Festa della Musica 2010 19-20-21 giugno 2010 ore 9.30-12.30, 15-18 Là ci darem la mano Teatri e musica nei documenti dell’Archivio di Stato Mostra documentaria a cura di Nella Binchi e Francesca Boris Archivio di Stato di Bologna - Sala Cencetti Piazza de’ Celestini, 4 ingresso gratuito info: 051/223891-051/239590, www.archiviodistatobologna.it Carnevali barocchi e allegorie: le scene del “recitar cantando” Il Seicento è stato il secolo della rappresentazione, del Gran Teatro del Mondo. La metafora del teatro come illusione e sogno, capace tuttavia di stupire e sembrare più affascinante della realtà, non poteva che scaturire dall’universo della cultura barocca. Mentre la prima società di massa veniva raccontata dai pittori insieme ai ritratti dei principi, per la prima volta sullo stesso piano, giungevano a maturazione gli studi classici iniziati dai tempi dell’umanesimo scoprendo un nuovo protagonista della storia: l’uomo moderno. Così, anche in campo musicale, al coro polifonico si sostituì a poco a poco la monodia, la composizione per voce solista avente una sola linea melodica, che rispondeva alla necessità di un’espressione più individuale e più profonda e ad una nuova sensibilità per i suoni di tipo armonico-verticale. Il teatro e la musica erano destinati ad incontrarsi. Queste due forme d’arte classiche e riscoperte entrambe dagli studiosi si fusero, verso la fine del Cinquecento, in un nuovo tipo di spettacolo, che derivava dalle feste medievali e rinascimentali così come dal teatro greco, ma era tuttavia qualcosa di completamente nuovo: il melodramma. Il cambiamento fu teorizzato a Firenze, dove, a casa del conte Giovanni de’ Bardi, si riuniva quella che fu detta la Camerata de’ Bardi, un gruppo di gentiluomini amanti dell’antico e intenzionati a ricreare la musica greca. Nacque allora il “recitar cantando”, un modo di cantare in cui la musica doveva accrescere il senso delle parole. E proprio a Firenze si svolsero le prime azioni teatrali o “intermedi”, chiamati così perché venivano dati negli intervalli delle feste di corte. Nei primi decenni del Seicento, sull’onda di un successo straordinario, le rappresentazioni crebbero fino a diventare intere “opere” e furono riprese a Mantova, a Venezia, a Roma, a Bologna. Nell’archivio della famiglia bolognese Marsigli sono conser- vate alcune immagini che sono testimonianza preziosa di queste origini del melodramma, e che aprono la nostra esposizione: si tratta di incisioni, realizzate da Jacques Callot e da un Carracci, di scene teatrali barocche. In effetti, Callot (1592-1635), incisore di Nancy, fu in Italia dal 1608 al 1621, precisamente a Firenze, alla corte dei Medici, dove realizzò fra l’altro una serie di incisioni denominata Capricci e ispirata al teatro e al Carnevale. I nostri esemplari illustrano con grande raffinatezza scenografie più o meno popolate di personaggi e spettacoli di corte, alcuni datati, come l’Intermedio della Veglia della liberazione del Tirreno che fu dato, come ci viene indicato, nella sala delle commedie del granduca di Toscana per il Carnevale del 1616 (docc. 1-2). Un’altra incisione (doc. 3), firmata “Carracius fe.