituirsi, non tanto per paura delle
conseguenze, ma semplicemente inorridito e disgustato di ciò
che aveva fatto. Soprattutto il disgusto fermentava e cresceva
in lui di minuto in minuto. Per niente al mondo, ora, si sarebbe
avvicinato al baule, e nemmeno sarebbe entrato nelle stanze.
Ma una specie di distrazione, anzi di estrosità, cominciò a poco
a poco a dilagare in lui: a momenti era come se si astraesse da
tutto o, per dir meglio, come se si scordasse dell'essenziale per
attaccarsi alle minuzie. Dando un'occhiata alla cucina, scorse
sulla panca un secchio, per metà pieno d'acqua, e si rese conto
che doveva lavare le mani e la scure. Le mani erano
insanguinate e appiccicose. Tuffò direttamente la lama della
scure nell'acqua, poi afferrò un pezzetto di sapone che stava sul
davanzale della finestra in un piattino incrinato e cominciò a
lavarsi le mani nello stesso secchio. Quand'ebbe finito, tirò su
la scure, lavò la lama e poi, a lungo, anche il legno del manico
là dov'era insanguinato, cercando di togliere il sangue col
sapone. Poi asciugò tutto con la biancheria che era stesa ad
asciugare su una corda che attraversava la cucina, e a lungo,
meticolosamente, esaminò la scure accanto alla finestra. Non vi
erano rimaste tracce, ma il manico era ancora umido. Rimise
con attenzione la scure nel cappio, sotto il soprabito. Quindi,
per quanto lo consentiva la debole luce della cucina, esaminò il
soprabito, i calzoni, gli stivali. Da fuori, a prima vista, non si
vedeva nulla; solo sugli stivali c'erano delle macchie. Inzuppò
nell'acqua uno straccio e li strofinò. D'altronde, era il primo a
sapere che il suo esame non valeva gran che, che poteva
benissimo esserci qualcosa che lui non aveva notato e che
sarebbe balzato subito agli occhi di un altro. Ristette indeciso
in mezzo alla stanza. Un pensiero increscioso, oscuro, andava
nascendo in lui: il pensiero d'essere pazzo e di non potere, a
quel punto, né ragionare né difendersi; e che forse ciò che
bisognava fare non era affatto ciò che stava facendo... «Dio
mio, bisogna fuggire, fuggire!» mormorò, e si precipitò
nell'anticamera. Ma qui lo attendeva un tale spavento, quale di
certo non gli era ancora capitato di provare.
Stava lì in piedi a guardare, e non credeva ai suoi occhi: la
porta, la porta esterna, quella che dall'anticamera dava sulle
scale, proprio quella a cui poco prima aveva suonato e per la
quale era entrato, era aperta, socchiusa per un buon palmo: né
serratura, né gancio, per tutto questo tempo! Dopo che lui era
entrato, forse per precauzione, la vecchia non aveva richiuso.
Ma, Dio mio! aveva pur visto Lizavèta dopo! E come, come
aveva potuto non pensare che doveva pur essere entrata da
qualche parte! Attraverso il muro, no di certo!
Si precipitò verso la porta e mise il gancio.
«Ma no, no, nemmeno questo devo fare! Devo andar via,
andarmene...»
Tolse il gancio, aprì la porta e tese l'orecchio verso la scala.
Ascoltò a lungo. Da qualche parte in basso, lontano,
probabilmente sotto il portone, due voci forti e stridule
gridavano, altercando e insultandosi. «Ma che fanno?...» Attese
pazientemente. Infine, ogni suono cessò di colpo, come
spezzato; i due si erano separati. Stava già per uscire, quando
improvvisamente, un piano più sotto, si aprì con fracasso una
porta sulla scala, e qualcuno cominciò a scendere canterellando
un motivetto. «Come mai fanno tutti tanto rumore!»
gli passò per la mente. Accostò di nuovo la porta dietro di sé e
attese. Finalmente tutto tacque: non c'era più anima viva.
Aveva già fatto un passo sulla scala quando, a un tratto,
risuonarono nuovi passi.
I passi venivano da molto lontano, proprio dall'inizio della
scala, eppure egli ricordò poi benissimo e con chiarezza che fin
dal primo momento, chissà perché, aveva sospettato che
stessero dirigendosi lì, al quarto piano, dalla vecchia. Perché?
Che avevano di particolare, di strano, quei rumori? Erano passi
pesanti, misurati, non precipitosi. Ecco che quello aveva già
superato il primo piano, ecco che saliva ancora; il suono era
sempre più nitido! Sentì il respiro pesante di colui che si
avvicinava. Ecco che già saliva il terzo piano... Sta venendo
qui! E a un tratto gli parve d'essere impietrito, che tutto
avvenisse come in sogno, quando si sogna d'essere inseguiti,
sempre più da vicino, che ti vogliono uccidere e tu sei come
inchiodato al suolo e non puoi muovere neanche una mano.
Finalmente, quando già il nuovo venuto aveva cominciato a
salire la rampa del quarto piano, soltanto allora egli d'un tratto
si riscosse e riuscì, nonostante tutto, a scivolare indietro, agile e
svelto, dall'andito verso l'appartamento, e a chiudersi la porta
alle spalle. Poi afferrò il gancio e silenziosamente, pian piano,
lo infilò nell'anello. L'istinto lo aiutava.
Fatto tutto questo, si appostò, trattenendo il respiro, proprio a
ridosso della porta. Anche l'intruso era ormai giunto alla porta.
Adesso stavano l'uno di fronte all'altro, come poco prima lui
con la vecchia, quando la porta li separava, ed egli, da fuori, vi
appoggiava l'orecchio.
L'ospite ansimò pesantemente parecchie volte. «Dev'essere
grande e grosso,» pensò Raskòlnikov, stringendo la scure nelle
mani. Davvero sembrava tutto un sogno. Il visitatore afferrò la
corda del campanello e diede un forte strattone.
Appena udì il suono metallico del campanello, Raskòlnikov
ebbe di colpo l'impressione che nella stanza qualcuno si fosse
mosso. Per alcuni secondi rimase perfino in ascolto. Lo
sconosciuto suonò ancora una volta, poi aspettò un poco e
improvvisamente, persa la pazienza, cominciò a tirare con tutte
le sue forze la maniglia della porta. Raskòlnikov guardava con
orrore il gancio che si muoveva nell'anello attendendo,
inebetito dallo spavento, che da un momento all'altro ne
saltasse fuori. E sembrava davvero possibile, tanto forte quello
stava tirando. Pensò perfino di trattenere il gancio con la mano,
ma l'altro avrebbe potuto accorgersene. Raskòlnikov sentì che
gli tornava il capogiro. «Ora cado!» gli balenò nella mente, ma
lo sconosciuto cominciò a parlare e subito egli si riprese.
«Ma che fanno? Dormono sodo o qualcuno le ha strozzate?
Strrramaledette!» si mise a urlare l'altro come dal fondo di una
botte. «Eh, Alëna Ivànovna, vecchia strega! Lizavèta Ivànovna,
divina bellezza! Aprite! Possibile che dormano quelle
maledette?»
E, infuriatosi, di nuovo tirò una decina di volte la corda del
campanello con tutta la forza che aveva. Doveva essere un
uomo autoritario, e un intimo conoscente della casa.
Proprio in quel momento si udirono, poco più giù sulla scala,
dei passi fitti e frettolosi. Stava arrivando qualcun altro.
Raskòlnikov, dapprima, non se ne rese ben conto. «Possibile
che non ci sia nessuno?» gridò con voce squillante e allegra il
nuovo venuto, rivolgendosi direttamente al primo visitatore
che, intanto, non la smetteva di tirare il campanello.
«Buonasera, Koch!»
«A giudicare dalla voce, dev'essere molto giovane,» pensò a un
tratto Raskòlnikov.
«Soltanto il diavolo sa cosa stanno facendo! Per poco non ho
fatto saltare la serratura,» rispose Koch. «Ma voi come fate a
conoscermi?»
«Ma guarda un po'! Se ieri l'altro, al Gambrinus, vi ho vinto tre
partite di fila al biliardo...»
«Ah, ah, ah...»
«E così, non sono in casa? Strano. Oltre a tutto, è una cosa
assurda Dove può essere andata la vecchia? Io ho un affare da
concludere con lei.»
«Anch'io, mio caro!»
«Che possiamo farci? Non resta che tornare indietro. Mah! E io
che pensavo di fare un po' di soldi!» esclamò il giovanotto.
«Certo, non resta che tornare indietro, ma perché darmi un
appuntamento? È stata lei, brutta strega, a fissarmi l'ora. Ho
fatto una gran camminata per venire fin qui. E poi, dove
diavolo se ne sia andata a spasso, davvero non capisco.
Se ne sta tappata in casa tutto l'anno, brutta strega, a marcire, le
fanno male le gambe, e poi, tutt'a un tratto, se ne va a spasso!»
«Vogliamo chiedere al portinaio?»
«Chiedere che cosa?»
«Dove è andata e quando tornerà...»
«Mmh... diavolo... chiedere... Ma se non va mai in nessun
posto!» E ancora una volta tirò la maniglia della porta.
«Diavolo, non c'è niente da fare, andiamocene!»
«Aspettate!» gridò improvvisamente il più giovane, «guardate
lì: vedete come la porta si scosta, quando la tirate?»
«E con questo?»
«Vuol dire che non è chiusa a chiave, ma solo con il gancio!
Non sentite il rumore?»
«E con questo?»
«Ma come fate a non capire? Vuol dire che una di loro è in
casa. Se fossero uscite tutte e due, avrebbero chiuso da fuori
con la chiave, e non da dentro con il gancio. Non sentite il
gancio come sbatte? E per chiudersi col gancio da dentro
bisogna essere in casa, capite? Quindi sono in casa, ma non
aprono!»
«Ehi! È proprio così!» gridò Koch, meravigliato. «Ma allora
sono lì dentro!» e riattaccò a tirare furiosamente la porta.
«Aspettate!» esclamò di nuovo il giovanotto, «non tirate! Qui
c'è qualcosa che non quadra... voi avete suonato, avete tirato,
eppure non aprono; quindi, o sono tutte e due svenute,
oppure...»
«Oppure che cosa?»
«Sentite: andiamo a cercare il portinaio; che ci pensi lui a
svegliarle.»
«Buona idea!» Entrambi si mossero per scendere giù.
«Aspettate! Voi restate qui, e io farò una corsa da basso a
cercare il portinaio.»
«Ma perché restare qui?»
«Non si può mai sapere...»
«E va bene...»
«Sapete, io sto studiando per diventare giudice istruttore! È
chiaro, chia-a-ro che qui c'è qualcosa che non va!» esclamò con
calore il giovanotto, e si precipitò di corsa giù per le scale.
Koch rimase, scosse ancora una volta pian piano il campanello,
che tintinnò appena; poi adagio, quasi riflettendo ed
esaminando la situazione, prese a muovere la maniglia della
porta, tirandola verso di sé e poi lasciandola andare, per
convincersi una volta di più che la porta era chiusa soltanto col
gancio. Poi si chinò, ansimando, e si mise a guardare nel buco
della serratura; ma all'interno c'era la chiave infilata e quindi
non si poteva vedere niente.
Raskòlnikov se ne stava in piedi, immobile, stringendo la
scure. Era come in delirio. Si preparava perfino a lottare con
quei due, una volta che fossero entrati. Mentre bussavano e
prendevano accordi, parecchie volte gli era improvvisamente
balenata l'idea di finire tutto in una volta sola e di gridare, in
modo che lo sentissero da fuori. Avrebbe voluto mettersi a
coprirli d'insulti, a schernirli, in attesa che aprissero la porta.
«Si sbrigassero, almeno!» gli passò per la mente.
«Però, accidenti, quello là...» borbottò Koch.
Il tempo passava, un minuto, poi un altro, e non veniva
nessuno. Koch cominciò ad agitarsi.
«Che diavolo !...» gridò a un tratto e, non potendone più, smise
di far la guardia e scese anche lui, affrettandosi e facendo
rumore lungo le scale con gli stivali. I suoi passi si spensero.
«Santo Dio, che devo fare?»
Raskòlnikov tolse il gancio e socchiuse la porta: fuori non si
udiva nulla; di colpo, senza pensarci su due volte, uscì, si
chiuse la porta alle spalle e si precipitò giù per le scale.
Ne aveva già discese tre rampe quando, all'improvviso, venne
dal basso un gran rumore. Dove nascondersi? Non c'era nessun
posto per farlo. Stava già per tornare di corsa indietro, verso
l'appartamento.
«Ehi, boia, demonio! Prendetelo!»
Qualcuno, più sotto, uscì gridando da uno degli appartamenti, e
più che correre, parve che si buttasse giù per la scala, urlando a
squarciagola:
«Mìtka! Mìtka! Mìtka! Mìtka! Mìtka! Che ti venga un cancro!»
Il grido finì in una specie di strido; gli ultimi suoni che si
udirono venivano ormai dal cortile; poi tutto tacque. Ma nello
stesso istante alcune persone, che parlavano forte e in tono
concitato fra loro, cominciarono a salire rumorosamente su per
le scale. Erano tre o quattro. Egli distinse la voce sonora del
giovane. «Sono loro!»
Al colmo della disperazione, andò loro incontro direttamente:
sarà quel che sarà! Se lo fermavano, tutto era perduto; se lo
lasciavano passare, era quasi lo stesso: si sarebbero ricordati di
lui. Già stavano per incontrarsi, non restava fra loro che una
sola rampa di scale, ed ecco a un tratto la salvezza! A pochi
gradini da lui, a destra, vuoto e con la porta spalancata, ecco un
appartamento, proprio quell'appartamento del secondo piano
nel quale stavano lavorando gli imbianchini - i quali ora,
nemmeno a farlo apposta, se n'erano andati. Dovevano esser
stati proprio loro a correre fuori, poco prima, gridando in quella
maniera. I muri apparivano dipinti di fresco, in mezzo alla
stanza c'erano un barattolo e un coccio con del colore e un
grosso pennello. Egli sgusciò in un baleno attraverso la porta
aperta e si appiattì a ridosso della parete. Era tempo; gli altri
erano già sul pianerottolo Svoltarono in su e passarono oltre,
verso il quarto piano, parlando rumorosamente. Egli attese,
uscì in punta di piedi e corse giù.
Sulla scala nessuno! Nessuno al portone. Passò rapidamente
sotto l'androne e svoltò a sinistra nella strada. Sapeva
benissimo, sapeva con assoluta precisione che in quell'istante
erano già nell'appartamento, che s'erano meravigliati molto nel
trovarlo aperto, mentre poco prima era chiuso, che stavano già
esaminando i corpi e che tra non più di un minuto avrebbero
capito ogni cosa, si sarebbero resi conto che l'assassino era
appena uscito, era riuscito a nascondersi in qualche posto, a
sgusciare poi via sotto il loro naso e a fuggire; avrebbero
persino capito, forse, che quando loro erano passati lui si
trovava nell'appartamento vuoto. Eppure non osò, per nessun
motivo, accelerare troppo il passo, benché mancassero ancora
un centinaio di metri per giungere alla prima svolta. «E se mi
infilassi in un androne, e aspettassi un po' sulla scala d'una casa
qualsiasi? No, guai! E se gettassi via la scure? Se prendessi una
carrozza? No, guai! guai!»
Finalmente, ecco il vicolo; egli scantonò più morto che vivo; a
quel punto era già per metà salvo, e se ne rendeva conto: era
più difficile sospettare di lui, e per di più c'era un notevole
viavai, dentro il quale egli si perdeva come un granello di
sabbia. Ma la tensione lo aveva stremato a tal segno, che
faceva fatica a muoversi. Sudava a ruscelli; aveva il collo tutto
bagnato. «Che sbronza!» gli gridò dietro qualcuno, mentre lui
raggiungeva il canaletto.
Sentiva che stava per venir meno; e più andava avanti, peggio
era. Ricordò tuttavia, in seguito, che raggiunto il canaletto a un
tratto s'era spaventato, pensando che con poca gente lo si
potesse notare di più, e stava quasi per tornare indietro verso il
vicolo. Benché temesse di cadere a terra, fece un lungo giro e
arrivò a casa da una parte completamente diversa.
Anche attraversando il portone di casa sua, non era del tutto in
sé; si trovava già per le scale quando rammentò la scure. Aveva
un grosso problema da risolvere: rimetterla al suo posto senza
che nessuno se ne accorgesse. Evidentemente non era più in
grado di capire che sarebbe stato molto meglio, forse, non
rimettere affatto la scure al posto di prima, bensì abbandonarla,
più tardi, nel cortile di un'altra casa.
Ma tutto andò liscio. La portineria era chiusa, ma non a chiave,
quindi probabilmente il portinaio si trovava in casa.
Raskòlnikov aveva smarrito a tal segno la facoltà di ragionare,
che s'avvicinò risoluto alla portineria e ne aprì l'uscio.
Se il portinaio gli avesse domandato: «Cosa vi serve?», forse
gli avrebbe senz'altro consegnato la scure. Ma anche questa
volta il portinaio non c'era, ed egli ebbe il tempo di rimettere la
scure al posto di prima, sotto la panca; la coprì perfino con un
ceppo, com'era prima. Fuori non incontrò nessuno, neanche
un'anima, fino alla sua stanza. La porta della padrona era
chiusa. Una volta entrato, si gettò sul divano, vestito com'era.
Non dormì; era una specie di sopore, il suo. Se qualcuno fosse
entrato nella sua stanza, egli sarebbe balzato in piedi gridando.
Frammenti, brandelli di pensieri gli brulicavano nel cervello;
ma non poteva afferrarne nemmeno uno, su nessuno riusciva ad
arrestarsi, a dispetto di tutti i suoi sforzi...
PARTE SECONDA
1
Rimase a lungo così disteso. Gli capitava, a tratti, di destarsi
del tutto, e una volta si accorse che già da un pezzo era notte,
ma non gli venne in mente di alzarsi. Alla fine notò che era già
chiaro, come di giorno. Egli giaceva sul divano supino, ancora
intontito dal recente sopore. Gli giungevano stridule, dalla via,
urla orrende e disperate, le stesse, d'altronde, che sentiva quasi
ogni notte sotto la sua finestra, dopo le due. Anche in questa
occasione, furono quelle grida a destarlo. «Ah! Ecco che gli
ubriachi escono dalle bettole,» pensò, «sono le due passate», e
d'un tratto balzò in piedi, come se qualcuno lo avesse strappato
via dal divano. «Come! Le due passate!» Sedette sul divano, e
allora ricordò tutto. Di colpo, in un solo istante, ricordò tutto!
Lì per lì credette di impazzire. Un freddo terribile s'impadronì
di lui; era un freddo dato anche dalla febbre, che lo aveva
assalito già da un pezzo, durante il sonno. Adesso, a un tratto,
fu scosso da tali tremiti, che gli sembrò che i denti dovessero
saltargli via dalla bocca, e tutto in lui cominciò a sussultare.
Aprì la porta e si mise in ascolto: in casa tutti dormivano.
Stupito, guardò tutto intorno a sé nella stanza, non
comprendendo come mai la sera prima, dopo essere entrato,
avesse potuto non chiudere la porta col gancio e gettarsi sul
divano non solo vestito, ma addirittura col cappello, che era
rotolato giù e giaceva sul pavimento, accanto al cuscino. «Se
fosse entrato qualcuno, che cosa avrebbe pensato?
Forse che ero ubriaco; ma...» Si slanciò verso la finestra. C'era
abbastanza luce, ed egli s'affrettò a esaminare, da capo a piedi,
tutti i suoi indumenti; non c'erano proprio tracce? Ma non
bastava: tremante di febbre, cominciò a toglierseli tutti di dosso
e a esaminarli di nuovo. Rigirò ogni cosa, fino all'ultimo filo,
all'ultimo pezzetto di stoffa, e non fidandosi di se stesso, ripeté
l'esame tre volte. Ma non c'era niente, nessun segno, a quanto
sembrava; soltanto in fondo, dove i calzoni si erano consumati
e pendevano come una frangia, su questa frangia c'erano dense
macchie di sangue coagulato. Egli afferrò il coltello a
serramanico e tagliò via la frangia. Pareva che non ci fosse
altro. Ma a un tratto si ricordò che il borsellino e gli oggetti
rubati nel baule della vecchia erano ancora tutti nelle sue
tasche. Non aveva nemmeno pensato a toglierli da lì e a
nasconderli! Non se n'era ricordato nemmeno mentre, poco
prima, esaminava il vestito. Ma come? In un baleno si mise a
tirarli fuori e a gettarli sulla tavola. Tirato fuori tutto, rivoltate
anche le tasche per convincersi che non v'era rimasto dentro
nulla, trasportò quel mucchio di roba in un angolo, in basso, nel
punto dove la tappezzeria s'era scollata dal muro; e subito
cominciò a ficcare tutto dentro un buco, sotto la carta. «C'è
entrato! Tutto sparito, compreso il borsellino!» pensò con gioia,
sollevandosi un poco e fissando inebetito l'angolo, dove la carta
sporgeva un po' di più. Ma all'improvviso trasalì per l'orrore:
«Santo Dio,» mormorava disperato, «cosa mi prende? Come ho
potuto pensare d'averla nascosta in questo modo? E forse così
che si nasconde la roba?»
In verità, gli oggetti non li aveva previsti; aveva pensato che ci
sarebbero stati soltanto dei soldi, e perciò non aveva disposto il
nascondiglio. «Ma adesso, adesso, perché diavolo ero
contento?» pensava. «E forse così che si nasconde la roba? Mi
sta davvero dando di volta il cervello!» Affranto, sedette sul
divano, e subito brividi intollerabili ripresero a scuoterlo.
Macchinalmente, tirò a sé quello che era stato il suo cappotto
d'inverno da studente. Giaceva lì vicino su una sedia, pesante,
ma già quasi a brandelli. Se ne coprì, e fu di nuovo in preda al
sonno e al delirio. Tornò ad assopirsi.
Non eran passati cinque minuti che balzò in piedi un'altra volta
e si precipitò subito, come un forsennato, verso i suoi panni.
«Come ho potuto riaddormentarmi, quando ancora niente è
stato fatto! Ecco: non ho ancora levato il cappio dall'ascella!
Me ne sono dimenticato, ho dimenticato una cosa simile! Un
indizio così!» Strappò via il cappio e si affrettò a ridurlo in
pezzetti, ficcando questi ultimi sotto il cuscino, fra la
biancheria. «Dei pezzi di tela strappata non potranno mai
destare sospetti; credo che sia così, proprio così!» ripeteva
stando in mezzo alla camera, e con attenzione tesa fino allo
spasimo riprese a guardarsi intorno, per terra, dappertutto; non
aveva dimenticato qualcos'altro? La certezza che tutto, perfino
la memoria, perfino la semplice facoltà di ragionare, lo stessero
abbandonando, cominciava a tormentarlo intollerabilmente.
«Ma come, possibile che sia già a questo punto? Possibile che
sia già il castigo? Ma sì, ma certo, è proprio così!» Ecco,
proprio così: gli sfilacci della frangia, che aveva tagliato via dai
calzoni, giacevano proprio lì, sul pavimento, in mezzo alla
stanza, perché il primo venuto li potesse vedere! «Ma che cosa
mi prende?» esclamò di nuovo, smarrito.
A questo punto gli balenò uno strano pensiero: che forse tutto il
suo vestito era sporco di sangue, che di macchie ce n'erano
molte, solo che lui non le vedeva, non le notava, perché la sua
facoltà di ragionare era svanita, sfumata... l'intelletto
ottenebrato... A un tratto ricordò che anche sul borsellino c'era
del sangue. «Ecco! E quindi anche nella tasca dev'esserci del
sangue, visto che ci ho ficcato il borsellino ancora bagnato di
sangue!» In un attimo rivoltò la tasca e - proprio così! - sulla
fodera c'erano delle tracce, delle macchie! «Allora, non è che la
ragione mi abbia abbandonato del tutto; posso ancora riflettere
e ricordare, dato che me ne sono accorto e l'ho capito da solo!»
pensò con un senso di trionfo, respirando profondamente e
gioiosamente a pieni polmoni; «è solo debolezza dovuta alla
febbre, delirio di un istante», e strappò via tutta la fodera della
tasca sinistra dei calzoni. In quel momento un raggio di sole
illuminò il suo stivale sinistro: sulla calza, che sporgeva dallo
stivale, sembravano esservi delle macchie. Egli si tolse lo
stivale: «È vero, delle macchie!
Tutta la punta della calza è imbevuta di sangue.»
Inavvertitamente, doveva aver messo il piede in quella pozza...
«Ma adesso che ne faccio, di questa roba? Dove nascondo la
calza, la frangia, la fodera?»
Teneva tutto in una mano, e stava in piedi in mezzo alla
camera. «Nella stufa? Ma è proprio nella stufa che
cominceranno a frugare. Bruciarla? E come? se non ho
nemmeno un fiammifero? No, meglio uscire e gettarla via in
qualche posto. Sì! Meglio gettarla via!» andava ripetendo, e
intanto era tornato a sedersi sul divano, «e subito, in questo
stesso istante, senza perdere un secondo!» Ma la sua testa tornò
a chinarsi sul cuscino; brividi insopportabili tornarono ad
agghiacciarlo; si tirò addosso un'altra volta il cappotto. E per
molto tempo, per parecchie ore, continuò, a tratti, a pensare
confusamente che «subito, senza perdere tempo, doveva andare
da qualche parte e gettare via tutto, per farlo sparire, al più
presto, al più presto!» Parecchie volte tentò di tirarsi su da quel
divano, di alzarsi, ma senza riuscirvi. Lo svegliò
definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta.
«Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?... Non fa che ronfare!»
gridava Nastàsja, picchiando col pugno sulla porta.
«Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo
sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.»
«Ma forse non è in casa!» disse una voce maschile.
«Eh? Questa è la voce del portinaio... Cosa vorrà?»
Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli
male.
«E come avrebbe fatto, allora, a chiudersi dentro col gancio?»
ribatté Nastàsja. «Guarda un po', ora comincia a chiudersi
dentro! Hai forse paura che ti rapiscano? Apri, zuccone,
svegliati!»
«Cosa vorranno? Che ci fa il portinaio? Sanno tutto... Resistere
o aprire? Ma vada un po' tutto alla malora...»
Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio.
L'intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il
gancio senza alzarsi dal letto.
Proprio loro: il portinaio e Nastàsja.
Nastàsja lo guardò in un modo strano. Egli, a sua volta,
guardava il portinaio con aria di sfida disperata. Quello, in
silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato
con la ceralacca.
«Un avviso dall'ufficio,» disse consegnandogli la carta.
«Da quale ufficio?»
«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia;
che scoperta!»
«Alla polizia!... E perché?»
«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» Lo fissò attentamente,
si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene.
«Proprio malato, sembri,» osservò Nastàsja, che non gli
staccava gli occhi di dosso. Anche il portinaio voltò per un
momento la testa. «È da ieri che ha la febbre,» aggiunse lei.
Egli non rispondeva, e teneva nelle mani la carta senza
dissuggellarla.
«Lascia perdere, non ti alzare,» proseguì Nastàsja, mossa a
pietà, quando lo vide buttar giù le gambe dal divano.
«Se stai male non andarci: non ci sarà poi tanta fretta. Che
cos'hai in mano?»
Egli guardò: nella mano destra teneva i pezzi tagliati del la
frangia, la calza e i brandelli della tasca strappata.
Aveva dormito così. In seguito, riflettendo su queste
circostanze, si ricordò che anche quando si era svegliato a
metà, febbricitante, stringeva con forza quella roba nella mano
e poi si riaddormentava.
«Guarda lì che stracci ha raccolto, e ci dorme insieme, come se
fossero un tesoro...» e Nastàsja scoppiò nella, sua solita risata
isterica. In un batter d'occhi egli ficcò ogni cosa sotto il
cappotto e la guardò fisso fisso. Anche se in quell'istante non
riusciva a riflettere a dovere, sentiva però che non si tratta così
una persona quando si viene ad arrestarla.
«Ma... la polizia?»
«Lo berresti un po' di tè? Ne vuoi? Ora te lo porto; ce n'è
ancora...»
«No... ora devo andare: devo uscire subito,» mormorò lui,
alzandosi in piedi.
«Ma se non riesci nemmeno a far le scale...»
«Ora vado...»
«Come vuoi.»
Se ne andò anche lei, dietro al portinaio. Egli corse subito
verso la luce per esaminare la calza e la frangia:
«Macchie ce n'è, ma non si vedono bene; tutto si è come
confuso, ed è già scolorito. Chi non lo sa non se ne accorge.
Grazie a Dio, Nastàsja non può aver visto niente così da
lontano!» Allora dissuggellò, fremendo, il bigliettino, e prese a
leggerlo; lesse a lungo e finalmente capì. Era un normale invito
a presentarsi quel giorno stesso, alle nove e mezzo, nell'ufficio
del commissario del quartiere.
«Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da
fare con la polizia! E perché proprio oggi?»
pensava, immerso in un'angosciosa perplessità. «Santo Dio,
purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a
pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se
stesso. Cominciò a vestirsi rapidamente. «Se devo andare in
malora, che sia pure!... Mi metterò la calza!» gli venne in
mente, «così si sporcherà ancora di più, e le tracce
scompariranno.» Ma se l'era appena infilata che subito se la
strappò dal piede con disgusto e orrore. Ma quando l'ebbe fatto,
capì che non esisteva altra via d'uscita; se la rimise, e di nuovo
scoppiò a ridere. «Tutto ciò è convenzionale, relativo, forma,
soltanto forma,» pensò di sfuggita, con un piccolo lembo del
suo pensiero, e intanto tremava in tutto il corpo.
«Ecco, me la sono messa! Ma sì, me la sono messa!» Al riso,
tuttavia, subentrò la disperazione. «No, è superiore alle mie
forze...» pensò. Gli tremavano le gambe. «Per la paura,»
mormorò tra sé. La testa gli girava e gli doleva per la febbre.
«È un'astuzia! Vogliono attirarmi con l'astuzia, e mettermi nel
sacco per benino,» seguitò a pensare, uscendo sulla scala. «Il
male è che io ho quasi il delirio... e mi può sfuggire di bocca
qualunque sciocchezza...»
Sulla scala ricordò che aveva lasciato tutti gli oggetti così, nel
buco dietro la tappezzeria: «E intanto, magari, vengono apposta
a perquisire mentre io non ci sono,» gli passò per la mente, e si
fermò. Ma quella disperazione, quel, se così si può dire,
cinismo della rovina, s'impadronì di lui a tal punto che fece un
gesto rassegnato e andò oltre.
«Purché finisca presto ! ...»
Fuori c'era di nuovo un caldo insopportabile, da giorni non
veniva una goccia di pioggia. Di nuovo polvere, mattoni e
calcina, di nuovo il tanfo delle bottegucce e delle bettole, e di
nuovo, senza fine, ubriachi, venditori ambulanti finlandesi,
carrozze a nolo mezzo sfasciate. Il riverbero del sole negli
occhi era tanto intenso da fargli male, e la testa prese a girargli
del tutto: sensazioni normali per un febbricitante che esce
all'improvviso per strada in una giornata di sole.
Arrivato all'angolo della strada del giorno prima, vi guardò con
un senso di lancinante angoscia, guardò quella casa e subito ne
distolse gli occhi.
«Se me lo domanderanno, forse lo dirò,» pensò, mentre si
avvicinava all'ufficio.
L'ufficio era situato a circa trecento metri da casa sua. S'era
appena trasferito in nuovi locali, in una casa nuova, al quarto
piano. Nell'ufficio vecchio egli era stato una volta, ma quasi di
sfuggita e molto tempo prima. Entrando nel portone vide, a
destra, una scala; un contadino scendeva con un registro in
mano: «Dev'essere un usciere; quindi anche l'ufficio è lì», e
cominciò a salire affidandosi al caso. Non se la sentiva di
domandare niente a nessuno.
«Entrerò, mi inginocchierò e racconterò tutto...» pensò
arrivando al quarto piano.
La scala era stretta, ripida e cosparsa di rifiuti. Tutte le cucine
di tutti gli appartamenti di tutti e quattro i piani davano su di
essa, e rimanevano aperte quasi l'intera giornata. Per questo
l'aria era irrespirabile. Salivano e scendevano uscieri con
registri sottobraccio, agenti di polizia e uomini e donne d'ogni
sorta: i visitatori. La porta dell'ufficio era anch'essa spalancata.
Egli entrò e sostò nell'anticamera, dove alcuni contadini
stavano in piedi ad aspettare. Anche qui l'afa era tremenda,
inoltre c'era un puzzo quasi nauseabondo di vernice a base di
olio di lino rancido, non ancora asciugata sulle pareti delle
stanze dipinte di fresco. Dopo aver atteso un po', decise di farsi
più avanti, passando nella stanza seguente. Tutte le stanze
erano minuscole e piuttosto basse. Una terribile impazienza lo
spingeva avanti, sempre più avanti. Nessuno si accorgeva della
sua presenza. Nella seconda stanza sedevano, intenti a scrivere,
alcuni scrivani, vestiti forse appena un po' meglio di lui, tutta
gente dall'aria alquanto strana. Si rivolse a uno di essi.
«Che vuoi?»
Egli mostrò l'invito mandatogli dall'ufficio.
«Siete studente?» domandò l'altro, dopo un'occhiata al
biglietto.
«Sì, ex studente.»
Lo scrivano lo esaminò; senza la minima curiosità, bisogna
dire. Era un uomo particolarmente trasandato, con qualcosa di
fisso nello sguardo.
«Da questo qui non caverò niente, per lui tutto è uguale,»
pensò Raskòlnikov.
«Passate di là, dal segretario,» disse lo scrivano, e puntò il dito
in avanti a indicare l'ultima stanza.
Egli entrò in quella stanza (la quarta), che era angusta e piena
zeppa di gente vestita un po' meglio che nelle altre stanze. Fra i
visitatori c'erano due signore. Una, vestita poveramente a lutto,
sedeva a un tavolo di fronte a un impiegato e scriveva qualcosa
che questi le dettava. Un'altra signora molto grassa, dalla faccia
purpurea cosparsa di macchie, vestita in maniera un po' troppo
appariscente e sfarzosa, con una spilla grande quanto un
piattino da tè puntata sul petto, si teneva in disparte, certo in
attesa di qualcosa. Raskòlnikov ficcò il suo biglietto in mano
all'impiegato. Questi lo guardò di sfuggita, disse «aspettate», e
seguitò ad occuparsi della signora in lutto.
Egli respirò più liberamente. «Certamente, si tratta di un'altra
cosa!» A poco a poco si rianimò, e si incitava con tutte le forze
a riprender coraggio e a tornare in sé.
«Qualche sciocchezza, il minimo passo falso potrebbero
tradirmi irrimediabilmente! Già... peccato che qui manchi
l'aria,» aggiunse mentalmente. «Che afa!... La testa mi gira
ancora di più, e anche il cervello...»
Si sentiva dentro un terribile sconcerto. Temeva di non riuscire
a dominarsi. Cercava di aggrapparsi a qualcosa, di pensare a
qualcosa che non avesse niente a che fare con quella faccenda,
ma non ci riusciva. D'altronde, l'impiegato lo interessava
molto: voleva a ogni costo intuire qualcosa dall'espressione del
suo volto, decifrarlo. Era un uomo assai giovane, sui ventidue
anni, con la fisionomia mobile e una pelle scura che lo faceva
più vecchio; era vestito alla moda, come un damerino, con
profusione di anelli sulle dita bianche, evidentemente pulite
con lo spazzolino, e catenelle d'oro sul panciotto. Scambiò
perfino qualche parola in francese con uno straniero che si
trovava lì, il suo era un francese di ottima lega.
«Luìza Ivànovna, dovreste sedervi,» disse egli incidentalmente
alla signora in ghingheri e dalla faccia purpurea, che
continuava a stare in piedi, quasi non osasse sedersi di sua
iniziativa, benché accanto a lei vi fosse una seggiola.
« Ich danke,» rispose l'altra, e si abbandonò silenziosamente,
con un fruscio di seta, sulla seggiola. Il suo abito azzurro
chiaro, guarnito di merletti bianchi, si allargò intorno come una
mongolfiera, e occupò quasi mezza stanza riempiendola inoltre
di un profumo violento. Evidentemente vergognosa di occupare
metà stanza e di emanare un profumo tanto acuto, la signora,
pur ostentando un sorriso timido e insieme sfrontato, appariva a
disagio.
Finalmente la signora in lutto ebbe finito, e si mosse per
alzarsi. A quel punto, con aria baldanzosa e sottolineando
ciascun passo con un movimento delle spalle, entrò
rumorosamente un ufficiale, gettò il berretto con la coccarda
sul tavolo e sedette in una poltrona. Alla sua vista la signora
appariscente fece addirittura un balzo sulla sedia, e cominciò a
strisciar riverenze con particolare entusiasmo; ma l'ufficiale
non la degnò nemmeno di uno sguardo, e in sua presenza lei
non ebbe più l'ardire di sedersi. Era l'aiutante del commissario
di polizia del quartiere; aveva baffi rossicci, sporgenti
orizzontalmente da ambo i lati, e lineamenti molto minuti che,
d'altronde, non esprimevano niente salvo una certa tracotanza.
Egli lanciò a Raskòlnikov un'occhiata di sbieco, non senza
disdegno per il vestito malconcio ch'egli indossava. Tuttavia,
nonostante l'aspetto dimesso, il portamento non corrispondeva
al vestito; e Raskòlnikov, malcauto, lo aveva guardato troppo
fisso e a lungo, tanto che l'altro se n'era perfino irritato.
«Tu cosa vuoi?» gridò, probabilmente stupito che uno
straccione simile non pensasse a sparire, colpito dal suo
sguardo folgorante.
«Mi hanno chiamato... con un invito...» rispose come meglio
poté Raskòlnikov.
«È per la questione di quel denaro che deve pagare, lo
studente,» s'affrettò a dire l'impiegato staccando gli occhi dalla
carta. «Ecco qua!» e gettò davanti a Raskòlnikov un quaderno,
indicandovi un punto. «Leggete !»
«Denaro? Quale denaro?» pensava Raskòlnikov, «ma... allora,
è proprio un'altra cosa!» E trasalì di gioia. A un tratto, si sentì
incredibilmente sollevato. Si era liberato di ogni peso.
«E a che ora vi è stato scritto di presentarvi, egregio signore?»
gridò il tenente, chissà perché sempre più risentito.
«Qui c'è scritto le nove, e adesso son già le undici passate!»
«Me l'hanno portato solo un quarto d'ora fa,» rispose
Raskòlnikov con voce acuta e parlando al disopra della propria
spalla. Di colpo anche lui, con sua propria sorpresa, si sentì
incollerito, e trovava in ciò perfino una certa soddisfazione. «È
già molto se son venuto qui, malato e con la febbre.»
«Come, vi permettete di gridare?!»
«Io non grido, parlo con tutta calma, mentre voi sì che gridate
con me; ma io sono uno studente, e non permetto che mi si
parli gridando.»
Il vice commissario prese fuoco a tal punto che lì per lì non
riusciva nemmeno a spiccicare parola, e dalla bocca gli
volavano fuori spruzzi e basta. Balzò in piedi.
«Tacete su-u-ubito! Siete in un pubblico ufficio. Non fate
l'insole-e-ente, signore!»
«Ma anche voi siete in un pubblico ufficio,» gridò a sua volta
Raskòlnikov, «e non soltanto gridate, ma fumate anche una
sigaretta, e quindi mancate di educazione nei confronti di tutti
noi.» Nel dire ciò, Raskòlnikov assaporò un godimento
inesprimibile.
L'impiegato li guardava con un sorriso. L'irascibile tenente
appariva palesemente sconcertato.
«Questo non vi riguarda!» gridò infine con voce fin troppo
stentorea. «Piuttosto, date la risposta che vi si chiede.
Aleksàndr Grigòrevic, fategli vedere. C'è una denuncia contro
di voi! Non pagate i debiti! C'è poco da darsi tante arie!»
Ma Raskòlnikov non ascoltava più, e afferrò avidamente il
foglio cercando al più presto la soluzione dell'enigma. Lo lesse
una volta, un'altra, e non capì.
«Ma cos'è?» chiese all'impiegato.
«Vi si chiede la restituzione di una somma, da voi ricevuta
dietro emissione di una promessa di pagamento. Dovete
pagare, con tutte le spese, le penali eccetera, oppure fare una
dichiarazione scritta circa il termine entro il quale potrete
pagare, impegnandovi nel frattempo a non lasciare la capitale e
a non vendere né occultare i vostri averi. Con ciò, il creditore
ha diritto di mettere in vendita i vostri averi e di agire nei vostri
confronti a termini di legge.»
«Ma io... non devo niente a nessuno!»
«Questo non ci riguarda. Abbiamo ricevuto, per farla valere,
una cambiale scaduta e legalmente protestata per l'ammontare
di centoquindici rubli, da voi rilasciata, circa nove mesi fa, alla
vedova dell'assessore di collegio Zarnitsyma, e dalla vedova
Zarnitsyma girata al consigliere di corte èebàrov; ed è per
questo che vi abbiamo invitato a fare una dichiarazione.»
«Ma se è la mia padrona di casa!»
«E con questo?»
L'impiegato lo guardava con un indulgente sorriso di
compatimento, e anche con una leggera aria di trionfo, come si
guarda una recluta al suo battesimo del fuoco: «E così, come ti
senti?» Ma che gliene importava, a lui, della cambiale,
dell'ingiunzione di pagamento? Valeva la pena di dedicarle un
minimo di preoccupazione, o anche soltanto di badarci? Egli
stava in piedi, leggeva, ascoltava, rispondeva, faceva a sua
volta delle domande, ma tutto questo macchinalmente. Il suo
istinto di conservazione che trionfava, la sensazione d'esser
scampato a un pericolo incombente colmavano in quell'istante
tutto il suo essere, senza più previsioni o analisi, senza sforzi di
penetrare il futuro e di squarciarne il velo, senza dubbi e senza
domande. Fu un minuto di gioia integrale, spontanea,
puramente animale. Ma proprio in quello stesso istante,
nell'ufficio si scatenò una specie di temporale. Il tenente,
ancora tutto sconvolto da quell'atteggiamento irriverente, in
preda a grande eccitazione ed evidentemente ben deciso a
risollevare il suo prestigio leso, si scagliò con tutte le sue
folgori contro la disgraziata signora in ghingheri, che dal
momento in cui lui era entrato continuava a fissarlo con un
sorriso melenso.
«E tu, baldracca della malora,» gridò d'un tratto a squarciagola
(la signora in lutto, frattanto, era uscita), «che diavolo è
successo da te la notte scorsa? Eh? Di nuovo scandali e orge,
da farsi sentire in tutta la strada. Di nuovo risse e ubriachi.
Vuoi proprio finire al fresco? Te l'ho già detto, ti ho già
avvertito dieci volti, che l'undicesima non ti sarebbe andata
liscia! Ed eccotici di nuovo, razza di...!»
Raskòlnikov si era perfino lasciato cader di mano il foglio, e
guardava sbalordito la signora in ghingheri che veniva trattata
in quel modo; ma non tardò a capire come stavano le cose, e
subito tutta la storia cominciò perfino a piacergli. Ascoltava
con gusto, tanto che gli venne perfino voglia di ridere, ridere,
ridere... Tutti i suoi nervi erano in subbuglio.
«Iljà Petròviè!» cominciò a dire l'impiegato premurosamente,
ma poi si fermò in attesa del momento adatto, perché quando il
tenente andava sulle furie si riusciva a trattenerlo solo
prendendolo per le braccia, cosa che l'impiegato sapeva per
esperienza personale.
Quanto alla signora in ghingheri, lì per lì, sotto l'imperversare
di quella gragnuola, s'era messa a tremare come una foglia; ma
poi, strano a dirsi, quanto più crescevano la quantità e la
violenza delle ingiurie, tanto più affabile e incantevole si
faceva il sorriso che rivolgeva al minaccioso tenente. Muoveva
senza tregua i piedi, strisciando inchini, e attendeva con
impazienza che finalmente le fosse concesso di far sentire le
sue ragioni, cosa che finalmente riuscì a fare.
«No essere chiasso o rissa da me, signor Kapitän,» si mise a un
tratto a cicalare, e le sue parole si sparpagliavano come piselli
sgranati; aveva un forte accento tedesco, anche se parlava
speditamente in russo; «scandalo nessuno, nessuno, ma loro
venuti già bevuti, e io dirà tutto, signor Kapitän, io non
colpevole... mia casa nopile, signor Kapitän, e trattamento
nopile, signor Kapitän, e io sempre, sempre mai voluto nessuno
scandalo. Però loro arrivato tutto ubriaco e poi voluto tre
pottiglie, e poi uno alzata gampa e con tacco suonato
pianoforte, e questo cosa bruttissimo in casa nopile, ed egli
rotto ganz pianoforte e completamente, completamente brutte
maniere, e io dofuto dire questo. Ma lui preso pottiglia e spinto
tutti da dietro con pottiglia. E qui io chiamato presto portinaio e
Karl fenuto, e lui picchiato occhio a Karl, e picchiato occhio
anche a Henriette, e picchiato cinque volte me guancia. Tutto
questo poco carino in casa nopile, signor Kapitän, e io cridato.
Ma lui aperto finestra su canale e cridato cridato tanto tanto in
finestra, come piccolo porcello: questa è vergogna. Come
possibile cridare su strada come piccolo porcello? Fui-fui-fui!
E Karl preso lui per frak e tirato via finestra e adesso, questo
vero, signor Kapitän, strappato a lui sein rock. Lui allora
cridato man muss pagare quindici rubli d'argento. E io stessa,
signor Kapitän, pagato cinque rupli per sein rock. Questo
incrato ospite, signor Kapitän, fatto tutto scandalo! Io, detto
lui, crande satira gedruckt, perché io poter scrivere su foi in
tutti giornali.»
«Uno scrittore, quindi?»
«Sì, signor Kapitän, e che ospite incrato, signor Kapitän,
quando in nopile casa...»
«Be', be'! Ora basta! Io te l'avevo detto, te l'avevo detto, te
l'avevo detto...»
«Iljà Petròviè!» disse di nuovo in tono significativo
l'impiegato. Il tenente gli lanciò una rapida occhiata;
l'impiegato chinò lievemente il capo.
«... Così, stimatissima Lavìza Ivànovna, ecco cosa ti dico, e te
lo dico per l'ultima volta,» proseguì il tenente. «Se da te, nella
tua nobile casa, avverrà un altro scandalo, io ti ficcherò in
gattabuia, per dirla in termini elevati. Capito? Dunque il signor
letterato, il signor scrittore, s'è intascato cinque rubli d'argento
per la coda dell'abito, nella tua ‹nobile casa›? Eccoli, gli
scrittori!» e lanciò un'occhiata sprezzante a Raskòlnikov.
«L'altro ieri, in una trattoria, un'altra storia: uno ha mangiato, e
non vuol pagare: ‹State buoni, se no vi metto in una delle mie
satire.› E un altro di questi tipi, su un battello, la settimana
scorsa, ha insultato con le parolacce più luride l'onorata
famiglia di un consigliere di Stato, moglie e figlia. Un altro
ancora l'hanno buttato fuori, giorni fa, da una pasticceria. Ecco
come son fatti questi scrittori, letterati, studenti, araldi del
progresso... Puah ! ... Quanto a te, vattene! Se no finisce che
vengo a dare io stesso un'occhiata in casa tua... e allora starai
fresca! Capito?»
Luìza Ivànovna cominciò a sprofondarsi in riverenze da tutte le
parti, con precipitosa amabilità, e sempre inchinandosi
indietreggiò fino alla porta; ma sulla soglia andò a sbattere il
sedere contro un ufficiale dall'aria prestante, dal viso fresco e
aperto e dalle splendide, foltissime fedine bionde. Era Nikodìm
Fòmiè in persona, il commissario del quartiere. Luìza Ivànovna
s'affrettò a inchinarsi fino a terra e volò fuori dall'ufficio a
rapidi passettini, quasi saltellando.
«Di nuovo tuoni e fulmini, cicloni e uragani!» disse Nikodìm
Fòmiè in tono gentile e amichevole, rivolgendosi a Iljà
Petròviè. «Di nuovo vi siete sfrenato, di nuovo vi siete
scalmanato! Vi si sentiva fin sulla scala.»
«Ma che!» lasciò cadere con elegante noncuranza Iljà Petròviè
(e non disse nemmeno «ma che», bensì piuttosto:
«Ma-a che e!»), passando con certe carte in mano a un altro
tavolo e scrollando a ogni passo pittorescamente le spalle; dove
andava il passo, là andava la spalla. «Ecco, abbiate la bontà di
vedere: questo signor scrittore, cioè questo studente, anzi ex
studente, non paga i debiti, ha messo in giro delle cambiali, non
sgombra il suo alloggio, arrivano continue lamentele sul suo
conto, e lui si e permesso di sentirsi oltraggiato perché ho
acceso la sigaretta in sua presenza! Lui, però, fa le sue p- porcheriole... Ma compiacetevi di dargli un'occhiata: eccolo qua
nel suo più seducente aspetto!»
«La povertà non è vizio, amico mio,» disse Nikodìm Fòmiè a
Raskòlnikov, in tono cortese, «e comunque... Lui, si sa, piglia
fuoco subito, si è sentito oltraggiato. E voi, di certo, a vostra
volta vi siete sentito oltraggiato, e non avete saputo trattenervi;
ma avete torto: è il più no-o-obile degli uomini, solo che piglia
fuoco subito, subito! S'infiamma, bolle, brucia, ma non ne
rimane niente! Tutto finito! E cosa resta? Soltanto un cuor
d'oro! Anche al reggimento lo avevano soprannominato
‹tenente- poroch ›...»
«Che r-r-eggimento era quello!» esclamò Iljà Petròviè, molto
lieto che l'avessero stuzzicato così piacevolmente, ma
seguitando a tenere il broncio.
A un tratto, Raskòlnikov sentì il bisogno di dire a tutti loro
qualcosa di estremamente gentile.
«Scusate, capitano,» cominciò a dire con grande disinvoltura,
rivolgendosi improvvisamente a Nikodìm Fòmiè, «mettetevi
nei miei panni... Se ho mancato in qualche modo, sono pronto a
chiedere scusa. Io sono uno studente povero e malato,
abbrutito» (disse proprio così: «abbrutito») «dalla miseria.
Sono un ex studente, perché adesso non sono in grado di
mantenermi, ma fra poco riceverò del denaro... Mia madre e
mia sorella, che vivono nella provincia di V., mi manderanno i
soldì e io pagherò. La padrona di casa è una brava donna, ma
ce l'ha con me a morte perché ho perso le mie lezioni e non
pago da più di tre mesi, tanto che non mi dà nemmeno più da
mangiare... Ma davvero, non riesco proprio a capire cos'è
questa cambiale! Adesso lei pretende di essere pagata in forza
di questa carta, ma come faccio io a pagare, ditemelo voi
stessi!...»
«Tutto questo, però, non ci riguarda...» volle di nuovo
osservare l'impiegato.
«Un momento, un momento, io sono perfettamente d'accordo
con voi, ma dovete lasciarmi spiegare,» proseguì vivacemente
Raskòlnikov, rivolgendosi non all'impiegato, ma sempre a
Nikodìm Fòmiè, cercando tuttavia di rivolgersi anche a Iljà
Petròviè, benché questi fingesse ostinatamente di cercare
qualcosa in mezzo alle sue carte e non lo degnasse della
minima attenzione. «Permettetemi a mia volta di spiegare che
io abito presso di lei ormai da quasi tre anni, da quando sono
arrivato dalla provincia, e che dapprima... dapprima... Ma sì,
perché non dovrei confessarlo? Da principio io le avevo
promesso di sposare sua figlia, una promessa verbale, fatta
senza forma... Era una ragazza... oltre a tutto mi piaceva, anche
se non ne ero innamorato... insomma, la giovinezza... voglio
dire che la padrona, allora, mi faceva molto credito e io, ecco,
conducevo una vita... be', ero molto sregolato...»
«Non ci interessano affatto questi particolari intimi, egregio
signore, e non abbiamo tempo di ascoltarvi,» lo interruppe
villanamente e con aria di trionfo Iljà Petròviè, ma Raskòlnikov
lo rimbeccò impetuosamente, sebbene a un tratto parlare gli
fosse divenuto molto penoso.
«Ma lasciate, lasciate che vi racconti almeno in parte... come
sono andate le cose... dal mio punto di vista.. anche se questo,
sono d'accordo, è inutile raccontarlo; comunque un anno fa la
ragazza è morta di tifo, e io sono rimasto l'inquilino che ero,
mentre la padrona, dopo essersi trasferita nell'appartamento
dove sta adesso, mi disse... e me lo disse del tutto
amichevolmente... che aveva piena fiducia in me, e così via...
ma che sarebbe stata contenta se le avessi rilasciato questa
cambiale di centoquindici rubli, la cifra del mio debito. E
badate bene: disse, precise parole, che non appena le avessi
rilasciato questa carta, mi avrebbe fatto tutto il credito che io
avessi voluto; e che mai, mai, per quanto la riguardava (furono
le sue proprie parole), si sarebbe valsa di questa carta, prima
che io stesso non fossi stato in grado di pagare... Ed ecco, ora
che ho perduto le mie lezioni e non ho niente da mangiare, lei
vuole che la cambiale sia pagata... giudicate voi stessi...»
«Tutti questi particolari sentimentali, egregio signore, non ci
riguardano affatto,» interloquì brutalmente Iljà Petròviè. «Voi
dovete dare una risposta e assumervi un impegno, mentre il
fatto che siete stato innamorato e tutti questi altri particolari
tragici non ci interessano proprio un fico secco.»
«Be', tu... sei un po' crudele...» mormorò Nikodìm Fòmiè,
sedendosi al tavolo e cominciando anche lui a firmare delle
carte. Sembrava che provasse vergogna.
«Scrivete,» disse l'impiegato a Raskòlnikov.
«E cosa scrivo?» chiese questi in tono piuttosto brusco.
«Vi detterò io.»
Parve a Raskòlnikov che l'impiegato lo trattasse in modo più
villano e sprezzante dopo la sua confessione; ma, strano a dirsi,
a un tratto gli era divenuta del tutto indifferente qualsiasi
opinione altrui, e questo cambiamento si era prodotto proprio
in un batter d'occhio, in un istante. Se solo ci avesse pensato un
poco, certamente si sarebbe meravigliato di aver potuto
esprimersi, poco prima, in quella maniera, e perfino esibire i
suoi sentimenti. E da dove venivano, poi, quei sentimenti? Se
adesso la stanza si fosse riempita improvvisamente non di
poliziotti, ma dei suoi più intimi amici, anche in quel caso, gli
sembrava, non avrebbe trovato per loro nemmeno una parola,
tanto era diventato vuoto il suo cuore. La sua anima avvertì una
cupa sensazione di torturante, sconfinata solitudine e distacco.
Non era stato per vergogna delle sue effusioni sentimentali
davanti a Iljà Petròviè, e nemmeno per l'umiliazione del trionfo
riportato su di lui dal tenente, che il suo cuore era cambiato
così. Cosa gliene importava, adesso, della sua ignominia, di
tante ambizioni, di questi tenenti, di queste femmine tedesche,
delle cambiali, degli uffici di polizia e di tutto il resto? Anche
se in quel preciso momento lo avessero condannato al rogo,
neanche allora avrebbe mosso un dito, e forse non avrebbe
nemmeno ascoltato con attenzione la sentenza. Ciò che gli
succedeva era qualcosa di completamente ignoto, nuovo,
repentino, mai accaduto prima. Non è che comprendesse,
tuttavia sentiva nitidamente, con tutta la forza della sua facoltà
di percezione, che gli sarebbe ormai riuscito impossibile
rivolgersi a queste persone dell'ufficio di polizia, non solo con
le effusioni sentimentali di poco prima, ma in qualsiasi altro
modo, e anche se fossero stati tutti suoi fratelli o sorelle,
anziché ufficiali di polizia, anche allora non sarebbe stato
assolutamente il caso di rivolgersi a loro, in nessuna
circostanza della vita. Mai sino a quell'istante aveva provato
qualcosa di così strano e orribile; inoltre, cosa più angosciosa
fra tutte, era una sensazione e non una consapevolezza, non un
concetto: una sensazione immediata, la più angosciosa fra
quante avesse mai provato nella sua vita.
L'impiegato si mise a dettargli la formula della dichiarazione di
prammatica in questi casi, vale a dire: non posso pagare, ma mi
impegno a farlo per la tal data (un giorno qualsiasi), non mi
allontanerò dalla città, non venderò né farò donazione dei miei
averi eccetera.
«Ma voi non riuscite quasi a scrivere, vi casca la penna dalla
mano,» osservò l'impiegato, scrutando Raskòlnikov con
curiosità. «Siete malato?»
«Sì... mi gira la testa... continuate a dettare!»
«Ma è tutto qui; firmate.»
L'impiegato prese il foglio e si occupò di altre pratiche.
Raskòlnikov restituì la penna, ma invece di alzarsi e di
andarsene, appoggiò i gomiti sulla tavola e si strinse la testa fra
le mani. Era come se gli stessero conficcando un chiodo nel
cervello. All'improvviso gli venne un'idea strana: alzarsi subito,
avvicinarsi a Nikodìm Fòmiè e raccontargli tutto quanto era
successo il giorno prima, tutto sino all'ultimo particolare, e poi
farlo venire a casa sua e fargli vedere gli oggetti nascosti
nell'angolo, nel buco. Lo stimolo ad agire così era tanto
imperioso ch'egli si era già alzato dal suo posto per attuare il
progetto. «Non sarà meglio pensarci un momento?» gli balenò
nella mente. «Ma no, meglio farlo senza pensarci, e togliersi
questo peso dalle spalle!» Ma a un tratto si fermò come
impietrito: Nikodìm Fòmiè stava parlando tutto infervorato a
Iljà Petròviè, e al suo orecchio giunsero queste parole:
«No, non può essere, li rilasceranno tutti e due. In primo luogo,
è tutta una contraddizione; giudicate voi stesso: perché
chiamare il portinaio, se fossero stati loro? Per denunciarsi da
soli, forse? O per furberia? No, sarebbe eccessivo, come
furberia... E, infine, lo studente Pestrjakòv è stato visto vicino
al portone dai due portinai e dalla moglie di un artigiano o di
un merciaiolo, proprio nell'istante in cui entrava: era in
compagnia di tre amici, si è separato da loro proprio sul
portone, e ha chiesto l'indirizzo ai portinai mentre i suoi amici
erano ancora lì. Be', come può uno informarsi dell'indirizzo, se
ci va con quel proposito? Quanto a Koch, prima di andare dalla
vecchia è rimasto per mezz'ora seduto dall'orefice, di sotto. E
da lì s'è mosso alle otto meno un quarto precise per salire dalla
vecchia. Ora, vedete voi stesso...»
«Ma permettete, come mai sono caduti in una simile
contraddizione? Loro stessi affermano di aver bussato e che la
porta era chiusa, mentre tre minuti dopo, quando sono tornati
col portinaio, è risultato che era aperta...»
«Questo è il bello: l'assassino era certamente là e si era chiuso
dentro; e sicuramente ve lo avrebbero sorpreso se Koch non
avesse fatto la sciocchezza di andare anche lui a cercare il
portinaio. Proprio in quell'intervallo, l'altro ha avuto il tempo di
scendere le scale e, in qualche maniera, di sgusciar via sotto il
loro naso. Adesso Koch si fa il segno della croce con tutte e
due le mani: ‹Se fossi rimasto là,› dice, ‹quello sarebbe stato
fuori e mi avrebbe ammazzato con la scure.› Vuol far celebrare,
il nostro Kock, un Te Deum alla russa: eh-eh!...»
«Ma l'assassino non l'ha proprio visto nessuno?»
«E in che modo? Quella casa è come l'arca di Noè,» osservò
l'impiegato, che ascoltava dal suo posto.
«La faccenda è perfettamente chiara, chiarissima!» ripeté con
foga Nikodìm Fòmiè.
«Chiara un accidente,» insisteva Iljà Petròviè.
Raskòlnikov prese il cappello e si avviò verso la porta, ma non
la raggiunse... Quando tornò in sé, si trovò seduto su una
seggiola; alla sua destra c'era un uomo che lo sorreggeva, e a
sinistra ce n'era un altro che teneva in mano un bicchiere giallo,
pieno di acqua gialla; e Nikodìm Fòmiè stava in piedi davanti e
lo guardava fisso. Raskòlnikov si alzò dalla sedia.
«E così, siete malato?» domandò Nikodìm Fòmiè in tono
abbastanza brusco.
«Anche quando scriveva, è riuscito per miracolo a tenere la
penna in mano,» osservò l'impiegato, sedendosi al suo posto e
ripigliando in mano le pratiche.
«Ed è molto che siete malato?» gridò Iljà Petròviè dal proprio
posto, sfogliando lui pure delle carte. Anche lui, naturalmente,
aveva esaminato il malato mentr'era svenuto, ma si era scostato
subito, appena l'altro aveva ripreso i sensi.
«Da ieri...» mormorò Raskòlnikov.
«E ieri siete uscito di casa?»
«Sì, sono uscito.»
«Malato?»
«Malato.»
«A che ora?»
«Dopo le sette di sera.»
«E dove siete andato, se è lecito?»
«In giro per la strada.»
«Conciso ed esauriente.»
Raskòlnikov, pallido come un cencio lavato, rispondeva
seccamente, a scatti, senza abbassare i suoi occhi neri e
infiammati davanti allo sguardo di Iljà Petròviè.
«Ma come, si regge appena in piedi, e tu...» cominciò a dire
Nikodìm Fòmiè.
«Non im-por ta!» pronunciò in un tono tutto particolare Iljà
Petròviè. Nikodìm Fòmiè stava per aggiungere ancora qualcosa
ma, lanciata un'occhiata all'impiegato, che lo stava anch'egli
guardando molto fissamente, preferì tacere. Nessuno parlava.
Era strano.
«E va bene,» concluse Iljà Petròviè, «noi non vi tratteniamo.»
Raskòlnikov uscì. Una volta uscito, poté ancora udire come di
colpo si accendesse una conversazione molto animata, nella
quale risuonava più forte di tutte la voce interrogativa di
Nikodìm Fòmiè... In strada Raskòlnikov si riebbe del tutto.
«Una perquisizione, una perquisizione, faranno subito una
perquisizione!» ripeteva tra sé, affrettando il passo.
«Canaglie! Sospettano di me!» Il terrore di poco prima lo
invase tutto di nuovo, dalla testa ai piedi.
2
«E se la perquisizione l'avessero già fatta? E se me li trovassi
già in casa?»
Ma ecco la sua stanza. Niente e nessuno: non c'è stato nessuno.
Anche Nastàsja non ha toccato nulla. Ma santo Iddio! Come
aveva potuto lasciare tutta la roba in quel buco?
Si slanciò verso l'angolo, ficcò la mano sotto la tappezzeria e
cominciò a tirar fuori gli oggetti e a riempirsene le tasche.
Erano otto in tutto: due scatolette, con dentro orecchini o
qualcos'altro del genere: non stette ad esaminarli; poi quattro
astuccetti di marocchino. Una catenina era avvolta
semplicemente in un pezzo di giornale. Qualcos'altro, forse una
decorazione, pure in un pezzo di giornale... Ficcò tutto in varie
tasche, quelle del soprabito e la tasca destra dei calzoni, l'unica
rimasta, badando che si notasse il meno possibile. Insieme a
quegli oggetti prese anche il borsellino. Poi uscì dalla stanza,
questa volta lasciando addirittura la porta spalancata.
Camminava con passo rapido e fermo, e sebbene si sentisse a
pezzi, era cosciente di quel che faceva. Temeva d'essere
inseguito, e che di lì a mezz'ora o a un quarto d'ora potessero
già dare ordine di pedinarlo; quindi occorreva far scomparire al
più presto ogni indizio. Doveva riuscirci finché gli restavano
ancora un po' di forze e una residua capacità di ragionamento...
Ma dove andare? Aveva già deciso da un pezzo: buttare tutto
nel canale, così sparisce ogni traccia e la faccenda è chiusa. Lo
aveva deciso già durante la notte, nel delirio, negli istanti in
cui, lo ricordava bene, a più riprese era stato lì lì per cedere
all'impulso di alzarsi e di uscire: «Sbrigarsi, sbrigarsi e buttar
via tutto.» Ma la faccenda si rivelò molto difficile.
Da mezz'ora, o forse più, si aggirava lungo il canale
Ekaterìninskij, e più volte, passandoci accanto, aveva lanciato
sguardi furtivi alle rampe che portavano al canale. Ma quanto
ad agire, era il caso di pensarci due volte: c'erano, proprio di
fianco ai passaggi certi pontoni su cui le lavandaie stavano
inginocchiate; oppure c'erano barche all'ormeggio, e dovunque
era un brulicare di gente, tanto che avrebbero potuto vederlo da
qualsiasi parte, lungo le strade che costeggiavano il canale:
desta sospetto uno che scende, si ferma e getta qualcosa in
acqua. E poi, se gli astucci non fossero andati a fondo, se
avessero cominciato a galleggiare? Senza dubbio sarebbe
andata così e tutti li avrebbero notati. Già adesso,
incrociandolo, tutti lo guardavano, lo squadravano, come se
non avessero altro da fare. «Perché, poi? Forse è soltanto una
mia impressione,» pensò.
Infine gli venne in mente che sarebbe stato meglio, forse,
arrivare sino alla Neva. Ci sarebbe stata meno gente, minor
rischio d'esser notato; comunque sarebbe stato più agevole e,
ciò che più conta, era lontano da lì. A un tratto si meravigliò:
come mai aveva sprecato una buona mezz'ora a girovagare,
tutto triste e inquieto, in quei posti pericolosi?
Come mai non ci aveva pensato prima? Aveva perso mezz'ora
buona per una cosa assurda, solo perché aveva deciso così nel
sonno, nel delirio! Stava diventando terribilmente distratto e
smemorato, e se ne rendeva conto. Doveva spicciarsi ad ogni
costo!
Si avviò verso la Neva seguendo il V-j Prospèkt; ma per via,
all'improvviso, lo colse una nuova idea: «Perché nella Neva?
Perché proprio nell'acqua? Non sarebbe meglio andare in
qualche posto molto lontano sia pure di nuovo sulle Isole, e là,
in un angolino solitario, in un boschetto, sotto un cespuglio,
seppellire tutta questa roba, e magari tenere a mente il posto?»
Benché sentisse che non poteva in quel momento, prendere
decisioni chiare e sensate, l'idea gli sembro azzeccatissima.
Ma era destino che non arrivasse nemmeno sulle Isole, perché
le cose presero un'altra piega: sbucando dal V-j Prospèkt sulla
piazza, d'un tratto scorse, a sinistra, l'ingresso a un cortile
fiancheggiato da muri senza finestra. Sulla destra, appena oltre
il portone, cominciava, e si spingeva lontano nel cortile, il
muro senza intonaco e senza finestre del vicino fabbricato a
quattro piani. Sulla sinistra, sempre subito dopo il portone e
parallelamente a questo muro, correva una stecconata, che
proseguiva per una ventina di passi nel cortile e poi piegava a
sinistra. Era un posto riparato e solitario che serviva da
deposito di materiali. Più in là, in fondo al cortile,
s'intravvedeva dietro la stecconata il profilo di una bassa
rimessa in muratura, tutta affumicata, che faceva corpo,
evidentemente, con qualche fabbrica. Dentro c'era, di sicuro,
l'officina di un carradore o di un fabbro, o qualcosa di analogo;
tutto, a partire quasi dal portone, era nero di polvere di carbone.
«Ecco il posto per buttar via la roba e andarmene!» pensò. Non
vedendo nessuno nel cortile, varcò il portone, e proprio lì
accanto vide, a ridosso dello steccato, uno scolo per l'acqua
sudicia (com'è frequente nelle case abitate in prevalenza da
operai, artigiani, vetturini, ecc.): al di sopra, sulla stecconata,
era scritta col gesso la solita spiritosaggine:
«Vietato fermarsi». Era già un bene, dunque, il fatto che
nessuno potesse sospettarlo d'essere entrato lì e di esservisi
fermato. «Gettare tutto quanto alla rinfusa, e andarsene!»
Dopo essersi guardato attorno ancora una volta, aveva già
ficcato una mano in tasca, quando a un tratto, proprio vicino al
muro esterno, tra il portone e lo scolo d'acqua, in uno spazio di
un metro circa al massimo, notò una grossa pietra non
sgrossata, del peso approssimativo di una ventina di chili,
appoggiata direttamente al muro esterno. Oltre il muro c'erano
la strada, il marciapiede, si sentiva l'andirivieni dei passanti,
sempre abbastanza numerosi in quel punto; ma dietro il portone
nessuno poteva vederlo, a meno che non avesse deviato dalla
strada, cosa che d'altronde era possibilissima: bisognava quindi
sbrigarsi.
Egli si chinò sulla pietra, ne afferrò saldamente, con tutt'e due
le mani, la sommità, chiamò a raccolta tutte le sue forze e la
rovesciò. Sotto s'era formata una piccola cavità: subito egli
cominciò a gettarvi il contenuto delle sue tasche. Il borsellino
finì proprio in cima, ma nella cavità c'era ancora spazio. Quindi
afferrò di nuovo il sasso, con una sola mossa lo rivoltò com'era
prima ed esso ritrovò esattamente lo stesso posto; soltanto
appariva, forse, un tantino più alto.
Ma egli raccolse un po' di terra e con il piede la schiacciò
contro gli orli del sasso. Così non rimanevano tracce.
Allora uscì, e si diresse verso la piazza. Di nuovo, come prima
all'ufficio di polizia, l'invase per un istante una gioia intensa,
quasi insopportabile. «L'incidente è chiuso! A chi mai verrà in
mente di cercare sotto quella pietra? È probabile che essa si
trovi lì da quando è stata costruita la casa, e che vi rimanga per
altrettanto tempo. Ma anche se trovano la roba, chi può pensare
a me? È tutto finito! Non esistono prove!» e scoppiò a ridere.
In seguito si ricordò di quel suo ridere nervoso, minuto,
sommesso, prolungato, e di aver continuato a ridere mentre
attraversava la piazza. Ma quando arrivò al corso K., dove due
giorni prima aveva incontrato quella ragazza, smise subito di
ridere. Altri pensieri gli occuparono la mente. Di colpo gli
sembrò di provare un tremendo disgusto nel passare davanti a
quella panchina, sulla quale quel giorno, dopo che la fanciulla
se n'era andata, era rimasto seduto a meditare, e pensò come
sarebbe stato penoso incontrare di nuovo quell'agente al quale
aveva dato venti copeche: «Che il diavolo se lo porti!»
Camminava guardandosi in giro distratto e iracondo. Tutti i
suoi pensieri vorticavano ora intorno a un punto fondamentale,
ed egli stesso sentiva che era davvero fondamentale e che
adesso, proprio adesso, egli rimaneva a tu per tu con esso, per
la prima volta dopo due mesi.
«Che vada tutto al diavolo!» pensò d'un tratto in un accesso di
rabbia smisurata. «Be', se la faccenda ha preso questa piega, è
segno che doveva prenderla: al diavolo lei e la nuova vita! Dio
mio, com'è tutto stupido! e quante bugie ho detto oggi, quante
porcheriole ho fatto! Come sono stato schifosamente servile e
strisciante, poco fa, con quel ributtante Iljà Petròviè! Del resto,
anche queste sono sciocchezze! Me ne infischio di tutti loro, e
anche di esser stato servile e strisciante! Non è questo che
conta! Non è questo! Non è questo!...»
D'un tratto si fermò: all'improvviso una nuova domanda,
completamente imprevista e straordinariamente semplice, lo
disorientò, colmandolo di amaro stupore:
«Se davvero tutto questo l'ho fatto coscientemente e non da
pazzo, se mi proponevo davvero uno scopo ben preciso, come
mai non ho neanche guardato nel borsellino e non so neanche
che cosa mi è toccato, per che cosa mi sono cacciato in tutti
questi guai, decidendomi consapevolmente a un'azione così
vile, disgustosa e bassa? Poco fa volevo addirittura buttarlo
nell'acqua, il borsellino, insieme a tutti gli oggetti che
nemmeno ho guardato... Come si spiega?»
Sì, era così, era proprio così. Del resto, lo sapeva già prima, e
non era affatto una questione nuova per lui; la notte in cui
aveva deciso di gettare tutto in acqua, lo aveva deciso senza
esitazioni od obiezioni, come se così dovesse essere, come se
non potesse essere diversamente... Sì, egli sapeva e ricordava
tutto: quella decisione l'aveva già presa il giorno prima, già
nell'istante in cui stava seduto davanti al baule e ne tirava fuori
gli astucci... Era proprio così!...
«Dev'essere perché sono molto ammalato,» concluse; «mi sono
tormentato e dilaniato da solo, e non so quel che faccio...
Anche ieri, e anche ieri l'altro, non ho fatto che tormentarmi...
Quando guarirò non mi tormenterò più... E se non guarissi per
niente? Santo Dio! Quanto tutto ciò mi è venuto a noia!...»
Camminava senza mai fermarsi. Avrebbe voluto distrarsi un
po', ma non sapeva che cosa fare, che cosa intraprendere. Una
sensazione nuova e irresistibile s'impadroniva di lui, sempre
più intensa a ogni istante; una repulsione smisurata, quasi
fisica, per tutto quanto lo circondava, una repulsione caparbia,
rabbiosa, piena di livore. Gli facevano ribrezzo tutte le persone
che incontrava, gli facevano ribrezzo i loro volti, il loro passo, i
loro gesti. A qualcuno, avrebbe addirittura sputato addosso, e se
qualcuno gli avesse rivolto la parola, forse lo avrebbe morso...
Si fermò di colpo sbucando sul lungofiume della Màlaja Neva,
sul Vasìlevskij Òstrov, presso il ponte. «Ecco, lui abita qui, in
questa casa,» pensò. «A quanto sembra, ho finito per venirci,
da Razumìchin... Di nuovo la stessa storia... Sarei molto
curioso di sapere se ci sono venuto apposta o se sono
semplicemente passato di qui, mentre me ne andavo a zonzo...
Comunque sia, l'altro ieri ho detto che sarei venuto da lui dopo,
dopo quella cosa, ed eccomi qua! Ormai non posso fare a meno
di salire da lui...»
Salì da Razumìchin, al quinto piano. L'amico era in casa, nella
sua stanzetta; in quell'istante stava facendo qualcosa, scriveva,
e fu lui ad aprire la porta. Erano quattro mesi che non si
vedevano. Razumìchin se ne stava in casa con addosso una
vestaglia tutta a brandelli, i piedi nudi infilati nelle pantofole,
arruffato, il viso non lavato né rasato. Sul suo volto si dipinse
lo stupore.
«Che hai?» esclamò, osservando dalla testa ai piedi il
compagno appena entrato; poi tacque ed emise un fischio.
«Ma davvero ti va così male? Tu, caro amico, mi hai battuto su
tutta la linea,» aggiunse, esaminando gli stracci indossati da
Raskòlnikov. «Su, coraggio, siediti, devi essere stanco!» e
quando l'altro si abbandonò a corpo morto su un sofà turco,
foderato d'incerata, ch'era ancora peggio del suo, Razumìchin
s'accorse a un tratto che il suo visitatore era ammalato.
«Ma tu sei malato sul serio, te ne rendi conto?» e cominciò a
tastargli il polso. Raskòlnikov liberò la mano.
«Lascia stare,» disse, «sono venuto per... ecco: non ho più
lezioni e volevo... del resto non ho affatto bisogno di lezioni...»
«Sai cosa ti dico? Tu deliri!» concluse Razumìchin, il quale lo
stava osservando attentamente.
«No, non deliro...» Raskòlnikov si alzò dal divano. Mentre
saliva le scale per andare da Razumìchin, non aveva
minimamente pensato che avrebbe dovuto trovarsi con lui
faccia a faccia. Ma adesso si era reso conto, fattane
l'esperienza, che la cosa alla quale era meno disposto era
proprio incontrarsi faccia a faccia con qualcuno. La bile gli era
ribollita dentro, e s'era sentito quasi soffocare dall'ira contro se
stesso, appena varcata la porta di Razumìchin.
«Addio!» disse repentinamente e fece per andarsene.
«Ma aspetta un momento, aspetta, bel tipo che sei!»
«Lascia stare!...» ripeté lui, liberando di nuovo la mano.
«Ma allora, che diavolo sei venuto a fare da me? Sei forse
impazzito? Alla fine... mi offendi. Non ti lascio andar via così.»
«Va bene, senti: ero venuto da te perché oltre a te non conosco
nessuno che mi possa aiutare... perché tu sei il più buono di
tutti, cioè più intelligente, e puoi capire... Ma adesso capisco
che non ho bisogno di nulla, capisci, assolutamente di nulla...
di nessun aiuto e di nessuna simpatia...
Io stesso... da solo... E adesso basta! Lasciatemi in pace!» «Ma
aspetta un momentino, matto che non sei altro! Sì, sei proprio
matto! Per me, fa' come vuoi. Devi sapere che di lezioni non ne
ho nemmeno io, ma me ne infischio, poiché al Mercato degli
stracci c'è un venditore di libri, di nome Cheruvìmov, che in un
certo senso mi fa le veci delle lezioni. Oggi come oggi non lo
baratterei con cinque lezioni in casa di mercanti. Egli fa certe
edizioncine, e pubblica certi libriccini di divulgazione
scientifica, che vanno a ruba! I soli titoli valgono un perù! Tu
hai sempre detto che io sono stupido, ma te lo giuro, fratello
mio, c'è gente più stupida di me! Adesso s'è messo anche nel
movimento; lui non ne capisce un'acca, ma io naturalmente lo
stimolo. Ecco, questi sono più di due fogli di stampa in
tedesco, secondo me tutte indecenti ciarlatanerie: per farla
breve, si discute se la donna sia un essere umano oppure no. E,
naturalmente, si finisce per dimostrare che è un essere umano.
Cheruvìmov pubblica di questa roba sulla questione femminile.
Io traduco, lui da questi due fogli e mezzo ne tirerà fuori sei,
inventeremo uno sfarzoso titolo lungo mezza pagina, e
metteremo in vendita il tutto per mezzo rublo. E te lo dico io,
andrà! Per la traduzione mi spettano sei rubli d'argento per ogni
foglio, quindi in tutto mi beccherò un quindici rubli, e sei rubli
li ho già avuti in anticipo. Appena finito questo, cominceremo a
tradurre qualcosa sulle balene, poi dei brani dalla seconda parte
delle Confessions. Abbiamo messo gli occhi su certi
stupidissimi pettegolezzi, e li tradurremo. Qualcuno deve aver
detto a Cheruvìmov che Rousseau è una specie di Radìšèev...
Io, naturalmente, non lo contraddico, che il diavolo se lo
porti!... Allora, vuoi tradurre tu il secondo foglio di La donna è
un essere umano? Se ti va, prenditi subito il testo, delle penne,
della carta -tutta roba che non pago io - e anche tre rubli: dato
che ho già avuto in anticipo il compenso per la traduzione del
primo e del secondo foglio, a te, per la tua parte, ne spettano
senz'altro tre. Poi, quando avrai finito il foglio, avrai altri tre
rubli d'argento. Inoltre, ti prego di non considerarlo un favore
che io faccio a te.
Al contrario, appena sei entrato, ho pensato subito che mi
saresti stato utile. Intanto sono debole in ortografia, e poi il mio
tedesco è un disastro, sicché, più che altro, invento tutto, e mi
consolo solo pensando che così, forse, vien meglio. Ma se
invece - chi può mai dirlo? - venisse peggio, e non meglio?...
Allora, li vuoi o non li vuoi, questi fogli?»
Raskòlnikov prese in silenzio i fogli dell'articolo tedesco,
intascò i tre rubli e, senza dire una sola parola, uscì.
Razumìchin lo seguì meravigliato con lo sguardo. Ma arrivato
alla prima svolta, Raskòlnikov improvvisamente tornò indietro,
salì ancora da Razumìchin, depose sul tavolo i fogli in tedesco
e i tre rubli e, sempre in silenzio, fece per andarsene.
«Ma tu sei proprio diventato pazzo!» si mise a urlare
Razumìchin che alla fine aveva perso le staffe. «Che razza di
parte reciti?! Mi hai fatto scappare la pazienza... Insomma, per
tutti i diavoli dell'inferno, cosa sei venuto a fare qui da me?»
«Non ho bisogno... di traduzioni...» mormorò Raskòlnikov,
mentre già scendeva le scale.
«E che diavolo vuoi?» gridò dall'alto Razumìchin. Ma l'altro
continuava a scendere in silenzio.
«Ehi, tu! Dove abiti?» Nessuna risposta.
«Be', che il diavolo ti po-o-rti!...»
Raskòlnikov stava già uscendo nella strada. Sul ponte
Nikolàevskij fu costretto, ancora una volta, a tornare
completamente in sé, a causa di un incidente quanto mai
spiacevole che gli capitò. Il cocchiere di una carrozza gli mollò
una gran frustata sul dorso perché a momenti andava a finire
sotto i cavalli, sebbene il cocchiere lo avesse avvertito tre o
quattro volte gridando. Il colpo di frusta lo fece montare in
collera a tal segno che, balzando verso il parapetto (chissà
perché stava camminando nel mezzo del ponte, dove passano i
veicoli e non le persone), digrignò rabbiosamente i denti.
Com'è naturale, intorno a lui scoppiarono delle risate.
«Ben gli sta!»
«Sarà uno di quei mascalzoni che...»
«Già, fingono d'essere ubriachi, e si cacciano apposta sotto le
ruote per farsi pagare i danni.»
«È il loro mestiere, caro amico, bisogna pur campare in
qualche modo...»
Ma mentre si trovava ancora presso il parapetto, continuando a
fissare con uno sguardo ottuso e iracondo la carrozza che si
allontanava e stropicciandosi la schiena, sentì, a un tratto, che
qualcuno gli ficcava in mano dei soldi.
Guardò: era una matura mercantessa, con cappellino e scarpe di
capretto ai piedi, accompagnata da una ragazza con cappellino
e ombrellino verde, probabilmente sua figlia. «Prendi,
bàtjuška, per amor di Cristo.» Egli prese i soldi, e quelle
passarono oltre. Era una moneta da venti copeche. Il vestito e
l'aspetto l'avevano certo fatto scambiare per un mendicante, per
un raccoglitore di spiccioli nelle strade, e quell'obolo di ben
venti copeche lo doveva sicuramente al colpo di frusta, che
aveva impietosito le due donne.
Egli strinse la moneta nella mano, fece una decina di passi e si
volse con la faccia verso la Neva, in direzione del castello. In
cielo non c'era neanche una nuvoletta, l'acqua era quasi
azzurra, cosa che nella Neva capita di rado. La cupola della
cattedrale, che da nessun posto si vede così bene come da lì, sul
ponte, a una ventina di passi dalla cappella, splendeva tutta, e
attraverso l'aria limpida si distingueva nettamente ogni suo
minimo dettaglio. Il bruciore della frustata s'era calmato e
Raskòlnikov non pensava più al colpo ricevuto; un pensiero
inquietante e non del tutto limpido lo assorbiva adesso per
intero. Indugiò a lungo guardando lontano; quel posto gli era
particolarmente familiare. Quando frequentava l'università, gli
capitava - per lo più mentre stava rincasando -, e forse gli era
capitato un centinaio di volte, di fermarsi proprio in quel posto,
e di contemplare quella veduta stupenda, e ogni volta gli era
capitato anche di esser sorpreso da un'impressione vaga e
insondabile. Quella magnifica veduta suscitava sempre in lui
un senso di inesplicabile freddezza; in quella veduta stupenda
egli avvertiva la presenza di uno spirito muto e sordo... Ogni
volta si meravigliava di quell'impressione cupa e arcana, e ogni
volta rimandava al futuro la soluzione dell'enigma, non avendo
fiducia in se stesso. In quel momento, ricordando di colpo le
sue domande e perplessità d'un tempo, gli parve di non
essersene rammentato per puro caso. Gli sembrò un fatto
singolare e sbalorditivo già l'essersi fermato proprio in quel
posto, come in passato, quasi avesse potuto immaginare che le
cose, ora, gli sarebbero apparse nello stesso modo di prima, e
che si sarebbe interessato agli stessi argomenti e alle stesse
visioni di cui s'era interessato... ancora così di recente. Gli
venne quasi da ridere, e insieme si sentì stringere il petto fino
al dolore... Come in una specie di profondità, appena visibile a
picco sotto di lui, gli apparvero tutto quel passato e tutti i
pensieri d'un tempo, i problemi, gli argomenti e le impressioni
d'un tempo, e quella veduta, e se stesso, e tutto, tutto... Gli
sembrava di volare da qualche parte molto in alto, e tutto si
dileguava ai suoi occhi... Un involontario movimento della
mano gli fece sentire, a un tratto, nel pugno chiuso, la moneta
da venti copeche. Disserrò la mano, guardò fisso la monetina,
prese lo slancio e la gettò nell'acqua; poi si voltò e andò a casa.
Gli parve in quell'istante di essersi tagliato via con le sue stesse
mani, con un colpo di forbici, da tutto e da tutti.
Arrivò a casa ch'era già sera; dunque era rimasto in giro,
complessivamente, per circa sei ore. Da dove e in che modo
fosse tornato indietro, tutto questo non lo ricordava. Quando si
fu svestito, tremando in tutto il corpo come un cavallo esausto,
si sdraiò sul divano, si tirò addosso il cappotto e subito si
addormentò...
Fu svegliato in pieno crepuscolo da grida terrificanti. Dio mio,
che grida erano quelle! Non gli era ancora mai capitato di
sentire suoni così innaturali, simili a gemiti e singhiozzi, stridor
di denti, pianti, botte e improperi. Non avrebbe nemmeno
immaginato tanta bestialità, tanto furore. Si alzò inorridito a
sedere sul letto, sentendosi a ogni istante agghiacciare e
straziare. Ma nella zuffa, i gemiti e gli improperi non facevano
che aumentare. E, fra le altre, con immensa meraviglia, egli
distinse a un tratto la voce della padrona di casa. Urlava,
strillava e si lamentava, ma tanto precipitosa era l'emissione
delle parole, che era impossibile distinguerle; implorava
qualcosa - sicuramente che smettessero di picchiarla, perché la
stavano picchiando senza pietà sulle scale. La voce di chi
picchiava s'era fatta spaventosa a tale segno per la rabbia e il
furore, che era ormai un sordo e rauco borbottio, ma anche
costui diceva qualcosa, e anche lui precipitosamente, in
maniera inintelligibile, mangiando le parole, fino a restar senza
fiato. A un tratto Raskòlnikov si mise a tremare come una
foglia: aveva riconosciuto quella voce, era la voce di Iljà
Petròviè. Iljà Petròviè era là, e picchiava la padrona! La
pestava con i piedi, le sbatteva la testa contro un gradino, era
chiaro, lo si capiva dal rumore, dai gemiti, dai colpi! Cos'era
mai, forse il finimondo? Si udiva a tutti i piani, lungo tutta la
scala, radunarsi una folla, si sentivano voci, esclamazioni,
gente che saliva, picchiava le porte, le sbatteva, s'andava
radunando di corsa. «Ma perché, ma perché... e com'è
possibile?» andava ripetendo Raskòlnikov, pensando sul serio
di essere completamente impazzito. Eppure udiva tutto con
troppa chiarezza!... Ma allora non avrebbero tardato a venire
anche da lui, se le cose stavano così, perché... naturalmente
tutto questo dipendeva da quel fatto... dal fatto di ieri... Oh
Signore! Lì per lì fu tentato di mettere il gancio alla porta, ma
non riuscì nemmeno a sollevare la mano... e poi era inutile! Il
terrore, come un gelo, aveva avvolto la sua anima, straziandola,
paralizzandola... Ma ecco, finalmente, che tutto quel baccano,
durato dieci minuti buoni, cominciò a poco a poco a calmarsi.
La padrona gemeva e sospirava, Iljà Petròviè continuava a
minacciare e a insultare... Poi ecco, finalmente, sembrò che
anche lui si fosse calmato; ecco che non lo si udiva più:
«Possibile che se ne sia andato! Santo Dio!» Ma sì, se ne
andava anche la padrona, ancora gemendo e piangendo... Ecco
che anche la sua porta si era chiusa con forza... Ecco la folla
disperdersi, ritirarsi dalle scale; ciascuno torna a casa sua;
lanciano esclamazioni, discutono, si chiamano ora alzando la
voce fino a gridare, ora smorzandola fino al bisbiglio.
Dovevano essere in molti; c'era mancato poco che accorresse
l'intero casamento. «Ma, Dio mio, com'è possibile tutto questo?
E perché, perché lui è venuto qui?»
Raskòlnikov crollò esausto sul divano, ma non poté più
chiudere occhio; giacque così per circa mezz'ora, con una tale
insopportabile sensazione di sconfinato terrore, quale mai
aveva conosciuto. D'un tratto una luce vivida rischiarò la sua
stanza: era entrata Nastàsja, con una candela e una scodella di
minestra. Dopo averlo guardato attentamente, accortasi che non
dormiva, posò la candela sulla tavola e cominciò a disporvi ciò
che aveva portato: il pane, il sale, la scodella, il cucchiaio.
«Sarà magari da ieri che non mangi. Tutto il giorno a zonzo,
eh? e sì che hai la febbre.»
«Nastàsja... perché hanno picchiato la padrona?»
Lei lo guardò fissamente.
«Chi ha picchiato la padrona?»
«Poco fa... una mezz'ora fa, Iljà Petròviè, il vice commissario,
sulle scale... Perché l'ha picchiata così? e... come mai è venuto
qui?...»
Nastàsja lo esaminava in silenzio, accigliata; e rimase a lungo a
guardarlo così. Quell'esame lo mise molto a disagio, dandogli
perfino un senso di paura.
«Nastàsja, ma perché non parli?» riuscì finalmente a dire con
voce timida e fioca.
«È il sangue,» rispose lei sottovoce e come parlando tra sé.
«Il sangue!... Quale sangue?...» mormorò lui, impallidendo e
addossandosi alla parete. Nastàsja continuava a fissarlo in
silenzio.
«Nessuno ha picchiato la padrona,» disse poi in tono grave e
reciso. Lui la guardava, trattenendo il respiro.
«Ma se ho sentito io stesso... Non dormivo... ero seduto qui,»
mormorò ancor più timidamente. «Ho ascoltato a lungo. È
venuto il vice commissario... Erano usciti tutti fuori, sulle
scale, da tutti gli appartamenti...»
«Non è venuto nessuno. È il sangue che ti fa questi scherzi.
Succede così quando il sangue non ha sfogo e comincia a
raggrumarsi nel fegato; si comincia a veder cose che non ci
sono... Allora, vuoi mangiare o no?»
Lui non rispose. Nastàsja continuava a stargli davanti,
scrutandolo, e non si decideva ad andarsene.
«Dammi da bere... Nastàsjuška.»
Lei scese e tornò dopo un paio di minuti con dell'acqua in un
bricco di terraglia bianca. Egli non serbò ricordo di quel che
accadde dopo. Ricordò solo di aver bevuto un po' d'acqua
fredda e di essersene versata, per sbaglio, dell'altra sul petto.
Poi sopravvenne l'incoscienza.
3
Tuttavia, non restò in uno stato di completa incoscienza per
tutta la durata della malattia: il suo era uno stato febbrile, con
delirio e semicoscienza. Più tardi rammentò parecchie cose.
Ora gli sembrava di avere attorno molta gente e che volessero
portarlo via, da qualche parte, e discutessero molto e
altercassero riguardo a lui. Ora, di colpo, si ritrovava solo nella
stanza; tutti se n'erano andati, tutti avevano paura di lui, e solo
ogni tanto socchiudevano l'uscio per dargli un'occhiata o
minacciarlo; parlottavano fra loro, ghignavano e lo
schernivano. Ricordò di aver avuto spesso vicino a sé Nastàsja;
distingueva anche un'altra persona, che gli pareva di conoscere
molto bene, ma chi fosse con precisione non riusciva in nessun
modo a capirlo, e se ne crucciava al punto di piangere. Certe
volte gli sembrava di essere a letto già da un mese, altre volte
che fosse sempre la stessa giornata. Ma di quello, di quello
s'era completamente dimenticato; in compenso, aveva il
costante ricordo di aver dimenticato qualcosa che non avrebbe
dovuto dimenticare; si tormentava, si torturava cercando di
ricordarsene, gemeva, in preda al furore o a una tremenda,
insostenibile paura. In quei momenti faceva degli sforzi per
alzarsi, avrebbe voluto scappare, ma c'era qualcuno sempre che
lo tratteneva a forza, e lui ripiombava nell'impotenza e
nell'incoscienza. Alla fine, tornò completamente in sé.
Ciò accadde una mattina, verso le dieci. A quell'ora, come
sempre nelle giornate serene, il sole fluiva in una lunga striscia
lungo la parete di destra, e illuminava l'angolo vicino alla porta.
Accanto al suo letto c'era Nastàsja, e oltre a lei una persona, un
uomo, che lo osservava con grande curiosità e che gli era del
tutto sconosciuto. Era un giovanotto in caffettano, con una
corta barbetta e l'aspetto di uno di quei modesti impiegatucci
che vengono mandati in giro, un po' come fattorini. Dall'uscio
socchiuso faceva capolino la padrona. Raskòlnikov si sollevò.
«E questo chi è, Nastàsja?» chiese additando il giovane.
«Guarda è tornato in sé!» disse lei.
«Si è riavuto,» le fece eco il fattorino. Appena ebbe intuito
ch'egli era tornato in sé, la padrona, che guardava dall'uscio, lo
richiuse e si eclissò. Era sempre stata timida, e le conversazioni
e le spiegazioni la mettevano a disagio; era una donna sulla
quarantina, grassa e corpulenta, con sopracciglia nere e occhi
neri, buona quanto era pingue e pigra; e di persona, oltre a
tutto, molto piacente. Timida, poi, lo era oltre ogni dire.
«Voi... chi siete?» insistette Raskòlnikov, rivolgendosi
direttamente al fattorino. Ma in quell'istante la porta si spalancò
e, curvandosi un poco per via dell'altezza, entrò Razumìchin.
«Una vera cabina,» gridò mentre entrava, «ci picchio sempre la
fronte; e la chiamano stanza! Allora, mio caro, sei tornato in te?
L'ho saputo un momento fa da Pàšenka.»
«Si è riavuto in questo momento,» fece eco di nuovo il
fattorino con un sorrisetto.
«Ma voi chi siete, di grazia?» chiese, rivolgendosi di colpo a
lui, Razumìchin. «Io, col vostro permesso, sono Vrazumìchin;
non Razumìchin, come tutti si degnano di chiamarmi, ma
Vrazumìchin, studente, figlio di nobile; e lui è amico mio. Ecco
qua; e voi chi siete?»
«Io sono un impiegato del mercante šelopàev, e sono venuto
qui per un affare.»
«Vogliate accomodarvi su questa sedia», e lo stesso
Razumìchin ne occupò un'altra, dalla parte opposta del
tavolino. «Tu, mio caro, era ora che tornassi in te,» disse a
Raskòlnikov. «Son più di tre giorni che mangi e bevi per modo
di dire. Davvero, sai? Ti si dava il tè col cucchiaino. Ho fatto
venire due volte da te Zòsimov. Ti ricordi di Zòsimov? Ti ha
visitato attentamente, e ha detto subito che sono solo
sciocchezze: un po' di sangue, forse, che ti è andato alla testa.
Una piccola cosa d'origine nervosa; cattiva nutrizione, ha detto:
ti davano poca birra e poco rafano: di qui la malattia, ma non è
nulla, passerà e sarai di nuovo a posto. Che bravo, quello
Zòsimov! S'è messo a curarti proprio sul serio. Be', non voglio
farvi perder tempo,» disse rivolgendosi di nuovo al fattorino.
«Vorreste spiegarci quel che vi serve? Ti faccio notare, Ròdja,
che è già la seconda volta che vengono dallo stesso ufficio;
solo che la prima volta era venuto un altro, e ci eravamo
spiegati con lui. Dite, chi era la persona venuta prima di voi?»
«Devo supporre che sia stato l'altro ieri... Già, proprio così. È
stato Aleksèj Semënoviè a venire; anche lui lavora nel nostro
ufficio.»
«Ma, se non sbaglio, la sa più lunga di voi; o sbaglio?»
«Sì, sì, è davvero una persona seria, lui.»
«Mi congratulo per queste vostre parole; be', continuate pure.»
«Dunque, da parte di Afanàsij Ivànoviè Vachrùšin, di cui,
immagino, avrete sentito parlare più d'una volta, da parte sua,
dicevo, ma per incarico della vostra mammina, e tramite il
nostro ufficio, c'è una somma per voi,» cominciò a dire il
fattorino rivolgendosi direttamente a Raskòlnikov. «Nel caso
che siate tornato in sentimenti, vi si devono consegnare
trentacinque rubli, dato che Semën Semënoviè, come l'altra
volta, ne ha ricevuto istruzione da Afanàsij Ivànoviè, per
incarico della vostra mamma. Vi dice qualcosa, tutto ciò?»
«Sì... ricordo... Vachrùšin...» ripeté Raskòlnikov in tono
pensoso.
«Avete sentito: conosce il mercante Vachrùšin!» esclamò
Razumìchin. «Altro che, se è in sentimenti! Del resto, adesso
mi accorgo che anche voi siete un uomo di giudizio. Eh sì! I
discorsi intelligenti li si ascolta volentieri.»
«Si tratta proprio di Vachrùšin, Afanàsij Ivànoviè Vachrùšin,
per incarico della vostra mammina, che già l'altra volta ve li ha
fatti avere nella stessa maniera, e anche questa volta, pochi
giorni fa, ha pregato Semën Semënoviè, dal suo paese, di farvi
avere trentacinque rubli, in attesa di meglio.»
«Ecco, questo ‹in attesa di meglio› vi è venuto meglio di tutto;
e anche ‹la vostra mammina› non è poi male. Dunque, secondo
voi, è tornato completamente in sé oppure no?»
«Per quello che mi riguarda... Soltanto, ci vorrebbe una specie
di ricevuta...»
«La scarabocchierà! Cosa avete lì, un registro?»
«Un registro, ecco.»
«Date qua. Su, Ròdja, alzati. Io ti sorreggerò; scrivigli giù un
Raskòlnikov; ecco, prendi la penna, così, perché, mio caro, in
questo momento abbiamo urgenza di quattrini.»
«Lasciamo stare,» disse Raskòlnikov, allontanando la penna.
«Come sarebbe, lasciamo stare?»
«Non firmerò.»
«Ma, diavolo cane, come si fa senza ricevuta?»
«Non c'è bisogno... dei soldi...»
«Già, giusto: proprio dei soldi non c'è bisogno!... Be', queste,
poi, ragazzo mio, son proprio sciocchezze! Vi prego, non ci
badate, lui dice così tanto per dire... vaneggia di nuovo. Del
resto, gli capita anche quando sta bene... Voi siete una persona
di buon senso, noi lo guideremo, cioè semplicemente gli
guideremo la mano, e lui firmerà Su, coraggio...»
«Se volete, posso tornare un'altra volta.»
«No, no, perché disturbarvi ancora? Vi rendete conto anche
voi... Su, Ròdja, non far perdere tempo al nostro amico... Non
vedi che aspetta?» ed egli si accinse sul serio a guidare la mano
a Raskòlnikov.
«Lascia stare, farò da me...» disse questi. Prese la penna e
firmò sul registro. Il fattorino sborsò il denaro e se ne andò.
«Bravo! E adesso, mio caro, vuoi mangiare?»
«Sì,» rispose Raskòlnikov.
«Avete della minestra?»
«Di ieri,» rispose Nastàsja, che era rimasta lì per tutto il tempo.
«Riso e patate?»
«Riso e patate.»
«Lo so a memoria. Porta la minestra e dacci del tè.»
«Subito.»
Raskòlnikov guardava ogni cosa con profondo stupore e con
ottuso spavento. Aveva deciso di tacere e aspettare: che sarebbe
successo, poi? «Non credo di avere il delirio,» pensava.
«Sembra che sia tutto reale...»
Due minuti dopo Nastàsja tornava con la minestra,
annunciando che il tè sarebbe seguito di lì a poco.
Con la minestra comparvero due cucchiai, due piatti e un intero
servizio: saliera, pepaiola, mostarda per il manzo e via dicendo,
tutte cose che, in così bell'ordine, non si vedevano da un pezzo.
E la tovaglia era pulita.
«Non sarebbe male, Nastàsjaška, che Praskòvja Pàvlovna ci
mandasse un paio di bottigliette di birra. Ce le scoleremmo
volentieri.»
«Che furbacchione!» borbottò Nastàsja, e andò a eseguire
l'ordine.
Raskòlnikov continuava a guardarsi intorno con aria sorpresa e
intenta. Nel frattempo Razumìchin gli si era seduto accanto sul
divano, sorreggendogli la testa in maniera goffa, come un orso,
con la mano sinistra, anche se lui avrebbe potuto benissimo
tirarsi su da sé, mentre con la mano destra gli avvicinava alla
bocca il cucchiaio pieno di minestra, dopo averci soffiato su
per precauzione varie volte, perché Raskòlnikov non si
scottasse.
Ma la minestra era appena tiepida. Il malato ne inghiottì
avidamente una cucchiaiata, poi una seconda e una terza. Però,
dopo avergli dato alcune cucchiaiate, Razumìchin d'un tratto si
fermò, dichiarando che prima di proseguire bisognava
consigliarsi con Zòsimov.
Entrò Nastàsja con due bottiglie di birra.
«E il tè lo vuoi?»
«Sì.»
«Portaci subito anche il tè, Nastàsja. Per il tè possiamo fare a
meno di consultare la facoltà di medicina. Ed ecco la nostra
birra!» Razumìchin si rimise sulla sua sedia, avvicinò a sé la
minestra e la carne, e cominciò a mangiare di buona lena, come
se non avesse toccato cibo da tre giorni.
«Io, caro Ròdja, mangio così ogni giorno, qui da voi,» borbottò
per quanto glielo permetteva la bocca piena di manzo, «ed è
Pàšenka, la tua padroncina, che provvede a tutto ed è felice di
servirmi. Io, naturalmente, non insisto per farmi servire, ma
nemmeno protesto. Ed ecco Nastàsja col tè. Che svelta!
Nàstenka, lo vuoi un goccio di birra?»
«Sempre ti va di scherzare!»
«E del tè?»
«Del tè, magari sì.»
«Versa. Aspetta, verso io; tu siediti a tavola.»
Subito si diede da fare, versò una tazza di tè, poi un'altra, e
interrompendo il suo desinare si sedette nuovamente sul
divano. Come poco prima, circondò con la mano sinistra la
testa dell'infermo, lo sollevò e cominciò a fargli bere il tè col
cucchiaino, di nuovo soffiandoci sopra a tutto spiano, come se
da questo suo soffiare dipendesse la guarigione dell'amico.
Raskòlnikov taceva e lasciava fare, benché si sentisse
abbastanza in forze per sollevarsi e star seduto sul divano da
solo, senza alcun aiuto; e non soltanto, forse, per reggere con le
mani il cucchiaino o la tazza, ma anche per camminare. Ma,
per una strana forma d'astuzia quasi animalesca, gli era venuto
in mente di dissimulare, per il momento, le proprie forze, di
stare al riparo, perfino di fingere, al bisogno, di non essere in
grado di comprendere tutto, e intanto di ascoltare e cercar di
capire che cosa stesse succedendo intorno a lui. Tuttavia, non
riuscì a dominare il suo disgusto per quel che faceva: sorbiti
forse dieci cucchiaini di tè, d'un tratto liberò la testa, respinse
capricciosamente il cucchiaino e di nuovo si lasciò andar giù
sul cuscino. Sotto il capo, adesso, aveva degli autentici cuscini,
di piuma e con le federe pulite; cosa che non mancò di colpirlo
e di farlo riflettere.
«Bisogna che oggi stesso Pàšenka ci mandi della marmellata di
lampone, così gli prepareremo una bevanda,» disse
Razumìchin, rimettendosi a sedere al suo posto per finire la sua
minestra e bere la sua birra.
«E i lamponi dove li trova?» domandò Nastàsja, tenendo il
piattino sulle cinque dita aperte e sorbendo il tè attraverso la
zolletta di zucchero che teneva in bocca.
«I lamponi, mia cara, li troverà alla bottega. Vedi, Ròdja,
mentre tu eri malato qui c'è stata tutta una storia. Quando te la
sei squagliata da casa mia, senza lasciarmi il tuo indirizzo, mi
sono talmente arrabbiato da giurare a me stesso che ti avrei
scovato e ti avrei conciato per le feste. E ho iniziato subito le
mie ricerche. Quanto ho camminato, e quanta gente ho
interrogato! Dove abitavi adesso me l'ero scordato; anzi, non
l'avevo nemmeno mai ricordato, per il semplice fatto che non
lo sapevo. Quanto all'abitazione di prima, ricordavo soltanto
che si trovava ai Cinque Angoli, nell'immobile Charlamov. E
sotto a cercare questo immobile Charlamov, ma poi salta fuori
che non è affatto Charlamov, bensì Buch; guarda un po' come
ci si confonde a volte con i nomi! Allora sono andato in bestia.
E una volta andato in bestia, il giorno dopo mi sono precipitato
al casellario, e immagina un po': in quattro e quattr'otto sapevo
il tuo indirizzo. Sei schedato.»
«Sono schedato?»
«Altro che! E invece il generale Kobelëv non riuscivano a
trovarlo, e questo proprio mentre ero lì io. Comunque, è troppo
lungo raccontare tutto. Appena piombato qui da te, subito sono
venuto a sapere tutto sul tuo conto, ma proprio tutto, mio caro,
proprio tutto, sono al corrente di tutto; so tutto, ecco, può dirlo
anche lei: ho fatto conoscenza con Nikodìm Fòmiè, e mi hanno
mostrato Iljà Petròviè, e l'usciere, e il signor Zamëtov,
Aleksàndr Grigòrieviè, impiegato del commissariato di zona, e
finalmente anche Pàšenka, e questo è stato il coronamento
dell'opera; anche lei può dirlo...»
«L'ha inzuccherata tutta,» borbottò Nastàsja, sorridendo
furbescamente.
«E voi mettetela nel tè, Nastàsja Nikìforovna.»
«Brutta canaglia che non sei altro!» gridò a un tratto Nastàsja,
scoppiando in una gran risata. «Io, poi, sono Petròvna, e non
Nikìforovna,» aggiunse all'improvviso, quand'ebbe cessato di
ridere.
«Cercherò di ricordarmelo. Così, mio caro, per farla breve, da
principio mi era venuta voglia di dare a tutto, qui dentro, una
bella scossa elettrica, così da liberare subito l'aria da ogni
pregiudizio; ma Pàšenka ha avuto la meglio. Io, fratello mio,
non mi aspettavo affatto che lei fosse così... be', così piacente...
capisci? Tu che ne pensi?»
Raskòlnikov aveva sempre taciuto, pur non distogliendo per un
solo istante il suo sguardo inquieto da Razumìchin, e adesso
continuava a guardarlo fissamente.
«E anche parecchio,» proseguì l'altro, per nulla turbato da quel
silenzio. Poi, come facendo eco a una risposta che avesse
ricevuto, proseguì: «E costruita a dovere, sia di sopra che di
sotto.»
«Sentilo, il porco!» esclamò di nuovo Nastàsja, cui questo
discorso procurava, evidentemente, un'indicibile beatitudine.
«Il guaio, mio caro, è che fin da principio tu non ci hai saputo
fare. Ci voleva altro, con lei. Il suo è, per così dire, il più
imprevedibile dei caratteri! Be', del carattere parleremo dopo...
Ma, ad esempio, come sei potuto arrivare al punto che lei ha
osato non mandarti più da mangiare? E questa cambiale, per
esempio? Eri forse impazzito, per metterti a firmar cambiali?!
E quel progetto di matrimonio, per esempio, quando la figlia,
Natàlja Egòrovna, era ancora viva?... Io so tutto!
Del resto, vedo che è un punto delicato, e io sono un asino:
devi scusarmi. Ma a proposito di stupidaggini: Praskòvja
Pàvlovna non è poi, mio caro, così stupida come può sembrare
a prima vista... Tu che ne pensi?»
«Sì...» mugolò Raskòlnikov guardando altrove, ma conscio del
fatto che conveniva tenere in piedi quella conversazione.
«Non è forse vero?» esclamò Razumìchin, visibilmente
contento per aver ricevuto una risposta. «Ma non è nemmeno
troppo intelligente, vero? Un carattere assolutamente
imprevedibile, già.. Io, mio caro, mi ci perdo un po', te
l'assicuro... Quarant'anni li deve avere di sicuro. Lei dice
trentasei, e ha diritto di dirlo. D'altronde, te lo giuro, sto
giudicando di lei più che altro dal punto di vista intellettuale,
metafisico, per così dire. Fra noi, mio caro, è nato un tale
pasticcio allegorico... altro che la tua algebra! Non ci capisco
un accidente! Be', tutte queste sono sciocchezze; ma lei
vedendo che tu non eri più studente, che eri rimasto senza
lezioni e senza uniforme e che dopo la morte della signorina
era inutile continuare a trattarti come un parente, tutt'a un tratto
si è spaventata; e siccome tu, dal canto tuo, ti eri rintanato e
non coltivavi più nessuna delle relazioni di prima, ha pensato
bene di farti sloggiare dalla stanza. Ce l'aveva da un pezzo,
l'intenzione, ma le dispiaceva per la cambiale. Tu stesso,
inoltre, assicuravi che avrebbe pagato tua madre.»
«Questo lo dicevo per pura vigliaccheria... Mia madre ci manca
poco che si metta a chieder l'elemosina... Io mentivo perché mi
lasciassero la stanza e mi dessero da mangiare,» disse
Raskòlnikov con voce forte e ferma.
«In questo sei stato saggio. Senonché, a questo punto, è entrato
in scena il signor èebàrov, consigliere di corte e uomo d'affari.
Senza di lui, Pàšenka non avrebbe fatto niente, timida com'è;
un uomo d'affari, invece, non è affatto timido, e naturalmente
ha posto subito la domanda: c'è qualche speranza di riscuotere
l'importo della cambiale? Risposta: sì, perché c'è una mamma
che con i suoi centoventi rubli di pensione, a costo di non
mangiare niente lei stessa, il suo Ròdja lo tirerà fuori dai
pasticci, e c'è anche una sorellina che per suo fratello è disposta
a fare la serva. Ora, lui si è basato su questo... Ma perché ti
agiti? Io, mio caro, ormai ho scoperto tutti i tuoi altarini, non
per niente ti eri confidato con Pàšenka quando eravate ancora
in rapporti di parentela, e adesso tutte queste cose, te le dico
con affetto... Già, proprio così; una persona onesta e sensibile
si lascia andare alla sincerità, e un uomo d'affari ascolta e
pappa, preparandosi a pappare anche te. Così, lei ha ceduto la
cambialetta - a quanto pare come pagamento - a questo
èebàrov, il quale a sua volta, senza farsi scrupolo affatto, ha
chiesto formalmente che venisse pagata. Io, lì per lì, saputo
come stavano le cose, per mettermi a posto la coscienza, stavo
già per dargli una buona scossa elettrica, ma nel frattempo tra
me e Pàšenka s'era creata l'armonia, e così le ho ordinato di far
finire tutta questa faccenda, di troncarla proprio alla fonte,
garantendo che tu avresti pagato Ho garantito io per te, mio
caro, capisci? Abbiamo fatto venire èebàrov, gli abbiamo
sbattuto sul grugno dieci rubli d'argento, e lui ha restituito il
documento, che ho l'onore di presentarti: ora ti si fa credito
sulla parola... ecco, prendi... io l'ho già gualcito un po', com'è
d'obbligo in questi casi.»
Razumìchin depose sul tavolo il pagherò cambiario;
Raskòlnikov gli gettò un'occhiata e, senza dire nemmeno una
parola, si voltò verso la parete. Razumìchin, stavolta, ci rimase
male.
«Vedo, mio caro,» disse dopo un silenzio che durò circa un
minuto, «che ne ho fatta un'altra delle mie. Pensavo di distrarti
e di divertirti con le mie chiacchiere, ma, a quanto sembra, ti
ho fatto soltanto venire la bile.»
«Eri tu che non riconoscevo, nel delirio?» chiese Raskòlnikov,
dopo essere stato zitto anche lui per circa un minuto e sempre
senza volgere il capo.
«Proprio me, e diventavi addirittura furioso, soprattutto la volta
che ho condotto con me Zamëtov.»
«Zamëtov?... L'impiegato?... E perché l'hai condotto?»
Raskòlnikov si volse di scatto e fissò lo sguardo su
Razumìchin.
«Ma che ti piglia?... Di che ti preoccupi?... Voleva fare la tua
conoscenza; lo desiderava perché s'era parlato molto di te...
Altrimenti, da chi avrei potuto sapere tutte quelle cose sul tuo
conto? Un bravissimo ragazzo, mio caro, un'ottima persona...
nel suo genere, si capisce. Adesso siamo amici, ci vediamo
quasi ogni giorno. Devi sapere che io, ora, abito in questo
quartiere. Non lo sapevi ancora? Mi sono trasferito qui da
poco. Con lui, siamo andati un paio di volte da Lavìza. Ti
ricordi di Lavìza, Lavìza Ivànovna?»
«Parlavo, nel delirio?»
«Altro che! Non eri più padrone di te.»
«E cosa dicevo?»
«Questa poi!... Cosa dicevi nel delirio? Si sa bene quel che si
può dire nel delirio... Be', mio caro, adesso, per non perdere
tempo, mettiamoci al lavoro.»
Razumìchin si alzò dalla sedia e prese il berretto.
«Ma cosa dicevo nel delirio?»
«E dagli! Hai forse paura che ti sia scappato qualche segreto?
Sta' tranquillo: della contessa non hai detto nulla. Ma di un
certo mastino e di certi orecchini e di certe catenelle, e
dell'Isola Krestòvskij, e di un certo portinaio, e di Nikodìm
Fòmiè, e del vice commissario Iljà Petròviè, hai parlato
moltissimo. Inoltre, ti interessava molto il tuo calzino, ma
proprio molto! Datemi la mia calza, gemevi... non facevi che
ripeterlo. Zamëtov ha cercato lui stesso in ogni angolo i tuoi
calzini, e lui stesso, con le sue mani lavate, profumate e
inanellate, ti ha dato quella porcheria. Soltanto allora ti sei
calmato, e l'hai tenuta, quella porcheria, tra le tue mani per
intere giornate: era impossibile portartela via. È probabile che
anche adesso si trovi da qualche parte, sotto la coperta. E poi
chiedevi frange di pantaloni, e con che voce piagnucolosa! Ti
abbiamo chiesto e richiesto: a che ti servono queste frange? Ma
non si poteva capir nulla di quello che dicevi... Be', e adesso al
lavoro! Qui ci sono trentacinque rubli; ne prendo dieci, e fra un
paio d'ore ti darò il rendiconto. Intanto mi farò vivo anche con
Zòsimov, anche se avrebbe dovuto esser qui già da un pezzo,
visto che sono le undici passate. E voi, Nastàsja, durante la mia
assenza, fatevi vedere più spesso che potete, nel caso che lui
desiderasse da bere o qualcos'altro... A Pàšenka dirò io stesso,
tra un momento, quel che ci vuole. Arrivederci.»
«La chiama Pàšenka! Che razza di furbacchione!» disse
Nastàsja appena Razumìchin fu uscito; aprì l'uscio e si mise ad
ascoltare, ma poi non poté resistere e corse giù. La interessava
troppo sapere di che cosa egli stesse parlando con la padrona;
inoltre, in generale, era chiaro che era rimasta completamente
affascinata da Razumìchin.
Appena l'uscio si richiuse dietro di lei, il malato si liberò della
coperta e balzò su dal letto come un forsennato.
Aveva atteso con febbrile, convulsa impazienza che se ne
andassero per potersi mettere al lavoro. Ma a quale lavoro?
Proprio in quel momento, neanche a farlo apposta, sembrava
che se ne fosse scordato. «Signore Iddio; dimmi una cosa
soltanto: sanno già tutto o non sanno ancora? E se sapessero
tutto e facessero solo finta, per prendermi in giro, finché sono
malato, e poi all'improvviso piombassero qui e dicessero che
tutto è stato scoperto già da un pezzo, e che hanno agito così
solo per... Allora, che devo fare? Ecco, l'ho dimenticato, come
per dispetto; dimenticato di colpo, mentre un momento fa lo
sapevo benissimo!»
Era in piedi in mezzo alla stanza, e si guardava intorno
perplesso e angosciato. Si avvicinò all'uscio, lo aprì, si mise in
ascolto; no, non era questo che doveva fare. A un tratto ricordò:
si slanciò verso l'angolo dove c'era il buco della tappezzeria,
scrutò attentamente, ficcò la mano nel buco e vi frugò dentro;
ma non era nemmeno questo. Andò verso la stufa, l'aprì e prese
a frugare nella cenere: i brandelli delle frange dei pantaloni e
della tasca strappata erano lì, così come li aveva gettati quella
volta: nessuno, dunque, ci aveva guardato dentro. Allora si
ricordò della calza, di cui Razumìchin aveva parlato poco
prima. Ma sì: era lì sul divano, sotto la coperta, ma si era
talmente scolorita e insudiciata, da quel giorno, che certamente
Zamëtov non aveva potuto distinguere nulla.
«Ah sì, Zamëtov!... il commissario!... E perché mi hanno
convocato? Dov'è l'avviso? No!.. Mi confondo, è stato prima
che m'hanno convocato! Anche allora avevo esaminato la
calza, mentre questa volta... Questa volta ero malato. Ma
perché Zamëtov è venuto qui? Perché Razumìchin lo ha portato
da me?...» mormorava spossato, rimettendosi a sedere sul
divano. «Che cosa succede? È ancora il delirio o è la realtà? A
quanto pare, è la realtà... Ah sì, ora ricordo: fuggire! Fuggire al
più presto, assolutamente, assolutamente fuggire! Ma dove?...
E dov'è il mio vestito? Mancano gli stivali! Li hanno presi! Li
hanno presi! Li hanno nascosti! Adesso capisco tutto! Però il
cappotto è lì, non l'hanno visto! Ed ecco, grazie a Dio! ecco i
soldi sulla tavola! Ed ecco la cambiale... Piglierò i soldi e me
ne andrò, prenderò in affitto un'altra stanza e non riusciranno
più a trovarmi!... E il casellario degli indirizzi, dove lo metto?
Mi troveranno e come! Razumìchin mi scoverà di nuovo.
Meglio fuggire del tutto... lontano... in America, e che vadano
tutti al diavolo! Prendere con me la cambiale... mi potrà
servire. E che altro ancora? Loro credono che sia malato! Non
sanno nemmeno che posso camminare, eh, eh, eh... L'ho capito
dai loro occhi, che sanno tutto! Purché mi riesca di scendere le
scale! Ma se là sotto ci fossero delle guardie, dei poliziotti? E
questo cos'è? Del tè? Ah, ecco anche la birra, mezza bottiglia,
fresca!»
Afferrò la bottiglia, in cui era rimasta birra per un intero
bicchiere, e la vuotò di gusto tutta d'un fiato, come per
spegnere un fuoco che gli ardesse nel petto. Ma non era
trascorso un minuto che la birra gli diede alla testa, mentre per
la schiena gli correva un brivido lieve e perfino gradevole. Si
sdraiò e si tirò addosso la coperta. I pensieri, già così morbosi e
incoerenti, gli si confusero ancor di più nella mente, e ben
presto lo prese un sonno leggero e piacevole. Si sentì felice nel
trovare con il capo un posto comodo sul guanciale; si avvolse
meglio nella morbida coperta imbottita, che aveva sostituito il
lacero cappotto di prima, sospirò debolmente e si addormentò
di un sonno profondo e ristoratore.
