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direttore
simone siliani
redazione
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progetto grafico
emiliano bacci
Con la cultura
non si mangia
20
N° 1
Il cannone è una sagoma nera contro il cielo cobalto
ed il gallo passeggia impettito dentro il nostro cortile
se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto
questo giorno d’aprile
Ma il paese è in festa e saluta i soldati tornati
mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile
ed ognuno ritorna alla vita come i fiori dei prati
come il vento di aprile
E la Russia è una favola bianca che conosci a memoria
e che sogni ogni notte stringendo la sua lettera breve
le cicogne sospese nell’aria il suo viso bagnato di neve
E l’Italia cantando ormai libera allaga le strade
sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce
e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride
mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce
e chissà se hai addosso un cappotto o se dormi in un caldo fienile
sotto il glicine tuo padre lo aspetti
con il sole d’aprile
E’ domenica e in bici con lui hai più anni e respiri l’odore
delle sue sigarette e del fiume che morde il pontile
si dipinge d’azzurro o di fumo ogni vago timore
in un giorno di aprile
Ma nei suoi sogni continua la guerra e lui scivola ancora
sull’immensa pianura e rivela in quell’attimo breve
le cicogne sospese nell’aria, i compagni coperti di neve
E l’Italia è una donna che balla sui tetti di Roma
nell’amara dolcezza dei film dove canta la vita
ed un papa si affaccia e accarezza i bambini e la luna
mentre l’anima dorme davanti a una scatola vuota
Suona ancora per tutti campana e non stai su nessun campanile
perché dentro di noi troppo in fretta ci allontana
quel giorno di aprile. Francesco Guccini Quel giorno d’aprile
editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012
Da non
saltare
25
aprile
2015
pag. 2
Daniele Gardenti
[email protected]
di
A
l teatro dell’Opera di Firenze andrà in scena da lunedì
27 il Fidelio di Beethoven,
diretto da Zubin Metha con la
regia di Pier’ Alli, regista toscano
che negli anni settanta e ottanta
ha fatto parte dell’avanguardia
teatrale italiana e i suoi spettacoli hanno avuto importanti
riconoscimenti nei festival più
prestigiosi d’Europa. In seguito
è passato alla regia operistica nei
più grandi teatri lirici, dove ha
applicato le nuove tecnologie video con soluzioni scenografiche.
In questa messa in scena dichiara
di non voler essere trasgressivo
ma di voler esprimere il contenuto Idealista del libretto che vede
una situazione serena trasformarsi in tragedia fino alla soluzione
finale straordinaria che rivela la
fiducia in una dialettica di spirito
idealista del primo ottocento.
Lei accennava ad un ritorno
dell’opera ad una ambientazione
scenica classica senza forzature
verso una modernizzazione a tutti
i costi.
Io rispetto la classicità dell’opera
pur con una sigla moderna per
cui non faccio dissacrazioni e
posso così aderire ad una ideologia come quella del Fidelio che
è di stampo idealista, profondamente idealista, lontanissima da
tutta la filosofia nichilista, del
dubbio eccetera. Io sono molto
rispettoso della musica, la trama
viene nobilitata dalla musica
perché di fronte ad un libretto
fragile com’è quello del Fidelio,
la musica riesce a farlo andare oltre, a portarlo nella trascendenza.
Lei viene dal teatro di ricerca,
come vede la ricerca applicata nel
teatro dell’opera.
Difficile dirlo per me perché
tanto modernismo di oggi non
posso neanche seguirlo, mi
irrita, lo trovo stupido. Molti di
questi registi non credono nella
musica, non credono nell’opera
hanno un progetto e il risultato
è solo uno sberleffo, pensano:
chi me lo fa fare? se lo faccio lo
faccio ridendo. Questa è un po’
la filosofia di oggi. Ho visto alla
televisione un Fidelio spaventoso. La scena è ridotta ad un
retroscena di un palcoscenico
con operai che lavorano … entrano con le bandiere alla fine...
sembra non si sia capito cosa c’è
dentro quella struttura musicale.
Poco rispetto per il libretto ma
soprattutto non c’è rispetto per
la musica. Mi domando come i
direttori di oggi possano dirigere,
lo fanno perché il denaro comanda comunque, lo dice Rocco
nell’opera: se non hai dell’oro
appresso non puoi esser davvero
felice. E dirigono col naso tuffato nella partitura.
Tutte le conquiste del novecento sul piano del linguaggio: la
simbiosi tra parole e musica,
l’unione delle arti, i colori, pensiamo a Rimbaud, il valore delle
parole dov’è andato a finire? Uno
guarda il palcoscenico e vede
tutto il contrario di quel che dice
la musica, c’è un sovvertimento
totale dei valori. Io infatti non
riesco a vedere opere che non
abbiano una certa linea perché
mi sembra che la musica sia
ridotta a musica di scena. Ad
esempio avevo questa sensazione
anni fa di fronte ad un Macbeth
di Nekrosius dove mi sembrava
che lui non avesse familiarità col
teatro musicale, mentre è bravissimo nella prosa, non pareva
avere il senso della dimensione
macroscopica che l’Opera dà e
riduceva l’azione in un quadratino dove le streghe razzolano.
Lui porta nella lirica la dimensione del teatro di parola che è
uno degli errori più ricorrenti
dei registi teatrali. La dimensione della musica e dell’opera è
un’altra: macroscopica, per cui
non puoi ridurla alla minuziosità di una piccola azione. Però
Nekrosius, al di là della riduzione dello spazio, non tradiva il
contenuto musicale. Invece ora si
assiste ad una Traviata in cui lui
taglia le zucchine mentre canta
di Provenza il mare e il suol. Essenzialmente i direttori di teatro
vogliono lo scandaletto e anche
se gli spettacoli vengono decretati come insuccessi di pubblico
continuano a farli, preferiscono
Il Pier’Alli
furioso
Da non
saltare
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pag. 3
il pubblico arrabbiato a quello
plaudente. Da parte di questi
registi c’è più la voglia di schernire che la generosità verso il teatro
e la musica.
Questi enti lirici italiani che fine
faranno?
Io penso che dureranno tanto,
tutte le istituzioni si arroccano su
se stesse, come avviene in politica, l’importante è sopravvivere,
quindi non possono smontare
tutto quanto. Hanno costruito
grandi teatri e li dovranno pure
abitare in qualche modo, per cui
durerà. Ci saranno tempi migliori se torneranno i soldi, perché
adesso la mancanza di finanziamenti causa problemi, anche
profondi. L’avvento del minimalismo in palcoscenico è avvenuto anche per questo motivo, poi
ne hanno fatto una filosofia, ma
sono convinto che sia avvenuto
per mancanza di risorse e allora
pigliano una seggiola e con quella si fa regia. Tutti, compresi i
direttori di teatro, lodano la regia
che ha saputo mettere una sedia
in palcoscenico.
Come vede la politica culturale in
Italia?
La politica culturale fa schifo, investono pochissimo e non sanno
neanche di cosa si tratta. Anche
se tifo un po’ per Renzi perché
è l’unico che mobilita un po’ la
situazione italiana di fronte al
“La politica culturale
italiana fa schifo
“Il teatro di 20-30 anni
fa era grande teatro,
adesso non c’è nulla
blocco totale, mi chiedo se avrà
attenzione verso la cultura. Il
ministro Franceschini si interessa
veramente alla cultura, non lo
so, non si è visto molto. Vedi lo
stento con cui procedono i lavori
a Pompei che ancora crollano
pezzi di cose.
Il teatro di prosa e di ricerca adesso
c’è?
No, non c’è nulla. Anche qui si
fa del minimalismo con un attore solo in scena che fa monologhi, si fa le domande e risponde.
Questa è la drammaturgia di
oggi. Il teatro di venti trent’anni
fa era grande teatro. Io ho assistito a spettacoli memorabili. Erano lezioni di teatro e di bravura,
oggi applaudono per qualsiasi
stupidaggine perché non hanno
altro. Non sanno cosa può essere
il teatro, con i mezzi, l’intelligenza, la disciplina, il lavoro. Se non
c’è l’attore eccezionale a reggere
il palcoscenico, ormai la drammaturgia è ridotta a pochissimo.
Tanti lo fanno con presunzione
e basta: io mi faccio il mio spettacolino. La gente va a vederli e
poi applaude anche, talmente è
povero il bagaglio culturale generale che si possono applaudire
anche queste stupidaggini.
Progetti futuri?
