Un libro rivolto a tutti coloro che vogliono affrontare i problemi della vita e
trovare la forza per raggiungere i propri obiettivi.
Prefazione
Esistono numerosi libri sul diabete scritti da diabetologi o da cultori dell’argomento, ne esistono
pochi scritti da diabetici, da coloro che vivono sulla loro pelle tutto ciò che questa malattia
comporta, il libro di Davide è uno di questi. E’ importante per i diabetici leggere come uno di loro
vive ed affronta la propria situazione, ma è ancora più importante per i diabetologi leggere come i
diabetici sentono il proprio “disturbo”.
Questo non è solo un libro sul diabete, è prima di tutto un inno alla vita, una laude all’Uomo che in
un’epoca pragmatica come la nostra, ritorna ad essere, umanisticamente parlando, al centro del
cosmo. Come “L’uomo dal fiore in bocca” di pirandelliana memoria, Davide ci esorta a rallentare il
ritmo frenetico del nostro vivere quotidiano per osservare ed assaporare quelle piccole cose di cui è
fatta la nostra esistenza. Davide ha avuto la capacità di coniugare concetti filosofici, pantarei ovvero
tutto scorre, con detti di saggezza popolare: “A da passà a’ nuttata”, “Domani è un altro giorno”.
Non è un’esortazione a non riconoscere i problemi, ma soltanto un invito a riflettere con il giusto
distacco su quanto ci accade, in modo da far perdere agli eventi quel patos di cui noi li carichiamo.
Ciò ha portato Davide ad affrontare la propria situazione con serenità e determinazione così da
tenere per le briglie il diabete. Da questa esperienza, e come potrete leggere dalle esperienze di altri
diabetici, è nato il desiderio di far partecipi quanti si trovano nella stessa condizione e di suggerire
l’uso di quelle strategie che sono servite a lui.
Interessante leggere come Davide descrive il diabete: “Il diabete arriva silenzioso, non è doloroso o
fastidioso, si nasconde dietro la più comune veste della fatica e mentre voi credete di sopportare un
semplice scompenso passeggero, esso vi rosicchia lentamente dall’interno senza farvelo capire”.
In poche parole è stata descritta la drammaticità di una malattia subdola e insidiosa che mina
l’organismo portandolo al degrado, una malattia, è bene ricordarlo, che a detta dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità ha assunto proporzioni epidemiche. Una malattia che riguarda tutti: il
soggetto colpito, i famigliari, gli amici, i compagni di lavoro… una malattia quindi sociale che
necessità dell’aiuto di tutti. Questo libro, quindi, si rivolge al diabetico, grasso o magro, grande o
piccolo, maschio o femmina, ai genitori, ma più in generale a tutti coloro che nell’arco della vita si
trovano ad affrontare un qualsivoglia problema. Il suo scopo è di aiutare a capire meglio come porsi
di fronte ai problemi che la vita ci pone e nel caso particolare a capire perché e come il diabete
debba essere curato, integrando e non sostituendo l’opera educativa del personale sanitario. Davide
per noi rappresenta l’esempio che il lavoro educativo che stiamo svolgendo presso il nostro Servizio
è utile, egli è riuscito a coniugare il sapere con il saper fare raggiungendo il saper essere. Mi auguro
che questo libro serva di stimolo a tutti per riflettere, ed ai diabetici, in più, per rompere
l’isolamento psicologico in cui molti cadono ed affrontare serenamente, ma con determinazione la
propria condizione.
Dott. Francesco Calcaterra
Responsabile della UOS di Diabetologia ed Endocrinologia
ULLS 4 Alto Vicentino
Un giorno Davide mi disse che voleva scrivere un libro sul diabete; chiedeva il mio aiuto: voleva
incontrare e conoscere altri ragazzi che come lui condividevano la stessa malattia.
Mi sembrò un’idea magnifica ma non fu facile trovare dei ragazzi e degli adulti che parlassero di
loro e della loro esperienza con il “mondo diabete”.
Poi un po’ alla volta è nato questo libro sincero, reale, coinvolgente, talora ironico.
Ho imparato, confrontandomi ogni giorno con la sofferenza, che non bisogna fare l’abitudine
nemmeno alla malattia perché altrimenti non si può vivere con pienezza e con slancio.
A tutti voi ragazzi, a tutti quelli che come voi sono diabetici, dico “SIATE PROTAGONISTI “
perché ogni giorno sarà una conquista.
A tutti voi rivolgo queste parole dell’alpinista Rebuffat che affermava “L’uomo non conquista una
montagna e sulla cima si ferma ben poco…”
Con affetto
Dott.ssa Marina Miola
ULLS 4 Alto Vicentino
2013 Voce all'esperienza
“Il più saggio di tutti i consiglieri, il Tempo” sentenziò Pericle nell’Antica Grecia, e aveva ragione.
Sono passati dieci anni da quando ho scritto la prima edizione di questo libro, e da allora molto è
cambiato, ma non tutto.
Quando mi approcciai alla scrittura, avevo solamente diciotto anni, ero diabetico da qualche mese, e
passavo intere serate a sfogarmi scrivendo quello che sarebbe poi divenuto il mio primo libro.
Mentre le mie dita danzavano sulla tastiera, avvertivo però uno spazio vuoto nel testo che mi
scorreva davanti gli occhi. Poi mi resi conto che ciò che mancava, e che non avrei mai potuto
aggiungere, era l’importantissimo contributo dato dall’esperienza di vita.
Arrivato al termine, lo rilessi più volte, e mi complimentai con me stesso per il risultato. Mi resi
conto che non era perfetto, ma di certo era il meglio che potessi fare allora.
Una volta pubblicato, sperai col cuore di riuscire ad essere coerente negli anni a seguire, seguendo
nella vita di tutti i giorni quei consigli che avevo messo nero su bianco con tanta convinzione, e di
poterlo leggere a distanza di un decennio per poi esclamare: “caspita, avevo ragione”.
Ora il decennio è passato, l’ho letto ancora una volta, quasi con il timore di vedermi smentito
nonostante conoscessi il contenuto. Giunto all’ultima pagina, ho sospirato e l’ho chiuso con un
sorriso: “Sì, avevo ragione, ed ora?”.
In questi dieci anni, ho ricevuto molti “consigli” dal saggio signor Tempo, mi sembrava quindi un
buon proposito lavorare sulla prima stesura cercando di far rinascere il libro, arricchendolo con dei
punti di vista più solidi, migliorandone i contenuti, anche seguendo i consigli di quei lettori che mi
hanno dato l’opportunità di confrontarmi con loro.
Posso garantirvi che questa nuova edizione mantiene l’anima originale. Potremmo definire ciò che
leggerete un testo scritto da un diciottenne, poi smussato ed arricchito da un “fratello maggiore”.
Fatte queste dovute premesse, vi auguro una piacevole lettura, e spero con tutto me stesso che
quanto ho scritto vi sia utile, dandovi nuove ispirazioni, e conferendovi serenità nell’affrontare la
vita.
Introduzione
Questo libro desidero dedicarlo a tutti i giovani che, come me, si sono svegliati un giorno
sentendosi semplicemente strani e sono andati a dormire la sera stessa dopo una visita dal medico
con la consapevolezza d’essere diabetici per il resto della loro vita.
Ma questo testo è rivolto anche a tutti i genitori e i parenti che hanno visto cambiare la vita di un
proprio caro in un batter d'occhio senza poter far nulla.
Molti concetti che esporrò però sono rivolti a chiunque abbia dei problemi da risolvere (sano o
malato che sia).
Alcune cose valgono per tutti; quindi se vi sentite giù e volete rialzarvi con uno spirito vincente
continuate a leggere anche se del diabete non sapete niente, avrete una buona occasione per capire
di cosa si tratta a livello psicologico e semmai un vostro caro avrà da affrontare questo problema
saprete come agire per aiutarlo al meglio.
Forse state pensando che stia frequentando un corso di studi di psicologia o simili.
Non proprio.
Io faccio il cuoco, o almeno sto studiando per diventarlo
Leggo però da anni libri che descrivono comportamenti mentali, metodi di comunicazione o
tecniche per affrontare la vita alla grande.
Poi un giorno è arrivato il diabete e con lui la voglia di dimostrare a me stesso che vincerò.
Studio, quindi tutto non sono un sessantenne che scrive per aiutare gli adolescenti senza ricordarsi
vividamente gli avvenimenti di quest’età, ho diciotto anni e sto vivendo tutto quello che scrivo sulla
mia pelle ora, capitolo dopo capitolo.
Come probabilmente sapete il diabete è diviso in varie categorie più o meno gravi, oltre al mellito di
tipo I e II ci sono delle forme più lievi e meno problematiche.
Qui parlerò in modo particolare del diabete giovanile insulinodipendente, quello che conosco
meglio. Lo farò affrontando le varie problematiche psicologiche che si possono incontrare con lo
scopo di aiutare ogni lettore ad affrontare la malattia in maniera vincente.
Molti sopportano questo avvenimento nel migliore dei modi, non si fanno scoraggiare, anzi, a volte
sono spinti a fare di più per dimostrare che non è poi quella tragedia che può sembrare, altri però
vengono colpiti travolti dagli avvenimenti e cadono nel buio più fitto.
Certo, posso assicurarvi che il diabete cambia molto lo stile di vita, ci vuole cervello, non bisogna
banalizzarlo, ed è necessario accettare quelle piccole ma innumerevoli problematiche che
subentrano dopo l’esordio della malattia.
Prima di tutto, quindi, invito tutti i diabetici a pensare in positivo.
La medicina in quest’epoca scopre qualcosa di nuovo ogni giorno e per quanto ne so io, potrebbe
essere tutto risolto prima che io finisca di scrivere questa introduzione.
Bisogna tenere duro per qualche anno aspettando che la ricerca faccia il suo corso, dopodiché anche
quest’ostacolo sarà superato.
Qualunque sorpresa ci riservi il futuro, dobbiamo arrivare a quel giorno fatidico nelle migliori
condizioni possibili.
Ritengo ad ogni modo che, se il problema subentra durante l’adolescenza, sia un atto di maturità per
chi ne è colpito fare in modo che non sia un peso, perché quando diventa duro per voi
automaticamente si trasforma in un grosso problema anche per i vostri genitori e le persone a voi
vicine.
Se invece dimostrate di potercela fare con le vostre forze vi sentirete più adulti, più autosufficienti e
pronti ad affrontare la vita a testa alta, come se non fosse successo niente di sconvolgente,
considerando il tutto come un imprevisto, un incidente di percorso.
I primi tempi sono sicuramente i più difficili da affrontare, ci si trova con valori sballati senza
sapere a cosa sono legati, sorgono di minuto in minuto montagne d’interrogativi.
Posso mangiare quello? Cosa mi farà quest’altro? Come devo reagire a certe situazioni?
Tutte queste complicanze sono normalissime soprattutto all'inizio, poi s’impara a conoscersi meglio
e a trovare un proprio equilibrio, sia fisico che psichico.
Allora ci si rende conto di avere dentro di sé le capacità per affrontare gli accorgimenti che la
malattia comporta.
Quello che sto scrivendo mi auguro possa rassicurare chiunque vi è appena incappato, sperando che,
se ora si sente sommerso da seccature, letta l’ultima pagina del libro affronterà più serenamente la
vita e sarà pronto a continuare per la sua strada senza farsi tanti problemi.
Se accadrà quanto mi auguro avrò raggiunto lo scopo prefisso: fare in modo che un viso triste
sorrida e un individuo piegato si risollevi più determinato e forte di prima, pienamente fiducioso
nelle proprie capacità.
All’ospedale, quando mi hanno detto quale fosse la situazione, l'ho presa molto bene, ero orgoglioso
di sentirmi pronto ad affrontare il problema ed ho capito subito che le persone che mi aiutavano in
quei momenti avrebbero sempre continuato a farlo.
Mia madre affrontò la novità diversamente, ma ogni volta che ne parlavamo tentavo di
tranquillizzarla e, ancora oggi, quando qualcuno mi chiede qualcosa a riguardo spiego chiaramente
la situazione senza drammatizzare, questo perché voglio far capire che non basta il diabete per
frenarmi.
Con ciò non intendo assolutamente dire che sia una situazione da sottovalutare, anzi, nel corso degli
anni, se non ci si cura, la condizione degenera in altre malattie che alla fine possono anche portare
alla morte.
Se la posta in gioco è la vita, bisogna giocare le proprie carte con saggezza fin dall’inizio.
Da quando ho scoperto di essere diabetico mi diverto più di prima, riuscendo comunque a seguire le
regole a me vitali.
E come se non bastasse mi sono prefisso obiettivi molto ambiziosi, mettendomi così alla prova sotto
molti punti di vista.
Il diabete è solo una imperfezione nella mia vita, è questo il segreto per non fregarsi da soli, usate
un pizzico di indifferenza e fate ciò che dovete per curarvi in maniera seria senza lasciarvi
eccessivamente condizionare.
Sapete come lo chiama mia nonna il diabete? Un “disturbo”, non patologia, handicap o deficienza,
semplicemente disturbo.
Andrea, un ragazzo di cui più avanti potrete leggere la storia, questo disturbo lo chiama "la valigia
appresso", intendendo che si tratta di un fardello che bisogna portarsi dietro, ma non
necessariamente così pesante da impedirci di vivere serenamente e di aspirare al successo personale.
Che siate diabetici o sani, camminate sempre sereni a testa alta, pensando che c’è gente che sta
peggio, molto peggio e che tra le sfortune questa non è certo la più gravosa.
Quanto scrivo è rivolto a tutte le persone che devono affrontare i problemi psicologici scatenati dal
diabete, qui non troverete spiegazioni scientifiche del perché sia successo, ma un sincero supporto
per tutti i momenti in cui sarete sconfortati e abbattuti.
Se troverete parti che vi colpiranno particolarmente trascrivetele, fate in modo che funzionino come
un cuscino psicologico da fruttare in momenti di crisi.
Se chi sta leggendo non ha problemi di salute oppure ha preoccupazioni differenti non significa che
non possa prendere spunto da queste pagine, spesso molte persone sane hanno più problemi che li
tormentano nell’anima di quanti affliggano un malato.
Risolvete i vostri problemi in fretta e se sentite dentro di voi di volerlo fare, appoggiate gli altri
offrendo loro un supporto psicologico che potrebbe rivelarsi fondamentale.
Ricordatevi sempre questa magnifica frase di Clara Booth Luce, un'ambasciatrice statunitense degli
anni cinquanta: "Nella vita non ci sono situazioni disperate, ci sono soltanto uomini che hanno
perso ogni speranza di risolverle".
Se vi impegnerete, verrete a capo di tutti i vostri nuovi e frustranti problemi e riprenderete il vostro
cammino col vento in poppa.
Vi voglio attivi!
Generalmente, quando si legge un libro, si imposta la mente in modalità "passiva" e si resta
comodamente seduti sul divano muovendo solo gli occhi da sinistra a destra immettendo
informazioni nel cervello, col rischio di dimenticarle in poco tempo.
Leggendo un romanzo non c'è bisogno di essere attivi, ma se leggete un saggio o un libro da cui
volete estrapolare l'essenza e sfruttarla per migliorarvi è necessario che la lettura sia "attiva".
Se volete applicare qualche consiglio non aspettate, fatevi un promemoria, scrivetevelo in un foglio,
nel computer o registratelo e poi applicatelo appena possibile.
Quello che vi interessa dovete farlo altrimenti tanto vale che chiudiate il libro e andiate a giocare a
pallone.
Se continuate la lettura dovete farlo applicandovi, e così deve essere per ogni libro che vi propone
stili di vita che volete seguire. Non dovete ripetervi “Mi piacerebbe farlo, ma non posso...”, sfruttate
il tempo che dedicate alla lettura testando quelli che vi sembrano concetti utili e lasciando perdere
ciò che non pensate sia importante o che non coincide con le vostre opinioni.
Ricordate che al mondo esistono tre tipologie di persone: quelli che fanno succedere le cose, quelli
che aspettano che le cose succedano e quelli che non sanno ciò che sta accadendo. Inutile dire che,
se volete davvero fare un salto di qualità dovete rientrare nel primo gruppo.
In una recente intervista il noto attore hollywoodiano Tom Cruise ha detto “Credo che uno possa
sempre scegliere: o lamentarsi di quello che non va, o sforzarsi di cambiare. Certo c’entra anche la
fortuna, ma nella vita alla fine è sempre questione di impegno, di quanto sei disposto a sgobbare”.
Agite, non chiedetevi se il diabete vi permetterà o meno di raggiungere la meta, saranno i fatti a
rispondere a questo interrogativo. A riguardo Goethe affermò che: “Non basta sapere, si deve anche
applicare; non è abbastanza volere, si deve anche fare”.
Ora che siamo ancora alle prime pagine ed è difficile che perdiate il segno o vi dimentichiate
concetti importanti, appoggiate un attimo il testo e munitevi di carta e penna, poi riprendete a
leggere annotando le frasi che vi sembra potranno servire o le pagine che contengono concetti per
voi importanti, vi aspetto tra qualche riga, equipaggiati a dovere!
1) L’esordio
Il punto di vista scientifico
Bene, spero abbiate carta e penna sottomano altrimenti… Ok, mi fido.
Prima di tutto analizziamo la situazione da un punto di vista strettamente scientifico.
Nel diabetico la glicemia tende ad aumentare a causa del deficit di insulina che non permette così
l’assorbimento degli zuccheri.
Questo aumento comporta, al di sopra di un certo valore, la comparsa di zucchero nelle urine, tale
fenomeno è causato dalla sua eccessiva concentrazione nei tubuli renali.
Lo zucchero viene così eliminato in parte con le urine, nelle quali però non supera gli 80g per litro.
Quindi zucchero in eccesso, urine più abbondanti e necessità di urinare più frequentemente per il
soggetto diabetico.
Questa eliminazione abnorme di liquidi provoca una forte sensazione di sete che lo porta a bere
abbondantemente e a consumare alimenti ricchi di liquidi.
Alimenti che non vengono ben utilizzati dall’organismo, quindi il diabetico va incontro ad uno
spreco di energie e a disidratazione.
La perdita di liquidi organici e di sostanze solide (grassi, proteine) portano di conseguenza ad una
perdita di peso e ad un dimagrimento considerevoli.
Sorge allo stesso tempo anche una forte sensazione di fame ( non riscontrata però in tutti i malati) e
più un soggetto mangia più lo scompenso si aggrava.
Tutti questi deficit da parte dell’organismo portano ad una sensazione di grande stanchezza.
L’accumulo di zuccheri nei vasi sanguigni della retina provoca inoltre un indebolimento della vista.
Nei bambini, sintomi all’esordio possono facilmente trarre in inganno, non sempre la classica
minzione frequente ed abbondante e il bisogno impellente di bere sono riconoscibili in quanto,
soprattutto con l’utilizzo del pannolino, il volume delle urine è difficilmente quantificabile.
La sete e la fame intensa poi possono essere interpretate come “capricci alimentari”, frequenti nei
primi anni di vita.
Gli altri sintomi in genere presenti quali dolori addominali, calo di peso o stanchezza, possono
essere facilmente attribuibili ad altre malattie e contribuire a far ritardare la diagnosi.
L’Insulina
Vediamo ora di capire in maniera più chiara cosa sia questa sostanza che il nostro corpo ha smesso
di produrre e dobbiamo introdurre per conto nostro.
L’insulina è un ormone proteico prodotto dalle cellule beta del pancreas.
Il fattore che stimola maggiormente la sua secrezione nel flusso sanguigno è l’aumento della
glicemia.
.
E’ un ormone indispensabile alla vita e viene usata appunto per curare il diabete mellito tipo I e in
alcuni casi il tipo II quando gli ipoglicemizzanti risultino insufficienti o controindicati.
Semplificando il concetto, l’insulina “dice” al fegato di smettere di produrre glucosio e poi, una
volta arrivata ai tessuti periferici, ne aumenta l’assorbimento.
Il glucagone (usato in casi di forte ipoglicemia) “dice” al fegato di riprendere a secernere glucosio.
Questo processo che “attiva” e “blocca” la produzione è regolato da una sostanza chiamata
somatostatina.
La “storia” dell’insulina iniziò nel 1921, quando venne estratta dal tessuto pancreatico canino ad
opera di Frederick Grant Banting, Charles Herbert e John James Rickard Macleod. Successivamente
si riuscì a purificarne una forma iniettabile sull’uomo e fu la prima proteina della quale si venne a
conoscere la sequenza degli amminoacidi (i pezzetti che formano le proteine) nel 1955.
Dal 1981 ai diabetici viene somministrata insulina prodotta artificialmente da organismi batterici.
Ne esistono di vari tipi, ad azione veloce, media o lenta e ormai, grazie ai progressi tecnologici, non
è più indispensabile tenerla in frigo per evitare che si alteri.
La mia storia
Quella che vi racconterò ora è la cronaca del drammatico susseguirsi di avvenimenti che hanno
portato i medici a diagnosticarmi il diabete.
Allora avevo appena terminato il terzo anno presso l’Istituto Alberghiero e, dopo gli esami per
conseguire il diploma, ero riuscito a trovare un lavoro in una zona di mare ad un centinaio di
chilometri da casa, presso un ristorante dove, devo dirlo, il pesce è un’arte.
Ero entusiasta di partire in tutta autonomia e farmi un po’ di gavetta in un bel locale marittimo.
Mi sentivo al settimo cielo, avevo finito l’anno scolastico in maniera eccellente, avevo raggiunto
tutti gli obiettivi che mi ero posto, e la consapevolezza di dover lavorare tredici ore al giorno non mi
preoccupava minimamente.
Quindi, dopo una settimana di ferie, me ne andai al mare dove avrei dovuto passare i tre mesi
successivi.
I primi tempi furono un inferno, non sapevo fare niente, non conoscevo nessuno del posto, ed il
proprietario del ristorante, aveva in progetto di rispedirmi a casa.
Il caso volle che dovesse essere ricoverato all’ospedale, quindi rimandò la decisione a qualche
settimana più tardi.
Il locale era molto rinomato ed ogni errore mi costava sgridate molto pesanti, tutto doveva essere
impeccabile, dovetti così alzare i miei standard qualitativi il più presto possibile per evitare di dover
rincasare entro il fine settimana.
Il mio morale era a pezzi, venivo ripreso in continuazione e lo chef ne aveva fin sopra i capelli di
dovermi fare da balia.
Ma piano piano le cose migliorarono, tanto che una volta dimesso dall’ospedale il proprietario,
probabilmente sotto consiglio dello stesso chef, decise di tenermi.
Ogni giorno che passava facevo qualche miglioramento, arrivai così ad occuparmi di un’intera
partita (trattasi di uno dei reparti in cui è divisa la cucina).
Ero responsabile di tutti i pesci al forno, quando arrivavano, alcuni ancora vivi, li squamavo, li
svisceravo e li mettevo in cella per poi cucinarli durante il servizio.
Spesso rimanevo impressionato dai prodotti che maneggiavo al ristorante, branzini e orate da cinque
chili, astici grossi come non ne avevo mai visti, era proprio il paradiso del pesce, mi rendevo conto
che era un’esperienza che avrei dovuto fare fino alla fine, nonostante i grossi sacrifici.
Il mese successivo avevo preso il mio ritmo, nonostante il lavoro fosse incessante, mi resi conto che
stavo imparando moltissimo e capivo che quell’esperienza mi avrebbe cambiato la vita, non mi
rendevo ancora conto di quanto quest’ultima affermazione fosse vera.
A metà luglio tornai a casa un paio di giorni e notai subito un leggero calo di peso; mia madre mi
strinse i pantaloni che usavo in cucina e il giorno dopo tornai di nuovo al lavoro, felice di aver
rivisto, seppur per poche ore, la mia famiglia.
Passarono altri quindici giorni e probabilmente quello fu il periodo d’esordio della malattia.
Bevevo un po’ più del solito e andavo in bagno circa ogni ora e mezza, che però una settimana dopo
divenne un’ora, poi mezzora ed alla fine ogni quindici minuti.
Il lavoro al ristorante nel mese di agosto era a regimi altissimi ed io diedi la colpa del mio
malessere, alla stanchezza, al caldo, alla mole di ore passate in cucina.
Non sapevo chiaramente cosa fosse il diabete e tanto meno i suoi sintomi tanto che, anche al ritorno
a casa non lo sospettò nessuno.
Al ristorante mangiavo molto e bene, mi ero innamorato delle chitarre al ragù d’astice, qualcosa di
sublime, inoltre spesso non mi facevo mancare il fantastico tiramisù o una bella fetta di semifreddo
al torrone.
Nonostante queste deliziose abbuffate il mio peso calava costantemente ed io mi sentivo sempre più
stanco e assetato.
La figlia del titolare ipotizzò un problema alla tiroide, io e lui ci mettemmo a ridere, non c’era da
preoccuparci "Impossibile... mai avuto niente, e a diciassette anni poi!" mi ripetevo.
Il “fattore bagno” era quello che mi spiegavo meglio: è caldo, bevo tanto ma sudo poco, quindi
conoscendo a grandi linee il ciclo dell’acqua sapevo che ne buttavo fuori tanta quanta ne bevevo.
Certo, lavorare andando ogni mezz’ora in bagno era un supplizio, però il fatto è che ciò non era
costante, di mattina tutto sembrava quasi normalizzarsi e io lo pensavo legato ai momenti più
pesanti che affrontavo la sera.
Fatto sta, che dopo un mese ancora nessuno sapeva di questa frequenza da record, solo lo chef ogni
tanto faceva qualche osservazione ma non poté mai capire la reale situazione, che sarebbe
comunque stata una sorpresa anche per me poco tempo dopo.
Quando arrivai a due settimane dalla fine della stagione, il mio stato fisico era impressionante,
mangiavo in quantità industriale, ogni genere di cibo, bevevo fino a cinque litri di liquidi al giorno
ed ero parecchio stanco.
Io però mi sentivo solo affaticato, ed essendo quella la mia prima vera esperienza di lavoro lo
trovavo al quanto normale. Ad una settimana dalla fine, spinto dal desiderio di mio papà di
rivederci, feci un salto a casa. Il bagno del treno l’avevo praticamente prenotato, ma non ci pensavo,
ero felice di tornare per un po’ dai miei.
Arrivato a casa, essendo convinta che fossi denutrito, mia mamma mi accolse con una fetta di
tiramisù della grandezza di un intero piatto, una pugnalata per la mia glicemia e mio papà mi esortò
a mangiare barre energetiche anche se non avevo fame.
Io ero sempre in bagno e mi sentivo stanco morto, questo perché tutti gli zuccheri che mangiavo,
che avrebbero dovuto rinvigorirmi, restavano in circolo nel sangue. Scoprii tra l’altro di aver perso
ben dieci chili, toccando quota 53.
Vista la situazione estrema non tornai a lavorare il giorno seguente, feci una telefonata spiegando
che non me la sentivo.
Il giorno stesso andai dalla dottoressa, nel cui studio per disgrazia, non vi erano porte con scritto
“Toilette”. La mia vescica imprecava aiuto e appena uscito dalla visita corsi a gambe levate verso
casa lasciando mia mamma sola fuori dallo studio. La sera andai a trovare il mio migliore amico, al
quale spiegai i problemi che mi trovavo ad affrontare, ma non riuscimmo a darvi alcuna
spiegazione.
Il mattino seguente mi chiamò la dottoressa, dicendomi che avevano trovato un valore sballato nella
glicemia, mi invitò a recarmi all’ospedale per approfondire.
Io ci andai serenamente, dissi al mio amico che ci saremmo trovati in serata, per me era solo
questione di qualche ora, una delle solite visite dopo la quale al massimo avrei dovuto prendere
qualche pastiglia e nulla più.
Arrivati al reparto di diabetologia fummo accolti dal dottore.
L’infermiera mi fece l’esame del sangue, la sorpresa fu incredibile, il valore era oltre i 1000 mg/dl!
Considerando che il livello di una persona sana si aggira intorno a 100, rimasi senza parole..
Il dottore, con molto tatto, spiegò la situazione a me e a mia mamma, chiarendo che da quel
momento in poi avrei dovuto fare quello che faceva il mio pancreas, oramai in sciopero. Per
sempre.
Una volta resomi conto della situazione capii che la parola insulina, della quale pochi minuti prima
ignoravo il significato e la funzione, sarebbe divenuta parte integrante della mia vita.
Comunque sia mi ricoverarono subito, mi collegarono a qualche flebo e cominciarono a rimettermi
in sesto.
Ogni giorno procedevano a controlli vari, le iniezioni e le misurazioni glicemiche giornaliere
diventarono una routine che credevo legata solamente al ricovero, capii solo più avanti che non era
così.
Col il passare dei giorni stavo sempre meglio, inoltre mi sentivo sollevato nel vedere quanto bravi e
premurosi fossero gli infermieri. Giuro che non avevo mai apprezzato tanto la sanità Italiana come
in quella settimana. Restai anche impressionato dai macchinari e strumenti in dotazione all’ospedale
e dentro di me mi dicevo: “se hanno a disposizione questi magnifici strumenti, questa incredibile
tecnologia, credo manchi poco affinché risolvano anche il mio problema”.
Per spezzare un po' la routine ospedaliera, dopo quattro giorni di ricovero mi feci fare un permesso
d’uscita per seguire un corso di cucina per cucinare ai bimbi dell’asilo. Era importante che trovassi
uno svago che mi facesse attutire il colpo.
Dopo una settimana di ricovero mi sentivo rinato, avevo appena tolto il piede dalla fossa, ma avevo
mille progetti, e mi promisi che non sarebbe stato il diabete a fermarmi.
Mi ricordo sempre di un mio amico, che prima di passare all'ospedale a trovarmi, si fermava a
comprare un po’ di caramelle, poi arrivava e si metteva a mangiarle davanti ai miei occhi. L'istinto
iniziale era quello di fargli testare la durezza del palo a cui era appesa la flebo, poi però
scoppiavamo a ridere. Oggi mi rendo conto che quella dei dolci per me è stata la rinuncia meno
dolorosa, malgrado fossi molto goloso, un vero e proprio pozzo senza fondo per torte e biscotti, ora
li ho in buona parte sostituiti con prodotti dolcificati.
In quei giorni riscoprii una sorta di gioia di vivere e, seduto al sole nel balcone del quinto piano
dell'ospedale, sognavo ad occhi aperti, speravo di tornare presto a casa e di ricominciare da dove
avevo lasciato, con la consapevolezza che qualcosa era oramai cambiato ma che le idee e i progetti
a cui aspiravo potevo realizzarli ugualmente.
Grazie ai miei studi non ebbi grosse difficoltà ad individuare i cibi che potevo o non potevo
mangiare. Inoltre mi feci portare da casa il libro di scuola sui Principi dell'Alimentazione e ripassai
tutti i principi nutritivi, tanto per rinfrescarmi le idee.
Riacquistando le forze, la fame si fece insistente, e mi trovai costretto a barattare con i compagni di
stanza qualche segreto culinario in cambio della frutta che gli veniva data (in ospedale il cibo fuori
dai pasti è una chimera, ero costretto a fare scorta di frutta per poter mangiare qualcosa durante il
pomeriggio!).
Conclusi il corso di cucina il giorno stesso della fine del ricovero e finalmente potei tornare a casa,
rigorosamente accompagnato da una borsetta nella quale avevo il mio malloppo di insulina, aghi,
strisce reattive e quant’altro potesse essermi utile.
Ero pronto per riprendere la corsa della vita, ma ci sarebbe stato molto da imparare sulla gestione
del diabete.
Questa è la mia travagliata storia, e non vi nascondo che quando ci ripenso quasi rabbrividisco, in
due mesi la mia vita aveva subito degli scossoni pazzeschi; camminavo su un filo sospeso sopra un
baratro senza rendermene conto.
Analizzando la vicenda si intuisce come il diabete arrivi in silenzio e non è doloroso o fastidioso.
Si nasconde dietro la più comune veste della fatica e, mentre voi credete di dover sopportare un
semplice scompenso passeggero, lui vi rosicchia lentamente dall’interno.
Purtroppo prima di vivere questa brutta avventura non avevo mai letto niente sul diabete e quindi fu
la mia ignoranza a portarmi al limite della sopravvivenza, è però importante spingere qualsiasi
persona che accusi disturbi simili a procedere ad un veloce controllo facendo delle semplici analisi
del sangue.
Un altro 11 settembre 2001
Con questo capitoletto, desidero farvi condividere un momento di riflessione su cui mi sono
soffermato spesso, ma non avevo inserito nella prima edizione, forse perché non l'avevo ancora ben
razionalizzato, vista l'eccezionalità degli eventi. Ciò che mi preme far capire, è il concetto che le
cose che ci accadono, hanno sempre diversi punti di vista.
A volte il mondo va a rotoli mentre voi trovate dei motivi per sorridere dopo un lungo periodo buio,
in altre occasioni invece siete voi a precipitare in un baratro, e vi sembra di essere gli unici a subire
questo peso psicologico.
E' importante rendersi conto che non esistono situazioni in assoluto positive o negative. Se
riuscirete a sviluppare una chiave di lettura degli eventi che estrapoli la positività anche dai
momenti bui, infonderete nel vostro corpo una linfa in grado di rinvigorirvi forse più di quando
possiate pensare. Rifletteteci a fondo.
Un momento in cui mi sono trovato ad avere emozioni sensibilmente contrastanti dove “il mondo va
a rotoli mentre voi trovate dei motivi per sorridere dopo un lungo periodo buio”, è stato l'11
settembre 2001.
La mattina di quel giorno (a New York era ancora notte fonda), io ero all'ospedale di Schio, che
aspettavo di parlare con la diabetologa, la quale mi avrebbe dovuto consegnare le mie prime penne
di insulina, ed insegnarmi ad usarle.
Ero infatti al termine di una settimana di ricovero, seguita ad una turbolenta diagnosi il diabete di
fine agosto. Quel giorno mi accingevo a prepararmi per tornare a casa, ed iniziare una vita
differente, della quale avrei dovuto imparare di nuovo le “regole del gioco” inserendo la nuova
variabile il diabete.
A mezzogiorno (le sei di mattina a New York), a Schio il sole splendeva alto nel cielo ed io
osservavo il possente Pasubio che riempiva l'orizzonte, mentre consumavo il mio ultimo pasto
d'ospedale, dopo essermi fatto autonomamente la mia prima iniezione d'insulina..
Una volta terminato di pranzare, mi venne consegnata la lettera che formalizzava l'imminente
dimissione, ed io sorrisi soddisfatto, all'idea di poter rincasare dopo un'assenza che si trascinava in
realtà dall'inizio dell'estate.
Arrivai a casa verso l'una (sette di mattina a New York), misi l'insulina in frigo e girai un po' per
casa senza meta, cercando di rinfrescarmi le idee, mentre ascoltavo un cd in sottofondo.
Ero felice di essere tornato alla vita normale, ma ero pensieroso perché non sapevo se sarei riuscito
a gestire tutti gli aspetti legati ad una malattia che qualche giorno prima, pensavo significasse
solamente la privazione dei dolci.
Poco dopo, mia mamma stava per uscire per andare in un centro commerciale, ed io decisi di
aggregarmi, rimandando le complicate considerazioni alle quali non riuscivo ancora a dare risposta.
Arrivammo al centro commerciale verso le tre di pomeriggio (9 di mattina a New York), ed io mi
fiondai nel reparto multimedia tuffarmi nella tecnologia, che tanto mi appassiona.
Ciò che successe in quel momento non lo dimenticherò mai nella vita.
Avevo di fronte a me circa 30-40 televisori, tutti accesi e sintonizzati sul telegiornale, ma senza
l'audio attivato. Io mi avvicinai osservando le caratteristiche tecniche dei modelli esposti, e fui
incuriosito da un aereo che si schiantava contro le Twin Towers di Manhattan.
In quei giorni, era attesa l'uscita in pompa magna del primo film di Spiderman, dove era prevista
una scena nella quale un elicottero finiva imprigionato in una gigantesca ragnatela tesa proprio tra
le due torri gemelle. Osservando quelle scene apocalittiche, pensai che stessero mostrando uno
spezzone del trailer del film.
Dopo una manciata di secondi però, non vedendo comparire l'impavido Spiderman, mi chiesi se non
stessi invece guardando qualcos'altro. Mi avvicinai a mia mamma e le chiesi “Scusa ma, finché ero
all'ospedale è successo qualcosa negli Stati Uniti?”. Lei mi guardò incuriosita, fece spallucce e mi
rispose: “Che sappia io no, perché?”.