(cit)” e raffigurante un drago in una foresta affollata, preso di mira da Apollo, è una delle incisioni di Agostino Carracci, ammirate da Callot, anch’esse dedicate agli intermedi medicei e datate agli ultimi decenni del Cinquecento. Altre incisioni senza data, ma verosimilmente appartenenti allo stesso contesto, mostrano i tipici allestimenti a scena fissa del teatro classico, destinate ad evolversi negli scenari a fondali mobili del teatro moderno (docc. 4-8). In ognuna di queste fantasiose scenografie, sorrette da un gusto compositivo classico e ricercato, si coglie anche quel senso di libertà espressiva che è tipico del barocco e che presiede alla nascita dello spettacolo operistico. Il melodramma esordiva dunque in un clima di grande amore per la musica e di ricerca di nuove forme d’arte. A Bologna, del resto, città che sarebbe diventata una delle capitali dell’opera italiana, il teatro mantenne a lungo, come a Firenze, un carattere aristocratico e cortigiano, e i primi teatri nacquero nelle case dei nobili. Nel Seicento le attività musicali si svolgono ancora in luoghi pubblici come piazze o chiese, come mostra una miniatura del 1676, che raffigura un concerto tenuto da un’accademia all’interno di San Petronio (doc. 9). Una miniatura del 1722, invece, sempre appartenente alla serie celebrativa delle Insignia (doc. 10), allude con figure allegoriche alla rappresentazione di un’opera, l’Ormisda di Apostolo Zeno musicata da Giuseppe Maria Orlandini, al teatro Malvezzi nel maggio di quell’anno. Il titolo dell’opera è scritto sul drappo della tromba portata in volo dalla Fama sulla città di Bologna, mentre, a terra, le figure di Talia ed Euterpe cantano e suonano accompagnate da putti alati musicanti. Un modo per celebrare il trionfo del melodramma nei cieli delle città italiane. Istantanee di “teatro musicale” Quando, nel 1763, all’epoca di padre Martini e del celeberrimo cantante Farinelli, fu inaugurato a Bologna il Teatro comunale, la città vantava già una vita musicale assai intensa e vivace e rivestiva un ruolo della massima rilevanza nel sistema produttivo dell’opera italiana. Ormai da tempo vivevano a Bologna grandi uomini di musica, famosi maestri del canto, oltre a tantissimi professionisti della scena e in genere operatori del mondo musicale. E si può ben dire che Bologna fosse una città di teatri, con una quarantina di palcoscenici, più o meno grandi e più o meno importanti: teatri di palazzo, in gran parte, e sale di residenze private. A Bologna, in effetti, la lirica deve molto, in assenza di una corte, al mecenatismo e alla passione delle famiglie più eminenti: grazie alla nobile famiglia Pallavicini un Mozart poco più che bambino poté arrivare in città, presentato dal milanese conte di Firmian, ed esibirsi come applauditissimo ospite del maresciallo Pallavicini, cui Leopold Mozart indirizzerà, al rientro a Salisburgo, lettere colme di gratitudine (docc. 11-13). Il conte Sicinio Pepoli protesse invece a lungo il grande Farinelli, che gli scriveva delle sue vicende teatrali e dei concerti presso le corti straniere (doc. 14). L’attenzione per la musica dei Malvezzi Campeggi è testimoniata da una preziosa raccolta di manoscritti, che vanno dalle partiture di opere e di composizioni diverse ai metodi e agli esercizi per l’apprendimento del canto o di vari strumenti (docc. 15-21). Dal XVII secolo, confluiti gli antichi intermezzi nel melodramma, questo nuovo genere di spettacolo, affascinante e raffinato, andò acquisendo importanza crescente (docc. 22-25). Nel ‘700 era ormai consolidato a Bologna un organizzato sistema teatrale, con una autentica stagione operistica, la stagione del Carnevale, che aveva inizio la sera del 26 dicembre e prevedeva un vero e proprio cartellone per ogni palcoscenico, pubblico o privato che fosse. La produzione degli spettacoli non veniva gestita direttamente dai proprietari