Porterò il Fidelio a Madrid poi
di altre cose meglio non parlarne
per scaramanzia.
riunione
di
famiglia
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pag. 4
Le Sorelle Marx
Dopo oltre un anno di imbarazzante silenzio, si sono levate le
trombe del Movimento 5 Stelle
in Palazzo Vecchio, rendendoci
così edotti della sua esistenza
e dando un senso alla elezione
di un drappello agguerrito di
consiglieri nel Salone de’ Dugento. Così, la consigliera comunale
Silvia Noferi, punta di diamante
dei pentastellati, ha avviato
una virulenta battaglia per la
giustizia in questo paese (e Dio
solo sa se ce n’è di bisogno!): sia
ripristinata giustizia per tale
Alighieri Dante, condannato
ingiustamente 700 anni or sono
e si annulli la sentenza del 27
gennaio 1302, riabilitandolo
agli occhi di tutti! Et voilà! Ci
immaginiamo l’Avvocatura di
Palazzo Vecchio freneticamente al
lavoro per preparare appello (ma
a chi? Difficile individuare gli
eredi dell’istituzione che nel 1302
pronuncia l’impudica sentenza),
cercare codici e codicilli delle
norme dell’epoca a cui ricorrere
per inficiare la sentenza, appellarsi alla Corte di Giustizia di
Strasburgo. Tutto ciò condito da
una sommossa popolare, nella
rete s’intende. E, intanto, la
Noferi tuona contro la timida e
titubante Giachi (vice sindaca
di Firenze): “Non emettere atti
ufficiali per rimediare a quanto
ingiustamente comminato vuol
dire tenersi fuori dalla storia …
e dimostrare, se ancora ce ne fosse
bisogno, quanto poco amore per
I Cugini Engels
Finalmente abbiamo scoperto il vero dramma del mite
Matteo Salvini. Eccesso di
sudorazione ascellare. E’ questa
eccessiva produzione delle sue
ghiandole sudorifere che lo obbligano a cambiare maglietta
ogni pié sospinto. Nel suo giro
in Toscana ne ha cambiate diverse. All’inizio aveva pensato
di sfruttare questo handicap
per proporre i suoi programmi elettorali. Ma questa idea
è stata subito abbandonata
perchè lo spremersi le meningi
produceva un ulteriore produzione ascellare con evidenti inconvenienti anche nel suo staff
più intimo. Così per evitare
Dante libero!
Lo Zio di Trotzky
Il caffè
sospeso
a metà
Neppure il vostro Zio, che pure di
un anarchico illustre èparente in
linea diretta, è riuscito a resistere
alle sirene dell’incipiente campagna
elettorale per le regionali in terra di
Toscana. E siccome mi piace vincere, mi sono subito accodato alla
campagna della (vincente, senza
tema di smentita) vice presidente
Stefania Saccardi. Del resto la sua
campagna è tutto un programma: il suo asso nella manica sono
i “Sac-caffé”, tra le 8 e le 9,30
colazione pagata per tutti nei vari
caffé della città. Così mi presento
al primo bar della lista e mi trovo
davanti mezzo cornetto e mezzo
cappuccino. Vero che la campagna
della Saccardi si annuncia sobria,
ma così mi sembrava eccessivo.
Incuriosito, ne domando ragione.
Un cortese inserviente mi allunga
un foglietto: “Testa e cuore. Torna
il 1° giugno: mezzo cornetto e
mezzo cappuccino pagati. Stefania,
tradizione e innovazione”.
la cultura si nasconda in realtà in
Palazzo Vecchio”.
Una sola domanda oggi ci
assilla: come sia stato possibile
che il nostro caro Eugenio Giani
(presidente del Comitato per
le celebrazioni del 750° della
nascita del divin poeta, ça va sans
dire) si sia lasciato sfuggire una
simile lodevole iniziativa?
La politica da indossare
danni si è pensato di scrivere
sulle magliette solo slogan facili
facili che non impegnavano
troppo il cervello.. Ma non
perchè non vi fosse la capacità
di produrre idee. Giammai.
Chi lo pensa è in male fede.
Naturalmente le cose facili facili sono facili anche ad essere
copiate e così anche gli altri
partiti si sono adeguati. E’
tutto un proliferare di slogan.
Tutti per Titta, Giani per i Toscani, e via slogheggiando. Noi
modestamente suggeriamo uno
slogan semplice semplice. Scopritevi i programmi e copritivi
gli slogan. Anche per il rispetto
della pubblica decenza.
25
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pag. 5
Laura Monaldi
[email protected]
di
N
ell’opera d’arte contemporanea confluiscono innumerevoli tensioni: la percezione,
l’interpretazione, la rappresentazione, l’armonia fra forma contenuto, l’equilibrio dualistico fra
l’esperienza personale e l’espressione, nonché fra il senso collettivo e
la comprensione soggettiva sono
solo alcuni dei dettami estetici del
contemporaneo. Dall’altra parte
operare oggi nella dimensione
artistica significa porsi oltre le
categorizzazioni canoniche, oltre
la sistematicità delle discipline
e oltre le sfere individualistiche
di ricerca, mettendo in risalto la
necessità pragmatica di una compenetrazione di più riflessioni, in
quanto unica modalità possibile
per cogliere e dare un’immagine
del reale maggiormente aderente alla complessità quotidiana.
L’opera d’arte di Margherita Levo
Rosenberg si inserisce pienamente
nell’idea che l’Arte è una ricerca
a metà strada fra il sé e l’altro da
sé, in senso profondo e conscio
delle pulsioni che risiedono nella
percezione estetica del mondo e
nella volontà di dare una forma ai
concetti imprevedibili e imprendibili, sfuggenti agli occhi della
collettività sempre più disarmata,
poco attenta e spesso incapace
di procedere cognitivamente
oltre le tautologie e le apparenze,
rimanendo vincolata a un ciclo
infinito di corsi e ricorsi ermeneutici. Solo il genio artistico ha la
facoltà di dare luogo al progresso
estetico, mutando le prospettive
e rinnovando i linguaggi artistici
in nome dello scarto dalla norma
e del rinnovamento, non solo
collettivo ma anche individualistico e personale. In tal senso entra
in gioco l’immaginazione creativa
come spinta trascendentale ad attuare un processo intellettivo volto a superare la ciclicità del tempo
e la stasi spaziale, con l’intento di
dare luogo a una mutevolezza che
elabora i dati sensibili, registra le
emozioni e crea un’espressione
densa di prospettive che acquisiscono, combinano ed elaborano
i concetti astratti che l’artista di
volta in volta mette in luce. Per
Margherita Levo Rosenberg la
dimensione culturale dell’arte
non si è mai separata da quella
naturale dell’uomo e, per tale
motivo, non può fare altro che
prendere coscienza della necessità
Arte
pubblica
Arte privata
Celeste tallit, installazione multimediale, hd
Margherita Levo Rosenberg
Preghiere perdute, veduta dell’installazione
di una sintesi delle multi-direzioni del pensiero contemporaneo.
Nelle sue opere pubblico e privato
si amalgamano in una poetica
espressiva in cui il tempo e lo spazio si annullano, pur rimanendo
immanenti nell’istante creativo, in
virtù di un ardore soggettivo, che
ricerca il senso dell’arte nell’arte
stessa, come unico strumento
di comunicazione e rivelazione
espressiva. Da qui nasce la sperimentazione sulle simbologie dei
concetti, oggetti conici e riccioli
che impongono alla materia e
alle immagini un movimento
spiraliforme, in quanto frammenti attraverso i quali indagare,
vagliare ed esaminare le possibilità
di una creazione artistica capace
di annullare le distanze esistenziali
e ritornare a un luogo d’origine
e a un grado zero di autenticità
meditativa, priva di aporie e costrizioni ideologiche. Non a caso
le installazioni si contaminano
perfettamente con la spazio circostante, anche attraverso le composizioni in versi che spesso vi si
sovrappongono, coinvolgendo
direttamente il fruitore costretto
a entrare in contatto con l’opera
e apprendere che al centro della
riflessione artistica vi è un comune denominatore fra l’oggetto e il
concetto, in una resa originale e
inedita che si adatta esattamente
alle esigenze percettive, poiché
l’arte è anche una terapia dello
spirito e in essa la coscienza può
operare un’introspezione contemplativa tesa a generare liberamente
pensieri e riflessioni.
25
aprile
2015
pag. 6
Danilo Cecchi
[email protected]
di
W
illiam (Bill) Vandivert
(1912-1989), dopo
avere studiato presso lo
Art Institut di Chicago, inizia a
fotografare nel 1935, come fotoreporter per lo Herald Examiner di Chicago, per passare poi
alle dipendenze della prestigiosa
rivista Life, da poco acquistata
da Henry Luce e trasformata nel
maggiore settimanale americano
di informazione, basato sul giornalismo fotografico. Vandivert
fotografa per Life gli effetti della
grande depressione a Kansas
City ed il Mardi Gras di New
Orleans. Su richiesta di Life nel
dicembre del 1938 si trasferisce
in Inghilterra per documentare
l’imminente conflitto. Negli
anni che seguono, sempre per
conto della stessa rivista ed al
seguito delle truppe americane,
fotografa il corso della guerra
che sconvolge l’Europa. Vandivert è il primo fotoreporter
ad entrare nella Berlino appena
conquistata, dove documenta
quello che resta di una città
completamente devastata dai
bombardamenti anglo americani. E’ anche il primo fotoreporter ad entrare nel bunker di
Hitler, ed il primo a procurarsi
le ultime immagini di Hitler scattate dal suo fotografo
personale Heinrich Hoffmann.
Fotografa la liberazione dei prigionieri e dei reclusi nei campi
di lavoro nazisti, i “Monuments
Men” che recuperano le opere
d’arte trafugate, e le condizioni
in cui si trovano la Germania
e l’Europa dopo la fine del
conflitto. Nell’immediato dopoguerra Vandivert lascia Life per
compiere una serie di viaggi nei
diversi continenti, viaggi che lo
occupano per un anno intero.
