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LʼOpinione
ANCHE LʼOSPEDALE DEL CADORE SUBIRAʼ TAGLI?
FONDAZIONE TIZIANO
Rilancio del Cadore SINDACI COMPATTI SULLA SANITA’ Coletti presidente
“BASTA VOLERE”
U
na dose d’ottimismo non guasta
e Pietro Carrara, imprenditore,
settantenne, riesce a dare un’iniezione
di fiducia, nonostante i problemi che attanagliano l’economia locale.
“E’ una vita che sono in Cadore e come imprenditore commerciale ho fatto
un’analisi della situazione. Abbiamo
vissuto quarant’anni in dipendenza dell’occhiale, tutti vivevamo di una solida
realtà economica, e il concetto di territorio era passato in secondo piano. Purtroppo si deve girare pagina, sta cambiando il tipo di economia e dobbiamo
pensare a cosa fare. Oggi, iniziative soprattutto da parte dei giovani rivolte al
turismo ce ne sono, ma siccome il turismo è un sistema integrato sul territorio,
bisognerebbe che questi giovani che stanno mettendo in piedi iniziative si aggregassero in modo da non creare doppioni,
perché dobbiamo creare servizi diversificati. Il turismo è fatto di mille cose.
Giro molte aree alpine per lavoro, ma
un posto meraviglioso come questo, con
una storia pluricentenaria e con una
Comunità Cadorina che nei secoli ha
dato lustro e fatto da autogoverno al Cadore, ha molto da proporre, basta solo
organizzarsi e ritrovare l’orgoglio d’essere cadorini. Dobbiamo acquisire una
mentalità anche in termini consumistici, aiutare i nostri paesi, i nostri servizi,
i nostri negozi; non a qualsiasi prezzo,
ma sapendo che poi non avremo più i
negozi e i servizi nei nostri paesi, la qualità della vita scadrà e poi ci sarà il calo
dei valori immobiliari.
Chi potrebbe prendere in mano la ricostruzione? Penso all’Ascom che ha
lanciato dei messaggi: consumare il paese, il territorio… Dovrebbe uscire da
quelli che sono i compiti specifici, dovrebbe creare qualcosa di operativo e
collegiale. Perché, ci possono essere iniziative egregie però non determinanti se
non qualificate e slegate dalle necessità
del territorio. Per noi è una novità il turismo, diciamolo pure.
Vedrei bene poi una programmazione
specifica da parte dei Comuni mediante
un ente che coordini tutte le iniziative
economiche, super partes, come potrebbe
essere la Magnifica Comunità. Nessuno
vuole limitare i Comuni ad avere il loro
piano regolatore, le loro amministrazioni, il loro individualismo operativo, però se non si parte da un organo condiviso e super partes che vada a coordinare
il territorio, non si arriva da nessuna
parte.
(segue a pag.4)
sindaci del Cadore rivendicano il diritto di avere
I
una sanità efficiente sul proprio territorio e, paventando
la chiusura del reparto di pediatria all’Ospedale di Pieve e
la soppressione di qualche
primariato, si sono riuniti lo
scorso 14 ottobre nella sala
della Magnifica Comunità per
sottolineare la gravità del problema e l’unitarietà d’intenti.
E assieme ai 19 Comuni
rappresentati, il presidente
della Magnifica Comunità di Cadore che aveva
promosso l’incontro, le
locali associazioni di volontariato che sono coinvolte nel trasporto degli
ammalati quali Auser,
Ada, Anteas Pèlago della
Val Boite, Girasole del
Comelico, oltre agli
Amici del cuore, al Lion’s Club Cadore, nonché, a titolo tecnico, An-
gelo Costola già primario del
SUEM bellunese che da
sempre si è battuto per qualificare la sanità cadorina. Dal
dibattito ne è uscito un documento duro in difesa dell’Ospedale di Pieve, unico in Cadore, sottoscritto nei giorni
successivi dai sindaci e dal
presidente della Magnifica,
inviato poi alla Regione con
la richiesta di convocazione
da parte del presidente Zaia.
Il grido d’allarme è venuto
da Maria Antonia Ciotti sindaco di Pieve di Cadore. “Siamo qui a difendere la struttura” - ha detto - “questo è un incontro per chiarire la situazione che si è creata”. E giù a rimarcare una serie di situazioni di difficoltà riscontrate nei
servizi (vedi le limitazioni
d’accesso al reparto di pediatria, la già nota mancanza del
cardiologo durante le notti, il
tentativo di tagliare la reperibilità in radiologia, la mancata sostituzione delle apicalità), dimostrando con
dati l’evidente volontà
della ULSS1 di accentrare sempre più a Belluno.
“Chi può fare un’azione
se non i sindaci? Alla
montagna non si può togliere, anzi deve essere
dato il 25 per cento in
più” - ha rivendicato la
Ciotti.
(segue a pag. 3)
Renato De Carlo
Riunione dʼurgenza
dei sindaci del Cadore
in Magnifica Comunità
Consegnato alla Regione
un duro documento
per la salvaguardia
dei servizi In Cadore
a Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore ha un nuovo presiL
dente dal 1 ottobre, Maria Giovanna
Coletti, assessore al Comune di Pieve
di Cadore e alla Magnifica Comunità e
già vice presidente della Fondazione.
Dopo Vittorio Tabacchi e Livio Barnabò, Maria Giovanna Coletti è stata
eletta all’unanimità dal Consiglio di
Amministrazione e resterà in carica
per il prossimo triennio, assumendo
così direttamente l’impegnativo compito di portare avanti i vasti e complessi
programmi culturali e editoriali legati
alla figura e all’opera di Tiziano ed alla
terra del Cadore in cui ebbe i natali.
Vice presidente è stato eletto Mirko
Zandonella. Il nuovo Cda è composto
da: Giancandido De Martin – che in
qualità di presidente della Magnifica
Comunità promosse la costituzione
della Fondazione -, Alessandra Buzzo,
Paolo Caldara, Mario Manfreda, Sergio Zandonella, Mario Procidano, Enrico Cian. Non sono ancora stati designati i rappresentanti della Regione e
della Provincia.
PICCOLI COMUNI O UN COMUNE DEI COMUNI?
’idea di unificare vari comuni montani in un unico
L
comune suggerito da tanti come
la panacea di ogni male contro
gli sprechi mi sembra una soluzione controproducente per il
nostro territorio ed inutile sotto
il profilo del risparmio. Per
quanto riguarda i risparmi non
abbiamo dati che ci dicano che
il costo dei comuni piccoli sia
più grande di quelli grandi pro-
CAMINADA PAR I RIFUGI
“Piccolo è bello e permette a tutti
la verifica” dice la Presidente
dellʼUnion Ladina Cador de Medo
capite a parità di servizi. Sarebbe interessante trovare queste
informazioni che invece non ci
sono. Unico dato è quello storico: i finanziamenti dei comuni
italiani vengono dati in base a
fare è avere a disposizione dati
che ci consentano di verificare il
costo.
(segue a Pag. 4)
quanto spendevano in passato:
quindi chi spendeva tanto in
passato continua a ricevere con
tagli modesti, chi spendeva poco deve ancora di più tirare la
cinghia. Allora la prima cosa da
INTERVENTI
ALLE PAG.
6-7
Mario Manfreda
Pierluigi Svaluto,
Mario Tremonti,
DOLOMITI DEL CADORE, REGNO DELLE CIASPE
Un progetto pubblico-privato di attrattiva turistica per lʼinverno
18 itinerari collegati con 10 rifugi aperti nei fine settimana
l Centro Cadore unito
come non mai. La poI
litica del “fare insieme”
sta producendo frutti interessanti. Uno, che punta alla promozione del
Centro Cadore come
comprensorio vocato all’escursionismo con le
ciaspe, è sul trampolino di
lancio e sta già richiamando interesse.
Si tratta di 18 itinerari
da percorrere con le ciaspe o ciaspole, da seguire
per un’escursione con gli
sci o da salire e scendere
scialpinisticamente. Ben
18 itinerari collegati con
10 rifugi che resteranno
aperti durante le feste e
nei fine-settimana del
prossimo inverno. Il progetto è sostenuto, insieme, da Comunità montana e Comuni del Centro
Cadore, Magnifica Comunità, Consorzio Bim Piave, Ascom, Consorzio turistico, Pro loco, Sezioni
del Cai, Guide alpine del
Cadore e Gruppo Roccia-
tori Ragni.
Il comprensorio, unico
nel suo genere e per questo già paragonato ad un
vero e proprio “Regno delle ciaspe e dello sci escursionismo”, offre a chi non
frequenta le piste da discesa la possibilità di vivere
intensamente la montagna
anche durante la stagione
invernale immergendosi
nella natura ai piedi delle
Dolomiti più belle. Il valore aggiunto è rappresentato dai 10 rifugi aperti. Il ri-
chiamo turistico-sportivo
è garantito da una buona
organizzazione gestionale
degli itinerari, dal fatto
che sono ben segnati, che
saranno battuti dopo ogni
nevicata copiosa e che a vigilare sulla loro sicurezza
saranno le Guide alpine.
Ma il valore aggiunto che
traduce il progetto in proposta allettante è rappresentato dai 10 rifugi aperti
dove ci si può riscaldare,
rifocillare e si può anche
pernottare.
B.C.
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mod. CHAMPION - PANAMERIKA 1 -
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carreraworld.com
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I SINDACI DEL CADORE: “I SERVIZI SANITARI
dalla prima
SUL TERRITORIO NON SI TOCCANO”
pagina
Ad evidenziare il problema del taglio dei reparti
in tutta la sua gravità è stato
il dottor Angelo Costola
che si è sentito in dovere di
informare quanto la Regione aveva messo in cantiere
sul ridimensionamento dei
piccoli ospedali, tanto che, a
dimostrazione, l’ex primario
del SUEM elenca alcune situazioni di svuotamento dei
servizi del nosocomio cadorino e la mancata indizione
di concorsi di primariato per
la copertura dei posti vacanti, per concludere che “è
questo il momento di assumere una posizione rigida e
chiedere l’attuazione del piano sanitario regionale”. Ritiene anche ingannevole la
proposta di un nuovo Ospedale delle Dolomiti a Belluno: “è solo un cavallo di
Troia e guardate Feltre come
si è mossa immediatamente
per il proprio Ospedale.”
D’accordo sull’obiettivo
tutti gli altri sindaci e rappresentanti che si sono susseguiti nei vari interventi,
anche se qualcuno si è differenziato sulla tattica da
adottare nei confronti della
Regione: attrezzarsi sì per
dare battaglia affinché i servizi rimangano in montagna
e la popolazione non sia costretta ad andarsene, ma
niente manifestazioni pubbliche di tipo folcloristico,
meglio consegnare direttamente il documento.
Non è la prima volta che si
vede in Cadore una mobilitazione per la salvaguardia
dei servizi e del lavoro, basti
Il sindaco di Pieve Ciotti:
“Alla montagna non si può
togliere, deve essere dato”
Il presidente Bortolot:
“La Magnifica Comunità
non può stare alla finestra”
Alcuni dei sindaci e consilieri presenti
LE PRECEDENTI MOBILITAZIONI
mantenimento della ferrovia fino a Calalzo (1978)
opposizione alla chiusura Ospedale Auronzo (1994)
contro il trasferimento fabbriche nel bellunese (2005-2007)
per il servizio di Cardiologia allʼOspedale di Pieve (2005)
pensare alla sollevazione
per il mantenimento della
ferrovia fino a Calalzo
(1978), all’opposizione sulla
chiusura dell’Ospedale di
Auronzo (1994), alle manifestazioni perché le fabbriche
non traslocassero nel bellunese (2005-2007), all’ultima
presa di posizione di amministratori del Cadore proprio contro i provvedimenti
della ULSS1 sul servizio di
Cardiologia dell’Ospedale di
Pieve (2005). Questa volta si
è vista però una presenza
qualificata di amministratori
nella sede della Magnifica
Comunità di Cadore come a
testimoniare
l’unitarietà
d’intenti. Chissà che non nasca la voglia di rivitalizzare
(in modo moderno) l’antico
parlamentino del Cadore.
LA MOSTRA DELL’ESTATE
uon successo di pubblico per la mostra
B
"Al primo sguardo - Storie
d'amore fra occhiali e cinema" tenutasi presso il museo dell’occhiale di Pieve di
Cadore. Dal 30 giugno in
poi, giorno dell’inaugurazione, fino al 20 agosto, data di
chiusura del primo periodo
della rassegna, gli ingressi
al museo cadorino sono aumentati notevolmente rispetto a due anni fa. Un caso a parte è stato invece il
AGENDA
L
Il presidente Renzo Bortolot che aveva diramato l’invito di convocazione chiarisce subito che “non si vuole
scavalcare alcuno”, ma anche che “la Magnifica Comunità non può stare alla finestra, visto che è stata fondatrice dell’Ospedale del Cadore”. Sotto sotto, ci spera.
’attività degli uffici della Magnifica
Comunità di Cadore durante lo scorso mese di settembre è stata grandemente
incentrata sulla redazione della documentazione utile alle discussioni di Consiglio, tenutosi il 18-9 us. In particolare, si è
provveduto ad una puntuale ricognizione
delle posta contabili, funzionali all’analisi e
ricognizione sullo stato di attuazione dei
programmi e permanere degli equilibri di
bilancio, da approvare entro il 30 di settembre di ogni anno. E’ stata dunque l’opportunità per valutare l’operatività ed efficienza delle singole aree amministrative ed
eventualmente evidenziare i margini e
spunti di miglioramento che possono essere adottati attraverso la redazione del nuovo programma di lavoro in vista della redazione del bilancio di previsione 2011.
Si è provveduto a raccogliere le informazioni e i preventivi economici riguardo la
stampa di un libretto divulgativo sulla
Magnifica Comunità di Cadore, da destinar-
2009, una stagione molto
particolare per la mostra
perché ha ospitato l’evento
"Dalla Terra al Cielo - 400
anni di osservazioni astronomiche da Galileo ai giorni
nostri" che grazie ai moltissimi appuntamenti correlati
e alla singolarità della ricorrenza ha fatto registrare un
aumento di visite quasi incalcolabile con turisti e appassionati provenienti da
ogni parte del Veneto e anche d’Italia.
si alle scuole elementari del territorio. A riguardo, è importante evidenziare che tale
pubblicazione, i cui testi sono stati curati
dall’Assessore Marigrazia Petroni, riporterà delle nuove e aggiornate immagini dell’Ente, ritratte cortesemente e appositamente per quest’occasione da Giorgio Viani e
Tomaso Albrizio, oltre ad alcuni disegni
prodotti dai bambini destinatari dell’opera.
Si è provveduto a “tirare le somme” circa l’attività museale relativa alla stagione estiva 2010, constatando un risultato
più che soddisfacente in termini di ingressi e presenze che, attraverso l’apertura garantita dall’encomiabile opera del volontariato locale, si è riusciti ad ottenere.
Si è provveduto all’esame, a seguito della
liquidazione dei premi di studio per l’anno 2009, delle modalità di assegnazione
stabilite con delibera della Giunta Comunitativa per l’anno 2010. Tutto ciò attivando la
procedura, che a breve sarà disponibile anche sul sito dell’Ente, per la prossima apertura del bando edizione 2010.
Sono state valutate una serie di informazioni emerse attraverso la redazione del
Quest’inizio di parlamentino
è un bel interessante sogno. Come sarebbe quello
di chiamare a raccolta il popolo. Dopo tutto l’hanno fatto recentemente anche i pusteresi per l’Ospedale di
San Candido: “non corteo di
protesta - hanno motivato –
ma manifestazione d’affetto
per la struttura.”
(Foto di Tommaso Albrizio)
La mostra "Al primo
sguardo - Storie d'amore
fra occhiali e cinema" ha
racchiuso molte scene magistrali della storia del cinema che hanno raccontato il
passaggio magico dall'anonimato alla passione proprio attraverso il gesto del
togliersi o del togliere gli
occhiali. Questa raccolta
comprende molti tra i più
significativi sguardi d'amore filtrati attraverso le lenti
scure o da vista di modelli
celebri di occhiali che hanno fatto la storia dello stile
e della moda, ma anche la
CON LA CULTURA E LʼARTE LA
FONDAZIONE TIZIANO DIFFONDE
IL NOME DI PIEVE E DEL CADORE
n questi anni i valori del pensiero, l’attività intellettuale finalizzata alla crescita morale dell’individuo e della
I
società vengono facilmente sacrificati all’attuale pragmatismo forsennato, che esige risultati rapidi e esclusivamente misurabili sulla scala del concreto. E’ la conseguenza di
una circolarità: la povertà di cultura impedisce di comprenderne il senso e l’importanza sociale, mentre la mancata comprensione è a sua volta causa di quella stessa carenza. Si tenga inoltre presente che la si fa in genere coincidere con la conoscenza, che ne è certo una indispensabile condizione, ma non la esaurisce, perché – come ha
detto il filosofo – la cultura è anche e soprattutto organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità e conquista di una coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il
proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.
Tutto ciò va detto anche per cercare di capire come mai
ci sia sempre chi non avverte l’importanza di lavorare non
solo con i cementi o gli asfalti, ma anche con gli antidoti
della coscienza, con gli utensili della cultura e dell’arte.
Per dire: si pensi solo a quella Fondazione Tiziano e Cadore che ormai da sette anni opera da Pieve e per tutto il
Cadore. Una attività ancora troppo spesso misconosciuta,
o fraintesa come esercizio di una concezione elitaria della
cultura: in realtà si tratta di una istituzione il cui lavoro
contribuisce alla diffusione qualificata del nome e della
immagine di Pieve e del Cadore ai più alti livelli nazionali
e internazionali. Una istituzione che si è formata come
centro di specializzazione scientifica specie in ambito tizianesco, ma non solo; fino a esprimersi nelle attuali tre linee editoriali: quella di “Tiziano e l’Europa”, a cui si devono il saggio di Alessandra Cusinato “L’arte in Cadore al
tempo di Tiziano”, o il più recente e ponderoso dedicato
alle “Botteghe di Tiziano”, oggetto di autorevoli recensioni (l’Osservatore romano, il Sole 24 Ore) e prestigiosi apprezzamenti, come quello del Presidente Napolitano,
nonché soggetto di importanti presentazioni, a Cortina, a
Venezia, a Roma. C’è poi la linea costituita dai “Quaderni
della Fondazione”, dove è appena uscito il volume sulla
“Battaglia di Cadore”, e infine, quella rappresentata dall’Annuario, che raccoglie i contributi di studiosi mondiali
della materia. Inoltre la Fondazione è presente in alcune
delle più famose rassegne d’arte e editoriali, sicché ogni
volta Pieve e il Cadore entrano nel novero dei luoghi in
cui si è polarizzato un laboratorio di ricerca e di studio tra
i più segnalati al mondo. Qualcuno non lo sa, o soffre di
qualche pregiudizio di troppo? C’è tempo e modo di rimediare!
Ennio Rossignoli
storia del cinema. La scelta
di far indossare gli occhiali
ad un attore in un film, infatti, non è mai neutra: la loro presenza ci aiuta a comprendere qualcosa di più
del personaggio o di quello
che sta per accadere.
L’esposizione sarà nuovamente aperta al pubblico
dal primo dicembre fino al
28 febbraio per consentire
a quanti non siano ancora
riusciti a visitarla di poterla
ammirare e per renderla
fruibile anche alla nutrita
schiera di turisti che durante il periodo invernale popo-
lano le montagne del Cadore. Il museo di Pieve ha progettato poi altre attività dedicate alla categoria più verde
delle nostre comunità. Il
mese di ottobre infatti è stato riservato in gran parte alla didattica per avvicinare all’arte e alla cultura i ragazzi
delle scuole del territorio. Il
16 ottobre scorso al Cos.Mo
è andato in scena lo spettacolo "Al museo in punta di...
naso" dove molti giovani
studenti hanno potuto imparare in maniera divertente
le bellezze della mostra.
Daniele Collavino
CONOSCI LA
MAGNIFICA COMUNITA’
progetto Archivi del Cadore, che saranno
di sicuro indirizzo all’Amministrazione per
quanto riguarda il prosieguo delle attività.
Inoltre, si sta provvedendo ad intraprendere gli idonei contatti e valutazioni per l’adeguamento e formazione degli uffici all’utilizzo dei più moderni strumenti in materia di
archiviazione e protocollo informatico.
Si è avuto un contatto con l’Enaip Veneto,
ente gestore delle attività di formazione all’interno del progetto Transmuseum nel
quale è coinvolto anche il Museo Archeologico del Cadore, per valuare ed eventualmente evidenziare gli aspetti di miglioramento relativamente a quanto sino ad
ora svolto.
Anche nel mese di ottobre 2010, è stata
molto richiesta e utilizzata la Sala Consiliare della Magnifica Comunità di Cadore, ove si sono svolti incontri istituzionali e
a carattere culturale organizzati direttamente dall’Ente e anche da soggetti (pubblici e privati) esterni.
Si è provveduto inoltre alla pubblicazione
dell’avviso di selezione per l’individuazione di un progettista per il rinnovo degli allestimenti del Museo della Casa Natale di Tiziano Vecellio. La Giunta Comunitativa riunitasi il 30-10, ha infatti provveduto alla nomina della commissione deputata all’esame
delle proposte e all’intrapresa di una serie di
provvedimenti di carattere amministrativo
che riguardano la gestione del Patrimonio.
Al termine della stessa, è stato organizzato un momento conviviale presso il parco Roccolo a Pieve di Cadore, durante il
quale il Presidente Renzo Bortolot ha potuto ringraziare i volontari che si sono occupati della Guardiania dei Musei dell’Ente
durante la trascorsa stagione.
M. G.
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ANNO LVIII
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RILANCIO
DEL CADORE
Pietro
Carrara
Ci sono ancora persone che intendono investire in Cadore. Io stesso ho
cercato di dare un esempio,
con l’apertura da parte della
Viking Nord Pool della “Stazione Dolomiti a Caralte”,
un esempio d’intenti fra
pubblico e privato con offerta di servizi plurimi alle migliaia di turisti che transitano alle porte del Cadore:
non solo un negozio di abbi-
dalla prima
pagina
gliamento sportivo (che sostiene economicamente il
progetto), ma anche, novità,
un punto informativo dell’Ufficio Turistico territoriale e un Ufficio Guide alpine
per gli appassionati della
montagna. D’intorno un
parco botanico illuminato e
un parco avventura a cui sta
provvedendo il Comune di
Perarolo. Un bel “benvenuto in Cadore”. Spero che
progetti come questo siano
contagiosi.
Ultima considerazione.
Sicuramente le risorse aiutano e fanno decollare, pertanto è vergognoso che esistano ancora delle disparità
tra noi e le Regioni contermini. Però, non vorrei che
questa considerazione diventasse un alibi, quello
del non fare. Dobbiamo
crearci cultura turistica,
professionalità e progetti
credibili, poi i finanziamenti arriveranno.”
RDC
PICCOLI COMUNI
O COMUNE DEI COMUNI?
dalla prima pagina
Bisogna verificare il
costo dei comuni procapite
per abitanti a parità di servizi
forniti e incidere in questo
modo con il concetto dell’equità. Che si comincia a tagliare dove c’è il rapporto dipendenti per abitante più elevato a parità di servizi erogato. Quello che è davanti ai nostri occhi è che la centralizza-
zione dei servizi non porta
ad un risparmio ma al prolificare della burocrazia e ad un
incremento dei costi di livello
stratosferico.
