DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww & il pentagramma De ignavia pedagogiae musica An 0 no 201 VI • o i a n. 43 • br Mercoledì, 24 feb di Patrizia Venucci Merdžo Gentilissimi, nel quadro dell’offerta teatrale indirizzata ai giovani(ssimi), il TNC “Ivan de Zajc” ha proposto l’allestimento de “La bella e la bestia”, favola “trash” che si avvale delle “trash” songs della “kavanska pjesnikinja” Jelena J-Zlo Tondini – come si autodefinisce la medesima -, con la regia di Vito Taufer, in una “decostruzione attualizzata” della celebre favola di Jeanne – Marie Le Prince de Beaumont. Di fatto, una specie di cronaca poco originale dei mali odierni (corruzione, tycoon, violenza, connivenza tra crimine e uomini di legge, bassezze quotidiane) - condita con rap, hip-hop, “cajke”, heavy metal, parolacce; uno spettacolo che, come ha fatto notare un critico, “non offre una terapia, non offre una soluzione, non induce alla riflessione... privo di un atteggiamento critico di fronte ai mali in questione, i quali, al contrario, si trasformano presso i giovani in motivo di frequentazione del teatro”. Insomma, siamo alle solite; con l’aggravante che la detta “favola trash”, cioè, favola spazzatura-scovazzon-pattume, o che dir si voglia, viene rifilata ai giovanissimi, con consolidanti effetti diseducativi. Proprio di quello di cui abbiamo bisogno! (A quanto pare, nel corso dello spettacolo, i ragazzini reagivano unicamente alle parolacce, con applausi e risate, mentre non dimostravano alcuna reazione nei punti con contenuti più positivi). Altra aggravante; la detta favola-spazzatura non viene propinata ai nostri ragazzi da un qualche teatro alternativo, o giovanile, o amatoriale, ma nientepopodimeno che dalla “colonna” della cultura cittadina, dal nostro beneamato e storico Teatro Nazionale “Ivan de Zajc” (ultimamente ente specializzato nella promozione del “trash”, pardon delle “nuove poetiche”. Vuoi vedere che tra non molto i “pupi” prenderanno la discoteca per teatro e viceversa?) Ora - a parte i contenuti piuttosto sociologici che formativi -, la domanda è la seguente: in base a quali criteri il “trash”, la spazzatura, avrebbe diritto di cittadinanza in un ente teatrale nazionale? E ancora; se la sottocultura della strada, se le “kavanske pjesnikinjestudentesse” & company entrano di diritto a teatro, l’Arte dove la mettiamo? In strada? Il valore in quanto tale rappresenta ancora un criterio o no? A quali funzioni sociali, culturali, pedagogiche risponde questa “Bella e la bestia”? Vediamo invece cosa prevedono i programmi per ragazzi di altri enti teatrali a noi vicini. Il Verdi di Trieste offre il progetto “Opera domani“, percorso didattico per gli insegnanti (riconosciuto dal Ministero della Pubblica istruzione) che comprende una serie di attività laboratoriali per i ragazzi preparandoli in questo modo alla visione di uno spettacolo d’opera; quest’anno la scelta è caduta su “Hansel e Gretel“ di Engelbert Humperdinck – esponente del tardo-romanticismo tedesco - su libretto di Adelheid Wette. La caratteristica principale di “Opera domani“ sta nella partecipazione attiva alla rappresentazione da parte di bambini e ragazzi che durante lo spettacolo intervengono cantando dalla platea alcune pagine dell’opera eseguendo semplici movimenti, appositamente scelti e appresi precedentemente. Il progetto che coinvolge ogni anno circa 60.000 ragazzi e 2500 insegnanti di tutta Italia è inserito nel network europeo R.E.S.E.O. (Réseau Européen des Services Éducatifs des maisons d’Opéra), un’associazione che riunisce i progetti educativi dei teatri d’opera d’Europa. I ragazzi delle scuole primarie e secondarie hanno inol- tre la possibilità di assistere alla prova generale di alcuni concerti della Stagione Sinfonica o di alcuni spettacoli della Stagione Lirica e di Balletto, mentre gli studenti e gli insegnanti sono invitati a partecipare alle Prolusioni alle opere liriche, curate da importanti critici musicali che hanno luogo nel Ridotto del Teatro. La Staadtoper di Vienna ha allestito per i più piccoli, negli anni scorsi, tra l’altro, le mozartiane “Bastiano e Bastiana“ e “Così fan tutte“. Quest’anno è di scena “Pinocchio“. Il teatro viennese, sempre per i più piccoli, tiene scuola di canto (corale, solistico) e danza. Il tutto affidato alle mani esperte di musicisti, psicologhi, pedagoghi. Il Teatro Regio di Parma porta avanti ormai da anni “Imparalopera“, iniziativa pensata apposta per i frugoli, sempre con l’ausilio di laboratori che li introducono agli spettacoli lirici della stagione e che sono tenuti da specialisti di vari profili. Si potrebbe continuare con l’elenco, che sarebbe lunghissimo. S’ investe molto, all’estero, in programmi culturali tesi a tramandare alle nuove generazioni il senso e il gusto per la grande arte. Ritornando allo spettacolo fiumano - contemplato nel contesto di una tendenza che all’“Ivan de Zajc“ sta sempre più prendendo piede - non possiamo che constatare un’evidente ignavia educativa (è molto comodo fare l’occhiolino ai giovani per accattivarseli), una generale assenza di senso critico e un decadimento dei criteri nella scelta di un certo repertorio da parte dei vertici teatrali. Insomma, rispetto all’“Ape Maia” dell’anno scorso, un bel salto ...in basso. Trashpaidagogicamente Vostra 2 musica Mercoledì, 24 febbraio 2010 IL NOVECENTO È venuto a mancare il Maestro Fabio Vidali, personalità di spicco del Un percorso artistico e di vita s I l Maestro leggeva le sue dotte e particolareggiate analisi con voce modulata e colta sottolineando con cenni del capo e con piccoli, ma significativi gesti della mano tesi a sottolineare il senso del discorso, le “tesis“ e l’ “arsis“ del suo sottile ragionare. Unico contrappunto irriverente a tutta questo concentrato di cultura era la cravatta di seta “Valentino“ con una miriade di scatenati Micky Mouse e i doppi occhiali i quali, man mano che le alte elucubrazioni procedevano, scivolavano pian piano fin sull’estremita del naso in precario equilibrio. E’ questo uno dei flashback legati al Maestro Fabio Vidali che più mi sono rimasti impressi in rapporto alla sua pluriennale presenza nella veste di presidente della commissione per la Categoria Musica a “Istria Nobilissima“. Ora il Maestro non c’è più. E’ venuto a mancare nei giorni scorsi, si è spento in sordina nella sua natia Trieste in seguito ad un male che non perdona; ma la sua non comune personalità, il suo intenso, alto e poliedrico operare hanno scavato dei solchi che sono destinati a produrre frutto anche in futuro. intellettuale e morale, Fabio Vidali è stato uno dei protagonisti più pregnanti e significativi della musica giuliana. Animato da un profondo amore e