Nel corso della guerra conosce
Robert Capa, e viene sedotto
dall’idea di fondare insieme
a lui una nuova agenzia fotografica, indipendente, su base
cooperativa, e proprietaria dei
negativi di cui sarebbero stati
ceduti alla stampa di informazione solo i diritti di riproduzione. Come è noto questa idea
viene concretizzata dopo la fine
della guerra.
Nel corso di una famosa riunione tenuta il 17 aprile del 1947
nel ristorante del Moma di
New York, si decide di fondare
Bill Vandivert
Il quinto
Magnum
l’agenzia Magnum, che nasce
ufficialmente il 22 di maggio,
con il nome “Magnum Photos Inc.”, con una sede a New
York ed una a Parigi. I soci
fondatori sono cinque, Robert
Capa, Henri Cartier-Bresson,
George Rodger, David Seymour
“Chim” e Bill Vandivert. La
moglie di Vandivert, Rita, viene
eletta presidente e responsabile
della sede di New York. Per
ragioni che non è dato conoscere, già nel 1948 Bill e Rita
Vandivert abbandonano la
Magnum, mentre gli altri quattro fondatori si spartiscono le
relative zone di influenza, l’Asia
a Cartier-Bresson, L’Europa
a Seymour, l’Africa a Rodger,
l’America ed il resto del mondo
a Capa. I coniugi Vandivert
vengono di fatto cancellati
dalla storia della Magnum, ed
in molte delle pubblicazioni
storiche della Magnum si continuerà a parlare solo dei “quattro
fondatori” storici, omettendo il
nome di Bill Vandivert. Grazie
al lavoro del “quattro fondatori”, a cui si aggiungono come
soci nel 1949 Werner Bishof,
nel 1950 Ernst Haas, e successivamente molti altri fotoreporter, la Magnum cresce fino
a diventare un mito nel mondo
del fotogiornalismo.
Da parte loro, gli “esclusi” Bill
e Rita Vandivert continuano
a lavorare da indipendenti,
dedicandosi a temi diversi da
quelli affrontati in passato.
Forse disgustati dalle atrocità
viste e vissute nel corso della
guerra, e stanchi di seguire la
sofferenza del mondo e le guerre
locali, come la Corea e l’Indocina, si impegnano a fotografare
la natura e gli animali selvaggi,
pubblicando numerosi libri con
testi di Rita ed immagini di
Bill. Nel 1959 i due si recano
in URSS, e dal 1965 al 1966
Bill diventa presidente della
American Society of Magazine
Photographers, riscattando così
almeno in parte quell’oblio a
cui lo aveva condannato l’abbandono della Magnum.
25
aprile
2015
pag. 7
Roberto Mosi
[email protected]
di
S
i è svolto due settimane
orsono la seconda edizione
del Convegno “Spaziare02.
Paesaggio tra passato, presente
e futuro”, nella cornice di Villa
Chigi a Castelnuovo Berardenga, organizzato dall’associazione
MultiKulti, con sede a Firenze,
in collaborazione con il comune
senese. L’obiettivo dell’incontro
è stato quello di sviluppare un
dialogo sul paesaggio come patrimonio vivente e seguire la sua
evoluzione nel tempo, partendo
da molteplici punti vista con un
approccio basato sulla contaminazione dei saperi che utilizzano
metodologie divergenti. Questo
metodo porta a una visione
sfaccettata e multiforme della
realtà analizzata e alla scoperta di
un’infinita rete di collegamenti,
un crossing over che lega il paesaggio non solo a saperi tradizionali - la geografia, l’archeologia,
l’architettura, l’agricoltura – ma
anche a mondi apparentemente
lontani, come le neuroscienze, la
letteratura, la poesia, il cinema,
le tecniche della comunicazione. Emblematico il nome
dell’associazione, MultiKulti,
che richiama il neologismo nato
verso la fine degli anni ’80 nella
Germania Ovest che all’epoca
stava affrontando le nuove problematiche legate agli immigrati
di seconda generazione.
E’ stato interessante, oltre che
piacevole, seguire i due giorni
di lavoro del convegno, durante
il quale è stato presentata una
documentazione visiva di grande
fascino, a partire dalle immagini
sui paesaggi senesi. La sensazione
è che in questo percorso si dà
un’inedita centralità al ruolo del
paesaggio, creando nuovi scenari
culturali.
Si è parlato nel Convegno di un
nuovo “sguardo” sul paesaggio,
della sua percezione e del senso
di appartenenza e si è discusso
di quanto di virtuoso e incoraggiante sta accadendo nel presente.
L’obiettivo primario è stato quello
di sostenere tendenze positive
che possano avere effetti e ricadute nel futuro anche prossimo, e di
individuare, al tempo stesso, criticità e vulnerabilità. La discussione
ha coinvolto docenti universitari,
architetti, giornalisti, letterati,
artisti, archeologi e geografi e vi è
stato spazio anche per riflessioni
L’importanza
del dialogo
sul paesaggio
sul tema in ambito psicologico e
antropologico.
Massimo cavezzali
[email protected]
di
Scavez
zacollo
I contributi presentati nel corso
del convegno, saranno riportati,
come in occasione della prima
edizione, sul sito dell’associazione
(www.kulti.it). Un accenno fra
questi, ad alcuni interventi che
presentano un carattere particolare. Giorgio Boatti, scrittore, si
è soffermato sul libro di viaggio
che si prospetta tra le proposte
vincenti dell’editoria e del sistema
mediatico attuale, facendo notare
come questo progressivo imporsi
della “narrazione territoriale”
dentro il sistema di comunicazione della società dello spettacolo,
fa correre il rischio di “narrare”
il paesaggio nei termini di uno
spot pubblicitario. Mariachiara
Pozzana, architetto, ha parlato
del restauro del paesaggio – “ un
bene culturale vivente” – come
di “un’utopia possibile”. Annalisa
Giovani, ricercatrice, ha posto in
evidenza il valore delle “rimanenze ferroviarie”, capaci di influenzare la fisionomia dei paesaggi e
le dinamiche sociali a esse legate.
Andrea Marzi, psicoanalista, ha
offerto punti di riflessione nei
confronti di alcune poesie di
Mario Luzi incentrate sulla terra
senese e sul paesaggio di questa
zona. Franco Cambi, docente
di archeologia del paesaggio, ha
mostrato i frutti portati di questa
disciplina nella costruzione dei
Piani Paesaggistici regionali e
nella preparazione di strumenti
predittivi e di tutela, di nuove
forme di comunicazione e di valorizzazione delle identità culturali locali. Da parte di chi scrive,
infine, un richiamo ai ruoli di
promozione e di salvaguardia, che
stanno svolgendo alcune associazioni, come quelle escursioniste,
interessate alle nuove acquisizioni
conoscitive sul paesaggio e alla
divulgazione fra i cittadini, dei
valori a esse legati.
L’auspicio, dunque, è che l’intreccio delle voci di questo dialogo
si sviluppi e divenga sempre più
partecipato, in attesa di prossimi,
significativi appuntamenti come
quello della terza edizione, nel
2016, del Convegno Spaziare a
Castelnuovo Berardenga.
25
aprile
2015
pag. 8
di Joh
L
Stammer
a ciminiera si staglia
ancora alta sull’orizzonte
per chi si affaccia sulla
via di Novoli dal ponte di
San Donato. È l’elemento che
caratterizza ancora, nonostante
i grandi interventi in corso,
il complesso dell’area ex Fiat
a Novoli. L’edificio della ex
Centrale termica della fabbrica
di Aeroplani sta li ad attendere
il suo destino, mentre intorno
ad essa si affannano le attività
della contemporaneità, con la
tranquillità di chi sa che da essa
non si potrà prescindere per
mantenere “l’anima” del luogo.
Un edificio molto singolare
quello della ex centrale termica.
Sia dal punto di vista strutturale
sia dal punto di vista dell’uso
previsto.
Strutturalmente l’edificio si
presenta come una grande
struttura in cemento armato e
laterizio, per le tamponature,
internamente completamente
vuota fino alla quota di coronamento della parte centrale,
caratterizzata dalle grandi
finestrature verticali. All’interno di questo immenso vano
sono collocate le due centrali
termiche, ancora presenti (e che
l’amministrazione Domenici
non fece demolire come invece
era previsto), e poggianti su un
solaio di cemento armato che
scarica direttamente a terra, con
una struttura indipendente da
quella dell’edificio principale, il
gigantesco peso dei due impianti. Quindi una sorta di struttura
incastonata dentro la struttura
più grande.
La struttura principale invece sorregge la parte più alta
dell’edificio dove erano collocate sia le vasche per l’acqua, sia
le tramogge per la lignite (che
cadeva per gravità all’interno
delle caldaie), sia la struttura al
di sopra della quale si innalza la
ciminiera. Quindi la ciminiera
è strutturalmente “appoggiata”
su un sistema di travi reticolari
che sono collocate appena al
di sotto del solaio di copertura
dell’edificio.