L’esempio sotto gli occhi di
tutti è il costo dell’acqua passata dalla gestione del comune a quella del BIM o come si
chiama adesso (cambiamo i
nomi ma le bollette sono lievi-
11
“NUOVA CROCE DʼEUROPA” - INCONTRO
TRANSFRONTALIERO SUL MONTE CAVALLINO
E
’ ormai tradizione del
mese di agosto l’incontro sul Monte Cavallino
nel segno dell’amicizia e della collaborazione transfrontaliera. “Per una Europa unita
e cristiana in pace e in libertà, in memoria di tutti coloro
che hanno combattuto e sono
caduti lungo questa frontiera.
Mai più guerra. Papa Paolo
VI”. Basterebbe questa iscrizione contenuta nell’effige
bronzea sotto la Croce d’Europa ai quasi 2700 metri sulla
vetta del Monte Cavallino,
per dare senso al tradizionale
momento di incontro tra le
comunità di Comelico Superiore e Kartitsch, piccolo comune del Tirolo Orientale.
Da sanguinosa linea di confine, a occasione di amicizia e
collaborazione, il Monte Cavallino rappresenta il simbolo di secolari legami tra le
due comunità.
Quello svoltosi è stato il
trentunesimo evento dal
1979, anno di posa della cro-
ce da parte dei
due comuni, un
simbolo di pace e
amicizia fra Italia
e Austria.
La croce è stata
restaurata di re-
In memoria
dei combattenti
lungo questa
frontiera
di Livio Olivotto
cente con il prelievo in elicottero dalla cima. La cerimonia
in quota, come sempre molto
partecipata, si è aperta con la
celebrazione della Messa in
italiano e in tedesco da parte
di padre Renee di Lienz, con
l’accompagnamento della
Musikapelle di Kartitsch,
completa di tutti gli strumen-
“Comune unico? Meglio le comunità
di vallata con servizi comuni”
propone Francesca Larese Filon
tate di un fattore x10). Il “fondanier” che in ogni comune
si occupava dell’acqua poteva
venir chiamato ad ogni ora e
risolveva il problema in qualche ora. Il prezzo dell’acqua
alle famiglie nel territorio del
Cadore era basso o anche
nullo in qualche comune. Il
servizio era sotto gli occhi di
tutti e se il “fontanier” inter-
veniva con qualche ora di ritardo era la gente che lo cercava e gli indicava dove intervenire. Insomma un controllo
sociale massimo che rendeva
il servizio dell’acqua ottimizzato, poco costoso ed estremamente efficiente. Con la
centralizzazione del servizio
dell’acqua il “fontanier” si è
dedicato ad altri servizi comunali e l’acqua è stata gestita dalla famosa società. Ora
bisogna chiamare il numero
verde che dopo innumerevoli
passaggi di signorina in signorina forse permette di segnalare il problema a qualcuno. Poi, dopo giorni e giorni
(c’è chi ha dovuto telefonare
dicendo che era un giornalista per avere il servizio il
giorno dopo) arriva il tecnico
che, preso nota del problema,
invierà la ditta incaricata nei
giorni successivi. E non parliamo di bollette dell’acqua:
chi ha ricevuto bollettini stratosferici e che poi comunque
si è adattato a pagare l’acqua
almeno dieci volte più di prima. Ci è stato detto che è comunque meglio di quello che
succede altrove: bella consolazione! Forse che con il comune unico si vuole replicare
un servizio come questo che
mi pare non abbia portato
grandi benefici per gli abitanti dei piccoli paesi? Forse in
futuro si avranno investimenti per gli acquedotti e le fognature nostrane: ma mi pare
che in questi anni l’unificazione del servizio non abbia portato miglior efficienza ma burograzie, lentezze e caotica
gestione dei problemi.
Piccolo è bello e permette a tutti di verificare il funzionamento di un servizio e
di intervenire se questo
non viene svolto propriamente con un controllo sociale che è il segreto del benessere del nostro territorio. A ciò deve essere aggiunto il fatto che i nostri
comuni sono nati dai centenari e che da millennni
ti portati in vetta con non poco sforzo. Quindi sono intervenuti i sindaci di Comelico
Superiore, Mario Zandonella
e di Kartitsch.
Negli interventi delle autorità l’impegno a proseguire
nella collaborazione transfrontaliera che ha già portato
negli anni scorsi a molteplici
progetti di sviluppo, specialmente nel settore turistico,
finanziati con fondi dell’Unione Europea, ma anche a
promuovere ulteriori incontri per avvicinare le popolazione dei due versanti. Erano
presenti molti soci del Cai
Val Comelico e tanta gente
che risale tutti gli anni da entrambi i versanti. La Croce
d’Europa, ai 2689 metri dopo
oltre trent’anni dal suo posizionamento, è stata completamente restaurata per iniziativa della compagnia degli
Schützen di Kartitsch, presenti alla cerimonia in grande numero, con il contributo
del Comune di Kartitsch,
della Comunità Montana e di
molte persone coinvolte nell’iniziativa. L’incontro sul
Monte Cavallino è una iniziativa che ben prima del procedimento di integrazione europea, aveva contribuito a
consolidare l’amicizia e la
collaborazione tra le comunità dei due versanti.
Università Anziani e Adulti di Domegge
RIPARTONO I CORSI AUSER
C
alendario di notevole interesse quello dei corsi dell’Università degli anziani di Domegge presso la casa
Barnabò predisposto dal Presidente dell’Auser Irlino Doriguzzi e dai suoi entusiasti collaboratori. Mercoledì pomeriggio dedicati alla medicina, alla cultura, alle tradizioni, al
ladino. Pomeriggi dedicati alle lezioni ma anche alla discussione sui temi proposti che vogliono essere uno spunto
per conoscere ma anche per confrontarsi con i relatori. Il
programma è iniziato il 29 di settembre e si concluderà dopo 14 incontri con la tombola natalizia il 22 dicembre.
Le lezioni dell’Università Popolare sono un’occasione
per stare insieme e per imparare e discutere sui tanti
aspetti del sapere e le lezioni vanno dalla cultura locale,
alla conoscenza della natura e del territorio, ad aspetti
della medicina con un corso di pronto soccorso ed un pomeriggio dedicato alle erbe medicinali. Dai ladini a Primo
Levi, dalle immagini del cielo d’inverno alle fotografie
sulle Dolomiti, dalla presentazione del libro Uomini e
Macchine idrauliche alla storia di Giovanna Zangrandi.
Un programma ampio che coinvolge tutti, anziani, ma anche più giovani, che possono frequentare liberamente le
lezioni il mercoledì dalle 15 alle 17.00.
svolgono un ruolo importante di aggregazione e di
appartenenza per i suoi abitanti: ognuno di noi è orgoglioso del paese in cui vive,
vorrebbe che fosse il migliore. Le iniziative di volontariato nascono intorno
ai comuni e sono un riferimento per tutti gli abitanti.
Un comune unificato avvierebbe un processo di sradicamento gravissimo che
porterebbe alla distruzione
del nostro territorio. La
gente si riconosce nel proprio paese, è abituata ad
avere il sindaco come riferimento e consigliere, è pronta a dedicare il proprio tempo libero per migliorare il
proprio paese. Esiste ancora oggi un orgoglio legato
al proprio territorio che deve essere alimentato e non
cancellato. L’unificazione
dei comuni porterebbe conseguenze nefaste in un periodo in cui i nostri giovani
soffrono di stradicamento e
abbandonano il territorio.
La ricetta del nostro benessere, della pulizia dei nostri
paesi, dei servizi perfettamente funzionanti è proprio
quello che ogni cittadino
ogni giorno controlla il proprio paese e lo rispetta.
Questo non accadrebbe
con un Comune Unico localizzato altrove: avremmo un
prolificare di burocrazia che
darebbe meno servizi e alla
fine più costi. Anche il Trentino ha abbandonato l’idea
del comune unico e sta lavorando sulle comunità di vallata con servizi comuni.
Quindi la ricetta è lasciare il
comune e poi consorziare
alcuni servizi che vengono
ottimizzati da una struttura
sovracomunale: è quello
che in questi anni hanno fatto le comunità montane gestendo i rifiuti, le strade silvopastorali o l’assistenza domiciliare. Quindi sì ai servizi consorziati e no al comune unico che rischia di snaturare il nostro territorio e
renderlo ancora più periferico e disgregato. Per i risparmi non ci credo neanche un
poco: i servizi consorziati richiedono maggiori risorse
e anche la paga al dirigente
che controlli l’operato degli
altri. Il conto finale poi lo paga il cittadino come accade
negli esempi che abbiamo
sotto gli occhi ogni giorno.
Francesca
Larese Filon
Presidente Union Ladina
Cador de Medo
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“I
sogni possono essere orientati verso
tanti orizzonti, e
tutta la vita è un sogno”.
Fa un inno al sogno, Padre
Gabicho, perché lui è un sognatore di un mondo giusto e
umano. E la platea che ha affollato il CosMo a Pieve di Cadore per vederlo e conoscerlo
ne è affascinata, comprende
che lui il suo sogno l’ha realizzato: combattere per la libertà e la vita dei suoi indios.
E’ un sogno che ha interessato anche il Cadore, da
quando per volontà di Fabrizio De Silvestro che aveva conosciuto Padre Gabicho, nel
2005 assieme al figlio Paolo
diede vita al Gruppo “Vigilio
vive entre los indios” e cominciò ad operare in Equador, sostenuto dal Lion’s
Club di Pieve di Cadore.
La vita di Padre Gabriel
Barriga Arias è presentata in
sala da Lombardi. Nato 47 anni fa in una famiglia di 7 figli,
genitori contadini con tutti i
loro valori, ha lavorato nei
campi della regione andina in
Equador. Il primo sogno fu di
diventare prete e ci riuscì a fatica, e non solo perché dovette mantenersi col proprio lavoro; divenne comunque sacerdote nel 1976 ma... fuori
della cattedrale. Per il suo impegno umanitario, per il coraggio e la determinazione
nel rivendicare i diritti degli
indios e dei bisognosi, Padre
Gabicho divenne il “prete comunista” e fu anche arrestato.
Ma lui sentiva di avere in eredità il suo popolo indios.
Ma come aiutarlo? Chiedendo aiuto a tutto il mondo.
Conobbe anche Fabrizio De
Silvestro e con lui nacque un
progetto per aiutare gli indios.
Così “padrecito” potè portare
benessere, fondò delle comunità, sulle Ande a 3600 metri
di altitudine, costruì casette,
due piccole chiese, un asilo nido, diede assistenza ad orfani,
risistemò scuole, comprò quaderni e penne, costruì due
ponti e riadattò strade, com-
Realizzati
Lʼimpegno del Lionʼs Club Pieve di Cadore per il difensore degli indios
molti progetti
di solidarietà
con il gruppo
“Vigilio vive
entre los indios”
prò un 4x4 pick-up, fece anche un campo da pallavolo, riunì 300 famiglie a cui affidò 70
lama. Animale molto robusto
il lama che è un buon mezzo
di trasporto, produce ottima
lana ed è anche di eccellente
nutrimento. I lama si erano
quasi estinti dopo essere stati
milioni ai tempi degli Inca, ricordano Di Bona e Gemelli.
Anche gli indigeni sono cambiati con la società odierna
che sta sfruttando l’ambiente
espropriandoli del loro paesaggio, della loro cultura, delle loro risorse, così togliendo
loro il concetto del “bon viver”.
Aiutare senza creare danno
è l’impegno di Padre Gabicho, oggi parroco a Quimiag
(Riobamba) e molto noto fra
le comunità indigene. Opera
ispirata ad una solidarietà “liberatrice” e non assistenziale.
Tutta la vita è un sogno, dice
Padre Gabicho, e anche questa tappa a Pieve di Cadore il
24 ottobre scorso, fra tanta
gente che ha fame di solidarietà, lo è.
Nel corso dell’incontro il
sindaco Maria Antonia Ciotti porta il saluto della cittadinanza, il governatore Lion’s
associa Padre Gabicho al
Club di Pieve di Cadore, il
presidente Lion’s Cadore Enrico Cian conferma il service
di tre anni per il reinserimento dei lama; seguono scambi
di cortesie fra Padre Gabicho
ed alcuni benemeriti ed un
abbraccio con Fabrizio De
Silvestro, nonché doni da
parte dei bambini del Coro
Scuola Primaria di Calalzo
che avevano aperto l’incontro
con le loro belle voci.
(foto T. Albrizio) RDC
fondato nel 1953
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Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
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REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
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Magnifica Comunità di Cadore
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UNA COPIA 8 2.10 - ARRETRATO: IL DOPPIO
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Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 31.10.2010
PROGETTO “LAMA” PER PADRE GABICHO
Padre Gabriel Barriga Arias tra i relatori
e l’abbraccio con Fabrizio De Silvestro
Il presidente Lion’s Club Cadore e il governatore Lion’s
con Padre Gabicho - il numeroso pubblico in sala Cos.Mo
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Mario Manfreda
Sindaco di Lozzo di Cadore
“Cʼè lʼesigenza
di dare risposte
rapide e efficaci”
M
ario Manfreda, sindaco di
Lozzo è stato il primo a complimentarsi con il nostro giornale per
aver promosso il dibattito sul futuro
governo del Cadore. “In realtà - sottolinea - da tempo nella cerchia degli
amministratori comunali si discute
sulle prospettive amministrative alla
luce dei problemi, economici, sociali e
strutturali che assillano la vita dei nostro Comuni. E’ giunto il tempo di condividere le nostre riflessioni con la gente. Un bravo dunque a Il Cadore, il
giornale della Magnifica Comunità
Cadorina, che da sempre, per la verità, sa essere strumento di sintesi identitaria e veicolo per rappresentare
istanze, bisogni, aspirazioni e idee progettuali.”
Da tempo lei sostiene la necessità di ripensare la gestione dei servizi comunali. Il motivo è legato al
taglio delle risorse o alla necessità
di ottimizzarne l’erogazione?
“Ovviamente i bilanci comunali
sempre più poveri condizionano tutto.
Ma, al primo posto metterei l’esigenza
di dare ai cittadini risposte competenti, rapide ed efficaci. Mi spiego. Gestire alcuni servizi tipo la raccolta e lo
smaltimento dei rifiuti, i servizi per l’istruzione, i servizi sociali o l’informatizzazione non è semplice. Se vogliamo
gestirli poi con un buon grado di qualità, come ci chiedono i cittadini, allo-
ra diventa complicato se non impossibile per i nostri piccoli Comuni che
hanno poche risorse. Per questo credo
sia necessario ridisegnare l’organizzazione dei servizi.”
Torniamo alle risorse. Quanto
hanno pesato fin’ora i tagli sul bilancio del Comune di Lozzo?
“Nel giro di pochi anni sono spariti
100 mila euro che equivalgono al 20 25 per cento dei trasferimenti dello
Stato. Una enormità per un Comune
come il mio che, alla pari dei Comuni
di montagna, ha sempre ricevuto meno risorse degli altri Comuni d’Italia.”
Suppongo che il taglio dei trasferimenti abbia significato un ridimensionamento dei ser vizi.
“Con orgoglio posso rispondere di
no. Abbiamo fatto i salti mortali e anche qualche piccolo miracolo. Razionalizzando tutte le spese siamo riusciti
a garantire i servizi minimi necessari.
E, considerata la situazione di difficoltà economica e sociale creatasi con la
crisi del settore dell’occhiale, siamo riusciti anche a non aumentare le tasse
e le tariffe proprio per non gravare sui
bilanci familiari.”
Veniamo al quesito che sta alla
base di questo dibattito. Il Comune Unico potrebbe essere una soluzione per le municipalità cadorine?
“No. Io sono convinto che la tanto
auspicata riorganizzazione istituzionale dovrebbe, contemporaneamente,
risolvere i problemi economici salvaguardando però anche le identità e le
specificità di ogni singola municipalità. Il Comune Unico forse potrebbe risolvere il problema della gestione delle
risorse. Ma sicuramente minerebbe il
grande valore della vicinanza ai cittadini.”
Le piace l’idea del Comune di
Comuni?
“Si, è buona l’idea di un Comune
dei Comuni amministrato dai sindaci
dei Comuni che lo compongono. La definizione in sè ha poca importanza.
Potrebbe chiamarsi benissimo anche
Federazione dei Comuni come ha ipotizzato il presidente della Magnifica
Renzo Bortolot. Questo permetterebbe
di coniugare la necessità di associare i
servizi per renderli più ef ficienti ed
economicamente sostenibili con la vicinanza dei cittadini ai propri municipi e con il rispetto per il legittimo sentimento identitario delle singole comunità. Attenzione che, grazie alle Comunità montane e alla gestione associata di alcuni servizi, la strada è già
stata intrapresa. E’ indispensabile aumentare il ritmo e crederci di più e lavorare di più insieme. La parola magica per uscire dalle difficoltà in cui ci
troviamo è sicuramente ‘insieme’.”
Da dove partirebbe?
“Facendo tesoro dei frutti raccolti in
questi anni io partirei dalla riorganizzazione delle Comunità montane. Personalmente ne
ipotizzerei una
sola per tutto il
Cadore. Ne conseguirebbe un peso politico importante. Solo così
saremmo interlocutori autorevoli
nei confronti di
Provincia e Regione. E solo così
avremmo la forza di gestire politiche territoriali
incidenti e di
pensare progettualmente allo
sviluppo del Cadore.”
Già, lo sviluppo del Cadore.
Allo sviluppo
sarà indispensabile rivolgere
attenzione, risorse e intelligenze. Chi e come?
“Guardi noi
abbiamo un ente
preparato e collaudato che da
oltre cinquant’anni promuove
lo sviluppo socioeconomico per
conto dei Comuni bellunesi. Si
tratta del Consorzio Bim Piave.”
E’ vero, il Consorzio BIM Piave sta facendo
un lavoro eccezionale per la
promozione della nostra montagna. Investendo
buona parte del
sovracanone nel
settore energetico (idroelettrico,
gas-metano) ma
anche in quelli
dell’innovazione
11
Si sta facendo strada sempre
più lʼesigenza dʼaggregare i
nostri piccoli Comuni
COMUNE DEI COMUNI
IL DIBATTITO
Pier Luigi Svaluto Ferro
Sindaco di Perarolo, Presidente
Comunità Montana Centro Cadore
“In Centro Cadore due
sole municipalità”
S
ul futuro amministrativo del Cadore le Comunità montane si interrogano
da tempo.
Il presidente della Comunità montana di Centro Cadore
Pier Luigi Svaluto ha le idee
chiare in proposito. Da anni
si trova al centro del dibattito
sul futuro governo della montagna. E non solo in qualità di
presidente della Comunità
montana Centro Cadore e di
componente del direttivo dell’Uncem nazionale. Ma anche
in qualità di sindaco del Comune di Perarolo. Un Comune piccolo- 400 abitanti - ma
che vive tutte le difficoltà e riassume tutte le aspettative
che hanno i comuni grandi e
piccoli della montagna bellunese.
Presidente, sulla situazione economica in cui si
trovano i nostri Comuni è
stato raccontato tanto. Fino a quando potranno tirare avanti?
“Credo sia urgente trovare
una qualche soluzione che
avanzi un progetto nuovo di
governo della montagna. C’è
anche da tener conto che stiamo vivendo una fase difficile
ed intricata perché se da una
parte la situazione imporrebbe di accelerare i tempi dall’altra mancano gli strumenti
legislativi che dettano le condizioni e le regole per ripensare un moderno ed efficace modello amministrativo.”
Lei sta pensando a quel
che sarà il modello federalista.
“Esatto. Mi pare di aver capito che sul piano costituzionale non cambierà nulla rispetto all’organizzazione esistente. Resteranno le Regioni,
resteranno le Province e resteranno i Comuni.”
E allora?
“Allora la riorganizzazione
passerà soprattutto attraverso
gli organismi sovracomunali.
Sarà questo l’ambito nel quale
si giocherà la razionalizzazione della spesa, l’accorpamento
dei servizi e la loro valorizzazione qualitativa.”
“Per andare avanti con
l’inter vista cerchiamo di
capire come la pensa lei.
Comune Unico o associazione del maggior numero
dei ser vizi per puntare a
tagliare quei costi che rappresentano il capestro dei
nostri comuni?”
“Allora, proprio per mettere
le carte in tavola, mi lasci dire che io non credo all’accorpamento dei servizi come metodo per risparmiare sulla spesa. Se fosse così, qui in Centro
Cadore, avremmo raggiunto
l’ambìto traguardo già negli
anni ottanta quando era stato
deciso di forzare sul piano dei
servizi associati. Furono messi
insieme parecchi servizi. Sulla
carta tutto sarebbe dovuto andare ottimamente. Invece l’operazione fallì.”
Perché l’accorpamento
non ha funzionato?
Un Comune per ridurre
la spesa ha queste
possibilità:
tagliare i servizi, o
gestirli in consorzio,
o confluire in
una municipalità
più grande
tecnologica e dei servizi che
richiedono interventi su aree
vaste. Il BIM ha concorso
ad una promozione territoriale che dif ficilmente si
sarebbe potuta immaginare in montagna.
“Esatto. Il Consorzio è intervenuto finanziando servizi impensabili in una logica di mercato. Anche per questo sono
convinto che il suo ruolo sarebbe preziosissimo accanto ad un
ente sovracomunale che am-
ministra la montagna. Il Cadore in questo caso. Ecco, io
allora vedrei bene un soggetto
amministrativo unico per tutto
il Cadore con un consiglio
composto da tutti i sindaci del
Cadore che si avvale di un soggetto specializzato nello sviluppo del territorio e nella valorizzazione delle risorse rinnovabili che si chiama Consorzio
Bim Piave.”
Chiarissimo.
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Gestito dai Sindaci di tutti i
Comuni del Cadore, sarebbe
molto autorevole
I O PICCOLI COMUNI?
CONTINUA
Una sfida da non perdere
“I primi ad ostacolare
l’operazione sono stati i dipendenti comunali che non
accettarono di accollarsi responsabilità diverse da quelle
settoriali nelle quali erano
impegnati. E’ emerso ad
esempio che farsi carico dei
compiti gestionali di un piccolo comune comporta diversificare le competenze. Nel mio
comune pochi dipendenti fanno tutto. In un comune più
grande il lavoro è suddiviso
per aree specializzate. Ricordo che allora gli impiegati
hanno espresso chiaramente
la contrarietà ad intraprendere questo modello.”
E gli amministratori hanno assistito passivamente
al fallimento?
“Evidentemente non erano
preparati neanche loro. Ma
io ho ricordato quell’esperienza per dire che l’accorpamento dei servizi potrebbe funzionare, anche sul piano economico, a condizione che la gestione dei servizi venga organizzata come un’ azienda privata. Con la possibilità di ottimizzare i costi con gli strumenti dell’organizzazione del
lavoro, con la possibilità di
razionalizzare la formazione,
gli aggiornmamenti e la collocazione produttiva dei dipendenti premiandone competenza e disponibilità.”
A questo punto possiamo dire che lei è favorevole ad un Comune Unico
per il Cadore?
“Io non me la sento di ipotizzare un Comune Unico.
Sminuire il ruolo di un Comune è impensabile. Non sarei mai d’accordo, per esempio, di cancellare le specificità del mio piccolo comune.
