ISSN 2385-0884
09-2015
13
LEARNING ARCHITECTURE & BUILDING
ARCHITETTURA DI EMERGENZA CITTA’ INFORMALE
TEMPORANEITA’ TRASPORTABILITA’ SUPERADOBE EBOLA CLINIC
MURI IMMIGRAZIONE POZZALLO COHOUSING
LAB 2.0 MAGAZINE- ISSN 2385-0884
E’ un supplemento di dailySTORM ISSN 2421-1168 (www.dailystorm.it)
Testata giornalistica iscritta al Registro
della Stampa del Tribunale di Roma,
autorizzazione n. 12 del 15-01-2013
lab2.0 Magazine è gestita
dall’associazione culturale
lab2.0 con sede in: viale Liegi, 7 –
Roma, 00198 Italia
www.lab2dot0.com
Direttore responsabile / Editor in chief
Patrizia Licata
Coordinamento editoriale / Deputy editor
Lorenzo Carrino
Ines Cilenti
Staff di redazione / Editor staff
Antonio Amendola
Gabriele Berti
Luca Bonci
Piera Bongiorni
Pasquale Caliandro
Veronica Carlutti
Simone Censi
Elvira Cerratti
Andrea Filippo Certomà
Francesca De Dominicis
Maria Teresa Della Fera
Riccardo Franchellucci
Gilda Messini
Chiara Molinero
Lisa Patricelli
Giandonato Reino
Mirco Santi
Alex Terriaca
Tommaso Zijno
Hanno collaborato / Contributions
Federico Di Cosmo
Francesco Leoni
Francesca Marafini
Traduzioni / Translations
Elisabetta Fiorucci
Martina Mancini
Agnese Oddi
Lucrezia Parboni Arquati
Maria Letizia Pazzi
Martina Regis
Daria Verde
Grafica / Graphic & Editing
Andrea Bonamore
Editore
Triade Edizioni Srl
Contatti di redazione / Editorial Staff
[email protected]
Responsabilità. La riproduzione delle illustrazioni
e degli articoli pubblicati sulla rivista, nonché la
loro traduzione è riservata e non può avvenire
senza espressa autorizzazione. Alcune delle
immagini pubblicate sono tratti da internet. In
caso di involontaria violazione dei diritti d’autore vi
preghiamo di contattarci per indicare, nel numero
successivo, il nome/link del proprietario in base
al modello di copyright utilizzato. I manoscritti e
le illustrazioni inviati alla redazione non saranno
restituiti, anche se non pubblicati.
In prima di copertina / Cover
Andrea Bonamore
lab2.0
Learning Architecture & Building
Lab 2.0 è un’associazione culturale no-profit fondata a
Roma da un gruppo di giovani, si occupa di Architettura
con l’obiettivo di stimolare il dibattito e il confronto sul
territorio e sul web.
Ha fondato e gestisce, per conto della testata giornalistica
DailySTORM (www.dailystorm.it), la rivista “lab2.0
Magazine” e si occupa della sua distribuzione sul web.
Parallelamente all’attività editoriale lab 2.0 si propone di:
- Organizzare mostre, eventi e conferenze, con l’obiettivo
di promuovere e stimolare l’interdisciplinarietà tra
architettura e altre forme di espressione visiva quali arte,
fotografia, grafica, design, cinema
- Organizzare workshop e promuovere concorsi rivolti
a studenti universitari e neolaureati, così da fornire uno
strumento di crescita e visibilità ai giovani progettisti
e creare una piattaforma a servizio della società, volta
all’individuazione e all’approfondimento di tematiche di
carattere architettonico e di sviluppo socio-culturale
Per conoscere tutte le nostre attività visitate il sito internet
www.lab2dot0.com o seguiteci sui nostri profili social:
www.facebook.com/lab2dot0
www.pinterest.com/lab2dot0/
www.twitter.com/lab2dot0
Lab 2.0 is a non-profit cultural association, founded in
Rome by a group of young people interested in Architecture.
The aim of the association is to encourage the debate and
intellectual confrontation on the territory and on the web.
It has founded and manages, on behalf of DailySTORM
(www.dailystorm.it), the magazine “lab 2.0 Magazine” and
is in charge for its online distribution.
Lab 2.0, simultaneously with its editorial activity, offers:
- To organize exhibits, events, and conferences, with the
objective to promote and encourage an interdisciplinary
approach between architecture and other forms of visual
expression like art, photography, graphics, design, cinema
- To organize workshops and promote contests aimed at
university students and graduates, as to supply a tool to
enhance visibility and growth for young designers, and to
create a platform about architectural contents for society
To learn more about our activities, visit our website at
www.lab2dot0.com, or follow us our social networks
profiles:
www.facebook.com/lab2dot0
www.pinterest.com/lab2dot0/
www.twitter.com/lab2dot0
Indice Index
4
6
10
16
20
22
26
34
38
43
52
54
56
Editoriale Editorial - di Andrea Filippo Certomà
Discorso sulla discontinuità storica e temporale del prodotto architettonico in fase di emergenza- di Lisa Patricelli
Speech on the historical and temporal continuity of architectural product in emergency phase
L’architettura contingente a servizio dell’umanità - di Federico Di Cosmo
The contingent architecture to service of humanity
SUPERADOBE, l’autocostruzione come risposta ai drammi umanitari - di Antonio Amendola e Elvira Cerratti
SUPERADOBE, self-construction as the answer to humanitarian tragedies
Ebola Mobile Clinic - di Piera Bongiorni
Ebola Mobile Clinic
Un catalogo di soluzioni come risposta ad una situazione emergenziale - di Alex Terriaca
A catalogue of solutions in response to an emergency situation
Ripensare la città informale. Strategie insediative per i paesi in via di sviluppo - di Alex Terriaca
Rethinking the informal city. Strategies settlement for developing countries
Al di là del muro, la geografia delle barriere - di Simone Censi
Beyond the wall, the geography of barriers
Pozzallo apre le porte al Mediterraneo - di Giandonato Reino
Pozzallo open its doors to the Mediterranean sea
P OZ Z ALLO, c roc ev i a de l Me di te rran e o
- di Lorenzo Trentuno
Cohousing, quando l’emergenza diventa collaborazione - di Chiara Molinero
Cohousing, when emergency turns into collaboration
Cosa si può realmente dire temporaneo? - di Francesco Leoni
Is there anything that can be really defined as temporary?
DESIGN
Ronan and Erwan Bouroullec, costruire paesaggi per raccontare la vita - di Maria Teresa Dalla Fera
Ronan and Erwan Bouroullec, building landscape to raccount life
Editoriale
di Andrea Filippo Certomà
«La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti»
Albert Einstein
Cos’è un’emergenza? Risponderò con una definizione derivata da una lunga
catena di pensieri: si tratta di un’alterazione dell’equilibrio.
C’è il fatto assodato che la natura non ama il genere umano; salvo poi realizzare
che questa scissione delle parti, come tutte le antropomorfizzazioni, rimane
costruzione logica della nostra specie. Le prove a cui lo stesso Mondo ci
sottopone sono gravi ed ardue. Non sarà oggetto del nostro approfondimento
di questo mese, valutare se tali prove siano derivate da un nostro (Oh, the
humanity) comportamento irresponsabile. Di questo si renderà conto in altro
luogo, se mai una glaciazione ce ne lascerà il tempo. C’è un secondo fatto
assunto: le emergenze non sono solo frutto di una reazione esogena (natura
contro genere umano), ma sono spesso endogene. Se vi piace rifugiarvi nella
banale eco “stillonistica” pensate all’emergenza migranti.
Siamo all’equilibrio. Un sistema che persiste nello stato di quiete. L’emergenza
è l’azione che rompe l’equilibrio. Cosa riporta l’equilibrio? Ricercare lo status
quo è opera da nostalgici bambini frignanti. Si opera invece verso la ricerca
di una posizione di equilibrio nuova, e diversa dalla precedente. È in questo
scenario che si attuano una serie di sperimentazioni interne, di ragionamenti e
proposte che convergono naturalmente verso le varie idee di nuove posizioni di
equilibrio che esistono in potenza. Ma ci addentriamo nel politico. O in quella
turpe fossa di leoni che ne prende il nome.
Scegliendo di focalizzarci invece su quanto a noi compete, mi trovo sempre
davanti a un primo quesito: a che punto e in che modo, l’architettura è
importante nella gestione dell’emergenza? Per rispondere a questa domanda
esistono studi più che decennali e, a fronte della mia (e se state leggendo
suppongo anche della vostra) voglia di interessarvisi, dovremo declinare a
un approfondimento più didascalico nello spazio di una rivista. Chiaramente
durante la progettazione esiste un’attenzione “moderna” alla prevenzione
del danno indotto dalla calamità e l’accortezza del predisporre misure per
affrontare le conseguenze della calamità. Ma dove non ci sono queste
procedure? Dove l’uomo in soccorso di altri uomini arriva dopo il disastro,
cosa c’entra l’architettura? Pensiamo al sisma: colpisce un centro abitato, la
popolazione sfollata trova rifugio nelle tende, nelle strutture provvisorie che
gli organi di protezione civile predispongono. È una sistemazione provvisoria,
e presto la macchina dei soccorsi predispone ripari più adeguati, ad esempio
moduli abitativi prefabbricati. È qui che arriva l’architettura, o almeno dovrebbe.
A conti fatti arrivati a questo punto, le cronache raccontano di sfollati che
vivono per anni nei container, o di altri trasferiti in abitazioni frettolosamente
arrabattate. Indicibili nefandezze umanitarie. Un problema nel problema, la
cui soluzione è davvero ovvia: l’architettura deve essere coinvolta già dalle
prime fasi della gestione dell’emergenza. Sembrerà cinico, crudele perfino,
ma ci sono menti eccellenti che trovano la scintilla dell’intuizione geniale nelle
condizioni peggiori. Scarso tempo di risposta, condizioni climatiche - igieniche
- sociali avverse, teatri di terribili sciagure, sono i presupposti per la nascita di
queste soluzioni sorprendenti.
L’emergenza è anche lo stato mentale conseguente, la provvisorietà, il bilico
tra la situazioni. L’uomo non è animale da trovarsi a suo agio nell’indecisione.
Ecco come l’architettura può concretamente agire per riportare il fantomatico
equilibrio. Quattro mura e un tetto, contano.
«L’equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante»
Bertrand Russell
4
«Life is like riding a bycicle. To keep balance you must keep moving»
Albert Einstein
Editorial
What is an emergency? I’ll answer with a definition derived from a long
chain of thoughts: it’s an alteration of balance.
There is the proved fact that nature doesn’t love human kind; save for later
realizing that this division of parts, like all anthropomorphisms, is just
a logic construct of our species. The trials our world makes us face are
many and steep. It won’t be the object of this month’s analysis, to evaluate
if these trials are derived from our own (oh, the humanity) irresponsible
behaviour. That will be discussed elsewhere, if a glaciation will leave us the
time. There is a second given fact: emergencies are not just the outcome of
external reactions (nature vs human kind), but often they are endogenous.
If you like to seek refuge in a banal “stillonista” echo, think of the migrant
emergency.
We’re in a situation of balance. A system that persists in a state of quiet.
The emergency is the action that breaks the balance. What could restore
the balance? Trying to recapture the status quo is the act of cry babies.
A work needs to be done toward a new balance, different from the one
before. In this scenario, a series of internal experimentations take place,
proposals and thoughts that naturally converge toward ideas of new
positions of balance that potentially exist. But this is getting political. O
whatever vile lion pit takes that name.
Choosing to focus on what we know, I nonetheless find myself facing
a question: when and how is architecture important in handling an
emergency? To answer this question there are decades-old studies, and
to confront my (and your) will to understand it, we will have an in-depth
analysis in our magazine. Clearly, during planning there is a “modern”
attention to the prevention of the damage inflicted by the calamity, and
the care to predispose measures to face the consequences of it. But what
about the places where these procedures are not in place? Where men
come to rescue other men after the disaster, what does architecture have
to do with that? Let’s think of an earthquake: it hits a residential area, the
people are evacuated and find shelter in tents, in temporary structures that
the civil protection authority organizes.
It’s a provisional arrangement, and soon the rescue machine organises
more adequate shelters, like prefabricated living modules. This is where
architecture comes in, or at least it should. Usually at this point, the reports
tell of displaced persons that live for years in containers, or of others
transferred in swiftly made, if shabby, dwellings. Awful humanitarian
vileness. A problem within a problem, for which a solution in obvious:
architecture has to be included in the first phases of the emergency
management. It may seem cynic, even cruel, but there are excellent minds
that find the spark of intuition in the worst conditions. Short response time,
adverse climactic/hygienic/social conditions, scenes of destruction, these
are the premises for the birth of surprising solutions.
Emergency is also the consequential state of mind, the sense of being in
a temporary situation, the precarious balance of these situations. Man is
not an animal that feels comfortable in indecision. That’s how architecture
can tangibly act to restore the elusive balance. Four walls and roof, that’s
what matters.
«Balance calms, but madness is much more interesting»
Bertrand Russell
5
Discorso sulla discontinuità
storica e temporale del
prodotto architettonico in
fase di emergenza
Testo e traduzione di Lisa Patricelli
L
’avvento
delle
nuove
tecnologie,
la
consapevolezza,
la
conoscenza e la tecnica dell’uso
dei materiali hanno accelerato
il ritmo della vita quotidiana.
Parallelamente sono cresciute
le esigenze del fruitore del
prodotto di design, a qualunque
scala, dall’oggettistica a quella
urbana. Il processo del progetto è
accelerato dall’utilizzo di utensili
atti alla produzione, che sono
sempre più sofisticati e precisi.
Ma
non
è
tutto.
Questa
rappresenta solo la scia del
miglioramento
tecnologico,
oggetto del secolo scorso. Il
passato, infatti, riconosce ad
ogni tempo un grande tema.
Questo secolo si apre all’insegna
delle calamità naturali, che ci
insegnano quanto sia delicata
la nostra Terra. Si introducono
quindi bellezza e fragilità, due
tematiche trasversali, dall’arte al
prodotto architettonico.
Fin dai tempi dell’antica Roma,
l’architettura
basa
i
propri
fondamenti sulla triade vitruviana
della
funzionalità,
tecnica
ed estetica. Si tratta di una
perfetta sintesi per una risposta
efficiente a dati requisiti. Cosa
succede oggi alla parabola della
domanda e offerta nel caso in
cui il consumatore del prodotto
è un soggetto sottoposto ad
eventi calamitosi, oppure di
natura sociale che costringono
ad emigrazione di massa e
trasferimenti emergenziali da
un angolo all’altro del pianeta?
Emergenza. Circostanza, difficoltà
imprevista. Esigenza. Necessità.
Bisogno.
Requisito.
Qualità
necessaria per una condizione
data. Si parla allora di architettura
temporanea, dell’emergenza o
6
dell’immigrazione.
Nel caso in cui si presentano
utenti le cui esigenze provengono
da condizioni di emergenza, sono
necessari interventi a carattere
di urgenza, come ad esempio
costruzioni
temporanee
per
l’aggregazione e il commercio,
oppure dotazioni per un turismo
responsabile, in vista di un uso delle
risorse e del suolo, che possano
consapevolmente aspirare a un
equilibrio tra uomo e ambiente.
Le abitazioni temporanee, quindi,
hanno trovato largo spazio nella
storia dell’umanità. Dalle tende
dei popoli nomadi, alle abitazioni
su pali e palafitte, l’igloo
nelle regioni artiche e le baite
alpine, per arrivare quindi alle
esperienze moderne dell’abitare
temporaneo e di emergenza tra
l’800 e il ‘900 e cioè l’emergenza
economica-sociale delle case
per gli operai e l’edilizia a basso
costo e quindi l’housing coloniale,
case di vacanza per il tempo
libero, bivacchi e rifugi alpini.
Fino ad arrivare all’architettura
prefabbricata
con
le
sue
sperimentazioni
tecnologiche
avanzate.
Il secolo scorso ha visto due
grandi emergenze sociali a cavallo
di pochi decenni: l’emergenza
bellica e quella post-bellica,
causata da eventi catastrofici
come la crisi energetica ed
ambientale.
Le soluzioni contemporanee delle
strutture abitative comprendono
micro-strutture, ovvero piccole
architetture reversibili, mobili,
per ambienti esterni, portatili
di emergenza, ma anche cellule
abitative aggregabili: casette e
unità abitative permanenti o semipermanenti ad uso temporaneo,
per il turismo, quindi soluzioni
abitative low-cost per l’emergenza
sociale e post eventi catastrofici,
e quelle “containerizzate”, in voga
fino a qualche anno fa.
Le strutture temporanee inglobano
diversi settori. Non sono escluse le
strutture sanitarie e sociali, come
i CIE (Centri di Identificazione
ed Espulsione), i CARA (Centri
Accoglienza per Richiedenti Asilo)
e i CDA (Centri di Accoglienza di
primo soccorso).
