In allegato
ONE
A TRADIZI
I CANTI DELL
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Un commento alla frase di don Luigi Giussani
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Così don Luig
Paolo II
a Giovanni
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«Non l’agnos ismo
tic
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cristian
per la fede
Johann Wolfgang
Georg Wilhelm
Friedrich Hegel
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da Giuli
Diret to
353/2003
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ISSN 0390-4539
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ANNO XXIX
- €5
- 2011
Un idealismo
imprudente
In questa e nelle pagine seguenti alcune immagini del ciclo di affreschi conservati all’interno del monastero di clausura
delle Agostiniane dei Santi Quattro Coronati, a Roma. Qui sopra, la rappresentazione dell’arte Gramatica
Jules Lebreton scrisse negli anni Venti
due articoli su Origene.
La teologia del maestro di Alessandria
è «un idealismo che crede di avvicinarsi a Dio
perdendo di vista l’umanità di Cristo»
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30GIORNI N.6 - 2011
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
Nova
vetera
et
di Lorenzo Cappelletti
ul numero 12 del 1922 di Recherches de
science religieuse (rivista che aveva fondato nel 1910 insieme a padre De Grandmaison), il padre Jules Lebreton pubblicava un articolo dal titolo Les degrés de la connaissance religieuse d’après Origène. Sul medesimo tema,
negli anni 1923 e 1924, la Revue d’histoire ecclésiastique ospitava un lungo articolo (diviso in
due parti), sempre del padre Lebreton, dal titolo
Le désaccord de la foi populaire e de la théologie savante dans l’Eglise chrétienne du III siècle. Con questo titolo, Il disaccordo tra fede popolare e teologia dotta nella Chiesa del terzo
secolo, nel 1972, la Jaca Book pubblicava in
traduzione italiana entrambi gli articoli di Lebreton, facendone un agile libretto che usciva nella
collana Strumenti per un lavoro teologico (riportando – sia detto solo in vista di un’eventuale ristampa – in modo sbagliato le date del secondo
articolo). Nonostante siano passati più di
vent’anni, dunque, da questa edizione e più di
settant’anni dalla pubblicazione degli originali, la
lucidità con cui Lebreton legge l’origenismo,
mettendone in rilievo la distanza dal depositum
fidei, risulta insuperabile; lezione attualissima,
inoltre, perché l’origenismo nel frattempo non è
certo svanito.
Ci discostiamo talvolta dalla traduzione (peraltro fedele) che la Jaca Book aveva affidato a
Riccardo Mazzarol. I numeri delle pagine che indichiamo fra parentesi si riferiscono al testo italiano edito da Jaca Book.
S
1. Dalla filosofia all’eresia
«Per i semplici fedeli, come una volta per san
Clemente di Roma, il mistero della Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, è la fede e la speranza
degli eletti; essi vedono tutto nella prospettiva
della salvezza e, al centro, la croce di Cristo, la
sua morte redentrice, la sua risurrezione, pegno
della loro. Essi possono dire, come rimprovera
loro Origene, che non conoscono che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso. I dotti vedono nello
stesso mistero la soluzione di tutti gli enigmi del
mondo: come un Dio infinitamente perfetto ha
potuto creare? È con il suo Verbo. Come questo
Dio invisibile si è fatto conoscere? Ancora una
volta con il suo Verbo. Creazione con il Verbo, rivelazione con il Verbo: sono senza dubbio delle
dottrine autenticamente cristiane; ma negli scrittori anteriori esse sono considerate soprattutto
nelle loro relazioni con il dogma della salvezza:
se Dio ha creato il mondo è per la sua Chiesa, è
per i suoi santi; queste considerazioni sono qui
[presso gli alessandrini] meno evidenti, ciò che è
in primo piano è il problema filosofico che
preoccupava tutti i pensatori. [...] Attirati sul terreno dei filosofi, i teologi cristiani subiscono la
loro influenza: la generazione del Verbo di Dio è
descritta da loro in funzione del problema cosmologico: per creare il mondo, Dio, che dall’eternità ha in sé il suo Verbo, lo proferisce all’esterno» (pp. 42-43).
2. L’umanità di Gesù Cristo
Dunque quella carne che il Figlio ha preso da
Maria e che è stata da lei partorita non è messa
in rilievo come il luogo della salvezza, ma è funzionale alla risoluzione di un problema filosofico.
