ISSN 2385-0884 09-2015 13 LEARNING ARCHITECTURE & BUILDING ARCHITETTURA DI EMERGENZA CITTA’ INFORMALE TEMPORANEITA’ TRASPORTABILITA’ SUPERADOBE EBOLA CLINIC MURI IMMIGRAZIONE POZZALLO COHOUSING LAB 2.0 MAGAZINE- ISSN 2385-0884 E’ un supplemento di dailySTORM ISSN 2421-1168 (www.dailystorm.it) Testata giornalistica iscritta al Registro della Stampa del Tribunale di Roma, autorizzazione n. 12 del 15-01-2013 lab2.0 Magazine è gestita dall’associazione culturale lab2.0 con sede in: viale Liegi, 7 – Roma, 00198 Italia www.lab2dot0.com Direttore responsabile / Editor in chief Patrizia Licata Coordinamento editoriale / Deputy editor Lorenzo Carrino Ines Cilenti Staff di redazione / Editor staff Antonio Amendola Gabriele Berti Luca Bonci Piera Bongiorni Pasquale Caliandro Veronica Carlutti Simone Censi Elvira Cerratti Andrea Filippo Certomà Francesca De Dominicis Maria Teresa Della Fera Riccardo Franchellucci Gilda Messini Chiara Molinero Lisa Patricelli Giandonato Reino Mirco Santi Alex Terriaca Tommaso Zijno Hanno collaborato / Contributions Federico Di Cosmo Francesco Leoni Francesca Marafini Traduzioni / Translations Elisabetta Fiorucci Martina Mancini Agnese Oddi Lucrezia Parboni Arquati Maria Letizia Pazzi Martina Regis Daria Verde Grafica / Graphic & Editing Andrea Bonamore Editore Triade Edizioni Srl Contatti di redazione / Editorial Staff [email protected] Responsabilità. 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Strategie insediative per i paesi in via di sviluppo - di Alex Terriaca Rethinking the informal city. Strategies settlement for developing countries Al di là del muro, la geografia delle barriere - di Simone Censi Beyond the wall, the geography of barriers Pozzallo apre le porte al Mediterraneo - di Giandonato Reino Pozzallo open its doors to the Mediterranean sea P OZ Z ALLO, c roc ev i a de l Me di te rran e o - di Lorenzo Trentuno Cohousing, quando l’emergenza diventa collaborazione - di Chiara Molinero Cohousing, when emergency turns into collaboration Cosa si può realmente dire temporaneo? - di Francesco Leoni Is there anything that can be really defined as temporary? DESIGN Ronan and Erwan Bouroullec, costruire paesaggi per raccontare la vita - di Maria Teresa Dalla Fera Ronan and Erwan Bouroullec, building landscape to raccount life Editoriale di Andrea Filippo Certomà «La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti» Albert Einstein Cos’è un’emergenza? Risponderò con una definizione derivata da una lunga catena di pensieri: si tratta di un’alterazione dell’equilibrio. C’è il fatto assodato che la natura non ama il genere umano; salvo poi realizzare che questa scissione delle parti, come tutte le antropomorfizzazioni, rimane costruzione logica della nostra specie. Le prove a cui lo stesso Mondo ci sottopone sono gravi ed ardue. Non sarà oggetto del nostro approfondimento di questo mese, valutare se tali prove siano derivate da un nostro (Oh, the humanity) comportamento irresponsabile. Di questo si renderà conto in altro luogo, se mai una glaciazione ce ne lascerà il tempo. C’è un secondo fatto assunto: le emergenze non sono solo frutto di una reazione esogena (natura contro genere umano), ma sono spesso endogene. Se vi piace rifugiarvi nella banale eco “stillonistica” pensate all’emergenza migranti. Siamo all’equilibrio. Un sistema che persiste nello stato di quiete. L’emergenza è l’azione che rompe l’equilibrio. Cosa riporta l’equilibrio? Ricercare lo status quo è opera da nostalgici bambini frignanti. Si opera invece verso la ricerca di una posizione di equilibrio nuova, e diversa dalla precedente. È in questo scenario che si attuano una serie di sperimentazioni interne, di ragionamenti e proposte che convergono naturalmente verso le varie idee di nuove posizioni di equilibrio che esistono in potenza. Ma ci addentriamo nel politico. O in quella turpe fossa di leoni che ne prende il nome. Scegliendo di focalizzarci invece su quanto a noi compete, mi trovo sempre davanti a un primo quesito: a che punto e in che modo, l’architettura è importante nella gestione dell’emergenza? Per rispondere a questa domanda esistono studi più che decennali e, a fronte della mia (e se state leggendo suppongo anche della vostra) voglia di interessarvisi, dovremo declinare a un approfondimento più didascalico nello spazio di una rivista. Chiaramente durante la progettazione esiste un’attenzione “moderna” alla prevenzione del danno indotto dalla calamità e l’accortezza del predisporre misure per affrontare le conseguenze della calamità. Ma dove non ci sono queste procedure? Dove l’uomo in soccorso di altri uomini arriva dopo il disastro, cosa c’entra l’architettura? Pensiamo al sisma: colpisce un centro abitato, la popolazione sfollata trova rifugio nelle tende, nelle strutture provvisorie che gli organi di protezione civile predispongono. È una sistemazione provvisoria, e presto la macchina dei soccorsi predispone ripari più adeguati, ad esempio moduli abitativi prefabbricati. È qui che arriva l’architettura, o almeno dovrebbe. A conti fatti arrivati a questo punto, le cronache raccontano di sfollati che vivono per anni nei container, o di altri trasferiti in abitazioni frettolosamente arrabattate. Indicibili nefandezze umanitarie. Un problema nel problema, la cui soluzione è davvero ovvia: l’architettura deve essere coinvolta già dalle prime fasi della gestione dell’emergenza. Sembrerà cinico, crudele perfino, ma ci sono menti eccellenti che trovano la scintilla dell’intuizione geniale nelle condizioni peggiori. Scarso tempo di risposta, condizioni climatiche - igieniche - sociali avverse, teatri di terribili sciagure, sono i presupposti per la nascita di queste soluzioni sorprendenti. L’emergenza è anche lo stato mentale conseguente, la provvisorietà, il bilico tra la situazioni. L’uomo non è animale da trovarsi a suo agio nell’indecisione. Ecco come l’architettura può concretamente agire per riportare il fantomatico equilibrio. Quattro mura e un tetto, contano. «L’equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante» Bertrand Russell 4 «Life is like riding a bycicle. To keep balance you must keep moving» Albert Einstein Editorial What is an emergency? I’ll answer with a definition derived from a long chain of thoughts: it’s an alteration of balance. There is the proved fact that nature doesn’t love human kind; save for later realizing that this division of parts, like all anthropomorphisms, is just a logic construct of our species. The trials our world makes us face are many and steep. It won’t be the object of this month’s analysis, to evaluate if these trials are derived from our own (oh, the humanity) irresponsible behaviour. That will be discussed elsewhere, if a glaciation will leave us the time. There is a second given fact: emergencies are not just the outcome of external reactions (nature vs human kind), but often they are endogenous. If you like to seek refuge in a banal “stillonista” echo, think of the migrant emergency. We’re in a situation of balance. A system that persists in a state of quiet. The emergency is the action that breaks the balance. What could restore the balance? Trying to recapture the status quo is the act of cry babies. A work needs to be done toward a new balance, different from the one before. In this scenario, a series of internal experimentations take place, proposals and thoughts that naturally converge toward ideas of new positions of balance that potentially exist. But this is getting political. O whatever vile lion pit takes that name. Choosing to focus on what we know, I nonetheless find myself facing a question: when and how is architecture important in handling an emergency? To answer this question there are decades-old studies, and to confront my (and your) will to understand it, we will have an in-depth analysis in our magazine. Clearly, during planning there is a “modern” attention to the prevention of the damage inflicted by the calamity, and the care to predispose measures to face the consequences of it. But what about the places where these procedures are not in place? Where men come to rescue other men after the disaster, what does architecture have to do with that? Let’s think of an earthquake: it hits a residential area, the people are evacuated and find shelter in tents, in temporary structures that the civil protection authority organizes. It’s a provisional arrangement, and soon the rescue machine organises more adequate shelters, like prefabricated living modules. This is where architecture comes in, or at least it should. Usually at this point, the reports tell of displaced persons that live for years in containers, or of others transferred in swiftly made, if shabby, dwellings. Awful humanitarian vileness. A problem within a problem, for which a solution in obvious: architecture has to be included in the first phases of the emergency management. It may seem cynic, even cruel, but there are excellent minds that find the spark of intuition in the worst conditions. Short response time, adverse climactic/hygienic/social conditions, scenes of destruction, these are the premises for the birth of surprising solutions. Emergency is also the consequential state of mind, the sense of being in a temporary situation, the precarious balance of these situations. Man is not an animal that feels comfortable in indecision. That’s how architecture can tangibly act to restore the elusive balance. Four walls and roof, that’s what matters. «Balance calms, but madness is much more interesting» Bertrand Russell 5 Discorso sulla discontinuità storica e temporale del prodotto architettonico in fase di emergenza Testo e traduzione di Lisa Patricelli L ’avvento delle nuove tecnologie, la consapevolezza, la conoscenza e la tecnica dell’uso dei materiali hanno accelerato il ritmo della vita quotidiana. Parallelamente sono cresciute le esigenze del fruitore del prodotto di design, a qualunque scala, dall’oggettistica a quella urbana. Il processo del progetto è accelerato dall’utilizzo di utensili atti alla produzione, che sono sempre più sofisticati e precisi. Ma non è tutto. Questa rappresenta solo la scia del miglioramento tecnologico, oggetto del secolo scorso. Il passato, infatti, riconosce ad ogni tempo un grande tema. Questo secolo si apre all’insegna delle calamità naturali, che ci insegnano quanto sia delicata la nostra Terra. Si introducono quindi bellezza e fragilità, due tematiche trasversali, dall’arte al prodotto architettonico. Fin dai tempi dell’antica Roma, l’architettura basa i propri fondamenti sulla triade vitruviana della funzionalità, tecnica ed estetica. Si tratta di una perfetta sintesi per una risposta efficiente a dati requisiti. Cosa succede oggi alla parabola della domanda e offerta nel caso in cui il consumatore del prodotto è un soggetto sottoposto ad eventi calamitosi, oppure di natura sociale che costringono ad emigrazione di massa e trasferimenti emergenziali da un angolo all’altro del pianeta? Emergenza. Circostanza, difficoltà imprevista. Esigenza. Necessità. Bisogno. Requisito. Qualità necessaria per una condizione data. Si parla allora di architettura temporanea, dell’emergenza o 6 dell’immigrazione. Nel caso in cui si presentano utenti le cui esigenze provengono da condizioni di emergenza, sono necessari interventi a carattere di urgenza, come ad esempio costruzioni temporanee per l’aggregazione e il commercio, oppure dotazioni per un turismo responsabile, in vista di un uso delle risorse e del suolo, che possano consapevolmente aspirare a un equilibrio tra uomo e ambiente. Le abitazioni temporanee, quindi, hanno trovato largo spazio nella storia dell’umanità. Dalle tende dei popoli nomadi, alle abitazioni su pali e palafitte, l’igloo nelle regioni artiche e le baite alpine, per arrivare quindi alle esperienze moderne dell’abitare temporaneo e di emergenza tra l’800 e il ‘900 e cioè l’emergenza economica-sociale delle case per gli operai e l’edilizia a basso costo e quindi l’housing coloniale, case di vacanza per il tempo libero, bivacchi e rifugi alpini. Fino ad arrivare all’architettura prefabbricata con le sue sperimentazioni tecnologiche avanzate. Il secolo scorso ha visto due grandi emergenze sociali a cavallo di pochi decenni: l’emergenza bellica e quella post-bellica, causata da eventi catastrofici come la crisi energetica ed ambientale. Le soluzioni contemporanee delle strutture abitative comprendono micro-strutture, ovvero piccole architetture reversibili, mobili, per ambienti esterni, portatili di emergenza, ma anche cellule abitative aggregabili: casette e unità abitative permanenti o semipermanenti ad uso temporaneo, per il turismo, quindi soluzioni abitative low-cost per l’emergenza sociale e post eventi catastrofici, e quelle “containerizzate”, in voga fino a qualche anno fa. Le strutture temporanee inglobano diversi settori. Non sono escluse le strutture sanitarie e sociali, come i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), i CARA (Centri Accoglienza per Richiedenti Asilo) e i CDA (Centri di Accoglienza di primo soccorso). In materia di architettura temporanea è importante conoscere le tecnologie costruttive leggere, i sitemi costruttivi a secco, come i pannelli strutturali e di tamponamento, i materiali nano-strutture e i prodotti “intelligenti” , gli isolanti innovativi e i compositi. Senza tralasciare i prodotti metallici e leghe leggere; tessuti, reti, membrane e cuscini gonfiati, ma anche i materiali e le tecnologie low-tech e ibride, ovvero i prodotti a base di legno o quelli a base di cemento, come gli innovatissimi Concrete cloth, strutture in teli di cemento. In questo discorso anche la ceramica gioca un ruolo fondamentale. Sempre più frequenti sono le costruzioni di terra, che seguono la tecnologia Ecobuild e il SuperAdobe. Non dimentichiamoci che si può costruire con la paglia, con il bambu e con prodotti e materiali da riciclo, come la tecnologia tire-log, rebirth brick e pallets. Tendopoli e alloggi temporanei devono seguire i requisiti per abitazioni temporanee di emergenza, ordinati secondo gli Shelter Standards, dettati nel ben noto prototipo di Transitional Shelter. In Italia, a seguito del terremoto aquilano nel 2009 si sono adottate soluzioni innovative per insediamenti abitativi di emergenza. È il caso della trasformazione del concetto di tenda all’abitazione permanente, con il progetto CASE per il dopo terremoto in Abruzzo e i MAP – Moduli Abitativi Prefabbricati. Questi agglomerati abitativi temporanei studiano anche la graduale evoluzione dei sistemi per la fornitura e la depurazione delle acque reflue, sperimentano l’approvvigionamento idrico e quindi l’accumulo ed il pretrattamento dei reflui, attraverso la riflessione del tema dell’abitare di emergenza e l’abitare temporaneo low cost. Quindi, l’emergenza abitativa nel periodo di crisi energetica ed economica sviluppa soluzioni di prefabbricazione leggera per una edilizia residenziale di qualità a basso costo. È l’esempio delle soluzioni logistico-organizzative: il Self-Help Housing, l’Aucostruzione ed il Cohousing. L’esperienza di Hassan Fathy per il villaggio di New Gourna dimostra la possibilità di autocostruzione e autogestionemanutenzione e ristrutturazione di tipologie costruttive e distributive appropriate. Ne sono un ulteriore esempio le cooperative di autocostruttori e l’esperienza della cooperativa Alisei o il caso dei SAT-Servizi Abitativi Temporanei. Compito dell’architetto del nuovo millennio è quindi quello di trovare una giusta sintesi tra architettura passata, esigenze contemporanee, flessibilità della condizione sociale, attraverso la ricerca continua di materiali e tecniche di realizzazione, che richiedono smontabilità e trasportabilità. 