A quel punto la trascinai di fronte alle tv. Il resto è storia.
Quella notte, andai a letto con le immagini di quella tragedia impresse nella mente che scorrevano
senza tregua. Da un lato una profonda tristezza si faceva spazio dentro me, pensando alle persone
intrappolate in quei due giganti di acciaio e cemento, dall'altro ero felice di aver trascorso il mio
primo giorno a casa, dopo tre mesi di assenza, che avrebbe rappresentato il mio ritorno alla vita.
Un inizio difficile
Durante una lezione di tedesco, alcuni anni fa, imparai questa breve frase: “Aller anfang ist
schwer” ovvero “ Ogni inizio è difficile “.
Niente di più vero, pensate a tutte le cose, più o meno complicate, che impariamo a fare nel corso
degli anni; le prime volte gli effetti sono disastrosi.
Questo semplice detto calza a pennello anche per ogni diabetico: l’inizio è molto difficile da
affrontare.
Una volta dimesso, “l’inizio” fu veramente costellato di problemi e la cosa si rivelò preoccupante
sotto parecchi punti di vista.
In ospedale ero controllato da esperti e andava tutto relativamente bene, una volta a casa tutto
cambiò.
I valori della glicemia erano un punto dolente, non scendevano mai sotto i centocinquanta e quando
mi si parlava di ipoglicemia mi veniva quasi da ridere, pensavo: “Ipoglicemia? Quando mai? Non
vanno giù quei valori”. Sembrava qualcosa che non mi avrebbe infastidito per un bel po’.
D'altronde cosa dovevo pensare?
Desidero elencarvi i valori che mi sono trovato ogni sera durante la prima settimana dopo il mio
ritorno a casa; tenete presente che la fascia nella quale il valore è corretto oscilla da 70 a 120,
mentre per me l'elenco era:188, 509, 371, 432, 364, 364, 354.
Da notare che mangiavo seguendo una dieta fatta apposta per me, mia mamma mi portava porzioni
irrisorie di pasta, seguendo le grammature delle dietiste, ed io naturalmente avevo sempre fame; ma
tentavo di attenermi alle quantità consigliate, nonostante fossero veramente scarse.
Per i quindici giorni successivi il ricovero, tutti i valori furono a livelli superiori 180. Come avrei
potuto credere che sarei andato in ipoglicemia?
Per rassicurarvi, oggi mangio di più, i valori della glicemia si dimostrano sensibilmente migliori e
faccio meno unità di insulina.
Quello fu un periodo nero, dove imparai ad odiare l’iniezione nelle gambe. Se andava bene non
sentivo neanche l’ago entrare, ma purtroppo spesso toccavo quei punti maledetti che ti fanno
stringere i denti dal bruciore.
Altro inghippo: gli occhi. Talvolta non riuscivo a vedere l’ora nell’orologio neanche alla distanza di
un metro.
Allora mi informai a riguardo, per fortuna anche questo sintomo era normale e soprattutto,
passeggero, visto che non trovarono danni alla retina.
Certo mi dava parecchio fastidio non riconoscere le persone che mi salutavano a pochi passi davanti
a me.
Mi ricordo che una sera andai ad una festa, non vedevo nulla di chiaro oltre il mio naso, quindi
continuai a chiedere al mio amico di dirmi chi si trovava nel tal posto e mi stava salutando.
Alle 22 dovevo fare l’iniezione della “buona notte” l’insulina ad effetto prolungato, andammo così
alla ricerca di un locale nei paraggi, ma niente, nessun bagno, non c’era una zona adatta a
disposizione.
Decisi quindi di allontanarmi dalla festa e trovare un lampione che mi facesse luce per eseguire
l’opera. Arrivai in una stradina secondaria, mi ci infilai e andai sotto la luce.
Il mio amico faceva da palo controllando che non ci fossero spettatori. Procedetti all’iniezione e
appena tolsi l’ago mi accorsi che due simpatici bambini mi osservavano dalla porta di casa come
fossi un marziano.
Abbozzai un sorriso, sistemai i pantaloni e me ne andai rivolgendo ai piccoli spettatori un timido
saluto, sperando di non averli confusi troppo.
Se cominciavo così chissà che reputazione mi avrebbero affibbiato dopo qualche mese.
Un'altra sera stavo per uscire a prendere la pizza, decisi di fare un controllo prima di partire, misi la
goccia nella striscia reattiva, quindici secondi di attesa e poi il responso: 509!
Restai di sasso, non sapevo cosa fosse successo, per sicurezza decisi di restare a casa, maledicendo
quel numero a tre cifre che comandava la mia vita.
Capii col tempo che avrei dovuto essere io a “comandare” lui, ascoltando il mio corpo, pazientando
ed imparando dagli innumerevoli errori che avrei commesso. L'apprendimento funzionò, tanto che
nell'anno successivo mi capitò solo due volte (su 1500 controlli) di trovarmi ad avere valori
superiori a 300.
Una delle sere seguenti andai con la mia compagnia in un paesino poco distante, dove conobbi una
ragazza, andammo così tutti insieme in un bar della zona.
Ci sedemmo al tavolo e il barista ci diede la lista delle bevande.
La lessi in velocità ripassando a mente gli ingredienti di ogni proposta, chiedendomi se potevo o no
consumarla.
Dopo pochi minuti il barista tornò per l’ordinazione e io, da vero macho, ordinai con sguardo
deciso, un bicchiere di latte stemperato, e per favore, non zuccherato!
La serata si concluse felicemente, era la mia prima sbronza di latte stemperato.
Mi resi conto, man mano che passavano i giorni, che nonostante il diabete ero in grado di vivere una
vita normale. Questa importantissima consapevolezza mi aiutò molto a rimanere equilibrato e
sereno.
Inoltre più volte mi promisi che avrei sempre dato ascolto ai “segnali d'allarme” che lancia il corpo,
perché la spavalderia dei miei diciassette anni mi costò un mese d'inferno ed un ritardo nell'iniziare
a curarmi a dovere.
Ricordo la mia prima ipoglicemia: conoscevo bene i sintomi, ma un conto è la fredda teoria medica,
un’altra è vivere tutto sulla propria pelle.
Quel giorno, mentre passavo l’aspirapolvere canticchiando, mi accorsi che mi sentivo come dopo
una sbronza.
Non ragionavo più lucidamente e la realtà che mi circondava sembrava leggermente alterata, inoltre
avevo un tremore generale e leggere sudorazioni.
Spensi l’aspirapolvere e mi fermai a pensare un attimo giungendo ad una conclusione ovvia.
IPOGLICEMIA!
Mollai tutto, corsi in bagno e procedetti al controllo del sangue, il valore era 71, considerando che la
media giornaliera era intorno al 200, per me era una batosta.
Vi assicuro che la prima volta è strana.
Mangiai un paio di caramelle, ma poi la foga prese il sopravvento, e ingoiai voracemente tutto
quello che mi capitò a tiro.
E qui l’inesperienza mi giocò un brutto scherzo: il valore successivo fu 294.
Non sapevo ancora come affrontare quelle situazioni. Col tempo imparai a prevedere le ipoglicemie
già alla fine di un pasto. Dicevo a mia mamma: “Quella minestra, come primo non ha abbastanza
carboidrati, andrò in ipo”.
E come volevasi dimostrare, qualche ora dopo mi trovavo con valori troppo bassi.
Anche qui il tedesco mi è tornato utile con la frase “Ubung macht den Meister” che significa
“L’esercizio fa il maestro”, niente di più vero; solo col passare del tempo e centinaia di misurazioni
si arriva a comprendere appieno le reazioni del proprio corpo.
Un fascicolo che mi è stato dato al centro in cui sono in cura descrive così i sintomi del fenomeno:
Una persona con ipoglicemia si può sentire debole, confusa, può avvertire vertigini e sentire fame.
La sensazione di ipoglicemia varia moltissimo da persona a persona e molti dei sintomi non sono
specifici: pallore, mal di testa, irritabilità, sensazione di freddo e altre manifestazioni tipicamente
legate a fenomeni neurovegetativi. Proprio per la mancanza di specificità di questi disturbi,
l’ipoglicemia può essere confusa con altri disturbi non collegati all’abbassamento della glicemia.
Posso assicurarvi comunque che lo sentirete subito, e ricordate che non è una cosa da prendere alla
leggera, i sintomi possono essere divisi in due categorie:
Ipoglicemia lieve: sudorazione, fame, tremore, palpitazioni, visione offuscata, perdita della
concentrazione, mal di testa o giramenti alla testa, incubi notturni, irritabilità, sonnolenza e
debolezza.
Ipoglicemia grave: confusione mentale, comportamento aggressivo, formicolii alla bocca, perdita di
coscienza. Nei casi più gravi si arriva alle convulsioni ed il coma.
Questi sono i sintomi, sicuramente non trascurabili; occorre chiarire però che non esiste una
situazione "standard".
Ad esempio W. un ragazzo diabetico si è espresso così a riguardo:
-Poco prima di un’ipoglicemia spesso mi capita di sentirmi davvero bene, io la chiamo ilarità da
ipoglicemia imminente, suona bene vero?Voi dovrete scoprire i vostri sintomi specifici, potrebbero essere diversi da quelli descritti, come
anche i valori, che variano da persona a persona.
M. ad esempio avverte un’ipoglicemia con valori molto bassi, come lui stesso racconta: "Mi sono
scoperto glicemie intorno ai 40 senza gravi sintomi".
Io a questi livelli sarei già stramazzato a terra!
Anche nei bambini l’ipoglicemia si presenta con sintomi difficilmente riconoscibili e non specifici.
Inoltre per un lattante un’ipoglicemia con convulsioni può causare danni durante il delicato
processo di maturazione cerebrale.
L'importante è arrivare a riconoscere queste situazioni nel loro sorgere, così riuscirete ad affrontarle
in tempo .
Se controllata l’ipoglicemia non crea grossi problemi, neanche a scuola, e nemmeno durante un
compito in classe, ve lo assicuro, sempre che abbiate studiato! Col tempo si impara a riconoscerla
subito, ci si ferma per cinque minuti, si consuma un po’ di carboidrati e presto si torna lucidi.
Io ho imparato a non lasciare mai troppo lontano lo zucchero, il quale mi aiuta tanto quanto
l’insulina in alcuni momenti.
E’ importante che durante una ipoglicemia non vi abbuffiate, è normale provare un forte appetito
ma è meglio attendere che svanisca e consumare solo il cibo necessario a stabilizzare i valori.
Dopo un po' diventa normale routine e, una volta stabilizzati i valori, si riesce a fare in modo che
questi picchi diventino solo eccezioni.
Personalmente sono fortunato, la dottoressa ha commentato la mia glicemia affermando che è
stabile e, infatti, osservando il valore minimo e massimo in una settimana presa a caso dal diario mi
trovo con valori che vanno da 72 a 195, con una media di 114, perfetta a mio avviso; in genere non
vado in ipoglicemia più di una volta la settimana e anche questo lo ritengo accettabile.
In ogni caso sia i problemi di questo genere non sono particolarmente gravi, si può imparare a
prevederli e correggerli prima che prendano una piega pericolosa.
Il rischio più fondato è forse a livello psicologico. Se non si accetta con serenità il nuovo stile di
vita, se si ignora la cura, allora si va incontro a seri problemi. Nel momento in cui sarete spensierati
e psicologicamente pronti, il resto verrà da sé e tutto sembrerà più semplice da affrontare comprese
le situazioni nuove.
Ho scoperto anche che ora più di prima bastano delle piccole cose per commuovermi, com’è
successo alcuni mesi fa. Con altri studenti della scuola siamo andati a fare uno scambio culturale in
Austria dove, come comprensibile, non sapevo come avrei affrontato le situazioni che non
rientravano certo nella mia routine quotidiana. Arrivato là però, mi accorsi che riuscivo comunque a
regolarmi bene, i miei compagni capivano quando avevo una qualsiasi necessità e le professoresse
si interessavano molto spesso del mio stato di salute. La mia più grande preoccupazione era che non
sapevo se in famiglia sarei stato seguito come speravo. Subito mi resi conto che le persone che mi
ospitavano avrebbero soddisfatto pienamente le mie esigenze. La sorpresa inaspettata ci fu a metà
settimana, mentre eravamo a tavola a cenare la mamma della mia corrispondente entrò in cucina e
mi porse marmellata e cioccolata esibendomi un grazioso sorriso. “strano!” pensai “lo sa che sono
diabetico”, subito dopo mi spiegò, rigorosamente in tedesco, che erano dolcificate, quindi potevo
mangiarle, le aveva comprate apposta per me. Quel gesto, fatto da una persona quasi estranea, mi
commosse enormemente. Tenni quei dolci come fossero reliquie, li mangiavo con parsimonia e ad
ogni boccone pensavo a lei che sorridendo mi portava quei regali, che non furono comunque gli
unici. Io le ripetevo che non era importante e lei per tutta risposta si ostinava a prepararmi ogni sera
un dessert personalizzato. Questa esperienza contribuì a smorzare tutti i dubbi che avevo prima di
partire da casa. Personalmente amo viaggiare, con la mia famiglia ho girato l’Europa in lungo e in
largo e penso che non sarà certo il diabete ad impedirmi di vedere tutti gli angoli del mondo che
desidero visitare, basta solo controllarsi.
Chiaramente se vi trovate ad avere sporadicamente dei valori sballati, non dovete preoccuparvi
eccessivamente, cercate piuttosto di capirne la causa se potete.
L’importante è che si tratti di casi isolati dovuti magari a variazioni apportate alla dieta o alla
diminuzione delle unità di insulina.
Queste eccezioni comunque devono restare entro una fascia evitando in linea di massima di andare
sopra il 300 e sotto il 50. Se ad esempio dovete provare dei biscotti dolcificati per controllare che
non alterino la glicemia non mangiate tutta la confezione, potreste trovarvi con valori da ricovero,
analizzate l’incidenza di pochi campioni e fate le dovute proporzioni rapportate all’intera scatola.
Non fatevi scoraggiare dai problemi che sorgeranno all’inizio, ricordate ciò che disse Simon
Bolivar, importante generale venezuelano dell'ottocento: “L’arte di vincere la si impara nelle
sconfitte”
Se si tratta di bambini piccoli
Come vi ho detto: "Aller anfang ist schwer", e per un bambino?
Naturalmente per un fanciullo la faccenda si fa ancora più delicata.
Al ritorno a casa, dopo il “soggiorno” in ospedale, è importante che il piccolo possa utilizzare le
risorse e le potenzialità personali, dedicandosi alle sue attività, riprendendo i suoi interessi e
frequentando di nuovo i compagni al fine di aiutarlo nel difficile processo di adattamento alla nuova
situazione.
Ricordate che l'ambiente che accoglie il bambino al ritorno dell'ospedale dovrebbe essere il più
sereno possibile.
La routine nell'ambito della sua classe e del gruppo di amici, l'attività sportiva in gruppo possono
rinforzarlo e consolidare le sue capacità di reazione.
Se il piccolo ha un’età inferiore ai tre anni e non ha ancora le capacità cognitive che gli permettono
di comprendere ed accettare le manovre “spiacevoli” richieste dal controllo del diabete i momenti
dell’iniezione o dei controlli della glicemia diventano spesso veri e propri “campi di battaglia” in
cui il piccolo resiste con tutte le sue forze alle manovre intrusive e voi sarete sottoposti a forti
pressioni emozionali e psicologiche.
Occorre, pur nella definizione di regole chiare e precise, che manteniate un atteggiamento flessibile
e rispettoso delle esigenze di un bambino di quest’età, evitando il più possibile momenti di
conflittualità ai pasti e durante i controlli richiesti dalla malattia.
A tal fine si ritiene sia importante che vi “accontentiate” di un controllo anche non ottimale pur di
garantire la necessaria comprensione e accettazione del diabete da parte del piccolo.
Non si può ignorare, infatti, che a volte il rifiuto di curarsi è addirittura la conseguenza di precedenti
eccessive richieste da parte dei genitori: il bambino, molto buono e accondiscendente che non
protesta per anni di fronte all’obbligo di praticare una decina di controlli al giorno, può diventare,
crescendo, un ribelle ostinato che rifiuta qualsiasi controllo.
L’equilibrio psicologico è importantissimo per un bambino, tanto che, a volte, si preferisce coltivare
questo aspetto a discapito della glicemia.
E’ questo il caso di F., una bimba di dieci anni diabetica fin dai primi anni della scuola materna.
Il suo diabetologo, in accordo con i genitori, ha preferito permettere alla piccola una maggiore
libertà rispetto alle solite regole riguardanti lo stile di vita e l’alimentazione.
Tale scelta ha permesso a F. di vivere le attività quotidiane in modo simile ai coetanei con un
equilibrio psicologico molto buono; questo però ha comportato un peggioramento del controllo
glicemico.
E’ indispensabile che la qualità di vita del bambino non venga compromessa o influenzata
negativamente dalla malattia, dovete agire evitando un tecnicismo basato unicamente sui numeri e
tabelle. Se in particolari momenti vostro figlio non raggiunge gli obiettivi che desiderate, dovete
fare in modo che questo non venga vissuto con sensi di colpa, che sono estremamente
controproducenti nel controllo metabolico a lungo termine.
Se il bambino ha un'età inferiore ai sei anni lo shock psicologico dovuto alla malattia potrebbe
addirittura risultare inferiore alle aspettative, questo perché non si rende ancora conto della
situazione, deve però esserci un clima sereno in famiglia e il bambino deve essere tranquillizzato.
Fino all’età di 6/7 anni ogni malattia può essere sentita come una punizione inflitta dai genitori e
come una minaccia della propria integrità. Nel caso del diabete anche il cibo viene vissuto come un
oggetto pericoloso e perde il significato d’affetto, amore, protezione. Il bambino diabetico ha
estremo bisogno quindi di essere rassicurato sul buon rapporto con i propri genitori.
Alcuni bambini con diabete reagiscono all'esordio, rifugiandosi nel lettone dei genitori da tempo
abbandonato, non accettando di stare da soli in casa, neppure per brevi momenti. Si tratta di
comportamenti più infantili rispetto all'età cronologica che segnalano richieste di aiuto, di
attenzione o di rassicurazione, che in una prima fase è opportuno accogliere, ma non esagerando.
Altri, anche di fronte ad impegni sgradevoli, assumono atteggiamenti particolarmente maturi e
responsabili, offrendo agli adulti l'illusione che per lui sia possibile gestire il diabete sin dall'inizio
in maniera indipendente. Se tali atteggiamenti non corrispondono ad una sicurezza interiore può
verificarsi che essi vengano meno di fronte a banali difficoltà.
Sia per i familiari che per i medici è particolarmente difficile riuscire ad interpretare il
comportamento di un "bambino-modello", che non crea problemi, e può accadere che essi
rinforzino proprio quella maschera che traspare sicurezza, che in realtà nasconde sentimenti di
incertezza e di timore.
Molti genitori, per l'esigenza di rassicurarsi sulla salute del figlio tendono a tenerlo accanto a se e a
non favorire le esperienze esterne alla famiglia.
E' stato riscontrato che proprio per il rimanere nell'ambito ristretto della famiglia, l'essere protetto
dai genitori e dai familiari possono attivare nel bambino pericolosi atteggiamenti di dipendenza.
Con questi atteggiamenti, di iper protezione o di compensazione, il bambino può ricevere un
messaggio confuso, che può contribuire a rinforzare in lui un senso di insicurezza e "diversità".
Una volta definito il primo approccio bisogna pensare alla fase di adattamento a lungo termine che
può essere caratterizzata da profonda angoscia per la condizione del figlio, la preoccupazione per le
cure che richiedono un'attenzione continua, la paura di commettere degli errori nel dosaggio
insulinico e il timore che il figlio compia trasgressioni nella dieta.
Queste preoccupazioni possono alterare profondamente i rapporti tra i genitori e i figli.
Un ulteriore problema di un bambino in età scolare, per il quale il confronto con i coetanei è
particolarmente importante, lo potrebbe diventare la dieta, la quale può essere percepita come un
fattore negativo anche per la sua immagine sociale, in quanto, in diverse occasioni, la limitazione
alimentare lo può far sentire "diverso" agli occhi dei coetanei.
E' molto importante tenere conto di questo aspetto per sostenere in lui un'immagine di se e del
proprio corpo sufficientemente valorizzata.
È altresì importante che i genitori dei bambini diabetici tengano conto che la funzione affettiva ed
educativa, è maggiormente garantita se la malattia non viene mantenuta l'argomento centrale. Dopo
un po' di tempo, se vedete che non si parla d'altro e vorreste variare, pensate a questa frase che ho
letto di recente:
"Ragazzi, ci vediamo dopo, vado a vedere qualche donnina che è meglio! Io dopo 24 anni di
diabete mi sono rotto di parlare sempre di questo problema !"
Fatevi un elenco di argomenti che non abbiano attinenza con la malattia, chiedete a vostro figlio se
gli piacciono i cani o le moto, l'importante è che non ci si fossilizzi su un solo tema di discussione,
alla lunga potrebbe portare a dei problemi.
È talvolta stupefacente osservare che, per questi bambini, il diabete può rappresentare la
"normalità" al punto da ridurre o, addirittura, annullare la percezione di privazione.
Nel corso della crescita la progressiva percezione del concetto di malattia può indurli ad acquisire
abitudini che "riproducono" la malattia (diagnosticare il diabete alle loro bambole, giocare con i
fratellini o gli amici al "diabetologo e paziente".
Durante un campo scuola dove hanno partecipato bambini diabetici di età compresa tra i sette ed i
dieci anni una bambina ha affermato che la cosa più lesiva della sua salute fosse…non mangiare le
caramelle.
Questo ad indicare che il loro modo di vedere le cose è semplice (e meraviglioso), usando la loro
spontaneità, risolvono inconsciamente dei problemi che invece alcuni adulti devono affrontare con
l'appoggio di uno psicologo.
I bambini possono insegnarci tanto quanto noi possiamo insegnare a loro.
2) Le basi per riprendere la vita in modo migliore
Voi siete la migliore cosa che avete
Mettiamo subito in chiaro che tutti i buoni propositi che avete per una vita più serena potranno
realizzarsi solo se credete in una persona in particolare, VOI STESSI.
Se vi alzate la mattina e guardando la vostra immagine riflessa allo specchio vi sputereste addosso
partite già con il piede sbagliato. Se non siete convinti di essere unici e speciali (considerando
capacità spiccate come anche le carenze) non potrete risolvere facilmente i vostri problemi,
qualsiasi essi siano.
Voglio citarvi una frase significativa a riguardo:
“Mai parlar male di voi stessi. Penseranno i vostri amici ad affrontare a sufficienza l’argomento”
E’ importante capire che la fiducia in se stessi è necessaria allo spirito quanto il cibo per il corpo.
Non dovete passare le giornate cercando di assomigliare a qualcuno; dovete diventare l’idolo di voi
stessi, credere nelle vostre possibilità.
Ognuno ha degli aspetti di sé che vorrebbe cambiare, ed è giusto che così sia, non dovete
erroneamente pensare di essere perfetti, non avrebbe senso, bisogna accettare i propri difetti e allo
stesso tempo esaltate anche i pregi, perché tutti quanti, voi compresi, hanno delle capacità superiori
alla media, siano esse sociali, tecniche, artistiche o cognitive, tocca a voi individuare quali.
Vergognarsi di essere se stessi è inutile e controproducente, cercate quindi di stimolare la fiducia
che avete verso voi, gli altri non sono certo più perfetti di chi vedete la mattina allo specchio.
Quando si chiede di migliorare l’immagine di sé ad una persona che odia se stessa subito si metterà
sulla difensiva dicendo che non ha nessuna qualità e non ha mai conseguito nessun successo nella
sua inutile vita.
In realtà se si scava a fondo si scopre che le qualità ci sono, ma per una sciocca voglia di compatirsi
tenta di apparire come l’essere più ignobile che esista sulla terra.
Se vorrete fare qualcosa nella vita dovrete raccogliere tutte le vostre energie e qualità e concentrarle
sull’obiettivo prefisso, ma se non credete in voi, non crederete nelle vostre energie e quindi alla fine
non concluderete niente di concreto.
E’ come se foste in partenza per una gara agonistica (contro il diabete o qualsiasi altro problema),
attrezzati di tutto punto (di buoni propositi), ma senza allenamento (dubitando di voi stessi, i vostri
intenti non potranno trasformare le intenzioni in fatti).
Tutti i grandi edifici partono da un singolo mattone ma se il primo supporto è debole, il secondo lo
schiaccerà ed il progetto non potrà prendere forma finché la base non sarà abbastanza forte da
sostenere il resto della costruzione.
Voi siete il punto di partenza per costruire il vostro trionfo, se resisterete e crederete nelle vostre
possibilità potrete proseguire aggiungendo altre parti per costruire i vostri successi.
Se ci fate caso spesso diciamo a noi stessi cose che non diremmo a nessun altro, ci offendiamo,
critichiamo la nostra persona molto più spesso di quanto riprendiamo gli altri.
Perché trattiamo il nostro IO come se fosse carta straccia? Ciò è normale che accada saltuariamente,
ma se capita troppo spesso bisogna trovare una soluzione.
Nessuno è perfetto, di questo siamo certi, ma è altrettanto vero che non ci sono persone che non si
meritano un pizzico di fiducia, e stima!
Quando vi sorprenderete a parlare negativamente di voi, fermatevi a riflettere, una volta capito che
vi state criticando più del dovuto, provate a minimizzare la situazione, se però non riuscite neanche
in questo cercate di spostare i vostri pensieri in qualcosa di più costruttivo.
A volte accade di affermare frasi del tipo: “Sono stupido”, se poi si pensa a quanto detto e si tenta di
modificarlo può accadere di ripetersi: “Certo che lo sono!”, in pratica si rifiuta di modificare la
propria opinione.
In questo caso la strada è un’altra, alla prima affermazione, dopo esservi resi conto di aver fatto il
pensiero, non provate a giustificarvi, continuate dicendo: “Ok, però è anche vero che in quest'altra
cosa non mi supera nessuno”.
Cambiate situazione mentale, bilanciando l'aspetto negativo con qualcosa di positivo, di cui vi
compiacete. Abbandonate gradualmente la zona riservata alle critiche, non fossilizzatevi, alla
peggio pensate ad altro, dedicatevi ai vostri interessi convincendovi che non avete tempo da perdere
ad offendervi.
Cercate anche di vivere assaporando la vita e apprezzandone gli aspetti che sembrano scontati.
Osservate un fiore sbocciare, il sole sorgere o qualsiasi altra cosa apparentemente ovvia, vi
renderete conto che tutto ciò che ci circonda è meravigliosamente semplice e complesso allo stesso
tempo.
"Ogni goccia di pioggia che cade nel deserto del Sahara lo dimostra, è un miracolo. Le meraviglie
di questo mondo non hanno fine…", recita l’indimenticabile leader dei Queen Freddie Mercury
nella canzone "The Miracle"; ed è vero, il mondo in cui viviamo è un miracolo, a noi spetta il
compito di preservarlo e anche di apprezzarlo il più possibile!
Ogni tanto provate ad ascoltare la pioggia restando completamente immobili ad occhi chiusi.
Sentirete le gocce cadere a terra con regolarità da una grondaia, lo scorrere di un rivolo d'acqua
accanto a voi, il vento accarezzare le foglie degli alberi ululando; entrerete in simbiosi con la natura,
assaporerete questo miracolo, capirete di farne parte e, forse, in questo semplice modo, riuscirete ad
amare più profondamente la vita, la natura e voi stessi.
La nostra esistenza è costellata di situazioni più o meno spiacevoli e da piccoli fallimenti, questo
non significa che se non raggiungiamo un obiettivo siamo inutili e irrecuperabili.
Un poster di Michael Jordan, ex star dei Chicago Bulls, riporta questa nota:
"Ho sbagliato più di 9.000 canestri in carriera. Ho perso quasi 300 partite. Per 26 volte avevo a
disposizione il canestro decisivo e ho fallito. Ho continuato a sbagliare per tutta la vita. E' per
questo che ho successo".
Errare è umano, voi siete esseri umani, non computer che ragionano basandosi su un codice binario,
siete esseri senzienti, cioè in grado di trarre insegnamento dai vostri errori, sfruttateli, non
utilizzateli per gettare fango sulla vostra anima.
Credere nelle proprie possibilità e accrescere la stima di sé è importante per stabilire un’armonia tra
mente e corpo che vi farà sentire sereni, se vi odiate il vostro fisico deperirà finché non sarà in
sintonia con quello che pensate, dovete coltivare questo legame in modo da migliorarvi. Quando
dentro il vostro corpo l'energia circolerà in equilibrio allora sarete pronti a lottare per raggiungere i
vostri obiettivi più ambiziosi.
Coltivare l'autostima nei bambini
I genitori hanno un ruolo fondamentale nella crescita dell'autostima del proprio figlio, se ora c'è di
mezzo il diabete è vitale che il bambino acquisti fiducia nella propria persona, così potrà affrontare
meglio la malattia, oltre che la vita nel suo complesso.
I piccoli hanno bisogno di essere abbracciati, accarezzati, avvolti da calore; i bimbi desiderano
sentirsi al centro dell'attenzione ma devono comunque avvertire l'esistenza di regole non negoziabili
e limiti non oltrepassabili.
Fino ai sei anni di età il bambino pensa soltanto ad esplorare il mondo che lo circonda, è importante
che gli dimostriate affetto e gli lasciate dire ciò che pensa.
Fino a quest'età il diabete per loro è un misto di realtà e fantasia, sta a voi rendere il tutto
accettabile.
Verso gli otto anni il bambino inizia a costruire la propria autostima in funzione delle competenze
ed i successi conseguiti in campi per lui importanti.
In questa fase bisogna far capire al bambino che ha grosse potenzialità e che sta diventando un
"bravo ometto".
Dopo i dodici anni, oltre all'affetto, è necessario dare delle responsabilità al figlio è favorire la sua
indipendenza in maniera crescente nel corso degli anni. Spingete il ragazzo a credere in sé e non
mollare. La sua autostima si rivelerà fondamentale nel fronteggiare il diabete, più riuscirete a
renderla forte, più facilmente i problemi verranno risolti o aggirati dal ragazzo.
Mamme e papà, fate un sorriso!
Si dice che quello del genitore sia il mestiere più difficile.
Se poi ci si aggiunge una malattia cronica allora la difficoltà può aumentare in maniera
esponenziale, tanto che i genitori di figli diabetici vengono definiti affetti da "diabete tipo 3".
Questo ad indicare che il vostro coinvolgimento sarà talmente marcato da essere considerati quasi
malati.
Anche se ora vi si prospetta tutto “diverso” mi sento di dirvelo: Cari mamme e papà fate un sorriso,
affrontate il problema a testa alta con la consapevolezza che vostro figlio ha le capacità di superare
il problema, il compito che vi spetta è quello di aiutarlo a sfruttarle al meglio.
L’inizio sarà il momento più turbolento poi, lavorando in squadra, vedrete che le acque si
calmeranno, se tutti faranno quello che devono, nel rispetto reciproco, la vita riprenderà con il
ritmo di prima.
Il diabete non porta sconvolgimenti dello stile di vita, solo alcune modifiche, accettatele e fatele
accettare all’interessato, scoprirete che non ci sono problemi insormontabili nel convivere con
questo disturbo.
A volte nel periodo adolescenziale sorge un conflitto di autonomia-dipendenza che porta il
diabetico a regredire verso ulteriori richieste di protezione e di dipendenza. I genitori, d’altro canto,
sentendo la necessità di tutelare la salute del figlio percependo anche una maggiore responsabilità
poiché è malato; sono portati a limitarne l’autonomia esasperando un controllo che poi predispone i
ragazzi a ribellarsi e sottrarsi ancora di più alle norme sanitarie richieste.
L’iperprotezione è controproducente; ed è importante, invece, che attuiate una graduale
responsabilizzazione.
Trattate vostro figlio senza farlo sentire malato, non è necessario, più ci si comporta in maniera
normale facendo diventare tutto una routine, più le complicanze rimpiccioliranno.
E’ importantissimo che non vi diate la colpa di quanto è successo, sarebbe inutile oltre che
sbagliato, cercate di mantenere un’armonia in casa evitando di cercare per forza un capro espiatorio.
Nella parte finale del libro ho raccolto alcune testimonianze e consigli di vari genitori con figli
diabetici, tra quelle pagine potrete forse trovare una risposta esauriente a qualche vostro dubbio che
ora vi assilla. Se le difficoltà si dimostreranno troppo pesanti, non aiutatevi solamente con nozioni
teoriche, ma consultate qualche specialista affinché vi aiuti, esaminando il vostro caso con
attenzione, dandovi dei suggerimenti e delle linee di condotta da seguire che risultino essere più
personalizzate.
Adolescenza, l'età dei cambiamenti
Quando il diabete scaturisce durante l’adolescenza la mutevole personalità non ancora plasmata dei
teenager può ingigantire o distorcere l'avvenimento.
Nell’età adolescenziale ogni problema viene amplificato dalla mente, i rapporti con il sesso opposto
sono caratterizzati da tempeste ormonali che scuotono la psiche come se fosse una barchetta di carta
nell’oceano e bisogna imparare ad accettare il proprio cambiamento sia fisico che psicologico.
In questi turbolenti anni si devono affrontare i problemi più disparati: la scuola, la famiglia, gli
amici, il sesso; una malattia cronica non fa altro che incasinare una situazione già fin troppo
contorta.
Inoltre instabilità del compenso metabolico aumenta a causa delle variazioni ormonali e
dell’emotività scatenata dai rapporti sociali.
Quando mi è piombata addosso, a diciassette anni fortunatamente ho reagito bene, ma ciò non
significa che una baggianata non possa atterrarmi. Se con una ragazza che m’interessa non fila cado
nel baratro nonostante sappia benissimo che non è l'unica che conoscerò.
A molti però succede il contrario, un problema con l’altro sesso non li sconvolge, ma il diabete si
rivela una mazzata che non lascia scampo.
In entrambi i casi, è importante arrivare a capire che una delusione d’amore non vi deve fermare,
come non deve farlo il diabete.
Chiariamo però un concetto fondamentale, qualcuno reagisce in maniera spavalda, evita i controlli,
salta iniezioni e non bada alla malattia continuando a fare il galletto.
Dovete fare in modo che la vostra vita migliori ed è importante che vi sentiate in grado di gestire la
malattia, ciò non significa che ignorarla sia una “tecnica di gestione”, se volete seguire una simile
linea di condotta i problemi si moltiplicheranno, la conclusione sarà senza equivoco la vostra morte
e il conseguente sconvolgimento della vita delle persone a voi vicine.
Valutate con attenzione le compagnie che frequentate, se volete vincere i problemi dovete evitare
gli amici che vi spingono all’eccesso.
Se questo vale per una persona sana per evitare di trovarsi con la cirrosi epatica a trent’anni, per voi
risulta fondamentale.
Riconosco che è una delle cose più difficili da accettare, soprattutto nell’adolescenza “la
compagnia” è un'istituzione sacra, con la quale si fanno le cose più divertenti (e le cazzate più
grosse) nel corso di questi anni.
Se però la vostra cerchia di amici eccede con alcol fumo e magari droghe, dovete operare una
scelta, continuare a frequentarla evitando gli eccessi, oppure cambiarla. In ogni caso, se pensate che
non sia neanche da considerare l’idea di mutare atteggiamento allora preparatevi a vivere tempi bui.
Non ce la faccio
Che siate genitori, adolescenti, malati o sani, se avete troppo spesso la sensazione di non farcela a
raggiungere gli obiettivi prefissi, probabilmente siete talmente scossi o prevenuti che non riuscite a
reagire con la dovuta energia.
Il solo fatto che abbiate in mano questo libro significa però che volete farcela e che vi serve
semplicemente un po’ di sostegno. Se sentite di voler applicare alcuni suggerimenti ma vi manca la
costanza, fatevi “obbligare”, magari chiedendo ad una persona vicina di ricordarvi di adempiere al
vostro dovere, se necessario insistendo o facendovi pagare una multa simbolica.
Se una sera vi capita di saltare un controllo glicemico, fatevi riprendere. Col tempo, chi vi aiuta
riuscirà a farvi applicare quello che in fondo anche voi volete ma non avete la forza di fare con
costanza da soli.