L’originalità e l’identità di
ogni singolo comune devono
essere salvaguardate. Credo
invece che la formula più corretta potrebbe essere quella
della municipalità che mette
insieme comuni contermini e
omogenei per dinamiche e per
problemi.”
Nel numero del mese scorso de Il Cadore si sono prospettate le formule del Comune dei Comuni e della Federazione di Comuni che assomigliano molto a questa
sua idea di grande Municipalità.
Proviamo ad ipotizzare
una Municipalità grande
come la Comunità montana di Centro Cadore. Potrebbe essere questo il
modello al quale lei pensa?
“Di queste dimensioni potrebbe essere troppo grande.
Credo che nell’ambito della
Comunità montana di Centro
Cadore potrebbe nascere due
municipalità: una comprendente i comuni da Perarolo a
Valle e Domegge o Lozzo e l’altra comprendente Auronzo,
Lorenzago, Vigo. Devono essere Comuni contermini e omogenei.”
Non pensa che sarà alquanto difficile concordare il metro dell’omogeneità?
“Forse ha ragione lei. Ma,
proprio per evitare difficoltà
interpretative e confronti inconcludenti auspico arrivino
molto presto indicazioni e criteri.”
Quindi il Cadore dovrà
adottare disposizioni calate dall’alto. Non sarebbe il
caso di cominciare a mettere le mani avanti cercando di indirizzare questi
criteri?
“Credo che l’unica cosa che
possiamo fare noi, da subito, è
la scelta dei servizi da associare. Come e quando partire,
ma soprattutto con quale formula, ce lo diranno le disposizioni legislative del federalismo.”
Cosa ne sarà delle Comunità montane?
“Mi par di capire che nessuno ha intenzione di eliminarle. Pare ci sia già un disegno
preciso che le prospetta nel futuro. Ma nessuno ne conosce i
particolari. E’ certo che la
presenza di un livello forte capace di collegare e sintetizzare
gli interessi di più Comuni e
che li supporti, soprattutto
nella valorizzazione delle risorse naturali promuovendo
progetti di valenza sovracomunale, è indispensabile.”
Presidente converrà che
non ci sono novità in queste sue considerazioni.
“E’ vero, non ci sono novità. La sola filosofia per valorizzare la montagna dovrebbe
rispondere alla logica dell’insieme. Ma purtroppo non è
così. Purtroppo i campanilismi ostacolano molto spesso
la progettualità d’insieme.
Ecco, alla luce delle novità
amministrative che verranno
è indispensabile abbandonare
le vecchie divisioni. E’ questa
la condizione principale per
contare di più. Il peso politico
ce l’avrà il territorio non il
singolo Comune. E lo sviluppo economico potrà essere soltanto comprensoriale e sarà
guidato da un soggetto sovracomunale. Mai e poi mai da
un Comune singolo.”
azionale e lungimirante il sindaco di Lorenzago analizza
R
con pragmatismo la riduzione delle
finanze che attanaglia anche il suo
Comune. Mario Tremonti non nasconde qualche preoccupazione ma,
giustamente, legge la situazione sapendo già dove stringere le maglie
amministrative. “L’esperienza mi ha
insegnato a tenere i piedi per terra.
Come amministratore vivo questa stagione di vacche magre cercando di ottimizzare al massimo le spese per poter intaccare il meno possibile i servizi utili ai cittadini. E devo dire che i
risultati sono buoni, fin’ora.”
Sindaco, è possibile quantificare la riduzione dei trasferimenti
statali al Comune di Lorenzago?
“Le chiacchere contano poco. Meglio
ragionare con i numeri. Raffrontiamo
il 2008 con il 2009. Nel 2008 il Comune di Lorenzago ha ricevuto
208.594,73 euro mentre nel 2009 le
entrate sono state 198.637, 30 euro.
Lascio a voi fare la sottrazione. Vi garantisco che il risultato è impegnativo
per un Comune come il mio. Ma non
finisce qui. Per capire bene la situazione è indispensabile guardare anche il
capitolo delle uscite. Mentre nel 2008
le spese correnti (stipendi, riscaldamento, luce, gas, acqua, ecc.) sono state di 684.962,26 euro, nel 2009 le spese sono lievitate fino ad arrivare a
737.956,62 euro. Anche in questo caso la differenza è quasi vitale.”
C’è un sogno amministrativo
che aveva nel cassetto e al quale,
considerati i tagli, dovrà rinunciare?
“Guardi, se mi consente, le racconto
un sogno che non ho riposto nel cassetto. Ce l’ho sempre in mente e non
riguarda un’opera da realizzare o un
miglioramento amministrativo da
perseguire - i desideri di questo tipo
sarebbero tanti - ma la speranza di vivere fino a quando saranno eliminate
le disuguaglianze economiche che premiano i Comuni pieni di debiti come
Roma e Catania e penalizzano i Comuni virtuosi come sono le nostre
municipalità di montagna.”
Con la riduzione delle risorse e
per contenere le spese è indispensabile gestire più ser vizi insieme. E’ una strategia che può
funzionare?
“Unificare i servizi è una scelta necessaria. Per i nostri Comuni è impensabile gestire in proprio la raccolta dei rifiuti piuttosto che l’assistenza
domiciliare. Sta qui il vero grande
vantaggio dei servizi associati per i
Comuni di montagna.”
Quali sono i ser vizi che Lorenzago condivide con altri Comuni?
“I principali sono: l’assistenza domiciliare delle persone anziane, la rac-
Mario Tremonti
Sindaco
di Lorenzago di Cadore
“Comune unico?
Meglio governi
comunali
più snelli”
colta differenziata dei rifiuti solidi urbani e la gestione dello sportello unico
Suap per le attività commerciali.”
E’ soddisfatto del risultato economico e qualitativo di questi
ser vizi?
“Sono abbastanza soddisfatto.”
Quell’abbastanza fa pensare
che dovrebbero migliorare. In
che senso?
“In realtà certi servizi potrebbero
migliorare. L’ottimizzazione della loro erogazione, ad esempio, sarebbe
quanto mai opportuna. Le soluzioni
ci sono. Ma su queste soluzioni è indispensabile trovare un accordo tra tutti gli amministratori che gestiscono
questi servizi associati. E qui sta il
bello.”
Quali altri ser vizi potrebbero
essere associati?
“A mio avviso si potrebbero unificare i servizi delle ragionerie, quelli dell’anagrafe e dello stato civile, i servizi
di gestione ambientale che prevedono
l’impiego di operatori ecologici. Ma
anche il servizio della Polizia locale
potrebbe essere associato territorialmente.”
Veniamo al Comune Unico. Lei
l’ha prospettato e auspicato molto tempo fa. E’ ancora convinto
della bontà di questa formula
amministrativa?
“Sento che questa mia vecchia proposta non è caduta nel dimenticatoio.
Per anni è stato il mio cruccio. Avevo
coniato anche il nome. L’avrei chiamato Comune Centro Cadore. Pensavo fosse l’unica soluzione per dar forza al Cadore.”
Ne parla come se l’avesse rimossa lei questa sua idea.
“Nel corso degli anni l’ho messa in
discussione e constatando le difficoltà
a metterla in moto l’ho abbandonata.”
Cosa significa difficoltà a metterla in moto?
“Significa che qui in Cadore nessuno accetterebbe di annullare il proprio Comune. C’è ancora un vivace
attaccamento e un senso di appartenenza che accomuna tutti. A suo tempo mi sono reso conto che ad ostacola-
re un’eventuale campagna per accorpare i Comuni del Centro Cadore in
un Comune Unico sarebbe stata la
maggioranza dei cadorini. E i sindaci
e i consiglieri comunali avrebbero
guidato il fronte del no.”
Per questo ha desistito?
“Diciamo che mi sono fermato e,
per certi versi anche un po’ ravveduto
su ispirazione della storia patria che
ci insegna che il nostro Paese è l’Italia
dei Comuni. Vorrei precisare che non
sono stato convinto da chi si dichiarò
contrario per paura di perdere l’identità. Secondo me nessuno, neppure il
Comune Unico, ha la forza di cancellare la storia, le tradizioni e le specificità delle nostre comunità. E comunque se fossimo stati in grado di avviare il Comune Unico avremmo fatto in
modo di salvaguardare l’intero bagaglio culturale che ci caratterizza.”
E adesso?
“Adesso mi sono convinto che le municipalità devono essere conservate e
valorizzate ma con strutture di governo molto più snelle.”
Facciamo un esempio
“Il Comune deve essere amministrato da un sindaco e due collaboratori-assessori. Il sindaco poi - assieme
ai colleghi degli altri Comuni - è chiamato a rappresentare il proprio Comune in seno al consiglio dell’ente sovracomunale che potrebbe essere benissimo la Comunità montana. Ovviamente questi sono pensieri a voce
alta. Ma credo meritino una riflessione.”
Pensa che la gente capirebbe?
“Sicuramente. Quando alla gente si
racconta la verità la sua disponibilità
a condividere anche qualche sacrificio è garantita. La strategia di unire
gli sforzi per far vincere il bene comune è una strategia vincente.”
INTERVISTE di
Bepi Casagrande
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
SUOR ANGELA SEMPRE
L’INVESTIMENTO DELLE FAMIGLIE
“EMOZIONI IN PAROLE”
PER I GIOVANI LAUREATI DEVONO INNAMORATA DEL SUO CADORE A SAN NICOLO’ COMELICO
RITORNARE SUL TERRITORIO
Gentile Direttore, dall’inserto Nova del Sole 24 ore
del 15.07.2010 a pagina 2 vi
è un trafiletto relativo allo
sviluppo indotto dalla diffusione della banda larga nei
paesi in via di sviluppo, nello
stesso inserto la pagina 19 è
dedicata ad una softwerehouse che ha prodotto un
applicativo rivolto a migliorare la comunicazione, ebbene è questa la via, il modo
per concertare il rilancio, lo
sviluppo, ottimizzando l’uso
delle risorse a disposizione che il Cadore dovrà intraprendere per valorizzare il
proprio VERDE ed andare
nella direzione esposta dal
Presidente dell’UNCEM nel
numero di Luglio de “IL CADORE”.
L’equazione COMUNICAZIONE = SVILUPPO calza a pennello al fine di abbattere quei campanilismi
che minano alla base il rinascere di una unica antica ns.
identità che è quella della
“PICCOLA PATRIA”, che
qualche ns. rappresentante
locale ritiene ridicola; parlandoci ed utilizzando i moderni mezzi di comunicazione possiamo rendere partecipi gli altri di quello che abbiamo intenzione di fare o
che stiamo facendo in modo
tale da scambiare le esperienze e conoscenze evitando di operare in contrapposizione ma nel solco del bene comune che dovrà essere l’unico scopo per così
permettere alla gente di
continuare ad abitare il ns.
bel Cadore.
Le conoscenze non vanno
disperse e in questa direzione deve andare la politica,
bisogna dare spazio e mettere nelle condizioni tutti i
laureati del Cadore di opera-
re per far crescere il territorio, il loro titolo di studio
rappresentativo di conoscenze acquisite è frutto di
un investimento delle loro
famiglie che vivono sul territorio pertanto la conseguenza logica per crescere
è che la ricaduta, il ritorno
di tali investimenti sia sul
territorio altrimenti se così
non è l’impoverimento del
territorio è doppio a beneficio dei territori in cui tali
laureati, diplomati, artigiani
ecc.. saranno costretti a spostarsi.Vanno aumentati gli
investimenti nella ricerca ed
istruzione togliendoli alla
politica e alla burocrazia limitatrici della produttività.
Se il Cadore intende puntare sul proprio ecosistema
riconosciuto in parte dall’UNESCO, non è poco come
biglietto da visita, deve in
un qualche modo ritornare
al passato per poterne trarre le risorse al fine di dare
un futuro alla propria popolazione. (...)
L’equazione vale anche
nel caso dei Comuni, a cui
allo sviluppo si aggiunge il
RISPARMIO E L’OTTIMIZZAZIONE DELL’USO DELLE SEMPRE MENO RISORSE A DISPOSIZIONE.
Alla base di tutto ci vuole
comunque la volontà di andare d’accordo e collaborare con il vicino al fine di fare
gruppo unico per contare
insieme di più. Bisogna fare
“rete” nella mente e con i
mezzi messi a disposizione
dalla tecnologia!
Bruno Comis
Grazie per questo contributo alla discussione su un
tema così importante, confronto che avrebbe già dovuto portare a qualche obiettivo condiviso.
Vedo nel libro d’Onore
alla Magnifica Comunità il
riconoscimento pubblico a
nientemeni dieci cadorini
di nascita e di adozione
che hanno dato lustro alla
“Piccola Patria”: ... Noemi
Nicolai di Vigo, il dr. Fausto Pivirotto che tanto lustro fa a Vinigo, suor Silvia... fa veramente piacere
vederli tutti su Il Cadore.
Bene eh!, è così che si rendono concreti i valori della
Comunità.
Così, anche i “Veci” nel
raduno del loro Battaglione Cadore che non verrà
mai dimenticato, bene, direbbe il Piazza.
Come vorrei essere lassù nel verde, tra le piante
di ogni tipo di legno che in
autunno ci regalano le foBondì! Quale prete cadorino “in trasferta” (sono cappellano ad Agordo), mi permetto d’inviare una “nota”
per far conoscere l’ultima
pubblicazione di padre Piersandro Vanzan, fratello di
Pia Vanzan, residente a Tai
di Cadore.
Mi auguro che l’informazione possa tornare utile
per “Il Cadore”. Un sincero
e cordiale augurio di buon
lavoro! Grazie
Don Fabiano Del Favero
Agordo
«“In Cristo ci è stata rivelata e donata tutta la novità rivoluzionaria del Vangelo: ossia l’amore che ci salva e fa
vivere un anticipo di eternità. E di tutte queste meraviglie è segno e strumento il
prete santo: che opera in persona Christi e prolunga nel
tempo le meraviglie del veniente Regnum Dei” (papa
Benedetto XVI).
Le parole dell’attuale
pontefice ci permettono di
glie più belle, gli abeti
pomposi e i larici che hanno già il manto giallo...
Saluti
Suor Angela
De Podestà Rengo
Padova
E’ assidua la corrispondenza di Suor Angela con il
suo Cadore, attenta a
quanto vi succede e piena
di amore per la sua terra.
Cari saluti Suor Angela
e... grazie della preghiera,
c’è n’è sempre bisogno.
Nell’ ambito della proposta
“Autunno culturale”, l’associazione “La Baita” di S. Nicolò Comelico, che da tempo si
occupa di manifestazioni ludiche, ha ospitato nella serata
di giovedì 14 ottobre, presso
la scuola elementare, il recital
del gruppo del Laboratorio di
scrittura di Pieve di Cadore,
diretto da Antonio Chiades.
Le corsiste hanno letto alcune loro poesie e brani tratti
dalla pubblicazione “Emozioni in parole” (già presentata a
Pieve, Valle di Cadore e Arabba) magistralmente intervallati dalle musiche dell’ ottimo
tastierista Mattia Casanova. Il
pubblico, in larga parte giovane, ha dimostrato entusiasmo
ed apprezzamento.
EMI
PADRE VANZAN, DOCENTE E PUBBLICISTA
CON LEGAMI A TAI DI CADORE
inquadrare l’ultima fatica
editoriale del gesuita P. Piersandro Vanzan, già apprezzato docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia
Meridionale e successivamente presso la Pontificia
Università Gregoriana. Il sacerdote è conosciuto in Centro Cadore per i suoi legami
familiari, ma anche per la
predicazione chiara ed efficace apprezzata dai parrocchiani delle comunità di
Nebbiù e Tai di Cadore. Suo
campo di apostolato è stato
non solo l’insegnamento,
ma anche la scrittura nelle
sue molteplici forme, il dialogo con il mondo ebraico e,
specie negli ultimi anni, l’attenzione alla vicenda umana
e cristiana di Giovanni Palatucci, ultimo questore italiano di Fiume, di cui è in corso la causa di beatificazione.
“Operai nella vigna del Signore” è il titolo del libro in
cui raccoglie i tratti salienti di
figure sigificative di sacerdo-
ti, religiosi e vescovi, che si
sono prodigati con passione
all’annuncio del Vangelo. Alcuni nomi: il missionario cappuccino card. Massaja, il beato Comboni, don Calabria,
ma anche don Milani, il vescovo Santin e tanti altri...bene ha fatto, quindi la
casa editrice Pro Sanctitate a
sostenere quest’opera che sicuramente rappresenta un
aiuto per i sacerdoti e religiosi nel coglierne i risvolti più
profondi del ministero.»
ALLA MONTAGNA SERVIZI IN LOCO PER
SOPRAVVIVERE, NON UN’AUTOSTRADA
Gentile Direttore, a riguardo del prolungamento del
A27 verso nord, ritengo quest’opera un danno per le Dolomiti e le popolazioni che ci
abitano, costretti ancora una
volta a subire gli scempi di
una classe politica incapace di
difendere il nostro territorio ,
ma altresì darlo in pasto a operazioni di economia speculativa, facendo credere al popolo
di agire per il loro bene.
E’ passato un anno dalla
nomina da parte dell’UNESCO delle Dolomiti “patrimonio dell’umanità” quando
ad Auronzo di Cadore i vertici della politica sia nazionale
che locale si riempivano la
bocca di belle parole per
preservare questo bene unico al mondo che tutti ci invi-
diano, è forse questo il modo
migliore per tutelarlo? Non
mi pare proprio anzi è pura
follia. Io personalmente credo che la montagna abbia bisogno di servizi in loco per
sopravvivere e non un autostrada che la attraversa depredandola delle sue ricchezze sia naturalistiche che
economiche.
A riguardo del problema
viario la costruzione di quest’opera non risolve il problema dei rientri da e per la
montagna dei turisti e residenti, ma, si crea una strada
parallela a quella già esistente alla quale manca una sola
variante per essere completata cioè bypassare Longarone che è il vero punto dolente della viabilità in questio-
ne. Non vedo perché buttare
al vento 25 anni di lavori, varianti e migliorie fatte con
relativi costi e fare scelte di
questo genere con spese
che passeremo alle generazioni prossime!
Non è meglio valutare il
potenziamento della ferrovia? Dando dei ser vizi decenti sul territorio in modo
che, il turista che vuole trascorrere una vacanza sulle
Dolomiti, possa viverla nel
modo migliore dimenticando lo stress del traffico delle
città e i residenti possano
avere dei ser vizi in più sul
territorio spostandosi agevolmente senza dover sempre usare l’auto. (...)
Adriano Marengon
Movimento 5 Stelle
Cadore-Belluno
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
Bortolo De Vido nei ricordi di un cronista I “SALTATORI” RICORDANO VITTORE ZANETTIN
“ATTACCO LʼASINO AL CARRETTO E VADO”
SEGRETARIO DELLO SCI CLUB CIBIANA
L'ultima telefonata, con un
filo di voce, di Bortolo. Uno
di quei ricordi che ti restano
incollati nella memoria. Poche parole, tratte a fatica.
Quel tanto che mi bastava
per comprendere il dramma
che attraversava. Ci lasciammo con l'intento di rivederci
quanto prima, quando l'improvvisa bufera in cui era
piombato fosse in qualche
modo passata. Sapevamo di
mentirci reciprocamente.
Presentiva che non ne sarebbe uscito e capiva che l'avevo chiaramente intuito.
La comunicazione della
morte di Bortolo mi giunse
in un momento in cui mi trovavo lontano dal Cadore. A
una fine così repentina, nonostante tutto, non ero preparato. Era più che un amico.
Uno che con me per tanto
tempo aveva condiviso la
quotidianità del giornale, attraversandone
passioni,
emozioni e fatiche.
Mentre butto giù queste
poche righe sfoglio pagine e
pagine de "Il Gazzettino" in
cui rivedo i suoi pezzi. Quante volte li avevamo costruiti
assieme. Erano il frutto del
suo consumato fiuto di cronista, della sua dedizione alla
testata. Di quanto sapeva
scovare un po' dappertutto
si discuteva, se ne valutava il
taglio e il peso da dare. Altre
volte ero io a incaricarlo di
seguire questo o quel fatto.
Spesso, inchiodato alla sedia
in redazione, mi ritrovavo a
non sapermi rigirare davanti
ad un improvviso avvenimento. Ero però sicuro di
poter contare sul suo salvataggio. Lo chiamavo, lo informavo e partiva: «Bruno,
basta dirmelo: attacco l'asino al carro e vado». Storceva
semmai un po' il naso alle
prese con la "nera". Non fece mai mistero del fatto che
proprio non gli piaceva. Tuttavia non ci fu una volta che
si negasse, animato com'era
da quello spirito di servizio
che è uno dei requisiti primari per chi pratica il nostro
mestiere. Perché i panni del
giornalista gli si attagliavano
perfettamente. Le notizie
che inviava in redazione erano sempre precise, mirate,
puntuali. Passavo le sue corrispondenze animato dalla
certezza che non avrei dovuto metterci mano, togliere o
aggiungere alcunché.
Eppoi ci accomunava la
passione per la storia. Quella
della Valboite la conosceva a
menadito e ne scrisse in lungo e in largo. Difficile negargli spazio quando proponeva
qualcosa. Gli lasciavo briglia
sciolta a piè di pagina, pur
preparandomi alle più spericolate acrobazie per ricavar-
gli posto senza sacrificare la
cronaca. Ma per un'infinità di
nostri lettori cadorini quelle
rievocazioni e narrazioni erano i pezzi forti, che venivano
letti, ritagliati e conservati.
Piaceva a tutti il suo modo di
scrivere. La giusta partenza,
il procedere in maniera chiara e garbata, senza sovrabbondanze o preziosità, ne
contraddistinguevano lo stile. Ne era cosciente. Ma non
c'era verso di togliergli di
dosso quella eccessiva modestia che spesso gli rimproveravo. Se partecipava alla
realizzazione di pubblicazioni di valore, si autoritagliava
un ruolo secondario. Anche
quando, in una certa circostanza, lo chiamarono a parlare di storia colsi una certa
qual esitazione nell'accettare
l'invito. Non mancai di dirgli
che la ritenevo del tutto ingiustificata e che la resa sarebbe stata ottima. Come in
effetti fu.
Caro Bortolo, eccoci alle
pagine bianche. E anche i
nostri programmi di gite ed
escursioni a rincorrere le
orme della nostra storia,
sempre rimandati a causa
del lavoro, sono saltati. Come le nostre interminabili
conversazioni. Che mi mancano terribilmente. Maledetto destino.
Bruno De Donà
Vittore Zanettin omnipresente segretario dello
Sci Club Cibiana è morto il
23 gennaio 2010.
In occasione del recente
raduno a Cibiana degli azzurri del salto dal trampolino anni ‘50 e ‘60, che Zanettin ha seguito fin da giovani
aspiranti, è stato naturale e
doveroso ricordarlo. Al funerale in Cibiana, partecipe
una grande folla e diversi
atleti, il saltatore Amedeo
De Zordo gli aveva indirizzato questo “saluto” che
aveva scritto col cuore a nome di tutto il gruppo.
“Vittore, permetti a tutti
noi, sportivi e non, di porgerti un estremo saluto per
onorare ancora una volta la
tua figura di appassionato
segretario ai tempi d’oro dello Sci Club Cibiana.
Una figura la tua, che sarà ricordata con stima ed affetto da tutti gli sportivi ed
atleti che hanno avuto il
piacere di conoscerti.