7 Speech on the historical and temporal continuity of architectural product in emergency phase N ew technologies coming, awareness, knowledge and materials usages speeded up life rhythm and in the same time the requirements of the design product consumer, at any scale, from objects to urban landscapes. Design process is pushed through by using tools and utilities to design, which are more and more technologically advanced. That’s not all. We have to consider that technologically advancing started in the last century. At each époque the history, in fact, recognizes a main theme. This century opens with natural calamities, which are teaching us how breakable is our Earth. Beauty and flimsy are features to be considered in each architectural and artistic piece. Since the ancient Roman Empire time, architecture is based on Vitruvio’s triad principals: function, technique and aesthetic. A perfect summary for a efficient respond to dated requirements. What’s going to happen to the intersection parable between supply and demand, in the case in witch the final product consumer is a user from natural disaster, or social mess, which is emigration and temporary migration round the world? Emergency. Happening, unexpected difficulty. Need. Requirement. Demand. Required quality in a sudden situation. We are speaking about temporary architecture, of emergency or immigration. If consumers are coming from emergency situations, it’s required to respond to crisis, such as temporary buildings for trading and aggregation, or touristic services in terms of responsible land use, which can claim to create an aware relationship between humankind and the environment. Temporary housing found always widely space in the history of architecture. From nomadic tents to stilt house, pile dwelling, igloos in the arctic regions, Alpine lodges, or emergency and temporary experiences in the modern history of architecture between 1800 and 1900, 8 that are social-economical emergency of workers, solved with social housing and colonial accommodations, holiday homes, camping and Alpine cabins. The last century is marked by two big social emergencies, between few decades: war emergency and post-war one, caused by energetic and environmental crisis. Today the human development is try to respond to these crisis by introducing advanced technologies in all productive sectors, which is reflected in architecture by prefabricated elements. Speaking of which, it’s enough to think about containers applied in architecture in last decades. Contemporary solutions in architecture include also micro-structures, that are reversible and movable architecture products of small size, quick operational blocks to be used in case of emergency but also useful as agreeable housing modules: housing clusters, enduring or half-enduring units to be use temporary, the ones for touristic use, or low-cost housing to natural cataclysms and social emergency. Anyway, temporary structures include several sectors. Social and healthcare facilities are not excluded, as for example are identification and expulsion centres (CIE), reception centres for asylum-seekers (CARA) and reception centres for newly arrived immigrants (CDA). Speaking about temporary architecture it’s important to understand how they work and to know the main methodologies, for example dry stone technologies, used for structural beams and hollow panels, nano-structural materials and “smart” products, insulating and composite materials. There are also other materials applied in temporary products, which are metallic products and light alloys: textures, fabrics, nets, membranes; but also hybrid low-tech technologies and materials, wood or concrete products (to see “concrete cloth”). Pottery also plays an important role.Always more often are raw buildings, following Ecobuild and super Adobe technologies. Not forget that we can build temporary structures also with straw, bamboo or recycled materials, such as tire-log, rebirth brick and pallets. Makeshift camps and temporary accommodations have to respect general guidelines of temporary and emergency accommodations, laid out by Shelter Standards, inside the famous prototype Transitional Shelter. In Italy, after the terrible earthquake in 2009, innovative solutions are handled in case of emergency housing. This is the transformation of the ancient concept of tent in endless accommodation, with the project CASE, after Abruzzo earthquake and MAP (prefabricated housing modules). These units take in consideration also the gradual evolution of water supply and drainage system, experimenting low-cost housing related to ecological thematic. Housing emergency in a period of general economical and energetic crisis, prefabricated elements have to be improved as light structures useful in social housing and low-cost housing. This is the example of logistic solutions: Self-help housing, autobuilding housing and Co-housing. The experience of Hassan Fathy in New Gourna Village shows the possibility to auto building and auto-administration and maintenance, restoring through architectural typologies; for example auto-building constructors cooperatives and in particular the experience of the cooperative Alisei for SAT (Temporary Accommodation Facilities), respecting the legislation on flexibility and performance for temporary accommodations. Role of the architect in this century is to find the right synthesis between the past architectural, contemporary requirements, flexibility of social conditions, through researches on materials and productions techniques, which have as prerequisite to be mountable and transportable. 9 L’architettura contingente a servizio dell’umanità Come nella casa di Keaton l’alterazione del processo e la variazione di alcune circostanze nel montaggio, quindi l’esercizio di deviazione, permette all’abitazione di esperire nuove capacità, o possibilità abitative inattese Testo di Federico Di Cosmo Traduzione di Andrea Filippo Certomà 10 The contingent architecture to service of humanity I I n termini generali il luogo dell’emergenza è la concretizzazione di un momento critico, un’alterazione in negativo degli equilibri che governano la società e configurano lo spazio. Spesso sono luoghi difficili, caratterizzati da urbanizzazioni informi, tensioni politiche, ambienti severi che inverano la condizione di criticità. L’emergenza ha caratteristiche locali ma presenta generalità universali, soprattutto necessità di intervento risoluto; così il progetto diventa pragmatico, specificatamente a servizio dell’umanità. In senso logistico l’architettura dell’emergenza opera un processo costruttivo non convenzionale, la tecnologia dei materiali torna ad essere elaborata a piè d’opera o addirittura in corso d’opera, è di nuovo l’architetto ad amministrare tutto il processo dal quale il materiale naturale (o semplicemente la materia disponibile) viene trasformato e composto in elementi costruttivi. Generalmente la situazione contingente dell’emergenza costringe a livelli di sperimentazione elevati per far fronte alla scarsità di materie, di investimenti, di libertà o alla necessità di processi costruttivi rapidi ed efficienti. Gli espedienti principali sono quelli della prefabbricazione, della modularità, del minimalismo e soprattutto della reinvenzione tecnologica, caratteristiche fondamentali per un prodotto che funziona solo con un elevato grado di adattabilità spendibile in tempi e condizioni limitanti. Si può pensare all’architettura che opera in queste condizioni come un prototipo che risponde a logiche esclusive di funzionalità, sostenibilità e ripetibilità, realmente però non si tratta di soluzioni universali bensì di tante variazioni locali alla medesima richiesta di urgenza, un carattere necessario che in qualche n general the scene of an emergency is the fulfilment of a critical moment, a change of balances that govern society and set the space. They are often difficult places, characterized by informal urbanization, political frictions, difficult environments that enhance the critical condition. The emergency has local features but presents universal characteristics, in particular the need of a resolute action; so the project becomes pragmatic, toward to serve humanity. In a logistical sense, emergency architecture operates an unconventional constructive process, material technology becomes drawn in progress or even during construction, it is again up to the architect to manage the whole process from which the natural material (or just the available material) is converted and composed into construction elements. Generally the situation at emergency forces you to high levels of experimentation a challenge against the shortage of materials, investment, freedom or the need for rapid and efficient construction processes. The main gimmicks are those of pre-manufacturing, modularity, minimalism and above all of reinventing technology, basic features for a product that only works with a high degree of adaptability expendable in times and limiting conditions. You can think about the architecture that operates in these conditions as a prototype that responds to exclusive logic of functionality, sustainability and repeatability, but it is not universal solutions but of many local variations to the same application of urgency. It is a necessary feature that in same way legitimizes the architecture action in the context of belonging. To focus the discussion in a concrete view is useful to reflect on some project experiences. For example the case of Re-movable clinic, built by ARCò (Architecture and Cooperation, Milan) experiences the adaptability of modules settlement furniture. Bypassing the difficult Palestinian scenario, it is a prototype intended to basic services for the population 11 12 modo legittima l’intervento rispetto al contesto di appartenenza. Per inquadrare il discorso in una visuale concreta è utile soffermarsi su alcune esperienze progettuali. Ad esempio il caso di Re-movable clinic, realizzato da ARCò (Architettura e Cooperazione, Milano) sperimenta l’adattabilità di moduli insediativi mobili. Bypassando la difficile situazione palestinese, si tratta di un prototipo destinato ai servizi di base per la popolazione dell’area C della West Bank. È realizzato per prestarsi ad un assemblaggio in loco, con un approccio a basso profilo tecnologico compatibile con le risorse economiche e tecniche della popolazione. Un dispositivo architettonico, nella fattispecie una clinica medica, che può essere trasportato e montato da manodopera non specializzata in circa tre ore. La superficie interna di 6.94 mq, espandibile a 11.29 mq, può ospitare diverse funzioni ed essere aggregato in un sistema interconnesso di unità. La versatilità, l’aggregabilità e la reiterabilità fanno di questa unità mobile una scelta possibile per far fronte a situazioni di emergenza similare. Lo stesso gruppo di progettazione, nel villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar in territorio occupato, si è confrontato con una realtà severa, di fatto avulsa da ogni reale possibilità di insediamento, in cui la domanda di uno spazio per l’istruzione e per la collettività del villaggio si è materializzata in un eclatante intervento architettonico per portata sperimentale e spessore umanitario. L’emergenza si manifestava attraverso risorse materiali e finanziarie irrisorie, scarsità di manodopera, severe restrizioni di libertà, condizioni ambientali sfavorevoli e necessità di tempi rapidissimi di realizzazione. Ispirata alla tecnica degli earthbags, la costruzione è basata sull’utilizzo di pneumatici di automobili riempiti di terra, posizionati secondo corsi sfalsati e rivestiti di argilla. Il risultato ha avuto esiti più che positivi, il materiale, facilmente reperibile (a costo zero), ha dimostrato elevatissime prestazioni termiche e statiche nonché ha prodotto l’esternalità di re-immettere nel Nella pagina precedente e a sinistra in alto: Case farfalla, Noh BoThailandia, Tyin Architects; a sinistra in basso: Villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar On the first page and on the left above: Butterfly houses, Noh BoThailandia, Tyin Architects; on the left below: Villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar of Area C of the West Bank. It is designed to be adapted to an inplace assembly, with a low-tech approach compatible with economic and technical resources of the population. An architectural device, in this case a medical clinic, which can be transported and assembled builded by unskilled labour in about three hours. The inner surface of 6.94 square meters, expandable to 11.29 square meters, can accommodate various functions and be aggregated in a system of interconnected units. The versatility, the aggregation and repeatability make this handset an ideal option to deal with emergency in similar situations. The same design team, in the Bedouin village of Al Khan Al Ahmar in the occupied territory, was confronted with a harsh reality, unsuitable for any real possibility of settlement, in which the demand for space for education and for the village community has materialized in a striking architectural intervention to reach experimental and humanitarian thickness. The emergency was manifested through poor material and financial resources derisory, shortage of labour, hard restrictions of freedom, unfavourable environmental conditions and need for a very short time of realization. Inspired by the technique of earth bags, the construction is based on the use of automobile tires filled with earth, positioned according staggered courses and coated with clay. The result has been more than positive outcomes, the material readily available (at no cost), showed very high thermal and static performance and produced the collateral fulfilment to re-enter the production cycle huge amounts of material “exhausted”. Not less interesting is the implementation phase in which designers have placed a “Manual Installation”, an instruction booklet designed in key graphics to illustrate step by step the construction techniques to the villagers, manually engaged in the construction of the project. Many degrees of longitude to the east, at Noh Bo, a small Thai village, conditions change but emergencies remain. The design group Tyin Architects offers similar solutions with the objective of giving a concrete answer to the lack of houses for refugees of ethnic Karen. Commissioned by the non-profit Blessed Homes, the Norwegian 13 ciclo produttivo cospicue quantità di materiale “esaurito”. Non meno interessante la fase di realizzazione in cui i progettisti hanno disposto un “manuale di montaggio” , un libretto di istruzioni pensato in chiave grafica per illustrare passo dopo passo le tecniche costruttive agli abitanti del villaggio, manualmente impegnati nella costruzione del progetto. Molti gradi di longitudine più a est, a Noh Bo, un piccolo villaggio Thailandese, cambiano le condizioni ma rimangono le emergenze. Il gruppo di progettazione Tyin Architects propone soluzioni affini perseguendo l’obiettivo di dare una risposta concreta alla grave carenza di abitazioni per i profughi di etnia Karen. Su committenza dell’organizzazione no-profit Blessed Homes, il gruppo norvegese ha accolto la sfida di realizzare un ampliamento per il dormitorio degli orfani con budget e risorse tutt’altro che permissive. Le Case farfalla, così battezzate dai bambini, presentano una esile struttura in legno, che rivisita in maniera funzionale un’antica tipologia edilizia dell’isola di Sulawesi. Sono costituite da tessiture in bambù su tre lati e una copertura a doppia falda in lamiera metallica. Il comfort termico è garantito dalla ventilazione naturale e dal fatto che l’abitazione è sopraelevata grazie a pilastri che affondano in gomme di automobili riempite di calcestruzzo. L’aspetto più interessante è il risvolto sociale dell’intervento architettonico: ogni abitazione ospita sei bambini, ognuno dei quali ha un piccolo spazio riservato e tutti possono affacciarsi e recarsi nei piccoli cortili interstiziali costituiti da micro ambienti ludici, pensati per riportare la dura realtà ad una dimensione più intima, più umana, da scoprire poco la volta, giocando, acquistando fiducia e senso di appartenenza verso una comunità e una terra inizialmente ostile e solo di passaggio. Discorrendo brevemente queste esperienze, emerge una caratteristica affascinante: l’architettura diventa linguaggio capace di scardinare barriere linguistiche e culturali, strumento in grado di trasmettere pratiche e conoscenze attraverso l’esperienza diretta della partecipazione. Se c’è una portata innovatrice essa non va ricercata nella volontà di un nuovo formalismo o significato, bensì nella sperimentazione di processi alternativi che portano alla definizione del progetto. Il fatto di declinare tipologicamente soluzioni già sperimentate (ad esempio l’utilizzo dei copertoni al posto degli earth bags) costituisce di per sé un rischio, ma incrementa la capacità effettiva di rispondere allo stato di urgenza specifica. Come nella Casa di Keaton (One Week, 1920) l’alterazione del processo e la variazione di alcune circostanze del montaggio, quindi l’esercizio di deviazione, permette all’abitazione di esperire nuove capacità, o possibilità abitative inattese. Certamente gli slittamenti di senso negli oggetti del regista americano avvenivano in modo accidentale, l’intuizione dell’architettura di emergenza invece, che sia effimera o meno, deve riportare questa casualità all’interno di un processo progettuale ragionato, con l’obiettivo di centrare tutto il fare architettonico sulla capacità di accogliere la persona in cerca di rifugio. In basso; a sinistra: Re-movable clinic, ARCò; a destra: Casa di Keaton Below, on the left: Re-movable clinic, ARCò; in the right: Casa di Keaton group has accepted the challenge to build an extension to the dormitory of the orphans with budget and resource anything but permissive. The Butterfly houses, so named by the children, have a slender wooden structure, which revisits functionally old building type of the island of Sulawesi. They consist of weaving bamboo on three sides and a gable roof sheet metal. Thermal comfort is guaranteed by natural ventilation and by the fact that the dwelling is raised thanks to the pillars that sink in car tires filled with concrete. The most interesting aspect is the social side of the architecture: each house has six children, each of it has a small private space and everyone can look out and go to the small interstitial courtyards formed as micro-playgrounds, designed to bring the harsh reality to a more intimate, more human, to be discovered step by step while playing, gaining confidence and sense of belonging to a community and a land initially hostile and just passing through. Talking briefly these experiences, emerges a fascinating aspect: the architecture becomes language capable of undermining language and cultural barriers, the instrument can transmit practices and knowledge through direct experience of participation. If there is an innovative range it does not lie in the will of a new formalism or meaning, but in experimenting with alternative processes that lead to the design of the project. The attempt of decline by types the building solutions already tested (for example, the use of the tires in place of the earth bags) itself constitutes a risk, but increases the effective capacity to respond to the state of specific urgency. As like the Home of Keaton (One Week, 1920) the alteration of the process and the change in certain circumstances in the assembly, or the exercise of deviation, allowing the house to bring new capacity, or housing opportunities unexpected. Certainly the shifts in meaning in the objects of American director occurred accidentally, intuition architecture instead of emergency, which is ephemeral or not, must report this randomness within a rational design process, with the aim of hitting all the architectural practice on the ability to accommodate the person seeking refuge. 