In
materia
di
architettura
temporanea
è
importante
conoscere
le
tecnologie
costruttive leggere, i sitemi
costruttivi a secco, come i pannelli
strutturali e di tamponamento,
i materiali nano-strutture e i
prodotti “intelligenti” , gli isolanti
innovativi e i compositi. Senza
tralasciare i prodotti metallici
e leghe leggere; tessuti, reti,
membrane e cuscini gonfiati, ma
anche i materiali e le tecnologie
low-tech e ibride, ovvero i prodotti
a base di legno o quelli a base di
cemento, come gli innovatissimi
Concrete cloth, strutture in teli
di cemento. In questo discorso
anche la ceramica gioca un ruolo
fondamentale.
Sempre più frequenti sono le
costruzioni di terra, che seguono
la tecnologia Ecobuild e il
SuperAdobe. Non dimentichiamoci
che si può costruire con la paglia,
con il bambu e con prodotti e
materiali da riciclo, come la
tecnologia tire-log, rebirth brick e
pallets.
Tendopoli e alloggi temporanei
devono
seguire
i
requisiti
per abitazioni temporanee di
emergenza, ordinati secondo gli
Shelter Standards, dettati nel ben
noto prototipo di Transitional
Shelter.
In Italia, a seguito del terremoto
aquilano nel 2009 si sono
adottate
soluzioni
innovative
per insediamenti abitativi di
emergenza. È il caso della
trasformazione del concetto di
tenda all’abitazione permanente,
con il progetto CASE per il dopo
terremoto in Abruzzo e i MAP –
Moduli Abitativi Prefabbricati.
Questi
agglomerati
abitativi
temporanei studiano anche la
graduale evoluzione dei sistemi
per la fornitura e la depurazione
delle acque reflue, sperimentano
l’approvvigionamento
idrico
e
quindi
l’accumulo
ed
il
pretrattamento
dei
reflui,
attraverso la riflessione del
tema dell’abitare di emergenza e
l’abitare temporaneo low cost.
Quindi, l’emergenza abitativa nel
periodo di crisi energetica ed
economica sviluppa soluzioni di
prefabbricazione leggera per una
edilizia residenziale di qualità a
basso costo. È l’esempio delle
soluzioni logistico-organizzative: il
Self-Help Housing, l’Aucostruzione
ed il Cohousing. L’esperienza di
Hassan Fathy per il villaggio di New
Gourna dimostra la possibilità di
autocostruzione e autogestionemanutenzione e ristrutturazione di
tipologie costruttive e distributive
appropriate. Ne sono un ulteriore
esempio
le
cooperative
di
autocostruttori e l’esperienza della
cooperativa Alisei o il caso dei
SAT-Servizi Abitativi Temporanei.
Compito
dell’architetto
del
nuovo millennio è quindi quello
di trovare una giusta sintesi tra
architettura passata, esigenze
contemporanee, flessibilità della
condizione sociale, attraverso
la ricerca continua di materiali
e tecniche di realizzazione,
che richiedono smontabilità e
trasportabilità.
7
Speech on the historical
and temporal continuity
of architectural product in
emergency phase
N
ew
technologies
coming,
awareness,
knowledge
and
materials usages speeded up
life rhythm and in the same time the
requirements of the design product
consumer, at any scale, from objects
to urban landscapes. Design process
is pushed through by using tools and
utilities to design, which are more
and more technologically advanced.
That’s not all. We have to consider that
technologically advancing started in the
last century. At each époque the history,
in fact, recognizes a main theme. This
century opens with natural calamities,
which are teaching us how breakable is
our Earth. Beauty and flimsy are features
to be considered in each architectural and
artistic piece.
Since the ancient Roman Empire time,
architecture is based on Vitruvio’s triad
principals: function, technique and
aesthetic. A perfect summary for a
efficient respond to dated requirements.
What’s going to happen to the intersection
parable between supply and demand, in the
case in witch the final product consumer
is a user from natural disaster, or social
mess, which is emigration and temporary
migration round the world? Emergency.
Happening, unexpected difficulty. Need.
Requirement. Demand. Required quality
in a sudden situation. We are speaking
about temporary architecture, of
emergency or immigration. If consumers
are coming from emergency situations,
it’s required to respond to crisis, such
as temporary buildings for trading and
aggregation, or touristic services in terms
of responsible land use, which can claim
to create an aware relationship between
humankind and the environment.
Temporary housing found always widely
space in the history of architecture. From
nomadic tents to stilt house, pile dwelling,
igloos in the arctic regions, Alpine
lodges, or emergency and temporary
experiences in the modern history of
architecture between 1800 and 1900,
8
that are social-economical emergency
of workers, solved with social housing
and colonial accommodations, holiday
homes, camping and Alpine cabins. The
last century is marked by two big social
emergencies, between few decades: war
emergency and post-war one, caused
by energetic and environmental crisis.
Today the human development is try to
respond to these crisis by introducing
advanced technologies in all productive
sectors, which is reflected in architecture
by prefabricated elements. Speaking of
which, it’s enough to think about containers
applied in architecture in last decades.
Contemporary solutions in architecture
include also micro-structures, that are
reversible and movable architecture
products of small size, quick operational
blocks to be used in case of emergency
but also useful as agreeable housing
modules: housing clusters, enduring or
half-enduring units to be use temporary,
the ones for touristic use, or low-cost
housing to natural cataclysms and
social emergency. Anyway, temporary
structures include several sectors. Social
and healthcare facilities are not excluded,
as for example are identification and
expulsion centres (CIE), reception centres
for asylum-seekers (CARA) and reception
centres for newly arrived immigrants
(CDA).
Speaking about temporary architecture it’s
important to understand how they work
and to know the main methodologies,
for example dry stone technologies, used
for structural beams and hollow panels,
nano-structural materials and “smart”
products, insulating and composite
materials. There are also other materials
applied in temporary products, which
are metallic products and light alloys:
textures, fabrics, nets, membranes; but
also hybrid low-tech technologies and
materials, wood or concrete products (to
see “concrete cloth”). Pottery also plays
an important role.Always more often are
raw buildings, following Ecobuild and
super Adobe technologies. Not forget
that we can build temporary structures
also with straw, bamboo or recycled
materials, such as tire-log, rebirth brick
and pallets.
Makeshift camps and temporary
accommodations have to respect
general guidelines of temporary and
emergency accommodations, laid out
by Shelter Standards, inside the famous
prototype Transitional Shelter. In Italy,
after the terrible earthquake in 2009,
innovative solutions are handled in
case of emergency housing. This is the
transformation of the ancient concept
of tent in endless accommodation,
with the project CASE, after Abruzzo
earthquake and MAP (prefabricated
housing modules). These units take in
consideration also the gradual evolution
of water supply and drainage system,
experimenting low-cost housing related to
ecological thematic. Housing emergency
in a period of general economical and
energetic crisis, prefabricated elements
have to be improved as light structures
useful in social housing and low-cost
housing. This is the example of logistic
solutions: Self-help housing, autobuilding housing and Co-housing.
The experience of Hassan Fathy in New
Gourna Village shows the possibility to
auto building and auto-administration
and maintenance, restoring through
architectural typologies; for example
auto-building constructors cooperatives
and in particular the experience
of the cooperative Alisei for SAT
(Temporary Accommodation Facilities),
respecting the legislation on flexibility
and performance for temporary
accommodations. Role of the architect
in this century is to find the right
synthesis between the past architectural,
contemporary requirements, flexibility of
social conditions, through researches on
materials and productions techniques,
which have as prerequisite to be
mountable and transportable.
9
L’architettura
contingente a
servizio
dell’umanità
Come nella casa di Keaton l’alterazione del processo
e la variazione di alcune circostanze nel montaggio,
quindi l’esercizio di deviazione, permette all’abitazione di
esperire nuove capacità, o possibilità abitative inattese
Testo di Federico Di Cosmo
Traduzione di Andrea Filippo Certomà
10
The contingent
architecture to
service of humanity
I
I
n termini generali il luogo
dell’emergenza
è
la
concretizzazione di un momento
critico, un’alterazione in negativo
degli equilibri che governano la
società e configurano lo spazio.
Spesso sono luoghi difficili,
caratterizzati da urbanizzazioni
informi, tensioni politiche, ambienti
severi che inverano la condizione
di
criticità.
L’emergenza
ha
caratteristiche locali ma presenta
generalità universali, soprattutto
necessità di intervento risoluto;
così il progetto diventa pragmatico,
specificatamente
a
servizio
dell’umanità.
In senso logistico l’architettura
dell’emergenza opera un processo
costruttivo non convenzionale, la
tecnologia dei materiali torna ad
essere elaborata a piè d’opera o
addirittura in corso d’opera, è di
nuovo l’architetto ad amministrare
tutto il processo dal quale il materiale
naturale
(o
semplicemente
la materia disponibile) viene
trasformato
e
composto
in
elementi costruttivi. Generalmente
la
situazione
contingente
dell’emergenza costringe a livelli
di sperimentazione elevati per
far fronte alla scarsità di materie,
di investimenti, di libertà o alla
necessità di processi costruttivi
rapidi ed efficienti. Gli espedienti
principali sono quelli della prefabbricazione, della modularità,
del minimalismo e soprattutto
della reinvenzione tecnologica,
caratteristiche
fondamentali
per un prodotto che funziona
solo con un elevato grado di
adattabilità spendibile in tempi e
condizioni limitanti. Si può pensare
all’architettura che opera in queste
condizioni come un prototipo
che risponde a logiche esclusive
di funzionalità, sostenibilità e
ripetibilità, realmente però non
si tratta di soluzioni universali
bensì di tante variazioni locali alla
medesima richiesta di urgenza, un
carattere necessario che in qualche
n general the scene of an emergency
is the fulfilment of a critical moment,
a change of balances that govern
society and set the space. They are
often difficult places, characterized
by informal urbanization, political
frictions, difficult environments that
enhance the critical condition. The
emergency has local features but
presents universal characteristics,
in particular the need of a resolute
action; so the project becomes
pragmatic, toward to serve humanity.
In a logistical sense, emergency
architecture
operates
an
unconventional
constructive
process,
material
technology
becomes drawn in progress or
even during construction, it is again
up to the architect to manage
the whole process from which
the natural material (or just the
available material) is converted
and composed into construction
elements. Generally the situation at
emergency forces you to high levels
of experimentation a challenge
against the shortage of materials,
investment, freedom or the need
for rapid and efficient construction
processes. The main gimmicks
are those of pre-manufacturing,
modularity, minimalism and above
all of reinventing technology, basic
features for a product that only works
with a high degree of adaptability
expendable in times and limiting
conditions. You can think about
the architecture that operates in
these conditions as a prototype
that responds to exclusive logic
of functionality, sustainability and
repeatability, but it is not universal
solutions but of many local variations
to the same application of urgency. It
is a necessary feature that in same
way legitimizes the architecture
action in the context of belonging.
To focus the discussion in a concrete
view is useful to reflect on some
project experiences. For example
the case of Re-movable clinic, built by
ARCò (Architecture and Cooperation,
Milan) experiences the adaptability
of modules settlement furniture.
Bypassing the difficult Palestinian
scenario, it is a prototype intended
to basic services for the population
11
12
modo legittima l’intervento rispetto
al contesto di appartenenza.
Per inquadrare il discorso in una
visuale concreta è utile soffermarsi
su alcune esperienze progettuali. Ad
esempio il caso di Re-movable clinic,
realizzato da ARCò (Architettura e
Cooperazione, Milano) sperimenta
l’adattabilità di moduli insediativi
mobili. Bypassando la difficile
situazione palestinese, si tratta di
un prototipo destinato ai servizi di
base per la popolazione dell’area
C della West Bank. È realizzato
per prestarsi ad un assemblaggio
in loco, con un approccio a basso
profilo tecnologico compatibile
con le risorse economiche e
tecniche della popolazione. Un
dispositivo architettonico, nella
fattispecie una clinica medica, che
può essere trasportato e montato
da manodopera non specializzata
in circa tre ore. La superficie
interna di 6.94 mq, espandibile a
11.29 mq, può ospitare diverse
funzioni ed essere aggregato in
un sistema interconnesso di unità.
La versatilità, l’aggregabilità e la
reiterabilità fanno di questa unità
mobile una scelta possibile per far
fronte a situazioni di emergenza
similare.
Lo stesso gruppo di progettazione,
nel villaggio beduino di Al Khan
Al Ahmar in territorio occupato,
si è confrontato con una realtà
severa, di fatto avulsa da ogni reale
possibilità di insediamento, in
cui la domanda di uno spazio per
l’istruzione e per la collettività del
villaggio si è materializzata in un
eclatante intervento architettonico
per
portata
sperimentale
e
spessore umanitario. L’emergenza
si manifestava attraverso risorse
materiali e finanziarie irrisorie,
scarsità di manodopera, severe
restrizioni di libertà, condizioni
ambientali
sfavorevoli
e
necessità di tempi rapidissimi di
realizzazione. Ispirata alla tecnica
degli earthbags, la costruzione è
basata sull’utilizzo di pneumatici
di automobili riempiti di terra,
posizionati secondo corsi sfalsati
e rivestiti di argilla. Il risultato
ha avuto esiti più che positivi, il
materiale, facilmente reperibile
(a costo zero), ha dimostrato
elevatissime prestazioni termiche
e statiche nonché ha prodotto
l’esternalità di re-immettere nel
Nella pagina
precedente e a
sinistra in alto:
Case farfalla,
Noh BoThailandia, Tyin
Architects;
a sinistra in
basso: Villaggio
beduino di Al
Khan Al Ahmar
On the first page
and on the left
above: Butterfly
houses, Noh BoThailandia, Tyin
Architects;
on the left below:
Villaggio beduino
di Al Khan Al
Ahmar
of Area C of the West Bank. It is
designed to be adapted to an inplace assembly, with a low-tech
approach compatible with economic
and technical resources of the
population. An architectural device,
in this case a medical clinic, which
can be transported and assembled
builded by unskilled labour in about
three hours. The inner surface of 6.94
square meters, expandable to 11.29
square meters, can accommodate
various functions and be aggregated
in a system of interconnected units.
The versatility, the aggregation and
repeatability make this handset an
ideal option to deal with emergency
in similar situations.
The same design team, in the Bedouin
village of Al Khan Al Ahmar in the
occupied territory, was confronted
with a harsh reality, unsuitable for any
real possibility of settlement, in which
the demand for space for education
and for the village community has
materialized in a striking architectural
intervention to reach experimental
and humanitarian thickness. The
emergency was manifested through
poor material and financial resources
derisory, shortage of labour, hard
restrictions of freedom, unfavourable
environmental conditions and need
for a very short time of realization.
Inspired by the technique of earth
bags, the construction is based on
the use of automobile tires filled with
earth, positioned according staggered
courses and coated with clay. The
result has been more than positive
outcomes, the material readily
available (at no cost), showed very
high thermal and static performance
and produced the collateral fulfilment
to re-enter the production cycle huge
amounts of material “exhausted”. Not
less interesting is the implementation
phase in which designers have
placed a “Manual Installation”, an
instruction booklet designed in key
graphics to illustrate step by step
the construction techniques to the
villagers, manually engaged in the
construction of the project.
Many degrees of longitude to
the east, at Noh Bo, a small Thai
village, conditions change but
emergencies remain. The design
group Tyin Architects offers similar
solutions with the objective of giving
a concrete answer to the lack of
houses for refugees of ethnic Karen.
Commissioned by the non-profit
Blessed Homes, the Norwegian
13
ciclo produttivo cospicue quantità
di materiale “esaurito”. Non meno
interessante la fase di realizzazione
in cui i progettisti hanno disposto un
“manuale di montaggio” , un libretto
di istruzioni pensato in chiave
grafica per illustrare passo dopo
passo le tecniche costruttive agli
abitanti del villaggio, manualmente
impegnati nella costruzione del
progetto.
Molti gradi di longitudine più a
est, a Noh Bo, un piccolo villaggio
Thailandese, cambiano le condizioni
ma rimangono le emergenze.
Il gruppo di progettazione Tyin
Architects
propone
soluzioni
affini
perseguendo
l’obiettivo
di dare una risposta concreta
alla grave carenza di abitazioni
per i profughi di etnia Karen. Su
committenza dell’organizzazione
no-profit Blessed Homes, il gruppo
norvegese ha accolto la sfida di
realizzare un ampliamento per il
dormitorio degli orfani con budget
e risorse tutt’altro che permissive.
Le Case farfalla, così battezzate
dai bambini, presentano una esile
struttura in legno, che rivisita
in maniera funzionale un’antica
tipologia edilizia dell’isola di
Sulawesi. Sono costituite da
tessiture in bambù su tre lati e una
copertura a doppia falda in lamiera
metallica. Il comfort termico
è garantito dalla ventilazione
naturale e dal fatto che l’abitazione
è sopraelevata grazie a pilastri che
affondano in gomme di automobili
riempite di calcestruzzo. L’aspetto
più interessante è il risvolto sociale
dell’intervento architettonico: ogni
abitazione ospita sei bambini,
ognuno dei quali ha un piccolo
spazio riservato e tutti possono
affacciarsi e recarsi nei piccoli
cortili interstiziali costituiti da
micro ambienti ludici, pensati per
riportare la dura realtà ad una
dimensione più intima, più umana,
da scoprire poco la volta, giocando,
acquistando fiducia e senso di
appartenenza verso una comunità
e una terra inizialmente ostile e
solo di passaggio.