Il risultato di questo sistema è
che i maggiori carichi strutturali sono collocati in prossimità
della sommità dell’edificio,
realizzando un sistema strutturale davvero “singolare”.
Alla ricerca
dell’Urban Center
di Firenze
L’interno si presenta ancora
oggi come una grande macchina, di notevole suggestione,
dove si impone la presenza
delle due caldaie e delle scale di
servizio per la manovre.
L’uso previsto per la ex centrale
termica è sempre stato pubblico
ma solo verso la fine della prima
legislatura Domenici si iniziò
concretamente a pensare ad una
effettiva destinazione per la città, prevedendo in questi locali il
nuovo Urban Center della città.
Recentemente l’assessore Titta
Meucci ha riproposto questo
tema.
In effetti la struttura si presta
ad un uso collettivo e anche a
essere sede, come pensato nel
progetto vincitore del concorso
bandito all’epoca (nel 2004)
della sede di attività collettive
destinate a raccontare lo sviluppo della città (quello pensato e
quello effettivamente realizzato)
oltre a ospitare al piano terreno,
una sorta di racconto memoria
della storia della fabbrica.
Nella parte superiore, come si
vede bene nel progetto redatto da Aimaro Oreglia D’Isola
nel novembre di quello stesso
2004, la struttura avrebbe dovuto ospitare anche il modello
di Firenze in scala 1:1.000
che l’amministrazione, in quei
tempi stava facendo realizzare
alla Banca Cassa di Risparmio,
come uno dei benefit pubblici a
seguito del progetto di costruzione della nuova sede a Novoli.
Il modello avrebbe dovuto
essere ospitato in un’apposita
struttura coperta realizzata al
posto del tetto piano della centrale termica. Un punto di vista
panoramico sulla città dal quale
poter guardare la città reale (al
di fuori) e la città rappresentata
(all’interno) e giocare così sui
due piani visivi per regalare
ai fiorentini un punto di vista
inedito della loro città.
Un progetto quello di Aimaro
Oreglia D’Isola giocoso e divertente che ben coglie il senso
ludico e didattico della funzione dell’Urban Center e che
speriamo possa vedere presto
la luce, restituendo anche alla
città il modello in scala 1:1000
ad oggi ancora misteriosamente
“scomparso” dalla pubblica
fruizione.
Articolo pubblicato sul sito ciclostilatoinproprio.blogspot.it/
25
aprile
2015
pag. 9
Alessandro Michelucci
[email protected]
di
L
’appassionato di musica
classica ha imparato ad apprezzare numerosi pianisti
cinesi per le loro interpretazioni
del repertorio europeo: da Liszt
a Chopin, da Mendelssohn a
Mozart. Negli ultimi anni, però,
alcuni di loro hanno sentito la
necessità di cimentarsi anche
con le composizioni dei propri
connazionali.
Si tratta di una scelta meritoria, grazie alla quale possiamo
cominciare a colmare le enormi
lacune determinate da un eurocentrismo ancora vivo.
Il più noto dei pianisti cinesi,
Lang Lang, ha inciso Dragon
Songs (Deutsche Grammophon,
2006); Jie Chen gli ha fatto eco
con Chinese Piano Favourites
(Naxos, 2007); The Red Piano
(EMI) è il titolo del CD
realizzato da Yundi Li nel 2012.
A confermare questa tendenza
arriva oggi la pianista Chen Sa
con il suo nuovo CD, Memories
Lost (BIS 2014). Vincitrice di
premi prestigiosi, l’artista cinese
è nota in particolare per le sue
interpretazioni di Chopin,
Rachmaninov e Ravel. Musicista
sensibile e attenta ai dettagli, ma-
Nuove musiche asiatiche
due repubbliche a maggioranza
sinofona (quattro cinesi e un
taiwanese). L’unica eccezione è
il concerto per piano “Silence of
Anatolia” del turco Fazil Say, interprete e compositore che gode
ormai di larga fama. Nella composizione il musicista di Ankara
fonde ritmi irregolari, momenti
d’improvvisazione e melodie
ispirate al folklore turco. Queste
ultime gli sono particolarmente
care, come confermano “Alt-Anatolisches Tagebuch” (1991), la
sinfonia “Mesopotamia” (2011)
e altre composizioni.
Il “Concerto per piano e orchestra” di Wang Xilin mette in luce
l’influenza di Schostakovič
e un forte attaccamento alla
musica tradizionale cinese.
La composizione è dedicata
a Lu Hongun, direttore della
Shanghai Symphony Orchestra e maestro dell’autore, che
fu ucciso durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976).
In questo decennio la Cina
visse un’epoca particolarmente buia. Il governo dispose che
molte collezioni di musica
classica venissero distrutte;
quella del Conservatorio di Pechino si salvò grazie agli studenti,
che riuscirono a nascondere i dischi. La furia del regime maoista
colpì anche gli strumenti, e in
particolare i pianoforti, che furono bruciati in quanto “simboli
dell’imperialismo borghese”.
Chen Qigang, oggi cittadino
francese, ha trascorso molti anni
in un “campo di rieducazione”.
Chen Sa propone la sua “Instan-
ts d’un opéra de Pékin”. Il brano
rielabora appunto due temi tratti
dall’Opera di Pechino, la forma
teatrale autoctona nella quale si
intrecciano danza, musica, pantomima e arte drammatica.
Hsiao Tyzen (1938-2015),
l’unico taiwanese, è influenzato
da certi autori europei (Bartók,
Chopin e Rachmaninov), ma anche dalle musiche autoctone del
suo paese. In altre parole, quelle
dei popoli che vennero massacrati dai soldati di Chiang-Kai shek
quando invasero l’isola.
Autore di molte composizioni
per piano, Tyzen compare con
due brani, “Farewell Étude” e
“Memory”, quest’ultimo tratto
dalla suite “Memories of Home”.
Entrambi esprimono la nostalgia
del passato che viene anticipata
dallo stesso titolo del CD.
Taiwanese è anche la Taipei
Chinese Orchestra, la prima
orchestra professionale dell’isola.
La dirige Chung Yiu-Kwong,
compositore di rilievo. L’orchestra cinese moderna, pur adottando una conformazione simile
a quella europea, fa ampio uso di
strumenti autoctoni e si compone di quattro sezioni: cordofoni
ad arco, cordofoni a pizzico,
aerofoni e percussioni.
stesso tempo, orto (il luogo dove
la terra dà i suoi frutti), e ancora
origine. I lavori della serie Orior
sono ottenuti sagomando sottili
lastre di ottone, una materia che
non ha spessore, una materia
luminosa che non suggerisce una
natura organica ma un’energia
primordiale. Dietro ogni forma
è posizionato un dispositivo,
completamente nascosto alla
vista, che emette un’onda sonora
a bassa frequenza (non udibile ad
orecchio umano). L’onda sonora
fa entrare in vibrazione ciascuna
delle lastre. L’effetto che si ottiene
è un leggero tremito delle forme
e il generarsi di un suono profondo e carico di suggestioni.
Nell’installazione realizzata appositamente per questa occasione,
Orior - Frammenti di spazio, due
lastre rettangolari sono collocate
davanti alle porte del tempio. La
loro superficie appare come una
teoria di fosfeni, un frammento
ritagliato da uno spazio infinito
che, in quanto tale, non si può
rappresentare per intero.
L’installazione sarà visibile alla
Sinagoga e Museo Ebraico di
Firenze, via Luigi Carlo Farini, 6
il 30 aprile 2015 dalle 20 alle 24
nifesta in questo disco la stessa
maestria.
Sei dei sette pezzi contenuti in
Memories Lost sono stati scritti
in questo secolo. Nel disco si
alternano compositori delle
Spela Zidar
[email protected]
di
Orior
Frammenti
di spazi
orientali
alla Sinagoga
In occasione della Notte Bianca
2015, stART_art projects presenta alla Sinagoga e Museo Ebraico
di Firenze l’installazione Orion
– Frammenti di spazio di Stefano
Tondo, che dialogherà per una
notte con lo spazio suggestivo del
Tempio Israelitico inserendosi
anche all’interno del progetto
Firenze Capitale dell’Esotismo
curato dalla Comunità Ebraica.
Orior è parola latina che significa
nasco, sorgo - spuntare, cominciare,
alzarsi, quasi a racchiudere in sé
l’idea della radice delle cose. Da
qui derivano parole come Oriente
(il luogo dove sorge il sole) e, allo
25
aprile
2015
pag. 10
Simonetta Zanuccoli
[email protected]
sime in vetro e metallo del XX
secolo, un’ antica serra del 1714
costruita per preservare una
pianta di caffè donata a Luigi
XIV. C’è lo zoo, uno dei più
antichi del mondo. Vi furono
trasferite nel 1794 gli animali
rari provenienti dalla reggia di
Versailles con lo scopo di dare ai
filosofi, agli artisti e agli uomini di scienza materiale su cui
pensare e con cui creare. Oggi lo
zoo è completamente rinnovato
con qualche traccia delle antiche
strutture. Come tutti gli zoo,
attira la curiosità dei bambini e
suscita spesso la tristezza negli
adulti. Rainer Maria Rilke che
amava passeggiare nel Jardin des
Plantes durante il suo soggiorno
di
G
uy de la Brosse, medico
personale di Luigi XIII,
grazie al sostegno del
potente cardinale Richelieu,
convinse il Re a farsi affidare una
vasta zona periferica di Parigi
vicina alla Senna per creare un
orto botanico di erbe medicinali. Il progetto andò avanti
molto lentamente, osteggiato dai
medici più tradizionalisti che si
opponevano alle sue teorie innovative e ai suoi insegnamenti,
in francese e non il latino, aperti
a tutti. Finalmente, nel 1635,
il terreno, un tempo deposito di rifiuti, divenne il Jardin
Royal des Plantes Médicinalés.
