Riccardo Becheri
CINQUE STORIE D’AMORE
di cinquant’anni fa
e di sempre
Prato 2014
EDIZIONE FUORI COMMERCIO
di cinquanta copie numerate a mano
e firmate dall’autore.
E’ vietata qualsiasi riproduzione.
Prato 2014
COPIA N°
©Tutti i diritti riservati all’autore
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INDICE
1. Sul gran banchetto che si tiene nel Regno
della Luna alla nascita di ogni bambina Pag.
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2. Ermenegilda la zoppa
Pag. 25
3. Incubi
Pag. 59
4. Saggio di teologia sessuale
Pag. 71
5. Giovani dalla Lucania
Pag. 89
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SUL GRAN BANCHETTO
CHE SI TIENE NEL
REGNO DELLA LUNA
ALLA NASCITA DI OGNI
BAMBINA
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Nel regno cristallino della Luna si aspettava con ansia la
nascita della Barbara, per indire il tradizionale banchetto che una
volta era riservato alle figlie dei più potenti re, ma che adesso, in
era democratica, viene bandito per ogni neonato, di qualunque
condizione sia. A tale scopo, lassù sono stati creati addirittura
due grossi ministeri dai burocratici nomi di «Ministero per le
Accoglienze alla Nuova Umanità Femminile» e di «Ministero
dei Cazzi Nuovi», che in gergo però vengono semplicemente
chiamati M.M. (Ministero Maschi) questo; e M.F. (Ministero
Femmine) l’altro.
Accenneremo appena alla storia dei suddetti ministeri, gli
unici due di quel fortunato regno: non c’è nemmeno un re,
sebbene sia un regno. Basti dire che tanto tempo fa l’M.F.,
composto soprattutto di buone fate, pianificava un’umanità tutta
perbenino, casa e lavoro, famiglia e timor di Dio; l’M.M. (maghi,
stregoni, indovini e altri maschi) auspicava al contrario sane
generazioni di gaudenti senza tabù sessuali; e per tener fede al
proprio motto «Libertà e Parolacce», si era intitolato con il nome
riferito di sopra. Però, era successo quello che sempre succede: i
partigiani delle due fazioni avevano cercato con ogni mezzo di
sottomettere la potenza nemica. E dopo vicissitudini che sarebbe
lungo raccontare, ci si ritrovava ora con il Ministero Maschi in
mano alle fate e col Ministero Femmine dominato dai maghi.
Fosse stato solo questione di cambiare le sedi ministeriali, poco
male. Il fatto e’ che, durante la penetrazione in campo nemico, le
due quinte colonne avevano dovuto assumere il linguaggio
dell’altra parte e, per far carriera tra i nemici, far mostra non solo
di condividere, ma di fanatizzare le idee che segretamente
combattevano. Andò a finire, col passare degli anni, che tutti
rimasero persuasi dalle proprie affermazioni traditrici,
trasformando così la cristallina ipocrisia in sincerità cristallina.
Tutti gli uomini, è risaputo, si fanno più convincere dal cumulo e
dalla violenza delle parole, specie poi se sono dette da loro stessi,
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che dall’evidenza e dalla giustezza delle idee; e le fate e i maghi
del Regno della Luna non sono in fondo molto differenti dagli
uomini.
Il Ministero Maschi, dunque, era il ritrovo di bellissime fate
in costumi succinti, con cosce e seni scoperti, coi grandi occhioni
sottolineati e sopralineati dalle matite e con le avide labbra
sempre in attesa di baci. Il Ministero Femmine, quello interessato
alla nascita della Barbara, era invece un covo di gabbanoni
maturi e riflessivi tutti presi nell’opera di salvamento della
moralità.
Appena avuta notizia della felice nascita della Barbara, questi
capi dell’M.F. spedirono gl’inviti per il grande banchetto a tutti
gli abitanti del regno, compresi i capi, o meglio le caporione
dell’altro ministero, senza eccezioni o dimenticanze; e ciò in
seguito alle dolorose esperienze dei tempi antichi, quando
qualche strega non invitata, per risentimento e invidia, lanciava
tremende maledizioni sulla piccola nata. Oggi però, dobbiamo
riconoscerlo, di streghe così cattive non ne esistono più: tutte le
abitanti del Regno della Luna, streghe o fate che fossero in
passato, hanno assunto il provocante aspetto sullodato e si sono
votate anima e corpo alla loro ideologia sessuale; anima e corpo,
il corpo soprattutto .
A quel banchetto fu naturalmente invitato anche il folletto
Ariele: doveva rappresentare la Barbara e difenderne gl’interessi
quando i convitati avrebbero deciso il suo futuro. A lui, o a lei
(non si sa bene: Ariele non ha sesso), questo difficile incarico era
affidato direttamente dalla Costituzione del Regno della Luna: le
benemerenze guadagnate da Ariele in tale Ufficio sono ben note
a tutta l’Umanità, la quale altamente apprezza il suo spirito di
sacrificio e la sua dedizione al dovere, preclare virtù che
resteranno come fari indicatori per le future generazioni di
folletti.
La costituzione aveva scelto Ariele per quell’incarico perché
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è l’unico folletto che esista e che mai esisterà (è immortale come
tutti gli abitanti della Luna) e perché, non avendo sesso,
dovrebbe essere superiore alla contesa dei due ministeri.
Oltre ad Ariele intervennero al banchetto (giacché tutti erano
invitati ma non obbligati a venire) anzitutto i due ministri in
persona: la bellissima fata Verde, la quale indossava un paio di
calzoncini del suo colore che arrivavano fino a tre quarti delle
cosce, lasciando però scoperto il pancino, teso e morbido, con un
meraviglioso ombelico che richiamava alla mente dolci
profondità, su cui non insisteremo sicuri d’esser già stati capiti.
Intorno agli omeri, aveva due cerchietti d’oro a cui erano fermati
con borchie di smeraldi sfaccettati dei corti nastri, sempre verdi,
che talvolta per il movimento dei bracci velavano i due stupendi
seni, ma che più spesso semplicemente incorniciavano col loro
colore la diafana nudità dei seni stessi, lasciati scoperti secondo
una moda recente. Ai piedi questo ministro, che tutti gli stati
terrestri invidiano al Regno della Luna, non calzava niente: le
nude piante premevano il marmo della sala dei banchetti con
tanta civetteria da seccare la gola anche ai maschioni là presenti.
Già! C’eravamo dimenticati del ministro maschio, sebbene
facesse gli onori di casa. Nei secoli scorsi era stato un famoso
mago, noto dovunque con il nome di Zerbino, ma poi aveva
lasciato perdere la magia, bianca o nera che fosse, e s’era dato
alla politica: in breve tempo aveva raggiunto i più alti onori. Per
adeguarsi alle sue funzioni, con le sue arti aveva assunto un
aspetto venerando, una faccia chiara e solenne, due occhi
profondi, una lunghissima barba bianca; e sempre indossava una
larga gabbana grigia che copriva tutto il suo corpo imponente.
Ma sotto tutto questo paludamento, batteva tuttavia un cuore
giovane e innamorato, segretamente innamorato della bella fata
Bianca, più volte ministro dell’M.M. negli anni scorsi, sempre
candida e desiderabile, presente anche lei al banchetto in onore
della Barbara.
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Rinunceremo per brevità a descrivere una per una le
meravigliose fate intervenute alla festa; fra le più importanti
nomineremo la fata Scarlatta, quella Turchina, la fata Stella, le
fate Arminocinotrostafigibilla e Arminotrostafigibillabad, due
sorelle
gemelle
della
potente
famiglia
degli
Arminocinotrostendecasil, le fate Melissa, Alcina e … e tante,
tante altre. E dato che fra il moralismo ed il libero amore
preferiamo quest’ultimo, rinunceremo, questa volta per astio, a
descrivere le venerande barbe presenti là in gran numero, e le
chiameremo in causa quando proprio non ne potremo fare a
meno. Specialmente se ne coglieremo qualcuna in un momento
di debolezza, giacché tutti hanno i loro momenti di debolezza,
anche i moralisti di mestiere, i politici, i rivoluzionari e i
salvatori di patrie.
Finalmente, raggiunto un numero sufficiente di convitati, fu
aperto il banchetto. I due ministri, con in mezzo Ariele, si erano
seduti al centro d’una lunghissima tavola a ferro di cavallo; gli
altri si erano disposti via via, secondo le simpatie. Nessuno però
era legato al suo posto: tutti andavano e venivano da un estremo
all’altro, per parlare o ascoltare, per sorridere o farsi vedere;
Ariele poi, era in un continuo svolazzo lungo tutta la tavola.
Il mago Zerbino comunicò la lieta occasione che aveva
portato a quel banchetto, elogiò la puerpera che giù in Terra
stava felicemente recuperando le forze, lodò la salute e la
vivacità della neonata, che un giorno, disse concludendo, sarebbe
diventata una brava madre di famiglia e una moglie onesta. Si
era appena chetato che la fata Verde era scattata in piedi e aveva
preso a gridare con la voce sciocca delle donne comizianti:
«E la bellezza di questa bambina non la rammentiamo?
Perché se non è una bella figliola, nessuno dei miei ragazzi la
vorrà d’intorno; e così non potrà diventare né una madre né una
moglie virtuosa, ma resterà zitella e trista e d’impaccio per gli
altri. Sarà un essere sterile e dannoso, come qualche ministero di
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nostra conoscenza, al contrario di quello che io, benché
indegnamente, ho l’onore di rappresentare».
Il mago Zerbino fece la faccia di tutti i colori delle fate
presenti; gettò indietro l’alto scranno che conteneva la sua
monumentale persona e tuonò: « Qui si trascende! » Ma non poté
aggiungere altro perché Ariele, libratosi sopra la tavola, dette
fuori con uno strido acuto l’ordine: «Zitti tutti!» E mentre il
mago Zerbino si rimetteva a sedere, tutti effettivamente si
chetarono.
«Dobbiamo riconoscere» continuò il folletto «che la bellezza
non è molto importante in una donna. Se c’è, non guasta; ma una
ha la possibilità di rifarsi con l’arte. E sia ben chiaro che non sto
pensando ai cosmetici, alle puppe di gomma o ad altri riempitivi:
sto parlando dell’arte d’amare e di farsi desiderare
A questo proposito m’è venuta in mente una scena che ho
visto in uno dei miei Viaggi sulla Terra. Voi tutti sapete che
spesso mi mescolo ai comuni mortali, i quali però non mi vedono
con quei loro occhietti sempre vuoti e preoccupati; e così posso
andare in mezzo alla peggior canaglia di questo mondo tranquillo
tranquilla. Proprio da certa gentaglia ho preso il vizio di parlare
nel modo sboccato che i signori maghi mi rimproverano col loro
nobile eloquio.
Un giorno, dunque, era venuto a mancare, diciamo pure che
era morto, uno dei più potenti notabili di uno dei tanti stati
terrestri. Siccome l’avevo tenuto a banchetto, come ora per la
Barbara, e poi l’avevo seguito per tutta la sua vita, mi parve mio
dovere partecipare al funerale, benché invisibile a tutti. Il
poveretto era morto prematuramente all’età di novant’anni; dico
prematuramente perché, pur avendo raggiunto quell’età, era
rimasto sempre con un cervellino piccino così. Questo non gli
aveva impedito (anzi, l’aveva molto favorito) di fare un treno, o
forse anche un monte, di biglietti da diecimila, da povero in
canna che era nato. E inoltre era stato creato cavaliere di non so
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quanti ordini, commendatore, e infine membro d’un certo senato,
che poi sarebbe il ritrovo dei vecchioni più importuni, inutili e
scioperati di quello stato, ma che laggiù è tenuto in molto onore.
Però tutta questa storia di cervelli, quattrini e onorificenze è
un’altra storia.
Allora, tornavo dal funerale con l’animo soddisfatto di chi ha
visto seppellire un potente, quando dal vano di una finestra di
una casa di un paese di campagna di uno stato di una terra, cioè
della terra, vedo una vecchia gobba brutta, che fa dei cenni a un
bel giovanotto. Fui tanto incuriosito che, zitta e invisibile, seguii
il giovane fino in camera della gobbetta. Lo scopo dell’incontro
sembrava fissato già prima perché, senza tanto discutere, si
spogliarono, si distesero sul letto e cominciarono a fare
all’amore. Devo dire che il giovane avrà avuto al massimo
diciassett’anni; la gobba, mi sembrò in quel momento, dai
quarantacinque ai cinquanta.
Lasciamo perdere l’età, ma
quant’era brutta! Aveva la faccia vizza, mezza dipinta e male, il
collo sgonfio, la grande gobba, il petto all’indietro anziché
all’infuori, due ossi ritti per fianchi, un ciuffetto spelacchiato nel
mezzo e due stecchi d’osso e cuoio al posto delle gambe. Eppure,
stesa su quel letto e con quel giovanotto sotto o addosso, valeva
perlomeno dieci veneri e quindici fate di questo regno. Macché
belle puppe e mele ravviate! Lì c’era l’arte: saltava, si scuoteva,
si rigirava, grondava, urlava e poi baciava e stringeva e mordeva
e succhiava e rabbrividiva. E alla fine, ricominciava da capo;
sino a quando quel povero giovane che era cascato nelle sue
mani, cioè tra le sue cosce, non ebbe raggiunto il traguardo di
sei. Allora, dopo un necessario riposo, fu lasciato andar via,
smunto, spompato, e con la colonna vertebrale accorciata di venti
centimetri.
Questo, cari signori, è ciò che conta in una donna.
E quelle belle bambole che poi, in posizione orizzontale,
assomigliano al buco d’un acquaio, dovrebbero essere
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condannate a portare al collo un cartello con su scritto: “E’
tutt’apparenza : ‘un ho sugo”».
Ariele non aveva ancora chiuso la bocca che la fata Bianca
s’era alzata esclamando: «Se Ariele fosse un uomo, con molto
piacere gli daremmo un saggio della nostra arte, perché noi fate
si vale quanto codesta gobba, se non di più. A parte ciò noi
siamo proprio del suo parere. E se una donna non è capace di
trastullare a dovere il suo uomo, faceva meglio a rimanere nei
coglioni di suo padre. E questo vale anche per gli uomini:
ricordatevelo voi con i vostri gabbanoni».
Zerbino ebbe un sussulto alle dure parole dell’amata; e non
resisté più. Si decise: con la mano destra, fece un gesto
pronunciò la formula magica, e lui e la fata Bianca si ritrovarono
distesi su una solitaria spiaggia assolata, con davanti il mare
splendente e alle spalle una pineta con freschi prati, sorgenti
d’acqua pura, un ruscello tintinnante e, poco discosta, una villa
con due spaziose verande dalle quali si poteva scorgere il sorgere
del sole, seduti su divani e poltrone o stesi su stuoie e cuscini
sparsi ovunque.
Il mago Zerbino, nel momento stesso dell’incantesimo, aveva
ripreso il suo corpo giovane e gagliardo di tanti secoli fa. Ma non
per questo avrebbe potuto ingannare gli occhi della fata Bianca,
che, dopo il primo attimo di smarrimento, avrebbe potuto con un
semplice gesto della mano rendere del tutto vana la magia di
Zerbino e ritornare all’istante nella sala dei banchetti all’M.F. .
Ma lei non fece niente di tutto ciò; al contrario, si rivolse con
fare protervo al bell’incantatore che le stava acconto e gli disse:
«Oh, Oh, signor ministro, siamo forse caduti in preda ad alcuni
innominabili desideri da libertino?»
«Via Bianca!» rispose Zerbino col tono dimesso di chi allo
stesso tempo si scusa e accusa. «Possibile che tu non capisca
quand’è l’ora di mandare all’inferno le teorie e di vivere
semplicemente la vita, senza infastidirla con le parole? Voi
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donne avete un a gran zucca dura: è difficilissimo farvi entrare in
testa un’idea, ma quando c’è entrata, è impossibile mandarla
via».
Stranamente, la fata Bianca non reagì: aveva sulle labbra un
sorriso non si sa se di compiacimento o d’ironia.
Zerbino proseguì: «Sono stanco del ministero, dell’umanità
femminile e della salvezza della moralità. In fondo, che ce ne
importa a noi dell’umanità e dei suoi destini? Ma che vada pure
a rotoli! Il bello poi è che l’umanità potrebbe benissimo fare a
meno di noi e dei nostri ministeri. E come sarebbero felici! A me
piacerebbe restare qui, e vivere in mezzo a questa natura solitaria
e delicata. Con te».
Zerbino si sporse verso la fata Bianca e la baciò. Lei
teneramente rispose. Quindi s’alzarono, entrarono nella pineta e
si diressero alla villa, tenendosi in un molle abbraccio pei fianchi
e scambiandosi brevi parole d’amore in un soffio, come per
timore che l’aria si stupisse e li deridesse per la loro ingenua
semplicità. Sulla veranda, sopra un divano accogliente, fecero
all’amore nel modo e violento e affettuoso che due persone
adulte che si vogliono bene sono solite fare; e non alla maniera
isterica dei giovani introvertiti, che certuni ci propongono per
farsi notare e far quattrini.
E dopo finalmente si sentirono stanchi, felici ed uniti. Ma
anche affamati. Scesero dal divano, ma non vollero sedersi alla
tavola che era lì pronta, in un atteggiamento così formale.
Zerbino allora prese dei piatti e una fruttiera ricolma; la fata
Bianca, due bicchieri e una bottiglia di fresca acqua di sorgente;
e si sdraiarono sulle stuoie vicinissimi l’uno all’altra, con la testa
appoggiata sui cuscini. In questa posizione piluccarono qualcosa
dai piatti, calmarono con l’acqua la grande sete che danno i
giochi d’amore, e più che altro godettero della loro vicinanza.
Zerbino dopo un po’ disse «Restiamo qui davvero, in questo
paradiso dove nessun altro può entrare, io e te soli. Passeremo le
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giornate a nuotare in mare o nel ruscello, e ci costruiremo una
barca, non con la magia, ma col lavoro delle mani, per la
soddisfazioni di costruire; e faremo delle gite in barca e delle
lunghe passeggiate nella pineta».
«Oh, si! E io dipingerò: ho sempre sognato di dipingere alla
maniera degli antichi maestri cinesi: quei loro paesaggi con i
bambù inclinati e coi rami contorti d’un albero che sembrano
uscir fuori dal quadro, e con al centro una piccola casa, tutta di
legno e carta, minuscola, fragile».
«E io scriverò poesie: poemi più lunghi di quelli d’Omero; e
nei momenti di malinconia, quando piove o dopo il tramonto del
sole, brevi elegie; e per te scriverò canzoni d’amore e ballate, e
canti a non finire per la felicità di vivere, d’avere una donna
come te, d’essere soli e in pace e, soprattutto, per la fortuna
d’aver ricevuto un cuore e un cervello e per la contentezza di non
averli intristiti in cose triviali come la politica, la carriera, i soldi
o la maldicenza».
E qui, con voce sommessa, il mago Zerbino recitò questi
versi:
I miei sogni
sono un grigio
tabernacolo
contadino
che resiste al tempo.
La poesia
che li guida,
canto trepido
di bellezza,
ancor mi raggiunge.
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La mia vita:
Oh, roseto,
i cui petali
ad uno ad uno
fioriscono eterni!
Così cantava Zerbino. Ma noi, ormai, dobbiamo lasciare il
mago e la fata alla loro felicità. Si sa che le persone felici si
rassomigliano tutte, mentre invece ogni infelice è infelice a suo
modo. Frase questa che, tolto il lieve velo filantropico stesovi
sopra per renderla accetta alla massa, significa che la felicità
degli altri ci dà uggia, mentre le loro disgrazie ci fanno piacere e
non ci stancheremmo mai di sentirne di nuove. Torniamo perciò
nel salone dei banchetti all’M.F., dove, se non proprio disgrazie,
troveremo almeno delle disavventure.
I maghi più svegli lì presenti avevano subito notato la
contemporanea sparizione del mago Zerbino e della fata Bianca;
e senza perder tempo in congetture lubriche s’erano buttati
immediatamente a intrigare per scalzare Zerbino dalla sua carica.
Il gran mago Trimanzone, attorniato dai suoi fedeli, aveva
fermato Ariele a metà d’un volo e cercava ora di trarlo dalla sua
parte, lusingandolo e facendogli proposte oscene in bravi versi
decasillabi
(in privato parlava sempre in versi, specie
decasillabi, più raramente in prolississimi martelliani o in
isdrucciolosissimi settenari; in pubblico, al contrario, adottava
una prosa assai concettosa).
Diceva dunque ad Ariele:
Quando Ariel nel segreto matura
la libidine amara del cuor,
non diciamo al suo sguardo :«Perdura!»
Lui non ha od ovaie o coglioni
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per sfogarsi dal torbido amor;
epperciò noi faremgli guatar
tale amplesso ch’ei possa uguagliar
un amante che sale in arcioni.
E sempre con questo passo rimato chiese ad Ariele, in cambio
dello straordinario spettacolo offertogli, d’affrettare l’indirizzo
d’auguri alla neonata Barbara, chiamando a presiedere la
cerimonia, nella inspiegabile e ingiustificata assenza del
ministro, lui, il grande e benstimato e onorevole mago
Trimanzone. Sennonchè , Ariele benché fosse allettato
dall’offerta, non seppe resistere alla tentazione di prendere in
giro il mago rimante e versificante. E rispose con questi versi
metafisici, secondo il vezzo degli ultimi poeti alla moda:
Dalle fredde aurore stiracchiate da
torrida luce, venne. Non gabbiani
volavano ma verdi serpenti. E lui si
inoltrò nei grappoli di infinite distese.
Le ciocche di uva si allungarono, fino
a raggiungere il cerchio perfetto dei
quadrati.
Chi grida di affacciarsi?
Il vuoto delle finestre
è stato strappato a sua madre
e distrutto, e gettato in un angolo.
Ho visto verdi montagne
fuggire lungo balaustre di ferro,
per non esser mangiate
da una farfalla senz’ali.
Che altro mi resta?
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C’è molta
noia,
in fondo.
Non diciamo la faccia che fece il mago Trimanzone a sentire
queste strofette. Inspirò tanta aria da creare un vortice nella sala,
poi si trattenne un attimo al massimo della tensione e infine
espirò dal naso con un unico colpo secco.
Con tutta la sua dignità, girò lentamente la testa e guardò
oltre, in silenzio.
Il banchetto tirava avanti con crescente disagio. Alcuni
maghi, i più giovani, si erano distratti e amoreggiavano con le
rappresentanti del ministero nemico. Le caporione dell’M.M.
non celavano la loro soddisfazione per quello sfacelo ideale e
organizzativo. Si venne insomma a una situazione per cui tutti i
maghi importanti, anche i più fedeli a Zerbino, si videro costretti
a chiedere ad Ariele di concludere il ricevimento senza aspettare
il ritorno del ministro; scandalo mai avvenuto da che il Regno
cristallino della Luna è il Regno cristallino della Luna; e che di
per sé portava alla sostituzione del ministro assente col nuovo
mago che avrebbe presieduto la cerimonia.
Ariele, allora, si librò alto sopra la tavola reclamando silenzio
e attenzione, poi, sceso in basso, chiamò ai suoi lati la fata Verde
e l’integerrimo mago Trimanzone, così stimato da tutti per il suo
attaccamento alla tradizione e alla Costituzione del Regno. E
finalmente disse:
«Alla Barbara, questo nuovo fiore che si è appena aperto alla
vita, io, a nome di tutto il regno lunare che domina le influenze
celesti sui destini dei mortali, auguro e preservo un lungo
cammino. Per la nostra benigna disposizione, la sua vita non
conoscerà fratture che la conducano alla perdizione, né si
fermerà al piatto benessere che la getterebbe nella noia e
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nell’indifferenza. Sarà sempre entusiasta di vivere, perché
nell’animo rimarrà giovane e pura fino alla tomba. E se come
donna, non le è dato di diventare un grande e di lasciare un segno
nella storia dello spirito umano, essa, come donna, sarà felice.
Proverà e possederà a lungo le gioie dell’amore, partorirà figli
che non le daranno dolori e riempirà il resto della sua vita con
attività e interessi che non la facciano però assomigliare a una
scimmia insulsa. E a coronamento della sua vita, morirà senza
rimpianti. Questo decretano alla Barbara le influenze astrali che
io rappresento».
Ariele finì il discorso fra un clamore d’applausi. Poi,
stabilitosi un po’ di silenzio, il mago Trimanzone s’alzò
gongolante dallo scranno che era stato di Zerbino e pronunciò
con la voce del fato le seguenti parole: «La celebrazione in onore
della Barbara è terminata». Stese la mano come per
dire:«Attimo, fermati!», fece lo sguardo pensieroso e la faccia
raccolta e, dopo un abbondante minuto di solenne immobilità,
tenne una concione in questi termini:
«Abbiamo attraversato una lunga fase in cui una minoranza,
non autorizzatamente , ha inferito, appoggiandosi alla autorità
del mago Zerbino, di zerbinare o zerbinizzare la totalità della
collettività dei maghi. Dobbiamo, nella nostra nuova qualità di
Autorità ministeriale, rievocare e richiamare davanti agli occhi
della memoria di tutti, il processo, lo svolgimento, la graduale
evoluzione, il subdolo evolversi di tale nominata
zerbinizzazione.
Primo, in ordine a una nostra presa di coscienza della
effettualità storica. Secondo, a disvelamento della effettiva
maturità di certi zerbinizzatoristi nostrani. Terzo, affinchè tali
inauspicabili zerbinizzazionature non si hanno a ripetere in un
futuro più o meno prossimo. Direi dunque che, oggi, pure la
Dezerbinizzazionatura è fattibile: l’ambiente è ricettivo e gli
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strumenti sono adeguati. Ciò che difetta è proprio una volontà,
da qualunque parte proviene, è pur piccola, è pur invisibilmente
minuscola,
diametralmente
opposta
alla
nostra
di
Dezerbinizzazionaturare, di non- dezerbinizzazionaturare lo
ambiente della Alta e Media Burocrazia Ministeriale o,
generalmente parlando, di tutta quanta la Coscienza Mentale
Burocratile: nemmeno in vitro tale coltura è coltivabile o
economicamente redditizia o lascivamente accarezzabile nel
chiuso di certe Torri di Avorio oggi di moda in alcuni strati
ormai tagliati fuori dalla viva circolazione delle idee veramente
di oggi. Dunque, sulla base della considerazione della situazione
di ogni e qualsiasi manifestazione odiernamente concepita di
vitale Idealità concreta, nessuno vorrà o potrà trascinare le Masse
Contadine, gli insostituibili e positivi, e cristianamente presenti
in ogni posto di lavoro, Lavoratori e del Braccio e della Mente,
con la loro Carica rivoluzionaria, li vorrà o potrà trascinare,
dicevo, in una folle corsa verso una pretestuosa
disdezerbinizzazionaturazione. Questi certuni, che possiamo
definire rottami sociali e culturali, non disderbinizzazionaturerebbero il processo ormai avviato, e inarrestabile, sulla
corsia evidenziale del futuro, emergente, andamento della realtà
politica e sociale, ma soltanto estrinsecherebbero la loro apolitica
e asociale e aprioristica illusione di potere non tenere conto delle
istanze della collettività. La Non-Disdezerbinizzazionaturizzazione non è niente di meglio della semplice, ma ugualmente con
esito positivo, è ben chiaro, Ridisderbinizzazionaturizzazione; ed
è evidente che noi dobbiamo preferire la e combattere per e
diffondere la e sacrificarsi per, se richiesto dalle circostanze o dal
Destino Cinico Baro, la prima Tesi, la Tesi Non-Disdezerbinizzazionaturizzazionica o semplicemente, con termine
invalso nelle cronache politiche, il nostro incrollabile
Antidisdezerbinizzazionaturizzazionismo. Molte sono le cause
che ci condussero al triste passo veterofilozerbinizzazionaturiz-
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zazionista: il fall-down Demografico, con le sue componenti
psichiche e psico-amatorie; l’innalzamento della Curva
Ascensionale Nascite registrato dai nostri Uffici Informazione,
pure registrato dai S.S.S. (Servizi Statistica Statale), e pure
registrato dai registri anagrafici di qualunque, a scelta Ufficio
Anagrafico Comunale, o Provinciale, o Regionale, o Statale;
infine l’insita struttura di rottura nella conduttura che dalla
catena di produzione delle linfe vitali sociali non poteva più
attingere il Vertice della Piramide Ministeriale, che andava così
soggetto a una anchilosatura , ma che, con inane e intieramente,
di una intierezza veramente intiera, improduttiva attivizzazione a
vuoto della Energia Risorsile Umana e Ministeriale, cercava un
punto di sutura con, una linea di apertura a, un piano di cattura
di, una sfera di autovitallizzatura a mezzo di….. la cultura e la
congiuntura moderna. Tutto ciò miseramente fallì: e l’immane,
incommisurabile baratro dello Ex-Destrorsofilozerbinizzazionaturizzazionismo strangolò con le sue gelide mani la nostra
reciproca, fattiva, Co-operazione, deflorando la verginità dei
nostri Ideali Sociali Comunitari. Laddove alcuni di uomini o
donne oppure, generalmente definendo, un 5%, massimo un
5,50% dei membri del Corpo Elettorale, di fronte a quel baratro,
infinitamente e reiterativamente, ma intrinsecamente poveramente, non sapevano pòrci, ripòrci, che la consueta e desueta
soluzione del problema posto invece nei termini concreti dalla
Emergenzialità Temporo-Culturale da noi indegnamente
ricoperta nel presente momento storico.