16 SUPERADOBE, l’autocostruzione come risposta ai drammi umanitari Sacchi, filo spinato e terra locale; semplici materiali utili all’edificazione di un alloggio temporaneo, trasformabile con pochi accorgimenti in un’architettura permanente Testo di Antonio Amendola e Elvira Cerratti Traduzione di Daria Verde N oto principalmente per essere stato il fondatore e la figura di riferimento del Cal-Earth Institute (California Institute of Earth Art and Architecture), l’Architetto Nader Khalili è attualmente riconosciuto come uno dei maggiori studiosi di sistemi costruttivi in terra a scopo principalmente umanitario. Il suo curriculum, il cui arricchimento è stato interrotto solo dalla sua morte nel 2008 all’età di 72 anni, rivela un continuo sviluppo di teorie, metodi e prototipi di matrice artigianale ma di elevato contenuto scientifico, ispirati principalmente alle tecniche antiche del suo Iran e dei paesi limitrofi, rielaborate in versioni adeguate a diverse necessità. Non si deve però incorrere nell’errore di confondere la sua propensione a metodi solo apparentemente arcaici con una vuota forma di stravaganza feticista. L’intero percorso della sua ricerca deriva dalla ferma convinzione che mettere le persone nelle condizioni di autoprodurre con la terra la propria abitazione possa essere l’unica risposta concreta e immediata in situazioni di estrema urgenza. Tra mattoni in argilla cotta ed impasti di terre locali, il progetto più ligio alla filosofia dell’intero lavoro di Khalili è Superadobe, un sistema immediato nell’apprendimento e nella messa in opera che trasforma materiali spesso destinati all’uso bellico in materiali da costruzione. La tecnologia del Superadobe è rudimentale e semplice, ma estremamente utile allo scopo per cui è stata concepita: sacchi di juta o polipropilene di lunghezza variabile, riempiti con la terra del posto in gran parte ricavata dallo scavo per impostare la costruzione, vengono impilati ed alternati a ricorsi orizzontali di filo spinato, deputato alla funzione di legante. L’assemblaggio è rapido e non necessita di strumenti che, per quanto comuni, non sono di facile reperibilità in alcune aree del pianeta, men che meno nel pieno di una catastrofe. Così come elaborata, tutti i membri SUPERADOBE, self-construction as the answer to humanitarian tragedies B est known for being the founder and director of the Cal-Earth Institute (California Institute of Earth Art and Architecture), the Architect Nader Khalili is currently identified as one of the greatest academics of adobe building systems mainly for humanitarian purposes. His curriculum, whose enrichment was only interrupted by his death in 2008 at the age of 72, reveals a continuous development of theories, methods and prototypes of artisan matrix and high scientific content, mainly inspired by the ancient techniques of Iran and its neighboring countries, re-elaborated in new versions adapted to different needs. Nevertheless, we must not be mistaken and confuse his choice of apparently archaic methods with an empty form of fetishist extravagance. The entire course of his research derives from the firm belief that giving people the chance to build with earth their own homes may be the only practical and immediate response to situations of extreme urgency. Between sun-dried mud bricks and mixtures of on-site earth, Khalili’s most loyal project to the philosophy of his whole work is Superadobe, a system of simple and easy construction that uses the materials of war for peaceful ends. This trademarked technology is simple, but extremely useful for its purpose: long or short sandbags of both natural and synthetic material are filled with on-site earth, mostly obtained from the excavation pit, and arranged in layers or long coils with strands of barbed wire placed between them to act as both mortar and reinforcement. The assembly is quick and requires no tools, which, no matter how common they are, are not easy to be found in some parts of the world, let alone in the midst of a catastrophe. Designed as it is, all members of a family (without distinction of age and sex) are able to properly build their shelter together. Domes have the highest performance because of their structural behavior, which is particularly suitable for this building system. Anyway, given its flexibility, the same method can be 17 di ogni singola famiglia (senza distinzioni di età e sesso) sono messi in condizione di contribuire attivamente alla realizzazione a regola d’arte del proprio rifugio. La configurazione più performante è la cupola per via del comportamento statico altamente affine al sistema costruttivo, ma data la duttilità del metodo è possibile sviluppare edifici di qualsiasi altra forma. Affrontando il tema di Superadobe e delle possibilità di modellazione, ogni trattazione risulterebbe incompleta se si trascurasse la sua declinazione funzionale più matura: il modulo abitativo Eco-Dome. Si tratta essenzialmente di un nucleo centrale cupoliforme adibito a soggiorno che può essere accessoriato con un numero variabile di nicchie laterali, solitamente quattro per meglio bilanciare la struttura, in funzione dei locali accessori di cui si vuole dotare la casa. Il risultato finale offre un alloggio antisismico (da verificare a livello dimensionale caso per caso, in base alle normative locali), impermeabile ed ignifugo, a fronte di un costo vivo di materiali che non supera i 20 dollari per il 18 modulo standard di 14 mq.Nel tempo, Eco-Dome è stato adottato per fronteggiare emergenze in paesi in difficoltà in Africa e Medio Oriente, confermando sul campo l’efficacia e la praticità di Superadobe. Il caso ha voluto che una delle più convincenti applicazioni, per cui l’architetto è stato insignito del Aga Khan Award for Architecture 2004, avvenisse proprio in Iran. Assoldato nel 1993 dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di Teheran, impegnato nell’assistenza dei profughi che emigravano dall’Iraq nel periodo di crisi a seguito della Guerra del Golfo Persico, Khalili ha contribuito progettando e coordinando la costruzione di un agglomerato nel campo di Baninajar, costituito da 14 Eco-Dome da 22 mq ciascuno. L’intera programmazione dell’insediamento, di poco inferiore a 308 mq, ha richiesto complessivamente poco meno di otto mesi ed una spesa totale di 16.420,00 dollari, quasi nulla se si considerano le condizioni avverse in cui si è operato. Il dato di maggiore rilievo riguarda i tempi effettivi di realizzazione: con la supervisione dell’UNDP (United Nations Development Programme) e con l’impegno diretto dei rifugiati si è registrato un lasso variabile da un minimo di 6 ad un massimo di 11 giorni per il completamento un modulo. Il potere dell’idea di Superadobe non è limitato alla velocità di assemblaggio, bensì all’immediatezza dell’apprendimento della tecnica, che ne garantisce così una rapida divulgazione ed un bagaglio culturale e materiale preziosissimo e in alcuni casi vitale per i beneficiari. Una volta offerta una dimostrazione pratica ed un campione di riferimento, come lo stesso Khalili ha spesso ribadito in seguito all’esperienza Iraniana, le strutture possono essere replicate all’infinito rispetto alle esigenze, senza l’assistenza di alcun esperto. «Superadobe è un sistema brevettato liberamente messo a servizio dell’umanità e dell’ambiente», così recita una sorta di slogan/avvertenza sull’uso commerciale del prodotto. I principi operativi di Khalili, mai traditi in tutta la sua carriera, sono dunque chiari e inequivocabili. used to build any other shape. Talking about Superadobe and its shaping possibilities, every dissertation would be incomplete if it overlooked its more mature outcome: the housing unit EcoDome. It is essentially a dome-shaped central core meant as a living room, which can be equipped with a variable number of lateral spaces, usually four to balance the structure, depending on how many extra rooms you want. The result is resistant to earthquakes (to be dimensionally verified, according to local laws) as well as fire, flood, and hurricanes, against a cost not higher than $ 20 for the standard unit of 14 sq m. Over time, Eco-Dome was employed to face emergencies in Africa and in the Middle East, proving Superadobe’s effectiveness and convenience. By chance, one of its most convincing applications, thanks to which the architect was awarded with the Aga Khan Award for Architecture in 2004, took place in Iran. Hired in 1993 by the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) in Tehran, assisting refugees emigrating from Iraq during the crisis due to the Persian Gulf War, Khalili contributed designing and coordinating the construction of a built up area in the field of Baninajar, consisting of 14 Eco-Domes of 22 sq m each. For the creation of the whole village, slightly smaller than 308 sq m, it took less than eight months and a total amount of 16,420.00 dollars, hardly anything considering the hostile situation to cope with. The most relevant fact concerns timing: with the supervision of UNDP (United Nations Development Program) and the participation of the refugees, the period of time for the realization of a single unit ranged from 6 to 11 days. The strength of Superadobe is not only related to the speed of assembly, but also to the simplicity of the technology, which guarantees its fast spread and a precious cultural and physical baggage, in some cases even vital for its beneficiaries. Once offered an object lesson and a reference sample, as Khalili himself has often stated after his experience in Iran, these structures can be endlessly reproduced according to the demand, without the support of any expert. «Superadobe is a “patented and trademarked technology offered free to the needy of the world», as stated by a slogan/warning on the commercial use of the product. Khalili’s work ethic, never betrayed in his whole career, is therefore clear and unmistakable. 19 EBOLA MOBILE CLINIC Tesi di laurea in Architettura Università degli studi di Firenze Corso di laurea in architettura Laureanda | Giulia Buffolino Relatore | Prof. Roberto Bologna Data di laurea | Settembre 2015 Testo di Piera Bongiorni Traduzione di Agnese Oddi 20 S viluppare un’unità mobile che possa far fronte alla lotta contro l’ebola è l’obiettivo di Ebola Mobile Clinic, il progetto di tesi di laurea di Giulia Buffolino, che nasce come risposta alle richieste del concorso Design of a Mobile Isolation, Diagnosis and/or Treatment Unit for Use in Ebola or Other Communicable Disease Epidemics indetto dalla International Union of Architects - Public Health Group (UIAPHG), Global University Program in Healthcare Architecture (GUPHA) e China Hospital Building Exhibition & Congress (CHBEC). Ebola Mobile Clinic vuole permettere e facilitare la diagnosi rapida, l’isolamento ed il trattamento dei pazienti affetti dalla malattia consentendo, inoltre, il trasporto sicuro in strutture in grado di fornire cure adeguate. Fra ciò che segna il progetto sin dai primi schizzi troviamo l’idea di dar vita ad una struttura composta di tre moduli, ognuno con specifica funzione che, assemblati, permettono di avere una clinica mobile completa ed efficiente in tutte le sue parti; all’occorrenza, in base alle esigenze richieste dall’emergenza in loco, ognuno dei moduli può essere utilizzato singolarmente o sostituito. Dal punto di vista tecnologico, la clinica utilizza come struttura portante quella dei container che, dopo aver subito opportune modifiche, saranno adatti a questa nuova destinazione d’uso. La scelta verso questa tecnologia è stata mossa dalla necessità di un facile trasporto e assemblaggio oltre che dal bisogno di una facile reperibilità. Reali le richieste del concorso e concrete le risposte del progetto Ebola Mobile Clinic. Scelte semplici hanno accompagnato il percorso dalle prime idee concettuali fino all’elaborazione finale del progetto, un progetto funzionale sia dal punto di vista compositivo che tecnologico-strutturale. Processi lineari ed elementari, decisioni chiare e nessun azzardato gesto megalomane ci aiutano a comprendere, ancora una volta e con nuove vesti una delle sfaccettature del ruolo sociale dell’architettura. Ebola Mobile Clinic University of Florence Bachelor in architecture Graduating | Giulia Buffolino Speaker | Prof. Roberto Bologna Graduate | September 2015 D evelop a mobile unit that can deal with the fight against Ebola is the aim of Mobile Clinic, the project thesis of Giulia Buffolino, which began as a response to the demands of the competition Design of a Mobile Isolation, Diagnosis and / or Treatment Units for Use in Ebola or Other Communicable Disease Epidemics organized by the International Union of Architects - Public Health Group (UIA-PHG), Global University Program in Healthcare Architecture (Gupha) and China Hospital Building Exhibition & Congress (CHBEC). Ebola Mobile Clinic wants to allow and facilitate rapid diagnosis, isolation and treatment of patients suffering from the disease as well as allowing safe transport in structures able to provide adequate care. Between that which shows the project from the first sketches we find the idea to create a structure composed of three modules, each with a specific function, assembled, allow you to have a mobile clinic complete and efficient in all its parts; if necessary, according to the needs required by the emergency on-site, each of the modules can be used individually or replaced. From a technological standpoint, the clinical uses as the backbone of the container which, after undergoing appropriate modifications, will be adapted to this new use. The choice for this technology has been driven by the need for easy transport and assembly as well as by the need for easy availability. Real demands of the competition and concrete answers project Ebola Mobile Clinic. Simple choices have accompanied the path from the initial conceptual ideas to the finalization of the project, a project both from a functional point of view that technological and structural composition. Linear processes and elementary, clear decisions and no bold gesture megalomaniac help us understand, once again and with new robes one of the facets of the social role of architecture. 21 Un catalogo di soluzioni come risposta ad una situazione emergenziale Testo di Alex Terriaca Traduzione di Maria Letizia Pazzi C AOS. Unica e semplice parola che, come un sottile filo rosso, collega ogni forma di stato emergenziale. Quando si pensa all’emergenza si commette un grandissimo errore. Sbagliando si associa questa definizione esclusivamente a condizioni ambientali legate ai disastri naturali, invece esso, è un fenomeno quotidiano che si riscontra nell’assenza di risorse e di principi basilari per il vivere. Dice Nabeel Hamdi «costruire molte case per persone e in posti che non si conoscono è un modo inefficiente e iniquo di risolvere problemi». Ciò ci fa capire che il caos, e il malessere che ne deriva, sono qualcosa che va oltre la progettazione spaziale; esso scaturisce anche dall’incapacità di instaurare delle relazioni, delle interazioni socio-economiche proprie del contesto, quindi l’incapacità di abitare un luogo. Il caos deve essere controllato sia sotto il profilo spaziale che sotto quello socio-economico. Prima di affrontare i problemi legati alle abitazioni, bisogna confrontarsi con le sfide imposte dalla quotidianità, non dimenticandoci la qualità dello spazio della condivisione; questioni che interessano anche i paesi economicamente sviluppati. L’assenza di cultura non interessa soli i luoghi toccati da crisi umanitarie e da conflitti armati; essa sta assumendo dimensioni allarmanti anche negli stati economicamente forti. La popolazione non sarà semplicemente beneficiaria, essa dovrà essere coinvolta il più possibile e avere una partecipazione attiva. La partecipazione ha la capacità di porre i progettisti in 22 una relazione del tutto innovativa con persone e luoghi. Mettere a disposizione le proprie conoscenze per individuare le opportunità, suggerendo degli sviluppi futuri che possano sostenere socialmente ed economicamente il cambiamento. Opportunità che dovranno essere supportate da una ricerca di tecniche, diverse di volta in volta, adatte allo specifico luogo in cui si interviene, che consentano l’auto-costruzione da parte degli abitanti utilizzando le risorse locali. Obiettivo fondamentale è la riappropriazione consapevole di tecniche e principi da sempre presenti nei luoghi in cui s’interviene, con il fine di supportare il genius loci. Proprio per non mortificare un contesto emergenziale è fondamentale intervenire con azioni concrete per gestire le risorse e ridurre i rischi, definendo quali sono le principali vulnerabilità sulle quali intervenire in maniera strutturale integrando lo sviluppo urbano. Controllare le risorse non vuol dire rinunciare alla qualità dello spazio architettonico e degli spazi pubblici, ma bensì proteggere le relazioni originali, tra produzione umana e naturale, fondamentali per la compatibilità con il contesto. Ciò permetterà non solo di sostenere, ma soprattutto, di fornire una qualità di vita che incoraggi a superare la povertà, il degrado urbano e la mancanza di servizi. Tutto ciò sarà possibile munendosi di strumenti diversi da quelli tipici della disciplina. L’intervento di risanamento diretto nelle zone problematiche, per la sua complessità di attuazione, non riesce il più delle volte a tenere