Non fate gli orgogliosi sentendovi al di sopra di un aiuto, non c’è niente di male a farsi dare una
mano, nella vita bisogna saper lavorare in squadra, ammettendo i propri limiti.
Stabilito il problema ed il metodo per risolverlo, costruite il vostro team per superarlo nel più breve
tempo possibile; con un lavoro di gruppo e applicando le strategie scelte per il conseguimento ce la
farete. Questa tecnica non è una cosa che vi dico tanto per dire o inventata qui su due piedi, nel
mondo del management aziendale è un concetto molto conosciuto. Si tratta di un metodo introdotto
dai giapponesi chiamato “Shusa” e dice proprio questo:
“Definire un obiettivo e scegliere le persone adatte per costruire un team di lavoro intorno ad
esso”. Concetto, questo, molto versatile e applicabile a molte situazioni, compresa quella che
abbiamo preso in esame noi. Se avete dei dubbi, consultate, oltre che i medici, anche altri diabetici
della vostra età, scambiatevi consigli e opinioni così da accumulare esperienza sul campo. Ogni
persona ha delle tecniche personali per affrontare determinate situazioni, raccogliete informazioni a
riguardo, valutate se sono corrette e arricchite costantemente le vostre conoscenze.
Due ragazzi diabetici, amici da diversi anni, mi hanno raccontato che, per evitare di avere
sbalzi glicemici, ogni settimana si incontrano e controllano i valori di ognuno (non si può barare, la
macchinetta memorizza anche data e ora di ogni stick), vince chi dei due ha più valori compresi tra
70 e 140.
In questo modo sono spinti a tenersi d'occhio, oltre che per la propria vita, anche per vincere la
scommessa. I due hanno anche elencato una serie di penalità che il perdente deve scontare, ogni
settimana se ne sceglie una, che può consistere nel tirare a lucido l'auto del vincitore o pagargli una
pizza.
Credo che questa tecnica non possa essere che lodevole, e posso assicurarvi che è anche efficace; i
due vantano un diario con valori raramente superiori a 150.
Quindi, escogitate qualche tecnica, anche se insolita, che vi possa aiutare a mantenere i valori nella
norma, in qualche modo ci riuscirete; se poi entrate in un periodo caratterizzato da glicemie sballate
continuative parlatene al diabetologo e cercate di trovare una soluzione facendovi consigliare da
quante più persone possibile.
Ricordate che voi potete aiutare moltissimo, oltre che voi stessi, anche la vostra famiglia, ecco cosa
hanno detto tre genitori del proprio figlio, grazie al quale riescono a vivere con serenità:
G: "Sapete una cosa? Penso che mio figlio abbia accettato il diabete meglio di me. Lui aveva solo
otto anni, ma è lui che ha aiutato me ad accettarlo, con la sua forza e voglia di vivere".
A: "All'inizio ci è crollato il mondo addosso ma quando ci siamo accorti che R. non aveva mutato
carattere ci siamo fatti forza".
S: "La nuova condizione ci ha preoccupato moltissimo ma è stato proprio nostro figlio ad aiutarci".
Fatevi forza e fate in modo che chi vi sta accanto possa contare su un simile appoggio, ne sarete
orgogliosi anche voi!
Lo stesso vale per i genitori
Il diabetico non è l'unica persona che ha bisogno di un supporto, anche voi, cari mamme e
papà, dovete adattarvi alla situazione, e spesso c'è bisogno di un aiuto esterno per intraprendere in
modo corretto e sereno il nuovo sentiero.
Se non si riesce a razionalizzare correttamente la situazione potreste condizionare psicologicamente
vostro figlio. Una ragazza parlando dei genitori ha detto queste parole: "I miei genitori peggio non
potevano prenderla fanno a gara per spartirsi la colpa! E la mia angoscia cresce!". Questo
malessere viene amplificato dalla reazione dei famigliari, se il clima in casa fosse più sereno,
probabilmente la questione sarebbe più sostenibile. Quando reagite ad una difficoltà, siete osservati,
ed inconsapevolmente trasmettete la vostra “tecnica” di affrontare il mondo ai vostri figli. Se
l'impressione che date è negativa e pessimistica, nessuno ne trarrà beneficio. Non è colpa vostra se
vostro figlio è diabetico, evitate di non creare tensione in famiglia, accettate la situazione perché
solo così il futuro si prospetterà accettabile.
Non evitate gli aiuti, neanche voi dovete avere eccessi di orgoglio, rischiate di non accorgervi che
un appoggio vi è necessario.
Un'altra ragazza si è espressa così a riguardo: "I miei genitori avrebbero bisogno di molto aiuto ma
sono i primi a negarlo!". Il vostro compito non è semplice, soprattutto se si tratta di un bimbo,
dovrete riuscire a fargli accettare rinunce e restrizioni senza turbarlo. Una mamma raccontando di
sua figlia ha detto: "Quando lei aveva cinque anni scappava, come tutti i bambini, ma io la seguivo
e le bisbigliavo all'orecchio che avremmo fatto uno scherzo a papà e, dopo la punturina avremmo
fatto finta di averla dimenticata. Ora accetta le iniezioni anche se ogni tanto chiede quando
potranno finire, io le rispondo che deve avere pazienza e che forse un giorno troveranno una
soluzione. Credo che non bisogna mentirgli mai, nemmeno pensando di fare il suo bene". Per
riuscire a far vivere con serenità vostro figlio, dovete trovare il modo di rendere la situazione
favorevole.
Potreste anche accorgervi che vostro figlio l'ha presa molto bene, tanto da riuscire ad aiutare anche
voi, trasmettendovi la sua voglia di vivere.
Chi ben comincia è a metà dell’opera
Spesso sappiamo cosa dobbiamo fare eppure non ci muoviamo.
Infatti, una cosa è conoscere la strada giusta, un altra è imboccarla o, se preferite esprimere il
concetto in modo classico: tra il dire e il fare c'è in mezzo il mare.
Se da tempo i problemi vi affliggono e voi volete risolverli, il fatto che stiate provvedendo in
maniera concreata già da ora a annullarli (leggendo questo libro), vi porta ad aver compiuto il primo
grande passo.
Se perseguirete il percorso intrapreso, col passare del tempo noterete un tendenziale miglioramento,
e il vostro obiettivo si avvicinerà a voi sempre più. Se poi in futuro vi troverete nuovamente in
momenti di crisi, ricordatevi questa significativa frase: “Se ti trovi ad un bivio e non sai dove
andare, imboccalo”.
Non lasciatevi abbattere di fronte ad un problema, scavalcatelo oppure aggiratelo, quando avrete
mosso il primo passo per compiere una di queste varianti, avrete già fatto molto, poi sarà il tempo e
la costanza a darvi ragione nei fatti.
Non preoccupatevi se, fatta la prima mossa, appaia tutto nuovo, sconosciuto e quindi preoccupante,
se non ci provate resterete rinchiusi nei limiti che vi siete imposti, lasciando fuori anche le novità
positive.
Se un bambino crescesse sempre tra le mura di casa senza mai uscire, tutto il mondo esterno sarebbe
a lui sconosciuto e la sua vita risulterebbe monotona e limitata alle esperienze maturate dentro
quattro mura. Se vi fate accerchiare dalla fitta foschia dei vostri problemi e vi chiuderete in voi
stessi non assaporerete il gusto di fare nuove conoscenze o esperienze nel mondo, e piano piano i
vostri obiettivi svaniranno come lacrime nella pioggia, parafrasando Blade Runner.
Fate il primo passo per uscire dall'apatia, fuori troverete tante cose belle e altre brutte ma che varrà
ugualmente la pena vivere e conoscere. Una volta partiti provate a seguire le tre regole su cui
basava il suo stile di vita Jack Welch, dirigente della General Electric:
1) Affronta la realtà com’è, non com’era o come ti piacerebbe che fosse.
2) Cambia prima d’esservi costretto
3) Controlla il tuo stesso destino o qualcun altro lo farà.
Regole semplici, dirette ma altrettanto valide, soprattutto l’ultima, nel senso che se voi non
controllerete il vostro destino potrebbe farlo il diabete o qualsiasi altro problema al posto vostro,
condizionandovi irrimediabilmente la vita.
Curatevi “Senza fretta, ma senza sosta” usando parole del filosofo Goethe.
L’importanza di coltivare nuovi interessi
Un metodo tanto semplice quanto efficace per distogliere la mente dai problemi della vita e quello
di non pensarci troppo, cercando di metterli in secondo piano.
Coltivando i propri interessi, in genere, si tende a tralasciare il resto e a concentrarsi su quello che si
sta facendo. Se ad esempio state rimettendo a nuovo un’auto per voi particolarmente speciale, il
tempo che ci dedicate non lo passerete pensando a quali problemi vi crea il diabete, ma piuttosto a
quale sia il colore più adatto per la carrozzeria. Se avete già parecchi interessi basta solo che
proviate ad approfondirli, nel caso non ne abbiate a sufficienza, fate nuove esperienze e cercatene di
nuovi, provate a suonare la batteria o a fare un corso di immersione, vedrete che prima o poi
qualcosa vi appassionerà tanto da farvi distogliere l’attenzione dai vostri problemi.
Inoltre, ogni nuovo interesse porta con sé migliaia di nuove opportunità di imparare, conoscere
persone nuove, viaggiare in posti mai visitati e altro ancora, col tempo tra le varie attività che
seguirete, si creeranno dei legami sempre più numerosi che si stringeranno intorno a voi lasciando
più isolati i problemi che vi affliggevano. Moltiplicando i vostri interessi, aumenteranno anche i
vostri obiettivi nei vari campi in cui vi sarete cimentati, imparerete ad affrontare situazioni nuove,
che poi siano liete o meno, miglioreranno comunque la vostra bravura nell’adattarvi e trovare
sempre una veloce soluzione ad eventuali intoppi.
Leggete questa stupenda frase che ho letto di recente:
“Essere riusciti in tutto significa avere terminato il proprio compito sulla terra, come il ragno
maschio che viene ucciso dalla femmina nel momento in cui ha successo nel proprio
corteggiamento. Io sono per uno stato di continuo divenire, con un obiettivo di fronte e non dietro
di me”.
Provate a schematizzare una normale settimana della vostra vita, se il risultato sarà una serie di
giornate che si susseguono, tutte uguali, sarà probabile che il risultato di questa successione sia un
carico di stress. Vivendo tale situazione, ci si sente cronicamente sfiniti, ogni mattina la sveglia non
annuncia altro che la solita giornata, vedrete sempre le stesse persone, salirete sullo stesso autobus e
mangerete la solita merenda, insomma, una gran rottura di scatole moltiplicata all'ennesima
potenza. Soluzione: fate una lista di attività che vi attirano e non avete mai fatto, poi fatele!
Provate ad aggiungere qualcosa di nuovo alla consuetudine: iscrivetevi in palestra, frequentate un
corso di chitarra elettrica, restaurate la moto del nonno, scolpite un tronco, compratevi una reflex e
imparate a fotografare, cucitevi il vestito per carnevale o dipingete dei murales in camera. Non
importa cosa aggiungerete alla routine per modificarla, eliminate la televisione o togliete un po' di
tempo ad altre attività abitudinarie, l'importante è che vi troviate qualcosa di nuovo da fare, che vi
distolga l'attenzione dal diabete o da qualsiasi altro problema a cui pensate la maggior parte del
tempo.
Scoprite i vostri poteri
Cominciamo puntualizzare la situazione e chiariamo che nessuno, ripeto, nessuno meglio di voi
stessi può aiutarvi dal punto di vista psicologico.
Se prenderete subito sul serio quello che state leggendo ora e lo applicherete a partire da subito,
prima di chiudere l’ultima pagina di questo libro sarà già cambiato qualcosa nel vostro
atteggiamento verso la vita. Vi sentirete più sereni e felici, ma per riuscirci dovete crederci. Da
domani abolite le parole “tristi”, dipingete il vostro quadro di gioia e saltateci dentro. Bisogna che
facciate affermazioni usando termini che eliminino l'aspetto negativo da ciò che dite. Ad esempio se
vi ripetete "non voglio più stare male" il vostro inconscio ometterà il non recependo solo "stare
male". Bisogna cambiare completamente il senso della frase affermando piuttosto "Mi sento
benissimo". Il vostro inconscio non bada ai doppi sensi, lui riceve solo concetti essenziali (bene,
male, brutto, bello ecc.), gli input che gli date devono essere semplici e positivi.
Il potere della vostra mente è immenso e in questo capitolo ve ne darò la prova. Scoprirete che il
detto “volere è potere” calza a meraviglia in questi frangenti. Moltissimi libri, esponendo varie
teorie sul perché e il come, lo confermano, dentro di voi è pronto a scaturire un potere che ha effetti
certi sul vostro corpo. E' fondamentale utilizzare i poteri “buoni”, capaci cioè di aiutarvi, questo
perché esistono delle condizioni per cui questa forza può ritorcersi contro la persona.
Nel libro Credere per poter guarire, Herbert Benson parla di due effetti, uno positivo, anche detto
effetto placebo e uno negativo, definito effetto nocebo.
Mentre svolgeva il suo lavoro di medico si accorse che qualcosa di potente si celava dentro i suoi
pazienti. "Avevo sempre più l’impressione che i progressi e le guarigioni dei miei pazienti
dipendessero dalla loro forza d’animo e dalla loro voglia di vivere. Non potevo liberarmi dalla
sensazione che la mente umana, e le credenze che così spesso associamo all’anima umana,
avessero delle manifestazioni fisiche" scrive Benson, da tali impressioni deduce l’esistenza degli
effetti Placebo e Nocebo.
Il primo scaturisce da credenze o atteggiamenti positivi che si ripercuotono nella realtà con risvolti
positivi. Ecco due esperimenti descritti da Benson che dimostrano tale forza nascosta dentro di noi:
Una disposizione mentale positiva può avere straordinari effetti terapeutici. Nel 1986, Carol Butler
e Andrew Steptoe della University of London effettuarono uno studio su pazienti asmatici nel corso
del quale ricorsero a due opposti processi di suggestione.
La capacità respiratoria degli asmatici si deteriorava in modo significativo dopo avere inalato
quello che credevano fosse un broncocostrittore, ma se in precedenza i pazienti erano stati trattati
con quello che ritenevano fosse un nuovo e potente farmaco broncodilatatore, non manifestavano
questo peggioramento. In entrambi i casi, ai pazienti veniva somministrata acqua distillata del tutto
innocua.
Nel 1950 il dottor Stewart Wolf fece un esperimento con donne che soffrivano di nausea persistente
e vomito nel corso della gravidanza. A queste pazienti furono fatti inghiottire dei tubicini con
l’estremità fatta a palloncino che, una volta nello stomaco, consentivano ai ricercatori di registrare
le contrazioni associate agli accessi di nausea e di vomito. Alle donne venne poi somministrata una
medicina dicendo loro che avrebbe risolto il problema. Di fatto venne loro somministrato il
farmaco opposto, uno sciroppo di ipecacuana, una sostanza che provoca il vomito.
Sorprendentemente, la nausea e il vomito delle pazienti cessarono completamente e le contrazioni
del loro stomaco, misurate dai palloncini, tornarono normali. Poiché credevano di avere assunto
una medicina contro la nausea, le donne invertirono gli effetti accertati di un farmaco potente.
Questi effetti vengono definiti effetti placebo.
L’effetto nocebo come si può facilmente dedurre è esattamente l’opposto, idee o credenze negative
si ripercuotono contro noi stessi attaccando il nostro corpo
A riguardo Benson prende in considerazione le centinaia di vittime che muoiono di attacco cardiaco
soltanto per lo spavento dovuto all’aggressione, cioè in assenza di lesioni provocate dall’aggressore.
Benson dice:
Dagli studi di un ricercatore sulle autopsie di alcune persone decedute in questa maniera rivela che
in undici casi su quindici non vi erano lesioni interne, la morte era stata causata da un grave danno
al muscolo cardiaco noto come degenerazione miofibrillare.
Avviene quindi in questi casi, una sorta di suicidio interno, senza attacchi fisici esterni. Se riuscirete
a governare, anche se solo in parte, un simile potere, gli effetti benefici che vi porterà saranno
immensi.
E’ fondamentale che capiate l’importanza del potere che si cela dentro di voi e crediate in esso.
Non intendo con questo dire che stimolando l’effetto placebo guarirete dalla vostra malattia, questo
è un obiettivo a cui stanno lavorando i medici, ma tutta quella che sarà la vostra vita d’ora in poi
potrete prenderla con lo spirito giusto utilizzando i consigli che ci vengono dati da studiosi di fama
mondiale che hanno analizzato tali fenomeni per decine di anni della loro vita. Uno scettico può
dire che queste non sono cose per lui, che non servono. Anche da questo punto di vista Benson
espone un’interessante teoria la cui conclusione è che tutti nasciamo con il bisogno di credere in
qualcosa, tale credenza ci permette in parte di governare questi effetti poco conosciuti.
Se si prende in esame l’intera storia umana si può notare come, in ogni cultura, anche in popoli
isolati dal resto del mondo, sia comune il fatto di adorare un’entità superiore, qualcosa di astratto e
assoluto, un’energia benefica a cui hanno dato un nome.
Gli antichi egizi la chiamavano "Ka", gli hawaiani "Mana" noi "Dio".
La teoria di Benson sostiene che l’uomo abbia fin dalla nascita tra i vari istinti, quello di adorare
qualcosa di superiore. I neonati, come si è dimostrato da vari esperimenti, hanno delle “istruzioni”
scritte nel DNA, predisposte per la sopravvivenza. Lo sono ad esempio l’acrofobia cioè la paura del
vuoto e l’ofidiofobia cioè la paura dei serpenti. Queste istruzioni in medicina sono definite
engrammi, i quali sono dei percorsi presenti nel nostro cervello che diventano sempre più numerosi
man mano che si accumula esperienza negli anni.
Questo concetto senza dilungarsi tanto con inutili paroloni, viene sottolineato anche da Maxwell
Maltz nel libro Psicocibernetica. Per spiegare che già dalla nascita un essere vivente ha già delle
istruzioni predefinite, porta l’esempio di alcuni istinti animali:
Non è necessario insegnare ad uno scoiattolo come raccogliere le noci, ne esso ha necessità di
imparare a farne provvista per l’inverno. Uno scoiattolo nato in primavera non conosce ancora
l’inverno, ma verso la fine dell’autunno lo troviamo indaffarato a raccogliere noci per farne
provvista per i mesi invernali, quando non ci sarà più cibo. Un uccello non ha bisogno di prendere
lezioni per imparare a costruire il nido, né deve frequentare corsi di navigazione; tuttavia vola per
miglia di chilometri, a volte attraversando gli oceani. Essi non hanno a disposizione giornali o la
televisione per essere informati sul tempo, non hanno libri scritti da uccelli esploratori o pionieri
che indichino su una mappa i luoghi caldi della terra. Questi che noi definiamo “istinti”, sono
appunto informazioni già presenti dalla nascita volte alla sopravvivenza della specie.
Se siamo stati muniti di queste istruzioni base, tra cui nell’uomo è presente anche la fede verso
qualche entità superiore, significa che anch’essa ha un ruolo importante, per non dire vitale nella
vita di un individuo come è fondamentale per un uccello sapere in quale direzione sono i paesi
caldi. Se già gli effetti di un pensiero positivo possono avere manifestazioni fisiche, la fede
religiosa, qualunque essa sia, le amplifica in maniera considerevole.
Io sono cristiano, ma ammetto di non essere un fedele modello, ma sono convinto che la fede
conferisca una marcia in più a chi ci crede fermamente.
Questi effetti avvengono “dall’alto al basso”, cioè non vi è uno stimolo da parte dell’ambiente ma
scaturisce tutto dalla nostra mente e si riflette sul corpo. In momenti difficili, nella quale il mondo
vi sembra piombare addosso un ottimo rimedio è quello di attivare l’effetto placebo. Dedicando
pochi minuti al giorno alla meditazione potete fare in modo che la vostra energia interiore si
focalizzi su pensieri positivi che vi porteranno a raggiungere un benessere generale.
Benson, che è uno tra i maggiori esperti in questo campo, fornisce dei consigli per arrivare a
raggiungere tale obiettivo:
1) Scegliete una parola o una breve frase collegata alle cose in cui credete più fortemente
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
Sedetevi in una posizione comoda
Chiudete gli occhi
Rilassate i muscoli
Respirate lentamente e concentratevi in silenzio sulla vostra parola, frase o preghiera,
ripetendola ogni volta che espirate.
Assumete un atteggiamento passivo. Non aspettatevi di essere più o meno bravi. Quando altri
pensieri si affiancano alla vostra mente, limitatevi a dire a voi stessi "Oh, bene" e tornate
delicatamente alla vostra ripetizione.
Continuate così per 10-20 minuti
Non alzatevi immediatamente. Continuate a stare seduti e a tenere gli occhi chiusi per almeno
un altro minuto lasciando che gli altri pensieri si ripresentino. Aprite gli occhi e state seduti per
un altro minuto prima di alzarvi
Adottate questa tecnica una o due volte al giorno
Mi permetto di consigliarvi di seguire alla lettera il sesto punto, inoltre ricordate che meno ci si
aspetta da tale terapia più si ottiene.
Rimandate in ogni caso ogni giudizio di ventun giorni, questo infatti sembra essere il tempo
necessario affinché avvenga un percettibile mutamento in un’immagine mentale.
Un altro consiglio che vi posso dare e quello di procurarvi un taccuino che dovrete portarvi il più
spesso possibile appresso.
Annotateci tutti gli avvenimenti gioiosi che vi accadono durante la giornata, poi, prima di andare a
letto, o prima di stimolare l’effetto placebo, rileggetele a voce alta più volte lentamente, sentirete un
cambiamento avvenire dentro di voi, vi verrà spontaneo sorridere, sarà come un’introduzione al
rilasso generale.
Dovete sentirvi convinti che entro un mese la vostra vita sarà migliorata, e dovrete fare
concretamente tutto il possibile al fine di generare le condizioni affinché ciò accada. Se siete
intenzionati a prendere questa via, non limitatevi a leggere questo libro, appena tornate in biblioteca
cercate tutti i testi che parlano di psicologia o di ottimismo, ognuno dei quali custodisce tra le
pagine qualche consiglio che vi cambierà il modo di pensare e di porvi nella vita.
Leggete i vari punti di vista che vi vengono proposti dagli autori e traetene le conclusioni che
ritenete possano rendere più forte la vostra base psicologica. In pochi mesi avverrà un cambiamento
prima impensabile in voi. Fate attenzione alle massime che spesso si trovano in questi libri, trovate
quelle che più vi piacciono e trascrivetele, sono molto importanti nei momenti bui.
L’aspirina psichica
Chi di noi non ha in casa un armadietto dove tiene medicinali da usare in caso di problemi di salute?
Quando abbiamo l’influenza si comincia a consumare aspirine, succhi d’arancia, sciroppi, si
controlla la temperatura corporea e si chiama il medico; insomma, ci si cura finché si torna a stare
meglio.
Io tengo un quaderno vicino al letto dove ho annotate tutta una serie di frasi ottimistiche o dove
riporto i miei successi maggiori nelle varie situazioni di vita in cui sono felice.
Quel quaderno è la mia “aspirina psichica”.
La vita è per ognuno di noi un’altalena di alti e bassi, un giorno tutto sembra perfetto, il mattino
seguente l’intera esistenza ruota al contrario. Avete presente cosa intendo?
Vi alzate dal letto con due occhiaie grosse come melanzane e con un dolore al collo a causa della
posizione scorretta nella quale avete dormito, cercando le pantofole tirate un calcio al letto e l’alluce
non tarda a farvelo notare arrossendo. Vi accorgete poco dopo che la sveglia non ha suonato e che
dovevate essere già fuori di casa, allora vi vestite in tutta fretta mentre masticate una brioche
ingoiata intera e vi fiondate in macchina partendo a tutto gas, accorgendovi solo un chilometro più
avanti che la chiave di casa è rimasta nell’impermeabile che avevate appoggiato in garage prima di
partire.
Quanto tempo è trascorso dal risveglio? Un quarto d’ora? Se vi è successo tutto questo in così poco
tempo le successive otto ore di lavoro sono una tremenda incognita e l’impressione è proprio che sia
una giornata a dir poco storta. E' lecito pensare che, se questo è il trend, la sera stessa come anche le
successive potreste sentirvi depressi.
A questo punto la vostra anima sta male, potremmo dire che ha “l'influenza” avvertite un malessere
interno, ma non vi curate come fareste con la febbre. Perché no? Pensate che non ci siano “farmaci”
adatti? Guardatevi un film comico (vi assicuro che ridere a crepapelle per mezzora è un ottimo
sfogo) e sfogliate il vostro quaderno rievocando un successo nel lavoro o la vittoria di una gara
podistica, richiamando alla mente il detto:
“La giornata più sprecata è quella trascorsa senza ridere”.
Ognuno di noi ha collezionato nella vita momenti di vera felicità, ciò che dovete fare è rievocarli
per contrastare i periodi neri.
Appena vi sentite euforici aggiornate il quaderno, rafforzatelo e preparatevi, perché è certo che,
prima o poi, avrete un nuovo calo e quindi vi servirà un ricostituente nel breve termine, se vi fate
trovare a mani vuote lo stato depressivo si protrarrà per un tempo molto maggiore.
Un’altra tecnica consigliata dagli specialisti consiste nello scrivere gli aneddoti più significativi
della giornata e dare un voto descrivendo le sensazioni che avete provato.
Alla fine della settimana, rileggendo quanto riportato scoprirete che spesso avrete passato dei
momenti di angoscia senza motivazioni vere, che non si sa per quale motivo vi sono sembrate
situazioni tragiche. Il segreto potremmo riassumerlo nella frase: "Morire giovani il più tardi
possibile". Mantenetevi il più possibile allegri e vitali, anche quando le circostanze non aiutano,
potete mutare i vostri comportamenti agendo come se foste felici, presto lo diventerete se lo fate
credendoci, perché il vostro inconscio verrà influenzato da quella gioia, anche se un po' forzata.
Un altro piccolo accorgimento che potete sfruttare per vivere in maniera più serena, è quello di dare
peso ai complimenti piuttosto che alle critiche. Capita infatti che, se qualcuno ci fa un'osservazione
negativa, la imprimiamo nella mente con tanta rabbia che, a distanza di anni, possiamo ricordare
parola per parola l'intera discussione.
Se fosse così anche per i complimenti non sarebbe poi tanto male, invece, gli apprezzamenti
vengono digeriti in pochi minuti, e già qualche giorno dopo ce ne scordiamo. Se incontriamo una
persona, in genere riaffiorano maggiormente le critiche che ci ha fatto, mentre i complimenti
vengono sminuiti e messi da parte.
Riuscire ad invertire questa tendenza può risultare molto produttivo, se qualcuno si complimenta
con voi rievocate mentalmente la scena quante più volte possibile, in caso si tratti di una critica
scaricatela in un angolo e lasciate che si spenga isolata. In questo modo condurrete un'esistenza più
serena, dove le critiche diventano inefficaci contro la vostra psiche.
Potete usare la stessa tecnica anche per trattare con gli altri, esaltatene i pregi e sminuitene i difetti,
in questo modo il rapporto con le persone che vi vivono in torno non potrà che migliorare.
Il riso fa buon sangue
Poche righe fa vi ho consigliato di utilizzare un film comico per superare i periodi difficili, vale
però la pena di approfondire questo argomento che potrebbe non essere considerato con la dovuta
attenzione.
Anni addietro, negli Stati Uniti, venne condotto un esperimento particolare, fu chiesto a degli attori
di mimare una serie di espressioni associate ad emozioni che andavano dalla felicità alla tristezza.
Presto si scoprì che le varie mimiche erano accompagnate da profonde alterazioni fisiologiche e
comunemente da uno stato di eccitazione. Solo il sorriso portava ad una diminuzione delle
pulsazioni cardiache e ad un rilassamento corporeo. Ci si rese conto che ridere portava molti
benefici al corpo e aveva un ruolo fondamentale nel mantenimento della salute e nella prevenzione
delle malattie.
Nel 1964 vi fu una conferma dell’importanza della risata.
Norman Cousins, un giornalista Americano, contrasse una malattia ritenuta incurabile conosciuta
con il nome di spondilite anchilosante, in cui la spina dorsale si immobilizza e porta il paziente alla
paralisi. Cousins capì però che la vita ospedaliera lo avrebbe portato alla tomba, decise quindi di
seguire una nuova strada, quella della terapia del sorriso. Si trasferì in una camera d’albergo dove
cominciò a curarsi con dosi massicce di vitamina C, guardando a rotazione videocassette di Candid
Camera e film comici.
Incredibile ma vero, la cura funzionò, anche se ci vollero anni per tornare alla completa normalità
una parte non trascurabile della terapia consistette proprio nel ridere. Studiando la situazione si
scoprì che 10 minuti di risate di cuore fornivano un effetto anestetico della durata di due ore.
Con questo non intendo dire che ridendo potrete abbattere tutte le barriere che vi sbarreranno la
strada, e nemmeno il diabete svanirà con una risata, ma di certo è un’arma che il vostro corpo vi ha
messo a disposizione e che non costa nulla usare.
Capisco che se siete adolescenti possa esserci un certo ritegno al sorriso, è una cosa normale. E'
infatti lampante il fatto che da neonati e da bambini abbiamo una predisposizione innata al gioco, i
piccoli vogliono sempre scherzare e per loro ogni occasione è buona. Con l'adolescenza tuttavia
iniziamo a prenderci troppo sul serio, le espressioni giocose lasciano il posto a musi lunghi. E'
innegabile che molti di noi non sorridono mai se possono farne a meno, in questo modo assumono
un aria più "tosta", da vero "macho" e alla moda. Guardate le modelle che appaiono nelle riviste, ci
sono delle ventenni a cui sembra abbiano appena sgozzato il fidanzato tanto sono tristi. E'
importante, quasi vitale, sviluppare durante l'adolescenza il senso dell'umorismo. Lo stress
accumulato può essere ridotto ridendo e scherzando, non potete negare che seguire questa filosofia
sarà anche divertente oltre che utile.
Una volta qualcuno disse che: “Gli angeli possono volare perché si prendono alla leggera”, provate
ad alleggerirvi evitando di prendere tutto maledettamente sul serio.
Un aiuto fa sempre bene
Le persone che cadono in depressione spesso non riescono ad uscirne da sole e a volte neanche sono
consci del loro problema. In questi casi un aiuto esterno diventa fondamentale.
Capita ad esempio di accorgersi che una persona diventi una sorta di fantasma, vive senza sorridere,
senza parlare, evita le persone peggiorando così la sua situazione ma non trovando comunque la
forza per affrontarla. Se vi accorgete che qualcuno che conoscete cade in questo stato, magari
proprio a causa dell’esordio del diabete, non aspettate che si riprenda da solo, potrebbe non
succedere, affrontate di petto la situazione, parlategli in privato e ogni volta che lo incontrate
scherzateci insieme e aiutatelo a superare la sua crisi dandogli qualche consiglio. Se non volete
interferire con i suoi problemi almeno parlatene ad una persona che gli sta vicino e lo conosce
cosicché possa stargli accanto, l’importante è intervenire in fretta per evitare tracolli irreversibili.
Se una persona non domanda nulla a nessuno ma si comporta in maniera strana potrebbe significare
che non se la senta di chiedere aiuto, ma ciò non significa che non ne abbia bisogno
Spesso diamo per scontato che chi vogliamo aiutare conosca il nostro intento, ma in realtà non è
sempre così. Spendendo tre parole per offrire ad un amico il proprio appoggio può risollevare di
molto un morale a terra, il primo aiuto può essere proprio questo, confermargli che non è solo e
quindi può affrontare meglio la situazione contando anche su di voi.
Aiutarlo però non significa metterlo in imbarazzo, a volte per fargli un piacere non ci si accorge di
trattarlo come un incapace. Il segreto è proporsi di aiutarlo in maniera pacata senza insistere finendo
magari con l'innervosirlo.
Alla 123^ Conferenza sul Diabete tenutasi nel 2001 ad Orlando, in Florida, si è parlato del rapporto
che intercorre tra gli adolescenti diabetici e i propri amici oltre che con i medici, ecco cosa è stato
detto a riguardo:
"Il miglior modo di essere un buon amico e supervisore della salute dei pazienti adolescenti sarà
offrire una comunicazione aperta senza che si sentano giudicati".
Ripetetevi e magari trascrivetevi questa bellissima frase del poeta libanese Khalil Gibran che mi è
capitato di leggere di recente: “E' bene dare quando ci chiedono, ma meglio e' comprendere e dare
quando niente ci viene chiesto”.
Una famiglia d'oro
Avere una famiglia che fa di tutto per aiutare il famigliare in difficoltà, ha un'importanza vitale.
Per un diabetico il un buon rapporto con i famigliari diventa una specie di insulina che si inietta
psicologicamente. Anche se alcuni medici lo escludono, io credo che le emozioni giochino un ruolo
importantissimo nella glicemia. Se il rapporto con la famiglia è caratterizzato da continui litigi e
incomprensioni è probabile che, venendo a mancare l'insulina psicologica, la glicemia vada per
conto proprio con più facilità, nonostante la dieta venga rispettata e le iniezioni compiute
regolarmente.
Ho avuto modo di parlare con una signora, il cui marito è diventato diabetico a trent'anni.
Il suo coinvolgimento è stato totale, lo ha accompagnato ai colloqui dalla diabetologa e ha fatto di
tutto per mantenere sereni i rapporti in casa.
Per rispettare le dosi della dieta, è arrivata addirittura a svuotare i tortellini dalla farcia per pesare la
vera quantità di pasta ingerita, o preparare i dolci suddividendo le grammature dello zucchero in
cucchiaini, per poi convertire il tutto in pastiglie dolcificanti.
Questo tipo di aiuto è fondamentale, se viene a mancare, la situazione si presenta certamente più
complicata e difficile da gestire per il diabetico, che si trova ad affrontare la malattia potendo
contare solo sulle proprie forze.
Se nella vostra famiglia avete un diabetico, soprattutto nel primo periodo, cercate di non irritarlo,
proponetevi di aiutarlo ogni qual volta ne esprima la necessità. Più il clima casalingo sarà sereno,
meno problemi si dovranno affrontare a livello psicologico.
Se credete che sia colpa vostra il fatto che in casa ora ci sia un diabetico, abbandonate subito questa
convinzione.
E' successo ma non si può spiegarne il perché con una risposta certa. Anche se avvertite una simile
convinzione, non potete avere la certezza di essere stati voi il fattore scatenante, quindi non potete
addossarvene la colpa. Ma se rovinate l'armonia di famiglia scaricando o assumendovi colpe, allora
potreste essere la causa di un peggioramento della cura. Cercate di vivere con serenità, così
aiuterete veramente chi vi sta accanto, quello che è successo prima non centra, ora c'è il diabete,
adattatevi alla situazione, non ossessionatevi per cercare di spiegare quanto è successo; per
comprendere il passato potreste rovinare il presente e il futuro. Ricordate e ripetetevi quanto detto
qualche pagina addietro: Affronta la realtà com’è, non com’era o come ti piacerebbe che fosse.
E’ solo un gioco
Ma come si deve fare per spiegare ad un bambino di dieci anni, o addirittura più giovane, ad
applicare quanto avete letto? Semplice, non lo fate. Se il diabetico in questione è vostro figlio o
comunque un ragazzino non si può certo parlargli di aspirine psichiatriche o di istinti impressi nel
cervello fin dalla nascita, il piccolo, per tutta risposta, andrebbe a guardarsi un cartone animato.
L’approccio deve ruotare attorno ad un concetto elementare ma spesso trascurato, la semplicità.
Se obbligate un bambino a rifiutare i dolci lui potrebbe benissimo infischiarsene e mangiarne senza
contegno, probabilmente non capirebbe del perché di una simile imposizione. Si può proporre una
sorta di gioco spiegandone le regole principali e aspettando che impari ad applicarle col passare del
tempo.
Niente dolci o bevande zuccherate se non concesse dalla mamma, non piangere nel fare iniezioni
ecc. Se poi al controllo dei valori da risultati soddisfacenti si guadagnano dei punti, se c’è uno
scompenso lieve, se ne acquisiscono meno, se si riscontrano valori molto alti niente punti. Alla fine
della settimana, in base al punteggio realizzato il bambino può ricevere un premio simbolico. In
maniera semplice si incoraggia il piccolo a stabilizzare i valori e prestare attenzione a quello che
mangia mettendolo in relazione al valore poi riscontrato.