Al termine delle tue innumerevoli lettere che hanno
accompagnato il nostro percorso sportivo, con la tua
perspicacia unita all’amore
per lo sport, hai sempre citato una frase,che è diventata
un Motto: Viva l’Italia, viva
Gli Azzurri, viva Cibiana!>
Con questo ci hai fatto
sorridere e allo stesso tempo
riempito d’orgoglio.
I tuoi aquilotti lo custodiranno gelosamente nei propri cuori. Grazie Vittore,
ciao.”
Figura caratteristica, Zanettin era stato per decenni
un ottimo organizzatore,
forniva tutto il supporto
tecnico logistico perché i
giovani (e inesperti) atleti
si potessero muovere per
le convocazioni e le gare
sia in Italia che all’estero,
guai se non ci fosse stato.
LEGGI ILCADORE SUL SITO
E’ in linea su Internet
il sito del giornale e vi
si può accedere gratuitamente digitando
www.il-cadore.it
DA ENRICA LIVA UN SALUTO A BORTOLO
Carissimi, ho ricevuto oggi il giornale che è sempre
un punto di riferimento importante che ci lega all’Italia.
Le scrivo perché ho letto
con molto dispiacere della
morte di Bortolo De Vido,
non lo conoscevo personalmente ma ci siamo scambiati alcune mail in occasione
dell’apertura del Museo del-
le Nuvole sul Rite. Mi proponevo di conoscerlo di persona ma non è stato possibile,
vorrei esprimere le mie sincere condoglianze alla famiglia e a tutti de Il Cadore.
Per la stessa occasione
un saluto a Serafino De Lorenzo che ha conosciuto
bene mio padre Pierin e
mamma Lavo Liva, anche
loro nati a Nebbiù.
Quanti bei ricordi che resteranno per sempre nei
miei pensieri dove ho passato la mia giovinezza.
Continuate il bel lavoro
che fate che per noi lontani
è molto importante.
Saluti a tutti
Enrica Liva Crepaldi
Laval - CANADA
Cambiavano i presidenti
dello Sci Club Cibiana, ma
lui era sempre lì al suo posto, fino alla scomparsa.
Oggi rimane il suo ricordo.
SCI CLUB CIBIANA
Gli abbonati possono richiedere la pass
direttamente dal sito o per telefono
Vi si trovano le News
del numero del mese e
interamente i numeri arretrati degli ultimi anni.
Si potrà consultare in
breve la storia del territorio fin dagli Anni Cinquanta, le testate storiche del Cadore, conoscere i vari direttori del
giornale. E altro ancora.
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Lettere & scritti • Lettere & opinioni • Lettere & scritti
CARLO RIVA, DA EMIGRANTE SBANDATO
AD ASSESSORE A WORMS
Gentile redazione,
durante la mia visita a Calalzo ho trovato la rivista
“Il Cadore”. Mi fa molto
piacere già che mi da delle
informazioni preziose della
nostra patria amata, il Cadore. Specialmente per noi
emigrati all’estero è molto
importante di mantenere
contatti e ricevere delle informazione per non perdere completamente il contatto con il paese in cui siamo nati. Pensavo di offrirvi
questo articolo in caso che
siate interessati. Lo ha
scritto Eleonora Riva. Forse interessa l’uno o l’altro
lettore.
Cordiali saluti.
lettera firmata
Worms - Germania
<<Carlo Riva è assessore
del Comune Tedesco di
Worms. Sono molti i cadorini che vivono e si distin-
guono all’estero per l’impegno prestato nel sociale e
nella politica. Uno di questi
è il 52enne originario di
Calalzo, figlio di Giorgio
Riva (...). Orgoglio e soddisfazione in casa Riva per
l’elezione di Carlo nel consiglio comunale di Worms,
la più vecchia e affascinante cittadina tedesca che
dista circa 80 km da Francoforte. Carlo è il primo
migrante italiano a ricoprire la carica di assessore comunale. Straordinario il
successo elettorale. Su 88
mila abitanti sono stati ben
9.800 i voti ricevuti.
Altrettanto singolare la
sua storia. Giunto in Germania negli anni Sessanta,
aiutò i genitori nella gelateria di famiglia per poi assumere l’incarico
di impiegato per
l’esercito Americano. Nel 2002 il
primo impegno
politico con la presidenza del Consiglio degli stranieri
di Worms e nella
regione del Palatinato. Diecimila
migranti in otto
anni,
principalmente musulmani
turchi e africani si
sono rivolto a lui
per ottenere aiuto
di ogni genere. Di
Carlo Riva si sono
occupati nel tempo diversi massmedia tedeschi.
Appena 18enne
venne attirato da
un club di teppisti
locali e iniziò la
sua “carriera” fino
a diventare presidente del club.
Nel 1979 la svolta.
Dopo una condanna per tentato omicidio, fu bollato a
tipico “criminale
Si è spento a Torino Angelo Ciotti
Il ricordo tratteggiato dal figlio don Luigi
FU EMIGRANTE CON LA FAMIGLIA
A INIZIO ANNI ʼ50
Si è spento a Torino, a 99
anni compiuti da una settimana, Angelo Ciotti, padre di
don Luigi, di Irene e di Vanna, marito di Olga Sonaggere, accanto alla quale è stato
sepolto. Attorno a lui per l’ultimo saluto e per partecipare
alla messa celebrata da don
Luigi si sono stretti i tanti
amici e conoscenti del Gruppo Abele, ma c’era anche una
buona rappresentanza dei
bellunesi di Torino e un
gruppo di parenti di Sottocastello.
Proprio da questo paese,
collocato sotto i contrafforti
del monte Ricco, dove per secoli c’è stato il Castello del
Cadore, erano partiti emigranti per Torino Angelo e
Olga, con i tre figli nati nel
emigrante”. Iniziò a studiare la Bibbia e divenne credente. Si sposò con una
donna francese ed ebbe
due figli, Anthony e Fabio.
Una vita da “emigrante
sbandato”? “Direi di no commenta Carlo, soddisfatto per la nomina - e preferisco dire che la mia è una
storia interessante, con
una svolta positiva, e un
esempio per i giovani che
si trovano in situazioni come quella che ho vissuto io
e che vorrebbero cambiare
in meglio la loro vita”.
Notizie sulla vita di Carlo
sono reperibili nel sito
w w w. o u t l a w s m c . d e ,
www.auslaenderbeirat.wor
ms.de e www.amazon.de
dove è reperibile l’autobiografia “Die Story des Guzzi
Carlo”. Poco dopo l’elezioni del nuovo Presidente
della Repubblica Tedesca,
Christian Wulff, Carlo Riva, cittadino cadorino, èstato invitato all “Palazzo Bellevue” a Berlino per la Festa annuale che il Presidente tedesco ha dato a
tutti i cittadini che in modo
eccezionale abbiano effettuato delle azioni straordinarie nel loro comune.>>
periodo della guerra, da 1940
al ’45. Era l’inizio degli anni
Cinquanta, quando in Cadore era difficile mantenere
una famiglia con la sola agricoltura. E così molti cercavano altre località per lavorare
e metter su una nuova casa.
Per Angelo e Olga Torino
rappresentò un approdo di
nuove possibilità. Lavoro da
carpentire e operaio edile
per lui, lavori occasionali e
cura della famiglia in crescita
per lei. Poi l’ingresso alla
Fiat, accanto ai tanti veneti e
meridionali che resero grande la fabbrica torinese in Italia e in Europa. Ma non s’erano perse le radici ed il legame con Sottocastello. Ogni
estate, per il mese di ferie o
più se possibile, la famiglia
Ciotti ritornava nella casa di
Sottocastello e riapriva scuri
e finestre alla luce delle relazioni comunitarie. Per Angelo il riferimento quotidiano
era il grande tabià, dove poteva riporre il fieno raccolto
dai prati nei dintorni e passare giornate di recuperato
rapporto con la terra. In questo fienile furono ospitati nei
primi tempi del Gruppo Abele molti amici di don Luigi.
Qui mamma Olga amava fare
la polenta da offrire in companatico alle salsicce o al formaggio.
Angelo e Olga avevano seguito e sostenuto la scelta
del figlio di dedicare la giovinezza all’impegno altruistico
e alla scoperta del ministero
sacerdotale. Non ebbero dispiacere quando capirono che
Luigi non sarebbe mai diventato un monsignore dalle vesti rosse, e che la carriera ecclesiastica non lo avrebbe
colmato di onori. Anzi apprezzarono l’intuizione del
grande vescovo Michele Pellegrino, che affidò a don Luigi una parrocchia particolare: la strada. E così, accanto
agli ultimi e ai margini della
società, sul cammino di don
Luigi e del Gruppo Abele, fino agli ultimi anni di Libera,
ci fu sempre suo padre Ange-
lo, “presenza essenziale, silenziosa, autentica”, come lo
ha ricordato il figlio in un intervento di memoria, che
conferma come don Luigi
Ciotti sappia essere profetico
anche nei momenti di dolore
intimo. Ecco cosa ha detto in
ricordo del padre.
“Angelo, mio papà, e Michele, ci hanno lasciati a poche ore di distanza. Voglio ricordarli insieme. Il Gruppo è
nato anche per questo, per
saldare la dimensione personale degli affetti con quella
più ampia dell'accoglienza.
Angelo è stato per il Gruppo e
i tanti che l'hanno conosciuto
una presenza essenziale, silenziosa, autentica. Una persona che af fidava ai fatti,
prima che alle parole, il significato del suo essere con
gli altri e per gli altri. Angelo
e mamma Olga hanno dato a
me e alle mie sorelle non solo
la vita, ma la possibilità di
viverla. C'era sobrietà e dignità, in casa nostra, ma anche la dimensione della festa,
del calore umano. Non ci
hanno mai fatto pesare, nei
sacrifici di quegli anni, il distacco doloroso ma inevitabile
dalla nostra terra, dal Cadore, dalle "nostre" montagne.
Angelo mi è stato sempre accanto: nel Ministero Sacerdotale, in quella Parrocchia che
Padre Michele Pellegrino mi
affidò: la strada; nel cammino del Gruppo, del Cnca e
della Lila, e in questi anni di
Libera, stupito e rincuorato
dai tanti giovani che vedeva
impegnarsi in quei percorsi
di libertà, di responsabilità,
di giustizia sociale.
Da gran lavoratore qual
era - conscio che il lavoro e
gli affetti sono i muri portanti della nostra identità - non
ha mai mancato di dare una
mano ad alcune nostre attività. Molti lo ricordano, già
avanti con gli anni, sgobbare
tra il verde dell'Oasi di Cavoretto, dove era per tutti il
"nonno". La sua fede era
asciutta, essenziale e verticale come le montagne che tanto amava.
Michele Mazzilli è stato
con noi in questi ultimi sei
mesi, ospite del "Centro crisi"
di via Leoncavallo a Torino.
Pur essendo molto malato,
non ha voluto risparmiarsi,
dare retta a chi lo invitava a
riguardarsi di più. Ascoltava
ma poi faceva di testa sua.
Troppo grande era il suo
amore per la vita, la vita che
stava cominciando a riassaporare.
Non si sono mai conosciuti, Angelo e Michele, ma oggi
si sono incontrati. Si sono incontrati e riconosciuti in quel
luogo che è l'abbraccio con
Dio, in quella dimensione a
cui ci indirizza il nostro bisogno di giustizia e il nostro desiderio di libertà. Dimensione in cui ci ritroviamo compiutamente umani, prossimi
e consapevoli che la vita vera
è quella vissuta con gli altri,
per gli altri, negli altri.”
Lucio Eicher Clere
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ANNO LVIII
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I RAGAZZI RACCONTANO
Claudia di Mauro, anni 9, di Pieve di
Cadore è la 1a classificata al Concorso
letterario per Ragazzi di Nebbiù
LA LEGGENDA DEL LAGO
DEL CENTRO CADORE
“P
er molti secoli, in Cadore, vivevano e regnavano entità misteriose.
Le Arial erano (e forse sono) bellissime ragazze con
il corpo quasi del tutto trasparente che vivevano in Cadore nei pressi del fiume che scorreva nella valle dove
non passava mai nessuno. Queste fanciulle avevano il
potere di entrare nei sogni delle persone, modificare i
loro comportamenti e in questo modo governavano la
valle.
Tutti ignoravano la loro presenza. Solo due persone
le conoscevano e vivevano vicino a loro: Giuseppe e
Antonio.
I cadorini pensavano che “Bepi e Toni” fossero un
po’ “strambi” perchè erano gli unici a non temere le
paurose leggende che riguardavano il fiume ed infatti
vivevano in una baracca vicina ad esso pescando trote
e raccogliendo bacche , funghi e frutti di bosco.
In realtà Giuseppe ed Antonio proteggevano le Arial:
andando a mendicare e narrando antiche leggende riportavano, la sera, le novità alle misteriose fanciulle.
Le Arial in questo modo vivevano indisturbate.
Con il passare del tempo gli abitanti della valle cominciarono ad aumentare: si costruivano nuove case,
si tagliavano molti alberi e si allargavano i campi. Bepi
e Toni erano ormai molto vecchi e non potevano più fare il loro lavoro.
Le ragazze, molto preoccupate per la loro sopravvivenza, decisero di usare i loro poteri e entrando nei sogni di molti abitanti lanciarono un solenne messaggio:
“Non vi avventurate lungo il fiume perchè non ritornerete più a casa!”
La mattina seguente molti si svegliarono turbati dal
misterioso sogno e ricordarono improvvisamente le
leggende del fiume. A mezzogiorno ci fu una riunione
nella piazza principale per discutere dell’accaduto.
Ad un certo punto un uomo anziano e molto rispettato prese la parola e disse: “Amici, qualcuno ci sta avvertendo che è troppo pericoloso per noi avventurarci
lungo il fiume. Abbiamo terra per tutti. Pensiamo alle
nostre famiglie e fidiamoci delle antiche leggende; forse i nostri avi avevano ragione.”
Fu cosi che le Arial vissero tranquille per molti anni
ma poi i decenni passarono e la popolazione della valle
aumentò anche perchè arrivarono molte famiglie dalle
valli vicine. La gente incominciava a non credere più
alle antiche credenze. Molti si avventurarono lungo il
fiume per pescare.
Le Arial si nascosero dentro alcune grotte sotterranee vicino agli argini del fiume. Per paura di essere
catturate decisero di entrare di nuovo nei sogni e nelle
menti della gente con un nuovo progetto.
Molti uomini improvvisamente iniziarono a pensare
ad un lago senza sapere da chi erano ispirati. Decisero
di costruire una diga. Il fiume si trasformò in un meraviglioso lago: il lago del centro Cadore. I cadorini convinti di aver costruito una diga per produrre elettricità
non sanno, in realtà di essere stati condizionati dalle
Arial. Queste infatti ora vivono indisturbate nell’isoletta in mezzo al lago.”
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Marco Bassanello di
Casamazzagno - Comelico
Superiore si è laureato lo
scorso luglio presso l’Università di Padova in Scienze
dell’Educazione e della Formazione, discutendo la tesi:
“L’integrazione scolastica in
Italia verso una prospettiva
inclusiva”, relatrice la docente Alessandra Cesaro.
Congratulazioni vivissime dai familiari, dalla nonna Gisetta e parenti tutti.
Andrea De Lorenzo di
Nebbiù - Pieve di Cadore
l’11.3.2010 ha conseguito
brillantemente il dottorato
magistrale in Ingegneria
Informatica presso l’Università di Trieste, discutendo la tesi: “Progetto e realizzazione di un sistema per
l’annotazione automatica
d’immagini con tecniche di
web mining”, relatore il
Prof. Alberto Bartoli.
Congratulazioni dal nonno Serafino, dai genitori, dalla sorella e dagli amici che
con lui hanno festeggiato.
Jacopo De Vido di San
Vito di Cadore ha conseguito la laurea triennale in
Scienze Politiche, discutendo la tesi: “Le guerre in Italia nel ‘500”, relatore Prof.
Angelozzi.
Congratulazioni vivissime dai genitori, parenti e
amici tutti che gli augurano
buon proseguimento negli
studi e nella vita.
Chissà perchè anche nel 2010 nessuno si avventura
mai completamente in quella misteriosa isoletta che
domina i paesi del centro Cadore e forse i sogni delle
persone...!
LAUREE
Chiara Rova di Selva di
Cadore ha conseguito brillantemente il 15 ottobre
scorso presso l’Università
di Udine la laurea in Medicina e Chirurgia - Clinica
medica, discutendo la tesi:
“Funzione renale e rischio
cardiovascolare in paziente
con arteriopatia”, relatore
Prof. Alessandro Cavarapa.
Congratulazioni vivissime dai genitori Marisa e
Ermenegildo, dal fratello
Enrico e dagli amici tutti.
Irene Volpin di Rovigo
ma con famiglia originaria di
Vinigo, il 23 settembre scorso ha conseguito brillantemente presso l’Università di
Padova la laurea in Storia.
Lo annunciano con orgoglio i nonni Vilma e Fausto
Pivirotto, anche per fare
partecipe la bisnonna Ines
di Vinigo che tra poco più
di un mese compirà 99 anni.
Daniela Zandegiacomo
Copetin di Auronzo il
16.7.2010 ha conseguito brillantemente presso l’Università degli Studi di Roma-Tre
la laurea magistrale in Giurisprudenza, discutendo la tesi in Diritto Civile: “La responsabilità per danno ambientale”.
Auguri dal papà Angelo e
mamma Anna, dal fratello
Piero, da zii, cugini, parenti
e amici.
PREMI DI STUDIO
istituiti dalla Magnifica Comunità
Sono destinati a studenti residenti in Cadore da almeno 10
anni e iscritti per l’anno 2009-10 a Scuole Medie Superiori o a
una Facoltà Universitaria.
10 PREMI da 300 euro e 2 BORSE DI STUDIO da
500 euro per studenti SCUOLE MEDIE SUPERIORI
6 PREMI da 750 euro e 2 BORSE DI STUDIO da
1000 euro per studenti UNIVERSITARI
La foto ricordo alla premiazione del Concorso
letterario per ragazzi svoltosi a Nebbiù a fine estate
Le domande di concorso dovranno pervenire esclusivamente in via telematica compilando apposito modulo all’indirizzo
www.magnificacomunitadicadore.it/borsedistudio
I termini scadono il 12 dicembre 2010.
I vincitori verranno informati tramite comunicazione scritta.
Le borse di studio saranno consegnate durante una delle cerimonie promosse in Magnifica Comunità di Cadore.
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ANNO LVIII
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oco più di 50 anni fa, il
26 settembre 1960,
P
moriva Italo Lunelli, indiscusso protagonista della
Grande Guerra in Comelico. Al suo nome sono legate
molteplici imprese in Vallon
Popera, a cominciare da
quella conquista del Passo
della Sentinella, avvenuta il
16 aprile 1916, che fu in definitiva, assieme alla presa di
Gorizia, l’unico vero, grande
vanto che Cadorna poté accampare in due anni di
guerra assai avari di nostre
avanzate su tutta la linea del
fronte.
Egli, nato suddito austriaco a Trento il 6 dicembre
1891, fu valente alpinista e
rocciatore, ma anche fervente irredentista, tanto che
all’entrata in guerra dell’Italia passò clandestinamente
il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano con il nome di Raffaele
Da Basso. Nominato aspirante ufficiale nel gennaio
1916 ed assegnato al 7° Alpini, venne incaricato di formare un plotone di rocciatori scelti e predisporre un’azione di conquista del Passo
della Sentinella nel gruppo
del Popera. Dopo due mesi
di preparazione, il 16 aprile
riuscì a piombare di sorpresa sul Pianoro del Dito sovrastante il passo, permettendo l’attacco dei mitici
“Mascabroni” del Cap. Sala
e costringendo alla resa il
presidio austriaco. Per tale
brillante azione venne decorato di medaglia d’oro al valore militare, cui seguì un’altra d’argento sul Grappa,
nonché un encomio solenne
ed una croce al V.M.
Congedato
nell’agosto
1919, partecipò all’impresa
di Gabriele D’Annunzio a
Fiume e si laureò poi in lettere. Rientrato a Trento, divenne responsabile della biblioteca comunale e conseguì la
seconda laurea in giurisprudenza. Eletto deputato nel
1924 e sposatosi nel 1932
con una bolognese, nel 1940
fu ancora volontario sul fronte greco-albanese, ma dovette essere rimpatriato avendo
contratto il tifo. Dopo la
guerra esercitò la professione di avvocato, divenendo
dal 1950 al 1952 Presidente
dell’ANA Bolognese Romagnola. Nel 1954 accettò la
consulenza legale di una società di proprietà di un ex
commilitone, con sede a Roma, dove, colto da malore, il
25 settembre 1960 morì.
Venne sepolto con tutti gli
onori nel cimitero del Vera-
LA GRANDE GUERRA IN COMELICO
Fu impresa unica ed incredibile in quel lontano
1916 la conquista del Passo della Sentinella
11
STORIA
di Walter Musizza - Giovanni De Donà
ITALO LUNELLI
DALLA GLORIA
ALLE AMAREZZE
Decorato per la brillante
azione compiuta con un
plotone di rocciatori scelti
del 7° Alpini
Lunelli sollevò questioni
con lo storico Giovanni
Fabbiani per il suo ruolo
di capo dei Volontari
cadorini e feltrini,
rasentando il duello
no nel reparto dedicato alle
medaglie d’oro.
Ma se la guerra fu per lui
sempre generosa di soddisfazioni e di riconoscimenti,
non lo fu altrettanto la pace,
che gli riservò inopinati conflitti con molti di coloro che
erano stati suoi compagni
nella neve e nel ghiaccio. Se
è vero che un rifugio porta
ancora il suo nome all’ombra
di quelle crode testimoni delle sue gesta, ovvero il rifugio
in Selvapiana, a 1500 metri di
quota, gestito per anni da
Bepi Martini, è altrettanto
vero che liti e gelosie incrinarono la leggenda, togliendo un po’ di luce all’uomo
che l’aveva scritta. Ci furono
screzi, ripicche ed offese velenose con Giovanni Sala e
Antonio Berti, rei ai suoi occhi di aver ridimensionato il
suo ruolo nella ricostruzione
degli avvenimenti che portarono alla conquista del passo, mentre con Giovanni
Fabbiani, lo storico per eccellenza del Cadore, si rasentò addirittura un cruento
duello, come se la verità potesse emergere dall’incrociarsi di due spade.
Tutto nacque dal fatto che
lo studioso di Lozzo, su basi
invero oggettive, non
voleva riconoscere al
Lunelli il diritto di essere il presidente dei volontari cadorini e feltrini in quanto mai facente
parte della loro schiera,
insistendo pure sul fatto
che mai era stato il loro diretto comandante, come invece lo stesso sosteneva in
una lettera al Presidente
della Magnifica: “ … i legami che io ebbi con il Battaglione Volontari Cadorini,
quando fui di posizione col
mio reparto scalatori al loro
fianco allo Scheibenkofel e
quando li guidai sulle posizioni di Croda Rossa e Popera, ove comandai anche la
Compagnia Volontari Alpini
del Cadore…”.