Discorrendo
brevemente
queste esperienze, emerge una
caratteristica
affascinante:
l’architettura diventa linguaggio
capace di scardinare barriere
linguistiche e culturali, strumento
in grado di trasmettere pratiche e
conoscenze attraverso l’esperienza
diretta della partecipazione. Se c’è
una portata innovatrice essa non
va ricercata nella volontà di un
nuovo formalismo o significato,
bensì nella sperimentazione di
processi alternativi che portano
alla definizione del progetto. Il
fatto di declinare tipologicamente
soluzioni già sperimentate (ad
esempio l’utilizzo dei copertoni al
posto degli earth bags) costituisce
di per sé un rischio, ma incrementa la
capacità effettiva di rispondere allo
stato di urgenza specifica. Come
nella Casa di Keaton (One Week,
1920) l’alterazione del processo e
la variazione di alcune circostanze
del montaggio, quindi l’esercizio di
deviazione, permette all’abitazione
di esperire nuove capacità, o
possibilità
abitative
inattese.
Certamente gli slittamenti di senso
negli oggetti del regista americano
avvenivano in modo accidentale,
l’intuizione
dell’architettura
di emergenza invece, che sia
effimera o meno, deve riportare
questa casualità all’interno di un
processo progettuale ragionato,
con l’obiettivo di centrare tutto il
fare architettonico sulla capacità
di accogliere la persona in cerca di
rifugio.
In basso; a
sinistra:
Re-movable
clinic, ARCò;
a destra: Casa di
Keaton
Below, on the
left: Re-movable
clinic, ARCò;
in the right: Casa
di Keaton
group has accepted the challenge to
build an extension to the dormitory
of the orphans with budget and
resource anything but permissive.
The Butterfly houses, so named by
the children, have a slender wooden
structure, which revisits functionally
old building type of the island of
Sulawesi. They consist of weaving
bamboo on three sides and a gable
roof sheet metal. Thermal comfort is
guaranteed by natural ventilation and
by the fact that the dwelling is raised
thanks to the pillars that sink in car
tires filled with concrete. The most
interesting aspect is the social side of
the architecture: each house has six
children, each of it has a small private
space and everyone can look out and
go to the small interstitial courtyards
formed
as
micro-playgrounds,
designed to bring the harsh reality to
a more intimate, more human, to be
discovered step by step while playing,
gaining confidence and sense of
belonging to a community and a
land initially hostile and just passing
through.
Talking briefly these experiences,
emerges a fascinating aspect: the
architecture becomes language
capable of undermining language
and cultural barriers, the instrument
can
transmit
practices
and
knowledge through direct experience
of participation. If there is an
innovative range it does not lie in the
will of a new formalism or meaning,
but in experimenting with alternative
processes that lead to the design of
the project. The attempt of decline by
types the building solutions already
tested (for example, the use of the
tires in place of the earth bags) itself
constitutes a risk, but increases the
effective capacity to respond to the
state of specific urgency. As like the
Home of Keaton (One Week, 1920)
the alteration of the process and the
change in certain circumstances
in the assembly, or the exercise
of deviation, allowing the house
to bring new capacity, or housing
opportunities unexpected. Certainly
the shifts in meaning in the objects
of American director occurred
accidentally, intuition architecture
instead of emergency, which is
ephemeral or not, must report this
randomness within a rational design
process, with the aim of hitting all the
architectural practice on the ability to
accommodate the person seeking
refuge.
16
SUPERADOBE,
l’autocostruzione
come risposta
ai drammi
umanitari
Sacchi, filo spinato e terra locale; semplici
materiali utili all’edificazione di un alloggio
temporaneo, trasformabile con pochi
accorgimenti in un’architettura permanente
Testo di Antonio Amendola e Elvira Cerratti
Traduzione di Daria Verde
N
oto principalmente per essere
stato il fondatore e la figura
di riferimento del Cal-Earth
Institute (California Institute of Earth
Art and Architecture), l’Architetto
Nader
Khalili
è
attualmente
riconosciuto come uno dei maggiori
studiosi di sistemi costruttivi in terra
a scopo principalmente umanitario.
Il suo curriculum, il cui arricchimento
è stato interrotto solo dalla sua morte
nel 2008 all’età di 72 anni, rivela un
continuo sviluppo di teorie, metodi e
prototipi di matrice artigianale ma di
elevato contenuto scientifico, ispirati
principalmente alle tecniche antiche
del suo Iran e dei paesi limitrofi,
rielaborate in versioni adeguate a
diverse necessità.
Non si deve però incorrere nell’errore
di confondere la sua propensione a
metodi solo apparentemente arcaici
con una vuota forma di stravaganza
feticista. L’intero percorso della
sua ricerca deriva dalla ferma
convinzione che mettere le persone
nelle condizioni di autoprodurre con
la terra la propria abitazione possa
essere l’unica risposta concreta e
immediata in situazioni di estrema
urgenza.
Tra mattoni in argilla cotta ed
impasti di terre locali, il progetto più
ligio alla filosofia dell’intero lavoro
di Khalili è Superadobe, un sistema
immediato nell’apprendimento e
nella messa in opera che trasforma
materiali spesso destinati all’uso
bellico in materiali da costruzione.
La tecnologia del Superadobe
è rudimentale e semplice, ma
estremamente utile allo scopo per
cui è stata concepita: sacchi di
juta o polipropilene di lunghezza
variabile, riempiti con la terra del
posto in gran parte ricavata dallo
scavo per impostare la costruzione,
vengono impilati ed alternati a ricorsi
orizzontali di filo spinato, deputato
alla funzione di legante.
L’assemblaggio è rapido e non
necessita di strumenti che, per
quanto comuni, non sono di facile
reperibilità in alcune aree del
pianeta, men che meno nel pieno di
una catastrofe.
Così come elaborata, tutti i membri
SUPERADOBE,
self-construction
as the answer
to humanitarian
tragedies
B
est known for being the founder
and director of the Cal-Earth
Institute (California Institute of Earth
Art and Architecture), the Architect
Nader Khalili is currently identified
as one of the greatest academics
of adobe building systems mainly
for humanitarian purposes. His
curriculum, whose enrichment was
only interrupted by his death in 2008
at the age of 72, reveals a continuous
development of theories, methods and
prototypes of artisan matrix and high
scientific content, mainly inspired by
the ancient techniques of Iran and its
neighboring countries, re-elaborated
in new versions adapted to different
needs. Nevertheless, we must not be
mistaken and confuse his choice of
apparently archaic methods with an
empty form of fetishist extravagance.
The entire course of his research
derives from the firm belief that giving
people the chance to build with earth
their own homes may be the only
practical and immediate response
to situations of extreme urgency.
Between sun-dried mud bricks and
mixtures of on-site earth, Khalili’s most
loyal project to the philosophy of his
whole work is Superadobe, a system
of simple and easy construction that
uses the materials of war for peaceful
ends. This trademarked technology
is simple, but extremely useful for its
purpose: long or short sandbags of
both natural and synthetic material are
filled with on-site earth, mostly obtained
from the excavation pit, and arranged
in layers or long coils with strands of
barbed wire placed between them to
act as both mortar and reinforcement.
The assembly is quick and requires no
tools, which, no matter how common
they are, are not easy to be found in
some parts of the world, let alone in the
midst of a catastrophe. Designed as
it is, all members of a family (without
distinction of age and sex) are able to
properly build their shelter together.
Domes have the highest performance
because of their structural behavior,
which is particularly suitable for this
building system. Anyway, given its
flexibility, the same method can be
17
di ogni singola famiglia (senza
distinzioni di età e sesso) sono
messi in condizione di contribuire
attivamente alla realizzazione a
regola d’arte del proprio rifugio.
La configurazione più performante è
la cupola per via del comportamento
statico altamente affine al sistema
costruttivo, ma data la duttilità del
metodo è possibile sviluppare edifici
di qualsiasi altra forma.
Affrontando il tema di Superadobe
e delle possibilità di modellazione,
ogni
trattazione
risulterebbe
incompleta se si trascurasse la sua
declinazione funzionale più matura: il
modulo abitativo Eco-Dome. Si tratta
essenzialmente di un nucleo centrale
cupoliforme adibito a soggiorno che
può essere accessoriato con un
numero variabile di nicchie laterali,
solitamente quattro per meglio
bilanciare la struttura, in funzione
dei locali accessori di cui si vuole
dotare la casa. Il risultato finale
offre un alloggio antisismico (da
verificare a livello dimensionale
caso per caso, in base alle normative
locali), impermeabile ed ignifugo, a
fronte di un costo vivo di materiali
che non supera i 20 dollari per il
18
modulo standard di 14 mq.Nel
tempo, Eco-Dome è stato adottato
per fronteggiare emergenze in paesi
in difficoltà in Africa e Medio Oriente,
confermando sul campo l’efficacia e
la praticità di Superadobe.
Il caso ha voluto che una delle più
convincenti applicazioni, per cui
l’architetto è stato insignito del Aga
Khan Award for Architecture 2004,
avvenisse proprio in Iran. Assoldato
nel 1993 dall’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati
(UNHCR) di Teheran, impegnato
nell’assistenza dei profughi che
emigravano dall’Iraq nel periodo
di crisi a seguito della Guerra del
Golfo Persico, Khalili ha contribuito
progettando e coordinando la
costruzione di un agglomerato nel
campo di Baninajar, costituito da 14
Eco-Dome da 22 mq ciascuno. L’intera
programmazione dell’insediamento,
di poco inferiore a 308 mq, ha
richiesto complessivamente poco
meno di otto mesi ed una spesa
totale di 16.420,00 dollari, quasi
nulla se si considerano le condizioni
avverse in cui si è operato.
Il dato di maggiore rilievo riguarda i
tempi effettivi di realizzazione: con
la supervisione dell’UNDP (United
Nations Development Programme)
e con l’impegno diretto dei rifugiati
si è registrato un lasso variabile da
un minimo di 6 ad un massimo di
11 giorni per il completamento un
modulo.
Il potere dell’idea di Superadobe non è
limitato alla velocità di assemblaggio,
bensì
all’immediatezza
dell’apprendimento della tecnica,
che ne garantisce così una rapida
divulgazione ed un bagaglio culturale
e materiale preziosissimo e in alcuni
casi vitale per i beneficiari. Una volta
offerta una dimostrazione pratica ed
un campione di riferimento, come
lo stesso Khalili ha spesso ribadito
in seguito all’esperienza Iraniana, le
strutture possono essere replicate
all’infinito rispetto alle esigenze,
senza l’assistenza di alcun esperto.
«Superadobe è un sistema brevettato
liberamente messo a servizio
dell’umanità e dell’ambiente», così
recita una sorta di slogan/avvertenza
sull’uso commerciale del prodotto.
I principi operativi di Khalili, mai
traditi in tutta la sua carriera, sono
dunque chiari e inequivocabili.
used to build any other shape. Talking
about Superadobe and its shaping
possibilities, every dissertation would
be incomplete if it overlooked its more
mature outcome: the housing unit EcoDome. It is essentially a dome-shaped
central core meant as a living room,
which can be equipped with a variable
number of lateral spaces, usually four
to balance the structure, depending on
how many extra rooms you want. The
result is resistant to earthquakes (to
be dimensionally verified, according
to local laws) as well as fire, flood, and
hurricanes, against a cost not higher
than $ 20 for the standard unit of 14 sq
m. Over time, Eco-Dome was employed
to face emergencies in Africa and in
the Middle East, proving Superadobe’s
effectiveness and convenience. By
chance, one of its most convincing
applications, thanks to which the
architect was awarded with the Aga
Khan Award for Architecture in 2004,
took place in Iran. Hired in 1993 by the
United Nations High Commissioner
for Refugees (UNHCR) in Tehran,
assisting refugees emigrating from
Iraq during the crisis due to the Persian
Gulf War, Khalili contributed designing
and coordinating the construction of
a built up area in the field of Baninajar,
consisting of 14 Eco-Domes of 22 sq
m each. For the creation of the whole
village, slightly smaller than 308 sq
m, it took less than eight months
and a total amount of 16,420.00
dollars, hardly anything considering
the hostile situation to cope with. The
most relevant fact concerns timing:
with the supervision of UNDP (United
Nations Development Program) and
the participation of the refugees, the
period of time for the realization of a
single unit ranged from 6 to 11 days.
The strength of Superadobe is not only
related to the speed of assembly, but
also to the simplicity of the technology,
which guarantees its fast spread
and a precious cultural and physical
baggage, in some cases even vital for
its beneficiaries. Once offered an object
lesson and a reference sample, as
Khalili himself has often stated after his
experience in Iran, these structures can
be endlessly reproduced according to
the demand, without the support of any
expert. «Superadobe is a “patented and
trademarked technology offered free
to the needy of the world», as stated by
a slogan/warning on the commercial
use of the product. Khalili’s work ethic,
never betrayed in his whole career, is
therefore clear and unmistakable.
19
EBOLA MOBILE CLINIC
Tesi di laurea in Architettura
Università degli studi di Firenze
Corso di laurea in architettura
Laureanda | Giulia Buffolino
Relatore | Prof. Roberto Bologna
Data di laurea | Settembre 2015
Testo di Piera Bongiorni
Traduzione di Agnese Oddi
20
S
viluppare un’unità mobile che
possa far fronte alla lotta contro
l’ebola è l’obiettivo di Ebola Mobile
Clinic, il progetto di tesi di laurea di Giulia
Buffolino, che nasce come risposta
alle richieste del concorso Design of
a Mobile Isolation, Diagnosis and/or
Treatment Unit for Use in Ebola or Other
Communicable Disease Epidemics
indetto dalla International Union of
Architects - Public Health Group (UIAPHG), Global University Program in
Healthcare Architecture (GUPHA) e
China Hospital Building Exhibition &
Congress (CHBEC).
Ebola Mobile Clinic vuole permettere e
facilitare la diagnosi rapida, l’isolamento
ed il trattamento dei pazienti affetti dalla
malattia consentendo, inoltre, il trasporto
sicuro in strutture in grado di fornire cure
adeguate. Fra ciò che segna il progetto
sin dai primi schizzi troviamo l’idea di
dar vita ad una struttura composta di tre
moduli, ognuno con specifica funzione
che, assemblati, permettono di avere una
clinica mobile completa ed efficiente in
tutte le sue parti; all’occorrenza, in base
alle esigenze richieste dall’emergenza
in loco, ognuno dei moduli può essere
utilizzato singolarmente o sostituito.
Dal punto di vista tecnologico, la clinica
utilizza come struttura portante quella
dei container che, dopo aver subito
opportune modifiche, saranno adatti a
questa nuova destinazione d’uso. La
scelta verso questa tecnologia è stata
mossa dalla necessità di un facile
trasporto e assemblaggio oltre che dal
bisogno di una facile reperibilità.
Reali le richieste del concorso e
concrete le risposte del progetto Ebola
Mobile Clinic. Scelte semplici hanno
accompagnato il percorso dalle prime
idee concettuali fino all’elaborazione
finale del progetto, un progetto funzionale
sia dal punto di vista compositivo che
tecnologico-strutturale. Processi lineari
ed elementari, decisioni chiare e nessun
azzardato gesto megalomane ci aiutano
a comprendere, ancora una volta e con
nuove vesti una delle sfaccettature del
ruolo sociale dell’architettura.
Ebola Mobile Clinic
University of Florence
Bachelor in architecture
Graduating | Giulia Buffolino
Speaker | Prof. Roberto Bologna
Graduate | September 2015
D
evelop a mobile unit that can
deal with the fight against Ebola
is the aim of Mobile Clinic, the
project thesis of Giulia Buffolino,
which began as a response to the
demands of the competition Design
of a Mobile Isolation, Diagnosis
and / or Treatment Units for Use
in Ebola or Other Communicable
Disease Epidemics organized by
the International Union of Architects
- Public Health Group (UIA-PHG),
Global University Program in
Healthcare Architecture (Gupha) and
China Hospital Building Exhibition
& Congress (CHBEC). Ebola Mobile
Clinic wants to allow and facilitate
rapid diagnosis, isolation and
treatment of patients suffering from
the disease as well as allowing
safe transport in structures able to
provide adequate care. Between
that which shows the project from
the first sketches we find the idea
to create a structure composed of
three modules, each with a specific
function, assembled, allow you to
have a mobile clinic complete and
efficient in all its parts; if necessary,
according to the needs required by
the emergency on-site, each of the
modules can be used individually
or replaced. From a technological
standpoint, the clinical uses as the
backbone of the container which,
after
undergoing
appropriate
modifications, will be adapted to
this new use. The choice for this
technology has been driven by
the need for easy transport and
assembly as well as by the need for
easy availability. Real demands of the
competition and concrete answers
project Ebola Mobile Clinic. Simple
choices have accompanied the path
from the initial conceptual ideas to
the finalization of the project, a project
both from a functional point of view
that technological and structural
composition. Linear processes and
elementary, clear decisions and no
bold gesture megalomaniac help us
understand, once again and with new
robes one of the facets of the social
role of architecture.