Si svegliò sentendo che qualcuno entrava; aprì gli occhi e vide
Razumìchin, il quale aveva spalancato l'uscio e stava sulla
soglia, incerto se avanzare o no. Raskòlnikov si sollevò
rapidamente sul divano e prese a guardarlo come sforzandosi di
rammentare qualcosa.
«Ah, ma allora non dormi... Eccomi a te!... Nastàsja, porta qua
il fagotto!» gridò Razumìchin verso le scale. «Ti farò subito un
resoconto...»
«Che ora è?» domandò Raskòlnikov, guardandosi attorno
inquieto.
«Eh sì, mio caro, ti sei fatto una gran dormita: è già sera,
saranno le sei. Hai dormito più di sei ore...»
«Dio mio! Cosa mi ha preso?...»
«Che c'è di male? Buon pro' ti faccia! Dove hai fretta di
andare? A qualche appuntamento, forse? Ormai siamo padroni
del nostro tempo. Saranno già tre ore che aspetto; sono passato
due volte e tu dormivi sempre. Sono stato due volte da
Zòsimov: non è in casa, e chi s'è visto s'è visto! Ma non fa
nulla: verrà!... Ho sbrigato anch'io qualche faccenduola. Oggi
ho traslocato definitivamente, insieme con lo zio. Adesso, devi
sapere, ho con me lo zio... Ma al diavolo tutte queste storie;
mettiamoci al lavoro. Nàstenka, dammi il fagotto. Adesso noi...
Ma a proposito, mio caro, come ti senti?»
«Sto bene, non sono malato... Razumìchin, da quanto tempo ti
trovi qui?»
«Te l'ho detto, sono tre ore che aspetto.»
«No, volevo dire prima...»
«Prima quando?»
«Da quanto tempo vieni qui?»
«Ma se te l'ho già detto: non ti ricordi più?»
Raskòlnikov cercò di riflettere. Ciò che era accaduto gli
sembrava un sogno. Da solo non riusciva a ricordare, e
guardava Razumìchin con aria interrogativa.
«Capisco,» disse l'altro, «l'hai dimenticato! Anche poco fa mi
pareva che non ti fossi ripreso del tutto... Adesso però, dopo il
sonno, stai meglio... Davvero, hai un aspetto molto migliore.
Bravo! Ma veniamo al sodo! Vedrai che fra poco ricorderai
tutto. Da' un'occhiata qui, mio caro.»
Cominciò a disfare il fagotto, che pareva interessarlo
moltissimo.
«Che tu mi creda o no, mio caro, questa faccenda mi stava
particolarmente a cuore. Bisogna pur fare di te un uomo...
Avanti, cominciamo dall'alto. Vedi questo berretto?» prese a
dire, togliendo dal fagotto un berretto abbastanza elegante, ma
anche assai comune e di poco prezzo. «Permetti che te lo
provi?»
«Dopo... più tardi,» borbottò Raskòlnikov con un gesto
infastidito.
«No, caro Ròdja, non fare lo scontroso, dopo sarà troppo tardi;
non potrei chiuder occhio per tutta la notte, perché l'ho
comprato senza sapere la misura, a casaccio... Ti va a
pennello!» esclamò in tono di trionfo, dopo averglielo provato.
«È proprio il tuo numero! Il copricapo, ragazzo mio, è
l'indumento principe, è una specie di raccomandazione. Un mio
amico, Tolstjakòv, è costretto a levarsi il copricapo ogni volta
che entra in un locale pubblico dove tutti gli altri, magari, se ne
stanno col cappello o col berretto in testa. Tutti pensano che lo
faccia per qualche sentimento servile e invece è solo perché si
vergogna del suo cappellaccio: è una persona tanto timida! Be',
Nàstenka, ecco qui due copricapi: preferisci questo
palmerston», prese nell'angolo il cappello tondo, tutto
acciaccato, di Raskòlnikov, da lui, chissà perché, battezzato
palmerston, «o questo gioiello? E ora, Ròdja, che ne pensi:
quanto l'ho pagato?... E tu, Nastàsjuška?» e si rivolse a lei,
vedendo che l'altro stava zitto.
«L'avrai pagato venti copeche,» rispose Nastàsja.
«Venti copeche? Scema che non sei altro!» egli gridò, offeso.
«Oggi per venti copeche non si compra nemmeno una femmina
come te... quattro volte venti, ecco quanto l'ho pagato! E solo
perché è usato. Ma c'è un patto: una volta consumato questo,
l'anno venturo te ne danno un altro gratis, come è vero Dio! E
adesso passiamo agli Stati Uniti d'America, come si
chiamavano a scuola. Una premessa: sono fiero di questi
pantaloni!» ed egli spiegò davanti a Raskòlnikov un paio di
pantaloni grigi, di leggera stoffa estiva. «Neanche un buchetto,
nessuna macchia, e tutt'altro che male, anche se sono usati;
altrettanto dicasi del panciotto, dello stesso colore, come vuole
la moda. Quanto all'essere usati, a dire il vero è perfino un
vantaggio: sono più morbidi, più delicati. Vedi, Ròdja, per far
carriera a questo mondo, secondo me, basta attenersi sempre
alla stagione; se in gennaio non pretendi asparagi, conserverai
qualche rublo in più in saccoccia; lo stesso vale per questo
acquisto. Ora siamo d'estate, e io ho fatto un acquisto estivo;
verso l'autunno sarà la stagione stessa a esigere una stoffa più
calda, e tu dovrai liberarti di questa roba... tanto più che avrà
avuto tutto il tempo di andare in pezzi; e sparirà da sola, se non
per maggiori disponibilità finanziarie da parte tua, certamente
per i suoi vizi intrinseci Su, dimmi il prezzo! Quanto credi che
abbia speso? Due rubli e venticinque copeche! E, tienlo bene a
mente: anche per questi vale il patto di prima, cioè, logorati
questi calzoni, l'anno venturo ne avrai un altro paio gratis!
Nella bottega di Fedjàev si vende solo così: una volta sborsati i
soldi, basta per tutta la vita, perché un'altra volta sarai tu stesso
a non andarci. E adesso passiamo agli stivali... Che te ne pare?
Si vede che sono usati, ma per un paio di mesi andranno bene,
perché è roba estera: li ha venduti una settimana fa al bazar un
segretario dell'ambasciata inglese. Li aveva portati soltanto sei
giorni, ma poi s'è trovato a corto di quattrini. Prezzo: un rublo e
cinquanta copeche. Bel colpo, no?»
«Ma forse non gli vanno bene!» osservò Nastàsja.
«Non gli vanno bene?... E questa, allora, cos'è?» e Razumìchin
tirò fuori di tasca una vecchia scarpa di Raskòlnikov, grinzosa,
bucata, e tutta sporca di fango secco. «Ci sono andato
portandomi questa per campione, ed è in base a questa
schifezza che mi hanno dato la misura giusta. Tutta la trattativa
è stata condotta col più cordiale affetto.
Quanto alla biancheria, mi sono messo d'accordo con la
padrona. Anzitutto, ecco tre camicie, di tela, sì, ma col colletto
alla moda... Dunque: sono ottanta copeche il berretto, due rubli
e venticinque il resto del vestiario, in totale tre rubli e
venticinque. Un rublo e cinquanta gli stivali - perché son
proprio di quelli buoni - e fanno quattro rubli e
cinquantacinque copeche; più cinque rubli per tutta la
biancheria - un affare all'ingrosso - fanno esattamente nove
rubli e cinquantacinque copeche. Quarantacinque copeche di
resto - tutti cinquini di rame, eccoli qui, prendili -, e così,
Ròdja, sei vestito da capo a piedi, perché, secondo me, il tuo
cappotto non solo può ancora andare, ma ha perfino un aspetto
di particolare nobiltà: vedi cosa vuol dire ordinare gli abiti da
Charmeur! Quanto ai calzini e al resto, ci penserai tu stesso;
rimangono venticinque rubli. Quanto a Pàšenka e all'affitto non
ci pensare. Te l'ho già detto: credito illimitato. E adesso, mio
caro, lascia che ti si cambi la biancheria, perché, forse, tutti i
tuoi malanni si sono annidati nella camicia...»
«Lasciami stare! Non voglio!» si schermiva Raskòlnikov, che
aveva ascoltato con aria disgustata il resoconto pesantemente
scherzóso di Razumìchin sull'acquisto degli indumenti
«Questo, mio caro, è impossibile; perché mai, se no, mi sarei
consumato le suole?» insisteva Razumìchin.
«Nastàsjuška, non fate la pudica, datemi una mano: ecco,
così!» e nonostante la resistenza di Raskòlnikov, egli riuscì a
cambiargli la biancheria. Raskòlnikov si lasciò cadere sul
capezzale, e per un paio di minuti non disse parola.
«Ma quando mi lasceranno in pace?» pensava. «Con che soldi
è stata comprata tutta questa roba?» chiese alla fine, fissando la
parete.
«Con che soldi? Questa sì che è buona! Con i tuoi. Poco fa c'è
stato un fattorino, da parte di Vachrùšin; e i soldi te li ha
mandati la mamma. O hai dimenticato anche questo?»
«Adesso ricordo,» disse Raskòlnikov dopo aver pensato a
lungo, cupamente. Razumìchin, accigliato, gli lanciava
occhiate inquiete.
L'uscio si aprì ed entrò un individuo alto e ben piantato; anche
il suo aspetto parve a Raskòlnikov non del tutto nuovo.
«Zòsimov ! Era tempo !» esclamò Razumìchin, tutto contento.
4
Zòsimov era un individuo alto e corpulento, dal volto pallido e
un po' enfiato, completamente rasato, i capelli biondicci e lisci,
gli occhiali, e un grande anello d'oro infilato a un dito gonfio di
grasso. Gli si potevano dare ventisette anni. Indossava un
soprabito estivo, ampio ed elegante, e pantaloni leggeri di color
chiaro; in generale, tutto ciò che portava era ampio, elegante e
molto curato; la biancheria era irreprensibile, la catena
dell'orologio massiccia. Le sue movenze e i suoi modi erano
lenti e quasi fiacchi e, insieme, studiatamente disinvolti; la
presunzione, del resto accuratamente nascosta, traspariva in lui
di continuo. Tutti quelli che lo conoscevano lo giudicavano una
persona dal carattere pesante, ma dicevano che come medico
sapeva il fatto suo.
«Mio caro, sono passato da te già due volte... Vedi? È tornato
in sé!» esclamò Razumìchin.
«Vedo, vedo; allora, come ci sentiamo?» chiese Zòsimov a
Raskòlnikov, guardandolo attentamente e sedendosi accanto a
lui in fondo al divano, dove subito si distese per quanto poté.
«Continua ad avere le paturnie,» proseguì Razumìchin, «poco
fa gli abbiamo cambiato la biancheria e c'è mancato poco che si
mettesse a piangere.»
«È naturale; gliela si poteva cambiare anche dopo, se non
voleva. Il polso va bene, è buono. E la testa fa ancora un po'
male?»
«Io sto bene, sto benissimo!» esclamò Raskòlnikov, in tono
spazientito e ostinato, sollevandosi sul divano con un lampo
d'ira negli occhi; ma subito ricadde sul guanciale e si sdraiò col
viso rivolto alla parete. Zòsimov lo osservava attentamente.
«Molto bene... tutto in regola,» diss'egli con voce stanca. «Ha
mangiato qualcosa?» Glielo dissero, e gli chiesero cosa si
poteva dare all'infermo.
«Tutto gli si può dare... Minestra, tè... Naturalmente, niente
funghi e cetrioli, e anche la carne è meglio non dargliela, e...
ma perché tante chiacchiere!...» scambiò uno sguardo con
Razumìchin. «Via la mistura, e via tutto il resto; domani verrò
a dare un'occhiata. Non sarebbe male farlo oggi... però...»
«Domani sera lo porterò a passeggio!» decise Razumìchin,
«nel parco Jusùpov, e poi faremo una capatina al Palazzo di
cristallo.»
«Domani io non lo farei ancora muovere... però... forse un
pochino... be', staremo a vedere.»
«Che sfortuna! Proprio oggi festeggio l'inaugurazione del mio
nuovo alloggio: è qui a due passi; che bello se ci venisse anche
lui! Magari potrebbe starsene sul divano, in mezzo a noi! Tu ci
sarai, vero?» chiese a un tratto a Zòsimov.
«Guarda di non dimenticartene, l'hai promesso.»
«Forse, magari sul tardi. Cos'hai preparato?»
«Niente di speciale: tè, vodka, aringhe. Verrà servito un
pasticcio di carne... Ci saranno tutti i nostri.»
«E precisamente chi?»
«Tutta gente di qui, quasi tutta gente nuova. Già, tranne forse il
mio vecchio zio; ma è nuovo anche lui: è arrivato a Pietroburgo
soltanto ieri, per certi suoi affarucci; ci vediamo una volta ogni
cinque anni.»
«Che tipo è?»
«Ha vegetato tutta la vita facendo il direttore delle poste in
provincia; riceve una pensioncina, ha sessantacinque anni; non
vale la pena di parlarne... Del resto, gli voglio bene. Verrà
Porfìrij Petròviè, un giudice istruttore... un giurista. Ma lo
conosci, credo...»
«Tuo parente anche lui?»
«Molto alla lontana; ma perché mi fai la faccia scura? Solo
perché avete litigato una volta, adesso vorresti forse non
venire?»
«Non me ne importa un fico di lui.»
«Meglio così. Be', e poi ci saranno dei maestri, un funzionario,
un musicista, un ufficiale, Zamëtov...»
«Ti prego, vuoi spiegarmi cosa può esserci in comune fra te,
oppure lui», Zòsimov indicò col capo Raskòlnikov, «e un
individuo come Zamëtov?»
«Oh, che schizzinoso! I princìpi!... Tu sei tutto montato su
princìpi, come su delle molle; non osi fare un solo passo di tua
spontanea volontà; secondo me, invece, è una brava persona;
ecco il principio, per me, e non voglio sapere altro. Zamëtov è
un'ottima persona.»
«E prende le bustarelle.»
«Va bene, prende le bustarelle: e chi se ne frega? Che importa
se le prende?» gridò Razumìchin irritandosi all'improvviso in
maniera poco naturale, «ti ho forse parlato bene di lui perché
prende le bustarelle? Ho detto che alla sua maniera è un gran
brav'uomo! E poi, a voler cercare il pelo nell'uovo, credi che ne
rimarrebbero molte di brave persone ?
Ma allora per me, con tutta la mia trippa, darebbero sì e no una
cipolla cotta, e anche quella soltanto se ci fossi tu di giunta!»
«È poco; io per te ne darei anche due, di cipolle...»
«E io invece, per te, una sola! Fa' pure dello spirito! Zamëtov è
ancora un ragazzetto, e io gli darò una tiratina d'orecchi, perché
il problema è di portarlo dalla nostra parte, e non di
respingerlo. Respingendo un uomo non lo correggi, e tanto
meno un ragazzo. Con un ragazzo ce ne vuole il doppio, di
prudenza. Non capite proprio niente, voi, teste di rapa
progressiste! Non rispettate gli altri, e finite per non rispettare
voi stessi... E poi, se vuoi proprio saperlo, stiamo anche
risolvendo insieme una questioncina.»
«Vorrei sapere quale...»
«Sempre quella del pittore, cioè dell'imbianchino... Lo faremo
uscire; vedrai se non lo faremo uscire! Del resto, i suoi guai
ormai sono finiti. Ormai la faccenda è perfettamente chiara!
Noi ci limiteremo a darle una spinta.»
«Cos'è questa storia dell'imbianchino?»
«Come, non te l'ho raccontata? No?... Si vede che ti avevo
raccontato solo il principio... Sai, a proposito dell'assassinio di
quella vecchia usuraia, la moglie del funzionario... Be', adesso
han tirato in ballo anche un imbianchino...»
«Di questo assassinio ho sentito parlare prima di te, e posso
perfino dire che la questione mi interessa... almeno in parte...
da un certo punto di vista... e ne ho letto anche sui giornali! Ma
francamente...»
«Hanno ammazzato anche Lizavèta!» sbottò d'un tratto
Nastàsja, rivolgendosi a Raskòlnikov. Era rimasta tutto il
tempo nella stanza, stretta contro l'uscio, ad ascoltare.
«Lizavèta?» mormorò Raskòlnikov, con una voce così fioca
che si udiva appena.
«Ma sì, Lizavèta, la venditrice: non la conosci, forse? Veniva
qui, di sotto. Ti ha anche aggiustato una camicia.»
Raskòlnikov si voltò verso la parete, e sulla sudicia tappezzeria
gialla, adorna di fiorellini bianchi, ne scelse uno rozzamente
disegnato con certi trattini marrone, e prese a studiarlo: quante
foglioline aveva, quali dentellature, e quanti trattini c'erano
sulle varie foglioline... Sentiva che gli si erano irrigiditi le mani
e i piedi, come se non li avesse più, ma non provava nemmeno
a muoversi, e fissava ostinatamente il fiorellino.
«Allora, quest'imbianchino?...» disse Zòsimov, interrompendo
in tono seccato le chiacchiere di Nastàsja. Quella diede un
sospiro e ammutolì.
«Bell'assassino,
accalorandosi.
hanno
scovato!»
proseguì
Razumìchin
«Ci sono indizi?»
«Ma quali indizi? Be', sì, è successo proprio in base a un
indizio, ma un indizio che non è tale... ed è questo che
dobbiamo dimostrare! È la stessa identica faccenda dell'arresto
e dei sospetti relativi a quei due, come si chiamano?...
Koch e Pestrjakòv. Puah! Agiscono così da scemi, sempre, che
fa schifo perfino a chi ne è fuori! Forse oggi Pestrjakòv passerà
da me... A proposito, Ròdja, tu devi saperne qualcosa, della
faccenda, visto che è successa prima della tua malattia, proprio
il giorno prima che tu perdessi i sensi al commissariato, quando
hanno cominciato a parlarne...»
Zòsimov guardò con curiosità Raskòlnikov; ma quello non si
mosse.
«Sai cosa ti dico, Razumìchin? Ti guardo e penso: ma che razza
di impiccione sei mai!» osservò Zòsimov.
«Sarà come dici tu, ma noi lo faremo uscire!» gridò
Razumìchin, battendo il pugno sulla tavola. «In questa
faccenda, sai cos'è più brutto di tutto? Non le scemenze che
dicono; le scemenze si possono sempre perdonare; sono una
cosa positiva, in fondo, perché portano alla verità. No, quel che
dà più fastidio è che prima le dicono, e poi le ammirano. Io
rispetto Porfìrij, ma... ecco, per esempio, cos'è che li ha fatti
sgarrare subito? La porta era chiusa; però, quando sono arrivati
su con il portinaio, era aperta: dunque a uccidere dovevano
essere stati Koch e Pestrjakòv! Ecco la loro logica.»
«Non te la prendere tanto; li hanno solo fermati; non si poteva
mica... A proposito: io devo averlo incontrato, questo Koch;
non è stato appurato che comprava dalla vecchia i pegni
scaduti? Oppure mi sbaglio?»
«Sì, sì, una specie di lestofante! Anche le cambiali, compra. Un
trafficone. Se ne vada un po' al diavolo! Se me la prendo, non è
per questo: è per quella loro routine decrepita, così banale, così
frusta... Mentre in una faccenda così si deve battere un'altra
strada, completamente nuova. Si può arrivare, in base ai soli
dati psicologici, a individuare la traccia giusta. ‹Ma noialtri
abbiamo i fatti!› Già: solo che i fatti non sono ancora tutto:
almeno metà della questione sta nel saperli interpretare, i fatti!»
«E tu li sai interpretare, i fatti?»
«È impossibile starsene zitti quando si intuisce, sia pure
confusamente, di poter dare una mano... Eh!... Tu la conosci
bene, la faccenda?»
«Sto ancora aspettando che mi parli dell'imbianchino.»
«Già, è vero! Dunque, senti la storia: esattamente il terzo
giorno dopo l'assassinio, di mattina, mentre quelli stavano
ancora dietro a Koch e Pestrjakòv - benché i due avessero reso
conto di ogni loro passo; e l'evidenza si impone! -,
all'improvviso capita un fatto nuovo. Un contadino di nome
Dùškin, gestore di una bettola situata proprio di fronte
all'edificio del delitto, si presenta al commissariato portando un
astuccio da gioielliere con dentro degli orecchini d'oro, e ti tira
fuori tutto un romanzo: ‹L'altro ieri verso sera, poco dopo le
otto›, quel giorno e quell'ora, capisci! ‹è arrivato di corsa un
imbianchino che era già stato da me altre volte, un tale Nikolàj,
portandomi questa scatoletta con gli orecchini d'oro e le
pietruzze, e mi ha pregato di dargli due rubli lasciandomela in
pegno. Quando gli ho chiesto: ‹Dove li hai presi?›
ha risposto di averli trovati sul marciapiede. Io non gli ho
chiesto altro, è sempre Dùškin che parla, ‹e gli ho sborsato un
bigliettino. cioè un rublo, perché ho pensato che la roba, se non
la dava in pegno a me, la dava a un altro, e se la sarebbe bevuta
comunque, mentre era meglio che l'oggetto restasse presso di
me: in questi casi, più è fuori di mano e più lo ritrovi.
Se poi fosse saltato fuori il proprietario, oppure fossero corse,
che so, delle voci, ecco che io avrei portato tutto qui a voi.›
Be', è chiaro che Dùškin spara balle a più non posso e che è
tutta una storia, perché io questo Dùškin lo conosco, anche lui
è uno che presta su pegno e ricetta refurtiva, e un oggetto da
trenta rubli non l'avrà certo fregato a Nikolàj soltanto per
‹portarlo qui›. Semplicemente, ha avuto paura. Questo
comunque non c'entra; sta' un po' a sentire. Dùškin continua
così:
‹Io questo contadino, Nikolàj Demèntiev, lo conosco sin da
piccolo, è della nostra provincia e del nostro distretto, è di
Zaràjsk, mentre noi siamo di Rjazàn. Non è che sia proprio un
ubriacone, Nikolàj, però bevucchia, e si sapeva che lavorava
proprio in quella casa, come imbianchino, insieme a Mìtrij; e
lui e Mìtrij sono delle stesse parti. E quando ha avuto da me il
rublo, subito l'ha cambiato, s'è scolato due bicchierini uno
sull'altro, ha preso il resto e se n'è andato, mentre Mìtrij, quella
volta, io non l'ho visto. Ma il giorno dopo abbiamo saputo che
Alena Ivànovna e sua sorella Lizavèta Ivànovna, erano state
ammazzate con la scure, e noi le conoscevamo tutte e due, e
allora mi è venuto il dubbio riguardo agli orecchini, perché
sapevamo che la defunta prestava denaro su pegno. Allora sono
andato a casa loro e ho cominciato con prudenza a chiedere qua
e là, pian pianino, e per prima cosa ho domandato: È qui
Nikolàj?' e Mìtrij mi ha detto che Nikolàj s'era dato alla
baldoria, era venuto a casa all'alba, ubriaco, c'era rimasto circa
dieci minuti ed era uscito di nuovo.
Dopodiché Mìtrij non l'aveva più visto, e stava finendo il
lavoro da solo. Ora, questo lavoro è sulla stessa scala delle due
donne uccise, ma al secondo piano. Sentito tutto ciò, non ne
abbiamo parlato con nessuno›, è sempre Dùškin che parla, ‹ma
ci siamo informati sull'assassinio quanto è stato possibile, e
siamo tornati a casa sempre con lo stesso dubbio di prima.
E questa mattina alle otto›, cioè tre giorni dopo, capisci? ‹vedo
entrare da me Nikolàj, che aveva bevuto ma non era nemmeno
troppo ubriaco, e un discorso lo poteva capire. Si è seduto sulla
panca e non parlava. Nella bettola, a quell'ora, oltre a lui c'era
soltanto uno sconosciuto, e un altro che dormiva sulla panca,
un conoscente, più due dei nostri ragazzi. 'Hai visto Mìtrij?' gli
domando. 'No,' risponde, 'non l'ho visto.' 'E qui non ci sei
stato?' 'Non ci sono stato,' risponde, 'dall'altro ieri.' 'E oggi dove
hai passato la notte?' 'A Peskì,' dice, 'presso gente di Kolomnà.'
'E,' dico io, 'dove hai preso quella volta gli orecchini?' 'Li ho
trovati sul marciapiede', ma lo dice come se non fosse la verità,
senza guardarmi in faccia. 'E hai sentito,' dico io, 'che è
accaduto questo e questo, proprio quella tal sera, proprio a
quell'ora, proprio su quella scala?' 'No,' risponde, 'non ne so
niente', ma intanto mi sta ad ascoltare, strabuzza gli occhi e
d'un tratto si fa bianco come il gesso. Io gli racconto tutto, e
mentre lo guardo, lui piglia il berretto e fa per alzarsi. Io allora
ho voluto trattenerlo: 'Aspetta, Nikolàj,' gli ho detto, 'non vuoi
bere un po'?' E intanto faccio segno con l'occhio al ragazzo, che
tenga chiusa la porta, ed esco da dietro il banco: ma lui schizza
via, scappa nella strada, e poi dagli di corsa, dentro il vicolo, e
chi s'è visto s'è visto. Allora, mi sono liberato del mio dubbio,
perché è chiaro che il peccato l'ha commesso lui...›»
«Lo credo bene!...» disse Zòsimov.
«Aspetta! Ascolta la fine! Naturalmente, si buttarono a
capofitto a cercare Nikolàj: Dùškin è stato trattenuto e gli
hanno fatto una perquisizione, e altrettanto hanno fatto con
Mìtrij; e hanno messo a soqquadro anche quella tal gente di
Kolomnà, quando improvvisamente, l'altro ieri, ecco che ti
portano Nikolàj in persona: l'hanno fermato presso la barriera
tale in una locanda. Era arrivato là, si era sfilato dal collo la
crocetta d'argento, e in cambio aveva chiesto un quartino.
Glielo avevano dato. Dopo qualche minuto, una contadina era
entrata nella stalla delle vacche e guardando da una fessura,
aveva visto che lui aveva attaccato la cintura a una trave e
aveva fatto un nodo; poi era salito sopra un ceppo, e cercava di
infilarsi il nodo al collo; la donna s'era messa a gridare come
una matta, era accorsa gente: ‹Ah, ma allora qui c'è qualcosa
che non va!› ‹conducetemi,› fa lui, ‹al commissariato tale,
voglio confessare tutto.› Be', lo hanno portato a quel
commissariato, vale a dire qui, con tutti gli onori del caso. E
poi comincia la solita tiritera: questo e quello e chi e come e
quanti anni- ‹ventidue› - eccetera eccetera. Domanda: ‹Quando
stavate lavorando insieme a Mìtrij, non avete visto qualcuno
sulla scala, all'ora tale?› Risposta: ‹Sapete, forse qualcuno sarà
passato, ma noi non gli abbiamo badato.› ‹Ma non avete sentito
qualcosa, rumori o altro?› ‹Non abbiamo sentito niente di
speciale.› ‹E tu, Nikolàj, lo sai che proprio quel giorno una
certa vedova - proprio quel giorno e a quell'ora - è stata uccisa
insieme a sua sorella, e rapinata?› ‹Non so niente, non ho mai
saputo niente. Per la prima volta ne ho sentito parlare da
Afanàsij Pàvlyè, tre giorni dopo, nella bettola.› ‹E dove hai
preso gli orecchini?› ‹Li ho trovati sul marciapiede.› ‹E perché
il giorno dopo non sei andato a lavorare con Mìtrij?› ‹Perché
ho fatto baldoria.› ‹E dove?› ‹Lì e lì.› ‹Perché sei scappato via
da Dùškin ?› ‹Perché avevo una gran paura.› ‹Paura di cosa?›
‹Di essere condannato!› ‹Ma perché avevi paura di questo,
visto che ti senti del tutto innocente?...› Be', puoi anche non
credermi, Zòsimov, ma questa domanda è stata fatta, e
letteralmente in questi termini; lo so di sicuro, mi è stata riferita
con esattezza! Che te ne pare? Eh... Che te ne pare?»
«Un momento... gli indizi ci sono, e come...»
«Io adesso non parlo degli indizi, parlo della domanda, del
modo in cui quelli intendono il loro lavoro ! Possano crepare
tutti quanti!... Fatto sta che a furia di interrogarlo, di fare
pressioni su pressioni, ha finito per confessare: ‹Non li ho
trovati sul marciapiede, ma nell'appartamento in cui io e Mìtrij
davamo la tinta.› ‹E in che modo?› ‹In questo modo: io e Mìtrij
abbiamo dato la tinta per tutto il giorno, fino alle otto, e ci
preparavamo ad uscire, quando Mìtrij ha preso il pennello e mi
ha dato una pennellata sul muso, me l'ha dipinto, e poi è
scappato; e io a corrergli dietro. E mentre gli correvo dietro
così, gridavo a squarciagola; e quando dalle scale siamo
arrivati sotto l'androne, sono finito addosso, di slancio, al
portinaio e a certi signori, quanti erano i signori non lo ricordo,
ma ricordo che il portinaio mi ha insultato, e anche un altro mi
ha insultato e la moglie del portinaio è uscita e ci ha insultati
anche lei, e intanto stava entrando nell'androne un signore con
una signora, e ci ha insultati lui pure, perché io e Mìtka
stavamo in terra attraverso il passaggio: e io ho acchiappato
Mìtka per i capelli e ho cominciato a dargliele, e anche Mìtka,
che mi stava sotto, m'ha afferrato per i capelli e me le dava,
però non lo facevamo con rabbia, ma per scherzo così per
gioco. Poi Mìtka si è liberato ed è corso fuori nella strada, e io
dietro, però non l'ho raggiunto e sono tornato nell'appartamento
da solo, perché dovevo mettere un po' in ordine. Ho cominciato
a riassettare e aspettavo Mìtrij, chissà che non tornasse, quando
presso la porta d'ingresso, in un angolo, ho messo il piede sulla
scatoletta. Guardo: era lì per terra, avvolta in un pezzo di carta.
Io ho tolto la carta e ho visto dei piccoli gancetti, e ho tolto
questi gancetti e nella scatoletta ecco che c'erano gli
orecchini...›»
«Dietro la porta? Si trovava dietro la porta? Dietro la porta?»
esclamò a un tratto Raskòlnikov, fissando Razumìchin con uno
sguardo torbido e spaventato, poi si sollevò lentamente sul
divano, appoggiandosi su un braccio.
«Sì.. ma perché? Che cos'hai? Perché fai così?» e anche
Razumìchin si sollevò dalla sedia.
«Non è niente!...» rispose Raskòlnikov con voce appena
percettibile, lasciandosi ricadere sul cuscino e girandosi di
nuovo con la faccia alla parete. Tutti rimasero qualche istante
silenziosi.
«S'era assopito, deve aver fatto così nel dormiveglia,»
mormorò finalmente Razumìchin, guardando Zòsimov con aria
interrogativa, ma l'altro fece un lieve cenno negativo col capo.
«Be', continua a raccontare,» disse Zòsimov. «Cos'è successo
dopo ?»
«Cos'è successo dopo? Appena visti gli orecchini, subito,
dimenticando sia l'appartamento sia Mìtka, Nikolàj ha afferrato
il berretto ed è corso da Dùškin, ricevendone, come già
sappiamo, un rublo, e raccontandogli la frottola che li aveva
trovati sul marciapiede, dopodiché si è messo a far bisboccia.
Quanto all'assassinio, conferma quanto ha già detto:
‹Non ne so niente, non ne ho mai saputo niente, ne ho sentito
parlare soltanto il terzo giorno.› ‹E perché non ti sei presentato
prima?› ‹Per la paura.› ‹E perché ti volevi impiccare?› ‹Per
un'idea.› ‹Per quale idea?› ‹Che mi avrebbero condannato.›
Ecco qua tutta la storia. Adesso, cosa pensi che ne abbiamo
dedotto?»
«C'è poco da pensare, una traccia esiste, non è un gran che ma
esiste. Esiste un fatto. Non vorrai mica rimettere in libertà il
tuo imbianchino?»
«Ma quelli ne hanno fatto subito un omicida! Non hanno più il
minimo dubbio...»
«Tu esageri; te la prendi troppo... E gli orecchini? Dovrai
ammettere che se proprio in quello stesso giorno, e a quella
stessa ora, dal forziere della vecchia vanno a finire in mano a
Nikolàj, in qualche modo ci debbono pur essere arrivati. Non è
un indizio da buttar via.»
«Come sarebbe, andati a finire?» esclamò Razumìchin.
«Possibile che tu, dottore, tu, che più di chiunque altro sei
tenuto a studiare la natura umana - e più di chiunque altro ne
hai occasione - possibile che tu non veda, in base a tutti questi
elementi, che tipo è quel Nikolàj? Come fai a non vedere subito
che tutto quanto ha dichiarato negli interrogatori è sacrosanta
verità? Gli orecchini gli sono andati a finire in mano proprio
come ha detto lui. Ha messo il piede sulla scatoletta e l'ha
raccolta!»
«Sacrosanta verità?... Ma non ha riconosciuto lui stesso di aver
mentito, la prima volta?»
«Ascoltami. Ascoltami attentamente: il portinaio, e Koch e
Pestrjakòv, e l'altro portinaio, e la moglie del primo portinaio, e
la donna che in quel momento sedeva da lei in portineria, e il
consigliere di corte Krjùkov che era sceso proprio in quel
momento dalla vettura ed entrava nell'androne a braccetto con
una signora, tutti, cioè otto o nove testimoni, dichiarano
all'unanimità che Nikolàj aveva gettato Dmìtrij a terra, gli stava
sopra e lo scazzottava, mentre l'altro lo aveva afferrato per i
capelli e gliele stava dando anche lui di santa ragione. Sono
distesi lì in mezzo e ostruiscono il passaggio; da tutte le parti li
insultano, ma loro ‹come monellacci› (così hanno detto
letteralmente i testimoni) si azzuffano, strillano, se le danno e
ridono, ridono ambedue a crepapelle, con le facce più buffe del
mondo, e poi corrono fuori per la strada, uno a caccia dell'altro,
come bambini. Hai sentito? E adesso sta' bene attento: di sopra
ci sono i corpi delle due donne uccise, ancora tiepidi, capisci,
tiepidi, così come li hanno trovati! Se sono stati loro ad
ammazzare, o se è stato il solo Nikolàj, e se per di più hanno
rubato nei bauli, dopo averli scassinati, o anche hanno soltanto
partecipato in qualche modo alla rapina, lascia che ti rivolga
una domanda: come si concilia un simile stato d'animo, vale a
dire gli strilli, le risate, quella baruffa monellesca sotto
l'androne, con le scuri, il sangue, l'astuzia criminale, la
prudenza, la rapina?
Hanno appena ammazzato, non più di cinque o dieci minuti
prima - perché questo è ciò che risulta: i corpi sono ancora
caldi -, e subito dopo, abbandonati i cadaveri, lasciato aperto
l'appartamento, sapendo inoltre che poco prima è venuta della
gente, e trascurando anche il bottino, essi, come due ragazzini,
si rotolano sulla strada, ridono e attirano l'attenzione generale,
secondo quanto affermano all'unanimità dieci testimoni!»
«Certo è molto strano! È impossibile, naturalmente, ma...»
«No, mio caro, niente ma. Se gli orecchini, che vanno a finire
in mano a Nikolàj quello stesso giorno, costituiscono
effettivamente una grave circostanza di fatto a suo carico -
nondimeno spiegata nella maniera più chiara dalle sue
dichiarazioni, e di conseguenza perlomeno discutibile -,
bisogna pur prendere in considerazione anche i fatti a sua
giustificazione, tanto più che sono fatti inoppugnabili. Ora,
credi tu, conoscendo la nostra giurisprudenza, che quelli
terranno conto, saranno capaci di tener conto di un fatto simile
- basato unicamente su un'impossibilità psicologica, su un
semplice stato d'animo - come di un fatto inoppugnabile e tale
da distruggere tutte le prove materiali a carico, qualunque esse
siano? No, non ne terranno conto, non ne terranno conto per
niente al mondo, perché hanno trovato la scatola e inoltre
l'accusato voleva impiccarsi, ‹cosa che non sarebbe spiegabile
se non si fosse sentito colpevole!› Ecco la questione capitale,
ecco perché me la prendo tanto! Cerca di capirlo!»
«Vedo bene che te la prendi... Aspetta, ho dimenticato di
chiederti una cosa: da che cosa è provato che la scatola con gli
orecchini proviene veramente dal baule della vecchia?»
«Questo è stato provato,» rispose Razumìchin, accigliandosi e
come a malincuore. «Koch ha riconosciuto l'oggetto e ha
indicato chi l'aveva dato in pegno, e l'individuo in questione ha
provato in modo positivo che l'oggetto è proprio il suo.»
«Male. Un'altra cosa: nessuno ha visto Nikolàj mentre Koch e
Pestrjakòv salivano, e non è possibile provare ciò in qualche
maniera ?»
«Questo è il punto: nessuno l'ha visto,» rispose Razumìchin
con amarezza. «Questo è il guaio; perfino Koch e Pestrjakòv,
mentre salivano, non li avevano notati - anche se la loro
testimonianza, oggi come oggi, non avrebbe molto valore.
‹Abbiamo visto,› dicono, ‹che l'appartamento era aperto, che
qualcuno doveva lavorarci, ma passando non abbiamo fatto
attenzione, e non ricordiamo con precisione se in quel
momento ci fossero o no gli operai.»
«Mmh... quindi, come prova a discarico c'è solo il fatto che se
le davano e ridevano. Ammettiamo che sia una prova
importante, ma... permetti un momento: come spieghi, tu, tutta
la faccenda? Come spieghi il ritrovamento degli orecchini, se li
ha davvero trovati così come dice?»
«Come lo spiego? C'è poco da spiegare: è chiaro di per sé! Per
lo meno, la maniera con cui si deve ricostruire l'intera faccenda
è chiara e dimostrata, e a dimostrarla è stata proprio la
scatoletta. Il vero assassino, colui che ha lasciato cadere gli
orecchini, si trovava di sopra quando Koch e Pestrjakòv
bussarono, ed era chiuso dentro col gancio. Koch ha fatto una
sciocchezza a voler scendere anche lui, perché in quel tempo
l'assassino è saltato fuori ed è corso giù anche lui, visto che non
aveva altra via d'uscita. Sulle scale, per non farsi vedere da
Koch, da Pestrjakòv e dal portiere, si è nascosto
nell'appartamento vuoto, dal quale Dmìtrij e Nikolàj erano
usciti; è rimasto dietro la porta mentre il portinaio e quegli altri
salivano le scale, ha aspettato fino a quando non ha sentito più i
loro passi, e allora è sceso giù con la massima calma, proprio
nel momento stesso in cui Dmìtrij e Nikolàj correvano fuori per
la strada e tutti gli altri si erano allontanati e sotto l'androne non
era rimasto più nessuno. Forse lo hanno visto, ma non gli
hanno badato; quanta gente c'è che va e viene? Quanto alla
scatola, gli è caduta di tasca mentre si nascondeva dietro la
porta, e lui non se n'è accorto, perché aveva ben altro a cui
pensare. E la scatola è la prova più evidente che egli si trovava
proprio in quel posto. Così, eccoti tutta quanta la storia vera!»
«Ingegnoso! No, mio caro, troppo ingegnoso, più ingegnoso di
qualsiasi altra cosa!»
«Ma perché? Perché?»
«Perché tutto gli è andato troppo liscio... tanto che sembra un
intreccio... proprio come a teatro.»
«Eeh!...» cominciò Razumìchin, ma s'interruppe, perché in
quell'istante la porta si aprì ed entrò un nuovo personaggio,
sconosciuto a tutti i presenti.
5
Era un signore non più giovane, di bella presenza, dall'aria
manierata, circospetta e schizzinosa, che esordì col fermarsi
sulla soglia, guardandosi attorno con palese e offensiva
meraviglia come se si stesse domandando: «Dove sono mai
andato a finire?» Sospettosamente, e perfino con una certa
affettazione di spavento e quasi di sdegno, egli esaminava la
«cabina» di Raskòlnikov, stretta e bassa. Con la medesima
meraviglia fissò poi gli occhi sullo stesso Raskòlnikov,
svestito, scarmigliato, non lavato, disteso immobile sul suo
sordido, sudicio divano, e intento a sua volta ad osservarlo.
Poi, con la stessa lentezza, girò lo sguardo sulla figura
scomposta; dal volto non rasato e dai capelli arruffati, di
Razumìchin, che a sua volta lo fissava dritto negli occhi, senza
muoversi dal suo posto, con aria d'insolente interrogazione.
Quel silenzio teso durò circa un minuto, poi, com'era lecito
aspettarsi, ci fu finalmente un piccolo mutamento di scena.
Resosi conto, da certi sintomi d'altronde assai significativi, che
lì nella «cabina» non avrebbe ottenuto un bel niente con quel
piglio esageratamente sostenuto, il nuovo arrivato si ammansì
un poco e disse in tono cortese, seppur velato di sussiego,
rivolgendosi a Zòsimov e scandendo ogni sillaba della
domanda:
«Rodiòn Romànyè Raskòlnikov, signor studente o ex
studente?»
Zòsimov si mosse adagio adagio e, forse, avrebbe anche
risposto, se Razumìchin, che non c'entrava affatto, non fosse
intervenuto dicendo subito:
«Eccolo lì, disteso sul divano! E voi che volete?»
Questo familiare «e voi che volete?» smontò del tutto
l'altezzoso signore; stava già per voltarsi verso Razumìchin, ma
fece in tempo a frenarsi, e si affrettò a rivolgersi di nuovo a
Zòsimov.
«Ecco Raskòlnikov!» farfugliò Zòsimov, accennando col capo
verso il malato; poi sbadigliò, spalancando, nel farlo, una
boccaccia incredibilmente larga, che tenne per un tempo
incredibilmente lungo in quella posizione, infine, stese
lentamente le dita verso il taschino del gilè, ne cavò un
cipollone d'oro a doppia cassa, guardò l'ora e con la stessa
torpida indolenza mosse la mano per rimetterlo al suo posto.
Quanto a Raskòlnikov, per tutto quel tempo se n'era rimasto in
silenzio, supino, fissando insistentemente, anche se con
sguardo vuoto d'espressione, il nuovo venuto. Il suo volto, che
si era allontanato, ora, dal curioso fiorellino della tappezzeria,
era esangue ed esprimeva una sofferenza indicibile, come se
fosse appena uscito da un'operazione dolorosa o lo avessero
rimesso in libertà da pochi istanti dopo una tortura. Ma il
signore che era entrato cominciò a suscitare in lui, a poco a
poco, un'attenzione sempre più viva, poi perplessità, diffidenza
e persino, sembrò, timore. Quando Zòsimov, alla fine, lo indicò
dicendo: «Ecco Raskòlnikov», egli, sollevatosi di scatto a
sedere sul letto, con voce quasi di sfida, ma spezzata e fioca,
proferì:
«Sì! Io sono Raskòlnikov! Che cosa volete?»
Il visitatore lo guardò con attenzione e disse gravemente:
«Pëtr Petròviè Lùžin. Oso sperare che il mio nome non vi sia
del tutto sconosciuto.»
Ma Raskòlnikov, che s'aspettava tutt'altro, lo guardò con aria
ottusa e meditabonda e non rispose nulla, come se davvero
fosse quella la prima volta che udiva il nome di Pëtr Petròviè.
«Come? Possibile che non abbiate ricevuto ancora nessuna
notizia?» domandò Pëtr Petròviè, un po' risentito.
Per tutta risposta, Raskòlnikov si lasciò ricadere lentamente sul
cuscino, intrecciando le mani dietro il capo, e prese a fissare il
soffitto. Sul volto di Lùžin si dipinse un'ombra di tristezza.
Zòsimov e Razumìchin si misero a osservarlo con sempre più
viva curiosità tanto che, alla fine, egli sembrò confondersi.
«Supponevo e contavo,» prese a balbettare, «che la lettera,
imbucata ormai da più di dieci giorni, direi anzi da quasi due
settimane...»
«Sentite, perché ve ne state lì impalato accanto alla porta?»
tagliò corto Razumìchin. «Se avete qualcosa da spiegare,
cominciate almeno a sedervi, perché tutt'e due lì, voi e
Nastàsja, ci state stretti. Nastàsjuška, fatti in là, lascia passare!
Venite avanti, ecco una sedia, qui! Coraggio, venite avanti.»
Razumìchin scostò la sua sedia dal tavolo, lasciando un po' di
spazio libero fra quest'ultima e le sue ginocchia, e aspettò in
una posizione alquanto scomoda che il visitatore «s'infilasse»
in quella fessura. Il momento era stato scelto in modo che un
rifiuto era impossibile, e il visitatore si infilò attraverso
quell'angusto passaggio, affrettandosi e incespicando.
Raggiunta la sedia, vi si mise a sedere e guardò indeciso
Razumìchin.
«Del resto, non è proprio il caso che vi sentiate a disagio,»
sbottò costui, «Ròdja son già cinque giorni che sta male, per tre
giorni ha avuto il delirio; adesso però si è riavuto e ha persino
mangiato con appetito. Quello seduto lì è il suo dottore, che ha
appena finito di visitarlo, mentre io sono un compagno di
Ròdja, ex studente anch'io, e sto qui a fargli da balia; quindi
non tenete conto di noi, smettete di sentirvi a disagio e
seguitate a dire quel che dovete dire.»
«Vi ringrazio. Ma non disturberò il malato, per caso, con la mia
presenza e con la mia conversazione?» fece Pëtr Petròviè
rivolgendosi a Zòsimov.
«No-o,» farfugliò questi. «Anzi, credo che la cosa potrà
svagarlo», e sbadigliò di nuovo.
«È già un pezzo che ha ripreso conoscenza, fin da stamane!»
proseguì Razumìchin, con un tono familiare la cui apparente
bonaria sincerità indusse Pëtr Petròviè, dopo averci pensato su,
a riprendere coraggio: in parte, forse, anche perché quello
straccione spudorato s'era qualificato nel frattempo come
studente.
«Vostra mamma...» cominciò a dire Lùžin.
«Mmh!» fece Razumìchin rumorosamente. Lùžin lo guardò
con aria interrogativa.
«Non è niente, è stato solo così!... andate pure avanti...» Lùžin
si strinse nelle spalle.
«... La vostra mamma, mentre io ero ancora presso di lei, aveva
cominciato a scrivervi una lettera. Giunto qui, ho lasciato
trascorrere apposta qualche giorno prima di venire da voi;
volevo essere certo che voi foste al corrente di tutto: ma
adesso, con mia grande meraviglia...»
«Lo so, lo so!» tagliò corto Raskòlnikov con aria spazientita e
stizzosa. «Siete voi il fidanzato, dunque? Ma sì, lo so!... non
occorre dir altro!»
Pëtr Petròviè questa volta si offese sul serio, ma non disse
nulla. Si mise a pensare in fretta cercando di capire che cosa
significasse tutto ciò. Il silenzio si protrasse per circa un
minuto.
Intanto Raskòlnikov, che per rispondergli si era voltato un poco
verso di lui, improvvisamente ricominciò a squadrarlo con
notevole curiosità, come se prima non avesse avuto il tempo di
esaminarlo a sufficienza, o come se in lui qualcosa di nuovo lo
avesse colpito: per farlo si sollevò perfino un poco dal
guanciale. Effettivamente, nell'aspetto generale di Pëtr Petròviè
c'era qualcosa di speciale - precisamente ciò che sembrava
giustificare la qualifica di «fidanzato», datagli poco prima con
tanta sfrontata disinvoltura. Anzitutto, era anche troppo
evidente che Pëtr Petròviè non aveva tardato ad approfittare del
breve soggiorno nella capitale per farsi bello ed elegante, in
attesa della fidanzata; cosa, d'altra parte, del tutto lecita e
innocente. Anche la sua convinzione, forse un po' immodesta,
di aver fatto un piacevole mutamento in meglio, avrebbe potuto
essere perdonata in ragione delle circostanze, visto che Pëtr
Petròviè si trovava nei panni del fidanzato. Tutto il suo
abbigliamento era appena uscito dal sarto, e gli andava a
pennello, tranne che per un particolare: era tutto troppo nuovo
e tendeva con troppa evidenza a un determinato scopo. Anche
il cappello - tondo, elegante, nuovo di trinca - ne era una
riprova. Pëtr Petròviè lo trattava con una sorta di rispetto
eccessivo, e lo teneva in mano con esagerate precauzioni. Un
magnifico paio di guanti color lillà, autentici Jouvain,
testimoniava la stessa cosa, fosse solo per il fatto che non erano
infilati, ma soltanto tenuti in mano per essere ammirati.
Nell'abito, poi, prevalevano i colori chiari e giovanili.
Indossava una graziosa giacca estiva color marrone chiaro,
pantaloni leggeri chiari, un gilè dello stesso colore, biancheria
fine, appena acquistata, una cravattina di batista, la più leggera
possibile, a striscioline rosa; e il bello, poi, era che tutto questo
gli stava perfino bene. Il suo viso, molto fresco per non dire
bello, già di per sé sembrava più giovane dei suoi
quarantacinque anni. Le fedine scure lo ombreggiavano
gradevolmente da ambo i lati, e si infoltivano con molta grazia
presso il mento rasato e terso. Anche i capelli, per la verità un
tantino brizzolati, pettinati e arricciati dal barbiere, non davano
tuttavia la minima impressione di ridicolo o di sciocco, come
accade di solito con i capelli arricciati, che quasi sempre fanno
somigliare il volto a quello di un tedesco che vada all'altare. Se
poi in quella fisionomia abbastanza bella e seria c'era qualcosa
di effettivamente sgradevole e antipatico, ciò era dovuto a
tutt'altra causa. Dopo aver squadrato senza cerimonie il signor
Lùžin, Raskònikov ebbe un sorriso tagliente si abbandonò di
nuovo sul guanciale e riprese a fissare il soffitto.
Ma il signor Lùžin riuscì a dominarsi: a quanto sembrava,
aveva deciso di non dar peso, per il momento, a tutte quelle
stranezze.
«Sono dispiaciuto all'estremo di trovarvi in questa condizione,»
riprese a dire, rompendo con uno sforzo il silenzio. «Se avessi
saputo della vostra indisposizione, sarei venuto già prima a
trovarvi. Ma che volete, gli affari! Per di più, ho una questione
molto importante, come avvocato, alla Corte Suprema. Senza
parlare, poi, delle preoccupazioni contingenti che voi stesso
potete immaginare. Attendo infatti i vostri cari, voglio dire la
mamma e la sorella, da un momento all'altro...»
Raskòlnikov si mosse e fu lì lì per dire qualcosa; sul suo volto
si poteva leggere una certa agitazione. Pëtr Petròviè si fermò,
aspettando, ma siccome l'altro non disse nulla, proseguì:
«... Da un momento all'altro. Ho trovato per loro una
sistemazione provvisoria...»
«Dove?» chiese Raskòlnikov con voce fioca.
«Vicinissimo a qui, casa Bakalèev...»
«È sul Voznesènskij,» lo interruppe Razumìchin, «ci sono due
piani di stanze mobiliate, le affitta il mercante Jùšin; mi è
capitato di andarci.»
«Sì, delle stanze mobiliate...»
«La peggiore delle schifezze: sudiciume, puzzo, ed è anche un
luogo equivoco; vi son capitati degli incidenti; e poi, sa
soltanto il diavolo chi ci abita!.. Io stesso ci sono stato a causa
di un certo scandalo. In compenso costa poco.»
«Naturalmente, non ho potuto raccogliere tante notizie in
merito, poiché io stesso sono nuovo di queste parti,» ribatté
Pëtr Petròviè, punto sul vivo. «Del resto si tratta di due camere
molto, ma molto pulite, e siccome devono servire per un
periodo brevissimo... Ho già trovato un vero appartamento,
cioè il nostro futuro appartamento,» disse rivolto a
Raskòlnikov, «e adesso lo stanno rifinendo; io stesso, intanto,
abito in una stanza mobiliata, a due passi da qui, dalla signora
Lippevechzel, nell'appartamento di un mio giovane amico,
Andrèj Semënyè Lebezjàtnikov; è stato lui a indicarmi la casa
di Bakalèev...»
«Lebezjàtnikov?» proferì lentamente Raskòlnikov, come
cercando di ricordare qualcosa.
«Sì, Andrèj Semënyè Lebezjàtnikov; lavora in un ministero. Lo
conoscete, forse?»
«Sì... cioè no...» rispose Raskòlnikov.
«Scusate, mi era parso dalla vostra domanda. Un tempo sono
stato suo tutore.. Un giovane molto simpatico, che si tiene al
corrente di ogni novità... Io, poi, sono molto contento di
incontrare dei giovani: da loro si può imparare tutto quanto c'è
di nuovo.» E Pëtr Petròviè girò uno sguardo pieno di speranza
su tutti i presenti.
«In che senso?» domandò Razumìchin.
«Nel senso più serio, cioè per quanto riguarda l'essenza della
questione,» riprese a dire Petr Petròviè, come se si rallegrasse
di quella domanda. «Dovete sapere che manco da Pietroburgo
già da dieci anni. Tutte queste vostre novità, riforme, idee, tutto
questo è arrivato in parte anche da noi, in provincia; ma per
vederci più chiaro, è necessario trovarsi a Pietroburgo. Be', la
mia idea è che si riesce a vedere e a sapere ogni cosa
soprattutto osservando le nostre giovani generazioni. E lo
confesso: sono rimasto contento...»
«E di che cosa precisamente?»
«Non è facile rispondere alla vostra domanda. Posso
sbagliarmi, ma a me sembra di trovare una visione più chiara,
per così dire più critica; maggior senso pratico...»
«Questo è vero,» mormorò fra i denti Zòsimov.
«Sono balle, le tue... Nessun senso pratico,» lo attaccò subito
Razumìchin. «Il senso pratico lo si acquista a fatica, non casca
giù dal cielo. E noi, invece, son quasi duecento anni che ci
hanno disabituati dallo svolgere qualsiasi attività pratica...
Magari c'è fermento di idee,» disse rivolto a Petr Petròviè, «c'è
desiderio di bene, anche se in forma infantile; e c'è perfino
della gente onesta, nonostante l'enorme numero di imbroglioni
piovuti qui da tutte le parti; ma il senso pratico, malgrado tutto,
non lo si vede! Il senso pratico non è roba di tutti i giorni.»
«Non sono d'accordo con voi,» ribatté Pëtr Petròviè,
visibilmente compiaciuto. «Certo, esistono delle infatuazioni,
delle irregolarità, ma bisogna anche essere indulgenti: le
infatuazioni testimoniano della passione per la causa, e
dell'ambiente esterno sbagliato con cui la causa deve fare i
conti. Se poi è stato fatto poco, bisogna anche tener presente
che c'è stato poco tempo. Non starò a parlare dei mezzi. Inoltre,
secondo il mio punto di vista personale, se vi interessa
conoscerlo, qualcosa è stato fatto: si sono diffuse idee nuove
utili, e nuovi e utili libri che hanno preso il posto di quelli di
prima, che avevano carattere fantastico e romantico; la
letteratura va acquistando un carattere più maturo; molti
pregiudizi dannosi sono stati sradicati e messi alla berlina... In
una parola, ci siamo irrevocabilmente staccati dal passato, e
questo, secondo me, è già un lavoro serio...»
«Ha imparato tutto a memoria, e ora si esibisce,» disse
improvvisamente Raskòlnikov.
«Come?» domandò Pëtr Petròviè che non aveva udito bene, ma
non ricevette risposta.
«Tutto questo è giusto,» si affrettò a intervenire Zòsimov.
«Non è vero, forse?» proseguì Pëtr Petròviè, gettando uno
sguardo amabile a Zòsimov. «Dovete ammettere anche voi,»
seguitò rivolto a Razumìchin, con una certa aria, ormai, di
trionfo e di superiorità; e fu lì lì per aggiungere:
«giovanotto»; «dovete ammettere che vi è una riuscita o, come
si suol dir oggi, un progresso, se non altro in nome della
scienza e della verità economica...»
«Questo è un luogo comune!»
«No che non è un luogo comune! Se, ad esempio, fino ad oggi
mi dicevano: ‹ama gli altri› e io li amavo, che cosa ne veniva
fuori?» riprese a dire Pëtr Petròviè, forse un po' troppo
frettolosamente. «Ne veniva fuori che stracciavo il mio
caffettano a metà, lo dividevo con il mio prossimo, e ambedue
rimanevamo seminudi, secondo il proverbio russo: ‹Se corri
dietro a troppe lepri, non ne acchiappi nemmeno una›. La
scienza invece dice: ama innanzitutto te stesso, poiché a questo
mondo tutto è basato sull'interesse personale. Se amerai te
stesso, farai bene i tuoi affari e il tuo caffettano rimarrà intero.
La verità economica, poi, aggiunge che più ci sono, in seno alla
società, iniziative private organizzate e, per così dire, caffettani
interi, tanto più numerosi sono i saldi puntelli su cui essa si
regge, e tanto meglio vi si sviluppa anche la causa comune. Di
conseguenza, nell'acquistare unicamente ed esclusivamente per
me, con ciò stesso è come se acquistassi per tutti, e così il mio
prossimo riceve qualcosa di più di un caffettano lacero; e non
da singole elargizioni di privati, ma per effetto della generale
prosperità. È un'idea semplice, ma disgraziatamente per troppo
tempo non è venuta in mente a nessuno, offuscata dagli
entusiasmi e dalle fantasticherie, mentre non ci vuol poi molto
acume, sembrerebbe, per capire...»
«Scusate, io stesso non ho molto acume,» lo interruppe
bruscamente Razumìchin, «e perciò smettiamola. Io, dovete
sapere, m'ero messo a parlare con un certo scopo preciso, dato
che tutte queste chiacchiere fatte per puro diletto, tutti questi
interminabili sfoghi a base di luoghi comuni - sempre le stesse
cose, sempre le stesse cose! - mi sono talmente venuti a nausea,
in questi tre anni, che, parola d'onore, mi sento arrossire
quando qualcun altro - non dico io - ne parla in mia presenza.
Voi, naturalmente, vi siete affrettato a esibire la vostra cultura,
cosa del tutto perdonabile, e io mi guardo bene dal biasimarvi.
Ma, dal canto mio, io volevo soltanto capire chi siète, perché,
dovete sapere, in questi ultimi tempi si sono mescolati alla
causa tanti di quei trafficanti d'ogni risma, e hanno talmente
deformato tutto ciò con cui sono venuti in contatto, volgendolo
a proprio vantaggio, che la causa stessa ne è rimasta
decisamente insozzata. Be', e ora basta!»
«Egregio signore,» cominciava già a dire il signor Lùžin,
indignandosi molto dignitosamente, «non vorrete forse
insinuare, in questa vostra maniera così indelicata, che
anch'io...»
«Oh, ci mancherebbe altro, ci mancherebbe altro... Come potrei
mai osare?... Be', e ora basta davvero!» tagliò corto
Razumìchin, voltandosi di scatto verso Zòsimov per riprendere
la conversazione di prima.
Pëtr Petròviè si mostrò abbastanza intelligente da contentarsi di
quella spiegazione. D'altronde, dopo un paio di minuti pensò
anche bene di andarsene.
«Spero che la conoscenza fatta,» disse rivolto a Raskòlnikov
«si rafforzerà ancor più dopo la vostra guarigione, date le
circostanze che vi sono note... Vi auguro soprattutto una buona
salute...»
Raskòlnikov non volse nemmeno il capo. Pëtr Petròviè
cominciò ad alzarsi dalla sedia.
«A uccidere è stato sicurissimamente uno di quelli che avevano
dato degli oggetti in pegno alla vecchia!» stava dicendo
Zòsimov in tono convinto.
«Senz'altro uno di quelli!» fece eco Razumìchin. «Porfìrij non
lascia trapelare ciò che pensa veramente, però li sta
interrogando.»
«Li sta interrogando?» domandò a voce alta Raskòlnikov.
«Sì, e con ciò?»
«Niente.»
«E dove va a scovarli?» domandò Zòsimov.
«Alcuni li ha indicati Koch; i nomi di altri erano scritti sui
pacchettini, mentre altri ancora si sono presentati
spontaneamente, appena hanno saputo...»
«Dev'essere stato un furfante matricolato, rapido ed esperto!
Che audacia! Che decisione!»
«E invece non è affatto così!» ribatté Razumìchin. «proprio
questo pregiudizio che vi confonde le idee. Io affermo, al
contrario, che si tratta di un tipo impacciato, inesperto, e che
certamente si trovava al suo primo passo! Se partite dall'ipotesi
di un'azione calcolata e di un delinquente esperto, tutto risulta
inverosimile. Immagina invece un tipo inesperto e, di
conseguenza, che sia stato soltanto il caso a trarlo d'impiccio;
che cosa non ti combina il caso? Immagina che lui, forse, non
aveva neppure previsto gli ostacoli! Che cosa ti fa, dunque?...
Piglia su oggetti da dieci o venti rubli e se ne riempie le tasche,
fruga nel forziere della vecchia, in mezzo agli stracci, e questo
mentre nel comò, nel primo cassetto, in una scatoletta, c'erano
millecinquecento rubli, senza contare le cambiali! Non ha
saputo nemmeno rubare, è stato capace soltanto di uccidere!
Era al suo primo passo, te lo dico io; e, al primo passo, ha
perduto la testa! Ne è uscito sano e salvo non per calcolo, ma
per puro caso!»
«Se non sbaglio, state parlando del recente assassinio di quella
vecchia, vedova di un funzionario,» intervenne, rivolgendosi a
Zòsimov, Pëtr Petròviè, che già stava in piedi col cappello e
con i guanti in mano, ma che prima d'andarsene voleva ancora
lasciare dietro di sé qualche parola intelligente Si sforzava
ancora, in apparenza, di far buona impressione: la vanità
prevaleva sul buonsenso.
«Sì. Ne avete sentito parlare?»
«Come no? Qui nel vicinato...»
«E conoscete i particolari?»
«Questo non potrei affermarlo; ma a interessarmi è, per così
dire, la questione nel suo complesso. Intanto c'è il fatto che,
durante gli ultimi cinque anni, i delitti nella classe inferiore
sono aumentati di numero, anche senza contare le rapine e gli
incendi, che si verificano dovunque e continuamente; ma la
cosa più strana, per me, è che anche nelle classi superiori i
delitti crescono di numero e, per così dire, parallelamente. Qui
si sente dire che un ex studente ha svaligiato la vettura postale
sulla strada maestra; là che individui in vista per la loro
posizione sociale stampano moneta falsa; a Mosca ti
acchiappano un'intera brigata di falsari, che hanno imitato le
cartelle dell'ultimo prestito abbinato alla lotteria, e fra i
maggiori responsabili figura un docente di storia universale; in
un'altra occasione ancora, viene ucciso un nostro segretario
d'ambasciata in missione all'estero, per ragioni di denaro e
nemmeno troppo chiare... Se, adesso, anche questa vecchia
usuraia è stata uccisa da un membro dei ceti più elevati, visto
che i contadini non impegnano oggetti d'oro, come spiegate voi
questa corruzione degli strati più civilizzati della nostra
società?»
«Ci sono stati molti mutamenti economici...» intervenne
Zòsimov.
«Come si spiega?» passò di nuovo all'attacco Razumìchin. «Si
spiega proprio con la nostra radicata mancanza di senso
pratico.»
«Sarebbe a dire?»
«Che cosa ha risposto, a Mosca, quel vostro docente di storia
universale, quando gli hanno chiesto perché falsificava le
cartelle del prestito? ‹Tutti si arricchiscono con vari sistemi, e
così ho voluto arricchirmi rapidamente anch'io.› Non ricordo le
parole precise, ma il significato era: a spese altrui, alla svelta,
senza fatica! Si sono abituati a vivere a sbafo, a camminare con
le dande, a trovarsi la pappa bell'e pronta; e appena è scoccata
la grande ora, ecco che ognuno si è mostrato per quel che
realmente è...»
«E la morale e, per così dire, i princìpi, dove li mettiamo?...»
«Ma di che vi preoccupate?» interloquì improvvisamente
Raskòlnikov. «Le cose si svolgono proprio secondo la vostra
teoria!»
«Come sarebbe, secondo la mia teoria?»
«Portate alle conseguenze ultime ciò che avete predicato qui
poco fa, e ne verrà fuori che si può benissimo sgozzare la
gente...»
«Ma cosa vi salta in mente?» esclamò Lùžin.
«No, non è affatto così!» fece eco Zòsimov.
Raskòlnikov giaceva pallido, col labbro superiore che gli
tremava, respirando a fatica.
«C'è un limite a tutto,» proseguì alteramente Lùžin. «Una
teoria economica non è ancora un invito all'omicidio, e per
poco che si supponga...»
«Ma non è forse vero che voi,» lo interruppe di nuovo
Raskòlnikov, con una voce tremante d'ira in cui si sentiva il
gusto di offendere, «non è forse vero che alla vostra fidanzata...
proprio nel momento in cui ricevevate il suo consenso... voi
avete detto che più di tutto eravate lieto del fatto che fosse
povera... perché è più vantaggioso togliere la moglie dalla
miseria in cui vive, per poi poterla dominare... e poterle
rinfacciare d'averla beneficata?»
«Egregio signore!» esclamò Lùžin in tono iroso ed esasperato,
avvampando in volto e confondendosi. «Egregio signore...
snaturare a tal punto un'idea! Scusatemi, ma devo informarvi
che le voci giunte a vostra conoscenza o, per dir meglio,
portate a vostra conoscenza, sono destituite di qualsiasi
fondamento, e io... ho il sospetto... in una parola... questa
frecciata... in una parola, la vostra mamma... Già m'era
sembrata, pur con tutte le sue ottime qualità, di una tendenza
un po' esaltata, e romantica nelle idee... Tuttavia ero lontano le
mille miglia dal supporre che potesse capire e presentare le
cose in un aspetto così deformato dalla fantasia... E infine...
infine...»
«Sapete cosa vi dico?» gridò Raskòlnikov, sollevandosi sul
guanciale e fissandolo con uno sguardo penetrante, gli occhi
lampeggianti d'ira. «Sapete cosa vi dico?»
«Che cosa?» Lùžin s'era interrotto, e aspettava con aria di
offesa e al tempo stesso di sfida. Il silenzio si protrasse per
alcuni secondi.
«Che se voi ancora una volta... oserete dire anche una sola
parola... sul conto di mia madre... vi farò volare giù dalle
scale!»
«Ma che ti piglia?» gridò Razumìchin.
«Ah, è così!» Lùžin impallidì e si morse il labbro. «Sentitemi
bene, signor mio,» cominciò a dire scandendo le parole e
cercando con tutte le forze di dominarsi, ma pur tuttavia
soffocando, «già poco fa, fin dal primo momento, avevo
indovinato l'antipatia che nutrite per me, ma sono rimasto qui
appositamente allo scopo di farmi un'idea più precisa sul vostro
conto. Ero disposto a perdonare molto a un malato e a un
parente, ma adesso... a voi... mai e poi mai...»
«Non sono malato!» esclamò Raskòlnikov.
«Ragione di più...»
«Andate al diavolo!»
Ma Lùžin stava già uscendo, senza aver terminato la frase,
infilandosi tra il tavolo e la sedia. Questa volta Razumìchin si
alzò per lasciarlo passare. Senza guardare nessuno, e senza
nemmeno fare un cenno del capo a Zòsimov, che già da molto
gli faceva segno di lasciare in pace l'infermo, Lùžin uscì,
tenendo prudentemente il cappello all'altezza della spalla nel
momento in cui, chinandosi, passò per la porta. E perfino nella
curva della sua schiena sembrava scritto che egli si portava
appresso un'offesa atroce.
«Ma ci si può comportare in questo modo?» diceva
Razumìchin, interdetto, scuotendo il capo.
«Lasciatemi,
lasciatemi
tutti!»
urlò
Raskòlnikov
completamente fuori di sé. «Ma quando mi lascerete, dunque,
carnefici che non siete altro! Non ho paura di voi! Ormai non
ho più paura di nessuno! Via da me! Voglio rimanere solo, solo,
solo!»
«Andiamo,» disse Zòsimov, facendo cenno a Razumìchin.
«Ma scusa, si può forse lasciarlo in questo stato?»
«Andiamo!» insistette Zòsimov, e uscì. Razumìchin ci pensò su
un attimo, poi gli corse dietro.
«Poteva esser peggio se non gli obbedivamo,» disse Zòsimov
già sulle scale. «Non lo si deve irritare...»
«Ma cos'ha?»
«Gli ci vorrebbe soltanto una piccola spinta favorevole, una
qualsiasi, ecco cosa gli ci vorrebbe! Poco fa aveva ripreso
forza... Sai, ha un chiodo nel cervello! Qualcosa di fisso, di
ossessivo... E questo che mi spaventa! Proprio così!»
«Non si tratterà per caso di quel signore, del nostro Pëtr
Petròviè? Dai discorsi è chiaro che sta per sposare sua sorella, e
che Ròdja ha ricevuto una lettera in proposito proprio prima di
cadere malato...»
«Sì, è stato il diavolo a portarlo qui proprio adesso; forse ha
rovinato ogni cosa. Ma avrai notato che al malato tutto è
indifferente, a tutto risponde col silenzio, tranne su un punto,
che lo fa uscire dai gangheri: l'assassinio...»
«Sì, è vero!» approvò Razumìchin, «l'ho notato anch'io! La
cosa lo interessa, gli fa perfino paura. Lo hanno spaventato
proprio il giorno in cui si è ammalato, là all'ufficio di polizia, al
commissariato, dove ha perso i sensi.»
«Me lo racconterai più dettagliatamente questa sera; poi ti
racconterò qualcosa anch'io. Lui mi interessa, mi interessa
moltissimo! Fra mezz'ora passerò a informarmi... Ma
l'infiammazione cerebrale riusciremo a evitarla, vedrai...»
«Grazie a te! Io aspetterò da Pàšenka, e lo farò sorvegliare da
Nastàsja...»
Rimasto solo, Raskòlnikov guardò con aria impaziente e
seccata Nastàsja, che tardava ad andarsene.
«E adesso lo prenderai un po' di tè?» lei chiese.
«Dopo! Adesso voglio dormire ! Lasciami solo...»
Si voltò convulsamente verso la parete; Nastàsja uscì.
6
Non appena fu uscita, Raskòlnikov si alzò, chiuse la porta col
gancetto, slegò il fagotto degli indumenti portato poco prima da
Razumìchin, che quest'ultimo aveva di nuovo legato, e
cominciò a vestirsi. Cosa strana: pareva che, di colpo, si fosse
completamente calmato; non era rimasto niente né del delirio
semifolle di prima, né della paura panica di tutti quegli ultimi
tempi. Era il primo istante di una specie di strana, improvvisa
tranquillità. I suoi movimenti erano semplici e precisi e
denotavano un fermo proposito. «Oggi stesso, oggi stesso!...»
mormorava tra sé. Anche se capiva di essere ancora debole, la
fortissima tensione spirituale che aveva provocato quello stato
di calma, di idea fissa, gli dava forze e sicurezza in sé; sperava
di non svenire per la strada. Rivestito da capo a piedi, diede
un'occhiata ai soldi sulla tavola, ci pensò su e se li ficcò in
tasca. Erano venticinque rubli. Prese anche tutte le monetine di
rame, il resto dei dieci rubli spesi da Razumìchin. Poi sollevò
pian piano il gancetto; uscì dalla stanza, scese giù per le scale e
gettò, passando, un'occhiata nella cucina, la cui porta era
spalancata: Nastàsja gli voltava la schiena e, china, soffiava nel
samovar della padrona. Non udì nulla. E chi mai, d'altronde,
poteva supporre ch'egli sarebbe uscito? Dopo qualche istante,
si trovava già nella strada.
Erano circa le otto; il sole era al tramonto. Benché l'aria fosse
afosa, come negli ultimi giorni, egli l'aspirò avidamente,
quell'aria puzzolente e polverosa, contaminata dalla città.
Dapprincipio si sentì girare leggermente la testa, ma poi, d'un
tratto, una specie di energia selvaggia brillò nei suoi occhi
infiammati, sul suo viso smagrito e pervaso d'un pallore
giallastro. Non sapeva dove andare, e nemmeno ci pensava;
sapeva soltanto che «tutto questo deve finire oggi stesso, in un
colpo solo, subito; prima d'allora non tornerò a casa, perché
non voglio più vivere così». Va bene, finire; ma come, in che
maniera? Non ne aveva la minima idea, e non voleva pensarci.
Scacciava da sé quel pensiero che lo tormentava. Sentiva e
sapeva soltanto che tutto doveva cambiare, in una maniera o
nell'altra; «in una maniera qualsiasi», ripeteva con disperata,
ostinata sicurezza e decisione.
Per una vecchia abitudine, seguendo il consueto cammino delle
sue passeggiate, si avviò direttamente alla Sennàja. Prima che
la strada giungesse alla Sennàja, davanti a una minuscola
bottega c'era un giovane suonatore d'organetto, dai capelli neri,
che girando la manovella suonava una romanza molto
sentimentale. Egli accompagnava una cantante, una ragazza sui
quindici anni vestita come una signorina, con crinolina,
mantellina, guanti e un cappello di paglia adorno di una penna
color fuoco: il tutto, però, assai vecchio e logoro. Con voce
volgare e incerta, ma abbastanza gradevole e sonante, cantava
la romanza, in attesa che dalla bottega le dessero una moneta
da due copeche. Raskòlnikov, fermatosi accanto a due o tre
ascoltatori, stette un po' a sentire; poi tolse di tasca un cinquino
e lo mise in mano alla ragazza. Quella troncò di colpo il suo
canto su una nota particolarmente alta e romantica, con una
specie di taglio netto, gridò bruscamente al suonatore
dell'organetto: «Basta!», e tutt'e due si trascinarono avanti,
verso la botteguccia seguente.
«Vi piace sentir cantare nelle strade?» chiese improvvisamente
Raskòlnikov a un passante, non più giovane, che si trovava al
suo fianco accanto all'organetto e aveva tutta l'aria di un
perdigiorno. L'altro lo guardò stranito, con palese meraviglia.
«A me piace,» proseguì Raskòlnikov, ma con un'aria come se
parlasse di tutt'altro argomento, «a me piace sentir cantare al
suono dell'organetto in una fredda, buia e umida serata
autunnale, ma proprio umida, quando la faccia dei passanti
sembra verdastra e malata: o, meglio ancora, quando cade neve
bagnata, dritta dritta, senza vento, sapete? e attraverso la neve
brillano i lampioni del gas...»
«Non saprei... Scusate...» mormorò il signore, spaventato sia
dalla domanda, sia dall'aspetto strano di Raskòlnikov, e passò
dall'altra parte della via.
Raskòlnikov proseguì dritto davanti a sé e sbucò in
quell'angolo della Sennàja dove tenevano il loro banchetto il
merciaiolo e la donna che, quel giorno, avevano parlato con
Lizavèta; ma adesso non c'erano. Riconosciuto il luogo, egli si
fermò, si guardò attorno e si rivolse a un giovanotto in camicia
rossa, che stava sbadigliando all'ingresso di una bottega di
granaglie e farina.
«Non c'è quel venditore che commercia qui all'angolo insieme
a una donna, credo sua moglie?»
«Ce n'è così, che commerciano,» rispose il giovanotto
squadrando Raskòlnikov dall'alto in basso.
«Ma quello come si chiama?»
«Come l'hanno battezzato, così si chiama.»
«Non sarai anche tu di Zaràjsk? Di che provincia sei?»
Il giovanotto guardò di nuovo attentamente Raskòlnikov.
«Da noi, vostra eccellenza, non è provincia, ma distretto, e
siccome è sempre stato mio fratello ad andare in giro, mentre io
rimanevo a casa, così non lo so mica... Abbiate quindi la bontà,
vostra eccellenza, di scusarmi.»
«Lì sopra c'è una taverna?»
«E una trattoria, e c'è anche il biliardo; e se uno vuole, ci trova
anche certe principesse che non vi dico...»
Raskòlnikov attraversò la piazza. Nell'angolo c'era una folla
compatta di gente, tutti contadini. Egli si inoltrò dove la gente
era più fitta, guardando in faccia i presenti. Chissà perché, si
sentiva portato ad attaccare discorso con tutti.
Ma i contadini non gli badavano, e continuavano a vociare tra
di loro, formando dei gruppetti. Rimase lì per un po', poi parve
ripensarci e si avviò sulla destra, seguendo il marciapiede, in
direzione del V-j. Abbandonando la piazza, entrò in un vicolo...
Era passato parecchie altre volte per quel vicolo corto, che
dalla piazza, facendo gomito, portava in via Sadòvaja.
Negli ultimi tempi, qualcosa l'aveva spinto a gironzolare per
quei luoghi, quando si sentiva disgustato, «per sentirsi ancor
più disgustato». Ora, però, s'era infilato lì senza pensare a
nulla. C'era un grande edificio, tutto bettole e rivendite di
generi alimentari e alcoolici, dalle quali uscivano
continuamente di corsa delle donne, vestite come ci si veste
«per andare dalla vicina», senza niente in testa e senza
soprabito. In due o tre punti, avevano formato dei gruppi sul
marciapiede, perlopiù
davanti all'ingresso di certi scantinati dove, scendendo due
gradini, ci si trovava in locali di divertimento di varie specie.
Da uno di questi locali veniva un fracasso d'inferno, che
rimbombava per tutta la strada. Si sentiva strimpellare una
chitarra, si cantavano canzoni e, in generale, regnava una
grande allegria. Un folto gruppo di donne si affollava
all'entrata; altre ancora stavano lì in piedi a discorrere. Non
lontano, in mezzo alla via, si trascinava barcollando, e
bestemmiando sonoramente, un soldato ubriaco, che fumava
una sigaretta e sembrava che volesse entrare in qualche posto,
ma si fosse dimenticato quale. Uno straccione scambiava
insulti con un altro straccione, e un tale ubriaco fradicio era
disteso attraverso la strada. Raskòlnikov si fermò accanto a un
gruppo di donne. Parlavano con voci rauche; indossavano tutte
abiti di cotonina, avevano scarpe di pelle di capretto ed erano a
testa nuda. Alcune avevano oltrepassato la quarantina, ma
c'erano anche delle diciassettenni, e quasi tutte avevano gli
occhi pesti.
Chissà perché, quel canto e tutto quel baccano, là in basso, lo
interessavano... Si distingueva come, in mezzo alle risate e agli
strilli, qualcuno, accompagnato da uno sfrenato ritornello in
falsetto e dal suono della chitarra, si fosse scatenato a danzare,
scandendo il ritmo con i tacchi. Raskòlnikov ascoltava intento,
cupo e pensoso, chino presso l'ingresso, e dal marciapiede
lanciava occhiate piene di curiosità nell'anticamera del locale.
Dolce amante del mio sogno,
non mi legnare senza bisogno!
Ci dava dentro a più non posso, la vocetta del cantore.
Raskòlnikov moriva dalla voglia di afferrare le parole della
canzone, come se ciò avesse avuto chissà quale importanza per
lui.
«E se entrassi?» pensò. «Come ridono!... Sono ubriachi. E se
mi ubriacassi anch'io?»
«Non entrate, caro signore?» chiese una delle donne, con una
voce abbastanza squillante, non ancora del tutto roca. Era
giovane e - lei sola di tutto il gruppo - perfino belloccia.
«Come sei carina!» rispose lui, risollevandosi e guardandola.
Lei sorrise; il complimento le era andato molto a genio.
«Anche voi siete tanto bellino,» disse.
«Com'è magro!» osservò un'altra donna con voce di basso.
«Siete appena uscito dall'ospedale, forse?»
«A guardarle, sembrano tante figlie di generali, ma poi hanno il
naso a patata!» intervenne all'improvviso un contadino sbronzo
che s'era avvicinato, con il gabbano sbottonato e una faccia
furba e ridanciana. «Eh, ma che baldoria qui!»
«Entra, visto che ci sei!»
«Come no? Si capisce che entro!» E rotolò giù.
Raskòlnikov fece per passare oltre.
«Sentite, signore!» gli gridò dietro la ragazza.
«Che c'è?»
Lei parve imbarazzata
«Io, caro signore, sarò sempre contenta di dividere con voi le
mie ore, ma adesso, non so perché, non mi sento in vena.
Sentite, gentile cavaliere, regalatemi sei copeche per un
bicchiere!»
Raskòlnikov cavò di tasca delle monete a caso: tre cinquini.
«Ah, che bravo signore!»
«Come ti chiami?»
«Domandate di Dùklida.»
«Questa è grossa,» osservò a un tratto una donna del gruppo,
scuotendo il capo con aria di biasimo verso Dùklida. «Come si
fa a chiedere soldi in questa maniera? Io, al tuo posto, morirei
di vergogna!»
Raskòlnikov guardò con curiosità quella che aveva parlato. Era
una donna butterata, sulla trentina, tutta piena di lividi e col
labbro superiore enfiato. Esprimeva le sue critiche in tono serio
e posato.
«Dove ho mai letto,» pensò Raskòlnikov, proseguendo il
cammino, «dove posso mai aver letto di quel condannato a
morte che, un'ora prima dell'esecuzione, dice o pensa che se
potesse vivere in cima a uno scoglio, su una piattaforma così
stretta da poterci tenere soltanto i due piedi, con intorno
l'abisso, l'oceano, la tenebra eterna, la solitudine eterna e
l'eterna procella, e rimanersene immobile su quello spazio di un
metro quadrato per tutta la vita, per mille anni, per l'eternità,
ebbene, preferirebbe vivere così piuttosto che morire in
quell'istante? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque
modo, ma vivere!... Che verità, Signore Iddio, che verità!
L'uomo è un vigliacco! Ed è un vigliacco chi, per questo, lo
chiama vigliacco,» aggiunse subito dopo.
Sbucò in un'altra via. «Guarda, il Palazzo di cristallo! Poco fa,
Razumìchin parlava del Palazzo di cristallo. Io, però, cosa
volevo? Ah sì, leggere!... Zòsimov ha detto di aver letto
giornali...»
«Avete i giornali?» domandò entrando in quell'ambiente molto
spazioso, e perfino pulito, formato da parecchie stanze quasi
deserte. Due o tre clienti bevevano il tè, e in una delle ultime
stanze era seduto un gruppetto di quattro persone, che
bevevano champagne. Sembrò a Raskòlnikov che fra questi ci
fosse Zamëtov. D'altronde, da lontano era difficile distinguere
bene. E sia pure! pensò.
«Volete della vodka?» domandò il cameriere.
«Dammi del tè. E portami dei giornali, giornali vecchi, degli
ultimi cinque o sei giorni; ti darò una mancia.»
«Sarete servito. Ecco i giornali di oggi, intanto. E vodka, ne
volete?»
Poi arrivarono anche i giornali vecchi e il tè. Raskòlnikov si
sedette e cominciò a cercare: «Izler - Izler - Gli Aztechi - Gli
Aztechi - Izler - Bartola - Massimo - Gli Aztechi - Izler...
Accidenti, nulla! Ah, ecco le note di cronaca: Caduta dalla
scala - Un negoziante muore alcoolizzato - Incendio a Peskì Incendio alla Peterbùrgskaja. Un altro incendio alla
Peterbùrgskaja - Ancora un incendio alla Peterbùrgskaja - IzlerIzler Izler - Izler- Massimo... Ah, ecco qua...»
Finalmente, aveva trovato ciò che cercava. Cominciò a leggere;
le righe gli ballavano davanti agli occhi, ma lesse sino in fondo
l'intero pezzo di cronaca, e prese a cercarne avidamente altri
nei numeri successivi. Per l'impazienza, mentre sfogliava le
pagine le mani gli tremavano. A un tratto qualcuno si sedette
vicino a lui, al suo stesso tavolo. Si voltò: era Zamëtov, proprio
quello Zamëtov e proprio con quel suo aspetto, gli anelli, la
catena, la scriminatura nei capelli neri e impomatati, il
panciotto da zerbinotto, la giacca un po' logora e la biancheria
non troppo fresca. Era allegro, o per lo meno sorrideva molto
allegramente e bonariamente. Il suo volto bruno era un poco
acceso per lo champagne bevuto.
«Come? Voi qui?» prese a dire in tono perplesso e come se si
conoscessero chissà da quando. «Ma se ancora ieri Razumìchin
mi diceva che non avevate ripreso coscienza...? Strano
davvero... Sapete che sono stato da voi?»
Raskòlnikov si aspettava che l'altro gli venisse vicino. Mise da
parte i giornali e si voltò del tutto verso Zamëtov. Sulle sue
labbra aleggiava un sorrisetto ironico, dal quale traspariva una
sorta di stizzosa impazienza.
«Lo so che siete venuto,» rispose, «ne ho sentito parlare.
Cercavate una calza... E voi sapete che Razumìchin è folle di
voi? Dice che siete stati insieme da Lavìza Ivànovna, quella per
cui vi siete dato tanto da fare, quella volta, strizzando l'occhio
al tenente che continuava a non capire... Ricordate? Eppure
avrebbe dovuto capire subito, era assolutamente chiaro, non è
vero?»
«Ma che testa calda!»
«Chi? Il tenente?»
«No, il vostro amico, Razumìchin...»
«Però gran bella vita la vostra, signor Zamëtov: ingresso gratis
nei locali più allegri! Chi è stato a riempirvi di champagne,
poco fa?»
«Be', noi... abbiamo bevuto un po'... e subito voi dite
‹riempirvi› !...»
«Qualche compenso, ci scommetto!... Sempre tutto a vostra
disposizione!» e Raskòlnikov rise «Non fa niente, mio bravo
ragazzo, non fa niente!» soggiunse, dando una pacca sulla
spalla a Zamëtov, «io non l'ho detto per farvi rabbia, ‹ma per
amore, per gioco›, come diceva quel vostro operaio mentre le
suonava a Mìtka, in quell'affare della vecchia...»
«E voi come fate a saperlo?»
«Io, forse, ne so più di voi.»
«Siete un tipo strano... Probabilmente siete molto malato. Avete
fatto male a uscire...»
«Vi sembro così strano?»
«Sì. Sono giornali quelli che leggete?»
«Sì, proprio giornali...»
«Ci sono molti articoli sugli incendi.»
«Non sono gli incendi a interessarmi.» A questo punto egli
guardò Zamëtov con aria enigmatica, e di nuovo un sorrisetto
ironico gli storse le labbra. «No, non sono gli incendi,»
proseguì, ammiccando al suo interlocutore. «Volete ammettere,
mio caro giovanotto, che dareste chissà che cosa per sapere
cosa stavo leggendo?»
«Niente affatto, l'ho chiesto solo così... Non si può domandare,
forse? Ma come mai ogni cosa, per voi...»
«Sentite, voi siete una persona istruita e colta, non è forse
vero.»
«Ho fatto la sesta classe del ginnasio,» rispose Zamëtov con un
certo sussiego.
«La sesta! Ma che bravo! E poi la scriminatura, e gli anelli; un
vero riccone, insomma! che simpatico ragazzo!»
Qui Raskòlnikov diede in una risata nervosa, proprio sulla
faccia di Zamëtov. Quello si tirò rapidamente indietro; non che
fosse offeso, ma era estremamente stupito.
«Ma che tipo strano!» ripeté Zamëtov in tono molto serio. «Ho
l'impressione che abbiate ancora il delirio.»
«Delirio, io? Tutte storie, tesoro mio... Allora, sono o non sono
strano?.. . Vi incuriosisco? Vero che v'incuriosisco?»
«Sì, mi incuriosite.»
«Allora, volete che vi dica cosa stavo leggendo, cosa cercavo?
Guardate quanti giornali mi sono fatto portare! una cosa
sospetta, vero?»
«Coraggio, ditemelo.»
«Avete le orecchie ben aperte?»
«Che c'entrano adesso le orecchie?»
«Ve lo dirò dopo, cosa c'entrano; adesso invece, mio caro, vi
dichiarerò... no, anzi: ‹confesserò› ... No, non è nemmeno
questo: ‹depongo, e voi prendete atto› . Ecco, proprio così!
Dunque, depongo davanti a voi di aver letto, di essermi
interessato... di aver cercato... di aver fatto delle ricerche...»
Raskòlnikov socchiuse gli occhi e fece una pausa.
«Ho fatto delle ricerche - ed è per questo che sono passato di
qui - sull'assassinio della vecchia, la vedova del funzionario,»
disse infine quasi in un bisbiglio, accostando moltissimo il suo
volto a quello di Zamëtov. Questi lo guardava fissamente,
senza muoversi e senza allontanare la propria faccia da quella
di lui. In seguito, più strano di tutto sembrò a Zamëtov che il
silenzio fra loro fosse durato un intero minuto, e che fossero
rimasti per un minuto intero a fissarsi in quella maniera.
«Va bene, avete letto, e con questo?» esclamò ad un tratto
Zamëtov, perplesso e impaziente. «A me che me ne importa! E
con questo?»
«È proprio quella stessa vecchia,» proseguì Raskòlnikov,
continuando a bisbigliare e senza scomporsi per l'esclamazione
di Zamëtov, «quella stessa della quale, come ricorderete,
avevano cominciato a parlare nel vostro ufficio quando io sono
svenuto. Ebbene, adesso comprendete?»
«Cosa significa tutto questo? Che cosa?... ‹comprendete› che
cosa?» disse Zamëtov quasi angosciato.
Il viso immobile e serio di Raskòlnikov si trasformò in un
batter d'occhio; diede ancora, all'improvviso, in uno scroscio di
riso nervoso, come se non avesse assolutamente la forza di
trattenersi. Rammentò di colpo, con l'estrema chiarezza di una
sensazione, l'istante in cui stava dietro la porta, stringendo la
scure, col gancio che ballava, mentre fuori gli altri
bestemmiavano e cercavano di forzare la porta, e ad un tratto a
lui era venuta voglia di gridare qualcosa, di insultarli, di
mostrar loro la lingua, di schernirli, di ridere...!
«Voi siete pazzo, oppure...» disse Zamëtov, e si fermò come
colpito improvvisamente da un'idea, balenatagli nella mente.
«O? Che cosa ‹o›? Be', che cosa? Coraggio, parlate!»
«Niente!» rispose con rabbia Zamëtov. «Sono tutte
sciocchezze!»
Tacquero entrambi. Dopo quel repentino, isterico scoppio di
risa, Raskòlnikov s'era fatto a un tratto pensieroso e triste.
Aveva appoggiato i gomiti sulla tavola, puntellandosi il capo
con una mano. Sembrava completamente dimentico della
presenza di Zamëtov. Il silenzio durò abbastanza a lungo.
«Perché non bevete il tè? Si raffredderà,» disse Zamëtov.
«Eh?... Cosa?... Il tè?... Perché no?...» Raskòlnikov bevve un
sorso dal bicchiere, si mise in bocca un pezzetto di zucchero e
a un tratto, dopo aver guardato Zamëtov, parve ricordare e
riscuotersi: in quel preciso istante, il suo volto assunse
l'espressione ironica di prima. Continuò a sorseggiare il tè.
«Oggi, il numero di queste canagliate è in continuo aumento,»
disse Zamëtov. «Di recente ho letto nelle Moskòvskie
vèdomosti che a Mosca hanno acciuffato un'intera banda di
falsari. Era una vera e propria associazione, falsificavano le
banconote.»
«Eh, questa è roba vecchia! L'ho letta già un mese fa,» rispose
tranquillamente Raskòlnikov «Quindi, secondo voi, si
tratterebbe di canaglie?» aggiunse sogghignando.
«Perché, non lo sono forse?»
«Quelli? Quelli sono bambini, lattanti, non canaglie! Riunire
cinquanta persone per quello scopo! È mai possibile? Anche tre
sarebbero già molti, e sempre a patto che ciascuno si fidasse di
ciascun altro più che di se stesso! Se no, basta che uno beva un
po', e si lasci sfuggire qualche parola, perché tutto vada a
rotoli! Proprio dei lattanti! Per cambiare i biglietti nelle banche
assoldano individui che non danno affidamento: affidare
un'impresa simile al primo che capita! Be', ammettiamo che
vada liscia anche a questi lattanti, ammettiamo che ciascuno
riesca a cambiare un milione; be', e poi? E tutto il resto della
vita dove lo mettiamo? Ciascuno finisce per dipendere dagli
altri per tutta la vita! Meglio impiccarsi, piuttosto! Quelli, poi,
non son stati neanche capaci di cambiare i biglietti: uno aveva
cominciato, in una banca, aveva ricevuto cinquemila rubli, e
poi ecco che gli viene la tremarella alle mani. Quattromila li
aveva già contati, ma il quinto migliaio lo prende senza
contare, sulla fiducia, pur di sentirselo in tasca e poter filar via.
Be', ha destato dei sospetti, e tutto è andato a carte quarantotto
a causa di quello scemo! Ma è mai possibile?»
«Possibile che tremino le mani, dite?» lo interruppe Zamëtov.
«Certo che è possibile. Sono assolutamente sicuro che è
possibile. A volte non si può resistere.»
«Non si può resistere a questo?»
«Perché, voi resistereste, forse? Io no; non resisterei! Per un
compenso di cento rubli, affrontare un simile orrore ! Andare
con un biglietto falso - e dove, poi? in una banca, dove la sanno
così lunga... No, io mi smarrirei. Voi no?»
Raskòlnikov provò di nuovo un desiderio tremendo di
«mostrargli la lingua». Ogni tanto, dei brividi gli correvano
lungo la schiena.
«Io non avrei agito così,» cominciò prendendola alla lontana.
«Ecco come farei per cambiare, io: dopo aver contato il primo
migliaio, per un quattro volte, prima da un lato, e poi dall'altro,
esaminando ogni biglietto, passerei al secondo migliaio;
comincerei a contarlo, poi, arrivato a metà, tirerei fuori un
biglietto, magari da cinquanta rubli, e comincerei ad
esaminarlo alla luce, prima da un lato e poi dall'altro, come per
sincerarmi che non sia falso. ‹Non mi fido troppo: giorni fa una
mia parente ci ha rimesso venticinque rubli, in questo modo›; e
narrerei tutta la storia. Arrivato al terzo migliaio, ebbene no, un
momentino: se non sbaglio, nel secondo migliaio non ho
contato giusto il settimo centinaio, ho un dubbio.. Lascerei da
parte il terzo migliaio e ritornerei al secondo, e così per tutti i
cinquemila rubli. Una volta terminato, estrarrei poi dal quinto e
dal secondo migliaio un biglietto per esaminarlo di nuovo alla
luce, con aria diffidente: ‹vi prego, cambiatemeli›; insomma,
farei sudare sette camicie al cassiere, così che non vedesse più
l'ora di sbarazzarsi di me! Finito tutto, me ne andrei, aprirei la
porta, ma poi, no, un momentino, scusate tanto, tornerei
indietro a chiedere qualche informazione... Ecco come avrei
fatto io!»
«Uh, che cose terribili andate dicendo!» commentò Zamëtov
ridendo. «Solo che sono chiacchiere, mentre nella realtà,
certamente fareste qualche passo falso. Secondo me, non solo
gente come io e voi, ma nemmeno un individuo incallito e
temerario si sentirebbe così sicuro di sé. Del resto, che volete:
eccovi un esempio. Nella nostra giurisdizione hanno ucciso una
vecchia. Un tipo temerario, non c'è che dire, che ha corso tutti i
rischi in pieno giorno e si è salvato per miracolo; eppure, gli
son tremate le mani: non è stato capace di rubare, non ha avuto
la forza, e lo si vede da tutta la faccenda...»
Raskòlnikov parve offeso.
«Lo si vede?... Ma voi provate un po' ad acchiapparlo, adesso,
provateci un po'!» esclamò, stuzzicando malignamente
Zamëtov.
«Certo che lo acchiapperanno!»
«Chi? Voi? Lo acchiapperete voi? Campa cavallo che l'erba
cresce! Per voi, una cosa sola è importante: se l'individuo
spende oppure no. Prima non aveva soldi, poi d'un tratto
comincia a spendere... Quindi, è stato lui... Ma in questo punto
anche un ragazzino potrebbe farvela, se ne avesse voglia!»
«Comunque, si comportano tutti così,» rispose Zamëtov. «Uno
uccide con mille precauzioni, si gioca la vita, e poi subito dopo
lo pescano nella bettola. Li acciuffano sempre mentre spendono
i soldi. Non sono mica tutti furbi come voi. Voi, naturalmente,
non ci andreste in una bettola?»
Raskòlnikov si accigliò e guardò fissamente Zamëtov.
«A quanto sembra, ci avete preso gusto e volete sapere come
avrei agito io in questo caso?» domandò in tono un po' seccato.
«Sì, vorrei saperlo,» rispose l'altro con voce ferma. S'era messo
a parlare e a guardarlo con una serietà un po' eccessiva.
«Volete proprio?»
«Sì.»
«E va bene. Ecco come avrei agito io,» cominciò a dire
Raskòlnikov, di nuovo accostando la sua faccia a quella di
Zamëtov, di nuovo fissandolo dritto negli occhi e di nuovo
parlando in un bisbiglio, tanto che l'altro, questa volta, perfino
rabbrividì. «Ecco come avrei fatto io: avrei preso i soldi e gli
oggetti, poi, appena andato via da lì, subito, senza passare da
nessun'altra parte, sarei andato in qualche posto deserto, dove
ci fossero soli recinti e quasi nessun passante: un orto, o
qualcosa del genere. Già prima avrei adocchiato, lì in quel
cortile, qualche pietra, pesante una ventina di chili, rimasta in
qualche angolo, presso uno steccato, forse da quando è stata
costruita la casa; avrei sollevato questa pietra - sotto c'è sempre
una piccola cavità - e in quella cavità avrei sistemato tutti gli
oggetti e i soldi. Fatto questo, avrei rimesso la pietra nella
stessa posizione di prima, premendola col piede, e me ne sarei
andato per i fatti miei. E magari per un anno, o anche per due o
per tre, non avrei preso niente... Cercate pure! Chi s'è visto s'è
visto!»
«Voi siete pazzo,» disse Zamëtov, chissà perché anche lui quasi
bisbigliando; e, chissà perché, si scostò bruscamente da
Raskòlnikov. A questi passò un lampo nello sguardo; impallidì
orribilmente, e il labbro superiore prese a tremargli. Si chinò
verso Zamëtov, più vicino che poté, e cominciò a muovere le
labbra senza pronunciare parola; andò avanti così per circa
mezzo minuto; era conscio di ciò che stava facendo, ma non
riusciva a dominarsi. Una parola terribile, come quella volta
del gancio sulla porta, gli ballava sulle labbra, lì lì per
sfuggirgli, lì lì per prendere il volo, lì lì per essere detta!
«E se fossi stato io ad ammazzare la vecchia e Lizavèta?»
diss'egli all'improvviso, e tornò in sé.
Zamëtov gli lanciò un'occhiata esterrefatta e impallidì. Il suo
volto si storse in una specie di sorriso.
«Ma è mai possibile?» disse con voce fioca. Raskòlnikov lo
guardò con rabbia.
«Confessatelo, ci avete creduto? Vero?... Vero o no?»
«Niente affatto! Adesso, poi, ci credo ancora meno!» si affrettò
a dire Zamëtov.
«Finalmente c'è cascato! L'abbiamo acchiappato, il merlo!...
Dunque, prima ci credevate, visto che ora ‹ci credete ancora
meno›?»
«Ma niente affatto!» esclamò Zamëtov, visibilmente confuso.
«È per questo che m'avete spaventato? per portarmi a questo
punto?»
«Allora non ci credete? Eppure, di che cosa parlavate in mia
assenza, dopo che sono uscito dal vostro ufficio? E perché il
tenente mi ha interrogato dopo lo svenimento?... Ehi, tu,» gridò
Raskòlnikov al cameriere, alzandosi e prendendo il berretto,
«quanto ti devo?»
«Trenta copeche in tutto,» rispose quello accorrendo.
«Ed eccoti altre venti copeche di mancia... Visto quanti soldi?»
ed egli protese verso Zamëtov la sua mano tremante, colma di
banconote. «Eccoli qua, rossi, azzurri, venticinque rubli. Da
dove vengono? E da dove viene il mio vestito nuovo? Voi lo
sapete benissimo, che non avevo il becco d'un quattrino! La
padrona l'avete già interrogata, ci scommetto... E ora basta!
Assez cause! Arrivederci... E buona fortuna!»
Uscì dal locale tremando tutto, per effetto di una tremenda
sensazione isterica non priva di una specie di intensissima
voluttà. Era cupo, tuttavia, e mortalmente stanco. Aveva il volto
contratto, come lo si ha dopo un attacco epilettico. La sua
stanchezza aumentava rapidamente. Gli capitava, in quei
giorni, di sentirsi crescere le forze e affluire tutte d'un colpo,
alla prima spinta, al primo stimolo, per poi affievolirsi con
altrettanta rapidità, man mano che lo stimolo veniva meno.
Quanto a Zamëtov, ormai solo, rimase a lungo a sedere dove si
trovava, meditabondo. Senza volerlo, Raskòlnikov aveva
sconvolto tutte le sue idee riguardo alla nota questione, sulla
quale s'era fatto ormai un'opinione definitiva.
«Iljà Petròvic è uno scemo!» concluse dentro di sé.
Appena Raskòlnikov ebbe aperto l'uscio che dava sulla strada,
s'imbatté, proprio in cima alla scaletta, in Razumìchin che stava
per entrare. A un passo di distanza non si erano ancora visti,
cosicché mancò poco che non si urtassero con le teste. Per
qualche istante, si misurarono a vicenda con lo sguardo.
Razumìchin era al colmo dello stupore, ma d'un tratto la rabbia,
un'autentica rabbia, gli brillò minacciosa negli occhi.
«Ecco dove sei!» gridò a squarciagola. «Sei fuggito dal letto! E
io che ti ho cercato perfino sotto il divano. Ti abbiamo cercato
anche in solaio! Per causa tua, per poco non ho picchiato
Nastàsja... Invece sei qui! Ròdja! Cosa vuol dire? Fuori tutta la
verità! Confessa! Hai capito?»
«Vuol dire che mi avete seccato a morte tutti quanti, e voglio
essere solo,» rispose Raskòlnikov con grande calma.
«Solo? Ma se non puoi ancora camminare, se hai il muso
bianco come un lenzuolo e ti manca il fiato! Scemo che non sei
altro!... Cosa hai fatto al Palazzo di cristallo? Confessa subito!»
«Lasciamo perdere!» disse Raskòlnikov, e fece per passare
oltre. A questo punto Razumìchin andò in bestia, e agguantò
con forza l'altro per una spalla.
«Lasciar perdere? Hai il coraggio di dire: ‹lasciamo perdere›?
Sai cosa farò ora di te? Ti acchiappo, ti lego come un salame, ti
carico in spalla, ti porto a casa e ti chiudo dentro a chiave!»
«Senti, Razumìchin,» cominciò a dire Raskòlnikov a bassa
voce e apparentemente con calma, «non ti accorgi che non so
che farmene dei tuoi benefici? E che gusto c'è a beneficare uno
che... che ci sputa sopra? Uno, per dirla tutta, al quale tutto ciò
rompe terribilmente le scatole? Perché sei venuto a scovarmi
fin da principio, quando mi sono ammalato?
Forse sarei stato contentissimo di morire... E oggi, non ti ho
forse fatto capire abbastanza che mi tormenti, che mi hai
seccato? Insomma, perché vuoi a tutti i costi tormentare il tuo
prossimo? Ti assicuro che tutto ciò ritarda la mia guarigione,
perché mi irrita e basta. Poco fa, Zòsimov non è forse uscito
per non irritarmi? E allora, per amor del cielo, lasciami perdere
anche tu! E, in fin dei conti, che diritto hai di trattenermi con la
forza? Non vedi che ti parlo nel pieno possesso delle mie
facoltà mentali? Ma come, come, dimmelo tu, come devo
supplicarti perché mi lasci in santa pace e la smetta di farmi del
bene? D'accordo, sono un ingrato, sono un essere abietto, ma
lasciatemi tutti quanti in pace, per l'amor di Dio, lasciatemi in
pace!»
Aveva cominciato a parlare con calma, gioendo in anticipo per
tutto il veleno che si preparava a far schizzar fuori, ma aveva
terminato in uno stato di grande eccitazione e sentendosi
soffocare, come prima con Lùžin. Razumìchin ci pensò su un
po', poi gli lasciò libero il braccio.
«Allora vattene al diavolo!» disse piano e quasi
soprappensiero. «Aspetta!» urlò a un tratto, quando
Raskòlnikov si mosse per andar via, «prima ascoltami.
Dichiaro che tutti voi, nessuno escluso, siete dei chiacchieroni
e dei fanfaroni! Se appena vi piglia una piccola sofferenza,
cominciate a covarla come fa la gallina con l'uovo! Perfino in
questo plagiate gli autori stranieri. Non c'è in voi nessun segno
di vita originale! Siete fatti di pomata di spermaceti, e al posto
del sangue avete del siero! Io non credo a nessuno di voi! In
qualsiasi circostanza, vi preoccupate soltanto di non somigliare
a un vero uomo! Aspe-e-etta!» gridò con raddoppiato furore,
vedendo che Raskòlnikov di nuovo si muoveva per andarsene,
«ascoltami sino in fondo! Sai che oggi da me viene gente per
festeggiare la mia nuova casa, anzi forse sono già venuti, ma io
ho lasciato là mio zio - ci sono stato un momento fa - a ricevere
gli ospiti. Così, se tu non fossi uno stupido, uno stupido della
peggior specie, uno stupido fatto e finito, se tu non fossi una
semplice traduzione da una lingua straniera - vedi, Ròdja, io
riconosco che tu sei un ragazzo intelligente, però sei anche uno
stupido! - ebbene, se tu non fossi uno stupido, faresti bene a
venire da me, a passare la serata a casa mia, invece di
consumarti le suole per nulla. Visto che sei uscito, ormai non ci
si può più fare niente! Io ti farei accomodare nella bella
poltrona morbida dei padroni... Un po' di tè, la compagnia... Se
no, potrei anche farti sdraiare su una branda, almeno staresti in
mezzo a noi... Ci sarà anche Zòsimov. Allora, verrai o no?»
«No.»
«Tutte chiac-c-chiere!» esclamò con impazienza Razumìchin.
«Come fai a saperlo fin d'ora? Non puoi rispondere di te stesso!
E poi, anche tu non ci capisci un fico secco... Anch'io, proprio
come te, ho sputato mille volte su tutto il resto dell'umanità, e
poi sono tornato indietro di corsa... Ti vergognerai, e tornerai
tra la gente! Allora, ricorda: casa Poèìnkov, terzo piano..»
«Ma di questo passo, signor Razumìchin, finirete per lasciarvi
picchiare da qualcuno, solo per il piacere di fare della
beneficenza.»
«Chi? Io? Se a qualcuno frullasse solo per il capo un'idea
simile, gli strapperei il naso!... Casa Poèìnkov, numero
quarantasette, nell'appartamento del funzionario Bàbuškin...»
«Non ci verrò, Razumìchin!» e Raskòlnikov si volse e
s'incamminò.
«Scommettiamo che ci verrai!» gli gridò dietro Razumìchin.
«Altrimenti, tu... altrimenti non ti vorrò vedere mai più! Ehi,
aspetta! Zamëtov si trova là dentro?»
«Sì, è là dentro.»
«L'hai visto ?»
«Sì, l'ho visto.»
«E gli hai parlato?»
«Sì, gli ho parlato.»
«Di che cosa? Be', che il diavolo ti porti, meglio se non me lo
dici. Casa Poèìnkov, quarantasette, appartamento di Bàbuškin,
non dimenticarlo!»
Raskòlnikov arrivò fino alla Sadòvaja e svoltò all'angolo.
Razumìchin lo seguì con lo sguardo; aveva un'aria pensierosa.
Finalmente, fece un gesto rassegnato ed entrò: ma si fermò in
mezzo alla scala.
«Accidenti!» prese a dire a voce quasi alta, «parla con
buonsenso, e invece... Anch'io però, che razza d'imbecille sono!
Forse che i matti non parlano con buonsenso? Anzi, a pensarci
bene, è proprio di questo che Zòsimov ha paura!» e si picchiò
un dito sulla fronte. «E se adesso lui... come si può lasciarlo
andare in giro da solo? Se si gettasse nel fiume?... Eh, l'ho fatta
proprio grossa! Così non va!» Uscì di corsa per raggiungere
Raskòlnikov, ma non c'era più traccia di lui. Per il dispetto
sputò in terra, e tornò rapidamente al Palazzo di cristallo per
interrogare al più presto Zamëtov.
Raskòlnikov andò direttamente fino al ponte di ..., si fermò a
metà del ponte, s'appoggiò con tutti e due i gomiti al parapetto
e si mise a guardare lontano. Dopo aver lasciato Razumìchin, si
era sentito di colpo così debole che si era trascinato a stento sin
lì. Avrebbe voluto sedersi o sdraiarsi da qualche parte, così,
nella strada. Chinatosi verso l'acqua, guardava macchinalmente
l'ultimo riflesso roseo del tramonto, le file delle case che si
andavano oscurando nel crepuscolo sempre più fitto, la lontana
finestra di una soffitta, sulla riva sinistra del canale, scintillante
per l'ultimo raggio di sole che l'aveva colpita per un attimo, e
l'acqua nereggiante del canale; e si sarebbe detto che la
fissasse, quell'acqua, con particolare attenzione. Alla fine, fu
come se nei suoi occhi prendessero a vorticare dei circoli rossi;
le case ondeggiarono e i passanti, il lungofiume, le vetture,
tutto prese a girargli e a danzargli intorno. A un tratto sussultò,
e uno spettacolo orrendo, mostruoso forse lo salvò da un nuovo
svenimento. Sentì che qualcuno s'era fermato al suo fianco, alla
sua destra; diede un'occhiata e vide una donna alta, con un
fazzoletto in testa; aveva un volto giallo oblungo, marcato
dall'alcool, e occhi rossi e infossati. Lei lo fissava, ma era
chiaro che non vedeva nulla e non distingueva nessuno intorno
a sé.
All'improvviso s'appoggiò con il braccio destro sul parapetto,
sollevò la gamba destra, portandola oltre la ringhiera, poi fece
altrettanto con la sinistra e si lanciò nel canale. L'acqua sporca
s'aprì, inghiottì la sua vittima, ma di lì a un minuto la donna
tornò a galla e la corrente cominciò a trascinarla lentamente in
giù, con la testa e le gambe nell'acqua e la schiena rivolta verso
l'alto, mentre la gonna si era raccolta e gonfiata sull'acqua
come un cuscino.
«S'è annegata! S'è annegata!» gridavano decine di voci;
accorse gente, le due sponde del canale si riempirono di
spettatori, e sul ponte, intorno a Raskòlnikov, si raccolse una
folla che lo spingeva e lo premeva da dietro.
«Misericordia, ma è la nostra Afrosìnjuška!» si udì, poco
lontano, una voce lamentosa di donna. «Dio santissimo,
salvatela! Buona gente, tiratela fuori!»
«Una barca! Una barca!» gridavano altri.
Ma non ci fu bisogno di barca: una guardia di città scese di
corsa giù per la scaletta che dava al canale, si tolse rapidamente
cappotto e stivali e si gettò in acqua. Non ebbe molto da fare:
l'acqua portò il corpo della donna a due passi dalla scala, egli
l'afferrò per le vesti con la mano destra, con la sinistra riuscì ad
aggrapparsi a una pertica tesagli da un collega, e la donna fu
subito tratta fuori. La adagiarono sulle lastre di granito della
banchina. Rinvenne rapidamente, si sollevò, si sedette, prese a
starnutire e a sbuffare, mentre si strofinava macchinalmente le
vesti bagnate con le mani. Non diceva nulla.
«Che sbornia s'è presa, Madonnina santa, che sbornia!» urlava
la stessa voce femminile di prima, ma vicino, ora, a
Afrosìnjuška. «Anche l'altro ieri voleva ammazzarsi: l'hanno
staccata dalla corda. E adesso io ero andata in bottega,
lasciando con lei una ragazzina perché la sorvegliasse, ed ecco
il guaio che ne è venuto fuori! È una merciaiola, la nostra
merciaiola, vive accanto a noi, nella seconda casa dall'angolo,
ecco, proprio lì...»
La gente cominciò a disperdersi, i poliziotti si stavano ancora
affaccendando intorno alla donna, un tizio gridò qualcosa
nominando il commissariato... Raskòlnikov guardava tutto con
una strana sensazione di indifferenza e di apatia.
Provava un senso di disgusto. «No, fa schifo... l'acqua... non
vale la pena,» mormorava fra sé. «Non ne farò nulla, è inutile.
Che c'entra il commissariato?... Perché Zamëtov non è al
commissariato? Fin dopo le nove è aperto...» Voltò la schiena
al parapetto e si guardò attorno.
«E va bene... Sia pure!» si disse in tono deciso, e dal ponte
s'avviò in direzione del commissariato. Il suo cuore era vuoto e
sordo. Non voleva pensare. Anche l'angoscia gli era passata, e
dell'energia di poco prima, di quand'era uscito di casa per
«farla finita», non rimaneva traccia. Un'apatia totale ne aveva
preso il posto.
«In fondo, è una via d'uscita!» pensava camminando
lentamente, stancamente, lungo la sponda del canale. «Se non
altro, sarà finita perché sarò stato io a volerlo... Ma è
veramente una via d'uscita? Comunque, fa lo stesso! Vivrò in
un metro quadrato di spazio... bah! Però, che razza di fine!
Possibile che sia proprio la fine? Glielo dico, a quella gente, o
non glielo dico? Accidenti!... Oltre a tutto, sono stanco: potessi
sdraiarmi o sedermi al più presto da qualche parte! Ma più di
tutto mi vergogno di quanto tutto questo è stupido. Del resto,
me ne infischio. Puah, che corbellerie vengono in mente certe
volte...»
Per arrivare al commissariato bisognava andare diritti, poi, al
secondo angolo, svoltare a sinistra: era lì a due passi. Ma
giunto al primo angolo si fermò, rimase un po' soprappensiero,
svoltò nel vicolo e cominciò a fare un giro, attraversando due
strade, forse senza scopo, o forse per tirarla ancora in lungo
qualche minuto e guadagnare tempo.
Camminando guardava a terra. A un tratto, fu come se
qualcuno gli avesse mormorato qualcosa all'orecchio. Sollevò il
capo e vide che stava dinanzi a quella casa, proprio accanto al
portone. Da quella sera non era più stato lì, nè vi era passato
davanti. Un desiderio irresistibile e inesplicabile lo attrasse.
Entrò nella casa, attraversò tutto l'androne, poi imboccò la
prima porta a destra e cominciò a salire per la scala ben nota
fino al quarto piano. La scala, stretta e ripida, era molto buia. Si
fermava ad ogni pianerottolo e si guardava attorno con
curiosità. Sul pianerottolo del primo piano, il telaio della
finestra era stato tolto del tutto. «Questo allora non c'era,»
pensò. Ed ecco anche l'appartamento del secondo piano, dove
avevano lavorato Nikolàška e Mìtka: «È chiuso, e la porta è
ridipinta a nuovo; dunque è da affittare.» Ed ecco il terzo
piano... e il quarto... «Qui!» Si arrestò perplesso: la porta
dell'appartamento era spalancata, dentro c'erano delle persone,
si udivano delle voci; questa proprio non se l'aspettava. Dopo
aver esitato un po', salì gli ultimi gradini ed entrò
nell'appartamento.
Anche questo, lo stavano rimettendo a nuovo; c'eran dentro gli
operai; la cosa parve sorprenderlo. Chissà perché, s'era
immaginato di trovare tutto esattamente come l'aveva lasciato
allora - forse perfino i cadaveri allo stesso posto, sul
pavimento. E invece, pareti nude, niente mobili; era abbastanza
strano! Si avvicinò alla finestra e sedette sul davanzale.
Gli operai erano due in tutto, tutt'e due piuttosto giovani, uno
un po' meno, l'altro uno sbarbatello. Stavano mettendo alle
pareti una tappezzeria nuova, bianca con fiorellini color lilla, al
posto di quella gialla di prima, logora e strappata. Chissà
perché, questo dispiacque enormemente a Raskòlnikov;
contemplava la tappezzeria nuova con sguardo ostile, come se
gli desse un gran fastidio di trovare tutto così cambiato.
Gli operai dovevano essersi attardati, e ora stavano arrotolando
frettolosamente la loro carta, preparandosi ad andare a casa.
Dell'arrivo di Raskòlnikov quasi non s'accorsero. Stavano
discorrendo di qualcosa. Raskòlnikov incrociò le braccia e si
mise ad ascoltare.
«Eccotela lì che mi arriva di mattina,» diceva quello più in età
all'altro, «presto prestino, tutta in ghingheri. ‹Che hai,› le dico
io, ‹da farmi tanto la smorfiosetta,› le dico, ‹da farmi tanto la
svenevole?› ‹Io,› mi fa lei, ‹Tit Vasìlieviè, voglio dipendere
d'ora in poi completamente dalla volontà vostra.› Ecco,
dunque, com'è la faccenda! È vestita in una maniera che non ti
dico!... Una vera rivista di moda!»
«Ma cos'è, zietto, questa ri-vi-sta?» domandò il più giovane.
Evidentemente, egli era un discepolo dello «zietto».
«Una rivista, mio caro, sono certe vignette a colori che arrivano
ai sarti di qui ogni sabato, per posta, dall'estero, perché
ciascuno sappia come vestirsi, tanto il sesso maschile che
quello femminile. Insomma, dei disegni. Gli uomini, di solito,
sono dipinti col caffettano all'ungherese; quanto poi alla
sezione femminile, ci si vedono, mio caro, certe roselline che
sembrano dirti: dammi subito tutto, ed è ancora poco!»
«Ma cosa mai non c'è, in questa Pietroburgo!» esclamò il
giovane accalorandosi. «Tranne babbo e mamma, c'è proprio
tutto!»
«Tranne questo, mio caro, c'è proprio tutto,» concluse
sentenziosamente l'operaio più in età.
Raskòlnikov si alzò e passò nell'altra stanza, dove una volta
c'erano il forziere, il letto e il comò; senza mobili, la stanza gli
parve terribilmente piccola. La tappezzeria era quella di prima;
nell'angolo si distingueva chiaramente il posto dove c'era stato
lo stipo con le icone. Egli si guardò attorno, poi tornò a sedersi
sul davanzale. L'operaio meno giovane gli lanciava di tanto in
tanto delle occhiate di sbieco.
«Voi che volete?» domandò a un tratto, rivolto a Raskòlnikov.
Questi, invece di rispondere, si alzò, passò nell'anticamera e
tirò il campanello. Era sempre lo stesso, sempre quel suono di
latta. Tirò una seconda e una terza volta; ascoltava
attentamente, e poco alla volta ricordava. La torturante, orrida,
mostruosa sensazione di allora cominciava a tornargli alla
memoria sempre più chiara e più viva; rabbrividiva ad ogni
suono, provava un piacere sempre più intenso.
«Ma che vuoi? Chi sei?» gridò l'operaio, avviandosi verso di
lui. Raskòlnikov tornò dentro.
«Voglio prendere in affitto l'appartamento,» disse, «lo sto
visitando.»
«Gli appartamenti non si affittano di notte; e poi, dovete venire
su col portinaio.»
«Il pavimento è stato lavato; gli daranno la tinta?» proseguì
Raskòlnikov. «Sangue non ce n'è più?»
«Che sangue?»
«Qui è stata uccisa una vecchia, e anche sua sorella. Ce n'era
tutta una pozza.»
«Ma insomma, tu chi sei?» gridò l'operaio cominciando a
inquietarsi.
«Io ?»
«Sì.»
«Vorresti proprio saperlo?... Vieni con me al commissariato, là
te lo dirò.»
Gli operai lo guardarono perplessi.
«Noi è tempo che ce ne andiamo, abbiamo fatto tardi. Vieni,
Alëška. Dobbiamo chiudere,» disse l'operaio più anziano.
«Va bene, andiamo!» rispose Raskòlnikov in tono indifferente,
e uscì per primo scendendo poi lentamente le scale. «Ehi,
portiere!» gridò, arrivando sotto il portone.
Alcune persone stavano proprio all'ingresso della casa, fuori,
guardando i passanti: i due portinai, una donna, un artigiano in
abito da lavoro e qualcun altro. Raskòlnikov andò dritto verso
di loro.
«Voi che volete?» fece uno dei portinai.