Davanti ai qualificati Rappresentanti della Umanità intiera, di
fronte a questa Assise Ecumenica e Universale, dirimpetto a
tanta e così sensibile Parte della Opinione Pubblica, di contro
alle Autorità Costituite, sotto la coscienza del Giudizio
immancabilmente positivo che su noi sarà per pronunziare il foro
Supremo della Storia futura, da questa Alta Tribuna, noi diciamo
chiaramente e scanditamente: “Basta col canone paradigmatico
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di un inqualificabile e insostenibile iperdestrorsofilozerbinizzazionaturizzazionismo! Basta col parimente insostenibile
criptosinistrorsofilozerbinizzazionaturizzazionismo!”
Il dilemma va posto nei seguenti tre termini e gridato e
ribadito e incanalato in ogni angolo del Paese, radio e
teletrasmesso ovunque sta una coscienza influenzabile dai
moderni Mezzi di persuasione Occulta:
«Non Superultravietofilozerbinizzazionaturizzazionatevi, né
Ergaselfgottaantidisdezerbinizzazionaturizzazionatevi,
ma
Gaudiobyselfconscienceprofilodezerbizzazionaturisticiziamoci!»
A questo punto successe una cosa che gli annali del Regno
cristallino tacciono per censura prudente. Il mago Zerbino, che
con le sue arti magiche aveva udito e visto tutto quello che era
successo nella sala, aveva deciso di dare un ultimo saluto ai suoi
collaboratori e nemici. Con la sua grande magia, appena
Trimanzone ebbe detta l’ultima parola, immobilizzò dov’erano e
com’erano i presenti; e, prima che si riavessero dalla sorpresa,
mandò nella sala un turbine che sollevò tutto e tutti per aria.
Alla fine della magia, le bellissime fate si ritrovarono strette
in un mazzo, avvolte e legate dalla lunga tovaglia, che lasciava
intravedere solo la punta dei nasi, una mano fino al polso e un
piede fino alla caviglia, a mo’ di punizione. Ariele era steso per
terra, a pancia all’aria e a bocca aperta: una bottiglia caduta sul
tavolo proprio sopra di lui, o di lei, gli aveva rovesciato nello
stomaco il suo contenuto a novanta gradi. Ora il folletto cantava
con voce avvinazzata sconce canzoni, dando di volta in volta un
bacio a un grosso piede di gesso, che abbracciava con la destra, e
una carezza a un’oscura pelliccia stesa alla sua sinistra.
Il mago Trimanzone si ritrovò a cavalcioni del seggiolone
ministeriale, con le cosce sui bracciali, il culo nel vuoto, il mento
appoggiato all’alto schienale e la barba ciondoloni.
In testa, simile a un tocco, aveva un colino rovesciato che
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lasciava strisciare grovigli di spaghetti giù per le gote e il collo;
nella mano destra stringeva un mestolo, mentre sulla sinistra
teneva un popone. Di fronte a lui un grande specchio rifletteva la
triste figura.
Degli altri non importa parlare.
1964
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ERMENEGILDA LA ZOPPA
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I
Era nata il 13 Aprile, giorno di Sant’Ermenegildo, per
questo le avevano messo nome Ermenegilda, un nome ridicolo.
Quando divenne una ragazza, i parenti e i conoscenti cercarono
invano di abbreviare quel nome: Ermenegilda rimase, e tutto
intero. Alcuni l’avevano chiamata Ermene, ma non suonava bene
e avevano smesso; altri Gilda, finché non uscì un film nel quale
la protagonista, bella e seducente, portava quel nome; allora
anche loro smisero di chiamarla così, perché pareva detto per
scherno.
Infatti Ermenegilda era nata zoppa, cioè senza un’anca, come
diceva la gente. Se stava poggiata sul piede destro, non ci
accorgeva per niente del difetto: le due gambe erano
perfettamente uguali. Ma bastava che essa spostasse il peso del
corpo dalla parte sinistra che il tronco e il bacino si inclinavano
paurosamente verso terra con una mossa mostruosa e goffa.
Lei stessa si metteva molte volte davanti allo specchio
dell’armadio, chiusa in camera sua, a rimirare le sue gambe.
Stava con tutto il peso sul piede destro e si dondolava
lentamente, come assaporando la forza e la stabilità di quella
gamba. Il sinistro lo posava mollemente per terra. Stava a lungo
a guardarsi nello specchio, nella naturale posizione eretta, e le
sembrava impossibile che spostando impercettibilmente la massa
del suo corpo sarebbe stata costretta a quell’inchino di
sghimbescio, ridicolo, orribile a vedersi. Eppure, ecco, ogni volta
avveniva, puntualmente. Oppure no? Questa volta, forse, l’anca
avrebbe retto e il suo corpo sarebbe rimasto diritto anche se lo
poggiava sul piede sinistro. Sì, questa era la volta buona! Non
poteva essere condannata per tutta la vita e quella pena senza
colpa; questa volta avrebbe retto.
Ed ogni volta che pensava così, quasi si convinceva di non
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aver più quel difetto; ed ogni volta che provava, sprofondava
dolorosamente verso terra, sulla sinistra. Ma poco dopo, o il
giorno seguente, di nuovo si alzava e si abbassava sul piede
destro per provarne la forza e di nuovo si illudeva che anche col
sinistro avrebbe fatto altrettanto e di nuovo sprofondava
vergognosamente verso terra.
Così era arrivata a ventotto anni.
Viveva sola con la vecchia madre in una casetta a “La
Querce”, una frazione del Comune di Prato, fra città e campagna.
I suoi compaesani non le piacevano: dietro le spalle, lo sapeva, la
chiamavano “ la Zoppa, Ermenegilda la Zoppa”. E lei cercava di
evitarli. Quando non era a lavorare, prendeva la bicicletta e
pedalava finché non era stanca, lontano, dove nessuno la
conosceva. Le piaceva andare in bicicletta perché poteva
muoversi senza zoppicare e sembrava una ragazza come le altre.
Faceva forza solo con la gamba destra, ma teneva fisso il piede
sinistro al pedale facendolo roteare completamente, di modo che
nessuno che già non la conoscesse avrebbe potuto accorgersi del
suo difetto. E lei ne era felice. Spesso i giovanotti che incontrava
la guardavano con quello sguardo inconfondibile, non con
commiserazione come quando era a piedi e zoppicava, ma con
ammirazione e con voglia. Talvolta le fischiavano o le
sorridevano o le facevano dei segni. Questa era una grande gioia
per lei, l’unica che poteva ricavare dal fatto di essere donna o di
desiderare naturalmente gli uomini.
Le sue amiche, quelle che avevano la sua età, erano tutte
sposate, avevano dei figli, una famiglia. Ma lei? Nulla, niente. Se
Dio non le aveva dato un’anca, poteva forse darle un marito, un
amore, dei figli? Lei era solo uno scherzo di natura: a che scopo
trovare un marito a uno scherzo di natura? Un giorno in cui si
sentiva particolarmente oppressa per la sua infermità, le parve di
aver raggiunto il limite delle sue sofferenze e privazioni. Ora
basta, si disse, anch’io voglio avere qualcosa nella vita.
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Era il pomeriggio di una domenica di Agosto. Faceva caldo.
Si era spogliata quasi del tutto per trovare del refrigerio, sdraiata
sul letto, al buio. Ma poi si era alzata, aveva aperto uno scuretto
e si era messa davanti allo specchio. La pelle era liscia e curata;
le gambe piene e tondeggianti. I muscoli si disegnavano sopra i
ginocchi dando alle cosce una forma sfuggente, guizzante. Il
ventre largo e teso. Il sedere un po’ grasso, vistoso, con due seni
che sembrava cantassero quando erano liberi e si muovevano. Il
collo, le mani, gli orecchi erano freschi. Solo le fattezze della
faccia erano rozze e non molto invitanti. Ma lei cercava di
correggerle e di abbellirle con un trucco esperto e non visibile. Si
acconciava i capelli all’ultima moda. Andava dalla parrucchiera
due volte la settimana e aveva sempre la testa pulita e ben
ordinata. Usava i profumi più delicati. Indossava le camicette, le
maglie, le gonne più attraenti e costose. Spendeva, per essere
seducente, buona parte dei suoi guadagni di rammendatrice,
come un fiore che si ricopra di mille petali colorati e di mille
profumi e sul quale neanche un insetto si ferma a succhiarne
l’essenza. Per chi erano quei vestiti dai colori così morbidi? Quei
profumi? Quei capelli ora gonfiati, ora stirati, ora attorcigliati sul
capo? Quei rossetti e tutte le ciprie e creme? Per chi erano quei
seni aperti? E il ventre? E le cosce? Davvero nemmeno un
insetto osava posarsi su di lei, per compassione o ribrezzo. Ed
eccola là, con mille attrattive e sterile come un mulo. A che
scopo l’ossessionante, puntuale ritorno del mestruo che ogni
mese le ricordava che anche per quel periodo niente era
successo? A che scopo tutto il suo essere donna? Tutto in lei, a
che scopo?
Perché per lei non c’erano mai gioie e soddisfazioni? Eppure
nonostante il suo desiderio, non poteva, non poteva in alcun
modo avere un uomo per sé, legato per tutta la vita, lo sentiva.
C’era come un muro invalicabile fra lei e le persone che
conosceva, un muro creato dal suo difetto e dai sentimenti che
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esso ispirava negli altri, dallo scherno alla compassione. Nessun
uomo avrebbe mai oltrepassato quel muro per restarle vicino per
sempre. Nessuno l’avrebbe mai sposata. Ma non poteva
rinunciare a tutto. Sì, non si sarebbe mai sposata: a questo il suo
intimo si era già rassegnato, ormai. Ma un figlio, perché non
poteva avere un figlio? Un figlio che le si stringesse vicino, un
figlio per cui vivere e che avesse quello che lei non aveva avuto,
un figlio che le volesse bene anziché compatirla? Sì, questo non
potevano negarglielo: un figlio! Oh, si immaginava le risa
ironiche della gente, dei suoi compaesani, quando fosse
comparsa in giro con la pancia gonfia. E le loro chiacchiere:
«Hai visto, anche Ermenegilda la zoppa ha il ganzo.» Oppure:
«Toh! Anche l’Ermenegilda, zitta e zoppa com’è, si è fatta
ingravidare.» Tutto questo avrebbero detto, e qualcos’altro di più
maligno e cattivo. Ma a lei che cosa importava di costoro e delle
loro chiacchiere? Perché si mettevano a giudicare e a pretendere
che lei rinunciasse a tutte le gioie nella vita? Che contropartita le
avrebbero offerto in cambio delle sue privazioni? Niente. Perciò
stessero zitti e pensassero ai fatti loro. Lei voleva un figlio e lo
avrebbe avuto. Neanche Gesù e la Madonna avrebbero potuto
fermarla. In cambio dell’anca che le mancava e di tutti i dolori
che gliene erano derivati poteva bene chiedere un figlio anche se
non era sposata. Sì, questo solo pretendeva e pregava: di avere
un figlio.
Ma chi, chi glielo avrebbe fatto fare? Doveva trovare un
uomo, un giovanotto che venisse con lei per una sola volta, non
di più certamente perché non desiderava affatto continuare una
illecita relazione che ripugnava a tutto il suo essere. E ci sarebbe
riuscita a trovare quest’uomo, lo sapeva. Il suo corpo non era
spiacente, era solo l’infermità, ma stesa su un letto era appetitosa
come qualsiasi altra donna giovane e fresca. Il problema era
riuscire a portare un uomo in camera senza che quello fuggisse,
preso dal disgusto alla vista del suo passo zoppo, davanti a
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quell’orribile inchino di traverso. Ci voleva qualcuno….. un
giovanotto di bocca buona, che non guardasse tanto per il sottile.
Sì, un giovane di diciannove, venti anni, di quell’età in cui la
voglia di fare all’amore sprizza fuori dagli occhi ed è sempre
pronta a sfogarsi su chiunque. E doveva essere sano e anche un
bel giovane, perché da lui sarebbe nato suo figlio.
Per lei come madre non c’erano pericoli o dubbi. Aveva
chiesto anni prima a un dottore se poteva avere figli e se
sarebbero nati zoppi come lei. Il medico aveva risposto
affermativamente alla prima domanda. Per la seconda aveva
tirato in ballo un monte di storie, eredità e probabilità, ma alla
sua richiesta di una risposta chiara, aveva replicato: «Se lei
dovesse avere dei figli quasi sicuramente saranno tutti
perfettamente normali.» A lei questa risposta era parsa
soddisfacente e rassicurante.
Ora doveva trovare il giovane adatto. Non doveva essere della
Querce, perché potevano nascere questioni se il figlio crescendo
fosse venuto ad assomigliare al padre. Doveva essere di lontano,
che nessuno aveva mai visto e che, possibilmente, nessuno
vedesse più, dopo. Ma dove conoscerlo, studiare se andava bene
per quello che doveva fare e …. invitarlo? In fabbrica! Sì, in
fabbrica era il luogo adatto. C’erano tanti giovani che lavoravano
insieme a lei, giovani di tutte le età e di tutti i gusti, che certo non
si sarebbero fatti pregare per compiere quell’ufficio. Ma sarebbe
stato necessario sceglierne uno riservato, che poi non spifferasse
tutto agli amici in fabbrica. Del resto che le importava? Quando
avesse ottenuto ciò che voleva, si sarebbe licenziata da sé e
avrebbe cambiato fabbrica. Era una brava rammendatrice e
poteva cambiare quanti posti voleva. Che lui ne parlasse pure!
D’altronde non avrebbe potuto continuare ad avere sempre sotto
gli occhi il padre di suo figlio e trattarlo come un estraneo.
Appena raggiunto lo scopo doveva cambiare fabbrica e non
rivedere mai più colui che l’avrebbe resa madre. Anche perché
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costui non insistesse ad avere altri appuntamenti, caso mai. Era
fermamente decisa a troncare subito la relazione: il suo scopo era
di aver un figlio, non un amante; a questo ormai aveva
rinunciato. E inoltre, lui poteva impensierirsi e fare qualche
scenata, quando vedesse che lei era rimasta incinta. Sì, dopo il
fatto avrebbe lasciato quella fabbrica e avrebbe cercato di non
rivedere mai più colui che l’avrebbe fecondata, colui che avrebbe
fatto di lei, fiore sterile, una madre.
II
Il giorno seguente, e per tutta la settimana, osservò e soppesò
i giovanotti che lavoravano con lei. Seduta al suo banco, mentre
rammendava le pezze, dava di tanto in tanto occhiate profonde
ora a questo ora a quello. C’era Mario, il follatore, bel ragazzo,
alto e buono, ma troppo fortunato con le donne: l’avrebbe senza
dubbio rifiutata, lei, una sciancata, se poteva avere, come correva
voce, tante ragazze giovani e belle. C’era poi Roberto, altro
follatore, ma era un tipo giallo e malaticcio: non era il caso.
Paolo, un tipo grande e grosso a cui erano affidate le mansioni
più basse e faticose, ma tutti lo prendevano in giro e lo tenevano
per tonto. C’erano altri uomini, però tutti sposati o fidanzati e
tutti di un’età che non era quella da lei voluta. C’era anche un
tipino, che nonostante si chiamasse Adone (ma tutti lo
chiamavano Àdonne), sembrava un topo, piccolo e capelluto.
Costui lavorava a una cimatrice, la macchina più vicina al banco
di Ermenegilda. Per via della sua aria continuamente spersa e
timida, tutti lo trattavano con sufficienza, come un bambino di
cui non vale la pena di occuparsi. Anche Ermenegilda si era
adeguata al tono comune e lo trattava come un ragazzo benché
avesse ventuno o ventidue anni. Àdonne le sembrava il più
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circuibile di tutti, ma non le piaceva l’idea che suo figlio venisse
ad assomigliare a quel cosino minuscolo. C’erano altri: Sandro il
magazziniere, il tipo adatto ma fidanzato. Il fatto che alcuni
fossero fidanzati, e a maggior ragione sposati, le pareva che
escludesse la possibilità che essi acconsentissero al suo
desiderio: il paragone con l’altra, con la moglie o la fidanzata,
sarebbe stato schiacciante per lei. Era meglio lasciarli perdere.
Ah, ma ecco chi poteva andar bene: Gino il garzatore. Aveva
venti anni all’incirca, era un ragazzo discreto, dava l’impressione
di essere un tipo taciturno, pur avendo un carattere comprensivo.
Una volta, mesi addietro, le aveva chiesto con voce amica:
« Non puoi far niente per il tuo difetto? Un’operazione?...
Nulla? Del resto non devi prendertela troppo: ognuno ha la sua
croce.» E le aveva sorriso affettuosamente. Lei si era confusa
(nessuno in sua presenza toccava mai quell’argomento) e non
aveva risposto. Però gli fu riconoscente delle parole e soprattutto
del tono e del sorriso.
Sì, Gino era il giovanotto adatto: non aveva prevenzioni per il
suo mancamento, era sano e forte, non era fidanzato ed era
sempre in caldo come tutti i ventenni. Doveva parlargli,
invitarlo. Ma come fare, cosa dirgli? Ci avrebbe pensato. Intanto
lo osservava, alla sua macchina in fondo allo stanzone. Doveva
conoscere le sue abitudini per poterlo fermare e per parlarci
insieme, da sola, almeno per cinque minuti. Lui lavorava a turni,
mentre lei faceva quattro ore la mattina e quattro la sera, perciò
non potevano incontrarsi entrando o uscendo. Per di più lei non
aveva nessuna ragione di lavoro per andare dall’altra parte dello
stanzone dove stava lui. C’era solo una possibilità: quando Gino
abbandonava per un momento la sua macchina per andare al
gabinetto doveva passarle quasi accanto; non poteva non vederlo.
Allora lei si sarebbe alzata e gli sarebbe andata dietro. I gabinetti
erano nel cortile, a forse settanta passi dal suo posto. Certo con la
sua gamba zoppa non poteva riprenderlo all’andata. Ma lo
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avrebbe aspettato sulla porta dei gabinetti per le donne. E quando
lui fosse uscito da quelli degli uomini, lì accanto, si sarebbe
messa al suo fianco e così, ritornando ai loro posti, gli avrebbe
parlato…. Ma cosa gli avrebbe detto? Doveva pensarci, doveva
prepararsi al colloquio.
Intanto si era alzata e si era diretta verso i gabinetti. Contò i
passi. Dal suo banco fino a lì c’erano sessantaquattro doppi
passi, sessantaquattro inchini da fare all’andata per seguirlo, e
altri sessantaquattro inchini al ritorno. Sarebbe stato molto
imbarazzante parlargli mentre zoppicava. Ma forse sarebbe
riuscita a trattenerlo un minuto e a fargli la proposta stando
ferma sulla gamba destra. Ci avrebbe provato. Comunque la cosa
importante era di preparare qualche frase, un discorsetto allusivo
con un semplice invito a venire a casa sua: ci avrebbe pensato.
Perché l’unico posto dove compiere quella bisogna era a casa
sua, naturalmente. Sua madre, per un giorno, poteva mandarla da
qualche parte per restare sola ad aspettare il giovanotto. Poteva
mandarla da sua zia, la sorella di sua madre, che le aveva invitate
spesso a passare una domenica in casa sua; lei si sarebbe scusata
di non poter andare. Sì, avrebbe fatto così. Che l’incontro
avvenisse di domenica e solo di domenica era inevitabile. Gli
altri giorni lavorava e non poteva far venire il giovanotto di sera,
anche perché sua madre a quell’ora non si sarebbe allontanata da
casa. L’appuntamento dunque era per la domenica successiva.
Ma c’era un’altra questione da risolvere: sarebbe stata
fecondabile domenica prossima? Aveva sentito parlare,
discutendo fra donne di un metodo per limitare le nascite,
saltando alcuni giorni in cui la donna è feconda. Ma quali erano
questi giorni? Come fare a saperlo? A chiederlo alle donne
sposate, che forse lo sapevano, si vergognava… Poteva darsi che
ci fossero delle pubblicazioni, dei libri sull’argomento.
Sbirciò, senza successo, in tutte le vetrine di librerie e
cartolerie che conosceva. Aveva ritegno a entrare a chiedere, un
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po’ per l’argomento della richiesta e un po’ perché non aveva
mai comprato libri. Ma ebbe fortuna. Quasi per caso vide in
un’edicola di giornali un librettino che faceva per lei. Portava un
sottotitolo alquanto ottimista: “La Scienza ha Fissato Senza
Possibilità d’Errore i Momenti di Fecondità” Era quanto le
bastava. Lo comprò e lo lesse d’un fiato. Non ci capì molto in
verità, ma rileggendo con calma e aiutandosi con dei calendari
esplicativi che erano nel testo, riuscì a farsi un’idea di come
stessero le cose. Il suo periodo era di ventisei giorni, poco meno
della media. Siccome nel libretto, però si esemplificava solo il
caso più frequente, il periodo di 28 giorni, doveva fare dei calcoli
secondo certe regole per poter sapere quali fossero i giorni adatti
al concepimento. Fece diverse volte il calcolo perché si
imbrogliava spesso, fino a che si convinse che quei sette giorni
circa che il libro indicava come giorni di concepimento finivano
il martedì o il mercoledì della settimana successiva. Dunque la
domenica era in pieno periodo positivo. Era un’occasione
favorevole. Tutto sembrava venire incontro al suo desiderio di
maternità. Mancava però la cosa più importante: il padre. Ma si
sentiva talmente ripiena di sé e del suo proposito che non dubitò
un momento di riuscire a convincere Gino. In quei giorni, fece in
modo che sua madre decidesse di passare la domenica dalla
sorella, ripulì e lucidò la casa, specialmente la sua camera da
letto, e rilesse più volte il famoso libretto che le dava sempre
un’impressione che quello che stava per fare, già tutto previsto e
scientificamente calcolato, fosse non solo possibile e
ammissibile, ma quasi già realizzato. E preparò anche dei
discorsi, che avrebbe dovuto tenere a Gino, degli atteggiamenti,
dei sorrisi, che a parer suo dovevano fargli capire l’essenziale e
invogliarlo, pur senza scoprirsi eccessivamente e far apparire
triviale la cosa. Tutti i pomeriggi (Gino lavorava nel turno di
sera) osservava il futuro padre di suo figlio attimo per attimo.
Quando lui veniva verso i banchi delle rammendatrici, si faceva
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rossa in viso e il cuore le palpitava. Temeva, anzi era sicura, che
tutti si fossero già accorti della sua tresca, delle occhiate, dei
rossori. E non si decideva mai a seguire il giovanotto quando lo
vedeva dirigersi verso il cortile. Al pomeriggio del venerdì era
agitatissima: era il penultimo giorno! Se l’indomani non si fosse
presentata l’occasione propizia…. Oggi era il giorno decisivo.
Tutti i minuti dalle due alle sei le parvero ore, nell’attesa che egli
si decidesse finalmente ad andare al gabinetto. Si spaventò,
vedendo arrivare le cinque, all’idea che forse lui ci sarebbe
andata verso le sei, quando lei era già uscita di fabbrica. Ma
come Dio volle, quella tortura ebbe termine poco dopo.
Gino andava verso l’uscita dello stanzone, verso il cortile. Lei
si alzò e lo seguì. Le sembrò che tutti, le altre rammendatrici e
gli operai, la guardassero ghignando e si dicessero: «Toh, va ad
accalappiare quel giovanotto!»
Comunque, continuò a stargli dietro, a una decina di passi.
Lui, inconsapevole della macchinazione di cui era oggetto
dall’inizio della settimana, entrò tranquillamente nei gabinetti
riservati agli uomini e ci si trattenne cinque minuti. Ermenegilda
col respiro sospeso, ripassandosi in mente le parole che doveva
dire, era appostata dietro l’uscita dei gabinetti per le donne, tesa
a carpire ogni rumore e ogni figura che passasse. Alla fine udì lo
scroscio di uno sciacquone, il colpo secco di un paletto tirato e
vide uscire nel cortile Gino, l’amante tanto atteso. Gli si mise
accanto.
«Ciao» gli disse.
«Ciao» rispose lui.
Fecero cinque passi in silenzio. Cinque passi! Quanti ne
mancavano ad arrivare al suo banco? Doveva cominciare a
parlare assolutamente.
«Sai» cominciò, «ho pensato, perché non ci troviamo qualche
volta?» No, ma cosa diceva? Non era questo quello che doveva
dire. Ma quali erano le parole che aveva preparato? Come fare a
35
ricordarsele, ora, camminando, quando ogni passo era un
avvicinarsi alla fine del colloquio, mentre lui l’ascoltava e non
sapeva.
«Trovarci?» rispose lui. «Dove? A far che?»
«Ecco….» Erano già tanto vicini alla porta dello stanzone!
Doveva fermarlo, parlargli con calma. Non poteva…. Non
poteva lasciarlo andare così. Lo prese per un braccio,
trattenendolo.
«Perché non vieni a casa mia, domenica pomeriggio?» Si era
fermata, mettendosi in equilibrio sulla gamba destra e gli
sorrideva invitante, senza preoccuparsi più di quello che diceva.
Doveva tentare tutto e lo tentava.
Gino la guardò meravigliato. Non capiva bene, non perché le
parole o il sorriso non fossero chiari, ma perché non si aspettava
un simile invito.
«A casa tua?» ripeté.
«Sì, così…. Per una merenda.» Era diventata rossa dalla
vergogna, anche perché Gino spingeva troppo in là, volutamente
le pareva, la sua sorpresa e perché un sorriso ironico gli si
intravedeva sulle labbra.
«Una merenda? Macché! Col caldo che fa non ho mai fame.»
E rise. Aveva dato alle parole un significato ambiguo, mentre col
riso beffardo pareva volesse sottolineare che il vero motivo del
rifiuto stava nel senso riposto di esse.