Tutto ruotava intorno alla
pubblicazione, con il patrocinio della Magnifica Comunità di Cadore, del libro “I Volontari alpini del Cadore a difesa delle loro crode – Diario
di guerra 1915-18” di Celso
Coletti, con l’introduzione
del Fabbiani ed i commenti
di Antonio Berti. La pubblicazione riportava tra l’altro
l’elenco di tutti coloro che
avevano fatto parte del reparto, tra i quali non era annoverato Lunelli. Questi,
proprio perché paventava
che le sue gesta non fossero
adeguatamente messe in luce e soprattutto che risultasse che non aveva mai fatto
parte di un reparto di cui
aspirava di essere presiden-
te, pretese fin dall’inizio di
esaminare il contenuto, ma i
figli di Berti (nel frattempo
deceduto) e lo stesso Fabbiani si opposero, presentando il libro proprio all’adunata
del 25 agosto 1957 a Pieve di
Cadore organizzata dal Lunelli. Nel tentativo di bloccare la diffusione del libro (ad
ogni volontario era destinata
una copia in regalo) fu fatto
intervenire perfino il questore di Belluno, ma ciò non impedì la successiva diffusione,
salutata da un grande successo. Nell’agosto 1958, in
occasione di un casuale incontro a Pieve alla presenza
del Sindaco, Fabbiani rifiutò
di stringere la mano a Lunelli e questi arrivò al punto di
sollevare una questione cavalleresca. Come racconta
Giorgio Tosato nel suo “Volontari Alpini di Feltre e Cadore nella Grande Guerra”
(Rasai di Seren del Grappa,
2005, 423) pare che il Fabbiani, ufficiale superiore in
congedo, si sia preso un rimprovero dall’autorità militare
per essersi rifiutato di nominare i suoi rappresentanti in
seguito a siffatta vertenza cavalleresca sorta con un pari
grado.
E’ facile comprendere come questi ed altri dissidi abbiano avuto esiti devastanti
sulla compattezza del gruppo dei reduci volontari, causando la creazione di due distinti e contrapposti sodalizi,
in lotta tra loro. Solo alla
morte di Lunelli, 50 anni fa,
venuta meno la ragione prima del contendere, il gruppo
dei volontari ritrovò unità di
sede e di intendimenti, anche se il tempo aveva già
contribuito alla causa della
riconciliazione provvedendo
con la sua logica spietata a
sfoltire alquanto le file dei
sopravvissuti.
Ma, nonostante queste ed
altre ombre che inficiarono
comportamento e stile dell’uomo, rimane pur sempre
l’impresa compiuta in quel
lontano 1916, unica ed incredibile, e proprio per questo capace da sola di riscattare tutto il resto.
Quando nel 1905 Margherita
di Savoia percorse
in incognito la Val Boite
L’ULTIMO AMARO
e vacanze cadorine della Regina Margherita a Perarolo (1881 e 1882) e a Misurina (1900) sono ben
L
note e certo contribuirono a diffondere in Italia e all’estero le bellezze delle nostre valli grazie ai molti giornali dell’epoca che descrissero escursioni, cerimonie e personaggi legati a quegli eventi che - almeno per noi – furono davvero eccezionali.
Ma se sotto le luci della ribalta finì prima la giovane regina trentenne e poi la regina madre, ormai vedova e
prostrata dal regicidio di Monza, c’è un ulteriore - e piuttosto sconosciuto - episodio che legò ancora una volta la
“più amata dagli italiani” al Cadore, e precisamente alla
Val Boite.
Margherita, ebbe modo infatti, quando ormai era cinquantatreenne, di ritornare tra quelle contrade, che a distanza di vent’anni, in modo così diametralmente opposto, nella gioia e nel dolore, avevano segnato i due archi
della sua vita, quello ascendente di giovinezza e maternità, e quello discendente del lutto e della senilità.
“L’automobilismo è diventato in casa nostra una malattia di famiglia” ebbe a dire a Bologna il 9 maggio 1905,
proprio durante un viaggio in auto che l’avrebbe riportata tra i Monti Pallidi.
Era partita due giorni prima da Roma con una Fiat 24
cavalli diretta a Firenze, ma con meta ultima nientemeno
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’ un autentico nido di
aquile ed ha vissuto
E
tutte le trasformazioni che
hanno investito il Pian dei
Buoi in pace e in guerra.
Compie quest’anno 120 anni. Sì, perché il Rifugio Ciareido (o Ciarido), a 1969 metri di quota, nel cuore delle
Marmarole, è nato per la
guerra, si è trasformato poi
in casera ed è divenuto infine rifugio, scandendo il trapasso del Cadore dagli interessi strategici alle attività di
alpeggio, fino alle sorti - magnifiche ma non tanto - dell’alpinismo e del turismo.
E proprio quest’anno la
costruzione, di proprietà del
C.A.I. di Lozzo, ha un nuovo
gestore, Enzo Dal Pont, che
con la sua famiglia continuerà una lunga tradizione di
ospitalità e di amore per le
crode cadorine. Lo abbiamo
avvicinato in una splendida
giornata di fine agosto, con
il rifugio gremito di escursionisti incantati dal panorama che si gode da questo eccezionale pulpito. Schivo e
modesto, non ha voluto assolutamente essere fotografato, ma dopo essersi detto
felice di questa scelta e dei
rapporti con il comune di
Lozzo, ci ha parlato con entusiasmo dei suoi progetti,
primo fra tutti quello di tenere aperto il rifugio anche
nella stagione invernale,
contando soprattutto sulle
comitive in grado di salire
fin quassù con le ciaspe dalla Val da Rin e dal Val di
Poorse.
La storia di questo rifugio
13
Lo storico ricovero Ciarido costruito dagli Alpini
per uso militare è lʼunica struttura sopravissuta
tra le quattro realizzate alla fine dellʼ800 in Cadore
Allʼingresso del
rifugio delle
lapidi ricordano
i Battaglioni
“Feltre”, “Pieve”,
“Gemona” e
lʼalpinista Fanton
Trasformato in
rifugio dal CAI
di Lozzo
I 120 ANNI DEL CIAREIDO
risale lontano nel tempo, legata com’è allo stesso padre
delle truppe alpine, quel colonnello Perrucchetti che
con il suo studio sulla difesa
dei valichi alpini e sull’ordinamento territoriale delle
zone di frontiera lanciò, ancora nel 1872, l’idea del Corpo degli Alpini. La nascita di
questi “strani” reparti di fanti con la bombetta impreziosita dalla penna d’aquila, o
più spesso di corvo, innescò
in Cadore la costruzione di
strade, postazioni e naturalmente caserme, necessarie
per le esercitazioni e naturalmente per la difesa stessa
dei valichi e delle forcelle in
previsione di un’invasione
austriaca che evidentemen-
te i periodici rinnovi della
Triplice Alleanza non bastavano a stornare dalla mente
dei nostri strateghi romani.
Fin dal 23 marzo 1873 era
stata stanziata a Pieve di Cadore (località Pecol) la 14a
compagnia Alpini che, formata originariamente da 250
uomini (Cap. De Vecchi),
diede vita poi nel 1877 al 27°
Btg. Cadore, composto dalle
compagnie 67a e 68a a Pieve
e 65a ad Auronzo.
La presenza e le esercitazioni degli Alpini entrarono
nella vita di ogni giorno dei
paesi cadorini ed il segno
primo di questo processo di
rafforzamento militare, che
portò poi alla costruzione
dei grandi forti di fondo val-
RO RAID DELLA REGINA
Era partita da Roma su una
Fiat 24 cavalli per un raid
ambizioso e coraggioso
verso la Germania
Ripercorse quella Cavallera
che aveva salito in carozza
25 anni prima nella visita
ai paesi cadorini
che Wiesbaden in Germania.
Attraversava il Po in spaventosa piena a Pontelagoscuro su un ponte di chiatte giovedì 11 maggio e per Treviso, Conegliano, Ponte nelle Alpi, Perarolo e S.Vito raggiungeva Cortina e l’Austria.
Sulla splendida vettura aveva tutto l’occorrente per quel
“raid” così ambizioso e per molti versi coraggioso: tutti gli itinerari del Touring, uno scrigno con tutti i medicinali di prima
necessità e perfino una carabina a ripetizione contro ogni evenienza!
Per ripararsi dal freddo portava sul capo una “toque di pelo”
senza velo, indossava una pelliccia foderata di “petit gris” e ne
aveva pronta un’altra per distendersela sulle gambe in caso di
freddo pungente. L’accompagnava come sempre la Marchesa
Maria Cristina Pes, figlia della fedele Marchesa di Villamarina,
e alla guida era il famoso Cariolato, che aveva alla sua sinistra
un fido meccanico pronto ad ogni evenienza.
Passò velocemente su per quella “Cavallera” che l’aveva vita
salire lentamente in carrozza 25 anni prima, diretta alle festose
accoglienze di tanti paesi cadorini, alle allegre refezioni di Cima Gogna e dintorni, alle ardite escursioni fino a Padola o Misurina.
Ora la carrozza d’acciaio passava rapida ed incognita rasentando quella Villa Lazzaris-Costantini che apparteneva ormai
ad un passato troppo lontano, ad una giovinezza che forse
sembrava promettere altro al suo futuro e al suo destino di
sposa e di madre. Il piccolo Vittorio che aveva giocato sul sandolino della peschiera Zuliani ora era Re d’Italia e per lei era
meglio non ritornare alla ricerca dei fantasmi del passato.
Forse scostò per un attimo la tendina per una fugace visione
a quella casa di due vacanze felici, o forse neppure volle guardare, chiudendo gli occhi e rifiutando ogni memoria. Avanti
Savoia! Accelera Cariolato! La Regina di ogni sorriso, la signora più festeggiata del Cadore non esisteva più.
W.M.-G.DD.
le presso Pieve fino al 1896 e
si dilatò infine ai moderni
forti corazzati d’alta quota fino al 1915, furono quattro ricoveri costruiti in altrettante
zone di indubbia valenza
strategica e tattica, nonché
di grande suggestione panoramica oggi. Per favorire le
esercitazioni estive ed invernali e per inventare un’efficace rete logistica e di osservatori in caso di guerra, furono ideati e costruiti tre
manufatti nella regione di
Pian dei Buoi, allora più nota
sotto la dizione di “Pian de
Sovergna”, ed uno in Val Inferna, non lontano dall’altopiano di Razzo.
Si trattava di realizzazioni
non certo eclatanti, ma si-
gnificative pur sempre dello
sforzo economico intrapreso
da un’Italia povera ma ambiziosa, da quell’Italietta insomma che il poeta vate Carducci chiamava a traguardi
ben più alti. Ai piedi delle
Marmarole vennero dunque
costruiti tre ricoveri, e precisamente uno sulle pendici
orientali del Ciastelin (m
1969), un altro su Col Cervera, sull’orlo est dell’altopiano
(m 1920) e l’ultimo poco più
a nord (m 1879), verso Col
Vidal. Tutti furono improntati agli stessi criteri, per cui
consistevano in edifici in
muratura con solo pianoterra, nel quale erano ricavati
un vano per gli ufficiali, uno
per la truppa, una cucina,
due magazzini per le provviste e le munizioni, nonché
una stalla. Il presidio per ciascuno di essi poteva variare
tra 50 e 100 uomini ed in caso di guerra tutti si prestavano ad alloggiare le truppe
destinate all’occupazione di
tale zona e permettevano di
interrompere i collegamenti
tra le valli dell’Ansiei e del
Piave e il Pian dei Buoi. Dalle posizioni in cui essi si trovavano era possibile dominare tutto l’altopiano e si disponeva di un eccellente colpo d’occhio verso Misurina
e il Comelico.
Dei tre ricoveri sopravvive
oggi solo il rifugio Ciareido,
annidato sotto Forcella S.
Pietro e Forcella S. Lorenzo,
quasi radicato nel masso
roccioso con cui sembra far
corpo unico contro le offese
della natura e degli uomini.
Una lapide triangolare posta
sopra l’ingresso ricorda come il “Ciarido” fosse il ricovero n. 1, costruito nel 1890
dai Battaglioni “Feltre”,
“Pieve di Cadore” e “Gemona”. Più a destra un’altra e
successiva lapide intitola la
costruzione ai fratelli Umberto ed Augusto Fanton,
ufficiali di artiglieria che
proprio sulla vicina Croda
Bianca scrissero nel 1910
una delle più belle pagine
della loro ricchissima carriera alpinistica.
Dopo la Grande Guerra il
ricovero divenne casera e solo nel 1973 (19 agosto) fu trasformato dal C.A.I. di Lozzo
in rifugio, capace di 52 posti
letto, molti di più rispetto alla
ventina offerti dal sottostante Rifugio “Marmarole”, voluto nel 1961 da Rino Zanella
e Vitale Calligaro a Sora Crepa in quello che in origine
era stato un fienile con stalla
della famiglia Da Pra Colò.
Il rifugio oggi è raggiungibile con un breve strappo finale a piedi dopo aver lasciato l’auto in apposito parcheggio sottostante e naturalmente dopo aver percorso l’ardita
carrabile militare lunga circa
13 km che sale da Lozzo. Chi
volesse raggiungerlo completamente a piedi ha però
l’imbarazzo della scelta e può
farlo da Auronzo (o per M.
Agudo, o per la Valsalega, o
per la Val Poorse o per Val
Campiviei) oppure da Lozzo
stessa per Quoilo. Tra le traversate e collegamenti che
esso offre ricordiamo quelli
per il Rif. Baion, per il Bivacco Fanton attraverso Cengia
dei Camosci, per Forcella
Paradiso, per il percorso attrezzato Amalio Da Pra… Insomma tutto un ricco ventaglio di possibilità per escursionisti di ogni età ed ambizione, un’ideale base di partenza per quelle Marmarole
in cui il poeta Vate vide un palazzo di fate e che i fratelli
Fanton oggi raccomanderebbero senz’altro a chi volesse
accedere a quello che fu il loro regno.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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ei dolcetti e una
comparsata sulla “RiD
vista illustrata Cadore” fu il
premio che il piccolo Mario
si aggiudicò alla Festa dei
Bambini quel 17 agosto
presso il Roccolo di S. Alipio. Era il 1941 e in una Pieve di Cadore ancora protesa a rendere tranquillo il
soggiorno ai villeggianti la
guerra non si sentiva, se
non per quall’aria di mobilitazione dei giovani avviati
al fronte, come quello in
Montenegro dove il nostro
7° Alpini stava combattendo. Ma quella è un’altra storia.
La cosa del premio sarebbe rimasta fra i ricordi personali, foto del bel tempo
che fu appese alle pareti del
negozio Bacchetti e guardate con curiosità dall’osser vatore, piene di volti
anonimi che si perdono fra
i vecchi edifici del paese. Se
non ci fosse il vecchio, glorioso giornale “Cadore” a
certificare che il premio era
un fatto di cronaca importante che aveva mobilitato
l’intera comunità. E Mario
non lo mise mai fra la carta
straccia, ma anzi lo esibisce
oggi come un vero e proprio trofeo ricevuto.
“Avevo solo due anni - ricorda sorridendo, ancora
soddisfatto - eppure mi rimane un ricordo vivo, ero
circondato da una montagna di gente che mi faceva i
complimenti e mi faceva
sentire importante. Noi
bambini eravamo vestiti in
costume cadorino, io da
‘cacciatore’ con tanto di fucile e in mano una beccaccia
vera, regalata da Carlo Ferri, un personaggio. Ero emozionato e stordito da quanto
mi accadeva intorno.”
Ne approfitto per sapere
qualcosa di più. “Papà Domenico era un cacciatore
appassionato e brigava sempre fra fucili ed uccelli, com’era costume allora quando la cacciagione era molto
ambita sul desco. Il vestito
l’aveva confezionato mamma Maria, che era anche un
po’ sarta e riadattava qualsiasi indumento”. L’ambiente invece, dipinto su fondale con quegl’improbabili
quattro uccellini che gli cinguettavano addosso, ce l’aveva messo il fotografo, che
poteva così immortalare i
sui clienti secondo necessità e senza perdite di tempo.
Il Roccolo di S. Alipio posto a belvedere sulla vallata
del centro Cadore, ancora
priva del lungo lago, allora
e fino agli anni ’70 esercitava una grande attrattiva: lì i
ragazzi si riunivano, i giovani ballavano, i pittori esponevano i quadri alla Casetta
IL “BEL TEMPO CHE FU”
PIEVE DI CADORE centro
raccolta di ferro per la Patria - 1940
Dalle foto ricordo
di una Pieve di Cadore
del 1941 alla comparsata
di Mario Bacchetti sul
“Cadore” di 70 anni fa
Lʼimprenditorialità
di una famiglia
dei cacciatori, le signore
passeggiavano e chiacchieravano all’ombra dei grandi
faggi. Per dirla con le parole di Gigi Ciotti, allora proprietario del prestigioso
Hotel Progresso, che cantò
il luogo in un libretto del
tempo, la gente la pensava
così:
“Dove passare la mattinata,
il pomeriggio o la serata?
Andiamo al roccolo!
Dove incontrare una
ragazza,
bionda o bruna; savia o pazza?
Andiamo al roccolo!
Lì c’è la gioia, c’è la freschezza
c’è un tesor di tenerezza.
Andiamo al roccolo!”
Forse (si fa per dire) su
questo ritrovo si volle e si
seppe fare un’operazione di
marketing, sostituendo il richiamo turistico esercitato
dalla Pieve storica, ben rap-
presentata dal vecchio combattente
del 1848 e immortalato nelle cartoline
del “Bel Cadore”
con tanto di fucile e
rametto di abete sul
cappello”, con il pic- Maria e Domenico Bacchetti sposi
colo cadorino cac- a Venezia nel 1921
ciatore che ispira simpatia s’avventuravano in strada e
e dà fiducia di una bucolica in piazza, dove, per fortuna,
vacanza montana. Non a ca- non c’erano molte auto o also il “Cadore” illustrato, tri pericoli, e anzi, trovavache usciva con la foto del no sempre chi li riportava
piccolo Mario, magnificava: dalla mamma; in inverno
“PIEVE DI CADORE - con la neve erano invece
Grande stazione di villeg- sempre in slittino. Ovviagiatura estiva e di sport in- mente Mario ne aveva uno,
bello, perché il papà li venvernali”.
Comunque sia andata, deva, slittino che ben preparlando di bambini, anche sto lasciò per gli sci.
In una foto, quella della
nel 1941 questi erano terribili: oltre a sperare nel dol- raccolta del ferro per la Pacetto e voler essere al cen- tria girando con le liòde fra
tro dell’attenzione, se pote- le frazioni, si vede il negozio
vano, scappavano di casa e di Domenico Bacchetti.
11
“Era giunto a Pieve nel fine
guerra (era il 1919) e aveva
aperto un negozio di barbiere
su in piazza con un lavorante
(Bona); ne aveva aperto poi
uno appena sotto l’albergo
Progresso, dove provvide a
vendere di tutto: giocattoli,
articoli d’abbigliamento, profumi: un bazar insomma, come si usava al tempo. Qui,
con dei lavoranti, erano occupate anche mamma Maria, Olga mia sorella più
grande e mio fratello Neri, e
le donne facevano pure le
parrucchiere; papà Domenico aveva inoltre un ufficio di
navigazione (sì, proprio qui
in Cadore), come recitava
l’insegna ATTALIA COSULICH del gruppo Loyd Triestino, e accompagnava a Genova gli emigranti per gli imbarchi. Di fianco, c’era anche
il negozio della nonna, Orsola Drusi, dove si vendevano
casalinghi dal 1924, negozio
trasferitosi qui dai locali del
palazzo della Magnifica Comunità locati poi al Gran
Caffè Tiziano.” Naturale che
Mario e la sorella Olga avessero nel Dna il commercio e
abbiano voluto continuare
l’attività commerciale nell’abbigliamento che è diventata quasi istituzionale nella
cittadina di Pieve!
Come accennato, nel ‘41
si era in tempo di guerra e
di lì a qualche anno il territorio sarebbe diventato Reich
subendo l’occupazione tedesca e la lotta partigiana. I
bambini ovviamente non ebbero sentore della tragedia.
Fra i vivi ricordi di Mario i
passaggi di Pippo (un piccolo aereo americano) quando
venne a bombardare la stazione di Calalzo; ben diversi
i ricordi della più grandicella Olga per via di quei giovani soldati americani appena
giunti a Pieve, che costrinsero la mamma a chiuderla
in casa quando un ufficialetto fischiettando la venne a
cercare.
A quasi settant’anni di distanza, si rinnova su “Il Cadore” la comparsata del piccolo Mario, che di cose oggi ovviamente ne avrebbe
tante altre da raccontare.
Tony Cardel
PIEVE DI CADORE - VETERANO 1848 Una cartolina del 1909
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ortina d'Ampezzo,
Ronco, 27 gennaio
C
1954 – Campionati mondiali di bob. Gianni Piazza,
ventisei anni, membro di
un equipaggio integralmente lorenzaghese, affronta coi suoi compagni
una delle ultime discese di
prova della gara a quattro,
per memorizzare il tracciato ottimale. Manovra di
spinta e poi giù, lungo i
1.350 metri della pista. Il pilota esegue al meglio le prime curve del percorso (ce
ne sono undici), seguendo
quel tracciato ideale che
mette d'accordo i contrastanti obiettivi di velocità e
stabilità; non altrettanto gli
riesce nell'impostare quella collocata, nella seconda
metà, dopo un lungo tratto
rettilineo. All'imbocco la
spinta centrifuga è fortissima: il bob, uscito dalle ben
note officine di Evaldo
D'Andrea “Podar”, prende
subito quota fino al limite
della pista, lo supera, si impenna per una decina di
metri, per poi ricadere sul
muro. Piazza, che nella circostanza occupa l'ultima
posizione, di “frenatore”
(dopo il traguardo, s'intende), batte con la testa contro il manufatto, il casco si
infrange, la lesione che riporta al viso è devastante
e, ciò che più conta, interessa la zona dell'occhio
destro.
L'Associated Press batte
la notizia, con telefoto, parlando di “un equipaggio italiano composto da Giovanni Piazza, Lucio Tremonti,
Ornelio Tremonti e Luigi
Gerardini” (sicché tutti i
giornali riportano il ferimento del primo, quale
“guida”, mentre in realtà,
osserva l'interessato, il bob
era condotto da Lucio Tremonti),
e
precisando:“Giovanni Piazza ha riportato una seria ferita ad
un occhio, La telefoto lo mostra mentre viene condotto
dolorante al pronto soccorso”. In effetti, nella disgrazia, ha la fortuna di essere
subito ricoverato al vicino
Istituto Codivilla, in cui
operano i migliori ortopedici del Rizzoli di Bologna.
Al giovane, che vede gli infermieri portare a disposizione dei medici lunghi fili
di sutura di diverso colore,
sono praticati oltre un centinaio di punti. L'intervento
riesce bene, con la dovuta
attenzione all'aspetto estetico. Al momento di rimuovere le bende è, tuttavia,
panico. Con il solo occhio
offeso il paziente dice di
non vederci. Il medico gli
avvicina una lampada e
chiede: vedi qualcosa? Risposta: Solo una luce rossa.
Rasserenato in volto, il medico conclude: vedrai che
tutto andrà a posto. Sarà
così, anche se occorrerà
un supplementare delicato
inter vento ad hoc di uno
specialista. La giovane promessa del bob, imparando
a guardare avanti senza recriminazioni, accantona
ogni sogno ed ogni rimpianto e decide di affrontare, con gli stessi coraggio e
perizia impiegati nella disciplina sportiva, le insidiose cur ve del suo futuro
professionale.