attaccamento alla terra giuliana e istro-quarnerina da cui traeva le proprie origini (nell’elenco delle locali -famiglie “illustri” ma “estinte” - di Montona - ho avuto l’emozione di scoprire lontanissimi antenati, i “Vitali” o “Vidali”, fra i quali un celebrato cartografo “Simon Vidali, cadetto dei Dragoni e Pubblico Ingegnere”), Vidali ha sempre cercato, con incondizionata generosità e onestà, di promuovere e diffondere i compositori, i musicisti e il retaggio culturale e spirituale di queste latitudini. Nell’ambito del concorso d’arte e cultura “Istria Nobilissima“ il Maestro Vidali nel corso di quasi due decenni ha dato un contributo importante, oltre che a livello di giudizio critico pure nel senso dell’orientamento della sezione composizione. Riteneva infatti che fosse necessario plasmare la detta disciplina in maniera specifica, ossia a misura identitaria della realtà della CNI. A tale scopo aveva proposto delle norme atte a stimolare i nostri compositori a scrivere dei brani adatti alle formazioni strumentali e vocali presenti in seno alla CNI, o comunque in genere più facilmente reperibili, come pure ad attingere ai testi, alla letteratura, ai temi mu- L’importante contributo a “Istria Nobilissima” Compositore, musicologo, direttore d’orchestra, organizzatore della vita musicale, critico, conferenziere, giornalista, personaggio di grande integrità Il Maestro Vidali con la figlia Jasna, interprete del Concerto del Timavo per arpa e orchestra, a lei dedicato, in occasione della prima esecuzione triestina al Verdi, nel novembre 1989 Fabio Vidali a vent’anni Tutte le composizioni e gli scritti di Fabio Vidali OPERE TEATRALI: L’usignolo e l’imperatore, balletto da Andarsen (Trieste 1961); Il malpensante, mimodramma, testo di L. leonetti (Milano 1963); La Manna, 2a. su testo proprio (1974-Trieste 1976); La salamandra, balletto, testo di S. Dalla Porta Xidias (1978-Trieste 1979). PER ORCHESTRA: Concerto per chitarra e orchestra(1953); Concerto per trio, violino, pianoforte e orchestra, (1955); Concerto per pianoforte e orchestra. (1969); L’invenzione del Fuoco, suite in 9 parti per orchestra. (Bruxelles 1966); Tema e 15 variazioni per orchestra (1966-Trieste 1969); Tyrtaei Fragmina, 9 quadri per orchestra (1969-Trieste 1973), Concerto del Timavo, 3 tempi per arpa e orchestra (Salonico 1989). MUSICA STRUMENTALE: Sogno di un albero per violino, flauto e pianofortef. (1950); Tre canti a danza erzegovini per corno inglese, timpani, pianoforte e basso (1952); Miles Gloriosus, suite per clarinetto, corno, pianoforte e timpano (1953); Suite per chitarra (1954); Suite carsica per violino e pianoforte. (1955); Quintetto con pianoforte (1963); Suite per violino solo (1965); Circus Suite per cb. e pf. (1971); Cornuteide Suite per corno e pianoforte (1973); Honny soit qui mal pense, suite per oboe, clarinetto e fagotto fg. (1974), Sonata Notturna in 3 tempi per flauto, chitarra e pianoforte (Id.), Shalom’s variations per arpa sola ( 1988). MUSICA PER PIANOFORTE: Tramo,to; Rirmicbolero; I Sonata; Improvviso; Danze balcaniche; Larghetto; Trenodia; Berceuse; II Sonata; San Miniato, fantasia ; Sosta presso un fuoco, suite (1951); Epicedio (1952); III Sonata (1953); Bosna suita; Cinque bozzetti carsici (1962), Manna suite (1979); Variazioni Funebri; Ninna Nanna (1988). MUSICA DA CAMERA: Lesbo show, cantata su testo proprio per soprano, mezzosoprano e pianoforte (1971); Zapuščena da Presern, Lieder Album. MUSICHE CORALI: Esilio (1950); Gati su i copi (1960); L’abete (1989); Lauda della crocifissione (1949); Ave Maria (1951); Salmo 117; Canticum Baptismi. MUSICA DI SCENA: Vedova Scaltra; Antigone; Arlecchino servitore di due padroni; Dodicesima notte; Saltuzza; Processo a Gesù; Tre quarti di Luna. SCRITTI: Puccini (ediz. Est 1959); Adorno (ivi 1959); Radici e germogli della musica contemporanea (Torino 1960); I Quartetti di Schoenberg (Trieste 1964); Livio Moisé Luzzato (Trieste 1965); Petrassi (Trieste 69); Vlad (Ivi); Tartini, Smareglia e Dalla Piccola (Trieste 1972); La Musica a Trieste (Udine 1981). Da sinistra, Giulio Viozzi, Madga Olivero e Vidali sicali, alla pittura ecc. degli artisti del passato e del presente dell’Istria e del Quarnero, in modo da operare una sintesi e un consolidamento spirituale tra il ieri e l’oggi. La collaborazione con il nostro quotidiano I nostri lettori più affezionati sicuramente ricorderanno le tantissime critiche musicali di Vidali scritte per la nostra testata; acuta e severa interpretazione critica della realtà teatrale triestina, priva di qualsiasi edulcorazione o am- miccamento con questa o quell’altra tendenza o moda. Come non sarà sfuggito a quanti seguono il Supplemento musica il gran numero di articoli e saggi dedicati in primis ai musicisti di casa nostra, quali Andrea Antico da Montona, Luigi Dallapiccola, Antonio Smareglia, il tenore capodistriano Moraro (riportato agli onori della cronaca proprio da Vidali), i triestini Antonio Illersberg, Visnovitz, l’editore Carlo Schmidl. Si tratta di testi ricchi, stratificati, in cui s’intrecciano il dato inedito e la ricostruzione contestuale, la dottrina con la poesia, l’approccio originale e il tocco d’umanità e di humor, rivelando in Vidali lo studioso scrupolossimo, l’intransigente e appassionato ricercatore della verità (a costo di andare controcorrente e diventare scomodo), il letterato forbito e la persona di elevati sentimenti. Ramous, un grande del Novecento italiano Un anno fa gli inviai “Tutte le poesie“ di Ramous, tra l’altro nella segreta speranza che il Maestro le mettesse in musica. Ne rimase entusiasta. “E’ uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, ed è una ver- musica 3 Mercoledì, 24 febbraio 2010 panorama musicale giuliano egnato dalla ricerca della verità La serialità e il modalismo gregoriano Con il Canticum Baptismi per Soprano e organo (1987) la serialità ingloba il modalismo gregoriano in un ritrovato gusto per la cantabilità e l’espressione elegiaca, senza rinunciare al ruolo portante del ritmo balcanico. L’ultima produzione del Vidali è segnata dal sopravventodella spiritualità e della religiosità, concepite come serena gioia e ricerca dell’equilibrio al di là delle contingenti mode. Riconoscimenti alla sua arte gli sono venuti dal Premio Viotti, dal Premio Città di Treviso “G. Fr. Malipiero”, dal Prix N. Obouhov. Ricordiamo infine il caloroso successo che il suo Concerto del Timavo per arpa e orchestra in tre tempi (Assorto-Largo-Assai Mosso) ha avuto a Salonico (maggio 1989). In una struttura musicale ciclica, dove il materiale dell’inizio è sot- Al “Verdi” di Trieste in occasione dell’esecuzione italiana del Concerto del Timavo, nel 1989 gogna che l’Italia non l’abbia