21
Un catalogo di soluzioni
come risposta ad una
situazione emergenziale
Testo di Alex Terriaca
Traduzione di Maria Letizia Pazzi
C
AOS. Unica e semplice
parola che, come un sottile
filo rosso, collega ogni
forma di stato emergenziale.
Quando si pensa all’emergenza si
commette un grandissimo errore.
Sbagliando si associa questa
definizione
esclusivamente
a
condizioni ambientali legate ai
disastri naturali, invece esso, è
un fenomeno quotidiano che si
riscontra nell’assenza di risorse
e di principi basilari per il vivere.
Dice Nabeel Hamdi «costruire
molte case per persone e in posti
che non si conoscono è un modo
inefficiente e iniquo di risolvere
problemi». Ciò ci fa capire che
il caos, e il malessere che ne
deriva, sono qualcosa che va oltre
la progettazione spaziale; esso
scaturisce anche dall’incapacità
di instaurare delle relazioni, delle
interazioni
socio-economiche
proprie del
contesto, quindi
l’incapacità di abitare un luogo.
Il caos deve essere controllato sia
sotto il profilo spaziale che sotto
quello socio-economico.
Prima
di affrontare i problemi legati alle
abitazioni, bisogna confrontarsi con
le sfide imposte dalla quotidianità,
non dimenticandoci la qualità
dello spazio della condivisione;
questioni che interessano anche i
paesi economicamente sviluppati.
L’assenza di cultura non interessa
soli i luoghi toccati da crisi
umanitarie e da conflitti armati;
essa sta assumendo dimensioni
allarmanti
anche
negli
stati
economicamente forti.
La
popolazione
non
sarà
semplicemente
beneficiaria,
essa dovrà essere coinvolta il più
possibile e avere una partecipazione
attiva. La partecipazione ha la
capacità di porre i progettisti in
22
una relazione del tutto innovativa
con persone e luoghi. Mettere a
disposizione le proprie conoscenze
per individuare le opportunità,
suggerendo
degli
sviluppi
futuri che possano sostenere
socialmente ed economicamente
il cambiamento. Opportunità che
dovranno essere supportate da
una ricerca di tecniche, diverse di
volta in volta, adatte allo specifico
luogo in cui si interviene, che
consentano l’auto-costruzione da
parte degli abitanti utilizzando
le
risorse
locali.
Obiettivo
fondamentale è la riappropriazione
consapevole di tecniche e principi
da sempre presenti nei luoghi
in cui s’interviene, con il fine di
supportare il genius loci.
Proprio
per
non
mortificare
un contesto emergenziale è
fondamentale
intervenire
con
azioni concrete per gestire le
risorse e ridurre i rischi, definendo
quali sono le principali vulnerabilità
sulle quali intervenire in maniera
strutturale integrando lo sviluppo
urbano. Controllare le risorse non
vuol dire rinunciare alla qualità
dello spazio architettonico e degli
spazi pubblici, ma bensì proteggere
le relazioni originali, tra produzione
umana e naturale, fondamentali per
la compatibilità con il contesto. Ciò
permetterà non solo di sostenere,
ma soprattutto, di fornire una
qualità di vita che incoraggi a
superare la povertà, il degrado
urbano e la mancanza di servizi.
Tutto ciò sarà possibile munendosi
di strumenti diversi da quelli tipici
della disciplina.
L’intervento di risanamento diretto
nelle zone problematiche, per la
sua complessità di attuazione,
non riesce il più delle volte a
tenere il passo con lo sviluppo dei
nuovi insediamenti, ed è in molti
casi comunque fuori dalla portata
organizzativa o economica delle
autorità locali. A tal proposito
è fondamentale individuare un
metodo per realizzare interventi
mirati di attuazione relativamente
facili e poco dispendiosi. Gli
interventi passano attraverso il
controllo delle cause generatrici
proponendo delle regole basilari
che, venendo ripetute, inneschino
un coscienzioso sviluppo.
Al fine di evitare un ritorno ad uno
stato precedente occorre produrre
un catalogo di azioni progettuali
che
permetta
di
pianificare
ogni intervento attraverso una
concezione sistemica del progetto,
con l’obiettivo di lasciare linee guida
che non generino una risposta
univoca al problema.
Partendo da queste premesse, e
dall’analisi formale e sociologica,
la strategia verterà intorno a basi
semplici: preservare l’importante
struttura dell’esistente aggregato
informale, migliorare le condizioni
di vita sociale della popolazione e
intervenire sul fattore nel quale si
identificano gli abitanti.
Fondamentale è muoversi per scale
d’intervento: dalla scala urbana a
quella del componente. Innanzitutto
si
strutturerà
una
strategia
insediativa, si prenderanno in
considerazioni azioni che mettano
in
relazione
l’intervento
con
l’intorno, fattori interni ed esterni
all’area. Ad essi si associano
delle semplici scelte progettuali
che permettano di definire la
tettonica dello spazio. Il semplice
posizionamento di un’architettura o
di un albero definisce uno spazio.
Fissati i punti legati alla scala
del lotto si passerà alla scala
dell’edificio. La strategia abitativa
basata sulla definizione di un
modulo minimo come strumento
di controllo e di progettazione
dello spazio. Esso nasce dalla
classificazione
delle
funzioni
minime necessarie per il vivere
(es. il modulo servizi igienici, il
modulo cucina). L’affiancamento
di più moduli permetterà di arrivare
ad altre funzioni e così via, fino a
definire un numero massimo di
moduli necessari per definire una
funzione (es. tre per accogliere
un’aula o un ambulatorio). Si
genererà un Catalogo dei Moduli
Funzionali
che
potrà
essere
adottato con la sicurezza di una
progettazione controllata.
In ultima, la scala del componente
con la quale nella quale si definiranno
le regole per la costruzione dello
strumento modulo. Per trasmettere
al meglio la concezione sistemica,
e la facile realizzabilità, il modulo
sarà
concepito come insieme
di componenti minime. Sarà
fondamentale concepirlo affinché
assuma, per così dire, una valenza
simbolica in modo tale da essere
assunto e riconosciuto. Oltre
ad avere un’essenza spaziale, il
modulo dovrà avere un’identità
costruttiva che rispetti il principio
di sostenibilità socio-economica:
risorse disponibili in loco, proprie
della cultura tecnologica locale. A
seconda dei contesti, si potrebbe
anche pensare che la ricerca
permetta di attivare dei processi
di ricodifica delle tecniche locali:
non una
semplice applicazione
delle tecniche tradizionali ma
una reintroduzione di esse con
l’aggiunta di piccoli accorgimenti
innovativi con l’obiettivo che
diventino patrimonio condiviso
della comunità.
In alto:
Indian Ocean
tsunam, ph.
Matthew M.
Bradley;
nella pagina
seguente:
Uragano Katrina,
ph. Gary Nichols;
Favela - Rio
De Janeiro;
Terremoto
Giappone, ph.
Matthew M.
Bradley; Campo
profughi di Za’atri.
Above: Indian
Ocean tsunam,
ph. Matthew M.
Bradley;
on the next
page: Hurrican
Katrina, ph. Gary
Nichols;
Favela - Rio De
Janeiro; Japan
earthquake, ph.
Matthew M.
Bradley; Za’atri
Refugee Camp.
23
A catalogue of solutions
in response to an
emergency situation
C
HAOS. A unique and simple word
connecting any form of emergency
state like a red thin wire. Emergency
is often misunderstood. This definition is
mistakenly and exclusively associated
to environmental conditions related to
natural disasters, but it actually is an
everyday phenomenon created by the lack
of basic resources and principles of living.
«Building lots of houses for unknown
people and in unknown places is an
inefficient and unequal way of solving
problems».
Therefore the chaos and the deriving
unhappiness go beyond special
designing, it also comes from the
inability of establishing relationships,
socio-economic interactions typical of
the context, and the inability of living
in one place. Chaos is to be controlled
both under a spatial and socio-economic
profile. Challenges of everyday life are to
be faced before dealing with the problems
related to housing, without forgetting the
quality of space sharing and considering
that those issues affect economically
developed countries as well. The absence
of culture does not only include those
states that are affected by humanitarian
crises and armed conflicts; it is spreading
even in economically developed countries.
The population will not simply be the
beneficiary, it must participate actively
as much as possible. Participation
can establish a completely innovative
relationship between designers, people
and places. Their task is to share their
knowledge in order to understand the
opportunities and to suggest future
developments that can help changing
the situation from an economic and
social point of view. Opportunities must
be supported by a search of techniques,
different from time to time , suitable to the
specific area where the work takes place,
in order to facilitate the self-construction
undertaken by the inhabitants using
local resources. The priority here is the
conscious reappropriation of techniques
24
and principles that have always existed in
places where one works , with the aim to
support the genius loci.
Intervening with concrete actions to
manage resources and reduce risks
is a crucial step in order not to mortify
an emergency situation; this process
takes place defining what are the main
vulnerabilities on which to intervene
structurally and integrating urban
development. Checking resources does
not mean compromising on the quality
of the architectural and public space , but
rather protecting the original relationships,
between and natural production, essential
for the compatibility with the context.
This will not only support, but above all,
provide a quality of life that encourages
to overcome poverty, urban decay and the
lack of services. Using instruments other
than those tools typical of the discipline
will accelerate the process. The direct
intervention of restoration in problematic
areas, fails most of the time to keep up
with the development of new settlements
, and in many cases it is out of economic
or organisational reach for
local
authorities because of its complexity of
implementation. It is indeed important to
identify a method for making relatively easy
and inexpensive targeted interventions
of implementation. Interventions pass
through the control of the generating
causes which propose the basic rules that
may trigger a conscientious development
when repeated. In order to avoid a return
to a previous state a catalogue of the
project actions should be produced so
that it allows to organize any intervention
through a systemic view of the project,
with the goal of leaving guidelines which
do not generate an unambiguous answer
to the problem.
On this basis, and considering a formal
and sociological analysis , the strategy will
focus around simple grounds: preserving
the important structure of the existing
informal aggregate, improving the social
living conditions of the population and
intervening in identifying the inhabitants.
Acting in scales of intervention is
fundamental: from the urban scale
to the component scale. Firstly
a
settlement strategy will be structured,
actions that relate the intervention with
the surroundings (internal and external
elements) will be taken into account. They
are associated with the simple design
choices that allow to define the tectonics
of the space. The simple positioning of
an architecture or a tree defines a space.
The scale of the building follows the
scale of the lot; the housing strategy is
based on the definition of a minimum
modulus as a control tool and space
design. It stems from the classification
of the minimum functions necessary for
life (e.g. The sanitary module, the kitchen
module). The tiling of multiple modules
allows to get to other functions , and so
on, until defining a maximum number of
modules necessary to define a function
(e.g. Three to accommodate a classroom
or a surgery). It will generate a Catalogue
of Functional Modules that could be
adopted as safely as a controlled design.
Finally, the scale of the component in
which the rules for the construction of the
instrument module are defined: to best
convey the systemic view, and the easy
practicability, the module will be conceived
as a set of minimum components. It will be
essential to design in order to assume, so
to speak, a symbolic value in such a way as
to be assumed and recognized. Besides
having an essence of space, the form
must have a constructional identity that
respects the principle of socio- economic
sustainable resources available in loco,
their own local technological culture.
Depending on the context, research could
be considered as a tool to activate the
process of recoding of local techniques:
not a simple application of traditional
techniques but a reintroduction of them
with the addition of small innovative
measures in order to make them shared
benefit of communities.
25
Ripensare la città
informale. Strategie
insediative per i paesi in
via di sviluppo
Testo di Alex Terriaca
Traduzione di Maria Letizia Pazzi
P
rogettare in un paese in via di sviluppo
significa confrontarsi con realtà e
necessità molto diverse dalle nostre.
La prima esigenza è quella di conoscere
le abitudini, anche nel costruire, della
popolazione interessata, affinché il progetto
possa rispondere ad esigenze concrete. In
queste aree del mondo le periferie nascono
attraverso un processo di autocostruzione e
occupazione del territorio del tutto casuale.
Non esistono strumenti di controllo dello
sviluppo urbano, né tantomeno è possibile
definire in modo chiaro la proprietà di porzioni
di territorio. Proprio per questo motivo la
crescita è avvenuta senza nessuna regola,
attraverso fasi temporalmente differenti,
in modo caotico e del tutto casuale senza
seguire dei principi generativi e un vero e
proprio progetto di sviluppo urbano.
In analogia alle altre bidonvilles sviluppatesi
in prossimità delle metropoli africane,
Pikine (nei pressi di Dakar, in Senegal) è
caratterizzata da un doppio volto: da un lato
una periferia pianificata sviluppatasi fino agli
anni ’70 dello scorso secolo, e dall’altro una
periferia informale generatasi in seguito ai
fenomeni migratori che hanno interessano
le aree rurali del paese negli ultimi decenni.
Troviamo uno sviluppo fuori da ogni tipo di
regola o schema, dove tutto si genera per
rispondere alle necessità abitative. Oltre a
un’urbanizzazione selvaggia, le condizioni
socio-sanitarie condizionano il quotidiano:
un altissimo tasso di disoccupazione oltre 80% della popolazione vive secondo
le regole dell’economia informale - e il
relativo tasso di povertà, l’analfabetismo,
assenza di assistenza sanitaria, assenza
di ambienti salubri, servizi igienici e congrui
impianti smaltire i liquami. Nonostante
la povertà, Pikine si presenta come una
periferia vivace. Oltre ai piccoli, ma densi
agglomerati, costituiti da piccole abitazioni
ad un piano, realizzate con blocchi di
cemento coperte con delle semplici lamiere
ondulate, la periferia è caratterizzata dai
singolari vuoti urbani, spazi interstiziali,
che si trovano tra un edificio e l’altro. Spazi
che assumono un ruolo primario nella vita
26
della comunità: spazi privilegiati per vivere
la quotidianità, instaurare relazioni, giocare,
incontrarsi, lavorare. Essi si identificano nel
vuoto in quanto rappresenta lo stile di vita
senegalese. Gli esiti dei progetti elaborati
in occasione della tesi di laurea Magistrale
in Architettura, di seguito presentati,
si pongono come rappresentazione
esemplificativa di un approccio strategico
comune - una concezione sistemica
del progetto - ma declinato secondo tre
differenti temi e applicazioni progettuali:
Architettura e Produzione, Architettura
Residenziale e Architettura degli Spazi
Collettivi. Nei tre lavori di ricerca troviamo la
volontà di individuare risposte concrete alle
problematiche socio-economiche e urbane
attraverso proposte a piccola scala che si
possano confrontare concretamente con il
contesto in cui si inseriscono. Un intervento a
notevole impatto dimensionale, riconoscibile
e autoreferenziale, genererebbe un rifiuto
generale in quanto rappresenterebbe
qualcosa al di fuori della scala umana.
Nonostante l’informalità del contesto, le
proposte nascono dallo studio spaziofunzionale della quotidianità di Pikine.
L’obiettivo comune non è di proporre nuove
forme da sovrapporre a un tessuto urbano
esistente, ma bensì un sistema spaziale
e costruttivo che preservi l’importante
struttura dell’esistente senza metterla in crisi,
integrandola e innescando piccoli interventi
tali da avviare processi di trasformazione
sostenibile. Questi singoli elementi, pensati
con l’obiettivo di risolvere puntualmente delle
problematiche, si propongono di generare
nel tempo interventi di dimensioni maggiori:
singoli tasselli di un’infrastruttura intelligente
che irretirà il territorio permettendo un
graduale passaggio dalla gestione
sostenibile individuale, alla gestione
sostenibile collettiva. È fondamentale che
ci sia una forte corrispondenza fra regole
formali e regole costruttive. Il continuo
passaggio di scala, e la ricorsività di alcune
azioni, si palesa come strategia essenziale
per la riuscita dell’approccio sistemico
auspicato in principio.
Rethinking the informal
city. Strategies settlement
for developing countries
D
esigning in a developing country
means dealing with reality and
needs very different from ours.
The first requirement is to know the
habits, even in the building, of the
population concerned, so that the
project can respond to real needs. In
these areas of the world peripheries
arise through a process of completely
random
self-construction
and
occupation of the territory. There are
no tools to control urban development,
and it is not possible to clearly define
the ownership of portions of territory.
Precisely for this reason, the growth
took place without any rules, through
different time stages, in such a chaotic
and random way without following the
generative principles and a real urban
developmental project. In analogy to
other bidonvilles that developed near
the African metropolis, Pikine (near
Dakar, Senegal) is characterized by a
dual nature: on the one hand a planned
suburb developed until the 1970s, and the
other one periphery informal generated
as a result of migration that is recently
affecting the rural areas of the country.
A development out of any kind of rule
or scheme, where everything is created
to meet the housing needs. In addition
to the wild urbanization, the social and
health conditions affect the everyday
life: a very high unemployment rate - over
80% of the population live under the rules
of the informal economy - and its rate
of poverty, illiteracy, lack of health care,
lack of healthy areas, sanitation and
adequate facilities to dispose of sewage.