Ragioniere, dipendente
della della S.A.D. – Società
15
CLASSE CRISTALLINA
NELLO SPORT E NELLA VITA
La giovane promessa del bob GIANNI PIAZZA vide
la carriera stroncata al mondiale di Cortina nel 1954
Si risollevò, divenne dirigente industriale alla
SAD di Bolzano, coltivò lʼhobby della pittura e
si diede a molteplici altre attività
A quando lʼinserimento del lorenzaghese Piazza
nel “libro dʼOnore” della Magnifica Comunità?
automobilistica Dolomiti,
in servizio presso gli uffici
di Cortina, è invitato, con
alcuni colleghi, a trasferirsi
presso la direzione generale di Bolzano, che intende
garantire una adeguata
presenza “italiana” nella
struttura aziendale. Non
esita ad andarvi e, soprattutto, a differenza degli altri cortinesi, a rimanere,
avviandosi ad una rapida
carriera. Alla fine del 1970
è nominato “dirigente con
funzioni di preposto ai servizi amministrativi”. Il direttore generale, con simpatica iniziativa, invia alla
redazione del nostro mensile la completa motivazione della stessa nomina, in
cui si dice, tra l'altro, che
“la personalità del Rag.
Piazza ...si è formata con
l'intelligenza e la tenacia
caratteristiche della gente
della sua terra”. E non è
che l'inizio, poiché, anche
in relazione alla programmata estensione dell'attività al settore produttivo dei
veicoli, l'ambito societario
attraversa un periodo di
continua fibrillazione e di
perpetua modificazione degli organigrammi, tenuto
conto, al contempo, delle
accennate problematiche
di natura geo-etnica, peculiari della sede. Così, Piazza dapprima è sollecitato a
qualificarsi come dirigente
industriale; cosa che fa,
sottoponendosi ad un intenso percorso di formazione (veri e propri masters
intensivi), nonché, ottenuta la nuova qualifica, ad un
costante monitoraggio del
livello di professionalità, in
termini di attenta verifica
dei concreti risultati operativi raggiunti. Poi è la volta
di doversi qualificare come
revisore contabile, con appositi esami presso il Ministero di Grazia e Giustizia,
che supera nel marzo 1983.
A questo punto, la solida
e sincretica preparazione,
unita ad un connaturato rigore professionale, mette
Piazza in condizione di non
subire emarginazioni, nemmeno quando l'evoluzione
societaria evidenzia il progressivo affermarsi di una
leadership “tedesca”, la
quale, al di là di qualche reciproca asprezza, lo rispetta per quello che vale. Del
resto, tutto gira inevitabilmente attorno ad aspettative non tanto di facciata, ma
di stretto rigore economico-finanziario, che egli non
delude. Significativa in
questo senso è la decisione
(gennaio 1987) della Ferrovia del Renon s.p.a. di affidargli, in una delicata fase
di riassetto societario, le
funzioni ed i compiti di direttore amministrativo della stessa.
Riesce a riser varsi un
tempo per la pittura e prendere parte a mostre-concorso con obiettivi filantropici. La maestra Lina De
Donà, vera istituzione nel
suo paese (per inciso, anche il fratello Romano, secondo vocazione e tradizione locale, era bobista), tiene esposto a casa un suo
quadro, che le è stato donato e che apprezza. Il dirigente arriva senza incidenti di percorso alla pensione,
rimanendo ai massimi livelli, nonostante la qualifica ricoperta non gli assicuri,
contro il licenziamento, il
paracadute della “giusta
causa”. La “quiescenza” rimane, tuttavia, un termine
privo di significato, in
quanto continua ad occuparsi di varie cose, mettendoci la consueta decisione
e pulizia.
Il segreto dell'efficienza
psico-fisica, anche dopo
varcati gli ottanta: la determinazione di un ex atleta,
che non si risparmia l'attività fisica, sotto forma di
escursioni e di esercizi ginnici. Un'ultima annotazione: il lungo periodo di dirigenza non lo ha fatto allontanare, come non di rado
oggi accade, dal rispetto
per i valori inculcatogli a
casa in gioventù. Nell'accomiatarsi dal proprio ospite,
dopo averlo accompagnato
in una lunga passeggiata
attraverso il centro del lin-
do capoluogo altoatesino,
gli fa notare la lunga fila
che aspetta di visitare Ötzi,
l'uomo di Similaun, dicendo: “Non le pare che il business di questa sovraesposizione si traduca in una
mancanza di rispetto per un
uomo vissuto in montagna,
fra dif ficoltà inimmagina-
Arch. G. Piazza
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bilmente più grandi delle
nostre, cinquemila anni
fa?”.
Dovrebbe bastare, ci pare, affinché, con l'aggiornamento del “libro d'onore”,
disposto ogni anno dalla
Magnifica Comunità di Cadore, sia inserito il nominativo di Giovanni Piazza di
Lorenzago, classe cristallina nello sport e nella vita.
Giuseppe De Sandre
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Prati di ottimo pascolo quelli Ampezzani
Alcune prescrizioni per servirsene
FU SCRITTRICE E STAFFETTA PARTIGIANA
' stato l'anno di Giovanna
Zangrandi: tutto un proE
RISALE AL 1363 L’ANTICO gramma
di manifestazioni coordinate – seminari, letture, mostre,
LAUDO DI LARIETO
a Nord Ovest a Sud,
passando per Est, di
D
Cortina, eccettuata la porzione di Lerosa, si estendeva la
proprietà della Regola di Lareto, nominata la prima volta
nel 1317. Il territorio si estendeva su una superficie di 70
chilometri quadrati: i prati di
ottimo pascolo erano pochi
ed usufruibili soprattutto da
pecore e capre le quali li pascolavano per ben poco tempo, visto che l’altitudine va
dai 1500 agli oltre 2500 metri. Il prof. Giuseppe Richebuono ebbe ad interessarsi
del Laudo sia nel 1962, come
nel 1972, quando diffusamente scrisse su questa Regola alta e nelle pubblicazioni comprese la traduzione
dei testi latini.
La prima stesura del Laudo di Larieto risale al 1363 ed
è composta da 28 articoli o
poste, scritti in lingua latina.
Singolare la prescrizione che
si trova alla posta numero 16:
“Se qualche pastore si allontana dal monte contro la volontà del cavedagno, questi abbia
facoltà di uccidere la prima
sua pecora che potrà acchiappare, e di lanciare la testa della pecora dietro quel pastore”.
Al 1420 risale il secondo
Laudo, che congloba pure le
indicazioni per Lerosa e Travenanze ed ha in tutto 75 articoli: si tratta di un Laudo in
cui si può riscontrare un notevole miglioramento rispetto all’edizione precedente e
ciò lo rende il più completo
ed il più sistematico di tutti i
Laudi ampezzani. Particolarmente degna di nota la psicologia che si desume dall’articolo numero 2.
“Lodarono e stabilirono che
ogni singolo anno nella seconda festa della Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore
si tenga la Regola secondo l’uso solito alla quale devono intervenire tutti i consorti dei
detti monti, tutte le volte che a
ciascuno di loro ciò sarà comandato e ordinato dal precone o nunzio e se accadrà che il
marigo debba fare qualche
proposta su qualche fatto che
riguarda la Regola, il marigo
deve alzarsi e proporre semplicemente senza intonazione
particolare, in modo che non
si possa capire quale è la sua
volontà rispetto alla cosa proposta, e chiedere consiglio sul
da farsi.
Fatta la proposta e chiesto
dal marigo il consiglio sia lecito a ciascun regoliere ivi e
non altrove riferire onestamente quello che gli sembra
più utile a riguardo della proposta. Fatto questo, il marigo
metta ai voti quello che i consorti hanno riferito e ciò che
sarà approvato da due terzi di
tutta la Regola o almeno dalla maggioranza, ottenga piena efficienza e chi contravverrà a ciò che è stato così stabilito, sia condannato ad una vadia per la comunità”. La multa di una vadia ascendeva a
40 soldi e pertanto la sua
consistenza configurava una
mancanza abbastanza grave,
la seconda, per grandezza,
contemplata nel Laudo stesso.
Interessanti le notizie riportate alle poste che vanno
dal numero 24 al 29 e che riguardano la persona che doveva andare “ad abitare e ad
amministrare la casa e l’ospizio della valle oltre il castello
di Botestagno. (24)
Il tale... entro tre giorni dalla
sua elezione, deve giurare sui
santi Vangeli di governare e
reggere rettamente e fedelmente
e senza frode il detto ospizio con
tutto quello che gli spetta e di
dare acqua, fuoco e tetto a
chiunque glielo chiede, senza
pretendere pagamento. (25)
Ogni singolo anno, la seconda festa di Pasqua quel tale così eletto per l’ospizio della
valle predetta sia tenuto ad
intervenire alla regola insieme con gli altri consorti, per
sentire se vien confermato o se
c’è una nuova elezione... (26)
Se il tale così eletto sentisse
che si aggira per i boschi della
detta valle qualche omicida,
ladro da strada o qualche altro malfattore, in forza del
suo giuramento sia tenuto a
denunciano al castello di
Bontestagno o alla contrada
di Ampezzo il più presto possibile o di persona o per un messo fidato; così pure se fosse
commesso qualche reato”.(28)
Risulta invece incomprensibile quanto viene notato
nella posta numero 43: “Se il
cuietro lascerà trascorrere
due anni interi dall’inizio del
suo incarico senza richiedere,
personalmente o per mezzo di
un suo procuratore, la pasture e non restituirà le stele delle pecore o non farà citare
qualcuno davanti al marigo o
all’ufficiale per esigere le pasture e non lo denuncerà e
non protesterà. E questa citazione, denuncia o protesta deve risultare da un documento
scritto o almeno dalla deposizione di due testimoni. Allora
il cuietro perda del tutto il diritto di chiedere le dette pasture. Similmente si faccia per le
strade e per i lavori fatti per
l’utilità dei detti monti se
qualcuno non chiede il pagamento e non protesta”.
Ma com’era possibile, vista
l’economia di sussistenza di
allora e la penuria cronica di
denaro che il cuietro, cioè il
11
percorsi memoriali – è servito a riportare alla superficie della comune memoria la storia, i libri, la figura di una donna salita in tempi lontani dalla natale terra d'Emilia tra
la gente e le montagne dolomitiche, per amore di quella gente e di
quelle montagne.
Cento anni dalla nascita, un anniversario e una occasione per ritrovarsi al fianco di una scrittrice a
lungo dimenticata e oggi, grazie a
studi più recenti, riammessa nel
novero succinto della letteratura al
femminile più importante del secondo '900. Patrocini, onoranze,
organizzazioni, esecuzioni, tutto
intestato a enti e singoli in un coinvolgimento che ha visto Comuni e
associazioni, la Galliera d'origine e
il Cadore adottivo riuniti in una
quantità di iniziative che non è difficile interpretare come una sorta
di risarcimento postumo, tardivo
certo ma necessario, come sempre lo è quando si tratta di colmare
qualche vuoto nella percezione
della cultura che conta.
Una natura imper via, quella di
Giovanna, proprio come la sua
scrittura, così oltraggiosa nei confronti della misure di quella “prosa
d'arte” che continuava a resistere
a ogni destrutturazione, a ogni libertà dai vecchi paradigmi formali, a ogni anarchia della parola. Letteratura al femminile, o piuttosto
letteratura tout court, in cui la donna diviene protagonista dentro e
fuori le storie che occupano l'universo narrativo: “Anna”, la staffetta partigiana nei giorni veri della
resistenza cadorina, come l'Agne-
tesoriere o cassiere della Regola, responsabile degli
ovini e caprini, si
dimenticasse di
esigere il proprio
compenso per il lavoro effettuato nell’alpeggio?
Si può comprendere che non abbia
restituito le stele,
cioè le tessere di legno riproducenti le
marchiature all’orecchio fatte agli
ovini ed ai caprini,
come segno di proprietà, ma che abbia lasciato trascorrere due anni, da
quando è stato designato, e non abbia fatto debito reclamo, risulta davvero essere una cosa incredibile. A
meno che quel tale
non si fosse arrangiato ed avesse
provveduto a pagarsi autonomamente...
Marcello
Rosina
Il coinvolgimento di enti e singole persone nelle
celebrazioni di Giovanna Zangrandi, a 100 anni
dalla nascita - EVENTI a Galliera, in Cadore,
a Roma - Una mostra in Magnifica Comunità
se della Viganò o la Emilia di Milena Milani è una di queste creature
che – pur nella diversità dei timbri
stilistici – esprimono il ruolo della
donna nella società in trasformazione del dopoguerra, sublimazione letteraria di un rapporto drammatico. Nuovo realismo, per la
stretta attinenza alle cose e insieme per l'osservazione minuta, solerte, che penetra nelle sfumature
intime e svolge i trapassi dei drammi psicologici: “I Brusaz”, “Gente
alla Palua”,”Gli anni con Attila”,
corrispondono solo ad alcuni passaggi della sua tormentata vita di
scrittrice e di donna impegnata e
conflittuale.
Oggi il ritorno: propiziato non
da venti ideologici – non ci sono
più quei tempi, né quei venti – ma
da riscoperte critiche imperniate
sul riconoscimento di valori inscrivibili nel generale contesto della
modernità, e insieme di quella
atemporalità che è propria di ogni
vero risultato d'arte. Giovanna
Zangrandi mise allora in gioco la
sua vita per la libertà, e questo la
pone di diritto nella generazione
che ha preparato la nuova Italia: ha
scritto di questo e di altro, e perciò
si trova con lo stesso diritto tra coloro che di quella libertà hanno
fatto lo strumento di una nuova letteratura. Se non altro per questo
occorre continuare a parlarne.
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VOLONTARIATO
L’ANTEAS PELEGO DI MARCO MORETTA
essantacinque volontari, disponibili a porS
tare aiuto concreto a persone che hanno bisogno di
essere accompagnate, per
visite mediche o altre necessità. Un bel numero, se
si pensa che stiamo parlando di quattro paesi della
Valle del Boite: Vodo, Borca, San Vito e Cibiana.
Appartengono all’associazione “Anteas Pèlego”,
costituitasi ufficialmente
nell’aprile 2008. Presidente
è Marco Moretta, ingegnere elettronico di Peaio, da
tre anni in pensione, dopo
un’intensa attività lavorativa svolta alla Telettra di Vimercate, alla Zanussi Elettronica di Pordenone e alla
Invensys di Belluno.
Ingegner Moretta, anzitutto perché “Anteas
Pèlego”?
“Pèlego è l’antico nome ladino che noi diamo al Pelmo, la montagna che maggiormente caratterizza i nostri paesi, con la sua maestosità. Anteas sta per “Associazione nazionale terza età
attiva per la solidarietà”.
Come siete nati?
“Negli anni 2005-2006
un primo gruppo di trenta
persone aveva accolto la
proposta del Comune di Vodo di trasportare anziani e
disabili verso luoghi di visite
mediche, utilizzando un’auto comunale ottenuta con i
finanziamenti del Bim. Fra
il 2007 e il 2008 si è poi costituito un gruppo provvisorio, con presidente Mary Da
Rin Perette, che ha cercato
contatti con il Centro Servizi Volontariato di Belluno
per la formazione ufficiale
dell’associazione”.
Avete ottenuto altri sostegni?
“Dopo la costituzione dell’associazione, la Comunità
Montana della Valle del
Boite ha dato un contributo
per l’assicurazione degli
aderenti, uno sponsor anonimo ha regalato le divise,
inoltre vi è stata l’adesione
al Comitato d’Intesa provinciale. Nel 2009 il Comune
di San Vito ha promosso
l’aggregazione di altri ventisei volontari, mettendo a
disposizione un’auto e stipulando una convenzione per
il servizio di trasporto “porta a porta”. Quest’anno sono intervenuti il Comune di
Borca, con altri aderenti e
la parziale disponibilità di
un’auto, e ha iniziato a collaborare anche il Comune
di Cibiana”.
Il vostro ser vizio si
estende anche fuori provincia?
“Sì, in casi particolari,
ma interveniamo specialmente sul territorio. Il viaggio viene richiesto dall’utente “svantaggiato” telefonando al Comune di appartenenza e a breve anche in Comunità Montana. Oltre che
per visite mediche e terapie,
siamo presenti per l’accompagnamento all’ufficio postale, alla banca, in farmacia, in municipio, ad incontri culturali come ad esempio l’università degli anziani. Anche i bambini che necessitano di recarsi ai campi estivi possono avvalersi
del nostro sostegno, qualora
la famiglia non fosse in grado di farlo”.
Gli interessati devono
sostenere dei costi?
“No, i nostri volontari agiscono a titolo completamente gratuito”.
Ing. Moretta, lei è attivo anche in altri settori?
“Nella Union Ladina
d’Oltreciusa faccio parte
della commissione per il vocabolario, mentre nell’Istituto Ladin de la Dolomites appartengo alla commissione
scientifica. Sento molto l’appartenenza a questa terra,
del resto mio padre era di
Perarolo, mia madre di
Peaio. Per questo mi occupo
di ricerche storiche locali,
“Dal precedente gruppo
di volontari di Vodo è
nata nel 2008 lʼAnteas
Pèlego che opera nella
Val Boite”
“I nostri paesi si stanno
spopolando, bisogna
superare le visioni
campanilistiche e
unificare i servizi”
recentemente ho tradotto
dal latino antiche sentenze
relative ai confini tra Cadore e Zoldo, pubblicate dalla
Regola di Vodo”.
Come vede, in questo
momento, la situazione
del Cadore?
“In Regione abbiamo attualmente una presenza attiva e significativa, ma sarebbe anche necessaria una
voce forte a più alti livelli.
I nostri paesi si stanno
spopolando, per questo occorre superare le visioni
campanilistiche, legate al
“particolare”, per unificare i
servizi. Un esempio in tal
senso è rappresentato proprio dalla nostra associazione “Anteas Pèlego”.
Occor re
un cambio
di mentalità, dunque.
“Può sembrare paradossale, gli anziani sono più disponibili all’aggregazione,
mentre le persone dell’età di
mezzo sembrano meno aperte ad un certo tipo di collaborazione, rivolto al bene comune”.
Come mai?
“Forse il motivo va ricercato in un certo benessere
abbastanza diffuso, almeno
fra coloro ai quali il lavoro
non manca. Pensano alla
casa, allo svago, ma si è perso molto il concetto e il valore della vicinanza, di quel
“darsi una mano” tra fami-
“FAMIGLIA CERCASI”- CORSO DI FORMAZIONE
olteplici le iniziative
che il C.A.V. Centro
M
Aiuto alla Vita di Pieve di
Cadore intraprende nel territorio. Dopo il corso dedicato alle neo-mamme, che
ha conseguito notevole consenso e che sarà riproposto
a breve, le componenti dell’Associazione, accogliendo
la proposta dell’Associazione “FA-FAMIGLIE APERTE” di Belluno, hanno promosso una serie d’incontri
sotto l’egida della Regione
Veneto, dell’ULSS n. 1 di
Belluno, del Centro per l’Affido e la Solidarietà Familiare e del Consultorio Familiare di Belluno.
Non si finirà mai di ringraziare per la disponibilità
mons. Renzo Marinello
che con la consueta generosità ha messo a disposizione
i locali ove tenere gli incontri cui hanno partecipato, oltre alle rappresentanti istituzionali, delle persone che
con la loro presenza e la loro esperienza fattiva, hanno
coadiuvato la psicologa
d.ssa Patrizia Stevanin.
Durante le serate che hanno avuto per tema: “La solidarietà, la comunicazione, le
linee guida dell’affido familiare” sono state analizzate
le situazioni, ma soprattutto
le motivazioni che stimolano il volontariato nel proprio agire, l’importanza nel
portare le proprie esperienze, evitando le problematiche che potrebbero bloccare la comunicazione, astenendosi dal formulare giudizi, domande o critiche,
sottraendosi dal persuadere
con motivazioni logiche ed
esponendo le difficoltà incontrate in situazioni analoghe. E’ stata evidenziata
l’importanza del saper
ascoltare le persone ed i be-
Lʼaffido,
unʼofferta
dʼamore a dei
bimbi che
hanno bisogno
di adulti
responsabili
nefici che ne possono derivare, proponendo incontri e
relazionando, confrontandosi, allo scopo di trovare una
soluzione.
Fra i vari argomenti è stato trattato l’affido cioè la disponibilità ad allargare la
propria famiglia per un po’
di tempo, la capacità di “accogliere” un bimbo e la sua
storia quando i suoi genitori, per svariati motivi, non
sono in grado di occuparsi
di lui nella consapevolezza
che, pur considerandolo come “nostro”, nostro non è.
Siamo venuti a conoscenza
che l’affido ha una durata limitata, consente di mantenere i rapporti con la famiglia d’origine, è finalizzato al
rientro del bambino nella famiglia naturale e può essere
residenziale, diurno o a
tempo parziale. Nella nostra
Provincia, allo stato attuale,
sussistono 30 “affidi” tra intrafamiliari (con parenti entro il 4° grado) ed eterofamiliari (al di fuori della famiglia). E’ un’esperienza dinamica, sempre in evoluzione
e lo scopo è di creare una
complementarietà, una collaborazione con i genitori
naturali. E’ uno strumento
che non deve essere confuso con l’adozione che dà al
bambino una famiglia per
sempre sua e può essere
esercitato da tutte le persone maggiorenni che hanno
voglia di “mettersi in gioco”
donando tempo, attenzione
e soprattutto amore ad un
bambino in una fase della
sua vita in cui ha bisogno di
adulti responsabili, che gli
consentano di crescere in
un ambiente sereno.
Durante gli incontri hanno assunto una rilevanza
notevole l’esperienza vissuta concretamente da due
nuclei familiari che fanno
parte di Famiglie Aperte,
un’associazione di volontariato sociale a sostegno del-
le famiglie con figli minori
che si occupa di promozione d’iniziative volte a creare
reti di solidarietà tra le famiglie, accogliere le richieste
d’aiuto dei nuclei familiari
in difficoltà offrendo sostegno, in collaborazione con
altre Associazioni ed Enti.
Comunicando telefonicamente con 0437.930510
e 347.4660622 si può offrire o cercare la disponibilità per superare difficoltà di
carattere logistico (orari
sfalsati lavoro-asilo-scuola,
malattia improvvisa, visite
mediche, colloqui scolastici) e per promuovere incontri sul territorio provinciale,
con personale specializzato,
per la divulgazione capillare
di questa potenzialità.
Ivana Francescutti
glie, e quindi anche tra
gruppi, che un tempo era
molto praticato”.
E i giovani?
“Diciamo che manca una
certa continuità nel ricambio generazionale. Eppure
fra i sindaci, ad esempio,
noto che esistono nuove presenze, impegnate al di là degli schieramenti tradizionali. E questo è sicuramente
un fattore positivo”.
E’ cambiato il ruolo
della famiglia?
“Non poco. Soprattutto a
motivo delle frequenti disgregazioni. Ad incidere credo sia stata la maggiore indipendenza economica, che
ha sì favorito l’autonomia
dei singoli, ma anche contribuito a far “scoppiare” la
coppia dopo pochi contrasti”.
E la religiosità?
“La partecipazione rituale
non manca, ma i giovani sono pochi e comunque appare
carente l’assiduità alla vita
parrocchiale. Esistono tuttavia sul territorio dei gruppi
di spiritualità imperniati su
una fede molto sentita”.
Parliamo di lei: quali
le letture preferite?
“Amo particolarmente la
storia, la saggistica, i testi
matematici e i giochi logici.
Ma ho anche un debole per i
fumetti.
Molto sinceramente: è
ottimista o pessimista
sul futuro del Cadore?