«Sei andato al commissariato?»
«Ci sono andato. Ma voi che volete?»
«Loro sono là?»
«Sì, sono là.»
«E c'è anche il vicecommissario?»
«C'è stato per un po'. Ma voi che volete?»
Raskòlnikov non rispose e rimase lì accanto soprappensiero.
«È venuto a visitare l'appartamento,» disse, avvicinandosi,
l'operaio meno giovane.
«Quale appartamento?»
«Quello dove lavoriamo noi. ‹Perché,› dice, ‹avete lavato il
sangue? Qui,› dice, ‹c'è stato un assassinio, e io sono venuto
per prendere in affitto l'appartamento.› E s'è messo a suonare il
campanello, e per poco non l'ha strappato. ‹E adesso,› dice,
‹andiamo al commissariato, là dirò ogni cosa.› Non voleva più
mollarci.»
Il portinaio esaminava Raskòlnikov, con aria perplessa,
accigliandosi.
«Ma chi siete voi?» gridò in tono più minaccioso di prima.
«Sono Rodiòn Romànyè Raskòlnikov, ex studente, abito in
casa šil, nel vicolo, non lontano da qui, appartamento numero
quattordici. Puoi chiederlo al portinaio... lui mi conosce.»
Raskòlnikov disse tutto questo in tono tra indolente e
pensieroso, senza voltarsi e guardando attentamente la strada
fattasi buia.
«Ma perché siete andato su nell'appartamento?»
«Per vedere.»
«E che c'è da vedere, là?»
«Se lo portassimo al commissariato?» propose a un tratto
l'artigiano, e non disse altro.
Raskòlnikov lo guardò di traverso, di sopra a una spalla, lo
esaminò attentamente e disse nello stesso tono sommesso e
indolente:
«Andiamo!»
«Ma sì, portiamocelo!» prese a insistere l'artigiano,
acquistando coraggio. «Perché è andato a chiedere proprio di
quella cosa? Che cos'ha nel cervello?»
«Ubriaco non sembra; sa Dio cosa vuole» mormorò l'operaio.
«Ma insomma, che vuoi?» gridò di nuovo il portinaio,
cominciando ad arrabbiarsi sul serio. «Perché ci rompi
l'anima?»
«Di venire al commissariato hai fifa, eh?» gli domandò
Raskòlnikov in tono beffardo.
«Fifa io? Tu, piuttosto, perché ci rompi l'anima?»
«È un imbroglione!» gridò la donna.
«Perché stare a discutere con lui?» gridò l'altro portinaio, un
contadino enorme, col soprabito sbottonato e le chiavi alla
cintola. «Via di qui!... Dev'essere davvero un imbroglione...
Fuori dai piedi!»
E afferrato Raskòlnikov per una spalla, lo spinse nella strada.
Per poco Raskòlnikov non fece un capitombolo, tuttavia non
cadde, si raddrizzò, guardò in silenzio tutti i presenti e andò
via.
«Che tipo strambo,» disse l'operaio.
«La gente diventa sempre più stramba,» gli fece eco la donna.
«Eppure, avremmo dovuto portarlo al commissariato,»
aggiunse l'artigiano.
«Inutile mettercisi di mezzo,» concluse il portinaio grosso. «È
certamente un imbroglione! Lui stesso non cerca altro, ma se ti
ci metti in mezzo, non ne esci più... La solita storia!»
«Allora, andarci o no?» pensava Raskòlnikov. S'era fermato in
mezzo alla strada, a un crocicchio, e si guardava attorno come
se si aspettasse da qualcuno l'ultima parola. Ma nulla gli
rispose da nessuna parte; tutto era sordo e inanimato come le
pietre su cui camminava, tutto era senza vita - per lui, soltanto
per lui... A un tratto, lontano, a una decina di passi da lì, alla
fine della strada, nel buio che si andava addensando, distinse
una folla, udì delle voci, delle grida... In mezzo alla folla era
ferma una carrozza... Balenò una luce. «Che cosa sarà mai?»
Raskòlnikov svoltò a destra e si avviò in direzione della folla.
Sembrava che si aggrappasse a tutto... Ma, dopo aver riflettuto,
sorrise freddamente, perché ormai aveva preso una decisione
definitiva riguardo al commissariato, e sapeva con sicurezza
che tra poco tutto sarebbe finito.
7
Nel mezzo della strada era ferma un'elegante carrozza
padronale, tirata da una coppia di focosi cavalli grigi; non
c'erano passeggeri, e il cocchiere, sceso di serpa, stava lì
accanto; i cavalli erano tenuti fermi da qualcuno per il morso.
Intorno si accalcava un mucchio di gente, e davanti s'eran
piantati dei poliziotti. Uno di loro, che teneva in mano una
piccola lanterna, s'era chinato a illuminare qualcosa sul
selciato, proprio vicino alle ruote. Tutti parlavano, gridavano,
emettevano esclamazioni di sorpresa o di dolore; il cocchiere
aveva un'aria perplessa e di tanto in tanto ripeteva:
«Che guaio! Che guaio, Signore Iddio!»
Raskòlnikov si fece largo per quanto poté, e scorse finalmente
l'oggetto di tutta quella curiosità e quel trambusto.
A terra giaceva, esanime, un uomo, appena travolto dai cavalli;
in apparenza era molto male in arnese, ma il suo abito, tutto
insanguinato, era da persona «nobile». Dal viso, dalla testa
sgorgava il sangue; la faccia era tutta livida, lacerata, deturpata.
Si vedeva che era stato schiacciato proprio in malo modo.
«Ma, Signore Iddio!» si lamentava il cocchiere, «come avrei
potuto scansarlo? Capirei se fossi andato di corsa, e non avessi
gridato... Invece me ne andavo pian piano, al piccolo trotto.
L'hanno visto tutti, mica soltanto io. Non si può chiedere a un
ubriaco di portare una candela. Lo vedo che attraversa la
strada, traballa, per poco non ruzzola a terra... io gli ho gridato
una volta, poi un'altra, poi una terza, e ho trattenuto i cavalli;
ma lui non ti va a cascare dritto dritto sotto le zampe? O l'ha
fatto apposta, o s'era sborniato forte... I cavalli sono giovani,
ombrosi: si sono mossi, lui ha gridato, e loro via di corsa... ed
ecco combinato il guaio.»
«Proprio così, è andata proprio così!» disse qualcuno tra la
folla, un testimone.
«Ha gridato, è vero, lo ha avvertito tre volte,» intervenne
un'altra voce.
«Sì, tre volte, l'hanno sentito tutti!» gridò un terzo.
Del resto, il cocchiere non sembrava né molto afflitto né
sgomento. La carrozza apparteneva - era evidente - a un ricco e
ragguardevole personaggio che da qualche parte ne stava
aspettando l'arrivo: circostanza che, naturalmente, influiva non
poco sull'atteggiamento dei poliziotti. Bisognava trasportare
l'infortunato alla sezione di polizia, e poi all'ospedale. Nessuno
ne conosceva il nome.
Raskòlnikov, nel frattempo, s'era aperto un varco, spingendosi
ancor più vicino. All'improvviso la lanterna, illuminando
vivamente la faccia del disgraziato, gli permise di riconoscerlo.
«Io lo conosco, lo conosco!» si mise a gridare Raskòlnikov. «È
un funzionario a riposo, il consigliere titolare Marmelàdov!
Abita qui vicino, nell'edificio Kozel... Presto, un dottore! Ci
penso io a pagare, ecco qua!» Cavò di tasca dei soldi e li
mostrò a un poliziotto. Era in preda a un'agitazione
straordinaria.
I poliziotti erano contenti di aver accertato l'identità
dell'investito. Raskòlnikov disse anche il proprio nome, diede il
proprio indirizzo; e con tutte le sue forze, come se si trattasse
di suo padre, cercava di convincerli a trasportare al più presto
nel suo alloggio Marmelàdov, che era sempre svenuto.
«Ecco, tre edifici più in là,» si affannava a dire, «c'è la casa di
Kozel, un ricco tedesco... Probabilmente, Marmelàdov stava
rincasando ubriaco. Io lo conosco... È un beone... Là c'è la sua
famiglia, la mòglie, i bambini; c'è sua figlia... Per arrivare
all'ospedale ce ne vuole, mentre nella stessa casa, certamente,
ci sarà un dottore! Pagherò io, pagherò io... Perlomeno sarà
curato dai suoi, sarà assistito immediatamente; altrimenti
morirà prima di arrivare all'ospedale...»
Riuscì perfino a ficcare del denaro, di nascosto, in mano a un
agente; del resto, quanto chiedeva era logico e legittimo: in
quel modo la possibilità di soccorso era davvero più vicina.
L'investito fu sollevato e portato via; si trovò chi diede una
mano. L'edificio Kozel distava una trentina di passi.
Raskòlnikov camminava dietro, sorreggendogli delicatamente
la testa e indicando la strada.
«Di qua, di qua! Sulle scale bisogna tenerlo con la testa in alto;
voltatelo... ecco, così! Vi pagherò tutti, vi dimostrerò la mia
gratitudine,» mormorava.
Katerìna Ivànovna - come di consueto appena aveva un
momento libero - stava camminando su e giù nella sua piccola
stanza, dalla finestra alla stufa e viceversa, con le mani
strettamente incrociate sul petto, parlottando tra sé e tossendo.
Negli ultimi tempi, però, aveva cominciato a discorrere sempre
più spesso e più a lungo con la figliola maggiore, la decenne
Pòlenka, la quale, sebbene non capisse ancora molto, una cosa
l'aveva capita benissimo: il bisogno che sua madre aveva di lei;
e perciò non le staccava mai di dosso i suoi grandi occhi
intelligenti, e s'industriava con tutte le sue forze per farle
credere che capiva tutto. Quella volta Pòlenka stava spogliando
il fratellino, che era stato poco bene tutto il giorno, per metterlo
a letto. In attesa che gli cambiassero la camicia, per lavarla
durante la notte, il ragazzino stava seduto in silenzio su una
sedia, con aria seria, dritto e immobile, con i piedini protesi,
stretti l'uno contro l'altro, talloni in avanti e punte in fuori.
Ascoltava quel che si dicevano la mamma e la sorella,
sporgendo i labbruzzi e sgranando gli occhi, senza muoversi,
proprio come devono stare a sedere i bravi bambini mentre li
spogliano per metterli a letto. Una bimba ancor più piccina di
lui, vestita letteralmente di stracci, stava in piedi a ridosso del
paravento, in attesa del suo turno. La porta sulla scala era
aperta, per difendersi in qualche modo dalle ondate di fumo di
tabacco che uscivano dalle altre stanze e che ad ogni istante
facevano tossire a lungo e dolorosamente la povera tisica.
Sembrava che Katerìna Ivànovna fosse ancor più dimagrita
nell'ultima settimana, e i pomelli le avvampavano le gote d'un
rosso ancor più vivo.
«Tu non mi crederai, non puoi nemmeno sognartelo, Pòlenka,»
le diceva camminando per la stanza, «quanto fosse gaia e
sontuosa la vita in casa del babbo, e come questo ubriacone mi
abbia rovinato e stia per rovinare tutti voi! Il babbo aveva,
nell'amministrazione, un grado corrispondente a quello di
colonnello, e stava quasi per diventare governatore; gli
rimaneva un piccolo passo per diventarlo, e così tutti venivano
da lui e dicevano: ‹Noi, Ivàn Michàjlyè, vi consideriamo già
nostro governatore.› Quando io... kché - kché - kché... ho vita
tre volte maledetta!» esclamò a un tratto scatarrando e
artigliandosi il petto, «quando io... ah sì, quando all'ultimo
ballo... dal maresciallo della nobiltà... quando mi vide la
principessa Bezzemèlnaja - che poi mi diede la benedizione,
Pòlja, il giorno che sposai il tuo babbo - subito domandò: ‹Non
è quella simpatica fanciulla che ha danzato con lo scialle alla
licenza?›... Questo strappo bisogna cucirlo; dovresti prendere
l'ago e rammendarlo subito come ti ho insegnato, se no
domani... eh! domani... kché - kché - kché... si strapperà di
più!» e tossì convulsamente... «Ricordo che era appena arrivato
da Pietroburgo il kamer-junker, il principe šcegolskòj... Ballò
con me la mazurka, e già l'indomani volle venire a farmi una
proposta di matrimonio; ma io lo ringraziai con le espressioni
più scelte, spiegandogli che il mio cuore l'avevo dato da tempo
ad un altro. Quest'altro era tuo padre, Pòlja; il mio babbo,
allora, non ci vide più... È pronta l'acqua? Su, dammi la
camicina; e le calze?... Lìda», fece rivolta alla figlia minore
«questa notte vedi un po' di dormire così, senza camiciola;
arrangiati in qualche modo... e mettici insieme le calze.,. per
lavarle insieme... Ma perché non viene quel pezzente,
quell'ubriacone? Chissà quant'è che non si cambia la camicia,
l'ha ridotta come uno straccio, l'ha strappata tutta... almeno
laverei tutto insieme, lavare due notti di fila è uno strapazzo
troppo grande! O Signore! Kché - kché - kché - kché! Di
nuovo! Ma che c'è?» gridò, vedendo che c'era folla nell'andito e
che qualcuno cercava di entrare nella sua stanza reggendo uno
strano fardello. «Che c'è? Che cosa portano? O Signore!»
«Dove lo mettiamo?» chiese un poliziotto guardandosi attorno;
intanto, avevan già portato dentro Marmelàdov, insanguinato
ed esanime.
«Sul divano! Adagiatelo senz'altro sul divano, ecco, con la testa
da questa parte,» indicava Raskòlnikov.
«L'hanno investito per la strada! Mentre era ubriaco!» gridò
una voce nell'andito.
Katerìna Ivànovna era in piedi, pallidissima, e respirava a
fatica. I bambini furono presi da un terrore mortale. La piccola
Lìdoèka si precipitò con un grido verso Pòlenka, l'abbracciò e
si mise a tremare tutta.
Sistemato Marmelàdov, Raskòlnikov si slanciò verso Katerìna
Ivànovna:
«Per l'amor di Dio, calmatevi; non abbiate paura!» disse
precipitosamente, «stava attraversando la strada, è finito sotto
una carrozza, ma non vi dovete preoccupare, si riprenderà; l'ho
fatto portar qui io... ero stato da voi, ricordate... Si riprenderà, e
io pagherò tutto!»
«È arrivato a quel che voleva!» gridò disperatamente Katerìna
Ivànovna, e si buttò sul marito.
Come Raskòlnikov notò subito, non era una di quelle donne
che svengono alla prima occasione. In un baleno, sotto la testa
del disgraziato apparve un cuscino, cosa a cui nessuno aveva
ancora pensato; poi Katerìna Ivànovna si mise a svestirlo, a
esaminarlo, a darsi da fare, senza smarrirsi, immemore di se
stessa, morsicandosi le labbra tremanti e soffocando le grida
che volevano eromperle dal petto...
Intanto, Raskòlnikov aveva convinto qualcuno a correre in
cerca del dottore, che risultò abitare una casa più in là.
«Ho mandato a chiamare il dottore,» ripeteva Raskòlnikov a
Katerìna Ivànovna, «non preoccupatevi, pagherò io.
Non c'è dell'acqua?... Datemi un tovagliolo, un asciugamano,
qualcosa, in fretta; non si sa ancora dov'è ferito... È solo ferito,
non l'hanno ucciso, siatene certa... Vediamo cosa dice il
dottore!»
Katerìna Ivànovna corse verso la finestra; là, in un angolo,
sopra una sedia sfondata, era posato un grosso catino di
terraglia pieno d'acqua, preparata per lavare durante la notte la
biancheria dei bambini e del marito. Quel bucato notturno
veniva fatto dalla stessa Katerìna Ivànovna, con le sue mani;
almeno due volte la settimana, e a volte anche di più, poiché si
erano ridotti al punto da non avere quasi più nemmeno un
cambio di biancheria - ogni membro della famiglia ne aveva
soltanto uno - e Katerìna Ivànovna non poteva tollerare la
mancanza di pulizia, tanto che preferiva angustiarsi la notte,
lavorando al di là delle sue forze mentre tutti dormivano, per
giungere in tempo a far asciugare prima del mattino,
stendendola sulla corda, la biancheria bagnata, e farla trovare
pulita ai suoi familiari, anziché vedersi del sudiciume per casa.
Ella afferrò il catino e volle portarlo come aveva chiesto
Raskòlnikov, ma poco mancò che non stramazzasse col carico.
Raskòlnikov, intanto, era già riuscito a trovare un asciugamano,
l'aveva inzuppato d'acqua e si era messo a lavare il volto di
Marmelàdov inondato di sangue. Katerìna Ivànovna gli era
vicina, respirando a fatica e tenendosi il petto con le mani. Lei
per prima avrebbe avuto bisogno di soccorso. Raskòlnikov
cominciò a pensare che forse aveva fatto male convincendo gli
altri a portar lì il ferito. Anche l'agente, con ogni evidenza, non
sapeva che pesci pigliare.
«Pòlja!» gridò Katerìna Ivànovna, «corri da Sònja, presto! Se
non la trovi in casa, non importa, lascia detto che suo padre è
stato investito dai cavalli, e che venga subito qui... appena
torna. Sbrigati! Su, copriti con lo scialle!»
«Colli di colsa!» gridò a un tratto il ragazzino dalla sedia,
dopodiché si immerse di nuovo nel suo silenzio, seduto rigido
sulla sedia con gli occhietti sgranati, i talloni in avanti e le
punte dei piedi in fuori.
La stanza, intanto, s'era riempita di persone, pigiate come
acciughe. I poliziotti se n'erano andati, tranne uno che si
sforzava di ricacciare indietro sulla scala la gente che ne era
salita. In compenso, dalle stanze interne si erano riversati quasi
tutti i pigionanti della signora Lippevechzel; dapprincipio si
erano limitati ad accalcarsi sulla soglia, ma poi avevano fatto
irruzione in massa dentro la stanza. Katerìna Ivànovna andò su
tutte le furie.
«Almeno lo lasciassero morire in pace!» si mise a gridare. «Vi
piace lo spettacolo? E con le sigarette in bocca! Kché - kché kché! Ci manca solo che entriate col cappello in testa!... Anzi,
uno ce l'ha davvero... fuori di qui! Abbiate almeno un po' di
rispetto per un morto!»
La tosse la soffoco, ma la sua sfuriata raggiunse lo scopo. A
quanto sembrava, avevano perfino un po' paura di Katerìna
Ivànovna; uno dopo l'altro, gli inquilini ripiegarono verso la
porta, dando quella strana impressione di soddisfazione intima
che notiamo sempre, anche nelle persone a noi più vicine,
quando una disgrazia improvvisa colpisce i nostri cari, e da cui
nessuno e immune, senza eccezioni, nonostante il più sincero
slancio di commiserazione e di simpatia.
Dietro la porta si udirono, del resto, voci che parlavano di
ospedale, e dicevano che non era il caso di dare disturbo
inutilmente.
«Di morire, non è il caso!» gridò Katerìna Ivànovna, e s'era già
slanciata per spalancar l'uscio e scagliare i suoi fulmini contro
quella gente; senonché, sulla soglia, s'imbatté nella signora
Lippevechzel in persona, che solo in quel momento aveva
sentito della disgrazia ed era accorsa a mettere ordine nella
situazione. Era una tedesca litigiosa e quanto mai
confusionaria.
«Ah, Dio mio!» disse congiungendo le mani, «vostro marito
ubriaco, cavalli calpestato. Lui ospedale! Io qui padrona!»
«Amàlija Ljudvìgovna! Vi prego di pensare a quel che dite,»
cominciò Katerìna Ivànovna in tono altero (con la padrona
usava sempre quel tono, affinché l'altra «si ricordasse di stare al
suo posto», e anche allora non seppe privarsi d'un simile
piacere), «Amàlija Ljudvìgovna...»
«Io cià detto foi prima non osare chiamarmi Amal
Ljudvìgovna; io Amàl-Ivàn!»
«Voi non siete Amàl-Ivàn, ma Amàlija Ljudvìgovna, e siccome
io non faccio parte dei vostri miserabili adulatori, come il
signor Lebezjàtnikov, che adesso ride dietro l'uscio» (dietro
l'uscio, effettivamente, si udirono delle risa, e l'esclamazione:
«Si sono accapigliate!»), «così vi chiamerò sempre Amàlija
Ljudvìgovna, sebbene non riesca davvero a capire perché
questo nome non vi piace. Vedete anche voi che cos'è successo
a Semën Zachàroviè: egli sta morendo. Vi prego di chiudere
subito quella porta e di non far entrare nessuno. Lasciatelo
almeno morire in pace! Altrimenti, vi assicuro che domani
stesso il vostro comportamento sarà noto al governatore
generale in persona. Il principe mi ha conosciuta quand'ero
ancora ragazza e ricorda molto bene Semën Zachàroviè, che è
stato da lui beneficato più volte. Tutti sanno che Semën
Zachàroviè aveva molti amici e protettori, dai quali egli stesso
si è allontanato per il suo nobile orgoglio, consapevole della
sua sciagurata debolezza; ma adesso», e indicò Raskòlnikov,
«ci aiuta un magnanimo giovane, che dispone di mezzi e
relazioni, e che Semën Zachàroviè conosce fin da bambino; e
potete essere certa, Amàlija Ljudvìgovna...»
Tutto questo era stato detto con una parlantina sempre più
rapida, ma la tosse troncò di colpo l'eloquenza di Katerìna
Ivànovna. Nello stesso momento, il morente tornò in sé ed
emise un gemito, ed ella accorse al suo capezzale. Il ferito aprì
gli occhi, e ancora senza riconoscere nessuno e senza
comprendere, cominciò a guardar fisso Raskòlnikov, che gli
stava davanti. Il suo respiro era pesante, profondo e lento; gli
angoli della bocca si rigarono di sangue, la fronte s'imperlò di
sudore. Non riconoscendo Raskòlnikov, cominciò a girare gli
occhi intorno con aria inquieta. Katerìna Ivànovna lo fissava.
con uno sguardo triste ma severo, e dagli occhi le scorrevano le
lacrime.
«Dio mio! Ha tutto il petto schiacciato! Quanto sangue, quanto
sangue!» esclamò disperata. «Dobbiamo togliergli gli abiti!
Girati un poco, Semën Zachàroviè, se puoi,» gli gridò.
Marmelàdov la riconobbe.
«Un prete!» disse con voce roca.
Katerìna Ivànovna si avvicinò alla finestra, vi appoggiò la
fronte ed esclamò, in tono disperato:
«O vita stramaledetta!»
«Un prete!» disse di nuovo il morente, dopo un attimo di
silenzio.
«Sono andati a chiama-a-arlo!» urlò Katerìna Ivànovna;
obbedendo a quel grido, egli ammutolì. La cercava con uno
sguardo timido e malinconico; lei gli tornò vicino e si mise al
suo capezzale. Marmelàdov si calmò un po, ma non per molto.
Ben presto i suoi occhi si posarono sulla piccola Lìdoèka, la
sua preferita, che tremava in un angolo come in preda a un
attacco di nervi e lo guardava coi suoi occhi attoniti e fissi di
bimba.
«E .. e...» fece egli indicandola con aria ansiosa. Voleva dire
qualcosa.
«Che c'è ancora?» gridò Katerìna Ivànovna.
«È scalza! È scalza!» mormorava lui, indicando con uno
sguardo semifolle i piedini nudi della bambina.
«Taci-i-i!» gridò irritata Katerìna Ivànovna, «lo sai benissimo
anche tu, perché è scalza!»
«Grazie a Dio, ecco il dottore!» esclamò Raskòlnikov,
sollevato.
Entrò il dottore, un lindo vecchietto tedesco, guardandosi
attorno con aria diffidente; si avvicinò al malato, gli sentì il
polso, palpò attentamente la testa e, con l'aiuto di Katerìna
Ivànovna, sbottonò la camicia tutta zuppa di sangue e denudò il
petto del ferito. Era tutto pesto, schiacciato, straziato; dal lato
destro, alcune costole erano rotte; dall'altro lato, proprio sotto
al cuore, si vedeva una grossa macchia dall'aspetto sinistro,
color giallo nero: un tremendo colpo di zoccolo.
Il dottore si accigliò. Il poliziotto raccontò che l'investito,
rimasto impigliato nella ruota, era stato trascinato per una
trentina di passi.
«È strano che abbia ripreso i sensi,» sussurrò il dottore a
Raskòlnikov.
«Che ve ne pare?» domandò quello.
«Morirà subito.»
«Davvero non c'è nessuna speranza?»
«Nessunissima! È all'ultimo respiro... Per di più, ha una brutta
ferita alla testa... Mmh... Si potrebbe fargli un salasso... ma sarà
inutile. Fra cinque o dieci minuti morirà senz'altro.»
«Fategli il salasso, allora.»
«Come volete... Comunque, vi avverto che sarà completamente
inutile.»
In quel momento si udì un altro rumore di passi, la folla
nell'andito si divise, e sulla soglia apparve il prete con i
sacramenti, un vecchietto dai capelli bianchi. Era andato a
chiamarlo, direttamente dalla strada, uno dei poliziotti. Il
dottore gli cedette subito il posto e scambiò con lui un'occhiata
significativa. Raskòlnikov pregò il dottore di aspettare ancora
un poco ad andarsene. Quello alzò le spalle e rimase.
Tutti si trassero in disparte. La confessione durò pochissimo.
Era improbabile che il morente capisse davvero qualcosa; e
non poteva emettere che suoni rotti e inintelligibili. Katerìna
Ivànovna prese per mano Lìdoèka, sollevò il bambino dalla
sedia, li portò nell'angolo accanto alla stufa, e lì si inginocchiò,
facendo inginocchiare i bambini davanti a sé. La bimba si
limitava a tremare; il ragazzo invece, con i piccoli ginocchi
nudi sul pavimento, sollevava ritmicamente la manina,
facendosi il segno della croce completo, e si prosternava
battendo la terra con la fronte, ciò che sembrava procurargli un
singolare piacere. Katerìna Ivànovna si morsicava le labbra e
tratteneva le lacrime; anche lei pregava, accomodando di tanto
in tanto la camiciola addosso al bambino; aveva pensato anche
a gettare sulle spalle nude della bambina uno scialletto preso
dal comò, sempre senza alzarsi in piedi e seguitando a pregare.
Intanto, l'uscio che dava nelle altre stanze cominciò di nuovo
ad aprirsi, sospinto dai curiosi. Nell'andito, poi, gli spettatori
s'assiepavano sempre più
fitti: erano inquilini di tutto il casamento, che però non osavano
oltrepassare la soglia della stanza. Soltanto un mozzicone di
candela rischiarava la scena.
A un tratto, attraverso la calca, si fece rapidamente strada
Pòlenka, che era corsa a cercare la sorella. Entrò ansimando per
la corsa, si tolse lo scialletto, trovò con lo sguardo la madre, le
si avvicinò e disse: «Viene! L'ho incontrata per la strada!» La
madre fece inginocchiare anche lei al suo fianco. Dalla calca
uscì timidamente, in silenzio, una ragazza, e la sua improvvisa
apparizione in quella stanza, in mezzo alla miseria, agli stracci,
alla morte e alla disperazione, produsse uno strano effetto.
Anche lei era vestita poveramente, con un abitino da pochi
soldi, ma sgargiante com'è uso delle donne di strada, in base al
gusto e alle regole di quel mondo particolare, il cui scopo
traspariva con evidenza lampante e vergognosa. Sònja si fermò
nell'andito, proprio sulla soglia, ma senza oltrepassarla, e
guardava come smarrita, senza rendersi conto, a quanto
sembrava, di niente, dimentica del suo vivace vestito di quarta
mano, sconveniente in quel luogo con il suo lungo e ridicolo
strascico e l'immensa crinolina che ostruiva tutta la porta, e dei
suoi stivaletti chiari, e dell'ombrellino, inutile di sera, che
aveva ugualmente preso con sé, e dell'assurdo cappellino tondo
di paglia con una chiassosa penna color fuoco. Sotto a quel
cappellino messo di sbieco, alla monella, si scorgeva un visino
smunto, pallido e sbigottito, con la bocca spalancata e gli occhi
immobilizzati dal terrore. Sònja era una bionda piccolina, sui
diciotto anni, magra ma abbastanza carina, con due splendidi
occhi celesti. Fissando il divano e il prete, anche lei ansimava,
per aver camminato in fretta. A un certo punto, il brusio, alcune
parole mormorate in mezzo alla folla, dovettero giungere sino a
lei.
Chinò lo sguardo, con un passo varcò la soglia e si trovò nella
stanza, ma sempre senza allontanarsi troppo dall'uscio.
La confessione e la comunione ebbero termine. Katerìna
Ivànovna si avvicinò di nuovo al giaciglio del marito. Il prete si
ritirò, e prima di andarsene si rivolse a Katerìna Ivànovna con
espressioni di augurio e di conforto.
«E di questi cosa ne faccio?» lo interruppe lei in tono stizzito e
pieno di acredine, indicando i piccini.
«Dio è misericordioso; sperate nell'aiuto dell'Onnipotente,»
cominciò a dire il prete.
«E-eh! Misericordioso, però ha altro da pensare!»
«Questo è un peccato, signora,» osservò il prete, crollando il
capo.
«E questo non è un peccato?» gridò Katerìna Ivànovna,
indicando il morente.
«Forse, quelli che ne sono stati la causa involontaria
acconsentiranno a indennizzarvi, se non altro per la perdita dei
redditi...»
«Voi non mi capite!» gridò Katerìna Ivànovna, con un gesto di
esasperazione. «Perché indennizzarmi, poi? Se è stato lui
stesso, ubriaco, a ficcarsi sotto i cavalli! E di quali redditi,
scusate? Da lui non mi venivano redditi, ma soltanto
sofferenze. Perché lui, l'ubriacone, si beveva tutto! Ci
spogliava e portava tutto alla bettola, e nella bettola ha distrutto
la loro vita e la mia! Sia lodato il Signore che l'ha fatto morire!
Ci saranno meno spese!»
«Nell'ora della morte bisognerebbe perdonare... Questo è un
peccato, signora... Sentimenti simili sono un grande peccato!»
Katerìna Ivànovna si affaccendava intorno al morente, gli dava
da bere, gli tergeva il sudore e il sangue dal viso, gli assestava i
cuscini, e intanto parlava col prete, tanto assorta nel lavoro da
riuscire soltanto di rado a voltarsi verso di lui. Ma adesso, a un
tratto, gli si scagliò contro come una folle.
«Eh, padre! Parole nient'altro che parole! Perdonare!... Ecco,
oggi, se non l'avessero investito, sarebbe tornato ubriaco, con
addosso la sola camicia che possiede, tutta logora e a brandelli,
e si sarebbe buttato giù a ronfare, mentre io sarei rimasta su
sino all'alba con le mani nell'acqua, a lavare i suoi stracci, e
quelli dei bambini, e poi li avrei messi ad asciugare fuori della
finestra, e infine, appena venuta l'alba, subito mi sarei seduta
qui a rattoppare; ecco cosa sarebbe stata la mia notte!... E
allora, a che serve parlare di perdono? Anche così gli ho
perdonato!»
Una tosse tremenda, profonda troncò a mezzo le sue parole;
sputò nel fazzolettone e lo sciorinò sotto gli occhi del prete,
stringendosi dolorosamente il petto con l'altra mano. Il
fazzoletto era tutto macchiato di sangue...
Il prete chinò il capo e non disse nulla.
Marmelàdov era agli estremi; non distoglieva lo sguardo dal
viso di Katerìna Ivànovnaj di nuovo china su di lui. Si sforzava
continuamente di dirle qualcosa; aveva anche già incominciato,
muovendo a fatica la lingua e farfugliando alcune parole, ma
Katerìna Ivànovna, intuendo che egli voleva chiederle perdono,
gli gridò subito in tono di comando:
«Ta-a-aci! Non c'è bisogno!... Lo so cosa vuoi dire!...» e il
ferito ammutolì; ma in quell'attimo il suo sguardo vagante si
volse verso la porta, e così egli vide Sònja...
Fino a quel momento non l'aveva notata: lei era rimasta in un
angolo, nell'ombra.
«Chi è? Chi è?» chiese a un tratto con voce rauca e ansimante,
agitandosi e indicando con occhi terrorizzati la porta dove
stava sua figlia; e faceva, intanto, degli sforzi per sollevarsi.
«Sta' giù! Sta' giù-ù-ù!» gridò Katerìna Ivànovna.
Ma lui, con uno sforzo sovrumano, riuscì a puntellarsi su un
braccio. Rimase così per qualche tempo, immoto e con aria
smarrita, a fissare la figlia, come se non la riconoscesse.
Ancora non l'aveva mai vista, del resto, agghindata a quel
modo poi, di colpo, la riconobbe: avvilita, abbattuta, tutta in
ghingheri e vergognosa, che attendeva umilmente il suo turno
per dare l'ultimo addio al padre moribondo. Una sofferenza
sconfinata gli si dipinse in volto.
«Sònja! Figlia mia! Perdonami!» gridò, e voleva tenderle la
mano; ma gli mancò l'appoggio, e perdendo l'equilibrio piombò
giù dal divano, faccia a terra. Si precipitarono a sollevarlo, lo
riadagiarono, ma ormai era alla fine.
Sònja gettò un debole grido, accorse, l'abbracciò e rimase
immobile in quella stretta. Le morì fra le braccia.
«Sei arrivato dove volevi, eh?!» gridò Katerìna Ivànovna,
vedendo il marito esanime. «E adesso?... Con che soldi lo farò
seppellire? E a loro, cosa darò da mangiare, a loro, domani?»
Raskòlnikov si avvicinò a Katerìna Ivànovna.
«Katerìna Ivànovna,» prese a dirle, «la settimana scorsa il
vostro defunto marito mi ha narrato tutta la sua vita, tutte le
circostanze... Mi dovete credere se vi dico che parlava di voi
con deferenza e affetto. Da quella sera, da quando ho saputo
quanto egli fosse attaccato a voi tutti, e quanto rispetto e amore
nutrisse specialmente per voi, Katerìna Ivànovna, nonostante la
sua sciagurata debolezza, proprio da quella sera siamo diventati
amici... Permettetemi quindi ora... di contribuire... di
sdebitarmi col mio defunto amico. Ecco qui... venti rubli, se
non sbaglio; anche questo, insomma, può farvi comodo... Io...
in una parola, ripasserò, ripasserò certamente... forse ripasserò
domani stesso... Arrivederci!»
E uscì rapidissimo dalla stanza, aprendosi frettolosamente un
varco tra la folla in direzione della scala; ma nella folla, fuori,
s'imbatté a un tratto in Nikodìm Fòmiè, il quale, informato
della sciagura, aveva pensato bene di occuparsene
personalmente. Dal giorno della scena nell'ufficio di polizia
non si erano più visti, ma Nikodìm Fòmiè lo riconobbe
all'istante.
«Ah, siete voi?» gli domandò.
«È morto,» rispose Raskòlnikov. «C'è stato il dottore, c'è stato
il prete; è tutto a posto. Non infastidite quella sventuratissima
donna, che oltre a tutto è tisica. Fatele coraggio, se potete,
rianimatela in qualche modo... Voi siete buono, io lo so...»
aggiunse con un lieve sorriso, fissandolo dritto negli occhi.
«Però, come vi siete bagnato di sangue!» osservò Nikodìm
Fòmiè, scorgendo alla luce della lanterna alcune macchie
fresche sul panciotto di Raskòlniko.
«Sì, mi sono bagnato... sono tutto sporco di sangue!» rispose
lui con un'aria singolare, poi sorrise, fece un cenno col capo e
si avviò giù per la scala.
Scendeva adagio, senza fretta; era in preda alla febbre e, senza
rendersene conto, alla nuova e incoercibile sensazione di una
vita generosa e possente affluita di colpo in lui. Era una
sensazione simile a quella di un condannato a morte, al quale
inopinatamente si annunci la grazia. A metà scala, fu raggiunto
dal prete che stava tornando a casa; Raskòlnikov lo lasciò
passare in silenzio, dopo aver scambiato con lui un tacito
inchino. Ma proprio mentre scendeva gli ultimi gradini,
all'improvviso udì dietro di sé dei passi precipitosi. Qualcuno
stava per raggiungerlo. Era Pòlenka; gli correva dietro e lo
chiamava: «Sentite! Sentite!»
Si volse verso di lei, che fece di corsa l'ultima rampa di scale e
gli si fermò davanti, un gradino più su. Una luce livida
giungeva dal cortile: Raskòlnikov esaminò il visino sparuto ma
grazioso della bimba, che gli sorrideva e lo guardava tutta
allegra, con grazia infantile. Era arrivata lì di corsa con
un'ambasciata, che evidentemente le dava un particolare
piacere.
«Ditemi, come vi chiamate?... E un'altra cosa: dove abitate?»
gli domandò precipitosamente, ansando. Egli le pose le due
mani sulle spalle e la guardò con una specie di felicità; lui
stesso non sapeva perché guardarla gli procurava tanto piacere.
«Chi vi ha mandato?»
«Mi ha mandato la sorellina Sònja,» rispose la bambina,
sorridendo ancor più allegramente.
«Lo sapevo che era stata la sorellina Sònja a mandarvi.»
«È stata anche la mamma a mandarmi. Quando la sorellina
Sònja mi stava mandando, si è avvicinata la mamma e mi ha
detto: ‹Pòlenka, presto, corri!›»
«Volete bene alla sorellina Sònja?»
«Le voglio bene più che a tutti gli altri!» disse Pòlenka con
particolare fermezza, e il suo sorriso prese a un tratto
un'espressione più seria.
«E a me vorrete bene?»
Per tutta risposta, vide il visino della fanciulla avvicinarsi a lui
e i suoi labbruzzi turgidi protendersi ingenuamente per
baciarlo. Poi le braccia di lei, sottili come fiammiferi, lo
avvinsero forte forte, la sua testa gli si piegò sul petto, e la
bambina si mise a piangere sommessamente, premendo il volto
contro di lui più forte, sempre più forte.
«Mi spiace per il babbo!» disse dopo un istante, sollevando il
visino umido di lacrime che asciugò con le mani.
«Da un po', è una disgrazia dietro l'altra,» aggiunse
improvvisamente, con quell'aria di speciale gravità che si
sforzano di assumere i bambini quando vogliono parlare come i
grandi.
«E il babbo vi voleva bene?»
«Soprattutto voleva bene a Lìdoèka,» proseguì lei in tono
molto serio, senza sorridere, parlando ormai proprio come i
grandi. «Le voleva bene perché è piccola, e anche perché è
malata, e le portava sempre dei dolci; a noi, invece, insegnava a
leggere, a me insegnava anche la grammatica e il catechismo,»
aggiunse con sussiego, «e la mammina non diceva nulla, ma
noi sapevamo che ciò le faceva piacere, e anche il babbo lo
sapeva, e la mamma voleva insegnarmi anche il francese,
perché ormai è tempo che io riceva un'istruzione.»
«E sapete pregare?»
«Certo che sappiamo! E da molto; io, che sono già grande,
prego per conto mio, mentre Kòlja e Lìdoèka pregano ad alta
voce insieme con la mamma; prima l'Ave Maria, e poi un'altra
preghiera: ‹Dio, perdona e benedici la sorellina Sònja›, e poi
ancora: ‹Dio, perdona e benedici l'altro nostro babbo›, perché il
nostro babbo più grande è già morto, e questo che abbiamo è
un altro, e noi preghiamo anche per quello.»
«Pòlenka, io mi chiamo Rodiòn; pregate qualche volta anche
per me: ‹per il servo Rodiòn›, e nient'altro.»
«Tutta la mia vita pregherò per voi,» disse con enfasi la
bambina, e all'improvviso scoppiò di nuovo a ridere, si lanciò
verso di lui e lo abbracciò ancora con forza.
Raskòlnikov le disse il suo nome, le diede l'indirizzo e le
promise di passare senz'altro da loro l'indomani. La ragazzina
se ne andò tutta piena di entusiasmo per lui. Erano le dieci
passate quando Raskòlnikov uscì nella strada. Cinque minuti
dopo si trovava sul ponte, proprio nel posto da cui la donna
s'era gettata nell'acqua.
«Basta!» si disse in tono perentorio e solenne, «basta con i
miraggi, basta con i terrori fittizi, basta con i fantasmi!... C'è la
vita! Forse che non vivevo, poco fa? Ancora non è morta, la
mia vita, insieme a quella vecchia bacucca!
Sia suo il regno dei cieli, ma poi basta, màtuška: riposa in
pace! Ora viene il regno della ragione e della luce e... della
volontà, e della forza... e staremo un po' a vedere! Adesso
vedremo chi è il più forte!» aggiunse con spavalderia, come se
si rivolgesse, sfidandola, a una forza occulta. «E dire che m'ero
già rassegnato a vivere in un metro quadrato di spazio!...
Per il momento sono ancora molto fiacco, ma... sembra che la
malattia sia passata. Lo sapevo che sarebbe passata, quando
sono uscito poco fa. Ora che ci penso: casa Poèìnkov si trova a
due passi da qui. Comunque, devo assolutamente andare da
Razumìchin, sia o non sia a due passi da qui... Vinca pure la
scommessa!... Se la goda pure a spese mie; fa niente!... Forza,
forza ci vuole; senza forza non otterrai niente; e la forza
bisogna saperla conquistare con la forza stessa: ecco quello che
loro non sanno,» aggiunse con orgoglio, sicuro di sé,
trascinandosi a stento via dal ponte. Orgoglio e fede in se
stesso crescevano dentro di lui ad ogni istante; nel giro di un
minuto non era già più l'uomo di un minuto prima. Tuttavia,
cos'era mai successo di particolare per trasformarlo a quel
modo? Lui per primo non avrebbe saputo dirlo; come il
naufrago che si avvinghia a una festuca, gli era sembrato a un
tratto che anche lui avrebbe potuto vivere, che c'era ancora la
vita, che la sua vita non era morta «insieme a quella vecchia
bacucca». Forse era corso troppo presto alle conclusioni, ma
per ora non ci pensava.
«Però le ho chiesto di pregare per il servo Rodiòn,» rammentò
di colpo. «Be', ma solo... così, ad ogni buon conto!» aggiunse,
e subito rise egli stesso della sua idea sbarazzina. Si sentiva in
uno stato d'animo veramente felice.
Trovò facilmente Razumìchin; in casa Poèìnkov conoscevano
già il nuovo inquilino, e il portinaio gliene indicò subito
l'alloggio. Già a metà scala si poteva udire il rumore e
l'animato brusio di numerose persone. La porta sul pianerottolo
era spalancata; si sentiva gridare e discutere. La stanza di
Razumìchin era abbastanza ampia, e vi si erano riunite una
quindicina di persone. Raskòlnikov si fermò nell'anticamera.
Qui, dietro un divisorio, due domestiche della padrona di casa
s'affaccendavano attorno a due grandi samovar, a bottiglie,
piatti, vassoi colmi di un pasticcio di carne e di antipasti, usciti
dalla cucina della padrona. Raskòlnikov fece chiamare
Razumìchin. Quando arrivò apparve straordinariamente
euforico. Era evidente a prima vista che aveva bevuto
moltissimo, e benché Razumìchin non fosse quasi mai
veramente ubriaco, nondimeno questa volta si notava in lui
qualche segno di ebbrezza.
«Senti,» si affrettò a dirgli Raskòlnikov, «sono venuto solo per
dirti che hai vinto la scommessa e che effettivamente nessuno
sa in anticipo quel che gli può capitare. Ma a entrare da te non
ce la faccio: sono così debole che potrei cadere da un momento
all'altro. E perciò ti dico salve e addio nello stesso tempo! Tu,
però, domani passa da me...»
«Sai cosa faccio? Ti accompagno a casa! Lo dici anche tu che
sei debole, e dunque...»
«E i tuoi ospiti? Chi è quel tipo riccioluto, che proprio adesso
ha dato un'occhiata da questa parte?»
«Quello? Lo sa soltanto il diavolo! È un conoscente dello zio,
credo, o forse è venuto per conto suo... Lascerò mio zio, con
loro; è un uomo prezioso; peccato che tu non possa fare la sua
conoscenza oggi. E poi, al diavolo tutti quanti!
Non badano a me, adesso, e del resto anch'io ho bisogno di
prendere una boccata d'aria pura; quindi, mio caro, sei capitato
al momento giusto; se tardavi altri due minuti, avrei finito per
picchiarli, te lo giuro! Le sparano talmente grosse... Non puoi
immaginarti fino a che punto un uomo può spararle grosse! Ma
chi l'ha detto, poi, che non si può immaginarlo? Noi stessi non
diciamo bugie, forse? E comunque, facciano pure: più tardi, in
compenso, non potranno più farlo... Siediti qui un minuto, che
ti porto Zòsimov.»
Zòsimov si buttò addosso a Raskòlnikov con una specie di
avidità: era chiaro che tutto ciò che riguardava Raskòlnikov lo
incuriosiva molto; subito la sua espressione si fece più vivace.
«A letto immediatamente,» decise dopo aver visitato, nei limiti
del possibile, il suo paziente, «e per la notte dovreste mandar
giù una certa cosina... La prenderete, vero? L'ho preparata poco
fa... ecco, una polverina.»
«Anche due,» rispose Raskòlnikov.
E subito trangugiò il medicamento.
«Va molto bene che tu lo accompagni,» osservò Zòsimov
rivolto a Razumìchin; «domani vedremo, ma per oggi direi
proprio che non c'è male: c'è un notevole miglioramento. Mah!
Tutti i giorni s'impara qualcosa di nuovo...»
«Sai cosa mi ha bisbigliato adesso Zòsimov, mentre stavamo
uscendo?» sbottò Razumìchin, appena furono per la strada. «Io,
mio caro, ti dirò tutto apertamente, perché per me sono degli
stupidi. Zòsimov mi ha detto di chiacchierare con te, strada
facendo, e di farti chiacchierare, e poi di riferirgli, perché lui ha
una sua certa idea... l'idea che tu... sei matto, oppure stai per
diventarlo. Figurati un po'! Prima di tutto, tu sei tre volte più
intelligente di lui; in secondo luogo, se non sei matto te ne
infischi delle assurdità che lui può pensare, e in terzo luogo,
quel pezzo di lardo, di professione chirurgo, adesso si è fissato
sulle malattie della psiche... Per quanto ti riguarda, a
scombussolarlo definitivamente è stato il tuo colloquio di oggi
con Zamëtov.»
«Zamëtov ti ha raccontato tutto?»
«Sì, tutto, e ha fatto benissimo. Adesso ho capito la faccenda
per filo e per segno, e anche Zamëtov l'ha capita... Insomma,
caro Ròdja, ecco di cosa si tratta... In questo momento sono un
po' sbronzo... ma non fa niente... Il fatto è che quest'idea...
capisci? era effettivamente passata loro per la testa... mi
capisci? Cioè, nessuno di loro aveva il coraggio di formularla
ad alta voce, perché è la più assurda delle assurdità; dopo che
hanno arrestato quell'imbianchino, poi, l'idea è andata a rotoli e
non se n'è parlato più. Ma come ci saranno arrivati, quegli
scemi? Io, allora, gliele ho un po' cantate, a Zamëtov; ma
rimanga fra noi: non accennare nemmeno lontanamente che lo
sai; ho notato che è un tipo suscettibile; è stato da Lavìza, ma
oggi, oggi s'è chiarito tutto. E quell'Iljà Petròviè, poi ! Quella
volta, al commissariato, ha intravvisto un indizio nel tuo
svenimento, ma poi se n'è vergognato lui stesso; io lo so...»
Raskòlnikov ascoltava avidamente. Razumìchin ubriaco,
diceva più di quel che non volesse dire.
«Quella volta sono svenuto perché là dentro mancava l'aria e
c'era puzza di vernice,» disse Raskòlnikov.
«C'è proprio bisogno che tu me lo spieghi? E non è stata solo la
vernice: era già un mese che l'infiammazione covava dentro di
te; ne è testimone Zòsimov! Ma tu sapessi com'è avvilito,
adesso, quel ragazzaccio di Zamëtov... non puoi nemmeno
immaginarlo! ‹Non valgo il dito mignolo di quell'uomo!› dice.
Cioè il tuo mignolo. A volte, mio caro, ha dei buoni sentimenti.
Ma la lezione, la lezione che si è sorbita oggi al Palazzo di
cristallo, è stata il colmo della perfezione!
Sai che dapprincipio l'hai spaventato, gli hai fatto venire i
brividi?... Lo hai quasi costretto a convincersi di nuovo di tutta
quella mostruosa assurdità, e poi, di colpo, gli hai mostrato la
lingua: ‹To', tieni, visto con che cosa sei rimasto?› La
perfezione! ... Adesso è schiacciato, annientato! Sei proprio un
artista, com'è vero Dio, ed è proprio quel che si meritano!
Peccato che non fossi lì anch'io! Lui, adesso, non vedeva l'ora
che tu venissi. E anche Porfìrij desidera fare la tua
conoscenza...»
«Ah sì? Anche lui... Ma perché, poi, mi considerano matto?»
«Be', non proprio matto. Io, mio caro, se non sbaglio, ti sto
spifferando troppe cose... Quel che lo ha colpito, devi sapere, è
il fatto che tu non ti interessi ad altro che a quella faccenda; ma
adesso è chiaro perché ti interessa, conoscendo tutte le
circostanze... e come tutto questo, allora, ti abbia eccitato, e si
sia mescolato alla malattia... Io, mio caro, sono un po' ubriaco,
ma lui, che il diavolo lo porti, deve avere una certa sua idea...
Te lo dico io: ha la fissazione delle malattie psichiche. Tu, però,
infischiatene...»
Per un mezzo minuto, tutt'e due rimasero in silenzio.
«Ascolta, Razumìchin,» prese a dire Raskòlnikov, «voglio
dirtelo francamente: poco fa sono stato da un morto, è morto un
certo funzionario... e lì ho lasciato tutti i miei soldi... Inoltre
poco fa mi ha baciato una creatura, che anche se io avessi
ucciso qualcuno, anche in quel caso... Insomma, là ho visto
anche un'altra creatura... con una penna color fuoco... ma sto
perdendo il filo; sono molto debole, sorreggimi... ormai siamo
arrivati alla scala...»
«Che hai? Che hai?» chiedeva Razumìchin, allarmato.
«Mi gira un po' la testa, ma non è questo che conta, quel che
conta è che sono così triste, così triste! Come una donna...
proprio così! Guarda lì! Come mai? Guarda! Guarda!»
«Che c'è?»
«Ma non vedi? La vedi la luce nella mia stanza? Dalla
fessura...»
Erano già all'ultima rampa di scale, accanto alla porta della
padrona, ed effettivamente si vedeva, da lì, che nello stambugio
di Raskòlnikov c'era la luce.
«Strano! Forse è Nastàsja,» osservò Razumìchin.
«A quest'ora non viene mai da me, e poi dorme già da un
pezzo... Ma che me ne importa! Addio!»
«Che ti piglia, ora? Lascia che ti accompagni, entreremo
insieme!»
«Lo so che entreremo insieme, ma io vorrei stringerti la mano
qui e dirti addio qui. Su, dammi la mano, addio!»
«Ròdja, insomma, che ti piglia?»
«Niente; entriamo, sarai testimone...»
Presero a salire per la scala e Razumìchin fu sfiorato dal
pensiero che forse Zòsimov aveva ragione. «Eh! L'ho turbato
con le mie chiacchiere!» mormorò tra sé. A un tratto,
avvicinandosi alla porta, udirono nella stanza delle voci.
«Ma insomma, che succede qui?» esclamò Razumìchin.
Raskòlnikov mise mano alla porta per primo e la spalancò; la
spalancò, e rimase sulla soglia come inchiodato.
Sua madre e sua sorella sedevano sul suo divano, dove lo
aspettavano già da un'ora e mezzo. Perché mai, perché erano
proprio loro le persone che meno s'aspettava di vedere e alle
quali meno aveva pensato, nonostante la notizia, confermata
quel giorno stesso, che esse erano partite, che si trovavano in
viaggio, e che stavano ormai per arrivare? Per tutto quel tempo
non avevano fatto altro che interrogare a gara Nastàsja, che
anche ora se ne stava lì in piedi davanti a loro e già aveva avuto
modo di raccontare tutto per filo e per segno. S'erano
spaventate a morte udendo che era «scappato», in preda alla
malattia e, come risultava dal racconto, senz'altro anche al
delirio! «Santo Dio, ma che cos'ha?» Tutt'e due avevano pianto,
tutt'e due, in quell'ora e mezza di attesa, avevano patito il
martirio.
Un grido di gioia, di felicità prorompente accolse la comparsa
di Raskòlnikov. Entrambe si slanciarono verso di lui. Ma egli
rimaneva immobile, come morto: un'insopportabile,
improvvisa consapevolezza lo aveva colpito come un fulmine.
Nemmeno le sue braccia si sollevavano per abbracciarle: non
riuscivano a farlo. Sua madre e sua sorella lo stringevano, lo
abbracciavano, lo baciavano, ridevano, piangevano... Egli fece
un passo, barcollò e stramazzò sul pavimento, svenuto.
Trambusto, grida di terrore, gemiti... Razumìchin, che era
rimasto sulla soglia, irruppe nella stanza, afferrò il malato fra le
sue braccia robuste e in un baleno lo adagiò sul divano.
«Non è niente, non è niente!» gridava rivolto alla madre e alla
sorella, «è un semplice svenimento, una sciocchezza! Proprio
adesso il dottore ha detto che sta molto meglio, che è
perfettamente sano!... Un po' d'acqua! Eccolo che torna in sé,
ecco che si è già riavuto!»
E afferrata Dùneèka per la mano, così forte che per poco non le
slogò il polso, la obbligò a chinarsi per vedere come fosse già
tornato in sé... Sia la madre sia la sorella guardavano a
Razumìchin come alla Provvidenza in persona, intenerite e
riconoscenti; avevano già saputo da Nastàsja cos'aveva fatto
per il loro Ròdja, durante tutto il periodo della malattia,
quell'«intraprendente giovanotto»: così lo chiamò, quella sera
stessa, durante un colloquio intimo con Dùnja, Pulchèrija
Aleksàndrovna Raskòlnikova.
PARTE TERZA
1
Raskòlnikov si sollevò a sedere sul divano.
Fece un debole cenno a Razumìchin perché interrompesse il
torrente di incoerenti e fervide frasi consolatrici rivolte alla
madre e alla sorella; poi le prese tutte e due per le mani e per
un paio di minuti rimase a guardarle in silenzio, ora l'una ora
l'altra. La madre si spaventò del suo sguardo. Ne traspariva un
sentimento intenso fino alla sofferenza, ma nello stesso tempo
c'era in esso qualcosa di fisso, e perfino di folle. Pulchèrija
Aleksàndrovna cominciò a piangere.
Avdòtja Romànovna era pallida; la sua mano tremava in quella
del fratello.
«Andate a casa... con lui,» diss'egli con voce rotta, indicando
Razumìchin. «Ci vedremo domani, domani tutto sarà... E molto
che siete arrivate?»
«Questa sera, Ròdja,» rispose Pulchèrija Aleksàndrovna. «Il
treno ha avuto un ritardo enorme. Ma, Ròdja, io adesso non ti
lascerò solo per nessuna ragione. Passerò la notte qui, accanto a
te...»
«Non mi tormentate!» protestò Raskòlnikov con un gesto
d'insofferenza.
«Rimarrò io con lui!» esclamò Razumìchin. «Non lo lascerò
nemmeno per un istante, e vada al diavolo tutta quella mia
gente; facciano un po' quel che gli pare! Tanto là c'è mio zio
che fa gli onori di casa.»
«Come, come potrò ringraziarvi!» cominciò a dire Pulchèrija
Aleksàndrovna, stringendo di nuovo le mani a Razumìchin, ma
ancora una volta Raskòlnikov le interruppe:
«Non ne posso più, non ne posso più,» ripeteva fremendo.
«Non tormentatemi! Basta... Non ne posso più!...»
«Andiamo, mamma... Usciamo almeno un momento dalla
stanza,» mormorò Dùnja spaventata. «È chiaro che gli
facciamo del male.»
«Ma lasciatemelo guardare un po', dopo tre anni!» e Pulchèrija
Aleksàndrovna si mise a piangere.
«Aspettate!» le fermò di nuovo Raskòlnikov, «voi non fate
altro che interrompermi, e mi confondete le idee... Avete visto
Lùžin?»
«No, Ròdja, ma egli sa già del nostro arrivo. Abbiamo sentito,
Ròdja, che Pëtr Petròviè è stato tanto buono da farti una visita
quest'oggi,» aggiunse timidamente Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Già... È stato tanto buono... Sai, Dùnja, poco fa ho detto a
Lùžin che lo avrei buttato giù dalle scale, e l'ho anche mandato
a quel paese...»
«Ma come, Ròdja?... Non vorrai mica dire...» cominciò
Pulchèrija Aleksàndrovna, tutta spaventata, ma si interruppe
lanciando un'occhiata a Dùnja.
Avdòtja Romànovna fissava il fratello e attendeva il seguito.
Erano già state informate del litigio da Nastàsja, per quel tanto
che essa aveva potuto comprendere e riferire sull'accaduto, e
avevano sofferto moltissimo di quell'incertezza e di
quell'attesa.
«Dùnja,» proseguì con uno sforzo Raskòlnikov, «io non
desidero questo matrimonio, e quindi tu, domani stesso, fin
dalla prima parola, devi dire di no a Lùžin, e che lui non si
faccia più vedere.»
«Dio mio!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Fratello, pensa a quel che dici!» esclamò Avdòtja Romànovna
accalorandosi, ma subito si trattenne. «Forse tu, in questo
momento, non sei in grado... sei stanco,» si limitò a dire.
«Credi che stia delirando? No... tu sposi Lùžin per me, e io non
accetto questo sacrificio. Perciò, domani devi aver già scritto
una lettera... di rifiuto... Domattina me la darai da leggere, e
l'incidente sarà chiuso!»
«Non posso farlo!» esclamò Dùnja, risentita. «Con che diritto
tu...»
«Dùneèka, anche tu te la prendi subito! Smettila, aspetta
magari domani... Non lo vedi che...» intervenne la madre
rivolgendosi con frettoloso sgomento a Dùnja. «Sarà meglio
che ce ne andiamo!»
«È il delirio!» gridò Razumìchin mezzo ubriaco. «Se no, come
oserebbe? Domani, tutta questa mattana gli sarà passata...
Oggi, però, lo ha davvero cacciato via, quel tipo, proprio così...
Be', quello se l'è presa... voleva mettere in mostra la sua
eloquenza, la sua cultura, e ha finito per andarsene con la coda
fra le gambe...»
«Ma allora è
Aleksàndrovna.
proprio
vero?»
esclamò
Pulchèrija
«Ci vediamo domani, fratello mio,» disse Dùnja, piena di
compassione per il fratello. «Mammina, andiamo... Addio,
Ròdja!»
«Senti, sorella,» insistette lui, raccogliendo le sue ultime forze,
«io non ho affatto il delirio, e questo matrimonio è una
vergogna. Già io sono un poco di buono, ma tu non devi legarti
a un qualsiasi... Io, anche se sono un poco di buono, una sorella
così non la considererei più sorella. O me o Lùžin! E adesso,
andate pure...»
«Tu sei impazzito! Despota!» urlò Razumìchin, ma
Raskòlnikov non rispose, e forse non aveva neanche più la
forza di rispondere. Si coricò sul divano e si voltò verso la
parete, completamente esausto. Avdòtja Romànovna guardò
Razumìchin in un modo strano: i suoi occhi neri
lampeggiarono, e sotto quello sguardo Razumìchin trasalì.
Pulchèrija Aleksàndrovna se ne stava lì come paralizzata.
«Come potrei andar via?» mormorava a Razumìchin, quasi
disperata. «Io rimarrò qui, da qualche parte, e voi
accompagnerete Dùnja.»
«E così rovinerete tutto!» mormorò a sua volta Razumìchin,
perdendo la pazienza. «Usciamo almeno sulla scala. Nastàsja,
fa' luce! Vi giuro,» seguitò sottovoce, già sulla scala, «che poco
fa ci ha quasi picchiati, me e il dottore! Capite?
Perfino il dottore! E lui, per non irritarlo, ha ceduto, e se n'è
andato... Io sono rimasto giù a fare la guardia, e lui, qui sopra,
si è vestito e poi se l'è squagliata. E se lo farete arrabbiare se la
squaglierà anche adesso, di notte, e farà qualcosa contro se
stesso...»
«Santo Dio, ma che dite mai!»
«Inoltre, Avdòtja Romànovna non può restare sola, senza di
voi, nella stanza mobiliata! Non dimenticate che alloggio è il
vostro! Quel maiale, Pëtr Petròviè, non poteva proprio trovarvi
qualcosa di meglio?... Del resto, sapete, sono un po' ubriaco, ed
è per questo che l'ho insultato... non dovete farci caso...»
«Andrò dalla padrona,» insisteva Pulchèrija Aleksàndrovna, «e
la supplicherò perché ci sistemi in qualche angolo, me e Dùnja,
per stanotte. Non posso lasciarlo in questo stato, non posso!»
Queste cose le stavano dicendo appunto sul pianerottolo dove
s'apriva la porta della padrona. Nastàsja faceva luce dall'ultimo
gradino. Razumìchin era terribilmente eccitato. Non di più di
mezz'ora prima, nell'accompagnare Raskòlnikov a casa, era
stato troppo loquace, e lo sapeva; dopo, però, si era sentito
perfettamente in forze e quasi fresco, nonostante l'enorme
quantità di vino bevuta quella sera. Adesso, invece, il suo stato
era di nuovo prossimo all'esaltazione, sembrava che tutto quel
vino gli avesse dato nuovamente alla testa, di colpo e con
raddoppiata intensità. Stava lì, con le due signore, tenendole
entrambe per la mano, e le esortava, sciorinando i suoi
argomenti con sorprendente franchezza.
Inoltre, probabilmente per convincerle meglio, quasi a ogni
parola stringeva forte forte, come in una morsa, le mani di
entrambe sino a far loro male; e, senza vergognarsene affatto,
sembrava divorare con gli occhi Avdòtja Romànovna. Per il
dolore, di tanto in tanto, loro liberavano le mani dalla sua
enorme e ossuta manona; ma lui non solo non se ne accorgeva,
ma le tirava verso di sé con forza ancor maggiore. Se in quel
momento gli avessero chiesto, per far loro un favore, di buttarsi
a capofitto giù dalla scala l'avrebbe fatto subito, senza discutere
e senza la minima esitazione. Pulchèrija Aleksàndrovna,
preoccupatissima per il suo Ròdja, pur rendendosi conto che il
giovanotto era un po' eccentrico e le stringeva un po' troppo la
mano, preferiva non accorgersi di tutte queste stranezze: per
lei, egli era la Provvidenza.
Avdòtja Romànovna, invece, benché nutrisse le medesime
preoccupazioni della madre, e pur non essendo paurosa di
natura, accoglieva con meraviglia e perfino con un certo
spavento gli sguardi dell'amico di suo fratello, fiammeggianti
di una luce selvaggia, e solo la fiducia sconfinata in quello
strano individuo ispiratale dai racconti di Nastàsja la tratteneva
dallo scappare, trascinando con sé sua madre. Capiva anche
che ormai, forse, era troppo tardi, e che non potevano più
sfuggirgli. Del resto, dopo una decina di minuti, si sentì molto
più tranquilla: Razumìchin aveva il dono di mostrarsi tutto,
com'era fatto dentro, in pochi istanti e di qualunque umore
fosse, cosicché tutti capivano prestissimo con chi avevano a
che fare.
«Non bisogna andare dalla padrona: sarebbe assurdo!» egli
gridò, cercando di convincere Pulchèrija Aleksàndrovna
«Anche se siete sua madre, restando qui lo farete uscire dai
gangheri, e allora sa solo il diavolo cosa succederà! Sentite,
ecco quel che faremo: adesso starà un po' con lui Nastàsja,
mentre io accompagnerò voi due a casa, perché non potete
circolare da sole; qui a Pietroburgo... be', ma questo è un altro
discorso!... Poi tornerò di corsa qui, e fra un quarto d'ora,
parola mia, vi farò un rapporto dettagliato: come sta, se dorme
o no, e via dicendo. E poi, sentitemi bene, poi da casa vostra, in
un baleno, sarò a casa mia - ho degli ospiti, là, tutti ubriachi -,
prenderò con me Zòsimov il dottore che lo cura, che adesso si
trova da me e che non è ubriaco; non è ubriaco quello lì, non è
mai ubriaco! Lo porterò da Ròdja e poi, subito, tornerò da voi.
Così in un'ora riceverete due volte sue notizie: anche dal
dottore capite, dal dottore in persona! Non è come averle da
me! E se starà male, giuro che vi accompagnerò subito qui io
stesso; se invece sta bene, voi due andrete a dormire. Io passerò
qui tutta la notte, nell'ingresso, lui non se ne accorgerà
nemmeno, e a Zòsimov ordinerò di pernottare dalla padrona,
per averlo a portata di mano. Allora, cos'è meglio adesso, per
lui: voi o il dottore? È più utile il dottore, più utile senz'altro.
Quindi, andate a casa! Dalla padrona, poi, è impossibile
andarci: è possibile per me, ma per voi no: non vi farebbe
entrare perché... perché è una stupida. Sarebbe gelosa di
Avdòtja Romànovna, se volete proprio saperlo, e anche di voi...
ma di Avdòtja Romànovna senz'altro. È un tipo assolutamente
imprevedibile! Del resto anch'io sono uno stupido... Be', non
importa! Andiamo!... Volete credermi o no? Insomma, mi
credete o no?»
«Andiamo, mammina,» disse Avdòtja Romànovna. «Vedrai che
manterrà la promessa. È già riuscito a resuscitare mio fratello, e
se è vero che il dottore accetterà di passare la notte qui, che
cosa può esserci di meglio?»
«Ecco, voi... voi mi capite, perché siete un angelo!» esclamò
Razumìchin al colmo dell'entusiasmo. «Andiamo! Nastàsja!
Fila di sopra e resta seduta accanto a lui, con la luce accesa; io
torno fra un quarto d'ora...»
Pulchèrija Aleksàndrovna, anche se convinta solo a metà, non
si oppose oltre. Razumìchin le prese sotto braccio tutt'e due e le
trascinò giù per la scala. La madre, tuttavia, continuava a
preoccuparsi. Pensava: «Sarà svelto, sarò buono, ma potrà fare
davvero le cose che promette? Nello stato in cui si trova!...»
«Lo capisco, voi pensate al mio stato!» disse Razumìchin,
interrompendo il corso dei pensieri di Pulchèrija
Aleksàndrovna, ch'egli aveva intuito mentre avanzava a
lunghissimi passi sul marciapiede; le due donne stentavano a
tenergli dietro, cosa di cui, d'altronde, lui non s'accorgeva.
«Sono tutte sciocchezze!... Cioè, è vero, ho alzato il gomito,
però non è questo che importa; non è di vino che sono ubriaco.
È avervi veduta che m'ha dato alla testa... Ma cosa conto, io?
Non badate a me: io parlo a vanvera; sono indegno di voi...
Sono peggio che indegno!... Ma appena vi avrò accompagnate,
ecco, qui al canale, mi verserò subito in testa due secchi
d'acqua, e così sarò a posto... Se sapeste come vi voglio bene, a
tutt'e due!... Non ridete, non arrabbiatevi!... Arrabbiatevi con
chi vi pare, ma non con me! Io sono amico suo, e quindi amico
vostro. Lo vorrei tanto... Lo presentivo, sapete? L'anno scorso
c'è stato un attimo... Del resto, non è stato un presentimento,
perché è come se voi foste caduta dal cielo. Comunque, credo
proprio che non dormirò tutta la notte... Zòsimov temeva che
lui diventasse matto... Ecco perché non bisogna irritarlo...»
«Ma cosa state dicendo?» esclamò la madre.
«Possibile che il dottore abbia detto proprio così?» domandò
Avdòtja Romànovna, spaventata.
«L'ha detto, ma la faccenda è un'altra; è tutta un'altra
faccenda... Gli aveva anche dato una medicina, una polverina,
l'ho visto io stesso, ma poi siete arrivate voi... Ah! non potevate
arrivare domani? ... Abbiamo fatto bene ad andarcene; tra
un'ora ci penserà Zòsimov a mettervi al corrente di tutto. Lui sì
che non è ubriaco! E anch'io non sarò più ubriaco... Volete
sapere perché mi sono sbronzato a questo modo? Perché mi
hanno fatto discutere, quei maledetti! E sì che avevo giurato di
non discutere più!... Dicono certe corbellerie! Per poco non
menavo le mani! Ho lasciato là mio zio, a far gli onori di casa...
Potete non crederci, ma quelli vogliono la distruzione totale
della personalità, e ci provano un gran gusto! L'importante è
non essere se stessi, assomigliare il meno possibile a se stessi!
Questo, per loro, è il vertice della civiltà. Almeno lo
esprimessero in qualche maniera originale; invece...»
«Sentite...»
lo
interruppe
timidamente
Aleksàndrovna, ma fu come soffiare nel fuoco.
Pulchèrija
«Cosa credete?» gridava Razumìchin ancor più forte. «Credete
che io me la prenda perché le sparano così grosse? Nemmeno
per sogno! Mi piace, quando si dicon corbellerie! Dire
corbellerie è l'unico privilegio umano nei confronti di tutti gli
altri esseri viventi. A furia di dirne, si arriva alla verità. Si è
uomini appunto perché si dicono corbellerie; non si è mai
raggiunta nessuna verità senza aver prima sbagliato quattordici
volte, e forse anche centoquattordici; a suo modo, è una cosa
onorevole. Mentre noi, non siamo nemmeno capaci di sbagliare
col nostro cervello! Sparale grosse, ma che sia farina del tuo
sacco: e io ti vorrò un bene dell'anima. Spararle grosse a
proprio modo, è quasi meglio che dir la verità al modo altrui;
nel primo caso sei un uomo, nel secondo sei solo un
pappagallo! La verità non scappa mai, mentre c'è il pericolo di
imprigionare la vita; gli esempi non mancano. Cosa siamo, noi,
oggi come oggi? Tutti noi, nessuno escluso, nel campo della
scienza, del progresso, del pensiero, delle scoperte, degli ideali,
delle aspirazioni, del liberalismo, della ragione, dell'esperienza,
insomma di tutto, tutto, tutto, tutto, tutto quanto, stiamo ancora
facendo la prima elementare. Ci abbiamo preso gusto a
campare con l'intelligenza altrui, e ci abbiamo dato dentro! Non
è così forse? Non dico bene?» sbraitava Razumìchin,
scuotendo e stringendo le mani delle due donne. «Non è forse
così?»
«Dio mio, non saprei davvero,» proferì infine la povera
Pulchèrija Aleksàndrovna.
«È così, è proprio così... anche se non sono d'accordo con voi
su tutti i punti,» aggiunse in tono serio Avdòtja Romànovna, e
subito lanciò un grido, tanto fu il dolore che egli le procurò
stringendole la mano.
«È così? Voi dite che è così? Be', ma allora voi... voi...» si mise
a urlare Razumìchin al colmo dell'entusiasmo, «siete la fonte
d'ogni bontà, d'ogni purezza, d'ogni intelligenza... e della
perfezione! Datemi la vostra mano, vi prego... e anche voi
datemi la vostra; voglio baciare le vostre mani qui, subito, in
ginocchio!»
Ed egli s'inginocchiò in mezzo al marciapiede, per fortuna
deserto a quell'ora
«Vi
scongiuro,
smettetela,
ma
cosa
fate?»
esclamò
allarmatissima Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Alzatevi, alzatevi!» diceva Dùnja, ridendo ma un po' inquieta.
«No e poi no, se prima non mi date le vostre mani! Ecco, così,
e ora basta, mi sono alzato, andiamo pure! Sono un povero
balordo, indegno di voi, ubriaco, e me ne vergogno... Sono
indegno di amarvi, ma chiunque deve prosternarsi davanti a
voi, a meno che non sia un animale fatto e finito! E io mi sono
prosternato... Ma ecco il vostro alloggio; non fosse che per
questo Rodiòn ha avuto ragione, prima, a sbatter fuori quel
vostro Pëtr Petròviè! Come ha avuto il coraggio di sistemarvi
in un posto simile? È uno scandalo! Sapete chi fanno entrare,
qui?... E voi siete la sua fidanzata! La sua fidanzata, vero?
Bene, e allora io vi dico che il vostro fidanzato, se ha fatto
questo, è un autentico mascalzone!»
«Sentite, signor Razumìchin, voi dimenticate...» cominciò a
dire Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Sì, sì, avete ragione, mi sono lasciato andare e ne provo
vergogna!» disse Razumìchin come tornando in sé.
«Ma... ma voi non potete arrabbiarvi con me per quel che dico!
Perché io parlo sinceramente, e non per... mmh!... Questo
sarebbe meschino; in una parola, non perché io vi... mmh!...
Be', in ogni caso, non lo devo dire, non ve lo dirò il perché: non
oso!... Ma noi tutti, poco fa, appena quel tipo è entrato,
abbiamo capito che non è dei nostri. Non perché è entrato con i
capelli arricciati dal barbiere, né perché si è affrettato a mettere
in vetrina la sua intelligenza: ma perché è un avaro e uno
speculatore; perché è un tirchio e un ciarlatano; e lo si vede.
Credete che sia intelligente? Macché, è uno stupido, uno
stupido! È forse il tipo che fa per voi? Oh, santissimo Iddio!
Vedete, signore mie», e a un tratto si fermò, mentre già
salivano le scale che portavano all'alloggio, «là da me anche se
sono tutti ubriachi, in compenso sono tutti onesti, e anche se
diciamo delle baggianate, e anch'io le dico, tuttavia a furia di
dirle finiremo per arrivare alla verità, perché siamo sulla via
del bene; mentre quella di Pëtr Petròviè... è una via del tutto
diversa. Per quanto, poco fa, io li abbia insultati a morte,
nondimeno li rispetto tutti; perfino Zamëtov... lui magari non lo
rispetto, però mi piace, perché è come un pulcino bagnato! Sì,
perfino quell'animale di Zòsimov, perché è onesto e sa il suo
mestiere... Ora basta, tutto è stato detto, e tutto perdonato.
Perdonato, non è vero? Be', ora andiamo. Conosco questo
corridoio; ecco, qui, nella terza stanza c'è stato uno scandalo...
E la vostra camera dov'è? Che numero? Otto?... Be', chiudetevi
dentro, stanotte, e non lasciate entrare nessuno.
Fra un quarto d'ora tornerò con le mie notizie, e poi fra un'altra
mezz'ora sarò qui con Zòsimov, vedrete! Arrivederci. scappo!»
«Dio mio, Dùneèka, che cosa succederà?» disse Pulchèrija
Aleksàndrovna, rivolgendosi inquieta e timorosa alla figlia.
«Calmatevi, mammina,» rispose Dùnja, togliendosi il
cappellino e la mantella. «Iddio stesso ci ha mandato questo
signore, anche se viene dritto dritto da chissà che baldoria. Si
può fare assegnamento su di lui, ve lo assicuro. Eppoi, tutto
quello che ha già fatto per mio fratello...»
«Ah, Dùneèka, sa soltanto Iddio se tornerà! E come ho potuto
decidermi a lasciare Ròdja!... Proprio non immaginavo di
trovarlo così! Era così freddo: come se non fosse contento di
vederci...»
Gli occhi le si riempirono di lacrime.
«No, mammina, non è così. Non avete visto bene, non facevate
altro che piangere. Ròdja è gravemente malato, ecco la causa di
tutto.»
«Ah, questa malattia! Qualcosa succederà, lo sento! E in che
tono ha parlato con te, Dùnja!» disse la madre, lanciando
timide occhiate alla figlia come per indovinarne i pensieri, e
già per metà consolata visto che Dùnja stessa difendeva Ròdja
e quindi lo aveva perdonato. «Sono sicura che domani avrà
cambiato idea,» aggiunse, cercando di sondare ancor più la
figlia.
«E io invece sono sicura che anche domani dirà le stesse cose,»
tagliò corto Avdòtja Romànovna e con questo naturalmente
tutto finì, perché era proprio quello il punto di cui Pulchèrija
Aleksàndrovna aveva più paura in quel momento di parlare.
Dùnja si avvicinò a sua madre e la baciò. La madre la strinse
forte in silenzio. Poi sedette, aspettando inquieta il ritorno di
Razumìchin e seguendo timidamente con lo sguardo la figlia
che, anche lei in attesa, aveva cominciato a camminare su e giù
per la stanza a braccia conserte, immersa nei suoi pensieri.
Questa di passeggiare da un angolo all'altro, soprappensiero,
era un'abitudine di Avdòtja Romànovna, e la madre aveva
sempre un certo timore di interrompere in quei momenti le sue
meditazioni.
Razumìchin, naturalmente, era ridicolo nella sua repentina
passione per Avdòtja Romànovna, divampata tra i fumi del
vino, ma se avessero potuto vedere Avdòtja Romànovna
soprattutto ora, mentre camminava a braccia conserte su e giù
per la stanza, triste e pensierosa, molti forse lo avrebbero
scusato, anche senza tener conto della scusante dell'ebbrezza.
Avdòtja Romànovna era bellissima: alta, straordinariamente
slanciata, sicura di sé, cosa quest'ultima che si palesava in ogni
suo gesto ma che nulla toglieva alla dolcezza e alla grazia delle
sue movenze. Di viso somigliava al fratello; lei, però, la si
poteva definire addirittura una bellezza. I suoi capelli erano di
un biondo intenso, un po' più chiari di quelli del fratello; gli
occhi quasi neri, lucenti e fieri e insieme, a tratti,
straordinariamente buoni. Era pallida, ma non di un pallore
malaticcio; dal suo volto emanavano freschezza e salute. La
bocca era piccola, e il labbro inferiore, fresco e vermiglio,
sporgeva un poco in avanti, come anche il mento, unica
irregolarità in quel magnifico viso: un'irregolarità che gli dava
un che di caratteristico e di altero. L'espressione del volto era
sempre più seria e pensosa che gaia; in compenso, com'erano
belli, quando vi apparivano, il sorriso e il riso, allegri, giovani,
aperti! È naturale che Razumìchin - focoso, sincero e piuttosto
semplice, onesto, forte come un atleta e per giunta ubriaco -,
non avendo mai visto niente di simile, avesse perduto la testa
sin dal primo sguardo. Il caso, inoltre, neanche a farlo apposta,
gli aveva mostrato per la prima volta Dùnja nel meraviglioso
momento d'amore e di gioia del suo incontro col fratello. Poi
aveva visto il labbro inferiore di lei tremare di sdegno in
risposta alla brusca, dura, crudele ingiunzione del fratello, e
non aveva potuto resistere.
Del resto, Razumìchin era nel vero quando poco prima, sulla
scala, da ubriaco, si era lasciato sfuggire che la bizzarra
padrona di casa di Raskòlnikov, Praskòvja Pàvlovna, sarebbe
stata gelosa non solo di Avdòtja Romànovna, ma forse anche
della stessa Pulchèrija Aleksàndrovna. Sebbene quest'ultima
avesse già quarantatré anni, il suo volto serbava ancora tracce
della bellezza d'un tempo; per di più, essa sembrava molto più
giovane dei suoi anni, come accade quasi sempre alle donne
che riescono a conservare sino alla vecchiaia la freschezza
dello spirito e delle sensazioni e un'onesta, pura fiamma del
cuore. Conservare queste cose, lo diciamo per inciso, è l'unico
mezzo per non perdere la propria bellezza nemmeno da vecchi.
I suoi capelli cominciavano già a incanutire e a diradarsi: già
da tempo, piccole rughe si irradiavano intorno ai suoi occhi, le
guance s'erano infossate e inaridite per le preoccupazioni e i
dolori; tuttavia, quel viso era ancora bellissimo. Era il ritratto
del volto di Dùneèka, soltanto con vent'anni in più, e a parte il
labbro inferiore, che in Pulchèrija Aleksàndrovna non era
sporgente. Era sentimentale, ma non fino alla svenevolezza, e
timida e arrendevole, ma solo fino a un certo punto: poteva
cedere in molte cose e molte accettarne, anche in contrasto con
le sue convinzioni, ma c'era un limite, che in nessuna
circostanza avrebbe oltrepassato, tracciato dall'onestà, dai
princìpi e da alcune profonde convinzioni.
Esattamente venti minuti dopo che Razumìchin era uscito,
risuonarono alla porta due colpi non forti ma frettolosi: era già
di ritorno.
«Non entro, non ho tempo!» s'affrettò a dire quando l'uscio si
aprì. «Dorme della grossa, di un sonno placido, tranquillo; e
voglia Iddio che dorma una decina di ore. Accanto a lui c'è
Nastàsja; le ho ordinato di non uscire fino al mio ritorno.
Adesso trascinerò qui Zòsimov, che vi farà il suo rapporto, e
poi anche voi andrete a nanna; siete stanche morte, lo vedo
bene.» E corse via per il corridoio.
«Che giovane svelto e... devoto!» esclamò Pulchèrija
Aleksàndrovna, con indicibile gioia.
«A quanto pare, una persona di valore!» rispose con un certo
calore Avdòtja Romànovna, ricominciando a passeggiare su e
giù per la stanza.
Quasi un'ora dopo risuonarono nel corridoio dei passi e di
nuovo bussarono all'uscio. Le due donne erano in attesa, questa
volta con piena fiducia nella promessa di Razumìchin; e infatti,
era riuscito a portarsi dietro Zòsimov.
Questi aveva accettato subito di lasciare il banchetto per andare
a dare un'occhiata a Raskòlnikov, mentre dalle due signore
c'era andato di malavoglia e pieno di diffidenza, non prestando
fede all'ebbro Razumìchin. Ma il suo amor proprio rimase
subito lusingato: capì che lo stavano davvero aspettando come
un oracolo. Restò lì dieci minuti esatti e riuscì a convincere e a
tranquillizzare completamente Pulchèrija Aleksàndrovna. Parlò
con simpatia viva ma non scevra di riserbo e con una specie di
accentuata serietà, proprio come un dottore di ventisette anni a
un consulto importante, senza dire una sola parola che non
fosse sull'argomento e senza manifestare il minimo desiderio di
entrare in rapporti di carattere più personale e privato con le
due signore. Avendo notato, già all'entrare, l'abbagliante
bellezza di Avdòtja Romànovna, si sforzò subito di non badarvi
affatto per tutto il tempo della visita, e si rivolse unicamente a
Pulchèrija Aleksàndrovna.
Tutto ciò gli procurava un'immensa soddisfazione interiore.
Quanto al malato, disse d'averlo trovato, poco prima, in uno
stato abbastanza buono. Secondo quanto aveva potuto
osservare, la malattia del paziente, oltre alle cattive condizioni
materiali degli ultimi mesi, era dovuta a cause di carattere
morale. «È, per così dire, il prodotto di molte complesse
influenze morali e materiali, ansie, timori, preoccupazioni, di
certe idee... e d'altro ancora.» Avendo notato, di sfuggita, che
Avdòtja Romànovna s'era messa ad ascoltarlo con particolare
attenzione, Zòsimov si diffuse un po' di più su quest'ultimo
punto. Alla domanda, ansiosa e timida, di Pulchèrija
Aleksàndrovna, riguardo «a certi pretesi sospetti di pazzia»,
rispose, con un sorriso franco e pacato, che le sue parole erano
state senz'altro esagerate; che nell'infermo, certamente, si
notava una specie di idea fissa, un sintomo di monomania dato che lui, Zòsimov, seguiva adesso con particolare
attenzione questo interessantissimo ramo della medicina -, ma
non bisognava dimenticare che quasi fino a quel giorno il
malato aveva avuto il delirio e... e ora, naturalmente, l'arrivo
dei suoi cari gli avrebbe giovato, distraendolo e agendo in
maniera salutare, «purché si riuscisse a evitare nuove scosse di
un certo carattere tutto particolare», aggiunse in tono
significativo. Poi si alzò, fece un grave e cordiale saluto, e
accompagnato dalle benedizioni, dalle parole di ardente
gratitudine, dalle preghiere e perfino dalla manina di Avdòtja
Romànovna,
che
gliela
porse
per
prima,
uscì
straordinariamente soddisfatto della sua visita e ancor più di se
stesso.
«Ne riparleremo domani; adesso dovete assolutamente
dormire!» concluse Razumìchin, uscendo insieme a Zòsimov.
«Domattina, il più presto possibile, verrò a farvi il mio
rapporto.»
«Però, che deliziosa ragazza, questa Avdòtja Romànovna!»
osservò Zòsimov, quasi leccandosi le labbra, quando si
trovarono per la strada.
«Deliziosa?... Hai detto deliziosa?!» urlò Razumìchin, e ad un
tratto gli si scagliò contro afferràndolo per la gola.
«Se mai oserai... Capisci? Capisci?» urlò, scrollandolo per il
bavero e stringendolo contro il muro. «È chiaro?»
«Ma lasciami andare, maledetto ubriacone!» diceva Zòsimov
divincolandosi; poi, quando l'altro lo aveva già mollato, lo
guardò fissamente e di colpo scoppiò a ridere. Razumìchin gli
stava davanti con le braccia penzoloni, immerso in una
profonda, cupa meditazione.
«Naturalmente, io sono un asino,» disse Razumìchin, scuro in
viso come una nuvola «però... lo sei anche tu.»
«Eh no, mio caro, anch'io un bel niente. Io non ho certi grilli
per la testa.»
Camminavano in silenzio, e solo quando furono vicini
all'abitazione di Raskòlnikov, Razumìchin, molto preoccupato,
ruppe il silenzio.
«Senti,» disse a Zòsimov, «tu sei un gran bravo ragazzo, ma
oltre a tutti gli altri tuoi difetti, sei anche un donnaiolo, io lo so,
e per giunta di quelli sudicioni. Sei un maiale, nervoso, debole
e stravagante: sei grasso come un suino e non sai rinunciare a
niente; ora, io questo lo chiamo essere sudicioni, perché
conduce direttamente al sudiciume. Ti sei rammollito a tal
punto che, lo confesso, meno di tutto riesco a capire come puoi
essere anche un così bravo medico, capace perfino di
abnegazione. Dormi su guanciali di piume (bel dottore!),
eppure di notte ti alzi per un malato! Fra tre anni o giù di lì,
non ti alzerai più per i malati... Ma, accidenti, non è questo il
punto, è un altro... Oggi pernotterai nell'appartamento della
padrona (ce n'è voluto per convincerla!), e io passerò la notte in
cucina: eccovi l'occasione per conoscervi più da vicino! No,
non è quel che pensi! Qui, mio caro, non c'è nemmeno l'ombra
di...»
«Ma io non ci penso affatto.»
«Qui, bello mio, troverai una donna pudibonda, silenziosa,
timida, tutta ritrosia, ma anche piena di sospiri, e che si strugge
come cera, proprio così! Liberami da lei, per tutti i diavoli
dell'inferno! È una donna desiderabilissima!... Te ne sarò grato,
farò qualunque cosa per te!»
Zòsimov scoppiò a ridere ancor più forte di prima.
«Ma guarda un po' che idee! E io che me ne faccio di lei?»
«Te lo assicuro, non avrai molto da fare, basterà che le dici
delle assurdità qualsiasi, quello che ti pare, basta che ti metta
accanto a lei e parli. Per di più sei dottore, potresti curarla di
qualche male. Ti giuro che non te ne pentirai. Lì da lei c'è un
clavicembalo; io, lo sai, so suonare un pochino; conosco una
canzonetta russa, di quelle popolari autentiche:
‹Verserò lacrime ardenti...› A lei piacciono, queste cose, e tra
noi due tutto è cominciato con una canzonetta; tu sei addirittura
un virtuoso del pianoforte, un maestro, un Rubinstein... Ti
assicuro che non te ne pentirai!»
«Di', ma le hai forse promesso qualcosa? Hai firmato un
documento? Hai promesso di sposarla, forse?...»
«Macché, niente di tutto questo! E poi, lei non è il tipo;
èebàrov le aveva...»
«E tu piantala, allora!»
«Ma non si può piantarla così!»
«Perché non si può?»
«Perché, perché... non si può e basta! Questo, mio caro, è
l'inizio di un lento processo di assorbimento.»
«Ma allora, perché le sei stato dietro?»
«Io non le sono stato dietro affatto; forse sono io che son stato
sedotto, a causa della mia imbecillità, mentre per lei è del tutto
indifferente se sono io o se sarai tu, purché abbia qualcuno a
sospirare vicino a lei. Vedi, mio caro... non te lo posso spiegare,
qui... ecco, tu conosci bene la matematica, la studi anche
adesso, io lo so... be?, comincia a insegnarle il calcolo
integrale, parola d'onore che non scherzo, parlo sul serio, e per
lei sarà del tutto indifferente: ti guarderà e continuerà a
sospirare, e così per un anno intero. Io, una volta, le ho parlato
molto a lungo, due giorni di fila, del parlamento prussiano (di
cos'altro dovevo parlarle?) e lei non faceva che sospirare e
struggersi! Basta che non le parli d'amore, perché è timida e si
fa venire le convulsioni; però falle capire che non puoi staccarti
da lei, e non occorre altro. E sapessi come ci si sta bene:
proprio come a casa tua. Leggi, te ne stai seduto o coricato,
scrivi... La puoi anche baciare, con qualche precauzione...»
«Ma che me ne faccio, di lei?»
«Eh, si vede proprio che non riesco a spiegarmi! Vedi: voi due
siete proprio fatti l'uno per l'altra! Già prima avevo pensato a
te... Tanto, la tua fine è questa! E allora che t'importa se
succede prima o dopo? In tutto questo, mio caro, c'è alla base il
principio delle coperte imbottite... e non soltanto di quelle! È
una cosa che attira, che assorbe; qui finisce il mondo, è
l'àncora, il porto tranquillo, l'ombelico della terra, le tre balene
che reggono l'universo, la quintessenza delle frittelle, dei
pasticci ripieni e del samovar serale, dei lievi sospiri e dei
morbidi giubbetti, dei giacigli accanto alla stufa, insomma è
proprio come se tu fossi morto, ma nello stesso tempo sei
ancora vivo e godi di tutti e due i vantaggi! Però, mio caro, sa il
diavolo di cosa sto parlando, ora è tempo di andare a dormire!
Ascolta: ogni tanto io mi sveglio, di notte: andrò da lui a
vedere come sta. Comunque non ha nulla, sono sciocchezze, va
tutto bene. E anche tu non ti preoccupare troppo; ma se proprio
ti va, passaci una volta anche tu. Se poi noti qualcosa, per
esempio delirio o febbre o che so altro, svegliami subito. Del
resto, non dovrebbe...»
2
Il giorno dopo Razumìchin si svegliò verso le otto, tutto serio e
preoccupato. Quel mattino, all'improvviso, erano nate in lui
molte nuove perplessità. Non avrebbe mai pensato di potersi
svegliare, un giorno, in uno stato simile.
Rammentava fin nei minimi particolari tutto quanto era
successo il giorno prima e capiva che gli era accaduto qualcosa
di straordinario; sentiva di aver accolto dentro di sé
un'impressione del tutto nuova, che non somigliava a
nessun'altra provata prima. Nello stesso tempo era pienamente
consapevole che il sogno nato nella sua mente era
completamente irrealizzabile, talmente irrealizzabile che ne
provò perfino vergogna e si affrettò a pensare ad altri fastidi e
perplessità di carattere più immediato, retaggio di quella
«stramaledetta giornata di ieri».
Il ricordo più orribile era di come si era mostrato «vile e
abietto», non solo per la sua ubriachezza, ma anche perché
aveva ingiuriato dinanzi a una fanciulla, approfittando della
situazione di lei e a causa di una gelosia stolta e precipitosa, il
suo fidanzato, senza sapere nulla dei loro mutui rapporti e
doveri e senza nemmeno conoscere bene quell'uomo. Che
diritto aveva di giudicarlo con tanta fretta e impulsività? E chi
lo aveva invitato a fare da giudice? Era forse possibile che una
creatura come Avdòtja Romànovna si concedesse per denaro a
un uomo indegno di lei? Quindi, quell'uomo doveva pur
possedere delle buone qualità... L'alloggio?... Ma come poteva
Lùžin sapere che era di quella specie? Stava pur preparando un
appartamento... Puah, come tutto ciò era ignobile! Né bastava a
giustificarlo il suo stato di ubriachezza... una ben misera
giustificazione, che lo disonorava ancor di più! In vino veritas,
ed ecco che tutta la verità era venuta a galla, cioè era venuto a
galla tutto il fango del suo cuore invidioso e grossolano! E che
diritto aveva di accarezzare un sogno simile, lui, Razumìchin?
Chi era mai, lui, in confronto a una tale fanciulla: lui,
attaccabrighe e ubriacone, che ieri s'era dimostrato anche un
fanfarone? Com'era possibile un accostamento «così cinico e
ridicolo»?
Razumìchin arrossì violentemente a quest'idea, e a un tratto,
come a farlo apposta, proprio in quel momento ricordò di aver
detto loro, la sera prima, fermo sulla scala, che la padrona
sarebbe stata gelosa di Avdòtja Romànovna... Questo poi era
davvero troppo, era insopportabile! Con tutta la sua forza mollò
un pugno alla stufa della cucina, facendosi male alla mano e
rompendo una mattonella.
«Ma sì, certo,» mormorò fra sé dopo qualche istante, con un
senso di profonda mortificazione, «ormai non c'è più rimedio a
tutte queste porcherie... Tanto vale non pensarci, presentarmi
davanti a loro in silenzio e... e fare il mio dovere, sempre in
silenzio... E non chiedere scusa, non dire nulla... Ormai,
naturalmente, tutto è perduto!»
Ma anche così, nel vestirsi, badò molto più del solito a che il
suo abito fosse in ordine. Non ne possedeva un altro, e anche se
l'avesse posseduto, forse non l'avrebbe indossato, «volutamente
non l'avrebbe indossato». In ogni caso, però, non poteva restare
a quel modo, da quel cinico e sudicio sciattone che era: non
aveva il diritto di offendere i sentimenti degli altri, tanto più
che questi altri avevano bisogno di lui ed erano loro a
chiamarlo. Razumìchin spazzolò accuratamente il suo vestito.
Quanto alla biancheria, era sempre decente, data l'attenzione
tutta particolare che metteva nel conservarla pulita.
Quel mattino si lavò meticolosamente, con del sapone che
trovò da Nastàsja: si lavò i capelli, il collo e soprattutto le
mani. Quanto poi al radersi o no l'ispida barba (Praskòvja
Pàvlovna aveva alcuni ottimi rasoi, appartenuti al defunto
marito Zarnìcyn), il problema fu risolto in senso negativo e
addirittura con rabbia: «Certo, rimarrò così!... Se pensassero
che mi son fatto la barba apposta per...? E lo penserebbero di
sicuro! Non sia mai!»
Soprattutto, poi, era «così rozzo, e sporco, con certe maniere da
taverna»; e... e, ammettiamolo pure, sapeva anche di essere,
almeno in parte, un uomo perbene... Be', ma c'è forse da essere
fieri perché si è onesti? Tutti devono essere onesti, e anche un
po' meglio di lui, e... fra l'altro (lo ricordava bene) aveva avuto
anche lui certe faccende poco pulite... non proprio disoneste,
però... E che idee gli erano venute, a volte! Mmh... e tutto ciò,
metterlo accanto ad Avdòtja Romànovna! «Accidenti! Basta! A
bella posta resterò così sporco, unto, coi miei modi da taverna;
me ne infischio! Lo sarò ancora di più!...»
Fu nel bel mezzo di questo monologo che lo sorprese Zòsimov,
il quale aveva trascorso la notte nel salotto di Praskòvja
Pàvlovna.
Era in procinto di tornare a casa e, uscendo, voleva dare una
rapida occhiata all'infermo. Razumìchin gli riferì che dormiva
come un ghiro. Zòsimov raccomandò di non svegliarlo, di
lasciare che si destasse da sé. Promise poi di passare verso le
undici.
«Sempre che lo trovi in casa,» aggiunse. «Che diavolo! Se non
si possono dare ordini a un paziente, come si fa a curarlo? Non
sai se lui andrà da loro, oppure loro verranno qui?»
«Verranno loro, credo,» rispose Razumìchin, avendo afferrato
lo scopo della domanda, «e, naturalmente, parleranno dei loro
affari di famiglia. Io me ne andrò. Tu, nella tua qualità di
medico, naturalmente hai più diritto di me di rimanere.»
«Non sono mica un confessore; verrò e me ne andrò; ho
parecchio da fare anche senza di loro.»
«C'è una cosa che mi preoccupa,» lo interruppe Razumìchin,
accigliandosi. «Ieri, mentre ero ubriaco, mi sono lasciato
sfuggire molte cose, strada facendo, parecchie sciocchezze... di
vario genere... Tra l'altro, che tu hai paura che egli... sia vicino
alla pazzia...»
«Questo te lo sei lasciato sfuggire anche ieri sera, con le
signore.»
«Lo so che è da stupidi! Roba da prendermi a schiaffi! Ma tu
davvero avevi qualche idea precisa al riguardo?»
«Ma quale idea precisa? Sono tutte assurdità, ti dico. Tu stesso
lo hai descritto come un monomaniaco, mentre mi
accompagnavi da lui... Be', ieri noi abbiamo attizzato ancor più
il fuoco, anzi, per esser precisi, sei stato tu, con quei racconti...
sull'imbianchino; bei discorsi, quando lui, forse, è diventato
matto proprio per questo! Se solo avessi saputo con precisione
cos'era successo quella volta, all'ufficio di polizia, e che là un
farabutto lo aveva... offeso con quel sospetto... mmh... ieri non
avrei certo permesso quella conversazione. I monomaniaci
fanno di una mosca un elefante, sognano a occhi aperti le cose
più inverosimili... Ieri, dal racconto di Zamëtov, metà della
faccenda mi è diventata chiara. Se tu sapessi! C'è il caso di un
ipocondriaco quarantenne, che non riuscendo più a sopportare
gli scherzi quotidiani, a tavola, di un ragazzino di otto anni, finì
per sgozzarlo! Nel nostro caso, abbiamo: lui vestito di stracci,
un poliziotto insolente, la malattia in incubazione, e un sospetto
di questo genere! Pensa un po': per un nevrastenico esaltato...
con un amor proprio morboso, eccezionale...! Forse è qui che
va cercato il punto di partenza di tutta la malattia! Ma sì,
accidenti!... A proposito, questo Zamëtov è davvero un ragazzo
simpatico, solo che... mmh... ha fatto male, ieri, a parlare di
tutte quelle cose. Un chiacchierone tremendo!»
«Ma a chi le ha raccontate? A me e a te?...»
«E a Porfìrij.»
«E che c'è di male se le ha dette anche a Porfìrij?»
«A proposito, tu hai qualche influenza su quelle due, la madre e
la sorella? Dovrebbero essere prudenti con lui, oggi...»
«Ma sì, si metteranno d'accordo!» rispose Razumìchin di
malavoglia.
«E perché, poi, lui ce l'ha talmente a morte con quel Lùžin? Un
uomo danaroso, e a quanto sembra alla sorella non dispiace...
Loro, poi, non hanno il becco di un quattrino, non è forse
vero?»
«Cos'è questo interrogatorio?» gridò seccato Razumìchin. «Che
ne so, io, se ce l'hanno oppure no? Chiedi tu stesso, forse te lo
diranno...»
«Eh, come sei stupido certe volte! Sarà ancora la sbronza di
ieri... Arrivederci; ringrazia a nome mio Praskòvja Pàvlovna
per la sua ospitalità di questa notte. Si è chiusa a chiave, non ha
risposto al mio bonjour lanciatole attraverso la porta, s'è alzata
alle sette e le hanno portato il samovar dalla cucina attraverso il
corridoio... Evidentemente, non sono stato giudicato degno di
assistere...»
Alle nove precise Razumìchin entrava nella casa di Bakalèev.
Le due donne lo attendevano da un pezzo con isterica
impazienza. S'erano alzate verso le sette, forse anche prima.
Egli entrò scuro come la notte, salutò goffamente, per il che
subito se la prese a morte - con se stesso, s'intende. Ma aveva
fatto i conti senza l'oste: Pulchèrija Aleksàndrovna gli corse
addirittura incontro, gli afferrò le due mani e per poco non
gliele baciò. Egli guardò timidamente Avdòtja Romànovna, ma
in quel momento anche su quel volto altero c'era una tale
espressione di gratitudine e di amicizia, di così
completo e per lui inatteso rispetto (e niente sguardi ironici, o
naturale disprezzo malamente celato!), ch'egli davvero avrebbe
preferito essere accolto con degli insulti, tanto si sentiva
confuso. Per fortuna, l'argomento della conversazione era bell'e
pronto, ed egli non esitò ad approfittarne.
Quand'ebbe sentito che «non si era ancora svegliato», ma che
«tutto andava bene», Pulchèrija Aleksàndrovna dichiarò che era
meglio così, «perché aveva assoluto, assoluto, assoluto
bisogno, prima, di parlarne un po'». Seguirono la domanda
relativa al tè e l'invito a berlo insieme; loro non l'avevano
ancora bevuto, in attesa di Razumìchin. Avdòtja Romànovna
suonò il campanello; alla chiamata apparve un lercio
straccione, al quale fu ordinato il tè, e questo fu finalmente
servito, ma in modo così sudicio e sconveniente che le signore
ne provarono vergogna. Lì per lì Razumìchin ricominciò a
parlar male dell'alloggio ma poi, ricordandosi di Lùžin,
ammutolì, si confuse e provò un gran sollievo quando le
domande di Pulchèrija Aleksàndrovna piovvero finalmente una
dopo l'altra, senza sosta.
Per risponderle, gli toccò parlare per tre quarti d'ora,
continuamente interrotto e pregato di ripetere le stesse cose;
riuscendo a riferire tutti i fatti essenziali a sua conoscenza
accaduti in quell'ultimo anno a Rodiòn Romànoviè, e
concludendo con il racconto dettagliato della sua malattia. Del
resto, tralasciò molte cose che andavano tralasciate, tra cui la
scena avvenuta al commissariato, con tutte le sue conseguenze.
Il racconto fu ascoltato avidamente; ma quando pensava di aver
già finito e di aver soddisfatto le sue ascoltatrici, si accorse che
per loro era come se non avesse nemmeno incominciato.
«E ditemi, ditemi, che ne pensate... ah, scusate, non conosco
ancora il vostro
Aleksàndrovna.
nome...»
cominciò
subito
Pulchèrija
«Dmìtrij Prokòfiè.»
«Ecco, Dmìtrij Prokòfiè, io vorrei tanto, tanto sapere... in che
modo, in generale, egli vede ora le cose... cioè, cercate di
comprendermi, come potrei dire? Insomma, che cosa ama e che
cosa non ama? È sempre così irascibile? Quali sono le sue
aspirazioni e per così dire, se è lecito, i suoi sogni? Cos'è che in
questo preciso momento esercita una particolare influenza su di
lui? In una parola, vorrei...»
«Mammina, come si può rispondere in una sola volta a tutte
queste domande?» osservò Dùnja.
«Ah, Dio mio, fatto sta, caro Dmìtrij Prokòfiè, che proprio non
mi aspettavo di trovarlo in uno stato simile.»
«È del tutto naturale,» rispose Razumìchin. «Io non ho madre;
mio zio viene da me ogni anno eppure quasi ogni volta non mi
riconosce, nemmeno all'aspetto: e sì che è un uomo
intelligente! Be', durante i tre anni della vostra separazione,
molt'acqua è passata sotto i ponti... Del resto, che altro potrei
dirvi? Conosco Rodiòn soltanto da un anno e mezzo: è cupo,
tetro, altero e superbo; in questi ultimi tempi - ma
l'inclinazione, forse, covava in lui già da un po'- era diffidente e
nevrastenico. Però è generoso e buono. Non gli piace ostentare
i suoi sentimenti, e preferisce mostrarsi disumano anziché
esibire a parole i segreti del suo cuore. Qualche volta, tuttavia,
non è affatto nevrastenico, ma freddo e insensibile fino ad
essere disumano sul serio, proprio come se in lui si
avvicendassero due caratteri opposti. A volte, poi, è
terribilmente taciturno! Non ha tempo per nulla, tutti gli danno
fastidio, e se ne sta lì sdraiato, senza far niente. Non è beffardo:
non perché manchi di spirito, ma come se non avesse tempo
per simili futilità. Non ascolta sino in fondo quel che gli
dicono. Non si interessa mai di quello che interessa tutti gli
altri in quel momento. Ha un'altissima opinione di sé e, a
quanto sembra, non senza fondamento. Cosa dovrei dirvi
ancora? ... Credo che il vostro arrivo avrà su di lui il più
salutare degli effetti.» «Ah, Dio lo voglia!» esclamò Pulchèrija
Aleksàndrovna, crucciata per i giudizi espressi da Razumìchin
sul suo Ròdja.
Razumìchin, finalmente, rivolse uno sguardo un po' più ardito
ad Avdòtja Romànovna. L'aveva guardata spesso, durante la
conversazione, ma solo di sfuggita, per un attimo,
distogliendone subito gli occhi. Avdòtja Romànovna un po'
sedeva presso la tavola e ascoltava attenta, un po' si alzava e
ricominciava secondo il suo solito a passeggiare su e giù, da un
angolo all'altro, a braccia conserte e con le labbra serrate,
ponendo qualche rara domanda ma sempre senza interrompere
la sua passeggiata e sempre soprappensiero. Anche lei aveva
per vezzo di non ascoltare sino in fondo quel che le si diceva.
Indossava un abito scuro, di stoffa leggera, aggraziato intorno
al collo da una sciarpetta bianca traforata.
Da molti segni Razumìchin capì subito che le due donne se la
passavano molto male. Se Avdòtja Romànovna fosse stata
vestita come una regina, forse non l'avrebbe intimidito per
nulla; così, invece, proprio per la povertà dell'abito e l'estremo
squallore dell'ambiente, ch'egli non aveva mancato di
sottolineare, il suo cuore si colmò di paura; cominciò a temere
per ogni sua parola, per ogni suo gesto, il che metteva ancor
più a disagio quell'uomo già poco sicuro di sé.
«Voi avete detto molte cose interessanti sul carattere di mio
fratello, e... le avete dette con imparzialità. Questo è bene; io
credevo che nutriste per lui una specie di venerazione,» osservò
Avdòtja Romànovna con un sorriso. «Io credo che avrebbe
bisogno di avere accanto a sé una donna,» aggiunse in tono
meditabondo.
«Questo io non l'avevo detto, ma forse avete ragione; soltanto
che...»
«Che cosa?»
«Il fatto è che non ama nessuno; e forse non amerà mai
nessuno;» tagliò corto Razumìchin.
«Cioè, è incapace di amare?»
«Ma sapete, Avdòtja Romànovna, che voi rassomigliate
terribilmente a vostro fratello, proprio in tutto?» sbottò
Razumìchin all'improvviso; fu lui il primo ad esserne sorpreso,
e subito, rammentando quello che poco prima aveva detto del
fratello, arrossì come un gambero e si turbò visibilmente.
Avdòtja Romànovna non poté fare a meno di mettersi a ridere,
guardandolo.
«Sul conto di Ròdja forse vi sbagliate tutt'e due,» intervenne
Pulchèrija Aleksàndrovna, punta sul vivo. «Io, Dùneèka, non
parlo di adesso. Ciò che scrive Pëtr Petròviè in questa lettera...
e ciò che tu ed io avevamo supposto... forse non è vero, ma voi
non potete immaginare, Dmìtrij Prokòfiè, quanti grilli egli
abbia per il capo, e quanto sia, diciamo così, estroso. Non mi
sono mai fidata del suo carattere, nemmeno quando aveva
appena quindici anni. Sono convinta che anche adesso, tutt'a un
tratto, può fare qualcosa che a nessun altro verrebbe in mente
di fare... Senza andare troppo lontano, sapete che un anno e
mezzo fa mi ha lasciata di stucco, sconvolta, quasi mi ha fatto
morire, mettendosi in mente di sposare quella - come si
chiama? -, insomma la figlia della Zarnìcyna, la sua padrona di
casa?»
«Sapete qualcosa di preciso su questa faccenda?» domandò
Avdòtja Romànovna.
«Credete forse,» proseguì con calore Pulchèrija Aleksàndrovna,
«che quella volta lo avrebbero distolto le mie lacrime, le mie
suppliche, la mia malattia, la mia morte per troppo dolore,
forse, o la nostra miseria? Egli avrebbe scavalcato con la
massima tranquillità tutti questi ostacoli. Eppure ci vuole bene,
ne sono certa...»
«Rodiòn non mi ha mai detto di questa storia,» rispose
cautamente Razumìchin, «ma ne ho sentito parlare dalla stessa
signora Zarnìcyna, che per indole non è una gran chiacchierona
neanche lei, e quel che ho saputo è a dir poco singolare...»
«E cosa avete saputo?» domandarono insieme le due donne.
«Be', niente di straordinario. Ho saputo semplicemente che
questo matrimonio, già combinato in ogni particolare, e che
non ebbe luogo soltanto perché la fidanzata morì, non garbava
affatto alla stessa signora Zarnìcyna... Inoltre, dicono, la
fidanzata non era nemmeno bella, anzi, sostengono, era perfino
brutta... malaticcia... e per giunta lunatica... Ma qualcosa di
buono doveva averlo, si vede. Altrimenti, se non avesse avuto
proprio nulla di buono, sarebbe difficile raccapezzarsi... Niente
dote, fra l'altro: ma lui, a queste cose, non ci ha mai pensato...
In generale, non è facile esprimere un giudizio su tutta la
faccenda...»
«Sono convinta che fosse una brava ragazza,» si limitò ad
osservare Avdòtja Rormànovna.
«Dio mi perdoni, ma quella volta mi rallegrai per la sua morte,
anche se non so chi dei due avrebbe rovinato l'altro: lui lei, o
viceversa?» concluse Pulchèrija Aleksàndrovna. Poi con
cautela, fermandosi di tanto in tanto e lanciando continue
occhiate a Dùnja, il che infastidiva palesemente quest'ultima,
riprese a tempestare di domande Razumìchin sulla scena del
giorno prima tra Ròdja e Lùžin. Era chiaro che l'incidente la
preoccupava più d'ogni altra cosa, sino a colmarla di paura e di
trepidazione. Razumìchin le raccontò tutto di nuovo nei minimi
particolari, ma questa volta vi aggiunse anche una sua
conclusione: accusò senza mezzi termini Raskòlnikov di aver
deliberatamente offeso Petr Petròvic, trascurando quasi del
tutto, ora, d'invocare la malattia a scusante del suo gesto.
«La pensava così già prima di ammalarsi,» egli aggiunse.
«Lo credo anch'io,» disse Pulchèrija Aleksàndrovna con aria
costernata. Tuttavia rimase molto stupita del fatto che
Razumìchin, stavolta, si fosse espresso sul conto di Pëtr
Petròviè con tanta prudenza e quasi, pareva, con rispetto. Ne fu
colpita anche Avdòtja Romànovna.
«E così, è questa la vostra opinione su Pëtr Petròviè?» non poté
trattenersi dal domandare Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Non potrei averne un'altra sul conto del futuro marito di
vostra figlia,» rispose Razumìchin con franchezza e fervore, «e
non parlo così per semplice obbligo di cortesia, ma perché...
perché... se non altro, per il semplice fatto che la stessa Avdòtja
Romànovna lo ha spontaneamente onorato della sua scelta.
Quanto alle ingiurie che gli ho rovesciato addosso ieri, è stato
perché ero ubriaco fradicio e anche... matto; sì, matto duro,
impazzito senza rimedio... e oggi me ne vergogno!...» Arrossì,
e tacque.
Anche Avdòtja Romànovna arrossì, ma non ruppe il silenzio.
Non aveva più detto una sola parola dal momento in cui s'erano
messi a parlare di Lùžin.
Intanto Pulchèrija Aleksàndrovna, rimasta senza l'appoggio
della figlia, era visibilmente imbarazzata.
Finalmente, ingarbugliandosi e lanciando continue occhiate
alla figlia, spiegò che c'era una cosa, in quel momento, che la
preoccupava più d'ogni altra.
«Vedete, Dmìtrij Prokòfiè...» prese a dire. «Dùneèka, posso
essere completamente sincera con Dmìtrij Prokòfiè?»
«Ma certo, mammina,» rispose con convinzione Avdòtja
Romànovna.
«Si tratta di questo,» s'affrettò a dire Pulchèrija Aleksàndrovna,
come se le avessero tolto un gran peso dal cuore permettendole
di esternare il suo cruccio. «Oggi, nelle prime ore del mattino,
abbiamo ricevuto un biglietto da Pëtr Petròviè, in risposta
all'annuncio da noi datogli ieri del nostro arrivo. Vedete, ieri
egli avrebbe dovuto incontrarsi con noi, come aveva promesso,
già alla stazione. Invece alla stazione trovammo ad aspettarci
un domestico, che ci diede l'indirizzo di queste stanze mobiliate
e ci indicò la strada; quanto a Pëtr Petròviè, ci fece sapere che
sarebbe venuto a trovarci qui di persona questa mattina. Invece,
stamattina ci è arrivato questo suo biglietto... Sarà meglio che
lo leggiate voi stesso; c'è un punto che mi preoccupa molto...
Vedrete da voi qual è questo punto, e... diteci la vostra sincera
opinione, Dmìtrij Prokòfiè! Voi conoscete il carattere di Ròdja
meglio di tutti, e meglio di tutti ci potrete consigliare. Vi
avverto che Dùneèka ha già deciso tutto, sul momento, ma io,
io non so ancora come comportarmi e... e ho aspettato voi.»
Razumìchin aprì il biglietto, che portava la data del giorno
prima, e lesse quanto segue:
«Egregia signora Pulchèrija Aleksàndrovna, ho l'onore di
informarvi che per improvvisi contrattempi non ho potuto
accogliervi alla stazione, e a tal fine ho mandato un mio servo
fidato. Parimenti, dovrò privarmi dell'onore di un incontro con
voi anche domani mattina, per improrogabili affari alla Corte
Suprema e per non essere d'ostacolo al vostro incontro materno
con vostro figlio e di Avdòtja Romànovna con suo fratello.
Avrò invece l'onore di visitarvi nel vostro alloggio e porgervi i
miei saluti domani, alle otto pomeridiane precise, e mi
permetto di far seguire la mia viva e, aggiungo, pressante
preghiera che a tale nostro incontro non sia presente Rodiòn
Romànoviè, perché egli mi ha incivilmente e grandemente
offeso quando sono andato a visitarlo durante la sua malattia, e
perché, inoltre, devo avere con voi stessa una inderogabile e
circostanziata spiegazione a proposito di un certo punto, su cui
desidero conoscere la vostra personale opinione. Ho l'onore di
avvertirvi in anticipo che se, nonostante la mia preghiera,
incontrerò da voi Rodiòn Romànoviè, sarò costretto ad
allontanarmi subito, e in tal caso dovrete prendervela con voi
stessa. Vi scrivo nel presupposto che Rodiòn Romànoviè, il
quale durante la mia visita sembrava tanto infermo mentre due
ore più tardi era improvvisamente guarito, sia anche in grado di
uscire di casa e di venire da voi. La conferma l'ho avuta dai
miei propri occhi, nell'appartamento di un ubriacone investito
da una carrozza e conseguentemente defunto, alla cui figlia,
ragazza notoriamente di cattiva condotta, egli ha dato ieri, col
pretesto dei funerali, venticinque rubli, cosa che mi ha stupito
oltremisura sapendo con quante difficoltà voi avete racimolato
tale somma. Col che, nel porgere l'espressione del mio
particolare rispetto alla stimatissima Avdòtja Romànovna, vi
prego di accogliere i sensi della rispettosa devozione del vostro
umile servitore P. Lùžin»
«Che devo fare adesso, Dmìtrij Prokòfiè?» prese a dire
Pulchèrija Aleksàndrovna, quasi piangendo. «Come farò a dire
a Ròdja di non venire? Ieri egli ha tanto insistito nel chiedere
che si desse il benservito a Pëtr Petròviè, e quello, ecco, ti
ordina che non si riceva lui stesso! Ma lui verrà apposta,
appena lo saprà, e... che succederà allora?...»
«Agite come ha deciso Avdòtja Romànovna,» rispose
Razumìchin tranquillamente e senza la minima esitazione.
«Ah, Dio mio! Lei dice... Dio solo sa quel che dice, e senza
neanche spiegarmi il suo scopo! Lei dice che sarebbe meglio,
non proprio meglio, ma in un certo senso necessario, che anche
Ròdja venisse apposta oggi alle otto, e che essi appunto
s'incontrassero... Io, invece, non volevo nemmeno mostrargli la
lettera, e con qualche sotterfugio, col vostro aiuto, far sì che lui
non venisse... dato che è così irascibile... Inoltre non capisco
assolutamente chi sia l'ubriacone morto investito, cosa sia
questa figlia, e come Ròdja abbia potuto darle i suoi ultimi
soldi... che...»
«Che vi sono costati tanto, mammina,» aggiunse Avdòtja
Romànovna.
«Ieri egli era fuori di sé,» disse Razumìchin in tono
cogitabondo. «Se sapeste cos'ha combinato ieri in una trattoria,
sia pure in maniera ingegnosa... mmh! Effettivamente, ieri mi
ha detto qualcosa di un morto, e di una certa ragazza, mentre
stavamo tornando a casa, ma non ci ho capito nemmeno una
parola... Del resto, ieri io stesso...»
«Mammina, la cosa migliore è che andiamo noi da lui, ve
l'assicuro, allora vedremo subito cosa conviene fare. Per di più
è anche tempo, santo Dio! Sono passate le dieci!» esclamò
Avdòtja Romànovna dopo aver dato un'occhiata al magnifico
orologio d'oro smaltato che le pendeva al collo da una sottile
catena veneziana, e che stonava terribilmente col resto del suo
abbigliamento. «Un regalo del fidanzato,» pensò Razumìchin.
«Ah, sbrighiamoci!... Sbrighiamoci, Dùneèka, sbrighiamoci!»
prese a dire inquieta, affaccendandosi, Pulchèrija
Aleksàndrovna. «Se no, magari, penserà che siamo arrabbiate
con lui per ieri, se tardiamo tanto ad arrivare. Ah, Dio mio!»
Nel dire così, si gettò in fretta sulle spalle la mantellina e si
mise il cappello; e Dùneèka la imitò. I guanti di quest'ultima
non soltanto erano logori, ma addirittura strappati, come notò
Razumìchin; eppure, quella palese povertà dell'abito conferiva
alle due signore un'aria particolarmente dignitosa, cosa che
accade sempre a chi sa portare anche i vestiti più miseri.
Razumìchin guardava Dùneèka con una specie di venerazione,
ed era fiero di accompagnarla. «Quella regina,» pensava, «che
in prigione si rattoppava le calze, avrà certo avuto, in quei
momenti, un'aria da vera regina più che in mezzo alle feste e
alle cerimonie più sfarzose.»
«Dio mio!» esclamò Pulchèrija Aleksàrldrovna. «Chi
m'avrebbe mai detto che avrei avuto paura di un incontro con
mio figlio, con il mio caro, carissimo Ròdja? Eppure, adesso...
Perché io, Dmìtrij Prokòfiè, ho paura!» aggiunse, lanciandogli
una timida occhiata.
«Non dovete aver paura, mammina,» disse Dùnja, baciandola.
«Dovete piuttosto aver fiducia in lui. Io ce l'ho.»
«Ah, Dio mio! Anch'io ho fiducia in lui, però non ho dormito
tutta la notte!» esclamò la povera donna. Scesero in strada.
«Sai, Dùneèka, mi ero appena assopita sul far del mattino
quando all'improvviso mi è apparsa in sogno la defunta Màrfa
Petròvna, tutta vestita di bianco... Mi si è avvicinata, mi ha
preso per mano, e intanto scrollava il capo con aria così severa,
così severa, come se mi biasimasse... Sarà cattivo segno? Ah,
Dio mio, Dmìtrij Prokòfiè, ma voi non lo sapevate ancora:
Màrfa Petròvna è morta!»
«No, non lo so; quale Màrfa Petròvna?»