Ermenegilda si sentì tremare tutta. Si guardò intorno per
sfuggire le ultime occhiate canzonatorie di Gino e per vedere se
nessuno aveva assistito alla sua vergogna. Il giovanotto intanto
era entrato nello stanzone, sempre ridendo. Lei lo seguì dopo un
minuto, a testa bassa, cercando di non vedere e di non udire.
Tutte le sue fantasie, i suoi desideri di quei giorni crollavano
nel ridicolo, nello scherno. In quella settimana aveva come
condensato la sua esistenza: sofferenze, giuste aspirazioni,
l’opinione dei suoi simili e di se stessa, tutto aveva offerto,
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dentro di sé, a contropartita di un minimo di felicità e di scopo
nella vita. Ed ecco che tutto svaniva, che tutto le veniva negato.
Ma perché, Dio mio, perché?
E aveva anche comprato quel libro e si era compiaciuta della
sana regolarità del mestruo! E aveva perfino costretto sua madre
a sloggiare di casa per la domenica! Quanto era stata stupida.
Non sapeva che lei viveva soltanto per essere torturata? Che solo
per questo Dio l’aveva fatta?
Il risentimento l’aveva invasa tutta rendendola dura di
ragionamenti e di sentimenti verso di sé e verso gli altri.
Finalmente arrivarono le sei: l’ora di alzarsi e di uscire da quello
stanzone soffocante. Con la faccia contratta, aspettò che le altre
donne, spuntatrici e rammendatrici, se ne andassero per non
essere costretta alla loro compagnia e alle loro chiacchiere.
Quindi si alzò anche lei e si preparò ad uscire. Già aveva raccolto
le sue poche cose e si era incamminata, quando Àdonne, il
cimatore piccolo e peloso lì vicino, le disse:
«Ciao Ermenegilda.»
La ragazza si fermò di botto e lo guardò con cattiveria.
Che Gino avesse raccontato il fatto e lei fosse già sulla bocca
di tutti? Perché allora quell’Àdonne la salutava, contrariamente
al solito? L’aria quasi spaurita di lui alla sua silenziosa reazione
al saluto, la convinse che la sua diffidenza non aveva ragione di
essere. All’improvviso le balenò un’idea nella testa.
«Cosa fai domenica prossima, nel pomeriggio?» Gli chiese
con voce severa.
«Mah, non so…. Niente.» Rispose timidamente il giovanotto.
«Perché non vieni da me, alla Querce?»
Come tutti in fabbrica, anche lei provava un senso di
superiorità su Àdonne. Ed ora le era particolarmente piacevole
avvalersi di questa superiorità. «Allora» insisté, «vieni?»
Il giovanotto la guardava stranito. Lei allora gli sorrise
incoraggiante e, senza dubitare della sua risposta, gli dette
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l’indirizzo preciso.
«Verrai, vero?»
Àdonne parve capire e sorrise. Disse di sì. Lei aggiunse,
senza provare minimamente vergogna con sua sorpresa:
«Vieni verso le tre: a quell’ora, col caldo che è, non c’è
nessuno per la strada.»
«Alle tre. Ci sarò.»
III
E infatti, alle tre in punto della domenica, Àdonne bussò alla
porta di Ermenegilda.
La ragazza già da diverso tempo era pronta ad accoglierlo. La
madre era andata via in mattinata. Da sola, fino alle tre, aveva
avuto il tempo di preparare la casa e se stessa in modo da colpire
piacevolmente Àdonne, non tanto per lui personalmente, quanto
per essere sicura che egli fosse nel migliore stato d’animo
cosicchè la sua contentezza venisse trasfusa nel figlio che doveva
essere concepito.
Aveva dato la cera e lucidato in tutte le stanze in cui lui
poteva entrare, in salotto, in cucina, nel corridoio e, soprattutto,
in camera sua. Questa stanza l’aveva predisposta alla visita con
cura particolare. Quella mattina stessa aveva cambiato i lenzuoli
e le federe al letto, spolverato più del solito i tappeti e lucidato
gli specchi. Già in settimana aveva lavato le tende della finestra e
le aveva inamidate. Ora la camera era in ordine. La finestra e gli
scuretti socchiusi in modo da creare una penombra riposante e
confidenziale. Il letto fresco e fragrante. Gli scendiletto al loro
posto.
Aveva preparato anche il suo corpo all’incontro e, come
sperava, al concepimento. Non solo si era lavata e improfumata e
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acconciata i capelli e truccata il volto; non solo aveva indossato
poco prima delle tre un paio di mutandine di lilion color velo di
cipolla e un reggipetto e una sottoveste altrettanto aerei e
trasparenti, ma durante la mattinata aveva fatto ben quattro
irrigazioni vaginali, secondo i consigli del libretto che aveva
comprato. Questo infatti, dopo aver constatato che il metodo
Ogino-Knaus oltre che per limitare le nascite poteva servire
anche per lo scopo opposto, dava alcuni consigli affinché il
concepimento avvenisse e avvenisse nelle condizioni migliori.
Qui appunto era espressa l’idea che lo stato di felicità e di
soddisfazione dei genitori, compiendo l’atto, avrebbe influito
beneficamente sul figlio. E qui inoltre, dopo tanti altri consigli, si
invitava a fare, prima dell’unione, una irrigazione vaginale con
acqua contenente un grammo di bicarbonato di sodio per litro,
per ridurre una certa acidità. La ragazza disciplinatamente aveva
comprato il bicarbonato di sodio in una farmacia e in quella
mattina aveva fatto, come si è detto, quattro irrigazioni, di cui
l’ultima poco prima dell’arrivo di lui.
Dopodiché si era messa pazientemente ad aspettare le tre.
Tutto era fatto, al suo posto, pronto ad accogliere il visitatore.
Certo Àdonne non era l’ideale del maschio procreatore,
piccolo, tegoso, timido com’era. Comunque era meglio che
nulla. E poi anche lui riluceva di una certa qual bellezza, quando
ti guardava con gli occhi spauriti o sorrideva. Ma tanto che
importanza poteva avere la bellezza delle forme quando il
bambino che doveva nascere sarebbe stato, con la grazia di Dio,
sano, normale, diritto? Questo solo era il suo desiderio. E mentre
attendeva pregò la Madonna che glielo facesse realizzare. E le
chiese una volta ancora perdono del peccato che stava per
commettere. “Tu mi capisci!” le disse a modo di scusa e d’intesa.
Così, con l’animo in pace e il corpo fresco, accolse Àdonne.
39
IV
Convincere il giovane a fare la sua voglia le fu molto facile,
considerando che questi era venuto con l’intenzione di
convincere lei a fare la sua. Anche il defloramento, che prima
aveva silenziosamente temuto, non le dette nessuna noia di
rilievo. Tutto era andato secondo le sue aspettative. Subito dopo
l’atto era stata quasi un quarto d’ora immobile su un fianco, nella
più riposante posizione, secondo i consigli del suo libretto. Dopo
questo primo riposo aveva cercato di sbarazzarsi alla svelta del
fecondatore ormai inutile. Appena ci riuscì e fu sola, tornò sul
letto, si coprì con una coperta, benché facesse caldo, e rimase
tutto il resto del pomeriggio in riposo a covare lo sperma che
aveva tanto faticosamente ottenuto. Per tutto quel giorno e per il
seguente non si lavò la parte per paura di sciupare qualcosa.
A dire il vero si era aspettata qualcosa di più entusiasmante
dall’unione con uomo. Tutto invece era stato molto deludente da
un punto di vista puramente sessuale. Questa delusione
rafforzava il suo proponimento di non continuare la relazione. Il
suo scopo era un altro e, per ora, era raggiunto. Aspettò con ansia
il giorno in cui il mestruo avrebbe dovuto tornare. Nell’attesa
badava di stare calma, di non affaticarsi, di non prendere fresco.
Con Àdonne non sapeva come comportarsi. Doveva
interrompere irreparabilmente il legame? E se poi il mestruo
tornava? Doveva forse arrendersi alla prima prova negativa? Era
meglio tenerselo buono, a disposizione caso mai ci fosse stato
ancora bisogno di lui, cosa che sperava con tutta l’anima non
avvenisse.
Davvero era stato molto deludente il tanto decantato amplesso
maschile: deludente e umiliante. Umiliante fino all’ultimo grado
le era parso, oltre al troppo precipitoso, ripugnante, contatto dei
corpi, anche il fatto di approfittare o di concedersi (non sapeva
40
bene) a quel giovanottino che aveva sette o otto anni meno di lei.
Ermenegilda pregava di fondo al cuore di non essere costretta a
rinnovare quella vergogna.
Àdonne, dal canto suo, pareva molto soddisfatto di aver
trovato uno sfogo alla sua voglia virile. Ogni minuto, quando era
a lavorare, lanciava all’amante occhiate e sorrisi d’intesa e di
ringraziamento. Talvolta si avvicinava a lei con fare circospetto,
come un cospiratore, e cercava di avviare un discorsetto, che lei,
Ermenegilda, sapeva bene dove sarebbe finito. Perciò tentava di
prevenirlo, ma con imbarazzo; e talvolta lo trattava freddamente
e talaltra gli sorrideva dolcemente senza rispondere. Questa
indecisione durò due settimane. Una mattina, con suo grande
disappunto, un flusso regolare di sangue le fece sapere che, se
voleva diventare madre, avrebbe dovuto riprovare il maschio.
Cominciò pertanto a rispondere con sorrisi di intesa ai
tentativi di approccio di Àdonne. Il giovane, che i primi giorni si
mostrava beato e soddisfatto, era diventato negli ultimi insistente
e piagnucoloso, morso com’era dall’amara impressione che le
sue soddisfazioni virili sarebbero cessate sul nascere. Lei cercò
di rassicurarlo e gli fece intendere con tatto che per il momento
non si poteva, ma che, appena l’impedimento fosse scomparso,
l’incontro che lui voleva sarebbe avvenuto, con pieno
appagamento di entrambi. Àdonne a questa promessa parve
rinascere. Però, Ermenegilda se ne rese conto, non si poteva
differire l’impedimento per due settimane e mezzo come sarebbe
stato necessario per raggiungere il periodo favorevole. La voglia
di lui, che, sfogata una volta, non voleva più contenersi come per
l’innanzi, esigeva il possesso immediato del suo oggetto. Perciò,
cessato che fu l’impedimento, gli dette il richiesto appuntamento
per la domenica pomeriggio. Questa volta andarono fuori di casa,
in un boschetto isolato dove lui la portò con la sua motoretta.
Ermenegilda quel giorno non si era preparata all’incontro
come la volta precedente. Sapeva, dal suo libretto, che non
41
poteva succedere niente; ci andava solo per accontentare il
ragazzo che si impazientiva. Non sarebbe cominciato oggi quel
misterioso fenomeno che poteva portarla a partorire un figlio.
Tutto quanto doveva succedere era ormai ben conosciuto, e
ripugnante: palpeggiamenti vari, rantolii, un succhiare di baci, un
contatto interno che l’avrebbe riempita. Tutto qui. Niente che
avrebbe fatto di lei una madre, cioè una donna completa,
normale; niente che avrebbe dato calore alla sua esistenza, un
avvenire e un seguito alla sua vita sciagurata. Pure doveva
assoggettarsi, ma lo faceva controvoglia.
All’inizio, quando lui pretese di baciarla sulla bocca, l’assalì
il disgusto e lo stomaco si rifiutò. Si voltò allora da una parte e
non volle farsi toccare da quelle labbra aperte, umidicce. Ma,
quando il giovanotto lasciò perdere i baci e passò ad altre cose,
con sua grande sorpresa sentì da prima un certo solletico, poi un
formicolio, quindi brividi e spasimi di meravigliosa potenza e
infine una pace, una calma mai provate. Anche i baci di lui non
le davano più disgusto, anzi le pareva che mentre era lì, fremente
sotto di lui, lei stessa li avesse cercati e voluti.
Come poteva essere tutto ciò? Come mai l’altra volta non era
successo niente di simile? Perché ora si era lasciata andare, non
aveva tenuto a mente quale era il suo scopo! E questo era
pericoloso per lei: non doveva, non poteva avere un uomo per sé,
si ripeté. Un figlio, questo era quello che voleva e le poteva
essere concesso: quel giovanotto era solo un mezzo. Si doveva
ricordare di questo: lei era solo una povera ragazza sciancata,
nessun uomo poteva provare amore per lei. Àdonne veniva con
lei solamente per sfogare la sua voglia repressa, perché era
brutto, peloso, timido, assomigliava a un topo e non trovava
nessun’altra donna che ci stesse. Non era mai stato con nessuna,
prima, glielo aveva chiesto, e lui lo aveva ammesso, abbassando
gli occhi. Per questo veniva con lei.
E lei non doveva farsi illusioni.
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Si arrabbiò quasi con Àdonne e si fece riportare
immediatamente in città. Egli cercò di ottenere un altro
appuntamento per la domenica successiva, ma lei rifiutò con una
scusa. Lui propose un incontro durante la settimana, dopo il
lavoro, ma lei non ne volle sentir parlare. Si trovarono d’accordo
per rivedersi dopo due settimane, a casa di lei, come la prima
volta.
Ermenegilda attese questo incontro con non minor ansia di
quello del mese precedente. Ogni minuto ripeteva a se stessa che
lo faceva per avere un bambino; che il desiderio di avere un
figlio era una cosa naturale, santa, nemmeno la religione poteva
negargliela, ma un amante…. Un amante no! Era peccato, era
una cosa innaturale, sudicia; lei voleva una cosa per sempre, con
la benedizione di Dio e degli uomini; e siccome non poteva avere
un uomo per sempre, non lo voleva affatto. Lo avrebbe usato
solo per ottenere un figlio. Anche questo era peccato, lo sapeva,
ma in fondo la sua azione era redenta dallo scopo con cui lo
faceva e dallo spirito con cui ci si sottometteva. E poi…. E poi
Dio poteva ben chiudere un occhio su quel peccato per ripagarla
delle privazioni della sua vita.
Quando arrivò all’incontro, come la volta precedente fu
assalita dal ribrezzo per quell’esserino che le rantolava intorno,
duro e puntuto dalla sua voglia, ancor più capelluto e
disprezzabile del solito. Ma lasciò fare con buona volontà, come
se dicesse che sopportava anche questo per riscattare la santità e
la bellezza del suo proponimento. E mentre lui toccava,
palpeggiava, e baciava, si ripeteva nella mente come una litania i
suoi pensieri e le sue decisioni e si rammentava, per consolarsi,
che quel giorno era in pieno periodo favorevole e che quella era
l’ultima volta che soggiaceva a quel contatto. Ma quando,
nonostante tutta la sua volontà contraria, cominciò a sentire un
formicolio, dei brividi, uno spasimo, niente più le passò per la
mente. Desiderò soltanto che ciò succedesse in eterno, senza
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sosta, senza momenti tristi, soli, inutili. Anche Àdonne in quegli
attimi le pareva bello, alto, forte, sicuro; e lei se lo baciava e
stringeva con forza.
Per che cosa aveva fatto, durante l’attesa, due o tre irrigazioni
vaginali con acqua contenente bicarbonato di sodio, un grammo
per litro? Per che cosa? Come tutto le parve sciocco ora, al
confronto. Anche questa volta fece dieci minuti di sosta, alla
fine. Ma invece di sbarazzarsi del giovanotto subito dopo, lo
pregò di ricominciare e lo stuzzicò perché lo facesse.
V
In seguito, a mente fredda, non poté che riflettere su quanto
era avvenuto.
Sì, si era lasciata andare e aveva perso di vista il suo scopo.
Ma, Dio mio, come erano pieni, significativi quei momenti di
ebrezza nel grigiore della sua vita! Come aveva potuto fare a
meno di quella gioia per ventotto anni? Già provava desiderio di
ritrovare quei brividi e quegli spasmi che le strappavano l’animo
e le forze. Oh, sapeva bene che non poteva avere un uomo
eccetera, eccetera, ma perché rifiutare anche queste briciole di
godimento? Quanto si fosse trovata incinta e quindi la sua vita si
fosse instradata secondo i suoi desideri originali, allora avrebbe
trovato la forza di rinunciare a godere dell’uomo per amore di
suo figlio. Ma prima, a che scopo? Dopo tanti anni di rinunce e
patimenti, perché imporsi altre privazioni? Certamente, dato che
la relazione sarebbe durata del tempo, la gente avrebbe
cominciato a sospettare e a malignare. Ma che gliene importava,
a lei, delle chiacchiere della gente anche se giustificate? Come si
permettevano costoro di trinciare giudizi senza conoscere i suoi
patimenti, i suoi dolori senza speranza? La Madonna, solo la
44
Madonna poteva capirla. Lei era buona, santa, amorevole verso
di lei. E in fondo anche lei era una donna. Perciò poteva capire
quanto avveniva in lei, capire e perdonare. Sì, solo la Vergine
Santa la capiva e la perdonava. E chi altri l’avrebbe assistita e
confortata quando sarebbe rimasta incinta e tutti l’avrebbero
abbandonata ghignando? Chi altri se non lei? Oh, si immaginava
bene tutti i titoli che le avrebbe affibbiato la gente quando il
pancione gravido…. Ma la gente poteva dire qualsiasi cosa, di
lei.
Di lei, ma di suo figlio? Dio mio Madonnina santa!....
Eccome no? Come poter credere che non l’avrebbero chiamato
con spregio “Figlio di N.N.” S’immaginò il momento in cui
sarebbe andata a dichiarare la nascita in Comune. L’impiegato
avrebbe chiesto il nome del padre. «Chi è?» E lei cosa avrebbe
risposto, cosa avrebbe provato dentro di sé, dicendo «non lo so»
oppure «non lo voglio dire?» E s’immaginò anche suo figlio in
mezzo agli altri ragazzi. Come poter sperare che gli altri ragazzi
non lo canzonassero e non lo chiamassero bastardo? Bastardo!
Lei, da bambina, non era stata forse chiamata tante, ma tante
volte, zoppa, storpia, sciancata, dagli altri bambini? E come
sperare che non facessero così anche con suo figlio? Ma perché
non ci aveva pensato prima a questo? Forse era ancora in tempo.
Anche il mese precedente non era successo nulla, forse anche
questa volta tutti i conteggi e i giorni di fecondità sarebbero
risultati sbagliati e il mestruo sarebbe riapparso regolarmente. E
per il futuro? No, non poteva rinunciare a quel contatto con un
uomo. Ci sarebbe stata attenta. C’erano tanti sistemi per evitare
una gravidanza. Quel sistema, quel conteggio di giorni fecondi e
infecondi non serviva principalmente a quello scopo? E dunque!
Bastava sorvegliare il calendario, dare gli appuntamenti ad
Àdonne nei giorni adatti, fare delle raccomandazioni al
giovanotto, e tutto si sarebbe risolto. Ma certamente!
Purtroppo doveva, ancora una volta, fare una rinuncia: doveva
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rinunciare ad avere un figlio. Ma era per il suo bene, per il bene
del bambino. Che figlio poteva essere quello senza un padre,
senza un nome! Era suo dovere privarsi di una felicità, se questa
doveva costare l’infelicità di una creatura che avrebbe dovuto
essere tutta la sua vita, tutto il suo bene. Sì, rinunziava! E per la
prima volta lo faceva con gioia, perché capiva il valore di quella
rinuncia.
E inoltre, se non avesse avuto un figlio, poteva continuare la
relazione con Àdonne, senza scadenze, senza l’imbarazzo e i
problemi che avrebbe creato una gravidanza. Ma certo! Sapeva
che prima o poi Àdonne l’avrebbe abbandonata. Ma perché
preoccuparsi di ciò, prima di allora? Naturalmente era chiaro che
lei non rinunciava ad avere un figlio per tenersi l’amante. No!
Doveva rinunciare al figlio per amore del figlio stesso. Se così
facendo poteva continuare a stare insieme ad Àdonne, era forse
colpa sua? E perché non doveva approfittare di questa
possibilità? Non era questa una nuova rinuncia, un’altra rinuncia
dolorosa, forse più dolorosa di tutte le altre della sua vita? E
quindi aveva ben diritto a una piccola ricompensa. Se anche la
Madonna l’aveva compresa e perdonata quando desiderava di
farsi illecitamente ingravidare in forza delle privazioni umilianti
e dolorose della sua vita, poteva a maggior ragione essere scusata
ora, che a quella larga fila di dolorose rinunce un’altra se ne
aggiungeva tanto gravosa per il suo essere di donna. E tanto più
che la maggior parte, e la più grave, del peccato che commetteva,
ora scompariva. Che colpa era avere un’amante, in confronto a
quella di procreare un figlio illegittimo? E dunque!
Si era fermamente decisa a non avere un figlio. D’ora in
avanti avrebbe preso le più grandi cautele per evitare una
disgraziata gravidanza. Ma che stupida era stata le volte passate!
L’importante era di non essere già rimasta incinta. Se con l’aiuto
di Dio e della Madonna, questo non era, tutto si sarebbe
sistemato nel più giusto e naturale dei modi.
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Così, soddisfatta e ansiosa nello stesso tempo, aspettò l’inizio
del mestruo, non senza prendere le prime e più necessarie
misure. Fece cioè la sera stessa della domenica delle profonde
irrigazioni vaginali con acqua pura, senza il bicarbonato di sodio,
perché questo favoriva la vita degli spermatozoi e quindi le
gravidanze.
Nei giorni seguenti, alle insistenze di Àdonne cedette con
prontezza e buona voglia: del disgusto che l’aveva assalita le
prime volte non si ricordava nemmeno. Si trovarono e godettero
l’uno dell’altra, con le opportune misure di sicurezza, diverse
volte durante due settimane: qualche volta dopo le sei, all’uscita
di Ermenegilda dalla fabbrica, due volte di domenica
pomeriggio. Infine, più che cedere alle insistenze, era lei stessa
che insisteva con occhiate e cenni di testa che richiamavano il
giovanotto ai suoi doveri di maschio corteggiatore.
VI
Al termine della seconda settimana Ermenegilda cominciò a
preoccuparsi: il mestruo non compariva; ed era già in ritardo di
due giorni, cosa assai strana per lei sempre così regolare. Attese
altri cinque giorni con l’animo oppresso da fosche previsioni e,
non avendo visto ancora niente, decise di fare l’analisi dell’urina.
La mattina del giorno successivo, prima di andare a lavorare,
passò dall’ospedale e, con non poca vergogna, tirò fuori la sua
brava boccettina chiedendo la desiderata analisi. La risposta si
sarebbe saputa la sera stessa.
Ad Àdonne, benché in quei giorni lo avesse visto due volte da
sola, non aveva detto niente naturalmente. E aveva temuto che
lui le chiedesse come mai questo mese gli impedimenti….Ma si
era convinta, una volta di più, che gli uomini, e specialmente i
47
giovanotti, di certe cose sono quasi all’oscuro. Meglio così,
almeno fino a quando le analisi non avessero parlato. E queste,
dopo tanta attesa, parlarono: positiva. “Significa che l’urina è di
una donna incinta” spiegò gentilmente l’infermiera.
Era
incinta,
disgraziatamente,
sfortunatamente,
malauguratamente incinta! Dio mio, sempre disgrazie, dispiaceri,
delusioni! Dunque mai sarebbe stata felice e tranquilla.
Ed ora che fare? Certo aveva tanto desiderato un figlio, un
essere suo, completamente suo. Ma come non sapere quanto egli
avrebbe sofferto per il fatto di non avere un padre? Come poter
spiegare che la gente non l’avrebbe chiamato bastardo? Eppure
poteva rinunciare? Poteva mandare a male quella gravidanza?....
No, era contro i suoi principi, i suoi sentimenti: non avrebbe mai
potuto procurarsi l’aborto.
E Àdonne? Cosa dire, come comportarsi con lui? Doveva
lasciare quella fabbrica e non rivederlo mai più, come aveva
determinato prima? Sì, era la cosa più onesta che poteva fare.
Ma….tra cinque mesi doveva smettere di lavorare per il periodo
di maternità. Se cambiava fabbrica proprio ora, aveva diritto a
quella indennità e assistenza? Non lo sapeva con sicurezza, ma le
pareva di no. E perché arrischiare la sua relativa sicurezza
economica? In fondo Àdonne era il padre del bambino e aveva
diritto a sapere cosa si stava preparando. Non era vero che
sarebbe stato più onesto tacere: era anzi suo dovere mettere
Àdonne al corrente della gravidanza. Lui venendo con lei, si era
assunto la sua parte di responsabilità: non era mica un bambino;
era maggiorenne, perciò….
Oh, come tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi! Ma
certamente! Come poteva, come poteva osare, lui, di non
acconsentire al matrimonio? Oh sì! Tutta la sua vita si stava
trasformando. Finalmente Dio la ricompensava dei torti e dei
patimenti subiti. Avrebbe avuto un marito, come tutte le donne di
questo mondo, e dei figli, figli legittimi, con un padre e una
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madre onesta, e un nome. Grazie, Madonnina santa, grazie!
E perché Àdonne non avrebbe dovuto acconsentire? Il figlio
era suo: su questo non c’erano dubbi. E poi lei non era forse una
brava ragazza, lavoratrice, onesta, che guadagnava bene? Cosa
poteva pretendere di più Àdonne, brutto e piccino com’era,
timido e peloso? E lei sarebbe stata una moglie, affettuosa e
comprensiva, una madre esemplare. Questa era stata la vera e
unica aspirazione della sua vita, tutto il suo essere era nato per
questo. Certo c’erano delle difficoltà: lei era zoppa e per di più
era di sette anni più vecchia, ma tutte le difficoltà si appianano
quando ci sono dei figli che uniscono. E lei era pronta da parte
sua a chiudere un occhio sulle debolezze di lui. Era poco più di
un ragazzo, come non scusarlo se ogni tanto faceva una
scappatella con qualche donnetta di malaffare? Sì, gli avrebbe
permesso questo e anche qualcos’altro, purché, naturalmente,
egli non trascurasse lei per le altre. E così, con un minimo di
buona volontà e comprensione, tutto si sarebbe appianato e
chiarito.
Ora doveva preparare Àdonne a ricevere la notizia; e
preparare anche le famiglie. Sua madre, povera vecchia, era un
po’ svanita e prendeva per buono, senza commenti, tutto quello
che lei faceva; gli altri suoi parenti non avevano importanza. La
famiglia di lui, invece la preoccupava. Chissà che tipi erano!
Comunque avrebbe predisposto con tatto l’incontro e la
rivelazione.
Per prima cosa invitò Àdonne a venire a casa sua la domenica
pomeriggio, ma senza dirgli nulla di speciale. Invece di mandar
via sua madre, come le volte precedenti, gliela fece trovare a
bella posta sulla porta di casa. Il giovanotto fu presentato come
“un amico di fabbrica”; fu intrattenuto con chiacchiere dalla
vecchia e gli fu apparecchiato anche un piccolo rinfresco con
vermut e biscotti. Àdonne, pur nella sua ingenuità, dovette
accorgersi di qualcosa. E quando alla sera, dopo che erano stati
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del tempo soli, Ermenegilda da un discorso all’altro arrivò a
chiedergli di farle conoscere i suoi parenti, lui puntò i piedi e non
volle saperne. La ragazza sulle prime cercò di convincerlo senza
forzare troppo, ma invano. Allora lei rapidamente decise che era
venuto il momento di far intravedere qualcosa a quello sciocco
ragazzo ostinato. E dopo un po’ di silenzio e altri discorsi
insignificanti, gli disse:
«Sai, il mestruo mi ritarda: da sette giorni.»
Il giovane parve non capire, poi arrossì e chiese cosa poteva
significare e se lei credeva…. Lei allargò le braccia con
rassegnazione. Chi poteva sapere? Speriamo di no!