delle sale ma era affidata agli impresari, sui quali ricadeva l’intera responsabilità dello spettacolo, dall’ingaggio del compositore e del cast fino all’allestimento, all’illuminazione e al riscaldamento della sala. Era un’attività sicuramente onerosa (doc. 26) e ad elevato rischio economico. L’insuccesso era in effetti tutt’altro che raro ed ecco dunque l’impresario tentare di rabbonire gli spettatori infuriati per una rappresentazione poco riuscita, sostituendo qualche artista, abbassando il prezzo dei biglietti e – perché no – organizzando “un nuovo ballo” verso la metà del calendario delle recite, mentre i bandi del cardinal legato ricordavano agli spettatori le regole di comportamento, ad evitare disordini pubblici e disturbo allo svolgersi dello spettacolo (docc. 27-28). D’altro canto, proprio nell’intento di richiamare il maggior numero di spettatori e di assicurarsi il succes- so, si sceglievano i compositori più in voga (doc. 29) e cast di tutto riguardo, con gli interpreti più ammirati e amati dal pubblico, che in qualche caso dimostrava apertamente il proprio apprezzamento con versi composti per l’occasione, a sottolineare prove particolarmente brillanti, specie di celebrate prime donne (doc. 30). Tra i teatri cittadini, il Marsigli e il Malvezzi erano tra i più attivi e venivano regolarmente concessi in affitto (doc. 31) agli impresari, per la rappresentazione di “opere in musica”, serie o buffe, in occasione delle quali venivano diffusi avvisi a stampa (docc. 32-39), mentre si vendevano sia abbonamenti che biglietti per singole recite, su prenotazione o al botteghino (docc. 40-45). La tradizione operistica bolognese attraversava indenne i secoli e i rivolgimenti politici e sociali, anche i più eclatanti, anche se talvolta, come durante l’età napoleonica, se ne avvertivano i segni (docc. 4647). Nel 1805 fu eretto in città un nuovo teatro, il Teatro del Corso, situato in strada Santo Stefano, che avrebbe continuato l’attività fino alla sua distruzione nel 1944 (doc. 48). Proprio all’inaugurazione del Teatro del Corso esordiva un cantante tredicenne, Gioacchino Rossini, che a Bologna visse a lungo, come testimoniano i documenti per la ristrutturazione della sua casa in Strada Maggiore (doc. 49) e una lettera in cui, in uno dei periodi più difficili della sua vita, il compositore rende partecipe il conte bolognese Cesare Bianchetti del suo disagio (doc. 50). Col trascorrere del tempo molte delle vecchie sale andavano distruggendosi o venivano dismesse, ma il Teatro comunale, con la sua grande orchestra, con lo splendore dei titoli, con i nomi dei direttori e degli interpreti più famosi della sua stagione d’autunno (docc. 51-55), restava e resta il simbolo della grande tradizione operistica bolognese. Documenti 1) 2) 3) 4-8) 9) 10) 11) “Primo intermedio della veglia della liberatione di Tirreno fatta nella sala delle commedie del Serenissimo Gran Duca di Toscana il carnovale del 1616”. Incisione di Jacques Callot (1592-1635) (Marsigli, 155 bis) “Secondo intermedio dove si vide armarsi l’Inferno per far vendetta di Circe contro Tirreno”, 1616. Incisione di Jacques Callot (1592-1635) (Marsigli, 155 bis) Apollo e il drago, 1589. Incisione di Agostino Carracci (1557-1602), raffigurante il terzo intermezzo rappresentato per le cerimonie nuziali di Ferdinando de’ Medici e Cristina di Lorena. (Marsigli, 155 bis) Scene e macchine teatrali barocche. Incisioni non firmate né datate, comunque riferibili ad allestimenti teatrali presso la corte del Granduca