«Morta di un colpo, e figuratevi...»
«Più tardi, mammina,» la interruppe Dùnja, «lui non sa ancora
chi fosse, questa Màrfa Petròvna.»
«Davvero, non lo sapete? Io credevo invece, che sapeste già
tutto. Dovete scusarmi, Dmìtrij Prokòfiè, in questi giorni ho
perso completamente la bussola. Vedete, io vi considero come
la nostra Provvidenza, perciò sono convinta che sappiate già
tutto. Io vi considero come un parente... Non arrabbiatevi se
parlo così. Ah, Dio mio, cosa avete alla mano destra? Vi siete
fatto male?»
«Sì, mi sono fatto male,» mormorò Razumìchin, sentendosi
improvvisamente felice.
«Qualche volta parlo troppo col cuore in mano, e Dùnja allora,
mi corregge... Ma, Dio mio, in che razza di buco abita! Si sarà
svegliato, almeno? E quella donna, la sua padrona, ha il
coraggio di considerarla una stanza? Sentite, voi avete detto
che a lui non piace svelare i segreti del suo cuore... e così,
forse, io potrei annoiarlo con le mie... debolezze... Non potreste
insegnarmi voi, Dmìtrij Prokòfiè, come devo comportarmi?
Sapete, io mi sento completamente smarrita.»
«Non insistete a interrogarlo su una cosa, se vedete che lui
aggrotta la fronte. Soprattutto, non interrogatelo troppo sulla
sua salute: gli dà fastidio.»
«Ah, Dmìtrij Prokòfiè, com'è difficile essere madre! Anche
questa scala, per esempio... Che scala orribile!»
«Mamma, siete perfino pallida... dovete calmarvi, anima mia,»
disse Dùnja accarezzandola. «Lui sarà certo felice di vedervi, e
voi, invece, vi tormentate così,» aggiunse, con un lampo negli
occhi.
«Aspettate un momento, prima voglio vedere se si è svegliato,»
intervenne Razumìchin.
Le signore lo seguirono pian piano, mentre andava su per la
scala, e quando arrivarono al quarto piano, davanti alla porta
della padrona, notarono che essa era lievemente socchiusa e
che due vivaci occhi neri le esaminavano dall'oscurità. Quando
poi i loro sguardi si incontrarono, la porta si chiuse
all'improvviso con violenza, e il colpo fu tale che Pulchèrija
Aleksàndrovna per poco non gettò un grido di spavento.
3
«Sta bene, sta bene!» li avvertì allegramente Zòsimov mentre
stavano per entrare. Era arrivato già da una decina di minuti e
sedeva nel solito cantuccio sul divano. Raskòlnikov era seduto
nell'angolo opposto, completamente vestito e perfino
accuratamente lavato e pettinato, cosa che non gli capitava da
un bel po'. La stanza fu subito gremita, ma Nastàsja riuscì lo
stesso a introdursi dietro i visitatori e si mise ad ascoltare.
Effettivamente stava quasi bene, specie in confronto al giorno
prima; ma era molto pallido, distratto e cupo in volto. A
vederlo, lo si sarebbe detto un uomo ferito o colpito da un
violento dolore fisico: le sue sopracciglia erano contratte, le
labbra serrate, gli occhi infiammati. Parlava controvoglia, come
facendosi forza e adempiendo un dovere, e dai suoi movimenti
traspariva a scatti una certa inquietudine.
Se avesse avuto una benda intorno a una mano, o un cerotto su
un dito, la rassomiglianza con un uomo affetto, per esempio, da
un doloroso ascesso, da una contusione o altro del genere,
sarebbe stata completa.
Tuttavia, quando entrarono la madre e la sorella fu come se una
luce illuminasse per un istante anche quel viso pallido e tetro;
ma ciò non fece che mettere nella sua espressione, al posto
dell'aria distratta e malinconica di prima, quella di una
sofferenza ancor più intensa. La luce ben presto svanì, ma la
sofferenza rimase, e Zòsimov, che osservava e studiava il suo
paziente con tutto il giovanile fervore di un medico alle prime
armi, dopo l'arrivo delle due donne notò con sorpresa in lui,
invece della gioia, qualcosa come una grave, profonda
decisione di sopportare qualche ora di una tortura ormai
inevitabile. Osservò poi come ogni parola, o quasi, della
conversazione che seguì sembrasse toccare e irritare una piaga
nascosta del suo paziente; ma nello stesso tempo si meravigliò
della capacità di dominarsi e di nascondere i propri sentimenti
dimostrata da quel monomaniaco che solo il giorno prima
perdeva le staffe ad ogni parola.
«Sì, adesso vedo anch'io che son quasi guarito,» disse
Raskòlnikov baciando affettuosamente la madre e la sorella:
cosa per la quale il volto di Pulchèrija Aleksàndrovna
s'illuminò. «E non lo dico più alla maniera di ieri,» aggiunse
rivolto a Razumìchin e stringendogli amichevolmente la mano.
«Oggi, quando l'ho visto, mi sono perfino meravigliato,» prese
a dire Zòsimov, il quale si era sentito assai sollevato dall'arrivo
delle due donne dato che, in dieci minuti di conversazione con
il suo paziente, aveva già perduto il filo del discorso. «Fra tre o
quattro giorni, se tutto andrà avanti così, tornerà ad essere
quello di prima, cioè com'era uno o due mesi fa, o forse tre?
Perché tutto questo è cominciato, e si è andato man mano
maturando, parecchio tempo fa... non è così? Adesso potreste
anche ammettere che la colpa, forse, è stata vostra?» aggiunse
con un sorriso cauto, come se temesse di poter irritare in
qualche modo Raskòlnikov.
«Può darsi benissimo,» rispose questi in tono distaccato.
«Lo dico,» proseguì Zòsimov che ci aveva preso gusto,
«perché la vostra completa guarigione dipende ormai
essenzialmente ed unicamente da voi stesso. Ora che è
possibile parlarvi con franchezza, vorrei farvi capire che è
assolutamente indispensabile eliminare le cause, per così dire,
originarie e più profonde che hanno provocato l'insorgere della
vostra infermità. Allora sì che guarirete, altrimenti potrebbe
peggiorare di nuovo. Io non le conosco, queste cause
originarie, ma voi dovreste conoscerle. Siete una persona
intelligente, e certamente vi sarete osservato. A me sembra che
l'inizio dei vostri disturbi abbia coinciso in parte col vostro
abbandono dell'università. Non potete continuare a esser privo
di un'occupazione, e perciò il lavoro è uno scopo ben preciso
da raggiungere; questo - così mi sembra, almeno - potrebbe
aiutarvi molto.»
«Sì, sì, avete perfettamente ragione... tornerò al più presto
possibile all'università, e allora tutto andrà... liscio come
l'olio.»
Zòsimov, che aveva cominciato a impartire i suoi saggi consigli
anche per far colpo sulle signore, si sentì naturalmente a
disagio quando, finito il discorso e data un'occhiata al suo
ascoltatore, gli lesse in volto una palese aria di scherno. Del
resto, non fu che un attimo. Subito Pulchèrija Aleksàndrovna
cominciò a ringraziare Zòsimov, soprattutto per la visita
notturna che aveva fatto loro il giorno prima.
«Come, è venuto da voi anche di notte?» domandò
Raskòlnikov con una certa ansia. «Anche voi, dunque, non
avete dormito dopo il viaggio?»
«Ma no, Ròdja, tutto ciò è stato prima delle due. Anche a casa,
io e Dùnja non ci corichiamo mai prima delle due.»
«Anch'io non so come ringraziarvi,» interruppe Raskòlnikov,
accigliandosi improvvisamente e abbassando gli occhi. «Anche
lasciando da parte la questione del denaro, e scusatemi se ne
parlo,» aggiunse rivolto a Zòsimov, «non capisco davvero
cos'abbia mai fatto per meritarmi tanta attenzione da parte
vostra... Davvero non capisco... e addirittura mi pesa, perché
mi riesce incomprensibile: ve lo dico francamente.»
«Non dovete arrovellarvi», e Zòsimov ebbe un riso forzato
«Supponete d'essere il mio primo paziente; come sapete, i
medici agl'inizi della carriera amano i loro pazienti come se
fossero loro figli, e alcuni addirittura se ne innamorano. E non
è che io abbia molti pazienti.»
«Senza parlare di lui, poi,» continuò Raskòlnikov indicando
Razumìchin. «E dire che da me non ha avuto altro se non
offese e seccature.»
«Quante storie!» esclamò Razumìchin. «Sei forse di umore
sentimentale, quest'oggi?»
Se fosse stato più perspicace, si sarebbe accorto che l'umore
sentimentale non c'entrava affatto; anzi, era proprio il contrario.
Fu Avdòtja Romànovna a notarlo. Essa seguiva le parole di suo
fratello attentamente e con palese inquietudine.
«Di voi, mammina, non oso nemmeno parlare,» seguitò
Raskòlnikov, come recitando una lezione imparata sin dal
mattino. «Soltanto oggi ho compreso quanto avete dovuto
soffrire qui ieri, in attesa del mio ritorno.» Detto ciò, a un
tratto, con un sorriso silenzioso, tese la mano alla sorella.
Questa volta, però, nel suo sorriso balenò un sentimento
sincero e non contraffatto. Dùnja, lieta e riconoscente, afferrò e
strinse subito con calore la sua mano. Per la prima volta egli si
era rivolto a lei dopo lo screzio del giorno prima. Il viso della
madre s'illuminò di giubilo e di felicità alla vista di quella
definitiva e muta rappacificazione tra fratello e sorella.
«Ecco perché gli voglio bene!» mormorò Razumìchin,
esagerato come sempre, voltandosi energicamente sulla sedia.
«Lui ha di questi slanci!...»
«E come gli riesce tutto bene!» pensava la madre. «Che nobili
slanci ha, e come ha saputo superare quel malinteso di ieri con
la sorella, semplicemente dandole la mano in un momento così,
e guardandola con affetto... E che splendidi occhi ha, e come è
splendido tutto il suo viso!... È perfino più bello di Dùneèka...
Ma, santo Dio, che razza di abito ha addosso, in che orribile
modo è vestito! Perfino Vàsja, il garzone di bottega di Afanàsij
Ivànoviè, è vestito meglio! ... Ecco, adesso vorrei proprio
corrergli vicino, abbracciarlo e mettermi a piangere; ma ho
paura, ho paura... È così
strano, santissimo Iddio!... Ecco, adesso parla con benevolenza,
però io ho paura! E di cosa ho paura, poi?...»
«Ah, Ròdja, tu non lo crederai,» interloquì d'un tratto,
affrettandosi a raccogliere le parole del figlio, «come eravamo
infelici, ieri, io e Dùneèka ! Adesso, ormai, è tutta acqua
passata, e noi siamo di nuovo felici, e te lo posso raccontare.
Figurati che siamo corse qui quasi direttamente dal treno, per
abbracciarti, e quella donna, eccola lì - buon giorno, Nastàsja!
-, tutt'a un tratto ci dice che tu, prima, ti trovavi a letto con la
febbre cerebrale, e poi - con il delirio addosso e di nascosto dal
dottore - eri scappato in strada, e che erano corsi a cercarti.
Non puoi immaginare come ci siamo sentite! Io mi sono
ricordata della tragica fine del tenente Potànèikov, un nostro
conoscente, amico di tuo padre - tu non puoi rammentartene,
Ròdja -, il quale era corso fuori anche lui proprio cosi, con il
delirio, ed era andato a cascare dentro un pozzo, da cui lo
avevano tirato fuori soltanto il giorno dopo. Noi, naturalmente,
abbiamo fatto la cosa ancora più grossa di quel che era.
Volevamo correre in cerca di Pëtr Petròviè, perché col suo
aiuto, almeno... perché eravamo sole, capisci, completamente
sole,» spiegò con voce strascicata e lamentosa, ma s'interruppe
bruscamente, ricordando che parlare di Pëtr Petròviè era ancora
abbastanza pericoloso, anche se tutti quanti erano ormai
«completamente felici».
«Sì, sì... tutto ciò, naturalmente, è seccante...» mormorò in
risposta Raskòlnikov, ma con un'aria così distratta e quasi
disattenta che Dùneèka lo guardò meravigliata.
«Che cosa volevo dirvi d'altro?» egli continuò, facendo uno
sforzo per ricordare. «Ah sì, ecco: vi prego, mammina, e anche
tu, Dùneèka, di non pensare che io non volessi venire oggi per
primo da voi, e che volessi aspettarvi qui.»
«Ma che dici, Ròdja!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna,
meravigliandosi.
«Ma lui, allora, ci risponde solo perché sente il dovere di
farlo?» pensò Dùneèka. «E fa la pace e chiede perdono così,
come se eseguisse un compito, o ripetesse una lezione?»
«Appena sveglio, volevo venire subito da voi, ma ne sono stato
impedito dal mio abito; ieri avevo dimenticato di dirle... a
Nastàsja... di lavar via quel sangue... solo adesso ho finito di
vestirmi.»
«Sangue!... Che sangue?» si allarmò Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Non vi preoccupate, è stato un semplice caso... Questo sangue
c'è perché ieri, mentre me ne andavo a zonzo con un po' di
delirio in corpo, mi sono imbattuto in un uomo investito da una
carrozza... un funzionario...»
«Col delirio?... Ma se ricordi tutto!» lo interruppe Razumìchin.
«Già, è vero,» rispose Raskòlnikov come se ci tenesse a
metterlo in rilievo, «ricordo tutto, fin nei minimi particolari.
Però, perché l'ho fatto, e sono andato là, e ho detto certe cose?
Questo proprio non riesco a capirlo.»
«Un fenomeno fin troppo noto,» intervenne Zòsimov.
«L'esecuzione degli atti è talvolta perfetta, accuratissima,
mentre il controllo delle azioni, il loro inizio è dissestato e
dipende da impressioni morbose di varia specie. È uno stato
simile al sonno.»
«Forse non è male che mi consideri quasi pazzo,» pensò
Raskòlnikov.
«Ma queste son cose che capitano anche ai sani,» osservò
Dùneèka, guardando Zòsimov con aria inquieta.
«L'osservazione è abbastanza giusta,» rispose questi, «nel
senso che effettivamente tutti noi, e molto spesso siamo quasi
come pazzi, con la lieve differenza che i ‹malati› sono un po'
più pazzi di noi, e quindi, a questo punto, è necessario tracciare
un limite. È vero che l'uomo veramente equilibrato quasi non
esiste; se ne incontra forse uno su dieci, o forse addirittura su
molte centinaia di migliaia; e anche quei pochi sono esemplari
abbastanza malriusciti...»
Alla parola «pazzo», imprudentemente sfuggita a Zòsimov che
s'era messo a chiacchierare sul suo tema preferito, tutti ebbero
una smorfia scontenta. Ma Raskòlnikov pareva non badarci,
tutto assorto nei suoi pensieri e con uno strano sorriso sulle
labbra smorte. Stava ancora rimuginando qualcosa.
«E chi era l'uomo investito dalla carrozza? Scusami se ti ho
interrotto!» s'affrettò a riprendere Razumìchin.
«Cosa?...» fece l'altro come svegliandosi. «Ah, sì... è vero, mi
sono imbrattato di sangue mentre aiutavo a trasportarlo alla sua
abitazione... A proposito, mammina, ieri ho fatto una cosa
imperdonabile; ero veramente fuori di me. Tutti i soldi che mi
avevate mandato, li ho dati ieri a... a sua moglie... per il
funerale. È rimasta vedova, è tubercolotica, è una donna che fa
pietà... Ci sono tre piccoli orfani affamati... in casa non c'è
niente... e poi c'è anche una figlia... Forse, voi pure lo avreste
fatto, se foste stata lì... Però, lo ammetto, io non avevo nessun
diritto di farlo, soprattutto sapendo come avevate ottenuto quei
soldi. Per aiutare gli altri, occorre prima avere il diritto di farlo;
altrimenti: ‹Crevez, chiens, si vousn'êtes pas contents!›» E
scoppiò a ridere. «Non è forse così, Dùnja?»
«No, non è così,» rispose Dùnja con fermezza.
«Ba'! Anche tu, quindi... hai delle buone intenzioni!...»
mormorò lui, dopo averla guardata quasi con odio e con un
sorriso beffardo. «Avrei dovuto immaginarlo... Ma sì, la cosa ti
fa onore; meglio per te... Arriverai a un punto tale che, se non
lo oltrepasserai, sarai infelice, e se lo oltrepasserai sarai forse
più infelice ancora... Del resto, sono tutte sciocchezze!»
concluse in tono seccato e collerico, indispettito per essersi
involontariamente lasciato andare. «Volevo soltanto dire,
mammina, che vi domando perdono,» aggiunse bruscamente.
«Basta così, Ròdja, sono convinta che tutto ciò che fai va
benissimo!» disse la madre molto contenta.
«Non dovete esserne tanto certa,» rispose lui, storcendo la
bocca in un sorriso. Seguì un silenzio. C'era in tutto questo
colloquio - anche nei silenzi, nella riconciliazione e nel
perdono - qualcosa di teso, e tutti lo sentivano.
«È come se avessero paura di me,» pensò Raskòlnikov
guardando di sottecchi la madre e la sorella. Pulchèrija
Aleksàndrovna, infatti, più taceva e più si intimidiva.
«Quand'erano lontane, mi sembrava di amarle,» pensò egli ad
un tratto.
«Sai, Ròdja, che Màrfa Petròvna è morta?» sbottò Pulchèrija
Aleksàndrovna.
«Chi è questa Màrfa Petròvna?»
«Ma, santo Dio, Màrfa Petròvna Svidrigàjlova! Ti ho scritto
tante di quelle cose sul suo conto.»
«A-a-ah, sì, ricordo... Così, è morta? Ma davvero?» Ed
improvvisamente si riscosse, come svegliandosi di botto.
«Davvero è morta? E di che cosa?»
«D'un insulto, penso!» s'affrettò a dire Pulchèrija
Aleksàndrovna, incoraggiata dalla curiosità di lui. «E proprio
mentre io ti mandavo quella lettera, in quello stesso giorno!
Figurati che quell'uomo terribile, a quanto sembra, è stato la
causa della sua morte. Dicono che l'abbia picchiata
ferocemente!»
«È così che vivevano?» egli domandò rivolto alla sorella.
«No, tutto al contrario. Egli era sempre molto paziente con lei,
anzi, gentile. In molti casi era perfino troppo indulgente, dato il
carattere di lei, e così per ben sette anni... Poi, di colpo, ha
perso la pazienza.»
«Ma allora non è poi un tipo così orribile, se ha tenuto duro per
sette anni... Mi sbaglio o tu, Dùneèka, cerchi di giustificarlo?»
«No, no, è un uomo orribile! Non posso immaginare niente di
più orribile,» rispose Dùnja quasi con un brivido, aggrottando
le sopracciglia e facendosi pensierosa.
«Avvenne di mattina,» s'affrettò a riprendere il suo racconto
Pulchèrija Aleksàndrovna. «Subito dopo, lei ordinò di
prepararle la carrozza per recarsi in città appena mangiato,
perché, in questi casi, andava sempre in città; e, a quanto si
racconta, a pranzo mangiò con grande appetito...»
«Dopo esser stata picchiata?»
«... Del resto, lei aveva sempre avuto quest'abitudine; e appena
mangiato, per non ritardare la partenza, andò subito nella
cabina da bagno... Devi sapere che si curava con certi bagni; lì
da loro c'è una sorgente fredda, e lei vi si bagnava regolarmente
ogni giorno, ma appena entrata nell'acqua subito le prese un
colpo!»
«Sfido, io!» disse Zòsimov.
«Ma l'aveva picchiata forte?»
«Questo non conta molto, credo,» fece Dùnja.
«Mmh! Ma a voi, mammina, cosa vi salta mai in mente di
raccontare queste sciocchezze?» intervenne a un tratto
Raskòlnikov in tono infastidito, un po' come se le parole gli
sfuggissero di bocca.
«Ma, mio caro, non sapevo più di cosa parlare,» si lasciò
sfuggire a sua volta Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Ma che... avete forse tutti paura di me?» disse lui con un
sorriso forzato.
«È proprio vero.» disse Dùnja fissando gravemente il fratello
negli occhi. «La mamma, nel salire le scale, si è perfino fatta il
segno della croce per la paura.»
Il volto di lui si contrasse in uno spasimo.
«Ma che dici, Dùnja! Ròdja, ti prego, non t'arrabbiare adesso...
E tu, Dùnja, perché...?» prese a dire Pulchèrija Aleksàndrovna,
tutta turbata. «È vero, durante il viaggio nel vagone, non
facevo che sognare: come ci saremmo incontrati, come ci
saremmo raccontati tutte le nostre cose... ed ero così felice che
non mi sono nemmeno accorta della strada!... Ma che dico!...
Sono felice anche adesso. Tu, Dùnja, fai male a dire certe cose!
Sono felice, Ròdja, già per il semplice fatto di vederti...»
«Basta, mammina,» mormorò lui impacciato, senza guardarla e
stringendole la mano, «avremo tutto il tempo per parlare!»
A queste parole, di colpo si turbò e impallidì: la stessa orrenda
sensazione, che aveva già provato poco prima, invase come un
freddo mortale la sua anima; di nuovo si rese chiaramente
conto d'aver detto un'atroce menzogna, e che non solo non
avrebbe avuto «tutto il tempo» di parlare, ma che ormai, in
generale, non avrebbe potuto parlare mai più e con nessuno.
Quest'idea tormentosa lo sconvolse talmente, e per un istante
ne fu talmente preso, che si alzò in piedi e, senza guardare
nessuno, fece per uscire dalla stanza.
«Che fai?» gridò Razumìchin, afferrandolo per un braccio.
Raskòlnikov tornò a sedersi e cominciò a guardarsi attorno in
silenzio; tutti lo fissavano perplessi.
«Ma perché fate tutti quella faccia?» gridò all'improvviso,
quando gli altri meno se l'aspettavano.
«Coraggio, dite qualcosa! Che senso ha starcene a sedere a
questo modo? Coraggio, parlate! Conversiamo... Ci siamo
riuniti e ora stiamo zitti... Su, coraggio, diciamo qualcosa!»
«Sia lodato il Signore! Pensavo già che stesse per succedergli
come ieri,» disse Pulchèrija Aleksàndrovna, dopo essersi fatta
il segno della croce.
«Che ti prende, Ròdja?» domandò Avdòtja Romànovna in tono
diffidente.
«Così, nulla, mi sono ricordato d'una cosa buffa,» rispose lui, e
tutt'a un tratto si mise a ridere.
«Be', se si tratta di una cosa buffa, allora va bene! Anch'io, se
no, ci mancava poco che pensassi...» borbottò Zòsimov
alzandosi dal divano. «Ma è tempo che me ne vada; forse
passerò ancora... sempre che vi trovi in casa...»
S'inchinò e uscì.
«Che magnifica persona!» osservò Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Sì, magnifica, eccellente, istruita, intelligente...» prese a dire
Raskòlnikov in tono concitato e con una straordinaria
animazione. «Non ricordo nemmeno dove l'ho incontrato,
prima della mia malattia... Da qualche parte devo pur averlo
incontrato... E anche lui è una gran brava persona!» e accennò
col capo a Razumìchin. «Dimmi, Dùnja, ti piace?» domandò, e
all'improvviso, chissà perché, si mise a ridere.
«Molto,» rispose Dùnja.
«Puah, sei proprio un... maiale!» protestò Razumìchin, al
colmo della confusione, e arrossendo si alzò dalla sedia.
Pulchèrija Aléksàndrovna ebbe un lieve sorriso, mentre
Raskòlnikov dava in una gran risata.
«Ma cosa fai?»
«Devo andare anch'io... Devo proprio.»
«Tu non devi un bel niente; resta qui! Zòsimov se n'è andato,
ed ecco che tu senti il bisogno di imitarlo. Rimani... Che ora è?
Già le dodici? Che orologio grazioso hai, Dùnja! Ma perché
state tutti zitti di nuovo? Sono sempre io il solo a parlare!...»
«È un regalo di Màrfa Petròvna,» rispose Dùnja.
«E costa moltissimo,» aggiunse Pulchèrija Aleksàndrovna.
«A-a-ah! Com'è grande! Non sembra quasi da signora.»
«A me piacciono così,» disse Dùnja.
«Dunque, non è un regalo del fidanzato,» pensò Razumìchin
provando, chissà perché, un senso di sollievo.
«Io invece credevo che fosse un regalo di Lùžin,» osservò.
«No, Lùžin non ha ancora regalato niente a Dùneèka.»
«A-a-ah! A proposito, mammina, vi ricordate che io ero
innamorato e che volevo sposarmi?» diss'egli a un tratto
guardando la madre, che fu colpita dalla piega inaspettata presa
dalla conversazione e dal tono con cui s'era messo a parlare di
quell'argomento.
«Certo, mio caro, certo!» e Pulchèrija Aleksàndrovna scambiò
un'occhiata con Dùneèka e Razumìchin.
«Mmh! Già! Che cosa posso dirvi, in proposito? Me ne ricordo
perfino poco. Era una ragazza malata,» proseguì, ridivenuto
pensieroso e chinando gli occhi. «Stava sempre poco bene; le
piaceva far l'elemosina, non faceva che sognare una vita in
monastero, e una volta che aveva cominciato a parlarmene
scoppiò in lacrime; sì, sì... ricordo... ricordo benissimo.
Piuttosto bruttina... di persona. Davvero non so perché mi fossi
affezionato a lei; forse perché era sempre malata... Se fosse
stata zoppa o gobba, credo che l'avrei amata ancora di più.» Ed
egli ebbe un sorriso pensoso. «Eh sì... è
stato una specie di delirio primaverile...»
«No, non si è trattato di un semplice delirio primaverile,» disse
Dùneèka, animandosi.
Egli guardò la sorella molto attentamente, ma non udì bene, o
addirittura non ne comprese le parole. Sempre profondamente
assorto, si alzò, si avvicinò alla madre, la baciò, e tornò a
sedersi al suo posto.
«Tu l'ami anche adesso!» disse Pulchèrija Aleksàndrovna,
commossa.
«Lei?... Adesso? Ah, sì... state parlando di lei! No, no. Adesso è
come se tutto fosse accaduto in un altro mondo... tanto tempo
fa. E tutto quello che avviene intorno a me, è come se non
avvenisse qui...» Così dicendo, le guardava fissamente.
«Ecco, anche voi... è come se vi guardassi da una distanza di
mille verste... Ma perché poi parliamo di queste cose? E che
bisogno c'è di fare domande?» aggiunse infastidito; e tacque,
mordicchiandosi le unghie e rifacendosi pensieroso.
«Che brutta abitazione è la tua, Ròdja; sembra una tomba,»
disse a un tratto Pulchèrija Aleksàndrovna, rompendo quel
penoso silenzio. «Sono sicura che la tua malinconia per metà è
dovuta alla tua stanza.»
«La stanza?...» rispose lui distratto. «Sì, la stanza ha
contribuito molto... ci ho pensato anch'io... Però, mammina, se
sapeste che cosa strana avete detto,» aggiunse a un tratto, con
un sorriso curioso.
Mancava poco che quella compagnia, quelle persone care che
rivedeva dopo tre anni di separazione, quel tono familiare della
conversazione che contrastava con l'assoluta impossibilità di
parlare di qualsiasi cosa, gli diventassero assolutamente
insopportabili. Comunque, c'era una faccenda da risolvere a
tutti i costi, in una maniera o nell'altra, con la massima urgenza,
quel giorno stesso; così aveva deciso poco prima, quando s'era
svegliato. E ora si rallegrò pensando a quella faccenda come a
una via d'uscita.
«Senti, Dùnja,» prese a dire in tono serio e asciutto,
«naturalmente ti chiedo perdono per ciò che è accaduto ieri, ma
ritengo mio dovere ricordarti che non rinuncio al punto
essenziale. O me, o Lùžin. Io sarò un delinquente, ma tu quella
cosa non devi farla. O l'uno o l'altro. Se sposerai Lùžin, cesserò
subito di considerarti mia sorella.»
«Ròdja, Ròdja! Ma così è tutto come ieri,» esclamò
amaramente Pulchèrija Aleksàndrovna. «E perché, poi,
continui a darti del delinquente? Questo mi fa soffrire! Anche
ieri...»
«Fratello,» rispose Dùnja con fermezza e anche lei in tono
asciutto, «in tutto questo c'è un errore da parte tua. Questa notte
ci ho pensato, e ho trovato l'errore. A quanto sembra, tu pensi
che io mi sacrifichi per qualcuno. Non è affatto così. Io mi
sposo per me stessa, perché mi trovo in una situazione difficile;
in seguito, poi, sarò naturalmente contenta di poter essere utile
ai miei cari, ma non è questo il motivo principale della mia
decisione...»
«Sta mentendo!» pensava lui, mordendosi le unghie dalla
rabbia. «Tutto orgoglio! Non vuole ammettere che lo fa per
me! Oh, che caratteri meschini! Anche quando amano, è come
se odiassero... Oh, come... come li odio tutti!»
«Per farla breve, io sposo Pëtr Petròviè,» proseguì Dùneèka,
«perché fra i due mali scelgo il minore. Ho la ferma intenzione
di fare con tutta onestà quanto egli si aspetta da me, e quindi
non c'è inganno. Cosa vuol dire questo tuo sorriso?»
Avvampò in volto, e i suoi occhi lampeggiarono d'ira.
«Tutto quanto?» chiese lui, con un sorriso sarcastico. «Almeno
entro certi limiti. Sia il modo sia la forma con cui Pëtr Petròviè
mi ha chiesto in moglie mi hanno mostrato subito che cosa gli
occorre. Certo, egli ha un'alta opinione di sé, forse troppo alta;
ma spero che l'abbia anche di me... Perché ridi di nuovo?»
«E tu, perché arrossisci di nuovo? Tu menti, sorella, menti di
proposito, per semplice testardaggine femminile, pur di non
darmi ragione... Tu non puoi aver stima di Lùžin: io l'ho visto e
ho parlato con lui. Dunque, ti vendi per denaro e dunque, in
ogni caso, agisci bassamente, e sono felice di vedere che riesci
almeno ad arrossirne.»
«Non è vero, non sto mentendo!» esclamò Dùneèka, che aveva
perso tutto il suo sangue freddo. «Non lo sposerei mai se non
fossi certa che mi stima e che ha dell'affetto per me; non lo
sposerò se non sarò fermamente convinta di poterlo stimare a
mia volta. Per fortuna posso averne una prova sicura, e oggi
stesso. Ora, un matrimonio simile non è affatto la bassezza che
dici tu! Ma anche se tu avessi ragione, se io mi fossi
effettivamente decisa a una cosa del genere, non è forse
crudeltà, da parte tua, parlarmi in questo modo? Perché
pretendi da me un eroismo di cui tu stesso, forse, non saresti
capace ? Questo è dispotismo, è prepotenza! Se a qualcuno farò
del male, sarà soltanto a me stessa... Non ho ancora ammazzato
nessuno, in fin dei conti!... Che hai da guardarmi così? Perché
sei impallidito in questo modo? Ròdja, che hai? Ròdja, caro!...»
«O Signore! Lo hai fatto svenire!» gridò Pulchèrija
Aleksàndrovna.
«No, no... ma che sciocchezze... non è nulla!... Un capogiro.
Non è affatto uno svenimento... Voi non vedete altro che
svenimenti!... Mmh! Già... che cosa volevo dire? Ecco: in che
modo potrai convincerti oggi stesso di poter avere stima di lui,
e che lui... ti stima, se ho udito bene? Sbaglio, o hai proprio
detto oggi? Oppure ho sentito male?»
«Mammina, mostrate a mio fratello la lettera di Pëtr Petròviè,»
disse Dùneèka.
Pulchèrija Aleksàndrovna gli consegnò la lettera con mani
tremanti. Egli la prese con viva curiosità ma, prima di aprirla,
guardò Dùneèka con un certo stupore.
«Che strano,» disse lentamente, come colpito da una nuova
idea, «perché poi me la prendo tanto? Perché tutto questo
gridare? Ma sposa un po' chi vuoi!»
Parlava con se stesso, ma ad alta voce, e per qualche istante
guardò la sorella con aria interdetta. Infine spiegò la lettera,
sempre con quella strana espressione sul volto; quindi prese a
leggere lentamente e con grande attenzione. Lesse e rilesse la
lettera. Pulchèrija Aleksàndrovna era molto inquieta, e tutti si
aspettavano qualcosa di speciale.
«Questo mi sorprende,» cominciò a dire Raskòlnikov dopo
esser rimasto qualche istante soprappensiero e restituendo la
lettera alla madre, ma senza rivolgersi a nessuno in particolare.
«Sbriga i suoi affari, è un avvocato, e perfino quando parla... lo
fa con un certo stile; e guarda come scrive male!»
Tutti ebbero un soprassalto; s'erano aspettati qualcosa di
completamente diverso.
«Ma loro scrivono sempre così,» osservò aspramente
Razumìchin.
«Perché, l'hai già letta?»
«Sì.»
«Glièl'abbiamo fatta vedere noi, Ròdja... Ci siamo consigliate
poco fa,» cominciò a dire, impacciata, Pulchèrija
Aleksàndrovna.
«Lo stile curialesco è proprio così,» la interruppe Razumìchin,
«tutte le citazioni e le comparse si scrivono così ancor oggi.»
«Curialesco? Sì, proprio curialesco, da leguleio... non troppo
sgrammaticato, ma certo nemmeno letterario; lo stile delle
comparse!»
«Pëtr Petròviè non nasconde di aver fatto i suoi studi quasi
senza denaro, anzi si vanta di essersi fatto da sé,» osservò
Avdòtja Romànovna, un po' offesa dal nuovo tono del fratello.
«Va bene: se si vanta, c'è di che; niente da ridire in proposito.
Tu, cara sorella, devi esserti offesa perché a proposito della
lettera ho fatto soltanto questa osservazione piuttosto frivola, e
pensi che mi sia messo a parlare di simili sciocchezze a bella
posta, per dispetto, per darmi delle arie. Invece, partendo da
questo stile, mi è venuta in mente un'idea, nel nostro caso
niente affatto frivola. C'è un'espressione: ‹Dovrete prendervela
con voi stessa›, che è molto significativa e chiara; inoltre, c'è
una minaccia: lui se ne andrà subito se verrò io. Questa
minaccia di andarsene significa che vi abbandonerà tutt'e due
alla vostra sorte se vi dimostrerete disobbedienti, e che lo farà
adesso, cioè dopo avervi fatto venire a Pietroburgo. Bene, cosa
ne pensi: per un'espressione simile da parte di Lùžin, ci si può
offendere come se l'avesse scritta lui», e indicò Razumìchin,
«oppure Zòsimov, oppure qualcun altro di noi?»
«No-o,» rispose Dùneèka animandosi, «ho capito benissimo
che ciò è detto in un modo un po' troppo scoperto, o forse lui è
semplicemente poco abile nello scrivere... Il tuo giudizio, caro
fratello, è molto acuto. Ti confesso che non me l'aspettavo...»
«La lettera è stata scritta in linguaggio curialesco, e con quel
tipo di linguaggio non si può fare diversamente, così ne è
venuta fuori una cosa più villana di quanto forse egli avrebbe
voluto. Però, devo disilluderti un poco: in questa lettera c'è
un'altra espressione che è una calunnia sul mio conto, e anche
abbastanza vigliacchetta. Ieri ho dato dei soldi a una vedova,
tubercolotica e sopraffatta dal dolore, non ‹con il pretesto dei
funerali›, ma proprio per i funerali, e non in mano alla figlia,
ragazza com'egli scrive, ‹di cattiva condotta› (che io ho visto
ieri per la prima volta in vita mia), bensì proprio alla vedova. In
tutto ciò vedo un desiderio un po' troppo affrettato di
infangarmi e di farmi litigare con voi. E anche questo è scritto
in linguaggio curialesco, cioè scoprendo troppo palesemente il
fine che ci si propone e con una precipitazione molto ingenua.
È un uomo intelligente, ma per agire in maniera intelligente
l'intelligenza non basta. L'insieme ci dimostra com'è fatto il
nostro uomo e... non credo che egli ti stimi poi molto. Te lo
dico solo per metterti in guardia, perché desidero sinceramente
il tuo bene...»
Dùneèka non rispose. La sua risoluzione l'aveva già presa:
attendeva soltanto la sera.
«E allora, Ròdja, cosa decidi?» domandò Pulchèrija
Aleksàndrovna, resa ancor più inquieta di prima da
quell'improvvisa piega della conversazione, da quel tono così
pratico.
«Che vuol dire ‹decidi›?»
«Pëtr Petròviè scrive che tu non ti dovrai trovare da noi questa
sera, e che se ne andrà... se tu verrai. Allora... ci sarai?...»
«Naturalmente non sta a me, ma anzitutto a voi, decidere se
una simile pretesa di Pëtr Petròviè non vi offende; in secondo
luogo, sta a Dùnja decidere, sempre che anche lei non se ne
senta offesa. Quanto a me, farò come credete meglio,»
aggiunse seccamente.
«Dùneèka ha già deciso, e io sono perfettamente d'accordo con
lei,» s'affrettò a dire Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Ho deciso di chiederti, Ròdja, di essere a tutti i costi presente
al nostro incontro,» disse Dùnja. «Verrai?»
«Verrò.»
«E prego anche voi di esserci alle otto,» disse rivolta a
Razumìchin. «Mammina, io invito anche lui.»
«E fai benissimo Dùneèka. Be', e adesso, come avete deciso
così sarà,» aggiunse Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Quanto a me, mi sento molto sollevata; non mi piace fingere e
mentire; sarà meglio dire tutta la verità... che Pëtr Petròviè
si arrabbi oppure no.»
4
In quel momento la porta si aprì senza rumore e una ragazza
entrò nella stanza, guardandosi timidamente attorno.
Tutti si volsero verso di lei con meraviglia e curiosità. Lì per lì,
Raskòlnikov non la riconobbe. Era Sòfja Semënovna
Marmelàdova. Il giorno innanzi l'aveva vista per la prima volta,
ma in un momento e in una situazione tali, e vestita in tal
modo, che nella sua memoria era rimasta impressa l'immagine
di tutt'altro volto. Adesso era una ragazza vestita modestamente
e quasi poveramente, ancora molto, molto giovane, poco più di
una bambina, dai modi modesti e compiti, con un viso sereno
ma come un po' spaurito. Indossava un vestitino da casa, molto
semplice, e in testa aveva un vecchio cappellino fuori moda;
però teneva in mano, come il giorno prima, quel suo
ombrellino. Alla vista inattesa di tante persone nella stanza, più
che rimanere imbarazzata addirittura si smarrì, si intimidì come
una bimbetta e fece perfino atto di andarsene.
«Ah... siete voi?» disse Raskòlnikov al colmo della meraviglia,
e a un tratto lui pure si smarrì.
Subito pensò che sua madre e sua sorella sapevano già di
sfuggita, dalla lettera di Lùžin, di quella ragazza «di cattiva
condotta». Poco prima, egli era insorto contro la calunnia di
Lùžin, dicendo d'averla vista una sola volta, ed ecco che
all'improvviso lei era venuta lì. Ricordò pure di non aver
affatto protestato contro l'espressione «di cattiva condotta».
Tutto ciò gli passò per la mente confusamente e in un baleno.
Ma poi, guardatala con maggior attenzione, quella creatura gli
parve talmente avvilita, che a un tratto ne provò pietà. Quando
poi lei fece atto di fuggirsene per lo spavento, fu come se
qualcosa si rimescolasse dentro di lui.
«Proprio non vi aspettavo,» s'affrettò a dire, fermandola con lo
sguardo. «Per favore, accomodatevi. Certamente deve avervi
mandata Katerìna Ivànovna. No, scusate, non sedetevi là,
sedetevi qui...»
All'arrivo di Sònja, Razumìchin, che stava su una delle tre
sedie di Raskòlnikov, proprio accanto alla porta, s'era alzato
per lasciarla entrare. Dapprima Raskòlnikov le aveva indicato
l'angolo del divano, dove di solito sedeva Zòsimov, ma resosi
conto che quel divano era un posto troppo familiare e che gli
serviva da letto, si era affrettato a indicarle la sedia di
Razumìchin.
«E tu mettiti qui,» disse a Razumìchin, facendolo accomodare
nell'angolo di Zòsimov.
Sònja sedette, quasi tremante di paura, e gettò una timida
occhiata alle due signore. Con ogni evidenza non capiva lei
stessa com'era accaduto che potesse sedere accanto a loro.
Resasene conto, si spaventò talmente che si alzò di nuovo
all'improvviso e si rivolse a Raskòlnikov del tutto sconvolta.
«Io... io... sono venuta per un istante, scusatemi se vi ho
disturbato,» prese a dire balbettando. «Vengo da parte di
Katerìna Ivànovna, e lei non aveva nessun altro da mandare...
Katerìna Ivànovna vi prega tanto di trovarvi domani mattina
alla funzione funebre... dopo la messa... alla cattedrale di San
Mitrofan, e poi da noi, cioè da lei... per la refezione... Prega di
farle questo onore... Così m'ha ordinato di dirvi...» Sònja si
impappinò e tacque.
«Cercherò di esserci... ad ogni costo... ad ogni costo,» rispose
Raskòlnikov, alzandosi anche lui; e anche lui s'imbrogliò e non
terminò la frase. «Per favore, sedetevi,» disse poi a un tratto.
«Ho bisogno di parlare con voi Vi prego, anche se avete fretta,
di regalarmi due minuti del vostro tempo...»
E le avvicinò la sedia. Sònja tornò a sedersi e gettò di nuovo
un'occhiata timida e smarrita verso le due signore. Ma subito
abbassò gli occhi.
Il volto pallido di Raskòlnikov avvampò; pareva del tutto
sconvolto, e i suoi occhi lampeggiavano.
«Mammina,» diss'egli in tono fermo e autoritario, «questa è
Sòfja Semënovna Marmelàdova, figlia di quel disgraziato
signor Marmelàdov, rimasto schiacciato ieri dai cavalli, davanti
ai miei occhi, e del quale vi ho già parlato...»
Pulchèrija Aleksàndrovna guardò Sònja socchiudendo
leggermente gli occhi. Nonostante tutta la soggezione che le
incuteva lo sguardo caparbio e pieno di sfida di Ròdja, non
poté proprio negarsi questa soddisfazione. Dùneèka fissava con
aria seria e attenta la povera ragazza, esaminandola con una
certa perplessità. Sònja, udita la presentazione fatta di lei,
sollevò gli occhi, ma si confuse ancor più di prima.
«Volevo chiedervi,» s'affrettò a dirle Raskòlnikov, «come si
sono sistemate da voi le cose? Non vi hanno disturbato?... Per
esempio la polizia?»
«No, è andato tutto bene... La causa della morte era troppo
chiara; non ci hanno disturbate; gli inquilini, però, sono
arrabbiati.»
«E perché?»
«Perché il corpo rimane a lungo in casa... Adesso fa caldo, c'è
cattivo odore, e così oggi, all'ora del vespro, lo trasporteranno
al cimitero dove rimarrà fino a domani, nella cappella. Katerìna
Ivànovna prima non voleva, ma adesso lei stessa vede che così
non può andare...
«Allora, oggi...»
«Katerìna Ivànovna vi prega di farci l'onore di assistere domani
alla messa, e poi di venire da lei per il pranzo funebre.»
«Vuol fare un pranzo?»
«Sì, un piccolo rinfresco... Mi ha pregato di ringraziarvi per
l'aiuto che ci avete dato ieri... Senza di voi, non avremmo
saputo come fare i funerali.» D'un tratto presero a tremarle le
labbra e il mento, ma si fece forza e riuscì a dominarsi,
affrettandosi ad abbassare di nuovo lo sguardo.
Durante quel colloquio, Raskòlnikov l'aveva osservata
attentamente. Era un visetto, il suo, magro magro e pallido,
abbastanza irregolare e aguzzo, e aguzzi erano il nasino e il
mento. Non si sarebbe neanche potuto dire ch'era carina, ma i
suoi occhi celesti, in compenso, erano così limpidi, e quando si
animavano l'espressione del viso diventava così buona e
semplice che involontariamente ci si sentiva attratti verso di lei.
Il suo volto, come tutta la sua figura, aveva poi una
caratteristica speciale: nonostante i suoi diciotto anni, sembrava
ancora una ragazzina, molto più giovane dei suoi anni,
addirittura una bambina, ciò che si palesava a tratti, e in modo
persino un po' buffo, in certe sue movenze.
«Ma come mai Katerìna Ivànovna, con così pochi mezzi, ha
potuto fare tutto, e ora vuole anche organizzare un
rinfresco?...» chiese Raskòlnikov, prolungando a bella posta la
conversazione.
«La cassa sarà semplice... sarà tutto semplice, quindi costerà
poco... Abbiamo fatto i conti poco fa, con Katerìna Ivànovna, e
rimarrà ancora qualcosa per la refezione... E Katerìna Ivànovna
desidera molto che tutto si svolga in questo modo... E non si
può... sapete, per lei è un conforto... lei è fatta così, lo sapete
bene...»
«Capisco, capisco... certamente... Ma che avete, da osservare
tanto la mia stanza? Anche mia madre dice che somiglia a una
tomba.»
«Ieri voi ci avete dato tutto quel che avevate!» sbottò
all'improvviso Sòneèka, in un forte e precipitoso bisbiglio, e
subito abbassò gli occhi. Di nuovo le tremarono le labbra e il
mento. Già da prima era rimasta colpita dalla povertà
dell'alloggio di Raskòlnikov, e adesso quelle parole le erano
sfuggite di bocca. Vi fu un silenzio. Lo sguardo di Dùneèka
s'illuminò e Pulchèrija Aleksàndrovna guardò Sònja perfino
con una certa affettuosità.
«Ròdja,» diss'ella alzandosi, a naturalmente pranzeremo
insieme. Andiamo, Dùneèka... E tu, Ròdja, dovresti uscire a far
due passi, per poi riposarti un poco sul letto, e venire da noi al
più presto... Temo che ti abbiamo stancato...»
«Sì, sì, verrò senz'altro,» egli rispose, alzandosi con aria
affaccendata. «Però, ho una certa questione da sbrigare...»
«Come, no» pranzerete insieme?» gridò Razumìchin,
guardando Raskòlnikov con meraviglia. «Ma cosa ti salta in
mente ?»
«Verrò, verrò senz'altro, si capisce... ma tu sta' qui ancora un
poco. Adesso, mammina, lui non vi serve, vero? O forse ve lo
sto portando via?»
«Oh, no, no! E voi, Dmìtrij Prokòfiè, sarete così buono da
venire a pranzo con noi?»
«Per piacere, venite,» lo pregò Dùnja.
Razumìchin si inchinò, raggiante di gioia. Per un istante,
parvero tutti stranamente confusi.
«Addio, Ròdja, cioè arrivederci; non mi piace dire ‹addio›.
Addio, Nastàsja... ah, ho detto di nuovo ‹addio› !...»
Pulchèrija Aleksàndrovna voleva salutare anche Sòneèka, ma
chissà come non vi riuscì, e lasciò frettolosamente la stanza.
Avdòtja Romànovna, invece, fu come se avesse atteso il suo
turno; passando, dopo la madre, accanto a Sònja, la salutò con
un inchino premuroso, gentile e profondo. Sòneèka ne fu
turbata, si inchinò a sua volta con una certa fretta, tutta
sbigottita, e le si dipinse in volto perfino una specie di
sofferenza, come se la gentilezza e l'attenzione di Avdòtja
Romànovna fossero per lei un peso e un tormento.
«Dùnja, addio!» gridò Raskòlnikov quando le due donne si
trovavano già nell'andito. «Dammi la mano, dunque!»
«Ma te l'ho già data, non ricordi?» rispose Dùnja, voltandosi
verso di lui con aria affettuosa e impacciata.
«Ebbene, dammela ancora una volta!»
Ed egli strinse forte le sue piccole dita. Dùneèka gli sorrise,
arrossì, liberò lesta lesta la mano e uscì dietro la madre, anche
lei, chissà perché, tutta felice.
«Ecco, ora tutto va proprio bene!» disse Raskòlnikov a Sònja,
tornando nella stanza e guardandola con occhi fattisi limpidi.
«Ai morti la pace del Signore, mentre i vivi hanno ancora da
vivere! Non è così? Non è così, forse?»
Sònja guardò sorpresa il volto di lui, improvvisamente
rasserenato; a sua volta egli la osservò per qualche istante in
silenzio, e tutto ciò che di lei aveva narrato il defunto
Marmelàdov gli passò di colpo nella memoria...
«Santo Dio, Dùneèka!» prese a dire Pulchèrija Aleksàndrovna
non appena si trovarono in istrada, «ecco che mi sembra d'esser
contenta perché siamo venute via; mi sento sollevata. Non
avrei mai pensato, ieri in treno, di potermi rallegrare per un
simile motivo!»
«Mammina, torno a ripetervi che è ancora molto malato. Come
fate a non vederlo? Forse, proprio soffrendo per causa nostra si
è rovinato la salute. Bisogna essere indulgenti, e perdonargli
molte molte cose.»
«Tu, però, non sei stata indulgente!» la interruppe subito, con
la foga della gelosia, Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Sai, Dùnja, vi guardavo voi due... ebbene tu sei proprio il suo
ritratto, non tanto di viso quanto di animo: entrambi siete
malinconici, entrambi tetri e impulsivi, entrambi alteri e
generosi... Vero che lui non può essere un egoista, Dùneèka ?
Vero ?... Quando penso a quel che accadrà da noi questa sera,
mi sento proprio male!»
«Non preoccupatevi, mammina, accadrà quel che deve
accadere.»
«Dùneèka! Pensa soltanto in che situazione ci troviamo! Cosa
accadrà, se Pëtr Petròviè si tirerà indietro?» si lasciò
imprudentemente scappare di bocca la povera Pulchèrija
Aleksàndrovna.
«Vorrà dire che non vale niente!» rispose Dùneèka in tono
brusco e sprezzante.
«Abbiamo fatto bene ad andarcene via adesso,» si affrettò a
interromperla Pulchèrija Aleksàndrovna. «Aveva delle
faccende urgenti da sbrigare; che esca, e respiri una boccata
d'aria: gli farà bene... Si soffoca, nella sua stanza... Ma del
resto, dov'è che si può respirare un po' d'aria, qui? Anche per le
strade, qui, è come nelle stanze senza finestra. Dio, che razza di
città!... Attenta, fatti da parte, se no ci schiacciano; stanno
trasportando qualcosa... Dev'essere un pianoforte...
già... E come ti urtano... E poi, mi fa molta paura anche quella
ragazza...»
«Quale ragazza, mammina?»
«Quella Sòfja Semënovna, che è venuta da lui poco fa...»
«E perché?»
«È un presentimento, Dùnja; puoi crederci o no, ma appena è
entrata lei, in quel preciso istante ho pensato che proprio lì sta
il punto...»
«Ma che punto e punto!» esclamò Dùnja spazientita. «E cosa vi
viene mai in testa con questi vostri presentimenti, mammina!
Lui la conosce soltanto da ieri, e adesso, quando è entrata, non
l'ha nemmeno riconosciuta.»
«Vedrai!... Quella ragazza mi turba; vedrai, vedrai! Sapessi che
paura mi ha fatto: mi guardava, mi guardava con certi occhi,
che facevo fatica a rimaner ferma sulla sedia... Ricordi quando
lui ha cominciato a presentarmela? Mi sembra strano: Pëtr
Petròviè scrive di lei quelle cose, e lui ce la presenta, e anche a
te, per giunta! Dunque dev'essergli cara!»
«Cosa conta quel che scrive Pëtr Petròviè! Anche di noi hanno
detto certe cose, e le hanno scritte: te lo sei forse dimenticata?
Io invece sono sicura... che è un'ottima persona, e che sono
tutte sciocchezze!»
«Dio lo voglia!»
«E Pëtr Petròviè è un brutto pettegolo,» tagliò corto Dùneèka.
Pulchèrija Aleksàndrovna
conversazione s'interruppe.
ammutolì
subito,
e
la
loro
«Senti, ho un favore da chiederti...» disse Raskòlnikov,
conducendo Razumìchin verso la finestra.
«Allora riferirò a Katerìna Ivànovna che verrete...» s'affrettò a
dire Sònja, facendo un inchino per andarsene.
«Abbiate pazienza un attimo, Sòfja Semënovna, noi non
abbiamo segreti e voi non ci disturbate affatto... Vorrei
scambiare con voi due parole... Senti, ecco di cosa si tratta,» si
rivolse d'un tratto a Razumìchin, troncando a metà il discorso.
«Tu lo conosci quel... come si chiama?... Porfìrij Petròviè?»
«Altro che! È mio parente. Ebbene?» domandò Razumìchin
con improvvisa e palese curiosità.
«È lui, adesso, che conduce l'inchiesta su... su quell'assassinio
di cui avete parlato ieri?»
«Sì... e con questo?» e Razumìchin sgranò gli occhi.
«Ha interrogato i pignoranti, e anch'io avevo là dei pegni: cosa
da poco, ma c'è anche un anellino di mia sorella, che mi regalò
per suo ricordo quando venni qui, e l'orologio d'argento di mio
padre. Il prezzo complessivo sarà di cinque o sei rubli, ma per
me sono cose care, dei ricordi. Che devo fare, adesso? Non
voglio che gli oggetti vadano perduti, soprattutto l'orologio.
Poco fa ho tremato all'idea che mia madre potesse chiedermi di
vederlo quando ci si è messi a parlare dell'orologio di Dùneèka.
È l'unico oggetto rimasto dopo la morte del babbo. Lei ne
farebbe una malattia, se andasse perduto! Ah, le donne!...
Insomma, dimmi tu come devo comportarmi. So che dovrei
fare una dichiarazione al commissariato. Ma forse è meglio
farla allo stesso Porfìrij, che te ne pare? Sarebbe bene sbrigarsi.
Vedrai che la mamma me ne parlerà prima ancora di pranzo!»
«Non al commissariato, assolutamente a Porfìrij!» gridò
Razumìchin, molto emozionato. «Sapessi come sono contento !
Ma perché perdere tempo? Andiamoci subito, è a due passi, lo
troveremo di sicuro!»
«Ma sì... andiamoci pure...»
«E lui avrà tanto, tanto, tanto piacere di fare la tua conoscenza!
Gli ho parlato molto di te, in varie occasioni... Gliene ho
parlato anche ieri... Su, andiamo!... Allora, tu hai conosciuto la
vecchia? Ma guarda un po'!... Come tutto si mette be-e-ene!...
Ah, sì... Sòfja Ivànovna...»
«Sòfja Semënovna,» rettificò Raskòlnikov. «Sòfja Semënovna,
questo è il mio amico Razumìchin, una gran brava persona...»
«Se voi dovete andare...» cominciò Sònja, senza nemmeno
guardare Razumìchin, ciò che la fece confondere anche peggio.
«Ma sì, andiamo!» decise Raskòlnikov. «Oggi stesso, Sòfja
Semënovna, io passerò da voi; ditemi soltanto dove abitate...»
Non è che fosse impacciato, pareva solo che avesse fretta, e
che sfuggisse lo sguardo della ragazza. Sònja gli diede il suo
indirizzo e nel farlo arrossì. Uscirono tutti insieme.
«Non chiudi?» domandò Razumìchin, scendendo le scale dietro
gli altri.
«Mai!... Però, sono due anni che voglio sempre comprare un
lucchetto,» aggiunse con noncuranza. «Gente felice quella che
non ha nulla da chiudere a chiave!» disse ridendo, rivolto a
Sònja.
Arrivati in strada, si fermarono sotto il portone.
«Voi dovete andare a destra, Sòfjá Semënovna? A proposito:
come avete fatto a trovarmi?» domandò, ma come se avesse
voluto dirle tutt'altra cosa. Desiderava tanto fissarla in quegli
occhi calmi e sereni, e chissà perché non gli riusciva mai...
«Ma se ieri avete dato l'indirizzo a Pòleèka...»
«Pòlja? Ah sì... Pòleèka! Quella bambina... è vostra sorella? E
io le ho dato il mio indirizzo?
«Ve ne siete dimenticato?»
«No, no... ora ricordo...»
«Io avevo già sentito parlare di voi, a suo tempo, dal povero
babbo... Solo che allora non conoscevo il vostro cognome, e
nemmeno lui lo conosceva... Oggi, invece, sono venuta... e
siccome ieri avevo saputo il vostro cognome, ho domandato:
‹Dove abita il signor Raskòlnikov?› Non sapevo che anche voi
vivete in una stanza mobiliata... Addio... A Katerìna Ivànovna
riferirò...»
Era immensamente felice, finalmente, di essersene andata; si
avviò a capo chino, in fretta, per sottrarsi il più presto possibile
alla loro vista, per coprire al più presto quei venti passi fino
alla svolta della strada e rimanere finalmente sola; poi,
camminando svelta senza guardare nessuno e senza vedere
nulla, avrebbe pensato, ricordato, riflettuto su ogni parola detta,
su ogni circostanza. Mai, mai aveva provato niente di simile.
Tutto un mondo indefinito e nuovo le era sceso
misteriosamente nell'anima. All'improvviso ricordò che
Raskòlnikov stesso voleva passare da lei quel giorno: forse già
in mattinata, forse di lì a poco!
«Purché non venga oggi! Non oggi, per favore!» mormorò con
una stretta al cuore, come supplicando qualcuno, come una
bimba spaurita. «Oh Dio! Da me... in quella stanza... dove
vedrà... Oh Dio!»
In quel momento, naturalmente, non era in grado di notare un
signore sconosciuto, che la seguiva con grande zelo standole
alle calcagna. Le si era messo dietro sin da quando erano usciti
dal portone. Nel momento in cui tutti e tre, Razumìchin,
Raskòlnikov e lei, si erano fermati sul marciapiede per
scambiarsi quelle poche parole, quel passante, girando loro
attorno, era come trasalito nell'afferrare al volo, per caso, le
parole di Sònja: «Ho domandato: ‹Dove abita il signor
Raskòlnikov?›» Subito lo sconosciuto aveva esaminato con
uno sguardo rapido ma attento tutti e tre, e in particolare
Raskòlnikov, al quale Sònja si stava rivolgendo; poi aveva
guardato l'edificio e se l'era impresso nella mente.
Tutto ciò in un attimo, senza fermarsi; dopodiché, cercando di
far finta di nulla, andò oltre, rallentando il passo come in attesa.
Aspettava Sònja; aveva visto che si stavano salutando, e aveva
capito che Sònja se ne sarebbe andata subito a casa sua.
«A casa sua dove? Quella faccia devo averla vista da qualche
parte,» pensava, cercando di ricordare il volto di Sònja. «Devo
assolutamente saperlo.»
Raggiunto l'angolo, passò dalla parte opposta della strada, si
voltò e vide che Sònja stava per raggiungerlo, camminando
nella stessa direzione e senza accorgersi di nulla. Arrivata
all'angolo, anche lei imboccò quella strada. Egli la seguì,
continuando a tenerla d'occhio dal marciapiede opposto. Dopo
una cinquantina di passi, tornò sul lato dove camminava Sònja,
la raggiunse quasi e le stette dietro, mantenendosi a un cinque
passi di distanza.
Era un uomo sui cinquant'anni, di statura un po' superiore alla
media, robusto, con spalle larghe e spioventi che gli davano un
aspetto un po' curvo. Portava un abito comodo e elegante, e
nell'insieme aveva l'aria d'un signore di bell'aspetto e di nobile
portamento. In mano teneva una bella mazza, con la quale
picchiava ad ogni passo sul marciapiede, e portava guanti
molto puliti. Il suo volto largo, dagli zigomi sporgenti, era
abbastanza simpatico, la carnagione era fresca, diversa da
quella dei pietroburghesi; i suoi capelli, ancora molto folti,
erano biondissimi, appena appena brizzolati, mentre la barba,
ampia e folta, a spazzola, era ancora più chiara dei capelli. I
suoi occhi celesti avevano uno sguardo freddo, fisso e pensoso;
le labbra erano di un rosso vivo. In complesso, una persona che
s'era conservata magnificamente e sembrava molto più giovane
dei suoi anni.
Quando Sònja raggiunse il canale, si trovavano sullo stesso
marciapiede. Osservandola, egli ebbe il tempo di notarne l'aria
distratta e meditabonda. Arrivata al suo casamento, Sònja
imboccò il portone, e lui la seguì dimostrando una certa
sorpresa. Entrati nel cortile, lei svoltò a destra, nell'angolo,
dove c'era la scala che conduceva al suo alloggio. «Ba',»
mormorò lo sconosciuto, e cominciò a salire gli scalini dietro
alla ragazza. Soltanto a questo punto Sònja si accorse di lui.
Salì al terzo piano, svoltò in un corridoio e suonò al numero
nove, dove stava scritto col gesso: «Kapernàumov, sarto».
«Ba'!» ripeté lo sconosciuto, meravigliato della strana
coincidenza, e suonò lì accanto, il numero otto. Le due porte si
trovavano a una distanza di circa sei passi l'una dall'altra.
«Voi abitate da Kapernàumov?» diss'egli guardando Sònja e
ridendo. «Ieri mi ha rifatto un panciotto. E io sto qui, accanto a
voi, da madame Resslich, Gertrùda Kàrlovna. Che
combinazione!»
Sònja lo guardò attentamente.
«Siamo vicini di casa,» egli seguitò in tono particolarmente
contento. «Io sono in città da appena due giorni. Be', per ora
arrivederci.»
Sònja non rispose; le aprirono la porta ed ella sgusciò nel la sua
stanza. Chissà perché, provava un senso di vergogna, e si
sentiva intimidita...
Mentre andavano da Porfìrij, Razumìchin si sentiva molto
eccitato.
«Questo, mio caro, è magnifico,» ripeté più volte, «e io sono
proprio contento! Tanto contento!» «Ma di cosa sarà contento,
poi?» pensava Raskòlnikov «Non sapevo che anche tu avessi
impegnato qualcosa dalla vecchia. Ma... è successo molto
tempo fa? Sei stato da lei molto tempo fa? Quando, cioè?»
«Che ingenuo balordo!» pensò Raskòlnikov.
«Quando?...» e Raskòlnikov si fermò, come cercando di
ricordare. «Sono stato da lei circa tre giorni prima della sua
morte se non sbaglio. D'altra parte, non è che ora possa
riscattare i pegni,» aggiunse, facendo mostra di una viva
preoccupazione per la sorte di quegli oggetti. «Sono da capo,
ho con me soltanto un rublo d'argento... a causa di quel dannato
delirio di ieri!...» Queste parole sul delirio ci tenne a
sottolinearle in modo particolare. «Ma sì, ma sì,» s'affannava a
ripetere Razumìchin, assentendo non si sa bene a che, a ecco
perché, quella volta, sei rimasto così... così colpito... Sai che
nel delirio continuavi a parlare di certi anellini e di certe
catenine?... Sì, sì... è chiaro, adesso, è tutto chiaro.» «Ma
guarda un po' come quest'idea si è conficcata nei loro cervelli!
Ecco qua uno che si farebbe mettere in croce per me, eppure è
molto contento che sia chiaro perché nel delirio parlavo di
anellini! La cosa ha proprio messo radici nella loro testa!...»
«Ma lo troveremo in casa, poi?» domandò ad alta voce. «Sì, lo
troveremo, lo troveremo,» s'affrettò a rispondere Razumìchin.
«Vedrai, mio caro, che ottima persona! Un tipo un po' goffo...
cioè, voglio dire, è anche uomo di mondo, ma da un certo
punto di vista è goffo. Un tipo intelligente, perfino molto
intelligente, solo che ha un modo di pensare tutto particolare...
È diffidente, scettico, cinico... gli piace imbrogliare, anzi, non
imbrogliare, piuttosto mistificare... E il suo metodo di lavoro è
quello vecchio, materiale... però il mestiere lo conosce, altro
che se lo conosce!... L'anno scorso è riuscito a risolvere il caso
di un omicidio di cui si erano perse quasi tutte le tracce! E ha
un vivo, vivissimo desiderio di conoscerti!»
«Perché vivissimo, poi?»
«Be', non è che... Vedi, negli ultimi tempi, da quando ti sei
ammalato, ho avuto occasione di parlare spesso e molto di te...
Be', lui ascoltava... e quando ha saputo che sei studente di
giurisprudenza e che non hai la possibilità di terminare i corsi a
causa delle circostanze, ha detto: ‹Che peccato!› E io ne ho
concluso... Be', tutte le cose messe insieme, non solo questa;
ieri, Zamëtov... Vedi, Ròdja, ieri, mentre andavamo a casa, io
ho parlato con te a vanvera, da ubriaco... Così, ho paura che tu
abbia ingrandito la cosa, capisci?»
«Quale cosa? Che mi credono pazzo? Ma forse è vero.» E
Raskòlnikov ebbe un sorriso forzato.
«Sì... sì... voglio dire, no, che diamine!... Insomma, tutto quel
che ho detto (anche a proposito di altre cose), sono pure
sciocchezze, conseguenze del vino.»
«Ma perché ti scusi tanto? Come sono stufo di tutto questo!»
gridò Raskòlnikov con eccessiva irritazione.
D'altronde, in parte stava fingendo.
«Lo so, lo so, capisco. Sta' tranquillo che capisco. Mi vergogno
perfino a parlarne...»
«E allora, se ti vergogni, non parlarne affatto!»
Tacquero entrambi. Razumìchin era allegrissimo, e
Raskòlnikov ne era conscio con un senso di ripugnanza.
Inoltre, lo rendeva inquieto quel che Razumìchin aveva detto
poco prima sul conto di Porfìrij.
«Con quel tipo dovrò pianger miseria,» pensava, diventando
pallido e col cuore che gli batteva, «e dovrò farlo nella maniera
più naturale. La cosa più naturale sarebbe non farlo, sforzarsi di
non farlo. Eh no, neppure sforzarsi sarebbe naturale... Be',
staremo a vedere come andranno le cose... Adesso, però, è bene
o male che io ci vada? La farfalla vola da sé sulla candela... Mi
batte il cuore: questo sì che è male!...»
«È in questa casa grigia,» disse Razumìchin.
«Più importante di tutto è capire se Porfìrij sa o non sa che ieri
sono stato nell'appartamento di quella strega... e che mi sono
informato a proposito del sangue. Dovrò capirlo subito, dalla
sua faccia, appena varcata la soglia; al-tri-men-ti... No, anche a
costo di perdermi, ma lo scoprirò!»
«Sai cosa ti dico?» si rivolse di colpo a Razumìchin con un
sorriso malizioso. «Ho notato, mio caro, che oggi. fin da questa
mattina, tu sei straordinariamente agitato. Non è forse vero?»
«Agitato un bel niente!» protestò Razumìchin con una smorfia
seccata.
«Eh no, mio caro, lo si vede benissimo. Poco fa, stavi seduto
sulla sedia come non ti capita mai, proprio sull'orlo; e
sembrava che avessi le convulsioni... Balzavi in piedi
all'improvviso, quando uno meno se l'aspettava, e un po' avevi
la faccia lunga, un po', chissà perché, il tuo muso sembrava di
zucchero candito. Arrossivi perfino; specialmente quando ti
hanno invitato a pranzo sei diventato rosso come un peperone.»
«Ma non è vero niente! Tu inventi tutto!... Dove vuoi
arrivare?»
«Sembri uno scolaretto da come ti comporti! Diavolo, eccolo
che arrossisce di nuovo!»
«Sei proprio un porco!»
«Ma perché ti confondi? Romeo! Vedrai che oggi lo racconterò
dove so io, ah, ah, ah! Farò ridere la mamma... e anche qualcun
altro...»
«Ma di' un po', ascolta, queste sono cose serie, sono... Ma
allora, accidentaccio cane!...» e Razumìchin perdette
definitivamente il filo, rabbrividendo per il terrore. «Ma che
cosa pensi di dire? Io, mio caro... Puah, ma che razza di porco
sei!»
«Sembri una rosa a primavera! Se sapessi quanto sei grazioso,
così... Un Romeo alto quasi due metri! E come ti sei lavato
accuratamente, quest'oggi, ti sei pulito anche le unghie, non è
vero? Ma quando s'è mai visto? E, parola mia, ti sei perfino
messo la brillantina! Prova a chinarti un po'!»
«Porco-o-o!!!»
Raskòlnikov rideva tanto che sembrava non potesse più
trattenersi, e mentre rideva così entrarono nell'appartamento di
Porfìrij; Petròviè. Era questo che Raskòlnikov voleva: che
dall'interno si potesse udire com'egli rideva quando erano
entrati e come continuava a ridere anche nell'anticamera.
«Non una parola, qui da lui, se no io... ti faccio a pezzi!»
mormorò Razumìchin furioso, afferrando Raskòlnikov per una
spalla.
5
Raskòlnikov stava già inoltrandosi nell'appartamento. Lo fece
con l'aria di chi si trattiene con tutte le sue forze per non
scoppiare a ridere. Dietro di lui, con faccia sconvolta e truce,
rosso come una peonia, spilungone e goffo, entrò Razumìchin,
al colmo della vergogna. In quell'istante, il suo volto e tutta la
sua figura erano davvero così buffi da giustificare le risa di
Raskòlnikov. Questi, prima ancora d'essere presentato,
s'inchinò al padrone di casa, ch'era fermo in mezzo alla stanza
e li guardava con aria interrogativa, e gli tese e gli strinse la
mano sempre dando a vedere lo sforzo che doveva compiere
per dominare la propria allegria e per poter almeno spiccicare
le due o tre parole necessarie a presentarsi.
Ma era appena riuscito ad assumere un'aria seria e a borbottare
qualcosa che a un tratto, come senza volerlo, gettò di nuovo
un'occhiata a Razumìchin, e questa volta non riuscì più a
trattenersi. Il riso scoppiò tanto più irresistibile, quanto più
faticosamente represso sino a quel momento. L'aria
straordinariamente feroce con cui Razumìchin accoglieva quel
riso così «cordiale» dava a tutta la scena l'aspetto della più
sincera allegria e, soprattutto, della più assoluta naturalezza.
Razumìchin, come a farlo apposta, vi contribuì ulteriormente.
«Accidenti!» urlò scuotendo la mano, e per combinazione urtò
con essa un tavolinetto tondo sul quale si trovava un bicchiere
di tè appena vuotato. Tutto andò per aria tintinnando.
«Ma perché farmi a pezzi i mobili, cari signori? Qui ci va di
mezzo l'erario!» esclamò allegramente Porfìrij Petròviè.
Ecco come si presentava la scena: Raskòlnikov stava finendo
di ridere, con la mano dimenticata in quella del padrone di
casa; con giusto senso della misura, attendeva l'istante propizio
per smettere al più presto e nella maniera più naturale.
Razumìchin, definitivamente stravolto per la caduta del
tavolino e per il bicchiere rotto, fissò con aria tetra i frantumi di
vetro, sputò e s'avvicinò bruscamente alla finestra, dove
rimase, voltando la schiena ai presenti, a guardare fuori dalla
finestra con un tremendo cipiglio e senza vedere nulla. Porfìrij
Petròvic sorrideva e aveva voglia di ridere, ma era evidente che
si aspettava delle spiegazioni. Nell'angolo, su una sedia, stava a
sedere Zamëtov, che si era alzato all'arrivo dei visitatori ed era
rimasto in attesa, con la bocca atteggiata al sorriso, ma
osservando con aria perplessa e un poco diffidente l'intera
scena, e guardando Raskòlnikov perfino con un palese disagio.
L'inattesa presenza di Zamëtov aveva impressionato
sgradevolmente Raskòlnikov.
«Bisogna rifletterci!» commentò egli fra sé.
«Vi prego di scusarmi,» prese a dire, ostentando un certo quale
imbarazzo, «mi chiamo Raskòlnikov...»
«Non c'è di che, molto piacere di conoscervi, e poi siete entrati
in un modo così simpatico... E lui, non vuole nemmeno
salutare?» disse Petròvic indicando Razumichin.
«Davvero non so perché se la sia tanto presa con me. Strada
facendo, gli ho detto solo che somiglia a Romeo e... gliel'ho
anche provato; ma se non sbaglio, non c'è stato altro.»
«Porco!» intervenne Razumìchin, senza voltarsi.
«Evidentemente aveva dei motivi molto seri, se s'è arrabbiato
tanto per una sola parola», e Porfìrij scoppiò a ridere.
«Ehi, tu, giudice istruttore!... Ma andatevene un po' tutti al
diavolo!» tagliò corto Razumìchin, e improvvisamente,
messosi a ridere anche lui, s'avvicinò a Porfìrij Petròvic con
aria allegra, come se non fosse successo niente.
«Basta! Siamo tutti degli scemi... E ora, all'opera: questo è il
mio amico, Rodiòn Romànyè Raskòlnikov: anzitutto ha sentito
parlare di te e ti ha voluto conoscere, e in secondo luogo deve
parlarti di un affaruccio. Ba'! E tu, Zamëtov, che fai di bello
qui? E come mai voi due vi conoscete?
da molto che ve la intendete?»
«Cos'è questa storia?» pensò Raskòlnikov inquieto.
Zamëtov parve un po' confuso, ma nemmeno troppo.
«Ci siamo conosciuti ieri in casa tua,» disse con tono
disinvolto.
«Allora, è stata la divina Provvidenza: la settimana scorsa
Porfìrij mi aveva tanto pregato d'essere presentato in qualche
modo a te, ed ecco che ve la siete cavata benissimo anche senza
di me... Dove hai il tabacco?»
Porfìrij Petròviè era vestito da casa, in vestaglia, con biancheria
freschissima e pantofole scalcagnate. Era un uomo sui
trentacinque anni, di statura più bassa della media, grasso e con
un po' di pancetta; era sbarbato, senza baffi né fedine, e i suoi
capelli a spazzola erano compatti sulla grossa testa tonda,
singolarmente sporgente. Il suo viso tondo e paffuto, dal naso
un po' rincagnato, aveva un colore malsano, giallastro, ma era
abbastanza vivace e a tratti ironico. Lo si sarebbe potuto dire
un viso bonario, se non fosse stato per l'espressione degli occhi,
che avevano un certo scialbo lucore acquoso ed erano coperti
da ciglia quasi bianche, animate da un battito incessante, come
se ammiccassero a qualcuno. Lo sguardo di quegli occhi
formava uno strano contrasto con tutta la figura, che aveva
qualcosa di addirittura donnesco, e le conferiva un'aria molto
più seria di quanto potesse apparire a prima vista.
Appena udì che il visitatore doveva parlargli di un
«affaruccio», Porfìrij Petròviè lo invitò subito ad accomodarsi
sul divano, sedette egli stesso al capo opposto e cominciò a
fissarlo, in attesa di sentirsi esporre immediatamente la
faccenda, con quell'attenzione concentrata ed eccessivamente
seria che lì per lì imbarazza e turba, soprattutto se non si
conosce l'interlocutore e se quel che dovete dire è, secondo voi,
molto meno importante della straordinaria attenzione tesa che
vi si dimostra. Raskòlnikov, tuttavia, spiegò la questione in così
poche parole e con tanta chiarezza e precisione, che rimase
molto contento di se stesso, e in tal modo riuscì perfino ad
osservare con un certo agio com'era fatto Porfìrij. Anche
Porfìrij Petròviè non gli levò gli occhi di dosso per un solo
istante. Razumìchin, che si era seduto di fronte, seguiva con
impaziente ardore l'esposizione della faccenda, spostando
continuamente lo sguardo dall'uno all'altro e viceversa, il che
risultava un po' eccessivo.
«Razza di stupido!» lo ingiuriò mentalmente Raskòlnikov.
«Dovete inoltrare domanda alla polizia,» rispose Porfìrij con
l'aria più ufficiale di questo mondo, «spiegando che, avuta
notizia di un determinato avvenimento, cioè di questo
assassinio, chiedete di portare a conoscenza del giudice
istruttore, incaricato dell'inchiesta, che certi oggetti vi
appartengono, e che desiderate riscattarli. Oppure... Del resto,
Vi scriveranno loro qualcosa.»
«È che io in questo momento,» Raskòlnikov cercò di mostrarsi
il più possibile imbarazzato, «non ho molti quattrini... e non
posso spendere nemmeno una somma così insignificante...
Vedete, io vorrei soltanto dichiarare che quegli oggetti mi
appartengono, e che quando avrò i soldi...»
«La cosa è indifferente,» rispose Porfìrij Petròviè, accogliendo
con freddezza questa precisazione finanziaria.
«Comunque, se volete, potete scrivere direttamente a me,
sempre negli stessi termini, e cioè che avuta notizia del fatto, e
dichiarando che certi oggetti vi appartengono, pregate di...»
«Su carta semplice, non è vero?» si affrettò a interromperlo
Raskòlnikov, sempre insistendo sull'aspetto finanziario della
questione.
«Oh sì, sulla più semplice!» e all'improvviso Porfìrij Petròviè
lo guardò con un'aria palesemente beffarda, strizzando gli occhi
e quasi ammiccando. Ma forse così parve solo a Raskòlnikov,
perché fu questione di un attimo. Qualcosa di simile, tuttavia,
ci fu senz'altro. Raskòlnikov avrebbe potuto giurare che l'altro chissà poi perché - gli aveva ammiccato.
«Lo sa!» gli venne in mente di colpo.
«Scusate se vi ho disturbato per una simile sciocchezza,»
proseguì un po' sconcertato. «I miei oggetti varranno in tutto
cinque rubli, ma mi sono particolarmente cari, come ricordo
delle persone da cui li ho ricevuti; e, lo confesso, appena ho
avuto la notizia, mi sono spaventato molto...»
«Per questo ti sei agitato tanto ieri, quando ho detto a Zòsimov
che Porfìrij interrogava i proprietari dei pegni!» interloquì
Razumìchin con palese allusione.
Questo poi era troppo. Raskòlnikov non poté fare a meno di
fulminarlo con i suoi occhi neri, accesi d'ira. Ma subito si
dominò.
«Tu, mio caro, se non sbaglio, mi stai pigliando in giro?»
chiese a Razumìchin con irritazione abilmente simulata.
«D'accordo che, forse, mi preoccupo troppo per cose che ai tuoi
occhi sono robaccia; ma non mi si può considerare per questo
né meschino, né avido; ai miei occhi, quei due oggettini da
nulla può darsi che non siano affatto robaccia. Ti ho già detto
poco fa che quell'orologio d'oro, senza nessun valore, è l'unico
oggetto che mi sia rimasto di mio padre. Ridi pure di me, ma
ora che è arrivata mia madre», e qui, d'un tratto, si rivolse a
Porfìrij, «se venisse a sapere», e si rivolse di nuovo
rapidamente a Razumìchin, cercando soprattutto di parlare con
un po' di tremito nella voce, «che l'orologio è sparito, ti giuro
che ne sarebbe disperata! Che vuoi, le donne!...»
«Ma certo, certo! Non lo dicevo in questo senso! Anzi, al
contrario!» protestò Razumìchin, mortificato.
«L'ho detto bene? Con naturalezza? Non ho esagerato?» si
domandava Raskòlnikov trepidante. «E c'era proprio bisogno di
dire: ‹Che vuoi, le donne...›?»
«È venuta a trovarvi la mamma?» s'informò, chissà perché,
Porfìrij Petròviè.
«Sì.»
«Quando è arrivata?»
«Ieri sera.»
Porfìrij taceva, come riflettendo.
«Le vostre cose non sarebbero andate perse in nessun caso,»
disse poi in tono freddo e distaccato. «È già da un pezzo che vi
attendo al varco.»
E, come niente fosse, avvicinò un portacenere a Razumìchin,
che con la sua sigaretta stava sporcando abbondantemente il
tappeto. Raskòlnikov trasalì, ma Porfìrij pareva non guardarlo,
ancora preoccupato della sigaretta di Razumìchin.
«Che-e? Lo aspettavi al varco? Sapevi forse che anche lui
aveva dei pegni là?» esclamò Razumìchin.
Porfìrij Petròviè rispose direttamente a Raskòlnikov.
«I vostri due oggetti, l'anello e l'orologio, si trovavano da lei,
avvolti in un'unica carta, e sulla carta stava scritto chiaramente
il vostro nome, come pure la data in cui li aveva ricevuti da
voi...»
«Come fate a essere tanto osservatore?» cominciò Raskòlnikov
con un sorriso imbarazzato, sforzandosi soprattutto di fissarlo
dritto negli occhi; ma non poté trattenersi dall'aggiungere: «Lo
dico perché i proprietari dei pegni dovevano essere molto
numerosi... e per voi non doveva esser facile ricordarli tutti...
Invece, li ricordate con la massima precisione, e... e...»
«Stupido! Fiacco! Perché ho aggiunto queste parole?»
«Ma quasi tutti i pignoranti sono ormai noti; soltanto voi non
avevate creduto bene di venire,» replicò Porfìrij con una
sfumatura ironica appena percettibile.
«Non stavo molto bene.»
«Anche questo lo avevo saputo. E avevo perfino sentito dire
che eravate molto turbato per qualche cosa. Anche adesso siete
pallido, o mi sbaglio?»
«Non sono affatto pallido... al contrario, sto benissimo!» tagliò
corto Raskòlnikov, cambiando improvvisamente tono e
facendosi brusco e stizzoso. L'ira ribolliva dentro di lui, ed egli
non riusciva a dominarla. «È proprio per la rabbia che mi posso
tradire!» tornò a balenargli nella mente. «Ma perché mi
torturano?...»
«Non stavo molto bene!» saltò su a dire Razumìchin. «Questa
poi è grossa! Fino a ieri hai avuto il delirio, eri quasi privo di
sensi... Pensa, Porfìrij, che si reggeva a fatica in piedi, ma
appena io e Zòsimov, ieri, ci siamo voltati dall'altra parte, lui
subito s'è vestito e ha tagliato la corda, per girare chissà dove
fin quasi a mezzanotte; e questo in uno stato, devi sapere, di
completo delirio; immaginati un po'! Un caso davvero fuori del
comune.»
«Proprio di completo delirio? Ma guarda un po'!» E Porfìrij
scosse il capo con un gesto strano, quasi donnesco.
«Sono tutte sciocchezze! Non dovete crederci! Del resto, già
non ci credete!» si lasciò sfuggire Raskòlnikov per la troppa
stizza. Ma Porfìrij Petròviè fece come se non avesse udito
quelle strane parole.
«E perché avresti dovuto uscire, se non avevi il delirio?» si
accalorò d'un tratto Razumìchin. «Perché sei uscito? Per fare
cosa?... E perché di nascosto? Pensi d'aver avuto, in quel
momento, anche solo un po' di buonsenso? Adesso che ogni
pericolo è scomparso, posso dirtelo chiaro e tondo!»
«Ieri m'avevano seccato proprio a morte,» disse a un tratto
Raskòlnikov a Porfìrij, con un sorrisetto sfrontato e quasi di
sfida, «e sono scappato via da loro per prendere in affitto un
appartamento, in modo che non mi trovassero più, portando
con me un mucchio di denaro. Ecco, il signor Zamëtov ha visto
questo denaro. A'proposito, signor Zamëtov, ieri ragionavo
oppure deliravo? Ditelo un po' voi...» In quel momento, gli
sembrava che avrebbe strozzato volentieri Zamëtov, tanto poco
gli andavano a genio il suo sguardo e il suo silenzio.
«Secondo me, parlavate con molto buon senso e perfino con
astuzia; solo che eravate un po' troppo eccitabile,» dichiarò
Zamëtov in tono asciutto.
«E oggi Nikodìm Fòmiè mi ha detto,» interloquì Porfìrij
Petròviè, «di avervi incontrato ieri, già molto sul tardi,
nell'abitazione di un funzionario che era stato schiacciato dai
cavalli...»
«Ecco, prendiamo questa storia del funzionario!» saltò su
Razumìchin. «Non ti sei forse comportato da matto in casa
sua? I tuoi ultimi soldi li hai dati alla vedova per i funerali! Be',
se volevi aiutarla, potevi darle quindici, venti rubli, ma almeno
tre te li potevi tenere; e invece li hai mollati tutti e
venticinque!»
«E se avessi trovato un tesoro da qualche parte, e tu non lo
sapessi? Per questo ieri ho fatto tanto il generoso... Ecco, il
signor Zamëtov lo sa che ho trovato un tesoro!... Vi prego di
scusarmi,» disse con labbra tremanti, rivolto a Porfìrij, «già da
mezz'ora vi secchiamo con tutte queste sciocchezze. Vi
abbiamo annoiato, non è vero?»
«Oh no, al contrario, al con-tra-rio! Se sapeste quanto
m'interessate! È talmente interessante vedervi ed ascoltarvi...
Inoltre, lo confesso, sono molto contento che vi siate
finalmente deciso a venire...»
«Ma dàcci almeno del tè ! Abbiamo la gola secca!» esclamò
Razumìchin.
«Magnifica idea! Forse, anche gli altri vorranno farci
compagnia?... Ma non vorresti... qualcosa di più sostanzioso,
prima del tè?»
«No, no, lascia stare!»
Porfìrij Petròviè uscì per ordinare il tè. I pensieri turbinavano
nel cervello di Raskòlnikov, tremendamente eccitato.
«Non fingono nemmeno, non fanno il minimo complimento!
Perché poi, se non mi conosceva affatto, avrebbe parlato di me
con Nikodìm Fòmiè? Dunque, non cercano neanche di
nascondere che mi stanno dietro come una muta di cani! Mi
sputano in faccia con la massima franchezza!» pensava
tremando di rabbia. «Coraggio, sparatemi addosso, ma non
mettetevi a giocare come il gatto col topo. Non è mica gentile,
Porfìrij Petròviè, potrei anche non averne voglia!... Ora mi alzo
e vi spiattello tutta la verità! Così vedrete quanto vi
disprezzo!...» Raskòlnikov riprese faticosamente fiato. «E se
tutto questo fosse solo una mia impressione? Se fosse un
semplice abbaglio e io mi ingannassi completamente, mi
arrabbiassi per pura inesperienza e non fossi capace di recitare
la mia schifosissima parte? Forse, tutto è stato detto senza
alcuna intenzione... Tutte le loro parole sono le più comuni,
però c'è dietro qualcosa... Cose che si possono benissimo dire,
eppure c'è dietro qualcosa... Perché mi ha detto chiaro e tondo
da lei? Perché Zamëtov ha aggiunto che io ho parlato con
astuzia? Perché usano con me questo tono? Già... il tono...
Tuttavia Razumìchin era seduto qui anche lui, e lui non vede
niente di tutto questo... quell'ingenuo balordo non vede mai
niente!... Ecco, mi torna da capo la febbre!... Porfìrij poi mi ha
strizzato l'occhio, oppure no? È certamente assurdo; perché
dovrebbe strizzarmelo? O forse vogliono stancare i miei nervi,
oppure si fanno beffe di me? Forse è tutto un abbaglio... o
invece sanno!... Perfino Zamëtov ha un tono insolente... Ma è
poi davvero insolente? Deve averci ripensato questa notte... Lo
sapevo, che ci avrebbe ripensato! Qui è come di casa, eppure è
la prima volta che ci viene. Porfìrij non lo tratta come un
ospite, gli volta la schiena... Se la intendono, fra loro! E
certamente a mio riguardo! Senz'altro avranno parlato di me,
prima che noi arrivassimo! ... Sapranno dell'appartamento?
Purché si sbrighino!... Quando ho detto che ieri ero scappato
per prendere in affitto un alloggio, lui ha fatto finta di non
sentire, ha lasciato cadere la cosa... Questa storia dell'alloggio
ce l'ho infilata dentro con molta abilità: mi farà comodo in
seguito! ... Così, avrei avuto il delirio! Ah, ah, ah!... Sa tutto
della mia serata di ieri! Però non sapeva dell'arrivo di mia
madre... E quella strega aveva anche scritto la data col lapis!...
Tutte storie, non mi arrenderò! Questi non sono ancora fatti, è
solo un'impressione! Coraggio, fuori i fatti! E anche la
questione dell'appartamento non è un fatto, ma semplice
delirio; so benissimo che cosa dire loro! Ma sono poi davvero
al corrente dell'appartamento? Non andrò via di qui senza
saperlo! Ma perché ci sono venuto? Ecco, mi sto arrabbiando, e
questo sì, magari, che è un fatto! Accidenti, come sono
irascibile! Forse è bene, però: devo recitare la parte del
malato... Lui mi sta sondando. Cercherà di confondermi.
Perché ci sono venuto?»
Tutto questo gli passò per la mente in un baleno.
Porfìrij Petròviè tornò in un istante. Sembrava che si fosse fatto
improvvisamente allegro.
«Caro amico, grazie a quel tuo festino di ieri, ho una testa...
Sono completamente a pezzi,» cominciò a dire in tono ben
diverso da prima, ridendo, rivolto a Razumìchin.
«È stato interessante? Vi ho piantati nel momento più
divertente, eh? Chi ha avuto la meglio, alla fine?»
«Nessuno, com'è naturale. Ci siamo impelagati negli eterni
problemi; ci libravamo più in alto delle nuvole.»
«Figurati, Ròdja, dove erano andati a impegolarsi ieri: se si può
parlare o no di delitto! Te l'avevo detto, che erano andati a
sbatter la testa chissà dove!»
«Che c'è di straordinario? Una comune questione sociale,»
rispose distrattamente Raskòlnikov.
«La domanda non era stata formulata così,» osservò Porfìrij .
«È vero, non esattamente così,» assentì subito Razumìchin,
come al solito affannandosi e accalorandosi. «Ecco, Rodiòn:
sta' a sentire e dacci la tua opinione. La voglio. Ieri mi son fatto
in quattro con loro, aspettandoti; avevo detto che saresti
venuto... Eravamo partiti dalla concezione dei socialisti. È
nota: il delitto è una protesta contro l'ingiustizia
dell'ordinamento sociale, niente di più; non ci sono altre cause,
e basta!...»
«Ed ecco che tu sei già fuori strada!» gridò Porfìrij Petròviè.
Egli si andava visibilmente animando e non faceva che ridere,
guardando Razumìchin, stuzzicandolo così ancora di più.
«N-non ci sono altre cause,» lo interruppe con foga
Razumìchin, «e io non sono fuori strada!... Posso mostrarti i
loro libri: per loro, tutto dipende dall'‹ambiente che corrompe›,
e basta! È la loro frase preferita! Ne consegue direttamente che
se si riorganizza la società, subito tutti i delitti scompariranno,
perché non ci sarà più nulla contro cui protestare, e in un batter
d'occhi tutti diventeranno probi. La natura non la prendono in
considerazione, la natura viene cancellata, la natura non
c'entra! Per loro non è l'umanità che, attraverso lo sviluppo
storico, attraverso il cammino della vita, percorso sino in
fondo, si trasformerà finalmente, da sola, in una società giusta;
ma è il sistema sociale che, balzando fuori da chissà quale
mente matematica, metterà subito ordine in tutta l'umanità,
rendendola in quattro e quattr'otto proba e senza peccato, al di
fuori di qualsiasi vitale processo storico! È per questo che,
istintivamente, odiano tanto la storia: ‹Non ci sono in essa che
mostruosità e stoltezze›; e tutto viene spiegato con la stoltezza.
Per questo, anche, odiano tanto il vitale processo della vita: non
c'è bisogno di un'anima viva! La vivente anima della vita ha
delle esigenze; l'anima vivente non obbedisce alla meccanica,
l'anima vivente è sospetta, l'anima vivente è retrograda! E se c'è
puzzo di morto, uno se la può fare di caucciù; così, in
compenso, non sarà vivente, sarà priva di volontà, sarà
obbediente, non si ribellerà! Il risultato è che hanno ridotto
tutto a una costruzione di mattoni, alla disposizione dei corridoi
e delle stanze nel falansterio! Il falansterio è pronto, ma la
natura non è ancora pronta per il falansterio; essa vuole la vita,
non ha ancora completato il suo processo vitale, è troppo presto
per il cimitero! Con la sola logica non si può scavalcare d'un
salto la natura ! La logica può prevedere tre casi, mentre ce n'è
un milione! Allora, si cancella questo milione e si riduce tutto a
una semplice questione di comfort! Questa è la soluzione più
facile! È di una chiarezza seducente, e non c'è bisogno di
pensare! Soprattutto, non c'è bisogno di pensare! Tutto il
mistero della vita trova posto in due fogli di stampa!»
«Ecco che ha preso il galoppo, e suona la grancassa! Bisogna
tenerlo fermo per le braccia,» diceva Porfìrij ridendo.
«Immaginatevi», e si volse verso Raskòlnikov, «che proprio
così si gridava, ieri sera, in una sola stanza, a sei voci; e prima,
per giunta, ci aveva fatto bere del punch: ve l'immaginate? No,
mio caro, tu sbagli: l'‹ambiente› ha una grande importanza nei
delitti; lo dico e lo ripeto.»
«Lo so anch'io che ha molta importanza, ma dimmi un po': se
un quarantenne disonora una bimba di dieci anni, sarà stato
l'ambiente a farglielo fare?»
«Perché no? In senso rigoroso, forse, sarà stato proprio
l'ambiente,» rispose Porfìrij con straordinaria gravità.
«Un delitto così commesso contro una bambina lo si può
spiegare bene, anzi benissimo, con 1'‹ambiente›.»
Razumìchin andò quasi in bestia.
«Allora, se ci tieni, io ti dimostro subito,» prese ad urlare, «che
tu hai le ciglia bianche soltanto perché il campanile d'Ivan il
Grande è alto più di settanta metri, e te lo dimostro nella
maniera più chiara, esatta e progressista, e perfino con una
sfumatura di liberalismo. Mi prendo l'impegno! Vuoi
scommettere?»
«Accetto! Su, stiamo a sentire come lo dimostrerà!»
«Ma, accidenti, lui finge e basta!» esclamò Razumìchin, e
balzò in piedi con un gesto di stizza. «A che serve parlare con
te? Vedi, Rodiòn, lui tutto questo lo fa apposta, tu non lo
conosci ancora! Anche ieri, s'è messo dalla loro parte soltanto
per farsi beffe di tutti. E sapessi le cose che ha detto, santissimo
Iddio! Loro, invece, erano tutti contenti!... Ed è capace di
andare avanti così per due settimane. L'anno scorso, chissà
perché, ci aveva convinti che voleva farsi monaco: be', ha
tenuto duro per due mesi! Poco tempo fa gli è saltato in mente
di farci credere che si sarebbe sposato, e che tutto era già
pronto per la cerimonia. S'era fatto confezionare perfino un
abito nuovo. Avevamo già cominciato a fargli gli auguri,
quando è venuto fuori che non esistevano né la fidanzata né
tutto il resto: soltanto pura invenzione!»
«E tu, di nuovo, sei fuori strada! L'abito me l'ero fatto fare
prima. E fu proprio l'abito nuovo a darmi l'idea di prendervi in
giro tutti quanti.»
«Siete davvero un tale commediante?» domandò Raskòlnikov
in tono volutamente distratto.
«Non l'avreste mai pensato, vero? Aspettate e infinocchierò
anche voi, ah, ah, ah! Be', ora vi dirò tutta la verità. A proposito
di tutta questa questione dei delitti, dell'ambiente, delle
bambine, mi sono ricordato adesso - la cosa, del resto, mi ha
sempre interessato - di un vostro articoletto. Del delitto... o
come altro si chiamava, non ricordo più il titolo. Due mesi fa
ho avuto il piacere di leggerlo nella Periodìèeskaja reè.»
«Un mio articolo? Nella Periodìèeskaja reè?» disse
Raskòlnikov meravigliato. «Io, effettivamente, ho scritto un sei
mesi fa, dopo aver lasciato l'università, un articolo a proposito
di un certo libro; ma l'avevo dato alla Eženedèlnaja reè, e non
alla Periodìèeskaja reè.»
«Invece è andato a finire alla Periodìceskaja.»
«Ma se la Eženedèlnaja reè era morta, e per questo non
l'avevano pubblicato...»
«È vero, ma quando ha cessato la pubblicazione, la
Eženedèlnaja reè si è fusa con la Periodìèeskaja reè, e perciò il
vostro articoletto, due mesi fa, è apparso nella Periodìèeskaja
reè. E voi non lo sapevate?»
Effettivamente, Raskòlnikov non ne sapeva niente.
«Ma potete anche chiedere loro un compenso! Però, che
temperamento curioso! Vivete così appartato da ignorare cose
che vi riguardano direttamente... Evidentemente è così.»
«Bravo, Ròdka! Nemmeno io lo sapevo!» esclamò
Razumìchin. «Oggi stesso farò una corsa in biblioteca e
chiederò quel numero! Due mesi fa? Che giorno? Non importa,
lo troverò lo stesso! Ma che roba! E lui non lo diceva!»
«E voi come avete fatto a sapere che l'articolo è mio? Era
firmato con le iniziali...» intervenne Raskòlnikov.
«Per caso, e soltanto pochi giorni fa. Per mezzo del direttore,
che conosco... L'articolo mi aveva interessato molto.»
«Per quel che mi ricordo, cercavo di analizzare le condizioni
psicologiche del delinquente durante il compimento del
delitto.»
«Sì, e sostenevate che esso è sempre accompagnato da uno
stato di malattia. Molto, molto originale; tuttavia... non è questa
parte del vostro articoletto che mi ha interessato, bensì un'idea
che vien fuori alla fine, e che voi, purtroppo, avete sviluppato
soltanto per allusioni, in modo non esplicito... In una parola, se
ben ricordate, si allude al fatto che al mondo esistono certi
individui i quali possono... cioè, non è che possano soltanto,
ma hanno pieno diritto di compiere ogni specie di iniquità e di
delitti, e la legge, per loro, è come se non fosse mai stata
scritta.»
Raskòlnikov sorrise a quella voluta deformazione del suo
pensiero.
«Come? Ma che dite? Diritto al delitto? Forse perché
‹l'ambiente corrompe›?» s'informo Razumìchin addirittura
sgomento.
«No, no, non proprio per questo,» rispose Porfìrij. «Nel suo
articolo tutto sta nel fatto che gli uomini si dividono in
‹ordinari› e ‹straordinari›. Quelli ordinari devono vivere
nell'obbedienza e non hanno diritto di violare la legge perché
essi, vedete un po', sono appunto ordinari. Quelli straordinari,
invece, hanno il diritto di compiere delitti d'ogni specie e di
violare in tutti i modi la legge, per il semplice fatto d'essere
straordinari. È questo che voi dite, se non mi sbaglio?»
«Come sarebbe? Non può essere!» borbottava Razumìchin
interdetto.
Raskòlnikov sorrise di nuovo. Aveva capito subito come
stavano le cose e dove volevano portarlo; e ricordava il suo
articolo. Decise di accettare la sfida.
«Quel che dice il mio articolo non è precisamente questo,»
prese a dire in tono semplice e modesto. «D'altronde, riconosco
che ne avete esposto il contenuto quasi fedelmente e perfino, se
volete, del tutto fedelmente...» era come se gli facesse piacere
ammettere quest'ultima possibilità. «L'unica differenza è che io
non sostengo affatto che gli uomini straordinari debbano
necessariamente o siano costretti a compiere iniquità d'ogni
specie, come voi dite. Fra l'altro, credo che un articolo del
genere non l'avrebbero nemmeno lasciato pubblicare. Io ho
semplicemente formulato l'ipotesi che un uomo ‹straordinario›
abbia il diritto... non un diritto ufficiale, beninteso... di
permettere alla propria coscienza di scavalcare certi... certi
ostacoli, e ciò esclusivamente nel caso in cui l'esecuzione di un
suo progetto (talvolta, magari, salutare per l'intera umanità) lo
richieda. Voi avete detto che il mio articolo è poco esplicito;
sono pronto a chiarirvelo per quanto posso. Forse non sbaglio
nel supporre che è appunto ciò che desiderate. Bene, ecco qua.
Secondo me, se per un insieme di circostanze le scoperte di
Keplero o di Newton non avessero potuto esser rese note agli
uomini se non mediante il sacrificio della vita di una, dieci,
cento o più persone, che a tali scoperte si fossero opposte o
che, comunque, fossero state di ostacolo sul loro cammino,
ebbene, essi avrebbero avuto il diritto, e perfino il dovere... di
eliminare queste dieci o cento persone, per far conoscere le
loro scoperte a tutta l'umanità. Da ciò, tuttavia, non deriva che
Newton avesse il diritto di uccidere chiunque gli fosse saltato
in mente di uccidere, a destra e a sinistra, o di rubare ogni
giorno al mercato. Più avanti nel mio articolo, a quel che
ricordo, io formulo l'idea che tutti... be', diciamo, se non altro i
legislatori e i fondatori della società umana, a partire dai più
antichi sino ai vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e
via discorrendo, tutti sino all'ultimo siano stati dei delinquenti,
già per il semplice fatto che ponendo una nuova legge, per ciò
stesso infrangevano la legge antica, venerata dalla società e
trasmessa dai padri; inoltre, certamente non si arrestarono
nemmeno dinanzi al sangue, quando il sangue (talora del tutto
innocente, e valorosamente versato in difesa della legge antica)
poté essere loro d'aiuto. Vale anzi la pena di osservare che la
maggior parte di questi benefattori e fondatori della società
umana furono dei terribili spargitori di sangue. Insomma, io
dimostro che tutti gli uomini, e non solamente i grandi, ma
anche quelli che escono sia pur di poco dalla comune
carreggiata, che sono cioè, in qualche misura, capaci di dire
qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la loro stessa
natura, essere (più o meno, s'intende) dei criminali. Altrimenti
sarebbe loro difficile uscire dalla carreggiata, nella quale non
possono acconsentire a rimanere non solo a causa della loro
natura, ma anche, secondo me, per senso del dovere. In una
parola, vedete da voi che sin qui non c'è davvero nulla di
particolarmente nuovo. Tutte cose già stampate e lette infinite
volte. Quanto poi alla mia divisione degli uomini in ordinari e
straordinari, devo ammettere che è un po' arbitraria: ma non è
che io insista su una delimitazione precisa. Mi limito a credere
nella mia idea fondamentale; cioè appunto che gli uomini, per
legge di natura, generalmente si dividono in due categorie: una
inferiore che è quella degli uomini ordinari, cioè, per così dire,
materiale che serve unicamente a procreare altri individui
simili, e un'altra che è quella degli uomini veri e propri, i quali,
cioè, hanno il dono o il talento di dire, in seno al loro ambiente,
una parola nuova. Esistono, si capisce, infinite sfumature, ma i
tratti caratteristici delle due categorie sono abbastanza netti: la
prima categoria, vale a dire il ‹materiale›, è composta in linea
di massima da persone per loro natura conservatrici e per bene,
che vivono nell'obbedienza e amano obbedire. Secondo me,
costoro hanno anche il dovere di essere obbedienti, perché
questo è il loro compito e non v'è in esso assolutamente nulla di
umiliante per loro. Quelli della seconda categoria, invece,
violano tutti la legge, sono dei distruttori, o per lo meno sono
portati ad esserlo, a seconda delle loro attitudini. I delitti di
questi uomini, naturalmente, sono relativi e assai disparati; per
lo più essi chiedono, con le formule più svariate, la distruzione
del presente in nome di qualcosa di meglio. Ma se a uno di loro
occorre, per realizzare la sua idea, passare anche sopra un
cadavere, sopra il sangue, secondo me egli, nel suo intimo, in
coscienza, può permettersi di farlo: ciò, notate bene, a seconda
anche dell'idea e della sua importanza. Ed è soltanto in questo
senso che nel mio articolo io parlo di un loro diritto a
delinquere. (Se ben ricordate, eravamo partiti da una questione
giuridica.) Del resto, non è il caso di allarmarsi troppo: quasi
mai la massa riconosce loro questo diritto, ma dal più al meno
li fa giustiziare e impiccare, e con ciò assolve in modo
perfettamente giusto la propria missione conservatrice.
Senonché, poi, nelle generazioni seguenti questa stessa massa
colloca i giustiziati sul piedistallo e, dal più al meno, si inchina
damericamente, i secondi fanno avanzare il mondo e lo
guidano verso la meta. Sia gli uni sia gli altri hanno uguale
diritto ad esistere. Per farlavanti a loro. La prima categoria è
signora del presente, la seconda dell'avvenire. I primi
conservano il mondo e lo moltiplicano nua breve, per me tutti
hanno pari diritto... e vive la guerre éternelle - fino alla Nuova
Gerusalemme, s'intende!»
«Allora, nonostante tutto, credete nella Nuova Gerusalemme?»
«Ci credo,» rispose con fermezza Raskòlnikov. Nel dir ciò,
come durante tutta la sua lunga tirata, aveva tenuto gli occhi
fissi a terra, dopo aver scelto un punto del tappeto.
«E... e... voi credete in Dio?... Scusatemi se sono così curioso.»
«Ci credo,» ripetè Raskòlnikov, alzando gli occhi su Porfìrij.
«E credete nella resurrezione di Lazzaro?»
«Ci cre-e-do. Ma perché volete sapere tutto questo?»
«Ci credete alla lettera?»
«Alla lettera.»
«È così, dunque... Ero veramente curioso di saperlo. Scusatemi.
Ma, permettete, tornando a quanto si diceva poco fa: non
sempre finiscono giustiziati; alcuni, al contrario...»
«Trionfano da vivi?... Be', sì, alcuni raggiungono la meta
ancora vivi, e allora...»
«Cominciano loro stessi a giustiziare gli altri?»
«Se occorre, sì; anzi, forse nella maggior parte dei casi. La
vostra osservazione è acuta.»
«Grazie. Ma ditemi ancora: come distinguere questi individui
straordinari da quelli ordinari? Hanno forse qualche segno
speciale fin dalla nascita? Lo chiedo perché mi sembra che ci
vorrebbe, qui, un po' più di precisione, una maggiore
differenziazione esplicita... Perdonate le mie naturali
preoccupazioni di uomo pratico e benpensante, ma non si
potrebbe introdurre, per esempio, un abbigliamento speciale, o
qualcosa da portare addosso, un marchio o che so io?... Perché,
dovete ammetterlo, se si verificasse qualche confusione e un
individuo di una categoria immaginasse di appartenere a
un'altra, e cominciasse a ‹scavalcare tutti gli ostacoli›, secondo
la vostra felice espressione, allora voi capite che...»
«Oh, ma questo accade spessissimo! La vostra osservazione è
persino più acuta della precedente...»
«Grazie...»
«Non c'è di che; ma tenete conto che un errore è possibile solo
da parte degli appartenenti alla prima categoria, quella degli
uomini ‹ordinari›, come - forse molto infelicemente - li ho
chiamati. Nonostante la loro innata inclinazione all'obbedienza,
a molti di loro, per una certa capricciosità della natura, che non
è negata nemmeno a una mucca, piace immaginare d'essere
degli uomini d'avanguardia, dei ‹distruttori›, e proclamare il
‹nuovo verbo›, e ciò in perfetta buonafede. Per contro, molto
sovente essi stessi non si accorgono degli uomini nuovi, e
perfino li disprezzano, considerandoli dei retrogradi, dei tipi
che ragionano in maniera bassa. Tuttavia, secondo me, qui non
si corre nessun particolare pericolo, e probabilmente non avete
nulla di cui preoccuparvi, perché costoro non si spingono mai
lontano. Per queste loro infatuazioni, certo, gli si può dare un
paio di sculacciate di tanto in tanto per tenerli al loro posto, ma
niente di più; e non c'è nemmeno bisogno di un esecutore: essi
si sculacciano da soli, perché sono di ottima indole; alcuni si
rendono questo servizio a vicenda, altri si sculacciano con le
proprie mani... infliggendosi penitenze pubbliche di varia
specie; cosa assai bella a vedersi e anche edificante... Insomma,
non avete proprio di che preoccuparvi... una regola.»
«Be', per lo meno da questo lato mi avete abbastanza
tranquillizzato. Però c'è un altro guaio: ditemi, per favore
questi individui che hanno il diritto di tagliare la testa agli altri,
questi uomini ‹straordinari›, sono numerosi? Io, certo, sono
disposto a inchinarmi davanti a loro, ma dovete ammettere che
sarebbe allarmante se fossero molto numerosi, non vi pare?»
«Oh, non dovete preoccuparvi nemmeno di questo,» seguitò
Raskòlnikov nello stesso tono. «In generale, di individui che
pensino in modo nuovo, anzi che siano appena appena capaci
di dire qualcosa di nuovo, ne nascono pochissimi, non so per
quale strana ragione. Di sicuro c'è solo che le proporzioni
secondo le quali vengono procreati gli individui di tutte queste
categorie e suddivisioni, devono essere stabilite con grande
precisione e sicurezza da qualche legge della natura. Oggi
come oggi questa legge, naturalmente, è sconosciuta, ma sono
certo che esiste e che in seguito, forse, verremo a conoscerla.
L'enorme massa degli uomini il ‹materiale›, esiste
esclusivamente per riuscire alla fine, mediante qualche sforzo,
qualche processo ancora misterioso, tramite qualche incrocio di
specie e di razze, a mettere finalmente al mondo un uomo - uno
solo su mille, magari - dotato di uno spirito indipendente.
Mentre di uomini dotati di uno spirito indipendente in grado
ancor più elevato ne nascono forse, uno su diecimila (parlo per
approssimazione, si capisce). E in grado più elevato ancora,
uno su centomila... Di uomini geniali, poi, ce n'è uno su tanti
milioni; e di grandi geni, che sono il coronamento dell'umanità,
ne nasce forse uno dopo che molte migliaia di milioni di
uomini sono passati sulla terra. Insomma, nella grande matrice
in cui tutto ciò avviene, io non ci ho guardato; ma c'è senz'altro
una legge precisa; deve esserci; non può esser questione di
semplice caso.»
«Ma voi due, forse, state scherzando?» intervenne finalmente
Razumìchin. «Vi state facendo beffe l'uno dell'altro, oppure...?
Ecco: se ne stanno lì seduti, e si prendono in giro a vicenda! O
tu... parli sul serio, Ròdja?»
Raskòlnikov levò in silenzio su di lui il suo volto pallido e
quasi triste, e non rispose nulla. E fece una strana impressione
a Razumìchin, accanto a quel viso calmo e malinconico, la
causticità palese, insistente, irritante e scortese di Porfìrij.
«Be', mio caro, se parli sul serio, allora... Tu hai certo ragione
dicendo che non sono novità, e che somigliano a cose che
abbiamo letto e udito mille volte; ma di originale in tutto
questo-e in effetti, con mio grande terrore, sei tu solo a farlo-è
che tu risolvi secondo coscienza la questione del sangue, e per
di più, scusami, sostieni tutto ciò con un certo fanatismo... E
così, è questa l'idea fondamentale del tuo articolo? Questo
risolvere secondo coscienza la questione del sangue è, secondo
me, più terribile di un'autorizzazione ufficiale, legale, a versare
il sangue...»
«Sì, giustissimo: più terribile,» fece eco Porfìrij.
«No, tu ti sei lasciato andare! Ci dev'essere un errore. Leggerò
l'articolo... Ti sei lasciato trascinare! Non puoi pensarla così...
Bisogna che io legga l'articolo.»
«Nell'articolo tutto questo non c'è, ci sono delle semplici
allusioni,» disse Raskòlnikov.
«Già, già,» intervenne Porfìrij che non stava in sé per
l'impazienza, «adesso ho le idee quasi del tutto chiare su come
voi considerate il delitto. Scusate la mia insistenza; vi ho già
seccato abbastanza, e me ne rendo conto... Poco fa mi avete
tranquillizzato riguardo all'eventualità di un errore e di una
confusione fra le due categorie; tuttavia... vi sono vari casi
pratici, in tutta questa faccenda, che mi preoccupano! Mettiamo
che un adulto o un giovane immagini di essere Licurgo o
Maometto - in potenza naturalmente - e che cominci, un bel
giorno, a eliminare tutti gli ostacoli... Devo intraprendere una
lunga campagna, pensa per esempio costui, e per farlo occorre
denaro... ed ecco che si dà da fare per procurarselo, per la sua
campagna... capite?»
A un tratto, Zamëtov diede in uno scoppio di risa dal suo
angolo. Raskòlnikov non si degnò nemmeno di guardarlo.
«Devo ammettere,» rispose tranquillamente, «che di questi casi
non possono non essercene. Particolarmente gli individui
sciocchi e vanitosi cadono in questo tranello; soprattutto i
giovani.»
«Ecco, vedete...? E allora?»
«Allora,» rispose Raskòlnikov sorridendo, «la colpa non è mia.
Così è e così sarà sempre. Lui,» accennò a Razumìchin, «ha
detto, poco fa, che io autorizzo a versare il sangue. E con
questo? La società è già fin troppo piena di deportazioni,
carceri, giudici istruttori, lavori forzati... a che vale
preoccuparsi, dunque? Cercatelo, il delinquente!»
«E se lo troveremo?»
«Avrà quel che si merita.»
«Siete logico, non c'è che dire. Ma, e riguardo alla coscienza.»
«Che ve ne importa della coscienza?»
«Be', se non altro per un senso di umanità.»
«Chi ce l'ha, soffra pure, visto che riconosce il suo errore. Sarà
per lui un castigo supplementare, in aggiunta ai lavori forzati.»
«E gli uomini effettivamente geniali,» domandò Razumìchin
cupo in volto, «quelli che hanno il diritto di scannare, quelli
non devono soffrire affatto, nemmeno per il sangue versato?»
«Che c'entra la parola devono? Qui non ci sono né permessi, né
divieti. Soffrano pure, se hanno pietà della vittima... La
sofferenza e il dolore sono sempre inevitabili per una coscienza
sensibile e per un cuore profondo. Gli uomini veramente
grandi, secondo me, devono provare una gran tristezza su
questa terra,» aggiunse in un tono meditabondo che mal
s'accordava con quello della conversazione.
Alzò gli occhi, guardò tutti con aria assorta, poi sorrise e prese
il berretto. Era troppo calmo in confronto a quando era entrato,
e ne era conscio. Tutti si alzarono.
«Sgridatemi o no, arrabbiatevi o no, ma proprio non posso
farne a meno,» intervenne di nuovo Porfìrij Petròviè.
«Permettetemi ancora una domandina (certo vi sto
importunando un po' troppo!); vorrei soltanto esprimere una
mia ideuzza, giusto per non dimenticarmene...»
«Bene, ditemi questa vostra ideuzza,» rispose Raskòlnikov, in
attesa davanti a lui, serio e pallido.
«Ecco qua... davvero non so come esprimermi meglio... La mia
ideuzza è forse un po' troppo bizzarra... psicologica... «Ecco,
mentre scrivevate il vostro articoletto, possibile, eh, eh!, che
voi stesso non vi siate considerato, almeno un tantino, un uomo
‹straordinario› sul punto di dire una parola nuova, nel senso in
cui l'intendete voi... Non è forse così?»
«È molto probabile,» rispose Raskòlnikov in tono sprezzante.
Razumìchin si mosse, inquieto.
«E se così è, potreste voi stesso aver deciso, poi, a causa, che
so?, di certi guai o difficoltà di carattere materiale, oppure per
aiutare in qualche modo l'intera umanità, di scavalcare un certo
ostacolo?... Per esempio... be', di uccidere e di rubare?...»
E, di nuovo, fu come se egli ammiccasse con l'occhio sinistro,
ridendo silenziosamente, proprio come prima.
«Anche se l'avessi deciso, non verrei certo a dirvelo,» rispose
Raskòlnikov con disprezzo, in tono di sfida.
«Ma no, a me interessa soltanto così, giusto per comprendere il
significato del vostro articolo, sotto un aspetto puramente
letterario...»
«Puah, come è tutto chiaro e sfacciato!» pensò Raskòlnikov
con disgusto.
«Permettete che vi faccia osservare,» replicò seccamente, «che
io non mi considero Maometto o Napoleone... e quindi, non
essendo nessuno di questi personaggi, non posso nemmeno
darvi una spiegazione soddisfacente sulla maniera in cui avrei
agito.»
«Be', quanto a questo, chi da noi in Russia, oggi, non si crede
un Napoleone?» disse a un tratto Porfìrij con impressionante,
offensiva franchezza. Persino nel tono della sua voce, stavolta,
c'era qualcosa di particolarmente allusivo.
«Non sarà stato per caso qualche futuro Napoleone a far fuori
con la scure la nostra Alëna Ivànovna, la settimana scorsa?»
sbottò all'improvviso Zamëtov dal suo angolo.
Raskòlnikov taceva e fissava Porfìrij con sguardo fermo.
Razumìchin si rabbuiò, accigliandosi. Anche prima, aveva l'aria
di sentire che qualcosa non andava. Si guardò intorno
incollerito. Trascorse un minuto di cupo silenzio.
Raskòlnikov si volse per uscire.
«Ve ne andate già?» chiese affabilmente Porfìrij, tendendogli la
mano con fare estremamente gentile. «Sono veramente
felicissimo di avervi conosciuto. Quanto alla vostra domanda,
potete star tranquillo. Scrivete proprio così come vi ho detto.
Anzi, meglio di tutto, passate là, da me... uno di questi giorni...
magari domani. Verso le undici, di sicuro, mi troverò in ufficio.
Sistemeremo tutto... faremo due chiacchiere... E forse anche
voi, come uno degli ultimi che son venuti, potreste dirci
qualcosa...» aggiunse con l'aria più amabile di questo mondo.
«Volete farmi un interrogatorio ufficiale, con tutti gli accessori
del caso?» domandò seccamente Raskòlnikov.
«E perché? Per il momento non ce n'è affatto bisogno. No, non
mi avete capito. Io, vedete, non tralascio nessuna occasione, e...
ho già parlato con tutti i proprietari dei pegni... di alcuni ho
raccolto le deposizioni... e ora voi, che siete l'ultimo... Ah, sì, a
proposito!» gridò, fattosi improvvisamente allegro. «A
proposito, per fortuna mi sono ricordato, ma guarda un po' che
testa!...» e si voltò verso Razumìchin. «Tu, l'altra volta,mi hai
parlato tanto di quel tal Nikolaška... Lo so anch'io, lo so bene
anch'io», e si girò verso Raskòlnikov, «che il giovanotto è
innocente, ma che farci? Abbiamo dovuto disturbare anche
Mìtka... Ecco, in sostanza, di che si tratta: passando quella
volta per la scala... scusate: ci siete passato fra le sette e le otto,
non è vero?»
«Sì, dopo le sette,» rispose Raskòlnikov, provando subito la
sgradevole impressione che avrebbe anche potuto non dirlo.
«E così, passando tra le sette e le otto per la scala, non avete
visto al secondo piano, in quell'appartamento aperto,
ricordate?, due operai, o almeno uno di loro? Davano la tinta,
là dentro, non li avete notati? Questo per loro è molto, molto
importante!...»
«Degli imbianchini? No, non li ho visti...» rispose Raskòlnikov
lentamente e come frugando nei suoi ricordi, mentre si tendeva
subito tutto nell'ansia tormentosa di scoprire al più presto in
che cosa consistesse la trappola, e di non lasciarsi sfuggire
qualcosa. «No, non li ho visti, e non mi è nemmeno sembrato
che ci fosse un appartamento aperto... Invece al quarto piano
(ormai aveva individuato la trappola e si sentiva addirittura
trionfante) c'era, ricordo, un funzionario che traslocava
dall'appartamento... di fronte ad Alëna Ivànovna... Sì, ricordo...
questo lo ricordo chiaramente... Dei soldati portavano fuori un
divano e mi hanno stretto contro la parete... Ma quanto agli
imbianchini, no, non ricordo che ci fossero.... e mi sembra che
non ci fosse nessun appartamento aperto. No, proprio non
c'era...»
«Ma che ti salta in mente!» gridò a un tratto Razumìchin, che
parve tornare in sé e aver improvvisamente capito.
«Gli imbianchini lavoravano il giorno dell'assassinio, mentre
lui c'è stato tre giorni prima... Cosa diavolo gli stai
domandando?»
«Accidenti! Ho confuso tutto!» e Porfìrij si batté la fronte.
«Che il diavolo mi porti, con quest'affare ho il cervello in
subbuglio!» disse come per scusarsi, rivolto a Raskòlnikov.
«Per loro è talmente importante scoprire se qualcuno li ha visti,
tra le sette e le otto, in quell'appartamento, che adesso mi sono
immaginato che anche voi, forse, potevate dirci qualcosa... Ho
confuso tutto!»