Il ragazzo era rimasto visibilmente scosso a quella notizia,
sicché lei cercò di rincuorarlo, dicendogli che tutto si sarebbe
accomodato in ogni modo, che bastava avere comprensione e
senso di responsabilità, anziché lasciarsi impaurire come
bambini, e che quello che avevano fatto lo avevano fatto di
comune accordo e da persone adulte.
Questi discorsi, se ne accorse, non rincuoravano punto
Àdonne. Comunque, finì cambiando tono, avrebbe fatto le analisi
che si fanno in simili casi e tra qualche giorno si sarebbe saputa
la risposta precisa.
Il giovanotto si sentì avviluppato, senza che lo avesse voluto,
in una marea d’impegni, responsabilità e oneri. Non sapeva cosa
dire o fare e neanche cosa pensare. Desiderava solo una cosa:
scappare di lì. Ma Ermenegilda lo tratteneva con discorsi pieni di
comprensione reciproca, di senso dell’onore e, sì, di affetto
reciproco. Finalmente lei lo lasciò andare, con l’intesa che si
sarebbero rivisti in settimana, una sera quando lei avesse avuto i
risultati. Il lunedì e il martedì il giovanotto sul lavoro sembrava
stralunato, oppresso. Il mercoledì Ermenegilda ritenne giunto il
momento opportuno per la rivelazione. Gli dette, senza altre
spiegazioni, un appuntamento per la sera stessa. Le prime parole
che gli disse quando lo incontrò furono: «Sono incinta.» Àdonne
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restò di sasso. Lei per far vedere che non mentiva, tirò fuori il
foglio con il risultato delle analisi fatte la settimana precedente.
Il giovanotto non era capace di dir parola, pareva anzi che fosse
lì lì per piangere. Ermenegilda cercò di calmarlo. In fondo non
c’era niente di male: succedeva a tanti. Certamente ora dovevano
rimediare il rimediabile, dovevano cioè sposarsi al più presto. (Il
ragazzo si scolorì ancora di più, sentendo esprimere in parole il
pensiero che lo tormentava da tre giorni). Ma non c’era da
preoccuparsi per questo: l’essenziale era che ci fosse fra loro
quel buon accordo e quella buona volontà di metter sù una
famiglia, così come erano stati d’accordo nel fare quelle cose che
li avevano portati ad aspettare un figlio. Perché l’importante era
l’avvenire e la felicità del loro figliolo, che lui nascesse e
crescesse in una famiglia unita, con una madre e un padre pieni
di premure. Entrambi lavoravano, avevano un buon posto e
guadagnavano bene: dal lato economico non c’erano
preoccupazioni. Lui non doveva fare il militare e quindi erano
perfettamente liberi. Certamente le rispettive famiglie avrebbero
ricevuto un duro colpo alla notizia; ma, dopo il primo momento
di smarrimento, sarebbe senza dubbio prevalso il buon senso e il
sentimento delle responsabilità di ognuno. E poi, a guardar bene
le cose dovevano ringraziare Dio perché non potevano chiedergli
niente di meglio. Non erano forse il primo amore l’uno
dell’altra? Non avevano forse lui preso la sua verginità e lei
quella di lui? E cosa c’era dunque di meglio di questo per
costruirci sopra un matrimonio? Dovevano perciò ringraziare
Dio e la Madonna e rassegnarsi con gioia alla Loro volontà.
Il giovanotto di tutte quelle parole non ne afferrava la metà:
era visibilmente turbato. Tutto ad un tratto disse:
«Devo pensarci, devo pensarci.» E piantò la ragazza,
allontanandosi senza aggiungere altro.
Ermenegilda si sentì soddisfatta di come aveva condotto la
cosa. Àdonne si sarebbe impaurito, disperato. Ma bastava che le
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lei non lo mollasse, che nei giorni seguenti gli fosse
continuamente vicina, al lavoro e dandogli tutte le sere un
appuntamento. Bastava che continuasse a parlargli con affetto e
semplicità del matrimonio e lui si sarebbe lasciato a poco a poco
convincere ed avrebbe fatto ciò che era suo dovere fare.
Sì, il futuro le si presentava roseo, per la prima volta in vita
sua. Sentiva dentro di sé, in modo misterioso ma sicuro, che
anche per lei c’era su questa terra uno spicchio di felicità.
VII
Con suo grande dispiacere non vide Àdonne al suo posto di
lavoro la mattina successiva. “Forse ha cambiato turno, per una
ragione o per un’altra,” pensò. E attese con impazienza il cambio
di turno, alle due. Ma anche a quell’ora Àdonne non venne a
lavorare. I compagni di lavoro che lo sostituivano non sapevano
niente. Ad andare a chiedere in ufficio cosa gli fosse successo si
vergognava. Perciò attese sempre più preoccupata, il giorno
dopo. Ma non lo vide, né la mattina né la sera. Il sabato, il terzo
giorno, non resisté più. Prese e andò a chiedere notizie. «E’
venuto a licenziarsi proprio ieri» le dissero.
Non ci credeva: non poteva essere! Cosa poteva significare
quel licenziamento, se non…. Ma come poteva scappare in
questo modo, senza una parola, una spiegazione. Non era
possibile! Tra loro ci dovevano essere per forza delle
spiegazioni, una possibilità di parlare, di convincere.
Quella sera stessa, appena uscita da lavorare, sarebbe andata a
cercare Àdonne a casa sua. Era necessario: ci sarebbe andata! E
infatti ci andò, preparata a tutto. Sapeva che Àdonne abitava a
Narnali, un paesino sulla via Pistoiese, ma non sapeva dove con
precisione. Chiedendo a dei bottegai, le fu indicata la porta di
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una casetta lungo la strada. Bussò. Una bambina di sette o otto
anni, che dalla somiglianza poteva essere una sorella di Àdonne,
le aprì e la lasciò passare. Dalla strada si entrava direttamente in
una specie di ingresso-salotto-sala da pranzo. “Entrata sono
entrata” si disse Ermenegilda quando fu dentro. “Almeno la
porta in faccia non potrà chiudermela.” Chiese se c’era Àdonne.
La bambina non rispose nulla e chiamò sua madre. La madre era
una donna grossa, bassa e dall’aspetto volgare. Era anche becera,
come poté rendersi conto subito. L’aggredì infatti con una voce
sgradevole, dicendo:
«Cosa vuole lei dal mio figliolo?» e senza aspettare risposta
continuò: «Sarebbe l’ora che lei lo lasciasse in pace, ha capito?
Tanto lo so chi è lei, con codesta gamba zoppa! Il mio figliolo è
anche troppo buono: invece di malfamarla per tutta la fabbrica,
ha preferito venir via per non far scandali. Ma ora la signorina
viene anche a cercarlo a casa, la verginella!... Lo deve lasciare in
pace quel povero figliolo: non le basta di avergli fatto perdere il
posto in fabbrica? Ah ma se ero io, gliene cantavo due in mezzo
allo stanzone, che dopo sarebbe andata via lei dalla vergogna.
Ma già, lei di vergogna non ne deve provare. E stai zitta perché
in casa mia parlo solo io! La povera ragazzina infamata! Se tu
avevi il pizzicore, ti dovevi grattare anziché andare con gli
uomini. O non lo sapevi che a andare intorno a quei cosi c’è il
pericolo di ingravidare? E ora perché tenti di tirare il tranello al
mio ragazzo? È forse il più imbecille dei tuoi ganzi? E poi non ci
credo neanche che Àdonne sia venuto a divertirsi con te. Con
tutte le donne che può avere, sarebbe grullo ad andare con una
storpia come te. E stai zitta e ferma, hai capito? In casa mia ti
dico quello che mi pare e piace. Anzi, ti devi levare subito da tre
passi: fuori di casa mia! Fuori! E ringrazia Iddio che sei tutta
sciancata, perché sennò a forza di calci in culo ti riportavo io al
tuo paese.»
Dicendo le ultime parole, la donna aveva aperto la porta,
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aveva preso Ermenegilda per un braccio, l’aveva spinta con forza
sulla strada e infine aveva sbacchiato sonoramente l’uscio. Le
grida erano state udite distintamente e, come succede nei paesini,
si era raccolta là intorno una dozzina di vicini curiosi. Costoro,
chi serio chi ridendo, fecero largo per far passare Ermenegilda la
quale non sapeva se piangeva o no, se era rossa o sbiancata in
viso, se camminava o correva. Dopo aver guardato per un attimo,
con smarrimento, le facce dei presenti e poi la porta chiusa, non
poté far altro che prendere la sua bicicletta appoggiata lì accanto
e partire…. Partire con quanto più forza aveva nella sua gamba
destra, andare via, lontano da quella gente, da quella casa!
Dio mio, come aveva potuto quella orribile donna da strada
trattarla in quel modo! Falsa, becera, triviale! Ah non c’era da
meravigliarsi se con una madre del genere Àdonne era diventato
una specie di topo spaurito. E lui, lui, a raccontare tutto alla
mamma, come un bambino, e poi a scappare! Come aveva
potuto! Certamente era stata lei, la madre a consigliarlo, a
imporgli di venir via in quel modo, senza una parola, un saluto.
Stupido bambino pauroso! Non voleva rivedere più nessuno né
figlio né madre, nessuno.
Che vergogna! Che vergogna! Quella donnaccia non le aveva
dato neanche il tempo di parlare: subito a offendere, a sbraitare.
E lei cos’altro avrebbe potuto dire, oltre a quello che aveva
detto? Niente, proprio niente; tanto più che quella non ascoltava
nemmeno. Ma basta! Non voleva pensar più a loro…. Quello
stupido ragazzino di Àdonne non avrebbe neanche visto suo
figlio! E lei, scema che non era altro, aveva sperato, sognato….
E ora?
Le restava solo di buttarsi sotto un treno. Madonna santa, che
disperazione era quella! Perché tutti i suoi sogni di felicità
venivano sempre delusi? Questa volta aveva sperato davvero di
poter metter sù una famiglia sua, marito, figlioli. Ed ecco cosa
aveva ottenuto: umiliazioni e offese. Sempre così, per lei c’erano
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soltanto dolori, mai un attimo di gioia, di serenità, di pace, mai.
Sì, in quegli ultimi due mesi aveva avuto delle soddisfazioni,
aveva conosciuto un uomo e la speranza si era riaccesa, ma solo
per esser poi ancora più maltrattata. Ed ora eccola lì, sola, derisa
e in attesa di un figlio, di un figlio illegittimo. E che doveva fare?
ammazzarsi forse? No, non si sarebbe ammazzata: sarebbe stato
troppo comodo, troppo semplice per tutti. Voleva vivere e voleva
avere questo figlio! E se gli altri volevano malignare,
malignassero pure, tanto a lei non gliene importava nulla.
Pregava la Madonna solo di una cosa: di avere un figlio sano,
normale e di riuscire a farsi amare da lui. Soprattutto questo
chiedeva alla Madonna che l’aveva sempre protetta, che suo
figlio, da grande, non si vergognasse di lei e non la considerasse
una donnaccia per non avergli dato un padre. Questo era lo scopo
della sua vita d’ora in avanti. A tutto il resto poteva rinunciare
con gioia: alla considerazione della gente, se considerazione si
poteva chiamare quel volerla tenere in disparte, e avrebbe
rinunciato soprattutto al contatto con gli uomini. Rinunciando
all’amore degli uomini avrebbe dimostrato a suo figlio, e anche a
se stessa e agli altri, che lei era una donna onesta e perbene e che
suo padre era stato il suo primo e ultimo amante….
In quello stesso istante fu urtata di striscio da una macchina
che la sorpassava. L’agitazione che la rodeva le aveva causato
una specie di appannamento alla vista e una pericolosa
disattenzione. Si era così spostata inavvedutamente verso il
centro della strada, era stata colpita e scaraventata per terra. Si
vide del sangue: fu subito soccorsa da diverse persone che
chiamarono un’ambulanza. All’ospedale fu accertato che, a parte
poche escoriazioni niente affatto gravi, la perdita di sangue era di
origine semplicemente mestruale; un mestruo più abbondante e
doloroso del solito in verità, ma ciò era perfettamente
comprensibile date le circostanze in cui era repentinamente
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iniziato.
La prima considerazione che Ermenegilda fece, passato il
dolore e la tensione della caduta, fu: “Così, non sono più
incinta.” E dopo un intervallo di stupore in cui il suo cervello
non riusciva a formare un pensiero, concluse: “Almeno se questo
era successo due settimane fa, mi sarei mantenuto Àdonne come
amante.”
1962
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INCUBI
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Mia moglie non ha ancora ventun anni e già abbiamo una
figlia di due anni e mezzo. Abitiamo in una vecchia casa insieme
a mia madre e a mia sorella. Elisabetta, la mia bambina, dorme
da circa un mese nella camera della nonna e della zia, in un letto
normale da una piazza. Nella cullina di tubo cromato e
cordicelle, che tenevamo accanto al nostro letto e nel quale lei ha
dormito fin dalla nascita, non si rigirava più. Si scopriva di
continuo, si raffreddava, pisciava e poi si svegliava e piangeva.
Così abbiamo deciso, con dispiacere, di metterla nell’altra
camera.
Una settimana fa, verso le due di notte Elisabetta si svegliò
d’improvviso, piangendo a dirotto. Subito si svegliarono mia
sorella e mia madre, che cercarono in tutti i modi di calmarla,
senza riuscirci. Infine il rumore giunse fino a noi: mia moglie
s’alzò e andò di là, mentre io mi rigiravo, con tutti i sensi ancora
presi dal sonno, fuorché l’udito, teso ad aspettare che il pianto
cessasse. Dopo poco mia moglie, per non costringere suocera e
cognata a restare sveglie, prese la bimba in collo e la portò in
camera nostra, chiudendosi la porta alle spalle. E’ nel carattere di
mia moglie il non voler recare fastidi o chiedere semplicemente
piaceri a mia madre e a mia sorella; e questo lo fa non con
umiltà, con gentilezza d’animo, ma con una certa durezza, con
l’aria di dire: “Così non avrete da lamentarvi di me.” Per la
verità, non tutta la colpa di questo atteggiamento sgradevole è di
mia moglie: mia madre e anche, ma meno, mia sorella l’hanno
quasi obbligata a quel modo di fare, stringendo troppo spesso i
labbri contrariate quando un piacere veniva richiesto. C’è in tutta
la mia famiglia un egoismo assai forte che secondo i vari
caratteri va da una specie di ritegno a dedicare tempo agli altri,
fino all’avarizia più spinta. E quando mia moglie vuol farmi
notare questo lato familiare del mio carattere, aggiunge il
suffisso peggiorativo al mio cognome e mi butta sulla faccia
l’aggettivo composito che ne risulta.
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Per tornare alla bambina, fu messa nel nostro letto, nel mezzo
fra me e mia moglie. Tutti i bambini, che io sappia, ma la mia in
particolar modo, dormono agitati, con continui cambiamenti di
posizione, mettendosi ora di traverso ora da piedi. Così avvenne
anche quella notte: la bambina, nel nostro letto, s’addormentò
quasi subito; noi invece, un po’ perché ci mancava lo spazio
solito nel quale siamo abituati a dormire, un po’ per i colpi di
quelle manine, di quei piedini e della testa, restammo più svegli
di prima. Dopo forse un quarto d’ora, non resistei più e dissi a
mia moglie di riportare la bambina di là, nel suo lettino.
Eravamo appena ricaduti nel caldo torpore che precede il
sonno, quando il pianto della bambina si fece udire più forte e
più disperato di prima. Chi non ha mai avuto figli non può sapere
cosa sia il pianto d’un bimbo nel mezzo della notte, nel chiuso di
quattro muri: è un tormento terribile, capace, in un parossismo
d’irritazione, di far smarrire la ragione a una persona di nervi
deboli.
Mia moglie gettò via le coperte esclamando: «Ma cos’ha
quella bambina stanotte!» Corse di là e sulla soglia dell’altra
camera gridò: «Cosa c’è? perché non dormi?» poi raggiunse la
bimba e chiese concitata:«Hai la bua al pancino? alle gambe? al
braccino? Dove? Dillo!» Elisabetta continuava a piangere senza
sapere o poter rispondere. Allora udii mia moglie esclamare:«
Ora te lo do io il piangere la notte!» e sentii i colpi d’una
sculacciata. La bimba aumentò il pianto fino all’acuto più alto,
quando la voce si rompe. Mia moglie intanto gridava:« Non devi
piangere, capito? Ti fo prendere dal Babau! Non de-vi pian-gere! Zitta! Zitta!, ho detto! Babau mangia questa bambina!
Mangiala!»
Elisabetta smise davvero di piangere: un singhiozzo convulso
non le lasciava il tempo di strillare. L’inspirazione avveniva a
scatti rapidissimi, attraverso la bocca e il naso allo stesso tempo.
Quando i polmoni erano dilatati al massimo, c’era un momento
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di silenzio, come un’ attesa di qualcosa di violento e
d’incomprensibile; poi, l’espirazione, in un colpo solo, con un
rumore sordo nel fondo della gola. Quindi riprendevano gli
scatti, con i quali i polmoni richiamavano l’aria come potevano,
con tutta la forza del soffocamento.
Mia moglie ritornò nella nostra camera con l’amara
soddisfazione d’aver ottenuto ciò che voleva. Non mi guardò, ne
io guardai lei. Si mise sotto le coperte lontano da me, sull’orlo
del letto, voltata dall’altra parte.
Di là, udivo mia madre e mia sorella che dicevano a
Elisabetta con tono dolce:« Non devi piangere; sennò ti prende il
lupo e ti porta via.» Oppure:«Sennò la mamma ti fa tottò. Dove
hai la bua?» chiedevano, «al piedino? Fai vedere il piedino: stai
fermina.» Elisabetta doveva essere sul suo letto in piedi o a
sedere; e mia madre voleva, m’immagino, metterla giù distesa ed
entrare anche lei nel suo letto per abbracciarla e consolarla. La
bimba però non voleva esser toccata da nessuno e respingeva la
nonna, che diceva per impaurirla:
«Mamma mia! C’è il Babau: vieni qui, vieni qui da me.»
Questa minaccia però non calmava per niente Elisabetta; e mia
madre non riusciva a farla stendere e ad abbracciarla. La sentivo
ogni tanto dire a mia sorella: «Guarda com’è cattiva questa
bambina.»
Dopo l’ultima minaccia di mia madre, mi parve che Elisabetta
riuscisse a dominare per un momento il singhiozzo e chiamasse:
«Babbo!» Ma non ero sicuro, perché le altre voci si mescolavano
a quel grido che poteva anche essere un semplice singhiozzo. E
comunque preferii credere d’essermi sbagliato.
Dopo cinque minuti il singhiozzo d’Elisabetta si placò in
modo da permetterle di ricominciare a piangere più forte di
prima. Mia moglie s’alzò per la terza volta e gridò:
«Io l’ammazzo quella bambina!»
«Tu non ammazzi proprio nessuno!» feci in tempo a gridare,
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ma restai a letto. Mia moglie era già nell’altra camera, aveva
raggiunto la bambina e aveva ricominciato a sculacciarla
sonoramente. Urlava: «Io t’ammazzo di botte se non stai buona.
Stai giù; stai ferma!» Elisabetta non voleva stendersi e
probabilmente s’irrigidiva tutta, come fa in simili casi. Mia
moglie continuava a sculacciarla e a gridare: «T’ammazzo!» e
«Ti butto dalla finestra!» La bimba fu presa di nuovo dal
singhiozzo di prima, che non le dava il tempo di piangere. Sentii
mia moglie gridare:« Ora stai giù e dormi. Se mi fai venire
un’altra volta di qua, ti strozzo.» E con la vana illusione d’aver
chetata la bambina ritornò nella camera dove io, irritato, mi
rigiravo da un fianco all’altro.
Non era ancora entrata nel letto, che Elisabetta riprendeva a
piangere tra un singhiozzo e l’altro, a scatti nervosi. Infine
udimmo rumori di coperte sbattute, mentre mia madre gridava:
«Cosa fa? E’ impazzita questa bambina!» E mia sorella:«La fate
ammalare dalle botte.»
Intanto il pianto si faceva continuo e intenso. Mia madre
diceva alla bambina: « Vieni nel nostro letto, stai qui con noi,
non piangere, sennò viene la mamma e ti picchia. Non piangere,
bella.» Elisabetta, ad ogni parola della nonna, rispondeva con un
no rauco e prolungato. Mia moglie allora esclamò con rabbia:
«Non so più cosa fare con quella bambina. La devo
ammazzare?»
Queste parole mi fecero finalmente decidere ad andare di là.
Ordinai a mia moglie: «Tu stai qui e zitta». M’infilai le ciabatte e
aprii la porta della mia camera. A quel rumore, mia madre disse
ad Elisabetta:
«Ecco la mamma, ora la senti.» La bambina, al rumore della
porta, dei passi, all’avvertimento della nonna, s’era sbiancata in
volto e il pianto le si era congelato sulle labbra. Era seduta sul
letto di mia madre, ma al mio arrivo s’era girata su se stessa, per
alzarsi e fuggire. Quando s’accorse che ero io e non la mamma,
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stette come un istante pietrificata nel suo terrore, poi si sciolse in
volto e rilassò le membra e il corpo; infine scoppiò in un pianto
dirotto porgendomi le braccia e chiamandomi: «Babbino!
Babbino!» Io la presi subito in collo; la stringevo, le davo bacini
sulla faccia bagnata, l’accarezzavo e la chiamavo «Briciolino».
Le dissi anche: «Babbino viene a letto con te, nel tuo lettino.
Non piangere.»
Nel suo ultimo accesso isterico la bimba aveva scaraventato
da una parte il proprio guanciale e aveva buttato giù l’incerato, la
pezza assorbente e i lembi del lenzuolo. Mentre aspettavamo che
mia madre sistemasse il letto, Elisabetta, sempre piangendo, si
lasciava andare completamente fra le mie braccia. Sentivo che lei
cercava di aderire a me quanto più poteva: il suo piccolo corpo
era tutto sul mio petto, i braccini stretti intorno al mio collo, la
testa reclinata sulla mia spalla, in una posa piena d’affetto.
Il lettino era pronto e ci appoggiai Elisabetta. La bimba però
non voleva rompere il contatto con il mio corpo, da cui prendeva
protezione e forza. «Vengo con te, a letto, non temere.» le dissi.
E la stesi sul lenzuolo. Mentre mi levavo le ciabatte e mi
coricavo, Elisabetta mi chiamava con le braccia aperte e
invitanti, come un’amante. Ci mettemmo su un fianco voltati
l’uno verso l’altra. Io l’abbracciavo alla vita; lei mi cingeva il
collo con le mani, mentre con le gambine cercava di stringermi
ai fianchi.
Aveva smesso di piangere: solo il singhiozzo la scuoteva, non
il singhiozzo irrefrenabile che dianzi non la lasciava nemmeno
piangere, ma quel singhiozzo che viene dopo il pianto, stanco e
torpido. Le parlavo senza costrutto, per distrarla; le parlavo del
mare e dei laghi, cose per lei favolose e piene d’una grande
bellezza.
Dopo poco prese a sbattere gli occhi dal sonno e io mi chetai.
Perché aveva pianto tanto quella notte? Perché le mie donne, mia
madre, mia sorella e persino mia moglie, non erano riuscite a
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calmarla? Mia madre e mia sorella non avevano con lei quel
legame che era necessario per darle aiuto in quel momento. Ma
mia moglie, perché non era stata di nessun conforto per
Elisabetta e anzi le aveva prolungato nella realtà l’incubo che
l’aveva scossa nel sonno? Perché?
Come qualche volta mi succede, riflettevo tra me,
immaginandomi di parlare a mia moglie. Le dicevo: “Tu hai le
mani troppo svelte. Prima di picchiare la bambina, cerca la causa
che la fa piangere. No, non basta chiedere in tono duro se ha la
bua al pancino. Se è malata, lo puoi vedere a colpo d’occhio.
Sono altri i mali che tu devi scoprire e rimediare. Cosa aveva
stanotte? Solo un incubo. Ma un incubo per un bambino è
qualcosa di terrificante. I bambini non distinguono bene i sogni
dalla realtà. Solo in seguito, diventando grandi, s’accorgono
della differenza tra ciò che accade loro da svegli e quello che
sognano. Così è per Elisabetta. Fai conto di sognare, che so? che
noi tutti siamo morti e che anche tu stai per morire e che
t’inseguono. Identifica quest’incubo con la realtà, come fanno i
bambini. E poi svegliati: tu cerchi qualcuno, una persona cara,
che ti possa aiutare, proteggere e con la sua presenza ti possa
convincere che quella paura è illusoria e che invece esiste
l’amore, la bellezza, la gioia. Ed ecco l’unica persona che ti può
soccorrere che ti chiede sulla faccia: “Hai la bua al pancino? No?
E allora tieni!” E giù botte urli e minacce e quei tuoi sfoghi che
per lei devono essere terribili, quando dici: “Io t’ammazzo! Io ti
butto dalla finestra! Io ti strozzo!” E anche quel chiamare il lupo
o il babau: “Vieni, mangiala”. Ma che mondo è il tuo, dove tutto
è fatto per paura ? L’unico sistema che tu conosci per ottenere
una cosa giusta è la minaccia, il ricatto, lo sventolare lo spettro
del male più spaventoso possibile. Quale inferno hai dentro di te,
per credere che per primo esista il male, l’incubo? E che non c’è
amore e bellezza, se non ottenuti tramite loro? Quale inferno? E
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come puoi rivolgerti a tua figlia che ti chiede di testimoniarle la
positività dell’universo, dicendole: “Io ti strozzo?” In fondo,
Elisabetta ti chiede soltanto che tu le dia la forza di vivere, di
vivere nonostante gl’incubi, il dolore, il male. Lo so: quest’aiuto
che bisogna dare è faticoso; e le nostre forze sono limitate,
talvolta non bastano nemmeno a noi stessi. Ma proprio sulla
pochezza delle nostre forze è basato l’istinto della famiglia, lo
scegliere fra tutta l’umanità quattro, cinque, dieci persone,
dicendo: “Ecco, fra me e loro c’è un rapporto di reciproco
affetto; e quando io sarò stanco, loro mi aiuteranno; e quando
essi saranno stanchi, io li aiuterò.” Non ti chiedo di redimere il
mondo col tuo amore, ma solo d’infondere in tua figlia l’energia
necessaria per vivere, quella energia che è fede nella gioia e nella
bellezza prima d’ogni altra cosa. Per questo, quando tu la picchi
per farla star zitta, lei piange ancora più forte. E se tu le imponi
di tendersi e di star ferma nel letto, lei s’alzerà e getterà via le
coperte e il guanciale. Perché in quel momento lei non vuole più
vivere. Con le tue grida, le tue botte, le tue minacce hai rotto la
sua fede nella vita; e lei, allora, vorrà distruggere tutto, anche se
stessa. Sì, l’isteria distruttiva passerà; ma la cosa peggiore
rimarrà in lei e s’accumulerà nel suo animo: la convinzione del
male, la giustificazione del dolore, il porre per primo l’inferno
sulla vita felice. Fino a quando un giorno anche lei, per ottenere
da sua figlia una cosa giusta, minaccerà di gettarla dalla
finestra.”
Così m’immaginavo di parlare a mia moglie. Nel frattempo,
Elisabetta era caduta in un sonno profondo, scosso soltanto dagli
ultimi singhiozzi. Allora m’alzai, rincalzai le coperte, spensi la
luce e tornai in camera mia. Mi ripetevo che quelle cose dovevo
dirle davvero a mia moglie e non tenerle per me, come
succedeva il più delle volte. E non dovevo fare nemmeno come
le altre poche volte che parlavo, quando impartivo con tono
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imbarazzato una lezioncina maritale uggiosa e inconcludente,
togliendo dal mio discorso tutte le parole altisonanti.