Questa tecnica, che viene definita “Token Economy”, è stata testata in una scuola americana, dove
agli alunni venivano consegnati dei gettoni se si dimostravano attenti e interessati, l’accumulo di
questi “token” dava poi la possibilità allo studente di guadagnarsi qualche premio.
Un simile sistema farà sì che il bambino impari a capire che, mangiando troppa pasta e bevendo
aranciata zuccherata, non acquisirà punti. Se invece aggiungerà dell’insalata e acqua al menu ci
guadagnerà qualcosa e voi saprete che la sua salute sarà più tutelata.
Il fatto che questa tecnica possa funzionare è sostenuto da una relazione scritta da alcuni medici
milanesi che hanno studiato gli effetti psicologici sui bambini diabetici: " Abbiamo potuto rilevare
che, offrendo al bambino la possibilità di rappresentare, tramite il gioco, le situazioni delle cure
mediche più invasive (esame della glicemia, iniezione, prelievo.) egli può affrontare più
serenamente il diabete".
Ricordate sempre che è molto importante complimentarsi con lui quando si nota che i valori sono
particolarmente stabili, fategli capire che sta diventando un ometto e che il suo modo di comportarsi
è ammirevole. Se si incorre troppo spesso in iperglicemie parlateci insieme e fatevi spiegare cosa ha
mangiato o bevuto e consigliatelo affinché si corregga al più presto, evitate di sgridarlo, sarebbe
controproducente, esaltate i successi e sminuite i fallimenti, vedrete che col passare del tempo
questi ultimi tenderanno a svanire aumentando contemporaneamente l’autostima del piccolo.
Il fine comune sarà quello di mantenere una glicemia stabile, lui lo farà per i punti e il conseguente
premio, voi per la salute del vostro bambino.
Nel Dipartimento della Pubblica Istruzione di New York si può trovare uno scritto di Frederick
Moffet che si intitola “How A Child Learns”, “Come impara un bambino”, leggendolo si può capire
meglio come trattare con un bimbo:
Un bambino impara così, acquistando nuove capacità tramite le dita delle mani e dei piedi.
Assorbendo le abitudini e gli atteggiamenti di coloro che gli stanno intorno, spingendo e tirando il
suo mondo. Un bambino impara così, più provando che sbagliando, più attraverso il piacere che
attraverso la sofferenza, più grazie all’esperienza che grazie ai consigli e alle spiegazioni, e più
grazie ai suggerimenti che agli ordini. Un bambino impara così, tramite l’affetto, l’amore, la
pazienza, la comprensione, il senso di appartenenza, il fare e l’essere.
Siate amorevoli, non date ordini ma fategli fare esperienza, fatelo crescere serenamente e iniziate
“giocando” con lui, le sue più grandi virtù sono la purezza, la semplicità e la spontaneità, solo i
bambini le hanno così limpide, non intorpiditele.
Nell’opera Il Fanciullino il Pascoli scrisse a proposito del bambino e del suo fantastico mondo al
confine tra fantasia e realtà che gli adulti difficilmente comprendono e quindi ammirano; riesce
difficile capire veramente quanti aspetti estremamente profondi possa percepire un bambino, aspetti
che molti adulti, per quanto maturi e colti, non riescono a riconoscere neanche in minima parte.
Ecco le parole del Pascoli:
Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla
luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli
alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi. Egli è quello
che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai ostri sensi e alla nostra ragione. Egli è
quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in
lacrime e ci salva. […] Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta
il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che
ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter
ammirare.
Ciò che veramente caratterizza un fanciullo spesso sfugge ai nostri sensi, ricordatevi che state
trattando con un essere che cresce curiosando e stupendosi di qualunque novità, estremamente
complesso nella sua infinita semplicità. Crescetelo sempre tenendo a mente queste sue
caratteristiche, pesate le parole che pronunciate e fate attenzione agli atteggiamenti che avete,
trattare con un bambino è più difficile che con un adulto, è molto più sensibile alle emozioni, quindi
va sempre usato molto tatto.
Un macabro replay
Una cosa che spesso perseguita chi è diventato diabetico, sono i flash di quando gli è cambiata la
vita. Un bambino in genere non vive questo genere di ricordi, a lui potrebbe sembrare di essere nato
così, o comunque difficilmente ha stampato in mente il momento dell'esordio come un trauma. Chi
invece lo ha vissuto in età più adulta, spesso, in determinate circostanze, davanti ai suoi occhi scorre
un macabro cortometraggio che riassume i momenti peggiori dell'inizio della sua situazione di
malato buttandogli a terra il morale.
Anch'io a volte, mentre lavoro in cucina, magari squamando un pesce, mi ricordo quando ero
talmente stanco e straziato che per fare lo stesso lavoro al mare dovevo usare tutte le forze che mi
rimanevano, e quasi mi sentivo svenire. Rievocare quei momenti è sempre un supplizio, ma
purtroppo so anche che ciò mi accompagneranno per il resto della vita, riaffiorando di tanto in
tanto.
A tutti capita di passare momenti del genere, nei quali si rivivono quelle maledette situazioni, che
inevitabilmente ci abbattono psicologicamente.
Per non cadere in paranoia il segreto è rendersi conto di ciò che si sta pensando e subito cambiare
archivio di ricordi, magari ripensando ad una gita fatta con amici, al matrimonio o alla nascita del
primo figlio. L'importante è distogliere l'attenzione da quei pensieri che rischiano di trascinarvi nel
buio antro della tristezza. Ripensarci spesso fa male, l'ho notato anche mentre raccoglievo
testimonianze di altri diabetici; ognuno rivive qualche flashback che lo intristisce. Bisogna cercare
però di non farsi influenzare eccessivamente da questi ricordi, ora siete in cura, quei momenti fanno
ormai parte del passato, non potete cambiarli in alcun modo.
Allenandovi a resistere a questo "terrorismo psicologico" potete progettare meglio il vostro futuro,
dove voi e il diabete collaborerete per raggiungere il successo, senza dare importanza a quella
battaglia che c'è stata all'inizio tra di voi. Ciò che è successo era inevitabile, ripeto, inevitabile. Se
aveste fatto scelte diverse magari sarebbe sorto il diabete nell’immediato, ma in seguito, una
settimana, un mese o un anno dopo, la situazione si sarebbe ugualmente concretizzata,
presentandovi lo stesso conto egualmente salato.
Per quanto mi riguarda, avrei la tendenza a colpevolizzare “quel ristorante” di quanto mi è
accaduto, ma in realtà non esiste un collegamento certo tra il diabete e la stagione al mare, passare
in rassegna ogni possibile capro espiatorio è inutile, l'origine dell’enigma risiede in quella molecola
che risulta essere il nostro libretto delle istruzioni, il DNA.
Accettate il diabete, non soffermatevi sui momenti dell’esordio, concentratevi per progettarvi un
futuro di successo, dove vi sentirete realizzati.
Un medico per amico
Il rapporto più stretto che si dovrebbe stringere i primi giorni dovrebbe essere proprio con il
diabetologo, che si rivela in genere l'unica persona in grado di risolvere gli innumerevoli problemi
che sorgono nel periodo iniziale.
Personalmente, tutti i medici che lavorano al reparto di diabetologia dove sono in cura si sono
rivelati particolarmente sensibili e disponibili.
Questo però non sempre accade.
C'è chi, come S. non ha contatti con l'ospedale: "Io ad esempio non ho nessun rapporto con il
diabetologo che vedo 5 minuti ogni 3 mesi", alti pazienti, come R., il cui diabetologo aveva vietato
moltissimi alimenti, tra cui anche la pastasciutta, non possono ritenersi di certo fortunati. Se R. non
avesse avuto un carattere ribelle, credo avrebbe rifiutato la malattia e ora sarebbe molto più
depresso e sconvolto.
Molti purtroppo lamentano una mancanza di appoggio psicologico da parte dei medici curanti.
Quello che i pazienti cercano è una persona che, oltre ad essere scientificamente preparata esprima
emozioni, non un robot che se la sbriga con un "Questo è l'ago, questo apparecchio controlla la
glicemia, lei deve fare quattro iniezioni al giorno, dieci unità alla volta, prenda pure
l'appuntamento fra tre mesi, buon giorno".
Sia il momento in cui la malattia viene rivelata dal medico, sia gli incontri successivi è importante
che siano sereni, se non si instaura un rapporto solido tra paziente e diabetologo tutto si rivela più
complicato. In tal caso il diabetico dovrebbe cercare di trovare qualcuno con cui parlare in modo da
compensare, almeno parzialmente, le carenze del medico.
L'importante è che non vi scoraggiate se non avete trovato un appoggio, se invece siete seguiti da
persone competenti coltivate questo legame, non chiudetevi in casa senza farvi mai vedere,
rifiutereste così un valido aiuto.
Alzate la mira al cielo
Qualcuno ogni tanto afferma che, se avesse il diabete, compirebbe qualche gesto estremo di
autolesionismo. Chi fa certe affermazioni, probabilmente non conosce il problema, o non pensa a
ciò che sta dicendo.
Io l’ho presa come una sfida di vita, partendo dalla convinzione che: “I problemi sono solo
opportunità in abiti da lavoro”. Se siete sani, godetevi appieno la salute che avete, ma se vi capita
di dover affrontare una malattia non lasciatevi sotterrare prima del tempo, affrontate la situazione
con tutte le vostre forze, scoprirete di averne più di quanto possiate immaginare.
Spesso leggo libri di psicologia o sociologia, che dire, sono argomenti che mi appassionano!
Sono testi impregnati di frasi e riflessioni stupende, alcune per me indimenticabili. Una di quelle
che mi ricordo più vividamente è questa: “L’impossibile lasciatelo a Dio, voi concentratevi sul
possibile”, quindi penso: a quanto stanno a dire gli esperti il diabete è incurabile, se per me non c'è
la possibilità di guarire, questo problema lo lascio a chi se ne può occupare, io mi preoccupo di
quello che posso fare qui, ora, malato ma sempre in pieno fermento. Nei momenti in cui mi sento
giù di morale corro in biblioteca, prendo uno di quei libri che sprizzano gioia di vivere da tutte le
pagine e li leggo nel più breve tempo possibile; a me fanno un effetto placebo, se così lo possiamo
definire.
Un’altra frase saggia che ho letto in testi del genere e reputo grandiosa consiglia: "Nessuno fa
errore più grande di chi non fa niente per paura di poter solo far poco" Non è stupenda?
Quello che potete fare, come base di partenza, è essere felici e prendere quello che altri reputano un
problema come uno stimolo. La forza maggiore di cui disponete in questi momenti in cui la vita
prende strane pieghe la troverete dentro di voi, ma finché non la userete non saprete nemmeno di
averla. Avete mai sentito dei casi eccezionali nei quali una mamma riesce a sollevare un’auto sotto
alla quale è incastrato il figlio?
In una qualsiasi altra situazione non ne sarebbe stata capace e non avrebbe mai pensato che per lei
fosse possibile, ma se la cosa si rende necessaria allora il pensiero razionale si mette da parte e si
scatena l’uragano interno con il fine di raggiungere l’obiettivo prefisso, il cervello capisce che non
c'è alternativa, e tutto dipende da noi.
Pensate ad un obiettivo di vita che reputate quasi irrealizzabile e lavorate per conseguirlo, tenendo
allo stesso tempo sotto controllo il diabete, o qualsivoglia problema che vi sia d'intralcio.
“Pensate a ciò che dovete fare come qualcosa di facile” dice Maxwell nel suo libro, probabilmente
lo diventerà (aggiungo io). Allo stesso tempo, sappiate che se continuate a ripetervi che le cose
andranno male, avete buone probabilità d’essere profeti.
Perché ho questa filosofia si chiederà qualcuno?
Merito di mio padre, uno che sa quello che vuole, e che mi ha educato evidenziando il fatto che
devo contare prima di tutto su me stesso per riuscire in qualcosa.
E’ la classica persona che viene definita “self made man” con cui non è sempre facile trattare, il suo
stile educativo tempra in maniera rilevante il carattere di chi gli vive accanto. Con lui ogni tanto ho
alcune divergenze, ma è stato lui che mi ha insegnato a prendere così la vita e credo che la sua
tenacia mi abbia fatto capire che ho un potere incredibile dentro di me. Tutto quanto ha ottenuto nel
corso della sua vita non è arrivato per fortuna, ma studiando quando gli altri festeggiavano,
lavorando quando gli altri dormivano. Qualcuno vorrebbe forse farmi credere che io non posso
arrivare dove voglio nella vita solo perché ho il diabete?
“Volevo andare mille miglia lontano non solo dal mio paesino, ma dai miei limiti personali”, sapete
di chi è questa frase? Del dottor Hannibal Lecter, o meglio, di colui che lo interpreta, il mitico
Anthony Hopkins.
Un tipico esempio di come si può arrivare dove si vuole se si ha tenacia. “Io sono un ex ragazzo
della campagna gallese, figlio di un fornaio. A mio padre non fregava niente della cultura, e
neanche a me. Da ragazzino non andavo bene a scuola, e per di più ero dislessico, avevo difficoltà
di apprendimento. Mi sentivo solo e pieno di rabbia”.
In seguito incontrò un affermato compaesano che era partito dalla sua stessa precaria situazione. “In
quel momento decisi di essere come lui: ricco e celebre”. Questa fortissima convinzione spinse il
piccolo Anthony a lottare per raggiungere il successo cinematografico, finché i suoi sforzi,
nonostante una miriade di altri problemi, lo fecero diventare il serial killer più noto di Hollywood.
I limiti sono posti soprattutto dalla nostra immaginazione.
Infatti, tutto è relativo, e quello che io ritengo impossibile per voi può essere considerato semplice, i
limiti sono sempre imposti da noi stessi, a volte si rivelano veritieri, molte altre assolutamente
inappropriati. Può capitare che, nel risolvere una situazione nuova vi poniate dei problemi che altri
considerano già risolti o in ogni caso poco rilevanti. Le difficoltà che ci si presentano possono
essere di una complessità estrema, ma nella quasi totalità dei casi sono risolvibili oppure
nascondono qualche escamotage per aggirarle, analizzate attentamente le azioni che potete
intraprendere, c’è sempre una strategia dominante che vi avvicina all’obiettivo o, nella peggiore
delle ipotesi, vi lascia nel vostro stato attuale.
Con questo non voglio vantarmi di essere refrattario ai problemi della vita e di saper reagire sempre
in maniera eccelsa, spesso sbaglio anch’io.
Avete presente quando vi sentite carichi, pieni di entusiasmo ma poi basta un niente per farvi
crollare? Di questi picchi ne soffro ogni giorno come ogni adolescente, legati alle situazioni più
disparate.
In testa ho una sorta di grafico di quello che io chiamo il mio HS, acronimo che sta per “ Hidden
Storm ”.
Questo uragano nascosto dentro di me varia ogni giorno poi, a volte, si affievolisce e sembra quasi
una brezza, specie nei momenti in cui sono demotivato e questo è probabilmente lo stato che molti
neo-diabetici si trovano ad affrontare, quando il futuro si offusca in poche ore si cade nelle tenebre.
Poi però, col passare del tempo, ci sono avvenimenti che scatenano l’uragano, il corpo si riempie di
energia mi sento in grado di fare di tutto. Questo è lo stato che dovete raggiungere e mantenere il
più a lungo possibile, in questi momenti la “zona del possibile” si espande e, cosa ancora più
importante, se credete fermamente di potercela fare con le vostre forze, ogni obiettivo vi sembra
davvero raggiungibile.
Ogni tanto mi capita di arrabbiarmi perché il fatto di essere diabetico mi comporta di dover seguire
una serie di percorsi burocratici che dilatano i miei progetti nel tempo. Quando per una banalità mi
vengono richiesti esami su esami, per i quali devo andare da un ambulatorio all’altro più volte, solo
in quei momenti sento che la mia malattia è un freno talvolta fastidioso.
Quando mi si dice: “ Sei diabetico? Allora mi servono questi esami, ci vediamo fra tre mesi quando
li hai pronti!” allora mi sento “diverso”. Tre mesi? Ma se per gli altri bastano cinque minuti!
Peggio ancora è quando vi considerano una palla al piede, una ragazza diabetica che conosco mi ha
raccontato che ha rischiato di essere licenziata semplicemente perché aveva il diabete.
La cosa più sconcertante è sapere però che proprio la classe medica le mise i bastoni tra le ruote,
quella schiera di persone che, per logica di cose, dovrebbe esserci più vicina.
Sono comunque crisi passeggere, nel giro di alcuni giorni lascio tutto alle spalle e continuo per la
mia strada senza abbassare la mira.
Talvolta chi mi sta intorno e mi conosce mi chiede cosa faccio in questa o quella situazione, tutti
restano sempre sorpresi dalla casistica di condizioni che mi posso trovare ad affrontare, si
accorgono che il mio problema è diviso in molte situazioni particolari, tutte di piccola entità. Spesso
sono portati a prendere in considerazione solo il lato dei dolci, non sanno che per me, un pacchetto
di grissini mangiato un ora prima del pasto fa salire a duecento la glicemia.
Magari voi questa casistica legata alla malattia non l’avete accettata molto bene, il mondo vi sembra
crollato addosso, il vostro futuro sembra immerso nella nebbia più fitta. Potete anche non credermi
ma c’è chi fa cose, anche se malato, che poche persone sane possono ritenere fattibili.
Lo sapete cosa disse una volta il Dalai-lama? “ E’ inutile preoccuparsi di un problema che non si
può risolvere, com’è inutile preoccuparsi di un problema che si può risolvere, sarebbe solo tempo
perso”.
Il messaggio è chiaro, niente deve preoccuparvi eccessivamente, una cosa o la si risolve o no, non ci
sono compromessi. Perché angosciarsi per il diabete se si sa benissimo che per ora non si può
guarire? Ci si guadagna forse qualcosa? No. Per evitare di deprimermi ho preso gli obiettivi che
avevo e li ho moltiplicati in maniera esponenziale, tanto che se penso a dove voglio arrivare quasi
mi spavento, poi però chiudo i pugni e mi butto a capofitto e senza ripensamenti nella battaglia per
arrivarci. Penso che chi punta altissimo, perlomeno arriverà in alto, mentre chi già in principio mira
basso, non può certo arrivare al vertice.
Mi piace pensare alla metafora di un cannone su una collina. Immaginatelo come la vostra fonte di
aspirazioni, puntatelo verso il cielo e datevi come obiettivo quello di centrare una nuvola poi fate
fuoco, forse il proiettile farà solo metà della strada sperata, ma se si punta il cannone in orizzontale,
si guarda la nuvola e si spara, il colpo non salirà certo verso l’alto. Elevate i vostri sogni e
ambizioni al cielo, dove vi sembra molto difficile arrivare, anzi, impossibile, poi come ho detto
prima: l’impossibile lasciatelo a Dio, voi concentratevi sul possibile, poi si vedrà.
Ecco come si esprime Maxwell a riguardo:
"L’immagine dell’io stabilisce i limiti dell’individuo, indicando ciò che può e ciò che non può
essere fatto. Estendete tale immagine, ed estenderete la “zona del possibile”. Lo sviluppo di una
giusta e realistica immagine dell’io sembrerà dare all’individuo nuove capacità, un nuovo talento e
addirittura cambierà in successi i fallimenti".
Eleanor Roosevelt diceva: "Nessuno può farvi sentire inferiori senza il vostro consenso" diabete
compreso!
Durante un dibattito in classe tempo fa, una mia compagna sosteneva che per una persona povera è
impossibile, per quanto ci provi, riuscire a comprarsi una casa tutta sua.
Non ho aspettato un secondo a controbattere dicendo che chiunque, se veramente lo vuole, può
raggiungere un risultato ambizioso. Il pomeriggio stesso mi misi a cercare in alcuni libri che avevo
letto alcune storie di persone povere che sono poi emerse nel corso di una vita costellata di sacrifici.
Le informazioni che ho trovato durante la mia breve ma significativa ricerca dimostrano che la
forza che si ha dentro di sé può essere immensa, la povertà o l’ignoranza non limita una persona se
questa davvero vuole raggiungere un obiettivo.
Howard Thurston, un celebre prestigiatore, i cui spettacoli furono seguiti da più di sessanta milioni
di persone e guadagnò qualcosa come due milioni di dollari quando chi ne prendeva cinquanta alla
settimana era considerato benestante fece tutto ciò partendo da zero. Fin da piccolo, dopo essere
scappato di casa aveva fatto il vagabondo, viaggiato su vagoni merci, dormito nei pagliai,
mendicato il cibo da una porta all’altra e imparato a leggere osservando i segnali ferroviari posti
vicino i binari.
Un altro esempio eclatante del fatto che si può avere successo nella vita anche partendo con poco è
quello del povero garzone di droghiere che studiò libri di legge presi infondo ad un baule comperato
per mezzo dollaro. Il garzone in questione era il futuro presidente degli Stati Uniti Abraham Lincon.
Avete mai fatto un giro su una Ferrari? Se ne avete provato l’ebbrezza il merito più grande è del suo
mitico fondatore, il “Drake”, che creò il mito nel lontano 16 novembre 1929.
Credete forse che dare vita all’omonima scuderia sia stata una passeggiata? Per niente, fu invece
una gigantesca lotta contro ogni tipo di avversità che colpì Ferrari fin da giovane.
Nel 1916 gli morirono sia il padre che il fratello; l’anno dopo si ammalò gravemente al fronte e al
suo ritorno la situazione era tragica per un ventenne reduce dalla guerra. La condizione economica
italiana era disastrosa, la produzione industriale sviluppatasi su un’economia di guerra risultava
stagnante e la disoccupazione era alle stelle in un periodo caratterizzato da scioperi e malcontento.
La Fiat rifiutò la sua richiesta di lavoro e in quel periodo Ferrari reagì alle delusioni ricevute dalla
vita cercando un’alternativa.
Il suo destino lo decise stringendo i denti quel giorno in cui non gli rimase niente: “Fa freddo, ma
non può restare lì, su quella panchina a tormentare nella tasca quella lettera che ormai non serve
più a nulla. […] Non c’è più nessuno in quel parco. Solo lui, che finalmente si alza, spazza la neve
dai pantaloni, e si avvia verso l’uscita. Finalmente ha deciso: diventerà Enzo Ferrari”.
Questo recita il libro della biografia del Drake, scritto da Pino Casamassima.
In queste condizioni disastrose un ragazzo senza titoli di studio, soldi e specifiche qualità
professionali perseguì un sogno e gettò i semi per realizzarlo. Chi avrebbe immaginato che anni
dopo la Ferrari sarebbe diventata la scuderia più importante al mondo sfoderando automobili di
eleganza e prestazioni uniche?
La storia è piena di simili esempi, ogni individuo che aspira veramente a qualcosa e concentra tutte
le sue energie per raggiungere il suo scopo ha ottime probabilità di riuscirci. Conrad Hilton,
fondatore dell’omonima prestigiosa catena di Hotel di fama mondiale, immaginava già di dirigerne
uno ancora prima di possederlo e da ragazzo era solito “immedesimarsi nella parte” di direttore
d’albergo.
Ricordate: quando noi fissiamo uno scopo, un obiettivo, il nostro cervello si adopera per
raggiungerlo, se voi ritenete che il diabete restringa la vostra “zona del possibile” allora
probabilmente avverrà così, perché il vostro cervello interpreterà i segnali che gli mandate, se
invece ampliate tale zona il cambiamento che avverrà sarà inverso, rivolto quindi al successo.
La natura ci ha dato vita per riuscire a raggiungere i nostri obiettivi, se così non fosse, nel veder
cadere un bambino che tenta di muovere i primi passi affermeremmo che per lui non è possibile
imparare e quindi andremmo tutti in giro a carponi.
Questo è un concetto che sto scoprendo in questi anni ma ho appreso grazie a mio papà ancora ai
tempi dell’asilo, quando pensavo che dopo il 109 ci fosse il mille.
Tutto risale a quando mi regalò la mia prima bicicletta, gialla fiammante, con le classiche ruote
laterali per evitare spiacevoli cadute. Quando decidemmo di toglierle iniziò per me una sfida che
ricordo ancora con molta lucidità, lo scopo era riuscire a percorrere in lungo la taverna senza mai
mettere i piedi a terra. I primi tentativi furono disastrosi, dopo pochi metri iniziavo a zigzagare fino
a cadere a terra, allora correvo dal papà gridando: "Non sono capace", lui mi guardava con aria
severa e rispondeva "Mai dire non sono capace" e mi rispediva in taverna. A furia di sentire ripetere
questa frase questa diventò la “massima di papà”, che utilizzo tutt’oggi in caso abbia difficoltà nel
fare qualcosa.
Il nostro cervello è fatto per risolvere questi problemi, voi dovete solo andare avanti a tentativi,
cosicché lui possa ricevere le informazioni per compiere una determinata azione.
Estendete la vostra “zona del possibile” e lasciate che il vostro cervello muti per raggiungere i limiti
che vi siete imposti.
Ritornando al diabete è importante, però, che la malattia non restringa questa zona.
Sicuramente vi troverete ad affrontare situazioni che si complicheranno solo perché siete diabetici,
ma allo stesso tempo altre si semplificheranno per lo stesso motivo.
Napoleone affermava di non avere la parola "impossibile" nel suo vocabolario, provate ad imitarlo
o almeno, state attenti ad usarla, è un’aggettivo che potrebbe rivelarsi tutt’altro che veritiera.
La tecnologia riesce spesso e volentieri a sfatare certe convinzioni che sono prevalentemente frutto
di testardaggine e di una limitata elasticità mentale. “I treni ad alta velocità sono impossibili: i
passeggeri non potrebbero respirare e morirebbero di asfissia” questo affermò senza mezzi termini
nel 1856 Dyonnisus Lardner, docente all’university College di Londra.
Oggi se pensiamo ai treni a levitazione magnetica che possono essere spinti ad oltre 500 km/h ci
viene da sorridere, ma tutto ciò è stato reso possibile solo grazie a quei ricercatori che, al contrario
dell’appena citato professorone, anziché dichiarare che un progetto è assurdo, hanno condotto
esperimenti fino a trovare la soluzione ai loro problemi.
Non abusate del termine “impossibile”, sia in riferimento a delle idee innovative sia che si stia
parlando del vostro futuro e dei vostri obiettivi. Ricordate che l’impossibile va lasciato a Dio, voi
datevi da fare per il possibile.
Gamble!
Sapete cosa significa in inglese "to gamble"?
Vuol dire giocare d'azzardo. E il gambler (il giocatore d'azzardo) è colui che, negli sport, negli
affari o nelle attività sociali reagisce meglio se sotto pressione, rende di più se spinto dallo stimolo
di una sfida, insomma, è colui che ha imparato, consciamente o inconsciamente, a reagire bene alle
situazioni critiche, quelle che possono farvi progredire o abbattervi.
Per uscire vincitori in queste situazioni, e quindi diventare buoni "gamblers", basta seguire tre
regole che insegnano ad adattarsi alle difficoltà che la vita impone di affrontare.
Prima di tutto è necessario acquistare una determinata abilità in condizioni in cui siamo sotto
pressione e successivamente farne pratica, il secondo segreto è imparare a reagire alle crisi con un
atteggiamento attivo piuttosto che passivo, tenendo sempre presente l'obiettivo prefisso. Terzo, è
fondamentale imparare a valutare le situazioni critiche nel loro vero aspetto, non bisogna fare di un
granello una montagna ma neanche reagire ad ogni piccola sfida come se fosse una questione di vita
o di morte.
Buttatevi a fare cose mai provate, di cui non sapete nulla, più volte affronterete situazioni nuove,
più il vostro corpo e la vostra mente impareranno a confrontarsi con nuove realtà.
Quando una di queste si rivelerà problematica la vostra esperienza vi aiuterà ad affrontarla in
maniera migliore e alla svelta, facendovi sempre trovare preparati.
Ad esempio nell'affrontare un colloquio di lavoro la prima volta si può fare una figuraccia, questo
perché la situazione è completamente nuova. La seconda volta avrete accumulato delle nozioni che
sfrutterete e nel frattempo ne aggiungerete delle altre finché alla decima riunione saprete
destreggiarvi agilmente tra le domande che saranno poste sfruttando la conoscenza maturata nei
nove colloqui precedenti.
Se al primo impatto il diabete si è rivelato una di quelle situazioni a vostro sfavore ora dovete
accumulare esperienza per fronteggiarlo sempre più agguerritamente e arriverete a dominarlo.
Ricordate siete voi a dettare le regole e a porre i limiti, se ci riuscite, potete anche farlo diventare la
rampa di lancio che vi scaglierà verso le vostre mete..
Tenete sempre in vista l'obiettivo
Avete mai corso in bicicletta a livello agonistico? Chi ci ha provato sa quanto sia penoso stare "in
scia" quando non si ha più la forza per continuare.
Capita spesso di vedere ciclisti che viaggiano a tutta velocità a soli cinque centimetri dalla ruota di
chi li precede e magari sono grondanti di sudore, col fiato al limite e le gambe invase dall'acido
lattico. Come possono resistere in queste condizioni estreme?
Il 90% di questa forza proviene dalla psiche, la loro è una mania. Solo chi ha corso conosce quella
che viene definita "ossessione delle scie", la quale cresce in parallelo alla fatica.
In pratica ci si incolla alla ruota di chi ci sta davanti, si abbassa la testa e si prosegue ad oltranza
osservando solo il copertone che si ha di fronte, tenendolo ad una distanza di pochi centimetri, tutto
il resto scompare, rimangono solo due protagonisti: il ciclista e la ruota che lo precede. L'obiettivo è
quel copertone, non importa se il sudore annebbia la vista, non importa se piove a dirotto e si ha
freddo, non si molla neanche se il cuore pompa a tutta o il fiato manca, quella ruota viene prima di
tutto, chi molla fallisce.
Anni fa, due miei cari amici volevano iniziare a correre in bici; la prima cosa che feci fu portarli in
un piccolo circuito vicino casa, dove li allenai per un'ora.
Per tutto il tempo li seguii obbligandoli (arrivai quasi ad offenderli), a restare sempre incollati alla
ruota che li precedeva, a restare giù con la testa per non prendere aria e a pedalare sempre a tutta
dandosi cambi rapidi senza perdere velocità.
Mi ricordo che uno arrivò quasi a piangere, mentre l'altro si rifiutava di parlarmi tanto era
arrabbiato. Il giorno dopo andai a trovarli, dal loro sguardo si capiva chiaramente che qualcosa era
cambiato, avevano capito cosa volesse dire seguire con tenacia una meta, avevano assaporato la
famosa "l'ossessione delle scie".
Giorni dopo, li trovai ancora ad allenarsi seguendo gli stessi principi che gli avevo inculcato
praticando una incessante pressione psicologica qualche giorno prima.
Avevano capito che non lo avevo fatto per cattiveria, ma solamente per spiegargli che ci sono dei
momenti in cui non resta niente a cui aggrapparsi, dove tutto spingerebbe a mollare, lì si scopre di
avere un "serbatoio di riserva"; sapere che esiste e sfruttarlo può anche salvare la vita.
Se terrete sempre in mente il vostro obiettivo, qualsiasi esso sia, legato o no al diabete, questa
tecnica vi permetterà di resistere meglio alla tristezza, alla fatica, alla disperazione.
La vostra meta sarà sempre lì e ogni fattore esterno che tenterà di rompere quel legame che
intercorre tra voi e il vostro scopo verrà spazzato via come foglie al vento.
Spesso questa tenacia è innata, ma vi posso assicurare che è possibile rafforzarla. Bisogna arrivare
lì, non c'è scusa che tenga.
Naturalmente tutto ciò non deve essere fatto a discapito della vostra salute, serve solo ad indebolire
l'incidenza dei fattori esterni che possono rappresentare un problema o un freno alla vostra corsa.
Ad esempio conosco una ragazza che, la mattina, si trova sempre ad avere la glicemia alta, ha
quindi deciso di fare un po' di jogging dopo essersi alzata per risolvere il problema.
In questi casi o si parte convinti, credendo fermamente che in qualche modo quel valore scenderà
oppure ci si ritroverà il mattino seguente a rigirarsi sotto le coperte ripetendosi “ Oggi no, ho sonno
e poi è nuvoloso e potrebbe piovere “.
Solo scuse, se non ci riuscite fatevi obbligare da qualcuno, l'importante è seguire con costanza
l'obiettivo, restargli "in scia".
Se la meta è una glicemia stabile non ci sono santi che tengano, in qualche modo quei valori si
stabilizzeranno. Più insulina, più attività fisica, meno pasta, più iniezioni o più controlli; c'è
sicuramente un modo, basta trovarlo.
Il raggiungimento di un obiettivo implica spesso rinunce e sacrifici difficili da accettare, spesso si
lavora mesi, o addirittura anni, senza riuscire a muovere un solo passo verso la nostra meta. Se però
si è convinti di quanto si sta facendo, si accettano le difficoltà come parte integrante del percorso
che porta al successo. Famoso è il caso di Edison, il quale, prima di riuscire a costruire la prima
lampadina fallì migliaia di esperimenti. Il problema che lo fece impazzire era quello di trovare un
filamento che divenisse incandescente nel globo di vetro della lampada, ma che non bruciasse.
Sperimentò 6.000 tipi di fibre (compresi i peli della barba di un suo collaboratore). In molti lo
esortarono a lasciar perdere e lui li azzittiva dicendo che i fallimenti, in realtà, erano solo dei
procedimenti sbagliati per realizzare il progetto, più ne avrebbe fatti, e più avrebbe capito come la
lampadina non andava fatta, avvicinandosi così inevitabilmente alla scoperta. Il calvario si concluse
nel 1879, grazie ad un filamento di cotone bruciato che resistette due giorni.
Dove trovò la forza di provare seimila volte? Pochi lo sostennero fino in fondo ma lui niente, rimase
in scia al suo obiettivo finché lo raggiunse.
Questo è lo spirito che vi serve, e potete usare il diabete come se fosse un turbo che vi spinge verso
il successo, non un limite o un freno.
Se proprio devi farlo, almeno fallo bene…
Gestire il diabete, affrontare i problemi della vita, non sono condizioni facoltative, quindi visto che
siete obbligati, vi conviene farlo bene.
Converrete con me che se dovete fare qualcosa per forza, dovete dedicarci del tempo anche se non
vorreste non c’è motivo di farla male.
Un esempio? Semplice, la scuola. I miei primi anni tra i banchi non li ho certo passati serenamente,
a me piaceva l’astronomia e mentre disegnavo il sistema solare i miei compagni studiavano le
regioni italiane, di cui io, al momento dell’interrogazione, non sapevo una mazza. Ogni giorno i
miei mi facevano la predica per farmi studiare e io per tutta risposta me ne infischiavo. Durante gli
ultimi anni delle medie capii però che, visto che ero obbligato ad andare a scuola forse valeva la
pena di metterci un pizzico di impegno anziché perdere tempo. In poco tempo mi resi conto che
quei maledetti libri non erano poi tanto male.
Se dovete pulirvi la macchina conviene farlo accuratamente anziché lasciare aloni su tutta la
carrozzeria e dover magari rifare tutto il lavoro a causa della vostra svogliatezza.
Lo stesso vale per il diabete, voi dovete curarvi, perché dovreste fregarvene?
E’ frequente che le persone che vi sono incappate da poco rifiutino di fare le iniezioni e proseguono
per la loro strada, ma il gioco non vale la candela, vivere sempre in iperglicemia non è certo meglio
che vivere iniettandosi l’insulina.
Se proprio dovete farlo almeno fatelo bene. Se pensate che curarsi sia una perdita di tempo, una
seccatura e che voi non avete nessun momento libero per badarci, rendetevi conto che andare in
bagno ogni mezz'ora non è certamente meno fastidioso, sentirsi sempre stanchi e non vederci bene
sarà più seccante e infine perderete più tempo in queste condizioni di vita esasperate anziché curarvi
per pochi minuti al giorno. Più che un obbligo dovrebbe essere considerato uno stile di vita,
qualcosa che va fatto punto e basta, nello stesso modo in cui dedicate delle ore al sonno e altre a
cibarvi è necessario sacrificare alcuni minuti, ripeto, minuti non ore, per curarvi.
Evitate di ingigantire i problemi
Avete mai notato che le litigate più violente o le depressioni più marcate scaturiscono spesso da una
banalità?