«Bisogna stare più attenti,» osservò cupamente Razumìchin. Le
ultime parole furono pronunciate già nell'anticamera. Porfìrij
Petròviè li accompagnò fino alla porta dimostrandosi
estremamente cortese. Ambedue, quando uscirono in strada,
erano tristi, e per alcuni istanti non si scambiarono parola. Poi
Raskòlnikov trasse un profondo sospiro.
6
«Non ci credo! Non posso crederci!» ripeteva Razumìchin
impensierito, sforzandosi con ogni mezzo di confutare le
conclusioni di Raskòlnikov. Si stavano avvicinando, ormai,
all'edificio di Bakalèev, dove Pulchèrija Aleksàndrovna e
Dùnja li aspettavano già da parecchio. Nell'ardore della
conversazione, Razumìchin continuava a fermarsi, sconvolto
già semplicemente dal fatto che, per la prima volta, s'erano
messi a parlare esplicitamente di quella cosa.
«È facile a dire: non ci credo!» rispose Raskòlnikov con un
sorriso freddo e un po' sprezzante. «Tu, al tuo solito, non hai
notato niente, ma io ho soppesato ogni parola.»
«Sei diffidente, per questo le soppesavi... Mmh... è vero, il tono
di Porfìrij, devo ammetterlo, era abbastanza strano; e poi,
soprattutto, quella carogna di Zamëtov... ! Hai ragione, c'era in
lui qualcosa di singolare; ma perché? Perché?»
«Ci ha ripensato questa notte.»
«Ma no, è tutto il contrario! Se avessero in testa quest'idea
assurda, avrebbero cercato in tutti i modi di mascherarla, di
tenere nascoste le loro carte, per poi coglierti in castagna... E
invece si comportano in modo così sfrontato e malaccorto!»
«Se avessero dei fatti, cioè dei fatti veri e propri, o almeno dei
sospetti minimamente fondati, allora sì che cercherebbero di
tener nascosto il loro gioco: nella speranza di ricavarne ancor
di più (già da un pezzo, del resto, avrebbero fatto una
perquisizione!). Ma di fatti non ne hanno, nemmeno uno; sono
tutte apparenze, armi a doppio taglio, vaghe tracce: e così
cercano di confondermi con la loro sfrontatezza. O forse gli è
saltata la mosca al naso proprio perché i fatti mancano, e si è
lasciato trasportare dall'ira... O, magari, ha qualche sua
intenzione speciale... Se non mi sbaglio, è una persona
intelligente. Forse voleva spaventarmi, facendo finta di
sapere... In tutto ciò, mio caro, c'è una psicologia di tipo
particolare... Del resto, mi fa schifo parlare di questa roba.
Lasciamo perdere!»
«Ed è offensivo, anche, offensivo! Ti capisco benissimo!
Però... visto che abbiamo cominciato a parlare senza veli (ed è
un gran bene che alla fine sia così, ne sono proprio contento!),
ti dico chiaro e tondo che ho notato in loro questo sospetto già
da un pezzo, durante tutto questo periodo; in forma appena
embrionale, subdola, si capisce: ma perché mai, sia pure in
questa forma? Come osano? Dove affondano le radici di questo
loro sospetto? Se tu sapessi come mi han fatto andare in bestia!
Ma insomma: un povero studente, sconvolto dalla miseria e
dalla nevrastenia, alla vigilia di una malattia grave
accompagnata da delirio - una malattia che già (si noti bene!)
sta maturando dentro di lui -, apprensivo e suscettibile, conscio
del proprio valore, e che da sei mesi, per di più, non vede
nessuno nel suo stambugio, e va in giro vestito di cenci e con le
scarpe senza suole, un bel giorno si trova davanti a dei
poliziotti da strapazzo, al commissariato, e deve sopportare le
loro insolenze... Inoltre, all'improvviso, gli mettono sotto il
naso un suo debito, una cambiale scaduta girata al consigliere
di corte èebàrov; e poi, l'odore di vernice guasta, trenta gradi
Réaumur, l'aria viziata, un mucchio di gente, il racconto
dell'assassinio di una persona dalla quale è stato il giorno
prima, e tutto questo a pancia vuota...! Come non perdere i
sensi? E su questo, su questo, ti vanno a fondare i loro
sospetti!... Per mille diavoli dell'inferno! Capisco che è
seccante, ma al tuo posto, Ròdja, io avrei fatto una gran risata
in faccia a tutti, anzi, meglio ancora, avrei sputato loro sul
muso, ma proprio sul serio, e avrei mollato una ventina di
cazzotti qua e là, con criterio, come sempre bisogna mollarli, e
con ciò l'avrei fatta finita. Sputaci sopra! Fatti coraggio! Ah,
che cosa vergognosa...»
«Però, è stata una bella tirata, la sua,» pensò Raskòlnikov.
«Sputarci sopra?... E domani, intanto, c'è un altro
interrogatorio!» disse con amarezza. «Possibile che io mi
debba mettere a dar spiegazioni a loro? Già mi secca di essermi
abbassato, ieri, in trattoria, fino a un tipo come Zamëtov...»
«Accidenti! Andrò io stesso da Porfìrij! Ci penserò io a
torchiarlo come si deve-come si fa fra buoni parenti! Che mi
spiattelli tutto sino in fondo. E quanto a Zamëtov...»
«Finalmente c'è arrivato!» pensò Raskòlnikov.
«Un
momento!»
Gridò
Razumìchin
afferrandolo;
all'improvviso per una spalla. «Un momento! Tu l'hai detta
grossa! Ora me ne rendo conto: hai proprio detto una
sciocchezza! Che tranello può mai essere? Tu dici che la
questione degli operai sarebbe un tranello? Cerca di capire: se
avessi fatto tu quella cosa, come potresti lasciarti sfuggire di
bocca d'aver visto imbiancare l'appartamento... e di aver visto
gli operai? Al contrario: non avresti visto niente, anche se in
realtà
l'avessi visto! Chi mai confessa a suo danno?»
«Se avessi fatto io quella cosa, senz'altro avrei detto di aver
visto gli operai nell'appartamento,» rispose Raskòlnikov
sempre contro voglia e con palese ripugnanza.
«Ma perché parlare contro se stessi?»
«Perché durante gli interrogatori, soltanto i contadini, o i
novellini del tutto inesperti, negano tutto senza eccezioni. Una
persona minimamente istruita ed esperta si sforza di ammettere
ad ogni costo tutte le circostanze esteriori e inoppugnabili;
soltanto, cerca di attribuir loro altre cause, di infilarci qualche
particolare speciale e imprevisto che dia loro, un significato
affatto diverso e le presenti in tutt'altra luce. Porfìrij poteva
appunto pensare che io avrei senz'altro risposto in questa
maniera, cioè di averli visti, magari infilandoci, per maggiore
verosimiglianza, qualche spiegazione...»
«Ed egli subito ti avrebbe opposto che due giorni prima quegli
operai non potevano esserci, e che quindi tu c'eri stato proprio
il giorno dell'assassinio, tra le sette e le otto. Ti avrebbe colto in
fallo su una cosa da niente!»
«È proprio su questo che contava; sperava che non avrei avuto
il tempo di riflettere e che mi sarei affrettato a rispondere nel
modo più verosimile, dimenticando che due giorni prima gli
operai non potevano esser là.»
«Ma come dimenticarla, una cosa simile?»
«È possibilissimo! I tipi scaltri sgarrano soprattutto su inezie di
questo genere. Quanto più uno è furbo, tanto meno sospetta che
lo possano prendere in castagna su una cosa da niente. Quanto
più uno è furbo, tanto più lo si deve far cascare sulle cose più
semplici. Porfìrij non è affatto sciocco come tu pensi...»
«Ma allora è una gran canaglia!»
Raskòlnikov non poté fare a meno di ridere. Ma in quello
stesso istante la sua eccitazione, e il piacere con cui aveva
fornito quell'ultima spiegazione, gli parvero strani, dato che
tutta la conversazione, fino ad ora, l'aveva sostenuta con cupa
rassegnazione e unicamente per un secondo fine, per necessità.
«In certi momenti ci prendo gusto!» pensò.
Ma quasi contemporaneamente, e di colpo, si inquietò, come
per un'idea subitanea e allarmante. La sua inquietudine non
faceva che aumentare. Erano già arrivati, intanto, all'ingresso
dell'edificio Bakalèev.
«Va' avanti da solo,» disse a un tratto Raskòlnikov, «io vengo
subito.»
«Dove vai? Ma se siamo già arrivati!»
«Devo andare, devo proprio... ho una cosa da fare... verrò fra
mezz'ora... dillo tu a loro.»
«Fa' come vuoi, però io vengo con te!»
«Ora ti metti anche tu a tormentarmi?» egli esclamò con
un'irritazione così amara, con tanta disperazione nello sguardo,
che Razumìchin si sentì cadere le braccia. Rimase fermo per un
po' sugli scalini dell'ingresso, a osservare con aria cupa l'altro
che si avviava a passo rapido in direzione del suo vicolo.
Finalmente, serrati i denti e stretti i pugni, e dopo essersi
giurato che quel giorno stesso avrebbe spremuto Porfìrij come
un limone, salì di sopra a tranquillizzare Pulchèrija
Aleksàndrovna, già inquieta per la loro lunga assenza.
Quando Raskòlnikov arrivò a casa sua, aveva le tempie madide
di sudore e respirava affannosamente. Salì in fretta le scale,
entrò nella sua stanza, la cui porta non era aperta, e subito vi si
rinchiuse col gancetto. Poi, con agitazione e terrore, si precipitò
verso l'angolo, dove c'era quel buco dietro la tappezzeria nel
quale aveva nascosto gli oggetti, vi ficcò dentro la mano e per
alcuni minuti frugò attentamente, tastando tutti i cantucci e
tutte le pieghe. Non avendo trovato nulla, si alzò e sospirò
profondamente. Prima, mentre stava arrivando all'ingresso
dell'edificio Bakalèev, a un tratto aveva immaginato che un
oggetto qualunque, una catenina, un gemello, o magari il
pezzetto di carta nel quale erano stati avvolti, con la scritta di
mano della vecchia, avesse potuto, a suo tempo, scivolar via in
qualche modo e cacciarsi in una fessura, per poi saltar fuori
all'improvviso come prova inattesa e inoppugnabile.
Se ne stava lì soprappensiero, e un sorriso strano, contrito,
quasi insensato, gli errava sulle labbra. Alla fine prese il
berretto e uscì piano dalla stanza. Aveva le idee confuse. Tutto
assorto, scese fino al portone.
«Eccolo, in persona!» esclamò una voce forte; egli sollevò il
capo.
Il portinaio stava accanto alla porta del suo stambugio e lo
indicava a un uomo piuttosto basso, simile nell'aspetto a un
artigiano, che indossava una specie di camice e un panciotto e
somigliava moltissimo, da lontano, a una donna. La sua testa,
sotto il berretto unto e bisunto, pendeva in avanti, e tutta la sua
figura appariva curva. Il volto floscio e rugoso faceva supporre
che avesse passato la cinquantina; gli occhietti minuscoli,
affondati nel grasso, avevano uno sguardo arcigno, scontento e
severo.
«Che c'è?» domandò Raskòlnikov, avvicinandosi al portinaio.
L'artigiano lo guardò di sottecchi esaminandolo con insistente
attenzione, senza fretta; poi si volse adagio e, senza dire una
sola parola, uscì nella strada.
«Ma che significa tutto ciò?» esclamò Raskòlnikov.
«È venuto un tizio a chiedere se abita qui un certo studente,
cioè voi; ha chiesto da chi abitate. Intanto siete sceso, io vi ho
indicato, e lui se n'è andato via. Che roba, però...»
Anche il portinaio era un po' perplesso; non troppo, però: e
dopo averci pensato su ancora qualche istante, si voltò e si
infilò di nuovo nel suo bugigattolo.
Raskòlnikov corse dietro all'artigiano e subito lo vide che
camminava dal lato opposto della via, col passo regolare e
lento di prima, lo sguardo fisso a terra come se stesse
meditando qualcosa. Ben presto lo raggiunse, ma per un po' gli
rimase alle calcagna; infine, giunto alla sua altezza, gli gettò
uno sguardo di fianco, proprio in viso. L'altro si accorse subito
di lui, lo squadrò rapidamente, ma tornò ad abbassare gli occhi,
e così procedettero per circa un minuto, l'uno accanto all'altro,
senza spiccicar parola.
«Avete chiesto di me... al portinaio?» riuscì finalmente a dire
Raskòlnikov, ma, chissà perché, a voce molto bassa.
L'artigiano non gli diede risposta, e nemmeno lo guardò. Seguì
un altro silenzio.
«Ma perché... venite a chiedere... e poi non parlate? Che state
cercando, insomma?» La voce di Raskòlnikov continuava a
spezzarsi, sembrava che le parole non volessero uscirgli chiare
di bocca.
Questa volta l'artigiano alzò gli occhi, e fissò Raskòlnikov con
uno sguardo sinistro e cupo.
«Assassino!» disse a un tratto con voce sommessa, ma ben
distinta...
Raskòlnikov stava camminando al suo fianco. Di colpo sentì
che gli si piegavano le gambe, mentre un brivido freddo gli
correva giù per la schiena. Per un istante, fu come se il suo
cuore cessasse di pulsare; ma poi prese a battere come
impazzito. Fecero così un centinaio di passi, l'uno accanto
all'altro, di nuovo in perfetto silenzio.
L'artigiano non lo guardava.
«Ma che dite?... Che cosa...? Chi è un assassino?» mormorò
Raskòlnikov con voce appena percettibile.
«Tu sei l'assassino,» fece l'altro, pronunciando le parole ancor
più distintamente e in tono più grave; e con un sorriso come di
odio e di trionfo tornò a guardar dritto Raskòlnikov nel volto
esangue e negli occhi vitrei. Insieme, nel frattempo, erano
giunti a un crocicchio. L'artigiano scantonò in una strada a
sinistra e proseguì senza più voltarsi.
Raskòlnikov, rimasto immobile, lo seguì a lungo con lo
sguardo. Vide che l'altro, dopo aver fatto una cinquantina di
passi, si voltava a guardare verso di lui, sempre inchiodato allo
stesso posto. Non era possibile vederlo bene in viso, ma
Raskòlnikov ebbe l'impressione di scorgervi ancora quel
sorrisetto freddo, spirante odio e trionfo.
A passo lento e fiacco, con le ginocchia tremanti, e sentendosi
come intorpidito, Raskòlnikov tornò indietro e salì nella sua
topaia. Si tolse il berretto e lo depose sul tavolino; poi rimase
una decina di minuti senza fare un gesto, immobile.
Alla fine, sfinito e indolenzito si coricò sul divano, stendendosi
con un gemito fioco. Aveva gli occhi chiusi; e così rimase per
circa mezz'ora.
Non pensava a niente. Gli passavano per il capo certi pensieri,
o meglio brandelli di pensieri, certe immagini disordinate e
sconnesse: volti di persone viste nell'infanzia, o incontrate
chissà dove una sola volta e delle quali non si era mai ricordato
prima; il campanile della chiesa di V.; il biliardo di una taverna
e, accanto ad esso, un ufficiale sconosciuto; l'odore di sigari in
una tabaccheria situata in un sotterraneo, una bettola, una scala
di servizio completamente buia, tutta cosparsa di rifiuti e gusci
d'uovo, mentre chissà da dove giungeva un suono di campane a
festa... queste visioni si alternavano vorticando come un
turbine. Certe gli piacevano perfino, ed egli vi si aggrappava,
ma ben presto svanivano; in generale c'era qualcosa che
l'opprimeva da dentro, ma neanche tanto, e a momenti si
sentiva addirittura bene. Un lieve brivido di febbre lo scuoteva
di continuo, e anche questo gli dava una sensazione quasi
piacevole.
A un tratto udì i passi precipitosi di Razumìchin e la sua voce;
chiuse gli occhi e finse di dormire. Razumìchin aprì la porta e
rimase per qualche tempo sulla soglia come meditando sul da
farsi. Poi entrò pian piano, avvicinandosi a passi felpati al
divano. Sentì Nastàsja bisbigliare:
«Non disturbarlo; lascialo dormire finché vuole; mangerà
dopo.»
«Hai ragione,» rispose Razumìchin.
Entrambi uscirono senza far rumore e si richiusero la porta alle
spalle. Trascorse un'altra mezz'ora. Aperti gli occhi,
Raskòlnikov si mise di nuovo supino, con le mani incrociate
dietro la testa...
«Chi è quello? Chi è quel tipo sbucato di sottoterra? Dove si
trovava, e che cosa ha visto? Ha visto tutto, questo è fuori
discussione. Ma dove sarà stato in quel momento, da dove
guardava? Perché salta fuori soltanto adesso? E come ha fatto a
vedere? Com'è possibile? Mmh...» seguitò Raskòlnikov
rabbrividendo. «E l'astuccio che Nikolàj ha trovato dietro la
porta, allora? Anche questo, com'era possibile?... Indizi?... Ma
basta trascurare un particolare insignificante, ed eccoti un
indizio grande come una piramide d'Egitto! C'era una mosca
che volava, e ha veduto. Ma com'è possibile?»
A un tratto, sentì con ribrezzo fino a qual punto fosse
indebolito, fisicamente indebolito.
«Dovevo saperlo,» pensava con un sorriso amaro. «Come ho
osato, conoscendomi, presentendo me stesso, brandire la scure
e sporcarmi di sangue? Dovevo saperlo in anticipo...! E, del
resto, lo sapevo in anticipo!...» mormorò disperato.
A tratti un pensiero lo colpiva, tratteneva per qualche istante la
sua attenzione.
«No, quegli uomini sono d'un'altra pasta; quegli uomini non
sono fatti così. Un vero distruttore, al quale tutto è lecito, mette
a sacco Tolone, compie una strage a Parigi, dimentica l'esercito
in Egitto, spreca mezzo milione di uomini nella spedizione di
Mosca, se la cava con un gioco di parole a Vilna; e dopo che è
morto gli innalzano statue; tutto gli è lecito, dunque. Si vede
proprio che uomini così non sono fatti di carne, ma di bronzo!»
Un pensiero improvviso, diverso, lo fece quasi ridere:
«Napoleone, le piramidi, Waterloo... e la grama, sordida
vedova di un impiegato del registro, una vecchietta, un'usuraia,
con un forziere rosso sotto il letto... Come potrebbe, anche un
Porfìrij Petròviè, ingoiare un rospo del genere?...
Come potrebbero?... L'estetica non lo consente: ‹Napoleone,
andarsi a ficcare sotto il letto di quella vecchietta! Eh, che
schifo!...›»
A momenti gli sembrava quasi di delirare; era in uno stato di
esaltazione febbrile.
«Ma la vecchietta è ancora niente!» pensava in modo eccitato,
frammentario. «La vecchia, magari, è stata uno sbaglio, ma non
è lei che conta! La vecchia è stata solo una malattia... Io volevo
superare al più presto l'ostacolo... non è una persona, quella che
ho ucciso, ma un principio! Già: il principio l'ho ucciso però
l'ostacolo non l'ho superato, sono rimasto al di qua... Soltanto
di uccidere sono stato capace, e, a quanto pare, nemmeno
questo mi è riuscito molto bene... Un principio? Perché mai,
poco fa, quel balordo di Razumìchin se la prendeva con i
socialisti? Gente laboriosa, industriosa; si interessano della
felicità generale... No, la vita mi vien data una volta sola, e non
me la restituiranno mai più: non voglio aspettare la ‹felicità
universale›, io... Voglio vivere davvero se no è meglio non
vivere affatto. E allora? Semplicemente, non ho voluto più
passare davanti a mia madre affamata stringendo in tasca il mio
rublo, in attesa della ‹felicità universale›. Porto, dicono quelli,
il mio granello di sabbia alla costruzione della felicità
universale, e perciò mi sento la coscienza a posto. Ah, ah! Ma
perché mi lasciate da parte? Ho una vita sola da vivere, e
anch'io vorrei... Ba'! sono un pidocchio estetizzante, e basta,»
aggiunse, scoppiando a ridere di colpo, come un matto. «Sì,
sono davvero un pidocchio,» ripeté, aggrappandosi con acre
gioia a quell'idea, frugandovi dentro e compiacendosene, «e
questo, in primo luogo, già per il semplice fatto che sto
dicendomi che sono un pidocchio; in secondo luogo, perché ho
stancato la divina Provvidenza per un mese intero,
chiamandola a testimonio che non per la mia carne o per la mia
lussuria mi cacciavo in questa faccenda, ma in vista di uno
scopo grandioso e piacevole, ah, ah!; in terzo luogo, perché mi
ero prefisso di procedere, nell'esecuzione, con la maggiore
giustizia possibile, un solo peso e una sola misura, una
questione matematica: fra tutti i pidocchi avevo scelto il più
inutile; e, dopo averlo ucciso, volevo portargli via giusto quel
che mi serviva per il primo passo, ne più né meno, e i1 resto,
quindi, sarebbe andato a un monastero, per testamento, ah ah!...
Per questo, per questo sono irrimediabilmente un pidocchio!»
aggiunse digrignando i denti. «Io stesso, forse, sono peggiore e
più sordido del pidocchio che ho ucciso, e presentivo perfino
che mi sarei dette queste cose dopo aver ucciso! C'è forse
qualcosa di paragonabile a questo orrore? Che volgarità, che
cosa ignobile!... Oh, come capisco il profeta a cavallo, con la
scimitarra in pugno: è Allah che lo vuole, e a te, tremante
creatura, non resta che obbedire! Ha ragione, ha ragione il
profeta, quando piazza in mezzo alla strada una buo-o-ona
batteria di cannoni e ci dà dentro su innocenti e su colpevoli,
senza degnarsi nemmeno di dare una spiegazione! Obbedisci,
tremante creatura, e non aver desideri, perché queste non sono
cose per te!... Oh, per niente al mondo perdonerò a quella
vecchia...»
Aveva i capelli zuppi di sudore, le labbra tremanti e riarse, lo
sguardo inchiodato al soffitto.
«Mia madre, mia sorella, quanto le amavo! Perché adesso le
odio? Sì, le odio, le odio fisicamente, non me le posso sentire
vicino... Poco fa mi sono avvicinato a mia madre e l'ho baciata,
e ricordo... Abbracciarla e, intanto, pensare che se sapesse...
Ma allora... non sarà meglio che glielo dica? Uno come me ne
sarebbe capace... Mmh... Lei dev'essere fatta come me,»
aggiunse pensando a fatica, quasi lottando col delirio che a
poco a poco si impadroniva di lui. «Oh, come odio, adesso,
quella vecchietta! Non ci penserei due volte a ucciderla di
nuovo, se tornasse in vita! Povera Lizavèta! Perché me la sono
trovata fra i piedi?... Strano, però, che il pensiero di lei mi
sfiori appena, come se neanche l'avessi uccisa! ... Lizavèta!
Sònja! Povere, dolci creature dagli occhi mansueti... Care!
Perché non piangono? Perché non gemono ? ... Danno via tutto
ciò che possiedono... Hanno lo sguardo mite e placido... Sònja,
Sònja! Dolce Sònja!...»
Si assopì. Si ritrovò nella strada e gli parve strano non
ricordarsi in che modo ci era arrivato. Era già sera tarda. Il
crepuscolo s'andava addensando, la luna piena brillava di uno
splendore sempre più vivo; tuttavia c'era nell'aria uno strano
senso di soffocamento. La gente si affollava nella strada;
artigiani e operai di ogni specie stavano rincasando; altra gente
passeggiava; si sentiva odor di calcina, di polvere, di acqua
stagnante. Raskòlnikov camminava triste e preoccupato:
rammentava benissimo che era uscito di casa con una certa
idea, che doveva fare qualcosa e sbrigarsi a farla; ma di cosa si
trattasse se l'era dimenticato. A un tratto si fermò e vide
dall'altro lato della strada, sul marciapiede, un uomo che gli
faceva dei cenni con la mano. Si mosse per attraversare la
strada e raggiungerlo, ma improvvisamente L'uomo si volse e
si avviò come se niente fosse, a capo chino, senza più dar
segno d'averlo chiamato. «Ma mi aveva proprio chiamato,
poi?»
pensò Raskòlnikov. Comunque accelerò il passo, e si mise alle
sue calcagna. Arrivato a una decina di passi da lui, di colpo lo
riconobbe e si spaventò: era l'artigiano di poco prima, con lo
stesso camice e sempre curvo.
Raskòlnikov continuò a seguirlo, ma abbastanza da lontano; gli
batteva forte il cuore; svoltarono in un vicolo, e l'altro
continuava a non girarsi. «S'è accorto o no che lo sto
seguendo?» pensò Raskòlnikov. L'artigiano varcò il portone di
un grande casamento. Raskòlnikov s'avvicinò in fretta al
portone e guardò dentro: si sarebbe voltato a chiamarlo, oppure
no? E infatti, dopo aver percorso tutto l'androne e quando già
era nel cortile, quello a un tratto si voltò e parve di nuovo fargli
segno. Subito Raskòlnikov attraversò l'androne, ma nel cortile
l'artigiano non c'era più. Doveva aver infilato la prima scala,
dunque. Raskòlnikov lo seguì di slancio. In effetti, due rampe
più su, si udivano ancora dei passi misurati, non precipitosi.
Che strano: quella scala gli sembrava di conoscerla già! Ecco la
finestra del primo piano: la luce lunare filtrava attraverso i
vetri, malinconica e misteriosa; ed ecco il secondo piano. Ba'!
Era proprio l'appartamento in cui lavoravano gli imbianchini...
Come aveva fatto a non riconoscerlo subito? I passi dell'uomo
che lo precedeva si spensero:
«Dunque, o si è fermato, o si è nascosto da qualche parte.» Ma
ecco il terzo piano; era il caso di proseguire? Che silenzio: un
silenzio pauroso... Egli proseguì. Lo stesso rumore dei suoi
passi lo turbava, lo atterriva. Dio mio, che buio! Di certo,
l'artigiano doveva essersi nascosto in qualche angolo. Ah!
L'appartamento aveva la porta spalancata sulla scala; ci pensò
su un attimo, poi entrò. L'anticamera era molto buia e vuota,
non c'era anima viva, sembrava che avessero portato via ogni
cosa; silenziosamente, in punta di piedi, passò nel salotto: la
stanza intera era inondata dalla luce lunare; tutto era come
prima: le sedie, lo specchio, il divano giallo, i quadretti nelle
cornici. Una luna enorme, tonda, color rosso rame, s'affacciava
giusto alla finestra. «Dev'essere a causa della luna che c'è tanta
quiete,» pensò Raskòlnikov. «La luna starà certamente
cercando di risolvere un indovinello.» Restava lì in piedi e
attendeva; attese a lungo, e più alto era il silenzio della luna,
più forte gli batteva il cuore, sino a dolergli. E sempre quel
silenzio. A un tratto si udì un improvviso, secco scricchiolio,
come se avessero spezzato un ramo secco; poi tutto ripiombò
nel silenzio. Una mosca, svegliata, cominciò a volare, e dopo
aver sbattuto di slancio contro un vetro prese a ronzare
lamentosamente. In quello stesso istante, in un angolino, fra un
piccolo armadio e la finestra, egli scorse una specie di mantello
femminile che pendeva dalla parete. «Che ci fa questo
mantello?» pensò. «Prima non c'era...» S'avvicinò pian pianino
e intuì che dietro il mantello doveva essersi rimpiattato
qualcuno. Scostò cautamente il mantello con la mano e vide
che dietro c'era una sedia, e sulla sedia, proprio nell'angolo,
sedeva una vecchietta tutta accartocciata e con la testa china,
tanto che non poté in alcun modo discernerne il viso. Tuttavia,
era lei. La sovrastò così per qualche istante. «Ha paura!»
pensò; sfilò la scure dal cappio e l'abbatté sul cranio della
vecchia, una volta, un'altra volta. Ma, strano a dirsi, sotto i
colpi, lei non vacillò nemmeno, quasi fosse di legno. Egli si
spaventò, si chinò in avanti e si mise a scrutarla, ma lei chinò a
sua volta il capo ancora di più. Lui, allora, si curvò sino al
pavimento e riuscì a gettarle uno sguardo in viso; la guardò e si
sentì morire: la vecchietta stava seduta e rideva, rideva a più
non posso d'un riso sommesso, silenzioso, facendo il possibile
per non farsi udire da lui.
All'improvviso, gli parve che l'uscio della stanza da letto si
fosse socchiuso, e che anche là dentro qualcuno ridesse e
sussurrasse.
Il furore s'impadronì di lui: cominciò a percuotere la vecchia
sulla testa con tutta la forza che aveva; ma ad ogni colpo di
scure le risa e i sussurri giungevano dalla stanza da letto
sempre più forti e distinti, e la vecchietta sobbalzava tutta dal
gran ridere. Fece per fuggire, ma l'anticamera era già tutta
piena di gente la porta sulla scala era spalancata, e sul
pianerottolo e giù giù lungo la scala era tutta gente, testa contro
testa, tutti a guardare, ma tutti quasi di nascosto, in tacita
attesa...! Sentì una stretta al cuore, le gambe non gli si
muovevano più, erano inchiodate. Volle gridare e... si svegliò.
Trasse un profondo sospiro, ma, strano a dirsi, era come se il
sogno continuasse: la sua porta era spalancata, e sulla soglia
stava uno sconosciuto che lo guardava fisso.
Raskòlnikov, prima ancora d'aver avuto il tempo di aprire del
tutto gli occhi, subito li richiuse. Giaceva sul dorso e non si
muoveva. «È il sogno che continua, oppure no?» pensava, e
tornò a sollevare le palpebre appena appena, senza farsi
accorgere, per vedere. Lo sconosciuto era sempre lì, e
continuava a fissarlo. A un tratto, anzi oltrepassò pian piano la
soglia, richiuse con cura la porta dietro di sé, si avvicinò alla
tavola, attese circa un minuto poi, sempre senza distogliere lo
sguardo da lui, e senza far rumore, sedette adagio sulla sedia di
fianco al divano; posò il cappello accanto a sé, sul pavimento, e
si appoggiò con tutte e due le mani al pomo della sua mazza,
puntandovi sopra il mento, con l'aria di chi si prepara a una
lunga attesa. Da quel che Raskòlnikov poteva scorgere
attraverso le sue ciglia che sbattevano, era un uomo non più
giovane, robusto, con una folta barba chiara, quasi bianca.
Trascorse così una decina di minuti. Ci si vedeva ancora bene,
ma cominciava a imbrunire. Nella stanza regnava un silenzio
assoluto. Perfino dalla scala non giungeva più il minimo suono.
Soltanto una grossa mosca ronzava e si agitava, cozzando nel
suo volo contro un vetro. Alla fine, la situazione divenne
insostenibile: Raskòlnikov, a un tratto, si sollevò a sedere sul
divano:
«Coraggio, parlate: di che avete bisogno?»
«Sapevo che non dormivate, ma facevate finta,» fu la strana
risposta dello sconosciuto, che s'era messo tranquillamente a
ridere. «Permettete che mi presenti: Arkàdij Ivànoviè
Svidrigàjlov...»
PARTE QUARTA
1
«Possibile che sia la continuazione del sogno?» pensò
Raskòlnikov di nuovo. Intanto osservava, cautamente e con
diffidenza, L'ospite inatteso.
«Svidrigàjlov? È assurdo! Non può essere!» disse infine ad alta
voce, perplesso. L'ospite non sembrò affatto stupito di questa
esclamazione.
«Sono venuto da voi per due ragioni: la prima è il mio
desiderio di fare personalmente la vostra conoscenza, visto che
già da tempo ho sentito parlare di voi in modo assai singolare e
per voi lusinghiero; la seconda è la speranza che, forse, non
rifiuterete di aiutarmi in una questione che riguarda
direttamente gli interessi di vostra sorella, Avdòtja Romànovna.
Se mi presentassi solo e senza raccomandazione,
probabilmente non mi lascerebbe nemmeno metter piede nel
cortile di casa sua, a causa d'una prevenzione che nutre nei miei
confronti, mentre con il vostro aiuto, al contrario, credo che...»
«Fate male a crederlo,» lo interruppe Raskòlnikov.
«Permettetemi: loro sono arrivate soltanto ieri, vero?»
Raskòlnikov non rispose.
«Soltanto ieri, lo so. Anch'io sono arrivato appena due giorni
fa. Ecco dunque, Rodiòn Romànoviè, che cosa ho da dirvi a
questo proposito; ritengo superfluo giustificarmi, tuttavia
permettete che vi domandi: in fin dei conti, in tutta questa
faccenda, che cosa c'è di così criminoso da parte mia,
ragionando senza tanti pregiudizi e con un po' di buon senso?»
Raskòlnikov continuava a esaminarlo in silenzio.
«C'è che io, in casa mia, ho insidiato una fanciulla indifesa e
‹l'ho oltraggiata con le mie ignobili proposte›, non è forse così?
(Come vedete, anticipo io stesso i tempi!)... Ma provate solo a
pensare che io sono un uomo, e nihil humanum... insomma,
supponete che io sia capace di invaghirmi e di innamorarmi (il
che, naturalmente, non avviene per nostro volere), e allora ecco
che tutto si spiega nella maniera più semplice. Tutto il
problema è: sono un mostro, o sono io stesso una vittima? E se
fossi una vittima? Nel proporre all'oggetto del mio amore di
fuggire con me in America o in Svizzera, forse nutrivo i
sentimenti più onorevoli; anzi, di più: pensavo di costruire la
nostra reciproca felicità!... La ragione, infatti, è al servizio della
passione; in fin dei conti, forse, io facevo ancor più il mio male
che il suo!...»
«Ma non si tratta affatto di questo,» lo interruppe Raskòlnikov,
disgustato. «Semplicemente voi fate schifo, sia che abbiate
ragione sia che non l'abbiate, e loro non vogliono saperne di
voi, e vi scacciano. Perciò andatevene!» Svidrigàjlov a un
tratto scoppiò a ridere.
«Però voi... Be', non è facile farvi perdere la tramontana!» disse
ridendo, e senza affatto cercare di trattenersi.
«Pensavo di fare il furbo, di infinocchiarvi, e invece no, avete
subito visto il nocciolo della questione!»
«Ma se state facendo il furbo anche adesso...»
«E con questo? E con questo?» ripeté Svidrigàjlov, ridendo
apertamente, «questa è bonne guerre, come suol dirsi, è la più
lecita delle astuzie!... Voi, però, mi avete interrotto. Comunque
stiano le cose, torno a ripetervi: non ci sarebbero stati fastidi di
sorta, se non fosse stato per quell'incidente in giardino. Màrfa
Petròvna...»
«A quanto si dice, avete fatto fuori anche Màrfa Petròvna?» lo
interruppe brutalmente Raskòlnikov.
«Ah, avete sentito parlare anche di questo? Del resto è
evidente, come no?... Be', davvero non so come rispondere alla
vostra domanda, anche se la mia coscienza è del tutto tranquilla
a questo riguardo. Non pensate, voglio dire, che io abbia
qualche timore in tal senso: tutto si è svolto in perfetto ordine e
con la massima precisione. L'indagine medica ha accertato
l'apoplessia, dovuta a un bagno fatto subito dopo una ricca
colazione, innaffiata da una bottiglia di vino scolata sino in
fondo; e non poteva accertare nient'altro... No, è su un altro
punto che ho meditato alquanto, specialmente durante il
viaggio, in treno, seduto nel mio scompartimento: se io, per
caso, non ho contribuito a questa.... disgrazia, con qualche
esasperazione morale o che so io. Ma ho concluso che non
poteva esserci nemmeno questo.»
Raskòlnikov rise:
«Perché preoccuparvi tanto?»
«Di che cosa ridete? Pensate un po': l'ho colpita sì e no un paio
di volte con il frustino, non è rimasto il benché minimo segno...
Vi prego di non considerarmi un cinico; so benissimo come ciò
sia ignobile da parte mia, e così via; ma so altrettanto bene che
Màrfa Petròvna, in fondo, era probabilmente contenta di questa
mia, diciamo così, iniziativa. La storia con vostra sorella era
ormai stata delibata fino all'ultima goccia. Da più di due giorni
Màrfa Petròvna era costretta a rimanere in casa; non aveva più
niente da raccontare in città, e ormai aveva annoiato tutti con
quella sua lettera (della faccenda della lettera ne avete sentito
parlare?). Ed eccoti, a un tratto, quelle due frustate: una vera
manna celeste! Subito diede ordine di attaccare i cavalli!...
Senza parlare, poi, del fatto che alle donne capita di essere
molto, ma molto contente di venire offese, nonostante la loro
apparente indignazione. Succede a tutti così; anche all'uomo, in
generale, piace moltissimo essere offeso, non lo avete notato?
Ma alle donne, poi, in modo speciale. Si può perfino dire che
campino solo di questo.»
Per un po' Raskòlnikov aveva pensato di alzarsi e uscire,
ponendo così termine al colloquio; ma una certa curiosità, e
perfino un certo calcolo lo trattennero ancora.
«Vi piace fare a botte?» chiese come di sfuggita.
«No, non molto,» rispose tranquillamente Svidrigàjlov. «E con
Màrfa Petròvna non ci siamo picchiati quasi mai. Siamo andati
d'accordo a lungo, e lei è stata sempre contenta di me. Durante
i nostri sette anni di vita in comune, il frustino l'ho adoperato in
tutto due volte (tralasciando un terzo caso, del resto assai
dubbio): la prima volta due mesi dopo il nostro matrimonio,
appena arrivati in campagna, e poi quest'ultima volta. Voi
pensavate già che io fossi un autentico mostro, un retrogrado,
un fautore della servitù della gleba? Eh, eh... A proposito,
Rodiòn Romànoviè, ricordate che alcuni anni fa, ai bei tempi in
cui di queste cose si poteva ancora parlare, fu svergognato
pubblicamente, su tutti i giornali, un nobile - ne ho dimenticato
il cognome! - che aveva frustato una tedesca in treno... Ve ne
ricordate?... Proprio in quel periodo, in quello stesso anno se
non sbaglio, si verificò ‹l'ignobile azione› del Vek. . .. Sì, ‹Le
notti egiziane›, quella lettura pubblica, ve ne ricordate? Gli
occhi neri...! Oh, dove sei, tempo d'oro della nostra
giovinezza!... Be', eccovi la mia opinione: per il signore che
frustò la tedesca io non provo affatto simpatia... in effetti, c'è
poco da simpatizzare... tuttavia, non posso fare a meno di
osservare che a volte capitano certe ‹tedesche› così provocanti
che, a mio parere, non esiste progressista il quale possa
rispondere pienamente di sé. Nessuno, allora, considerò la
questione da questo punto di vista, eppure è proprio questo il
punto di vista veramente umano, credete a me!»
Detto ciò, di nuovo Svidrigàjlov scoppiò improvvisamente a
ridere. Raskòlnikov vedeva con chiarezza che quell'uomo
aveva uno scopo ben preciso in mente, e idee molto chiare.
«Devono essere parecchi giorni che non parlate con nessuno,
non è vero?» gli domandò.
«Più o meno. Perché, vi colpisce il fatto che io sia una persona
spregiudicata?»
«No, mi colpisce il fatto che lo siate un po' troppo.»
«Perché non mi sono offeso alla grossolanità delle vostre
domande? È così, vero ? Ma... perché avrei dovuto offendermi?
Come mi avete interrogato, così vi ho risposto,» aggiunse con
una sorprendente espressione di bonarietà. «Io, in fondo, non
mi interesso quasi a niente, ve lo giuro,» riprese a dire in un
certo tono pensoso. «Soprattutto adesso, non mi occupo di
nulla... Voi, del resto, potete benissimo pensare che io mi sforzi
di entrare nelle vostre grazie, per certi miei scopi, tanto più che
mi interesso di vostra sorella, come vi ho già dichiarato. Ma vi
dirò con tutta franchezza: io mi annoio molto! Soprattutto in
questi ultimi tre giorni: tanto che mi sono perfino rallegrato
trovandovi... Non v'arrabbiate, Rodiòn Romànoviè, ma, non so
perché, voi mi sembrate tremendamente strano. Dite quel che
vi pare, ma c'è in voi qualcosa... e proprio ora, cioè non proprio
in questo istante, ma in questo tempo... Be', non starò ad
insistere, non fate quella faccia torva! Non sono poi quell'orso
che credete.»
Raskòlnikov lo fissava con aria cupa.
«Forse non siete affatto un orso,» disse. «Mi sembra perfino
che siate un uomo della buona società, anzi della migliore; o
che, se non altro, di tanto in tanto sappiate anche essere un
uomo onesto.»
«D'altronde, a me non importa molto dell'opinione di nessuno,»
rispose Svidrigàjlov seccamente, e perfino con una sfumatura
di alterigia, «e allora, perché non essere un po' volgare, visto
che è un abito così comodo da indossare con il nostro clima,
e... e soprattutto quando vi si è già portati per natura?»
aggiunse, mettendosi di nuovo a ridere.
«Ho sentito dire però, che qui avete molti conoscenti. Siete
quel che si chiama ‹un uomo non privo di aderenze›.
Quindi, a cosa dovrei servirvi io, se non a qualche vostro scopo
recondito?»
«Avete detto la verità: ho dei conoscenti,» replicò Svidrigàjlov,
senza rispondere sul punto principale. «Ne ho già incontrato
qualcuno; son più di due giorni che vado a zonzo; io stesso li
riconosco, e, a quanto sembra, alcuni riconoscono me. Come
no? Sono vestito decentemente, e ho fama di persona non
sprovvista di mezzi. Dovete sapere, infatti, che anche la
riforma agraria non ci ha colpiti: boschi e prati sono irrigui, e il
reddito non manca; tuttavia... io là non intendo andarci; già da
prima quei tipi m'erano venuti a noia: son più di due giorni che
vado bighellonando, e non cerco nessuno... E poi, che razza di
città è questa! Com'è diventata, intendo: ditemi un po' voi! Una
città piena di impiegatucoli e seminaristi d'ogni specie!
Davvero, molte cose non le avevo notate, otto anni fa, quando
giravo da queste parti... Ormai, credetemi, tutte le mie speranze
le ripongo nell'anatomia!»
«Quale anatomia?»
«E quanto a questi club, a questi Dussot, a questi vostri
pointes, o magari anche al progresso in persona, be', che tutto
questo accada pure senza di noi,» proseguì Svidrigàjlov, di
nuovo senza badare alla domanda che gli era stata rivolta.
«Che gusto c'è, poi, ad essere dei bari?»
«Siete stato anche baro?»
«E come farne a meno? Formavamo tutto un gruppo, della
maggior distinzione possibile, otto anni fa. Si faceva per
passare il tempo; tutte persone di belle maniere; c'erano dei
poeti, e anche dei capitalisti. In genere da noi, nella società
russa, le più belle maniere le ha chi è stato picchiato, non ve ne
siete mai accorto? È adesso, in campagna, che mi son lasciato
andare. Eppure, allora, mi ficcarono in gattabuia per debiti; ci
pensò un certo greco, un tale di Nežin. Fu a quel punto che
comparve Màrfa Petròvna; mercanteggiò un poco, mi riscattò
per trentamila rubli d'argento (in tutto ne dovevo settantamila).
Ci unimmo in legittimo matrimonio, e lei mi portò subito nelle
sue terre, come se fossi stato un tesoro.
Aveva cinque anni più di me, mi amava molto. Per sette anni
non sono uscito da là; e, notate bene, per tutta la vita lei ha
conservato un documento a mio carico, giratole dal creditore:
m'ha tenuto prigioniero con quei suoi trentamila rubli, così che
se mi fosse saltato in mente di prendere il volo, subito lei
avrebbe fatto scattare la trappola! E lo avrebbe fatto: oh sì!
Nelle donne, tutte queste cose possono benissimo stare
insieme!»
«E se non fosse stato per il documento, voi avreste preso il
volo?»
«Non so che dirvi. Quel documento non mi dava quasi fastidio.
Non avevo voglia di andare da nessuna parte; la stessa Màrfa
Petròvna mi aveva invitato un paio di volte all'estero, vedendo
che mi annoiavo! Ma a fare che? All'estero c'ero già stato, e mi
aveva sempre nauseato. Niente di speciale, ma ecco, per
esempio: l'alba, il golfo di Napoli, il mare, tu guardi e ti viene
la malinconia. La cosa più disgustosa è che davvero diventi
malinconico, hai nostalgia di qualcosa! No, in patria si sta
meglio; qui, per lo meno, puoi dar la colpa di tutto agli altri, e
scagionare te stesso. Forse, oggi come oggi, sarei disposto a
partecipare a una spedizione al Polo Nord, dato che j'ai le vin
mauvais, e mi fa schifo bere, mentre non mi resta altro che il
vino. Ho fatto la prova. Ma è poi vero quel che si dice, che
domenica Berg prenderà il volo su un enorme pallone, e che
accetta compagni di viaggio, a condizione che paghino un certo
prezzo?»
«Vorreste volare?»
«Io? No... dicevo tanto per dire...» mormorò Svidrigàjlov, che
sembrava ci stesse davvero pensando.
«Possibile che stia parlando sul serio?» pensò Raskòlnikov.
«No, quel documento non mi dava noia,» proseguì l'altro in
tono meditabondo. «Io stesso, spontaneamente, non lasciavo il
villaggio. Del resto, era ormai un anno che Màrfa Petròvna, in
occasione del mio onomastico, mi aveva restituito quel
documento,
aggiungendovi
una
somma
abbastanza
considerevole. In effetti, possedeva un capitale notevole.
‹Vedete la fiducia che ho in voi, Arkàdij Ivànovic?›; proprio
così mi disse... Non ci credete, che me l'abbia detto? Ma sapete
che ora, in campagna, sono diventato un discreto
amministratore? Mi conoscono in tutto il circondario. E facevo
anche arrivare dei libri da fuori. Màrfa Petròvna dapprincipio
approvava, ma poi cominciò a temere che diventassi troppo
istruito.»
«Se non mi sbaglio, sentite molto la mancanza di Màrfa
Petròvna, non è vero?»
«Io? Può darsi. Già, può darsi. A proposito, voi credete nei
fantasmi?»
«Che specie di fantasmi?»
«Nei comuni fantasmi; in quali altri, se no?»
«E voi ci credete?»
«Diciamo di no, se è pour vous plaire... Ma in realtà, non è che
non ci creda...»
«Ve ne appaiono?»
Svidrigàjlov lo guardò in un modo curioso.
«Màrfa Petròvna si compiace di visitarmi,» disse, storcendo la
bocca in uno strano sorriso.
«E in che modo si compiace di farlo?»
«È già venuta tre volte. La prima volta l'ho vista il giorno
stesso dei funerali, un'ora dopo la sepoltura. È stato alla vigilia
della mia partenza per venir qui. La seconda volta l'altro ieri, in
viaggio, all'alba, alla stazione di Màlaja Višera; la terza volta
due ore fa, nell'appartamento dove abito, proprio nella mia
stanza: ero solo.»
«Sveglio?»
«Perfettamente. Tutte e tre le volte ero sveglio. Viene, mi parla
per un minuto circa e se ne va dalla porta; sempre dalla porta.
Sembra perfino di udire lo scricchiolio.»
«Chissà perché, pensavo appunto che vi dovesse capitare
qualcosa del genere!» disse a un tratto Raskòlnikov, e subito si
meravigliò d'averlo detto. Si sentiva molto turbato.
«Ah, sì-ì? Lo avevate pensato?» domandò Svidrigàjlov
sorpreso. «Ma davvero? Lo dicevo io, che abbiamo qualcosa in
comune!»
«No, non lo avete mai detto!» rispose Raskòlnikov in tono
brusco e quasi di sfida.
«Non l'ho detto?»
«No!»
«Mi sembrava proprio di sì. Poco fa, quando sono entrato e vi
ho visto che stavate lì con gli occhi chiusi, fingendo di dormire,
mi son subito detto: ‹È proprio lui!›»
«Come sarebbe: proprio lui? Ma di cosa diavolo state
parlando?» esclamò Raskòlnikov.
«Di che cosa? Davvero non lo so, di che cosa...» mormorò
Svridrigàjlov in tono del tutto sincero, e come confondendosi
nei suoi stessi pensieri.
Per circa un minuto non dissero altro. Si guardavano a vicenda
a occhi spalancati.
«È assolutamente assurdo!» esclamò Raskòlnikov seccato. «E
lei cosa vi dice quando viene a trovarvi?»
«Lei?... Figuratevi, le cose più insignificanti; e - guardate
com'è strana la natura umana - proprio questo mi dà più noia di
tutto. La prima volta è entrata... - come potete immaginare, ero
stanco: la cerimonia funebre, il ‹riposa coi santi›, poi il
requiem, il banchetto; alla fine ero rimasto solo nel mio studio,
avevo acceso un sigaro, m'ero messo a pensare... - è entrata,
dicevo, dalla porta: ‹Voi,› mi ha detto, ‹Arkàdij Ivànoviè, oggi,
con tutte queste faccende, avete dimenticato di caricare
l'orologio della stanza da pranzo.› E quell'orologio,
effettivamente, per sette anni interi l'avevo caricato ogni
settimana, e quando lo dimenticavo era sempre lei a
ricordarmelo. Il giorno dopo, mi trovavo in viaggio per venire
qui. Entro all'alba nella stazione - durante la notte avevo
dormicchiato, mi sentivo tutto rotto, con gli occhi assonnati - e
prendo un caffè: guardo, ed eccoti Màrfa Petròvna che a un
tratto mi si siede accanto, con un mazzo di carte fra le mani:
‹Arkàdij Ivànovic, non volete che vi faccia un po' di
cartomanzia prima del vostro viaggio?› Era molto brava con le
carte... Be', non mi perdonerò mai di non essermele fatte fare!
Sono scappato per la paura... e poi a questo punto, è vero, è
anche suonato il campanello della partenza. Oggi me ne stavo
seduto a fumare, dopo uno schifosissimo pranzo portatomi da
un ristorantino... me ne sto lì a pancia piena ed eccoti di nuovo
Màrfa Petròvna entrare tutta in ghingheri, con un abito nuovo
di seta verde dal lunghissimo strascico: ‹Buongiorno, Arkàdij
Ivànoviè! Vi piace il mio abito? Anìska non saprebbe farne uno
così.› (Anìska è la sarta che c'è da noi in campagna, una
contadina, una ex serva della gleba che ha studiato cucito a
Mosca, una ragazzina graziosa). Mi sta davanti, e si rigira di
qua e di là. Io ho osservato l'abito, poi l'ho fissata dritto negli
occhi: ‹Ma che gusto ci provate,› le ho detto, ‹Màrfa Petròvna,
a venirmi a trovare per delle sciocchezze simili, a prendervi
questo disturbo?› ‹Oh, santo dio, bàtjuška, non ti si può più
nemmeno far perdere un po' di tempo!› E io, per stuzzicarla, le
dico: ‹Sapete, Màrfa Petròvna, voglio sposarmi.› ‹Da voi c'è da
aspettarselo, Arkàdij Ivànoviè; ma non vi fa molto onore esser
partito per risposarvi subito, appena sotterrata la prima moglie.
Almeno, poi, aveste fatto una buona scelta! Ma invece, io lo so,
non va né per lei né per voi, e la gente riderà alle vostre spalle.›
A questo punto è uscita, e m'è parso solo di sentir frusciare lo
strascico. Assurdo, vero?»
«Ma, per caso, non state dicendo un sacco di bugie?» domandò
Raskòlnikov.
«Io mentisco di rado,» rispose Svidrigàjlov pensieroso, e come
se non avesse notato il tono villano della domanda.
«E prima non ne avevate mai visti, di fantasmi?»
«N... no, o meglio, una volta sola in vita mia, sei anni fa. Fìlka,
un mio servo, era stato appena sepolto, e io, in un momento di
distrazione, gridai: ‹Fìlka, dammi la pipa!› Ed ecco che lui
entra e va difilato verso la scansia dove tengo le pipe. Me ne
sto seduto e penso: ‹Si sta vendicando,› perché, dovete sapere,
proprio prima della sua morte avevamo avuto un violento
litigio. ‹Come osi,› gli dico, ‹entrare da me con l'abito strappato
sul gomito? Fuori di qui, brutta canaglia!› Si voltò, uscì e non
si fece più vedere. Non ne parlai a Màrfa Petròvna. Volevo far
servire una messa, ma poi me ne sono vergognato.»
«Dovreste andare da un dottore.»
«Lo capisco anche da solo che sono malato, benché non sappia
di che cosa; secondo me, comunque, sto cinque volte meglio di
voi. Io non vi ho chiesto se credete o no all'apparizione dei
fantasmi... Vi ho chiesto: credete che i fantasmi esistano?»
«No, e non ci crederò mai!» esclamò Raskòlnikov addirittura
infuriato.
«Com'è che dicono, di solito?» mormorò Svidrigàjlov quasi tra
sé, guardando da un lato e con la testa un po' china. «Dicono:
‹Sei malato, quindi quel che ti appare è solo vano delirio.›
Eppure, questo non è rigorosamente logico. Sono d'accordo che
i fantasmi non appaiono che ai malati; ma questo prova solo
che i fantasmi possono apparire unicamente ai malati, e non già
che non esistano in quanto tali.»
«Ma nient'affatto!» insisteva Raskòlnikov sempre più irritato.
«No? Credete proprio?» seguitò Svidrigàjlov, dopo avergli
lanciato una lunga occhiata. «E se, invece, ragionassimo così
(su, venitemi un po' incontro!): ‹I fantasmi sono, in un certo
senso, brandelli e frammenti di altri mondi, un barlume di essi.
L'uomo sano, naturalmente, non è il caso che li veda, perché
l'uomo sano è un uomo terreno, e quindi non deve vivere che la
vita di questo mondo, per ragioni di ordine e di pienezza. Ma
appena si ammala, appena nel suo organismo è turbato il
normale ordine terreno, subito comincia a manifestarsi la
possibilità di un mondo diverso; e quanto più l'individuo è
malato, tanto maggiori sono i contatti con quest'altro mondo,
cosicché, una volta morto del tutto, l'uomo passa direttamente
in un altro mondo.› È molto tempo che ragiono su queste cose.
Se credete in una vita futura, potete anche credere a un
ragionamento del genere.»
«Io non credo in una vita futura,» disse Raskòlnikov.
Svidrigàjlov se ne stava lì soprappensiero.
«E se là non ci fossero altro che ragni, o qualcosa del genere?»
disse a un tratto.
«È pazzo,» pensò Raskòlnikov.
«L'eternità ci si presenta sempre come un'idea che non si può
afferrare, qualcosa di immenso, di enorme! Ma perché
dev'essere necessariamente enorme? E se invece, guarda un
po', non fosse che una stanzetta, una specie di bagno di
campagna, affumicato, e in tutti gli angoli vi fossero ragni; ed
eccola qui, tutta l'eternità... A volte, sapete, in sogno vedo
qualcosa del genere.»
«Ma possibile, possibile che non vi passi per la mente nulla di
più consolante e di più giusto?» esclamò Raskòlnikov con un
senso di sofferenza.
«Più giusto? Per quel che ne sappiamo, forse il giusto è proprio
questo; inoltre, vi dirò se fosse dipeso da me, io avrei fatto tutto
esattamente così!» rispose Svidrigàjlov con un vago sorriso.
A questa risposta mostruosa, Raskòlnikov sentì come un
brivido di freddo. Svidrigàjlov alzò il capo, lo guardò
fissamente e a un tratto scoppiò in una risata fragorosa.
«Ma pensate, pensate dunque,» gridò, «che mezz'ora fa non
c'eravamo mai visti, che ci consideriamo nemici, che c'è tra noi
una questione in sospeso; eppure abbiam lasciato lì tutto, e
guarda un po' in che razza di letteratura ci siamo impelagati!
Be', non ve lo avevo detto, forse, che siamo intagliati nello
stesso legno?»
«Per favore,» disse Raskòlnikov irritato, «siate così cortese da
spiegarvi al più presto, e dirmi perché mi avete fatto l'onore di
una vostra visita, e... Io ho fretta, non ho tempo da perdere, ho
bisogno di uscire...»
«Ma certo, si capisce. Vostra sorella, Avdòtja Romànovna, non
sta forse per sposare il signor Lùžin, Pëtr Petròviè?»
«Vorrei che non mi rivolgeste domande sul conto di mia
sorella, e che non la nominaste nemmeno. Non capisco proprio
come abbiate il coraggio di pronunciare il suo nome in mia
presenza, se veramente siete Svidrigàjlov.»
«Ma se sono venuto giusto per parlarvi di lei, come potrei non
pronunciarne il nome?»
«Va bene: parlate, ma sbrigatevi!»
«Sono sicuro che voi vi siete già fatta un'opinione di questo
signor Lùžin, mio parente per parte di moglie, fra l'altro, se lo
avete visto anche soltanto per mezz'ora, o se semplicemente
avete udito qualcosa di preciso e di esatto sul suo conto. Egli
non è fatto per Avdòtja Romànovna. Secondo me, in questa
faccenda Avdòtja Romànovna si sacrifica con grande
generosità e con scarso buon senso per... per la sua famiglia.
Ho immaginato, in base a tutto ciò che ho sentito dire di voi,
che voi, da parte vostra, sareste molto contento se questo
matrimonio potesse andare a monte senza particolare danno per
nessuno. Adesso, poi, che vi ho conosciuto personalmente, ne
sono addirittura certo.»
«Tutto questo è molto ingenuo da parte vostra; anzi, scusatemi,
volevo dire sfacciato,» lo interruppe Raskòlnikov.
«Volete dire, immagino, che tiro l'acqua al mio mulino. Non
preoccupatevi, Rodiòn Romànoviè, se tirassi l'acqua al mio
mulino, non sarei qui a parlarvi così francamente; non sono
ancora rimbecillito del tutto. Vi confesserò, a questo proposito,
una mia stranezza psicologica. Poco fa, tentando di giustificare
il mio amore per Avdòtja Romànovna, ho detto che io stesso
ero una vittima. Ebbene, sappiate che io adesso non sento
nessun amore, proprio nessuno, cosa che io stesso trovo strana,
perché effettivamente prima lo sentivo...»
«A causa dell'ozio e della depravazione,» lo interruppe
Raskòlnikov.
«È vero, sono un uomo corrotto e ozioso. Del resto, vostra
sorella ha tanti meriti: come avrei potuto sottrarmi al suo
fascino? Ma queste sono sciocchezze, me ne rendo benissimo
conto io stesso.»
«Ed è da molto che ve ne rendete conto?»
«Avevo cominciato ad accorgermene già prima, ma me ne sono
convinto in modo definitivo l'altro ieri, praticamente nel
momento del mio arrivo a Pietroburgo. D'altra parte, a Mosca
immaginavo ancora che sarei venuto a chiedere la mano di
Avdòtja Romànovna e che sarei diventato il rivale del signor
Lùžin...»
«Scusate se vi interrompo, ma, per favore, non potreste
abbreviare e venire senz'altro allo scopo della vostra visita? Ho
fretta, devo uscire...»
«Col massimo piacere. Arrivato qui, e avendo deciso, ormai,
d'intraprendere un certo... voyage, ho sentito il desiderio di
prendere alcune misure di carattere per così dire preventivo. I
miei figli sono rimasti dalla zia; sono ricchi; non sentono il
bisogno di me (né, personalmente, io sono loro necessario). In
effetti, che razza di padre sono? Per me, ho preso solo ciò che
mi ha regalato Màrfa Petròvna l'anno scorso. Mi basta. Scusate,
vengo subito al sodo. Prima del voyage, che forse compirò
davvero, desidero farla finita anche con il signor Lùžin. Non
che mi sia particolarmente insopportabile, ma è proprio per
causa sua, in fin dei conti, che è nato il mio litigio con Màrfa
Petròvna, quando ho saputo che era stata lei a combinare
questo matrimonio. Adesso io desidero incontrarmi con
Avdòtja Romànovna, tramite vostro, e magari in vostra
presenza, per spiegarle, anzitutto, che dal signor Lùžin non solo
non potrà trarre alcun vantaggio, ma avrà anzi un danno sicuro.
Poi, dopo averle chiesto scusa per tutti i fastidi che ha patito
per causa mia, le chiederei il permesso di offrirle diecimila
rubli, facilitando così la sua rottura col signor Lùžin, alla quale
lei stessa, ne sono convinto, non sarebbe contraria, purché ne
avesse la possibilità.»
«Ma voi siete davvero pazzo!» esclamò Raskòlnikov, sorpreso
più ancora che sdegnato. «Come osate dire simili cose.»
«Lo sapevo che vi sareste messo a gridare; ma anzitutto,
benché io non sia ricco, questi diecimila rubli sono disponibili,
cioè non mi servono nella maniera più assoluta. Se Avdòtja
Romànovna non li accetterà, probabilmente ne farò un uso
assai più stupido. Questo fa uno. Inoltre, punto due: la mia
coscienza è perfettamente tranquilla; li offro senza alcun
secondo fine. Potete credermi o no, ma in seguito verrete a
saperlo con certezza, sia voi che Avdòtja Romànovna. Fatto sta
che io ho realmente procurato alcune noie e seccature alla
vostra stimatissima sorellina; quindi in considerazione del mio
sincero pentimento, desidero dal profondo del cuore, non dico
sdebitarmi, né ripagare tutti i fastidi che le ho procurato, ma
semplicemente fare qualcosa di utile per lei, giacché, in fin dei
conti, non è mia unica prerogativa quella di fare
esclusivamente del male... Se nella mia offerta ci fosse anche
una milionesima parte di calcolo, non sarei qui ad offrire
diecimila rubli in tutto, mentre appena cinque settimane fa
avevo offerto ben di più. Inoltre, presto, forse prestissimo,
sposerò una certa ragazza, e quindi qualsiasi sospetto di mie
eventuali mire su Avdòtja Romànovna dovrebbe cadere
automaticamente. Per concludere, dirò che, sposando il signor
Lùžin, Avdòtja Romànovna accetterebbe ugualmente del
denaro, semplicemente da altre mani... E voi, Rodiòn
Romànoviè, non state ad arrabbiarvi; ragionate con calma e
sangue freddo.»
Nel dir così, Svidrigàjlov dimostrava egli stesso la massima
calma e il massimo sangue freddo.
«Vi prego di finire,» disse Raskòlnikov. «In ogni caso, la vostra
è un'imperdonabile insolenza.»
«Ma nemmeno per sogno! L'uomo, dunque, potrebbe fare
soltanto il male, e non avrebbe il diritto di fare neanche un
briciolo di bene, per obbedire a vuote convenzioni? È assurdo.
Se per esempio io morissi, e lasciassi a vostra sorella questa
somma per testamento, anche così lei rifiuterebbe di
accettarla?»
«È molto probabile.»
«Be', questo poi... Naturalmente, se è no è no. Tuttavia
diecimila rubli sono una gran bella cosa, in caso di bisogno.
Comunque sia, vi prego di riferire ad Avdòtja Romànovna quel
che ho detto.»
«No, non lo riferirò.»
«In tal caso, Rodiòn Romànoviè, sarò costretto a cercare di
incontrarmi io stesso con lei, e quindi a disturbarla.»
«E se lo riferirò, non cercherete di incontrarla personalmente?»
«Non so che dirvi... Vorrei tanto vederla, almeno una volta.»
«Non ci sperate.»
«Peccato. Del resto, voi non mi conoscete. Forse, più in là,
diventeremo più intimi.»
«Voi pensate che diventeremo più intimi?»
«E perché no?» disse Svidrigàjlov con un sorriso, alzandosi e
prendendo il cappello. «Non è che io avessi una gran voglia di
disturbarvi, in fondo, e venendo qui non si può dire che nutrissi
molte speranze, benché la vostra fisionomia, già questa
mattina, mi avesse colpito.»
«E dove mi avete visto, questa mattina?» domandò
Raskòlnikov facendosi inquieto.
«Per caso... Mi sembra sempre che tra noi ci sia qualcosa in
comune... Ma non abbiate timore, non sono un tipo indiscreto;
me la son fatta con i bari, eppure al principe Svirbej, mio
lontano parente e gran signore, non ho mai dato noia; ho saputo
anche scrivere qualcosa sulla Madonna di Raffaello nell'album
della signora Prilùkova; sono vissuto sette anni con Màrfa
Petròvna senza allontanarmi da lei, e qualche volta, ai vecchi
tempi, ho pernottato all'ospizio Vjàzemskij, sulla Sennàja.
Senza contare che, forse, volerò in pallone con Berg.»
«Bene... Posso chiedervi se vi metterete presto in viaggio?»
«Quale viaggio?»
«Ma sì, questo voyage... l'avete detto voi stesso.»
«Un voyage? Ah, sì! È vero, vi ho parlato del voyage... Be', è
una faccenda un po' lunga da spiegare... Però, se sapeste che
cosa mi state domandando!» aggiunse Svidrigàjlov, e a un
tratto diede in una risata breve e fragorosa. «Forse, invece di
fare il voyage, mi sposerò; mi sto scegliendo una fidanzata.»
«Qui?»
«Sì.»
«E quando ne avete avuto il tempo?»
«Però, desidererei tanto potermi incontrare una volta con
Avdòtja Romànovna! Ve ne prego seriamente. Be',
arrivederci... Ah, a proposito! Vedete cosa stavo dimenticando!
Rodiòn Romànoviè, riferite a vostra sorella che nel testamento
di Màrfa Petròvna lei è stata ricordata con un lascito di tremila
rubli. È una notizia certa. Màrfa Petròvna ha disposto così una
settimana prima della sua morte, e lo ha fatto in mia presenza.
Avdòtja Romànovna potrà ritirare la somma tra due o tre
settimane.»
«Dite sul serio?»
«Assolutamente. Riferiteglielo. Be', servo vostro. A proposito,
io abito molto vicino a voi.»
Uscendo, Svidrigàjlov s'imbatté sulla porta in Razumìchin.
2
Eran già quasi le otto; si affrettarono insieme per arrivare da
Bakalèev prima di Lùžin.
«Be', e quello chi era?» domandò Razumìchin appena furono in
strada.
«Era Svidrigàjlov, quel proprietario di terre nella cui casa è
stata offesa mia sorella, quando lavorava là come istitutrice.
Lei dovette andarsene a causa delle sue persecuzioni amorose,
cacciata da sua moglie, Màrfa Petròvna. Questa Màrfa
Petròvna, poi, domandò perdono a Dùnja, e adesso
improvvisamente è morta. È di lei che si parlava poco fa. Non
so perché, ma quest'uomo mi fa una gran paura. È venuto qui
subito dopo i funerali della moglie. È molto strano, e ha deciso
di fare una certa cosa... E sembra che sappia qualcosa...
Bisogna proteggere Dùnja da lui... è appunto questo che volevo
dirti, capisci?»
«Proteggerla? Ma che male può fare ad Avdòtja Romànovna?
Be', comunque, Ròdja, ti ringrazio di avermi parlato così... La
proteggeremo senz'altro!... Lui dove abita?»
«Non lo so.»
«E perché non glielo hai domandato? Che peccato! Del resto,
verrò a saperlo!»
«Lo hai visto bene?» chiese Raskòlnikov dopo un silenzio.
«Ma sì, l'ho osservato, e anche con attenzione»
«Lo hai guardato bene? Te lo ricordi?» insisteva Raskòlnikov.
«Ma sì, me lo ricordo con chiarezza; lo riconoscerei tra mille,
ho buona memoria per le facce.»
Rimasero di nuovo in silenzio.
«Mmh... è così, dunque...» mormorò Raskòlnikov. «Altrimenti,
mi sembra sempre che... che tutto accada soltanto nella mia
fantasia.»
«Ma di che stai parlando? Non ti capisco bene.»
«Tutti voi dite,» seguitò Raskòlnikov con un sorriso ironico,
«che io sono pazzo; e adesso, davvero, mi è sembrato che forse
sono pazzo, e di non aver visto altro che un fantasma!»
«Ma che ti piglia?»
«E chi lo sa! Forse sono proprio pazzo, e tutti gli avvenimenti
di questi giorni, forse, esistono soltanto nella mia
immaginazione...»
«Eh, Ròdja! Di nuovo qualcosa ti ha scombussolato!... Lui cosa
ti ha detto? Perché è venuto da te?»
Raskòlnikov non rispose, Razumìchin rimase soprappensiero
per circa un minuto.
«Be', ora ascolta il mio resoconto,» prese a dire. «Sono passato
da te, ma tu dormivi. Poi abbiamo pranzato, e poi sono andato
da Porfìrij. Zamëtov era ancora da lui. Volevo mettermi a
parlare, ma non m'è riuscito. Non potevo mai cominciare, non
potevo nel senso letterale della parola. Sembra che essi non
comprendano, non possano comprendere, però non sono affatto
imbarazzati. Ho condotto Porfìrij vicino alla finestra e ho
cominciato a parlargli, ma di nuovo, chissà perché, m'è andata
storta: lui guardava da una parte e io dall'altra. Alla fine gli ho
messo il pugno sotto il naso e gli ho detto che glielo avrei
fracassato, così, tra bravi parenti. Si è limitato a lanciarmi
un'occhiata. Ho sputato per terra per la gran rabbia e me ne
sono andato. Ecco tutto. Una cosa molto stupida. Con Zamëtov
non ho scambiato una sola parola. Però c'è un fatto: pensavo di
essermi comportato da balordo, ma poi, mentre scendevo le
scale, mi è venuta un'idea luminosa: perché ci diamo tanto da
fare, tu ed io? Se tu fossi minacciato da chissà quale pericolo,
allora sì, certo... Ma così, che te ne importa? Tu non c'entri, in
tutta questa faccenda; e allora sputiamoci su: più tardi rideremo
alle loro spalle e io, al tuo posto, mi divertirei a prenderli
ancora in giro per benino... Come dovranno vergognarsi, più
tardi! Sputaci su; dopo potremo anche prenderli a cazzotti, ma
intanto facciamoci sopra due risate!»
«Hai perfettamente ragione, è proprio così!» rispose
Raskòlnikov. «Ma domani che dirai?» pensò. Strano a dirsi,
non gli era ancora mai passato per la mente: «Che cosa penserà
Razumìchin quando verrà a sapere?» Con quest'idea nella testa,
Raskòlnikov lo guardò fissamente. Il resoconto di Razumìchin
sulla visita fatta a Porfìrij non lo interessava granché: quante
cose nuove erano accadute, da allora, e quante avevano perso
d'importanza!
Nel corridoio s'imbatterono in Lùžin: era arrivato alle otto in
punto e stava cercando la stanza, e così entrarono tutti e tre
insieme, ma senza guardarsi a vicenda e senza salutarsi. I due
giovani passarono avanti, e Pëtr Petròviè, per salvare le
apparenze, indugiò un po' in anticamera a togliersi il cappotto.
Pulchèrija Aleksàndrovna venne immediatamente ad
accoglierlo sulla porta. Dùnja stava salutando il fratello.
Pëtr Petròviè entrò e si inchinò abbastanza cortesemente alle
signore, anche se con accentuato sussiego. D'altronde,
sembrava che provasse un certo imbarazzo e che non riuscisse
ancora a vincerlo. Pulchèrija Aleksàndrovna, che pareva anche
lei impacciata, si affrettò a far sedere tutti quanti intorno alla
tavola tonda, sulla quale bolliva il samovar.
Dùnja e Lùžin si sedettero l'una in faccia all'altro, alle due
estremità della tavola, Razumìchin e Raskòlnikov di fronte a
Pulchèrija Aleksàndrovna, Razumìchin più vicino a Lùžin e
Raskòlnikov accanto alla sorella.
Vi fu un istante di silenzio. Pëtr Petròviè tolse senza fretta di
tasca il fazzoletto di batista, che era profumato, e si soffiò il
naso con l'aria di un uomo virtuoso e un po' offeso nella sua
dignità, nonché fermamente deciso a pretendere spiegazioni.
Quand'era in anticamera gli era venuta un'idea: non togliersi
nemmeno il cappotto e andarsene subito, impartendo così una
seria, dura punizione ad entrambe le signore, in modo da farsi
intendere subito. Ma non aveva saputo decidersi. Egli, inoltre,
non amava l'incertezza, e la faccenda andava chiarita: se i suoi
ordini erano stati trasgrediti in maniera così lampante, voleva
dire che c'era sotto qualcosa, e questo qualcosa era meglio
saperlo subito; quanto alla punizione c'era sempre tempo,
dipendeva solo da lui.
«Spero che il viaggio sia andato bene...» si rivolse in tono
ufficiale a Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Grazie a Dio, sì, Pëtr Petròviè.»
«Ne ho molto piacere. E anche Avdòtja Romànovna non si è
stancata?»
«Io sono giovane e forte e quindi non mi stanco, ma per la
mamma è stato molto faticoso,» rispose Dùneèka.
«Eh sì, le nostre strade sono così lunghe... È tanto grande, la
nostra cosiddetta madre Russia... Io, pur desiderandolo, ieri
non ho proprio avuto il tempo di venire ad accogliervi. Spero
comunque che non si siano verificati inconvenienti...»
«Veramente, Pëtr Petròviè, eravamo molto scoraggiate,» si
affrettò a rispondere in un tono tutto particolare Pulchèrija
Aleksàndrovna. «Se, a quanto sembra la stessa divina
provvidenza non ci avesse inviato ieri Dmìtrij Prokòfiè,
saremmo finite proprio male. Eccolo, Dmìtrij Prokòfiè
Razumìchin,» aggiunse presentandolo a Lùžin.
«Sì, sì, ho già avuto il piacere... ieri,» borbottò Lùžin,
lanciando un'occhiata ostile a Razumìchin; dopodiché si
accigliò e stette zitto. Pëtr Petròviè, d'altronde, era una di
quelle persone apparentemente amabilissime in società, e con
grandi pretese di cortesia, che tuttavia, appena qualcosa non va
loro a genio, perdono tutte le loro doti e diventano simili più a
sacchi di farina che a disinvolti cavalieri. Di nuovo vi fu
silenzio: Raskòlnikov taceva ostinatamente, Avdòtja
Romànovna, per il momento, non intendeva prendere la parola,
Razumìchin non aveva niente da dire, e così Pulchèrija
Aleksàndrovna si agitò di nuovo.
«È morta Màrfa Pëtròvna, lo avete saputo?» prese a dire,
ricorrendo al suo estremo argomento.
«Naturalmente l'ho saputo. Mi sono già arrivate le prime
notizie, e ora, fra l'altro, sono venuto ad informarvi che Arkàdij
Ivànoviè Svidrigàjlov, subito dopo i funerali della moglie, è
partito in tutta fretta per Pietroburgo. Così, almeno, risulta da
informazioni molto attendibili che mi sono pervenute.»
«A Pietroburgo? Qui?» domandò Dùneèka preoccupata,
scambiando un'occhiata con la madre.
«Proprio così, ed è evidente che non l'ha fatto senza uno scopo,
considerata la partenza precipitosa e, in generale, i precedenti
avvenimenti.»
«Santo Dio! Possibile che non voglia lasciare in pace Dùneèka
nemmeno qui?» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Mi sembra che non vi sia nulla di preoccupante, né per voi né
per Avdòtja Romànovna, a patto, certo, che voi stesse non
vogliate entrare in rapporti di nessun genere con lui. Quanto a
me, gli sto dietro, e sto già indagando su dove abita...»
«Ah, Pëtr Petròviè, non potete immaginare quanto mi avete
spaventata!» riprese Pulchèrija Aleksàndrovna. «Io l'ho visto
appena due volte in vita mia, e mi è sembrato un tipo terribile,
veramente spaventoso! Sono certa che è stato lui la causa della
morte di Màrfa Pëtròvna buon'anima.»
«Una conclusione in tal senso sarebbe arbitraria. Io dispongo di
notizie precise. Non lo nego, forse egli ha contribuito ad
affrettare il corso degli avvenimenti attraverso, diciamo così, la
concausa morale dell'offesa da lui recata. Comunque, per
quanto concerne la condotta e, in generale, il carattere della
persona, sono d'accordo con voi. Non so se adesso sia diventato
ricco, o che cosa Màrfa Petròvna gli abbia lasciato; lo saprò
entro brevissimo tempo; ma è certo che qui, a Pietroburgo, se
disporrà anche solo di un po' di mezzi, tornerà subito alle sue
occupazioni d'un tempo. È l'uomo più corrotto, più incallito nel
vizio fra tutti quelli della sua risma! Ho fondati motivi di
ritenere che Màrfa Petròvna, oltre ad essersi innamorata di lui
in quel disgraziato modo e aver pagato i suoi debiti otto anni
fa, gli sia stata utile anche per un altro verso: unicamente grazie
ai suoi sforzi e ai suoi sacrifici fu soffocata sul nascere una
causa penale, alla quale non erano estranei elementi di bestiale
e, per così dire, fantastica criminalità, e per la quale egli
avrebbe potuto benissimo farsi una passeggiatina in Siberia.
Ecco chi è quell'uomo, se proprio volete saperlo.»
«Oh, santissimo Iddio!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
Raskòlnikov ascoltava attentamente.
«Ma è proprio vero che avete delle informazioni precise?»
domandò Dùnja in tono serio e grave.
«Non faccio che ripetere quello che io stesso ho sentito, in
segreto, dalla defunta Màrfa Petròvna. Bisogna tener presente
che la questione, dal punto di vista giuridico, è molto oscura.
Qui a Pietroburgo viveva, e sembra che viva ancor oggi, una
certa Rèsslich, straniera e per giunta usuraia di mezza tacca,
che non disdegnava anche altre faccenduole.
Proprio con questa Rèsslich il signor Svidrigàjlov si trovava, da
lunga data, in certi rapporti assai intimi e misteriosi. In casa di
lei abitava una lontana parente, una sua nipote, sembra, una
fanciulla sordomuta di quindici anni, o forse anzi di
quattordici, che la Rèsslich non poteva soffrire e alla quale
rinfacciava ogni boccone; la picchiava perfino in maniera
inumana. Un giorno, infine, la trovarono in solaio impiccata.
Fu ritenuto un suicidio. Dopo la consueta procedura, la cosa
non ebbe seguito; più tardi, tuttavia, da una denuncia, risultò
che la bambina era stata... bestialmente oltraggiata da
Svidrigàjlov. È vero che tutto era piuttosto oscuro; la denuncia
proveniva da un'altra tedesca, donna di pessima fama alla quale
non si poteva prestar fede; di fatto, grazie agli sforzi e ai denari
profusi da Màrfa Petròvna, non ci fu nemmeno una vera e
propria denuncia; tutto si limitò a semplici voci. Nondimeno,
queste voci erano molto significative. Voi, Avdòtja
Romànovna, avrete sentito certamente parlare anche della
faccenda del servo Filìpp, morto per sevizie circa sei anni fa,
ancora al tempo della servitù della gleba.»
«Ho sentito, al contrario, che questo Filìpp si era impiccato.»
«Proprio così, ma fu costretto, o per meglio dire, indotto a
cercare una morte violenta dalle sistematiche, incessanti
persecuzioni e angherie del signor Svidrigàjlov.»
«Di questo non so niente,» rispose Dùnja in tono secco. «Alle
mie orecchie è giunta soltanto una storia molto strana: che quel
Filìpp era una specie di nevrastenico, un filosofo da strapazzo,
di cui la gente diceva che ‹aveva letto troppo›, e che s'era
impiccato più che altro per l'irrisione continua di cui era
oggetto, non per le botte del signor Svidrigàjlov. In mia
presenza, lui i servi li trattava bene, ed essi lo amavano perfino,
anche se, effettivamente, lo accusavano della morte di Filìpp.»
«Vedo che voi, Avdòtja Romànovna, improvvisamente siete
incline a giustificarlo,» osservò Lùžin, storcendo la bocca in un
sorriso ambiguo. «E davvero, egli è un individuo astuto e
affascinante con le signore, del che abbiamo un lacrimevole
esempio in Màrfa Pëtròvna, morta in maniera così inconsueta.
Con il mio consiglio, io desideravo soltanto essere utile a voi e
alla vostra mamma, in vista di indubbiamente prossimi tentativi
di Svidrigàjlov. Quanto a me, sono profondamente convinto
che quell'uomo andrà a finire di nuovo in carcere per debiti.
Màrfa Petròvna non ha mai pensato di lasciargli nulla, si
preoccupava per i figli, lei; anche se gli ha lasciato qualcosa, si
tratterà dello stretto necessario, roba da poco, che non basterà
nemmeno per un anno a un tipo con abitudini come le sue.»
«Pëtr Petròviè, vi prego,» disse Dùnja, «non parliamo più del
signor Svidrigàjlov. È una cosa che mi rattrista.»
«È stato da me poco fa,» disse a un tratto Raskòlnikov,
rompendo per la prima volta il silenzio.
Si levarono esclamazioni da ogni parte; tutti si voltarono a
guardarlo. Perfino Pëtr Petròviè si turbò.
«Un'ora e mezzo fa, mentre dormivo, è entrato nella mia
stanza, mi ha svegliato e si è presentato,» proseguì
Raskòlnikov. «Era abbastanza disinvolto e allegro, ed è
convinto che io e lui diventeremo amici. Tra l'altro, chiede e
cerca insistentemente di avere un colloquio con te, Dùnja, e ha
pregato me di fungere da intermediario per tale incontro. Ha
una proposta da farti; e mi ha detto qual è. Inoltre, mi ha dato
notizia sicura che Màrfa Petròvna, una settimana prima della
morte, ha lasciato per testamento a te, Dùnja, tremila rubli,
somma che potrai riscuotere fra poco tempo.»
«Sia lodato il Signore!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna, e si
fece il segno della croce. «Prega per lei, Dùnja, prega!»
«È la pura verità,» scappò detto a Lùžin.
«Bene, e poi?» intervenne Dùneèka.
«Poi ha spiegato che lui personalmente non è ricco, e che tutte
le terre andranno ai suoi figli, che ora si trovano dalla zia. Poi
che è venuto ad abitare poco lontano da me; ma non so dove,
non gliel'ho chiesto...»
«Ma cosa, cosa vuol mai proporre a Dùnecka?» domandò
Pulchèrija Aleksàndrovna, spaventata a morte. «Te l'ha detto?»
«Sì, me l'ha detto.»
«E che cos'è?»
«Lo dirò dopo.» Raskòlnikov tacque e badò al suo tè.
Pëtr Petròviè guardò l'orologio che s'era tolto di tasca.
«Ho un affare urgente, e quindi non vi disturberò oltre,» disse
con aria un po' risentita, e fece per alzarsi dalla sedia.
«Rimanete, Pëtr Petròvic,» disse Dùnja, «non avevate
intenzione di trascorrere qui la serata? Inoltre, voi stesso avete
scritto di voler avere una spiegazione con la mamma.»
«Proprio così, Avdòtja Romànovna,» disse gravemente Pëtr
Petròviè, tornando a sedersi sulla sedia, ma sempre con il
cappello in mano. «Effettivamente desideravo avere una
spiegazione sia con voi sia con la vostra stimatissima mamma,
e anche su questioni della massima importanza. Ma come
vostro fratello non può parlare in mia presenza di certe
proposte del signor Svidrigàjlov, così anch'io non desidero e
non posso parlare... in presenza d'altri... di certe questioni
molto, ma molto delicate. Per di più, la mia principale e
vivissima preghiera non è stata esaudita...»
Lùžin prese un'aria di amaro sussiego, e tacque.
«La vostra preghiera, cioè che mio fratello non fosse presente
al nostro incontro, non è stata esaudita unicamente perché io
non l'ho voluto,» disse Dùnja. «Voi avete scritto che siete stato
offeso da mio fratello; secondo me, ciò
dev'essere chiarito senza indugio, e dovete fare la pace. Se poi
Ròdja vi ha davvero offeso, deve chiedervi scusa e lo farà.»
Pëtr Petròviè si ringalluzzì subito.
«Certe offese, Avdòtja Romànovna, anche volendolo, non si
possono dimenticare. In ogni cosa c'è un limite che è
pericoloso oltrepassare, perché, una volta che si è dall'altra
parte, è impossibile tornare indietro.»
«Non è questo che intendevo dire, Pëtr Petròviè,» lo interruppe
Dùnja con una certa impazienza. «Dovete capire molto bene
che tutto il nostro avvenire, ora, dipende da ciò: se tutta questa
faccenda si chiarirà e si sistemerà al più presto, oppure no. Vi
dico chiaro e tondo, sin dal principio, che io vedo la cosa in
questo modo, e soltanto in questo modo; e se voi tenete, sia
pure un poco, a me, allora tutta questa storia, anche se non è
facile farlo, deve finire oggi stesso. Ve lo ripeto: se mio fratello
è colpevole, vi chiederà scusa.»
«Mi meraviglio, Avdòtja Romànovna, che impostiate la cosa in
questi termini,» disse Lùžin, irritandosi sempre più. «Pur
stimandovi e, per così dire, idolatrandovi, nello stesso tempo
può darsi benissimo che io non ami qualcuno dei vostri
familiari. Aspirando alla felicità di ottenere la vostra mano, non
posso
contemporaneamente
incompatibili...»
assumermi
obblighi
«Ah, smettetela con tutta questa permalosità, Pëtr Petròviè,» lo
interruppe Dùnja accalorandosi, «e siate la persona intelligente
e nobile che vi ho sempre considerato e desidero considerarvi.
Io vi ho fatto una grande promessa, sono la vostra fidanzata;
fidatevi dunque di me in questa faccenda, e siate certo che sarò
in grado di giudicare in modo imparziale. Che io mi assuma la
parte di giudice è una sorpresa tanto per mio fratello quanto per
voi. Quando l'ho invitato quest'oggi, dopo la vostra lettera, a
partecipare a tutti i costi al nostro colloquio, non gli ho detto
nulla delle mie intenzioni. Cercate di capirlo: se non farete la
pace, sarò costretta a scegliere tra voi due: o voi, o lui. Così è
stata posta la questione sia da parte vostra, sia da parte sua. Io
non voglio e non devo sbagliare nella scelta. Per voi devo
rompere con mio fratello; per mio fratello devo rompere con
voi. Voglio saperlo con certezza: è egli per me un vero fratello?
E quanto a voi: vi sono davvero cara, mi apprezzate? Siete lo
sposo che fa per me?»
«Avdòtja Romànovna,» disse Lùžin, punto sul vivo, «le vostre
parole sono anche troppo significative, e dirò persino offensive,
data la posizione che ho l'onore di occupare nei vostri
confronti. Anche senza voler raccogliere lo strano e
inaccettabile accostamento che fate ponendo sullo stesso piano
me e... un giovanotto arrogante, con le vostre parole voi
ammettete la possibilità di venir meno alla promessa fattami.
Voi dite: ‹o voi, o lui›, e con ciò stesso dimostrate quanto poco
io conti per voi... È una cosa che non posso ammettere, dati i
rapporti... e gli obblighi esistenti fra noi.»
«Come sarebbe a dire?» sbottò Dùnja. «Io pongo voi accanto a
ciò che finora mi è stato più prezioso nella vita, che fino ad
oggi è stato tutta la mia vita, e a un tratto voi vi offendete
perché vi apprezzo poco!»
Raskòlnikov ebbe un sorriso ironico, Razumìchin sussultò, ma
Pëtr Petròviè non accolse l'obiezione; al contrario, ad ogni
parola diventava sempre più puntiglioso e irascibile, come se ci
pigliasse gusto.
«L'amore per il futuro compagno della vita, per il marito, deve
superare l'amore per il fratello,» disse in tono sentenzioso, «e
io, comunque, non ammetto di essere posto sullo stesso piano...
Benché io abbia insistito, poco fa, nell'affermare che in
presenza di vostro fratello non intendo e non posso spiegare
tutto ciò che ero venuto a dirvi, nondimeno adesso intendo
rivolgermi alla vostra stimatissima mamma per ottenere una
spiegazione indispensabile circa un punto assai delicato e
oltraggioso. Vostro figlio,» e qui si rivolse a Pulchèrija
Aleksàndrovna, «ieri, in presenza del signor Rassùdkin (credo
che questo sia il vostro nome, scusate se non ricordo bene),» ed
egli fece un cortese inchino a Razumìchin, «mi ha offeso
deformando l'idea che io vi avevo espresso durante un
colloquio privato, mentre si beveva il caffè, vale a dire che il
matrimonio con una fanciulla povera, che ha già provato il
dolore della vita, è secondo me più positivo, dal punto di vista
coniugale, di quello con una che venga dall'agiatezza, in quanto
è più confacente alla moralità. Vostro figlio ha esagerato
volutamente, fino all'assurdo, il significato delle mie parole,
accusandomi di intenzioni malvagie e basandosi, credo, sulla
vostra stessa corrispondenza epistolare. Mi riterrò felice se voi,
Pulchèrija Aleksàndrovna, potrete convincermi del contrario, e
con ciò tranquillizzarmi in notevole misura. Vogliate dunque
dirmi in quali termini, esattamente, avete riferito le mie parole
nella vostra lettera a Rodiòn Romànoviè.»
«Io non ricordo...» si smarrì subito Pulchèrija Aleksàndrovna.
«Le ho riferite così come le avevo capite. Non so come ve le
abbia a sua volta riferite Ròdja... Forse avrà anche esagerato
qualcosa...»
«Non poteva esagerarle senza un incoraggiamento da parte
vostra.»
«Pëtr Petròviè,» disse Pulchèrija Aleksàndrovna in tono pieno
di dignità, «la prova del fatto che né io né Dùnja abbiamo
interpretato le vostre parole nel senso peggiore, è che siamo
qui.»
«Ben detto, mammina,» approvò Dùnja.
«Quindi, anche questa volta il torto è mio!» si risentì Lùžin.
«Ecco, Pëtr Petròviè, voi non fate che accusare Rodiòn, eppure
voi stesso, nella vostra lettera, avete scritto una cosa non vera
sul conto suo,» aggiunse Pulchèrija Aleksàndrovna,
rinfrancatasi.
«Non ricordo di aver scritto cose non vere.»
«Avete scritto,» disse in tono brusco Raskòlnikov, senza
nemmeno voltarsi verso Lùžin, «che ieri io ho dato dei soldi
non alla vedova di quell'uomo schiacciato dai cavalli, come
realmente è stato, ma a sua figlia (che sino a ieri non avevo mai
vista). Avete scritto questo per farmi litigare con i miei, e avete
anche aggiunto espressioni ignobili sulla condotta di una
ragazza che non conoscete. Tutto ciò è pettegolezzo, e della più
bassa specie.»
«Scusatemi, signore,» rispose Lùžin fremendo di rabbia, «nella
mia lettera io mi sono diffuso sulle vostre qualità e sulle vostre
azioni esclusivamente per esaudire una preghiera di vostra
sorella e di vostra madre, che volevano sapere in che
condizioni vi avevo trovato e che impressione mi avevate fatto.
Quanto poi al contenuto della mia lettera, vi sfido a trovarvi
anche una sola riga menzognera, cioè a dimostrare che non
avete speso quel denaro e che in quella famiglia, sia pure
disgraziata, non vi erano persone indegne...»
«Secondo me, invece, con tutti i vostri meriti, voi non valete il
dito mignolo di quella povera ragazza, contro cui scagliate la
vostra pietra.»
«Voi, allora, osereste metterla in compagnia di vostra madre e
di vostra sorella?»
«L'ho già fatto, se proprio volete saperlo. L'ho fatta sedere oggi
accanto alla mamma e a Dùnja.»
«Ròdja!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
Dùneèka arrossì, Razumìchin si accigliò, Lùžin ebbe un sorriso
mordace e altezzoso.
«Vedete, Avdòtja Romànovna,» egli disse, «vi sembra forse
possibile un accordo? Spero che ormai tutto sia chiaro e
concluso una volta per sempre. Adesso me ne vado, per non
disturbare il seguito del vostro piacevole incontro familiare e la
rivelazione dei vostri segreti.» Si alzò dalla sedia e prese il
cappello. «Nell'andarmene, tuttavia, oserò osservare che in
futuro spero di essere esonerato da simili incontri e, per così
dire, da simili compromessi. Mi permetto di rivolgere questa
preghiera particolarmente a voi, stimatissima Pulchèrija
Aleksàndrovna, tanto più che anche la mia lettera era
indirizzata a voi, e a nessun altro.»
Pulchèrija Aleksàndrovna si risentì di queste parole.
«Pëtr Petròviè, mi sembra che voi desideriate averci
completamente in vostro potere. Dùnja vi ha spiegato il motivo
per cui il vostro desiderio non è stato esaudito: le sue intenzioni
erano buone. Inoltre, voi mi scrivete come per darmi degli
ordini. Dobbiamo proprio considerare ogni vostro desiderio
come un ordine? Io, invece, mi permetterò di dirvi che in
questo momento dovreste essere particolarmente delicato e
tollerante con noi, perché abbiamo lasciato tutto e siamo venute
qui riponendo la nostra fiducia in voi, e già così, dunque, ci
troviamo quasi completamente in vostro potere.»
«Questo non è del tutto giusto, Pulchèrija Aleksàndrovna, tanto
meno ora, dopo l'annuncio dei tremila rubli lasciati per
testamento da Màrfa Pëtròvna; cosa che, mi pare, è giunta
molto a proposito, a giudicare dal nuovo modo in cui vi siete
messa a parlarmi,» aggiunse egli in tono mordace.
«A giudicare da quest'osservazione, si può veramente supporre
che voi faceste affidamento sulla nostra impotenza,» osservò
Dùnja con ira.
«Ma quanto meno adesso non posso più farlo; inoltre, e
soprattutto, non desidero disturbare oltre la divulgazione delle
proposte segrete di Arkàdij Ivànoviè Svidrigàjlov, per le quali
egli ha dato procura a vostro fratello e che, come vedo, hanno
per voi un'importanza capitale e forse estremamente
gradevole.»
«Ah, Dio mio!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
Razumìchin non ce la faceva più a star fermo sulla sedia.
«E ancora non hai vergogna, sorella?» domandò Raskolnikov.
«Sì, Ròdja, ho vergogna,» disse Dùnja. «Pëtr Petròviè, uscite di
qui!» e si rivolse a lui, pallida d'ira.
A quanto risultò, Pëtr Petròviè non si attendeva affatto un
simile epilogo. Nutriva troppa fiducia in sè stesso, nel suo
potere e nell'impotenza delle sue vittime. Non ci credette
neanche ora. Impallidì, e le sue labbra tremarono.
«Avdòtja Romànovna, se uscirò adesso da questa porta con un
simile commiato, potete esser certa che non tornerò mai più.
Pensateci bene! Io quel che dico lo faccio.»
«Che impudenza!» esclamò Dùnja, alzandosi rapidamente dal
suo posto. «Ma io non voglio affatto che torniate!»
«Come? È co-o-sì, dunque!» gridò Lùžin, che fino all'ultimo
istante aveva continuato a non credere in alcun modo a una
simile conclusione, e che ora, dunque, aveva completamente
perduto le staffe. «Ecco dunque come stanno le cose! Ma lo
sapete, Avdòtja Romànovna, che io potrei anche protestare?»
«Che diritto avete di parlarle così?» intervenne vivacemente
Pulchèrija Aleksàndrovna. «Contro che cosa volete protestare?
E quali sarebbero i vostri diritti? Come potrei dare la mia
Dùnja a un tipo come voi? Andatevene, lasciateci una buona
volta! La colpa è nostra, che ci siamo messe in una faccenda
poco pulita; soprattutto, anzi, è colpa mia...»
«Ciò non toglie, Pulchèrija Aleksàndrovna,» insisteva Lùžin,
furibondo, «che voi mi avete impegnato con la parola datami, e
che ora vi rimangiate... e infine... infine, ho dovuto anche
sostenere, per così dire, determinate spese...»
Quest'ultima protesta era talmente in carattere con la figura di
Pëtr Petròviè che Raskòlnikov, sempre più pallido per lo
sdegno e per gli sforzi compiuti per trattenerlo, a un tratto non
resse più e scoppiò a ridere. Pulchèrija Aleksàndrovna, invece,
uscì fuori dai gangheri:
«Spese?... Quali spese?... Volete forse parlare del nostro baule ?
Ma il conduttore ve l'ha trasportato gratis. Santo Dio, noi vi
abbiamo impegnato con la parola!... Ma tornate in voi, Pëtr
Petròviè... Siete stato voi a legarci mani e piedi, e non noialtri a
farlo con voi!»
«Basta, mammina, ti prego, basta!» la scongiurava Avdòtja
Romànovna. «Pëtr Petròviè, fateci il favore di andarvene!»
«Me ne vado, però ho ancora qualcosa da dire!» fece lui,
perdendo ormai completamente la testa. «Vostra madre, a
quanto sembra, ha dimenticato completamente che io m'ero
deciso, diciamo così, a prendervi dopo che in tutto il
circondario erano corse determinate voci sulla vostra
reputazione. Sfidando per voi l'opinione pubblica, e rifacendovi
una reputazione, avrei ben potuto, credo, sperare in una
ricompensa e anzi addirittura pretendere la vostra
riconoscenza... Soltanto adesso i miei occhi si sono aperti!
Vedo bene che ho agito, probabilmente, in maniera
sconsiderata, molto sconsiderata, non ascoltando le voci corse
sul vostro conto...»
«Che doppiezia!» gridò Razumìchin, balzando su dalla sedia e
preparandosi a far giustizia.
«Siete un individuo perfido e malvagio!» disse Dùnja.
«Non una parola! Non un gesto!» gridò Raskòlnikov,
trattenendo Razumìchin; poi, avvicinatosi a Lùžin sin quasi a
toccarlo:
«Fuori di qui!» disse sottovoce e staccando le sillabe. «E non
una parola di più, altrimenti...»
Pëtr Petròviè lo guardò per alcuni secondi, con il viso pallido e
sconvolto dall'ira, poi si voltò e uscì; e certo ben di rado
qualcuno dovette portar via con sé, nel proprio cuore, tanto
rabbioso rancore, come quell'uomo verso Raskòlnikov. A lui, e
soltanto a lui, egli attribuiva la colpa di ogni cosa. È notevole il
fatto che, mentre scendeva le scale, continuava a pensare che la
partita, forse, non era ancora perduta, e che anzi, per quanto
riguardava le signore, tutto si poteva di certo rimediare.
3
Ma ancor più notevole è che proprio fino all'ultimo istante egli
non si era assolutamente aspettato una conclusione simile.
Aveva fatto lo spavaldo fino all'estremo limite, non
supponendo neanche lontanamente che due donne povere e
indifese potessero sfuggire al suo dominio. A tale convinzione
avevano molto contribuito la vanità e quel grado di sicurezza
nella propria persona che si potrebbe a buon diritto definire
innamoramento di sé. Venuto su dal nulla, Pëtr Petròviè s'era
abituato a un'ammirazione morbosa di se stesso; aveva un così
alto concetto della propria intelligenza e delle proprie doti che
a volte, quand'era solo, ammirava il proprio viso nello
specchio. Ma più ancora, e più d'ogni altra cosa al mondo,
amava e apprezzava il suo denaro, guadagnato con il lavoro e
con ogni specie di mezzi; esso lo sollevava allo stesso livello di
tutto ciò che era più in alto di lui.
Mentre ricordava con amarezza a Dùnja che egli s'era deciso a
prenderla per fidanzata a dispetto delle brutte voci che
correvano sul suo conto, Pëtr Petròviè parlava in modo del
tutto sincero, e si sentiva perfino profondamente indignato per
una così «nera ingratitudine». Eppure, quando aveva chiesto la
mano di Dùnja, era perfettamente convinto dell'assurdità di
tutti quei pettegolezzi, pubblicamente confutati dalla stessa
Màrfa Petròvna e ormai respinti da un pezzo dall'intera
cittadina, che all'unanimità aveva assolto Dùnja. Egli non
poteva certo negare, ora, che tutto ciò lo sapeva benissimo fin
d'allora. Nondimeno, egli considerava come una grande prova
la sua decisione di elevare Dùnja fino a sé.
Parlando poco prima a Dùnja, egli aveva espresso la sua idea
segreta e lungamente accarezzata, di cui già più volte s'era
compiaciuto nel suo intimo, e non riusciva a capacitarsi che
qualcuno potesse non ammirare il suo atto di coraggio.
Quando era andato a far visita a Raskòlnikov, era entrato nella
stanza sentendosi come un benefattore che si prepara a cogliere
i frutti della sua buona azione e ad ascoltare i più dolci
complimenti. E adesso, naturalmente, mentre scendeva le scale,
si considerava profondamente offeso e misconosciuto.
Dùnja, poi, gli era assolutamente necessaria; rinunziarvi era
inconcepibile. Già da molto, da parecchi anni, sognava con
delizia il matrimonio, ma aveva continuato ad accumulare
denaro e ad attendere. S'inebriava, nel suo intimo, all'idea che
una fanciulla virtuosa e povera (a tutti i costi povera), assai
giovane, assai graziosa, di nobili sentimenti e istruita, che
avesse molta paura della vita per aver conosciuto moltissime
disgrazie, gli si prosternasse dinanzi, considerandolo per tutta
la vita come la sua salvezza, lo venerasse, gli si sottomettesse,
e ammirasse lui e lui solo. Quante scene, quanti episodi squisiti
non si era creato nell'immaginazione su quell'argomento
seducente e gioioso, riposandosi in santa pace dai suoi affari!
Ed ecco che il sogno di tanti anni stava per realizzarsi: la
bellezza e l'istruzione di Avdòtja Romànovna lo avevano
colpito; la difficile situazione di lei lo aveva stuzzicato oltre
ogni dire. Gli si presentava un'occasione che andava persino al
di là dei suoi sogni: una fanciulla altera, di gran carattere,
virtuosa, superiore a lui per educazione e sviluppo spirituale
(egli lo sentiva) - un essere simile gli sarebbe stato servilmente
grato, per tutta la vita, del suo grande gesto, si sarebbe
annichilito devotamente dinanzi a lui, permettendogli di
dominare nella maniera più incontrastata!... Neanche a farlo
apposta; proprio poco prima, dopo molte considerazioni e
attese, aveva finalmente deciso di cambiar carriera e di entrare
in un giro di attività più vasto, passando a poco a poco in una
sfera sociale più elevata, alla quale già da un pezzo pensava
con voluttà... In una parola, s'era deciso a tentare l'esperienza di
Pietroburgo. Sapeva che grazie a una donna può esserci «molto
ma molto» da guadagnare. Il fascino di una donna incantevole,
virtuosa e istruita poteva spianargli mirabilmente il cammino,
attrarre la gente verso di lui, creargli un'aureola... ed ecco, ecco
che tutto ciò era crollato! Quell'improvvisa, assurda rottura lo
aveva colpito come un fulmine a ciel sereno. Era uno scherzo
assurdo del destino, una cosa insensata! Aveva fatto appena un
po' il galletto; non aveva nemmeno avuto il tempo di dire tutto
quel che pensava, aveva semplicemente scherzato, s'era
lasciato andare, e tutto, invece, era finito in modo così serio! E
infine, sia pure a modo suo, egli già amava Dùnja, già nei suoi
sogni se ne sentiva padrone; e ora, a un tratto... No! Domani
stesso bisognava sistemare, riparare, correggere la faccenda, e
soprattutto annientare quell'insolente bamboccio che era stato
la causa d'ogni male. Pur senza esserne conscio, ricordava
Razumìchin come un elemento poco gradevole... Da questo
lato, però, non gli ci volle molto per tranquillizzarsi: «Manca
solo che mi metta sullo stesso piano di quest'altro individuo!»
Chi egli temeva seriamente, invece, era Svidrigàjlov. Insomma,
ne aveva di faccende da sistemare...
«No, la colpa è quasi tutta mia!» diceva Dùneèka,
abbracciando e baciando sua madre. «Io mi son lasciata tentare
dai suoi soldi, ma te lo giuro, fratello mio, non avrei mai potuto
immaginare che fosse un individuo così abbietto. Se l'avessi
osservato meglio prima, a nessun costo mi sarei lasciata
tentare! Ti prego, non farmene una colpa!»
«Dio ce ne ha liberati! Dio ce ne ha liberati!» mormorava
Pulchèrija Aleksàndrovna, ma quasi senza pensare a quel che
diceva, come se non si rendesse ancora ben conto
dell'accaduto.
Tutti erano allegri, e dopo cinque minuti ridevano perfino.
Soltanto Dùneèka, a tratti, impallidiva e si accigliava al ricordo
di quanto era successo. Pulchèrija Aleksàndrovna non avrebbe
mai immaginato di poter esser lieta anche lei: ancora quella
mattina, una rottura con Lùžin le era parsa una tremenda
sciagura. Razumìchin, poi, era al colmo dell'entusiasmo. Non
osava ancora esprimerlo completamente, però tremava tutto,
come se avesse la febbre, e gli sembrava che il suo cuore si
fosse liberato di un greve fardello. Adesso sì che aveva il diritto
di dedicare loro tutta la sua vita, di rendersi utile... Adesso,
potevano accadere tante di quelle cose! Tuttavia, scacciava
dalla mente, quasi con sgomento, altre idee ancora, e aveva una
gran paura della propria immaginazione. Il solo Raskòlnikov se
ne stava seduto allo stesso posto di prima, con aria cupa e
perfino distratta. Lui, che più di tutti aveva insistito perché
Lùžin fosse respinto, ora sembrava interessarsi meno di tutti a
quanto era avvenuto. Dùnja, senza volerlo, pensò ch'egli ce
l'avesse ancora con lei; Pulchèrija Aleksàndrovna lo osservava
timorosa.
«Che cosa ti ha detto Svidrigàjlov?» chiese Dùnja facendoglisi
accanto.
«Ah sì, sì!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
Raskòlnikov sollevò il capo:
«Vuole regalarti a tutti i costi diecimila rubli, e inoltre esprime
il desiderio di rincontrarti una volta in mia presenza.»
«Incontrarla! Per niente al mondo!» gridò
Aleksàndrovna. «E come osa offrirle del denaro?»
Pulchèrija
A questo punto Raskòlnikov riferì (abbastanza concisamente) il
suo colloquio con Svidrigàjlov, tralasciando, per non affrontare
argomenti superflui, le apparizioni di Màrfa Petròvna, dato
anche che provava ripugnanza per qualsiasi discorso che non
fosse strettamente necessario.
«E tu cosa gli hai risposto?» domandò Dùnja.
«Dapprima gli ho detto che non ti avrei riferito nulla. Lui,
allora, ha replicato che ci avrebbe pensato da sé, ricorrendo a
qualsiasi mezzo pur di ottenere un colloquio. Assicura che la
sua passione per te era stata pura follia, e che ormai non prova
nessun sentimento nei tuoi confronti... Non vuole che tu sposi
Lùžin... In generale, parlava in maniera piuttosto confusa.»
«E tu, Ròdja, come te lo spieghi quest'uomo? Come ti è
sembrato?»
«Confesso di capirci poco. Offre diecimila rubli, e poi lui
stesso afferma di non essere ricco. Dice di voler partire non si
sa bene per quale destinazione, e dopo dieci minuti dimentica
di averlo detto. A un tratto dice anche di volersi sposare e di
aver già. pronta una fidanzata... Senz'altro nutre certe
intenzioni e, con ogni probabilità, cattive. D'altra parte, è
difficile supporre che egli si sia messo all'opera in maniera così
balorda, se nutre davvero delle cattive intenzioni nei tuoi
confronti... Naturalmente, ho rifiutato a nome tuo quei soldi, e
una volta per tutte. In generale, mi è sembrato un tipo molto
strano, e perfino... con dei sintomi di pazzia. Ma potrei anche
sbagliarmi; forse si tratta semplicemente di un trucco. Se non
sbaglio, la morte di Màrfa Petròvna lo ha molto turbato...»
«Pace, o Signore, all'anima sua!» esclamò Pulchèrija
Aleksàndrovna. «Sempre, sempre pregherò Dio per lei! Che ne
sarebbe ora di noi, Dùnja, senza questi tremila rubli! Sembrano
caduti dal cielo, santo Dio! Sai, Ròdja, che stamane non c'eran
rimasti che tre rubli, e io e Dùneèka stavamo pensando di
impegnare in qualche modo l'orologio per non chiedere dei
soldi a quel tipo prima che fosse lui ad offrirceli.»
Dùnja sembrava fin troppo impressionata dall'offerta di
Svidrigàjlov. Rimaneva in piedi, assorta in profondi pensieri.
«Vuol fare qualcosa di orrendo!» disse tra sé, con voce molto
sommessa e come con un brivido di paura.
Raskòlnikov s'accorse di quel suo straordinario spavento.
«Credo che sarò costretto a vederlo ancora più d'una volta,»
disse alla sorella.
«Lo sorveglieremo! Ci penserò io a tenerlo d'occhio!»
intervenne energicamente Razumìchin. «Non gli leverò gli
occhi di dosso! Ròdja mi ha autorizzato a farlo. Poco fa mi ha
detto: ‹Proteggi mia sorella.› E voi, Avdòtja Romànovna, me lo
permetterete?»
Dùnja sorrise e gli tese la mano, ma il suo volto continuava a
esprimere una viva preoccupazione. Pulchèrija Aleksàndrovna
le lanciava timide occhiate; era evidente, comunque, che si
sentiva tranquillizzata da quei tremila rubli.
Un quarto d'ora più tardi conversavano tutti animatamente.
Perfino Raskòlnikov, pur non prendendo parte alla
conversazione, ascoltava attentamente. Razumìchin ce la
metteva tutta.
«E perché, poi, dovreste partire?» esclamava nel suo empito
oratorio. «Che cosa farete in quel buco di provincia? Ciò che
conta più di tutto è che qui sarete tutti insieme; e voi avete
bisogno l'uno dell'altro, moltissimo bisogno, cercate di capirmi!
Be', almeno per un po' di tempo... Quanto a me, pigliatemi
come amico, come socio, e vi assicuro che organizzeremo una
magnifica impresa. Ascoltate, vi spiegherò tutto nei minimi
particolari, tutto quanto il progetto! Già stamane, quando
ancora non era successo niente, mi frullava per il capo... Ecco
di che si tratta: io ho uno zio (ve lo farò conoscere: un
vecchietto estremamente trattabile e rispettabile!), il quale
possiede un capitale di mille rubli, riceve una pensione e se la
cava abbastanza bene. È più d'un anno che insiste con me
perché io accetti questi mille rubli e gli corrisponda l'interesse
del sei per cento. Lo so che è un trucco: semplicemente vuole
aiutarmi; ma l'anno scorso non ne avevo bisogno, mentre
quest'anno non aspettavo altro che il suo arrivo, e mi sono
deciso a prenderli. Voi ce ne metterete altri mille, dei vostri
tremila, ed ecco che ce n'è già abbastanza per cominciare,
eccoci già soci. Che cosa faremo? State a sentire.»
A questo punto Razumìchin prese ad esporre il suo progetto;
spiegò a lungo che quasi tutti i nostri librai ed editori
s'intendono ben poco della loro merce e perciò, di solito, sono
cattivi editori, mentre in generale le buone edizioni coprono le
spese e danno un profitto, talvolta anche notevole. Proprio
l'attività editoriale era il sogno di Razumìchin, il quale già da
due anni lavorava per gli altri e conosceva discretamente tre
lingue europee, anche se solo sei giorni prima aveva detto a
Raskòlnikov che il suo tedesco era schwach, allo scopo di
indurlo a prendere per sé metà del lavoro di traduzione e i tre
rubli dell'anticipo; quella volta egli aveva mentito, e anche
Raskòlnikov lo sapeva.
«Perché, perché sprecare una buona occasione, quando
abbiamo in mano una delle carte più importanti, cioè del
denaro nostro?» si accalorava Razumìchin. «Certo, bisogna
lavorare sodo, ma noi lavoreremo; voi, Avdòtja Romànovna, io,
Rodiòn... Oggi certe edizioni danno un ottimo profitto!
L'importante è che noi sapremo cosa bisogna tradurre.
Tradurremo, faremo gli editori, studieremo, e tutto questo
insieme. Io posso essere utile, ormai, perché ho parecchia
esperienza dietro di me. Sono quasi due anni che giro per le
case editrici, e ne conosco tutti i retroscena: potete credermi,
non occorre esser dei geni per farlo! Perché, perché lasciarci
scappare la buona fortuna? Io stesso conosco, e le tengo in
caldo, due o tre opere che varrebbero, per la sola idea di
tradurle e di pubblicarle, cento rubli al volume; ma io, per una
di esse, non mi accontenterei - dico per la sola idea - nemmeno
di cinquecento rubli. Ma cosa credete?... Se ne parlassi,
sarebbero ancora capaci di aver dei dubbi, tanto sono zucconi!
Riguardo poi, a tutte le faccende puramente pratiche - le
tipografie, la carta, la vendita - a quelle ci penso io! Conosco
tutti i trucchetti! Cominceremo poco per volta, poi arriveremo a
far le cose in grande e ne ricaveremo quanto meno di che
nutrirci; in ogni caso, ci riprenderemo i nostri soldi.»
A Dùnja luccicavano gli occhi.
«Il vostro progetto mi piace molto, Dmìtrij Prokòfiè,» disse.
«Io, naturalmente, non ci capisco un'acca,» interloquì
Pulchèrija Aleksàndrovna. «Forse sarà una cosa buona, ma per
me, lo sa soltanto Iddio. È una novità, non ne sappiamo niente.
Certo è che dovremo restar qui almeno per un po' di tempo...»
E Pulchèrija Aleksàndrovna guardò Ròdja.
«Tu che ne pensi, fratello?» chiese Dùnja.
«Penso che la sua idea è molto buona,» rispose Raskòlnikov.
«Naturalmente, non è il caso di pensare subito a una casa
editrice, ma cinque o sei libri si possono senz'altro pubblicare
con indubbio successo. Conosco anch'io un'opera che andrebbe
a colpo sicuro. Quanto poi alla sua capacità di condurre l'affare,
su questo non c'è alcun dubbio: conosce il mestiere... Del resto,
avrete ancora tempo di accordarvi...»
«Urrà!» gridò Razumìchin. «E ora dovete sapere che qui in
questa stessa casa, e dagli stessi padroni, c'è un altro alloggio; è
a parte, indipendente, non comunica con queste camere, è
mobiliato e il prezzo è modico; sono tre stanzette. Prendetelo,
almeno per i primi tempi. Domani andrò io a impegnarvi
l'orologio e vi porterò i soldi, e in seguito tutto si sistemerà.
L'importante è che potrete abitare tutti e tre insieme, Ròdja con
voi due... Ma tu, Ròdja, dove stai andando?»
«Come, Ròdja, te ne vai già?» domandò Pulchèrija
Aleksàndrovna, addirittura sbigottita.
«In un momento simile!» gridò Razumìchin.
Dùnja guardava il fratello con incredula meraviglia. Egli aveva
il berretto fra le mani; si preparava ad uscire.
«Sembra proprio che mi stiate seppellendo o che mi diciate
addio per sempre,» disse Raskòlnikov in tono piuttosto strano.
Parve sorridere, ma non era nemmeno un sorriso.
«Chissà, forse è davvero l'ultima volta che ci vediamo,» si
lasciò sfuggire.
L'aveva pensato, e gli era sfuggito di bocca ad alta voce. «Ma
insomma, che hai?» esclamò la madre.
«Dove vai, Ròdja?» gli domandò Dùnja con un'intonazione
particolare.
«Devo proprio andare,» rispose lui in tono incerto, quasi
esitasse a dire ciò che voleva. Ma sul suo volto pallido si
leggeva una specie di brusca decisione.
«Pensavo... mentre venivo qui... volevo dirvi, mamma... e
anche a te, Dùnja... che è meglio separarci per qualche tempo.
Io non mi sento troppo bene, non sono tranquillo... Verrò più
tardi, verrò io stesso, quando... quando sarà possibile.
Io vi ricordo e vi voglio bene... Lasciatemi! Lasciatemi solo!
Avevo deciso così già prima... Lo avevo deciso
definitivamente... Qualunque cosa mi accada, che io mi perda o
no, voglio essere solo. Dimenticatemi completamente. È
meglio così... Non cercate di avere mie notizie. Quando sarà il
caso, verrò io stesso e... oppure vi chiamerò. Forse, tutto si
sistemerà!... Ma adesso, adesso che mi volete bene, rinunciate a
me... Altrimenti vi odierò, lo sento... Addio!»
«O Signore!» esclamò Pulchèrija Aleksàndrovna.
Madre e sorella erano spaventate a morte; e anche Razumìchin
«Ròdja, Ròdja! Fa' la pace con noi, torniamo ad essere come
prima!» esclamò la povera madre.
Egli si girò lentamente verso la porta e lentamente si
incamminò per uscire dalla stanza. Dùnja lo raggiunse.
«Fratello! Ti rendi conto del male che fai alla mamma?»
mormorò mentre i suoi occhi ardevano di sdegno.
Egli le rivolse uno sguardo greve.
«Non è nulla, verrò, verrò spesso a trovarvi!» mormorò, come
non rendendosi ben conto lui stesso di ciò che intendeva dire, e
uscì dalla stanza.
«Insensibile, perfido egoista!» gridò Dùnja.
«È pa-a-zzo, non insensibile! È un folle! Come fate a non
vederlo? Insensibile siete voi, allora!» le sussurrò Razumìchin
proprio all'orecchio, serrandole con forza la mano.
«Torno subito!» gridò, rivolgendosi alla tramortita Pulchèrija
Aleksàndrovna, e fuggì via dalla stanza.
Raskòlnikov lo aspettava in fondo al corridoio.
«Lo sapevo che saresti corso fuori,» disse. «Torna indietro,
rimani con loro... E anche domani sta' con loro... e sempre. Io...
forse verrò... se sarà possibile. Addio!»
E si allontanò senza tendergli la mano.
«Ma dove vai? Che hai? Che ti prende? E mai possibile fare
così?...» mormorava Razumìchin completamente smarrito.
Raskòlnikov si fermò di nuovo.
«Una volta per sempre: non chiedermi mai nulla. Non ho nulla
da risponderti... Non venire da me. Forse, sarò io a venire...
Lasciami, ma loro... non lasciarle. Capisci?»
Il corridoio era buio, ma essi stavano presso una lampada, e per
un minuto si fissarono in silenzio. Razumìchin avrebbe
ricordato quel minuto per tutta la vita. Lo sguardo ardente e
fisso di Raskòlnikov sembrava farsi sempre più intenso, gli
penetrava nell'anima, nella coscienza. A un tratto Razumìchin
trasalì. Era come se qualcosa di strano fosse passato fra loro...
Un'idea era balenata, come un'allusione; qualcosa di orrendo,
di mostruoso, compreso a un tratto da entrambi... Razumìchin
si fece pallido come un morto.
«Capisci, adesso?...» disse improvvisamente Raskòlnikov, con
il volto dolorosamente contratto. «Torna indietro, va' da loro,»
aggiunse, e voltatosi rapidamente si avviò per uscire dalla casa.
Non starò ora a descrivere che cosa accadde quella sera da
Pulchèrija Aleksàndrovna: come Razumìchin tornò da loro,
come cercò di calmarle giurando e spergiurando che Ròdja era
malato e che bisognava lasciarlo riposare, come giurò che
Ròdja sarebbe senza alcun dubbio tornato e sarebbe venuto
ogni giorno da loro, che la sua salute era molto ma molto
scossa, che non bisognava irritarlo; che lui, Razumìchin, lo
avrebbe sorvegliato, gli avrebbe trovato un buon medico, il
migliore di tutti, un intero collegio di medici... In una parola, a
partire da quella sera, Razumìchin divenne per loro un figlio e
un fratello.
4
Quanto a Raskòlnikov, andò difilato alla casa sul canale, dove
abitava Sònja. Era un vecchio edificio verde a tre piani. Dopo
averlo cercato a lungo, trovò finalmente il portinaio, ed ebbe da
lui qualche vaga indicazione su dove abitava il sarto
Kapernàumov. Scovato, in un angolo del cortile, l'ingresso di
una scala stretta e buia, salì infine al secondo piano, e uscì sul
ballatoio che dava, tutt'intorno, sopra il cortile. Mentre vagava
nel buio, senza sapere quale fosse l'alloggio di Kapernàumov,
improvvisamente, a tre passi da lui, si aprì una porta; egli
l'afferrò macchinalmente.
«Chi è?» domandò, inquieta, una voce di donna.
«Sono io... sono venuto a trovarvi,» rispose Raskòlnikov, ed
entrò in una minuscola anticamera. Qui, sopra una sedia
sfondata, in un candelabro di bronzo tutto storto, c'era una
candela.