di Toscana nel XVII secolo. (Marsigli, 155 bis) Concerto degli accademici Gelati in San Petronio per la festa di Sant’Antonio da Padova, 1676. Miniatura non firmata, raffigurante l’interno di S. Petronio durante il concerto, alla presenza delle maggiori autorità cittadine e di invitati. Gli esecutori sono schierati ai piedi del baldacchino dell’altare maggiore. (Anziani consoli, Insignia, vol. IX, cc. 79b-80a) Allegoria della rappresentazione dell’Ormisda e delle nozze del principe Carlo di Baviera e dell’arciduchessa Maria Amalia d’Austria, 1722. Miniatura firmata da Leonardo Sconzani, che allude sia alla rappresentazione dell’opera Ormisda, di Giuseppe Maria Orlandini, al teatro Malvezzi, sia alle nozze principesche, sullo sfondo dei panorami di Monaco e Vienna. (Anziani consoli, Insignia, vol. XIII, c. 35a) Lettera del conte di Firmian al maresciallo conte Pallavicini, Milano 14 marzo 1770. Carlo Giuseppe, conte di Firmian, consigliere di Maria Teresa d’Austria e plenipotenziario del governo austriaco in Lombardia, scrive al maresciallo conte Gian Luca Pallavicini, raccomandando il giovane Mozart e suo padre, in partenza da Milano per recarsi a Bologna. (Pallavicini, serie III, 287) 12-13)Due lettere di Leopold Mozart a Gian Luca Pallavicini, Salisburgo 19 luglio e Milano 30 ottobre 1771. Nella prima lettera, il padre di Mozart avvisa il maresciallo Pallavicini del loro rientro a Salisburgo e degli incarichi ricevuti da Wolfgang per scrivere un’opera (che sarà poi Lucio Silla) per il Teatro di Milano in occasione del carnevale 1773 e una serenata per le nozze dell’arciduca Ferdinando, che sarà intitolata Ascanio in Alba. Nella seconda, Leopold dà conto del grande successo suscitato a Milano dalla serenata, composta da Mozart in quindici giorni. (Pallavicini, serie III, 288) 14) Frammento di lettera di Carlo Broschi Farinelli al conte Sicinio Pepoli, Vienna 26 marzo 1732. Il grande cantante Farinelli (1705-1782) informa il conte bolognese Sicinio Pepoli, suo mecenate, del proprio arrivo a Vienna e di come l’imperatrice Elisabetta Cristina, desiderosa di ascoltarlo, si preoccupi dello stato della sua voce. Il cantante, a sua volta in ansia per il debutto davanti all’imperatore Carlo VI e alla sua corte, invia a Pepoli una frase scherzosa in dialetto napoletano: “sabbato se ietta lo biso” (sabato si getta la maschera). (Pepoli, Carteggi, Lettere a Sicinio Pepoli, 11 bis) 15-21)Manoscritti di partiture musicali dei secoli XVIII-XIX, appartenuti alla famiglia Malvezzi Campeggi. Espressione della passione per la musica della nobile famiglia Malvezzi, le partiture si presentano riccamente rilegate in velluto, pergamena o cuoio, con ornamentazioni dorate e dipinte: - Ezio, di Giovan Battista Lampugnani, rappresentata a Venezia, al teatro Sant’Angelo, nell’autunno 1737 - Olimpiade del Metastasio, arie musicate da Leonardo Leo, 1737 - Achille in Sciro, arie musicate da Domenico Sarro, rappresentata al Teatro Reale di Napoli, 1737 - La ninfa smarrita, di Nicolò Conforto, 1756 - Là ci darem la mano, duetto dal Don Giovanni di W. A. Mozart, 1787 - Aureliano, di Gioacchino Rossini, coro e introduzione, 1813 (Malvezzi Campeggi, 86/746, 89/749, 90/750) 22-25) Libretti di intermezzi e di drammi per musica, secolo XVIII. Ancora nel ‘700, l’importanza del libretto, del testo di un’opera musicale era grandissima, al punto che spesso era l’unica parte ad essere pubblicata. I quattro esemplari in mostra sono rilegati in carta o cartoncino, con decorazioni dorate di fiori, animali