ancora scoperto e riconosciuto“ era stato il suo chiaro giudizio. “In lui ho incontrato il mio grande amico mai conosciuto“. Beh, a questo punto credo si saranno ormai incontrati in un luogo pieno di Bellezza e di Arte, e chissà quante cose avranno da dirsi. La formazione e l’intensa attività organizzativa Discendente di una famiglia di farmacisti con una catena di negozi a Fiume, Parenzo e Trieste (il padre era nativo di Sussak) all’età di quattro anni Fabio Vidali fu avviato allo studio del pianoforte, proseguendo quindi con L. Gante e con N. Scotti. Per la composizione ha avuto quali maestri A. Illersberg, N. Possa e A. Ghislanzoni, ma determinante per lui é stata la lezione di rigore venutagli da I. Pizzetti. Per approfondire le esigenze della vocalità prese lezioni di canto da P. Dacewa. Contemporaneamente portava avanti gli studi classici ed universitari (Lettere antiche con i corso universitari di storia della musica di Vito Levi). Giovanissimo, si era prodotto in numerosi recitals pianistici in Italia e all’estero. Dotato di forti capacità organizzative e conferenziere dalla parlata lucida e fluente, é stato tra i fondatori e dirigenti di molti sodalizi musicali triestini quali le Camerate Musicali, il Centro universitario musicale (del quale nel 1951 inaugurò con una conferenza una serie concertistica su Chopin); la Società artistico-letteraria SAL, l’Associazione amici della lirica. La sezione musicale del CCA l’ha visto impegnato nella direzione per più di vent’anni, prima quale collaboratore di Viozzi e poi in prima persona. E’ stato pure direttore artistico dei “Venerdì musicali italiani”. Per questo il suo nome é legato alla programmazione di tanti concerti nella sala del Ridotto (ma anche in sedi nazionali), di innumerevoli conferenze, all’impegno del saggista, del critico musicale (testate triestine e nazionali) ed a svariati interventi dai microfoni della RAI come ideatore e conduttore di trasmissioni musicali. Un capitolo a parte é dato dalla sua attività direttoriale in Italia e fuori, punteggiata da registrazioni discografiche e radiofoniche con l’Orchestra triestina da camera, da lui fondata nel 1963. La multiforme e originale produzione compositiva La sua vasta produzione, dopo una partenza nell’ambito del linguaggio neoromantico ravvivato dal canto popolare, con un onorato riconoscimento nel Premio Bartok, dove fu lodato in particolare l’intelligente uso del materiale folkloristico di origine balcanica, si é accostata, a partire dalla suite L’Invenzione del Il ricordo di Illersberg, il primo maestro Riportiamo un passo tratto dal bellissimo articolo che Fabio Vidali dedicò ad Antonio Illersberg, il suo primo maestro di composizione, pubblicato sul Supplemento musica. “La sua generosa semina fruttificò abbondantemente negli allievi che amorosamente coltivò come dei figli. Furono centinaia e d’essi vanno ricordati almeno quelli diventati personaggi della musica nostrana: Eugenio Visnoviz, Mario Bugamelli, Giulio Viozzi, Luigi Dallapiccola, Giuseppe Radole, Valdo Medicus, Mario Macchi, Claudi Noliani. ...i suoi allievi li chiamava paternamente “fioi mii, creature mie, benedeti”, dispiacendosi per primo quando doveva correggere qualche loro errore. Le sue lezioni erano generosissime del suo tempo, tanto che spesso do- veva saggiamente interromperle sua moglie Carmen, per richiamarlo alla realtà dell’orario ed ai successivi che attendevano. Prodigava a tutti la sua cultura sterminata che andava dagli antichi ai contemporanei (pure quelli più “rivoluzionari” come Schönberg).... Fra una fatica e l’altra si sorbiva una “sbiceta” (blando caffé casalingo) e si accendeva l’eterno sigaretto “Roma” esclamando: “butemose nel vissio!”. Ma, all’entrata nello studio del Maestro, le cose cambiavano. Ricordo il primo impatto col suo mondo: l’ampio studio in via Canova, il grande pianoforte a coda sommerso di partiture e carte. Libri dappertutto, sulle scansie, lungo i muri, per terra, sotto il pianoforte. Quadri alle pareti. “Séntite, creature mia” mi aveva detto, ed a sua volta si era acco- modato su una poltroncina mezzo sfondata. Vedendomi guardare intimidito in giro intimorito, questa fu la sua presentazione: “te vedi, creatura mia, qua xe el mio pianoforte, i mii libri, le mie carte...”. Lo interruppe inopinatamente un incontenibile pèto da “boba” trangugiata in fretta. Poi continuò senza scomporsi: “Come che te disevo, fio mio, sto qua xe el mio regno”. E cominciò la mia prima lezione con lui che iniziò a dischiudermi gli splendori ed i rigori della Grande Musica che, per la sua intercessione, mi appariva come mistica Realtà Rivelata con semplicità, amore, ricchezza d’esempi e di citazioni incarnanti l’arte e la vita. Da quel momento sentii solo i profumi del bello e del necessario. E di ciò, fin che campo, gli sarò sempre debitore grato. Il Maestro con la consorte, la prof.ssa Nevia Merlak nel ridotto del “Verdi” di Trieste Fuoca per orchestra (Premio Regina Elisabetta ‘66), alla dodecafonia dalla quale ricavò un personale criterio di serialità, presente nelle situazioni più diverse, sia nel tragico che nel comico-farsesco, quest’ultimo predominante fino al 1986. Al comico-farsesco è collegata l’opera La Manna (Trieste, Verdi 19.11.1976). Si tratta di una storia di veleni (accaduta nella Roma del Seicento) di assurda e feroce cattiveria: una vera manna per uno spettacolo teatrale. Da qui il titolo affibiato alla storia. L’Autore, che é anche librettista, scartata l’ipotesi di ricavarne un dramma, pensò di evidenziare il lato grottesco. L’avvelenamento di settecento mariti diventa un paradosso tragico, trasformandosi in umorismo da opera buffa. Il linguaggio musicale fa largo uso di sovrapposizioni tonali con comparse di figure modellate su serie di intervalli. Le sonorità fortemente dissonanti e l’abbondanza del materiale sonoro conferiscono all’insieme una certa aggressività. toposto ad un processo di continue variazioni, sia liriche, sia rudementi danzanti, é descritto tutto il percorso del sotterraneo fiume carsico. Musicologo e librettista Nel campo della musicologia, oltre ad alcuni lucidi saggi su diversi compositori, resta fondamentale per precisione di visione “La Musica a Trieste dall’Epoca Romana ai Nostri Giorni”, in “Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia”. Vidali ha dimostrato altresì di essere dotato di vena poetica, scrivendo per sé testi di Lieder, il libretto per “La Manna”, e di quello de “La Ballata di John lee”. Ha curato pure la versione ritmica per il Lesbo Show (da Saffo) e l’unica versione ritmica italiana dal ceko dell’opera Russalka di Kvapil - Dvorak (Trieste 1985). Segretario regionale del Sindacato nazionale dei musicisti, é