Despite the poverty, Pikine looks like a
bustling suburb. In addition to small, but
dense agglomerates, consisting of small
one-storey dwellings, made of concrete
blocks covered with simple corrugated
sheets, the periphery is characterized
by singular urban spaces, interstitial
spaces, which lie between a building and
the other. Spaces take on a primary role
in the life of the community; privileged
spaces that live the daily life, build
relationships, play, meet, work. They are
identified in a vacuum as it represents the
Senegalese lifestyle. The results of the
projects developed during the thesis of
Master’s degree in Architecture, showed
below, are presented as illustrative
representation of a common strategic
approach - a systemic view of the project
- but declined according to three different
themes and design applications:
Architecture and Production, Residential
Architecture and Collective Space
Architecture. The three researches are
characterised by the will to find concrete
answers to the socio-economic and
urban problems through proposals to
small scale that can be compared with
the concrete context in which they occur.
Actions of considerable dimensional
impact, recognizable, self-referential,
would generate an overall rejection as it
would represent something outside of
the human scale. Despite the informality
of the context, the proposals come from
the study of the everyday functionalspace of Pikine. The common goal is
not to propose new ways to overlap an
existing urban fabric, but rather a system
of space and design that preserves
the structure of the important existing
without putting it in crisis, integrating it
and triggering small interventions such
as to initiate a sustainable change. These
individual elements, designed with the
aim of solving the problems on time,
aim to generate larger interventions over
time: individual pieces of an intelligent
infrastructure that will mesh the territory
allowing a gradual transition from
individual sustainable management, to
collective sustainable management. The
strong correspondence between formal
rules and construction rules is a crucial
factor. The continuous change of scale,
and the recursion of several actions, is
revealed as an essential strategy for the
success of the systemic approach firstly
advocated.
27
DENSIFICARE LE
PERIFERIE INFORMALI
DELLE CITTÀ SUBSAHARIANE
Tesi di laurea in Architettura
Università degli Studi di Camerino
Corso di laurea in architettura
Laureanda | Sara Marsili
L
’obiettivo della ricerca è
creare un modello esemplare
di quartiere residenziale per
una periferia informale africana
attraverso
l’organizzazione
della maglia spontanea tipica
delle
periferie
auto-costruite.
Partendo
da
una
dotazione
minima, che permetta l’esistenza
di una residenza, saranno poi gli
eventi e i bisogni degli abitanti
stessi a definire l’abitazione. La
progettazione è caratterizzata da un
processo ben definito che consente
di ottenere un’unità minima che è
fattore della variabile temporale.
Essa scaturisce dall’insieme delle
parti che consentono l’esistenza
degli spazi minimi indispensabili
all’interno di un’abitazione.
La prima fase del processo è
l’inserimento dei corpi impiantistici,
moduli prefabbricati. La seconda
fase è quella della realizzazione
in loco delle chiusure principali in
28
blocchi di cemento – elemento già
largamente utilizzato all’interno dei
processi di edilizia spontanea-. La
terza fase è data dalle partizioni
interne; per mezzo di un catalogo,
ogni famiglia potrà scegliere la
soluzione che più si avvicina alle
proprie esigenze. Una volta scelto da
catalogo la tipologia di abitazione,
si ha la Dotazione Minima. Da
questo momento in poi è il tempo
che costruisce facendo evolvere
la casa, ampliandola all’interno di
un recinto, anch’esso catalogato
per dimensioni, fino ad ottenere
la realizzazione della corte. Ogni
famiglia può costruire la propria
casa, personalizzarla nel tempo
adattandola alle proprie esigenze.
Le forme progettate, nonché i
materiali utilizzati rispettano i
canoni tipici delle case senegalesi.
La sperimentazione fatta vuole
dare un metodo progettuale in
risposta a quello che è il problema
del sovraffollamento delle periferie.
Densify the informal
outskirts of
the informal subsaharan city
T
he goal of the research
is to create an exemplary
model of residential district
for the informal African
suburbs by organizing a
spontaneous mesh typical
of the self-built suburban.
Starting from a minimum
equipment, which allows the
existence of a residence,
the events and needs of the
inhabitants themselves will
then define the home. The
design is characterized by
a well-defined process that
achieves a minimum unit that
is a factor of the time variable.
It arises from all the parts
that allow the existence of the
minimum space needed within
the home.
The first phase of the
process is the insertion of
the installation bodies, made
of prefabricated modules.
The second phase is the
construction in loco of the
main closures of cement
blocks - already widely used
in the process of spontaneous
building. The third stage is
given by the internal partition;
by means of a catalogue, each
family can choose the solution
that best meets their needs.
Once the type of home will
be chosen in the catalogue,
the
Minimum
Equipment.
From this point onwards time
embodies a building function
evolving the house, expanding
it into a fence, which is also
catalogued in size, until the
creation of the court. Each
family can build their own
house, customize it in time
to suit their own needs. The
designed forms, as well as
the materials used ,respect
the traditional Senegalese
houses. The trial wants to
give a design method in
response to the problem of
overcrowding in the suburbs.
29
SPAZI PUBBLICI E
SERVIZI COLLETTIVI
PER LA PERIFERIA
INFOMALE DI DAKAR
Tesi di laurea in Architettura
Università degli Studi di Camerino
Corso di laurea in architettura
Laureanda | Alex Terriaca
30
D
al Vuoto Urbano allo Spazio
Collettivo è un progetto che nasce
per quegli spazi residuali dove si
svolge la quotidianità. Il Vuoto diventa
strumento di generazione dello spazio,
un’occasione per riqualificare il tessuto
informale senza regolarizzarlo. Ciò
sarà possibile attraverso la definizione
di una gerarchia di spazi e delle regole
che ne definiscono la tettonica e
la costruzione. Ai costruttori locali
viene fornito un catalogo di soluzioni
studiate per diverse scale d’intervento e
sviluppate a partire da quattro elementi
(albero, muro, basamento, architettura)
che diversamente combinati disegnano
lo spazio. Questi semplici elementi,
affiancati
a
elementari
regole
aggregative, daranno vita alla Strategia
Insediativa. Ancor prima di intervenire
fisicamente bisogna adottare una
strategia funzionale, ovvero trasmettere
la sensibilità di creare uno spazio che
incoraggi le interazioni sociali anziché
ridurle. Ciò sarà possibile attraverso
l’affiancamento di funzioni eterogenee
fra loro ma che possano relazionarsi,
integrandosi a vicenda. Dallo studio
alla scala urbana - Catalogo degli
Spazi-, che permette la definizione della
tettonica di questi ultimi attraverso
delle semplici azioni progettuali , si
passa alla scala dell’edificio, Catalogo
dei Moduli Funzionali, in cui le singole
funzioni stabiliscono le dimensioni
minime degli ambienti. A conclusione
la scala del componente, Catalogo
degli Elementi di Costruzione dello
Spazio, che permetterà di definire gli
elementi minimi necessari per realizzare
gli Spazi Collettivi . Il pannello in terra
cruda prefabbricato a piè d’opera,
primo fra tutti, rappresenta l’elemento
caratterizzante delle costruzioni e ne
consente l’ampliamento, prefigurandosi
come strumento minimo per il controllo
dello spazio. La costruzione si attua nel
rispetto di tecniche costruttive legate alle
tradizioni locali, con l’impiego di materiali
che sono familiari alla gente del luogo,
e dunque facili da utilizzare e reperire.
L’innovazione che viene proposta non
è quindi di natura tecnologica ma,
laddove introdotta, puramente formale
e con il solo scopo di sfruttare al meglio
le caratteristiche dei materiali. La
modularità alla base di questo sistema
fa sì che esso sia reiterabile in contesti
simili e su diverse scale, da quella urbana
a quella territoriale.
Public spaces and
public services for
the informal outskirts
of Dakar
F
rom Urban Void to Collective
Space is a project created for those
residual spaces where everyday life
takes place. Void becomes a tool
to generate space, an opportunity to
redevelop the informal fabric without
regularize it through the definition of
a hierarchy of spaces and rules that
define the tectonic and construction.
Local builders are given a catalogue
of solutions to different scales of
intervention and developed from four
elements (tree, wall, stand, architecture)
combined to design the space. These
simple elements, along with the
elementary rules of aggregation, will
give life to the Settlement Strategy.
Even before intervening physically, a
functional strategy is to be adopted,
in order to transmit sensitivity and
create a space that encourages social
interactions rather than reduce them.
The coaching of heterogeneous
functions will give life to the project;
these functions, though, can relate,
complementing each other. The scale
of the building, Catalogue of Functional
Modules, in which the individual
functions determine the minimum
size of the rooms follows the study
on the urban scale - Catalogue of
Spaces - which allows the definition
of tectonics of the latter through
simple planning actions. The last
element is the scale of the component,
Catalogue of the Elements of Space
Construction, which will define the
minimum elements necessary to
achieve the collective spaces. The
prefabricated rammed-hearth panel
at the foot of the work, is the first main
feature of the building and it allows the
expansion, becoming a minimum tool
for controlling space. The construction
is carried out in compliance with
construction
techniques
linked
to local traditions, with the use of
materials that are familiar to the locals,
and therefore easy to use and find.
The innovation that is proposed is
therefore not technological in nature
but, if introduced, purely formal, with
the sole purpose of exploiting the best
characteristics of the materials. The
modularity at the base of this system
means that it is repeatable in similar
contexts and on different scales, from
the urban scale to the territorial one.
31
RIQUALIFICAZIONE
URBANA E
AMBIENTALE DELLA
PERIFERIA DI PIKINE
Tesi di laurea in Architettura
Università degli Studi di Camerino
Corso di laurea in architettura
Laureanda | Carla Maria L. Pavone
32
I
l ragionamento su cui è fondato il
lavoro scaturisce dalla volontà di
migliorare la vita quotidiana senza
stravolgere abitudini, usi e costumi locali.
Da qui la scelta di partire dal basso, di
partire dall’agricoltura, di riportare quella
tradizione, abbandonata insieme ai
villaggi, all’interno di un tessuto urbano
denso e informale. Il progetto prevede
un sistema diffuso di spazi pubblici
per la formazione, la produzione e la
distribuzione, che permetta di sfruttare
e riqualificare aree abbandonate e
degradate della periferia. Seguendo
una catalogazione, le aree vengono
suddivise a seconda delle dimensioni,
e variano per attività, dispositivi
necessari e strutture per la comunità.
Alla base vi è una strategia che verte
intorno ad interventi che fissino delle
linee guida di azione replicabili in tutte
le aree con simili caratteristiche. Ciò
apporterà miglioramenti su diversi livelli:
ambientale, economico e sociale.
I principi di ciclo chiuso aziendale e di
filiera corta mettono in relazione l’aspetto
ecologico e quello economico. Il fine
della strategia è quello di inserire spazi
verdi all’interno di un fitto tessuto urbano
irregolare: piccoli sistemi ecologici
che incrementano l’autoproduzione,
favoriscono la sicurezza alimentare e
portano nuove opportunità di lavoro.
Tutte le strutture e i dispositivi necessari
vengono realizzati utilizzando, il più
possibile, materiali riciclati. L’architettura
permette di tradurre le esigenze primarie
della popolazione in sistemi costruttivi
semplici da replicare attraverso un
meccanismo modulare.
Urban and
environmental
renewal of the
outskirts of Pikine
T
he reasoning of the work
stems from the desire
to improve the daily lives
without
changing
habits,
local customs and traditions.
The choice of starting at the
bottom, leaving agriculture,
bringing that tradition, along
with the abandoned villages,
within a dense and informal
urban fabric. The project
involves a widespread system
of public spaces for training,
production and distribution,
which allows to exploit and
regenerate
derelict
and
degraded suburbs. Following
a cataloguing, areas are
divided according to the size,
and vary in activity, necessary
devices
and
community
facilities. Its starting point
is a strategy that focuses
around interventions that lay
down guidelines for action
replicable in all areas with
similar characteristics. This
will bring improvements on
several levels: environmental,
economic and social.
The principles of the business
closed loop and short chain
link
the
ecological
and
economic aspect. The aim of
the strategy is to place green
spaces in a dense irregular
urban fabric: small ecological
systems that increase the
self-production,
promote
food security and bring new
job opportunities. All the
facilities
and
equipment
required are made using, as
much as possible, recycled
materials. The architecture
allows to translate the basic
needs of the population into
building systems, easy to
replicate through a modular
mechanism.
33
Al di là del muro, la
geografia delle barriere
Testo di Simone Censi
Traduzione di Elisabetta Fiorucci
U
no degli avvenimento più noti
della storia contemporanea è
la caduta del Muro di Berlino,
celebrata, nell’immaginario collettivo,
come momento di riunificazione di
un popolo diviso. All’abbattimento
di una barriera così importante si
è però contrapposta la silenziosa
costruzione di numerosi muri in
varie parti del mondo i quali, nel
1989 erano una quindicina mentre
oggi sono circa quarantacinque
e la loro lunghezza complessiva
(includendo anche i muri in fase di
realizzazione) sarebbe sufficiente
a tagliare il mondo da polo a polo.
Tali barriere, peraltro, sono sistemi
sempre più sofisticati ed invalicabili,
come dimostra la Valla di Melilla,
che difende i confini dell’enclave
spagnolo nel continente africano.
Ciò che sta accadendo spinge a
porre alcune questioni sull’uso
che la politica fa di un elemento
architettonico: il muro, dispositivo
separatore di ambiti spaziali diversi.
Il muro, per le sua efficacia come
elemento divisore, è presente in
quasi ogni architettura mentre in
ambito urbano si manifesta secondo
diverse modalità. Nella città il muro
può essere costituito da una cortina
di edifici di un abitato denso come
quello del centro storico, può essere
un’antica opera difensiva costruita a
protezione del centro urbano ma può
essere anche l’elemento divisorio
generato da un’infrastruttura che
attraversa l’abitato. Negli ultimi due
casi le porzioni spaziali separate
dalla barriera si sviluppano in modo
indipendente e si specializzano
sempre di più nel corso del tempo.
Si pensi all’ipotesi di interrompere i
contatti tra due fratelli e di metterli
in relazione con distinti gruppi di
amici: ognuno dei due svilupperà
alcuni aspetti particolari del proprio
34
carattere e, partendo da un’affinità
iniziale, si incamminerà in un percorso
diverso. Il muro ha esattamente
questa funzione, amplificare le
differenze tra una porzione di
spazio e quella opposta; per questo
le mura difensive dei centri urbani
portavano nell’antichità a sviluppare
un
fittissimo
addensamento
edilizio all’interno e ad esasperare
la bassissima densità abitativa
delle distese agricole all’esterno.
I muri edificati per questioni
geopolitiche hanno esattamente lo
stesso scopo: separare ambiti che
possiedono sistemi regolamentari
differenti, isolarsi e porli al riparo
da eventuali agenti disequilibranti
(principalmente sociali, economici e
politici) : è come interporre barriere
tra vasi comunicanti in modo che
ogni vaso risulti ermetico e possa
mantenere invariato il livello di
liquido contenuto inizialmente.
I muri disegnano così una
geografia, rigidissima e totalmente
artificiale (dove ci sono confini
naturali non servono muri); diventa
quindi importante porsi qualche
domanda sia riguardo al loro reale
funzionamento come dispositivo
di controllo che sul loro significato,
in una lettura che apre il campo ad
ulteriori considerazioni. Bisogna
prendere atto del fatto che il muro
non è il più efficace sistema di
controllo, dato che, nell’ultimo
secolo, il concetto di prossimità
fisica è stato sostituito da sistemi
di prossimità temporale (mappe
isocrone) e dal modello della
rete (che permette collegamenti
selettivi). La separazione degli ambiti
urbani nella città contemporanea
non
avviene
esclusivamente
attraverso barriere fisiche visibili
ma anche con l’interposizione di
distanze che amplificano il tempo di
trasferimento tra due quartieri che si
vogliono mantenere separati, anche
attraverso una calcolata inefficienza
dei mezzi pubblici.
Le barriere rimangono ben visibili
in casi come quelli delle Gated
communities e dei Condominos
Fechados e riguardano l’edificazione
di ambiti residenziali protetti da muri
rispetto alla città; nel primo caso
ci si riferisce a quartieri a bassa
densità edificati nel nordamerica,
mentre nel secondo alla costruzione
di doppi strati di cancelli intorno
alle palazzine abitate da benestanti
famiglie sudamericane.
In città come Brasilia il fenomeno di
allontanamento tra quartieri è in corso
da decenni e la popolazione povera
viene progressivamente allontanata
dal centro politico e rappresentativo
della città, originando un fenomeno
che ha portato allo sviluppo di
nuclei urbani così lontani dal
centro da doverne diventare di fatto
indipendenti. Per quanto riguarda il
sistema della rete, si pensi al modello
di difesa in trincea che, adottato
durante la I Guerra Mondiale risultò
totalmente fallimentare durante II
Guerra Mondiale; la Linea Maginot,
edificata dalla Francia per difendersi
dalla Germania si dimostrò impotente
rispetto ai bombardamenti aerei
perpetrati dai tedeschi. Dunque i
sistemi di controllo sulla popolazione
della città contemporanea sono
totalmente differenti rispetto a quelli
adottati in passato e si organizzano
secondo diverse strategie che
incidono
profondamente
nella
costruzione dello spazio collettivo.