e figure umane: - La virtù in trionfo, o sia la Griselda, dramma in musica, Bologna 1711 - Pithonessa sul monte Olimpo, dramma in musica, Bologna 1722 - L’astrologo ritroso in amore, intermezzi in musica, Bologna 1723 - Intermezzi di Pollastrella e di Parpagnocco astrologo, Bologna 1725 (Marsigli, 284) 26) 27) 28) “Libro di spese et utili dell’opera intitolata La virtù in trionfo, o sia la Griselda, rappresentata nel Teatro Marsigli Rossi nell’autunno dell’anno 1711”. La messa in scena di un melodramma è sempre stata operazione assai costosa. Di tutte le spese sostenute, ed anche degli utili, veniva dato conto in registri come questo, strutturati a rubrica, in cui si elencavano minutamente le spese per tutte le necessità della rappresentazione e gli utili ricavati dalla vendita di ogni tipo di posti (“ponti”, “banzole”, “ponte pubblico”). (Marsigli, 284) “Avviso pel teatro Marsigli”, 30 dicembre 1819. Avviso degli impresari a seguito dell’insuccesso di una rappresentazione. (Marsigli, 286) “Bando sopra il dovuto rispetto e modestia ne’ Teatri”, 17 agosto 1744. Bando del cardinale legato Giorgio Doria sul comportamento del pubblico in occasione di rappresentazioni teatrali. (Marsigli, 284) 29) Scrittura del compositore Niccolò Iommelli, 17 giugno 1741. 30) 31) Scrittura privata con la quale il musicista napoletano Niccolò Iommelli (1714-1774) si impegna a comporre l’opera che dovrà essere rappresentata nel teatro Malvezzi nella primavera del 1742. (Marsigli, 287) Sonetto in onore di Anna Nava, 1789. Sonetto dedicato alla cantante Anna Nava Aliprandi, per il successo ottenuto interpretando il ruolo di Lisetta nel “dramma giocoso in musica” Il re Teodoro, su libretto dell’abate Giovanni Battista Casti. L’opera veniva rappresentata nel teatro Marsigli Rossi, in Strada Maggiore. (Marsigli, 286) Contratto di affitto del teatro Marsigli, 2 agosto 1712. Silvio Antonio Marsigli Rossi concede in affitto a Cesare Bonazzoli, al prezzo di 500 lire, il teatro Marsigli, in Strada Maggiore, di fronte al portico dei Servi, per la rappresentazione di opere liriche nel periodo dal 2 agosto al 10 settembre 1712. Il teatro Marsigli Rossi, in attività dal 1710, fu abbandonato nel 1825 a causa dello stato di degrado, che lo rendeva non più idoneo ad ospitare spettacoli. (Marsigli, 283) 32-39) Avvisi a stampa e manifesti, dei secoli XVIII-XIX, per rappresentazioni nei teatri Marsigli Rossi e Malvezzi. (Marsigli, 285-286-287) 40-45) Assegnazione dei palchi e dei posti singoli per rappresentazioni nei teatri Marsigli Rossi e Malvezzi. Il teatro Malvezzi, che cominciò a funzionare nel 1653, sorgeva in un palazzo di proprietà della nobile famiglia Malvezzi, nei pressi dell’attuale via Belmeloro. Per il suo tempo era un teatro di medie dimensioni, con quattro file di sedici palchi. Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1745, terminato lo spettacolo, si sviluppò un incendio che distrusse interamente il teatro. Non fu mai più riedificato, ma nella stessa zona, circa vent’anni dopo, venne costruito il Teatro comunale. (Marsigli, 285-286-287) 46-47) Avvisi a stampa di epoca napoleonica. Il mutamento politico e sociale determinatosi con l’età napoleonica fu radicale: esattamente all’opposto di quanto accadeva in passato per gli intermezzi, ora, in ossequio al 48) 49) 50) clima “patriotico” dei nuovi tempi, è l’opera lirica ad essere intercalata, fra gli atti, dal “Pigmalione, nota produzione dell’immortale Rousseau”. Ed inoltre, bandito ogni tipo di privilegio, l’impresario