Se ad esempio una persona che ci piace ci rifiuta a volte cadiamo nel baratro. Nel mondo ci sono
più di sette miliardi di persone e circa la metà appartiene al sesso opposto; bene siamo così certi che
quella persona fosse la sola e unica nostra anima gemella?
Non credo. Il problema viene però amplificato dalla nostra mente che lo rende più grande di quanto
non sia veramente; se però ci si ferma a pensare più attentamente ci si accorge che il nostro
malessere viene estremizzato.
Mi è capitato ad esempio di sgridare pesantemente mio fratello perché si era scordato di registrare
un film. Vi pensate? Arrabbiarsi e gridare per mezzora per uno stupido film. Vi sembra sensata
come reazione? A me no, poi ripensandoci mi sono accorto di non avere perso niente di vitale, la
reazione è stata spropositata e l’unico risultato è stato quello di avere un fratello incazzato per un
paio di giorni.
Come disse il saggio marchese di Halifax “ L’ira non manca mai di ragioni, ma raramente ne ha
una buona ”.
Nel suo libro Vivere Amare Capirsi Leo Buscaglia si esprime così in merito:
Sapete che quasi tutte le separazioni sono causate da cose stupide, insignificanti, assurde? “Voglio
il divorzio. Lei strizza il tubetto del dentifricio al centro! Mi fa ammattire!" mio Dio, compratene
due. La prima volta che vi sentite veramente irritati e arrabbiati, esaminate la causa. Di solito è
una cosa ridicola. Se vi mettete tranquilli a pesarci, finirete per scoppiare a ridere.
E’ la nostra mente che rende tutto distorto e il diabete non fa eccezione, non deve essere
sottovalutato ma nemmeno ingigantito.
Quando vi sembra di avere davanti un muro invalicabile, valutate attentamente la situazione,
potreste scoprire di avere a disposizione una scala per superarlo proprio lì, dove subito non avevate
controllato perché stavate con lo sguardo abbassato colmo di rassegnazione.
Il diabete per alcuni ha un effetto simile, lo si immagina così ingombrante e invasivo che sembra
non resti altra scelta se non quella di restarne schiacciati.
In realtà poi ci si accorge che il suo peso reale non basta neppure a farci mancare il fiato. Nella
nostra cultura prendiamo tutto maledettamente sul serio.
Volete un esempio pratico? Pensate a una breve lista di eventi di vita accaduti almeno un anno
prima, fatti per i quali vi siete particolarmente preoccupati, angosciati o demotivati. Ora chiedetevi,
per ognuno di questi, se lo stato psicologico in cui eravate era razionale e realmente giustificato.
Per la maggior parte delle volte, la risposta dovrebbe essere negativa.
Non pensate troppo
Ho finito, poche righe fa, esortandovi a non ingigantire i problemi, ma non è tutto.
La metà delle preoccupazioni che avete spesso vi tormentano perché “pensate troppo”. Con ciò
intendo dire che prima di affrontare una certa situazione non bisogna esagerare nel focalizzarla,
rischiate il collasso.
Un esempio classico è quello che caratterizza gli incontri tra maschi e femmine.
Se, ad una festa succede di vedere quella che sembra essere senza dubbio la persona più attraente
nel raggio d’azione del “radar sessuale” a volte ci si ferma a pensare: “Ora vado a dirle che ha degli
occhi belli come smeraldi! Anzi, le dico che sembra un angelo venuto dal cielo! No, prima sorrido
poi le offro un qualcosa da bere!”
Nel frattempo i muscoli si sono irrigiditi e lei magari sta già ballando in dolce compagnia. Capita a
tutti (compreso il sottoscritto), però se si valuta la situazione si capisce che pensare certe volte
inibisce l’impulsività, che potrebbe però rivelarsi più efficace.
Se vi fermate a pensare troppo anche alla malattia vi infognerete da soli: Cosa faccio adesso col
diabete? Cambio scuola? Cambio lavoro? Lo dico o no all’amico?”.
Calmi! Andate a scuola o a lavorare e valutate nel tempo la situazione, non pensate troppo, aspettate
che l’esperienza maturata nelle varie situazioni vi dia le risposte giuste, avrete tempo per cambiare.
La vita è piena di situazioni del genere, nel periodo che le precede tutto sembra una questione di
vita o di morte, la pressione sale alle stelle e il corpo cade in preda ad uno stato di agitazione.
Questo può succedere prima di un esame, nell’attesa di parlare ad una platea o prima di affrontare
un appuntamento.
La tecnica migliore è quella di chiedersi in continuazione “Cosa ho da perdere? Niente” infatti, non
potete regredire dalla posizione in cui siete, siete solo davanti ad una occasione di progredire o di
rimanere allo “status quo”.
Se una persona è in cerca di lavoro o sarà assunto o gli verrà rifiutato l’impiego. Se fallisce al
colloquio si troverà semplicemente nella posizione in cui era prima di presentarsi per l’impiego. Se
poi la fantastica persona che sembra essere la vostra perfetta anima gemella vi rifiuta,
semplicemente, resterete alla ricerca di un partner, non avrete compromesso la vostra vita e
vanificato ogni speranza. E’ complicato applicare questa semplice regola, me ne rendo conto ogni
giorno di più, è vero però che se capite che una situazione non è così irripetibile e il fallimento, tutto
sommato, non si rivelerebbe compromettente nei vostri confronti, la affronterete con più calma, se
poi vi andrà male, ammortizzerete il colpo in maniera migliore.
Ma gli altri…cosa pensano? Cancellate questa domanda dalla vostra mente! Ci sono sempre gli altri
di mezzo, ma che cosa c'entrano? Possono pensare che siete handicappati, sfortunati, pieni di risorse
o ammirabili per come vivete il problema, qualunque sia il giudizio a voi non deve interessare.
Gli altri hanno la loro vita, le loro idee e la loro ignoranza. Ne avete già abbastanza da pensare per
voi, le altre persone non devono turbarvi con giudizi magari infondati; non possono capirvi fino in
fondo e quindi neanche valutare il vostro comportamento. Se lo fanno…infischiatevene.
Non siete in una fiaba!
Quando vi esorto ad essere ottimisti, a vedere le cose realisticamente e a non farvi troppi problemi
non intendo però che dobbiate vivere come se foste in una fiaba dove tutto finirà bene e la
principessa troverà il suo amore in sella ad un cavallo bianco.
Nel mondo reale si patisce la fame, si maltrattano bambini e si uccidono innocenti, evitate di vivere
come se aveste un paraocchi da cui vedere tutto rose e fiori, i problemi ci sono e bisogna accettarli
perché fanno parte della vita.
Nel suo libro “La forza dell’ottimismo” Alan Loy McGinnis chiarisce questo concetto portando
l’esempio di Pollyana con queste parole:
"Dopo avere sopportato due atti della letizia di Pollyana, sono uscito nella notte in cerca
dell’occasione di assalire un mendicante cieco. Se avessi perso l’uso delle gambe e quella
spaventosa ragazzina m’avesse detto che avrei dovuto esserne felice, poiché avrei potuto, d’ora in
poi, “starmene sempre seduto”, credo che avrei reso temporaneamente difficile a lei mettersi a
sedere".
Lo stesso vale per il diabete, non vi sto dicendo di essere allegri e felici perché d’ora in poi potrete
“saltare giorni di scuola per andare dalla dottoressa”, i problemi esistono e bisogna affrontarli,
fingere che non ci siano è sciocco, un atteggiamento alla “rose e fiori” non è d’aiuto a chi sta
attraversando un periodo di crisi.
Anche Dante si pronunciò a riguardo dicendo: “La vita è lunga e ‘l cammino malvagio”.
Nella vita nessuno vi regalerà niente e la fortuna raramente vi correrà dietro con insistenza, è
importante quindi affrontare le avversità con grinta, cercando di vedere il lato positivo in tutto e
mantenendo un atteggiamento ottimistico. I casini però non vanno ignorati ma risolti. Se credete di
essere messi davvero male basta che guardiate un telegiornale per rendervi conto che il mondo è
pieno di psicopatici, malati in punto di morte e gente che patisce la fame, voi potete farcela meglio
di loro, credete nelle vostre possibilità e risolverete i problemi che vi affliggono.
Una volta ho conosciuto una ragazza che sembrava proprio vivere nel paese delle meraviglie,
sempre in attesa che qualche miliardario suonasse al suo campanello, la facesse salire nella sua
Ferrari e la portasse in una suntuosa villa dove avrebbe trovato sotto il cuscino un collier con mezzo
chilo di diamanti incastonati.
Sperare che succeda una cosa del genere può anche essere accettabile, ma vivere passivamente
convinti che non serve darsi da fare perché quel giorno deve arrivare non lo è.
Avere obiettivi di portata estremamente ampia e lavorarci è utilissimo, se poi il fantomatico
miliardario arriva tanto meglio, ma se non succede niente sarete comunque occupati a raggiungere il
successo con le vostre forze.
Siate realistici, non basatevi sulla fortuna per arrivare dove volete, il vostro impegno è il vero
propulsore e su quello dovete principalmente contare.
3) Il diabete nelle varie situazioni di vita
L’importanza dell’Autogestione
Negli anni novanta ha preso piede l’autocontrollo del diabete a livello “casalingo”.
Non si tratta certo di abbandono o noncuranza da parte dei medici.
Potrebbe infatti sembrare che i medici, una volta avervi consegnato gli strumenti per curarvi vi
abbiano lasciati a voi stessi dopo che siete usciti dall'ospedale.
La situazione non deve essere vista sotto questo punto di vista, non si tratta di menefreghismo.
Purtroppo capita spesso che un diabetico, una volta rientrato a casa, si renda conto che non è stato
istruito a sufficienza per poter autogestirsi e può quindi sentirsi solo con i suoi problemi.
Quasi tutti hanno riscontrato questa mancanza, bisogna però capire che siete voi che dovete
imparare come curarvi al meglio; l'ospedale può solo fornire le linee giuda, poi però, arrivato il
momento di curarsi, non bisogna isolarsi o cancellare il problema rifiutando la cura, è importante
lavorare sulle informazioni che vi sono state date per capire come si presenta la propria situazione.
Continuate a chiamare il vostro centro se avete dei problemi, dovete capire che l'autocontrollo va
imparato sulla propria pelle, giorno dopo giorno, sbagliando e correggendosi, chiedendo e
informandosi, fino a trovare un equilibrio proprio e quindi conoscersi dentro.
Questo processo non ci può essere insegnato, ognuno di noi ha il "suo" diabete, diverso da tutti gli
altri, non c'è una cura standard, siete voi che dovete scoprire quella che più si adatta a voi.
Tutto ciò deve essere fatto con la collaborazione dell'ospedale ( che vi da le direttive scientifiche ) e
parlando con altri diabetici (per avere degli spunti e dei consigli che vengono da qualcuno che vi
capisce e vi è vicino psicologicamente più tecnicamente).
E’ unanimemente riconosciuto che “Un diabetico intelligente è il miglior medico di se stesso”.
E’ anche stato chiaramente dimostrato che un paziente che si autocontrolla con regolarità determina
una notevole riduzione dell’incidenza annuale di eventuali ricoveri ospedalieri.
Il fatto che la malattia venga controllata dallo stesso diabetico porta dei grossi vantaggi, primo tra
tutti, il fatto che in questo modo il paziente stabilisce un equilibrio tra il proprio corpo e la malattia
imparando più in fretta a conviverci serenamente e consultando il medico solo in casi particolari e
comunque eccezionali.
In secondo luogo la conoscenza molto precisa del proprio profilo glicemico lo mette in condizione,
in caso di necessità, di rivolgersi tempestivamente al medico.
Inoltre con controlli così frequenti il medico può, analizzando lo “storico” della glicemia e attuare
una terapia mirata. Altro importante motivo è il fatto che, un corretto e costante monitoraggio della
glicemia procrastina l’insorgenza delle complicanze vascolari agli organi quali cuore, occhi, reni e
gli arti inferiori.
L’autocontrollo realizza anche una buona indipendenza del diabetico che in questo modo si affranca
dell’aiuto forzato di famigliari o parenti. Attuando questo tipo di controllo è stata migliorata così la
qualità della vita e longevità dei pazienti. Non potete inoltre negare che ci si senta meglio e più forti
psicologicamente se si è consapevoli di non dover dipendere dall’ospedale.
In questo modo si può “Dare vita agli anni e anni alla vita”. Se pensate di non curarvi, sappiate che
renderete le cose più difficili a voi, alla vostra famiglia e ai medici che vi seguono, complicando
così tutta la vostra vita.
Diabete e ignoranza
Un ragazzo diabetico un giorno si è sfogato con queste parole: "Il fatto è che la tecnologia e la
scienza sono andate avanti, ma le conoscenze che il mondo ha dei diabetici e del diabete sono
quelle di 50 anni fa se non di più!".
Verissimo, l'ignoranza che ruota intorno a questa malattia è immensa e sconcertante, la scienza ogni
giorno compie un nuovo passo verso la cura totale, e c'è gente che associa al diabete soltanto la
mancanza di dolciumi oppure vede i diabetici come una specie aliena rispetto a quella umana.
Durante una trasmissione radiofonica, una ragazza ha addirittura chiesto ad una intervistata se i
diabetici potessero andare in discoteca. L'altra sconcertata le ha risposto: "Certo che possono, anzi:
Devono!".
Un ragazzo, che ora porta il microinfusore racconta: "Uno che conosco mi fa l'altro giorno: "Ma lo
sai che tizio e' diabetico. Pare che sia grave… fa 4 insuline al giorno". E io.. "ah' io la faccio ogni
3 minuti". E' sbiancato!".
Ogni giorno se ne sente una di nuova e si scopre che purtroppo la parola "diabete", è già tanto che
venga pronunciata correttamente da alcune persone sane. I datori di lavoro a volte ci considerano
una palla al piede, alcune maestre hanno paura dei bambini diabetici e non si azzardano nemmeno
ad accompagnali a fare lo stick, qualcuno crede addirittura che non dovremmo fare sesso.
Andrea, un ragazzo di cui leggerete la storia in seguito, mi ha raccontato che spesso andava a cena a
casa di due suoi amici, proprietari di una pasticceria. Al momento del dessert, immancabilmente
loro presentavano una meravigliosa torta e gliene davano una fetta. Lui spesso la accettava, ma
subito dopo arrivava il bis. Nonostante lo avesse ribadito più volte di essere diabetico, sembrava che
loro non si rendessero conto della serietà della situazione.
Il mondo ha completamente distorto la realtà, considerando il diabete ancora un tabù, anziché una
malattia curabile e controllata.
Certo non bisogna colpevolizzare chi non ha alcuna nozione sulla malattia, anch'io prima di
ammalarmi non sapevo nulla del mondo dei diabetici, solo entrandoci ho scoperto di cosa si
trattava. Nella nostra società pochi si interessano di informare gli altri, gli stessi diabetici spesso
stanno per conto proprio, non parlano con altre persone che hanno il loro stesso problema e tendono
a tenerlo nascosto.
In questo modo si è formato un muro che divide i sani dai diabetici, nessuno si preoccupa di dire
qualcosa all'altro e quindi l'ignoranza dilaga portando incomprensioni e malintesi.
L'unica cosa che potete fare è spiegare che non siamo marziani, che un gelato non ci ammazza e
neppure una serata in discoteca.
Non offendetevi se qualcuno vi fa osservazioni stupide, spesso non vengono fatte per cattiveria, ma
per ignoranza. Cercate di parlarne, prima con altri diabetici e poi con persone che pensate possano
aiutarvi, portate avanti discussioni che possano far capire qualcosa a chi ne è fuori, lottate per
sanare le incomprensioni che ci sono tra queste due realtà che non riescono a comunicare bene tra
loro. Ricordate comunque che sono in pochi a capirvi veramente e che, alla fine, dovrete contare su
di voi. Voi siete le persona più indicata per curare il vostro disturbo, e sottolineo disturbo, gli altri
posso avere soltanto un ruolo secondario nell'aiutarvi.
Diabete e alimentazione
L’alimentazione è la più grossa sorgente di dubbi e preoccupazioni per un diabetico, soprattutto se
non conosce nulla sugli alimenti e la loro composizione. Personalmente il fatto di frequentare
l’Alberghiero mi ha aiutato molto sotto questo punto di vista ma anche per me ci sono spesso
sorprese, riesco comunque a riparare in maniera tempestiva al danno mutando il pasto per riportare i
valori nella fascia adeguata.
Il consiglio migliore che posso darvi è quello di cominciare facendovi comporre una dieta
dall’ospedale, è un’ottima base da cui poi sviluppare pasti più personalizzati.
Create poi dei menu (una quindicina) da usare in maniera ciclica, che soddisfino il vostro appetito e
tengano la glicemia a livelli stabili. Se un menu vi fa salire i valori, variate apportando modifiche o
cambiando le quantità di cibo fino a quando troverete il giusto equilibrio. Puntate sulla verdura e la
carne, pesce, uova, latte e derivati. Mantenete comunque un buon apporto di glucidi evitando i dolci
zuccherati, che potete in ogni caso rimpiazzare con quelli dolcificati.
Un ottimo dessert che potete preparare in dieci minuti è la panna cotta. Volete la ricetta? Ecco le
dosi che uso:
Panna cotta al caffè:
Mettete in un pentolino 400g di panna da cucina, dolcificata con 6 pastiglie di aspartame. Poi
aggiungete tre caffè e mettete altre sei pastiglie. Scaldate il composto e mettete a bagno in acqua
fredda 12g di gelatina di pesce (6 fogli grandi come una cartolina). Quando la panna è molto calda
(non deve bollire) Aggiungete la gelatina e mescolate bene. Versate l’impasto in una vaschetta e
aggiungete 100cl di latte poi lasciate raffreddare il tutto. Da mangiare quando solida.
Questa semplice ricetta non smuove minimamente la glicemia (ci sono solo proteine) e potrete
comunque gustarvi un ottimo dessert.
Se non amate la panna cotta potete mangiare una mela o 100 grammi di fragole tagliati dentro uno
yogurt magro, è un'ottima soluzione che molti diabetici adottano.
Utilizzate per quanto possibile sempre alimenti simili nella loro composizione e stabilizzatevi su
alcune marche.
Fate attenzione ad usare cibi mai provati in gran quantità, testate sempre la loro incidenza
controllando frequentemente le variazioni della glicemia dopo averli consumati in piccole dosi, vi
risparmierete frequenti iperglicemie.
Mantenete le quantità simili tra i vari pasti, nel senso di evitare di fare colazione con un toast e il
giorno seguente con tre. Il corpo ha la necessità di abituarsi a delle quantità di cibo pressoché
standard, lo stesso vale per le unità di insulina apportate, che è bene variare raramente per fare in
modo che l’organismo si adegui e non debba rincorrere frequenti cambiamenti.
Anche l’ora ha una certa importanza, fissate degli orari per mangiare e rispettateli il più possibile,
così aiuterete il vostro corpo che riuscirà ad adattarsi meglio.
Se siete abituati a dormire molto la mattina è chiaro che non potete fare colazione alle undici e
pranzo a mezzogiorno. Per risolvere questo fatto la soluzione più usata dai diabetici è quella di
alzarsi, mangiare e tornare a letto; non è la stessa cosa, ma non ci sono molte altre soluzioni.
Quando andrete incontro a variazioni di orari, il primo periodo è bene controllarsi spesso i valori e
rispettare una dieta prestabilita, così facendo stabilirete in fretta un equilibrio con i nuovi orari
evitando ripetuti sbalzi glicemici.
Vi esorto comunque ad approfondire le vostre conoscenze sui principi nutritivi così da poter
calcolare un pasto tipo in pochi secondi ed evitare sbalzi indesiderati.
Se vedete che i valori non scendono e la causa è l’alimentazione eccessiva, provate a risolvere il
problema precedendolo.
Un quarto d’ora prima di sedervi a tavola, mangiatevi un bel piatto d’insalata, o qualsiasi altra
verdura vi piaccia. In questo modo smorzerete la fame senza incidere sulla glicemia, durane il pasto
mangerete meno, sarete comunque sazi e vi sentirete leggeri. Probabilmente la glicemia in questo
modo scenderà e voi mangerete in ogni caso in maniera leggera e sana, senza abbuffarvi
inutilmente.
Un altro aspetto che si tende a non considerare con la dovuta attenzione sono le bevande. Spesso si
comprano bibite senza sapere che contengono quantità di zucchero molto alte e contribuiscono
quindi ad alterare i valori glicemici. Si commette allora l’errore di andare a modificare la dieta
senza accorgersi che il cibo non c’entra. Andate quindi alla ricerca di quei prodotti dolcificati o a
basso contenuto zuccherino ricordando che la scelta migliore per dissetarsi resta pur sempre
l’acqua.
C’è però un appunto da fare per quanto riguarda le ipoglicemie che, se marcate conviene
stabilizzare con bevande zuccherate che vengono assimilate molto più velocemente dei cibi solidi.
Se proprio non resistete alla tentazione di mangiare una fetta (e quando dico fetta intendo quella che
vi servirebbero ad un ristorante, non quella che ci sta appena sui piatti da pizza!) di dolce non c’è
problema, aumentate di un paio di unità l’insulina e gustatevelo fino all’ultima briciola, basta che
non lo facciate troppo frequentemente.
Magari se sopra la torta c’è uno strato di un centimetro di zucchero a velo, sarebbe bene che lo
raschiaste via con la forchetta, meglio non rischiare, soprattutto le prime volte che ci si concede uno
sfizio del genere ma non si sa bene quanto inciderà sulla glicemia.
Ricordate ciò che il saggio Conte di Cavour disse “La felicità non visita mai uno stomaco vuoto e
insoddisfatto” quindi Buon Appetito!
Diabete, fumo e alcool
Il diabete non è certo una malattia che va a braccetto con il fumo e l'alcool e di questo è bene che ve
ne rendiate conto alla svelta.
Le sigarette tendono ad inibire l'effetto dell'insulina, il che potrebbe creare delle difficoltà nella
gestione della glicemia, inoltre ci sono tutti i problemi che probabilmente già conoscete riguardanti
i tumori e la degenerazione dell’apparato respiratorio, viene quindi spontaneo chiedersi "Perché
dovreste fumare?".
Avete già problemi per conto vostro, se andate anche a cercarveli vi accorgerete che vi
accoglieranno a braccia aperte e le vostre difficoltà aumenteranno in maniera considerevole.
Anche l'alcool riserva le sue sorprese, ad esempio bevendo rischiate di finire in coma ipoglicemico
senza che ve ne accorgiate. Infatti, assumendo alcool, il fegato immette meno glucidi nel sangue e
quindi l'insulina trova meno zuccheri del solito in circolazione. Spesso però capita di scambiare i
sintomi di un’ipoglicemia con quelli altrettanto conosciuti di una sbronza, questa confusione rischia
di portarvi al coma. Inoltre, la maggior parte degli adolescenti che assumono alcool possono
vomitare: il rischio per un ragazzo con diabete in tal caso è il rapido sviluppo di chetoacidosi (in
parole povere si sviluppano delle sostanze tossiche per l'organismo), aumentato dalla disidratazione
che spesso accompagna l'eccessiva assunzione di alcool.
Capita anche che per nascondere il fatto ai genitori qualche "furbo" rimanga fuori con gli amici,
magari senza assumere l'insulina, inutile dire che è meglio evitare comportamenti del genere,
rischiereste grosso per nulla.
Resta comunque vero che un bicchierino durante il pasto ve lo potete concedere, l'importante è
conoscere la situazione e affrontarla intelligentemente.
Diabete e scuola
Quando la malattia è entrata nella mia vita, mancavano pochi giorni all’inizio di un nuovo anno
scolastico, la preoccupazione maggiore per me era quindi quella di riuscire a trascorrere i mesi
successivi in maniera normale. I professori vennero avvertiti per tempo e alcuni giorni dopo l’uscita
dall’ospedale iniziarono le lezioni.
I primi giorni servirono al mio corpo per trasformare in routine i nuovi orari, non ebbi alcun
problema di ipoglicemie visto che i valori restavano comunque leggermente sopra la media.
A colazione consumavo una tazza di latte stemperato con fette biscottate e un toast. Circa tre ore
dopo un panino o una mela manteneva i livelli sotto controllo e mi riempiva lo stomaco. Il pranzo e
la cena non erano un problema perché restavano invariati. Al sorgere delle prime ipoglicemie, oltre
a non saperle prevedere, le combattevo quando ormai non capivo niente il che mi toglieva un buon
quarto d’ora di lucidità e tranquillità nel corso delle lezioni.
Col passare del tempo cominciai ad affrontare il problema sul nascere mangiando bocconi di panino
a scadenze regolari fino a risolvere la situazione. Mi capitò in un solo compito di andare in
ipoglicemia e dover quindi lasciare per strada parte del test (che risultò sufficiente).
Se ci sono in programma delle prove particolarmente importanti allora il panino lo mangio prima, se
poi mi trovo con valori un po’ superiori alla normalità pazienza, in questi casi ci sono delle
precedenze da rispettare.
Cercate comunque di avere sempre dello zucchero con voi, a volte serve a risolvere in fretta la
situazione, se non altro perché si avverte che degenera in fretta. Qualche mese fa la mia classe fu
convocata ad una riunione che finiva all’inizio dell’intervallo. Non mi portai appresso niente perché
non prevedevo ipoglicemie. A mezzora dalla fine avvertii i primi sintomi ma decisi di tenere duro e
arrivare alla fine. Dopo un quarto d’ora mi alzai di scatto asciugandomi il sudore dalla fronte e me
ne andai senza dire una parola a rimpinzarmi di pane e zucchero. Questi casi diventeranno
comunque eccezionali, non saranno certo la causa di un’eventuale bocciatura.
Le assenze legate alle visite ospedaliere che ho dovuto fare non hanno influito minimamente sul
rendimento finale, cercate di evitare di perdere giorni in cui ci sono spiegazioni importanti o lezioni
di professori che non vedono di buon occhio le assenze, così facendo non avrete problemi di sorta.
Vi accorgerete che molti insegnanti si interesseranno del vostro stato di salute insomma, non sarete
lasciati allo sbaraglio, non preoccupatevi.
Se si tratta di bambini piccoli
Con i bambini piccoli il discorso assume una piega molto differente, infatti, non essendo essi in
grado di tenersi controllati bisogna che gli insegnanti li tengano sotto osservazione in maniera più
accurata.
Il primo passo da fare è quello di informare i docenti del problema e fornirgli anche uno schema
dove viene riportato come intervenire nelle situazioni più frequenti (ipoglicemie, necessità di
controllare i valori nel sangue, iperglicemie) oltre a spigare come riconoscerle (sudorazione, scarsa
attenzione e ridotta lucidità mentale).
Spesso l'insufficiente conoscenza della situazione complica una circostanza che sarebbe risolvibile
in pochi secondi. E’ capitato, infatti, che al sorgere di un’ipoglicemia una maestra abbia fatto bere
al bambino una bevanda dolcificata e non zuccherata, oppure, come racconta la mamma di M.
"Quando il bambino era piccolo, la sua maestra non sapeva nulla del diabete e non voleva avere
responsabilità. A scuola restò una mattina in coma perché non capivano cosa avesse. Anche
quando lo portammo al primo pronto soccorso non fu accettato e dovemmo cercarne un altro".
Questo dimostra come, la mancanza di informazioni basilari, possa portare ad avere delle difficoltà
in casi altrimenti semplici da gestire. Spiegate la situazione senza però allarmare i docenti, mandate
a scuola il bambino con ciò che può essergli utile per intervenire e fornite tutti i numeri di telefono
necessari per rintracciarvi in caso di necessità. E' stata spesso riscontrata una certa paura da parte
dei professori che in genere tendono a non voler prendersi delle responsabilità, d'altronde il loro
lavoro è insegnare, fate almeno in modo che possano intervenire senza peggiorare la situazione,
valutate il vostro caso in base agli orari di lavoro e scolastici, se è necessario cercate aiuto da
parenti mantenendo controllato il piccolo, che deve essere comunque istruito, bisogna spiegargli di
chiamare la maestra se si sente strano e non tenersi tutto dentro. Ricordate di incoraggiarlo e
applaudirne i risultati applicando, se possibile la già citata “token economy”.
Molto spesso nei bambini con età compresa tra i sei anni e la pubertà si arriva a sfruttare la malattia
a fini scolastici. Varie esperienze dimostrano che spesso vi sono bambini che utilizzavano la "scusa
del diabete" per ottenere dagli insegnanti l’autorizzazione a studiare di meno.
L'ideale sarebbe che riusciste ad attivarvi per trovare più occasioni di dialogo con vostro figlio,
facendogli esprimere incertezze e dubbi sul diabete e le glicemie e discutendo con lui le eventuali
soluzioni ai problemi che si possono presentare.
E' purtroppo un dato di fatto che alcuni docenti si potrebbero dimostrare inadatti a trattare con
ragazzi diabetici, in questi casi potrebbe addirittura essere necessario far cambiare scuola al ragazzo
per fare in modo che possa continuare gli studi serenamente.
G. raccontava di un professore che tutte le mattine, prima di iniziare la lezione, non mancava di
sottolineare con tono sarcastico la sua condizione di diabetico, chiedendogli come stava, o se avesse
bisogno di qualcosa di particolare. Per risolvere la situazione ha dovuto abbandonare la scuola. Ciò
dimostra che spesso i problemi possono sorgere a causa dell'ignoranza e della poca umanità altrui,
per cambiare simili situazioni generalmente bisogna evitare questi individui che turbano il flebile
equilibrio di un ragazzo.
Diabete e lavoro
Logicamente quando devo affrontare situazioni nuove sorgono vari dubbi, e una di queste è stata il
rientro nel mondo lavorativo. Dopo essere stato ricoverato in ospedale non ero più andato a
lavorare, quindi un interrogativo sarebbe stato quello di scoprire come avrei affrontato di nuovo la
cucina.
Dopo i primi impatti, partecipando a banchetti, pranzi e cene in cui mi trovai a spignattare capii che
qualcosa era in effetti cambiato.
C’è voluto un po’ di tempo per imparare a prevenire le ipoglicemie alla perfezione e ancora oggi mi
capita che, durante il servizio non capisca più niente e così sono costretto a prendere glucidi e a
rallentare il ritmo.
Ogni cambiamento del posto di lavoro comporta la necessità di trovare quell’armonia legata al
locale, il che a volte richiede parecchio tempo. Devo ammettere che tutto ciò a me da fastidio, già
non ho esperienza, se poi ci sommo il fatto che saltuariamente devo farmi da parte per riprendermi
potete capire cosa intendo. Comunque nel complesso penso che nonostante qualche intoppo,
riuscirò a fare ciò che devo.
Il datore di lavoro dal canto suo deve capire che soprattutto l’inizio può essere difficile, se vi crea
problemi pensate a preservare la vostra vita e oltrepassate la porta d’uscita.
Come intuibile nel mio settore non manca mai la possibilità di controbattere un’ipoglicemia, ma
nella maggior parte dei casi non è così. Se non lavorate in una cucina assicuratevi comunque di
avere sempre con voi dello zucchero e dei distributori di bevande e tramezzini nelle immediate
vicinanze, se lo ritenete necessario portatevi un panino da casa, l’importante è poter intervenire
tempestivamente in caso di necessità.
E’ fondamentale che agiate ai primi sintomi di un’eventuale ipoglicemia, aspettare non serve,
annulla il vostro rendimento lavorativo e vi porta a rischiare il coma. Non vergognatevi di informare
i colleghi del fatto di essere diabetici, in caso di necessità devono poter capire subito la probabile
motivazione di un eventuale malore e calo del rendimento lavorativo.
Chiariamo che, un diabetico, non rende meno di una persona sana e non è soggetto a più assenze
lavorative, ed è da rilevare che il diabetico presenta un tasso di assenteismo addirittura inferiore
rispetto a quello degli altri lavoratori, poiché si sforza di onorare la presenza, conscio delle
limitazioni psicologiche presenti nel mondo circostante e questo alcuni datori di lavoro non lo
comprendono.
E' infatti accaduto che, un giovane diabetico insulinodipendente, dopo un test attitudinale e un
colloquio con il responsabile dell'ufficio personale di una grande ditta alimentare, alla fine del
dialogo, confidò di essere diabetico, e subito vide mutare l'atteggiamento benevolo che fino ad
allora era stato usato nei suoi confronti, e venne liquidato in tono perentorio con un categorico “ Noi
non possiamo assumere diabetici “.
Anche F., un ragazzo diabetico da vent'anni non trae conclusioni differenti riferendosi a chi cerca
un lavoro: "Nei vari colloqui che ho dovuto affrontare mi sono trovato a rispondere a delle
domande imbarazzanti sul mio stato di salute. Tutte le aziende richiedono un certificato di robusta
e sana costituzione o comunque, ti sottopongono a esami medici dove, in un modo o nell'altro,
riescono a verificare il tuo stato di salute. Una volta appurato il quale: Arrivederci e grazie!".
Non voglio generalizzare affermando che tutto ciò succede sempre, ma se vi capita, fate in modo
che capiscano che siete efficienti e che la loro è solo una preoccupazione infondata.
Troverete probabilmente nel corso della vostra vita delle persone che sfoggeranno la loro ignoranza
e banalità asserendo che sarebbe un problema assumervi, se dovesse capitare prima di rincasare
spero pianterete una grana colossale perché ciò non si ripeta mai più e per fare in modo che vi sia un
idiota in meno sulla faccia di questa terra. Fatevi valere!
Diabete e sport
Quando si pratica dello sport il corpo provvede a fornire energia ai muscoli in vari modi.
Prima di tutto usa le riserve di glucosio accumulate sotto forma di glicogeno per alimentarli. Una
volta esaurita questa fonte il fegato inizia a produrre glucosio, così da compensare la mancanza di
“benzina”.
Se l’esercizio fisico supera la mezzora il corpo inizia, per la gioia di chi odia le maniglie
dell’amore, ad utilizzare i grassi, portando così ad una diminuzione di peso.
Per i diabetici il processo appena descritto deve essere monitorato così da evitare sbalzi violenti
della glicemia.
Preciso che, se il diabete non è in equilibrio con iperglicemia e chetosi l’attività fisica è sconsigliata,
questo perché il corpo, utilizzando i grassi produce sostanze che risultano tossiche.
Lo sport e il diabete sono due ottimi amici, insieme formano una coppia molto importante che è
meglio sfruttare per migliorare l’assorbimento dell’insulina nel corpo.
Un diabetico in teoria può praticare qualsiasi sport, salvo altri problemi di natura differente, non vi
sono limitazioni ma più che altro c'è la necessità di controllare attentamente la glicemia e seguire
diete specifiche fatte da dietologi.
Avere il diabete non diminuisce le prestazioni fisiche e non impedisce di partecipare alle
manifestazioni sportive più disparate, rende semplicemente necessari maggiori controlli.
E’ importante avere sempre a portata di mano glucometri e zuccheri così da poter monitorare la
glicemia prima, dopo e se necessario durante l’attività.
Ricordate che gli effetti delle ipoglicemie sono meno intensi mentre si pratica sport, bisogna quindi
prestare più attenzione.
Se avete in programma di fare attività fisica, nel pasto che la precede spesso si tolgono un paio di
unità d’insulina, così da evitare di avere ipoglicemie durante lo sforzo fisico.
Questo accorgimento però non vale per tutti, quindi prima provate a fare movimento mantenendo le
dosi invariate, in caso di forti ipoglicemie calate la dose. Per sicurezza, portate sempre con voi
alcuni zuccheri usandoli al sorgere dei sintomi dell’abbassamento glicemico, evitando così tracolli
indesiderati.
Potrebbe anche succedere però che riscontriate delle iperglicemie dopo aver fatto sport, ciò
potrebbe accadere se state svolgendo uno sport intenso ma di breve durata.
In questo caso il fegato, sotto lo stimolo dell’adrenalina può produrre troppo glucosio, alzando così
i valori. In questi tipi di sforzi generalmente non è necessario abbassare la dose di insulina. Ad ogni
modo ogni diabetico ha un andamento glicemico personale, se vedete che non riuscite a controllare
la glicemia cercate di farvi delle tabelle e ripetere gli stessi sforzi più volte variando gli alimenti e la
quantità d’insulina finché arriverete a trovare quell’equilibrio che vi permetterà di muovervi con più
sicurezza.
Come ogni aspetto del diabete, anche l’approccio sportivo è soggettivo e deve quindi essere il
paziente stesso a capirsi.