Entrai nel letto. Mia moglie era stesa su un fianco, voltata
dall’altra parte, nella posizione che assume quando siamo irritati
l’uno con l’altra. Pareva che avesse udito davvero tutto quanto
avevo immaginato di dirle. Mi sembrò che volesse addirittura
replicare, accusandomi.
E io la prevenni pensando: “No, non lo dire: anch’io ho la mia
parte di colpa. Tu non sapevi quelle cose, tu non ci avevi mai
pensato. Ma io sapevo; conoscevo tutto e sono rimasto a letto.
Domattina volevo alzarmi presto per scrivere, avevo bisogno di
riposo e m’illudevo che tu l’avresti calmata. Ho persino fatto
finta di non sentire il grido della bambina che mi chiamava. Sì,
sono arrivato a questo punto: d’ingannare me stesso, pensando
che era solamente il rantolo d’un singhiozzo e non la parola
“Babbo”. Solo dopo che per tre volte ti eri alzata ed eri andata di
là, e solo dopo che tu ti eri arresa dicendo: “Non so più cosa
fare”, mi sono deciso a provare io a calmarla. Ormai non c’era
altro da fare e il mio stesso egoismo, per dormire, m’ha fatto
alzare e m’ha costretto a portare il mio aiuto a Elisabetta. Tutto
ciò è vero; e questa è la mia parte di colpa. Ma tu, perché non
sapevi?”
A questo punto non potei più sopportare la parte di pedagogo.
Mi spostai nel centro del letto, allungai un braccio e attirai verso
di me mia moglie. Lei mi rispose subito, voltandosi su
quest’altro fianco e abbracciandosi a me con forza. Pronunziò
solo un “Oh!” come se lasciasse sfuggire l’aria che a lungo aveva
trattenuto nei polmoni. Anche lei cercava di aderire al mio corpo
quanto più poteva, per trarne conforto e protezione.
E mentre lei, abbracciandomi, si sentiva “più buona”, come
mi dice spesso, io diventavo triste, sfiduciato, pieno di dubbi.
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Vedevo quasi la paura e l’incertezza che la dominavano.
Mia moglie non era la sacerdotessa iniziatrice della Dea
Paura, come volevo dipingerla io poco prima. Anche lei era una
piccola bambina con gl’incubi; e reagiva come poteva di fronte
al mio egoismo, a quello d’Elisabetta, dei miei familiari, di tutti.
Vivere costa fatica a chiunque.
1963
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69
SAGGIO DI TEOLOGIA SESSUALE
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71
Conosco bene le ironie che su noi teologi ha tentato di
ammannire questo secolo traviato e lo scherno che ci viene
gettato addosso, quando affermiamo la nostra familiarità coi
segreti dell’altro mondo. Ebbene ora è giunto il momento della
nostra rivincita! Grandi cose sono successe di là; e solo noi
potremo illuminare gli uomini sul da fare nel rivolgimento che ci
attende. A noi ancora dovranno rivolgersi i sapienti, i filosofi, gli
scienziati, gli uomini di governo, per indirizzare su nuovi
principi la vita umana. E’ la notizia più straordinaria dal giorno
dell’Annunciazione alla Vergine. Finalmente siamo stati
autorizzati a comunicarla a tutti da chi ora comanda. E godo; e
quasi mi scappa il riso dalle labbra al pensiero di cosa succederà.
Ma procediamo con ordine.
Si sa, o si dovrebbe sapere, che l’unica, fondamentale
differenza tra angeli del bene e angeli del male, tra angeli-angeli
e angeli-diavoli, è la differenza che c’è tra uomini e donne; e
precisamente nel senso che i diavoli sono uomini e gli angeli
sono donne. Conferma questa verità anche l’esperienza
millenaria delle pitture, dove i diavoli, più o meno bestiali, sono
sempre delle bestie inconfondibilmente maschie (per non dire
degli affreschi a San Gimignano dove i diavoli hanno certi
ciondoli lunghi una pertica). Gli angeli invece sono sempre delle
belle ragazze formose.
Certo non vogliamo fondare l’affermazione teologica sul
sesso degli angeli e dei diavoli sul mero esempio dei pittori: la
nostra solida base è e rimane l’autorità della tradizione e dei libri
sacri, che proprio grazie al capovolgimento avvenuto nell’aldilà
acquistano finalmente quella chiarezza di significato di cui
mancavano quelle interpretazioni pittoriche.
Cos’è, insomma, tutta la storia della lotta di Lucifero con Dio
se non la storia della lotta tra due maschi per conquistare il
favore (e i favori) dell’harem degli angeli? Sul fatto, poi, che Dio
sia maschio e non femmina, né tanto peggio una via di mezzo, su
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questo mi pare che non ci sia dubbio. Dio disse: “Voglio creare
un essere a mia immagine e somiglianza” e fece un uomo, non
una donna; poi s’incarnò sì nel ventre d’una donna, ma per
nascere uomo; e infine lasciò come immagine visibile di sé
stesso sempre un uomo. Si è ragionato talvolta d’una papessa
esistita intorno al mille e scoperta perché le venne il mestruo
proprio durante una processione. Ma questa è una leggenda che
non rientra nella genuina tradizione su cui noi ci fondiamo; ed è
senza dubbio da attribuire a quei soliti denigratori che spargono
il loro veleno sulle cose sacre e sulla teologia.
Dunque, tra Dio e i futuri diavoli, guidati da Lucifero,
s’instaurò un conflitto ideologico sull’istituto del matrimonio.
Dio era per la poligamia (la propria con gli angeli) lasciando i
futuri diavoli a vedere e a rodersi. Questi, nemmeno a farlo
apposta, erano di parere differente: da considerazioni statistiche
sull’approssimativa uguaglianza del numero degli angeli col
numero dei diavoli dobbiamo arguire che essi fossero strenui
difensori del matrimonio monogamico, cioè del matrimonio
sacramentale, cristiano e occidentale, fatta la dovuta eccezione
per i vedovi, che si possono riposare, mentre per gli altri non c’è
divorzio che tenga. Proprio nell’eccezione per i vedovi e nel
secco rifiuto del divorzio traspare l’intenzione diabolica che ha
informato la teoria matrimoniale. Perché (è il diabolico
ragionamento) se io muoio prima di mia moglie, lei tanto è
tenuta a gettarsi sul mio rogo e a morire con me, mentre, se
muore prima lei, io non rimango in bianco ma mi posso
risposare. In quanto al divorzio, bisogna assolutamente vietarlo,
perché altrimenti Dio con miraggi e altri suoi mezzi induce mia
moglie a chiederlo, lui subito glielo concede e io rimango a
vedere un’altra volta.
Fatta tra loro questa santa e diabolica teoria matrimoniale, i
futuri diavoli la proposero a Dio per bocca di Lucifero, che
all’insaputa di tutti desiderava d’amore infernale l’arcangelo
73
Michela, la prima in dignità e la più bella degli angeli femmine.
Dio, a sentire quelle richieste, fece un monte di storie. Sapeva
bene che se concedeva quella legge matrimoniale, a lui non
sarebbe rimasto che scegliersi per moglie un solo angelo che
avrebbe assunto il titolo di Sua Maestà la Dea, dopo di che lui
era fritto perché quella avrebbe cominciato a fare e disfare
secondo i suoi capricci di donna, impacciandosi nel governo
dell’universo; e lui in conclusione avrebbe fatto la fine di Giove
con Giunone. Dio allora, forte dell’esperienza del suo
predecessore, cercò in tutte le maniere di dissuadere i diavoli dai
loro progetti matrimoniali: “Perché volete sposarvi? E non state
bene così, liberi e senza pensieri?” Insomma un monte di storie.
Fino a quando Lucifero perse la pazienza e sbottò a dire:” O Dio,
ma siamo uomini come te!” Dio non fece più discorsi: prese la
palla al balzo e cominciò ad accusare Lucifero e i suoi seguaci di
superbia, di volerlo detronizzare, di essere dei sovversivi, di
voler instaurare la proprietà comune dei mezzi sessuali di contro
alla santa sua proprietà privata. In conclusione, a forza di pedate
li mandò tutti al diavolo e lui rimase in Paradiso solo e beato con
tutti i suoi angeli. La parte passiva che hanno gli angeli in tutta
questa faccenda è una riprova che sono donne: alle donne chi gli
capita gli capita, gli sta sempre bene, purché venga.
I diavoli dunque, ritrovatisi in giro per il mondo e non
potendo più sperare nell’angelica soddisfazione, riversarono il
loro grande amore sulle donne terrene, che meglio di nulla sono,
anche se non raggiungono la perfezione degli angeli. All’inizio
sembra che ci sia stata della confusione: baccanali, misteri,
sabba, incubi e succubi, messe nere, necrofilia, esorcismi,
possessioni. Ma sono tutte storie vecchie, prive di sicure
testimonianze, e non si sa bene che pensarne. Poi, sfogato il
primo ardore, (e ci saranno voluti, mettiamo, 15 miliardi di coiti
per, mettiamo, 2 miliardi di diavoli, il che fa 3x10 elevato alla
diciannovesima coiti e moltiplicato questo numero per litri uno
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che è, mettiamo, la quantità di sperma emessa da una diabolica
eiaculazione, si ottiene centimetri cubi 3x10 alla ventunesima. E
mettiamo che quelle cifre possano anche essere maggiori, ben si
vede che è giustificato attendersi che qualche teologo ci dimostri
proprio in quel primo sfogo sessuale l’origine degli oceani.
Inoltre, il liquido diabolico ha, con ogni evidenza, una
composizione molto differente dalla nostra: niente vieta di
credere che vi germoglino coralli, vi si schiudano conchiglie, vi
nuotino pesci e balene; dal che si dedurrebbe che da quel liquido
nacque la vita sulla terra e non, come finora avevamo creduto,
dall’argilla) sfogato, dicevo, il primo ardore, i diavoli s’accorsero
che le donne non sono angeli. E nemmeno uomini.
Allora Lucifero ebbe un’idea veramente diabolica. Col suo
grande potere costrinse noi teologi a radunare un concilio e a
decretare che da allora in poi le donne avrebbero avuto l’anima
come gli uomini, immortale, perfettibile ecc. ecc.,
contravvenendo in pieno al proposito di Dio. E questi non poté
farci nulla! Quando ne fu informato dall’arcangelo Gabriella, la
decisione era già stata votata dal concilio e lui dovette
uniformarsi al decreto e cominciare a creare le anime femminili.
Con questo regalo dell’anima Lucifero sperava d’infondere nelle
donne dell’orgoglio, che le spingesse a salire, non dirò alla
perfezione angelica, ma almeno sullo stesso grado
d’imperfezione degli uomini. Ma si sa che fine fanno le leggi
demagogiche: lasciano sempre il tempo che trovano. E Lucifero
vide subito che il semplice regalo dell’anima non bastava a
migliorare le donne. E con diabolica intuizione, ne comprese la
causa. Infatti, diceva, che una di loro abbia raggiunto al massimo
il titolo di Madre di Dio (e che fatica e intrighi c’è voluto per
farglielo avere!) ha sulle donne un effetto demoralizzante; è
necessario invece renderle corresponsabili della divinità. Da qui
ebbe origine una lunga battaglia per trasformare il Dio Uno e
Trino in Dio Uno e Quattrino (Quattrino non in senso di denaro,
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perché questa trasformazione è tanto che avviene, ma nel senso
di quaternità), facendo la Madonna partecipe della
consustanzialità divina. Questa volta, però, Dio stava attento a
frappose divini ostacoli al disegno di Lucifero. Dio non ne
voleva proprio sapere d’avere accanto una moglie, una figlia o
una madre che fosse. Se, rispondeva, se fate Dio la Madonna
perché è la madre di Cristo, bisogna far Dio anche Sant’Anna,
perché è la madre di Maria, e così di figlia in madre si risalirebbe
ad Eva. Dopo di che non mi resterebbe che assumere anche tutti i
vicari maschi che Gesù ha lasciato in terra per essere al gran
completo. Ma voi non pensate che quassù il problema
demografico diventerebbe più grave che in India o in Cina; senza
contare che mi riducete Cristo a far parte d’uno che ha abolito il
matriarcato per introdurre la legge salica.
Insomma non ci fu verso convincere Dio: noi teologi
riuscimmo ad ottenere per Maria l’immacolata concezione,
l’assunzione in cielo corpo e anima e l’altro titolo di Madre della
Chiesa; ma niente di più.
Lucifero allora concepì un altro grandioso progetto infernale:
cercò d’attribuire a Dio una pura spiritualità senza sesso. Da ciò
discendeva che i suoi rappresentanti in terra, avendo un sesso
ben determinato dalle leggi, non avevano ragione d’esistere; per
cui bisognava combattere il papismo, il sacerdozio, la fede
pubblica e la tradizione che avallava tutto ciò. Questo, per
sgombrare la strada all’uguaglianza tra uomini e donne. Non
poco fu il successo di Lucifero: circa mezza cristianità abbracciò
la sua diabolica Riforma ed affluì via via all’Inferno per aver
fatto versacci in direzione di Roma, per essersi divorziati e
risposati, per questioni filologiche sui cugini o i fratelli di Cristo
e per dei versetti della Bibbia che c’erano o non c’erano. Però
Dio era corso ai divini ripari, al solo pensiero che il voto d’un
concilio lo facesse rimanere in Paradiso come puro spirito senza
sesso, insieme a due miliardi d’angeli-femmine insoddisfatte. E
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non solo aveva aizzato il papa contro quella riforma aborrita, ma
aveva mandato anche un messaggio risentito a Lucifero, nel
quale gli ricordava che, quando gli aveva fatto concedere il titolo
di Signore di questo mondo, lo aveva fatto apposta per limitare il
suo dominio alla terra e che perciò non doveva azzardarsi a
legiferare anche in Paradiso e addirittura sulle Loro Persone.
Infine, per punizione, gli ordinava di non uscire più dall’Inferno.
Ora, stare all’Inferno per l’eternità è un po’ scocciante. E’
scocciante non tanto per gl’immaginosi tormenti, come pensa il
popolino, quanto per quella vita al chiuso, sottoterra, senza mai
vedere il sole, con quelle zaffate di zolfo; e poi per la faccia
spaurita dei nuovi arrivati che s’aspettano chissacchè e prima che
s’ambientino, imparino a orizzontarsi tra i budelli e le bolge e ti
si levino da tre passi, ci vuole un anno.
Lucifero però non si fece abbattere da quella divina e ingiusta
punizione; e pensò subito, con magnanimità diabolica, di
realizzare nell’Inferno quell’innalzamento spirituale della donna
che non gli era riuscito sulla terra.
Si deve sapere che coloro che muoiono in peccato si
radunano, innanzi tutto, in un gran piazzale chiamato “Piazzale
della sosta permessa”. Qui, ad alcuni diavoli, i dannati devono
dare le proprie generalità: nome, cognome, sesso, razza, titolo di
studio posseduto e condizione sociale, dopo di che vien loro
rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo “a scopo
d’istruzione”. Per i feti nati morti o abortiti, che sono tanti, è
stata escogitata la “aggregazione”, per cui ogni dieci feti dannati
si fa un dannato adulto e non ci si pensa più. Per i bambini morti
senza battesimo è stata adottata una speciale cura ormonica che
tempo sei mesi li fa diventare adulti. Queste misure erano state
prese, per evitare che l’Inferno diventasse un gigantesco nido per
l’infanzia abbandonata, quando a un certo momento non
bastarono più i diavoli per dare il biberon a tutti i marmocchi
miagolanti, o una specie di bidone della spazzatura per
77
raccogliere i mostriciattoli abortiti.
I dannati, una volta ottenuto il permesso di soggiorno, devono
seguire un corso d’istruzione accelerato che prevede lezioni di
“Infernologia”, “Teoria del male”, “Storia del peccato”,
“Topografia e statistica infernale” e altre lezioni supplementari a
scelta tra “Come indurre in tentazione”, “Come sviare le menti
alle fonti della menzogna” ecc.. Quando il dannato ha superato
brillantemente gli esami degl’insegnamenti fondamentali e di
almeno tre insegnamenti
supplementari, viene nominato
“apprendista diavolo in prova”: dopo un anno passa in pianta
stabile e quindi segue la carriera di tutti i diavoli: se ottiene per
tre anni consecutivi la qualifica di “distinto”, oppure per un anno
la qualifica di “ottimo”, viene promosso sottocapomanipolo, poi
capo manipolo, sottocenturione, centurione, sottoseniore,
seniore, superseniore, Gran diavolo di terza, seconda, prima e
infine Caporale d’Onore. Il titolo di Gran Diavolo molto
raramente viene concesso a semplici diavoli che vengono dalla
leva dei dannati; in genere è riservato ai diavoli originari. Il titolo
di Caporale d’Onore era stato creato ad personam e a vita, cioè in
eterno, per Lucifero.
Lucifero si mise dunque, con molta buona volontà, a
riformare quest’ordinamento vecchiotto. Innanzi tutto abolì le
cattedre istituite durante la moda del sadismo, quella di Teoria
dello stupro, quella di Tecnica della tortura, l’altra di Psicologia
del rinchiuso e ne istituì altre come, per esempio, quelle di Igiene
della vita sessuale, Controllo e prevenzione delle nascite,
Psicanalisi, Psichiatria, Psicoterapia e Psicopatologia delle
psicosi sessuali. Poi costrinse diavoli vecchi e nuovi a un corso
d’aggiornamento che comprendeva, fra l’altro, anche una serie di
conferenze tenute da lui in persona. Resteranno memorabili
quelle intitolate “Sull’amor platonico come ideale comune agli
uomini e alle donne, ai dannati e agli eletti”, “Il progresso come
a priori della natura femminile”, “La comunicabilità
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eterodiretta”. E insomma l’attività diabolica riempì tutto
l’Inferno e arrivò fin sulla terra. Ma col passare degli anni,
purtroppo, si fecero sempre più rari gli arrivi di giovanotti e di
ragazze; l’arrivo di qualche professionista sulla quarantina
cominciava a diventare un avvenimento, una festa addirittura
l’arrivo di ventenni morti in incidenti stradali. E che sugo c’era a
insegnare sessuologia a una vecchietta di ottant’anni? E a chi
poteva interessare se una vedova piena d’acciacchi diventava o
no simile agli angeli?
Allora Lucifero si disgustò di tutte le donne terrene e sentì più
amara ancora la nostalgia del Paradiso, quando ogni giorno
incontrava l’amata Michela, così splendente d’ogni perfezione
femminile. La pena di quell’amore infelice gli tolse la voglia di
continuare la sua generosa opera. Così cominciò a non uscire più
dal suo castello, posto nel più profondo dell’Inferno, e a
trascurare i suoi compiti e i suoi ideali. Ai gran Diavoli che
venivano a prendere ordini per trasmetterli in tutta la scala
gerarchica rispondeva che facessero come a loro piaceva. E
quelli, ambiziosi com’erano, non se lo fecero ripetere troppo. Fu
l’anarchia: Lucifero non usciva, non sapeva, non comandava; i
Gran Diavoli non andavano più da Lucifero, tramavano,
ordinavano, si combattevano. Successe persino che una fazione
di diavoli, per combattere un’altra fazione di diavoli, cominciò a
fare del bene, a predicare il Vangelo e a raccomandare la
penitenza. Grande fu la confusione nelle coscienze; s’arrivò al
punto che uno, nel fare il bene, non sapeva più se ubbidiva a Dio
o a qualche partito diavolesco.
Così Dio, visto che l’Inferno non eseguiva più gli ordini
divini per la diffusione del male, inviò giù il suo messaggero,
l’arcangelo Gabriella, per ordinare a Lucifero di presentarsi al
suo cospetto. Ma Lucifero non ricevette nemmeno l’arcangelo.
La Gabriella, che si credeva non solo la più desiderabile e la più
importante creatura di Dio, ma che su Lucifero aveva perdipiù
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costruito qualche pensierino, si sentì tanto offesa che fece a Dio
una lagna come se si fosse trattato dello schiaffo d’Anagni. E
tanto fece e disse che Dio montò in una collera tremenda:
l’Inferno fu squassato dal terremoto, la terra si rabbuiò tutta e le
stelle si fermarono per un giorno intero. Infine Dio chiamò
l’arcangelo Michela e disse:
«Tu sei la principessa dei miei angeli, la più alta, la più forte,
la più bella. Cingi la tua spada di fuoco e scendi da Lucifero. E
come sempre hai fatto, vincilo anche questa volta, umilialo e
conducimelo qui in catene. Fino al tuo ritorno vittorioso non
guarderò più in basso: né la terra né l’Inferno penderanno dai
miei occhi, ma si sosterranno da sé o da sé crolleranno.»
A queste parole l’arcangelo Michela represse a stento i segni
della sua gioia; cinse subito la spada e si precipitò nel profondo
dell’Inferno, mentre Dio, ridata la prima spinta alle stelle e alla
terra, fissò lo sguardo solo in se stesso, come aveva promesso.
L’Inferno, tra il terremoto e l’anarchia, sembrava una città
bombardata e abbandonata. Michela non trovò nessun difensore
che la ostacolasse; i portoni del castello di Lucifero erano
scardinati, le sale e i corridoi vuoti. Michela avanzava con la
spada in pugno scivolando in un volo leggero. Cominciava a
credere che non ci fosse più nemmeno Lucifero, quando lo trovò
nella sua camera-studio, seduto nella sua poltrona, appoggiato al
suo tavolo. Lui, vedendola entrare, accennò un sorriso e continuò
a guardarla in silenzio. Infine le disse:
«Ti aspettavo. Quando ho sentito il terremoto ho capito che
saresti arrivata. Che ordini hai?»
«Di condurti da Lui in catene.»
«Ma sì» disse pacato Lucifero, « sia fatta la sua volontà.»
«Come!» esclamò Michela «Non ti difendi?»
«Perché dovrei difendermi? Per essere battuto da te e fare
dopo invece che ora quello che Lui vuole? Sono stanco di questa
recita. Mi sembrano lontani i tempi quando, travestito da
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principe dei persiani, lottavo con te anche ventiquattro giorni di
seguito. E la Gabriella che andava e veniva a raccontare a tutti
quello che si faceva! Bei tempi, ma così lontani! E tu non sei
stanca di portare codesta spada, di vestire la corazza e di duellare
di qua e di là?»
L’arcangelo Michela, che s’aspettava un bel duello, e dopo
una discussione con Lucifero, guidata da lei però, si sentì
imbarazzata da quella domanda diretta e arrossì, come se fosse
stata sorpresa in un atteggiamento disdicevole. Lucifero se
n’accorse, ma non volle approfittarne. Disse semplicemente:
«Mi dispiace d’averti rimproverata. Tu fai bene: ubbidisci al
tuo signore e alla tua natura di donna. Chi resta sempre
insoddisfatto sono io, l’incontentabile. Ti ricordi i primi tempi
della creazione, quando eravamo si può dire ragazzi e io vivevo
ancora in Paradiso? Tu volevi giocare a mamme e io di figurine
con la muriella; tu a rimpiattino e io all’una luna. Facevo sempre
il contrario di quello che facevi tu; ma dentro, avrei voluto
giocare e divertirmi insieme a te. Volevo e non volevo; ed ero
scontento anche dei miei giochi.»
Michela sorrise a quei vecchi, cari ricordi. D’un tratto, si sentì
come una sciocca, con quell’attrezzo fiammeggiante in mano che
non le serviva a nulla contro le parole. Si sfiorò la fronte e i
capelli con la mano sinistra, emise un sospiro, sorrise e si mosse
con quel suo volo composto verso il caminetto alla sua destra.
Appese la spada alla rastrelliera degli attizzatoi, accanto a quella
nera di Lucifero; si slacciò la corazza e la gettò indietro su una
poltrona; infine si avvicinò al tavolo. La sua bellezza rifulgeva
ancora di più per la semplicità della tunica celeste che la copriva
fino al ginocchio e le modellava le forme.
Lucifero ebbe un gran moto di gioia nel vederla posare la
spada e la corazza. Ma un pensiero lo turbò subito.
«No, Michela» disse. «Portami da Lui: lo rivedrò volentieri; e
rivedrò volentieri anche certi piccoli angoli del Paradiso che mi
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ricordano tante cose. Non posso desiderare che anche tu patisca i
miei tormenti. Dimentichi che ora Lui ci sta guardando?»
Lei s’illuminò d’un riso pieno, ma non spiegò nulla. Anzi, lo
punse per sfidarlo:
«Tu, il Ribelle, hai paura d’esser visto mentre disubbidisci!»
«Michela, non provocare il mio orgoglio, altrimenti…»
«Altrimenti, cosa?»
«Perché non resti con me?» disse tutto d’un fiato Lucifero. E
continuò, affollando le parole l’una sull’altra: «Sarai regina
dell’Inferno, invece che serva in Paradiso. E non è meglio?
Padrona di te stessa… e di me. Rimani e sarà tutto nostro,
l’Inferno e il mondo intero.»
Michela sorrideva felice. Ma ancora non volle dir nulla; e con
voce petulante esclamò:
«Ma tu sai che io non posso volere il male.»
«Il male? E chi può volere il male? Io voglio te, ho sempre
voluto te, e tu non sei il male. Ma tu, mi hai mai desiderato,
come io ti ho desiderata, da sempre?»
Lucifero, così dicendo, le aveva teso la mano. Lei rise con
tutta la sua bellezza e gli avvicinò la mano, ma senza arrivare a
toccarlo, come giocando a farsi pregare. E con voce calda di
malizia rispose:
«Ti desidero ora. Che vuol dire “da sempre”? Non è uno dei
tuoi inganni il tempo?»
Lucifero finalmente s’alzò dalla poltrona, prese le mani di
Michela, l’attrasse verso di sé e la baciò lievemente. Poi
s’abbracciarono e si baciarono con foga. Infine, su un vecchio,
comodo letto che era nascosto in un angolo dietro un paravento a
persiane, colmarono la distanza che troppo a lungo e troppo
profondamente li aveva separati.
Dopo che ebbero soddisfatto il primo impeto dell’amore,
rimasero ancora sul letto, abbracciati, carezzandosi dolcemente.
E poterono parlare di nuovo. Michela disse:
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«Anch’io, lo sai? ti ho desiderato fin da quando giocavamo
insieme. Ma tu, un po’ mi cercavi e un po’ mi sfuggivi; e io non
sapevo cosa pensare.» E aggiunse subito: «E le nostre grandi
battaglie? Anche la lotta è uno stare vicini.»
« Io, ora, penso quasi» disse Lucifero, «che Dio forse ebbe
ragione a non istituire il matrimonio quando glielo chiesi. E sai
perché? Perché altrimenti io avrei voluto te e non solo io, ma
anche altri diavoli ti avrebbero voluta, tu che sei la più perfetta
creatura di Dio. E se tu avessi scelto un altro, credi che io sarei
stato felice e contento lo stesso? Ma io l’avrei aspettato da
qualche parte e gli avrei infilato in gola un coltellaccio lungo
così.»
«E io, allora» aggiunse Michela, «cosa avrei fatto se tu avessi
scelto un altro angelo? Tutte, a cominciare dalla Gabriella, non
sognano altro che te, la tua virilità, il tuo destino. Sì, è un bene
che le cose siano andate come sono andate.»
«Già» esclamò Lucifero, «però darei non so cosa per vedere
la faccia di Lui ora. Tu, la prediletta di Dio, sei diventata mia!
Non credere che ti abbia voluta per questo, pur tuttavia oggi è il
giorno del mio trionfo.»