“Io sono ottimista per natura. Potrei sintetizzare così: la vita va avanti, speriamo bene”.
Antonio Chiades
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ANNO LVIII
Novembre 2010
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MUSICA
T
PITTURA
re mesi fa hanno inciso il loro primo disco, contenente
quattro brani inediti e un brano di
Gianna Nannini, “America”, riscritto in dialetto. Sono nati otto anni fa
e hanno come obiettivo, lo dice il
nome stesso, di proporre musica
senza porsi alcun limite, senza vincolarsi con pezzi di un solo e determinato genere. Sono i “Senza Filtro”, per l’appunto.
Nicola Comis, ventottenne di
San Nicolò, storico membro nonché chitarrista del gruppo, ci racconta in un’intervista la storia dei
“Senza Filtro”, formatosi “per gioco” e ora uno dei più celebri complessi musicali cadorini.
Nicola, raccontaci come è iniziata la vostra avventura.
“Come accomuna un po’ tutti i
gruppi, il nostro è nato per gioco.
Non eravamo interessati a proporre
al pubblico la nostra musica, ci bastava ritrovarci nella nostra cantina
e dare libero sfogo alla passione per
la musica che ci legava profondamente. Eravamo in tre e costituivamo la classica rock band con chitarra, batteria, basso e quest’ultimo era
anche la nostra voce. Abbiamo cominciato di lì a poco a suonare in
qualche locale, nei bar del nostro
paese; da qui è sorto il problema del
nostro nome. Senza Filtro nasce per
sottolineare il nostro modo di vedere
la musica, che non è vincolato da un
genere, ma è libero di spaziare dove
le nostre note vogliono condurlo in
un dato momento.
Due anni dopo, il gruppo si è allargato e si sono uniti a noi un tastierista e un altro chitarrista che
hanno contribuito a potenziare la
qualità della nostra musica. Da
quel momento non ci esibivamo più
solamente in Comelico, ma iniziavamo a farci conoscere anche nel resto del Cadore. La vera svolta, che
ha portato ad un secondo importante salto di qualità, è avvenuta l’anno scorso, quando si sono aggiunti a
noi un fonico e un tecnico luci che
hanno fatto sì che il nostro diventasse uno spettacolo completo da tutti i
punti di vista.”
Da chi è formato il gruppo?
“In totale siamo sette elementi: il
cantante, Lorenzo Casanova, il
batterista, Federico Michelazzi, il
bassista, Mattia Casanova, tutti e
tre di Costalta. Poi abbiamo Mauro
De Martin alle tastiere, di Dosoledo, il sottoscritto Nicola Comis alla
chitarra; il fonico Ludovico Mar-
Nel primo disco,
inciso anche
un brano di
Gianna Nannini,
riscritto
in dialetto
11
I “SENZA FILTRO” Uno dei più interessanti complessi
musicali cadorini
Federico Michelazzi
Mauro De Martin
Nicola Comis
racconta storia
e programmi
del Gruppo
Mattia Casanova
ca, ovvero il contatto con la gente, il
fatto di trasmettere le emozioni dei
nostri pezzi. La cosa è reciproca e
quello che ci piace è che le emozioni
sono per noi di volta in volta differenti, in base al contesto in cui ci troviamo.
Continueremo poi a proporre la
nostra musica, quindi a promuovere il nostro cd e poi, magari il prossimo anno, a seguito del discreto
successo che sta avendo il primo, potremmo inciderne un secondo. I nostri live migliorano di anno in anno
perché quello che ricaviamo dalle
Nicola Comis
serate nei vari locali viene investito
poi nella strumentazione, come può
essere un impianto audio piuttosto
che un impianto luci. Siamo davvero molto soddisfatti dello spettacolo
che possiamo proporre ad oggi, con
Ludovico Martini
un supporto tecnico al limite del
e Mattia
professionale.
Continueremo a suonare perché
amiamo la musica. Il nostro è un
gruppo solido e in questo ci differenziamo da quelli che si formano e si
disfano nel breve volgere di due mesi. Il nostro non è un legame che ci
tiene uniti solo sul palco; la nostra è,
prima di tutto, una radicata e profonda amicizia, lo testimonia l’attaccamento al gruppo e al nome che
ci contraddistingue ormai da quasi
otto anni. Abbiamo iniziato per gioco, ma ora facciamo sul serio!”
amiamo in particolare della musiMario Da Rin
“FACCIAMO SUL SERIO”
Lorenzo e Mauro
tini di Casamazzagno e Massimiliano De Martin, tecnico luci, di
Dosoledo.”
Parlaci della vostra musica e
delle vostre esibizioni.
“Il nostro repertorio è formato da
circa ottanta pezzi, soprattutto cover,
che spaziano nel mondo del rock.
Questo, a dire il vero, è un po’ riduttivo, perché essendo in sette, ognuno
ha preferenza per un determinato genere che propone al gruppo e poi insieme decidiamo i brani che entreranno a far parte del nostro repertorio. Principalmente facciamo riferimento alla musica di Ligabue, Vasco
Rossi, Bruce Springsteen, dei Creedence, di Gianna Nannini. Proprio
quest’ultima ci ha fornito l’idea di
utilizzare un suo pezzo, “America”, e
di riscriverne il testo in dialetto
(“Costauta”) per partecipare a “Ladin Cantando”. Il nostro brano è piaciuto ed è stato pubblicato sulla compilation del concorso; per fare questo, cosa che ci fa piacere ricordare,
abbiamo chiesto e ottenuto il permesso dalla casa discografica della Nan-
nini, ovvero la “BMG ricordi”.
Quest’anno, inoltre, abbiamo
partecipato ad un altro concorso,
“Giovani di notte”; questo si basava su un minitour di alcune serate in tutta la provincia di Belluno, in cui i giovani potevano
proporre i propri inediti. Abbiamo iniziato così a cimentarci
nella musica d’autore e abbiamo
composto quattro pezzi che, assieme a “Costauta”, sono stati incisi
sul nostro primo disco, tre mesi
fa. Altre esibizioni che ricordiamo sono la “Notte Bianco-celeste”
durante il ritiro della Lazio ad
Auronzo dell’anno scorso, la “Festa della birra” a Sappada, la
“Festa studentesca” di fine anno
a giugno, la “Festa dello sport” a
Padola e tutta una serie di altre
serate sia in Cadore che in altri
parti della provincia come Feltre, del Veneto come Mestre, ed
infine in Trentino e in Friuli.”
Progetti per il futuro?
“Sicuramente continueremo
con i live, perché è quello che
IL SURREALISMO DI
MAURIZIO DE LOTTO
H
a raccolto un plauso generale la mostra agostana di
Maurizio De Lotto al Gran caffè Tiziano di Pieve di Cadore. L’artista
ha presentato nel capoluogo cadorino una ventina di quadri che testimoniano la vitalità e la continua capacità di rinnovamento della sua
espressione pittorica, che in questa
recente produzione ha per certi
aspetti decantato i toni prorompenti
e provocanti della tradizione surrealista alla quale De Lotto appartiene,
per diventare più intensamente indagine introspettiva e intimistica.
Significativi a tal proposito alcuni
dei titoli dei quadri esposti: Parlami,
Voci nel Cielo, Flauto magico, Vicino e lontano, Autoscatto con Pelmo,
Rinato, Due Frau al tramonto, e, in
particolare, la triade Mi guardo ma
non mi vedo, Ti guardo ma non ti
vedo, Mi guardo ma non ti vedo.
Traspare evidente la sospensione emotiva dell'artista che indugia
nella riflessione su ciò che si debba propriamente intendere per
conoscenza del mondo a noi esterno, e in questo mondo, in particolare, come possa di fatto accadere
un incontro, una comunicazione,
una sorta di ricostruzione di una
totalità perduta con l'essere privilegiato e speciale che a tal mondo
appartiene, e che è per l'appunto
l'essere umano.
Fino a che punto possiamo essere certi di comunicare, in che senso possiamo avere la percezione
di essere capiti, in che cosa consiste il margine di superiorità dell'essere umano rispetto all'infinita
e traboccante bellezza della natura, del silenzio cosmico. Questi alcuni dei temi che De Lotto offre al
fruitore della sua arte. Un elemento figurativo di raccordo di questa
intensa e fertile inquietudine esistenziale è proposto dall'artista
nel velo, nella benda, nella grata o
finestra, che si frappone come
struttura pittorica tra un oggetto e
l'altro, assumendo il significato
della separazione, della divisione,
del confine invalicabile, della cesura, quasi esasperando in questo
modo e caricando di passione sensuale ed erotica la ricerca di una
unione.
Maurizio De Lotto è nato a Domegge nel 1950 e si è laureato in
architettura a Venezia. Si dedica
alla pittura fin dall'adolescenza.
Ha tenuto numerose e prestigiose
mostre in Italia e all'estero. Si occupa anche di grafica e di design.
Negli anni novanta ha frequentato
la scuola internazionale di Grafica
di Venezia, dove ha approfondito
le tecniche dell'incisione e del libro d'artista. Vive e lavora tra Dolo e San Vito di Cadore.
Maria Giacin
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ANNO LVIII
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
Al concorso par na nova musica dle Dolomites
“LADINCANTANDO”, PLA SEGONDA
EL CIANTADE BTUDE ZUN DISCO
a nasché ane l Istituto ladin de la DoD
lomites d Borcia inà btu
in pes na iniziativa ch voraa inzité i musiciste a
scrive canzogn par ladin.
L à ciamada “Ladincantando” e inà mandó fora
un aviso par föi un concorso intrà i musiciste dla
Ladinia nostrana par ch i
mande canzogn, e na giuria avraa sintù e considró
cualie ch era el pi bele.
Dopo la prima edizion,
gno ch inà vinto al Grupo
musical d Costauta, Aldo
De Lotto e Alessandro Sepulcri, iné stada fata na
segonda, ch inà coiosto
su el canzogn de na desina d autores, e intra cösse
anche doi grupes d canai
dle scole.
Sta segonda iniziativa d
Ladincantando iné tacada
zal 2009 e ades finalmöinte iné riveda a la conclusion, co la publicazion d
un cd con su el canzogn d
cöi ch à mandó al so material a l Istituto ladin, e
un pai d conzertes gno ch
i autores presenta el so
canzogn in publico. Sul
cd, intitoló “ladincantando 2”, iné stade btude doi
canzogn par autor, ch dà
na idea d cöl che s riesse
a föi zle valade ladine: da
Zoldo iné dinze el canzogn d Adriano e Debora
Calchera e cölie d Loredana Pra Baldi, riveda segonda zal concorso; da l
Agordin cölie de Isabella
Lanciato, riveda terza; dal
Cadore cölie d Andrea Da
Cortà, rivó primo, e cölie
de Cosimo Mascolo, autor anche dle musiche
dle canzogn di canai dle
scòle elementar d Calalzo, ch à partecipó insieme a cöi dle scòle d Sa
Stefin. Al cd iné stó stanpó da l Istituto e sarà do
fora a duce cöi ch vö sintì
el nove canzogn par ladin.
Iné stade organisede
anche doi söre d conzerto
dle canzogn presentade,
una a Vallada Agordina,
gno che zla sala dla parochia inà ciantó Aldo De
Lotto, Isabella Lanciato,
Debora e Adriano Calchera e Loredana Pra Baldi, e
una a Fusine d Zoldo, gno
ch à ciantó anche Andrea
Da Cortà. Duta la dente
ch à partecipó a sti conzertes inà podù aprezà la
dignité dla lönga pizla anche vistida d musica e
ciantada con passion da i
cantantes. Zla söra d Vallada, organiseda pla sagra
d San Simon, duce inà
avù el sbatude d mögn,
ma picsöia Loredana Pra
Baldi da Zoldo, pla so os e
l interpretazion dla canzon “Vendeta” e “Solche
par ti”, ciantada insieme
aped Daniele De Bettin,
autor dle musiche.
Tance inà insistù parcheche sto concorso vögna continuó anche pi
prosme ane, e magare lielo, par i dogns, a cöl organisó da la Provinzia, che s
ciama “Giovani di note”,
co na sezion special dedicheda al canzogn con parole ladine.
(Lec)
Tance inà firmó pal referendum
dna provinzia autonoma
ANCHE IN CADORE S CÒI SU FIRME
PAR LA REGION DLE DOLOMITI
I
n sti möide zun duta la
provinzia de Blun inà
tacó a còi su l firme par domandà un referendum par
föi gni la Provinzia de Blun
autonoma conpagn d cölie
de Trento e Bolzano, zna
unica Region, che s ciamarà Region dle Dolomiti.
Anche in Cadore sta iniziativa inà movosto antares e
partecipazion, söia zal grupo d parsone ch inà azetó
da promöve l informazion
e dì in giro a tol su el firme, söia zal numar dle parsone ch inà firmó e continua a firmé.
Gno vorala rivé sta iniziativa dal referendum?
Par cöi ch l à proposto e
organisó iné l unica strada
par gni fora da l isolamöinto e da l contà nente dla tera dle Dolomiti dal Veneto.
Basta spié come ch vögn
considrede el valade d
monte dal provinzie de
Trento e Bolzano par capì
la diferenza ch iné zal Veneto zi confronte dla provinzia de Blun e in particolar pla so banda auta, gno
ch el Dolomiti iné la vöra e
pi granda parte de ste
monte, anche zal teritorio
de Trento e Bolzano. Al
tentativo da caminé da Veneto iné stó fato da nascuance Comugn tacade al
confin con etre provinzie,
Lamon e Sovramonte apede Trento, Cortina, Livinallongo e Colle Santa Lucia apede Bolzano, Sapada
apede Udin. Duce referen-
dum ch inà visto na grön
partecipazion de dente e la
vitoria dal “si” zun duce i
pöide gno ch é stó votó.
Ma sta volontà dle magioranze d cöi ch volee caminé dal Veneto ne n é mai
stada tlosta in considerazion dal Parlamento taliön,
e csi la delusion dla dente
iné carsuda ncamò dapì.
Ades sta proposta da föi canbié
Region a duta la
provinzia de Blun
prova a föise capì
e dopo votà da la
magioranza dle
dente ch vive zun
sta provinzia. I organisatores voraa
rivé finamai a 20
mile firme, par
portalie in Provinzia e föi che al
Consilio provinzial vote la richiesta da canbié Region, com che
prevöde l articul
132 dla Costituzion taliana. Sto
comitato ch inà
dinze omin e fömne de dute el valade dla provinzia,
ne n à un color politico e ne n é lió a
n partito o a clautro, ma voraa cetà
l apogio de dute el
forze ch fa politica
cialò da nöi.
Staron da vöde
in particolar la
Lega, ch inà dó al so apogio a duce i movimöinte di
referendum zi pöide gno
ch é stó votó, s la azetarà
da portà in Consilio provinzial la proposta da cambié Region e föi votà duta
la dente dla provinzia su
sto argomöinto.
Lucio Eicher Clere
LA FESTA DE DUTEI SANTE,
I MORTE E HALLOWEEN
A
des i nostre dovin la
siera de l 31 i va n
giro mascherade e co le
zuce e calchedun pensa
che sea parché i a ciapou
su da la television le usanze che vien da l America.
Ma no è mia così. La festa
de la nuote prima de i Sante la è partida n Europa e
la à na tradizion che va
ndrion a prima de la nasesta de Gesù Cristo. Chesta
nuote l è senpre stada considerata magica parché la
segnea la fin de l an vecio e
l inizio de l an nuou par i
Celti.
Par luore, che vivea nte
duta Europa e anche ca da
noi, al 31 de otobre i morte
podea vegnì a ciatà i vive.
Era na festa par dute, se
destusea al fuou vecio e se
npizea al fuou nuou. Era la
fine de la stagion de l agricoltura e tachea da nou l in-
verno. La magia intorno a
chesta nuote l è restada par
ane anorum e la religion
cristiana à trasformou chesta festa pagana nte la festa
de dute i Sante e de i Morte. La tradizion de le zuce
da npizà e portà ngiro somea che la sea partida proprio ca da noi e che le famee emigranti n Inghiltera
e n America le abie portou
là de là de l oceano chesta
tradizion che è senpre stada n Cadore. Così dis la Filologica Furlana che à studiou pulito la tradizion de
le feste de la siera de dute i
Sante. Nte dute i paesi de l
Cadore se usea girà par le
ciase co le zuce desvoitade
co inte la candela e dute se
pensa de chesto. Io’ deo
cuanche ero tosa, me mare
la dea i prime ane de l novezento. La tradizion de fei
festa, de bete fior e lumin
su par le tonbe de i morte
la vien proprio da i Celti e
ades chel che vivon noi l è
algo che va ndrio a prima
de Cristo.
Ades la festa se ciama
Halloween e l è nti pì de moda de na ota ma l è tornada
agno’ che l è partida. Alora
no stason pensà che fei festa par Halloween sea algo
de American che avon
nportou. E’ na festa partida
cà da noi che continuon a
fei e che à radis nte la nostra storia. No è gnente de
esotico o de copiou. Ades
se dora le zuce finte e se se
vieste da fantasmi e giate
negre. Na ota se avea le zuce vere e se dea ngiro senza
costumi. Ma le usanze le è
canbiate parduto. Alora festegion pur Haloween parché de nuou è solo l nome.
Francesca
Larese Filon
LA CARTA DE I TROI DE LOZE E
LE NUOVE SU PAR I TOPONIMI
L
a carta de l comun de Loze stanpada da la Comunità Montana Centro Cadore co l sostegno
de l Comun de Loze, de l Cai de Loze, de l BIM e del
Gruppo Antichi Sentieri l é na bela ocasion par nparà
i nome de lo nostre val e ne i nostre troi. Danilo De
Martin che à betesto apede dute le nformazion dopo
ane de nterviste a boscador, cazador, guardie l à fato
n laoro che contien pì de 700 tonomimi de l Comun
de Loze.
La cartina la é na ocasion par dì n giro par i troi de
Loze ma l é n documento nportante anche par chi
che é apasionou de toponimi. Dute le coste à n nome
che i ne porta a cuanche no servia cartine ma dute
savea girà par i nostre bosche. Ades chesta carta dà
la posibilità a dute de cognose come che se ciama i
nostre luoghe. No é solo na carta par di n giro ma par
cognosse. La carta se la ciata nte i negozie de Loze. E
le informazion su par i toponimi le é inte l libro su par
i tabià de Loze che l Union Ladina l é davoi a parecià.
F. L.
Pian Abate
Piàn d’Adàmo
Agùdo
Tabià de Pian d’Adàmo
Pala de l’Aier
Altàr
Troi de le Al
Pian de l’Antena
Antèaze
Giòu Pian dele Aste
Val dei Aune
Aurère
Kròda
Bùsa dele Autrèe
Kòsta dei Avedìs
Pala de Bagnòrse
Casèra Baiòn
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ulle Dolomiti l’alpinismo ha scritto le pagi- PIEVE DI CADORE CAPITALE
S
ne più belle. Le prime salite
considerate impossibili, il
primo 6° grado, le prime
scalate strapiombanti, le
prime cordate moderne. E
sulle Dolomiti si sono organizzati i primi gruppi alpinistici. Nomi altisonanti che
hanno tenuto a battesimo i
rocciatori più arditi e gli alpinisti più bravi: gli Scoiattoli di Cortina, i Ragni di
Pieve di Cadore, i Caprioli
di San Vito, i Rondi del Comelico, i Rocciatori di Agordo, i Catores della Val Gardena, le Aquile di San Martino di Castrozza, i Ciamorzes della Val di Fassa. Si sono ritrovati in Cadore e per
due giorni Pieve è diventata
la capitale dell’alpinismo
dolomitico. Dolomia 2010:
il titolo del meeting. Un raduno itinerante che ogni anno viene ospitato da un
gruppo alpinistico operante
nel comprensorio dolomitico.
Quest’anno è toccato ai
Ragni di Pieve di Cadore.
“Faremo conoscere le nostre
montagne agli amici trentini e sud-tirolesi. Sarà un’occasione per camminare e
scalare insieme ma anche
per confrontarci sui valori
che stanno alla base della
nostra passione e sul livello
dei rispettivi programmi di
attività.” Così ci aveva detto
Ernesto Querencig, segretario del Gruppo Ragni e
leader della macchina organizzativa del raduno. Era
tutto pronto nei minimi particolari. Le salite sugli Spalti
di Toro e sulle Marmarole,
la presentazione delle falesie di fondo valle, gli itinera-
DELL’ALPINISMO DOLOMITICO
Per due giorni il Cadore ha
ospitato il raduno degli alpinisti delle Dolomiti
Cʼerano i Ragni di Pieve, gli Scoiattoli di Cortina, i Caprioli di San Vito, I Rondi
Conferenza sulla qualità del Comelico, il Gruppo Rocciatori di Agordo, le Aquile di San Martino di
Castrozza, i Catores della Val Gardena, i Ciamorces della Val di Fassa
della montagna
ri di collegamento, i rifugi,
le cartine. Ma siccome neppure gli alpinisti riescono a
comandare al tempo, è arrivata la pioggia che ha compromesso parte dell’attività
programmata. L’incontro
però non ha perso nulla sul
piano dell’intensità e dell’amicizia. Si è salvata la visita
ai rifugi cadorini con menu
che nessuno dimenticherà
e si è salvata la cena sotto il
tendone di Calalzo con gli
alpini che hanno fatto da
cornice ad una serata effervescente. Poi, come vuole la
tradizione, Dolomia ha ospitato una conferenza dedicata ad un tema che interessa
tutti i gruppi alpinistici delle Dolomiti. Quest’anno si è
ra le notizie che hanno tenuto banco a Dolomia
T
2010 c’è stata anche quella riguardante l’età del presidente
dei Ragni Alex Pivirotto: il più
giovane presidente tra quelli dei
gruppi alpinistici ospiti oltre
che più giovane Guida alpina
del Veneto. Lui sa e si schernisce dietro un sorriso radioso ed
accattivante che non nasconde
contentezza.
“Certo che sono orgoglioso.
Quando i componenti del Gruppo Ragni mi hanno scelto come
loro presidente ho avuto un sussulto. E tanta soddisfazione ho
provato quando ho superato l’esame di Guida alpina. Due risultati che considero eccezionali dal
momento che concorrono a coltivare la mia passione alpinistica
che è anche il mio lavoro.”
Cosa sogni per i Ragni?
“Di farli diventare sempre più
un’attrattiva per i giovani. Del resto tra gli scopi fondativi del gruppo c’è proprio quello della promozione della pratica alpinistica.”
Dolomia 2010 ha lasciato
un segno?
“Diciamo che è stato un grande raduno…nonostante il tempo.
parlato di qualità della montagna. Sono inter venuti il
presidente del Collegio nazionale delle Guide alpine
Erminio Sertorelli e il
presidente nazionale dell’Uncem (Unione dei Comuni, degli Enti e delle Comunità della Montagna) Enrico Borghi. Due relazioni
interessanti e, per certi versi, anche molto originali.
Borghi, per esempio, ha ribadito che il concetto di
qualità appartiene vocazionalmente alla montagna.
Deriva dalla sua diversità.
Una dimensione che non
appartiene alla pianura dove a prevalere è soprattutto
la quantità.
L’offerta della montagna
è contrassegnata dall’originalità che molto spesso
equivale a unicità. La sua
ricchezza è rappresentata
dalla bellezza, dalla genuinità, dalla tradizione... dall’identità. Devono essere questi gli ingredienti della promozione turistica della
montagna che, valorizzata
per questi aspetti, non può
che essere di qualità.