Se l’attività è agonistica è probabile che il medico che vi segue vi fornisca le dovute informazioni
per affrontare al meglio ogni situazione.
Anche per i diabetici tipo 2 vale lo stesso.
Una recente analisi pubblicata su JAMA ha preso in esame l’effetto dei programmi training
aerobico e di resistenza su pazienti affetti da diabete tipo 2.
In totale sono stati considerati 14 studi, che richiedevano ai pazienti un impegno in media tre volte
la settimana. Gli obiettivi indagati dallo studio erano la diminuzione della massa corporea e il
controllo della glicemia, espresso dai livelli di emoglobina glicata.
Mentre la pratica dell’esercizio fisico non ha generato una perdita di peso, si otteneva però una
significativa riduzione dei livelli di emoglobina, tale da poter effettivamente determinare una
riduzione del rischio di complicanze. Ragion per cui, anche se non si dimagrisce, vale sempre la
pena proseguire nell’attività fisica.
Cercate di muovervi spesso, l’attività fisica resta molto importante per molti altri aspetti relativi
all’organismo, non solo la glicemia.
Diabetici sul tetto del mondo
Il diabete non pone limiti se non volete, sia nella vita che nello sport. Non ne siete convinti? Forse
quello che leggerete vi farà cambiare opinione.
Di recente ho letto di due diabetici vicentini, entrambi trentenni, uno diabetico dall’età di sette anni,
l’altro da quella di ventidue. L’articolo del Giornale di Vicenza che presentava la loro impresa
contiene alcune parti particolarmente interessanti:
Il loro è un male incurabile, che colpisce il cinque percento della popolazione. Nel territorio di
Vicenza si contano 12 mila persone affette da una malattia che è considerata debilitante. E loro per
tutta risposta se ne partono oggi in spedizione alpinistica scientifica diretti alla cima del
Kilimanjaro…
Ecco un ottimo esempio che dimostra che si è padroni della propria vita, la quale, se lo vorrete
resterà normale, fate come loro, lottate contro il pessimismo che accompagna la parola diabete,
iniziate a vivere sulla cresta dell'onda; “addomesticate” il vostro disturbo.
…Ma perché lasciare moglie e figlio di tre anni per fare da cavia ad un esperimento? Risponde
Pietro Piccolo: "Perché è un modo per aiutare chi scopre di avere questa malattia, per dimostrare
che è possibile condurre una vita normale" … "Avevo 22 anni quando ho scoperto di essere malato
e il mondo mi è crollato addosso. All’inizio ho rifiutato la malattia. Ben presto o capito che se la
rifiutavo non potevo curarla. Quindi ho iniziato ad accettarla e, per reazione, ho deciso che la mia
vita sarebbe stata normalissima: mi sono laureato in tutta fretta per convincermene, mi sono
cimentato nello sport e avventure non consuete".
Voglio concentrare la vostra attenzione sulla frase: “Per reazione ho deciso che la mia vita sarebbe
stata normalissima”.
Ecco cosa intendo! Siete voi a decidere del vostro destino, non il diabete. Se rifiutate di curarvi vi
rovinerete l’esistenza, sarà solo una vostra reazione volta al fallimento, tutto ciò può però essere
contrastato in maniera vincente. Questo ragionamento è possibile estenderlo per una montagna di
problemi che affliggono anche la più sana delle persone; ho visto alcuni miei amici sconvolti molto
più di me per molto meno.
Forse però ancora non siete convinti di poter fare ciò che volete nello sport come nella vita,
vediamo allora di continuare l’elenco dei traguardi.
A casa ho un fascicolo che parla del diabete e lo sport, dentro c’è una tabella che descrive i
comportamenti da tenere per un diabetico a varie fasce di altitudine. Sopra i 5.500 metri la dicitura è
la seguente “Effetti ancora sconosciuti a queste altitudini”. Ora il testo dovrebbe essere corretto e
ristampato visto che siamo arrivati anche lì.
"Essere malati non vuol dire essere limitati" dice Marco Peruffo, il diabetico che ha scalato il
Kilimanjaro con Piccolo.
E non è finita, i due hanno compiuto con successo l'impresa e, non contenti, sono partiti per una
nuova spedizione di un paio di chilometri più lunga che si è conclusa con l’ennesimo successo.
Magari vi starete chiedendo cosa ci sarà mai di così difficile?
Il fatto è che questi duemila e rotti metri aggiuntivi si sviluppano in verticale!
Il Giornale di Vicenza intitolava così l'impresa: "Assalto all'Himalaya, con il diabete". L'obiettivo
erano i ben 8.201 metri della cima del Cho Oyu, un'impresa che pochi scalatori sani
affronterebbero.
Peruffo commentò così la sfida "Essere malati non vuol dire essere limitati. E' un voler far capire
concretamente ai giovani e ai meno giovani che hanno la mia stessa malattia che possono
comunque vivere, fare sport, divertirsi. Certo, in modo diverso dagli altri perché è necessaria una
maggiore attenzione e precauzione, ma questo non vuol dire non poter fare attività fisica. E quella
che, ovviamente, consiglio è proprio la montagna".
Il messaggio è chiaro, non ponetevi limitazioni perché, semplicemente, non ne avete. Tenetevi
controllati e vedrete che tutto andrà alla grande.
Peruffo ha raggiunto la vetta nell’ottobre del 2002, mettendo così in chiaro di cosa sono in grado di
fare i diabetici, il messaggio vale anche per voi: non ponetevi limiti!
Diabete e sesso
E voilà, ecco l’argomento per il quale avete comprato il libro, giusto?
Vi interesserà sapere che se siete dei latin lover affermati la vostra carriera non dovrà arrestarsi.
Vi diranno che non vi conviene fare figli perché diverranno sicuramente diabetici, che diventerete
impotenti o addirittura, questa scrivetevela perché è forte, che trasmetterete la malattia al vostro
partner per via sessuale.
Tutte conclusioni dettate da menti le quali competenze in merito sono pari a quelle di uno
scimpanzé.
La prima affermazione può essere veritiera ma non è scontata; il diabete può saltare generazioni o,
come nel mio caso, non essere un’eredità lasciata da parenti ma scaturire da solo.
Riguardo l’impotenza è probabile che, quando arriverà, sarà preceduta dall’andropausa o la
menopausa, quindi non preoccupatevi.
Il problema sussiste solo quando il diabete non viene curato, se fate quello che dovete per curarvi
escludete questa complicanza. La perla relativa al “contagio” del partner può essere solamente
frutto della mente di un emerito imbecille che conferma il detto “Ogni cretino è specializzato”.
Il diabete giovanile è legato al DNA, non è una malattia venerea, se qualcuno affermerà cose del
genere documentatevi da fonti attendibili prima di preoccuparvi, spesso si tratterà di falsi allarmi e
ogni preoccupazione risulterà infondata.
Non c’è perciò nessun motivo per cui dobbiate preoccuparvi, prendete con le pinze quello che vi
viene detto da persone che non hanno alcuna voce in capitolo e informatevi in tempi brevi per
verificare se quanto affermano corrisponde alla realtà. Bene, ora che sapete di essere apposto potete
tornare a divertirvi!
Per le future madri
Un tempo alla donna diabetica veniva sconsigliato di avere figli. Oggi non è più così e, se gestita
con attenzione, la gravidanza differisce da quella di una donna sana solo nel maggior numero di
controlli e nell'attenzione da porre al controllo della glicemia.
Innanzitutto è fondamentale programmare la gravidanza, per iniziarla quando c'è un buon controllo
della glicemia e del diabete.
È stato infatti dimostrato che i rischi, aumentano quanto più precocemente il feto è esposto ad alti
livelli di zuccheri. Inoltre una persona diabetica, magari dalla nascita, può avere complicanze che la
gravidanza potrebbe far peggiorare.
Come prima cosa bisogna quindi controllare lo stato generale di salute e l'andamento del diabete e
avere la certezza di poter tenere sotto controllo la glicemia, anche intensificando la terapia. Una
volta stabilita la cura più adatta, la madre si deve sottoporre a controlli periodici per verificare sia
l'andamento della malattia sia l'accrescimento del feto.
È fondamentale la collaborazione tra il diabetologo e il ginecologo, anche per stabilire la data e le
modalità del parto. Infine, per le diabetiche che non vogliono o non possono avere figli, gli esperti
consigliano come metodo contraccettivo la spirale, perché tutti i preparati a base di ormoni possono
interferire con il già precario quadro ormonale.
Prendete in ogni caso un'eventuale gravidanza il più serenamente possibile, l'agitazione potrebbe
causarvi degli sbalzi glicemici legati all'emotività.
La maternità è un momento magico che non bisogna affogare nel nervosismo, dentro di voi sta
prendendo vita il vostro bambino, che forse è ancora un semplice agglomerato di qualche migliaio
di cellule ma soprattutto un miracolo della natura che va vissuto con gioia e armonia.
Diabete e viaggi
Viaggiare non è sicuramente un grosso problema per un soggetto diabetico; la tecnologia a reso
possibile quasi ogni sorta di spostamento e nelle condizioni atmosferiche più disparate, fornendo
strumenti piccoli e comodi da spostare, oltre che più resistenti e difficilmente alterabili.
E' meglio prestare sempre un po' di attenzione per evitare che l'insulina venga danneggiata a causa
di sbalzi violenti di temperatura, ma non serve preoccuparsi eccessivamente. State attenti anche nel
mangiare, viaggiando si è portati ad eccedere, restate sempre nei limiti dell'accettabile. Se si devono
però affrontare dei fusi orari, magari superiori alle quattro ore, ci sono delle regole che è bene
rispettare per evitare problemi alle dogane o comunque durante il viaggio.
Dovendo adattare lo schema di somministrazione dell'insulina ad un diabetico in occasione di un
viaggio aereo è necessario prendere in considerazione la variazione di lunghezza della giornata che
si verifica spostandosi verso est o verso ovest.
Se avete bisogno di meno di 20 unità al giorno probabilmente non dovreste apportare dei
cambiamenti di dosaggio viaggiando attraverso fusi orari, ma se la dose abituale è superiore
probabilmente sarà necessario modificarla.
Viaggiando verso est dovreste ridurre il dosaggio d'insulina del giorno di arrivo in misura
corrispondente alla percentuale di giorno persa.
Nei viaggi verso ovest potrebbe presentarsi la necessità di aggiungere dell'insulina rapida per
compensare la maggiore durata della giornata. Giunti a destinazione, potete gradualmente tornare al
solito schema di somministrazione.
In scelta a quest’orientamento, può risultare più semplice utilizzare durante il viaggio solo insulina
rapida programmando le dosi mediante il tempo trascorso piuttosto che basandosi sull'ora locale.
Una volta adattatosi al nuovo ambiente potrà tornare allo schema abituale.
Dovete portare sempre con voi il necessario per il monitoraggio della glicemia e, nel bagaglio a
mano, è meglio teniate una scorta di insulina. In ogni caso, ricordatevi di non lasciare l'insulina nel
vano bagaglio in quanto le basse temperature che si realizzano in quel locale durante il volo
possono far congelare il prodotto.
E' altresì importante che abbiate una certificazione multilingue, o almeno in inglese, in cui sia
spiegata la vostra necessità di viaggiare con aghi e siringhe per evitare complicazioni al passaggio
della dogana; ricordate, inoltre, di tenere sempre con voi il tesserino che vi identifica come
diabetici.
Per ciò che riguarda la dieta, all'inizio del volo sarebbe opportuno dovrebbe avvertire l’hostess
dell'esigenza di avere pasti a determinati orari; particolari esigenze per diete speciali possono essere
soddisfatte contattando la compagnia aerea qualche giorno prima di partire.
E' comunque sempre opportuno che abbiate disponibili degli spuntini nel caso che i pasti fossero
serviti in ritardo o che, all'arrivo, i ristoranti fossero chiusi.
In caso facciate un viaggio verso località dove si cena molto tardi (per esempio paesi latini) sarà
utile aggiungere qualche unità di intermedia alla dose del pranzo.
Se siete in viaggio verso località nelle quali è facile contrarre una gastroenterite occorre che evitiate
di consumare frutta e verdura fresca, acqua del rubinetto, latticini e carni o pesce crudi; è utile che
abbiate a disposizione un disinfettante intestinale.
Se, mentre siete in viaggio, cominciate a vomitare, sarebbe opportuno controllare
glicosuria/acetonuria ogni 4 ore.
Se questi test risultassero negativi, è bene dimezzare la dose d'insulina, mentre se sono positivi
continuate pure a prendere la dose abituale supportata, ogni ora, da carboidrati in forma liquida.
Questi accorgimenti faranno in modo che possiate affrontare il viaggio con serenità, fatevi magari
un elenco che controllerete prima di partire, così da avere la certezza matematica di essere apposto e
di non dovervi preoccupare di aver scordato qualcosa.
Non vi resta che partire, ricordatevi che qualcuno disse che il miglior modo di spendere i soldi è
viaggiare, quindi, buon viaggio!
Diabete e malattie
Nel corso d’infezione o più frequentemente di febbre, sappiate che la glicemia tenderà ad aumentare
nonostante abbiate meno appetito e vi alimentiate poco.
Il paradosso si spiega con l'accumulo nel sangue di ormoni che aumentano la quantità di glucosio
immessa nel sangue dal fegato e contrastano l'azione dell'insulina.
In tale situazione la dose di insulina iniettata si rivela insufficiente a stimolare l'utilizzazione di
glucosio da parte dell'organismo di conseguenza la glicemia aumenta.
La regola basilare in caso di febbre è quindi: non diminuire la dose di insulina, anche se
l'alimentazione è scarsa. Nella pratica, conviene iniettare la dose abituale, misurare la glicemia
prima di ogni pasto e adeguare la dose di insulina ad azione rapida prima di mangiare.
Se la febbre supera i 38°C può essere necessario aumentare la dose complessiva del 25%.
L'aumento può arrivare fino al 50% della dose giornaliera se la febbre persiste oltre i 39°C. Per
facilitare gli adeguamenti, è consigliabile, in caso di febbre, iniettare prevalentemente insulina ad
azione rapida. Ricordate che l'aumentata richiesta di insulina non termina con la scomparsa della
febbre, ma, talvolta, può continuare anche una settimana dopo la guarigione. Il fenomeno è da
imputarsi agli elevati livelli di glucosio nel sangue che causano una transitoria resistenza all'azione
dell'insulina. Quindi, non preoccupatevi se in questi periodi stabilizzare i valori diventa
problematico, rientra comunque nella normalità.
Diabete e depressione
Perché avete il diabete?
Non c'è una risposta certa a questa domanda, ma alcuni teorizzano che la depressione possa essere
una causa scatenante in soggetti comunque già predisposti. Il dott. Patrick Lustman, un ricercatore
di St. Louis considerato la principale autorità nel collegamento tra diabete e depressione si esprime
così a riguardo:
"Penso che sia legittimo affermare che la maggior parte dei casi di depressione nel diabete non
siano causati dalla diagnosi della malattia, ma che essi la precedano".
Il problema, se questa è la causa, è stabilire se siete ancora depressi o siete a rischio di depressione.
Non è, infatti, una questione da trascurare, come lo stesso Louis afferma:
"I pazienti depressi mostrano un peggiore controllo glicemico rispetto ai pazienti non depressi".
Ma come si può capire se oltre al diabete, si soffre anche di depressione? I sui sintomi durano di
solito oltre le due settimane e possono includere: una tristezza prolungata o "la triste" mancanza di
interesse per le normali attività, cambiamenti nell'appetito o nel peso, perdita di energia, insonnia o
maggior sonnolenza, ricorrente sensazione di inutilità, riduzione della concentrazione e
dell'attenzione, pensieri di autolesionismo.
Chi avverte questi sintomi dovrebbe contattare il suo medico per chiedere una consulenza e
discutere una possibile cura; così facendo si può ridurre notevolmente il rischio di incorrere in
complicazioni associate col diabete, che è una malattia che deve essere auto-gestita, e ciò deve
essere fatto il più serenamente possibile.
In genere la depressione è legata al fatto che, se ci sono molte iper o ipoglicemie ci si convince di
non avere alcun controllo sul proprio corpo, e questa sensazione abbatte il diabetico.
S. una simpatica ragazza si è espressa così a riguardo:
"A me capita di cadere in depressione, in modo particolare quando non riesco, nonostante gli
sforzi, a controllare la glicemia, il problema è che ho dei valori che vanno da 450 a 80 in un batter
d'occhio. L'iperglicemia può causare un danno nervoso che potrebbe a sua volta essere causa della
tendenza alla depressione. Vivere con una glicemia instabile è stressante, e quindi la persona può
sentirsi come sconfitta, quindi deprimersi. Il diabete è una malattia autoimmune, è un'aggressione
contro se stessi, una specie di suicidio inconscio, anche questo ha a che fare con la depressione".
L'importante è non vergognarsi della propria situazione e far fronte al problema cercando un valido
supporto, appoggiandosi a specialisti in grado di aiutarvi. Se non ne conoscete chiedete consiglio ad
amici o conoscenti, abbiate fiducia perché sono situazioni che si possono risolvere.
Tra i racconti che leggerete nei prossimi capitoli non a caso ho inserito la storia di Simone, un
ragazzo che ha dovuto seguire una cura a base di antidepressivi e sedute dallo psicologo per curare
un problema che non è riuscito ad affrontare al suo sorgere.
Per evitare che una situazione già precaria possa divenire pericolosa, se mai avvertirete simili
sensazioni non aspettate il peggio, reagite subito.
4) Le nozioni base dei principi nutritivi
Lo scopo di questo capitolo è quello di spiegarvi, a grandi linee ed in maniera semplice, le basi del
vasto mondo dell'alimentazione, evitando di confondervi le idee con decine di formule chimiche,
nomi strampalati e tabelle piene di numeri.
Se volete approfondire questi aspetti acquistate un buon libro specifico, questo è più un manuale
pratico le cui nozioni servono ad affrontare i valori sballati con una maggiore serenità.
I principi nutritivi, sono tutta quella schiera di sostanze che compongono gli alimenti e le bevande
che consumiamo. Per un diabetico è importante conoscerli così da poter in ogni momento e luogo
creare una propria dieta a mente e in pochi secondi.
E’ necessario saper modificare il pasto che si sta per consumare in base ai valori glicemici
riscontrati, così da mantenere i livelli a norma. Di seguito vi descriverò velocemente e in maniera
semplice i nutrienti in modo che possiate già da subito capire cosa serve o no in una determinata
situazione.
Partite dal presupposto che un corretto stile alimentare deve essere caratterizzato dal consumo di
alimenti vari, molta frutta e verdura.
Se eravate abituati a vivere di ovetti Kinder, sarà bene che impostiate una dieta consona alla vostra
nuova situazione consumando prodotti che vi piacciano, che vi nutriscano e che non sballino la
glicemia.
Per arrivare a trovare questo equilibrio dovete conoscere soprattutto voi stessi, ma anche i principi
nutritivi oltre che ad essere disposti a mangiare una vasta gamma di prodotti e controllare spesso i
valori glicemici.
Torniamo al nostro approfondimento culturale introducendo che i principi alimentari si dividono in
categorie ben distinte:
•
Composti inorganici (non compare il carbonio):
Acqua
Riguardo all’acqua non vi servono nozioni specifiche, sappiate che, in caso di iperglicemie, berne
serve a far diminuire i livelli di glucosio (all’esordio della malattia, infatti, è frequente berne molti
litri al giorno), se invece è zuccherata è utile per le ipoglicemie gravi in quanto ha un processo di
assorbimento molto veloce.
Vitamine e Sali minerali
Le vitamine sono sostanze contenute soprattutto nella frutta e la verdura; consumare questi alimenti
è cosa buona e giusta. Non influenzano la glicemia, svolgono infatti un’importantissima funzione
bioregolatrice ed è fondamentale assumerle perché hanno un ruolo essenziale nel metabolismo,
agiscono con dosi minime e non forniscono energia.
Sono divise principalmente in due categorie:
liposolubili (solubili in grassi)
idrosolubili (solubili in acqua).
I sali minerali sono dei principi nutritivi non energetici che rappresentano circa il 4% del peso
corporeo, sono sostanze inorganiche che si introducono soprattutto consumando frutta e verdura.
•
Composti organici (compare sempre il carbonio):
La percentuale a lato è relativa all’apporto di ogni categoria nella dieta. Io però i glucidi li ho un po’
abbassati lasciando spazio alle proteine.
Glucidi (C,H,O carboidrati) 60%:
Ecco il campo di battaglia di un diabetico, qui si gioca la stabilità o meno del valore glicemico
sanguigno, l’insulina agisce proprio su queste sostanze.
I glucidi si dividono principalmente in semplici e composti.
Il primo gruppo comprende gli zuccheri, e quindi dolci e leccornie, non adatte ad una dieta per un
diabetico, esse, infatti, creano dei picchi glicemici nel breve termine difficili da gestire, non sono
comunque necessari all’alimentazione, il mio consiglio è di eliminarli quasi totalmente e
concentrarsi sui prodotti dolcificati, egualmente gustosi ma meno problematici per la glicemia.
I glucidi composti sono in prevalenza quelli contenenti amido (pane, pasta, riso), indispensabili
nella dieta. La differenza principale sta nel fatto che questi prodotti non creano picchi e sono
facilmente gestibili dal diabetico.
Una frazione di glucidi che non sono digeribili è costituita dalla fibra alimentare, composta
principalmente da cellulosa. Essa detiene un ruolo molto importante nella dieta svolgendo tre
funzioni principali: favorisce il transito intestinale, evita l’iperalimentazione favorendo il senso di
sazietà e previene l’accumulo di sostanze tossiche nell’intestino.
Questa fibra la si trova in prevalenza in alimenti integrali nella frutta e verdura.
Qualcuno talvolta pensa che ridurre al minimo la quantità di glucidi nella dieta sia una buona
mossa, in realtà l’insulina la iniettate proprio per poter consumare carboidrati che quindi devono far
parte di un pasto, inoltre il loro apporto è indispensabile nelle quantità previste, senza estremizzarne
i consumi, questo perché sono sostanze necessarie per fornire energia a breve termine
all’organismo. Se invece la si generasse dalle proteine sorgerebbe l’azotemia (si formerebbero
sostanze tossiche che finirebbero nel sangue) inoltre si comprometterebbe la crescita e il
mantenimento del corpo.
Se l’energia fosse prodotta dai grassi si creerebbero altre sostanze tossiche, i corpi chetonici, che
determinerebbero uno stato di chetoacidosi (ricordate quanto detto sugli effetti dell'alcool?).
Bilanciate la dieta ed evitate di apportare correzioni drastiche senza consultare qualcuno che
conosce il campo nei particolari.
Proteine (C,H,O,N protidi) 15%:
I protidi sono sostanze dette azotate (questo perché contengono azoto) e sono lunghe catene
composte da piccoli pezzetti chiamati amminoacidi.
Ogni proteina ne ha un numero specifico e disposti con una sequenza non casuale.
I filamenti proteici possono avere quattro forme, dalla prima completamente lineare, alla quarta, la
più complessa composta da più filamenti ripiegati tra di loro (l’insulina ha struttura quaternaria).
Assumendole si apportano nell’organismo anche gli importantissimi enzimi, sostanze che hanno la
funzione di accelerare le reazioni chimiche che avvengono nell’organismo.
I protidi comprendono prodotti quali carni, pesci, uova, latte e derivati e legumi. L’importanza di
tali alimenti sta nel fatto che sono necessari alla crescita e al mantenimento del corpo. E’ molto
importante che siano presenti nella dieta (in genere costituiscono la seconda portata), il fatto che
non influenzino la glicemia vi aiuteranno in caso abbiate fame fuori dai pasti. Si può consumare ad
esempio un uovo sbattuto dolcificato o la semplice panna cotta di cui avete la ricetta senza dover
preoccuparsi della glicemia..
Grassi (C,H,O lipidi) 25%:
La categoria dei grassi deve essere usata in prevalenza per condire e insaporire i piatti, essi, infatti,
non influiscono sulla glicemia ma apportano molte calorie (9 ogni grammo). Non credo però che sia
vostra abitudine consumare un panetto di burro durante il pomeriggio per saziare l’appetito! Se così
fosse controllate anche il valore del colesterolo!
A titolo informativo, i lipidi sono composti ternari (C,H,O) e i più importanti e presenti
nell’alimentazione sono i gliceridi.
Vi è una distinzione in base alla loro origine che può essere animale o vegetale, è bene preferire il
consumo di quest’ultima per evitare problemi di colesterolo (in poche parole meglio l’olio d’oliva
che il burro).
La dieta in genere è divisa in 2/3 di lipidi di origine vegetale (oli) e 1/3 di origine animale (burro,
strutto).
Esistono poi gli acidi grassi essenziali, i quali non sono sintetizzabili dall’organismo e quindi
devono essere assunti con la dieta. Questa categoria di lipidi è importante per la costituzione delle
membrane cellulari, ostacola il deposito di colesterolo nelle arterie e sono precursori di alcune
sostanze ad attività biologica molto varia (le prostaglandine). Vista la loro importanza evitate di
eliminarli dalla dieta ma allo stesso tempo non eccedete.
Questo è quello che vi basta sapere affinché possiate iniziare a regolarvi senza l’aiuto di un
dietologo, ciò però non vi renderà certo immuni da ipoglicemie o iperglicemie inaspettate,
l’importante è che i vostri calcoli funzionino la maggior parte delle volte e che quindi gli sbalzi
restino delle eccezioni. Meglio comunque se provvederete ad aumentare le vostre conoscenze
alimentari, vi torneranno sicuramente utili in molte occasioni.
5) Testimonianze e consigli
Purtroppo non esiste un metodo universale per reagire ai problemi della vita, il vostro dovete crearlo
voi, studiando i metodi altrui e adattandoli alla vostra situazione, raccogliete più informazioni
possibile, leggendo e parlando con chi affronta da tempo situazioni simili, non aspettate di dover
imparare tutto sulla vostra pelle, anticipate le difficoltà.
Ho voluto introdurre il capitolo con uno scritto di uno psicoterapeuta, il dottor Filoramo Giorgio
con l’intenzione di farvi capire come il pensiero positivo abbia un’importanza vitale, non solo
nell’affrontare il diabete, ma anche qualsiasi altro problema vi troviate ad affrontare. Fate tesoro dei
suoi consigli, si riveleranno una scarica di energia positiva che dovete sfruttare.
“Più che dagli eventi l’uomo è turbato dalla sua opinione degli eventi” (Epitteto)
Diabete e pensiero efficace
Come psicologo psicoterapeuta ogni giorno lavoro insieme a persone che cercano di superare
momenti difficili della loro vita, momenti in cui sono le emozioni ad avere il sopravvento. Emozioni
a volte “dure”, come la depressione, l’ansia, la paura, la rabbia.
Il diabete è una delle condizioni che più è sensibile alle forti emozioni, sia perché queste possono
influenzare l’iperglicemia, sia perché a volte chi soffre di un disturbo come il diabete si sente
diverso dagli altri, può sviluppare una bassa stima di sé e sentirsi depresso ed arrabbiato. Ed è per
questo che ho desiderato introdurre questo mio breve scritto con un’antichissima ma ancora
attuale frase di Epitteto, un filosofo dell’antica Grecia, vissuto intorno al 50 d.C.
“Più che dagli eventi l’uomo è turbato dalla sua opinione degli eventi” egli diceva. Ed aveva
pienamente ragione. Oggi infatti la scienza ha potuto dimostrato l’importanza del pensiero e
l’effetto del pensiero sulle nostre emozioni. La ricerca ha dimostrato che pensare in modo efficace
influenza le emozioni producendo una diminuzione di emozioni sgradevoli. E questo non dipende
dall’intelligenza o dal carattere, ma dall’aver appreso il modo adeguato di pensare. Quindi
pensare in modo positivo aiuta a rendere meno intense le emozioni negative, come l’ansia, la
depressione, la rabbia e il senso di colpa.
È di grande importanza conoscere le proprie emozioni per tutti noi, ma in particolare è importante
per chi soffre di diabete, perché il modo in cui si reagisce ad eventi stressanti ha un effetto
importante su di esso. La capacità di autocontrollo, la capacità di affrontare lo stress e l’abilità a
non catastrofizzare può aiutare moltissimo chi soffre di diabete. Per rafforzare queste capacità una
delle soluzioni più efficace è quella di allenare il modo di pensare. E questo è un aspetto attivo, che
dipende dagli sforzi che la persona fa, e quindi è in nostro potere.
Per far questo una delle cose più importanti è porre attenzione ai pensieri erronei che potrebbero
favorire un bassa stima di sé e conseguenti emozioni di rabbia e di depressione.
Alcuni pensieri erronei sono i seguenti:
1)
2)
3)
4)
Non devo mai far vedere agli altri le mie debolezze.
Devo assolutamente riuscire sempre bene in tutto.
Sono uno sfortunato, sono un diverso
Non sopporto di avere queste difficoltà, non ce la farò
E pertanto necessario riuscire non solo ad accorgersi dei pensieri sbagliati, ma anche trovare i
modi adeguati di pensare a se stessi, al mondo e al futuro, cioè facendo crescere in sé dei pensieri
utili.
Alcuni dei pensieri utili sono i seguenti:
1) È un peccato avere delle difficoltà, ma la vita può essere gratificante lo stesso.
2) Le cose non sono sempre facili, ma io posso gestire in modo attivo certi disagi.
3) E’ normale che le cose ogni tanto vadano in modo diverso da come vorrei, fa parte della
vita
4) Se mi mantengo calmo e seguo i consigli, la mia vita può diventare molto stimolante e
gratificante
In particolare, i pensieri negativi dai quali dovremmo stare il più possibile alla larga, si possono
raccogliere in cinque categorie:
1) Eccesso di doveri (ad esempio “io devo assolutamente essere bravo in tutto”, “tu devi
assolutamente trattarmi come io pretendo“ “gli altri, le cose devono assolutamente essere sempre
come io voglio”), come quando ci imponiamo di essere e imponiamo agli altri di essere come
vogliamo noi.
2) Insopportabilità, intolleranza (“Io non tollero, non sopporto…”), come quando riteniamo
intollerabili cose che non lo sono veramente.
3) Giudizi totali su di sè o sugli altri (“Non valgo niente…”, “Sei uno stupido…”, “Sei una
carogna…”), come quando ci svalutiamo completamente o svalutiamo completamente gli altri
anche solo per piccoli errori.
4) Catastrofizzazione (“E’ tremendo…”, “Sarebbe terribile…”), come quando riteniamo
catastrofici eventi che non lo sono realmente.
5) Indispensabilità, bisogni assoluti (“Bisogna assolutamente…”, “Non si può vivere senza…”),
come quando riteniamo indispensabili cose che non lo sono realmente.
La strategia più efficace è pertanto quella di scoprire, in primo luogo, i pensieri sbagliati, colpevoli
della maggior parte delle nostre sofferenze emotive, e, in secondo luogo, trovare i pensieri efficaci
che producono sensazioni positive e allenarci a pensarli. Un modo per far questo è tenere
un’agendina da portare sempre con sé nella quale scrivere i pensieri utili e rileggerli ogni giorno
finché entrano nel nostro modo di pensare. Perché è proprio con l’allenamento che ognuno di noi
può riuscire a sentirsi meglio.
Oltre ai pensieri negativi vi è un altro aspetto che spesso fa soffrire chi ha il problema del diabete.
Si tratta del timore del giudizio altrui.
Diceva Roosvelt: “Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti”
Quest'altra celebre affermazione, del presidente statunitense vissuto a cavallo tra la fine del 1800 e
gli inizi del 1900, aiuta a capire che troppo spesso si è portati a pensare che avere un disturbo, una
caratteristica particolare o una malattia sia segno di anormalità. Questo è un grosso errore perché
in questo modo si presume che esista un concetto chiaro di normalità. Si pensa cioè di poter dire
che una persona è normale e un’altra invece non lo è. Ma chi può decidere qual è la normalità? E
quali sono i criteri per giudicare la normalità? Facciamo un esempio. Se io fossi alto due metri,
sicuramente non potrei definirmi un ragazzo di altezza media. Ma per alcuni il concetto di
normalità si sovrappone completamente al concetto di media, cioè si è normali se si rientra nella
media. Però secondo questa riflessione se io fossi alto due metri allora non sarei nella media dei
maschi della popolazione italiana (ma mi collocherei al di sopra di essa) e di conseguenza non
potrei essere considerato normale. Penso sia chiaro a tutti che questa è un’assurdità. È ovvio
quindi che chi soffre di un disagio come quello del diabete non si dovrebbe considerare anormale.
Con queste brevi righe esorto i lettori a ricordare che ogni essere umano, bello o meno bello, ricco
o meno ricco, malato o meno malato, è come ogni altro essere umano, è fatto dello stessa
costituzione, cioè di miriadi di caratteristiche, alcune negative, come i difetti, e altre positive, come
i pregi e dipende da noi cercare di vedere in ognuno, anche in chi riteniamo sgradevole, delle
caratteristiche positive. Tutti noi, finché vivi, possiamo migliorare e possiamo ripartire ogni giorno
per essere persone migliori.
Non spaventiamoci dunque se abbiamo un disagio o una sofferenza, perché possiamo ugualmente
apprezzare la nostra persona nella sua interezza. E ricordiamoci, in quei momenti in cui non ci
piacciamo per niente, pensiamo di non essere all’altezza o di non avere abbastanza, che un essere
umano ha valore indipendentemente da ciò che è o che ha.
E vi lascio con una riflessione: come mai l’uomo considera una nuova nascita, un neonato, che
sicuramente non ha fatto ancora nulla nella vita, né possiede grandi ricchezze, come un essere di
grande valore e a volte considera se stesso una nullità, pur avendo fatto molte cose buone nella
vita? Sicuramente c’è un errore. E penso stia proprio nel secondo pensiero. Ricordiamoci quindi
che noi siamo di più di ciò che abbiamo e di ciò che facciamo.
Giorgio Filoramo, psicologo psicoterapeuta
Ognuno di noi ha dei problemi specifici e di riflesso alcuni metodi personali per superare le
difficoltà; nel diabete non esiste una ricetta standard, tutto è soggettivo e questo qualche volta le
persone non lo capiscono.
Una ragazza, parlando del suo medico ha detto
"Io ho avuto serie difficoltà... ho trovato un diabetologo che, siccome avevo valori un po' differenti
dagli standard, mi ha trattato come una "ladra di marmellata". Nessun dialogo, nessuna
spiegazione, solo assurde prescrizioni "standard", proprio quando sappiamo che di standard nel
diabete c'è davvero poco".
Molte delle cose che ho detto potrebbero non coincidere con la vostra situazione, o con i sintomi
che avete in certe situazioni.
In questo capitolo ho raccolto delle testimonianze che spero vi possano tornare utili proprio perché
magari si avvicinano al vostro problema più della mia versione dei fatti. E’ importante che possiate
raccogliere un bagaglio di consigli il più ampio possibile. I suggerimenti qui contenuti arrivano
dalle persone più disparate, tutte però potrebbero trasmettervi qualcosa di nuovo e forse per voi
essenziale.
Purtroppo non esiste un metodo universale per reagire ai problemi della vita; il vostro dovete
crearlo voi, studiando i metodi altrui e adattandoli alla vostra situazione, raccogliete più
informazioni possibile, leggendo e parlando con chi affronta da tempo situazioni simili, non
aspettate di dover imparare tutto sulla vostra pelle, anticipate le difficoltà.
Dal cuore dei giovani
Simone
Desidero continuare portandovi la testimonianza di un mio caro amico che, fortunatamente, non ha
nulla a che fare con il diabete, ma ha avuto comunque le sue magagne.
Capirete che di problemi ne esistono molti e che, a diciassette anni, vedersi costretti ad andare dallo
psicoterapeuta e a seguire delle cure non è piacevole per nessuno. Nonostante il diabete non abbia a
che fare in questa storia desidero esporla per prima con lo scopo di far capire che le difficoltà
psicologiche possono essere molto simili anche in altre situazioni, come anche i metodi per
risolverle.
Ecco con che parole Simone descrive ciò che ha dovuto affrontare:
Non è facile spiegare quello che mi è capitato. Il problema delle malattie mentali sta nel fatto che
non vengono diagnosticate subito, infatti, prima di essere sicuri che si sia malati mentalmente è
necessario eseguire tutta una serie di esami che escludano una causa fisica.