il passo con lo sviluppo dei nuovi insediamenti, ed è in molti casi comunque fuori dalla portata organizzativa o economica delle autorità locali. A tal proposito è fondamentale individuare un metodo per realizzare interventi mirati di attuazione relativamente facili e poco dispendiosi. Gli interventi passano attraverso il controllo delle cause generatrici proponendo delle regole basilari che, venendo ripetute, inneschino un coscienzioso sviluppo. Al fine di evitare un ritorno ad uno stato precedente occorre produrre un catalogo di azioni progettuali che permetta di pianificare ogni intervento attraverso una concezione sistemica del progetto, con l’obiettivo di lasciare linee guida che non generino una risposta univoca al problema. Partendo da queste premesse, e dall’analisi formale e sociologica, la strategia verterà intorno a basi semplici: preservare l’importante struttura dell’esistente aggregato informale, migliorare le condizioni di vita sociale della popolazione e intervenire sul fattore nel quale si identificano gli abitanti. Fondamentale è muoversi per scale d’intervento: dalla scala urbana a quella del componente. Innanzitutto si strutturerà una strategia insediativa, si prenderanno in considerazioni azioni che mettano in relazione l’intervento con l’intorno, fattori interni ed esterni all’area. Ad essi si associano delle semplici scelte progettuali che permettano di definire la tettonica dello spazio. Il semplice posizionamento di un’architettura o di un albero definisce uno spazio. Fissati i punti legati alla scala del lotto si passerà alla scala dell’edificio. La strategia abitativa basata sulla definizione di un modulo minimo come strumento di controllo e di progettazione dello spazio. Esso nasce dalla classificazione delle funzioni minime necessarie per il vivere (es. il modulo servizi igienici, il modulo cucina). L’affiancamento di più moduli permetterà di arrivare ad altre funzioni e così via, fino a definire un numero massimo di moduli necessari per definire una funzione (es. tre per accogliere un’aula o un ambulatorio). Si genererà un Catalogo dei Moduli Funzionali che potrà essere adottato con la sicurezza di una progettazione controllata. In ultima, la scala del componente con la quale nella quale si definiranno le regole per la costruzione dello strumento modulo. Per trasmettere al meglio la concezione sistemica, e la facile realizzabilità, il modulo sarà concepito come insieme di componenti minime. Sarà fondamentale concepirlo affinché assuma, per così dire, una valenza simbolica in modo tale da essere assunto e riconosciuto. Oltre ad avere un’essenza spaziale, il modulo dovrà avere un’identità costruttiva che rispetti il principio di sostenibilità socio-economica: risorse disponibili in loco, proprie della cultura tecnologica locale. A seconda dei contesti, si potrebbe anche pensare che la ricerca permetta di attivare dei processi di ricodifica delle tecniche locali: non una semplice applicazione delle tecniche tradizionali ma una reintroduzione di esse con l’aggiunta di piccoli accorgimenti innovativi con l’obiettivo che diventino patrimonio condiviso della comunità. In alto: Indian Ocean tsunam, ph. Matthew M. Bradley; nella pagina seguente: Uragano Katrina, ph. Gary Nichols; Favela - Rio De Janeiro; Terremoto Giappone, ph. Matthew M. Bradley; Campo profughi di Za’atri. Above: Indian Ocean tsunam, ph. Matthew M. Bradley; on the next page: Hurrican Katrina, ph. Gary Nichols; Favela - Rio De Janeiro; Japan earthquake, ph. Matthew M. Bradley; Za’atri Refugee Camp. 23 A catalogue of solutions in response to an emergency situation C HAOS. A unique and simple word connecting any form of emergency state like a red thin wire. Emergency is often misunderstood. This definition is mistakenly and exclusively associated to environmental conditions related to natural disasters, but it actually is an everyday phenomenon created by the lack of basic resources and principles of living. «Building lots of houses for unknown people and in unknown places is an inefficient and unequal way of solving problems». Therefore the chaos and the deriving unhappiness go beyond special designing, it also comes from the inability of establishing relationships, socio-economic interactions typical of the context, and the inability of living in one place. Chaos is to be controlled both under a spatial and socio-economic profile. Challenges of everyday life are to be faced before dealing with the problems related to housing, without forgetting the quality of space sharing and considering that those issues affect economically developed countries as well. The absence of culture does not only include those states that are affected by humanitarian crises and armed conflicts; it is spreading even in economically developed countries. The population will not simply be the beneficiary, it must participate actively as much as possible. Participation can establish a completely innovative relationship between designers, people and places. Their task is to share their knowledge in order to understand the opportunities and to suggest future developments that can help changing the situation from an economic and social point of view. Opportunities must be supported by a search of techniques, different from time to time , suitable to the specific area where the work takes place, in order to facilitate the self-construction undertaken by the inhabitants using local resources. The priority here is the conscious reappropriation of techniques 24 and principles that have always existed in places where one works , with the aim to support the genius loci. Intervening with concrete actions to manage resources and reduce risks is a crucial step in order not to mortify an emergency situation; this process takes place defining what are the main vulnerabilities on which to intervene structurally and integrating urban development. Checking resources does not mean compromising on the quality of the architectural and public space , but rather protecting the original relationships, between and natural production, essential for the compatibility with the context. This will not only support, but above all, provide a quality of life that encourages to overcome poverty, urban decay and the lack of services. Using instruments other than those tools typical of the discipline will accelerate the process. The direct intervention of restoration in problematic areas, fails most of the time to keep up with the development of new settlements , and in many cases it is out of economic or organisational reach for local authorities because of its complexity of implementation. It is indeed important to identify a method for making relatively easy and inexpensive targeted interventions of implementation. Interventions pass through the control of the generating causes which propose the basic rules that may trigger a conscientious development when repeated. In order to avoid a return to a previous state a catalogue of the project actions should be produced so that it allows to organize any intervention through a systemic view of the project, with the goal of leaving guidelines which do not generate an unambiguous answer to the problem. On this basis, and considering a formal and sociological analysis , the strategy will focus around simple grounds: preserving the important structure of the existing informal aggregate, improving the social living conditions of the population and intervening in identifying the inhabitants. Acting in scales of intervention is fundamental: from the urban scale to the component scale. Firstly a settlement strategy will be structured, actions that relate the intervention with the surroundings (internal and external elements) will be taken into account. They are associated with the simple design choices that allow to define the tectonics of the space. The simple positioning of an architecture or a tree defines a space. The scale of the building follows the scale of the lot; the housing strategy is based on the definition of a minimum modulus as a control tool and space design. It stems from the classification of the minimum functions necessary for life (e.g. The sanitary module, the kitchen module). The tiling of multiple modules allows to get to other functions , and so on, until defining a maximum number of modules necessary to define a function (e.g. Three to accommodate a classroom or a surgery). It will generate a Catalogue of Functional Modules that could be adopted as safely as a controlled design. Finally, the scale of the component in which the rules for the construction of the instrument module are defined: to best convey the systemic view, and the easy practicability, the module will be conceived as a set of minimum components. It will be essential to design in order to assume, so to speak, a symbolic value in such a way as to be assumed and recognized. Besides having an essence of space, the form must have a constructional identity that respects the principle of socio- economic sustainable resources available in loco, their own local technological culture. Depending on the context, research could be considered as a tool to activate the process of recoding of local techniques: not a simple application of traditional techniques but a reintroduction of them with the addition of small innovative measures in order to make them shared benefit of communities. 25 Ripensare la città informale. Strategie insediative per i paesi in via di sviluppo Testo di Alex Terriaca Traduzione di Maria Letizia Pazzi P rogettare in un paese in via di sviluppo significa confrontarsi con realtà e necessità molto diverse dalle nostre. La prima esigenza è quella di conoscere le abitudini, anche nel costruire, della popolazione interessata, affinché il progetto possa rispondere ad esigenze concrete. In queste aree del mondo le periferie nascono attraverso un processo di autocostruzione e occupazione del territorio del tutto casuale. Non esistono strumenti di controllo dello sviluppo urbano, né tantomeno è possibile definire in modo chiaro la proprietà di porzioni di territorio. Proprio per questo motivo la crescita è avvenuta senza nessuna regola, attraverso fasi temporalmente differenti, in modo caotico e del tutto casuale senza seguire dei principi generativi e un vero e proprio progetto di sviluppo urbano. In analogia alle altre bidonvilles sviluppatesi in prossimità delle metropoli africane, Pikine (nei pressi di Dakar, in Senegal) è caratterizzata da un doppio volto: da un lato una periferia pianificata sviluppatasi fino agli anni ’70 dello scorso secolo, e dall’altro una periferia informale generatasi in seguito ai fenomeni migratori che hanno interessano le aree rurali del paese negli ultimi decenni. Troviamo uno sviluppo fuori da ogni tipo di regola o schema, dove tutto si genera per rispondere alle necessità abitative. Oltre a un’urbanizzazione selvaggia, le condizioni socio-sanitarie condizionano il quotidiano: un altissimo tasso di disoccupazione oltre 80% della popolazione vive secondo le regole dell’economia informale - e il relativo tasso di povertà, l’analfabetismo, assenza di assistenza sanitaria, assenza di ambienti salubri, servizi igienici e congrui impianti smaltire i liquami. Nonostante la povertà, Pikine si presenta come una periferia vivace. Oltre ai piccoli, ma densi agglomerati, costituiti da piccole abitazioni ad un piano, realizzate con blocchi di cemento coperte con delle semplici lamiere ondulate, la periferia è caratterizzata dai singolari vuoti urbani, spazi interstiziali, che si trovano tra un edificio e l’altro. Spazi che assumono un ruolo primario nella vita 26 della comunità: spazi privilegiati per vivere la quotidianità, instaurare relazioni, giocare, incontrarsi, lavorare. Essi si identificano nel vuoto in quanto rappresenta lo stile di vita senegalese. Gli esiti dei progetti elaborati in occasione della tesi di laurea Magistrale in Architettura, di seguito presentati, si pongono come rappresentazione esemplificativa di un approccio strategico comune - una concezione sistemica del progetto - ma declinato secondo tre differenti temi e applicazioni progettuali: Architettura e Produzione, Architettura Residenziale e Architettura degli Spazi Collettivi. Nei tre lavori di ricerca troviamo la volontà di individuare risposte concrete alle problematiche socio-economiche e urbane attraverso proposte a piccola scala che si possano confrontare concretamente con il contesto in cui si inseriscono. Un intervento a notevole impatto dimensionale, riconoscibile e autoreferenziale, genererebbe un rifiuto generale in quanto rappresenterebbe qualcosa al di fuori della scala umana. Nonostante l’informalità del contesto, le proposte nascono dallo studio spaziofunzionale della quotidianità di Pikine. L’obiettivo comune non è di proporre nuove forme da sovrapporre a un tessuto urbano esistente, ma bensì un sistema spaziale e costruttivo che preservi l’importante struttura dell’esistente senza metterla in crisi, integrandola e innescando piccoli interventi tali da avviare processi di trasformazione sostenibile. Questi singoli elementi, pensati con l’obiettivo di risolvere puntualmente delle problematiche, si propongono di generare nel tempo interventi di dimensioni maggiori: singoli tasselli di un’infrastruttura intelligente che irretirà il territorio permettendo un graduale passaggio dalla gestione sostenibile individuale, alla gestione sostenibile collettiva. È fondamentale che ci sia una forte corrispondenza fra regole formali e regole costruttive. Il continuo passaggio di scala, e la ricorsività di alcune azioni, si palesa come strategia essenziale per la riuscita dell’approccio sistemico auspicato in principio. Rethinking the informal city. Strategies settlement for developing countries D esigning in a developing country means dealing with reality and needs very different from ours. The first requirement is to know the habits, even in the building, of the population concerned, so that the project can respond to real needs. In these areas of the world peripheries arise through a process of completely random self-construction and occupation of the territory. There are no tools to control urban development, and it is not possible to clearly define the ownership of portions of territory. Precisely for this reason, the growth took place without any rules, through different time stages, in such a chaotic and random way without following the generative principles and a real urban developmental project. In analogy to other bidonvilles that developed near the African metropolis, Pikine (near Dakar, Senegal) is characterized by a dual nature: on the one hand a planned suburb developed until the 1970s, and the other one periphery informal generated as a result of migration that is recently affecting the rural areas of the country. A development out of any kind of rule or scheme, where everything is created to meet the housing needs. In addition to the wild urbanization, the social and health conditions affect the everyday life: a very high unemployment rate - over 80% of the population live under the rules of the informal economy - and its rate of poverty, illiteracy, lack of health care, lack of healthy areas, sanitation and adequate facilities to dispose of sewage. Despite the poverty, Pikine looks like a bustling suburb. In addition to small, but dense agglomerates, consisting of small one-storey dwellings, made of concrete blocks covered with simple corrugated sheets, the periphery is characterized by singular urban spaces, interstitial spaces, which lie between a building and the other. Spaces take on a primary role in the life of the community; privileged spaces that live the daily life, build relationships, play, meet, work. They are identified in a vacuum as it represents the Senegalese lifestyle. The results of the projects developed during the thesis of Master’s degree in Architecture, showed below, are presented as illustrative representation of a common strategic approach - a systemic view of the project - but declined according to three different themes and design applications: Architecture and Production, Residential Architecture and Collective Space Architecture. The three researches are characterised by the will to find concrete answers to the socio-economic and urban problems through proposals to small scale that can be compared with the concrete context in which they occur. Actions of considerable dimensional impact, recognizable, self-referential, would generate an overall rejection as it would represent something outside of the human scale. Despite the informality of the context, the proposals come from the study of the everyday functionalspace of Pikine. The common goal is not to propose new ways to overlap an existing urban fabric, but rather a system of space and design that preserves the structure of the important existing without putting it in crisis, integrating it and triggering small interventions such as to initiate a sustainable change. These individual elements, designed with the aim of solving the problems on time, aim to generate larger interventions over time: individual pieces of an intelligent infrastructure that will mesh the territory allowing a gradual transition from individual sustainable management, to collective sustainable management. The strong correspondence between formal rules and construction rules is a crucial factor. The continuous change of scale, and the recursion of several actions, is revealed as an essential strategy for the success of the systemic approach firstly advocated. 