del teatro Marsigli avverte che non può essere riconosciuto alcun diritto di prelazione sull’affitto dei palchi, che sarebbero stati assegnati ai primi che li avessero richiesti. (Marsigli, 286) Pianta del Teatro del Corso, 1825. Il Teatro del Corso, in via Santo Stefano, fu inaugurato il 19 maggio 1805. Era un teatro di ampie dimensioni, il cui palcoscenico appoggiava sulle antiche mura della chiesa di San Giovanni in Monte. Agli inizi del ‘900 fu ristrutturato per consentire la realizzazione di una galleria, sul modello dei moderni politeama. Andò distrutto nel gennaio del 1944, durante un bombardamento, fortunatamente senza perdita di vite umane. (Legazione apostolica, Affari generali, Titolo XV, Rubrica 13, 1825) Disegno della facciata della casa di Gioacchino Rossini, in Strada Maggiore, 1825 (riproduzione). Gioacchino Rossini (1792-1868) giunse a Bologna, bambino, insieme alla famiglia. A Bologna fece i suoi studi musicali e mantenne la sua residenza, pur fra numerosi viaggi in Italia e in Europa, fino al 1855, anno del suo definitivo trasferimento a Parigi. Nel 1825 ottenne dal Comune di poter ristrutturare la facciata del palazzo di sua proprietà. Il disegno è allegato alla pratica per la concessione del permesso. (Legazione apostolica, Affari generali, Titolo XV, Rubrica 13, 1825) Lettera di Gioacchino Rossini al conte Cesare Bianchetti, Firenze, 4 maggio 1848. Nel 1848, anno di grandi fermenti rivoluzionari in Italia e in Europa, Rossini era consulente onorario del Liceo musicale di Bologna, ma si trovava in disaccordo con diverse personalità cittadine, al punto di essersi trasferito a Firenze con la seconda moglie, Olympe Pélissier. Da qui, nella primavera, scrive all’amico conte Cesare Bianchetti, esprimendo tutto la difficoltà esistenziale di cui soffriva da anni e da cui si riprese solo dopo il trasferimento in Francia. (Bianchetti Monti, 72) 51) “Prospetto dell’Orchestra stabile del Teatro Comunale per gli spettacoli eroici”, 1825. Il Teatro Comunale fu inaugurato il 14 maggio 1763, con l’opera Il trionfo di Clelia di Christoph Willibald Gluck, su libretto del Metastasio e con le scene di Antonio Galli Bibiena. Lo stesso Bibiena aveva progettato il Comunale, che, costruito nel luogo del “guasto” bentivolesco, fu uno dei primi teatri pubblici in muratura e divenne presto il più importante della città. La tabella descrive la composizione dell’orchestra del Comunale e i compensi spettanti ad ogni musicista, graduati secondo il ruolo rivestito. Il documento è allegato ad un “Progetto di riforma al piano organico delle orchestre del Teatro Comunale”, inviato dal Comune alla Legazione per la necessaria ratifica. (Legazione apostolica, Affari generali, Titolo XV, Rubrica 13, 1825) 52-53) Comunicazioni per la prelazione dei palchi al Teatro Comunale, 1924 e 1926. La gestione della stagione lirica del Teatro Comunale era di solito affidata a privati. Così, nell’autunno 1924 la stagione si svolgeva “per iniziativa e sotto il patronato” del Resto del Carlino. Nel 1926 risulta invece gestita dal comm. Enea Pasquali, che scrive agli abbonati per presentare le recite straordinarie del Lohengrin, previste per il settembre 1926, di cui sarà protagonista il celebre tenore Beniamino Gigli. (Montanari, 73) 54) 55) Locandina per la stagione lirica del Teatro Comunale, autunno 1926. (Montanari, 73) Pieghevole per la stagione lirica del Teatro Comunale, autunno 1927. (Montanari, 73) Mostra a cura di Nella Binchi e Francesca Boris Progetto grafico: Valentina Gabusi