Michela, a quelle parole, si sciolse ridendo dall’abbraccio di
Lucifero, si levò in ginocchio sporgendosi sopra di lui gli
confessò:
«Ora posso anche dirtelo: Lui non ci ha visti; e non ci vede
ora. Quando tu hai rifiutato di ricevere la Gabriella, è stato preso
da una gran collera. Forse per questo si è lasciato sfuggire una
promessa che mai sennò avrebbe pronunciata: finché io non
tornerò in Paradiso, Lui non guarderà più in basso. Tutto quaggiù
è abbandonato a se stesso, la Terra e anche l’Inferno. E così,
mandandomi da te, Lui mi ha fatta padrona del destino di tutto il
creato.»
Lucifero rimase per un attimo senza parole. Poi fu rischiarato
da un riso profondo e disse:
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« Tu… Simulatrice più del diavolo! Tu avevi deciso di non
tornare in Paradiso prima che te lo chiedessi! Sì, resta, resta con
me: noi due siamo fatti per stare insieme. Ah, ma hai pensato
cosa succederà? Vieni, vieni! Lo voglio dire a tutti.»
Balzarono giù dal letto, indossarono di nuovo le loro tuniche
e, quasi correndo, salirono sulla torre più alta del castello. Da
lassù, affacciato agli smerli, Lucifero mandò un grido tremendo
che fece vibrare tutto l’Inferno e agghiacciare le anime dei
diavoli e dei dannati. Dovunque essi fossero, a Costantinopoli a
fare del bene o in Giòlica a fare del male, subito accorsero sotto
le mura del castello infernale, ogni legione col suo Gran Diavolo
avanti, come tante scolaresche guidate dal maestro. Quando ci
furono tutti, Lucifero tuonò:
«Ascoltatemi bene, miei fedeli. Quel Dio patrigno, che
c’impediva con odiosi divieti di sviluppare le nostre capacità e ci
aspettava al varco con mostruosi verdetti, ha finalmente tolto gli
occhi da questo nostro mondo. Io, Lucifero, e la mia sposa,
l’arcangelo Michela, siamo ora gli unici signori del creato. Noi
non ripeteremo gli errori di Dio. Lasceremo che ognuno di voi
guidi e giudichi da se stesso le proprie azioni. Chi avrà bene
congiunto la maschia energia dei desideri che salgono dal
profondo con la pietà femminile per le cose, avrà in premio la
fecondità delle opere; e chi invece vorrà generare da solo,
castigherà se stesso con affanni inutili e lascerà dietro a sé solo il
ribrezzo. A tutti è destinata la morte eterna, ma anche la forza
per generare il nuovo, l’inaudito; e trasmetterlo agli altri senza
limiti. Al lavoro, dunque! Cosa sono queste rovine? Cos’è questa
confusione? D’ora in avanti, guai a chi non fa niente o a chi
distrugge! Tutti al lavoro! Via!»
E tutti obbedirono all’istante. Lucifero e Michela si ritrassero
e cominciarono a scendere. Lui le chiese con tono scherzoso:
«Ti è piaciuta la mia retorica?»
«Certo!» rispose lei con lo stesso tono. «Chi non rimarrebbe
84
avvinto dai sofismi del Persuasore?»
Risero e continuarono a scendere tenendosi abbracciati. E per
due o tre volte ripeterono insieme quel ritornello che dice:
La scelta d’amore,
quando occhi sognanti
il corpo accarezzano
che con noi si profonde
nel casto e ridente
sentimento di eleggersi,
e la concordia della natura,
dove un quieto spettacolo
raccoglie e distende
le volontà multiformi,
che da ogni essere
nel tutto si placano,
in noi armonizzano
con l’audacia di volere
la gioia di vivere.
Questi sono i fatti; la prima parte dei quali l’abbiamo
ricostruita leggendo meglio la Scrittura e meglio ponderando
alcuni avvenimenti storici; e la seconda parte, trascritta da
ispirazioni autorizzate giunteci dall’Aldilà. Non dovremmo
allora essere felici e ridere e gioire anche noi teologi, che
conosciamo i segreti dell’altro mondo e sappiamo cosa
consigliare per compiacere ai nuovi Signori? Ora che l’arcangelo
Michela si è ribellata a Dio e si è unita a Lucifero, e ora che Dio
ha abbandonato questo mondo al loro dominio……
85
Con questo discorso incompiuto termina l’ultimo scritto del
grande teologo Luterlicche, il Grande Libro Ispirato su cui egli
lavorava quando avvenne il fatto misterioso che ci ha lasciati
tutti impauriti. Luterlicche fu visto per l’ultima volta, or è un
anno, mentre entrava nel suo studio. Le stesse persone (tre suoi
allievi) che l’avevano visto andare di là udirono poco dopo un
suo grido acuto; subito occorsero e trovarono seduto alla
scrivania, come se scrivesse, un fantoccio di panna montata, che
gocciolava da tutte le parti e presto si disfece. I tre allievi hanno
giurato che il fantoccio somigliava molto al grande teologo.
A chi è da attribuire quella trasformazione di Luterlicche?
Noi abbiamo pubblicato il suo ultimo saggio con la più
scrupolosa imparzialità e non vogliamo ora entrare nella
polemica sulla scomparsa del teologo. Ci limitiamo pertanto a
riportare sommariamente le opinioni più diffuse al riguardo.
C’è chi sostiene che Luterlicche avrebbe offeso Lucifero con
la sua smania di compiacergli; e Lucifero per questo lo avrebbe
trasformato in panna montata. Altri ribattono che ciò non può
essere, perché Lucifero avrebbe condannato Luterlicche, quando
invece aveva promesso di lasciarci giudici di noi stessi. Ci sono
alcuni dell’opinione che sia stato Dio a punire Luterlicche del
dubbio che Lui non abbia voluto e visto ciò che è successo tra
Lucifero e l’arcangelo Michela. Per costoro gli ultimi
avvenimenti rientrerebbero in un disegno divino, ignoto anche a
Lucifero e a Michela, di redenzione dei dannati. C’è poi chi
crede che di fronte alla nuova Duità (la divinità di Lucifero e
dell’arcangelo Michela) sia sorto un nuovo Maligno, forse
qualche Gran Diavolo vagabondo ribellatosi all’ordine di
Lucifero di fare e operare, al quale sarebbe dovuta la scomparsa
di Luterlicche, profeta della nuova divinità.
Come abbiamo detto, noi non vogliamo entrare nella
polemica. Ma non potrebbe darsi che la storia dell’amore di
Lucifero e dell’arcangelo Michela sia un’invenzione di
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Luterlicche, il quale sarebbe ora in qualche posto a ridersela di
noi? Il nostro teologo era famoso per il sarcasmo, lo spirito
mordace e gli scherzi stravaganti che escogitava. Non
sarà tutto uno scherzo?
1969
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GIOVANI DALLA LUCANIA
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89
I
Giuseppe Trallori faceva lo spazzino, a Prato. Abitava con la
moglie Carmela e il figlio Luigi di ventun anni al secondo piano
d’un vecchio casamento, frazionato tanti anni prima, come era
stato possibile, in vari appartamenti da un vecchissimo convento.
Proprio per colpa della illogica sistemazione del loro
appartamento successe quel che poi successe. Come può infatti
un uomo che già si avvia verso la vecchiaia, frustrato da un
lavoro che lui ritiene degradante e dalla sua povertà di spirito,
passare e ripassare dalla camera d’una ragazza diciottenne
mentre questa è a letto e non avere delle tentazioni? La casa era
composta da tre stanze di cui una serviva di passaggio fra le altre
due. C’era, oltre a queste, il gabinetto che non era altro che uno
sgabuzzino sul pianerottolo delle scale. Si entrava direttamente
nella cucina, uno stanzone dal soffitto alto, a travi, con una sola
finestra e piccola. Una porta sulla sinistra di chi entrava metteva
in una camerina, dove dormiva Luigi, e per la quale appunto si
passava per andare all’ultima stanza, in cui dormivano i genitori.
La sistemazione non era certo comoda; e l’affitto neanche tanto
basso per un appartamento come quello; ma tant’é.
Giuseppe e i suoi si erano trasferiti a Prato poco dopo la
guerra. Erano stati fra i primi meridionali a stabilirsi in città. E
ormai erano dei vecchi pratesi al confronto degli ultimi arrivati
che a centinaia, fra i più poveri e diseredati, si accalcavano nelle
baracche di legno e sopramattone dietro la ferrovia. Anche per
Giuseppe erano stati duri i primi tempi a Prato, quando,
invogliato da un compaesano, si decise a sfuggire dalla miseria
del suo paesino abbarbicato sulle montagne della Basilicata.
Tutto diventò più facile quando, per un colpo di fortuna, entrò
come spazzino nell’azienda municipale della nettezza urbana.
Lui ne fu contento, ma anche umiliato nel suo orgoglio maschile
di montanaro meridionale. Ebbe però uno stipendio sicuro, che
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gli permise di farsi raggiungere dalla moglie e dal bambino di sei
anni, che erano rimasti al paese. Il ragazzo, come tutti a
quell’età, si ambientò subito. Dopo pochi mesi parlava il toscano
dei pratesi e non lo si distingueva più dai suoi amici e compagni
di scuola. Neanche il suo cognome, dal suono così toscano, era
un segno di distinzione.
Per i genitori fu più difficile. A loro non furono risparmiate le
offese velate, le umiliazioni, il titolo di terrone. Ma anche loro,
dopo che ebbero risistemato un po’ l’appartamento e rinnovato i
vestiti, prima così vecchi e stinti, cercarono di mimetizzarsi. Si
sforzarono anche di cambiare l’accento e il loro modo di parlare;
ci riuscirono abbastanza bene, considerata la loro istruzione e
l’età.
Ormai dunque la famiglia Trallori era stata assimilata, come
tante altre del resto, nell’ambiente operaio pratese. E’ vero che
tutt’ e tre erano reticenti a dichiarare dove erano nati e sembrava
che se ne vergognassero, ma pareva che questo fosse il tributo
che ogni italiano del Sud doveva pagare agli italiani del Nord.
Sta di fatto che quando giunse la lettera di Maria, la sorella di
Carmela, nessuno dei tre fu molto contento, anche per la
preoccupazione di dover ospitare e avviare al lavoro una ragazza
chiaramente meridionale.
Maria, in quella lettera, chiedeva alla sorella di cercare un
lavoro qualsiasi per sua figlia Cristina, non ancora diciottenne.
Pregava di ospitarla nel periodo in cui cercava un lavoro, o che
imparava un mestiere. Le rammentava la miseria del paese e i
quattro figli più piccoli da mantenere. Le diceva che con i
guadagni la bambina le avrebbe pagato la pensione e le avrebbe
anche rimborsato le spese dei primi giorni. Si lamentava sulle
magre entrate di suo marito, contadino. L’assicurava sul carattere
di Cristina, che era docile, lavoratrice e seria, molto seria, e che
anzi era stata lei stessa ad insistere nel voler andare al Nord per
lavorare. La pregava. La benediceva in nome dei genitori, morti
91
da anni. La ringraziava. La pregava di nuovo. E infine si
firmava: tua affezionatissima e riconoscente sorella Maria.
«Come si fa a mantenere anche lei ora.» Fu il primo
commento di Giuseppe.
«Ma no, Cristina viene per lavorare.» Rispose sua moglie,
cercando di convincere i familiari, anche se controvoglia.
«Si, ma di questi tempi è difficile trovare un posto»
intervenne Luigi. «Fosse stato in maggio o in giugno, ma ora c’è
anche un po’ di crisi. E poi fanno delle storie se sei
meridionale.»
«Non è vero. Anzi ti assumono più volentieri. Sei più
modesto, con meno pretese» disse la madre.
«Macché. Se si tratta di prenderti senza libretto, senza
assicurazione, ti possono anche prendere per un mese o due, ma
appena diminuisce il lavoro, ti mandano via subito. E quando
siamo a lavorare, siamo tutti uguali; le pretese son quelle. Forse
una volta i meridionali li assumevano perché non facevano mai
sciopero e così via. Ma ora….» Queste parole erano di Luigi.
«Potrebbe aiutarmi a spuntire le pezze» insistette Carmela.
«Al lanificio dove le prendo mi conoscono e me ne danno quante
ne voglio. Il lavoro è facile. Se poi lei impara a rammendarle,
guadagna più a casa che ad andare in fabbrica. E senza bisogno
di tanti libretti e assicurazioni; e senza far sapere chi sei.»
«E poi, dove dorme?» Si preoccupò improvvisamente Luigi,
con ragione. Si accordarono infatti che Cristina avrebbe dormito
in camera di Luigi e che lui, con rincrescimento in verità, si
sarebbe trasferito in cucina, su una brandina pieghevole che
tenevano in casa per i momenti di bisogno.
Fu discusso a lungo, ma la risposta era già stabilita all’inizio.
Come fare a dire di no a quella lettera in cui molto si pregava,
ma poco si dubitava?
Partì la risposta. E dopo pochi giorni giunse un’altra lettera,
con la quale, fra ringraziamenti, benedizioni e abbracci, si
92
annunziava l’arrivo di Cristina a Prato per il mercoledì della
settimana successiva, con il direttissimo delle sei del pomeriggio.
Maria pregava la sorella di andare alla stazione ad aspettare la
bambina, così diceva, perché Cristina era sola e si sarebbe
trovata smarrita per cercare la loro casa “in una grande città
sconosciuta”.
II
Questa seconda lettera fece riflettere Luigi. Quello che per lui
era una noiosa seccatura, sembrava che fosse una svolta seria e
importante nella vita dei suoi zii, o di sua cugina. E tutto quel
consultare orari ferroviari, il lungo viaggio di una ragazza poco
più che bambina, tutta sola, dava una impressione di avventura
seriamente vissuta, o meglio immaginata. “Chissà” pensò fra se,
“come crede che sia Prato, questa cugina: una grande città
sconosciuta!” Rise.
Prato non è né grande né sconosciuta. E’ una città operaia,
dove si lavora molto e molto si commercia. Una città di
provincia, vecchia, e noiosa anche nelle stanche domeniche dai
pomeriggi così lunghi. Il pensiero che qualcuno la potesse
immaginare come una metropoli tentacolare lo fece sorridere;
lui, che si può dire ci fosse nato.
Luigi era un ragazzo a posto per la sua età. Lavorava in una
filatura come attaccafili e guadagnava discretamente, per quanto
può guadagnare un operaio.
Con la parte della sua paga che tratteneva per sé (la maggior
parte la dava alla madre per i bisogni della famiglia) aveva
comprato da qualche tempo una vespa, che aveva finito di pagare
da poco. Come tutti i giovani della sua età aveva bisogno di
affermare agli occhi di tutti la sua indipendenza economica e la
93
sua personalità di maschio. Con l’acquisto della vespa aveva
cercato di ottenere questi due scopi. Era un frutto del suo lavoro
ad era anche il mezzo di cui si serviva per le sue avventure
domenicali nelle sale da ballo dei numerosi paesi intorno a Prato
o a Firenze. Il bisogno del possesso materiale, in lui come in
tanti altri si mescolava a maturazioni sessuali. C’era un episodio
significativo, successo quasi quattro anni prima. Una sera era
andato a Firenze in una casa d’appuntamenti che alcuni amici gli
avevano indicata. Gli avevano detto che era una casa senza
troppe pretese, dal prezzo basso, e dove non facevano tante storie
per farti passare.
Se il prezzo era basso, dovette accorgersi alla prima occhiata
che la merce in vendita non meritava molto di più. Era un posto
laido e puzzolente. Per sua fortuna, o sfortuna, non c’erano
visitatori in quel momento. Delle due puttane che tenevano
bottega in quel posto si fece subito avanti la più vecchia. Lo
guardò un minuto, poi gli si avvicinò. Anche lui si fece incontro.
«Allora, che facciamo? Si va in camera?» chiese con voce
secca la donna.
«Sono qui per questo» fu la meccanica risposta.
Come allucinato, e in profondo imbarazzo, la seguì in una
stanza vicina. La donna si liberò con un gesto della vestaglia che
l’avvolgeva. Con un altro gesto si tolse le mutande. Rimase con
il solo reggipetto. Luigi, fermo, la guardava con stupore
costernato. Quella si dette una manata compiaciuta su una natica
e sbottò:
«Allora, non ti levi i pantaloni?» Luigi obbedì.
Era vergine e il suo prepuzio sforzato sanguinò
abbondantemente. Aveva sentito lo strappo al primo movimento,
ma non si era reso conto di quello che accadeva. Neanche la
donna se ne accorse sul momento, ma dopo un po’ gli fece: «Ehi,
basta! Cosa stai facendo?»
Tutta la coperta sul letto ed anche la sua camicia erano
94
imbrattate di sangue. La puttana, a quella vista, cominciò a
strillare e berciare.
«Maledetti bambini, sempre così. Un altro l’altro giorno m’ha
fatto lo stesso servizio. Io ci devo dormire in questo letto. Ma
perché non state dalle vostre mamme a farvi….»
L’espressione affranta di Luigi la chetò. Stava lì, tutto sudicio,
con i pantaloni ciondoloni e con una mano sullo stomaco per
reggersi la camicia, senza poter parlare.
«Vieni qua, lavati» disse con voce più dolce la donna.
Lo condusse al lavandino che era nella medesima camera e gli
lavò la parte lei stessa.
«Che dirà tua madre di questa camicia piena di sangue?»
s’interessò.
«Oh, nulla» poté dire finalmente Luigi. «Mi dispiace per la
coperta. Ho solo tremila lire con me…. Per il disturbo. Mi
dispiace.»
«Lascia fare, ormai.»
Le dette le tremila lire e fuggì via appena possibile. A casa si
lavò da sé i lembi insanguinati della camicia e se la fece
asciugare addosso, perché nessuno se ne accorgesse.
Questa avventura non fu, per Luigi un trauma. Però era spesso
assalito dal ricordo di quella vecchia prostituta che si dava delle
grandi manate su una natica adiposa, sempre più adiposa, e con
al centro una ferita, che sul momento aveva appena guardato, ma
che con il passare del tempo si faceva sempre più evidente nella
sua fantasia. Era come se le mancasse un pezzo di carne nel gran
sedere. E la cicatrice che si era lì formata sembrava un morso
nero nella mela tonda e bianca. Ma anche il ricordo di quella
natica cava si affievolì presto nella sua mente. Luigi era un
ragazzo sano e normale.
Ora, quando gli capitava, suo malgrado, di pensarci, provava
un senso di vergogna, ma nient’altro. Come prima cosa, dopo
quell’esperienza, non aveva mai più collegato il possesso d’una
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prostituta con l’idea dell’amore, ma con quella dello sfogo. E
aveva di tanto abbassato nella sua considerazione questi sfoghi
che per non mischiare le due cose, quando ritornava ( e ritornò
ma non nella solita casa) a Firenze spinto da quella voglia, non
usava mai la sua vespa, ma prendeva l’autobus, così anonimo e
non suo. A parte questa fisima, non era che lui si facesse un
feticcio di quel modesto mezzo di trasporto. Era il suo unico
possedimento e lo teneva di conto, anche psicologicamente, ecco
tutto. La primavera precedente, Luigi aveva conosciuto una
ragazza, Luigia, che all’inizio gli aveva dato l’illusione di aver
trovato quell’amore che a quell’età ci si aspetta continuamente di
trovare. Invece finì tutto assai alla svelta.
L’aveva conosciuta per l’Ascensione, quando lui e un gruppo
di suoi amici, tutti motorizzati, erano andati a fare la tradizionale
scampagnata, insieme con altre ragazze. Proprio perché si
chiamavano Luigi e Luigia avevano fatto coppia sin dalla
partenza.
La relazione (ma non ci furono dei veri rapporti sessuali) durò
qualche tempo. Poi finì. Luigi le aveva lasciato credere
tacitamente di essere pratese di nascita. Lei dopo un po’ insiste
perché ci fosse tra loro un fidanzamento con tutte le regole. E
allora lui si rifiutò, fra l’altro anche per non presentarle i suoi
genitori così meridionali in tante cose, nonostante i loro sforzi
per non sembrarlo. Poi, con uno scatto di sincerità, le buttò in
faccia la notizia che era nato in Lucania. Fu per la strada, un
giorno. La ragazza aveva definito “terrone” un povero diavolo
che aveva chiesto loro un’indicazione.
«Sai dove sono nato?» le domandò allora freddamente Luigi.
«In Lucania, in provincia di Potenza.» Non aveva potuto
trattenersi, anche se si pentì subito di quanto aveva detto. La
ragazza in verità non dette peso alla faccenda, ma la rottura
comunque era segnata.
Il mercoledì preannunciato nella seconda lettera, andò Luigi a
96
prendere sua cugina alla stazione. Lavorava nel turno di mattina
quella settimana ed era libero nel pomeriggio; inoltre poteva
portare la ragazza in vespa.
III
Cristina scese dal treno e tirò giù una valigetta di cartone.
Mentre lei si guardava intorno ansiosa, il direttissimo era partito
lasciandola sola sulla banchina. “Sono rimasta sola davvero”
pensò la ragazza nel vederlo allontanarsi. E restò un attimo ferma
a fissare il treno che andava via. Nel frattempo le si avvicinò un
giovanotto che le chiese:
«Sei Cristina vero? Io sono tuo cugino Luigi. La zia non è
potuta venire a prenderti, così sono venuto io.»
Cristina aveva fatto cenno di sì, con sollievo. Ma non rispose
nulla: non aveva capito bene. Per la prima volta si rese conto di
quante abitudini avrebbe dovuto cambiare. Quel parlare così in
fretta di suo cugino la scosse. “Non riesco nemmeno a
comprenderli” si disse sgomenta. E la zia, chi era la zia? Poi capì
che parlava di sua zia Carmela, riferendosi a lei anziché a se
stesso come figlio.
Appena le passò quell’attimo di smarrimento, Cristina, con un
movimento puerile, si protese verso Luigi per baciarlo e per farsi
baciare sulle guance. Lui che non se lo aspettava, rimase
sconcertato sul momento. Poi rispose affettuosamente
all’abbraccio.
«Come stanno zio Giuseppe e zia Carmela?» disse infine la
ragazza.
«Bene. E tu? Sei stanca? E’ stato duro il viaggio tutta sola?»
«No, no, non sono stanca.» E come per dimostrarlo fece per
prendere la valigia. Luigi la prevenne.
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«Lascia stare, la porto io. Tanto giù ho la vespa.»
Cristina lo seguì docilmente. Al cancello d’uscita si fermò per
gettare il biglietto del treno in una cassetta. Quell’atto così
semplice le fece tornare alla mente tutto quel giorno trascorso in
treno. Il biglietto glielo aveva comprato quella stessa mattina alle
otto suo padre, a Potenza, dove l’aveva accompagnata.
Sembrava che fosse passato tanto tempo in quelle dodici ore,
da quando si era alzata prima dell’alba nel suo paesino arroccato
tra le rocce, laggiù, in fondo all’Italia. Tutte le facce dei familiari
e delle amiche le passarono un attimo davanti agli occhi. Le si
strinse il cuore. E il viaggio così lungo ed estenuante! Non era
mai andata più lontano di Potenza, prima; e ora Napoli, Roma,
Firenze. Erano dodici ore che non parlava con nessuno, dagli
ultimi addii di suo padre.
Ogni chilometro che aveva risalito lungo la Penisola era stato
un legame che spezzava col suo paese, con la sua gente e con se
stessa. A Roma, dove doveva cambiare treno e aspettare tre
quarti d’ora per la coincidenza, era uscita di stazione ed era
andata a comprarsi un paio di calze di nylon, nel negozio più
vicino che aveva trovato. Alla commessa che le chiedeva cosa
desiderava aveva risposto con un filo di voce:
«Un paio di calze, di nylon…. che mi vadano bene.»
La commessa giudicò ad occhio, con un po’ di scherno, ogni
cosa: le misure, le possibilità e il gusto certo non molto raffinato.
Cristina sotto il peso di quel giudizio si era fatta rossa e piccola.
Pagò il prezzo e ritornò in fretta sul treno. In un gabinetto si era
tolta i calzini bianchi che portava e si era infilata le calze, tirando
fuori le giarrettiere che lei stessa aveva preparato di nascosto già
da una settimana.
Sapeva quello che aveva fatto. L’acquisto delle calze era stato
per lei un atto necessario, una ricompensa che le spettava di
diritto. Ed era anche l’ultimo legame spezzato. Per questo aveva
speso buona parte dei pochi soldi che suo padre le aveva dato.
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Cristina era una ragazza volitiva nonostante l’età, e decisa
nelle sue azioni. Aveva quella maturità che assai presto si
conquista in mezzo agli stenti, senza però esserne inaridita.
Aveva anzi, molto spesso, dei tratti di carattere freschissimi ed
era talvolta d’una ingenuità da stupire. Ma quando si trattava
delle cose che lei riteneva essenziali nella sua vita diventava
improvvisamente sicura e adulta.
Aveva voluto lei quel viaggio: era un anno intero che tendeva
a quello scopo. A quattordici anni, quando la sua femminilità si
faceva ogni giorno più piena, si era d’un tratto convinta di non
poter fondare una famiglia nei posti dove era nata. “I miei figli
devono avere qualcosa di più dei miei fratelli”: questa era la
giustificazione che lei stessa si dava, con uno di quei moti di
crescita inconfessabili e sentiti.
E così era partita. Ma ora, a Prato, non era più tanto sicura dei
suoi desideri, si sentiva smarrita, tutta sola fra gente estranea.
Però si fece forza ed uscì fuori dalla stazione, nella grande
piazza. Luigi era già pronto a partire.
«Sai» gli disse lei con tono spensierato, «è la prima volta che
vado su una vespa.»
«Non aver paura. Tieniti stretta a me» le raccomandò Luigi. E
partirono.
La posizione scomoda a causa della valigia che Cristina
teneva stretta fra sé e il cugino, e il viaggiare nel traffico della
città impedì loro di parlare. Lo sconforto la riprese: neanche tutto
il movimento delle strade, così nuovo per lei, la poté distrarre.
Quella sera, quando infine andarono tutti a letto, pianse
silenziosamente sotto le coperte. E tardò molto a prendere sonno.
Anche Luigi, sulla sua branda in cucina, non riusciva ad
addormentarsi. Ripensava all’incontro con Cristina, del
pomeriggio. L’aveva riconosciuta subito, mentre scendeva dal
treno, anche se prima non aveva visto di lei che una vecchia
fotografia da bambina. Se l’aspettava più bassa. Era invece
99
abbastanza alta. Lo aveva colpito una certa parvenza di eleganza
che irradiava da sua cugina, benché il vestito che indossava fosse
vecchio, e niente affatto elegante: era il modo con cui lo portava,
pensò, a darle quell’aria. Notò che portava delle calze di nylon
che davano alle caviglie un colore bruno-rossiccio di sicuro
effetto per occhi maschili. Peccato che avesse delle scarpe
vecchie senza tacco, dalla forma infantile, altrimenti le si
potevano dare anche tre o quattro anni in più di quanti ne aveva.
Un’altra impressione che lo aveva colpito era stato il bacio di
Cristina sulle gote. E gli aveva tolto il desiderio che aveva
nutrito in precedenza di mostrarsi indifferente e superiore con la
cugina. La pelle di Cristina era liscia, molto liscia. La carne, ai
bracci dove l’aveva stretta, aveva ceduto sotto le sue mani tenera
e morbida. Questi contatti, insieme allo sguardo sperso della
ragazza, avevano commosso Luigi che cercò di essere gentile
con lei. Le prese la valigia e le indicò l’uscita, avviandosi per
primo. All’uscita sulla piazza Cristina era rimasta indietro di
qualche passo, ma quando aveva visto che lui la stava aspettando
aveva affrettato il passo. E aveva detto la prima cosa che le era
venuta in mente per nascondere gli occhi pieni di lacrime.