«“Poiché siamo spinti”, dice Origene, “da una
virtù celeste e più che celeste ad adorare unicamente il nostro Creatore, trascuriamo l’insegnamento degli inizi di Cristo, cioè l’insegnamento
elementare, ed eleviamoci alla perfezione, perché la sapienza che è manifestata ai perfetti sia
manifestata anche a noi” (cfr. Periarchon
4,1,7). Questa virtù “celeste” è quella che ci permette di oltrepassare l’insegnamento elementare, per raggiungere le realtà intellegibili, il mondo “celeste”» (pp. 97-98). Lebreton si affretta a
notare: «Senza dubbio si tratta d’una concezione
assai falsa e pericolosa dell’incarnazione del ¬
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89
Un commento alla frase di don Luigi Giussani
San Pietro sulle spalle della personificazione della virtù
della carità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’odio
rappresentato da Nerone
90
30GIORNI N.6 - 2011
Figlio di Dio e del suo abbassamento; ma questo
errore è intrinseco all’origenismo, un idealismo
imprudente che crede d’avvicinarsi a Dio perdendo di vista l’umanità di Cristo» (89). Attenzione! In Origene il cristianesimo spirituale non
esclude quello corporale, il cristianesimo segreto
non esclude quello manifesto, il Vangelo eterno
non esclude il Vangelo così come è inteso dai
semplici cristiani. Addirittura scrive Lebreton
che per Origene «la fede semplice, che ha per
oggetto centrale Gesù Cristo crocifisso, è senza
dubbio una conoscenza salutare, ma è una conoscenza elementare, come il latte dei bambini; la
misericordia di Dio la propone, in mancanza di
meglio, a coloro che sono troppo deboli per potersi elevare più in alto a “conoscere Dio nella
sapienza di Dio”. Così non ci sorprenda di vedere Origene (cfr. Contra Celsum 3, 79) difendere
questa fede dei semplici sostenendo che essa
non è la migliore in assoluto, ma la migliore possibile vista l’infermità di coloro ai quali essa deve
essere proposta» (p. 73). Ma proprio questa motivazione, portata a difesa della fede dei semplici, la vanifica. Lebreton riporta quel che scrive
Origene nel Commento a Giovanni: «Scrive
Origene: “Il vangelo che i semplici credono di
capire contiene l’ombra dei misteri del Cristo.
Ma il vangelo eterno, di cui parla Giovanni, e
che chiameremo propriamente vangelo spirituale, presenta chiaramente, a coloro che capiscono tutto ciò che riguarda il Figlio di Dio, sia i
misteri che i suoi discorsi fanno intravvedere, sia
le realtà di cui le sue azioni erano i simboli. [...]
Pietro e Paolo, che dapprima erano manifestamente ebrei e circoncisi, hanno ricevuto poi da
Gesù la grazia di esserlo in segreto. Erano visibilmente ebrei per la salvezza della massa; non solo
lo confessavano con le loro parole ma lo manifestavano con gli atti. Lo stesso si deve dire del loro
cristianesimo. E, come Paolo non può soccorrere gli Ebrei secondo la carne, se, quando la ragione lo richiede, non circoncide Timoteo, e se,
quando è il momento, non si taglia i capelli e non
fa l’offerta, in una parola se non si fa ebreo con
gli Ebrei per guadagnare gli Ebrei, così colui che
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
Nova
vetera
et
si dedica alla salvezza di molti [Origene parla di
sé medesimo] non può soccorrere efficacemente con il cristianesimo segreto coloro che sono
ancora legati agli elementi del cristianesimo manifesto, renderli migliori e farli pervenire a ciò
che è più perfetto e più elevato. Perciò bisogna
che il cristianesimo sia spirituale e corporale; e
quando bisogna annunciare il Vangelo corporale, e dire in mezzo a quelli che sono carnali che
non si conosce altro che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso, lo si deve fare.
Ma quando li si trova perfezionati dallo Spirito, portanti frutto in Lui e innamorati della sapienza celeste, bisogna comunicare loro il discorso che si eleva dall’incarnazione fino a ciò
che era presso Dio”» (pp. 77-78).