Uno dei sistemi più recenti e più
efficaci è quello telematico che
permette un controllo assoluto di
ogni utente che utilizza strumenti
tecnologici ed è un metodo quasi
invisibile ma estremamente capillare,
un altro sistema è quello della
videosorveglianza che permette di
osservare simultaneamente varie
parti di un ambito urbano. Tuttavia
negli ultimi anni lo sviluppo di sistemi
di controllo tecnologici è stato
accompagnato da un proporzionale
incremento dell’uso di barriere fisiche,
come dimostra la militarizzazione
delle città durante manifestazioni di
varia natura, in particolare politica
e sportiva. Intorno e dentro gli stadi
sono stati inseriti sistemi di controllo
di ogni tipo: barriere di filtraggio e
prefiltraggio, telecamere, impiego
di forze dell’ordine all’esterno e di
steward all’interno. Si agisce su vari
livelli, sul sistema duro delle barriere,
su quello leggero delle telecamere
e su quello elastico e capillare
del personale di sorveglianza.
Si può però notare come ad un
alleggerimento delle barriere fisiche
all’interno degli impianti sportivi,
corrisponda
un
rafforzamento
all’esterno e questo costituisce un
chiaro esempio di come due modelli
di controllo diversi e complementari
portino la definizione dello spazio
verso due direzioni opposte. Le
manifestazioni di natura sportiva
o politica sono sempre eventi
temporanei che non necessitano
di barriere permanenti per cui è
interessante indagare la maniera con
cui tali eventi vengono sorvegliati,
si nota come i modelli per garantire
la sicurezza siano sostanzialmente
due: il dispiegamento di forze
concentrate in alcuni punti strategici
e che ostentano la propria presenza
oppure una rete di unità che si
sparpagliano e, mantenendo uno
stretto contatto reciproco, riescono a
contrastare sul nascere ogni azione di
minaccia. L’applicazione di entrambi
i modelli è strettamente legata alle
caratteristiche del luogo ed oltre a
organizzarsi rispetto ad esse, a lungo
termine ne influenzano lo sviluppo:
lo dimostra il Piano Haussmann per
Parigi che tra i vari obiettivi aveva
quello dell’ampliamento dei percorsi
in modo da impedire la costruzione di
barricate da parte della popolazione
in rivolta contro il governo.
Se le nuove strategie di difesa
risultano più efficaci delle barriere
fisiche, i muri a cosa servono? Si
possono ipotizzare varie possibilità
e tra queste vi rientra sicuramente
il valore simbolico del dispositivo
divisorio che tende a scoraggiare
e rallentare gli attraversamenti di
un confine, più che ad impedirli. Ma
oltre al valore simbolico del muro, vi
è l’idea della sua complementarietà
rispetto ai sistemi tecnologici di
sorveglianza, i quali potrebbero
tuttavia funzionare in maniera
indipendente ed efficace. Il muro,
agendo sul contesto fisico come
un limite artificiale, si sovrappone a
quelli naturali e influenza le modalità
di insediamento; analogamente
il controllo eseguito attraverso
strumenti tecnologici determina una
specifica costruzione dello spazio.
Entrambi
i
sistemi,
applicati
singolarmente o in coordinamento,
concorrono alla costruzione di
una geografia artificiale alla quale
nessuna civiltà ha mai rinunciato.
Nella
contemporaneità
questo
problema è stato affrontato finora
solo da figure specializzate ma la
costruzione dello spazio richiede
necessariamente
un
intervento
dell’architettura che deve indagare
a fondo il fenomeno e gestirlo nel
miglior modo possibile. D’altra parte
la disciplina si è occupata a più
riprese del controllo militare dello
spazio; gli studi di Michelangelo e
Francesco Di Giorgio lo testimoniano
molto bene.
35
Beyond the wall, the
geography of barriers
O
ne of the most famous events
of contemporary history is the
fall of the Berlin Wall, celebrated,
in the collective consciousness, as a
moment of reunification of a divided
community. The silent construction of
walls all around the world has opposed
the destruction of such an important
barrier. While they were about fifteen
in 1989, today we can count more or
less fifty-two, and their combined length
(including the walls under construction)
is enough to cut the world from pole to
pole. These barriers are getting more and
more sophisticated, as Melilla’s border
fence shows, defending the Spanish city
in the African continent. Current events
make us question the use that politics
make of an architectural element: the
wall, a device used to separate different
spaces. The wall, for its efficiency as a
dividing element, is present in almost
every architecture, while in urban setting
it manifests in different ways. In the
city the wall can be made up of a row
of buildings in a high-density populated
area like the old town centre, it can be an
old defensive structure built to protect
the inner city, but it can also be a dividing
element generated by an infrastructure
that runs through the residential area.
In the last two instances, the spatial
proportions separated by the barrier
develop independently and specialize
more and more through time. Think
about interrupting contact between
two brothers and putting them in two
different groups of friends: each will
develop some particular aspects of his
character and, starting from an initial
affinity, will embark on a different path.
The wall has this function, too magnify
the differences between a section of
space and its opposite; this is why
defensive walls in urban centres led to
high population density within the walls
and low population density outside of
them. The walls built for geopolitical
reasons have the same purpose: to
36
separate spaces that have different
regulatory systems, to isolate them and
shelter them from eventual unbalancing
agents (usually social, economic
or political): it’s like putting barriers
between communicating vessels so
that every vessel is hermetic and can
maintain unvaried the level of liquid in
it. Walls shape a geography, rigid and
totally artificial (where there are natural
confines there’s no need for walls);
so it becomes important to ask a few
questions about their actual function as
control devices and about their meaning,
in an interpretation that opens up to other
reflections. We need to acknowledge of
the fact the the wall is not an effective
control system anymore, since the
concept of physical nearness has been
substituted with temporal proximity
systems (isochronous maps) and the
network model (which allows selective
links) in the last century. The separation
of urban spaces in the contemporary
city doesn’t happen exclusively through
visible physical barriers, but also with the
interposition of distances that amplify
the transfer time between two districts
that are meant to be separate, also
through a calculated public transport
inefficiency. Barriers are still visible in
some cases, like the Gated communities
and the Condominos Fechados, and they
concern the construction in residential
spaces protected by walls; in the first
case it refers to low density districts in
North America, while in the second to
the construction a double layer gates
around residential buildings inhabited by
well-off South American families.
n cities like Brasilia the phenomenon of
moving away from districts has been
going on for decades and the poorer
part of the population is progressively
sent further away from the political
and representative centre of the city.
This has originated a phenomenon
that has brought to the development of
urban units so far from the centre that
they have become independent from
it. For what concerns the system of the
network, we can think of the defence
model of the trenches that, adopted
during the First World War, proved to
be disastrous during the Second World
War; the Maginot Line, built by France to
defend against Germany, proved to be
powerless against German bombings.
So the control systems on the population
of the contemporary city are completely
different to those adopted in the
past, and are organized according to
different strategies. These strategies
deeply influence the construction in the
collective space. One of the most recent
and efficient systems is the telematic
one, which allows absolute control of
every user who uses technological tools
and it’s an almost invisible but extremely
widespread method. Another system
is that of CCTV that allows to observe
different part of an urban environment at
the same time. However, in the last few
years the development of technological
control systems has been flanked by
a proportional increase in the use of
physical barriers, as the militarization
of cities during protests of any kind, but
especially political and sport, shows.
Around and inside the stadiums we can
find control systems of all kinds: filtering
barriers and pre-filtering, cameras, use
of police on the outside and of stewards
on the inside. Action is taken on different
levels, on the hard barrier system, the
light camera one and on the widespread
elastic one of the security personnel.
There is an easing on the physical
barriers inside the sport structures,
which corresponds on a strengthening of
it on the outside. This is a clear example
of how two different and complementary
models of control can takethe definition
of space in two different directions. The
demonstrations of sport or political
nature are always temporary events
that don’t need permanent barriers, so
it is interesting to examine the way in
which these events are monitored. We
notice that the models used to guarantee
security are basically two: the use of
concentrated forces in strategic places
to show their presence, or a network of
units that can spread and counteract
every threat while maintaining close
contact.
The application of both models is
strictly linked to the characteristics of
the place, and on long term influence
its development. This is shown on the
Haussmann Plan for Paris that among
its objectives had that of the extension
of the paths to avoid the construction of
barricades by the people in revolt against
the government.If the new defence
strategies seem more efficient than
physical barriers, what are walls for? We
can hypothesise various possibilities
and among them is surely the symbolic
value of the dividing device that tends to
discourage and slow down the crossing
of a border, more than stop it. But other
than this symbolic value, there is the idea
of its complementarity to the technologic
surveillance systems, that could however
work in an independent and efficient
manner. The wall, acting on the physical
context as an artificial limit, is overlapped
on the natural ones and influences the
settlement modalities; similarly the
control made through technological
tools determines a specific construction
of space. Both system, applied singularly
or in coordination, concur to the
construction of an artificial geography to
which no civilization has ever renounced.
As of today, this problem has only been
tackled by specialized figures, but the
construction of space necessarily
requires an intervention by architecture
that has to examine thoroughly this
phenomenon and handle it in the best
way possible. On the other hand, the
discipline has explored the topic of
military control of space; the studies of
Michelangelo and Francesco di Giorgio
can attest to that.
37
38
Pozzallo apre
le porte al
Mediterraneo
Nuove strategie architettoniche per
risolvere la crisi dell’immigrazione
Testo di Giandonato Reino
Traduzione di Daria Verde
I
l progetto “Villard 16” da anni
coinvolge studenti e docenti
provenienti
da
scuole
di
architettura italiane e straniere
nell’elaborazione di progetti di
architettura. Quest’anno Il tema
è stato “Paesaggi Strategici”,
dove si è proposto il disegno
di nuovi assetti urbani ai fini
di fornire alla città di Pozzallo
(Sicilia) servizi sociali, residenze,
nuovi spazi pubblici e soprattutto
una strategia di integrazione ed
inclusione dei migranti.
Le aree di progetto includevano: il
Castello Di Martino, il Lungomare
Raganzino, la ex Colonia Marina,
la ex Distilleria Giuffrida e
l’ampliamento
del
Cimitero
Comunale. Una delle proposte
più
interessanti,
vincitrice
di una menzione speciale, è
degli studenti di architettura
Emanuele Cicatiello e Francesca
Sodano del Dipartimento di
Architettura del Politecnico di
Napoli. Dopo un’attenta analisi
morfologica hanno portato avanti
il tema di progetto inserendo in
punti strategici tre edifici che
stabiliscono delle precise relazioni
con il paesaggio e la città. La
forma degli edifici scaturisce da
un processo di analogia con delle
tipologie classiche: l’acropoli,
l’agorà e la casbah. Il valore
del progetto è nella sensibilità
con cui vengono trattati i temi
della memoria e del paesaggio
attraverso
delle
architetture
perfettamente incastonate nel
paesaggio mediterraneo; familiari
e quindi rispondenti a una vera
strategia dell’accoglienza e non
di reclusione.
«Il progetto presentato si muove
verso una direzione chiara: dare
una risposta concreta al tema
proposto, una risposta che non
sia fatta solo di parole, ma sia
costituita da elementi fisici,
dall’architettura. L’idea è quella
di innescare delle profonde
modificazioni sociali, culturali
ed infine urbane attraverso
la costruzione di tre elementi
architettonici chiari e distinti,
collocati in posizioni precise.
Fin da subito l’intenzione è
stata quella di disegnare delle
architetture che dessero forma e
materia ai principi emersi dalla
riflessione sul tema: assistenza,
certezza di un riparo, rispetto delle
identità culturali, integrazione
sociale e memoria.Tali necessità
si concretizzano in tre architetture
che, con la loro forma, materia
e dimensione reinterpretano il
paesaggio, la città e la storia
comune del popolo mediterraneo.
Il percorso progettuale si muove
su tre livelli di ricerca. Il primo
livello parte da una lettura del
Pozzallo open
its doors to the
Mediterranean sea
T
he project “Villard 16” has
involved
students
and
teachers from Italian and foreign
schools of architecture in the
development of architectural
proposals for some years now.
This
year’s
theme
was
“Strategic
Landscapes”,
in
which the design of a new
urban structure was proposed
in order to provide the town
of Pozzallo (Sicily) with social
services, housing, new public
spaces and above all a strategy
of integration and inclusion of
migrants.
The project areas included:
castle Di Martino, the waterfront
of Raganzino, the former sea
colony, the former Giuffrida
distillery and the expansion of
the town cemetery. One of the
most interesting propositions,
winner of a special mention,
belongs to Emanuele Cicatiello
and
Francesca
Sodano,
students of the Department of
Architecture at the Polytechnic
University of Naples. After a
careful morphological analysis,
they designed their project by
integrating three new buildings
into
strategic
spots
and
creating precise relationships
with the landscape and the
city. The shape of the buildings
comes from a process of
analogy with the classical
types: the Acropolis, the Agora
and the Kasbah. Its value lies
in the sensitivity with which it
faces memory and landscape,
through an architecture which
is perfectly nestled into the
Mediterranean
panorama:
these shapes are familiar and
therefore responding to a real
strategy of welcoming and not
of isolation.
«Our project moves in a clear
direction: giving a concrete
response to the suggested
theme, a response not only made
of words, but also of physical
elements,
of
architecture.
39
40
luogo e dei suoi caratteri, che
hanno portato a definire dei temi
portanti su cui fondare il progetto.
Il paesaggio e la sua interazione
con la città ci hanno aiutato a
determinare i luoghi dove fondare
la costruzione degli elementi. In
tali luoghi, inoltre, abbiamo visto
la possibilità di ragionare su tipi
architettonici radicati nella storia:
il vuoto urbano diventa agorà,
il fianco roccioso della collina
diventa casbah e la sommità di
quest’ultima è l’acropoli. Questi
tipi architettonici sono diventati
principale riferimento per il
progetto, che quindi prosegue
con una rilettura dei loro caratteri
per la costruzione di spazi che
soddisfacessero le premesse:
accoglienza,
rispetto
ed
integrazione. Da qui discendono
lo spazio per la meditazione,
la nuova “città” e la grande
piazza. I tre elementi, infine,
sono immaginati come monoliti,
costituiti per aggregazione di parti
elementari. Essi si dispongono
nel paesaggio costituendo un
segno forte, stabiliscono una
successione, evidenziando le
modificazioni del terreno e
creando una connessione tra la
città e la sua parte più estrema,
situata verso ed oltre il porto» Emanuele Cicatiello e Francesca
Sodano
The idea is to trigger deep
social, cultural and eventually
urban changes through the
construction of three clear and
distinct architectural elements,
placed in precise places. From
the very beginning, our intention
was to design buildings able
to give shape and substance
to the principles brought to
light by the reflection on this
theme: assistance, guarantee
of a shelter, respect for cultural
identities, social integration
and memory. These needs are
reflected in three buildings
which,
with
their
shape,
material and size, reinterpret
the landscape, the city and
the common history of the
Mediterranean people. The
design process moves on three
levels of research. The first level
starts with an analysis of the
place and its characteristics,
which led to the definition of
the main themes on which the
project is based. The landscape
and its interaction with the
city helped us to determine
the places where to build the
new elements. In these spots,
also, we saw the opportunity to
think about architectural types
rooted in history: the urban void
becomes the Agora, the rocky
side of the hill becomes the
Kasbah, while the top of it is the
Acropolis. These architectural
types have become the main
reference for our project,
which then continues with
a new interpretation of their
characteristics in order to build
spaces capable to satisfy the
premises: welcome, respect
and integration. This is where
the space for meditation, the
new “city” and the big square
come from. The three elements,
at last, are thought of as
monoliths, built by aggregation
of elementary parts. They
are placed in the landscape
strongly marking it, articulating
a succession, highlighting the
modifications of the land and
creating a connection between
the city and its most extreme
area, located towards and
beyond the harbor» - Emanuele
Cicatiello
and
Francesca
Sodano
41
NOVITA’
E’ arrivata la versione cartacea di lab2.0!
Da oggi è possibile acquistare direttamente dal nostro sito tutte le
pubblicazioni e riceverle comodamente a casa.
-------------------------------------------------------www.lab2dot0.com
POZZALLO
crocevia del Mediterraneo
LORENZO TRENTUNO
S
CURATOR
FR A N C ESC A DE DOMI NI CI S
PHOTOGRAPHY
LOR E NZO TRENTUNO
TEXT
LOR E NZO TRENTUNO
TRANSLATION
LU CREZI A PARBONI ARQUATI
GRAPHIC
AN D R EA B ON AMORE
“POZZ ALLO, crocevia del
Mediterraneo” è una produzione
lab2.0 distribuita in allegato a
“lab2.0 Magazine”
i nota la mancanza di molte
cose, a Pozzallo. Girando per
la piccola cittadina siciliana,
oggetto di cronaca per oneri ed onori
(essendo uno dei porti principali
dove ricevono la prima accoglienza
moltissimi dei migranti soccorsi in
mare), si è immersi in un limbo.