27 DENSIFICARE LE PERIFERIE INFORMALI DELLE CITTÀ SUBSAHARIANE Tesi di laurea in Architettura Università degli Studi di Camerino Corso di laurea in architettura Laureanda | Sara Marsili L ’obiettivo della ricerca è creare un modello esemplare di quartiere residenziale per una periferia informale africana attraverso l’organizzazione della maglia spontanea tipica delle periferie auto-costruite. Partendo da una dotazione minima, che permetta l’esistenza di una residenza, saranno poi gli eventi e i bisogni degli abitanti stessi a definire l’abitazione. La progettazione è caratterizzata da un processo ben definito che consente di ottenere un’unità minima che è fattore della variabile temporale. Essa scaturisce dall’insieme delle parti che consentono l’esistenza degli spazi minimi indispensabili all’interno di un’abitazione. La prima fase del processo è l’inserimento dei corpi impiantistici, moduli prefabbricati. La seconda fase è quella della realizzazione in loco delle chiusure principali in 28 blocchi di cemento – elemento già largamente utilizzato all’interno dei processi di edilizia spontanea-. La terza fase è data dalle partizioni interne; per mezzo di un catalogo, ogni famiglia potrà scegliere la soluzione che più si avvicina alle proprie esigenze. Una volta scelto da catalogo la tipologia di abitazione, si ha la Dotazione Minima. Da questo momento in poi è il tempo che costruisce facendo evolvere la casa, ampliandola all’interno di un recinto, anch’esso catalogato per dimensioni, fino ad ottenere la realizzazione della corte. Ogni famiglia può costruire la propria casa, personalizzarla nel tempo adattandola alle proprie esigenze. Le forme progettate, nonché i materiali utilizzati rispettano i canoni tipici delle case senegalesi. La sperimentazione fatta vuole dare un metodo progettuale in risposta a quello che è il problema del sovraffollamento delle periferie. Densify the informal outskirts of the informal subsaharan city T he goal of the research is to create an exemplary model of residential district for the informal African suburbs by organizing a spontaneous mesh typical of the self-built suburban. Starting from a minimum equipment, which allows the existence of a residence, the events and needs of the inhabitants themselves will then define the home. The design is characterized by a well-defined process that achieves a minimum unit that is a factor of the time variable. It arises from all the parts that allow the existence of the minimum space needed within the home. The first phase of the process is the insertion of the installation bodies, made of prefabricated modules. The second phase is the construction in loco of the main closures of cement blocks - already widely used in the process of spontaneous building. The third stage is given by the internal partition; by means of a catalogue, each family can choose the solution that best meets their needs. Once the type of home will be chosen in the catalogue, the Minimum Equipment. From this point onwards time embodies a building function evolving the house, expanding it into a fence, which is also catalogued in size, until the creation of the court. Each family can build their own house, customize it in time to suit their own needs. The designed forms, as well as the materials used ,respect the traditional Senegalese houses. The trial wants to give a design method in response to the problem of overcrowding in the suburbs. 29 SPAZI PUBBLICI E SERVIZI COLLETTIVI PER LA PERIFERIA INFOMALE DI DAKAR Tesi di laurea in Architettura Università degli Studi di Camerino Corso di laurea in architettura Laureanda | Alex Terriaca 30 D al Vuoto Urbano allo Spazio Collettivo è un progetto che nasce per quegli spazi residuali dove si svolge la quotidianità. Il Vuoto diventa strumento di generazione dello spazio, un’occasione per riqualificare il tessuto informale senza regolarizzarlo. Ciò sarà possibile attraverso la definizione di una gerarchia di spazi e delle regole che ne definiscono la tettonica e la costruzione. Ai costruttori locali viene fornito un catalogo di soluzioni studiate per diverse scale d’intervento e sviluppate a partire da quattro elementi (albero, muro, basamento, architettura) che diversamente combinati disegnano lo spazio. Questi semplici elementi, affiancati a elementari regole aggregative, daranno vita alla Strategia Insediativa. Ancor prima di intervenire fisicamente bisogna adottare una strategia funzionale, ovvero trasmettere la sensibilità di creare uno spazio che incoraggi le interazioni sociali anziché ridurle. Ciò sarà possibile attraverso l’affiancamento di funzioni eterogenee fra loro ma che possano relazionarsi, integrandosi a vicenda. Dallo studio alla scala urbana - Catalogo degli Spazi-, che permette la definizione della tettonica di questi ultimi attraverso delle semplici azioni progettuali , si passa alla scala dell’edificio, Catalogo dei Moduli Funzionali, in cui le singole funzioni stabiliscono le dimensioni minime degli ambienti. A conclusione la scala del componente, Catalogo degli Elementi di Costruzione dello Spazio, che permetterà di definire gli elementi minimi necessari per realizzare gli Spazi Collettivi . Il pannello in terra cruda prefabbricato a piè d’opera, primo fra tutti, rappresenta l’elemento caratterizzante delle costruzioni e ne consente l’ampliamento, prefigurandosi come strumento minimo per il controllo dello spazio. La costruzione si attua nel rispetto di tecniche costruttive legate alle tradizioni locali, con l’impiego di materiali che sono familiari alla gente del luogo, e dunque facili da utilizzare e reperire. L’innovazione che viene proposta non è quindi di natura tecnologica ma, laddove introdotta, puramente formale e con il solo scopo di sfruttare al meglio le caratteristiche dei materiali. La modularità alla base di questo sistema fa sì che esso sia reiterabile in contesti simili e su diverse scale, da quella urbana a quella territoriale. Public spaces and public services for the informal outskirts of Dakar F rom Urban Void to Collective Space is a project created for those residual spaces where everyday life takes place. Void becomes a tool to generate space, an opportunity to redevelop the informal fabric without regularize it through the definition of a hierarchy of spaces and rules that define the tectonic and construction. Local builders are given a catalogue of solutions to different scales of intervention and developed from four elements (tree, wall, stand, architecture) combined to design the space. These simple elements, along with the elementary rules of aggregation, will give life to the Settlement Strategy. Even before intervening physically, a functional strategy is to be adopted, in order to transmit sensitivity and create a space that encourages social interactions rather than reduce them. The coaching of heterogeneous functions will give life to the project; these functions, though, can relate, complementing each other. The scale of the building, Catalogue of Functional Modules, in which the individual functions determine the minimum size of the rooms follows the study on the urban scale - Catalogue of Spaces - which allows the definition of tectonics of the latter through simple planning actions. The last element is the scale of the component, Catalogue of the Elements of Space Construction, which will define the minimum elements necessary to achieve the collective spaces. The prefabricated rammed-hearth panel at the foot of the work, is the first main feature of the building and it allows the expansion, becoming a minimum tool for controlling space. The construction is carried out in compliance with construction techniques linked to local traditions, with the use of materials that are familiar to the locals, and therefore easy to use and find. The innovation that is proposed is therefore not technological in nature but, if introduced, purely formal, with the sole purpose of exploiting the best characteristics of the materials. The modularity at the base of this system means that it is repeatable in similar contexts and on different scales, from the urban scale to the territorial one. 31 RIQUALIFICAZIONE URBANA E AMBIENTALE DELLA PERIFERIA DI PIKINE Tesi di laurea in Architettura Università degli Studi di Camerino Corso di laurea in architettura Laureanda | Carla Maria L. Pavone 32 I l ragionamento su cui è fondato il lavoro scaturisce dalla volontà di migliorare la vita quotidiana senza stravolgere abitudini, usi e costumi locali. Da qui la scelta di partire dal basso, di partire dall’agricoltura, di riportare quella tradizione, abbandonata insieme ai villaggi, all’interno di un tessuto urbano denso e informale. Il progetto prevede un sistema diffuso di spazi pubblici per la formazione, la produzione e la distribuzione, che permetta di sfruttare e riqualificare aree abbandonate e degradate della periferia. Seguendo una catalogazione, le aree vengono suddivise a seconda delle dimensioni, e variano per attività, dispositivi necessari e strutture per la comunità. Alla base vi è una strategia che verte intorno ad interventi che fissino delle linee guida di azione replicabili in tutte le aree con simili caratteristiche. Ciò apporterà miglioramenti su diversi livelli: ambientale, economico e sociale. I principi di ciclo chiuso aziendale e di filiera corta mettono in relazione l’aspetto ecologico e quello economico. Il fine della strategia è quello di inserire spazi verdi all’interno di un fitto tessuto urbano irregolare: piccoli sistemi ecologici che incrementano l’autoproduzione, favoriscono la sicurezza alimentare e portano nuove opportunità di lavoro. Tutte le strutture e i dispositivi necessari vengono realizzati utilizzando, il più possibile, materiali riciclati. L’architettura permette di tradurre le esigenze primarie della popolazione in sistemi costruttivi semplici da replicare attraverso un meccanismo modulare. Urban and environmental renewal of the outskirts of Pikine T he reasoning of the work stems from the desire to improve the daily lives without changing habits, local customs and traditions. The choice of starting at the bottom, leaving agriculture, bringing that tradition, along with the abandoned villages, within a dense and informal urban fabric. The project involves a widespread system of public spaces for training, production and distribution, which allows to exploit and regenerate derelict and degraded suburbs. Following a cataloguing, areas are divided according to the size, and vary in activity, necessary devices and community facilities. Its starting point is a strategy that focuses around interventions that lay down guidelines for action replicable in all areas with similar characteristics. This will bring improvements on several levels: environmental, economic and social. The principles of the business closed loop and short chain link the ecological and economic aspect. The aim of the strategy is to place green spaces in a dense irregular urban fabric: small ecological systems that increase the self-production, promote food security and bring new job opportunities. All the facilities and equipment required are made using, as much as possible, recycled materials. The architecture allows to translate the basic needs of the population into building systems, easy to replicate through a modular mechanism. 33 Al di là del muro, la geografia delle barriere Testo di Simone Censi Traduzione di Elisabetta Fiorucci U no degli avvenimento più noti della storia contemporanea è la caduta del Muro di Berlino, celebrata, nell’immaginario collettivo, come momento di riunificazione di un popolo diviso. All’abbattimento di una barriera così importante si è però contrapposta la silenziosa costruzione di numerosi muri in varie parti del mondo i quali, nel 1989 erano una quindicina mentre oggi sono circa quarantacinque e la loro lunghezza complessiva (includendo anche i muri in fase di realizzazione) sarebbe sufficiente a tagliare il mondo da polo a polo. Tali barriere, peraltro, sono sistemi sempre più sofisticati ed invalicabili, come dimostra la Valla di Melilla, che difende i confini dell’enclave spagnolo nel continente africano. Ciò che sta accadendo spinge a porre alcune questioni sull’uso che la politica fa di un elemento architettonico: il muro, dispositivo separatore di ambiti spaziali diversi. Il muro, per le sua efficacia come elemento divisore, è presente in quasi ogni architettura mentre in ambito urbano si manifesta secondo diverse modalità. Nella città il muro può essere costituito da una cortina di edifici di un abitato denso come quello del centro storico, può essere un’antica opera difensiva costruita a protezione del centro urbano ma può essere anche l’elemento divisorio generato da un’infrastruttura che attraversa l’abitato. Negli ultimi due casi le porzioni spaziali separate dalla barriera si sviluppano in modo indipendente e si specializzano sempre di più nel corso del tempo. Si pensi all’ipotesi di interrompere i contatti tra due fratelli e di metterli in relazione con distinti gruppi di amici: ognuno dei due svilupperà alcuni aspetti particolari del proprio 34 carattere e, partendo da un’affinità iniziale, si incamminerà in un percorso diverso. Il muro ha esattamente questa funzione, amplificare le differenze tra una porzione di spazio e quella opposta; per questo le mura difensive dei centri urbani portavano nell’antichità a sviluppare un fittissimo addensamento edilizio all’interno e ad esasperare la bassissima densità abitativa delle distese agricole all’esterno. I muri edificati per questioni geopolitiche hanno esattamente lo stesso scopo: separare ambiti che possiedono sistemi regolamentari differenti, isolarsi e porli al riparo da eventuali agenti disequilibranti (principalmente sociali, economici e politici) : è come interporre barriere tra vasi comunicanti in modo che ogni vaso risulti ermetico e possa mantenere invariato il livello di liquido contenuto inizialmente. I muri disegnano così una geografia, rigidissima e totalmente artificiale (dove ci sono confini naturali non servono muri); diventa quindi importante porsi qualche domanda sia riguardo al loro reale funzionamento come dispositivo di controllo che sul loro significato, in una lettura che apre il campo ad ulteriori considerazioni. Bisogna prendere atto del fatto che il muro non è il più efficace sistema di controllo, dato che, nell’ultimo secolo, il concetto di prossimità fisica è stato sostituito da sistemi di prossimità temporale (mappe isocrone) e dal modello della rete (che permette collegamenti selettivi). La separazione degli ambiti urbani nella città contemporanea non avviene esclusivamente attraverso barriere fisiche visibili ma anche con l’interposizione di distanze che amplificano il tempo di trasferimento tra due quartieri che si vogliono mantenere separati, anche attraverso una calcolata inefficienza dei mezzi pubblici. Le barriere rimangono ben visibili in casi come quelli delle Gated communities e dei Condominos Fechados e riguardano l’edificazione di ambiti residenziali protetti da muri rispetto alla città; nel primo caso ci si riferisce a quartieri a bassa densità edificati nel nordamerica, mentre nel secondo alla costruzione di doppi strati di cancelli intorno alle palazzine abitate da benestanti famiglie sudamericane. In città come Brasilia il fenomeno di allontanamento tra quartieri è in corso da decenni e la popolazione povera viene progressivamente allontanata dal centro politico e rappresentativo della città, originando un fenomeno che ha portato allo sviluppo di nuclei urbani così lontani dal centro da doverne diventare di fatto indipendenti. Per quanto riguarda il sistema della rete, si pensi al modello di difesa in trincea che, adottato durante la I Guerra Mondiale risultò totalmente fallimentare durante II Guerra Mondiale; la Linea Maginot, edificata dalla Francia per difendersi dalla Germania si dimostrò impotente rispetto ai bombardamenti aerei perpetrati dai tedeschi. Dunque i sistemi di controllo sulla popolazione della città contemporanea sono totalmente differenti rispetto a quelli adottati in passato e si organizzano secondo diverse strategie che incidono profondamente nella costruzione dello spazio collettivo. Uno dei sistemi più recenti e più efficaci è quello telematico che permette un controllo assoluto di ogni utente che utilizza strumenti tecnologici ed è un metodo quasi invisibile ma estremamente capillare, un altro sistema è quello della videosorveglianza che permette di osservare simultaneamente varie parti di un ambito urbano. Tuttavia negli ultimi anni lo sviluppo di sistemi di controllo tecnologici è stato accompagnato da un proporzionale incremento dell’uso di barriere fisiche, come dimostra la militarizzazione delle città durante manifestazioni di varia natura, in particolare politica e sportiva. Intorno e dentro gli stadi sono stati inseriti sistemi di controllo di ogni tipo: barriere di filtraggio e prefiltraggio, telecamere, impiego di forze dell’ordine all’esterno e di steward all’interno. Si agisce su vari livelli, sul sistema duro delle barriere, su quello leggero delle telecamere e su quello elastico e capillare del personale di sorveglianza. Si può però notare come ad un alleggerimento delle barriere fisiche all’interno degli impianti sportivi, corrisponda un rafforzamento all’esterno e questo costituisce un chiaro esempio di come due modelli di controllo diversi e complementari portino la definizione dello spazio verso due direzioni opposte. Le manifestazioni di natura sportiva o politica sono sempre eventi temporanei che non necessitano di barriere permanenti per cui è interessante indagare la maniera con cui tali eventi vengono sorvegliati, si nota come i modelli per garantire la sicurezza siano sostanzialmente due: il dispiegamento di forze concentrate in alcuni punti strategici e che ostentano la propria