Quando nel 1739 il naturalista
e matematico Georges Louis
Leclerc conte di Buffon ne
diventò intendente, lo scopo
di questo luogo di meraviglie
e scienza si trasformò gradatamente dall’arte di guarire con le
piante allo studio della natura
e centro di ricerca. Il parco fu
ampliato e il nome cambiato in
Jardin des Plantes. Buffon fece
arrivare piante e semi da tutto
il mondo, creò un museo e le
sue ricerche richiamarono i più
grandi scienziati del tempo e
avrebbero influenzato le generazioni successive di naturalisti
e in particolare gli evoluzionisti
come Darwin.
Oggi passeggiando tra i viali e i
sentieri del magnifico Jardin des
Plantes, con i suoi 28 ettari il
più vasto orto botanico di tutta
la Francia, circondati da mille
colori e varietà di vegetazione,
è difficile pensare che siamo in
uno dei più antichi luoghi di
scienza del mondo. Dall’ingresso
principale, che Claude Simenon
descrive come una vasta spianata incorniciata da due viali di
platani le cui chiome, potate ogni
anno, formano due muraglie verdi
continue su entrambi i lati dei
prati e delle aiuole di fiori, rinnovati secondo le stagioni, si arriva
a una serie di musei, quello di
Storia Naturale, di Mineralogia,
di Entomologia, di Palentologia,
la Grande Galleria dell’Evoluzione, musei unici per le loro
collezioni e per il loro fascino
un po’ polveroso d’altri tempi.
Nel parco oltre ai molti giardini
a tema, immersi in quella fitta e
rigogliosa vegetazione che fa da
sfondo in molti quadri di Henri
Les plantes médicinalés
nella discarica di Luigi XIII
Rousseau che sognava i tropici
trascorrendo le ore al Jardin des
Plantes, ci sono tante testimonianza storiche. C’è ancora
l’elegante labirinto progettato
da Buffon, una specie di spirale
verde che termina al centro,
su una piccola collina, con un
chiosco di metallo del 1786. Ci
sono, enormi e vetusti, alberi
plurisecolari che, con orgoglio,
dichiarano la loro età e la loro
origine come un acero portato
dall’Asia nel 1702, un cedro dal
libano nel 1734, una sofora dal
Giappone nel 1747, un platano
dall’oriente nel 1785... C’è,
accanto a quelle grandi e bellis-
Sara Chiarello
twitter @Sara_Chiarello
Remembering
la grazia
di Jeff
di
Sono vent’anni che è uscito Grace, vetta sonora di
ogni tempo, l’album dello
sturm und drang sonoro, del
tormento, dell’estasi e del
romanticismo più puro. L’autore è lo splendido e angelico
Jeff Buckley, icona senza
tempo, bello e maledetto a
finire senza scampo nelle acque che lo hanno inghiottito
a 30 anni, nelle acque. Come
era successo a suo padre, Tim
Buckley, altro celebre cantautore, in un destino comune.
Sabato 25 aprile Firenze
rende omaggio a quest’artista
fuori dall’ordinario, presso la
Sala del Rosso a Firenze (via
di Badia a Ripoli, 5), alle ore
21.30, con “Remembering
Jeff”, in cui gli artisti si riuniranno per celebrarlo (ingresso
12 euro, info e prenotazioni :
3458253448, www.lasaladelrosso.it). Nato da un’idea di
Alessandro Gerini, il concerto
vedrà la partecipazione di
diversi musicisti di spicco da
Iacopo Meille (storico cantante hard rock fiorentino, già
voce dei Tygers of Pan Tang,
Mantra, General Stratocu-
parigino, sostando davanti alla
gabbia di un’infelice pantera le
dedicò una delle sue più belle
poesie: Nel flessuoso molleggiare
dei passi grevi, tornanti entro il
racchiuso giro par che l’impeto
danzi attorno a un centro ove
un’enorme Volontà vien meno.
ster and the Masharls), alla
giovane soprano Sofia Folli,
a Alessandro Corsi e Francesca Pirami dei “La vague”, al
coro gospel “The Vocal Blue
Trains” diretto dallo stesso
Gerini e molti altri. Gli artisti coinvolti, seppur provenienti da esperienze musicali
profondamente diverse, si
ritroveranno complici, dal
jazz al gospel fino alla lirica,
per poi ritornare all’intimità del rock acustico. Alle
esibizioni live si alterneranno
degli intermezzi con interviste
ed aneddoti su Buckley, tra la
formula del concerto e quella
dello “storytelling”. A presentare la serata sarà Giulia Nuti
del Popolo del Blues, marchio
fondato dal giornalista Ernesto De Pascale e programma
radiofonico in onda su Controradio, che sarà presente
anche in veste di musicista in
duo con Chiara White. Ciao
Jeff, ci manchi molto.
25
aprile
2015
pag. 11
Cristina Pucci
[email protected]
di
C
onoscere ed ascoltare un
collezionista è un privilegio
ed un piacere, la passione per gli oggetti che cercano,
studiano, classificano e raccolgono è straordinaria, le cose che
sanno e sanno dire, davvero tante,
sempre delle scoperte. Isabella
Martorana è una gentile e dolce
signora che possiede un numero
talmente ampio da non essere
precisabile di bottoni, di un tipo
di essi , quelli in acciaio decorati
con soggetti mitologici o semplici
dice “ne avrò più di 1000!”. Li
tiene raccolti in cassetti o scatole
e non in mostra “dovrei tappezzarci la casa”. Casualmente nel
‘92 comprò una scatola contenente bottoni di madreperla ed
è da allora che li colleziona; è
stata per anni in contatto con la
National Button Society, nata in
America nel 1929, che riuniva
più di 4000 collezionisti ed ha
fondato l’Associazione Collezionisti Bottoni Italiani (CIB) che
fece produrre, nel ‘95, un bottone
commemorativo della prima
riunione e della pubblicazione di
un Bollettino. Molti pare siano i
Musei del Bottone, a Firenze, la
Galleria del Costume di Palazzo
Pitti ne ha acquisito una intera
collezione, per ricostruire la storia
di ciascuno di essi, catalogarli
e proporne una suddivisione,
per materiali, epoche o altro, si
è avvalsa della collaborazione
di Isabella. Vorrei riservare più
spazio possibile alle immagini
per cui dirò, in ordine sparso,
solo alcune delle cose che più mi
hanno colpito. Nel ‘700 usavano
i bottoni solo gli uomini; la loro
costruzione è piuttosto difficile
e chi non è in essa sperimentato,
anche se bravo artigiano, si trova
in difficoltà, essi infatti devono
avere una buona tattilità, essere
tridimensionali e non troppo
pesanti, non essere taglienti ed
avere gancetti o altro per essere
attaccati. Alcuni di quelli più antichi erano costruiti in più pezzi,
il fondo da cui esce il gancetto,
la decorazione, un cerchietto di
contorno per unirli e, all’interno,
per evitare lo schiacciamento,
del cartone, “non erano lavabili”
dice Isa. I materiali con cui si
fabbricavano e decoravano erano
i più vari, legno, corno, metallo,
madreperla, bachelite, celluloide,
pasta di vetro..I bottoni delle li-
Bottoni non attaccati
vree dei Nobili Casati mostravano
gli stemmi di famiglia ed erano
costruiti dagli artigiani che coniavano le monete. La datazione di
un bottone non è quasi mai facile, anche perchè i bottonai spesso
rifacevano modelli precedenti o
classici con altri materiali. Ad
una Fiera Isa, fortunata, incappò
in una scatola-campionario, piena
di bottoni di ceramica, conservata
dalla vedova di Aldo Aiò, ceramista ebreo di Gubbio, nel corso
dell’ultima guerra per sopravvivere si erano messi a fare bottoni.
Anche Lucie Rie ceramista di
origine ebrea, fuggita dall’Austria
in Inghilterra, si mise a costruire
bottoni per la stessa ragione,
alcuni sono conservati al Victoria
ed Albert Museum, uno di essi,
anche piccolissimo, può costare
alle aste anche 2000 euro.
In un astuccio, inglese, si
notano i gancetti che servivano
per fermare i bottoni e anche
i gemelli in pendant. Le foto
mostrano, oltre scatola Aiò e suo
contenuto ed astuccio, due serie
di bottoni di smalto, uno con
Rosa tridimensionale in rilievo
su avventurina con decorazioni
micro mosaico, alcuni di metallo,
altri ancora a mosaico, una rosa
in tartaruga ed oro.... La Casa di
Produzione TVKey presso cui Isa
lavora e che conserva l’archivio
storico,in pellicola, dei Caroselli
girati dal 1957 al 1973 , quasi
tutti in Toscana e Firenze merita
un discorso a parte.