La mia storia iniziò tra i banchi di scuola, durante le ore di educazione fisica. Quando bisognava
fare qualche gara o semplicemente un test, io mi agitavo tanto da farmi mancare il respiro, in
seguito mi prendeva uno stato di nausea e giramenti di testa. Passai due anni in queste condizioni
che, come se non bastasse, andavano peggiorando nel tempo, finché capii che non era un
comportamento “normale” e quegli attacchi di ansia e panico avevano un’origine mentale. Sembra
una cosa assurda ma ero arrivato ad aver paura delle persone, a pensarci adesso sembra ridicolo
ma è così. E sono anche certo che molti hanno il mio stesso problema e magari non lo sanno.
La depressione è la conseguenza della noncuranza della propria mente. Non bisogna stare attenti
solo al proprio fisico, anzi, prima di tutto è bene conoscersi bene dentro e avere cura del nostro
“io” interno. Se si dorme poco, si mangia in fretta e non ci si ferma un attimo per rilassarsi si può
andare in contro ad un problema simile. Vorrei darvi alcuni consigli per prevenire queste
complicanze:
1) Cercate di pensare in “positivo”. Essere pessimisti non serve a niente, e può provocare errori
di valutazione nel vivere la vita.
2) Guardate le difficoltà della vita come una sfida o come le vedo io, semplicemente un gioco.
3) Rendetevi conto dei vostri pensieri e cercate di cambiarli se sono negativi.
4) Prendere con ironia e umorismo tutto ciò che vi preoccupa.
Mi rendo conto che questi consigli sono semplici, quasi banali, ma allo stesso tempo difficili da
attuare poiché, per molti, significherebbe cambiare il proprio stile di affrontare la vita.
Ciò non è affatto impossibile, ce la sto facendo anch’io nonostante all’inizio non avrei mai creduto
di riuscirci.
Con l’aiuto dei famigliari, degli amici e un sostegno dato dalle sedute con lo psicologo questi
problemi si risolvono, ci vuole solo tempo e pazienza. Forse alcuni di voi in questo momento
penseranno: Ma cosa centra questo con il libro?
E’ semplice. Questo libro, di cui ho potuto leggere le bozze e addirittura aggiungere la mia storia,
non è indirizzato solo a chi ha il diabete. Molti consigli presenti in queste pagine andrebbero
seguiti anche da chi, come me, ha avuto o ha tuttora dei problemi mentali ma anche da chi vuole
capire cosa provano le persone che devono affrontare particolari difficoltà. Davide è stato il primo
a sospettare che la malattia che avevo potesse essere in realtà la causa di un problema più
complesso. Mi ha dato un aiuto immenso ad uscire dal “buco”, come chiamo io la depressione e gli
altri problemi che distruggono la voglia di vivere delle persone. Quando si hanno crisi depressive o
attacchi di ansia l’ultima cosa di cui si ha bisogno sono le critiche, e questo Davide lo capì. In
qualche modo riuscì a “spronarmi” e a farmi combattere la paura, non evitarla. Mi consigliò dei
libri da leggere, in seguito cominciai una terapia a base di antidepressivi e iniziai ad andare a fare
delle sedute dallo psicologo, da cui vado tuttora.
Naturalmente non si guarisce in un paio di settimane, ci vogliono anni, ma come dice il proverbio
“Chi ben comincia è a metà dell’opera”, quindi mi sono presto dato da fare. L’unico rammarico
che ho è quello di non essere riuscito subito a capire cosa mi stava accadendo. Spero solo che dopo
aver letto questo libro la gente non pensi solo a raffreddori o influenze, ci sono malattie peggiori
che non si vedono e se non vengono curate possono degenerare. Più passa il tempo più il problema
diventa difficile da curare.
Simone
Consigli:
1) Pensate in “positivo”. Essere pessimisti non serve a niente e non vi aiuterà in alcun modo.
2) Guardate le difficoltà della vita come una sfida o come un gioco.
3) Rendetevi conto dei vostri pensieri e cercate di cambiarli se sono negativi.
4) Prendere con ironia e umorismo tutto ciò che vi preoccupa, l'humour fa miracoli.
“La depressione è la conseguenza della noncuranza della propria mente. Non bisogna stare attenti
solo al proprio fisico, anzi, prima di tutto è bene conoscersi bene dentro e avere cura del nostro
“io” interno”.
Ecco una frase che è importante ricordiate, rendetevi conto che dentro di voi c’è un universo da
controllare, e non dovete lasciare che degradi restando indifferenti.
Spero anche che, avendo letto questa testimonianza, abbiate capito che il diabete è solo uno dei
miliardi di problemi che possono piombarvi addosso. Trovarsi a diciassette anni e rendervi conto
che avete paura delle persone, oltre che dover seguire una cura antidepressiva non è facile, ma le
difficoltà si possono superare.
Simone per curarsi dovette saltare alcuni mesi di scuola, fu costretto a rimanere a casa il sabato sera
per mesi e il contatto umano per lui diventò una difficoltà apparentemente insormontabile. Alcuni
esercizi che doveva svolgere per curarsi erano uguali a quelli che ho descritto nelle prime pagine del
libro, questo ad indicare che le cure per i problemi psicologici partono sempre da una base comune
che comprende, l’ottimismo, la fiducia in se stessi e la serenità interiore. Questo è quello a cui
dovete arrivare anche voi.
Andrea
La seconda esperienza che desidero farvi leggere tratta proprio di un ragazzo diabetico che, prima di
riscontrare la malattia, dovette superare uno stato depressivo. Per lui l'esordio del diabete non fu
traumatico, questo perché si "fece le ossa" con altre esperienze più tragiche nella vita. La malattia
che gli è piombata addosso non è riuscita ad abbatterlo, questo perché il suo carattere aveva già
dovuto superare momenti peggiori. Ecco le sue parole:
Mi chiamo Andrea, non ho ancora trent'anni e anch'io, come molti altri, ho vissuto l'esperienza di
ammalarmi di diabete. E' successo due anni fa, e da allora sono cambiate molte un bel po' di cose.
Specifico innanzitutto che, al tempo, quando mi fu riscontrato il diabete del tipo 1, non passavo un
bel periodo, tanto che lottavo già con un altro "nemico", la depressione. Durante la cura assumevo
delle pastiglie che mi aiutavano ad essere più sereno e a vivere; andavo regolarmente al C.I.M
(Centro Igiene Mentale). Il fattore scatenante della depressione fu il fatto che, fino a cinque anni
prima, conducevo una vita un po' sregolata e, in seguito a disavventure come la perdita prematura
di mio padre e la rottura del rapporto con la mia fidanzata, la mia salute psichica ne risentì. Da
quel momento la mia vita diventò ancora più sregolata, mi lasciai andare eccedendo nel fumare
(iniziai anche con le canne), e tutto questo continuò per un paio d’anni. Poi mi resi conto che stavo
sbagliando tutto e decisi di fare dietro front.
La depressione che avevo peggiorò appena smisi di fumare le canne, vedevo la mia vita più difficile
e scompensata di prima. Fu allora che dovetti rivolgermi alle cure del C.I.M.
Fortunatamente, quando mi diagnosticarono il diabete, stavo già risalendo la china quindi, conscio
sia delle mie nuove forze, sia della mia migliore autostima, affrontai abbastanza serenamente
questo, seppur non semplice, nuovo problema. Ero abituato a mangiare molto, ora consumo meno
cibo, sono dimagrito di dieci chili, però sto bene. Rispetto la dieta ma non mi faccio mancare i
piaceri della buona tavola.
La glicemia è abbastanza bilanciata (ho imparato a cercare la perfezione). Ora vivo una vita
serena ed equilibrata, faccio sport ed ho abbandonato certi vizi. Nel complesso sono soddisfatto di
me, faccio del mio meglio per stare bene con me stesso nel corpo e nella mente.
Credo che, se hai già passato degli eventi negativi che ti hanno abbattuto, puoi affrontare il diabete
con la consapevolezza di potercela fare, se invece è la tua prima esperienza che ti ha messo in crisi,
convinciti che troverai la forza per superarla, come l'atleta supera, o abbatte, l'ostacolo.
In bocca al lupo. Ciao! Andrea
Consigli:
1) Se conducete una vita sregolata tornate alla normalità, vivrete meglio, soprattutto se avete il
diabete.
2) Se avete già sofferto nella vostra vita, non preoccupatevi, avete le piene capacità anche per
affrontare questo disturbo.
L.
La storia che leggerete tra poco è uno di quei casi agghiaccianti in cui, mentre si studia una malattia,
si scopre che i sintomi ricalcano paurosamente il proprio stile di vita. La protagonista è L,
un’infermiera (quella che mi ha fatto il primo stick), che si è scoperta malata di una delle patologie
croniche che stava studiando. Credo che come esperienza sia stata terrificante, i libri parlavano di
un consumo abnorme di liquidi, lei aveva sempre sete; era scritto che si urina tanto, e anche questo
ricalcava la realtà; capirlo in questo modo, leggendo un testo che sembra descriverti nei minimi
particolari, può risultare un trauma psicologico non indifferente. Ecco come lo racconta lei:
Ciao, sono L,
quando mi fu diagnosticato il diabete, sei anni fa, irruppe come un lampo nella mia vita. All’epoca
frequentavo l’ultimo anno di scuola per infermieri, l’esordio fu terribile.
Mentre studiavo i sintomi della malattia sui libri: poliuria (aumento della quantità di urina),
polidipsia (bisogno insaziabile di bere), calo del peso corporeo, mi rendevo conto che facevano
parte della mia giornata abituale e quindi mi chiedevo: “Non avrò il diabete?!”
Chiamalo sesto senso, intuito, o meglio “sfiga”, la diagnosi al Pronto Soccorso fu categorica:
Diabete mellito tipo 1, glicemia superiore a 400. Da quel freddo e nebbioso novembre 1996 la mia
vita ebbe una svolta clamorosa. Tornai a frequentare la scuola, ma il primo periodo fu veramente
duro, la glicemia era mediamente sopra il 200, ma con sole 1-2 unità di insulina rapida dopo pochi
minuti i valori scendevano anche a 50-60. Ipoglicemia! Aiuto che fare? Questi enormi sbalzi erano
dovuti al fatto che ero ancora nel periodo della “Luna di miele”. Premetto che non ero sposata e
che non avevo accanto nessun futuro marito. Questo modo di dire sta ad indicare quel periodo in
cui il pancreas produce ancora dell’insulina, ma ad intermittenza, per poi fermarsi definitivamente
lasciando a noi il testimone della vita. Fu dura affrontare questo periodo di assestamento, mi
dovetti abituare alle iniezioni, all’insulina, agli orari, al cibo e ad alcune nuove abitudini nel mio
stile di vita.
Anche in famiglia la situazione non fu delle più rosee in quanto, davanti agli occhi, avevo mia
madre in sedia a rotelle che stava peggio di me, nonostante tutto non stavo così male rispetto a lei
a livello fisico, ma psicologicamente per me era un supplizio. Preferii quindi non parlarne in casa,
così facendo, pensavo di infierire su una situazione già abbastanza difficile. Decisi di consultare
uno psicologo, poi iniziai una terapia che mi fece accettare e convivere con questa malattia che mi
avrebbe accompagnato per tutta la vita. Oggi, dopo sei anni, lavoro nel reparto di diabetologia
dove sono in cura, ciò mi permette di avere degli orari regolari e incontrare molte persone che
hanno i miei stessi problemi, le stesse paure e difficoltà con cui bisogna convivere, andando sempre
e comunque avanti. Ho imparato che bisogna esprimere le proprie emozioni negative di rabbia e
paura, facendolo ci si libera di un peso che vi impedirebbe di spiccare il volo della vita, rendendovi
vulnerabili ai problemi. Come tutti, anch’io ho pianto, ho parlato con chi mi poteva capire, ho
provato rabbia e paura. Ognuno ha il diritto di esprimere i propri sentimenti, l’importante è avere
voglia di vivere e progettarsi sempre un futuro roseo, anche con una malattia cronica, poiché la
vita vale la pena di essere vissuta. Io posso dire che il diabete mi ha fatto crescere come persona,
non regredire.
Ciao L.
Consigli:
1) Consultate degli specialisti che possano aiutarvi se sentite di averne bisogno.
2) Esprimete le vostre emozioni negative, vi libererete di un peso che è inutile che vi portiate
appresso.
Stefania
La prossima storia vede come protagonista Stefania, una ragazza che diventò diabetica quando era
ancora una bambina. L'inizio non fu particolarmente sconvolgente, poi però, rendendosi conto che
col passare degli anni la situazione non sarebbe migliorata, per anni tagliò i contatti con i medici e
decise di attuare una parziale cura fai da tè, non curandosi particolarmente dei valori glicemici.
Nell'ambiente familiare il diabete è sempre stato un argomento scottante, e forse a causa di ciò,
durante l'adolescenza, la malattia è diventata un peso per Stefania. La sua glicemia purtroppo non è
affatto stabile, la soluzione del microinfusore non è attuabile per una serie di motivazioni.
Nonostante queste difficoltà, è riuscita in ogni caso a stabilire un equilibrio con il diabete e ora si
tiene sempre controllata e in cura il meglio possibile. Ecco la sua storia:
"E vissero tutti felici e contenti". Sì, non è proprio così, o, almeno, non sempre. Mi chiamo Stefania,
sono diabetica dall'età di 10 anni (ora ne ho 26), e nel complesso mi reputo una persona piuttosto
serena. Non posso dire felice, perché la felicità è un traguardo che pochi riescono a raggiungere.
Quando mi diagnosticarono il diabete ero poco più di una bambina, e ad un bambino si cerca di
dire sempre mezze verità, specie quando si tratta di malattie per niente risolvibili. Non capivo
perché non potevo mangiare determinati cibi, perché dovevo stare attenta a non correre troppo e,
soprattutto, perché dovevo essere torturata ogni giorno con delle iniezioni. Ma ciò a cui non mi
rassegnavo era vedere i miei genitori piangere. Ero la causa del loro dolore, una figlia
"imperfetta", che forse non sarebbe mai stata motivo d'orgoglio.
Crescendo ho cominciato a vedere la situazione da un altro punto di vista: quello di mamma e
papà. Anche loro soffrivano di sensi di colpa, in quanto si dice che il diabete sia una patologia che
risente di una certa familiarità. Purtroppo a casa l'argomento è sempre stato considerato una sorta
di "tabù", e certe convinzioni difficilmente si riesce a sradicarle del cuore e dalla mente. Parlo del
senso d’inadeguatezza, che spesso mi accompagna, o del fatto di sentirmi "diversa" da una
qualsiasi altra persona non diabetica. Non ho usato il temine "nomale" perché, in fondo, nemmeno
gli studiosi sono stati ancora in grado di definire cosa sia la normalità. Riporto testualmente
quanto afferma Daniel Marcelli nel libro Psicologia del bambino:
"Confondere normalità e salute opponendovi anormalità e malattia rappresenta evidentemente una
posizione statica che non corrisponde alla dimensione dinamica della maggioranza delle malattie:
il paziente diabetico prima dello scompenso, l'asmatico prima della crisi, sono normali
limitatamente all'assenza di sintomi. La malattia non può essere ridotta ai suoi sintomi. Riferire la
normalità ad un modello, ad un'utopia, è instaurare un sistema di valori, una normalità ideale,
forse quella che sognano i politici, gli amministratori o i genitori e gli insegnanti per i loro
bambini".
Attualmente sono iscritta alla facoltà di scienze della formazione, e tra un anno diventerò maestra.
La mia tesi sarà proprio sul bambino diabetico in età prescolare, e il perché è presto detto.
Da piccola tutti mi commiseravano e molti non facevano niente per nascondere la loro
uguaglianza.
A parte il fatto che stare con i bambini mi piace molto, ho sentito la necessità, quasi un dovere
morale, di portare un piccolo contributo.
Sono stata fortunata nell'incontrare amici sinceri che mi hanno sostenuta nei (purtroppo) numerosi
momenti di crisi, anche se, quando sto per cadere continuo a chiedermi: perché io?
Ognuno di noi può trovare la risposta a questa domanda, forse perché anch'io ce la posso fare.
Stefania
Consigli per i genitori:
1) Non fate sentire vostro figlio o figlia "imperfetto".
2) Accettate il diabete in maniera serena, non percepitelo come un tabù.
3) Siate sinceri con i bambini, senza però terrorizzarli parlandogli delle complicanze della malattia.
Consigli per i ragazzi:
1) Se sentite di volerlo fare, aiutate gli altri.
2) Se non riuscite a gioire nonostante i continui sforzi, almeno vivete serenamente.
Ivonne
Le fantastiche parole che leggerete tra poco sono state scritte da Ivonne, una simpatica ragazza che,
come potrete notare, vive sprizzando felicità e fiducia a destra e a manca. La sua, più che una storia,
è una raccolta di riflessioni e consigli che vengono direttamente dal cuore di una ragazza serena con
se stessa e fiduciosa nel futuro. Fate tesoro di quanto dice.
Qualche tempo fa, alla televisione, hanno intervistato un’anziana attrice che si è fatta tingere i
capelli di blu. Alla domanda: “Non le crea mai imbarazzo questa chioma così appariscente?” lei,
diretta e decisa ha risposto: “Io non li vedo i miei capelli blu". Stanno sopra alla mia testa e, caso
mai, possono essere un problema se creano imbarazzo a chi li vede, e allora è affar loro”.
Più o meno, penso possa essere così anche per il diabete. Tra qualche giorno saranno 23 anni che
convivo con questa malattia, ora ne ho 33, e sinceramente, mi sembra sempre di essere stata
“così”.
Se penso a questo tempo è trascorso, mi sembra quasi impossibile di aver vissuto e affrontato tanti
disagi, ma mi voglio bene per quella che sono, e ho sempre cercato di affrontare gli ostacoli man
mano che si presentavano.
E’ molto incoraggiante anche per me, diabetica di vecchia data, pensare a tutti i progressi e le
facilitazioni che, nel corso del mio cammino da diabetica, sono venuti a portare aiuto e sollievo:
dalle scoperte scientifiche alle applicazioni tecnologiche, a considerare il diabetico nella sua
normale personalità, al nuovo rapporto che esiste tra paziente e medico.
Devo dire che, oggi come oggi, il mio diabete lo vivo bene, c’è e non si vede, qualche volta si fa
sentire impetuosamente, ma lo considero in definitiva una parte importante nella mia vita.
A chi scopre oggi di essere diabetico, mi sento sinceramente di dire di avere coraggio e fiducia e di
imparare a volersi bene; io ci ho messo tanto, ho faticato, e può darsi che capiti lo stesso a voi,
guardate avanti con serenità.
Credo sia molto importante, educare ed incoraggiare anche i famigliari nel modo di affrontare la
nuova condizione di “diabetico” che può capitare ad un loro caro.
Personalmente, infatti, l’unica cosa che un po’ mi pesa è che i miei genitori, non abbiano mai
completamente superato lo shock di ciò che mi era capitato. Dopo tutti questi anni, c’è sempre un
po’ di disagio nel parlare di qualche problema che può darmi il diabete. E’ come se ci fosse
qualcuno a ricordarmi che “Ho i capelli blu”, e tu che li hai in testa e li curi, li lavi e li pettini, più
di tanto non li vedi.
Già i primi tempi da diabetico sono duri di per sé (ma credete, ci si abitua presto), dover
incoraggiare i propri cari, o dissimulare situazioni critiche per non impensierirli è chiaramente
paradossale; se poi la cosa si protrae nel tempo, diventa pesante.
Noi diabetici siamo persone speciali (lo dico perché lo penso e perché, per quanto mi riguarda,
l’ho potuto constatare spessissimo), la condizione di vita che impone il diabete affina una
sensibilità fuori dal comune, perché l’attenzione che necessariamente rivolgiamo a noi stessi,
diventa un nuovo modo di porsi anche verso gli altri. Non possiamo dimenticarci di essere
diabetici, dobbiamo avere una costante consapevolezza e vigilanza del nostro corpo e delle nostre
attività. Questa palese debolezza, questa privazione della libertà (volete chiamarlo handicap? Non
esageriamo!), diventa una grande forza, perché chi conosce i propri limiti sa meglio distinguere e
valorizzare i “talenti” di cui dispone. A gioco lungo, quello che sembra un limite diventa un
trampolino di lancio verso la vita. Potrei dire tante cose, ma tutti credo abbiano storie ricche e
importanti da trasmettere agli altri.
Mi preme soltanto raccomandare ai nuovi diabetici di credere e avere fiducia, ed ai loro famigliari
vorrei dire di amare con vigilanza e discrezione queste persone specialissime.
Ivonne
Fate tesoro della frase “A gioco lungo, quello che sembra un limite diventa un trampolino di lancio
verso la vita”. Questo è quello che intendo, il concetto intorno al quale ruota tutto ciò che ho detto
finora. Fissatelo in mente, partendo da questo principio la vostra “zona del possibile” si estenderà a
macchia d’olio, e voi cavalcherete verso la felicità, raggiungendo i vostri obiettivi con estrema
semplicità, senza mai lasciarsi scoraggiare e sconfiggere dai problemi.
Consigli per i genitori:
1) Fatevi coraggio e cercate di capire che non avete accanto un handicappato, ma una persona
speciale.
2) Aiutate e sorvegliate il vostro caro, ma con discrezione, senza fargli notare che ha i “capelli
tinti di blu”.
Consigli per i ragazzi:
1) Siete speciali, “diversi”, ma non in senso negativo.
2) Abbiate fiducia in voi stessi e nel progresso, la situazione, non così grave, è destinata in ogni
caso a migliorare.
3) Usate i vostri limiti per spiccare il volo verso il successo, spinti dai vostri talenti.
Sonia
Mi chiamo Sonia ho 35 anni e convivo con il diabete dall’ età di 25, è cominciato tutto con un
disturbo alla vista e lì per lì non ci ho fatto caso però con il passare dei giorni mi sentivo anche
stanca e notai pure una leggera perdita di peso tanta sete e di notte non riuscivo a riposare, la mia
prima analisi del problema fu troppo stress lavorativo ma più passava il tempo e più mi rendevo
conto che qualcosa in me stava cambiando, chiesi allora un parere al mio medico curante che dopo
le analisi di routine mi diede la risposta che mai mi sarei aspettata (diabete mellito tipo 1 insulino
dipendente).
Dalle analisi risultava che avevo un valore glicemico di 321 mg/dl quando i valori normali sono da
70 a 110 mg/dl.
Cominciai la terapia ma ben presto mi resi conto che non accettavo questa convivenza forzata
lasciando perdere il controllo periodico diabetologico e addirittura le iniezioni di insulina,andai
avanti così per circa 1 anno e mezzo,in questo periodo mi sentivo libera da vincoli niente orari da
rispettare ma negativamente stanca, visibilmente più magra ma soprattutto disorientata poiché non
sapevo come sarebbe andata a finire, finchè un giorno parlando con la mia dietologa mi chiese
notizie sulla mia emoglobina glicata e le ultime analisi avevano come risultato 15% considerando
che i valori sono da 4,5 % a 6,5%. Il giorno dopo mi fecero degli accertamenti presso il day
hospital e da quel giorno cominciai a seguire la terapia in modo positivo rendendomi conto che
avevo sbagliato a trascurarmi , mi sentii quasi da subito più in forma fisicamente ma anche
moralmente poiché finalmente avevo un orientamento su ciò che dovevo fare. Dopo anni riesco a
gestire abbastanza bene il diabete anche se a volte mi piacerebbe immaginare di non avere questo
disturbo e forse mi sentirei più libera , ma bisogna affrontare la realtà conviverci prestando
attenzione ai cibi ma soprattutto non dimenticare l’autocontrollo e vivere ogni giorno in serenità
senza paure e perplessità.
Devis
Quest’ultima testimonianza è stata scritta da Devis, un simpatico ragazzo che ho conosciuto poco
prima di finire il libro. Il diabete gli è piombato addosso come un fulmine a ciel sereno ancora
quand’era un bambino. Sono passati molti anni da allora e Devis è riuscito a trovare un equilibrio
con il suo problema, che sembra quasi esserci sempre stato. Ecco come lo racconta:
Mi chiamo Devis, ho ventidue anni e sono diabetico, ormai sono quattordici anni che convivo con
questa malattia. Ho superato tanti ostacoli e affrontato molti disagi, ma ora, vivo una vita normale
come tutte le altre persone. Il diabete mi fu diagnosticato all’età di otto anni, dopo una forte
influenza. L’impatto con la malattia fu uno shock per me. Abito in una famiglia che possiede un
negozio di generi alimentari, ed ero abituato a mangiare di tutto, soprattutto molti dolciumi. Potete
immaginare quanto fu difficile, all’età di otto anni, dover affrontare le pesanti restrizioni poste
dalla malattia. L’eliminazione quasi totale dei dolci fu un duro scalino da superare, soprattutto
perché le tentazioni erano molte. Questo problema lo superai gran parte grazie ai miei genitori,
che consapevoli di quanto mi stava accadendo, mi diedero un gran sostegno. Col passare degli
anni il problema del cibo passò in secondo piano. Mi abituai ad avere un’alimentazione sana ed
equilibrata e il fatto di non poter mangiare tutto quello che volevo non mi pesava più. Un altro
problema che mi provocò molti disagi fu il confronto con le altre persone, in particolare con i
coetanei. In quegli anni la malattia non era conosciuta come adesso, le informazioni per coloro che
non ne avevano a che fare erano scarse e i casi di coloro che si ammalavano erano pochi. Per cui
rivelare agli altri che ero diabetico mi creava dei problemi. Avevo paura di essere messo da parte e
di essere trattato come un estraneo. Questi disagi erano anche provocati dal comportamento dei
miei genitori, i quali, preoccupati per la mia salute, invece di farmi affrontare le difficoltà,
preferirono farmele schivare non permettendomi di partecipare a delle attività che per gli altri
sembravano normali. Questa scelta però non portò a nessun risultato, perché servì solo a
procrastinare i problemi anziché evitarli.
Ora, dopo diversi anni di convivenza con questa malattia, posso affermare che sto bene e che vivo
una vita normale. Il diabete ormai ho imparato a conoscerlo, tanto che mi sembra di averlo sempre
avuto. Ogni tanto mi crea qualche problema, ma tutto sommato lo vivo con tranquillità. Le
innovazioni tecnologiche e le scoperte scientifiche che anno dopo anno continuano a perfezionarsi,
fanno sì che la vita di un diabetico sia sempre meno pesante e sempre più similare a quella di una
persona sana.
A coloro che ano appena cominciato questo cammino mi sento di dire di tenere duro, i momenti
difficili sono molti, ma alla fine chi non ne ha? Andate avanti sempre senza paura, vedrete i
problemi passarvi davanti senza crearvi molte difficoltà. Buona fortuna e in bocca al lupo.
Devis
Consigli:
1) Tenete duro quando tutto vi sembra difficile e avverso, non lasciatevi abbattere e, se
succede, risollevatevi il prima possibile
2) Affrontate i problemi che vi si presentano, aggirarli nella maggior parte dei casi non risolve
la questione, semplicemente posticipa la resa dei conti.
Un forum sulla diversità
Quello che leggerete ora non è un racconto, sono le conclusioni tratte da un dibattito svolto in rete
da una trentina di persone tra cui c'erano diabetici o parenti e genitori di questi.
Avete mai partecipato ad uno di questi forum che si tengono via Internet? Quelli dove c'è gente che
usa pseudonimi di ogni genere: "Cucciolotto", "90-60-90", "Supermachoculturista", (giuro, esiste!)
ecc.
Gli argomenti spaziano dalla nanotecnologia al tempo previsto per domani nel Sahara e i dialoghi si
svolgono spesso usando strani acronimi del tipo: TVUCDBRXMLC (Ti Voglio Un Casino Di Bene
Rispondimi X "per" ML "mail", Ciao) incomprensibili per persone "non esperte". Naturalmente tra i
tanti temi trattati non poteva di certo mancare il diabete.
In uno di questi forum a cui ho assistito, la domanda di apertura posta da una certa "Tigre" era
questa: "Allora, vi siete mai sentiti diversi a causa del diabete?".
La prima riflessione di particolare spessore era rivolta ai genitori che dovevano trattare con il figlio
diabetico e diceva questo : "Credo che sia molto importante che il diabete del figlio sia accettato
con la massima serenità possibile dai genitori. Solo così il figlio lo accetterà serenamente e si
aprirà agli altri senza timore e senza considerarsi diverso". Parole sacre! E' vero che se un ragazzo
cade sotto i problemi coinvolge anche la famiglia, com’è vero il contrario, se la famiglia crea una
tensione che disturba la precaria armonia del figlio allora lo si trascina dove forse non sarebbe
caduto da solo.
Un'altra frase che ho letto va' a braccetto con quanto detto sulla vostra unicità, ricordate? Voi siete
la migliore cosa che avete. Pensate di essere diversi perché avete il diabete? "Io penso sia un gran
bene essere diversi, ma non diversi perché diabetici, diversi perché unici". Chiaro il messaggio? La
diversità in senso negativo la create voi nella vostra mente, in realtà non c'è nulla di orribile nella
vostra persona, convincetevene.
Tra le varie argomentazioni ci si chiedeva anche se fosse diverso il rapporto tra diabete tipo 1 e tipo
2. La riflessione di "Pix" è stata semplice ma veritiera: "Credo che sia più facile da accettare il tipo
2 perché nella maggior parte dei casi sorge quando la persona è adulta e più in grado di accettare
i cambiamenti". Probabilmente è vero, per un adolescente quella che ho definito la "ciliegina" sulla
torta dei problemi è spesso più sconvolgente che per una persona adulta. Si può comunque riparare
al danno psicologico, basta agire.
Uno studente non capiva perché una ragazza con cui usciva, una volta venuta a conoscenza del fatto
che fosse diabetico lo avesse piantato senza spiegazioni. Se il motivo di questa rottura è davvero
stata la malattia, questa è un ulteriore prova del fatto che il mondo è pieno di persone che hanno dei
pregiudizi infondati nei confronti dei diabetici, purtroppo l'ignoranza li fa credere di avere di fronte
un handicappato, se non si riesce a far capire a chi ci sta accanto, come stanno le cose, meglio
lasciarlo perdere, spesso l'ignoranza va a braccetto con la testardaggine.
L'ultima riflessione, ma non per questo meno importante, conferma il fatto che affrontare di petto il
problema e parlarne con chi si trova nella stessa situazione sia di grande aiuto, ecco come si sono
espressi a riguardo in molti durante il forum: "Io ho preso coscienza della mia malattia soprattutto
da quando ho conosciuto voi, prima non ne volevo neanche sentir parlare, e questa presa di
coscienza mi sta aiutando tanto nella gestione del mio diabete, prima ero troppo sola con il mio
problema", un altro ha aggiunto: "Hai ragione, stare in gruppo e scambiare idee e problemi con chi
li vive come te aiuta... aiuta davvero tanto...", e ancora: "Perché io mi sentivo diversa, con voi non è
così, sono me stessa, uguale a voi in un certo senso".
"Tigre" termina il forum con una profonda frase conclusiva: "Concludendo... il diabete può farci
sentire diversi in senso negativo (insicuri, sfiduciati...), ma può portarci a riflettere sulla nostra
diversità come persone e quindi a farci maturare".
In un altro forum sono emersi addirittura dei lati positivi nell'avere il diabete, volete sapere quali
sono?
Secondo una ragazza (Fr@) sono questi: "A me ha fatto capire che ero una persona e che dovevo
volermi bene. Mi ha fatto capire che la vita va avanti nonostante le difficoltà che incontriamo e mi
ha fatto ritrovare un equilibrio interno che si era spezzato! Vi sembrerà assurdo, ma da quando
sono diventata diabetica sono tornata quella di un tempo: serena!". E non è finita qui, M. dice: "Il
diabete ti aiuta a capire la sofferenza altrui a diventare più responsabile e altruista".
Non servono ulteriori commenti, sono tutte frasi uscite direttamente dal cuore di persone che
cercano maggiore serenità, semplicemente, fatene tesoro.
Consigli:
1) Mamme e papà, accettate con la massima serenità il fatto che vostro figlio ha il diabete, solo
così riuscirete a farlo adeguare alla situazione.
2) Non dovete sentirvi diversi in senso negativo, voi siete unici e comunque, anche se malati, non
siete inferiori a nessun altro.
3) Parlate con chi ha i vostri stessi problemi, vi sentirete più a vostro agio e col tempo riuscirete a
trarre molti vantaggi dialogando con chi vi capisce.
Un campo scuola insegna a non falsificare
Capita, forse più spesso di quanto si possa immaginare (circa nel 40% dei casi), che qualcuno non si
curi e viva in iperglicemia falsificando i valori che poi esporrà al medico. Risultato? Chi lo fa è
sicuramente molto abile a fregarsi da solo. Alterare i valori facendo finta che tutto vada bene è
inutile, ricordate il paraocchi che indossa chi crede, o finge, di vivere in una favola? Eccone un
esempio lampante.
Nel corso di un campo scuola trascorso in Valle d'Aosta, si è parlato proprio di questo aspetto, una
ragazza colpita da retinopatia a causa del suo comportamento si è espressa in merito confermando il
fatto che, falsificare, non serve a nulla. Ecco la sua breve ma significativa testimonianza:
" Tutto questo poteva essere evitato, se solo non mi fossi trascurata; per un lungo periodo non ho
fatto l’autocontrollo. Errore che ho pagato molto caro, vissuto sulla mia pelle, in maniera cruda e
diretta … conseguenza del mio non vivere il diabete. Mi ero in questo modo illusa di risolverlo,
invece si è rivoltato contro di me".
Evitate di falsificare i dati, ne andrà tutto a vostro vantaggio, fate il meglio che potete, se vi saranno
valori sballati riportateli senza vergogna sul diario, l'importante è che voi abbiate fatto il possibile
per mantenere la glicemia stabile.
Consiglio:
1) Non falsificate i dati sulla glicemia, vi freghereste da soli.
Dal cuore dei genitori
Diabete tipo 1 e tipo 3 a confronto
Ma cosa vogliono mamma e papà dai propri figli? E i ragazzi diabetici dai genitori?
Sull'argomento è stato fatto un questionario i cui risultati sono molto interessanti.
I genitori desiderano più di tutto che il figlio segua la dieta correttamente, che si faccia le glicemie
con costanza e che non menta sui valori (ricordo che il 40% dei diabetici sembra lo faccia o lo abbia
fatto in passato); all'ultimo posto viene espresso il desiderio di smettere di farsi ricattare dalla figlia
o dal figlio a causa del suo diabete.
Il 90% dei genitori ritiene che la malattia abbia fatto maturare il ragazzo, un quinto degli intervistati
si sente troppo protettivo nei confronti del figlio e altrettanti lo trattano in maniera differente
rispetto i fratelli. Infine, secondo i genitori, nella quasi totalità dei casi il figlio non ha avuto
problemi sociali con i compagni.
I diabetici tipo 1 invece desidererebbero prima di tutto essere più ascoltati dai genitori, in secondo
luogo avere più libertà di gestirsi e infine vorrebbero che la malattia fosse studiata con più
attenzione in famiglia.
Il 68% dei ragazzi ritiene di essere trattato in maniera differente rispetto i fratelli a causa del
diabete, un quarto degli intervistati sfrutta la malattia per ricattare i famigliari, un terzo afferma di
avere avuto problemi relazionali perché malati. Secondo il 15% dei ragazzi i genitori sottovalutano
la loro capacità di gestirsi e nel 60% dei casi si percepisce che il diabete fa sentire più maturi
rispetto i propri coetanei.
In conclusione si può dire che, il dato più importante, è che i ragazzi vorrebbero essere più ascoltati
dei genitori mentre questi ultimi non si interessano tanto dei problemi psicologici dei figli, ma si
preoccupano soprattutto della capacità loro di gestione del diabete; i giovani diabetici percepiscono
di essere trattati in maniera differente dai genitori rispetto agli altri fratelli e, alcuni di loro,
utilizzano la malattia per ricattare i familiari, i quali a loro volta, vorrebbero evitare di essere
emotivamente ricattati dai loro figli a causa del diabete.
Consigli per i genitori:
1) Studiate di più il diabete se non ne sapete molto.
2) Ascoltate e parlate con i ragazzi il più possibile, non solo di diabete, ma ogni tanto anche di
quello, tenere un canale di dialogo sempre aperto, è molto utile.
3) Se vi sembra di essere troppo protettivi sforzatevi nel concedere un po' più di libertà ai ragazzi.