presenza oppure una rete di unità che si sparpagliano e, mantenendo uno stretto contatto reciproco, riescono a contrastare sul nascere ogni azione di minaccia. L’applicazione di entrambi i modelli è strettamente legata alle caratteristiche del luogo ed oltre a organizzarsi rispetto ad esse, a lungo termine ne influenzano lo sviluppo: lo dimostra il Piano Haussmann per Parigi che tra i vari obiettivi aveva quello dell’ampliamento dei percorsi in modo da impedire la costruzione di barricate da parte della popolazione in rivolta contro il governo. Se le nuove strategie di difesa risultano più efficaci delle barriere fisiche, i muri a cosa servono? Si possono ipotizzare varie possibilità e tra queste vi rientra sicuramente il valore simbolico del dispositivo divisorio che tende a scoraggiare e rallentare gli attraversamenti di un confine, più che ad impedirli. Ma oltre al valore simbolico del muro, vi è l’idea della sua complementarietà rispetto ai sistemi tecnologici di sorveglianza, i quali potrebbero tuttavia funzionare in maniera indipendente ed efficace. Il muro, agendo sul contesto fisico come un limite artificiale, si sovrappone a quelli naturali e influenza le modalità di insediamento; analogamente il controllo eseguito attraverso strumenti tecnologici determina una specifica costruzione dello spazio. Entrambi i sistemi, applicati singolarmente o in coordinamento, concorrono alla costruzione di una geografia artificiale alla quale nessuna civiltà ha mai rinunciato. Nella contemporaneità questo problema è stato affrontato finora solo da figure specializzate ma la costruzione dello spazio richiede necessariamente un intervento dell’architettura che deve indagare a fondo il fenomeno e gestirlo nel miglior modo possibile. D’altra parte la disciplina si è occupata a più riprese del controllo militare dello spazio; gli studi di Michelangelo e Francesco Di Giorgio lo testimoniano molto bene. 35 Beyond the wall, the geography of barriers O ne of the most famous events of contemporary history is the fall of the Berlin Wall, celebrated, in the collective consciousness, as a moment of reunification of a divided community. The silent construction of walls all around the world has opposed the destruction of such an important barrier. While they were about fifteen in 1989, today we can count more or less fifty-two, and their combined length (including the walls under construction) is enough to cut the world from pole to pole. These barriers are getting more and more sophisticated, as Melilla’s border fence shows, defending the Spanish city in the African continent. Current events make us question the use that politics make of an architectural element: the wall, a device used to separate different spaces. The wall, for its efficiency as a dividing element, is present in almost every architecture, while in urban setting it manifests in different ways. In the city the wall can be made up of a row of buildings in a high-density populated area like the old town centre, it can be an old defensive structure built to protect the inner city, but it can also be a dividing element generated by an infrastructure that runs through the residential area. In the last two instances, the spatial proportions separated by the barrier develop independently and specialize more and more through time. Think about interrupting contact between two brothers and putting them in two different groups of friends: each will develop some particular aspects of his character and, starting from an initial affinity, will embark on a different path. The wall has this function, too magnify the differences between a section of space and its opposite; this is why defensive walls in urban centres led to high population density within the walls and low population density outside of them. The walls built for geopolitical reasons have the same purpose: to 36 separate spaces that have different regulatory systems, to isolate them and shelter them from eventual unbalancing agents (usually social, economic or political): it’s like putting barriers between communicating vessels so that every vessel is hermetic and can maintain unvaried the level of liquid in it. Walls shape a geography, rigid and totally artificial (where there are natural confines there’s no need for walls); so it becomes important to ask a few questions about their actual function as control devices and about their meaning, in an interpretation that opens up to other reflections. We need to acknowledge of the fact the the wall is not an effective control system anymore, since the concept of physical nearness has been substituted with temporal proximity systems (isochronous maps) and the network model (which allows selective links) in the last century. The separation of urban spaces in the contemporary city doesn’t happen exclusively through visible physical barriers, but also with the interposition of distances that amplify the transfer time between two districts that are meant to be separate, also through a calculated public transport inefficiency. Barriers are still visible in some cases, like the Gated communities and the Condominos Fechados, and they concern the construction in residential spaces protected by walls; in the first case it refers to low density districts in North America, while in the second to the construction a double layer gates around residential buildings inhabited by well-off South American families. n cities like Brasilia the phenomenon of moving away from districts has been going on for decades and the poorer part of the population is progressively sent further away from the political and representative centre of the city. This has originated a phenomenon that has brought to the development of urban units so far from the centre that they have become independent from it. For what concerns the system of the network, we can think of the defence model of the trenches that, adopted during the First World War, proved to be disastrous during the Second World War; the Maginot Line, built by France to defend against Germany, proved to be powerless against German bombings. So the control systems on the population of the contemporary city are completely different to those adopted in the past, and are organized according to different strategies. These strategies deeply influence the construction in the collective space. One of the most recent and efficient systems is the telematic one, which allows absolute control of every user who uses technological tools and it’s an almost invisible but extremely widespread method. Another system is that of CCTV that allows to observe different part of an urban environment at the same time. However, in the last few years the development of technological control systems has been flanked by a proportional increase in the use of physical barriers, as the militarization of cities during protests of any kind, but especially political and sport, shows. Around and inside the stadiums we can find control systems of all kinds: filtering barriers and pre-filtering, cameras, use of police on the outside and of stewards on the inside. Action is taken on different levels, on the hard barrier system, the light camera one and on the widespread elastic one of the security personnel. There is an easing on the physical barriers inside the sport structures, which corresponds on a strengthening of it on the outside. This is a clear example of how two different and complementary models of control can takethe definition of space in two different directions. The demonstrations of sport or political nature are always temporary events that don’t need permanent barriers, so it is interesting to examine the way in which these events are monitored. We notice that the models used to guarantee security are basically two: the use of concentrated forces in strategic places to show their presence, or a network of units that can spread and counteract every threat while maintaining close contact. The application of both models is strictly linked to the characteristics of the place, and on long term influence its development. This is shown on the Haussmann Plan for Paris that among its objectives had that of the extension of the paths to avoid the construction of barricades by the people in revolt against the government.If the new defence strategies seem more efficient than physical barriers, what are walls for? We can hypothesise various possibilities and among them is surely the symbolic value of the dividing device that tends to discourage and slow down the crossing of a border, more than stop it. But other than this symbolic value, there is the idea of its complementarity to the technologic surveillance systems, that could however work in an independent and efficient manner. The wall, acting on the physical context as an artificial limit, is overlapped on the natural ones and influences the settlement modalities; similarly the control made through technological tools determines a specific construction of space. Both system, applied singularly or in coordination, concur to the construction of an artificial geography to which no civilization has ever renounced. As of today, this problem has only been tackled by specialized figures, but the construction of space necessarily requires an intervention by architecture that has to examine thoroughly this phenomenon and handle it in the best way possible. On the other hand, the discipline has explored the topic of military control of space; the studies of Michelangelo and Francesco di Giorgio can attest to that. 37 38 Pozzallo apre le porte al Mediterraneo Nuove strategie architettoniche per risolvere la crisi dell’immigrazione Testo di Giandonato Reino Traduzione di Daria Verde I l progetto “Villard 16” da anni coinvolge studenti e docenti provenienti da scuole di architettura italiane e straniere nell’elaborazione di progetti di architettura. Quest’anno Il tema è stato “Paesaggi Strategici”, dove si è proposto il disegno di nuovi assetti urbani ai fini di fornire alla città di Pozzallo (Sicilia) servizi sociali, residenze, nuovi spazi pubblici e soprattutto una strategia di integrazione ed inclusione dei migranti. Le aree di progetto includevano: il Castello Di Martino, il Lungomare Raganzino, la ex Colonia Marina, la ex Distilleria Giuffrida e l’ampliamento del Cimitero Comunale. Una delle proposte più interessanti, vincitrice di una menzione speciale, è degli studenti di architettura Emanuele Cicatiello e Francesca Sodano del Dipartimento di Architettura del Politecnico di Napoli. Dopo un’attenta analisi morfologica hanno portato avanti il tema di progetto inserendo in punti strategici tre edifici che stabiliscono delle precise relazioni con il paesaggio e la città. La forma degli edifici scaturisce da un processo di analogia con delle tipologie classiche: l’acropoli, l’agorà e la casbah. Il valore del progetto è nella sensibilità con cui vengono trattati i temi della memoria e del paesaggio attraverso delle architetture perfettamente incastonate nel paesaggio mediterraneo; familiari e quindi rispondenti a una vera strategia dell’accoglienza e non di reclusione. «Il progetto presentato si muove verso una direzione chiara: dare una risposta concreta al tema proposto, una risposta che non sia fatta solo di parole, ma sia costituita da elementi fisici, dall’architettura. L’idea è quella di innescare delle profonde modificazioni sociali, culturali ed infine urbane attraverso la costruzione di tre elementi architettonici chiari e distinti, collocati in posizioni precise. Fin da subito l’intenzione è stata quella di disegnare delle architetture che dessero forma e materia ai principi emersi dalla riflessione sul tema: assistenza, certezza di un riparo, rispetto delle identità culturali, integrazione sociale e memoria.Tali necessità si concretizzano in tre architetture che, con la loro forma, materia e dimensione reinterpretano il paesaggio, la città e la storia comune del popolo mediterraneo. Il percorso progettuale si muove su tre livelli di ricerca. Il primo livello parte da una lettura del Pozzallo open its doors to the Mediterranean sea T he project “Villard 16” has involved students and teachers from Italian and foreign schools of architecture in the development of architectural proposals for some years now. This year’s theme was “Strategic Landscapes”, in which the design of a new urban structure was proposed in order to provide the town of Pozzallo (Sicily) with social services, housing, new public spaces and above all a strategy of integration and inclusion of migrants. The project areas included: castle Di Martino, the waterfront of Raganzino, the former sea colony, the former Giuffrida distillery and the expansion of the town cemetery. One of the most interesting propositions, winner of a special mention, belongs to Emanuele Cicatiello and Francesca Sodano, students of the Department of Architecture at the Polytechnic University of Naples. After a careful morphological analysis, they designed their project by integrating three new buildings into strategic spots and creating precise relationships with the landscape and the city. The shape of the buildings comes from a process of analogy with the classical types: the Acropolis, the Agora and the Kasbah. Its value lies in the sensitivity with which it faces memory and landscape, through an architecture which is perfectly nestled into the Mediterranean panorama: these shapes are familiar and therefore responding to a real strategy of welcoming and not of isolation. «Our project moves in a clear direction: giving a concrete response to the suggested theme, a response not only made of words, but also of physical elements, of architecture. 39 40 luogo e dei suoi caratteri, che hanno portato a definire dei temi portanti su cui fondare il progetto. Il paesaggio e la sua interazione con la città ci hanno aiutato a determinare i luoghi dove fondare la costruzione degli elementi. In tali luoghi, inoltre, abbiamo visto la possibilità di ragionare su tipi architettonici radicati nella storia: il vuoto urbano diventa agorà, il fianco roccioso della collina diventa casbah e la sommità di quest’ultima è l’acropoli. Questi tipi architettonici sono diventati principale riferimento per il progetto, che quindi prosegue con una rilettura dei loro caratteri per la costruzione di spazi che soddisfacessero le premesse: accoglienza, rispetto ed integrazione. Da qui discendono lo spazio per la meditazione, la nuova “città” e la grande piazza. I tre elementi, infine, sono immaginati come monoliti, costituiti per aggregazione di parti elementari. Essi si dispongono nel paesaggio costituendo un segno forte, stabiliscono una successione, evidenziando le modificazioni del terreno e creando una connessione tra la città e la sua parte più estrema, situata verso ed oltre il porto» Emanuele Cicatiello e Francesca Sodano The idea is to trigger deep social, cultural and eventually urban changes through the construction of three clear and distinct architectural elements, placed in precise places. From the very beginning, our intention was to design buildings able to give shape and substance to the principles brought to light by the reflection on this theme: assistance, guarantee of a shelter, respect for cultural identities, social integration and memory. These needs are reflected in three buildings which, with their shape, material and size, reinterpret the landscape, the city and the common history of the Mediterranean people. The design process moves on three levels of research. The first level starts with an analysis of the place and its characteristics, which led to the definition of the main themes on which the project is based. The landscape and its interaction with the city helped us to determine the places where to build the new elements. In these spots, also, we saw the opportunity to think about architectural types rooted in history: the urban void becomes the Agora, the rocky side of the hill becomes the Kasbah, while the top of it is the Acropolis. These architectural types have become the main reference for our project, which then continues with a new interpretation of their characteristics in order to build spaces capable to satisfy the premises: welcome, respect and integration. This is where the space for meditation, the new “city” and the big square come from. The three elements, at last, are thought of as monoliths, built by aggregation of elementary parts. They are placed in the landscape strongly marking it, articulating a succession, highlighting the modifications of the land and creating a connection between the city and its most extreme area, located towards and beyond the harbor» - Emanuele Cicatiello and Francesca Sodano 41 NOVITA’ E’ arrivata la versione cartacea di lab2.0! Da oggi è possibile acquistare direttamente dal nostro sito tutte le pubblicazioni e riceverle comodamente a casa. -------------------------------------------------------www.lab2dot0.com POZZALLO crocevia del Mediterraneo LORENZO TRENTUNO S CURATOR FR A N C ESC A DE DOMI NI CI S PHOTOGRAPHY LOR E NZO TRENTUNO TEXT LOR E NZO TRENTUNO TRANSLATION LU CREZI A PARBONI ARQUATI GRAPHIC AN D R EA B ON AMORE “POZZ ALLO, crocevia del Mediterraneo” è una produzione lab2.0 distribuita in allegato a “lab2.0 Magazine” i nota la mancanza di molte cose, a Pozzallo. Girando per la piccola cittadina siciliana, oggetto di cronaca per oneri ed onori (essendo uno dei porti principali dove ricevono la prima accoglienza moltissimi dei migranti soccorsi in mare), si è immersi in un limbo. Mai come in inverno, la vita quotidiana trascorre lenta e silenziosa. Mancano innanzitutto i residenti, forse rinchiusi in casa per il maltempo che regna in questi giorni. Soprattutto