da molti anni nel Consiglio d’Amministrazione del “Verdi” e dello Stabile di prosa. (pvm) 4 musica Mercoledì, 24 febbraio 2010 Mercoledì, 24 febbraio 2010 A LA RECHERCHE DE LA MEMOIRE PERDUE Da un documento d’archivio del 1804 risulta l’ineccepibile organizzazione della vita musicale fiumana Il polivalente ruolo dell’Orchestra del Teatro Adamich FIUME - Qual è il significato ed il ruolo che gli anniversari rivestono nell’ambito del costume di una realtà urbana più o meno evoluta, più o meno significativa, e in questo caso, quella fiumana? Rappresentano un momento di riflessione e di rinnovata presa di coscienza su quello che siamo e su quello che abbiamo costruito nel lungo percorso del nostro esistere urbano? Un’occasione di soddisfazione e di festa, se l’anniversario in questione depone a favore di un certo consorzio civile? Probabilmente tutto questo ed altro. Per il Teatro di Fiume il 2005 è stato un anno oltremodo significativo in quanto ricorreva non solo il centoventesimo anniversario dell’inaugurazione del Teatro Comunale, odierno “Ivan de Zajc”, ma pure i duecento anni di vita teatrale fiumana, ovvero dell’apertura del vecchio, splendido e glorioso Teatro Adamich. Duecentocinque anni di vita teatrale Facciamo notare che la ricorrenza dei due secoli di teatro era trascorsa all’insegna del più “assordante silenzio”. Non un articolo, non una trasmissione televisiva o radiofonica (vorremmo tanto sbagliarci), figuriamoci la pubblicazione di un saggio, di una ricerca che elaborasse in maniera sistematica e comparativa l’attività teatrale fiumana con oltre analoghe sul territorio giuliano e/o centroeuropeo; o, idea proibitiva, un documentario. Alla faccia della valanga di prof., musicologi, storici, magister, dottori, Padri Cittadini, intellettuali e via dicendo. Noi, in questa sede, in concomitanza con la ricorrenza “minore” dei 205 anni dell’apertura del Teatro Adamich, intendiamo dare un piccolo contributo teso a mettere in luce il polivalente ruolo dell’Orchestra del Teatro Adamich nella vita sociale fiumana d’inizio Ottocento e a questo scopo proponiamo un documento che risale nientemeno che al lontanissimo 1804: il “contratto” tra Adamich e la municipalità fiumana con il quale si stabiliva il tipo ed il costo dei servizi che l’orchestra era tenuta a realizzare. binare un piano di musica all’indirizzo dell’”Inclito Capitanale Consiglio della Liburnica Marittima Commerciale Città e PortoFranco di Fiume”. Il documento porta in calce la firma dei patrizi fiumani Giuseppe de Zanchi, L. Gio. Nepomuceno Celebrini, Michele de Celebrini, Giuseppe Orlando, Giov. Nep. de Franul e A. L. Adamich. Da tal protocollo risulta “siagli combinato un piano di musica, utilissimo ed assieme decoroso...“, il quale si riferiva alle necessità musicali inerenti l’ufficio divino in primis, ma che riguardava pure gli aspetti sociali e di intrattenimento. Portatore del progetto d’offerta musicale era Andrea Ludovico de Adamich, ossia l’orchestra del teatro da lui fondato. Come si riporta nel documento, l’orchestra doveva provvedere “alli Serviggi del Divino Culto per le funzioni solenni, meno solenni e ordinarie”. Erano considerate solenni le festività del primo dell’anno, dell’Epifania, di Pasqua, dell’Ascensione, della Pentecoste, del “giorno due“, del Corpus Domini, di S. Pietro, “S. Vitto”, dell’ Assunzione di Maria Vergine, di S. Marciano, di Tutti Santi, del Giorno dei Morti, di Natale, di S. Stefano d’Ungheria, di S. Francesco, giorno dell’onomastico dell’Augustissimo Monarca, di S. Filippo Neri, di S. Martino “che cade il giorno destinato alla Solennità dell’avvenuta Restaurazione Magistrale“. Meno solenni erano ritenute le altre festività della Beata Vergine, le Domeniche, il giorno di S. Giovanni e S. Giuseppe. Erano giudicate feste ordinarie quelle dedicate ai S. Apostoli, ai dottori della Chiesa, a S. Giorgio, a S. Michele e simili. In occasione delle funzioni solenni l’orchestra aveva l’obbligo di partecipare con dieci strumentisti e tre cantanti. Nelle festività meno solenni si dovevano impiegare quattro strumenti, l’organo e i cantanti, mentre per le funzioni ordinarie erano sufficienti l’organo solo e “le parti cantanti“. Ottocento fiorini annui per il culto divino Un piano di musica utilissimo e decoroso Come si sottolinea nel documento, il signor de Adamich si assumeva l’obbligo di salariare un esperto maestro di cappella, un Proponiamo il protocollo del 1 giugno organista, un cantante, un oboista e un pro1804 della commissione deputata per com- fessore di corno ciascuno dei quali aveva il trettanto notizia circa la somma annua che la Pubblica Cassa avrebbe erogato al signor Adamich e alla sua orchestra, la quale sarebbe ammontata a fiorini 800 annui, quartalmente pagabili. “...la quale (spesa) deve dirsi tenue in confronto alle condizioni obbligate dal sig. Adamich”. Ad ogni modo si trattava di una somma di molto superiore a quella precedentemente erogata “da diverse casse pella Musica della chiesa di Suo Padronatus“, la quale ammontava ad allemani f. 440, ma che comunque si era dimostrata insufficiente. Nel documento si rileva altresì che il sig. Adamich, nella scelta degli orchestrali avrebbe avuto riguardo di scegliere innanzitutto tra i musicisti domestici, abili e benemeriti, dando la precedenza al sig. Purger Hoffer, “maestro nelle Normali“. Tra i diritti del sig. Adamich figura quello della “concessione“ alla sua orchestra di suonare – dietro compenso dei fedeli - ai vari tridui, novene, cerimonie funebri, mentre i cittadini privati, qualora avessero voluto organizzare accademie varie e balli, avevano l’obbligo di prendere in affitto gli strumenti “dal Corpo dell’Orchestra Adamich“. Il contratto del Capitaniale Consiglio con l’Orchestra Adamich, per la durata di dieci anni, entrava in vigore il 1 gennaio 1805. I fiumani dell’Ottocento pensavano in grande Ci siamo appositamente soffermati in maniera abbastanza dettagliata sui contenuti di questo antico documento in quanto esso rappresenta una prova concreta della varietà della vita musicale fiumana d’inizio Ottocento (accademie-concerti privati, serate danzanti - si suppone negli ambienti patrizi e borghesi - come pure del grande ruolo della musica sacra), non meno che della mentalità, dei criteri e del preciso ordine organizzativo con i quali essa veniva gestita a livello di municipalità. In un documento di poco precedente al succitato, nel quale Andrea Ludovico de Veduta del Duomo di Fiume, sede della prestigiosa tradizione di musica sacra fiumana dell’Ottocento Adamich esplicava dettagliatamente i suoi “due piani di musica”, egli faceva notare compito di istruire gratuitamente due giova- to Magistrato e dal signor Adamich