Lido Contemori
[email protected]
di
Il migliore
dei Lidi
possibili
Ritratto e opere
patriottiche inedite
di Dominikos
Theotokopoulos
detto El Greco
Disegno di Lido Contemori
Didascalia di Aldo Frangioni
25
aprile
2015
pag. 12
Mario Guglielminetti
[email protected]
di
D
Gramsci e l’organizzazione
Ruoli e reti
della cultura
in un sistema
organico
Contaminature
urante la prigionia Antonio Gramsci delineava
nei suoi “Quaderni” –
scritti a partire dal 1929 ed
editi postumi nel 1949 - il ruolo
degli intellettuali organici ovvero
coloro che erano in grado di
fornire un apporto essenziale
alla costruzione dell’egemonia
culturale, in un contesto rivoluzionario di lotta di classe, capace
di riscattare il proletariato.
L’analisi gramsciana, sempre
netta nella precisione dei suoi
termini, utilizza un aggettivo
- organico – che pone l’uomo
di pensiero non come un fatto
disgiunto o distaccato dal contesto civile ma come un membro
funzionale a un sistema socioculturale, uno strumento con
cui edificare un ordine che si
occupi dei più poveri e degli
esclusi, prima di tutto partendo
dalla cultura quale risorsa per
una nuova speranza di riscatto
e di miglioramento. Gramsci
scrisse, pensando all’organizzazione del sistema culturale,
alcune delle sue pagine più
belle, un vero e proprio manifesto programmatico che ancora
oggi risulta, nostro malgrado,
attualissimo:
“In una nuova situazione di rapporti tra vita e cultura, lavoro
intellettuale e lavoro industriale,
le accademie dovrebbero diventare l’organizzazione culturale
(di sistemazione, espansione e
creazione intellettuale) di quegli
elementi che dopo la scuola unitaria passeranno al lavoro professionale, e un terreno d’incontro tra essi e gli universitari. Gli
elementi sociali impegnati nel
lavoro professionale non devo
cadere nella passività intellettuale, ma devo avere a loro disposizione (per iniziativa collettiva e
non dei singoli, come funzione
sociale organica riconosciuta
di pubblica necessità e utilità)
istituti specializzati in tutte le
branche di ricerca e di lavoro
scientifico ai quali potranno
collaborare e in cui troveranno
tutti i sussidi necessari per ogni
forma di attività culturale che
intendano intraprendere”.
Gramsci descrive, in poche nitide righe, un sistema culturale
che fa rete, che coniuga scuola e
lavoro, sapere e operare, e in cui
le accademie diventano i centri
Davide Virdis
[email protected]
di
Inerti in una cava di bauxite
di un terreno che incontra e
include tutte le forze produttive,
intellettuali e industriali, attraverso uno scambio mutuale di
conoscenze e pratiche. Una visione questa che pone la cultura
come quell’energia intellettuale
che alimenta e sostiene tutto un
tessuto civile, consentendo la
valorizzazione di ogni individuo
inserito in una dimensione sistemica che lo mette in collaborazione – in rete diremmo oggi
– con tutte le altre parti sociali,
organicamente organizzate.
La società dei consumi, affermatasi in modo sempre più forte a
partire dal dopoguerra, comporterà invece, in Italia e non solo,
l’emergere di un intellettuale
di élite, non tanto funzionale a
un progresso collettivo, quanto
più strumento, a volte inconsapevole, del mantenimento delle
strutture di potere come evidenziò più volte Pier Paolo Pasolini;
un intellettuale più interessato a
descrivere, anche criticamente,
i processi in atto che a proporre
e praticare modelli organizzativi
alternativi in grado di migliorare il livello culturale medio.
Oggi, nell’era della partecipazione in rete delle comunità
(sempre più intensamente
off-line che liquidamente
on-line), in cui l’intellettuale,
o presunto tale, cerca spesso la
spettacolarizzazione individualistica (sulla scia di quanto intese
Guy Debord) più che la divulgazione olistica del suo sapere,
il pensiero gramsciano appare
un’eredità preziosa che deve
ispirare chi crede, a dispetto di
qualche stupida provocazione,
che la cultura non solo “dà da
mangiare” ma è soprattutto la
risorsa migliore di cui disponiamo per preparare, per tutti con
l’aiuto di tutti, quel cibo che
alimenta e fa progredire una
collettività.
25
aprile
2015
pag. 13
Scottex
Aldo Frangioni presenta
L’arte del riciclo di Paolo della Bella
Siamo molto incerti del titolo da dare a quest’opera dellabelliana. Dobbiamo chiamarla con una didascalia dadaista (una dada-dida), tipo “Enrico Toti di notte senza
bicicletta e senza stampella che procede a zoppino verso le trincee nemiche” oppure
“Ghiacciaio che scivola a valle per effetto delle modifiche climatiche”? Potremmo
trovare un terzo, quarto, quinto titolo, ma avendo ancora da descrivere 33 scottex, ci
lasciamo un po’ di riserve per il futuro.
17
Scultura
leggera
Simone Siliani
[email protected]
di
Monica Gentile è una siciliana verace, di Agrigento, e ha
scritto un bel romanzo siciliano, “Tira scirocco” (Pacini
editore,Pisa, 2014; vincitore
del premio letterario “Edizione
Straordinaria” 2013 e segnalato
al “Premio Calvino” 2014), ma
non solo perché è ambientato
in un tipico paese dell’isola,
Bagnomaria, ma perché dentro
ci sono i colori, le asperità, i sapori, la musicalità della Sicilia.
Una musica che sta prima di
tutto nella lingua che ha scelto:
la Gentile non compie una
operazione di traslitterazione
dal siculo all’italiano (un po’
alla Camilleri), ma usa l’italiano con la musica, l’incedere,
il ritmo del siciliano. Ed è una
musicalità che dona vita ai suoi
personaggi, nessuno dei quali è
protagonista assoluto, am tutti
sono parte di un coro, eppure
tutti straordinariamente caratterizzati. Da quelli che stanno
più sullo sfondo, ma per questo
non sono meno rilevanti. Sasà
Prinzivalli, licenziato da Manfredi Onorato con la falsa accusa di aver rubato cinque casse
d’arance, finito stalliere a spalare merda di cavallo e morto di
umiliazioni (“Se sapevo tanto,
me le fottevo vero le arance”).
Concetta Incardona, sarta che
Lo scirocco di Monica Gentile
cuce il vestito della Baronessa di
Ranciforte ma con un moto di
dignità lo strappa quando la baronessa la critica ingiustamente,
lei sarta di cuccesso. Vicé Mandolino, che sembra lo scemo
del villaggio, ma salva, ospita
e accetta le condizioni del
rapporto con Serafina, la figlia
della Parrina la “bottana” del
paese. La coppia impossibile,
don Manfredi Onorato (figlio
della terra che gli dà ricchezza,
ma che lui rispetta e idolatra) e
Maria Anonietta di Ranciforte
(che odia quella terra e Bagnomaria, dai quali scapperà e non
farà mai più ritorno, se non al
cimitero. Learco di Ranciforte
che all’età di 7 anni desidera
“fare la bella vita. Mangiare,
dormire e giocare per sempre”
e sarà accontentato dal padre
Manfredi. L’insieme delle loro
storie si intreccia, si scontrano,
si incontrano, collassano una
nell’altra e fanno insieme la
storia di Bagnomaria, battuta
dallo scirocco, come
la sua vita, un vento
caldo, che sconvolge
e affloscia le vele. Un
romanzo dove non
succede niente e,
quindi, succede tutto,
ma tutto resta come
sospeso; ma questa
è la vita, questi sono
i romanzi migliori.
La storia si apre nel
cimitero, dove il
fioraio l’Americano
soprintende ai cancelli
di questa Spoon River
isolana, e si chiude
lì, dove incalzato da
una vera sommossa
popolare, Leandro
Ranciforte confessa
che lui visita le tombe di coloro
che non ha conosciuto a causa
del suo lungo esilio da Bagnomaria perché vuole lasciare
una traccia nella memoria del
popolo di Bagnomaria, perché
vuole ricucire uno strappo
lungo una vita, perché “quando
i vivi pensano ai morti, i morti
non muoiono del tutto, il
pensiero è fiato ai polmoni del
ricordo”. Un romanzo (meglio,
un racconto lungo) intenso,
profondo.
25
aprile
2015
pag. 14
Simone Siliani
[email protected]
di
della guerra... So che ora sono
italiana, che lo siamo tutti...
me lo dite voi e io ci credo!”.
Storie di identità scagliate violentemente una contro l’altra,
ma anche di piccole eroiche
ribellioni a questa logica di
guerra: Leo e Luigi da sempre
e per sempre amici anche se
la guerra li vorrebbe mortali
nemici; il tenendo Ernst che
non sparerà al soldato inglese;
Prè Florio che impedirà agli
austriaci di requisire le campane della chiesa. Anche di
ribellioni mancate: “Potevamo
dire di no e pensare ai bambini.