però, a differenza di quanto si sarebbe potuto credere, mancano loro, i migranti! Camminando per le strade, non si scorge nessuno di essi… nessun bambino di colore che gioca a pallone, nessuna donna con il capo coperto, nessun uomo intento a fumare in un angolo, nulla. Ah no, eccoli! O meglio, ecco un barcone arenato sulla spiaggia, finalmente! Cominciavo a pensare che fosse tutta una messa in scena mediatica! Poi guardo meglio e mi accorgo che il legno è molto vecchio e che sulla poppa campeggia una targa con scritto “ Irene of Boston” e sotto una data, 1914. Scopro quindi che si tratta di una vecchia goletta inglese, che per decenni ha guidato in porto le grandi navi tra Scozia ed Irlanda e che ha trovato la sua fine in una spiaggia di provincia, divorata dai topi e dalla salsedine della Balata di Pozzallo, nell’abbandono più totale. E questi alberghi vuoti? Questi bar aperti solo a metà? Ah, certo! Ecco cos’altro manca… i turisti! La cittadina che in estate raddoppia la sua popolazione, in inverno vive solo di ricordi e di attese. Poi mi avvicino al porto, deserto anch’esso. Sarà per le pessime condizioni del mare di questi giorni, ma anche in questo luogo, motore dell’economia cittadina, non si scorge anima viva. Nessuno alla dogana, nessuno in attesa di imbarcarsi per Malta, nessun pescatore. Poi giro lo sguardo e noto, dietro un’ulteriore barriera solo teoricamente invalicabile, dei cadaveri di legno. Eccoli, i segni del loro arrivo: decine e decine di barconi, pescherecci e gommoni. Giacciono qui, forse con la speranza di tornare a pescare in mare aperto prima o poi, e di non marcire, tirati in secca sopra una banchina di cemento. I n Pozzallo there is a lack of many things. Walking around the small Sicilian town, subject of the press for charges and honours (being one of the major ports where many of the migrants rescued at sea receive the first welcome), you are immersed in a limbo. Never as in winter, daily life passes slowly and silently. Firstly residents are missing, perhaps locked up at home because of bad weather that prevails in these days. Above all, contrary to what one might have thought, they lack, the migrants! Walking across the streets, you can see any of them ... no coloured baby playing football, no women with their heads covered, no men attempting to smoke in a corner, nothing. Oh no, here they are! Or rather, there is a boat stranded on the beach, at last! I was beginning to think it was all a staged media! Then I look better and I realize that the wood is very old and that the stern stands a plaque reading “Irene of Boston” and under a date, 1914. I discovered then that it is an old English schooner, which for decades has led in harbour the large ships between Scotland and Ireland, and that has found its end in a beach, devoured by rats and saltiness of Balata di Pozzallo, completely abandonment. And these empty hotels? These bars only half opened? Oh, yes! What else is missing... The tourists! During the summer the town doubles its population, in winter it lives only of memories and expectations. Then I approach the port, also this desert. It will be maybe for the bad condition of the sea in these days, but even in this place, the engine of the city economy, one does not see a soul. No one at the customs, no one waiting to embark for Malta, no fisherman. Then I turn my eye around and I notice, behind another barrier only theoretically impassable, some wood bodies. Here they are, the signs of their arrival: dozens of boats, fishing boats and rafts. They lie here, perhaps with the hope of returning to fish offshore sooner or later, and do not rot, pulled dry on a concrete platform. Cohousing, quando l’emergenza diventa collaborazione Testo di Chiara Molinero Traduzione di Francesca Marafini «L’uomo è per natura un animale destinato a vivere in comunità» Aristotele O rmai anche in Italia, come già nel Nord Europa e negli Stati Uniti dove è nato, il cohousing è diventato un vero e proprio modo di vivere o, per dirla con una espressione utilizzata dall’associazione Co-abitare di Torino, «un nuovo modo di vivere vecchio come il mondo». Il cohousing nasce in Danimarca dove l’architetto Jan Godmand Hoyer nel 1972 dà vita al primo esempio di condivisione residenziale per 27 famiglie. Un modo di abitare sviluppatosi durante gli anni ’80 in America e poi “approdato” nuovamente in Europa. Il cohousing si basa sulla gestione diretta e condivisa, da parte dei residenti, degli spazi comuni presenti all’interno della struttura. Spazi che stimolano socializzazione e aggregazione, concretizzando le esigenze di aiuto reciproco e di buon vicinato. Gli esempi sul territorio nazionale sono oggi numerosi e forniscono tutti una soluzione all’emergenza abitativa, ormai largamente diffusa, che colpisce molti italiani. La crisi economica dell’ultimo decennio ha avuto delle forti ripercussioni sociali, soprattutto sui più deboli: anziani, coppie separate, giovani in cerca di occupazione. Per molte persone il cohousing è stato una soluzione, almeno temporanea, da cui ripartire per “riorganizzare” la propria vita. Un primo caso da citare è quello di sharing a Torino che risulta essere uno dei più importanti esempi di cohousing in Italia. Nel quartiere Falchera, in Via Ivrea 24, partendo da un ex immobile delle Poste Italiane recuperato, è nata questa struttura destinata a diverse 52 forme di residenza temporanea grazie ad un’idea di Oltre Venture e alla collaborazione del capoluogo piemontese e della cooperativa DOC. Il progetto offre diversi tipi di formule abitative, dal residence e campus alla formula housing. L’accesso alle tariffe calmierate, ridotte del 10% rispetto a quelle normali, va dai 14 giorni nella formula residence, a quella mensile nella formula housing, ed è garantito per tutti coloro che vivono in una situazione di precariato, tra cui le persone con un reddito annuale sino a 12.000 euro o immigrati con permessi di soggiorno. Interessante ed esemplificativo di cosa questo progetto vuole essere è il gioco degli 8 nato da alcuni giovani designer, che hanno partecipato ad un bando la cui richiesta era quella di interpretare il vivere comune della struttura, che si sono ispirati al gioco del 15. Il gruppo SIPUO’ DESIGN di Torino ha così ideato una seduta collettiva con 8 pannelli scorrevoli in due direzioni su cui sono fissate 7 sedie Kartell mod. 4875 e un tavolino. L’obbiettivo è invitare le persone a creare insieme varie combinazioni degli elementi mettendo in pratica i principi di aiuto e collaborazione che sono alla base della coabitazione. Spostandoci dal Piemonte, eccoci nell’Unione Bassa Reggiana dove sorge il Centro Famiglie e la Educativa famigliare territoriale. Il progetto è rivolto alle madri vittime di violenza domestica, che non hanno una casa e alle quali si vuole dare un sostegno non solo “materiale” ma anche psicologico. Il progetto in questione prevede l’inserimento di un numero massimo di tre famiglie per un periodo di tempo compreso tra i 6 e i 12 mesi durante i quali le madri vengono inserite in percorsi lavorativi che permettano loro di potersi sostentare una volta uscite. Vivere in comunità allargate e confrontarsi con altri che hanno attraversato momenti difficili consente alle famiglie, opportunamente seguite da psicologi ed educatori, di superare l’esperienza dolorosa e ricostruire la propria vita. Ci spostiamo, infine, a Milano e a Roma dove sono nate le “case per padri separati”. Nel capoluogo lombardo l’idea si è concretizzata all’interno del convento dei Padri Oblati, a Roma in due residence situati in aree diverse della città. In entrambi i casi, i padri divorziati e con figli vengono ospitati nella struttura per 12 mesi, sebbene questo termine non sia categorico. Anche in questo caso, come negli altri, si accede per graduatoria in base al reddito ed è previsto il pagamento di un canone mensile di 200 euro. Gli alloggi comprendono gli spazi necessari alla vita di tutti i giorni sia privati che pubblici, dove bambini e genitori possono trascorrere il proprio tempo libero e relazionarsi con il resto della comunità. Questi esempi mettono in luce come il cohousing non si ponga unicamente come soluzione alla momentanea emergenza abitativa ma anche come importante sostegno emotivo e psicologico fondamentale per superare di periodi di crisi. In Italia le residenze collettive si sono affermate con estremo ritardo e tuttora incontrano forti difficoltà a diffondersi come modello dell’abitare quotidiano, tuttavia esse rivestono un ruolo strategico nei casi di emergenze sociali ed economiche che caratterizzano i nostri giorni. L’architettura è espressione della collettività e si nutre di socialità. Magari non tutti sono pronti a cambiare modo di vivere, e forse in pochi lo faranno, ma non bisogna dimenticare che l’architettura è un’arte collettiva e questo il cohousing lo spiega molto bene. Cohousing, when emergency turns into collaboration «Man is, by nature, an animal destined to live in a community» Aristotele B y now in Italy, as in northern Europe and in the USA where it hails from, cohousing has become a proper lifestyle, or to quote the Co-Housing association in Turin, “a new lifestyle as old as the world”. Cohousing was born in Denmark where the architect Jan Godmand Hoyer in 1972 created the first example of residential sharing for 27 families. A way of dwelling which developed during the 80’s in America and then again “landed” in Europe. Cohousing is based on entrusting the residents with the direct and shared management of the common areas inside the structure: spaces that stimulate socialization and aggregation, realizing the need for mutual aid and neighborly relations. The examples throughout the national territory are now numerous and they all provide a solution to the housing emergency, which is widespread by now and affecting many Italians. The economic crisis of the last decade has had heavy social repercussions, especially on the most vulnerable ones: elderly evicted tenants, separated couples, young people seeking employment. For many people cohousing has been a solution, at least a temporary one, from which to start again and “reorganize” their life. The first case that has to be mentioned is Sharing in Turin which is one of the most important examples of cohousing in Italy. In the Falchera district, in 24 Ivrea Street, a former property of Poste Italiane has been recovered to create a structure destined to different forms of temporary residence, thanks to an idea of Oltre Venture and to the cooperation of the Piedmonts’ capital and the DOC cooperative. The project offers different types of living patterns: the residence, the campus and the housing. Access to controlled rates, reduced by 10% compared to normal ones, ranges from 14 days in the residence pattern, to 30 days in the housing model, and it is guaranteed for all temporary employees, for those whose annual income is lower than € 12.000 and immigrants with visas. The gioco degli 8 is an interesting and representative example of this project, it was born from an idea of a group of young designers, who took part in a tender whose request was to interpret the common living of a structure, and they were inspired by the gioco del 15. SIPUO’ DESIGN group from Turin created a shared bench with 8 bidirectional sliding panels on which are fastened 7 Kartell chairs mod. 4875 and a small table. The goal is to invite people to create together different combinations of the elements by putting into practice the principles of aid and cooperation that are the foundations of cohousing. Moving from Piedmont we get to the Lower Reggiana Union where we find the Family Centre and the Family Education Territorial Centre. The project is aimed towards mothers who are victims of domestic violence, who don’t have a home and to whom is given support not only “material” but also psychological. The project in question involves the admission of a maximum number of three families for a period of time comprised between 6 and 12 months during which the mothers are placed in working paths that allow them to sustain themselves at the end of the community experience. Living in extended communities and engage with others who have been through difficult times allows families, appropriately followed by psychologists and educators, to overcome the painful experience and rebuild their lives. We move, finally, in Milan and Rome where the “houses for separated fathers” were born. In Milan the idea has been realized within the convent of the Oblate Fathers, in Rome in two residences located in different areas of the city. In both cases, divorced fathers and children are hosted in the facility for 12 months, although this time limit is not categorical. Again, as in the other projects, access is based on income and there’s a monthly fee of €200. Accommodation supply necessary spaces for everyday life both private and public, where children and parents can spend their leisure time and interact with the rest of the community. These examples highlight how cohousing is not intended only to be a temporary solution to the housing crisis but also an essential emotional and psychological support to overcome critical periods of crisis. In Italy the collective homes have been founded extremely late and they still encounter considerable difficulties in spreading as a model of everyday living, but they are strategically important in cases of social and economic emergencies that characterize our days. Architecture is the expression of a collective and nourishes on social relations. Maybe not everyone is ready to change the way of living, and perhaps a few will do so, but we must not forget that architecture is a collective art and cohousing 53 Cosa si può realmente dire temporaneo? Testo e traduzione di Francesco Leoni O gni gesto architettonico è, ontologicamente una modifica del contesto in cui si va ad inserire. La definizione di temporaneo cita: «Che dura per un periodo di tempo limitato, che non è definitivo». Ora, detto che, ovviamente, tutto è destinato a durare solo per un periodo di tempo limitato, breve o lungo che sia, nella nostra società e cultura liquida, dove il flusso delle informazioni è raggiungibile ovunque ed in qualsiasi momento, ci sono casualità che aprono falle in una definizione tanto ambigua. Proprio nell’anno dell’EXPO in Italia, alcuni esempi ci vengono in aiuto. Architetture di EXPO passati che hanno avuto storie alquanto singolari. In occasione della Prima Esposizione Universale, tenutasi a Londra 1851 fu eretto a Hyde Park il celebre Crystal Palace. L’edificio, pensato da Joseph Paxton, un consulente di serre, era talmente effimero, anche nel suo aspetto, che già l’anno successivo fu smontato e ricostruito in un’altra zona della città, Sydenham Hill. Terminò il suo ciclo di vita nel 1936 a causa di un incendio. Altro eminentissimo esempio è quello della Torre Eiffel eretta a Parigi in occasione dell’Esposizione Universale del 1889. Inizialmente ad Eiffel era stato concesso di lasciare in piedi la Torre per 20 anni, ma vista la grande utilità di questa struttura, sia a causa del grande sviluppo che in quegli anni ebbero le comunicazioni via etere, sia come laboratorio per studi scientifici, si decise di mantenerla anche per le generazioni future. Eiffel, che all’inizio non aveva altra ambizione che celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misurazioni meteorologiche, analisi dell’aria, esperienze come quella del pendolo di Foucault e di altro genere. Quindi ci troviamo di fronte a due casi singolari e differenti: la costruzione londinese che nasce per essere spostata, di qua la sua temporaneità, ma che termina il proprio ciclo di vita a causa di un incendio dopo 54 85 anni; la torre parigina, che viene eretta solo per motivi celebrativi, senza alcuna funzione, per durare un ventennio e che invece si trasforma in un edificio utilissimo alla ricerca scientifica e che dopo 126 anni è ancora in piedi ed è diventata il simbolo della Francia stessa.Si possono questi due esempi realmente dire temporanei? Veniamo, ora, al caso forse più emblematico: il Padiglione della Germania progettato da Ludwig Mies Van Der Rohe per l’Esposizione Universale di Barcellona nel 1929. La sua storia è ancora più singolare delle precedenti. Come tutti i padiglioni, anche questo era pensato come provvisorio. Quando, all’inizio degli anni ’30, fu sollevata la questione sul futuro dell’edifico, i documenti rivelano che furono prese in considerazione numerose differenti soluzioni. In primo luogo, la vendita della struttura. Questa soluzione riguardò numerosi altri padiglioni nazionali, molti dei quali furono comprati da investitori sia pubblici che privati e che, quando l’edificio lo permetteva, venivano rimodellati o spostati fisicamente per rispondere alle necessità dei nuovi proprietari. Sappiamo che le autorità tedesche negoziarono con un uomo d’affari di Barcellona che era interessato a trasformare il Padiglione in un ristorante, ma, per numerosi motivi, non si trovò un accordo. Alla fine si decise di smantellare l’edificio. La ditta che aveva fornito il marmo s’incaricò di recuperarlo e riutilizzarlo. Anche le strutture in acciaio cromato vennero rispedite a Berlino per un possibile riutilizzo o per la vendita. La struttura in acciaio è stata ceduta come rottame a Barcellona ed è quasi certamente l’unica parte dell’edificio rimasta in città. Le fondazioni furono coperte da un piccolo giardino che rimase lì per più di cinquant’anni. La struttura metallica di un poggiapiedi finì nell’appartamento di Mies a Chicago dove, sostenendo una lastra di marmo, fungeva da tavolo occasionale. Philip C. Johnson, il primo ammiratore americano del lavoro di Mies van der Rohe, acquistò