concor- che l’ufficio divino era musicalmente malni nelle sopra elencate specifiche discipline demente. Onere dell’Adamich sarebbe sta- servito e che la città di Fiume doveva provmusicali per un periodo biennale. I giovani, to pure la manutenzione dell’organo e degli vedere in questo senso in modo da non essi continua, sarebbero stati scelti dall’Incli- strumenti della chiesa. Il protocollo dà al- sere inferiore alle città di Trieste, di Vienna Le cavalchine nei teatri veneto-dalmati ...ogni palco trabocca di maschere Durante il tempo di carnevale al Teatro Adamich, e più tardi al Civico e indi al Comunale, avevano luogo le popolarissime serate danzanti in maschera note come “cavalchine”. Per l’occasione la platea del teatro veniva liberata dalle poltroncine per ospitare la pista da ballo. Le origini della cavalchina sono legate alla Serenissima; si ha notizia che già “nel 1773 o 1774, a Venezia, nel teatro appresso S. Benedetto” si tenevano ben otto cavalchine a carnevale. L’usanza dilagò pure sull’altra sponda dell’Adriatico tant’è vero che si ha notizie di cavalchine sia al Teatro di Lesina che in quello di Zara, e perfino - come riporta la “Danica Horvatska, Slavonska e Dalmatinska” del 1838 - a Zagabria! Il giornale riporta in termini entusiastici che il sovrintendente del teatro zagabrese, tale sig. Börnstein, secondo il costume veneziano, aveva introdotto l’uso delle serate danzanti carnescialesche nel parterre teatrale. Celebre nell’Ottocento, raccontata e descritta da scrittori, poeti, pittori, la tradizione della cavalchina è stata ripresa, dopo un lungo periodo di stasi, dal Teatro La Fenice per il Carnevale del 2007. Piuttosto illuminante, circa l’atmosfera, il carattere e il ruolo sociale della cavalchina ci pare questo stralcio di cronaca ottocentesca veneziana che qui proponiamo.˝“Mentre il buon popolo si abbandona in piazza all’ultime effervescenze, l’eletta società accorre a quel teatro squisitamente elegante, lucido, profumato, che si chiama la Fenice. La Cavalchina è un ballo mascherato sui generis, il segreto della cui bellezza e dignità, è l’esser solo in tutto il carnevale. Nelle altre capitali d’Europa i veglioni si corrompono pel troppo ripetersi: così si fa strada il mezzo e l’infinitesimo mondo, e la società si divide fra quelli che danno spettacolo di capriole, di svelate apparenze, e gli altri che guardano con paziente curiosità. La Cavalchina della Fenice ha un solo pubblico: la maschera, invece che svelare, copre le magagne: ogni donna ch’entri le soglie del teatro a priori si ritiene ‘comme il faut’: tocca al buonsenso dei conoscitori il distinguere le pesche ammaccate dalle sane. I travestimenti non dovendo soggiacere agli urti delle polke e al tramestìo del cancan, mettono in rilievo le grazie della persona senza denudarla, e possono essere varii, ricchi, coperti di gemme. Ogni palco trabocca di mascherati visitatori, di graziose incogniti, e la sera si passa rapidamente frammezzo ai dialoghi animati, alle allusioni, alle galanterie che assumono spesso il carattere di fugaci intrighi, e qualche volta di più stretti legami”. “Rondinella”, mascherina fiumana della belle epoque Andrea Ludovico de Adamich e ad altre città dell’impero! Cioè, Adamich faceva chiaramente intendere lo spirito di emulazione, la vivacità e l’ambizione che dovevano animare una cittadina in via di sviluppo qual’era la Fiume del tempo, tanto da adottare criteri “internazionali”, europei, e mettersi in gara con i maggiori centri urbani dell’impero asburgico; e da qui la precisa volontà di regolare la realtà musicale in maniera ordinata e professionale. Un modo di procedere e di “pensare in grande” che avrebbe messo radice, dando inizio ad una tradizione musicale di ammirevole e vasto respiro, sia in ambito chiesastico – con la Chiesa dell’Assunta (Duomo) in particolare, come sede di esecuzioni liturgiche di invidiabile livello professionale, curata da tutta una serie di maestri tra cui Zaytz padre e figlio - che in campo teatrale, prima nello splendido Teatro Adamich, poi “Civico”, luogo nel quale successe la più antica e significativa tradizione lirica (almeno) sul territorio dell’ex- Jugoslavia. L’entusiasmo della «Danica Horvatska, Slavonska e Dalmatinska» Gli stupefacenti splendori del Teatro Adamich FIUME - Nell’ambito della mostra “L’anno rivoluzionario 1848 a Fiume” recentemente in allestimento al Museo di storia e marineria di Fiume -che si soffermava pure su alcuni aspetti sociali e culturali della città quarnerina dell’epoca - siamo rimasti colpiti da una citazione tratta dalla “Danica Horvatska, Slavonska e Dalmatinska”, datata 18 marzo 1848, che recita: “Fiume, fiera dei suoi bei edifici, è altrettanto nota per il suo raffinato teatro. Sito in prossimità del mare, dal quale si diramano otto vie...signoreggia fiero su tutta la città. E’ grande e splendido, di gusto e magnifico. I viaggiatori affermano che nemmeno a Trieste ce ne sia uno simile! Ciò per quanto riguarda l’esterno, ma una volta entrati nella sala del teatro, quale grande gioia!... Parola nostra, che paragonato allo splendore e magnificenza del Teatro di Fiume quello di Zagabria sparisce come l’ombra davanti sole”. L’ammirato cronista riporta che lo spazio interno del Teatro Adamich è doppio rispetto a quello zagabrese, e rileva lo sfarzo del velluto porpora che riveste le logge. Inoltre, fa notare che - particolare curiosissimo - nella parte anteriore di ogni palco è fissata una serie di tendine in seta, ognuna delle quali in tinta diversa, di modo che ad ogni serata di gala si fa scendere, di volta Serata danzante (una cavalchina?) al Teatro Adamich in volta, la tendina di un certo colore faPure la stampa dell’epoca - a conferma cendo sembrare l’interno del teatro sempre della ricercatezza di cui sopra - definisce il nuovo e diverso. (Che raffinatezza!) Sem- Teatro Adamich “teatro splendido, uno dei plicemente geniale! più eleganti d’Europa”. 5 6 musica Mercoledì, 24 febbraio 2010 VITA NOSTRA Valmer Cusma, noto operatore mediatico, è autore di numerosi testi che sono Il mio impegno nel rivitalizzare POLA - Una carriera giornalistica intensa, iniziata nel lontano 1976 alla redazione polese de “La Voce del Popolo”, e proseguita nel 1981 con l’assunzione alla redazione in lingua italiana di Radio Pola, fanno sì che Valmer Cusma, classe ‘54 e nato a Pola, sia tra i più conosciuti operatori mediatici della Comunità nazionale italiana. Per la quale, tra le altre attività, negli ultimi anni si è preso l’impegno di rivitalizzare la canzone in lingua italiana in regione, iniziando a scrivere dei brani, poi musicati ed eseguiti da compositori e cantanti istriani. Ma andiamo per ordine, ritornando agli inizi. “Ho intrapreso la professione di giornalista quasi per caso, dopo aver terminato tutta la verticale educativa in lingua italiana. All’epoca avevo terminato l’Accademia di pedagogia e cultura tecnica, ed ho iniziato a cercare lavoro bussando a varie porte. Poi un giorno ho incontrato Claudio Radin, capocronaca della redazione polese de ‘La Voce’, che allora si trovava ai Giardini, che mi disse: ‘Vien doman e se troverà qualcosa...’ Dopo i primi provini positivi e un periodo di collaborazione esterna, sono stato assunto. Al tempo, il caporedattore de ‘La Voce’ era Paolo Lettis, ed il direttore dell’EDIT Ennio Machin. Alcuni mesi più tardi ho iniziato il servizio di leva, e al ritorno mi sono iscritto alla Facoltà di pedagogia, ovvero al dipartimento in lingua e letteratura italiana, che era appena stato aperto, facendo così parte della prima generazione di studenti. A Radio Pola ho iniziato a lavorare il 1.mo aprile del 1981, in quanto si è trovato un posto libero, lasciato vacante dalla rovignese Sonia Curto dopo tredici lunghi anni. Finora, dunque, ho passato ventinove anni alla radiotrasmittente, e dalla prematura scomparsa di Gianni Tognon, avvenuta nel 2002, sono responsabile della redazione italiana di Radio Pola. Voglio sottolineare che con Gianni, a capo della reda- zione dal ‘68, ho trascorso dei momenti bellissimi, ed i nostri rapporti erano più che professionali.” Ritornando alla musica, che ovviamente rientra nelle tue passioni, come ti sei deciso ad intraprendere questa attività, ovvero scrivere dei testi musicali in lingua italiana? Mi dedico alla scrittura dei testi musicali in pratica dalla scomparsa di Tognon, ossia negli ultimi sette anni. Avevo notato che in Istria si sentiva la mancanza di nuove canzoni in lingua italiana, per cui, non tanto per vocazione artistica, quanto per colmare la lacuna, ho iniziato questa... avventura. Oltre a rappresentare un hobby, questa attività per il sottoscritto rappresenta una grossa soddisfazione, in quanto mi consente di dare un incentivo alla creatività in lingua italiana. La mia prima canzone è intitolata “Istria bella”, della quale la cantante polese Vesna Valmer Cusma con Bobby Solo Nežić-Ružić si è subito innamorata. Poi, la musica è stata scritta dal cantautore Bruno Krajcar, gli arrangiamenti curati da Bruno Zahtila, e infine abbiamo inciso la canzone nello studio di Radio Pola. Nella circostanza, il sostegno vocale è stato affidato a Biba e Vlado Benussi. Questo, dunque, è stato l’inizio. Quanti testi hai scritto in tutto, e quali sono i tuoi cantanti preferiti? Finora ho steso una ventina di testi, collaborando con Vesna Nežić-Ružić, Vinko Coce, Nevia Rigutto, Lidia Percan, VoLjen Grbac, Tasha, Bobby Solo, Marino Floris e Galliano Pahor. Quali sono i tuoi temi preferiti? I testi trattano per lo più dell’amore per il luogo nativo, e descrivono le località istriane. A conferma di tanto i titoli delle canzoni, quali “Va Labine by night”, MUSICA BAROCCA Vivaldi, Albinoni e gli strumenti a fiato nella Serenissima del diciot Il suono dolce e pastorale dell’oboe prediletto dai Maestri del Tra gli strumenti a fiato concertanti, non sorprende che Vivaldi, come il suo contemporaneo Albinoni, abbia privilegiato l’oboe, che si ritrova sia integrato in orchestra per dare un tocco di tenerezza, sia vezzoso interprete di dolci melodie per il suo registro che evoca la voce umana, evitando giudiziosamente i toni pastorali troppo banali, o ancora affrontando dei pericolosi passaggi riservati all’elite dei virtuosi. Dal canto suo, Albinoni, compositore più anziano del celeberrimo cittadino e rivale Don Antonio, tocca l’apice della sua produzione strumentale grazie a due raccolte fatte pubblicare nel 1722 da Michel Le Cene, che vanno sotto il nome di concerti a cinque dell’op.VII e op. IX, opere che “viaggiarono” grazie ai solisti tedeschi e francesi che dell’oboe furono i primi virtuosi. Se a cavallo del Settecento, Vivaldi si trovava alle prese con le prime prove compositive nel campo della sonata e del concerto grosso, le quali risentivano in maniera decisiva del magistero irradiato dal maestro romano Arcangelo Corelli, le indicazioni e gli stimoli alla fonte della sua personale codificazione del concerto solistico gli pro- verranno invece proprio dai musicisti di area veneta-emiliana quali Torelli e appunto Albinoni. Ma nel corso della seconda decade del secolo, il rapporto di fama tra i due compositori veneziani tenderà a rovesciarsi, anche sull’onda del formidabile successo ottenuto dall’Estro Armonico op. III nonché alla fantasiosa e rutilante arte strumentale che Vivaldi saprà imporre alle sue pagine. Toccherà dunque ad Albinoni assimilare il linguaggio del più giovane rivale e i due concerti per oboe qui presentati ne sono la testimonianza più evidente. Saggiamente temperato dall’orgoglio e dalla consapevolezza di una già consolidata identità stilistica, in Albinoni l’influsso vivaldiano rimane comunque molto distante da qualsiasi pedissequa imitazione per concretizzarsi in soluzioni costruttive, mirate a eguagliare la coerenza tematica e la generosità delle proporzioni. Albinoni resterà pertanto fedele a se stesso anche nei presupposti dell’invenzione, associando a una incrollabile fiducia nel contrappunto, la sostanziale indifferenza sia per la componente virtuosistica degli interventi solistici sia per la specifica sperimentazione dell’elemento timbrico. I concerti per fagotto fanno probabilmente parte delle opere più tardive di Vivaldi. Evidentemente egli aveva un fagottista assai virtuoso a sua disposizione, che lo ispirò parecchio visto che ci ha lasciato quasi una quarantina di concerti per questo strumento, un vero e proprio record! Su uno di questi manoscritti, si trova il nome di Giuseppino Biancardi, che secondo le ultime Tomaso Albinoni ricerche nacque nel 1700. Eppure, Biancardi non aveva rapporti di lavoro con il famoso Ospedale della Pietà, nel quale le orfanelle ivi ospitate spesso componevano una scelta orchestra di virtuose. Non esiste infatti alcuna traccia, nessuna menzione del fagotto nei registri e nelle carte che si sono conservate. Lo strumento, se mai entrò alla Pietà, doveva essere relegato al ruolo subalterno di par- te anonima del continuo, alla pari del violone. Tuttavia Vivaldi, nel 1717, scriveva un ruolo di accompagnamento obbligato per il fagotto nella sua opera “L’Incoronazione di Dario” e gli imponeva delle parti altamente virtuosistiche nei suoi primi concerti da camera, segno che il Prete Rosso entrò in contatto con un qualche virtuoso sassone al seguito del Principe Elettore Federico Au- Antonio Vivaldi musica 7 Mercoledì, 24 febbraio 2010 stati interpretati da Bobby Solo, Galliano Pahor, Bruno