C
he testo meraviglioso
questo “hanno sparato a
Maria”, andato in scena
al Teatro Studio di Scandicci
il 10 e l’11 aprile per la regia
di Giancarlo Cauteruccio,
interpretato intensamente da
Patrizia Schiavo, prima parte
del trittico “15/45 Tre studi
sulle guerre. Un progetto in
tre atti sul desiderio di libertà”.
Un testo, scritto da Giuliano
Compagno, che dice alcune
verità importanti su quella
guerra assurda combattuta sulle
montagne del Friuli, in una
terra che non è più Italia e non
è ancora Austria. Prima verità:
siamo tutti soli, mentre intorno
scoppia la retorica del “noi”
nazionalista; siamo soli quando
Giuseppe parte per il fronte,
quando Dorina – la figlia adorata – attende mamma Maria
che ogni giorno sale la montagna per portare vettovaglie
e materiali nelle trincee, sono
soli Luigi e Leo amici che la
guerra trasforma in nemici ma
che non si arrendono a questo
illogico sovvertimento di senso
che è la guerra. E’ una storia di
solitudini e di silenzi. Giuseppe, trasformato in fante, lassù
nelle trincee delle montagne
del Timau, sarà muto per sempre, anche quando scrive lettere
a Maria, che nega a sua moglie
la verità sulla guerra, che non
vuole più frasi di circostanza,
non vuole essere protetta da
lui. Lei, forse, capisce cosa è la
guerra, anche se non la vede, se
non dall’alto quando ascende la montagna insieme alle
altre donne, e solo la sente da
lontano. La guerra “sono i vivi
che sono morti, i morti che rimangono vivi... Prima c’erano i
vivi o i morti. Ora un vivo è un
morte che spara, che è sparato,
che la scampa o non la scampa.
Oppure un morto è un vivo
che non respira, che non parla
ed è parlato da noi”. La guerra,
separa o crea artificiosamente
identità, che le mette una contro le altre e quindi strappa le
interiora: Maria si dichiara, “Io
sono di Timau, sono cresciuta
con un papà mezzo austriaco
e mezzo timavese, con una
lingua che voi non conoscete e
che il mio marito non ha ancora imparato... Io che ne sapevo
Hanno sparato
a Maria
Dire di no ai soldati era dire sì
ai bambini”.
Un testo drammatico, commovente, duro ma al contempo
pieno di dolente pietà; che costringe a tracciare un bilancio
di questo secolo che ci separa
dalla prima guerra mondiale:
“Tra cento anni di tutto quello
che ci circonda resta in piedi
soltanto la montagna... Per
cento anni non c’è stata guerra,
non è così?... E c’è rispetto,
come no, verso tutte le persone
differenti, verso i poveri, verso
gli slavi e gli ebrei, verso quelli
che sbarcano da giù e non si
capisce cosa dicono. Nessuno si
sente superiore a qualcun altro.
Giusto. E finalmente l’Italia!!!”.
E’ struggente la storia di Maria,
con quella sua innocente fiducia in un ritorno alla normalità
armoniosa dell’anteguerra. Ma
siamo noi, immemori eredi
di un’Italia forse più certa di
allora, ma infinitamente più
egoista, lacera, retorica, ad
essere interrogati.
Cauteruccio ha raffigurato
Maria su un mondo di macerie, simile – ha scritto qualcuno
– all’odierno Medio Oriente;
ma il mondo di Maria era forse
ancora integro, inviolato come
il suo monte Elmo; ma è Maria
oggi, nel 2015, che ci parla
dalle rovine devastate di questo
nuovo secolo in cui ancora risuonano rumori di guerra, che
si fanno sempre più vicini.
25
aprile
2015
pag. 15
di
Lorenzo Sandiford
I
ntervista al critico e semiologo Luigi Tassoni,
che anticipa i contenuti e
alcuni protagonisti del seminario
internazionale sulla fortuna del
romanzo europeo organizzato dal
6 all’8 maggio presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Pécs da lui diretto.
Tra i fenomeni più interessanti,
l’evoluzione del genere storico.
Il romanzo europeo è sempre
molto vitale, come quello italiano. E parte del merito di tale
vitalità e ricchezza è della “grandissima abilità e competenza dei
traduttori europei”, grazie ai quali
“ciò che sembrava un handicap
si è trasformato in un’apertura”,
nella possibilità di far dialogare
tradizioni linguistiche e letterarie
differenti. Questo il messaggio di
Luigi Tassoni, direttore del Dipartimento di Italianistica dell’antica Università di Pécs (Ungheria), intervistato a Firenze dopo
la lectio magistralis sul tema “La
poesia non ha segreti - il lettore
di poesia oggi”, organizzata dalla
Francesco Cusa
[email protected]
di
Un grande classico claustrofobico del filone “film dentro ai
sommergibili”, di cui ricordiamo un non recentissimo e pregevole “Caccia a Ottobre Rosso”
di John Mc Tiernan. Trama
scarna ed efficace, ritmo coinvolgente, “Black Sea” non è il
classico filmetto “blockbuster”:
tutt’altro. La sua fascinazione
è legata alle ambientazioni
subacquee, alla mastodontica
precarietà della Cosa-Macchina,
che è casa e tomba, rifugio e
trappola, non certo agli scarni
effetti speciali, o ai prevedibili
colpi di scena. Il microcosmo dentro al
sommergibile (l’equipaggio) è
composto da una collettività
disomogenea (russi e americani), divisa nella lingua e nella
cultura, ma unita dalla straordinaria competenza che serve
a governare l’obsoleta e mitologica Macchina. L’obiettivo è
quello di rintracciare un enorme
tesoro custodito all’interno di
un altro sommergibile tedesco,
affondato durante la seconda
guerra mondiale. Va da sé che
tutti i problemi cominciano
quando gli equilibri vengo-
Sulla vitalità del romanzo
Intervista al critico Lugi Tassoni
Fondazione il Fiore al Teatro l’Affratellamento il 13 aprile. Cuco
ha parlato con lui, comparatista
di lunga esperienza, sulla fortuna
del romanzo europeo: il tema del
Seminario internazionale di Pécs
(6-8 maggio), che sarà preceduto
il 5 maggio all’Istituto italiano
di cultura di Budapest dall’incontro “Il romanzo italiano e il
lettore europeo: Luigi Tassoni a
colloquio con gli scrittori Giulio
Angioni, Daniele Benati, Marina
Mander”. “Scrittori – ci ha detto
Tassoni - che in questo momento
sono al centro dell’attenzione di
critica e pubblico per le caratteristiche dei loro romanzi”. Giulio
Angioni con Sulla faccia della
terra, Marina Mander con Nessundorma e Il potere del miao e,
infine, Daniele Benati con Cani
dell’inferno. Il Seminario di Pécs,
giunto alla XXI edizione, ospiterà
alcuni fra i migliori traduttori
e studiosi di vari Paesi europei.
“Uno dei fenomeni da tenere
d’occhio – ha detto Tassoni riguarda quello che una volta si
chiamava il romanzo storico, e
che oggi è una forma mista, con
la tendenza a entrare nella Storia
come scoperta, reinterpretazione,
memoria di un’identità complessa”. “Oggi – ha precisato Tassoni
- si scrivono romanzi che, sia pure
con differenti livelli qualitativi,
affrontano la Storia come genere
misto, che dà maggiore visibilità
a conflitti e aspirazioni piú vicini
alla nostra percezione della multiculturalitá contemporanea. A
Pécs, suppongo, si parlerà anche
del plurilinguismo di autori e lettori, e anche delle storie narrate,
tracciando forse la mappa di un
romanzo riconoscibile davvero
come europeo”.
dunque importante tanto il plot
di Black Sea, quanto il fatto
che gli eventi si svolgano in un
determinato luogo: la profondità, il buio degli abissi, l’angustia
degli spazi (ricordiamo una
simile ambientazione in “Air-
port 77” di Jerry Jameson, dove
il tema era quello del recupero
dell’aeromobile precipitato nel
fondale oceanico).
Preferiamo di gran lunga questo
filone di cinema avventuroso
che riconcilia lo spettatore
con la dimensione del rischio,
dell’azzardo, della sfida, alla
vulgata dominante dell’indagine
introspettiva, stucchevolmente
psicologica (quando non si hanno strumenti e mezzi di grande
rilievo e spessore registico e
intellettuale).
Il bello di “Black Sea” sta tutto
nella sua dimensione scarna
e “classica” del racconto, con
quei bei salti di scena a riassumere implicitamente quanto è
accaduto, senza troppi fronzoli.
Jude Law (Robinson) è il capitano perfetto (anche da un punto
di vista strettamente fisiognomico) che non esita a sacrificare
il necessario per raggiungere il
suo obiettivo, ciò in perfetto
accordo con la tradizione del
romanzo ottocentesco. Desta
poco interesse la tematica dello
sfruttamento capitalistico, che
rimane là sullo sfondo, schiacciata dalla dimensione del
fantastico, dalla sfida ultima
dell’uomo contro l’ignoto.