una delle poltrone per arricchire la propria collezione di arte del ventesimo secolo. La forza di questo progetto e la sua iconicità ha indotto la municipalità di Barcellona ed un gruppo di motivati architetti, a ricostruire l’edificio nel 1986. Beffardamente, anche questa copia sarebbe dovuta risultare temporanea. Nonostante la diffusa opinione che il Padiglione di Barcellona fosse un prototipo e che quindi non avrebbe fatto alcuna differenza dove fosse collocato, le sue relazioni con gli altri edifici, con la Gran Plaza, la salita da questa al colle del Pueblo Espanol, la topografia, erano aspetti fondamentali fin dalla nascita del progetto senza i quali l’edificio sarebbe stato spogliato di molti suoi significati. Per questa ragione, il sito scelto per la ricostruzione del Padiglione della Germania fu esattamente lo stesso dell’originale. Fu questa opera ricostruttiva utile e necessaria? Ma soprattutto, tornando al tema fondamentale di questo scritto, possiamo ancora considerare il Padiglione di Barcellona un’architettura temporanea? Questo lavoro di Mies è un’icona che per più di cinquant’anni ha sviluppato un grande interesse ed energia come progetto confinato solo sulle pagine dei libri e delle riviste d’architettura. Peter Behrens lo ha definito come «forse il più importante edificio del suo secolo». La sua importanza è talmente radicata in ogni architetto che la sua esistenza fisica, in uncertosenso,nonèpoicosìfondamentale. Fu progettato per durare qualche mese. E così fu. È diventato un’incredibile icona. Attraverso numerosissime difficoltà, è stato ricostruito nuovamente per un breve periodo ed invece è ancora al proprio posto per essere ammirato e visitato. In effetti, un edificio che sarebbe dovuto essere il paradigma della temporaneità sia per il suo ciclo di vita che per le proprie basi progettuali, è diventato un monumento permanente fin dalla sua inaugurazione. Forse, si dovrebbe porre attenzione non sulla durata dell’esistenza di un’architettura, ma sulla sua qualità. Is there anything that can be really defined as temporary? E very architectural gesture is ontologically a change of the context. The definition of temporary quotes: «What lasts for a limited period of time, which is not definitive». Having said that, of course, in our liquid society and culture, where the flow of information is accessible anywhere and at any time, everything is meant to last only for a limited time, short or long, there are considerations that open holes in a such ambiguous definition. Precisely durig the year of the EXPO in Italy, there are some examples that help. I refer to architectures from past EXPOS who have had rather unusual stories. On the occasion of the First Universal Exhibition, held in London in 1851, the famous Crystal Palace was built in Hyde Park. The building, designed by Joseph Paxton, a greenhouses consultant, was so ephemeral, even in its appearance, that a year later was dismantled and rebuilt in another area of the city, Sydenham Hill. He ended its life cycle in 1936 due to a fire. Another eminent example is that of the Eiffel Tower, built in Paris for the Universal Exhibition of 1889. Eiffel was initially allowed to leave the tower standing for 20 years, but considering the great use of this structure, both because of the great development in those years that wireless communications had, both as a laboratory for scientific studies, it was decided to maintain it for future generations. Eiffel, who at first had no other ambition than celebrating the progress of construction technique with this building, soon felt compelled to find the scientific usefulness to its tower, as meteorological measurements, air analysis, experiences such as the Foucault pendulum, and so on. So, we are facing two singular and different cases: the construction of London that was created to be moved, here its temporary nature, but that ends its life cycle because of a fire after 85 years; the Parisian tower, which was erected just for the sake of celebration, without function, for lasting just two decades and that instead turns into a very useful building for scientific research and that after 126 years is still standing and has become the symbol of France itself. Can those examples actually be defined as “temporary”? Now, according to me, to the most emblematic case: the German Pavilion designed by Ludwig Mies van der Rohe for the Universal Exhibition of Barcelona in 1929. Its story is even more remarkable of the above. As each pavilion, this was thought to be provisional too. When, early in 1930, the question of the Pavilion’s future was raised, the correspondence reveals that various different solutions was suggested. In the first place, the sale of the building. This was an approach adopted with many of the national pavilions, a number of which were bought by public or private interest, and, when the building allowed, were remodeled or physically moved to suit the uses envisaged by the new owners. We know that the German Authorities were negotiating with a business-man from Barcelona who was interested in turning the building into a restaurant. For some reasons, no agreement was reached. In the end, it was decided to dismantle the construction. The company that had supplied the marble took charge of it for possible reuse. The chromed steel structures were also sent back to Berlin for a possible reutilization or resale. The steel structure was sold off for scrap in Barcelona and was almost certainly the only part of the building to remain in the city. The unobtrusive foundations were covered over by a modest garden that remain there for more than fifty years. In Mies’ apartment in Chicago the metal structure from one of the ottoman stool supported a slab of marble to provide occasional table. Philip C. Johnson, the first American admirer of the work of Mies van der Rohe, managed to acquire one of the armchairs to enrich his collection of 20th century art. The strength of the projects and its iconicity brought the Barcelona Municipality and a group of architects to rebuild the building in 1986. Mockingly, this replica should have been temporary as well. Despite the widely received idea that the Barcelona Pavilion was a prototype and so it would have been absolutely indifferent to install it wherever, its relationships with the other buildings, the Gran Plaza, the ascent from this to the hill of the Pueblo Espanol, the topography, were all aspects of the basic premises of the project, without which the building would have been stripped of all its meanings. For this reason the site chosen for the reconstruction of the German Pavilion was precisely the same of the original. Was this reconstruction worth? And, focusing on this paper, can we still consider the Barcelona Pavilion a temporary architecture? This Mies’ work was an icon which, for more than fifty years, had been generating an intense energy as a presence confined to the pages of books and magazines. Peter Behrens defined it as «perhaps the most important building of this century». Its importance is so rooted into any architect that its physical existence, in a way, wasn’t that important. It was designed to last few months and so it was. It became an outstanding icon. Through many difficulties it has been rebuilt again for a brief period of time and now is still there ready to be visited. Actually, the building that should have been the paradigm of transitoriness, became a permanent monument since the moment of its opening. Maybe the greatest difference should be focused not on temporary or permanent architecture, but on bad or great architecture. 55 56 Ronan and Erwan Bouroullec, costruire paesaggi per raccontare la vita Le creazioni dei fratelli Bouroullec si trasformano, mutano, assumono sembianze sempre diverse e raccontano, così, l’esistenza di chi le vive Testo di Maria Teresa Dalla Fera Traduzione di Martina Regis I fratelli Ronan e Erwan Bouroullec, originari della Bretagna, lavorano insieme dalla metà degli anni ’90. Oggetti, pareti modulari, microarchitetture, allestimenti: questi gli artefatti che, pur nella diversità di funzioni, forma e dimensioni, scandiscono la loro produzione. Leggerezza, flessibilità, modularità, reversibilità: su questi elementi si basa la loro ricerca morfologica. Dal 1999, quando Cappellini li ha chiamati a lavorare, la loro carriera non ha conosciuto battute d’arresto: sconfinato il loro portfolio, innumerevoli i prodotti di successo, numerosissimi i riconoscimenti. Gli artefatti, in qualunque scala essi vengano ideati, sono ridotti alle loro linee essenziali, ricomposti in un insieme di elementi verticali e orizzontali e riassemblati tramite incastri o semplici elementi di giunzione. Così, ogni cosa prende forma, i singoli pezzi si risistemano, come magicamente mossi da una forza ancestrale che li fa diventare parte di un tutto organico e armonico. Ogni elemento prende il suo posto all’interno di una stanza, di un ambiente, su una parete. Al disegno essenziale delle strutture corrisponde l’estrema cura con cui sono scelti materiali e colori e progettate textures, a dar vita ad una costruzione che non è solo esperienza visiva ma anche tattile, di sensazioni e di ricordi. Ed è grazie al binomio fra forme elementari e sapienza tecnica che i prodotti dei fratelli Bouroullec diventano presenze flessibili che consentono di dar vita a paesaggi sempre diversi, nei quali l’estrema modularità è concepita per rispondere alle esigenze, ai bisogni, alle necessità di ciascuno. Esempio lampante è rappresentato dai progetti elaborati per l’ufficio. Joyn Office System è una grande scrivania multipostazione che si ispira ai piani di lavoro delle cucine di campagna, ricordo di infanzia dei fratelli Bouroullec. E’ un sistema modulare che non richiede l’inserimento di viti per il montaggio, può essere utilizzato per il lavoro in gruppo ma, allo stesso Ronan and Erwan Bouroullec, building landscape to raccount life R onan and Erwan Bouroullec, hailing from Brittany, work together since the ‘90s. Objtects, modular walls, micro-architectures, outfittings: this are the artecfacts which, despite the differences of functions, forms and dimensions, articulate their production. The lightness, the flexibility, the modularity, the reversibility: on this elements is based their morphological research. From 1999, when Cappellini called to hire them, their career has found no obstacles: a limitless portfolio, countless sucessful products, copious rewards. The artefacts, whatever is their scale, are reduced to their essential lines, recreated in a whole of vertical and horizontal elements and reasembled through the joints or simple linking elements. This i show everything thake its own shape, the single pieces are placed like they are magically moved by an ancestral force able to make them a part of an organic and harmonious whole. Each element takes its place in a room, in an eviroment, on a wall. To the basic design of the structures corresponds the great attention with which materials and colours are chosen and the textures are planned, in order to give life to a contruction which is not only a visual experience, but also tactile, made of sensations and memories. And thanks to the binomial between basic forms and technical knowledge the Bouroullec brothers’ products become flexbile presences which allow to create always different landascapes, where the great modularity is conceived as a response to the wants, the needs and the necessities of everybody. A glaring example is represented by the projects relized for the office. Joyn Office System is a large multi-set desk, inspired by the kitchen counters of the countryside kitchens, a memory of the Bourroullec’s childhood. It is a modular system which does not need the insertion of fasteners for the assembling, it can be used for groupwork, or it can be personalized with optionals, containers and divisors. This is the same principle of Workbays, which is conceived as a real microarchitecture and allow to freely plan the different areas in the office: so, 57 Nella pagina precedente: Algues, 2004; in basso, a sinistra: Clouds, 2008; a destra: Vegetal chair. On the first page: Algues, 2004; below, on the left: Clouds, 2008; on the right: Vegetal chair. 58 tempo, può essere personalizzato con accessori, contenitori e divisori. Allo stesso principio risponde Workbays che, concepito come una vera e propria microarchitettura, permette di pianificare liberamente le diverse aree all’interno dell’ufficio: si possono creare, infatti, zone distinte da utilizzare per svolgere attività specifiche, come videoconferenze e riunioni, oppure per tranquille pause caffè. Workbays è semplice da istallare e può essere combinato e ampliato per soddisfare qualsiasi esigenza nell’ambiente di lavoro. I singoli moduli sono composti da profili in alluminio e elementi in poliestere pressato, leggero, robusto e fonoassorbente. Lit Clos, realizzato in compensato verniciato e acciaio, invece, non è più un letto ma non è ancora una camera da letto. E’ un’alcova, un luogo altro all’interno della stanza, un nido dove rifugiarsi per separarsi, mentalmente e fisicamente, dal contesto, così come fanno i bambini con le loro case sull’albero, nascondigli segreti e inviolati. Nella Polystyrene House il metodo di costruzione modulare è impiegato per ricavare una vera e propria dimora. Le fette cave di polistirene, da cui è costituita, sono impilate su staffe, a comporre le pareti e la copertura. Quando la casa raggiunge le dimensioni desiderate, si posizionano, alle estremità, le due facciate, con la porta e le finestre, e il pavimento, che contiene gli impianti tecnici. Con una semplice pressione si possono costruire strutture organiche che crescono, si animano, si modificano, così come fanno la piante che si allungano liberamente al contatto con la luce o come fanno le nuvole che affollano il cielo per poi diradarsi. E’ questa l’idea alla base di progetti come Algues e Clouds: permettere l’unione di piccoli elementi tridimensionali, prodotti in serie, per mettere insieme composizioni che riempiano lo spazio e lo arricchiscano di suggestioni. Algues è formato da piccole componenti in plastica che riecheggiano la forma di alghe, appunto, e che , mediante giunzioni a pressione, creano come piante dai colori sgargianti; queste si muovono in diverse direzioni, diventano folte quando la luce si fa troppo accecante o più rade quando il chiarore è più accennato. Ripetizione e arbitrarietà sono le uniche regole che la governano. Clouds è pensata come una parete modulare realizzata con del tessuto tridimensionale. Anche qui l’assemblaggio dei singoli elementi avviene, semplicemente, attraverso delle fasce elastiche. L’insieme, così ottenuto, può essere, ancora una volta, composto liberamente, appeso alla parete o al soffitto, per dividere gli ambienti. Da quanto fin qui descritto, si comprende che, se Ronan e Erwan Bouroullec hanno fatto della progettazione modulare un vero e proprio marchio di fabbrica, non è per un puro vezzo o un capriccio stilistico: solo così, riescono a permettere e a garantire, a chi le loro creazioni utilizza, la massima libertà. areas for specific activities, for exampe videoconferences and meetings, just as areas for coffee-breaks can be created. Each module are made of alluminum outilines and elements of pressed polyester, light, robust and soundproof. On the other hand, Lit Clos, made of paint plywood and steel, is not a bed anymore, but still it is not a bedroom. It is an alcove, another room put inside the room, a nest where you take shelter, detaching yourself from the context mentally and phisically, as the children do with their tree houses, secret and untouched refuges. In Polystrene House the method of modular contruction is used to obtain a real adobe. It is constituted by the hollow slices of polystyrene stacked on clamps, which compose the walls and the upholstery. When the home reaches the desired dimensions, the two facades, with the door and the windows and the pavement, which contains the technical plants, are placed at the extremities. With a simple pressure can be built organic structures which grow, liven up, transform, as the plants, freely stretching in contact with the sunlight, or the clouds, crowding into the sky and then clearing, do. This is the idea at the base of the projects such as Algues and Clouds: allowing the union of the small trhree-dimensional elements, produced in series, in order to create compositions able to fill the space, enriching it of grandeur. Algues is made of small plastic components which revisit the form of the seaweed and create plants of gaudy colours thanks to pressure links; this move along different directions, becoming thick when the light is too shiny or sparse when it is less intense. Repetition and subjectivity are the only rules governing it. Clouds has been designed ad a modular wall made with the three-dimensional fabric. Again, the assembling of the single elements is merely realized trough the elastic strips. The whole we obtain, can be, once again, freely composed, hung at the wall or at the ceiling, to divide the areas. Considering what we have so far talked about, is pretty clear that, if Ronan and Erwan Bouroullec have made the modular design their trademark, this has not happen for a mere mannerism or a stylistic whim: this is the only way in which they can allow and guarantee to those who use their creations the higest level of freedom. 59 NOVITA’ E’ arrivata la versione cartacea di lab2.0! Da oggi è possibile acquistare direttamente dal nostro sito tutte le pubblicazioni e riceverle comodamente a casa. -------------------------------------------------------www.lab2dot0.com