3. La tradizione segreta
La tradizione unica della Chiesa, di cui parla Ireneo e che è affidata innanzitutto alla custodia del
vescovo di Roma, si scinde inevitabilmente, a seguire Origene, in una duplice tradizione. «Da un
lato la Chiesa visibile, che mostra, come in Ireneo o Tertulliano, la successione episcopale che
la lega attraverso gli apostoli a Cristo; dall’altro
un’élite, conosciuta solo da Dio, nascosta agli
occhi degli uomini, che si richiama anch’essa a
una tradizione apostolica, confidenziale però,
segreta e trasmessa clandestinamente» (p. 94).
Se si va a fondo non solo si scopre che le tradizioni diventano due, una exoterica (pubblica,
cioè cattolica), l’altra, quella che conta, esoterica
(segreta, cioè gnostica), ma anche che non trasmettono lo stesso depositum.
Né quanto all’oggetto: «L’insegnamento riservato ai semplici è quello morale; la rivelazione dei misteri, particolarmente della Trinità, è il
segreto dei perfetti. [...] I due insegnamenti, l’uno proposto alla massa l’altro riservato ai perfetti, si distinguono per il loro oggetto: per gli
uni l’ingiunzione dei precetti morali, per gli altri
la rivelazione dei segreti divini. [...] Origene
spesso oppone la conoscenza dell’umanità di
Cristo a quella della sua divinità: ai carnali ¬
San Paolo sulle spalle della personificazione della virtù
della concordia, sotto i piedi della quale sta il vizio
della discordia rappresentato probabilmente da Ario
30GIORNI N.6 - 2011
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In allegato
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A TRADIZI
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o Andreotti
da Giuli
Diret to
Johann Wolfgang
non si può predicare che Gesù
Cristo crocifisso, ma a coloro
che sono innamorati della sapienza celeste sarà
rivelato il Verbo che è presso Dio. [...] In primo
piano mette coloro “che partecipano al Logos
che era in principio, che era presso Dio, il Logos Dio”; poi coloro “che conoscono solo Gesù
Cristo e Gesù Cristo crocifisso, pensando che il
Logos fatto carne è tutto il Logos; essi conoscono solo il Cristo secondo la carne: ed è la massa
di quelli che sono detti credenti”» (pp. 79-80).
Né quanto al metodo. Le verità, diverse quanto all’oggetto, lo sono anche riguardo al metodo
di conoscenza: «Gli uni credono, gli altri conoscono; i primi si rifanno a un’autorità superiore
garantita dai miracoli e la loro fede è fragile; i secondi contemplano le verità religiose alle quali
aderiscono e la loro adesione è stabile» (p. 81).
Anzi, si può persino giungere a dire che nella
tradizione pubblica non viene trasmessa nessuna verità, ma solo pie menzogne: «Ma le verità
elementari che s’insegnano al popolo dei semplici sono almeno sempre delle verità in senso
stretto? Origene assai spesso lo afferma e per
questo verso si oppone agli gnostici, ma troviamo anche qualche pagina inquietante in cui l’insegnamento elementare appare come una
menzogna salutare: Dio inganna l’anima per
formarla» (p. 95).
Insomma, nel rapporto subordinato di verità
elementari a verità più alte, le prime finiscono
per risultare delle fole. Nelle omelie sul profeta
Geremia, Origene paragona l’agire di Dio all’educazione che i grandi danno ai bambini. Secondo Origene: «Li inganniamo con degli spauracchi che dapprima sono necessari, ma di cui in seguito essi riconoscono la vanità» (p. 99).
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- 2011
4. Roma custode della fede
Lebreton mette bene in luce come Roma abbia
fin dall’inizio resistito a questo inquinamento
della fede. Delinea la contrapposizione di Ippolito a Zefirino e poi a Callisto (dalla quale sorse
all’inizio del terzo secolo il primo scisma nella
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30GIORNI N.6 - 2011
Sede romana) come contrapposizione di una fede dotta a una fede semplice. Lebreton ricorda
come nei Philosophoumena Ippolito metta in
bocca ai suoi nemici espressioni che nelle sue
intenzioni dovrebbero risultare squalificanti:
«Zefirino ripete: “Io non conosco che un Dio
Gesù Cristo, e, al di fuori di lui, nessun Dio generato che ha sofferto”; e altre volte: «Non è il
Padre che è morto, ma il Figlio”. Questi passi
sono confermati dall’insieme del trattato: Ippolito è un teologo, fiero della sua scienza, grande
lettore di filosofi greci, che denuncia come padri
di tutte le eresie [anche questa inflessibile condanna dell’eresia a partire non dalla semplicità
della tradizione ecclesiale, ma dalla cultura – ci
sia permesso notarlo – è assai istruttiva: sarà la
medesima in Origene e in tanti altri che devieranno dalla fede]. Ci presenta i suoi avversari:
Zefirino, uno spirito limitato, Callisto, un intrigante, i loro seguaci, delle intelligenze volgari e
degli animi sordidi» (p. 9).