Krajcar, Nevia Rigutto, Lidia Percan... la canzone italiana in Istria “Galisan bel”, “Ritorno a Parenzo”, “Fiume nel mio cuor” ecc. I prossimi brani si intitolano “La magia di Abbazia” e “Passando per Valle”, con le esecuzioni della Rigutto e di Floris.” Quali sono i tuoi maggiori successi? Certamente la più grossa soddisfazione è rappresentata dalla collaborazione con Bobby Solo nel brano “Va Labine by night”, musicato dal collega, amico e cantautore Bruno Krajcar. La canzone è stata incisa a Radio Pola, mentre il videoclip ad Albona e New York. Si tratta, infine, di un mosaico di lingue, composto dal dialetto albonese, dall’istroveneto, nonché dal francese e dall’inglese. Si tratta, insomma, di un contributo personale al plurilinguismo. Inoltre, potrei distinguere pure quattro partecipazioni al MIQ (Melodie dell’Istria e del Quarnero), nonché alle Melodie del Quarnero, dove la cantante parentina Tasha ha conquistato un lusinghiero terzo posto. Ti dedichi forse ad altre forme di scrittura, quali la poesia, prosa ecc. ? Innanzitutto non trovo il tempo, però, sinceramente, mi basta la musica in quanto si raggiunge un confronto immediato con il pubblico. Essendo circondato da molti musicisti, quali Bruno e Franko Krajcar, Bruno Zahtila, Alen Vitasović ed altri, perché non sfruttare l’occasione e promuovere la canzone italiana? In tal senso collaboro pure con Gianni Signorelli, con il quale condivido le stesse visioni. Comunque, è un mio sogno e un desiderio che sulla scia del festival della canzone per l’infanzia “Voci nostre”, si riuscisse ad organizzare pure un festival della canzone istroveneta. In tal senso la Giunta dell’UI nel mandato precedente si è posta il compito di avviare questo proget- to, che purtroppo non è mai decollato. Ciò è comprensibile, perché non è facile organizzare una manifestazione del genere. Ci racconti infine, qualche aneddoto, che ce ne sarebbero vista la collaborazione con questa lunga lista di musicisti? Il primo tra tutti è quando Bobby Solo, nel 2006, si trovava al volante per raggiungere Pola e incidere la canzone. Per sua e nostra sfortuna è stato fermato dalla polizia nei pressi di Canfanaro. Nella circostanza è stato multato per eccesso di velocità, e non avendo delle kune ha avuto dei problemi per cambiare la valuta straniera. Infine ha fatto un’ora di ritardo. Nonostante tutto sono rimasto molto impresso dalla sua professionalità, considerando la preparazione e la pronuncia dei versi in dialetto ciakavo, precisamente dell’albonese. Posso ricordare inoltre la vicenda quando serviva “urgentemente” una canzone per il MIQ. Assieme a Bruno Krajcar, in modo scherzoso e in una decina di minuti, è nato il brano “Ritorno a Parenzo”, poi interpretato dalla Percan e Grbac. Tra l’altro, mi è rimasta impressa la felicità di Floris, che non essendo più giovanissimo, e dopo tanti anni di attività musicale, ha inciso le sue prime canzoni. Infine vorrei ricordare un episodio con Sergio Endrigo, con il quale si intendeva fare un duetto. Comunque la cassetta dimostrativa di “Pola per sempre” non gli è piaciuta, per cui la canzone è stata incisa da Krajcar e Pahor. Poi, sempre per Endrigo, è stata scritta la canzone “Pola son qua”, mai ascoltata dal cantautore dalle origini polesi in quanto nel frattempo è scomparso. Anche questo brano, infine, è stato interpretato da Pahor. Fredy Poropat tesimo secolo I colori della musica barocca veneziana a Stoccolma Settecento veneziano gusto II, che soggiornava allora a Venezia, il quale seppe destare in Vivaldi un interesse particolare per il curioso strumento, capace di suggerire secondo i registri, delle sonorità calde e rotonde, una naturale eleganza, un temperamento dolce, giocoso, ma a volte anche una espressione grottesca e lugubre come appare evidente nel concerto La Notte RV 501. Compositore delle sfide, Vivaldi scriveva per questo strumento uno dei più ricchi repertori della storia della musica, che esige un’abilità di dita e di fiato davvero fuori del comune. Il concerto per oboe RV 461, appartiene al grande periodo creativo 1723-30. In esso lo stile della maturità è ben riconoscibile e illumina tutta questa composizione nella quale il solista è sottoposto a una notevole prova virtuosistica, fatta di audaci salti melodici, frasi in un cantabile di ampio respiro con sequenze di terzine o di figure ritmiche finemente diversificate. Curioso il concerto KV 545 che conclude questo programma, in cui le parti dei due strumenti ad ancia doppia non hanno nulla in comune con l’orchestra. Ma anche i ruoli dei due solisti si dif- ferenziano alquanto: l’oboe con delle grandi linee melodiche e il fagotto che galoppa nel basso. Inoltre, mentre i solisti suonano, l’orchestra tace totalmente anche nel basso continuo, nei due tempi allegri. In queste esecuzioni riscopriamo un mondo di passioni e visioni in una Venezia ormai entrata in un drammatico declino economico, ma dalla quale moltissimi stranieri erano attirati grazie all’antico splendore Ognuno di loro sapeva ancora ricavare ampie testimonianze di questa bellezza, quali appunto le vedute del Canaletto o le partiture di Vivaldi e Albinioni, che divennero una importante fonte di prestigio per tutta la città. Eppure, queste forti personalità, rese celebri ai nostri giorni, furono presto dimenticate dai contemporanei poiché la musica del Settecento era consumata immediatamente e lo stile evolveva rapidamente. Il pubblico apprezzava ciò che era sempre all’ultima moda. Benvenuta sia dunque questa esecuzione grazie alla quale possiamo valutare senza complesso alcuno, musiche straordinarie di un lontano passato! (gn) STOCCOLMA - Vivo successo del patavino Complesso di musica barocca “Sans Souci” che recentemente ha tenuto concerto nella prestigiosa “Konserthuset Grunewaldsalen” di Stoccolma Svezia. Il programma comprendeva brani di Tomaso Albinoni (Concerto in Re Min. op. 9 n.2 per oboe, archi e continuo, Concerto in Sib Magg. op. 7 n.3 in per oboe, archi e continuo e Antonio Vivaldi (Concerto in Sib Magg. RV 501 “La Notte” per fagotto, archi e continuo, Concerto in La Min. RV 461 per oboe, archi e continuo, Concerto in Do Min RV 480 per fagotto, archi e continuo Concerto in Re Magg.. RV 127 per archi e continuo, Concerto in Sol Magg. RV 545 per oboe, fagotto archi e continuo). Interpreti Giuseppe Nalin (oboe), Paolo Tognon (fagotto), Enrico Groppo, Mary Riccardi (violino), Monica Cuneo (viola), Sara Bennici (violoncello), Carlo Sgarro (contrabbasso) e Marco Vincenzi (clavicembalo). Il concerto era dovuto all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma. L’Ensemble Barocco SANS SOUCI fondato da Giuseppe Nalin nel 1986, si dedica espressamente all’esecuzione di musiche che vanno dalla metà del 1600 fino alla fine del 1700. Vengo- no impiegati tra l’altro, preziosi strumenti originali ad arco, i quali contribuiscono a rendere queste composizioni assolutamente credibili e realistiche nell’ambito esecutivo e filologico, così come certamente venivano eseguite nel Settecento. 