«Voi!... Oh Dio!» esclamò Sònja con voce fievole, e rimase
come impietrita.
«Da che parte si passa? Di qui?»
E Raskòlnikov, cercando di non guardarla, s'affrettò a entrare
nella stanza.
Di lì a poco entrò anche Sònja con la candela, e dopo averla
posata rimase dinanzi a lui, terribilmente emozionata e
sgomenta e visibilmente impaurita da quella visita inattesa. Il
suo viso pallido avvampò, e le vennero perfino le lacrime agli
occhi... Provava un senso di nausea, di vergogna e di dolcezza
insieme... Raskòlnikov distolse rapidamente lo sguardo e si
mise a sedere su una seggiola accanto alla tavola. Con un solo
sguardo di sfuggita, poté abbracciare la stanza.
Era grande, ma molto bassa; era l'unica che i Kapernàumov
affittassero, ed era divisa dal loro alloggio da una porta, sempre
chiusa, nella parete di sinistra. Dal lato opposto, nella parete di
destra, c'era un'altra porta, anch'essa sempre chiusa
ermeticamente. Da lì cominciava un altro appartamento, quello
dei vicini, che aveva un altro numero. La stanza di Sònja
sembrava un po' una rimessa, e aveva la forma di un
quadrilatero irregolare, ciò che le conferiva qualcosa di
mostruoso. Una parete con tre finestre, che davano sul canale,
delimitava la stanza piuttosto di sghembo, cosicché l'angolo,
estremamente acuto, sembrava fuggire verso il fondo: a quella
luce fioca, non si riusciva nemmeno a vederlo bene; l'altro
angolo, invece, era esageratamente ottuso. In tutta quella stanza
così grande non c'erano quasi mobili. In un angolo, a destra, si
trovava il letto; accanto ad esso, più vicino alla porta, una
sedia. Lungo la stessa parete del letto, proprio di fianco
all'uscio dell'altro appartamento, c'era una semplice tavola fatta
di assi, coperta da una tovaglia celestina; vicino alla tavola, due
sedie di vimini. Sulla parete opposta, infine, verso l'angolo
acuto, c'era un piccolo cassettone di legno grezzo, che
sembrava perduto nel vuoto. E questa era tutta la mobilia della
stanza. La tappezzeria giallastra, sudicia e logora, era annerita
in tutti gli angoli; doveva esserci parecchia umidità, a volte, e,
d'inverno, anche puzzo di fumo. Tutto sapeva di miseria;
perfino il letto era privo di cortine.
Sònja guardava in silenzio l'ospite, che stava osservando la sua
stanza così attentamente e senza cerimonie, e alla fine
cominciò perfino a tremare dalla paura, come se si trovasse
davanti a un giudice, davanti all'arbitro della sua sorte.
«Sono venuto tardi... Sono già le undici, vero?» egli domandò,
ancora senza guardarla.
«Sì,» mormorò lei. «Ma sì, certo!» aggiunse di colpo, come se
questa fosse per lei la vera via d'uscita. «Poco fa, l'orologio dei
padroni ha battuto le ore... l'ho sentito anch'io... Sono le
undici.»
«Son venuto da voi per l'ultima volta,» seguitò Raskòlnikov in
tono cupo, benché quella fosse la prima volta che veniva,
«probabilmente non vi rivedrò più...»
«Voi... partite?»
«Non lo so... domani, ogni cosa sarà...»
«Ma allora, domani non verrete da Katerìna Ivànovna?» e la
voce di Sònja tremò.
«Non so. Domattina, tutto sarà... Ma non è questo l'importante:
sono venuto per dirvi qualcosa...»
Levò su di lei il suo sguardo pensoso, e all'improvviso
s'accorse che lui era seduto, mentre lei continuava a stargli
davanti in piedi.
«Che fate, lì in piedi? Sedetevi,» mormorò con voce
improvvisamente mutata, sommessa e carezzevole.
Sònja sedette. Lui la guardò per qualche istante con aria
cordiale, e quasi con compassione.
«Come siete magrolina! Che mani sottili avete! Proprio
trasparenti. Le dita sembrano quelle d'una morta.»
Le prese una mano. Sònja ebbe un debole sorriso.
«Sono sempre stata così,» disse.
«Anche quando abitavate in casa vostra?»
«Sì.»
«Ma sì, naturalmente!» disse lui brusco, e l'espressione del suo
volto e il suono della sua voce cambiarono di nuovo. Si guardò
ancora una volta intorno.
«È Kapernàumov che vi affitta la stanza?»
«Sì-ì...»
«Loro abitano di là, oltre la porta?»
«Sì... Hanno anche loro una camera come questa.»
«Tutti in una camera sola?»
«Sì, in una sola.»
«Io, nella vostra camera di notte avrei paura,» egli osservò in
tono tetro.
«I padroni sono molto buoni, molto affettuosi,» rispose Sònja,
che ancora non s'era riavuta del tutto e non riusciva a
raccapezzarsi, «tutti i mobili, e tutto quanto qui, è dei padroni.
Sono gente molto buona, e anche i bambini vengono spesso da
me...»
«Sono balbuzienti, vero?»
«Sì-i... Lui tartaglia ed è anche zoppo. E anche la moglie... Non
è che sia proprio balbuziente, ma non pronuncia le parole sino
in fondo. Lei è buona, molto. Lui è un ex servo della gleba, e i
bambini sono sette... soltanto il maggiore tartaglia, mentre gli
altri sono semplicemente malati... ma non balbuzienti... Ma voi
come fate a sapere di loro?» aggiunse con una certa meraviglia.
«È stato vostro padre a raccontarmi tutto, quella volta. Mi
raccontò tutto di voi... Anche di come, una volta, siete uscita di
casa alle sei e siete tornata dopo le otto, e di come Katerìna
Ivànovna stava inginocchiata presso il vostro letto.»
Sònja si turbò.
«Oggi mi è parso di vederlo,» mormorò, titubante.
«Chi?»
«Mio padre. Camminavo per la strada, lì all'angolo, dopo le
nove, e mi è sembrato di vederlo camminare davanti a me.
Pareva proprio lui. Volevo andare da Katerìna Ivànovna...»
«Stavate passeggiando?»
«Sì,» rispose Sònja in un sussurro rapido, turbandosi di nuovo
e chinando gli occhi.
«Katerìna Ivànovna vi batteva, o ci mancava poco che lo
facesse, non è vero, quando abitavate con vostro padre?»
«Ah, no, ma che dite mai?... No!» e Sònja lo guardò addirittura
con un certo spavento.
«Allora, le volete bene?»
«A lei?... Co-o-me, come no!» disse Sònja strascicando
lamentosamente le parole, e all'improvviso incrociò le braccia
in un gesto di sofferenza. «Ah! Voi non la... Se soltanto
sapeste... Lei è come una bambina... Ha la mente sconvolta..
per il dolore. E com'era intelligente prima... generosa... buona!
Voi non sapete nulla, nulla... Ah!»
Sònja disse ciò con un'espressione disperata, agitandosi,
soffrendo, torcendosi le mani. Le sue guance pallide si accesero
di nuovo; negli occhi le si leggeva la sofferenza. Si vedeva che
le si eran rimescolate dentro tante, ma tante cose, e che aveva
un gran desiderio di esprimerle, di dire qualcosa, di difendere
Katerìna Ivànovna. Una specie di pietà insaziabile, se così si
può dire, si dipinse d'un tratto in tutto il suo volto.
«Mi picchiava? Ma che avete mai detto! Oh, Signore!
picchiarmi!... E anche se mi avesse picchiata? E con questo... ?
Voi non sapete niente, niente... È una donna così infelice, così
disgraziata! Ed è malata... Lei cerca un po' di giustizia.. È
un'anima pura. Lei crede così tanto che ci debba essere
giustizia in tutte le cose, e la pretende... E anche se la
torturaste, non farebbe mai una cosa ingiusta. Non capisce che
non è possibile che la gente sia sempre giusta, e così si irrita...
È come una bambina, come una bambina! È una donna giusta!
giusta!»
«E di voi che ne sarà?»
Sònja lo guardò con aria interrogativa.
«Siete voi che dovete mantenerli. È vero che anche prima era
tutto sulle vostre spalle, e che il defunto veniva a chiedervi
soldi per andarseli a bere... Ma adesso cosa accadrà?»
«Non lo so,» rispose tristemente Sònja.
«Rimangono lì?»
«Non lo so, sono in arretrato con la pigione e la padrona pare
che li voglia sfrattare; inoltre, Katerìna Ivànovna dice che lei
stessa non rimarrà lì un minuto di più.»
«E da dove le viene tanto coraggio? Spera forse in voi?»
«Ah, non parlate così!... Noi viviamo insieme, uniti.» Sònja si
inquietò di nuovo e perfino si irritò, facendo pensare così a un
canarino infuriato o a un altro minuscolo uccello. «E come
dovrebbe fare? Ditemi, come?...»
domandava, accalorandosi ed agitandosi. «E quanto, quanto ha
pianto oggi! Le si confondono le idee, non l'avete notato? Sì, le
si confondono: ora si preoccupa come una bambina perché
domani tutto sia come si deve, perché ci siano gli antipasti e il
resto... ora si torce le mani, sputa sangue, piange, e a un tratto,
dalla disperazione, si mette a picchiare la testa contro il muro.
Poi si calma di nuovo: spera tanto in voi; dice che voi, adesso,
siete il suo sostegno, che lei prenderà un po' di denaro a
prestito, tornerà nella sua città con me, aprirà un convitto per
ragazze dell'aristocrazia e mi prenderà come ispettrice, e che
per noi comincerà una vita completamente nuova, magnifica; e
mi bacia e mi abbraccia, mi fa coraggio, e come ci crede!...
Come crede, voglio dire, a tutte queste fantasie! È mai
possibile contraddirla? Oggi è tutto il giorno che lava, pulisce,
rammenda; lei stessa, con le sue poche forze, ha trascinato
dentro la stanza il mastello, e così le è venuto l'affanno e ha
dovuto stendersi sul letto; e stamattina siamo andate insieme al
mercato, a comprare delle scarpette per Pòleèka e Lèna, perché
le loro erano tutte in pezzi però, i soldi non ci sono bastati, non
avevamo fatto bene i conti, ne mancavano moltissimi, e lei
aveva scelto delle scarpette così graziose, perché voi non lo
sapete, ma ha molto buon gusto... E allora è scoppiata a
piangere, lì nella bottega, davanti ai venditori, perché non
bastavano i soldi... Che pena faceva a guardarla...»
«E adesso, dunque, si capisce benissimo perché voi... facciate
questa vita,» disse Raskòlnikov con un sorriso amaro.
«E a voi non fa pena, forse? Non vi fa pena?» lo investì di
nuovo Sònja. «Voi, lo so, le avete dato i vostri ultimi soldi,
senza aver visto niente. Ma se aveste visto tutto, oh, Signore
Iddio! E quante, quante volte io l'ho fatta piangere!
Ancora la settimana scorsa! Oh, io...! Solo una settimana prima
che morisse il babbo. Sono stata crudele! E quante, quante
volte l'ho fatto! Ah, come ho sofferto tutto il giorno, oggi,
ripensandoci!»
Per il dolore di quel ricordo, Sònja si torceva perfino le mani.
«Crudele voi?»
«Sì, io, io! Ero andata da loro, quel giorno,» proseguì
piangendo, «e mio padre, buonanima, ecco che mi dice:
‹Leggimi,› dice, ‹Sònja, perché io ho mal di testa, leggimi un
po'... questo libriccino.› Aveva non so che libriccino, che s'era
fatto dare da Andrèj Semënyè, cioè da Lebezjàtnikov, che abita
accanto, e che ha sempre certi libretti tanto buffi. E io dico: ‹È
ora che me ne vada,› e non volli leggere; ero passata da loro
soprattutto per far vedere dei collettini a Katerìna Ivànovna;
Lizavèta, la rivenditrice, mi aveva portato dei collettini e dei
polsini che dava via per poco, graziosi, nuovi di zecca e
ricamati. A Katerìna Ivànovna piacquero molto, se li mise e si
guardò nello specchio e le piacevano tanto, ma tanto.
‹Regalameli, Sònja, per favore,› mi disse. Per favore, mi disse,
tanto li desiderava. Quando li avrebbe messi, poi? Era solo per
ricordo dei bei tempi passati! Si guarda allo specchio, si
ammira, e notate che non ha nessun vestito, non ha niente, già
da tanti anni! E non chiederebbe mai niente a nessuno, è
orgogliosa, piuttosto darebbe via le sue ultime cose; e invece
quella volta me li chiese, tanto le piacevano! Ma a me
dispiaceva. darglieli. ‹Che ve ne fate,› ho detto, ‹Katerìna
Ivànovna?› Proprio così ho detto: ‹che ve ne fate?› Ah, davvero
non avrei dovuto parlarle così! Mi guardò in un certo modo, e
restò così male perché le avevo detto di no, che guardarla
faceva una pena... E non era per i collettini che le dispiaceva,
ma per il mio rifiuto, lo vedevo bene. Ah, adesso vorrei
rimangiarmi tutto, cambiare tutto, tutte quelle parole... Oh,
io!... Ma che dico?... A voi, tanto, che importa di tutto questo?»
«Quella Lizavèta, la rivenditrice, la conoscevate?»
«Sì... La conoscevate anche voi?» domandò a sua volta Sònja
con una certa sorpresa.
«Katerìna Ivànovna ha la tubercolosi, del tipo galoppante;
presto morirà,» disse Raskòlnikov dopo un silenzio, senza
rispondere alla domanda.
«Oh, no, no, no!» e Sònja con un gesto incosciente gli afferrò
ambe le mani, come supplicandolo perché questo non
accadesse.
«Ma se muore è meglio...»
«No, non sarà meglio, niente affatto meglio!» ripeteva lei,
spaventata e senza sapere bene quel che diceva.
«E i bambini? Dove potranno stare, se non con voi?»
«Oh, davvero non so!» esclamò Sònja in tono quasi disperato, e
si strinse la testa fra le mani. Si vedeva che quell'idea le era già
passata per la mente molte, molte volte, ed egli non aveva fatto
altro che risvegliarla.
«E se adesso, mentre c'è ancora Katerìna Ivànovna, vi
ammalerete e vi porteranno all'ospedale, che cosa accadrà?»
insisteva lui, senza pietà.
«Ah, ma che dite, che dite? No, non può essere!» E sul volto di
Sònja apparve una smorfia di atroce spavento.
«Come, non può essere?» proseguì Raskòlnikov con un freddo
sorriso. «Non siete mica assicurata contro queste cose... Che ne
sarà di loro? Finiranno tutti sulla strada, lei tossirà e chiederà
l'elemosina, e picchierà la testa contro qualche muro, come
oggi, e i bambini piangeranno... E poi cadrà a terra, la
porteranno al commissariato, all'ospedale, morirà, e i
bambini...»
«Oh, no!... Dio non lo permetterà!» sbottò finalmente Sònja.
Lo ascoltava, con un'espressione supplichevole e con le mani
giunte in una muta preghiera, come se tutto dipendesse da lui.
Raskòlnikov si alzò e cominciò ad andare su e giù per la
stanza. Passò circa un minuto. Sònja stava in piedi, a capo
chino e con le braccia abbandonate, in preda a una terribile
angoscia.
«E non potreste risparmiare? Mettere da parte qualcosa per i
momenti duri?» domandò lui, fermandosi di colpo dinanzi a
lei.
«No,» mormoro Sònja.
«Me l'aspettavo! Ma ci avete provato?» aggiunse lui, quasi in
tono di scherno.
«Sì, ci ho provato.»
«E avete fatto fiasco! Ma già, si capisce! Non val nemmeno la
pena di domandare!»
E tornò a camminare su e giù per la stanza. Passò un altro
minuto.
«Non guadagnate tutti i giorni?»
Sònja si turbò più di prima, e il suo volto si coprì nuovamente
di rossore.
«No,» bisbigliò con uno sforzo penoso.
«E Pòleèka, certamente, farà la stessa fine,» diss'egli tutto a un
tratto.
«No! No! Non può essere, no!» e Sònja lanciò un grido
disperato, come se l'avessero pugnalata. «Dio, Dio non
permetterà un orrore simile!...»
«Ne permette tanti altri.»
«No, no! Dio la proteggerà, Dio!...» ripeteva lei, fuori di se.
«Ma forse Dio non esiste affatto,» ribatté Raskòlnikov con una
specie di gioia maligna, dopo di che si mise a ridere e la
guardò.
Il viso di Sònja si alterò spaventosamente, percorso da un
tremito convulso. Gli gettò uno sguardo di indicibile
rimprovero, voleva dire qualcosa ma non poté, e all'improvviso
scoppiò in amari singhiozzi, coprendosi il viso con le mani.
«Voi dite che a Katerìna Ivànovna si confondono le idee, ma
anche voi avete la mente sconvolta,» diss'egli dopo qualche
istante di silenzio.
Trascorsero cinque minuti. Raskòlnikov camminava sempre su
e giù per la stanza, tacendo e senza guardarla. Finalmente le si
avvicinò; gli lampeggiavano gli occhi. La prese per le spalle
con tutt'e due le mani e fissò il suo volto lacrimoso. Era uno
sguardo arido, infiammato, pungente; e gli tremavano forte le
labbra... A un tratto si chinò rapidamente e, inginocchiatosi a
terra, le baciò il piede. Sònja arretrò vacillando, scostandosi da
lui come da un pazzo. In effetti, aveva l'aria di un pazzo.
«Che fate, che fate? Davanti a me!» mormorò Sònja tutta
pallida, sentendo una fitta dolorosa al cuore. Egli si rialzò
subito.
«Non è davanti a te che mi sono inginocchiato, ma a tutta la
sofferenza umana,» disse con voce strana, e si accostò alla
finestra. «Ascolta,» aggiunse, ritornandole vicino dopo un
minuto, «poco fa ho detto, a un tale che mi ha offeso, che egli
non valeva il tuo dito mignolo... e che oggi avevo fatto a mia
sorella l'onore di metterla a sedere accanto a te.»
«Ah, che cosa gli avete mai detto! E davanti a lei?» esclamò
Sònja spaventata. «Sedere accanto a me! Un onore! Ma se io...
sono una disonorata, una grande, grandissima peccatrice!
Come avete potuto dire una cosa simile!»
«Non è per il tuo disonore e per il tuo peccato che gli ho detto
questo di te, ma per la tua grande sofferenza. Che tu poi sia una
grande peccatrice, è vero,» aggiunse con un tono quasi esaltato,
«e sei una peccatrice soprattutto perché hai ucciso e venduto te
stessa inutilmente. Certo, è un orrore! Certo che è un orrore
vivere, come fai tu, in questo fango che odii, e sapendo tu
stessa (basta solo aprire gli occhi)... che con questo non aiuti
nessuno, non salvi nessuno da niente! Ma dimmi, insomma,»
esclamò, ormai quasi completamente fuori di sé, «come mai
tanta vergogna e tanta bassezza possono trovare posto, in te,
accanto ad altri sentimenti così diversi e sacri? Sarebbe più
giusto, mille, mille volte più giusto e più ragionevole, che tu ti
gettassi a capofitto nell'acqua e la facessi finita una volta per
sempre!»
«E che ne sarebbe di loro?» domandò Sònja con un filo di
voce, fissandolo con uno sguardo pieno di sofferenza ma, nello
stesso tempo, senza mostrare la minima meraviglia per la sua
proposta. Raskòlnikov la guardò in un modo strano.
In quel solo sguardo aveva letto tutto. Anche lei, dunque, ci
aveva già pensato. Nella sua disperazione aveva già pensato, e
forse molte volte e seriamente, a come farla finita una volta per
sempre; tanto seriamente che ora non si dimostrava quasi
sorpresa del suo consiglio. Non aveva notato nemmeno la
durezza delle sue parole (così come, naturalmente, non aveva
capito il significato dei suoi rimproveri) e nemmeno quel suo
modo particolare di considerare la sua condizione ignominiosa.
Ma egli aveva capito benissimo fino a qual punto di inumano
dolore l'avesse straziata, e già da un pezzo, il pensiero della sua
condizione disonorante e vergognosa. Che cosa, che cosa
dunque, egli pensò, aveva potuto trattenerla fino a quel
momento dalla decisione di farla finita una volta per sempre? E
solo allora capì fino in fondo che cosa significassero per lei
quei poveri, piccoli orfanelli, e quella misera semifolle di
Katerìna Ivànovna, con la sua tubercolosi e il suo picchiar la
testa contro il muro.
Capiva anche benissimo, d'altra parte, che Sònja, con il suo
carattere e con quel tanto di istruzione che aveva ricevuto, non
poteva rimanere così in nessun caso. Eppure, non riusciva a
spiegarselo: come aveva potuto rimanere tanto a lungo in
quella condizione senza impazzire, visto che non aveva la forza
di buttarsi nell'acqua? Certo, egli capiva che la condizione di
Sònja era un fenomeno socialmente casuale, benché, purtroppo,
tutt'altro che isolato o eccezionale. Ma quello stesso carattere di
casualità, vale a dire quel tanto di istruzione e tutta la sua vita
precedente, avrebbero dovuto ucciderla subito, fin dal suo
primo passo su quella strada ripugnante. Cosa mai l'aveva
sorretta, dunque? La depravazione?
Era evidente che tanta ignominia l'aveva sfiorata solo
meccanicamente; nemmeno una goccia di vera depravazione
era ancora penetrata nel suo cuore: egli lo vedeva; Sònja era lì,
davanti ai suoi occhi...
«Ci sono tre strade davanti a lei,» egli pensava. «Gettarsi nel
canale, finire al manicomio o... o, infine, darsi al vizio, che
stordisce la mente e impietrisce il cuore.» Quest'ultima idea gli
ripugnava più d'ogni altra; ma era uno scettico, ed era giovane,
incline alle astrazioni e quindi crudele, e perciò non poteva non
credere che l'ultima via d'uscita, cioè il vizio, fosse la più
probabile.
«Ma possibile che questa sia la verità?» si chiese dentro di sé.
«Possibile che questa creatura, ancora pura di cuore, sprofondi
coscientemente in quella lurida e fetida fossa? Possibile che
abbia già cominciato a lasciarsi assorbire, possibile che finora
abbia potuto sopportare tutto, al punto che già il vizio non le
sembra più così ripugnante? No, no, non può essere!» diceva a
se stesso, ripetendo le parole usate poco prima da Sònja. «No,
dal canale, sino a questo momento, l'ha tenuta lontana il
pensiero di commettere un peccato, e loro, quelli là... Se non è
ancora impazzita, poi... e chi può dire che non sia già
impazzita? È proprio sana di mente? È forse possibile parlare
come parla lei? Si può forse ragionare a mente sana come
ragiona lei? Si può forse starsene sull'orlo della propria rovina,
di quella fetida fossa che la sta già chiamando a sé, e
schermirsi con le mani e tapparsi le orecchie quando le si parla
del pericolo? Spera forse in un miracolo? Dev'essere senz'altro
così. E non sono forse, tutti questi, altrettanti sintomi di
pazzia?»
Si fissò tenacemente su quest'idea. Anzi, come spiegazione gli
piaceva più d'ogni altra. Cominciò a osservare Sònja più
attentamente.
«Allora, Sònja, tu preghi molto Dio?» le domandò.
Sònja taceva; lui stava in piedi accanto a lei e aspettava la
risposta.
«Che cosa sarei mai senza Dio?» mormorò lei in tono energico
e concitato, guardandolo con occhi sfavillanti e serrandogli
forte la mano nella sua.
«Proprio come pensavo!» gli passò per la mente.
«E Dio cosa fa per te?» le domandò, continuando il suo
interrogatorio.
Sònja tacque a lungo, come se non potesse rispondere. Il suo
debole petto era tutto scosso dall'emozione.
«Tacete! Non fatemi domande! Voi non ne siete degno!...»
esclamò a un tratto, guardandolo severamente, tutta indignata.
«È proprio così! È proprio così!» ripeteva lui insistentemente
dentro di sé.
«Egli fa tutto!» sussurrò lei concitatamente, abbassando di
nuovo gli occhi.
«Eccola, la via d'uscita! Ed ecco la spiegazione!» concluse
Raskòlnikov in cuor suo, osservandola con avida curiosità.
Con una sensazione nuova, strana, quasi morbosa, egli scrutava
quel visino pallido, magro, irregolare e angoloso, quei miti
occhi celesti, capaci di ardere con tanto fuoco e di esprimere
tanto austero, energico sentimento, quel corpo minuto ancora
tremante di sdegno e ira, e tutto ciò gli sembrava sempre più
strano, quasi impossibile. «Una fanatica! Una fanatica!»
ripeteva fra sé.
Sul cassettone era posato un libro. Varie volte, andando su e giù
per la stanza, lo aveva notato; ma ora lo prese e lo guardò. Era
il Nuovo Testamento tradotto in russo. Era un vecchio libro
comprato d'occasione, rilegato in cuoio.
«Questo da dove viene?» le chiese alzando la voce dal fondo
della stanza. Lei stava sempre in piedi allo stesso posto, a tre
passi dalla tavola.
«Me l'hanno portato,» rispose, quasi contro voglia e senza
guardarlo.
«Chi te l'ha portato?»
«Me l'ha portato Lizavèta, gliel'avevo chiesto io.»
«Lizavèta! Strano!» pensò lui. Tutto, in Sònja, gli pareva più
strano e sorprendente di minuto in minuto. Avvicinò il libro alla
candela e prese a sfogliarlo.
«Dov'è che si parla di Lazzaro?» domandò a un tratto.
Sònja guardava ostinatamente a terra e non rispondeva. Stava
un po' discosta dalla tavola.
«Dov'è che si parla della resurrezione di Lazzaro? Trovamelo,
Sònja.»
Lei lo guardò con la coda dell'occhio.
«Non è lì che dovete cercare... è nel quarto Vangelo...»
mormorò in tono severo, senza avvicinarglisi.
«Trova il punto e leggimelo,» disse Raskòlnikov. Poi, si
sedette, mise i gomiti sulla tavola, sostenendosi il capo con una
mano, e guardò con aria cupa, pronto ad ascoltare.
«Fra tre settimane circa al settimo chilometro! A quanto pare ci
sarò anch'io, se non mi accade ancora di peggio,» borbottava
tra sé.
Sònja s'avvicinò con fare indeciso alla tavola, dopo aver
ascoltato con diffidenza lo strano desiderio di Raskòlnikov.
Comunque, prese in mano il libro.
«Non l'avete mai letto, forse?» gli domandò, dopo averlo
guardato di sottecchi dall'altra parte della tavola. La sua voce
diveniva sempre più severa.
«Tanto tempo fa... quando studiavo. Leggi!»
«E in chiesa non l'avete sentito?»
«No, io... non ci andavo. E tu ci vai spesso?»
«N-no,» mormorò Sònja.
Raskòlnikov ebbe un sorriso ironico.
«Capisco... e domani, quindi, non andrai ai funerali di tuo
padre?»
«Ci andrò sì. Sono stata in chiesa anche la settimana scorsa...
ho fatto dire una messa funebre.»
«Per chi?»
«Per Lizavèta. L'hanno uccisa con una scure.»
I nervi di Raskòlnikov erano sempre più tesi. Cominciava a
girargli la testa.
«Eri amica di Lizavèta?»
«Sì... Era una donna giusta... Veniva da me di rado... non
poteva. Leggevamo insieme e... parlavamo. Ora è al cospetto di
Dio.»
Quelle parole libresche suonarono strane all'orecchio di
Raskòlnikov; e c'era un'altra novità, in questo: quei misteriosi
convegni con Lizavèta; e tutte e due erano delle fanatiche, delle
ossesse.
«Qui diventerò un ossesso anch'io! È contagioso!» pensò.
«Leggi!» esclamò in tono insistente e irritato.
Sònja esitava ancora. Le batteva il cuore. Chissà perché, non
osava mettersi a leggere per lui, mentre egli fissava in modo
quasi tormentoso quella «povera pazza».
«Che bisogno ne avete? Tanto, non siete credente...» sussurrò
lei piano e quasi ansimando.
«Leggi! Voglio così!» insisté lui. «Non leggevi a Lizavèta,
forse?»
Sònja aprì il libro e cercò il brano. Le tremavano le mani, le
mancava la voce. Due volte cominciò, ma non riuscì a
spiccicare la prima sillaba.
«Ora vi era un certo Lazzaro, di Betania, infermo...» pronunciò
alla fine con uno sforzo, ma alla terza parola la sua voce si
incrinò e si ruppe come una corda troppo tesa. Le mancò il
respiro e si sentì opprimere il petto.
Raskòlnikov capiva, in parte, perché Sònja non si decideva a
leggere; ma quanto più lo capiva, tanto più insisteva, in tono
duro e iroso, che lei leggesse. Capiva quanto le fosse penoso, in
quel momento, scoprire e svelare tutto ciò che era più suo.
Capiva che era come se quei sentimenti costituissero, in realtà,
il suo più vero e antico segreto, tale forse fin dall'adolescenza,
quando viveva ancora in famiglia, insieme al padre disgraziato
e alla matrigna impazzita dal dolore, in mezzo a quei bambini
affamati, agli urli e ai rimproveri. Ma nello stesso tempo,
ormai, sapeva, e lo sapeva con certezza, che anche se lei era
profondamente triste e aveva, nel mettersi a leggere, una
terribile paura di qualcosa, nonostante tutta l'angoscia e tutti i
timori provava un desiderio tormentoso di leggere, e proprio a
lui, affinché egli udisse, e proprio in quel momento - «
qualunque cosa dovesse accadere in seguito!»... Glielo lesse
negli occhi, lo capì dalla sua esaltazione... Sònja si fece forza,
represse lo spasimo che le aveva troncato la voce in gola
all'inizio del versetto, e proseguì la lettura dell'undicesimo
capitolo del Vangelo di San Giovanni. Lesse, così, sino al
diciannovesimo versetto:
«E molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle
del dolore per il loro fratello Marta, dunque, come udì che
Gesù veniva, gli andò incontro; Maria invece rimase a sedere
in casa. Allora Marta disse a Gesù: ‹Signore, se tu fossi stato
qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora, so che
qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà.›»
A questo punto Sònja si fermò di nuovo, presentendo con
vergogna che di nuovo le sarebbe tremata la voce, che di nuovo
le si sarebbe spezzata...
«E Gesù le disse: ‹Tuo fratello resusciterà.› Marta rispose: ‹Io
so che tornerà a vivere nella Resurrezione, nell'ultimo giorno.›
E Gesù le disse: ‹Io sono la Resurrezione e la vita; chi crede in
me, quand'anche fosse morto ritornerà in vita. E chiunque vive
e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?› Ed ella
rispose...» e, respirando penosamente, Sònja scandì le parole
con forza, come se si confessasse lei stessa ad alta voce: «‹Sì, o
Signore! Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, che sei
venuto a questo mondo.›»
Si fermò per un attimo, alzò rapidamente gli occhi su di lui, ma
si vinse subito e riprese a leggere. Raskòlnikov, seduto,
ascoltava immobile, senza voltarsi, con i gomiti sulla tavola e
lo sguardo fisso da un'altra parte. Arrivarono al trentaduesimo
versetto.
«Maria, dunque, venuta dov'era Gesù e vedutolo, si gettò ai
suoi piedi e disse: ‹Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello
non sarebbe morto.› Gesù, come vide che ella e i Giudei che
erano venuti con lei piangevano, si rattristò nel suo cuore e si
conturbò. E disse: ‹Dove lo avete messo?› Risposero: ‹Signore,
vieni e vedrai.› E Gesù pianse. Allora i Giudei dicevano:
‹Vedete quanto l'amava.› Ma alcuni di loro dissero: ‹E non
poteva costui, che ha aperto gli occhi al cieco, fare sì che questi
non morisse?›»
Raskòlnikov si era voltato verso di lei e la guardava
commosso: sì, era proprio così! Tremava tutta, in preda a una
vera e propria febbre. Egli se l'aspettava. Man mano che si
avvicinava al racconto del sommo e inaudito miracolo, un
senso di grande esultanza si impadroniva di lei. La sua voce si
era fatta squillante come metallo; esultanza e gioia risuonavano
in essa e la rendevano più forte. Le righe si confondevano
dinanzi ai suoi occhi, perché le si offuscava la vista, ma sapeva
a memoria quel che stava leggendo. All'ultimo versetto: «e non
poteva costui, che ha aperto gli occhi al cieco...» lei, abbassata
la voce, riuscì a rendere con calore e passione il dubbio, il
rimprovero e il biasimo degli increduli e ciechi Giudei, che un
minuto dopo sarebbero caduti in terra, come colpiti dal
fulmine, singhiozzando, e avrebbero creduto... «E anche lui,
lui, anche lui che era accecato e incredulo, avrebbe udito e
creduto, sì, sì, subito, ora!» fantasticava Sònja, tremando in una
specie di gioiosa attesa.
«E Gesù, preso da compassione, s'incamminò verso il sepolcro,
una grotta che era stata chiusa con una pietra. E Gesù disse:
‹Togliete via la pietra.› E Maria, sorella del morto, gli rispose:
‹Signore, ormai puzza, dopo quattro giorni.›»
Sònja accentuò la parola quattro.
«E Gesù le rispose: ‹Non ti ho detto che, se tu crederai, vedrai
la gloria di Dio?› La pietra intanto venne tolta dalla grotta,
dove giaceva il morto. E Gesù, levati gli occhi al cielo, disse:
‹Padre, ti ringrazio per avermi ascoltato. Lo sapevo che tu mi
ascolti sempre; ma l'ho detto per questa gente che mi circonda,
affinché creda che tu mi hai mandato.› E dopo aver detto ciò,
chiamò a gran voce: ‹Lazzaro, vieni fuori!› E il morto uscì
fuori...» Sònja leggeva con voce forte ed esultante, tremando e
rabbrividendo, come se fosse stata testimone del fatto «...
avvolto nelle bende che gli tenevano legati le mani e i piedi, e
col volto coperto dal sudario. E Gesù disse loro: ‹Toglietegli le
bende e lasciate che cammini.› Allora molti dei Giudei che
erano venuti da Maria e che avevano visto ciò che Gesù aveva
fatto credettero in lui.»
Sònja non lesse oltre, né avrebbe potuto farlo, chiuse il libro e
si alzò bruscamente dalla sedia.
«Questo è tutto sulla resurrezione di Lazzaro,» mormorò in
tono neutro e severo, e rimase immobile, voltata da una parte,
senza osare e come vergognandosi di alzare gli occhi su di lui.
Aveva ancora quel tremito febbrile. Il mozzicone di candela già
da un pezzo si stava spegnendo nel candeliere storto, e
illuminava con la sua luce fioca, in quella misera stanza,
l'assassino e la peccatrice, stranamente riuniti nella lettura del
libro eterno. Trascorsero forse cinque minuti, o anche più.
«Sono venuto a parlarti di una cosa,» disse a un tratto
Raskòlnikov a voce alta, accigliandosi; poi si alzò e si avvicinò
a Sònja. Lei levò in silenzio gli occhi su di lui. Lo sguardo di
Raskòlnikov era duro, esprimeva una risolutezza quasi
selvaggia.
«Oggi ho lasciato la mia famiglia,» egli disse, «mia madre e
mia sorella. Non andrò più da loro. Ho tagliato definitivamente
i ponti con loro.»
«Perché?» domandò Sònja, sbalordita. L'incontro di poco
prima con la madre e la sorella di lui le aveva lasciato
un'impressione straordinaria, anche se poco chiara a lei stessa.
Apprese la notizia di quella rottura quasi con orrore.
«Ora non ho più che te,» egli aggiunse. «Andiamo via
insieme... Sono venuto da te. Siamo stati maledetti insieme, e
ce ne andremo insieme!»
I suoi occhi scintillavano. «Sembra pazzo!» pensò Sònja a sua
volta.
«Ma andare dove?» domandò sbigottita, e senza volerlo
indietreggiò
«Come posso saperlo? So solo che la nostra strada è la stessa;
lo so di certo, e mi basta. Abbiamo la stessa meta!»
Lei lo guardava senza capire. Capiva solo che egli era
tremendamente, immensamente infelice.
«Nessuno di loro capirebbe nulla, se tu ti mettessi a parlargli,»
proseguì Raskòlnikov, «mentre io ho capito. Ho bisogno di te,
perciò sono venuto qui.»
«Non capisco...» mormorò Sònja.
«Più tardi capirai. Non hai fatto così anche tu? Anche tu hai
scavalcato l'ostacolo... sei riuscita a farlo. Ti sei suicidata, hai
rovinato una vita... la tua (il che fa lo stesso!). Avresti potuto
vivere con il tuo spirito e con la tua ragione, e invece finirai in
piazza Sennàja... Ma non puoi resistere per molto, e se rimarrai
sola, impazzirai come me. Già adesso sei quasi pazza! Quindi,
dobbiamo andarcene insieme, per la stessa strada! E ci
andremo!»
«Perché? Perché dite questo?» esclamò Sònja, stranamente e
profondamente commossa dalle sue parole.
«Perché? Perché non si può andare avanti così, ecco perchè!
Alla fine, bisogna pure mettersi a ragionare sul serio e con tutta
franchezza, e smetterla di piangere come bambini e di gridare
che Dio non lo permetterà! Di' un po', che succederebbe se
domani ti portassero davvero all'ospedale? Quell'altra non ha la
testa a posto ed è tubercolotica, presto morirà; e i bambini?
Pòleèka non farà questa fine? Possibile che tu non abbia visto,
qui agli angoli delle strade, i bambini che le madri mandano a
chiedere l'elemosina? Io mi sono informato su dove vivono
queste madri, e in quale ambiente. Là i bambini non possono
rimanere bambini. Là a sette anni si è depravati e ladri. Eppure
i bambini sono l'immagine di Cristo: ‹Ad essi appartiene il
regno dei cieli.› Egli ci ha ordinato di rispettarli e di amarli,
essi sono l'umanità futura...»
«Ma allora, che fare, che fare?» ripeteva Sònja piangendo
istericamente e torcendosi le mani.
«Che fare? Distruggere ciò che va distrutto, una volta per
sempre, e basta: e prendere il peso del dolore sulle nostre
spalle! Come? Non capisci? Capirai dopo... La libertà e il
potere, ma soprattutto il potere! Su tutte le creature pavide e su
tutto il formicaio!... Ecco lo scopo! Ricordatelo! Questo è il
mio viatico per te! Forse io ti parlo per l'ultima volta. Se non
torno domani, verrai a sapere tutto da sola, e allora ricordati di
queste mie parole. E un giorno o l'altro, più avanti, col passare
degli anni, col passare della vita, forse capirai che cosa
significavano. Se invece domani verrò, ti dirò chi ha ucciso
Lizavèta. Addio!»
Sònja sussultò dallo spavento.
«Ma come sapete chi l'ha uccisa?» domandò, rabbrividendo dal
terrore e guardandolo con gli occhi sbarrati.
«Lo so e te lo dirò... soltanto a te, a te sola! Io ti ho scelta. Non
verrò da te a chiedere perdono, ma semplicemente a dirtelo. Ti
ho scelta da molto tempo, per dirtelo; già quando tuo padre mi
parlò di te e Lizavèta era ancora viva, io ci avevo pensato.
Addio. Non darmi la mano. A domani!»
Uscì. Sònja lo guardava come si guarda un pazzo. Ma lei stessa
era come pazza, e lo sentiva. Le girava la testa. Signore! Come
può sapere chi ha ucciso Lizavèta? Che cosa significavano
quelle parole? È spaventoso! Eppure quell'idea non le veniva in
mente. No e poi no! In nessun modo! ... Oh, egli dev'essere
terribilmente infelice! Ha abbandonato la madre e la sorella.
Perché? Che cos'è successo? E che intenzioni ha? Che cosa mai
le aveva detto? Le aveva baciato un piede e aveva detto...
aveva detto (sì, questo l'aveva detto chiaramente) che senza di
lei non poteva più vivere... Oh Signore!
Sònja passò tutta la notte con la febbre e il delirio. A momenti
balzava su dal letto, piangeva, si torceva le mani, poi tornava
ad assopirsi di un sonno febbricitante e sognava Pòleèka,
Katerìna Ivànovna, Lizavèta, la lettura del Vangelo e lui... lui,
con quel volto pallido, con gli occhi ardenti... Le baciava i
piedi e piangeva... Oh Signore!
Dietro la porta a destra, la porta che divideva la stanza di Sònja
dall'alloggio di Gertrùda Kàrlovna Rèsslich, c'era una stanza
intermedia, già da tempo vuota, che faceva parte
dell'appartamento della signora Rèsslich e che questa avrebbe
voluto affittare, come annunciavano i cartelli esposti al portone
e le strisce di carta incollate ai vetri delle finestre che davano
sul canale. Da un pezzo Sònja si era abituata a considerare
quella stanza come disabitata. E invece, durante tutto quel
tempo, presso la porta della stanza vuota era rimasto il signor
Svidrigàjlov, rimpiattato, ad origliare. Quando Raskòlnikov
uscì, egli rimase lì ancora qualche secondo, soprappensiero, poi
raggiunse in punta di piedi la sua stanza, attigua a quella vuota,
prese una sedia e andò silenziosamente a collocarla proprio
presso l'uscio che dava sulla camera di Sònja. Quella
conversazione gli era sembrata interessante e significativa, gli
era piaciuta molto, proprio molto, tanto che aveva portato lì la
sedia per evitarsi un'altra volta, magari domani stesso, il
fastidio di starsene un'ora intera in piedi, e per potersi sistemare
nella maniera più comoda e ricavare così una soddisfazione
completa sotto ogni punto di vista.
5
Quando il mattino seguente, alle undici in punto, Raskòlnikov
entrò nell'edificio del commissariato di..., nell'ufficio del
giudice istruttore, e chiese di essere annunciato a Porfìrij
Petròviè, fu colpito dal fatto che si indugiasse tanto a riceverlo:
lasciarono passare almeno dieci minuti prima di chiamarlo.
Invece, secondo le sue previsioni, gli sembrava che avrebbero
dovuto piombargli subito addosso. Tutto quel tempo rimase
nell'anticamera, mentre accanto a lui era un continuo
andirivieni di persone alle quali, evidentemente, non importava
nulla di lui. Nella stanza seguente, che aveva l'aspetto di una
cancelleria, sedevano, intenti al lavoro, alcuni scritturali, ed era
evidente che nessuno di loro aveva la più pallida idea di chi
fosse Raskòlnikov. Con occhio inquieto e diffidente egli si
guardava intorno, per scoprire se non ci fosse, vicino a lui,
almeno qualche agente di scorta, qualche occulto osservatore,
incaricato di tenerlo d'occhio per impedirgli di allontanarsi. Ma
non c'era niente di simile: non vedeva altro che facce di
impiegati, assorte nelle piccole preoccupazioni quotidiane, e di
certi altri tipi, e nessuno badava per niente a lui: avrebbe potuto
andarsene in ogni momento dove più gli fosse piaciuto. Sempre
più piede prendeva in lui un'idea: se effettivamente l'uomo
misterioso del giorno prima, quel fantasma sbucato da
sottoterra, avesse saputo e veduto tutto, ora avrebbero forse
permesso a lui, Raskòlnikov, di starsene ad attendere così
tranquillamente? E lo avrebbero forse aspettato lì fino alle
undici, finché egli stesso non aveva creduto bene di
presentarsi? Delle due una: o quell'uomo non aveva ancora
denunciato niente, oppure... oppure, semplicemente, nemmeno
lui sapeva nulla, nemmeno lui aveva visto nulla coi suoi propri
occhi (come mai avrebbe potuto vedere, del resto?), e allora
tutto ciò che era accaduto a lui, Raskòlnikov, il giorno prima,
era ancora una volta un'allucinazione, ingrandita dalla sua
fantasia eccitata e morbosa. Questa ipotesi aveva cominciato ad
attecchire in lui fin dal giorno prima, nel momento in cui più si
sentiva ansioso e disperato. Dopo aver ripensato a tutto ciò, e
preparandosi a una nuova battaglia, egli si sentì d'un tratto
tremare, e la sola idea di tremare per la paura di ritrovarsi al
cospetto dell'odioso Porfìrij Petròviè bastò a farlo ribollire di
sdegno. Niente era più terribile per lui di un nuovo incontro
con quell'uomo: l'odio che nutriva per lui non aveva limiti né
misura, ed egli temeva perfino di tradirsi in qualche modo a
causa di tale odio. E tanta fu la veemenza del suo sdegno, che
immediatamente quel suo tremito cessò; si dispose ad entrare
con un'aria fredda e spavalda, giurandosi di tenere la bocca
chiusa il più possibile, per osservare e ascoltare, e, almeno per
questa volta, di vincere ad ogni costo la propria indole
morbosamente irascibile. Proprio in quel momento lo
invitarono ad entrare da Porfìrij Petròviè.
Trovò Porfìrij Petròviè solo nel suo ufficio, costituito da una
stanza né grande né piccola, arredata con una lunga scrivania
dinanzi alla quale era un divano foderato di tela cerata, con un
sécrétaire, un armadio in un angolo e alcune sedie, tutte
suppellettili statali, di legno giallo lucidato. In un angolo, nella
parete o, meglio, nel tramezzo di fondo, si vedeva una porta
chiusa: dietro il tramezzo, quindi, dovevano esserci altre
stanze. Entrato Raskòlnikov, Porfìrij Petròviè chiuse subito la
porta dalla quale era passato, ed essi furono soli. Egli accolse il
visitatore con l'aria apparentemente più allegra e cordiale di
questo mondo, e solo dopo qualche minuto Raskòlnikov colse
in lui, da certi indizi, una specie di imbarazzo come se gli fosse
accaduto all'improvviso qualcosa di sconcertante, o come se lo
avessero sorpreso in qualche occupazione molto riservata e
clandestina.
«Ah, mio carissimo! Eccovi qui... dalle nostri parti...» prese a
dire Porfìrij, tendendogli tutt'e due le mani. «Su, accomodatevi,
bàtjuška! O forse non vi piace che vi chiami carissimo e...
bàtjuška, così tout court? Vi prego di non considerarlo un
eccesso di confidenza... Ecco, mettetevi qui, sul divano.»
Raskòlnikov sedette senza togliergli gli occhi di dosso.
«Dalle nostre parti», quelle scuse per la confidenza, le parolette
francesi ‹ tout court› ecc. ecc., tutti questi erano fatti
sintomatici. «Mi ha teso tutte e due le mani, però non me ne ha
stretta nemmeno una, le ha ritirate in tempo,» pensò
Raskòlnikov insospettito. Si osservavano entrambi, ma non
appena i loro sguardi si incontravano, con fulminea rapidità,
giravano gli occhi da un'altra parte.
«Vi ho portato quella carta... riguardo all'orologio... ecco qua.
Va tutto bene, o devo rifare qualcosa?»
«Che cosa? Ah, la carta? Sì, sì... Non preoccupatevi, va bene
così,» disse Porfìrij Petròviè, come se avesse fretta di andare
chissà dove, e solo dopo aver pronunciato la frase, prese il
foglio e lo guardò. «Sì, va benissimo. Non occorre altro,»
approvò, sempre con quella parlantina precipitosa, e posò il
foglio sul tavolo. Poi, dopo qualche istante, già parlando
d'altro, lo riprese in mano e lo ripose sullo scrittoio.
«Se non sbaglio, ieri avevate detto di volermi interrogare..
formalmente... sui miei rapporti con quella... donna uccisa?»
ricominciò Raskòlnikov. «Ma perché ho detto se non sbaglio?»
gli passò per la mente. E: «Ma perché mi preoccupo tanto per
averci ficcato quel se non sbaglio?» pensò subito dopo. E sentì
all'improvviso che la sua diffidenza verso Porfìrij, al semplice
contatto con lui, a due sole parole dette, a due soli sguardi, era
già cresciuta in un attimo fino a proporzioni iperboliche... e che
questo era terribilmente pericoloso: i nervi si tendono,
l'agitazione aumenta. «Che guaio! Che guaio!... Mi lascerò
sfuggire di nuovo qualcosa di troppo.»
«Sì, sì, sì! Non preoccupatevi! C'è tempo, c'è tempo,»
borbottava Porfìrij Petròviè passeggiando su e giù davanti al
tavolo e, senza nessun apparente scopo, avvicinandosi ora alla
finestra, ora alla scrivania, ora di nuovo alla tavola; ora
sfuggendo lo sguardo diffidente di Raskòlnikov, ora
fermandosi egli stesso tutto a un tratto a fissarlo dritto negli
occhi. In tutto questo, estremamente bizzarra appariva la sua
piccola figura pienotta e tondeggiante, simile a una palla che
rotolasse in direzioni diverse per subito rimbalzare da tutte le
pareti e da tutti gli angoli.
«Non c'è fretta, non c'è fretta!... Voi fumate? Avete sigarette?...
Eccovene una...» proseguì, porgendo una sigaretta al suo
ospite. «Sapete, io vi ricevo in ufficio, ma qui, dietro il
tramezzo, c'è anche un mio alloggio... me l'ha concesso il
governo, ma io, per il momento, vivo altrove. Qui si dovevano
fare certe riparazioni. Adesso è quasi pronto... l'alloggio
governativo, sapete, è una cosa splendida, non vi pare? Che ne
pensate?»
«Sì, una cosa splendida,» annuì Raskòlnikov, guardandolo con
aria quasi beffarda.
«Una cosa splendida, una cosa splendida...» andava ripetendo
Porfìrij Petròviè, quasi fosse attratto all'improvviso da altri
pensieri. «Sì! Una cosa splendida!» quasi gridò alla fine,
piantando a un tratto gli occhi addosso a Raskòlnikov e
fermandosi a due passi da lui. Quel suo stupido ripetere più
volte che l'alloggio governativo era una cosa splendida
contrastava troppo, nella sua banalità, con lo sguardo serio,
sagace ed enigmatico con cui egli fissava ora il suo ospite.
Ma ciò fece ribollire ancor più di rabbia Raskòlnikov, che non
poté più trattenersi dal lanciare all'altro una sfida beffarda e
piuttosto avventata.
«Sapete,» disse d'un tratto, guardandolo quasi spavaldamente e
come se godesse della sua temerarietà, «esiste ancora, almeno
così mi sembra, una prassi giudiziaria, una certa procedura, di
cui si avvalgono tutti gli inquirenti, che consiste nel partire da
lontano, da inezie, o anche da cose serie, ma del tutto estranee,
allo scopo, diciamo così, di rinfrancare o, meglio, distrarre
l'interrogato e addormentarne la vigilanza, per poi d'un tratto,
nella maniera più imprevista, stordirlo colpendolo alla nuca
con la domanda più fatale e pericolosa. Non è forse così? Se
non sbaglio, questo metodo viene ancor oggi religiosamente
ricordato in tutti i regolamenti e in tutte le istruzioni. È vero?»
«E così, voi... credete che con la questione dell'alloggio
governativo io abbia voluto... eh?» Nel dire queste parole,
Porfìlij Petròviè le sottolineò con una strizzatina d'occhi;
qualcosa di allegro e di astuto gli guizzò sul viso, le grinze
minute sulla sua fronte si spianarono, gli occhietti si
restrinsero, i lineamenti del volto si distesero ed egli scoppiò in
un riso nervoso e prolungato, accompagnandolo con
ondeggiamenti e sobbalzi di tutto il corpo e fissando
Raskòlnikov dritto negli occhi. Questi cominciò a ridere anche
lui, sia pure con qualche sforzo; ma quando Porfìrij, visto che
anche l'altro rideva, si abbandonò alle risa tanto da diventare
quasi paonazzo in volto, il fastidio di Raskòlnikov vinse in lui
ogni prudenza: smise di ridere, si accigliò, e rimase a guardare
con odio Porfìrij, senza levargli di dosso lo sguardo per tutto il
tempo che durò quella sua risata lunga e come artificiosamente
protratta. L'imprudenza, d'altronde, era lampante da tutt'e due
le parti: era come se Porfìrij Petròviè sghignazzasse in faccia al
suo ospite, che rispondeva a quel riso con un'espressione di
odio; tuttavia Porfìrij sembrava dare ben poco peso a
quest'ultima circostanza. Ciò significava molto per
Raskòlnikov: egli capì che Porfìrij Petròviè, evidentemente,
anche prima non si era turbato per niente, ma che al contrario
era forse lui, Raskòlnikov, ad esser caduto in trappola; era
chiaro che doveva esserci qualcosa che lui non sapeva, qualche
piano ben dissimulato; forse, tutto era già stato predisposto, e
da un momento all'altro sarebbe emerso e lo avrebbe travolto...
Andando dritto allo scopo, si alzò da sedere e prese il berretto.
«Porfìrij Petròviè,» cominciò in tono risoluto, ma carico
d'irritazione, «voi ieri avete espresso il desiderio di vedermi qui
per non so bene quali interrogatori. (Calcò particolarmente
sulla parola interrogatori.) Io sono venuto: se volete qualcosa,
interrogatemi, altrimenti permettete che me ne vada. Non ho
tempo da perdere, ho da fare... Devo intervenire ai funerali di
quel tal funzionario schiacciato dai cavalli, di cui voi stesso...
siete al corrente...» aggiunse, irritandosi subito per l'aggiunta e,
perciò, irritandosi ancor di più. «Tutto questo mi ha seccato,
capite, e già da un bel po'... In parte è proprio per questo che mi
sono ammalato... Per farla breve,» quasi gridò, rendendosi
conto che l'accenno alla malattia era particolarmente a
sproposito, «per farla breve, abbiate la bontà o di interrogarmi,
o di congedarmi subito... E se mi interrogate, fatelo nelle debite
forme! Soltanto a questo patto mi presterò; e per il momento, in
conclusione, vi saluto, visto che non abbiamo niente da fare
insieme.»
«Santissimo Iddio! Ma che dite! Su che cosa dovrei
interrogarvi?» cominciò a un tratto a chiocciare Porfìrij
Petròviè, cambiando subito tono ed espressione e smettendo
immediatamente di ridere. «Ma ve ne prego, non agitatevi,» si
affannava a dire, ora correndo di nuovo in qua e in là, ora
cercando di far sedere Raskòlnikov. «C'è tempo, c'è tempo, e
tutte queste non sono che piccolezze! Io, invece, ero così
contento che finalmente foste venuto dalle nostre parti... Io vi
ricevo come un ospite. Quanto a questo dannato scoppio di
risa, voi, bàtjuška, Rodiòn Romànoviè, vogliate perdonarmi.
Rodiòn Romànovic? ... È questo, vero, il vostro patronimico?...
Nervosone che non siete altro! Siete stato voi a farmi ridere
tanto con la vostra spiritosa osservazione; certe volte, sapete,
comincio a sobbalzare come se fossi di gomma, e vado avanti
così per mezz'ora... Sono facile al riso. Data la mia
complessione, a volte temo perfino un colpo apoplettico... Ma
accomodatevi, su, coraggio... Vi prego, bàtjuška, se no dovrò
pensare che vi siete arrabbiato...»
Raskòlnikov taceva, ascoltava e osservava, ancora irosamente
accigliato. Cionondimeno si sedette, ma sempre col berretto tra
le mani.
«Ebbene, bàtjuška Rodiòn Romànoviè, ora vi dirò qualcosa sul
mio conto che servirà a spiegarvi, diciamo così, una mia
caratteristica,» seguitò Porfìrij Petròviè andando su e giù per la
stanza e, come prima, badando a non incontrare con il suo lo
sguardo di Raskòlnikov. «Io, dovete sapere, sono uno scapolo,
una specie di orso, senza conoscenti, e per di più sono un uomo
finito, fossilizzato, chiuso nel suo guscio e... e... ecco, Rodiòn
Romànoviè: non vi siete accorto che da noi, da noi in Russia,
cioè, e soprattutto nel nostro ambiente, a Pietroburgo, se si
trovano insieme due persone intelligenti, che non si conoscono
ancora molto bene ma che, diciamo così, si apprezzano a
vicenda, proprio come noi due, essi per una mezz'ora buona
non riescono a pescare un argomento di conversazione che
regga, si irrigidiscono l'uno di fronte all'altro, stanno lì seduti, e
hanno soggezione l'uno dell'altro? Molti, invece, hanno degli
argomenti di conversazione: le signore, per esempio... Le
persone di mondo, per esempio, quelle dell'alta società, hanno
sempre un argomento di conversazione, c'est de rigueur,
mentre le persone di medio livello, come noi due, sono come
pulcini nella stoppa, poco loquaci... Le persone che pensano,
intendo dire... Da che cosa deriva questo, bàtjuška? Forse non
abbiamo interessi sociali, oppure siamo troppo onesti e non
vogliamo ingannarci a vicenda? Davvero non lo so. Eh? Voi
che ne pensate? Su, posate il berretto, se no sembra che stiate
per andarvene subito, mi fa male guardarvi... Io, invece, sono
così contento...»
Raskòlnikov posò il berretto, continuando a tacere e ad
ascoltare con grande serietà, tutto accigliato, quella vuota e
confusa chiacchierata di Porfìrij. «Possibile che pensi davvero
di distrarre la mia attenzione con le sue stupide ciarle?»
«Non vi offro il caffè, qui non è il posto adatto; ma cinque
minuti desidero pur trascorrerli con un amico, per distrarmi un
po',» continuava, senza mai fermarsi, Porfìrij. «E poi, sapete,
tutti questi doveri d'ufficio... Voi, bàtjuška, non dovete
offendervi se io cammino sempre avanti e indietro; mi dovete
scusare, bàtjuška, ho davvero paura di offendervi, ma il moto
mi è proprio indispensabile. Me ne sto sempre seduto, e mi fa
tanto, tanto bene poter camminare cinque minuti... le
emorroidi, sapete... Ho sempre intenzione di curarmi facendo
ginnastica; ci sono dei consiglieri di stato, mi dicono, dei
consiglieri di stato effettivi, e perfino dei consiglieri segreti,
che saltano molto volentieri alla corda; guarda un po' cosa vuol
dire la scienza, nel nostro secolo!... Proprio così... Quanto ai
miei doveri di qui, agli interrogatori e a tutte quante le
formalità... voi, bàtjuška, un momento fa avete accennato a
questi interrogatori... ebbene, a volte questi interrogatori,
dovete sapere, bàtjuška Rodiòn Romànovic, a volte
confondono più colui che interroga di colui che viene
interrogato... Questo, bàtjuška, voi l'avete notato poco fa con
molta arguzia e acume.» Raskòlnikov non aveva detto niente di
simile. «Non ti ci raccapezzi più! Dico proprio sul serio! Ecco,
ora stanno per fare una riforma, e per lo meno ci cambieranno
nome... Ah! Ah! Ah! Ma quanto ai nostri metodi giudiziari,
sono in tutto e per tutto d'accordo su come voi vi siete
argutamente espresso. Su, ditemi un po' quale imputato, anche
il contadino più rozzo, non sa che dapprincipio, tanto per fare
un esempio, cominceranno a tempestarlo di domande estranee
(secondo la vostra felice espressione), e poi di colpo lo
stordiranno con una mazzata alla nuca? Ah! Ah! Ah! Proprio
alla nuca, secondo la vostra felice similitudine! Ah! Ah! E così,
avete pensato davvero che parlandovi dell'appartamento io
volessi... eh! eh!... Vi piace l'ironia, a quanto vedo... Be', non lo
farò più! Ah, a proposito, una parola tira l'altra, voi avete
poc'anzi accennato alle formalità, riguardo a quel piccolo
interrogatorio.. Ma quali formalità!... In molti casi, dovete
sapere, le formalità sono delle sciocchezze. A volte si fanno
quattro chiacchiere fra amici, e il risultato è migliore. Per le
formalità c'è sempre tempo, potete esserne certo; e in sostanza,
vorrei chiedervi, cosa sono le formalità? Non si può intralciare
ad ogni passo il giudice istruttore con queste formalità. Il suo
lavoro è, per così dire, una libera creazione artistica, di un
genere un po' speciale, o qualcosa di simile... Ah! Ah! Ah!...»
Porfìrij Petròviè tacque per qualche istante per riprendere fiato.
Affastellava instancabilmente frasi vuote di senso nelle quali
insinuava, ogni tanto, qualche parolina enigmatica per poi
tornare subito alle sciocchezze. Ormai stava quasi correndo per
la stanza: muoveva sempre più rapidamente le sue gambette
grassocce, guardando sempre a terra, con la mano destra dietro
il dorso e la sinistra agitata incessantemente in qualche gesto,
che non si accordava mai con le parole. A un tratto,
Raskòlnikov notò che correndo per la stanza s'era come
fermato, un paio di volte, presso la porta, solo per un istante,
rimanendovi come in ascolto... «Che stia aspettando
qualcuno?»
«Su questo avete perfettamente ragione,» riprese a dire Porfìrij,
guardando allegramente e con straordinaria bonarietà
Raskòlnikov, che subito trasalì e si mise in guardia «Avete
proprio ragione quando vi fate beffa con tanto acume di tutte le
forme giuridiche, eh! eh! Questi nostri metodi (naturalmente
solo alcuni), così profondamente psicologici, sono proprio
ridicoli e, magari, anche inutili, dal momento che siamo
intralciati dalle formalità. Già... e, sempre a proposito delle
formalità: se io riconoscessi o, per meglio dire, sospettassi
Tizio, Caio o Sempronio, per così dire, quale autore di un
delitto in un processo a me affidato... Se non sbaglio, voi
studiate legge, Rodiòn Romànoviè?»
«Sì, studiavo legge...»
«Be', allora eccovi un esempio per l'avvenire; intendiamoci,
non dovete pensare che io mi permetta di insegnarvi qualcosa:
con gli articoli che scrivete sul delitto!... No, semplicemente mi
permetto di presentarvi un piccolo esempio pratico... Dunque,
se io considerassi Tizio, Caio o Sempronio autore di un delitto,
perché mai dovrei disturbarlo prima del tempo, anche se avessi
degli indizi contro di lui? Certa gente, magari, ho il dovere di
arrestarla al più presto; ma un altro, magari, ha una natura
affatto diversa; perché, dunque, non dovrei lasciarlo circolare
per la città? Eh, eh! Ma vedo che voi non mi seguite del tutto, e
quindi cercherò d'essere più chiaro... Se io, per esempio, lo
ficco in gattabuia troppo presto, con ciò stesso vengo a dargli,
per così dire, un appoggio morale, eh! eh! Ma voi ridete,
vedo...» Raskòlnikov non pensava nemmeno lontanamente a
ridere: stava lì seduto con le labbra serrate, senza distogliere il
suo sguardo infiammato dagli occhi di Porfìrij Petròviè.
«Eppure è proprio così, soprattutto con certuni, perché le
persone sono diversissime fra loro, mentre si vorrebbe
impiegare lo stesso metodo per tutti. Ecco, voi mi direte: e gli
indizi? Ma gli indizi, bàtjuška, in generale sono a doppio
taglio, e io, che sono un giudice istruttore, cioè un uomo debole
come tutti, devo confessarlo: mi piacerebbe dare all'inchiesta
una chiarezza, per così dire, matematica, mi piacerebbe trovare
un indizio che fosse come due più due fanno quattro! Che fosse
come una prova diretta e inoppugnabile! Ma se io ficco dentro
quel tale prima del tempo pur essendo sicuro che è proprio lui,
forse mi privo dei mezzi con cui potrei smascherarlo più tardi;
e sapete perché? Perché in questo modo lo metto in una
posizione ben definita, per così dire lo incasello,
tranquillizzandolo sul piano psicologico, ed ecco che egli mi
sfugge e si rinchiude nel suo guscio, perché ha capito
definitivamente di essere un accusato. Dicono che a
Sebastopoli, subito dopo Alma, certe persone intelligenti
avessero una paura maledetta che da un momento all'altro il
nemico attaccasse con tutte le sue forze e occupasse in un sol
colpo Sebastopoli; ma quando si accorsero che il nemico
preferiva un assedio regolare e cominciava a scavare la prima
trincea, allora, si narra, quelle persone intelligenti si
rallegrarono molto e si tranquillizzarono: le cose sarebbero
andate avanti così almeno per un paio di mesi, e chissà, poi,
quando l'avrebbero presa, la città, con un assedio regolare!... Di
nuovo ridete, di nuovo non mi volete credere? Ma sì, certo,
avete ragione anche voi. Sì, avete ragione, avete ragione! Tutti
questi sono casi speciali, d'accordo; il caso da me citato è
davvero speciale! Tuttavia, mio carissimo Rodiòn Romànoviè,
c'è qualcosa da osservare in merito: il caso generale, cioè
quello al quale si conformano tutte le forme e norme giuridiche
e in base al quale esse sono state previste per poi finire nei
libri, non esiste affatto, per il semplice motivo che ogni azione,
per esempio ogni delitto, appena accade nella realtà, subito
diventa un caso del tutto particolare; e, talvolta, un caso privo
di ogni analogia con qualsiasi altro precedente. Talvolta
capitano casi comicissimi da questo punto di vista. Io lascio un
tale completamente solo: non lo arresto e non lo disturbo, ma
ogni ora, ogni minuto egli deve sapere, o per lo meno
sospettare, che io so tutto, tutto per filo e per segno, che lo spio
giorno e notte, che lo sorveglio incessantemente, e deve
trovarsi continuamente in uno stato di sospetto e di paura,
finché, parola d'onore, alla fine perderà la testa, si presenterà
lui stesso, magari, ne farà qualcuna che sarà davvero lampante
come due più due fanno quattro, e avrà, per così dire, un
aspetto matematico... Ed è questo che io aspetto! E ciò può
accadere con un contadinotto balordo, ma ancor più con uno di
noialtri, con un uomo intelligente e moderno, e per di più
evoluto, in un certo senso! Perché, mio caro, è importantissimo
capire in quale senso l'uomo si è evoluto. E i nervi, poi, i
nervi... voi i nervi li avete dimenticati del tutto, proprio così!
Oggi tutta questa gente è malata, magra, irascibile!... E di bile,
di bile, quanta ne hanno in corpo! Ma sì, ve lo dico io, ce n'è
una vera miniera! E perché mai dovrei preoccuparmi se questo
tipo se ne va a zonzo per la città senza manette? Ma sì, vada
pure a zonzo, per il momento; tanto so già che è la mia vittima,
e che non può sfuggirmi! E poi, dove dovrebbe mai fuggire, eh,
eh! All'estero, forse? All'estero ci scapperà un polacco, ma non
lui, tanto più che lo sorveglio e ho preso le mie brave misure. O
forse scapperà in qualche punto remoto del nostro paese? Ma là
ci vivono i contadini, quelli autentici, primitivi, russi sino in
fondo; e un uomo evoluto e moderno preferirà il carcere
piuttosto che vivere con degli stranieri come sono per lui i
nostri contadini, eh, eh! Ma queste sono tutte sciocchezze ed
esteriorità. Che significa scappare? È una cosa formale; non è
questo che conta; non mi sfuggirà non tanto perché non sa dove
fuggire, ma non mi sfuggirà psicologicamente, eh, eh! Che
espressioncella, vero? Non mi sfuggirà per una legge di natura,
anche se sapesse dove fuggire. Avete mai osservato una farfalla
davanti a una candela? Be', ecco, lui non farà altro che girarmi
intorno, come una farfalla intorno a una candela; la libertà
cesserà d'essergli cara, comincerà a esitare, a confondersi nei
suoi pensieri, vi si impiglierà come in una rete, diventerà per
suo conto mortalmente ansioso!... E non basta: sarà lui stesso a
scodellarmi qualche giochetto matematico, come due più due
fanno quattro, purché io gli conceda un intervallo un po'
lungo... E continuerà, continuerà a girarmi intorno, in cerchi
sempre più stretti, e poi... paf! Mi volerà dritto in bocca, e io
l'inghiottirò, e questo, questo sì che dà un gran piacere, eh, eh,
eh! Non mi credete?»
Raskòlnikov non rispondeva: sedeva lì pallido e immobile,
fissando in volto Porfìrij con immutata intensità.
«Una bella lezione!» pensava rabbrividendo. «Non è nemmeno
più il gatto che scherza col topo, come ieri. E non è che mi stia
dimostrando la sua forza così a vanvera, senza un motivo; egli
è molto più intelligente di così. Qui lo scopo c'è, ma quale? Eh,
amico mio, tu cerchi solo di farmi paura, vuoi fare il furbo!
Non hai prove, e l'individuo di ieri non esiste! Semplicemente
vuoi confondermi le idee, vuoi irritarmi, e poi darmi il colpo
finale; ma ti sbagli di grosso, farai un buco nell'acqua, proprio
così! Ma perché, perché suggerirmi le cose fino a questo
punto?... Forse conta sui miei nervi malati?... No, mio caro,
sbagli, farai un buco nell'acqua, anche se hai preparato
qualcosa... Be', ora lo vedremo che cosa hai preparato.»
E raccolse tutte le sue forze, preparandosi a una tremenda e
sconosciuta catastrofe. A momenti avrebbe voluto scagliarsi su
Porfìrij e strozzarlo lì sul posto. Già nell'entrare in quella
stanza, aveva avuto paura della propria rabbia.
Sentiva di avere le labbra riarse, il cuore che gli martellava, la
bava alla bocca. Tuttavia decise di starsene zitto e di non
lasciarsi sfuggire una sola parola prima del tempo. Aveva
capito che nella sua situazione era la tattica migliore, perché
così non soltanto non si sarebbe tradito, ma al contrario, col
suo silenzio avrebbe irritato il suo avversario e, forse, sarebbe
stato l'altro a lasciarsi sfuggire qualcosa di troppo. Almeno, lo
sperava.
«Ma voi, lo vedo, non mi credete, continuate a pensare che io
mi diverta a raccontare vacue storielle,» riprese a dire Porfìrij,
e intanto, sempre più allegro e ridacchiando continuamente dal
piacere, ricominciava a girare per la stanza.
«Ma sì, avete ragione; la mia figura Dio l'ha fatta in maniera da
suscitare nel mio prossimo soltanto idee comiche; un buffone,
sì, ma io vi dico e vi ripeto che voi, bàtjuška Rodiòn
Romànoviè, dovete scusare me che sono vecchio - voi che siete
ancora giovane e, per così dire, di primo pelo, e che perciò più
d'ogni altra cosa apprezzate l'intelligenza umana, come tutti i
giovani. L'acutezza briosa dell'ingegno e i ragionamenti astratti
dell'intelletto vi seducono. È proprio come la storia del vecchio
consiglio di guerra austriaco, almeno per quel tanto che so di
cose militari: sulla carta, essi avevano sconfitto e fatto
prigioniero Napoleone, e lì, al chiuso del loro gabinetto,
avevano calcolato e dedotto tutto con il massimo acume; ma
poi, guarda un po', il generale Mack si arrende con tutta la sua
armata, eh, eh, eh! Vedo, vedo, bàtjuška Rodiòn Romànoviè,
voi ridete di me perché io, un tipo così borghese, prendo
sempre i miei piccoli esempi dalla storia militare.
Che farci? È una mia debolezza, amo l'arte della guerra, e mi
piace tanto, ma tanto leggere tutte quelle relazioni militari... Ho
proprio sbagliato carriera. Avrei dovuto fare il militare, proprio
così. Forse non sarei diventato un Napoleone, ma almeno
maggiore nell'esercito lo sarei diventato senz'altro! E adesso vi
dirò, mio caro, tutta la verità riguardo a quella faccenda, vale a
dire a quel caso particolare: la realtà e la natura, amico mio,
sono una cosa importante, e a volte tagliano tremendamente le
gambe al calcolo più sagace! Eh, date ascolto a un vecchio, ve
lo dico sul serio, caro Rodiòn Romànoviè,» e dicendo questo, il
sì e no trentacinquenne Porfìrij Petròviè sembrò davvero
invecchiato di colpo: perfino la sua voce cambiò, ed egli
diventò quasi gobbo. «E per di più sono un uomo sincero...
Sono sincero o no? Che ve ne pare? Sembrerebbe di sì, anzi
sincerissimo: vi dico tutte queste cose gratis, e senza chiedere
nulla in cambio, eh, eh! Be', riprendo il mio discorso:
l'ingegno, secondo me, è una cosa magnifica; è, per così dire,
l'ornamento della natura e la consolazione della vita; e quanti
trucchi ti escogita! Altrimenti, come potrebbe scoprire la verità
un povero giudice istruttore, per di più già fuorviato dalla sua
fantasia, come del resto sempre accade, perché in fin dei conti
è anche lui un comune mortale? Ma la natura, alla fine, aiuta
questo povero giudice istruttore, ecco qual è il guaio! Solo che
certi giovani, innamorati dell'ingegno, non ci pensano, certi
giovani che ‹scavalcano tutti gli ostacoli›, come vi siete così
ingegnosamente e argutamente espresso ieri. Lui, magari, cioè
il mio uomo, il caso particolare, il mio incognito, mentirà e
mentirà benissimo, nella maniera più scaltra; ecco dunque,
verrebbe fatto di pensare, il trionfo: potrà godersi i frutti della
sua ingegnosità; e invece, paffete! Proprio nel momento più
interessante e più scabroso, eccoti che sviene. Ammettiamo
pure, la malattia, l'aria soffocante che c'è a volte in una stanza;
comunque!... Comunque, suscita sospetto! Ha mentito
meravigliosamente, ma non ha tenuto conto della natura. Ecco
dov'è l'insidia! Un'altra volta, trascinato dalla briosità del
proprio ingegno, comincia a farsi beffe dell'individuo che
sospetta di lui, ed ecco che impallidisce come volutamente,
come per gioco; ma impallidisce in maniera fin troppo
naturale, fin troppo verosimile, e di nuovo fa nascere un
sospetto! Ammettiamo che lo infinocchi la prima volta; ma di
notte l'altro ci pensa su, se non è proprio un minchione. E così
via, a ogni passo! E non è tutto: lui stesso comincia a mettere le
mani avanti, a farsi vedere dove nessuno lo chiama, a parlare
senza fine di cose di cui al contrario dovrebbe tacere, comincia
a tirarti fuori delle allegorie, eh, eh! Si presenta lui stesso e
comincia a chiedere: perché non mi avete ancora arrestato? Ah,
ah, ah! E questo può capitare anche all'uomo più intelligente, a
uno psicologo e a un letterato! La natura è uno specchio, uno
specchio, e dei più trasparenti! Guardati dentro e ammirati,
ecco come stanno le cose! Ma perché siete impallidito, Rodiòn
Romànoviè? Vi manca forse l'aria? Volete che apra la
finestra?»
«Oh, vi prego, non disturbatevi!» esclamò Raskòlnikov
scoppiando d'un tratto a ridere. «Non disturbatevi, prego!»
Porfìrij gli si fermò davanti, attese un momento e di colpo
scoppiò lui stesso a ridere, seguendo l'esempio dell'altro.
Raskòlnikov si alzò dal divano, e troncò di netto la propria
risata, chiaramente isterica.
«Porfìrij Petròviè!» disse con voce forte e chiara, benché si
reggesse a stento sulle gambe tremanti. «Finalmente capisco
che voi mi sospettate dell'assassinio di quella vecchia e di sua
sorella Lizavèta. Per quanto mi riguarda, vi dichiaro che tutto
questo mi ha già seccato da un pezzo. Se credete di aver diritto
di procedere contro di me legalmente, fatelo; se di arrestarmi,
arrestatemi. Ma non vi permetto di ridermi in faccia e di
tormentarmi.»
A un tratto le sue labbra si misero a tremare, i suoi occhi si
accesero di furore e la voce, contenuta, diventò vibrante.
«Non lo permetterò!» gridò di colpo, dando un gran pugno
sulla tavola. «Lo capite, Porfìrij Petròviè? Non lo permetterò!»
«Ah, santo Dio, ci risiamo!» esclamò a sua volta Porfìrij
Petròviè, apparentemente al colmo dello spavento.
«Bàtjuška Rodiòn Romànoviè! Carissimo! Figliolo mio! Ma
che vi prende?»
«Non lo permetterò!» gridò di nuovo Raskòlnikov.
« Bàtjuška, piano! Potrebbero sentirvi, accorrere! Che diremo
allora, pensateci un po'!...» mormorò Porfìrij Petròviè
terrorizzato, avvicinando la sua faccia a quella di Raskòlnikov.
«Non lo permetterò, non lo permetterò!» ripeteva questi
macchinalmente, ma d'un tratto lui pure a bassissima voce.
Porfìrij si girò rapidamente e corse ad aprire la finestra.
«Facciamo entrare un po' d'aria, un po' d'aria fresca! E dovreste
bere un po' d'acqua, mio caro, voi avete un attacco di nervi!» E
stava già per slanciarsi verso la porta per ordinare dell'acqua,
ma proprio lì, nell'angolo, ce n'era per l'appunto una caraffa.
« Bàtjuška, bevetene un po',» mormorò Porfìrij Petròviè,
accorrendo verso Raskòlnikov con la caraffa.
«Speriamo che vi faccia bene...» Il suo spavento e la sua
premura erano così naturali che Raskòlnikov tacque e si mise
ad osservarlo con immensa curiosità. L'acqua, però, non la
bevve.
«Rodiòn Romànoviè! Carissimo! Ma così finirete per diventare
pazzo, ve l'assicuro io, eh! Su, bevete! Bevetene almeno un
pochino!»
Finì per costringerlo a prendere in mano il bicchiere.
Raskòlnikov lo portò macchinalmente alle labbra ma,
riprendendosi, lo posò con disgusto sulla tavola.
«Eh sì, abbiamo avuto un piccolo attacco! Ma in questo modo,
carissimo, vi ammalerete di nuovo,» si mise a chiocciare
Porfìrij Petròviè con amichevole premura, ma sempre con aria
un po' smarrita. «Santissimo Iddio! Ma come fate ad avere così
poca cura di voi? Ecco, anche Dmìtrij Prokòfiè è venuto ieri a
trovarmi... D'accordo, d'accordo, io ho un carattere mordace,
un pessimo carattere, ma loro, però, guarda un po' cosa sono
andati a pensare!... Oh, Signore! E venuto ieri, dopo avervi
lasciato, abbiamo pranzato insieme, e ha parlato tanto, ma
tanto, che io mi sono sentito cadere le braccia; e pensavo...
Santissimo Iddio! Lo avete forse mandato voi? Ma mettetevi a
sedere, bàtjuška, sedetevi per l'amor di Cristo!»
«No, non l'ho mandato io! Però sapevo che era venuto da voi e
a che scopo,» rispose seccamente Raskòlnikov.
«Lo sapevate?»
«Sì, lo sapevo. E con questo?»
«Con questo, bàtjuška Rodiòn Romànoviè, c'è che io conosco
di voi ben altre imprese; sono informato di tutto! So che siete
andato per prendere in affitto l'appartamento, di sera, quando
faceva buio, e vi siete messo a suonare il campanello e a far
domande a proposito di quel sangue, sconcertando operai e
portinai. E capisco il vostro stato d'animo, quello di allora... Ma
così finirete per diventare pazzo, ve lo giuro! Vi darà di volta il
cervello! Troppo grande è la vostra nobile indignazione per le
offese ricevute, dapprima dal destino, e poi dai poliziotti del
commissariato, e perciò correte di qua e di là per, diciamo così,
costringere tutti quanti a pronunciarsi al più presto e a finirla
alla svelta, perché tutte queste sciocchezze e tutti questi
sospetti vi hanno proprio seccato. Non è forse vero? Non ho
forse indovinato il vostro stato d'animo?... Solo che, in questo
modo, non solo perderete il cervello voi, ma lo farete perdere
anche al mio Razumìchin; è un uomo troppo buono, per queste
cose, lo sapete anche voi. Voi avete la malattia, lui la bontà, e
così la vostra malattia lo contagia... Quando vi sarete calmato,
bàtjuška, io vi racconterò... Ma in nome di Cristo, bàtjuška,
sedetevi! Vi prego, riposate un po', siete tutto sconvolto;
accomodatevi dunque!»
Raskòlnikov sedette, il tremito gli stava passando e cominciava
a sentire un gran caldo in tutto il corpo. Ascoltava teso, con
profonda meraviglia, le parole di Porfìrij Petròviè che, tutto
spaventato, lo assisteva così amichevolmente; tuttavia non
credeva a una sola parola, pur sentendosi piuttosto propenso a
crederci.
Quell'improvviso
discorso
di
Porfìrij
sull'appartamento lo aveva sbalordito: «Ma come fa a sapere
dell'appartamento?» pensò ad un tratto.
«E me lo viene a raccontare lui stesso!»
«Sissignore, c'è stato un caso quasi identico, un caso
psicologico, nei nostri annali giudiziari, un caso morboso,»
seguitava a dire Porfìrij, parlando svelto svelto. «Un tale si era
incolpato anch'egli di un omicidio, e in che modo l'aveva fatto!
Aveva tirato fuori tutta una storia, aveva portato dei fatti, aveva
riferito le circostanze, aveva confuso le idee a tutti quanti...
Ebbene? Era stato sì, in maniera del tutto preterintenzionale, e
solo in parte, la causa dell'assassinio, ma solo in parte; e
appena seppe di aver dato un appiglio agli assassini, cominciò
ad angosciarsi, a confondersi, ad avere delle visioni, gli diede
del tutto di volta il cervello, e si convinse di essere lui in
persona l'assassino! Ma la Corte Suprema finì per chiarire le
cose, e l'infelice fu assolto e messo sotto custodia. Grazie alla
Corte Suprema! Eh sì, sì, sì, sì! Ma come si fa, bàtjuška? In
questo modo ci si può anche buscare una gran febbre cerebrale,
se si hanno di queste tendenze a esasperare i propri nervi e si
va in giro di notte a suonare i campanelli e a far domande a
proposito del sangue! Tutta questa psicologia io l'ho imparata
con la pratica. In questo modo, a volte, un uomo si sente
tentato di saltar giù dalla finestra o dal campanile, ed è anche
una sensazione molto allettante. Che dire, che dire di quel
campanello?... È la malattia, Rodiòn Romànoviè, la vostra
malattia! Avete cominciato a trascurarla troppo. Dovreste
consultare un medico esperto, e non quel vostro grassone!...
Voi avete il delirio! Tutte queste cose le fate nel delirio!»
Per un attimo Raskòlnikov si sentì turbinare intorno tutta la
stanza «Possibile, possibile,» pensò, «che stia fingendo anche
adesso? Non può essere, non può essere!» E respingeva questo
pensiero, perché intuiva a che grado di rabbia e di furore
avrebbe potuto condurlo, e sentiva che di furore si può anche
impazzire.
«Non è stato nel delirio, avevo la mente lucida!» esclamò,
tendendo tutte le forze del suo intelletto per entrare nel gioco di
Porfìrij. «La mente lucida, lucida, capite?»
«Sì, vi capisco e vi sento! Anche ieri avete detto che non è stato
nel delirio, anzi avete insistito nell'affermarlo! Capisco
benissimo tutto ciò che dite! Eh, eh!... Ma ascoltate, Rodiòn
Romànoviè, mio caro amico, prendiamo se non altro in
considerazione questa circostanza. Se voi foste realmente
colpevole o in qualche modo coinvolto in questa maledetta
faccenda, sareste forse qui a insistere di non aver agito nel
delirio, ma al contrario, proprio a mente lucida? E ci
insistereste tanto, con tanta ostinazione? Ma sarebbe mai
possibile, sarebbe mai possibile, ditemelo un po' voi? Secondo
me, dovrebbe essere tutto il contrario. Se vi sentiste colpevole
di qualcosa, dovreste insistere a tutti i costi nel dire che è stato
proprio nel delirio! Non è così? Non è forse cosi?»
C'era un che di maligno in questa domanda. Raskòlnikov si tirò
indietro fino alla spalliera del divano per scostarsi da Porfìrij
che si chinava verso di lui e si mise ad osservarlo in silenzio,
attentamente, tutto perplesso.
«Oppure, a proposito del signor Razumìchin, cioè se ieri è
venuto a parlarmi di sua iniziativa o per vostra istigazione...
Voi dovreste dire precisamente che è venuto di sua iniziativa, e
nascondermi che l'ha fatto per vostra istigazione! E invece non
lo nascondete affatto! Insistete nel dire che è venuto su vostro
suggerimento!»
Raskòlnikov non aveva mai detto questo. Un brivido freddo gli
passò per la schiena.
«Voi non fate che mentire,» disse lentamente e con voce fioca,
con le labbra contratte da un sorriso doloroso.
«Volete farmi vedere di nuovo che conoscete tutto il mio
giuoco, che conoscete in anticipo tutte le mie risposte,»
proseguì, sentendo confusamente di non pesare più le parole
come avrebbe dovuto. «Volete spaventarmi... o vi fate
semplicemente beffe di me...»
Continuò a fissarlo, dicendo questo, e a un tratto un'ira
sconfinata brillò di nuovo nei suoi occhi.
«Non fate che mentire!» gridò. «Sapete benissimo voi stesso
che la miglior scappatoia per un criminale è di non nascondere
mai, se è possibile, ciò che non si può nascondere. Io non vi
credo!»
«Ma come siete capzioso!» e Porfìrij si mise a ridacchiare.
«Con voi, bàtjuška, uno non ce la fa proprio... Vi ha preso una
specie di monomania. E così non mi credete? E invece io vi
dico che mi credete già, che già mi avete creduto per una buona
parte, e io farò in modo che mi crediate del tutto, perché vi
sono sinceramente affezionato e desidero sinceramente il
vostro bene.»
Le labbra di Raskòlnikov tremavano.
«Sì, lo desidero, e vi dirò per l'ultima volta,» proseguì Porfìrij
dopo aver preso delicatamente, amichevolmente, Raskòlnikov
per un braccio, un po' più su del gomito, «per l'ultima volta vi
dico: state attento alla vostra malattia. Per di più, ora, è arrivata
la vostra famiglia: dovete tranquillizzarle, aver cura di loro;
invece non fate che spaventarle...»
«E a voi che importa? Come lo sapete? Perché vi interessa
tanto? Insomma, voi mi sorvegliate e volete che io lo sappia?»
Bàtjuška! Ma se siete stato proprio voi a dirmelo! Nella vostra
agitazione non vi accorgete nemmeno che siete il primo a
spifferare tutto, a me e agli altri. Dal signor Razumìchin, da
Dmìtrij Prokòfiè, ho saputo ieri molti altri particolari
interessanti. No, ora voi mi avete interrotto, ma vi dirò che a
causa della vostra diffidenza, e malgrado tutto il vostro acume,
non sapete più giudicare le cose con un minimo di buonsenso.
Ecco, per esempio, sempre sullo stesso argomento, quello del
campanello: un elemento così prezioso, un fatto simile (perché
questo è davvero un fatto!) io, giudice istruttore, ve l'ho
consegnato tutto quanto, mani e piedi legati! E voi non ci
vedete nulla, in questo? Se io vi sospettassi anche solo un
pochino, avrei forse potuto agire così? Al contrario, avrei
dovuto assopire i vostri sospetti e non certo mostrarvi di essere
già al corrente di un fatto del genere; portarvi, che so io, nella
direzione opposta e poi, all'improvviso, stordirvi con un colpo
di scure in testa (secondo la vostra stessa espressione),
chiedendovi: ‹Caro signore, ma cosa facevate nell'alloggio
dell'uccisa alle dieci di sera, se non addirittura alle undici? E
perché suonavate il campanello? E perché facevate domande
sulle macchie di sangue? E perché confondevate le idee ai
portinai e li invitavate a presentarsi davanti al vice
commissario?› Ecco come avrei dovuto agire, se avessi nutrito
il minimo sospetto nei vostri riguardi. Avrei dovuto raccogliere
la vostra deposizione con tutte le debite forme, farvi una
perquisizione, e magari anche arrestarvi... Quindi, se ho agito
in un'altra maniera vuol dire che non ho sospetti sul vostro
conto! Ma voi non sapete più giudicare le cose con un po' di
buonsenso, e non ci capite più nulla, ve lo ripeto!»
Raskòlnikov rabbrividì in tutto il corpo, tanto che Porfìrij
Petròviè se ne accorse fin troppo bene.
«Voi non fate che mentire!» esclamò Raskòlnikov. «Non so
dove volete arrivare, ma non fate che mentire... Poco fa non
parlavate così, e io non posso sbagliarmi... Voi mentite!»
«Mentire io?» replicò Porfìrij, accalorandosi in apparenza, ma
sempre con l'aria più allegra e scherzosa di questo mondo e, a
quanto pareva, senza preoccuparsi affatto dell'opinione che
aveva di lui il signor Raskòlnikov. «Mentire io?... Ma perché
mi sarei comportato così con voi poco fa (io, giudice
istruttore), suggerendovi e mettendovi in mano io stesso tutti i
mezzi di difesa, e prospettandovi io stesso tutta questa
psicologia: la malattia, il delirio, mi sentivo mortalmente
offeso, la malinconia, i poliziotti del commissariato e tutto il
resto?... Eh?... Ah, ah, ah! Per quanto poi, a proposito, tutti
questi mezzi psicologici di difesa, questi sotterfugi e queste
scappatoie siano estremamente inconsistenti, e anche a doppio
taglio: sì, la malattia, il delirio, i sogni, m'è sembrato di vedere,
non ricordo, tutto questo va bene, ma perché mai, bàtjuška, se
uno è malato e ha il delirio, deve fare proprio questi sogni e
non certi altri? Si potrebbero anche fare sogni diversi, non è
vero? Ah, ah, ah!»
Raskòlnikov lo guardò con alterigia e disprezzo.
«Per farla breve,» disse con voce forte e aggressiva, alzandosi e
dando, nel farlo, una lieve spinta a Porfìrij, «per farla breve,
voglio sapere quanto segue: mi considerate definitivamente
libero da ogni sospetto, oppure no? Ditemelo, Porfìrij Petròvic,
ditemelo in maniera definitiva e presto, immediatamente!»
«Ah, che disperazione! È un vero guaio con voi!» esclamò
Porfìrij con un'aria tutta allegra, maliziosa e per niente
preoccupata. «Ma perché volete sapere tante cose, se nessuno
vi ha ancora dato noia! Siete proprio come un bambino: volete
a tutti i costi il fuoco, volete averlo in mano! E perché, poi, vi
preoccupate tanto? Perché venite sempre a cercarci, per quale
motivo? Eh? Ah, ah, ah!»
«Vi ripeto,» gridò Raskòlnikov furibondo, «che non posso più
sopportare...»
«Che cosa?... L'incertezza?» lo interruppe Porfìrij.
«Non esasperatemi! Non voglio!... Vi dico che non voglio!...
Non posso e non voglio!... Avete capito?» gridava Raskòlnikov,
battendo di nuovo il pugno sulla tavola.
«Più piano, più piano! Vi sentiranno! Ve lo dico sul serio:
risparmiatevi! Non sto scherzando!» mormorò Porfìrij, ma
questa volta sul suo viso non c'era più l'espressione di prima,
donnescamente bonaria e spaventata; al contrario, adesso egli
senz'altro ordinava con severità, accigliandosi, come se avesse
rinunziato di colpo a tutti i misteri e a tutte le ambiguità. Ma
questo non durò che un attimo. Lo scombussolato Raskòlnikov
si trovava ormai in preda a una vera e propria esaltazione;
tuttavia, strano a dirsi, obbedì di nuovo all'ordine di parlare
piano, benché fosse al colmo del furore.
«Io non mi lascerò torturare!» bisbigliò, subito conscio, con
odio e amarezza, di non poter disobbedire a quell'ordine, e
infuriandosi ancora più a quest'idea. «Arrestatemi,
perquisitemi, ma agite secondo le debite forme, e smettetela di
giocare con me! Come vi permettete...»
«Ma non preoccupatevi delle forme,» lo interruppe Porfìrij con
lo stesso sorrisetto scaltro di prima, e perfino come se
contemplasse Raskòlnikov con profondo piacere. «Io, bàtjuška,
vi ho invitato qui alla buona, assolutamente da amico!»
«Non voglio la vostra amicizia, e ci sputo sopra! Avete capito?
Ecco: prendo il berretto e me ne vado. E ora che dirai, se hai
l'intenzione di arrestarmi?»
Afferrò il berretto e si avviò verso l'uscio.
«E una piccola sorpresa non la vorreste vedere?» ridacchiò
Porfìrij, prendendolo di nuovo per un braccio, poco sopra al
gomito, e fermandolo presso la porta. Diventava palesemente
sempre più allegro e più scherzoso, cosa che fece uscire del
tutto dai gangheri Raskòlnikov.
«Quale sorpresa? Che c'è?» domandò arrestandosi di colpo e
guardando Porfìrij con aria spaventata.
«Una piccola sorpresa proprio qui, dietro quella porta... eh, eh,
eh!» Indicò con il dito la porta chiusa del tramezzo, che
conduceva al suo alloggio governativo. «L'ho chiusa dentro a
chiave, perché non scappasse.»
«Che c'è? Dove? Che cosa?...» Raskòlnikov si avvicinò alla
porta e voleva aprirla, ma era chiusa.
«E chiusa, ecco qui la chiave!»
E infatti gli mostrò una chiave che aveva tolto di tasca.
«Tu continui a mentire!» si mise a urlare Raskòlnikov, non
riuscendo più a trattenersi. «Mentisci, maledetto pulcinella che
non sei altro!» e si scagliò contro Porfìrij, che indietreggiò
verso la porta ma non parve per nulla intimorito.
«Io capisco tutto, tutto!» disse Raskòlnikov, balzandogli vicino.
«Tu mentisci e mi esasperi perché io mi tradisca...» «Ma più di
così ormai non potete tradirvi, bàtjuška Rodiòn Romànoviè.
Avete perso ogni controllo. E non gridate, se no chiamo
gente!»
«Tu mentisci, e non otterrai nulla! Chiama pure gente! Sapevi
che sono malato, e hai voluto esasperarmi fino a rendermi
rabbioso, affinché mi tradissi, ecco qual era il tuo scopo!
Avanti, dammi dei fatti! Ho capito tutto! Di fatti non ne hai, hai
soltanto dei miserabili insignificanti sospetti, quelli di
Zamëtov!... Tu conoscevi il mio carattere, hai voluto privarmi
di ogni controllo, per poi farmi piombare addosso di colpo preti
e deputati... Li stai aspettando? Eh? Che cosa aspetti? Dove
sono? Fammeli vedere!»
«Ma che c'entrano i deputati, bàtjuška? Ma che idee assurde!
Così non si può agire nemmeno secondo le forme, come voi
dite... Si vede, figliolo caro, che non conoscete questo
mestiere... Le forme non mancheranno, lo vedrete da voi!...»
mormorava Porfìrij, tendendo l'orecchio verso la porta. In
effetti in quel momento si udì un certo rumore nell'altra stanza,
proprio dietro la porta.
«Ah, eccoli che vengono!» esclamò Raskòlnikov. «Li hai
mandati a chiamare, eh?... Li stavi aspettando! Ci contavi... Su,
falli entrare qui tutti: deputati, testimoni, chi ti pare...
Coraggio! Io sono pronto! Sono pronto!...»
Ma a questo punto accadde un fatto così strano, così imprevisto
secondo la logica normale delle cose, che né Raskòlnikov né
Porfìrij Petròviè potevano certo immaginarselo.
6
In seguito, quando ripensava a quell'istante, Raskòlnikov
vedeva la scena in questo modo.
Il rumore che avevano udito dietro la porta era aumentato
rapidamente, e la porta si era socchiusa.
«Che c'è?» gridò Porfìrij Petròvic, stizzito. «Non avevo forse
dato ordine...»
Lì per lì non ebbe risposta, ma si capiva che dietro la porta
c'erano parecchie persone, e sembrava che stessero trattenendo
qualcuno.
«Ma insomma, che c'è?» ripeté Porfìrij Petròviè, inquietandosi.
«Abbiamo portato qui un detenuto, Nikolàj,» rispose una voce.
«Non mi serve! Mandatelo via! Aspettate fuori!... Ma perché è
venuto qui? Cos'è questa confusione?» gridò Porfìrij,
slanciandosi verso la porta.
«Ma lui...» riprese la stessa voce di prima, poi s'interruppe di
colpo.
Per un paio di secondi, non più, ci fu una vera e propria lotta;
infine, fu come se qualcuno respingesse con forza qualcun
altro, e subito dopo un uomo pallidissimo entrò direttamente
nell'ufficio di Porfìrij Petròviè.
L'aspetto dell'uomo era, a prima vista, molto strano. Teneva gli
occhi fissi davanti a sé, ma come se non vedesse niente. Aveva
uno sguardo deciso, ma nello stesso tempo un pallore mortale
copriva il suo volto, come se lo stessero conducendo al
supplizio. Le sue labbra erano bianche e tremavano
leggermente.
Era ancora molto giovane e vestito come un uomo del popolo;
di media statura, piuttosto magro, capelli tagliati in tondo e
lineamenti sottili e scarni. L'individuo da lui respinto si slanciò
per primo dietro di lui nella stanza, e riuscì ad afferrarlo per
una spalla: era un agente di scorta; ma Nikolàj tirò via il
braccio e si liberò di lui ancora una volta.
Sulla porta si erano affollati parecchi curiosi. Alcuni cercavano
di entrare. Tutto era accaduto in pochi istanti.
«Via di qui, è ancora presto! Aspetta che ti chiami!... Perché
l'hanno portato prima del tempo?» borbottava Porfìrij Petròviè,
molto
indispettito
e
piuttosto
disorientato.
Ma,
improvvisamente, Nikolàj si mise in ginocchio.
«Che fai?» gridò Porfìrij, meravigliato.
«Sono colpevole! Ho peccato! Sono io l'assassino!» disse a un
tratto Nikolàj, ansimando un poco, ma con una voce
abbastanza forte.
Per una decina di secondi regnò un silenzio assoluto, come se
tutti fossero impietriti; perfino l'agente di scorta fece qualche
passo indietro e non tentò più di avvicinarsi a Nikolàj, ma si
ritirò macchinalmente verso la porta e rimase immobile.
«Come?» esclamò Porfìrij
momentaneo sbalordimento.
Petròviè,
uscendo
dal
suo
«Sono io... l'assassino...» ripeté Nikolàj dopo un istante di
silenzio.
«Come... tu?... Come sarebbe?... Chi hai ucciso?
Porfìrij Petròviè appariva visibilmente scosso.
Nikolàj fece un'altra breve pausa.
«Alëna Ivànovna e sua sorella, Lizavèta Ivànovna, le ho uccise
io... con la scure. Mi si era annebbiata la mente...»
aggiunse a un tratto, e tacque di nuovo. Continuava a rimanere
in ginocchio.
Porfìrij Petròviè rimase immobile per alcuni istanti, come se
riflettesse, ma poi subito si rimise in moto e prese ad agitare le
mani in direzione di quei testimoni non richiesti. Questi
scomparvero in un baleno, e la porta si richiuse. Porfìrij guardò
Raskòlnikov che, fermo in un angolo, guardava Nikolàj; con
aria strana, e stava per dirigersi verso di lui, ma poi d'un tratto
si fermò, gli lanciò un'occhiata, girò in fretta gli occhi su
Nikolàj, poi di nuovo su Raskòlnikov, poi di nuovo su Nikolàj
e di colpo, come spinto da qualcosa, si scagliò un'altra volta
contro Nikolàj.
«Cosa mi vieni a raccontare, con la tua mente annebbiata?»
gridò quasi con rabbia. «Non te l'ho chiesto, se ti si è
annebbiata o no... Rispondi: sei tu che hai ucciso?»
«Sono io l'assassino... Faccio la mia confessione...» disse
Nikolàj.
«Eh, eh! Con che cosa hai ucciso?»
«Con una scure. L'avevo preparata.»
«Eh, quanta fretta!... Da solo?»
Nikolàj non comprese la domanda.
«Hai ucciso da solo?»
«Da solo. Mìtka è innocente, non c'entra per nulla.»
«Ma non correre tanto, con questo tuo Mìtka!... Eh, eh!... E
come hai fatto, quel giorno, a correre giù per le scale? I portinai
vi hanno incontrato insieme, non è forse vero?»
«Questo l'ho fatto per gettare polvere negli occhi... quel
giorno... a correre giù con Mìtka,» rispose Nikolàj molto in
fretta, e come se si fosse preparato in precedenza.
«Ecco, proprio così!» gridò Porfìrij infuriandosi. «Ripeti parole
che non sono tue!» mormorò fra sé, e d'un tratto il suo sguardo
cadde di nuovo su Raskòlnikov.
Evidentemente, si era talmente concentrato su Nikolàj da
dimenticare per un istante Raskòlnikov. Tornò subito in sé, e
parve perfino turbato...
«Rodiòn
Romànoviè,
bàtjuška!
Scusate,»
disse
avvicinandoglisi rapidamente, «così non va; vi prego... voi non
avete niente da fare qui... Quanto a me... vedete un po' che
razza di sorpresa!... Vi prego, dunque...»
E, presolo per un braccio, gli indicò la porta.
«A quanto sembra, non ve l'aspettavate?» disse Raskòlnikov,
che naturalmente non aveva ancora le idee per nulla chiare, ma
aveva già avuto il tempo di rianimarsi un poco.
«Ma nemmeno voi, bàtjuška, ve l'aspettavate. Guarda lì come
vi trema la mano! Eh, eh!»
«Ma anche voi tremate, Porfìrij Petròviè.»
«Tremo anch'io, sì; non me l'aspettavo proprio!...»
Erano già presso la porta. Porfìrij attendeva con impazienza
che Raskòlnikov uscisse.
«E la piccola sorpresa, non me la volete mostrare?» disse a un
tratto Raskòlnikov.
«Chiacchierate, chiacchierate ma intanto battete ancora i denti,
eh, eh! Vi piace far dell'ironia, eh? Be', arrivederci
«Per quanto mi riguarda, addio!»
«Come Dio vorrà, come Dio vorrà!» mormorò Porfìrij con un
sorriso un po' storto.
Nell'attraversare la cancelleria, Raskòlnikov notò che molti lo
guardavano fissamente. Nell'anticamera, tra la folla, riuscì a
distinguere tutti e due i portieri di quell'edificio, che lui, quella
sera, aveva invitato ad andare al commissariato. Stavano in
piedi e parevano aspettare qualcosa. Ma appena fu sulle scale,
udì di nuovo alle sue spalle la voce di Porfìrij Petròviè.
Voltatosi, vide che l'altro gli correva dietro, tutto affannato.
«Una parolina, Rodiòn Romànoviè; riguardo a tutta la
faccenda, sarà come Dio vorrà; io, però, dovrò rivolgervi
qualche domanda secondo le forme... Quindi ci vedremo
ancora, proprio così.» E gli si fermò davanti con un sorriso.
«Proprio così,» ripeté.
Si sarebbe detto che volesse aggiungere qualcosa, ma che,
chissà perché, non gli venissero le parole.
«E voi, Porfìrij Petròviè, scusatemi per poco fa... mi ero
accalorato un po' troppo,» prese a dire Raskòlnikov, ormai
rinfrancato del tutto, tanto da provare il desiderio irresistibile di
fare lo spavaldo.
«Non fa niente, non fa niente...» s'affrettò a dire Porfìrij, quasi
con gioia. «Anch'io, del resto... Ho un carattere perfido, e me
ne pento, me ne pento! Comunque ci rivedremo. Se Dio vorrà,
ci rivedremo, eccome, eccome!...»
«E finiremo per conoscerci a fondo, non è vero?» ribatté
Raskòlnikov.
«E finiremo per conoscerci a fondo,» fece eco Porfìrij Petròviè
e, socchiusi gli occhi, lo guardò molto seriamente. «Adesso
andate a un onomastico?»
«A un funerale.»
«Ah, sì, a un funerale! Badate alla vostra salute, abbiatene
cura...»
«Quanto a me, non so proprio cosa augurarvi!» replicò
Raskòlnikov, mentre già cominciava a scendere le scale, ma a
un tratto si girò di nuovo verso Porfìrij. «Vi augurerei il
successo, ma vedete bene quant'è buffo il vostro lavoro!»
«Buffo perché?» e Porfìrij Petròviè, che si era voltato anche lui
per andarsene, drizzò subito le orecchie.
«Perché chissà come l'avete straziato e torturato, quel povero
Nikolàj, secondo il vostro metodo psicologico, prima che
confessasse. Dovete avergli ripetuto giorno e notte: ‹Sei tu
l'assassino, sei tu l'assassino...› mentre adesso che ha
confessato, comincerete di nuovo a torchiarlo: ‹Bugiardo, non
sei tu l'assassino! Non puoi essere stato tu! Non sono tue le
parole che dici!› Non è forse buffo, eh, questo lavoro?»
«Eh, eh, eh! Così, avete notato che un momento fa ho detto a
Nikòlaj che quelle non erano parole sue?»
«E come non notarlo?»
«Eh, eh! Siete acuto, molto acuto. Notate tutto! Un ingegno
veramente vivace! E andate sempre a toccare la corda più
comica... Eh, eh! Dicono che Gogol, fra i nostri scrittori,
possedesse più di tutti questa dote, non è vero?»
«Sì, Gogol.»
«Sicuro, Gogol... Al piacere di rivedervi.»
«Al piacere di rivedervi...»
Raskòlnikov andò direttamente a casa. Era tanto disorientato e
sconvolto che, appena arrivato a casa, si lasciò cadere sul
divano e rimase lì per un buon quarto d'ora, semplicemente per
riposarsi e per raccogliere almeno un po' le idee.
Quanto a Nikolàj, non cercava nemmeno di pensarvi: si sentiva
sconcertato; capiva che nella confessione di Nikolàj c'era
qualcosa di inesplicabile, di mirabolante, che per il momento
non poteva assolutamente capire. Comunque, la confessione di
Nikolàj era un fatto reale. Le conseguenze di questo fatto gli
apparvero subito chiare: la menzogna sarebbe senz'altro venuta
in luce, e allora si sarebbero attaccati di nuovo a lui. Ma
almeno sino a quel momento, era libero; e doveva ad ogni
costo fare qualcosa dal momento che il pericolo era inevitabile.
In quale misura, però? La situazione cominciava a chiarirsi.
Ripensando, nell'insieme, a tutta la scena di poco prima con
Porfìrij, di nuovo non poté fare a meno di rabbrividire di
terrore. Certo, non conosceva ancora tutti gli scopi di Porfìrij,
né poteva penetrarne tutti i calcoli, ma una parte del gioco era
palese, e nessuno meglio di lui, naturalmente, poteva capire
quanto terribile fosse per lui quella mossa del gioco di Porfìrij.
Ancora un po' e avrebbe potuto tradirsi completamente, e
proprio sul piano dei fatti. Conoscendo la natura morbosa del
suo carattere, avendola intuita e penetrata a prima vista, Porfìrij
aveva agito forse con troppa decisione, ma quasi a colpo
sicuro. Indubbiamente, Raskòlnikov, anche poco prima, si era
parecchio compromesso, però non si era comunque arrivati ai
fatti; tutto aveva soltanto, per ora, un valore relativo. Ma era
poi giusto il modo in cui lui, Raskòlnikov, interpretava le cose?
Non si sbagliava? A quale risultato precisamente aveva cercato
di arrivare Porfìrij, quel giorno? Aveva davvero qualcosa di
pronto? E che cosa? Aveva davvero aspettato questo qualcosa,
oppure no? (come si sarebbero lasciati, quel giorno, se non
fosse sopraggiunta, a causa di Nikolàj, quella conclusione
inattesa? Porfìrij aveva scoperto quasi completamente il suo
gioco; certo aveva rischiato, ma in ogni caso lo aveva scoperto,
e (così sembrava a Raskòlnikov) se avesse avuto qualche altro
asso nella manica, avrebbe tirato fuori anche quello. Cos'era la
«sorpresa?» Una beffa, forse? Aveva qualche importanza o no?
C'era sotto qualcosa di simile a un fatto, a un'imputazione
precisa? E l'individuo del giorno prima? Dov'era andato a
finire? Dove si trovava adesso? Certo che se Porfìrij aveva in
mano qualcosa di positivo, era senz'altro in relazione con
quell'individuo... Raskòlnikov sedeva sul divano a capo chino, i
gomiti sulle ginocchia e il viso nascosto fra le mani. Il suo
corpo era ancora percorso da un tremito nervoso. Alla fine si
alzò, prese il berretto, esitò un attimo riflettendo e poi si diresse
verso la porta.
Aveva la sensazione che, almeno per quel giorno, poteva
considerarsi al sicuro, fuori pericolo. All'improvviso, provò
quasi un senso di gioia: gli venne voglia di andare al più presto
da Katerìna Ivànovna. Naturalmente, sarebbe arrivato in ritardo
ai funerali, ma sarebbe arrivato in tempo per il rinfresco, e là
avrebbe visto Sònja.
Si fermò, rifletté un attimo e un sorriso doloroso apparve sulle
sue labbra.
«Oggi! Oggi!» ripeté tra sé. «Sì, oggi stesso! Così
dev'essere...»
Stava per aprire la porta quand'essa, a un tratto, cominciò ad
aprirsi da sola. Raskòlnikov trasalì e fece un balzo indietro. La
porta si apriva lentamente e senza rumore, e all'improvviso
apparve una figura: l'individuo sbucato di sottoterra del giorno
prima.
L'individuo si fermò sulla soglia, guardò in silenzio
Raskòlnikov e fece un passo nella stanza. Era in tutto e per
tutto come il giorno prima, stessa figura, stessi abiti, ma nel
volto e nello sguardo era avvenuto un grande cambiamento:
aveva una cert'aria triste, ora, e dopo essere rimasto immobile
per un poco, trasse un profondo sospiro. Mancava solo che, nel
farlo, si portasse la mano alla guancia e inclinasse la testa da un
lato, per somigliare in tutto e per tutto a una donna.
«Che cosa volete?» domandò Raskòlnikov, più morto che vivo.
L'individuo non rispose, poi di colpo si inchinò profondamente,
quasi fino a terra. Toccò il pavimento almeno con un dito della
mano destra.
«Ma che fate?» esclamò Raskòlnikov.
«Sono colpevole,» proferì piano l'uomo.
«Di che cosa?»
«Di pensieri malvagi.»
Rimasero a guardarsi.
«Non m'era proprio andata giù. Quando siete venuto, forse
ubriaco, quel giorno, a invitare i portinai al commissariato, e
avete chiesto notizie del sangue, proprio non m'è andata giù
che vi lasciassero andare credendovi un ubriaco. E tanto non
mi andava giù, che non riuscivo a dormire. Siccome avevo
sentito l'indirizzo, ieri sono venuto qui e ho chiesto...»
«Chi, è venuto?» lo interruppe Raskòlnikov, cominciando
istantaneamente a ricordare.
«Io, e poi vi ho offeso.»
«Allora, voi abitate in quella casa?»
«Ma se quel giorno mi trovavo anch'io lì, sotto il portone, con
tutti gli altri; non ve ne ricordate? Abbiamo anche il nostro
laboratorio, lì, dai tempi dei tempi. Siamo pellicciai, artigiani,
prendiamo lavoro a domicilio... Ma soprattutto, non m'era
andata giù...»
E Raskòlnikov ricordò di colpo, chiaramente, tutta la scena di
due giorni prima, sotto il portone; si rammentò che oltre ai
portinai c'erano altre persone, e anche delle donne. Riudì la
voce che aveva proposto di condurlo direttamente al
commissariato. Non riusciva a ricordare il volto di chi aveva
parlato, e perfino adesso non lo riconosceva, ma si rammentava
di avergli perfino risposto qualcosa, di essersi voltato verso di
lui... Ecco quindi in che si risolveva tutto quel suo terrore del
giorno prima. La cosa più terribile era pensare che,
effettivamente, egli s'era trovato a un passo dalla rovina, che
c'era mancato poco che si perdesse per una circostanza così
insignificante. Dunque, tranne le sue parole sul voler prendere
in affitto l'appartamento e i suoi discorsi sul sangue, quell'uomo
non poteva riferire nulla. Anche Porfìrij, dunque, non
disponeva di nulla all'infuori del suo delirio: nessun fatto; tolta
quella psicologia, che era a doppio taglio, non aveva in mano
niente di positivo. Ma allora, se non fossero apparsi altri fatti (e
non dovevano apparire, non dovevano, non dovevano!),
allora... che cosa avrebbero potuto fargli? Come potevano
incriminarlo in maniera definitiva, anche se lo avessero
arrestato? Soltanto adesso, dunque, Porfìrij aveva saputo
dell'appartamento, mentre prima non ne sapeva niente.
«Siete stato voi a dire oggi a Porfìrij... che io ero venuto là?»
gridò quasi, colpito da quell'idea improvvisa.
«A quale Porfìrij?»
«Al giudice istruttore.»
«Sì, gliel'ho detto io. I portinai non ci sono andati, ma io sì.»
«Oggi?»
«Sono arrivato qualche minuto prima di voi, e ho sentito come
vi torturava.»
«Dove? Cosa? Quando?»
«Là, dietro il tramezzo; son rimasto là, seduto, per tutto il
tempo.»
«Come? Allora eravate voi la sorpresa? Ma come è possibile?
Insomma! ...»
«Quando vidi,» prese a dire l'artigiano, «che i portinai,
nonostante le mie parole, non ci volevano andare, perché,
dicevano, era ormai troppo tardi, e forse lui si sarebbe
arrabbiato perché non erano andati subito, la cosa non mi andò
giù; non riuscivo a dormire, e ho voluto prendere delle
informazioni. E saputo, ieri, come stavano le cose, oggi ci sono
andato.
La prima volta, lui non c'era. Sono tornato un'ora dopo e non
mi hanno ricevuto, sono andato una terza volta e mi hanno fatto
passare. Ho cominciato a riferirgli tutto per filo e per segno, ed
ecco che lui comincia a correre su e giù per la stanza, e a darsi
dei gran pugni sul petto: ‹Che cosa mi combinate,› dice,
‹briganti che non siete altro? Se avessi saputo una cosa simile,
lo avrei fatto venir qui sotto scorta!› Poi è corso fuori, ha
chiamato qualcuno e si è messo a confabulare in un angolo, poi
si è voltato di nuovo verso di me e ha cominciato a
interrogarmi e a insultarmi e mi ha fatto un'infinità di
rimproveri; ma io gli ho riferito ogni cosa, e gli ho detto che
alle mie parole di ieri non avevate osato rispondere nulla e non
mi avevate riconosciuto. E allora ha ripreso a correre su e giù,
sempre picchiandosi il petto, e si arrabbiava e correva, e
quando hanno annunciato il vostro arrivo, allora mi ha detto:
‹Ficcati dietro il tramezzo, stattene lì seduto, senza muoverti,
perché lui non ti senta›; e mi ha portato lui stesso una sedia, e
mi ha chiuso lì dentro. ‹Forse,› ha detto, ‹ti farò chiamare.›
Quando poi hanno condotto Nikolàj, allora mi ha fatto uscire
dopo di voi: ‹Ti farò chiamare ancora,› mi ha detto, ‹e ti
interrogherò...›»
«E Nikolàj lo ha interrogato in tua presenza?»
«Appena ha fatto uscire voi, ha fatto uscire anche me, e
soltanto dopo ha cominciato a interrogare Nikolàj.»
L'artigiano s'interruppe e di nuovo fece un profondo inchino,
toccando il pavimento col dito.
«Perdonatemi per la mia denuncia e per la mia malvagità.»
«Dio ti perdonerà,» rispose Raskòlnikov, e appena egli ebbe
detto questo, l'artigiano s'inchinò di nuovo, però non più fino a
terra, ma fino alla cintola, poi si volse lentamente e uscì dalla
stanza. «È tutto a doppio taglio, ormai è tutto a doppio taglio,»
ripeteva Raskòlnikov mentre usciva dalla stanza, più
baldanzoso che mai.
«E adesso lotteremo ancora,» disse con un sorriso rabbioso
mentre scendeva le scale. La rabbia, però, era rivolta contro se
stesso: era con disprezzo e vergogna che ricordava la sua
«vigliaccheria».
PARTE QUINTA
1
Il mattino successivo alla spiegazione fra Dùneèka, Pulchèrija
Aleksàndrovna e Pëtr Petròviè, spiegazione che fu fatale a
quest'ultimo, servì a snebbiargli la mente. Con profondo
dispiacere, egli dovette accettare a poco a poco come un fatto
compiuto e irreversibile ciò che ancora il giorno prima gli
sembrava un avvenimento quasi immaginario e impossibile,
benché realmente accaduto. Il nero serpe dell'amor proprio
ferito gli aveva succhiato il cuore tutta la notte.
Alzatosi dal letto, Pëtr Petròviè si guardò subito allo specchio.
Temeva d'aver avuto un travaso di bile durante la notte. Da
quel lato, invece, almeno per il momento, era tutto a posto; e
contemplando il suo nobile, pallido volto, un po' ingrassato
negli ultimi tempi, Pëtr Petròviè giunse perfino a consolarsi per
qualche istante, profondamente convinto di potersi trovare una
fidanzata da qualche altra parte, e magari anche migliore di
questa; ma subito tornò in sé, e sputò energicamente in un
angolo, suscitando così un sorriso sarcastico, sebbene non
accompagnato da commenti, nel suo giovane amico e
coinquilino Andrèj Semënoviè Lebezjàtnikov. Pëtr Petròviè
notò quel sorriso e, dentro di sé, lo mise subito a carico del suo
giovane amico. Negli ultimi tempi, gli aveva già messo a carico
parecchie cose. Il suo rancore raddoppiò quando,
improvvisamente, capì che non avrebbe dovuto, la sera prima,
informare Andrèj Semënoviè degli avvenimenti della giornata.
Era stato il suo secondo errore di quel giorno, commesso nella
fretta e per eccesso di espansività... Durante tutta la mattina,
poi, neanche a farlo apposta, ebbe un dispiacere dopo l'altro.
Perfino alla Corte Suprema lo aspettava uno scacco nella causa
che patrocinava in quella sede. Ma più di tutto lo irritò il
padrone dell'appartamento che aveva preso in affitto e rimesso
in ordine a sue spese in vista del matrimonio imminente: questo
padrone, un artigiano tedesco arricchito, non ne voleva sapere
di risolvere il contratto appena concluso, e pretendeva l'intera
penale fissata nel contratto, benché Pëtr Petròviè gli restituisse
l'appartamento quasi rimesso a nuovo. Allo stesso modo, anche
nel negozio di mobili non volevano saperne di restituirgli un
solo rublo della caparra versata per i mobili, che aveva
acquistato ma non ancora trasportato nell'appartamento. «Non
posso mica sposarmi solo a causa dei mobili!»
rimuginava Pëtr Petròviè digrignando i denti, mentre, ancora
una volta, un estremo barlume di speranza gli attraversava la
mente: «Possibile che tutto sia davvero definitivamente andato
a monte? Possibile che non si possa compiere un ulteriore
tentativo?» Il ricordo seducente di Dùneèka gli punse di nuovo
il cuore. Superò con un senso di pena quegli istanti e, certo, se
avesse potuto uccidere Raskòlnikov con un semplice desiderio,
Pëtr Petròviè lo avrebbe espresso immediatamente.
«Un altro sbaglio è stato quello di non aver dato loro nemmeno
un soldo,» pensava, tornandosene tutto triste nella stanzetta di
Lebezjàtnikov. «Perché poi, che il diavolo mi porti, son
diventato così taccagno? Ma non l'ho fatto nemmeno per
avarizia!... Pensavo di tenerle un po' a stecchetto per far sì che
mi considerassero come la divina provvidenza, e loro invece!...
Puah!... Se in tutto questo periodo, ad esempio, avessi sborsato
millecinquecento rubli per il corredo e per i regali, per tutte
quelle scatolette, nécessaires, corniole, stoffe e altre
porcheriole del genere, che si comprano da Knop e all'emporio
inglese, tutto sarebbe andato più liscio e... su basi più salde!
Non sarebbe stato tanto facile dirmi di no, allora! Data la loro
mentalità, in caso di rifiuto avrebbero ritenuto loro dovere
restituire i doni e il denaro; ma una simile restituzione sarebbe
stata dura e spiacevole! E sarebbe stata in gioco anche la loro
coscienza: come, così all'improvviso respingere un uomo
talmente generoso e delicato... Mmh! Ho fatto cilecca!» E
digrignando ancora una volta i denti, Pëtr Petròviè si diede
rapidamente dell'imbecille: dentro di sé, si capisce.