Ora, a questa contrapposizione scismatica
contro i legittimi vescovi di Roma non fu estraneo Origene. Origene arrivò a Roma, infatti,
proprio all’epoca in cui era vescovo Zefirino
(199-217) e aderì, sembra, allo scisma di Ippolito. Fu probabilmente per questo che qualche
anno dopo, nel 230, quando Origene sarà deposto dal suo vescovo di Alessandria d’Egitto, a
Roma papa Ponziano riunirà prontamente un
sinodo per approvare quella decisione, condannando anch’egli Origene. Cosa che non fecero tanti altri vescovi di Arabia, Palestina,
Cappadocia.
Passa qualche anno e nei confronti di un discepolo di Origene, Dionigi, divenuto vescovo
nel 247 sulla sede alessandrina, l’allora vescovo
di Roma (anch’egli di nome Dionigi) interviene
denunciandone le tesi pericolose. Scrive Lebreton: «Di fronte a queste tesi la posizione presa
da Dionigi di Roma e il suo concilio è la posizione tradizionale della Chiesa di Roma. [...] Qui,
come negli altri documenti romani, quel che si
trova è l’espressione autentica della fede: nessuna speculazione teologica, nessuna sottigliezza
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
San Lorenzo sulle spalle della personificazione della virtù
della liberalità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’avarizia
rappresentato da Giuda
Nova
vetera
et
dialettica, poca erudizione scritturistica, ma la
dichiarazione categorica della fede professata
dalla Chiesa. Dionigi di Roma anche personalmente era uomo di grande valore: Dionigi d’Alessandria ne rende testimonianza e anche san
Basilio ne fa un grande elogio, ma qui non è né
l’erudito né il teologo che parla, è il Papa.
Egli non si compiace della sua parte nelle speculazioni teologiche e si preoccupa poco di
quelle degli altri. Si è notato che la sua argomentazione non tien conto delle sottili distinzioni
alessandrine sulle tre persone o sul doppio stato
del Logos. Egli non si preoccupa che delle conclusioni più evidenti, sia che siano state formulate dagli stessi autori di queste dottrine, sia che gli
sembrino nascere spontaneamente; e poiché
queste conclusioni sono un pericolo per la fede
le respinge, e respinge anche la teologia che le
ha portate.
La lettera di Dionigi d’Alessandria, malgrado
le sue imprudenze e la sua goffaggine, era sicuramente ben lontana dall’insegnamento di Ario;
ma la lettera di Dionigi di Roma ha già l’accento
di Nicea: stessa preoccupazione dell’unità divina, stessa fermezza sovrana e categorica nella
definizione della fede. Questa barriera insuperabile, contro la quale si frantumerà sessant’anni
più tardi l’eresia, è quella che ferma da allora
una teologia avventurosa. I frammenti di Dionigi d’Alessandria, l’abbiamo già notato, hanno
un carattere ben differente dalla lettera di Dionigi di Roma: non si trova in lui un giudice della fede, ma un esegeta, e soprattutto un metafisico
innamorato delle sue belle speculazioni. Egli se
ne compiace ancora in questa Apologia destinata interamente a mettere in luce la sua ortodossia, e di cui conosciamo la maggior parte dei
frammenti per la scelta rispettosa e accurata fatta da sant’Atanasio. Se, malgrado la sollecitudine dello stesso scrittore e del suo difensore, il
suo pensiero ci appare molto meno fermo ed
esatto di quello del vescovo di Roma, concluderemo che la sua speculazione era per lui una guida meno sicura di quello che era la fede comune
per Dionigi di Roma» (pp. 35-36).
q
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