A garantire poi questo patrimonio è indispensabile
che gli operatori della montagna siano professionalmente ben preparati. Solo a
queste condizioni possono
contribuire a far crescere la
valenza economica rappresentata dal turismo. E qui si
è inserito l’intervento di Er-
QUANDO LA MONTAGNA
PARLA GIOVANE
Ci sarebbe piaciuto accompagnare i colleghi, giunti dall’intero
comprensorio dolomitico, a conoscere alcune vie sulle Marmarole
e sugli Spalti e alcune falesie che
sicuramente li avrebbero lasciati
a bocca aperta. Non è stato possibile ma gliene abbiamo parlato
talmente tanto che non possono
non tornare. Credo che Dolomia
2010 un segno l’abbia lasciato
dal momento che la curiosità
scaturita dalla presenza di tanti
alpinisti in divisa in giro per il
Cadore è stata tanta. Un segno l’ha lasciato anche a livello istituzionale grazie al lavoro di preparazione che ha mobilitato Comunità Montane, Comuni, Associazioni, giornali.”
Cosa ti ha colpito degli altri Gruppi?
“Lo spirito di corpo, la fede negli stessi valori e la capacità di
formare un gruppo unico pur
provenendo da valli ed esperien-
ze diverse.”
E’ vero che nei Ragni il
senso di famiglia prevale su
ogni altra dinamica?
“E’ verissimo. La passione per
la montagna e il sentirci appartenenti ad un’una famiglia ci
rende vincenti. Sono i chiodi che
ci legano sicuri.”
E i tuoi lusinghieri risultati
alpinistici, che proprio recentemente sono stati riconosciuti con il Premio “Silla
Ghedina” per la più bella via
alpinistica realizzata nel corso del 2009, traggono forza
più dai Ragni o dalla professione di Guida alpina?
“Sono state e sono due fonti formative eccezionali. La preparazione tecnica fornitami dal Corso
Guide è stata fondamentale ma
prima ho avuto la fortuna di conoscere i Ragni. Sono stati loro a
stimolarmi a fare il corso e, tutt’ora, sono loro, a cominciare dai
minio Sertorelli che ha evidenziato la strategica presenza delle Guide alpine –
che compongono buona
parte degli storici gruppi alpinistici delle Dolomiti – e
ha illustrato la nuova legge
quadro sulle figure professionali della montagna in
discussione in Parlamento.
Rivolgendosi agli enti locali
ha sottolineato la necessità
di aiutare i giovani ad intraprendere quelle professioni
che da sempre sostengono
le attività vitali della montagna. E ha invitato tutti a vigilare sull’abusivismo che,
oltre a penalizzare le figure
giuridicamente riconosciute, squalifica e danneggia la
montagna.
A complimentarsi con
Borghi e Sertorelli per l’interessante contenuto della
conferenza sono stati proprio tutti a cominciare dal
sindaco di Pieve Maria Antonia Ciotti e dall’assessore alla cultura e allo sport di
Pieve Maria Giovanna
Coletti che hanno rimarcato con orgoglio il fatto che
Pieve di Cadore sia stata
per due giorni la capitale
dell’alpinismo dolomitico.
Anche per questo hanno
ringraziato il Gruppo Ragni
e tutti i soggetti pubblici e
privati che hanno contribuito alla buona riuscita di Dolomia 2010.
Bepi Casagrande
Intervista a Alex Pivirotto,
guida alpina e presidente
del Gruppo Ragni
Alex con Stefano Dimai presidente degli Scoiattoli di Cortina
più vecchi ed esperti, a suggerirmi miglioramenti e tutte quelle
accortezze che fanno di un giovane appassionato di montagna co-
me me un alpinista che, insieme
ai quattro compagni di cordata,
si aggiudica il prestigioso Premio
“Silla Ghedina”.
B. C.
C
C
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L’ESPERIENZA
NELL’
ALPINISMO
GIOVANILE
A
llora ragazzi, vi siete divertiti? Siete usciti in invernale il 21 febbraio lanciandovi giù con la slitta, vi siete
inoltrati nella grotta di “Bora”
piena di stalattiti e stalagmiti
l’11 aprile, avete visitato il forte
a Pian dell’Antro il 25 aprile
ascoltando vicende di guerra,
siete saliti in vetta alla Terza
Pala il 13 giugno, avete vissuto
memorabili tre giorni in campaggio a Capanna Antracisa assaporando il gusto delle notti
in tenda (25-26-27 giugno),
avete affrontato la Torre Toblin (2620 m) con tanto di ferrata e scalette il 12 settembre...
Non è stato poi tanto difficile. Una montagna di emozioni
di fronte a scenari incomparabili di crode e a una natura viva
con i suoi boschi e torrenti, fiori e animali, fra tanti amici vecchi e nuovi sempre pronti a divertire, sotto l’attenta e piacevole guida di Rita, Nicola e gli
altri, gli esperti accompagnatori del CAI “Alpinismo Giovanile” di Pieve.
Eh sì, non sarebbe facile an-
21
CAI PIEVE DI CADORE
81 ANNI MA NON LI DIMO-STRA
Si è concluso il programma di
attività stagionale della Sezione
dar da soli in tutti questi
posti, divertirsi all’aperto come tanti esploratori,
imparare ascoltando le
storie dall’esperienza
vissuta degli anziani (si
fa per dire, vista la loro
seconda gioventù).
Allora ragazzi, arrivederci, alla prossima stagione!
(rdc)
LA
MONTAGNA VA
CONOSCIUTA
PER
APPREZZARLA
CON IL CAI CI SI CONOSCE,
CI SI DIVERTE E SI E’ PIU’ SICURI
dieci anni partiva dal
paese di Pieve e scarpiA
nava fino sopra il Rifugio Antelao per prendere stelle alpine
che vendeva poi “ai siore villeggianti”. Oggi, Gianni Vecellio ha 66 anni e si tiene impegnato con il CAI di Pieve organizzando le gite: “Con la stessa
voglia di un tempo, magari ho
un po’ meno forza, ma... ce la
faccio ancora!” - sottolinea con
una risatina -.
Le gite che organizza la locale Sezione CAI, oltre alle ufficiali con le altre sezioni, si
possono mettere nel novero di
quelle escursioni che raggiungono le cime per via normale
e se capita su per qualche ferrata, talvolta anche in zone
lontane dal Cadore. “Fra le ultime escursioni, il giro delle
Forcelle di Forni (a Forni di
Sopra): notevole, 7 ore di camminata con la sola sosta per
uno spuntino sull’ultima forcella prima della discesa, quasi
1600 metri di dislivello.”
Il calendario delle escursioni per adulti dal 16 maggio al
19 settembre anche quest’anno è stato vario: al Bivacco
Margherita Beghin sulle Pale
di San Lucano, a Cima Pape
sulle Pale di San Martino, sul
Campanile Dimai del Pomagagnon, sull’Hoberdeirer del
Gruppo Terze Ciap Siera, sul
Monte Sella di Sennes, oltre al
giro delle Forcelle di Forni.
A queste s’aggiungono quelle ufficiali intersezionali di luglio e agosto sul Sasso Rosso
di Braies e il Giro sugli antichi
pascoli.
Vedi che difficoltà! dirà
qualcuno.
Beh, per l’accompagnatore
Gianni Vecellio c’è un compito
in più: “Normalmente io vado
prima a verificare il percorso,
lo controllo, vedo se dopo l’inverno si è creata qualche pericolosità.” In una battuta: quasi
un lavoro! “Per fortuna sono in
pensione”, aggiunge ridendo.
C’è un’altra particolarità da
evidenziare. Al gruppo locale
di escursionisti si aggiungono
di volta in volta gitanti provenienti dalla “bassa” che la Sezione CAI “raccoglie” tramite
il proprio Sito, dimostrando
così una vitalità “d’altri tempi”.
Un buon modo di contatto e
un’inizio d’aggregazione globale. Il che non guasta.
(rdc)
Gli accompagnatori del gruppo
giovanile Rita Frescura e
Nicola De Lorenzo
e degli escursionisti adulti
Gianni Vecellio
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LE VECCHIE GLORIE IL PAESE DOVE TUTTI
DEL SALTO SI
IMPARANO A SALTARE
“Il miracolo del
RITROVANO A CIBIANA “S
Nilo Zandanel
recordman a Oberstdorf 1964
C
ibiana li accoglie nel tipico
clima autunnale, sabato 16
ottobre, ma loro, temprati ‘saltatori’ del tempo che fu, non se ne accorgono neppure, merito della calorosa accoglienza che ricevono
dallo Sci Club Cibiana e complice
la voglia di incontrarsi dopo tanti
anni. Non a caso il raduno si tiene
questa volta a Cibiana. Qui hanno
iniziato i primi salti dei veri campioni come Bruno Da Col, Dino
De Zordo, il recordman Nilo Zandanel; qui in località Strassei fu
inalzato il primo trampolino da
salto nel 1952 e si tennero tante
combattute gare, anche nazionali;
qui si formò una scuola di validi
saltatori, un nugolo di ragazzi che
dal ’50 si fecero onore per un ventennio. Titolò la mitica Domenica
del Corriere sul numero del
2.4.1961 “IL PAESE DOVE TUTTI IMPARANO A SALTARE” e
descrisse il fatto come “La favola
dello sport moderno”.
Nella calda atmosfera dell’Albergo Remauro in più di ottanta s’incontrano: i saltatori trentini di Pellizzano e di Pontelegno, quelli di
Predazzo, di Asiago, i vicentini di
Al Remauro, raduno di due giorni per
gli atleti della nazionale di salto e
olimpionici, anni ʻ50-ʼ70, provenienti
dai più prestigiosi club triveneti
Soddisfazione dello Sci Club
Cibiana che ha promosso lʼincontro
Gallio, i friulani di Tarvisio e Ravascleto, naturalmente loro, gli ex
ragazzi saltatori di Cibiana e i familiari di coloro che non ci sono più.
Si salutano, si parlano, s’accostano
ai pannelli delle foto ricordo, si accomodano a cena raccontandosi
storie vecchie e nuove con vera
soddisfazione. Per tutti, chiamati
dallo speaker Armando, foto ricordo tra le vallette Magda e Patrizia e
una serigrafia in tema dell’artista
Roberto Bianchi che si va via via riempiendo delle firme di ognuno.
Non mancano i saluti e gli aneddoti di un emozionato Umberto
Olivotti, il presidente dello Sci
Club Cibiana e gran patron del raduno, il saluto del
vicepresidente
della Regione Veneto Matteo Toscani che sottolinea il valore dello
sport e la vitalità
di Cibiana, “una
comunità che non
manca mai di stupirci”, l’intervento
del sindaco Guido
De Zordo che
vuole salutare in Il saluto agli
particolare “coloro che videro il
paese ieri e lo vedono oggi con meno sport ma con tante attività sociali, il saluto del presidente della
Comunità Montana Val Boite Vittore De Sandre, il saluto di Roberto Bortoluzzi presidente Veneto FISI. Al microfono è tutto un
susseguirsi di saluti e ringraziamenti, dagli atleti cibianesi a Piero
Pertile allenatore della nazionale
per un decennio dal 1958, agli ospiti dei diversi Club.
Domani il programma prevede
la visita guidata ai Murales e pranzo al Dolomites sul Rite. Ma questa sera nessuno ha voglia di andare a dormire.
(RDC)
atleti del sindaco Guido De Zordo
embra una favola la storia
dei saltatori italiani. Per
narrarla bisogna cominciare, come in tutte le favole che si rispettano, antiche o moderne, con le parole: c’era una volta…” “C’era una
volta un paese piccolo, piccolo, che
si chiamava Cibiana.”
E’ del 1961 questo articolo di
Ravegnani apparso sulla Domenica del Corriere, e mai articolo migliore fu scritto sul paesino cadorino, tanto che lo riportiamo, seppure sintesi, perché fissa una delle tappe più prestigiose della storia dello sport invernale. Oggi,
forse pochi riconoscono i De Zordo, i Zandanel, i Da Col, gli Olivotti come i saltatori di quell’epopea
irripetibile che va dagli anni ’50 ai
‘70, troppo tempo è passato, altri
interessi si sono sovrapposti. Ma,
ritorniamo a quella che è stata
una favola…
“Cibiana d’inverno si copriva di
neve e i suoi figli non sapevano dove andare a sciare, non c’era una
seggiovia o un semplice ski-lift. Un
giorno, un bel tipo disse: «Se loro (i
cortinesi) hanno le funivie e le seggiovie e i trampolini, noi abbiamo i
tetti delle case e la neve, bianca e
soffice come la loro, uguale, uguale». «Dei tetti? Che ne facciamo?»
«Per saltare, miei cari, come se fossero dei trampolini». Un giorno a
Cibiana capitò un signore, vide i
ragazzi saltare giù dal tetto, «Vi
piacerebbe imparare a saltare veramente, a diventare dei campioni?» Era un tecnico della FISI, dirigente dei Centri Giovanili di Addestramento, si portò con sé i migliori: Nilo Zandanel, Dino e Bruno De Zordo e, più tardi, Agostino
De Zordo. Non lo crederete: quei
ragazzi sono oggi diventati i più
forti saltatori italiani, tra i migliori del mondo. Dino De Zordo ha
vinto un mese fa la gara internazionale di Zakopane in Polonia,
davanti a celebri specialisti sovietici, polacchi, finlandesi, norvegesi,
svedesi, tedeschi e austriaci. E oggi
Cibiana è una fucina di piccoli
campioni, di grandi saltatori del
futuro. Gli Zandanel e i De Zordo
sono ormai le glorie del paese: e tutti i ragazzi saltano, prima su quel
rudimentale trampolino che parte
dal tetto della casa, e poi su un piccolo trampolino della portata di 45
metriche la FISI ha fatto costruire.
Gli scolari escono da scuola, gli sci
in spalla, e accompagnati dal maestro vanno ad imparare a saltare.
Oggi l’Italia può mettere in campo una schiera di ottimi specialisti
di alto valore internazionale. Essi
sono: Dino De Zordo (24 anni),
Nilo Zandanel (23 anni), Bruno
De Zordo (20 anni), Giacomo Aimoni di Pontedilegno e il cucciolo
della squadra Agostino De Zordo,
diciottenne. E dietro agli azzurri
preme tutta una schiera di giovanissimi, animati dal sacro fuoco
della passione sportiva. Il presidente della Federazione ha chiamato
in seno al C.T. Salto un ex saltatore
di casa nostra, Pietro Pertile che si
è dimostrato un perfetto insegnante
delle nuove tecniche elaborate dai
saltatori del Nord e del centro Europa, quel particolare stile ‘a penetrazione aereodinamica’ che ha rivoluzionato la specialità. Strumolo, Flumani e Pertile sono i veri
autori del miracolo del salto italiano, un miracolo che non sarebbe
però avvenuto senza la passione
dei ragazzi di Cibiana di Cadore.”
salto italiano non
sarebbe avvenuto
senza la passione
dei ragazzi
di Cibiana”
Dal tetto di quella casetta i
ragazzini fanno i loro primi salti
Sotto l’occhio vigile del maestro
di scuola si affina lo stile dei
futuri campioni
Il 16 e 17 ottobre 2010 questi
“ragazzi” si sono ritrovati a Cibiana assieme a tanti altri amici saltatori dei migliori Club italiani: Dino
De Zordo che oltre al mondiale
del 1961 a Zakopane ha vinto campionati italiani e diversi titoli; Agostino De Zordo campione europeo juniores, Amedeo De Zordo,
Nilo Zandanel recordman mondiale con un salto di 144 metri a
Oberstdorf in Germania nel 1964
e vincitore di altri titoli in Italia e
Nord America, nonché alfiere già
nel 1956 alle Olimpiadi invernali di
Cortina; Flavio Olivotti e Aido
Olivotti; i saltatori di 2a generazione Gianfranco Da Col e Amedeo Olivotti; i giovanissimi ... Presenti nel ricordo, perché scomparsi, anche altri saltatori: dall’altrettanto mitico Bruno De Zordo, a
Amerigo De Zordo, Vittorio De
Zordo, Davide Da Col, Agostino Zandanel, al “vecchio” Bruno
Da Col, primo a superare i 110
metri di salto a Pontedilegno negli
anni successivi alla guerra, cofondatore della scuola di salto (con
Amerigo De Zordo) negli anni ’50.
Negli anni ’70 c’era ancora un
nugolo di giovani saltatori a Cibiana che gareggiavano per l’Italia e
nei primi anni ’80 ci fu un nuovo
tentativo di rinnovare la tradizione con una gara sul trampolino
provvisorio intitolato a “Davide
Da Col”: sfortuna volle che avvenisse il fattaccio e morisse Vittorio De Zordo, mentre saltava allenando i ragazzi. Fu la fine di questa meravigliosa avventura. Non
di quello che essi furono nella storia dello sport.
(RDC)
Dino De Zordo vince
il mondiale 1961 a Zakopane
Fotoservizio in ultima pagina
Foto d’archivio di Bruno De Zordo in un salto - I riconoscimenti a Nilo Zandanel,
a Dino e Amedeo De Zordo, a Agostino De Zordo e Aido Olivotti, a Pietro Pertile
Foto di gruppo a fine serata
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ANNO LVIII
Novembre 2010
23
uova sede per l'associazione sportiva DoN
lomiti Ring. E’ stata inaugurata il 4 settembre scorso
l'attrezzata palestra ospitata
nei locali dell'edificio dell'ex
cooperativa di proprietà del
comune di Valle di Cadore,
ente che già aveva messo a
disposizione per l'allenamento degli atleti uno spazio presso il Palazzo delle
Feste. Quella cadorina è la
prima scuola di pugilato del
bellunese. Inoltre, l'offerta
della nuova palestra comprende una ampia gamma di
attività sportive.
Nel corso dell'inaugurazione è stato possibile avere
uno spettacolare “assaggio”
delle discipline praticate, oltre a Boxe e Kick boxing, gli
affascinanti Brasilian Jiu Jitsu e Aikido, dimostrazioni
che hanno entusiasmato e
catturato l'attenzione degli
intervenuti.
La A.S.D. Dolomiti Ring,
presieduta da Antonio Staiano, fu fondata nel 2007 presso la palestra di Calalzo da
Roberto Barnabò e da Claudio Novelli (attuale allenatore e dirigente), spinti da
una grande passione per il
pugilato olimpico ma anche
dal desiderio di offrire in
ASD DOLOMITI RING, PRIMA SCUOLA DI PUGILATO
Nuova sede a Valle
di Cadore per la ASD
che pratica Boxe e
Kich boxing,
Brasilian Jiu Jitsu
e Aikido
Soddisfazione espressa
dal presidente Staiano,
dallʼallenatore Barnabò
e dal dirigente Novelli
Cadore un'alternativa agli
sport cosiddetti “tradizionali”. Dall'iniziale piccolo
gruppo, la società conta al
momento circa 40 atleti, tra i
quali 10 agonisti e 30 amatori con una netta preponderanza maschile anche se il
sesso “debole” (si fa per dire), è comunque rappresentato.
Queste discipline fino ad
alcuni anni fa quasi di nicchia, sono oggi molto in voga e in costante aumento è il
numero delle persone che vi
si appassionano. Una vera e
propria moda che ora è possibile seguire anche tra le
montagne del Cadore, area
spesso penalizzata dalla sua
pur splendida marginalità.
Al vice sindaco Daniel
Battistella l'onore del taglio
del nastro. Un'amministrazione quella del comune di
Valle di Cadore particolarmente sensibile e disponibile nel venire incontro alle
esigenze della popolazione
e in questo caso, lodevole
nell'impegno dimostrato
EZIO DE LORENZO POZ
NEL CLUB DEI 4000
nello sviluppo delle attività
giovanili in Cadore.
La nuova palestra dell'associazione sportiva Dolomiti Ring propone un'offerta
davvero allettante, rivolta ad
agonisti e amatori di ambo i
sessi e di tutte le fasce di
età, che d'ora in avanti potranno cimentarsi in pratiche che vanno ben oltre la
sola attività fisica.
Rina Barnabò
INFO E CONTATTI
[email protected]
328 8050540
' davvero un'impresa
quella di Ezio De LorenE
zo Poz, l’alpinista comeliano
che ha scalato in questi ultimi
anni ben trenta vette delle Alpi
superiori a 4000 metri. In questo modo Poz, così lo chiamano
gli amici, entra nel prestigioso
"Club dei 4000", ed è il secondo
in provincia di Belluno e il 18°
nella Regione Veneto. L’ultima
cima è stata il monte Allalinhorn a 4027 metri, nel gruppo
del Mischabel uno dei più significativi delle Alpi Pennine nel
cantone svizzero del Vallese.
“L'iniziativa del Club nasce
giusto vent'anni fa quando la rivista Alp dedicò un numero monografico ai 4000. All'interno
Luciano Ratto e Franco Bianco,
lanciano l'idea di costituire un
Club dei collezionisti di 4000, al fine di individuare quali e quanti siano tali appassionati e propongono un elenco di primo riferimento di 87 vette. Tre anni dopo una commissione di esperti dei
tre paesi interessati, Italia, Francia e Svizzera, vara l'elenco ufficiale dell 82 vette di 4000 metri delle Alpi, ora accettato da tutti
gli organismi competenti”.
Quanti sono in Europa i componenti del Club? “Ad oggi poco
più di trecento. Con la grande maggioranza di italiani, circa 250,
dei quali 18 veneti e due nella nostra Provincia. Per l'Austria c'è
anche il mitico Kurt Diemberger”. Cosa ti ha spinto a questa impresa, indubbiamente impegnativa e complessa? “In questi ultimi anni nelle montagne del Comelico ho aperto quasi 60 vie nuove con difficoltà fino al VII grado. Ho effettuato 60 prime assolute
fra prime invernali, cascate di ghiaccio, discese di sci ripido, prime in solitaria, concatenamenti e attraversate. Nelle alpi occidentali invece avevo solo fatto qualche uscita: ero salito quattro
volte in Cima al Monte Bianco, avevo scalato lo sperone della
Brenva con variante Coulouar Gusfeld, la Via Kuffner al Mont
Moudit, avevo percorso la fantastica cresta di Rocheford, ero salito due volte sulla Cima del Monte Cervino, sul Monte Rosa avevo
percorso la bellissima parete nord del Liskamm orientale. Avevo
bisogno di stimoli nuovi, di vedere luoghi nuovi e montagne nuove. Poi ho letto del Club dei 4000 e subito mi è venuto il desiderio
di accendere il computer e iniziare nuovamente a fare progetti.
L'alpinista ha bisogno di provare emozioni, di sognare nuove avventure prima di metterle in pratica. E cosi con degli amici fantastici quest’anno sono riuscito a salire ben ventuno vette nelle zone delle alpi Bernesi, monte Rosa e Massiccio del Mischabel raggiungendo il numero per entrare nel Club dei 4000”.
Ed ora cosa ti attende? “Gli stimoli non sono finiti perché ce ne
sono 82 da scalare, con panorami mozza fiato e mille emozioni
con i compagni di avventura”. A chi dedichi questo traguardo?
“Sicuramente alla mia compagna” conclude Ezio De Lorenzo
Poz “che ha capito quanto sia importante per me l'alpinismo e l'emozione della vetta.
Livio Olivotto
Lʼalpinista comeliano
sulla vetta del monte
Allalinhorn (4027 m)
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Il Cadore