Giunto a tale conclusione, tornò a casa due volte più arrabbiato
e irascibile di quand'era uscito. I preparativi per il rinfresco
funebre nella stanza di Katerìna Ivànovna attrassero in parte la
sua curiosità. Già il giorno prima ne aveva sentito parlare;
ricordava perfino d'esser stato invitato anche lui, ma date le sue
preoccupazioni personali, non aveva badato a nient'altro.
Informatosi dalla signora Lippevèchzel, che in assenza di
Katerìna Ivànovna (in quel momento al cimitero) si dava da
fare per apparecchiare la tavola, seppe che la commemorazione
sarebbe stata solenne, che erano stati invitati quasi tutti gli
inquilini, alcuni perfino sconosciuti al defunto; che era stato
invitato perfino Andrèj Semënoviè Lebezjàtnikov, nonostante il
suo litigio con Katerìna Ivànovna, e infine che lui stesso, Pëtr
Petròviè, non solo era stato invitato, ma era perfino atteso con
grande impazienza, dato che era forse l'ospite più importante
fra tutti gli inquilini.
Quanto a Amàlija Ivànovna, era stata invitata anche lei con tutti
gli onori, malgrado i diverbi passati, e per questo ora lei si
affaccendava provandoci quasi gusto, e per di più era tutta in
ghingheri, con roba nuova e di seta, benché a lutto, e con un
sacco di fronzoli, dei quali si pavoneggiava. Tutti questi fatti e
queste notizie gli suggerirono una certa idea, ed egli se ne andò
subito nella sua stanza, vale a dire in quella di Andrèj
Semënoviè Lebezjàtnikov, con aria alquanto meditabonda.
Aveva saputo, infatti, che fra gli invitati sarebbe venuto anche
Raskòlnikov.
Andrèj Semënoviè, chissà perché, era rimasto in casa tutta la
mattina. Tra questo signore e Pëtr Petròviè si erano stabiliti dei
rapporti piuttosto strani, che in parte erano anche naturali: Pëtr
Petròviè lo disprezzava e lo odiava oltre ogni limite,
praticamente fin dal primo giorno in cui era venuto a vivere nel
suo alloggio, ma nello stesso tempo era come se lo temesse un
poco. Si era fermato da lui, appena arrivato a Pietroburgo, non
solo per gretta economia, benché questo fosse più o meno il
motivo principale: c'era anche un altro motivo. Già in provincia
aveva sentito parlare di Andrèj Semënoviè, suo antico pupillo,
come di uno dei più audaci giovani progressisti; anzi, come di
uno che aveva una parte importante in certi circoli straordinari
e quasi mitici. Ciò aveva impressionato Pëtr Petròviè. Proprio
questi circoli, potenti e onniscienti, che disprezzavano tutti e
accusavano tutti, già da tempo incutevano a Pëtr Petròviè una
paura speciale, benché del tutto indefinibile. Naturalmente da
solo, e per di più in provincia, non poteva farsi un'idea anche
solo approssimativa di una cosa simile. Come tutti, aveva
sentito dire che esistevano, soprattutto a Pietroburgo, certi
progressisti e nichilisti, denunciatori di ogni abuso eccetera
eccetera; ma, come molti altri, esagerava e travisava fino
all'assurdo il significato e l'importanza di queste
denominazioni. Più di tutto, già da qualche anno, temeva
siffatti denunciatori, e questo era il motivo principale della sua
incessante e morbosa inquietudine, soprattutto quando sognava
di trasferire la sua attività a Pietroburgo. In tal senso egli era,
come si dice, atterrito, come sono talvolta atterriti i bimbi.
Alcuni anni prima, in provincia, quando era ancora agli inizi
della sua carriera, aveva assistito a due casi di gravissime
accuse mosse a personaggi abbastanza importanti del
governatorato, ai quali si era attaccato fino ad allora e che lo
proteggevano. Uno dei due casi era terminato, per il
personaggio accusato, con uno scandalo particolarmente
notevole, mentre c'era mancato poco che anche l'altro
terminasse con delle grosse noie. Ecco perché Pëtr Petròviè
aveva deciso, appena arrivato a Pietroburgo, di scoprire subito
di che si trattava e, se era necessario, di mettere a ogni buon
conto le mani avanti e di entrare nelle grazie delle «giovani
generazioni». A tal fine riponeva le sue speranze in Andrèj
Semënoviè e, ad esempio, in previsione della visita a
Raskòlnikov, aveva imparato ad arrotondare alla meglio certe
frasi udite in bocca d'altri...
Naturalmente, non gli ci era voluto molto per capire che Andrèj
Semënoviè era un uomo estremamente banale e sempliciotto.
Ma questa scoperta non lo fece affatto ricredere e non valse a
rinfrancarlo. Anche se si fosse convinto che tutti i progressisti
erano degli autentici stupidi, anche così la sua inquietudine non
si sarebbe placata. In sostanza, di tutte quelle dottrine, idee e
sistemi (con cui Andrèj Semënoviè lo aveva subito assalito)
non gli importava assolutamente nulla. Egli aveva uno scopo
ben preciso. Doveva scoprire al più presto che c'era sotto, e
com'era nata la cosa. Avevano della forza, costoro, oppure no?
Aveva da temere qualcosa personalmente, oppure no? Lo
avrebbero denunciato se si fosse messo in qualche impresa,
oppure no? E, in caso affermativo, di che cosa lo avrebbero
precisamente accusato, e di che cosa veniva accusata la gente
in quel periodo? E non era tutto: era possibile accattivarsi in
qualche modo la loro benevolenza per poi subito infinocchiarli,
se davvero erano forti? Doveva o non doveva farlo? Non
sarebbe stato possibile, ad esempio, progredire nella carriera
proprio per mezzo loro? Insomma, c'erano centinaia di
domande a cui rispondere.
Questo Andrèj Semënoviè era un tipo cachettico e scrofoloso,
di bassa statura, impiegato in un ufficio qualsiasi,
straordinariamente biondo e con certe fedine a forma di
cotoletta delle quali era molto fiero. Inoltre, gli facevano quasi
sempre male gli occhi. Aveva un cuore abbastanza tenero, ma
un modo di parlare estremamente presuntuoso, e talvolta
perfino tracotante, ciò che, dato il suo aspetto, riusciva perlopiù
comico. Amàlija Ivànovna lo considerava, d'altronde, nel
numero dei suoi inquilini di un certo riguardo, perché non si
ubriacava e pagava regolarmente l'affitto. Nonostante queste
sue buone qualità, Andrèj Semënoviè era effettivamente
piuttosto stupido. Si era messo a servire il progresso e le
«giovani generazioni» per autentica passione. Apparteneva a
quella sconfinata ed eterogenea schiera di individui banali, di
aborti malaticci e di tipi bizzarri che hanno studiato male un po'
di tutto, e che si accodano sempre all'idea più di moda, per
subito rovinarla rendendo immediatamente ridicolo tutto ciò a
cui essi, talvolta nel modo più sincero, si dedicano anima e
corpo.
D'altra parte Lebezjàtnikov, pur essendo molto buono,
cominciava anch'egli a non poter più soffrire il suo coinquilino
ed ex-tutore Pëtr Petròviè. Era una cosa reciproca, alla quale
erano arrivati quasi senza accorgersene. Per quanto
sempliciotto fosse Andrèj Semënoviè, aveva cominciato
tuttavia, a poco a poco, ad accorgersi che Pëtr Petròviè lo
imbrogliava, che in cuor suo lo disprezzava, e che «non era
affatto l'uomo che sembrava». Aveva provato ad esporgli il
sistema di Fourier e la teoria di Darwin, ma Pëtr Petròviè,
specialmente negli ultimi tempi, aveva preso ad ascoltarlo con
aria un po' troppo sarcastica, e negli ultimissimi tempi arrivava
al punto da insolentirlo. In effetti, per istinto egli aveva
cominciato a rendersi conto che Lebezjàtnikov non soltanto era
un uomo abbastanza volgare e stupido, ma forse anche un
bugiardo, e che per di più non disponeva affatto, in seno al suo
ambiente, di relazioni importanti, ma si limitava a raccogliere
voci di terza mano; e non basta: forse non conosceva tanto
bene nemmeno il suo compito di propagandista, visto che si
confondeva così facilmente: altro che fare il denunciatore!
Noteremo di sfuggita che Pëtr Petròviè, in quella settimana e
mezzo, soprattutto all'inizio, aveva accettato volentieri da
Andrèj Semënoviè delle lusinghe alquanto strane: non
protestava, ad esempio, ma rimaneva in silenzio se Andrèj
Semënoviè gli attribuiva il proposito di contribuire alla
imminente creazione di una nuova «comune» in qualche casa
della via Mešèànskaja; o quello di non opporsi a Dùneèka se
questa, già al primo mese di matrimonio, avesse voluto
prendersi un amante; o di non battezzare i suoi futuri figli, ed
altre cose di questo genere. Pëtr Petròviè, per naturale
inclinazione, non aveva nulla da ridire sulle qualità che gli si
attribuivano, e lasciava che lo si lodasse perfino per quei titoli,
tanto gli era gradito qualsiasi elogio.
Pëtr Petròviè, che quella mattina, per certi suoi motivi, aveva
cambiato alcune cartelle di rendita al cinque per cento, era
seduto davanti al tavolo, intento a contare i pacchetti e le serie
delle banconote. Andrèj Semënoviè, che non aveva quasi mai
soldi, passeggiava su e giù per la stanza sforzandosi di
guardare tutti quei pacchetti con indifferenza e perfino con
disprezzo. Pëtr Petròviè, per esempio, non avrebbe mai creduto
che Andrèj Semënoviè potesse guardare con indifferenza tutto
quel denaro; Andrèj Semënoviè, a sua volta, pensava con
amarezza che forse Pëtr Petròviè era davvero capace di pensare
una cosa simile, e che magari era anche contento di stuzzicare
così il suo giovane amico, ostentando quei pacchetti di denaro
e per ricordargli la sua nullità nonché l'enorme differenza che,
secondo lui, esisteva fra loro.
In quel momento, Andrèj Semënoviè trovava Pëtr Petròviè
terribilmente esasperante e poco delicato, sebbene lui, Andrèj
Semënoviè, avesse cominciato a parlargli del suo argomento
preferito, quello dell'organizzazione di una nuova «comune» di
tipo speciale. Le brevi obiezioni e osservazioni che sfuggivano
a Pëtr Petròviè negli intervalli tra uno schiocco e l'altro delle
palline del pallottoliere, sapevano nel modo più palese di
voluta e scortese canzonatura. Tuttavia, l'«umano» Andrèj
Semënoviè attribuiva la disposizione d'animo di Pëtr Petròviè
al dispiacere della sua recente rottura con Dùneèka, e ardeva
dal desiderio di trattare al più presto possibile quell'argomento.
Egli aveva qualcosa da dirgli in proposito, qualcosa di
progressista e di propagandistico, capace di consolare il suo
rispettabile amico e di recare «indubbio» vantaggio al suo
ulteriore sviluppo mentale.
«È vero che si prepara non so quale rinfresco funebre da
quella... vedova?» domandò a un tratto Pëtr Petròviè,
interrompendo Andrèj Semënoviè nel punto più interessante.
«Come se non lo sapeste! Eppure ieri ne ho parlato con voi, e
vi ho anche esposto le mie idee su tutti questi riti... Del resto ha
invitato anche voi, a quel che ne so. Voi stesso, ieri, avete
parlato con lei...»
«Non potevo certo immaginare che quella stupida pezzente
sprecasse per una commemorazione tutti i soldi ricevuti da
quell'altro stupido... di Raskòlnikov. Mi sono perfino
meravigliato, nel passare di lì: grandi preparativi, vini!... È
stata invitata molta gente, e sa soltanto il diavolo che gente!»
proseguì Pëtr Petròviè, portando il suo interlocutore su
quell'argomento con qualche suo scopo recondito «Che cosa?
Dite che ha invitato anche me?» aggiunse d'un tratto,
sollevando il capo. «Come mai? Non lo ricordo. Del resto, non
ci andrò. Che ci vado a fare? Ieri le ho parlato soltanto, di
sfuggita, della possibilità che avrebbe di ottenere; come vedova
povera di un funzionario, un sussidio annuale a titolo di
sovvenzione temporanea. Che sia per questo che mi ha
invitato?»
«Anch'io non ho intenzione di andarci,» disse Lebezjàtnikov.
«Lo credo bene! L'avete picchiata con le vostre proprie mani.
Naturale, quindi, che non ve la sentiate, eh, eh, eh!»
«Picchiata? Chi avrei picchiato, io?» protestò Lebezjàtnikov,
facendosi perfino rosso.
«Voi, proprio voi avete picchiato Katerìna Ivànovna, un mese
fa; non è forse vero? L'ho sentito con le mie orecchie, ieri...
Eccole qua le vostre convinzioni!... Anche con la questione
femminile, non è che siamo molto avanti. Eh, eh, eh!» E Pëtr
Petròviè, come se si sentisse meglio, si rimise a far schioccare
il pallottoliere.
«Tutte sciocchezze e calunnie!» proruppe Lebezjàtnikov, il
quale temeva sempre maledettamente che gli ricordassero
quella faccenda. «Non è andata affatto così! E tutta un'altra
storia... Avete sentito male, è un pettegolezzo! Ho
semplicemente dovuto difendermi. È stata lei a gettarsi su di
me con le unghie... Mi ha strappato tutta una fedina... Chiunque
ha diritto, almeno spero, di difendere la propria persona.
Inoltre, non permetto a nessuno di usare la violenza contro di
me... Per principio. Perché è già quasi dispotismo, questo. Che
cosa dovevo fare? Starmene lì fermo davanti a lei? L'ho
semplicemente respinta.»
«Eh, eh, eh!» continuava a ridacchiare malignamente Lùžin.
«Mi stuzzicate perché voi stesso avete della rabbia in corpo...
Ma questa è una sciocchezza, e non riguarda affatto il problema
femminile! Voi interpretate la cosa a modo vostro; io ho perfino
pensato che se l'uomo è uguale in tutto alla donna, anche nella
forza fisica (cosa che già alcuni affermano), allora deve esserci
parità anche in questo. Certo, solo dopo ho capito che il
problema non può sussistere, giacché non devono sussistere
nemmeno le risse, le quali, nella società futura, sono del tutto
inconcepibili... infine, è ridicolo cercare l'uguaglianza in una
rissa. Non sono così stupido... anche se, in effetti, le risse
esistono... voglio dire, più avanti non ci saranno più, ma adesso
esistono ancora... Accidenti! A parlare con voi si finisce per
perdere il filo! Non è certo per questo incidente che non andrò
alla commemorazione. Non ci vado per principio, per non
farmi complice di un ignobile pregiudizio, ecco perché! Del
resto, potrei anche andarci, tanto per fare quattro risate...
Peccato soltanto che non ci siano preti, se no ci andrei
senz'altro.»
«Cioè, andreste a sedervi alla mensa di chi vi ospita per
affrettarvi a sputare su di essa e su coloro che v'hanno invitato.
Non è così, forse?»
«Non per sputarci, ma per protestare. Ci andrei con uno scopo
utile. Posso contribuire indirettamente alla evoluzione del mio
prossimo e alla propaganda. Ogni uomo ha il dovere di
sviluppare le menti altrui e di far propaganda, e probabilmente,
quanto più essa è violenta, meglio è. Potrei gettare un'idea, un
seme... Da questo seme nascerà un fatto. In che senso li
offenderei, poi? Dapprima, forse, si offenderebbero, ma poi
vedrebbero da sé che ho fatto loro del bene. Ecco, da noi
qualcuno rimprovera la Terèbëva (quella che adesso vive nella
comune), perché quando uscì dalla famiglia e... si diede a un
uomo, scrisse a sua madre e a suo padre di non voler vivere nel
pregiudizio e che aveva contratto una libera unione; dissero,
allora, che lei era stata troppo brutale nei confronti dei genitori,
che avrebbe potuto risparmiarli e scrivere loro una lettera più
delicata. Secondo me sono tutte sciocchezze, non occorre
affatto essere più delicati, ma, al contrario, è proprio così che si
deve protestare. Ecco, la Varènts, dopo aver vissuto sette anni
col marito, ha tagliato netto con lui e ha abbandonato anche
due figli, scrivendo in una lettera: ‹Mi rendo conto di non poter
essere felice con voi. Non vi perdonerò mai per avermi
ingannata, nascondendomi l'esistenza di una società
organizzata diversamente attraverso le comuni. Di recente ho
appreso tutto ciò da un uomo generoso, al quale mi sono data,
ed insieme con lui entrerò a far parte di una comune. Vi parlo
francamente, perché ritengo disonesto ingannarvi. Fate come
meglio vi pare, ma non sperate di riavermi: siete troppo in
ritardo. Vi auguro di essere felice.› Ecco come si scrivono le
lettere di questa specie!»
«Ma quella Terèbëva non è la stessa della quale, una volta, mi
avete detto che ha già contratto la sua terza unione libera?»
«La seconda, per essere esatti. Ma anche se fosse la quarta o la
quindicesima, che cosa importa? Se mai ho rimpianto che mio
padre e mia madre fossero morti, è proprio adesso. Se fossero
ancora vivi, pensate che razza di protesta gli avrei scodellato
sotto il naso! Avrei condotto apposta le cose in un certo modo...
Altro che ‹lembo di carne tagliato via dal seno della famiglia› !
Gli avrei fatto vedere io! Li avrei fatti rimanere a bocca aperta!
Peccato che non ho più nessuno!»
«Qualcuno da far stupire? Eh, eh! Be', quanto a questo, potete
pensarla come meglio vi pare,» lo interruppe Pëtr Petròviè.
«Ma ditemi un po': la conoscete la figlia del defunto, quel tipo
così mingherlino? È proprio vero quello che dicono di lei, no?»
«E con questo? Secondo me, cioè secondo la mia personale
convinzione, è proprio la posizione più normale per una donna.
Perché no? Cioè, distinguons. Nella società attuale,
naturalmente, non è affatto normale, perché basata sulla
coercizione, ma in futuro sarà perfettamente normale, perché
scelta liberamente. Anche adesso, comunque, lei aveva tutto il
diritto di farlo: soffriva, e questo era, per così dire, la sua
proprietà, il suo capitale, del quale aveva pieno diritto di
disporre. Naturalmente, nella società futura non ci sarà bisogno
di proprietà; ma questa funzione, allora, avrà un altro senso,
sarà regolata in maniera armoniosa e razionale. Per quanto
riguarda Sòfja Semënovna personalmente, allo stato attuale
delle cose considero il suo comportamento come una protesta
energica e personificata contro l'ordinamento sociale, e quindi
lo rispetto profondamente, anzi, gioisco nel venirne a
conoscenza!»
«A me, invece, avevano raccontato che siete stato proprio voi a
farla scacciare da queste stanze mobiliate!»
Lebezjàtnikov perse completamente le staffe.
«È un altro pettegolezzo!» si mise a gridare. «Non è andata
così! Non è andata affatto così! È Katerìna Ivànovna che s'è
inventato tutto, perché non aveva capito niente! E io non
cercavo affatto di ottenere i favori di Sòfja Semënovna!
Semplicemente la aiutavo ad evolversi, in maniera del tutto
disinteressata, cercando di suscitare in lei lo spirito di
protesta... Soltanto la protesta volevo, e la stessa Sòfja
Semënovna, d'altronde, non poteva più rimanere qui!»
«L'avete invitata a entrare nella comune?»
«Voi non fate che prendermi in giro e, permettete che ve lo
dica, del tutto a sproposito! Non capite niente! Nella comune
non esistono simili funzioni. La comune stessa viene
organizzata proprio perché non ve ne siano. Nella comune
questa funzione cambierà completamente il suo carattere
attuale, e ciò che qui è stupido, là diventerà intelligente; ciò che
qui, date le condizioni attuali, è innaturale, là diventerà
perfettamente naturale. Tutto dipende dall'ambiente e dalle
condizioni in cui si trova l'uomo. L'ambiente è tutto, e l'uomo
per se stesso è nulla. Con Sòfja Semënovna sono in ottimi
rapporti anche adesso, e questo vi dimostra che lei non mi ha
mai considerato un suo nemico o uno che l'abbia offesa. Sì! Io
cerco di farla entrare nella comune, ma su basi completamente
diverse! Che avete da ridere? Noi vogliamo organizzare una
nostra comune, a parte, su basi più larghe di quelle precedenti.
Abbiamo fatto molti progressi nelle nostre convinzioni.
Neghiamo un maggior numero di cose! Se Dobroljùbov uscisse
dalla tomba, avrei parecchie cose da discutere con lui. Quanto a
Belìnskij, poi, gli farei vedere io! Intanto, io continuo a
sviluppare intellettualmente Sòfja Semënovna. È una magnifica
natura, la sua, davvero magnifica!»
«E voi, già che ci siete, ne approfittate di questa magnifica
natura, non è vero? Eh, eh!»
«No, no! No davvero! Al contrario!»
«Be', proprio al contrario?... Eh, eh, eh! L'avete detta grossa!»
«Voi dovete credermi! Per che motivo ve lo nasconderei, in fin
dei conti? Anzi, lo trovo strano anch'io: con me si dimostra
timida, profondamente pudica e vergognosa!»
«E voi, si capisce, le sviluppate la mente... eh, eh! Le
dimostrate, immagino, che tutti questi pudori sono assurdi?...»
«Ma nient'affatto! Nient'affatto! Che maniera grossolana, direi
perfino stupida - vogliate scusarmi - d'intendere la parola
sviluppo! N-non capite proprio nulla! Dio mio, come siete
ancora... impreparato! Noi cerchiamo la libertà della donna,
mentre voi avete in testa una cosa sola... Prescindendo
completamente dalla questione della castità e del pudore
femminile, come cose in se stesse inutili e, diciamo pure, veri e
propri pregiudizi, io ammetto pienamente che lei sia casta con
me, perché vuole così ed è suo diritto volerlo. Naturalmente, se
mi dicesse: ‹Ti voglio›, mi considererei molto fortunato, perché
la ragazza mi piace parecchio; ma finora, per lo meno finora,
nessuno l'ha trattata mai in modo più cortese e deferente di me,
né con maggior rispetto per la sua dignità... Io aspetto e spero,
e basta!»
«Dovreste, invece, regalarle qualcosa. Ci scommetto la testa
che a questo non avete pensato.»
«N-non capite proprio nulla, ve l'ho già detto! Certo, la sua
situazione è quella che è, ma la questione è un'altra!
Completamente diversa! Voi la disprezzate, ecco tutto, a causa
di un fatto che erroneamente considerate degno di disprezzo, e
vi rifiutate di considerare un essere umano da un punto di vista
umano. Voi non sapete nemmeno che tipo di donna sia! Quello
che mi dispiace moltissimo è che, in questi ultimi tempi, lei
abbia smesso di leggere e non prenda più libri da me. Prima,
invece, ne prendeva. Peccato anche che con tutta la sua energia
e fermezza nel protestare, di cui ha già dato prova una volta,
dimostri ancora scarsa indipendenza e, per così dire, scarsa
autonomia, scarsa capacità di ribellione per liberarsi
definitivamente da certi pregiudizi... e da certe sciocchezze.
Nonostante ciò, afferra benissimo alcuni problemi. Ad
esempio, ha capito benissimo la questione del baciamano, cioè
che l'uomo offende la donna con un segno di disuguaglianza, se
le bacia la mano. Io gliene ho parlato, e abbiamo dibattuto
insieme tale questione. Ha ascoltato attentamente anche ciò che
le ho detto sulle associazioni operaie in Francia. Ora le sto
spiegando la questione del libero accesso in tutte le stanze nella
società futura.»
«Che roba è?»
«In questi ultimi tempi si è dibattuta una questione: un membro
della comune ha diritto di entrare nella stanza di un altro
membro, uomo o donna che sia, in qualsiasi momento?...
Ebbene, è stato deciso che si ha questo diritto...»
«E se quel tale o quella tale, proprio in quel momento, sono
occupati con certi bisogni imprescindibili? Eh, eh!»
Andrèj Semënoviè addirittura si arrabbiò.
«Proprio non volete smetterla con quei vostri maledetti
‹bisogni› !» esclamò con odio. «Accidenti, quanto mi secca
d'avervi parlato troppo presto, nell'esporvi il sistema, di questi
maledetti bisogni! Accidenti a me! È un vero e proprio ostacolo
per tutti i tipi come voi, e il peggio è che vi ci aggrappate prima
ancora di aver capito di cosa si tratta! E sembra che abbiate
ragione voi! Come se ci fosse qualcosa di cui andare fieri!
Puah! Ho affermato parecchie volte che tutto questo problema
può essere esposto ai neofiti soltanto verso la fine, quando si
siano già convinti del sistema, quando l'individuo abbia già
ricevuto un'evoluzione e un orientamento. E poi; ditemi un po',
che cosa ci trovate di così vergognoso e spregevole, fosse pure
nei pozzi neri? Io per primo sono pronto a vuotarli tutti quanti,
uno dopo l'altro! E non c'è, in questo, nessuno spirito di
abnegazione! È un lavoro, un'attività nobile e utile alla società,
simile a qualsiasi altra, e indubbiamente molto superiore, per
esempio, a quella di un Raffaello o di un Puškin, dal momento
che è più utile!»
«E più nobile, soprattutto più nobile, vero?»
«Che cosa significa più nobile? Io non capisco l'uso di simili
espressioni nel definire l'attività umana. ‹Più nobile›, ‹più
generoso› sono tutte sciocchezze, assurdità, parole legate a
vecchi pregiudizi, pregiudizi che io rinnego! Tutto ciò che è
utile all'umanità, è anche nobile! Io do valore a una sola parola:
utile! Potete ridere quanto vi pare, ma è così!»
Pëtr Petròviè rideva di gusto. Aveva finito di contare i soldi,
ormai, e li aveva messi via. Ma, chissà perché, un po' di denaro
era rimasto sulla tavola. La «questione dei pozzi neri» era già
stata varie volte, a dispetto della sua volgarità, causa di
dissenso e di rottura fra Pëtr Petròviè e il suo giovane amico.
La cosa assurda era che Andrèj Semënoviè si arrabbiava sul
serio, mentre Lùžin considerava ciò come un piacevole sfogo;
in quel momento, poi, provava un gusto particolare a far
arrabbiare Lebezjàtnikov.
«È per il vostro fiasco di ieri che siete così rabbioso e non mi
lasciate in pace,» sbottò alla fine Lebezjàtnikov, che in
generale, nonostante tutta la sua «indipendenza» e tutte le sue
«proteste», sembrava non osasse opporsi a Pëtr Petròviè, e
conservava ancora nei suoi confronti un atteggiamento quasi di
rispetto, dovuto ai loro rapporti precedenti.
«Ditemi piuttosto una cosa,» lo interruppe Pëtr Petròviè in tono
altezzoso e con dispetto, «potete voi... o, per dir meglio: siete
davvero così intimo con la giovane persona di cui abbiamo
parlato, da chiederle di venire per un minuto qui, in questa
stanza? Mi pare che siano già tornati tutti dal cimitero... Sento
molta gente che si muove... Avrei bisogno di vederla, quella
persona.»
«E perché mai?» domandò Lebezjàtnikov, meravigliato.
«Così, ne ho bisogno. Oggi o domani me ne andrò da qui, e
perciò vorrei comunicarle... Del resto, se volete, potete
assistere al nostro colloquio. Anzi, sarà meglio. Se no, Dio sa
cosa potreste pensare...»
«Non penserei proprio nulla... Ho chiesto solo così, per
chiedere, e se avete tra voi un affare, non c'è niente di più facile
che chiamarla. Vado subito. Quanto a me, state sicuro che non
vi disturberò.»
Infatti, cinque minuti dopo Lebezjàtnikov era di ritorno con
Sòneèka. Sònja entrò molto meravigliata e, secondo il suo
solito, intimidita. In occasioni simili s'intimidiva sempre, aveva
una gran paura delle facce nuove e delle nuove conoscenze; ne
aveva sempre avuto paura sin dall'infanzia, e tanto più ora...
Pëtr Petròviè la accolse «in maniera amabile e cortese», non
scevra da una sfumatura di allegra familiarità, che si addiceva
d'altronde, secondo l'opinione di Pëtr Petròviè, a una persona
rispettabile e seria come lui nel trattare con una creatura così
giovane e in un certo senso interessante. Egli si affrettò a
«rinfrancarla» e la fece accomodare davanti alla tavola, di
fronte a sé. Sònja sedette, diede una rapida occhiata a
Lebezjàtnikov e al denaro sulla tavola, poi tornò a Pëtr Petroviè
e non staccò più gli occhi da lui, come affascinata.
Lebezjàtnikov fece per avviarsi verso la porta, ma Pëtr Petròviè
si alzò, con un gesto invitò Sònja a rimanere seduta e fermò
Lebezjàtnikov sulla soglia.
«Quel Raskòlnikov è di là? È venuto?» domandò sottovoce.
«Raskòlnikov? Sì, è di là. Ma perché?... Sì, è di là... entrato
proprio ora, l'ho visto io... Ma che c'è?»
«Bene, allora vi prego ancor più vivamente di rimanere qui con
noi, e di non lasciarmi solo con questa... ragazza.
È una cosa da niente, ma potrebbero pensare Dio sa cosa. Non
desidero che Raskòlnikov possa riferirlo là... Capite cosa
voglio dire?»
«Ah, capisco, capisco!» indovinò di colpo Lebezjàtnikov. «Sì,
ne avete il diritto... Certo, non corrisponde alle mie
convinzioni, e voi esagerate nei vostri timori, ma.. comunque,
ne avete il diritto. Va bene, resterò. Mi metterò qui presso la
finestra e non vi disturberò... Secondo me, ne avete il diritto...»
Pëtr Petròviè tornò sul divano, sedette di fronte a Sònja, la
guardò attentamente e d'un tratto assunse un'aria molto, molto
grave, perfino un po' severa, come a dire: «Non vorrei che ti
frullasse qualche strana idea per il capo, mia cara.» Sònja si
smarrì del tutto.
«In primo luogo, Sòfja Semënovna, vogliate scusarmi con la
vostra rispettabilissima mammina... È così, se non sbaglio?
Katerìna Ivànovna vi fa le veci di madre?» cominciò Pëtr
Petròviè con molta gravità, ma, d'altronde, abbastanza
affabilmente. Si vedeva che era animato dalle intenzioni più
amichevoli.
«Proprio così, proprio così, le veci di madre,» si affrettò a
rispondere Sònja in tono spaurito.
«E così, dunque, scusatemi con lei se io, per circostanze
indipendenti dalla mia volontà, sono costretto a non venire e
non potrò mangiare le frittelle con voi... voglio dire che non
posso venire alla commemorazione funebre, nonostante il
gentile invito della vostra mammina.»
«Certo, glielo dirò, subito,» e Sòneèka balzò su dalla sedia.
«Non è ancora tutto,» la fermò Pëtr Petròviè, sorridendo nel
vederla così ingenua e all'oscuro delle convenienze.
«Voi dovete conoscermi poco, gentilissima Sòfja Semënovna,
se avete pensato che per un motivo così poco importante, e
riguardante me solo, mi sarei permesso di incomodare e far
venire da me una persona come voi. Il mio scopo è un altro.»
Sònja tornò in fretta a sedersi. I biglietti di banca, grigi e
policromi, ch'eran rimasti sulla tavola, balenarono di nuovo
davanti ai suoi occhi, ma ne distolse rapidamente lo sguardo e
lo girò verso Pëtr Petròviè tutt'a un tratto le era parso
terribilmente sconveniente, specialmente per lei, guardare il
denaro altrui. Aveva già preso a fissare l'occhialino d'oro che
Pëtr Petròviè teneva nella mano sinistra, e anche il grande e
bellissimo anello massiccio, con una pietra gialla, ch'egli
portava al dito medio della stessa mano, ma poi distolse lo
sguardo anche da lì e, non sapendo più che fare di se stessa,
finì per fissare di nuovo Pëtr Petròviè dritto negli occhi. Dopo
un silenzio ancor più grave di prima, questi continuò:
«Ieri m'è capitato di scambiare, di sfuggita, due parole con
l'infelice Katerìna Ivànovna. Sono bastate due parole per capire
che si trova in uno stato... anormale, se così ci si può
esprimere...»
«Sì, sì... anormale,» s'affrettò a far eco Sònja.
«O, in parole più semplici e comprensibili, è malata.»
«Sì, in maniera più semplice e compr... sì, è malata.»
«Già... quindi, per un senso di umanità, e-e-e, per così dire, di
compassione, vorrei rendermi, dal canto mio, utile in qualcosa,
giacché prevedo la sua sorte inevitabilmente infelice. Se non
sbaglio, adesso siete voi ad avere completamente a carico tutta
quella disgraziatissima famiglia.»
«Permettete una domanda,» e Sònja d'un tratto si alzò, «che
cosa le avete detto, ieri, circa la possibilità di avere una
pensione? Già ieri, infatti, mi ha detto che le avete promesso di
procurarle una pensione. È vero?»
«Assolutamente no, anzi, in un certo senso, è una vera
assurdità. Ho semplicemente accennato alla possibilità di
sovvenzioni temporanee a favore delle vedove di funzionari
morti in servizio sempre che si abbiano delle raccomandazioni:
ma mi pare che il vostro defunto genitore non solo non abbia
prestato servizio fino al termine prescritto, ma che negli ultimi
tempi addirittura non lavorasse affatto. Insomma, anche se c'è
una speranza, è estremamente tenue, perché in realtà non esiste
nessun diritto ad ottenere un sussidio, no, proprio nessuno...
Mentre lei già aveva pensato a una pensione, eh, eh, eh! Corre
troppo, la signora!»
«Sì, a una pensione... perché è credula e buona, e data la sua
bontà crede a tutto, e... e... e... ha la mente fatta in questo
modo... Già... scusate tanto,» disse Sònja, e di nuovo fece per
andarsene.
«Permettete, non mi avete ascoltato sino alla fine.»
«Sì, non vi ho ascoltato sino alla fine,» mormorò Sònja.
«Allora sedetevi.»
Sònja si confuse terribilmente e si rimise a sedere per la terza
volta.
«Vedendo questa sua situazione, con quei disgraziati
minorenni, vorrei, come ho già detto prima, rendermi utile in
qualche modo, nei limiti delle mie forze, beninteso entro tali
limiti e non oltre. Per esempio, si potrebbe organizzare una
colletta in suo favore o, per così dire, una lotteria... o qualcosa
del genere, come sempre fanno, in casi simili, gli amici intimi,
o anche gente estranea, ma desiderosa di venire in aiuto. È
proprio di questo che volevo parlarvi. La cosa sarebbe
possibile.»
«Sì, sarebbe bene... Che Iddio vi...» balbettava Sònja,
guardando fissamente Pëtr Petròviè.
«La cosa è possibile, ma... di questo parleremo più avanti...
cioè, si potrebbe cominciare oggi stesso. Stasera ci vedremo, ci
metteremo d'accordo e getteremo, per così dire, le basi. Passate
da me verso le sette. Spero che anche Andrèj Semënoviè vorrà,
insieme a noi... Tuttavia... c'è una circostanza della quale
occorre parlare preventivamente, e a fondo. È per questo che
mi sono permesso di disturbarvi, Sòfja Semënovna, facendovi
venire qui. La mia opinione è che non si può dare in mano alla
stessa Katerìna Ivànovna del denaro; ne è prova la stessa
commemorazione funebre di oggi. Pur non avendo, per così
dire, nemmeno un pezzo di pane per il giorno dopo... per non
parlare delle scarpe e di tutto il resto... oggi si compra rhum
della Giamaica e, se non sbaglio, perfino del Madera e-e-e del
caffè. Ho veduto passando. Domani, poi, ogni cosa ricadrà
sulle vostre spalle, fino all'ultimo tozzo di pane; e questo è
assurdo. Perciò anche la colletta, secondo il mio punto di vista,
deve avvenire in modo che l'infelice vedova, per così dire, non
sappia niente del denaro, e che lo sappiate, ad esempio,
soltanto voi. Dico bene?»
«Non so. Lei ha fatto questo soltanto oggi... una volta nella
vita... voleva proprio commemorare il defunto, onorarne la
memoria... ed è una donna molto intelligente. Del resto, fate
come volete, e io sarò molto, molto, molto... tutti loro vi
saranno... Dio vi... e anche gli orfani...»
Sònja non completò la frase e si mise a piangere.
«Già... Dunque, tenete presente quanto abbiamo detto; e adesso
abbiate la compiacenza di accettare, personalmente da me,
nell'interesse della vostra parente e per i primi bisogni, una
somma proporzionata alle mie possibilità. Desidero molto,
moltissimo, che in questa circostanza non sia fatto il mio nome.
Ecco... avendo, per così dire, delle preoccupazioni io stesso,
non sono in grado di fare di più...»
E Pëtr Petròviè tese a Sònja un biglietto da dieci rubli dopo
averlo accuratamente spiegato. Sònja lo prese, avvampò tutta,
balzò in piedi, mormorò qualcosa e si affrettò a inchinarsi per
prendere congedo. Pëtr Petròviè l'accompagnò solennemente
fino alla porta. Alla fine lei corse fuori dalla stanza, tutta
agitata e affranta, e tornò da Katerìna Ivànovna in preda a un
indicibile turbamento.
Durante tutta questa scena, Andrèj Semënoviè ora era rimasto
fermo presso la finestra, ora aveva passeggiato su e giù per la
stanza, non volendo interrompere la conversazione; ma quando
Sònja fu uscita, subito si avvicinò a Pëtr Petròviè e gli tese
solennemente la mano:
«Ho sentito tutto e ho visto tutto,» disse, accentuando
particolarmente l'ultima parola. «È un gesto nobile, cioè,
volevo dire, umano! Volevate evitare le espressioni di
riconoscenza, l'ho visto bene! E benché, devo ammetterlo, non
possa approvare, per principio, la beneficenza privata, giacché
non solo non elimina radicalmente il male, ma anzi lo alimenta
ancor di più, tuttavia non posso non confessarvi che ho assistito
con piacere alla vostra buona azione: sì, sì, questo mi piace.»
«Via, sono tutte sciocchezze!» mormorava Pëtr Petròviè, un po'
turbato e osservando Lebezjàtnikov con particolare attenzione.
«No, non sono sciocchezze! Una persona offesa e indispettita,
come voi, in seguito all'incidente di ieri, e che nello stesso
tempo è capace di pensare alla disgrazia altrui, un uomo così...
anche se con il suo atto compie un errore sociale, nondimeno...
è degno di rispetto! Confesso che nemmeno me l'aspettavo da
voi, Pëtr Petròviè, tanto più che secondo i vostri principi... Oh!
Di quanto ostacolo vi sono ancora i vostri principi! Come vi
turba, ad esempio, il vostro insuccesso di ieri!» esclamava il
buon Andrèj Semënoviè, provando di nuovo una viva simpatia
per Pëtr Petròviè. «Ma che bisogno avete, che bisogno, dico io,
di questo matrimonio, di questo matrimonio legale, mio
nobilissimo e carissimo Pëtr Petròviè? Che ve ne fate di questa
legalità del matrimonio? Su, se volete, picchiatemi, ma io sono
contento, proprio contento che sia andato a monte, che voi siate
libero, che non siate ancora completamente perduto per
l'umanità: ne sono proprio contento... Vedete: vi ho detto tutto
ciò che penso!»
«Perché non voglio, in una delle vostre libere unioni, portar le
corna e tirar su bambini altrui, ecco perché mi serve il
matrimonio legale,» rispose Lùžin, tanto per dire qualcosa.
Appariva molto preoccupato e pensieroso.
«Bambini? Avete detto bambini?» fremette Andrèj Semënoviè,
come un cavallo da battaglia che abbia udito la tromba di
guerra. «I figli sono una questione sociale, una questione di
primissima importanza, e su questo sono d'accordo; ma la
questione dei figli verrà risolta in altro modo. Alcuni,
addirittura, respingono completamente i figli, come qualsiasi
altro accenno alla famiglia. Ma dei figli parleremo dopo;
adesso parliamo delle corna! Lo ammetto, questo è il mio
punto debole. Quest'espressione ignobile, da caserma, usata da
Puškin, è addirittura inconcepibile nel futuro vocabolario. E
poi, cosa sono le corna? Che confusione di idee! Quali corna?
Perché le corna? Che sciocchezze! Al contrario, nell'unione
libera esse non ci saranno affatto! Le corna sono
semplicemente la conseguenza naturale di qualsiasi matrimonio
legale, per così dire un suo correttivo, una protesta, cosicché, in
questa accezione, non sono per niente umilianti... E se un
giorno io - ammettendolo per assurdo - sarò sposato
legalmente, sarò perfino contento di portarle, queste vostre
maledettissime corna; e dirò a mia moglie: ‹Amica mia, finora
ti ho soltanto amata, adesso ti rispetto, perché sei stata capace
di protestare!› Ridete? È perché non avete la forza di liberarvi
dai pregiudizi! Accidenti, lo capisco benissimo anch'io quanto
sia spiacevole essere ingannati, nel matrimonio legale: ma
questa non è che l'iniqua conseguenza di un fatto iniquo, nel
quale sono umiliati sia l'uno che l'altra. Quando invece le corna
si fanno apertamente, come nella libera unione, allora non
esistono più, sono impensabili, e addirittura perdono il nome di
corna. Anzi, la vostra compagna vi dimostra di stimarvi,
ritenendovi incapace di opporvi alla sua felicità e tanto evoluto
da non vendicarvi di lei per la sua nuova unione. Che il diavolo
mi porti, talvolta penso che se mi dessero moglie, ma no, che
dico, se mi sposassi (contraendo un'unione libera oppure legale,
in questo caso fa lo stesso), forse sarei proprio io a condurre un
amante da mia moglie, qualora lei tardasse a trovarselo.
‹Amica mia,› le direi. ‹io ti amo, ma desidero anche che tu mi
stimi, quindi, eccoti qua!› Dico bene, dico bene?...»
Pëtr Petròviè, ascoltando, ridacchiava, ma senza troppa
convinzione. Anzi, non stava nemmeno molto attento.
Infatti pensava a qualcos'altro, e perfino Lebezjàtnikov finì per
accorgersene. Pëtr Petròviè era addirittura agitato, si fregava le
mani, appariva distratto. Andrèj Semënoviè ricordò e interpretò
tutto questo più tardi...
2
Sarebbe difficile indicare con esattezza le ragioni per cui nella
mente sconvolta di Katerìna Ivànovna era nata l'idea di
quell'assurda commemorazione. Effettivamente, in quel modo
se n'erano andati quasi dieci rubli, dei venti e più ricevuti da
Raskòlnikov espressamente per il funerale di Marmelàdov.
Forse, Katerìna Ivànovna considerava suo dovere verso il
defunto onorarne la memoria «come si deve», affinché tutti gli
inquilini, e in particolare Amàlija Ivànovna, sapessero che egli
era stato «non solo nient'affatto peggiore di loro, ma forse
anche molto migliore», e che nessuno di loro aveva il diritto di
«fare tanto il grande» davanti a lui. Forse, in questo giocava
più di tutto quello speciale orgoglio dei poveri per cui, in certe
cerimonie sociali obbligatorie per chiunque nel nostro modo di
vivere, molti poveracci si spellano e spendono gli ultimi
quattro soldi che hanno risparmiato, allo scopo di «non essere
da meno degli altri» e non essere «criticati». È anche assai
probabile che Katerìna Ivànovna desiderasse proprio in
quell'occasione, proprio in quel momento in cui le sembrava di
essere stata abbandonata da tutti a questo mondo, dimostrare a
tutti quegli «inquilini cattivi e insignificanti» che lei non
soltanto «sapeva vivere e sapeva ricevere», ma che per di più
era stata educata per una vita di tutt'altro genere, nella casa «di
un colonnello, una casa nobile e perfino aristocratica», dove
non l'avevano certo abituata a spazzare lei stessa i pavimenti e
a lavare di notte gli indumenti cenciosi dei bambini. Di questi
parossismi di orgoglio e vanità cadono spesso preda le persone
più povere e umiliate, per le quali, talvolta, diventano un
bisogno assillante e irresistibile. Per di più, Katerìna Ivànovna
non era una persona che si avvilisse: le circostanze potevano
bensì distruggerla: ma abbatterla moralmente, cioè atterrirla e
assoggettarne la volontà, questo no, era impossibile. Inoltre,
Sòneèka aveva detto molto giustamente di lei che le si andava
confondendo la mente. È vero, non lo si poteva ancora
affermare in modo sicuro e definitivo, ma negli ultimi tempi, in
quell'ultimo anno, la sua povera testa si era davvero affaticata
troppo per non risentirne almeno in parte le conseguenze.
Inoltre, come affermano i medici, il progredire della
tubercolosi contribuisce ad alterare le facoltà mentali.
Di vini, al plurale e di svariate qualità, non ce n'erano, e
nemmeno c'era madera; c'era stata non poca esagerazione:
vino, però, ce n'era. C'erano vodka, rhum e vino di Lisbona,
tutto di pessima qualità, ma abbondante. Di cibi, oltre alla torta
di riso, c'erano tre o quattro piatti (tra l'altro anche le frittelle),
tutti usciti dalla cucina di Amàlija Ivànovna; inoltre erano stati
messi in funzione due samovar per il tè e il ponce da offrire
dopo il pranzo. Degli acquisti s'era occupata personalmente
Katerìna Ivànovna, con l'aiuto di un inquilino, un misero
polaccuccio, che viveva Dio sa perché in casa della signora
Lippevechzel, e che si era messo subito agli ordini di Katerìna
Ivànovna per le commissioni.
Il poveraccio non aveva fatto che correre, tutta la giornata
precedente e tutta quella mattina, a rotta di collo e con la lingua
fuori, cercando soprattutto, a quanto sembra, che si notasse
quest'ultima circostanza. Ogni momento, per ogni
sciocchezzuola, correva da Katerìna Ivànovna; era corso
perfino a cercarla al mercato grande, e la chiamava
continuamente: « pani marescialla», tanto che alla fine lei non
lo poteva più vedere, benché dapprincipio avesse detto che
senza quell'uomo «servizievole e generoso» si sarebbe vista
persa. Era tipico di Katerìna Ivànovna dipingere subito
chiunque le capitasse sottomano con i colori più belli e più
smaglianti, coprirlo di lodi al punto che qualcuno si sentiva
perfino a disagio, inventare a suo favore le più varie
circostanze, del tutto inesistenti, credendo lei stessa in piena
sincerità e buona fede alla loro esistenza, per poi d'un tratto
disilludersi, troncare i rapporti, insultare e scacciare in malo
modo la persona dinanzi alla quale, poche ore prima, si era
letteralmente prosternata. Era facile al riso, allegra e pacifica di
natura, ma in seguito alle incessanti disgrazie e avversità aveva
cominciato a volere e a pretendere con tanta frenesia che tutti
vivessero in pace e letizia, e non si permettessero di vivere
altrimenti, che la più lieve dissonanza nella vita, il minimo
insuccesso, la mettevano subito in uno stato di esaltazione; e in
un baleno, dopo le più luminose speranze e fantasie,
cominciava a maledire il destino, a rompere e a gettare per terra
tutto ciò che le capitava sottomano, e a battere la testa contro il
muro. Anche Amàlija Ivànovna, a un tratto, aveva acquistato
un'importanza straordinaria e s'era guadagnata un grande
rispetto da parte sua, forse soltanto perché si stava
organizzando questo rinfresco funebre e perché Amàlija
Ivànovna si era data anima e corpo ai preparativi: s'era offerta
di apparecchiare la tavola, di procurare la biancheria, le
stoviglie eccetera, e di preparare le vivande nella sua cucina.
Katerìna Ivànovna le aveva dato pieni poteri, lasciandola al suo
posto mentre lei si recava al cimitero. E tutto, in effetti, era
stato preparato a meraviglia: la tavola era apparecchiata con
una certa pulizia; le stoviglie, le forchette, i coltelli, i
bicchierini, i bicchieri, le tazze e tutto il resto erano, certo, un
po' raccogliticci, di varie fogge e dimensioni, essendo stati
forniti da vari inquilini; però tutto era al suo posto all'ora
stabilita e Amàlija Ivànovna, sentendo di aver fatto le cose a
dovere, accolse coloro che ritornavano dal cimitero perfino con
un certo senso di orgoglio, tutta in ghingheri, con una cuffietta
adorna di nastri nuovi a lutto e con l'abito nero. Ma questo
orgoglio, benché meritato, chissà perché dispiacque a Katerìna
Ivànovna: «Come se io, senza Amàlija Ivànovna, non fossi
stata capace di apparecchiare la tavola!» E nemmeno le piacque
la cuffietta con i nastri nuovi: «Questa tedesca balorda, magari,
è fiera d'essere la padrona, e di aver acconsentito, per pura
bontà, ad aiutare degli inquilini poveri... Per pura bontà! Grazie
tante! In casa di mio padre, che era stato colonnello, e quasi
quasi governatore, a volte la tavola veniva imbandita per
quaranta persone, di modo che una qualsiasi Amàlija Ivànovna,
o per meglio dire, Ljudvìgovna, non l'avrebbero nemmeno
lasciata entrare in cucina...» Katerìna Ivànovna, però, decise di
non manifestare per il momento i suoi sentimenti, pur avendo
deciso in cuor suo che quello stesso giorno avrebbe dovuto
dirne quattro ad Amàlija Ivànovna e rimetterla al suo vero
posto; altrimenti Dio sa cosa avrebbe potuto immaginare di
essere... Per il momento, si limitò a trattarla con freddezza. Un
altro dispiacere contribuì, in parte, ad irritare Katerìna
Ivànovna: degli inquilini invitati ai funerali, tranne il polacco,
che aveva trovato il tempo di fare una corsa anche al cimitero,
non c'era quasi nessuno; alla commemorazione, poi, cioè allo
spuntino, si presentarono i più insignificanti e i più poveri,
alcuni perfino con un aspetto poco decente, insomma tutta
gente da quattro soldi. I più anziani e più seri fra loro, come se
si fossero messi d'accordo, erano tutti assenti. Per esempio Pëtr
Petròviè Lùžin, forse il più autorevole di tutti gli inquilini, non
era venuto, mentre fin dalla sera prima Katerìna Ivànovna s'era
affrettata a dire e a ripetere a tutti quanti, cioè ad Amàlija
Ivànovna, Pòleèka, Sònja, e al polacco, che quell'uomo
nobilissimo e generosissimo, dotato di straordinarie relazioni e
assai facoltoso, ex amico del suo primo marito, e ricevuto nella
casa del padre di lei, aveva promesso di ricorrere a tutti i mezzi
per ottenerle una grossa pensione. Noteremo, a questo punto,
che se Katerìna Ivànovna si vantava delle relazioni e delle
ricchezze altrui, lo faceva senza il minimo tornaconto
personale, senza alcun calcolo, in maniera del tutto
disinteressata e, diciamo così, per esuberanza di cuore, per il
semplice piacere di esaltare quella data persona e di attribuirle
una importanza ancora maggiore. Probabilmente «seguendo
l'esempio di Lùžin», non s'era fatto vedere nemmeno «quel
brutto mascalzone di Lebezjàtnikov». «Costui, poi, cosa si
crede di essere? È stato invitato solo per compassione, e perché
abita nella stessa stanza con Pëtr Petròviè di cui è conoscente, e
quindi sarebbe stato sconveniente non invitarlo.» E nemmeno
s'era fatta vedere una certa signora molto pomposa con la sua
«figlia arcimatura», le quali, anche se abitavano soltanto da un
paio di settimane nelle stanze di Amàlija Ivànovna, tuttavia
s'erano lamentate già parecchie volte del chiasso e delle grida
che provenivano dalla stanza dei Marmelàdov, soprattutto
quando il defunto tornava a casa ubriaco, cosa che Katerìna
Ivànovna, naturalmente, aveva subito saputo da Amàlija
Ivànovna, una volta che questa, litigando con lei e minacciando
di sfrattare tutta la famiglia, si era messa a urlare a squarciagola
che essi disturbavano «altri nobili inquilini, dei quali non
valevano nemmeno l'unghia del piede». Katerìna Ivànovna
aveva deciso a bella posta di invitare questa signora e sua
figlia, di cui «non valeva nemmeno l'unghia del piede», tanto
più che finora, nei loro casuali incontri, l'altra si era sempre
girata altezzosamente da un'altra parte... L'aveva invitata per
farle capire che lei «era capace di ragionare e di sentire in
maniera più nobile e di invitarla senza serbare rancore», e
perché vedesse che Katerìna Ivànovna era abituata a un ben
diverso tenore di vita. Questo intendeva a tutti i costi
spiegarglielo a tavola, e inoltre le avrebbe parlato del
governatorato del suo defunto padre, osservando, così di
sfuggita, che non è il caso di voltarsi da un'altra parte quando ci
si incontra, e che si tratta di una cosa estremamente stupida.
Non era venuto nemmeno il grasso tenente colonnello (in
realtà, capitano in seconda a riposo), però era risultato che egli
«non si reggeva in piedi» fin dalla mattina del giorno avanti.
Per farla breve, c'erano soltanto: il polaccuccio, un mingherlino
scrivano di cancelleria privo di qualsiasi eloquenza, dalla
marsina unta e bisunta, foruncoloso e maleodorante, e un
vecchietto sordo e quasi completamente cieco, che un tempo
aveva lavorato in un ufficio postale e che qualcuno, da tempo
immemorabile e non si sa perché, manteneva in casa di Amàlija
Ivànovna. Era venuto anche un tenente a riposo, in realtà ex
impiegato alla sussistenza, ubriaco, che sghignazzava nella
maniera più sconveniente e chiassosa e, «immaginatevi un
po'!», era senza panciotto! Un altro s'era seduto subito a tavola,
senza nemmeno aver salutato Katerìna Ivànovna. Un tale,
infine, non possedendo un abito, s'era presentato in vestaglia,
cosa talmente indecente che Amàlija Ivànovna e il polacco
avevano unito i loro sforzi, riuscendo a metterlo fuori. Il
polacco, però, aveva portato con sé un altro paio di piccoli
polacchi, che non avevano mai abitato da Amàlija Ivànovna e
che nessuno aveva visto prima. Tutto ciò aveva estremamente
irritato Katerìna Ivànovna. Ma allora, per chi erano stati fatti
quei preparativi? Per guadagnare posto, i bambini non erano
stati messi intorno alla tavola, che già da sola occupava tutta la
stanza, ma per loro s'era apparecchiato nell'angolo in fondo,
sopra un baule, e i due più piccoli erano stati fatti accomodare
su una panca, mentre Pòleèka, essendo la più grande, aveva il
compito di sorvegliarli, di dar loro da mangiare e di pulire loro
il nasino «come si fa ai bambini di buona famiglia». Insomma,
Katerìna Ivànovna fu costretta ad accogliere tutti con
raddoppiato sussiego e perfino con alterigia. Alcuni li squadrò
con aria particolarmente severa, e li invitò a sedere a tavola in
tono piuttosto altezzoso. Ritenendo, non si sa perché, che
Amàlija Ivànovna fosse responsabile di tutte quelle assenze, si
mise improvvisamente a trattarla con estrema noncuranza, cosa
che l'altra notò subito e di cui si offese molto.
Tutto ciò non faceva presagire nulla di buono. Finalmente, tutti
si misero a sedere.
Raskòlnikov era arrivato quasi nell'istante in cui tornavano dal
cimitero. Katerìna Ivànovna fu immensamente contenta del suo
arrivo, anzitutto perché era l'unico ospite «istruito» fra tutti i
suoi invitati e «di lì a due anni, come era noto, avrebbe
occupato la cattedra di professore all'università», e in secondo
luogo perché egli le chiese subito rispettosamente perdono per
non aver potuto partecipare ai funerali, malgrado lo avesse
tanto desiderato. Lei si buttò addirittura su di lui, lo fece sedere
a tavola accanto a sé, a sinistra (a destra s'era messa Amàlija
Ivànovna) e malgrado l'incessante affannarsi e affaccendarsi
perché i cibi fossero serviti a dovere e ne toccasse a tutti, e
nonostante la tosse tormentosa che la interrompeva ogni
minuto, soffocandola, e sembrava essersi fatta più violenta
negli ultimi due giorni, si rivolgeva continuamente a
Raskòlnikov, riversando su di lui sottovoce tutti i sentimenti
che le si erano accumulati dentro e tutto il suo giusto sdegno
per l'insuccesso della commemorazione funebre; d'altronde, le
espressioni di sdegno cedevano spesso il posto alle più allegre
e irrefrenabili risate alle spalle degli ospiti, e soprattutto della
padrona di casa.
«La colpa di tutto ce l'ha quell'uccellaccio. Voi capite a chi
alludo? A lei, a lei!» e Katerìna Ivànovna indicava con la testa
la padrona di casa. «Guardatela lì: ha sgranato gli occhi,
capisce che parliamo di lei, ma non può sentire, e ci tiene gli
occhi addosso. Puah, che brutta civetta! Ah, ah, ah ! ... Ch-chch ! E che cosa pensa di dimostrare con quella sua cuffia? Chch-ch! L'avete notato? Vorrebbe far credere a tutti che mi
protegge, e che mi ha fatto un onore venendo qui. Io l'avevo
pregata, ritenendola una donna dabbene, di invitare della gente
come si deve, e precisamente i conoscenti del defunto, mentre
guardate un po' chi ha fatto venire: dei veri buffoni! Dei
sudicioni! Guardate quello con la faccia sporca: una specie di
moccio ambulante! E quei polacchi della malora... Ah, ah, ah!
Kch-kch-kch ! Nessuno li aveva mai visti qui, nessuno; io non
li ho mai veduti; potete dirmi che sono venuti a fare? Se ne
stanno seduti, uno accanto all'altro, tutti solenni. Ehi, pan!»
gridò d'un tratto a uno dei polacchi. «Avete preso le frittelle?
Prendetene ancora! Bevete un po' di birra, ancora un po' di
birra! Non volete della vodka? Guardate: è balzato in piedi, si
profonde in inchini; guardate; guardate: devono proprio essere
affamati, poveretti! Ma sì, che mangino pure. Se non altro non
fanno chiasso; solo che... solo che, davvero, ho una certa paura
per i cucchiai d'argento della padrona!... Amàlija Ivànovna!»
l'apostrofò di colpo, quasi ad alta voce, «se ruberanno i vostri
cucchiaini, io non ne sono responsabile, vi avverto prima! Ah,
ah, ah!» scoppiò a ridere, rivolgendosi di nuovo a Raskòlnikov,
e tornò a indicare con il capo la padrona, tutta contenta della
sua uscita.
«Non ha capito; neanche stavolta ha capito! Se ne sta seduta a
bocca aperta, guardatela: una civetta, una vera civetta, un gufo,
con quei suoi nastri nuovi! Ah, ah, ah!»
A questo punto il riso fu di nuovo interrotto da una tosse
intollerabile, che durò quasi cinque minuti. Sul fazzoletto
rimasero tracce di sangue, mentre la fronte, le si imperlava di
gocce di sudore. Indicò in silenzio quel sangue a Raskòlnikov,
ma appena ripreso fiato, ricominciò subito a sussurrargli con
estrema animazione, mentre le guance le si chiazzavano di
rosso:
«Guardate, le avevo dato l'incarico, per così dire, più delicato,
quello di invitare quella signora con sua figlia, capite di chi sto
parlando? Bisognava usare le maniere più fini, agire nel modo
più abile, mentre lei ha fatto sì che quella stupida forestiera,
quella creatura arrogante, quella miserabile provinciale,
semplicemente perché è la vedova di non so che maggiore,
venuta qui a brigare per la pensione e a far anticamera negli
uffici, e a cinquant'anni suonati si tinge, si dà il belletto e il
rossetto, lo sanno tutti... ebbene, una simile creatura non
soltanto non si è degnata di venire, ma non ha nemmeno
mandato a far le sue scuse, visto che non poteva venire, come
esige in tali casi la più elementare educazione! Inoltre, non
riesco a capire perché non sia venuto Pëtr Petròviè... Ma dov'è
Sònja? Dov'è andata? Ah, eccola, finalmente! Sònja, dov'eri? È
strano che perfino al funerale di tuo padre tu sia così poco
puntuale. Rodiòn Romànoviè, fatela sedere accanto a voi. Ecco
il tuo posto, Sòneèka... prendi quello che vuoi. Prendi un po' di
gelatina, è la cosa migliore. Ora porteranno le frittelle. E ai
bambini le hanno date? Pòleèka, avete tutto lì? Kch-kch-kch!
Bene, bene. Lènja, fa' la brava, e tu, Kòlja, non far ballonzolare
le gambe; sta' seduto come un bambino beneducato. Che mi
racconti di bello, Sòneèka?»
Sònja si affrettò a trasmetterle le scuse di Pëtr Petròviè,
cercando di parlare forte perché tutti potessero sentire e usando
le espressioni più riguardose, da lei perfino in parte inventate o
infiorate, attribuendole a Pëtr Petròviè. Aggiunse che Pëtr
Petròviè l'aveva particolarmente pregata di riferire che appena
gli fosse stato possibile sarebbe senz'altro venuto, per discutere
di affari a quattr'occhi e mettersi d'accordo su ciò che si
sarebbe potuto fare e intraprendere in seguito, eccetera,
eccetera.
Sònja sapeva che questo, lusingandola, avrebbe placato e
calmato Katerìna Ivànovna, e che, soprattutto, il suo orgoglio
ne sarebbe rimasto soddisfatto. Sònja sedette accanto a
Raskòlnikov, facendogli un rapido inchino, e gli lanciò
un'occhiata di sfuggita, piena di curiosità. Per tutto il resto del
tempo, d'altronde, parve evitare sia di guardarlo che di parlare
con lui. Sembrava anzi distratta, benché fissasse continuamente
Katerìna Ivànovna per farle piacere. Né lei né Katerìna
Ivànovna erano in lutto, per mancanza di abiti; Sònja ne
indossava uno marrone, piuttosto scuro, e Katerìna Ivànovna
aveva addosso il suo unico vestito di cotonina, scuro a righe.
Le notizie riguardanti Pëtr Petròviè passarono lisce come l'olio.
Dopo aver ascoltato gravemente Sònja, Katerìna Ivànovna
s'informò con la stessa gravità della salute di Pëtr Petròviè.
Subito dopo, bisbigliò a Raskòlnikov, ma a voce quasi alta, che
effettivamente sarebbe stato curioso, per una persona
rispettabile e seria come Pëtr Petròviè, capitare in mezzo a una
«compagnia così insolita», nonostante tutta la sua devozione
per la famiglia di lei e l'antica amicizia con il suo babbo.
«Ecco perché vi sono particolarmente grata, Rodiòn
Romànoviè, di non aver rifiutato la mia ospitalità nemmeno in
un ambiente simile,» aggiunse, anche stavolta quasi a voce alta.
«D'altra parte, sono convinta che solo la vostra grande amicizia
per il mio povero marito defunto vi abbia spinto a mantenere la
vostra parola.»
Quindi misurò di nuovo, con un'occhiata fiera e dignitosa, i
suoi ospiti. Chiese a un tratto con particolare sollecitudine, a
voce molto alta e attraverso la tavola, al vecchietto sordo:
«Non volete ancora dell'arrosto? e vi hanno versato abbastanza
vino di Lisbona?» Il vecchietto non rispose e per un pezzo non
riuscì a capire che cosa gli chiedessero, benché i suoi vicini di
tavola, ridacchiando fra loro, avessero perfino cominciato a
dargli delle gomitate. Si limitava a guardarsi attorno a bocca
spalancata, suscitando così ancor di più l'allegria generale.
«Ma che balordo! Guardate, guardate! E perché poi l'hanno
condotto qui? Quanto a Pëtr Petròviè, sono sempre stata sicura
di lui,» seguitò a dire Katerìna Ivànovna a Raskòlnikov, «e,
certamente, egli non assomiglia...» e qui, con voce brusca e
forte e con aria estremamente severa, si rivolse ad Amàlija
Ivànovna, tanto che quella si sentì intimidita, «non assomiglia a
certe cutrettole tutte in fronzoli, che in casa di mio padre non
sarebbero state prese nemmeno come cuoche, e alle quali il
mio defunto marito avrebbe certo fatto un grande onore se,
nella sua immensa bontà, le avesse ricevute.»
«Eh sì, gli piaceva bere; gli piaceva sì, e ci dava dentro!» gridò
a un tratto l'ex impiegato alla sussistenza vuotando il
dodicesimo bicchierino di vodka.
«Il mio defunto marito aveva realmente questa debolezza,
come tutti sanno,» lo aggredì subito Katerìna Ivànovna, «ma
era un uomo buono e generoso, che amava e rispettava la sua
famiglia; la sua vera disgrazia è che, nella sua bontà, si fidava
troppo d'ogni specie di persone corrotte, e sa soltanto Iddio con
chi non gli capitava di bere, gente che non valeva la suola delle
sue scarpe! Immaginatevi, Rodiòn Romànovic, che gli hanno
trovato in tasca un galletto di panforte: andava in giro ubriaco
fradicio, ma si era ricordato dei bambini.»
«Un gal-let-to? Avete detto: un galletto?» gridò l'ex impiegato
alla sussistenza.
Katerìna Ivànovna non lo degnò di una risposta. Era
soprappensiero, e sospirò.
«Certamente voi, come tutti, pensate che io sia stata troppo
severa con lui,» continuò a dire, rivolta a Raskòlnikov. «E
invece non è così! Egli mi rispettava, mi rispettava molto,
moltissimo! Era un uomo di animo nobile! A volte, mi faceva
tanta pena! Se ne stava seduto in un cantuccio a guardarmi, e io
provavo tanta compassione per lui che avrei voluto
accarezzarlo, ma poi subito pensavo: ‹Io lo accarezzo, e poi lui
si ubriaca di nuovo.› Solo con la severità lo si poteva tenere un
po' a freno.»
«Eh sì, ma ci son state anche grandi tirate di capelli, e più di
una volta,» sbraitò di nuovo l'ex impiegato alla sussistenza,
mentre si riempiva nuovamente di vodka il bicchierino.
«Non soltanto tirate di capelli, ma anche un bel colpo di scopa
ci vorrebbe, con certi imbecilli! E non è al mio defunto marito
che alludo!» replicò Katerìna Ivànovna rivolgendosi a quel
tipo.
Le chiazze rosse sulle sue guance diventavano sempre più
intense, il suo petto era tutto un affanno. Ancora un istante e
sarebbe stata matura per una scenata. Qualcuno cominciava a
ridacchiare; a molti, evidentemente, quella prospettiva faceva
piacere. Si misero ad aizzare l'ex impiegato e a mormorargli
qualcosa. Era chiaro che volevano che i due si accapigliassero.
«Ecco, posso domandarvi riguardo a che cosa,» cominciò a
dire quello della sussistenza, «voglio dire sul conto... sul conto
di chi... vi siete permessa... Del resto, lasciamo perdere! Sono
tutte sciocchezze! Una vedova! Una vedovella! Vi perdono...
Passi!» e mandò giù dell'altra vodka.
Raskòlnikov stava a sedere e ascoltava in silenzio e con
disgusto. Se mangiava qualcosa era per pura cortesia, e soltanto
per non offenderla si sforzava di assaggiare qualcuno dei
bocconi che Katerìna Ivànovna gli metteva continuamente nel
piatto. Egli osservava con attenzione Sònja, che appariva
sempre più inquieta e preoccupata; anche lei sentiva che quella
commemorazione funebre non sarebbe finita bene, e seguiva
con timore la crescente irritazione di Katerìna Ivànovna. Tra
l'altro, sapeva che la causa principale per cui le due signore
forestiere avevano risposto con tanto disprezzo all'invito di
Katerìna Ivànovna era proprio lei, Sònja. Aveva sentito dire
dalla stessa Amàlija Ivànovna che la madre si era perfino
offesa, nel ricevere l'invito, e aveva chiesto: «Come potrei far
sedere mia figlia accanto a quella signorina?» Sònja intuiva
che questo era già arrivato alle orecchie di Katerìna Ivànovna,
e ogni offesa arrecata a lei, Sònja, aveva per Katerìna Ivànovna
più importanza ancora di un'offesa arrecata a lei personalmente,
ai suoi figli o a suo padre, insomma era un'offesa mortale;
Sònja sapeva inoltre che Katerìna Ivànovna non si sarebbe
calmata «se prima non avesse dimostrato a quelle cutrettole che
loro due...» eccetera eccetera. Come a farlo apposta, qualcuno
fece passare a Sònja dall'altro capo della tavola un piatto con
sopra, scolpiti in mollica di pane nero, due cuori trafitti da una
freccia.
Katerìna Ivànovna avvampò e osservò subito a voce alta,
attraverso tutta la tavola, che il mittente era senz'altro un «asino
ubriaco». Amàlija Ivànovna, che presentiva anche lei guai in
vista, ed era insieme offesa nel più profondo dell'anima
dall'altezzosità di Katerìna Ivànovna, per dare un altro corso a
quegli stati d'animo così sgradevoli, e anche per rialzarsi nella
considerazione generale, cominciò d'un tratto, di punto in
bianco, a raccontare che un suo conoscente, un certo «Karl
della farmacia», una volta, mentre stava viaggiando di notte su
una carrozza presa a nolo e «il fetturino folefa ucciderlo, allora
Karl afefa pregato lui molto molto di non uccidere, e piancefa,
e unifa sue mani spafentato, e lo spafento trafisse suo cuore».
Katerìna Ivànovna, pur sorridendo, osservò che Amàlija
Ivànovna avrebbe dovuto evitare di raccontare aneddoti in
russo. L'altra si offese ancor di più, e replicò che il suo Vater
aus Berlin era persona molto molto importante e metteva
sempre «sue mani nelle tasche». Katerìna Ivànovna, ridanciana
com'era, non seppe trattenersi e diede in una risata fragorosa,
tanto che Amàlija Ivànovna cominciò a perdere gli ultimi
bricioli di pazienza e si dominava ormai a stento.
«Guarda che vecchio gufo,» bisbigliò di nuovo a Raskòlnikov
Katerìna Ivànovna, divenuta quasi allegra.
«Voleva dire: teneva le mani in tasca, e n'è venuto fuori che
metteva le mani nelle tasche altrui, ih-ih! E avete notato,
Rodiòn Romànoviè, sia detto una volta per tutte, che questi
stranieri di Pietroburgo, cioè soprattutto i tedeschi, che arrivano
qui Dio sa da dove, sono regolarmente più stupidi di noi?
Dovete ammetterlo: com'è possibile raccontare che a Karl della
farmacia ‹lo spavento trafisse il cuore ›, e che quel moccioso,
invece di legare il vetturino mani e piedi, ‹piangeva e univa le
mani spaventato› ? Che razza di sciocca! E magari, lei pensa
che tutto ciò sia molto commovente, e non sospetta nemmeno
d'esser così stupida! Secondo me, quello scemo della
sussistenza è molto più intelligente di lei; per lo meno si vede
chiaro e tondo che è un beone, che s'è bevuto tutto il cervello,
mentre gli altri, invece, sono tutti così gravi e seri... Guardala
lì, con gli occhi sgranati... Si arrabbia! Si arrabbia! Ah, ah, ah!
Kchc-kchc-kchc...»
Divenuta più allegra, Katerìna Ivànovna snocciolò subito un
gran numero di faccende minute, e a un tratto si mise a parlare
di come, con l'aiuto della pensione ottenuta, avrebbe senz'altro
aperto nella sua cittadina natale di T... un convitto per signorine
di nobile famiglia. Katerìna Ivànovna, che non ne aveva ancora
parlato personalmente con Raskòlnikov, si addentrò senza
esitare nei particolari più seducenti. Non si sa come, le
comparve subito in mano quel tal «attestato di lode», di cui già
il defunto Marmelàdov aveva parlato a Raskòlnikov, quando gli
aveva spiegato nella bettola che Katerìna Ivànovna, la sua
consorte, alla festa di diploma aveva danzato con lo scialle
«alla presenza del governatore e di altri personaggi». Adesso
questo attestato di lode, è chiaro, doveva servire a testimoniare
il diritto di Katerìna Ivànovna ad aprire un convitto; ma
soprattutto, era stato tenuto da parte allo scopo di mettere
definitivamente fuori combattimento «le cutrettole tutte in
fronzoli», nel caso che fossero venute allo spuntino, e di
dimostrare loro con assoluta chiarezza che Katerìna Ivànovna
proveniva da una famiglia nobile, «perfino aristocratica», e che
era, si può dire, figlia di un colonnello, e certamente superiore
ad alcune cercatrici di avventure «che tanto si erano
moltiplicate negli ultimi tempi». L'attestato di lode prese subito
a circolare di mano in mano fra gli ospiti ubriachi, senza che
Katerìna Ivànovna vi si opponesse dato che, realmente, vi stava
scritto en toutes lettres che lei era figlia di un consigliere di
corte e cavaliere, e perciò era veramente figlia di un
funzionario di grado corrispondente a quello di colonnello.
Ormai infervorata, Katerìna Ivànovna si addentrò
immediatamente nei particolari della sua futura, splendida e
tranquilla vita nella cittadina di T...; parlò dei professori di
ginnasio che avrebbe invitato a dar lezioni nel suo convitto; di
un rispettabile vecchietto, il francese Mangot, che, dopo aver
insegnato la sua lingua alla stessa Katerìna Ivànovna
all'istituto, terminava i suoi giorni a T..., e certamente avrebbe
lavorato per lei dietro una retribuzione molto modica.
Finalmente, fu la volta di Sònja, «che sarebbe andata a T...
insieme a Katerìna Ivànovna e l'avrebbe aiutata in tutto». Fu
qui che in fondo alla tavola qualcuno, a un tratto, scoppiò a
ridere.
Katerìna Ivànovna, pur avendo cercato, al momento, di
mostrare che non s'era accorta di quel riso scoppiato in fondo
alla tavola, immediatamente, alzando la voce, prese però a
parlare con animazione dell'indubbia capacità di Sòfja
Semënovna a farle da assistente, nonché «della sua mitezza,
pazienza, abnegazione, nobiltà d'animo e istruzione»; diede
inoltre a Sònja qualche buffetto sulla guancia e, alzatasi, la
baciò due volte con calore. Sònja diventò di fuoco, e Katerìna
Ivànovna, di punto in bianco, scoppiò a piangere, notando poi
subito sul proprio conto che «era una povera sciocca debole di
nervi e troppo sconvolta; che era tempo di terminare, e siccome
lo spuntino era finito, sarebbe stato bene servire il tè».
Proprio in quest'istante Amàlija Ivànovna, definitivamente
offesa per esser stata del tutto esclusa dalla conversazione, e
perché nessuno le dava retta, giocò all'improvviso la sua ultima
carta, e con dissimulata amarezza osò comunicare a Katerìna
Ivànovna una sua osservazione estremamente pratica e
profonda, e cioè che nel futuro convitto si sarebbe dovuto
badare particolarmente alla biancheria delle ragazze (die
Wäsche) e che «assolutamente doveva esserci una brava
signora (die Dame) che avesse cura della biancheria»; e, in
secondo luogo, che «le giovani ragazze non dovevano
assolutamente leggere di nascosto, di notte, nessun romanzo».
Katerìna Ivànovna, che era effettivamente sconvolta e
stanchissima, e ormai arcistufa di quella riunione, cercò subito
di «mettere a posto» Amàlija Ivànovna, dal momento che «non
faceva che dire sciocchezze» e non capiva niente; spiegò che la
cura della Wäsche era compito dell'economa e non della
direttrice di un convitto veramente distinto; quanto poi alla
lettura dei romanzi, queste erano addirittura cose sconvenienti,
e Amàlija Ivànovna era pregata di star zitta. L'altra prese fuoco
e, inviperita, osservò che lei aveva parlato soltanto «perché
desiderava il bene» e che anzi «desiderava ogni bene», e che a
lei, comunque, già da molto non veniva pagato il Geld
dell'affitto. Katerìna Ivànovna la «mise a posto» subito,
dicendo che era una menzogna affermare che «desiderava il
bene», visto che proprio il giorno prima, quando il defunto era
ancora disteso lì sulla tavola, lei l'aveva tormentata per la
pigione. Al che Amàlija Ivànovna osservò con molta logica che
Katerìna Ivànovna «aveva invitato quelle signore, ma che
quelle signore non erano venute, perché erano Signore distinte
e non potevano recarsi in visita da signore che non lo erano».
Katerìna Ivànovna la rimbeccò subito dicendole che lei,
essendo una sudiciona, non poteva certo giudicare che cosa
fosse la vera distinzione. Amàlija Ivànovna non subì l'affronto,
e dichiarò che il suo Vater aus Berlin era un uomo molto
importante e «metteva sempre sue mani nelle tasche facendo
sempre: Puf! Puf!»; e per rappresentare con più efficacia il suo
Vater, Amàlija Ivànovna saltò su dalla sedia, si infilò le mani in
tasca, gonfiò le gote e cominciò ad emettere con la bocca certi
suoni indefinibili, vagamente simili a «puf-puf», tra lo
sghignazzare di tutti gli inquilini, che s'affannavano ad aizzarla,
prevedendo una buona baruffa. Questo, Katerìna Ivànovna non
poté proprio mandarlo giù, e immediatamente, in modo che
tutti la udissero, disse «scandendo le sillabe» che forse Amàlija
Ivànovna non aveva mai nemmeno avuto un Vater, e che era
semplicemente una finlandese ubriacona di Pietroburgo, e che
di certo aveva fatto la cuoca in qualche posto, e forse anche di
peggio. Amàlija Ivànovna diventò rossa come un gambero e si
mise a strillare che era forse Katerìna Ivànovna «a non aver
avuto un Vater, mentre lei aveva avuto un Vater aus Berlin, il
quale portava una giacca lunga lunga, e non faceva altro che
puf, puf, puf!» Katerìna Ivànovna osservò con disprezzo che la
sua origine era nota a tutti, e che proprio in quell'attestato di
lode era scritto e stampato che suo padre era colonnello, mentre
il padre di Amàlija Ivànovna (sempre che ne avesse avuto uno)
era certamente qualche finlandese di Pietroburgo, di quelli che
vendono il latte; ma la cosa più probabile era che non avesse
avuto un padre, dato che non si sapeva nemmeno bene quale
fosse il suo patronimico: Ivànovna oppure Ljudvìgovna? A
questo punto Amàlija Ivànovna, definitivamente inferocita e
battendo il pugno sulla tavola, cominciò a strillare che essa era
Amàl-Ivàn, e non Ljudvìgovna, che il suo Vater «si chiamava
Johan ed era stato borgomastro», mentre il Vater di Katerìna
Ivànovna «non era mai stato borgomastro».
Katerìna Ivànovna si alzò dalla sedia e con voce severa, ma
apparentemente calma (pur facendosi tutta pallida e con il petto
che le si sollevava), la rimbeccò dicendo che se avesse osato
ancora una volta «mettere sullo stesso piano il suo miserabile
Vateruccio e il padre di lei, lei, Katerìna Ivànovna, le avrebbe
strappato la cuffietta e l'avrebbe calpestata con i piedi». Udito
questo, Amàlija Ivànovna si mise a correre per la stanza e a
gridare con tutte le sue forze che lei era la padrona e che
Katerìna Ivànovna «doveva subito sloggiare»; poi, chissà
perché, cominciò a togliere dalla tavola i cucchiai d'argento.
Sorse un gran baccano; i bambini si misero a piangere. Sònja si
slanciò per trattenere Katerìna Ivànovna, ma quando ad un
tratto Amàlija Ivànovna gridò qualcosa a proposito del biglietto
giallo, Katerìna Ivànovna si liberò di Sònja con una spinta e si
scagliò contro Amàlija Ivànovna, per mettere subito in atto la
sua minaccia circa la cuffia. In quel momento la porta si aprì, e
in essa si inquadrò improvvisamente Pëtr Petròviè Lùžin.
Fermo sulla soglia, esaminò i presenti con sguardo severo.
Katerìna Ivànovna si precipitò verso di lui.
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«Pëtr Petròviè!» gridò, «difendetemi almeno voi! Fate capire a
questa stupida creatura che non ha il diritto di trattare così una
gentildonna caduta in disgrazia, e che per questo potrei
rivolgermi al tribunale... al governatore generale in persona...
Lei ne risponderà... In memoria dell'ospitalità offertavi da mio
padre, difendete questi orfani!»
«Scusate, signora, scusate, scusate tanto,» rispose Pëtr
Petròviè, schermendosi con le mani. «Come voi stessa sapete,
non ho mai conosciuto vostro padre, non ho mai avuto questo
onore... Scusate, scusatemi tanto!» Qualcuno scoppiò in una
risata fragorosa. «E non ho la minima intenzione di partecipare
alle vostre incessanti beghe con Amàlija Ivànovna... Io vengo
qui per certe mie ragioni... e desidero avere subito una
spiegazione con la vostra figliastra, Sòfja... Ivànovna... Questo
è il suo patronimico, se non sbaglio?... Lasciatemi passare...»
E Pëtr Petròviè, aggirata Katerìna Ivànovna, si diresse verso
l'angolo opposto, dove si trovava Sònja.
Katerìna Ivànovna rimase lì immobile, come colpita da un
fulmine. Non riusciva a capire come Pëtr Petròviè avesse
potuto rinnegare l'ospitalità del suo babbo. Una volta inventata
quella faccenda dell'ospitalità, ci credeva ormai religiosamente
lei stessa. L'aveva folgorata il tono di Pëtr Petròviè, pratico,
secco, carico perfino di una sprezzante minaccia. Del resto
tutti, al suo apparire, si erano a poco a poco calmati. Inoltre,
quell'uomo «pratico e serio» stonava troppo con il resto della
brigata perché tutti non si rendessero subito conto che era
venuto lì per una faccenda importante, che solo un motivo fuori
dell'ordinario aveva potuto trascinarlo in mezzo a gente simile
e che, quindi, stava per succedere qualche cosa. Raskòlnikov,
in piedi accanto a Sònja, si fece da parte per lasciarlo passare:
quanto a Pëtr Petròviè, pareva che non l'avesse nemmeno
notato. Un minuto dopo apparve sulla soglia anche
Lebezjàtnikov; non entrò nella stanza, ma si fermò,
dimostrando anch'egli una curiosità molto spiccata e persino
una certa meraviglia; stava ad ascoltare, ma per un pezzo
sembrò che non riuscisse a raccapezzarsi.
«Scusatemi se forse vi interrompo, ma la cosa è di una certa
importanza,» esordì Pëtr Petròviè, come se parlasse così in
astratto, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Anzi, sono
contento che ci sia tanta gente. Amàlija Ivànovna, vi prego
vivamente, nella vostra qualità di padrona dell'appartamento, di
stare attenta al colloquio che avrò con Sòfja Ivànovna. Sòfja
Ivànovna,» proseguì, rivolgendosi direttamente a Sònja,
estremamente stupita e già spaventata in anticipo, «dalla mia
tavola, nella stanza del mio amico Andrèj Semënoviè
Lebezjàtnikov, subito dopo la vostra visita è scomparso un
biglietto di banca di mia proprietà, del valore di cento rubli. Se
in qualunque modo sapete e potete indicarci dove esso si trova
adesso, vi do la mia parola d'onore, e ne prendo tutti a
testimoni, che la cosa finirà qui. In caso contrario, sarò
costretto a ricorrere a provvedimenti molto gravi, e allora...
dovrete solo incolpare voi stessa!»
Nella stanza subentrò un perfetto silenzio. Perfino i bambini,
che poco prima piangevano, tacquero. Sònja stava in piedi
mortalmente pallida, guardava Lùžin e non sapeva che cosa
rispondere. Era come se non riuscisse ancora a capire.
Trascorsero alcuni secondi.
«Dunque?» domandò Lùžin, fissandola.
«Non so... Io non so nulla...» disse finalmente Sònja con un filo
di voce.
«Proprio non sapete?» domandò di nuovo Lùžin, facendo
seguire una pausa di qualche secondo. «Pensateci,
mademoiselle,» riprese poi a dire in tono severo, ma come se
continuasse ad esortarla. «Riflettete; io acconsento a
concedervi ancora un po' di tempo per riflettere. Ecco qua: se
io non fossi del tutto convinto, è chiaro che, data la mia
esperienza, non mi arrischierei a incolparvi così apertamente,
poiché se una simile accusa, diretta e pubblica, fosse falsa, o
anche soltanto erronea, in un certo senso dovrei risponderne io
stesso, e lo so molto bene. Stamattina ho cambiato, per certe
mie necessità, alcuni titoli al cinque per cento, per un
ammontare del valore nominale di tremila rubli. Ho il conto
esatto su un foglietto nel mio portafoglio. Tornato a casa, e ne è
testimone Andrèj Semënoviè, ho cominciato a contare il
denaro, e dopo aver contato duemilatrecento rubli, li ho messi
nel portafoglio, che ho poi messo a sua volta in una tasca
laterale della giacca. Sulla tavola rimanevano cinquecento rubli
circa, in biglietti di banca, fra cui tre biglietti da cento rubli
ciascuno. In quel momento siete entrata voi (da me chiamata) e
per tutto il tempo della visita siete rimasta in uno stato di
confusione estrema, tanto che per ben tre volte, durante il
nostro colloquio, vi siete alzata mostrando gran fretta, chissà
perché, di andarvene, sebbene il nostro colloquio non fosse
ancora terminato. Andrèj Semënoviè può testimoniarlo.
Probabilmente voi stessa, mademoiselle, non vi rifiuterete di
confermare e dichiarare che io vi avevo fatto venire, tramite
Andrèj Semënoviè, esclusivamente per parlare con voi della
triste e disperata situazione della vostra parente, Katerìna
Ivànovna (al cui rinfresco funebre non ho potuto prendere
parte), e di come sarebbe stato opportuno organizzare in suo
favore una specie di colletta, di lotteria o qualcos'altro del
genere. Voi mi avete ringraziato e avete perfino versato qualche
lacrima (racconto tutto com'è stato, in primo luogo per aiutarvi
a ricordare, e in secondo luogo per dimostrarvi che nella mia
memoria è rimasto impresso ogni minimo particolare). Poi ho
preso dalla tavola un biglietto da dieci rubli e ve l'ho dato, da
parte mia e a beneficio della vostra parente, a titolo di primo
soccorso. Andrèj Semënoviè ha visto tutto ciò coi suoi occhi.
Poi vi ho accompagnato fino alla porta - e voi eravate sempre
turbata come prima -, dopodiché sono rimasto solo con Andrèj
Semënoviè e ho parlato con lui una decina di minuti. Quando
lui è uscito, mi sono voltato di nuovo verso la tavola sulla
quale si trovava il denaro, per contarlo e metterlo da parte,
come già prima mi ero proposto di fare. Con mia grande
meraviglia, mancava un biglietto da cento rubli, che era
insieme agli altri. Giudicate voi stessa: non posso certo
sospettare di Andrèj Semënoviè; mi vergogno perfino a
parlarne. E nemmeno ho potuto sbagliare nel contare, giacché
un minuto prima del vostro arrivo, fatti tutti i miei conti, avevo
riscontrato che il totale era esatto. Convenite voi stessa che
ripensando al vostro turbamento, alla vostra fretta di andarvene
e al fatto che avete tenuto per un certo periodo le mani sulla
tavola, considerata infine la vostra condizione sociale e le
abitudini che essa comporta, sono stato costretto, per così dire,
con orrore e perfino contro la mia volontà, a formulare un
sospetto, certamente crudele ma fondato! Aggiungo e ripeto
ancora che, nonostante la mia evidente certezza, capisco che
nel rivolgervi questa accusa corro un certo rischio. Ma, come
vedete, non ho voluto lasciar cadere la cosa; mi rifiuto di farlo,
e vi dirò il perché: per l'unico motivo, signora mia, della vostra
nera ingratitudine! Ma come? Io vi invito a venire da me
nell'interesse della vostra sventurata parente, vi do quanto
posso, cioè il mio contributo di dieci rubli, e voi, lì subito, mi
ripagate in questa maniera! No, questo non va! Ci vuole una
lezione. Ma riflettete dunque. E non basta, quale vostro amico
sincero, vi prego (e vi assicuro che migliore amico voi non
potete avere in questo momento), vi prego, tornate in voi!
Altrimenti sarò inesorabile!... Ebbene, allora?»
«Io non vi ho preso nulla,» mormorò Sònja, atterrita. a Voi mi
avete dato dieci rubli, ecco, riprendeteli.» Sònja tirò fuori di
tasca il fazzoletto, cercò un piccolo nodo che vi aveva fatto,
tolse da lì il biglietto da dieci rubli e tese la mano verso Lùžin.
«E per gli altri cento rubli non volete confessare?» diss'egli in
tono di rimprovero e con insistenza, senza accettare il biglietto.
Sònja si guardò attorno. Tutti la fissavano con certe facce
orribili, dure, beffarde, piene di odio. Gettò un'occhiata a
Raskòlnikov... Lui stava appoggiato alla parete, con le braccia
incrociate, e la fissava con uno sguardo di fuoco.
«O Signore!» sfuggì detto a Sònja.
«Amàlija Ivànovna, bisognerà informare la polizia, e perciò vi
prego vivamente, intanto, di far chiamare il portiere,» disse
Lùžin a voce bassa e perfino con una certa soavità.
« Gott der barmherzige! Lo sapevo, io, che rupava!» e Amàlija
Ivànovna congiunse le mani, levandole in alto.
«Veramente lo sapevate?» intervenne Lùžin. «Anche prima,
dunque, avevate dei motivi per pensarlo. Vi prego, stimatissima
Amàlija Ivànovna, di ricordare queste vostre parole,
pronunciate, d'altronde, in presenza di testimoni.»
All'improvviso, da tutte le parti si levò un intenso vocio. Tutti
ricominciarono a muoversi.
«Co-o-me!» gridò ad un tratto, riavendosi, Katerìna Ivànovna,
e s'avventò contro Lùžin. «Come! Voi l'accusate di furto?...
Sònja?... Ah, canaglie, mascalzoni!» E giratasi verso Sònja, la
cinse fra le sue braccia scarne come in una morsa.
«Sònja! Come hai osato accettare dieci rubli da lui? Stupida!
Dammeli qui! Dammi subito quei dieci rubli...
Ecco!» E strappato a Sònja il biglietto di banca, Katerìna
Ivànovna lo appallottolò e lo gettò dritto in faccia a Lùžin. La
pallottola lo colpì in un occhio e rimbalzò sul pavimento.
Amàlija Ivànovna si gettò a raccogliere il denaro. Pëtr Petròviè
si arrabbiò.
«Tenete ferma quella pazza!» gridò.
Proprio in quel momento, sulla soglia, al fianco di
Lebezjàtnikov comparvero altre persone, in mezzo alle quali
facevano capolino anche le due forestiere.
«Come? Pazza a me! Sarei io la pazza! Stu-u-pido!» strillò
Katerìna Ivànovna. «Sei tu lo stupido, schifoso avvocatucolo!
Sònja, Sònja rubargli dei soldi? Sònja una ladra? Ma ne
darebbe lei a te, di soldi, imbecille!» E Katerìna Ivànovna
scoppiò in una risata isterica. «Avete mai visto un imbecille
simile?» e correva di qua e di là, indicando Lùžin a tutti.
«Come? Anche tu?» domandò, vedendo a un tratto la padrona.
«Anche tu, brutta bottegaia, affermi che lei ‹rupava›, miserabile
zampa di pollo prussiano in crinolina? Voialtri! Voialtri!... Ma
se lei non è nemmeno uscita dalla stanza, e appena tornata dalla
tua, brutta carogna, s'è seduta qui accanto a Rodiòn
Romànoviè!... Frugatela! Se non è uscita da qui deve averlo
addosso il denaro! Su, cerca, cerca, cerca! Però, se non lo
troverai, scusami tanto, bello mio, ma dovrai risponderne!
Andrò di corsa dal sovrano, dallo zar misericordioso in
persona, mi getterò ai suoi piedi: e subito, oggi stesso! Io sono
una derelitta, ma mi lasceranno passare! Credi che non mi
lasceranno? Ti sbagli, ci arriverò, eccome! Ci arriverò-ò!
Contavi sulla sua docilità? È in questo che speravi? Ma ci sono
io, in compenso; io sì che sono svelta! Farai fiasco! Su, cerca,
cerca, coraggio, cerca!»
E Katerìna Ivànovna, fuori di sé, trascinava Lùžin verso Sonja.
«Io sono pronto a rispondere dei miei atti... però voi, signora,
calmatevi, calmatevi! Vedo anche troppo bene che siete
svelta!... Questo... questo... ma via, come si fa?» mormorava
Lùžin. «Questo lo si fa in presenza della polizia... Del resto,
anche adesso di testimoni ce n'è più che a sufficienza.. Io sono
pronto.. Comunque, è imbarazzante per un uomo... a causa del
sesso... Magari con l'aiuto di Amàlija Ivànovna... anche se non
è proprio così che si dovrebbe fare... Vediamo un po'...»
«Prendete chi volete! Chi ha voglia di farlo, che la frughi!»
gridava Katerìna Ivànovna. «Sònja, rovescia le tasche! Ecco,
ecco! Guarda, brutto mostro, questa è vuota, qui c'era il
fazzoletto, la tasca è vuota, lo vedi? Ed ecco l'altra tasca, ecco,
ecco! Guarda! Guarda!»
E Katerìna Ivànovna non si limitò a rivoltare tutte e due le
tasche, ma le tirò fuori violentemente, una dopo l'altra.
Dalla seconda tasca, però, da quella di destra, schizzò fuori un
pezzo di carta e, descritta una parabola nell'aria, cadde ai piedi
di Lùžin. Lo videro tutti; molti gettarono un grido. Pëtr
Petròviè si chinò, prese il foglietto con due dita, lo sollevò in
modo che tutti lo vedessero e lo spiegò. Era un biglietto di
banca da cento rubli, piegato in otto. Pëtr Petròviè girò il
braccio intorno, mostrando il biglietto a tutti.
«Ladra! Fuori dalla mia casa! Polizia, polizia!» cominciò a
urlare Amàlija Ivànovna. «Bisogna mandare in Siperia! Fuori!»
Ci fu un coro di esclamazioni. Raskòlnikov taceva, senza
distogliere lo sguardo da Sònja, ma lanciando a tratti
rapidissime occhiate a Lùžin. Sonja era sempre ferma allo
stesso posto, come impietrita: non sembrava nemmeno
sorpresa. Ad un tratto il suo viso avvampò; gettò un grido e se
lo nascose tra le mani.
«No, non sono stata io! Io non l'ho preso! Io non so nulla!» si
mise a urlare con una voce da spezzare il cuore, mentre correva
verso Katerìna Ivànovna. Questa l'afferrò tra le braccia e la
strinse forte a sé, come se volesse difenderla con il suo petto
contro tutti.
«Sònja! Sònja! Io non ci credo! Lo vedi, io non ci credo!»
gridò contro ogni evidenza Katerìna Ivànovna, scuotendola fra
le braccia come una bambina, coprendola di baci, stringendole
le mani e baciandole con immenso ardore.
«Tu, rubare dei soldi! Che gente stupida! Oh, Signore! Siete
degli stupidi, soltanto degli stupidi,» gridava, rivolgendosi a
tutti. «Ma voi non sapete, non sapete che cuore ha, che ragazza
è questa! Lei prendere quei soldi, proprio lei! Ma lei è
pronta a togliersi il suo ultimo vestito, a venderlo, ad andare
scalza per aiutare voi se ne aveste bisogno, ecco com'è fatta!...
Anche il foglio giallo l'ha avuto perché i miei bambini
morivano di fame, si è venduta per noi!... Ah, tu, povero morto!
Ah, povero morto! Vedi? Vedi? Eccola la tua commemorazione
funebre! Oh, Signore! Difendetela voi, oppure non valete
proprio niente? Rodiòn Romànoviè! Perché non la difendete
voi? Anche voi ci credete? Non valete il suo dito mignolo, tutti
voi messi insieme, tutti, tutti, tutti! Oh, Signore! Ma difendila,
dunque, finalmente!»
Il pianto di quella povera donna tubercolotica e derelitta
sembrò produrre un grande effetto sui presenti. Faceva tanta
pena, c'era tanta sofferenza in quel viso devastato dal dolore,
scavato dalla malattia, in quelle labbra aride e sporche di
sangue rappreso, in quella voce rauca, in quel pianto dirotto,
simile al pianto di un fanciullo, in quella supplica fiduciosa,
infantile e insieme disperata, che tutti ne parvero impietositi.
Pëtr Petròviè, almeno, s'impietosì subito.
«Signora! Signora!» esclamò con voce persuasiva. «Questo
fatto non riguarda voi! Nessuno oserà mai incolparvi di
premeditazione o di complicità, tanto che siete stata proprio voi
a scoprire la cosa, rovesciando quella tasca: quindi, non
potevate saperne nulla. Sono dispostissimo, dispostissimo ad
avere compassione, dato che Sòfja Semënovna è stata spinta,
diciamo così, dalla miseria; ma perché, mademoiselle, perché
non avete voluto confessare? Temevate il disonore? Era solo il
primo passo? Vi siete smarrita, forse? È una cosa
comprensibile, molto comprensibile... Ma perché lasciarsi
trascinare da simili abitudini? Signori!» e si rivolse a tutti gli
astanti. «Signori! Per compassione, e diciamo così, per
commiserazione, sono magari pronto a perdonare anche
adesso, nonostante gli affronti subiti. Ma la vergogna di oggi,
mademoiselle, vi serva di lezione per il futuro,» disse a Sònja.
«Quanto a me, non darò alcun seguito alla cosa e, per così dire,
la chiudo qui. Basta!»
Pëtr Petròviè guardò con la coda dell'occhio Raskòlnikov. I
loro occhi s'incontrarono. Pareva che Raskòlnikov volesse
incenerirlo. Katerìna Ivànovna, intanto, sembrava non udir più
nulla: baciava e abbracciava Sònja come una folle.
Anche i bambini stringevano Sònja da tutte le parti con le loro
manine, e Pòleèka - che d'altronde non aveva capito bene di
che cosa si trattasse - sembrava addirittura affogare nelle
lacrime e, lacerata dai singhiozzi, nascondeva il suo bel visino
gonfio di pianto sulla spalla di Sònja.
«Che infamia!» disse a un tratto una voce sonora sulla porta.
Pëtr Petròviè si volse di scatto a guardare.
«Che infamia!» ripeté Lebezjàtnikov, fissandolo negli occhi.
Pëtr Petròviè parve addirittura rabbrividire, e tutti lo notarono.
(E se ne sarebbero ricordati in seguito).
Lebezjàtnikov entrò nella stanza.
«E come avete osato chiamarmi a testimone?» egli disse,
avvicinandosi a Pëtr Petròviè.
«Cosa significa tutto questo, Andrèj Semënoviè? Di che cosa
state parlando?» mormorò Lùžin.
«Significa che voi... siete un calunniatore; ecco che cosa
significano le mie parole!» disse Lebezjàtnikov con calore,
fissandolo severamente con i suoi occhietti miopi. Era
terribilmente adirato. Raskòlnikov lo divorava con lo sguardo,
come se volesse afferrarne e soppesare ogni parola. Di nuovo
regnò un gran silenzio. Pëtr Petròviè apparve quasi smarrito,
soprattutto in un primo momento.
«Se dite a me...» cominciò a balbettare. «Ma che vi prende?
Siete uscito di senno?»
«Io sto benissimo, ma voi siete... un farabutto! Ah, che
infamia! Ho ascoltato tutto, ho aspettato apposta per capire
tutto, anche perché, lo confesso, perfino ora non tutto mi
sembra logico... Non capisco ancora perché lo abbiate fatto.»
«Ma cosa ho fatto? Smettetela di parlare con questi assurdi
indovinelli! O avete bevuto, forse?»
«Siete voi, sporco individuo, che forse avete bevuto, non io! Io
non bevo vodka mai e in nessun luogo, perché è contrario ai
miei principi! Figuratevi che lui, con le sue proprie mani, ha
dato quel biglietto da cento rubli a Sòfja Semënovna! L'ho
visto io. Posso testimoniare, sono pronto a giurarlo! È stato lui,
lui!» ripeteva Lebezjàtnikov, rivolgendosi a tutti i presenti.
«Ma siete impazzito, moccioso che non siete altro?» strillò
Lùžin. «Eccola qui davanti a voi: lei stessa, poco fa, ha
confessato davanti a tutti di non aver ricevuto da me nulla
tranne i dieci rubli. Come potevo averglieli dati io dunque?»
«Ho visto, ho visto tutto!» ripeteva gridando Lebezjàtnikov. «E
anche se è contrario ai miei principi, sono pronto a giurarlo in
tribunale, sotto qualunque forma, perché vi ho visto, vi ho visto
quando voi glieli avete infilati in tasca di nascosto! Solo che io,
imbecille, ho pensato che lo aveste fatto per bontà! Sulla porta,
nel salutarla, quando lei si è voltata, e mentre con una mano
stringevate la sua, con l'altra, con la sinistra, le avete infilato in
tasca quel biglietto. Ho visto! Ho visto benissimo!»
Lùžin impallidì.
«Perché mentite?» gridò sfacciatamente. «E come potevate,
stando accanto alla finestra, distinguere un biglietto di banca?
Vi è parso di vedere... voi, con quegli occhi miopi!... Voi
delirate!»
«Non mi è parso un bel niente! Anche se mi trovavo lontano,
ho visto tutto, proprio tutto, e anche se dalla finestra è
effettivamente difficile distinguere un biglietto di banca, e
questo è vero, io, per combinazione, sapevo con certezza che
era proprio un biglietto da cento rubli, perché voi, mentre
davate a Sòfja Semënovna il biglietto da dieci, e io l'ho visto,
avete preso dalla tavola un altro biglietto da cento rubli (e ho
visto anche questo perché mi trovavo vicino, e siccome ho
pensato una certa cosa, non ho dimenticato che avevate in
mano quel biglietto). Lo avete piegato e lo avete tenuto stretto
in mano per tutto il tempo. Stavo per dimenticarmene, ma
quando vi siete alzato lo avete passato dalla mano destra nella
mano sinistra, e per poco non l'avete lasciato cadere a terra;
allora me ne sono ricordato di nuovo, perché mi è tornata in
mente la stessa idea, e cioè che volevate compiere un atto di
beneficenza senza che io me ne accorgessi. Potete immaginare
se non sono stato attento: e così ho visto come siete riuscito ad
infilarglielo in tasca. Ho visto, ho visto, e sono pronto a
giurarlo!»
Lebezjàtnikov stava quasi soffocando per l'emozione. Da tutte
le parti cominciarono a risuonare esclamazioni di varia specie,
che denotavano soprattutto la sorpresa; ma si levarono anche
delle esclamazioni di minaccia. Tutti si avvicinarono a Pëtr
Petròviè. Katerìna Ivànovna si slanciò verso Lebezjàtnikov.
«Andrèj Semënoviè! Mi ero ingannata sul vostro conto!
Difendetela! Soltanto voi lo avete fatto! Lei è orfana; è stato
Dio a mandarvi! Andrèj Semënoviè, mio caro, bàtjuška !»
E Katerìna Ivànovna, quasi senza capire quel che faceva, si
buttò in ginocchio davanti a lui.
«Tutte assurdità!» si mise a urlare Lùžin, fuori di sé per la
rabbia. «Voi, caro signore, dite delle assurdità. ‹Ho
dimenticato, ho ricordato, stavo per dimenticare›, che roba è
questa? Dunque, io glielo avrei messo in tasca apposta? A che
scopo? Con quale fine? Che cosa ho io in comune con
questa...»
«A quale scopo? È proprio quello che nemmeno io riesco a
capire; ma racconto un fatto vero, questo è sicuro! Sono così
certo di quel che dico, uomo vile e malvagio che non siete
altro, che ricordo, appunto, di aver cominciato subito a
meditare su questo problema, proprio mentre vi ringraziavo e
vi stringevo la mano. Perché gliel'avevate infilato in tasca di
nascosto? Perché proprio di nascosto, voglio dire? Possibile
che fosse solo per non farlo vedere a me, sapendo che io sono
contrario per principio alla beneficenza privata, che la contesto
perché non rimedia radicalmente nulla? Così, ho concluso che
vi vergognavate di fare simili regali in mia presenza; e poi ho
pensato che forse volevate farle una sorpresa, meravigliarla
quando si fosse trovata in tasca ben cento rubli. (Perché certe
persone amano molto rendere così complicati i loro regali, e io
lo so). Poi mi è anche venuto in mente che forse volevate
metterla alla prova, per vedere se, dopo aver trovato il denaro,
sarebbe venuta a ringraziarvi! Poi ho pensato che forse
volevate evitare manifestazioni di riconoscenza, perché... come
si dice... perché la mano destra non deve sapere... insomma,
qualcosa del genere... Be', me ne sono venute tante di idee, e
così ho deciso di ripensare a tutto più tardi; comunque, mi è
sembrato poco delicato farvi capire che conoscevo il vostro
segreto. Però, mi è venuto subito in mente un altro dubbio: non
avrebbe potuto Sòfja Semënovna, per caso, perdere quel denaro
prima di accorgersi di averlo? Ecco perché mi sono deciso a
venir qui, per chiamarla fuori e avvertirla che le avevano messo
in tasca cento rubli. Solo che, prima, sono entrato nella stanza
delle signore Kobyljàtnikov, per portar loro la Conclusione
generale del metodo positivo, raccomandando particolarmente
l'articolo di Piderit (e anche quello di Wagner); poi vengo qui, e
guarda un po' cosa ti salta fuori! Be', potevo forse avere tutte
queste idee e compiere tutti questi ragionamenti, se non avessi
visto che le avevate effettivamente infilato in tasca cento
rubli?»
Quando Andrèj Semënoviè ebbe terminato i suoi
magniloquenti ragionamenti, chiudendo il discorso con una
conclusione così logica, si sentì terribilmente stanco, e il
sudore gli grondava dal volto. Ahimè, non sapeva spiegarsi
bene nemmeno in russo (non conoscendo, del resto,
nessun'altra lingua) e perciò si era esaurito di colpo e sino in
fondo, e sembrava perfino dimagrito dopo una simile arringa.
Nondimeno, il suo discorso aveva prodotto un effetto
straordinario.
Aveva parlato con tanta foga, con tanta convinzione, che
evidentemente tutti lo avevano creduto. Pëtr Petròviè sentì che
le cose si mettevano male per lui.
«Che me ne importa, chè voi vi siate posto o no certe
domande?» gridò. «Questa non è una prova! Potete esservelo
inventato in sogno, e basta! Io vi dico che le vostre sono
menzogne, caro signore! State mentendo e mi calunniate
perché ce l'avete con me, non so bene per quale ragione, o forse
perché non sono d'accordo con le vostre dottrine sociali, empie
e irreligiose, ecco tutto!»
Ma questa scappatoia non servì affatto a Pëtr Petròviè. Anzi, si
levò un generale mormorio di protesta.
«Ah, a questo vuoi parare!» gridò Lebezjàtnikov. «Bugiardo!
Prova a chiamare la polizia, e io presterò
giuramento! Però non riesco a capire: perché hai voluto
rischiare un'azione così vile? Oh, che individuo infame e
meschino!»
«Posso spiegarvelo io perché ha rischiato una simile azione, e
se occorre, presterò giuramento anch'io!» disse finalmente
Raskòlnikov con voce ferma, mentre si faceva avanti.
A vederlo, sembrava sicuro e tranquillo. Tutti, appena lo ebbero
guardato, capirono che sapeva davvero di cosa si trattava, e che
ormai si era arrivati alla soluzione.
«Ora ho capito tutto sino in fondo,» proseguì Raskòlnikov,
rivolgendosi direttamente a Lebezjàtnikov. «Fin dal principio
di questa storia, avevo sospettato che si trattasse di un ignobile
tranello; l'avevo sospettato per alcune circostanze particolari
note soltanto a me, e che adesso spiegherò a tutti: è proprio lì il
nocciolo della questione! Quanto a voi, Andrèj Semënoviè, con
la vostra preziosa dichiarazione mi avete chiarito
definitivamente ogni cosa. Prego tutti di ascoltarmi: questo
signore,» e indicò Lùžin, «poco tempo fa si era fidanzato con
una fanciulla, e precisamente con mia sorella Avdòtja
Romànovna Raskòlnikova. Ma arrivato a Pietroburgo, l'altro
ieri, al nostro primo incontro, ha litigato con me, e io l'ho
cacciato fuori, e due persone possono testimoniarlo.
Quest'uomo è malvagio... L'altro ieri non sapevo ancora che
egli abitava qui da voi, Andrèj Semënoviè, e che quindi il
giorno stesso in cui abbiamo litigato, cioè l'altro ieri, era stato
testimone di come io, quale amico del defunto signor
Marmelàdov, avessi consegnato alla sua consorte Katerìna
Ivànovna un po' di denaro per i funerali. Egli ha scritto subito
un biglietto a mia madre, informandola che io avevo dato tutti i
miei soldi non a Katerìna Ivànovna, bensì a Sòfja Semënovna,
e nello scrivere il biglietto ha accennato con le più ignobili
espressioni al... al carattere di Sòfja Semënovna, cioè ha alluso
al carattere dei miei rapporti con Sòfja Semënovna. Tutto
questo, come potete ben capire, per farmi litigare con mia
madre e con mia sorella, insinuando loro che io sperpero per
fini ignobili i loro ultimi soldi, con i quali esse mi aiutano. Ieri
sera, in presenza di mia madre e di mia sorella, e in presenza
sua, io ho ristabilito la verità, dimostrando di aver consegnato i
soldi a Katerìna Ivànovna per il funerale e non a Sòfjà
Semënovna, e che Sòfja Semënovna, l'altro ieri, io non la
conoscevo affatto e non l'avevo nemmeno mai veduta in faccia.
Inoltre ho aggiunto che lui, Pëtr Petròviè Lùžin, con tutti i suoi
meriti, non vale il dito mignolo di Sòfja Semënovna, sul cui
conto dice cose così ignobili. E alla sua domanda se io avrei
fatto sedere Sòfja Semënovna accanto a mia sorella, ho risposto
che lo avevo già fatto, e proprio quello stesso giorno. Irritato
perché mia madre e mia sorella non intendevano rompere i
rapporti con me, come da lui preteso, ha cominciato, una parola
dopo l'altra, a dir loro insolenze imperdonabili.
Così è avvenuta una rottura definitiva, e lo hanno cacciato di
casa. Tutto questo è avvenuto l'altro ieri. E adesso, chiedo tutta
la vostra attenzione! Dovete capire che se gli fosse riuscito di
dimostrare che Sòfja Semënovna è una ladra, in primo luogo
avrebbe convinto mia sorella e mia madre d'aver avuto quasi
ragione con i suoi sospetti, e di essersela presa giustamente
quando io avevo messo sullo stesso piano mia sorella e Sòfja
Semënovna; e che pertanto, attaccando me, egli aveva difeso e
salvaguardato l'onore di mia sorella e della sua fidanzata.
Insomma, in questo modo, poteva perfino farmi litigare di
nuovo con i miei familiari, e sperava così di rientrare a colpo
sicuro nelle loro grazie. Senza contare, poi, che era una sua
maniera per vendicarsi di me personalmente, giacché ha
motivo di supporre che l'onore e la felicità di Sòfja Semënovna
mi stiano molto a cuore. Ecco il suo calcolo! Ecco come io
interpreto tutta questa storia! Ecco la vera causa; e non ve ne
può essere un'altra!»
Così, o press'a poco così, Raskòlnikov terminò il suo discorso,
spesso interrotto dalle esclamazioni del pubblico, che
d'altronde lo ascoltava molto attentamente. Ma, nonostante
tutte le interruzioni, Raskòlnikov aveva parlato in tono deciso,
calmo, preciso, chiaro e fermo. La sua voce risoluta, il suo tono
convinto e il suo viso severo ebbero su tutti un effetto
straordinario.
«Sì, è proprio così!» confermava Lebezjàtnikov, trionfante.
«Dev'essere così, perché lui mi ha per l'appunto chiesto, appena
Sòfja Semënovna è entrata nella nostra stanza, ‹se eravate qui e
se vi avevo veduto tra gli ospiti di Katerìna Ivànovna›. Mi ha
chiamato apposta vicino alla finestra e me l'ha chiesto
sottovoce. Quindi, aveva proprio bisogno che voi foste qui! È
così, è proprio così!»
Lùžin taceva, con un sorriso sprezzante sulle labbra. Tuttavia,
era molto pallido. Pareva che stesse meditando sul modo
migliore per trovare una via d'uscita. Forse gli sarebbe piaciuto
di piantare tutto lì e di andarsene, ma in quel momento era
quasi impossibile; significava riconoscere apertamente che le
accuse mossegli erano giuste, e che egli aveva realmente
calunniato Sòfja Semënovna. Per di più i presenti, già
abbastanza ubriachi, si agitavano anche troppo. Il tipo
dell'ufficio sussistenza, benché non avesse capito quasi nulla, si
scalmanava più di ogni altro, e proponeva misure molto
spiacevoli per Lùžin. Ma c'erano anche persone non ubriache;
era venuta gente da tutte le stanze. Tutti e tre i polacchi si
infervoravano terribilmente e gli gridavano di continuo: «
Panie lajdak,» formulando anche certe minacce in polacco.
Sònja ascoltava tutta tesa, ma pareva che anche lei non capisse
bene, come se si stesse riavendo da uno svenimento. Solo, non
staccava gli occhi da Raskòlnikov, sentendo che lui era tutta la
sua difesa. Katerìna Ivànovna respirava a fatica, con certi suoni
rauchi, e sembrava terribilmente esausta. L'aria più stupida
l'aveva Amàlija Ivànovna, che stava lì a bocca aperta senza
capire una parola. Vedeva soltanto che Pëtr Petròviè, chissà
come, era stato preso in castagna. Raskòlnikov chiese di
parlare ancora, ma non lo lasciarono finire: tutti gridavano e si
accalcavano intorno a Lùžin, rivolgendogli insulti e minacce.
Ma Pëtr Petròviè non si perse di coraggio. Visto che la
faccenda dell'accusa contro Sònja era andata a monte, pensò
bene di ricorrere alla spudoratezza.
«Permettete, signori, permettete; non mi stringete, lasciatemi
passare!» disse, facendosi largo tra la folla. «E fatemi il favore
di non minacciarmi; state pur certi che non succederà nulla e
che non farete nulla; non sono un vigliacco, ma sarete voialtri,
signori, a dover rispondere per aver coperto con metodi violenti
un fatto criminoso. La ladra è stata più che smascherata, e io
adirò le vie legali. In tribunale non sono poi così ciechi e...
nemmeno ubriachi, e non presteranno fede a due atei dichiarati,
liberi pensatori e sovversivi, che mi accusano per vendetta
personale, cosa che, del resto, ammettono essi stessi, nella loro
stupidità... Quindi, signori, lasciatemi passare!»
«Che non rimanga traccia di voi nella mia stanza! Sloggiate
subito: tra noi tutto è finito! E pensare che per due settimane
intere... ho fatto ogni sforzo, per spiegargli...»
«Ma se proprio io, Andrèj Semënoviè, vi ho detto poco fa che
me ne andavo, mentre voi volevate trattenermi ancora; adesso
devo soltanto aggiungere che siete un imbecille. Vi auguro di
guarire sia il vostro cervello, sia i vostri occhi semiciechi.
Permettete, signori!»
Si fece largo, ma quel tale della sussistenza non volle lasciarlo
andar via così pacificamente, con dei semplici insulti: afferrò
sulla tavola un bicchiere, prese lo slancio e lo scagliò contro
Pëtr Petròviè; senonché, il bicchiere volò dritto addosso ad
Amàlija Ivànovna. Questa lanciò uno strillo, mentre quello
della sussistenza, perso l'equilibrio, stramazzava pesantemente
sotto la tavola. Pëtr Petròviè passò nella sua stanza, e dopo
mezz'ora aveva già lasciato la casa.
Sònja, timida per natura, sapeva bene che era più facile
rovinare lei di qualunque altra persona, e che chiunque poteva
offenderla quasi impunemente. Tuttavia, fino a quel momento,
le era sembrato di poter in qualche modo evitare il peggio, con
la prudenza e la mansuetudine e comportandosi umilmente con
tutti. La sua delusione, ora, era stata molto grave.
Certo, poteva sopportare qualunque cosa con pazienza e quasi
senza protestare, perfino questa. Ma al primo momento provò
un'amarezza davvero eccessiva. Nonostante il suo trionfo e la
sua riabilitazione, una volta passato il primo spavento e il
primo stupore, quando capì tutto e di tutto si rese conto con
chiarezza, un senso di impotenza e di umiliazione le trapassò il
cuore. Le venne una specie di attacco isterico. Alla fine, non
seppe più resistere, si precipitò fuori dalla stanza e corse a casa.
Questo accadde quasi subito, appena Lùžin se ne fu andato.
Anche Amàlija Ivànovna, quando il bicchiere, fra le fragorose
risate degli astanti, andò a colpirla, non se la sentì di far le
spese di tutta quell'allegria. Strillando come una furia, si
scagliò contro Katerìna Ivànovna, che per lei era l'unica
colpevole:
«Fuori dalla mia casa! Subito! Marsch!» E così dicendo,
cominciò ad afferrare tutta la roba di Katerìna Ivànovna che le
capitava sottomano e a scagliarla per terra. Katerìna Ivànovna,
già mezza morta per conto suo, quasi svenuta, ansante e
pallida, balzò dal letto sul quale, esausta, si era lasciata cadere,
e si avventò contro Amàlija Ivànovna. Ma la lotta era troppo
impari; l'altra la respinse come se fosse una piuma.
«Come! Non basta che ci abbiano ferocemente calunniate! Ora
questa sporca creatura si accanisce contro di me! Come! Nel
giorno del funerale di mio marito, e dopo la mia ospitalità, mi
cacciano di casa, mi cacciano sulla strada, me e questi poveri
orfani! Ma dove andrò?» urlava la poverina, singhiozzando e
ansando. «Oh, Signore!» gridò a un tratto con occhi
lampeggianti. «Possibile che non ci sia giustizia? Chi devi
difendere, dunque, se non noi derelitti? Ma staremo a vedere!
Non è finita! Esiste a questo mondo un tribunale, una giustizia,
e io l'otterrò! Aspetta, empia creatura! Pòleèka, sta' qui con i
bambini, tornerò presto. Aspettatemi, magari sulla strada!
Vedremo se c'è o non c'è giustizia, a questo mondo!»
E gettandosi sulla testa quello stesso scialle verde di drap de
dame di cui aveva parlato nel suo racconto il defunto
Marmelàdov, Katerìna Ivànovna si aprì un varco tra la folla
disordinata ed ebbra degli inquilini che si accalcavano ancora
nella stanza, e piangendo e urlando corse nella strada, con il
vago scopo di ottenere sui due piedi, immediatamente e a tutti i
costi, la giustizia. Pòleèka, spaventata, si rifugiò con i bambini
in un angolo, sul baule, e abbracciando i due fratellini, tutta
tremante, si dispose ad aspettare il ritorno della madre. Amàlija
Ivànovna correva su e giù per la stanza, strillava, si lamentava,
scaraventando sul pavimento tutto ciò che le capitava a portata
di mano, e faceva la pazza in ogni modo possibile. Gli inquilini
sbraitavano dicendo le cose più assurde: alcuni s'accanivano a
far commenti, più o meno azzeccati, sull'accaduto; altri
discutevano e litigavano; altri ancora presero a cantare...
«Ed ecco il mio momento!» pensò Raskòlnikov. «Vedremo,
Sòfja Semënovna, che cosa direte ora!»
E si diresse a casa di Sònja.
4
Raskòlnikov era stato il bravo e zelante avvocato di Sònja
contro Lùžin, benché anche lui portasse nell'anima un così
greve fardello di sgomento e di dolore. Dopo aver sofferto per
tutta la mattina, era stato quasi contento di potere, grazie a
questa occasione, dirottare un poco i propri pensieri, che
stavano divenendo intollerabili; senza parlare, poi, del
personale sentimento di affetto che lo aveva indotto a difendere
Sònja. Oltre a tutto ciò, gli stava di fronte, e a tratti se ne
preoccupava moltissimo, l'imminente incontro con Sònja:
doveva rivelarle chi aveva ucciso Lizavèta, si aspettava
momenti di tremenda tortura e pareva volerli allontanare
agitando le mani. Anche quella sua esclamazione, proferita
uscendo dalla casa di Katerìna Ivànovna: «Vedremo, Sòfja
Semënovna, cosa direte ora», dimostrava che egli si trovava
ancora in uno stato di superficiale eccitazione, accompagnata a
un senso di baldanza e di sfida per la recente vittoria su Lùžin.