IV
La mattina dopo Cristina si alzò di buona volontà, appena
sentì che sua zia stava facendo altrettanto nell’altra stanza. Erano
due ore che era sveglia. L’aveva svegliata suo zio Giuseppe
inciampando nella sponda del letto, mentre passava per la
camera al buio, per andare a lavorare. Dopo non era riuscita a
riprender sonno per l’ansia di tutti quei cambiamenti. Nei giorni
che seguirono il passare e ripassare di suo zio in camera quando
lei dormiva non le dette più quella noia come all’inizio, anche se
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dopo qualche tempo suo zio prese l’abitudine di accendere la
luce quando passava.
Cristina dunque si alzò con la buona volontà di mettersi
subito a lavorare, ma non sapeva cosa fare, così, in casa d’altri.
Rifece il suo letto con sveltezza accanita; però, alla fine, si mise
da una parte con le mani in mano. Poi spazzò la sua camera e la
cucina. E si rifermò. Intanto sua zia le chiedeva senza grande
interesse di questo o di quello, al paese. Infine, dopo che ebbero
fatto colazione con un caffellatte, si misero a lavorare. Il loro
lavoro consisteva nel togliere con delle pinzette i pezzetti di filo
estranei che rimangono impigliati nella trama delle pezze.
Facevano scivolare in tutta la sua larghezza la pezza, ancora da
rifinire sopra la tavola di cucina rialzata con due zeppe da un
lato. Era un lavoro semplicissimo e svelto. Guadagnavano dalle
cinque alle settecento lire per pezza; però dovevano andare a
prendere le pezze alla fabbrica e riportarle dopo averle lavorate.
A Carmela questo servizio lo faceva un giovanotto con un
carretto a mano, che le prendeva cento lire ogni pezza. Così il
guadagno diminuiva di altrettanto.
Per Carmela e per le altre donne che facevano il suo mestiere,
questo lavoro aveva il vantaggio che nello stesso tempo potevano
stare a casa e sbrigare tutte le altre faccende. Cristina, che si
aspettava di andare a lavorare in grandi fabbriche dalle grandi
macchine rumorose, rimase delusa di quel lavoro nella quiete
noiosa della cucina, con la compagnia poco attraente di sua zia,
un tipo taciturno, continuamente rosa, sembrava, da pensieri
spiacevoli.
Al pomeriggio però, o alla mattina, a seconda del turno in cui
lavorava, Luigi le teneva compagnia mentre lei spuntiva le
pezze. La ragazza si era accorta che suo cugino restava in casa
proprio per lei dalla sorpresa di Carmela, che non era certamente
abituata ad avere il figlio intorno continuamente. Cristina fu
contenta del suo interessamento, che le rischiarava l’animo e le
101
dava quel calore di affetti che aveva perduto da così poco tempo.
Piano piano, quasi inconsciamente, cercò di favorire
quell’interessamento e di goderne timidamente.
In fondo era inevitabile che nascesse in lei quel sentimento.
Non aveva rapporti con altri all’infuori dei suoi zii e di suo
cugino. La sua venuta a Prato infatti non era stata, fino a quel
momento, l’ingresso nel mondo che si era aspettata. Cristina
sapeva che quell’isolamento era solo una cosa momentanea, dei
primi tempi. Di lì a poco sarebbe andata senz’altro a lavorare in
una fabbrica, lo sapeva e lo desiderava. Ma per il momento
doveva vivere e lavorare in quella grande cucina, e non si
lamentava. Anzi lavorava con voglia. Fu lei a chiedere a sua zia
di farle fare, oltre a spuntire le pezze, tanti lavori di casa:
rigovernare, spazzare, lavare. Essere continuamente occupata le
faceva passare il tempo più alla svelta.
Carmela, dal canto suo, le cedette volentieri quelle
incombenze. Da qualche tempo non era più lei: prima così attiva,
sveglia e interessata alla sua famiglia; ora invece torpida e
insolente in tutte le cose. Erano già due o tre mesi che era
cominciato quel periodo triste della sua vita. E ancora non si era
ripresa, adattata al nuovo ritmo. Anche suo marito si era accorto
del suo travaglio e, invece di aiutarla, si era sentito come offeso e
defraudato. Una notte, durante uno stanco amplesso, le aveva
chiesto quasi con rabbia: « Ma sei donna? Chi ho io?»
Quella frase la perseguitò non poco con le sue ripetizioni
affannose. L’egoismo di suo marito le era familiare, ormai. Se
fosse stata più cosciente di sé, avrebbe capito che si era prostrata
tanto per l’inizio della menopausa proprio a causa della pretesa
di Giuseppe, instillata in lei nel corso di tanti anni, di sentirsi
uomo solo cercando l’amore in maniera cattiva.
Giuseppe comunque era fatto così. Di tutte le cose del mondo,
e non solo delle cose, ma anche delle persone, aveva qualche
attenzione solo quando rappresentavano per lui un interesse
102
egoistico. Il suo carattere lo avrebbe portato ad essere dispotico
in famiglia, se, congiunto al suo egoismo, avesse avuto una certa
fermezza e forza di volontà. Invece era un pusillanime, una
piccola anima vigliacca. In famiglia la volontà che contava era
quella di Luigi, da quando era diventato un giovanotto formato.
E lui, Giuseppe, ne era più o meno cosciente, e irritato. Una
sera sua moglie gli disse con fare scherzoso:
« Hai visto che da quando è arrivata Cristina, Luigi non esce
più di casa?»
Giuseppe si sentì come toccato personalmente dal fatto. Forse
quella rivelazione di sua moglie fece nascere in lui una specie di
rivalità con il figlio, o forse, semplicemente, quello fu lo spunto
da cui cominciò il suo interesse per la nipote. Fatto sta che
cominciò ad osservare Cristina mentre lavorava o sfaccendava in
cucina. Quella vista gli dava un piacere sempre maggiore.
Cristina era una donna già fatta: aveva un ventre largo e
invitante; la congiunzione delle cosce al corpo doveva essere
perfetta, lo si indovinava sotto la vestaglia con cui lavorava; e il
giro del sedere e del pube, dal profilo così rotondo, pareva un
fiore sugoso da abbracciare e stringere violentemente. Aveva,
dietro gli orecchi e alla base della nuca, certi ciuffetti di capelli
fini e biondicci che non rientravano nella pettinatura, ma stavano
per conto loro, a carezzare la pelle liscia e diafana del collo. Era
proprio il collo, ancor più del ventre o delle cosce o dei seni, che
faceva in Giuseppe un effetto di libidine irrefrenabile. Fu allora
che prese l’abitudine di accendere la luce, passando per la
camera di Cristina la mattina alle cinque, per guardarla mentre
dormiva.
In quelle occasioni stava minuti interi al capezzale del letto,
col fiato sospeso, gli orecchi tesi a carpire il minimo rumore e gli
occhi fissi a bearsi del corpo di Cristina che si modellava sotto le
coperte. Una di quelle mattine ebbe la ventura di trovare Cristina
che si era scoperta fino a metà del busto, nel sonno. Le coperte
103
erano inclinate verso terra, da una parte. Giuseppe stette cinque
lunghi minuti fermo, affannato, a fissare la ragazza che dormiva,
ignara su un fianco. Poi non resisté più. Prese il lembo della
coperta e lo tirò giù piano piano, finché il corpo addormentato
non gli si offrì tutto alla vista. Nel sonno le cosce si erano
svincolate dalla fasciatura della camicia da notte ed ora
giacevano lì, piegate su una parte, come due tronchi di platano,
lisce e odorose. Fra quelle Giuseppe intravedeva, quasi nascoste
dalla camicia, le mutandine bianche, così tumide e ombreggiate.
Questa visione fu solo un attimo. La tensione e la paura che
Cristina si svegliasse lo sopraffecero. Rimise a posto le coperte,
spense la luce e uscì.
Dopo quella volta, non ebbe più occasione di rivedere
Cristina completamente scoperta, fino alla sera in cui successe il
fatto. Anzi, per due giorni passò dalla camera di Cristina al buio
e in fretta. Gli era sembrato, quando l’aveva ricoperta quella
mattina, che sua nipote si fosse mossa e forse svegliata, mentre
lui fuggiva. Ma il terzo giorno riprese la sua osservazione. Non
poteva farne a meno ormai. Guardare la ragazza così
abbandonata, nel grande silenzio prima dell’alba, quando
sembrava che non ci fosse anima viva all’intorno, era per lui
come possederne il corpo. E il desiderio aumentava.
Cristina, quella mattina si era svegliata davvero, ma non si era
resa conto di quanto era successo. Aveva visto che la luce era
accesa; e mentre questa si spengeva, aveva sentito Giuseppe
uscire di camera e richiudere la porta, nient’altro. La ragazza
però non dette importanza al fatto. Credette che suo zio avesse
semplicemente acceso la luce per attraversare la stanza, come
doveva sicuramente fare prima, quando lì dormiva Luigi.
Aveva notato, sì, le occhiate profonde di suo zio, mentre lei
lavorava in cucina. Il loro significato le si era affacciato alla
mente, ma lo aveva respinto come incredibile in una persona
anziana, e in più suo zio. Invece aveva riconosciuto e accettato
104
l’interesse di Luigi per lei: era un’altra storia, erano giovani, era
naturale. Ed era anche nei suoi sentimenti.
V
Un pomeriggio Luigi raccontò a Cristina un intero film che
aveva visto qualche tempo prima: un’allegra commedia sulla
quale risero di gusto. Quando ebbe finito, in un momento in cui
sua madre era andata nell’altra stanza, le propose:
«Perché non andiamo al cinema, domani? Ti porto in un
locale dove danno un film simile a questo. Ti divertirai.»
Finalmente l’aveva detto.
Erano diversi giorni che pensava di fare quell’invito. Aveva
cominciato a interessarsi a Cristina più per compassione che per
altro: la ragazza si doveva sentire molto sola e lui si era fatto un
obbligo di tenerle compagnia. Poi, piano piano, la faccia curiosa
di lei che lo ascoltava mentre parlava e il suo riso mai libero del
tutto lo affascinarono e lui cominciò a dubitare che quella
compassione fosse qualche cosa del tutto diversa. Non si sarebbe
mai stancato di stare ad ascoltarla, quando era lei che raccontava
dei fatti paesani, con una compenetrazione e un senso di
importanza che lo meravigliavano e nello stesso tempo gli
piacevano.
«Questa storia» diceva lei, «l’ho sentito raccontare al mio
paese. Successe anni fa. Una ragazza era fidanzata con un
giovanotto, un tipo poco serio, che era figlio del fornaio e perciò
si faceva grande con le donne; perché si sentiva uno in vista in
paese. Un giorno la ragazza….» Qui aveva fatto una sosta.
Aveva cominciato senza riflettere ed ora non poteva troncare a
quel punto. Così continuò: «Un giorno quella povera ragazza si
accorse che aspettava un bambino. Andò dal fidanzato e glielo
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disse piangendo. Ma quello le disse con cattiveria : “E io che ho
a che fare con te?” La ragazza cercò d’insistere fra i singhiozzi,
ma quello la cacciò via. Lei smise di piangere. A casa prese un
coltello e si nascose dietro l’angolo della chiesa, in piazza. Sulla
sera, lo sapeva, doveva passare di lì il suo fidanzato; e aspettò.
Quando lui arrivò insieme ad alcuni suoi amici, lei si fece avanti
e gli disse:”Allora, mi sposi?” Ma il fidanzato la schernì e ne rise
davanti ai suoi amici. Si era così condannato da sé. La ragazza
tirò fuori il coltello e dette cinque colpi: due al ventre e tre alla
gola. Infine gli amici, sbalorditi, riuscirono a fermarla. Accorse
tutto il paese; e anche i fratelli della ragazza, che l’abbracciarono
e la difesero, perché aveva riconquistato il suo onore e quello
della famiglia.»
Luigi ascoltava con piacere sua cugina quando raccontava
simili storie di vendette e gelosie. Era un mondo differente da
quello a lui familiare, un mondo in fondo felice, nonostante le
azioni sanguinose che il più delle volte ne erano oggetto. Luigi si
rendeva conto che tali fatti in realtà, si dovevano essere svolti
ben diversamente e che Cristina gli riferiva vecchie tradizioni di
cantastorie che dovevano essere ancora vive in Basilicata. Ma
proprio per questo gli piaceva ascoltarla, non per udire dei fatti
successi da tanto tempo, ma per sentir vivere quel mondo in lei,
nella sua voce, nei suoi gesti, nel suo dialetto lucano corretto un
po’ dall’italiano appreso a scuola e rinforzato negli ultimi giorni
a Prato. Luigi voleva bene a Cristina proprio per questo, perché
era la testimonianza viva di un mondo che era anche il suo, della
sua infanzia almeno, di un mondo di sentimenti sempre schietti e
violenti e non immiseriti dalle parole, dai soldi o dal fatto di
essere nato in un posto piuttosto che in un altro. Cristina
eliminava quell’ostacolo che Luigi incontrava nell’avvicinarsi a
una ragazza, gli evitava il disagio inconfessato delle sue origini
meridionale. E aveva cominciato a volerle bene anche per questa
ragione.
106
Ora, dopo più di due settimane, aveva cercato l’occasione per
invitarla ad uscire con lui, perché desiderava stare con lei, solo,
fuori dalle mura uggiose di quella cucina. Aveva studiato il
momento; e finalmente aveva fatto la sua proposta. Si sentiva più
leggero ora.
Cristina lo ringraziò dell’invito, abbassando gli occhi sulla
pezza, ma rispose di no. Luigi però era preparato al rifiuto e
insistette:
«Vieni. Sono due settimane che sei sempre chiusa in casa, ti
farà bene svagarti un po’.»
«Non posso» sussurrò lei pianissimo, «non sta bene». E si
fece rossa per quanto aveva fatto capire con le sue parole.
«Cosa c’è di male se due cugini vanno al cinema insieme? E
poi nessuno lo nota, qui in città. Ti prego!»
Cristina rimase zitta a testa bassa. Luigi allora si appellò a sua
madre che stava rientrando in quel momento.
«Vero, mamma, che non c’è niente di male se la porto al
cinema, domani? Sono venti giorni che è qui e sarà uscita due
volte da questa casa: le farà bene.»
«Ma sì, vai.» rispose Carmela direttamente a sua nipote, dopo
averla guardata un momento. «Qui non è come da noi, dove tutti
chiacchierano per delle sciocchezze. E poi, esci con tuo cugino,
mica con un estraneo. Anzi, Luigi, portala a fare una passeggiata,
dopo il film, così vedrà Prato.»
Alla ragazza non rimase che dire di sì, e fu felice di dirlo. Da
quel momento le sembrò che le ore fossero più lente a passare.
L’intera serata non pensò ad altro che al giorno dopo, al cinema
ed alla passeggiata che le aveva quasi imposto sua zia. Si
preoccupò di quello che avrebbe dovuto indossare: una gonna
larga a pieghe ed una maglia quasi nuova, questo era il suo
vestito più bello, e l’unico se si escludono altre due gonne e
qualche vestaglietta per la casa. Quello che le dispiaceva
indossare era una giacca grossa e calda, ma lisa e antiquata. Però
107
non poteva farne a meno: era il solo indumento pesante che
possedesse ed era ottobre e faceva fresco. In compenso aveva le
calze di nylon, che si sarebbe rimesse per la prima volta dopo il
viaggio. Se non le avesse comprate, chissà quanto si sarebbe
dispiaciuta ora, ad uscire con Luigi con i calzini bianchi di
cotone, come una bambina. Un altro punto dolente erano le
scarpe, dalla suola spessa e piatta. “Hanno un aspetto invernale,
non disdicono tanto” si consolò lei e non ci pensò più.
Cristina era stata al cinematografo solo due volte in vita sua,
a Potenza. L’ultima volta era stata due anni prima. Dopo di allora
le era nato un altro fratello, malaticcio per di più; la situazione
della sua famiglia, già cattiva, era peggiorata e suo padre non
aveva avuto più né la voglia né il denaro per fare spese non
necessarie.
Finalmente si arrivò alla domenica, all’ora di pranzo.
Giuseppe notò la fretta di Cristina nello sparecchiare e nel
rassettare la cucina e l’aria di attesa impaziente di Luigi. Ne
volle sapere la ragione. Quando gliela dissero, ne fu contrariato e
si lasciò sfuggire la frase:
«Ma come, uscite soli, voi due? Non sta bene.»
A quelle parole Cristina si sentì gelare tutta, dentro. Per un
attimo smise di spazzare e lanciò uno sguardo implorante a
Carmela e poi a Luigi. Questi però non aveva avuto bisogno di
appelli per intervenire.
«Babbo», chiamandolo alla toscana invece di “papà”, come
aveva preso a fare da qualche tempo, in occasioni particolari,
«qui non c’è nessuno che maligna. E noi non facciamo niente di
male.»
La risposta ebbe un certo tono minaccioso per gli orecchi di
Giuseppe, che si scoprì a tradurre: “Non c’è nessuno che maligna
all’infuori di te; e noi non facciamo niente di male, ma tu…”
Giuseppe non rispose; non ne ebbe il coraggio. Il rancore gli salì
alla gola, ma lo trattenne. Si gingillò qualche minuto per la
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cucina, poi prese la porta e uscì.
«Sù, Cristina» la incitò Luigi, «fai alla svelta.» La ragazza
riprese a spazzare in fretta. Quando ebbe finito, andò in camera
sua e si cambiò velocemente, per timore che sorgesse qualche
altro ostacolo.
Infine, come Dio volle uscirono. All’aperto sia Luigi sia
Cristina si sentirono subito calmi e tranquilli. Era una magnifica
giornata di ottobre. In cielo non c’era neanche una nuvola, era
tutto azzurro e giallo, giallo di sole. Il sole scaldava come
d’estate e dava un profondo senso di gioia; faceva entrare voglia
di camminare, liberi, a testa alta.
«Perché non andiamo a Firenze?» disse Luigi allora, «invece
di rinchiudersi in un cinema, con questo tempo.»
«Decidi tu» rispose Cristina remissiva. Ma le dispiacque un
po’: di belle giornate ne aveva viste tante, mentre di film due
soli. Comunque il pensiero di visitare Firenze, una città tanto
grande, la attirava. E passato il primo momento sembrò meglio
anche a lei.
Così andarono a prendere la vespa, al posteggio dove Luigi la
lasciava di solito, e con quella si misero sulla strada per Firenze,
senza fretta, godendosi la campagna assolata. Luigi si sentiva
bene. Gli piaceva andare sulla Vespa con Cristina, che, con un
certo imbarazzo, lo teneva abbracciato stretto per paura di
cadere. Poteva dirle di usare la maniglia, che c’era, ma preferì
tacere e farsi abbracciare. E così se la portò dietro, senza correre,
fino a Firenze. Quando vi giunse infilò i lungarni senza passare
per il centro e la condusse al Piazzale Michelangelo.
La vista magnifica, che da lì si ha di Firenze affascinò
Cristina appena vi arrivò. Ma dopo un po’ la folla così varia, che
sempre invade il piazzale nelle belle giornate la distrasse. Non
aveva mai visto tanta gente così allegra, spensierata, come quella
radunata su quella collina per passeggiare, ridere e divertirsi. Che
differenza col suo paese! Laggiù la gente era sempre la stessa, la
109
si era trovata nascendo o la si era vista nascere; mai nessuno che
venisse da fuori.
Cristina si sentì invadere anche lei dalla voglia di passeggiare
e di ridere. E lo fecero, lei e Luigi. Su e giù per i viali e le
scalinate, fra giardini, aiole e siepi di bosso. Luigi, dopo una
mezz’ora, comprò due gelati e gliene dette uno. La ragazza si
sentì felice, completamente felice, non per il gelato o per
qualcos’altro di particolare, ma perché era in compagnia, all’aria
aperta e perché stava bene in un posto dove tutti erano contenti e
pareva avessero tutto quello che si può desiderare. Infine si
stancarono, Luigi disse allora, ridendo a sua cugina:
«Vieni andiamo a riposare anche noi, lassù.» Le fece salire
una gradinata che portava alla Chiesa di San Miniato al Monte,
tutta circondata dal suo cimitero. Sullo spiazzo antistante la
facciata del tempio si fermarono. Trovarono una panchina libera
e si sedettero.
«Perché non entriamo a fare una visita?» chiese Cristina.
«Ci entreremo dopo, ora riposati,» rispose Luigi. «Ti piace
questo posto? O ti rende triste?»
«No, è bello. Anche al paese il cimitero è messo come questo,
in discesa. Di là si vede tutta la valle, come da questo posto.
Perciò non si diventa tristi: si vede tanto mondo.»
«Ti piacerebbe tornare a casa tua?» le domandò allora Luigi.
La ragazza non rispose, fece solo un cenno vago col capo.
«Vieni spesso a Firenze?» chiese lei a sua volta. Anche Luigi
le rispose vagamente con un gesto.
«Non ti piace stare a Prato, a casa mia?» insisté lui. «Ti ci
trovi male?»
«No, sai, i primi giorni, lontano da casa, la nostalgia. E
poi….» Si fermò. Luigi la guardò, come per farla continuare. «E
poi mi aspettavo di andare a lavorare in fabbrica…»
«Si, ma vedi, in fabbrica bisogna conoscere un mestiere,
essere pratici di qualche lavoro. Per di più, in questo periodo c’è
110
un po’ di crisi. Se tu avessi già un mestiere troveresti da lavorare
anche ora. Bisognerà aspettare fino a dopo le Feste. Con l’anno
nuovo il lavoro riprende ed allora ci sarà da lavorare anche per i
principianti. Devi aver pazienza, per qualche mese.» Si fermò un
minuto. Poi aggiunse: «Lo so, lavorare sempre chiusa in casa…»
«Non è solo questo. Se vado a lavorare in fabbrica, riscuoto
per conto mio. Così, dopo che vi ho ripagato di tutto, potrebbe
avanzarmi del denaro; e mandarlo a casa. Ne hanno tanto
bisogno.»
«Ma tu lavori già. Ed è giusto che tu debba avere il tuo
guadagno. Dirò alla mamma che ti dia quello che ti spetta.»
«No, no, per carità» si accalorò Cristina. «E’ già troppo
quello che fate per me. Non ho diritto di avere nulla: il mio
lavoro non basta certo neanche per ripagarvi del mangiare che mi
date. Ti prego non dire nulla.»
«Ma che dici? Tu lavori anche troppo; e i tuoi hanno bisogno.
L’hai detto tu stessa.»
«No, per favore, ti prego: non dire nulla in casa» insisteva
Cristina. «Posso aspettare quando troverò un posto in fabbrica;
per favore ….» Luigi non seppe dirle di no.
«Va bene, non ne parlerò, se ti fa piacere: Ma i tuoi?»
«E’ tutta la vita che stiamo così. Possiamo aspettare ancora»
A questo punto la ragazza sembrò distrarsi e guardare
lontano. Le venne in mente l’estremo grado di miseria della sua
famiglia. Il fatto che fosse venuta via era già un sollievo per loro,
anche se in casa faceva tutto lei e badava ai fratelli mentre sua
madre era nei campi.
«Sì» ripeté con un filo di voce, «possiamo aspettare ancora.»
Luigi capì il significato sordo di quelle parole e cambiò discorso.
«Ti piace questo posto?» chiese. «C’ero già venuto altre volte
e mi era piaciuto. Così oggi, quando siamo venuti a Firenze, ho
pensato di portarti qui. Piacerà anche a te vedrai.» Si chetò. Era
meglio star zitti, si disse. Si girò verso Cristina, guardandola con
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tenerezza, allungò una mano come per accarezzarle i capelli, ma
non lo fece. Poco dopo le domandò con voce nuova:
«Cosa ti piacerebbe fare nella vita?» La ragazza lo guardò
senza capire. «Piacerebbe anche a te fare l’attrice, o cosa?»
«Non so» rispose lei, «non ci ho mai pensato. Ecco, mi
piacerebbe essere milionaria e fare del bene a tutti quelli che
stanno male e non hanno soldi, come me.» E rise cancellando i
ricordi tristi dalla mente. «E tu cosa vorresti fare?» aggiunse. Poi
continuò subito: «No, non lo dire. I desideri si realizzano solo se
non si confessano. Vieni, entriamo in chiesa: andiamo a pregare
perché si avverino.»
Così dicendo, si era alzata e aveva teso la mano a Luigi. Lui
la prese e la strinse. E tenendosi per la mano entrarono nella
chiesa. Entrambi avevano paura, lasciandosi, di non poter
riprendersi per mano con una mossa naturale come era stata
quella. Così, ognuno per conto suo, cercarono di non dar motivo
al distacco. Scesero nella cripta, tenendosi ancora per mano; là
però, davanti all’altare, Cristina lasciò la stretta, s’inginocchiò e
pregò Dio con tutta l’anima perché le facesse avverare il suo
desiderio. Poi pregò anche per il desiderio di Luigi e sperò, in
fondo al cuore, di aver pregato due volte per ottenere la stessa
grazia.
Luigi era rimasto in piedi. Non pregò: era tanto tempo che
non lo faceva, ne aveva perso l’abitudine ormai. Però anche lui
non poté fare a meno di pensare: “Se ci sei, avverale qualsiasi
cosa desideri, se lo merita.”
Infine tornarono fuori. Nell’uscire, Luigi tese di nuovo la
mano di Cristina, che gli dette la sua. Non si guardavano. Era
stato un gesto difficile a farsi, ma erano contenti di averlo fatto; e
di toccarsi. Scendendo la scalinata, la ragazza si avvicinò ancora
di più a suo cugino e gli disse, piano:
«Sai cosa desidero? Come tutte… di essere una buona moglie,
avere dei figli e che mio marito ci voglia bene; e lavori; e ci
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protegga.» Nel dire così, si era fatta rossa, perché gli aveva
aperto tutto il suo animo. Luigi non rispose niente. Le aveva solo
stretto la mano con forza. E le fece così capire più di quanto
potesse dire a parole.
Quella sera tornando a Prato, sulla vespa, Cristina lo
abbracciava con meno imbarazzo e con più calore. Due giorni
dopo, la mattina alle cinque, successe il fattaccio.
VI
Giuseppe il lunedì mattina, guardando il corpo addormentato
di Cristina, provava una specie di risentimento. Quel corpo era
suo! Era sempre lì, pronto al suo sguardo, al suo desiderio, steso
per accogliere lui. Si sentiva tradito. Lo tormentava la paura che
qualcosa gli sfuggisse, beffandolo. Fu proprio questa paura la
molla che lo fece muovere, la mattina successiva.
Tutto quel giorno si arrovellò col pensiero che suo figlio, pure
lui, gli sarebbe passato avanti. Perché era stato così maltrattato
da tutto e da tutti nella sua miserabile vita? Per il suo egoismo?
Non ci pensò neanche: la sua imbecillità, questa era la colpa di
tutto, si disse. Si era ritrovato sempre male perché aveva dato
retta alla sua dabbenaggine. Non aveva mai insistito e tenuto
duro. Perché era venuto via dal suo paese? Solo perché aveva
delle inimicizie, per delle beghe di paese. Ed era fuggito, sì,
proprio fuggito, invece di far valere le sue ragioni. La fortuna gli
aveva arriso una sola volta: per trovare un posto di lavoro a
Prato, un posto pagato bene. Ma anche qui era stato maltrattato,
anzi doppiamente maltrattato: odiava quel mestiere, se ne sentiva
umiliato minuto per minuto. Non poteva vedere la divisa che
indossava, col suo color merda di cavallo diceva, come quella
che raccattava per strada. Eppure cosa avrebbe potuto fare?