Mare nero
no a spezzarsi in seguito alle
psicosi individuali e quando la
realtà atomizzata dei soggetti si
impone e prende il sopravvento. L’inabissarsi della “ Cosa” è
il nucleo del film, il principio
della sua fascinazione. Non è
25
aprile
2015
pag. 16
Paolo Marini
[email protected]
di
F
esta della liberazione? Come
dare un senso non rituale,
non cerimoniale, non di
mera passerella-per-politici-da-vetrina alle vicende di 70 anni fa? E
ancora - mi vien naturale la domanda, posto che alcuni gravi pesi
opprimono il consorzio civile, che
la società e le istituzioni sembrano
irrimediabilmente sulla via torta,
del deragliamento, del fallimento da cosa e come liberarsi, oggi?
Per quanto non arreso, ammetto
che come cittadino sono distaccato, disilluso. Il pathos per la ‘casa
comune’ è a terra. Anche perché
una casa comune pare che non
esista o è come se non esistesse o
forse davvero non c’è. Quella che
viene spacciata per tale è la sua
ombra. E’ una figura retorica eretta senza pudore, un vessillo logoro,
brandìto per lo più da soggetti cui
non si dovrebbe affidare neppure
l’amministrazione di un condominio.
I sentimenti che scorrazzano nel
tempo attuale incrociano così,
nell’occasione, il pensiero della storia o meglio della storiografia: cioè
del modo in cui la storia è (stata)
scritta, metabolizzata e, voglio
aggiungere, usata.
Il punto di inizio - proprio perché
si parla di liberazione e tuttavia
siamo nel 2015 - sarebbe per me,
semplicemente, questo: (ri)partire
dai fatti, con onestà, con lucidità,
con animo sgombro da passioni
e da lacci ideologici; lasciando
la tentazione di usare la storia a
fini di lotta politica, perché in tal
modo si piegano i fatti all’uso e
al consumo del momento - per
lo più senza alcun amore, senza
premure per la loro autenticità.
I fatti che appartengono alla storia,
correttamente indagati e ricostruiti, sono - o dovrebbero essere - un
primo importante ‘asset’ della casa
comune, del suo patrimonio. Per
questo trovo ridicolo, grottesco
che ancora oggi vi siano argomenti
‘di sinistra’ e ‘di destra’: si pensi
alla resistenza, si pensi alle foibe. Si
tratta, a ben riflettere, della stessa
modalità di indebita appropriazione della cosa pubblica fatta per/da
bande (o forse, si può ormai dire,
da quella omogenea e quanto mai
salda incrostazione che è il regime
partitocratico), per cui lo scempio
istituzionale corrisponde, fa pari
con quello della storia.
Doveroso è ripartire dai fatti, dunque, senza passioni (ideologiche)
Dare un senso vivo,
attuale
alla Liberazione
Claudio Cosma
[email protected]
di
Nell’allestimento di questa
mostra si è tenuto presente la
natura dei materiali. Stanno
alcuni di questi panni sospesi,
come lasciati ad asciugare al sole
su dei lunghi pali colorati ed
altri ripiegati su degli immacolati scaffali bianchi a suggerire un
emporio fuori moda di merci
introvabili. Sono tessuti naturali, sottoposti a tinture leggere,
accoppiati per modificarne lo
spessore e conseguentemente
l’uso, cuciti e ricamati per sottolinearne la destinazione. Il loro
rappresentare la pezza tessuta
primigenia, ancora prima di
trasformarsi in quello che serve
all’uomo, privo com’è del necessario per proteggersi dal freddo
e dal caldo. I panni del Piccini
rimandano ai vestiti degli antichi che venivano “panneggiati”
attorno al corpo divenendone
l’estensione. Ancora prima che
si sentisse il bisogno di tagliare
e aggiustare questi geometrici
frutti della tessitura, si sentiva il desiderio di avvolgersi,
ma non per questo senza passione. Non è, quello che intendo
rappresentare, un ideale di uomo/
cittadino vuoto o depurato della
sua identità e della sua stessa storia; bensì di un individuo che con
tutta la ricchezza del proprio essere
e con il gusto di comprendere il
passato - riconoscendone l’importanza - è curioso di conoscere e
guardare ai fatti per ciò che sono,
interessandosi alla loro realtà
piuttosto che ad una loro pretesa
rappresentazione (condizionata
dalla categoria del ‘politicamente
corretto’). Dopo la conoscenza
dei fatti, così, anche le opinioni
sui fatti assurgeranno a segno di
libertà individuale.
La liberazione, oggi, è prima di
tutto psicologica, i suoi strali
debbono colpire i tentativi di adulterazione tanto della storia quanto
del presente. Lo storico, così come
il cittadino, è tenuto a ritagliarsi
questo recinto di spregiudicata,
assoluta libertà. Di cui la passione
può essere il baluardo; lo scrupolo
o rigore metodologico debbono
essere la guida.
70 anni sono un lasso temporale
importante. Sufficientemente lungo per tentare di dare un significato nuovo e un senso vivo, attuale,
alla parola liberazione.
Fuori dalle porte
del paradiso
di compiere qui gesti ampi e
circolari che per migliaia di anni
gli uomini hanno ritualmente
eseguito ben sapendo che tra
quei panni ed il corpo esisteva
un rapporto più complesso del
semplice contatto.
Le pieghe che questi formavano,
ampie, morbide, a coste, elastiche, modificate dal movimento
e dal vento erano considerate
rivelatrici e confacenti alle proprie reciproche personalità.
Così sono le stoffe di Claudio
Piccini, generose, arcaiche,
tattili, utili, inutili, belle e infine
misteriose. Ci tengono così
fuori dalle porte del paradiso,
ma ad un passo da questo. Fuori dalle porte del paradiso,
Arazzi di Claudio Piccini
Fondazione Sensus, v.le Gramsci
42a Firenze, la mostra e la collezione sono visitabili su appuntamento [email protected].
in
giro
25
aprile
2015
pag. 17
25 aprile al Cango
Cappuccetto Osso
Cango apre i battenti il 25 aprile per
celebrare la Liberazione. Il Centro di
produzione sui linguaggi del corpo e
della danza diretto da Virgilio Sieni
in via S. Maria, a due passi da Piazza
Tasso, sarà aperto dalle ore 11 alle 19.
Il pubblico potrà vedere la videoinstallazione Adagi partigiani per tutta la
giornata e assistere alle prove aperte di
Virgilio Sieni con un gruppo di partecipanti dell’Accademia sull’arte del gesto
dalle ore 15.
Al Teatro Studio Mila Pieralli debutta
Gogmagog in prima nazionale con
Cappuccetto Osso di Marcella Vanzo,
interpreti Cristina Abati e Carlo Salvador, voce off di Tommaso Taddei.
L’artista Marcella Vanzo e la compagnia
Gogmagog
di nuovo insieme, questa volta per
presentarci
Cappuccetto
Osso, una
performance
cruda e immaginifica.
Mitologia
del contemporaneo, che
contrappone due famosi personaggi:
una dolce bimbetta che al solo vederla
le volevan tutti bene e un uomo solo e
dimenticato, che vuole disperatamente
dimostrare di essere vivo. Una nuova
riflessione sulla coppia, tutt’altro che
dolce. 28, 29 e 30 aprile Teatro Studio
di Scandicci
In occasione del centenario del
Genocidio del Popolo armeno Aprile 1915-2015
Versiliadanza e Small Theatre NCA
in collaborazione con Fondazione Sistema Toscana
presentano
Incontro
con l’armenia
Mercoledì 22 Aprile ore 18.00
Mediateca di Fondazione Sistema Toscana,
via San Gallo 25r
horror
vacui
25
aprile
2015
pag. 18
L’elaborazione del lutto è un procedimento indispensabile per continuare a vivere, per i singoli uomini come per i popoli, ma richiede un
tempo lungo, una lunga riflessione, altrimenti
si chiama rimozione. Per gran parte dell’Europa opulenta e per i suoi cittadini non si è
avviata nessuna azione del genere preferendo,
per ogni tragedia, l’oblio immediato.
Disegni di Pam
Testi di Aldo Frangioni
L
immagine
ultima
25
aprile
2015
pag. 19
Dall’archivio
di Maurizio Berlincioni
[email protected]
M
r. & Mrs De Rose, James & Rose De Rose! Sembra quasi un gioco di parole ma non lo è. Si trattava di una coppia di italiani immigrati da un paesino della provincia di Cosenza, Donnici, per la precisione. Erano amici dei miei suoceri e stavano festeggiando le loro
nozze d’oro in compagnia di un numero incredibile di figli, nipoti, pronipoti ed amici, anche loro rigorosamente quasi tutti di origine
italiana, e per la maggior parte calabresi. Il ristorante di San Jose, era ovviamente anch’esso di proprietà di una coppia di italo americani e
l’atmosfera era piuttosto gioiosa, anche se da queste due immagini si potrebbe ipotizzare addirittura il contrario. Il pomeriggio danzante è
stato allietato da un gruppo che si chiamava “Mike Cangi Trio” che era da sempre molto gettonato all’interno della comunità italoamericana
della zona. La coppia De Rose alla fine della serata mi è parsa decisamente abbastanza provata.
San Jose, California, 1972
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