Tuttavia, gli capitò una cosa strana. Quando arrivò all'alloggio
di Kapernàumov, provò improvvisamente un senso di
spossatezza e paura. Si fermò, soprappensiero, davanti alla
porta, e si rivolse una strana domanda: «Ma è proprio
necessario dire chi ha ucciso Lizavèta?» La domanda era
strana, perché immediatamente sentì che non solo non poteva
non dirlo, ma che non poteva in alcun modo differire quel
momento, nemmeno di un po'. Non sapeva ancora perché fosse
impossibile: lo aveva solo sentito, e una così tormentosa
consapevolezza della propria impotenza di fronte all'inevitabile
lo aveva quasi schiacciato. Per non ragionare e non tormentarsi
più, aprì rapidamente la porta e dalla soglia guardò Sònja.
Era seduta, con i gomiti appoggiati sul tavolino e il volto
nascosto fra le mani, ma alla vista di Raskòlnikov si alzò subito
e gli andò incontro, come se lo avesse aspettato.
«Che ne sarebbe stato di me senza di voi!» s'affrettò a dire,
incontrandosi con lui a metà della stanza.
Evidentemente, era proprio questo che voleva dirgli al più
presto. Per questo lo aveva atteso.
Raskòlnikov si avvicinò alla tavola, e sedette sulla sedia dalla
quale lei si era appena alzata. Sònja gli si mise davanti, a due
passi, proprio come il giorno prima.
«E così, Sònja?» disse lui, e ad un tratto sentì tremare la
propria voce. «Tutta la faccenda si basava sulla ‹condizione
sociale e sulle abitudini che essa comporta› . Lo avevate
capito?»
Sul volto di Sònja si dipinse la sofferenza.
«Vi prego soltanto di non parlarmi come ieri!» esclamò,
interrompendolo. «Per favore, non ricominciate. Soffro
abbastanza già così...»
Subito sorrise, temendo che quel rimprovero potesse
dispiacergli.
«Me ne sono venuta via come una stupida. Che cosa sta
succedendo laggiù? Volevo tornarci, ma poi ho pensato che...
sareste venuto voi.»
Egli le raccontò che Amàlija Ivànovna voleva cacciarli di casa,
e che Katerìna Ivànovna era corsa chissà dove «a cercare la
verità e la giustizia».
«Oh, Dio mio!» esclamò Sònja. «Andiamo, presto...»
E afferrò la sua mantellina.
«Sempre la stessa storia!» esclamò Raskòlnikov, irritato. «Voi
non pensate che a loro! Restate un po' con me.
«Ma... Katerìna Ivànovna?»
«Katerìna Ivànovna passerà senz'altro di qui, visto che è corsa
via da casa,» continuò lui con irritazione «E se non vi trova, la
colpa sarà vostra...»
Sònja tornò a sedere, tormentata dall'incertezza. Raskòlnikov
taceva, fissando il pavimento e meditando qualcosa.
«Ammettiamo pure che Lùžin non volesse farlo,» prese a dire
poi, senza guardare Sònja. «Ma se avesse voluto, se questo
fosse rientrato in qualche modo nei suoi calcoli, vi avrebbe
fatto cacciare in galera, non fosse stato per me e per
Lebezjàtnikov! Non vi pare?»
«Sì,» rispose lei con voce fioca. «Sì!» ripeté con aria distratta e
preoccupata.
«Eppure, io avrei potuto non esserci! E quanto a Lebezjàtnikov,
si è trovato lì anche lui proprio per caso.»
Sònja taceva.
«E se foste finita in galera, che avreste fatto? Ricordate quello
che vi ho detto ieri?»
Di nuovo Sònja non rispose. Raskòlnikov aspettò un po'.
«Pensavo che gridaste di nuovo: ‹Ah, non parlate così,
smettetela!› disse lui, ridendo con un certo sforzo.
«Allora, sempre zitta?» domandò dopo qualche istante.
«Eppure, bisogna ben parlare di qualcosa, non è forse vero?
Ecco, a me interesserebbe sapere come voi risolvereste una
certa questione, per parlare come Lebezjàtnikov.» Sembrava
che cominciassero a confonderglisi le idee. «Parlo seriamente,
credetemi... Immaginate, Sònja, di aver potuto conoscere in
anticipo tutte le intenzioni di Lùžin, di aver potuto sapere (con
sicurezza voglio dire), che in tal modo sarebbero stati
completamente rovinati Katerìna Ivànovna e i bambini, e anche
voi per giunta (visto che non vi considerate nulla, ho detto per
giunta). E anche Pòleèka... perché anche lei prenderà la stessa
strada. Be', ecco: se la decisione, d'un tratto, fosse rimessa a
voi: se tocchi a lui vivere, oppure tocchi a loro, cioè se Lùžin
debba vivere e fare le sue porcherie, e Katerìna Ivànovna debba
morire... Che cosa decidereste: chi di loro dovrebbe morire? Ve
lo domando.»
Sònja lo guardò inquieta: le era parso di udire qualcosa di
strano in questo discorso esitante, e preso così alla larga.
«Lo sapevo che mi avreste domandato qualcosa di simile,»
disse, fissandolo con uno sguardo scrutatore.
«Va bene, sia pure; ma come decidereste?»
«Perché mi domandate una cosa che non può essere?» rispose
Sònja con ripugnanza.
«Allora, è meglio che viva Lùžin e faccia le sue porcherie?
Non avete il coraggio di decidere nemmeno questo?»
«Ma io non posso conoscere le intenzioni della Divina
Provvidenza... Perché voi mi domandate ciò che non si deve
domandare? Perché mi fate delle domande inutili? Come è
possibile che ciò dipenda dalla mia decisione? E chi mi ha dato
il potere di giudicare quali persone debbano vivere e quali no?»
«Se mettiamo in mezzo la Divina Provvidenza, allora non c'è
più niente da fare,» brontolò Raskòlnikov acidamente.
«Ditemi piuttosto apertamente che cosa volete!» esclamò Sònja
con pena. «Di nuovo, state portando il discorso verso
qualcosa... Possibile che siate venuto solo per tormentarmi?»
Non resse, e a un tratto scoppiò a piangere amaramente. Egli la
guardava in preda a una cupa angoscia. Passarono forse cinque
minuti.
«Hai ragione, Sònja,» disse alla fine, piano, Raskòlnikov. Era
cambiato di colpo; il suo tono di artificiosa sfrontatezza e di
sfida impotente era svanito. Perfino la sua voce s'era
improvvisamente affievolita. «Io stesso, ieri, ti ho detto che
non sarei venuto a chiederti perdono, e invece ho quasi
cominciato col chiedere perdono... Quello che ho detto di
Lùžin e della Divina Provvidenza, lo dicevo per me... Era un
modo di chiedere perdono, Sònja... Fece per sorridere, ma in
quel pallido sorriso c'era qualcosa di scialbo e di sfuggente.
Chinò la testa e si coprì il viso con le mani.
D'un tratto, un'improvvisa sensazione di acre odio contro Sònja
gli invase il cuore. Sorpreso e spaventato di questa sensazione,
sollevò il capo di colpo e la guardò fissamente; ma incontrò lo
sguardo di lei, inquieto, tormentato, premuroso, nel quale si
leggeva l'amore, e il suo odio svanì come un fantasma. Era
qualcos'altro: aveva scambiato un sentimento per un altro.
Significava una sola cosa: che quel momento era arrivato.
Di nuovo si nascose il viso con le mani e chinò la testa. A un
tratto impallidì, si alzò dalla sedia, guardò Sònja e, senza dir
nulla, andò a sedersi macchinalmente sul letto. Come
sensazione, quel momento somigliava terribilmente a quello in
cui s'era trovato dietro la vecchia, dopo aver già sfilato la scure
dal cappio, e aveva sentito che ormai «non c'era più un istante
da perdere».
«Che avete?» domandò Sònja, sempre più impaurita.
Egli non riuscì a pronunziare una sola parola. Non era certo
così che s'era proposto di comunicare la cosa, e neanche lui
capiva che cosa gli stesse succedendo. Sònja gli si avvicinò
pian piano, gli si sedette accanto sul letto e restò lì in attesa,
senza levargli gli occhi di dosso. Il cuore le batteva forte, e a
tratti si fermava. La situazione divenne insopportabile: egli girò
verso di lei un viso mortalmente pallido; le labbra gli si
storsero impotenti, incapaci di pronunziare una sola parola. Il
cuore di Sònja s'empì di terrore.
«Che avete?» ripeté, scostandosi un po' da lui.
«Niente, Sònja. Non devi aver paura... Sono tutte sciocchezze!
A pensarci bene, sono davvero sciocchezze,»
mormorava Raskòlnikov con l'espressione di uno che delira e
non sa quel che dice. «Vorrei proprio sapere perché son venuto
qui a tormentarti...» aggiunse a un tratto, guardandola.
«Davvero... Perché? Continuo a domandarmelo, Sònja...»
Se l'era domandato, forse, un quarto d'ora prima; ma adesso
parlava in uno stato di completa prostrazione, di
semincoscienza, e con un tremito incessante in tutto il corpo.
«Come vi torturate!...» disse Sònja con pena, osservandolo
attentamente.
«Sciocchezze, solo sciocchezze!... Senti, Sònja,» e qui, chissà
perché, sorrise per un paio di secondi d'un sorriso lieve,
incolore, «ricordi quel che volevo dirti ieri?»
Sònja aspettava con ansia.
«Nell'andar via, ti ho detto che forse ti salutavo per sempre, ma
che, se fossi tornato oggi, ti avrei detto... chi ha ucciso
Lizavèta.»
Un forte tremito la scosse tutta.
«Ecco, sono venuto a dirtelo.»
«Ma allora parlavate sul serio, ieri...» sussurrò lei a stento.
«Come fate a saperlo?» gli chiese poi in fretta, tornata in sé di
colpo; e cominciò a respirare affannosamente. Il suo viso si
faceva sempre più pallido.
«Lo so.»
Lei non parlò per un minuto.
« Lui lo hanno trovato?» chiese timidamente.
«No, non l'hanno trovato.»
«E allora, come fate a sapere questa cosa?» chiese di nuovo
Sònja, con voce appena percettibile, dopo un altro minuto di
silenzio.
Raskòlnikov si girò verso di lei e la guardò fissamente.
«Indovina,» disse con lo stesso sorriso storto e scialbo.
Il corpo di lei fu scosso come da una convulsione.
«Ma voi... perché mi... mi spaventate così?» disse con un
sorriso candido, da bambina.
«Significa che sono un suo grande amico... visto che lo so,»
proseguì Raskòlnikov continuando a fissarla, come incapace di
distogliere gli occhi da lei. «Lui non voleva ucciderla... questa
Lizavèta... Lui... l'ha uccisa per caso... Lui voleva uccidere la
vecchia... mentre lei era sola... per questo era venuto... Ma in
quel momento entrò Lizavèta... E lui la uccise... lì.»
Trascorse un altro minuto raccapricciante. Si guardavano a
vicenda.
«Allora, non indovini?» chiese lui a un tratto, sentendosi come
se si gettasse giù dall'alto di un campanile.
«N-no,» mormorò Sonja con un filo di voce.
«Guardami bene.»
E appena ebbe detto così, la vecchia, ben nota sensazione gli
gelò l'anima: la guardava e all'improvviso fu come se nel suo
volto rivedesse quello di Lizavèta. Rammentò chiaramente la
sua espressione, mentre le si avvicinava con la scure in mano, e
lei indietreggiava verso la parete, col braccio teso in avanti e
sul volto un timore infantile, quello dei bambini quando
improvvisamente cominciano ad aver paura di qualcosa,
fissano inquieti questo qualcosa che li spaventa e poi
indietreggiano, tendono avanti una manina e si preparano a
piangere. A Sònja successe quasi la stessa cosa: lo guardò per
un po' con la stessa impotenza e la stessa paura, e a un tratto,
tendendo avanti il braccio sinistro, gli appoggiò appena appena,
lievemente, le dita sul petto e prese ad alzarsi pian piano dal
letto, scostandosi da lui sempre di più, mentre il suo sguardo si
faceva sempre più fisso e immobile. Lo sgomento di Sònja si
comunicò di colpo anche a Raskòlnikov: il medesimo terrore si
poteva leggere anche sul suo volto, e anche lui cominciò a
guardarla proprio nella stessa maniera, e quasi con lo stesso
sorriso infantile.
«Hai indovinato?» mormorò finalmente.
«Dio!» Un gemito penoso eruppe dal petto di Sònja. Ricadde
priva di forze sul letto, con il viso sul guanciale. Ma dopo un
attimo, rapida, si risollevò, gli si avvicinò bruscamente, gli
afferrò ambo le mani e stringendogliele forte con le sue dita
sottili, come in una morsa, riprese a fissarlo in volto, come se i
suoi occhi vi si fossero inchiodati. Con quell'ultimo sguardo
disperato voleva leggergli in fondo all'anima, per tentare di
cogliervi almeno un'ultima speranza. Ma non c'era nessuna
speranza, non rimaneva nessun dubbio: tutto era proprio così!
Anche in seguito, più tardi, nel ricordare quell'istante, ciò le
pareva strano e sorprendente: come mai aveva visto subito che
non vi era più nessun dubbio? Non avrebbe certo potuto
affermare di aver presentito nulla di simile... Eppure, in
quell'istante, appena Raskòlnikov glielo disse, a un tratto le
sembrò di aver realmente presentito proprio questa cosa.
«Basta, Sònja, basta così! Non mi torturare!» la supplicò lui
con voce straziante.
Aveva pensato di rivelarle la cosa in maniera completamente ma proprio completamente - diversa, e invece era andata così.
Come impazzita, Sonja balzò in piedi e andò, torcendosi le
mani, nel mezzo della stanza; ma subito tornò indietro, e di
nuovo sedette accanto a lui, quasi sfiorandolo con la spalla. A
un tratto, come trafitta, sussultò, lanciò un grido, e senza sapere
lei stessa quel che faceva gli si gettò davanti in ginocchio.
«Che cosa avete fatto, che cosa avete fatto di voi stesso!»
esclamò disperata e, rialzatasi di scatto, gli si gettò al collo, lo
abbracciò e lo strinse forte forte tra le sue braccia.
Raskòlnikov si scostò e la guardò con un sorriso malinconico:
«Sei strana, Sònja; mi abbracci e mi baci dopo che ti ho parlato
di questo. Davvero, non hai la testa a posto, Sònja...»
«No, in tutto il mondo non c'è nessuno più infelice di te!»
esclamò lei, fuori di sé, senza badare alle sue parole, e
all'improvviso scoppiò in un pianto dirotto, come in preda a un
attacco isterico.
Un sentimento che non provava ormai da molto tempo gli
affluì al cuore e glielo raddolcì di colpo. Egli non cercò
di resistere: due lacrime sgorgarono dai suoi occhi e gli
inumidirono le ciglia.
«E così, Sònja, non mi lascerai?» disse lui, guardandola con
una sorta di speranza.
«No, no, mai, e ti seguirò dappertutto!» gridò Sònja. «Ti
seguirò, ti seguirò dovunque! Oh Signore!... Oh, me infelice!...
Ma perché, perché non ti ho conosciuto prima! Perché non sei
venuto prima da me? Oh, Signore!»
«Ecco, sono venuto.»
«Adesso! Che cosa si può fare adesso?... Insieme, insieme!»
ripeteva lei come una pazza, abbracciandolo di nuovo. «Andrò
con te ai lavori forzati!» Raskòlnikov sussultò, e sulle sue
labbra ricomparve il sorriso di prima, arcigno e quasi
sprezzante.
«Io, Sònja, forse non voglio ancora andare ai lavori forzati,»
disse.
Sònja gli lanciò una rapida occhiata.
Dopo il primo slancio di profonda e dolorosa compassione per
quell'infelice, di nuovo l'assalì l'idea terribile dell'assassinio.
Nel nuovo tono di Raskòlnikov sentì a un tratto l'assassino. Lo
guardò meravigliata. Non sapeva ancora né perché né come né
a che scopo l'assassinio era stato commesso. Ora, tutte queste
domande sorsero di colpo nella sua mente, e di nuovo non
riusciva a crederci: «Lui, lui un assassino! Com'è possibile?»
«Ma come? Ma che mondo è questo?» domandò,
profondamente perplessa, e ancora non del tutto tornata in sé.
«Voi, voi così come siete, come avete potuto decidervi a
farlo?... E perché ?»
«Be', per rubare. Ora smettila, Sònja!» rispose lui in tono
stanco e quasi irritato.
Sònja sembrava sbalordita, ma all'improvviso gridò:
«Avevi fame!... Per aiutare tua madre? Vero?»
«No, Sònja, no,» mormorava lui, voltatosi dall'altra parte e
chinando la testa. «Non avevo poi così fame... Sì, è
vero, volevo aiutare mia madre, ma... anche questo non è del
tutto esatto... Non torturarmi, Sònja!»
Sònja levò le mani al cielo.
«Possibile, possibile che tutto questo sia vero! Oh, Signore, ma
che verità è questa? Chi può crederci?... E come mai, come mai
date agli altri i vostri ultimi soldi, se avete ucciso per rubare!
Ah...» gridò, «quei soldi che avete dato a Katerìna Ivànovna...
quei soldi... Oh, Signore, possibile che anche quei soldi...»
«No, Sònja,» la interruppe subito lui, «quei soldi non venivano
da lì, calmati! Me li aveva mandati mia madre, per mezzo di un
commerciante, e io li avevo ricevuti mentre ero malato, lo
stesso giorno in cui ve li ho dati... Razumìchin ha visto... è
stato lui a riceverli per conto mio... Erano soldi miei, miei
personali, proprio miei...»
Sònja lo ascoltava sconcertata, e si sforzava ad ogni costo di
capire.
« Quanto agli altri soldi... Del resto, non so nemmeno se ci
fossero dei soldi,» aggiunse lui sottovoce, in tono
meditabondo. «Io le ho levato dal collo un borsellino
scamosciato... pieno, tutto teso... ma non ho guardato dentro,
forse perché non ne ho avuto il tempo... E quanto agli oggetti,
tutti gemelli e catenine, li ho nascosti insieme al borsellino
sotto una pietra, in un cortile del viale V-i, la mattina dopo... È
tutto lì anche adesso...»
Sònja ascoltava, intenta.
«Ma allora, perché... Come mai avete detto ‹per rubare›, se non
avete preso nulla?» domandò subito, aggrappandosi a
quell'ultimo filo di speranza.
«Non lo so... non ho ancora deciso se prenderò quei soldi
oppure no,» disse lui, come soprappensiero, e a un tratto,
riprendendosi, aggiunse con un sorrisetto: «Che razza di
stupidaggine ho detto, vero?»
A Sònja balenò un'idea: «Che sia pazzo?» Ma subito la
respinse: no, si trattava di ben altro. Non ci capiva niente,
niente!
«Sai, Sònja,» disse lui all'improvviso, con un tono come
ispirato. «Sai che ti dico? Se avessi ucciso per fame,»
continuò, sottolineando ogni parola e guardandola con aria
misteriosa ma sincera, «adesso... sarei felice! Voglio che tu lo
capisca!
«Ma cosa ne verrebbe a te,» esclamò dopo un istante, quasi
disperato, «cosa te ne verrebbe se io riconoscessi senza
discutere di aver fatto male? A cosa ti servirebbe questo stupido
trionfo su di me? Ah, Sònja, non è per questo che sono venuto
da te!»
Di nuovo Sònja fu lì lì per dire qualcosa, ma rimase zitta.
«Ieri ti ho chiesto di venire con me perché mi sei rimasta tu
sola.»
«Di venire dove?» domandò Sònja timidamente.
«Non a rubare, non a uccidere, puoi star tranquilla; non certo
per questo,» rispose lui con un sorriso acido. «Noi siamo
diversi... E sai, Sònja, soltanto ora, soltanto adesso, ho capito
dove ti ho chiesto di venire con me. Mentre ieri, quando te l'ho
detto, non lo sapevo nemmeno io, dove. Ti ho chiamato con me
per una ragione sola, sono venuto per una ragione sola: perché
tu non mi lasciassi. Sònja, non mi lascerai?»
Lei gli strinse la mano.
«Ma perché, perché gliel'ho detto? Perché gliel'ho rivelato?»
esclamò lui dopo un istante, al colmo della disperazione,
guardandola con una tristezza infinita. «Ecco, tu ti aspetti da
me delle spiegazioni, Sònja; stai lì seduta e aspetti, lo vedo; ma
io cosa posso dirti? Non capirai nulla di tutto questo, soffrirai
soltanto... per causa mia! Ecco, tu piangi e mi abbracci di
nuovo, ma perché mi abbracci ? Perché non ho saputo resistere
da solo e sono venuto a scaricare tutto su un'altra creatura?
‹Soffri anche tu, così io mi sentirò sollevato!› Come puoi
amare una canaglia simile?»
«Ma non soffri anche tu, forse?» esclamò Sònja.
Lo stesso sentimento di
raddolcendola per un attimo.
prima
gli
inondò
l'anima,
«Sònja, non dimenticarlo: il mio cuore è cattivo; questo può
spiegare molte cose. Sono venuto da te proprio perché sono
cattivo. Ci sono persone che al mio posto non sarebbero
venute. Ma io sono un vile... e una canaglia! Ma... lasciamo
perdere! Non si tratta di questo... Adesso devo dirti qualcosa, e
non riesco a cominciare...» S'interruppe e restò soprappensiero.
«E-eh, siamo diversi, noi due!» esclamò di nuovo. «Non siamo
fatti l'uno per l'altro... Ma perché, perché sono venuto? Non me
lo perdonerò mai!»
«No, no, hai fatto bene a venire!» replicò Sònja. «È meglio che
io sappia! Molto meglio!»
Egli la guardò con un'espressione di pena.
«Ecco, in fin dei conti...» disse, come se avesse definitivamente
capito. «È così ch'è andata, proprio così! Ecco: io volevo
diventare un Napoleone, e perciò ho ucciso... Capisci, adesso?»
«N-no,» mormorò Sònja in tono timido e ingenuo. «Tu, però...
parla, parla! Capirò, dentro di me capirò tutto!» lo supplicò.
«Capirai? Va bene, staremo a vedere!»
Egli fece una pausa e rifletté a lungo.
«Ecco come stanno le cose. Un giorno mi domandai: se al mio
posto, ad esempio, si fosse trovato Napoleone, e per cominciare
la sua carriera non avesse avuto né Tolone, né l'Egitto, né il
passaggio del Monte Bianco, ma invece di tutte queste cose
belle e monumentali gli fosse capitata semplicemente una
ridicola vecchietta, vedova di un impiegato del registro, da
uccidere per poterle rubare i soldi dal forziere (per la carriera,
capisci?) - ebbene, si sarebbe deciso a farlo, se non avesse
avuto altra via d'uscita? Non si sarebbe sentito male all'idea di
un'azione così poco monumentale e... peccaminosa? Be', ti dirò
che con questa ‹domanda› mi sono tormentato per molto
tempo, tanto che mi vergognai terribilmente quando, alla fine,
compresi (quasi all'improvviso) che non solo Napoleone non si
sarebbe sentito male, ma che non gli sarebbe nemmeno passato
per il cervello che l'azione non fosse monumentale... E non
avrebbe neanche lontanamente capito che cosa ci fosse, da
sentirsi male... Se non avesse avuto nessun'altra strada,
l'avrebbe strozzata, la sua vecchietta, senza nemmeno darle il
tempo di emettere un grido, senza la minima esitazione!... E
così, anch'io... non stetti più a pensarci... e l'ho strozzata...
seguendo un esempio tanto autorevole... E andata proprio così,
capisci? Ti fa ridere? Sì, Sònja, la cosa più ridicola è che, forse,
è andata proprio così...»
Sònja non aveva nessuna voglia di ridere.
«È meglio che me lo diciate semplicemente... senza esempi,»
supplicò ancor più timidamente di prima, con voce appena
percettibile. Raskòlnikov si voltò verso di lei, la guardò con
tristezza e le prese le mani.
«Hai ragione anche questa volta, Sònja. Sono tutte sciocchezze,
forse sono chiacchiere, chiacchiere e basta! Vedi: tu lo sai che
mia madre non possiede quasi nulla. Mia sorella ha ricevuto
un'educazione per puro caso, ed è destinata a passare da una
famiglia all'altra facendo l'istitutrice. Ero io la loro unica
speranza. Io studiavo, ma non riuscivo a trovare i mezzi per
mantenermi all'università, e sono stato costretto a lasciarla per
un certo periodo. Metti pure che le cose fossero andate avanti
così: fra una decina d'anni, forse fra dodici, e in circostanze
particolarmente favorevoli, avrei potuto sperare di diventare un
insegnante o un funzionario, con mille rubli di stipendio...» e
Raskòlnikov, dicendo queste cose, pareva che le ripetesse a
memoria. «Nel frattempo, mia madre si sarebbe consumata per
le preoccupazioni e i dispiaceri, e io non sarei riuscito in
nessun caso a darle un po' di calma, mentre mia sorella... be', a
mia sorella poteva succedere anche di peggio!... E poi, che
gusto c'è a rinunciare a tutto per tutta la vita, a doversi sempre
voltare da un'altra parte, dimenticando mia madre, e, per
esempio, sopportando umilmente un oltraggio fatto a mia
sorella? A che scopo? Magari per metter su, dopo averle
seppellite, una famiglia nuova, una moglie, dei figli, per poi
lasciare anche loro senza un soldo e senza un tozzo di pane? E
così... così, decisi di utilizzare i soldi della vecchia, dopo
essermene impadronito, per i miei primi anni, senza dover più
tormentare mia madre: per mantenermi all'università e, subito
dopo, per l'inizio della carriera... E di fare tutto questo con
larghezza e in maniera radicale, così da crearmi una carriera del
tutto nuova, e prendere una strada nuova, indipendente...
Ecco... ecco qua: è tutto... Be', naturalmente, ho fatto male a
uccidere la vecchia... E ora basta!»
Quando arrivò alla fine del suo racconto, era del tutto esausto.
Chinò il capo.
«Oh, non è così, non può essere,» esclamò Sònja, tutta
angosciata. «Ma com'è possibile?... No, non è così, non è
così!»
«Lo vedi anche tu, eh, che non è così!... Eppure ti ho parlato
sinceramente, ti ho detto tutta la verità!»
«Ma quale verità? Oh, Signore!»
«I o ho semplicemente ucciso un pidocchio, Sònja, un
pidocchio inutile, sudicio, dannoso.»
«Pidocchio una creatura umana?»
«Ma sì, lo so anch'io che non è un pidocchio,» rispose lui,
guardandola in modo strano. «Del resto, io parlo a vanvera,
Sònja,» aggiunse, «e già da un bel po'... Non è questo il punto,
tu hai ragione. Ci sono altri motivi, del tutto diversi! ... Era
molto che non parlavo con nessuno, Sònja... E ora mi fa molto
male la testa.»
I suoi occhi ardevano di un fuoco febbrile. Cominciava quasi a
delirare; un sorriso inquieto gli aleggiava sulle labbra.
Attraverso quello stato d'animo così eccitato traspariva una
tremenda stanchezza. Sònja capì quanto doveva soffrire. Anche
a lei cominciava a girare la testa. E Raskòlnikov parlava in un
modo così strano: sembrava di capire, ma... «Ma come? Come?
Oh, Signore!» E si torceva le mani disperata.
«No, Sònja, non è così, non è così!» riprese a dire Raskòlnikov,
sollevando di colpo la testa, come se un improvviso
cambiamento nel corso dei suoi pensieri lo avesse rianimato.
«Non è così! O meglio... supponi (sì, così è davvero meglio!),
supponi che io sia pieno d'amor proprio, invidioso, cattivo,
abietto, vendicativo, e... e forse anche incline alla pazzia.
(Mettiamoci dentro tutto, tutto insieme! Della pazzia, poi,
quelli ne parlavano già prima, l'avevo notato!) Ti ho detto, poco
fa, che non riuscivo a mantenermi all'università. Ma sai che
forse, invece, avrei anche potuto farlo? Mia madre mi avrebbe
mandato i soldi per l'iscrizione; per le scarpe, i vestiti e il
mangiare, i soldi li avrei guadagnati io, non c'era dubbio! Mi
capitavano delle lezioni; mi davano mezzo rublo l'una. In fin
dei conti, Razumìchin lavora! Ma io mi arrabbiai, e non ne
volli sapere. Proprio così, mi arrabbiai (che bella parola!). E
allora, mi rintanai nel mio cantuccio, come un ragno. Tu ci sei
stata, nel mio canile, l'hai visto... Ma lo sai, Sònja, che i soffitti
bassi e le stanze strette opprimono l'anima e la mente? Oh,
come odiavo quel canile! Eppure, non volevo uscire da lì. Non
volevo, di proposito! Non ne uscivo per giorni interi, e non
volevo lavoráre, non volevo quasi mangiare, non facevo che
starmene sdraiato. Se Nastàsja mi portava qualcosa, bene,
mangiavo; altrimenti passavo così l'intera giornata; non
chiedevo nulla apposta, per rabbia! Di notte non c'era luce,
rimanevo a giacere nel buio, ma non volevo guadagnare i soldi
per comprarmi le candele... Bisognava studiare, ma io avevo
venduto i miei libri; e sulla mia tavola, sui miei appunti, sui
quaderni, anche adesso c'è un dito di polvere. Preferivo
starmene sdraiato e pensare. Pensare era la mia unica
occupazione... E facevo sempre certi sogni, strani, diversi meglio non dire quali! Fu soltanto allora che cominciai... No,
non è così! Di nuovo non racconto bene! Vedi, io mi chiedevo
sempre: perché sono così stupido? perché, se sono stupidi gli
altri e io so di sicuro che sono stupidi, non cerco di essere più
intelligente di loro? Poi ho capito, Sònja, che se si vuol
aspettare che tutti diventino intelligenti, ci vorrà troppo
tempo... E ho capito anche che questo non accadrà mai, che gli
uomini non cambieranno, che non c'è nessuno in grado di
cambiarli, e non val la pena di perderci il tempo! Proprio così!
È la legge... Una legge, Sònja! È così!... Adesso so che chi è
forte di mente e di spirito domina il suo prossimo! A chi osa
molto, si dà sempre ragione. Chi è capace di sputare sulle cose
grandi, diventa il loro legislatore, e chi osa più di tutti, più di
tutti ha ragione! Così è stato finora e così sempre sarà! Solo un
cieco non lo vede!»
Nel dire questo, Raskòlnikov, pur guardando Sònja, non si
preoccupava più se lei capiva o no. Era completamente in
preda alla febbre, a una specie di tetro entusiasmo. È vero: da
troppo tempo non parlava con nessuno! Sònja capì che quel
cupo catechismo era diventato la sua fede e la sua legge.
«Allora, Sònja, finalmente capii,» proseguì Raskòlnikov in
tono esaltato, «che il potere spetta solo a chi osa chinarsi per
raccoglierlo. C'è una cosa sola da fare: osare! E allora mi venne
un'idea, per la prima volta in vita mia, un'idea che nessuno mai
aveva avuto prima di me! Nessuno! A un tratto, vidi chiaro
come il sole che nessuno, finora, passando accanto a tante
assurdità, aveva osato né osava prendere tutto bellamente per la
coda e mandarlo a quel paese! Io... io ho voluto osare, e ho
ucciso... Volevo soltanto osare, Sònja; eccola qui, tutta la
verità!»
«Oh, tacete, tacete!» esclamò Sònja, congiungendo le mani.
«Vi siete allontanato da Dio, e Dio vi ha punito, vi ha
abbandonato al diavolo!...»
«A proposito, Sònja, quando me ne stavo sdraiato al buio e
vedevo tutte queste cose, che fosse il diavolo a tentarmi? Eh?»
«Tacete! Non ridete, sacrilego che non siete altro; voi non
capite nulla! Oh, Signore! Non capirà mai nulla, nulla!»
«Sta' buona, Sònja, io non rido affatto, lo so anch'io che era il
diavolo a trascinarmi. Buona, Sònja, sta' buona!»
ripeteva Raskòlnikov in tono cupo e insistente. «Io so tutto.
Tutte queste cose le ho già pensate e ripensate e bisbigliate a
me stesso migliaia di volte, quando ero là sdraiato al buio... Le
ho discusse e ridiscusse fino all'ultimo infinitesimo particolare,
e so tutto, tutto! E mi son venute talmente a noia, ma davvero,
tutte queste chiacchiere! Volevo dimenticare tutto e
ricominciare tutto dapprincipio, Sònja, e smetterla di
chiacchierare! Non crederai davvero che sia andato là come
uno stupido, che mi ci sia tuffato a capofitto? Ci sono andato
con le idee chiare, ed è proprio questo che mi ha rovinato!
Pensi davvero che non sapessi, per dirne una, che già se mi
chiedevo e m'interrogavo: ‹Ho il diritto di prendere il potere?›,
voleva dire che non avevo il diritto di farlo? O che se mi
domando: ‹L'uomo è davvero un pidocchio?›, vuol dire che
l'uomo per me non è un pidocchio, è un pidocchio per chi non
ci pensa affatto, per chi va dritto allo scopo senza chiedersi
nulla... Se mi sono tormentato per tanti giorni nel dubbio se
Napoleone ci sarebbe andato o no, è perché sentivo
chiaramente di non essere un Napoleone... Ho sofferto la
tortura di tutte queste chiacchiere, Sònja, e a un certo punto ho
voluto scuotermele dalle spalle: ho voluto, Sònja, uccidere
senza casistica, uccidere per me stesso, per me solo! Non
volevo mentire, in questo, neppure a me stesso! Non era per
aiutare mia madre, sono tutte sciocchezze! Non ho ucciso per
raggiungere la ricchezza e il potere e per diventare un
benefattore dell'umanità. Sciocchezze! Ho semplicemente
ucciso; ho ucciso per me stesso, soltanto per me: che poi fossi
diventato il benefattore di qualcuno, oppure, come un ragno,
avessi acchiappato gli altri nella mia ragnatela per tutta la vita,
succhiando a tutti il sangue, in quel momento non doveva
importarmene nulla, proprio nulla!... E soprattutto, non era il
denaro che mi serviva, Sònja, quando ho ucciso; non era tanto
il denaro che volevo, quanto un'altra cosa... Tutto questo ora lo
so... Capiscimi bene: forse, andando per quella strada, non
avrei commesso mai più un delitto. Avevo bisogno di sapere
un'altra cosa, era qualcos'altro che mi spingeva la mano: avevo
bisogno di sapere allora, e di saperlo al più presto, se ero un
pidocchio come tutti oppure un uomo! Sarei stato capace di
scavalcare l'ostacolo o no? Avrei osato chinarmi e raccogliere
quello che avevo a portata di mano, oppure no? Sono una
tremante pavida creatura, oppure ho il diritto...»
«Di uccidere? È il diritto di uccidere, quel che vi serve?»
esclamò Sònja, congiungendo le mani.
«E-eh, Sònja!» esclamò Raskòlnikov irritato, e stava per
ribattere qualcosa, ma s'interruppe con aria sprezzante.
«Non m'interrompere, Sònja! Volevo dimostrarti soltanto una
cosa: che è stato il diavolo, quella volta, a trascinarmi, ma poi
mi ha spiegato che non avevo il diritto di andarci, laggiù,
perché sono un pidocchio proprio come tutti gli altri! Mi ha
preso in giro, e adesso eccomi qui, da te! Accogli quest'ospite!
Se non fossi un pidocchio, sarei forse venuto da te? Ascolta:
quando andavo dalla vecchia, quel giorno, ci andavo solo per
provare... Voglio che tu lo sappia!»
«E intanto l'avete uccisa! L'avete uccisa!»
«Uccisa sì, ma come? Si uccide forse in quel modo? Si va forse
ad uccidere come ci sono andato io? Un giorno ti racconterò
come ci sono andato... Ho forse ucciso quella vecchietta? Ho
ucciso me stesso, non la vecchietta! Mi sono ammazzato con
un colpo solo, e per sempre!... Quella vecchietta l'ha uccisa il
diavolo, non io... Ora basta, basta, Sònja, ti prego, basta!
Lasciami stare,» gridò Raskòlnikov, in preda a una spasmodica
angoscia. «Lasciami stare!»
Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si strinse la testa tra le
mani come in una morsa.
«Che sofferenza è mai la tua!» si lasciò sfuggire Sònja con un
gemito di dolore.
«Su, dimmi, che devo fare ora?» domandò Raskòlnikov,
rialzando di scatto la testa e guardandola, col volto contratto
dalla disperazione.
«Cosa devi fare?» esclamò lei balzando in piedi; e gli occhi,
fin'allora pieni di lacrime, a un tratto le lampeggiarono.
«Alzati!» Lo afferrò per la spalla; egli si raddrizzò, fissandola
quasi con meraviglia. «Va' subito fuori, in questo stesso istante,
fermati al crocicchio, prosternati, bacia prima la terra che hai
insozzato, e poi prosternati davanti a tutto il mondo, in tutte e
quattro le direzioni, e di' a tutti, a voce alta: ‹Ho ucciso!› Allora
Dio ti restituirà la vita. Ci andrai? Ci andrai?» gli chiedeva,
tutta tremante, come in preda a una crisi isterica, afferrandogli
le mani, stringendogliele forte tra le sue e fissandolo con uno
sguardo di fuoco.
Quella improvvisa esaltazione lo lasciò stupito e perfino
impressionato.
«È dei lavori forzati che parli, Sònja? Devo forse costituirmi?»
domandò in tono cupo.
«Accettare la sofferenza e con essa riscattarti, ecco cosa devi
fare.»
«No, Sònja, non andrò da loro.»
«E come farai a vivere, come farai? Come ti sarà possibile?»
esclamò Sònja. «È forse possibile, ora? Come farai a parlare a
tua madre? Oh, che ne sarà adesso di loro, che ne sarà? Ma che
dico! Tu le hai già abbandonate, tua madre e tua sorella. Le hai
già abbandonate, le hai abbandonate! Oh, Signore!» gridò. «Ma
tutte queste cose le sai già tu stesso! Come, come puoi vivere
senza gli altri? Che ne sarà di te!»
«Sònja, non fare la bambina,» disse Raskòlnikov sottovoce.
«Che colpa ho io di fronte a loro? Perché dovrei andarci? Che
cosa dovrei dire? Tutto questo non è che pura fantasia... Essi
stessi distruggono gli uomini a milioni, e lo considerano
perfino una virtù. Sono degli imbroglioni, delle canaglie,
Sònja!... Non ci andrò. Che dovrei dire, poi? Che ho ucciso, ma
non ho avuto il coraggio di prendere i soldi, e li ho nascosti
sotto un sasso?» aggiunse con un sorriso ironico.
«Ma si faranno beffe di me, diranno: che scemo, non li ha
presi! Imbecille e vigliacco! Non capiranno niente, nulla di
nulla, Sònja, e non sono neanche degni di capire. Perché dovrei
andarci? Non ci andrò. E tu, Sònja, non fare la bambina...»
«Non farai che torturarti tutto il tempo,» ripeteva lei, tendendo
verso di lui le mani in un gesto supplice e disperato.
«Può anche darsi che io abbia calunniato me stesso,» osservò
lui in tono tetro, cogitabondo. «Forse, sono ancora un uomo, e
non un pidocchio, e ho avuto troppa fretta nel giudicarmi...
Voglio ancora lottare.»
Un sorriso altero gli sfiorò le labbra.
«Sopportare una tortura simile, e per tutta la vita, per tutta la
vita!...» insisteva Sònja.
«Mi abituerò...» rispose lui con aria cupa. «Ascoltami,» riprese
a dire dopo qualche istante. «Basta con le lacrime ora, è tempo
di agire: sono venuto a dirti che mi stanno cercando, che mi
danno la caccia...»
«Ah!» esclamò Sònja spaventata.
«Be', perché gridi? Tu stessa vuoi che io vada ai lavori forzati,
e ora hai paura? Ma sentimi bene: non mi lascerò prendere.
Lotterò, e non riusciranno a farmi nulla. Non possiedono vere
prove. Ieri mi sono trovato in grave pericolo, e pensavo già
d'essere spacciato; oggi, invece, le cose vanno meglio. Tutti gli
indizi sono a doppio taglio, cioè le loro accuse, nell'insieme, io
le posso rivolgere a mio favore, capisci? E lo farò, perché ora
ho imparato... Ma in prigione mi ci metteranno di certo. Se non
fosse stato per un caso, mi ci avrebbero ficcato forse, anzi
certamente, già oggi, e forse mi ci ficcano ancora oggi... Ma
questo non importa, Sònja: starò un po' in prigione e poi mi
faranno uscire... perché non hanno nessuna vera prova contro
di me, e non ne avranno, ti dò la mia parola d'onore. Con quello
che hanno adesso, non possono rovinarmi. Be', ora basta... Te
lo dico solo perché tu lo sappia... Con mia sorella e con mia
madre cercherò di fare in maniera che non ci credano e non si
spaventino... D'altra parte, a quanto sembra, mia sorella ha
l'avvenire assicurato... e dunque anche mia madre... Ecco tutto.
Però, sii prudente. Verrai a trovarmi in prigione, quando mi ci
metteranno?»
«Sì che verrò! Verrò!»
Erano seduti l'uno accanto all'altro, tristi e abbattuti come se
fossero stati gettati su una riva deserta, soli, dopo una tempesta.
Egli guardava Sònja e sentiva quanto l'amore di lei gli
penetrasse dentro; ma, strano a dirsi, all'improvviso provò pena
e dolore d'essere amato così profondamente. Sì, era una
sensazione strana e terribile! Nell'andare da Sònja, aveva
sentito che lei era tutta la sua speranza, la sua unica via
d'uscita; aveva pensato di liberarsi, almeno in parte, delle sue
sofferenze; ed ecco che all'improvviso, ora che tutto il cuore di
Sònja era per lui, sentiva e capiva di essere molto più infelice
di prima.
«Sònja,» disse, «sarà meglio che tu non venga da me, quando
mi avranno messo in prigione.»
Lei non rispose; stava piangendo. Trascorsero alcuni minuti.
«Hai una croce addosso?» chiese Sònja all'improvviso, come se
le fosse venuto in mente proprio in quell'istante.
Lì per lì, lui non capì la domanda.
«Non ce l'hai, vero che non ce l'hai? Ecco, prendi questa: è di
cipresso. Io ne ho un'altra, di rame, che era di Lizavèta. Io e
Lizavèta ci siamo scambiate le croci: lei mi ha dato la sua, e io
le ho dato la mia piccola immagine. Ora io porterò quella di
Lizavèta; questa tienla tu. Prendila... è mia! È mia!» lo
supplicava. «Andremo a soffrire insieme, porteremo insieme la
croce!...»
«Dammela!» disse Raskòlnikov. Non voleva addolorarla. Ma
subito ritirò la mano che aveva teso.
«Non ora, Sònja. Più tardi... sarà meglio più tardi,» aggiunse
per tranquillizzarla.
«Sì, sarà meglio, sarà meglio,» esclamò lei. «Quando andrai a
soffrire, allora te la metterai. Verrai da me e io te la metterò al
collo; e pregheremo insieme, e poi andremo là.»
In quel momento, qualcuno bussò tre volte alla porta.
«Sòfja Semënovna, posso entrare?» chiese una voce affabile e
ben nota. Sònja, spaventata, si slanciò verso la porta, dalla
quale videro affacciarsi la testa bionda del signor
Lebezjàtnikov.
5
Lebezjàtnikov aveva l'aria preoccupata.
«Vi stavo cercando, Sòfja Semënovna. Scusatemi.. Pensavo
proprio di trovarvi qui,» disse rivolto improvvisamente a
Raskòlnikov. «Cioè, non pensavo a niente... di quel genere...
ma pensavo appunto che... Là da noi, Katerina Ivànovna è
impazzita,» disse bruscamente a Sònja, lasciando perdere
Raskòlnikov.
Sònja lanciò un grido.
«Cioè, per lo meno lo sembra... D'altra parte... Noi, laggiù, non
sappiamo cosa fare, ecco!... È ritornata, sembra che l'abbiano
cacciata da qualche posto, forse l'hanno anche picchiata...
Almeno così sembra... Era corsa dal capo di Semën Zachàryè,
ma non l'ha trovato in casa; stava pranzando da un altro
generale... Figuratevi, è corsa là, dove quei due stavano
mangiando... da quell'altro generale e, figuratevi, ha fatto tanto
che il superiore di Semen Zachàryc è venuto fuori, alzandosi
perfino da tavola. Potete immaginare cosa è successo.
Naturalmente, l'hanno cacciata via; lei, invece, racconta di
averlo insultato, e di avergli tirato addosso non so che cosa.
Può darsi anche che sia vero... Non capisco proprio come mai
non l'abbiano arrestata! Ora lo sta raccontando a tutti, anche ad
Amàlija Ivànovna, però è difficile capirla, perché grida e si
divincola... A proposito, dice e urla che siccome tutti l'hanno
abbandonata, adesso prenderà con sé i bambini e andrà per le
vie con un organetto, e i bambini canteranno e balleranno, e lei
farà lo stesso, e chiederanno l'elemosina, e così andrà tutti i
giorni sotto le finestre del generale... ‹Almeno vedranno,› dice,
‹come i figli di un distinto funzionario fanno i mendicanti per
la strada!› E poi picchia i bambini, e loro piangono. A Lènja
insegna a cantare La piccola fattoria, al ragazzo insegna a
ballare, e così anche a Polìna Michàjlovna, e gli strappa tutti i
vestiti; fa loro certi berrettini, come per degli attori; lei pensa di
portare con sé un catino, per picchiarci sopra, e far così della
musica... Non dà retta a nessuno... Ditemi voi, come si deve
fare? È proprio una cosa impossibile!...»
Lebezjàtnikov avrebbe continuato a parlare, ma Sònja, che lo
aveva ascoltato quasi senza respirare, d'un tratto afferrò la sua
mantellina, il cappellino e corse fuori dalla stanza, vestendosi
mentre già correva. Raskòlnikov la seguì, e Lebezjàtnikov
pure.
«È impazzita di certo!» diceva a Raskòlnikov mentre uscivano
nella strada. «Soltanto, non volevo spaventare Sòfja
Semënovna, così ho detto ‹sembra›, ma non c'è nessun dubbio.
Dicono che con la tisi spuntino sul cervello certi tubercoli;
peccato che io non conosca la medicina. Ho anche provato a
calmarla, ma non dà retta a nessuno.»
«Le avete parlato dei tubercoli?»
«Be', non proprio dei tubercoli. E poi, non avrebbe capito nulla.
Però io dico: se si riesce a convincere logicamente una persona
che, in fondo, non ha nessun motivo di piangere, quella
smetterà di piangere. È evidente. O forse, secondo voi, non
dovrebbe smettere?»
«Se fosse così, vivere sarebbe molto facile,» rispose
Raskòlnikv.
«Eh sì, certo, non è probabile che Katerìna Ivànovna lo
capisca, ma lo sapete, voi, che a Parigi sono già stati effettuati
esperimenti molto seri sulla possibilità di guarire i pazzi con la
semplice persuasione e la logica? C'era un professore, morto da
poco, uno scienziato serio, il quale era convinto che si
potessero curare proprio così. La sua idea fondamentale era che
nell'organismo del pazzo non c'è una vera e propria
perturbazione, e che la pazzia è, per così dire, un errore di
logica, un errore di giudizio, un punto di vista sbagliato sulle
cose. Egli confutava gradatamente gli argomenti del malato e,
immaginatevi un po', riusciva a ottenere dei risultati! Ma
siccome si serviva anche di certe docce, sui risultati di questa
cura sussistono, naturalmente, dei dubbi... Almeno, così mi
sembra...»
Raskòlnikov non lo ascoltava più da un pezzo. Arrivato davanti
a casa sua, fece un cenno col capo a Lebezjàtnikov e svoltò
nell'androne. Lebezjàtnikov si riscosse, si guardò attorno e
proseguì di corsa.
Raskòlnikov, entrato nel suo buco, rimase fermo in mezzo alla
stanza. Perché era tornato lì? Esaminò quella tappezzeria
giallastra e logora, quella polvere, il suo giaciglio... Dal cortile
arrivava un rumore di colpi secchi e ininterrotti; era come se, in
qualche posto, conficcassero qualcosa, forse un chiodo...
S'avvicinò alla finestra, si alzò in punta di piedi ed esaminò il
cortile con estrema attenzione. Ma il cortile era deserto e le
persone che picchiavano quei colpi non si scorgevano. A
sinistra, nel padiglioncino, si vedevano qua e là alcune finestre
aperte; sui davanzali c'erano piccoli vasi con qualche sparuto
geranio. Alle finestre era appesa la biancheria... Tutte queste
cose le conosceva a memoria. Si voltò e si sedette sul divano.
Mai, mai si era sentito così terribilmente solo!
Sì, ancora una volta sentì che avrebbe davvero potuto odiare
Sònja, e proprio ora, dopo averla resa ancora più infelice.
Perché era andato da lei a chiederle quelle sue lacrime?
«Perché ho sentito la necessità di rovinarle la vita? Oh, che
bassezza!»
«Rimarrò solo!» decise a un tratto. «E lei non dovrà venire a
trovarmi in carcere!»
Dopo cinque minuti circa, sollevò il capo con uno strano
sorriso. Un'idea balzana gli era passata per la mente:
«Forse, ai lavori forzati si sta davvero meglio», pensò
improvvisamente. Non ricordò, dopo, quanto tempo fosse
rimasto così nel suo stambugio, con quella ridda di pensieri
confusi che gli si affollavano nella mente. A un tratto la porta si
aprì ed entrò Avdòtja Romànovna. Dapprincipio si fermò e lo
guardò, come aveva fatto lui poco prima con Sònja; poi si
decise a entrare del tutto e si sedette di fronte a lui su una sedia,
allo stesso posto del giorno prima. Egli la guardava in silenzio,
con occhi vuoti, senza pensieri.
«Non ti arrabbiare, caro fratello, sono venuta solo per pochi
minuti,» disse Dùnja. Aveva un'aria assorta, ma non severa. Il
suo sguardo era limpido e calmo. Raskòlnikov capì che anche
lei era venuta con amore.
«Fratello mio, ora so tutto, tutto. Dmìtrij Prokòfiè mi ha
spiegato e raccontato tutto. Ti perseguitano e ti tormentano per
un sospetto ignobile e assurdo... Dmìtrij Prokòfiè mi ha detto
che non c'è nessun pericolo, e che tu fai male ad agitarti tanto
ogni volta. Io non la penso così: capisco perfettamente la tua
profonda indignazione, e capisco come questo tuo sdegno
possa lasciare tracce dentro di te per tutta la vita. E la cosa mi
spaventa. Quanto al fatto di averci abbandonate, non ti giudico
e non oso farlo, e mi devi scusare di averti prima rimproverato.
Sento che se fossi afflitta da un dolore così grande, anch'io mi
sarei allontanata da tutti. Non parlerò di questo con nostra
madre, ma non smetterò di parlarle di te, e le dirò a tuo nome
che tornerai presto. Non ti tormentare per lei; ci penserò io a
tranquillizzarla; ma anche tu non tormentarla, vieni a trovarla
almeno una volta, ricordati che è tua madre! Adesso, poi, sono
venuta solo per dirti,»
Dùnja cominciò ad alzarsi dalla sedia, «che se per caso potessi
esserti utile in qualche modo o se ti servisse... tutta la mia vita,
o qualunque cosa... non hai che da chiamarmi, ed io verrò.
Addio!»
Si voltò bruscamente e si diresse verso la porta.
«Dùnja!» la fermò Raskòlnikov, poi si alzò e le si avvicinò.
«Questo Razumìchin, Dmìtrij Prokòfic, è una gran brava
persona.»
Dùnja arrossì appena appena.
«Che vuoi dire?» domandò, dopo aver atteso qualche istante.
«È un uomo pratico, laborioso, onesto e capace di amare
fortemente... Addio, Dùnja.»
Dùnja avvampò tutta, poi a un tratto si allarmò:
«Ma come, fratello, sembra che ci separiamo per sempre, che
mi stia lasciando... le tue ultime volontà...»
«Non farci caso... addio...»
Raskòlnikov si girò e si scostò da lei avvicinandosi alla
finestra. Dùnja rimase ferma ancora qualche istante,
guardandolo inquieta, e uscì sentendosi molto preoccupata.
No, egli non era freddo con lei. C'era stato un momento,
proprio in ultimo, in cui aveva provato una voglia terribile di
abbracciarla forte e di congedarsi da lei, e perfino di dirle
quella cosa, ma non aveva osato nemmeno darle la mano.
«Poi, forse, rabbrividirebbe ricordando che l'ho abbracciata,
direbbe che ho rubato il suo bacio!»
«E quest'altra resisterà o no?» aggiunse fra sé, dopo qualche
minuto. «No, non resisterà; esse non possono resistere! Esse
non riescono mai a resistere...» Egli pensava a Sònja.
Dalla finestra entrò un po' d'aria fresca. Nel cortile, la luce non
era più così intensa. Afferrò il berretto, e uscì.
Naturalmente, non poteva e nemmeno voleva preoccuparsi
della sua salute; ma tutto quell'incessante affanno, tutto
quell'orrore spirituale non potevano passare senza lasciare
traccia. E se non si trovava ancora a letto con una febbre
cerebrale, forse era perché proprio quella continua ansia
interiore contribuiva, per ora, a tenerlo in piedi e in piena
coscienza, ma in modo certo artificioso e provvisorio.
Raskòlnikov vagava senza meta. Il sole era ormai al tramonto.
Negli ultimi tempi, egli aveva cominciato ad esser preda di un
tipo particolare di angoscia. Non era una sensazione acre o
profondamente intensa; faceva pensare piuttosto a qualcosa di
duraturo, di incessante, come un presentimento di lunghi anni
della stessa agghiacciante tristezza, di un'eternità «in un metro
quadrato di spazio». Verso sera, di solito, quella sensazione si
faceva più precisa e tormentosa.
«Ecco, con questi assurdi malesseri puramente fisici, che
derivano magari da un qualsiasi tramonto, cerca di non
commettere qualche sciocchezza! Non soltanto da Sònja, ma
addirittura da Dùnja finirò per andare!» mormorò, pieno d'odio
verso se stesso.
Si sentì chiamare e si volse: Lebezjàtnikov arrivava di corsa.
«Sapete, sono stato da voi, vi sto cercando. Figuratevi che
quella ha fatto quanto diceva, e ha portato via i bambini! Io e
Sòfja Semënovna li abbiamo ritrovati a stento. Katerìna
Ivànovna batte su una padella e costringe i bambini a ballare!
Loro piangono. Si fermano ai crocicchi e davanti alle botteghe.
Della gente stupida, che non ha niente di meglio da fare, li
segue... Bisogna che andiamo subito là.»
«E Sònja?...» domandò Raskòlnikov, inquieto, affrettandosi a
seguire Lebezjàtnikov.
«È completamente fuori di sé. Voglio dire, non Sòfja
Semënovna: Katerìna Ivànovna; del resto, anche Sòfja
Semënovna è fuori di sé. Ma Katerìna Ivànovna lo è del tutto.
Io dico che è completamente pazza. Finiranno per portarli alla
polizia e potete immaginare che effetto le farà... Ora sono
vicino al canale, al ponte ...skij, a pochissima distanza dalla
casa di Sòfja Semënovna. Proprio qui a due passi.»
Sul canale, poco lungi dal ponte e due edifici prima di quello in
cui abitava Sònja, s'era affollata molta gente. Soprattutto
accorrevano da ogni parte monelli e bambine. La voce di
Katerìna Ivànovna, rauca e rotta, si sentiva fin dal ponte. E in
verità era un ben strano spettacolo, quello, capace di interessare
il pubblico della strada. Katerìna Ivànovna, con il suo vestito
malandato, lo scialle di drap de dame e il cappellino di paglia
malconcio, scesole da un lato e di sghimbescio come una palla
deforme, si trovava effettivamente in uno stato di assoluta
esaltazione. Era stanca e ansimante. Il suo viso smunto di tisica
aveva una espressione più sofferente che mai (è anche vero che
nella strada, al sole, un tisico appare sempre più malato e più
brutto che in casa); ma il suo stato di esaltazione e di irritazione
non tendeva a cessare, anzi sembrava crescere di continuo. Si
gettava verso i bambini, li sgridava, li esortava, insegnava loro,
lì davanti alla gente, come ballare e che cosa cantare, si
metteva a spiegar loro perché dovevano farlo, si disperava della
loro scarsa comprensione, li picchiava... Poi, lasciando a metà i
suoi discorsi, si slanciava verso il pubblico, e se vedeva una
persona vestita un po' decentemente, fermatasi a guardare,
subito prendeva a raccontarle a che punto erano stati ridotti i
bambini «di una famiglia del tutto perbene e perfino, si può
dire, aristocratica». Se tra la folla sentiva una risata o qualche
parola di scherno, passava subito all'attacco, scagliandosi
contro quegli sfacciati e cominciando a coprirli di insulti.
Alcuni ridevano, altri scuotevano il capo; in generale, era una
cosa curiosa vedere quella pazza con quei bambini tramortiti
dallo spavento. La padella di cui aveva parlato Lebezjàtnikov
non c'era; per lo meno, Raskòlnikov non la vide; ma invece di
battere sulla padella, Katerìna Ivànovna si metteva a battere a
tempo le sue magre mani, per obbligare Pòleèka a cantare e
Lènja e Kòlja a ballare; si metteva anzi a canterellare lei stessa,
ma ogni volta doveva smettere alla seconda nota, a causa della
sua tosse maligna, il che ogni volta la portava alla
disperazione; lanciava maledizioni contro quella tosse, e si
metteva perfino a piangere. Ma più di tutto la rendevano
furiosa i pianti e la paura di Kòlja e Lènja. C'era stato un suo
tentativo, in effetti, di travestire i bambini alla maniera dei
cantanti e delle cantanti da strada. Al ragazzo aveva messo un
turbante di non si sa bene che stoffa rossa e bianca, affinché
sembrasse un turco. Per Lènja, invece, di roba per travestirla
non se n'era trovata; le aveva messo solo un berrettino di
flanella rossa (o meglio, una specie di cuffia da notte) del
defunto Semën Zachàryè, e nel berrettino aveva infilato
l'avanzo di una penna di struzzo bianca, che un tempo
apparteneva alla nonna di Katerìna Ivànovna ed era stata
conservata fino ad allora nel baule, come ricordo di famiglia.
Pòleèka indossava il suo solito vestitino. Guardava la madre
con aria timida e confusa e non si scostava da lei, nascondendo
le sue lacrime; indovinava che sua madre era diventata pazza, e
si guardava attorno inquieta. La strada e la folla l'avevano
molto spaventata. Sònja seguiva Katerìna Ivànovna, non la
lasciava un istante, e piangeva e la scongiurava continuamente
di tornare a casa, ma Katerìna Ivànovna era irremovibile.
«Smettila, Sònja, smettila!» gridava, pronunciando le parole in
fretta, ansimando e tossendo. «Tu stessa non sai quello che mi
chiedi, sembri una bambina! Ti ho già detto che non tornerò
nella casa di quell'ubriacona tedesca. Voglio che tutti, tutta
Pietroburgo, vedano come son costretti a chiedere l'elemosina i
figli di un nobile padre, che ha speso tutta la vita al servizio del
suo paese ed è, si può dire, morto in servizio.» Katerìna
Ivànovna aveva già avuto il tempo di inventare questa nuova
versione e di credervi ciecamente. «Guardi, guardi pure
quell'infame generale da strapazzo!... E poi, Sònja, sei anche
stupida: dimmelo tu, che cosa mangeremo adesso? Ormai ti
abbiamo torturato abbastanza, non voglio farlo più! Ah, Rodiòn
Romànoviè, siete voi!» esclamò vedendo Raskòlnikov e
correndo da lui. «Vi prego, spiegate voi a questa sciocchina che
non potremmo fare niente di più sensato! Perfino i suonatori di
organetto riescono a guadagnare, e noi saremo notati subito da
tutti, tutti sapranno che siamo una povera, nobile famiglia di
orfani ridotti alla miseria, e così quel generale da quattro soldi
perderà il suo posto, vedrete, vedrete! Ogni giorno ce ne
andremo sotto le sue finestre, e se passerà il sovrano, io mi
metterò in ginocchio, spingerò avanti tutti questi orfani e glieli
mostrerò: ‹Difendili, padre!› Lui è il padre degli orfani, è
misericordioso, li difenderà, vedrete, vedrete! E quanto a quel
generale da strapazzo... Lènja! Tenez-vous droite! Tu, Kòlja,
adesso ballerai un'altra volta. Perché piagnucoli? Ecco che
piagnucola di nuovo! Ma insomma, di che cosa hai paura,
piccolo scemo? Oh Signore! Che devo fare con loro, Rodiòn
Romànoviè? Se sapeste come sono sciocchi! Che cosa si può
fare con dei bambini così?...»
E quasi piangendo lei stessa (ciò che non le impediva di parlare
in fretta e senza sosta), gli indicava i bambini che
piagnucolavano. Raskòlnikov cercò lì per lì di persuaderla a
tornare a casa, e disse perfino, sperando di influire sul suo
amor proprio, che non stava bene andare in giro per le strade
come suonatori d'organetto, dato che lei si preparava a dirigere
un convitto per signorine dell'aristocrazia...
«Il convitto, ah, ah, ah! Campa cavallo che l'erba cresce!»
esclamò Katerìna Ivànovna, ricominciando subito a tossire
dopo la risata. «No, Rodiòn Romànoviè, ogni speranza è finita!
Tutti ci hanno abbandonati!... E quel generale da strapazzo...
Sapete, Rodiòn Romànoviè, io gli ho tirato addosso un
calamaio... Era proprio lì sul tavolo, nella stanza della servitù,
accanto al foglio dove si mettono le firme... Io ho messo la
firma, ho gettato il calamaio e poi sono scappata via. Oh, che
vigliacchi, che vigliacchi! Ma non importa; ci penserò io,
adesso, a dar da mangiare a questi poverini, non m'inchinerò
più a nessuno! L'abbiamo tormentata abbastanza!» e indicò
Sònja. «Pòleèka, quanti soldi abbiamo raccolto, fa' un po'
vedere... Come? Soltanto due copeche? Mostri schifosi! Non ci
danno nulla, ci corrono dietro con la lingua fuori e basta! Be',
che ha da ridere quello scemo?» E indicò uno della folla. «Ma
tutto questo accade perché Kòlja non capisce nulla: è un vero
guaio con lui! E tu, Pòleèka, che vuoi ? Parlami in francese,
parlez-moi français. Eppure ti ho insegnato, qualche frase la
sai!... Altrimenti come si fa a capire che siete di buona
famiglia, che siete dei bambini bene educati e non dei volgari
suonatori d'organetto? Mica andiamo in giro a rappresentare
per le strade un qualsiasi Petrùška; al contrario, cantiamo una
distinta romanza... Ah, sì! A proposito, che cosa cantiamo? Voi
non fate che interrompermi, mentre noi c'eravamo fermati qui,
Rodiòn Romànoviè, per scegliere che cosa cantare, e insegnare
a Kòlja a ballare la stessa musica... Perché tutto questo,
immaginatevi un po', lo facciamo senza la minima
preparazione; dobbiamo metterci d'accordo e far le prove di
tutto, e poi andremo sul Nèvskij Prospèkt, dove c'è molta più
gente dell'alta società e dove ci noteranno subito.
Lènja conosce la Piccola fattoria... Però, dàgli e dàgli sempre
con questa Piccola fattoria, la cantano tutti! Noi, invece,
dobbiamo cantare qualcosa di molto più distinto... E così,
Pòlja, hai inventato qualcosa? Almeno tu dovresti aiutare tua
madre! Non ho memoria, se no ricorderei io qualcosina! Ma
insomma, mica possiamo metterci a cantare L'ussaro
appoggiato alla sua sciabola! Su, cantiamo in francese Cinq
sous! Ve l'ho insegnata, ve l'ho insegnata! E soprattutto,
siccome è in francese, vedranno subito che siete figli di nobili,
e sarà molto più commovente... O forse perfino Malborough
s'en va-t-en guerre, che è appunto una canzoncina per bambini,
e la cantano in tutte le case dell'aristocrazia per cullare i
bambini:
Malborough s'en va-t-en guerre, Ne sait quand revienra... »
cominciò a cantare... «Ma no, meglio Cinq sous! Su, Kòlja, le
manine sui fianchi, sbrigati, e tu, Lènja, gira nel senso opposto,
mentre io e Pòleèka canteremo e batteremo il tempo con le
mani! Cinq sous, cinq sous, Pour monter notre menage... Kchkch-kch!» e di nuovo fu presa da un accesso di tosse.
«Aggiustati il vestitino, Pòleèka, ti scende sulle spalle,»
osservò, tossendo e cercando di riprendere respiro. «Soprattutto
ora dovete comportarvi bene e da persone fini, così che tutti
vedano che siete figli di nobili. L'avevo detto io, allora, che il
corpettino lo si doveva cucire più lungo, e con due teli... Sei
stata tu, Sònja, quella volta, con i tuoi consigli: ‹Più corto, più
corto›, e così adesso la bambina sta tanto male... Mio Dio, ecco
che vi siete messi tutti a piangere un'altra volta! Ma perché,
sciocchini? Su, Kòlja, comincia, sbrigati, sbrigati, sbrigati! Oh,
che bambino insopportabile!
Cinq sous, cinq sous...
Di nuovo un soldato! Be', e tu che vuoi?»
Effettivamente, una guardia di città si stava facendo largo tra la
folla. Ma nello stesso momento un signore in uniforme e
mantello, un serio funzionario sulla cinquantina con una
decorazione al collo (ciò che piacque molto a Katerìna
Ivànovna, ed ebbe una certa influenza sulla guardia), le si
avvicinò e le porse un biglietto verdastro da tre rubli. Il suo
viso esprimeva una sincera commiserazione. Katerìna
Ivànovna accettò il biglietto e si inchinò cortesemente, perfino
cerimoniosamente, al funzionario.
«Vi ringrazio, gentile signore,» cominciò a dire con sussiego.
«Le cause che ci hanno spinto... Prendi il denaro, Pòleèka.
Come vedi, ci sono sempre delle persone nobili e generose,
subito pronte ad aiutare una povera nobildonna caduta in
disgrazia. Voi vedete, gentile signore, degli orfani di buona
famiglia, si può dire, anzi, con relazioni veramente
aristocratiche... E quel generale da strapazzo, invece, se ne
stava seduto a mangiare i suoi uccelletti... e s'è messo a battere
i piedi per terra perché lo avevo disturbato... ‹Eccellenza,› gli
ho detto, ‹difendete degli orfani, dal momento che conoscevate
così bene,› gli ho detto, ‹il defunto Semën Zachàryè, e visto
che la più schifosa delle canaglie ha osato calunniare sua figlia
nel giorno stesso della sua morte...› Di nuovo quel soldato!
Difendeteci!» gridò Katerìna Ivànovna al funzionario. «Cosa
vuole da me questo soldato? Siamo già scappati dalla
Mešèànskaja a causa di un altro soldato... Be', tu che c'entri,
cretino?»
«È proibito, per la strada... Non dovete comportarvi male...»
«Sei tu che ti comporti male! Io è come se andassi in giro con
l'organetto, e quindi tu che c'entri?»
«Ma per l'organetto bisogna avere la licenza, e voi, facendo
così, e in questa maniera, disturbate la gente. Dove abitate?»
«Quale licenza?» prese a urlare Katerìna Ivànovna. «Io ho
sepolto oggi mio marito, altro che licenza!»
«Calmatevi, signora, calmatevi,» prese a dire il funzionario.
«Venite con me, vi accompagnerò io... Non va bene così, in
mezzo alla folla... Voi vi sentite male...»
«Mio gentile, gentilissimo signore, voi non sapete niente!»
gridava Katerìna Ivànovna. «Noi andremo sul Nèvskij
Prospèkt... Sònja, Sònja! Ma dove s'è cacciata? Ecco che
piange anche lei! Ma insomma, che cosa avete tutti quanti?...
Kòlja, Lènja, dove andate?» esclamò d'un tratto, spaventata.
«Oh che sciocchi bambini! Kòlja, Lènja! Ma dove vanno?...»
Era successo che Kòlja e Lènja, spaventati a morte dalla folla e
dalle stranezze della madre impazzita, e vedendo alla fine
anche quel soldato che voleva prenderli e portarli chissà dove,
a un tratto, come se si fossero messi d'accordo, s'erano afferrati
per la mano e se l'eran data a gambe. Katerìna Ivànovna si
slanciò, urlando e piangendo, al loro inseguimento. Era uno
spettacolo penoso vederla correre, così tutta in pianto e
ansimante. Sònja e Pòleèka le corsero dietro.
«Sònja, falli tornare indietro, falli tornare! Che bambini
sciocchi e ingrati!... Pòlja! Acchiappali!... Ma se è per voi che
io...» Inciampò in piena corsa e cadde.
«Si è fatta male, sanguina! Oh, Signore!» esclamò Sònja, che si
era chinata su di lei.
Tutti accorsero e le si fecero intorno. Raskòlnikov e
Lebezjàtnikov furono tra i primi ad accorrere; anche il
funzionario sopraggiunse in fretta, seguito dalla guardia che
borbottava: «Che guaio!» facendo un gesto seccato con la
mano, convinto ormai che la faccenda gli avrebbe procurato
delle noie.
«Circolare! Circolare!» diceva respingendo la gente che si
affollava tutt'intorno.
«Sta morendo!» gridò uno.
«È impazzita!» disse un altro.
«Signore, proteggili!» disse una donna, facendosi il segno della
croce. «E li hanno poi ripresi, la ragazzina e il bimbo? Eccoli
lì, li ha acchiappati quella più grande... Però, che bambini
balordi!»
Ma quando ebbero esaminato più attentamente Katerìna
Ivànovna, si accorsero che non si era affatto ferita contro una
pietra, come aveva pensato Sònja: il sangue che aveva
arrossato il selciato le era sgorgato dal petto e dalla bocca.
«So bene cos'è, l'ho già visto,» mormorava il funzionario a
Raskòlnikov e a Lebezjàtnikov. «È la tubercolosi; il sangue
viene fuori e ti soffoca. L'ho già visto coi miei occhi, è
accaduto non molto tempo fa a una mia parente; ne sarà venuto
fuori un bicchiere e mezzo... all'improvviso... Ma che
dobbiamo fare, visto che sta morendo?»
«Lì, lì, da me!» supplicò Sònja. «Ecco, io abito lì!... Ecco,
quella casa, la seconda... Da me, presto, presto!...»
diceva correndo su e giù, e rivolgendosi a tutti. «Mandate a
chiamare un medico... Oh, Signore!»
Grazie all'interessamento del funzionario, la faccenda si
sistemò, e perfino la guardia li aiutò a trasportare Katerìna
Ivànovna. La portarono, quasi morta, in casa di Sònja e la
deposero sul letto. L'emorragia non era ancora cessata, ma
sembrava che Katerìna Ivànovna cominciasse a riprender
coscienza. Oltre a Sònja, entrarono nella stanza, tutti in una
volta, Raskòlnikov e Lebezjàtnikov, il funzionario e la guardia,
che prima aveva fatto allontanare tutti gli altri, compresi quelli
che avevano accompagnato il corteo fin sulla soglia. Pòleèka
fece entrare, tenendoli per la mano, Kòlja e Lènja, tremanti e
piangenti. Arrivarono anche i Kapernàumov: lui, zoppo e
sbilenco, dall'aria stranita, con i capelli e le fedine irti; sua
moglie, che sembrava spaventata come sempre, e alcuni dei
loro bambini, con la bocca aperta e il viso come di legno,
assorto in un eterno stupore. Fra tutta quella gente, a un tratto,
comparve anche Svidrigàjlov. Raskòlnikov lo guardò
meravigliato, perché non capiva di dove fosse sbucato, e non
ricordava di averlo visto tra la folla.
Si parlò della necessità di far venire un medico e un sacerdote.
Il funzionario, pur avendo mormorato a Raskòlnikov che a
quanto sembrava un medico era ormai inutile, diede comunque
disposizione perché lo si mandasse a chiamare. A cercarlo
corse lo stesso Kapernàumov.
Intanto Katerìna Ivànovna aveva ripreso fiato; lo sbocco di
sangue, per il momento, era cessato. Fissava con uno sguardo
esaltato, ma fermo e penetrante, Sònja che, pallida e tremante,
le asciugava le gocce di sudore sulla fronte con un fazzoletto, e
le chiese di sollevarla. La fecero sedere sul letto, sostenendola
da ambo i lati.
«Dove sono i bambini?» domandò con voce fioca. «Li hai
portati con te, Pòlja? Oh, che sciocchi!... Ma perché
siete fuggiti?... Oh!»
C'era ancora del sangue sulle sue labbra screpolate. Girò
intorno lo sguardo, osservando l'ambiente:
«Ecco dunque dove abiti, Sònja! Non mi era mai capitato di
venirci... ed ecco che ora...»
La guardò con compassione.
«Ti abbiamo spremuta, Sònja... Pòlja, Lènja, Kòlja, venite
qui... Eccoli tutti insieme, Sònja, prendili tu... dalle mie mani
alle tue... Quanto a me, basta!... Il ballo è finito! Ah!...
Mettetemi sdraiata, lasciatemi almeno morire in pace...»
La adagiarono di nuovo sul cuscino.
«Che cosa? Un prete?... Non serve... Avete proprio soldi da
buttar via?... Non mi lascio dietro peccati, io!... Dio mi deve
perdonare anche così... Lui lo sa quanto ho sofferto!... E se non
mi perdona, vuol dire che non ha importanza!...»
Un delirio febbrile si impadroniva sempre più di lei. Ogni tanto
sussultava, girava intorno lo sguardo, a tratti riconosceva tutti;
ma subito ripiombava nell'incoscienza e nel delirio. Aveva il
respiro rauco e faticoso, un rantolo le gorgogliava in gola.
«Io gli dico: ‹Vostra eccellenza!...›» gridava, riprendendo fiato
dopo ogni parola. «Questa Amàlija Ljudvìgovna... Ah! Lènja,
Kòlja! Le manine sui fianchi, più presto, più presto, glissez,
glissez, pas-de-basque! Batti i piedini... Con grazia, bimbo
mio, con grazia! Du hast Diamanten und Perlen... e dopo come
dice? Ah, se potessimo cantare... Du hast die schönsten Augen,
Mädchen, was willst du mehr?
Ma sì, è proprio così! was willst du mehr... Ma guarda cosa ti
inventa quello stupido!... E dopo, ecco: Nella calura
pomeridiana, nella valle del Dagestàn...
Ah, come mi piaceva... Adoravo questa romanza, Pòleèka!...
Sai, tuo padre la cantava quando eravamo fidanzati... Oh, che
giorni!... Se potessimo cantare! Ma com'è, com'è?... Ecco, ho
dimenticato... Fatemi ricordare, com'è?» Era agitatissima e
cercava di sollevarsi. Finalmente, con una voce orrenda, rauca,
rotta, lanciando dei gridi e soffocando ad ogni parola, cominciò
a recitare, con un'espressione come di crescente spavento:
«‹Nella calura pomeridiana!... in una valle!... del Dagestàn!...
Con una pallottola nel petto!...› Vostra eccellenza!» urlò
improvvisamente con un singhiozzo straziante, scoppiando in
lacrime. «Difendete questi orfani! Ricordate l'ospitalità del
defunto Semën Zachàryè!... Si può dire perfino aristocratica!...
Già!» esclamò tornando d'un tratto in sé e guardando tutti con
una specie di terrore; ma subito riconobbe Sònja. «Sònja,
Sònja!» disse in tono mite e affettuoso, come meravigliandosi
di vederla lì, davanti a sé. «Sònja, cara, anche tu qui?»
La sollevarono di nuovo.
«Basta!... (È giunta l'ora!...) Addio, mia poverina!... L'hanno
proprio conciata per le feste, la vecchia rozza!... È crepa-a-ta!»
gridò in tono disperato e pieno d'odio, e la sua testa ripiombò
sul cuscino.
Era svenuta un'altra volta, ma quest'ultimo deliquio non durò a
lungo. Il suo volto smunto, di un pallore giallognolo, si
rovesciò all'indietro, le si spalancò la bocca, le gambe si
allungarono convulsamente. Emise un profondissimo sospiro e
morì.
Sònja si buttò sul suo cadavere, lo strinse fra le braccia e
rimase immobile in quella posa, con la testa sul petto scarno
della morta. Pòleèka si afferrò alle gambe della madre e gliele
baciava singhiozzando. Kòlja e Lènja, senza aver capito ancora
che cosa fosse successo, ma presentendo qualcosa di terribile,
si afferrarono l'un l'altra per le spalle con entrambe le mani e
fissandosi negli occhi, improvvisamente, tutti e due insieme, di
colpo, spalancarono la bocca e cominciarono a urlare.
Portavano ancora i loro strani indumenti: uno col turbante,
l'altra col berrettino e la penna di struzzo.
E come mai il famoso «certificato di lode» era finito sul letto,
accanto a Katerìna Ivànovna? Giaceva lì, presso il cuscino.
Raskòlnikov lo vide.
Egli si avvicinò alla finestra. Lebezjàtnikov s'affrettò a
raggiungerlo.
«È morta!» esclamò Lebezjàtnikov.
«Rodiòn Romànoviè, vorrei dirvi due parole molto urgenti,»
intervenne Svidrigàjlov, avvicinandosi anche lui.
Lebezjàtnikov gli cedette subito il posto e si allontanò
delicatamente. Svidrigàjlov condusse Raskòlnikov, ch'era in
preda allo stupore, ancora più lontano, in un angolo.
«Di tutte le solite seccature, cioè dei funerali e del resto, me ne
occuperò io. Sapete, a questo mondo basta avere i soldi, e io vi
ho già detto che ne ho anche troppi. Questi due passerottini e
questa Pòleèka li sistemerò in qualche orfanotrofio, di quelli
buoni, e depositerò per ciascuno di essi, fino alla maggiore età,
mille e cinquecento rubli di capitale, in modo che Sòfja
Semënovna possa stare completamente tranquilla. E tirerò fuori
anche lei dai guai in cui si trova, perché è una brava ragazza.
Non è forse così? Be', e voi, vi prego, riferite a Avdòtja
Romànovna che i suoi diecimila rubli li ho impiegati così.»
«A che scopo fate tutta questa beneficenza?» chiese
Raskòlnikov.
«E-eh! Che tipo sospettoso!» esclamò Svidrigàjlov ridendo.
«Eppure, ve l'avevo già detto che questo denaro mi era di
troppo. Be', lo faccio per semplice umanità, non riuscite ad
ammetterlo? Lei non era mica un ‹pidocchio›,» e indicò col
dito l'angolo dove giaceva la defunta, «come una qualsiasi
vecchia usuraia. In fin dei conti, dovete ammetterlo: ‹È Lùžin
che deve vivere e fare le sue porcherie, oppure lei che deve
morire?› E se non l'aiuto io, allora ‹Pòleèka, ad esempio, finirà
allo stesso modo, seguirà la stessa strada...›»
Pronunciò queste parole con un'aria di allegra complicità e
come ammiccando, senza distogliere lo sguardo da
Raskòlnikov. Raskòlnikov impallidì ed ebbe un brivido di
freddo nel sentir ripetere le frasi ch'egli aveva dette a Sònja.
Indietreggiò, guardando Svidrigàjlov con gli occhi sbarrati.
«Co-ome... fate a saperlo?» mormorò, respirando a fatica.
«Che volete, io abito qui, al di là di questa parete, da madame
Rèsslich. Di qua c'è Kapernàumov, di là madame Rèsslich, una
mia vecchissima e devotissima amica. Sono un vicino di casa.»
«Voi?»
«Io,» proseguì Svidrigàjlov, sussultando dal ridere. «E vi do la
mia parola d'onore, carissimo Rodiòn Romànoviè, che avete
suscitato in me un interesse davvero enorme. Ve l'avevo pur
detto che saremmo diventati intimi; ed ecco, è avvenuto. E
vedrete che persona accomodante sono io. Vedrete che con me
si può perfino vivere...»
PARTE SESTA
1
Cominciò per Raskòlnikov un periodo molto strano: era come
se una nebbia gli fosse calata di colpo davanti agli occhi
confinandolo in una solitudine penosa e senza scampo. In
seguito, molto tempo dopo, ricordando quel periodo, egli
capiva che a tratti la sua ragione era rimasta offuscata, e che era
andato avanti così, con qualche intervallo, fino alla catastrofe
finale. Era del tutto convinto di aver confuso, in quel periodo,
molte cose, ad esempio le date e la successione cronologica di
alcuni avvenimenti. Quando, in seguito, ci aveva ripensato, e
aveva cercato di chiarire i propri ricordi, molte cose sul proprio
conto era venuto a saperle servendosi di informazioni ricevute
da estranei. Ad esempio, aveva confuso un certo avvenimento
con un altro; un altro ancora lo aveva considerato conseguenza
di un fatto esistito solo nella sua immaginazione. A volte
cadeva in preda a un'angoscia morbosa e torturante, che
degenerava addirittura in timor panico. Ma ricordava anche che
c'erano stati dei minuti, delle ore e, forse, perfino dei giorni,
pieni di un'apatia che s'impadroniva di lui come per reazione al
timore di prima, un'apatia simile allo stato di morbosa
indifferenza di certi moribondi. In generale, poi, negli ultimi
giorni, lui stesso sembrava che rifuggisse da una comprensione
chiara e completa della sua situazione; alcuni fatti essenziali,
che esigevano una spiegazione immediata, lo angustiavano in
modo particolare; come sarebbe stato contento di liberarsi, di
sfuggire a certe preoccupazioni il cui oblio, però, data la sua
situazione avrebbe implicato la minaccia di una totale,
irreparabile catastrofe.
Soprattutto lo preoccupava Svidrigàjlov: anzi, era come se le
sue idee si fossero fissate su di lui. Dal momento in cui
Svidrigàjlov aveva pronunciato parole minacciose, e fin troppo
chiare, nella casa di Sònja, subito dopo la morte di Katerìna
Ivànovna, sembrava che il corso normale dei pensieri di
Raskòlnikov si fosse interrotto. Ma benché questo fatto nuovo
lo preoccupasse moltissimo, Raskòlnikov non aveva poi tanta
fretta di chiarire la faccenda. A volte, trovandosi
improvvisamente in qualche parte remota e abbandonata della
città, in qualche misera taverna, solo davanti al suo tavolo,
assorto nei suoi pensieri e quasi ignaro di come fosse capitato
lì, ricordava di colpo l'esistenza di Svidrigàjlov: si rendeva
conto all'improvviso, con estrema chiarezza e inquietudine, che
era necessario intendersi il più presto possibile con quell'uomo
e decidere definitivamente, nei limiti del possibile, sul da farsi.
Una volta, oltrepassata la barriera esterna della città, e finito
chissà dove, aveva perfino immaginato di avere lì un
appuntamento con Svidrigàjlov. Un'altra volta s'era svegliato
prima dell'alba, sdraiato per terra, tra i cespugli, praticamente
all'oscuro di come ci fosse arrivato. Del resto, nei due o tre
giorni successivi alla morte di Katerìna Ivànovna, aveva
incontrato Svidrigàjlov un paio di volte, quasi sempre
nell'alloggio di Sònja, ch'egli andava a visitare quasi senza
scopo, e quasi sempre per pochi istanti. Si scambiavano poche
parole e non avevano mai affrontato il punto principale, come
se si fossero tacitamente messi d'accordo, almeno per ora, di
non parlarne. Il corpo di Katerìna Ivànovna era ancora lì, nella
bara. Svidrigàjlov, che si occupava dei funerali, aveva molto da
fare. Anche Sònja era molto occupata. Durante il loro ultimo
incontro, Svidrigàjlov aveva spiegato a Raskòlnikov d'aver già
provveduto a tutto, e abbastanza bene, per quanto riguardava i
figli di Katerìna Ivànovna; che, grazie alle sue relazioni, aveva
trovato persone con l'aiuto delle quali era stato possibile
sistemare tutti e tre gli orfani, e immediatamente, presso enti
particolarmente adatti per loro; che anche il denaro depositato a
loro nome era stato assai utile, giacché è molto più facile
sistemare orfani provvisti di un capitale che orfani nullatenenti.
Aveva detto qualcosa anche a proposito di Sònja, e aveva
promesso di andar lui stesso a trovare Raskòlnikov, tra qualche
giorno, rammentandogli che «desiderava consigliarsi con lui, e
si doveva assolutamente discorrere un po', a proposito di certe
faccende...». Questo colloquio s'era svolto nell'anticamera,
vicino alle scale. Svidrigàjlov aveva fissato Raskòlnikov negli
occhi e all'improvviso, dopo un silenzio e abbassando la voce,
gli aveva chiesto:
«Ma come mai, Rodiòn Romànoviè, siete così sconvolto? Dico
davvero... Mi ascoltate e mi guardate, ma come senza capire.
Fatevi coraggio. Ecco, dobbiamo proprio parlare un po', noi
due: peccato che io abbia tanto da fare per questioni mie e
altrui... Eh, Rodiòn Romànoviè,» aveva aggiunto
all'improvviso, «tutti gli uomini hanno bisogno di aria, aria,
aria... Prima d'ogni altra cosa!»
A questo punto si era fatto da parte per lasciar passare il prete e
il chierichetto che salivano le scale. Andavano per il servizio
funebre. Per disposizione di Svidrigàjlov, venivano officiati
due servizi al giorno, con la massima cura. Poi Svidrigàjlov se
n'era andato, e Raskòlnikov, dopo esser rimasto lì qualche
istante a riflettere, era entrato dietro il prete nell'alloggio di
Sònja.
Rimase sulla soglia. La funzione cominciò, sommessa, solenne,
triste. Egli aveva sempre sentito nel pensiero e nella presenza
della morte, fin dall'infanzia, un che di penoso e di
misticamente terribile; e poi, era già molto tempo che non
assisteva a un servizio funebre. Inoltre c'era qualcos'altro, lì, di
veramente terribile e angoscioso. Egli guardava i bambini:
erano inginocchiati tutti e tre davanti alla bara; Pòleèka
piangeva. Dietro a loro, Sònja pregava, piangendo
sommessamente e quasi timidamente. «In questi ultimi giorni,
però, non mi ha mai guardato, non mi ha mai rivolto la parola,»
pensò a un tratto Raskòlnikov. Il sole illuminava in pieno la
stanza; il fumo dell'incenso saliva a volute; il prete recitava
«Riposi in pace, o Signore». Raskòlnikov assistette in piedi
all'intera funzione. Nell'impartire la benedizione e nel
congedarsi, il prete si guardò intorno in maniera un po' strana.
Dopo la funzione; Raskòlnikov si avvicinò a Sònja.
Improvvisamente, lei gli prese le mani e gli appoggiò la testa
sulla spalla. Questo piccolo gesto lasciò Raskòlnikov più che
perplesso. Era abbastanza strano! Come? Nessuna ripugnanza,
nessuna avversione per lui, nessun tremito nella mano di Sònja!
Questo, poi, era il massimo dell'umiliazione. Per lo meno, fu
così che Raskòlnikov intese quel gesto. Sònja non disse niente.
Raskòlnikov le strinse la mano e uscì. Provava una sensazione
di profondissima pena. Se in quel momento avesse potuto
andare chissà dove e restare completamente solo, magari per
tutta la vita, si sarebbe considerato felice. Ma negli ultimi
tempi, benché fosse quasi sempre da solo, non riusciva a
sentirsi veramente solo. Gli capitava di uscire fuori città, di
percorrere una strada maestra; una volta si era perfino inoltrato
in un bosco; ma quanto più solitario era il posto, tanto più
intensamente egli avvertiva una presenza vicina e inquietante;
non tale da incutere timore, ma molto fastidio sì, tanto che
tornava al più presto in città dove si mescolava con la folla,
entrava nelle trattorie, nelle bettole, andava al mercato degli
oggetti usati e in piazza Sennàja. Qui gli sembrava di sentirsi
meglio, e perfino più solo. Una volta, in una bettola, sul far
della sera, cantavano delle canzoni: era rimasto a sedere lì
un'ora intera ad ascoltare, e ricordava anzi d'averne tratto gran
piacere. Ma alla fine, d'un tratto, s'era sentito di nuovo
inquieto, come se un rimorso di coscienza avesse preso a
tormentarlo. «Ecco, me ne sto seduto ad ascoltare queste
canzoni, come se non avessi altro da fare!» gli venne da
pensare. Del resto, capì subito che non era esattamente questo a
renderlo inquieto; c'era qualcosa che bisognava risolvere
immediatamente, ma che non si poteva né comprendere a
fondo, né esprimere a parole. Tutto si aggrovigliava, formava
una specie di gomitolo. «No, meglio lottare, comunque!
Meglio aver di nuovo di fronte Porfìrij... o Svidrigàjlov...
Un'altra sfida, il più presto possibile; un assalto da parte di
qualcuno... Sì! Sì!» pensava. Era uscito dalla taverna e s'era
quasi messo a correre. Il pensiero di Dùnja e della madre,
chissà perché, aveva fatto nascere in lui una specie di timor
panico. Proprio quella notte, sul far dell'alba, s'era risvegliato
fra i cespugli, sull'isola Krestòvskij, tremante di freddo e di
febbre; s'era avviato verso casa, arrivandoci che ormai era
giorno fatto. Dopo alcune ore di sonno, la febbre gli era
passata, ma s'era svegliato molto tardi: alle due del pomeriggio.
Ricordando che il funerale di Katerìna Ivànovrìa era stato
fissato per quel giorno, fu contento di non esserci andato.
Nastàsja gli aveva portato da mangiare; mangiò e bevve con
grande piacere, quasi con avidità. Si sentiva la testa più fresca,
ed era più calmo che negli ultimi tre giorni. Per un istante, si
meravigliò perfino dei precedenti attacchi di timor panico. La
porta si aprì ed entrò Razumìchin.
«Ah! Mangia, dunque non è malato!» disse Razumìchin, e
presa una sedia si sedette a tavola di fronte a Raskòlnikov. Era
preoccupato e non cercava di nasconderlo. Parlava con
evidente dispetto, ma senza fretta e senza alzare troppo la voce.
Si sarebbe detto che si fosse ficcato in testa qualche proposito
speciale, addirittura straordinario.
«Ascolta,» cominciò a dire in tono deciso, «per me potete
anche andare tutti al diavolo, ma da quello che vedo ora, mi
rendo conto che non ci capisco proprio niente. Ti prego di non
pensare che questo sia un interrogatorio. Me ne infischio, io! Io
stesso non ne voglio più sapere! Se fossi tu, adesso, a svelarmi
tutti i vostri segreti, forse non ti starei nemmeno ad ascoltare, ci
sputerei su e me ne andrei. Sono venuto soltanto perché tu mi
dica di persona e in modo definitivo: anzitutto, è vero che sei
pazzo? Vedi, qualcuno (così, da qualche parte) è convinto che
tu, forse, sei pazzo, o per lo meno molto vicino alla pazzia. Te
lo confesso, anch'io ero molto incline a condividere
quest'opinione, anzitutto a causa delle tue assurde e in parte
schifose azioni (assolutamente inspiegabili altrimenti), e in
secondo luogo del tuo recente comportamento verso tua madre
e tua sorella. Soltanto un mostro e un mascalzone, a meno di
non esser pazzo, poteva agire con loro come hai agito tu;
quindi, sei pazzo...»
«Quand'è che le hai viste?»
«Poco fa. E tu, da quando non le vedi? Dove ti sei cacciato?
Vorrei proprio saperlo; son già tre volte che passo da te senza
trovarti. Tua madre, da ieri, è seriamente malata. Voleva venire
qui da te; Avdòtja Romànovna cercava di trattenerla, ma lei non
voleva sentir nulla: ‹Se è malato, se ha la mente sconvolta, chi
può aiutarlo se non sua madre?› Siamo venuti qui tutti, perché
non potevamo lasciarla venire sola. Fino alla tua porta
l'abbiamo scongiurata di calmarsi.
Siamo entrati: tu non c'eri e lei si è seduta proprio qui. È
rimasta seduta una decina di minuti, con noi due accanto a lei,
in silenzio. Poi si è alzata e ha detto: ‹Se esce di casa, vuol dire
che sta bene, e allora ha dimenticato sua madre; dunque è
sconveniente e vergognoso che sua madre se ne stia davanti
alla sua porta a supplicare una sua carezza come un'elemosina.›
È tornata a casa e si è messa a letto; adesso ha la febbre.
‹Vedo,› ha detto, ‹che per lei trova tempo,› ha detto. Tua madre
suppone che questa lei sia Sòfja Semënovna, la tua fidanzata o
la tua amante, non saprei proprio. Allora sono andato subito da
Sòfja Semënovna, perché, mio caro, volevo sapere tutto. Sòfja
Semënovna stava provando ai bambini dei vestitini a lutto. Tu
non c'eri. Sono stato un po' a guardare, mi sono scusato, sono
uscito e ho riferito tutto ad Avdòtja Romànovna. Dunque sono
tutte sciocchezze: non c'è nessuna lei; e allora, è probabile che
si tratti di pazzia. Però, eccoti qua a divorare manzo lesso,
come se non avessi mangiato da tre giorni. D'accordo, anche i
pazzi mangiano; ma benché tu non mi abbia detto nemmeno
una parola, io vedo che non sei pazzo! Potrei giurarlo. È chiaro
che non sei pazzo.
In conclusione, andate al diavolo tutti quanti, perché qui c'è
qualche mistero; c'è un segreto; e io non ho la minima
intenzione di stare a rompermi la testa con i vostri segreti. Sono
passato da te per dirtene quattro,» concluse Razumìchin
alzandosi, «per sfogarmi, e adesso so cosa devo fare!»
«E che cosa vuoi fare?»
«E a te cosa importa, di quel che voglio fare?»
«Bada di non metterti a bere!»
«Perché... perché hai pensato a questo?»
«Eh, non è molto difficile!»
Razumìchin rimase zitto per un po'.
«Hai sempre ragionato molto bene, e non sei mai stato pazzo,
mai!» disse poi, con acredine. «Ma sì: mi metterò a bere!
Addio!» e si mosse per uscire.
«Sai, Razumìchin, l'altro ieri - mi pare proprio che fosse l'altro
ieri - ho parlato di te con mia sorella.»
«Di me? Ma... dove puoi averla vista, l'altro ieri?» e
Razumìchin si fermò di colpo, facendosi perfino un po'
pallido. Si poteva indovinare che il suo cuore aveva cominciato
a martellare.
«È venuta qui, sola, si è seduta qui, ha parlato con me.»
«Lei!»
«Sì, lei.»
«E che cosa le hai detto... su di me, voglio dire?»
«Le ho detto che sei un uomo molto buono, onesto e laborioso.
Che l'ami non gliel'ho detto, perché lo sa da sé.»
«Da sé?»
«Lo credo bene!... Dovunque io debba andare, qualunque cosa
possa capitare, tu saresti per loro la Provvidenza in persona. Io,
per così dire, te le affido, Razumìchin. Lo dico perché so
perfettamente quanto tu l'ami, e sono convinto della purezza
del tuo cuore. So che anche lei può amarti e, forse, ti ama già.
Ora decidi tu stesso come credi meglio, se vuoi metterti a bere
o no.»
«Ròdka... vedi... Be'... Accidenti! Ma dove vorresti andare, tu?
Ecco: se tutto questo è un segreto, d'accordo! Ma io... io lo
scoprirò, questo segreto... E sono sicuro che si tratta senz'altro
di qualche sciocchezza, di una cosa proprio da niente, e che sei
stato tu a metterti in mente tutto. Però, sei una persona buona!
Veramente molto buona!...»
«E volevo anche aggiungere, ma tu mi hai interrotto, che avevi
detto proprio bene dicendo di non voler conoscere questi
misteri e questi segreti. Lascia stare, per ora, non preoccuparti.
Saprai tutto a suo tempo, quando sarà il caso, non prima. Ieri
un tale mi ha detto che l'uomo ha bisogno di aria, di aria, di
aria! Voglio andare subito da lui per sapere che cosa intendeva
con queste parole.»
Razumìchin stava lì, meditabondo, preoccupato, e rifletteva.
«È un cospiratore politico! Dev'essere senz'altro così! Ed è alla
vigilia di qualche passo decisivo, ne sono certo! Non può
essere altrimenti e... e Dùnja lo sa...» pensò a un tratto.
«Così, Avdòtja Romànovna viene a trovarti,» disse scandendo
le parole, «e tu vuoi vedere una persona secondo la quale ci
vuole più aria, più aria e... e quindi anche quella lettera... è
un'altra cosa dello stesso genere,» egli concluse, quasi fra sé.
«Quale lettera?»
«Ieri lei ha ricevuto una lettera che l'ha preoccupata molto.
Moltissimo. Anche troppo. Ho cominciato a parlare di te, e lei
mi ha pregato di tacere. Poi... poi ha detto che, forse, molto
presto ci separeremo, e ha cominciato a ringraziarmi
moltissimo per non so che cosa; e alla fine se n'è andata in
camera sua e si è chiusa dentro.»
«Ha ricevuto una lettera?» domandò Raskòlnikov in tono
pensoso.
«Sì, una lettera; e tu non lo sapevi? Mmh...»
Per un po' rimasero zitti tutti e due.
«Addio, Rodiòn. Io, mio caro... c'è stato un tempo... ma del
resto, addio... Vedi, c'è stato un tempo... Be', addio!
Anch'io devo andare. Non mi metterò a bere. Adesso non ce n'è
bisogno... Altro che storie!»
Aveva fretta, ma mentre già stava uscendo, e aveva già quasi
richiuso la porta dietro di sé, la riaprì di colpo e disse,
guardando da un'altra parte:
«A proposito! Ti ricordi di quell'assassinio, quello... be', quello
di Porfìrij? Quello della vecchia? Ecco, sappi che l'assassino è
stato trovato, ha confessato spontaneamente e ha portato tutte
le prove. È proprio uno di quei due imbianchini, quelli,
ricordi?, che io difendevo tanto... Puoi crederci o no, ma tutta
quella scena della zuffa e delle risate per le scale, con il suo
compagno, quando gli altri, il portinaio e i due testimoni,
stavano salendo, l'aveva fatta apposta per sviare i sospetti. Che
scaltrezza, eh, che presenza di spirito in un simile moccioso! E
io che c'ero cascato come un allocco! Be', secondo me è un
vero genio della simulazione e della prontezza di spirito, un
genio della finzione giuridica; del resto, che c'è da
meravigliarsi? Perché non ne dovrebbero esistere? Il fatto, poi,
che non abbia saputo tener duro sino in fondo e abbia
confessato, rende la cosa ancora più credibile. È più
verosimile... Però, quella volta, come c'ero cascato! Avrei
giurato e spergiurato sulla loro innocenza!»
«Dimmi, per favore: da dove l'hai saputo, e perché t'interessa
tanto?» chiese Raskòlnikov, visibilmente emozionato.
«Questa poi!... Perché mi interessa... Bella domanda!... L'ho
saputo da Porfìrij, fra l'altro, e anche da altre persone. Anzi, ho
saputo quasi tutto da lui.»
«Da Porfìrij?»
«Sì, da Porfìrij.»
«Ebbene. . . e lui?» chiese Raskòlnikov spaventato.
«Lui me l'ha spiegato benissimo.
psicologicamente, alla sua maniera.»
Me
l'ha
spiegato
«Te l'ha spiegato? Proprio lui si è messo a spiegartelo?»
«Ma sì, lui! Addio! Poi te ne parlerò ancora, ti racconterò, ma
adesso ho da fare. Quella volta... c'è stato un momento che ho
creduto... Ma no! Questo a dopo!... Perché, poi, dovrei
mettermi a bere? Mi hai ubriacato anche senza vino. Sono
ubriaco, Ròdka! Sono ubriaco senza vino, adesso... Ma addio,
per ora ! Ripasserò molto presto.»
Uscì.
«È un cospiratore politico, dev'essere senz'altro così!» concluse
definitivamente Razumìchin, mentre scendeva adagio le scale.
«E ha coinvolto anche la sorella; può darsi benissimo, con il
carattere di Avdòtja Romànovna. Hanno avuto degli incontri...
Del resto, anche lei ha fatto alcune allusioni... Da molte sue
parole... e parolette... e allusioni, risulta proprio così! E poi,
come si potrebbe spiegare altrimenti tutto questo pasticcio?
Mmh! E io che quasi pensavo... Oh, Signore, che cosa stava per
venirmi in testa!... Sì, è stata una follia, e io sono colpevole nei
suoi confronti! Ma è stato lui stesso, quella volta, accanto al
lume, nel corridoio, a mettermi fuori strada. Puah! Che
pensiero brutto, grossolano, schifoso da parte mia! Bravo
Nikòlka che ha confessato... Così, si spiega benissimo anche
tutto quel che è successo prima! Quella sua malattia, quelle
azioni così strane e anche prima, prima, quando frequentava
ancora l'università, com'era sempre tetro, arcigno... Ma che
cosa significa, ora, questa lettera? Anche lì, dev'esserci sotto
qualcosa. Chi l'ha scritta? Io sospetto che... Mmh... No, devo
proprio scoprire tutto.»
Ricordò e rimuginò tutte le parole su Dùneèka, e provò un tuffo
al cuore. Cominciò a correre.
Appena Razumìchin fu uscito, Raskòlnikov si alzò, si girò
verso la finestra, andò a sbattere in uno spigolo, poi in un altro,
come se avesse dimenticato quant'era stretto il suo canile... e
sedette di nuovo sul divano. Si sentiva come rinato: c'era di
nuovo da lottare: dunque, c'era una via d'uscita!
Sì, ecco trovata una via d'uscita! Se no, tutto era troppo chiuso,
bloccato, una pena troppo opprimente, una specie di narcosi...
Fin dalla scena di Nikòlka, nell'ufficio di Porfìrij, aveva
cominciato a soffocare, a sentirsi senza via d'uscita, stretto da
ogni parte. Dopo, quello stesso giorno, c'era stata la scena in
casa di Sònja; l'aveva cominciata e terminata in modo del tutto
diverso da come se l'era immaginato prima... Cioè era
diventato, di colpo, radicalmente debole! Di colpo!
E quella volta si era trovato d'accordo con Sònja, aveva
riconosciuto con tutto il suo cuore che vivere così, da solo, con
quel peso sull'anima, era impossibile! E Svidrigàjlov?
Svidrigàjlov era un enigma... Svidrigàjlov lo preoccupava, è
vero, ma per un altro verso. Anche con Svidrigàjlov, forse, ci
sarebbe stato da lottare. Svidrigàjlov, forse, rappresentava
anch'egli una certa via d'uscita; ma Porfìrij era un'altra cosa.
Dunque, Porfìrij s'era messo a spiegare di persona a
Razumìchin, gli aveva spiegato tutto psicologicamente!
Aveva tirato fuori di nuovo la sua maledetta psicologia!
Porfìrij? Poteva mai Porfìrij aver creduto davvero, anche per un
solo istante, che Nikòlka fosse colpevole, dopo tutto quanto era
avvenuto fra loro due, dopo quella scena a quattr'occhi, prima,
alla quale non si poteva dare nessuna spiegazione plausibile,
tranne quella? (In quei giorni, Raskòlnikov aveva ripensato
parecchie volte alla scena, ricordandone ora alcuni momenti e
ora altri; un ricordo completo e preciso non avrebbe potuto
sopportarlo. Quella volta erano state pronunciate fra loro certe
parole, s'erano avuti certi gesti e certi movimenti, eran stati
scambiati certi sguardi, s'eran dette certe cose con un certo
tono, s'era arrivati a certi limiti, dopo i quali non era
sicuramente Nikòlka (del quale Porfìrij aveva capito tutto sin
dalla prima parola e dal primo gesto), non era sicuramente
Nikòlka che poteva scuotere alla base le convinzioni di Porfìrij.
Però!... Perfino Razumìchin aveva cominciato a sospettare!
Non per niente c'era stata la scena nel corridoio, accanto al
lume! Ed ecco che Razumìchin si era precipitato da Porfìrij...
Ma allora, perché quell'altro lo imbrogliava a quel modo? Che
ragione aveva di sviare l'attenzione di Razumìchin verso
Nikòlka? Sì, certamente aveva qualche trucco in vista; nutriva
delle intenzioni: ma quali? È vero che da quella mattina era
passato molto tempo, troppo, troppo tempo, e Porfìrij non s'era
più fatto vivo. Ma questo, certo, era perfino peggio...
Raskòlnikov prese il berretto e uscì soprappensiero dalla
stanza. Per la prima volta in tutto quel periodo si sentiva,
quanto meno, in pieno possesso delle sue facoltà mentali.
«Bisogna farla finita con Svidrigàjlov,» pensò, «ad ogni costo e
il più presto possibile: anche quel tipo, se non sbaglio, aspetta
che io vada da lui.» E in quell'istante nel suo cuore stanco
nacque un odio così violento, che forse avrebbe anche potuto
uccidere uno di quei due: Svidrigàjlov o Porfìrij. Per lo meno,
sentì che se non proprio in quel momento, avrebbe potuto farlo
in seguito. «Vedremo, vedremo,» andava ripetendo fra sé.
Ma appena ebbe aperto la porta sull'anticamera, si scontrò con
Porfìrij in persona, che stava per entrare da lui.
Raskòlnikov, per un attimo, rimase di sasso. Strano a dirsi,
però, non era molto meravigliato di vedere Porfìrij, e quasi non
si spaventò. Ebbe solo un sussulto, ma si riprese subito,
istantaneamente. «Forse, siamo alla soluzione! Ma come è
arrivato pian pianino, silenziosamente, come un gatto... Non ho
sentito nulla. Possibile che stesse origliando?»
«Allora, Rodiòn Romànoviè, non vi aspettavate questa visita?»
esclamò Porfìrij Petròviè ridendo. «Era un pezzo che volevo
fare un salto da voi, e ora stavo passando da queste parti e ho
pensato: perché non fargli una visitina di cinque minuti?
Stavate per uscire? Non vi tratterrò per molto. Il tempo di
fumare una sigaretta, con il vostro permesso.»
«Ma sedete, Porfìrij Petròviè, sedete pure!» e Raskòlnikov fece
accomodare il suo ospite con un'aria apparentemente così
contenta e amichevole, che si sarebbe sorpreso lui stesso se
avesse potuto vedersi. Ormai si trovavano ai ferri corti, proprio
alla fine! Un uomo, a volte, passa mezz'ora di terrore mortale
davanti a un bandito, ma quando, alla fine, quello gli mette il
coltello alla gola, in quel momento gli passa perfino ogni
spavento. Raskòlnikov si era seduto proprio di fronte a Porfìrij,
e lo guardava senza batter ciglio. Porfìrij socchiuse gli occhi e
tirò la prima boccata della sua sigaretta.
«Su, parla, coraggio, parla,» avrebbe voluto esclamare
Raskòlnikov. «Su, forza, perché, perché non ti decidi?»
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«Eh, queste sigarette!» prese finalmente a dire Porfìrij Petròviè,
dopo aver tirato le prime boccate e aver ripreso fiato. «È
veleno, un vero veleno, ma non posso farne a meno! Tossisco,
mi si irrita la gola, mi prende l'affanno. Dovete sapere che io
sono un po' pauroso, e qualche tempo fa sono andato da B-n.
Lui i malati li visita almeno per mezz'ora; si è messo addirittura
a ridere, guardandomi: mi ha picchiato qua e là, mi ha
auscultato, e alla fine mi ha detto, fra l'altro, che il tabacco mi
fa male. A causa del fumo mi si sono dilatati i polmoni. Già,
ma come faccio a smettere? Con che cosa lo sostituisco, il
fumo? Non bevo, ecco qual è il mio guaio... Eh, eh, eh, non
bere, ecco il guaio! Come vedete, tutto è relativo, Rodiòn
Romànoviè, tutto è relativo!»
«Possibile che torni ai suoi vecchi metodi polizieschi?» pensò
Raskòlnikov con disgusto. Tutta la scena del loro ultimo
incontro gli si affacciò di colpo alla mente, e lo stesso
sentimento di allora affluì al suo cuore.
«Io ero già passato da voi l'altro ieri sera, non lo sapevate?»
proseguì Porfìrij Petròviè, osservando la stanza.
«Sono entrato in questa stanza, proprio in questa. Passavo di
qui, esattamente come oggi, e ho pensato: perché non fargli una
visitina? Sono entrato, e la porta era spalancata; mi sono
guardato intorno, ho aspettato, e sono uscito senza nemmeno
dir nulla alla vostra domestica. Non chiudete mai la porta?»
Raskòlnikov si rabbuiava sempre più in volto. Fu come se
Porfìrij avesse indovinato i suoi pensieri.
«Sono venuto per avere una spiegazione con voi, caro Rodiòn
Romànoviè, una spiegazione! Ho il dovere e l'obbligo di darvi
una spiegazione,» continuò con un sorrisetto, e diede perfino
una piccola pacca, con il palmo della mano, sul ginocchio di
Raskòlnikov; ma quasi nello stesso istante il suo viso prese
un'aria seria e preoccupata e, con grande meraviglia di
Raskòlnikov, sembrò perfino velarsi di tristezza. Non gli aveva
mai visto un'espressione simile, e nemmeno sospettava che
potesse averla. «L'ultima volta, tra noi due è accaduta una
scena strana, Rodiòn Romànoviè. Del resto, anche al nostro
primo incontro c'era stata una scena strana; ma allora... be',
ormai tutto porta allo stesso punto! Ecco qui: io, forse, sono
molto colpevole nei vostri confronti, e me ne rendo conto. Ci
eravamo lasciati, se ben ricordate, che a voi saltavano i nervi e
tremavano le ginocchia, e lo stesso era per me. Sapete, fra noi
c'è stato perfino qualcosa di scorretto, qualcosa che non era
proprio da gentlemen. Eppure noi siamo dei gentiluomini, cioè,
comunque sia, siamo anzitutto dei gentiluomini; e questo
bisogna tenerlo presente. Ve lo ricordate, a che punto eravamo
arrivati?... Un punto addirittura indecoroso.»
«Ma per chi mi prende, costui?» si chiedeva sbalordito
Raskòlnikov, che aveva alzato la testa e guardava Porfìrij con
tanto d'occhi.
«Ho deciso che tra noi, ormai è meglio agire con tutta
sincerità,» continuò a dire Porfìrij Petròviè, arrovesciando
lievemente il capo e abbassando gli occhi, come se non volesse
turbare oltre con lo sguardo la sua vittima d'un tempo, e come
se disprezzasse i suoi vecchi metodi e tranelli. «Sissignore,
quei sospetti e quelle scene non devono ripetersi. Quella volta
ci divise Nikòlka, altrimenti non so fino a che punto saremmo
arrivati. Quel maledetto artigiano se ne stava seduto dietro il
mio tramezzo: si può mai immaginare una cosa simile? Voi,
naturalmente, lo sapete già; e anch'io so che dopo è venuto da
voi; ma quel che avete supposto non è vero: io non avevo
mandato a chiamare nessuno, e non avevo ancora dato
disposizioni di sorta. Mi domanderete perché non le avessi
date, e io dovrò rispondervi che ero rimasto troppo
scombussolato. Anche quei portinai, avevo appena dato l'ordine
di convocarli. (Li avrete visti, passando). Mi era soltanto
balenata un'idea, rapida come un lampo; vedete, Rodiòn
Romànoviè, io allora ero proprio sicuro. Pensavo che anche se
avessi perso una traccia momentaneamente, ne avrei
acchiappata al volo un'altra; e, comunque, non mi sarei lasciato
scappare l'essenziale. Voi siete molto irritabile, Rodiòn
Romànoviè, lo siete di natura; anzi un po' troppo, nonostante
tutte le buone qualità fondamentali del vostro carattere e del
vostro cuore, che mi lusingo di avere almeno in parte
compreso. Be', anch'io, persino allora, capivo naturalmente che
non sempre la gente si alza in piedi e ti spiffera in faccia tutto
per filo e per segno. Anche se in realtà capita, soprattutto
quando a qualcuno si fanno perdere completamente le staffe;
comunque, sono casi rari. Questo ero in grado di capirlo
anch'io. Ma, pensavo, avessi almeno una cosina da niente! Una
cosina piccolissima, una sola, ma da poter proprio prendere con
le mani, una cosa materiale - una cosa vera e propria, e non
soltanto psicologia... Certo, pensavo, se uno è colpevole, ci si
può aspettare da lui qualcosa di sostanziale; è lecito perfino
contare sul risultato più imprevisto E io, allora, contavo sul
vostro carattere, Rodiòn Romànoviè, più di tutto sul vostro
carattere! Speravo molto in questo, allora.»
«Ma... perché, ora, parlate così?» mormorò finalmente
Raskòlnikov, che non aveva nemmeno penetrato a fondo il vero
significato della situazione. «Di che cosa sta parlando?»
pensava, confuso. «Possibile che mi creda davvero innocente?»
«Perché parlo così? Perché sono venuto per darvi una
spiegazione... Lo considero, per così dire, un sacro dovere.
Voglio esporvi tutto fino in fondo, come si è svolta tutta la
faccenda, tutta la storia di quel mio, per così dire, accecamento
di ieri. Vi ho fatto soffrire molto, Rodiòn Romànoviè. Io non
sono un mostro. Capisco anch'io che cosa voglia dire
sopportare tutto ciò per un uomo avvilito, ma orgoglioso,
autoritario e insofferente, soprattutto insofferente! Io,
comunque, vi considero un uomo nobilissimo, e perfino dotato,
in embrione, di una certa grandezza d'animo, anche se non
condivido tutte le vostre idee, ciò che ritengo mio dovere dirvi
in anticipo, apertamente e con tutta sincerità, poiché, prima di
ogni altra cosa, non desidero ingannarvi. Dopo avervi
conosciuto, ho sentito per voi una specie di affetto. Queste mie
parole vi fanno forse ridere? Ne avete il diritto. So che voi, fin
dalla prima occhiata, mi avete preso in antipatia, dato che, in
fondo, non avevate nessun motivo di trovarmi simpatico.
Pensate pure quello che volete, ma adesso desidero, da parte
mia, cancellare con tutti i mezzi questa vostra impressione, e
dimostrarvi che anch'io sono un uomo di cuore e di coscienza.
Parlo sinceramente.»
Porfìrij Petròviè si interruppe per un istante, con aria piena di
dignità. Raskòlnikov si sentì invadere da una paura nuova.
L'idea che Porfìrij potesse considerarlo innocente cominciò a
spaventarlo.
«Raccontarvi tutto per ordine, come fu che la cosa ebbe inizio,
non mi sembra indispensabile,» riprese a dire Porfìrij Petròviè.
«Credo, anzi, che sia superfluo. E poi, forse, non ci riuscirei.
Come spiegarlo, infatti, in maniera circostanziata? Da principio
ci furono delle voci. Che voci fossero, da chi provenissero e
quando... e per quale motivo si fosse arrivati a sospettarvi,
anche questo penso sia superfluo dirlo. Per quanto riguarda me
personalmente, tutto cominciò per puro caso, da un fatto
assolutamente fortuito, che poteva benissimo esserci come non
esserci. E quale? Be', penso che sia inutile parlarne. Tutto ciò,
sia quelle voci, sia quel fatto, finì per far nascere nella mia
mente un'unica idea. Lo riconosco apertamente, perché se
dobbiamo essere sinceri, dobbiamo esserlo in tutto; quella
volta, sono stato io il primo ad assalirvi. Quelle cose scritte
dalla vecchia sui pegni eccetera eccetera, sono tutte
sciocchezze. Di cosette simili se ne possono raccogliere a
centinaia. Ebbi inoltre occasione di conoscere nei minimi
particolari la scena avvenuta al commissariato, anche questo
per puro caso, ma non così di sfuggita, bensì da un narratore di
un tipo speciale, molto qualificato, il quale, senza nemmeno
saperlo, rifece quella scena in maniera davvero sorprendente.
Tutto ciò portava a un'unica conclusione, proprio a una sola,
carissimo Rodiòn Romànoviè! Be', com'era possibile non
seguire quella direzione? Con cento conigli non si potrà mai
fare un cavallo, con cento sospetti non si avrà mai una prova,
dice un proverbio inglese. Questo, però, è semplice buon senso;
mentre le passioni, le passioni, provatevi un po' a vincerle, le
passioni! E anche il giudice istruttore è un uomo... A questo
punto mi sono ricordato di quel vostro articolo, apparso in
quella rivistina, e ne abbiamo parlato, con ricchezza di
particolari, già durante la vostra prima visita. Io vi presi un po'
in giro, ma lo feci solo per provocarvi e farvi parlare. Ve lo
ripeto, voi siete molto insofferente, e siete anche malato,
Rodiòn Romànoviè. Che foste audace, permaloso, serio e... che
abbiate provato e sentito molte cose, questo lo sapevo già da un
pezzo. Tutte queste sensazioni le conosco bene, e anche il
vostro articoletto lo lessi come se già ne sapessi il contenuto.
Lo avevate meditato durante le notti di insonnia e in uno stato
di grande esaltazione, con molto batticuore e un entusiasmo
represso. Ma quest'entusiasmo superbo e represso è un grosso
pericolo per i giovani! Io, quella volta, vi presi un po' in giro,
ma adesso vi dico che in generale apprezzo moltissimo, proprio
come un amatore di queste cose, il primo scritto giovanile e
appassionato, la prima prova. Fumo e nebbia, e un accordo che
risuona nella nebbia... Il vostro articolo è assurdo e fantastico,
ma vi traspaiono tanta sincerità, tanta giovanile, incorruttibile
fierezza, e il coraggio della disperazione; è un articolo tetro, ma
questo è bene. Avevo letto il vostro articolo e poi l'avevo messo
da parte... e mettendolo da parte, avevo pensato: ‹Be', da
quest'uomo ne vedrò delle belle!› Ora, ditemi voi, dopo un
precedente simile, come potevo non lasciarmi trascinare da
quello che è accaduto in seguito? Oh, Signore! Sto forse
insinuando qualcosa? Sto forse affermando qualcosa, adesso?
Mi limitai a fare questa osservazione. Pensai: che roba è
questa? Niente, niente di niente, e forse meno ancora di niente.
E lasciarmi trascinare in questo modo... Io, un giudice
istruttore! No, proprio non va; avevo tra le mani quel Nikòlka,
e per di più con dei fatti. Saranno quel che saranno, ma sono
fatti! E anche lui ecco che ti tira fuori una sua psicologia; e
bisogna pure occuparsene un po', perché è questione di vita o di
morte. Perché, ora, vi sto spiegando tutto questo?
Semplicemente perché lo sappiate, e con la vostra intelligenza
e il vostro cuore non mi portiate rancore per il mio malvagio
comportamento di quella volta. Ma non era malvagio, ve lo
dico sinceramente, eh, eh! Credevate che non vi avessi fatto
una perquisizione? Ve l'avevo fatta, ve l'avevo fatta, eh, eh,
quando voi eravate qui nel vostro lettuccio, malato. Non
ufficialmente e non personalmente, ma ve l'avevo fatta. Nel
vostro alloggio era stato esaminato tutto, fino all'ultimo
capello, e in base a tracce fresche, se volete proprio saperlo,
ma... umsonst! Pensavo: ora quest'uomo verrà, verrà da sé e
molto presto; se è colpevole, verrà di sicuro. Un altro non
verrebbe, ma lui verrà. E vi ricordate quando il signor
Razumìchin cominciò a lasciarsi sfuggire con voi qualche
parola di troppo? Era tutto combinato, per farvi emozionare, e a
questo scopo avevamo fatto correre delle voci, perché lui ve le
riferisse, e il signor Razumìchin, si sa, è un uomo che non
resiste all'indignazione. Al signor Razumìchin, prima di tutto,
erano saltati agli occhi il vostro sdegno e la vostra audacia, così
scoperta: ma come si fa, dico io, in quel
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Delitto e castigo