Mai come in inverno, la vita quotidiana
trascorre lenta e silenziosa. Mancano
innanzitutto i residenti, forse rinchiusi
in casa per il maltempo che regna
in questi giorni. Soprattutto però, a
differenza di quanto si sarebbe potuto
credere, mancano loro, i migranti!
Camminando per le strade, non si
scorge nessuno di essi… nessun
bambino di colore che gioca a pallone,
nessuna donna con il capo coperto,
nessun uomo intento a fumare in
un angolo, nulla. Ah no, eccoli! O
meglio, ecco un barcone arenato sulla
spiaggia, finalmente! Cominciavo a
pensare che fosse tutta una messa in
scena mediatica! Poi guardo meglio
e mi accorgo che il legno è molto
vecchio e che sulla poppa campeggia
una targa con scritto “ Irene of Boston”
e sotto una data, 1914. Scopro quindi
che si tratta di una vecchia goletta
inglese, che per decenni ha guidato
in porto le grandi navi tra Scozia ed
Irlanda e che ha trovato la sua fine in
una spiaggia di provincia, divorata dai
topi e dalla salsedine della Balata di
Pozzallo, nell’abbandono più totale.
E questi alberghi vuoti? Questi
bar aperti solo a metà? Ah, certo!
Ecco cos’altro manca… i turisti! La
cittadina che in estate raddoppia
la sua popolazione, in inverno vive
solo di ricordi e di attese. Poi mi
avvicino al porto, deserto anch’esso.
Sarà per le pessime condizioni del
mare di questi giorni, ma anche in
questo luogo, motore dell’economia
cittadina, non si scorge anima viva.
Nessuno alla dogana, nessuno
in attesa di imbarcarsi per Malta,
nessun pescatore. Poi giro lo sguardo
e noto, dietro un’ulteriore barriera
solo teoricamente invalicabile, dei
cadaveri di legno. Eccoli, i segni del
loro arrivo: decine e decine di barconi,
pescherecci e gommoni. Giacciono
qui, forse con la speranza di tornare
a pescare in mare aperto prima o poi,
e di non marcire, tirati in secca sopra
una banchina di cemento.
I
n Pozzallo there is a lack of many
things. Walking around the small
Sicilian town, subject of the press
for charges and honours (being
one of the major ports where many
of the migrants rescued at sea
receive the first welcome), you are
immersed in a limbo.
Never as in winter, daily life passes
slowly and silently. Firstly residents
are missing, perhaps locked up at
home because of bad weather that
prevails in these days. Above all,
contrary to what one might have
thought, they lack, the migrants!
Walking across the streets, you
can see any of them ... no coloured
baby playing football, no women
with their heads covered, no men
attempting to smoke in a corner,
nothing. Oh no, here they are! Or
rather, there is a boat stranded on
the beach, at last! I was beginning
to think it was all a staged media!
Then I look better and I realize
that the wood is very old and that
the stern stands a plaque reading
“Irene of Boston” and under a date,
1914. I discovered then that it is
an old English schooner, which
for decades has led in harbour the
large ships between Scotland and
Ireland, and that has found its end
in a beach, devoured by rats and
saltiness of Balata di Pozzallo,
completely abandonment. And
these empty hotels? These bars
only half opened? Oh, yes! What else
is missing... The tourists! During
the summer the town doubles its
population, in winter it lives only
of memories and expectations.
Then I approach the port, also this
desert. It will be maybe for the bad
condition of the sea in these days,
but even in this place, the engine of
the city economy, one does not see
a soul. No one at the customs, no
one waiting to embark for Malta, no
fisherman. Then I turn my eye around
and I notice, behind another barrier
only
theoretically
impassable,
some wood bodies. Here they are,
the signs of their arrival: dozens of
boats, fishing boats and rafts. They
lie here, perhaps with the hope of
returning to fish offshore sooner or
later, and do not rot, pulled dry on a
concrete platform.
Cohousing, quando
l’emergenza diventa
collaborazione
Testo di Chiara Molinero
Traduzione di Francesca Marafini
«L’uomo è per natura un animale
destinato a vivere in comunità» Aristotele
O
rmai anche in Italia, come già
nel Nord Europa e negli Stati
Uniti dove è nato, il cohousing
è diventato un vero e proprio modo di
vivere o, per dirla con una espressione
utilizzata dall’associazione Co-abitare
di Torino, «un nuovo modo di vivere
vecchio come il mondo».
Il cohousing nasce in Danimarca
dove l’architetto Jan Godmand
Hoyer nel 1972 dà vita al primo
esempio di condivisione residenziale
per 27 famiglie. Un modo di abitare
sviluppatosi durante gli anni ’80 in
America e poi “approdato” nuovamente
in Europa.
Il cohousing si basa sulla gestione
diretta e condivisa, da parte dei
residenti, degli spazi comuni presenti
all’interno della struttura. Spazi
che stimolano socializzazione e
aggregazione,
concretizzando
le
esigenze di aiuto reciproco e di buon
vicinato.
Gli esempi sul territorio nazionale
sono oggi numerosi e forniscono tutti
una soluzione all’emergenza abitativa,
ormai largamente diffusa, che colpisce
molti italiani. La crisi economica
dell’ultimo decennio ha avuto delle
forti ripercussioni sociali, soprattutto
sui più deboli: anziani, coppie separate,
giovani in cerca di occupazione. Per
molte persone il cohousing è stato una
soluzione, almeno temporanea, da cui
ripartire per “riorganizzare” la propria
vita.
Un primo caso da citare è quello di
sharing a Torino che risulta essere uno
dei più importanti esempi di cohousing
in Italia. Nel quartiere Falchera, in Via
Ivrea 24, partendo da un ex immobile
delle Poste Italiane recuperato, è nata
questa struttura destinata a diverse
52
forme di residenza temporanea
grazie ad un’idea di Oltre Venture e
alla collaborazione del capoluogo
piemontese e della cooperativa DOC.
Il progetto offre diversi tipi di formule
abitative, dal residence e campus
alla formula housing. L’accesso alle
tariffe calmierate, ridotte del 10%
rispetto a quelle normali, va dai 14
giorni nella formula residence, a quella
mensile nella formula housing, ed è
garantito per tutti coloro che vivono
in una situazione di precariato, tra cui
le persone con un reddito annuale
sino a 12.000 euro o immigrati con
permessi di soggiorno. Interessante
ed esemplificativo di cosa questo
progetto vuole essere è il gioco degli
8 nato da alcuni giovani designer, che
hanno partecipato ad un bando la cui
richiesta era quella di interpretare il
vivere comune della struttura, che si
sono ispirati al gioco del 15. Il gruppo
SIPUO’ DESIGN di Torino ha così
ideato una seduta collettiva con 8
pannelli scorrevoli in due direzioni
su cui sono fissate 7 sedie Kartell
mod. 4875 e un tavolino. L’obbiettivo
è invitare le persone a creare insieme
varie combinazioni degli elementi
mettendo in pratica i principi di aiuto
e collaborazione che sono alla base
della coabitazione.
Spostandoci dal Piemonte, eccoci
nell’Unione Bassa Reggiana dove
sorge il Centro Famiglie e la Educativa
famigliare territoriale. Il progetto è
rivolto alle madri vittime di violenza
domestica, che non hanno una casa e
alle quali si vuole dare un sostegno non
solo “materiale” ma anche psicologico.
Il progetto in questione prevede
l’inserimento di un numero massimo
di tre famiglie per un periodo di tempo
compreso tra i 6 e i 12 mesi durante
i quali le madri vengono inserite in
percorsi lavorativi che permettano
loro di potersi sostentare una volta
uscite. Vivere in comunità allargate
e confrontarsi con altri che hanno
attraversato momenti difficili consente
alle famiglie, opportunamente seguite
da psicologi ed educatori, di superare
l’esperienza dolorosa e ricostruire la
propria vita.
Ci spostiamo, infine, a Milano e a Roma
dove sono nate le “case per padri
separati”. Nel capoluogo lombardo
l’idea si è concretizzata all’interno del
convento dei Padri Oblati, a Roma in
due residence situati in aree diverse
della città.
In entrambi i casi, i padri divorziati
e con figli vengono ospitati nella
struttura per 12 mesi, sebbene questo
termine non sia categorico. Anche
in questo caso, come negli altri, si
accede per graduatoria in base al
reddito ed è previsto il pagamento
di un canone mensile di 200 euro.
Gli alloggi comprendono gli spazi
necessari alla vita di tutti i giorni sia
privati che pubblici, dove bambini e
genitori possono trascorrere il proprio
tempo libero e relazionarsi con il resto
della comunità.
Questi esempi mettono in luce come
il cohousing non si ponga unicamente
come soluzione alla momentanea
emergenza abitativa ma anche come
importante sostegno emotivo e
psicologico fondamentale per superare
di periodi di crisi. In Italia le residenze
collettive si sono affermate con
estremo ritardo e tuttora incontrano
forti difficoltà a diffondersi come
modello dell’abitare quotidiano, tuttavia
esse rivestono un ruolo strategico
nei casi di emergenze sociali ed
economiche che caratterizzano i nostri
giorni. L’architettura è espressione
della collettività e si nutre di socialità.
Magari non tutti sono pronti a cambiare
modo di vivere, e forse in pochi lo
faranno, ma non bisogna dimenticare
che l’architettura è un’arte collettiva e
questo il cohousing lo spiega molto
bene.
Cohousing, when
emergency turns into
collaboration
«Man is, by nature, an animal
destined to live in a community» Aristotele
B
y now in Italy, as in northern
Europe and in the USA where
it hails from, cohousing has
become a proper lifestyle, or to
quote the Co-Housing association
in Turin, “a new lifestyle as old as
the world”.
Cohousing was born in Denmark
where the architect Jan Godmand
Hoyer in 1972 created the first
example of residential sharing
for 27 families. A way of dwelling
which developed during the 80’s in
America and then again “landed” in
Europe.
Cohousing is based on entrusting
the residents with the direct and
shared management of the common
areas inside the structure: spaces
that stimulate socialization and
aggregation, realizing the need for
mutual aid and neighborly relations.
The examples throughout the
national territory are now numerous
and they all provide a solution to
the housing emergency, which is
widespread by now and affecting
many Italians. The economic crisis
of the last decade has had heavy
social repercussions, especially on
the most vulnerable ones: elderly
evicted tenants, separated couples,
young people seeking employment.
For many people cohousing has
been a solution, at least a temporary
one, from which to start again and
“reorganize” their life.
The first case that has to be
mentioned is Sharing in Turin
which is one of the most important
examples of cohousing in Italy. In the
Falchera district, in 24 Ivrea Street,
a former property of Poste Italiane
has been recovered to create a
structure destined to different forms
of temporary residence, thanks
to an idea of Oltre Venture and to
the cooperation of the Piedmonts’
capital and the DOC cooperative.
The project offers different types
of living patterns: the residence, the
campus and the housing. Access
to controlled rates, reduced by 10%
compared to normal ones, ranges
from 14 days in the residence
pattern, to 30 days in the housing
model, and it is guaranteed for all
temporary employees, for those
whose annual income is lower than
€ 12.000 and immigrants with visas.
The gioco degli 8 is an interesting
and representative example of this
project, it was born from an idea of a
group of young designers, who took
part in a tender whose request was
to interpret the common living of
a structure, and they were inspired
by the gioco del 15. SIPUO’ DESIGN
group from Turin created a shared
bench with 8 bidirectional sliding
panels on which are fastened 7
Kartell chairs mod. 4875 and a
small table. The goal is to invite
people to create together different
combinations of the elements by
putting into practice the principles
of aid and cooperation that are the
foundations of cohousing.
Moving from Piedmont we get to
the Lower Reggiana Union where we
find the Family Centre and the Family
Education Territorial Centre. The
project is aimed towards mothers
who are victims of domestic
violence, who don’t have a home and
to whom is given support not only
“material” but also psychological.
The project in question involves the
admission of a maximum number
of three families for a period of time
comprised between 6 and 12 months
during which the mothers are
placed in working paths that allow
them to sustain themselves at the
end of the community experience.
Living in extended communities
and engage with others who have
been through difficult times allows
families, appropriately followed by
psychologists and educators, to
overcome the painful experience
and rebuild their lives.
We move, finally, in Milan and Rome
where the “houses for separated
fathers” were born. In Milan the idea
has been realized within the convent
of the Oblate Fathers, in Rome in
two residences located in different
areas of the city.
In both cases, divorced fathers and
children are hosted in the facility for
12 months, although this time limit
is not categorical. Again, as in the
other projects, access is based on
income and there’s a monthly fee
of €200. Accommodation supply
necessary spaces for everyday
life both private and public, where
children and parents can spend
their leisure time and interact with
the rest of the community.
These examples highlight how
cohousing is not intended only
to be a temporary solution to the
housing crisis but also an essential
emotional
and
psychological
support to overcome critical periods
of crisis.
In Italy the collective homes have
been founded extremely late and
they still encounter considerable
difficulties in spreading as a model
of everyday living, but they are
strategically important in cases of
social and economic emergencies
that characterize our days.
Architecture is the expression of a
collective and nourishes on social
relations. Maybe not everyone is
ready to change the way of living,
and perhaps a few will do so, but
we must not forget that architecture
is a collective art and cohousing
53
Cosa si può realmente
dire temporaneo?
Testo e traduzione di Francesco Leoni
O
gni gesto architettonico è,
ontologicamente una modifica del
contesto in cui si va ad inserire.
La definizione di temporaneo cita: «Che
dura per un periodo di tempo limitato, che
non è definitivo».
Ora, detto che, ovviamente, tutto è destinato
a durare solo per un periodo di tempo
limitato, breve o lungo che sia, nella nostra
società e cultura liquida, dove il flusso delle
informazioni è raggiungibile ovunque ed
in qualsiasi momento, ci sono casualità
che aprono falle in una definizione tanto
ambigua. Proprio nell’anno dell’EXPO in
Italia, alcuni esempi ci vengono in aiuto.
Architetture di EXPO passati che hanno
avuto storie alquanto singolari. In occasione
della Prima Esposizione Universale,
tenutasi a Londra 1851 fu eretto a Hyde
Park il celebre Crystal Palace. L’edificio,
pensato da Joseph Paxton, un consulente
di serre, era talmente effimero, anche nel
suo aspetto, che già l’anno successivo
fu smontato e ricostruito in un’altra zona
della città, Sydenham Hill. Terminò il
suo ciclo di vita nel 1936 a causa di un
incendio. Altro eminentissimo esempio
è quello della Torre Eiffel eretta a Parigi in
occasione dell’Esposizione Universale
del 1889. Inizialmente ad Eiffel era stato
concesso di lasciare in piedi la Torre per
20 anni, ma vista la grande utilità di questa
struttura, sia a causa del grande sviluppo
che in quegli anni ebbero le comunicazioni
via etere, sia come laboratorio per studi
scientifici, si decise di mantenerla anche
per le generazioni future. Eiffel, che all’inizio
non aveva altra ambizione che celebrare
con questa costruzione i progressi della
tecnica, si sentì presto obbligato a trovare
delle utilità scientifiche alla sua Torre,
come misurazioni meteorologiche, analisi
dell’aria, esperienze come quella del
pendolo di Foucault e di altro genere. Quindi
ci troviamo di fronte a due casi singolari
e differenti: la costruzione londinese che
nasce per essere spostata, di qua la sua
temporaneità, ma che termina il proprio
ciclo di vita a causa di un incendio dopo
54
85 anni; la torre parigina, che viene eretta
solo per motivi celebrativi, senza alcuna
funzione, per durare un ventennio e che
invece si trasforma in un edificio utilissimo
alla ricerca scientifica e che dopo 126 anni
è ancora in piedi ed è diventata il simbolo
della Francia stessa.Si possono questi due
esempi realmente dire temporanei?
Veniamo, ora, al caso forse più
emblematico: il Padiglione della Germania
progettato da Ludwig Mies Van Der Rohe
per l’Esposizione Universale di Barcellona
nel 1929. La sua storia è ancora più
singolare delle precedenti. Come tutti
i padiglioni, anche questo era pensato
come provvisorio. Quando, all’inizio degli
anni ’30, fu sollevata la questione sul
futuro dell’edifico, i documenti rivelano che
furono prese in considerazione numerose
differenti soluzioni. In primo luogo, la vendita
della struttura. Questa soluzione riguardò
numerosi altri padiglioni nazionali, molti
dei quali furono comprati da investitori sia
pubblici che privati e che, quando l’edificio
lo permetteva, venivano rimodellati o
spostati fisicamente per rispondere alle
necessità dei nuovi proprietari. Sappiamo
che le autorità tedesche negoziarono con
un uomo d’affari di Barcellona che era
interessato a trasformare il Padiglione in
un ristorante, ma, per numerosi motivi, non
si trovò un accordo. Alla fine si decise di
smantellare l’edificio. La ditta che aveva
fornito il marmo s’incaricò di recuperarlo
e riutilizzarlo. Anche le strutture in acciaio
cromato vennero rispedite a Berlino per
un possibile riutilizzo o per la vendita. La
struttura in acciaio è stata ceduta come
rottame a Barcellona ed è quasi certamente
l’unica parte dell’edificio rimasta in città.