113
Niente, solo spazzare, come una donna. Ma lui era un uomo: ah,
se era un uomo! E non si sarebbe certamente fatto sopravvanzare
da suo figlio. Ah, se era un uomo, lui! E quel corpo, il corpo di
Cristina, era suo, non lo avrebbe ceduto a nessuno.
Questi erano i ragionamenti da pazzo che gli frullarono nella
testa quel giorno. La mattina seguente si alzò prima degli altri
giorni, si vestì silenziosamente, al buio, e poi stette in ascolto per
assicurarsi che sua moglie continuasse a dormire. Infine entrò
nella camera di Cristina. Accese la luce. La ragazza dormiva
profondamente. Stette un momento in ascolto: il silenzio
profondo lo rassicurò.
Era sua come sempre a quell’ora: nessuno poteva toccargliela.
Stette un minuto a fissarla, ansimante. Poi, con gesti da automa,
come in sogno, si sbottonò i pantaloni e sciorinò all’aria il pene
indurito. Dapprima lo fregò su una mano di Cristina, poi sulla
guancia. Quel contatto gli dette una vertigine. Non capì e non
vide più nulla. Alzò le coperte e si sdraiò su Cristina ancora
addormentata.
Quel peso rantolante che le venne addosso svegliò d’un colpo
la ragazza. Nello smarrimento, cominciò a divincolarsi e a
gemere: «Che c’è? No, no!» Sentì che lui la cercava, là, al
ventre. Lo sentì sibilare: «Stai buona, ti piacerà.» Cristina fu
presa dal terrore e mandò fuori un grido che rintronò per tutta la
casa: «No!» E gli conficcò le mani ad artiglio nel collo e dette
uno strattone con tutta la sua forza. Riuscì a liberarsi. Saltò dal
letto e corse verso la cucina. Non fece in tempo ad arrivarci.
Luigi, sentito il grido, si era buttato giù dalla branda dove
dormiva e si era precipitato nella camera accanto. Poi vide suo
padre ancora steso sul letto, con i pantaloni sbottonati e il sesso
scoperto. Cristina, accanto a Luigi, aveva cominciato a piangere.
Intanto era entrata anche Carmela dalla porta di fronte.
Luigi rimase un minuto come inebetito a guardare suo padre.
Poi aprì la bocca e atteggiò gli occhi a un grande urlo di rabbia.
114
Ma non uscì un rumore. Fece un gran salto all’indietro. Si buttò
sulla tavola di cucina, aprì il cassetto e prese un coltello dalla
lama grossa e appuntita. Con quello in pugno rientrò in camera,
chinato, pronto alla lotta. «Luigi!» fu il grido di Carmela quando
lo vide. Ma lui non la sentì. Guardava suo padre che nel
frattempo si era alzato e stava abbottonandosi i pantaloni.
«T’ammazzo… T’ammazzo!....» diceva a denti stretti,
avanzando lentamente verso di lui. Giuseppe si fece terreo. Gli
cominciò a tremare la gola e la mascella.
«Che fai?» seppe solo dire. Il figlio non l’ascoltava.
Avanzava ansimando. Giuseppe allora cercò di girare lentamente
intorno al letto per rifugiarsi in camera sua. Ma Luigi, più svelto,
glielo impedì chiudendolo in un angolo della stanza. Giuseppe
non aveva scampo.
«Ti ammazzo…. Ti ammazzo!…. » ripeteva con voce scura il
ragazzo, guardandolo dal basso.
Quando gli fu tanto vicino che bastava affondare la lama,
Luigi si fermò. Teneva il coltello con la punta rivolta all’insù,
pericolosa. Ci fu un minuto di tensione. Infine il ragazzo cadde
ginocchioni per terra. Cominciò a tirar coltellate sull’impiantito
di mattoni, gridando dalla rabbia e piangendo.
Giuseppe scivolò via respirando. Le donne corsero da Luigi.
Carmela gli prese il coltello e Cristina gli si inginocchiò accanto,
abbracciandolo e piangendoci insieme. Giuseppe sulla soglia
della cucina si voltò indietro e fece per dire qualcosa a
giustificazione. Poi capì cosa doveva fare: stette zitto e scappò
via, fuori di casa.
Luigi cessò di gridare e abbracciò con tutta la forza Cristina,
che lo accarezzava come per ringraziarlo. Smise anche di
piangere e si alzò. Poi sollevò Cristina, che a sua volta cercava di
non piangere senza riuscirci. Tenendola per la vita la portò in
cucina e la fece sedere sulla branda. Quindi la coprì sulle spalle
con una coperta, perché la ragazza era percorsa da brividi
115
profondi che, insieme al singhiozzo, la scuotevano tutta. Infine le
sedette vicino, la circondò con i bracci e cercò di consolarla con
carezze, baci sulla fronte e parole affettuose. Carmela li aveva
seguiti e continuava a guardarli, smarrita. Posò il coltello dentro
il cassetto del tavolo e lo richiuse, continuando a mormorare:
«Chi lo avrebbe detto? Chi lo avrebbe mai detto?».
Stette un minuto a fissare i due giovani; poi si sentì
imbarazzata a star lì, davanti a loro, in silenzio, in camicia da
notte. Così se ne andò in camera sua per piangere e disperarsi.
Cristina scoppiò di nuovo a piangere: «Cosa sarà di me ora?»
«Non temere» la consolò Luigi, «ci sono io. Io….io ti voglio
bene e ti proteggerò» disse infine. Cristina alzò la testa e lo
guardò negli occhi.
«Oh, Luigi» disse la ragazza semplicemente, fra i singhiozzi;
e riprese a piangere.
Luigi diventò calmo, stranamente calmo, dopo che le aveva
detto che le voleva bene. Ripensò alla domenica precedente
quando lei, scendendo la gradinata di San Miniato al Monte, gli
aveva parlato del marito che desiderava. Adesso era come se
fosse lui quel marito. “Ti proteggerò!” le aveva detto. Abbracciò
Cristina con più affetto ed anche con un senso di possesso. Le
baciò le gote bagnate. Poi le sfiorò la bocca. La ragazza smise di
piangere e di rabbrividire. Si staccò un momento da lui, per
guardarlo. E infine le porse lei stessa la bocca assecondandolo.
Quel bacio lieve finì in un nuovo scoppio di pianto.
«Anch’io, anch’io….» disse la ragazza. «Ma non potremo
mai….» Però si accoccolò fra le sue braccia come per riscaldarsi.
Quando si fu calmata e smise di piangere, Luigi le disse di
andare a vestirsi. Lui fece altrettanto.
Dopo poco erano di nuovo riuniti in cucina, tutti e tre. Luigi
era assorto e preoccupato ora. Cristina si vergognava come non
mai e teneva gli occhi sul pavimento senza alzarli su nessuno e
senza parlare. Solo Carmela sembrava si fosse ripresa, non solo
116
dall’abbattimento di quella mattina ma anche, e forse più, da
quello degli ultimi tempi. Dopo il pianto e la disperazione, aveva
riflettuto con chiaro spirito pratico.
«Ora non possiamo tenerla più con noi», disse in tono
moderato a suo figlio come se Cristina non ci fosse. «Bisogna
che torni al paese.»
Ci fu un crollo dentro Cristina. Reclinò la testa sul petto e
vide nero davanti a sé. Non pianse, non aveva più lacrime.
«Mamma» scattò Luigi, «se c’è qualcuno che deve andar via
è lui!» “Lui” aveva detto, non il babbo.
«Lui è tuo padre. Lo so che ha sbagliato, che ha fatto una cosa
orribile, ma questa è casa sua... Cos’altro possiamo fare? E
lei….» Si avvicinò alla ragazza e le posò dolcemente una mano
sulla spalla. «Scusalo, Cristina: è stato un momento di pazzia,
ma, capisci, non puoi continuare a vivere qui, con noi, sotto lo
stesso tetto, per la tua tranquillità, e anche per la nostra.» La
nipote assentì con la testa, ma senza alzarla.
«No!» si ribellò Luigi. «Cristina non va via. Dovrebbe tornare
al paese? E la zia Maria e tutta la sua famiglia? Che cosa
penserebbero di Cristina, a vederla tornare così all’improvviso,
dopo solo tre settimane?»
«Lo so, lo so, ma non può rimanere qui, Luigi, non può! Io ti
capisco, so quello che provi, ma non c’è altro da fare.»
«Cristina andrà via da questa casa, ma non da Prato. C’è la zia
di uno che lavora insieme a me, un’affittacamere, che affitta
soltanto a donne. E’ una vecchia zitella sola. E credo che faccia
anche da mangiare. Tra poco andrò a sentire.»
«E chi pagherà tutte le spese?»
«Per ora le pagheremo noi, poi Cristina troverà un lavoro»
disse più per convincere se stesso che sua madre. «Tu che ne
dici, Cristina?»
Per la ragazza, tutto quel parlare dei due sul suo destino era
come un sogno, un borbottare di voci lontane. Rispose di sì e
117
aggiunse che lei avrebbe fatto tutto quello che desideravano, ma
senza sapere con precisione che cosa le avevano chiesto. Era
confusa. Non era solo il tentativo di Giuseppe a turbarla, ma
anche il fatto che, senza sua colpa, le conseguenze di quella
azione ricascavano tutte addosso a lei. Con quale coraggio si
sarebbe ripresentata a casa, dai suoi genitori, dicendo: “Zio
Giuseppe ha tentato…, così sono venuta via.” E cos’altro
avrebbe potuto dire, se non questo? E poi il suo avvenire? I suoi
sogni? Le sue speranze di lavoro e di felicità? Tutte queste
domande le si accalcavano nella mente. E c’era Luigi: “Ti
proteggerò io” le aveva detto. Ma cosa poteva fare lui? Le aveva
confessato il suo amore, ma in quel momento tutto le sembrò
diverso. Era colpa sua: lo aveva incoraggiato non c’era dubbio.
Ma si sentiva così sola e aveva tanto bisogno dell’affetto di una
persona cara, vicina, a cui interessare. Ed ora, ecco, lui le aveva
detto di volerle bene. E lei lo aveva baciato. Quel bacio! Tante
cose aveva messo in quel bacio: gratitudine, ammirazione,
invocazione, paura. E amore? Si domandò se ci si potesse
sposare tra cugini. Poi si scosse. Cosa stava pensando? Perché la
sua mente, in quel momento di paura, si perdeva dietro a simili
cose?
Le domande si affollavano e la opprimevano sempre di più.
Ma non poteva arrestare quel flusso ininterrotto di pensieri.
Cosa stavano dicendo sua zia e Luigi? Cosa avrebbe fatto in
quella camera d’affitto, in attesa di trovar lavoro? E come poteva
accettare quell’offerta così gravosa per loro, smettendo inoltre di
fare quel poco che già faceva? Avrebbe dovuto rifiutare, ma
come poteva? Come poteva abbandonare quest’ultima speranza?
“Basta” si disse, “basta. Non voglio più pensare a nulla.”
«Sì» rispose, «farò qualsiasi cosa vogliate.»
Sua zia sollevò diverse obiezioni. Se non trovava lavoro?
Quanto tempo avrebbero dovuto mantenerla, senza che lei
lavorasse? E lui, Luigi, avrebbe dovuto partire per il militare fra
118
tre o quattro mesi, perciò doveva mettere da parte quei pochi
soldi che potevano avanzare. Tra parenti bisogna aiutarsi e lei lo
aveva fatto volentieri, per sua sorella Maria e per i suoi bambini.
Ma ora….La marea di voci, pensieri, impressioni sembrava
stesse per travolgere la ragazza.
Si discusse a lungo. Carmela ragionava col buon senso,
sempre egoistico; Luigi col puntiglio del suo sentimento e della
promessa fatta. Cristina non ragionava. Il parlare degli altri due
scivolava sul suo cervello e passava via, senza che lei potesse
fermarlo. La sua tensione crebbe fino al culmine e poi di colpo
s’allentò. E la ragazza svenne. Luigi fece appena in tempo a
sorreggerla e a tenerla ferma sulla sedia dov’era. Fu solo un
attimo, poi si riebbe e si sentì meglio.
«Mamma» disse serio Luigi, «Cristina resterà a Prato. E noi le
pagheremo la camera fino a quando non troverà un lavoro. La
colpa è sua, di lui…. E noi pagheremo.» Aveva pronunciato
quelle parole con un tono a cui non c’è replica. Carmela non
rispose infatti. Le era tornato in mente la scena di poco prima,
col coltello. Forse lei aveva insistito anche troppo, con la sua
idea di rimandarla a casa.
VII
Cercare un lavoro fu un continuo di umiliazioni, figuracce,
lunghe attese, rifiuti sprezzanti e talvolta offensivi. Questo fu il
compito che si era assunto Luigi. E lo portava avanti con
impegno nel tempo libero dal lavoro. Cristina, dal canto suo,
faceva il possibile, benché il fatto di non conoscere la città la
ostacolasse molto. Andava in qualsiasi posto le indicasse Luigi,
attendeva pazientemente e si mostrava docile e sveglia. Ma fu
tutto inutile: rifiuti, vaghe promesse, possibilità per il futuro,
119
ottennero solo questo. La situazione dell’industria pratese in quel
periodo era effettivamente come l’aveva descritta Luigi. Un certo
sentore di crisi inclinava gli operatori piuttosto a licenziare che
ad assumere nuovi operai. Il primo che disperò fu proprio Luigi
che conosceva più o meno lo stato delle cose. Cristina invece
aveva una qualche ingenua fiducia nelle promesse e nei “riprovi
a passare la prossima settimana” che certo non mancavano. Ma
dopo un mese di quella attesa anche lei era completamente
sfiduciata.
Aveva passato quel periodo chiusa nella camera d’affitto,
quando non era in giro per le fabbriche a cercare un lavoro. E le
giornate le erano sembrate lunghe come settimane. Si era
confortata nel frattempo con l’amicizia della padrona di casa, che
l’aveva presa a ben volere. Era questa una donna grossa e bassa,
che si chiamava Lucia di nome e poteva avere più di sessanta
anni. Forse perché non aveva parenti prossimi, riversava tutto il
suo affetto sulle sue pensionanti, o almeno su quelle di loro che
se lo meritavano. Le altre, quelle che non le andavano a genio,
dopo il primo mese le sfrattava con una scusa o con un’altra. Fu
proprio dopo uno di questi sfratti che Luigi, accompagnato dal
suo compagno di lavoro, nipote di quella donna, andò a chiederle
se poteva ospitare Cristina. Così la ragazza entrò a far parte delle
sue protette più che pensionanti. Ne aveva quattro. Due
dormivano in una stessa camera, Cristina e un’altra in due
piccole camerette. Lucia, la padrona, dormiva su un sofà in sala
da pranzo. Oltre a queste stanze c’erano la cucina e il gabinetto,
senza bagno. Lucia alle sue pensionanti passava anche i pranzi
che erano sostanziosi la sera, a cena, quando c’erano tutte e
quattro le ragazze; a desinare, invece, erano solo lei e Cristina e
mangiavano gli avanzi della sera precedente. Essendo rimasta
zitella era pignola in certe cose. Era regola generale e
rigorosissima che le ragazze non dovessero portare nessuno in
casa e tanto meno nelle proprie camere. Con Luigi questa regola
120
dovette essere spezzata. Prima di tutto Lucia era venuta quasi
subito a conoscenza di quanto lui facesse per Cristina; poi, era
stato lui a venire a cercar la camera e a pagarle il primo mese di
affitto; infine era sempre lui che ogni settimana pagava il vitto
della ragazza. Così Luigi veniva quasi tutti i giorni a far visita a
Cristina, senza che la padrona potesse fare obiezioni. Però
dovevano stare in salotto, sotto gli occhi castiganti di Lucia, che
si era già predisposta con benevolenza a far la guardiana.
Non faceva solo questo. Si era messa anche lei a cercare un
lavoro per Cristina e aveva dato incarico alle altre tre pensionanti
di fare altrettanto nelle fabbriche dove lavoravano. Per un mese
intero tutte queste ricerche dettero un risultato negativo.
Finalmente un lavoro fu trovato e proprio per merito di Lucia. Fu
all’inizio del secondo mese. Cristina, dopo che Lucia glielo
aveva detto, aspettò con ansia Luigi per dargli la notizia. Si
sentiva molto legata a lui. In quel mese aveva potuto rendersi
conto del suo attaccamento e del suo affetto. Non solo era
sempre alla ricerca di un lavoro per lei, non solo le pagava la
pensione, ma veniva ogni giorno per vederla e starle vicino. La
ragazza sentiva di premere a qualcuno e da ciò era confortata più
di qualsiasi speranza di guadagno.
Sua zia, da quando aveva lasciato la loro casa, era venuta solo
due volte a trovarla e l’aveva trattata freddamente. Cristina
sospettò che Carmela la ritenesse responsabile in un modo
qualsiasi di quanto era avvenuto. Però non ne aveva fatto parola.
Anche Luigi non le rammentò mai quella triste mattina e lei
gliene fu grata. Del resto neanche in casa di Giuseppe, fu mai
fatto il più piccolo accenno. Sembra che basti non dirle e tutte le
cose di questo mondo pare che non esistano più. Giuseppe
continuò la sua vita di sempre e sua moglie fece di tutto per
fargli credere che non esistesse più neanche il ricordo della sua
azione. Luigi e suo padre non si scambiavano una parola e
nemmeno uno sguardo. Ma una traccia era rimasta, in Cristina.
121
La ragazza non poteva pensare ai suoi sentimenti per Luigi senza
che all’affetto si mescolasse la tentazione di rompere tutti i
rapporti col cugino. Lui era stato presente in quel momento di
vergogna. Che rispetto e che amore per lei poteva avere? Era
meglio non rivederlo più e non riprovare ogni giorno quella
vergogna. E poi erano cugini: “Si possono sposare due cugini?”
si chiedeva spesso in modo puerile. Non sapeva cosa rispondere
e non aveva il coraggio di chiederlo a nessuno. C’erano tante
ragioni per le quali i loro sentimenti non dovevano diventare
troppo seri. Ma come farlo capire a Luigi che non aveva tanti
dubbi e che quel famoso giorno l’aveva difesa come se fosse sua.
Era meglio lasciare che le cose andassero avanti per conto loro.
Luigi doveva partire per fare il militare fra pochi mesi e allora
tutto si sarebbe appianato da sé. Dopotutto non c’era stato fra
loro che un bacio, un solo bacio, quella mattina. E nient’altro era
successo dopo. Si erano, sì, visti, tutti quei giorni e le
domeniche, al pomeriggio, uscivano soli per andare a fare delle
passeggiate o per andare al cinema, ma tutto finiva lì. Luigi non
aveva mai chiesto altro. E così facendo aveva lasciato la ragazza
nell’incertezza, combattuta com’era fra quella ripulsa, l’affetto e
il bisogno d’affetto. Cristina faceva nei suoi pensieri una
divisione netta tra l’affetto e l’amore. Mentre non negava di
provare affetto per Luigi, la parola amore le sembrava troppo
grossa se riferita al suo sentimento e anche a quello di Luigi.
Comunque aveva una grande fiducia che le cose si sarebbero
messe al posto giusto da sole. E aspettò gli eventi. Quello che
veramente l’aveva preoccupata in quel mese era il pensiero, il
timore, la paura di dover tornare a casa e di non poter più avere
l’occasione d’abbandonare quei posti che riteneva ormai come
morti.
Ma ora, finalmente, si prospettava un lavoro per lei ed era
decisa a non perderlo, anche se si era aspettata qualcosa di
diverso. Aspettò Luigi con ansia e con un po’ di preoccupazione
122
in fondo al cuore. Non ebbe torto.
Quando Luigi arrivò, lo accolse col sorriso sulle labbra.
Anche Lucia era sorridente: era merito suo se avevano trovato
una sistemazione per quella ragazza così giovane, buona,
lavoratrice, che si meritava questo e altro. Fu lei a dirglielo.
Avevano trovato un posto e pagavano bene.
«Dove, dove?»
chiese Luigi. Glielo dissero. Era un posto di cameriera presso
una famiglia benestante, una vecchia famiglia di professionisti
gente perbene e gentile. Le davano il vitto, l’alloggio e
dodicimila lire al mese, per i primi due mesi, quindicimila lire in
seguito.
«Inoltre» aggiunse Lucia, «quella è una famiglia buona, la
conosco. Vedrete quanti regali le faranno: vestiti quasi nuovi, un
cappotto, un mucchio di roba. La terranno di conto, come una
figlia.» Luigi via via che Lucia parlava si rabbuiava in volto e
cercava di non guardare la donna per non offendere il suo
entusiasmo. Cristina lo guardava e capiva. «Sapete com’è»
concluse in buona fede l’anziana signorina «di questi tempi è
difficile trovare una cameriera, le ragazze preferiscono andare in
fabbrica. Tutte le cameriere di Prato oggi giorno sono del
Meridione.» Fu la goccia che fece traboccare il bicchiere. Luigi
la guardò torvo. E disse:
«Ci scusi, dobbiamo parlare da soli.» Prese Cristina per un
braccio e la condusse in camera di lei. La padrona era stata colta
di sorpresa da quella reazione e non seppe fermarli. Quando
furono soli in camera, Luigi esclamò:
«Tu non andrai a far la serva a nessuno!»
«Ma Luigi, ragiona. Io ho bisogno di lavorare. Non si può
continuare così.»
«Tu non farai la serva; e non andrai a vivere d’avanzi e a
vestirti di cose vecchie. Lascia codesto mestiere a chi lo vuole.»
«Per te è facile parlare così» rispose con forza Cristina. «Tu
hai un mestiere, sei un operaio e hai il tuo lavoro. Ma io cosa ho?
123
Cosa sono? Io ho solo bisogno. E non so fare altro che le
faccende di casa. Perciò lasciamelo fare.» Luigi parve sorpreso e
quasi sgomento della sua uscita. Allora Cristina disse con voce
persuasiva: «Luigi, ho bisogno, capisci? I miei fratelli, i miei
genitori hanno bisogno del mio aiuto, anche se non mi dissero
nulla quando venni via. Io devo aiutarli. Non posso restare a
vostro carico per sempre. Zia Carmela ha ragione; e non voglio
che lei abbia qualcosa da ridire contro di me.»
«Cristina, tu non pesi a nessuno. Io sono felice di aiutarti e i
miei genitori non contano in questo. Lascia perciò che ti aiuti.» E
non le dette il tempo di replicare. Uscì subito come spinto da una
sua determinazione. Luigi aveva uno di quei caratteri che non
fanno seguire le loro azioni a riflessioni soffocanti. Come sentiva
e come agiva. Così andò di corsa a vendere la sua vespa. Erano
già diversi giorni però che si era deciso a quel passo ed ora era il
momento giusto per farlo. C’erano state diverse discussioni fra
lui e sua madre a proposito del mantenimento di Cristina. Suo
padre, naturalmente, non aveva osato metter bocca su
quell’argomento. Ma era stata sufficiente l’ostilità di sua madre,
che tuttavia cercava di non urtarlo troppo. Carmela aveva
maturato una vera ostilità per Cristina; e neanche il legame con
sua sorella poteva farla cambiare d’animo. Così le sue frequenti
osservazioni buttate là a caso sulla mancanza di soldi, le sue
frecciate velate, i discorsi maligni avevano smussato la volontà
di Luigi, che non se la sentiva, ora, di chiedere continuamente
soldi per Cristina, o di trattenerli sulle quindicine che riscuoteva.
Si era perciò deciso a vendere la vespa, che era sua e ne poteva
disporre. Voleva bene a Cristina, si diceva, e non voleva
perderla. Al confronto la vespa, che pure aveva per lui un grande
valore, era ben piccola cosa. Fece la vendita senza rimpianti e
alla svelta. Aveva già preso dei contatti con il compratore. Tornò
da Cristina, a piedi, ma con settantamila lire in tasca.
Lucia non si aspettava di rivedere il giovanotto per quel
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giorno. E anche questa volta perse il momento buono per
vietargli di andare in camera di Cristina. Del resto, da quanto
aveva orecchiato prima alla porta, non c’era nulla da temere e
lasciò fare.
«Ecco Cristina» cominciò Luigi, «con questi potremo
aspettare un altro mese o due, e cercarti un altro lavoro.» E le
dette le settantamila lire.
«Dove hai preso tutto questo denaro?» chiese la ragazza
stupita.
«Ho venduto la vespa.» disse lui.
«No! Non puoi farlo! La vespa ti è necessaria. Hai fatto tanti
sacrifici per comprarla. Non puoi….»
«Tu hai bisogno di soldi.» rispose Luigi. «E io voglio aiutarti.
Facciamo così: ventimila lire le mandi a casa, ai tuoi genitori.
Col resto pagherai la camera e intanto continueremo a cercarti un
lavoro, in fabbrica.»
«No, Luigi» fece la ragazza pacatamente. «Non posso
accettare che tu faccia questi sacrifici per me. Il denaro mettilo
da parte: ti servirà per quando sarai militare. Prenderò quel posto
di cameriera e aiuterò i miei col mio lavoro.»
«Ma capisci che io non voglio vederti fare la serva alla gente.
Io ti voglio bene: non lo sopporto!» Nel dire questo aveva
afferrato Cristina per le spalle e la scuoteva come per
convincerla.
«Luigi, Luigi, ma noi non possiamo….»
«Stai zitta!» l’interruppe lui e l’abbracciò con forza. «Tu fai
parte di me ormai. Sei me. Io ti voglio bene e anche tu me ne
vuoi. Aiutando te è come se aiutassi me stesso: non c’è nessuna
differenza.»
«No, no» ripeteva con voce malferma la ragazza. «Io
prenderò quel posto, lo devo prendere.» Ma pensava già ad altro.
L’abbraccio di Luigi l’aveva come intorpidita. Si guardarono un
minuto negli occhi. Si baciarono. C’era una cosa che doveva
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essere fatta, matura, voluta dai loro corpi. Cristina ora non aveva
nessun dubbio su quanto sentiva. Tutto il lavorio della sua mente
in quel mese le sembrò sciocco, senza senso. Tutto era talmente
chiaro, ora.
Si sdraiò all’indietro sul lettino. Luigi le fu sopra. Lei gli aprì
le gambe per accoglierlo e l’abbracciò con amore e con
tenerezza. Anche lui fu tenero. “E’ la prima volta per lei” pensò;
e lo pensò anche lei. Si concessero l’uno all’altra col sentimento
che solo si ha la prima volta che è amore, di dare tutto il proprio
corpo, il proprio amore e qualcosa ancora di più, qualcosa di
indicibile.
«Luigi, Luigi, Luigi» ripeteva lei e lo baciava sugli occhi,
sulle guance, sulla bocca, sul mento. Poi, quando lui lasciò
perdere la tenerezza, Cristina chiuse gli occhi. E si
abbandonarono entrambi al sano istinto del corpo.
Dopo un tempo infinito si calmarono e ci fu una pausa di
carezze, di ritegno, di pulizia e di riflessioni intime. Infine
Cristina lo guardò mormorando:
«Dalla prossima settimana comincerò il mio lavoro in quella
famiglia.» E lui, guardandola, non poté far altro che assentire con
la testa. Anche a Luigi sembrò in quel momento che tutte le sue
preoccupazioni e i suoi puntigli svanissero di fronte a quel fatto
misterioso, a quella unione di corpi e di anime. E gli parve bello
arrendersi al volere di lei, che, secondo l’indole del suo sesso
tendeva a dominarlo servendosi dell’amore, com’è giusto che
avvenga perché, appunto, avviene.
Intanto, fuori dell’uscio, Lucia origliava. Aveva capito
quando le cose avevano cominciato ad andare come lei non
desiderava. Sapeva cosa stava succedendo in quella camera. Ma
non si decideva a intervenire. Cosa poteva mai dire davanti a
quella scena, lei?
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