Consigli per i figli:
1) Seguite la dieta, oltre che per fare un piacere ai genitori, soprattutto per voi.
2) Curatevi con costanza e non mentite, gli errori possono succedere a tutti, non vergognatevene.
3) Non ricattate le persone con la scusa del diabete, insomma, un po' d’orgoglio!
Un altro punto di vista
Con questo scritto desidero farvi rivivere la storia che mi ha segnato la vita anche da un altro punto
di vista, quello di mia mamma. Le ho fatto fare un tema proprio per valutare la situazione
dall’esterno, dalla soggettiva dei diabetici tipo 3, dimostrando che il problema del diabetico si
riflette anche sui suoi cari. Le riflessioni e le emozioni che esprime le ritengo molto toccanti,
rendono l’idea di come si viva una simile situazione da parte di un genitore che non vede il figlio da
più di un mese e al momento di rincontrarlo fa una agghiacciante scoperta:
Il 2/9/2001 doveva essere una giornata di festa in casa, nel calendario appeso in cucina era scritto:
“Torna Davide”. Alla fine di Agosto, la fine delle vacanze, ci telefonammo. “Vieni a casa qualche
giorno prima, staremo insieme prima di tornare al lavoro” Subito disse di no, ma poi richiamò
accettando, il papà andò a prenderlo alla stazione: era molto dimagrito, tutto quel lavoro al quale
aveva voluto adattarsi per imparare il mestiere…Quando scese dall’auto con due pesantissime
bottiglie di vino che gli dovevano servire per festeggiare il ritorno a casa, fui felice che fosse
tornato, finalmente, ma guardandolo meglio vidi con sgomento che era veramente troppo magro.
Mangiava come un lupo e beveva, beveva e poi in bagno ed ancora bere, sete, tanta sete. Il giorno
successivo andammo dalla dottoressa, con Davide così magro e scavato, sofferente.
“Sembri uscito da un campo di concentramento” gli disse, secondo il suo parere aveva avuto un
periodo di disordini alimentari ma in qualche giorno con un’alimentazione corretta, a casa,
tornando alla vita di prima Davide si sarebbe ripreso. Comunque, per precauzione, prescrisse le
analisi. Il mattino dopo la visione che ho davanti gli occhi è quella di Davide disteso nel divano del
salotto, scheletrico, con la bottiglia di acqua sempre affianco, giorno e notte, tormentato dalla sete,
telefonai ancora alla dottoressa: “ Non può essere normale che si sia ridotto così “ ma lei replicò:
“ Cosa vuole che sia successo, bisogna dargli qualche giorno di tempo e si riprenderà “. A
mezzogiorno, però, fu lei a richiamarmi, “Hanno chiamato dal laboratorio di analisi, bisogna
portare subito Davide all’ospedale, i valori della glicemia sono altissimi, ci vuole una visita
urgente”.
Il dottore del reparto di diabetologia fece la sua diagnosi immediatamente e fu molto chiaro: si
trattava di diabete mellito di tipo 1. Fecero la prima iniezione d’insulina e procedettero subito a
ricovero. Il dottore ci spiegò di cosa si trattava, perché le malattie anche se ne senti parlare non le
puoi davvero conoscere se non quando ti capitano. Capimmo che la vita di Davide avrebbe subito
un cambiamento, perché con il diabete bisogna conviverci.
Io non riuscivo a trattenere le lacrime di fronte ad una realtà tanto dura: Davide invece accettò con
grande prova di coraggio, reagendo nel migliore dei modi dimostrando una grande forza d’animo
ed una notevole maturità, molto più di quello che avrebbero potuto fare tanti adulti.
Ora sono trascorsi quattro mesi, ed il “diario” di tutte le misurazioni del tasso di glicemia è
sempre lì sul piano della cucina. Davide sa come deve comportarsi: è un obbligo che il destino gli
ha improvvisamente imposto ed il suo è un impegno quotidiano, deve svolgerlo nel migliore dei
modi per se stesso e per la propria vita. Io lo vedo molto bene, anche a scuola: i risultati sono
davvero ottimi e sono contenta per lui, spero che nel futuro possa realizzare quelli che saranno i
suoi progetti, se lo merita di sicuro.
Certo quando guardo le foto o ricordi passati mi viene spesso da pensare - questo è stato il…,
quando Davide stava bene - oppure quando penso a mia madre, che in tutta la vita ha sempre
temuto questa malattia…- se sapesse che è capitato davvero…a suo nipote!
Ma comunque sono tutti pensieri e nulla più, solo la realtà conta ed è questa, bisogna affrontarla
giorno per giorno ed il protagonista è lui, Davide. Quel bambino che avevamo tanto desiderato e
poi amato quando nacque e cominciò a crescere con noi: il suo papà e la sua mamma. Tra un po’
di giorni, il 17/1/2002 avrà 18 anni e tra le sue speranze c’è anche quella che la scienza, in cui egli
crede, nel suo continuo progredire in medicina riesca a trovare soluzioni sempre migliori per lui e
per tutti coloro che devono affrontare la vita convivendo con questa malattia: il diabete. E tra le
mie, di speranze, c’è quella che Davide possa avere una vita felice.
Conclude così: “Anche se brontolo, qualsiasi cosa potessi fare per questo, la farei, così come ho
desiderato darti la vita “
Trascrivendola, come la prima volta che l’ho letta, mi sono commosso, tocca il profondo dell’anima
e la gratifica. E’ stupendo avere una famiglia così. Sono contento di aver fatto in modo di ridurre al
minimo i problemi evitando così di caricare il peso sulle spalle dei miei genitori, come sono grato a
loro per aver accettato la situazione nel migliore dei modi, lasciandomi sempre molta autonomia e
la possibilità di perseguire i miei obiettivi senza intralciarmi.
Due interviste alle mamme
Ora passiamo a parlare di loro, i diabetici di tipo 3, i genitori. Per mamma e papà avere un figlio
diabetico può comportare una serie di difficoltà che purtroppo complicano loro la vita aumentando
le già innumerevoli incombenze che sono richieste per accudire un figlio sano. Come vedremo tra
breve i problemi non maturano tanto in casa, dove il diabete diventa, o dovrebbe diventare, uno stile
di vita, ma piuttosto tra i banchi di scuola, dove dilaga un'ignoranza che spesso porta a far credere le
persone di stare a trattare con bambini handicappati o comunque diversi. La gente tende a lavarsene
le mani e a scaricare le responsabilità verso gli altri.
Purtroppo la fortuna qui fa la parte del leone, infatti, se un bambino trova i docenti giusti può vivere
serenamente la vita scolastica, altrimenti tutto si complica, sia per lui che per la sua famiglia. E'
importante in ogni caso che i genitori non intimoriscano gli insegnanti, la situazione deve essere
spiegata con chiarezza senza essere estremizzata. Anche coinvolgere i famigliari degli altri
compagni con cui si ha maggior confidenza si è dimostrato utile. Questi, venuti a conoscenza della
situazione, possono parlarne al figlio spiegando perché un suo compagno non deve mangiare troppi
dolci o deve uscire dall'aula più spesso degli altri.
La mamma di E.
La prima intervista è stata fatta ad una mamma con il figlio di otto anni e diabetico da due. E. non
sa ancora farsi l'insulina, però è già autosufficiente per quanto riguarda gli sticks. Per permettergli
di mangiare in mensa la mamma una volta alla settimana va a scuola e si occupa di fargli la puntura.
Giustamente si è subito preoccupata di informare le maestre del fatto che E. ha il diabete, come lei
stessa racconta: "Ho chiesto una riunione con tutte le insegnanti della classe, poi ho portato loro
dei fascicoli nei quali è specificato cosa sia un’iperglicemia o un’ipoglicemia, perché avvengono e
cosa fare in caso di bisogno".
Le insegnanti nel caso di E. si sono dimostrate comprensive anche se, comunque, in caso di
necessità più che intervenire direttamente hanno preferito chiamare d'urgenza la mamma, anche per
contrastare una semplice ipoglicemia.
La mamma di E. tiene sempre informate le maestre di eventuali periodi neri del figlio e c'è sempre
un frequente dialogo tra le due parti per scambiarsi informazioni. Per quanto riguarda le gite e le
visite d’istruzione, per ora non ci sono state difficoltà come raccontala mamma: "Gli hanno solo
scritto su un cartellino di riconoscimento che è diabetico e mi hanno chiesto se mi andava bene. Io
ho acconsentito, ad E. non ha dato fastidio portarlo anche se a me questo sembra un po' strano!
Non è un po' come etichettarlo?".
Non posso che concordare, girare con un cartellino con scritto "Diabetico" non è il massimo, è
anche vero però che per un bambino di otto anni forse è meglio così per evitare complicanze in caso
di emergenza.
Chiaramente le situazioni in cui potreste trovarvi potrebbero essere meno rassicuranti di questa,
anche la mamma di E., lo conferma dicendo: "Io forse sono stata più fortunata rispetto ad altre
mamme di bambini diabetici, perché ho sentito altre storie in cui i genitori hanno dovuto far
cambiare scuola al piccolo perché gli insegnanti non se la sentivano di seguirlo finché faceva
l'iniezione, e quindi non hanno ricevuto alcun tipo di aiuto".
Non si po’ sapere come reagiranno le persone venendo a conoscenza che vostro figlio è diabetico,
ognuno ha una propria sensibilità interiore. Se trovate gli individui sbagliati cercate un modo per
non farli stare con il piccolo, mancando di tatto potrebbero sconvolgere l'equilibrio del bimbo senza
accorgersene.
Consigli:
1) Informate le insegnanti spiegando, prima di tutto la reale situazione, evitando di spaventarle
mettendole di fronte ad una realtà più complicata di quanto non sia veramente.
2) Se dimostra di essere autonomo mandate in gita il ragazzo, seppur prendendo le dovute
precauzioni.
La mamma di V.
La seconda intervista, infatti, è stata fatta ad una mamma che purtroppo deve continuamente far
fronte a numerose problematiche causate dall’atteggiamento della scuola, la quale, si è dimostrata
restia a contribuire al sostegno della figlia per una questione di responsabilità.
La mamma di V. ha vissuto una realtà molto più dura della precedente, nella quale ha trovato
persone indifferenti intimorite dalla possibilità che potessero essere ritenute responsabili di un
qualsiasi incidente.
Anche lei si è preoccupata subito di informare gli insegnanti della situazione, per precauzione però
le hanno fatto portare un documento allo scopo di declinare la scuola da qualsiasi responsabilità.
V. dal canto suo si sente un po' a disagio in alcune situazioni, ecco cosa dice la madre: "Le dà
fastidio quando, ogni volta che deve farsi la puntura, tutti le vanno intorno chiedendole se le fa
male". Chiaramente i compagni non capiscono che è inopportuno disturbarla, ma almeno la maestra
in questi frangenti dovrebbe intervenire lasciando alla piccola la possibilità di curarsi.
All'inizio con le maestre sembrava filare tutto a meraviglia, poi però ne sono arrivate due di nuove,
le quali si sono dimostrate subito inadatte a stare con la bambina.
"Signora, venga a prendersela, se la porti a casa che non voglio avere problemi" questo è stato il
dialogo della telefonata con la quale le maestre avvertirono la madre del sorgere di un’ipoglicemia,
e sottolineo “sorgere”.
"Le insegnanti di quest'anno sono molto preoccupate, ma più per se stesse che per mia figlia, e
poco disponibili". Questo è stato l'amaro commento della mamma. Nessuno pretende che le maestre
stiano sempre con la bambina, pronte a fare quello che non le compete, ma alla madre non resta che
affermare: "V. è una bambina che ha bisogno di un appoggio morale, è assurdo secondo me
mandarla in un'altra classe da sola per farsi lo stick, non è una cosa vergognosa e nemmeno
contagiosa. V. non è diabetica da molto tempo e avrebbe bisogno di essere un po' seguita, di avere
un appoggio psicologico oltre che morale".
In un'altra scuola è anche successo che una bambina in ipoglicemia grave fosse stata fatta uscire da
sola dalla classe, quando l'hanno trovata, stava già per perdere conoscenza, ma se non fosse arrivato
nessuno?
Cercate di istruire nel migliore dei modi il bambino affinché se la cavi da solo, contare troppo su un
appoggio esterno potrebbe rivelarsi pericoloso. Non date per scontato che ci sia sempre qualcuno
presente, cautelatevi per evitare il peggio.
Preparatevi a tutto perché potreste trovarvi ad avere davanti persone che vi costringeranno a trarre
le tristi conclusioni della mamma di V.: "E' stato proprio un lavarsi le mani da ogni responsabilità;
erano tutti preoccupati solo del fatto che non succedesse niente di cui potessero essere accusati.
Per non parlare dell'aspetto psicologico, l'aiuto morale nei confronti della bambina, il
preoccuparsi di come lei vive la situazione… a tutto questo non è stato dato alcun valore o
rilevanza. La scuola voleva essere salvaguardata da qualsiasi spiacevole situazione potesse
verificarsi, senza curarsi minimamente di come V. viva il problema… bisogna curare un po' di più
l'aspetto umano, cercando di unire di più la classe, i bambini".
Ad esempio, in questa intervista è emerso che è molto più problematico partecipare alle gite rispetto
al caso precedente, la mamma viene obbligata dalla scuola a parteciparvi, altrimenti V. resta a casa.
Questo accade addirittura nelle uscite di mezza giornata, tenendo presente che V. è in grado sia di
farsi l'insulina che lo stick oltre che a regolarsi un minimo anche nell'alimentazione tutto ciò sembra
eccessivo.
Consigli:
1) Istruite il bambino il meglio possibile affinché possa essere indipendente.
2) Non contate su un appoggio esterno certo, se arriva meglio, ma non datelo per scontato.
Quando i bambini superano gli adulti
I bambini, nella loro semplicità e spensieratezza in genere non hanno grossi problemi ad accettare il
diabete, l’importante è che in famiglia non si instauri un clima di tensione che condizioni il loro
modo di vedere la situazione. Mentre scrivevo le ultime pagine del libro ho avuto modo di
conoscere la non ancora dottoressa Michela Pasin, una simpatica ragazza che mi ha aiutato a capire
meglio cosa accade tra i genitori e il loro figlio diabetico, con età compresa tra i sette e i dieci anni,
una volta messi di fronte alla nuova problematica verità. Dopo aver lavorato per oltre un anno sulla
tesi di laurea mi ha fornito il suo interessante resoconto, relativo soprattutto al rapporto tra famiglia,
scuola e diabete.
Nella mia ricerca di laurea lo scopo era quello di indagare quali fossero gli atteggiamenti, i
sentimenti e i comportamenti degli insegnanti relativamente alla presenza nella loro classe di un
bambino diabetico. Contemporaneamente ho potuto anche farmi un'idea di come i bimbi stessi e i
rispettivi genitori vivessero la malattia. Per farlo mi sono servita di un questionario somministrato
nella classe dei vari bambini, in modo da capire come i compagni percepivano la presenza a scuola
di un compagno diabetico, oltre che di un'intervista fatta alle insegnanti e ai genitori interessati.
Cosa è emerso? Per quel che riguarda i compagni di classe posso dire che in questa fascia d'età
non ho riscontrato particolari problemi, nel senso che i bambini si dimostrano abbastanza solidali
e comprensivi verso il compagno diabetico, si preoccupano per lui, a meno che qualcuno,
insegnante o genitore che sia, non manifesti dei comportamenti o pronunci delle parole tali da
influenzarli negativamente nei loro atteggiamenti. Per esempio, se un insegnante tende, in modo
implicito o esplicito, ad emarginare un bimbo a causa della sua malattia, probabilmente anche gli
stessi compagni di classe saranno portati con maggior facilità ad emarginare a loro volta il
compagno "diverso", facendogli così pesare la sua condizione.
Il bambino diabetico come vive la sua condizione? Dipende da come la famiglia ha accettato o
meno la malattia, da come la vive. Il piccolo, rispetto all'adolescente, è portato ad accettare più di
buon grado "l'arrivo del diabete" proprio perché stiamo parlando di due età evolutive
completamente diverse, con problematiche differenti e con vissuti emotivi fortemente distinti.
Certamente il bambino può soffrire per le eccessive rinunce alimentari o per i continui controlli a
cui deve sottoporsi giornalmente, per le iniezioni, ma tutto, ripeto, può essere facilmente superato
grazie all'aiuto dei sanitari e dell'importantissimo sostegno della famiglia.
Io, nella mia esperienza, ho potuto vedere sostanzialmente due tipi di famiglie: i primo tipo di
famiglia è quella che, dopo l'iniziale e sconvolgente impatto con la malattia, riesce quasi da subito
ad accettare la nuova condizione del figlio e a capire che è necessario imparare a convivere
serenamente con il diabete, perché non si può fare altrimenti. Ho incontrato genitori molto
ottimisti, positivi, che aiutano il figlio a rendersi sempre più autonomo nella gestione del proprio
disturbo, che lo sostengono moralmente e lo sollecitano a partecipare ai campi scuola organizzati
dalle Associazioni per i bambini diabetici.
All'opposto o trovato genitori che, a distanza di qualche anno dalla diagnosi di diabete, ancora si
preoccupano in modo eccessivo del presente e del futuro del figlio, che vedono il diabete come
qualcosa di troppo grande, d'insormontabile, che limita e ostacola. Ma se sono loro i primi a
vedere la malattia come un muro, come un vincolo, che percezione avrà il loro figlio del diabete?!
Sicuramente non positiva; ho visto bambini che quasi si vergognavano di essere diabetici, al
contrario, molti dei figli di genitori sereni e ottimisti, desideravano far conoscere il diabete agli
altri e quasi si vantavano con orgoglio di essere in grado di farsi lo stick e l'insulina.
Alcune mamme mi sembravano ancora troppo protettive nei confronti del figlio, spaventate tanto
da trasmettere le loro ansie e paure anche alle insegnanti del piccolo. Dalla mia ricerca infatti, è
emersa, in alcuni casi, una certa corrispondenza tra suggerimento della mamma e atteggiamento
dell'insegnante (se la mamma parla del diabete con eccessiva e a volte ingiustificata
preoccupazione, anche la maestra percepirà il diabete come qualcosa di pericoloso, a cui bisogna
stare molto attenti; in altri casi, invece, sembra essere proprio l'insegnante a tranquillizzare la
mamma, sollecitando magari la signora ad allentare la tensione e lasciare che il figlio andasse in
gita da solo.
Per quel che riguarda le insegnanti non ho trovato grosse difficoltà (tenendo comunque conto che il
campione da me esaminato era ristretto a dieci soggetti). Solo in un paio di casi ho riscontrato una
scarsa conoscenza della malattia e un po' di "menefreghismo" nei confronti di quel bambino. C'è
purtroppo che cerca di nascondere il problema evitando di raccontare alla classe che il loro
compagno ha il diabete, comportamento che ritengo poco corretto, soprattutto se i genitori non
avevano manifestato opposizioni nello spiegare la cosa alla classe.
Vorrei aggiungere un'altra cosa: a volte, con alcune mamme, ho avuto la sensazione che si
sentissero sole nell'affrontare una situazione che indubbiamente non è facile ma, comunque,
nemmeno insormontabile. Ho notato che le mamme che partecipavano attivamente agli incontri
organizzati delle associazioni per diabetici, in cui hanno la possibilità di incontrarsi con altri
genitori che vivono la loro stessa situazione o di ascoltare spiegazioni di esperti si dimostrano più
serene rispetto ad altre, potendo condividere il loro problema con chi le può capire. La possibilità
di scambiarsi opinioni, idee, esperienze, dal mio punto di vista è indispensabile, come lo è il
sostegno psicologico che i medici e le Associazioni possono dare con il loro operato. In questo
modo si aiuta i genitori a "digerire" la malattia del figlio, oltre che istruire entrambi sulle
necessarie regole da rispettare per meglio gestire la malattia. Solo in questo modo il bambino,
trovando l'ambiente giusto in cui crescere con il suo diabete, potrà essere in grado di affrontare la
malattia con serenità avendo una solida famiglia alle spalle che lo sostiene.
Secondo la mia opinione, il genitore venuto a conoscenza della malattia del figlio, deve essere
sostenuto fin da subito da persone preparate che sappiano trasmettere una visione della malattia in
positivo. Il genitore stesso si sforzi di reagire allo shock pensando che il bambino si accorge subito
se i suoi genitori non si comportano come usano fare abitualmente, se sono ansiosi, timorosi
oppure eccedono in attenzioni. Il bambino vede che il controllo dei genitori sulla sua persona è
notevolmente aumentato e questo gli crea disagio, ma al tempo stesso scopre che il padre e la
madre sono anche più dominabili ed esaudiscono ogni suo desiderio. Così facendo i genitori non si
accorgono che vanno a perdere quell'immagine di preminenza che avevano nei confronti del figlio.
E' indubbio che i genitori facciano questo spinti dall'amore, ma ricordiamo che l'amore non deve
rendere ciechi e sordi a certe esigenze educative. Spesso anche l'ansia e l'angoscia dei genitori
vengono afferrate immediatamente dal bambino: è sufficiente una parola "sbagliata", l'espressione
sofferta del volto della madre, l'attenzione affettiva preoccupata del padre a turbare il bambino che
avverte un'atmosfera emozionale carica d'inquietudine. E' questo che vogliamo trasmettere ai
nostri figli? Il bambino con diabete ha certamente di attenzioni particolari e assidue, ma queste
non devono mai sconfinare in atteggiamenti educativi negativi; i genitori devono in ogni modo
sostenere moralmente e psicologicamente il figlio senza opprimerlo (e qui mi riferisco soprattutto
alle età più avanzate della pre adolescenza e adolescenza, che sono già di per sé problematiche) e
comunque aiutandolo a costruire un immagine di sé positiva, di un bambino, o un ragazzo con il
diabete (quel famoso disturbo aggiungo io), e non quella di "diabetico" focalizzandosi così solo
sulla condizione di diabete tralasciando il fatto che, prima di ogni altra cosa, quel soggetto è un
bambino, un ragazzo, una persona con molte altre caratteristiche, tra le quali c'è anche, ma non
solo, il diabete. Per questo devono responsabilizzare il figlio a convivere con la propria malattia
seguendo le regole che ci sono da seguire, ma senza essere troppo opprimenti o ferrei nel far
rispettare quelle regole, onde evitare di far odiare al figlio la malattia. Il bambino non deve vedere
il diabete come una limitazione, come qualcosa che lo differenzia in modo eccessivo dagli altri. E' il
genitore per primo non dovrebbe vedere il proprio figlio come un "diverso"!
Il messaggio è chiaro, voi genitori, se riuscirete a trasmettere ottimismo e gioia, avrete altissime
probabilità di vedere scaturire da vostro figlio un'irrefrenabile voglia di fare. "Il bambino diabetico
come vive la sua condizione? Dipende da come la famiglia ha accettato o meno la malattia, da
come la vive."
Fissate questa frase, il bambino, soprattutto se particolarmente giovane, filtra ogni vostra
espressione e ne trae una conclusione che può essere positiva o negativa, sta anche a voi il compito
di semplificare tutto. Non siate così certi nell'affermare che il bimbo ha bisogno di aiuto, potreste
scoprire che sarà lui ad aiutare voi!
Altro punto estremamente importante è quello riferito agli incontri con altri genitori, apritevi verso
chi vi può capire ed aiutare, non potrete che trarne un enorme beneficio, e ciò che fa bene a voi sarà
sicuramente un bene per vostro figlio.
In conclusione vi riporto una frase presa direttamente dalla tesi, consiglio questo tanto scontato
quanto poco seguito:
"I genitori dovranno, dunque, aderire alle esigenze della cura e dei controlli con naturalezza e
serenità, senza lasciare che il figlio utilizzi il diabete per ottenere privilegi o vincere capricci e, nel
contempo, offrirgli tutto l'affetto e l'aiuto possibile. Bisogna che il bambino diabetico sia trattato
come un figlio normale, per la semplice ragione che lo è".
Consigli:
1) Mantenete o instaurate un clima familiare il più sereno possibile, vivere in un ambiente calmo
e positivo aiuterà vostro figlio a gestire meglio la malattia a livello psicologico.
2) Cercate di responsabilizzare il piccolo nella gestione del proprio diabete, mantenete però un
occhio vigile controllando di tanto in tanto i valori, è possibile che il bimbo vada in contro ad
errori di valutazione che vanno corretti.
3) Fatelo partecipare ad incontri tra diabetici oppure a campi scuola, sentirsi circondato di persone
che lo capiscono e con cui si può sfogare lo aiuterà sicuramente.
4) Partecipate anche voi ad incontri volti ad aiutare i genitori, potrebbero servir più a voi che a
vostro figlio!
6) L’ultimo passo prima di finire
Veni, Vidi, Vici
Il vostro stile di vita deve essere spronato alla vittoria, al raggiungimento dei vostri obiettivi; che
vogliate una glicemia equilibrata, un conto corrente a nove cifre, o lottare contro il lavoro minorile e
la fame nel mondo, la vittoria deve divenire uno stile di vita, non basta partecipare, non si sfamano i
bambini se non ci si muove con la convinzione che li farete mangiare.
Lo spirito che intendo trasmettervi potete forse meglio comprenderlo leggendo quanto disse Jody
Scheckter campione del mondo nel 1979 con la scuderia del cavallino rampante:
“Per Ferrari la vittoria è un modo di essere, di vivere, insomma, la filosofia della Casa
indipendentemente dal denaro dello sponsor… Ferrari in pista non ci va per fare atto di presenza,
ma per vincere”.
Chiaro il messaggio?
Ora, se tutto è andato come deve, dovreste essere carichi e pronti a trionfare nella battaglia della
vita. La vostra psiche, per ciò che riguarda l'azione, dovrebbe essere armata e corazzata per
affrontare al meglio le avversità. Dentro di voi deve esserci un uragano scatenato, i vostri obiettivi
devono sembrare tutti raggiungibili, anche i più utopistici, infine dovete sentirvi in grado di
spazzare via ogni problema vi si presenti senza farvi schiacciare dal suo peso, rimanendo sempre
affiancati al vostro alleato, il diabete.
Allo stesso tempo, oltre all'azione, dovrebbe essersi sviluppato dentro di voi il carburante che vi
permette di arrivare alla battaglia e proseguire dopo la vittoria, fatto di amore, umorismo, ottimismo
e una pazzesca voglia di vivere. Se così non fosse, cercate altri libri che vi possano aiutare, non
andate dal nemico disarmati.
Una volta chiuso questo libro continuate la vostra istruzione, aumentate la resistenza della vostra
psiche leggendo testi che ne parlano, oppure seguendo corsi appositi che possano farvi diventare più
duri da sconfiggere.
Proseguite il vostro cammino, incontrato un problema evitatelo, raggiratelo o abbattetelo,
continuando poi il sentiero della vita sulla cresta dell'onda, il diabete non sarà altro che uno stimolo
per il successo!.
Un esercizio finale prima di salutarci
Siamo ormai giunti al termine ma manca ancora da compiere un piccolo sforzo finale che è bene
facciate prima di rimettere tra i suoi simili questo libro. Qui di seguito ho trascritto quelle che
ritengo essere le frasi topiche e i concetti più importanti che ho cercato di esporvi, fatevi una copia
di quest’ultima parte e avrete sempre con voi lo scheletro portante di quello che avete letto finora.
Lo sapete che, una volta finita una lettura, si ricorda qualcosa come il 4-5% di quanto letto? Ed è
vero che, finito un libro, se lo ricominciate subito dopo, la prima pagina appare strana, come se
fosse qualcosa di estremamente vecchio. Nelle prossime righe troverete il concentrato che
comprende quella piccola ma significativa percentuale che è bene sempre ricordare e rileggere con
cadenze regolari. E’ impressionate notare con quale rapidità il nostro cervello assimili certi concetti
e poi li dimentichi nel breve termine.
Mettetevi una copia di questo estratto di libro sul comodino e, di tanto in tanto, rinfrescate la
memoria. Riuscirete così ad applicare meglio i concetti se li terrete vividi rileggendoli
frequentemente. Potete anche conservarlo per aiutarvi nei momenti difficili, magari affiancandolo al
quaderno che dovreste già aver cominciato a scrivere (la vostra aspirina psichica).
Detto ciò vi saluto, spero che ora possiate vivere più serenamente i vostri problemi, non
scoraggiatevi mai, fuori la grinta!
Citazioni:
Aspettare che le cose siano avvenute è un lusso che pochi di noi possono permettersi, perché a quel
momento sarà troppo tardi e il momento delle opportunità sarà già passato
Ignoto
L’impossibile lasciatelo a Dio, voi datevi da fare con il possibile.
Ignoto
Nessuno fa errore più grande di chi non fa niente perché ha paura di far poco.
Ignoto
E’ inutile preoccuparsi per un problema che non si può risolvere, com’è inutile preoccuparsi per un
problema che si può risolvere, sarebbe solo tempo perso.
Dalai-lama
Pensate a ciò che dovete fare come qualcosa di facile. Probabilmente lo diventerà.
Maxwell Maltz
E' bene dare quando ci chiedono, ma meglio e' comprendere e dare quando niente ci viene chiesto
Ignoto
Nella vita non ci sono situazioni disperate, ci sono soltanto uomini che hanno perso ogni speranza
di risolverle.
Clara Booth Luce
Essere riusciti in tutto significa avere terminato il proprio compito sulla terra, come il ragno
maschio che viene ucciso dalla femmina nel momento in cui ha successo nel proprio
corteggiamento. Io sono per uno stato di continuo divenire, con un obiettivo di fronte e non dietro di
me.
Anonimo
L’ira non manca mai di ragioni, ma raramente ne ha una buona.
Marchese di Halifax
La giornata più sprecata è quella trascorsa senza ridere.
Anonimo
Date vita agli anni e anni alla vita!
Ignoto
Nessuno può farvi sentire inferiori senza il vostro consenso
Eleanor Roosevelt
A gioco lungo, quello che sembra un limite diventa un trampolino di lancio verso la vita.
Ivonne
Concetti:
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Leggete impostando la mente in modalità "attiva", fate quello che ritenete sia importante fare,
non dedicate tempo alla lettura tanto per passare il tempo.
Partite dall’idea che voi siete la migliore cosa che avete e quindi dovete alimentare la stima che
avete in voi stessi prima di iniziare a combattere i problemi dovete equipaggiarvi con un buon
arsenale di stima e sicurezza verso voi stessi altrimenti sarebbe come andare in guerra armati ma
senza caricatori
Cominciate a scrivere su un diario i vostri successi, in qualsiasi campo, poi utilizzatelo per
aiutarvi nei momenti difficili, allegateci pure qualche libro o film comico, ridere nei momenti
neri vi solleverà il morale. Private anche a dare un voto e descrivere le sensazioni più importanti
di una giornata e dopo alcuni giorni rileggete il tutto, vi renderete conto che molte
preoccupazioni erano infondate.
Ridete! Stramazzate a terra dalle risate una volta al giorno, vi sentirete subito leggeri e sereni.
Andate alla ricerca di altri libri che trattano argomenti come l’amore, l’ottimismo o descrivono
stili di vita sereni.
Fatevi aiutare se sentite che il problema è troppo grande per voi, non fate gli orgogliosi
pensando che chiedere aiuto sia poco nobile. Applicate la tecnica giapponese “Shusa” “Definire
un obiettivo e scegliere le persone adatte per costruire un team di lavoro intorno ad esso”
Cominciate concretamente a lavorare per migliorare (dovreste già aver iniziato dopo aver letto
la prima pagina), non fermatevi e continuate a progredire.
Applicate tre semplici regole: 1) Affronta la realtà com’è, non com’era o come ti piacerebbe che
fosse. 2) Cambia prima d’esservi costretto. 3) Controlla il tuo stesso destino o qualcun altro lo
farà per te
Trovate nuovi interessi da seguire, fate nuove esperienze, tenetevi occupati così da non avere
sempre il pensiero del diabete che vi annebbia la mente.
Provate a dedicare del tempo alla meditazione e a scoprire l’effetto placebo, seguite magari
qualche corso dove potrete affinare la tecnica e sfruttare al meglio i poteri nascosti dentro di voi.
Se qualche vostro conoscente o parente vi sembra strano e abbattuto cercate di aiutarlo, offrite il
vostro aiuto dicendoglielo chiaramente e non per sottinteso.
Usate la semplicità per trattare con i bambini, fate diventare il nuovo stile di vita una sorta di
gioco con tanto di regole e premi, provate ad applicare la “token Economy”. Fate in modo che
restino sempre puri, sereni e colmi d’amore com’è nel loro istinto essere.
Scambiate pareri con altre persone diabetiche, scoprirete ogni volta qualcosa di nuovo che
potrebbe tornarvi utile.
Non preoccupatevi se l’inizio si presenta burrascoso, sapete che “Aller anfang ist schwer”
giusto? Quindi forza e coraggio.
Estendete la vostra “zona del possibile” senza porvi dei limiti, essi, se ci sono, si presenteranno
da soli, non c’è motivo che li impostiate voi. Alzate la mira al cielo e puntate una nuvola, così
sarete certi di salire in ogni caso anche se farete metà strada.
Non dilatate i problemi nella vostra mente, valutateli attentamente, scoprirete spesso che non
sono così insuperabili.
-
-
Non pensate troppo, rischiate di perdervi in un bicchiere d’acqua, mettete un pizzico di
impulsività in ciò che fate e rendetevi conto che non sempre la questione è di vita o di morte e
un eventuale fallimento non farà che farvi rimanere nella stessa condizione di prima.
Siate sempre positivi, pieni d’amore e ottimisti ma non estremizzate vivendo come immersi
nella magia di una fiaba dove tutto è “rose e fiori”, affrontate i problemi perché ci sono.
Giocate d'azzardo, acquistate una determinata abilità mentre siete sotto pressione e
successivamente fartene pratica, imparate a reagire alle crisi con un atteggiamento aggressivo
tenendo sempre presente l'obiettivo prefisso e imparare a valutare le situazioni critiche nel loro
vero aspetto, non bisogna fare di un granello una montagna ma neanche reagire ad ogni piccola
sfida come se fosse una questione di vita o di morte.
State "in scia" al vostro obiettivo, non mollatelo se non per salvaguardare la vostra salute, non
fermatevi cercando scuse inutili.
Visto che siete obbligati a mantenere un nuovo stile di vita, almeno fatelo bene, non ha senso
rovinarsi, la posta in gioco la si può perdere una sola volta.
Ricordatevi che anche essendo diabetici le limitazioni alla vostra vita sono poche, viaggiate, fate
sport, mangiate e fate sesso, con un occhio di riguardo ma non trattenetevi se non c’è un motivo
serio e certo.
Tenetevi sempre aggiornati sugli sviluppi tecnologici e approfondite le vostre conoscenze nel
campo alimentare, ricordate che sapere è potere.
Indice:
Prefazione
Introduzione
- Vi voglio attivi!
1) L'esordio
- Il punto di vista scientifico
- L'insulina
- La mia storia
- Un inizio difficile
2) Le basi per riprendere la vita in modo migliore
Voi siete la migliore cosa che avete
- Mamme e papà, fate un sorriso
- Adolescenza, l'età dei cambiamenti
- Non ce la faccio
- Chi ben comincia è a metà dell'opera
- L'importanza di coltivare nuovi interessi
- Scoprite i vostri poteri
- L'aspirina psichica
- Il riso fa buon sangue
- Un aiuto fa sempre bene
- E' solo un gioco
- Un macabro replay
- Un medico per amico
- Alzate la mira al cielo
- Gamble!
- Tenete sempre in vista l'obiettivo
- Se proprio devi farlo, fallo bene
- Evitate di ingigantire i problemi
- Non pensate troppo
- Non siete in una fiaba!
3) Il diabete nelle varie situazioni di vita
- L'importanza dell'autogestione
- Diabete e ignoranza
- Diabete e alimentazione
- Diabete, fumo e alcool
- Diabete e scuola
- Diabete e lavoro
- Diabete e sport
- Diabete e sesso
- Diabete e viaggi
- Diabete e malattie
- Diabete e depressione
4) Le nozioni base dei principi nutritivi
- Acqua
- Vitamine e Sali minerali
- Glucidi
- Proteine
- Grassi
5) Testimonianze e consigli
- Diabete e pensiero efficace
- Dal cuore dei giovani
- Dal cuore dei genitori
6) L'ultimo passo prima di finire
- Veni Vidi Vici
- Un ultimo esercizio prima di salutarci
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vivere e vincere con il diabete - Associazione Diabetici Alto Vicentino