Le fondazioni furono coperte da un
piccolo giardino che rimase lì per più di
cinquant’anni. La struttura metallica di un
poggiapiedi finì nell’appartamento di Mies
a Chicago dove, sostenendo una lastra di
marmo, fungeva da tavolo occasionale.
Philip C. Johnson, il primo ammiratore
americano del lavoro di Mies van der Rohe,
acquistò una delle poltrone per arricchire
la propria collezione di arte del ventesimo
secolo. La forza di questo progetto e la
sua iconicità ha indotto la municipalità
di Barcellona ed un gruppo di motivati
architetti, a ricostruire l’edificio nel 1986.
Beffardamente, anche questa copia
sarebbe dovuta risultare temporanea.
Nonostante la diffusa opinione che
il Padiglione di Barcellona fosse un
prototipo e che quindi non avrebbe fatto
alcuna differenza dove fosse collocato,
le sue relazioni con gli altri edifici, con la
Gran Plaza, la salita da questa al colle
del Pueblo Espanol, la topografia, erano
aspetti fondamentali fin dalla nascita del
progetto senza i quali l’edificio sarebbe
stato spogliato di molti suoi significati.
Per questa ragione, il sito scelto per la
ricostruzione del Padiglione della Germania
fu esattamente lo stesso dell’originale.
Fu questa opera ricostruttiva utile e
necessaria? Ma soprattutto, tornando
al tema fondamentale di questo scritto,
possiamo ancora considerare il Padiglione
di Barcellona un’architettura temporanea?
Questo lavoro di Mies è un’icona che
per più di cinquant’anni ha sviluppato un
grande interesse ed energia come progetto
confinato solo sulle pagine dei libri e delle
riviste d’architettura. Peter Behrens lo ha
definito come «forse il più importante
edificio del suo secolo».
La sua importanza è talmente radicata in
ogni architetto che la sua esistenza fisica, in
uncertosenso,nonèpoicosìfondamentale.
Fu progettato per durare qualche mese.
E così fu. È diventato un’incredibile icona.
Attraverso numerosissime difficoltà, è
stato ricostruito nuovamente per un breve
periodo ed invece è ancora al proprio posto
per essere ammirato e visitato. In effetti,
un edificio che sarebbe dovuto essere
il paradigma della temporaneità sia per
il suo ciclo di vita che per le proprie basi
progettuali, è diventato un monumento
permanente fin dalla sua inaugurazione.
Forse, si dovrebbe porre attenzione non
sulla durata dell’esistenza di un’architettura,
ma sulla sua qualità.
Is there anything that
can be really defined as
temporary?
E
very architectural gesture is
ontologically a change of the
context. The definition of temporary
quotes: «What lasts for a limited period
of time, which is not definitive».
Having said that, of course, in our liquid
society and culture, where the flow of
information is accessible anywhere
and at any time, everything is meant
to last only for a limited time, short or
long, there are considerations that open
holes in a such ambiguous definition.
Precisely durig the year of the EXPO in
Italy, there are some examples that help.
I refer to architectures from past EXPOS
who have had rather unusual stories.
On the occasion of the First Universal
Exhibition, held in London in 1851,
the famous Crystal Palace was built
in Hyde Park. The building, designed
by Joseph Paxton, a greenhouses
consultant, was so ephemeral, even in
its appearance, that a year later was
dismantled and rebuilt in another area
of the city, Sydenham Hill. He ended its
life cycle in 1936 due to a fire. Another
eminent example is that of the Eiffel
Tower, built in Paris for the Universal
Exhibition of 1889. Eiffel was initially
allowed to leave the tower standing for
20 years, but considering the great use
of this structure, both because of the
great development in those years that
wireless communications had, both
as a laboratory for scientific studies,
it was decided to maintain it for future
generations. Eiffel, who at first had no
other ambition than celebrating the
progress of construction technique with
this building, soon felt compelled to find
the scientific usefulness to its tower,
as meteorological measurements,
air analysis, experiences such as the
Foucault pendulum, and so on. So, we
are facing two singular and different
cases: the construction of London
that was created to be moved, here its
temporary nature, but that ends its life
cycle because of a fire after 85 years;
the Parisian tower, which was erected
just for the sake of celebration, without
function, for lasting just two decades
and that instead turns into a very useful
building for scientific research and that
after 126 years is still standing and has
become the symbol of France itself.
Can those examples actually be defined
as “temporary”?
Now, according to me, to the most
emblematic case: the German Pavilion
designed by Ludwig Mies van der
Rohe for the Universal Exhibition of
Barcelona in 1929. Its story is even
more remarkable of the above. As
each pavilion, this was thought to be
provisional too. When, early in 1930,
the question of the Pavilion’s future
was raised, the correspondence reveals
that various different solutions was
suggested. In the first place, the sale
of the building. This was an approach
adopted with many of the national
pavilions, a number of which were
bought by public or private interest,
and, when the building allowed, were
remodeled or physically moved to
suit the uses envisaged by the new
owners. We know that the German
Authorities were negotiating with a
business-man from Barcelona who
was interested in turning the building
into a restaurant. For some reasons,
no agreement was reached. In the
end, it was decided to dismantle the
construction. The company that had
supplied the marble took charge of it
for possible reuse. The chromed steel
structures were also sent back to Berlin
for a possible reutilization or resale. The
steel structure was sold off for scrap in
Barcelona and was almost certainly the
only part of the building to remain in the
city. The unobtrusive foundations were
covered over by a modest garden that
remain there for more than fifty years.
In Mies’ apartment in Chicago the metal
structure from one of the ottoman stool
supported a slab of marble to provide
occasional table. Philip C. Johnson,
the first American admirer of the work
of Mies van der Rohe, managed to
acquire one of the armchairs to enrich
his collection of 20th century art. The
strength of the projects and its iconicity
brought the Barcelona Municipality
and a group of architects to rebuild the
building in 1986. Mockingly, this replica
should have been temporary as well.
Despite the widely received idea that
the Barcelona Pavilion was a prototype
and so it would have been absolutely
indifferent to install it wherever, its
relationships with the other buildings,
the Gran Plaza, the ascent from this
to the hill of the Pueblo Espanol, the
topography, were all aspects of the basic
premises of the project, without which
the building would have been stripped
of all its meanings. For this reason the
site chosen for the reconstruction of the
German Pavilion was precisely the same
of the original. Was this reconstruction
worth? And, focusing on this paper,
can we still consider the Barcelona
Pavilion a temporary architecture? This
Mies’ work was an icon which, for more
than fifty years, had been generating
an intense energy as a presence
confined to the pages of books and
magazines. Peter Behrens defined
it as «perhaps the most important
building of this century». Its importance
is so rooted into any architect that its
physical existence, in a way, wasn’t
that important. It was designed to last
few months and so it was. It became
an outstanding icon. Through many
difficulties it has been rebuilt again for a
brief period of time and now is still there
ready to be visited. Actually, the building
that should have been the paradigm of
transitoriness, became a permanent
monument since the moment of its
opening. Maybe the greatest difference
should be focused not on temporary or
permanent architecture, but on bad or
great architecture.
55
56
Ronan and Erwan
Bouroullec,
costruire
paesaggi per
raccontare la vita
Le creazioni dei fratelli Bouroullec
si trasformano, mutano, assumono
sembianze sempre diverse e raccontano,
così, l’esistenza di chi le vive
Testo di Maria Teresa Dalla Fera
Traduzione di Martina Regis
I
fratelli Ronan e Erwan Bouroullec,
originari della Bretagna, lavorano
insieme dalla metà degli anni ’90.
Oggetti,
pareti
modulari,
microarchitetture, allestimenti: questi
gli artefatti che, pur nella diversità
di funzioni, forma e dimensioni,
scandiscono la loro produzione.
Leggerezza, flessibilità, modularità,
reversibilità: su questi elementi si
basa la loro ricerca morfologica.
Dal 1999, quando Cappellini li
ha chiamati a lavorare, la loro
carriera non ha conosciuto battute
d’arresto: sconfinato il loro portfolio,
innumerevoli i prodotti di successo,
numerosissimi i riconoscimenti.
Gli artefatti, in qualunque scala essi
vengano ideati, sono ridotti alle
loro linee essenziali, ricomposti in
un insieme di elementi verticali e
orizzontali e riassemblati tramite
incastri o semplici elementi di
giunzione. Così, ogni cosa prende
forma, i singoli pezzi si risistemano,
come magicamente mossi da una
forza ancestrale che li fa diventare
parte di un tutto organico e armonico.
Ogni elemento prende il suo posto
all’interno di una stanza, di un
ambiente, su una parete. Al disegno
essenziale delle strutture corrisponde
l’estrema cura con cui sono scelti
materiali e colori e progettate textures,
a dar vita ad una costruzione che non
è solo esperienza visiva ma anche
tattile, di sensazioni e di ricordi. Ed è
grazie al binomio fra forme elementari
e sapienza tecnica che i prodotti dei
fratelli Bouroullec diventano presenze
flessibili che consentono di dar vita
a paesaggi sempre diversi, nei quali
l’estrema modularità è concepita per
rispondere alle esigenze, ai bisogni,
alle necessità di ciascuno.
Esempio lampante è rappresentato
dai progetti elaborati per l’ufficio. Joyn
Office System è una grande scrivania
multipostazione che si ispira ai piani
di lavoro delle cucine di campagna,
ricordo di infanzia dei fratelli
Bouroullec. E’ un sistema modulare
che non richiede l’inserimento di viti
per il montaggio, può essere utilizzato
per il lavoro in gruppo ma, allo stesso
Ronan and Erwan
Bouroullec, building
landscape to
raccount life
R
onan and Erwan Bouroullec, hailing
from Brittany, work together since
the ‘90s. Objtects, modular walls,
micro-architectures, outfittings: this
are the artecfacts which, despite
the differences of functions, forms
and dimensions, articulate their
production. The lightness, the flexibility,
the modularity, the reversibility:
on this elements is based their
morphological research. From 1999,
when Cappellini called to hire them,
their career has found no obstacles:
a limitless portfolio, countless
sucessful products, copious rewards.
The artefacts, whatever is their scale,
are reduced to their essential lines,
recreated in a whole of vertical and
horizontal elements and reasembled
through the joints or simple linking
elements. This i show everything thake
its own shape, the single pieces are
placed like they are magically moved by
an ancestral force able to make them
a part of an organic and harmonious
whole. Each element takes its place
in a room, in an eviroment, on a wall.
To the basic design of the structures
corresponds the great attention with
which materials and colours are
chosen and the textures are planned,
in order to give life to a contruction
which is not only a visual experience,
but also tactile, made of sensations
and memories. And thanks to the
binomial between basic forms and
technical knowledge the Bouroullec
brothers’ products become flexbile
presences which allow to create
always different landascapes, where
the great modularity is conceived as
a response to the wants, the needs
and the necessities of everybody. A
glaring example is represented by the
projects relized for the office. Joyn
Office System is a large multi-set desk,
inspired by the kitchen counters of
the countryside kitchens, a memory
of the Bourroullec’s childhood. It is
a modular system which does not
need the insertion of fasteners for the
assembling, it can be used for groupwork, or it can be personalized with
optionals, containers and divisors.
This is the same principle of Workbays,
which is conceived as a real microarchitecture and allow to freely plan
the different areas in the office: so,
57
Nella pagina
precedente:
Algues, 2004;
in basso, a
sinistra: Clouds,
2008; a destra:
Vegetal chair.
On the first page:
Algues, 2004;
below, on the left:
Clouds, 2008; on
the right: Vegetal
chair.
58
tempo, può essere personalizzato
con accessori, contenitori e divisori.
Allo stesso principio risponde
Workbays che, concepito come una
vera e propria microarchitettura,
permette di pianificare liberamente le
diverse aree all’interno dell’ufficio: si
possono creare, infatti, zone distinte
da utilizzare per svolgere attività
specifiche, come videoconferenze e
riunioni, oppure per tranquille pause
caffè. Workbays è semplice da istallare
e può essere combinato e ampliato
per soddisfare qualsiasi esigenza
nell’ambiente di lavoro. I singoli moduli
sono composti da profili in alluminio
e elementi in poliestere pressato,
leggero, robusto e fonoassorbente.
Lit Clos, realizzato in compensato
verniciato e acciaio, invece, non è più
un letto ma non è ancora una camera
da letto. E’ un’alcova, un luogo altro
all’interno della stanza, un nido dove
rifugiarsi per separarsi, mentalmente
e fisicamente, dal contesto, così
come fanno i bambini con le loro
case sull’albero, nascondigli segreti
e inviolati. Nella Polystyrene House
il metodo di costruzione modulare
è impiegato per ricavare una vera
e propria dimora. Le fette cave di
polistirene, da cui è costituita, sono
impilate su staffe, a comporre le
pareti e la copertura. Quando la casa
raggiunge le dimensioni desiderate,
si posizionano, alle estremità, le due
facciate, con la porta e le finestre, e
il pavimento, che contiene gli impianti
tecnici. Con una semplice pressione
si possono costruire strutture
organiche che crescono, si animano,
si modificano, così come fanno la
piante che si allungano liberamente
al contatto con la luce o come fanno
le nuvole che affollano il cielo per poi
diradarsi. E’ questa l’idea alla base
di progetti come Algues e Clouds:
permettere l’unione di piccoli elementi
tridimensionali, prodotti in serie, per
mettere insieme composizioni che
riempiano lo spazio e lo arricchiscano
di suggestioni. Algues è formato
da piccole componenti in plastica
che riecheggiano la forma di alghe,
appunto, e che , mediante giunzioni
a pressione, creano come piante dai
colori sgargianti; queste si muovono
in diverse direzioni, diventano folte
quando la luce si fa troppo accecante
o più rade quando il chiarore è più
accennato. Ripetizione e arbitrarietà
sono le uniche regole che la
governano. Clouds è pensata come
una parete modulare realizzata con
del tessuto tridimensionale. Anche qui
l’assemblaggio dei singoli elementi
avviene, semplicemente, attraverso
delle fasce elastiche. L’insieme, così
ottenuto, può essere, ancora una
volta, composto liberamente, appeso
alla parete o al soffitto, per dividere gli
ambienti. Da quanto fin qui descritto,
si comprende che, se Ronan e
Erwan Bouroullec hanno fatto della
progettazione modulare un vero e
proprio marchio di fabbrica, non è per
un puro vezzo o un capriccio stilistico:
solo così, riescono a permettere e
a garantire, a chi le loro creazioni
utilizza, la massima libertà.
areas for specific activities, for exampe
videoconferences and meetings, just
as areas for coffee-breaks can be
created. Each module are made of
alluminum outilines and elements of
pressed polyester, light, robust and
soundproof. On the other hand, Lit
Clos, made of paint plywood and steel,
is not a bed anymore, but still it is not a
bedroom. It is an alcove, another room
put inside the room, a nest where you
take shelter, detaching yourself from
the context mentally and phisically, as
the children do with their tree houses,
secret and untouched refuges. In
Polystrene House the method of
modular contruction is used to obtain
a real adobe. It is constituted by the
hollow slices of polystyrene stacked
on clamps, which compose the walls
and the upholstery. When the home
reaches the desired dimensions,
the two facades, with the door and
the windows and the pavement,
which contains the technical plants,
are placed at the extremities. With
a simple pressure can be built
organic structures which grow, liven
up, transform, as the plants, freely
stretching in contact with the sunlight,
or the clouds, crowding into the sky
and then clearing, do. This is the
idea at the base of the projects such
as Algues and Clouds: allowing the
union of the small trhree-dimensional
elements, produced in series, in order
to create compositions able to fill the
space, enriching it of grandeur. Algues
is made of small plastic components
which revisit the form of the seaweed
and create plants of gaudy colours
thanks to pressure links; this move
along different directions, becoming
thick when the light is too shiny
or sparse when it is less intense.
Repetition and subjectivity are the only
rules governing it. Clouds has been
designed ad a modular wall made
with the three-dimensional fabric.
Again, the assembling of the single
elements is merely realized trough the
elastic strips. The whole we obtain,
can be, once again, freely composed,
hung at the wall or at the ceiling, to
divide the areas. Considering what we
have so far talked about, is pretty clear
that, if Ronan and Erwan Bouroullec
have made the modular design their
trademark, this has not happen for a
mere mannerism or a stylistic whim:
this is the only way in which they can
allow and guarantee to those who
use their creations the higest level of
freedom.
59
NOVITA’
E’ arrivata la versione cartacea di lab2.0!
Da oggi è possibile acquistare direttamente dal nostro sito tutte le
pubblicazioni e riceverle comodamente a casa.
-------------------------------------------------------www.lab2dot0.com
Scarica

libretto