8 musica Mercoledì, 24 febbraio 2010 LE GRANDI VOCI Amelita Galli-Curci, una dei più celebri soprani d’inizio 900 Una vocalità dall’agilità virtuosistica di uno strumento Amelita Galli-Curci, (Milano, 18 novembre 1882 – 26 novembre 1963), è stata un soprano italiano. Fu uno dei più ammirati soprani di coloratura degli inizi del XX secolo. Nacque in una famiglia della borghesia milanese e fu indirizzata, giovanissima, allo studio del pianoforte. Ma ben presto la nonna le consigliò di dedicarsi al canto. Dopo qualche tempo il compositore Pietro Mascagni, che ebbe modo di ascoltarla, la incoraggiò a intraprendere la carriera di cantante d’opera. Per sua scelta, la formazione della Galli-Curci fu quasi sempre realizzata da autodidatta, ascoltando le esecuzioni di altri soprani, leggendo antichi trattati di esecuzione canora ed eseguendo tecnica pianistica con la sua voce. Fece il suo debutto nel 1906 a Trani nel ruolo di Gilda in Rigoletto di Giuseppe Verdi, raggiungendo una notevole notorietà in tutta Italia. Nel 1908 sposò il marchese Luigi Curci, e aggiunse il cognome del marito al suo. Il matrimonio non durò a lungo e i coniugi divorziarono nel 1920. Successivamente la Galli-Curci sposò Ho- Come Traviata Meno male che c’è Antonellina... Le “cadute” di Sanremo SANREMO - Che sospiro di sollievo! Ci siamo liberati dal tormentone di Sanremo! A parte la consolidata mediocrità delle canzoni in gara, anche quest’anno il celebre festival ha avuto le sue spaventose cadute; non dico di stile, perché ciò presupporrebbe appunto un qualche stile che, onestamente non siamo riusciti a notare neanche con la lente d’ingrandimento. Tra i ruzzoloni “ di maggior spicco”, rileveremo la presenza del “povero di spirito” Cassano (il quale ha percepito da mamma RAI la bellezza di141.000 euro per dirci in pratica che il leggere e studiare non hanno alcuna importanza!), lo spogliarello della Ditta non so che, la barbarie del direttore d’orchestra che come un invasato ha agguantato un violino spaccandolo in mille pezzi, la penosa esibizione della Clerici con un certo “comico” demenziale il quale invitava il pubblico a fare il verso dello scimpanzè, e si potrebbe continuare. Meno male che c’è l’Antonellina (“un luogo comune ambulante”), così simpatica, casalinga e patatona, (ma quand é che imparerà a camminare?). Antonellina, Antonellina, vai in cucina a fare le tagliatelle di nonna Pina! Povera Italia. mer Samuels, il suo pianista accompagnatore. La Galli-Curci iniziò a cantare in tutta Europa e in Sud America. Nel 1915 cantò in due recite della Lucia di Lammermoor con Enrico Caruso a Buenos Aires. Questa fu l’unica apparizione del soprano in un’opera assieme al grande tenore, in quanto le altre apparizioni avvennero in alcuni concerti e in registrazioni fonografiche. La Galli-Curci giunse negli Stati Uniti nel 1916 virtualmente sconosciuta. La sua permanenza avrebbe dovuto essere di breve durata, ma le acclamazioni ricevute nel corso della sua interpretazione di Gilda in Rigoletto a Chicago il 18 novembre 1916 (suo 34° compleanno) furono così entusiastiche che ella accettò un contratto con la Chicago Opera Company. Fu un membro della compagnia fino 1924. Nello stesso anno 1916, la Galli-Curci firmò un contratto per delle registrazioni fonografiche con la Victor Talking Machi- L’Antonellina nazionale ne Company e registrò in esclusiva per la stessa fino al 1930. Nel 1921 la Galli-Curci entrò a far parte della Metropolitan Opera House di New York, rimanendovi fino al 1930, anno in cui si ritirò dalle scene operistiche. La Galli-Curci fece costruire una villa chiamata Sul Monte ad Highmount, dove trascorse le estati per molti anni, fino al 1937, quando vendette la proprietà. Nelle vicinanze della villa, nel vicino villaggio di Margaretville, venne costruito un teatro al quale venne dato il suo nome. Ella ricambiò la cortesia esibendosi in concerto in occasione della serata inaugurale La Galli-Curci fu una seguace del filosofo e mistico indiano, maestro di meditazione e yoga, Paramhansa Yogananda. Scrisse la prefazione al libro del 1929 di Yogananda, Whispers from Eternity. Stanca della politica dei teatri d’opera e convinta che l’opera fosse in fase di tramonto, la Gal- li-Curci si ritirò dai palcoscenici operistici nel gennaio del 1930 e concentrò la sua attività sui concerti. Successivamente ebbe dei problemi fisici alla gola e nel 1935 fu operata alla tiroide. L’intervento chirurgico venne effettuato con grande accortezza e in anestesia locale, ma nonostante le attenzioni prestate la sua voce subì dei problemi dopo l’intervento. Un nervo della laringe aveva subito delle lesioni ed ella ebbe inibita la possibilità di eseguire le note del registro acuto. Questo nervo venne da allora definito come il nervo Galli-Curci. Nel 2001, Crookes and Recaberen “esaminarono le cronache di stampa del periodo dopo l’intervento alla Galli-Curci, intervistarono colleghi e parenti dei chirurghi e compararono la carriera del soprano con quella di altri cantanti” e trovarono che il suo deterioramento vocale, molto probabilmente, non era stato dovuto agli esiti dell’intervento chirurgico. Nel 1936 la Galli-Curci cantò nel ruolo di Mimi ne La bohème a Chicago dopo l’intervento alla gola. Fu a quel punto chiaro che ella non era più la cantante di un tempo e dopo alcuni concerti decise di ritirarsi definitivamente dalle scene, stabilendosi in California. Li iniziò a insegnare privatamente e continuò a farlo fino a pochi giorni prima della sua morte, che avvenne nel novembre del 1963, all’età di 81 anni. Fra le sue allieve vi fu il soprano Jean Fenn. La Galli-Curci fece alcune registrazioni fonografiche per l’etichetta discografica RCA Victor e fra queste il sestetto dalla Lucia di Lammermoor con Enrico Caruso, Minnie Egener e Giuseppe De Luca. Anno VI / n. 43 del 24 febbraio 2010 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: MUSICA [email protected] Redattore esecutivo: Patrizia Venucci Merdžo / Impaginazione: Željka Kovačić Collaboratori: Fredy Poropat Foto: Fredy Poropat e archivio La pubblicazione del presente supplemento, sostenuta dall’Unione Italiana di Fiume / Capodistria e dall’Università Popolare di Trieste, viene supportata dal Governo italiano all’interno del progetto EDITPIÙ in esecuzione della Convenzione MAE-UPT N° 1868 del 22 dicembre 8, Contratto 248a del 18/10/2006 con Novazione oggettiva del 7 luglio 2009